L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

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L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

taurina e sbuffante che lo trascinava su per il declivio all'ultima luce del giorno. I fari dei veicoli lontani si

muovevano con una lentezza quasi ipnotica mentre l'uomo gli ansimava sulla faccia, esalando acri

zaffate di vino rancido. Colpendolo con i pugni, l'aggressore lo fece rotolare più volte avanti e indietro

sul terreno umido, grugnendo fra sé, come nel tentativo di scoprire un segreto nascosto sul corpo

piagato di Maitland.

Mentre perdeva conoscenza ebbe un'ultima visione del traffico che scorreva sull'autostrada. Nel

mulinare delle braccia del suo aggressore scorse una giovane donna dai capelli rossi in tuta mimetica da

combattimento correre alla loro volta brandendo la stampella di metallo con due mani robuste.

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Soccorso

"Riposati... non muoverti. Abbiamo mandato a chiamare aiuto." La voce calma della ragazza fu un

balsamo per Maitland; le sue mani gli umettavano il viso con un batuffolo di cotone. Tornò a sdraiarsi,

mentre l'acqua bollente gli bruciava la pelle solcata di scalfitture, sentendo la febbre irradiarsi dalle

ossa. Quando la ragazza gli sollevò la testa, l'acqua gocciolò sulla barba. Aprì la bocca gonfia, cercando di

intercettare le gocce bollenti.

"Ti darò da bere... devi essere morto di sete." Indicò con il gomito un boccale di plastica appoggiato su

una cassa d'imballaggio accanto al letto, ma lo lasciò dov'era. Le sue mani salde si mossero intorno al

collo di Maitland e giù per il torace. Non indossava più

la giacca dello smoking, e la camicia era zuppa e nera di lubrificante. Sul pavimento vicino alla soglia

c'era una lampada al cherosene non schermata, che lo abbagliò quando cercò di guardare la donna in

viso. Il dolore alla gamba ricominciò a farsi sentire, e Maitland fece un guizzo rabbioso. La donna gli tirò

la coperta rossa sulle spalle.

"Rilassati, mister Maitland. Abbiamo chiamato aiuto. Catherine... è così

che si chiama tua moglie?"

Maitland annuì debolmente. Si sentiva ubriaco di conforto per essere stato soccorso. Quando lei gli

passò il braccio sinistro sotto la testa, sollevandogli il boccale alle labbra sentì il profumo del suo corpo

forte e caldo: un miscuglio di aromi che gli fece girare la testa. Si trovava in una stanzetta grande poco

più di tre metri per tre, quasi interamente occupata dal letto matrimoniale di metallo che reggeva il

materasso dove lui era sdraiato. Dal centro del soffitto pendeva un ventilatore a pale, ma non c'erano

finestre. Oltre la porta aperta una rampa di scale semicircolari saliva al piano superiore. Un manifesto

ingiallito, che reclamizzava un film con Ginger Rogers e Fred Astaire era appeso alla parete accanto al

letto. A entrambi i lati c'erano poster più recenti, tratti da giornali underground: uno psichedelico,

ispirato a Aubrey Beardsley, un primo piano granulato di Che Guevara morto, un proclama del Black

Power e uno di Charles Manson al processo, gli occhi psicotici fissi sotto il cranio rasato. Eccezione fatta

per la cassa da imballaggio vicino al letto, l'unico mobile della stanza era un tavolo da gioco ingombro di

flaconi di cosmetici e boccette di profumo, stick di mascara e fazzolettini accartocciati. Una pregiata

valigia di pelle era appoggiata al muro, mentre a una sbarra erano appese delle grucce con una gonna,

un maglione e svariati capi di biancheria.

Maitland provò a raccogliere le forze. La febbre cominciava a diminuire. Rammentò la violenta

aggressione subita nel rifugio antiaereo, e di come fosse stato trascinato fuori all'aria della sera, ma il

dolore per i colpi subiti si era dissolto alle prime parole della ragazza. Rispetto alla prova affrontata

nell'isola persino quella sordida stanza situata, con ogni probabilità, in un rione miserabile nelle

vicinanze dell'autostrada gareggiava in stile e comfort con una suite del Savoy sul lungofiume. Quando la

giovane donna si sedette sul letto lui le prese la mano, cercando di esprimerle la sua gratitudine.

"Siamo..." cominciò a dire con la bocca dolorante. "Siamo vicini all'isola?" Quindi, considerando

l'eventualità che lei non capisse, aggiunse:

"Ho distrutto la macchina... una Jaguar... sono uscito di strada". La ragazza masticava pensosamente una

gomma, scrutando Maitland con gli occhi penetranti.

"Sì, sappiamo. Sei fortunato a essere ancora vivo." Gli pose una mano sulla fronte per sentire se era

caldo. "Che, stavi male prima dell'incidente?

Voglio dire, hai un bel febbrone."

Maitland scosse il capo, confortato dalla pressione di quel palmo fresco.

"No... è cominciata dopo. Ieri, credo. La gamba... è rotta."

"Bene. Immaginavo. Poverino, ti darò qualcosa da mangiare." Mentre Maitland aspettava, frugò nella

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