L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

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L'isola di cemento - James G. Ballard.pdf - Autistici/Inventati

a Zurigo, Stoccarda e Stoccolma, sedevano impettiti ai loro posti come in un party di manichini. Due di

loro, un signore di mezza età e un giovane sikh con la piccola testa inturbantata, abbassarono gli occhi

su Maitland, incontrando i suoi per qualche secondo. Maitland ricambiò lo sguardo, decidendo di non

salutare. Cosa pensavano che facesse laggiù? Dal ponte superiore del pullman la Jaguar poteva

sembrare intatta; probabilmente lo avevano preso per un funzionario della ditta dell'autostrada, o un

controllore del traffico.

Sotto il cavalcavia, al limite sud dell'isola, una rete metallica separava il triangolo incolto dall'area

successiva, trasformata in una discarica abusiva. Nell'ombra, sotto la striscia d'asfalto, erano

abbandonati del mobilio, una catasta di cartelloni pubblicitari, mucchi di gomme e di rifiuti metallici.

Attraverso la recinzione, circa quattrocento metri a est del cavalcavia, si vedeva un centro commerciale.

Un autobus rosso a due piani faceva il giro intorno a una piazzetta, passando davanti ai tendoni a strisce

dei negozi. Evidentemente le sole vie d'uscita dall'isola erano le scarpate. Maitland tolse la chiave dal

cruscotto e aprì il bagagliaio: le possibilità che un vagabondo o uno zingaro trovassero l'auto erano

minime; l'isola era tagliata fuori dal mondo circostante dagli alti terrapieni su due lati e dalla rete

metallica sul terzo. La prevista architettura di paesaggio doveva ancora essere completata, e il

contenuto preesistente di quell'angolo spelacchiato, cioè le erbacce e le carcasse di automobili, era

rimasto intatto.

Maitland cercò di prendere dal bagagliaio la ventiquattrore di pelle tenendola per la maniglia, e si

ritrovò ad ansimare per lo sforzo. Il sangue era

sgorgato

immediatamente

dalla

fronte,

indicando

che

la

microcircolazione permaneva. Posò la valigia e si appoggiò faticosamente al cofano aperto.

Nei lucidi pannelli del parafango posteriore Maitland studiò la propria immagine distorta. L'alta figura

appariva deformata, simile a un grottesco spaventapasseri, e il viso pallido come un cencio si allungava

nei contorni convessi della carrozzeria. La maschera di un folle, con l'orecchio attaccato per un

peduncolo a venti centimetri dalla testa. L'urto lo aveva scosso più di quanto pensasse. Diede

un'occhiata al contenuto del baule: la borsa degli attrezzi, una pila di riviste d'architettura e una scatola

di cartone con sei bottiglie di Borgogna bianco, il dono per sua moglie Catherine. Quando il nonno era

morto, l'anno prima, sua madre gli aveva regalato un po' di vino della cantina del vecchio.

"Be', Maitland, ora potresti farti una bevuta..." si apostrofò a voce alta. Poi chiuse il bagagliaio e rovistò

sui sedili posteriori, prendendo l'impermeabile, il cappello e la borsa. Il colpo aveva restituito la libertà a

un manipolo di oggetti dimenticati dietro i sedili: un tubetto semivuoto di crema solare, ricordo di una

vacanza a La Grande Motte con la dottoressa Helen Fairfax; le bozze dell'intervento della medesima a un

seminario di pediatria; un pacchetto dei cigarillos di Catherine che lui le aveva nascosto ai tempi in cui

cercava di farla smettere di fumare.

Con la borsa nella mano sinistra, il cappello in testa e l'impermeabile sulla spalla destra, Maitland si

incamminò verso la scarpata. Erano le tre e trentuno, meno di mezz'ora dopo l'incidente.

Si voltò a guardare l'isola per l'ultima volta. L'erba alta, segnata dalle piste tortuose che indicavano i suoi

movimenti attorno alla macchina, si stava riassestando e quasi nascondeva l'argento della Jaguar.

Abbracciava l'isola una luce giallognola e sottile, simile a una brezza sgradevole che salisse dall'erba,

suppurando sul terreno come sopra una piaga mai sanata. Sotto il cavalcavia rimbombò il diesel di un

camion. Volgendo la schiena all'isola, Maitland pose il piede sulla scarpata e cominciò ad arrampicarsi

per il soffice pendio. Sarebbe salito fino alla strada, avrebbe fermato un'auto e chiuso il discorso.

2

Il terrapieno

La terra intorno a lui scorreva come un caldo fiume alluvionale. A metà

della scarpata, Maitland si trovò ad affondare fino alle ginocchia nel pendio sdrucciolevole. Lo strato

superficiale, non compatto, doveva solo accogliere l'erba trapiantata: il terreno non era ancora stato

consolidato dalle pianticelle che spuntavano alla superficie. Maitland procedeva con fatica, cercando un

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