3 - Comune di Messina

cittadimessina.it

3 - Comune di Messina

2

EDITORIALE

di Attilio Borda Bossana

3

IL PARCO DON BLASCO A SAN RAINERI

di Elena La Spada

14

TRECENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA

LACRIMAZIONE DEL BAMBINELLO GESÙ

di Giacomo Sorrenti

18

LE FIRME DEI SOLDATI

I GRAFFITI SULLE MURA DEI FORTI UMBERTINI

di Vincenzo Caruso


22

LETTERE AI MESSINESI DI

GARIBALDI E DI MAZZINI

TESTIMONIANZE DEL RISORGIMENTO

A MESSINA

di Giulio Santoro

28

SALICE. STORIA, ARTE E

TRADIZIONI

di Autori vari

42

LE SCALINATE DELL’ARTE

CIRCUITO INCUBATORE DI ARTE

CONTEMPORANEA

di Daniela De Domenico

ANNO XXI - N.1

GENNAIO/FEBBRAIO 2012

Pubblicazione bimestrale

Registr. presso il Tribunale di

Messina N.3 del 5 Feb. 1992

direttore responsabile

Attilio Borda Bossana

direzione e redazione

Uff. Stampa Comune Messina

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2

CITTÀ&TERRITORIO

E D I T O R I A L E

Architettura della

modernità e “sostanza

di cose sperate”

di Attilio BORDA BOSSANA

In un momento di crisi globale in cui all’economia sembra

essere affidata la funzione d’innesco della recessione

che, come epidemia, sta diffondendosi, tra paesi

dallo sviluppo apparentemente conquistato e tra quelli

che ne sono ancora in cerca, fa riflettere la riunione tenutasi

alla fine di febbraio di quest’anno, al n° 10 di Dowing

Street. Fa pensare che nella residenza londinese del Primo

ministro inglese, si sia svolto un confronto sul tema delle

strategie urbane e non sia stato lo spread al centro dell’attenzione.

La consapevolezza per il tema adottato

viene dalla scelta che da un’elaborazione strategica del

territorio, può venire sviluppo; uno sviluppo urbano condiviso

e stimolato dai sui cittadini e che più recentemente,

l’inserto culturale del Sole 24 ore, titolando un proprio

approfondimento al riguardo, ha reso sapientemente più

intuitivo, con l’espressione: ”ascolta il tuo cuore, città”.

Una progettualità che quindi deve essere interprete

delle esigenze degli abitanti e che trova eco nella scelta

del direttore della tredicesima Biennale, ancora un inglese

(sic!), David Chipperfield, che ha lanciato una mostra

internazionale in cui l’architettura “ripensa a se stessa e

al proprio ruolo”.

Niente più progettualità con enfasi ma concretezza,

dando spazio alla città. Ed è quando poi l’ultimo rapporto

sulla situazione sociale dell’Italia, elaborato dal Censis,

ha messo in luce in maniera generale indicando poi

nel dettaglio, le difficoltà che s’incontrano nel disegno

urbano e nella crisi dello spazio pubblico. Il Censis alla

fine del 2011 suggerisce che dalla retorica si passi ai fatti:

trasformando le città esistenti. La quota di edifici con più

di quaranta anni, soglia temporale oltre la quale si rendono

indispensabili interventi di manutenzione consistenti,

sta crescendo progressivamente.

Oggi il 55 per cento delle famiglie occupa un alloggio

realizzato prima del 1971 e poco meno del 4° per cento,

risiede in un’abitazione costruita nel periodo della ricostruzione

e del primo boom edilizio (1946-1971). È un

patrimonio (circa dieci milioni di alloggi) che non rispetta

le qualità tecnologiche oggi richieste a un immobile (fino

alla metà degli anni ’70 in Italia non è stata varata nessuna

norma sul risparmio energetico) e che, in ragione

della sua avanzata obsolescenza, rischia di perdere parte

del suo valore. La crisi dello spazio pubblico accentua il

malessere urbano che trova ragione nel senso d’insicurezza

e nella difficile gestione del quotidiano. E si contrappone

un nuovo interesse per gli spazi collettivi, con

la piazza che forse pretenderebbe di tornare alla proget-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

tualità della “ville radieuse”-sviluppata nel capolavoro teorico

“la città di domani, dove sarà ristabilito il rapporto

uomo-natura!”, che venne pubblicato nel 1935 da Le Corbousier.

Con l’originalità dello spazio aperto, senza aiuole, recinti

o muretti da falsa felicità protetta, quello pubblico ritrova

le sue radici recuperando alcuni aspetti della tradizionale

vita comunitaria, evitando che la patologia incurabile

della mobilità urbana, comprometta la sostenibilità delle

città italiane, quelle grandi ma in parte anche quelle medie,

così gravemente malate di traffico.

Probabilmente per vincere la crisi economica e superare

il malessere città, la strategia ipotizzata da alcuni di

realizzare nuove infrastrutture per non abbassare la qualità

della vita è forse convincente ed anche avvalorata

dalla recente indagine del Censis sull’Italia al 2020, da

cui emerge una diffusa consapevolezza delle conseguenze

che la mancanza di reti, come nei trasporti, potrà provocare

in futuro.

È indispensabile quindi riavviare un ciclo di modernizzazione

del territorio con infrastrutture e servizi. Occorre

modificare le procedure progettuali, com’è emerso del

resto dalla ricerca Tornare a desiderare le infrastrutture.

Trasformazione del territorio e consenso sociale, realizzata

dal Censis nell’ambito dell’iniziativa annuale “Un giorno

per Martinoli. Guardando al futuro”. Indicazione che

secondo gli analisti servirebbe a eliminare incertezze e

conflitti; sviluppando una democrazia di prossimità, capace

di coinvolgere le comunità interessate fin dalle prime

fasi progettuali. In affiancamento al progetto preliminare

dell’opera, la scelta indicata è consultare il territorio in

modo da arrivare a un progetto definitivo di cui i cittadini

siano informati e che accolga il più possibile le esigenze

legittime degli interessati. Con il progetto esecutivo è poi

chiusa la fase di coinvolgimento attivo e, attraverso un

Comitato di pilotaggio rappresentativo, il territorio potrà

ricevere le informazioni e seguire lo stato di avanzamento

dei lavori. Solo con trasparenza, serietà e primato degli

interessi volti al bene collettivo, l’Italia – è detto nel rapporto-

potrà sbloccarsi e tornare a creare lavoro, benessere

e qualità della vita. Questa la ricetta!

Forse la più praticabile per rendere anche più condivisibile

la pianificazione urbana reinterpretando così le parole

del critico del razionalismo Edoardo Persico che – sempre

nel 1935- sei anni dopo la crisi del ‘29, identificava

l’architettura della modernità come “sostanza di cose sperate”.


Il Parco Don Blasco

a San Raineri

di Elena LA SPADA

l “Parco Don Blasco” nella

penisola San Raineri,

occupa l’area cerniera tra

la città e la lingua di terra

che delimita il porto, per

decenni sede del campo Rom,

recentemente trasferito in altra

zona.

Il progetto comprende, per

una completa riqualificazione

e fruizione di questa porzione

di territorio sul mare, l’area

esterna al perimetro del vecchio

campo Rom che si pro-

Il Parco Don Blasco a San

Raineri. Progettisti: Elena La

Spada e Olga Cannizzaro

lunga in leggera pendenza

verso il Bastione don Blasco

raggiungendo la spiaggia.

Complessivamente l’area di

intervento misura circa mq

5.720, e comprende: parco,

parcheggio, ampliamento del

punto vendita carburanti, limitrofo

all’ex campo Rom, e scar-

pata di consolidamento del versante

sul mare. Quest’ultima

rinaturalizza una parte in forte

erosione, ricostituisce la continuità

morfologica della costa

e consente l’accesso all’arenile.

Il progetto, commissionato

dalla Elios Petroli di Messina,

è un’importante occasione

di iniziativa privata per la riqualificazione

di un’area di grande

valenza ambientale che

verrà restituita alla città e alla

fruizione pubblica, mentre

meno di un quinto della stessa

sarà destinata all’ampliamento

del distributore di cui la

Elios è proprietaria. A fronte di

un nuovo servizio di vendita

Gpl, in area centrale ma fuori

dal centro abitato (altri distributori

GPL sono localizzati a

Tremestieri e a Granatari), in

sinergia con Autorità Portuale,

Demanio Marittimo, Comune,

Sovrintendenza, la Elios

Petroli realizza un parco pubblico

che costituisce il primo

anello di un più complesso

parco costiero che, così come

previsto dagli strumenti urbanistici

vigenti e dal Piano Rego-

CITTÀ&TERRITORIO

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N.1 Gennaio/Febbraio 2012


4

CITTÀ&TERRITORIO

latore del Porto si svilupperà

verso sud nelle aree di Maregrosso

e verso nord in continuità

con la fascia antistante

le mura, fino alla Cittadella e

oltre. Certamente un’occasione

importante di recupero dell’affaccio

a mare e del panorama

dello Stretto al centro

della città, di rimodellamento

e recupero alla fruibilità pubblica

di un tratto di costa caratterizzata

ancora dalle discari-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

che di inerti, e dalla inaccessibilità,

di riappropriazione di

una porzione non grande ma

significativa della penisola di

San Raineri e dell’affaccio verso

straordinarie testimonianze del

passato, quali le mura cinquecentesche

e il Bastione don

Blasco, le strutture della Cittadella,

la Lanterna del Montorsoli.

Preclusa per lunghi anni all’accesso

e alla fruizione pubbli-

L’area oggetto dell’intervento

(in rosso) e la penisola San

Raineri.

ca per la destinazione impropria

che ne svolgeva, accomunata

così al destino di degrado,

emarginazione e abbandono

che ha caratterizzato l’intera

zona falcata dopo il terremoto,

con il recente sgombero

del campo Rom, parte di un


Render del parco in rapporto al

contesto. In evidenza il “percorso

delle mura” con le palme, il

belvedere, il punto ristoro, l’area

giochi, la scarpata e i due

accessi alla spiaggia.

più complesso programma di

riqualificazione e recupero della

Falce, oggi l’area costituisce il

primo momento di affaccio sullo

Stretto per chi proviene dall’a-

rea urbana, come terrazza

naturale sospesa su questo

straordinario braccio di mare

di cui abbraccia l’intero panorama

verso sud fino a capo

d’Armi, e verso nord fino allo

sperone della Lanterna del

Montorsoli e la frontistante

costa calabra. A fronte di una

posizione panoramica di

grandissimo valore e suggestione,

l’area presenta anche

dal punto di vista storico e

monumentale notevole interesse

per la sua localizzazione,

nell’area falcata, e in rapporto,

nella direzione nord, con

quanto rimane delle mura cinquecentesche

della città (il tratto

che chiudeva sul mare il

piano di Terranova e l’antica

Piazza d’Armi), delle quali sono

visibili lato mare i resti limitrofi

all’area di servizio, occupate

all’interno da capannoni industriali,

e verso sud la parte emer-

CITTÀ&TERRITORIO

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N.1 Gennaio/Febbraio 2012


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CITTÀ&TERRITORIO

gente sul mare del Bastione

don Blasco in direzione del

cavalcavia. Un monumento

quest’ultimo non del tutto cancellato

né dal terremoto né dagli

interventi infrastrutturali postterremoto

(ferrovia e cavalcavia),

poiché permangono i resti

cuspidati del bastione ancora

leggibile nelle mura che si trovano

al di sotto del cavalcavia,

lungo il Portalegni e nella parte

che prospetta sui binari della

stazione centrale e nel perimetro

dell’attuale parcheggio

posto alla fine del cavalcavia,

che ne assume quasi per intero

il perimetro. Una porzione

delle fortificazioni cinquecentesche

della città, nascoste e/o

alterate da superfetazioni come

altri significativi porzioni esistenti

nel tessuto urbano. Inoltre

come è possibile rilevare

dalla sovrapposizione di mappe

dalla metà dell’ottocento al rilievo

IGM del 1909, e il confronto

con la più recente mappa

aereofotogrammetrica, l’attuale

avanzamento della linea di

costa (in tutte le rappresentazioni

pre-terremoto le mura

appaiono sulla riva e parallelamente

alla stessa) si sia

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

verificato dopo il terremoto,

così come all’evento sismico

va attribuito il crollo del tratto

di mura oggi mancante di connessione

al Bastione Don Blasco,

un crollo dovuto forse

all’abbassamento della Falce

di cui parlano le cronache del

tempo.

Significativo è anche il rapporto

con la seicentesca Cittadella,

i cui resti imponenti

sono visibili dall’area di intervento

così come la Lanterna

montorsoliana. Altrettanto

importante è il rapporto dell’area

con la città: posta quasi

specularmene di fronte all’attuale

Piazza Stazione, a conclusione

di un virtuale prolungamento

della via 1° Settembre,

separata dall’area urbana

dai 200 metri del cavalcavia,

e dal solco dei fasci ferroviari,

offre verso occidente la vista

degli edifici lineari della stazione

Centrale e la retrostante

area urbana, la visuale sulle

polarità localizzate in siti elevati

come Cristo Re, Montalto,

Forte Gonzaga e la cornice

dei monti Peloritani, mentre

dal lato opposto, la vista

prosegue verso Maregrosso

da una parte e i resti della cittadella

dall’altra.

Fino alla realizzazione, nel

1675 - 78, della Real Cittadella

sul braccio di San Raineri,

l’area posta tra il Palazzo Reale

che chiudeva la Palazzata

(identificabile nell’attuale Piazza

Reale o della Dogana) la

cinta muraria medievale e il

mare, denominato piano di Terranova,

costituiva l’ampliamento

cinquecentesco della

città verso est oltre l’antica cinta

(normanna), protetto verso il

mare da nuove mura che si

concludevano a nord e a sud

con i due bastioni San Giorgio

e Don Blasco. Stampe settecentesche

ne raffigurano il tessuto

compatto e regolare e i

bastioni di protezione (vedi

mappe da A. Gigante). Con la

costruzione della Cittadella,

viene demolito il bastione San

Giorgio per la realizzazione del

fossato che separa la Falce

dalla città, mentre rimangono

le mura che adesso si attestano

sul lato esterno del fossato,

e il bastione Don Blasco.

La presenza della fortezza

influisce negativamente sul tessuto

urbano e sulla vita del


Il parco, il parcheggio,

la scarpata e l’arenile.

Nella pagina di sinistra,

l’area occupata dall’ampliamento

del distributore.

quartiere di Terranova, che

assume sempre più carattere

militare (Piazza d’Armi) documentato

nella iconografia della

città dalla continua demolizione

degli edifici, fino ai crolli

determinati dal terremoto del

1783 e all’ulteriore sgombero

ordinato durante e dopo i moti

del 1848 (1) . Nelle mappe di inizio

‘800 infatti, l’area appare

quasi priva di edifici, sono presenti

tracciati viari di collegamento

con l’area centrale urbana,

le mura e il bastione Don

Blasco integri. Il rilievo IGM del

1909 registra il crollo del tratto

delle mura tra il bastione don

Blasco, anch’esso parzialmente

crollato, e la porzione

terminale delle mura verso la

Cittadella. Nella medesima

mappa la linea di costa che si

sfrangia in corrispondenza del

crollo delle mura, appare

addossata alle mura e rettilinea

per tutto il tratto sino all’avanzamento

corrispondente al

rivellino S. Teresa della Cittadella.

Occupata dalle baracche per

l’emergenza del dopo terremoto,

come tutte le aree libere

e slarghi della città, l’area

verrà successivamente ricolmata

con macerie del terremoto

prima e discarica di inerti

dopo, con il conseguente

innalzamento della quota sul

livello del mare rispetto alle

aree contigue. Con la realizzazione

del Cavalcavia e il

collegamento con la via san

Raineri, vengono in gran parte

utilizzate le mura del Bastione

don Blasco come fondazione

del Cavalcavia medesimo,

rimangono infatti al di sotto il

tratto di collegamento tra le

mura e l’elemento circolare,

che emerge sull’arenile e il tratto

lungo il Portalegni, come è

anche possibile rilevare nell’attuale

rilievo aereofotogrammetrico.

La destinazione industriale

della falce dopo il terremoto, i

successivi ampliamenti dell’area

ferroviaria e del traghettamento,

la “distanza” funzionale

dall’area urbana, determinano

l’ormai ben noto degrado

dell’intera area e la sua

esclusione alla fruizione pubblica

che l’hanno resa di fatto

territorio sconosciuto, pericoloso

e privo di valore.

Oggi questo tratto di Falce,

sospesa sull’arenile a circa 6,50

metri, che avanza sul mare

rispetto alla linea delle mura di

circa 60 metri, totalmente pianeggiante,

si presenta come

area nuda con ancora forti elementi

di degrado per uno sgombero

non ultimato che ha lasciato

sul luogo tracce del vecchio

CITTÀ&TERRITORIO

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N.1 Gennaio/Febbraio 2012


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CITTÀ&TERRITORIO

campo e materiali di discarica

specie sul sottostante arenile.

Rispetto al limitrofo impianto

di distribuzione di carburanti

l’area si trova elevata di circa

1,40 metri (2) .

Il progetto del parco:

il giardino come racconto

Obiettivo generale dell’intervento

è la rigenerazione

ambientale e paesaggistica del

sito con particolare riferimento

alle condizioni di criticità e

alla salvaguardia, valorizzazione

e recupero degli elementi

storico-monumentali presenti.

Il progetto tiene conto del contesto

paesaggistico di riferimento

(la Falce, il porto, lo

Stretto, la città) delle sue dinamiche

e della storia del luogo

inteso nella sua autonoma e

differenziale individualità, pur

considerandolo non come

“intervento concluso” ma parte

di un tutto, il parco dell’intera

area falcata con il suo importante

valore storico-monumentale,

paesaggistico e

ambientale.

Il luogo, le condizioni e le specificità

dell’area hanno deter-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

minato le scelte fondamentali

del progetto: la Falce e il rapporto

con le preesistenze storico-monumentali;

il panorama

dello Stretto e la quota di imposta

dell’area che la rende di fatto

un belvedere; il collegamento

con l’arenile che ne fa un interessante

punto di contatto con

il mare in pieno centro urbano;

il rapporto e la prossimità con

l’area urbana; i miti dello Stretto;

l’erosione e la discontinuità

di questo tratto di costa con la

restante morfologia.

Dalle analisi e dalla lettura

storica dell’area, il progetto individua

i seguenti livelli tematici

di intervento: le mura cinquecentesche

e il Bastione Don

Blasco come elementi di riconoscibilità

e riferimento territoriale

il rimodellamento del

margine costiero;

- la qualità ecologica del sito

attraverso la rivitalizzazione

delle aree demaniali e dell’arenile;

- la ridefinizione funzionale

e morfologica dello spazio aperto

che si qualifica come “vuoto”;

- l’indice di copertura vege-

tale anche nelle aree demaniali

soggette a processi di erosione

superficiale.

Vi corrispondono due livelli di

intervento: la rigenerazione

ambientale con la ridefinizione

morfologica e strutturale

della linea di costa attraverso

la realizzazione di una scarpata

e la rivitalizzazione

ambientale delle aree demaniali;

la rigenerazione urbana

attraverso la ridefinizione degli

spazi e delle infrastrutture

sociali (valorizzazione delle

mura e del Bastione, il grande

belvedere sul mare, la piazza

tematica, il parco giochi, i luoghi

della sosta, i pergolati, il

ristoro, l’area destinata a parcheggio).

La vicinanza con l’area urbana

centrale e la facile accessibilità

pedonale e carrabile,

suggeriscono la realizzazione

Il parco e i riferimenti

territoriali.

Pagina a lato,

particolari del parco e foto di

raffronto con lo stato di fatto.


di uno spazio multifunzionale,

un giardino “per tutti”, per una

utenza diversificata e che possa

avere grande fruizione nell’arco

dell’intera giornata fino alle

ore serali per ammirare lo spettacolo

e le luci dello Stretto. A

tal fine concorrono le aree

attrezzate per il gioco, l’accessibilità

all’arenile per la fruizione

del mare, il belvedere

attrezzato, il punto di ristoro, il

giardino sul mare, la piazza

tematica, la varietà delle essenze

vegetali.

Elementi guida del disegno

del parco sono: i resti delle

mura cinquecentesche e il

Bastione Don Blasco esterni

all’area di intervento da riconnettere

nel loro tracciato di “limite”;

la maglia urbana storica

con l’allineamento di via I Settembre;

la trama regolare

ortogonale della città post-terremoto;

il segno forte dei resti

della Cittadella; il panorama

dello Stretto.

Il parco inteso anche come

racconto, (racconto dello Stretto

e dei suoi miti, racconto di

eventi legati alla penisola San

Raineri, racconto della città) è

diviso in due parti dalla linea

che ripercorrendo idealmente

il tracciato delle vecchie mura,

si allinea al tratto esistente nella

direzione nord, fuori dall’area

di intervento, ricostituendo la

continuità con queste, con un

percorso in pietrame che, all’interno

del parco, fa da confine

tra un “dentro le mura” e “fuori

le mura”, assumendo la prima

un carattere più urbano (sono

localizzati infatti la piazza di

ingresso, parcheggi auto e biciclette,

collegamento pedonale

con area di servizio) e la

seconda il carattere di parco,

un giardino attrezzato, parco

giochi e belvedere. Il “percorso

delle mura”, di larghezza

2,50mt, accessibile ai diversamente

abili sia dal giardino,

sia dal parcheggio, attraversa

longitudinalmente l’intero parco

per una lunghezza di circa 80

metri, scandito dal lato “interno”

da palme washingtonie e

orlato all’esterno da una aiola

continua ricoperta di ciottoli,

che riprende il movimento delle

onde che nel passato si infrangevano

contro le mura. Il percorso,

la cui linea retta risulta

interrotta dalla strada San

Raineri, piegando leggermente,

prosegue in leggero declivio

per circa 40 metri fino a raggiungere

l’arenile di fronte ai

resti visibili del forte Don Blasco.

Qui la spiaggia, più riparata

dalle correnti ha una profondi

media di 30 metri e può

essere attrezzata per la balneazione,

e altre attività legate

al mare.

La piazza semicircolare di

accesso (mq. 96,77) è posizionata

in asse con il vecchio

ingresso al campo Rom, alla

stessa quota del terreno,

(6,00 mt) ed è intesa come un

ribaltamento della piazza della

Stazione. Accessibile anche

dal piazzale del distributore

CITTÀ&TERRITORIO

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N.1 Gennaio/Febbraio 2012


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CITTÀ&TERRITORIO

attraverso una scala, assume

inoltre il ruolo di orientamento

delle varie parti del parco, poiché

da essa si dipartono tre

percorsi direzionati verso lo

Stretto ma indicanti tre diverse

direzioni paesaggistiche: la

cittadella, la lanterna del Montorsoli,

il panorama verso punta

Faro e Scilla; la direzione perpendicolare

all’ingresso, verso

lo Stretto e la frontistante costa

calabra, che si prolunga con

una scala fino a raggiungere

l’arenile e il mare; e la terza

direzione, che riprende l’orientamento

della via 1° Settembre

tracciandone un ideale

prolungamento verso il mare,

come auspicato nel passato (3)

si proietta verso Capo d’Armi

e l’ingresso sud dello Stretto e

dà accesso all’area attrezzata

per il gioco, la sosta e il ristoro.

I tre percorsi che attraver-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

sano il parco, alberati e ornati

da cespugli, si immettono

nel vasto belvedere che orla

l’intera area di progetto e che

si sviluppa da nord verso sud

con un andamento fluido in

parte parallelo alla linea di

costa, seguendo l’andamento

della linea della scarpata di

consolidamento del versante

sul mare (4) . Il belvedere vero e

proprio è attrezzato per la sosta

con grandi sedili lineari che

disegnandone il contorno, lo

separano dal giardino la cui

superficie è trattata quasi completamente

a prato con piantumazione

di essenze cespugliate

e arboree. Un percorso

fluido, a forma di onda, collega,

attraversando in senso longitudinale

l’intero parco, la zona

attrezzata per il ristoro e l’area

giochi con la piazza tematica

di forma circolare che rappre-

senta nella pavimentazione il

fenomeno dei gorghi così frequenti

nel mare dello Stretto.

I dati dimensionali e i parametri

urbanistici

L’area di proprietà del Demanio

Marittimo, Amministrazione

Autorità Portuale di Messina,

limitrofa ad un impianto di

distribuzione carburanti della

Ditta, complessivamente di

circa 5.720 mq, è posta all’inizio

della via San Raineri dalla

quale ha accesso, alla fine del

cavalcavia che, superando i

fasci ferroviari della stazione

di Messina, unisce la Falce alla

città. La parte occupata dal

campo Rom, confinante a nord

con il punto vendita carburanti

della Elios Petroli, ha forma

quadrangolare di circa 3.300

mq. con lati di 60 metri sul

fronte strada, 50 metri nella

direzione perpendicolare, si


presenta pianeggiante alla

quota di 6,00-6,50 metri sul

livello del mare effetto del ricolmamento

post-terremoto, ma

anche di accumulo di materiali

di discarica che ne hanno avanzato

la linea di costa rispetto

alla situazione precedente il

sisma (5) .

La rimanente area oggetto

dell’intervento, necessaria per

avviare una completa riqualificazione

dell’area e riconnetterla

al mare, è costituita da

una porzione a sud dell’ex

campo Rom, di forma triangolare,

che degrada verso l’arenile

in direzione dei resti del

bastione Don Blasco e dalla

parte esterna al campo in direzione

est sospesa sull’arenile

costituita essenzialmente da

accumulo di materiali di discarica

(6).

Il parcheggio di circa mq 700,

nella parte “dentro le mura” è

inteso come uno spazio

verde. Posto al limite con la

strada San Raineri dalla quale

si accede alla quota di mt 6

circa occupa l’area trapezoidale

in lieve pendenza tra il

percorso delle mura e il muro

di sostegno della strada stessa.

Un percorso pedonale collega

il parcheggio al percorso

“delle mura” che raggiunge

l’arenile che diviene così accessibile

a tutti. Il parcheggio è

definito verso il mare dalle

palme che misurano l’intero

percorso delle mura, mentre

verso la strada San Raineri,

cespugli di oleandri, acacie e

essenze rampicanti mitigano

l’impatto con il muro di sostegno

della via San Raineri.

Il verde e i materiali

Il parco risulta suddiviso in

tre parti: la parte “interna”al percorso

delle mura, tra questo e

la piazza d’ingresso, costituisce

una prima fascia di verde,

attraversata dai tre percorsi

alberati verso l’affaccio al mare

e con essenze arboree, fa da

filtro tra la strada San Raineri,

il parcheggio, il distributore

e la zona giochi e belvedere;

destinata al passeggio, alla

sosta, alla scoperta delle piante

mediterranee. La parte

“esterna” è costituita da una

fascia centrale totalmente trattata

a verde, (mq. 777,42) attraversata

ancora dai tre percorsi,

contiene la piazza tematica

ed è attrezzata per il gioco

e la sosta, mentre il Belvedere

( 690 mq), che occupa la

Sezioni, particolari costruttivi

e box-ristoro.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

11


12

CITTÀ&TERRITORIO

parte più esterna, si affaccia

direttamente sullo Stretto e da

accesso all’arenile.

Il verde assume nell’area una

grande importanza per il suo

ruolo paesaggistico, di mitigazione

del calore, di riparo dal

sole, di sensazione di benessere

che un’area verde restituisce.

Alla scelta delle essenze

ha contribuito la posizione

dell’area e l’influenza del vento

e della salsedine, ma anche la

necessità di non frapporre ostacoli

al panorama dello Stretto:

il belvedere infatti è quasi privo

di alberature, mentre le

essenze lungo i percorsi e nelle

aree a prato in questa parte

del parco, sono state scelte in

funzione di una visibilità piena

del mare. Il verde posto tra la

piazza d’ingresso e il percorso

delle mura (mq. 336,51) che

ha funzione di filtro rispetto alla

strada carrabile, è trattato a

prato con alberature a chioma

più folta, come salici e Jakaranda,

siepi fiorite, mentre la

parte che confina con l’area

carburanti delimitata dal percorso

che si dirige verso nord

e la Cittadella, è totalmente

piantumata con essenze

cespugliose alte (oleandri, thuyie,

lantane) che facciano da

barriera visiva e antirumore.

Le palme washingtonie, presenti

in tutta la costa messinese,

poste lungo il percorso

delle mura, riprendono in alzato,

la linea di un confine non

più esistente e, grazie alla loro

altezza, percepibile a distanza

sia dal mare che dalla città.

Tra le essenze arboree, nella

parte interna del parco si prevedono:

salice, pino d’Aleppo,

jakarande, chamerops, tamerici

e acacie lungo i percorsi

verso il belvedere, piante dunali

e retrodunali per la scarpata

(agave, chamerops, capperi,

tamerici, etc).

La superficie del parco sarà

per circa l’80% permeabile; le

pavimentazioni infatti sono limitate

alla piazza d’ingresso, alla

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

scala di collegamento con area

di servizio, al percorso “delle

mura”, alla piazza dei gorghi,

e al percorso centrale. Il resto

avrà copertura a prato o con

materiali tipo terre naturali stabilizzate

colorate.

I percorsi verranno realizzati

in pietra (lastrame) collocati

su appositi massetti.

L’intero parco, sarà servito da

un impianto di irrigazione centralizzato

totalmente interrato

tranne gli ugelli aspergenti, che

saranno posti alla base di ogni

singola pianta, permettendo

alla pianta di crescere bene

senza sprecare grossi quantitativi

d’acqua.

Il parco così come progettato,

potrà essere goduto dai

frequentatori tutto l’anno, regalando

in ogni stagione oltre ad

un’immagine diversa, colori e

profumi.

L’area destinata al gioco dei

bambini è posta nella parte che

guarda verso sud vicino al

punto ristoro e ai servizi, nella

parte più lontana dalla viabilità

carrabile. In una superficie

complessiva di circa 250 mq

tra il “percorso delle mura” e il

belvedere, nell’area totalmente

trattata a prato, trovano posto

due scivoli, un’altalena doppia,

una giostrina e un bilico, collocate

secondo le norme UNI

su pavimento antitrauma

colorato.

Per guardare lo Stretto

Il belvedere (mq 613) rappresenta

il limite estremo del

parco e anche la parte che in

modo diretto si rapporta al paesaggio

dello Stretto. Orlato

verso il giardino da una linea

continua di sedili che ne disegnano

il confine con le aree a

prato, si distende da nord a

sud, con uno sviluppo di circa

110 metri e larghezza variabile.

Il perimetro sul mare ha un

andamento fluido come la linea

di costa, racchiude l’intera area

di intervento consentendone il

più ampio affaccio. A tal fine

non sono previste alberature

o piante al suo interno, né pali

illuminanti, ma illuminazione

diffusa a pavimento per consentire

una più completa fruibilità

di questo spazio e la massima

panoramicità. La pavimentazione

del Belvedere, di

due colori diversi, si collega

cromaticamente ai due percorsi

nord e sud creando continuità

con questi ma allo stesso

tempo varietà, mentre si

“materializza” con colore diverso

il percorso centrale che conduce

all’arenile. Nella pavimentazione

trovano posto simboli

legati al mare come la

rosa dei venti in pietra di Modica

e pietra lavica. La possibilità

di raggiungere la spiaggia,

attraverso una scala in orsogrill

appoggiata alla scarpata

nella parte centrale del parco,

rafforza il ruolo di apertura al

mare. Nella parte più meridionale

del belvedere è prevista

una piccola struttura prefabbricata,

un box ristoro di circa

50 mq, contenente bar, servizi

igienici, deposito, circondato

su tre lati da strutture a griglia

in legno per creare zone

d’ombra a riparo di tavolini e

sedie. I grigliati possono sostenere

l’impianto fotovoltaico per

le produzione di energia. Anche

per l’acqua piovana è prevista

la raccolta in serbatoi interrati

e la riutilizzazione per l’irrigazione

del prato nella stagione

estiva.

Tutto il sistema si illuminazione

è graduato in modo da

valorizzare la vista degli elementi

architettonici e dello Stretto,

infatti man mano che ci si

avvicina al belvedere i pali illuminanti

lasciano il posto a faretti

che illuminano i percorsi, le

zone di sosta, il belvedere,

senza creare ostacoli alla visione

delle luci dello Stretto. Nell’area

parcheggio, piazza d’ingresso,

zona giochi, area ristoro

e giardino vero e proprio i

corpi illuminanti saranno su pali

di altezza diversa, i percorsi e

il belvedere saranno illumina-


ti da faretti calpestabili posti

lungo il perimetro. Faretti con

luce dal basso verso l’alto illuminano

le singole palme per

segnalarne la presenza a

distanza.L’illuminazione è prevista

con lampade a basso consume

e faretti tipo LED.

La rigenerazione morfologica

della linea di costa

Per stabilizzare il versante sul

mare attualmente in forte erosione

e con un notevole grado

di instabilità nel margine sospeso

sull’arenile, si prevede la

realizzazione di una scarpata

(che assuma la funzione delle

aree dunali. Si tratta di una

“naturalizzazione” attraverso il

rimodellamento del terreno per

creare stabilità al versante e

mitigare l’impatto delle onde

nelle condizioni di mare agitato

(scirocco e levante), riducendone

l’azione erosiva. La

scarpata, che sarà ricoperta

con verde idoneo all’ambiente

costiero (tamerici, cactacee,

lantane e piante dunali), viene

interrotta da due linee di contenimento

del terreno, realizzate

con cordonatura in materiale

tipo eco-blocco. La scarpata

ha anche la funzione di

raccordo morfologico tra l’area

di intervento che come visto

raggiunge la quota di 6,50 metri

e le aree limitrofe poste a quote

inferiori degradanti naturalmente

verso il mare (7) . Questa

nuova sistemazione del terreno,

oltre a ripristinare la continuità

con la linea di costa delle

aree limitrofe, assume un ruolo

preciso dal Belvedere in quanto

proietta in avanti il sistema

parco, con la possibilità di

ammirare piante dunali e retrodunali

tipiche dell’ambiente e

del paesaggio costiero mediterraneo.

Importante ai fini della

fruizione dell’arenile è il recupero

e riqualificazione della

spiaggia liberata da detriti e

discariche (oggi sulla linea di

battigia), per una profondi

non inferiore a 8-10 metri nella

parte più stretta, corrispondente

all’area centrale del

parco, che ritornerà ad avere

continuità e percorribilità con

la restante fascia costiera.

L’ampliamento dell’impianto

carburanti, che occupa una

superficie di circa 1000mq, e

avrà un dislivello con il parco

di mt 1,40 circa, si inserisce

nell’intero progetto a impatto

minimo poiché sarà realizzato

in continuità con l’impianto

esistente e alla medesima

quota. Questo dislivello crea

una discontinuità con il parco,

accentuata dalla barriera verde

realizzata con cespugli di olean-

NOTE

(1) Sulle trasformazioni nel periodo

unitario vedi Annunziata Maria

Oteri, Messina l’italianissima. Il

volto della città post-risorgimentale

( 1847-1880) in Storia Urbana

132-133 in corso di stampa.

(2) La parte che si affaccia sul

mare si presenta instabile per erosione

marina che scava il fronte

antistante l’arenile; la parte prospiciente

la strada San Raineri,

nella direzione sud, degrada verso

l’arenile e il forte Don Blasco, con

una pendenza media del 5-6%, in

direzione opposta a quella della

strada che si sviluppa in pendenza

dalla quota 11,90 (alla fine del

cavalcavia) alla quota di 6,00 metri

nel punto di accesso al parco e di

4,60 in corrispondenza del distributore.

(3) Cfr. Annunziata Maria Oteri,

cit.

(4) La scarpata ha pendenza massima

del 35% e supera il dislivello

tra arenile e giardino (circa cinque

metri) in circa 15 metri. Ciò

porta a ridefinire il perimetro del

parco lato mare che in alcune porzioni

risulta interno al perimetro

dell’ex campo Rom per la necessità

di mantenere la scarpata con

pendenza non superiore al 30-

35% e una fascia di arenile libera

non inferiore a 8-10 metri.

(5) Assieme all’intera penisola San

Raineri l’area ricade nella competenza

amministrativa dell’Autorità

Portuale di Messina ed è normata

dal Piano Regolatore del

Porto del 2007. Nella tavola B2

“Zone Funzionali” del PRP, l’intera

area a valle della via S. Raineri

compresa tra la foce del Portalegni

e le parti più settentrionali

dri e altre essenze posta al confine,

ma anche un “impatto

zero” dal mare poiché non sarà

visibile dall’arenile. Non sono

previsti all’interno dell’ampliamento

strutture emergenti dal

suolo, ma solo le pensiline per

la vendita del carburante e la

realizzazione di un muro di contorno

dell’area, a confine con

il parco, dell’altezza di mt. 1,50,

ricoperto da piante ricadenti.

Aiuole fiorite, alti cespugli e

alberi faranno da barriera visiva

e antirumore tra parco e

impianto.

della Cittadella ricade in “parco

archeologico”, FAL 2.

- Nella Variante al PRG di Messina

l’area è inclusa nel perimetro

di Piano Particolareggiato della

costa meridionale dalla Falce a

Maregrosso.

- Nel Piano Paesistico ambito 9

l’area ricade nella fascia costiera

dei 150mt. dal mare, LR 78/’76.

(6) Confina ad ovest con strada

San Raineri, a nord con impianto

della Elios Petroli e con altra area

demaniale,a est con l’arenile

sullo Stretto. L’area è identificabile

al Foglio 126 del Catasto di

Messina, particella 326, mentre

l’area limitrofa ricade nella particella

12 dello stesso Foglio. Il distributore

della Elios Petroli ricade

239.

(7) La scarpata presenta sulla battigia

un fronte di circa metri 120

mentre al livello del parco il perimetro

è di circa 110 mt. La quota

di imposta della scarpata è di 0,60

con massicciata in grossi blocchi

di pietra trattenuti sul fondo da

ecorete contro l’azione di erosione

delle onde. L’altezza totale della

massicciata dall’arenile è di 80 cm

circa. La scarpata raggiunge la

quota di mt. 5,00, sulla quale viene

impostato il muro di contenimento

di 1mt. fino alla quota del belvedere

(mt. 6,00 circa). Questo

consente di avere una recinzione

del belvedere di altezza 2,10

all’esterno e 1,10 mt. all’interno

per non sottrarre panorama. La

scarpata, in direzione del percorso

centrale del parco, è attraversata

da una scala in orsogrill che

consente di raggiungere la battigia

dal belvedere.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

Trecentesimo anniversario

della lacrimazione del

Bambinello Gesù ed il voto

del senato messinese

a sera del 23 febbraio

1712, un evento straordinario

segnava la vita

religiosa e civile della città

di Messina: la lacrimazione

di una piccola statua raffigurante

Gesù Bambino.

La sacra immagine era stata

modellata verso il 1672 dal

sacerdote Antonio Zizzo collaborato

dall’artista palermitano

Matteo Durante.

Nel 1696, il sacerdote, aven-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

di Giacomo SORRENTI

do necessità economiche, decideva

di venderla per pochi soldi

al gesuita Domenico Fabris,

conosciuto a Messina per essere

un sacerdote di vita esemplare,

tanto da morire in concetto

di santità, come emerge

da una biografia con aneddoti

anche mistici (attualmente in

corso di ristampa) scritta post

mortem.

P. Fabris andava diffondendo,

tra la gente, la devozione

a Gesù Bambino, visitando le

parrocchie della città nelle quali

predicava il grande mistero del

Natale del Signore.

A luied alla confraternita Umili

Servi del SS. Sacramento- che

aveva come sede la chiesa di

S. Gioacchino e come cap-

La teca con il Bambinello.

Pagina a lato, la Chiesa di

Gesù e Maria delle Trombe.


pellano P. Fabris - si deve, nella

Messina del settecento, l’edificazione

di un oratorio dedicato

alla nascita di Gesù accanto

alla suddetta chiesa.

L’oratorio presentava sull’altare

maggiore un presepe, con

l’intento di ricordare ai fedeli

tutto l’anno - e non solo nel

periodo natalizio - la storia della

natività.

La scena sacra doveva apparire,

in sintonia col gusto del

tempo, di notevole bellezza ed

effetto scenico se si pensa

che venne realizzata dagli

artisti Giovanni Rossello e Placido

Paladino.

Proprio in occasione dell’inaugurazione

di questo oratorio

si colloca l’avvenimento della

lacrimazione.

La sera precedente la ceri-

monia inaugurale, la statuina

di Gesù Bambino si trovava in

casa del Canonico Domenico

Rizzo per essere ripulita ed

ornata, in modo da collocarla

decorosamente nel presepe

dell’oratorio; intorno le ore venti,

dai piccoli occhi del Bambinello

uscirono delle lacrime.

Il Canonico Rizzo, i suoi

familiari e alcuni sacerdoti, presenti

in quel momento nell’abitazione,

furono i primi di una

lunga serie di testimoni oculari

del prodigio. Il fenomeno

avvenne a più riprese per undici

anni, fino al 1723.

Nell’anno 1712 il fenomeno

si registrò successivamente

nei giorni: 23, 24 e 25 febbraio;

14 e 18 luglio; 10,11, 24 novembre

e 2 dicembre.

S. E. Mons. Giuseppe Migliac-

cio, Arcivescovo di Messina,

decise di avviare un regolare

processo canonico che potesse

far luce sulla reale soprannaturalità

dell’evento.

Una Commissione di teologi

e insigni prelati della Diocesi,

si occupò di raccogliere le testimonianze

di chi aveva assistito

alla lacrimazione e di quanti

avevano avuto modo di osservare,

da vicino, la statuina prima

e dopo l’evento; primo tra tutti

il P. Fabris proprietario del Bambinello.

Dopo uno scrupoloso esame,

l’undici novembre 1712, la

Commissione, della quale facevano

parte anche sacerdoti inizialmente

scettici sulla veridicità

del fenomeno, comunicò

all’Arcivescovo il risultato dell’inchiesta.

In base alla documentazione

raccolta e al parere dei teologi,

Mons. Migliaccio poté

affermare ufficialmente che la

lacrimazione era “veras et miraculosas”.

La gente, che già spontaneamente

venerava il Bambinello,

ottenendo diverse grazie,

accolse con entusiasmo

l’ufficializzazione dell’evento

miracoloso.

Nel popolo andava diffondendosi

l’uso di medaglie devozionali

raffiguranti l’immagine

di Gesù Bambino delle Lacrime

e la richiesta di Bambinelli

realizzati in cera – a somiglianza

di quello miracoloso –

andò ad incrementare le abituali

committenze che da abili

ceroplasti messinesi erano soddisfate.

Il 15 febbraio 1721, i Senatori

di Messina: don Mario Cirino,

don Vincenzo Celi, don

Antonio Stagno, don Cesare

Cicala, don Andrea Torrigos y

Virto e don Cesare Marullo emisero

un solenne voto col quale

impegnavano anche i Senatori

futuri a recarsi nella chiesa

di S. Gioacchino, ogni anno il

23 febbraio, per venerare l’immagine

di Gesù Bambino,

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

partecipare alla Messa, offrire

un cero di 20 libre e consacrare,

al Signore, se stessi e

tutti i cittadini messinesi.

Presto si pensò di racchiudere

l’immagine prodigiosa in

un reliquiario, dando l’incarico

della realizzazione all’argentiere

Francesco Juvarra.

All’interno dell’urna fu posta

anche una piccola teca con del

cotone utilizzato per asciugate

le lacrime nei giorni concitati

del prodigio.

I molti eventi funesti che, nei

secoli, si sono abbattuti su Messina,

non hanno distrutto la delicatissima

statua di cera e la

sua preziosa scarabattola reliquiario.

Anche il terremoto del 1908

ha risparmiato la statuina e il

reliquiario di bronzo dorato,

nonostante abbia danneggiato

notevolmente la chiesa di S.

Gioacchino - chiamata per la

devozione al Bambinello anche

Sacra Betlemme - ricca di

marmi, tele ed affreschi.

La teca con la statuina prelevata

tra le macerie da alcuni

fedeli, che per salvarla si

recarono prontamente nel

luogo di culto distrutto, venne

consegnata all’Arcivescovo

Letterio D’Arrigo.

Il Presule la conservò per

diversi anni nell’episcopio che

costituiva un riparo sicuro e

ben vigilato nella città terremotata,

essendo uno dei pochi

edifici ancora abitati.

In una Messina profondamente

ferita per il terribile sisma,

il 23 febbraio 1912, si celebrò

il secondo centenario della prodigiosa

lacrimazione.

Mons. D’Arrigo decise di

esporre il Bambinello, per tre

giorni, nella Cattedrale provvisoria,

realizzata in legno per

sostituire quella in muratura

ridotta di macerie.

A conclusione delle celebrazioni,

dopo un discorso che

suscitò la commozione dei presenti

provati dal sisma, l’Arcivescovo

annunciò che, il gior-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

no 25 di ogni mese, il Bambinello

sarebbe stato esposto

alla pubblica venerazione in

Cattedrale per riprendere la

devozione degli antichi messinesi

che ogni mese, il 25 (giorno

che ricorda il Natale), si riunivano

per pregare Gesù Bambino.

La nuova sede del Bambinello,

dove ancora si venera e

si può ammirare, è la chiesetta

Gesù e Maria delle Trombe

che sorge, pallido ricordo del

grande edificio distrutto dal terremoto

del 1908, stretta tra due

alti palazzi, accanto alla Cattedrale

Archimandritale del SS.

Salvatore e all’annesso oratorio

Domenico Savio.

All’interno della chiesetta si

possono osservare elementi

marmorei pregevoli, dipinti di

buona fattura e un ricco confessionale

ligneo settecentesco.

Recentemente, il Bambinello,

che misura 23 centi-

Il gesuita Domenico Fabris.

metri, è stato sottoposto

dalla Curia Arcivescovile di

Messina, ad un intervento

di pulizia dalle polveri accumulatesi

nei secoli.

Nel 2011, una lodevole delibera

del Consiglio Comunale

di Messina ha ripristinato, nel

rispetto della storia, l’offerta del

cero votivo cittadino da presentare

innanzi alla venerata

immagine, ogni anno nell’anniversario

della lacrimazione.

Lo scorso 23 febbraio, è

stato celebrato il terzo centenario

del prodigioso evento.

Durante una celebrazione

solenne è stato offerto dal

Presidente Giuseppe Previti il

cero votivo a nome del Consiglio

Comunale e dell’intera città.

Al termine del sacro rito, innanzi

ad un gran numero di presenti

è stata scoperta, sulla

facciata della chiesa che custo-


disce il Bambinello, una lapide

commemorativa donata dal

Sindaco Giuseppe Buzzanca

che ha manifestato grande sensibilità

e piena comprensione

dell’importante anniversario tre

volte centenario.

Il testo della lapide recita:

ET LACRIMATVS EST

JESVS” JO XI,35/NEL TERZO

CENTENARIO DELLA MIRA-

COLOSA LACRIMAZIONE

/DELLA SACRA IMMAGINE DI

GESù BAMBINO/MESSI-

NA/COMMOSSA COME I

SUOI PADRI PER L’ANTICO

PRODIGIO/CONTRITA PER

TALE SEGNO ELOQUENTE

DI DOLORE/RICCA DI SPE-

RANZA PER Sì GRANDE

RICHIAMO D’AMORE/INVO-

CA MISERICORDIA/LE

NOSTRE LACRIME RACCO-

GLI SIGNORE/NON ABBAN-

DONARE LA CITTà/CHE SI

GLORIA DELLA MARIANA

BENEDIZIONE/23 FEB-

BRAIO/1712-2012/COMUNE

DI MESSINA POSUIT/ASS.

GESù E MARIA DELLE

TROMBE POSUIT/

GIACOMO SORRENTI

SCRIPSIT/P. ANDREA BUC-

CHERI O. C. BENEDIXIT.

Celebrare gli anniversari - cen-

tenari in particolare - ha lo scopo

di far tornare alla memoria

eventi che hanno caratterizzato

intere comunità e significa

mettere in risalto elementi

del nostro patrimonio culturale.

Ai messinesi di oggi, indipendentemente

dal loro credo

religioso, la responsabilità di

celebrare con altre iniziative -

nel corso di quest’anno - la storica

ricorrenza, per consolidare

il rapporto con il passato e

proiettarsi, con un’identità più

forte, nel futuro.

La lapide commemorativa

posta nel 300° anniversario

della Chiesa. Sotto, la pergamena

con la preghiera e l’offerta

della Città di Messina.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

Le firme dei soldati

I graffiti sulle mura dei forti umbertini

e le pietre potessero

parlare, chissà quante

storie potrebbero raccontare”.

Una considerazione

che nasce dalla consapevolezza

che su ogni pietra

è tracciato in modo indelebile

la storia geologica della

terra e antropica dell’uomo.

Alcune pietre hanno cambiato

il loro aspetto a causa degli

agenti atmosferici, altre

hanno modificato la loro forma

per mano dell’uomo che ha

voluto adattarle ai propri bisogni

o trasferire su di esse il

proprio estro.

A differenza delle prime,

alcune di queste ultimesi caratterizzano

per l’interesse legato

alsegnoche l’uomo ha lasciato

accidentalmente o consapevolmente

su di esse, quasi

ad affidare loro il compito di

tramandare la memoria a quanti

nel futuro sapranno interpretarne

il significato e il valore.

È il caso delle pitture

rupestri, o

dei graffiti incisi

dai con-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

di Vincenzo CARUSO

Vita al Forte. Illustr. Francato.

Sotto, ufficiale sugli spalti.

Illustr. Francato.

dannati a morte nelle carceri,

o delle parole che gli innamorati

scolpiscono per giurarsi il

loro eterno amore, o delle lapidi

commemorative di un evento,

di un luogo, di un personaggio

che va ricordato.

Recenti studi sulle “orme”

lasciate dai soldati in alcune

gallerie presso il Forte Valmorbiawerk

in Trentino,durante

la Grande Guerra, hanno

condotto all’individuazione non

solo del tipo di calzature indossate

dai soldati, e quindi all’esercito

di appartenenza e al

periodo in cui queste erano in

uso, ma anche a delineare i

tratti somatici di chi le indossava

1 .

A Messina,in particolare, tante

pietre hanno cambiato “destinazione

d’uso” a causa dei

terremoti e dell’ultima guerra:

le macerie delle case sono state

più volte rivoltate, con conseguente

rimescolamento e riutilizzo

dei materiali lapidei.

Ma le fortificazioni, che nei

secoli hanno resistito non solo

al nemico, ma ai terremoti, agli

eventi bellici e soprattutto alle

azione vandaliche e all’abbandono,

conservano sulle loro

mura la firma di coloro che per

anni sono rimasti lì a vigilare,

in attesa del nemico che doveva

venire dal mare.

Le Fortezze umbertine dello

Stretto, le nostre Fortezze, incastonate

nella natura dei Peloritani,

trasudano di storia che

ancora va studiata e raccontata:

si prestano ad essere lette

pazientemente come un libro,

attraverso i manufatti, la loro

architettura strategica, le pie-


Graffiti a Forte Petrazza.

In basso, graffiti a Forte Puntal Ferraro.

tre e i mattoni con cui sono

state costruite. Su quelle alture,

generazioni di soldati hanno

trascorso i loro migliori anni a

scrutare l’orizzonte, a perlustrare

il circondario, ad esercitarsi

nel tiro o a vigilare in

silenzio durante le ore di guardia,

giorno e notte, nelle varie

stagioni dell’anno, nei lunghi

mesi della Leva obbligatoria.

La leva militare nel Regno d’Italia,

quando venne istituita, fu

considerata uno strumento

capace di cementare l’unità del

paese, e proprio per questo

motivo venne stabilito che il

servizio di leva dovesse esser

svolto lontano da casa. Fu una

grande novità per l’intera nazione

che diede a molti giovani

l’opportunità di uscire dal proprio

guscio, di vestire abiti diversi,

di imparare a parlare, leggere

e scrivere in italiano. Non

tutto quindi era negativo e le

famiglie compresero la nuova

istituzione, intravedendovi per

i propri figli opportunità di emancipazione,

di crescita e conoscenza,

nonostante il danno

che ne derivava dalla perdita

di braccia da lavoro.

Tra il 1883 (anno di inizio della

costruzione del sistema difensivo

dello Stretto) e il 1910, la

durata del servizio di leva, inizialmente

fissato in cinque anni,

era già stato ridotto a tre grazie

alla riforma del ministro

Ricotti nel 1876. Erano sempre

tanti e per questo,nel 1910,

la leva scese a due anni (o

ventiquattro mesi come si

usava dire), e tale rimase, tranne

per alcune classi, fino al

termine della Seconda Guerra

Mondiale quando fu portata

a diciotto mesi.

Trentasei, o ventiquattro o

diciotto mesi di militare, alla

fine poco importava in tempo

di pace. Ma le generazioni,

per le quali il periodo di leva

cadde tra gli anni 1915-1918

o 1940-1944, ebbero modo di

sperimentare privazioni e sacrifici

indescrivibili. In quei tristi

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

Graffiti a Forte Ogliastri.

Sotto, a Forte Campone e a

Forte Serra La Croce.

anni vennero coinvolti, insieme

alle leve, anche i giovanissimi

come la classe 1900

nella Prima Guerra o uomini

fatti come nella Seconda quando

furono richiamati anche i

quarantenni. 2

Immaginiamo dunque, tra

questi soldati, quelli che prestarono

servizio nei nostriForti

tra il 1888 (anno in cui fu ultimato

Forte Polveriera, oggi

Masotto) e il 1943, distribuiti a

migliaia con varie mansioninei

23 presidi messinesi e calabresi

o impegnati a manutenere

la fitta rete di strade militari

di collegamento; immaginiam,o

per ognuno di essi, il

tempo trascorso dentro un garitta

durante i turni di guardia,

con lo sguardo puntato sul

mare, ad aspettare. Sono lì, a

poche centinaia di metri di

distanza uno dall’altro, imprigionati

nella dura vita della fortezza;

sembrerà di udirli ancora,

mentre percorrono i camminamenti:Là,

mentre si attendono

gli ordini, il vento restituisce

l’eco dei loro discorsi:

confidenze sulla nostalgia per

la fidanzata lasciata al paese,

sulle sofferenze procurate da

una lontananza obbligata dalla

leva o dalla guerra.

Ed ecco il desiderio di incidere

sulla pietra, sul mattone

o sul cemento il proprio nome

per lasciare ad imperitura

memoria il proprio passaggio

per quei luoghi.

E mentre di Giacomo Matteotti,

soldato a Forte Cavalli,

ci restano le lettere inviate alla

moglie da Larderia 3 , di molti

altri ci resta solo il nome, la

provenienza e la classe di

appartenenza.

A decine, in quasi tutti i Forti,

ad uno sguardo attento, saltano

agli occhi i graffiti incisi sui

mattoni delle finestre, sulle

N.1 Gennaio/Febbraio 2012


mura perimetrali o sui camminamenti

di ronda.

Nome, contingente, classe e

provenienza. Con questi tre

elementi i soldati hanno “marchiato”

la loro presenza a Forte

dei Centri, Ogliastri, Campone,

Puntal Ferraro, Serra La

Croce.

Proprio quest’ultimo conserva

un gran numero di graffiti

incisi sui pilastri del ponte levatoio

e nei pressi della garitta

telemetrica posta sugli spalti.

Gente venuta da Torino, Varese,

Roma, Tivoli, Frascati, Velletri,

Viterbo, Napoli, Pesaro,

Potenza, Catanzaro, Trapani,

nati nel 1888, 1891, 1903, 1905,

1908, 1910, 1912, 1914, 1922,

1930, 1932, 1937, 1938.

E poi, decine e decine di firme,

di nomi e di date delle quali

riportiamo un breve elenco:

f orte Campone: Ricordo del

soldato Battaglia Gaetano,

Classe 1912. Distretto di Messina

24 – 7 – 1942(?); Bruno

Lui cl. 1907; Ricordo del Fante

Bellia Agostino; Fante Alessandro

Sebastiano; W il 1913;

Fazio; Oliva Domenico; Ziino

Matteo, Napoli 1903.

Garitta di Croce Cumiaziriò:

Fante Carmelo Puglisi,

Fiumedinisi 1912.

f erraro: Miano classe 1891;

Conterno cl ‘90; Battaglia Pietro

Greco cl 1892 Di 21; Delfini

10 giugno 1906; By CM Brandimarte;

Carsana Battista; Livigni

1917; W il 1892; 3.2.1914;

Delfini 8.5.1906; Cap. Bianchini

Andrea Gesso 43; Florio

Nicola; Cap.le - Ernesto Cl

’88. D. 74; Palmas Luigi ’89 -

120 giorni; Morano Girolamo

’83 DI. Cittanova; Caporal Maggiore

Telefonista Rossi

f orte dei Centri; ….Viterbo

W 1914.

Ogliastri. Parozzi Tarcisio, I

/32; W il /36 Classe di Ferro;

Zambiasi Bruno II/37 Varese;

Di Melfi Carmine II/38 Potenza;

Paoni Giuseppe II/37

Catanzaro; Celletti Francesco

I/30 Frascati (Roma), prima

guardia; Paci Floriano II/36

Classe di Ferro, D. M. Pesaro;

Cisi Lorenzo III/35 D. M.

Torino: Arcari Mario cl. 35 Cremona.

Petrazza: Migliore Rosario,

Cl 1910; W il 1909, C. O. Roma;

Serra La Croce: Ricordo dell’Artigliere

Santoro e Carpinteri;

Cortelli Rocco 1908; W il

1881; W il 1922; Corte Fosco

1905, Trapani; Giacomelli

1905; W la Classe del ‘92; Pecciarini

I/’52 ; Lo Bello Rotilio;

W il ’92; Iazzolino Giovanni

1891; Giuseppe Prestianni

1905; Giacinti 1903; Pometti

Mauro W il 1901; Basile Carmelo

Fiumedinisi 1914; Battaglia,

W il 1888; Damen Silvano

1904; W il 1899; Ricordo

dell’Artigliere Canale Giuseppe

24 Regg. Art. Camp. - 7

Batteria 1909.

Così, mentre il tempo scorreva

lento su quei monti,

uomini venuti da ogni parte

d’Italia hanno consumato tra

quelle mura anni preziosi della

propria vita, in attesa che

qualcosa accadesse e riempisse

di “gloria” i loro racconti

futuri. Ma il nemico si sarebbe

fatto attendere, proprio per la

presenza di un sistema difensivo

pensato impenetrabile,

nato come efficace deterrente

verso coloro che avessero

provato impunemente a forzare

lo Stretto.

Per molti di quei soldati, sconosciuti

ai libri di storia e dimenticati,

resta però il nome scritto

in modo indelebile sulle mura

di ogni fortezza. E oggi, è giunto

il momento di ridar loro dignità

e onore.

“Dalla sua finestra il comandante

della Fortezza guardava

verso il Settentrione… Dal

Nord doveva giungere la loro

fortuna, l’avventura, l’ora miracolosa

che almeno una volta

tocca a ciascuno. Per questa

eventualità vaga, che pareva

farsi sempre più incerta col

tempo, uomini fatti consuma-

Graffiti a Forte Serra La Croce.

vano lassù la migliore parte

della vita” […]. Dino Buzzati, Il

deserto dei Tartari.

NOTE

1) Avanzini M., Bernardi M., Petti

F. M.. - Tracce dei soldati nella

Prima Guerra Mondiale (Fort Valmorbiawerk,

Trento, Italia). VIII

Forum Italiano Scienze della Terra,

GEOITALIA 2011, Torino, 2011.

2) http://www.ilpalio.org/leva.html

3) Occhino F. - Larderia nella

Memoria isolana. Ed. Di Nicolò,

Messina, 2005.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

Testimonianze del

Risorgimento a Messina:

lettere ai messinesi di

Garibaldi e di Mazzini

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

di Giulio SANTORO

a presenza di ricordi dedicati

a personaggi del

Risorgimento più o meno

noti e popolari è partico-

larmente ricca a Messina: piazze,

strade, ville, statue, scuole

ed istituti, enti ed associazioni,

targhe ricordo ed, in generale,

ogni prodotto urbanistico,

architettonico e monumentale

utile, in qualsiasi modo, ad alimentare

in modo indelebile l’ossequio

di gratitudine della città

che, già prima dell’impresa dei

mille, e poi durante l’avanzata

dei garibaldini alla conquista

dell’isola, si era distinta per

il sostegno, più o meno valido

e più o meno cruento, in favore

della causa del complesso,

e tutt’oggi criticato e controverso

processo dell’unificazione

nazionale: basti pensare

a Piazza Cairoli, Via Garibaldi,

corso Cavour, Villa Mazzini,

le vie Nino Bixio, Nicola

Fabrizi, Luciano Manara, Aurelio

Saffi, Di Mari ed ancora,

alle innumerevoli targhe applicate

nei luoghi meritevoli di

imperitura memoria in onore

agli avvenimenti dell’ epoca:

espressioni, in qualche caso,

di una semplicità che sconfina

nella banalità, se non rimanesse,

ad enfatizzarne l’ importanza,

il ricordo della esaltazione

popolare del momento,

immortalata da questi fazzo-

letti di marmo inciso, assunti a

simbolo di perenne strumento

mediatico per testimoniare l’affetto

e la riconoscenza del

popolo messinese verso gli eroi

del Risorgimento (foto nella

pagina).

In questo contesto mi è sembrato

non privo di interesse,

anche per la concomitante circostanza

della celebrazione

dei centocinquanta anni della

proclamazione dell’Unità d’Italia,

richiamare l’attenzione

dei lettori della nostra Rivista

su due documenti epistolari,

ormai grevi della polvere dell’oblio,

ancorché già riesumati

in più di una circostanza - fra

le quali diverse Mostre documentarie

sul Risorgimento

tenute nella città negli ultimi

anni- ed oggetto di accurate

descrizioni da parte di autorevoli

cultori della storia cittadina

(fra i quali S. Bottari, La

Corte Callier, V. Modica, N.

Principato, R. Ranieri, F. Riccobono,

R. Sisci)


Lettera di Giuseppe Garibaldi

ai messinesi

La prima lettera (a lato), su

carta intestata dell’Hotel Belle

Vue a Messina vergata con

grafia incerta e sofferta, è indirizzata

ai cittadini di Messina

da Giuseppe Garibaldi, fermatosi

nella città per una breve

sosta, prima di recarsi a Palermo

ove era atteso per la celebrazione

del VI centenario della

rivolta dei Vespri.

“27 Marzo 1882.

Ai miei cari e prodi Messinesi.

Memore di quanto operammo

insieme nel 60 e dell’affetto

con cui fui sempre beneficiato

dalla intera Sicilia e da

Voi particolarmente io qui mi

trovo in famiglia e se un dovere

non mi chiamasse altrove

prolungherei certo per più

tempo il mio soggiorno in seno

a questa gloriosa popolazione.

Terra delle grandi iniziative io

ricordando alla Sicilia il più grande

eroismo di popolo che registri

la storia del mondo: il

Vespro! Ricorderò soltanto che

gli assassini dei nostri padri di

quell’epoca furono mandati e

benedetti da un papa e che i

successori di quell’infallibile

scellerato hanno venduto l’ Italia

settanta e sette volte allo

straniero e che oggi stesso

stanno trattando di venderla,

e non vi riescono per mancanza

di compratori e perché gli italiani

uniti sterminerebbero

mediatori e barattieri.

Vi lascio un saluto di cuore e

sono per la vita V.to G. Garibaldi.

Sulle caratteristiche tipologiche

del documento (la lettera,

con intuibile evidenza, non ha

seguito alcun percorso postale,

in quanto consegnata a

mano da uno dei fedeli e devoti

cittadini che in quella circostanza

si presero cura dell’illustre

ospite), profittiamo del

parere tecnico del già Sovrintendente

dell’Assessorato dei

Beni Culturali ed Ambientali di

Messina, il compianto Prof.

Gianfilippo Villari, esposto nella

sua perizia del 21/10/2008 (n.

di prot. 7297), grazie alla quale

si può acquisire che il supporto

è costituito da “foglio di

carta semi-industriale di scadente

qualità della seconda

metà dell’ottocento, con impasto

ovviamente privo di filone

e vergelle, ripiegata in due, formando

così due pagine per

quattro facciate complessive”.

La scarsa condizione di conservazione

del documento (che

giustifica la carente qualità della

riproduzione fotografica da me

riportata), è dovuta alla combinazione

di diversi fattori che

concorrono al degrado, in quanto

“la seconda facciata (bianca)

presenta un ampio degrado

da proiezione fotonica dell’UV

che, se pur indiretta, ha

quasi del tutto cancellato i quadrelloni

a rettangolo del foglio;

strappo curvilineo di circa. 5

cm. alla base; annerimento

fotolitico, media acidità della

carta (all’olfatto), tracce di ferro

della scrittura a inchiostro pirogallico

della prima facciata”.

Questa “presenta le medesime

caratteristiche di degrado

da fotolisi della seconda facciata,

ampiamente ingigantito

da una evidente e continuativa

esposizione alla luce (presuntivamente

a scopo espositivo)

avvenuta in epoca non

identificata. Tale prima facciata

(siglata all’angolo inferiore

sinistro a matita nera col numero

di inventario)mostra chiaramente

d’essere carta da lettera

dell’Hotel Belle Vue di Messina,

la cui intestazione è

impressa direttamente dalla

matrice con inchiostro grasso”.

Il testo riportato è scritto a mano

con inchiostro pirogallico a leggera

composizione ferrosa, e

comunque mediamente sbiadito

per i motivi su addotti. Trat-

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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24

CITTÀ&TERRITORIO

tasi di lettera autografa datata

27 Marzo 82 firmata dal

Generale Garibaldi indirizzata

“ai miei cari e prodi messinesi”

e interamente scritta dalla

mano del Generale, al didi

ogni dubbio. Tale interezza di

uno scritto autografo del Generale

è cosa assai rara in quanto

buona parte delle sue lettere

di cui dispongono vari comuni,

enti e società, sono semplicemente

atti manoscritti dalla

sua cancelleria e firmati “G.

Garibaldi”. Di contro i suoi scritti

interamente autografi provengono

in parte da Caprera

e mostrano la sua mano incerta,

sia per mancanza di antico

studio calligrafico, sia, forse,

per questioni di età. Questo

cimelio, da lui scritto a Messina

e rivolto ai messinesi, poco

tempo prima della sua scomparsa,

rappresenta un “unicum”

di eccezionale valore, sia dal

punto di vista bibliografico, sia

dal punto di vista testuale, ove

pare di avvertire commozione

sincera da parte del vecchio

guerriero, non sempre amato

dai Siciliani e particolarmente

dai Palermitani, dopo la tragica

ribellione di popolo del 1866,

detta del “sette e mezzo”.

Messina 21/10/2008

In fede: Gianfilippo Villari,

bibliotecario conservatore,

docente di conservazione e

restauro.

In merito all’iter seguito dallo

storico documento giunto a noi

in condizioni disastrate, ci viene

in aiuto il contributo di Rocco

Sisci, che ne ricostruisce in

breve sintesi le successive

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

tappe: conservata per molti

anni come prezioso cimelio

presso la Tesoreria Comunale,

la lettera fu consegnata al

Museo di Messina nel 1902, e

dopo esser sopravvissuta alle

catastrofi del terremoto del

1908 e dei bombardamenti

della seconda guerra mondiale

fu restituita al Comune che

dopo averlo custodito nel proprio

Archivio storico lo restituirà

al Museo regionale : un percorso

di vicissitudini distinto da

polveri e da macerie, che giustificano

ampiamente l’attuale

stato di deterioramento!

Ma ciò che forse è meritevole

di maggiore attenzione è la

ricostruzione degli eventi contestuali

all’epoca ed al momento

nei quali la lettera è stata

scritta: un incontenibile tributo

di affetto e di devozione da

parte di tutta la cittadinanza,

che d’altronde ha altri riscontri

nella storia della città: basti

ricordare le manifestazioni in

onore di Carlo V nella

sua visita trionfale del

1535, a riprova della

generosità propria dei

messinesi.

Frammento di lettera

autografa di Giuseppe

Garibaldi.

Pagina a lato,

ritratto di Garibaldi.

Il Generale proveniva da

Napoli, ove sin da Gennaio

soggiornava a Posillipo, ospite

di un suo amico inglese che

lo aveva convinto a trascorrere

i mesi invernali in un ambiente

più favorevole di quello della

rigida Caprera, ove da tempo

Garibaldi si era ritirato, afflitto

dalle sempre più precarie condizioni

di salute: ed appena

appreso delle celebrazioni a

Palermo del sesto centenario

della rivolta del Vespro, aveva

deciso di prendervi parte, malgrado

lo stato di disabilità, ed

il probabile non eccessivo entusiasmo

per la capitale della

Sicilia, come già accennato

nella nota del prof. G. F. Villari.

In proposito, può valere una

considerazione a giustificare

la scelta dell’itinerario per raggiungere

Palermo attraverso il

faticoso percorso ferroviario

Reggio-Messina-Catania

(unico possibile all’epoca) in

luogo del più diretto, e soprattutto

più confortevole trasferimento

per via marittima, con

uno dei tanti mezzi che in poco

più di ventiquattro ore raggiungevano

via mare il porto

di Palermo, e che di certo sarebbe

stato allestito con le massime

attenzioni, e tutti i comfort

che la nave poteva offrire.

E la risposta non mi sembra


difficile: il Generale avrebbe

optato per quella scomoda scelta

forse anche, come suggerisce

l’amico Rocco Sisci, per

ripercorrere a ritroso, almeno

in parte, l’itinerario dei mille;

più verosimilmente perché nel

grande cuore di Garibaldi, più

che Palermo, rimaneva Messina

con i suoi straordinari cittadini.

Qui il 27 luglio 1860 era

giunto attraverso l’impervio

cammino sui Peloritani, dopo

la sanguinosa e decisiva battaglia

nella piana di Milazzo;

qui aveva sostato, per oltre

venti giorni, studiando lungo le

rive dello stretto le mosse tattiche

che avrebbero consentito

lo sbarco sulla prospiciente

costa calabra, con il grosso

delle forze traghettato attraverso

l’imbuto ionico del canale,

da Giardini a Melito Porto

Salvo, camuffando abilmente

il progetto con l’inganno del

diversivo del tentativo, fatto

credere per essenziale, del traversamento

nel punto più stretto,

allo sbocco tirrenico, da

parte di poche imbarcazioni a

partenza dalla spiaggia del

Faro, e che sarebbero rimaste

esposte all’inesorabile annientamento

da parte delle batterie

borboniche assiepate sulla

sponda a distanza di poche

migliaia di metri; ma soprattutto,

quel generale apparentemente

rude, ma con il cuore

sempre spalancato alla tempesta

dei sentimenti, non poteva

aver dimenticato l’accoglienza

trionfale ricevuta dai

messinesi al momento del suo

arrivo in città, né le attenzioni

profuse da tutta la cittadinanza

nelle successive tre settimane

dal suo soggiorno:

“memore di quanto operammo

insieme nel 60 e dell’affetto con

cui fui sempre beneficiato dalla

intera Sicilia e da voi particolarmente

io qui mi trovo in famiglia

e se un dovere non mi chiamasse

altrove prolungherei

certo per più tempo il mio soggiorno

in seno a questa glo-

riosa popolazione”, come scriverà,

d’impeto, nella lettera vergata

con mano incerta la mattina

del 27 Marzo.

Alla notizia del viaggio di Garibaldi,

il fuoco della generosità

del popolo meridionale diventa

un incendio incontenibile.

Francesco Mazzullo, titolare

dell’Albergo Belle Vue, ove

poi il Generale pernotterà il 26

Marzo, si precipita a offrire la

sua disponibilità con questo

telegramma: “Generale Giuseppe

Garibaldi-Napoli (Posillipo).

Notizia sua venuta Messina

ricordaci sublime epopea

Camicie Rosse. Offro intero

Albergo Belle Vue. Esortala

non privarmi onore ospitare

Primo Cittadino Italia, liberatore

Sicilia. Francesco Mazzullo”;

mentre la Compagnia

Florio-Rubattino, con tempismo

che farebbe arrossire le

amministrazioni dei trasporti di

oggi, mette a disposizione per

il traghettamento del Generale

da Reggio Calabria a Messina

ben due vapori, l’ “Alfredo

Cappellini” ed il “Marco

Polo”.

Partito da Napoli alla volta di

Reggio la sera del 24 assieme

alla moglie Francesca, ai figli

Menotti, Claudia e Manlio e ad

uno stuolo di fedelissimi amici,

il Generale è atteso a Messina

nel tardo pomeriggio del 26

Marzo.

La città è preda di un raptus

di frenesia incontrollabile.

L’autorità governativa, paventando

una esondazione oltre i

margini della sicurezza di una

folla in delirio che appena prima

aveva dato luogo a roventi

manifestazioni di piazza per il

ritardo della realizzazione del

tratto ferroviario Messina Patti,

ed ancora timorosa di non

offendere la suscettibilità del

governo francese a causa della

recente annessione della Tunisia,

vista dal governo italiano

con occhio certamente non

favorevole, si premurava a render

pubblico un manifesto con

il quale la cittadinanza veniva

invitata a “rendere omaggio al

generale in maniera calma e

composta”: ed in ossequio a

questo monito di rispetto, in

piena sintonia con l’onere

assunto dalla Società dei Reduci

e dalla Società Operaia (di

quest’ultima Garibaldi era Presidente

onorario) di assicurare

“quello stato di quiete e di

tranquillità” che esigeva la precaria

salute dell’illustre ospite,

“il popolo perciò non si sfrena

e gli dà il benvenuto in maniera

solenne, imponente ed entusiastica,

ma nobile e dignitosa”,

come riporta Rocco Sisci

nella sua dettagliata esposizione.

Folti gruppi di rappresentanze

delle varie istituzioni ed associazioni

della città, assieme ad

uno stuolo festante di amici ed

ammiratori si erano recati sin

dal primo pomeriggio a Reggio

per accompagnare il Generale

nella traversata verso il

porto di Messina, ove i legni

pavesati a festa erano pronti

a festeggiare l’arrivo del Generale,

con la città che esplodeva

in un tripudio di luminarie e

di bandiere: drappi ed arazzi

sui balconi, lungo i marciapiedi,

sulle pareti di ogni fabbricato.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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26

CITTÀ&TERRITORIO

Nelle poche ore di permanenza

a Messina (praticamente

dalla sera del 26 al pomeriggio

del 27 Marzo) le scene si

susseguono con un ritmo frenetico,

come una fuga di fotogrammi

impazziti, che nessuna

descrizione può rendere in

modo adeguato. Ancora una

volta mi rivolgo alle rievocazioni

di N. Principato e di R.

Sisci, che più di ogni altra

fonte consultata rendono l’idea

di quegli esaltanti momenti.

Ai piedi della passerella obliqua

appena appoggiata sul

molo, Menotti, il figlio più grande,

con uno sforzo che è una

passione, solleva di peso il

padre dalla carrozzella e lo

depone amorevolmente sulla

carrozza adeguatamente

agghindata, avvolgendolo con

cura con uno scialle che lascia

scoperta solo la testa, e sistemandolo

seduto su una corolla

di cuscini.

Prendono posto ai fianchi di

Garibaldi la moglie Francesca

ed il figlio più piccolo, Manlio,

mentre la folla fa ala al corteo

osannando il suo saluto di benvenuto

“in maniera solenne,

imponente ed entusiastica, ma

nobile e dignitosa”, al suono di

due bande musicali che sfilano

in testa ed a chiusura del

corteo di carrozza eseguendo

l’inno “si scopron le tombe”

In uno sventolio di cappelli e

di fazzoletti il generale solleva

il braccio per rispondere al saluto

della folla. È stanco ed emaciato,

e sembra l’ombra di quello

che i messinesi avevano visto

soltanto venti anni prima, nel

trionfale ingresso nella città

dopo la folgorante vittoria di

Milazzo. Scrive in proposito

Stefano Ribera, Direttore della

“Gazzetta” dell’epoca: “… lo

vidi a Milazzo dopo una battaglia

tremenda dopo un attacco

sostenuto corpo a corpo con

uno squadrone di ussari… oggi

lo rivedo dopo ventidue anni,

sono bianchi i suoi biondi capelli,

è pallido, sofferente, affran-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

to, tormentato dall’artrite. Non

più sul suo cavallo baio, ma

tirato dal suo carroccino come

un bimbo. E solo da un certo

lampeggio fatale del suo sguardo

pieno di fosforo e di bontà:

solo attraverso un certo che di

soggiogante, d’imperioso, d’affascinante

che emana da quella

fisionomia, tu puoi indovinare

che quegli è Giuseppe

Garibaldi”.

Dopo una breve sosta a casa

Vitali, accanto al teatro Vittorio

Emanuele, e dai cui balconi

si affaccia Edoardo Pantano

che ringrazia i cittadini accalcati

nella strada sottostante,

pregandoli di tornare a casa

perché le condizioni di salute

del Generale non gli consentivano

quel gesto che avrebbe

ambito effettuare di persona,

Garibaldi viene accompagnato

all’Hotel Belle-Vue, ove ha

ancora la forza di ricevere la

visita di commilitoni, amici,

autorità e giornalisti, e dove,

dopo una vena frugale, trascorre

una notte tranquilla.

Il mattino dopo il Generale

appare revitalizzato: dopo la

toeletta e la colazione si concede

una revisione alla capigliatura,

che dà modo a Greco-

Ardizzone di raccoglierne le

ciocche, destinate come prezioso

ricordo agli amici più intimi.

Si presta quindi al pellegrinaggio

delle visite da parte

degli amici, di innumerevoli

associazioni con in testa la

Società operaia e di quella dei

reduci, degli esponenti politici

ed amministrativi della città, e

fa dono di una sua fotografia

al sindaco facente funzione

Salvatore Marullo, che ringrazia

commosso da tanto privilegio.

Si concede quindi una breve

lettura-senza occhiali!- della

“Gazzetta di Messina”, commentando

gli articoli più interessanti,

a cominciare dalla

dettagliata cronaca del suo arrivo;

subito dopo scrive d’impeto

la famosa lettera, appog-

giando la mano sul guanciale

(il che può spiegare l’obliquità

di alcune righe, per il cedimento

del precario, soffice piano di

appoggio).

Nel pomeriggio il Generale

veniva accompagnato alla stazione

ferroviaria di Messina per

imbarcarsi sul treno che lo

avrebbe trasportato a Palermo,

ove sarebbe giunto soltanto

il mattino seguente, per

la deviazione obbligatoria

sino a Catania, stante la mancata

attuazione del raccordo

con la linea tirrenica (che sarebbe

entrata in funzione soltanto

nel 1895) e la conseguente

assurda durata del viaggio.

Anche qui prendo spunto dalle

vivaci descrizioni di N. Principato

e di R. Sisci per rivivere

insieme l’attualità scenica di

quei momenti esaltanti.

Rotto il ghiaccio della commozione

che il giorno prima

aveva attanagliato la città al

momento dell’arrivo, le manifestazioni

di simpatia per l’illustre

ospite esplodevano in un

tripudio di esultanza incontenibile.

Una marea umana si

riversava sulle strade, si arrampicava

sui tetti, si accalcava

sui balconi, ed ovunque fosse

possibile lungo il passaggio del

corteo che accompagnava il

Generale. Principato riporta

dalla cronaca di un giornale

dell’epoca: “La città è tutta sulle

strade. Le finestre, i balconi

formicolano di gente; ogni

abbaino, ogni buco di qualunque

edificio è popolato. Tutti

gridano, tutti acclamano l’Eroe;

e se qualche labbro è muto,

ciò avviene perché esso sta

fisso agli occhi per asciugare

il pianto. […] Il suo passaggio

è una marcia trionfale, uno di

quei trionfi che improvvisa il

cuore. […] È una festa magica,

sublime e civilissima”.

Prima di salire sul treno speciale

con la sua carrozzella tramite

una rampa di legno appositamente

costruita e ricoperta

di tappeti, il Generale salu-


ta commosso la folla, abbraccia

il principe Salvatore Marullo

e sigla l’ultimo commiato con

un bacio ai due patrioti messinesi

Salvatore Bensaja (padre

di quel Giuseppe che il 27

Febbraio del 1848 era caduto

nell’assalto al forte borbonico

di Forte Real Base, riuscendo

perfino ad inalberare sulla torretta

più alta del bastione il tricolore

siciliano) ed il fidato

Greco Ardizzone, dicendo

loro “Questo bacio portatelo ai

messinesi e dite loro che io non

li dimenticherò mai”. Epigrafe

più lapidaria non potrebbe mai

esprimere altrettanto il carico

di passione che sigla l’ultimo

contatto del Generale con i suoi

“cari e prodi messinesi”.

Garibaldi si tratterrà a Palermo

per oltre due settimane,

rimanendo quasi sempre a letto

per le sue peggiorate condizioni

di salute, quasi avesse

voluto dedicare le sue ultime

energie vitali all’impegno di rappresentare

il suo affettuoso

riconoscimento alla amata

Messina. Di lì a poco morirà a

Caprera il 2 Giugno, e la città

memore dell’illustre personaggio

gli tributerà ossequio

di cordoglio e di commozione

forse non eguagliati da nessun

altra municipalità. Vennero

sospese-evento straordinario

nella storia di Messina- le solenni

festività per la Madonna della

Lettera; tutti i negozi si “aggramagliarono”,

e molti di essi chiusero

spontaneamente; l’intera

cittadinanza partecipò ammutolita

alle manifestazioni pubbliche

di cordoglio, nel ricordo

dell’affettuoso saluto del Generale

a lei soltanto indirizzato.

E- fatto di maggior significato

per il riconoscimento da parte

della Nazione - solo la rappresentanza

cittadina di Messina,

inviata a Caprera per partecipare

alle esequie, ebbe

l’onore di deporre sul feretro

una corona a nome della città

(R. Sisci).

Sin qui la cronaca dell’avvenimento

che fa da cornice all’u-

mile scritto siglato quella mattina

del 27 Marzo dalla mano

deformata dall’artrite del

sommo personaggio. Ma la

rievocazione dell’episodio,

ancorché puntigliosa nei particolari,

peccherebbe di incompletezza

se non si facesse

ancorché minimo cenno ai contenuti

della lettera, lasciando

ovviamente agli storici il compito

della doverosa esegesi nel

settore di loro competenza (to

each is own…unicuique

suum!).

Secondo la corretta lettura

che in proposito fornisce Sisci,

che la lettera- che l’indomani

venne pubblicata sulla Gazzetta

di Messina, senza alcun

particolare commento- non sia

un capolavoro di diplomazia lo

riconosce subito lo stesso autore,

dato che, dopo averla riletta,

avrebbe detto “È incendiaria,

ma è la verità”, consegnandola

quindi al sindaco,

principe Marullo; né suscita

meraviglia il florilegio delle

espressioni non particolarmente

esaltanti all’indirizzo del

Papa, e “dei successori di quell’infallibile

scellerato”.

Sappiamo tutti che all’epoca

Garibaldi si era isolato in posizioni

assolutamente contrarie

all’orientamento del Governo

e della Casa Regnante. Deluso

dallo smantellamento dei

propositi e delle promesse da

altri elargiti con ipocrita sicumera

venti anni prima, l’irriducibile

condottiero non le mandava

certamente a dire.

Due anni prima aveva annunciato

le sue dimissioni da deputato

con una lettera che veniva

pubblicata sul giornale “La

Capitale” e nella quale aveva

scritto “tutt’altra Italia io sognavo

nella mia vita, non questa,

miserabile all’interno e umiliata

all’estero”; e sensibile alla

realtà, che si era palesata in

Sicilia ed in Calabria, dall’esilio

di Caprera l’eroe dei due

mondi scriveva nelle sue

memorie: “gli oltraggi subiti

dalle popolazioni meridionali

sono incommensurabili. Ho la

coscienza di non aver fatto del

male. Nonostante ciò non rifarei

oggi la via dell’Italia meridionale,

temendo di esser

preso a sassate, essendosi

colà cagionato solo squallore,

e suscitato solo odio”. Ed a

questo chiosa in proposito R.

Ranieri: “E non aveva torto perché

da quel momento quando

da un despota se ne è sostituito

un altro è nata quella che

eufemisticamente i governi

post-unitari hanno definito “questione

meridionale” per nascondere

non il loro malgoverno,

ma la loro malafede”.

Ne è da immaginare, con pressapochismo

superficiale ed

ingeneroso, che i cittadini messinesi

in occasione della visita

del Generale nel 1882 non

fossero consapevoli delle condizioni

nelle quali era precipitato

il meridione dopo il ventennio

seguito all’impresa dei

mille, ed alla conseguente riunificazione

dell’Italia: solo che

essi condividevano con l’illustre

condottiero la sofferenza

di una delusione patita per la

vanificazione degli ideali condivisi,

se pur da posizioni così

distanti, e che il Generale aveva

perseguito con valore pari alla

sfortuna, senza mai tradire

desideri ed aspettative di un

popolo che poi si sarebbero

disvelati sogni utopistici, disattesi

da una realtà neanche

immaginata venti anni prima.

Ed in questo riposa, a mio

modesto parere, l’aspetto più

significativo della vicenda: lo

stesso sentimento accomuna

i due protagonisti -Garibaldi, e

i suoi cari e prodi messinesiche

prendono vita da quelle

scarne e lapidarie espressioni

che il Generale stanco, e

presago della sua fine imminente,

ma sempre determinato

come indomabile alfiere della

libertà dei popoli, consegna

alla storia di Messina in quel

mattino del 27 Marzo.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

Salice:

storia, arte e tradizioni

di AA. VV.

alice, ridente villaggio sito

sui monti Peloritani, il cui

toponimo deriva dal termine

latino “salix, salicis”

riferito alla possibile presenza

di questi alberi su tutto

il territorio. Come molte realtà

collinari del comprensorio messinese,

anche Salice fu meta,

già dal ‘600, di villeggiatura di

alcuni notabili locali (Pettini,

Ainis, De Grazia).

Le prime fonti storiche certe

risalgono al 1134, quando il re

Ruggero II concesse il feudo

di Salice all’Archimandrita del

SS. Salvatore dei Greci. In

seguito, l’archimandrita di allora,

Luca, inviò dei monaci basiliani

dando loro il compito di

coltivare le terre e farne un villaggio

con dei servitori per il

monastero. Da questo momento

in poi si formò il primo vero

e proprio nucleo abitativo grazie

ai monaci basiliani che

portarono il culto di S. Stefano

Juniore. Ne è prova la costruzione

della prima chiesa del

villaggio dedicata all’omonimo

santo, risalente al XII sec., e

la costruzione di un monastero

coevo testimoniato in un

manoscritto del 1342 appartenente

alla biblioteca del SS.

Salvatore di Messina. Salice

farà parte dell’Archimandritato,

distinto dalla diocesi di Messina,

sino al 1884 quando le

due realtà furono unificate.

La storia di Salice procede

per cinque secoli seguendo i

tempi del lavoro nei campi e

N.6 Novembre/Dicembre 2011

della preghiera. Nel 1480 i

monaci vendettero due volte il

territorio di Salice, la prima ad

un certo Filiono Cuglituri, la

seconda a tal Bartolomeo Gioeni

con il costo di 400 onze. Nel

1685, a seguito della rivolta

Stemma della famiglia Pettini.

In alto, Salice, vista panoramica

del villaggio.

antispagnola con il costo di “5

onze un tarì e grani 6 per ogni


abitante” il viceré Francesco

De Bonavides per punire la

Messina ribelle, vendette tutti

i casali a monte della città, fra

i quali Salice che con il vicino

Gesso furono acquistati dal

principe Alliata di Villafranca.

Nel 1727 Salice con altri 19

casali, ritornarono ad essere

proprietà del Regio demanio.

Nel 1819 tale Domenico Pettini,

discendente da nobile famiglia

piemontese, acquistò da

Carlo Cottone la contea di

Facciata della Chiesa S. Maria

delle Grazie.

In basso, interno della Chiesa

S. Maria delle Grazie.

Bauso con annesso titolo di

conte. La famiglia Pettini fu proprietaria

dell’omonimo immobile,

collocato sulla via Principe

Umberto, dove tutt’oggi è

ancora visibile il pregevole

scudo in pietra (XVII sec.) che

raffigura lo stemma gentilizio

dei Pettini. Lo stemma, sormontato

da una corona con a

lato delle figure grottesche è

suddiviso in quattro parti. Nel

primo riquadro vi è una torre

merlata, nel secondo un leone

rampante che tiene tra le zampe

un ramo di palma, nel terzo un

braccio destro che tiene con

la mano una medaglia d’oro,

nel quarto infine un leone rampante

che tiene nelle zampe

anteriori una spada. Al centro

è visibile una fascia con una

stella ad otto raggi. In basso il

motto scritto a caratteri romani

“NE PEREAT”, chiaro messaggio

lasciato ai posteri con

la volontà di restare immortali.

Negli anni 20 del ‘900, Santi

Mazzeo acquistò le proprietà

del conte compreso il parco

dietro alla villa e i terreni agricoli

circostanti Salice che furono

coltivati fino alla sua morte,

momento in cui il palazzo e le

tenute vengono lasciate al più

totale degrado. Oggi con commozione

i salicesi – se è vero

il principio sostenuto da Vico

che la storia si ripete ciclicamente

– osservando impotenti

il degrado di palazzo Pettini,

ormai pericolante, privo di

coperture e invaso da vegetazione

infestante, auspicano

una sua rinascita affinché

possa tornare a rivivere il motto

“NE PEREAT”.

Le chiese: S. maria delle

Grazie e maria SS. Annunziata

Di rilevante interesse è la chiesa

Madre del XVI sec. dedi-

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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CITTÀ&TERRITORIO

Madonna con Bambino in

marmo bianco, sec. XVIII,

Chiesa S. Maria delle Grazie.

In basso,

Altorilievo di marmo bianco,

sec. XVII, Chiesa SS. Annunziata.

cata alla Madonna delle Grazie.

La facciata, offesa da una

copertura di cemento negli anni

’70 del secolo scorso, lascia

intravedere i cantonali a blocchi

squadrati di pietra bianca.

Il semplice portale, anch’esso

in pietra bianca come i cantonali,

che si trova al culmine di

una piccola scalinata in pietra

reca inciso sull’architrave sorretto

da due figure antropomorfe,

la data 1550. La facciata

è coronata in alto da un

timpano con una serie di pietre

decorative trilobate che si

ripetono per tutto il bordo.

L’austera facciata nulla lascia

trasparire di quello che ci aspetta

una volta varcata la soglia:

un’esplosione di volute, girali,

cornici composite, intrecci di

foglie stilizzate ricoprono le

pareti della chiesa rendendola,

con i suoi stucchi, un delizioso

esempio del tardo barocco

siciliano.

Alcuni rimaneggiamenti e

aggiunte agli altari laterali,

hanno un po’ alterato la decorazione

originaria che un occhio

attento saprà certamente riconoscere.

Non sono stati modificati

invece gli stucchi dell’altare

maggiore e le due colonne

centrali coronate da capitelli

compositi che sostengono

una trabeazione. Bellissimo

l’altare dedicato a S. Stefano

Juniore, la cui statua è ospitata

entro una nicchia con ai lati

due colonnine tortili, anch’esse

coronate da capitelli compositi.

Poco più in alto due

putti reggono drappi, in stucco,

con frangia dorata.

All’interno della chiesa si possono

notare la bellissima tavola

raffigurante S. Caterina d’A-

N.6 Novembre/Dicembre 2011


lessandria a figura intera con

i simboli del martirio. Alle sue

spalle due angeli reggono un

drappo in tessuto damascato.

La data 1597, che si trova in

calce al dipinto, si riferisce ad

un probabile restauro e non

all’esecuzione del quadro che

A lato e sotto, articolo estratto

dalla “Gazzetta del Sud” del 28

novembre 1969.

In basso a sinistra,

S. Stefano Juniore, titolare

della parrocchia.

per i caratteri stilistici si può

datare tra la fine del XV sec. e

l’inizio del XVI sec.. L’opera è

stata dipinta da un ignoto artista

messinese influenzato da

modi alibrandeschi e polidoreschi

(C. Ciolino).

Un altro quadro degno di nota

è la tavola con la Madonna di

Monserrato (XVI sec.). La Vergine

Maria, al centro della

scena, è seduta su un trono di

nubi e tiene sulle ginocchia il

bambino Gesù. Entrambi circondati

di putti che in gran

numero si affacciano tra le

nuvole vaporose. In basso,

rispettivamente a destra e a

sinistra, le sante Lucia e Apollonia

con in mano i simboli dei

loro martirii (palma, occhi,

dente). Tra le due sante una

grande sega divide in due la

montagna alle cui pendici si

trova una chiesa. L’opera è di

un ignoto pittore messinese

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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CITTÀ&TERRITORIO

che dipingeva alla maniera di

Antonello Riccio (C. Ciolino).

Un altro bellissimo quadro di

piccole dimensioni, che molto

probabilmente non venne eseguito

direttamente per la chiesa

di Salice, è la Madonna col

Bambino, un olio su tela recentemente

restaurato, che ha riacquistato

i bellissimi colori sbiaditi

dal tempo. Risalente al XIX

sec., la Vergine Maria con il

suo tenero e affettuoso abbraccio

avvolge il piccolo Gesù.

Dolcemente egli volge il capo

verso la madre che lo guarda

amorosamente. Peccato che

l’autore di quest’opera non ha

lasciato sulla tela la sua firma!

Si sono perse le tracce, invece,

di un altro dipinto esistente

nella chiesa Madre fino al

1935. In una scheda del tempo

veniva così descritto: “Tavola

finente in alto a forma di tre

guglie. Rappresenta in centro

la Madonna col Bambino seduta

su un ampio trono dalla spalliera

curveggiante e dai pilastri

molto scorniciati finenti in

alto in un globo d’oro. La Vergine

[…] sostiene il figlio ignudo

sedente su di un lembo del

mantello sovra il ginocchio,

N.6 Novembre/Dicembre 2011

Sopra e pagina a lato, in alto,

processione in onore del Patrono

S. Stefano Protomartire, 3

Agosto.

A sinistra, processione della

Domenica delle Palme.

mentre reca la mano destra

alla testolina e con l’altra sta

per premere la mammella.

Alla sua destra, fra un intervallo

ove si apre la campagna

con veduta di paese, sta S.

Giovanni Battista in ginocchio

[…] A sinistra S. Girolamo

pure in ginocchio […]. Nella

parte superiore in centro la

resurrezione di Nostro Signore

[…] ai lati l’annunciazione

[…]. Lungo la predella gli apostoli”.

Questo dipinto che si trovava

sull’altare maggiore dove-

va fungere da pala, anche se

l’ubicazione non doveva

essere originaria. La fine di

questo quadro è ignota, come

si diceva, ma difficilmente si

può pensare a un furto. Continua

la relazione:“Non ha subito

restauri che ha bisogno specialmente

alla base. È lacunoso

in vari punti. In altri il rigonfiamento

è pericoloso. La parte

lignea ha bisogno di urgenti

restauri”. Viste le condizioni in

cui versava è più probabile che

il quadro sia scomparso “un

pezzo per volta”. Era attribuito

ad Antonello de Saliba.

Tra le sculture sono da menzionare

il fonte battesimale (XVI

sec.) in marmo rosso con stemma

araldico in marmo bianco

sicuramente antecedente, la

meravigliosa Madonna col


Bambino in marmo bianco eseguita

per volere di Giuseppe

Santoro subito dopo la sua

morte. È datata 1725 sul

basamento della statua sorretta

da una mensola a tarsie

marmoree, una statua raffigurante

S. Antonio da Padova in

legno policromo risalente al

XVIII sec. e alcune lapidi sepolcrali

tra le quali si evidenzia

quella di Domenico Celona

(primi XVIII sec.) condotta

ancora con gusto barocco. Tra

gli oggetti liturgici appartenenti

alla chiesa di Salice sono da

menzionare un turibolo in stile

gotico (XIX sec.) e una croce

processionale in argento del

XVII sec. realizzata da un

argentiere messinese proprio

per la chiesa di Salice, come

attesta la presenza di S. Ste-

fano Protomartire (sul retro

della croce) patrono del villaggio.

Un’altra chiesa di Salice è la

SS. Annunziata, nell’omonimo

rione. Della chiesa, con pianta

a croce latina, rimane oggi

solo il transetto e un muro laterale

della navata dopo il crollo

avvenuto probabilmente a

causa del terremoto del 1908.

La chiesa di chiara impostazione

rinascimentale, possiede

ancora i due grandi archi

centrali a tutto sesto: uno costituisce

l’apertura dell’abside,

l’altro congiungeva il transetto

alla navata. Ai lati del transetto

due aperture circolari per-

Fontana del XVIII sec.

Piazza Principe Umberto

mettevano alla luce di penetrare

all’interno. Il bellissimo

altare maggiore cinquecentesco

presenta al centro un pregevole

altorilievo di marmo

bianco, di forma circolare, al

cui interno un riccioluto angelo

Gabriele porta l’annuncio a

Maria. Egli si posa al suolo,

piegando le ginocchia, causando

la distrazione di Maria

che, intenta alla lettura, reagisce

turbata. In alto al centro

una colomba allude alla presenza

dello Spirito Santo e simmetricamente

in basso un elegante

vaso colmo di gigli

posto sul pavimento della stanza.

Negli anni ’60 la chiesa versava

in uno stato di degrado,

tanto da diventare un pollaio.

Soltanto nel 1969 l’iniziativa di

un gruppo di giovani salicesi,

il cui motto fu: “Ricostruiamo

con sacrificio, quello che i nostri

avi con sacrificio hanno costruito!”,

ripulì la chiesa dalle erbe

e da dieci camion di terra e risistemò

l’arcata centrale; le

spese dell’opera furono

sostenute con 160.000 lire raccolte

in paese e con la manodopera

gratuita di maestranze

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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CITTÀ&TERRITORIO

Piazza Principe Umberto,

inizi sec. XX.

Sotto,

Piazza Principe Umberto oggi.

locali. L’intraprendenza di questi

giovani ha avuto grande clamore

ed è stata messa in risalto

dall’articolo di Sandro Rol

della “Gazzetta del Sud” del 28

novembre 1969. Fu il ’68 salicese!

La religiosità

La religiosità popolare di Salice

si basa in particolare, come

per tanti altri centri d’Italia e

soprattutto del Meridione, sulla

devozione al proprio santo

patrono – S. Stefano Protomartire

– verso cui i salicesi

mostrano un profondo legame

d’attaccamento. La devozione

verso il patrono del villaggio,

costante durante tutto il corso

dell’anno e vissuta “privatamente”,

viene esplicata in modo

comunitario durante i festeggiamenti

in suo onore che

cominciano il 25 luglio, giorno

in cui inizia la novena con il trasferimento

della statua dalla

nicchia alla vara di legno dorato,

e culminano il 3 agosto, giorno

anniversario del ritrovamento

delle reliquie avvenuto

il 3 agosto del 415, con la celebrazione

di sante messe e sul

far della sera con la processione

che attraverserà le strade

di Salice. La vita e il martirio

di S. Stefano Protomartire

sono descritte nel libro degli

Atti degli Apostoli anche se le

scarse notizie riguardano un

periodo poco precedente al suo

martirio. Ma la devozione popolare

dei fedeli salicesi si è rivolta

non solo al S. Stefano Protomartire,

ma anche ad un altro

S. Stefano, martire di Costantinopoli,

monaco basiliano, -

conosciuto come il Giovane o

Juniore -, titolare della parrocchia,

e ad un monaco di nome

Stefano, vissuto proprio nel

paese di Salice e ivi morto in

odore di santità. L’importanza

N.6 Novembre/Dicembre 2011

del patrono all’interno di una

comunità come Salice è molto

rilevante, perché è proprio il

patrono che permette di comunicare

con l’Altissimo tramite

la sua intercessione, a lui si

ricorre per chiedere la grazia

che – se viene concessa – sarà

seguita da gesti di ringraziamento

(come la processione a

piedi nudi) o dall’offerta di exvoto

(generalmente oggetti

d’oro a cui si è particolarmente

affezionati).

Potrà certamente stupire, date

le dimensioni del villaggio, trovare

due santi con lo stesso

nome e a questi, come si diceva,

va affiancata una terza figura,

sempre con lo stesso nome,

ma che spesso viene a confondersi

con le precedenti e in

particolare con la seconda. Per

evitare di fare confusione fra i

tre santi è opportuno procedere

con ordine.

Della prima figura – S. Stefano

Protomartire, patrono del

villaggio – si è già parlato sopra.

Bisogna aggiungere che a Salice

il culto di questo santo si è

diffuso in un epoca imprecisata,

ma di gran lunga posteriore

rispetto a quello di S. Stefano

di Costantinopoli detto il

Giovane. In che modo ciò

avvenne non è dato sapere.

Esistono varie supposizioni,

ma quella maggiormente

accreditata riguarda un parroco

di Salice il quale volle far

dono ai suoi fedeli di una reliquia

del Santo Juniore. In seguito

alla richiesta, nella quale non


Particolare della colonna crocifera

e la colonna crocifera,

Piazza Principe Umberto.

venne specificato di quale Stefano

si trattasse, fu inviata da

Roma una reliquia del Protomartire.

Nacque così la devozione

al santo della reliquia che

col tempo soppiantò quella del

santo Juniore. Tuttavia non si

può affermare con certezza a

quale evento è collegata la

devozione di questo santo, fatto

sta che il culto del Protomartire

fu ben accetto e si diffuse

tra i fedeli.

La vita di S. Stefano il Giovane

è più ampiamente documentata

rispetto a quella di S.

Stefano Protomartire di cui,

come abbiamo detto, si narra

negli Atti degli Apostoli. Stefano

il Giovane nacque a Costantinopoli

verso il 714-715 e

morì nella stessa città il 28

novembre 764. A quindici anni

fu portato in monastero,

divenne poi abate ma preferì

dedicarsi alla vita eremitica.

Intanto scoppiò la lotta iconoclasta

ordinata dall’imperatore

Costantino V Copronimo, il

quale ordidi distruggere le

immagini sacre e vietò la loro

venerazione. Stefano, grande

difensore delle sacre immagini,

non si lasciò corrompere

dall’imperatore. Cominciarono

per lui le torture, poi l’esilio e

infine la condanna ad una morte

crudele: trascinato per tutta la

città e colpito con pietre e bastoni.

Le sue viscere furono sparse

e il suo corpo oltraggiato

anche dopo la morte. Questo

sacrificio valse a Stefano il riconoscimento,

da parte della

Chiesa, di martire dell’iconoclastia.

La persecuzione di Costantino

V causò la fuga dei monaci

basiliani dalla Grecia all’Italia

meridionale e in Sicilia. Qui

costruirono monasteri e portarono

il culto verso S. Stefano

il Giovane. A Salice il culto

del martire dell’iconoclastia si

diffuse insieme alla costruzione

di un monastero basiliano

di cui si sono perse le tracce

ma ne è documentata l’esistenza

in un manoscritto del

1342. Con il tempo il nome di

S. Stefano Juniore si è confuso

con quello di un monaco

che secondo la tradizione fu

lapidato e sepolto a Salice in

un luogo sconosciuto. Questo

non può certamente essere il

Giovane perché come si evince

dalle notizie riguardanti la

sua vita non lasciò mai la Grecia.

È probabile che si tratti di

un omonimo discepolo vissuto

proprio a Salice e che ebbe

fama di santità. Questa figura

è avvolta da un alone di mistero.

Non esistono documenti

che provano la sua esistenza,

ma solo racconti orali tramandati

dal popolo. La sua figura

si confonde con quella del Giovane

perché la tradizione con

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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CITTÀ&TERRITORIO

il tempo a portato ad attribuire,

per errore, al martire iconoclasta,

che non lasciò mai

la Grecia, la sua presenza a

Salice dove vi sono alcuni luoghi

considerati meta di preghiera

e di raccoglimento di

Stefano. Uno di questi è la piccola

grotta, scavata nella pietra,

nei pressi della chiesa a

lui dedicata dove la leggenda

vuole che Stefano si ritirasse

in meditazione. Un altro di questi

luoghi è nei pressi della località

Monte dei Centri su una

piccola altura dove una roccia

con fattezze particolari, ricorda

l’impronta di un piede umano

che, sempre la leggenda, ritiene

essere di S. Stefano. In questo

luogo si svolgeva fino agli

anni ’50 una processione per

chiedere la grazia della pioggia

che era ritenuta un vero

miracolo durante i mesi di siccità

in tempi in cui l’agricoltura

era l’unica fonte di sussistenza.

Il miracolo della pioggia

anticamente si ripeteva con

buona frequenza, tuttavia negli

ultimi anni il miracolo non

avvenne perché, come qualcuno

diceva, la gente non partecipava

più con fede per questo

la processione venne abolita.

Un altro luogo significativo

è la contrada Pozzo dove,

in una zona non precisata si

credeva che fosse sepolto il

corpo di S. Stefano. Da questo

luogo scaturiva un acqua

ritenuta miracolosa e usata

quindi per varie cure. Quest’acqua

non poteva essere

bollita, altrimenti diventava

rossa (situazione dovuta probabilmente

alla maggiore

concentrazione nell’acqua di

certi minerali). Già alla fine del

‘600 viene menzionata questa

fonte, della quale oggi non si

hanno più tracce, la cui fama

era abbastanza nota anche

nella città di Messina. La maggior

parte di queste leggende

e tradizioni vengono ancora

oggi tramandate oralmente.

Non si può non parlare infine

N.6 Novembre/Dicembre 2011

La “Senia”.

del famoso quadro, che veniva

utilizzato per la processione

della pioggia, che ha causato

l’ assimilazione delle due

figure di Stefano: il Giovane e

di Salice. Questo quadro, rubato

dalla chiesa parrocchiale nel

1980 e mai più ritrovato, dovrebbe

raffigurare S. Stefano il Giovane.

Sotto invece compare

una fascia aggiunta in epoca

successiva con la seguente

scritta in latino: «S. Stephanus

junioris qui hic Salicis a barbaris

lapidatus fuit». Ora è chiaro

come sia nata l’assimilazione

delle due figure: vedendo

nel quadro S. Stefano il Giovane,

come affermava la scritta

greca, si era portati a leggere

anche la scritta latina e

quindi a credere che questo

Santo Stefano il Giovane era

stato a Salice e qui morto e

sepolto. Come già si è detto

però il giovane martire iconoclasta

non venne mai a Salice.

È possibile dunque che la

posticcia scritta in latino si riferisse

ad un seguace omonimo

del Giovane che visse nel

monastero basiliano di Salice.

In tutte queste situazioni i due

santi – Stefano il Giovane e

Stefano di Salice – vengono

ad assimilarsi, e quindi si parla

di due figure che poi durante

le celebrazioni diventano un

tutt’uno.

Il giorno in cui la Chiesa festeggia

ufficialmente S. Stefano il

Giovane è il 28 novembre. A

Salice invece la festa cade il

29 ottobre giorno in cui si fa

risalire la morte di Stefano di

Salice.

Piazza Principe umberto:

la fontana e la colonna crocifera

Tipico esempio di fontana a

parete realizzata oltre che per

l’approvvigionamento idrico

anche per ornare la piazza. Si

compone di un arco a tutto

sesto con imposte, concio di

chiave e stipiti decorati, sormontato

da un fastigio con spirali

e volute. All’interno sotto la

classica conchiglia nervata è

contornato da cornici composite

curve un cartiglio che reca

graffite le date 1716, 1886 e

1878. Chiaramente l’epoca

della fontana, per i suoi caratteri

stilistici è da riferirsi al 1716.

La bocca dell’acqua, contornata

da motivi decorativi spiraliformi

e con sottostante

conca in pietra, è sovrastata

da un interessante frammento

di trabeazione marmorea


Torre Benini (il Castelluccio).

medievale, con cornici e gocciolatoi,

forse proveniente da

qualche chiesa e qui riutilizzato.

La Colonna Crocifera,

composta da un basamento in

conci rettangolari di pietra calcarea,

sul quale imposta un’agile

colonnina di marmo a pianta

circolare e superficie liscia,

rastremata alla sommità, accoglie

un capitello di ordine tuscanico

sormontato dalla raffigurazione

stilizzata del Monte

Calvario e da una croce in

marmo con le estremità dei

bracci trilobate e decorati con

motivi a rosetta. Quest’ultima

reca scolpita a bassorilievo la

consueta figura del Crocifisso

nella faccia verso la Piazza e

la Madonna col Bambino in

quella opposta. Di fattura cinquecentesca,

anche se in parte

rifatta, la sua presenza nel

tessuto urbano non è da considerarsi

come fatto unico trattandosi

di manufatti frequenti

nel territorio messinese.

Il Principe u mberto di

Savoia a Salice

La piazza e la via principale

di Salice sono intitolate al

Principe Umberto di Savoia

perché si racconta che nel 1921

egli passò dal villaggio. Ne è

testimonianza una memoria

lasciata dal sacerdote di allora,

padre Alessi Quartarone:

«L’11 ottobre del 1921 questo

nostro ridente villaggio ebbe

l’alto onore di ospitare per circa

tre quarti d’ora il Principe ereditario

Umberto di Savoia di

anni 17. Lo seguivano in due

automobili il comandante della

difesa, quella della divisione

ed altri.

Fermatosi nella piazza di questa

Madre Chiesa, s’intrattenne

a parlare con alcuni popolani,

tra i quali mastro Michele

Corigliano che offrì alcune

sedie facendo fra tutti il cicerone.

La spettabile comitiva si compiaceva

contemplare l’ingenuità

di quelle donne e molti

ragazzi l’attorniarono per conoscere

l’incognito. Ad un tratto

uno che aveva fatto il militare

si accorge che il più giovane

della bella comitiva è il Principino,

lo addita agli altri che pieni

di stupore rimangono attoniti

e tutti muti.

Un bambino di due anni,

figlio del cavaliere Giovanni

Caglia, accompagnato dalla

mamma presenta un mazzo di

scelti fiori al Principino che

accarezzandolo, con dolce sor-

riso, lo bacia in fronte. Terminata

questa commovente

scena, la comitiva montò subito

le automobili che, pronte,

partirono mentre tutti con grande

soddisfazione gridavano:

“Viva il nostro Principino”.»

(Sac. Domenico Alessi Quartarone,

Cappellano-Curato del

Villaggio).

La “Senia”

Si tratta di una costruzione in

mattoni realizzata per l’irrigazione

dei campi circostanti.

Composta da due torrette

laterali, una a sezione circolare,

l’altra a sezione rettangolare,

con interposta una grande

vasca circolare comunicante

con un pozzo sotterraneo. Veniva

messa in funzione da buoi

aggiogati alla vasca centrale.

Fra le due torrette in alto, una

condotta metallica consentiva

la distribuzione dell’acqua

verso i terreni da irrigare. La

sua capacità è di circa 500 m³

il termine “Senia” deriva dall’arabo

Sàniya (ruota idraulica).

Torre Benini o “Castelluccio”

La torretta che si scorge nella

collinetta centrale del paese

viene chiamato “Castelluccio”

ed è l’elemento - simbolo del

villaggio - non vi è salicese che

non ne sia affezionato: le origini

storiche della Torre Benini

sono alquanto incerte, tuttavia

sembrerebbe avere le

caratteristiche di una torretta

fortificata di avvistamento, che

permetteva il controllo del

Mar Tirreno. Antiche immagini

ritraggono la torretta con un

parapetto con merlatura nella

parte superiore, che negli anni

’50 del ‘900 venne eliminato

lasciando l’aspetto della torretta

come lo si nota oggi. Fra

gli anni ’50 e gli anni ’70 presso

il “Castelluccio” si teneva la

suggestiva processione dell’ascensione,

in cui gli abitanti

percorrevano parte del paese

e risalivano la collina portando

il simulacro di Cristo.

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

37


38

CITTÀ&TERRITORIO

f orte dei centri

Il Forte dei Centri è il sistema

di Fortificazioni più a Nord della

Città di Messina.Questo come

tante altri sparsi nel territorio

messinese fa parte del sistema

di fortificazioni Umbertine

realizzate nello Stretto di Messina

negli ultimi vent’anni del-

Ho voluto raggruppare, per

motivi di maggiore e facile

leggibilità, le varie notizie su

questa chiesa, della quale tutti

noi salicesi, da anni interi, desideriamo

vedere ultimati gli interminabili

lavori di restauro iniziati

circa trent’anni fa e che

per motivi forse finanziari e

burocratici rimangono, purtroppo,

ancora incompleti

anche se il lavoro più imponente

ed impegnativo è stato

da parecchi anni effettuato.

Dette notizie sono di carattere

architettonico e storico-artistico

redatte da tecnici della

Soprintendenza BB.CC.AA. di

Messina, ma c’è anche qualche

informazione ricavata dal

libro di Nicolò Gullì e da quello

del Sac. Giuseppe Foti.

Io ho riscontrato, in una relazione

relativa alla ricognizione

N.6 Novembre/Dicembre 2011

l’Ottocento da parte dello Stato

maggiore del Regio esercito

italiano. Tali fortificazioni servivano

a controllare e difendere

lo Stretto, come punto

nevralgico dell’intero Mediterraneo.

Il Forte di Centri, il cui

nome deriva dalla denominazione

dell’altura su cui è stato

SuLLA CHIESA DI S. STEf ANO DI SALICE

RACCOLTA DI NOTIZIE

a cura di Stella Velardi

delle opere d’arte appartenenti

alla parrocchia di Salice, datata

26 aprile 1935 e conservata

nell’archivio del Museo di

Messina, che in questa chiesa

erano custodite la statua in

marmo raff. La Madonna col

Bambino, datata 1725, ed una

campana bronzea datata 1750:

l’una conservata oggi nella

chiesa Madre, l’altra non si sa

che fine abbia fatto.

Il periodo della costruzione

della chiesa risale al sec. XIV,

ma uno stile normanno svevo

della stessa è riscontrabile nel

portale laterale a sesto acuto

realizzato con pietra calcarea

e pomice nera o lava, ed anche

nell’altro portale, del braccio

destro, anch’esso a sesto acuto

ma con architrave medievale

sorretta da due capitelli di semplice

lavorazione. Da que-

Forte dei Centri.

costruito, fu realizzato in brevissimo

tempo, nel giro di soli

sei mesi !

Il materiale è per lo più pietra

calcarea locale e mattoni.

Questo è un luogo a cui i salicesi

sono molto legati, per i

ricordi idi infanzia e gioventù

e di sicuro per il paesaggio sublime

della costa Tirrenica che

affascina ogni visitatore. Allo

stato attuale il sito, dopo anni

di abbandono è stato rilevato

dalla Cooperativa “La Zagara”.

L’auspicio è quello che gli Enti

Locali attraverso la collaborazione

sostengano con un

piano di fruizione concreto tutte

le iniziative volte alla valorizzazione

di questo bene.

(a cura di Giusi Feminò,

Maria Giovanna Lucà,

Roberto Pastura).

st’ultimo si accede alla sacrestia.

La particolarità della struttura

sta nella copertura della

navata che è stata realizzata

con volta reale a sesto acuto;

i tre archi a mattoni pieni che

la sorreggono sono stati realizzati

successivamente. Tale

tipologia si riscontra solo in

un’altra chiesa, quella di S.

Nicola, ad Agrigento, che si fa

risalire al XIII sec. (G. Mantineo

- Pannelli didattici - da

“L’Architettura religiosa in Sicilia

nel sec. XIII di Guido Di Stefano).

Questa singolarità dà

rilevante importanza alla nostra

chiesa anche perché tali elementi

costruttivi sono riscontrabili

soltanto nell’architettura

romanica cluniacensedell’Europa

centrale.

Sul prospetto frontale della


La Chiesa di S. Stefano.

chiesa si nota il portale d’ingresso

di forma ogivale (2 a metà

sec. XIV) in conci di pietra,

sormontato da un’apertura

circolare. In alto si trova il campanile

con una nicchia nella

quale c’era collocata la campana

ausiliare ed al centro un’apertura

che conteneva la campana

principale. Una delle due

campane, probabilmente, era

quella di cui non ci sono più

tracce; l’altra potrebbe essere

quella che attualmente si

trova nei locali della canonica

e che presenta una lesione non

riparabile, la data è del 1597.

La navata è lunga circa 10 m

e si vedono delle botole che

sormontano le fosse mortuarie.

A sinistra ci sono due cappelle

con portali di accesso ogivali,

uno in pietra scolpita

(sec. XIV) ed uno in mattoni,

pietra calcarenitica e pomice

nera.

Il transetto presenta, al centro,

un’abside dove si trova l’altare

maggiore (sec. XVII) e

nella parete di destra è presente

una nicchia. Anche sul

pavimento del transetto si nota

una profonda e capiente fossa

mortuaria; si pensa infatti che

per salvare le sepolture, il pavimento

sia stato sollevato in

fase di costruzione. Sempre a

destra vi è la sacrestia, dove

è sita la più grande fossa mortuaria.

Transetto e sacrestia, di età

posteriore alla navata, sono

stati coperti, durante il lavoro

di restauro, con capriate in

legno e con manto di tegole a

coppi alla siciliana, in quanto

erano privi di tetto a causa di

un crollo; per dividere il transetto

dalla navata vi è l’arco

sacro in conci di pietra irregolari

che si fa risalire al periodo

rinascimentale (XV-XVI

sec.).

La chiesa, dunque, ha subito

rielaborazioni posteriori alla

sua costruzione: transetto,

sacrestia e arco sacro. Un altro

rimaneggiamento venne fatto

nel periodo barocco al quale

appartengono: l’altare maggiore

(inizio 1 a metà del sec.

XVII), l’altare in stucco (sec.

XVIII) (1746?), una lastra in

marmo datata 1746, un’acquasantiera

da muro, in pietra

( sec. XVII), una mensola in

pietra scolpita che si fa risalire

al 1612 poiché è stata staccata

dal campanile dove si

riscontra tale data.

La chiesa fu parrocchiale

fino al 1781 e venne chiusa

definitivamente al culto nel

1885. Fino a questa data venivano

amministrati i sacramenti

e si celebravano la festa di S.

Cosimo e quella dell’Epifania;

nel 1866 lo stato prelevò la

chiesa e vendette il terreno

circostante a privati.

Accanto ad essa si notavano

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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40

CITTÀ&TERRITORIO

dei muri (oggi civile abitazione)

che testimoniavano il tentativo

di costruire una nuova

chiesa. L’opera infatti venne

iniziata, ma il terremoto del

1785 apportò gravi danni e per

insufficienza di denaro non

venne continuata. Secondo la

relazione del Sac. Gusmano,

invece, la chiesa restò incompleta

a causa dell’epidemia di

peste che nel 1740 sterminò

gran parte degli abitanti.(N.

Gullì pag 34, da archivio Curia

Arcivescovile).

La chiesa ebbe tre denominazioni:

nel libro del Sac. Giuseppe

Foti viene chiamata

“Chiesa dei SS. Giorgio e Stefano”

(Casali di Messina pag.

462), per i salicesi più anziani

è da sempre dedicata a S. Stefano

Junior, così come viene

denominata in alcuni testi; in

altri documenti è intitolata a S.

Stefano Protomartire …confusione

ed ingarbugliamento di

nomi e santi.

Auguriamoci, comunque, di

poter vedere al più presto i lavori

ultimati, per poter avere così,

una soddisfacente fruizione

della chiesa nella sua totalità,

senza rischiare di non poterla

più chiamare “Chiesa di S. Stefano”

bensì “Chiesa dei lavori

in corso”

In data più recente, lo studioso

Alessandro Fumia parla

integralmente così sul “Casale

di Salice” facendo riferimento

anche alla chiesa di S. Stefano:“In

qualche modo ho in programma

di fare una sintesi,

cioè di attenzionare i monumenti

che si possono andare

a valorizzare in questo villaggio,

però la storiografia ed i

documenti che riguardano questo

casale, si limitano a 4 - 5

punti essenziali. Quello che

viene conosciuto è che è un

casale sicuramente di epoca

medievale; ci sono dei diplomi

che dimostrano che il campo

urbano era, comunque, legato

ad un possesso dell’Archimandrita,

quindi c’era uno sfrut-

N.6 Novembre/Dicembre 2011

tamento, ci dicono i diplomi,

1135 - 1144, quindi sicuramente

è così. Quello che si sapeva

su questo casale era impostato

su una visione di luogo che era

adibito allo sfruttamento delle

varie attività ed anche delle

potenzialità ma, comunque,

subordinato all’Archimandrita

di Messina.

Niente di più falso! Recentemente,

lavorando anche sul

casale di Salice, sono saltati

fuori dei documenti inediti che

mi permettono di dire, di fissare,

l’anno di edificazione del

casale.

Il casale nasce per volontà

dei Cavalieri Ospedalieri di S.

Giorgio, ci sono due atti che

parlano della fondazione del

casale di Salice legato ad una

La Chiesa di S. Stefano prima

del restauro. Nella pagina a

lato la campana in attesa della

collocazione.

famiglia che ha dato l’input al

primo impianto.

Questo è importante perché

l’ex chiesa parrocchiale di S.

Giorgio e S. Stefano il Giovane

che ha un impianto barocco,

mostra delle peculiarità alla

base, cioè dei portali ogivali

che davano l’idea di un impianto

medievale, non riuscendo a

collocare temporalmente quegli

arredi, vi si davano dal 1100

al 1300.

Seguendo queste tracce si

riesce ad individuare la nascita

del casale: 16 settembre


1326, per volontà dei cavalieri

gerosolimitani, che riscattano

anche l’aiuto del Pontefice,

ex proprietari dei templari, quindi,

probabilmente, presso il

casale di Salice vi era una fattoria

rurale gestita dai cavalieri

templari. Questo lanciano

le carte.

Il casale passerà sotto le mani

dei Giovanniti che hanno un

compito particolare: devono far

fruire il bene, come? Non vendendolo!

Ma lo devono far fruttare

nel tempo, e quindi danno

in enfiteusi due terreni ad una

famiglia, la famiglia di riferimento

è legata al ramo dei

Fasanella.

L’atto del 1326 parla di un

acquisto del cives messanensis,

nobilotto messinese, per

octo dei Fasanella che è molto

vicino all’ordine dei Giovanni-

ti, e grazie a lui, riesce ad acquisire

il terreno.

L’atto notarile, che è il brogliaccio

che ho identificato presso

i fondi della biblioteca comunale

di Palermo (il manoscritto

è il QPH 12, quindi non ha

titolo), è un vero e proprio manoscritto

e questo è importante

perché il casale di Salice, addirittura,

potrebbe anche andare

a pretendere una copia di

detto foglio, e come storia civica

ha un’identità, non è solo

un villaggio.

Salice, grazie a quest’atto

del 1326, ci dice la descrizione

del territorio che il

paese non esisteva perché

i confini di queste terre, concesse

a Perrotto dai Fasanella,

sono i valloni che

costituiranno il confine perimetrale

di tutto il villaggio.

Ci sono dei feudatari che

hanno delle proprietà e quindi

grazie a questa commistione

di confini, nomi, date ecc., c’è

il salto successivo: riusciamo

ad individuare l’atto notarile di

cessione da parte dei gerosolimitani

al Fasanella. conservato

a Palermo, fa parte degli

archivi di S. Maria di Malfinò

ed è datato 16 settembre 1326,

X edizione.

Da lì si comprende che il luogo

era completamente disabitato,

non apparteneva all’Archimandrita,

c’era un conflitto tra

i Giovanniti e l’Archimandrita

che dura quattro secoli. Quando

i cavalieri si allontaneranno

da Messina, a quel punto

subentrerà l’Archimandrita.

Attraverso il recupero di questo

documento noi riusciamo

a dare un input preciso alle

architetture di quella benedetta

chiesa.

Si è detto che il monaco Stefano

il Giovane, è stato martirizzato

a Salice. Falso! Il Maurolico

dice che è un culto che

viene importato da fuori, probabilmente,

dall’ordine degli

Ospedalieri; viene martirizzato

a marzo del 788.

Questo ci dimostra come la

memoria orale non sempre era

corretta, si stratificava, si accresceva

e mancava di sostanza

cioè dei documenti.

Individuando i documenti si

riesce a dare un profilo preciso

non solo alla storia ma anche

alla struttura del casale.

Quindi l’obiettivo del circolo

del buongoverno è quello di

recuperare e far fruire la vecchia

chiesa parrocchiale di S.

Stefano il Giovane dandole un

retroterra storico, una serie di

documenti (4 atti) di notevole

importanza, assolutamente

sconosciuti, andati fuori dalla

critica.

È un inedito. Io ve lo sto rivelando.

Prima di adesso nessuno

lo aveva mai segnalato”.

CITTÀ&TERRITORIO

N.6 Novembre/Dicembre 2011

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42

CITTÀ&TERRITORIO

Le scalinate

dell’arte

Circuito incubatore di arte contemporanea

IQUALIFICAZIONE DEL

SISTEMA DELLE SCA-

LINATE DELLA VIA XXIV

MAGGIO.

Il progetto per concorrere

alla selezione di partner privati

(sez. B -Professionisti nel

campo dell’Architettura) del

BANDO PER LA VALORIZ-

ZAZIONE DEI CONTESTI

ARCHITETTONICI “LE SCA-

LINATE DELL’ARTE – CIR-

CUITO INCUBATORE DI

ARTE CONTEMPORANEA -

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

di Daniela DE DOMENICO (capogruppo)

RIQUALIFICAZIONE DEL

SISTEMA DELLE SCALINA-

TE DELLA VIA XXIV MAGGIO”,

è stato redatto dal gruppo informale

costituito dagli architetti

Daniela De Domenico, Alessandra

Abate, Luca d’Amico,

Mariafrancesca Gioffrè, Alessandra

Malfitano, Luisa Pitrone,

tutti giovani professionisti

messinesi che si sono avvalsi

della consulenza di Jaume Busquets

Raventos (architetto e

paesaggista catalano) per l’a-

spetto relativo al paesaggio.

La Via XXIV Maggio ricade a

monte del cosiddetto “quadrilatero”

della città di Messina,

compreso tra la Via Tommaso

Cannizzaro (Torrente Portalegni)

e Viale Boccetta (Torrente

Boccetta) e le vie Cavour e

Garibaldi, ambito centrale previsto

dall’ing. Luigi Borzì nel

Piano Regolatore del 1909.

Scalinata Caglià Ferro.


Dal sopralluogo effettuato

emerge la differenza tipologica

delle scalinate e anche

la qualità dei materiali con

cui sono state realizzate,

infatti, l’utilizzo ricorrente del

basolato lavico ne esalta l’ottima

integrazione con il

contesto urbano.

La via “24 maggio 1915”

segna davvero uno spartiacque

tra la zona pianeggiante

e quella più acclive della città,

quindi le sue scalinate rappresentano

delle importanti

connessioni, veri e propri

punti di sutura tra le due principali

quote della città, quella

a livello del mare e quella che

poi connette alla circonvallazione.

Si è da subito pensato di

considerare le 7 scalinate

come un “sistema organico

di scale” concepite come un

Parco/Percorso destinato alle

Arti Contemporanee, ove il cardine

è la Via XXIV Maggio lungo

la quale si snoda l’intero sistema.

Particolare attenzione è stata

posta alle estremità di questo

organismo: nel fronte a sud

(lato via Tommaso Cannizzaro),

le due scalinate Caglià-

Ferro e Sant’Anna formano una

“L” all’interno della quale si è

pensato a un Parco Ludico d’Arte

destinato principalmente ai

bambini; mentre in prossimità

del Viale Boccetta, la scalinata

Mons. F. Bruno e quella

nuova realizzata in adiacenza

al Palacultura, descrivono

un’altra “L” che delineano uno

spazio anch’esso rivolto alle

espressioni artistiche: queste

due testate delimitano e relazionano

il sistema delle Scalinate

dell’Arte con il territorio

circostante.

IL VERDE.

Il centro storico della città di

Messina è caratterizzato dalla

carenza di giardini e zone di

verde pubblico attrezzato. Le

Scalinata S. Anna.

aiuole adiacenti alle scalinate

della Via XXIV Maggio emergono

come delle vere e proprie

“isole verdi”, dotate di alberi

e piante ornamentali anche

di un certo pregio. Oltretutto

costituiscono delle zone

d’ombra, importantissime nei

mesi estivi se riqualificate e

pensate come luoghi di aggregazione

sociale non soltanto

per gli anziani, ma per tutti i

cittadini e i turisti. In questo

senso il PARCO D’ARTE

AMBIENTALE, data anche la

vicinanza alla cortina del porto

ove attraccano numerose

navi da crociera, può diventare

un polo di attrazione turistica

di connessione con altri edifici

di interesse storico e paesaggistico

e con i belvedere.

DESCRIZIONE DEL PRO-

GETTO: IL PARCO D’ARTE

AMBIENTALE.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

Scalinata La Rosa Donato.


Sopre e in basso,

Rampa della Colomba.

L’idea progettuale proposta

dal gruppo - De Domenico,

Abate, D’Amico, Malfitano,

Gioffrè, Pitrone, Busquets - per

le SCALINATE DELL’ARTE

DELLA VIA XXIV MAGGIO

attraverso l’analisi e la riquali-

ficazione dell’intero sistema,

prevede l’individuazione di

differenti TEMI per ogni scalinata,

arricchendo e rivitalizzando

l’intera area in un luogo

suggestivo. Presenze significative

d’arte contemporanea

dislocate lungo i percorsi a tema

daranno vita ad un Parco di

Arte Ambientale.

La diversificazione dei temi

renderà interessante l’intero

sistema delle scalinate,

poiché si rivolge a differenti

tipologie ed età dei cittadini.

Vorremmo che tutti

fossero incuriositi, ma anche

protagonisti e spettatori delle

attività proposte lungo il

PARCO D’ARTE AMBIEN-

TALE, una sorta di museo

all’aperto distribuito lungo le

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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46

CITTÀ&TERRITORIO

salite e le ridiscese delle scalinate

della via XXIV maggio.

Per rendere più vitali, accoglienti

e piacevoli tali spazi

pubblici le scale ospiteranno

esposizioni permanenti

e/o temporanee legate a

eventi creati ad hoc. Ognuna

sarà allestita con supporti e

dotazioni specifiche per ogni

destinazione. Nelle more

della realizzazione di questo

progetto, il gruppo di professionisti,

si costituirà in asso-

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

ciazione per gestire e promuovere

il calendario degli

eventi.

La peculiarità di questo progetto

sta nella realizzazione di

uno degli esempi più particolari

di parco, come un museo

a cielo aperto, non raccolto in

sé, ma distribuito su un’area

urbana: esso, infatti, non si

chiude nei suoi spazi elitari, ma

accoglie tutti coloro che vogliono

accedervi indistintamente.

Le testate delle scalinate

lungo la Via XXIV Maggio e la

strada a monte saranno caratterizzate

da un cambio di materiale

nella pavimentazione, che

funga da richiamo all’esposizione

o evento organizzato in

quella sede e invogli il passante

ad accedere al percorso

e divenire visitatore.

Negli slarghi più ampi, è ipotizzabile

che durante le manifestazioni

si posizionino dei

gruppi musicali, che facciano

da richiamo alla rappresentazione

in corso sulla scalinata:

queste fungeranno così da platea.

Proprio in questi punti saranno

posizionati degli elementi

di arredo urbano, i “totem”, che

segnaleranno la presenza delle

scalinate e quindi l’avvio di un

percorso: ideati come punto di

riferimento luminoso e visivo

mostreranno informazioni sugli

eventi. Tali totemsono stati progettati

come elementi utili di

design, che oltre alla funzione

di indicatori dei percorsi turistici

includono nella parte bassa

un contenitore per la raccolta

dei rifiuti.

Questi i temi delle “passeggiate

tematiche”:

• SCALINATA CAGLIà FERRO

e SCALINATA SANT’ANNA:

PARCO LUDICO D’ARTE.

Data la loro particolare posizione

perpendicolare, queste

due scalinate descrivono

un angolo all’interno del

quale vi è un’area di circa

400 mq attualmente occupato

da baracche e casupole.

Per la riqualificazione

di quest’ambito si è pensato

a un parco ludico d’arte,

in modo da svolgere una fondamentale

funzione ricreativa,

sociale, ambientale e

culturale e costituire un punto

di riferimento per i bambini

del quartiere e di tutta la

comunità cittadina.

Il parco sarà raggiungibile percorrendo

le scale, lungo le quali

Scalinata Mons. Bruno.


si dislocheranno oggetti e giochi

di richiamo per i bambini.

• SCALINATA SAN GREGO-

RIO: CONTEMPORANEE

PROIEZIONI.

L’aspetto scenografico di

questa scalinata, dalle

rampe sinuose, evoca richiami

cinematografici. Sulle due

piattaforme verranno presentate

installazioni di artisti,

e nei ripiani su grande

schermo accostato alle pareti

cieche presenti saranno

proiettate le opere realizzate

da artisti operanti tra

videoarte e cinema. In omaggio

al cinema e agli attori

messinesi, prevediamo

attività parallele allo svolgersi

del Festival del Cine-

ma dello Stretto.

• RAMPA DELLA COLOMBA:

CENTRO D’ARTE E NATURA.

La tematica «arte e natura»

è al centro del progetto artistico

proposto come cooperazione

culturale che possa coinvolgere

l’Orto Botanico, i florovivaisti

e il Comune di Messina.

Il progetto permette di

scoprire artisti contemporanei,

che verranno invitati.

La Rampa della Colomba è

quindi anche un Centro d’Arte

e Natura interamente dedicato

alla relazione tra la cultura

e la natura, la creazione

artistica e l’estro paesaggista,

il patrimonio culturale e la contemporaneità.

Mostre fotografiche

e di arti plastiche, rap-

presentazioni di spettacoli

viventi e proiezioni riguartanti

l’ambiente e il paesaggio compongono

un programma vivace

e diversificato per tutto il

corso dell’anno. Noti artisti di

fama internazionale e giovani

talenti vengono ospitati a

Messina e invitati a intervenire.

• SCALINATA LA ROSA DONA-

TO: MESS’IN SCENA TEA-

TRALI.

La vicinanza a numerosi

istituti scolastici rende questa

scalinata particolarmente

frequentata dagli studenti,

pertanto il progetto individua

il luogo idoneo per l’esibi-

Rampa Operaia.

CITTÀ&TERRITORIO

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

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CITTÀ&TERRITORIO

zione di giovani gruppi musicali,

performances e piccole

rappresentazioni teatrali.

Oltretutto, i due pianori più

ampi, presenti alle estremità,

offrono la possibilità di realizzare

dei piccoli palchi per le

messe in scena degli artisti. I

ripiani intermedi, raggiungibili

da rampe amovibili, ospiteranno

postazioni di schermi o

pannelli mediante i quali sarà

possibile interagire con altre

opere d’arte.

• RAMPA OPERAIA: ALLE-

STIMENTI PER ARTISTI-

ARTIGIANI.

Pensato per creare occasioni

rivolte agli artisti-artigiani

di manifatture locali,

che non operano nell’individualità,

ma maturano e realizzano

le loro opere in un

confronto serrato con altri

artisti. Si prenderanno in considerazione

gli eventi ove

prevale l’aspetto pedagogico

e sociale: il risultato di

tale ricerca avrà la peculiarità

di un lavoro strettamente

legato alle tradizioni e

mestieri locali.

Sono previste delle postazioni

per la realizzazione dei

manufatti e delle basi per

posizionare le opere finite.

Consideriamo fondamentale

il concetto di “arte partecipata”

quindi l’interazione con le

associazioni di artigiani per la

divulgazione di Arti e Mestieri

e gli alunni delle scuole di ogni

livello.

• SCALINATA MONS. F.

BRUNO: PRELUDIO AL PALA-

CULTURA.

L’aspetto semplice e rettilineo

di questa scala, come

in un percorso museale, è

destinato a esposizioni di

opere scultoree di artisti siciliani

e internazionali, che verranno

selezionate attraverso

dei concorsi in collaborazione

con il Comune di

Messina e/o con il Circuito

dei Giovani Artisti. Le sculture

saranno posizionate su

N.1 Gennaio/Febbraio 2012

basi metalliche poggiate 1) Data la particolare confor-

nelle grandi aiuole a sinistra mazione circoscritta dei vari

della scala.

ambiti, è ipotizzabile il paga-

La prossimità al Palacultumento di un biglietto, dal costo

ra, e quindi anche il sistema simbolico, che servirà per

di sorveglianza qui presen- sostenere e realizzare gli evente

sarà utile alla fruibilità e ti proposti, ma soprattutto pro-

tutela delle opere esposte. poniamo un bando per gli stu-

Si propone anche la coopedenti del liceo artistico che si

razione con il Museo Regio- occupino del disegno grafico

nale di Messina, dando la pos- della cartellonistica e dei biglietsibilità

ai numerosi reperti ti, “a memoria” delle iniziative

archeologici della città qui depositati

di avere una collocazione

definitiva.

GESTIONE DEL PROGETTO.

Nella fase di progettazione e

realizzazione il gruppo

(D.A.D.G.M.P.B.), avendo

maturato esperienze anche nel

campo dell’arte internazionale,

predisporrà un cronoprogramma

dove verranno dettagliate

le fasi dei vari eventi al

fine di invitare artisti di richiamo

nazionale ed europeo.

A supporto dei finanziamenti

P.O. F.E.R.S Sicilia

2007/2013 si individuano

delle iniziative per dar con-

e per accrescere l’interesse

anche tra i giovani. Tutto ciò

per riappropriarsi e avere una

maggiore cura degli spazi cittadini

e recuperare il senso di

appartenenza alla città.

2) I costi per la progettazione

e realizzazione delle varie

installazioni, trattandosi in ogni

caso di strutture precarie e

smontabili realizzate con materiali

ecocompatibili, possono

essere supportati da sponsor

e portatori d’interesse privati,

e saranno valutati e quantificati

caso per caso.

tinuità alle iniziative: Via XXIV maggio.

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