S=.w..m--u - Uil Pensionati di Bari e di Puglia
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UIL PEIwIwJATI<br />
DI BARI E DI PUGLIA<br />
I11 E<strong>di</strong>zione<br />
2007-2008<br />
- '<strong>di</strong> <strong>Puglia</strong><br />
Associazione <strong>di</strong><br />
volontariato per<br />
i Diritti dell'Anziarzo<br />
!<strong>S=</strong>.w..m--u----<br />
Il Mio Cuore,<br />
La Mia Terra,<br />
Antologia <strong>di</strong> Poesie<br />
in Vernacolo Pugliese
IL MIO CUORE,<br />
LA MIA TERRA,<br />
LA MIA VITA<br />
Antologia <strong>di</strong> Poesie in Vernacolo Pugliese<br />
III E<strong>di</strong>zione - Anno 2007-2008
© 2008, UIL <strong>Pensionati</strong> <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>, A.D.A. <strong>Puglia</strong><br />
Finito <strong>di</strong> stampare nel maggio 2008<br />
Tipografia - Litografia Corpo 16 <strong>Bari</strong>
Prefazione<br />
I mille <strong>di</strong>aletti che hanno da sempre attraversato il nostro Paese,<br />
mescolandosi e arricchendo la nostra lingua nazionale, continuano<br />
ad avere una grande forza espressiva.<br />
Quei <strong>di</strong>aletti che in passato hanno permesso ai tanti che non padroneggiavano<br />
l’italiano <strong>di</strong> <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> una lingua viva e ricca, con cui<br />
esprimere emozioni, sentimenti, pensieri, desiderio <strong>di</strong> bellezza e <strong>di</strong> armonia,<br />
consentono oggi <strong>di</strong> mantenere il senso <strong>di</strong> un linguaggio antico,<br />
legato alle tra<strong>di</strong>zioni e alle ra<strong>di</strong>ci.<br />
Il <strong>di</strong>aletto, peraltro, è stato utilizzato, ed è ancora utilizzato, anche<br />
da gran<strong>di</strong> e illustri poeti, con risultati <strong>di</strong> grande intensità ed efficacia.<br />
Scrive ad esempio Nino Martoglio, poeta e drammaturgo siciliano<br />
molto apprezzato da Luigi Pirandello, che lo paragona a Trilussa e a<br />
Pascarella: “Juncìu la Vita ‘ntra ‘na gran citati / e ddà ‘ncuntrò l’Amuri,<br />
tuttu armatu. / Iddu ci <strong>di</strong>ssi: – Bedda, a cu’ circati? – / Idda rispusi: A<br />
lu me’ parintatu; / cercu lu Preju e la Felicitati... – / – Oh! – ci <strong>di</strong>ssi<br />
l’Amuri – stamu allatu. – / – Cercu lu Chiantu... – E non v’alluntanati, /<br />
ca stamu ‘ntra lu stissu purticatu! – “ (Giunse la Vita in una grande città<br />
e lì incontrò l’Amore, tutto armato, in pompa magna. Egli le <strong>di</strong>sse:<br />
Bella, chi cercate? Ella rispose: i miei congiunti, cerco l’Allegria e la<br />
Felicità. Oh!, le <strong>di</strong>sse l’Amore, siamo vicini, alleati. Cerco il Pianto. E<br />
non vi allontanate, che siamo tutti sotto lo stesso porticato, nello stesso<br />
palazzo).<br />
Pirandello <strong>di</strong> Martoglio e degli altri gran<strong>di</strong> poeti <strong>di</strong>alettali scriveva:<br />
“Voci native che <strong>di</strong>cono le cose della loro terra, come la loro terra<br />
vuole che siano dette per essere quelle e non altre, col sapore e il colore,<br />
l’aria, l’alito e l’odore con cui vivono veramente e si gustano e s’illuminano<br />
e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove”.<br />
Il <strong>di</strong>aletto quin<strong>di</strong> come lingua originaria, dalla forza primigenia,<br />
che penetra nell’essenza delle cose.<br />
–––– III ––––
Oggi, i depositari della conoscenza dei <strong>di</strong>aletti sono soprattutto<br />
le persone anziane ed è importante che questo patrimonio non vada<br />
<strong>di</strong>sperso. Mi sembra dunque molto valida l’iniziativa della <strong>Uil</strong> <strong>Pensionati</strong><br />
della <strong>Puglia</strong>, che per il terzo anno consecutivo ha organizzato un<br />
premio de<strong>di</strong>cato alla poesia in vernacolo pugliese, <strong>di</strong> cui questo volume<br />
è la testimonianza. Circa duecento poesie, scritte da persone anziane,<br />
che parlano dei temi più vari e dunque della vita. Un modo per mantenere<br />
viva la cultura popolare e per trasmetterla ai più giovani, in quello<br />
scambio tra le generazioni che è da sempre un nostro obiettivo. Una<br />
iniziativa che si inserisce nel più ampio impegno della <strong>Uil</strong> <strong>Pensionati</strong><br />
per valorizzare la cultura, l’esperienza, il vissuto <strong>di</strong> cui gli anziani sono<br />
portatori.<br />
Contribuire a conservare la ricchezza del <strong>di</strong>aletto, in questo caso<br />
del <strong>di</strong>aletto pugliese, non vuol <strong>di</strong>re restare attaccati a un passato che<br />
non c’è più, ma vuol <strong>di</strong>re essere ra<strong>di</strong>cati nel territorio e nel presente,<br />
costruendo un ponte tra passato e futuro, per conservare il senso della<br />
nostra storia e della storia delle classi popolari, cui spesso il <strong>di</strong>aletto ha<br />
dato voce.<br />
–––– IV ––––<br />
Romano Bellissima<br />
Segretario Generale UIL <strong>Pensionati</strong>
Introduzione<br />
Introdurre alla lettura <strong>di</strong> un libro è cosa impegnativa. Lo è<br />
ancora <strong>di</strong> più se si aggiunge la sod<strong>di</strong>sfazione personale per il crescente<br />
interesse verso una iniziativa nata in punta <strong>di</strong> pie<strong>di</strong> e con le perplessità<br />
tipiche <strong>di</strong> ogni nuova esperienza. Essere arrivati alla terza e<strong>di</strong>zione del<br />
concorso con sempre maggiore attenzione da parte dei citta<strong>di</strong>ni e nuove<br />
partecipazioni <strong>di</strong> pensionati ed anziani, dare oggi alle stampe questa<br />
terza antologia, aver indetto la quarta e<strong>di</strong>zione del concorso, quella relativa<br />
al 2008/2009, <strong>di</strong>venta motivo <strong>di</strong> orgoglio specie quando ci vien<br />
detto che i libri sono stati richiesti anche da alcuni nostri corregionali,<br />
da anni residenti all’estero, specie oltreoceano.<br />
Ai nomi noti nel frattempo si sono aggiunti altri pensionati ed anziani<br />
che, mettendo da parte il senso <strong>di</strong> riserbo che li caratterizza da sempre,<br />
tirano fuori dagli angoli più segreti dei cassetti le loro poesie. Altri ancora si<br />
cimentano per la prima volta con risultati, alcune volte, molto lusinghieri.<br />
È così che la commissione ha avuto quest’anno più <strong>di</strong>fficoltà a<br />
dare un giu<strong>di</strong>zio netto, perché molti erano meritevoli <strong>di</strong> essere premiati.<br />
Lo si nota dal fatto che, per le sezioni <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e Taranto sono stati assegnati<br />
due premi ex aequo a Francesca Romana Capriati ed a Michele<br />
Caldarulo e, per Taranto a Occhibianco Cosimo che si è affiancato ad<br />
Ettore Todaro, vincitore del primo premio nella passata e<strong>di</strong>zione.<br />
Il primo premio quest’anno è stato assegnato ad un barese: Giuseppe<br />
Zaccaro per la sua poesia “Il faro del mare”.<br />
Il lettore potrà notare come in questa poesia siano espressi i vari<br />
sentimenti della nostra gente: la lotta per vivere, la speranza, l’ansia<br />
della attesa, l’angoscia <strong>di</strong> chi è in mare e <strong>di</strong> chi è sul molo ad attendere.<br />
Domenico <strong>di</strong> Gregorio <strong>di</strong> Trani, con “I sol<strong>di</strong> e la salute”; Apollonia<br />
Angiulli <strong>di</strong> Fasano con “Sarà amore” ed Alberto Quarta <strong>di</strong> Lecce<br />
con “Il cieco” hanno vinto i premi rispettivamente delle sezioni BAT,<br />
Brin<strong>di</strong>si e Lecce.<br />
–––– V ––––
La Commissione ha ritenuto <strong>di</strong> fare citazione speciale con consegna<br />
<strong>di</strong> targa a Mario Piergiovanni per quattro meravigliosi versi che<br />
ti toccano il cuore; a Michele Salomone dalla cui vena poetica si alza<br />
alto il grido contro le morti bianche sul lavoro, vera piaga per la mancanza<br />
<strong>di</strong> sicurezza non rispettata per favorire il profitto: altro che rom!<br />
Altra citazione speciale e targa è stata prevista per Maria Lopez che<br />
concorre per la sezione Lecce, Nicola Vitale <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e per Donato Salamina<br />
<strong>di</strong> Martina Franca che ha ricordato con struggente musicalità i<br />
suoi giorni <strong>di</strong> prigionia durante l’ultima guerra.<br />
Ma vanno segnalati all’attenzione del lettore le poesie <strong>di</strong> Gino<br />
Angiulli <strong>di</strong> Alberobello (I trulli); <strong>di</strong> Michele Bellomo <strong>di</strong> Casamassima<br />
che con un linguaggio molto naif trasmette un messaggio filosofico e<br />
<strong>di</strong> saggezza.<br />
Arguta e simpatica “Le nozze d’argento” <strong>di</strong> Giovanni Caldarulo<br />
<strong>di</strong> <strong>Bari</strong>.<br />
Simpatica soluzione quella del Centro don Grittani <strong>di</strong> Terlizzi<br />
dove tutti i soci hanno redatto una bella poesia in cui campeggiano<br />
“saggezza”, “solitu<strong>di</strong>ne” ma, anche, una grande “voglia <strong>di</strong> dare”. È<br />
questo lo spirito che ci ha animato nell’in<strong>di</strong>re il concorso, colto egregiamente<br />
anche dalla “Domus Sancta famiglia, Casa Neemia” <strong>di</strong><br />
Locorotondo, oltre che, fin dalla prima e<strong>di</strong>zione, dal “Centro Anziani<br />
Bell’Età” <strong>di</strong> Altamura. Da notare che al <strong>di</strong> là del valore poetico che<br />
spesso è <strong>di</strong> ottimo profilo, vi sono in questi elaborati messaggi <strong>di</strong> vita,<br />
<strong>di</strong> denunzia, <strong>di</strong> <strong>di</strong>sperazione e <strong>di</strong> saggezza che sarebbe bene leggere<br />
attentamente e soppesare senza supponenza. Ve<strong>di</strong> “ Un amore a <strong>di</strong>stanza”<br />
<strong>di</strong> Annunziata Chironna, del Centro <strong>di</strong> Altamura che denunzia la<br />
fatica dell’emigrante. Simpatico quadretto <strong>di</strong> vita “Quand’ero piccolina”<br />
<strong>di</strong> Anna Denora che ricorda una sua esperienza amorosa, ancora<br />
presente ai giorni nostri: la fuitina. “La lode alla mamma” <strong>di</strong> Michele<br />
Giordano che <strong>di</strong> anni ne ha 74 è un bell’inno alla sua mamma, dolce e<br />
tenera ma con un sottofondo <strong>di</strong> amarezza e, ancora, “I miei amori” <strong>di</strong><br />
Antonia Tamborra. E questo per ricordare alcuni del centro <strong>di</strong> Altamura:<br />
ma anche alla Casa Neemia <strong>di</strong> Locorotondo non sono da meno:<br />
–––– VI ––––
va ricordata così Grazia Corrente, <strong>di</strong> Martina Franca, che dall’alto dei<br />
suoi 77 anni scrive “La mia speranza”, quale messaggio <strong>di</strong> vita.<br />
Dalla stessa Casa Neemia <strong>di</strong> Locorotondo, ma anch’essi <strong>di</strong> Martina<br />
Franca, vanno sottolineate le poesie <strong>di</strong> Vito Montanaro “La mia<br />
magia” che <strong>di</strong> anni ne ha 86 e del già citato Donato Salamina, “Il ricordo<br />
del cuore” che <strong>di</strong> anni ne ha 87.<br />
Simpatica e dolce insieme “Luna barese” <strong>di</strong> Stella Divella <strong>di</strong><br />
Noicattaro. Carinissimi quadretti <strong>di</strong> vita sono le poesie del bitontino<br />
Domenico Ferrovecchio: “Nonni e nipotini”, “Il mercato” e “L’emigrante”.<br />
Tra le poesie <strong>di</strong> <strong>di</strong> Agostino Galati <strong>di</strong> Ostuni segnaliamo “La<br />
vita”. Assai bella!<br />
Un simpatico e poetico quadretto “A <strong>Bari</strong> vecchia da allora ad<br />
oggi” ce lo presenta un giovane ottantatreenne <strong>di</strong> Carovigno: Giuseppe<br />
Interesse. Degna <strong>di</strong> essere citata è la poesia “ Il mio arem” <strong>di</strong> Sabino Losmargiasso<br />
<strong>di</strong> Canosa <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>, ma anche le altre meritano attenzione.<br />
Una sarcastica, amara e feroce denuncia <strong>di</strong> come si fa giustizia<br />
in Italia la troviamo nella poesia “Non parlare” <strong>di</strong> Cosimo Maiullari,<br />
nato a Santeramo che adotta un ritmo incalzante fino a lasciarti senza<br />
fiato e... senza speranza.<br />
Maria Milella è brava: a parte la vena poetica riesce a raccontare,<br />
con ironia quanto basta, fatti veri della vita: a chi non è mai capitato<br />
<strong>di</strong> dover correre al bagno nei momenti meno opportuni? “Una mangiata<br />
ed una scappata” ne sono un quadretto delizioso.<br />
Nelle tre poesie:”Le fregature”,”La morte”, “Il pesce puzzolente”,<br />
Leonardo Nicoletti, <strong>di</strong> <strong>Bari</strong>, sa cogliere ed esprimere tutto il mondo<br />
della baresità nei vari momenti della vita: dal gossip allo sconcerto per<br />
i debiti lasciati dal marito morto inopinatamente all’improvviso.<br />
Amara ironia scorre nella poesia <strong>di</strong> Pasquale Peconio, <strong>di</strong><br />
Triggiano, specie in “Natale, tra passato e presente”: guerra e morte!<br />
una medaglia è quel che resta ad una mamma del proprio figlio, giovane<br />
soldato.<br />
Nicola Zambetti e Maria Zonno “La terra mia è <strong>Bari</strong>”, ancora<br />
riescono a suscitare forti emozioni quando parlano <strong>di</strong> <strong>Bari</strong>. Zambetti<br />
riesce a far “vivere” tutta <strong>Bari</strong>, in un soffio.<br />
–––– VII ––––
Della Provincia <strong>di</strong> Taranto vanno ricordati, tra gli altri, Fedele<br />
Massante in particolare per la poesia “Vieni, mamma vieni” e Antonio<br />
Molen<strong>di</strong>ni per “Ron<strong>di</strong>ni”, altamente lirica, e “Quando una cosa è<br />
molta” dalla quale scaturisce un forte messaggio etico.<br />
Piace chiudere questa introduzione ringraziando quanti hanno collaborato,<br />
a cominciare dal poeta Enzo Migliar<strong>di</strong> che ci ha dato l’idea dell’iniziativa.<br />
Per questo, le sue poesie sono pubblicate fuori concorso.<br />
Un grazie alle Segreterie provinciali delle UILP <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Foggia,<br />
Lecce e Taranto.<br />
Ringraziamo, infine, la Dott.ssa Elena Gentile, Assessore Regionale<br />
alla Solidarietà; il Cav. Lav. Dott. Vincenzo Divella nella duplice<br />
veste <strong>di</strong> Presidente della Provincia <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e dell’U.P.I. <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>;<br />
il Dott. Michele Lamacchia Presidente dell’ANCI <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong> per aver<br />
avuto ciascuno la sensibilità <strong>di</strong> concedere il Patrocinio delle Istituzioni<br />
che presiedono.<br />
Rocco Matarozzo<br />
Segretario Generale UIL <strong>Pensionati</strong> <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong><br />
–––– VIII ––––
Le Poesie
U FARE DU MARE<br />
Ce bbèdda maravigghie<br />
iè stù fare<br />
ca marenare e pezzecature<br />
acchiamèndene pure<br />
da cijnde migghie.<br />
Che cudde lambe de lusce<br />
appicce e stute<br />
aspètte com’a na mamme<br />
ca prèghe a vrazze apèrte<br />
ce nu figghie se iacchie<br />
mmènze a na tembèste.<br />
Tu sì la comète<br />
de le navegande<br />
u – uar<strong>di</strong>ane du puurte<br />
soletarie sop’a nu scoglie<br />
sbattute do vijnde<br />
e da grèsse cavaddune<br />
chijne de bianga sckume.<br />
Chembagne de bianghe<br />
gaggiane affamate<br />
ca te fascene felisce<br />
na candate.<br />
Sott’a nu cijele<br />
de stèdde lecènde<br />
sott’a ragge de sole d’ore<br />
e che la notte scure<br />
tu parle o core<br />
de le navegande<br />
chijne de pavure.<br />
Artiste e petture<br />
puète e scretture<br />
com’a Pringipe e Rrè<br />
honne parlate sèmbe de te.<br />
Primo Premio<br />
–––– 2 ––––<br />
Giuseppe Zaccaro<br />
<strong>Bari</strong>
IL FARO DEL MARE<br />
Che bella meraviglia<br />
è questo faro<br />
che marinai e pescatori<br />
guardano pure<br />
da cento miglia.<br />
Con quel lampo <strong>di</strong> luce<br />
che si accende e si spegne<br />
aspetta come a una mamma<br />
che prega a braccia aperte<br />
se un figlio si trova<br />
nel mezzo <strong>di</strong> una tempesta.<br />
Tu sei la cometa<br />
dei naviganti<br />
il guar<strong>di</strong>ano del porto<br />
solitario sopra a uno scoglio<br />
sbattuto dal vento<br />
e da grosse onde<br />
pieni <strong>di</strong> bianca schiuma.<br />
Compagno <strong>di</strong> bianchi<br />
gabbiani affamati<br />
che ti fanno felice<br />
con una cantata.<br />
Sotto a un cielo<br />
<strong>di</strong> stelle lucenti<br />
sotto i raggi del sole d’oro<br />
e con la notte scura<br />
tu parli al cuore<br />
dei naviganti<br />
pieni <strong>di</strong> paura.<br />
Artisti e pittori<br />
poeti e scrittori<br />
come a Principi e Re<br />
hanno parlato sempre <strong>di</strong> te.<br />
–––– 3 ––––<br />
Giuseppe Zaccaro
Fare, fare du mare<br />
na bellèzze an<strong>di</strong>che assà<br />
la maravigghie du munne<br />
ce u sape<br />
quanda storrie<br />
tu pute angore racchendà<br />
pe ssèmbe<br />
finghe a l’etèrnetà.<br />
–––– 4 ––––<br />
Giuseppe Zaccaro<br />
<strong>Bari</strong>
Faro, faro del mare<br />
una bellezza molto antica<br />
la meraviglia del mondo<br />
chi lo sa<br />
quante storie<br />
tu puoi ancora raccontare<br />
per sempre<br />
fino all’eternità.<br />
–––– 5 ––––<br />
Giuseppe Zaccaro
GEVENDÙ<br />
Premio Sezione <strong>Bari</strong><br />
ex equo<br />
Fenesta spalangate all’àrie, o sole,<br />
chesse iè la gevendù: la primavère!...<br />
’U tjìmbe acquànne u core cande e rìde,<br />
p’amore de te stesse, pe la vite.<br />
Na frève de passione ca non passe,<br />
na vògghje de cambà ca non t’allàsse,<br />
e ccì la tene nonn’av’a perde tjìmbe:<br />
nonn’è na cose ca se scètte o vjinde.<br />
Acquànne è passate... à fernute!...<br />
E iè amare a vedè ca t’àve sfescjùte!...*<br />
* sfescjùte: sfuggita.<br />
–––– 6 ––––<br />
Francesca Romana Capriati<br />
<strong>Bari</strong>
GIOVENTÙ<br />
Finestra spalancata all’aria, al sole,<br />
questa è la gioventù: la Primavera!...<br />
Il tempo in cui il cuore canta e ride,<br />
per amore <strong>di</strong> te stesso, per la vita.<br />
Una febbre <strong>di</strong> passione che non passa,<br />
la voglia <strong>di</strong> vivere che non ti lascia:<br />
chi la possiede non deve perder tempo,<br />
non è qualcosa da buttare al vento.<br />
Quando è passata è finita!...<br />
ed è triste veder che t’è sfuggita!...<br />
–––– 7 ––––<br />
Francesca Romana Capriati
Premio Sezione <strong>Bari</strong><br />
ex equo<br />
LA CASA POPOLARE<br />
Quann’avèmme la case do Comune<br />
papà facì na speggie de comizzie<br />
<strong>di</strong>cì ca non g’entrave la fertune<br />
ca cudde ijève n’atte de ggestizzie.<br />
Sè punte pe la megghijèr’e trè figghije<br />
dèsce percè stève <strong>di</strong>soccupate...<br />
come vuld’e aggir’ auuand’e pigghije<br />
ijère u quarte fra tande desgrazziate!<br />
Ma ij tanne ijève probbete ‘nu chechè’...<br />
e penzabbe cu stomeche vacande...<br />
a com’aveven’a stà pesce de mè<br />
l’ald’ inguiline de suse tutte quande!<br />
U colonnèlle, la maijèstre u den<strong>di</strong>ste...<br />
aveven’ a stà a le pijte de Christe!...<br />
–––– 8 ––––<br />
Michele Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
la mia vita...<br />
alcuni momenti <strong>di</strong> apparente felicità o <strong>di</strong> straor<strong>di</strong>naria<br />
normalità rivissuti attraverso la lente dell’esperienza<br />
possono vivacizzarsi <strong>di</strong> colori cosi contrastanti da muovere<br />
ad un triste sorriso.<br />
Luglio 1972<br />
LA CASA POPOLARE<br />
Quando ci fu assegnata dal comune la casa popolare<br />
Mio padre riunì tutta la sua famiglia e fece un piccolo<br />
[comizio;<br />
Disse che non si trattava <strong>di</strong> fortuna (raccomandazione)<br />
Ma che quella assegnazione era un puro atto <strong>di</strong> giustizia.<br />
Spiegò che sei punti erano per moglie e tre figli,<br />
<strong>di</strong>eci perché da più anni in cerca <strong>di</strong> lavoro,<br />
altri per motivi <strong>di</strong>versi, a girare e rigirare<br />
risultava il quarto <strong>di</strong> quella graduatoria (de “<strong>di</strong>sgraziate”)<br />
Ma allora io dovevo essere un innaturale ingenuo<br />
[(“nu chechè”)<br />
Perché pensai con tristezza, mentre il mio stomaco si<br />
[lamentava,<br />
in quali con<strong>di</strong>zioni dovevano versare, molto peggiori<br />
[delle nostre,<br />
tutti gli inquilini dei piani superiori:<br />
Il colonnello dell’esercito, la professoressa d’inglese,<br />
[il commerciante, il <strong>di</strong>rettore, il maresciallo...<br />
Dovevano stare che peggio non si può (“a le pijte<br />
[de Criste”)<br />
P.S.: il dentista non è mai stato nostro inquilino ma è stato<br />
preso in prestito per necessità <strong>di</strong> rima.<br />
–––– 9 ––––<br />
Michele Caldarulo
Premio Sezione Bat<br />
LE TERRÌSE E LA SALÙTE<br />
Le terrìse, cce ccosa belle e straor<strong>di</strong>nàrie<br />
petè fa la vite du migliardàrie,<br />
senza penzìere, senza fategà,<br />
aggerànne u munne da dò e da dà.<br />
Iì, mannàgghie, m’agghia guadambià u ppane<br />
fategànne sembe, pe ttutte la semàne,<br />
pe mette nzìme le terrìse, ìi sfasulàte,<br />
ca nge fàcene vive a la scernàte.<br />
Cusse, amìce, u penzìere ca me pigghie,<br />
mendre stogghe nzìme a la famìgghie.<br />
Po’ na dìe, na dìa brutte e maldètte<br />
la vende acchemmenzò a ffà nù defette,<br />
sicchè u mmiède ca vène m’acchiamènde,<br />
e me <strong>di</strong>ce: ama fà u accertamènde.<br />
Penzàve: ma a cce vàle la recchèzze?<br />
Ce non stà la salùte iè ssule na skifèzze!<br />
Criste mìe, le terrìse lassàmele pure stà,<br />
ma la salùte, pe ppiacère, me la da dà.<br />
La vite ppure senza solde iè bbelle,<br />
avàstene sule pane e nu picche de mortadèlle.<br />
Famme cambà, famme sta bbuène, Criste!<br />
decève tra mmè e mmè skeffuàte e triste.<br />
Acquànne reterìebbe u accertamènde<br />
ca decève ca non denève nesciùne accidènde<br />
me sendìebbe cchiù ricche e tutte arzille<br />
acchemmenzìebbe a zembà accòme o grille.<br />
Nudde iè mbortànde cchiù de la salùte<br />
e te n’avvìerte acquànne la sì perdùte.<br />
Perciò tutte quande penzàme ca iè rricche<br />
ce de salùte ne tene almène nu picche.<br />
Ce po’ ngocche terrìse arrevà avèsse,<br />
decìmele grazzie, “cà nesciùne iè ffesse”.<br />
–––– 10 ––––<br />
Domenico Di Gregorio<br />
<strong>Bari</strong>
I SOLDI E LA SALUTE<br />
I sol<strong>di</strong>, che cosa bella e straor<strong>di</strong>naria<br />
poter fare la vita del miliardario,<br />
senza preoccupazioni, senza lavorare,<br />
andando in giro per il mondo.<br />
Io, povero, mannaggia, devo guadagnarmi la vita<br />
lavorando sempre per tutta la settimana,<br />
per racimolare i sol<strong>di</strong>, questi maledetti,<br />
che ci costringono a vivere alla giornata.<br />
Questo, amici, il pensiero che mi assillava<br />
mentre stavo in compagnia della mia famiglia.<br />
Poi, un giorno brutto e maledetto<br />
la pancia cominciò a darmi fasti<strong>di</strong>o<br />
sicché il me<strong>di</strong>co che viene mi visita<br />
e poi <strong>di</strong>ce: occorre una ra<strong>di</strong>ografia.<br />
Pensavo: ma a che cosa serve la ricchezza?<br />
Se non sta la salute è solo una schifezza!<br />
Gesù mio, lasciamo stare i sol<strong>di</strong>,<br />
ma dammi per favore la salute.<br />
La vita è pure bella senza sol<strong>di</strong>,<br />
basta un po’ <strong>di</strong> pane e un po’ <strong>di</strong> mortadella.<br />
Fammi vivere, fammi star bene, Cristo!<br />
Dicevo tra <strong>di</strong> me abbattuto e triste.<br />
Quando ritirai la ra<strong>di</strong>ografia<br />
che mi <strong>di</strong>ceva che stavo bene<br />
mi sentii più ricco e tutto arzillo<br />
cominciai a saltare come un grillo.<br />
Niente vale più della salute<br />
e te ne accorgi quando non c’è più.<br />
Perciò, tutti quanti consideriamo che è ricco<br />
Solo chi tiene almeno un po’ <strong>di</strong> salute.<br />
Che se poi dovesse arrivare qualche sol<strong>di</strong>no,<br />
<strong>di</strong>ciamo grazie, su questa terra nessuno è stupido.<br />
–––– 11 ––––<br />
Domenico Di Gregorio
Premio Sezione Brin<strong>di</strong>si<br />
PUTE IESSE AMAURE?<br />
Vogghie fé do bëscotte, pu làtte a demmâne<br />
L’âve ‘azzétte a vecchiaredde de rjite câse.<br />
cussì fazze poure cumpagnì a chera crestiéne<br />
Pute iesse amaure?<br />
Alla schüle, iagge a’ceffè pe peccenne i uagnoume.<br />
Me fascëne cumplëminte, me cunfidëne segráite.<br />
Carezze me ièssene da cure p’ognoume.<br />
Pute iesse amaure?<br />
N’ameiche ha cërcâte aioute a vëscilie de Natële<br />
Sa scusâte, sarà ca na jìre u mumente adatte.<br />
Na sâpe, ch’aggé passâte na festa speciële.<br />
Pute iesse amaure?<br />
Pe nu turte, na collaighe me porte u pëniaume<br />
Me sente stralunâte, jâve già na semmâne.<br />
Agge’cchiâte a forze. Nngi <strong>di</strong>tte. “Jié rasciaume!”<br />
Pute iesse amaure?<br />
Sará, ma n’ ange’avaste mé, a’ nghjí chüsse cúre.<br />
Soule i <strong>di</strong>sperâte, lotte da tant’anne:<br />
du bine ch’a pèrse nan’ ze rasségne ancúre.<br />
–––– 12 ––––<br />
Apollonia Angiulli<br />
Fasano (BR)
SARÀ AMORE?<br />
Voglio preparare i biscotti per il latte al mattino.<br />
Sono gra<strong>di</strong>ti dalla vecchietta <strong>di</strong>etro casa.<br />
Così faccio anche compagnia a quella persona.<br />
Sarà amore?<br />
A scuola, ho a che fare con bambine e ragazzi .<br />
Mi fanno complimenti, mi confidano segereti.<br />
Carezze mi vengono dal cuore per ciascuno.<br />
Sarà amore?<br />
Un’amica ha chiesto aiuto la viglilia <strong>di</strong> Natale.<br />
Si è scusata, forse non era il momento adatto.<br />
Non sa che ho trascorso una festa speciale.<br />
Sarà amore?<br />
A causa <strong>di</strong> un torto, una collega, mi porta il muso.<br />
Mi sento sovrappensiero, è già una settimana.<br />
Ho trovato la forza. Le ho detto: “Hai ragione”<br />
Sarà amore?<br />
Forse, ma non basta mai a riempire questo cuore.<br />
Solo e <strong>di</strong>sperato lotta da tanti anni:<br />
del bene che ha perso non si rassegna ancora.<br />
–––– 13 ––––<br />
Apollonia Angiulli
LU CECU<br />
Premio Sezione Lecce<br />
Nnu giurnu, nnu cecu<br />
me ddummandàu:<br />
“Amicu, comu ete lu sule?”<br />
E ieu nni respùsi:<br />
“Lu sule, fratellu, è rande...<br />
càutu... lucente...<br />
scarfa la terra<br />
e dae luce a tutta la gente”.<br />
Lu cecu surrise cuntentu,<br />
poi, ntorna,<br />
curiusetusu, me ddummandau:<br />
“E lu mare, amicu, timme,<br />
comu ete lu mare?”<br />
E ieu, ‘ncora, nni respusi:<br />
“Lu mare...<br />
lu mare, fratellu, è azzurru...<br />
limpidu... immensu...<br />
la cosa cchiù beddha ca ‘ncete, io pensu”.<br />
Lu id<strong>di</strong> felice ddhu pueru cecu,<br />
e nn’urtima cosa, infine, me ddummandau:<br />
“E lu mundu, fratellu,<br />
timme, comu ete lu mundu?”<br />
Chinu d’ergogna, la capu bbasciai<br />
e, chiangendu... nni lu ‘nventai.<br />
–––– 14 ––––<br />
Alberto Quarta<br />
Lecce
IL CIECO<br />
Un giorno, un cieco<br />
mi domandò:<br />
“Amico, com’è il sole?”<br />
E io gli risposi:<br />
“il sole, fratello, è grande,<br />
caldo, lucente,<br />
scalda la terra<br />
e dà luce a tutta la gente”.<br />
Il cieco sorrise contento,<br />
poi, ancora,<br />
curioso, mi domandò:<br />
“E il mare, amico, <strong>di</strong>mmi,<br />
com’è il mare?”<br />
E io, ancòra, gli risposi:<br />
“Il mare...<br />
Il mare, fratello, è azzurro,<br />
limpido, immenso,<br />
la cosa più bella che ci sia, io penso”.<br />
Lo vi<strong>di</strong> felice quel povero cieco,<br />
e un’ultima cosa, infine, mi domandò:<br />
“E il mondo, fratello,<br />
<strong>di</strong>mmi, com’è il mondo?”<br />
Pieno <strong>di</strong> vergogna, il capo abbassai<br />
e, piangendo... glielo inventai.<br />
–––– 15 ––––<br />
Alberto Quarta
Premio Sezione Taranto<br />
ex equo<br />
LA VITA NO MMÒRI!<br />
Nnu nziddu ti cielu,<br />
Ca mmo’dda, nnu fiori<br />
Piccinnu c’ardora;<br />
nnu ra’sciu, ti soli<br />
ca scarfa;<br />
nna vava ti viéntu<br />
ca movi ogni ccosa,<br />
pi ll’aria rdurosa,<br />
ca t’apri lu cori<br />
a lla ggioia e ll’amori.<br />
La vita<br />
È billezzi / La Vita è d<strong>di</strong>lòri /<br />
La vita<br />
È stanchezzi / La vita è amori /<br />
Nnu filu ti ragnu,<br />
ca ppenni pi ll’aria<br />
ti tici cu ardori:<br />
la vita, no mmòri!<br />
–––– 16 ––––<br />
Cosimo Occhibianco<br />
Grottaglie (TA)
LA VITA NON MUORE!<br />
Una goccia <strong>di</strong> cielo<br />
Che bagna un fiore<br />
Piccino che odora;<br />
un raggio <strong>di</strong> sole<br />
che scalda una bava (un soffio)<br />
<strong>di</strong> vento che muove<br />
ogni cosa<br />
per l’aria odorosa<br />
che t’apre il cuore<br />
alla gioia<br />
e all’amore.<br />
La vita è bellezza,<br />
la vita è dolore!<br />
La vita è stanchezza,<br />
la vita è amore:<br />
Un filo <strong>di</strong> ragno<br />
che pende nell’aria,<br />
ti <strong>di</strong>ce con ardore<br />
che la vita non muore.<br />
–––– 17 ––––<br />
Cosimo Occhibianco
Premio Sezione Taranto<br />
ex equo<br />
VARCONE IN VISTE!<br />
‘Na vote,<br />
partèvene bastemènde<br />
pe’ terre assaje lundane.<br />
Mo’, ‘mbece,<br />
arrivene varcune<br />
da terre assaje vicine;<br />
so’ tutte clandestine,<br />
so’ tanda <strong>di</strong>sperate.<br />
E già so’ furtunate<br />
ci a facene a rrevare!<br />
Ca ‘u mare è puisje<br />
ci ‘u vide da lundane;<br />
pe’ chiste <strong>di</strong>sgraziate<br />
è ‘a morte da scanzare!<br />
Ascunnute, studechite, affamate;<br />
eppure hanne pajate!<br />
E quanne ‘a fanne<br />
a rreva’ ‘ndèrre,<br />
no’ lle vo’ nisciune,<br />
ci no p’essere sfruttate!<br />
Pe’ llore, ‘nu cambe,<br />
chiamate “d’accoglienze”,<br />
congentramende d’ombre<br />
ca, jnd’a ‘na nuttate<br />
ca no’ vvo’ cu passe maje,<br />
vonne in cerche de luce!<br />
–––– 18 ––––<br />
Ettore Todaro<br />
Taranto
BARCONE IN VISTA!<br />
Una volta,<br />
partivano bastimenti<br />
per terre assai lontane.<br />
Adesso, invece,<br />
arrivano barconi<br />
da terre assai vicine;<br />
son tutti clandestini,<br />
son tanti <strong>di</strong>sperati.<br />
E già son fortunati<br />
se ce la fanno ad arrivare!<br />
Perché il mare è poesia<br />
se lo ve<strong>di</strong> da lontano;<br />
per questi <strong>di</strong>sgraziati<br />
è la morte da scansare!<br />
Nascosti, stor<strong>di</strong>ti, affamati:<br />
eppure hanno pagato!<br />
E quando ce la fanno<br />
ad arrivare a terra,<br />
non li vuole nessuno,<br />
se non per essere sfruttati!<br />
Per loro, un campo,<br />
chiamato “d’accoglienza”,<br />
concentramento <strong>di</strong> ombre<br />
che, in una nottata<br />
che non vuole passare mai,<br />
vanno in cerca <strong>di</strong> luce!<br />
–––– 19 ––––<br />
Ettore Todaro
LUMINARIE<br />
Menzione Speciale<br />
Comu delicate<br />
bolle de sapune colorate<br />
se idenu intra lu cielu le luminarie.<br />
Affacciatu a nu balconu<br />
se idenu, comu meravigliosa visione.<br />
Luminarie<br />
ca pe picca giurni anu stare<br />
e, comu bolle de sapune , poi, sulamenti li recuer<strong>di</strong><br />
[rimanenu.<br />
Comu li requer<strong>di</strong> de quannu piccinu<br />
te presciavi dellu loru effettu.<br />
Vardavi subra<br />
mantenennu li palloncini cu le manine<br />
e, te parianu comu gigantesche magiche trine.<br />
Requer<strong>di</strong> de, quannu, carusu<br />
sognavi lu amore perfettu:<br />
nu sguardu, n’emozione<br />
nu pensavi intra l’autu la finzione.<br />
Affacciatu allu stessu balcone<br />
oramai nu te faci chiui illusioni.<br />
Suntu sempre le stesse luminarie<br />
della festa patronale<br />
ma, per la tou età<br />
spicciata ede... la magia personale.<br />
–––– 20 ––––<br />
Maria Lopez<br />
Terlizzi (BA)
LUMINARIE<br />
Come delicate<br />
bolle <strong>di</strong> sapone colorate,<br />
si stagliano nel cielo le luminarie;<br />
affacciato ad un balcone<br />
appaion come meravigliosa visione.<br />
Luminarie<br />
che per pochi giorni ci saranno<br />
e, come le bolle <strong>di</strong> sapone, poi solo i ricor<strong>di</strong> rimarranno.<br />
Come i ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> quando bimbetto<br />
gioivi del loro effetto.<br />
Guardavi su,<br />
reggendo palloncini con le manine<br />
e, ti apparivano come gigantesche magiche trine.<br />
Ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong>, quando giovanetto,<br />
sognavi l’amore perfetto:<br />
uno sguardo, un’emozione<br />
non sospettavi nell’altro la finzione<br />
Affacciato allo stesso balcone,<br />
oramai, non ti fai più illusione.<br />
Son sempre le stesse luminarie<br />
della festa Patronale<br />
Ma, per la tua età,<br />
finita è... la magia personale.<br />
–––– 21 ––––<br />
Maria Lopez
U SOLE<br />
Menzione Speciale<br />
Sceuànne d’o uascratìedde<br />
e trapanànne na cangèdde<br />
u sole<br />
se squàgghie sop’a nu vasenecòle,<br />
jind’a nu buàtte de chenzèrve.<br />
–––– 22 ––––<br />
Mario Piergiovanni<br />
<strong>Bari</strong>
IL SOLE<br />
Scivolando da un terrazzino<br />
e filtrando una cancellata<br />
il sole<br />
si scioglie sopra un basilico,<br />
in un barattolo <strong>di</strong> conserva.<br />
–––– 23 ––––<br />
Mario Piergiovanni
Menzione Speciale<br />
U RUCURD DU COR<br />
U cor rcord...<br />
Suot na tiend bianc i prigiuniir,<br />
quanta trstezz in du cor e nu pnsir.<br />
Pnsev sch’t a mamma maj,<br />
p pc mangià e malincungh,<br />
p pc rs, fasol e marmllet.<br />
S’ sntev a’ fem<br />
e i pdoch eran <strong>di</strong> ch’<br />
Ier prigiunir...<br />
Cià vt stentet,<br />
c’ lara sunà.<br />
Cantev abbasc de’<br />
pa scupet ca stev <strong>di</strong> ch’<br />
L’ucch mai abbagliet trmendavn<br />
a chd mont che stavan abbasc de’.<br />
Stev chios in nu pzzet d tierr,<br />
cisà quant ara acchià a lbertà maj<br />
M ag <strong>di</strong>vntet vecch,<br />
ma n m scier a tierra mai,<br />
cor mgh.<br />
–––– 24 ––––<br />
Donato Salamina<br />
Locorotondo (BA)
IL RICORDO DEL CUORE<br />
Il mio cuore ricorda...<br />
Sotto una tenda bianca i prigionieri,<br />
quanta tristezza nel cuore e nel pensiero.<br />
Pensavo solo alla mamma mia,<br />
con poco rangio e malinconia,<br />
con poco riso, fagioli e marmellata.<br />
Si sentiva la fame<br />
e i pidocchi ancora <strong>di</strong> più.<br />
Ero prigioniero...<br />
Che vita stentata,<br />
chi l’avrebbe mai sognata.<br />
Infine cantavo laggiù,<br />
con la raffa che c’era <strong>di</strong> più.<br />
Volgevo i miei occhi abbagliati<br />
a quei monti che stavano <strong>di</strong> là.<br />
Ero chiuso nell’articolato,<br />
chissà a quanto la mia libertà.<br />
Ora anziano con i bianchi capelli,<br />
mai <strong>di</strong>menticherò la terra mia,<br />
cuore mio.<br />
–––– 25 ––––<br />
Donato Salamina
Menzione Speciale<br />
CADUTE SOPE O LAVORE<br />
Le pòrte de le Chièssie<br />
se ssò apèrte,<br />
le cambàne sònnene a mòrte<br />
pe le Cadùte sòpe o lavòre.<br />
Na marèe de crestiàne addoloràte<br />
protèste e griìde :<br />
“Faciìddece fadegà sènza meriì!”<br />
La pietà jègne le fàcce<br />
anghesciàte da chèdda tembèste<br />
c’àva acciìnse<br />
l’òmmene e uagnùne<br />
che piìcche pretèse.<br />
Non vevèvene mbrà fiùre,<br />
le poveriìdde,<br />
ma mmènze a spàde affelàte,<br />
terriìbbele còme a sajètte,<br />
bresciànde còm’o ffuèche.<br />
Ssò Erò sènza medàgghie<br />
ca ànna avùte ppe carnèfece<br />
na mòrte arrevàte senz’avviìse.<br />
Tre d<strong>di</strong>ì,<br />
nà semàne<br />
e ppò s’astùdene le cannèle,<br />
s’arrevògghiene le ban<strong>di</strong>ìre<br />
e s’allàsse ce fatiìche<br />
a recetà da sùle<br />
“ la sòlete chemmèd<strong>di</strong>e”.<br />
–––– 26 ––––<br />
Michele Salomone<br />
<strong>Bari</strong>
CADUTI SUL LAVORO<br />
Le porte delle Chiese<br />
si sono aperte,<br />
le campane suonano a morte<br />
per i Caduti sul lavoro.<br />
Una marea <strong>di</strong> gente addolorata<br />
protesta ed urla:<br />
“fateci lavorare senza morire!”<br />
La pietà riempie le facce<br />
angosciate da quella tempesta<br />
che ha ucciso<br />
gli uomini e ragazzi<br />
con poche pretese.<br />
Non vivevano tra i fiori,<br />
i poveretti,<br />
ma in mezzo a spade affilate,<br />
terribili come saette,<br />
brucianti come il fuoco.<br />
Sono Eroi senza medaglie<br />
che hanno avuto per carnefice<br />
una morte arrivata senza avviso.<br />
Tre giorni,<br />
una settimana<br />
e poi si spengono le candele,<br />
si arrotolano le ban<strong>di</strong>ere<br />
e si lascia chi lavora<br />
a recitare da solo<br />
la solita comme<strong>di</strong>a.<br />
–––– 27 ––––<br />
Michele Salomone
U ‘cecate<br />
Menzione Speciale<br />
Ce peccate che so fatt? Da quanne so nnate<br />
me so acchiate abbuène abbuène menomate,<br />
quante la matine sènghe u calore du sole<br />
non vègghe nude, però me strènge forte u core.<br />
Non me velèsse alzà aqquanne arrivene l’otte<br />
percè pe mè la <strong>di</strong>e non esiste: jè sèmbe notte!<br />
Sole la mamma meie me fasce vedè la lusce<br />
ma u chiande su, però, u core m’abbrusce.<br />
Pe piacère mamme, non nzi chiangènne<br />
percè u amore tu jì forte u sèndeche,<br />
e quande da ddò a cìnd’anne pure tu<br />
a da chiute l’ecchie pe scì nnanze a Gesù<br />
jà vedè ciò che la sorte amare e triste<br />
m’ha negate in vite ma non da n’anze a Crìste.<br />
–––– 28 ––––<br />
Nicola Vitale<br />
<strong>Bari</strong>
IL CIECO<br />
Che peccato ho fatto? Da quando sono nato<br />
mi trovo senza volerlo han<strong>di</strong>cappato,<br />
quando la mattina sento il calore del sole<br />
non vedo nulla, ma mi si stringe forte il cuore.<br />
Non mi vorrei alzare quando sono le otto<br />
perché per me il giorno non esiste, è sempre notte!<br />
Solo mia madre mi fa vedere la luce<br />
ma il suo pianto il mio cuore brucia.<br />
Per piacere mamma non piangere<br />
perché il tuo amore è forte lo sento,<br />
quando fra cent’anni anche tu<br />
chiuderai gli occhi per andare <strong>di</strong>nanzi a Gesù,<br />
io vedrò ciò che la sorte amara e triste<br />
mi ha negato in vita ma non davanti a Cristo.<br />
–––– 29 ––––<br />
Nicola Vitale
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
NA SERÂTE SPECIÂLE<br />
Stasaire, ca l’acqua jiì forte, na’ pozze’ assì<br />
i scioute ‘acchié na schatüle pi fotografì:<br />
senza dâte riite, a carte nu picca’ arrezzâte<br />
quanta fatte da vèita mé, m’ane cuntâte.<br />
*Fiocche bianche n’câpe, vestecedda corte<br />
azzéise sâpe u gradaume nnanze a porte,*<br />
a porte de châse, addu mamme me parturì<br />
i me’mbassaie pe tant’amaure tütte i dì.<br />
* Allu saule, pa femiglie sâpe a mâre,<br />
na’ bbella fedde de melaume ‘mmâne*<br />
I quant’ire sapuréite u stuzze da fecazze<br />
doppe ca mamme m’ajì’zzéise mbrazze.<br />
*A Natâle, mbacce all’árve pi lousce:*<br />
pe sorme ‘appennaie i pigne i li nousce.<br />
Ce prìsce quanne sunémme u gëira<strong>di</strong>ske,<br />
de violenze i malazioume na curremme risckie.<br />
*Pi fioure, elegante, a dì ca m’ì laureâte*<br />
tütte attürne a mâgne, ame festeggiâte.<br />
Ce’ orgoglie!, cume me sentaie cuntente,<br />
nge cunzegnibbe a papà u prëime stëpen<strong>di</strong>e.<br />
*Vaile bianche, buckè de rause stritte mmâne*<br />
me spusibbe. Da famiglie me ne scibbe luntâne.<br />
Allu paéise, doppe tant’anne aggé turnâte,<br />
ma... attaneme i mamme na mm’ane’spèttâte.<br />
U bine ca nge vulaie, sâpe’ ogni’ rrecchézze<br />
jì stâte a forze pi dëloure i li trëstézze.<br />
Agge fatte u chiëgne, me sent’emozionâte:<br />
jì stâte speciâle pi fotografì, chessa serâte.<br />
–––– 30 ––––<br />
Apollonia Angiulli<br />
Fasano (BR)
UNA SERATA SPECIALE<br />
Stasera, che piove forte, non posso uscire<br />
sono andata a trovare una scatola con le fotografie:<br />
senza data sul retro, la carta un po’ stropicciata,<br />
quanti fatti della mia vita mi hanno raccontato!<br />
* Fiocco bianco in testa, vestitino corto<br />
sto seduta sul gra<strong>di</strong>no davanti alla porta,*<br />
la porta <strong>di</strong> casa dove mamma mi partorì<br />
e, con amore, mi avvolgeva tutti i giorni nelle fasce.<br />
*Al sole, insieme alla famiglia sul mare<br />
con una bella fetta <strong>di</strong> anguria in mano.*<br />
E quant’era saporito il pezzo della focaccia<br />
dopo che mamma mi metteva seduta sulle sue gambe.<br />
*A Natale, vicino all’albero con le luci:*<br />
con mia sorella appendevo le pigne e le noci.<br />
Che entusiasmo quando suonavamo il gira<strong>di</strong>schi!<br />
Di violenza o cattive azioni non correvamo rischio.<br />
*Con i fiori, elegante, il giorno in cui mi sono laureata*<br />
tutti intorno a me, abbiamo festeggiato.<br />
Che orgoglio, mi sentivo così contenta,<br />
consegnai a papà il primo stipen<strong>di</strong>o.<br />
*Velo bianco, bouquet <strong>di</strong> rose stretto in mano*<br />
mi sposai e dalla famiglia me ne andai lontano.<br />
In paese, dopo tanti anni, sono tornata<br />
ma... mio padre e mamma non mi hanno aspettata.<br />
Il bene che volevo loro, più <strong>di</strong> ogni ricchezza<br />
è stata la forza per i dolori e le tristezze.<br />
Ho fatto il pieno, mi sento emozionata.<br />
È stata speciale, con le fotografie, questa serata.<br />
–––– 31 ––––<br />
Apollonia Angiulli
A MAESTRA MÉ<br />
U recúrde chiú belle de quann’ ìre scolare<br />
jì a maestra mé da schúle elementare.<br />
Ire iàlte, nu picca robúste i berafatte<br />
brave cum’a nesciòume jint’a tùtte l’arte.<br />
Se chiamaie Anna Maria. Jìre friulâne.<br />
Namma pozze scurdé, pe quante ire umâne.<br />
Pa maestra mé, alünne na ièmme solamènte,<br />
mànche ce ièmme fèile ne trattàie veraménte.<br />
Stémme attinte, pi grembiúle tütte steréte,<br />
ogni vòlte ca pa maéstre fascémme u dettâte.<br />
I calemme jìnte all’inchiostre u pennégne,<br />
ca u quadérne vulemme cunzegné i préime.<br />
Quanne screvemme alli genetoure a letterégne:<br />
meile promèsse amià fé a Gesú Bommégne.<br />
Passëte i fiste i la Befane, alla scule turnàie:<br />
sàpe u banche, nu giocàttele acchiaie.<br />
Pe màgne a maestre ire affezzionëte,<br />
desciaie ca jì ìre senzìbele i educâte.<br />
I staie sèmpe a cunzegliarme i a ‘ncuraggé:<br />
i devesiome pa virgule nantante sapàie fé.<br />
Succedì poure ch’attacchibbe pa lagne:<br />
a maestre, me remproverì ‘nanze i cumpagne.<br />
Tante me sentibbe in colpe i me vergugnibbe,<br />
ca’ a châse murtefechëte m’arreteribbe.<br />
Ce bbélle paggélle! Iinte a na shcatule arrucchâte,<br />
pi giu<strong>di</strong>zie. Sò peccenne i colorâte.<br />
Me pifisce ch’a ioume a ioume aggé sfuglié:<br />
á scritte pe tant’amaure, a maestra mé.<br />
–––– 32 ––––<br />
Apollonia Angiulli<br />
Fasano (BR)
LA MIA MAESTRA<br />
Il ricordo più bello <strong>di</strong> quand’ero scolara<br />
è la mia maestra <strong>di</strong> scuola elementare.<br />
Era alta, un po’ robusta e carina<br />
brava come nessuna in ogni arte.<br />
Si chiamava Anna Maria. Era friulana.<br />
Non posso <strong>di</strong>menticarla per quanto era umana.<br />
Per la mia maestra, non eravamo solo alunni.<br />
Ci trattava davvero neanche fossimo figli.<br />
Stavamo attente con i grembiuli ben stirati<br />
quando con la maestra si faceva “dettato.”<br />
E intingevamo nell’inchiostro il pennino,<br />
volevamo consegnare il quaderno per prime.<br />
Se scrivevamo ai genitori la “Letterina”<br />
dovevamo promettere tanto a Gesù Bambino.<br />
Passate le feste e la Befana, tornavo a scuola:<br />
sul mio banco trovavo un giocattolo.<br />
A me la maestra era affezionata.<br />
Diceva che ero sensibile ed educata.<br />
E persisteva a consigliarmi e incoraggiarmi:<br />
le <strong>di</strong>visioni con la virgola, non tanto riuscivo a fare.<br />
Successe pure che attaccai a piangere.<br />
la maestra mi rimproverò <strong>di</strong>nanzi alle compagne.<br />
Talmente mi sentii in colpa e mi vergognai<br />
che a casa tornai mortificata.<br />
Che belle pagelle! In una scatola conservate<br />
insieme ai giu<strong>di</strong>zi: sono piccole e colorate.<br />
Mi piace fogliarle ad una ad una:<br />
le ha scritte con tanto amore, la mia maestra.<br />
–––– 33 ––––<br />
Apollonia Angiulli
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A TERRA NÒST<br />
Fat’ghènn<br />
a ciùcc’<br />
l’uòmn d’ prèim<br />
ên dumêt<br />
i pìendm<br />
ca Ddèj<br />
è pùost<br />
abbunnànd<br />
sobb’a nòsta<br />
tèrra àrs;<br />
i luènn chir pêt,<br />
ch tànd d’ s’dàur<br />
ma ch’amàur,<br />
l’ên mmèis a ch’ltòur.<br />
Ch chìdd pêt<br />
N’ên fàtt parètr,<br />
spìecchj<br />
i casìedd<br />
ca mu angôr<br />
mòut, senza parlè,<br />
cûm s’nd’nèll<br />
stàun a d’mustrè<br />
a gròssa fatèich<br />
d’ l’attànr nòst.<br />
I li fèil d’ crè<br />
c’ên’à ffè?<br />
–––– 34 ––––<br />
Gino Angiulli<br />
Alberobello (BA)
LA TERRA NOSTRA<br />
Lavorando<br />
come asini<br />
i nostri antenati<br />
hanno domato<br />
le rocce affioranti<br />
che Dio<br />
ha messo<br />
abbondanti<br />
sul nostro<br />
terreno arido;<br />
e togliendo quelle pietre,<br />
con tanto sudore<br />
ma con amore,<br />
lo hanno messo a coltura.<br />
Con quelle pietre<br />
hanno costruito muri a secco,<br />
specchie<br />
e trulli<br />
che ancora adesso<br />
muti, senza parlare,<br />
come sentinelle<br />
stanno a <strong>di</strong>mostrare<br />
la grande fatica<br />
dei nostri padri.<br />
E i figli <strong>di</strong> domani<br />
che faranno?<br />
–––– 35 ––––<br />
Gino Angiulli
I CASÌEDD<br />
A Jarubbèdd<br />
quànn jì êr p’ccìnn<br />
èrm tutt povrièdd,<br />
i attuòrn a nnòu<br />
stèvn sckìtt casièdd.<br />
Qualchi palàzz pòur stàj,<br />
ma cudd ai ricch appartnàj.<br />
Jì, già da tann m’addumannìebb:<br />
purcè sòul au paèis mej stàun tanda casièdd?<br />
N’sciòun u sapàj, nan sapèvn nudd<br />
purcè a Jarubbedd s’ gavtàj<br />
jìnd i trudd.<br />
Nu v’cchiarièdd s’arr’curdàj<br />
ca u tatarànn ngér <strong>di</strong>tt<br />
ch’ êr stêt u Cond a fang’ fè<br />
i casièdd cu titt:<br />
pêt sobba pêt, chiangarèdd p’ abbuc’chè,<br />
tutt p’ nnà paghè i tàss au Re;<br />
i c’ vnèvn a cundrullè,<br />
d’ nott, mbrèim s’ putèvn scuflè.<br />
Da tann,<br />
ên passêt tand’ ann,<br />
u Cond cchiù nang’ cumànn,<br />
i casièdd pr’ziaus n’ dvndêt,<br />
i da tutt u munn vèn’n v’s’têt.<br />
I povrièdd ca p’ tand’ ann l’ôn gavtêt,<br />
mè putèvn p’nzè,<br />
ca ai fèil ngèrn’a lassè<br />
na r’cchèzz accussì grànn i assè ammrêt,<br />
ca au Patr’monj du Munn è stét l’ghêt.<br />
–––– 36 ––––<br />
Gino Angiulli<br />
Alberobello (BA)
I TRULLI<br />
Ad Alberobello<br />
quando io ero piccolo<br />
eravamo tutti poveri,<br />
intorno a noi<br />
c’erano solo trulli.<br />
C’era pure qualche palazzo,<br />
ma quello apparteneva ai ricchi.<br />
Io, già da allora mi domandavo:<br />
perché solo al mio paese ci sono tanti trulli?<br />
Nessuno lo sapeva, non sapevano nulla<br />
perché ad Alberobello si abitava<br />
nei trulli.<br />
Un vecchietto si ricordava<br />
che il nonno gli aveva detto<br />
che era stato il Conte a fare costruire<br />
le casette col tetto:<br />
pietra su pietra, chiancole per coprire,<br />
tutto questo per non pagare le tasse al Re;<br />
e se venivano a controllare,<br />
<strong>di</strong> notte, subito si potevano crollare.<br />
Da allora,<br />
sono trascorsi tanti anni,<br />
il Conte non comanda più,<br />
i trulli sono <strong>di</strong>ventati preziosi,<br />
e vengono, da tutto il mondo, a visitarli.<br />
I poveretti che per tanti anni li hanno abitati<br />
mai potevano pensare,<br />
che ai figli dovevano lasciare<br />
una ricchezza così grande e molto ammirata,<br />
che al Patrimonio Mon<strong>di</strong>ale è stata legata.<br />
–––– 37 ––––<br />
Gino Angiulli
ARÈLL<br />
Èrm p’ccìnn,<br />
gavtèmm v’cèin,<br />
n’ vulèmm bbên<br />
cûm frêt i sôr.<br />
Jìnd’all’ùort,<br />
nàn v’dàj n’sciòun,<br />
n’abbrazzèmm,<br />
jì t’ vulàj vasè<br />
tu na vulèj,<br />
vultèj a chêp,<br />
t’ v’rgugnèj.<br />
Stè tr’m’lèmm,<br />
tand’êr a paòur.<br />
T’ n’ fuscìest,<br />
jì rumanìebb sòul.<br />
Aprìebb l’òcchjr,<br />
êr vêr o êr stêt<br />
nu suònn?<br />
M’ s’ndàj angòr<br />
u tr’mlìzz<br />
du cùorp tòu<br />
ca s’ str’ngiàj<br />
a mmàj<br />
i m’ purtàj<br />
mbaravèis.<br />
–––– 38 ––––<br />
Gino Angiulli<br />
Alberobello (BA)
ARELLA<br />
Eravamo ragazzi,<br />
abitavamo vicini,<br />
ci volevamo bene<br />
come fratello e sorella.<br />
Nell’orto,<br />
non ci vedeva nessuno,<br />
ci abbracciammo,<br />
io ti volevo baciare<br />
tu non volevi,<br />
giravi la testa,<br />
ti vergognavi.<br />
Tremavamo<br />
dalla paura.<br />
Scappasti,<br />
io rimasi solo.<br />
Aprii gli occhi,<br />
era vero o era stato<br />
un sogno?<br />
Sentivo ancora<br />
il tremito<br />
del tuo corpo<br />
che si stringeva<br />
a me<br />
e mi portava<br />
in para<strong>di</strong>so.<br />
–––– 39 ––––<br />
Gino Angiulli
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A’ MOR IE’ CAMGIET<br />
U cor m’gh da p’ccn.<br />
S’innàmur pa a prim vuolt<br />
S p’gh u cor d’ nuom,<br />
ca sapev favdà bun<br />
e mi fasc rimbamb’<br />
U d’stn c mett appris e cj purt all’alter<br />
e sobt i net nu fior.<br />
Amor biel, amor <strong>di</strong>fficil,<br />
p le men ruvnet<br />
t che mi azzchist pa a passion<br />
cuom a fuorz du tren<br />
che ogni rig facev part.<br />
Ah quant a cangiet a mor,<br />
i sintimint che doron p’c<br />
e tienn tant facc.<br />
–––– 40 ––––<br />
Antonia Basile<br />
Locorotondo (BA)
L’AMORE CAMBIATO<br />
Il mio cuore da bambina<br />
s’innamorò per la prima volta...<br />
Scelse il cuore <strong>di</strong> un uomo,<br />
che con la sua favella<br />
fece impazzire il mio animo.<br />
Il destino ci unì e ci condusse all’altare<br />
e presto un fiore sbocciò.<br />
Amore splen<strong>di</strong>do, amore combattuto,<br />
dalle mani rovinate...<br />
Tu che mi travolgesti con passione,<br />
come la forza <strong>di</strong> quei treni<br />
che ogni giorno facevi partire.<br />
Ah quanto è cambiato oggi l’amore...<br />
Sentimenti <strong>di</strong> un istante,<br />
dai tanti volti.<br />
–––– 41 ––––<br />
Antonia Basile
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
AMA JIESS TUTT UGUAL<br />
Io mise avvicinat alla port <strong>di</strong> cast,<br />
e sò tizziuat pirciè vilev trasì...<br />
ettù, misi fatt trasì...<br />
e, io ti sò <strong>di</strong>tt...<br />
io, nonzò ne biangh e nemmen ngnior,!<br />
però so nomm proppio accomm sittù...<br />
io, nagni a bisegni <strong>di</strong> tanta amicizia<br />
e tanta libertà e <strong>di</strong> nu ver amor...<br />
però, tu mo non misi cacciann, famm stà menz’avvù<br />
pircié, vu siti na naziona chiù an<strong>di</strong>cipat <strong>di</strong> nu,<br />
ma, dadò veng io ie na naziona talmend povvira che<br />
non gi sta la possibilità pi sfama tutt la popolaziona...<br />
po, du progress non pitimi parla pinudd...<br />
pircié, la terra nost ie na terra senz’acqua<br />
e senza svilupp...<br />
simi a<strong>di</strong>vindat nu quart <strong>di</strong> na volda...<br />
però, nu vilimi sta d’accord,<br />
perciò, vilimici bene jiun cu uald,<br />
pircié almen pur nù anziani gi vilimi sindì<br />
chi li famiglie nost, na vita chiù tranquilla...<br />
io, mo tu <strong>di</strong>ggh chiar chiar...<br />
li, piccininn nest senza du uaiut uest<br />
non pod<strong>di</strong>ni avé nu svilupp pi l’avenir...<br />
perciò, la nostra avenire <strong>di</strong>pend da vù...<br />
e, la popolaziona vostà giavà aiutà...<br />
ennu nu doman amajess riconsciend<br />
versi <strong>di</strong> tutt vù italiani.<br />
–––– 42 ––––<br />
Michele Bellomo<br />
<strong>Bari</strong>
DOBBIAMO ESSERE TUTTI UGUALI<br />
Io, mi sono avvicinato alla porta <strong>di</strong> casa tua<br />
e ho bussato che volevo entrare,<br />
e tu mi hai fatto entrare...<br />
e, io ti ho detto, io non sono né bianco e neanche nero!<br />
Però sono una persona come te, poi ti ho detto:<br />
Io ho bisogno <strong>di</strong> tanta amicizia<br />
e tanta libertà e <strong>di</strong> un vero amore...<br />
Però, tu adesso non mi cacciare, fammi stare con tutti voi,<br />
perché voi siete una nazione più anticipata <strong>di</strong> noi.<br />
Da dove vengo io è una nazione povera e non ci sono le<br />
possibilità per dare da mangiare a tutta la popolazione.<br />
Per noi il progresso per adesso non si vede per niente,<br />
perché la terra nostra è una terra senz’acqua...,<br />
come stiamo adesso siamo <strong>di</strong>ventati<br />
un quarto <strong>di</strong> popolazione...<br />
Noi, vogliamo stare daccordo con voi italiani...<br />
Perciò, adesso vogliamoci bene tutti assieme,<br />
specialmente le persone anziani.<br />
Noi, vogliamo un miglioramento stando con voi<br />
perché voi italiani siete un popolo civile e onesto...!<br />
Perciò, il nostro avvenire <strong>di</strong>pende dal vostro saper fare...<br />
Vi ripeto ancora una volta<br />
vogliamoci bene tutti insieme<br />
per tutto il resto che ci rimane<br />
<strong>di</strong> questa vecchiaia che ci rimane a noi tutti.<br />
–––– 43 ––––<br />
Michele Bellomo
CANISCIUT E GI SIMI SPISAT<br />
Pinuccia, mo misò arrichirdat acquann nu eddù<br />
acchiminzamm a sta ‘nzimm da fidanzat...<br />
Tu stiv semm affaciat alla loggia <strong>di</strong> casta<br />
e io mi mittev sop ho uald straton <strong>di</strong> <strong>di</strong>rimbett...<br />
Tu achiamindav ammé, e io achiamindav atté<br />
fiss fiss jind’a l’ecchie...<br />
Po, na bella dì tù ascinnist da susa a casta<br />
e vinist vers <strong>di</strong> me, e mi <strong>di</strong>cist:<br />
scus giovanott mi sa <strong>di</strong>sci ci jor sò...<br />
E io ti rispinnibb: signorina ie jior che tu alla sera<br />
acchiminz’ adassì semm chimmé<br />
pirciè io ti tengh da <strong>di</strong>sci tand cos d’amor<br />
pirciè tu mi piasci! Ettù ti mittist arrit...<br />
Po, achimminzamm adassì ’nzimm alla sera...<br />
Po, gi findanzam e dop 2 ann gi spisamm...<br />
Sciemm semm daccord sop’a tutt li cos<br />
che savevina afà...<br />
Po facem u prim figghie e dop vinerini l’ald figghie...<br />
Po li simi fatti spisà e simi a<strong>di</strong>vindat pur nonn...<br />
Pimmè estat nu bell camini cheso fatt<br />
’nzimm’atte mighiera me...<br />
Pirciè, io chitté so stat semm chindend sop a tutt li cos<br />
<strong>di</strong>la vita e io mi augur che pur li figghie nest<br />
fascini li stess cos che simi fatt nu...<br />
E speriam che u Patritern ci fasci fà na bona vecchiaia<br />
a tutt’eddu ’nzimm pircié non zimi fatt mal a nisciun...<br />
e, pitimi sci semm camminann chi la capa alzat...<br />
Non zimi ricch! però, pitimi sta chindend in famiglia...<br />
–––– 44 ––––<br />
Michele Bellomo<br />
<strong>Bari</strong>
CONOSCIUTI E SPOSATI<br />
Cara moglie, adesso mi stò ricordando del primo giorno<br />
che abbiamo iniziato a stare insieme,<br />
tu ti mettevi affacciata al balcone <strong>di</strong> casa tua,<br />
e io stavo <strong>di</strong>fronte a te sull’altro isolato.<br />
Tu guardavi me, e io guardavo te.<br />
Poi un bel giorno tu venisti verso <strong>di</strong> me<br />
e mi <strong>di</strong>cesti: Giovanotto che ora è.<br />
E io ti ho risposto: Signorina è ora che tu alla sera<br />
incominci a uscire con me,<br />
perché ti devo raccontare tante belle frasi d’amore,<br />
e tu ti mettesti a ridere.<br />
E da quel giorno incominciammo a stare come fidanzati.<br />
Poi ci siamo fidanzati ufficialmente e, poi ci siamo sposati.<br />
Siamo andati sempre daccordo su tutti i particolari della vita.<br />
Abbiamo messo al mondo 3 figli che si sono sposati<br />
e stanno bene con le loro mogli...<br />
E, siamo <strong>di</strong>ventati pure nonni,<br />
cara moglie per me è stato un bel cammino con te.<br />
Non ci siamo mai litigati...!<br />
Se c’è stata qualche sciocchezza<br />
è stato per fare capire ai figli del comportamento<br />
che dovevano portare verso <strong>di</strong> noi genitori.<br />
Non abbiamo fatto del male a nessuno...<br />
E, speriamo che adesso il Padre Eterno ci fa fare<br />
una buona vecchiaia insieme per la vita che ci rimane.<br />
Non siamo ricchi<br />
però possiamo camminare sempre a testa alta.<br />
–––– 45 ––––<br />
Michele Bellomo
MI SINNABB A MAMM<br />
Io, ogni mattina malzav alle 5 e menz pi sci affa<strong>di</strong>gà<br />
e, alla sera rientrav alle 6 e menz, tutt stangh...<br />
E, tand vold non facev a timb a priparà u prim past,<br />
che subit minisciev o senn.<br />
E fù a chisi che mi sinnab a mamm, e mamm mi <strong>di</strong>cev:<br />
Chelin pirciè tù non vini ho cammisand.<br />
Io a sin<strong>di</strong> li parol <strong>di</strong> mamm scicandabb,<br />
però la rispinnibb... e <strong>di</strong>cibb: Cara mamm<br />
io so ancor giovane, non pozz vini a sta chitté...<br />
Mamm, a sin<strong>di</strong> li parol me, si mittì a rit, e mi <strong>di</strong>ci:<br />
Figghie mi tù si capit mal! Io ti vilev <strong>di</strong>sci attè ci tù<br />
acquann vini, ci mi purt li fiur sop’alla tomba, pirciè<br />
acquann tu mi purt li fiur io mi sengh chindend...<br />
Po, mi <strong>di</strong>ci: Figghie mi... statt cuand chiù che put sop o<br />
munn addò sta tù... non, fasci nudd che ie nu munn <strong>di</strong><br />
ladri e <strong>di</strong> topini e <strong>di</strong> assassini, però ie semm megghie du<br />
munn addò stoggh io, pircié addò stoggh io non gistà<br />
chiu nudd... pircié na vold che tammenini u tirren sop ho<br />
tavut non zivet chiu nudd... E, non zi cridenn a nisciun<br />
pircié la vita bella sta sop’alla terra vivenda... Tutt chedd<br />
che si <strong>di</strong>sci in giri ie tutt bisci... Io prim <strong>di</strong> mirì gi cridev<br />
commatte... figghiemi, perciò camb cuand chiu che<br />
puet... pircié, la vita bella sta sop’alla terra addò sta tù<br />
figghiemi bell.<br />
–––– 46 ––––<br />
Michele Bellomo<br />
<strong>Bari</strong>
MI SONO SOGNATO A MAMMA<br />
Ogni mattina mi svegliavo alle ore 5 e trenta<br />
per andare a lavorare e alla sera rientravo alle 18 e trenta.<br />
E tante volte non facevo a tempo a preparare il pasto.<br />
E così prendevo sonno...<br />
E fu proprio così che mi sono sognato a mamma,<br />
e mamma mi <strong>di</strong>ceva: Michele quando vieni al cimitero<br />
se mi porti dei fiori,<br />
perché quando tu mi porti i fiori<br />
io mi sento più tranquilla.<br />
Io, a sentire le parole <strong>di</strong> mamma mi sono spaventato,<br />
però le ho risposto: Mamma cara, io sono giovane. Non<br />
posso venire a stare con te!<br />
Mamma, a sentire le parole mie, si mise a ridere,<br />
e mi <strong>di</strong>sse: Figlio mio tu non hai capito bene... Io, ti<br />
volevo <strong>di</strong>re che quando vieni al cimitero se mi porti dei<br />
fiori, così io mi sento più tranquilla...<br />
Poi <strong>di</strong>sse: Figlio mio cerca <strong>di</strong> stare il più possibile sulla<br />
terra dove stai tu... non importa che è un mondo pieno <strong>di</strong><br />
ladri, <strong>di</strong> delinquenti e assassini, ma è sempre meglio del<br />
mondo dove sto io, perché dove stanno i morti, non c’è<br />
più niente! Perché una volta che coprono la bara <strong>di</strong> terreno,<br />
noi sotto terra non ve<strong>di</strong>amo più niente, e cerca <strong>di</strong><br />
non ascoltare nessuno <strong>di</strong> quello che si <strong>di</strong>ce sul mondo<br />
dove stati tu... perciò, figlio caro, la vita bella sta sopra<br />
la terra dove stai tu. E cerca <strong>di</strong> stare il più possibile.<br />
E io ti auguro una vita lunga e tranquilla, figlio mio.<br />
–––– 47 ––––<br />
Michele Bellomo
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
L’AMOR MIJ<br />
12 anne appène tenaje<br />
e all’amore credaje.<br />
Che n’amiche passeggiaje<br />
Pe li strède sciaje<br />
Quanne all’imbrovvise<br />
Che nu sorrise<br />
Do giuvene n’avuonne cortèggjète<br />
E subete n’avuonne conguestète.<br />
Troppe menonne jère<br />
E pe chèsse nan putaje.<br />
Nu picche de timbe passò<br />
E jidde venì arret.<br />
N’asime ‘nnamurète<br />
E doppe nov’anne ca ‘nzimm asime stète<br />
Jì e M’ngucce finalmènde n’asime spusète.<br />
Tre bèlle fighje am’avute<br />
E che tand ajute<br />
Grazeje a Dij sime cun<strong>di</strong>nde<br />
E sime sèmbe aunite.<br />
46 anne sò passète<br />
da quanne n’asime spusète<br />
jè vère nu asime ‘nvecchjete<br />
ma n’asime sèmb amète.<br />
Doppe ‘na vite che la famigghja maje passète<br />
Che tand’amore e fèlicetè so stète recombènzète.<br />
–––– 48 ––––<br />
Grazia Bruno<br />
Altamura (BA)
IL MIO AMORE<br />
12 anni appena avevo<br />
e nell’amore credevo.<br />
Con un’amica passeggiavo,<br />
per le strade andavo<br />
quando all’improvviso,<br />
con un sorriso,<br />
due giovanotti ci han corteggiate<br />
e presto ci han conquistate.<br />
Troppo piccola ero<br />
E per questo non potevo.<br />
Un po’ <strong>di</strong> tempo è passato<br />
E tu sei ritornato.<br />
Ci siamo innamorati<br />
E dopo 9 anni che insieme siam stati<br />
Io e Domenico finalmente ci siam sposati.<br />
3 bei figli abbiam avuto<br />
e con tanto aiuto<br />
grazie a Dio siamo felici<br />
e siam rimasti sempre uniti.<br />
46 anni son passati<br />
da quando ci siamo sposati;<br />
è vero, noi siamo invecchiati,<br />
ma ci siamo sempre amati.<br />
Dopo una vita con la mia famiglia passata<br />
Con tanto amore e felicità son stata ricompensata.<br />
–––– 49 ––––<br />
Grazia Bruno
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
BARE SOPE E SOTTE<br />
Sope, la meràgghie<br />
sotte, u lungomàre<br />
aggìre la medàgghie<br />
vite le facce de Bbare<br />
Sope, scogghie e lambiùne<br />
sotte, sckemèsce u mare<br />
le lambàre, le varcùne<br />
sò u gollijère de Bbare<br />
Sope, u’arche vasce<br />
sotte, na vecchiarèdde<br />
a cavàdde a na casce<br />
a ffà le recchiettèdde<br />
Sope, u’arche ialde<br />
sotte, le malandrìne<br />
n’anijdde de smeràlde<br />
o dìscete de le topìne<br />
Sope, Sanda Necòle<br />
sotte, la madàme<br />
o fridde o sott’o sole<br />
pe condrollà le mbàme<br />
–––– 50 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
BARI SOPRA E SOTTO<br />
Sopra, la muraglia<br />
sotto, il lungomare<br />
gira la medaglia<br />
ve<strong>di</strong> le facce <strong>di</strong> <strong>Bari</strong><br />
sopra, scogli e lampioni<br />
sotto, spumeggia il mare<br />
le lampare, i barconi<br />
sono il collier <strong>di</strong> <strong>Bari</strong><br />
sopra, l’arco basso 1<br />
sotto, una vecchietta<br />
a cavalcioni ad una cassa<br />
a fare le orecchiette 2<br />
sopra, l’arco alto 1<br />
sotto, i malandrini<br />
un anello <strong>di</strong> smeraldo<br />
al <strong>di</strong>to dei topini 3<br />
sopra, la Basilica <strong>di</strong> San Nicola 4<br />
sotto, la madama 5<br />
al freddo o sotto il sole<br />
per controllare gli infami<br />
1 Caratteristici archi nella città vecchia.<br />
2 O strascenate – specialità <strong>di</strong> pasta fresca fatta in casa.<br />
3 Dicesi <strong>di</strong> piccoli malviventi avvezzi ai furti <strong>di</strong> auto.<br />
4 Famosa basilica del Santo Patrono costruita nel 1096 nella città<br />
vecchia sulla stessa area dove sorgeva la (ve<strong>di</strong> 13).<br />
5 Pattuglia <strong>di</strong> polizia (nel gergo della malavita).<br />
–––– 51 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
Sope, le macèrrie<br />
sotte, u Peddrezzìjlle<br />
ava chiange mesèrrie<br />
ce à ffuse u gingìlle<br />
Sope, u Margherìte<br />
sotte, Ndèrre la lanze<br />
la pèrle s’aggrinzìte<br />
com’o pulpe de parànze<br />
Sope, u Mingùzze<br />
sotte, via Sparàne<br />
e u fior ffiore allùzze<br />
le vetrìne pe jore sane<br />
Sope, u Fizzaròtte<br />
sotte, cors’Emmanuèle<br />
mbonde punda Peròtte<br />
schefuse accom’o ffièle<br />
–––– 52 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
sopra, le macerie<br />
sotto, il teatro Petruzzelli 6<br />
piangerà miseria<br />
chi ha fuso il gingillo<br />
sopra, il teatro Margherita 7<br />
sotto in terra la lanza 8<br />
la perla si è aggrinzita<br />
come il polpo <strong>di</strong> paranza 9<br />
sopra, il palazzo Mincuzzi 10<br />
sotto, via Sparàno<br />
e il fior fiore guarda con bramosia<br />
le vetrine per ore intere<br />
sopra, il palazzo Fizzarotti 11<br />
sotto, corso Vittorio Emanuele<br />
in fondo punta Perotti 12<br />
schifoso come il fiele<br />
6 Famoso teatro dato alle fiamme per loschi motivi.<br />
7 Kursaal Margherita – cineteatro dell’ing. De Giglio costruito su<br />
palafitte nel 1912.<br />
8 Ex attracco delle lanze (velieri) sul lungomare e prospiciente il<br />
teatro margherita dove oggi molti baresi consumano all’aperto alcune<br />
specialità <strong>di</strong> molluschi e mitili (cru<strong>di</strong>).<br />
9 Polpo bianco con una sola fila <strong>di</strong> ventose pescato con rete a strascico<br />
(paranza).<br />
10 Palazzo Mincuzzi – eclettica costruzione del 1926 dell’arch. Forcignanò<br />
e dell’ing. Palmiotto come sede <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> magazzini.<br />
11 Palazzo Fizzarotti – realizzato nel 1906 dagli arch. Bernich e<br />
Corra<strong>di</strong>ni in stile neogotico con riferimenti al gotico veneziano con<br />
sculture <strong>di</strong> Giovanni Favia<br />
12 Complesso residenziale realizzato (ma non ultimato) sul lungomare<br />
lato sud, oggetto <strong>di</strong> decreto <strong>di</strong> demolizione eseguito nel 2006.<br />
–––– 53 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
Sope, le spacciatùre<br />
sotte, le drogàte<br />
a piazz’Umbèrte oscùre<br />
ce vite addesecuàte!<br />
Sope, Bare vècchie<br />
sotte, u Catapàne<br />
bellèzze ca respècchie<br />
u core barevecchiàne<br />
Sope, la chelònne<br />
sotte, l’abbrevògne<br />
Chele mò stà sònne<br />
à state na carògne<br />
Sope, viodde strètte<br />
sotte, casre bianghe<br />
veless’acchià la drètte<br />
pe Bbare senza sanghe<br />
Sope, la fragàgghie<br />
sotte, u ciambòtte<br />
aggìre la medàgghie<br />
stà Bbare sop’e sotte<br />
–––– 54 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
sopra, gli spacciatori<br />
sotto, i drogati<br />
a piazza Umberto oscura<br />
che vita intossicata!<br />
sopra, <strong>Bari</strong> vecchia<br />
sotto, il Catapano 13<br />
bellezza che rispecchia<br />
il cuore barivecchiano<br />
sopra, la colonna 14<br />
sotto, la vergogna<br />
Michele ora sogna 15<br />
è stato una carogna<br />
sopra, viuzze strette<br />
sotto, case imbiancate<br />
vorrei trovare rime<strong>di</strong>o<br />
per <strong>Bari</strong> senza sangue<br />
sopra, la fragaglia 16<br />
sotto, il “ciambotte” 17<br />
gira la medaglia<br />
sta <strong>Bari</strong> sopra e sotto<br />
13 Corte del Catapano (reggia, prigione, guarnigione ecc.) pochissimi<br />
sono i segni rimasti <strong>di</strong> detto inse<strong>di</strong>amento.<br />
14 Colonna della vergogna – monumento, in piazza Mercantile,<br />
dove venivano messe alla gogna le persone che si macchiavano <strong>di</strong><br />
alcuni reati tipo i debitori insolventi, gli infami ecc.<br />
15 Michele Fazio giovane 16enne incolpevolmente ucciso dal fuoco<br />
incrociato <strong>di</strong> bande <strong>di</strong> balor<strong>di</strong>.<br />
16 Pesci piccoli, <strong>di</strong> scarso pregio, per frittura.<br />
17 Ciambotte – coloratissimi varietà <strong>di</strong> pesci molto saporiti specialmente<br />
se cotti al sugo o al pomodoro.<br />
–––– 55 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
LE NOZZE D’ARGÌJNDE<br />
Redènne e scequànne<br />
scequànne e redènne<br />
hanne passàte vin<strong>di</strong>cing’anne<br />
senza ne spanne e ne spènne<br />
Vin<strong>di</strong>cing’anne de madremònnie<br />
tutte de file…. de ghettòne<br />
ìj tenghe pure le destemònnie<br />
ma na lite! ma na <strong>di</strong>scussiòne!<br />
E ci jè la casa me, na colombàre!<br />
ìj e megghièreme, accòme du palùmme<br />
le palemmìjdde attùrne, scegguannàre<br />
me sèndeche felìsce senza nghiùmme<br />
M’arrecòrdeche u prim’anne<br />
ca jere assà u aggìgghie<br />
sembe a fa n’arte, tanne tanne<br />
pe de chiù de le chenìgghie!<br />
U second’anne fernùte u fecuòre<br />
hanne venùte alla lusce le figghie<br />
e quase quase come a frate e ssore<br />
amme <strong>di</strong>tte addì o u’aggìgghie<br />
–––– 56 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
LE NOZZE D’ARGENTO<br />
Ridendo e scherzando 1<br />
scherzando e ridendo 1<br />
sono passati venticinque anni<br />
senza ne spandere e ne spendere 2<br />
Venticinque anni <strong>di</strong> matrimonio<br />
tutti <strong>di</strong> fila... <strong>di</strong> cotone 3<br />
io, ho pure i testimoni<br />
mai una lite! mai una <strong>di</strong>scussione!<br />
E cos’è la casa mia, una colombaia!<br />
io e mia moglie, come due colombi<br />
i colombini intorno, giocherelloni<br />
mi sento felice senza pesi!<br />
Mi ricordo il primo anno<br />
che era troppa la voglia<br />
sempre a fare un arte, allora per allora<br />
ancora <strong>di</strong> più dei conigli!<br />
Il secondo anno finito il desiderio ardente<br />
sono venuti alla luce i figli<br />
e quasi quasi come fratello e sorella<br />
abbiamo detto ad<strong>di</strong>o alla bramosia<br />
1 Intercalare barese che rafforza il significato <strong>di</strong> un’azione o avvenimento.<br />
2 Modo <strong>di</strong> <strong>di</strong>re barese – dal significato <strong>di</strong> senza strafare.<br />
3 Modo <strong>di</strong> <strong>di</strong>re barese – a chi esagerave nel rappresentare la continuità<br />
<strong>di</strong> un’azione “tutti <strong>di</strong> fila...” si rispondeva “<strong>di</strong> cotone” per sbeffeggiare<br />
l’enormità raccontata. In questo caso c’è anche un secondo<br />
significato <strong>di</strong> chi con umili o pochi mezzi ha realizzato qualcosa.<br />
–––– 57 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
Do terz’anne acchemenzò tutt’u casìne<br />
ìj sceve mbianghe pe vi’ de le criatùre<br />
megghièreme, tra pappìne e pannolìne<br />
me segghetàve, na dì si l’alde pure<br />
Marite mì! aijùdeme! damme na mane!<br />
dange a le criatùre ngualche ndrattìne<br />
core mì d’aijùdeche domàne<br />
l’amìsce, mo’ m’aspèttene a la candìne<br />
O quart’anne o quinde e o seste pure<br />
non denève chiù pile da grattàrme<br />
che le terrìse picche jnd’o tratùre<br />
sembe però a vènda chien’a cherquàrme<br />
Marite mì! aijùte le uaggnùne a le lezziùne<br />
tatà domàne tenghe u teme sop’a la mamme<br />
nom bozze, ij tenghe nu pare de riunijùne<br />
e po sop’a màmmete, pe me jè nu dramme<br />
L’ald’anne, me pare c’hanne state aijre<br />
le figghie oramà granne, a batte a casce<br />
ìj a chemmàtte che geòmetre e ngegnìjre<br />
e che megghièreme ngualche scatàsce<br />
Oh! fìgghiete granne non stà ma ngase<br />
all’assùa perde jè nu uaggnòne<br />
e sì, ma da scì sembe mbacce o nase<br />
ad ogne cose uè avè sembe rasciòne<br />
–––– 58 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
Dal terzo anno iniziò tutto il casino<br />
io andavo in bianco a causa dei bambini 4<br />
mia moglie, tra pappine e pannolini<br />
mi cacciava, un giorno sì l’altro pure<br />
Marito mio! Aiutami! dammi una mano!<br />
intrattieni i bambini in qualche modo<br />
cuore mio ti aiuto domani<br />
gli amici, mi aspettano alla cantina<br />
Il quarto anno il quinto e il sesto pure<br />
non avevo più peli in testa da grattarmi<br />
con pochi sol<strong>di</strong> nel cassetto<br />
sempre però a letto a pancia piena<br />
Marito mio! aiuta i ragazzi a fare i compiti<br />
papà domani ho il tema sopra la mamma<br />
non posso, io ho un paio <strong>di</strong> riunioni<br />
e poi “su” tua madre, per me è un dramma<br />
Gli altri anni, mi sembrano stati ieri<br />
i figli ormai gran<strong>di</strong>, a batter cassa<br />
io a combattere con geometri e ingegneri<br />
e pure con mia moglie qualche lite<br />
Oh! tuo figlio grande non stà mai in casa<br />
lascialo perdere è un ragazzo<br />
e sì mi devi sempre contrad<strong>di</strong>re 5<br />
ad ogni cosa vuoi avere sempre ragione<br />
4 Non ottenere qualcosa con chiara allusione ai rapporti intimi.<br />
5 Vaffambacce o nase, scì mbacce o nase – Parolacce, volgarità.<br />
–––– 59 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
M’anzòmme ci jè l’omne nda sta case?<br />
ùè dà l’èsembie e l’aducaziòne<br />
tu e le figghie tu, ci jesse e trase<br />
ce ve credìte ca chesse jè na penziòne<br />
Non si gredànne, nge sèndene daffòre<br />
me! mbelletìscete che tutt’uore ca tine<br />
e sciame menz’a la chiazze a core a core<br />
acsì mòrene d’ammìd<strong>di</strong>e tutte le vecìne<br />
Ce sanda fèmmene sembe a fà servèzzie<br />
la megghièra mè, me vole troppe bbene<br />
jè vere, oggnettànde ngualche screzzie<br />
ma o vin<strong>di</strong>sètte, nge passe tutt’u velène<br />
ma mo’, avaste a sfotte la memòrrie<br />
penzàme a festeggià le nozze d’argìjnde<br />
avèsse assì da sotte nqualch’alda storrie<br />
c’ammànne all’arrie Sande e Sagramìjnde<br />
Oh! nu picche d’attanziòne, amìsce e parìjnde<br />
brindàme tutte, che cusse mijère gnore<br />
a me e megghièreme, pe le nozze d’argìjnde<br />
e ve mbìteche già da mo’ a le nozze d’ore<br />
Nu battamàne a la fate de la case<br />
mo’ parle tu, ffiore mì senz’a spine<br />
megghièra me, <strong>di</strong>nge ngualche frase<br />
tu ca la tine bbone la parlandìne<br />
marite mì, si <strong>di</strong>tte tutte giuste<br />
ven<strong>di</strong>cing’anne fa, e fù de sere<br />
mo’ tu <strong>di</strong>gghe, che tutt’u guste<br />
me n’avèsse sciute o cìneme Impère!<br />
–––– 60 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
Ma insomma chi è l’uomo in questa casa?<br />
vuoi dare l’esempio e l’educazione<br />
tu e i figli tuoi, chi esce e e chi entra<br />
cosa credete che questa è una pensione<br />
Non gridare, che ci sentono da fuori<br />
mbe! imbellettati con tutto l’oro che hai<br />
e an<strong>di</strong>amo in piazza a cuore a cuore<br />
così muoiono d’invi<strong>di</strong>a tutti i vicini<br />
Che santa femmina sempre a fare servizi<br />
la moglie mia, mi vuole troppo bene<br />
è vero, ogni tanto qualche screzio<br />
ma il ventisette, gli passa tutto il veleno<br />
Ma ora, basta a solleticare la memoria<br />
pensiamo a festeggiare le nozze d’argento<br />
dovesse uscire da sotto qualche altra storia<br />
che butta all’aria Santi e Sacramenti<br />
Oh! un pò <strong>di</strong> attenzione, amici e parenti<br />
brin<strong>di</strong>amo tutti, con questo vino nero<br />
a me e mia moglie, per le nozze d’argento<br />
e vi invito già da adesso alle nozze d’oro<br />
Un battimano alla fata della casa<br />
ora parla tu, fiore mio senza spine<br />
moglie mia, <strong>di</strong>cci qualche frase<br />
tu che hai buona la parlantina<br />
Marito mio, hai detto tutto giusto<br />
venticinque anni fa, e fù <strong>di</strong> sera<br />
ora te lo <strong>di</strong>co con tutto il gusto<br />
me ne fossi andata al cinema Impero! 6<br />
6 Famoso Cinema (demolito) degli anni 40-50.<br />
–––– 61 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
JUNE MONDE DE LA LUNE<br />
June – monde de la lune<br />
jère nu scèche de la nnocènze<br />
e sennàve come tande uaggnùne<br />
ca la lune me desse prevvedènze<br />
josce, velèsse da la lune<br />
solamènde e sole l’essènze<br />
acsì u-allàsseche a n’aldùne<br />
u-ndellìrrie de l’adolescènze<br />
Du – mon<strong>di</strong> mblù<br />
mu credève tutt’u mì<br />
e scequànne a palle fa tu<br />
ne sò fatte de fessarì<br />
ma u munne josce jè blù?<br />
ìj u vegghe tutte gnore<br />
tand’uerre menz’a nù<br />
quanda carne cu delòre<br />
Tre – la figghie du Rè<br />
ìj sennàve da uaggnòne<br />
ca vasàve probbie a mè<br />
e ìj salève sop’o trone<br />
–––– 62 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
UNO MONDO DELLA LUNA<br />
Uno – mondo della luna 1<br />
Era un gioco dell’innocenza<br />
e sognavo come tanti ragazzi<br />
che la luna mi desse provvidenze<br />
oggi, vorrei dalla luna<br />
solamente e solo l’essenza<br />
così lascio a un altro ragazzo<br />
il delirio dell’adolescenza<br />
Due – mondo in blù<br />
lo credevo tutto mio<br />
e giocando a palla fai tu 2<br />
ne ho fatte <strong>di</strong> fesserie<br />
ma il mondo oggi è blù?<br />
io lo vedo tutto nero<br />
tante guerre in mezzo a noi<br />
quanta carne con il dolore<br />
Tre – la figlia del Rè<br />
io sognavo da ragazzo<br />
che baciava proprio me<br />
e io salivo sopra il trono<br />
1 Passatempo infantile <strong>di</strong> gruppo degli anni 1950-60 praticato maggiormante<br />
nelle sere d’estate, quasi propedeuico al “gioco” della<br />
vita, dove, il “succube” <strong>di</strong> turno piegava il busto ad angolo retto<br />
consentendo agli altri ragazzi <strong>di</strong> scavalcarlo in successione. I ragazzi<br />
che saltavano ripetevano la cantilena compiendo, quasi come in<br />
un rito propiziatorio, le gestualità previste dai dei <strong>di</strong>eci argomenti <strong>di</strong><br />
detta cantilena. Sino all’atto finale dove, nel fuggi fuggi generale, il<br />
“succube” <strong>di</strong>ventava cacciatore e chi veniva toccato doveva sottoporsi<br />
a sua volta alle altrui angherie, sberleffi, ecc.<br />
2 Vivendo alla giornata, senza alcun progetto <strong>di</strong> vita.<br />
–––– 63 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
de famìgghie e non de Rè<br />
ìj na figghie sò spesàte<br />
ca fatìche acchiù de mè<br />
m’arretènghe affertenàte<br />
Quatte – u calge ngule<br />
sò pegghiàte giustamènde<br />
non zappàve le fasùle<br />
a la scole jere tremènde<br />
so pegghiàte calge ngule<br />
da collèghe e capuràle<br />
pe non esse leccacùle<br />
sò remàste a menza scale<br />
Cinghe – le chetùgne<br />
delùre atrùsce e forte<br />
ijnd’o core accòme cugne<br />
quanne sòreme jè morte<br />
doppe, l’alde chetùgne<br />
u tijèmbe l’à matràte<br />
mbrime à muerte u grugne<br />
pò, mamme à trapassàte<br />
Se – la padolècchie<br />
ìj sò state scegguannàre<br />
a la carte teràve le recchie<br />
picche vizzie... nu cendenàre<br />
–––– 64 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
<strong>di</strong> famiglia e non <strong>di</strong> Rè<br />
una figlia ho sposato<br />
che lavora più <strong>di</strong> me<br />
mi ritengo fortunato<br />
Quattro – il calcio in culo<br />
io ho preso giustamente<br />
non zappavo i fagioli<br />
a scuola ero tremendo<br />
ho preso calci in culo<br />
da colleghi e caporali<br />
per non essere lecchino<br />
sono rimasto a mezza scala 3<br />
Cinque – le cotogne 4<br />
dolori atroci e forti<br />
nel cuore come cunei<br />
quando mia sorella è morta 5<br />
dopo, le altre cotogne<br />
il tempo le ha maturate<br />
prima è morto il grugno 6<br />
poi, mamma è trapassata<br />
Sei – la padolecchia 7<br />
io sono stato amante del gioco<br />
alla carta tiravo le orecchie<br />
pochi vizi... un centinaio<br />
3 Non ho raggiunto l’apice della carriera.<br />
4 Mele cotogne. In senso figurato – mani irrigi<strong>di</strong>te a mò <strong>di</strong> pugni<br />
che, con torsione delle stesse, esercitavano una forte pressione sulla<br />
schiena del malcapitato.<br />
5 La cara sorella Domenica morta nel 1980 a soli 32 anni.<br />
6 Padre – <strong>di</strong> aspetto e/o comportamento burbero.<br />
7 Sberleffo – calcetto dato ad un compagno con la parte esterna del<br />
piede e ruotando la gamba.<br />
–––– 65 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
mò però a la padolècchie<br />
sò teràte la martellìne<br />
ìj me senghe sand’Annècchie<br />
mò le vizzie sò na decìne<br />
Sette – u battamàne<br />
ìj u velève cu pallòne<br />
a menùte pò, da attàne<br />
che nu gol da cambiòne<br />
josce vogghie u battamàne<br />
percè crà stogghe mbenziòne<br />
ce quaccùne fasce u n<strong>di</strong>àne<br />
jè nu sorte de caregnòne<br />
Uette – u fagòtte<br />
pe la case sò nzemmuàte<br />
sò pertàte le scarpe rotte<br />
mò, le scarpe sò firmàte<br />
mò, prepàreche u fagòtte<br />
arreggètteche le fijerre<br />
seccedèsse u quarandòtte<br />
me ne vogghe senza cirre<br />
Nove – marange e lemùne<br />
la godèmme chedda bennànze<br />
sotte Natale, nù uaggnùne<br />
via Nicolà e Ndèrre la lanze<br />
–––– 66 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
ora però alla padolecchia<br />
ho tirato la martellina 8<br />
io mi sento santo ad un occhio 9<br />
ora i vizi sono una decina<br />
Sette – il battimani<br />
lo volevo con il pallone<br />
è venuto poi, da padre<br />
con un gol da campione<br />
oggi voglio il battimani<br />
perchè domani sarò in pensione<br />
se qualcuno fa l’in<strong>di</strong>ano<br />
è una sorta <strong>di</strong> carognone<br />
Otto – il fagotto<br />
per la casa ho risparmiato<br />
ho portato le scarpe rotte<br />
ora, le scarpe sono firmate<br />
ora, preparo il fagotto<br />
metto in or<strong>di</strong>ne i ferri del mestiere<br />
succedesse il quarantotto 10<br />
me ne vado senza cirri 11<br />
Nove – arance e limoni<br />
la godevamo quell’abbondanza<br />
sotto Natale, noi ragazzi<br />
via Nicolai e in terra la lanza 12<br />
8 Antico freno a mano dei carri con buoi o cavalli.<br />
9 Santo inesistente, citato in alcuni detti baresi.<br />
10 Confusione, subbuglio (derivante molto probabilmente dai moti<br />
e rivolgimenti politici del 1848).<br />
11 Me ne vado sereno.<br />
12 Via Nicolai strada barese del quartiere Libertà dove sino a poco<br />
tempo fa si teneva il mercato rionale. – In terra la lanza – ex attrac-<br />
–––– 67 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
strafecuàme marànge e lemùne<br />
pulpe de scogghie e de parànze<br />
quann’o munne a tand’uaggnùne<br />
ammangh’u ppane e la sperànze<br />
Desce – vìjne auuandà<br />
nesciune à state capàsce<br />
d’allevàrme la libertà<br />
sole la morte nge la fasce<br />
ma mbrime ca me vene auuandà<br />
aietàdeme a fàrme na grattàte<br />
pò, nu regale m’avit’a fà<br />
am’a scì, tutte acciuccàte<br />
a nu spunde du rione Libertà<br />
p’u grazzie a la vite vessùte<br />
a mà zembà, scecuà e candà<br />
ululànne a la lune u salùte:<br />
June – monde de la lune<br />
du – mon<strong>di</strong> mblù<br />
tre – la figghie du Rè<br />
quatte – u calge ngule<br />
cinghe – le chetùgne<br />
se – la padolècchie<br />
sette – u battamàne<br />
uette – u fagòtte<br />
nove – marànge e lemùne<br />
desce – venìdeme auuandààà!<br />
–––– 68 ––––<br />
Giovanni Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
ingozziamo arance e limoni<br />
polpi <strong>di</strong> scoglio e <strong>di</strong> paranza<br />
quando al mondo a tanti ragazzi<br />
manca il pane e la speranza<br />
Dieci – vieni a prendermi<br />
nessuno è stato capace<br />
<strong>di</strong> togliermi la libertà<br />
solo la morte ce la fa<br />
ma prima che venga a prendermi<br />
aiutatemi a fare uno scongiuro<br />
poi, un regalo mi dovete fare<br />
dobbiamo andare, tutti avvinazzati<br />
a un angolo del rione Libertà<br />
per il grazie alla vita vissuta<br />
dobbiamo saltare, giocare e cantare<br />
ululando alla luna il saluto:<br />
Uno – mondo della luna<br />
Due – mondo in blù<br />
Tre – la figlia del Rè<br />
Quattro – il calcio in culo<br />
Cinque – le cotogne<br />
Sei – la padolecchia<br />
Sette – il battimani<br />
Otto – il fagotto<br />
Nove – arance e limoni<br />
Dieci – venitemi a prendere!<br />
co delle lanze (velieri) sul lungomare e prospiciente il teatro<br />
Margherita dove oggi molti baresi consumano all’aperto alcune<br />
specialità <strong>di</strong> molluschi e mitili.<br />
–––– 69 ––––<br />
Giovanni Caldarulo
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
NU FIGGHIJE!!!<br />
Marie, ma ci stà fasce? Ce aspitt’ a ffà...<br />
n’alda nettate si scettat’o vijnde<br />
... fatte capasce... me vinit’a curquà...<br />
femmena benedètte... me stà ‘ssinde?<br />
So ‘ggià le quatt’e fra picche fasce dì<br />
e tu non se dermute ‘ndutte ‘ndutte!!<br />
Sì capatost’ assà... ma u uuè capì<br />
ca la cannel’ abbrusc’e mmò sà strutte!<br />
U figghije ca tu aspitt’u si perdute<br />
non è cchiù figghij’a tè, jè figghij’o munne<br />
Acchian’acchian’u vì se n’ascennute<br />
sèmbe cchiù abbasce, sembe cchiù affunne!<br />
... Ci sijnde tezzuà cudde jè uavvise<br />
c’à state carcerat’o à stat’accise!<br />
–––– 70 ––––<br />
Michele Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
il mio cuore....<br />
‘Benny Petrone è stato ammazzato da qualche mese...<br />
mia madre si chiamava Maria e ‘nu figghie nasce al ricordo<br />
<strong>di</strong> tutte le notti che lei ha passato in bianco aspettando i due<br />
dei miei sette fratelli che si erano buttati in politica con<br />
l’illusione <strong>di</strong> poter cambiare questo mondo...<br />
Uno dei due al termine <strong>di</strong> un comizio fu vittima <strong>di</strong> incidente<br />
stradale e per trauma cranico rimase in coma un mese;<br />
entrambi hanno fatto visita alla sezione politica del grande<br />
albergo dell’ex corso Sicilia...<br />
Sui muri della città i compagni dell’estrema sinistra<br />
scrivevano... LIBERATE I FRATELLI...<br />
È mio padre che parla...<br />
Febbraio 1978<br />
UN FIGLIO<br />
Maria, ma che fai? Perché ti attar<strong>di</strong> in questa attesa?<br />
Hai buttato al vento (se scettat’o vijnde) inutilmente<br />
un’altra notte...<br />
Convinciti ti prego... e torna a letto (vinit’a curquà)<br />
Donna benedetta perché non mi ascolti?<br />
Sono già le quattro e fra poco albeggerà...<br />
E tu non hai dormito affatto (‘ndutte ‘ndutte)...<br />
Sei testarda assai... ma perché non vuoi capire<br />
Che ogni speranza, ogni tentativo è ormai inutile...<br />
(che a furia <strong>di</strong> lasciarla bruciare la candela si è consumata)<br />
Quel figlio che stai aspettando l’hai perduto!<br />
Non è più figlio Tuo (nostro) è figlio del mondo...<br />
Piano, piano lo sai è sprofondato<br />
Sempre più giù, sempre più in fondo...<br />
Ciò che devi (dobbiamo) temere e sentir bussare alla porta...<br />
Se questo avverrà sarà per <strong>di</strong>rci che è in galera o non c’è più!<br />
–––– 71 ––––<br />
Michele Caldarulo
PIRIPICCHIE<br />
Fracchesciass’e calzun’a zumbafusse<br />
faccia tonn’e chijène, mestazze gnore,<br />
garoffane, bastongidd’e cibusse...<br />
Piripicchie tu ijre ‘nu signore...<br />
Quanne venive chijne de crianze<br />
che nu chembagne che la rigonètte<br />
nu uagnune ce mettèmme ‘nnanza ‘nnanze<br />
pe vedè come zembave la bombètte,<br />
Pe sendì mègghie tutte le candate<br />
p’acchiamendà la moss’e u pernacchie<br />
come m’arrecordecke la resate...<br />
u derrutte!!... pe nu ijère ‘na pacchie.<br />
Po tu t’ angenecchiave chiane chiane<br />
pe pegghià da ‘ndèrre picche terrise<br />
ma ‘nu core tu te pegghiave ‘mmane...<br />
u core de BARE... Addò u si mise?<br />
Dimm’ addò stà fetend’ ... u si asckennute?<br />
Priripicchie da ‘ddà rid’ e salute...<br />
–––– 72 ––––<br />
Michele Caldarulo<br />
<strong>Bari</strong>
La mia terra... terra meravigliosa.<br />
e il mio orgoglio è quello <strong>di</strong> averne respirato l’aria insieme<br />
(oltre agli illustrissimi personaggi che l’hanno onorata e resa<br />
grande) a quelle figure che da <strong>Bari</strong>ne cantata da Orazio a<br />
Coline de le mazze, dalla popolana Loprieno Anna detta la<br />
Mosce a San<strong>di</strong>rocche conosciutissimo lustrascarpe degli anni<br />
’50, da Cacone alias “Cudde du no” delle votazioni del 1860<br />
a ... hanno contribuito a formarci per quel popolo<br />
meraviglioso che siamo. Fra questi...<br />
PIRIPICCHIE (Michele Genovese)<br />
Frac, calzoni corti all’altezza dello stinco,<br />
(adatti a saltare i fossati)<br />
viso tondo e pasciuto, baffetto nero,<br />
garofano rosso all’occhiello, bastoncino <strong>di</strong> bambù, cilindro...<br />
Piripicchie tu eri un gran Signore!<br />
Quando arrivavi, con quell’aria ostentata, da gran Signore,<br />
in compagnia del tuo amico con la fisarmonica,<br />
noi bambini facevamo cerchio cercando i primi posti<br />
per scoprire come facevi a far roteare così bene il cilindro...<br />
per ascoltare meglio le canzoni che cantavi,<br />
e assistere alla caratteristica mossa, o all’espressione del<br />
pernacchio;<br />
o al movimento della faccia per imitare il rutto...<br />
E tutto questo per noi era la felicità...<br />
Poi tu ti piegavi con tanta <strong>di</strong>gnità<br />
Per raccogliere da terra le monetine che dai balconi e<br />
dalle finestre gli “spettatori” ti lanciavano<br />
Ma con quel gesto, tu da terra raccoglievi un grande cuore<br />
“U core de Bare” (e lo facevi tuo...)<br />
(Giacchè ora quel cuore mi manca), <strong>di</strong>mmi dove lo hai<br />
messo... perché certo lo hai nascosto...<br />
Ma da lassù, Piripicchie nicchia ... sorride bonariamente<br />
e furbescamente saluta.<br />
–––– 73 ––––<br />
Michele Caldarulo
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
BALLATA PER FISARMONICA E TAMBURELLI<br />
Un bel giovanott a cumbrat la fascia rossa<br />
e la pagata grossa per far impazzire a me.<br />
Cumma Luisa ten tre pulci alla camis, iun cand,<br />
l’altr frisch i l’out strazz u misusck.<br />
Cumma Luisa ten tre pulci alla camis, iun cand,<br />
l’altr frisch i l’out stazz u lunzoul.<br />
A cumma Anna ca tein u varvasciaun ste appsleit,<br />
cumma Anna u tein arreit.<br />
Vlè vlè, nan zi scien chie p four,<br />
u ruotorce e lung i la palomba, vlè vlè.<br />
I 12 MESI DELL’ANNO: OGNUNO HAIL SUO DETTO<br />
1 gennr sìcc, massar rìcc<br />
2 febbrr cort i amoir<br />
3 marz se chiov, chiov<br />
4 abroil, ogni gocc d’acqu, nu varoil<br />
5 magg la recesà iegn la spiga lesa<br />
6 giugn la falc in pugn<br />
7 lughìo la trebbiateur i la pesateur<br />
8 agost levate la fatica de dosso<br />
9 settembr la foicha moscia<br />
10 ottobr la vendemmi<br />
11 nuvembr la castagn accmenz<br />
12 <strong>di</strong>cembr la raccolt dell alòive, s faic l’entreit i l’asseit.<br />
–––– 74 ––––<br />
Matteo Calvano<br />
Andria (BAT)
BALLATA PER FISARMONICA E TAMBURELLI<br />
Un bel giovanotto ha comprato la fascia rossa<br />
e l’ha pagata tanto per far impazzire a me.<br />
La Signora Luisa ha tre pulci alla camicia, una canta,<br />
l’altra fischia e l’altra strappa la carne affumicata.<br />
La Signora Luisa ha tre pulci alla camicia, una canta,<br />
l’altra fischia e l’altra strappa il lenzuolo.<br />
La signora Anna ha un foruncolo che si è ammorbi<strong>di</strong>to,<br />
la Signora Anna c’è l’ha ancora.<br />
Vola vola, non andare più in campagna,<br />
la stoppia è lunga e la colomba, vola vola<br />
I 12 MESI DELL’ANNO: OGNUNO HAIL SUO DETTO<br />
1 gennaio secco, massaro ricco<br />
2 febbraio corto e amaro<br />
3 marzo se piove, piove<br />
4 aprile, ogni goccia un barile<br />
5 maggio il brutto tempo riempie la spiga lesa<br />
6 giugno la falce in pugno<br />
7 luglio la trebbiatura e la pesatura<br />
8 agosto levati la fatica <strong>di</strong> dosso<br />
9 settembre la fiche moscia<br />
10 ottobre la vendemmia<br />
11 novembre la castagna inizia<br />
12 <strong>di</strong>cembre la raccolta delle olive, si fa il resoconto<br />
delle entrate e delle uscite.<br />
–––– 75 ––––<br />
Matteo Calvano
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
OGNE STUÈRCE JÈ MMODE<br />
(De<strong>di</strong>cata a cèrte uagnèdde d’osce ’a <strong>di</strong>je)<br />
Ca tu te cànge ’a tìente a le capìedde,<br />
o ca t’appìette ’u muse, ’a fàcce e l’uècchie<br />
e tutt’ ’a <strong>di</strong>je rumane ’ngòcchi’ ’u spècchie;<br />
si’ sèmbe tune, ’a stèsse, quèdda ddà.<br />
Ci a ttè ’a Nature t’ha criate brutte,<br />
uguale a chidde mòbbele tarlate,<br />
ci miette ’u “stucche” pe’ salvà’ ’a facciate,<br />
se vède sèmbe ’u fràcede addò’ stà’.<br />
Ci po’ si’ bbèlla e vvuè’ parè’ cchiù bbona,<br />
’Uagnè’, tu pierde ’u tiembe inutilmènde.<br />
Siendeme a mmè, t’ ’u <strong>di</strong>che onestamènde:<br />
Si’ sèmbe bbèlle e no’ te puè cangià’!<br />
Mo’ puèrte ’u “Balcungine” e ’a “Minigonne”<br />
piccè t’ha fa’ vedè’ pure ’u veddìche<br />
e l’otra cose..., mo’, no’nge t’ ’u <strong>di</strong>che...;<br />
cè tiene l’accussènde de papà?<br />
Quànne è ’mbarate a d<strong>di</strong>cere «Pirsìng»,<br />
l’aniedda d’ore, come ’na cunnànne,<br />
l’è mise: all’uècchie, a’ lènghe e a tutte vànne.<br />
Evviva a ci ha ’nvendate ’a libbèrtà!<br />
Le tatuàgge, apprime, le purtave<br />
’nu ’uappe, appartenènne a’ malavita;<br />
mo’, cume a ’nu sciardìne assaie fiorìte,<br />
no’ ssè’ manche addò cchiù te la fa-fa’.<br />
Sìndeme a mmè, te pozze fa’ da nonne:<br />
no’ so’ cose c’hadda ffà ‘na peccennòdde,<br />
senza malizie e cu’ ’nu core modde,<br />
ca sciòche cu’ ’a pupe “a ffa’ ’a mammà”!<br />
Jè vvére, ’a situazione jè ginerale,<br />
no’ se capisce cchiù cè jè ’a morale,<br />
’u munne, mo’, pare ca ggire a’ smèrse<br />
e sule quànne ne ve<strong>di</strong>me pèrse<br />
penzame a ’D<strong>di</strong>je, ci ne po’ salvà’!!!<br />
–––– 76 ––––<br />
Domenico Candelli<br />
Taranto
OGNI STORTURA È MODA<br />
(De<strong>di</strong>cata a certe ragazze <strong>di</strong> oggi giorno)<br />
Che tu ti cambi la tinta dei capelli,<br />
o che ti <strong>di</strong>pingi le labbra, la faccia e gli occhi<br />
e tutto il giorno stai <strong>di</strong> fronte ad uno specchio,<br />
sei sempre tu, la stessa, quella là.<br />
Se a te la Natura ti ha creata brutta,<br />
uguale a quei mobili tarlati,<br />
se metti lo “stucco” per salvare la facciata,<br />
si vede sempre il marcio dov’è.<br />
Se poi sei bella e vuoi apparire più attraente,<br />
“Ragazza”, tu per<strong>di</strong> il tempo inutilmente.<br />
Dai ascolto a me, te lo <strong>di</strong>co onestamente:<br />
sei sempre bella e non ti puoi cambiare!<br />
Ora porti il “Balconcino” e la “Minigonna”<br />
perché ti devi far vedere anche l’ombellico<br />
e l’altra cosa..., ora, non te la <strong>di</strong>co...;<br />
Che hai il consenso <strong>di</strong> papà?<br />
Quando hai imparato a <strong>di</strong>re “Pirsìng”,<br />
l’anello d’oro, come una condanna,<br />
l’hai messo: agli occhi, alla lingua e dappertutto.<br />
Evviva chi ha inventato la libertà!<br />
I tatuaggi, prima, li portava<br />
un guappo, appartenendo alla malavita;<br />
ora, come un giar<strong>di</strong>no molto fiorito,<br />
non sai neanche dove più te li devi far fare.<br />
Senti a me, ti posso fare da nonno:<br />
non sono cose che deve fare una ragazzina,<br />
senza malizie e con un cuore tenero,<br />
che gioca con la bambola “a fare la mamma”!<br />
È vero, la situazione è generale,<br />
non si capisce più che cos’è la morale,<br />
il mondo, ora, sembra che giri al rovescio<br />
e solo quando ci sentiamo sperduti<br />
pensiamo a Dio, se ci può salvare!!!<br />
–––– 77 ––––<br />
Domenico Candelli
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
JALTAMURE NÒSTE<br />
Ma ce profume a Jaltamura nòste,<br />
U paise de la pèta toste;<br />
che la Murge tand’amète<br />
grazeje all’erve profumète.<br />
Jaltamure jè assè an<strong>di</strong>che<br />
E pe chèsse jè de tutte amiche.<br />
Tra gnostre e Cattèdrele<br />
Jè canesciute a levèlle mondejele.<br />
Cu puène fragrande<br />
Sfème i vuocche de tutte quande.<br />
La “Leonèsse de la Puglj” l’avuonne chiamète<br />
E da tanne nesciun l’è chiù scurdète.<br />
Settandamile so l’abetande,<br />
combrèse pure l’emigrande.<br />
Pì vicchie stonne tand’attevetè<br />
Dall’Uneversetè o Cèndre Anzejène “Bell’Etè”.<br />
LA FEMMENE<br />
La regine de la chèse jè la fèmmene<br />
Ca se vaite come a na madonne<br />
Senza fèmmene nan se pote stè<br />
E la chèse vacande père<br />
E jè pure e senza defette<br />
La tremende che tand’affette<br />
La femmene jè meravigliose<br />
E vène odorate come e ne roseù<br />
Ce vene curate come a na chiande<br />
Sembe dechjiu te ‘ngande<br />
Di l’è crejète<br />
E all’omme l’effedète<br />
v-simbele de la libertè<br />
ca l’omme avà defènne<br />
–––– 78 ––––<br />
Anna Cappiello<br />
Altamura (BA)
LA NOSTRA ALTAMURA<br />
Ma che profumo nella nostra Altamura,<br />
La città della pietra dura;<br />
con la Murgia tanto amata<br />
grazie all’erba profumata.<br />
Altamura è molto antica<br />
E per questo è <strong>di</strong> tutti amica.<br />
Tra claustri e Cattedrale<br />
È conosciuta a livello mon<strong>di</strong>ale.<br />
Con i suoi pani fragranti<br />
Sfama le bocche <strong>di</strong> tutti quanti.<br />
La “Leonessa <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>” l’han chiamata<br />
E da quel momento nessuno l’ha più scordata.<br />
Settantamila sono gli abitanti,<br />
Compresi anche gli emigranti.<br />
Per gli anziani ci sono molte attività<br />
Dall’Università al Centro Anziani “Bell’Età”.<br />
LA DONNA<br />
Regina della casa è la donna<br />
Che si ammira come una madonna<br />
Senza la donna non si può stare<br />
E la casa vuota appare<br />
Se è pura e senza <strong>di</strong>fetto<br />
La guar<strong>di</strong> con tanto affetto<br />
La donna è meravigliosa<br />
E viene adorata come una rosa<br />
Se viene curata come una pianta<br />
Sempre più ti incanta<br />
Dio l’ha creata<br />
E all’uomo l’ha affidata<br />
Il simbolo della libertà<br />
Che l’uomo <strong>di</strong>fenderà<br />
–––– 79 ––––<br />
Anna Cappiello
ME SO ACCHJETE CHI VIP<br />
E timbe passète<br />
La cause ca me fasciaje cambè<br />
Jière u fè tanda attivetè.<br />
All’associazione “Donne in” sciaje<br />
E pringepalmènde cusciaje<br />
Tra recchjetèdde e sughètte,<br />
e tenaime u timbe pure pi merlètte.<br />
Tanda fèste organezzamme<br />
E che tutte l’ardore<br />
Partecepò pure Renzo Arbore.<br />
Jinda a tèlevisione so ssute<br />
E o maèstre Vissani so canesciute.<br />
Tègne angore tande da cundè,<br />
ma me fèrme e vu lasse mmagenè.<br />
Romana<br />
CARNEVALE<br />
E n’àlde Carnevale se n’à scjùte!...<br />
’U avònne precuàte probbj’ajìre sere:<br />
’u acchembagnàve ccì tutta tengjùte,<br />
ccì vestute a llùtte p’u <strong>di</strong>spiacère.<br />
Francesca<br />
Nu muèrte o motte ca se chiàmave Rocche,<br />
chiangjùte e acchembagnate da uagnune:<br />
o cuènze* và ccì av’a mangià a ddò vocche,<br />
e ccì pe la brevogne stà descjùne.<br />
* cuènze: ristoro offerto dai famigliari dopo la veglia.<br />
–––– 80 ––––<br />
Anna<br />
Cappiello<br />
Altamura (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Capriati<br />
<strong>Bari</strong>
I MIEI INCONTRI VIP<br />
Ai tempi ad<strong>di</strong>etro<br />
la cosa che mi manteneva in vita<br />
era lo svolgimento <strong>di</strong> tante attività.<br />
All’associazione “Donne in” andavo<br />
e principalmente cucinavo,<br />
tra orecchiette e sughetto,<br />
avevamo il tempo anche per i merletti.<br />
Tante feste organizzavamo<br />
e con ardore<br />
anche Renzo Arbore<br />
coinvolgevamo.<br />
In tv sono andata<br />
e con il maestro Vissani mi sono incontrata.<br />
Nella mia mente<br />
ho tanto da raccontare<br />
ma mi fermo,<br />
vi lascio immaginare.<br />
CARNEVALE<br />
<br />
E un altro “Carnevale” se n’è andato!<br />
L’hanno sepolto proprio ieri sera:<br />
Lo accompagnavano chi tutto truccato,<br />
chi vestito a lutto pel <strong>di</strong>spiacere.<br />
Un morto finto sempre chiamato Rocco,<br />
accompagnato piangendo da ragazzi:<br />
alla cena vi andrà chi mangerà troppo,<br />
e chi per <strong>di</strong>gnità sarà <strong>di</strong>giuno.<br />
–––– 81 ––––<br />
Anna<br />
Cappiello<br />
Francesca Romana<br />
Capriati
Ma a cudde Carnevale no’nzò tutte:<br />
ddà se devèrte ’u menzane e ’u piccinùnne,<br />
se scàngene la maschre belle e brutte,<br />
e sfòttene allegramende mjìnze Munne.<br />
Iè o Carnevale de la vite,<br />
ca sciàme masckarate tutte quànde:<br />
và ccì chiangènne ’nguèrpe se la rite,<br />
e ccì pe rrìde s’av’ascònne ’u chiande.<br />
LA PRIMAVERE<br />
Punduale av’arrevate stamatine,<br />
tutta vestuta a feste e ’ngherlandàte:<br />
capidde d’ore che l’ècchie celestrine,<br />
e, o poste de la vocche na cerase.<br />
Appìse o vrazze pertàve nu cestine,<br />
chjìne de rose e viole profumate,<br />
e a ccì la salutave che l’inghine,<br />
’mbrìme respennève che nu vase.<br />
P’u prjìsce ca regalàve a tutte,<br />
l’avònne scangiàte pe na Fate,<br />
ca senza fa remore citta-cìtte,<br />
che na bacchette ’u vjirne à mendeuàte!...*<br />
* mendeuàte: allontanato.<br />
–––– 82 ––––<br />
Francesca Romana Capriati<br />
<strong>Bari</strong>
Ma a quel “Carnevale” non vanno tutti:<br />
là si <strong>di</strong>verte il giovane e il bambino,<br />
si scambiano le maschere belle e brutte,<br />
per tiranneggiare il più vicino.<br />
È al Carnevale della vita,<br />
che mascherati ci trasciniamo in tanti...<br />
chi piangendo nasconderà il piacere,<br />
chi sorridendo reprimerà il pianto.<br />
LA PRIMAVERA<br />
Puntuale è arrivata stamattina,<br />
tutta vestita a festa e inghirlandata,<br />
capelli d’oro e gli cilestrini,<br />
e al posto della bocca una cerasa.<br />
Al braccio portava un bel cestino,<br />
<strong>di</strong> roselline e viole profumate,<br />
e, a chi la salutava con un inchino,<br />
ricambiava sempre con un bacio.<br />
Per l’allegria che contagiava tutti,<br />
l’hanno scambiata per una fata,<br />
che senza far confusione, <strong>di</strong>vertita,<br />
con la bacchetta il “verno” ha congedato.<br />
–––– 83 ––––<br />
Francesca Romana Capriati
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
’U MESTÉRE<br />
Dije ha criate ‘a terre e ‘u Paravise<br />
no’ sapime manghe a date precise.<br />
Sette giurne de fatije e le notte,<br />
po’ stracche assaje, se fermò de botte.<br />
Sfizius’à state, come a Jdde sime,<br />
e l’assemegghiame, l’ha Ditte apprime.<br />
Pupazze Crijò de pórve imbastate.<br />
E ppure ‘u cirvidde,... l’avére date...<br />
Po’ le fiatò mmocche, l’aneme ‘uguèrpe,<br />
accussì trasì po’ a vite indo cuèrpe.<br />
Ma ‘nguarche ccose... nonge ha sciute dritte...,<br />
da tanne no’ hamm’avute cchiù reggìtte.<br />
Miˆskate a nuje tande rebusciáte<br />
e po’ nu munne de malasurtáte.<br />
Mariungidde,... assassine... e pallunáre,... 1<br />
e de uagnune drugate, nu mare.<br />
Le prufete ca a Bibbie, honne scritte...,<br />
s’honna scurdate de quidde ca ha Ditte?<br />
Leggime a verdáte o’ tande buscije?<br />
Ijè libbre de sbruècchele 2 e fantasije?<br />
‘U Crijatore ca sembe ha smirciáte 3 ,<br />
ha lassate stare le smarrunate 4 ,<br />
Ha ‘ngarecate ‘u Figghie all’andrasatte 5 ,<br />
p’aggiustáre tutte le malefatte.<br />
1 Pallunáre: Millantatore, sbruffone.<br />
2 Sbruècchele: Sciocchezze.<br />
3 Smirciáte: Guardare minutamente, squadrare.<br />
4 Smarrunate: Un errore, commettere una mancanza.<br />
5 All’andrasatte: All’improvviso.<br />
–––– 84 ––––<br />
Vittorio Cascone<br />
Taranto
IL MISTERO<br />
Dio ha creato la terra e il Para<strong>di</strong>so,<br />
ma non sappiamo la data precisa.<br />
Sette giorni <strong>di</strong> lavoro più le notti,<br />
poi stanco assai, si fermò all’istante.<br />
Sfizioso è stato, siamo come Lui,<br />
l’assomigliamo l’Ha detto subito.<br />
Creò pupazzi, con polvere e acqua impastata,<br />
e dette al cervello, l’intelletto.<br />
Poi soffiò l’alito in bocca generando l’anima<br />
e donò vita al corpo.<br />
Ma qualche cosa non andò nel giusto verso<br />
perché d’allora non abbiamo avuto più pace.<br />
Ci siamo trovati in mezzo a<br />
un mondo <strong>di</strong> marioli, debosciati,<br />
assassini, imbroglioni<br />
e un mare <strong>di</strong> ragazzi drogati.<br />
I Profeti che la Bibbia hanno scritto...<br />
<strong>di</strong>menticarono quello che <strong>di</strong>sse Dio?<br />
Leggiamo la verità o tante bugie?<br />
È un libro <strong>di</strong> sciocchezze e fantasia?<br />
Il Creatore che sempre ci ha guardato<br />
ha lasciato stare gli errori e le falsità,<br />
ha mandato all’improvviso il Suo Figliolo<br />
per riparare tutte le malefatte.<br />
–––– 85 ––––<br />
Vittorio Cascone
Pe rengraziamende ‘u mettemme ’ngroce;<br />
però hamma remaste belve feroce.<br />
‘U crede... pe tutte..., jè nu mestere<br />
p’ ‘u munne nuestre e l’universe indere.<br />
TANDE TIEMB’ ARRETE<br />
Finite a uerre, tande tiembe arrete,<br />
‘mmbece de scè nnanze scemme rete.<br />
‘U fiate pe’ parlare ne mangave,<br />
sule fame e miserie, ninde stave,<br />
A fatije po’, no’ mangave ô tate,<br />
turnave ‘a sere accase ‘mbassuláte 1 ,<br />
de solde ‘a sacche ere sembe vacande<br />
sutáve 2 ‘a màmme... c’ ’u mandesine ‘nnande 3 ,<br />
teneve sembe ‘nu curtidde ‘mmane,<br />
pelamme tutte quande le patane,<br />
n’anghiemme ‘u stomecke cu’ le muledde 4<br />
e ‘nguarche vote cu’ le pagnutedde.<br />
A tutte quande ‘nu stuezze de pane;<br />
tutte malatidde, pe’ ninde sane.<br />
Stamme sembe a cacce de sgranatorje 5 ,<br />
Nu’ ereme aneme du’ purgatorje.<br />
1 ‘Mbassuláte: stanco.<br />
2 Sutáve: sudare, affaticarsi molto...<br />
3 Mandesin’ande: grembiule davanti.<br />
4 Muledde: piccole mele, oggi rare a trovarsi.<br />
5 Sgranatòrje: in cerca <strong>di</strong> cibo.<br />
–––– 86 ––––<br />
Vittorio Cascone<br />
Taranto
Noi per ringraziarLo Lo mettemmo in croce,<br />
e siamo rimasti come all’ora, belve feroci.<br />
Il credo... per tutti è un mistero...<br />
per il nostro mondo e l’universo intero.<br />
TANTO TEMPO ADDIETRO<br />
Finita la guerra, tanto tempo ad<strong>di</strong>etro,<br />
invece <strong>di</strong> andare avanti si andava in<strong>di</strong>etro.<br />
Il fiato per parlare ci mancava,<br />
solo fame e miseria, nient’altro restava.<br />
Il lavoro non mancava a mio padre,<br />
ritornava la sera a casa molto stanco<br />
e <strong>di</strong> sol<strong>di</strong> la tasca era sempre vuota.<br />
La mamma era sempre stanca per il lavoro,<br />
aveva sempre il coltello in mano<br />
per pelare insieme ai figli le patate.<br />
Ci riempivamo lo stomaco con piccole mele (non più<br />
in commercio)<br />
e qualche volta con pagnottelle (della famiglia dei cetrioli).<br />
Per tutti un pezzettino <strong>di</strong> pane,<br />
tutti malaticci, per niente sani.<br />
Affamati, si andava sempre in cerca <strong>di</strong> cibo.<br />
Eravamo come anime vaganti del purgatorio.<br />
–––– 87 ––––<br />
Vittorio Cascone
Le patane serrate inde a credenze 6 ,<br />
Ss’accattáve dô furese a credenze 7 .<br />
‘U cafeje poj ere na’ ˆschifezze,<br />
assemegghiave ô fizze da’ munnezze.<br />
E quiste ere po’, ‘u timbe de ‘na vvote,<br />
òsce... tutte,... tènene solde ‘mbóte 8<br />
e se spennene pe’ studecarije,<br />
ssò malate tutte, de pecundríje 9 .<br />
S’ACHIUDE ‘U SEPARJE<br />
Vogghie <strong>di</strong>scitarme 10 pe’ ‘na matine<br />
tutte prisciate 11 , ma senz’a ‘mmuíne 12<br />
e de tenére vind’anne de mene,<br />
e senza penziere, sembe serene.<br />
Jè brutte quanne no’ sté cchiù cirvidde<br />
o mangià quanne no’ tijene cchiù le <strong>di</strong>nde.<br />
‘U destine,... spisse,... se pigghie guste,...<br />
riale ‘a malasorte, ma no jè ggiuste!<br />
P’apprezàre ‘u giurne ‘nge vole ‘a notte,<br />
scarpa nove, comede cchiù da rotte.<br />
E cce ccosa bedde jè semb’ ‘a giuvendù,<br />
e da vecchie,... a vite,... po’ no’ ‘a tiene cchiù.<br />
Se ferm’ ‘u còre,... fenisce na storje...<br />
Jè tutte tiatre,... s’acchiud’’u separje...<br />
6 Credenze: <strong>di</strong>spensa.<br />
7 Credenze: cre<strong>di</strong>to.<br />
8 ‘Mbóte: tasca.<br />
9 Pecundríje: apprensione per la propria salute, ansiosa o ossessiva.<br />
Forma <strong>di</strong> nevrosi simile alla malinconia.<br />
10 Discitarme: svegliarsi.<br />
11 Prisciate: gioia, contentezza.<br />
12 Muine: baldoria, chiasso, rumore.<br />
–––– 88 ––––<br />
Vittorio Cascone<br />
Taranto
La patate chiuse nella credenza,<br />
si compravano dal conta<strong>di</strong>no a cre<strong>di</strong>to.<br />
Il caffè era una vera schifezza,<br />
emanava il cattivo odore della mondezza.<br />
Questo era il tempo <strong>di</strong> una volta,<br />
oggi... tutti hanno sol<strong>di</strong> in tasca<br />
e si spendono per stupidaggini<br />
e sono tutti malati <strong>di</strong> ipocondria.<br />
SI CHIUDE IL SIPARIO<br />
Voglio svegliarmi per una sola mattina<br />
tutto gioioso e senza tanti schiamazzi<br />
e <strong>di</strong> avere vent’anni <strong>di</strong> meno,<br />
senza pensieri, sempre sereno.<br />
È brutto quando il cervello incomincia a non ragionare<br />
e mangiare quando non si hanno più denti.<br />
Il destino spesse volte si prende gusto<br />
a regalare la malasorte, ma non è giusto!<br />
Per apprezzare il giorno ci vuole la notte.<br />
Scarpa nuova, comoda più <strong>di</strong> quella rotta.<br />
Che bella cosa è la gioventù,...<br />
da vecchi... la salute non c’è più.<br />
Si ferma il cuore,... finisce una storia...<br />
È tutto un show... si chiude il sipario.<br />
–––– 89 ––––<br />
Vittorio Cascone
NU’ PIATTE P’’A CÀNNE 1<br />
Naddore se spanne sembe inde all’arje<br />
du’ mare prufumate taran<strong>di</strong>ne,<br />
vonghele, cozze e paste tubettine,<br />
recette an<strong>di</strong>che appartene ‘a storje.<br />
E da tratturje, ‘u stesse piatte vogghie,<br />
cu pumedóre, putresine e agghie,<br />
c’’u nu recorde de le nuestre vicchie<br />
ca metterene pure ’u <strong>di</strong>avulìcchie 2 .<br />
Po’, pe seconde, doje frische tregghie,<br />
na spasòdde 3 , iavatune e spuenzele 4 ,<br />
e pe’ spingè inde o cannanoce 5 , megghie,<br />
u ‘vine de Carusine e amènele 6 .<br />
Na tazze de cafeje e bucchenòtte 7 .<br />
E all’urteme, nu lucane 8 c’u botte<br />
pe ne sendé po’ tutte ad<strong>di</strong>crijate 9 .<br />
Vive Tàrde nuestre e cci la Ccrijate.<br />
1 Canne: molto goloso.<br />
2 Diavulìcchie: peperoncini.<br />
3 Spasòde: piatto piano <strong>di</strong> ceramica senza fondo.<br />
4 Iavatune - spuenzele: frutto <strong>di</strong> mare.<br />
5 Cannanoce: gola.<br />
6 Amènele: mandorle, frutta secca.<br />
7 Bucchenòtte: dolce a forma rotonda ripieno <strong>di</strong> crema, marmellata<br />
o ricotta.<br />
8 Lucane: Amaro <strong>di</strong>gestivo Lucano.<br />
9 Ad<strong>di</strong>crijate: sod<strong>di</strong>sfatto e contento del pranzo.<br />
–––– 90 ––––<br />
Vittorio Cascone<br />
Taranto
UN PIATTO PER I GOLOSI<br />
Un odore si spande sempre nell’aria<br />
del mare profumato tarantino,<br />
<strong>di</strong> vongole cozze e pasta a tubettini,<br />
ricetta antica, appartiene alla storia.<br />
In trattoria lo stesso piatto chiedo,<br />
con pomodorini, prezzemolo e aglio,<br />
e con un ricordo dei nostri nonni<br />
che aggiunsero il peperoncino.<br />
Per secondo due fresche triglie,<br />
un piatto <strong>di</strong> frutti e tartufi <strong>di</strong> mare e<br />
per assaporare meglio il tutto,<br />
frutta secca e vino <strong>di</strong> Carosino.<br />
Una tazza <strong>di</strong> caffè e cannolo con ricotta,<br />
e per ultimo un amaro lucano <strong>di</strong>gestivo per<br />
sentirci allegri e appagati,<br />
esclamando Viva Taranto e chi l’ha creato.<br />
–––– 91 ––––<br />
Vittorio Cascone
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U FIÙMÖÖ MÖÖ’IÖÖ<br />
IóscÖ sté la quart’ étÖ’:<br />
ià la vÖcchiÖ’mÖ, chèss ià la vÖrÖtÖ’!<br />
Tótt fàscÖnÖ rÖmÖ’urÖ,<br />
e la télévisio’nÖ nÖ parl pÖ’urÖ.<br />
NÖ prummèttÖnÖ tànt affètt<br />
ma la vÖrÖtÖ’fÖ’scÖ nu àlt effètt.<br />
CàmpÖ sÖ’ulÖ, c’u arrÖcùrd du passÖ’tÖ:<br />
ind’a rÖ d’òcchiÖrÖ rÖ fàccÖ ca so amÖ’tÖ.<br />
Quanta fatÖ’ichÖ, quant’esperiènz,<br />
ióscÖ nan vàlÖnÖ quÖ’sÖ chiÖ’uÖ pÖ sciènz!<br />
A raccuntÖ’ so sèmp prònt iÖ’iÖ<br />
a cÖ m’addÖmànn e mÖ vólÖ sÖndÖ’iÖ!<br />
Nan sì fuscènn accàmm nu dÖmò niÖ,<br />
firmÖtÖ, nan stàunÖ rechÖnòniÖ!<br />
Ià important chèrÖ ca tÖ dÖ’ich,<br />
iIà la saggèzz dÖ l’antÖ’ich.<br />
U lùngh fiùmÖ mÖ’iÖ mó arrìv’ó mÖ’rÖ,<br />
vìnÖ, nan pèrd rÖ càusÖ chiù chÖ’rÖ!<br />
NU NZIDD D’ACQUA<br />
Na matin d marz,<br />
quann chiov e l’acqua scenn<br />
dolgia dolg, com ci la pass<br />
fina fina allu setazz...<br />
Nu nzidd d’acqua s’ sci puggiò<br />
indda na frask d cucuzz e...<br />
quann s’ r’p’gghiò da sta cadut,<br />
accum’nzò a tr’mend li bellezz d la terr.<br />
–––– 92 ––––<br />
Angela<br />
Cataldo<br />
Terlizzi (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Pasqua<br />
Catucci<br />
Palagiano (TA)
IL FIUME MIO<br />
Oggi c’è la quarta età:<br />
è la vecchiaia, questa è la verità!<br />
Tutti fanno un gran rumore,<br />
la televisione ne parla ore ed ore.<br />
Ci promettono tanto affetto<br />
Ma la verità fa un altro effetto.<br />
Vivo solo, con i ricor<strong>di</strong> del passato:<br />
negli occhi i visi che ho amato.<br />
Quanto lavoro, quanta esperienza,<br />
oggi non valgon quasi più per scienza!<br />
Son sempre pronto a raccontare<br />
a chi domanda e mi vuole ascoltare.<br />
Non fuggire come un dannato,<br />
fermati, non hai scuse, ti ho chiamato!<br />
È importante quel che ti <strong>di</strong>co,<br />
è la saggezza del saper antico.<br />
Il lungo fiume mio s’avvìa al mare,<br />
sèguine il corso, tieni alle cose più care!<br />
UNA GOCCIA D’ACQUA<br />
<br />
Una mattina <strong>di</strong> marzo, quando piove e<br />
l’acqua scende dolce dolce come se<br />
la passassi al setaccio, una goccia d’acqua<br />
si posò su una foglia <strong>di</strong> zucchina, e<br />
quando si riprese dalla caduta, iniziò a<br />
guardare le bellezze della terra.<br />
–––– 93 ––––<br />
Angela<br />
Cataldo<br />
Pasqua<br />
Catucci
La cambagna er bell:<br />
lu ualen ka zappev,<br />
la masser ka dev la canigghj’ alli iad<strong>di</strong>n e<br />
lu sciardenir ka s’ p’gghiev cur d tutt li fiur d lu sciar<strong>di</strong>n.<br />
Lu nzidd d’acqua accum’nzò a p’nzè<br />
ka ier proprj bell addò s’acchiev,<br />
s’ st’nnacchiò e s’ repusò.<br />
Ma da na ramagghj d’alì,<br />
nu passaridd vulò sus’alla frask e b’vì e s’ dd’fr’sc’kò<br />
c’ cudd nzidd d’acqua, ka vulev cambè assè,<br />
indda na frask d’ cucuzz.<br />
NU STUZZ D’ PEN<br />
Camin p’lla stret... li vrazz m’ dol’n<br />
e quand pes’n sti bust’ chien’ d mangè e ogn’ ben d Dì.<br />
Lu pass è svelt e li p’nzijr vol’n ind’alla mend.<br />
Stè da pr’parè da mangè a tutta la famigghij,<br />
e lu pass s’allogn’ e li p’nzijr vol’n.<br />
Azzis’ a nù rumm’tel, nu piccinn’ m stenn la men:<br />
“Signò, tegn’ fem... damm nu stu’zz d’ pen!”<br />
Tutt li p’nzijr m’ pass’n... lu tr’mend...<br />
Quand’è bell! L’u’cchij par’n do stell,<br />
sus’ a chedda facciaredd: nu sorris dolg com’ n’ang’l!<br />
Com’ s’pò nijè nu stu’zz d’ pen?<br />
Ngià uandd la manodd e ng’ <strong>di</strong>k:<br />
“Vijn, vijn k’mè!” e quand’arriv’ a kes lu fzz lavè e...<br />
sub’t sub’t ng’ pr’per da mangè.<br />
S’è manget tutt com nu lup... affamet,<br />
e nu sorris da chedda facciaredd’ d’ Para<strong>di</strong>s.<br />
Po’, m’ha det nu ves e s’n’è sciut...<br />
M’affacch alla f’nestr e lu vogghij salutè, ma...<br />
nu v’nd’cijdd s’iolz e sparisc...<br />
E cè pozz cret ka ng’ det da mangè a Crist?<br />
–––– 94 ––––<br />
Pasqua Catucci<br />
Palagiano (TA)
La campagna era bella: il conta<strong>di</strong>no che<br />
zappava, la massaia che dava la crusca<br />
alle galline e il giar<strong>di</strong>niere che si occupava<br />
dei fiori del suo giar<strong>di</strong>no.<br />
La goccia d’acqua iniziò a pensare che era<br />
proprio bello il posto dove era finita,<br />
si stiracchiò e si riposò.<br />
Da un ramo d’ulivo, un passerotto volò<br />
sulla foglia <strong>di</strong> zucchina; bevve e<br />
si rinfrescò con quella goccia d’acqua che<br />
voleva vivere tanto in una foglia <strong>di</strong> zucchina.<br />
UN PEZZO DI PANE<br />
Cammino per la strada, le braccia mi fanno male.<br />
Quanto pesano queste buste piene <strong>di</strong> cibo e ogni ben <strong>di</strong> Dio!<br />
Il passo è svelto e i pensieri si accavallano nella mente.<br />
Bisogna preparare da mangiare a tutta la famiglia,<br />
e il passo si allunga e i pensieri volano...<br />
Seduto su uno scalino, un bambino mi tende la mano:<br />
“Signora, ho fame... dammi un pezzo <strong>di</strong> pane!”<br />
Tutti i pensieri svaniscono, lo guardo...<br />
Quanto è bello! Gli occhi sembrano due stelle,<br />
e su quel viso: un sorriso dolce come quello <strong>di</strong> un angelo!<br />
Come si può negare un tozzo <strong>di</strong> pane?<br />
Gli prendo la mano e gli <strong>di</strong>co:<br />
“Vieni, vieni con me!” e quando giungo a casa lo lavo e...<br />
in fretta e furia gli preparo da mangiare...<br />
Ha mangiato tutto come un lupo... affamato,<br />
e mi ha rivolto un sorriso con quel viso <strong>di</strong> Para<strong>di</strong>so.<br />
Dopo, mi ha dato un bacio ed è andato via...<br />
Mi affaccio alla finestra per salutarlo, ma...<br />
un venticello si solleva e svanisce...<br />
Posso credere <strong>di</strong> aver dato da mangiare a Cristo?<br />
–––– 95 ––––<br />
Pasqua Catucci
QUANN S’ SPOS NA FIGGHIJ<br />
Cudd ka succed indd’anna famigghij quann s’spos na figghij,<br />
nisciun lu po’ cret!<br />
La mamm d’la zit accummenz’ a p’nzè,<br />
ca qualke mob’l d’la kes sa va kangè.<br />
Accummenz’ da lu d’ven, e lu marit,<br />
no’ sol’ mett men allu portafoglij,<br />
ma l’ ven da kiang’, purcè sus’ a cudd d’ven, ka no<br />
[piascev a nisciun,<br />
idd’ s’ fascev li megghij durmu’t.<br />
Mò è megghij ca s’lu port for’, accussì ddè... nisciu<br />
[lu mett ‘ngrosc’...<br />
P’ ttanda mis’, lu pov’r marit, quann torn dalla fatì,<br />
sus’alla tav’l iacchij nu piattid accummugg’ket e nu bigliett...<br />
Na ser on’ sciut a skakkiè la cam’r d’lu lijtt, nolda dì<br />
[lu pranz, li bombonijr,<br />
lu v’stit alla zit e pur’ cudd’ a idd’.<br />
E finalmend, dopp’ ka lu portafoglij è d’v’ndet assutt,<br />
arriv la sciurnet d’lu matr’monij!<br />
Azzis’ allu lijtt p’nzev alla figghij quann ier p’ccenn e<br />
indd’ alli vrazz s’l’annazz’kev...<br />
Iolz l’ u’cchij e vet la m’gghier... Pikk ng’ vol’ k’ li ven<br />
[l’infart:<br />
s’è v’stut com n’ alv’r d’ Natel e che no l’ dè v’len, <strong>di</strong>sc:<br />
“Si megghij <strong>di</strong> Sofia Lorèn!”<br />
Intand arriv’ lu sart e accummenz a vvest a idd’:<br />
li mutand, li calzijtt k’lla molla strett, la magliett’,<br />
[lu calzon’ e la cammis’,<br />
e la cravatt ka mè s’è mis’...<br />
E quann s’ mett nanz’ allu spekkhij, ques li ven’ nu colp<br />
[a polpett’!<br />
E s’ tr’mend: ma ci è cudd d’sgraziet tutt ’mbumatet?<br />
S’ tr’mend megghij e f’nalmend s’ canosc... ka cudd<br />
[pupazz è propij idd!!!<br />
E mò ven lu megghij: li scarp c’ la ponda strett e<br />
lu d’lor a cudd cadd ka no’lli dè pesc!<br />
–––– 96 ––––<br />
Pasqua Catucci<br />
Palagiano (TA)
QUANDO SI SPOSA UNA FIGLIA<br />
Nessuno può credere a quello che accade in una famiglia<br />
quando si sposa una figlia.<br />
La mamma della sposa comincia a pensare <strong>di</strong> dover<br />
cambiare qualche mobile in casa.<br />
Inizia dal <strong>di</strong>vano, e il marito, non solo sborsa i sol<strong>di</strong>, ma<br />
gli viene anche da piangere, perché su quello stesso<br />
<strong>di</strong>vano che non piaceva a nessuno, lui si faceva le<br />
migliori dormite.<br />
Ora è preferibile portare quel <strong>di</strong>vano nella casa <strong>di</strong> campagna,<br />
così lì nessuno può <strong>di</strong>sturbarlo.<br />
Per <strong>di</strong>versi mesi, il povero marito, al ritorno dal lavoro,<br />
trova sul tavolo della cucina un piatto coperto e un<br />
biglietto: una sera sono andati a scegliere la camera da<br />
letto, un altro giorno il pranzo, le bomboniere, il vestito<br />
della sposa e anche quello per lui.<br />
E finalmente, quando ormai il portafoglio si è prosciugato,<br />
arriva il giorno delle nozze.<br />
Seduto al letto, pensa a quando la figlia era piccola e la<br />
cullava tra le sue braccia.<br />
Solleva lo sguardo e vedendo la moglie, per poco non gli<br />
viene un infarto!<br />
Si è vestita come un albero <strong>di</strong> Natale, ma per non darle<br />
un <strong>di</strong>spiacere, si complimenta con lei, paragonandola a<br />
Sofia Loren!<br />
Nel frattempo, arriva il sarto per vestirlo: le mutande, le<br />
calze con l’elastico stretto, la maglietta, il pantalone e la camicia,<br />
e la cravatta che non aveva mai indossato... e quando<br />
si specchia, per poco non gli viene un colpo apopletico!<br />
Si chiede chi sia quel <strong>di</strong>sgraziato tutto agghindato!<br />
Si osserva meglio e finalmente si riconosce... Ma il<br />
meglio deve ancora arrivare... le scarpe con la punta<br />
stretta gli causano un insopportabile dolore alle callosità<br />
dei pie<strong>di</strong>.<br />
–––– 97 ––––<br />
Pasqua Catucci
Tres la m’gghijer e scett nu lukk’l... “Marit mì,<br />
[quand si bell, pe’r nu pring’p!”<br />
E pov’rijdd streng’ li <strong>di</strong>jnd p’lu d’lor d’lu cadd<br />
[e p’lu portafoglij<br />
ka è d’vndet mazz’ com na sardedda salèt!<br />
Ma quand tres indd’ allu salott e vet la figghij...<br />
[bell, com’ na Madonn,<br />
tutt li d’lu’r li pass’n... s’la ves, s’assuk li lacr’m,<br />
[e tutt f’lisc, l’accumbagn’<br />
all’al’ter...<br />
E lu proverbij <strong>di</strong>sc...<br />
CI’ NO’ FABBR’K E NO’ MMARIT’,<br />
D’ STU MUNN, NONN’ SIJ MIK!<br />
‘N’AMORE A DESTANZE<br />
So avute ‘n’amore a destanze<br />
e sèmbe vacande chèssa stanze,<br />
pènze a taje ca stè l’undène<br />
e te stringe la mène.<br />
Saule nan zo stète<br />
peccè i file nan m’avuonne abbandunète.<br />
Scaje alla fundène<br />
e sendaje ca staje lundène,<br />
l’acque pe l’avè i panne<br />
pegghjaje tutte l’anne.<br />
N’Germaneje asime stète<br />
ma n’asime scitte d’annète,<br />
in italeje ritornèmme<br />
e mè cchjù ne scèmme.<br />
Mo ca stè chiù vecine<br />
u munne mi jè chiù piccoline,<br />
la famigghje s’è allarejète<br />
e nonne so’ devendète.<br />
–––– 98 ––––<br />
Pasqua<br />
Catucci<br />
Palagiano (TA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Annunziata<br />
Chironna<br />
Altamura (BA)
La moglie entra e urla <strong>di</strong> gioia... Il poveretto stringe<br />
i denti per il dolore ai pie<strong>di</strong> e per il portafoglio<br />
che si è assottigliato come una sar<strong>di</strong>na.<br />
Ma quando entra nel salotto e vede la figlia, bella<br />
come la Madonna, gli passano improvvisamente<br />
tutti i dolori... la bacia, asciuga le lacrime, e tutto<br />
felice, l’accompagna all’altare.<br />
Il proverbio <strong>di</strong>ce che:<br />
CHI NON SI È FATTO UNA CASA<br />
E NON HA PROVATO L’ESPERIENZA DELLE<br />
NOZZE DI UN FIGLIO,<br />
NON POTRÀ MAI COMPRENDERNE<br />
L’ESOSITÀ.<br />
<br />
UN AMORE A DISTANZA<br />
Ho vissuto un amore a <strong>di</strong>stanza<br />
e sempre vuota questa stanza,<br />
penso a te che sei lontano<br />
e ti stringo la mano.<br />
Sola non sono stata<br />
perché i nostri figli non mi hanno abbandonata.<br />
Andavo alla fontana<br />
e sento che sono lontana,<br />
l’acqua per lavare i panni<br />
prendevo tutti gli anni.<br />
In Germania siamo andati<br />
ma ci siamo solo dannati,<br />
in Italia ritornammo<br />
e mai più ce ne andammo.<br />
Ora che sei vicino<br />
il mio mondo è più piccino,<br />
la famiglia si è allargata<br />
e nonna son <strong>di</strong>ventata.<br />
–––– 99 ––––<br />
Pasqua<br />
Catucci<br />
Annunziata<br />
Chironna
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A SPRANZA MAJ<br />
Amor je assie,<br />
com a tierr maj<br />
e u rcurd da ches maj<br />
A vuog arret a ches maj<br />
quanta malincungh,<br />
son ogn rgh nu stuzzarid du cil togh<br />
Na vt tra spn e fior,<br />
ma siemb ai pir d’ Crst,<br />
ca illumnesc a vgh maj<br />
e m fec campà.<br />
LA VEITE CE VALAURE TENE?<br />
Recherdànne tùtte i tjimbe du pàssate,<br />
i recùerde de la gevendèue nan me ssò sckerdete,<br />
jind’ò còere mèje s’ònne arrechenète,<br />
de tjimbe moderne vènene sckendreiète.<br />
Jòsce i còere romandeche vònne sparescènne,<br />
nnànd’à la modernetè vònne fescènne.<br />
L’Amòere modèrne vèen’è vvè càume u vjinde,<br />
doppe picche tjimbe schecchjète i sjinde.<br />
S’accocchjen’è scòcchjene càume i chène,<br />
e i pòvere fèile càngene màmm’è uàttene.<br />
Màsque è fèmmene ssò ttùtte scàttacòere,<br />
nan tènene nnè còer’è mmànghe amòere.<br />
–––– 100 ––––<br />
Grazia<br />
Corrente<br />
Locorotondo (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Giacomo<br />
D’angelo<br />
Grumo Appula (BA)
LA MIA SPERANZA<br />
L’amore è tanto,<br />
come la mia terra<br />
e il ricordo della mia casa.<br />
Voglia <strong>di</strong> essa,<br />
quanta malinconia...<br />
Sogno ogni giorno un pezzetto del tuo cielo.<br />
Una vita tra spine e fiori,<br />
ma sempre ai pie<strong>di</strong> <strong>di</strong> Dio,<br />
che ogni giorno illumina il mio cammino<br />
e dà vita al mio esistere.<br />
<br />
LA VITA CHE VALORE TIENE?<br />
Ricordandomi tutto il tempo passato,<br />
i ricor<strong>di</strong> della gioventù non li ho <strong>di</strong>menticati,<br />
nel cuore mio si sono riparati,<br />
dai tempi moderni vengono <strong>di</strong>sturbati.<br />
Oggi i cuori romantici vanno scomparendo,<br />
davanti alla modernità vanno fuggendo.<br />
L’Amore moderno viene e va come il vento,<br />
dopo poco tempo <strong>di</strong>visi li sento.<br />
Si accoppiano e <strong>di</strong>vidono come i cani,<br />
ed i poveri figli cambiano madri e padri.<br />
Maschi e donne sono crepacuore,<br />
non hanno ne cuore e neanche amore.<br />
–––– 101 ––––<br />
Grazia<br />
Corrente<br />
Giacomo<br />
D’angelo
Pùete fè uesèrcete de devorziète, chenvevènd’è separète,<br />
càume na gramègne sàupe a stà tèrre sònne sparnezzète,<br />
e quànne la dròghe a cchjisse jèv’acciaffete,<br />
la mòerte ò uàlde mùnne si è carescète.<br />
Da bbùene genetèure crèsceut’è procrejète,<br />
jind’ò tavèute fernèsce la vèite du droghete.<br />
L’Itaglia sta nòeste àmeta tèrre,<br />
Augheràmene de stè lèndene da dròghet’è gguèrre.<br />
La Pèsce se ve cercànne pe ttutte u mùnne,<br />
ma tenèime paghèure acchjamendànne attùerne.<br />
I terrorìste te fascene a ttutte paghèure,<br />
a nescèuna vànne se stè sechèure.<br />
I Kamikaze è i vòtete alla mòerte,<br />
a ttutte i nazzièune stònne rèet’è pòerte,<br />
e quànne chisse sònne presendete,<br />
i strède de mòerte vèite semènète.<br />
I ghevernànde ssò còm’ò... cacchie,<br />
jind’à llòere se tirene u peddàcchie.<br />
S’ammenene tutte i pèete mbàcce,<br />
ssò schecchjet’ò ssò pàcce!?<br />
I vèite càume chène affamet’è arrabbiete,<br />
sèmbe prònde alla mezzecuete,<br />
la poldròne se la defènnene mmènz’è <strong>di</strong>nde,<br />
nan l’allassene mèiche sti fetìnde.<br />
Alla pròssema vòelde alla votazziàune,<br />
a stàmbete nghèule nge vòele la razziàune,<br />
la nazziàuna nòesta l’ònne arrunete,<br />
nan meretene cchjèue de jèsse votète.<br />
–––– 102 ––––<br />
Giacomo D’angelo<br />
Grumo Appula (BA)
Puoi fare un esercito <strong>di</strong> <strong>di</strong>vorziati, conviventi e separati,<br />
come la gramigna sulla nostra terra si è <strong>di</strong>vulgata,<br />
e quando la droga a questi li ha acchiappati,<br />
la morte all’altro mondo se li è portati.<br />
Da buoni genitori cresciuti e procreati,<br />
nelle bare finisce la vita dei drogati.<br />
L’Italia questa nostra amata terra,<br />
auguriamoci <strong>di</strong> stare lontano dalla droga e guerra.<br />
La Pace si va cercando in tutto il mondo,<br />
ma teniamo paura guardandoci intorno.<br />
I terroristi ci fanno a tutti paura,<br />
da nessuna parte si è più sicuri.<br />
I Kamikaze ed i votati alla morte,<br />
in tutte le nazioni li abbiamo <strong>di</strong>etro le porte,<br />
quando questi si sono presentati,<br />
le strade <strong>di</strong> morti ve<strong>di</strong> seminate.<br />
I governanti sono come il... Cacchio,<br />
fra loro si tirano la pellaccia.<br />
Si buttano tutti le pietre in faccia,<br />
non si sa se sono stupi<strong>di</strong> o pazzi!?<br />
Li ve<strong>di</strong> come cani affamati ed arrabbiati,<br />
sempre pronti alla morsicata,<br />
la poltrona se la <strong>di</strong>fendono fra i denti<br />
non la lasciano per niente questi fetenti.<br />
Alla prossima volta alla votazione,<br />
a calci nel culo ci vuole una razione.<br />
La nazione nostra l’hanno rovinata,<br />
non meritano più <strong>di</strong> essere votati.<br />
–––– 103 ––––<br />
Giacomo D’angelo
U VJIRNE ANDEICHE... E MODERNE<br />
Ce defferènze do vjirne moderne a ccùdde andèiche,<br />
u paragòne nan nge stè mèiche.<br />
Andecamènd’è càsere i fòcher’ è frascère appeccete,<br />
è la famìgghie tutte atturne s’ònne acchecchjète.<br />
Ogne ttànde a la fràscère se dàive la rezzeuète,<br />
la megghière gredàive; Pasquèle dànge la scarnesciète,<br />
la màmme prònde chi scòrze du manderine,<br />
jind’à la frascère iàmmenàive a pezzettine.<br />
Mò nan zze sènde cchjèue uaddàure de la carvenèdde,<br />
a jire sàjre cu delàure de la chèpe se clecuò Rosabbedde.<br />
Deffòere chjòv’è nevecàisce,<br />
u vjinde a saiètt’è stè sfelappàisce.<br />
Vetùcce stringe de cchjèue i gàmme,<br />
fànge pòeste pèure a mmàmme.<br />
Tutte la famìgghje arrechenète,<br />
spìsse cu palettèine sendjive la rezzeuète.<br />
Quànne la tàvue stàive pròende pe la mangete,<br />
la fràscere sòtte venàive nzacchete,<br />
Rosètte destànde da vecèine o fùeche i gàmme,<br />
ce se nò sinda fè la salzizze com’à mmàmme.<br />
Quànne te scjive accòlche jind’ò lìtte,<br />
assèie su ngallescèvene cu scarfalìtte,<br />
Jind’è renzùele appene clecuète<br />
chisse iacchjive tutte ndesète.<br />
Chi capputt’è faccelettone ngappecciete,<br />
do ffrjidde a serratèine s’ònne reparete.<br />
Iòsce chi cappòtte de pellicc’è ttùtte mbettèite,<br />
ngallescèute tènene tutte la vèite.<br />
–––– 104 ––––<br />
Giacomo D’angelo<br />
Grumo Appula (BA)
L’INVERNO ANTICO E... MODERNO<br />
Che <strong>di</strong>fferenza dall’inverno moderno a quello antico,<br />
il paragone non ci sta affatto.<br />
Anticamente nelle case vedevi fuochi e bracieri accesi,<br />
e le famiglie tutte attorno stavano riunite.<br />
Ogni tanto al braciere si faceva la rigirata,<br />
<strong>di</strong>ceva la moglie: Pasquale dagli la mescolata.<br />
La mamma pronta con la buccia dei mandarini,<br />
nel braciere li metteva a pezzettini.<br />
Adesso non si sente più l’odore della carbonella,<br />
ieri sera con il dolore <strong>di</strong> testa si è coricata Rosabella.<br />
Fuori piove e sta nevicando,<br />
c’è vento forte e sta fioccando.<br />
Vito stringi <strong>di</strong> più le gambe,<br />
fai posto anche per la mamma.<br />
Tutte le famiglie li ve<strong>di</strong> radunate,<br />
spesso e volentieri il fuoco viene ravvivato.<br />
Quando la tavola per la mangiata era preparata,<br />
il braciere sotto veniva piazzato.<br />
Rosetta allontana dal fuoco le gambe,<br />
per non fare la salciccia come la mamma.<br />
Quando ti andavi a coricare nel letto,<br />
parecchi se lo riscaldavano col scaldaletto (scal<strong>di</strong>no in ferro)<br />
Fra le lenzuola appena coricato,<br />
questo lo trovavi tutto gelato.<br />
Con i cappotti e scialle <strong>di</strong> lana incappucciati<br />
dal freddo <strong>di</strong> tramontana si sono riparati.<br />
Oggi con i cappotti <strong>di</strong> pellicce e tutti imbottiti,<br />
riscaldati portano tutta la vita.<br />
–––– 105 ––––<br />
Giacomo D’angelo
Arrivene e casere i termosifone stònne appeccete,<br />
e subbete i vèite ca sònne spegghjète.<br />
Jind’è càsere ste tànde calòere,<br />
nan despièsce mèiche affè l’amòere.<br />
Andecamènde l’amòere jère cchjù genuèine,<br />
u facèvene de sàire, nòett’è matèjne.<br />
Iòesce mbèsce nge vòele u permèsse,<br />
cùdde de jidd’e cùdde de jèdde.<br />
I famìgghje ssò quèse tutte arrunète,<br />
che na còse de nùdde s’ònne schecchjète.<br />
Ev’arrevète u llùss’e la modernetè sfrenete,<br />
è ò schèife la vèite né pertète.<br />
U PENZIONETE<br />
Quànne t’arreive u tjimbe de jèsse penzionete,<br />
la vèite te la sjinde tutte sfraganete.<br />
La vecchjèzze te v’arrevete ngùdde<br />
te la sjinde fra nàusc’è cùdde.<br />
Ce i malatèie sònne nzemeuète,<br />
pòver’à ttàje ce ssì capetete.<br />
La vecchiezze jè a ttutte bbrùtte,<br />
jè càume ne uàrue assecchete de frùtte.<br />
Quànne nu àrue nan anneusce cchjèue u frutte,<br />
da sottatèrre u sradechescene tùtte,<br />
pe l’òmene de la tèrre jè la stèssa càuse,<br />
la dèja asàtte sàup’è tòmbe nge mèttene la Cràusce.<br />
Chèsse jè la vèite chèsse jè la sòerte,<br />
ce lleve a la drètt’è ce alla tòerte.<br />
–––– 106 ––––<br />
Giacomo D’angelo<br />
Grumo Appula (BA)
Arrivano alle case trovano i termosifoni accesi,<br />
e subito li ve<strong>di</strong> belli spogliati e <strong>di</strong>stesi.<br />
Nelle case trovano tanto calore,<br />
che non <strong>di</strong>spiace fare l’amore.<br />
Anticamente l’amore era più genuino,<br />
lo facevano <strong>di</strong> sera, notte e mattino.<br />
Oggi invece devi chiedere il permesso,<br />
quello <strong>di</strong> lui e quello <strong>di</strong> lei.<br />
Le famiglie sono quasi tutte rovinate,<br />
per un nonnulla li ve<strong>di</strong> separate.<br />
È arrivato il lusso e la modernità sfrenata,<br />
ed allo schifo la vita ci ha portato.<br />
IL PENSIONATO<br />
Quando arriva il tempo <strong>di</strong> essere pensionato,<br />
la vita tua te la senti tutta rovinata.<br />
La vecchiezza e per tutti brutta,<br />
è come un albero che non porta più frutto.<br />
Con le malattie che si sono accumulate<br />
povero te che hai capitato.<br />
La vecchiaia è tutta brutta,<br />
è come un albero secco <strong>di</strong> frutta.<br />
Quando un albero non porta più il frutto,<br />
da sottoterra lo sra<strong>di</strong>cano tutto,<br />
per l’uomo de la terra è la stessa cosa,<br />
il giorno esatto sulla tomba ci mettono la Croce.<br />
Questa è la vita, questa è la sorte,<br />
chi le viene alla dritta, e chi storta.<br />
–––– 107 ––––<br />
Giacomo D’angelo
Stè ce camèine drjitt’è ce cu bastàune,<br />
e ssònn’appeggè nchianànne u lestàune.<br />
Ce tène u còere scàsset’è ce la pressiòne alzete,<br />
e ce tène i reumatism’à ttùtta caccete,<br />
ce tène la pròstete rescaldete,<br />
i vèite scappànne affè la pescete.<br />
U cangre je la malatèia cchjù bbrùtte,<br />
menùnn’è ggrànne iacciàffe a ttùtte.<br />
Jè nu mèle ca nan perdenàisce a nescèune,<br />
nan’acchiamènde a giùven’è uagnèune.<br />
Peddànne ambescenùdde ca la vecchièzze ev’arrevete,<br />
e chendìnue all’imbite affè u penzionete.<br />
Cu bastàune e la fàcce tutte arrappete,<br />
sàup’à la terre tèue stè angòere arrambechete.<br />
La nestalgèie <strong>di</strong> timbe passete te vènene nmènde,<br />
ssònde i bbèllr recùerde de cùdde memènde,<br />
iòesce ca sèime arrevete o tjimbe presènde<br />
repòse mbèsce pèure u stremènde.<br />
I dòlge senete <strong>di</strong> tjimbe passete ònne fernèute,<br />
mo sjind’à stè attènde affè pèure u sternèute.<br />
Stàtte càlme e ssènza sforzamjinde<br />
ce se nò t’accarre nnànde pèure u vjinde.<br />
Racchemmannamene che fàide o SEGNORE<br />
ce con<strong>di</strong>nue a funzionè angòere u còere.<br />
A ttùtte i vicchje è penziònete angòer’nvèite,<br />
v’augherèsceche de chendenuè angòera na bbòna vèite.<br />
–––– 108 ––––<br />
Giacomo D’angelo<br />
Grumo Appula (BA)
Sta chi cammina dritto e chi col bastone,<br />
e si devono appoggiare salendo il gra<strong>di</strong>no.<br />
Chi tiene il cuore scassato e chi la pressione alterata,<br />
e chi tiene i reumatismi in stato avanzato,<br />
chi tiene la prostata riscaldata,<br />
e li ve<strong>di</strong> scappando a fare la pisciata.<br />
Il cancro è la malattia più brutta,<br />
piccoli e gran<strong>di</strong> prende a tutti.<br />
È un male che non perdona a nessuno,<br />
non guarda a giovane o piccolino.<br />
Pertanto non fa niente che la vecchiaia è arrivata,<br />
tu continui in pie<strong>di</strong> a fare il pensionato.<br />
Col bastone e la faccia tutta rattrappita,<br />
sulla terra stai ancora arrampicato.<br />
La nostalgia dei tempi passati ti vengono in mente,<br />
sono i bei ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> quei momenti.<br />
Oggi che siamo arrivati al tempo presente,<br />
riposa in pace anche quel... strumento.<br />
Le dolci suonate dei tempi passati sono finiti,<br />
adesso devi stare attento anche a starnutire.<br />
Stai calmo e senza sforzarti tanto,<br />
se no sarai sbattuto anche dal vento.<br />
Raccoman<strong>di</strong>amoci con fede al SIGNORE,<br />
se continua a funzionare ancora il cuore.<br />
A tutti i vecchi e pensionati ancora in vita,<br />
vi Auguro che continuate una bella vita.<br />
–––– 109 ––––<br />
Giacomo D’angelo
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
QUANNE JÈRE MENONNE<br />
Quanne jère menonne<br />
Nu ranne <strong>di</strong>spiacère <strong>di</strong>bbe a mamme<br />
Da chèse scappèbbe<br />
E in Svizzere me ne scibbe,<br />
cu cudde ca “m’arrubbò”<br />
e me mettì la fède o <strong>di</strong>scte.<br />
Jère u timbe <strong>di</strong> sessand<br />
E ai gènitore maje chèsse nan piasciaje,<br />
alla Svizzere arrevorene<br />
e a porta maje tuzzelorene.<br />
Mariteme sotte o litte fenì<br />
Figne alla matine de l’alta dì.<br />
U PENZIONETE<br />
So penzionete da vind’anne<br />
e wuite da se anne<br />
cambe che na figghje<br />
ca tene tre figghje<br />
vogghje a lore tanda bbene<br />
peccè me fascene passè i pène<br />
la matine, doppe clazione<br />
fazze alla famigghje ’ngualche bone azejone<br />
‘nqualche servize, nudde de specijele<br />
fazze chedde ca rejesce affe<br />
po jesse e cun<strong>di</strong>nevue la sciurnète<br />
che ‘na bella passeggete<br />
–––– 110 ––––<br />
Anna<br />
Denora<br />
Altamura (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Michele<br />
Diele<br />
Altamura (BA)
QUAND’ERO PICCOLINA<br />
Quand’ero piccolina<br />
<strong>di</strong>e<strong>di</strong> un grande <strong>di</strong>spiacere alla mia mammina;<br />
<strong>di</strong> casa scappai<br />
e in Svizzera me ne andai,<br />
con colui che mi ha “rapito”<br />
e mi ha messo la fede al <strong>di</strong>to.<br />
Erano gli anni sessanta<br />
e ai miei genitori tutto ciò non andava,<br />
in Svizzera arrivarono<br />
alla mia porta loro bussarono,<br />
mio marito sotto il letto finì<br />
fino alla mattina dell’altro dì.<br />
IL PENSIONATO<br />
<br />
Sono pensionato da vent’anni<br />
E vedovo da sei anni.<br />
Vivo con mia figlia<br />
Che a sua volta ha tre bei figli.<br />
Voglio loro tanto bene<br />
Perché non mi fan pensare alle mie pene.<br />
Alla mattina dopo la colazione<br />
Faccio per la mia famiglia qualche buona azione:<br />
qualche servizio, niente <strong>di</strong> speciale,<br />
faccio quel che riesco a fare.<br />
Poi esco e continuo la mia giornata<br />
Con una bella e salutare passeggiata.<br />
–––– 111 ––––<br />
Anna<br />
Denora<br />
Michele<br />
Diele
cuoche tutte i <strong>di</strong><br />
a nu belle lo chele<br />
ca je probbete rete a ville comunele<br />
u-nome su je “Bell’etè”<br />
e je pìacchjarne l’anziene de la citte<br />
do sciuqueme, re<strong>di</strong>me,<br />
scherzeme balleme<br />
e fascime<br />
tant’alte attenete<br />
come pure gite fore citte<br />
alla fine de la sciurnete so cundende e sod<strong>di</strong>sfatte<br />
pe tutte chèdde ca so fatte.<br />
IÈ NATE COLÌNE<br />
Iè nate, uagnùne, Colìne iè nnate!<br />
Iè festa granne, allégre, candàte!<br />
Amice e parìiende, facìmele feste<br />
a stu criaterìédde, la ggioia neste,<br />
ca da sope o cìiéle ave ‘nderre ascennùte<br />
p’affacciàrse a la vite da Criste velùte.<br />
Ié ttande la ggioie de mamme e papà,<br />
u core lore ‘mbazzùte pare scattà.<br />
Le nunne, commòsse da stu belle sfaccìme,<br />
addevèndene cchiù rembambìte de prime<br />
e pe sta criatùre da ngìiele mannàte<br />
fàcene proggìiette, le cchiù strambalàte.<br />
U nonne patèrne su vole pertà<br />
nganne a mmare u pesce a pescà,<br />
–––– 112 ––––<br />
Michele<br />
Diele<br />
Altamura (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Domenico<br />
Di Gregorio<br />
<strong>Bari</strong>
Raggiungo come ogni giorno<br />
un bel locale,<br />
Che è proprio <strong>di</strong>etro la Villa comunale,<br />
Il suo nome è “Bell’Età”<br />
Ed è un raduno per gli anziani della città.<br />
Qui giochiamo, ri<strong>di</strong>amo,<br />
scherziamo, balliamo<br />
e facciamo<br />
tante altre attività<br />
come anche gite fuori città.<br />
Alla fine della giornata son contento e sod<strong>di</strong>sfatto<br />
Per tutto ciò che ho fatto.<br />
È NATO NICOLA<br />
<br />
E nato, ragazzi, è nato Nicola.<br />
È festa grande, allegri, cantate!<br />
Amici e parenti, facciamo festa<br />
a questa creatura, la nostra gioia<br />
che dal cielo è scesa in terra<br />
per affacciarsi alla vita voluta da Cristo.<br />
È tanta la gioia <strong>di</strong> mamma e papà,<br />
il cuore impazzito pare scoppiare.<br />
I nonni, commossi <strong>di</strong> questo bel bimbo<br />
<strong>di</strong>ventano più rimbambiti <strong>di</strong> prima<br />
e per questa creatura da Cristo inviata<br />
fanno progetti, i più strani.<br />
Il nonno paterno se lo vuole portare<br />
in riva al mare a pescare il pesce,<br />
–––– 113 ––––<br />
Michele<br />
Diele<br />
Domenico<br />
Di Gregorio
mendre la nonne già u vole mette<br />
jìnde a la chìese a ffà u chierichètte.<br />
U alde nonne su vede, già forte e nziste<br />
sope a nu cambe a ffà u pallunàre o u tenniste,<br />
mendre l’alda nonne – Madonne cce chiàche! –<br />
u vole chembàgne o brigge o a u burràche.<br />
E tutte nzìme già stonne a penzà<br />
acquanne iè granne cce ava fà.<br />
Ci u vole in tivvù da presendatòre<br />
ecci a Holivùdde nu grande attòre,<br />
senze ca nesciùne se mette a penzà<br />
che idde asselùte ava decìde cce ffà.<br />
Ce petèsse parlà chedda bella criatùre<br />
a tutte le nunne, iè probbrie secùre,<br />
nge teràsse ddò stambate accòme a nu mule,<br />
decènne gredànne: sciate a ffà ‘ngule.<br />
Ma a parte le scherze iè festa granne<br />
pe le nunne, l’amìce, papà e mamme<br />
percè acquànne arrìve nu peccenùnne<br />
iè la ggioie cchiù granne de tutt’u munne.<br />
Avàstene avvràzze, vase e carèzze<br />
pe scherdà de la vite ogne schifèzze.<br />
E allòre grazzie a Cristo Gesù.<br />
Nu figghie iè u regàle ca piàce de cchiù.<br />
AUGÙRIE DE MADREMÒNIE<br />
Coline e Mariette, augùrrie singère,<br />
avìte addevendàte marìte e megghière!<br />
Tra le crestiàne spesàte avìte passàte.<br />
Jinde a na dìe v’avìte pe ssembe frecàte.<br />
U amòre iè nu verme ca stà jìnde o cervìiedde<br />
e ricche face pure u poverìiedde.<br />
–––– 114 ––––<br />
Domenico Di Gregorio<br />
<strong>Bari</strong>
mentre la nonna gia lo vuole inserire<br />
nella chiesa a fare il chierichetto.<br />
L’altro nonno, lo immagina forte e sveglio<br />
su un campo a fare il calciatore o il tennista<br />
mentre l’altra nonna – Madonna che piaga! –<br />
lo vuole compagno al bridge o al burraco.<br />
E tutti insieme stanno a pensare<br />
a cosa deve fare quando <strong>di</strong>venterà grande.<br />
Chi lo vuole presentatore in televisione,<br />
chi a Holiwood grande attore,<br />
senza che nessuno <strong>di</strong> loro pensi<br />
che solo lui può decidere cosa fare.<br />
Se potesse parlare questo bel bimbo<br />
a tutti i nonni, è proprio sicuro,<br />
tirerebbe due calci come un mulo<br />
<strong>di</strong>cendo gridando: andate a quel paese.<br />
Ma a parte gli scherzi, è festa grande<br />
per i nonni, gli amici, papà e mamma<br />
perché quando arriva un bimbo<br />
è la gioia più grande del mondo.<br />
Bastano abbracci, baci, carezze<br />
per <strong>di</strong>menticare le porcherie della vita.<br />
Ed allora grazie a Cristo Gesù.<br />
Un figlio è il regalo che piace <strong>di</strong> più.<br />
AUGURI DI MATRIMONIO<br />
Nicola e Marietta, sinceri auguri,<br />
siete <strong>di</strong>ventati marito e moglie!<br />
Tra le persone sposate siete passati.<br />
In un giorno solo vi siete per sempre rovinati.<br />
L’amore è un verme che sta nel cervello<br />
che fa ricco anche il povero.<br />
–––– 115 ––––<br />
Domenico Di Gregorio
Libertà, capa fresche? Addò stonne cchiù?<br />
Sò senne lendàne ca non dòrnene cchiù.<br />
La spese ogne ddì, lìiette e piatte da fà,<br />
picche le solde, ca nonn’avàstene mà.<br />
A le scadènze maldette pu settecìendequarande<br />
u fègate scatte, u cervìiedde sbande.<br />
S’avonna pagà, facenne cheppùne<br />
dìebbete e tasse, non de salve nesciùne.<br />
Ci nò le deputàte accome avònna cambà,<br />
addò hanna scì le solde a ‘rrebbà.<br />
Acchemmènzene le uà d’ogne famìgghie<br />
ca iòre pe iòre frecatùre se pigghie.<br />
Ma a parte u scherze de nu svenduràte<br />
ca sti quatte rime ha preparate,<br />
jòsce a vvù ca v’avìte spesate<br />
ve vogghie fa u augùrie aggarbàte<br />
pe na vita lenghe cchù de cìiend’anne<br />
senza penzìiere, delùre e affànne,<br />
che mamme e papà, parìiende e amìce,<br />
nzìme affiatàte, nzìme felìce.<br />
Ce velìte sapè l’esperiènza passàte<br />
da ci da tand’anne vive spesàte<br />
ve <strong>di</strong>gghe ca ci ternàsse ndrète<br />
senza penzà me spesìesse arrète.<br />
Percè quanne apprìiesse a ttè nesciùne stà,<br />
da ggiovene forse tu puete cambà,<br />
ma quanne vecchie sì addevendàte,<br />
acquànne nesciùne te dà nu fiàte,<br />
accòme ce tenìiesse la peste o u colère,<br />
senza nesciùne ca te vole bene,<br />
senze u ammore de nu peccenùnne,<br />
la gioia cchiù belle de tutt’u munne,<br />
ca te regàle vase, rise e carèzze,<br />
allòre la vite iè adavère schifèzze.<br />
E allòre da jòsce velìteve bene!<br />
U madremònie nonn’ iè ssule velène.<br />
–––– 116 ––––<br />
Domenico Di Gregorio<br />
<strong>Bari</strong>
Libertà, spensieratezza? Dove stanno più?<br />
Sono sogni lontani che non tornano più.<br />
La spesa ogni giorno, i letti ed i piatti da fare,<br />
pochi i sol<strong>di</strong>, che non bastano mai.<br />
Alla maledetta scadenza del settecentoquaranta<br />
il fegato scoppia, il cervello impazzisce.<br />
Si devono pagare, firmando cambiali,<br />
debiti e tasse, non ti salva nessuno.<br />
Altrimenti i parlamentari come devono vivere,<br />
dove devono andare a rubare i sol<strong>di</strong>.<br />
Iniziano i guai <strong>di</strong> ogni famiglia,<br />
che ora dopo ora prende fregature.<br />
Ma a parte lo scherzo <strong>di</strong> uno sventurato<br />
che queste quattro rime ha preparato,<br />
oggi a voi che vi siete sposati<br />
desidero farvi i migliori auguri<br />
per una vita lunga più <strong>di</strong> cento anni<br />
senza preoccupazioni, dolori ed affanni,<br />
con mamma e papà, parenti ed amici<br />
insieme, affiatati, insieme felici.<br />
Se volete conoscere l’esperienza vissuta<br />
da chi da tanti anni vive sposato<br />
vi confesso che tornando in<strong>di</strong>etro<br />
senza pensarci lo farei ancora.<br />
Perché quando sei solo<br />
da giovane forse puoi vivere,<br />
ma quando sei <strong>di</strong>ventato vecchio,<br />
quando nessuno ti consola,<br />
come se avessi la peste o il colera,<br />
senza nessuno che ti vuol bene,<br />
senza l’amore <strong>di</strong> un figlio<br />
la gioia più bella del mondo,<br />
che ti dona baci, sorrisi e carezze<br />
allora la vita <strong>di</strong>venta una schifezza.<br />
E allora da oggi vogliatevi bene!<br />
Il matrimonio non è soltanto veleno.<br />
–––– 117 ––––<br />
Domenico Di Gregorio
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
PAPÉ È MAMME<br />
Quande venìvve da foòre... pe fart’assì<br />
‘nge vulaie la mène puténte de Dì.<br />
Tu ièrre tropp’ntèlleggènte<br />
ca te chiamain la ménde.<br />
T’avivve a sebbriè a jòrde<br />
pe fè fatiè mammet’è sòrte.<br />
Pe cusse fatte mèste Necòle Patèdde<br />
ve chiamàie li vrazze è la mmènde.<br />
Me decìvve: la uogghie ‘mparè...,<br />
ma chédde me fèsce sémbe crepé.<br />
Te faciste la cròsce é la vulundé de Dì<br />
é purtèste ‘nnande cusse bèlle fatì.<br />
Pèrò Pasque, sòrte, ièrre probbie chèpa tòste,<br />
nan ze ulàiie ‘mbarè<br />
manghe a iòrde,<br />
ulàiie sckitte tèsse<br />
è te pegghiaiie pe fèsse.<br />
U Sabete, quann venivve da fòre,<br />
iérre sèmbe ‘na storie,<br />
avaie raggiòne Mammete<br />
che do telère stàiie sémbe da fè<br />
è tu pe farla fatiè nan te putìvve alluntanè.<br />
Facìve tanta muìne<br />
Ca manghe ‘nnande alla porte putìvv’assì.<br />
Nu Sabete tenivve da jòrde,<br />
‘n altu Sabete ièrre Mammete<br />
Ca te dàie tanda mazzète<br />
figne a spezzarte la menz’acanne* ‘n ghèpe<br />
Sine è naun, naun è sine.<br />
Me faciste arrabié<br />
é me ne scibb’abbasci’a ‘u lè.<br />
* Metro <strong>di</strong> legno usato dalle tessitrici per misurare la tela.<br />
–––– 118 ––––<br />
Teresa Dileone<br />
Altamura (BA)
PAPÀ E MAMMA<br />
Quando tornavo dalla campagna... per farti uscire<br />
Ci voleva la mano potente <strong>di</strong> Dio.<br />
Tu eri troppo intelligente<br />
Tanto che eri soprannominata La Mente.<br />
Dovevi sbrigarti ad or<strong>di</strong>nare<br />
Per far lavorare tua madre e tua sorella.<br />
Proprio per questo, mastro Nicola Patella<br />
Vi chiamava “il braccio e la mente”.<br />
Mi <strong>di</strong>cevi: “voglio educarla...<br />
Invece lei mi fa sempre arrabbiare”.<br />
Ti facevi il segno <strong>di</strong> croce e con la volontà <strong>di</strong> Dio<br />
Portavi avanti questo bel lavoro.<br />
Però Pasqua, tua sorella, era proprio una testarda,<br />
non voleva imparare<br />
neanche a rior<strong>di</strong>nare,<br />
voleva solo tessere<br />
e così ti prendeva in giro.<br />
Il sabato, quando tornavo dalla campagna,<br />
era sempre la solita storia,<br />
aveva ragione tua madre<br />
che aveva sempre da fare al telaio<br />
e tu per farla lavorare non ti potevi allontanare.<br />
Facevi tante storie<br />
Che neanche davanti all’uscio potevi uscire.<br />
Un sabato dovevi rior<strong>di</strong>nare casa,<br />
un altro sabato c’era tua madre<br />
che ti dava tante legnate<br />
finché non ti spezzava il “metro” in testa<br />
si e no, no e si.<br />
Mi facesti arrabbiare<br />
E me ne andai “giù al lago” (località altamurana).<br />
–––– 119 ––––<br />
Teresa Dileone
Vautàie Titine, ièrre ‘na bèlla segnorìne<br />
é me fasciaie pure tant’allegrìe.<br />
Doppe ‘ngocch’è saìre<br />
m’addemannò ce avàie fatt’u suldète<br />
Ie da minghiarìle ‘nge descìbbe:<br />
“u suldète me l’ère scampate<br />
pe nu sbaglie de nu ‘mpièghéte.<br />
Nann’ère culpànze la màiie<br />
Ce ‘u’ ‘mbièghète se ièrr’assebagliète<br />
Ma ‘u sbaglie ièrre ranne avvèramènde<br />
Da uagnianne me fasci’ addevendè uagnièdde.<br />
U ‘mpièghéte avaie vevùte,<br />
a prima matìne nan s’nnèr’avvertùte<br />
d’u sebagglie ca fascì.<br />
Doppe nu picche capescìbbe<br />
ca Titine nann’ére pe maiie<br />
peccé nann’ére bèlle com’a taiie<br />
è la lassébbe addàu stàie.<br />
Chéssa segnorìne pe luàrs lu sfile<br />
é farm pentì<br />
a lu Comune scì.<br />
Do Carbniire, a prima matìne,<br />
me pegghiòrene è a la Casèrme ammanettate me purtorene.<br />
Ie che ‘na faccie chìaine de vruògne<br />
me ne ulàiie scì foòre.<br />
Ménz’a ‘u Castìdde<br />
Iangelesànte me vedì,<br />
‘u cumbàgne costrètte mìi,<br />
pe cumbassiòne se luò ‘i mantìdde<br />
è m’abbugghiò ‘u manìtte.<br />
Chéra Mariétte, quanta cause pe tàiie so’ passète,<br />
da Caperèle me fasciste scì ‘n galère<br />
è pe ‘na buscì...<br />
me fascìbbe ‘na notte è na dì...<br />
–––– 120 ––––<br />
Teresa Dileone<br />
Altamura (BA)
Lì abitava Titina, era una bella signorina<br />
E mi rallegrava pure tanto.<br />
Dopo un po’<br />
Mi chiese se avevo fatto il militare<br />
Io da stupido le raccontai:<br />
“il servizio militare me l’ero scampato<br />
Per lo sbaglio <strong>di</strong> un impiegato.<br />
Non era colpa mia<br />
Se l’impiegato aveva sbagliato<br />
Ma lo sbaglio era davvero grosso<br />
Che da ragazzo <strong>di</strong>ventai ragazza.<br />
L’impiegato era ubriaco,<br />
ma a prima mattina se ne era accorto<br />
dello sbaglio che aveva fatto”.<br />
Dopo un po’ capii<br />
Che Titina non era la donna per me<br />
Perché non era bella come te<br />
E la lasciai perdere.<br />
Questa signorina per un suo capriccio<br />
E per farmi pentire<br />
Si recò al Comune.<br />
Due carabinieri, a prima mattina,<br />
mi presero e mi portarono in caserma ammanettato.<br />
Io pieno <strong>di</strong> vergogna<br />
Non volevo uscire <strong>di</strong> casa.<br />
In piazza Castello<br />
Mi vide Angelosanto,<br />
un mio carissimo amico<br />
che, per compassione, si tolse il mantello<br />
e me lo mise sulle manette.<br />
Cara Marietta, quante vicissitu<strong>di</strong>ni ho vissuto per te,<br />
da Caporale andai in galera<br />
e per una bugia...<br />
mi feci una notte ed un giorno...<br />
–––– 121 ––––<br />
Teresa Dileone
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LUNA BARÈSE<br />
Tu ca si state mbrà le stèdde<br />
La reggine e la chiù bèdde<br />
A tè le petture t’avonne<br />
Pettate de tutte le chelure<br />
A tè nu candande<br />
T’ha chiamate luna caprèse<br />
Ma tù sì pure luna barèse.<br />
Tù sì aitate tande nammeràte<br />
Pure a mmè me sì aitate.<br />
Tu nò, ma iì m’u arrecordeche angòre<br />
Chèdda sère ch’a Pan’e Pemedòre<br />
Stève ch’u zìte mì cor’a core.<br />
U cìile ieve tutt’oscure<br />
E iì me sendève o secùre.<br />
O mmègghie spendaste tù chièna chiène<br />
E me lemenaste tutte la sckène.<br />
Iì, ca so state sèmbe breveggnòse<br />
Non velève ca tù vedìve cèrte cose.<br />
U motorine me facève da repàre<br />
Pe non famme vedè manghe d’o mare<br />
Ma tù accapescìiste e te ne scìiste<br />
m-mènze a le nuvvùe sparescìiste.<br />
Chèdda volde, e m’u arrecordeche angòre<br />
Fù la prima volde ch’a Pan’e Pemedòre<br />
Decibbe sì a nù uaggnòne d’ore<br />
E cudde uaggnòne u tènghe angòre<br />
Grazzi-assà luna barèse<br />
U nome mì iè: Tarèse.<br />
–––– 122 ––––<br />
Stella Divella<br />
<strong>Bari</strong>
LUNA BARESE<br />
Tu che sei stata tra le stelle<br />
La regina e la più bella<br />
A te i pittori ti hanno<br />
Pittato <strong>di</strong> tutti i colori<br />
A te un cantante ti ha<br />
Chiamato luna caprese<br />
Ma tu sei pure luna barese.<br />
Ti hai aiutato tanti innamorati<br />
Anche a me tu hai aiutato.<br />
Tu no, ma io me lo ricordo ancora<br />
Quella sera che a Pane e Pomodoro<br />
Stavo con il mio fidanzato cuore a cuore.<br />
Il cielo era tutto oscuro<br />
Ed io mi sentivo al sicuro<br />
Sul più bello spuntasti tu piena piena<br />
E mi illuminasti tutta la schiena.<br />
Io che sono stata sempre vergognosa<br />
Non volevo che tu vedessi certe cose<br />
Un motorino mi faceva da riparo<br />
Per non farmi vedere neanche dal mare<br />
Ma tu capisti e te ne andasti<br />
Tra le nuvole sparisti<br />
Quella volta e me lo ricordo ancora<br />
Fu la prima volta che a Pane e Pomodoro<br />
Dissi sì a un ragazzo d’oro<br />
E quel ragazzo lo tengo ancora<br />
Grazie assai luna barese<br />
Il mio nome è: Teresa.<br />
–––– 123 ––––<br />
Stella Divella
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U MERCHÉUTE<br />
Ténene da féue re fémmene du pajòise mòje quànne<br />
arròive u martedòje.<br />
Se jàlzene sùbete la matòine, svélte svélte, fàcene re srevézie<br />
de la chéuse e vònne au merchéute a féue la spàise,<br />
sàupe a chéra vòje lònghe e làrghe ca véje da dréite<br />
alla vìlle comunéule fìnghe alla vìlle de la Condésse.<br />
Stònne apérte re barràcche a déstre e a mànche e se<br />
vénne de tùtte, da re vestòite a re scàrpe, re péune e re<br />
biscòtte, u saléume e u pòlle, l’ìnteme e u corréide, la<br />
frùtte e la verdìure.<br />
La fémmene indelligénde séupe chére ca av’accattéue,<br />
se féuce u giòire sòtte a re barràcche e, quànne la tròuve,<br />
se métte a chendrattéue pe resparmiéue.<br />
Ogne tànde s’afférme a parléue che l’amòiche e famigliéure<br />
e jéje tùtte nu lamendéue, ca vòlene resparmiéue.<br />
Se fàcene re cùnde sàupe a re dìscetere de quànde arremanàisce<br />
pe arrevéue alla fòine du màise sénza dìvete e<br />
sénza uéje.<br />
Stònne a parléue jàure e jàure, sòune la cambéune e na<br />
la séndene.<br />
Se féuce tàrde e vònne cherrénne alla chéuse a preparéue<br />
la menéstre: stònne pe arrevéue u fìgghie dàlla scòule<br />
e u maròite dalla fatòiche.<br />
Jé fernìute la scernéute au merchéute.<br />
Se fàcene re còunde, cùre ca jé vennìute jé guadagnéute<br />
e stèje cùre ca mànche jéje ‘ngegnéute, se consolàisce,<br />
créje je nàlta dòje, uàlte merchéute a va féue e u guadàgne<br />
a va trevéue.<br />
Chésse jéje la stòrje de ògne martedòje, de quànne fàcene<br />
u merchéute au pajòise mòje.<br />
–––– 124 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio<br />
Bitonto (BA)
IL MERCATO<br />
Hanno da fare le donne del mio paese, quando arriva il<br />
martedì.<br />
Si alzano presto al mattino, svelte svelte, sbrigano le<br />
faccende <strong>di</strong> casa e vanno al mercato a fare la spesa, su<br />
quella lunga e larga strada che va da <strong>di</strong>etro la villa<br />
comunale fino alla villa della Contessa.<br />
Ci sono baracche aperte a destra e sinistra e si vende <strong>di</strong><br />
tutto, dai vestiti alle scarpe, il pane e i biscotti, il salame<br />
ed il pollo, la biancheria intima ed il corredo, la frutta<br />
e la verdura.<br />
La donna intelligente sa cosa deve comprare, si fa il giro<br />
per le baracche e, quando la trova, si mette a contrattare<br />
per risparmiare.<br />
Ogni tanto si ferma a parlare con le amiche e i famigliari<br />
ed è tutto un lamentarsi, perché vogliono risparmiare.<br />
Si fanno i conti sulle <strong>di</strong>ta <strong>di</strong> quanto rimane per arrivare<br />
alla fine del mese senza avere debiti e senza guai.<br />
Stanno a parlare per ore e ore, suona la campana e non<br />
la sentono.<br />
Si fa tar<strong>di</strong> e vanno <strong>di</strong> corsa a casa a preparare la minestra:<br />
stanno per arrivare il figlio dalla scuola ed il marito<br />
dal lavoro.<br />
E’ finita la giornata al mercato.<br />
Si fanno i conti, chi ha venduto ha guadagnato e chi non<br />
ha guadagnato si consola, perché domani è un altro giorno,<br />
un altro mercato da fare e un guadagno da trovare.<br />
Questa è la storia <strong>di</strong> ogni martedì, <strong>di</strong> quando si fa il mercato<br />
nel mio paese.<br />
–––– 125 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio
L’EMIGRÀNDE<br />
Giòvene sénza fatòiche, cambàive a re spàdde de re<br />
genetìure.<br />
S’é rebelléute, la valòige de cartàune s’é preparéute e cu<br />
tréine da u sùd au nòrd jé partìute.<br />
La frondìire jé passéute e a nu pajòise stranìire s’é affreméute<br />
a cerchéue fatòiche e fertìune, spaiséute e sénza<br />
sapàje u parléute.<br />
L’avvendìure jé chemenzéute, nu amòiche emigrànde na<br />
méune ‘ngé déute e u fatòiche jé trevéute.<br />
Umeliéute e da tutte jé stéute chemmannéute, s’è déute<br />
da féue, nòtte e dòje jé fadeghéute, tùtte u jònne ammeréute<br />
e steméute e tànde amòice jé trevéute.<br />
Stònne re dòje ca ‘ngé pìgghie la malinchenòje, penzànne<br />
alla famìgghie ca stèje lendéune.<br />
‘Ngé véine u chiànde quànne scròive o recéive na léttere<br />
da re genetìure ca devéndene sémbe chiù vìcchie.<br />
Sò làgreme d’emigrànde ma arròive u penzìre ca na dòje<br />
a v’arrevéue, au pajòise a va sciòje pe passéue u réste de<br />
la vòite, che r’amòice e parénde.<br />
Tra umiliaziàune e sagrefìcie, chésse jéje la vòite de<br />
l’emigrànde.<br />
–––– 126 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio<br />
Bitonto (BA)
L’EMIGRANTE<br />
Giovane senza lavoro, viveva alle spalle dei genitori.<br />
Si é ribellato, la valigia <strong>di</strong> cartone si è preparato e col<br />
treno dal sud al nord é partito.<br />
La frontiera ha attraversato e in un paese straniero s’é<br />
fermato a cercare lavoro e fortuna, spaesato e senza<br />
conoscerne la lingua.<br />
L’avventura è iniziata, un amico emigrante una mano gli<br />
ha dato e il lavoro ha trovato.<br />
Umiliato e da tutti è stato comandato, s’è dato da fare,<br />
notte e giorno ha lavorato, tutti lo hanno ammirato e stimato<br />
e tanti amici ha trovato.<br />
Ci sono giorni che gli prende la malinconia, pensando<br />
alla famiglia che sta lontano.<br />
Gli viene il pianto quando scrive o riceve una lettera dai<br />
genitori che <strong>di</strong>ventano sempre più vecchi.<br />
Sono lacrime <strong>di</strong> emigrante, ma si consola al pensiero che<br />
arriverà un giorno, al paese ritornerà per passare il resto<br />
della vita, con amici e parenti.<br />
Tra umiliazioni e sacrifici, questa é la vita dell’emigrante.<br />
–––– 127 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio
NUNÙNNE E NIPOTÌNE<br />
Pàrene bélle la matòine quànne camìnene pe la vòje u<br />
nepàute cu nunùnne, ca u’acchembàgne alla scòule o<br />
all’asìle.<br />
Cammenànne sàupe alla banchìne, pàsse dòpe pàsse,<br />
ngé dòice nu bélle fàtte, ngé déje tànde chensìglie pe<br />
quànne a và cammenéue assiule, sa và chiamendéue<br />
nànde e dréite, a déstre e a mànche e, pé attraverséue la<br />
vòje, a và sciòje sémbe sàupe a re strìsce pedonèule.<br />
Quànda fatòiche jé fàtte u nunùnne jìnde alla vìta sàue,<br />
ma jéje ancòure arzìlle e se déje da féue pé tùtte la<br />
famìgghie.<br />
Véje nànde e dréite facénne srevézzie e féuce la spàise<br />
alla nòure e alla fìgghie, e, quànne téine tìmbe lìbere, se<br />
tròuve che r’amòice sàupe alla villétte o au giardenétte,<br />
assòise a re seggellòine all’òmbre de d’àrve grànne.<br />
S’arrecòrdene de re uéje ca jònne passéute au tìmbe lòure.<br />
Quàlche volte pòrte u nepàute e ngì dìcene la stòrie de la<br />
uérre e de la féume, quànne da menùnne scévene a fadeghéue<br />
fòure, <strong>di</strong>scìune o che nu pìcche<br />
de péune tùste, u bennévene e su mangévene che quàlche<br />
sevàune e malevàune, scalzéute e che re càlze arrepezzéute.<br />
U tìmbe pàsse e u nepàute devénde grànne e jéje jìdde<br />
ca acchembàgne u nunùnne sòtte au vràzze au mìdeche<br />
o alla pòste a pegghièue la penziòne.<br />
U féuce velentìere percé séupe ca và vàje la cibànze, e<br />
ca jé stéute tròppe veziéute da u nunùnne.<br />
Vònne sémbe d’accùrde e se vòlene béine, u nepàute e u<br />
nunùnne.<br />
–––– 128 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio<br />
Bitonto (BA)
NONNI E NIPOTINI<br />
Sono belli la mattina quando camminano per la strada il<br />
nipote col nonno, che lo accompagna a scuola o all’asilo.<br />
Camminando sul marciapiede, passo dopo passo, gli<br />
racconta un bel fatto, gli da tanti consigli su come camminare<br />
da solo, si deve guardare avanti e <strong>di</strong>etro, a destra<br />
e sinistra e, per attraversare la strada, si deve andare<br />
sempre sulle strisce pedonali.<br />
Quanto ha lavorato il nonno nella sua vita, ma è ancora<br />
arzillo, e si dà da fare per tutta la famiglia.<br />
Va avanti e in<strong>di</strong>etro e sbrigando faccende e fa la spesa<br />
alla nuora e alla figlia, e, quando ha tempo libero, si<br />
ritrova con gli amici in villetta o ai giar<strong>di</strong>netti, seduti<br />
alle panche all’ombra <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> alberi.<br />
I nonni si ricordano sempre dei guai passati ai tempi loro.<br />
Qualche volta porta il nipote e gli raccontano la storia<br />
della guerra e della fame, quando da piccoli andavano a<br />
lavorare in campagna, <strong>di</strong>giuni o con un po’ <strong>di</strong> pane duro,<br />
lo bagnavano e lo mangiavano con qualche filo <strong>di</strong> erba<br />
che trovavano, scalzi e con i pantaloni rattoppati.<br />
Il tempo passa e il nipote <strong>di</strong>venta grande ed è lui che<br />
accompagna il nonno sotto braccio dal me<strong>di</strong>co o alla<br />
posta a ritirare la pensione.<br />
Lo fa volentieri perché sa che verrà ricompensato, perché<br />
da piccolo è stato viziato.<br />
Vanno sempre d’accordo e si vogliono bene il nipote ed<br />
il nonno.<br />
–––– 129 ––––<br />
Domenico Ferrovecchio
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA CASALINGHE<br />
La famigghja majè, dachessì numerose,<br />
jère ranne e armonejose,<br />
sètte file jèreme<br />
e tutte ne vulamme bène.<br />
Sembe la mamme so fatte<br />
cu vuste a tatte<br />
a pulzè, lavè, trumbè<br />
jère ciacche sapaje fè.<br />
Pe la famigghje jère a <strong>di</strong>sposizejone<br />
che tanda sod<strong>di</strong>sfazione,<br />
a trend’anne me so ‘nzurète<br />
e de la chèse nam me so mè stanghète.<br />
La vita maje è condeneuète,<br />
e la cicogne è arrevète<br />
mascule so i quatte figghje<br />
bèlle come gigle.<br />
Mo tègne bèlle nipotine<br />
tutte birichine,<br />
alla famigghje so dète la vita maje<br />
cu nu prisce ca nan fenèsce mè.<br />
–––– 130 ––––<br />
Assunta Fiore<br />
Altamura (BA)
LA CASALINGA<br />
La mia famiglia così numerosa<br />
era grande e armoniosa,<br />
sette figli eravamo<br />
e tutti ci amavamo.<br />
Sempre la mamma ho fatto<br />
con gusto e tatto:<br />
pulire, lavare, impastare<br />
era ciò che sapevo fare.<br />
Per la famiglia ero a <strong>di</strong>sposizione<br />
con grande sod<strong>di</strong>sfazione,<br />
a trent’anni mi sono sposata<br />
e come donna <strong>di</strong> casa<br />
non mi sono mai stancata.<br />
La mia vita è continuata,<br />
la cicogna è arrivata<br />
tutti maschi i miei quattro figli<br />
belli come gigli.<br />
Ora ho sette bei nipotini<br />
tutti biricchini,<br />
alla famiglia ho de<strong>di</strong>cato la mia vita<br />
con gioia infinita.<br />
–––– 131 ––––<br />
Assunta Fiore
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA BÉFANE<br />
T’arrecùurde amiche móje<br />
quanne arreváve chera dóje...<br />
tutte u’ánne s’aspettáve<br />
pe vede’ chere ca s’acchiave...<br />
pepázze e sciuche jnd’au súnne<br />
viste jnd’a rre máne che cure menúnne.<br />
Sott’a la cheverte jnd’a llitte<br />
se stave cìtte... cìtte<br />
pe sendì qualche remore<br />
c’arrevave a cher’óre<br />
e cu nu pícche de paghiúre...<br />
s’aspettáve la vecchia segniúre!<br />
A nn’óre de la nettáte,<br />
che re scarpe sfennáte<br />
arrevave la befáne<br />
cu regále jnd’a lla máne<br />
ma pu súnne ca venéve...<br />
goccie na volte ca se vedeve!!!<br />
Descetáte subbéte la matine,<br />
s’acchiamendáve vecíne,<br />
sop’au távue o sop’a llitte<br />
do’ s’erene pùste re calzíítte<br />
e tremùanne chiane chiane<br />
s’allenguevene re máne!<br />
Ce’ ffeste se facéve<br />
quanne chendende s’acchiéve<br />
cioccoláte e caramelle<br />
a june a june e bbélle bbélle<br />
scaffáte jnd’au calzétte,<br />
appenniute au camenétte!<br />
–––– 132 ––––<br />
Agostino Galati<br />
Palo del Colle (BA)
LA BEFANA<br />
Ricor<strong>di</strong> amico mio<br />
quando arrivava quel giorno...<br />
tutto l’anno s’aspettava<br />
per vedere quello che si trovava...<br />
pupi e giochi sognati,<br />
visti nelle mani <strong>di</strong> quel bambino!<br />
Sotto la coperta nel letto,<br />
si stava in silenzio<br />
per sentire qualche rumore<br />
che arrivava a quell’ora<br />
e con un po’ <strong>di</strong> paura<br />
si aspettava la vecchia signora.<br />
Ad un’ora della notte,<br />
con le scarpe rotte<br />
arrivava la befana<br />
con i regali in mano...<br />
ma per il sonno...<br />
non si vedeva mai!!<br />
Svegliati presto al mattino,<br />
si guardava vicino,<br />
sul tavolo o sul letto<br />
dove si appoggiavano le calze<br />
e tremando piano... piano...<br />
si tendevano le mani.<br />
Che festa si faceva<br />
quando felici si trovavano<br />
cioccolate e caramelle<br />
ad una ad una e piano piano<br />
infilate nella calza<br />
appesa al caminetto.<br />
–––– 133 ––––<br />
Agostino Galati
“Je’ veniute” se gredáive<br />
cu core ca battáive,<br />
“mamme, mamme... so’ trevate...<br />
la befáne m’av’acchiáte...”<br />
ma u trenine ca se veléve...<br />
forse... forse... na nge stéve!<br />
Na riesceche angore a capì<br />
come faceve jnd’a cchera <strong>di</strong>’<br />
la Befane a canosce e a sape’<br />
ca a lla scole ere pégghiate nu tre’...<br />
e che chessa bella schiúse...<br />
quanda carviúne jnd’a re pacche achiúse!!!<br />
U VECCHIARIIDDE<br />
Che la spadda chiecáte,<br />
terciute e seccáte,<br />
arrive u vecchiariidde<br />
che la sciárpe e u cappìdde<br />
appeggiánne la mane e u vrázze<br />
sop’a cchera mázze!<br />
Tene d’occhiere peccenúnne<br />
cure sande de nunúnne,<br />
vete picche vicine e lendáne<br />
e camìne chiáne... chiáne<br />
cu delore jnd’a ll’usse<br />
e nogna liivete de músse!<br />
Cure tiimbe je’ lendáne<br />
quanne fort’e’ssane<br />
na steve ferme nu meniúte<br />
perce’ieve chiine de saliute<br />
–––– 134 ––––<br />
Agostino Galati<br />
Palo del Colle (BA)
“È venuta” si gridava<br />
con il cuore che batteva,<br />
“mamma... mamma... ho trovato...<br />
la Befana mi ha trovato”<br />
Ma il trenino che si desiderava...<br />
forse... forse... non c’era!!!<br />
Non riesco ancora a capire<br />
come faceva in quel giorno<br />
la Befana a conoscere e a sapere<br />
che alla scuola avevo preso tre...<br />
e con questa bella scusa...<br />
quanti carboni... nei pacchi chiusi.<br />
IL VECCHIETTO<br />
Con la spalla curva,<br />
tutto torto e magro,<br />
arriva il vecchietto<br />
con la sciarpa e il cappello<br />
appoggiando la mano e il braccio<br />
su un bastone!<br />
Ha gli occhi piccoli<br />
quel nonno santo,<br />
vede poco vicino e lontano<br />
e cammina piano piano<br />
con il dolore nelle ossa<br />
e le labbra un po’ livide!<br />
Quel tempo è lontano<br />
quando forte e sano<br />
non stava fermo un minuto<br />
perché era pieno <strong>di</strong> salute<br />
–––– 135 ––––<br />
Agostino Galati
e prime fígghie e po’ attáne<br />
teneve u mùunne jnd’a rre máne!<br />
Assidete nogne au sedìle<br />
sott’au sole d’abbrìle<br />
e ’ngalliscete re piite e rre máne<br />
mendre u suunne cale chiáne chiáne<br />
e... u tiimbe passe liinde... linde...<br />
che nogna... nogne d’amáre jinde!<br />
LA VITE<br />
Nu boccióle de premavére<br />
verde e prefemáte,<br />
u gride de na mámme...<br />
la chendandézze jnd’au córe,<br />
u chiande de nu meniinne...<br />
nu rágge de sóle,<br />
na lágreme e nna carézze...<br />
d’ócchiere verse u Ciile!<br />
–––– 136 ––––<br />
Agostino Galati<br />
Palo del Colle (BA)
e prima figlio e poi padre<br />
aveva il mondo in mano!<br />
Sie<strong>di</strong>ti un po’ alla panchina<br />
sotto il sole <strong>di</strong> aprile<br />
e riscaldati i pie<strong>di</strong> e le mani<br />
mentre il sonno cala piano piano<br />
e il tempo scorre lentamente...<br />
con un po’ <strong>di</strong> amarezza dentro!!<br />
LA VITA<br />
Un bocciolo <strong>di</strong> primavera<br />
verde e profumato,<br />
il grido <strong>di</strong> una madre...<br />
la gioia nel cuore,<br />
il pianto <strong>di</strong> un neonato...<br />
un raggio <strong>di</strong> sole,<br />
una lacrima e una carezza...<br />
gli occhi rivolti al Cielo!!<br />
–––– 137 ––––<br />
Agostino Galati
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
SANDE VALENDINE<br />
Percè s’avaspettà Sande Valen<strong>di</strong>ne<br />
Pé <strong>di</strong>sce à la megghiére, che na roselline:<br />
“Te voghie béne, tande béne ammòre?”<br />
Pe me e u uagnone mie a tutte l’ore<br />
Ijé Sande Valen<strong>di</strong>ne, ngi velime bene d’ijnde o core<br />
Da 46 ianne, da na vite, e cusse ammòre,<br />
ca ijè pure affette, cure, tenerezze,<br />
prioccupazione e tanda dolcezza<br />
nge tene sembe stritte stritte<br />
e acquanne stonne le fatte serie<br />
e acquanne stonne le frittue.<br />
* * *<br />
Ije belle tené apprisse a te ce te vole bene<br />
Da tand’anne, ca te canosce ijnde u male<br />
E ijnde u bene.<br />
Ijè belle tené apprisse a te,<br />
Acquanne te va a còrche,<br />
Ce ca na carezze te <strong>di</strong>sce:<br />
“Bona notte ammòre<br />
Si sembe ijnd core”.<br />
LA SANDA PASQUE<br />
Ijè la Pasque du Signore<br />
Kè rallegre tùtt i core;<br />
Ku ramètte benè<strong>di</strong>tte nu dècime:<br />
“La pasce, la pasce velime.<br />
Pasce all’Oriende,<br />
pasce all’Occidènde<br />
pasce o biank, o gnore,<br />
a tutt’o munne, pasce vere”.<br />
–––– 138 ––––<br />
Anna Maria Giannini<br />
Grumo Appula (BA)
SAN VALENTINO<br />
Perché bisogna attendere S. Valentino<br />
per sussurrare alla moglie, con una rosellina:<br />
“Ti voglio bene, tanto bene, amore?”<br />
Per me e per il mio ragazzo è sempre S. Valentino,<br />
ci vogliamo bene da quasi 46 anni<br />
e questo amore che si esterna in tanti mo<strong>di</strong><br />
come affetto, tenerezza,<br />
preoccupazione, dolcezza,<br />
ci mantiene uniti e sempre stretti<br />
sia negli eventi seri che in quelli allegri.<br />
* * *<br />
È bello avere accanto chi ti vuol bene,<br />
che da tanto tempo ti conosce nel bene e nel male.<br />
È bello avere accanto a te,<br />
specie quando vai a letto,<br />
chi con una carezza ti <strong>di</strong>ce:<br />
“Buona notte amore mio<br />
sei sempre nel mio cuore”.<br />
LA SANTA PASQUA<br />
È la Pasqua del Signore<br />
che rallegra tutti i cuori<br />
col rametto benedetto noi <strong>di</strong>ciamo:<br />
“La pace, la pace vogliamo.<br />
Pace all’Oriente,<br />
pace all’Occidente,<br />
pace al bianco, pace al nero,<br />
a tutto il mondo, pace vera”.<br />
–––– 139 ––––<br />
Anna Maria Giannini
Màmme faceve le scarcedde,<br />
l’ovallesse, la pekeredde<br />
e la dì de la Resurrezione<br />
u agnìdde o furn e l’ove de cioccolate<br />
in confezione.<br />
A menzadì du sabate, la cambane de la kiesie<br />
senave a feste pè Gesù Criste ca ieve resescetate,<br />
nu peccéninne assimmo sopa a la logge,<br />
pè vedè le fueke appecciate pè l’occasione.<br />
Le kristiane se facevene l’augurie:<br />
“Bòna Pasque, màmme e papà,<br />
bona Pasque, nononne,<br />
augurie zì Lecì, Carle, Pino e Marì.<br />
Augurie zì Nikkelle, Peppine e Titine,<br />
augurie a te, Carlucce, a te, Mengucce.<br />
Bona Pasque, zì Line, Lilette e Pinucce,<br />
bona Pasque a frademe e a tutte”.<br />
Kesse iere la féste de Pasque a Bare<br />
in via Crisanzie, e ieve adakkesì belle e rare<br />
ch’angore iosce la dì de la Resurrezione<br />
ijnde o core me fasce emozione e commozione.<br />
LE CHÉLUMME DE SAN GIUANNE<br />
“Pè San Giuànne, pighie chèlumme<br />
e ammine in ganne”<br />
A la viscigghie <strong>di</strong> San Giuanne,<br />
ù 23 de sciugne,<br />
ieve tra<strong>di</strong>zione mangià, la sère,<br />
sope o maschere, appeccià,<br />
le lambiongine colorate<br />
–––– 140 ––––<br />
Anna Maria Giannini<br />
Grumo Appula (BA)
Mamma faceva le scarcelle,<br />
le uova lesse, le pecorelle,<br />
e il giorno della Resurrezione<br />
l’agnello al forno e l’uovo <strong>di</strong> cioccolato<br />
in confezione.<br />
A mezzogiorno del sabato, le campane della chiesa suonavano<br />
a festa<br />
per Gesù Cristo ch’era risorto;<br />
noi bambini uscivamo sul balcone<br />
per vedere i fuochi d’artificio accesi per l’occasione.<br />
Le persone si scambiavano gli auguri:<br />
“Buona Pasqua, mamma,<br />
buona Pasqua, nonna,<br />
auguri zia Lucia, Pino e Maria<br />
auguri a zia Nikkella, Peppino e Titina,<br />
auguri a te, Carluccio, a te Minguccio,<br />
buona Pasqua zia Lina, Liletta e Pinuccio;<br />
buona Pasqua a mio fratello e a tutti”.<br />
Questa era la Santa Pasqua a <strong>Bari</strong>,<br />
in via Crisanzio, ed era così bella e rara<br />
che ancora oggi nel dì della Resurrezione,<br />
nel cuore mi porta emozione e commozione.<br />
I FIORONI DI SAN GIOVANNI<br />
Recita un antico proverbio: “A San Giovanni<br />
pren<strong>di</strong> fioroni e addolcisciti la gola.<br />
La sera del 23 Giugno, vigilia <strong>di</strong> San Giovanni,<br />
era tra<strong>di</strong>zione fare la cena sul terrazzo<br />
<strong>di</strong> casa, decorandolo con lampioncini colorati.<br />
–––– 141 ––––<br />
Anna Maria Giannini
e che le parinde, amisce e chembàre<br />
farse na vende de “spaghitte<br />
a la San Giuannidde”.<br />
Se redeve e se sendevene,<br />
a la valigette grammofone<br />
le <strong>di</strong>sche de Nilla Pizzi, Gino Latilla,<br />
Carla Boni, Clau<strong>di</strong>o Villa;<br />
che candavene canzune sen<strong>di</strong>mendale<br />
dolge e allegre.<br />
Per la viscigghie de San Giuanne,<br />
nesciune se facève u danne<br />
non se spenneva assa<br />
pe mangia:<br />
ce annesèva la salza e le spaghitte,<br />
ce u pèsce, cozze e patane fritte,<br />
naldune u fermagge,<br />
u uàcce e u ueghie,<br />
ce anneceva u mire<br />
e la fine chelumme,<br />
tante chelumme<br />
percè a San Giuanne<br />
pigghie chelumme<br />
e ammine in ganne.<br />
Acquanne ferneve l’uldeme chelumme,<br />
tutte l’homene se mettevene a sceqùa<br />
o zumbaridde, o tressette a scope,<br />
e tutte le femmene se mettevene a candà:<br />
“Abbàsce à la marine se venne u pesce<br />
E tu marite mi non la vu fernèsce<br />
Quante jiè belle u prime ammòre<br />
Ma u seconde è chiù megghie angore!”<br />
–––– 142 ––––<br />
Anna Maria Giannini<br />
Grumo Appula (BA)
Poi, con parenti, amici e compari,<br />
fare una scorpacciata <strong>di</strong> “spaghetti alla San Giuannidde”.<br />
Si mangiava, si scherzava, si rideva,<br />
mentre la valigetta grammofono<br />
suonava <strong>di</strong>schi <strong>di</strong> Nilla Pizzi, Gino Latilla,<br />
Carla Boni e Clau<strong>di</strong>o Villa,<br />
cantanti melo<strong>di</strong>ci,<br />
sentimentali e dolci.<br />
Per festeggiare questa ricorrenza,<br />
non si spendeva molto per la cena,<br />
perché c’era chi portava pomodoro e<br />
spaghetti, chi pesce, cozze e patate fritte,<br />
chi formaggio, sedano e vino<br />
e infine tanti, tanti fioroni<br />
perché un vecchio adagio recita così:<br />
“A san Giovanni cogli fioroni<br />
e manda giù in gola”.<br />
Quando i fioroni erano stati tutti gustati,<br />
gli uomini giocavano a “zumpariello”<br />
a scopa, a tressette<br />
mentre le donne improvvisavano<br />
un bel coro, intonando un’antica<br />
canzone in vernacolo barese:<br />
“Abbàsce à la marine se venne u pèsce<br />
E tu marìte mi non la vu fernèsce,<br />
quanne jiè belle u prime ammòre<br />
ma u seconde è chiù megghie angore!”<br />
(Sulla riva del mare si vende il pesce<br />
e tu marito mio sei sempre impegnato,<br />
com’è bello il primo amore,<br />
ma il secondo è sicuramente migliore).<br />
–––– 143 ––––<br />
Anna Maria Giannini
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA LODE ALLA MAMMA MAJE<br />
Mamme si come a nù giggje<br />
pè stù figghje<br />
mamma do prime amore<br />
e nète la gioje è nète u valore<br />
è nète l’amore.<br />
Grazeje mamme ca ma dète la vite<br />
nan te si mè pen<strong>di</strong>te ma se sèmbe gioite<br />
quanda volte ma lavète,<br />
quanda volte m’allattète,<br />
quanda volte m’affascienète.<br />
Mamma si bèlle come e stèlle, si bèlle come alla lune,<br />
si bèlle come o saule e na dète tand’onore.<br />
Mamma quanda volte p’abbugghjarme avute<br />
parolacce e minacce da maritte<br />
mamma ma sèmbe vuasète,<br />
ma sèmbe amète,<br />
ma sèmbe donète,<br />
ma sèmbe ‘nguraggète.<br />
Mamme si ranna, ranna, ranne e calme<br />
ma vulute tande bène<br />
pe tutte i cause bèlle ca tu ha fatte<br />
jì te voggje bène e te voggje vuasè.<br />
–––– 144 ––––<br />
Michele Giordano<br />
Altamura (BA)
LA LODE ALLA MIA MAMMA<br />
Mamma sei come un giglio<br />
per il tuo figlio<br />
Mamma dal tuo primo Amore<br />
è nata la gioia è nato il valore<br />
è nato l’amore.<br />
Grazie mamma <strong>di</strong> avermi dato la vita<br />
Non ti sei mai pentita ma hai sempre gioito<br />
Quante volte mi hai lavato,<br />
quante volte mi hai allattato,<br />
Quante volte mi hai affascinato.<br />
Mamma sei bella come le stelle, sei bella come la luna<br />
Sei bella come il sole e ci dai tanto amore<br />
Ci dai tanto calore, ci dai tanto onore.<br />
Mamma quante volte per coprire me hai subìto<br />
Parolacce e minacce da tuo marito<br />
Mamma mi hai sempre baciato,<br />
mi hai sempre amato<br />
Mi hai sempre donato,<br />
mi hai sempre incoraggiato.<br />
Mamma sei grande, grande, grande e serena<br />
Mi hai voluto tanto bene<br />
Per tutte le cose belle che tu hai fatto<br />
Per tutte le cose belle che tu fai<br />
Io ti voglio bene e ti voglio baciare.<br />
–––– 145 ––––<br />
Michele Giordano
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A BBAR VÉCCHIE DA TANN A JOSCE<br />
Oh Bbar de TANN,<br />
siccome acquann<br />
u uagnon ‘nnamurat<br />
che le mandellinàt<br />
parlav d’amor<br />
alla fémen du cor,<br />
fin a quann pe la «frév»<br />
se n’ascennév...,<br />
percé mò le giovinott<br />
JOSCE passen la nott<br />
jind alle <strong>di</strong>scotéche<br />
e mà jind a nu léche?<br />
Oh Bbar de tanda lanz<br />
e decine de paranz<br />
ca sbarcaven: zanghétt,<br />
le pulp’ e le scarpétt,<br />
le cecal a strafott,<br />
le scrumm’ e le «magnotte» 1<br />
ca a chiazz Férrarés<br />
ghestaven ‘nderrés...,<br />
percé JOSCE u capeton<br />
gost quas nu miglion?<br />
Oh Bbar cu mistér<br />
de la vécchia «ciclatér»<br />
ca, come c... fascév<br />
cu sol’e che la név<br />
che troner’ e sajétt<br />
arrevav a Barlétte...,<br />
1 Minuscoli molluschi marini molto gustosi.<br />
–––– 146 ––––<br />
Giuseppe Interesse<br />
<strong>Bari</strong>
A BARI VECCHIA DA ALLORA AD OGGI<br />
Oh <strong>Bari</strong> <strong>di</strong> allora,<br />
siccome quando<br />
il giovane innamorato<br />
con le mandolinate<br />
parlava d’amore<br />
alla “femmina” del cuore,<br />
fino a quando per la febbre (d’amore),<br />
s’involava (con la fidanzata)...,<br />
perché ora i giovanotti<br />
oggi passano la notte<br />
nelle <strong>di</strong>scoteche<br />
e mai in un campo (recon<strong>di</strong>to)?<br />
Oh <strong>Bari</strong> <strong>di</strong> tanti barconi<br />
e decine <strong>di</strong> paranze<br />
che sbarcavano: platesse,<br />
i polpi ed i calamaretti,<br />
le “cicale” a iosa,<br />
gli sgombri e minuscoli polpi<br />
che a “Piazza Ferrarese”<br />
costavano pochi sol<strong>di</strong>...,<br />
perché oggi il capitone<br />
costa quasi un milione?<br />
Oh <strong>Bari</strong> con il mistero<br />
della vecchia “caffettiera”<br />
che, come ca... faceva,<br />
con il sole e con la neve,<br />
con i tuoni ed i lampi,<br />
arrivava a Barletta...,<br />
–––– 147 ––––<br />
Giuseppe Interesse
percé JOSCE che l’autobbuss<br />
o na maghen de luss,<br />
p’arrevà ad Énzitét<br />
fasce prima a scì alla ppèt?<br />
Oh Bbar de la megghiér<br />
ca pe mangià la sér<br />
fascév la frettat<br />
cu ris avanzat<br />
e trembav la farin<br />
che l’acqua marin<br />
pe fà pjizz de pan<br />
ca derav na seman...,<br />
percè JOSCE le crestian<br />
scétten alle can<br />
le fecazze de patane<br />
e jind o cassonétt<br />
matarazz’e le beffétt?<br />
Oh Bbar de uascézz,<br />
de le pup de pézz,<br />
du prjisce e Piripicchie 2 ,<br />
de verruzz’e de pesticchie,<br />
Bbar du carneval<br />
che cudde funéral<br />
de «Rocche» stennut<br />
jind o tavut,<br />
Bbar de la crianz<br />
e de Di Crollalanz,<br />
de grattat cu scerupp,<br />
de le fémen cu tupp<br />
e cu ‘mberlocche ‘ngann,<br />
2 Macchiettista che imitava molto bene Charlot.<br />
–––– 148 ––––<br />
Giuseppe Interesse<br />
<strong>Bari</strong>
perché oggi, con l’autobus<br />
o con una macchina <strong>di</strong> lusso (veloce),<br />
per arrivare ad Enziteto<br />
fai prima andando a pie<strong>di</strong>?<br />
Oh <strong>Bari</strong> della moglie<br />
che per la cena<br />
faceva la frittata<br />
con il riso d’avanzo<br />
ed impastava la farina<br />
con l’acqua marina<br />
per fare pezzi <strong>di</strong> pane<br />
che duravano una settimana...,<br />
perché oggi le persone<br />
gettano ai cani<br />
le focacce <strong>di</strong> patate<br />
e dentro i cassonetti<br />
materassi e le credenze?<br />
Oh <strong>Bari</strong> dei festini,<br />
delle pupe <strong>di</strong> pezza,<br />
dell’allegria <strong>di</strong> Piripicchio,<br />
<strong>di</strong> trottole e <strong>di</strong> lippe,<br />
<strong>Bari</strong> del carnevale<br />
con quel funerale<br />
<strong>di</strong> “Rocco” <strong>di</strong>steso<br />
nella bara,<br />
<strong>Bari</strong> della creanza<br />
e <strong>di</strong> Crollalanza,<br />
del ghiaccio grattato con lo sciroppo<br />
delle “femmine” con il tuppo<br />
e con il “pendant” sul collo,<br />
–––– 149 ––––<br />
Giuseppe Interesse
de vammar’ e mést-pann,<br />
de tian de capuzz,<br />
de le “troner” de Puzz 3<br />
e de quann, na vold,<br />
pagav désce sold<br />
pe nu cugne cu salam<br />
pe fà passà la fame...,<br />
percé JOSCE pe na pizz,<br />
e senza pulp rizz,<br />
non avast nu pris<br />
chjin chine de terris?<br />
Ah Bbar, Bbar ‘ngrat,<br />
ah Bbar du passat,<br />
percé te ne si sciut?<br />
Addò te si aschennut?<br />
JOSCE me si allassat<br />
«chernut’e mazziat»<br />
che na zoche ‘ngann<br />
e sènz u mest-pann,<br />
ca fascév le calzun...<br />
che le chiéche e le bettun.<br />
3 “La Candìn de Puzz” era così chiamata perché ubicata, in <strong>Bari</strong><br />
Vecchia, a pochi metri dal pozzo fatto scavare dalla regina Bona-<br />
Sforza <strong>di</strong> Polonia.<br />
–––– 150 ––––<br />
Giuseppe Interesse<br />
<strong>Bari</strong>
<strong>di</strong> levatrici e sarti,<br />
<strong>di</strong> teglie (<strong>di</strong> creta) <strong>di</strong> testine,<br />
dei grossi e pepati involtini <strong>di</strong> “Puzz”,<br />
e <strong>di</strong> quando, una volta,<br />
pagavi <strong>di</strong>eci sol<strong>di</strong><br />
per mezzo filone con salame<br />
per far passare la fame...,<br />
perché oggi, per una pizza,<br />
non basta un cantero<br />
pieno pieno <strong>di</strong> monete?<br />
Ah <strong>Bari</strong>, <strong>Bari</strong> ingrata.<br />
ah <strong>Bari</strong> del passato,<br />
perché te ne sei andata?...<br />
Dove ti sei nascosta?...<br />
Oggi mi hai lasciato<br />
“cornuto e mazziato”,<br />
con una corda attorno al collo<br />
e senza il sarto,<br />
che faceva i pantaloni...<br />
con le pieghe ed i bottoni.<br />
–––– 151 ––––<br />
Giuseppe Interesse
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA TATA<br />
A Bère staje<br />
e che soreme javutaje,<br />
‘na famigghie so canesciute<br />
e bène ‘nge agghje vulute.<br />
‘Na tata scianne acchjanne<br />
e subbete l’acchiorne.<br />
Me devertaje a cosce<br />
tanda fecazze a m’baste<br />
10 anne so passète<br />
e sèmbe ‘nzimme asime stète.<br />
‘N attrice famose e devendète<br />
ma de maje nan zè scurdète.<br />
LA FELECETÈ JÈ V’NUT ANGOR<br />
Quann’ere wuagnedd<br />
Avibbe do ranne delure:<br />
la mort <strong>di</strong> gen’tor maje.<br />
Saule ‘nda nu paise lunden fat’jaje<br />
Ma purtropp nesciun amaje.<br />
Stangh de chessà situazejon<br />
M’ ne scibb alla stazion<br />
E che tanda premure<br />
Arrevebbe a Jaltamure.<br />
Pegghièbbe chèse ad affitte<br />
E pe pajarme u mangè<br />
Jère costrètt a fatejè,<br />
ma grazeje a cusse<br />
accumunzèbbe ad amè.<br />
Giuanne jère u nome suu,<br />
jinde a maje vedì l’amor.<br />
E dopp picche ore<br />
–––– 152 ––––<br />
Felicia Loiu<strong>di</strong>ce<br />
Altamura (BA)
LA TATA<br />
A <strong>Bari</strong> stavo<br />
E con mia sorella abitavo,<br />
Una famiglia ho conosciuto<br />
E bene, le ho voluto.<br />
Una tata cercavano<br />
E subito la trovarono.<br />
Mi <strong>di</strong>lettavo a cucinare<br />
Tante pizze ad impastare<br />
Dieci anni son passati<br />
E sempre insieme siamo stati.<br />
Un’attrice famosa è <strong>di</strong>ventata<br />
Ma <strong>di</strong> me non si è <strong>di</strong>menticata.<br />
IL RITROVO DELLA FELICITÀ<br />
Quand’ero signorina<br />
Ebbi due gran<strong>di</strong> dolori:<br />
la per<strong>di</strong>ta dei miei genitori.<br />
Sola in un paese lontano lavoravo<br />
Ma purtroppo nessuno amavo.<br />
Stanca <strong>di</strong> questa situazione<br />
Mi recai alla stazione<br />
E con tanta premura<br />
Arrivai ad Altamura.<br />
Presi casa in affitto,<br />
E per pagarmi il vitto<br />
Ero “costretta” a lavorare.<br />
Ma grazie a questo<br />
Iniziai ad amare.<br />
Giovanni era il suo nome<br />
In me ve<strong>di</strong> l’amore<br />
E dopo poche ore<br />
–––– 153 ––––<br />
Felicia Loiu<strong>di</strong>ce
Ne giurammo etèrne amor.<br />
Ne spusamm<br />
E ‘nviagg de nozze ne scèmme.<br />
Doppe nu maise, de matine<br />
Nascìj la prima nipotine.<br />
Come a ‘nà figghje la so trattate<br />
E da tanne l’agghje sèmbe amete.<br />
Soprattutte po’ peccè<br />
Fèlisia se chjème come a maje.<br />
Ch Giuanne jè tutte uguale<br />
E me ème come a prime, mèno mèle.<br />
AMAREZZA<br />
Spessu lu anzianu sente lu besuegnu<br />
de comunicare lu sou passatu suennu.<br />
Cieggi stae a sentere:<br />
tutti hanu la voglia de scire.<br />
Alli piccini nu se cuntanu chiui<br />
le favole: osce n’cede la tivù.<br />
A du stae lu petulante percè,percè,percè?<br />
Oramai iggi ne sapenu chiu de tie.<br />
Li carusi scappanu de quai e de giai,<br />
a stento idenu du l’anzianu stae.<br />
Se fermi suntu aggiai,<br />
sullu computer passanu le sciurnate<br />
cu l’uecchi russi e cervieggi spossati.<br />
Comu ede lu teneru te ogghiu bene<br />
<strong>di</strong>ttu cugli uecchi carezzevoli o, ingannevoli?<br />
Allu sguardu timidu e mestu,<br />
pregno de sentimentu richiestu;<br />
osce se sostituisce nu veloce gestu<br />
e, nu friddu te amu, sullu cellulare ene compostu.<br />
–––– 154 ––––<br />
Felicia<br />
Loiu<strong>di</strong>ce<br />
Altamura (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Maria<br />
Lopez<br />
Terlizzi (BA)
Ci giurammo eterno amore.<br />
Ci sposammo<br />
E in viaggio <strong>di</strong> nozze ce ne andammo.<br />
Dopo un mese, <strong>di</strong> mattina<br />
Nacque la mia prima nipotina.<br />
Come una figlia l’ho trattata<br />
E da allora l’ho sempre amata,<br />
soprattutto poi perché<br />
Felisia si chiama come me.<br />
Con Giovanni è tutto uguale<br />
E mi ama più <strong>di</strong> prima, meno male.<br />
AMAREZZA<br />
<br />
Spesso l’anziano sente il bisogno<br />
<strong>di</strong> comunicare il suo trascorso sogno.<br />
Nessuno sta ad ascoltare;<br />
tutti han voglia <strong>di</strong> andare.<br />
Ai piccoli non si raccontan più<br />
le favole: oggi c’è la TV<br />
Dov’è il petulante perché, perché, perché?<br />
Oramai loro ne sanno più <strong>di</strong> te<br />
I giovani corron <strong>di</strong> qua e <strong>di</strong> là<br />
a stento vedon dove l’anziano stà.<br />
Se fermi son lì,<br />
sul computer passano le giornate<br />
con occhi rossi e menti spossate.<br />
Com’è il tenero ti voglio bene<br />
detto con occhi carezzevoli o, ingannevoli?<br />
Allo sguardo timido e mesto,<br />
pregno <strong>di</strong> sentimento richiesto;<br />
oggi si sostituisce un veloce gesto<br />
e, un freddo ti amo, sul cellulare è composto.<br />
–––– 155 ––––<br />
Felicia<br />
Loiu<strong>di</strong>ce<br />
Maria<br />
Lopez
La posta elettronica nu moscia la vera mimica,<br />
mentre sulla faccia ede chiu chiara l’espressione<br />
ca la vera o falsa <strong>di</strong>chiarazione.<br />
Li ranni, poi, parenu sacrificati eroi,<br />
quannu concedenu,<br />
un ne parlamu poi.<br />
Ci ede annanzi cu li anni<br />
pensa, sulu solettu alli soi affanni<br />
e, allora lu ecchiettu,<br />
spessu, se sfoga cu nu scrittu<br />
ca remane ingia nu cassettu.<br />
Quannu nu giurnu chiui nu ce stae,<br />
forse quarchedunu fore lu tirerae<br />
e, ci a lescere nu picca se firmerae<br />
mutu tar<strong>di</strong> capirà<br />
ca ha persu la ricchezza<br />
de na amorevole e saggia bellezza.<br />
RIFLESSIONE<br />
Me sentu inqueggiu all’anima<br />
nu querpu ca me avvolge comu nu vestitu<br />
oramai ecchiu e agrinzitu.<br />
Ci se potesse cangiare comu la pelle de serpente:<br />
pigghiare unu nueu e lassare quiggiu ca oramai<br />
[num bale nienzi.<br />
Le tecniche de moi cercanu de provvedere<br />
cu chirurgie e creme<br />
e, li cuerpi parenu quasi perfetti<br />
ma sutta, sutta scunnenu tanti defietti.<br />
Le facce terate,<br />
a vardare buenu, parenu sterate<br />
subra strazzature repezzate.<br />
Le espressioni suntu alterate:<br />
nu se pote chiu ridere gioiosamente,<br />
e, nu se pote chiu chiangere liberamente.<br />
–––– 156 ––––<br />
Maria Lopez<br />
Terlizzi (BA)
La posta elettronica non mostra la reale mimica,<br />
mentre sul viso è più chiara l’espressione<br />
che una vera o falsa <strong>di</strong>chiarazione.<br />
Gli adulti, poi, sembrano sacrificati eroi,<br />
quando concedono<br />
un ne parliamo poi...<br />
Chi è avanti con gli anni<br />
Pensa, solo soletto, ai suoi affanni<br />
E, allora il vecchietto,<br />
spesso,si sfoga con uno scritto<br />
che rimarrà in un cassetto.<br />
Quando un giorno più non ci sarà,<br />
forse qualcuno fuori lo tirerà<br />
e, se a leggerlo un pochino si fermerà,<br />
troppo tar<strong>di</strong> capirà<br />
che ha perso la ricchezza<br />
<strong>di</strong> un’amorevole e saggia bellezza.<br />
RIFLESSIONE<br />
Sento addosso all’anima<br />
un corpo che mi avvolge come un vestito<br />
ormai vecchio e sgualcito.<br />
Se si potesse mutar come pelle <strong>di</strong> serpente;<br />
prenderne uno nuovo e lasciar quello che oramai<br />
[non vale niente.<br />
Le tecniche moderne cercano <strong>di</strong> provvedere<br />
con chirurgie e creme<br />
e, i corpi sembrano quasi perfetti<br />
Ma, sotto, sotto, nascondon tanti <strong>di</strong>fetti.<br />
I visi tirati,<br />
a guardar bene, sembran stirati<br />
sopra strappi rattoppati.<br />
Le espressioni sono alterate:<br />
non si può più ridere gioiosamente,<br />
e,non si può più piangere liberamente.<br />
–––– 157 ––––<br />
Maria Lopez
Le emozioni de anime raffreddate<br />
parenu falsate.<br />
Quannu la gioventù se na sciuta<br />
invano ede richiamata cu l’apparente annata.<br />
Mutu triste ede lu volere rimanere friscu<br />
intra nu querpu falsamente costruitu.<br />
No! Megghiu na rugosa ed espressiva faccia,<br />
nu liberatoriu chiantu,<br />
nu sinceru e gaiu risu,<br />
n’abbraccio fuertu e decisu.<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
MAMME<br />
Da quante me so spusète<br />
Sèmbe mamme so stete.<br />
Nove file agghi’avute<br />
Sènza nesciune ajiute.<br />
La famigghje pè mandenèrle<br />
L’agghje dovute sostènèrle<br />
Pu nord asime pattute<br />
A asime rumèse sèmbe aunite.<br />
A melene n’asime spustète<br />
E 35 anne avvenne passète<br />
Ge nonne jère devendète<br />
E la vita maje jère stète recombèmzète<br />
Doppe tanda sacrefice<br />
l-figghje maje so fèlice.<br />
Doppe ca so pèrse la dolce mètè<br />
So retornète alla cettè.<br />
‘nalt’omme so cchijète<br />
e doppe nu picche l’agghje spusète<br />
oltre a-jèsse ‘na fèlisce mamme e nonne<br />
so pure bisnonne.<br />
–––– 158 ––––<br />
Maria<br />
Lopez<br />
Terlizzi (BA)<br />
Grazia<br />
Lorusso<br />
Altamura (BA)
Le emozioni <strong>di</strong> anime raffreddate<br />
appaion falsate.<br />
Quando la gioventù se ne è andata,<br />
invano è richiamata con l’apparente annata.<br />
Molto triste è voler rimanere fresco<br />
in un corpo falsamente costruito.<br />
No!!! Meglio un rugoso ed espressivo viso,<br />
un liberatorio pianto,<br />
un sincero e gaio riso,<br />
un abbraccio forte e deciso.<br />
MAMMA<br />
<br />
Dopo essermi sposata<br />
Sempre mamma sono stata.<br />
Nove figli ho avuto<br />
senza mai alcun aiuto.<br />
La famiglia per mantenere<br />
Ho dovuto sostenere.<br />
Per il Nord siamo partiti<br />
E siam rimasti sempre uniti.<br />
A Milano ci siamo spostati<br />
E 35 anni son passati.<br />
Già nonna ero <strong>di</strong>ventata<br />
E la mia vita era stata ricompensata.<br />
Dopo tanti sacrifici<br />
I miei figli son felici.<br />
Dopo che ho perso la mia dolce metà<br />
Son ritornata nella mia città.<br />
Un altro uomo ho incontrato<br />
E dopo un po’ l’ho sposato.<br />
Oltre ad essere una felice mamma e donna<br />
Sono anche nonna e bisnonna.<br />
–––– 159 ––––<br />
Maria<br />
Lopez<br />
Grazia<br />
Lorusso
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
IL MIO “HAREM” – poesia autobiografica –<br />
Datosi ca me rèste pìcche da cambè<br />
De la storia mai, ve vò parlè<br />
E raccundàrve ‘na càusa pèrse<br />
De sta natèure fatt’ allammèrse<br />
Ca se devèrte a ja cundende<br />
Chisso so li fatte statèm assènde<br />
Tenève sessand’ànne appène sunète<br />
E quatte figghje l’avève spusète.<br />
E a settànde da pìcche fenèute,<br />
adduvendìppe nonno de dùdece nepèute<br />
tutte fèmen e senza strumènde<br />
e manghe nu uagnàune che summènde.<br />
Crìste a vòlte fèce e sfèce<br />
Acchessì vòle e tè fè capèce<br />
Ca tu vòità cèrte casere tutte uagnèun,<br />
e pèure ‘na fèmene la vlèvene.<br />
Quante scìppe o chemèune<br />
Che signè nautà fèmene<br />
L’impièghètè Giammarrusse,<br />
se la redève sott’ò mùsse.<br />
E le <strong>di</strong>cèsse a Domine Ddòje:<br />
se patene suppurtè sti frustaroje!<br />
Sa potene suppurtè tanda srafèsse<br />
Ca s’hanna fè la ròse che colpe de stu sèsse?<br />
Certe vòlte u Signòr<br />
Se devèrte ‘nzime a llòr<br />
Fèce la ccàuse all’aschèure<br />
E te sbàglje la natèure.<br />
–––– 160 ––––<br />
Sabino Losmargiasso<br />
Canosa (BA)
IL MIO “HAREM” – poesia autobiografica –<br />
Visto che mi resta poco da vivere<br />
Della mia storia vi voglio parlare<br />
E raccontarvi <strong>di</strong> una causa persa<br />
Di questa natura fatta al contrario<br />
Che si <strong>di</strong>verte ed è contenta<br />
Questi sono i fatti statemi ad ascoltare:<br />
Avevo sessantanni suonati<br />
Quattro figli avevo gia sposati,<br />
e a settantanni da poco compiuti,<br />
<strong>di</strong>ventai nonno <strong>di</strong> do<strong>di</strong>ci nipoti<br />
tutte femmine senza strumento<br />
e neanche un ragazzo per semenza.<br />
Cristo a volte fa e <strong>di</strong>sfa<br />
Così vuole e te ne fai una ragione<br />
E ve<strong>di</strong> in certe case tutti maschi<br />
Eppure una femmina la volevano<br />
Quando andai all’anagrafe<br />
Per iscrivere un’altra femmina<br />
L’impiegato “Giammarrusso”<br />
Se la rideva sotto i baffi.<br />
E io <strong>di</strong>rei a Domene Dio:<br />
si possono sopportare queste offese!<br />
Si possono sopportare tanti strafessi che se la devono<br />
ridere per colpa <strong>di</strong> sto sesso?<br />
Certe volte il Signore<br />
Si <strong>di</strong>verte con loro<br />
Fa le cose al buio<br />
E ti sbaglia la natura.<br />
–––– 161 ––––<br />
Sabino Losmargiasso
E jo penze ca u Padrètèrne<br />
Vajte sckìtte le ccàuse estèrne.<br />
Ma jindò vèndre che suggeziàune,<br />
nanze mètte a fè u spiàun<br />
Quànne figghjeme<br />
Che tande de panza ‘nnanze<br />
Aspettève nautà gravdànze,<br />
pròme angòre de li nove mòse,<br />
prepararne il fiocco rosa<br />
po’, li fatte scèrne allammèrse<br />
e se la purtàrne ‘mbaravòre.<br />
Accehssì pregàppe u Sande moje<br />
Ma sbagljppe l’Ave Maroje<br />
E cu sbaglije ca facippe,<br />
nàuta fèmene abbusckìppe.<br />
Però n’a grazia Criste me l’ho fatte<br />
Ca so dudece fèmene<br />
Tutte ‘ nziste e sènza defitte.<br />
E penzànne a timbe pèrse,<br />
jo cundènde so lo stèsse<br />
Se trattève solamènde<br />
De naffe parlè la ggènde<br />
Ca tènghe dudece nepèute!<br />
Tutte femene ‘e mànghe nu chernèute.<br />
LA PENZIAUNE<br />
So nu pòvre vécchie ca càmbe da pòvere penziunète<br />
che cinghe cind’EURO ca stù guverne me dèce ogne mesète.<br />
E stringènne la cinde all’ùtema mandate,<br />
m’arrànge e tore ‘nnànz alla sciurnète.<br />
–––– 162 ––––<br />
Sabino Losmargiasso<br />
Canosa (BA)
E io penso che il Padre Eterno<br />
vede solo le cose esterne,<br />
ma nel ventre per soggezione<br />
non si mette a fare lo spione.<br />
Quando mia figlia<br />
con tanto <strong>di</strong> pancia aspettava un’altra gravidanza,<br />
prima ancora che nascesse,<br />
prepararono il fiocco rosa.<br />
Poi le cose andarono al rovescio<br />
e se la portarono in para<strong>di</strong>so.<br />
Cosi pregai il mio Santo Protettore<br />
Ma sbagliai l’Ave Maria<br />
e per quello sbaglio che feci<br />
nacque un’altra femmina.<br />
Però Cristo una grazia me l’Ha fatta<br />
che sono do<strong>di</strong>ci femmine<br />
tutte sveglie e senza <strong>di</strong>fetti<br />
e pensando a tempo perso,<br />
io sono contento lo stesso.<br />
Si trattava semplicemente,<br />
<strong>di</strong> non far parlare la gente<br />
che ho do<strong>di</strong>ci nipoti<br />
tutte femmine senza neanche un cornuto.<br />
LA PENSIONE<br />
Sono un povero vecchio che campa da una povera pensione<br />
Con 500 euro che questo governo mi da ogni mese .<br />
E stringendo la cintura all’ultimo buco<br />
Mi arrangio e tiro avanti alla giornata .<br />
–––– 163 ––––<br />
Sabino Losmargiasso
Ognè mase vac’alla pòste<br />
e che nu picche de tìmbe stàc’appòste<br />
me fàzze li fatte mòje e me spicce<br />
e de li fàtte de l’àute na me ‘mbicce.<br />
Ma méndre me ne stève tranguillaménde<br />
m’arròve ‘na cartella de pagamènde<br />
e sè na la vache sùbbete a paghè<br />
crèmatone stèsse, me potene sfrattè.<br />
Tànde la rabbia fòrte,<br />
ca na zò derméute stanotte<br />
e pigghjippe la decesiàune,<br />
de manàrme dò balcàune :<br />
po’, penzippe alla mòrte,<br />
mu la pègh’ e picche me ne ‘mbòrte.<br />
Arruon ‘e saup ‘ arruone,<br />
me vennippe la lène <strong>di</strong> cusciòne<br />
e che ‘mbe Cicce Raclàune<br />
me ne scippe alla candòne de Maramàune<br />
fazze nu brindese alla salèute<br />
e prèghe a Criste ca sé vole m’ajèute.<br />
GRUTTE E TENÈLE<br />
Quànne jève criatéure jò m’arrecòrde,<br />
scève che tatè abbàsce alla gròtte<br />
e che li tumbàgne appone appuggète<br />
sàupe a dù sciuvulatéur de prète<br />
e li làzze attacchète a li cambanidde,<br />
se rucelévne abbasce, vutt’e vasci’dde.<br />
Attàneme jève assè pratiche de la gròtte<br />
E ognè jànne che métte lemmìre frìske,<br />
–––– 164 ––––<br />
Sabino Losmargiasso<br />
Canosa (BA)
Ogni mese vado alla posta<br />
E per un po’ <strong>di</strong> tempo sto tranquillo faccio i fatti miei<br />
e me la cavo<br />
E dei fatti degli altri non mi impiccio.<br />
Ma mentre me ne stavo tranquillamente<br />
Mi arriva una cartella <strong>di</strong> pagamento<br />
E se non vado <strong>di</strong> corsa a pagarla<br />
Domattina stesso mi possono sfrattare.<br />
Tanto la rabbia forte,<br />
che non ho preso sonno sta notte<br />
e presi la decisione,<br />
<strong>di</strong> buttarmi giù dal balcone:<br />
poi, pensando alla morte,<br />
adesso la pago e poco me ne importa.<br />
Danno su danno<br />
Mi vendetti la lana del cuscino<br />
E con compare “Ciccio Raclaun”<br />
Me ne andai alla cantina <strong>di</strong> “Maramaune”<br />
Faccio un brin<strong>di</strong>si alla salute<br />
E prego Cristo che se vuole mi aiuta.<br />
GROTTE E TINAIE<br />
Quando ero ragazzo io mi ricordo,<br />
andavo con mio padre giù nella grotta<br />
e con i fondelli appena poggiati<br />
sopra a due scivoli <strong>di</strong> pietra<br />
con le funi legate ai campanelli,<br />
si rotolavano giù, botti e tini.<br />
Mio padre era pratico delle grotte<br />
E ogni anno per mettere il vino fresco,<br />
–––– 165 ––––<br />
Sabino Losmargiasso
spurteddève la votte,<br />
po’, se calve jind’e dève vàuce!<br />
“Accoste la lucernédd’e fàmm léuce”<br />
Acchire tìmbe, scàlz’e allangalzenìtte<br />
Se pestevève l’éue jind o tone che li pìte<br />
E tatè, che fè lemmìre bbùne,<br />
pestevève l’éue ddò vòlte u jùrn<br />
che misckè la lunàzza e fè còce le mùste<br />
che ddè a lle mmìre clàur’e gùste.<br />
All’ùteme muménde se sbaddève<br />
E le mùste da là lunàzza se separève<br />
E dòpe li mùrt turnève che tatè,<br />
e o serène si scève a travesè .<br />
O muménde de trvesè le mmìre,<br />
Cùru cumannève jeve u Nagghjìre 1<br />
E sckìtte<br />
Jidd’ e chiù niscéune,<br />
Jève u garànde du patréune<br />
E cu ’ngìsse ’mmène abbàsce alla gròtte,<br />
signève quànda salme de mìre tenève la vòtte.<br />
U nonne s’arrecurdève d de quànne jève uagnàune,<br />
Ca se tagghjèvene li tèufe cu zappàune<br />
E li vastèse che ‘na còpla ‘nzacchète ‘nghèpe,<br />
cariscévene le mùste che la pédde de crèpe .<br />
mù, chire grùtte sottatèrre scavate,<br />
orgoglio e vanto de l’andenète,<br />
l’ hanne tùtte destrùtte cu ceménde armate .<br />
E abbasce alla gròtte sòttò ceménde prechète,<br />
stè ‘na pezzète de còre de l’andenète.<br />
1 Nagghjire = fiduciario del padrone, letteralmente intraducibile.<br />
–––– 166 ––––<br />
Sabino Losmargiasso<br />
Canosa (BA)
apriva gli sportelloni delle botte,<br />
poi si calava dentro e <strong>di</strong>ceva:<br />
“accosta la lucerna e fammi luce”.<br />
a quei tempi, scalzi e con i mutandoni lunghi<br />
si pigiava l’uva nel tino con i pie<strong>di</strong>,<br />
e mio padre, per fare il vino buono,<br />
pigiava l’uva due volte al giorno<br />
per mischiare la vinaccia e far fermentare il mosto<br />
per dare al vino colore e gusto.<br />
All’ultimo momento si separava<br />
Il mosto dalla vinaccia .<br />
Dopo la commemorazione dei defunti tornavo con mio padre,<br />
e a ciel sereno, si andava a travasare.<br />
Al momento <strong>di</strong> travasare il vino,<br />
chi comandava era Nagghire 1<br />
e solo lui e più nessuno,<br />
era il garante del padrone.<br />
E con il gesso nelle mani giù nella grotta,<br />
segnava quanta soma <strong>di</strong> vino conteneva la botte.<br />
Il nonno si ricordava <strong>di</strong> quando era giovane,<br />
che tagliavano il tufo con il piccone.<br />
E i facchini con il cappello in testa,<br />
trasportavano il mosto con l’otre <strong>di</strong> capra.<br />
Ora, quelle grotte sotto terra scavate,<br />
orgoglio e vanto degli antenati,<br />
le hanno tutte <strong>di</strong>strutte con il cemento armato.<br />
E giù alla grotta sotto il cemento sepolto,<br />
si trova un pezzo <strong>di</strong> cuore degli antenati.<br />
1 Nagghjire = fiduciario del padrone, letteralmente intraducibile.<br />
–––– 167 ––––<br />
Sabino Losmargiasso
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U’ FRUTTE DE LA VIGNE MAJE<br />
Tand trinceie egghie scavate<br />
tande egghije fatiate e sudate.<br />
Jinde e’ trinceje i’ sarminde dla vignje sso chiandate<br />
e, a primavere onde germogliate.<br />
Onde pueste ra<strong>di</strong>cie<br />
ma, ce so’ volute janne de sacrificie<br />
prime d’ jesse repajate<br />
d’ tutte lu fatiate e d’ tutte li sudate.<br />
mo’, i ceppune, a jarvelicchie, a spallire e a pergolete<br />
hanne fatte nu’ bel vignete<br />
ca abbellisce la nature<br />
sia a colline ca’ a chianure,<br />
e, ppe l’occhiere jè na delizie<br />
a’ vedà tand grappole colorate d’ primizie.<br />
A l’autunne, cu’ prisce e senza bestemmie<br />
fazzie la vennegne;<br />
fazzie u’ muste inda a lu tine<br />
e a san Martine s’ mature in vine.<br />
Fazzie u’ vine Verdeche<br />
che anurasce l’enoteche,<br />
fazzie u’ vine Moscate<br />
ca jè dolce e profumate,<br />
fazzie u’ vine Alliateche<br />
e, pp’ l’amice mije deventie cchiù sempateche,<br />
ma, u’ vine mije preferite<br />
percè pastuse e sapurite<br />
jè u’ russe primative<br />
ca’ jie chiame c’ l’aggettive – superlative –.<br />
Ne bevie dù becchire a pranz e june a cene<br />
e me mette allegrie e cacce vie le pene;<br />
m’ fasce bene a <strong>di</strong>gestione<br />
e o sesteme de circolazione,<br />
–––– 168 ––––<br />
Cosimo Maiullari<br />
<strong>Bari</strong>
LA MIA VIGNA E IL SUO FRUTTO<br />
Molte trincee ho scavato,<br />
tanto ho faticato e sudato.<br />
Nelle trincee i sarmenti della vigna ho piantato<br />
e a primavera hanno germogliato;<br />
hanno messo ra<strong>di</strong>ci<br />
ma, ci son voluti anni <strong>di</strong> sacrifici<br />
prima che fossi ripagato<br />
del mio faticato e del mio sudato.<br />
Ora, i ceppi, ad alberello, a spalliera e a pergoleto<br />
hanno formato un bel vigneto<br />
che col suo verdore abbellisce la Natura<br />
sia in collina che in pianura,<br />
e per gli occhi è una delizia<br />
vedere tanti rigogliosi e colorati grappoli <strong>di</strong> primizia.<br />
In autunno con gioia e senza bestemmia<br />
faccio la vendemmia.<br />
Faccio il mosto nel tino<br />
e a san Martino si matura in vino.<br />
Faccio il vino “Verdeca”<br />
che onora l’enoteca,<br />
faccio il vino “Moscato”<br />
che è dolce e profumato,<br />
faccio il vino “Aleatico”<br />
e per gli amici <strong>di</strong>vento più simpatico,<br />
ma, il mio vino preferito<br />
perché pastoso e saporito<br />
è il rosso “Primitivo”<br />
che io in<strong>di</strong>co con l’aggettivo – superlativo –.<br />
Ne bevo due bicchieri a pranzo e uno a cena,<br />
mi mette allegria e caccia via la pena;<br />
mi fà bene alla <strong>di</strong>gestione<br />
e al mio sistema <strong>di</strong> circolazione<br />
–––– 169 ––––<br />
Cosimo Maiullari
e, se a case ce stà na’ feste<br />
jie, bevie e me mette in allegrie<br />
e, cu’ becchire chine de vine<br />
brin<strong>di</strong>e a la feste e a tutta la cumpagnie!...<br />
STATTE CITTE, NÀNZÌ PARLANNE<br />
Statte citte, nànzi parlanne.<br />
Ci nu’ mici<strong>di</strong>e tu si fatte<br />
e, tonne pigghiate sopo o fatte,<br />
tu, statte citte, nànzi parlanne.<br />
L’avvucate, t’eva <strong>di</strong>sce:<br />
“Tu, nudde a <strong>di</strong>sce<br />
percè pure la legge tu suggerisce”<br />
Ci tu, a mammete si accise,<br />
nànzi descenne nudde de precise.<br />
Statte citte, nànzi parlanne.<br />
Dì ca’ tu, tutte te scuerde<br />
e nudde t’arrecuerde.<br />
Ci nu criature tu si accise,<br />
<strong>di</strong>, ca iere confuse e cirche pure scuse.<br />
Statte citte, nànzi parlanne.<br />
Ci na’ strage tu si fatte,<br />
fà finde ca’ si matte<br />
e, statte citte nànzi parlanne.<br />
Ci, a megghierte la cape ce si tagghiate<br />
<strong>di</strong>, catu, stave imbriacate<br />
e, statte citte nànzi parlanne<br />
fine a quanne l’avvucate nannevaacchià<br />
na’ scuse, nu caville,<br />
nu’ preteste o nu’ co<strong>di</strong>cille<br />
pè mena pene fatt’avà,<br />
e, ci buene po’ te và<br />
la libertà tu puète avà<br />
–––– 170 ––––<br />
Cosimo Maiullari<br />
<strong>Bari</strong>
e, se in casa c’è una festa,<br />
bevo e mi metto in allegria<br />
e col bicchiere pien <strong>di</strong> vino brindo alla festa<br />
e a tutta la compagnia!...<br />
NON PARLARE, NON PARLARE<br />
Non parlare, non parlare.<br />
Se un omici<strong>di</strong>o tu hai fatto<br />
e, sei stato preso sul misfatto;<br />
non parlare, non parlare.<br />
Questo ti <strong>di</strong>rà il tuo avvocato<br />
e, tu, sei ben consigliato.<br />
Non parlare e stai zitto<br />
perché, anche la legge te ne dà <strong>di</strong>ritto.<br />
Se tua madre hai ucciso, chie<strong>di</strong> scuse<br />
e dì che avevi le idee confuse.<br />
Non parlare, non parlare.<br />
Se, un bambino tu hai ucciso,<br />
non <strong>di</strong>r niente <strong>di</strong> preciso.<br />
Non parlare, non parlare.<br />
Se, una strage tu hai fatto,<br />
fatti passare per un matto.<br />
Non parlare, non parlare.<br />
Se, a tua moglie, la testa gli hai tagliato,<br />
dì, che ti eri ubriacato<br />
e, non parlare, non parlare<br />
fino a quando il tuo avvocato<br />
qualche cosa troverà;<br />
una scusa, un co<strong>di</strong>cillo,<br />
un pretesto o un appiglio<br />
per minor pena farti avere<br />
e, se ben ti và, la libertà potresti avere<br />
–––– 171 ––––<br />
Cosimo Maiullari
e, a come và sta società<br />
qualche Spot de pubblicità puete fà<br />
e, pure i sold uadagnà.<br />
LA ZANZANE<br />
Me so culquate e me sò addrummesciute<br />
e tu, cantanne cantanne si venute,<br />
sopa ’a faccia maie t’ si fermate<br />
eu’ sangne mie te si’ bevute.<br />
C’u’ sagnie mie si fatte feste<br />
e, me si lassate nù prurite;<br />
jiie, me so drescetate e me’ sò grattate,<br />
ppo’, la lusce ssò appicciate<br />
e atturne atturne sò tremendute;<br />
te’ viste, vicine o mure a cape o litte t’ere appuggiate<br />
e ije, chiane chiane me so’ jalzate,<br />
la pezze gialle so’ pigghiate<br />
le’ piegate e le’ bagniate<br />
e ch’è nnu colpe te le fatt’ie la vera feste<br />
t’eccise!...<br />
–––– 172 ––––<br />
Cosimo Maiullari<br />
<strong>Bari</strong>
e, a come funziona questa società<br />
potresti fare anche qualche spot <strong>di</strong> pubblicità<br />
e un po’ <strong>di</strong> sol<strong>di</strong> guadagnà.<br />
LA ZANZARA<br />
Mi son coricato e mi sono addormentato<br />
e tu, cantando cantando sei arrivata<br />
e, sulla mia faccia ti sei poggiata<br />
e il sangue mio ti sei bevuto.<br />
Col sangue mio hai fatto festa e mi hai lasciato un prurito.<br />
Io, mi son svegliato e mi son grattato,<br />
poi, la luce ho acceso e intorno intorno ho guardato;<br />
t’ho vista, sul muro a capo letto ti eri fermata<br />
ed io piano piano mi sono alzato,<br />
lo straccio giallo ho pigliato,<br />
l’ho bagnato e l’ho piegato<br />
e con un colpo, zacchete<br />
te l’ho fatta io la vera festa!...<br />
ti ho uccisa!...<br />
–––– 173 ––––<br />
Cosimo Maiullari
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U VUAGNAUNE CA M’ASPETTEJE<br />
Tenaje quinece anne<br />
E cusaje tanda panne,<br />
alla maèstre de cose<br />
me pungibbe u <strong>di</strong>scete.<br />
Nu vuagnaune m’aspettaje<br />
e sembe me parlaje,<br />
cundenevuaje a frequèndarle<br />
e jind a chèpe staje nu tarle.<br />
Che la paure de jèsse avvertute<br />
fescènne fuscènne dece<strong>di</strong>bbe<br />
e l’omme c’avaje canesciute<br />
nesciune avaja avute,<br />
‘na coccje devendèmme<br />
e l’uniune combletèmme.<br />
Nascì na creature<br />
da chessì menonne,<br />
ca n’angele du Segnore<br />
se la purtò cu delore.<br />
La wuerre l’allundanò<br />
e mè cchijù ritornò.<br />
Doppe tanda sofferènze<br />
mo ne stoche sènze,<br />
nu marite so chjete<br />
e do file m’è dète.<br />
–––– 174 ––––<br />
Pasqua Martimucci<br />
Altamura (BA)
IL RAGAZZO CHE MI ASPETTAVA<br />
Avevo quin<strong>di</strong>ci anni<br />
e cucivo molti panni,<br />
a lezioni <strong>di</strong> cucito<br />
mi punsi un <strong>di</strong>to.<br />
Un ragazzo mi aspettava<br />
e sempre mi parlava,<br />
continuai a frequentarlo<br />
con in testa un tarlo.<br />
Con la paura <strong>di</strong> essere scoperta<br />
decisi in tutta fretta<br />
e l’uomo che avevo conosciuto<br />
nessuno aveva avuto,<br />
una coppia <strong>di</strong>ventammo<br />
e l’unione completammo.<br />
Nacque una bambina<br />
così piccina,<br />
Che un angelo del Signore<br />
portò via con dolore.<br />
La guerra lo allontanò<br />
e mai più ritornò.<br />
Dopo tanta sofferenza<br />
la mia vita non è più senza,<br />
un marito ho trovato<br />
e due figli mi ha dato.<br />
–––– 175 ––––<br />
Pasqua Martimucci
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
TUP TUP<br />
Tup tup o pertone<br />
Ji so Nunzeje piandone<br />
So careche de torrone<br />
Ca tu-scareche jinde o pertone<br />
Ji so nu chère amiche<br />
E po’ crèmene te lu <strong>di</strong>che<br />
Te lu <strong>di</strong>che e so sengère<br />
Te lu pe davvere<br />
Ce tu me vu scrive<br />
Paure nan ad avè<br />
Vije palazze movibile numere seste<br />
Lìin<strong>di</strong>rizze mi jè cusce<br />
Ji te lu <strong>di</strong>che mo<br />
Purr ce te vaite nu picche perplesse<br />
Ma de la stime la ognune tène pe jidde stèsse.<br />
LE UAGNEDDE<br />
Tutte quanne, a ’stu paìse<br />
Le uagnedde d’oscia <strong>di</strong>je<br />
Vonne ’ngire c’u surrìse<br />
Spetterranne ’u ben de Dije.<br />
Te spettérrene po’ ’mbacce<br />
Tutte cose da ’u veddìche<br />
Ca te fanne assère pacce...<br />
L’ota cose... no’nge ’u <strong>di</strong>che.<br />
–––– 176 ––––<br />
Angelo<br />
Marvulli<br />
Altamura (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Fedele<br />
Massante<br />
Taranto
TUP TUP<br />
Tup tup al tuo portone<br />
Io sono don Nunzio piantone,<br />
sono carico <strong>di</strong> torrone<br />
che scarico nel tuo portone.<br />
Io sono un tuo caro amico<br />
e poi domani te lo <strong>di</strong>co,<br />
te lo <strong>di</strong>co e son sincero<br />
te lo <strong>di</strong>co per davvero.<br />
Se tu mi vuoi scrivere<br />
timor non devi avere,<br />
via palazzo movibile numero sesto<br />
il mio in<strong>di</strong>rizzo è questo.<br />
Io te lo <strong>di</strong>co adesso<br />
anche se ti vedo un po’ perplesso:<br />
non importa del titolo in possesso<br />
ma della stima che ognuno ha per se stesso.<br />
LE RAGAZZE<br />
<br />
Tutte quante in questo paese<br />
le ragazze <strong>di</strong> oggi giorno<br />
vanno in giro con il sorriso<br />
mostrando il ben <strong>di</strong> Dio.<br />
Ti gettano in faccia<br />
tutte cose, dall’ombelico,<br />
che ti fanno impazzire...<br />
l’altra cosa... non te la <strong>di</strong>co.<br />
–––– 177 ––––<br />
Angelo<br />
Marvulli<br />
Fedele<br />
Massante
Cè beddezze ’a giuvendute<br />
Quanda cose belle tène,<br />
pe ci ’a vite se stè stute<br />
stonne sule chiande e ppène.<br />
M’arrecorde d’a uagnone<br />
C’hagghie state ’u capendeste<br />
Hagghie state lazzarone<br />
Ogne ssere ere ’na feste.<br />
C’u recuerde e ’nu surrise<br />
M’ha rumaste ’a fandasije<br />
E tenenne ’mmocche ’a rise<br />
Diche a tutte accussì sije.<br />
AVIJNE, MA’, AVIJNE<br />
Avijne, ma’, avijne,<br />
no me lassà sule ind’a chist’ore,<br />
piccè cumm’a ’nu cane stoc’a mmore.<br />
Avijne, ma’, avijne,<br />
tu certe m’è lassate no pe colpa toje,<br />
forse ’nquarcune ca te vuleve bbene<br />
no t’ha vulute bbene averamende.<br />
Avijne, ma’, avijne,<br />
no saccje ’a faccia tove cumm’è fatte:<br />
a jessere pe forze belle,<br />
piccè è fatte a mè cu ’a malasorte.<br />
Sijnde, ma’, ’na cosa sole angore<br />
Vogghie prime ca j’ more:<br />
Vogghie cu te veche pe te dà ’nu vase,<br />
vogghie cu t’abbrazze cu ’ste vrazze mije,<br />
je ca no’nge hagghia avute maje<br />
’na carezza tove.<br />
–––– 178 ––––<br />
Fedele Massante<br />
Taranto
Che bellezza la gioventù<br />
quante cose belle tiene,<br />
per chi la vita si sta spegnendo<br />
ci sono solo pianti e pene.<br />
Mi ricordo da ragazzo<br />
che ero sempre un caporione<br />
sono stato lazzarone<br />
ogni sera era una festa.<br />
Col ricordo ed un sorriso<br />
m’è rimasta la fantasia<br />
tenendo in bocca il riso<br />
<strong>di</strong>co a tutti: così sia.<br />
VIENI, MAMMA, VIENI<br />
Vieni, mamma, vieni,<br />
non lasciarmi solo in queste ore,<br />
perché sto morendo come un cane.<br />
Vieni, mamma, vieni,<br />
tu certo mi hai lasciato, non per colpa tua,<br />
forse qualcuno che ti voleva bene,<br />
non ti ha voluto bene veramente.<br />
Vieni, mamma, vieni,<br />
non so la tua faccia com’è fatta,<br />
devi essere per forza bella,<br />
perché hai fatto me con la malasorte.<br />
Senti, mamma, una cosa sola ancora,<br />
voglio prima <strong>di</strong> morire,<br />
voglio vederti per darti un bacio,<br />
voglio abbracciarti con queste mie braccia,<br />
io che non ho avuto mai<br />
una tua carezza.<br />
–––– 179 ––––<br />
Fedele Massante
Avijne, ma’, avijne,<br />
prime cu more, fatte vedè ’na vote,<br />
no me lassà ’stu chiuève,<br />
no me fa chiangere angore<br />
c’hagghie chiangiute assaje.<br />
Je so ’nu figghie tuve<br />
No me lassà cchiù sule,<br />
hagghie state sule,<br />
sule pe tand’anne.<br />
Avijne, ma’, avijne.<br />
L’ACIDDE DE ZE MENGUCCE<br />
Teneva ze Mengucce indr’a gaggiole<br />
’n’acidde ca faceve ’a cagnavole<br />
e tutte ’u vicenate havè ’ngandate<br />
p’a voce ca teneve assa’ ’ngraziate.<br />
Mengucce cu Frangesche ogne matine<br />
purtavene a l’acidde ’a carutine<br />
’nu picche de scagghiole e ’na figghiazze<br />
cu l’acqua fresche assieme cu ’a serrazze<br />
’Nu giurne zà Frangesche sola sole,<br />
aprì pe sbaglie ’a porte d’a gaggiole<br />
e quidde pó ca jeve tanda ’mbise<br />
lassoje zà Frangesche senza rise.<br />
Chiangeve ’a puveredde senza fiate:<br />
l’acidde d’u marite havè vulate<br />
l’acidde d’u marite tande arzille<br />
ca a chidde tijmbe jeve ’nu car<strong>di</strong>lle.<br />
–––– 180 ––––<br />
Fedele Massante<br />
Taranto
Vieni, mamma, vieni,<br />
prima che muoia, fatti vedere una volta,<br />
non lasciarmi questo chiodo,<br />
non farmi piangere ancora,<br />
perché ho pianto molto.<br />
Io sono un tuo figlio,<br />
non lasciarmi più solo,<br />
sono stato solo,<br />
solo per tanti anni.<br />
Vieni, mamma, vieni.<br />
L’UCCELLO DI ZIO MINGUCCIO<br />
Teneva zio Minguccio nella gabbietta<br />
un uccello che mostrava a tutti<br />
aveva incantato tutto il vicinato<br />
per la voce graziosa che aveva.<br />
Minguccio con Francesca ogni mattina<br />
portava all’uccello la carotina,<br />
un po’ <strong>di</strong> scagliola ed una foglia <strong>di</strong> verdura<br />
un po’ d’acqua fresca e la segatura.<br />
Un giorno zia Francesca sola sola<br />
aprì per sbaglio la porta della gabbietta,<br />
e quello che era un birbante,<br />
lasciò zia Francesca amareggiata.<br />
Piangeva la poveretta, senza fiato,<br />
l’uccello del marito era volato,<br />
l’uccello del marito tanto arzillo,<br />
che a quei tempi era un cardellino.<br />
–––– 181 ––––<br />
Fedele Massante
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA LÈNGUE D’U PAJISE MÌ<br />
Sarà l’orgoglie, sarà na passione,<br />
non sacce <strong>di</strong>sce, pèrò jè da tijèmbe<br />
ca ji velève scrive dò parole<br />
jinde a la lèngue d’u paise mì.<br />
Me vène u prjisce ce sèndeche parlà<br />
la fèmmene ca stonne a Bare vècchie,<br />
percè la lèngue d’u pajise mì<br />
jè tutte museche, chiène d’armonì.<br />
Acquanne po’ du s’arraghene, jè n’orchèstre:<br />
gridene, se ne <strong>di</strong>scene, gastèmene,<br />
po’ tutte torne a jèsse come a prime<br />
e nzjième vonne a bève nu cafè.<br />
Non jè pe <strong>di</strong>sce, ma ci vène a Bare<br />
se ngande e guste a sen<strong>di</strong>nge parlà,<br />
percè la lèngue d’u pajise mì<br />
jè bèlle assà pe mè, ma... tu<br />
...tu non puète capì!<br />
NA MANGIATE E NA... FESCIUTE<br />
Sènze avè fatte nesciune programme<br />
nge acchiamme assedute a na taua granne<br />
che tevagghie de carte apparecchiate<br />
ma sènza piatte, becchjire e posate.<br />
Me parve la can<strong>di</strong>ne de Cianna Cianne!<br />
Jièreme dudece tra peccenunne e granne<br />
e n’aldune pe picche non s’acchiò<br />
percè la mamme do dì doppe u sgravò.<br />
Sammechèle u pajise jè chiamate<br />
e se va ddà percè jè renomate<br />
pe la zambine ca sabbene fà<br />
–––– 182 ––––<br />
Maria Milella<br />
<strong>Bari</strong>
LA LINGUA DEL MIO PAESE<br />
Sarà l’orgoglio, sarà una passione,<br />
non so <strong>di</strong>re, però è da tempo<br />
che io volevo scrivere due parole<br />
nella lingua del mio paese.<br />
Provo piacere se sento parlare<br />
le donne che stanno a <strong>Bari</strong> vecchia,<br />
perché la lingua del mio paese<br />
è tutta musica, piena d’armonia.<br />
Quando poi due litigano, è un’orchestra:<br />
gridano, se ne <strong>di</strong>cono, bestemmiano,<br />
poi tutto torna ad essere come prima<br />
e insieme vanno a bere un caffè.<br />
Non è per <strong>di</strong>re, ma chi viene a <strong>Bari</strong><br />
s’incanta e gusta a sentirci parlare,<br />
perché la lingua del mio paese<br />
è molto bella per me, ma tu...<br />
...tu non puoi capire!<br />
UNA MANGIATA E UNA... SCAPPATA<br />
Senza aver fatto nessun programma<br />
ci trovammo seduti ad una tavola grande<br />
con tovaglie <strong>di</strong> carta apparecchiata<br />
ma senza piatti, bicchieri e posate.<br />
Mi sembrava la cantina <strong>di</strong> Cianna Cianna!<br />
Eravamo do<strong>di</strong>ci tra piccoli e gran<strong>di</strong><br />
ed un altro per poco non si trovò<br />
perché la mamma lo partorì due giorni dopo.<br />
Sammichele è chiamato il paese<br />
e si va là perché è rinomato<br />
per la zampina che sanno fare<br />
–––– 183 ––––<br />
Maria Milella
e ca po’ che le mane s’ave a mangià.<br />
Non sule chèdde avime strafequate<br />
ma pure agnjidde e braciole assa’ pèpate.<br />
Avime ordenate e nge l’onne pertate<br />
jinde a le follie de cartolliate.<br />
Nzjième a tutte stù bène <strong>di</strong> Ddì<br />
avime mangiate pure l’auuì,<br />
u prevelone sèmipiccande<br />
e u acce friscke, tande e quande!<br />
U mjière, ca me piasce tracannà,<br />
u sendève nu picche forte assa’<br />
e che l’acque u avibbe a mesckà<br />
ma... perdì tutte la gennuinetà.<br />
Quase a la fine arrevò u chemblemènde:<br />
a mariddeme nge sckattò nu male de vènde<br />
e, seccome nu cèsse non s’acchiave,<br />
me decì: – Sciamaninne subbete a Bare!!!<br />
Ma la magghene non se mettève mmote<br />
e ndande la vènda so facève u tramote.<br />
Mjiènze pajise a pjite nge facèmme<br />
percè la magghene scèmme spengènne,<br />
po’ finalmènde mmote se mettì:<br />
tanne mariddeme acchemenzò a fescì<br />
recetanne na sfelate de letanì,<br />
finghe a quanne u sènne fù rjialdà<br />
e sope o trone se petì assettà.<br />
Pe picche u palazze non scaffuò,<br />
mariddeme pèrò a nudde chiù penzò,<br />
ma, quanne u vedjibbe assì tutte chendènde,<br />
nge decibbe che tutte u sendemènde:<br />
– Gocce a tè e o male de vènde!!!<br />
–––– 184 ––––<br />
Maria Milella<br />
<strong>Bari</strong>
e che poi con le mani si deve mangiare.<br />
Non solo quella abbiamo mangiato<br />
ma anche agnello e involtini molto pepati.<br />
Abbiamo or<strong>di</strong>nato e ce li hanno portati<br />
nei fogli <strong>di</strong> cartoliata.<br />
Insieme a tutto questo ben <strong>di</strong> Dio<br />
abbiamo mangiato anche le olive,<br />
il provolone semipiccante<br />
e il sedano fresco, tanto e quanto!<br />
Il vino, che mi piace bere,<br />
lo sentivo un po’ troppo forte<br />
e dovetti mischiarlo con l’acqua<br />
ma... perse tutta la genuinità.<br />
Quasi alla fine arrivò il complimento:<br />
a mio marito scoppiò un mal <strong>di</strong> pancia<br />
e, poiché non si trovava un gabinetto,<br />
mi <strong>di</strong>sse: – An<strong>di</strong>amocene subito a <strong>Bari</strong>!!! –<br />
Ma la macchina non si metteva in moto<br />
e intanto nella sua pancia c’era il terremoto.<br />
Mezzo paese a pie<strong>di</strong> ci facemmo<br />
perché andavamo spingendo la macchina,<br />
poi finalmente si mise in moto:<br />
allora mio marito cominciò a correre<br />
recitando una sfilata <strong>di</strong> litanie,<br />
fino a quando il sogno <strong>di</strong>venne realtà<br />
e sul trono potette sedersi.<br />
Per poco il palazzo non crollò,<br />
però mio marito non pensò più a niente,<br />
ma, quando lo vi<strong>di</strong> uscire tutto contento,<br />
gli <strong>di</strong>ssi con tutto il sentimento:<br />
– Accidenti a te e al mal <strong>di</strong> pancia!!! –.<br />
–––– 185 ––––<br />
Maria Milella
U TÈCCHE D’U ARLOGGE<br />
Sone de dì e de notte<br />
e u tjièmbe passe<br />
e ndande june more<br />
e u alde nasce.<br />
Cudde ca se ne jè sciute<br />
ce cose à fatte?<br />
E cudde ca jè arrevate<br />
ce ave a fà?<br />
U tjièmbe jè testemonnie,<br />
jidde asselute,<br />
de l’obbre brutte e bone<br />
ca la gènde<br />
fasce a totte l’età,<br />
a totte l’ore,<br />
a ogne memènde<br />
de la vita sò.<br />
U tècche d’u arlogge<br />
vole <strong>di</strong>sce:<br />
“Non si sprecanne u tjièmbe<br />
inudelmènde,<br />
fa quacche cosa bone<br />
e sii felisce,<br />
percè u tjièmbe passe<br />
e ma’ s’affèrme,<br />
pèrò la vita tò<br />
pote fernèsce<br />
o mbrevvise,<br />
jinde a nu memènde”.<br />
–––– 186 ––––<br />
Maria Milella<br />
<strong>Bari</strong>
IL TOCCO DELL’OROLOGIO<br />
Suona <strong>di</strong> giorno e <strong>di</strong> notte<br />
e il tempo passa<br />
e intanto uno muore<br />
e un altro nasce.<br />
Quello che se n’è andato<br />
che cosa ha fatto?<br />
E quello che è arrivato<br />
che farà?<br />
Il tempo è testimone,<br />
egli soltanto,<br />
delle opere cattive e buone<br />
che la gente<br />
compie a tutte le età,<br />
in tutte le ore,<br />
in ogni momento<br />
della sua vita.<br />
Il tocco dell’orologio<br />
vuole <strong>di</strong>re:<br />
“Non sprecare il tempo<br />
inutilmente<br />
fai qualche cosa buona<br />
e sii felice,<br />
perché il tempo passa<br />
e mai si ferma,<br />
però la tua vita<br />
può finire<br />
all’improvviso,<br />
in un attimo”.<br />
–––– 187 ––––<br />
Maria Milella
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A LLA FINI T’ABBRÌLI<br />
A lla fini t’abbrìli,<br />
toppu tre ggiùrni t’àcqua<br />
lu soli assìu,<br />
e a’m’prìma matìna<br />
quàsi pi mmascìa,<br />
comu campàgna scièrsa,<br />
ti fiùri ti pèzza ti tutti li culùri<br />
e lli crandèzzi<br />
s’anchèra li làmii ti li casi.<br />
Ddònca uwardàvi,<br />
sia ca mèru màri ti ggìràvi<br />
o mèru Muntòtu,<br />
o mèru Torriòvu o la Maìlia,<br />
fiùri a gnibbànda tu vìtivi.<br />
Ppèsi a lli fili,<br />
e ccu llu vintizzùlu ca n’ci štava<br />
all’ària parìa ca šucàunu,<br />
a mmiènz’a lli fumari<br />
nc’èrunu:<br />
camìsi, camisòd<strong>di</strong> e šupparièd<strong>di</strong>,<br />
mmutànti, mutantini e mmutantùni,<br />
quazètti ti màsculi e d<strong>di</strong> fèmmini<br />
ti cran<strong>di</strong> e d<strong>di</strong> vagnùni,<br />
mòlli ti quazètti e riggipètti<br />
fazzuletti,<br />
uwànduri e quazùni,<br />
chiašùni,<br />
mantìsìni,<br />
štusciafàcci e štusciaculu,<br />
tuvàii cu sarviètti<br />
ijànchi e d<strong>di</strong> culòri,<br />
lanzùli,<br />
cuscènuri,<br />
–––– 188 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />
Maruggio (TA)
ALLA FINE DI APRILE<br />
Alla fine <strong>di</strong> aprile<br />
dopo tre giorni <strong>di</strong> pioggia<br />
il sole apparve,<br />
e <strong>di</strong> primo mattino,<br />
quasi per magia,<br />
simile a campagna incolta<br />
<strong>di</strong> fiori <strong>di</strong> stoffa <strong>di</strong> ogni colore<br />
e <strong>di</strong>mensione<br />
si riempirono i tetti delle case.<br />
Ovunque tu guardavi,<br />
sia che verso il mare ti giravi<br />
o verso Montalto<br />
o verso Torre dell’Ovo o la Maviglia<br />
fiori dovunque tu vedevi.<br />
Appesi ai fili,<br />
e con il venticello che vi era<br />
nell’aria sembrava che giocassero,<br />
tra fumaioli<br />
vi erano:<br />
camicie, camicine e bolerini,<br />
mutande, mutan<strong>di</strong>ne e mutandoni<br />
calze <strong>di</strong> uomini e <strong>di</strong> donne<br />
<strong>di</strong> adulti e <strong>di</strong> bambini,<br />
reggicalze e reggiseni<br />
fazzoletti,<br />
gonne e calzoni,<br />
teli grezzi,<br />
grembiuli,<br />
asciugamani e salviette <strong>di</strong> bidé,<br />
tovaglie con tovaglioli<br />
bianche e <strong>di</strong> colore,<br />
lenzuola,<br />
federe,<br />
–––– 189 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni
maijètti ti lana e d<strong>di</strong> cuttòni,<br />
mànti<br />
e bbuttìti ti lu nvièrnu,<br />
ca l’ària era scarfata<br />
e lli liètti lliggirìti.<br />
Sòbbr’a nna làmia,<br />
a mmiènzu a llanzùli<br />
ca comu vèli ti varchi<br />
lu vièntu anchìa,<br />
vištùta ti gnùru,<br />
nna fèmmina<br />
gnittàntu cumparìa,<br />
a vvòti trètta<br />
a vvòti ncucuijàta,<br />
a vvòti a rràzzi azzàti<br />
ca puèi bbasciàva<br />
e a mmiènzu a lli rròbbi ca vulàunu<br />
pija e sparìa.<br />
Parìa ca bballava,<br />
e cquèdda šta’ span<strong>di</strong>a.<br />
LINDINEDDI<br />
Ti lin<strong>di</strong>ned<strong>di</strong><br />
vacànti,<br />
pi ddòi-tre anni,<br />
rimàsi lu cièlu ti Marùggiu,<br />
e a lla chiàzza sintìvi li crištiàni:<br />
“puru quìd<strong>di</strong> mòni s’ànnà persi”.<br />
Mma štànnu ànnà turnàti,<br />
e lli nùnni<br />
ssittàti ti nànzi a ccafèi e ppartìti<br />
òzunu la càpu<br />
e llu vort’a rrìsu ffànnu<br />
–––– 190 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />
Maruggio (TA)
maglie <strong>di</strong> lana e <strong>di</strong> cotone,<br />
coperte<br />
e imbottite dell’inverno,<br />
chè l’aria si era riscaldata<br />
e i letti alleggeriti.<br />
Su un terrazzo,<br />
tra le lenzuola<br />
che simili a vele <strong>di</strong> barche<br />
il vento riempiva,<br />
vestita <strong>di</strong> nero,<br />
una donna<br />
<strong>di</strong> tanto in tanto appariva,<br />
a volte ritta<br />
a volte accovacciata,<br />
a volte a braccia alzate<br />
che poi abbassava<br />
e in mezzo ai panni che volavano<br />
scompariva.<br />
Sembrava che danzasse,<br />
invece quella stendeva i panni.<br />
RONDINI<br />
Di ron<strong>di</strong>ni<br />
vuoto,<br />
per due-tre anni<br />
restò il cielo <strong>di</strong> Maruggio<br />
e in piazza sentivi la gente:<br />
“anche quelle ora si son perse”.<br />
Ma quest’anno sono ritornate<br />
e gli anziani<br />
seduti <strong>di</strong>nnanzi a bar e partiti<br />
sollevano la testa<br />
e il volto a riso fanno<br />
–––– 191 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni
quàndu<br />
rasènti l’àrvuli<br />
neri,<br />
lucènti,<br />
šcriddànti<br />
comu fùrguli pàssunu<br />
li lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />
e ccòmu saètti lu cièlu tàijunu<br />
li lin<strong>di</strong>niddùni.<br />
“Ánnà turnàti”, ticunu,<br />
“e ppàrunu<br />
cchiu’ ggròssi ti quid<strong>di</strong> ti nna vòta”.<br />
“Lin<strong>di</strong>niddùni sòntu<br />
e nnòni lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />
appòšta so’ cchiu’ ggràn<strong>di</strong>”<br />
tici lu spièrtu anziànu ca li canòsci.<br />
Turciquèddu ti vèni<br />
ci cu lli uwècchi<br />
la cchiú’ ggrossa lin<strong>di</strong>nedda siècuti<br />
ca vinèndu t’la štràta t’lu Cumèntu<br />
rasènta lu Caštièddu,<br />
a’n’cièlu si mpirnìca,<br />
si nturtòia a lla campàna t’lu rilòggiu,<br />
si mmèna a bbàsciu,<br />
e, ssobbr’a lli càpuri ti li crištiàni,<br />
la štràta ti mari nfila<br />
e rrèt’a llu fruntàli t’la Nuzziàta<br />
pija e sparisci.<br />
Ánnà turnati li lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />
e ccu lli caravuèli lòru<br />
la ggiuvintùti nòstra torna.<br />
–––– 192 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />
Maruggio (TA)
quando<br />
rasente gli alberi<br />
nere,<br />
splendenti,<br />
garrenti,<br />
come folgori passano<br />
le ron<strong>di</strong>ni,<br />
e come saette il cielo tagliano<br />
i rondoni,<br />
“Sono tornate”, <strong>di</strong>cono,<br />
“e sembrano<br />
più gran<strong>di</strong> <strong>di</strong> quelle <strong>di</strong> una volta”.<br />
“Rondoni sono,<br />
altro che ron<strong>di</strong>ni,<br />
per questo sono più gran<strong>di</strong>”<br />
<strong>di</strong>ce l’esperto anziano che li conosce.<br />
Torcicollo ti prende<br />
se con gli occhi<br />
la più grossa ron<strong>di</strong>ne segui<br />
che arrivando dalla strada del Convento<br />
rasenta il Castello,<br />
nel cielo si slancia,<br />
si attorciglia alla campana dell’orologio,<br />
si fionda giù<br />
e, sulle teste della gente,<br />
la via del mare infila<br />
e <strong>di</strong>etro il frontone dell’Annunziata<br />
poi svanisce.<br />
Son tornate le ron<strong>di</strong>ni,<br />
e con le piroette loro<br />
la nostra gioventù ritorna.<br />
–––– 193 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni
QUANDU NNA COSA È MMOTA<br />
Quandu nna cosa è mmota<br />
pìcca<br />
tuni la càrculi,<br />
picca<br />
tuni l’apprièzzi,<br />
tantu ca nnu pruvèrbiu<br />
spèngi e d<strong>di</strong>ci<br />
ca la farina<br />
quandu la màttr’è cchèna<br />
l’à sparagnàri.<br />
Ti vita<br />
nna vota<br />
tànta nni tinìa,<br />
e nno lla carculàva,<br />
e nno lla sparagnava.<br />
Moni<br />
ca štài ca spiccia<br />
capìscu quantu vali.<br />
Capìscu ch’è ppicca<br />
e ccèrcu cu sparàgnu.<br />
Puèi penzu:<br />
e d<strong>di</strong> cuddu picca ch’è rrimaštu<br />
cce uwe’ sparagni?<br />
E mmi la fòttu!<br />
–––– 194 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />
Maruggio (TA)
QUANDO UNA COSA È MOLTA<br />
Quando una cosa è molto<br />
poca<br />
tu la vàluti,<br />
poco<br />
tu l’apprezzi,<br />
tanto è vero che un proverbio<br />
incita e <strong>di</strong>ce<br />
che la farina<br />
quando la cassapanca è piena<br />
bisogna risparmiarla.<br />
Di vita<br />
un tempo<br />
tanta ne avevo<br />
e non la valutavo,<br />
e non la risparmiavo.<br />
Ora<br />
che è per finire<br />
capisco quanto vale.<br />
Capisco che è poca<br />
e cerco <strong>di</strong> risparmiarla.<br />
Poi penso:<br />
e <strong>di</strong> quel poco che è rimasto<br />
cosa vuoi risparmiare?<br />
E me la fotto!<br />
–––– 195 ––––<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A MASCG’ MAJ<br />
Na rig acchib una faccia nova...<br />
A b’llez d’ na fet<br />
pu cor bun<br />
ca a p’ttet a v’t maj d’ cil.<br />
Nog doi, com nu sun,<br />
Na v’t passet in nu mnot<br />
in da terr nuostr’.<br />
M’ u dsderii ca tieng <strong>di</strong> te<br />
S’apptet d’ chiant minz i capd mai bianc<br />
e ti pens, fet mai,<br />
abbracciate al stiel.<br />
L’FR(E)CATUR(E)<br />
Martredd la n’zvos<br />
la m(i)gghier du mar(i)nar<br />
jiè chiattachiatt(a)<br />
ten nu sottan ingannamar<br />
kiin kiin d’or e d’ brillocch<br />
tutt l(i) malacarn<br />
laddr marriul e scippatur<br />
vonn da jiedd ognid<strong>di</strong><br />
e... fascenn scjernat<br />
jiedd k(a) la robb arrebat<br />
s(e) send na siggnur<br />
–––– 196 ––––<br />
Vito<br />
Montanaro<br />
Locorotondo (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Leonardo<br />
Nicoletti<br />
<strong>Bari</strong>
LA MIA MAGIA<br />
Un giorno incontrai uno sguardo...<br />
La bellezza <strong>di</strong> una fata<br />
e la bontà <strong>di</strong> un cuore<br />
che ha <strong>di</strong>pinto la mia vita <strong>di</strong> cielo.<br />
Noi due, come in un sogno...<br />
Una vita trascorsa in un attimo<br />
nella nostra amata terra.<br />
Ora la mia voglia <strong>di</strong> te<br />
si colora <strong>di</strong> pianto tra i miei bianchi capelli<br />
e ti immagino, mia magica fata,<br />
abbracciata alle stelle.<br />
LE FRECATURE<br />
<br />
Marta la sporcacciona<br />
la moglie del marinaio<br />
è molto obesa<br />
possiede un sottano in riva al mare<br />
pieno pieno d’ori e <strong>di</strong> monili<br />
tutti i delinquenti<br />
ladri furfanti e scippatori<br />
vanno da lei ogni giorno<br />
e fanno quanto occorre a giornata<br />
lei con la roba rubata<br />
si sente come una signora<br />
–––– 197 ––––<br />
Vito<br />
Montanaro<br />
Leonardo<br />
Nicoletti
scenn k(e) la figgh a via Sparan<br />
s’acchiament atturn<br />
ved(e) tanda “sciosciue”<br />
tutt mazzmazz<br />
k’la ventr da for<br />
tanda virzellin(e)<br />
allegr de chiazz(e)<br />
k l(a) la lengu(e) kiin kinn d(i) ricchiin<br />
figghia me’ kiss’ bonazz(e)<br />
so’ tutt scrof(e) figgh d(i) ricottar<br />
u uor cha vid inguedd(e) a kiss imbrattat<br />
jiè tutt nu quaquiggh verm(e)cuat<br />
jiè tutt nu’ kiduizz d(i) sottan(e)<br />
a Bar a Lecc a Brin<strong>di</strong>s e a Milan<br />
figghia me’ kiss non so’ siggnur<br />
u munn camb asslut <strong>di</strong> “fr(e)catur”.<br />
LA MORT<br />
Mo’ s(i) k(i)ntent Pasqual<br />
u’ pregamuert s(e)na sciut<br />
jinda nu bell tavut<br />
bell bell t’am pr(e)cuat<br />
tu abbunabbun ti si stinnut<br />
e amme’ solasola m(i) s(i) lassat<br />
‘nmezz a tutt le uai e l(i) kppun<br />
e ji non sacc(i)’ addo ja mett la facc<br />
addo ja spann le robb senza t(e)rris<br />
Rosett k’ Narducc sava’ sp(i)sa’<br />
Colin s(i)nnavasc(i)nnut e ava’ scasà<br />
<strong>di</strong>mm tu’amme comja pagà u tavut<br />
mamm(i)t ten l(e)palangh efasc la s(i)ggnur<br />
dattant tu usa’ jiè nu k(i)rnut<br />
kedda chiav(e)k c’ha v(e)nut e t’hap(i)gghiat<br />
–––– 198 ––––<br />
Leonardo Nicoletti<br />
<strong>Bari</strong>
scende con la figlia a via Sparano<br />
si guarda intorno<br />
vede molte “sciantose”<br />
tutte magrissime<br />
con il ventre <strong>di</strong> fuori<br />
molte ragazzine<br />
vocianti e allegre nella piazza<br />
con la lingua ornata <strong>di</strong> orecchini<br />
figlia mia queste bonazze<br />
sono tutte scrofe figlie <strong>di</strong> magnacci<br />
l’oro che ve<strong>di</strong> addosso a queste<br />
è tutto un ginepraio verminato<br />
è tutto uno sventaglìo <strong>di</strong> sottane<br />
a <strong>Bari</strong> a Lecce a Brin<strong>di</strong>si e a Milano<br />
figlia mia queste non sono signore<br />
il mondo campa solo <strong>di</strong> “frecature”.<br />
LA MORTE<br />
Ora sei contento Pasquale<br />
se ne è andato il becchino<br />
in una bella bara<br />
bene bene ti abbiamo sepolto<br />
tu sei morto all’improvviso<br />
e a me sola sola mi hai lasciato<br />
in mezzo a tutti i guai e ai debiti<br />
io non so dove mettere la faccia<br />
dove stendere i panni senza sol<strong>di</strong><br />
Rosetta deve sposare Narduccio<br />
Colino deve trasferirsi da casa<br />
<strong>di</strong>mmi tu come pagare la bara<br />
tua madre ha i sol<strong>di</strong> e fa la signora<br />
tuo padre tu lo sai è un cornuto<br />
quella topa venuta a prenderti<br />
–––– 199 ––––<br />
Leonardo Nicoletti
non p(o)tev aspettà qualch’aldannat?<br />
Recchia materna dom(i)nsdommn<br />
la mort m’ha fr(e)cat amme asslut<br />
tu senz’a<strong>di</strong>sc nudd t(i)nisisciut<br />
assuttassut bell tistis<br />
tu mo Pasqual m(i) sta ’o paravis<br />
e amme m(i) s(i) lassat jinda... nu’ pris.<br />
U PESC’ AFF(E)TT(I)SCIUT<br />
Abbasc(e) a la marin s(i) venn u pesc<br />
e quann non s(i) venn kudd s’affitesc<br />
Gilorm e Mariett t’enn(o)n nu figgh<br />
nu ciucc grann vacandì<br />
Mingucciugnorr nu pullmon<br />
nu baccalà v(e)stut da marinar<br />
k(e) la figgh d(i) Concett s’avaffidat<br />
Sisin la sart n’arcangiue<br />
na bellafiggh tutta s(i)stemat<br />
subit jid gi’ha accatat<br />
uuanidd d’or e nu brillocc argentat<br />
p(e)nzav ke se la jev’acciaramat<br />
keddafiggh d(i) mamm ass(i)duat<br />
accome jiedd pero’ s(e)navavvertut<br />
k(e)jev’ u pesc d(e) Mengucc<br />
ogniddì semp kciù ’aff(e)tisciut<br />
k(u) Zzuel u figgh dù f(u)rnar<br />
cittacitt d(i) nott sanavascinnut<br />
megghi(e) la ficazz du’ pesc aff(i)tsciut<br />
ha lassat kudd chiangon(e) in’mezzmare<br />
assuttassutt coma nu pr(i)sutt<br />
e u’ uanidd d’or e u brillock s’hà fricat.<br />
La femmen jè coma a la castagn(e)<br />
da fore jè bon da jinde ten la magagn.<br />
–––– 200 ––––<br />
Leonardo Nicoletti<br />
<strong>Bari</strong>
non poteva aspettare ancora?<br />
Requiem aeternamdominusdom<br />
la morte solo a me ha frecato<br />
te ne sei andato senza <strong>di</strong>re nulla<br />
asciutto asciutto bello teso teso<br />
tu mo Pasquale mio sei in Para<strong>di</strong>so<br />
e hai lasciato me... in un priso.<br />
IL PESCE PUZZOLENTE<br />
Abbasso alla marina si vende il pesce<br />
e quando non si vende è puzzolente<br />
Girolamo e Marietta hanno un figlio<br />
un bamboccione non sposato<br />
Minguccio il nero un ebete<br />
un baccalà vestito da marinaio<br />
con la figlia <strong>di</strong> Concetta si è fidanzato<br />
Sisina la sarta un arcangelo<br />
una bella figlia con tutte le cose a posto<br />
subito lui le ha comprato<br />
l’anello d’oro e una collana d’argento<br />
riteneva <strong>di</strong> averla conquistata<br />
quella figlia <strong>di</strong> mamma or<strong>di</strong>nata<br />
però non appena lei si è accorta<br />
che era il pesce <strong>di</strong> Minguccio<br />
ogni giorno sempre più puzzolente<br />
da Zuele il figlio del fornaio<br />
zitta zitta <strong>di</strong> notte si è fatta ingravidare<br />
meglio la focaccia del pesce fetido<br />
e ha lasciato quel pietrone nel mare<br />
asciutto asciutto come un prosciutto<br />
frecandosi l’anello d’oro e la collana.<br />
La donna è come la castagna<br />
<strong>di</strong> fuori è (appare) buona dentro tienela magagna.<br />
–––– 201 ––––<br />
Leonardo Nicoletti
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
MADON ANDULURT<br />
Madon Andulurt<br />
Tot r casr si cammneit,<br />
la casr nostr nan si arvet,<br />
arroiv in a cus mument,<br />
fe la grazzi i tin a ment.<br />
–––– 202 ––––<br />
Angela Novelli<br />
Andria (BAT)
MADONNA ADDOLORATA<br />
Madonna Addolorata<br />
tutte le case hai camminato<br />
ma a casa nostra non sei arrivata,<br />
arrivi in questo momento,<br />
Facci la grazia e tienici in mente.<br />
–––– 203 ––––<br />
Angela Novelli
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
BBISUÈGNU TI MAMMA!<br />
Ti rricuér<strong>di</strong> mamma bbella,<br />
li palori ca ticivi,<br />
quanta tu mi ddurmiscivi?<br />
Mi cantavi: figghiu mia,<br />
mi ticivi: cori mia,<br />
turmi tuérmi ‘mbrazz’a me!<br />
Quiru figghiu mo è cctisciutu,<br />
quiru cantu s’è ppirdutu,<br />
no sté cchiù ci l’à ccantà!<br />
Mamma, mamma,<br />
no ccanti cchiù pi me!<br />
Mamma, senz’a tte,<br />
no ppozzu cchiù turmé!<br />
Ti rricuér<strong>di</strong> mamma bbella,<br />
quanta tu mi nnazzicavi,<br />
e a spassu mi purtavi?<br />
Mi ‘nfassavi e mi spassavi,<br />
mi lavavi e mi vasavi,<br />
mi bbrazzavi forti a tte!<br />
Quiru tiempu mo è ppassatu,<br />
quiri vasi agghiu scurdatu,<br />
no sté cchiù ci m’li po’ ddà!<br />
Mamma, mamma,<br />
pircé no ttuérni a mme?<br />
Mamma senz’a tte,<br />
no ppozzu cchiù vivé!<br />
–––– 204 ––––<br />
Cosimo Occhibianco<br />
Grottaglie (TA)
BISOGNO DI MAMMA!<br />
Ti ricor<strong>di</strong> mamma bella<br />
Le parole che <strong>di</strong>cevi,<br />
quando tu mi addormentavi?<br />
Mi cantavi: figlio mio,<br />
mi <strong>di</strong>cevi: cuore mio,<br />
dormi dormi in braccio a me!<br />
Quel figliolo ora è cresciuto<br />
Quel canto s’è perduto<br />
Non c’è più chi può cantarlo!<br />
Mamma mamma,<br />
non canti più per me!<br />
Mamma senza te<br />
Non posso più dormire!<br />
Ti ricor<strong>di</strong> mamma bella,<br />
quando tu mi cullavi<br />
ed a spasso mi portavi?<br />
Mi fasciavi, mi sfasciavi,<br />
mi lavavi, mi baciavi<br />
mi stringevi forte a te!<br />
Quel tempo ora è passato,<br />
quei baci ora ho scordato,<br />
non c’è più chi me li può dare!<br />
Mamma mamma<br />
Perché non torni a me?<br />
Mamma senza te<br />
Non posso più vivere!<br />
–––– 205 ––––<br />
Cosimo Occhibianco
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
A V-QUAT<br />
Pe fà na bona v-quat<br />
bianch, p-lit e appr-f mat<br />
bast-n quatt cos:<br />
l’acqua, u llor, a cern<br />
e a str-ca-tor ass-t-uat.<br />
L’acqu a va jiess du puzz<br />
che a và cadè da nu uascr<br />
allattat ogni du’ m-s.<br />
A cern a va jiess d’ sar-ment<br />
o d’ ramagghjie d’aminue o d’aui.<br />
S’jiengh u gall-tton d’acqu<br />
s’ strech-n i rrobb<br />
deue o tre volt, cu sapon verg-n.<br />
S’ scett chedd’acqu<br />
e s’ sciacq-n tant volt<br />
finché jiess-n bianch.<br />
S torc-n che tutt a forz<br />
s’ mett-n addrit addritt<br />
n’alda volt jind u gall-tto-n<br />
e s’acch-mmo-gghjie-n cu c’narul<br />
ca trama strett.<br />
Pront sop u fuech<br />
u b-lz-nett che l’acqu bollent<br />
s’ pigghjie a cern e a pont<br />
du leur abbr-sciat<br />
e s’ scett jind.<br />
L’acqu a cern e u llor<br />
s’ r-voltn sop u c’narul<br />
pe s-nv-ttà, mbr-f-mà e sbian-cà.<br />
A matin d’azzicch<br />
cu nnom d’-D’<br />
s’ sciacqu-n n’alda volt<br />
–––– 206 ––––<br />
Pasquale Peconio<br />
Triggiano (BA)
IL BUCATO<br />
Per fare un buon bucato<br />
bianco, pulito e odoroso<br />
bastano quattro cose:<br />
l’acqua, l’alloro, la cenere<br />
e una tavola a denti aguzzi.<br />
L’acqua deve essere della cisterna<br />
che dovrà cadere da un terrazzo<br />
passato a calce ogni due mesi.<br />
La cenere deve essere <strong>di</strong> sarmenti<br />
o <strong>di</strong> rametti <strong>di</strong> mandorle o d’olivo.<br />
Si riempie la tinozza <strong>di</strong> acqua<br />
si strofinano la roba<br />
due o tre volte, col sapone vergine.<br />
Si butta quell’acqua<br />
e si sciacquano tante volte<br />
finch’è escono bianche.<br />
Si strizzano con tutta la forza<br />
si mettono una su l’altra<br />
un’altra volta nella tinozza<br />
e si coprono con un panno filtrante<br />
con la trama stretta.<br />
Pronto sul fuoco<br />
la caldaia con l’acqua che bolle<br />
si piglia la cenere e la punta<br />
dell’alloro bruciata<br />
e si butta dentro.<br />
L’acqua la cenere e l’alloro<br />
si butta sul panno filtrante<br />
per <strong>di</strong>sinfettare, odorare e biancare.<br />
Il mattino dopo<br />
col nome <strong>di</strong> Dio<br />
si sciacquano un’altra volta<br />
–––– 207 ––––<br />
Pasquale Peconio
s tor-c-n e s’ spann-n<br />
a na zoc sop a nu uasc-r.<br />
Acquann t’ mitt nguedd<br />
chidd rrobb<br />
o t’ va cucch<br />
jind a chidd chiasciun<br />
Oh!... Grazjie d’ D’!...<br />
S-nv-tta-t da cern<br />
mbr-f-mat du lleur<br />
t’ sind arr-cchiat<br />
jinda a la p-l-zia ver.<br />
U TUPP<br />
Acquann i capidd jiern scind<br />
ner-jie, biond o russ<br />
p-tt-nat cu pett-n e p-tt-ness<br />
s-nvettat che nu squicc d’acit<br />
e mbr-llan-dat che na larm d’olio<br />
cadenn pe tutt’a scken<br />
parev-n’avv-dé<br />
com all’onda du maracquann<br />
jier dolc e calm<br />
all’ora du’ tramond<br />
Ndr-cc-gghjiat a tre cap a volt<br />
com a dò trecc d’agghjie<br />
senza sp-cudd<br />
arr-zz-uat garbatament<br />
com’a na fr-sedd sop u cacaruzz:<br />
cudd jier u tupp<br />
che lassav a vv-dé<br />
a b-llezz du cuedd aff-s-uat<br />
senza spes e senza mb-d-mind.<br />
–––– 208 ––––<br />
Pasquale Peconio<br />
Triggiano (BA)
si strizzano e si stendono<br />
sopra una corda in terrazzo.<br />
Quando ti metti addosso<br />
quella roba<br />
o vai a dormire<br />
in quelle lenzuola<br />
Oh... Grazie a Dio!...<br />
Disinfettato dalla cenere<br />
profumato dall’alloro<br />
ti senti carezzato<br />
dalla vera pulizia.<br />
IL TUPPÈ<br />
Quando i capelli erano scin<strong>di</strong><br />
neri, bion<strong>di</strong> o rossi<br />
pettinati col pettine e pettinino<br />
<strong>di</strong>sinfettato con una goccia d’aceto<br />
e ravvivati con una lacrima d’olio<br />
cadenti per tutta la spalla<br />
lasciavano intravvedere<br />
come l’onda del mare<br />
quando era dolce e calmo<br />
allora del tramonto.<br />
Attorcigliate a tre capi a volta<br />
come a due trecce d’aglio<br />
senza spicchi<br />
arrotolati garbatamente<br />
come un tarallo sul cucuzzo:<br />
quello era il tuppé<br />
che lasciava evidente<br />
la bellezza del collo affusolato<br />
senza spese e senza impe<strong>di</strong>menti.<br />
–––– 209 ––––<br />
Pasquale Peconio
Stev qualche inconveniente:<br />
nu cert p-d-cchjidd varra varra<br />
che s- facev’a passeggiata.<br />
Ma non facev nudd!<br />
Jier a ch-rn-c da vera p-l-zi.<br />
E mo?... dalle quatt da matin<br />
vonn asp-ttà ret u parr-cchie<br />
pe fars i mesc<br />
a permanent e a messin-chieca.<br />
Tant sold e tant aspitt<br />
pe paré nan chiù e ne men<br />
che tant rorodd mb-ll-ttat.<br />
NATALE TRA PASSATO E PRESENTE<br />
Mbà Giuànn affaccia, affaccia<br />
che mbà Giusepp e con maraviglia:<br />
mbà G-se allu Rit-ch<br />
a strata dopp du macidd<br />
stà nu presepe vivend!<br />
So sciut stamatin ca nipotina me!<br />
Maraviglia delle meraviglie...<br />
jié bbell assà.<br />
San G-sepp e a Madonn<br />
s’ uard-n mbacc sorrident<br />
e po s’acchiamend-n u figgjie d’or.<br />
Quanta bontà sui loro volti!...<br />
C’ jié pov-ridd assà, che cuss fridd<br />
jinda a na mangiator né na copertina<br />
e né nu maglioncin pe r-scal-dars!<br />
–––– 210 ––––<br />
Pasquale Peconio<br />
Triggiano (BA)
C’era qualche inconveniente:<br />
un certo pidocchietto in superficie<br />
che si faceva la passeggiata.<br />
Ma non faceva nulla d’importante!<br />
Era cornice della vera pulizia.<br />
E mo?... Dalle quattro del mattino<br />
fanno la coda <strong>di</strong>etro il parrucchiere<br />
per farsi le mesc<br />
la permanente e la messinpiega.<br />
Tanti sol<strong>di</strong> e tanta attesa<br />
per sembrare non più e né meno<br />
che tante piccolette insignificanti.<br />
NATALE TRA PASSATO E PRESENTE<br />
Giovanni si trova faccia a faccia<br />
con l’amico Giuseppe e con meraviglia:<br />
Compare Giuseppe alla contrada del Red<strong>di</strong>to<br />
la strada dopo il macello<br />
c’è un presepe vivente:<br />
sono andato stamane con la mia nipotina<br />
meraviglie delle meraviglie<br />
è troppo bello!<br />
San Giuseppe e la Madonna<br />
si guardano in faccia sorridenti<br />
poi contemplano il figlio adorato!<br />
Quanta bontà sui loro volti.<br />
In tanta povertà! Con questo freddo<br />
dentro una mangiatoia, né una copertina<br />
e né un maglioncino per riscaldarsi.<br />
–––– 211 ––––<br />
Pasquale Peconio
Quanta ingratitu<strong>di</strong>ne a cuss munn<br />
c’ jié ricch jié rispettato<br />
c’ jié pov-ridd jié maltrattat.<br />
Però... Jinda a tanta povertà<br />
ten a facc d’ nu Prin-c-p e regnand...<br />
non solo d’ nu Regnand<br />
ten a facc du Re du munn.<br />
GLORIA INEXCELSIS DEO<br />
ET IN TERRA PAX OMINIBUS<br />
BONEVOLUNTATIS<br />
Addò stà... addò sta chiù... PACE<br />
sopa alla terr- jiosc alla <strong>di</strong>’!<br />
Prim’ jinda a fam... Jinda m-serie<br />
stev affett, rispett<br />
ca famigghjie e chi v-c-n- d’ cas.<br />
E mo?... com i can e i jiatt!<br />
violenz... Violenz... Violenza!<br />
Scippi, stupri e na cosa grann<br />
= Pedofilia = e sopa chiù bullismo!<br />
C’ tu t’ uard a destr<br />
vit nu figghji d’ mamm aggrbat<br />
che na s-ringa man avv-l nat!<br />
Sett fil sett jiang-ue; jidd aschitt<br />
sett sp-tal com a sett s-bbulcr<br />
nge fatt v-s-ta alla mamma so-.<br />
Tu gir a cap vers a s-nistr<br />
e ce vit?... Vit nu vecchiaridd<br />
ca faccia m-rt-f-cat e cu baston<br />
che nanz’a accarr chiù, azzis a nu p-sul<br />
ca sp-ranz d’ v-dé nu figghie.<br />
–––– 212 ––––<br />
Pasquale Peconio<br />
Triggiano (BA)
Quanta ingratitu<strong>di</strong>ne a questo mondo<br />
chi è ricco è rispettato<br />
chi è povero è maltrattato.<br />
Però... in tanta povertà<br />
ha la faccia <strong>di</strong> un principe regnante<br />
non solo <strong>di</strong> un regnante<br />
ha la faccia del Re del Mondo!<br />
GLORIA INEXCELSIS DEO<br />
ET IN TERRA PAX OMINIBUS<br />
BONEVOLUNTATIS<br />
Dove stà... dove stà più PACE<br />
sopra questa terra oggi dì?<br />
Tempi ad<strong>di</strong>etro, momenti <strong>di</strong> fame e <strong>di</strong> miseria<br />
vi era affetto, rispetto<br />
nelle proprie famiglie e coi vicini.<br />
E adesso?... Come cani e gatti!<br />
violenza... violenza... violenza!<br />
stupri, scippi e la cosa più ignominiosa<br />
= Pedofilia = e in più bullismo.<br />
Se tu guar<strong>di</strong> verso destra<br />
ve<strong>di</strong> un figlio <strong>di</strong> mamma premurosa<br />
con una siringa avvelenata tra le mani.<br />
Sette figli sette angeli, lui soltanto<br />
sette ospedali come sette sepolcri<br />
ha fatto girare alla sua povera mamma.<br />
Se poi giri la testa verso sinistra<br />
e che ve<strong>di</strong>?... Ve<strong>di</strong> un vecchietto<br />
dal volto triste e con un bastone<br />
che più non regge; seduto ad una panca<br />
con la speranza <strong>di</strong> vedere un figlio.<br />
–––– 213 ––––<br />
Pasquale Peconio
C’ t’acchia-mind ret<br />
scena assai dolent: ce vit?<br />
Na mamma scarn e pensieros<br />
che non ten chiù larm pe chiang<br />
prega la Mamma Celeste:<br />
Madonna N<strong>di</strong>lorata<br />
dop cudd martiri della croce<br />
almen Tu... muert... muert<br />
t-uà brazzat u figghjie che t’add-rav.<br />
Jié invec, u so vist d’anghianà u Calvarjie<br />
e po nu sò vist chjiù!<br />
com i mal latrun m’uond arr-bbat<br />
e chissà com uond allazzarat,<br />
tra carri armati, ferraglie<br />
e scoppi d’ granat,<br />
pe uaddor du ssangh d’ pochi regnand<br />
e pe na ciurm d’ uem-n salvagg.<br />
Mond dat na medaglia d’oro<br />
al valor militare!...<br />
e cegghjia fà... cegghia fà<br />
che tutto l’oro d’ cuss munn<br />
c’ non tengh u figghjie mi?<br />
Gesu Bamm-n mi; Tu aschitt puet salvà<br />
cuss munn arrovendat<br />
da quella malvagia genta<br />
che donn a nu tribulazion<br />
e che a Te T’ vol-n mettn’alda<br />
volt in croce.<br />
–––– 214 ––––<br />
Pasquale Peconio<br />
Triggiano (BA)
Se volgi lo sguardo alle tue spalle<br />
scena assai dolente; cos’altro ve<strong>di</strong>?...<br />
una mamma pensierosa dal viso scarno<br />
che non ha più lacrime per piangere<br />
pregare la Mamma Celeste:<br />
Madonna Addolorata<br />
dopo che l’han deposto dalla Croce<br />
almeno Tu morto... morto<br />
l’hai abbracciato il figlio a Te caro.<br />
Io invece, l’ho visto salire il calvario<br />
e poi non l’ho visto più!<br />
Come un ladrone me l’hanno strappato<br />
e chissà come l’hanno insanguinato,<br />
tra carri armati, ferraglie<br />
e scoppi <strong>di</strong> granate<br />
per il gusto del sangue <strong>di</strong> pochi regnanti<br />
e per una ciurma <strong>di</strong> uomini selvaggi.<br />
Mi hanno dato una medaglia d’oro<br />
al valor militare...<br />
Che me ne faccio... Cosa me ne faccio,<br />
con tutto l’oro <strong>di</strong> questo mondo<br />
se non ho più il figlio mio?<br />
Oh mio Gesù Bambino... Tu solo puoi salvare<br />
questo mondo inselvaggito<br />
da quella malvagia stirpe<br />
capace solo <strong>di</strong> dare a noi tribulazioni<br />
e che a Te ti vogliono mettere<br />
un’altra volta in croce.<br />
–––– 215 ––––<br />
Pasquale Peconio
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U PUAÌSE MÌÌE<br />
Fescave u tren chera dììe!<br />
Ma ììe novvedev l’ore darruvuaie o puaìse mììe.<br />
Tutt me mangave de la terra meie: l’arie, u sol,<br />
ma cure ca tenev cchiù indò core ier u muar;<br />
curumar ca mer viste de sciucùa da quann ìer<br />
zenenn, daccogghìe cuchigghìe affunnan<br />
indà sabbie le man, ch sciurculà cchiù lundan.<br />
Ma curu stess mar le ier abbandunate<br />
cacchià na zìche de fatìe,<br />
lundan ddà u puaìse mììe.<br />
Novvedev l’ore de scenn do tren,<br />
la nott nonge passav maie...<br />
sarà me ier appapazzat,<br />
ma penzav: “Puaise mììe sarà tecchìà cangiate!”<br />
Appen e mise le piete nderr<br />
me so abbeiate abbasce o muar...<br />
ce selenzie ca stav!<br />
Me sò merat indà cheddacque chiarit,<br />
ma nonneviste cchiù chera criatur<br />
ca ier lassat tandanne fà.<br />
U tiemb ier passat e ììe nommeneravvertite.<br />
Penzanne, penzanne, le recuorde pegghiavene<br />
u post indà mende meie, e turnanne ndret ch l’ann...<br />
chere so ììe...mbrazze a mamm!<br />
La famiglie meie saccuiave atturnatavule<br />
quanne sunave menza<strong>di</strong>e e attanem ne vuardave<br />
mendre tagghiave le ruvvèdde du puan.<br />
Quande tiembe ìè passat,<br />
ma ììe ddò sò turnat.<br />
–––– 216 ––––<br />
Luciana Punzi<br />
Ginosa Marina (TA)
IL MIO PAESE<br />
Fischiava il treno quel giorno!<br />
Ma io non vedevo l’ora <strong>di</strong> giungere nel mio paese.<br />
Tutto mi mancava della mia terra: l’aria, il sole,<br />
ma quello che custo<strong>di</strong>vo <strong>di</strong> più nel cuore era il mare;<br />
quel mare che mi aveva visto giocare da quand’ero<br />
piccola, <strong>di</strong> raccogliere telline sprofondando le mani<br />
nella sabbia, per cercare più lontano.<br />
Ma quello stesso mare l’avevo abbandonato<br />
per cercare un po’ <strong>di</strong> lavoro,<br />
lontano dal mio paese.<br />
Non vedevo l’ora <strong>di</strong> scendere dal treno,<br />
la notte non passava mai...<br />
forse mi ero assopita,<br />
ma pensavo: “Paese mio forse ti troverò cambiato!”<br />
Appena i miei pie<strong>di</strong> hanno toccato terra,<br />
mi sono incamminata verso il mare...<br />
c’era un grande silenzio!<br />
Mi sono specchiata in quell’acqua chiara,<br />
ma non ho più visto quella bambina<br />
che avevo lasciato tanti anni fa.<br />
Il tempo era trascorso ed io non me ne ero accorta.<br />
Pensando, pensando, i ricor<strong>di</strong> riaffioravano<br />
nella mia mente, e tornando in<strong>di</strong>etro con gli anni...<br />
quella sono io... in braccio a mamma!<br />
La mia famiglia si riuniva intorno alla tavola<br />
quando scoccava mezzogiorno, e mio padre ci guardava<br />
mentre affettava il pane.<br />
Quanto tempo è passato,<br />
ma sempre qui sono ritornata.<br />
–––– 217 ––––<br />
Luciana Punzi
Puaise mììe tu si rumuaste sembe indò core mie.<br />
Se pote scììe ngape o munn,<br />
ma le ra<strong>di</strong>ce affonnen indà terr addò se nasc,<br />
e addò se nasc se torn.<br />
Le crestiane du Sud non ze poten scurdà u puassat,<br />
perciè tornen sembe addò sò nat!<br />
L’EMIGRÁNDE<br />
Quànne attàneme emigrò<br />
tutte l’ocèane attraversò.<br />
Quànta file ca partèvene!<br />
Quanta màmme ca chiàngèvene!<br />
E mmiènze a tutte le crestiàne,<br />
l’uòcchie d’attàneme me uardàvene<br />
e mendre me uardàvene, penzàvene:<br />
“Genose, t’è lassà che putè cambà!<br />
Genose, ci le sape tra quant’ànne ègghia turnà!<br />
Genosa, sèmbe ind’ò còre mjie t’ègghia purtà!”.<br />
“Jìe so n’emigrànde e vochè Amèreche<br />
che sscì acchià la fertune,<br />
ma la fertune no ngè passàte màje ind’a vita mè”.<br />
La nave chjàne chjàne s’alluntanàve<br />
e le vusce de l’emigrànde lucculavàne:<br />
“Ma no nge chiangènne! Accòme arrìve tè scrìve!”.<br />
“Marì, quànne arrìve a ccase dà nu vàse alle criature!”<br />
La nave chjàne chjàne s’alluntanàve<br />
e rrète na sscìa d’acque lassàve.<br />
Màmme me strengève le mane<br />
e na làcreme m’abbaggnàve u vestite de lane.<br />
–––– 218 ––––<br />
Luciana Punzi<br />
Ginosa Marina (TA)
Paese mio tu sei rimasto sempre nel mio cuore.<br />
Si può andare “in capo al mondo”,<br />
ma le ra<strong>di</strong>ci affondano nella terra dove si nasce,<br />
e dove si nasce si torna.<br />
La gente del Sud non può <strong>di</strong>menticare il passato,<br />
perché si torna sempre dove si nasce!<br />
L’EMIGRANTE<br />
Quando mio padre emigrò<br />
tutto l’oceano attraversò.<br />
Quanti figli partivano!<br />
Quante mamme piangevano!<br />
E fra tutte quelle persone,<br />
gli occhi <strong>di</strong> mio padre mi guardavano<br />
e mentre mi guardavano, pensavano:<br />
“Ginosa, ti devo lasciare per poter vivere!<br />
Ginosa, chi lo sa tra quanti anni tornerò!<br />
Ginosa, sempre nel mio cuore ti porterò”.<br />
“Io sono un emigrante e vado in America<br />
per cercare la fortuna,<br />
ma la fortuna non è mai passata nella mia vita”.<br />
La nave piano piano s’allontanava<br />
e le voci degli emigranti gridavano:<br />
“Mamma non piangere! Appena arrivo ti scrivo!”.<br />
“Maria, quando arrivi a casa dai un bacio ai bambini!”.<br />
La nave piano piano s’allontanava<br />
e <strong>di</strong>etro una scia d’acqua lasciava.<br />
Mamma mi stringeva la mano<br />
ed una lacrima mi bagnava il vestito <strong>di</strong> lana.<br />
–––– 219 ––––<br />
Luciana Punzi
Nevecàve chèra <strong>di</strong>è;<br />
Genòse s’accumengiàve abbugghià de bianche;<br />
ma chèra dìe u core de màmme<br />
jère cchiù frìdde de la nève,<br />
penzanne attàneme ‘mbarcàte.<br />
Tùtte le matìne aspettàve u pustìne,<br />
affacciàte a fenèstre. Passavane le dìe,<br />
passàvane le mise, passavane l’ànne,<br />
lèttra va e lèttra vène,<br />
c’avè nutìzzie du proprie bbène.<br />
Oggne tànde vedève a màmme vecin’ò spècchie<br />
ca sfrendecàve sola sole...<br />
Se uardàve qualche capìdde bianche,<br />
s’aggiustàve l’occhiale e descève:<br />
“Cè né cundàte de la vita mèje?<br />
So cressciùte na morre de file<br />
che marìteme sèmbe emigrànde”.<br />
Jìe le ruspunnève:<br />
“Mà, non te desperànne!<br />
Tù tiène cè cundà de la vita tòje<br />
jnd’a stu munne ca se vè sèmbe cchjù perdènne.<br />
Iòsce mà, nessciùne jè cundènde!<br />
Pùre la cundandèzze jè finte.<br />
Crè nepòtte a fa jerànne<br />
e, vedènne la fotografie d’attàneme<br />
sùs’a credènze, t’addummannà:<br />
“La no’, ma u nonne addò stèje?”<br />
E tù, accarezzànnele le capìdde<br />
e accuccelànnele tra le vrazze tòje, a respònne:<br />
“Mechè, ma còme non le sèje?<br />
U nonne jè n’emigrànde!”.<br />
–––– 220 ––––<br />
Luciana Punzi<br />
Ginosa Marina (TA)
Nevicava quel giorno;<br />
Ginosa cominciava a coprirsi <strong>di</strong> bianco;<br />
ma quel giorno il cuore <strong>di</strong> mamma<br />
era più freddo della neve,<br />
pensando a mio padre imbarcato!<br />
Tutte le mattine aspettava il postino,<br />
affacciata dalla finestra. Passavano i giorni,<br />
passavano i mesi, passavano gli anni.<br />
Lettera partiva e lettera arrivava, per avere notizie<br />
del proprio bene.<br />
Ogni tanto vedevo mamma vicino allo specchio,<br />
che parlava sola sola...<br />
Si guardava qualche capello bianco,<br />
si aggiustava gli occhiali e <strong>di</strong>ceva:<br />
“Cosa ne è stato della mia vita?<br />
Ho cresciuto tanti figli,<br />
con un marito sempre emigrato!”<br />
Io le rispondevo: “Mamma non ti <strong>di</strong>sperare!<br />
Tu sì che hai da raccontare della tua vita,<br />
in questo mondo che va sempre più perdendosi.<br />
Oggi mamma nessuno è contento!<br />
Anche la felicità è finta!”.<br />
Domani tuo nipote sarà grande<br />
e, vedendo la fotografia <strong>di</strong> mio padre<br />
sul comò, ti chiederà:<br />
“Nonna, ma il nonno dove stà?”<br />
E tu, accarezzandogli i capelli<br />
e coccolandolo fra le tue braccia, risponderai:<br />
“Michele, ma non lo sai?<br />
Il nonno è un emigrante!”.<br />
–––– 221 ––––<br />
Luciana Punzi
LE MESTERE<br />
Marì, Marì, iesse dannanze,<br />
ca le Mestere stonn appassen!<br />
Nonneie maie viste nu ciel<br />
achessie scurusciut comasta<strong>di</strong>e...<br />
iosce siie muort Criste miie!<br />
Quande crestiane vicine a chies:<br />
le port se iapren<br />
e quatt persun porten sus alle spadd<br />
Criste a nach.<br />
Ret, preianne e nchiangenn, vèie l’Addolorat<br />
vuardanne chure pover Figghie<br />
tutte straziate.<br />
Le femmen vestute annere<br />
accumpuagnen le Mester;<br />
e quanne la banne cumuenge assùnà,<br />
la carna meie se cumuenge arreffezelà.<br />
U delor iè ieranne<br />
e quanne passen ch le strate<br />
tutt chiangen nzemmele alle malat.<br />
Qualcheiun se ngenocchie vecin a nache<br />
e aspett na ierazzie, da quannènat.<br />
Citte... citte... na terrozze se sende ddàggerà<br />
e nu nute ngann me sende de pegghià.<br />
U selenzie scenn, quanne u Figghie e l’Addolorat<br />
passen ch le strate.<br />
Ci crete, ci nonge crete,<br />
ma chesse iè la Passion de Criste;<br />
preiame de cchiù, e ci taggire a cret pur tu.<br />
Le prucession sò tutte bell ò puaise miie,<br />
ma le Mestere so chir ca rumuanen<br />
indò core miie.<br />
–––– 222 ––––<br />
Luciana Punzi<br />
Ginosa Marina (TA)
I MISTERI<br />
Maria, Maria, vieni fuori,<br />
i Misteri stanno passando!<br />
Non ho mai visto un cielo<br />
così buio come in questo giorno...<br />
oggi sei morto Gesù mio.<br />
Quanta gente vicino la chiesa:<br />
le porte si aprono<br />
e quattro persone portano sulle spalle<br />
Gesù nella culla.<br />
Dietro, pregando e piangendo, va l’Addolorata<br />
guardando quel povero Figlio<br />
tutto martoriato.<br />
Le donne vestite <strong>di</strong> nero<br />
accompagnano i Misteri;<br />
e quando la banda comincia a suonare,<br />
la mia pelle rabbrivi<strong>di</strong>sce.<br />
Il dolore è grande<br />
e quando passano per le strade<br />
tutti piangono insieme ai malati.<br />
Qualcuno s’inginocchia vicino la culla<br />
e aspetta una grazia, da quando è nato.<br />
Zitti... zitti... una troccola si sente girare<br />
e mi prende un nodo in gola.<br />
Il silenzio scende, quando il Figlio e l’Addolorata<br />
passano per le strade.<br />
Chi crede, chi non crede,<br />
ma questa è la Passione <strong>di</strong> Gesù;<br />
preghiamo <strong>di</strong> più, e se guar<strong>di</strong> <strong>di</strong>etro crederai anche tu.<br />
Le processioni sono tutte belle al mio paese,<br />
ma i Misteri sono quelli che rimangono<br />
nel mio cuore.<br />
–––– 223 ––––<br />
Luciana Punzi
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA “VIT’A NOST”<br />
La vit’a nost<br />
je na fèlctà d’ stà<br />
la nost’a vit<br />
je felctà d’ crescr,<br />
e je, na vlanz etern<br />
fra u paravis, e umbirn.<br />
La vit’a nost<br />
ven da nu viagg’<br />
scnsciut.<br />
C’ ss’ tu vit’a mea?<br />
Ck’a vìn sop’a stú<br />
munn.<br />
Com’a nu fior<br />
cka nasc’ àprimmaver<br />
ma mor in autunn<br />
ck l’ r’cord cka<br />
ss’ squacckjen<br />
com la nev<br />
sott’o sol.<br />
Vit’a mea ss’ sembr<br />
nà vlanz etern<br />
fra paravis, e umbirn.<br />
U’OPERAJE<br />
U’ gran,<br />
ss’ ckjèck<br />
sott’o vind.<br />
–––– 224 ––––<br />
Giovanni Quaratino<br />
S. Spirito (BA)
LA “NOSTRA VITA”<br />
La nostra vita<br />
è felicità <strong>di</strong> esistere<br />
la nostra vita è felicità<br />
<strong>di</strong> crescere.<br />
È un’oscillare eterna<br />
tra para<strong>di</strong>so e inferno.<br />
La nostra vita<br />
arriva da un viaggio<br />
sconosciuto.<br />
Vita cosa sei tu?<br />
Il tuo arrivo<br />
sulla terra<br />
è come un fiore<br />
che nasce a primavera<br />
ma muore in autunno,<br />
con i ricor<strong>di</strong> che<br />
si sciolgono<br />
come neve<br />
al sole.<br />
Vita sei sempre<br />
un’oscillare eterna<br />
fra para<strong>di</strong>so e inferno.<br />
L’OPERAIO<br />
Il grano<br />
si piega<br />
sotto il vento.<br />
–––– 225 ––––<br />
Giovanni Quaratino
Ma l’operaje<br />
ss’ ckjeck<br />
sott’alla fatick.<br />
Ma ù patrun<br />
ss’ ckjeck<br />
acquànn,<br />
a va pagà,<br />
ckess, jiè<br />
la vit,<br />
d’ c’ fatick.<br />
P’ la famickji.<br />
“LA CARROZZ”<br />
C’ d’ nù acquànn<br />
jiev uàgnon non f’scev<br />
dret alla carrozz,<br />
passìdrs sop ò uass<br />
d’ l’ rot?<br />
E da dret, ss’sendev<br />
d, grdà u ckìcchir<br />
jià morel, e u’ cavadd’<br />
f’scev, f’scev,<br />
e u’ ckìcchìr<br />
acquànn ss’avvrtev<br />
d’ nù, àmmnav, u’ staffil<br />
all’andret, e c’ uàvev, m’abàcc<br />
ascennev gastman, gastman.<br />
–––– 226 ––––<br />
Giovanni Quaratino<br />
S. Spirito (BA)
Ma l’operaio<br />
si piega<br />
sotto il lavoro<br />
dove si stanca.<br />
Ma il datore<br />
<strong>di</strong> lavoro<br />
si piega<br />
quando deve, dare<br />
la paga, mensile.<br />
Questa è la vita<br />
<strong>di</strong> chi lavora.<br />
Per la famiglia.<br />
“LA CARROZZA”<br />
Chi <strong>di</strong> noi<br />
<strong>di</strong> quando eravamo<br />
bambini non correvamo<br />
<strong>di</strong>etro alle carrozze?<br />
Per sederci<br />
sull’asso delle ruote.<br />
Poi si sentiva gridare<br />
il cocchiere dai morello<br />
e il cavallo correva, correva.<br />
Poi quando si accorgeva <strong>di</strong> noi<br />
la frusta la tirava in<strong>di</strong>etro<br />
e chi l’aveva sul viso<br />
scendeva bestemiando,<br />
bestemiando.<br />
–––– 227 ––––<br />
Giovanni Quaratino
Pò s’ scev, o lid Marzull,<br />
e s’ trasev, jind,<br />
e u’ bagnin c’ vdev,<br />
e c’ venev, aùandà,<br />
e nù ss’ fscev, jind’ammar.<br />
Da dà po acckjian, acckjian<br />
mar, mar, ss’ scev<br />
alla rotond, vcin<br />
a uàlberck<br />
d’ l’ nazion.<br />
E da dà, natan, natan<br />
addò stavn l’ zia zid<br />
p’ sand’annicole.<br />
Da dà po ss’ scev<br />
alla vask d piazz’Umbert<br />
a fa u’ bagn<br />
ma tutt na vòld<br />
s’ vedev la quar<strong>di</strong>e<br />
mangiapan (vigile urbano)<br />
dett’u’ brigatir,<br />
ckà c’ cacciav, daffòr.<br />
C’ jiev bedd, la vita nost.<br />
Uagnù, mo<br />
t’nmc’ stù munn.<br />
–––– 228 ––––<br />
Giovanni Quaratino<br />
S. Spirito (BA)
Poi si andava,<br />
al lido Marzulli<br />
e si entrava dentro<br />
il bagnino, ci vedeva<br />
e ci rincorreva<br />
e noi ci si buttava in mare.<br />
Poi piano piano<br />
mare, mare si, andava<br />
alla rotonda<br />
dov’era l’albergo<br />
delle Nazioni.<br />
E <strong>di</strong> là nuotando nuotando<br />
si andava sul molo<br />
dove stavano i pellegrini<br />
per la festa del santo Nicola.<br />
Poi si andava in piazza Umberto<br />
dove tutt’ora c’è una vasca<br />
con la fontana in mezzo,<br />
ci si buttava dentro<br />
e facevamo il bagno.<br />
Ma all’improvviso, si vedeva<br />
un vigile, che ci faceva<br />
uscire fuori.<br />
La nostra vita <strong>di</strong> allora,<br />
era bella, ora,<br />
teniamoci questo mondo.<br />
Rovinato.<br />
–––– 229 ––––<br />
Giovanni Quaratino
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LU SENSU CA RRIMANE<br />
Quandu nnu ecchiu chiange cittu cittu...<br />
... nisciunu se nde dduna.<br />
Quandu nnu ecchiu se nd’esse de la scena...<br />
... nisciunu cchiui lu pensa.<br />
Quistu, è de sempre, lu veru de la vita:<br />
finchè si’ verde, de tutti hai cunsensi,<br />
ma quandu, poi, ha spicciata la salita,<br />
si’ ccantunàtu, rrimani cittu... e piensi... piensi.<br />
E te ddumman<strong>di</strong>: “Ma poi, doppu, cce nc’ete?<br />
Se stuta tuttu e nnu rrimane nienti?<br />
Se nc’ete nn’autru mundu, comu ete?<br />
Rrii a ddha parte, e cchiui nu biti e sienti?<br />
E allora, t’eene, susu, la paura,<br />
te sienti fiaccu, comu nnu malannu:<br />
de li turmienti toi, nisciunu se nde cura<br />
e tu rrimani sulu, e cu llu nfannu.<br />
Ma quandu rrìa ddhu mumentu estremu,<br />
ulìa mme sentu, pìsuli, pigghiatu<br />
cu passu de ddha porta senza ttremu,<br />
de lu pisu de li anni, scuscetàtu.<br />
Li nnuti de lu core s’hannu steti:<br />
quiddhu ca ha statu, moi, nu mbale cchiui,<br />
quandu te nd’iessi, annanzi culli pieti,<br />
de frunte a D<strong>di</strong>u, nc’è sulu cu te cùi.<br />
È veru, lu certu nni rrimane mpisu:<br />
nisciunu ha mai turnatu cu nni cunta<br />
se nc’è, de ddhai, nfiernu o paraìsu<br />
o se lu sule, la matina, spunta.<br />
–––– 230 ––––<br />
Alberto Quarta<br />
Lecce
IL SENSO CHE RIMANE<br />
Quando un vecchio piange in silenzio...<br />
... nessuno ci fa caso.<br />
Quando un vecchio lascia questa vita...<br />
... nessuno si ricorderà, più, <strong>di</strong> lui.<br />
Questa, da sempre, è la realtà della vita:<br />
finché sei giovane, da tutti, hai considerazione,<br />
ma quando, poi, è finita la giovinezza,<br />
sei lasciato in <strong>di</strong>sparte, rimani in silenzio... e pensi... pensi.<br />
E ti doman<strong>di</strong>: “Ma poi, dopo, cosa ci sarà?<br />
Si spegnerà tutto e non rimarrà più nulla?<br />
Se esiste un altro mondo, come sarà?<br />
Arriverai là e non vedrai, né sentirai più nulla?<br />
E allora, ti viene, addosso, la paura,<br />
ti senti male, come una fissazione:<br />
delle tue angosce, nessuno se ne cura<br />
e tu rimani solo, e con l’affanno.<br />
Ma quando arriverà il mio ultimo momento,<br />
vorrei sentirmi, dolcemente, sollevato<br />
per passare all’altra vita senza tremare<br />
e alleggerito dal peso degli anni.<br />
Le angustie del cuore saranno <strong>di</strong>menticate:<br />
ciò che è successo in vita, ora, non avrà più importanza,<br />
una volta uscito con i pie<strong>di</strong> davanti,<br />
ci sarà, soltanto, da inchinarsi <strong>di</strong> fronte a Dio.<br />
È vero, la certezza del dopo rimarrà in sospeso:<br />
nessuno è mai tornato a raccontarci<br />
se c’è, <strong>di</strong> là, l’inferno o il para<strong>di</strong>so<br />
o se spunta, ogni giorno, il sole.<br />
–––– 231 ––––<br />
Alberto Quarta
Ma de nna cosa, ìntru, su sicuru:<br />
Puru se llassu, a qquai, li cinque sensi,<br />
(ndore duce e forte de fiuru,<br />
sapori de quandu bbanca ccuensi,<br />
culuri de tramontu subbra mmare,<br />
manu ca ncarizza china de amore,<br />
meludìa de uci le cchiù care),<br />
nc’è nn’autru sensu, ca nu rrimane fore,<br />
pariànu miu, a mie ecìnu senza soste,<br />
se nd’ene, puru, a ddhai versu l’Immensu,<br />
cu rrimane, pe sempre, a mie de coste:<br />
l’anima, urtimu, veru, eternu sensu!<br />
INUDDELE<br />
Mèndre pe sdevacà la trestèzze<br />
scriìveche sòpe o ciìle<br />
le nòte de nu cànde anziàne,<br />
n’atomòbbele pàsse remmeròse<br />
agnènneme de schengiìrte.<br />
Mèndre sènza pèrde tiìmbe<br />
spòsteche na nùvele<br />
p’acchiamendà le stèlle<br />
e ghedè de la lùscia lòre,<br />
a n’àngle du palàzze miì<br />
dòndle e griìde nu drogàte.<br />
–––– 232 ––––<br />
Alberto<br />
Quarta<br />
Lecce<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Michele<br />
Salomone<br />
<strong>Bari</strong>
Ma <strong>di</strong> una cosa, entro <strong>di</strong> me, sono sicuro:<br />
Anche se lascerò, quì sulla terra, i cinque sensi,<br />
[l’odore dolce e forte dei fiori (l’olfatto),<br />
i sapori della buona tavola (il gusto),<br />
i colori del tramonto sul mare (la vista),<br />
il tocco della mano che accarezza per amore (il tatto),<br />
la melo<strong>di</strong>a <strong>di</strong> voci delle persone più care (l’u<strong>di</strong>to)],<br />
c’è un altro senso che non rimarrà fuori,<br />
compagno mio, a me vicino, costantemente,<br />
verrà, pure, <strong>di</strong> là, verso l’Immenso,<br />
per rimanere, per sempre, accanto a me:<br />
l’anima, ultimo, vero, eterno senso!<br />
INUTILE<br />
<br />
Mentre per svuotare la tristezza<br />
scrivo sull’azzurro del cielo<br />
le note <strong>di</strong> un canto anziano,<br />
un’auto passa rumorosa<br />
riempiendomi <strong>di</strong> sconcerto.<br />
Mentre senza perdere tempo<br />
sposto una nuvola<br />
per guardare le stelle<br />
e godere della loro luce,<br />
all’angolo del mio palazzo<br />
dondola ed urla un drogato.<br />
–––– 233 ––––<br />
Alberto<br />
Quarta<br />
Michele<br />
Salomone
M’attappèsceche le rècchie<br />
pe no sen<strong>di</strong>ì,<br />
achiùddeche l’ècchie<br />
pe no vedè,<br />
ma l’àneme rèste<br />
e sènde... e vède!!<br />
L’ULDEME TRAIINE<br />
Appène u sòle à <strong>di</strong>tte “bongiòrne”<br />
o mùnne ca và n’gambàgne,<br />
ssò viìste nu traiìne<br />
teràte da na cavàdde<br />
cu velanziìne fòre sdànghe.<br />
Sòtte o uàsse de le ròte<br />
nu càne cùrte de gàmme,<br />
chedeùànne la còte,<br />
se scanzàve<br />
da nu lambàre merebònde.<br />
U chezzàle- carrettiìre,<br />
dànneme la bòndà ssò,<br />
m’à teràte fòre da la pòlvere<br />
e ,sòpe o vànghe nu piìcche striìtte,<br />
m’à annellàte u mbaràzze.<br />
Sènze a jèsse pregàte,<br />
u sòle à ffàtte la pàrta sò<br />
recamànne u selènzie<br />
attùrne all’ècchie mmiì,<br />
sòpe all’ùldeme traiìne.<br />
–––– 234 ––––<br />
Michele Salomone<br />
<strong>Bari</strong>
Mi tappo le orecchie<br />
per non sentire,<br />
chiudo gli occhi<br />
per non vedere,<br />
ma l’anima resta<br />
e sente... e vede!<br />
L’ULTIMO CARRETTO<br />
Appena il sole ha detto”buongiorno”<br />
al mondo che va in campagna,<br />
ho visto un carretto<br />
tirato da una cavalla<br />
col puledro fuori dalle stanghe.<br />
Sotto l’asse delle ruote<br />
un cane corto <strong>di</strong> gambe,<br />
muovendo la coda,<br />
si scansava<br />
dal lampioncino moribondo.<br />
Il conta<strong>di</strong>no-carrettiere,<br />
dandomi la sua bontà,<br />
mi ha tirato fuori dalla polvere<br />
e,su un banco un po’ stretto,<br />
mi ha annullato l’imbarazzo.<br />
Senza essere pregato,<br />
il sole ha fatto la sua parte<br />
ricamando il silenzio<br />
intorno ai miei occhi,<br />
sull’ultimo traino.<br />
–––– 235 ––––<br />
Michele Salomone
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
E TIMBE NOSTE<br />
A i timbe noste pe fè l’amore che lla zite<br />
Jère na cause ca mo fèsce rite.<br />
Jore e jore s’aspettaje<br />
Che la speranze ca scennaje<br />
S’aspettaje sule sule<br />
Alla ponde du pezzule<br />
Fisse fisse tutte li sère<br />
Come ce fuèsse nu lambère<br />
E pure ce se mettaje a chiove<br />
Da ddè nesciune se move<br />
A ce attaccaje a nevechè<br />
Sotte a u traìne se sciaje a reparè<br />
Sèmbe attinde a nan farse vedè<br />
Spècialmende ce la rejusciaje a wuasè.<br />
Mo ca nan stonane i traìne<br />
Vuonne nda’ lla machene sère e matine<br />
E caminene mène a mène<br />
Wuasannese a la presènze d’i crestejène<br />
P’u balle e p’u sceche<br />
Se ne vuonne a i <strong>di</strong>scotèche<br />
Mène mène vuonne a cevarse nd’a i pizzerìe<br />
Che l’alte cocchje’n gumbagnì.<br />
–––– 236 ––––<br />
Nicola Scalera<br />
Altamura (BA)
AI TEMPI NOSTRI<br />
Ai tempi nostri, per amoreggiare con la fidanzata,<br />
era una cosa che ora fa ridere.<br />
Ore ed ore si aspettava<br />
Con la speranza che scendeva,<br />
si aspettava solo solo<br />
alla punta dell’angolo,<br />
fisso fisso tutte le sere<br />
come se fosse un lampione.<br />
Pure se si metteva a piovere,<br />
da lì nessuno si muoveva<br />
e se attaccava a nevicare<br />
sotto il traino si riparava<br />
sempre attenti a non farsi vedere<br />
specialmente se la riuscivi a baciare.<br />
Ora che non ci sono più i traini<br />
Vanno nelle macchine sera e mattina<br />
E camminano mano a mano<br />
Baciandosi alla presenza della gente.<br />
Per il ballo e per il gioco<br />
Se ne vanno nelle <strong>di</strong>scoteche<br />
e frequentemente vanno ad abbuffarsi in pizzeria<br />
con altre coppie in compagnia.<br />
–––– 237 ––––<br />
Nicola Scalera
A u mère se vè almène na semène<br />
Sènze de li famigghje e lundène<br />
E stè figgne ce la pènze<br />
De fè la convevènze.<br />
Forse nann èrene bèlle i timbe de tanne<br />
Ma mo ve n’asite sciate all’alta vanne.<br />
I FATEJATURE DU COMUNE<br />
Come a i m’bièghète du comune<br />
Nan fatì nesciune.<br />
Jè pesande la sciurnète<br />
A falle tutte na’trète:<br />
se presèndene a i sètte e mènze la matine<br />
però schitte a tembrè u cartelline,<br />
po’ accummènzene a fè i rutidde<br />
pè sfotte a ‘n-gualche “paure a jidde”.<br />
Doppe pigghjene tutte a camenè<br />
Pe’ ggì a fè ch-lazejaune jind a u cuafè,<br />
E seccome so’ crestejène ca pènzene alla chèse<br />
Se ne vuonne ‘n-gire a fè la spèse,<br />
e appène trasene jinde all’uffice, fenalmènde,<br />
se mèttene a lèsce u giurnèle perdutamènde.<br />
Ma, e crestejene ca stonne da fore ad aspettè,<br />
n’ge <strong>di</strong>scene: aspettate ca ‘nd’alluffice tenime da fè,<br />
–––– 238 ––––<br />
Nicola Scalera<br />
Altamura (BA)
Al mare si va almeno una settimana<br />
Senza delle famiglie e lontano<br />
E sta persino chi pensa<br />
Di fare la convivenza.<br />
Forse non erano belli i tempi d’allora,<br />
ma ora vi siete buttati dall’altra parte.<br />
I LAVORATORI DEL COMUNE<br />
Come gli impiegati del comune<br />
Non lavora nessuno.<br />
È pesante la giornata<br />
A farla tutta una tirata:<br />
si presentano alle sette e mezzo la mattina<br />
però solo a timbrare il cartellino,<br />
poi iniziano a fare circolo<br />
per sfottere qualche povero cristo.<br />
Dopo prendono tutti a camminare<br />
Per andare a fare colazione nel caffè,<br />
e siccome sono persone che pensano alla casa,<br />
se ne vanno in giro a fare la spesa,<br />
e appena entrano nell’ufficio, finalmente,<br />
si mettono a leggere il giornale perdutamente.<br />
Ma alle persone che stanno fuori ad aspettare<br />
Gli <strong>di</strong>cono: aspettate che nell’ufficio abbiamo da fare,<br />
–––– 239 ––––<br />
Nicola Scalera
e doppe nan li donne adènze, naune pe malacreanze,<br />
ma peccè vuonne paperascianne fore stanze<br />
pe mèttese a fè cumunèdde<br />
i wuagnune chi wuagnèdde.<br />
Scemmejanne scemmejanne arrive mènzadì<br />
e se mèttene a penzè a quante se n’avuonne a’ggì.<br />
Pauridde, probbete nan ge la fascene cchiù,<br />
e fenalmènde scapelèscene ca sonde i dù.<br />
Angore chiù pesande jè u giovedì<br />
Peccè se vè pure la dì:<br />
doppe ca s’avuonne appanzacchiète<br />
tènene l’occhjere appapagnète<br />
e se ne vuonne suse ddè<br />
pe geresinne a repusè,<br />
a quante fenèscene de fè stù sacrefice<br />
arrive l’ore d’achiute l’uffice.<br />
Chèsse jé la storeje du fatì<br />
Di chidde aneme <strong>di</strong> Dij.<br />
–––– 240 ––––<br />
Nicola Scalera<br />
Altamura (BA)
e dopo non li ascoltano no per sgarbatezza,<br />
ma perché vanno perdendo tempo fuori dall’ufficio<br />
per mettersi a fare comunella<br />
gl’impiegati con le impiagate.<br />
Scimmiottando scimmiottando arriva mezzogiorno<br />
E si mettono a pensare a quando devono andarsene.<br />
Poveretti proprio non ce la fanno più,<br />
e finalmente finiscono <strong>di</strong> lavorare, perché sono le due.<br />
Ancor più pesante è il giovedì,<br />
perché si va pure <strong>di</strong> pomeriggio:<br />
dopo che si sono appanzacchiati<br />
hanno gli occhi assonnecchiati<br />
e se ne vanno sopra lì<br />
per andare a riposare,<br />
e quando finiscono <strong>di</strong> fare questo sacrificio,<br />
arriva l’ora <strong>di</strong> chiudere l’ufficio.<br />
Questa è la storia del lavoro<br />
Di quelle anime <strong>di</strong> Dio.<br />
–––– 241 ––––<br />
Nicola Scalera
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
ALLA CHIAZZA FERRARESE<br />
Josce ie’ chiazza Ferrrarese<br />
a le tìimbe passate<br />
iève la chiazza du pesce.<br />
Cara chiazza d’u pesce<br />
a vedèrte non se fernèsce<br />
che chidde lambiùne bèlle antiche<br />
ca non avàstene mà a illuminà<br />
mo’ si bella assà.<br />
Acquànne ièmme uaggnùne<br />
dassop, sop’a a chidde mattùne<br />
la sere se scequave scalzate<br />
l’ scarpe ghestàvene salàte.<br />
Luzze luzze se sendève de <strong>di</strong>sce<br />
la mosca bianca<br />
la mosca bianca<br />
arrevàve la uar<strong>di</strong>a mangiapane<br />
ch’u mazzarìdde m-màne<br />
la palle tè levàve da m-mane<br />
nnù cacate sotte da la pavure<br />
nge ne fescèmme, sparescèmme<br />
jind’a a la stratuècchie<br />
de Vetucce menza recchie.<br />
Sott’a la chiazze copèrte<br />
stève fuscia fuscia<br />
ca vennève u pesce frische<br />
a le’ ricche ca petèvene spènne<br />
Mengucce buènetiimbe u’ salumire<br />
facève le cugne de mìinze chile<br />
–––– 242 ––––<br />
Nicola Scintilla<br />
<strong>Bari</strong>
ALLA PIAZZA DEL FERRARESE<br />
Oggi sei piazza del Ferrarese<br />
nel passato<br />
eri la piazza del pesce.<br />
Cara piazza del pesce<br />
noi non ci stanchiamo mai <strong>di</strong> ammirarti<br />
con quei lampioni belli e antichi<br />
che sono troppo pochi per illuminarti.<br />
Ora sei bella assai.<br />
Quando eravamo ragazzi<br />
su quei mattoni<br />
la sera si giocava a palla <strong>di</strong> pezza scalzi,<br />
perché le scarpe costavano troppo.<br />
Attenzione! Attenzione!<br />
Si sentiva <strong>di</strong>re in lontananza dagli amici<br />
arrivavano i vigili<br />
“le mosche bianche”<br />
arrivavano le guar<strong>di</strong>e<br />
e ci toglievano<br />
la palla <strong>di</strong> pezza dalle mani.<br />
Noi scappavamo impauriti<br />
ci <strong>di</strong>leguavamo nelle stra<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> vecchia<br />
dove <strong>di</strong>morava un certo “Vituccio” il gay.<br />
I ricchi sotto la piazza senza badare a spese<br />
compravano il pesce fresco da<br />
un tale chiamato “fuscia-fuscia” (corri corri).<br />
“Minguccio buontempo” il salumiere<br />
confezionava panini <strong>di</strong> mezzo chilo<br />
–––– 243 ––––<br />
Nicola Scintilla
che na fèdde de mortatèlle de ciucce<br />
e nu pemedòre scattate<br />
u’attone a le poveridde facève u’ cheppone.<br />
Cara chiazze te canosceche<br />
da quann’ jève figghie de mammà<br />
si troppo belle<br />
ogni sere te venghe ad’acchià<br />
finghe a quande cambeche<br />
non te ià lassà mà.<br />
U MUEL VECCHIE<br />
Chèmbagne de li barise<br />
de chidde che picche terrìse<br />
chèmbagne du fertìne pe li<br />
squagghiasole jieve Portofino.<br />
Stemme sembe ddà a scecuà<br />
tu me n’zigniaste a cammenà<br />
tu me n’zigniaste a parlà<br />
tu me n’zigniaste a natà.<br />
Nu marinare sbiangàte<br />
na rezza strazzàte<br />
dù jossere seccàte<br />
nu buatte scazzàte<br />
tutt’ù muel jieve m’bestàte.<br />
Quanne u maistrale cacciave<br />
u levante, mmenze alle scoglie<br />
nu facèmme li berbante.<br />
–––– 244 ––––<br />
Nicola Scintilla<br />
<strong>Bari</strong>
con una fettina <strong>di</strong> mortadella “<strong>di</strong> ciuccio” (asino)<br />
ed un pomodoro maturo tutto spampanato.<br />
Un certo “u’attone” (ottone) formaggiaro<br />
ai poveri faceva “u’cheppone (cre<strong>di</strong>to).<br />
Cara piazza, io ti conosco<br />
sin da quando ero figlio <strong>di</strong> mammà,<br />
oggi sei troppo bella, ogni sera<br />
io ti vengo a trovare e ti <strong>di</strong>co:<br />
“Finché vivo non ti lascerò mai”.<br />
IL MOLO VECCHIO<br />
Compagno dei baresi<br />
Di quei con pochi sol<strong>di</strong><br />
Compagno del fortino<br />
Per gli scansafatiche<br />
Eri “Portofino”<br />
Stavamo sempre lì<br />
A giocare ogni giorno<br />
Tu mi insegnasti a camminare<br />
Tu mi insegnasti a parlare<br />
Tu mi insegnasti a nuotare.<br />
Un marinaio con i capelli bianchi<br />
Rammenda una rete strappata<br />
Due ossa secche<br />
Un barattolo vuoto pestato<br />
Tutto il molo era infestato.<br />
Quando il maestrale cacciava<br />
Il levante tra gli scogli<br />
Noi facevamo i birbanti.<br />
–––– 245 ––––<br />
Nicola Scintilla
Gambere cozze e cozze patelle<br />
non petevene stà chendènde<br />
la pelosa a nu’ faceve gola<br />
o’ chiappe fernìe come ù gheggiòne.<br />
Ogni tùffe jevene du rizze<br />
e quatte taratùffe<br />
la gaggìana arrebbava la sarda<br />
e se ne fesceva volanne.<br />
Nu monache passò<br />
ammenò nu spruzz e salutò.<br />
Ù pondìne acchiamendava<br />
e non parlave<br />
varche e varchecèdde stavene<br />
a sicche, la nave oll’larghe<br />
calò a picche.<br />
La uerra ha passate<br />
do scoppio n’ge sime salvate<br />
cusse jie’ u muel de Sandande’<br />
come iève ajìere<br />
e come iosce jie’.<br />
CHIMERE<br />
La prima vòlde ca de vedìbbeche<br />
fu na’ sere o balle<br />
che chedda faccia da prepotente<br />
me passaste vicine<br />
parive na reggine.<br />
–––– 246 ––––<br />
Nicola Scintilla<br />
<strong>Bari</strong>
Gamberi, cozze e cozze patelle<br />
Non potevano stare tranquille<br />
La pelosa a noi faceva gola<br />
Al chiappo fece la fine del goggione.<br />
Ogni tuffo si pescavano ricci<br />
E tartufi <strong>di</strong> mare<br />
Il gabbiano rubava la sarda<br />
E fuggiva in volata.<br />
Il monaco marino passò<br />
Diede uno spruzzo e salutò.<br />
Il faro guardava e non parlava<br />
Barche e barchette stavano<br />
Tirate a secco sul molo<br />
La nave in alto mare<br />
Fu silurata e andò a picco.<br />
La guerra è passata<br />
Dallo scoppio nel porto<br />
Noi ci siam salvati<br />
Questo è il molo <strong>di</strong><br />
Sant’Antonio Abate<br />
Così come era ieri<br />
E così come è oggi.<br />
CHIMERA<br />
La prima volta che ti vi<strong>di</strong><br />
Fu quella sera al ballo<br />
Mi passasti vicino con<br />
Quella faccia da prepotente<br />
Sembravi una regina.<br />
–––– 247 ––––<br />
Nicola Scintilla
Macchiamendaste che<br />
chidd’eecchie bell<br />
affunne affunne<br />
verde come all’acque<br />
du mare.<br />
Pure jie ti acchiamedabbeche<br />
none na vòlte ma mille volte.<br />
Tra nu balle e n’alde<br />
stringe tu che strengeche jìe<br />
la serata se ne scìe<br />
tutta adacchess’ie<br />
Da chedda vòlde<br />
non ti so vista’ cchiù<br />
però ancore mo’, la sere<br />
quanne me vogghe a corche<br />
te vegghe nn’anze all’eecchie,<br />
me passene tutte le penzìire<br />
e dolce dolce me ne vogghe<br />
o senne m’brazza a te.<br />
–––– 248 ––––<br />
Nicola Scintilla<br />
<strong>Bari</strong>
Mi guardasti con<br />
Quegli occhi belli<br />
Profon<strong>di</strong> e ver<strong>di</strong><br />
Come l’acqua del mare<br />
Pure io ti guardai<br />
Non una volta<br />
ma mille volte.<br />
Tra un ballo e l’altro<br />
Stringi tu<br />
Che stringo anch’io<br />
La serata passò<br />
Tutta così da buoni amici.<br />
Da quella volta non<br />
Ti ho più rivista<br />
Però ancora ora<br />
Mi ricordo <strong>di</strong> te la sera<br />
Quando vado a dormire<br />
Ti vedo <strong>di</strong>nnanzi agli occhi<br />
Mi passano tutti i cattivi<br />
Pensieri e dolcemente<br />
Mi addormento in<br />
Braccio a te.<br />
–––– 249 ––––<br />
Nicola Scintilla
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA SEGNORE SELVAGGE E I VIAGGE SAU<br />
So ‘na signore ca ‘nge pejèsce a viaggè<br />
e ‘ngumbagnì stè;<br />
che mariteme, gran amiche,<br />
fasciaje viagge all’infinite.<br />
Gèmaneje, Olande,<br />
Bruchesèl, Watèrlò,<br />
Lurd, Croazeje,<br />
tutte che tanda grazeje.<br />
L’italeje so gerète<br />
e tutte so vesetète<br />
Vènèzeje, Rome,<br />
Ferènze, Napule<br />
e Taormine<br />
e mi sende sembe chiù vecine.<br />
Tande so viaggète<br />
e ciacche so viste so amète<br />
Rengrazeje u Segnore<br />
che tand’amore<br />
ca m’è dète la possibeletè<br />
de vesetè tutte chisse bèlle cettè.<br />
Da quanne è muèrte u marite mì<br />
u viaggè fenì,<br />
ma a jènghje chisse vacande momènde<br />
stonne angore i sendemènde.<br />
Stè mo nu cèndre anzejene ‘n’ dà cettè<br />
ca se chjième “Bell’etè”,<br />
addavue jé bèlle a stè<br />
chi fèmmene a chiacchjerascè.<br />
–––– 250 ––––<br />
Pasqua Selvaggi<br />
Altamura (BA)
LA SIGNORA SELVAGGI E I SUOI VIAGGI<br />
Sono una signora a cui piace molto viaggiare<br />
e in compagnia stare;<br />
con mio marito,<br />
un grande amico<br />
facevo viaggi all’infinito.<br />
Germania, Olanda,<br />
Bruchsel, Waterloo,<br />
Lourd, Croazia<br />
Tutto con molta grazia.<br />
L’Italia ho girato<br />
e tutto ho visitato<br />
Venezia, Roma<br />
Firenze, Napoli<br />
e Taormina<br />
e mi sento sempre più vicina.<br />
Tanto ho viaggiato<br />
E tutto ciò che ho visto ho amato<br />
Ringrazio il Signore<br />
che con tanto amore<br />
mi ha dato la possibilità<br />
<strong>di</strong> visitare tutte queste belle città.<br />
Da quando è morto mio marito<br />
Il mio viaggiare è finito,<br />
ma a riempire questi vuoti momenti<br />
ci sono ancora i miei sentimenti.<br />
C’è ora un centro anziani nella mia città<br />
che si chiama “Bell’Età”,<br />
dove è bello stare<br />
con le donne a chiacchierare.<br />
–––– 251 ––––<br />
Pasqua Selvaggi
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
‘NA VITE ‘NZIMME CHE MAMMA MAJE<br />
Jère ‘na uagneddozze allègre<br />
ca ‘nghèse ‘nge piasciaje a stè,<br />
dalla mamme me fasciaje amè<br />
e chi frète d’amore staje,<br />
pe lore jère ‘na regenèlle<br />
e me chjamanne facce de pagnottèlle.<br />
A vind’anne ‘n’omme credaje d’avè acchjiète<br />
ma u core mi fu spezzète,<br />
da mamme returnèbbe e che ‘nu vèse l’abbrazzèbbe<br />
me desci nesciune rembiande avè.<br />
Jedde purtroppe se ne ggiute<br />
e m’è lassète che la malinguni<br />
triste e saule rumanibbe e i frète maje amèbbe.<br />
–––– 252 ––––<br />
Anna Simone<br />
Altamura (BA)
UNA VITA VISSUTA CON MIA MADRE<br />
Ero una ragazzina allegra<br />
che in casa amava stare,<br />
dalla mamma mi facevo amare<br />
e con i fratelli amavo stare,<br />
ero per loro una reginella<br />
e mi chiamavano faccia da pagnottella.<br />
A vent’anni un uomo credevo <strong>di</strong> aver trovato<br />
ma il cuore mi fu spezzato,<br />
dalla mamma ritornai e con un bacio l’abbracciai<br />
mi <strong>di</strong>sse nessun rimpianto avrai.<br />
Lei purtroppo è andata via<br />
e mi ha lasciato con la mia malinconia.<br />
Triste e sola restai e i miei fratelli amai.<br />
–––– 253 ––––<br />
Anna Simone
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
L’AMORE MAJE<br />
Me arrecorde la famigghja maje cu core<br />
nu frète ranne e quatte sure,<br />
jère la chijù piccoline<br />
e pe l’ore jère ‘na coccoline.<br />
A sidece anne accumunzèbbe a fatejè<br />
peccè murì tatè.<br />
Pò canuscibbe u marite mì<br />
e l’amore jè dachessì...<br />
ca nan ze pote spièghè a paraule.<br />
Stamme spusète da ‘na settemène<br />
quante me purtò che jidde ‘n Gèrmaneje.<br />
Trè bèlle rose avuonne jenghjute la vita maje<br />
c m’avuonne dète la gioje ca nan fenèsch mè<br />
de uètte nipotine.<br />
Ma certe volte la malingonì me pigghje<br />
peccè stè lundene de la famigghje.<br />
TAMBURRED<br />
M vogghj prsntè:<br />
Antogn tamburedd de sobrannoum m vogghj chiamè.<br />
Nan m piascn i deficient<br />
Ma schitte la bella gent!<br />
M piesc ballè e scherzè<br />
Addavue stoche ji<br />
Stè sèmbe tant allegrj<br />
E mè la malinconìj!<br />
Alloure mo sapite ciacche ve <strong>di</strong>che?<br />
ji tegne nu spirte-giovene, miche adtiche!!!<br />
Pe chèsse da maje esèmbeje peggjète<br />
Da chessì allal fine all’gre cambète.<br />
–––– 254 ––––<br />
Antonia Tamborra<br />
Altamura (BA)
I MIEI AMORI<br />
Ricordo la mia famiglia con amore<br />
le mie quattro sorelle e il mio fratellone,<br />
ero la più piccolina<br />
e per loro ero come una chiocciolina.<br />
A se<strong>di</strong>ci anni ho dovuto iniziare a lavorare<br />
perché ho perso mio padre.<br />
Di lì a poco ho conosciuto mio marito<br />
e il mio amore è così...<br />
che non si può spiegare a parole.<br />
Eravamo sposati da una settimana<br />
quando mi portò via con se in Germania.<br />
Tre belle rose hanno riempito la mia vita<br />
dandomi anche l’immensa gioia<br />
<strong>di</strong> otto nipotini.<br />
A volte però mi prende la malinconia<br />
perché parte della mia famiglia è ancora via.<br />
TAMBURRED<br />
Mi voglio presentare:<br />
“Antogn Tamburred” <strong>di</strong> soprannome mi voglio chiamare.<br />
Non mi piacciono i deficienti<br />
Ma soltanto la bella gente!<br />
Mi piace ballare e cantare<br />
E a volte anche scherzare.<br />
Dove ci sono io<br />
C’è sempre tanta allegria<br />
E mai la malinconia.<br />
Allora, infine, sapete che vi <strong>di</strong>co?<br />
Io ho uno spirito giovane, mica antico!<br />
Perciò da me esempio prendete<br />
Così fino alla fine allegri vivrete!<br />
–––– 255 ––––<br />
Antonia Tamborra
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA GERMANIA MAJE<br />
Ge da vuagnèdde vulaje scì<br />
All’esteren pu fatì<br />
‘nda ‘na fabbriche vulaje stè<br />
ma chèsse no putaje fè<br />
po’ nu giovene so canesciute<br />
e che ‘nu salute<br />
mariteme devendò<br />
e u sagne nèste se rèalezzò<br />
che la fatì si-lu-sècce<br />
ma nan.ère èvetabele tutte chèsse.<br />
I do crijature maje avibbe alassè<br />
Che maje nan putante stè<br />
Dalla Gèrmaneje po’ retornebbe<br />
E subbete m’adattèbbe<br />
La Germaneje m’è dete la possibbeletè<br />
de canose n’alta bèlla rèaltè<br />
scrive chèssa poesì<br />
pè ringrazejè la Gèrmaneje maje.<br />
–––– 256 ––––<br />
Rosa Tamborra<br />
Altamura (BA)
LA MIA GERMANIA<br />
Sin da giovane volevo andare<br />
All’estero a lavorare,<br />
In una fabbrica volevo stare<br />
Ma ciò non potevo fare.<br />
Poi un giovane ho conosciuto<br />
E con un saluto<br />
Mio marito <strong>di</strong>ventò<br />
E il nostro sogno si realizzò<br />
Con fatica sì, lo so<br />
Ma inevitabile era tutto ciò.<br />
I miei due bambini dovetti lasciare<br />
Con me non potevano stare.<br />
Dalla Germania poi ritornai<br />
E subito mi adattai.<br />
La Germania mi ha dato la possibilità<br />
Di conoscere un’altra bella realtà.<br />
Scrivo questa poesia<br />
Per ringraziare la Germania mia.<br />
–––– 257 ––––<br />
Rosa Tamborra
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
‘A BABELE DE LLE MUTE<br />
Mmo lla recorde cumme fosse aijere,<br />
stavene sulamende do’ canale;<br />
pe’ quiste no’ nge stavene penzijere:<br />
vedemme ‘a stessa cose, ere normale.<br />
E ‘u ggiurne apprisse se chiacchiaresciave<br />
su quidde c’avemme viste ‘a sera ‘nnande;<br />
erene tiembe semblice e no’ nge stave<br />
‘u cazzannamele du’ telecomande!<br />
Mo’ lle canale so’ nu’ centenare<br />
e quanne ne ‘ngundrame su’ ‘a fatije<br />
ne manghe ‘a ocasione pe’ parlare<br />
piccè, c’è viste tu, no’ agghie viste ije!<br />
E angore: prime, pe’ socialezzare,<br />
parlamme d’a partite du’ pallone;<br />
e manghe quiste, mo’, putime fare;<br />
ormaje ha spicciate ogne descussione.<br />
Piccè, ccu lle pigghiasse n’accidende,<br />
ogne partite volene “creptare”<br />
e ci tu a vo’ ccu vide è a pajamende<br />
e allore amme fenite de parlare!<br />
Matarrese, Cecche Gore, Berluscone,<br />
lle vide ca te parlane cu’ surrise,<br />
ma cu’ ‘sta cazze de televisione<br />
Madonne, ce ne vonne de turnise!<br />
‘U SOLE<br />
Chiove.<br />
Penze a te<br />
e veche ‘u sole!<br />
–––– 258 ––––<br />
Ettore Todaro<br />
Taranto
LA BABELE DEI MUTI<br />
Me lo ricordo come fosse ieri,<br />
stavano solamente due canali;<br />
per questo non ci stavano pensieri:<br />
vedevamo la stessa cosa, era normale.<br />
E il giorno appresso si chiacchierava<br />
su quello che avevamo visto la sera prima;<br />
erano tempi semplici e non c’era<br />
quello schiaccianoci del telecomando!<br />
Ora i canali sono un centinaio<br />
e quando ci si incontra sul lavoro<br />
ci manca l’occasione <strong>di</strong> parlare<br />
perché ciò che hai visto tu non ho visto io!<br />
E ancora: prima, per socializzare,<br />
parlavamo della partita del pallone;<br />
e nemmeno questo, ora, possiamo fare;<br />
ormai è finita ogni <strong>di</strong>scussione.<br />
Perché, che li pigliasse un accidente,<br />
ogni partita vogliono “criptare”<br />
e se la vuoi vedere è a pagamento<br />
e allora abbiamo finito <strong>di</strong> parlare!<br />
Matarrese, Cecchi Gori, Berlusconi,<br />
li ve<strong>di</strong> che ti parlano col sorriso,<br />
ma con questa cavola <strong>di</strong> televisione<br />
Madonna, che ne vogliono <strong>di</strong> sol<strong>di</strong>!<br />
IL SOLE<br />
Piove.<br />
Penso a te<br />
e vedo il sole!<br />
–––– 259 ––––<br />
Ettore Todaro
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
U MÙNN JÌ NA BABB’LLÓNJ<br />
Ma t’ pòr’ ch’a stù mùnn<br />
nan’z capìssc chju nùdd?<br />
M’ pòr’ na babb’llónj!<br />
C’ vè da ddù e c’ vè da ddò,<br />
c’ la pénz d’ na manìr’<br />
e c’ la pénz d’ l’ald,<br />
c’ la vùl’ cótt e c’ la vùl’ créut,<br />
c’ vùl stò cóm’d e bast<br />
e c’ vùl’ salvò la tèrr,<br />
pùr’ ch’ qualche sacr’ficj.<br />
E ú p’trógl?<br />
Ah, c’ f’rnèv’!<br />
Mach’n fèrm, aèrj, trín’,<br />
e p’avè nu pìcch d’ ccall,<br />
lín’ e frasch.<br />
Ca pù qualche iéun pénz<br />
ca jì mégghj a t’rnò ‘ndrìt’,<br />
aqquann ièv’ la staggiòun a ch’mannò<br />
e facèv’ call, aqquann avèva fò call<br />
e frìdd aqquann aveva fò frìdd;<br />
e nòun ch’am’ p’gghjòt’ néw u pòtèr’<br />
e facím’ fò call aqquann fòsc’ frìdd<br />
e frìdd aqquann fòsc’ call.<br />
Ma c’ n’ cr’dím’ d’ iéss, u Padr’tèrn?<br />
E ch’ tùtt stú progréss<br />
La ggénd jì sémb uguòl’:<br />
fòsc’ bìn’ e fòsc’ mòl’!<br />
‘ng’ tìn’ chjú a ciò ca tròs’,<br />
ch’a ciò ca iéss.<br />
Crìst’ maj p’rdùn’n a tùtt,<br />
téw ca sì’ u bbìn’ sòprattùtt.<br />
–––– 260 ––––<br />
Tommaso Trotta<br />
Bitetto (BA)
IL MONDO È UNA BALDORIA<br />
Ma ti sembra che a questo mondo<br />
non si capisce più niente?<br />
Mi sembra una baldoria!<br />
Chi va <strong>di</strong> qua e chi va <strong>di</strong> là,<br />
chi la pensa in una maniera<br />
e chi la pensa nell’altra,<br />
chi la vuole cotta e chi la vuole cruda,<br />
chi vuole stare comodo e basta<br />
e chi vuole salvare la terra,<br />
pur con qualche sacrificio.<br />
E il petrolio?<br />
Ah, se finiva!<br />
Macchine ferme, aerei, treni,<br />
e per avere un po’ <strong>di</strong> caldo,<br />
legne e frasche.<br />
Che poi qualcuno pensa<br />
che è meglio tornare in<strong>di</strong>etro,<br />
quando era la stagione a comandare<br />
e faceva caldo quando doveva fare caldo<br />
e freddo quando doveva fare freddo;<br />
e non che abbiamo preso noi il potere<br />
e facciamo far caldo quando fa freddo<br />
e freddo quando fa caldo.<br />
Ma chi cre<strong>di</strong>amo <strong>di</strong> essere, il Padreterno?<br />
E con tutto questo progresso<br />
la gente è sempre uguale:<br />
fa bene e fa male!<br />
Ci tiene più a ciò che entra (introita),<br />
che a ciò che esce (sborsa).<br />
Cristo mio perdonaci a tutti,<br />
tu che sei il bene soprattutto.<br />
–––– 261 ––––<br />
Tommaso Trotta
LA NÈV’<br />
Iùsc’ è ffatt la nèv’.<br />
C’ ièv’ iacqw, ièv’ p’ bèv’:<br />
b’vèmm néw e b’vèv’ la tèrr.<br />
Ma la nèv’!<br />
U pròvidd na la vùl’:<br />
fòsc’ frìdd e fòsc’ sc’wò.<br />
Ma Crist n’ la mann<br />
e n’ l’ama t’né.<br />
Púr’ jìdd nassciaj ca facèv’ frìdd.<br />
E pù’ cì ch’ò ddaisc<br />
ca la nèv’ na mòl’?<br />
E u provèrbj: sòtt a la nèv’ u ppòn’?<br />
E l’ m’nìnn? Appìn’ la vèt’n,<br />
sò’ tùtt condénd,<br />
e sò’ pall ca vònn e vén’n<br />
e u ffrìdd nanzénd’n.<br />
E vú mètt chèdda bbèlla<br />
ch’vèrta biangh,<br />
ca tùtt cóvr e tùtt appòr’?<br />
Iamm, t’nìmanìll e, dòpò tùtt,<br />
almìn’almìn’ facím’ la nèv’ c’ú ccútt!<br />
–––– 262 ––––<br />
Tommaso Trotta<br />
Bitetto (BA)
LA NEVE<br />
Oggi è fatta la neve.<br />
Se era acqua, era per bere:<br />
bevevamo noi e beveva la terra.<br />
Ma la neve!<br />
Il povero non la vuole:<br />
fa freddo e fa scivolare.<br />
ma Cristo ce la manda<br />
e ce la dobbiamo tenere.<br />
Pure Lui nacque che faceva freddo.<br />
E poi chi lo <strong>di</strong>ce<br />
che la neve non è buona?<br />
È il proverbio: sotto la neve il pane?<br />
E i bambini? Appena la vedono,<br />
sono tutti contenti,<br />
e sono palle che vanno e vengono<br />
e il freddo non sentono.<br />
E vuoi mettere quella bella<br />
coperta bianca,<br />
che tutto copre e tutto pareggia?<br />
Via!, teniamocela e, dopo tutto,<br />
almeno facciamo la neve col (vin)cotto!<br />
–––– 263 ––––<br />
Tommaso Trotta
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
STANZA VACANDE<br />
Me capetò na dì na bèlla cose<br />
iève da mill’anne no ruzzuave<br />
fra vecchie cose.<br />
Ind’o vane stevene arrecquate<br />
cose du timbe passate.<br />
La credenze sembrave nu mercate<br />
sope: le babbusce de nononne,<br />
vacile, scarfalette, ceclatère,<br />
renzule, piatte, tièdde e tiane in abbondanze<br />
chiù na mante resequate.<br />
Chiù o cuèste na vècchia ballerine<br />
dove s’indolettave mamme tutte le matine<br />
appennute a nu centrone<br />
u battepanne loghere, oramaie<br />
redutte in fin de vite,<br />
pe l’ossere drezzate uagnengidde capetèste.<br />
Sotto alla fenestredde<br />
nu tauine caruate<br />
de bonaneme meste Pèppe.<br />
Strabbegghiate, chiamendabbe<br />
n’attestate arrappate<br />
du righe scritte a mane<br />
de la Prime Comunione.<br />
De chèssa seduazione<br />
da padrone iere nu ragne tutte gnore<br />
mò iè vacande chedda stanze<br />
u vinde, come ciclone<br />
a prequate ogne cose.<br />
–––– 264 ––––<br />
Nicola Vitale<br />
<strong>Bari</strong>
STANZA VUOTA<br />
Mi capitò un bel giorno una cosa meravigliosa<br />
era da tanto tempo non rovistavo<br />
fra i ricor<strong>di</strong>.<br />
Nel vano stavano conservati<br />
cose <strong>di</strong> vecchi tempi.<br />
La credenza sembrava un bazar<br />
sopra: le pantofole del nonno,<br />
catino, ferro da stiro, caffettiera,<br />
lenzuola, piatti, tegami gran<strong>di</strong> e piccoli abbondanti<br />
più una coperta morsicata (lacera).<br />
A un lato un vecchio specchio (lungo)<br />
dove tutte le mattine mia madre si faceva bella (si truccava)<br />
appesa a un chiodo<br />
un vecchio battipanno rovinato, ormai<br />
ridotto in fin <strong>di</strong> vita,<br />
per le botte date a ragazzi irrequieti (duri).<br />
Sotto alla finestra<br />
un tavolo pieno <strong>di</strong> tarli<br />
del maestro Giuseppe morto.<br />
Meravigliato, guardai<br />
un’attestato rovinato<br />
due righi scritti a mano<br />
della Prima Comunione.<br />
Di questa scena<br />
il padrone era un ragno nero<br />
ora è vuota quella stanza<br />
il vento, come un ciclone<br />
ha seppellito ogni cosa.<br />
–––– 265 ––––<br />
Nicola Vitale
VESCIGGHIE DELL’ULDEME DU UANNE<br />
Citte pe nu minute<br />
so fatte nu senne assa’ strane<br />
c’oggne crestiane se deve la mane<br />
senza assalemma’ pu chelore.<br />
Toc!!... Toc!!<br />
Cie’ a la porta? Gocce!!<br />
Ne!... angore do sta?<br />
Ma’ avete scusa’ se iosce<br />
so trasute senza permesse.<br />
Complimente!!!<br />
Non te la se pegghianne!!<br />
Tu mo... se sbagliate.<br />
Eccome... Eccome... Ca so sbagliate.<br />
Aveva assappe che ieve adacchesi’<br />
la <strong>di</strong>’ stesse ch’ive nate<br />
t’avevano prequa’.<br />
Non t’avaste cio’ che si fatte?<br />
Droghe, uerre, lutte, violenze,<br />
pecceninne scettate jinde remmate<br />
violentate condre nature.<br />
Consense date a chiurme<br />
ionte da crestiane de male affare.<br />
Vattinne!!!... Vattinne!!!<br />
Sind’a me!<br />
–––– 266 ––––<br />
Nicola Vitale<br />
<strong>Bari</strong>
VIGILIA DELL’ULTIMO DELL’ANNO<br />
Zitto per un minuto<br />
ho fatto un sonno strano<br />
ogni cristiano si dava la mano<br />
senza meravigliarsi del colore.<br />
Toc... toc...<br />
Chi è alla porta? Gocce...!<br />
(esclamazione <strong>di</strong> <strong>di</strong>sappunto)<br />
Ne...! Ancora qui stai...?<br />
Mi dovete scusare se oggi<br />
son entrato senza permesso.<br />
Complimenti...!<br />
Non te la prendere...!<br />
Tu ora... hai sbagliato...!<br />
Eccome...! Che ho sbagliato.<br />
Dovevo sapere che eri così<br />
il giorno stesso che eri nato<br />
ti dovevano seppellire.<br />
Non ti basta ciò che hai fatto...?<br />
Droghe, guerre, lutti, violenze,<br />
bambini gettati nella spazzatura<br />
violentati (tolta la verginità).<br />
Consenso dato a furbi<br />
finanziati, da cristiani <strong>di</strong> malaffare.<br />
Vattene...! Vattene...!<br />
Senta ciò che <strong>di</strong>co...!<br />
–––– 267 ––––<br />
Nicola Vitale
Falle pe nu che stame tribbuate,<br />
me vilesse descita’ cramatine<br />
vegghe abbabuate che sennalza<br />
na stedde colorate<br />
da tutte le razze du munne<br />
“Tu se u Re”<br />
De chessa situazione da padrone<br />
ie’ uarloggi come ciclone<br />
sta arrequanne e prequanne ogne cose.<br />
Acchiane... acchiane<br />
fra nu beccone e n’alzate<br />
sta passanne n’altanne,<br />
pabbrescianne allegramente<br />
scherdanne fatiche e pagamente.<br />
Nu consiglie vogghe <strong>di</strong>sce<br />
pegghiataville allegramente<br />
ch ngnocche iune t’addemanne<br />
augure frate pe tutt’uanne.<br />
–––– 268 ––––<br />
Nicola Vitale<br />
<strong>Bari</strong>
Fallo per noi che siamo tribolati,<br />
mi vorrei svegliare domattina<br />
vedo imbambolato che si solleva da terra<br />
una stella colorata<br />
da tutte le razze del mondo.<br />
“Tu sei il Re”<br />
Di questa situazione da padrone<br />
è l’orologio come un ciclone<br />
sta raccogliendo e seppellendo ogni cosa.<br />
Piano... piano...<br />
Tra un boccone ed una bevuta<br />
sta passando un altro anno<br />
<strong>di</strong>menticando lavoro e pagamenti.<br />
Un consiglio voglio dare:<br />
Prendetevela allegramente<br />
e se qualcuno ti domanda...<br />
Auguri fratello per tutto l’anno...!<br />
–––– 269 ––––<br />
Nicola Vitale
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA NOTT D’ SAN S(I)LVI(E)ST<br />
L’uann stè in agonì,<br />
n’ salut citt citt.<br />
Chiet, chiet... s’ n’ stè vè.<br />
Quand’ a gend stà nott stè (i)mbièt p’ festeggià<br />
ca cuss vecchiari(e)dd l’honn a salutà.<br />
Cuss vecchiari(e)dd ca 365 dì ì campat<br />
Sott e brutt e bell sc(e)rnat.<br />
P’ cert ì stat la car(e)sti<br />
e p’ tant(i) jonn stat aff(o)rt(u)nat.<br />
J(i)dd, chiet chiet s’ n’ stè vè.<br />
“Ce p(e)ccat cuss uann non chiù l’a ma v(e)dè”.<br />
Ogni m(i)nut ca stè pass,<br />
a cuss vecchiari(e)dd lu affann aument<br />
e tant d’ nuj, a lu uarlogg stè tr(e)mend.<br />
O megghi d’ la fest,<br />
tutt na vot tutt citt;...<br />
ni(e)nt a chiù s’ sent...<br />
f(e)nesc la ijosat...<br />
e sub(i)t ven l’improvvisat.<br />
S’ send’ la vosc’ d’ nu criatur’ appen’ nat’.<br />
Tutt’ na vot’ ven’ lu prijesc’<br />
e s’ r(i)pigghi’ la ijosat’:<br />
“Uè, ì nat’, ì nat’!”<br />
–––– 270 ––––<br />
Nicola Vittore<br />
Sannicandro (BA)
LA NOTTE DI SAN SILVESTRO<br />
L’anno è in agonia,<br />
ci saluta in silenzio,<br />
lentamente se ne và.<br />
Quanta gente, questa notte, è in pie<strong>di</strong> per festeggiare<br />
chè questo vecchietto devono salutare...<br />
Questo vecchietto che è vissuto 365 giorni<br />
sotto le brutte e le belle giornate.<br />
Per certi c’è stata carestia<br />
e per tanti sono stati fortunati.<br />
...Lui lentamente se ne sta andando.<br />
“Che peccato, quest’anno mai più lo rivedremo”.<br />
Ogni minuto che passa,<br />
a questo vecchietto aumenta l’affanno...<br />
molti guardano l’orologio.<br />
Al culmine della festa,<br />
d’un tratto,... tutti fanno silenzio;...<br />
null’altro si sente...<br />
finisce la gazzarra<br />
e subito arriva l’improvvisata.<br />
Si sente il vagito <strong>di</strong> un neonato.<br />
Improvvisamente arriva l’allegria...<br />
e si riprende la gazzarra...<br />
– “È nato, È nato!”<br />
–––– 271 ––––<br />
Nicola Vittore
Mbrim’ lu nom’ ì stat’ dat’<br />
e tann’ stess’ ven’ vatt(e)sciàt’.<br />
“Auguri(i), auguri(i) e buon ann a tutt!”<br />
Ci s’abbrazz da nu quart e ci da lu ald.<br />
C’ li bicchijer d’ lu spumant<br />
Li brind(i)s li fasc(e)n tutt quand:<br />
“Buon ann a tutt gli anzian,<br />
Buon ann a ci na ten chiù vind ann,<br />
Buon ann a tutt chidd criatur<br />
ca na ten(e)n chiù n(i)sciun,<br />
Buon ann a tutt gli emigrat,<br />
Buon ann a tutt li malat,<br />
Buon ann a tutt chidd sventurat,<br />
ca l’uann vecchi li uà(i) ‘ngì p(o)rtat,<br />
Buon ann a tutt chidd ca a chess or nang stonn a festeggià<br />
p(e)rcè stonn a fatià”...<br />
La fest continu(a),<br />
s’ mangi, s’ bev, s’ ball e s’ cant;<br />
s’ d(i)vert(o)n tutt quand...<br />
A lu cuest d’ lu fuec,<br />
stè cudd vecchiari(e)dd d’ mbà S(i)lvi(e)st,<br />
sul sul, tutt avv(i)lit e tutt stanc.<br />
D’ cuss s’ ijonn sc(o)rdat tutt quand.<br />
Chiet chiet,... s’ ijalz da la seggi c’ lu baston...<br />
na’ng la fasc chiù...<br />
iè assè la confusion<br />
n(i)sciun s’ n’ì (a)vv(e)rtut<br />
ca ‘mbà S(i)lvi(e)st s’ n’ì sciut.<br />
La fest continu(a) ancor...<br />
Arriv na cert or...<br />
–––– 272 ––––<br />
Nicola Vittore<br />
Sannicandro (BA)
Subito viene dato il nome<br />
e all’istante viene battezzato.<br />
– “Auguri, auguri e buon anno a tutti!”<br />
Chi si abbraccia da un lato... chi dall’altro...<br />
Con i bicchieri <strong>di</strong> spumante<br />
i brin<strong>di</strong>si li fanno tutti quanti:<br />
“Buon anno a tutti gli anziani,<br />
Buon anno a chi non ha più vent’anni<br />
Buon anno a quei bambini che non hanno più nessuno,<br />
Buon anno a tutti gli emigrati,<br />
Buon anno a tutti gli ammalati,<br />
Buon anno a tutti gli sventurati<br />
ai quali l’anno vecchio ha portato solo guai,<br />
Buon anno a tutti quelli che a quest’ora<br />
non possono festeggiare perché stanno lavorando”...<br />
La festa continua,<br />
si mangia, si beve, si balla e si canta.<br />
Si <strong>di</strong>vertono tutti quanti...<br />
Vicino al camino<br />
sta quel vecchietto <strong>di</strong> compare Silvestro,<br />
solo solo, tutto avvilito e tutto stanco.<br />
Di costui si sono <strong>di</strong>menticati tutti quanti.<br />
Lentamente, ... si alza dalla se<strong>di</strong>a con il bastone...<br />
non ce la fa più...<br />
c’è troppa confusione.<br />
Nessuno si è accorto<br />
che compare Silvestro se n’è andato.<br />
La festa continua ancora...<br />
Arrivata una certa ora...<br />
–––– 273 ––––<br />
Nicola Vittore
tann ijess ijun ca s’ì (a)rr(e)c(o)rdàt e <strong>di</strong>sc:<br />
“... ca nat uànn ì passàt.<br />
Speriam ca l’uànn nuev ì venùt<br />
c’ na bon idé(a).<br />
V(o)limn ben, ca na s’ perd niend.<br />
Ci Ddì vol, chessa fest la ma v(e)dè ancor.<br />
O còr mi v’ streng(e)c à iun a iun.<br />
A tutt Buon Ann e Buona Fortun.”<br />
CHIAZZA GAREBBALDE<br />
L’acèdere candene<br />
sop’a l’arvre.<br />
“Quand’armonìe...<br />
quanda tranquillità!”<br />
Le palumbe camminene<br />
‘n derra chiane chiane.<br />
“Quande sò cheriuse...<br />
parene tande cristiane!”<br />
Le vecchiaridde sciocane a carte<br />
Sope a le panghine.<br />
“Quanda iose...<br />
quande casine!”<br />
Velèsse avè l’ale<br />
pe petè zembà<br />
–––– 274 ––––<br />
Nicola<br />
Vittore<br />
Sannicandro (BA)<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Nicola<br />
Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
allora c’è uno che si ricorda e <strong>di</strong>ce:<br />
“... un altro anno è passato.<br />
Speriamo che il nuovo anno sia venuto<br />
con un buon pensiero.<br />
Vogliamoci bene, che non si perde niente.<br />
Se Id<strong>di</strong>o vuole, questa festa la dobbiamo<br />
[ [vedere ancora.<br />
Al mio cuore vi stringo ad uno a uno.<br />
A tutti buon anno e buona fortuna.”<br />
PIAZZA GARIBALDI<br />
Gli uccelli cantano<br />
sugl’alberi.<br />
“Quant’armonia...<br />
quanta tranquillità!”<br />
I colombi camminano<br />
per terra piano piano.<br />
“Quanto sono curiosi...<br />
sembrano tanti cristiani!”<br />
I vecchietti giocano a carte<br />
sopra alle panchine.<br />
“Quanto chiasso...<br />
quanto casino!”<br />
Vorrei avere le ali<br />
per poter saltare<br />
<br />
–––– 275 ––––<br />
Nicola<br />
Vittore<br />
Nicola<br />
Zambetti
chiù alde de la fendane<br />
fine sope a la Chiiese de San Frangische<br />
fine sope a le cambane<br />
e po’...<br />
velèsse avè l’ecchie<br />
p’acchiamendà<br />
Corse Vittorie, u Marghèrìte...<br />
u Lungomare...<br />
u prefessore<br />
sta ‘mbalate da<br />
ad’acchiamendà!<br />
U Tiatre, la Prefetture...<br />
e u arlogge ca segne l’ore.<br />
Velèsse avè l’ale<br />
pe petè zembà<br />
fine sope a la Torre du Castijdde<br />
e po’...<br />
velèsse avè l’ecchie<br />
p’acchiamendà<br />
tutte u Borghe Antiche!”<br />
U Iarche Vasce<br />
e cudde viche<br />
addo scecàve a u verruzzue<br />
ke le uagnune...<br />
ke le rame ‘mbaccie o mure...<br />
ke le bettune.<br />
–––– 276 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
più in alto della fontana<br />
fino sopra alla Chiesa <strong>di</strong> San Francesco<br />
fino sopra alle campane<br />
e poi...<br />
vorrei avere gli occhi<br />
per guardare<br />
Corso Vittorio, il Margherita...<br />
il Lungomare...<br />
il professore<br />
sta fermo là<br />
a guardare!<br />
Il Teatro, la Prefettura...<br />
e l’orologio che segna le ore.<br />
Vorrei avere le ali<br />
per poter saltare<br />
fino sopra alla Torre del Castello<br />
e poi...<br />
vorrei avere gli occhi<br />
per guardare<br />
tutto il Borgo Antico!”<br />
L’Arco Basso<br />
e quel vico<br />
dove giocavo con la trottola<br />
con i ragazzi…<br />
con i tappi <strong>di</strong> rame contro il muro...<br />
con i bottoni.<br />
–––– 277 ––––<br />
Nicola Zambetti
“Sanda Nicole, l’Annunziate...<br />
le Chersiune!”<br />
Velesse avè l’ale<br />
pe petè zembà<br />
fine sope a la Meragghije<br />
e po’...<br />
ascènne abbasce<br />
cu scivua scivua.<br />
“Quande iè belle u Lungomare<br />
quanne u sole se ne và!”<br />
“Quande fiure...<br />
quande chelure!”<br />
U Marghèrìte<br />
pare nu guar<strong>di</strong>ane<br />
ca asconne u mare<br />
a le <strong>Bari</strong>se<br />
ca po’<br />
avonne avè u prisce<br />
d’acchiamendarle.<br />
“Quande varche...<br />
quande lambàre!”<br />
Velesse avè l’ale<br />
pe petè zembà<br />
sope a l’arvre de corse Cavour<br />
–––– 278 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
“San Nicola, l’Annunziata...<br />
i Corsioni!”<br />
Vorrei avere le ali<br />
per poter saltare<br />
fino sopra alla Muraglia<br />
e poi...<br />
scendere giù<br />
con lo slittino.<br />
“Quanto è bello il Lungomare<br />
quando il sole se ne và!”<br />
“Quanti fiori...<br />
quanti colori!”<br />
Il Margherita<br />
sembra un guar<strong>di</strong>ano<br />
che nasconde il mare<br />
ai Baresi<br />
che poi<br />
devono avere il piacere<br />
<strong>di</strong> guardarlo.<br />
“Quante barche...<br />
quante lampàre!”<br />
Vorrei avere le ali<br />
per poter saltare<br />
sopra agli alberi <strong>di</strong> corso Cavour<br />
–––– 279 ––––<br />
Nicola Zambetti
e po’...<br />
scivuà.<br />
“La Camere de Commèrce, la Banghe d’Italie...<br />
u Petrezzijdde!”<br />
“No. Nun vogghie acchiamendà...<br />
na brutta fine avà fa!”<br />
Curre... fusce...<br />
sciamànìnne...<br />
pecciè<br />
dò nun vogghie chiù stà!<br />
Me vogghie scì a mette<br />
sope o ponde de la ferrovì.<br />
“Nu trène ca vène...<br />
nu trène ca va!”<br />
“Ke ‘nge avonne fatte<br />
a chèssa Città?”<br />
“L’avonne carcerate...<br />
l’avonne <strong>di</strong>vise a metà?”<br />
“Nu Munne da do...<br />
nu Munne da dà!”<br />
Curre... sciamanìnne...<br />
pecciè<br />
dò nun vogghie chiù stà!<br />
–––– 280 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
e poi...<br />
scivolare.<br />
“La Camera <strong>di</strong> Commercio, la Banca d’Italia...<br />
il Petruzzelli!”<br />
“No. Non voglio guardare...<br />
una brutta fine deve fare!”<br />
Corri... scappa...<br />
an<strong>di</strong>amocene...<br />
perchè<br />
quì non voglio più stare!<br />
Mi voglio andare a mettere<br />
sopra al ponte della ferrovia.<br />
“Un treno che viene...<br />
un treno che va!”<br />
“Cosa gli hanno fatto<br />
a questa Città?”<br />
“L’hanno carcerata...<br />
l’hanno <strong>di</strong>visa a metà?”<br />
“Una Città <strong>di</strong> quà...<br />
una Città <strong>di</strong> là!”<br />
Corri... an<strong>di</strong>amocene...<br />
perchè<br />
quà non voglio più stare!<br />
–––– 281 ––––<br />
Nicola Zambetti
Me ne vogghie scì a Ijapigie<br />
addò<br />
pare chiù granne la Città.<br />
La chiièsa nove de San Frangische<br />
addò a la demèneche<br />
pure le palumbe<br />
tràsene<br />
a sendì la fenzione...<br />
citte citte<br />
sope a l’aldàre.<br />
“Quande so cheriuse...<br />
parène mègghie de le crèstiàne!”<br />
Quande armonìe...<br />
quanda tranquillità!”<br />
Velèsse avè l’ale<br />
pe petè zembà<br />
fine sope a la Croce du Sacrarie<br />
e po’...<br />
velèsse avè l’ècchie<br />
pe acchiamendà...<br />
“Quande figghiie<br />
e... quande attane!”<br />
“Quande mamme<br />
ch’avonne chiangiute!”<br />
“Quanda cristiàne...<br />
scanesciute!”<br />
–––– 282 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
Me ne voglio andare a Japigia<br />
dove<br />
sembra più grande la Città.<br />
La chièsa nuova <strong>di</strong> San Francesco<br />
dove alla domenica<br />
anche i colombi<br />
entrano<br />
a sentire la funzione...<br />
zitti zitti<br />
sopra all’altare.<br />
“Quanto sono curiosi...<br />
sembrano meglio dei cristiani!”<br />
“Quant’armonia...<br />
quanta tranquillità!”<br />
Vorrei avere le ali<br />
per poter saltare<br />
fino sopra alla Croce del Sacrario<br />
e poi...<br />
vorrei avere gli occhi<br />
per guardare...<br />
“Quanti figli<br />
e... quanti papà!”<br />
“Quante mamme<br />
che hanno pianto!”<br />
“Quanti cristiani...<br />
sconosciuti!”<br />
–––– 283 ––––<br />
Nicola Zambetti
Quanda gièvèndù<br />
ca s’ave perdute<br />
pigghiate ke l’inganne<br />
de la frenesìe<br />
de nu tiranne!<br />
“Quanda pace...<br />
quanda tranquillità!”<br />
“No. Nun me ne vogghie scì...<br />
iè addò ca volèsse stà!”<br />
Pecciè...<br />
Bare iè belle...<br />
iè belle assà!<br />
U TRE’SSE’TTE<br />
L’alda matine, ijnd’o giar<strong>di</strong>nette,<br />
stèmme a sciucà ‘o trèssètte.<br />
Stève ie, chembà Giuuanne,<br />
‘mbà Vencinze e u mèste panne.<br />
Tenève ‘nmane, u trè de mazze,<br />
napoletàne a coppe e u’asse cu mestàzze.<br />
Mo, pè fa capì a chembà Giuuanne,<br />
ke a chèdda vanne stève ‘npanne,<br />
‘nge tucquave, chiane chiane,<br />
le gamme ke na mane.<br />
“Lasseme stà le gamme!” ‘nge <strong>di</strong>cève,<br />
ma chudde nun m’accapescève.<br />
–––– 284 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
Quanta gioventù<br />
che si è perduta<br />
presa con l’inganno<br />
della frenesia<br />
<strong>di</strong> un tiranno!<br />
“Quanta pace...<br />
quanta tranquillità!”<br />
“No. Non me ne voglio andare...<br />
è qui che vorrei restare!”<br />
Perchè...<br />
<strong>Bari</strong> è bella...<br />
è bella assai!<br />
IL TRESSETTE<br />
L’altra mattina, nel giar<strong>di</strong>netto,<br />
stavamo giocando al tressette.<br />
Stavo io, compare Giovanni,<br />
compare Vincenzo e il sarto.<br />
Tenevo in mano il tre <strong>di</strong> bastoni,<br />
napoletàna a coppe e l’asso <strong>di</strong> bastoni.<br />
Adesso per far capire a compare Giovanni,<br />
Che a quel palo ero a rischio,<br />
gli toccavo, piano piano,<br />
le gambe con una mano.<br />
“Lasciami stare le gambe!” gli <strong>di</strong>cevo,<br />
ma quello non mi capiva.<br />
–––– 285 ––––<br />
Nicola Zambetti
Gire e reggire, passe e repasse,<br />
a l’uldeme mane, me fregàrene pure u’asse.<br />
Ce nervature ca me venì.<br />
U velève accìde chèdda dì.<br />
Ma po’ me decibbe: “Ma lassa stà<br />
se no, crà, ke ce adda sciucà?”<br />
U VECCHIARIDDE<br />
Addò va?<br />
Acquànne te jalze a la matine tutte stenate<br />
e jisse da caste tutte stralunate?<br />
Addò va?<br />
Acquànne camine pe la strade tutte tremmuànne<br />
co le calzune arrepezzàte, co chedda giacca ca te va granne?<br />
Stive ijnde a la chiiese de San Francische<br />
tutte penzieruse<br />
‘nnanze a la statue de Criste Muerte.<br />
Stive ijnde ‘o giar<strong>di</strong>nette de Chiazza Garebbalde<br />
assedute sope na panchine<br />
cu sguarde fisse in avande.<br />
Ce aspitte?<br />
Co cudde sguarde sckaandate<br />
e le uècchie chiene de chiande?<br />
“Stogghe ad aspettà ca arrive la dìe<br />
ca, da cusse munne,<br />
me carresce vie”.<br />
–––– 286 ––––<br />
Nicola Zambetti<br />
<strong>Bari</strong>
Gira e riggira, passa e ripassa,<br />
all’ultima mano, mi rubarono pure l’asso.<br />
Che nervoso che mi venne.<br />
Lo volevo uccidere quel giorno.<br />
Ma poi mi <strong>di</strong>ssi: “Ma lascia stare<br />
se no, domani, con chi dovrai giocare?”<br />
IL VECCHIETTO<br />
Dove vai?<br />
Quando ti alzi al mattino tutto stonato<br />
ed esci da casa tutto stralunato?<br />
Dove vai?<br />
Quando cammini per la strada tutto tremante<br />
con i calzoni rattoppati, con quella giacca che ti va grande?<br />
Stavi nella chiesa <strong>di</strong> San Francesco<br />
tutto pensieroso<br />
davanti alla statua <strong>di</strong> Cristo Morto.<br />
Stavi nel giar<strong>di</strong>netto <strong>di</strong> Piazza Garibal<strong>di</strong><br />
seduto sopra una panchina<br />
con lo sguardo fisso in avanti.<br />
Cosa aspetti?<br />
Con quello sguardo spaventato<br />
e gli occhi pieni <strong>di</strong> pianto?<br />
“Sto aspettando che arrivi il giorno<br />
che, da questo mondo,<br />
mi porti via”.<br />
–––– 287 ––––<br />
Nicola Zambetti
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
LA VITA MEIE<br />
Ce pozze <strong>di</strong>sce<br />
della vita meie,<br />
è state belle, è state brutte,<br />
peteve iesse meghie<br />
peteve iesse pescie,<br />
ce u sape!...<br />
Ie so vissute,<br />
e chesse iè essemziale.<br />
Non me vogghie<br />
arregherdà delle cose<br />
brutte che so passate,<br />
ma le momente belle<br />
della vita mea.<br />
La prima comunione<br />
quande so ricevute<br />
Criste in do core.<br />
Quande me so spesate,<br />
e so giurate fedeltà,<br />
pe tutta la vita.<br />
Quande so avute<br />
la prima piccenenna,<br />
me pareve na pupa<br />
ma ieve vera.<br />
Cialde vogghie<br />
dalla vita.<br />
Pure in dalle momente triste<br />
della vita mea,<br />
non so state ma sole,<br />
–––– 288 ––––<br />
Maria Zonno<br />
<strong>Bari</strong>
LA VITA MIA<br />
Che posso <strong>di</strong>re<br />
della vita mia,<br />
è stata bella, è stata brutta,<br />
poteva essere meglio<br />
poteva essere peggio,<br />
chi lo sa.<br />
Io so che ho vissuto<br />
e questo è essenziale.<br />
Non mi voglio<br />
ricordare delle cose<br />
brutte che ho passato,<br />
ma i momenti belli<br />
della vita mia.<br />
La mia prima comunione,<br />
quando ho ricevuto<br />
Gesù nel cuore.<br />
Quando mi sono sposata,<br />
e ho giurato fedeltà,<br />
per tutta la vita.<br />
Quando ho avuto<br />
la prima bambina,<br />
che mi sembrava una bambola<br />
ma era vera.<br />
Che altro voglio<br />
dalla vita.<br />
Pure nei momenti<br />
tristi della mia vita,<br />
non sono stata mai sola.<br />
–––– 289 ––––<br />
Maria Zonno
Mi si allassate sempre<br />
la speranza inde o core,<br />
che l’amore non fernesce maie.<br />
E baste aspettà<br />
u momente giuste,<br />
percè tutte arrive,<br />
pe ricombensà<br />
finalmente tante attese,<br />
so ricevute l’ultima gioie<br />
che non pensave<br />
maie davè e ne de meretà.<br />
U NATALE DE NA VOLTE<br />
Na volte quande arrivave<br />
u Natale ieve na festa grande.<br />
E non iè comma mò<br />
che saccate fatte e tutte.<br />
Prime accamenzanne<br />
da u presepe,<br />
la grotte se faceve in case,<br />
che le carte vecchie,<br />
e che na intelaiature de legne<br />
che saggestave mane mane...<br />
completate dalle squicce de pitture.<br />
E cudde ieve tutte u prisce,<br />
tutte u movimente che<br />
creave atturne a cusse taviline.<br />
–––– 290 ––––<br />
Maria Zonno<br />
<strong>Bari</strong>
Mi hai lasciato sempre<br />
la speranza dentro il cuore,<br />
che l’amore non finisce mai.<br />
E basta aspettare<br />
il momento giusto,<br />
perché tutto arriva,<br />
per condensare<br />
finalmente tante attese,<br />
ho ricevuto l’ultima gioia,<br />
che non pensavo mai <strong>di</strong> meritare.<br />
IL NATALE DI UNA VOLTA<br />
Una volta quando arrivava<br />
il Natale era una festa grande.<br />
E non è come adesso<br />
che si compra tutto fatto.<br />
Prima si incominciava<br />
dal presepe,<br />
la grotta si faceva in casa,<br />
con le carte vecchie,<br />
e l’intelaiatura <strong>di</strong> legno<br />
che si aggiustava mano mano...<br />
si completava con schizzi <strong>di</strong> pittura.<br />
E quella era tutta la gioia<br />
tutto il movimento che si<br />
creava intorno al tavolino.<br />
–––– 291 ––––<br />
Maria Zonno
Le statue che da nanne all’alte<br />
si rimpevene, che savevene ingheddà<br />
e mettele sempre au stesse poste.<br />
E la neve ieve fatta<br />
da tutte le fiocche d’ovatte.<br />
E u rame de pine<br />
aveva completà l’opera.<br />
Percè nononne e zianeme<br />
avevane appende<br />
le manderine e le cioccolate.<br />
E quande se traseve<br />
la sere della visciglie,<br />
u uaddore du u capitone,<br />
agneve tuta la case.<br />
E nu piccininni da nu mese prima,<br />
preparammo la letterina<br />
e la poesia che avemme<br />
a <strong>di</strong>sce a tavola.<br />
Chidde Natale de na volte<br />
me la ricordeche ancore<br />
pe prevà chedda gioia<br />
che senteve inde a u core,<br />
ieve l’amore e la semplicità,<br />
che ne solde e ne tirrise<br />
cepotene chiù daie.<br />
–––– 292 ––––<br />
Maria Zonno<br />
<strong>Bari</strong>
Le statue che da un anno all’altro<br />
si rompevano e si dovevano incollare<br />
e metterle sempre allo stesso posto.<br />
E la neve era fatta<br />
da fiocchi <strong>di</strong> ovatta.<br />
E il ramo <strong>di</strong> pino<br />
doveva completare l’opera.<br />
Perché mia nonna e mia zia<br />
dovevano appendere<br />
i mandarini e le cioccolate.<br />
E quando si entrava<br />
la sera della vigilia,<br />
l’odore del capitone,<br />
riempiva tutta la casa.<br />
E noi bambini da un mese prima<br />
preparavamo la letterina<br />
e la poesia che dovevamo<br />
<strong>di</strong>re a tavola.<br />
Quel Natale <strong>di</strong> una volta<br />
me lo ricordo ancora<br />
per provare quella gioia<br />
che sento dentro al cuore,<br />
era l’amore e la semplicità,<br />
che né sol<strong>di</strong><br />
ci possono più dare.<br />
–––– 293 ––––<br />
Maria Zonno
LA TERRA MEIE IE’ BARE<br />
Simme affertenate nu’ barisi<br />
percè nù tinimme u mare.<br />
E l’estate quande u favugnie<br />
si fasce sentì,<br />
l’epoveridde non tenene<br />
l’aria con<strong>di</strong>zionata,<br />
e se vonne assite<br />
sope achedde panchine,<br />
e se godene cudde belle<br />
vin<strong>di</strong>cidde che ammene.<br />
E quande vite cudde tramonte,<br />
chieni de culure che vonne<br />
da u celeste o azzurre e u russe,<br />
te navvirte de quande la nature<br />
potesse belle.<br />
E quande all’improvvise<br />
vi<strong>di</strong> spintà da u mare<br />
la luna, tonna tonna,<br />
iè tutte na poesie.<br />
E quande vite passà<br />
le nave da crociere<br />
tutte illuminate,<br />
se portene apprisse<br />
tutte le segne neste<br />
pe chidde terre belle e lentane.<br />
Mo annimise pure le fontane<br />
pe abbellì u lungomare,<br />
percè nù non ma invi<strong>di</strong>à<br />
nudde a nisciune.<br />
E quande venene le stranire<br />
a na <strong>di</strong>sce ciè belle Bare,<br />
e sa na pertà u pizze<br />
<strong>di</strong> lungomare iende a u core.<br />
–––– 294 ––––<br />
Maria Zonno<br />
<strong>Bari</strong>
LA TERRA MIA È BARI<br />
Siamo fortunati noi baresi<br />
perché teniamo il mare.<br />
E l’estate quando il caldo<br />
si fa sentire,<br />
i poveri non hanno<br />
l’aria con<strong>di</strong>zionata,<br />
e si vanno a sedere<br />
sopra a quelle panchine,<br />
e si godono quel bel<br />
vento che viene.<br />
E quando ve<strong>di</strong> quel tramonto,<br />
pieni <strong>di</strong> colori che vanno<br />
dal celeste all’azzurro e al rosso,<br />
e ve<strong>di</strong> quanto la natura<br />
può essere bella.<br />
E quando all’improvviso<br />
ve<strong>di</strong> spuntare dal mare<br />
la luna tonda tonda,<br />
è tutta una poesia.<br />
E quando ve<strong>di</strong> passare<br />
le navi da crociera<br />
tutte illuminate,<br />
si portano con loro<br />
tutti i sogni nostri<br />
per quelle terre belle e lontane.<br />
Adesso hanno messo pure le fontane<br />
per abbellire il lungomare,<br />
perché non dobbiamo invi<strong>di</strong>are<br />
niente a nessuno.<br />
E quando vengono gli stranieri<br />
devono <strong>di</strong>re come è bella <strong>Bari</strong>,<br />
e si devono portare un pezzo<br />
<strong>di</strong> lungomare dentro il cuore.<br />
–––– 295 ––––<br />
Maria Zonno
PE LA PASCE<br />
La uèrre! La uèrre!<br />
Quanda gende stà sottèrre<br />
stà destrugge tutte e tutte<br />
e ogne case tène u lutte.<br />
Ah! Ce delore!<br />
Tenìime tutte strazzate u core<br />
soldande a sendì de parlà<br />
me sèndeche le carne d’arrezecà<br />
Bush che la scuse de Bin Ladèn<br />
ha fatte la uèrre a Saddam Hussèn<br />
e po’ che le puzze d’u petrogglie<br />
che la croscke s’ava iìegne u portafoglie.<br />
La uèrre non fasce cose bone<br />
porte mesèrie e <strong>di</strong>struzione<br />
fernìdele, facidùe pe l’amore de Ddì<br />
non vedìte quanda gènde stà a merì?<br />
Avaste che le cannonate<br />
levate le cambe minate<br />
percè stì povere criature<br />
zombene in’arie com’a le feldure<br />
fernìdele de semenà tèrrore<br />
le figghie sò pìizz’e core!!!<br />
Facìte funzionà u cervìidde<br />
fernidele de fà le breggenìidde<br />
v’avìta fa capasce<br />
ca u munne vole la pasce<br />
vole la sèrènetà<br />
cor’a core vole stà<br />
Fuori Concorso<br />
–––– 296 ––––<br />
Enzo Migliar<strong>di</strong><br />
<strong>Bari</strong>
PER LA PACE<br />
La guerra! La guerra!<br />
Quanta gente sta sotterrando<br />
sta <strong>di</strong>struggendo tutti e tutto<br />
e ogni casa ha il lutto.<br />
Ah, che dolore!<br />
Abbiamo tutti straziato il cuore<br />
soltanto a sentirne parlare<br />
mi viene la pelle d’oca<br />
Bush, con la scusa <strong>di</strong> Bin Laden<br />
ha <strong>di</strong>chiarato la guerra a Saddam Hussen<br />
così poi, con i pozzi del petrolio<br />
con la sua cricca si riempirà il portafoglio.<br />
La guerra non fa cose buone<br />
porta miseria e <strong>di</strong>struzione.<br />
Finitela, fatelo per l’amore <strong>di</strong> Dio<br />
non vedete quanta gente sta morendo?<br />
Basta con le cannonate<br />
togliete i campi minati<br />
perché le povere creature<br />
saltano in aria come turaccioli<br />
smettetela <strong>di</strong> seminare terrore<br />
i figli... sono pezzi <strong>di</strong> cuore<br />
fate funzionare il cervello.<br />
Finitela <strong>di</strong> fare i pagliacci<br />
vi dovete far capaci<br />
che il mondo vuole la pace<br />
vuole la serenità<br />
come fratelli vuole stare.<br />
–––– 297 ––––<br />
Enzo Migliar<strong>di</strong>
In<strong>di</strong>ce<br />
Prefazione <strong>di</strong> Romano Bellissima III<br />
Introduzione <strong>di</strong> Rocco Matarozzo V<br />
Primo premio<br />
Giuseppe Zaccaro - U fare du mare 2<br />
Premio sezione <strong>Bari</strong> - ex equo<br />
Francesca Romana Capriati - Gevendù 6<br />
Michele Caldarulo - La casa popolare 8<br />
Premio sezione BAT<br />
Domenico Di Gregorio<br />
Premio sezione Brin<strong>di</strong>si<br />
- Le terrìse e la salùte 10<br />
Apollonia Angiulli - Pute iesse amaure? 12<br />
Premio sezione Lecce<br />
Alberto Quarta - Lu cecu 14<br />
Premio sezione Taranto - ex equo<br />
Cosimo Occhibianco - La vita no mmòri! 16<br />
Ettore Todaro - Varcone in viste! 18<br />
Menzione speciale<br />
Maria Lopez - Luminarie 20<br />
Mario Piergiovanni - U sole 22<br />
Donato Salamina - U rucurd du cor 24<br />
Michele Salomone - Cadute sope o lavore 26<br />
Nicola Vitale - U ‘cecate 28<br />
Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />
Apollonia Angiulli - Na serâte speciâle 30<br />
- A maestra mé 32<br />
Gino Angiulli - A terra nost 34<br />
- I casìedd 36<br />
- Arèll 38<br />
Antonia Basile - A’ mor ie’ camgiet 40<br />
Michele Bellomo - Amajiess tutt ugual 42<br />
- Canisciut e gi simi spisat 44<br />
- Mi sinnabb a mamm 46<br />
Grazia Bruno - L’amor mij 48<br />
Giovanni Caldarulo - Bare sope e sotte 50<br />
- Le nozze d’argìjnde 56<br />
- June monde de la lune 62<br />
–––– 299 ––––
Michele Caldarulo - Nu figghije!!! 70<br />
- Piripicchie 72<br />
Matteo Calvano - Ballata per fisarmonica e tamburelli 74<br />
- I 12 mesi dell’anno: ognuno ha il suo detto 74<br />
Domenico Candelli - Ogne stuèrce jè mmode 76<br />
Anna Cappiello - Jaltamure nòste 78<br />
- La femmene 78<br />
- Me so acchjete chi vip 80<br />
Francesca Capriati - Carnevale 80<br />
- La primavere 82<br />
Vittorio Cascone - ’U mestére 84<br />
- Tande tiemb’ arrete 86<br />
- S’achiude ’u separje 88<br />
- Nu’ piatte p’a cànne 90<br />
Angela Cataldo - U fiùmÖ mÖ’iÖ 92<br />
Pasqua Catucci - Nu nzidd d’acqua 92<br />
- Nu stuzz d’ pen 94<br />
- Quann s’ spos na figghij 96<br />
Annunziata Chironna - ’N’amore a destanze 98<br />
Grazia Corrente - A spranza maj 100<br />
Giacomo D’Angelo - La veite ce valaure tene? 100<br />
- U vjirne andeiche...e moderne 104<br />
- U penzionete 106<br />
Anna Denora - Quanne jère menonne 110<br />
Michele Diele - U penzionete 110<br />
Domenico Di Gregorio - Ié nate Colìne 112<br />
- Augùrie de madremònie 114<br />
Teresa Dileone - Papé è mamme 118<br />
Stella Divella - Luna barèse 122<br />
Domenico Ferrovecchio - U merchéute 124<br />
- L’emigrànde 126<br />
- Nunùnne e nipotìne 128<br />
Assunta Fiore - La casalinghe 130<br />
Agostino Galati - La béfane 132<br />
- U vecchiariidde 134<br />
- La vite 136<br />
Anna Maria Giannini - Sande Valen<strong>di</strong>ne 138<br />
- La Sanda Pasque 138<br />
- Le chélumme de San Giuanne 140<br />
–––– 300 ––––
Michele Giordano - La lode alla mamma maje 144<br />
Giuseppe Interesse - A Bbar vécchie da tann a josce 146<br />
Felicia Loiu<strong>di</strong>ce - La tata 152<br />
- La felecetè jè v’nut angor 152<br />
Maria Lopez - Amarezza 154<br />
- Riflessione 156<br />
Grazia Lorusso - Mamme 158<br />
Sabino Losmargiasso - Il mio “harem” 160<br />
- Le penziaune 162<br />
- Grutte e tenèle 164<br />
Cosimo Maiullari - U’ frutte de la vigne maje 168<br />
- Statte citte, nànzì parlanne 170<br />
- La zanzane 172<br />
Pasqua Martimucci - U vuagnaune ca m’aspetteje 174<br />
Angelo Marvulli - Tup tup 176<br />
Fedele Massante - Le uagnedde 176<br />
- Avijne, ma’, avijne 178<br />
- L’acidde de ze Mengucce 180<br />
Maria Milella - La lèngue d’u pajise mì 182<br />
- Na mangiate e na... fesciute 182<br />
- U tècche d’u arlogge 186<br />
Antonio Molen<strong>di</strong>ni - A lla fini t’abbrìli 188<br />
- Lin<strong>di</strong>ned<strong>di</strong> 190<br />
- Quandu nna cosa è mmota 194<br />
Vito Montanaro - A mascg’ maj 196<br />
Leonardo Nicoletti - L’ fr(e)catur(e) 196<br />
- La mort 198<br />
- U pesc’ aff(e)tt(i)sciut 200<br />
Angela Novelli - Madon andulurt 202<br />
Cosimo Occhibianco - Bbisuègnu ti mamma! 204<br />
Pasquale Peconio - A v-quat 206<br />
- U tupp 208<br />
- Natale tra passato e presente 210<br />
Luciana Punzi - U puaìse miie 216<br />
- L’emigránde 218<br />
- Le mestere 222<br />
Giovanni Quaratino - La “vit’a nost” 224<br />
- U’ operaje 224<br />
- “La carrozz” 226<br />
–––– 301 ––––
Alberto Quarta - Lu sensu ca rrimane 230<br />
Michele Salomone - Inuddele 232<br />
- L’uldeme traiine 234<br />
Nicola Scalera - E timbe noste 236<br />
- I fatejature du comune 238<br />
Nicola Scintilla - Alla chiazza Ferrarese 242<br />
- U muel vecchie 244<br />
- Chimere 246<br />
Pasqua Selvaggi - La segnore selvagge e i viagge sau 250<br />
Anna Simone - ‘Na vite ‘nzimme che mamma maje 252<br />
Antonia Tamborra - L’amore maje 254<br />
- Tamburred 254<br />
Rosa Tamborra - La Germania maje 256<br />
Ettore Todaro - ‘A Babele de lle mute 258<br />
- ‘U sole 258<br />
Tommaso Trotta - U mùnn jì na babb’llónj 260<br />
- La nèv’ 262<br />
Nicola Vitale - Stanza vacande 264<br />
- Vescigghie dell’uldeme du uanne 266<br />
Nicola Vittore - La nott d’ San S(i)lvi(e)st 270<br />
Nicola Zambetti - Chiazza Garebbalde 274<br />
- U tre’sse’tte 284<br />
- U vecchiaridde 286<br />
Maria Zonno - La vita meie 288<br />
- U Natale de na volte 290<br />
Fuori concorso<br />
- La terra meie ie’ Bare 294<br />
Enzo Migliar<strong>di</strong> - Pe la pasce 296<br />
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