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S=.w..m--u - Uil Pensionati di Bari e di Puglia

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UIL PEIwIwJATI<br />

DI BARI E DI PUGLIA<br />

I11 E<strong>di</strong>zione<br />

2007-2008<br />

- '<strong>di</strong> <strong>Puglia</strong><br />

Associazione <strong>di</strong><br />

volontariato per<br />

i Diritti dell'Anziarzo<br />

!<strong>S=</strong>.w..m--u----<br />

Il Mio Cuore,<br />

La Mia Terra,<br />

Antologia <strong>di</strong> Poesie<br />

in Vernacolo Pugliese


IL MIO CUORE,<br />

LA MIA TERRA,<br />

LA MIA VITA<br />

Antologia <strong>di</strong> Poesie in Vernacolo Pugliese<br />

III E<strong>di</strong>zione - Anno 2007-2008


© 2008, UIL <strong>Pensionati</strong> <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>, A.D.A. <strong>Puglia</strong><br />

Finito <strong>di</strong> stampare nel maggio 2008<br />

Tipografia - Litografia Corpo 16 <strong>Bari</strong>


Prefazione<br />

I mille <strong>di</strong>aletti che hanno da sempre attraversato il nostro Paese,<br />

mescolandosi e arricchendo la nostra lingua nazionale, continuano<br />

ad avere una grande forza espressiva.<br />

Quei <strong>di</strong>aletti che in passato hanno permesso ai tanti che non padroneggiavano<br />

l’italiano <strong>di</strong> <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> una lingua viva e ricca, con cui<br />

esprimere emozioni, sentimenti, pensieri, desiderio <strong>di</strong> bellezza e <strong>di</strong> armonia,<br />

consentono oggi <strong>di</strong> mantenere il senso <strong>di</strong> un linguaggio antico,<br />

legato alle tra<strong>di</strong>zioni e alle ra<strong>di</strong>ci.<br />

Il <strong>di</strong>aletto, peraltro, è stato utilizzato, ed è ancora utilizzato, anche<br />

da gran<strong>di</strong> e illustri poeti, con risultati <strong>di</strong> grande intensità ed efficacia.<br />

Scrive ad esempio Nino Martoglio, poeta e drammaturgo siciliano<br />

molto apprezzato da Luigi Pirandello, che lo paragona a Trilussa e a<br />

Pascarella: “Juncìu la Vita ‘ntra ‘na gran citati / e ddà ‘ncuntrò l’Amuri,<br />

tuttu armatu. / Iddu ci <strong>di</strong>ssi: – Bedda, a cu’ circati? – / Idda rispusi: A<br />

lu me’ parintatu; / cercu lu Preju e la Felicitati... – / – Oh! – ci <strong>di</strong>ssi<br />

l’Amuri – stamu allatu. – / – Cercu lu Chiantu... – E non v’alluntanati, /<br />

ca stamu ‘ntra lu stissu purticatu! – “ (Giunse la Vita in una grande città<br />

e lì incontrò l’Amore, tutto armato, in pompa magna. Egli le <strong>di</strong>sse:<br />

Bella, chi cercate? Ella rispose: i miei congiunti, cerco l’Allegria e la<br />

Felicità. Oh!, le <strong>di</strong>sse l’Amore, siamo vicini, alleati. Cerco il Pianto. E<br />

non vi allontanate, che siamo tutti sotto lo stesso porticato, nello stesso<br />

palazzo).<br />

Pirandello <strong>di</strong> Martoglio e degli altri gran<strong>di</strong> poeti <strong>di</strong>alettali scriveva:<br />

“Voci native che <strong>di</strong>cono le cose della loro terra, come la loro terra<br />

vuole che siano dette per essere quelle e non altre, col sapore e il colore,<br />

l’aria, l’alito e l’odore con cui vivono veramente e si gustano e s’illuminano<br />

e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove”.<br />

Il <strong>di</strong>aletto quin<strong>di</strong> come lingua originaria, dalla forza primigenia,<br />

che penetra nell’essenza delle cose.<br />

–––– III ––––


Oggi, i depositari della conoscenza dei <strong>di</strong>aletti sono soprattutto<br />

le persone anziane ed è importante che questo patrimonio non vada<br />

<strong>di</strong>sperso. Mi sembra dunque molto valida l’iniziativa della <strong>Uil</strong> <strong>Pensionati</strong><br />

della <strong>Puglia</strong>, che per il terzo anno consecutivo ha organizzato un<br />

premio de<strong>di</strong>cato alla poesia in vernacolo pugliese, <strong>di</strong> cui questo volume<br />

è la testimonianza. Circa duecento poesie, scritte da persone anziane,<br />

che parlano dei temi più vari e dunque della vita. Un modo per mantenere<br />

viva la cultura popolare e per trasmetterla ai più giovani, in quello<br />

scambio tra le generazioni che è da sempre un nostro obiettivo. Una<br />

iniziativa che si inserisce nel più ampio impegno della <strong>Uil</strong> <strong>Pensionati</strong><br />

per valorizzare la cultura, l’esperienza, il vissuto <strong>di</strong> cui gli anziani sono<br />

portatori.<br />

Contribuire a conservare la ricchezza del <strong>di</strong>aletto, in questo caso<br />

del <strong>di</strong>aletto pugliese, non vuol <strong>di</strong>re restare attaccati a un passato che<br />

non c’è più, ma vuol <strong>di</strong>re essere ra<strong>di</strong>cati nel territorio e nel presente,<br />

costruendo un ponte tra passato e futuro, per conservare il senso della<br />

nostra storia e della storia delle classi popolari, cui spesso il <strong>di</strong>aletto ha<br />

dato voce.<br />

–––– IV ––––<br />

Romano Bellissima<br />

Segretario Generale UIL <strong>Pensionati</strong>


Introduzione<br />

Introdurre alla lettura <strong>di</strong> un libro è cosa impegnativa. Lo è<br />

ancora <strong>di</strong> più se si aggiunge la sod<strong>di</strong>sfazione personale per il crescente<br />

interesse verso una iniziativa nata in punta <strong>di</strong> pie<strong>di</strong> e con le perplessità<br />

tipiche <strong>di</strong> ogni nuova esperienza. Essere arrivati alla terza e<strong>di</strong>zione del<br />

concorso con sempre maggiore attenzione da parte dei citta<strong>di</strong>ni e nuove<br />

partecipazioni <strong>di</strong> pensionati ed anziani, dare oggi alle stampe questa<br />

terza antologia, aver indetto la quarta e<strong>di</strong>zione del concorso, quella relativa<br />

al 2008/2009, <strong>di</strong>venta motivo <strong>di</strong> orgoglio specie quando ci vien<br />

detto che i libri sono stati richiesti anche da alcuni nostri corregionali,<br />

da anni residenti all’estero, specie oltreoceano.<br />

Ai nomi noti nel frattempo si sono aggiunti altri pensionati ed anziani<br />

che, mettendo da parte il senso <strong>di</strong> riserbo che li caratterizza da sempre,<br />

tirano fuori dagli angoli più segreti dei cassetti le loro poesie. Altri ancora si<br />

cimentano per la prima volta con risultati, alcune volte, molto lusinghieri.<br />

È così che la commissione ha avuto quest’anno più <strong>di</strong>fficoltà a<br />

dare un giu<strong>di</strong>zio netto, perché molti erano meritevoli <strong>di</strong> essere premiati.<br />

Lo si nota dal fatto che, per le sezioni <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e Taranto sono stati assegnati<br />

due premi ex aequo a Francesca Romana Capriati ed a Michele<br />

Caldarulo e, per Taranto a Occhibianco Cosimo che si è affiancato ad<br />

Ettore Todaro, vincitore del primo premio nella passata e<strong>di</strong>zione.<br />

Il primo premio quest’anno è stato assegnato ad un barese: Giuseppe<br />

Zaccaro per la sua poesia “Il faro del mare”.<br />

Il lettore potrà notare come in questa poesia siano espressi i vari<br />

sentimenti della nostra gente: la lotta per vivere, la speranza, l’ansia<br />

della attesa, l’angoscia <strong>di</strong> chi è in mare e <strong>di</strong> chi è sul molo ad attendere.<br />

Domenico <strong>di</strong> Gregorio <strong>di</strong> Trani, con “I sol<strong>di</strong> e la salute”; Apollonia<br />

Angiulli <strong>di</strong> Fasano con “Sarà amore” ed Alberto Quarta <strong>di</strong> Lecce<br />

con “Il cieco” hanno vinto i premi rispettivamente delle sezioni BAT,<br />

Brin<strong>di</strong>si e Lecce.<br />

–––– V ––––


La Commissione ha ritenuto <strong>di</strong> fare citazione speciale con consegna<br />

<strong>di</strong> targa a Mario Piergiovanni per quattro meravigliosi versi che<br />

ti toccano il cuore; a Michele Salomone dalla cui vena poetica si alza<br />

alto il grido contro le morti bianche sul lavoro, vera piaga per la mancanza<br />

<strong>di</strong> sicurezza non rispettata per favorire il profitto: altro che rom!<br />

Altra citazione speciale e targa è stata prevista per Maria Lopez che<br />

concorre per la sezione Lecce, Nicola Vitale <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e per Donato Salamina<br />

<strong>di</strong> Martina Franca che ha ricordato con struggente musicalità i<br />

suoi giorni <strong>di</strong> prigionia durante l’ultima guerra.<br />

Ma vanno segnalati all’attenzione del lettore le poesie <strong>di</strong> Gino<br />

Angiulli <strong>di</strong> Alberobello (I trulli); <strong>di</strong> Michele Bellomo <strong>di</strong> Casamassima<br />

che con un linguaggio molto naif trasmette un messaggio filosofico e<br />

<strong>di</strong> saggezza.<br />

Arguta e simpatica “Le nozze d’argento” <strong>di</strong> Giovanni Caldarulo<br />

<strong>di</strong> <strong>Bari</strong>.<br />

Simpatica soluzione quella del Centro don Grittani <strong>di</strong> Terlizzi<br />

dove tutti i soci hanno redatto una bella poesia in cui campeggiano<br />

“saggezza”, “solitu<strong>di</strong>ne” ma, anche, una grande “voglia <strong>di</strong> dare”. È<br />

questo lo spirito che ci ha animato nell’in<strong>di</strong>re il concorso, colto egregiamente<br />

anche dalla “Domus Sancta famiglia, Casa Neemia” <strong>di</strong><br />

Locorotondo, oltre che, fin dalla prima e<strong>di</strong>zione, dal “Centro Anziani<br />

Bell’Età” <strong>di</strong> Altamura. Da notare che al <strong>di</strong> là del valore poetico che<br />

spesso è <strong>di</strong> ottimo profilo, vi sono in questi elaborati messaggi <strong>di</strong> vita,<br />

<strong>di</strong> denunzia, <strong>di</strong> <strong>di</strong>sperazione e <strong>di</strong> saggezza che sarebbe bene leggere<br />

attentamente e soppesare senza supponenza. Ve<strong>di</strong> “ Un amore a <strong>di</strong>stanza”<br />

<strong>di</strong> Annunziata Chironna, del Centro <strong>di</strong> Altamura che denunzia la<br />

fatica dell’emigrante. Simpatico quadretto <strong>di</strong> vita “Quand’ero piccolina”<br />

<strong>di</strong> Anna Denora che ricorda una sua esperienza amorosa, ancora<br />

presente ai giorni nostri: la fuitina. “La lode alla mamma” <strong>di</strong> Michele<br />

Giordano che <strong>di</strong> anni ne ha 74 è un bell’inno alla sua mamma, dolce e<br />

tenera ma con un sottofondo <strong>di</strong> amarezza e, ancora, “I miei amori” <strong>di</strong><br />

Antonia Tamborra. E questo per ricordare alcuni del centro <strong>di</strong> Altamura:<br />

ma anche alla Casa Neemia <strong>di</strong> Locorotondo non sono da meno:<br />

–––– VI ––––


va ricordata così Grazia Corrente, <strong>di</strong> Martina Franca, che dall’alto dei<br />

suoi 77 anni scrive “La mia speranza”, quale messaggio <strong>di</strong> vita.<br />

Dalla stessa Casa Neemia <strong>di</strong> Locorotondo, ma anch’essi <strong>di</strong> Martina<br />

Franca, vanno sottolineate le poesie <strong>di</strong> Vito Montanaro “La mia<br />

magia” che <strong>di</strong> anni ne ha 86 e del già citato Donato Salamina, “Il ricordo<br />

del cuore” che <strong>di</strong> anni ne ha 87.<br />

Simpatica e dolce insieme “Luna barese” <strong>di</strong> Stella Divella <strong>di</strong><br />

Noicattaro. Carinissimi quadretti <strong>di</strong> vita sono le poesie del bitontino<br />

Domenico Ferrovecchio: “Nonni e nipotini”, “Il mercato” e “L’emigrante”.<br />

Tra le poesie <strong>di</strong> <strong>di</strong> Agostino Galati <strong>di</strong> Ostuni segnaliamo “La<br />

vita”. Assai bella!<br />

Un simpatico e poetico quadretto “A <strong>Bari</strong> vecchia da allora ad<br />

oggi” ce lo presenta un giovane ottantatreenne <strong>di</strong> Carovigno: Giuseppe<br />

Interesse. Degna <strong>di</strong> essere citata è la poesia “ Il mio arem” <strong>di</strong> Sabino Losmargiasso<br />

<strong>di</strong> Canosa <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>, ma anche le altre meritano attenzione.<br />

Una sarcastica, amara e feroce denuncia <strong>di</strong> come si fa giustizia<br />

in Italia la troviamo nella poesia “Non parlare” <strong>di</strong> Cosimo Maiullari,<br />

nato a Santeramo che adotta un ritmo incalzante fino a lasciarti senza<br />

fiato e... senza speranza.<br />

Maria Milella è brava: a parte la vena poetica riesce a raccontare,<br />

con ironia quanto basta, fatti veri della vita: a chi non è mai capitato<br />

<strong>di</strong> dover correre al bagno nei momenti meno opportuni? “Una mangiata<br />

ed una scappata” ne sono un quadretto delizioso.<br />

Nelle tre poesie:”Le fregature”,”La morte”, “Il pesce puzzolente”,<br />

Leonardo Nicoletti, <strong>di</strong> <strong>Bari</strong>, sa cogliere ed esprimere tutto il mondo<br />

della baresità nei vari momenti della vita: dal gossip allo sconcerto per<br />

i debiti lasciati dal marito morto inopinatamente all’improvviso.<br />

Amara ironia scorre nella poesia <strong>di</strong> Pasquale Peconio, <strong>di</strong><br />

Triggiano, specie in “Natale, tra passato e presente”: guerra e morte!<br />

una medaglia è quel che resta ad una mamma del proprio figlio, giovane<br />

soldato.<br />

Nicola Zambetti e Maria Zonno “La terra mia è <strong>Bari</strong>”, ancora<br />

riescono a suscitare forti emozioni quando parlano <strong>di</strong> <strong>Bari</strong>. Zambetti<br />

riesce a far “vivere” tutta <strong>Bari</strong>, in un soffio.<br />

–––– VII ––––


Della Provincia <strong>di</strong> Taranto vanno ricordati, tra gli altri, Fedele<br />

Massante in particolare per la poesia “Vieni, mamma vieni” e Antonio<br />

Molen<strong>di</strong>ni per “Ron<strong>di</strong>ni”, altamente lirica, e “Quando una cosa è<br />

molta” dalla quale scaturisce un forte messaggio etico.<br />

Piace chiudere questa introduzione ringraziando quanti hanno collaborato,<br />

a cominciare dal poeta Enzo Migliar<strong>di</strong> che ci ha dato l’idea dell’iniziativa.<br />

Per questo, le sue poesie sono pubblicate fuori concorso.<br />

Un grazie alle Segreterie provinciali delle UILP <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Foggia,<br />

Lecce e Taranto.<br />

Ringraziamo, infine, la Dott.ssa Elena Gentile, Assessore Regionale<br />

alla Solidarietà; il Cav. Lav. Dott. Vincenzo Divella nella duplice<br />

veste <strong>di</strong> Presidente della Provincia <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e dell’U.P.I. <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>;<br />

il Dott. Michele Lamacchia Presidente dell’ANCI <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong> per aver<br />

avuto ciascuno la sensibilità <strong>di</strong> concedere il Patrocinio delle Istituzioni<br />

che presiedono.<br />

Rocco Matarozzo<br />

Segretario Generale UIL <strong>Pensionati</strong> <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> e <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong><br />

–––– VIII ––––


Le Poesie


U FARE DU MARE<br />

Ce bbèdda maravigghie<br />

iè stù fare<br />

ca marenare e pezzecature<br />

acchiamèndene pure<br />

da cijnde migghie.<br />

Che cudde lambe de lusce<br />

appicce e stute<br />

aspètte com’a na mamme<br />

ca prèghe a vrazze apèrte<br />

ce nu figghie se iacchie<br />

mmènze a na tembèste.<br />

Tu sì la comète<br />

de le navegande<br />

u – uar<strong>di</strong>ane du puurte<br />

soletarie sop’a nu scoglie<br />

sbattute do vijnde<br />

e da grèsse cavaddune<br />

chijne de bianga sckume.<br />

Chembagne de bianghe<br />

gaggiane affamate<br />

ca te fascene felisce<br />

na candate.<br />

Sott’a nu cijele<br />

de stèdde lecènde<br />

sott’a ragge de sole d’ore<br />

e che la notte scure<br />

tu parle o core<br />

de le navegande<br />

chijne de pavure.<br />

Artiste e petture<br />

puète e scretture<br />

com’a Pringipe e Rrè<br />

honne parlate sèmbe de te.<br />

Primo Premio<br />

–––– 2 ––––<br />

Giuseppe Zaccaro<br />

<strong>Bari</strong>


IL FARO DEL MARE<br />

Che bella meraviglia<br />

è questo faro<br />

che marinai e pescatori<br />

guardano pure<br />

da cento miglia.<br />

Con quel lampo <strong>di</strong> luce<br />

che si accende e si spegne<br />

aspetta come a una mamma<br />

che prega a braccia aperte<br />

se un figlio si trova<br />

nel mezzo <strong>di</strong> una tempesta.<br />

Tu sei la cometa<br />

dei naviganti<br />

il guar<strong>di</strong>ano del porto<br />

solitario sopra a uno scoglio<br />

sbattuto dal vento<br />

e da grosse onde<br />

pieni <strong>di</strong> bianca schiuma.<br />

Compagno <strong>di</strong> bianchi<br />

gabbiani affamati<br />

che ti fanno felice<br />

con una cantata.<br />

Sotto a un cielo<br />

<strong>di</strong> stelle lucenti<br />

sotto i raggi del sole d’oro<br />

e con la notte scura<br />

tu parli al cuore<br />

dei naviganti<br />

pieni <strong>di</strong> paura.<br />

Artisti e pittori<br />

poeti e scrittori<br />

come a Principi e Re<br />

hanno parlato sempre <strong>di</strong> te.<br />

–––– 3 ––––<br />

Giuseppe Zaccaro


Fare, fare du mare<br />

na bellèzze an<strong>di</strong>che assà<br />

la maravigghie du munne<br />

ce u sape<br />

quanda storrie<br />

tu pute angore racchendà<br />

pe ssèmbe<br />

finghe a l’etèrnetà.<br />

–––– 4 ––––<br />

Giuseppe Zaccaro<br />

<strong>Bari</strong>


Faro, faro del mare<br />

una bellezza molto antica<br />

la meraviglia del mondo<br />

chi lo sa<br />

quante storie<br />

tu puoi ancora raccontare<br />

per sempre<br />

fino all’eternità.<br />

–––– 5 ––––<br />

Giuseppe Zaccaro


GEVENDÙ<br />

Premio Sezione <strong>Bari</strong><br />

ex equo<br />

Fenesta spalangate all’àrie, o sole,<br />

chesse iè la gevendù: la primavère!...<br />

’U tjìmbe acquànne u core cande e rìde,<br />

p’amore de te stesse, pe la vite.<br />

Na frève de passione ca non passe,<br />

na vògghje de cambà ca non t’allàsse,<br />

e ccì la tene nonn’av’a perde tjìmbe:<br />

nonn’è na cose ca se scètte o vjinde.<br />

Acquànne è passate... à fernute!...<br />

E iè amare a vedè ca t’àve sfescjùte!...*<br />

* sfescjùte: sfuggita.<br />

–––– 6 ––––<br />

Francesca Romana Capriati<br />

<strong>Bari</strong>


GIOVENTÙ<br />

Finestra spalancata all’aria, al sole,<br />

questa è la gioventù: la Primavera!...<br />

Il tempo in cui il cuore canta e ride,<br />

per amore <strong>di</strong> te stesso, per la vita.<br />

Una febbre <strong>di</strong> passione che non passa,<br />

la voglia <strong>di</strong> vivere che non ti lascia:<br />

chi la possiede non deve perder tempo,<br />

non è qualcosa da buttare al vento.<br />

Quando è passata è finita!...<br />

ed è triste veder che t’è sfuggita!...<br />

–––– 7 ––––<br />

Francesca Romana Capriati


Premio Sezione <strong>Bari</strong><br />

ex equo<br />

LA CASA POPOLARE<br />

Quann’avèmme la case do Comune<br />

papà facì na speggie de comizzie<br />

<strong>di</strong>cì ca non g’entrave la fertune<br />

ca cudde ijève n’atte de ggestizzie.<br />

Sè punte pe la megghijèr’e trè figghije<br />

dèsce percè stève <strong>di</strong>soccupate...<br />

come vuld’e aggir’ auuand’e pigghije<br />

ijère u quarte fra tande desgrazziate!<br />

Ma ij tanne ijève probbete ‘nu chechè’...<br />

e penzabbe cu stomeche vacande...<br />

a com’aveven’a stà pesce de mè<br />

l’ald’ inguiline de suse tutte quande!<br />

U colonnèlle, la maijèstre u den<strong>di</strong>ste...<br />

aveven’ a stà a le pijte de Christe!...<br />

–––– 8 ––––<br />

Michele Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


la mia vita...<br />

alcuni momenti <strong>di</strong> apparente felicità o <strong>di</strong> straor<strong>di</strong>naria<br />

normalità rivissuti attraverso la lente dell’esperienza<br />

possono vivacizzarsi <strong>di</strong> colori cosi contrastanti da muovere<br />

ad un triste sorriso.<br />

Luglio 1972<br />

LA CASA POPOLARE<br />

Quando ci fu assegnata dal comune la casa popolare<br />

Mio padre riunì tutta la sua famiglia e fece un piccolo<br />

[comizio;<br />

Disse che non si trattava <strong>di</strong> fortuna (raccomandazione)<br />

Ma che quella assegnazione era un puro atto <strong>di</strong> giustizia.<br />

Spiegò che sei punti erano per moglie e tre figli,<br />

<strong>di</strong>eci perché da più anni in cerca <strong>di</strong> lavoro,<br />

altri per motivi <strong>di</strong>versi, a girare e rigirare<br />

risultava il quarto <strong>di</strong> quella graduatoria (de “<strong>di</strong>sgraziate”)<br />

Ma allora io dovevo essere un innaturale ingenuo<br />

[(“nu chechè”)<br />

Perché pensai con tristezza, mentre il mio stomaco si<br />

[lamentava,<br />

in quali con<strong>di</strong>zioni dovevano versare, molto peggiori<br />

[delle nostre,<br />

tutti gli inquilini dei piani superiori:<br />

Il colonnello dell’esercito, la professoressa d’inglese,<br />

[il commerciante, il <strong>di</strong>rettore, il maresciallo...<br />

Dovevano stare che peggio non si può (“a le pijte<br />

[de Criste”)<br />

P.S.: il dentista non è mai stato nostro inquilino ma è stato<br />

preso in prestito per necessità <strong>di</strong> rima.<br />

–––– 9 ––––<br />

Michele Caldarulo


Premio Sezione Bat<br />

LE TERRÌSE E LA SALÙTE<br />

Le terrìse, cce ccosa belle e straor<strong>di</strong>nàrie<br />

petè fa la vite du migliardàrie,<br />

senza penzìere, senza fategà,<br />

aggerànne u munne da dò e da dà.<br />

Iì, mannàgghie, m’agghia guadambià u ppane<br />

fategànne sembe, pe ttutte la semàne,<br />

pe mette nzìme le terrìse, ìi sfasulàte,<br />

ca nge fàcene vive a la scernàte.<br />

Cusse, amìce, u penzìere ca me pigghie,<br />

mendre stogghe nzìme a la famìgghie.<br />

Po’ na dìe, na dìa brutte e maldètte<br />

la vende acchemmenzò a ffà nù defette,<br />

sicchè u mmiède ca vène m’acchiamènde,<br />

e me <strong>di</strong>ce: ama fà u accertamènde.<br />

Penzàve: ma a cce vàle la recchèzze?<br />

Ce non stà la salùte iè ssule na skifèzze!<br />

Criste mìe, le terrìse lassàmele pure stà,<br />

ma la salùte, pe ppiacère, me la da dà.<br />

La vite ppure senza solde iè bbelle,<br />

avàstene sule pane e nu picche de mortadèlle.<br />

Famme cambà, famme sta bbuène, Criste!<br />

decève tra mmè e mmè skeffuàte e triste.<br />

Acquànne reterìebbe u accertamènde<br />

ca decève ca non denève nesciùne accidènde<br />

me sendìebbe cchiù ricche e tutte arzille<br />

acchemmenzìebbe a zembà accòme o grille.<br />

Nudde iè mbortànde cchiù de la salùte<br />

e te n’avvìerte acquànne la sì perdùte.<br />

Perciò tutte quande penzàme ca iè rricche<br />

ce de salùte ne tene almène nu picche.<br />

Ce po’ ngocche terrìse arrevà avèsse,<br />

decìmele grazzie, “cà nesciùne iè ffesse”.<br />

–––– 10 ––––<br />

Domenico Di Gregorio<br />

<strong>Bari</strong>


I SOLDI E LA SALUTE<br />

I sol<strong>di</strong>, che cosa bella e straor<strong>di</strong>naria<br />

poter fare la vita del miliardario,<br />

senza preoccupazioni, senza lavorare,<br />

andando in giro per il mondo.<br />

Io, povero, mannaggia, devo guadagnarmi la vita<br />

lavorando sempre per tutta la settimana,<br />

per racimolare i sol<strong>di</strong>, questi maledetti,<br />

che ci costringono a vivere alla giornata.<br />

Questo, amici, il pensiero che mi assillava<br />

mentre stavo in compagnia della mia famiglia.<br />

Poi, un giorno brutto e maledetto<br />

la pancia cominciò a darmi fasti<strong>di</strong>o<br />

sicché il me<strong>di</strong>co che viene mi visita<br />

e poi <strong>di</strong>ce: occorre una ra<strong>di</strong>ografia.<br />

Pensavo: ma a che cosa serve la ricchezza?<br />

Se non sta la salute è solo una schifezza!<br />

Gesù mio, lasciamo stare i sol<strong>di</strong>,<br />

ma dammi per favore la salute.<br />

La vita è pure bella senza sol<strong>di</strong>,<br />

basta un po’ <strong>di</strong> pane e un po’ <strong>di</strong> mortadella.<br />

Fammi vivere, fammi star bene, Cristo!<br />

Dicevo tra <strong>di</strong> me abbattuto e triste.<br />

Quando ritirai la ra<strong>di</strong>ografia<br />

che mi <strong>di</strong>ceva che stavo bene<br />

mi sentii più ricco e tutto arzillo<br />

cominciai a saltare come un grillo.<br />

Niente vale più della salute<br />

e te ne accorgi quando non c’è più.<br />

Perciò, tutti quanti consideriamo che è ricco<br />

Solo chi tiene almeno un po’ <strong>di</strong> salute.<br />

Che se poi dovesse arrivare qualche sol<strong>di</strong>no,<br />

<strong>di</strong>ciamo grazie, su questa terra nessuno è stupido.<br />

–––– 11 ––––<br />

Domenico Di Gregorio


Premio Sezione Brin<strong>di</strong>si<br />

PUTE IESSE AMAURE?<br />

Vogghie fé do bëscotte, pu làtte a demmâne<br />

L’âve ‘azzétte a vecchiaredde de rjite câse.<br />

cussì fazze poure cumpagnì a chera crestiéne<br />

Pute iesse amaure?<br />

Alla schüle, iagge a’ceffè pe peccenne i uagnoume.<br />

Me fascëne cumplëminte, me cunfidëne segráite.<br />

Carezze me ièssene da cure p’ognoume.<br />

Pute iesse amaure?<br />

N’ameiche ha cërcâte aioute a vëscilie de Natële<br />

Sa scusâte, sarà ca na jìre u mumente adatte.<br />

Na sâpe, ch’aggé passâte na festa speciële.<br />

Pute iesse amaure?<br />

Pe nu turte, na collaighe me porte u pëniaume<br />

Me sente stralunâte, jâve già na semmâne.<br />

Agge’cchiâte a forze. Nngi <strong>di</strong>tte. “Jié rasciaume!”<br />

Pute iesse amaure?<br />

Sará, ma n’ ange’avaste mé, a’ nghjí chüsse cúre.<br />

Soule i <strong>di</strong>sperâte, lotte da tant’anne:<br />

du bine ch’a pèrse nan’ ze rasségne ancúre.<br />

–––– 12 ––––<br />

Apollonia Angiulli<br />

Fasano (BR)


SARÀ AMORE?<br />

Voglio preparare i biscotti per il latte al mattino.<br />

Sono gra<strong>di</strong>ti dalla vecchietta <strong>di</strong>etro casa.<br />

Così faccio anche compagnia a quella persona.<br />

Sarà amore?<br />

A scuola, ho a che fare con bambine e ragazzi .<br />

Mi fanno complimenti, mi confidano segereti.<br />

Carezze mi vengono dal cuore per ciascuno.<br />

Sarà amore?<br />

Un’amica ha chiesto aiuto la viglilia <strong>di</strong> Natale.<br />

Si è scusata, forse non era il momento adatto.<br />

Non sa che ho trascorso una festa speciale.<br />

Sarà amore?<br />

A causa <strong>di</strong> un torto, una collega, mi porta il muso.<br />

Mi sento sovrappensiero, è già una settimana.<br />

Ho trovato la forza. Le ho detto: “Hai ragione”<br />

Sarà amore?<br />

Forse, ma non basta mai a riempire questo cuore.<br />

Solo e <strong>di</strong>sperato lotta da tanti anni:<br />

del bene che ha perso non si rassegna ancora.<br />

–––– 13 ––––<br />

Apollonia Angiulli


LU CECU<br />

Premio Sezione Lecce<br />

Nnu giurnu, nnu cecu<br />

me ddummandàu:<br />

“Amicu, comu ete lu sule?”<br />

E ieu nni respùsi:<br />

“Lu sule, fratellu, è rande...<br />

càutu... lucente...<br />

scarfa la terra<br />

e dae luce a tutta la gente”.<br />

Lu cecu surrise cuntentu,<br />

poi, ntorna,<br />

curiusetusu, me ddummandau:<br />

“E lu mare, amicu, timme,<br />

comu ete lu mare?”<br />

E ieu, ‘ncora, nni respusi:<br />

“Lu mare...<br />

lu mare, fratellu, è azzurru...<br />

limpidu... immensu...<br />

la cosa cchiù beddha ca ‘ncete, io pensu”.<br />

Lu id<strong>di</strong> felice ddhu pueru cecu,<br />

e nn’urtima cosa, infine, me ddummandau:<br />

“E lu mundu, fratellu,<br />

timme, comu ete lu mundu?”<br />

Chinu d’ergogna, la capu bbasciai<br />

e, chiangendu... nni lu ‘nventai.<br />

–––– 14 ––––<br />

Alberto Quarta<br />

Lecce


IL CIECO<br />

Un giorno, un cieco<br />

mi domandò:<br />

“Amico, com’è il sole?”<br />

E io gli risposi:<br />

“il sole, fratello, è grande,<br />

caldo, lucente,<br />

scalda la terra<br />

e dà luce a tutta la gente”.<br />

Il cieco sorrise contento,<br />

poi, ancora,<br />

curioso, mi domandò:<br />

“E il mare, amico, <strong>di</strong>mmi,<br />

com’è il mare?”<br />

E io, ancòra, gli risposi:<br />

“Il mare...<br />

Il mare, fratello, è azzurro,<br />

limpido, immenso,<br />

la cosa più bella che ci sia, io penso”.<br />

Lo vi<strong>di</strong> felice quel povero cieco,<br />

e un’ultima cosa, infine, mi domandò:<br />

“E il mondo, fratello,<br />

<strong>di</strong>mmi, com’è il mondo?”<br />

Pieno <strong>di</strong> vergogna, il capo abbassai<br />

e, piangendo... glielo inventai.<br />

–––– 15 ––––<br />

Alberto Quarta


Premio Sezione Taranto<br />

ex equo<br />

LA VITA NO MMÒRI!<br />

Nnu nziddu ti cielu,<br />

Ca mmo’dda, nnu fiori<br />

Piccinnu c’ardora;<br />

nnu ra’sciu, ti soli<br />

ca scarfa;<br />

nna vava ti viéntu<br />

ca movi ogni ccosa,<br />

pi ll’aria rdurosa,<br />

ca t’apri lu cori<br />

a lla ggioia e ll’amori.<br />

La vita<br />

È billezzi / La Vita è d<strong>di</strong>lòri /<br />

La vita<br />

È stanchezzi / La vita è amori /<br />

Nnu filu ti ragnu,<br />

ca ppenni pi ll’aria<br />

ti tici cu ardori:<br />

la vita, no mmòri!<br />

–––– 16 ––––<br />

Cosimo Occhibianco<br />

Grottaglie (TA)


LA VITA NON MUORE!<br />

Una goccia <strong>di</strong> cielo<br />

Che bagna un fiore<br />

Piccino che odora;<br />

un raggio <strong>di</strong> sole<br />

che scalda una bava (un soffio)<br />

<strong>di</strong> vento che muove<br />

ogni cosa<br />

per l’aria odorosa<br />

che t’apre il cuore<br />

alla gioia<br />

e all’amore.<br />

La vita è bellezza,<br />

la vita è dolore!<br />

La vita è stanchezza,<br />

la vita è amore:<br />

Un filo <strong>di</strong> ragno<br />

che pende nell’aria,<br />

ti <strong>di</strong>ce con ardore<br />

che la vita non muore.<br />

–––– 17 ––––<br />

Cosimo Occhibianco


Premio Sezione Taranto<br />

ex equo<br />

VARCONE IN VISTE!<br />

‘Na vote,<br />

partèvene bastemènde<br />

pe’ terre assaje lundane.<br />

Mo’, ‘mbece,<br />

arrivene varcune<br />

da terre assaje vicine;<br />

so’ tutte clandestine,<br />

so’ tanda <strong>di</strong>sperate.<br />

E già so’ furtunate<br />

ci a facene a rrevare!<br />

Ca ‘u mare è puisje<br />

ci ‘u vide da lundane;<br />

pe’ chiste <strong>di</strong>sgraziate<br />

è ‘a morte da scanzare!<br />

Ascunnute, studechite, affamate;<br />

eppure hanne pajate!<br />

E quanne ‘a fanne<br />

a rreva’ ‘ndèrre,<br />

no’ lle vo’ nisciune,<br />

ci no p’essere sfruttate!<br />

Pe’ llore, ‘nu cambe,<br />

chiamate “d’accoglienze”,<br />

congentramende d’ombre<br />

ca, jnd’a ‘na nuttate<br />

ca no’ vvo’ cu passe maje,<br />

vonne in cerche de luce!<br />

–––– 18 ––––<br />

Ettore Todaro<br />

Taranto


BARCONE IN VISTA!<br />

Una volta,<br />

partivano bastimenti<br />

per terre assai lontane.<br />

Adesso, invece,<br />

arrivano barconi<br />

da terre assai vicine;<br />

son tutti clandestini,<br />

son tanti <strong>di</strong>sperati.<br />

E già son fortunati<br />

se ce la fanno ad arrivare!<br />

Perché il mare è poesia<br />

se lo ve<strong>di</strong> da lontano;<br />

per questi <strong>di</strong>sgraziati<br />

è la morte da scansare!<br />

Nascosti, stor<strong>di</strong>ti, affamati:<br />

eppure hanno pagato!<br />

E quando ce la fanno<br />

ad arrivare a terra,<br />

non li vuole nessuno,<br />

se non per essere sfruttati!<br />

Per loro, un campo,<br />

chiamato “d’accoglienza”,<br />

concentramento <strong>di</strong> ombre<br />

che, in una nottata<br />

che non vuole passare mai,<br />

vanno in cerca <strong>di</strong> luce!<br />

–––– 19 ––––<br />

Ettore Todaro


LUMINARIE<br />

Menzione Speciale<br />

Comu delicate<br />

bolle de sapune colorate<br />

se idenu intra lu cielu le luminarie.<br />

Affacciatu a nu balconu<br />

se idenu, comu meravigliosa visione.<br />

Luminarie<br />

ca pe picca giurni anu stare<br />

e, comu bolle de sapune , poi, sulamenti li recuer<strong>di</strong><br />

[rimanenu.<br />

Comu li requer<strong>di</strong> de quannu piccinu<br />

te presciavi dellu loru effettu.<br />

Vardavi subra<br />

mantenennu li palloncini cu le manine<br />

e, te parianu comu gigantesche magiche trine.<br />

Requer<strong>di</strong> de, quannu, carusu<br />

sognavi lu amore perfettu:<br />

nu sguardu, n’emozione<br />

nu pensavi intra l’autu la finzione.<br />

Affacciatu allu stessu balcone<br />

oramai nu te faci chiui illusioni.<br />

Suntu sempre le stesse luminarie<br />

della festa patronale<br />

ma, per la tou età<br />

spicciata ede... la magia personale.<br />

–––– 20 ––––<br />

Maria Lopez<br />

Terlizzi (BA)


LUMINARIE<br />

Come delicate<br />

bolle <strong>di</strong> sapone colorate,<br />

si stagliano nel cielo le luminarie;<br />

affacciato ad un balcone<br />

appaion come meravigliosa visione.<br />

Luminarie<br />

che per pochi giorni ci saranno<br />

e, come le bolle <strong>di</strong> sapone, poi solo i ricor<strong>di</strong> rimarranno.<br />

Come i ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> quando bimbetto<br />

gioivi del loro effetto.<br />

Guardavi su,<br />

reggendo palloncini con le manine<br />

e, ti apparivano come gigantesche magiche trine.<br />

Ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong>, quando giovanetto,<br />

sognavi l’amore perfetto:<br />

uno sguardo, un’emozione<br />

non sospettavi nell’altro la finzione<br />

Affacciato allo stesso balcone,<br />

oramai, non ti fai più illusione.<br />

Son sempre le stesse luminarie<br />

della festa Patronale<br />

Ma, per la tua età,<br />

finita è... la magia personale.<br />

–––– 21 ––––<br />

Maria Lopez


U SOLE<br />

Menzione Speciale<br />

Sceuànne d’o uascratìedde<br />

e trapanànne na cangèdde<br />

u sole<br />

se squàgghie sop’a nu vasenecòle,<br />

jind’a nu buàtte de chenzèrve.<br />

–––– 22 ––––<br />

Mario Piergiovanni<br />

<strong>Bari</strong>


IL SOLE<br />

Scivolando da un terrazzino<br />

e filtrando una cancellata<br />

il sole<br />

si scioglie sopra un basilico,<br />

in un barattolo <strong>di</strong> conserva.<br />

–––– 23 ––––<br />

Mario Piergiovanni


Menzione Speciale<br />

U RUCURD DU COR<br />

U cor rcord...<br />

Suot na tiend bianc i prigiuniir,<br />

quanta trstezz in du cor e nu pnsir.<br />

Pnsev sch’t a mamma maj,<br />

p pc mangià e malincungh,<br />

p pc rs, fasol e marmllet.<br />

S’ sntev a’ fem<br />

e i pdoch eran <strong>di</strong> ch’<br />

Ier prigiunir...<br />

Cià vt stentet,<br />

c’ lara sunà.<br />

Cantev abbasc de’<br />

pa scupet ca stev <strong>di</strong> ch’<br />

L’ucch mai abbagliet trmendavn<br />

a chd mont che stavan abbasc de’.<br />

Stev chios in nu pzzet d tierr,<br />

cisà quant ara acchià a lbertà maj<br />

M ag <strong>di</strong>vntet vecch,<br />

ma n m scier a tierra mai,<br />

cor mgh.<br />

–––– 24 ––––<br />

Donato Salamina<br />

Locorotondo (BA)


IL RICORDO DEL CUORE<br />

Il mio cuore ricorda...<br />

Sotto una tenda bianca i prigionieri,<br />

quanta tristezza nel cuore e nel pensiero.<br />

Pensavo solo alla mamma mia,<br />

con poco rangio e malinconia,<br />

con poco riso, fagioli e marmellata.<br />

Si sentiva la fame<br />

e i pidocchi ancora <strong>di</strong> più.<br />

Ero prigioniero...<br />

Che vita stentata,<br />

chi l’avrebbe mai sognata.<br />

Infine cantavo laggiù,<br />

con la raffa che c’era <strong>di</strong> più.<br />

Volgevo i miei occhi abbagliati<br />

a quei monti che stavano <strong>di</strong> là.<br />

Ero chiuso nell’articolato,<br />

chissà a quanto la mia libertà.<br />

Ora anziano con i bianchi capelli,<br />

mai <strong>di</strong>menticherò la terra mia,<br />

cuore mio.<br />

–––– 25 ––––<br />

Donato Salamina


Menzione Speciale<br />

CADUTE SOPE O LAVORE<br />

Le pòrte de le Chièssie<br />

se ssò apèrte,<br />

le cambàne sònnene a mòrte<br />

pe le Cadùte sòpe o lavòre.<br />

Na marèe de crestiàne addoloràte<br />

protèste e griìde :<br />

“Faciìddece fadegà sènza meriì!”<br />

La pietà jègne le fàcce<br />

anghesciàte da chèdda tembèste<br />

c’àva acciìnse<br />

l’òmmene e uagnùne<br />

che piìcche pretèse.<br />

Non vevèvene mbrà fiùre,<br />

le poveriìdde,<br />

ma mmènze a spàde affelàte,<br />

terriìbbele còme a sajètte,<br />

bresciànde còm’o ffuèche.<br />

Ssò Erò sènza medàgghie<br />

ca ànna avùte ppe carnèfece<br />

na mòrte arrevàte senz’avviìse.<br />

Tre d<strong>di</strong>ì,<br />

nà semàne<br />

e ppò s’astùdene le cannèle,<br />

s’arrevògghiene le ban<strong>di</strong>ìre<br />

e s’allàsse ce fatiìche<br />

a recetà da sùle<br />

“ la sòlete chemmèd<strong>di</strong>e”.<br />

–––– 26 ––––<br />

Michele Salomone<br />

<strong>Bari</strong>


CADUTI SUL LAVORO<br />

Le porte delle Chiese<br />

si sono aperte,<br />

le campane suonano a morte<br />

per i Caduti sul lavoro.<br />

Una marea <strong>di</strong> gente addolorata<br />

protesta ed urla:<br />

“fateci lavorare senza morire!”<br />

La pietà riempie le facce<br />

angosciate da quella tempesta<br />

che ha ucciso<br />

gli uomini e ragazzi<br />

con poche pretese.<br />

Non vivevano tra i fiori,<br />

i poveretti,<br />

ma in mezzo a spade affilate,<br />

terribili come saette,<br />

brucianti come il fuoco.<br />

Sono Eroi senza medaglie<br />

che hanno avuto per carnefice<br />

una morte arrivata senza avviso.<br />

Tre giorni,<br />

una settimana<br />

e poi si spengono le candele,<br />

si arrotolano le ban<strong>di</strong>ere<br />

e si lascia chi lavora<br />

a recitare da solo<br />

la solita comme<strong>di</strong>a.<br />

–––– 27 ––––<br />

Michele Salomone


U ‘cecate<br />

Menzione Speciale<br />

Ce peccate che so fatt? Da quanne so nnate<br />

me so acchiate abbuène abbuène menomate,<br />

quante la matine sènghe u calore du sole<br />

non vègghe nude, però me strènge forte u core.<br />

Non me velèsse alzà aqquanne arrivene l’otte<br />

percè pe mè la <strong>di</strong>e non esiste: jè sèmbe notte!<br />

Sole la mamma meie me fasce vedè la lusce<br />

ma u chiande su, però, u core m’abbrusce.<br />

Pe piacère mamme, non nzi chiangènne<br />

percè u amore tu jì forte u sèndeche,<br />

e quande da ddò a cìnd’anne pure tu<br />

a da chiute l’ecchie pe scì nnanze a Gesù<br />

jà vedè ciò che la sorte amare e triste<br />

m’ha negate in vite ma non da n’anze a Crìste.<br />

–––– 28 ––––<br />

Nicola Vitale<br />

<strong>Bari</strong>


IL CIECO<br />

Che peccato ho fatto? Da quando sono nato<br />

mi trovo senza volerlo han<strong>di</strong>cappato,<br />

quando la mattina sento il calore del sole<br />

non vedo nulla, ma mi si stringe forte il cuore.<br />

Non mi vorrei alzare quando sono le otto<br />

perché per me il giorno non esiste, è sempre notte!<br />

Solo mia madre mi fa vedere la luce<br />

ma il suo pianto il mio cuore brucia.<br />

Per piacere mamma non piangere<br />

perché il tuo amore è forte lo sento,<br />

quando fra cent’anni anche tu<br />

chiuderai gli occhi per andare <strong>di</strong>nanzi a Gesù,<br />

io vedrò ciò che la sorte amara e triste<br />

mi ha negato in vita ma non davanti a Cristo.<br />

–––– 29 ––––<br />

Nicola Vitale


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

NA SERÂTE SPECIÂLE<br />

Stasaire, ca l’acqua jiì forte, na’ pozze’ assì<br />

i scioute ‘acchié na schatüle pi fotografì:<br />

senza dâte riite, a carte nu picca’ arrezzâte<br />

quanta fatte da vèita mé, m’ane cuntâte.<br />

*Fiocche bianche n’câpe, vestecedda corte<br />

azzéise sâpe u gradaume nnanze a porte,*<br />

a porte de châse, addu mamme me parturì<br />

i me’mbassaie pe tant’amaure tütte i dì.<br />

* Allu saule, pa femiglie sâpe a mâre,<br />

na’ bbella fedde de melaume ‘mmâne*<br />

I quant’ire sapuréite u stuzze da fecazze<br />

doppe ca mamme m’ajì’zzéise mbrazze.<br />

*A Natâle, mbacce all’árve pi lousce:*<br />

pe sorme ‘appennaie i pigne i li nousce.<br />

Ce prìsce quanne sunémme u gëira<strong>di</strong>ske,<br />

de violenze i malazioume na curremme risckie.<br />

*Pi fioure, elegante, a dì ca m’ì laureâte*<br />

tütte attürne a mâgne, ame festeggiâte.<br />

Ce’ orgoglie!, cume me sentaie cuntente,<br />

nge cunzegnibbe a papà u prëime stëpen<strong>di</strong>e.<br />

*Vaile bianche, buckè de rause stritte mmâne*<br />

me spusibbe. Da famiglie me ne scibbe luntâne.<br />

Allu paéise, doppe tant’anne aggé turnâte,<br />

ma... attaneme i mamme na mm’ane’spèttâte.<br />

U bine ca nge vulaie, sâpe’ ogni’ rrecchézze<br />

jì stâte a forze pi dëloure i li trëstézze.<br />

Agge fatte u chiëgne, me sent’emozionâte:<br />

jì stâte speciâle pi fotografì, chessa serâte.<br />

–––– 30 ––––<br />

Apollonia Angiulli<br />

Fasano (BR)


UNA SERATA SPECIALE<br />

Stasera, che piove forte, non posso uscire<br />

sono andata a trovare una scatola con le fotografie:<br />

senza data sul retro, la carta un po’ stropicciata,<br />

quanti fatti della mia vita mi hanno raccontato!<br />

* Fiocco bianco in testa, vestitino corto<br />

sto seduta sul gra<strong>di</strong>no davanti alla porta,*<br />

la porta <strong>di</strong> casa dove mamma mi partorì<br />

e, con amore, mi avvolgeva tutti i giorni nelle fasce.<br />

*Al sole, insieme alla famiglia sul mare<br />

con una bella fetta <strong>di</strong> anguria in mano.*<br />

E quant’era saporito il pezzo della focaccia<br />

dopo che mamma mi metteva seduta sulle sue gambe.<br />

*A Natale, vicino all’albero con le luci:*<br />

con mia sorella appendevo le pigne e le noci.<br />

Che entusiasmo quando suonavamo il gira<strong>di</strong>schi!<br />

Di violenza o cattive azioni non correvamo rischio.<br />

*Con i fiori, elegante, il giorno in cui mi sono laureata*<br />

tutti intorno a me, abbiamo festeggiato.<br />

Che orgoglio, mi sentivo così contenta,<br />

consegnai a papà il primo stipen<strong>di</strong>o.<br />

*Velo bianco, bouquet <strong>di</strong> rose stretto in mano*<br />

mi sposai e dalla famiglia me ne andai lontano.<br />

In paese, dopo tanti anni, sono tornata<br />

ma... mio padre e mamma non mi hanno aspettata.<br />

Il bene che volevo loro, più <strong>di</strong> ogni ricchezza<br />

è stata la forza per i dolori e le tristezze.<br />

Ho fatto il pieno, mi sento emozionata.<br />

È stata speciale, con le fotografie, questa serata.<br />

–––– 31 ––––<br />

Apollonia Angiulli


A MAESTRA MÉ<br />

U recúrde chiú belle de quann’ ìre scolare<br />

jì a maestra mé da schúle elementare.<br />

Ire iàlte, nu picca robúste i berafatte<br />

brave cum’a nesciòume jint’a tùtte l’arte.<br />

Se chiamaie Anna Maria. Jìre friulâne.<br />

Namma pozze scurdé, pe quante ire umâne.<br />

Pa maestra mé, alünne na ièmme solamènte,<br />

mànche ce ièmme fèile ne trattàie veraménte.<br />

Stémme attinte, pi grembiúle tütte steréte,<br />

ogni vòlte ca pa maéstre fascémme u dettâte.<br />

I calemme jìnte all’inchiostre u pennégne,<br />

ca u quadérne vulemme cunzegné i préime.<br />

Quanne screvemme alli genetoure a letterégne:<br />

meile promèsse amià fé a Gesú Bommégne.<br />

Passëte i fiste i la Befane, alla scule turnàie:<br />

sàpe u banche, nu giocàttele acchiaie.<br />

Pe màgne a maestre ire affezzionëte,<br />

desciaie ca jì ìre senzìbele i educâte.<br />

I staie sèmpe a cunzegliarme i a ‘ncuraggé:<br />

i devesiome pa virgule nantante sapàie fé.<br />

Succedì poure ch’attacchibbe pa lagne:<br />

a maestre, me remproverì ‘nanze i cumpagne.<br />

Tante me sentibbe in colpe i me vergugnibbe,<br />

ca’ a châse murtefechëte m’arreteribbe.<br />

Ce bbélle paggélle! Iinte a na shcatule arrucchâte,<br />

pi giu<strong>di</strong>zie. Sò peccenne i colorâte.<br />

Me pifisce ch’a ioume a ioume aggé sfuglié:<br />

á scritte pe tant’amaure, a maestra mé.<br />

–––– 32 ––––<br />

Apollonia Angiulli<br />

Fasano (BR)


LA MIA MAESTRA<br />

Il ricordo più bello <strong>di</strong> quand’ero scolara<br />

è la mia maestra <strong>di</strong> scuola elementare.<br />

Era alta, un po’ robusta e carina<br />

brava come nessuna in ogni arte.<br />

Si chiamava Anna Maria. Era friulana.<br />

Non posso <strong>di</strong>menticarla per quanto era umana.<br />

Per la mia maestra, non eravamo solo alunni.<br />

Ci trattava davvero neanche fossimo figli.<br />

Stavamo attente con i grembiuli ben stirati<br />

quando con la maestra si faceva “dettato.”<br />

E intingevamo nell’inchiostro il pennino,<br />

volevamo consegnare il quaderno per prime.<br />

Se scrivevamo ai genitori la “Letterina”<br />

dovevamo promettere tanto a Gesù Bambino.<br />

Passate le feste e la Befana, tornavo a scuola:<br />

sul mio banco trovavo un giocattolo.<br />

A me la maestra era affezionata.<br />

Diceva che ero sensibile ed educata.<br />

E persisteva a consigliarmi e incoraggiarmi:<br />

le <strong>di</strong>visioni con la virgola, non tanto riuscivo a fare.<br />

Successe pure che attaccai a piangere.<br />

la maestra mi rimproverò <strong>di</strong>nanzi alle compagne.<br />

Talmente mi sentii in colpa e mi vergognai<br />

che a casa tornai mortificata.<br />

Che belle pagelle! In una scatola conservate<br />

insieme ai giu<strong>di</strong>zi: sono piccole e colorate.<br />

Mi piace fogliarle ad una ad una:<br />

le ha scritte con tanto amore, la mia maestra.<br />

–––– 33 ––––<br />

Apollonia Angiulli


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A TERRA NÒST<br />

Fat’ghènn<br />

a ciùcc’<br />

l’uòmn d’ prèim<br />

ên dumêt<br />

i pìendm<br />

ca Ddèj<br />

è pùost<br />

abbunnànd<br />

sobb’a nòsta<br />

tèrra àrs;<br />

i luènn chir pêt,<br />

ch tànd d’ s’dàur<br />

ma ch’amàur,<br />

l’ên mmèis a ch’ltòur.<br />

Ch chìdd pêt<br />

N’ên fàtt parètr,<br />

spìecchj<br />

i casìedd<br />

ca mu angôr<br />

mòut, senza parlè,<br />

cûm s’nd’nèll<br />

stàun a d’mustrè<br />

a gròssa fatèich<br />

d’ l’attànr nòst.<br />

I li fèil d’ crè<br />

c’ên’à ffè?<br />

–––– 34 ––––<br />

Gino Angiulli<br />

Alberobello (BA)


LA TERRA NOSTRA<br />

Lavorando<br />

come asini<br />

i nostri antenati<br />

hanno domato<br />

le rocce affioranti<br />

che Dio<br />

ha messo<br />

abbondanti<br />

sul nostro<br />

terreno arido;<br />

e togliendo quelle pietre,<br />

con tanto sudore<br />

ma con amore,<br />

lo hanno messo a coltura.<br />

Con quelle pietre<br />

hanno costruito muri a secco,<br />

specchie<br />

e trulli<br />

che ancora adesso<br />

muti, senza parlare,<br />

come sentinelle<br />

stanno a <strong>di</strong>mostrare<br />

la grande fatica<br />

dei nostri padri.<br />

E i figli <strong>di</strong> domani<br />

che faranno?<br />

–––– 35 ––––<br />

Gino Angiulli


I CASÌEDD<br />

A Jarubbèdd<br />

quànn jì êr p’ccìnn<br />

èrm tutt povrièdd,<br />

i attuòrn a nnòu<br />

stèvn sckìtt casièdd.<br />

Qualchi palàzz pòur stàj,<br />

ma cudd ai ricch appartnàj.<br />

Jì, già da tann m’addumannìebb:<br />

purcè sòul au paèis mej stàun tanda casièdd?<br />

N’sciòun u sapàj, nan sapèvn nudd<br />

purcè a Jarubbedd s’ gavtàj<br />

jìnd i trudd.<br />

Nu v’cchiarièdd s’arr’curdàj<br />

ca u tatarànn ngér <strong>di</strong>tt<br />

ch’ êr stêt u Cond a fang’ fè<br />

i casièdd cu titt:<br />

pêt sobba pêt, chiangarèdd p’ abbuc’chè,<br />

tutt p’ nnà paghè i tàss au Re;<br />

i c’ vnèvn a cundrullè,<br />

d’ nott, mbrèim s’ putèvn scuflè.<br />

Da tann,<br />

ên passêt tand’ ann,<br />

u Cond cchiù nang’ cumànn,<br />

i casièdd pr’ziaus n’ dvndêt,<br />

i da tutt u munn vèn’n v’s’têt.<br />

I povrièdd ca p’ tand’ ann l’ôn gavtêt,<br />

mè putèvn p’nzè,<br />

ca ai fèil ngèrn’a lassè<br />

na r’cchèzz accussì grànn i assè ammrêt,<br />

ca au Patr’monj du Munn è stét l’ghêt.<br />

–––– 36 ––––<br />

Gino Angiulli<br />

Alberobello (BA)


I TRULLI<br />

Ad Alberobello<br />

quando io ero piccolo<br />

eravamo tutti poveri,<br />

intorno a noi<br />

c’erano solo trulli.<br />

C’era pure qualche palazzo,<br />

ma quello apparteneva ai ricchi.<br />

Io, già da allora mi domandavo:<br />

perché solo al mio paese ci sono tanti trulli?<br />

Nessuno lo sapeva, non sapevano nulla<br />

perché ad Alberobello si abitava<br />

nei trulli.<br />

Un vecchietto si ricordava<br />

che il nonno gli aveva detto<br />

che era stato il Conte a fare costruire<br />

le casette col tetto:<br />

pietra su pietra, chiancole per coprire,<br />

tutto questo per non pagare le tasse al Re;<br />

e se venivano a controllare,<br />

<strong>di</strong> notte, subito si potevano crollare.<br />

Da allora,<br />

sono trascorsi tanti anni,<br />

il Conte non comanda più,<br />

i trulli sono <strong>di</strong>ventati preziosi,<br />

e vengono, da tutto il mondo, a visitarli.<br />

I poveretti che per tanti anni li hanno abitati<br />

mai potevano pensare,<br />

che ai figli dovevano lasciare<br />

una ricchezza così grande e molto ammirata,<br />

che al Patrimonio Mon<strong>di</strong>ale è stata legata.<br />

–––– 37 ––––<br />

Gino Angiulli


ARÈLL<br />

Èrm p’ccìnn,<br />

gavtèmm v’cèin,<br />

n’ vulèmm bbên<br />

cûm frêt i sôr.<br />

Jìnd’all’ùort,<br />

nàn v’dàj n’sciòun,<br />

n’abbrazzèmm,<br />

jì t’ vulàj vasè<br />

tu na vulèj,<br />

vultèj a chêp,<br />

t’ v’rgugnèj.<br />

Stè tr’m’lèmm,<br />

tand’êr a paòur.<br />

T’ n’ fuscìest,<br />

jì rumanìebb sòul.<br />

Aprìebb l’òcchjr,<br />

êr vêr o êr stêt<br />

nu suònn?<br />

M’ s’ndàj angòr<br />

u tr’mlìzz<br />

du cùorp tòu<br />

ca s’ str’ngiàj<br />

a mmàj<br />

i m’ purtàj<br />

mbaravèis.<br />

–––– 38 ––––<br />

Gino Angiulli<br />

Alberobello (BA)


ARELLA<br />

Eravamo ragazzi,<br />

abitavamo vicini,<br />

ci volevamo bene<br />

come fratello e sorella.<br />

Nell’orto,<br />

non ci vedeva nessuno,<br />

ci abbracciammo,<br />

io ti volevo baciare<br />

tu non volevi,<br />

giravi la testa,<br />

ti vergognavi.<br />

Tremavamo<br />

dalla paura.<br />

Scappasti,<br />

io rimasi solo.<br />

Aprii gli occhi,<br />

era vero o era stato<br />

un sogno?<br />

Sentivo ancora<br />

il tremito<br />

del tuo corpo<br />

che si stringeva<br />

a me<br />

e mi portava<br />

in para<strong>di</strong>so.<br />

–––– 39 ––––<br />

Gino Angiulli


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A’ MOR IE’ CAMGIET<br />

U cor m’gh da p’ccn.<br />

S’innàmur pa a prim vuolt<br />

S p’gh u cor d’ nuom,<br />

ca sapev favdà bun<br />

e mi fasc rimbamb’<br />

U d’stn c mett appris e cj purt all’alter<br />

e sobt i net nu fior.<br />

Amor biel, amor <strong>di</strong>fficil,<br />

p le men ruvnet<br />

t che mi azzchist pa a passion<br />

cuom a fuorz du tren<br />

che ogni rig facev part.<br />

Ah quant a cangiet a mor,<br />

i sintimint che doron p’c<br />

e tienn tant facc.<br />

–––– 40 ––––<br />

Antonia Basile<br />

Locorotondo (BA)


L’AMORE CAMBIATO<br />

Il mio cuore da bambina<br />

s’innamorò per la prima volta...<br />

Scelse il cuore <strong>di</strong> un uomo,<br />

che con la sua favella<br />

fece impazzire il mio animo.<br />

Il destino ci unì e ci condusse all’altare<br />

e presto un fiore sbocciò.<br />

Amore splen<strong>di</strong>do, amore combattuto,<br />

dalle mani rovinate...<br />

Tu che mi travolgesti con passione,<br />

come la forza <strong>di</strong> quei treni<br />

che ogni giorno facevi partire.<br />

Ah quanto è cambiato oggi l’amore...<br />

Sentimenti <strong>di</strong> un istante,<br />

dai tanti volti.<br />

–––– 41 ––––<br />

Antonia Basile


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

AMA JIESS TUTT UGUAL<br />

Io mise avvicinat alla port <strong>di</strong> cast,<br />

e sò tizziuat pirciè vilev trasì...<br />

ettù, misi fatt trasì...<br />

e, io ti sò <strong>di</strong>tt...<br />

io, nonzò ne biangh e nemmen ngnior,!<br />

però so nomm proppio accomm sittù...<br />

io, nagni a bisegni <strong>di</strong> tanta amicizia<br />

e tanta libertà e <strong>di</strong> nu ver amor...<br />

però, tu mo non misi cacciann, famm stà menz’avvù<br />

pircié, vu siti na naziona chiù an<strong>di</strong>cipat <strong>di</strong> nu,<br />

ma, dadò veng io ie na naziona talmend povvira che<br />

non gi sta la possibilità pi sfama tutt la popolaziona...<br />

po, du progress non pitimi parla pinudd...<br />

pircié, la terra nost ie na terra senz’acqua<br />

e senza svilupp...<br />

simi a<strong>di</strong>vindat nu quart <strong>di</strong> na volda...<br />

però, nu vilimi sta d’accord,<br />

perciò, vilimici bene jiun cu uald,<br />

pircié almen pur nù anziani gi vilimi sindì<br />

chi li famiglie nost, na vita chiù tranquilla...<br />

io, mo tu <strong>di</strong>ggh chiar chiar...<br />

li, piccininn nest senza du uaiut uest<br />

non pod<strong>di</strong>ni avé nu svilupp pi l’avenir...<br />

perciò, la nostra avenire <strong>di</strong>pend da vù...<br />

e, la popolaziona vostà giavà aiutà...<br />

ennu nu doman amajess riconsciend<br />

versi <strong>di</strong> tutt vù italiani.<br />

–––– 42 ––––<br />

Michele Bellomo<br />

<strong>Bari</strong>


DOBBIAMO ESSERE TUTTI UGUALI<br />

Io, mi sono avvicinato alla porta <strong>di</strong> casa tua<br />

e ho bussato che volevo entrare,<br />

e tu mi hai fatto entrare...<br />

e, io ti ho detto, io non sono né bianco e neanche nero!<br />

Però sono una persona come te, poi ti ho detto:<br />

Io ho bisogno <strong>di</strong> tanta amicizia<br />

e tanta libertà e <strong>di</strong> un vero amore...<br />

Però, tu adesso non mi cacciare, fammi stare con tutti voi,<br />

perché voi siete una nazione più anticipata <strong>di</strong> noi.<br />

Da dove vengo io è una nazione povera e non ci sono le<br />

possibilità per dare da mangiare a tutta la popolazione.<br />

Per noi il progresso per adesso non si vede per niente,<br />

perché la terra nostra è una terra senz’acqua...,<br />

come stiamo adesso siamo <strong>di</strong>ventati<br />

un quarto <strong>di</strong> popolazione...<br />

Noi, vogliamo stare daccordo con voi italiani...<br />

Perciò, adesso vogliamoci bene tutti assieme,<br />

specialmente le persone anziani.<br />

Noi, vogliamo un miglioramento stando con voi<br />

perché voi italiani siete un popolo civile e onesto...!<br />

Perciò, il nostro avvenire <strong>di</strong>pende dal vostro saper fare...<br />

Vi ripeto ancora una volta<br />

vogliamoci bene tutti insieme<br />

per tutto il resto che ci rimane<br />

<strong>di</strong> questa vecchiaia che ci rimane a noi tutti.<br />

–––– 43 ––––<br />

Michele Bellomo


CANISCIUT E GI SIMI SPISAT<br />

Pinuccia, mo misò arrichirdat acquann nu eddù<br />

acchiminzamm a sta ‘nzimm da fidanzat...<br />

Tu stiv semm affaciat alla loggia <strong>di</strong> casta<br />

e io mi mittev sop ho uald straton <strong>di</strong> <strong>di</strong>rimbett...<br />

Tu achiamindav ammé, e io achiamindav atté<br />

fiss fiss jind’a l’ecchie...<br />

Po, na bella dì tù ascinnist da susa a casta<br />

e vinist vers <strong>di</strong> me, e mi <strong>di</strong>cist:<br />

scus giovanott mi sa <strong>di</strong>sci ci jor sò...<br />

E io ti rispinnibb: signorina ie jior che tu alla sera<br />

acchiminz’ adassì semm chimmé<br />

pirciè io ti tengh da <strong>di</strong>sci tand cos d’amor<br />

pirciè tu mi piasci! Ettù ti mittist arrit...<br />

Po, achimminzamm adassì ’nzimm alla sera...<br />

Po, gi findanzam e dop 2 ann gi spisamm...<br />

Sciemm semm daccord sop’a tutt li cos<br />

che savevina afà...<br />

Po facem u prim figghie e dop vinerini l’ald figghie...<br />

Po li simi fatti spisà e simi a<strong>di</strong>vindat pur nonn...<br />

Pimmè estat nu bell camini cheso fatt<br />

’nzimm’atte mighiera me...<br />

Pirciè, io chitté so stat semm chindend sop a tutt li cos<br />

<strong>di</strong>la vita e io mi augur che pur li figghie nest<br />

fascini li stess cos che simi fatt nu...<br />

E speriam che u Patritern ci fasci fà na bona vecchiaia<br />

a tutt’eddu ’nzimm pircié non zimi fatt mal a nisciun...<br />

e, pitimi sci semm camminann chi la capa alzat...<br />

Non zimi ricch! però, pitimi sta chindend in famiglia...<br />

–––– 44 ––––<br />

Michele Bellomo<br />

<strong>Bari</strong>


CONOSCIUTI E SPOSATI<br />

Cara moglie, adesso mi stò ricordando del primo giorno<br />

che abbiamo iniziato a stare insieme,<br />

tu ti mettevi affacciata al balcone <strong>di</strong> casa tua,<br />

e io stavo <strong>di</strong>fronte a te sull’altro isolato.<br />

Tu guardavi me, e io guardavo te.<br />

Poi un bel giorno tu venisti verso <strong>di</strong> me<br />

e mi <strong>di</strong>cesti: Giovanotto che ora è.<br />

E io ti ho risposto: Signorina è ora che tu alla sera<br />

incominci a uscire con me,<br />

perché ti devo raccontare tante belle frasi d’amore,<br />

e tu ti mettesti a ridere.<br />

E da quel giorno incominciammo a stare come fidanzati.<br />

Poi ci siamo fidanzati ufficialmente e, poi ci siamo sposati.<br />

Siamo andati sempre daccordo su tutti i particolari della vita.<br />

Abbiamo messo al mondo 3 figli che si sono sposati<br />

e stanno bene con le loro mogli...<br />

E, siamo <strong>di</strong>ventati pure nonni,<br />

cara moglie per me è stato un bel cammino con te.<br />

Non ci siamo mai litigati...!<br />

Se c’è stata qualche sciocchezza<br />

è stato per fare capire ai figli del comportamento<br />

che dovevano portare verso <strong>di</strong> noi genitori.<br />

Non abbiamo fatto del male a nessuno...<br />

E, speriamo che adesso il Padre Eterno ci fa fare<br />

una buona vecchiaia insieme per la vita che ci rimane.<br />

Non siamo ricchi<br />

però possiamo camminare sempre a testa alta.<br />

–––– 45 ––––<br />

Michele Bellomo


MI SINNABB A MAMM<br />

Io, ogni mattina malzav alle 5 e menz pi sci affa<strong>di</strong>gà<br />

e, alla sera rientrav alle 6 e menz, tutt stangh...<br />

E, tand vold non facev a timb a priparà u prim past,<br />

che subit minisciev o senn.<br />

E fù a chisi che mi sinnab a mamm, e mamm mi <strong>di</strong>cev:<br />

Chelin pirciè tù non vini ho cammisand.<br />

Io a sin<strong>di</strong> li parol <strong>di</strong> mamm scicandabb,<br />

però la rispinnibb... e <strong>di</strong>cibb: Cara mamm<br />

io so ancor giovane, non pozz vini a sta chitté...<br />

Mamm, a sin<strong>di</strong> li parol me, si mittì a rit, e mi <strong>di</strong>ci:<br />

Figghie mi tù si capit mal! Io ti vilev <strong>di</strong>sci attè ci tù<br />

acquann vini, ci mi purt li fiur sop’alla tomba, pirciè<br />

acquann tu mi purt li fiur io mi sengh chindend...<br />

Po, mi <strong>di</strong>ci: Figghie mi... statt cuand chiù che put sop o<br />

munn addò sta tù... non, fasci nudd che ie nu munn <strong>di</strong><br />

ladri e <strong>di</strong> topini e <strong>di</strong> assassini, però ie semm megghie du<br />

munn addò stoggh io, pircié addò stoggh io non gistà<br />

chiu nudd... pircié na vold che tammenini u tirren sop ho<br />

tavut non zivet chiu nudd... E, non zi cridenn a nisciun<br />

pircié la vita bella sta sop’alla terra vivenda... Tutt chedd<br />

che si <strong>di</strong>sci in giri ie tutt bisci... Io prim <strong>di</strong> mirì gi cridev<br />

commatte... figghiemi, perciò camb cuand chiu che<br />

puet... pircié, la vita bella sta sop’alla terra addò sta tù<br />

figghiemi bell.<br />

–––– 46 ––––<br />

Michele Bellomo<br />

<strong>Bari</strong>


MI SONO SOGNATO A MAMMA<br />

Ogni mattina mi svegliavo alle ore 5 e trenta<br />

per andare a lavorare e alla sera rientravo alle 18 e trenta.<br />

E tante volte non facevo a tempo a preparare il pasto.<br />

E così prendevo sonno...<br />

E fu proprio così che mi sono sognato a mamma,<br />

e mamma mi <strong>di</strong>ceva: Michele quando vieni al cimitero<br />

se mi porti dei fiori,<br />

perché quando tu mi porti i fiori<br />

io mi sento più tranquilla.<br />

Io, a sentire le parole <strong>di</strong> mamma mi sono spaventato,<br />

però le ho risposto: Mamma cara, io sono giovane. Non<br />

posso venire a stare con te!<br />

Mamma, a sentire le parole mie, si mise a ridere,<br />

e mi <strong>di</strong>sse: Figlio mio tu non hai capito bene... Io, ti<br />

volevo <strong>di</strong>re che quando vieni al cimitero se mi porti dei<br />

fiori, così io mi sento più tranquilla...<br />

Poi <strong>di</strong>sse: Figlio mio cerca <strong>di</strong> stare il più possibile sulla<br />

terra dove stai tu... non importa che è un mondo pieno <strong>di</strong><br />

ladri, <strong>di</strong> delinquenti e assassini, ma è sempre meglio del<br />

mondo dove sto io, perché dove stanno i morti, non c’è<br />

più niente! Perché una volta che coprono la bara <strong>di</strong> terreno,<br />

noi sotto terra non ve<strong>di</strong>amo più niente, e cerca <strong>di</strong><br />

non ascoltare nessuno <strong>di</strong> quello che si <strong>di</strong>ce sul mondo<br />

dove stati tu... perciò, figlio caro, la vita bella sta sopra<br />

la terra dove stai tu. E cerca <strong>di</strong> stare il più possibile.<br />

E io ti auguro una vita lunga e tranquilla, figlio mio.<br />

–––– 47 ––––<br />

Michele Bellomo


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

L’AMOR MIJ<br />

12 anne appène tenaje<br />

e all’amore credaje.<br />

Che n’amiche passeggiaje<br />

Pe li strède sciaje<br />

Quanne all’imbrovvise<br />

Che nu sorrise<br />

Do giuvene n’avuonne cortèggjète<br />

E subete n’avuonne conguestète.<br />

Troppe menonne jère<br />

E pe chèsse nan putaje.<br />

Nu picche de timbe passò<br />

E jidde venì arret.<br />

N’asime ‘nnamurète<br />

E doppe nov’anne ca ‘nzimm asime stète<br />

Jì e M’ngucce finalmènde n’asime spusète.<br />

Tre bèlle fighje am’avute<br />

E che tand ajute<br />

Grazeje a Dij sime cun<strong>di</strong>nde<br />

E sime sèmbe aunite.<br />

46 anne sò passète<br />

da quanne n’asime spusète<br />

jè vère nu asime ‘nvecchjete<br />

ma n’asime sèmb amète.<br />

Doppe ‘na vite che la famigghja maje passète<br />

Che tand’amore e fèlicetè so stète recombènzète.<br />

–––– 48 ––––<br />

Grazia Bruno<br />

Altamura (BA)


IL MIO AMORE<br />

12 anni appena avevo<br />

e nell’amore credevo.<br />

Con un’amica passeggiavo,<br />

per le strade andavo<br />

quando all’improvviso,<br />

con un sorriso,<br />

due giovanotti ci han corteggiate<br />

e presto ci han conquistate.<br />

Troppo piccola ero<br />

E per questo non potevo.<br />

Un po’ <strong>di</strong> tempo è passato<br />

E tu sei ritornato.<br />

Ci siamo innamorati<br />

E dopo 9 anni che insieme siam stati<br />

Io e Domenico finalmente ci siam sposati.<br />

3 bei figli abbiam avuto<br />

e con tanto aiuto<br />

grazie a Dio siamo felici<br />

e siam rimasti sempre uniti.<br />

46 anni son passati<br />

da quando ci siamo sposati;<br />

è vero, noi siamo invecchiati,<br />

ma ci siamo sempre amati.<br />

Dopo una vita con la mia famiglia passata<br />

Con tanto amore e felicità son stata ricompensata.<br />

–––– 49 ––––<br />

Grazia Bruno


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

BARE SOPE E SOTTE<br />

Sope, la meràgghie<br />

sotte, u lungomàre<br />

aggìre la medàgghie<br />

vite le facce de Bbare<br />

Sope, scogghie e lambiùne<br />

sotte, sckemèsce u mare<br />

le lambàre, le varcùne<br />

sò u gollijère de Bbare<br />

Sope, u’arche vasce<br />

sotte, na vecchiarèdde<br />

a cavàdde a na casce<br />

a ffà le recchiettèdde<br />

Sope, u’arche ialde<br />

sotte, le malandrìne<br />

n’anijdde de smeràlde<br />

o dìscete de le topìne<br />

Sope, Sanda Necòle<br />

sotte, la madàme<br />

o fridde o sott’o sole<br />

pe condrollà le mbàme<br />

–––– 50 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


BARI SOPRA E SOTTO<br />

Sopra, la muraglia<br />

sotto, il lungomare<br />

gira la medaglia<br />

ve<strong>di</strong> le facce <strong>di</strong> <strong>Bari</strong><br />

sopra, scogli e lampioni<br />

sotto, spumeggia il mare<br />

le lampare, i barconi<br />

sono il collier <strong>di</strong> <strong>Bari</strong><br />

sopra, l’arco basso 1<br />

sotto, una vecchietta<br />

a cavalcioni ad una cassa<br />

a fare le orecchiette 2<br />

sopra, l’arco alto 1<br />

sotto, i malandrini<br />

un anello <strong>di</strong> smeraldo<br />

al <strong>di</strong>to dei topini 3<br />

sopra, la Basilica <strong>di</strong> San Nicola 4<br />

sotto, la madama 5<br />

al freddo o sotto il sole<br />

per controllare gli infami<br />

1 Caratteristici archi nella città vecchia.<br />

2 O strascenate – specialità <strong>di</strong> pasta fresca fatta in casa.<br />

3 Dicesi <strong>di</strong> piccoli malviventi avvezzi ai furti <strong>di</strong> auto.<br />

4 Famosa basilica del Santo Patrono costruita nel 1096 nella città<br />

vecchia sulla stessa area dove sorgeva la (ve<strong>di</strong> 13).<br />

5 Pattuglia <strong>di</strong> polizia (nel gergo della malavita).<br />

–––– 51 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


Sope, le macèrrie<br />

sotte, u Peddrezzìjlle<br />

ava chiange mesèrrie<br />

ce à ffuse u gingìlle<br />

Sope, u Margherìte<br />

sotte, Ndèrre la lanze<br />

la pèrle s’aggrinzìte<br />

com’o pulpe de parànze<br />

Sope, u Mingùzze<br />

sotte, via Sparàne<br />

e u fior ffiore allùzze<br />

le vetrìne pe jore sane<br />

Sope, u Fizzaròtte<br />

sotte, cors’Emmanuèle<br />

mbonde punda Peròtte<br />

schefuse accom’o ffièle<br />

–––– 52 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


sopra, le macerie<br />

sotto, il teatro Petruzzelli 6<br />

piangerà miseria<br />

chi ha fuso il gingillo<br />

sopra, il teatro Margherita 7<br />

sotto in terra la lanza 8<br />

la perla si è aggrinzita<br />

come il polpo <strong>di</strong> paranza 9<br />

sopra, il palazzo Mincuzzi 10<br />

sotto, via Sparàno<br />

e il fior fiore guarda con bramosia<br />

le vetrine per ore intere<br />

sopra, il palazzo Fizzarotti 11<br />

sotto, corso Vittorio Emanuele<br />

in fondo punta Perotti 12<br />

schifoso come il fiele<br />

6 Famoso teatro dato alle fiamme per loschi motivi.<br />

7 Kursaal Margherita – cineteatro dell’ing. De Giglio costruito su<br />

palafitte nel 1912.<br />

8 Ex attracco delle lanze (velieri) sul lungomare e prospiciente il<br />

teatro margherita dove oggi molti baresi consumano all’aperto alcune<br />

specialità <strong>di</strong> molluschi e mitili (cru<strong>di</strong>).<br />

9 Polpo bianco con una sola fila <strong>di</strong> ventose pescato con rete a strascico<br />

(paranza).<br />

10 Palazzo Mincuzzi – eclettica costruzione del 1926 dell’arch. Forcignanò<br />

e dell’ing. Palmiotto come sede <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> magazzini.<br />

11 Palazzo Fizzarotti – realizzato nel 1906 dagli arch. Bernich e<br />

Corra<strong>di</strong>ni in stile neogotico con riferimenti al gotico veneziano con<br />

sculture <strong>di</strong> Giovanni Favia<br />

12 Complesso residenziale realizzato (ma non ultimato) sul lungomare<br />

lato sud, oggetto <strong>di</strong> decreto <strong>di</strong> demolizione eseguito nel 2006.<br />

–––– 53 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


Sope, le spacciatùre<br />

sotte, le drogàte<br />

a piazz’Umbèrte oscùre<br />

ce vite addesecuàte!<br />

Sope, Bare vècchie<br />

sotte, u Catapàne<br />

bellèzze ca respècchie<br />

u core barevecchiàne<br />

Sope, la chelònne<br />

sotte, l’abbrevògne<br />

Chele mò stà sònne<br />

à state na carògne<br />

Sope, viodde strètte<br />

sotte, casre bianghe<br />

veless’acchià la drètte<br />

pe Bbare senza sanghe<br />

Sope, la fragàgghie<br />

sotte, u ciambòtte<br />

aggìre la medàgghie<br />

stà Bbare sop’e sotte<br />

–––– 54 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


sopra, gli spacciatori<br />

sotto, i drogati<br />

a piazza Umberto oscura<br />

che vita intossicata!<br />

sopra, <strong>Bari</strong> vecchia<br />

sotto, il Catapano 13<br />

bellezza che rispecchia<br />

il cuore barivecchiano<br />

sopra, la colonna 14<br />

sotto, la vergogna<br />

Michele ora sogna 15<br />

è stato una carogna<br />

sopra, viuzze strette<br />

sotto, case imbiancate<br />

vorrei trovare rime<strong>di</strong>o<br />

per <strong>Bari</strong> senza sangue<br />

sopra, la fragaglia 16<br />

sotto, il “ciambotte” 17<br />

gira la medaglia<br />

sta <strong>Bari</strong> sopra e sotto<br />

13 Corte del Catapano (reggia, prigione, guarnigione ecc.) pochissimi<br />

sono i segni rimasti <strong>di</strong> detto inse<strong>di</strong>amento.<br />

14 Colonna della vergogna – monumento, in piazza Mercantile,<br />

dove venivano messe alla gogna le persone che si macchiavano <strong>di</strong><br />

alcuni reati tipo i debitori insolventi, gli infami ecc.<br />

15 Michele Fazio giovane 16enne incolpevolmente ucciso dal fuoco<br />

incrociato <strong>di</strong> bande <strong>di</strong> balor<strong>di</strong>.<br />

16 Pesci piccoli, <strong>di</strong> scarso pregio, per frittura.<br />

17 Ciambotte – coloratissimi varietà <strong>di</strong> pesci molto saporiti specialmente<br />

se cotti al sugo o al pomodoro.<br />

–––– 55 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


LE NOZZE D’ARGÌJNDE<br />

Redènne e scequànne<br />

scequànne e redènne<br />

hanne passàte vin<strong>di</strong>cing’anne<br />

senza ne spanne e ne spènne<br />

Vin<strong>di</strong>cing’anne de madremònnie<br />

tutte de file…. de ghettòne<br />

ìj tenghe pure le destemònnie<br />

ma na lite! ma na <strong>di</strong>scussiòne!<br />

E ci jè la casa me, na colombàre!<br />

ìj e megghièreme, accòme du palùmme<br />

le palemmìjdde attùrne, scegguannàre<br />

me sèndeche felìsce senza nghiùmme<br />

M’arrecòrdeche u prim’anne<br />

ca jere assà u aggìgghie<br />

sembe a fa n’arte, tanne tanne<br />

pe de chiù de le chenìgghie!<br />

U second’anne fernùte u fecuòre<br />

hanne venùte alla lusce le figghie<br />

e quase quase come a frate e ssore<br />

amme <strong>di</strong>tte addì o u’aggìgghie<br />

–––– 56 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


LE NOZZE D’ARGENTO<br />

Ridendo e scherzando 1<br />

scherzando e ridendo 1<br />

sono passati venticinque anni<br />

senza ne spandere e ne spendere 2<br />

Venticinque anni <strong>di</strong> matrimonio<br />

tutti <strong>di</strong> fila... <strong>di</strong> cotone 3<br />

io, ho pure i testimoni<br />

mai una lite! mai una <strong>di</strong>scussione!<br />

E cos’è la casa mia, una colombaia!<br />

io e mia moglie, come due colombi<br />

i colombini intorno, giocherelloni<br />

mi sento felice senza pesi!<br />

Mi ricordo il primo anno<br />

che era troppa la voglia<br />

sempre a fare un arte, allora per allora<br />

ancora <strong>di</strong> più dei conigli!<br />

Il secondo anno finito il desiderio ardente<br />

sono venuti alla luce i figli<br />

e quasi quasi come fratello e sorella<br />

abbiamo detto ad<strong>di</strong>o alla bramosia<br />

1 Intercalare barese che rafforza il significato <strong>di</strong> un’azione o avvenimento.<br />

2 Modo <strong>di</strong> <strong>di</strong>re barese – dal significato <strong>di</strong> senza strafare.<br />

3 Modo <strong>di</strong> <strong>di</strong>re barese – a chi esagerave nel rappresentare la continuità<br />

<strong>di</strong> un’azione “tutti <strong>di</strong> fila...” si rispondeva “<strong>di</strong> cotone” per sbeffeggiare<br />

l’enormità raccontata. In questo caso c’è anche un secondo<br />

significato <strong>di</strong> chi con umili o pochi mezzi ha realizzato qualcosa.<br />

–––– 57 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


Do terz’anne acchemenzò tutt’u casìne<br />

ìj sceve mbianghe pe vi’ de le criatùre<br />

megghièreme, tra pappìne e pannolìne<br />

me segghetàve, na dì si l’alde pure<br />

Marite mì! aijùdeme! damme na mane!<br />

dange a le criatùre ngualche ndrattìne<br />

core mì d’aijùdeche domàne<br />

l’amìsce, mo’ m’aspèttene a la candìne<br />

O quart’anne o quinde e o seste pure<br />

non denève chiù pile da grattàrme<br />

che le terrìse picche jnd’o tratùre<br />

sembe però a vènda chien’a cherquàrme<br />

Marite mì! aijùte le uaggnùne a le lezziùne<br />

tatà domàne tenghe u teme sop’a la mamme<br />

nom bozze, ij tenghe nu pare de riunijùne<br />

e po sop’a màmmete, pe me jè nu dramme<br />

L’ald’anne, me pare c’hanne state aijre<br />

le figghie oramà granne, a batte a casce<br />

ìj a chemmàtte che geòmetre e ngegnìjre<br />

e che megghièreme ngualche scatàsce<br />

Oh! fìgghiete granne non stà ma ngase<br />

all’assùa perde jè nu uaggnòne<br />

e sì, ma da scì sembe mbacce o nase<br />

ad ogne cose uè avè sembe rasciòne<br />

–––– 58 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


Dal terzo anno iniziò tutto il casino<br />

io andavo in bianco a causa dei bambini 4<br />

mia moglie, tra pappine e pannolini<br />

mi cacciava, un giorno sì l’altro pure<br />

Marito mio! Aiutami! dammi una mano!<br />

intrattieni i bambini in qualche modo<br />

cuore mio ti aiuto domani<br />

gli amici, mi aspettano alla cantina<br />

Il quarto anno il quinto e il sesto pure<br />

non avevo più peli in testa da grattarmi<br />

con pochi sol<strong>di</strong> nel cassetto<br />

sempre però a letto a pancia piena<br />

Marito mio! aiuta i ragazzi a fare i compiti<br />

papà domani ho il tema sopra la mamma<br />

non posso, io ho un paio <strong>di</strong> riunioni<br />

e poi “su” tua madre, per me è un dramma<br />

Gli altri anni, mi sembrano stati ieri<br />

i figli ormai gran<strong>di</strong>, a batter cassa<br />

io a combattere con geometri e ingegneri<br />

e pure con mia moglie qualche lite<br />

Oh! tuo figlio grande non stà mai in casa<br />

lascialo perdere è un ragazzo<br />

e sì mi devi sempre contrad<strong>di</strong>re 5<br />

ad ogni cosa vuoi avere sempre ragione<br />

4 Non ottenere qualcosa con chiara allusione ai rapporti intimi.<br />

5 Vaffambacce o nase, scì mbacce o nase – Parolacce, volgarità.<br />

–––– 59 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


M’anzòmme ci jè l’omne nda sta case?<br />

ùè dà l’èsembie e l’aducaziòne<br />

tu e le figghie tu, ci jesse e trase<br />

ce ve credìte ca chesse jè na penziòne<br />

Non si gredànne, nge sèndene daffòre<br />

me! mbelletìscete che tutt’uore ca tine<br />

e sciame menz’a la chiazze a core a core<br />

acsì mòrene d’ammìd<strong>di</strong>e tutte le vecìne<br />

Ce sanda fèmmene sembe a fà servèzzie<br />

la megghièra mè, me vole troppe bbene<br />

jè vere, oggnettànde ngualche screzzie<br />

ma o vin<strong>di</strong>sètte, nge passe tutt’u velène<br />

ma mo’, avaste a sfotte la memòrrie<br />

penzàme a festeggià le nozze d’argìjnde<br />

avèsse assì da sotte nqualch’alda storrie<br />

c’ammànne all’arrie Sande e Sagramìjnde<br />

Oh! nu picche d’attanziòne, amìsce e parìjnde<br />

brindàme tutte, che cusse mijère gnore<br />

a me e megghièreme, pe le nozze d’argìjnde<br />

e ve mbìteche già da mo’ a le nozze d’ore<br />

Nu battamàne a la fate de la case<br />

mo’ parle tu, ffiore mì senz’a spine<br />

megghièra me, <strong>di</strong>nge ngualche frase<br />

tu ca la tine bbone la parlandìne<br />

marite mì, si <strong>di</strong>tte tutte giuste<br />

ven<strong>di</strong>cing’anne fa, e fù de sere<br />

mo’ tu <strong>di</strong>gghe, che tutt’u guste<br />

me n’avèsse sciute o cìneme Impère!<br />

–––– 60 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


Ma insomma chi è l’uomo in questa casa?<br />

vuoi dare l’esempio e l’educazione<br />

tu e i figli tuoi, chi esce e e chi entra<br />

cosa credete che questa è una pensione<br />

Non gridare, che ci sentono da fuori<br />

mbe! imbellettati con tutto l’oro che hai<br />

e an<strong>di</strong>amo in piazza a cuore a cuore<br />

così muoiono d’invi<strong>di</strong>a tutti i vicini<br />

Che santa femmina sempre a fare servizi<br />

la moglie mia, mi vuole troppo bene<br />

è vero, ogni tanto qualche screzio<br />

ma il ventisette, gli passa tutto il veleno<br />

Ma ora, basta a solleticare la memoria<br />

pensiamo a festeggiare le nozze d’argento<br />

dovesse uscire da sotto qualche altra storia<br />

che butta all’aria Santi e Sacramenti<br />

Oh! un pò <strong>di</strong> attenzione, amici e parenti<br />

brin<strong>di</strong>amo tutti, con questo vino nero<br />

a me e mia moglie, per le nozze d’argento<br />

e vi invito già da adesso alle nozze d’oro<br />

Un battimano alla fata della casa<br />

ora parla tu, fiore mio senza spine<br />

moglie mia, <strong>di</strong>cci qualche frase<br />

tu che hai buona la parlantina<br />

Marito mio, hai detto tutto giusto<br />

venticinque anni fa, e fù <strong>di</strong> sera<br />

ora te lo <strong>di</strong>co con tutto il gusto<br />

me ne fossi andata al cinema Impero! 6<br />

6 Famoso Cinema (demolito) degli anni 40-50.<br />

–––– 61 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


JUNE MONDE DE LA LUNE<br />

June – monde de la lune<br />

jère nu scèche de la nnocènze<br />

e sennàve come tande uaggnùne<br />

ca la lune me desse prevvedènze<br />

josce, velèsse da la lune<br />

solamènde e sole l’essènze<br />

acsì u-allàsseche a n’aldùne<br />

u-ndellìrrie de l’adolescènze<br />

Du – mon<strong>di</strong> mblù<br />

mu credève tutt’u mì<br />

e scequànne a palle fa tu<br />

ne sò fatte de fessarì<br />

ma u munne josce jè blù?<br />

ìj u vegghe tutte gnore<br />

tand’uerre menz’a nù<br />

quanda carne cu delòre<br />

Tre – la figghie du Rè<br />

ìj sennàve da uaggnòne<br />

ca vasàve probbie a mè<br />

e ìj salève sop’o trone<br />

–––– 62 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


UNO MONDO DELLA LUNA<br />

Uno – mondo della luna 1<br />

Era un gioco dell’innocenza<br />

e sognavo come tanti ragazzi<br />

che la luna mi desse provvidenze<br />

oggi, vorrei dalla luna<br />

solamente e solo l’essenza<br />

così lascio a un altro ragazzo<br />

il delirio dell’adolescenza<br />

Due – mondo in blù<br />

lo credevo tutto mio<br />

e giocando a palla fai tu 2<br />

ne ho fatte <strong>di</strong> fesserie<br />

ma il mondo oggi è blù?<br />

io lo vedo tutto nero<br />

tante guerre in mezzo a noi<br />

quanta carne con il dolore<br />

Tre – la figlia del Rè<br />

io sognavo da ragazzo<br />

che baciava proprio me<br />

e io salivo sopra il trono<br />

1 Passatempo infantile <strong>di</strong> gruppo degli anni 1950-60 praticato maggiormante<br />

nelle sere d’estate, quasi propedeuico al “gioco” della<br />

vita, dove, il “succube” <strong>di</strong> turno piegava il busto ad angolo retto<br />

consentendo agli altri ragazzi <strong>di</strong> scavalcarlo in successione. I ragazzi<br />

che saltavano ripetevano la cantilena compiendo, quasi come in<br />

un rito propiziatorio, le gestualità previste dai dei <strong>di</strong>eci argomenti <strong>di</strong><br />

detta cantilena. Sino all’atto finale dove, nel fuggi fuggi generale, il<br />

“succube” <strong>di</strong>ventava cacciatore e chi veniva toccato doveva sottoporsi<br />

a sua volta alle altrui angherie, sberleffi, ecc.<br />

2 Vivendo alla giornata, senza alcun progetto <strong>di</strong> vita.<br />

–––– 63 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


de famìgghie e non de Rè<br />

ìj na figghie sò spesàte<br />

ca fatìche acchiù de mè<br />

m’arretènghe affertenàte<br />

Quatte – u calge ngule<br />

sò pegghiàte giustamènde<br />

non zappàve le fasùle<br />

a la scole jere tremènde<br />

so pegghiàte calge ngule<br />

da collèghe e capuràle<br />

pe non esse leccacùle<br />

sò remàste a menza scale<br />

Cinghe – le chetùgne<br />

delùre atrùsce e forte<br />

ijnd’o core accòme cugne<br />

quanne sòreme jè morte<br />

doppe, l’alde chetùgne<br />

u tijèmbe l’à matràte<br />

mbrime à muerte u grugne<br />

pò, mamme à trapassàte<br />

Se – la padolècchie<br />

ìj sò state scegguannàre<br />

a la carte teràve le recchie<br />

picche vizzie... nu cendenàre<br />

–––– 64 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


<strong>di</strong> famiglia e non <strong>di</strong> Rè<br />

una figlia ho sposato<br />

che lavora più <strong>di</strong> me<br />

mi ritengo fortunato<br />

Quattro – il calcio in culo<br />

io ho preso giustamente<br />

non zappavo i fagioli<br />

a scuola ero tremendo<br />

ho preso calci in culo<br />

da colleghi e caporali<br />

per non essere lecchino<br />

sono rimasto a mezza scala 3<br />

Cinque – le cotogne 4<br />

dolori atroci e forti<br />

nel cuore come cunei<br />

quando mia sorella è morta 5<br />

dopo, le altre cotogne<br />

il tempo le ha maturate<br />

prima è morto il grugno 6<br />

poi, mamma è trapassata<br />

Sei – la padolecchia 7<br />

io sono stato amante del gioco<br />

alla carta tiravo le orecchie<br />

pochi vizi... un centinaio<br />

3 Non ho raggiunto l’apice della carriera.<br />

4 Mele cotogne. In senso figurato – mani irrigi<strong>di</strong>te a mò <strong>di</strong> pugni<br />

che, con torsione delle stesse, esercitavano una forte pressione sulla<br />

schiena del malcapitato.<br />

5 La cara sorella Domenica morta nel 1980 a soli 32 anni.<br />

6 Padre – <strong>di</strong> aspetto e/o comportamento burbero.<br />

7 Sberleffo – calcetto dato ad un compagno con la parte esterna del<br />

piede e ruotando la gamba.<br />

–––– 65 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


mò però a la padolècchie<br />

sò teràte la martellìne<br />

ìj me senghe sand’Annècchie<br />

mò le vizzie sò na decìne<br />

Sette – u battamàne<br />

ìj u velève cu pallòne<br />

a menùte pò, da attàne<br />

che nu gol da cambiòne<br />

josce vogghie u battamàne<br />

percè crà stogghe mbenziòne<br />

ce quaccùne fasce u n<strong>di</strong>àne<br />

jè nu sorte de caregnòne<br />

Uette – u fagòtte<br />

pe la case sò nzemmuàte<br />

sò pertàte le scarpe rotte<br />

mò, le scarpe sò firmàte<br />

mò, prepàreche u fagòtte<br />

arreggètteche le fijerre<br />

seccedèsse u quarandòtte<br />

me ne vogghe senza cirre<br />

Nove – marange e lemùne<br />

la godèmme chedda bennànze<br />

sotte Natale, nù uaggnùne<br />

via Nicolà e Ndèrre la lanze<br />

–––– 66 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


ora però alla padolecchia<br />

ho tirato la martellina 8<br />

io mi sento santo ad un occhio 9<br />

ora i vizi sono una decina<br />

Sette – il battimani<br />

lo volevo con il pallone<br />

è venuto poi, da padre<br />

con un gol da campione<br />

oggi voglio il battimani<br />

perchè domani sarò in pensione<br />

se qualcuno fa l’in<strong>di</strong>ano<br />

è una sorta <strong>di</strong> carognone<br />

Otto – il fagotto<br />

per la casa ho risparmiato<br />

ho portato le scarpe rotte<br />

ora, le scarpe sono firmate<br />

ora, preparo il fagotto<br />

metto in or<strong>di</strong>ne i ferri del mestiere<br />

succedesse il quarantotto 10<br />

me ne vado senza cirri 11<br />

Nove – arance e limoni<br />

la godevamo quell’abbondanza<br />

sotto Natale, noi ragazzi<br />

via Nicolai e in terra la lanza 12<br />

8 Antico freno a mano dei carri con buoi o cavalli.<br />

9 Santo inesistente, citato in alcuni detti baresi.<br />

10 Confusione, subbuglio (derivante molto probabilmente dai moti<br />

e rivolgimenti politici del 1848).<br />

11 Me ne vado sereno.<br />

12 Via Nicolai strada barese del quartiere Libertà dove sino a poco<br />

tempo fa si teneva il mercato rionale. – In terra la lanza – ex attrac-<br />

–––– 67 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


strafecuàme marànge e lemùne<br />

pulpe de scogghie e de parànze<br />

quann’o munne a tand’uaggnùne<br />

ammangh’u ppane e la sperànze<br />

Desce – vìjne auuandà<br />

nesciune à state capàsce<br />

d’allevàrme la libertà<br />

sole la morte nge la fasce<br />

ma mbrime ca me vene auuandà<br />

aietàdeme a fàrme na grattàte<br />

pò, nu regale m’avit’a fà<br />

am’a scì, tutte acciuccàte<br />

a nu spunde du rione Libertà<br />

p’u grazzie a la vite vessùte<br />

a mà zembà, scecuà e candà<br />

ululànne a la lune u salùte:<br />

June – monde de la lune<br />

du – mon<strong>di</strong> mblù<br />

tre – la figghie du Rè<br />

quatte – u calge ngule<br />

cinghe – le chetùgne<br />

se – la padolècchie<br />

sette – u battamàne<br />

uette – u fagòtte<br />

nove – marànge e lemùne<br />

desce – venìdeme auuandààà!<br />

–––– 68 ––––<br />

Giovanni Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


ingozziamo arance e limoni<br />

polpi <strong>di</strong> scoglio e <strong>di</strong> paranza<br />

quando al mondo a tanti ragazzi<br />

manca il pane e la speranza<br />

Dieci – vieni a prendermi<br />

nessuno è stato capace<br />

<strong>di</strong> togliermi la libertà<br />

solo la morte ce la fa<br />

ma prima che venga a prendermi<br />

aiutatemi a fare uno scongiuro<br />

poi, un regalo mi dovete fare<br />

dobbiamo andare, tutti avvinazzati<br />

a un angolo del rione Libertà<br />

per il grazie alla vita vissuta<br />

dobbiamo saltare, giocare e cantare<br />

ululando alla luna il saluto:<br />

Uno – mondo della luna<br />

Due – mondo in blù<br />

Tre – la figlia del Rè<br />

Quattro – il calcio in culo<br />

Cinque – le cotogne<br />

Sei – la padolecchia<br />

Sette – il battimani<br />

Otto – il fagotto<br />

Nove – arance e limoni<br />

Dieci – venitemi a prendere!<br />

co delle lanze (velieri) sul lungomare e prospiciente il teatro<br />

Margherita dove oggi molti baresi consumano all’aperto alcune<br />

specialità <strong>di</strong> molluschi e mitili.<br />

–––– 69 ––––<br />

Giovanni Caldarulo


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

NU FIGGHIJE!!!<br />

Marie, ma ci stà fasce? Ce aspitt’ a ffà...<br />

n’alda nettate si scettat’o vijnde<br />

... fatte capasce... me vinit’a curquà...<br />

femmena benedètte... me stà ‘ssinde?<br />

So ‘ggià le quatt’e fra picche fasce dì<br />

e tu non se dermute ‘ndutte ‘ndutte!!<br />

Sì capatost’ assà... ma u uuè capì<br />

ca la cannel’ abbrusc’e mmò sà strutte!<br />

U figghije ca tu aspitt’u si perdute<br />

non è cchiù figghij’a tè, jè figghij’o munne<br />

Acchian’acchian’u vì se n’ascennute<br />

sèmbe cchiù abbasce, sembe cchiù affunne!<br />

... Ci sijnde tezzuà cudde jè uavvise<br />

c’à state carcerat’o à stat’accise!<br />

–––– 70 ––––<br />

Michele Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


il mio cuore....<br />

‘Benny Petrone è stato ammazzato da qualche mese...<br />

mia madre si chiamava Maria e ‘nu figghie nasce al ricordo<br />

<strong>di</strong> tutte le notti che lei ha passato in bianco aspettando i due<br />

dei miei sette fratelli che si erano buttati in politica con<br />

l’illusione <strong>di</strong> poter cambiare questo mondo...<br />

Uno dei due al termine <strong>di</strong> un comizio fu vittima <strong>di</strong> incidente<br />

stradale e per trauma cranico rimase in coma un mese;<br />

entrambi hanno fatto visita alla sezione politica del grande<br />

albergo dell’ex corso Sicilia...<br />

Sui muri della città i compagni dell’estrema sinistra<br />

scrivevano... LIBERATE I FRATELLI...<br />

È mio padre che parla...<br />

Febbraio 1978<br />

UN FIGLIO<br />

Maria, ma che fai? Perché ti attar<strong>di</strong> in questa attesa?<br />

Hai buttato al vento (se scettat’o vijnde) inutilmente<br />

un’altra notte...<br />

Convinciti ti prego... e torna a letto (vinit’a curquà)<br />

Donna benedetta perché non mi ascolti?<br />

Sono già le quattro e fra poco albeggerà...<br />

E tu non hai dormito affatto (‘ndutte ‘ndutte)...<br />

Sei testarda assai... ma perché non vuoi capire<br />

Che ogni speranza, ogni tentativo è ormai inutile...<br />

(che a furia <strong>di</strong> lasciarla bruciare la candela si è consumata)<br />

Quel figlio che stai aspettando l’hai perduto!<br />

Non è più figlio Tuo (nostro) è figlio del mondo...<br />

Piano, piano lo sai è sprofondato<br />

Sempre più giù, sempre più in fondo...<br />

Ciò che devi (dobbiamo) temere e sentir bussare alla porta...<br />

Se questo avverrà sarà per <strong>di</strong>rci che è in galera o non c’è più!<br />

–––– 71 ––––<br />

Michele Caldarulo


PIRIPICCHIE<br />

Fracchesciass’e calzun’a zumbafusse<br />

faccia tonn’e chijène, mestazze gnore,<br />

garoffane, bastongidd’e cibusse...<br />

Piripicchie tu ijre ‘nu signore...<br />

Quanne venive chijne de crianze<br />

che nu chembagne che la rigonètte<br />

nu uagnune ce mettèmme ‘nnanza ‘nnanze<br />

pe vedè come zembave la bombètte,<br />

Pe sendì mègghie tutte le candate<br />

p’acchiamendà la moss’e u pernacchie<br />

come m’arrecordecke la resate...<br />

u derrutte!!... pe nu ijère ‘na pacchie.<br />

Po tu t’ angenecchiave chiane chiane<br />

pe pegghià da ‘ndèrre picche terrise<br />

ma ‘nu core tu te pegghiave ‘mmane...<br />

u core de BARE... Addò u si mise?<br />

Dimm’ addò stà fetend’ ... u si asckennute?<br />

Priripicchie da ‘ddà rid’ e salute...<br />

–––– 72 ––––<br />

Michele Caldarulo<br />

<strong>Bari</strong>


La mia terra... terra meravigliosa.<br />

e il mio orgoglio è quello <strong>di</strong> averne respirato l’aria insieme<br />

(oltre agli illustrissimi personaggi che l’hanno onorata e resa<br />

grande) a quelle figure che da <strong>Bari</strong>ne cantata da Orazio a<br />

Coline de le mazze, dalla popolana Loprieno Anna detta la<br />

Mosce a San<strong>di</strong>rocche conosciutissimo lustrascarpe degli anni<br />

’50, da Cacone alias “Cudde du no” delle votazioni del 1860<br />

a ... hanno contribuito a formarci per quel popolo<br />

meraviglioso che siamo. Fra questi...<br />

PIRIPICCHIE (Michele Genovese)<br />

Frac, calzoni corti all’altezza dello stinco,<br />

(adatti a saltare i fossati)<br />

viso tondo e pasciuto, baffetto nero,<br />

garofano rosso all’occhiello, bastoncino <strong>di</strong> bambù, cilindro...<br />

Piripicchie tu eri un gran Signore!<br />

Quando arrivavi, con quell’aria ostentata, da gran Signore,<br />

in compagnia del tuo amico con la fisarmonica,<br />

noi bambini facevamo cerchio cercando i primi posti<br />

per scoprire come facevi a far roteare così bene il cilindro...<br />

per ascoltare meglio le canzoni che cantavi,<br />

e assistere alla caratteristica mossa, o all’espressione del<br />

pernacchio;<br />

o al movimento della faccia per imitare il rutto...<br />

E tutto questo per noi era la felicità...<br />

Poi tu ti piegavi con tanta <strong>di</strong>gnità<br />

Per raccogliere da terra le monetine che dai balconi e<br />

dalle finestre gli “spettatori” ti lanciavano<br />

Ma con quel gesto, tu da terra raccoglievi un grande cuore<br />

“U core de Bare” (e lo facevi tuo...)<br />

(Giacchè ora quel cuore mi manca), <strong>di</strong>mmi dove lo hai<br />

messo... perché certo lo hai nascosto...<br />

Ma da lassù, Piripicchie nicchia ... sorride bonariamente<br />

e furbescamente saluta.<br />

–––– 73 ––––<br />

Michele Caldarulo


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

BALLATA PER FISARMONICA E TAMBURELLI<br />

Un bel giovanott a cumbrat la fascia rossa<br />

e la pagata grossa per far impazzire a me.<br />

Cumma Luisa ten tre pulci alla camis, iun cand,<br />

l’altr frisch i l’out strazz u misusck.<br />

Cumma Luisa ten tre pulci alla camis, iun cand,<br />

l’altr frisch i l’out stazz u lunzoul.<br />

A cumma Anna ca tein u varvasciaun ste appsleit,<br />

cumma Anna u tein arreit.<br />

Vlè vlè, nan zi scien chie p four,<br />

u ruotorce e lung i la palomba, vlè vlè.<br />

I 12 MESI DELL’ANNO: OGNUNO HAIL SUO DETTO<br />

1 gennr sìcc, massar rìcc<br />

2 febbrr cort i amoir<br />

3 marz se chiov, chiov<br />

4 abroil, ogni gocc d’acqu, nu varoil<br />

5 magg la recesà iegn la spiga lesa<br />

6 giugn la falc in pugn<br />

7 lughìo la trebbiateur i la pesateur<br />

8 agost levate la fatica de dosso<br />

9 settembr la foicha moscia<br />

10 ottobr la vendemmi<br />

11 nuvembr la castagn accmenz<br />

12 <strong>di</strong>cembr la raccolt dell alòive, s faic l’entreit i l’asseit.<br />

–––– 74 ––––<br />

Matteo Calvano<br />

Andria (BAT)


BALLATA PER FISARMONICA E TAMBURELLI<br />

Un bel giovanotto ha comprato la fascia rossa<br />

e l’ha pagata tanto per far impazzire a me.<br />

La Signora Luisa ha tre pulci alla camicia, una canta,<br />

l’altra fischia e l’altra strappa la carne affumicata.<br />

La Signora Luisa ha tre pulci alla camicia, una canta,<br />

l’altra fischia e l’altra strappa il lenzuolo.<br />

La signora Anna ha un foruncolo che si è ammorbi<strong>di</strong>to,<br />

la Signora Anna c’è l’ha ancora.<br />

Vola vola, non andare più in campagna,<br />

la stoppia è lunga e la colomba, vola vola<br />

I 12 MESI DELL’ANNO: OGNUNO HAIL SUO DETTO<br />

1 gennaio secco, massaro ricco<br />

2 febbraio corto e amaro<br />

3 marzo se piove, piove<br />

4 aprile, ogni goccia un barile<br />

5 maggio il brutto tempo riempie la spiga lesa<br />

6 giugno la falce in pugno<br />

7 luglio la trebbiatura e la pesatura<br />

8 agosto levati la fatica <strong>di</strong> dosso<br />

9 settembre la fiche moscia<br />

10 ottobre la vendemmia<br />

11 novembre la castagna inizia<br />

12 <strong>di</strong>cembre la raccolta delle olive, si fa il resoconto<br />

delle entrate e delle uscite.<br />

–––– 75 ––––<br />

Matteo Calvano


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

OGNE STUÈRCE JÈ MMODE<br />

(De<strong>di</strong>cata a cèrte uagnèdde d’osce ’a <strong>di</strong>je)<br />

Ca tu te cànge ’a tìente a le capìedde,<br />

o ca t’appìette ’u muse, ’a fàcce e l’uècchie<br />

e tutt’ ’a <strong>di</strong>je rumane ’ngòcchi’ ’u spècchie;<br />

si’ sèmbe tune, ’a stèsse, quèdda ddà.<br />

Ci a ttè ’a Nature t’ha criate brutte,<br />

uguale a chidde mòbbele tarlate,<br />

ci miette ’u “stucche” pe’ salvà’ ’a facciate,<br />

se vède sèmbe ’u fràcede addò’ stà’.<br />

Ci po’ si’ bbèlla e vvuè’ parè’ cchiù bbona,<br />

’Uagnè’, tu pierde ’u tiembe inutilmènde.<br />

Siendeme a mmè, t’ ’u <strong>di</strong>che onestamènde:<br />

Si’ sèmbe bbèlle e no’ te puè cangià’!<br />

Mo’ puèrte ’u “Balcungine” e ’a “Minigonne”<br />

piccè t’ha fa’ vedè’ pure ’u veddìche<br />

e l’otra cose..., mo’, no’nge t’ ’u <strong>di</strong>che...;<br />

cè tiene l’accussènde de papà?<br />

Quànne è ’mbarate a d<strong>di</strong>cere «Pirsìng»,<br />

l’aniedda d’ore, come ’na cunnànne,<br />

l’è mise: all’uècchie, a’ lènghe e a tutte vànne.<br />

Evviva a ci ha ’nvendate ’a libbèrtà!<br />

Le tatuàgge, apprime, le purtave<br />

’nu ’uappe, appartenènne a’ malavita;<br />

mo’, cume a ’nu sciardìne assaie fiorìte,<br />

no’ ssè’ manche addò cchiù te la fa-fa’.<br />

Sìndeme a mmè, te pozze fa’ da nonne:<br />

no’ so’ cose c’hadda ffà ‘na peccennòdde,<br />

senza malizie e cu’ ’nu core modde,<br />

ca sciòche cu’ ’a pupe “a ffa’ ’a mammà”!<br />

Jè vvére, ’a situazione jè ginerale,<br />

no’ se capisce cchiù cè jè ’a morale,<br />

’u munne, mo’, pare ca ggire a’ smèrse<br />

e sule quànne ne ve<strong>di</strong>me pèrse<br />

penzame a ’D<strong>di</strong>je, ci ne po’ salvà’!!!<br />

–––– 76 ––––<br />

Domenico Candelli<br />

Taranto


OGNI STORTURA È MODA<br />

(De<strong>di</strong>cata a certe ragazze <strong>di</strong> oggi giorno)<br />

Che tu ti cambi la tinta dei capelli,<br />

o che ti <strong>di</strong>pingi le labbra, la faccia e gli occhi<br />

e tutto il giorno stai <strong>di</strong> fronte ad uno specchio,<br />

sei sempre tu, la stessa, quella là.<br />

Se a te la Natura ti ha creata brutta,<br />

uguale a quei mobili tarlati,<br />

se metti lo “stucco” per salvare la facciata,<br />

si vede sempre il marcio dov’è.<br />

Se poi sei bella e vuoi apparire più attraente,<br />

“Ragazza”, tu per<strong>di</strong> il tempo inutilmente.<br />

Dai ascolto a me, te lo <strong>di</strong>co onestamente:<br />

sei sempre bella e non ti puoi cambiare!<br />

Ora porti il “Balconcino” e la “Minigonna”<br />

perché ti devi far vedere anche l’ombellico<br />

e l’altra cosa..., ora, non te la <strong>di</strong>co...;<br />

Che hai il consenso <strong>di</strong> papà?<br />

Quando hai imparato a <strong>di</strong>re “Pirsìng”,<br />

l’anello d’oro, come una condanna,<br />

l’hai messo: agli occhi, alla lingua e dappertutto.<br />

Evviva chi ha inventato la libertà!<br />

I tatuaggi, prima, li portava<br />

un guappo, appartenendo alla malavita;<br />

ora, come un giar<strong>di</strong>no molto fiorito,<br />

non sai neanche dove più te li devi far fare.<br />

Senti a me, ti posso fare da nonno:<br />

non sono cose che deve fare una ragazzina,<br />

senza malizie e con un cuore tenero,<br />

che gioca con la bambola “a fare la mamma”!<br />

È vero, la situazione è generale,<br />

non si capisce più che cos’è la morale,<br />

il mondo, ora, sembra che giri al rovescio<br />

e solo quando ci sentiamo sperduti<br />

pensiamo a Dio, se ci può salvare!!!<br />

–––– 77 ––––<br />

Domenico Candelli


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

JALTAMURE NÒSTE<br />

Ma ce profume a Jaltamura nòste,<br />

U paise de la pèta toste;<br />

che la Murge tand’amète<br />

grazeje all’erve profumète.<br />

Jaltamure jè assè an<strong>di</strong>che<br />

E pe chèsse jè de tutte amiche.<br />

Tra gnostre e Cattèdrele<br />

Jè canesciute a levèlle mondejele.<br />

Cu puène fragrande<br />

Sfème i vuocche de tutte quande.<br />

La “Leonèsse de la Puglj” l’avuonne chiamète<br />

E da tanne nesciun l’è chiù scurdète.<br />

Settandamile so l’abetande,<br />

combrèse pure l’emigrande.<br />

Pì vicchie stonne tand’attevetè<br />

Dall’Uneversetè o Cèndre Anzejène “Bell’Etè”.<br />

LA FEMMENE<br />

La regine de la chèse jè la fèmmene<br />

Ca se vaite come a na madonne<br />

Senza fèmmene nan se pote stè<br />

E la chèse vacande père<br />

E jè pure e senza defette<br />

La tremende che tand’affette<br />

La femmene jè meravigliose<br />

E vène odorate come e ne roseù<br />

Ce vene curate come a na chiande<br />

Sembe dechjiu te ‘ngande<br />

Di l’è crejète<br />

E all’omme l’effedète<br />

v-simbele de la libertè<br />

ca l’omme avà defènne<br />

–––– 78 ––––<br />

Anna Cappiello<br />

Altamura (BA)


LA NOSTRA ALTAMURA<br />

Ma che profumo nella nostra Altamura,<br />

La città della pietra dura;<br />

con la Murgia tanto amata<br />

grazie all’erba profumata.<br />

Altamura è molto antica<br />

E per questo è <strong>di</strong> tutti amica.<br />

Tra claustri e Cattedrale<br />

È conosciuta a livello mon<strong>di</strong>ale.<br />

Con i suoi pani fragranti<br />

Sfama le bocche <strong>di</strong> tutti quanti.<br />

La “Leonessa <strong>di</strong> <strong>Puglia</strong>” l’han chiamata<br />

E da quel momento nessuno l’ha più scordata.<br />

Settantamila sono gli abitanti,<br />

Compresi anche gli emigranti.<br />

Per gli anziani ci sono molte attività<br />

Dall’Università al Centro Anziani “Bell’Età”.<br />

LA DONNA<br />

Regina della casa è la donna<br />

Che si ammira come una madonna<br />

Senza la donna non si può stare<br />

E la casa vuota appare<br />

Se è pura e senza <strong>di</strong>fetto<br />

La guar<strong>di</strong> con tanto affetto<br />

La donna è meravigliosa<br />

E viene adorata come una rosa<br />

Se viene curata come una pianta<br />

Sempre più ti incanta<br />

Dio l’ha creata<br />

E all’uomo l’ha affidata<br />

Il simbolo della libertà<br />

Che l’uomo <strong>di</strong>fenderà<br />

–––– 79 ––––<br />

Anna Cappiello


ME SO ACCHJETE CHI VIP<br />

E timbe passète<br />

La cause ca me fasciaje cambè<br />

Jière u fè tanda attivetè.<br />

All’associazione “Donne in” sciaje<br />

E pringepalmènde cusciaje<br />

Tra recchjetèdde e sughètte,<br />

e tenaime u timbe pure pi merlètte.<br />

Tanda fèste organezzamme<br />

E che tutte l’ardore<br />

Partecepò pure Renzo Arbore.<br />

Jinda a tèlevisione so ssute<br />

E o maèstre Vissani so canesciute.<br />

Tègne angore tande da cundè,<br />

ma me fèrme e vu lasse mmagenè.<br />

Romana<br />

CARNEVALE<br />

E n’àlde Carnevale se n’à scjùte!...<br />

’U avònne precuàte probbj’ajìre sere:<br />

’u acchembagnàve ccì tutta tengjùte,<br />

ccì vestute a llùtte p’u <strong>di</strong>spiacère.<br />

Francesca<br />

Nu muèrte o motte ca se chiàmave Rocche,<br />

chiangjùte e acchembagnate da uagnune:<br />

o cuènze* và ccì av’a mangià a ddò vocche,<br />

e ccì pe la brevogne stà descjùne.<br />

* cuènze: ristoro offerto dai famigliari dopo la veglia.<br />

–––– 80 ––––<br />

Anna<br />

Cappiello<br />

Altamura (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Capriati<br />

<strong>Bari</strong>


I MIEI INCONTRI VIP<br />

Ai tempi ad<strong>di</strong>etro<br />

la cosa che mi manteneva in vita<br />

era lo svolgimento <strong>di</strong> tante attività.<br />

All’associazione “Donne in” andavo<br />

e principalmente cucinavo,<br />

tra orecchiette e sughetto,<br />

avevamo il tempo anche per i merletti.<br />

Tante feste organizzavamo<br />

e con ardore<br />

anche Renzo Arbore<br />

coinvolgevamo.<br />

In tv sono andata<br />

e con il maestro Vissani mi sono incontrata.<br />

Nella mia mente<br />

ho tanto da raccontare<br />

ma mi fermo,<br />

vi lascio immaginare.<br />

CARNEVALE<br />

<br />

E un altro “Carnevale” se n’è andato!<br />

L’hanno sepolto proprio ieri sera:<br />

Lo accompagnavano chi tutto truccato,<br />

chi vestito a lutto pel <strong>di</strong>spiacere.<br />

Un morto finto sempre chiamato Rocco,<br />

accompagnato piangendo da ragazzi:<br />

alla cena vi andrà chi mangerà troppo,<br />

e chi per <strong>di</strong>gnità sarà <strong>di</strong>giuno.<br />

–––– 81 ––––<br />

Anna<br />

Cappiello<br />

Francesca Romana<br />

Capriati


Ma a cudde Carnevale no’nzò tutte:<br />

ddà se devèrte ’u menzane e ’u piccinùnne,<br />

se scàngene la maschre belle e brutte,<br />

e sfòttene allegramende mjìnze Munne.<br />

Iè o Carnevale de la vite,<br />

ca sciàme masckarate tutte quànde:<br />

và ccì chiangènne ’nguèrpe se la rite,<br />

e ccì pe rrìde s’av’ascònne ’u chiande.<br />

LA PRIMAVERE<br />

Punduale av’arrevate stamatine,<br />

tutta vestuta a feste e ’ngherlandàte:<br />

capidde d’ore che l’ècchie celestrine,<br />

e, o poste de la vocche na cerase.<br />

Appìse o vrazze pertàve nu cestine,<br />

chjìne de rose e viole profumate,<br />

e a ccì la salutave che l’inghine,<br />

’mbrìme respennève che nu vase.<br />

P’u prjìsce ca regalàve a tutte,<br />

l’avònne scangiàte pe na Fate,<br />

ca senza fa remore citta-cìtte,<br />

che na bacchette ’u vjirne à mendeuàte!...*<br />

* mendeuàte: allontanato.<br />

–––– 82 ––––<br />

Francesca Romana Capriati<br />

<strong>Bari</strong>


Ma a quel “Carnevale” non vanno tutti:<br />

là si <strong>di</strong>verte il giovane e il bambino,<br />

si scambiano le maschere belle e brutte,<br />

per tiranneggiare il più vicino.<br />

È al Carnevale della vita,<br />

che mascherati ci trasciniamo in tanti...<br />

chi piangendo nasconderà il piacere,<br />

chi sorridendo reprimerà il pianto.<br />

LA PRIMAVERA<br />

Puntuale è arrivata stamattina,<br />

tutta vestita a festa e inghirlandata,<br />

capelli d’oro e gli cilestrini,<br />

e al posto della bocca una cerasa.<br />

Al braccio portava un bel cestino,<br />

<strong>di</strong> roselline e viole profumate,<br />

e, a chi la salutava con un inchino,<br />

ricambiava sempre con un bacio.<br />

Per l’allegria che contagiava tutti,<br />

l’hanno scambiata per una fata,<br />

che senza far confusione, <strong>di</strong>vertita,<br />

con la bacchetta il “verno” ha congedato.<br />

–––– 83 ––––<br />

Francesca Romana Capriati


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

’U MESTÉRE<br />

Dije ha criate ‘a terre e ‘u Paravise<br />

no’ sapime manghe a date precise.<br />

Sette giurne de fatije e le notte,<br />

po’ stracche assaje, se fermò de botte.<br />

Sfizius’à state, come a Jdde sime,<br />

e l’assemegghiame, l’ha Ditte apprime.<br />

Pupazze Crijò de pórve imbastate.<br />

E ppure ‘u cirvidde,... l’avére date...<br />

Po’ le fiatò mmocche, l’aneme ‘uguèrpe,<br />

accussì trasì po’ a vite indo cuèrpe.<br />

Ma ‘nguarche ccose... nonge ha sciute dritte...,<br />

da tanne no’ hamm’avute cchiù reggìtte.<br />

Miˆskate a nuje tande rebusciáte<br />

e po’ nu munne de malasurtáte.<br />

Mariungidde,... assassine... e pallunáre,... 1<br />

e de uagnune drugate, nu mare.<br />

Le prufete ca a Bibbie, honne scritte...,<br />

s’honna scurdate de quidde ca ha Ditte?<br />

Leggime a verdáte o’ tande buscije?<br />

Ijè libbre de sbruècchele 2 e fantasije?<br />

‘U Crijatore ca sembe ha smirciáte 3 ,<br />

ha lassate stare le smarrunate 4 ,<br />

Ha ‘ngarecate ‘u Figghie all’andrasatte 5 ,<br />

p’aggiustáre tutte le malefatte.<br />

1 Pallunáre: Millantatore, sbruffone.<br />

2 Sbruècchele: Sciocchezze.<br />

3 Smirciáte: Guardare minutamente, squadrare.<br />

4 Smarrunate: Un errore, commettere una mancanza.<br />

5 All’andrasatte: All’improvviso.<br />

–––– 84 ––––<br />

Vittorio Cascone<br />

Taranto


IL MISTERO<br />

Dio ha creato la terra e il Para<strong>di</strong>so,<br />

ma non sappiamo la data precisa.<br />

Sette giorni <strong>di</strong> lavoro più le notti,<br />

poi stanco assai, si fermò all’istante.<br />

Sfizioso è stato, siamo come Lui,<br />

l’assomigliamo l’Ha detto subito.<br />

Creò pupazzi, con polvere e acqua impastata,<br />

e dette al cervello, l’intelletto.<br />

Poi soffiò l’alito in bocca generando l’anima<br />

e donò vita al corpo.<br />

Ma qualche cosa non andò nel giusto verso<br />

perché d’allora non abbiamo avuto più pace.<br />

Ci siamo trovati in mezzo a<br />

un mondo <strong>di</strong> marioli, debosciati,<br />

assassini, imbroglioni<br />

e un mare <strong>di</strong> ragazzi drogati.<br />

I Profeti che la Bibbia hanno scritto...<br />

<strong>di</strong>menticarono quello che <strong>di</strong>sse Dio?<br />

Leggiamo la verità o tante bugie?<br />

È un libro <strong>di</strong> sciocchezze e fantasia?<br />

Il Creatore che sempre ci ha guardato<br />

ha lasciato stare gli errori e le falsità,<br />

ha mandato all’improvviso il Suo Figliolo<br />

per riparare tutte le malefatte.<br />

–––– 85 ––––<br />

Vittorio Cascone


Pe rengraziamende ‘u mettemme ’ngroce;<br />

però hamma remaste belve feroce.<br />

‘U crede... pe tutte..., jè nu mestere<br />

p’ ‘u munne nuestre e l’universe indere.<br />

TANDE TIEMB’ ARRETE<br />

Finite a uerre, tande tiembe arrete,<br />

‘mmbece de scè nnanze scemme rete.<br />

‘U fiate pe’ parlare ne mangave,<br />

sule fame e miserie, ninde stave,<br />

A fatije po’, no’ mangave ô tate,<br />

turnave ‘a sere accase ‘mbassuláte 1 ,<br />

de solde ‘a sacche ere sembe vacande<br />

sutáve 2 ‘a màmme... c’ ’u mandesine ‘nnande 3 ,<br />

teneve sembe ‘nu curtidde ‘mmane,<br />

pelamme tutte quande le patane,<br />

n’anghiemme ‘u stomecke cu’ le muledde 4<br />

e ‘nguarche vote cu’ le pagnutedde.<br />

A tutte quande ‘nu stuezze de pane;<br />

tutte malatidde, pe’ ninde sane.<br />

Stamme sembe a cacce de sgranatorje 5 ,<br />

Nu’ ereme aneme du’ purgatorje.<br />

1 ‘Mbassuláte: stanco.<br />

2 Sutáve: sudare, affaticarsi molto...<br />

3 Mandesin’ande: grembiule davanti.<br />

4 Muledde: piccole mele, oggi rare a trovarsi.<br />

5 Sgranatòrje: in cerca <strong>di</strong> cibo.<br />

–––– 86 ––––<br />

Vittorio Cascone<br />

Taranto


Noi per ringraziarLo Lo mettemmo in croce,<br />

e siamo rimasti come all’ora, belve feroci.<br />

Il credo... per tutti è un mistero...<br />

per il nostro mondo e l’universo intero.<br />

TANTO TEMPO ADDIETRO<br />

Finita la guerra, tanto tempo ad<strong>di</strong>etro,<br />

invece <strong>di</strong> andare avanti si andava in<strong>di</strong>etro.<br />

Il fiato per parlare ci mancava,<br />

solo fame e miseria, nient’altro restava.<br />

Il lavoro non mancava a mio padre,<br />

ritornava la sera a casa molto stanco<br />

e <strong>di</strong> sol<strong>di</strong> la tasca era sempre vuota.<br />

La mamma era sempre stanca per il lavoro,<br />

aveva sempre il coltello in mano<br />

per pelare insieme ai figli le patate.<br />

Ci riempivamo lo stomaco con piccole mele (non più<br />

in commercio)<br />

e qualche volta con pagnottelle (della famiglia dei cetrioli).<br />

Per tutti un pezzettino <strong>di</strong> pane,<br />

tutti malaticci, per niente sani.<br />

Affamati, si andava sempre in cerca <strong>di</strong> cibo.<br />

Eravamo come anime vaganti del purgatorio.<br />

–––– 87 ––––<br />

Vittorio Cascone


Le patane serrate inde a credenze 6 ,<br />

Ss’accattáve dô furese a credenze 7 .<br />

‘U cafeje poj ere na’ ˆschifezze,<br />

assemegghiave ô fizze da’ munnezze.<br />

E quiste ere po’, ‘u timbe de ‘na vvote,<br />

òsce... tutte,... tènene solde ‘mbóte 8<br />

e se spennene pe’ studecarije,<br />

ssò malate tutte, de pecundríje 9 .<br />

S’ACHIUDE ‘U SEPARJE<br />

Vogghie <strong>di</strong>scitarme 10 pe’ ‘na matine<br />

tutte prisciate 11 , ma senz’a ‘mmuíne 12<br />

e de tenére vind’anne de mene,<br />

e senza penziere, sembe serene.<br />

Jè brutte quanne no’ sté cchiù cirvidde<br />

o mangià quanne no’ tijene cchiù le <strong>di</strong>nde.<br />

‘U destine,... spisse,... se pigghie guste,...<br />

riale ‘a malasorte, ma no jè ggiuste!<br />

P’apprezàre ‘u giurne ‘nge vole ‘a notte,<br />

scarpa nove, comede cchiù da rotte.<br />

E cce ccosa bedde jè semb’ ‘a giuvendù,<br />

e da vecchie,... a vite,... po’ no’ ‘a tiene cchiù.<br />

Se ferm’ ‘u còre,... fenisce na storje...<br />

Jè tutte tiatre,... s’acchiud’’u separje...<br />

6 Credenze: <strong>di</strong>spensa.<br />

7 Credenze: cre<strong>di</strong>to.<br />

8 ‘Mbóte: tasca.<br />

9 Pecundríje: apprensione per la propria salute, ansiosa o ossessiva.<br />

Forma <strong>di</strong> nevrosi simile alla malinconia.<br />

10 Discitarme: svegliarsi.<br />

11 Prisciate: gioia, contentezza.<br />

12 Muine: baldoria, chiasso, rumore.<br />

–––– 88 ––––<br />

Vittorio Cascone<br />

Taranto


La patate chiuse nella credenza,<br />

si compravano dal conta<strong>di</strong>no a cre<strong>di</strong>to.<br />

Il caffè era una vera schifezza,<br />

emanava il cattivo odore della mondezza.<br />

Questo era il tempo <strong>di</strong> una volta,<br />

oggi... tutti hanno sol<strong>di</strong> in tasca<br />

e si spendono per stupidaggini<br />

e sono tutti malati <strong>di</strong> ipocondria.<br />

SI CHIUDE IL SIPARIO<br />

Voglio svegliarmi per una sola mattina<br />

tutto gioioso e senza tanti schiamazzi<br />

e <strong>di</strong> avere vent’anni <strong>di</strong> meno,<br />

senza pensieri, sempre sereno.<br />

È brutto quando il cervello incomincia a non ragionare<br />

e mangiare quando non si hanno più denti.<br />

Il destino spesse volte si prende gusto<br />

a regalare la malasorte, ma non è giusto!<br />

Per apprezzare il giorno ci vuole la notte.<br />

Scarpa nuova, comoda più <strong>di</strong> quella rotta.<br />

Che bella cosa è la gioventù,...<br />

da vecchi... la salute non c’è più.<br />

Si ferma il cuore,... finisce una storia...<br />

È tutto un show... si chiude il sipario.<br />

–––– 89 ––––<br />

Vittorio Cascone


NU’ PIATTE P’’A CÀNNE 1<br />

Naddore se spanne sembe inde all’arje<br />

du’ mare prufumate taran<strong>di</strong>ne,<br />

vonghele, cozze e paste tubettine,<br />

recette an<strong>di</strong>che appartene ‘a storje.<br />

E da tratturje, ‘u stesse piatte vogghie,<br />

cu pumedóre, putresine e agghie,<br />

c’’u nu recorde de le nuestre vicchie<br />

ca metterene pure ’u <strong>di</strong>avulìcchie 2 .<br />

Po’, pe seconde, doje frische tregghie,<br />

na spasòdde 3 , iavatune e spuenzele 4 ,<br />

e pe’ spingè inde o cannanoce 5 , megghie,<br />

u ‘vine de Carusine e amènele 6 .<br />

Na tazze de cafeje e bucchenòtte 7 .<br />

E all’urteme, nu lucane 8 c’u botte<br />

pe ne sendé po’ tutte ad<strong>di</strong>crijate 9 .<br />

Vive Tàrde nuestre e cci la Ccrijate.<br />

1 Canne: molto goloso.<br />

2 Diavulìcchie: peperoncini.<br />

3 Spasòde: piatto piano <strong>di</strong> ceramica senza fondo.<br />

4 Iavatune - spuenzele: frutto <strong>di</strong> mare.<br />

5 Cannanoce: gola.<br />

6 Amènele: mandorle, frutta secca.<br />

7 Bucchenòtte: dolce a forma rotonda ripieno <strong>di</strong> crema, marmellata<br />

o ricotta.<br />

8 Lucane: Amaro <strong>di</strong>gestivo Lucano.<br />

9 Ad<strong>di</strong>crijate: sod<strong>di</strong>sfatto e contento del pranzo.<br />

–––– 90 ––––<br />

Vittorio Cascone<br />

Taranto


UN PIATTO PER I GOLOSI<br />

Un odore si spande sempre nell’aria<br />

del mare profumato tarantino,<br />

<strong>di</strong> vongole cozze e pasta a tubettini,<br />

ricetta antica, appartiene alla storia.<br />

In trattoria lo stesso piatto chiedo,<br />

con pomodorini, prezzemolo e aglio,<br />

e con un ricordo dei nostri nonni<br />

che aggiunsero il peperoncino.<br />

Per secondo due fresche triglie,<br />

un piatto <strong>di</strong> frutti e tartufi <strong>di</strong> mare e<br />

per assaporare meglio il tutto,<br />

frutta secca e vino <strong>di</strong> Carosino.<br />

Una tazza <strong>di</strong> caffè e cannolo con ricotta,<br />

e per ultimo un amaro lucano <strong>di</strong>gestivo per<br />

sentirci allegri e appagati,<br />

esclamando Viva Taranto e chi l’ha creato.<br />

–––– 91 ––––<br />

Vittorio Cascone


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U FIÙMÖÖ MÖÖ’IÖÖ<br />

IóscÖ sté la quart’ étÖ’:<br />

ià la vÖcchiÖ’mÖ, chèss ià la vÖrÖtÖ’!<br />

Tótt fàscÖnÖ rÖmÖ’urÖ,<br />

e la télévisio’nÖ nÖ parl pÖ’urÖ.<br />

NÖ prummèttÖnÖ tànt affètt<br />

ma la vÖrÖtÖ’fÖ’scÖ nu àlt effètt.<br />

CàmpÖ sÖ’ulÖ, c’u arrÖcùrd du passÖ’tÖ:<br />

ind’a rÖ d’òcchiÖrÖ rÖ fàccÖ ca so amÖ’tÖ.<br />

Quanta fatÖ’ichÖ, quant’esperiènz,<br />

ióscÖ nan vàlÖnÖ quÖ’sÖ chiÖ’uÖ pÖ sciènz!<br />

A raccuntÖ’ so sèmp prònt iÖ’iÖ<br />

a cÖ m’addÖmànn e mÖ vólÖ sÖndÖ’iÖ!<br />

Nan sì fuscènn accàmm nu dÖmò niÖ,<br />

firmÖtÖ, nan stàunÖ rechÖnòniÖ!<br />

Ià important chèrÖ ca tÖ dÖ’ich,<br />

iIà la saggèzz dÖ l’antÖ’ich.<br />

U lùngh fiùmÖ mÖ’iÖ mó arrìv’ó mÖ’rÖ,<br />

vìnÖ, nan pèrd rÖ càusÖ chiù chÖ’rÖ!<br />

NU NZIDD D’ACQUA<br />

Na matin d marz,<br />

quann chiov e l’acqua scenn<br />

dolgia dolg, com ci la pass<br />

fina fina allu setazz...<br />

Nu nzidd d’acqua s’ sci puggiò<br />

indda na frask d cucuzz e...<br />

quann s’ r’p’gghiò da sta cadut,<br />

accum’nzò a tr’mend li bellezz d la terr.<br />

–––– 92 ––––<br />

Angela<br />

Cataldo<br />

Terlizzi (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Pasqua<br />

Catucci<br />

Palagiano (TA)


IL FIUME MIO<br />

Oggi c’è la quarta età:<br />

è la vecchiaia, questa è la verità!<br />

Tutti fanno un gran rumore,<br />

la televisione ne parla ore ed ore.<br />

Ci promettono tanto affetto<br />

Ma la verità fa un altro effetto.<br />

Vivo solo, con i ricor<strong>di</strong> del passato:<br />

negli occhi i visi che ho amato.<br />

Quanto lavoro, quanta esperienza,<br />

oggi non valgon quasi più per scienza!<br />

Son sempre pronto a raccontare<br />

a chi domanda e mi vuole ascoltare.<br />

Non fuggire come un dannato,<br />

fermati, non hai scuse, ti ho chiamato!<br />

È importante quel che ti <strong>di</strong>co,<br />

è la saggezza del saper antico.<br />

Il lungo fiume mio s’avvìa al mare,<br />

sèguine il corso, tieni alle cose più care!<br />

UNA GOCCIA D’ACQUA<br />

<br />

Una mattina <strong>di</strong> marzo, quando piove e<br />

l’acqua scende dolce dolce come se<br />

la passassi al setaccio, una goccia d’acqua<br />

si posò su una foglia <strong>di</strong> zucchina, e<br />

quando si riprese dalla caduta, iniziò a<br />

guardare le bellezze della terra.<br />

–––– 93 ––––<br />

Angela<br />

Cataldo<br />

Pasqua<br />

Catucci


La cambagna er bell:<br />

lu ualen ka zappev,<br />

la masser ka dev la canigghj’ alli iad<strong>di</strong>n e<br />

lu sciardenir ka s’ p’gghiev cur d tutt li fiur d lu sciar<strong>di</strong>n.<br />

Lu nzidd d’acqua accum’nzò a p’nzè<br />

ka ier proprj bell addò s’acchiev,<br />

s’ st’nnacchiò e s’ repusò.<br />

Ma da na ramagghj d’alì,<br />

nu passaridd vulò sus’alla frask e b’vì e s’ dd’fr’sc’kò<br />

c’ cudd nzidd d’acqua, ka vulev cambè assè,<br />

indda na frask d’ cucuzz.<br />

NU STUZZ D’ PEN<br />

Camin p’lla stret... li vrazz m’ dol’n<br />

e quand pes’n sti bust’ chien’ d mangè e ogn’ ben d Dì.<br />

Lu pass è svelt e li p’nzijr vol’n ind’alla mend.<br />

Stè da pr’parè da mangè a tutta la famigghij,<br />

e lu pass s’allogn’ e li p’nzijr vol’n.<br />

Azzis’ a nù rumm’tel, nu piccinn’ m stenn la men:<br />

“Signò, tegn’ fem... damm nu stu’zz d’ pen!”<br />

Tutt li p’nzijr m’ pass’n... lu tr’mend...<br />

Quand’è bell! L’u’cchij par’n do stell,<br />

sus’ a chedda facciaredd: nu sorris dolg com’ n’ang’l!<br />

Com’ s’pò nijè nu stu’zz d’ pen?<br />

Ngià uandd la manodd e ng’ <strong>di</strong>k:<br />

“Vijn, vijn k’mè!” e quand’arriv’ a kes lu fzz lavè e...<br />

sub’t sub’t ng’ pr’per da mangè.<br />

S’è manget tutt com nu lup... affamet,<br />

e nu sorris da chedda facciaredd’ d’ Para<strong>di</strong>s.<br />

Po’, m’ha det nu ves e s’n’è sciut...<br />

M’affacch alla f’nestr e lu vogghij salutè, ma...<br />

nu v’nd’cijdd s’iolz e sparisc...<br />

E cè pozz cret ka ng’ det da mangè a Crist?<br />

–––– 94 ––––<br />

Pasqua Catucci<br />

Palagiano (TA)


La campagna era bella: il conta<strong>di</strong>no che<br />

zappava, la massaia che dava la crusca<br />

alle galline e il giar<strong>di</strong>niere che si occupava<br />

dei fiori del suo giar<strong>di</strong>no.<br />

La goccia d’acqua iniziò a pensare che era<br />

proprio bello il posto dove era finita,<br />

si stiracchiò e si riposò.<br />

Da un ramo d’ulivo, un passerotto volò<br />

sulla foglia <strong>di</strong> zucchina; bevve e<br />

si rinfrescò con quella goccia d’acqua che<br />

voleva vivere tanto in una foglia <strong>di</strong> zucchina.<br />

UN PEZZO DI PANE<br />

Cammino per la strada, le braccia mi fanno male.<br />

Quanto pesano queste buste piene <strong>di</strong> cibo e ogni ben <strong>di</strong> Dio!<br />

Il passo è svelto e i pensieri si accavallano nella mente.<br />

Bisogna preparare da mangiare a tutta la famiglia,<br />

e il passo si allunga e i pensieri volano...<br />

Seduto su uno scalino, un bambino mi tende la mano:<br />

“Signora, ho fame... dammi un pezzo <strong>di</strong> pane!”<br />

Tutti i pensieri svaniscono, lo guardo...<br />

Quanto è bello! Gli occhi sembrano due stelle,<br />

e su quel viso: un sorriso dolce come quello <strong>di</strong> un angelo!<br />

Come si può negare un tozzo <strong>di</strong> pane?<br />

Gli prendo la mano e gli <strong>di</strong>co:<br />

“Vieni, vieni con me!” e quando giungo a casa lo lavo e...<br />

in fretta e furia gli preparo da mangiare...<br />

Ha mangiato tutto come un lupo... affamato,<br />

e mi ha rivolto un sorriso con quel viso <strong>di</strong> Para<strong>di</strong>so.<br />

Dopo, mi ha dato un bacio ed è andato via...<br />

Mi affaccio alla finestra per salutarlo, ma...<br />

un venticello si solleva e svanisce...<br />

Posso credere <strong>di</strong> aver dato da mangiare a Cristo?<br />

–––– 95 ––––<br />

Pasqua Catucci


QUANN S’ SPOS NA FIGGHIJ<br />

Cudd ka succed indd’anna famigghij quann s’spos na figghij,<br />

nisciun lu po’ cret!<br />

La mamm d’la zit accummenz’ a p’nzè,<br />

ca qualke mob’l d’la kes sa va kangè.<br />

Accummenz’ da lu d’ven, e lu marit,<br />

no’ sol’ mett men allu portafoglij,<br />

ma l’ ven da kiang’, purcè sus’ a cudd d’ven, ka no<br />

[piascev a nisciun,<br />

idd’ s’ fascev li megghij durmu’t.<br />

Mò è megghij ca s’lu port for’, accussì ddè... nisciu<br />

[lu mett ‘ngrosc’...<br />

P’ ttanda mis’, lu pov’r marit, quann torn dalla fatì,<br />

sus’alla tav’l iacchij nu piattid accummugg’ket e nu bigliett...<br />

Na ser on’ sciut a skakkiè la cam’r d’lu lijtt, nolda dì<br />

[lu pranz, li bombonijr,<br />

lu v’stit alla zit e pur’ cudd’ a idd’.<br />

E finalmend, dopp’ ka lu portafoglij è d’v’ndet assutt,<br />

arriv la sciurnet d’lu matr’monij!<br />

Azzis’ allu lijtt p’nzev alla figghij quann ier p’ccenn e<br />

indd’ alli vrazz s’l’annazz’kev...<br />

Iolz l’ u’cchij e vet la m’gghier... Pikk ng’ vol’ k’ li ven<br />

[l’infart:<br />

s’è v’stut com n’ alv’r d’ Natel e che no l’ dè v’len, <strong>di</strong>sc:<br />

“Si megghij <strong>di</strong> Sofia Lorèn!”<br />

Intand arriv’ lu sart e accummenz a vvest a idd’:<br />

li mutand, li calzijtt k’lla molla strett, la magliett’,<br />

[lu calzon’ e la cammis’,<br />

e la cravatt ka mè s’è mis’...<br />

E quann s’ mett nanz’ allu spekkhij, ques li ven’ nu colp<br />

[a polpett’!<br />

E s’ tr’mend: ma ci è cudd d’sgraziet tutt ’mbumatet?<br />

S’ tr’mend megghij e f’nalmend s’ canosc... ka cudd<br />

[pupazz è propij idd!!!<br />

E mò ven lu megghij: li scarp c’ la ponda strett e<br />

lu d’lor a cudd cadd ka no’lli dè pesc!<br />

–––– 96 ––––<br />

Pasqua Catucci<br />

Palagiano (TA)


QUANDO SI SPOSA UNA FIGLIA<br />

Nessuno può credere a quello che accade in una famiglia<br />

quando si sposa una figlia.<br />

La mamma della sposa comincia a pensare <strong>di</strong> dover<br />

cambiare qualche mobile in casa.<br />

Inizia dal <strong>di</strong>vano, e il marito, non solo sborsa i sol<strong>di</strong>, ma<br />

gli viene anche da piangere, perché su quello stesso<br />

<strong>di</strong>vano che non piaceva a nessuno, lui si faceva le<br />

migliori dormite.<br />

Ora è preferibile portare quel <strong>di</strong>vano nella casa <strong>di</strong> campagna,<br />

così lì nessuno può <strong>di</strong>sturbarlo.<br />

Per <strong>di</strong>versi mesi, il povero marito, al ritorno dal lavoro,<br />

trova sul tavolo della cucina un piatto coperto e un<br />

biglietto: una sera sono andati a scegliere la camera da<br />

letto, un altro giorno il pranzo, le bomboniere, il vestito<br />

della sposa e anche quello per lui.<br />

E finalmente, quando ormai il portafoglio si è prosciugato,<br />

arriva il giorno delle nozze.<br />

Seduto al letto, pensa a quando la figlia era piccola e la<br />

cullava tra le sue braccia.<br />

Solleva lo sguardo e vedendo la moglie, per poco non gli<br />

viene un infarto!<br />

Si è vestita come un albero <strong>di</strong> Natale, ma per non darle<br />

un <strong>di</strong>spiacere, si complimenta con lei, paragonandola a<br />

Sofia Loren!<br />

Nel frattempo, arriva il sarto per vestirlo: le mutande, le<br />

calze con l’elastico stretto, la maglietta, il pantalone e la camicia,<br />

e la cravatta che non aveva mai indossato... e quando<br />

si specchia, per poco non gli viene un colpo apopletico!<br />

Si chiede chi sia quel <strong>di</strong>sgraziato tutto agghindato!<br />

Si osserva meglio e finalmente si riconosce... Ma il<br />

meglio deve ancora arrivare... le scarpe con la punta<br />

stretta gli causano un insopportabile dolore alle callosità<br />

dei pie<strong>di</strong>.<br />

–––– 97 ––––<br />

Pasqua Catucci


Tres la m’gghijer e scett nu lukk’l... “Marit mì,<br />

[quand si bell, pe’r nu pring’p!”<br />

E pov’rijdd streng’ li <strong>di</strong>jnd p’lu d’lor d’lu cadd<br />

[e p’lu portafoglij<br />

ka è d’vndet mazz’ com na sardedda salèt!<br />

Ma quand tres indd’ allu salott e vet la figghij...<br />

[bell, com’ na Madonn,<br />

tutt li d’lu’r li pass’n... s’la ves, s’assuk li lacr’m,<br />

[e tutt f’lisc, l’accumbagn’<br />

all’al’ter...<br />

E lu proverbij <strong>di</strong>sc...<br />

CI’ NO’ FABBR’K E NO’ MMARIT’,<br />

D’ STU MUNN, NONN’ SIJ MIK!<br />

‘N’AMORE A DESTANZE<br />

So avute ‘n’amore a destanze<br />

e sèmbe vacande chèssa stanze,<br />

pènze a taje ca stè l’undène<br />

e te stringe la mène.<br />

Saule nan zo stète<br />

peccè i file nan m’avuonne abbandunète.<br />

Scaje alla fundène<br />

e sendaje ca staje lundène,<br />

l’acque pe l’avè i panne<br />

pegghjaje tutte l’anne.<br />

N’Germaneje asime stète<br />

ma n’asime scitte d’annète,<br />

in italeje ritornèmme<br />

e mè cchjù ne scèmme.<br />

Mo ca stè chiù vecine<br />

u munne mi jè chiù piccoline,<br />

la famigghje s’è allarejète<br />

e nonne so’ devendète.<br />

–––– 98 ––––<br />

Pasqua<br />

Catucci<br />

Palagiano (TA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Annunziata<br />

Chironna<br />

Altamura (BA)


La moglie entra e urla <strong>di</strong> gioia... Il poveretto stringe<br />

i denti per il dolore ai pie<strong>di</strong> e per il portafoglio<br />

che si è assottigliato come una sar<strong>di</strong>na.<br />

Ma quando entra nel salotto e vede la figlia, bella<br />

come la Madonna, gli passano improvvisamente<br />

tutti i dolori... la bacia, asciuga le lacrime, e tutto<br />

felice, l’accompagna all’altare.<br />

Il proverbio <strong>di</strong>ce che:<br />

CHI NON SI È FATTO UNA CASA<br />

E NON HA PROVATO L’ESPERIENZA DELLE<br />

NOZZE DI UN FIGLIO,<br />

NON POTRÀ MAI COMPRENDERNE<br />

L’ESOSITÀ.<br />

<br />

UN AMORE A DISTANZA<br />

Ho vissuto un amore a <strong>di</strong>stanza<br />

e sempre vuota questa stanza,<br />

penso a te che sei lontano<br />

e ti stringo la mano.<br />

Sola non sono stata<br />

perché i nostri figli non mi hanno abbandonata.<br />

Andavo alla fontana<br />

e sento che sono lontana,<br />

l’acqua per lavare i panni<br />

prendevo tutti gli anni.<br />

In Germania siamo andati<br />

ma ci siamo solo dannati,<br />

in Italia ritornammo<br />

e mai più ce ne andammo.<br />

Ora che sei vicino<br />

il mio mondo è più piccino,<br />

la famiglia si è allargata<br />

e nonna son <strong>di</strong>ventata.<br />

–––– 99 ––––<br />

Pasqua<br />

Catucci<br />

Annunziata<br />

Chironna


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A SPRANZA MAJ<br />

Amor je assie,<br />

com a tierr maj<br />

e u rcurd da ches maj<br />

A vuog arret a ches maj<br />

quanta malincungh,<br />

son ogn rgh nu stuzzarid du cil togh<br />

Na vt tra spn e fior,<br />

ma siemb ai pir d’ Crst,<br />

ca illumnesc a vgh maj<br />

e m fec campà.<br />

LA VEITE CE VALAURE TENE?<br />

Recherdànne tùtte i tjimbe du pàssate,<br />

i recùerde de la gevendèue nan me ssò sckerdete,<br />

jind’ò còere mèje s’ònne arrechenète,<br />

de tjimbe moderne vènene sckendreiète.<br />

Jòsce i còere romandeche vònne sparescènne,<br />

nnànd’à la modernetè vònne fescènne.<br />

L’Amòere modèrne vèen’è vvè càume u vjinde,<br />

doppe picche tjimbe schecchjète i sjinde.<br />

S’accocchjen’è scòcchjene càume i chène,<br />

e i pòvere fèile càngene màmm’è uàttene.<br />

Màsque è fèmmene ssò ttùtte scàttacòere,<br />

nan tènene nnè còer’è mmànghe amòere.<br />

–––– 100 ––––<br />

Grazia<br />

Corrente<br />

Locorotondo (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Giacomo<br />

D’angelo<br />

Grumo Appula (BA)


LA MIA SPERANZA<br />

L’amore è tanto,<br />

come la mia terra<br />

e il ricordo della mia casa.<br />

Voglia <strong>di</strong> essa,<br />

quanta malinconia...<br />

Sogno ogni giorno un pezzetto del tuo cielo.<br />

Una vita tra spine e fiori,<br />

ma sempre ai pie<strong>di</strong> <strong>di</strong> Dio,<br />

che ogni giorno illumina il mio cammino<br />

e dà vita al mio esistere.<br />

<br />

LA VITA CHE VALORE TIENE?<br />

Ricordandomi tutto il tempo passato,<br />

i ricor<strong>di</strong> della gioventù non li ho <strong>di</strong>menticati,<br />

nel cuore mio si sono riparati,<br />

dai tempi moderni vengono <strong>di</strong>sturbati.<br />

Oggi i cuori romantici vanno scomparendo,<br />

davanti alla modernità vanno fuggendo.<br />

L’Amore moderno viene e va come il vento,<br />

dopo poco tempo <strong>di</strong>visi li sento.<br />

Si accoppiano e <strong>di</strong>vidono come i cani,<br />

ed i poveri figli cambiano madri e padri.<br />

Maschi e donne sono crepacuore,<br />

non hanno ne cuore e neanche amore.<br />

–––– 101 ––––<br />

Grazia<br />

Corrente<br />

Giacomo<br />

D’angelo


Pùete fè uesèrcete de devorziète, chenvevènd’è separète,<br />

càume na gramègne sàupe a stà tèrre sònne sparnezzète,<br />

e quànne la dròghe a cchjisse jèv’acciaffete,<br />

la mòerte ò uàlde mùnne si è carescète.<br />

Da bbùene genetèure crèsceut’è procrejète,<br />

jind’ò tavèute fernèsce la vèite du droghete.<br />

L’Itaglia sta nòeste àmeta tèrre,<br />

Augheràmene de stè lèndene da dròghet’è gguèrre.<br />

La Pèsce se ve cercànne pe ttutte u mùnne,<br />

ma tenèime paghèure acchjamendànne attùerne.<br />

I terrorìste te fascene a ttutte paghèure,<br />

a nescèuna vànne se stè sechèure.<br />

I Kamikaze è i vòtete alla mòerte,<br />

a ttutte i nazzièune stònne rèet’è pòerte,<br />

e quànne chisse sònne presendete,<br />

i strède de mòerte vèite semènète.<br />

I ghevernànde ssò còm’ò... cacchie,<br />

jind’à llòere se tirene u peddàcchie.<br />

S’ammenene tutte i pèete mbàcce,<br />

ssò schecchjet’ò ssò pàcce!?<br />

I vèite càume chène affamet’è arrabbiete,<br />

sèmbe prònde alla mezzecuete,<br />

la poldròne se la defènnene mmènz’è <strong>di</strong>nde,<br />

nan l’allassene mèiche sti fetìnde.<br />

Alla pròssema vòelde alla votazziàune,<br />

a stàmbete nghèule nge vòele la razziàune,<br />

la nazziàuna nòesta l’ònne arrunete,<br />

nan meretene cchjèue de jèsse votète.<br />

–––– 102 ––––<br />

Giacomo D’angelo<br />

Grumo Appula (BA)


Puoi fare un esercito <strong>di</strong> <strong>di</strong>vorziati, conviventi e separati,<br />

come la gramigna sulla nostra terra si è <strong>di</strong>vulgata,<br />

e quando la droga a questi li ha acchiappati,<br />

la morte all’altro mondo se li è portati.<br />

Da buoni genitori cresciuti e procreati,<br />

nelle bare finisce la vita dei drogati.<br />

L’Italia questa nostra amata terra,<br />

auguriamoci <strong>di</strong> stare lontano dalla droga e guerra.<br />

La Pace si va cercando in tutto il mondo,<br />

ma teniamo paura guardandoci intorno.<br />

I terroristi ci fanno a tutti paura,<br />

da nessuna parte si è più sicuri.<br />

I Kamikaze ed i votati alla morte,<br />

in tutte le nazioni li abbiamo <strong>di</strong>etro le porte,<br />

quando questi si sono presentati,<br />

le strade <strong>di</strong> morti ve<strong>di</strong> seminate.<br />

I governanti sono come il... Cacchio,<br />

fra loro si tirano la pellaccia.<br />

Si buttano tutti le pietre in faccia,<br />

non si sa se sono stupi<strong>di</strong> o pazzi!?<br />

Li ve<strong>di</strong> come cani affamati ed arrabbiati,<br />

sempre pronti alla morsicata,<br />

la poltrona se la <strong>di</strong>fendono fra i denti<br />

non la lasciano per niente questi fetenti.<br />

Alla prossima volta alla votazione,<br />

a calci nel culo ci vuole una razione.<br />

La nazione nostra l’hanno rovinata,<br />

non meritano più <strong>di</strong> essere votati.<br />

–––– 103 ––––<br />

Giacomo D’angelo


U VJIRNE ANDEICHE... E MODERNE<br />

Ce defferènze do vjirne moderne a ccùdde andèiche,<br />

u paragòne nan nge stè mèiche.<br />

Andecamènd’è càsere i fòcher’ è frascère appeccete,<br />

è la famìgghie tutte atturne s’ònne acchecchjète.<br />

Ogne ttànde a la fràscère se dàive la rezzeuète,<br />

la megghière gredàive; Pasquèle dànge la scarnesciète,<br />

la màmme prònde chi scòrze du manderine,<br />

jind’à la frascère iàmmenàive a pezzettine.<br />

Mò nan zze sènde cchjèue uaddàure de la carvenèdde,<br />

a jire sàjre cu delàure de la chèpe se clecuò Rosabbedde.<br />

Deffòere chjòv’è nevecàisce,<br />

u vjinde a saiètt’è stè sfelappàisce.<br />

Vetùcce stringe de cchjèue i gàmme,<br />

fànge pòeste pèure a mmàmme.<br />

Tutte la famìgghje arrechenète,<br />

spìsse cu palettèine sendjive la rezzeuète.<br />

Quànne la tàvue stàive pròende pe la mangete,<br />

la fràscere sòtte venàive nzacchete,<br />

Rosètte destànde da vecèine o fùeche i gàmme,<br />

ce se nò sinda fè la salzizze com’à mmàmme.<br />

Quànne te scjive accòlche jind’ò lìtte,<br />

assèie su ngallescèvene cu scarfalìtte,<br />

Jind’è renzùele appene clecuète<br />

chisse iacchjive tutte ndesète.<br />

Chi capputt’è faccelettone ngappecciete,<br />

do ffrjidde a serratèine s’ònne reparete.<br />

Iòsce chi cappòtte de pellicc’è ttùtte mbettèite,<br />

ngallescèute tènene tutte la vèite.<br />

–––– 104 ––––<br />

Giacomo D’angelo<br />

Grumo Appula (BA)


L’INVERNO ANTICO E... MODERNO<br />

Che <strong>di</strong>fferenza dall’inverno moderno a quello antico,<br />

il paragone non ci sta affatto.<br />

Anticamente nelle case vedevi fuochi e bracieri accesi,<br />

e le famiglie tutte attorno stavano riunite.<br />

Ogni tanto al braciere si faceva la rigirata,<br />

<strong>di</strong>ceva la moglie: Pasquale dagli la mescolata.<br />

La mamma pronta con la buccia dei mandarini,<br />

nel braciere li metteva a pezzettini.<br />

Adesso non si sente più l’odore della carbonella,<br />

ieri sera con il dolore <strong>di</strong> testa si è coricata Rosabella.<br />

Fuori piove e sta nevicando,<br />

c’è vento forte e sta fioccando.<br />

Vito stringi <strong>di</strong> più le gambe,<br />

fai posto anche per la mamma.<br />

Tutte le famiglie li ve<strong>di</strong> radunate,<br />

spesso e volentieri il fuoco viene ravvivato.<br />

Quando la tavola per la mangiata era preparata,<br />

il braciere sotto veniva piazzato.<br />

Rosetta allontana dal fuoco le gambe,<br />

per non fare la salciccia come la mamma.<br />

Quando ti andavi a coricare nel letto,<br />

parecchi se lo riscaldavano col scaldaletto (scal<strong>di</strong>no in ferro)<br />

Fra le lenzuola appena coricato,<br />

questo lo trovavi tutto gelato.<br />

Con i cappotti e scialle <strong>di</strong> lana incappucciati<br />

dal freddo <strong>di</strong> tramontana si sono riparati.<br />

Oggi con i cappotti <strong>di</strong> pellicce e tutti imbottiti,<br />

riscaldati portano tutta la vita.<br />

–––– 105 ––––<br />

Giacomo D’angelo


Arrivene e casere i termosifone stònne appeccete,<br />

e subbete i vèite ca sònne spegghjète.<br />

Jind’è càsere ste tànde calòere,<br />

nan despièsce mèiche affè l’amòere.<br />

Andecamènde l’amòere jère cchjù genuèine,<br />

u facèvene de sàire, nòett’è matèjne.<br />

Iòesce mbèsce nge vòele u permèsse,<br />

cùdde de jidd’e cùdde de jèdde.<br />

I famìgghje ssò quèse tutte arrunète,<br />

che na còse de nùdde s’ònne schecchjète.<br />

Ev’arrevète u llùss’e la modernetè sfrenete,<br />

è ò schèife la vèite né pertète.<br />

U PENZIONETE<br />

Quànne t’arreive u tjimbe de jèsse penzionete,<br />

la vèite te la sjinde tutte sfraganete.<br />

La vecchjèzze te v’arrevete ngùdde<br />

te la sjinde fra nàusc’è cùdde.<br />

Ce i malatèie sònne nzemeuète,<br />

pòver’à ttàje ce ssì capetete.<br />

La vecchiezze jè a ttutte bbrùtte,<br />

jè càume ne uàrue assecchete de frùtte.<br />

Quànne nu àrue nan anneusce cchjèue u frutte,<br />

da sottatèrre u sradechescene tùtte,<br />

pe l’òmene de la tèrre jè la stèssa càuse,<br />

la dèja asàtte sàup’è tòmbe nge mèttene la Cràusce.<br />

Chèsse jè la vèite chèsse jè la sòerte,<br />

ce lleve a la drètt’è ce alla tòerte.<br />

–––– 106 ––––<br />

Giacomo D’angelo<br />

Grumo Appula (BA)


Arrivano alle case trovano i termosifoni accesi,<br />

e subito li ve<strong>di</strong> belli spogliati e <strong>di</strong>stesi.<br />

Nelle case trovano tanto calore,<br />

che non <strong>di</strong>spiace fare l’amore.<br />

Anticamente l’amore era più genuino,<br />

lo facevano <strong>di</strong> sera, notte e mattino.<br />

Oggi invece devi chiedere il permesso,<br />

quello <strong>di</strong> lui e quello <strong>di</strong> lei.<br />

Le famiglie sono quasi tutte rovinate,<br />

per un nonnulla li ve<strong>di</strong> separate.<br />

È arrivato il lusso e la modernità sfrenata,<br />

ed allo schifo la vita ci ha portato.<br />

IL PENSIONATO<br />

Quando arriva il tempo <strong>di</strong> essere pensionato,<br />

la vita tua te la senti tutta rovinata.<br />

La vecchiezza e per tutti brutta,<br />

è come un albero che non porta più frutto.<br />

Con le malattie che si sono accumulate<br />

povero te che hai capitato.<br />

La vecchiaia è tutta brutta,<br />

è come un albero secco <strong>di</strong> frutta.<br />

Quando un albero non porta più il frutto,<br />

da sottoterra lo sra<strong>di</strong>cano tutto,<br />

per l’uomo de la terra è la stessa cosa,<br />

il giorno esatto sulla tomba ci mettono la Croce.<br />

Questa è la vita, questa è la sorte,<br />

chi le viene alla dritta, e chi storta.<br />

–––– 107 ––––<br />

Giacomo D’angelo


Stè ce camèine drjitt’è ce cu bastàune,<br />

e ssònn’appeggè nchianànne u lestàune.<br />

Ce tène u còere scàsset’è ce la pressiòne alzete,<br />

e ce tène i reumatism’à ttùtta caccete,<br />

ce tène la pròstete rescaldete,<br />

i vèite scappànne affè la pescete.<br />

U cangre je la malatèia cchjù bbrùtte,<br />

menùnn’è ggrànne iacciàffe a ttùtte.<br />

Jè nu mèle ca nan perdenàisce a nescèune,<br />

nan’acchiamènde a giùven’è uagnèune.<br />

Peddànne ambescenùdde ca la vecchièzze ev’arrevete,<br />

e chendìnue all’imbite affè u penzionete.<br />

Cu bastàune e la fàcce tutte arrappete,<br />

sàup’à la terre tèue stè angòere arrambechete.<br />

La nestalgèie <strong>di</strong> timbe passete te vènene nmènde,<br />

ssònde i bbèllr recùerde de cùdde memènde,<br />

iòesce ca sèime arrevete o tjimbe presènde<br />

repòse mbèsce pèure u stremènde.<br />

I dòlge senete <strong>di</strong> tjimbe passete ònne fernèute,<br />

mo sjind’à stè attènde affè pèure u sternèute.<br />

Stàtte càlme e ssènza sforzamjinde<br />

ce se nò t’accarre nnànde pèure u vjinde.<br />

Racchemmannamene che fàide o SEGNORE<br />

ce con<strong>di</strong>nue a funzionè angòere u còere.<br />

A ttùtte i vicchje è penziònete angòer’nvèite,<br />

v’augherèsceche de chendenuè angòera na bbòna vèite.<br />

–––– 108 ––––<br />

Giacomo D’angelo<br />

Grumo Appula (BA)


Sta chi cammina dritto e chi col bastone,<br />

e si devono appoggiare salendo il gra<strong>di</strong>no.<br />

Chi tiene il cuore scassato e chi la pressione alterata,<br />

e chi tiene i reumatismi in stato avanzato,<br />

chi tiene la prostata riscaldata,<br />

e li ve<strong>di</strong> scappando a fare la pisciata.<br />

Il cancro è la malattia più brutta,<br />

piccoli e gran<strong>di</strong> prende a tutti.<br />

È un male che non perdona a nessuno,<br />

non guarda a giovane o piccolino.<br />

Pertanto non fa niente che la vecchiaia è arrivata,<br />

tu continui in pie<strong>di</strong> a fare il pensionato.<br />

Col bastone e la faccia tutta rattrappita,<br />

sulla terra stai ancora arrampicato.<br />

La nostalgia dei tempi passati ti vengono in mente,<br />

sono i bei ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> quei momenti.<br />

Oggi che siamo arrivati al tempo presente,<br />

riposa in pace anche quel... strumento.<br />

Le dolci suonate dei tempi passati sono finiti,<br />

adesso devi stare attento anche a starnutire.<br />

Stai calmo e senza sforzarti tanto,<br />

se no sarai sbattuto anche dal vento.<br />

Raccoman<strong>di</strong>amoci con fede al SIGNORE,<br />

se continua a funzionare ancora il cuore.<br />

A tutti i vecchi e pensionati ancora in vita,<br />

vi Auguro che continuate una bella vita.<br />

–––– 109 ––––<br />

Giacomo D’angelo


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

QUANNE JÈRE MENONNE<br />

Quanne jère menonne<br />

Nu ranne <strong>di</strong>spiacère <strong>di</strong>bbe a mamme<br />

Da chèse scappèbbe<br />

E in Svizzere me ne scibbe,<br />

cu cudde ca “m’arrubbò”<br />

e me mettì la fède o <strong>di</strong>scte.<br />

Jère u timbe <strong>di</strong> sessand<br />

E ai gènitore maje chèsse nan piasciaje,<br />

alla Svizzere arrevorene<br />

e a porta maje tuzzelorene.<br />

Mariteme sotte o litte fenì<br />

Figne alla matine de l’alta dì.<br />

U PENZIONETE<br />

So penzionete da vind’anne<br />

e wuite da se anne<br />

cambe che na figghje<br />

ca tene tre figghje<br />

vogghje a lore tanda bbene<br />

peccè me fascene passè i pène<br />

la matine, doppe clazione<br />

fazze alla famigghje ’ngualche bone azejone<br />

‘nqualche servize, nudde de specijele<br />

fazze chedde ca rejesce affe<br />

po jesse e cun<strong>di</strong>nevue la sciurnète<br />

che ‘na bella passeggete<br />

–––– 110 ––––<br />

Anna<br />

Denora<br />

Altamura (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Michele<br />

Diele<br />

Altamura (BA)


QUAND’ERO PICCOLINA<br />

Quand’ero piccolina<br />

<strong>di</strong>e<strong>di</strong> un grande <strong>di</strong>spiacere alla mia mammina;<br />

<strong>di</strong> casa scappai<br />

e in Svizzera me ne andai,<br />

con colui che mi ha “rapito”<br />

e mi ha messo la fede al <strong>di</strong>to.<br />

Erano gli anni sessanta<br />

e ai miei genitori tutto ciò non andava,<br />

in Svizzera arrivarono<br />

alla mia porta loro bussarono,<br />

mio marito sotto il letto finì<br />

fino alla mattina dell’altro dì.<br />

IL PENSIONATO<br />

<br />

Sono pensionato da vent’anni<br />

E vedovo da sei anni.<br />

Vivo con mia figlia<br />

Che a sua volta ha tre bei figli.<br />

Voglio loro tanto bene<br />

Perché non mi fan pensare alle mie pene.<br />

Alla mattina dopo la colazione<br />

Faccio per la mia famiglia qualche buona azione:<br />

qualche servizio, niente <strong>di</strong> speciale,<br />

faccio quel che riesco a fare.<br />

Poi esco e continuo la mia giornata<br />

Con una bella e salutare passeggiata.<br />

–––– 111 ––––<br />

Anna<br />

Denora<br />

Michele<br />

Diele


cuoche tutte i <strong>di</strong><br />

a nu belle lo chele<br />

ca je probbete rete a ville comunele<br />

u-nome su je “Bell’etè”<br />

e je pìacchjarne l’anziene de la citte<br />

do sciuqueme, re<strong>di</strong>me,<br />

scherzeme balleme<br />

e fascime<br />

tant’alte attenete<br />

come pure gite fore citte<br />

alla fine de la sciurnete so cundende e sod<strong>di</strong>sfatte<br />

pe tutte chèdde ca so fatte.<br />

IÈ NATE COLÌNE<br />

Iè nate, uagnùne, Colìne iè nnate!<br />

Iè festa granne, allégre, candàte!<br />

Amice e parìiende, facìmele feste<br />

a stu criaterìédde, la ggioia neste,<br />

ca da sope o cìiéle ave ‘nderre ascennùte<br />

p’affacciàrse a la vite da Criste velùte.<br />

Ié ttande la ggioie de mamme e papà,<br />

u core lore ‘mbazzùte pare scattà.<br />

Le nunne, commòsse da stu belle sfaccìme,<br />

addevèndene cchiù rembambìte de prime<br />

e pe sta criatùre da ngìiele mannàte<br />

fàcene proggìiette, le cchiù strambalàte.<br />

U nonne patèrne su vole pertà<br />

nganne a mmare u pesce a pescà,<br />

–––– 112 ––––<br />

Michele<br />

Diele<br />

Altamura (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Domenico<br />

Di Gregorio<br />

<strong>Bari</strong>


Raggiungo come ogni giorno<br />

un bel locale,<br />

Che è proprio <strong>di</strong>etro la Villa comunale,<br />

Il suo nome è “Bell’Età”<br />

Ed è un raduno per gli anziani della città.<br />

Qui giochiamo, ri<strong>di</strong>amo,<br />

scherziamo, balliamo<br />

e facciamo<br />

tante altre attività<br />

come anche gite fuori città.<br />

Alla fine della giornata son contento e sod<strong>di</strong>sfatto<br />

Per tutto ciò che ho fatto.<br />

È NATO NICOLA<br />

<br />

E nato, ragazzi, è nato Nicola.<br />

È festa grande, allegri, cantate!<br />

Amici e parenti, facciamo festa<br />

a questa creatura, la nostra gioia<br />

che dal cielo è scesa in terra<br />

per affacciarsi alla vita voluta da Cristo.<br />

È tanta la gioia <strong>di</strong> mamma e papà,<br />

il cuore impazzito pare scoppiare.<br />

I nonni, commossi <strong>di</strong> questo bel bimbo<br />

<strong>di</strong>ventano più rimbambiti <strong>di</strong> prima<br />

e per questa creatura da Cristo inviata<br />

fanno progetti, i più strani.<br />

Il nonno paterno se lo vuole portare<br />

in riva al mare a pescare il pesce,<br />

–––– 113 ––––<br />

Michele<br />

Diele<br />

Domenico<br />

Di Gregorio


mendre la nonne già u vole mette<br />

jìnde a la chìese a ffà u chierichètte.<br />

U alde nonne su vede, già forte e nziste<br />

sope a nu cambe a ffà u pallunàre o u tenniste,<br />

mendre l’alda nonne – Madonne cce chiàche! –<br />

u vole chembàgne o brigge o a u burràche.<br />

E tutte nzìme già stonne a penzà<br />

acquanne iè granne cce ava fà.<br />

Ci u vole in tivvù da presendatòre<br />

ecci a Holivùdde nu grande attòre,<br />

senze ca nesciùne se mette a penzà<br />

che idde asselùte ava decìde cce ffà.<br />

Ce petèsse parlà chedda bella criatùre<br />

a tutte le nunne, iè probbrie secùre,<br />

nge teràsse ddò stambate accòme a nu mule,<br />

decènne gredànne: sciate a ffà ‘ngule.<br />

Ma a parte le scherze iè festa granne<br />

pe le nunne, l’amìce, papà e mamme<br />

percè acquànne arrìve nu peccenùnne<br />

iè la ggioie cchiù granne de tutt’u munne.<br />

Avàstene avvràzze, vase e carèzze<br />

pe scherdà de la vite ogne schifèzze.<br />

E allòre grazzie a Cristo Gesù.<br />

Nu figghie iè u regàle ca piàce de cchiù.<br />

AUGÙRIE DE MADREMÒNIE<br />

Coline e Mariette, augùrrie singère,<br />

avìte addevendàte marìte e megghière!<br />

Tra le crestiàne spesàte avìte passàte.<br />

Jinde a na dìe v’avìte pe ssembe frecàte.<br />

U amòre iè nu verme ca stà jìnde o cervìiedde<br />

e ricche face pure u poverìiedde.<br />

–––– 114 ––––<br />

Domenico Di Gregorio<br />

<strong>Bari</strong>


mentre la nonna gia lo vuole inserire<br />

nella chiesa a fare il chierichetto.<br />

L’altro nonno, lo immagina forte e sveglio<br />

su un campo a fare il calciatore o il tennista<br />

mentre l’altra nonna – Madonna che piaga! –<br />

lo vuole compagno al bridge o al burraco.<br />

E tutti insieme stanno a pensare<br />

a cosa deve fare quando <strong>di</strong>venterà grande.<br />

Chi lo vuole presentatore in televisione,<br />

chi a Holiwood grande attore,<br />

senza che nessuno <strong>di</strong> loro pensi<br />

che solo lui può decidere cosa fare.<br />

Se potesse parlare questo bel bimbo<br />

a tutti i nonni, è proprio sicuro,<br />

tirerebbe due calci come un mulo<br />

<strong>di</strong>cendo gridando: andate a quel paese.<br />

Ma a parte gli scherzi, è festa grande<br />

per i nonni, gli amici, papà e mamma<br />

perché quando arriva un bimbo<br />

è la gioia più grande del mondo.<br />

Bastano abbracci, baci, carezze<br />

per <strong>di</strong>menticare le porcherie della vita.<br />

Ed allora grazie a Cristo Gesù.<br />

Un figlio è il regalo che piace <strong>di</strong> più.<br />

AUGURI DI MATRIMONIO<br />

Nicola e Marietta, sinceri auguri,<br />

siete <strong>di</strong>ventati marito e moglie!<br />

Tra le persone sposate siete passati.<br />

In un giorno solo vi siete per sempre rovinati.<br />

L’amore è un verme che sta nel cervello<br />

che fa ricco anche il povero.<br />

–––– 115 ––––<br />

Domenico Di Gregorio


Libertà, capa fresche? Addò stonne cchiù?<br />

Sò senne lendàne ca non dòrnene cchiù.<br />

La spese ogne ddì, lìiette e piatte da fà,<br />

picche le solde, ca nonn’avàstene mà.<br />

A le scadènze maldette pu settecìendequarande<br />

u fègate scatte, u cervìiedde sbande.<br />

S’avonna pagà, facenne cheppùne<br />

dìebbete e tasse, non de salve nesciùne.<br />

Ci nò le deputàte accome avònna cambà,<br />

addò hanna scì le solde a ‘rrebbà.<br />

Acchemmènzene le uà d’ogne famìgghie<br />

ca iòre pe iòre frecatùre se pigghie.<br />

Ma a parte u scherze de nu svenduràte<br />

ca sti quatte rime ha preparate,<br />

jòsce a vvù ca v’avìte spesate<br />

ve vogghie fa u augùrie aggarbàte<br />

pe na vita lenghe cchù de cìiend’anne<br />

senza penzìiere, delùre e affànne,<br />

che mamme e papà, parìiende e amìce,<br />

nzìme affiatàte, nzìme felìce.<br />

Ce velìte sapè l’esperiènza passàte<br />

da ci da tand’anne vive spesàte<br />

ve <strong>di</strong>gghe ca ci ternàsse ndrète<br />

senza penzà me spesìesse arrète.<br />

Percè quanne apprìiesse a ttè nesciùne stà,<br />

da ggiovene forse tu puete cambà,<br />

ma quanne vecchie sì addevendàte,<br />

acquànne nesciùne te dà nu fiàte,<br />

accòme ce tenìiesse la peste o u colère,<br />

senza nesciùne ca te vole bene,<br />

senze u ammore de nu peccenùnne,<br />

la gioia cchiù belle de tutt’u munne,<br />

ca te regàle vase, rise e carèzze,<br />

allòre la vite iè adavère schifèzze.<br />

E allòre da jòsce velìteve bene!<br />

U madremònie nonn’ iè ssule velène.<br />

–––– 116 ––––<br />

Domenico Di Gregorio<br />

<strong>Bari</strong>


Libertà, spensieratezza? Dove stanno più?<br />

Sono sogni lontani che non tornano più.<br />

La spesa ogni giorno, i letti ed i piatti da fare,<br />

pochi i sol<strong>di</strong>, che non bastano mai.<br />

Alla maledetta scadenza del settecentoquaranta<br />

il fegato scoppia, il cervello impazzisce.<br />

Si devono pagare, firmando cambiali,<br />

debiti e tasse, non ti salva nessuno.<br />

Altrimenti i parlamentari come devono vivere,<br />

dove devono andare a rubare i sol<strong>di</strong>.<br />

Iniziano i guai <strong>di</strong> ogni famiglia,<br />

che ora dopo ora prende fregature.<br />

Ma a parte lo scherzo <strong>di</strong> uno sventurato<br />

che queste quattro rime ha preparato,<br />

oggi a voi che vi siete sposati<br />

desidero farvi i migliori auguri<br />

per una vita lunga più <strong>di</strong> cento anni<br />

senza preoccupazioni, dolori ed affanni,<br />

con mamma e papà, parenti ed amici<br />

insieme, affiatati, insieme felici.<br />

Se volete conoscere l’esperienza vissuta<br />

da chi da tanti anni vive sposato<br />

vi confesso che tornando in<strong>di</strong>etro<br />

senza pensarci lo farei ancora.<br />

Perché quando sei solo<br />

da giovane forse puoi vivere,<br />

ma quando sei <strong>di</strong>ventato vecchio,<br />

quando nessuno ti consola,<br />

come se avessi la peste o il colera,<br />

senza nessuno che ti vuol bene,<br />

senza l’amore <strong>di</strong> un figlio<br />

la gioia più bella del mondo,<br />

che ti dona baci, sorrisi e carezze<br />

allora la vita <strong>di</strong>venta una schifezza.<br />

E allora da oggi vogliatevi bene!<br />

Il matrimonio non è soltanto veleno.<br />

–––– 117 ––––<br />

Domenico Di Gregorio


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

PAPÉ È MAMME<br />

Quande venìvve da foòre... pe fart’assì<br />

‘nge vulaie la mène puténte de Dì.<br />

Tu ièrre tropp’ntèlleggènte<br />

ca te chiamain la ménde.<br />

T’avivve a sebbriè a jòrde<br />

pe fè fatiè mammet’è sòrte.<br />

Pe cusse fatte mèste Necòle Patèdde<br />

ve chiamàie li vrazze è la mmènde.<br />

Me decìvve: la uogghie ‘mparè...,<br />

ma chédde me fèsce sémbe crepé.<br />

Te faciste la cròsce é la vulundé de Dì<br />

é purtèste ‘nnande cusse bèlle fatì.<br />

Pèrò Pasque, sòrte, ièrre probbie chèpa tòste,<br />

nan ze ulàiie ‘mbarè<br />

manghe a iòrde,<br />

ulàiie sckitte tèsse<br />

è te pegghiaiie pe fèsse.<br />

U Sabete, quann venivve da fòre,<br />

iérre sèmbe ‘na storie,<br />

avaie raggiòne Mammete<br />

che do telère stàiie sémbe da fè<br />

è tu pe farla fatiè nan te putìvve alluntanè.<br />

Facìve tanta muìne<br />

Ca manghe ‘nnande alla porte putìvv’assì.<br />

Nu Sabete tenivve da jòrde,<br />

‘n altu Sabete ièrre Mammete<br />

Ca te dàie tanda mazzète<br />

figne a spezzarte la menz’acanne* ‘n ghèpe<br />

Sine è naun, naun è sine.<br />

Me faciste arrabié<br />

é me ne scibb’abbasci’a ‘u lè.<br />

* Metro <strong>di</strong> legno usato dalle tessitrici per misurare la tela.<br />

–––– 118 ––––<br />

Teresa Dileone<br />

Altamura (BA)


PAPÀ E MAMMA<br />

Quando tornavo dalla campagna... per farti uscire<br />

Ci voleva la mano potente <strong>di</strong> Dio.<br />

Tu eri troppo intelligente<br />

Tanto che eri soprannominata La Mente.<br />

Dovevi sbrigarti ad or<strong>di</strong>nare<br />

Per far lavorare tua madre e tua sorella.<br />

Proprio per questo, mastro Nicola Patella<br />

Vi chiamava “il braccio e la mente”.<br />

Mi <strong>di</strong>cevi: “voglio educarla...<br />

Invece lei mi fa sempre arrabbiare”.<br />

Ti facevi il segno <strong>di</strong> croce e con la volontà <strong>di</strong> Dio<br />

Portavi avanti questo bel lavoro.<br />

Però Pasqua, tua sorella, era proprio una testarda,<br />

non voleva imparare<br />

neanche a rior<strong>di</strong>nare,<br />

voleva solo tessere<br />

e così ti prendeva in giro.<br />

Il sabato, quando tornavo dalla campagna,<br />

era sempre la solita storia,<br />

aveva ragione tua madre<br />

che aveva sempre da fare al telaio<br />

e tu per farla lavorare non ti potevi allontanare.<br />

Facevi tante storie<br />

Che neanche davanti all’uscio potevi uscire.<br />

Un sabato dovevi rior<strong>di</strong>nare casa,<br />

un altro sabato c’era tua madre<br />

che ti dava tante legnate<br />

finché non ti spezzava il “metro” in testa<br />

si e no, no e si.<br />

Mi facesti arrabbiare<br />

E me ne andai “giù al lago” (località altamurana).<br />

–––– 119 ––––<br />

Teresa Dileone


Vautàie Titine, ièrre ‘na bèlla segnorìne<br />

é me fasciaie pure tant’allegrìe.<br />

Doppe ‘ngocch’è saìre<br />

m’addemannò ce avàie fatt’u suldète<br />

Ie da minghiarìle ‘nge descìbbe:<br />

“u suldète me l’ère scampate<br />

pe nu sbaglie de nu ‘mpièghéte.<br />

Nann’ère culpànze la màiie<br />

Ce ‘u’ ‘mbièghète se ièrr’assebagliète<br />

Ma ‘u sbaglie ièrre ranne avvèramènde<br />

Da uagnianne me fasci’ addevendè uagnièdde.<br />

U ‘mpièghéte avaie vevùte,<br />

a prima matìne nan s’nnèr’avvertùte<br />

d’u sebagglie ca fascì.<br />

Doppe nu picche capescìbbe<br />

ca Titine nann’ére pe maiie<br />

peccé nann’ére bèlle com’a taiie<br />

è la lassébbe addàu stàie.<br />

Chéssa segnorìne pe luàrs lu sfile<br />

é farm pentì<br />

a lu Comune scì.<br />

Do Carbniire, a prima matìne,<br />

me pegghiòrene è a la Casèrme ammanettate me purtorene.<br />

Ie che ‘na faccie chìaine de vruògne<br />

me ne ulàiie scì foòre.<br />

Ménz’a ‘u Castìdde<br />

Iangelesànte me vedì,<br />

‘u cumbàgne costrètte mìi,<br />

pe cumbassiòne se luò ‘i mantìdde<br />

è m’abbugghiò ‘u manìtte.<br />

Chéra Mariétte, quanta cause pe tàiie so’ passète,<br />

da Caperèle me fasciste scì ‘n galère<br />

è pe ‘na buscì...<br />

me fascìbbe ‘na notte è na dì...<br />

–––– 120 ––––<br />

Teresa Dileone<br />

Altamura (BA)


Lì abitava Titina, era una bella signorina<br />

E mi rallegrava pure tanto.<br />

Dopo un po’<br />

Mi chiese se avevo fatto il militare<br />

Io da stupido le raccontai:<br />

“il servizio militare me l’ero scampato<br />

Per lo sbaglio <strong>di</strong> un impiegato.<br />

Non era colpa mia<br />

Se l’impiegato aveva sbagliato<br />

Ma lo sbaglio era davvero grosso<br />

Che da ragazzo <strong>di</strong>ventai ragazza.<br />

L’impiegato era ubriaco,<br />

ma a prima mattina se ne era accorto<br />

dello sbaglio che aveva fatto”.<br />

Dopo un po’ capii<br />

Che Titina non era la donna per me<br />

Perché non era bella come te<br />

E la lasciai perdere.<br />

Questa signorina per un suo capriccio<br />

E per farmi pentire<br />

Si recò al Comune.<br />

Due carabinieri, a prima mattina,<br />

mi presero e mi portarono in caserma ammanettato.<br />

Io pieno <strong>di</strong> vergogna<br />

Non volevo uscire <strong>di</strong> casa.<br />

In piazza Castello<br />

Mi vide Angelosanto,<br />

un mio carissimo amico<br />

che, per compassione, si tolse il mantello<br />

e me lo mise sulle manette.<br />

Cara Marietta, quante vicissitu<strong>di</strong>ni ho vissuto per te,<br />

da Caporale andai in galera<br />

e per una bugia...<br />

mi feci una notte ed un giorno...<br />

–––– 121 ––––<br />

Teresa Dileone


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LUNA BARÈSE<br />

Tu ca si state mbrà le stèdde<br />

La reggine e la chiù bèdde<br />

A tè le petture t’avonne<br />

Pettate de tutte le chelure<br />

A tè nu candande<br />

T’ha chiamate luna caprèse<br />

Ma tù sì pure luna barèse.<br />

Tù sì aitate tande nammeràte<br />

Pure a mmè me sì aitate.<br />

Tu nò, ma iì m’u arrecordeche angòre<br />

Chèdda sère ch’a Pan’e Pemedòre<br />

Stève ch’u zìte mì cor’a core.<br />

U cìile ieve tutt’oscure<br />

E iì me sendève o secùre.<br />

O mmègghie spendaste tù chièna chiène<br />

E me lemenaste tutte la sckène.<br />

Iì, ca so state sèmbe breveggnòse<br />

Non velève ca tù vedìve cèrte cose.<br />

U motorine me facève da repàre<br />

Pe non famme vedè manghe d’o mare<br />

Ma tù accapescìiste e te ne scìiste<br />

m-mènze a le nuvvùe sparescìiste.<br />

Chèdda volde, e m’u arrecordeche angòre<br />

Fù la prima volde ch’a Pan’e Pemedòre<br />

Decibbe sì a nù uaggnòne d’ore<br />

E cudde uaggnòne u tènghe angòre<br />

Grazzi-assà luna barèse<br />

U nome mì iè: Tarèse.<br />

–––– 122 ––––<br />

Stella Divella<br />

<strong>Bari</strong>


LUNA BARESE<br />

Tu che sei stata tra le stelle<br />

La regina e la più bella<br />

A te i pittori ti hanno<br />

Pittato <strong>di</strong> tutti i colori<br />

A te un cantante ti ha<br />

Chiamato luna caprese<br />

Ma tu sei pure luna barese.<br />

Ti hai aiutato tanti innamorati<br />

Anche a me tu hai aiutato.<br />

Tu no, ma io me lo ricordo ancora<br />

Quella sera che a Pane e Pomodoro<br />

Stavo con il mio fidanzato cuore a cuore.<br />

Il cielo era tutto oscuro<br />

Ed io mi sentivo al sicuro<br />

Sul più bello spuntasti tu piena piena<br />

E mi illuminasti tutta la schiena.<br />

Io che sono stata sempre vergognosa<br />

Non volevo che tu vedessi certe cose<br />

Un motorino mi faceva da riparo<br />

Per non farmi vedere neanche dal mare<br />

Ma tu capisti e te ne andasti<br />

Tra le nuvole sparisti<br />

Quella volta e me lo ricordo ancora<br />

Fu la prima volta che a Pane e Pomodoro<br />

Dissi sì a un ragazzo d’oro<br />

E quel ragazzo lo tengo ancora<br />

Grazie assai luna barese<br />

Il mio nome è: Teresa.<br />

–––– 123 ––––<br />

Stella Divella


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U MERCHÉUTE<br />

Ténene da féue re fémmene du pajòise mòje quànne<br />

arròive u martedòje.<br />

Se jàlzene sùbete la matòine, svélte svélte, fàcene re srevézie<br />

de la chéuse e vònne au merchéute a féue la spàise,<br />

sàupe a chéra vòje lònghe e làrghe ca véje da dréite<br />

alla vìlle comunéule fìnghe alla vìlle de la Condésse.<br />

Stònne apérte re barràcche a déstre e a mànche e se<br />

vénne de tùtte, da re vestòite a re scàrpe, re péune e re<br />

biscòtte, u saléume e u pòlle, l’ìnteme e u corréide, la<br />

frùtte e la verdìure.<br />

La fémmene indelligénde séupe chére ca av’accattéue,<br />

se féuce u giòire sòtte a re barràcche e, quànne la tròuve,<br />

se métte a chendrattéue pe resparmiéue.<br />

Ogne tànde s’afférme a parléue che l’amòiche e famigliéure<br />

e jéje tùtte nu lamendéue, ca vòlene resparmiéue.<br />

Se fàcene re cùnde sàupe a re dìscetere de quànde arremanàisce<br />

pe arrevéue alla fòine du màise sénza dìvete e<br />

sénza uéje.<br />

Stònne a parléue jàure e jàure, sòune la cambéune e na<br />

la séndene.<br />

Se féuce tàrde e vònne cherrénne alla chéuse a preparéue<br />

la menéstre: stònne pe arrevéue u fìgghie dàlla scòule<br />

e u maròite dalla fatòiche.<br />

Jé fernìute la scernéute au merchéute.<br />

Se fàcene re còunde, cùre ca jé vennìute jé guadagnéute<br />

e stèje cùre ca mànche jéje ‘ngegnéute, se consolàisce,<br />

créje je nàlta dòje, uàlte merchéute a va féue e u guadàgne<br />

a va trevéue.<br />

Chésse jéje la stòrje de ògne martedòje, de quànne fàcene<br />

u merchéute au pajòise mòje.<br />

–––– 124 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio<br />

Bitonto (BA)


IL MERCATO<br />

Hanno da fare le donne del mio paese, quando arriva il<br />

martedì.<br />

Si alzano presto al mattino, svelte svelte, sbrigano le<br />

faccende <strong>di</strong> casa e vanno al mercato a fare la spesa, su<br />

quella lunga e larga strada che va da <strong>di</strong>etro la villa<br />

comunale fino alla villa della Contessa.<br />

Ci sono baracche aperte a destra e sinistra e si vende <strong>di</strong><br />

tutto, dai vestiti alle scarpe, il pane e i biscotti, il salame<br />

ed il pollo, la biancheria intima ed il corredo, la frutta<br />

e la verdura.<br />

La donna intelligente sa cosa deve comprare, si fa il giro<br />

per le baracche e, quando la trova, si mette a contrattare<br />

per risparmiare.<br />

Ogni tanto si ferma a parlare con le amiche e i famigliari<br />

ed è tutto un lamentarsi, perché vogliono risparmiare.<br />

Si fanno i conti sulle <strong>di</strong>ta <strong>di</strong> quanto rimane per arrivare<br />

alla fine del mese senza avere debiti e senza guai.<br />

Stanno a parlare per ore e ore, suona la campana e non<br />

la sentono.<br />

Si fa tar<strong>di</strong> e vanno <strong>di</strong> corsa a casa a preparare la minestra:<br />

stanno per arrivare il figlio dalla scuola ed il marito<br />

dal lavoro.<br />

E’ finita la giornata al mercato.<br />

Si fanno i conti, chi ha venduto ha guadagnato e chi non<br />

ha guadagnato si consola, perché domani è un altro giorno,<br />

un altro mercato da fare e un guadagno da trovare.<br />

Questa è la storia <strong>di</strong> ogni martedì, <strong>di</strong> quando si fa il mercato<br />

nel mio paese.<br />

–––– 125 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio


L’EMIGRÀNDE<br />

Giòvene sénza fatòiche, cambàive a re spàdde de re<br />

genetìure.<br />

S’é rebelléute, la valòige de cartàune s’é preparéute e cu<br />

tréine da u sùd au nòrd jé partìute.<br />

La frondìire jé passéute e a nu pajòise stranìire s’é affreméute<br />

a cerchéue fatòiche e fertìune, spaiséute e sénza<br />

sapàje u parléute.<br />

L’avvendìure jé chemenzéute, nu amòiche emigrànde na<br />

méune ‘ngé déute e u fatòiche jé trevéute.<br />

Umeliéute e da tutte jé stéute chemmannéute, s’è déute<br />

da féue, nòtte e dòje jé fadeghéute, tùtte u jònne ammeréute<br />

e steméute e tànde amòice jé trevéute.<br />

Stònne re dòje ca ‘ngé pìgghie la malinchenòje, penzànne<br />

alla famìgghie ca stèje lendéune.<br />

‘Ngé véine u chiànde quànne scròive o recéive na léttere<br />

da re genetìure ca devéndene sémbe chiù vìcchie.<br />

Sò làgreme d’emigrànde ma arròive u penzìre ca na dòje<br />

a v’arrevéue, au pajòise a va sciòje pe passéue u réste de<br />

la vòite, che r’amòice e parénde.<br />

Tra umiliaziàune e sagrefìcie, chésse jéje la vòite de<br />

l’emigrànde.<br />

–––– 126 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio<br />

Bitonto (BA)


L’EMIGRANTE<br />

Giovane senza lavoro, viveva alle spalle dei genitori.<br />

Si é ribellato, la valigia <strong>di</strong> cartone si è preparato e col<br />

treno dal sud al nord é partito.<br />

La frontiera ha attraversato e in un paese straniero s’é<br />

fermato a cercare lavoro e fortuna, spaesato e senza<br />

conoscerne la lingua.<br />

L’avventura è iniziata, un amico emigrante una mano gli<br />

ha dato e il lavoro ha trovato.<br />

Umiliato e da tutti è stato comandato, s’è dato da fare,<br />

notte e giorno ha lavorato, tutti lo hanno ammirato e stimato<br />

e tanti amici ha trovato.<br />

Ci sono giorni che gli prende la malinconia, pensando<br />

alla famiglia che sta lontano.<br />

Gli viene il pianto quando scrive o riceve una lettera dai<br />

genitori che <strong>di</strong>ventano sempre più vecchi.<br />

Sono lacrime <strong>di</strong> emigrante, ma si consola al pensiero che<br />

arriverà un giorno, al paese ritornerà per passare il resto<br />

della vita, con amici e parenti.<br />

Tra umiliazioni e sacrifici, questa é la vita dell’emigrante.<br />

–––– 127 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio


NUNÙNNE E NIPOTÌNE<br />

Pàrene bélle la matòine quànne camìnene pe la vòje u<br />

nepàute cu nunùnne, ca u’acchembàgne alla scòule o<br />

all’asìle.<br />

Cammenànne sàupe alla banchìne, pàsse dòpe pàsse,<br />

ngé dòice nu bélle fàtte, ngé déje tànde chensìglie pe<br />

quànne a và cammenéue assiule, sa và chiamendéue<br />

nànde e dréite, a déstre e a mànche e, pé attraverséue la<br />

vòje, a và sciòje sémbe sàupe a re strìsce pedonèule.<br />

Quànda fatòiche jé fàtte u nunùnne jìnde alla vìta sàue,<br />

ma jéje ancòure arzìlle e se déje da féue pé tùtte la<br />

famìgghie.<br />

Véje nànde e dréite facénne srevézzie e féuce la spàise<br />

alla nòure e alla fìgghie, e, quànne téine tìmbe lìbere, se<br />

tròuve che r’amòice sàupe alla villétte o au giardenétte,<br />

assòise a re seggellòine all’òmbre de d’àrve grànne.<br />

S’arrecòrdene de re uéje ca jònne passéute au tìmbe lòure.<br />

Quàlche volte pòrte u nepàute e ngì dìcene la stòrie de la<br />

uérre e de la féume, quànne da menùnne scévene a fadeghéue<br />

fòure, <strong>di</strong>scìune o che nu pìcche<br />

de péune tùste, u bennévene e su mangévene che quàlche<br />

sevàune e malevàune, scalzéute e che re càlze arrepezzéute.<br />

U tìmbe pàsse e u nepàute devénde grànne e jéje jìdde<br />

ca acchembàgne u nunùnne sòtte au vràzze au mìdeche<br />

o alla pòste a pegghièue la penziòne.<br />

U féuce velentìere percé séupe ca và vàje la cibànze, e<br />

ca jé stéute tròppe veziéute da u nunùnne.<br />

Vònne sémbe d’accùrde e se vòlene béine, u nepàute e u<br />

nunùnne.<br />

–––– 128 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio<br />

Bitonto (BA)


NONNI E NIPOTINI<br />

Sono belli la mattina quando camminano per la strada il<br />

nipote col nonno, che lo accompagna a scuola o all’asilo.<br />

Camminando sul marciapiede, passo dopo passo, gli<br />

racconta un bel fatto, gli da tanti consigli su come camminare<br />

da solo, si deve guardare avanti e <strong>di</strong>etro, a destra<br />

e sinistra e, per attraversare la strada, si deve andare<br />

sempre sulle strisce pedonali.<br />

Quanto ha lavorato il nonno nella sua vita, ma è ancora<br />

arzillo, e si dà da fare per tutta la famiglia.<br />

Va avanti e in<strong>di</strong>etro e sbrigando faccende e fa la spesa<br />

alla nuora e alla figlia, e, quando ha tempo libero, si<br />

ritrova con gli amici in villetta o ai giar<strong>di</strong>netti, seduti<br />

alle panche all’ombra <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> alberi.<br />

I nonni si ricordano sempre dei guai passati ai tempi loro.<br />

Qualche volta porta il nipote e gli raccontano la storia<br />

della guerra e della fame, quando da piccoli andavano a<br />

lavorare in campagna, <strong>di</strong>giuni o con un po’ <strong>di</strong> pane duro,<br />

lo bagnavano e lo mangiavano con qualche filo <strong>di</strong> erba<br />

che trovavano, scalzi e con i pantaloni rattoppati.<br />

Il tempo passa e il nipote <strong>di</strong>venta grande ed è lui che<br />

accompagna il nonno sotto braccio dal me<strong>di</strong>co o alla<br />

posta a ritirare la pensione.<br />

Lo fa volentieri perché sa che verrà ricompensato, perché<br />

da piccolo è stato viziato.<br />

Vanno sempre d’accordo e si vogliono bene il nipote ed<br />

il nonno.<br />

–––– 129 ––––<br />

Domenico Ferrovecchio


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA CASALINGHE<br />

La famigghja majè, dachessì numerose,<br />

jère ranne e armonejose,<br />

sètte file jèreme<br />

e tutte ne vulamme bène.<br />

Sembe la mamme so fatte<br />

cu vuste a tatte<br />

a pulzè, lavè, trumbè<br />

jère ciacche sapaje fè.<br />

Pe la famigghje jère a <strong>di</strong>sposizejone<br />

che tanda sod<strong>di</strong>sfazione,<br />

a trend’anne me so ‘nzurète<br />

e de la chèse nam me so mè stanghète.<br />

La vita maje è condeneuète,<br />

e la cicogne è arrevète<br />

mascule so i quatte figghje<br />

bèlle come gigle.<br />

Mo tègne bèlle nipotine<br />

tutte birichine,<br />

alla famigghje so dète la vita maje<br />

cu nu prisce ca nan fenèsce mè.<br />

–––– 130 ––––<br />

Assunta Fiore<br />

Altamura (BA)


LA CASALINGA<br />

La mia famiglia così numerosa<br />

era grande e armoniosa,<br />

sette figli eravamo<br />

e tutti ci amavamo.<br />

Sempre la mamma ho fatto<br />

con gusto e tatto:<br />

pulire, lavare, impastare<br />

era ciò che sapevo fare.<br />

Per la famiglia ero a <strong>di</strong>sposizione<br />

con grande sod<strong>di</strong>sfazione,<br />

a trent’anni mi sono sposata<br />

e come donna <strong>di</strong> casa<br />

non mi sono mai stancata.<br />

La mia vita è continuata,<br />

la cicogna è arrivata<br />

tutti maschi i miei quattro figli<br />

belli come gigli.<br />

Ora ho sette bei nipotini<br />

tutti biricchini,<br />

alla famiglia ho de<strong>di</strong>cato la mia vita<br />

con gioia infinita.<br />

–––– 131 ––––<br />

Assunta Fiore


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA BÉFANE<br />

T’arrecùurde amiche móje<br />

quanne arreváve chera dóje...<br />

tutte u’ánne s’aspettáve<br />

pe vede’ chere ca s’acchiave...<br />

pepázze e sciuche jnd’au súnne<br />

viste jnd’a rre máne che cure menúnne.<br />

Sott’a la cheverte jnd’a llitte<br />

se stave cìtte... cìtte<br />

pe sendì qualche remore<br />

c’arrevave a cher’óre<br />

e cu nu pícche de paghiúre...<br />

s’aspettáve la vecchia segniúre!<br />

A nn’óre de la nettáte,<br />

che re scarpe sfennáte<br />

arrevave la befáne<br />

cu regále jnd’a lla máne<br />

ma pu súnne ca venéve...<br />

goccie na volte ca se vedeve!!!<br />

Descetáte subbéte la matine,<br />

s’acchiamendáve vecíne,<br />

sop’au távue o sop’a llitte<br />

do’ s’erene pùste re calzíítte<br />

e tremùanne chiane chiane<br />

s’allenguevene re máne!<br />

Ce’ ffeste se facéve<br />

quanne chendende s’acchiéve<br />

cioccoláte e caramelle<br />

a june a june e bbélle bbélle<br />

scaffáte jnd’au calzétte,<br />

appenniute au camenétte!<br />

–––– 132 ––––<br />

Agostino Galati<br />

Palo del Colle (BA)


LA BEFANA<br />

Ricor<strong>di</strong> amico mio<br />

quando arrivava quel giorno...<br />

tutto l’anno s’aspettava<br />

per vedere quello che si trovava...<br />

pupi e giochi sognati,<br />

visti nelle mani <strong>di</strong> quel bambino!<br />

Sotto la coperta nel letto,<br />

si stava in silenzio<br />

per sentire qualche rumore<br />

che arrivava a quell’ora<br />

e con un po’ <strong>di</strong> paura<br />

si aspettava la vecchia signora.<br />

Ad un’ora della notte,<br />

con le scarpe rotte<br />

arrivava la befana<br />

con i regali in mano...<br />

ma per il sonno...<br />

non si vedeva mai!!<br />

Svegliati presto al mattino,<br />

si guardava vicino,<br />

sul tavolo o sul letto<br />

dove si appoggiavano le calze<br />

e tremando piano... piano...<br />

si tendevano le mani.<br />

Che festa si faceva<br />

quando felici si trovavano<br />

cioccolate e caramelle<br />

ad una ad una e piano piano<br />

infilate nella calza<br />

appesa al caminetto.<br />

–––– 133 ––––<br />

Agostino Galati


“Je’ veniute” se gredáive<br />

cu core ca battáive,<br />

“mamme, mamme... so’ trevate...<br />

la befáne m’av’acchiáte...”<br />

ma u trenine ca se veléve...<br />

forse... forse... na nge stéve!<br />

Na riesceche angore a capì<br />

come faceve jnd’a cchera <strong>di</strong>’<br />

la Befane a canosce e a sape’<br />

ca a lla scole ere pégghiate nu tre’...<br />

e che chessa bella schiúse...<br />

quanda carviúne jnd’a re pacche achiúse!!!<br />

U VECCHIARIIDDE<br />

Che la spadda chiecáte,<br />

terciute e seccáte,<br />

arrive u vecchiariidde<br />

che la sciárpe e u cappìdde<br />

appeggiánne la mane e u vrázze<br />

sop’a cchera mázze!<br />

Tene d’occhiere peccenúnne<br />

cure sande de nunúnne,<br />

vete picche vicine e lendáne<br />

e camìne chiáne... chiáne<br />

cu delore jnd’a ll’usse<br />

e nogna liivete de músse!<br />

Cure tiimbe je’ lendáne<br />

quanne fort’e’ssane<br />

na steve ferme nu meniúte<br />

perce’ieve chiine de saliute<br />

–––– 134 ––––<br />

Agostino Galati<br />

Palo del Colle (BA)


“È venuta” si gridava<br />

con il cuore che batteva,<br />

“mamma... mamma... ho trovato...<br />

la Befana mi ha trovato”<br />

Ma il trenino che si desiderava...<br />

forse... forse... non c’era!!!<br />

Non riesco ancora a capire<br />

come faceva in quel giorno<br />

la Befana a conoscere e a sapere<br />

che alla scuola avevo preso tre...<br />

e con questa bella scusa...<br />

quanti carboni... nei pacchi chiusi.<br />

IL VECCHIETTO<br />

Con la spalla curva,<br />

tutto torto e magro,<br />

arriva il vecchietto<br />

con la sciarpa e il cappello<br />

appoggiando la mano e il braccio<br />

su un bastone!<br />

Ha gli occhi piccoli<br />

quel nonno santo,<br />

vede poco vicino e lontano<br />

e cammina piano piano<br />

con il dolore nelle ossa<br />

e le labbra un po’ livide!<br />

Quel tempo è lontano<br />

quando forte e sano<br />

non stava fermo un minuto<br />

perché era pieno <strong>di</strong> salute<br />

–––– 135 ––––<br />

Agostino Galati


e prime fígghie e po’ attáne<br />

teneve u mùunne jnd’a rre máne!<br />

Assidete nogne au sedìle<br />

sott’au sole d’abbrìle<br />

e ’ngalliscete re piite e rre máne<br />

mendre u suunne cale chiáne chiáne<br />

e... u tiimbe passe liinde... linde...<br />

che nogna... nogne d’amáre jinde!<br />

LA VITE<br />

Nu boccióle de premavére<br />

verde e prefemáte,<br />

u gride de na mámme...<br />

la chendandézze jnd’au córe,<br />

u chiande de nu meniinne...<br />

nu rágge de sóle,<br />

na lágreme e nna carézze...<br />

d’ócchiere verse u Ciile!<br />

–––– 136 ––––<br />

Agostino Galati<br />

Palo del Colle (BA)


e prima figlio e poi padre<br />

aveva il mondo in mano!<br />

Sie<strong>di</strong>ti un po’ alla panchina<br />

sotto il sole <strong>di</strong> aprile<br />

e riscaldati i pie<strong>di</strong> e le mani<br />

mentre il sonno cala piano piano<br />

e il tempo scorre lentamente...<br />

con un po’ <strong>di</strong> amarezza dentro!!<br />

LA VITA<br />

Un bocciolo <strong>di</strong> primavera<br />

verde e profumato,<br />

il grido <strong>di</strong> una madre...<br />

la gioia nel cuore,<br />

il pianto <strong>di</strong> un neonato...<br />

un raggio <strong>di</strong> sole,<br />

una lacrima e una carezza...<br />

gli occhi rivolti al Cielo!!<br />

–––– 137 ––––<br />

Agostino Galati


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

SANDE VALENDINE<br />

Percè s’avaspettà Sande Valen<strong>di</strong>ne<br />

Pé <strong>di</strong>sce à la megghiére, che na roselline:<br />

“Te voghie béne, tande béne ammòre?”<br />

Pe me e u uagnone mie a tutte l’ore<br />

Ijé Sande Valen<strong>di</strong>ne, ngi velime bene d’ijnde o core<br />

Da 46 ianne, da na vite, e cusse ammòre,<br />

ca ijè pure affette, cure, tenerezze,<br />

prioccupazione e tanda dolcezza<br />

nge tene sembe stritte stritte<br />

e acquanne stonne le fatte serie<br />

e acquanne stonne le frittue.<br />

* * *<br />

Ije belle tené apprisse a te ce te vole bene<br />

Da tand’anne, ca te canosce ijnde u male<br />

E ijnde u bene.<br />

Ijè belle tené apprisse a te,<br />

Acquanne te va a còrche,<br />

Ce ca na carezze te <strong>di</strong>sce:<br />

“Bona notte ammòre<br />

Si sembe ijnd core”.<br />

LA SANDA PASQUE<br />

Ijè la Pasque du Signore<br />

Kè rallegre tùtt i core;<br />

Ku ramètte benè<strong>di</strong>tte nu dècime:<br />

“La pasce, la pasce velime.<br />

Pasce all’Oriende,<br />

pasce all’Occidènde<br />

pasce o biank, o gnore,<br />

a tutt’o munne, pasce vere”.<br />

–––– 138 ––––<br />

Anna Maria Giannini<br />

Grumo Appula (BA)


SAN VALENTINO<br />

Perché bisogna attendere S. Valentino<br />

per sussurrare alla moglie, con una rosellina:<br />

“Ti voglio bene, tanto bene, amore?”<br />

Per me e per il mio ragazzo è sempre S. Valentino,<br />

ci vogliamo bene da quasi 46 anni<br />

e questo amore che si esterna in tanti mo<strong>di</strong><br />

come affetto, tenerezza,<br />

preoccupazione, dolcezza,<br />

ci mantiene uniti e sempre stretti<br />

sia negli eventi seri che in quelli allegri.<br />

* * *<br />

È bello avere accanto chi ti vuol bene,<br />

che da tanto tempo ti conosce nel bene e nel male.<br />

È bello avere accanto a te,<br />

specie quando vai a letto,<br />

chi con una carezza ti <strong>di</strong>ce:<br />

“Buona notte amore mio<br />

sei sempre nel mio cuore”.<br />

LA SANTA PASQUA<br />

È la Pasqua del Signore<br />

che rallegra tutti i cuori<br />

col rametto benedetto noi <strong>di</strong>ciamo:<br />

“La pace, la pace vogliamo.<br />

Pace all’Oriente,<br />

pace all’Occidente,<br />

pace al bianco, pace al nero,<br />

a tutto il mondo, pace vera”.<br />

–––– 139 ––––<br />

Anna Maria Giannini


Màmme faceve le scarcedde,<br />

l’ovallesse, la pekeredde<br />

e la dì de la Resurrezione<br />

u agnìdde o furn e l’ove de cioccolate<br />

in confezione.<br />

A menzadì du sabate, la cambane de la kiesie<br />

senave a feste pè Gesù Criste ca ieve resescetate,<br />

nu peccéninne assimmo sopa a la logge,<br />

pè vedè le fueke appecciate pè l’occasione.<br />

Le kristiane se facevene l’augurie:<br />

“Bòna Pasque, màmme e papà,<br />

bona Pasque, nononne,<br />

augurie zì Lecì, Carle, Pino e Marì.<br />

Augurie zì Nikkelle, Peppine e Titine,<br />

augurie a te, Carlucce, a te, Mengucce.<br />

Bona Pasque, zì Line, Lilette e Pinucce,<br />

bona Pasque a frademe e a tutte”.<br />

Kesse iere la féste de Pasque a Bare<br />

in via Crisanzie, e ieve adakkesì belle e rare<br />

ch’angore iosce la dì de la Resurrezione<br />

ijnde o core me fasce emozione e commozione.<br />

LE CHÉLUMME DE SAN GIUANNE<br />

“Pè San Giuànne, pighie chèlumme<br />

e ammine in ganne”<br />

A la viscigghie <strong>di</strong> San Giuanne,<br />

ù 23 de sciugne,<br />

ieve tra<strong>di</strong>zione mangià, la sère,<br />

sope o maschere, appeccià,<br />

le lambiongine colorate<br />

–––– 140 ––––<br />

Anna Maria Giannini<br />

Grumo Appula (BA)


Mamma faceva le scarcelle,<br />

le uova lesse, le pecorelle,<br />

e il giorno della Resurrezione<br />

l’agnello al forno e l’uovo <strong>di</strong> cioccolato<br />

in confezione.<br />

A mezzogiorno del sabato, le campane della chiesa suonavano<br />

a festa<br />

per Gesù Cristo ch’era risorto;<br />

noi bambini uscivamo sul balcone<br />

per vedere i fuochi d’artificio accesi per l’occasione.<br />

Le persone si scambiavano gli auguri:<br />

“Buona Pasqua, mamma,<br />

buona Pasqua, nonna,<br />

auguri zia Lucia, Pino e Maria<br />

auguri a zia Nikkella, Peppino e Titina,<br />

auguri a te, Carluccio, a te Minguccio,<br />

buona Pasqua zia Lina, Liletta e Pinuccio;<br />

buona Pasqua a mio fratello e a tutti”.<br />

Questa era la Santa Pasqua a <strong>Bari</strong>,<br />

in via Crisanzio, ed era così bella e rara<br />

che ancora oggi nel dì della Resurrezione,<br />

nel cuore mi porta emozione e commozione.<br />

I FIORONI DI SAN GIOVANNI<br />

Recita un antico proverbio: “A San Giovanni<br />

pren<strong>di</strong> fioroni e addolcisciti la gola.<br />

La sera del 23 Giugno, vigilia <strong>di</strong> San Giovanni,<br />

era tra<strong>di</strong>zione fare la cena sul terrazzo<br />

<strong>di</strong> casa, decorandolo con lampioncini colorati.<br />

–––– 141 ––––<br />

Anna Maria Giannini


e che le parinde, amisce e chembàre<br />

farse na vende de “spaghitte<br />

a la San Giuannidde”.<br />

Se redeve e se sendevene,<br />

a la valigette grammofone<br />

le <strong>di</strong>sche de Nilla Pizzi, Gino Latilla,<br />

Carla Boni, Clau<strong>di</strong>o Villa;<br />

che candavene canzune sen<strong>di</strong>mendale<br />

dolge e allegre.<br />

Per la viscigghie de San Giuanne,<br />

nesciune se facève u danne<br />

non se spenneva assa<br />

pe mangia:<br />

ce annesèva la salza e le spaghitte,<br />

ce u pèsce, cozze e patane fritte,<br />

naldune u fermagge,<br />

u uàcce e u ueghie,<br />

ce anneceva u mire<br />

e la fine chelumme,<br />

tante chelumme<br />

percè a San Giuanne<br />

pigghie chelumme<br />

e ammine in ganne.<br />

Acquanne ferneve l’uldeme chelumme,<br />

tutte l’homene se mettevene a sceqùa<br />

o zumbaridde, o tressette a scope,<br />

e tutte le femmene se mettevene a candà:<br />

“Abbàsce à la marine se venne u pesce<br />

E tu marite mi non la vu fernèsce<br />

Quante jiè belle u prime ammòre<br />

Ma u seconde è chiù megghie angore!”<br />

–––– 142 ––––<br />

Anna Maria Giannini<br />

Grumo Appula (BA)


Poi, con parenti, amici e compari,<br />

fare una scorpacciata <strong>di</strong> “spaghetti alla San Giuannidde”.<br />

Si mangiava, si scherzava, si rideva,<br />

mentre la valigetta grammofono<br />

suonava <strong>di</strong>schi <strong>di</strong> Nilla Pizzi, Gino Latilla,<br />

Carla Boni e Clau<strong>di</strong>o Villa,<br />

cantanti melo<strong>di</strong>ci,<br />

sentimentali e dolci.<br />

Per festeggiare questa ricorrenza,<br />

non si spendeva molto per la cena,<br />

perché c’era chi portava pomodoro e<br />

spaghetti, chi pesce, cozze e patate fritte,<br />

chi formaggio, sedano e vino<br />

e infine tanti, tanti fioroni<br />

perché un vecchio adagio recita così:<br />

“A san Giovanni cogli fioroni<br />

e manda giù in gola”.<br />

Quando i fioroni erano stati tutti gustati,<br />

gli uomini giocavano a “zumpariello”<br />

a scopa, a tressette<br />

mentre le donne improvvisavano<br />

un bel coro, intonando un’antica<br />

canzone in vernacolo barese:<br />

“Abbàsce à la marine se venne u pèsce<br />

E tu marìte mi non la vu fernèsce,<br />

quanne jiè belle u prime ammòre<br />

ma u seconde è chiù megghie angore!”<br />

(Sulla riva del mare si vende il pesce<br />

e tu marito mio sei sempre impegnato,<br />

com’è bello il primo amore,<br />

ma il secondo è sicuramente migliore).<br />

–––– 143 ––––<br />

Anna Maria Giannini


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA LODE ALLA MAMMA MAJE<br />

Mamme si come a nù giggje<br />

pè stù figghje<br />

mamma do prime amore<br />

e nète la gioje è nète u valore<br />

è nète l’amore.<br />

Grazeje mamme ca ma dète la vite<br />

nan te si mè pen<strong>di</strong>te ma se sèmbe gioite<br />

quanda volte ma lavète,<br />

quanda volte m’allattète,<br />

quanda volte m’affascienète.<br />

Mamma si bèlle come e stèlle, si bèlle come alla lune,<br />

si bèlle come o saule e na dète tand’onore.<br />

Mamma quanda volte p’abbugghjarme avute<br />

parolacce e minacce da maritte<br />

mamma ma sèmbe vuasète,<br />

ma sèmbe amète,<br />

ma sèmbe donète,<br />

ma sèmbe ‘nguraggète.<br />

Mamme si ranna, ranna, ranne e calme<br />

ma vulute tande bène<br />

pe tutte i cause bèlle ca tu ha fatte<br />

jì te voggje bène e te voggje vuasè.<br />

–––– 144 ––––<br />

Michele Giordano<br />

Altamura (BA)


LA LODE ALLA MIA MAMMA<br />

Mamma sei come un giglio<br />

per il tuo figlio<br />

Mamma dal tuo primo Amore<br />

è nata la gioia è nato il valore<br />

è nato l’amore.<br />

Grazie mamma <strong>di</strong> avermi dato la vita<br />

Non ti sei mai pentita ma hai sempre gioito<br />

Quante volte mi hai lavato,<br />

quante volte mi hai allattato,<br />

Quante volte mi hai affascinato.<br />

Mamma sei bella come le stelle, sei bella come la luna<br />

Sei bella come il sole e ci dai tanto amore<br />

Ci dai tanto calore, ci dai tanto onore.<br />

Mamma quante volte per coprire me hai subìto<br />

Parolacce e minacce da tuo marito<br />

Mamma mi hai sempre baciato,<br />

mi hai sempre amato<br />

Mi hai sempre donato,<br />

mi hai sempre incoraggiato.<br />

Mamma sei grande, grande, grande e serena<br />

Mi hai voluto tanto bene<br />

Per tutte le cose belle che tu hai fatto<br />

Per tutte le cose belle che tu fai<br />

Io ti voglio bene e ti voglio baciare.<br />

–––– 145 ––––<br />

Michele Giordano


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A BBAR VÉCCHIE DA TANN A JOSCE<br />

Oh Bbar de TANN,<br />

siccome acquann<br />

u uagnon ‘nnamurat<br />

che le mandellinàt<br />

parlav d’amor<br />

alla fémen du cor,<br />

fin a quann pe la «frév»<br />

se n’ascennév...,<br />

percé mò le giovinott<br />

JOSCE passen la nott<br />

jind alle <strong>di</strong>scotéche<br />

e mà jind a nu léche?<br />

Oh Bbar de tanda lanz<br />

e decine de paranz<br />

ca sbarcaven: zanghétt,<br />

le pulp’ e le scarpétt,<br />

le cecal a strafott,<br />

le scrumm’ e le «magnotte» 1<br />

ca a chiazz Férrarés<br />

ghestaven ‘nderrés...,<br />

percé JOSCE u capeton<br />

gost quas nu miglion?<br />

Oh Bbar cu mistér<br />

de la vécchia «ciclatér»<br />

ca, come c... fascév<br />

cu sol’e che la név<br />

che troner’ e sajétt<br />

arrevav a Barlétte...,<br />

1 Minuscoli molluschi marini molto gustosi.<br />

–––– 146 ––––<br />

Giuseppe Interesse<br />

<strong>Bari</strong>


A BARI VECCHIA DA ALLORA AD OGGI<br />

Oh <strong>Bari</strong> <strong>di</strong> allora,<br />

siccome quando<br />

il giovane innamorato<br />

con le mandolinate<br />

parlava d’amore<br />

alla “femmina” del cuore,<br />

fino a quando per la febbre (d’amore),<br />

s’involava (con la fidanzata)...,<br />

perché ora i giovanotti<br />

oggi passano la notte<br />

nelle <strong>di</strong>scoteche<br />

e mai in un campo (recon<strong>di</strong>to)?<br />

Oh <strong>Bari</strong> <strong>di</strong> tanti barconi<br />

e decine <strong>di</strong> paranze<br />

che sbarcavano: platesse,<br />

i polpi ed i calamaretti,<br />

le “cicale” a iosa,<br />

gli sgombri e minuscoli polpi<br />

che a “Piazza Ferrarese”<br />

costavano pochi sol<strong>di</strong>...,<br />

perché oggi il capitone<br />

costa quasi un milione?<br />

Oh <strong>Bari</strong> con il mistero<br />

della vecchia “caffettiera”<br />

che, come ca... faceva,<br />

con il sole e con la neve,<br />

con i tuoni ed i lampi,<br />

arrivava a Barletta...,<br />

–––– 147 ––––<br />

Giuseppe Interesse


percé JOSCE che l’autobbuss<br />

o na maghen de luss,<br />

p’arrevà ad Énzitét<br />

fasce prima a scì alla ppèt?<br />

Oh Bbar de la megghiér<br />

ca pe mangià la sér<br />

fascév la frettat<br />

cu ris avanzat<br />

e trembav la farin<br />

che l’acqua marin<br />

pe fà pjizz de pan<br />

ca derav na seman...,<br />

percè JOSCE le crestian<br />

scétten alle can<br />

le fecazze de patane<br />

e jind o cassonétt<br />

matarazz’e le beffétt?<br />

Oh Bbar de uascézz,<br />

de le pup de pézz,<br />

du prjisce e Piripicchie 2 ,<br />

de verruzz’e de pesticchie,<br />

Bbar du carneval<br />

che cudde funéral<br />

de «Rocche» stennut<br />

jind o tavut,<br />

Bbar de la crianz<br />

e de Di Crollalanz,<br />

de grattat cu scerupp,<br />

de le fémen cu tupp<br />

e cu ‘mberlocche ‘ngann,<br />

2 Macchiettista che imitava molto bene Charlot.<br />

–––– 148 ––––<br />

Giuseppe Interesse<br />

<strong>Bari</strong>


perché oggi, con l’autobus<br />

o con una macchina <strong>di</strong> lusso (veloce),<br />

per arrivare ad Enziteto<br />

fai prima andando a pie<strong>di</strong>?<br />

Oh <strong>Bari</strong> della moglie<br />

che per la cena<br />

faceva la frittata<br />

con il riso d’avanzo<br />

ed impastava la farina<br />

con l’acqua marina<br />

per fare pezzi <strong>di</strong> pane<br />

che duravano una settimana...,<br />

perché oggi le persone<br />

gettano ai cani<br />

le focacce <strong>di</strong> patate<br />

e dentro i cassonetti<br />

materassi e le credenze?<br />

Oh <strong>Bari</strong> dei festini,<br />

delle pupe <strong>di</strong> pezza,<br />

dell’allegria <strong>di</strong> Piripicchio,<br />

<strong>di</strong> trottole e <strong>di</strong> lippe,<br />

<strong>Bari</strong> del carnevale<br />

con quel funerale<br />

<strong>di</strong> “Rocco” <strong>di</strong>steso<br />

nella bara,<br />

<strong>Bari</strong> della creanza<br />

e <strong>di</strong> Crollalanza,<br />

del ghiaccio grattato con lo sciroppo<br />

delle “femmine” con il tuppo<br />

e con il “pendant” sul collo,<br />

–––– 149 ––––<br />

Giuseppe Interesse


de vammar’ e mést-pann,<br />

de tian de capuzz,<br />

de le “troner” de Puzz 3<br />

e de quann, na vold,<br />

pagav désce sold<br />

pe nu cugne cu salam<br />

pe fà passà la fame...,<br />

percé JOSCE pe na pizz,<br />

e senza pulp rizz,<br />

non avast nu pris<br />

chjin chine de terris?<br />

Ah Bbar, Bbar ‘ngrat,<br />

ah Bbar du passat,<br />

percé te ne si sciut?<br />

Addò te si aschennut?<br />

JOSCE me si allassat<br />

«chernut’e mazziat»<br />

che na zoche ‘ngann<br />

e sènz u mest-pann,<br />

ca fascév le calzun...<br />

che le chiéche e le bettun.<br />

3 “La Candìn de Puzz” era così chiamata perché ubicata, in <strong>Bari</strong><br />

Vecchia, a pochi metri dal pozzo fatto scavare dalla regina Bona-<br />

Sforza <strong>di</strong> Polonia.<br />

–––– 150 ––––<br />

Giuseppe Interesse<br />

<strong>Bari</strong>


<strong>di</strong> levatrici e sarti,<br />

<strong>di</strong> teglie (<strong>di</strong> creta) <strong>di</strong> testine,<br />

dei grossi e pepati involtini <strong>di</strong> “Puzz”,<br />

e <strong>di</strong> quando, una volta,<br />

pagavi <strong>di</strong>eci sol<strong>di</strong><br />

per mezzo filone con salame<br />

per far passare la fame...,<br />

perché oggi, per una pizza,<br />

non basta un cantero<br />

pieno pieno <strong>di</strong> monete?<br />

Ah <strong>Bari</strong>, <strong>Bari</strong> ingrata.<br />

ah <strong>Bari</strong> del passato,<br />

perché te ne sei andata?...<br />

Dove ti sei nascosta?...<br />

Oggi mi hai lasciato<br />

“cornuto e mazziato”,<br />

con una corda attorno al collo<br />

e senza il sarto,<br />

che faceva i pantaloni...<br />

con le pieghe ed i bottoni.<br />

–––– 151 ––––<br />

Giuseppe Interesse


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA TATA<br />

A Bère staje<br />

e che soreme javutaje,<br />

‘na famigghie so canesciute<br />

e bène ‘nge agghje vulute.<br />

‘Na tata scianne acchjanne<br />

e subbete l’acchiorne.<br />

Me devertaje a cosce<br />

tanda fecazze a m’baste<br />

10 anne so passète<br />

e sèmbe ‘nzimme asime stète.<br />

‘N attrice famose e devendète<br />

ma de maje nan zè scurdète.<br />

LA FELECETÈ JÈ V’NUT ANGOR<br />

Quann’ere wuagnedd<br />

Avibbe do ranne delure:<br />

la mort <strong>di</strong> gen’tor maje.<br />

Saule ‘nda nu paise lunden fat’jaje<br />

Ma purtropp nesciun amaje.<br />

Stangh de chessà situazejon<br />

M’ ne scibb alla stazion<br />

E che tanda premure<br />

Arrevebbe a Jaltamure.<br />

Pegghièbbe chèse ad affitte<br />

E pe pajarme u mangè<br />

Jère costrètt a fatejè,<br />

ma grazeje a cusse<br />

accumunzèbbe ad amè.<br />

Giuanne jère u nome suu,<br />

jinde a maje vedì l’amor.<br />

E dopp picche ore<br />

–––– 152 ––––<br />

Felicia Loiu<strong>di</strong>ce<br />

Altamura (BA)


LA TATA<br />

A <strong>Bari</strong> stavo<br />

E con mia sorella abitavo,<br />

Una famiglia ho conosciuto<br />

E bene, le ho voluto.<br />

Una tata cercavano<br />

E subito la trovarono.<br />

Mi <strong>di</strong>lettavo a cucinare<br />

Tante pizze ad impastare<br />

Dieci anni son passati<br />

E sempre insieme siamo stati.<br />

Un’attrice famosa è <strong>di</strong>ventata<br />

Ma <strong>di</strong> me non si è <strong>di</strong>menticata.<br />

IL RITROVO DELLA FELICITÀ<br />

Quand’ero signorina<br />

Ebbi due gran<strong>di</strong> dolori:<br />

la per<strong>di</strong>ta dei miei genitori.<br />

Sola in un paese lontano lavoravo<br />

Ma purtroppo nessuno amavo.<br />

Stanca <strong>di</strong> questa situazione<br />

Mi recai alla stazione<br />

E con tanta premura<br />

Arrivai ad Altamura.<br />

Presi casa in affitto,<br />

E per pagarmi il vitto<br />

Ero “costretta” a lavorare.<br />

Ma grazie a questo<br />

Iniziai ad amare.<br />

Giovanni era il suo nome<br />

In me ve<strong>di</strong> l’amore<br />

E dopo poche ore<br />

–––– 153 ––––<br />

Felicia Loiu<strong>di</strong>ce


Ne giurammo etèrne amor.<br />

Ne spusamm<br />

E ‘nviagg de nozze ne scèmme.<br />

Doppe nu maise, de matine<br />

Nascìj la prima nipotine.<br />

Come a ‘nà figghje la so trattate<br />

E da tanne l’agghje sèmbe amete.<br />

Soprattutte po’ peccè<br />

Fèlisia se chjème come a maje.<br />

Ch Giuanne jè tutte uguale<br />

E me ème come a prime, mèno mèle.<br />

AMAREZZA<br />

Spessu lu anzianu sente lu besuegnu<br />

de comunicare lu sou passatu suennu.<br />

Cieggi stae a sentere:<br />

tutti hanu la voglia de scire.<br />

Alli piccini nu se cuntanu chiui<br />

le favole: osce n’cede la tivù.<br />

A du stae lu petulante percè,percè,percè?<br />

Oramai iggi ne sapenu chiu de tie.<br />

Li carusi scappanu de quai e de giai,<br />

a stento idenu du l’anzianu stae.<br />

Se fermi suntu aggiai,<br />

sullu computer passanu le sciurnate<br />

cu l’uecchi russi e cervieggi spossati.<br />

Comu ede lu teneru te ogghiu bene<br />

<strong>di</strong>ttu cugli uecchi carezzevoli o, ingannevoli?<br />

Allu sguardu timidu e mestu,<br />

pregno de sentimentu richiestu;<br />

osce se sostituisce nu veloce gestu<br />

e, nu friddu te amu, sullu cellulare ene compostu.<br />

–––– 154 ––––<br />

Felicia<br />

Loiu<strong>di</strong>ce<br />

Altamura (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Maria<br />

Lopez<br />

Terlizzi (BA)


Ci giurammo eterno amore.<br />

Ci sposammo<br />

E in viaggio <strong>di</strong> nozze ce ne andammo.<br />

Dopo un mese, <strong>di</strong> mattina<br />

Nacque la mia prima nipotina.<br />

Come una figlia l’ho trattata<br />

E da allora l’ho sempre amata,<br />

soprattutto poi perché<br />

Felisia si chiama come me.<br />

Con Giovanni è tutto uguale<br />

E mi ama più <strong>di</strong> prima, meno male.<br />

AMAREZZA<br />

<br />

Spesso l’anziano sente il bisogno<br />

<strong>di</strong> comunicare il suo trascorso sogno.<br />

Nessuno sta ad ascoltare;<br />

tutti han voglia <strong>di</strong> andare.<br />

Ai piccoli non si raccontan più<br />

le favole: oggi c’è la TV<br />

Dov’è il petulante perché, perché, perché?<br />

Oramai loro ne sanno più <strong>di</strong> te<br />

I giovani corron <strong>di</strong> qua e <strong>di</strong> là<br />

a stento vedon dove l’anziano stà.<br />

Se fermi son lì,<br />

sul computer passano le giornate<br />

con occhi rossi e menti spossate.<br />

Com’è il tenero ti voglio bene<br />

detto con occhi carezzevoli o, ingannevoli?<br />

Allo sguardo timido e mesto,<br />

pregno <strong>di</strong> sentimento richiesto;<br />

oggi si sostituisce un veloce gesto<br />

e, un freddo ti amo, sul cellulare è composto.<br />

–––– 155 ––––<br />

Felicia<br />

Loiu<strong>di</strong>ce<br />

Maria<br />

Lopez


La posta elettronica nu moscia la vera mimica,<br />

mentre sulla faccia ede chiu chiara l’espressione<br />

ca la vera o falsa <strong>di</strong>chiarazione.<br />

Li ranni, poi, parenu sacrificati eroi,<br />

quannu concedenu,<br />

un ne parlamu poi.<br />

Ci ede annanzi cu li anni<br />

pensa, sulu solettu alli soi affanni<br />

e, allora lu ecchiettu,<br />

spessu, se sfoga cu nu scrittu<br />

ca remane ingia nu cassettu.<br />

Quannu nu giurnu chiui nu ce stae,<br />

forse quarchedunu fore lu tirerae<br />

e, ci a lescere nu picca se firmerae<br />

mutu tar<strong>di</strong> capirà<br />

ca ha persu la ricchezza<br />

de na amorevole e saggia bellezza.<br />

RIFLESSIONE<br />

Me sentu inqueggiu all’anima<br />

nu querpu ca me avvolge comu nu vestitu<br />

oramai ecchiu e agrinzitu.<br />

Ci se potesse cangiare comu la pelle de serpente:<br />

pigghiare unu nueu e lassare quiggiu ca oramai<br />

[num bale nienzi.<br />

Le tecniche de moi cercanu de provvedere<br />

cu chirurgie e creme<br />

e, li cuerpi parenu quasi perfetti<br />

ma sutta, sutta scunnenu tanti defietti.<br />

Le facce terate,<br />

a vardare buenu, parenu sterate<br />

subra strazzature repezzate.<br />

Le espressioni suntu alterate:<br />

nu se pote chiu ridere gioiosamente,<br />

e, nu se pote chiu chiangere liberamente.<br />

–––– 156 ––––<br />

Maria Lopez<br />

Terlizzi (BA)


La posta elettronica non mostra la reale mimica,<br />

mentre sul viso è più chiara l’espressione<br />

che una vera o falsa <strong>di</strong>chiarazione.<br />

Gli adulti, poi, sembrano sacrificati eroi,<br />

quando concedono<br />

un ne parliamo poi...<br />

Chi è avanti con gli anni<br />

Pensa, solo soletto, ai suoi affanni<br />

E, allora il vecchietto,<br />

spesso,si sfoga con uno scritto<br />

che rimarrà in un cassetto.<br />

Quando un giorno più non ci sarà,<br />

forse qualcuno fuori lo tirerà<br />

e, se a leggerlo un pochino si fermerà,<br />

troppo tar<strong>di</strong> capirà<br />

che ha perso la ricchezza<br />

<strong>di</strong> un’amorevole e saggia bellezza.<br />

RIFLESSIONE<br />

Sento addosso all’anima<br />

un corpo che mi avvolge come un vestito<br />

ormai vecchio e sgualcito.<br />

Se si potesse mutar come pelle <strong>di</strong> serpente;<br />

prenderne uno nuovo e lasciar quello che oramai<br />

[non vale niente.<br />

Le tecniche moderne cercano <strong>di</strong> provvedere<br />

con chirurgie e creme<br />

e, i corpi sembrano quasi perfetti<br />

Ma, sotto, sotto, nascondon tanti <strong>di</strong>fetti.<br />

I visi tirati,<br />

a guardar bene, sembran stirati<br />

sopra strappi rattoppati.<br />

Le espressioni sono alterate:<br />

non si può più ridere gioiosamente,<br />

e,non si può più piangere liberamente.<br />

–––– 157 ––––<br />

Maria Lopez


Le emozioni de anime raffreddate<br />

parenu falsate.<br />

Quannu la gioventù se na sciuta<br />

invano ede richiamata cu l’apparente annata.<br />

Mutu triste ede lu volere rimanere friscu<br />

intra nu querpu falsamente costruitu.<br />

No! Megghiu na rugosa ed espressiva faccia,<br />

nu liberatoriu chiantu,<br />

nu sinceru e gaiu risu,<br />

n’abbraccio fuertu e decisu.<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

MAMME<br />

Da quante me so spusète<br />

Sèmbe mamme so stete.<br />

Nove file agghi’avute<br />

Sènza nesciune ajiute.<br />

La famigghje pè mandenèrle<br />

L’agghje dovute sostènèrle<br />

Pu nord asime pattute<br />

A asime rumèse sèmbe aunite.<br />

A melene n’asime spustète<br />

E 35 anne avvenne passète<br />

Ge nonne jère devendète<br />

E la vita maje jère stète recombèmzète<br />

Doppe tanda sacrefice<br />

l-figghje maje so fèlice.<br />

Doppe ca so pèrse la dolce mètè<br />

So retornète alla cettè.<br />

‘nalt’omme so cchijète<br />

e doppe nu picche l’agghje spusète<br />

oltre a-jèsse ‘na fèlisce mamme e nonne<br />

so pure bisnonne.<br />

–––– 158 ––––<br />

Maria<br />

Lopez<br />

Terlizzi (BA)<br />

Grazia<br />

Lorusso<br />

Altamura (BA)


Le emozioni <strong>di</strong> anime raffreddate<br />

appaion falsate.<br />

Quando la gioventù se ne è andata,<br />

invano è richiamata con l’apparente annata.<br />

Molto triste è voler rimanere fresco<br />

in un corpo falsamente costruito.<br />

No!!! Meglio un rugoso ed espressivo viso,<br />

un liberatorio pianto,<br />

un sincero e gaio riso,<br />

un abbraccio forte e deciso.<br />

MAMMA<br />

<br />

Dopo essermi sposata<br />

Sempre mamma sono stata.<br />

Nove figli ho avuto<br />

senza mai alcun aiuto.<br />

La famiglia per mantenere<br />

Ho dovuto sostenere.<br />

Per il Nord siamo partiti<br />

E siam rimasti sempre uniti.<br />

A Milano ci siamo spostati<br />

E 35 anni son passati.<br />

Già nonna ero <strong>di</strong>ventata<br />

E la mia vita era stata ricompensata.<br />

Dopo tanti sacrifici<br />

I miei figli son felici.<br />

Dopo che ho perso la mia dolce metà<br />

Son ritornata nella mia città.<br />

Un altro uomo ho incontrato<br />

E dopo un po’ l’ho sposato.<br />

Oltre ad essere una felice mamma e donna<br />

Sono anche nonna e bisnonna.<br />

–––– 159 ––––<br />

Maria<br />

Lopez<br />

Grazia<br />

Lorusso


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

IL MIO “HAREM” – poesia autobiografica –<br />

Datosi ca me rèste pìcche da cambè<br />

De la storia mai, ve vò parlè<br />

E raccundàrve ‘na càusa pèrse<br />

De sta natèure fatt’ allammèrse<br />

Ca se devèrte a ja cundende<br />

Chisso so li fatte statèm assènde<br />

Tenève sessand’ànne appène sunète<br />

E quatte figghje l’avève spusète.<br />

E a settànde da pìcche fenèute,<br />

adduvendìppe nonno de dùdece nepèute<br />

tutte fèmen e senza strumènde<br />

e manghe nu uagnàune che summènde.<br />

Crìste a vòlte fèce e sfèce<br />

Acchessì vòle e tè fè capèce<br />

Ca tu vòità cèrte casere tutte uagnèun,<br />

e pèure ‘na fèmene la vlèvene.<br />

Quante scìppe o chemèune<br />

Che signè nautà fèmene<br />

L’impièghètè Giammarrusse,<br />

se la redève sott’ò mùsse.<br />

E le <strong>di</strong>cèsse a Domine Ddòje:<br />

se patene suppurtè sti frustaroje!<br />

Sa potene suppurtè tanda srafèsse<br />

Ca s’hanna fè la ròse che colpe de stu sèsse?<br />

Certe vòlte u Signòr<br />

Se devèrte ‘nzime a llòr<br />

Fèce la ccàuse all’aschèure<br />

E te sbàglje la natèure.<br />

–––– 160 ––––<br />

Sabino Losmargiasso<br />

Canosa (BA)


IL MIO “HAREM” – poesia autobiografica –<br />

Visto che mi resta poco da vivere<br />

Della mia storia vi voglio parlare<br />

E raccontarvi <strong>di</strong> una causa persa<br />

Di questa natura fatta al contrario<br />

Che si <strong>di</strong>verte ed è contenta<br />

Questi sono i fatti statemi ad ascoltare:<br />

Avevo sessantanni suonati<br />

Quattro figli avevo gia sposati,<br />

e a settantanni da poco compiuti,<br />

<strong>di</strong>ventai nonno <strong>di</strong> do<strong>di</strong>ci nipoti<br />

tutte femmine senza strumento<br />

e neanche un ragazzo per semenza.<br />

Cristo a volte fa e <strong>di</strong>sfa<br />

Così vuole e te ne fai una ragione<br />

E ve<strong>di</strong> in certe case tutti maschi<br />

Eppure una femmina la volevano<br />

Quando andai all’anagrafe<br />

Per iscrivere un’altra femmina<br />

L’impiegato “Giammarrusso”<br />

Se la rideva sotto i baffi.<br />

E io <strong>di</strong>rei a Domene Dio:<br />

si possono sopportare queste offese!<br />

Si possono sopportare tanti strafessi che se la devono<br />

ridere per colpa <strong>di</strong> sto sesso?<br />

Certe volte il Signore<br />

Si <strong>di</strong>verte con loro<br />

Fa le cose al buio<br />

E ti sbaglia la natura.<br />

–––– 161 ––––<br />

Sabino Losmargiasso


E jo penze ca u Padrètèrne<br />

Vajte sckìtte le ccàuse estèrne.<br />

Ma jindò vèndre che suggeziàune,<br />

nanze mètte a fè u spiàun<br />

Quànne figghjeme<br />

Che tande de panza ‘nnanze<br />

Aspettève nautà gravdànze,<br />

pròme angòre de li nove mòse,<br />

prepararne il fiocco rosa<br />

po’, li fatte scèrne allammèrse<br />

e se la purtàrne ‘mbaravòre.<br />

Accehssì pregàppe u Sande moje<br />

Ma sbagljppe l’Ave Maroje<br />

E cu sbaglije ca facippe,<br />

nàuta fèmene abbusckìppe.<br />

Però n’a grazia Criste me l’ho fatte<br />

Ca so dudece fèmene<br />

Tutte ‘ nziste e sènza defitte.<br />

E penzànne a timbe pèrse,<br />

jo cundènde so lo stèsse<br />

Se trattève solamènde<br />

De naffe parlè la ggènde<br />

Ca tènghe dudece nepèute!<br />

Tutte femene ‘e mànghe nu chernèute.<br />

LA PENZIAUNE<br />

So nu pòvre vécchie ca càmbe da pòvere penziunète<br />

che cinghe cind’EURO ca stù guverne me dèce ogne mesète.<br />

E stringènne la cinde all’ùtema mandate,<br />

m’arrànge e tore ‘nnànz alla sciurnète.<br />

–––– 162 ––––<br />

Sabino Losmargiasso<br />

Canosa (BA)


E io penso che il Padre Eterno<br />

vede solo le cose esterne,<br />

ma nel ventre per soggezione<br />

non si mette a fare lo spione.<br />

Quando mia figlia<br />

con tanto <strong>di</strong> pancia aspettava un’altra gravidanza,<br />

prima ancora che nascesse,<br />

prepararono il fiocco rosa.<br />

Poi le cose andarono al rovescio<br />

e se la portarono in para<strong>di</strong>so.<br />

Cosi pregai il mio Santo Protettore<br />

Ma sbagliai l’Ave Maria<br />

e per quello sbaglio che feci<br />

nacque un’altra femmina.<br />

Però Cristo una grazia me l’Ha fatta<br />

che sono do<strong>di</strong>ci femmine<br />

tutte sveglie e senza <strong>di</strong>fetti<br />

e pensando a tempo perso,<br />

io sono contento lo stesso.<br />

Si trattava semplicemente,<br />

<strong>di</strong> non far parlare la gente<br />

che ho do<strong>di</strong>ci nipoti<br />

tutte femmine senza neanche un cornuto.<br />

LA PENSIONE<br />

Sono un povero vecchio che campa da una povera pensione<br />

Con 500 euro che questo governo mi da ogni mese .<br />

E stringendo la cintura all’ultimo buco<br />

Mi arrangio e tiro avanti alla giornata .<br />

–––– 163 ––––<br />

Sabino Losmargiasso


Ognè mase vac’alla pòste<br />

e che nu picche de tìmbe stàc’appòste<br />

me fàzze li fatte mòje e me spicce<br />

e de li fàtte de l’àute na me ‘mbicce.<br />

Ma méndre me ne stève tranguillaménde<br />

m’arròve ‘na cartella de pagamènde<br />

e sè na la vache sùbbete a paghè<br />

crèmatone stèsse, me potene sfrattè.<br />

Tànde la rabbia fòrte,<br />

ca na zò derméute stanotte<br />

e pigghjippe la decesiàune,<br />

de manàrme dò balcàune :<br />

po’, penzippe alla mòrte,<br />

mu la pègh’ e picche me ne ‘mbòrte.<br />

Arruon ‘e saup ‘ arruone,<br />

me vennippe la lène <strong>di</strong> cusciòne<br />

e che ‘mbe Cicce Raclàune<br />

me ne scippe alla candòne de Maramàune<br />

fazze nu brindese alla salèute<br />

e prèghe a Criste ca sé vole m’ajèute.<br />

GRUTTE E TENÈLE<br />

Quànne jève criatéure jò m’arrecòrde,<br />

scève che tatè abbàsce alla gròtte<br />

e che li tumbàgne appone appuggète<br />

sàupe a dù sciuvulatéur de prète<br />

e li làzze attacchète a li cambanidde,<br />

se rucelévne abbasce, vutt’e vasci’dde.<br />

Attàneme jève assè pratiche de la gròtte<br />

E ognè jànne che métte lemmìre frìske,<br />

–––– 164 ––––<br />

Sabino Losmargiasso<br />

Canosa (BA)


Ogni mese vado alla posta<br />

E per un po’ <strong>di</strong> tempo sto tranquillo faccio i fatti miei<br />

e me la cavo<br />

E dei fatti degli altri non mi impiccio.<br />

Ma mentre me ne stavo tranquillamente<br />

Mi arriva una cartella <strong>di</strong> pagamento<br />

E se non vado <strong>di</strong> corsa a pagarla<br />

Domattina stesso mi possono sfrattare.<br />

Tanto la rabbia forte,<br />

che non ho preso sonno sta notte<br />

e presi la decisione,<br />

<strong>di</strong> buttarmi giù dal balcone:<br />

poi, pensando alla morte,<br />

adesso la pago e poco me ne importa.<br />

Danno su danno<br />

Mi vendetti la lana del cuscino<br />

E con compare “Ciccio Raclaun”<br />

Me ne andai alla cantina <strong>di</strong> “Maramaune”<br />

Faccio un brin<strong>di</strong>si alla salute<br />

E prego Cristo che se vuole mi aiuta.<br />

GROTTE E TINAIE<br />

Quando ero ragazzo io mi ricordo,<br />

andavo con mio padre giù nella grotta<br />

e con i fondelli appena poggiati<br />

sopra a due scivoli <strong>di</strong> pietra<br />

con le funi legate ai campanelli,<br />

si rotolavano giù, botti e tini.<br />

Mio padre era pratico delle grotte<br />

E ogni anno per mettere il vino fresco,<br />

–––– 165 ––––<br />

Sabino Losmargiasso


spurteddève la votte,<br />

po’, se calve jind’e dève vàuce!<br />

“Accoste la lucernédd’e fàmm léuce”<br />

Acchire tìmbe, scàlz’e allangalzenìtte<br />

Se pestevève l’éue jind o tone che li pìte<br />

E tatè, che fè lemmìre bbùne,<br />

pestevève l’éue ddò vòlte u jùrn<br />

che misckè la lunàzza e fè còce le mùste<br />

che ddè a lle mmìre clàur’e gùste.<br />

All’ùteme muménde se sbaddève<br />

E le mùste da là lunàzza se separève<br />

E dòpe li mùrt turnève che tatè,<br />

e o serène si scève a travesè .<br />

O muménde de trvesè le mmìre,<br />

Cùru cumannève jeve u Nagghjìre 1<br />

E sckìtte<br />

Jidd’ e chiù niscéune,<br />

Jève u garànde du patréune<br />

E cu ’ngìsse ’mmène abbàsce alla gròtte,<br />

signève quànda salme de mìre tenève la vòtte.<br />

U nonne s’arrecurdève d de quànne jève uagnàune,<br />

Ca se tagghjèvene li tèufe cu zappàune<br />

E li vastèse che ‘na còpla ‘nzacchète ‘nghèpe,<br />

cariscévene le mùste che la pédde de crèpe .<br />

mù, chire grùtte sottatèrre scavate,<br />

orgoglio e vanto de l’andenète,<br />

l’ hanne tùtte destrùtte cu ceménde armate .<br />

E abbasce alla gròtte sòttò ceménde prechète,<br />

stè ‘na pezzète de còre de l’andenète.<br />

1 Nagghjire = fiduciario del padrone, letteralmente intraducibile.<br />

–––– 166 ––––<br />

Sabino Losmargiasso<br />

Canosa (BA)


apriva gli sportelloni delle botte,<br />

poi si calava dentro e <strong>di</strong>ceva:<br />

“accosta la lucerna e fammi luce”.<br />

a quei tempi, scalzi e con i mutandoni lunghi<br />

si pigiava l’uva nel tino con i pie<strong>di</strong>,<br />

e mio padre, per fare il vino buono,<br />

pigiava l’uva due volte al giorno<br />

per mischiare la vinaccia e far fermentare il mosto<br />

per dare al vino colore e gusto.<br />

All’ultimo momento si separava<br />

Il mosto dalla vinaccia .<br />

Dopo la commemorazione dei defunti tornavo con mio padre,<br />

e a ciel sereno, si andava a travasare.<br />

Al momento <strong>di</strong> travasare il vino,<br />

chi comandava era Nagghire 1<br />

e solo lui e più nessuno,<br />

era il garante del padrone.<br />

E con il gesso nelle mani giù nella grotta,<br />

segnava quanta soma <strong>di</strong> vino conteneva la botte.<br />

Il nonno si ricordava <strong>di</strong> quando era giovane,<br />

che tagliavano il tufo con il piccone.<br />

E i facchini con il cappello in testa,<br />

trasportavano il mosto con l’otre <strong>di</strong> capra.<br />

Ora, quelle grotte sotto terra scavate,<br />

orgoglio e vanto degli antenati,<br />

le hanno tutte <strong>di</strong>strutte con il cemento armato.<br />

E giù alla grotta sotto il cemento sepolto,<br />

si trova un pezzo <strong>di</strong> cuore degli antenati.<br />

1 Nagghjire = fiduciario del padrone, letteralmente intraducibile.<br />

–––– 167 ––––<br />

Sabino Losmargiasso


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U’ FRUTTE DE LA VIGNE MAJE<br />

Tand trinceie egghie scavate<br />

tande egghije fatiate e sudate.<br />

Jinde e’ trinceje i’ sarminde dla vignje sso chiandate<br />

e, a primavere onde germogliate.<br />

Onde pueste ra<strong>di</strong>cie<br />

ma, ce so’ volute janne de sacrificie<br />

prime d’ jesse repajate<br />

d’ tutte lu fatiate e d’ tutte li sudate.<br />

mo’, i ceppune, a jarvelicchie, a spallire e a pergolete<br />

hanne fatte nu’ bel vignete<br />

ca abbellisce la nature<br />

sia a colline ca’ a chianure,<br />

e, ppe l’occhiere jè na delizie<br />

a’ vedà tand grappole colorate d’ primizie.<br />

A l’autunne, cu’ prisce e senza bestemmie<br />

fazzie la vennegne;<br />

fazzie u’ muste inda a lu tine<br />

e a san Martine s’ mature in vine.<br />

Fazzie u’ vine Verdeche<br />

che anurasce l’enoteche,<br />

fazzie u’ vine Moscate<br />

ca jè dolce e profumate,<br />

fazzie u’ vine Alliateche<br />

e, pp’ l’amice mije deventie cchiù sempateche,<br />

ma, u’ vine mije preferite<br />

percè pastuse e sapurite<br />

jè u’ russe primative<br />

ca’ jie chiame c’ l’aggettive – superlative –.<br />

Ne bevie dù becchire a pranz e june a cene<br />

e me mette allegrie e cacce vie le pene;<br />

m’ fasce bene a <strong>di</strong>gestione<br />

e o sesteme de circolazione,<br />

–––– 168 ––––<br />

Cosimo Maiullari<br />

<strong>Bari</strong>


LA MIA VIGNA E IL SUO FRUTTO<br />

Molte trincee ho scavato,<br />

tanto ho faticato e sudato.<br />

Nelle trincee i sarmenti della vigna ho piantato<br />

e a primavera hanno germogliato;<br />

hanno messo ra<strong>di</strong>ci<br />

ma, ci son voluti anni <strong>di</strong> sacrifici<br />

prima che fossi ripagato<br />

del mio faticato e del mio sudato.<br />

Ora, i ceppi, ad alberello, a spalliera e a pergoleto<br />

hanno formato un bel vigneto<br />

che col suo verdore abbellisce la Natura<br />

sia in collina che in pianura,<br />

e per gli occhi è una delizia<br />

vedere tanti rigogliosi e colorati grappoli <strong>di</strong> primizia.<br />

In autunno con gioia e senza bestemmia<br />

faccio la vendemmia.<br />

Faccio il mosto nel tino<br />

e a san Martino si matura in vino.<br />

Faccio il vino “Verdeca”<br />

che onora l’enoteca,<br />

faccio il vino “Moscato”<br />

che è dolce e profumato,<br />

faccio il vino “Aleatico”<br />

e per gli amici <strong>di</strong>vento più simpatico,<br />

ma, il mio vino preferito<br />

perché pastoso e saporito<br />

è il rosso “Primitivo”<br />

che io in<strong>di</strong>co con l’aggettivo – superlativo –.<br />

Ne bevo due bicchieri a pranzo e uno a cena,<br />

mi mette allegria e caccia via la pena;<br />

mi fà bene alla <strong>di</strong>gestione<br />

e al mio sistema <strong>di</strong> circolazione<br />

–––– 169 ––––<br />

Cosimo Maiullari


e, se a case ce stà na’ feste<br />

jie, bevie e me mette in allegrie<br />

e, cu’ becchire chine de vine<br />

brin<strong>di</strong>e a la feste e a tutta la cumpagnie!...<br />

STATTE CITTE, NÀNZÌ PARLANNE<br />

Statte citte, nànzi parlanne.<br />

Ci nu’ mici<strong>di</strong>e tu si fatte<br />

e, tonne pigghiate sopo o fatte,<br />

tu, statte citte, nànzi parlanne.<br />

L’avvucate, t’eva <strong>di</strong>sce:<br />

“Tu, nudde a <strong>di</strong>sce<br />

percè pure la legge tu suggerisce”<br />

Ci tu, a mammete si accise,<br />

nànzi descenne nudde de precise.<br />

Statte citte, nànzi parlanne.<br />

Dì ca’ tu, tutte te scuerde<br />

e nudde t’arrecuerde.<br />

Ci nu criature tu si accise,<br />

<strong>di</strong>, ca iere confuse e cirche pure scuse.<br />

Statte citte, nànzi parlanne.<br />

Ci na’ strage tu si fatte,<br />

fà finde ca’ si matte<br />

e, statte citte nànzi parlanne.<br />

Ci, a megghierte la cape ce si tagghiate<br />

<strong>di</strong>, catu, stave imbriacate<br />

e, statte citte nànzi parlanne<br />

fine a quanne l’avvucate nannevaacchià<br />

na’ scuse, nu caville,<br />

nu’ preteste o nu’ co<strong>di</strong>cille<br />

pè mena pene fatt’avà,<br />

e, ci buene po’ te và<br />

la libertà tu puète avà<br />

–––– 170 ––––<br />

Cosimo Maiullari<br />

<strong>Bari</strong>


e, se in casa c’è una festa,<br />

bevo e mi metto in allegria<br />

e col bicchiere pien <strong>di</strong> vino brindo alla festa<br />

e a tutta la compagnia!...<br />

NON PARLARE, NON PARLARE<br />

Non parlare, non parlare.<br />

Se un omici<strong>di</strong>o tu hai fatto<br />

e, sei stato preso sul misfatto;<br />

non parlare, non parlare.<br />

Questo ti <strong>di</strong>rà il tuo avvocato<br />

e, tu, sei ben consigliato.<br />

Non parlare e stai zitto<br />

perché, anche la legge te ne dà <strong>di</strong>ritto.<br />

Se tua madre hai ucciso, chie<strong>di</strong> scuse<br />

e dì che avevi le idee confuse.<br />

Non parlare, non parlare.<br />

Se, un bambino tu hai ucciso,<br />

non <strong>di</strong>r niente <strong>di</strong> preciso.<br />

Non parlare, non parlare.<br />

Se, una strage tu hai fatto,<br />

fatti passare per un matto.<br />

Non parlare, non parlare.<br />

Se, a tua moglie, la testa gli hai tagliato,<br />

dì, che ti eri ubriacato<br />

e, non parlare, non parlare<br />

fino a quando il tuo avvocato<br />

qualche cosa troverà;<br />

una scusa, un co<strong>di</strong>cillo,<br />

un pretesto o un appiglio<br />

per minor pena farti avere<br />

e, se ben ti và, la libertà potresti avere<br />

–––– 171 ––––<br />

Cosimo Maiullari


e, a come và sta società<br />

qualche Spot de pubblicità puete fà<br />

e, pure i sold uadagnà.<br />

LA ZANZANE<br />

Me so culquate e me sò addrummesciute<br />

e tu, cantanne cantanne si venute,<br />

sopa ’a faccia maie t’ si fermate<br />

eu’ sangne mie te si’ bevute.<br />

C’u’ sagnie mie si fatte feste<br />

e, me si lassate nù prurite;<br />

jiie, me so drescetate e me’ sò grattate,<br />

ppo’, la lusce ssò appicciate<br />

e atturne atturne sò tremendute;<br />

te’ viste, vicine o mure a cape o litte t’ere appuggiate<br />

e ije, chiane chiane me so’ jalzate,<br />

la pezze gialle so’ pigghiate<br />

le’ piegate e le’ bagniate<br />

e ch’è nnu colpe te le fatt’ie la vera feste<br />

t’eccise!...<br />

–––– 172 ––––<br />

Cosimo Maiullari<br />

<strong>Bari</strong>


e, a come funziona questa società<br />

potresti fare anche qualche spot <strong>di</strong> pubblicità<br />

e un po’ <strong>di</strong> sol<strong>di</strong> guadagnà.<br />

LA ZANZARA<br />

Mi son coricato e mi sono addormentato<br />

e tu, cantando cantando sei arrivata<br />

e, sulla mia faccia ti sei poggiata<br />

e il sangue mio ti sei bevuto.<br />

Col sangue mio hai fatto festa e mi hai lasciato un prurito.<br />

Io, mi son svegliato e mi son grattato,<br />

poi, la luce ho acceso e intorno intorno ho guardato;<br />

t’ho vista, sul muro a capo letto ti eri fermata<br />

ed io piano piano mi sono alzato,<br />

lo straccio giallo ho pigliato,<br />

l’ho bagnato e l’ho piegato<br />

e con un colpo, zacchete<br />

te l’ho fatta io la vera festa!...<br />

ti ho uccisa!...<br />

–––– 173 ––––<br />

Cosimo Maiullari


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U VUAGNAUNE CA M’ASPETTEJE<br />

Tenaje quinece anne<br />

E cusaje tanda panne,<br />

alla maèstre de cose<br />

me pungibbe u <strong>di</strong>scete.<br />

Nu vuagnaune m’aspettaje<br />

e sembe me parlaje,<br />

cundenevuaje a frequèndarle<br />

e jind a chèpe staje nu tarle.<br />

Che la paure de jèsse avvertute<br />

fescènne fuscènne dece<strong>di</strong>bbe<br />

e l’omme c’avaje canesciute<br />

nesciune avaja avute,<br />

‘na coccje devendèmme<br />

e l’uniune combletèmme.<br />

Nascì na creature<br />

da chessì menonne,<br />

ca n’angele du Segnore<br />

se la purtò cu delore.<br />

La wuerre l’allundanò<br />

e mè cchijù ritornò.<br />

Doppe tanda sofferènze<br />

mo ne stoche sènze,<br />

nu marite so chjete<br />

e do file m’è dète.<br />

–––– 174 ––––<br />

Pasqua Martimucci<br />

Altamura (BA)


IL RAGAZZO CHE MI ASPETTAVA<br />

Avevo quin<strong>di</strong>ci anni<br />

e cucivo molti panni,<br />

a lezioni <strong>di</strong> cucito<br />

mi punsi un <strong>di</strong>to.<br />

Un ragazzo mi aspettava<br />

e sempre mi parlava,<br />

continuai a frequentarlo<br />

con in testa un tarlo.<br />

Con la paura <strong>di</strong> essere scoperta<br />

decisi in tutta fretta<br />

e l’uomo che avevo conosciuto<br />

nessuno aveva avuto,<br />

una coppia <strong>di</strong>ventammo<br />

e l’unione completammo.<br />

Nacque una bambina<br />

così piccina,<br />

Che un angelo del Signore<br />

portò via con dolore.<br />

La guerra lo allontanò<br />

e mai più ritornò.<br />

Dopo tanta sofferenza<br />

la mia vita non è più senza,<br />

un marito ho trovato<br />

e due figli mi ha dato.<br />

–––– 175 ––––<br />

Pasqua Martimucci


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

TUP TUP<br />

Tup tup o pertone<br />

Ji so Nunzeje piandone<br />

So careche de torrone<br />

Ca tu-scareche jinde o pertone<br />

Ji so nu chère amiche<br />

E po’ crèmene te lu <strong>di</strong>che<br />

Te lu <strong>di</strong>che e so sengère<br />

Te lu pe davvere<br />

Ce tu me vu scrive<br />

Paure nan ad avè<br />

Vije palazze movibile numere seste<br />

Lìin<strong>di</strong>rizze mi jè cusce<br />

Ji te lu <strong>di</strong>che mo<br />

Purr ce te vaite nu picche perplesse<br />

Ma de la stime la ognune tène pe jidde stèsse.<br />

LE UAGNEDDE<br />

Tutte quanne, a ’stu paìse<br />

Le uagnedde d’oscia <strong>di</strong>je<br />

Vonne ’ngire c’u surrìse<br />

Spetterranne ’u ben de Dije.<br />

Te spettérrene po’ ’mbacce<br />

Tutte cose da ’u veddìche<br />

Ca te fanne assère pacce...<br />

L’ota cose... no’nge ’u <strong>di</strong>che.<br />

–––– 176 ––––<br />

Angelo<br />

Marvulli<br />

Altamura (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Fedele<br />

Massante<br />

Taranto


TUP TUP<br />

Tup tup al tuo portone<br />

Io sono don Nunzio piantone,<br />

sono carico <strong>di</strong> torrone<br />

che scarico nel tuo portone.<br />

Io sono un tuo caro amico<br />

e poi domani te lo <strong>di</strong>co,<br />

te lo <strong>di</strong>co e son sincero<br />

te lo <strong>di</strong>co per davvero.<br />

Se tu mi vuoi scrivere<br />

timor non devi avere,<br />

via palazzo movibile numero sesto<br />

il mio in<strong>di</strong>rizzo è questo.<br />

Io te lo <strong>di</strong>co adesso<br />

anche se ti vedo un po’ perplesso:<br />

non importa del titolo in possesso<br />

ma della stima che ognuno ha per se stesso.<br />

LE RAGAZZE<br />

<br />

Tutte quante in questo paese<br />

le ragazze <strong>di</strong> oggi giorno<br />

vanno in giro con il sorriso<br />

mostrando il ben <strong>di</strong> Dio.<br />

Ti gettano in faccia<br />

tutte cose, dall’ombelico,<br />

che ti fanno impazzire...<br />

l’altra cosa... non te la <strong>di</strong>co.<br />

–––– 177 ––––<br />

Angelo<br />

Marvulli<br />

Fedele<br />

Massante


Cè beddezze ’a giuvendute<br />

Quanda cose belle tène,<br />

pe ci ’a vite se stè stute<br />

stonne sule chiande e ppène.<br />

M’arrecorde d’a uagnone<br />

C’hagghie state ’u capendeste<br />

Hagghie state lazzarone<br />

Ogne ssere ere ’na feste.<br />

C’u recuerde e ’nu surrise<br />

M’ha rumaste ’a fandasije<br />

E tenenne ’mmocche ’a rise<br />

Diche a tutte accussì sije.<br />

AVIJNE, MA’, AVIJNE<br />

Avijne, ma’, avijne,<br />

no me lassà sule ind’a chist’ore,<br />

piccè cumm’a ’nu cane stoc’a mmore.<br />

Avijne, ma’, avijne,<br />

tu certe m’è lassate no pe colpa toje,<br />

forse ’nquarcune ca te vuleve bbene<br />

no t’ha vulute bbene averamende.<br />

Avijne, ma’, avijne,<br />

no saccje ’a faccia tove cumm’è fatte:<br />

a jessere pe forze belle,<br />

piccè è fatte a mè cu ’a malasorte.<br />

Sijnde, ma’, ’na cosa sole angore<br />

Vogghie prime ca j’ more:<br />

Vogghie cu te veche pe te dà ’nu vase,<br />

vogghie cu t’abbrazze cu ’ste vrazze mije,<br />

je ca no’nge hagghia avute maje<br />

’na carezza tove.<br />

–––– 178 ––––<br />

Fedele Massante<br />

Taranto


Che bellezza la gioventù<br />

quante cose belle tiene,<br />

per chi la vita si sta spegnendo<br />

ci sono solo pianti e pene.<br />

Mi ricordo da ragazzo<br />

che ero sempre un caporione<br />

sono stato lazzarone<br />

ogni sera era una festa.<br />

Col ricordo ed un sorriso<br />

m’è rimasta la fantasia<br />

tenendo in bocca il riso<br />

<strong>di</strong>co a tutti: così sia.<br />

VIENI, MAMMA, VIENI<br />

Vieni, mamma, vieni,<br />

non lasciarmi solo in queste ore,<br />

perché sto morendo come un cane.<br />

Vieni, mamma, vieni,<br />

tu certo mi hai lasciato, non per colpa tua,<br />

forse qualcuno che ti voleva bene,<br />

non ti ha voluto bene veramente.<br />

Vieni, mamma, vieni,<br />

non so la tua faccia com’è fatta,<br />

devi essere per forza bella,<br />

perché hai fatto me con la malasorte.<br />

Senti, mamma, una cosa sola ancora,<br />

voglio prima <strong>di</strong> morire,<br />

voglio vederti per darti un bacio,<br />

voglio abbracciarti con queste mie braccia,<br />

io che non ho avuto mai<br />

una tua carezza.<br />

–––– 179 ––––<br />

Fedele Massante


Avijne, ma’, avijne,<br />

prime cu more, fatte vedè ’na vote,<br />

no me lassà ’stu chiuève,<br />

no me fa chiangere angore<br />

c’hagghie chiangiute assaje.<br />

Je so ’nu figghie tuve<br />

No me lassà cchiù sule,<br />

hagghie state sule,<br />

sule pe tand’anne.<br />

Avijne, ma’, avijne.<br />

L’ACIDDE DE ZE MENGUCCE<br />

Teneva ze Mengucce indr’a gaggiole<br />

’n’acidde ca faceve ’a cagnavole<br />

e tutte ’u vicenate havè ’ngandate<br />

p’a voce ca teneve assa’ ’ngraziate.<br />

Mengucce cu Frangesche ogne matine<br />

purtavene a l’acidde ’a carutine<br />

’nu picche de scagghiole e ’na figghiazze<br />

cu l’acqua fresche assieme cu ’a serrazze<br />

’Nu giurne zà Frangesche sola sole,<br />

aprì pe sbaglie ’a porte d’a gaggiole<br />

e quidde pó ca jeve tanda ’mbise<br />

lassoje zà Frangesche senza rise.<br />

Chiangeve ’a puveredde senza fiate:<br />

l’acidde d’u marite havè vulate<br />

l’acidde d’u marite tande arzille<br />

ca a chidde tijmbe jeve ’nu car<strong>di</strong>lle.<br />

–––– 180 ––––<br />

Fedele Massante<br />

Taranto


Vieni, mamma, vieni,<br />

prima che muoia, fatti vedere una volta,<br />

non lasciarmi questo chiodo,<br />

non farmi piangere ancora,<br />

perché ho pianto molto.<br />

Io sono un tuo figlio,<br />

non lasciarmi più solo,<br />

sono stato solo,<br />

solo per tanti anni.<br />

Vieni, mamma, vieni.<br />

L’UCCELLO DI ZIO MINGUCCIO<br />

Teneva zio Minguccio nella gabbietta<br />

un uccello che mostrava a tutti<br />

aveva incantato tutto il vicinato<br />

per la voce graziosa che aveva.<br />

Minguccio con Francesca ogni mattina<br />

portava all’uccello la carotina,<br />

un po’ <strong>di</strong> scagliola ed una foglia <strong>di</strong> verdura<br />

un po’ d’acqua fresca e la segatura.<br />

Un giorno zia Francesca sola sola<br />

aprì per sbaglio la porta della gabbietta,<br />

e quello che era un birbante,<br />

lasciò zia Francesca amareggiata.<br />

Piangeva la poveretta, senza fiato,<br />

l’uccello del marito era volato,<br />

l’uccello del marito tanto arzillo,<br />

che a quei tempi era un cardellino.<br />

–––– 181 ––––<br />

Fedele Massante


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA LÈNGUE D’U PAJISE MÌ<br />

Sarà l’orgoglie, sarà na passione,<br />

non sacce <strong>di</strong>sce, pèrò jè da tijèmbe<br />

ca ji velève scrive dò parole<br />

jinde a la lèngue d’u paise mì.<br />

Me vène u prjisce ce sèndeche parlà<br />

la fèmmene ca stonne a Bare vècchie,<br />

percè la lèngue d’u pajise mì<br />

jè tutte museche, chiène d’armonì.<br />

Acquanne po’ du s’arraghene, jè n’orchèstre:<br />

gridene, se ne <strong>di</strong>scene, gastèmene,<br />

po’ tutte torne a jèsse come a prime<br />

e nzjième vonne a bève nu cafè.<br />

Non jè pe <strong>di</strong>sce, ma ci vène a Bare<br />

se ngande e guste a sen<strong>di</strong>nge parlà,<br />

percè la lèngue d’u pajise mì<br />

jè bèlle assà pe mè, ma... tu<br />

...tu non puète capì!<br />

NA MANGIATE E NA... FESCIUTE<br />

Sènze avè fatte nesciune programme<br />

nge acchiamme assedute a na taua granne<br />

che tevagghie de carte apparecchiate<br />

ma sènza piatte, becchjire e posate.<br />

Me parve la can<strong>di</strong>ne de Cianna Cianne!<br />

Jièreme dudece tra peccenunne e granne<br />

e n’aldune pe picche non s’acchiò<br />

percè la mamme do dì doppe u sgravò.<br />

Sammechèle u pajise jè chiamate<br />

e se va ddà percè jè renomate<br />

pe la zambine ca sabbene fà<br />

–––– 182 ––––<br />

Maria Milella<br />

<strong>Bari</strong>


LA LINGUA DEL MIO PAESE<br />

Sarà l’orgoglio, sarà una passione,<br />

non so <strong>di</strong>re, però è da tempo<br />

che io volevo scrivere due parole<br />

nella lingua del mio paese.<br />

Provo piacere se sento parlare<br />

le donne che stanno a <strong>Bari</strong> vecchia,<br />

perché la lingua del mio paese<br />

è tutta musica, piena d’armonia.<br />

Quando poi due litigano, è un’orchestra:<br />

gridano, se ne <strong>di</strong>cono, bestemmiano,<br />

poi tutto torna ad essere come prima<br />

e insieme vanno a bere un caffè.<br />

Non è per <strong>di</strong>re, ma chi viene a <strong>Bari</strong><br />

s’incanta e gusta a sentirci parlare,<br />

perché la lingua del mio paese<br />

è molto bella per me, ma tu...<br />

...tu non puoi capire!<br />

UNA MANGIATA E UNA... SCAPPATA<br />

Senza aver fatto nessun programma<br />

ci trovammo seduti ad una tavola grande<br />

con tovaglie <strong>di</strong> carta apparecchiata<br />

ma senza piatti, bicchieri e posate.<br />

Mi sembrava la cantina <strong>di</strong> Cianna Cianna!<br />

Eravamo do<strong>di</strong>ci tra piccoli e gran<strong>di</strong><br />

ed un altro per poco non si trovò<br />

perché la mamma lo partorì due giorni dopo.<br />

Sammichele è chiamato il paese<br />

e si va là perché è rinomato<br />

per la zampina che sanno fare<br />

–––– 183 ––––<br />

Maria Milella


e ca po’ che le mane s’ave a mangià.<br />

Non sule chèdde avime strafequate<br />

ma pure agnjidde e braciole assa’ pèpate.<br />

Avime ordenate e nge l’onne pertate<br />

jinde a le follie de cartolliate.<br />

Nzjième a tutte stù bène <strong>di</strong> Ddì<br />

avime mangiate pure l’auuì,<br />

u prevelone sèmipiccande<br />

e u acce friscke, tande e quande!<br />

U mjière, ca me piasce tracannà,<br />

u sendève nu picche forte assa’<br />

e che l’acque u avibbe a mesckà<br />

ma... perdì tutte la gennuinetà.<br />

Quase a la fine arrevò u chemblemènde:<br />

a mariddeme nge sckattò nu male de vènde<br />

e, seccome nu cèsse non s’acchiave,<br />

me decì: – Sciamaninne subbete a Bare!!!<br />

Ma la magghene non se mettève mmote<br />

e ndande la vènda so facève u tramote.<br />

Mjiènze pajise a pjite nge facèmme<br />

percè la magghene scèmme spengènne,<br />

po’ finalmènde mmote se mettì:<br />

tanne mariddeme acchemenzò a fescì<br />

recetanne na sfelate de letanì,<br />

finghe a quanne u sènne fù rjialdà<br />

e sope o trone se petì assettà.<br />

Pe picche u palazze non scaffuò,<br />

mariddeme pèrò a nudde chiù penzò,<br />

ma, quanne u vedjibbe assì tutte chendènde,<br />

nge decibbe che tutte u sendemènde:<br />

– Gocce a tè e o male de vènde!!!<br />

–––– 184 ––––<br />

Maria Milella<br />

<strong>Bari</strong>


e che poi con le mani si deve mangiare.<br />

Non solo quella abbiamo mangiato<br />

ma anche agnello e involtini molto pepati.<br />

Abbiamo or<strong>di</strong>nato e ce li hanno portati<br />

nei fogli <strong>di</strong> cartoliata.<br />

Insieme a tutto questo ben <strong>di</strong> Dio<br />

abbiamo mangiato anche le olive,<br />

il provolone semipiccante<br />

e il sedano fresco, tanto e quanto!<br />

Il vino, che mi piace bere,<br />

lo sentivo un po’ troppo forte<br />

e dovetti mischiarlo con l’acqua<br />

ma... perse tutta la genuinità.<br />

Quasi alla fine arrivò il complimento:<br />

a mio marito scoppiò un mal <strong>di</strong> pancia<br />

e, poiché non si trovava un gabinetto,<br />

mi <strong>di</strong>sse: – An<strong>di</strong>amocene subito a <strong>Bari</strong>!!! –<br />

Ma la macchina non si metteva in moto<br />

e intanto nella sua pancia c’era il terremoto.<br />

Mezzo paese a pie<strong>di</strong> ci facemmo<br />

perché andavamo spingendo la macchina,<br />

poi finalmente si mise in moto:<br />

allora mio marito cominciò a correre<br />

recitando una sfilata <strong>di</strong> litanie,<br />

fino a quando il sogno <strong>di</strong>venne realtà<br />

e sul trono potette sedersi.<br />

Per poco il palazzo non crollò,<br />

però mio marito non pensò più a niente,<br />

ma, quando lo vi<strong>di</strong> uscire tutto contento,<br />

gli <strong>di</strong>ssi con tutto il sentimento:<br />

– Accidenti a te e al mal <strong>di</strong> pancia!!! –.<br />

–––– 185 ––––<br />

Maria Milella


U TÈCCHE D’U ARLOGGE<br />

Sone de dì e de notte<br />

e u tjièmbe passe<br />

e ndande june more<br />

e u alde nasce.<br />

Cudde ca se ne jè sciute<br />

ce cose à fatte?<br />

E cudde ca jè arrevate<br />

ce ave a fà?<br />

U tjièmbe jè testemonnie,<br />

jidde asselute,<br />

de l’obbre brutte e bone<br />

ca la gènde<br />

fasce a totte l’età,<br />

a totte l’ore,<br />

a ogne memènde<br />

de la vita sò.<br />

U tècche d’u arlogge<br />

vole <strong>di</strong>sce:<br />

“Non si sprecanne u tjièmbe<br />

inudelmènde,<br />

fa quacche cosa bone<br />

e sii felisce,<br />

percè u tjièmbe passe<br />

e ma’ s’affèrme,<br />

pèrò la vita tò<br />

pote fernèsce<br />

o mbrevvise,<br />

jinde a nu memènde”.<br />

–––– 186 ––––<br />

Maria Milella<br />

<strong>Bari</strong>


IL TOCCO DELL’OROLOGIO<br />

Suona <strong>di</strong> giorno e <strong>di</strong> notte<br />

e il tempo passa<br />

e intanto uno muore<br />

e un altro nasce.<br />

Quello che se n’è andato<br />

che cosa ha fatto?<br />

E quello che è arrivato<br />

che farà?<br />

Il tempo è testimone,<br />

egli soltanto,<br />

delle opere cattive e buone<br />

che la gente<br />

compie a tutte le età,<br />

in tutte le ore,<br />

in ogni momento<br />

della sua vita.<br />

Il tocco dell’orologio<br />

vuole <strong>di</strong>re:<br />

“Non sprecare il tempo<br />

inutilmente<br />

fai qualche cosa buona<br />

e sii felice,<br />

perché il tempo passa<br />

e mai si ferma,<br />

però la tua vita<br />

può finire<br />

all’improvviso,<br />

in un attimo”.<br />

–––– 187 ––––<br />

Maria Milella


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A LLA FINI T’ABBRÌLI<br />

A lla fini t’abbrìli,<br />

toppu tre ggiùrni t’àcqua<br />

lu soli assìu,<br />

e a’m’prìma matìna<br />

quàsi pi mmascìa,<br />

comu campàgna scièrsa,<br />

ti fiùri ti pèzza ti tutti li culùri<br />

e lli crandèzzi<br />

s’anchèra li làmii ti li casi.<br />

Ddònca uwardàvi,<br />

sia ca mèru màri ti ggìràvi<br />

o mèru Muntòtu,<br />

o mèru Torriòvu o la Maìlia,<br />

fiùri a gnibbànda tu vìtivi.<br />

Ppèsi a lli fili,<br />

e ccu llu vintizzùlu ca n’ci štava<br />

all’ària parìa ca šucàunu,<br />

a mmiènz’a lli fumari<br />

nc’èrunu:<br />

camìsi, camisòd<strong>di</strong> e šupparièd<strong>di</strong>,<br />

mmutànti, mutantini e mmutantùni,<br />

quazètti ti màsculi e d<strong>di</strong> fèmmini<br />

ti cran<strong>di</strong> e d<strong>di</strong> vagnùni,<br />

mòlli ti quazètti e riggipètti<br />

fazzuletti,<br />

uwànduri e quazùni,<br />

chiašùni,<br />

mantìsìni,<br />

štusciafàcci e štusciaculu,<br />

tuvàii cu sarviètti<br />

ijànchi e d<strong>di</strong> culòri,<br />

lanzùli,<br />

cuscènuri,<br />

–––– 188 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />

Maruggio (TA)


ALLA FINE DI APRILE<br />

Alla fine <strong>di</strong> aprile<br />

dopo tre giorni <strong>di</strong> pioggia<br />

il sole apparve,<br />

e <strong>di</strong> primo mattino,<br />

quasi per magia,<br />

simile a campagna incolta<br />

<strong>di</strong> fiori <strong>di</strong> stoffa <strong>di</strong> ogni colore<br />

e <strong>di</strong>mensione<br />

si riempirono i tetti delle case.<br />

Ovunque tu guardavi,<br />

sia che verso il mare ti giravi<br />

o verso Montalto<br />

o verso Torre dell’Ovo o la Maviglia<br />

fiori dovunque tu vedevi.<br />

Appesi ai fili,<br />

e con il venticello che vi era<br />

nell’aria sembrava che giocassero,<br />

tra fumaioli<br />

vi erano:<br />

camicie, camicine e bolerini,<br />

mutande, mutan<strong>di</strong>ne e mutandoni<br />

calze <strong>di</strong> uomini e <strong>di</strong> donne<br />

<strong>di</strong> adulti e <strong>di</strong> bambini,<br />

reggicalze e reggiseni<br />

fazzoletti,<br />

gonne e calzoni,<br />

teli grezzi,<br />

grembiuli,<br />

asciugamani e salviette <strong>di</strong> bidé,<br />

tovaglie con tovaglioli<br />

bianche e <strong>di</strong> colore,<br />

lenzuola,<br />

federe,<br />

–––– 189 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni


maijètti ti lana e d<strong>di</strong> cuttòni,<br />

mànti<br />

e bbuttìti ti lu nvièrnu,<br />

ca l’ària era scarfata<br />

e lli liètti lliggirìti.<br />

Sòbbr’a nna làmia,<br />

a mmiènzu a llanzùli<br />

ca comu vèli ti varchi<br />

lu vièntu anchìa,<br />

vištùta ti gnùru,<br />

nna fèmmina<br />

gnittàntu cumparìa,<br />

a vvòti trètta<br />

a vvòti ncucuijàta,<br />

a vvòti a rràzzi azzàti<br />

ca puèi bbasciàva<br />

e a mmiènzu a lli rròbbi ca vulàunu<br />

pija e sparìa.<br />

Parìa ca bballava,<br />

e cquèdda šta’ span<strong>di</strong>a.<br />

LINDINEDDI<br />

Ti lin<strong>di</strong>ned<strong>di</strong><br />

vacànti,<br />

pi ddòi-tre anni,<br />

rimàsi lu cièlu ti Marùggiu,<br />

e a lla chiàzza sintìvi li crištiàni:<br />

“puru quìd<strong>di</strong> mòni s’ànnà persi”.<br />

Mma štànnu ànnà turnàti,<br />

e lli nùnni<br />

ssittàti ti nànzi a ccafèi e ppartìti<br />

òzunu la càpu<br />

e llu vort’a rrìsu ffànnu<br />

–––– 190 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />

Maruggio (TA)


maglie <strong>di</strong> lana e <strong>di</strong> cotone,<br />

coperte<br />

e imbottite dell’inverno,<br />

chè l’aria si era riscaldata<br />

e i letti alleggeriti.<br />

Su un terrazzo,<br />

tra le lenzuola<br />

che simili a vele <strong>di</strong> barche<br />

il vento riempiva,<br />

vestita <strong>di</strong> nero,<br />

una donna<br />

<strong>di</strong> tanto in tanto appariva,<br />

a volte ritta<br />

a volte accovacciata,<br />

a volte a braccia alzate<br />

che poi abbassava<br />

e in mezzo ai panni che volavano<br />

scompariva.<br />

Sembrava che danzasse,<br />

invece quella stendeva i panni.<br />

RONDINI<br />

Di ron<strong>di</strong>ni<br />

vuoto,<br />

per due-tre anni<br />

restò il cielo <strong>di</strong> Maruggio<br />

e in piazza sentivi la gente:<br />

“anche quelle ora si son perse”.<br />

Ma quest’anno sono ritornate<br />

e gli anziani<br />

seduti <strong>di</strong>nnanzi a bar e partiti<br />

sollevano la testa<br />

e il volto a riso fanno<br />

–––– 191 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni


quàndu<br />

rasènti l’àrvuli<br />

neri,<br />

lucènti,<br />

šcriddànti<br />

comu fùrguli pàssunu<br />

li lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />

e ccòmu saètti lu cièlu tàijunu<br />

li lin<strong>di</strong>niddùni.<br />

“Ánnà turnàti”, ticunu,<br />

“e ppàrunu<br />

cchiu’ ggròssi ti quid<strong>di</strong> ti nna vòta”.<br />

“Lin<strong>di</strong>niddùni sòntu<br />

e nnòni lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />

appòšta so’ cchiu’ ggràn<strong>di</strong>”<br />

tici lu spièrtu anziànu ca li canòsci.<br />

Turciquèddu ti vèni<br />

ci cu lli uwècchi<br />

la cchiú’ ggrossa lin<strong>di</strong>nedda siècuti<br />

ca vinèndu t’la štràta t’lu Cumèntu<br />

rasènta lu Caštièddu,<br />

a’n’cièlu si mpirnìca,<br />

si nturtòia a lla campàna t’lu rilòggiu,<br />

si mmèna a bbàsciu,<br />

e, ssobbr’a lli càpuri ti li crištiàni,<br />

la štràta ti mari nfila<br />

e rrèt’a llu fruntàli t’la Nuzziàta<br />

pija e sparisci.<br />

Ánnà turnati li lin<strong>di</strong>nèd<strong>di</strong>,<br />

e ccu lli caravuèli lòru<br />

la ggiuvintùti nòstra torna.<br />

–––– 192 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />

Maruggio (TA)


quando<br />

rasente gli alberi<br />

nere,<br />

splendenti,<br />

garrenti,<br />

come folgori passano<br />

le ron<strong>di</strong>ni,<br />

e come saette il cielo tagliano<br />

i rondoni,<br />

“Sono tornate”, <strong>di</strong>cono,<br />

“e sembrano<br />

più gran<strong>di</strong> <strong>di</strong> quelle <strong>di</strong> una volta”.<br />

“Rondoni sono,<br />

altro che ron<strong>di</strong>ni,<br />

per questo sono più gran<strong>di</strong>”<br />

<strong>di</strong>ce l’esperto anziano che li conosce.<br />

Torcicollo ti prende<br />

se con gli occhi<br />

la più grossa ron<strong>di</strong>ne segui<br />

che arrivando dalla strada del Convento<br />

rasenta il Castello,<br />

nel cielo si slancia,<br />

si attorciglia alla campana dell’orologio,<br />

si fionda giù<br />

e, sulle teste della gente,<br />

la via del mare infila<br />

e <strong>di</strong>etro il frontone dell’Annunziata<br />

poi svanisce.<br />

Son tornate le ron<strong>di</strong>ni,<br />

e con le piroette loro<br />

la nostra gioventù ritorna.<br />

–––– 193 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni


QUANDU NNA COSA È MMOTA<br />

Quandu nna cosa è mmota<br />

pìcca<br />

tuni la càrculi,<br />

picca<br />

tuni l’apprièzzi,<br />

tantu ca nnu pruvèrbiu<br />

spèngi e d<strong>di</strong>ci<br />

ca la farina<br />

quandu la màttr’è cchèna<br />

l’à sparagnàri.<br />

Ti vita<br />

nna vota<br />

tànta nni tinìa,<br />

e nno lla carculàva,<br />

e nno lla sparagnava.<br />

Moni<br />

ca štài ca spiccia<br />

capìscu quantu vali.<br />

Capìscu ch’è ppicca<br />

e ccèrcu cu sparàgnu.<br />

Puèi penzu:<br />

e d<strong>di</strong> cuddu picca ch’è rrimaštu<br />

cce uwe’ sparagni?<br />

E mmi la fòttu!<br />

–––– 194 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni<br />

Maruggio (TA)


QUANDO UNA COSA È MOLTA<br />

Quando una cosa è molto<br />

poca<br />

tu la vàluti,<br />

poco<br />

tu l’apprezzi,<br />

tanto è vero che un proverbio<br />

incita e <strong>di</strong>ce<br />

che la farina<br />

quando la cassapanca è piena<br />

bisogna risparmiarla.<br />

Di vita<br />

un tempo<br />

tanta ne avevo<br />

e non la valutavo,<br />

e non la risparmiavo.<br />

Ora<br />

che è per finire<br />

capisco quanto vale.<br />

Capisco che è poca<br />

e cerco <strong>di</strong> risparmiarla.<br />

Poi penso:<br />

e <strong>di</strong> quel poco che è rimasto<br />

cosa vuoi risparmiare?<br />

E me la fotto!<br />

–––– 195 ––––<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A MASCG’ MAJ<br />

Na rig acchib una faccia nova...<br />

A b’llez d’ na fet<br />

pu cor bun<br />

ca a p’ttet a v’t maj d’ cil.<br />

Nog doi, com nu sun,<br />

Na v’t passet in nu mnot<br />

in da terr nuostr’.<br />

M’ u dsderii ca tieng <strong>di</strong> te<br />

S’apptet d’ chiant minz i capd mai bianc<br />

e ti pens, fet mai,<br />

abbracciate al stiel.<br />

L’FR(E)CATUR(E)<br />

Martredd la n’zvos<br />

la m(i)gghier du mar(i)nar<br />

jiè chiattachiatt(a)<br />

ten nu sottan ingannamar<br />

kiin kiin d’or e d’ brillocch<br />

tutt l(i) malacarn<br />

laddr marriul e scippatur<br />

vonn da jiedd ognid<strong>di</strong><br />

e... fascenn scjernat<br />

jiedd k(a) la robb arrebat<br />

s(e) send na siggnur<br />

–––– 196 ––––<br />

Vito<br />

Montanaro<br />

Locorotondo (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Leonardo<br />

Nicoletti<br />

<strong>Bari</strong>


LA MIA MAGIA<br />

Un giorno incontrai uno sguardo...<br />

La bellezza <strong>di</strong> una fata<br />

e la bontà <strong>di</strong> un cuore<br />

che ha <strong>di</strong>pinto la mia vita <strong>di</strong> cielo.<br />

Noi due, come in un sogno...<br />

Una vita trascorsa in un attimo<br />

nella nostra amata terra.<br />

Ora la mia voglia <strong>di</strong> te<br />

si colora <strong>di</strong> pianto tra i miei bianchi capelli<br />

e ti immagino, mia magica fata,<br />

abbracciata alle stelle.<br />

LE FRECATURE<br />

<br />

Marta la sporcacciona<br />

la moglie del marinaio<br />

è molto obesa<br />

possiede un sottano in riva al mare<br />

pieno pieno d’ori e <strong>di</strong> monili<br />

tutti i delinquenti<br />

ladri furfanti e scippatori<br />

vanno da lei ogni giorno<br />

e fanno quanto occorre a giornata<br />

lei con la roba rubata<br />

si sente come una signora<br />

–––– 197 ––––<br />

Vito<br />

Montanaro<br />

Leonardo<br />

Nicoletti


scenn k(e) la figgh a via Sparan<br />

s’acchiament atturn<br />

ved(e) tanda “sciosciue”<br />

tutt mazzmazz<br />

k’la ventr da for<br />

tanda virzellin(e)<br />

allegr de chiazz(e)<br />

k l(a) la lengu(e) kiin kinn d(i) ricchiin<br />

figghia me’ kiss’ bonazz(e)<br />

so’ tutt scrof(e) figgh d(i) ricottar<br />

u uor cha vid inguedd(e) a kiss imbrattat<br />

jiè tutt nu quaquiggh verm(e)cuat<br />

jiè tutt nu’ kiduizz d(i) sottan(e)<br />

a Bar a Lecc a Brin<strong>di</strong>s e a Milan<br />

figghia me’ kiss non so’ siggnur<br />

u munn camb asslut <strong>di</strong> “fr(e)catur”.<br />

LA MORT<br />

Mo’ s(i) k(i)ntent Pasqual<br />

u’ pregamuert s(e)na sciut<br />

jinda nu bell tavut<br />

bell bell t’am pr(e)cuat<br />

tu abbunabbun ti si stinnut<br />

e amme’ solasola m(i) s(i) lassat<br />

‘nmezz a tutt le uai e l(i) kppun<br />

e ji non sacc(i)’ addo ja mett la facc<br />

addo ja spann le robb senza t(e)rris<br />

Rosett k’ Narducc sava’ sp(i)sa’<br />

Colin s(i)nnavasc(i)nnut e ava’ scasà<br />

<strong>di</strong>mm tu’amme comja pagà u tavut<br />

mamm(i)t ten l(e)palangh efasc la s(i)ggnur<br />

dattant tu usa’ jiè nu k(i)rnut<br />

kedda chiav(e)k c’ha v(e)nut e t’hap(i)gghiat<br />

–––– 198 ––––<br />

Leonardo Nicoletti<br />

<strong>Bari</strong>


scende con la figlia a via Sparano<br />

si guarda intorno<br />

vede molte “sciantose”<br />

tutte magrissime<br />

con il ventre <strong>di</strong> fuori<br />

molte ragazzine<br />

vocianti e allegre nella piazza<br />

con la lingua ornata <strong>di</strong> orecchini<br />

figlia mia queste bonazze<br />

sono tutte scrofe figlie <strong>di</strong> magnacci<br />

l’oro che ve<strong>di</strong> addosso a queste<br />

è tutto un ginepraio verminato<br />

è tutto uno sventaglìo <strong>di</strong> sottane<br />

a <strong>Bari</strong> a Lecce a Brin<strong>di</strong>si e a Milano<br />

figlia mia queste non sono signore<br />

il mondo campa solo <strong>di</strong> “frecature”.<br />

LA MORTE<br />

Ora sei contento Pasquale<br />

se ne è andato il becchino<br />

in una bella bara<br />

bene bene ti abbiamo sepolto<br />

tu sei morto all’improvviso<br />

e a me sola sola mi hai lasciato<br />

in mezzo a tutti i guai e ai debiti<br />

io non so dove mettere la faccia<br />

dove stendere i panni senza sol<strong>di</strong><br />

Rosetta deve sposare Narduccio<br />

Colino deve trasferirsi da casa<br />

<strong>di</strong>mmi tu come pagare la bara<br />

tua madre ha i sol<strong>di</strong> e fa la signora<br />

tuo padre tu lo sai è un cornuto<br />

quella topa venuta a prenderti<br />

–––– 199 ––––<br />

Leonardo Nicoletti


non p(o)tev aspettà qualch’aldannat?<br />

Recchia materna dom(i)nsdommn<br />

la mort m’ha fr(e)cat amme asslut<br />

tu senz’a<strong>di</strong>sc nudd t(i)nisisciut<br />

assuttassut bell tistis<br />

tu mo Pasqual m(i) sta ’o paravis<br />

e amme m(i) s(i) lassat jinda... nu’ pris.<br />

U PESC’ AFF(E)TT(I)SCIUT<br />

Abbasc(e) a la marin s(i) venn u pesc<br />

e quann non s(i) venn kudd s’affitesc<br />

Gilorm e Mariett t’enn(o)n nu figgh<br />

nu ciucc grann vacandì<br />

Mingucciugnorr nu pullmon<br />

nu baccalà v(e)stut da marinar<br />

k(e) la figgh d(i) Concett s’avaffidat<br />

Sisin la sart n’arcangiue<br />

na bellafiggh tutta s(i)stemat<br />

subit jid gi’ha accatat<br />

uuanidd d’or e nu brillocc argentat<br />

p(e)nzav ke se la jev’acciaramat<br />

keddafiggh d(i) mamm ass(i)duat<br />

accome jiedd pero’ s(e)navavvertut<br />

k(e)jev’ u pesc d(e) Mengucc<br />

ogniddì semp kciù ’aff(e)tisciut<br />

k(u) Zzuel u figgh dù f(u)rnar<br />

cittacitt d(i) nott sanavascinnut<br />

megghi(e) la ficazz du’ pesc aff(i)tsciut<br />

ha lassat kudd chiangon(e) in’mezzmare<br />

assuttassutt coma nu pr(i)sutt<br />

e u’ uanidd d’or e u brillock s’hà fricat.<br />

La femmen jè coma a la castagn(e)<br />

da fore jè bon da jinde ten la magagn.<br />

–––– 200 ––––<br />

Leonardo Nicoletti<br />

<strong>Bari</strong>


non poteva aspettare ancora?<br />

Requiem aeternamdominusdom<br />

la morte solo a me ha frecato<br />

te ne sei andato senza <strong>di</strong>re nulla<br />

asciutto asciutto bello teso teso<br />

tu mo Pasquale mio sei in Para<strong>di</strong>so<br />

e hai lasciato me... in un priso.<br />

IL PESCE PUZZOLENTE<br />

Abbasso alla marina si vende il pesce<br />

e quando non si vende è puzzolente<br />

Girolamo e Marietta hanno un figlio<br />

un bamboccione non sposato<br />

Minguccio il nero un ebete<br />

un baccalà vestito da marinaio<br />

con la figlia <strong>di</strong> Concetta si è fidanzato<br />

Sisina la sarta un arcangelo<br />

una bella figlia con tutte le cose a posto<br />

subito lui le ha comprato<br />

l’anello d’oro e una collana d’argento<br />

riteneva <strong>di</strong> averla conquistata<br />

quella figlia <strong>di</strong> mamma or<strong>di</strong>nata<br />

però non appena lei si è accorta<br />

che era il pesce <strong>di</strong> Minguccio<br />

ogni giorno sempre più puzzolente<br />

da Zuele il figlio del fornaio<br />

zitta zitta <strong>di</strong> notte si è fatta ingravidare<br />

meglio la focaccia del pesce fetido<br />

e ha lasciato quel pietrone nel mare<br />

asciutto asciutto come un prosciutto<br />

frecandosi l’anello d’oro e la collana.<br />

La donna è come la castagna<br />

<strong>di</strong> fuori è (appare) buona dentro tienela magagna.<br />

–––– 201 ––––<br />

Leonardo Nicoletti


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

MADON ANDULURT<br />

Madon Andulurt<br />

Tot r casr si cammneit,<br />

la casr nostr nan si arvet,<br />

arroiv in a cus mument,<br />

fe la grazzi i tin a ment.<br />

–––– 202 ––––<br />

Angela Novelli<br />

Andria (BAT)


MADONNA ADDOLORATA<br />

Madonna Addolorata<br />

tutte le case hai camminato<br />

ma a casa nostra non sei arrivata,<br />

arrivi in questo momento,<br />

Facci la grazia e tienici in mente.<br />

–––– 203 ––––<br />

Angela Novelli


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

BBISUÈGNU TI MAMMA!<br />

Ti rricuér<strong>di</strong> mamma bbella,<br />

li palori ca ticivi,<br />

quanta tu mi ddurmiscivi?<br />

Mi cantavi: figghiu mia,<br />

mi ticivi: cori mia,<br />

turmi tuérmi ‘mbrazz’a me!<br />

Quiru figghiu mo è cctisciutu,<br />

quiru cantu s’è ppirdutu,<br />

no sté cchiù ci l’à ccantà!<br />

Mamma, mamma,<br />

no ccanti cchiù pi me!<br />

Mamma, senz’a tte,<br />

no ppozzu cchiù turmé!<br />

Ti rricuér<strong>di</strong> mamma bbella,<br />

quanta tu mi nnazzicavi,<br />

e a spassu mi purtavi?<br />

Mi ‘nfassavi e mi spassavi,<br />

mi lavavi e mi vasavi,<br />

mi bbrazzavi forti a tte!<br />

Quiru tiempu mo è ppassatu,<br />

quiri vasi agghiu scurdatu,<br />

no sté cchiù ci m’li po’ ddà!<br />

Mamma, mamma,<br />

pircé no ttuérni a mme?<br />

Mamma senz’a tte,<br />

no ppozzu cchiù vivé!<br />

–––– 204 ––––<br />

Cosimo Occhibianco<br />

Grottaglie (TA)


BISOGNO DI MAMMA!<br />

Ti ricor<strong>di</strong> mamma bella<br />

Le parole che <strong>di</strong>cevi,<br />

quando tu mi addormentavi?<br />

Mi cantavi: figlio mio,<br />

mi <strong>di</strong>cevi: cuore mio,<br />

dormi dormi in braccio a me!<br />

Quel figliolo ora è cresciuto<br />

Quel canto s’è perduto<br />

Non c’è più chi può cantarlo!<br />

Mamma mamma,<br />

non canti più per me!<br />

Mamma senza te<br />

Non posso più dormire!<br />

Ti ricor<strong>di</strong> mamma bella,<br />

quando tu mi cullavi<br />

ed a spasso mi portavi?<br />

Mi fasciavi, mi sfasciavi,<br />

mi lavavi, mi baciavi<br />

mi stringevi forte a te!<br />

Quel tempo ora è passato,<br />

quei baci ora ho scordato,<br />

non c’è più chi me li può dare!<br />

Mamma mamma<br />

Perché non torni a me?<br />

Mamma senza te<br />

Non posso più vivere!<br />

–––– 205 ––––<br />

Cosimo Occhibianco


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

A V-QUAT<br />

Pe fà na bona v-quat<br />

bianch, p-lit e appr-f mat<br />

bast-n quatt cos:<br />

l’acqua, u llor, a cern<br />

e a str-ca-tor ass-t-uat.<br />

L’acqu a va jiess du puzz<br />

che a và cadè da nu uascr<br />

allattat ogni du’ m-s.<br />

A cern a va jiess d’ sar-ment<br />

o d’ ramagghjie d’aminue o d’aui.<br />

S’jiengh u gall-tton d’acqu<br />

s’ strech-n i rrobb<br />

deue o tre volt, cu sapon verg-n.<br />

S’ scett chedd’acqu<br />

e s’ sciacq-n tant volt<br />

finché jiess-n bianch.<br />

S torc-n che tutt a forz<br />

s’ mett-n addrit addritt<br />

n’alda volt jind u gall-tto-n<br />

e s’acch-mmo-gghjie-n cu c’narul<br />

ca trama strett.<br />

Pront sop u fuech<br />

u b-lz-nett che l’acqu bollent<br />

s’ pigghjie a cern e a pont<br />

du leur abbr-sciat<br />

e s’ scett jind.<br />

L’acqu a cern e u llor<br />

s’ r-voltn sop u c’narul<br />

pe s-nv-ttà, mbr-f-mà e sbian-cà.<br />

A matin d’azzicch<br />

cu nnom d’-D’<br />

s’ sciacqu-n n’alda volt<br />

–––– 206 ––––<br />

Pasquale Peconio<br />

Triggiano (BA)


IL BUCATO<br />

Per fare un buon bucato<br />

bianco, pulito e odoroso<br />

bastano quattro cose:<br />

l’acqua, l’alloro, la cenere<br />

e una tavola a denti aguzzi.<br />

L’acqua deve essere della cisterna<br />

che dovrà cadere da un terrazzo<br />

passato a calce ogni due mesi.<br />

La cenere deve essere <strong>di</strong> sarmenti<br />

o <strong>di</strong> rametti <strong>di</strong> mandorle o d’olivo.<br />

Si riempie la tinozza <strong>di</strong> acqua<br />

si strofinano la roba<br />

due o tre volte, col sapone vergine.<br />

Si butta quell’acqua<br />

e si sciacquano tante volte<br />

finch’è escono bianche.<br />

Si strizzano con tutta la forza<br />

si mettono una su l’altra<br />

un’altra volta nella tinozza<br />

e si coprono con un panno filtrante<br />

con la trama stretta.<br />

Pronto sul fuoco<br />

la caldaia con l’acqua che bolle<br />

si piglia la cenere e la punta<br />

dell’alloro bruciata<br />

e si butta dentro.<br />

L’acqua la cenere e l’alloro<br />

si butta sul panno filtrante<br />

per <strong>di</strong>sinfettare, odorare e biancare.<br />

Il mattino dopo<br />

col nome <strong>di</strong> Dio<br />

si sciacquano un’altra volta<br />

–––– 207 ––––<br />

Pasquale Peconio


s tor-c-n e s’ spann-n<br />

a na zoc sop a nu uasc-r.<br />

Acquann t’ mitt nguedd<br />

chidd rrobb<br />

o t’ va cucch<br />

jind a chidd chiasciun<br />

Oh!... Grazjie d’ D’!...<br />

S-nv-tta-t da cern<br />

mbr-f-mat du lleur<br />

t’ sind arr-cchiat<br />

jinda a la p-l-zia ver.<br />

U TUPP<br />

Acquann i capidd jiern scind<br />

ner-jie, biond o russ<br />

p-tt-nat cu pett-n e p-tt-ness<br />

s-nvettat che nu squicc d’acit<br />

e mbr-llan-dat che na larm d’olio<br />

cadenn pe tutt’a scken<br />

parev-n’avv-dé<br />

com all’onda du maracquann<br />

jier dolc e calm<br />

all’ora du’ tramond<br />

Ndr-cc-gghjiat a tre cap a volt<br />

com a dò trecc d’agghjie<br />

senza sp-cudd<br />

arr-zz-uat garbatament<br />

com’a na fr-sedd sop u cacaruzz:<br />

cudd jier u tupp<br />

che lassav a vv-dé<br />

a b-llezz du cuedd aff-s-uat<br />

senza spes e senza mb-d-mind.<br />

–––– 208 ––––<br />

Pasquale Peconio<br />

Triggiano (BA)


si strizzano e si stendono<br />

sopra una corda in terrazzo.<br />

Quando ti metti addosso<br />

quella roba<br />

o vai a dormire<br />

in quelle lenzuola<br />

Oh... Grazie a Dio!...<br />

Disinfettato dalla cenere<br />

profumato dall’alloro<br />

ti senti carezzato<br />

dalla vera pulizia.<br />

IL TUPPÈ<br />

Quando i capelli erano scin<strong>di</strong><br />

neri, bion<strong>di</strong> o rossi<br />

pettinati col pettine e pettinino<br />

<strong>di</strong>sinfettato con una goccia d’aceto<br />

e ravvivati con una lacrima d’olio<br />

cadenti per tutta la spalla<br />

lasciavano intravvedere<br />

come l’onda del mare<br />

quando era dolce e calmo<br />

allora del tramonto.<br />

Attorcigliate a tre capi a volta<br />

come a due trecce d’aglio<br />

senza spicchi<br />

arrotolati garbatamente<br />

come un tarallo sul cucuzzo:<br />

quello era il tuppé<br />

che lasciava evidente<br />

la bellezza del collo affusolato<br />

senza spese e senza impe<strong>di</strong>menti.<br />

–––– 209 ––––<br />

Pasquale Peconio


Stev qualche inconveniente:<br />

nu cert p-d-cchjidd varra varra<br />

che s- facev’a passeggiata.<br />

Ma non facev nudd!<br />

Jier a ch-rn-c da vera p-l-zi.<br />

E mo?... dalle quatt da matin<br />

vonn asp-ttà ret u parr-cchie<br />

pe fars i mesc<br />

a permanent e a messin-chieca.<br />

Tant sold e tant aspitt<br />

pe paré nan chiù e ne men<br />

che tant rorodd mb-ll-ttat.<br />

NATALE TRA PASSATO E PRESENTE<br />

Mbà Giuànn affaccia, affaccia<br />

che mbà Giusepp e con maraviglia:<br />

mbà G-se allu Rit-ch<br />

a strata dopp du macidd<br />

stà nu presepe vivend!<br />

So sciut stamatin ca nipotina me!<br />

Maraviglia delle meraviglie...<br />

jié bbell assà.<br />

San G-sepp e a Madonn<br />

s’ uard-n mbacc sorrident<br />

e po s’acchiamend-n u figgjie d’or.<br />

Quanta bontà sui loro volti!...<br />

C’ jié pov-ridd assà, che cuss fridd<br />

jinda a na mangiator né na copertina<br />

e né nu maglioncin pe r-scal-dars!<br />

–––– 210 ––––<br />

Pasquale Peconio<br />

Triggiano (BA)


C’era qualche inconveniente:<br />

un certo pidocchietto in superficie<br />

che si faceva la passeggiata.<br />

Ma non faceva nulla d’importante!<br />

Era cornice della vera pulizia.<br />

E mo?... Dalle quattro del mattino<br />

fanno la coda <strong>di</strong>etro il parrucchiere<br />

per farsi le mesc<br />

la permanente e la messinpiega.<br />

Tanti sol<strong>di</strong> e tanta attesa<br />

per sembrare non più e né meno<br />

che tante piccolette insignificanti.<br />

NATALE TRA PASSATO E PRESENTE<br />

Giovanni si trova faccia a faccia<br />

con l’amico Giuseppe e con meraviglia:<br />

Compare Giuseppe alla contrada del Red<strong>di</strong>to<br />

la strada dopo il macello<br />

c’è un presepe vivente:<br />

sono andato stamane con la mia nipotina<br />

meraviglie delle meraviglie<br />

è troppo bello!<br />

San Giuseppe e la Madonna<br />

si guardano in faccia sorridenti<br />

poi contemplano il figlio adorato!<br />

Quanta bontà sui loro volti.<br />

In tanta povertà! Con questo freddo<br />

dentro una mangiatoia, né una copertina<br />

e né un maglioncino per riscaldarsi.<br />

–––– 211 ––––<br />

Pasquale Peconio


Quanta ingratitu<strong>di</strong>ne a cuss munn<br />

c’ jié ricch jié rispettato<br />

c’ jié pov-ridd jié maltrattat.<br />

Però... Jinda a tanta povertà<br />

ten a facc d’ nu Prin-c-p e regnand...<br />

non solo d’ nu Regnand<br />

ten a facc du Re du munn.<br />

GLORIA INEXCELSIS DEO<br />

ET IN TERRA PAX OMINIBUS<br />

BONEVOLUNTATIS<br />

Addò stà... addò sta chiù... PACE<br />

sopa alla terr- jiosc alla <strong>di</strong>’!<br />

Prim’ jinda a fam... Jinda m-serie<br />

stev affett, rispett<br />

ca famigghjie e chi v-c-n- d’ cas.<br />

E mo?... com i can e i jiatt!<br />

violenz... Violenz... Violenza!<br />

Scippi, stupri e na cosa grann<br />

= Pedofilia = e sopa chiù bullismo!<br />

C’ tu t’ uard a destr<br />

vit nu figghji d’ mamm aggrbat<br />

che na s-ringa man avv-l nat!<br />

Sett fil sett jiang-ue; jidd aschitt<br />

sett sp-tal com a sett s-bbulcr<br />

nge fatt v-s-ta alla mamma so-.<br />

Tu gir a cap vers a s-nistr<br />

e ce vit?... Vit nu vecchiaridd<br />

ca faccia m-rt-f-cat e cu baston<br />

che nanz’a accarr chiù, azzis a nu p-sul<br />

ca sp-ranz d’ v-dé nu figghie.<br />

–––– 212 ––––<br />

Pasquale Peconio<br />

Triggiano (BA)


Quanta ingratitu<strong>di</strong>ne a questo mondo<br />

chi è ricco è rispettato<br />

chi è povero è maltrattato.<br />

Però... in tanta povertà<br />

ha la faccia <strong>di</strong> un principe regnante<br />

non solo <strong>di</strong> un regnante<br />

ha la faccia del Re del Mondo!<br />

GLORIA INEXCELSIS DEO<br />

ET IN TERRA PAX OMINIBUS<br />

BONEVOLUNTATIS<br />

Dove stà... dove stà più PACE<br />

sopra questa terra oggi dì?<br />

Tempi ad<strong>di</strong>etro, momenti <strong>di</strong> fame e <strong>di</strong> miseria<br />

vi era affetto, rispetto<br />

nelle proprie famiglie e coi vicini.<br />

E adesso?... Come cani e gatti!<br />

violenza... violenza... violenza!<br />

stupri, scippi e la cosa più ignominiosa<br />

= Pedofilia = e in più bullismo.<br />

Se tu guar<strong>di</strong> verso destra<br />

ve<strong>di</strong> un figlio <strong>di</strong> mamma premurosa<br />

con una siringa avvelenata tra le mani.<br />

Sette figli sette angeli, lui soltanto<br />

sette ospedali come sette sepolcri<br />

ha fatto girare alla sua povera mamma.<br />

Se poi giri la testa verso sinistra<br />

e che ve<strong>di</strong>?... Ve<strong>di</strong> un vecchietto<br />

dal volto triste e con un bastone<br />

che più non regge; seduto ad una panca<br />

con la speranza <strong>di</strong> vedere un figlio.<br />

–––– 213 ––––<br />

Pasquale Peconio


C’ t’acchia-mind ret<br />

scena assai dolent: ce vit?<br />

Na mamma scarn e pensieros<br />

che non ten chiù larm pe chiang<br />

prega la Mamma Celeste:<br />

Madonna N<strong>di</strong>lorata<br />

dop cudd martiri della croce<br />

almen Tu... muert... muert<br />

t-uà brazzat u figghjie che t’add-rav.<br />

Jié invec, u so vist d’anghianà u Calvarjie<br />

e po nu sò vist chjiù!<br />

com i mal latrun m’uond arr-bbat<br />

e chissà com uond allazzarat,<br />

tra carri armati, ferraglie<br />

e scoppi d’ granat,<br />

pe uaddor du ssangh d’ pochi regnand<br />

e pe na ciurm d’ uem-n salvagg.<br />

Mond dat na medaglia d’oro<br />

al valor militare!...<br />

e cegghjia fà... cegghia fà<br />

che tutto l’oro d’ cuss munn<br />

c’ non tengh u figghjie mi?<br />

Gesu Bamm-n mi; Tu aschitt puet salvà<br />

cuss munn arrovendat<br />

da quella malvagia genta<br />

che donn a nu tribulazion<br />

e che a Te T’ vol-n mettn’alda<br />

volt in croce.<br />

–––– 214 ––––<br />

Pasquale Peconio<br />

Triggiano (BA)


Se volgi lo sguardo alle tue spalle<br />

scena assai dolente; cos’altro ve<strong>di</strong>?...<br />

una mamma pensierosa dal viso scarno<br />

che non ha più lacrime per piangere<br />

pregare la Mamma Celeste:<br />

Madonna Addolorata<br />

dopo che l’han deposto dalla Croce<br />

almeno Tu morto... morto<br />

l’hai abbracciato il figlio a Te caro.<br />

Io invece, l’ho visto salire il calvario<br />

e poi non l’ho visto più!<br />

Come un ladrone me l’hanno strappato<br />

e chissà come l’hanno insanguinato,<br />

tra carri armati, ferraglie<br />

e scoppi <strong>di</strong> granate<br />

per il gusto del sangue <strong>di</strong> pochi regnanti<br />

e per una ciurma <strong>di</strong> uomini selvaggi.<br />

Mi hanno dato una medaglia d’oro<br />

al valor militare...<br />

Che me ne faccio... Cosa me ne faccio,<br />

con tutto l’oro <strong>di</strong> questo mondo<br />

se non ho più il figlio mio?<br />

Oh mio Gesù Bambino... Tu solo puoi salvare<br />

questo mondo inselvaggito<br />

da quella malvagia stirpe<br />

capace solo <strong>di</strong> dare a noi tribulazioni<br />

e che a Te ti vogliono mettere<br />

un’altra volta in croce.<br />

–––– 215 ––––<br />

Pasquale Peconio


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U PUAÌSE MÌÌE<br />

Fescave u tren chera dììe!<br />

Ma ììe novvedev l’ore darruvuaie o puaìse mììe.<br />

Tutt me mangave de la terra meie: l’arie, u sol,<br />

ma cure ca tenev cchiù indò core ier u muar;<br />

curumar ca mer viste de sciucùa da quann ìer<br />

zenenn, daccogghìe cuchigghìe affunnan<br />

indà sabbie le man, ch sciurculà cchiù lundan.<br />

Ma curu stess mar le ier abbandunate<br />

cacchià na zìche de fatìe,<br />

lundan ddà u puaìse mììe.<br />

Novvedev l’ore de scenn do tren,<br />

la nott nonge passav maie...<br />

sarà me ier appapazzat,<br />

ma penzav: “Puaise mììe sarà tecchìà cangiate!”<br />

Appen e mise le piete nderr<br />

me so abbeiate abbasce o muar...<br />

ce selenzie ca stav!<br />

Me sò merat indà cheddacque chiarit,<br />

ma nonneviste cchiù chera criatur<br />

ca ier lassat tandanne fà.<br />

U tiemb ier passat e ììe nommeneravvertite.<br />

Penzanne, penzanne, le recuorde pegghiavene<br />

u post indà mende meie, e turnanne ndret ch l’ann...<br />

chere so ììe...mbrazze a mamm!<br />

La famiglie meie saccuiave atturnatavule<br />

quanne sunave menza<strong>di</strong>e e attanem ne vuardave<br />

mendre tagghiave le ruvvèdde du puan.<br />

Quande tiembe ìè passat,<br />

ma ììe ddò sò turnat.<br />

–––– 216 ––––<br />

Luciana Punzi<br />

Ginosa Marina (TA)


IL MIO PAESE<br />

Fischiava il treno quel giorno!<br />

Ma io non vedevo l’ora <strong>di</strong> giungere nel mio paese.<br />

Tutto mi mancava della mia terra: l’aria, il sole,<br />

ma quello che custo<strong>di</strong>vo <strong>di</strong> più nel cuore era il mare;<br />

quel mare che mi aveva visto giocare da quand’ero<br />

piccola, <strong>di</strong> raccogliere telline sprofondando le mani<br />

nella sabbia, per cercare più lontano.<br />

Ma quello stesso mare l’avevo abbandonato<br />

per cercare un po’ <strong>di</strong> lavoro,<br />

lontano dal mio paese.<br />

Non vedevo l’ora <strong>di</strong> scendere dal treno,<br />

la notte non passava mai...<br />

forse mi ero assopita,<br />

ma pensavo: “Paese mio forse ti troverò cambiato!”<br />

Appena i miei pie<strong>di</strong> hanno toccato terra,<br />

mi sono incamminata verso il mare...<br />

c’era un grande silenzio!<br />

Mi sono specchiata in quell’acqua chiara,<br />

ma non ho più visto quella bambina<br />

che avevo lasciato tanti anni fa.<br />

Il tempo era trascorso ed io non me ne ero accorta.<br />

Pensando, pensando, i ricor<strong>di</strong> riaffioravano<br />

nella mia mente, e tornando in<strong>di</strong>etro con gli anni...<br />

quella sono io... in braccio a mamma!<br />

La mia famiglia si riuniva intorno alla tavola<br />

quando scoccava mezzogiorno, e mio padre ci guardava<br />

mentre affettava il pane.<br />

Quanto tempo è passato,<br />

ma sempre qui sono ritornata.<br />

–––– 217 ––––<br />

Luciana Punzi


Puaise mììe tu si rumuaste sembe indò core mie.<br />

Se pote scììe ngape o munn,<br />

ma le ra<strong>di</strong>ce affonnen indà terr addò se nasc,<br />

e addò se nasc se torn.<br />

Le crestiane du Sud non ze poten scurdà u puassat,<br />

perciè tornen sembe addò sò nat!<br />

L’EMIGRÁNDE<br />

Quànne attàneme emigrò<br />

tutte l’ocèane attraversò.<br />

Quànta file ca partèvene!<br />

Quanta màmme ca chiàngèvene!<br />

E mmiènze a tutte le crestiàne,<br />

l’uòcchie d’attàneme me uardàvene<br />

e mendre me uardàvene, penzàvene:<br />

“Genose, t’è lassà che putè cambà!<br />

Genose, ci le sape tra quant’ànne ègghia turnà!<br />

Genosa, sèmbe ind’ò còre mjie t’ègghia purtà!”.<br />

“Jìe so n’emigrànde e vochè Amèreche<br />

che sscì acchià la fertune,<br />

ma la fertune no ngè passàte màje ind’a vita mè”.<br />

La nave chjàne chjàne s’alluntanàve<br />

e le vusce de l’emigrànde lucculavàne:<br />

“Ma no nge chiangènne! Accòme arrìve tè scrìve!”.<br />

“Marì, quànne arrìve a ccase dà nu vàse alle criature!”<br />

La nave chjàne chjàne s’alluntanàve<br />

e rrète na sscìa d’acque lassàve.<br />

Màmme me strengève le mane<br />

e na làcreme m’abbaggnàve u vestite de lane.<br />

–––– 218 ––––<br />

Luciana Punzi<br />

Ginosa Marina (TA)


Paese mio tu sei rimasto sempre nel mio cuore.<br />

Si può andare “in capo al mondo”,<br />

ma le ra<strong>di</strong>ci affondano nella terra dove si nasce,<br />

e dove si nasce si torna.<br />

La gente del Sud non può <strong>di</strong>menticare il passato,<br />

perché si torna sempre dove si nasce!<br />

L’EMIGRANTE<br />

Quando mio padre emigrò<br />

tutto l’oceano attraversò.<br />

Quanti figli partivano!<br />

Quante mamme piangevano!<br />

E fra tutte quelle persone,<br />

gli occhi <strong>di</strong> mio padre mi guardavano<br />

e mentre mi guardavano, pensavano:<br />

“Ginosa, ti devo lasciare per poter vivere!<br />

Ginosa, chi lo sa tra quanti anni tornerò!<br />

Ginosa, sempre nel mio cuore ti porterò”.<br />

“Io sono un emigrante e vado in America<br />

per cercare la fortuna,<br />

ma la fortuna non è mai passata nella mia vita”.<br />

La nave piano piano s’allontanava<br />

e le voci degli emigranti gridavano:<br />

“Mamma non piangere! Appena arrivo ti scrivo!”.<br />

“Maria, quando arrivi a casa dai un bacio ai bambini!”.<br />

La nave piano piano s’allontanava<br />

e <strong>di</strong>etro una scia d’acqua lasciava.<br />

Mamma mi stringeva la mano<br />

ed una lacrima mi bagnava il vestito <strong>di</strong> lana.<br />

–––– 219 ––––<br />

Luciana Punzi


Nevecàve chèra <strong>di</strong>è;<br />

Genòse s’accumengiàve abbugghià de bianche;<br />

ma chèra dìe u core de màmme<br />

jère cchiù frìdde de la nève,<br />

penzanne attàneme ‘mbarcàte.<br />

Tùtte le matìne aspettàve u pustìne,<br />

affacciàte a fenèstre. Passavane le dìe,<br />

passàvane le mise, passavane l’ànne,<br />

lèttra va e lèttra vène,<br />

c’avè nutìzzie du proprie bbène.<br />

Oggne tànde vedève a màmme vecin’ò spècchie<br />

ca sfrendecàve sola sole...<br />

Se uardàve qualche capìdde bianche,<br />

s’aggiustàve l’occhiale e descève:<br />

“Cè né cundàte de la vita mèje?<br />

So cressciùte na morre de file<br />

che marìteme sèmbe emigrànde”.<br />

Jìe le ruspunnève:<br />

“Mà, non te desperànne!<br />

Tù tiène cè cundà de la vita tòje<br />

jnd’a stu munne ca se vè sèmbe cchjù perdènne.<br />

Iòsce mà, nessciùne jè cundènde!<br />

Pùre la cundandèzze jè finte.<br />

Crè nepòtte a fa jerànne<br />

e, vedènne la fotografie d’attàneme<br />

sùs’a credènze, t’addummannà:<br />

“La no’, ma u nonne addò stèje?”<br />

E tù, accarezzànnele le capìdde<br />

e accuccelànnele tra le vrazze tòje, a respònne:<br />

“Mechè, ma còme non le sèje?<br />

U nonne jè n’emigrànde!”.<br />

–––– 220 ––––<br />

Luciana Punzi<br />

Ginosa Marina (TA)


Nevicava quel giorno;<br />

Ginosa cominciava a coprirsi <strong>di</strong> bianco;<br />

ma quel giorno il cuore <strong>di</strong> mamma<br />

era più freddo della neve,<br />

pensando a mio padre imbarcato!<br />

Tutte le mattine aspettava il postino,<br />

affacciata dalla finestra. Passavano i giorni,<br />

passavano i mesi, passavano gli anni.<br />

Lettera partiva e lettera arrivava, per avere notizie<br />

del proprio bene.<br />

Ogni tanto vedevo mamma vicino allo specchio,<br />

che parlava sola sola...<br />

Si guardava qualche capello bianco,<br />

si aggiustava gli occhiali e <strong>di</strong>ceva:<br />

“Cosa ne è stato della mia vita?<br />

Ho cresciuto tanti figli,<br />

con un marito sempre emigrato!”<br />

Io le rispondevo: “Mamma non ti <strong>di</strong>sperare!<br />

Tu sì che hai da raccontare della tua vita,<br />

in questo mondo che va sempre più perdendosi.<br />

Oggi mamma nessuno è contento!<br />

Anche la felicità è finta!”.<br />

Domani tuo nipote sarà grande<br />

e, vedendo la fotografia <strong>di</strong> mio padre<br />

sul comò, ti chiederà:<br />

“Nonna, ma il nonno dove stà?”<br />

E tu, accarezzandogli i capelli<br />

e coccolandolo fra le tue braccia, risponderai:<br />

“Michele, ma non lo sai?<br />

Il nonno è un emigrante!”.<br />

–––– 221 ––––<br />

Luciana Punzi


LE MESTERE<br />

Marì, Marì, iesse dannanze,<br />

ca le Mestere stonn appassen!<br />

Nonneie maie viste nu ciel<br />

achessie scurusciut comasta<strong>di</strong>e...<br />

iosce siie muort Criste miie!<br />

Quande crestiane vicine a chies:<br />

le port se iapren<br />

e quatt persun porten sus alle spadd<br />

Criste a nach.<br />

Ret, preianne e nchiangenn, vèie l’Addolorat<br />

vuardanne chure pover Figghie<br />

tutte straziate.<br />

Le femmen vestute annere<br />

accumpuagnen le Mester;<br />

e quanne la banne cumuenge assùnà,<br />

la carna meie se cumuenge arreffezelà.<br />

U delor iè ieranne<br />

e quanne passen ch le strate<br />

tutt chiangen nzemmele alle malat.<br />

Qualcheiun se ngenocchie vecin a nache<br />

e aspett na ierazzie, da quannènat.<br />

Citte... citte... na terrozze se sende ddàggerà<br />

e nu nute ngann me sende de pegghià.<br />

U selenzie scenn, quanne u Figghie e l’Addolorat<br />

passen ch le strate.<br />

Ci crete, ci nonge crete,<br />

ma chesse iè la Passion de Criste;<br />

preiame de cchiù, e ci taggire a cret pur tu.<br />

Le prucession sò tutte bell ò puaise miie,<br />

ma le Mestere so chir ca rumuanen<br />

indò core miie.<br />

–––– 222 ––––<br />

Luciana Punzi<br />

Ginosa Marina (TA)


I MISTERI<br />

Maria, Maria, vieni fuori,<br />

i Misteri stanno passando!<br />

Non ho mai visto un cielo<br />

così buio come in questo giorno...<br />

oggi sei morto Gesù mio.<br />

Quanta gente vicino la chiesa:<br />

le porte si aprono<br />

e quattro persone portano sulle spalle<br />

Gesù nella culla.<br />

Dietro, pregando e piangendo, va l’Addolorata<br />

guardando quel povero Figlio<br />

tutto martoriato.<br />

Le donne vestite <strong>di</strong> nero<br />

accompagnano i Misteri;<br />

e quando la banda comincia a suonare,<br />

la mia pelle rabbrivi<strong>di</strong>sce.<br />

Il dolore è grande<br />

e quando passano per le strade<br />

tutti piangono insieme ai malati.<br />

Qualcuno s’inginocchia vicino la culla<br />

e aspetta una grazia, da quando è nato.<br />

Zitti... zitti... una troccola si sente girare<br />

e mi prende un nodo in gola.<br />

Il silenzio scende, quando il Figlio e l’Addolorata<br />

passano per le strade.<br />

Chi crede, chi non crede,<br />

ma questa è la Passione <strong>di</strong> Gesù;<br />

preghiamo <strong>di</strong> più, e se guar<strong>di</strong> <strong>di</strong>etro crederai anche tu.<br />

Le processioni sono tutte belle al mio paese,<br />

ma i Misteri sono quelli che rimangono<br />

nel mio cuore.<br />

–––– 223 ––––<br />

Luciana Punzi


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA “VIT’A NOST”<br />

La vit’a nost<br />

je na fèlctà d’ stà<br />

la nost’a vit<br />

je felctà d’ crescr,<br />

e je, na vlanz etern<br />

fra u paravis, e umbirn.<br />

La vit’a nost<br />

ven da nu viagg’<br />

scnsciut.<br />

C’ ss’ tu vit’a mea?<br />

Ck’a vìn sop’a stú<br />

munn.<br />

Com’a nu fior<br />

cka nasc’ àprimmaver<br />

ma mor in autunn<br />

ck l’ r’cord cka<br />

ss’ squacckjen<br />

com la nev<br />

sott’o sol.<br />

Vit’a mea ss’ sembr<br />

nà vlanz etern<br />

fra paravis, e umbirn.<br />

U’OPERAJE<br />

U’ gran,<br />

ss’ ckjèck<br />

sott’o vind.<br />

–––– 224 ––––<br />

Giovanni Quaratino<br />

S. Spirito (BA)


LA “NOSTRA VITA”<br />

La nostra vita<br />

è felicità <strong>di</strong> esistere<br />

la nostra vita è felicità<br />

<strong>di</strong> crescere.<br />

È un’oscillare eterna<br />

tra para<strong>di</strong>so e inferno.<br />

La nostra vita<br />

arriva da un viaggio<br />

sconosciuto.<br />

Vita cosa sei tu?<br />

Il tuo arrivo<br />

sulla terra<br />

è come un fiore<br />

che nasce a primavera<br />

ma muore in autunno,<br />

con i ricor<strong>di</strong> che<br />

si sciolgono<br />

come neve<br />

al sole.<br />

Vita sei sempre<br />

un’oscillare eterna<br />

fra para<strong>di</strong>so e inferno.<br />

L’OPERAIO<br />

Il grano<br />

si piega<br />

sotto il vento.<br />

–––– 225 ––––<br />

Giovanni Quaratino


Ma l’operaje<br />

ss’ ckjeck<br />

sott’alla fatick.<br />

Ma ù patrun<br />

ss’ ckjeck<br />

acquànn,<br />

a va pagà,<br />

ckess, jiè<br />

la vit,<br />

d’ c’ fatick.<br />

P’ la famickji.<br />

“LA CARROZZ”<br />

C’ d’ nù acquànn<br />

jiev uàgnon non f’scev<br />

dret alla carrozz,<br />

passìdrs sop ò uass<br />

d’ l’ rot?<br />

E da dret, ss’sendev<br />

d, grdà u ckìcchir<br />

jià morel, e u’ cavadd’<br />

f’scev, f’scev,<br />

e u’ ckìcchìr<br />

acquànn ss’avvrtev<br />

d’ nù, àmmnav, u’ staffil<br />

all’andret, e c’ uàvev, m’abàcc<br />

ascennev gastman, gastman.<br />

–––– 226 ––––<br />

Giovanni Quaratino<br />

S. Spirito (BA)


Ma l’operaio<br />

si piega<br />

sotto il lavoro<br />

dove si stanca.<br />

Ma il datore<br />

<strong>di</strong> lavoro<br />

si piega<br />

quando deve, dare<br />

la paga, mensile.<br />

Questa è la vita<br />

<strong>di</strong> chi lavora.<br />

Per la famiglia.<br />

“LA CARROZZA”<br />

Chi <strong>di</strong> noi<br />

<strong>di</strong> quando eravamo<br />

bambini non correvamo<br />

<strong>di</strong>etro alle carrozze?<br />

Per sederci<br />

sull’asso delle ruote.<br />

Poi si sentiva gridare<br />

il cocchiere dai morello<br />

e il cavallo correva, correva.<br />

Poi quando si accorgeva <strong>di</strong> noi<br />

la frusta la tirava in<strong>di</strong>etro<br />

e chi l’aveva sul viso<br />

scendeva bestemiando,<br />

bestemiando.<br />

–––– 227 ––––<br />

Giovanni Quaratino


Pò s’ scev, o lid Marzull,<br />

e s’ trasev, jind,<br />

e u’ bagnin c’ vdev,<br />

e c’ venev, aùandà,<br />

e nù ss’ fscev, jind’ammar.<br />

Da dà po acckjian, acckjian<br />

mar, mar, ss’ scev<br />

alla rotond, vcin<br />

a uàlberck<br />

d’ l’ nazion.<br />

E da dà, natan, natan<br />

addò stavn l’ zia zid<br />

p’ sand’annicole.<br />

Da dà po ss’ scev<br />

alla vask d piazz’Umbert<br />

a fa u’ bagn<br />

ma tutt na vòld<br />

s’ vedev la quar<strong>di</strong>e<br />

mangiapan (vigile urbano)<br />

dett’u’ brigatir,<br />

ckà c’ cacciav, daffòr.<br />

C’ jiev bedd, la vita nost.<br />

Uagnù, mo<br />

t’nmc’ stù munn.<br />

–––– 228 ––––<br />

Giovanni Quaratino<br />

S. Spirito (BA)


Poi si andava,<br />

al lido Marzulli<br />

e si entrava dentro<br />

il bagnino, ci vedeva<br />

e ci rincorreva<br />

e noi ci si buttava in mare.<br />

Poi piano piano<br />

mare, mare si, andava<br />

alla rotonda<br />

dov’era l’albergo<br />

delle Nazioni.<br />

E <strong>di</strong> là nuotando nuotando<br />

si andava sul molo<br />

dove stavano i pellegrini<br />

per la festa del santo Nicola.<br />

Poi si andava in piazza Umberto<br />

dove tutt’ora c’è una vasca<br />

con la fontana in mezzo,<br />

ci si buttava dentro<br />

e facevamo il bagno.<br />

Ma all’improvviso, si vedeva<br />

un vigile, che ci faceva<br />

uscire fuori.<br />

La nostra vita <strong>di</strong> allora,<br />

era bella, ora,<br />

teniamoci questo mondo.<br />

Rovinato.<br />

–––– 229 ––––<br />

Giovanni Quaratino


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LU SENSU CA RRIMANE<br />

Quandu nnu ecchiu chiange cittu cittu...<br />

... nisciunu se nde dduna.<br />

Quandu nnu ecchiu se nd’esse de la scena...<br />

... nisciunu cchiui lu pensa.<br />

Quistu, è de sempre, lu veru de la vita:<br />

finchè si’ verde, de tutti hai cunsensi,<br />

ma quandu, poi, ha spicciata la salita,<br />

si’ ccantunàtu, rrimani cittu... e piensi... piensi.<br />

E te ddumman<strong>di</strong>: “Ma poi, doppu, cce nc’ete?<br />

Se stuta tuttu e nnu rrimane nienti?<br />

Se nc’ete nn’autru mundu, comu ete?<br />

Rrii a ddha parte, e cchiui nu biti e sienti?<br />

E allora, t’eene, susu, la paura,<br />

te sienti fiaccu, comu nnu malannu:<br />

de li turmienti toi, nisciunu se nde cura<br />

e tu rrimani sulu, e cu llu nfannu.<br />

Ma quandu rrìa ddhu mumentu estremu,<br />

ulìa mme sentu, pìsuli, pigghiatu<br />

cu passu de ddha porta senza ttremu,<br />

de lu pisu de li anni, scuscetàtu.<br />

Li nnuti de lu core s’hannu steti:<br />

quiddhu ca ha statu, moi, nu mbale cchiui,<br />

quandu te nd’iessi, annanzi culli pieti,<br />

de frunte a D<strong>di</strong>u, nc’è sulu cu te cùi.<br />

È veru, lu certu nni rrimane mpisu:<br />

nisciunu ha mai turnatu cu nni cunta<br />

se nc’è, de ddhai, nfiernu o paraìsu<br />

o se lu sule, la matina, spunta.<br />

–––– 230 ––––<br />

Alberto Quarta<br />

Lecce


IL SENSO CHE RIMANE<br />

Quando un vecchio piange in silenzio...<br />

... nessuno ci fa caso.<br />

Quando un vecchio lascia questa vita...<br />

... nessuno si ricorderà, più, <strong>di</strong> lui.<br />

Questa, da sempre, è la realtà della vita:<br />

finché sei giovane, da tutti, hai considerazione,<br />

ma quando, poi, è finita la giovinezza,<br />

sei lasciato in <strong>di</strong>sparte, rimani in silenzio... e pensi... pensi.<br />

E ti doman<strong>di</strong>: “Ma poi, dopo, cosa ci sarà?<br />

Si spegnerà tutto e non rimarrà più nulla?<br />

Se esiste un altro mondo, come sarà?<br />

Arriverai là e non vedrai, né sentirai più nulla?<br />

E allora, ti viene, addosso, la paura,<br />

ti senti male, come una fissazione:<br />

delle tue angosce, nessuno se ne cura<br />

e tu rimani solo, e con l’affanno.<br />

Ma quando arriverà il mio ultimo momento,<br />

vorrei sentirmi, dolcemente, sollevato<br />

per passare all’altra vita senza tremare<br />

e alleggerito dal peso degli anni.<br />

Le angustie del cuore saranno <strong>di</strong>menticate:<br />

ciò che è successo in vita, ora, non avrà più importanza,<br />

una volta uscito con i pie<strong>di</strong> davanti,<br />

ci sarà, soltanto, da inchinarsi <strong>di</strong> fronte a Dio.<br />

È vero, la certezza del dopo rimarrà in sospeso:<br />

nessuno è mai tornato a raccontarci<br />

se c’è, <strong>di</strong> là, l’inferno o il para<strong>di</strong>so<br />

o se spunta, ogni giorno, il sole.<br />

–––– 231 ––––<br />

Alberto Quarta


Ma de nna cosa, ìntru, su sicuru:<br />

Puru se llassu, a qquai, li cinque sensi,<br />

(ndore duce e forte de fiuru,<br />

sapori de quandu bbanca ccuensi,<br />

culuri de tramontu subbra mmare,<br />

manu ca ncarizza china de amore,<br />

meludìa de uci le cchiù care),<br />

nc’è nn’autru sensu, ca nu rrimane fore,<br />

pariànu miu, a mie ecìnu senza soste,<br />

se nd’ene, puru, a ddhai versu l’Immensu,<br />

cu rrimane, pe sempre, a mie de coste:<br />

l’anima, urtimu, veru, eternu sensu!<br />

INUDDELE<br />

Mèndre pe sdevacà la trestèzze<br />

scriìveche sòpe o ciìle<br />

le nòte de nu cànde anziàne,<br />

n’atomòbbele pàsse remmeròse<br />

agnènneme de schengiìrte.<br />

Mèndre sènza pèrde tiìmbe<br />

spòsteche na nùvele<br />

p’acchiamendà le stèlle<br />

e ghedè de la lùscia lòre,<br />

a n’àngle du palàzze miì<br />

dòndle e griìde nu drogàte.<br />

–––– 232 ––––<br />

Alberto<br />

Quarta<br />

Lecce<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Michele<br />

Salomone<br />

<strong>Bari</strong>


Ma <strong>di</strong> una cosa, entro <strong>di</strong> me, sono sicuro:<br />

Anche se lascerò, quì sulla terra, i cinque sensi,<br />

[l’odore dolce e forte dei fiori (l’olfatto),<br />

i sapori della buona tavola (il gusto),<br />

i colori del tramonto sul mare (la vista),<br />

il tocco della mano che accarezza per amore (il tatto),<br />

la melo<strong>di</strong>a <strong>di</strong> voci delle persone più care (l’u<strong>di</strong>to)],<br />

c’è un altro senso che non rimarrà fuori,<br />

compagno mio, a me vicino, costantemente,<br />

verrà, pure, <strong>di</strong> là, verso l’Immenso,<br />

per rimanere, per sempre, accanto a me:<br />

l’anima, ultimo, vero, eterno senso!<br />

INUTILE<br />

<br />

Mentre per svuotare la tristezza<br />

scrivo sull’azzurro del cielo<br />

le note <strong>di</strong> un canto anziano,<br />

un’auto passa rumorosa<br />

riempiendomi <strong>di</strong> sconcerto.<br />

Mentre senza perdere tempo<br />

sposto una nuvola<br />

per guardare le stelle<br />

e godere della loro luce,<br />

all’angolo del mio palazzo<br />

dondola ed urla un drogato.<br />

–––– 233 ––––<br />

Alberto<br />

Quarta<br />

Michele<br />

Salomone


M’attappèsceche le rècchie<br />

pe no sen<strong>di</strong>ì,<br />

achiùddeche l’ècchie<br />

pe no vedè,<br />

ma l’àneme rèste<br />

e sènde... e vède!!<br />

L’ULDEME TRAIINE<br />

Appène u sòle à <strong>di</strong>tte “bongiòrne”<br />

o mùnne ca và n’gambàgne,<br />

ssò viìste nu traiìne<br />

teràte da na cavàdde<br />

cu velanziìne fòre sdànghe.<br />

Sòtte o uàsse de le ròte<br />

nu càne cùrte de gàmme,<br />

chedeùànne la còte,<br />

se scanzàve<br />

da nu lambàre merebònde.<br />

U chezzàle- carrettiìre,<br />

dànneme la bòndà ssò,<br />

m’à teràte fòre da la pòlvere<br />

e ,sòpe o vànghe nu piìcche striìtte,<br />

m’à annellàte u mbaràzze.<br />

Sènze a jèsse pregàte,<br />

u sòle à ffàtte la pàrta sò<br />

recamànne u selènzie<br />

attùrne all’ècchie mmiì,<br />

sòpe all’ùldeme traiìne.<br />

–––– 234 ––––<br />

Michele Salomone<br />

<strong>Bari</strong>


Mi tappo le orecchie<br />

per non sentire,<br />

chiudo gli occhi<br />

per non vedere,<br />

ma l’anima resta<br />

e sente... e vede!<br />

L’ULTIMO CARRETTO<br />

Appena il sole ha detto”buongiorno”<br />

al mondo che va in campagna,<br />

ho visto un carretto<br />

tirato da una cavalla<br />

col puledro fuori dalle stanghe.<br />

Sotto l’asse delle ruote<br />

un cane corto <strong>di</strong> gambe,<br />

muovendo la coda,<br />

si scansava<br />

dal lampioncino moribondo.<br />

Il conta<strong>di</strong>no-carrettiere,<br />

dandomi la sua bontà,<br />

mi ha tirato fuori dalla polvere<br />

e,su un banco un po’ stretto,<br />

mi ha annullato l’imbarazzo.<br />

Senza essere pregato,<br />

il sole ha fatto la sua parte<br />

ricamando il silenzio<br />

intorno ai miei occhi,<br />

sull’ultimo traino.<br />

–––– 235 ––––<br />

Michele Salomone


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

E TIMBE NOSTE<br />

A i timbe noste pe fè l’amore che lla zite<br />

Jère na cause ca mo fèsce rite.<br />

Jore e jore s’aspettaje<br />

Che la speranze ca scennaje<br />

S’aspettaje sule sule<br />

Alla ponde du pezzule<br />

Fisse fisse tutte li sère<br />

Come ce fuèsse nu lambère<br />

E pure ce se mettaje a chiove<br />

Da ddè nesciune se move<br />

A ce attaccaje a nevechè<br />

Sotte a u traìne se sciaje a reparè<br />

Sèmbe attinde a nan farse vedè<br />

Spècialmende ce la rejusciaje a wuasè.<br />

Mo ca nan stonane i traìne<br />

Vuonne nda’ lla machene sère e matine<br />

E caminene mène a mène<br />

Wuasannese a la presènze d’i crestejène<br />

P’u balle e p’u sceche<br />

Se ne vuonne a i <strong>di</strong>scotèche<br />

Mène mène vuonne a cevarse nd’a i pizzerìe<br />

Che l’alte cocchje’n gumbagnì.<br />

–––– 236 ––––<br />

Nicola Scalera<br />

Altamura (BA)


AI TEMPI NOSTRI<br />

Ai tempi nostri, per amoreggiare con la fidanzata,<br />

era una cosa che ora fa ridere.<br />

Ore ed ore si aspettava<br />

Con la speranza che scendeva,<br />

si aspettava solo solo<br />

alla punta dell’angolo,<br />

fisso fisso tutte le sere<br />

come se fosse un lampione.<br />

Pure se si metteva a piovere,<br />

da lì nessuno si muoveva<br />

e se attaccava a nevicare<br />

sotto il traino si riparava<br />

sempre attenti a non farsi vedere<br />

specialmente se la riuscivi a baciare.<br />

Ora che non ci sono più i traini<br />

Vanno nelle macchine sera e mattina<br />

E camminano mano a mano<br />

Baciandosi alla presenza della gente.<br />

Per il ballo e per il gioco<br />

Se ne vanno nelle <strong>di</strong>scoteche<br />

e frequentemente vanno ad abbuffarsi in pizzeria<br />

con altre coppie in compagnia.<br />

–––– 237 ––––<br />

Nicola Scalera


A u mère se vè almène na semène<br />

Sènze de li famigghje e lundène<br />

E stè figgne ce la pènze<br />

De fè la convevènze.<br />

Forse nann èrene bèlle i timbe de tanne<br />

Ma mo ve n’asite sciate all’alta vanne.<br />

I FATEJATURE DU COMUNE<br />

Come a i m’bièghète du comune<br />

Nan fatì nesciune.<br />

Jè pesande la sciurnète<br />

A falle tutte na’trète:<br />

se presèndene a i sètte e mènze la matine<br />

però schitte a tembrè u cartelline,<br />

po’ accummènzene a fè i rutidde<br />

pè sfotte a ‘n-gualche “paure a jidde”.<br />

Doppe pigghjene tutte a camenè<br />

Pe’ ggì a fè ch-lazejaune jind a u cuafè,<br />

E seccome so’ crestejène ca pènzene alla chèse<br />

Se ne vuonne ‘n-gire a fè la spèse,<br />

e appène trasene jinde all’uffice, fenalmènde,<br />

se mèttene a lèsce u giurnèle perdutamènde.<br />

Ma, e crestejene ca stonne da fore ad aspettè,<br />

n’ge <strong>di</strong>scene: aspettate ca ‘nd’alluffice tenime da fè,<br />

–––– 238 ––––<br />

Nicola Scalera<br />

Altamura (BA)


Al mare si va almeno una settimana<br />

Senza delle famiglie e lontano<br />

E sta persino chi pensa<br />

Di fare la convivenza.<br />

Forse non erano belli i tempi d’allora,<br />

ma ora vi siete buttati dall’altra parte.<br />

I LAVORATORI DEL COMUNE<br />

Come gli impiegati del comune<br />

Non lavora nessuno.<br />

È pesante la giornata<br />

A farla tutta una tirata:<br />

si presentano alle sette e mezzo la mattina<br />

però solo a timbrare il cartellino,<br />

poi iniziano a fare circolo<br />

per sfottere qualche povero cristo.<br />

Dopo prendono tutti a camminare<br />

Per andare a fare colazione nel caffè,<br />

e siccome sono persone che pensano alla casa,<br />

se ne vanno in giro a fare la spesa,<br />

e appena entrano nell’ufficio, finalmente,<br />

si mettono a leggere il giornale perdutamente.<br />

Ma alle persone che stanno fuori ad aspettare<br />

Gli <strong>di</strong>cono: aspettate che nell’ufficio abbiamo da fare,<br />

–––– 239 ––––<br />

Nicola Scalera


e doppe nan li donne adènze, naune pe malacreanze,<br />

ma peccè vuonne paperascianne fore stanze<br />

pe mèttese a fè cumunèdde<br />

i wuagnune chi wuagnèdde.<br />

Scemmejanne scemmejanne arrive mènzadì<br />

e se mèttene a penzè a quante se n’avuonne a’ggì.<br />

Pauridde, probbete nan ge la fascene cchiù,<br />

e fenalmènde scapelèscene ca sonde i dù.<br />

Angore chiù pesande jè u giovedì<br />

Peccè se vè pure la dì:<br />

doppe ca s’avuonne appanzacchiète<br />

tènene l’occhjere appapagnète<br />

e se ne vuonne suse ddè<br />

pe geresinne a repusè,<br />

a quante fenèscene de fè stù sacrefice<br />

arrive l’ore d’achiute l’uffice.<br />

Chèsse jé la storeje du fatì<br />

Di chidde aneme <strong>di</strong> Dij.<br />

–––– 240 ––––<br />

Nicola Scalera<br />

Altamura (BA)


e dopo non li ascoltano no per sgarbatezza,<br />

ma perché vanno perdendo tempo fuori dall’ufficio<br />

per mettersi a fare comunella<br />

gl’impiegati con le impiagate.<br />

Scimmiottando scimmiottando arriva mezzogiorno<br />

E si mettono a pensare a quando devono andarsene.<br />

Poveretti proprio non ce la fanno più,<br />

e finalmente finiscono <strong>di</strong> lavorare, perché sono le due.<br />

Ancor più pesante è il giovedì,<br />

perché si va pure <strong>di</strong> pomeriggio:<br />

dopo che si sono appanzacchiati<br />

hanno gli occhi assonnecchiati<br />

e se ne vanno sopra lì<br />

per andare a riposare,<br />

e quando finiscono <strong>di</strong> fare questo sacrificio,<br />

arriva l’ora <strong>di</strong> chiudere l’ufficio.<br />

Questa è la storia del lavoro<br />

Di quelle anime <strong>di</strong> Dio.<br />

–––– 241 ––––<br />

Nicola Scalera


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

ALLA CHIAZZA FERRARESE<br />

Josce ie’ chiazza Ferrrarese<br />

a le tìimbe passate<br />

iève la chiazza du pesce.<br />

Cara chiazza d’u pesce<br />

a vedèrte non se fernèsce<br />

che chidde lambiùne bèlle antiche<br />

ca non avàstene mà a illuminà<br />

mo’ si bella assà.<br />

Acquànne ièmme uaggnùne<br />

dassop, sop’a a chidde mattùne<br />

la sere se scequave scalzate<br />

l’ scarpe ghestàvene salàte.<br />

Luzze luzze se sendève de <strong>di</strong>sce<br />

la mosca bianca<br />

la mosca bianca<br />

arrevàve la uar<strong>di</strong>a mangiapane<br />

ch’u mazzarìdde m-màne<br />

la palle tè levàve da m-mane<br />

nnù cacate sotte da la pavure<br />

nge ne fescèmme, sparescèmme<br />

jind’a a la stratuècchie<br />

de Vetucce menza recchie.<br />

Sott’a la chiazze copèrte<br />

stève fuscia fuscia<br />

ca vennève u pesce frische<br />

a le’ ricche ca petèvene spènne<br />

Mengucce buènetiimbe u’ salumire<br />

facève le cugne de mìinze chile<br />

–––– 242 ––––<br />

Nicola Scintilla<br />

<strong>Bari</strong>


ALLA PIAZZA DEL FERRARESE<br />

Oggi sei piazza del Ferrarese<br />

nel passato<br />

eri la piazza del pesce.<br />

Cara piazza del pesce<br />

noi non ci stanchiamo mai <strong>di</strong> ammirarti<br />

con quei lampioni belli e antichi<br />

che sono troppo pochi per illuminarti.<br />

Ora sei bella assai.<br />

Quando eravamo ragazzi<br />

su quei mattoni<br />

la sera si giocava a palla <strong>di</strong> pezza scalzi,<br />

perché le scarpe costavano troppo.<br />

Attenzione! Attenzione!<br />

Si sentiva <strong>di</strong>re in lontananza dagli amici<br />

arrivavano i vigili<br />

“le mosche bianche”<br />

arrivavano le guar<strong>di</strong>e<br />

e ci toglievano<br />

la palla <strong>di</strong> pezza dalle mani.<br />

Noi scappavamo impauriti<br />

ci <strong>di</strong>leguavamo nelle stra<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> <strong>Bari</strong> vecchia<br />

dove <strong>di</strong>morava un certo “Vituccio” il gay.<br />

I ricchi sotto la piazza senza badare a spese<br />

compravano il pesce fresco da<br />

un tale chiamato “fuscia-fuscia” (corri corri).<br />

“Minguccio buontempo” il salumiere<br />

confezionava panini <strong>di</strong> mezzo chilo<br />

–––– 243 ––––<br />

Nicola Scintilla


che na fèdde de mortatèlle de ciucce<br />

e nu pemedòre scattate<br />

u’attone a le poveridde facève u’ cheppone.<br />

Cara chiazze te canosceche<br />

da quann’ jève figghie de mammà<br />

si troppo belle<br />

ogni sere te venghe ad’acchià<br />

finghe a quande cambeche<br />

non te ià lassà mà.<br />

U MUEL VECCHIE<br />

Chèmbagne de li barise<br />

de chidde che picche terrìse<br />

chèmbagne du fertìne pe li<br />

squagghiasole jieve Portofino.<br />

Stemme sembe ddà a scecuà<br />

tu me n’zigniaste a cammenà<br />

tu me n’zigniaste a parlà<br />

tu me n’zigniaste a natà.<br />

Nu marinare sbiangàte<br />

na rezza strazzàte<br />

dù jossere seccàte<br />

nu buatte scazzàte<br />

tutt’ù muel jieve m’bestàte.<br />

Quanne u maistrale cacciave<br />

u levante, mmenze alle scoglie<br />

nu facèmme li berbante.<br />

–––– 244 ––––<br />

Nicola Scintilla<br />

<strong>Bari</strong>


con una fettina <strong>di</strong> mortadella “<strong>di</strong> ciuccio” (asino)<br />

ed un pomodoro maturo tutto spampanato.<br />

Un certo “u’attone” (ottone) formaggiaro<br />

ai poveri faceva “u’cheppone (cre<strong>di</strong>to).<br />

Cara piazza, io ti conosco<br />

sin da quando ero figlio <strong>di</strong> mammà,<br />

oggi sei troppo bella, ogni sera<br />

io ti vengo a trovare e ti <strong>di</strong>co:<br />

“Finché vivo non ti lascerò mai”.<br />

IL MOLO VECCHIO<br />

Compagno dei baresi<br />

Di quei con pochi sol<strong>di</strong><br />

Compagno del fortino<br />

Per gli scansafatiche<br />

Eri “Portofino”<br />

Stavamo sempre lì<br />

A giocare ogni giorno<br />

Tu mi insegnasti a camminare<br />

Tu mi insegnasti a parlare<br />

Tu mi insegnasti a nuotare.<br />

Un marinaio con i capelli bianchi<br />

Rammenda una rete strappata<br />

Due ossa secche<br />

Un barattolo vuoto pestato<br />

Tutto il molo era infestato.<br />

Quando il maestrale cacciava<br />

Il levante tra gli scogli<br />

Noi facevamo i birbanti.<br />

–––– 245 ––––<br />

Nicola Scintilla


Gambere cozze e cozze patelle<br />

non petevene stà chendènde<br />

la pelosa a nu’ faceve gola<br />

o’ chiappe fernìe come ù gheggiòne.<br />

Ogni tùffe jevene du rizze<br />

e quatte taratùffe<br />

la gaggìana arrebbava la sarda<br />

e se ne fesceva volanne.<br />

Nu monache passò<br />

ammenò nu spruzz e salutò.<br />

Ù pondìne acchiamendava<br />

e non parlave<br />

varche e varchecèdde stavene<br />

a sicche, la nave oll’larghe<br />

calò a picche.<br />

La uerra ha passate<br />

do scoppio n’ge sime salvate<br />

cusse jie’ u muel de Sandande’<br />

come iève ajìere<br />

e come iosce jie’.<br />

CHIMERE<br />

La prima vòlde ca de vedìbbeche<br />

fu na’ sere o balle<br />

che chedda faccia da prepotente<br />

me passaste vicine<br />

parive na reggine.<br />

–––– 246 ––––<br />

Nicola Scintilla<br />

<strong>Bari</strong>


Gamberi, cozze e cozze patelle<br />

Non potevano stare tranquille<br />

La pelosa a noi faceva gola<br />

Al chiappo fece la fine del goggione.<br />

Ogni tuffo si pescavano ricci<br />

E tartufi <strong>di</strong> mare<br />

Il gabbiano rubava la sarda<br />

E fuggiva in volata.<br />

Il monaco marino passò<br />

Diede uno spruzzo e salutò.<br />

Il faro guardava e non parlava<br />

Barche e barchette stavano<br />

Tirate a secco sul molo<br />

La nave in alto mare<br />

Fu silurata e andò a picco.<br />

La guerra è passata<br />

Dallo scoppio nel porto<br />

Noi ci siam salvati<br />

Questo è il molo <strong>di</strong><br />

Sant’Antonio Abate<br />

Così come era ieri<br />

E così come è oggi.<br />

CHIMERA<br />

La prima volta che ti vi<strong>di</strong><br />

Fu quella sera al ballo<br />

Mi passasti vicino con<br />

Quella faccia da prepotente<br />

Sembravi una regina.<br />

–––– 247 ––––<br />

Nicola Scintilla


Macchiamendaste che<br />

chidd’eecchie bell<br />

affunne affunne<br />

verde come all’acque<br />

du mare.<br />

Pure jie ti acchiamedabbeche<br />

none na vòlte ma mille volte.<br />

Tra nu balle e n’alde<br />

stringe tu che strengeche jìe<br />

la serata se ne scìe<br />

tutta adacchess’ie<br />

Da chedda vòlde<br />

non ti so vista’ cchiù<br />

però ancore mo’, la sere<br />

quanne me vogghe a corche<br />

te vegghe nn’anze all’eecchie,<br />

me passene tutte le penzìire<br />

e dolce dolce me ne vogghe<br />

o senne m’brazza a te.<br />

–––– 248 ––––<br />

Nicola Scintilla<br />

<strong>Bari</strong>


Mi guardasti con<br />

Quegli occhi belli<br />

Profon<strong>di</strong> e ver<strong>di</strong><br />

Come l’acqua del mare<br />

Pure io ti guardai<br />

Non una volta<br />

ma mille volte.<br />

Tra un ballo e l’altro<br />

Stringi tu<br />

Che stringo anch’io<br />

La serata passò<br />

Tutta così da buoni amici.<br />

Da quella volta non<br />

Ti ho più rivista<br />

Però ancora ora<br />

Mi ricordo <strong>di</strong> te la sera<br />

Quando vado a dormire<br />

Ti vedo <strong>di</strong>nnanzi agli occhi<br />

Mi passano tutti i cattivi<br />

Pensieri e dolcemente<br />

Mi addormento in<br />

Braccio a te.<br />

–––– 249 ––––<br />

Nicola Scintilla


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA SEGNORE SELVAGGE E I VIAGGE SAU<br />

So ‘na signore ca ‘nge pejèsce a viaggè<br />

e ‘ngumbagnì stè;<br />

che mariteme, gran amiche,<br />

fasciaje viagge all’infinite.<br />

Gèmaneje, Olande,<br />

Bruchesèl, Watèrlò,<br />

Lurd, Croazeje,<br />

tutte che tanda grazeje.<br />

L’italeje so gerète<br />

e tutte so vesetète<br />

Vènèzeje, Rome,<br />

Ferènze, Napule<br />

e Taormine<br />

e mi sende sembe chiù vecine.<br />

Tande so viaggète<br />

e ciacche so viste so amète<br />

Rengrazeje u Segnore<br />

che tand’amore<br />

ca m’è dète la possibeletè<br />

de vesetè tutte chisse bèlle cettè.<br />

Da quanne è muèrte u marite mì<br />

u viaggè fenì,<br />

ma a jènghje chisse vacande momènde<br />

stonne angore i sendemènde.<br />

Stè mo nu cèndre anzejene ‘n’ dà cettè<br />

ca se chjième “Bell’etè”,<br />

addavue jé bèlle a stè<br />

chi fèmmene a chiacchjerascè.<br />

–––– 250 ––––<br />

Pasqua Selvaggi<br />

Altamura (BA)


LA SIGNORA SELVAGGI E I SUOI VIAGGI<br />

Sono una signora a cui piace molto viaggiare<br />

e in compagnia stare;<br />

con mio marito,<br />

un grande amico<br />

facevo viaggi all’infinito.<br />

Germania, Olanda,<br />

Bruchsel, Waterloo,<br />

Lourd, Croazia<br />

Tutto con molta grazia.<br />

L’Italia ho girato<br />

e tutto ho visitato<br />

Venezia, Roma<br />

Firenze, Napoli<br />

e Taormina<br />

e mi sento sempre più vicina.<br />

Tanto ho viaggiato<br />

E tutto ciò che ho visto ho amato<br />

Ringrazio il Signore<br />

che con tanto amore<br />

mi ha dato la possibilità<br />

<strong>di</strong> visitare tutte queste belle città.<br />

Da quando è morto mio marito<br />

Il mio viaggiare è finito,<br />

ma a riempire questi vuoti momenti<br />

ci sono ancora i miei sentimenti.<br />

C’è ora un centro anziani nella mia città<br />

che si chiama “Bell’Età”,<br />

dove è bello stare<br />

con le donne a chiacchierare.<br />

–––– 251 ––––<br />

Pasqua Selvaggi


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

‘NA VITE ‘NZIMME CHE MAMMA MAJE<br />

Jère ‘na uagneddozze allègre<br />

ca ‘nghèse ‘nge piasciaje a stè,<br />

dalla mamme me fasciaje amè<br />

e chi frète d’amore staje,<br />

pe lore jère ‘na regenèlle<br />

e me chjamanne facce de pagnottèlle.<br />

A vind’anne ‘n’omme credaje d’avè acchjiète<br />

ma u core mi fu spezzète,<br />

da mamme returnèbbe e che ‘nu vèse l’abbrazzèbbe<br />

me desci nesciune rembiande avè.<br />

Jedde purtroppe se ne ggiute<br />

e m’è lassète che la malinguni<br />

triste e saule rumanibbe e i frète maje amèbbe.<br />

–––– 252 ––––<br />

Anna Simone<br />

Altamura (BA)


UNA VITA VISSUTA CON MIA MADRE<br />

Ero una ragazzina allegra<br />

che in casa amava stare,<br />

dalla mamma mi facevo amare<br />

e con i fratelli amavo stare,<br />

ero per loro una reginella<br />

e mi chiamavano faccia da pagnottella.<br />

A vent’anni un uomo credevo <strong>di</strong> aver trovato<br />

ma il cuore mi fu spezzato,<br />

dalla mamma ritornai e con un bacio l’abbracciai<br />

mi <strong>di</strong>sse nessun rimpianto avrai.<br />

Lei purtroppo è andata via<br />

e mi ha lasciato con la mia malinconia.<br />

Triste e sola restai e i miei fratelli amai.<br />

–––– 253 ––––<br />

Anna Simone


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

L’AMORE MAJE<br />

Me arrecorde la famigghja maje cu core<br />

nu frète ranne e quatte sure,<br />

jère la chijù piccoline<br />

e pe l’ore jère ‘na coccoline.<br />

A sidece anne accumunzèbbe a fatejè<br />

peccè murì tatè.<br />

Pò canuscibbe u marite mì<br />

e l’amore jè dachessì...<br />

ca nan ze pote spièghè a paraule.<br />

Stamme spusète da ‘na settemène<br />

quante me purtò che jidde ‘n Gèrmaneje.<br />

Trè bèlle rose avuonne jenghjute la vita maje<br />

c m’avuonne dète la gioje ca nan fenèsch mè<br />

de uètte nipotine.<br />

Ma certe volte la malingonì me pigghje<br />

peccè stè lundene de la famigghje.<br />

TAMBURRED<br />

M vogghj prsntè:<br />

Antogn tamburedd de sobrannoum m vogghj chiamè.<br />

Nan m piascn i deficient<br />

Ma schitte la bella gent!<br />

M piesc ballè e scherzè<br />

Addavue stoche ji<br />

Stè sèmbe tant allegrj<br />

E mè la malinconìj!<br />

Alloure mo sapite ciacche ve <strong>di</strong>che?<br />

ji tegne nu spirte-giovene, miche adtiche!!!<br />

Pe chèsse da maje esèmbeje peggjète<br />

Da chessì allal fine all’gre cambète.<br />

–––– 254 ––––<br />

Antonia Tamborra<br />

Altamura (BA)


I MIEI AMORI<br />

Ricordo la mia famiglia con amore<br />

le mie quattro sorelle e il mio fratellone,<br />

ero la più piccolina<br />

e per loro ero come una chiocciolina.<br />

A se<strong>di</strong>ci anni ho dovuto iniziare a lavorare<br />

perché ho perso mio padre.<br />

Di lì a poco ho conosciuto mio marito<br />

e il mio amore è così...<br />

che non si può spiegare a parole.<br />

Eravamo sposati da una settimana<br />

quando mi portò via con se in Germania.<br />

Tre belle rose hanno riempito la mia vita<br />

dandomi anche l’immensa gioia<br />

<strong>di</strong> otto nipotini.<br />

A volte però mi prende la malinconia<br />

perché parte della mia famiglia è ancora via.<br />

TAMBURRED<br />

Mi voglio presentare:<br />

“Antogn Tamburred” <strong>di</strong> soprannome mi voglio chiamare.<br />

Non mi piacciono i deficienti<br />

Ma soltanto la bella gente!<br />

Mi piace ballare e cantare<br />

E a volte anche scherzare.<br />

Dove ci sono io<br />

C’è sempre tanta allegria<br />

E mai la malinconia.<br />

Allora, infine, sapete che vi <strong>di</strong>co?<br />

Io ho uno spirito giovane, mica antico!<br />

Perciò da me esempio prendete<br />

Così fino alla fine allegri vivrete!<br />

–––– 255 ––––<br />

Antonia Tamborra


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA GERMANIA MAJE<br />

Ge da vuagnèdde vulaje scì<br />

All’esteren pu fatì<br />

‘nda ‘na fabbriche vulaje stè<br />

ma chèsse no putaje fè<br />

po’ nu giovene so canesciute<br />

e che ‘nu salute<br />

mariteme devendò<br />

e u sagne nèste se rèalezzò<br />

che la fatì si-lu-sècce<br />

ma nan.ère èvetabele tutte chèsse.<br />

I do crijature maje avibbe alassè<br />

Che maje nan putante stè<br />

Dalla Gèrmaneje po’ retornebbe<br />

E subbete m’adattèbbe<br />

La Germaneje m’è dete la possibbeletè<br />

de canose n’alta bèlla rèaltè<br />

scrive chèssa poesì<br />

pè ringrazejè la Gèrmaneje maje.<br />

–––– 256 ––––<br />

Rosa Tamborra<br />

Altamura (BA)


LA MIA GERMANIA<br />

Sin da giovane volevo andare<br />

All’estero a lavorare,<br />

In una fabbrica volevo stare<br />

Ma ciò non potevo fare.<br />

Poi un giovane ho conosciuto<br />

E con un saluto<br />

Mio marito <strong>di</strong>ventò<br />

E il nostro sogno si realizzò<br />

Con fatica sì, lo so<br />

Ma inevitabile era tutto ciò.<br />

I miei due bambini dovetti lasciare<br />

Con me non potevano stare.<br />

Dalla Germania poi ritornai<br />

E subito mi adattai.<br />

La Germania mi ha dato la possibilità<br />

Di conoscere un’altra bella realtà.<br />

Scrivo questa poesia<br />

Per ringraziare la Germania mia.<br />

–––– 257 ––––<br />

Rosa Tamborra


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

‘A BABELE DE LLE MUTE<br />

Mmo lla recorde cumme fosse aijere,<br />

stavene sulamende do’ canale;<br />

pe’ quiste no’ nge stavene penzijere:<br />

vedemme ‘a stessa cose, ere normale.<br />

E ‘u ggiurne apprisse se chiacchiaresciave<br />

su quidde c’avemme viste ‘a sera ‘nnande;<br />

erene tiembe semblice e no’ nge stave<br />

‘u cazzannamele du’ telecomande!<br />

Mo’ lle canale so’ nu’ centenare<br />

e quanne ne ‘ngundrame su’ ‘a fatije<br />

ne manghe ‘a ocasione pe’ parlare<br />

piccè, c’è viste tu, no’ agghie viste ije!<br />

E angore: prime, pe’ socialezzare,<br />

parlamme d’a partite du’ pallone;<br />

e manghe quiste, mo’, putime fare;<br />

ormaje ha spicciate ogne descussione.<br />

Piccè, ccu lle pigghiasse n’accidende,<br />

ogne partite volene “creptare”<br />

e ci tu a vo’ ccu vide è a pajamende<br />

e allore amme fenite de parlare!<br />

Matarrese, Cecche Gore, Berluscone,<br />

lle vide ca te parlane cu’ surrise,<br />

ma cu’ ‘sta cazze de televisione<br />

Madonne, ce ne vonne de turnise!<br />

‘U SOLE<br />

Chiove.<br />

Penze a te<br />

e veche ‘u sole!<br />

–––– 258 ––––<br />

Ettore Todaro<br />

Taranto


LA BABELE DEI MUTI<br />

Me lo ricordo come fosse ieri,<br />

stavano solamente due canali;<br />

per questo non ci stavano pensieri:<br />

vedevamo la stessa cosa, era normale.<br />

E il giorno appresso si chiacchierava<br />

su quello che avevamo visto la sera prima;<br />

erano tempi semplici e non c’era<br />

quello schiaccianoci del telecomando!<br />

Ora i canali sono un centinaio<br />

e quando ci si incontra sul lavoro<br />

ci manca l’occasione <strong>di</strong> parlare<br />

perché ciò che hai visto tu non ho visto io!<br />

E ancora: prima, per socializzare,<br />

parlavamo della partita del pallone;<br />

e nemmeno questo, ora, possiamo fare;<br />

ormai è finita ogni <strong>di</strong>scussione.<br />

Perché, che li pigliasse un accidente,<br />

ogni partita vogliono “criptare”<br />

e se la vuoi vedere è a pagamento<br />

e allora abbiamo finito <strong>di</strong> parlare!<br />

Matarrese, Cecchi Gori, Berlusconi,<br />

li ve<strong>di</strong> che ti parlano col sorriso,<br />

ma con questa cavola <strong>di</strong> televisione<br />

Madonna, che ne vogliono <strong>di</strong> sol<strong>di</strong>!<br />

IL SOLE<br />

Piove.<br />

Penso a te<br />

e vedo il sole!<br />

–––– 259 ––––<br />

Ettore Todaro


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

U MÙNN JÌ NA BABB’LLÓNJ<br />

Ma t’ pòr’ ch’a stù mùnn<br />

nan’z capìssc chju nùdd?<br />

M’ pòr’ na babb’llónj!<br />

C’ vè da ddù e c’ vè da ddò,<br />

c’ la pénz d’ na manìr’<br />

e c’ la pénz d’ l’ald,<br />

c’ la vùl’ cótt e c’ la vùl’ créut,<br />

c’ vùl stò cóm’d e bast<br />

e c’ vùl’ salvò la tèrr,<br />

pùr’ ch’ qualche sacr’ficj.<br />

E ú p’trógl?<br />

Ah, c’ f’rnèv’!<br />

Mach’n fèrm, aèrj, trín’,<br />

e p’avè nu pìcch d’ ccall,<br />

lín’ e frasch.<br />

Ca pù qualche iéun pénz<br />

ca jì mégghj a t’rnò ‘ndrìt’,<br />

aqquann ièv’ la staggiòun a ch’mannò<br />

e facèv’ call, aqquann avèva fò call<br />

e frìdd aqquann aveva fò frìdd;<br />

e nòun ch’am’ p’gghjòt’ néw u pòtèr’<br />

e facím’ fò call aqquann fòsc’ frìdd<br />

e frìdd aqquann fòsc’ call.<br />

Ma c’ n’ cr’dím’ d’ iéss, u Padr’tèrn?<br />

E ch’ tùtt stú progréss<br />

La ggénd jì sémb uguòl’:<br />

fòsc’ bìn’ e fòsc’ mòl’!<br />

‘ng’ tìn’ chjú a ciò ca tròs’,<br />

ch’a ciò ca iéss.<br />

Crìst’ maj p’rdùn’n a tùtt,<br />

téw ca sì’ u bbìn’ sòprattùtt.<br />

–––– 260 ––––<br />

Tommaso Trotta<br />

Bitetto (BA)


IL MONDO È UNA BALDORIA<br />

Ma ti sembra che a questo mondo<br />

non si capisce più niente?<br />

Mi sembra una baldoria!<br />

Chi va <strong>di</strong> qua e chi va <strong>di</strong> là,<br />

chi la pensa in una maniera<br />

e chi la pensa nell’altra,<br />

chi la vuole cotta e chi la vuole cruda,<br />

chi vuole stare comodo e basta<br />

e chi vuole salvare la terra,<br />

pur con qualche sacrificio.<br />

E il petrolio?<br />

Ah, se finiva!<br />

Macchine ferme, aerei, treni,<br />

e per avere un po’ <strong>di</strong> caldo,<br />

legne e frasche.<br />

Che poi qualcuno pensa<br />

che è meglio tornare in<strong>di</strong>etro,<br />

quando era la stagione a comandare<br />

e faceva caldo quando doveva fare caldo<br />

e freddo quando doveva fare freddo;<br />

e non che abbiamo preso noi il potere<br />

e facciamo far caldo quando fa freddo<br />

e freddo quando fa caldo.<br />

Ma chi cre<strong>di</strong>amo <strong>di</strong> essere, il Padreterno?<br />

E con tutto questo progresso<br />

la gente è sempre uguale:<br />

fa bene e fa male!<br />

Ci tiene più a ciò che entra (introita),<br />

che a ciò che esce (sborsa).<br />

Cristo mio perdonaci a tutti,<br />

tu che sei il bene soprattutto.<br />

–––– 261 ––––<br />

Tommaso Trotta


LA NÈV’<br />

Iùsc’ è ffatt la nèv’.<br />

C’ ièv’ iacqw, ièv’ p’ bèv’:<br />

b’vèmm néw e b’vèv’ la tèrr.<br />

Ma la nèv’!<br />

U pròvidd na la vùl’:<br />

fòsc’ frìdd e fòsc’ sc’wò.<br />

Ma Crist n’ la mann<br />

e n’ l’ama t’né.<br />

Púr’ jìdd nassciaj ca facèv’ frìdd.<br />

E pù’ cì ch’ò ddaisc<br />

ca la nèv’ na mòl’?<br />

E u provèrbj: sòtt a la nèv’ u ppòn’?<br />

E l’ m’nìnn? Appìn’ la vèt’n,<br />

sò’ tùtt condénd,<br />

e sò’ pall ca vònn e vén’n<br />

e u ffrìdd nanzénd’n.<br />

E vú mètt chèdda bbèlla<br />

ch’vèrta biangh,<br />

ca tùtt cóvr e tùtt appòr’?<br />

Iamm, t’nìmanìll e, dòpò tùtt,<br />

almìn’almìn’ facím’ la nèv’ c’ú ccútt!<br />

–––– 262 ––––<br />

Tommaso Trotta<br />

Bitetto (BA)


LA NEVE<br />

Oggi è fatta la neve.<br />

Se era acqua, era per bere:<br />

bevevamo noi e beveva la terra.<br />

Ma la neve!<br />

Il povero non la vuole:<br />

fa freddo e fa scivolare.<br />

ma Cristo ce la manda<br />

e ce la dobbiamo tenere.<br />

Pure Lui nacque che faceva freddo.<br />

E poi chi lo <strong>di</strong>ce<br />

che la neve non è buona?<br />

È il proverbio: sotto la neve il pane?<br />

E i bambini? Appena la vedono,<br />

sono tutti contenti,<br />

e sono palle che vanno e vengono<br />

e il freddo non sentono.<br />

E vuoi mettere quella bella<br />

coperta bianca,<br />

che tutto copre e tutto pareggia?<br />

Via!, teniamocela e, dopo tutto,<br />

almeno facciamo la neve col (vin)cotto!<br />

–––– 263 ––––<br />

Tommaso Trotta


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

STANZA VACANDE<br />

Me capetò na dì na bèlla cose<br />

iève da mill’anne no ruzzuave<br />

fra vecchie cose.<br />

Ind’o vane stevene arrecquate<br />

cose du timbe passate.<br />

La credenze sembrave nu mercate<br />

sope: le babbusce de nononne,<br />

vacile, scarfalette, ceclatère,<br />

renzule, piatte, tièdde e tiane in abbondanze<br />

chiù na mante resequate.<br />

Chiù o cuèste na vècchia ballerine<br />

dove s’indolettave mamme tutte le matine<br />

appennute a nu centrone<br />

u battepanne loghere, oramaie<br />

redutte in fin de vite,<br />

pe l’ossere drezzate uagnengidde capetèste.<br />

Sotto alla fenestredde<br />

nu tauine caruate<br />

de bonaneme meste Pèppe.<br />

Strabbegghiate, chiamendabbe<br />

n’attestate arrappate<br />

du righe scritte a mane<br />

de la Prime Comunione.<br />

De chèssa seduazione<br />

da padrone iere nu ragne tutte gnore<br />

mò iè vacande chedda stanze<br />

u vinde, come ciclone<br />

a prequate ogne cose.<br />

–––– 264 ––––<br />

Nicola Vitale<br />

<strong>Bari</strong>


STANZA VUOTA<br />

Mi capitò un bel giorno una cosa meravigliosa<br />

era da tanto tempo non rovistavo<br />

fra i ricor<strong>di</strong>.<br />

Nel vano stavano conservati<br />

cose <strong>di</strong> vecchi tempi.<br />

La credenza sembrava un bazar<br />

sopra: le pantofole del nonno,<br />

catino, ferro da stiro, caffettiera,<br />

lenzuola, piatti, tegami gran<strong>di</strong> e piccoli abbondanti<br />

più una coperta morsicata (lacera).<br />

A un lato un vecchio specchio (lungo)<br />

dove tutte le mattine mia madre si faceva bella (si truccava)<br />

appesa a un chiodo<br />

un vecchio battipanno rovinato, ormai<br />

ridotto in fin <strong>di</strong> vita,<br />

per le botte date a ragazzi irrequieti (duri).<br />

Sotto alla finestra<br />

un tavolo pieno <strong>di</strong> tarli<br />

del maestro Giuseppe morto.<br />

Meravigliato, guardai<br />

un’attestato rovinato<br />

due righi scritti a mano<br />

della Prima Comunione.<br />

Di questa scena<br />

il padrone era un ragno nero<br />

ora è vuota quella stanza<br />

il vento, come un ciclone<br />

ha seppellito ogni cosa.<br />

–––– 265 ––––<br />

Nicola Vitale


VESCIGGHIE DELL’ULDEME DU UANNE<br />

Citte pe nu minute<br />

so fatte nu senne assa’ strane<br />

c’oggne crestiane se deve la mane<br />

senza assalemma’ pu chelore.<br />

Toc!!... Toc!!<br />

Cie’ a la porta? Gocce!!<br />

Ne!... angore do sta?<br />

Ma’ avete scusa’ se iosce<br />

so trasute senza permesse.<br />

Complimente!!!<br />

Non te la se pegghianne!!<br />

Tu mo... se sbagliate.<br />

Eccome... Eccome... Ca so sbagliate.<br />

Aveva assappe che ieve adacchesi’<br />

la <strong>di</strong>’ stesse ch’ive nate<br />

t’avevano prequa’.<br />

Non t’avaste cio’ che si fatte?<br />

Droghe, uerre, lutte, violenze,<br />

pecceninne scettate jinde remmate<br />

violentate condre nature.<br />

Consense date a chiurme<br />

ionte da crestiane de male affare.<br />

Vattinne!!!... Vattinne!!!<br />

Sind’a me!<br />

–––– 266 ––––<br />

Nicola Vitale<br />

<strong>Bari</strong>


VIGILIA DELL’ULTIMO DELL’ANNO<br />

Zitto per un minuto<br />

ho fatto un sonno strano<br />

ogni cristiano si dava la mano<br />

senza meravigliarsi del colore.<br />

Toc... toc...<br />

Chi è alla porta? Gocce...!<br />

(esclamazione <strong>di</strong> <strong>di</strong>sappunto)<br />

Ne...! Ancora qui stai...?<br />

Mi dovete scusare se oggi<br />

son entrato senza permesso.<br />

Complimenti...!<br />

Non te la prendere...!<br />

Tu ora... hai sbagliato...!<br />

Eccome...! Che ho sbagliato.<br />

Dovevo sapere che eri così<br />

il giorno stesso che eri nato<br />

ti dovevano seppellire.<br />

Non ti basta ciò che hai fatto...?<br />

Droghe, guerre, lutti, violenze,<br />

bambini gettati nella spazzatura<br />

violentati (tolta la verginità).<br />

Consenso dato a furbi<br />

finanziati, da cristiani <strong>di</strong> malaffare.<br />

Vattene...! Vattene...!<br />

Senta ciò che <strong>di</strong>co...!<br />

–––– 267 ––––<br />

Nicola Vitale


Falle pe nu che stame tribbuate,<br />

me vilesse descita’ cramatine<br />

vegghe abbabuate che sennalza<br />

na stedde colorate<br />

da tutte le razze du munne<br />

“Tu se u Re”<br />

De chessa situazione da padrone<br />

ie’ uarloggi come ciclone<br />

sta arrequanne e prequanne ogne cose.<br />

Acchiane... acchiane<br />

fra nu beccone e n’alzate<br />

sta passanne n’altanne,<br />

pabbrescianne allegramente<br />

scherdanne fatiche e pagamente.<br />

Nu consiglie vogghe <strong>di</strong>sce<br />

pegghiataville allegramente<br />

ch ngnocche iune t’addemanne<br />

augure frate pe tutt’uanne.<br />

–––– 268 ––––<br />

Nicola Vitale<br />

<strong>Bari</strong>


Fallo per noi che siamo tribolati,<br />

mi vorrei svegliare domattina<br />

vedo imbambolato che si solleva da terra<br />

una stella colorata<br />

da tutte le razze del mondo.<br />

“Tu sei il Re”<br />

Di questa situazione da padrone<br />

è l’orologio come un ciclone<br />

sta raccogliendo e seppellendo ogni cosa.<br />

Piano... piano...<br />

Tra un boccone ed una bevuta<br />

sta passando un altro anno<br />

<strong>di</strong>menticando lavoro e pagamenti.<br />

Un consiglio voglio dare:<br />

Prendetevela allegramente<br />

e se qualcuno ti domanda...<br />

Auguri fratello per tutto l’anno...!<br />

–––– 269 ––––<br />

Nicola Vitale


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA NOTT D’ SAN S(I)LVI(E)ST<br />

L’uann stè in agonì,<br />

n’ salut citt citt.<br />

Chiet, chiet... s’ n’ stè vè.<br />

Quand’ a gend stà nott stè (i)mbièt p’ festeggià<br />

ca cuss vecchiari(e)dd l’honn a salutà.<br />

Cuss vecchiari(e)dd ca 365 dì ì campat<br />

Sott e brutt e bell sc(e)rnat.<br />

P’ cert ì stat la car(e)sti<br />

e p’ tant(i) jonn stat aff(o)rt(u)nat.<br />

J(i)dd, chiet chiet s’ n’ stè vè.<br />

“Ce p(e)ccat cuss uann non chiù l’a ma v(e)dè”.<br />

Ogni m(i)nut ca stè pass,<br />

a cuss vecchiari(e)dd lu affann aument<br />

e tant d’ nuj, a lu uarlogg stè tr(e)mend.<br />

O megghi d’ la fest,<br />

tutt na vot tutt citt;...<br />

ni(e)nt a chiù s’ sent...<br />

f(e)nesc la ijosat...<br />

e sub(i)t ven l’improvvisat.<br />

S’ send’ la vosc’ d’ nu criatur’ appen’ nat’.<br />

Tutt’ na vot’ ven’ lu prijesc’<br />

e s’ r(i)pigghi’ la ijosat’:<br />

“Uè, ì nat’, ì nat’!”<br />

–––– 270 ––––<br />

Nicola Vittore<br />

Sannicandro (BA)


LA NOTTE DI SAN SILVESTRO<br />

L’anno è in agonia,<br />

ci saluta in silenzio,<br />

lentamente se ne và.<br />

Quanta gente, questa notte, è in pie<strong>di</strong> per festeggiare<br />

chè questo vecchietto devono salutare...<br />

Questo vecchietto che è vissuto 365 giorni<br />

sotto le brutte e le belle giornate.<br />

Per certi c’è stata carestia<br />

e per tanti sono stati fortunati.<br />

...Lui lentamente se ne sta andando.<br />

“Che peccato, quest’anno mai più lo rivedremo”.<br />

Ogni minuto che passa,<br />

a questo vecchietto aumenta l’affanno...<br />

molti guardano l’orologio.<br />

Al culmine della festa,<br />

d’un tratto,... tutti fanno silenzio;...<br />

null’altro si sente...<br />

finisce la gazzarra<br />

e subito arriva l’improvvisata.<br />

Si sente il vagito <strong>di</strong> un neonato.<br />

Improvvisamente arriva l’allegria...<br />

e si riprende la gazzarra...<br />

– “È nato, È nato!”<br />

–––– 271 ––––<br />

Nicola Vittore


Mbrim’ lu nom’ ì stat’ dat’<br />

e tann’ stess’ ven’ vatt(e)sciàt’.<br />

“Auguri(i), auguri(i) e buon ann a tutt!”<br />

Ci s’abbrazz da nu quart e ci da lu ald.<br />

C’ li bicchijer d’ lu spumant<br />

Li brind(i)s li fasc(e)n tutt quand:<br />

“Buon ann a tutt gli anzian,<br />

Buon ann a ci na ten chiù vind ann,<br />

Buon ann a tutt chidd criatur<br />

ca na ten(e)n chiù n(i)sciun,<br />

Buon ann a tutt gli emigrat,<br />

Buon ann a tutt li malat,<br />

Buon ann a tutt chidd sventurat,<br />

ca l’uann vecchi li uà(i) ‘ngì p(o)rtat,<br />

Buon ann a tutt chidd ca a chess or nang stonn a festeggià<br />

p(e)rcè stonn a fatià”...<br />

La fest continu(a),<br />

s’ mangi, s’ bev, s’ ball e s’ cant;<br />

s’ d(i)vert(o)n tutt quand...<br />

A lu cuest d’ lu fuec,<br />

stè cudd vecchiari(e)dd d’ mbà S(i)lvi(e)st,<br />

sul sul, tutt avv(i)lit e tutt stanc.<br />

D’ cuss s’ ijonn sc(o)rdat tutt quand.<br />

Chiet chiet,... s’ ijalz da la seggi c’ lu baston...<br />

na’ng la fasc chiù...<br />

iè assè la confusion<br />

n(i)sciun s’ n’ì (a)vv(e)rtut<br />

ca ‘mbà S(i)lvi(e)st s’ n’ì sciut.<br />

La fest continu(a) ancor...<br />

Arriv na cert or...<br />

–––– 272 ––––<br />

Nicola Vittore<br />

Sannicandro (BA)


Subito viene dato il nome<br />

e all’istante viene battezzato.<br />

– “Auguri, auguri e buon anno a tutti!”<br />

Chi si abbraccia da un lato... chi dall’altro...<br />

Con i bicchieri <strong>di</strong> spumante<br />

i brin<strong>di</strong>si li fanno tutti quanti:<br />

“Buon anno a tutti gli anziani,<br />

Buon anno a chi non ha più vent’anni<br />

Buon anno a quei bambini che non hanno più nessuno,<br />

Buon anno a tutti gli emigrati,<br />

Buon anno a tutti gli ammalati,<br />

Buon anno a tutti gli sventurati<br />

ai quali l’anno vecchio ha portato solo guai,<br />

Buon anno a tutti quelli che a quest’ora<br />

non possono festeggiare perché stanno lavorando”...<br />

La festa continua,<br />

si mangia, si beve, si balla e si canta.<br />

Si <strong>di</strong>vertono tutti quanti...<br />

Vicino al camino<br />

sta quel vecchietto <strong>di</strong> compare Silvestro,<br />

solo solo, tutto avvilito e tutto stanco.<br />

Di costui si sono <strong>di</strong>menticati tutti quanti.<br />

Lentamente, ... si alza dalla se<strong>di</strong>a con il bastone...<br />

non ce la fa più...<br />

c’è troppa confusione.<br />

Nessuno si è accorto<br />

che compare Silvestro se n’è andato.<br />

La festa continua ancora...<br />

Arrivata una certa ora...<br />

–––– 273 ––––<br />

Nicola Vittore


tann ijess ijun ca s’ì (a)rr(e)c(o)rdàt e <strong>di</strong>sc:<br />

“... ca nat uànn ì passàt.<br />

Speriam ca l’uànn nuev ì venùt<br />

c’ na bon idé(a).<br />

V(o)limn ben, ca na s’ perd niend.<br />

Ci Ddì vol, chessa fest la ma v(e)dè ancor.<br />

O còr mi v’ streng(e)c à iun a iun.<br />

A tutt Buon Ann e Buona Fortun.”<br />

CHIAZZA GAREBBALDE<br />

L’acèdere candene<br />

sop’a l’arvre.<br />

“Quand’armonìe...<br />

quanda tranquillità!”<br />

Le palumbe camminene<br />

‘n derra chiane chiane.<br />

“Quande sò cheriuse...<br />

parene tande cristiane!”<br />

Le vecchiaridde sciocane a carte<br />

Sope a le panghine.<br />

“Quanda iose...<br />

quande casine!”<br />

Velèsse avè l’ale<br />

pe petè zembà<br />

–––– 274 ––––<br />

Nicola<br />

Vittore<br />

Sannicandro (BA)<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Nicola<br />

Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


allora c’è uno che si ricorda e <strong>di</strong>ce:<br />

“... un altro anno è passato.<br />

Speriamo che il nuovo anno sia venuto<br />

con un buon pensiero.<br />

Vogliamoci bene, che non si perde niente.<br />

Se Id<strong>di</strong>o vuole, questa festa la dobbiamo<br />

[ [vedere ancora.<br />

Al mio cuore vi stringo ad uno a uno.<br />

A tutti buon anno e buona fortuna.”<br />

PIAZZA GARIBALDI<br />

Gli uccelli cantano<br />

sugl’alberi.<br />

“Quant’armonia...<br />

quanta tranquillità!”<br />

I colombi camminano<br />

per terra piano piano.<br />

“Quanto sono curiosi...<br />

sembrano tanti cristiani!”<br />

I vecchietti giocano a carte<br />

sopra alle panchine.<br />

“Quanto chiasso...<br />

quanto casino!”<br />

Vorrei avere le ali<br />

per poter saltare<br />

<br />

–––– 275 ––––<br />

Nicola<br />

Vittore<br />

Nicola<br />

Zambetti


chiù alde de la fendane<br />

fine sope a la Chiiese de San Frangische<br />

fine sope a le cambane<br />

e po’...<br />

velèsse avè l’ecchie<br />

p’acchiamendà<br />

Corse Vittorie, u Marghèrìte...<br />

u Lungomare...<br />

u prefessore<br />

sta ‘mbalate da<br />

ad’acchiamendà!<br />

U Tiatre, la Prefetture...<br />

e u arlogge ca segne l’ore.<br />

Velèsse avè l’ale<br />

pe petè zembà<br />

fine sope a la Torre du Castijdde<br />

e po’...<br />

velèsse avè l’ecchie<br />

p’acchiamendà<br />

tutte u Borghe Antiche!”<br />

U Iarche Vasce<br />

e cudde viche<br />

addo scecàve a u verruzzue<br />

ke le uagnune...<br />

ke le rame ‘mbaccie o mure...<br />

ke le bettune.<br />

–––– 276 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


più in alto della fontana<br />

fino sopra alla Chiesa <strong>di</strong> San Francesco<br />

fino sopra alle campane<br />

e poi...<br />

vorrei avere gli occhi<br />

per guardare<br />

Corso Vittorio, il Margherita...<br />

il Lungomare...<br />

il professore<br />

sta fermo là<br />

a guardare!<br />

Il Teatro, la Prefettura...<br />

e l’orologio che segna le ore.<br />

Vorrei avere le ali<br />

per poter saltare<br />

fino sopra alla Torre del Castello<br />

e poi...<br />

vorrei avere gli occhi<br />

per guardare<br />

tutto il Borgo Antico!”<br />

L’Arco Basso<br />

e quel vico<br />

dove giocavo con la trottola<br />

con i ragazzi…<br />

con i tappi <strong>di</strong> rame contro il muro...<br />

con i bottoni.<br />

–––– 277 ––––<br />

Nicola Zambetti


“Sanda Nicole, l’Annunziate...<br />

le Chersiune!”<br />

Velesse avè l’ale<br />

pe petè zembà<br />

fine sope a la Meragghije<br />

e po’...<br />

ascènne abbasce<br />

cu scivua scivua.<br />

“Quande iè belle u Lungomare<br />

quanne u sole se ne và!”<br />

“Quande fiure...<br />

quande chelure!”<br />

U Marghèrìte<br />

pare nu guar<strong>di</strong>ane<br />

ca asconne u mare<br />

a le <strong>Bari</strong>se<br />

ca po’<br />

avonne avè u prisce<br />

d’acchiamendarle.<br />

“Quande varche...<br />

quande lambàre!”<br />

Velesse avè l’ale<br />

pe petè zembà<br />

sope a l’arvre de corse Cavour<br />

–––– 278 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


“San Nicola, l’Annunziata...<br />

i Corsioni!”<br />

Vorrei avere le ali<br />

per poter saltare<br />

fino sopra alla Muraglia<br />

e poi...<br />

scendere giù<br />

con lo slittino.<br />

“Quanto è bello il Lungomare<br />

quando il sole se ne và!”<br />

“Quanti fiori...<br />

quanti colori!”<br />

Il Margherita<br />

sembra un guar<strong>di</strong>ano<br />

che nasconde il mare<br />

ai Baresi<br />

che poi<br />

devono avere il piacere<br />

<strong>di</strong> guardarlo.<br />

“Quante barche...<br />

quante lampàre!”<br />

Vorrei avere le ali<br />

per poter saltare<br />

sopra agli alberi <strong>di</strong> corso Cavour<br />

–––– 279 ––––<br />

Nicola Zambetti


e po’...<br />

scivuà.<br />

“La Camere de Commèrce, la Banghe d’Italie...<br />

u Petrezzijdde!”<br />

“No. Nun vogghie acchiamendà...<br />

na brutta fine avà fa!”<br />

Curre... fusce...<br />

sciamànìnne...<br />

pecciè<br />

dò nun vogghie chiù stà!<br />

Me vogghie scì a mette<br />

sope o ponde de la ferrovì.<br />

“Nu trène ca vène...<br />

nu trène ca va!”<br />

“Ke ‘nge avonne fatte<br />

a chèssa Città?”<br />

“L’avonne carcerate...<br />

l’avonne <strong>di</strong>vise a metà?”<br />

“Nu Munne da do...<br />

nu Munne da dà!”<br />

Curre... sciamanìnne...<br />

pecciè<br />

dò nun vogghie chiù stà!<br />

–––– 280 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


e poi...<br />

scivolare.<br />

“La Camera <strong>di</strong> Commercio, la Banca d’Italia...<br />

il Petruzzelli!”<br />

“No. Non voglio guardare...<br />

una brutta fine deve fare!”<br />

Corri... scappa...<br />

an<strong>di</strong>amocene...<br />

perchè<br />

quì non voglio più stare!<br />

Mi voglio andare a mettere<br />

sopra al ponte della ferrovia.<br />

“Un treno che viene...<br />

un treno che va!”<br />

“Cosa gli hanno fatto<br />

a questa Città?”<br />

“L’hanno carcerata...<br />

l’hanno <strong>di</strong>visa a metà?”<br />

“Una Città <strong>di</strong> quà...<br />

una Città <strong>di</strong> là!”<br />

Corri... an<strong>di</strong>amocene...<br />

perchè<br />

quà non voglio più stare!<br />

–––– 281 ––––<br />

Nicola Zambetti


Me ne vogghie scì a Ijapigie<br />

addò<br />

pare chiù granne la Città.<br />

La chiièsa nove de San Frangische<br />

addò a la demèneche<br />

pure le palumbe<br />

tràsene<br />

a sendì la fenzione...<br />

citte citte<br />

sope a l’aldàre.<br />

“Quande so cheriuse...<br />

parène mègghie de le crèstiàne!”<br />

Quande armonìe...<br />

quanda tranquillità!”<br />

Velèsse avè l’ale<br />

pe petè zembà<br />

fine sope a la Croce du Sacrarie<br />

e po’...<br />

velèsse avè l’ècchie<br />

pe acchiamendà...<br />

“Quande figghiie<br />

e... quande attane!”<br />

“Quande mamme<br />

ch’avonne chiangiute!”<br />

“Quanda cristiàne...<br />

scanesciute!”<br />

–––– 282 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


Me ne voglio andare a Japigia<br />

dove<br />

sembra più grande la Città.<br />

La chièsa nuova <strong>di</strong> San Francesco<br />

dove alla domenica<br />

anche i colombi<br />

entrano<br />

a sentire la funzione...<br />

zitti zitti<br />

sopra all’altare.<br />

“Quanto sono curiosi...<br />

sembrano meglio dei cristiani!”<br />

“Quant’armonia...<br />

quanta tranquillità!”<br />

Vorrei avere le ali<br />

per poter saltare<br />

fino sopra alla Croce del Sacrario<br />

e poi...<br />

vorrei avere gli occhi<br />

per guardare...<br />

“Quanti figli<br />

e... quanti papà!”<br />

“Quante mamme<br />

che hanno pianto!”<br />

“Quanti cristiani...<br />

sconosciuti!”<br />

–––– 283 ––––<br />

Nicola Zambetti


Quanda gièvèndù<br />

ca s’ave perdute<br />

pigghiate ke l’inganne<br />

de la frenesìe<br />

de nu tiranne!<br />

“Quanda pace...<br />

quanda tranquillità!”<br />

“No. Nun me ne vogghie scì...<br />

iè addò ca volèsse stà!”<br />

Pecciè...<br />

Bare iè belle...<br />

iè belle assà!<br />

U TRE’SSE’TTE<br />

L’alda matine, ijnd’o giar<strong>di</strong>nette,<br />

stèmme a sciucà ‘o trèssètte.<br />

Stève ie, chembà Giuuanne,<br />

‘mbà Vencinze e u mèste panne.<br />

Tenève ‘nmane, u trè de mazze,<br />

napoletàne a coppe e u’asse cu mestàzze.<br />

Mo, pè fa capì a chembà Giuuanne,<br />

ke a chèdda vanne stève ‘npanne,<br />

‘nge tucquave, chiane chiane,<br />

le gamme ke na mane.<br />

“Lasseme stà le gamme!” ‘nge <strong>di</strong>cève,<br />

ma chudde nun m’accapescève.<br />

–––– 284 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


Quanta gioventù<br />

che si è perduta<br />

presa con l’inganno<br />

della frenesia<br />

<strong>di</strong> un tiranno!<br />

“Quanta pace...<br />

quanta tranquillità!”<br />

“No. Non me ne voglio andare...<br />

è qui che vorrei restare!”<br />

Perchè...<br />

<strong>Bari</strong> è bella...<br />

è bella assai!<br />

IL TRESSETTE<br />

L’altra mattina, nel giar<strong>di</strong>netto,<br />

stavamo giocando al tressette.<br />

Stavo io, compare Giovanni,<br />

compare Vincenzo e il sarto.<br />

Tenevo in mano il tre <strong>di</strong> bastoni,<br />

napoletàna a coppe e l’asso <strong>di</strong> bastoni.<br />

Adesso per far capire a compare Giovanni,<br />

Che a quel palo ero a rischio,<br />

gli toccavo, piano piano,<br />

le gambe con una mano.<br />

“Lasciami stare le gambe!” gli <strong>di</strong>cevo,<br />

ma quello non mi capiva.<br />

–––– 285 ––––<br />

Nicola Zambetti


Gire e reggire, passe e repasse,<br />

a l’uldeme mane, me fregàrene pure u’asse.<br />

Ce nervature ca me venì.<br />

U velève accìde chèdda dì.<br />

Ma po’ me decibbe: “Ma lassa stà<br />

se no, crà, ke ce adda sciucà?”<br />

U VECCHIARIDDE<br />

Addò va?<br />

Acquànne te jalze a la matine tutte stenate<br />

e jisse da caste tutte stralunate?<br />

Addò va?<br />

Acquànne camine pe la strade tutte tremmuànne<br />

co le calzune arrepezzàte, co chedda giacca ca te va granne?<br />

Stive ijnde a la chiiese de San Francische<br />

tutte penzieruse<br />

‘nnanze a la statue de Criste Muerte.<br />

Stive ijnde ‘o giar<strong>di</strong>nette de Chiazza Garebbalde<br />

assedute sope na panchine<br />

cu sguarde fisse in avande.<br />

Ce aspitte?<br />

Co cudde sguarde sckaandate<br />

e le uècchie chiene de chiande?<br />

“Stogghe ad aspettà ca arrive la dìe<br />

ca, da cusse munne,<br />

me carresce vie”.<br />

–––– 286 ––––<br />

Nicola Zambetti<br />

<strong>Bari</strong>


Gira e riggira, passa e ripassa,<br />

all’ultima mano, mi rubarono pure l’asso.<br />

Che nervoso che mi venne.<br />

Lo volevo uccidere quel giorno.<br />

Ma poi mi <strong>di</strong>ssi: “Ma lascia stare<br />

se no, domani, con chi dovrai giocare?”<br />

IL VECCHIETTO<br />

Dove vai?<br />

Quando ti alzi al mattino tutto stonato<br />

ed esci da casa tutto stralunato?<br />

Dove vai?<br />

Quando cammini per la strada tutto tremante<br />

con i calzoni rattoppati, con quella giacca che ti va grande?<br />

Stavi nella chiesa <strong>di</strong> San Francesco<br />

tutto pensieroso<br />

davanti alla statua <strong>di</strong> Cristo Morto.<br />

Stavi nel giar<strong>di</strong>netto <strong>di</strong> Piazza Garibal<strong>di</strong><br />

seduto sopra una panchina<br />

con lo sguardo fisso in avanti.<br />

Cosa aspetti?<br />

Con quello sguardo spaventato<br />

e gli occhi pieni <strong>di</strong> pianto?<br />

“Sto aspettando che arrivi il giorno<br />

che, da questo mondo,<br />

mi porti via”.<br />

–––– 287 ––––<br />

Nicola Zambetti


Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

LA VITA MEIE<br />

Ce pozze <strong>di</strong>sce<br />

della vita meie,<br />

è state belle, è state brutte,<br />

peteve iesse meghie<br />

peteve iesse pescie,<br />

ce u sape!...<br />

Ie so vissute,<br />

e chesse iè essemziale.<br />

Non me vogghie<br />

arregherdà delle cose<br />

brutte che so passate,<br />

ma le momente belle<br />

della vita mea.<br />

La prima comunione<br />

quande so ricevute<br />

Criste in do core.<br />

Quande me so spesate,<br />

e so giurate fedeltà,<br />

pe tutta la vita.<br />

Quande so avute<br />

la prima piccenenna,<br />

me pareve na pupa<br />

ma ieve vera.<br />

Cialde vogghie<br />

dalla vita.<br />

Pure in dalle momente triste<br />

della vita mea,<br />

non so state ma sole,<br />

–––– 288 ––––<br />

Maria Zonno<br />

<strong>Bari</strong>


LA VITA MIA<br />

Che posso <strong>di</strong>re<br />

della vita mia,<br />

è stata bella, è stata brutta,<br />

poteva essere meglio<br />

poteva essere peggio,<br />

chi lo sa.<br />

Io so che ho vissuto<br />

e questo è essenziale.<br />

Non mi voglio<br />

ricordare delle cose<br />

brutte che ho passato,<br />

ma i momenti belli<br />

della vita mia.<br />

La mia prima comunione,<br />

quando ho ricevuto<br />

Gesù nel cuore.<br />

Quando mi sono sposata,<br />

e ho giurato fedeltà,<br />

per tutta la vita.<br />

Quando ho avuto<br />

la prima bambina,<br />

che mi sembrava una bambola<br />

ma era vera.<br />

Che altro voglio<br />

dalla vita.<br />

Pure nei momenti<br />

tristi della mia vita,<br />

non sono stata mai sola.<br />

–––– 289 ––––<br />

Maria Zonno


Mi si allassate sempre<br />

la speranza inde o core,<br />

che l’amore non fernesce maie.<br />

E baste aspettà<br />

u momente giuste,<br />

percè tutte arrive,<br />

pe ricombensà<br />

finalmente tante attese,<br />

so ricevute l’ultima gioie<br />

che non pensave<br />

maie davè e ne de meretà.<br />

U NATALE DE NA VOLTE<br />

Na volte quande arrivave<br />

u Natale ieve na festa grande.<br />

E non iè comma mò<br />

che saccate fatte e tutte.<br />

Prime accamenzanne<br />

da u presepe,<br />

la grotte se faceve in case,<br />

che le carte vecchie,<br />

e che na intelaiature de legne<br />

che saggestave mane mane...<br />

completate dalle squicce de pitture.<br />

E cudde ieve tutte u prisce,<br />

tutte u movimente che<br />

creave atturne a cusse taviline.<br />

–––– 290 ––––<br />

Maria Zonno<br />

<strong>Bari</strong>


Mi hai lasciato sempre<br />

la speranza dentro il cuore,<br />

che l’amore non finisce mai.<br />

E basta aspettare<br />

il momento giusto,<br />

perché tutto arriva,<br />

per condensare<br />

finalmente tante attese,<br />

ho ricevuto l’ultima gioia,<br />

che non pensavo mai <strong>di</strong> meritare.<br />

IL NATALE DI UNA VOLTA<br />

Una volta quando arrivava<br />

il Natale era una festa grande.<br />

E non è come adesso<br />

che si compra tutto fatto.<br />

Prima si incominciava<br />

dal presepe,<br />

la grotta si faceva in casa,<br />

con le carte vecchie,<br />

e l’intelaiatura <strong>di</strong> legno<br />

che si aggiustava mano mano...<br />

si completava con schizzi <strong>di</strong> pittura.<br />

E quella era tutta la gioia<br />

tutto il movimento che si<br />

creava intorno al tavolino.<br />

–––– 291 ––––<br />

Maria Zonno


Le statue che da nanne all’alte<br />

si rimpevene, che savevene ingheddà<br />

e mettele sempre au stesse poste.<br />

E la neve ieve fatta<br />

da tutte le fiocche d’ovatte.<br />

E u rame de pine<br />

aveva completà l’opera.<br />

Percè nononne e zianeme<br />

avevane appende<br />

le manderine e le cioccolate.<br />

E quande se traseve<br />

la sere della visciglie,<br />

u uaddore du u capitone,<br />

agneve tuta la case.<br />

E nu piccininni da nu mese prima,<br />

preparammo la letterina<br />

e la poesia che avemme<br />

a <strong>di</strong>sce a tavola.<br />

Chidde Natale de na volte<br />

me la ricordeche ancore<br />

pe prevà chedda gioia<br />

che senteve inde a u core,<br />

ieve l’amore e la semplicità,<br />

che ne solde e ne tirrise<br />

cepotene chiù daie.<br />

–––– 292 ––––<br />

Maria Zonno<br />

<strong>Bari</strong>


Le statue che da un anno all’altro<br />

si rompevano e si dovevano incollare<br />

e metterle sempre allo stesso posto.<br />

E la neve era fatta<br />

da fiocchi <strong>di</strong> ovatta.<br />

E il ramo <strong>di</strong> pino<br />

doveva completare l’opera.<br />

Perché mia nonna e mia zia<br />

dovevano appendere<br />

i mandarini e le cioccolate.<br />

E quando si entrava<br />

la sera della vigilia,<br />

l’odore del capitone,<br />

riempiva tutta la casa.<br />

E noi bambini da un mese prima<br />

preparavamo la letterina<br />

e la poesia che dovevamo<br />

<strong>di</strong>re a tavola.<br />

Quel Natale <strong>di</strong> una volta<br />

me lo ricordo ancora<br />

per provare quella gioia<br />

che sento dentro al cuore,<br />

era l’amore e la semplicità,<br />

che né sol<strong>di</strong><br />

ci possono più dare.<br />

–––– 293 ––––<br />

Maria Zonno


LA TERRA MEIE IE’ BARE<br />

Simme affertenate nu’ barisi<br />

percè nù tinimme u mare.<br />

E l’estate quande u favugnie<br />

si fasce sentì,<br />

l’epoveridde non tenene<br />

l’aria con<strong>di</strong>zionata,<br />

e se vonne assite<br />

sope achedde panchine,<br />

e se godene cudde belle<br />

vin<strong>di</strong>cidde che ammene.<br />

E quande vite cudde tramonte,<br />

chieni de culure che vonne<br />

da u celeste o azzurre e u russe,<br />

te navvirte de quande la nature<br />

potesse belle.<br />

E quande all’improvvise<br />

vi<strong>di</strong> spintà da u mare<br />

la luna, tonna tonna,<br />

iè tutte na poesie.<br />

E quande vite passà<br />

le nave da crociere<br />

tutte illuminate,<br />

se portene apprisse<br />

tutte le segne neste<br />

pe chidde terre belle e lentane.<br />

Mo annimise pure le fontane<br />

pe abbellì u lungomare,<br />

percè nù non ma invi<strong>di</strong>à<br />

nudde a nisciune.<br />

E quande venene le stranire<br />

a na <strong>di</strong>sce ciè belle Bare,<br />

e sa na pertà u pizze<br />

<strong>di</strong> lungomare iende a u core.<br />

–––– 294 ––––<br />

Maria Zonno<br />

<strong>Bari</strong>


LA TERRA MIA È BARI<br />

Siamo fortunati noi baresi<br />

perché teniamo il mare.<br />

E l’estate quando il caldo<br />

si fa sentire,<br />

i poveri non hanno<br />

l’aria con<strong>di</strong>zionata,<br />

e si vanno a sedere<br />

sopra a quelle panchine,<br />

e si godono quel bel<br />

vento che viene.<br />

E quando ve<strong>di</strong> quel tramonto,<br />

pieni <strong>di</strong> colori che vanno<br />

dal celeste all’azzurro e al rosso,<br />

e ve<strong>di</strong> quanto la natura<br />

può essere bella.<br />

E quando all’improvviso<br />

ve<strong>di</strong> spuntare dal mare<br />

la luna tonda tonda,<br />

è tutta una poesia.<br />

E quando ve<strong>di</strong> passare<br />

le navi da crociera<br />

tutte illuminate,<br />

si portano con loro<br />

tutti i sogni nostri<br />

per quelle terre belle e lontane.<br />

Adesso hanno messo pure le fontane<br />

per abbellire il lungomare,<br />

perché non dobbiamo invi<strong>di</strong>are<br />

niente a nessuno.<br />

E quando vengono gli stranieri<br />

devono <strong>di</strong>re come è bella <strong>Bari</strong>,<br />

e si devono portare un pezzo<br />

<strong>di</strong> lungomare dentro il cuore.<br />

–––– 295 ––––<br />

Maria Zonno


PE LA PASCE<br />

La uèrre! La uèrre!<br />

Quanda gende stà sottèrre<br />

stà destrugge tutte e tutte<br />

e ogne case tène u lutte.<br />

Ah! Ce delore!<br />

Tenìime tutte strazzate u core<br />

soldande a sendì de parlà<br />

me sèndeche le carne d’arrezecà<br />

Bush che la scuse de Bin Ladèn<br />

ha fatte la uèrre a Saddam Hussèn<br />

e po’ che le puzze d’u petrogglie<br />

che la croscke s’ava iìegne u portafoglie.<br />

La uèrre non fasce cose bone<br />

porte mesèrie e <strong>di</strong>struzione<br />

fernìdele, facidùe pe l’amore de Ddì<br />

non vedìte quanda gènde stà a merì?<br />

Avaste che le cannonate<br />

levate le cambe minate<br />

percè stì povere criature<br />

zombene in’arie com’a le feldure<br />

fernìdele de semenà tèrrore<br />

le figghie sò pìizz’e core!!!<br />

Facìte funzionà u cervìidde<br />

fernidele de fà le breggenìidde<br />

v’avìta fa capasce<br />

ca u munne vole la pasce<br />

vole la sèrènetà<br />

cor’a core vole stà<br />

Fuori Concorso<br />

–––– 296 ––––<br />

Enzo Migliar<strong>di</strong><br />

<strong>Bari</strong>


PER LA PACE<br />

La guerra! La guerra!<br />

Quanta gente sta sotterrando<br />

sta <strong>di</strong>struggendo tutti e tutto<br />

e ogni casa ha il lutto.<br />

Ah, che dolore!<br />

Abbiamo tutti straziato il cuore<br />

soltanto a sentirne parlare<br />

mi viene la pelle d’oca<br />

Bush, con la scusa <strong>di</strong> Bin Laden<br />

ha <strong>di</strong>chiarato la guerra a Saddam Hussen<br />

così poi, con i pozzi del petrolio<br />

con la sua cricca si riempirà il portafoglio.<br />

La guerra non fa cose buone<br />

porta miseria e <strong>di</strong>struzione.<br />

Finitela, fatelo per l’amore <strong>di</strong> Dio<br />

non vedete quanta gente sta morendo?<br />

Basta con le cannonate<br />

togliete i campi minati<br />

perché le povere creature<br />

saltano in aria come turaccioli<br />

smettetela <strong>di</strong> seminare terrore<br />

i figli... sono pezzi <strong>di</strong> cuore<br />

fate funzionare il cervello.<br />

Finitela <strong>di</strong> fare i pagliacci<br />

vi dovete far capaci<br />

che il mondo vuole la pace<br />

vuole la serenità<br />

come fratelli vuole stare.<br />

–––– 297 ––––<br />

Enzo Migliar<strong>di</strong>


In<strong>di</strong>ce<br />

Prefazione <strong>di</strong> Romano Bellissima III<br />

Introduzione <strong>di</strong> Rocco Matarozzo V<br />

Primo premio<br />

Giuseppe Zaccaro - U fare du mare 2<br />

Premio sezione <strong>Bari</strong> - ex equo<br />

Francesca Romana Capriati - Gevendù 6<br />

Michele Caldarulo - La casa popolare 8<br />

Premio sezione BAT<br />

Domenico Di Gregorio<br />

Premio sezione Brin<strong>di</strong>si<br />

- Le terrìse e la salùte 10<br />

Apollonia Angiulli - Pute iesse amaure? 12<br />

Premio sezione Lecce<br />

Alberto Quarta - Lu cecu 14<br />

Premio sezione Taranto - ex equo<br />

Cosimo Occhibianco - La vita no mmòri! 16<br />

Ettore Todaro - Varcone in viste! 18<br />

Menzione speciale<br />

Maria Lopez - Luminarie 20<br />

Mario Piergiovanni - U sole 22<br />

Donato Salamina - U rucurd du cor 24<br />

Michele Salomone - Cadute sope o lavore 26<br />

Nicola Vitale - U ‘cecate 28<br />

Diploma <strong>di</strong> partecipazione<br />

Apollonia Angiulli - Na serâte speciâle 30<br />

- A maestra mé 32<br />

Gino Angiulli - A terra nost 34<br />

- I casìedd 36<br />

- Arèll 38<br />

Antonia Basile - A’ mor ie’ camgiet 40<br />

Michele Bellomo - Amajiess tutt ugual 42<br />

- Canisciut e gi simi spisat 44<br />

- Mi sinnabb a mamm 46<br />

Grazia Bruno - L’amor mij 48<br />

Giovanni Caldarulo - Bare sope e sotte 50<br />

- Le nozze d’argìjnde 56<br />

- June monde de la lune 62<br />

–––– 299 ––––


Michele Caldarulo - Nu figghije!!! 70<br />

- Piripicchie 72<br />

Matteo Calvano - Ballata per fisarmonica e tamburelli 74<br />

- I 12 mesi dell’anno: ognuno ha il suo detto 74<br />

Domenico Candelli - Ogne stuèrce jè mmode 76<br />

Anna Cappiello - Jaltamure nòste 78<br />

- La femmene 78<br />

- Me so acchjete chi vip 80<br />

Francesca Capriati - Carnevale 80<br />

- La primavere 82<br />

Vittorio Cascone - ’U mestére 84<br />

- Tande tiemb’ arrete 86<br />

- S’achiude ’u separje 88<br />

- Nu’ piatte p’a cànne 90<br />

Angela Cataldo - U fiùmÖ mÖ’iÖ 92<br />

Pasqua Catucci - Nu nzidd d’acqua 92<br />

- Nu stuzz d’ pen 94<br />

- Quann s’ spos na figghij 96<br />

Annunziata Chironna - ’N’amore a destanze 98<br />

Grazia Corrente - A spranza maj 100<br />

Giacomo D’Angelo - La veite ce valaure tene? 100<br />

- U vjirne andeiche...e moderne 104<br />

- U penzionete 106<br />

Anna Denora - Quanne jère menonne 110<br />

Michele Diele - U penzionete 110<br />

Domenico Di Gregorio - Ié nate Colìne 112<br />

- Augùrie de madremònie 114<br />

Teresa Dileone - Papé è mamme 118<br />

Stella Divella - Luna barèse 122<br />

Domenico Ferrovecchio - U merchéute 124<br />

- L’emigrànde 126<br />

- Nunùnne e nipotìne 128<br />

Assunta Fiore - La casalinghe 130<br />

Agostino Galati - La béfane 132<br />

- U vecchiariidde 134<br />

- La vite 136<br />

Anna Maria Giannini - Sande Valen<strong>di</strong>ne 138<br />

- La Sanda Pasque 138<br />

- Le chélumme de San Giuanne 140<br />

–––– 300 ––––


Michele Giordano - La lode alla mamma maje 144<br />

Giuseppe Interesse - A Bbar vécchie da tann a josce 146<br />

Felicia Loiu<strong>di</strong>ce - La tata 152<br />

- La felecetè jè v’nut angor 152<br />

Maria Lopez - Amarezza 154<br />

- Riflessione 156<br />

Grazia Lorusso - Mamme 158<br />

Sabino Losmargiasso - Il mio “harem” 160<br />

- Le penziaune 162<br />

- Grutte e tenèle 164<br />

Cosimo Maiullari - U’ frutte de la vigne maje 168<br />

- Statte citte, nànzì parlanne 170<br />

- La zanzane 172<br />

Pasqua Martimucci - U vuagnaune ca m’aspetteje 174<br />

Angelo Marvulli - Tup tup 176<br />

Fedele Massante - Le uagnedde 176<br />

- Avijne, ma’, avijne 178<br />

- L’acidde de ze Mengucce 180<br />

Maria Milella - La lèngue d’u pajise mì 182<br />

- Na mangiate e na... fesciute 182<br />

- U tècche d’u arlogge 186<br />

Antonio Molen<strong>di</strong>ni - A lla fini t’abbrìli 188<br />

- Lin<strong>di</strong>ned<strong>di</strong> 190<br />

- Quandu nna cosa è mmota 194<br />

Vito Montanaro - A mascg’ maj 196<br />

Leonardo Nicoletti - L’ fr(e)catur(e) 196<br />

- La mort 198<br />

- U pesc’ aff(e)tt(i)sciut 200<br />

Angela Novelli - Madon andulurt 202<br />

Cosimo Occhibianco - Bbisuègnu ti mamma! 204<br />

Pasquale Peconio - A v-quat 206<br />

- U tupp 208<br />

- Natale tra passato e presente 210<br />

Luciana Punzi - U puaìse miie 216<br />

- L’emigránde 218<br />

- Le mestere 222<br />

Giovanni Quaratino - La “vit’a nost” 224<br />

- U’ operaje 224<br />

- “La carrozz” 226<br />

–––– 301 ––––


Alberto Quarta - Lu sensu ca rrimane 230<br />

Michele Salomone - Inuddele 232<br />

- L’uldeme traiine 234<br />

Nicola Scalera - E timbe noste 236<br />

- I fatejature du comune 238<br />

Nicola Scintilla - Alla chiazza Ferrarese 242<br />

- U muel vecchie 244<br />

- Chimere 246<br />

Pasqua Selvaggi - La segnore selvagge e i viagge sau 250<br />

Anna Simone - ‘Na vite ‘nzimme che mamma maje 252<br />

Antonia Tamborra - L’amore maje 254<br />

- Tamburred 254<br />

Rosa Tamborra - La Germania maje 256<br />

Ettore Todaro - ‘A Babele de lle mute 258<br />

- ‘U sole 258<br />

Tommaso Trotta - U mùnn jì na babb’llónj 260<br />

- La nèv’ 262<br />

Nicola Vitale - Stanza vacande 264<br />

- Vescigghie dell’uldeme du uanne 266<br />

Nicola Vittore - La nott d’ San S(i)lvi(e)st 270<br />

Nicola Zambetti - Chiazza Garebbalde 274<br />

- U tre’sse’tte 284<br />

- U vecchiaridde 286<br />

Maria Zonno - La vita meie 288<br />

- U Natale de na volte 290<br />

Fuori concorso<br />

- La terra meie ie’ Bare 294<br />

Enzo Migliar<strong>di</strong> - Pe la pasce 296<br />

–––– 302 ––––


UIL )endonall d Bati ed <strong>Puglia</strong>-Mk<strong>di</strong> <strong>Puglia</strong><br />

C.so Italia n.4319 - BARI<br />

Tel. 0805231 040 - Fax 0805231 155<br />

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