Libro II B 2012 La Lettura fa l'uomo esatto - Istituto Comprensivo ...

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Libro II B 2012 La Lettura fa l'uomo esatto - Istituto Comprensivo ...

S.M.S. “LUIGI SETTEMBRINI”

CLASSE II B

2011-2012

LA LETTURA FA L’UOMO

COMPLETO…

LO SCRIVERE FA L’UOMO

ESATTO

F. BACONE, Saggi

1


Parole ed

LA LA II II B B SI

SI

emozioni

RACCONTA

ISTITUTO LUIGI SETTEMBRINI

Insegnante:

Prof.ssa Paola Cistriani

Anno scolastico 2011-2012

2


Se potessi pienamente dar vita ai miei sentimenti

E liberi farli scorrer e concretamente fermarli…,

Come chiudere le emozioni in uno scrigno che le custodisca

O sprigionarle, e riviverle senza che il tempo le assopisca…!

Non sono le parole che fissano i pensieri ché fuggono e volano via,

Disperdono le voci e instabili si mostrano i ricordi.

A mantenere vive le speranze, i sogni e le passioni…

Bastano una penna e una pagina bianca da riempire.

3


Scrivere, forse sognare, è una

Esperienza entusiasmante, come cercare nel profondo di sé,

Confrontarsi con le proprie debolezze, paure, sogni, speranze...

Ogni parola scritta è una parte di noi che condividiamo con gli altri.

Non pensieri o riflessioni particolari, basta scrivere ciò che si pensa.

Dare ad altri le proprie idee, renderli partecipi delle proprie opinioni.

All’inizio può sembrare difficile, ma andando avanti

Basta aprirsi al mondo senza preoccuparsi delle critiche altrui.

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Secondo me ogni libro è un lingotto d’oro, è piccolo, ma prezioso,

Emozionante, entusiasmante, grandioso, divertente.

Come una persona va capito, solo così può essere splendido.

Ognuno nel leggere, legge sé stesso e lo scrittore aiuta a ritrovarsi.

Non si fa solo per divertimento o per acculturarsi, si legge per vivere.

Da ovunque si venga si ha da raccontare, scrivere è “parlare senza

essere interrotti”.

A volte sono il protagonista e ogni parola letta mi muove come un

burattino.

Biografie, romanzi, diari, tutti diversi, ma tutti con la voglia di

trasmettere degli scrittori.

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Introduzione

“Senza la scrittura, ogni cosa diventerà insipida.

Leggere non avrebbe più senso.”

V.S. Naipaul

Felicità, libertà, fantasia. Sono questi i sentimenti che provo

quando scrivo un qualsiasi testo. Possiamo fare ciò che più ci

piace, possiamo immaginare un mondo diverso da quello in cui

viviamo, in una nostra nuova dimensione dove tutto è perfetto

secondo i nostri desideri.

Scrivere è raccontare qualcosa alle persone, stupirle, affascinarle!

Potremmo paragonarlo a un’incredibile arte, potremmo definirlo

come la meravigliosa scienza del comunicare.

Non togliendo nulla alla lettura, altra cosa straordinaria e utile per

la vita di tutti i giorni. Tuttavia devo anche dire che la lettura

stessa dipende dalla scrittura, quindi senza quest’ultima non

sarebbe possibile sfogliare e apprezzare un bel libro.

Anche scrivendo noi meditiamo profondamente e vaghiamo

all’interno della nostra stessa anima, raccogliamo le nostre idee

più gioiose e le trasmettiamo agli altri! Viaggiamo in un mondo

interamente nostro, sogniamo, realizziamo qualcosa che mai nella

vita potrebbe accadere!

Condividiamo con tutti quanti i nostri pensieri più segreti e veri!

Facciamo un esempio banale ma molto significativo: il grande

Dante Alighieri avrebbe saputo esprimere tutto ciò che ha detto

nella Divina Commedia esponendolo a voce, oralmente? Di sicuro

la sua mente sarebbe stata davvero limitata e non avrebbe

composto un capolavoro, poiché scrivendo acquisiamo un senso di

libertà che nessun uomo sulla Terra potrebbe darci.

Pierluigi Damosso

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“Sono posseduto da una passione inesauribile

che finora non ho potuto né voluto frenare.

Non riesco a saziarmi di libri.”

Francesco Petrarca

Le pagine ruvide che sfiorano le dita, il tempo che scorre, minuto per

minuto… Assaporiamo le avventure e immaginiamo tutto un altro

mondo. Non possiamo essere interrotti! Ma come è possibile provare un

turbine di emozioni? Semplice: leggendo. Forse la lettura, i libri, sono

alcune delle cose più importanti che possediamo. Leggere ti permette di

sognare, leggere rende possibile l’impossibile, ti fa creare un mondo

tutto tuo dove nessuno è protagonista. Ci sei solo tu, il tempo e le

pagine che scorrono una dopo l’altra. Insomma, leggere migliora la vita

di tutti noi, la rende più ricca e saporita: così noi ragazzi, amici e

compagni, abbiamo deciso di scrivere insieme questo libro che non

contiene ciò che comunemente viene definito “tema scolastico”. Questo

libro contiene ognuno di noi, le nostre emozioni, quello che realmente

proviamo e le nostre esperienze che rendono le giornate più intriganti e

avventurose. E dopotutto che cosa può volere dalla vita un ragazzino

come tanti altri? L’avventura! Cerchiamo la novità, la risata, a volte

anche il rischio, ma soprattutto delle giornate interessanti. Ecco, questo

è proprio ciò che vogliamo trasmettere ai lettori. Qui hanno spazio

storie d’amicizia, esperienze che ci hanno spaventati, le nostre

riflessioni, i pensieri personali e molto altro ancora! In breve speriamo di

trasmettere le nostre emozioni più intense attraverso questi racconti,

come la lettura ha trasmesso emozioni profonde a noi che questo libro

lo abbiamo scritto.

Alice Iacomacci

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La mia adolescenza

tra sogni e realtà

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“L’età di passaggio”

Fin da quando ero piccola ho sempre ammirato i ragazzi più grandi, sembravano

quasi supereroi con un superpotere molto particolare: la pubertà. Li osservavo in

continuazione, provavo ad imitarli senza ottenere grandi risultati.

Il mio punto di riferimento era mio fratello, per me era quasi un idolo; l’ho visto

crescere tanto in poco tempo, la sua voce si è modificata ed ogni tanto sparisce

senza lasciare tracce. E’ entrato nel misterioso mondo dell’adolescenza. Purtroppo i

cancelli di questo mondo non si aprono tanto facilmente; ci vuole del tempo e

quando si è finalmente pronti a varcare la soglia della maturità , spesso si scopre

che non è affatto come ce lo si aspetta.

La pubertà non è una cosa che si acquisisce senza sforzo, in un batter d’occhio, ma è

un processo molto lento caratterizzato da varie tappe, alcune delle quali molto

lunghe e difficili. Ad esempio il cambiamento dell’aspetto: ci si è abituati alla pelle

liscia e morbida da neonati, quando iniziano a spuntare brufoli e puntini neri, si

iniziano a passare ore davanti allo specchio per sistemare i capelli che non ce la

fanno a stare fermi.

Per non parlare di quanto si fa attenzione all’abbigliamento. Per gli adolescenti

l’immagine è molto importante.

Però non è soltanto il fisico ad essere cambiato, la trasformazione maggiore si ha

nel carattere. Nel mio caso sono diventata molto più chiusa, in particolare con i miei

genitori. Spesso sto sdraiata sul mio letto a fantasticare senza aprire bocca, salvo

urlare di andarsene a chiunque provi a rivolgermi la parola. Sto delle ore a pensare:

“ Cosa farò domani?”

Mi piace immaginare il mio futuro. Non ho ancora chiaro nella mia mente cosa fa

in futuro e ogni volta che faccio congetture le cose cambiano. Comunque in ogni

mio sogno sono ricca e famosa e la mia vita è perfetta, senza problemi, ovviamente

so che non potrebbe mai accadere, ma sognare non costa nulla, no?

Comunque l’adolescenza non ha solo lati negativi, infatti ci si sente più liberi di

pensare con la propria testa, senza essere influenzati dai propri genitori. Ora posso

prendere decisioni da sola e mi sento molto più autonoma.

E’ difficile conquistarsi la fiducia dei propri genitori e spesso si finisce per farli

arrabbiare; in questo periodo sono molto in difficoltà con loro, perché non fanno

altro che dirmi che devo diventare più responsabile ed io non riesco a capire cosa

vogliano gli altri da me.

In fondo la vita è come un viaggio, spesso si incontrano degli ostacoli che vanno

superati e a volte si deve scegliere tra due strade differenti. Chi fa la scelta giusta

arriva prima e più facilmente alla meta e non sempre la strada più comoda è quella

giusta.

L’adolescenza è di sicuro una strada difficile o almeno che può sembrare difficile,

ma con un poco di impegno si può arrivare a scoprire che non c’è niente di

complicato, basta essere se stessi.

Se si riflette un attimo, possiamo paragonare un ragazzo ad un bocciolo, pronto a

sbocciare e un adolescente ad un germoglio che si prepara a diventare un bellissimo

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fiore. La pubertà è una fase di passaggio tra l’età infantile e quella adulta, l’età

dell’insicurezza e della paura di non essere accettati, ma anche l’età della crescita,

come un frutto ancora acerbo che non va colto troppo presto, bisogna aspettare

per ottenere il meglio.

L’adolescenza è un’avventura fantastica che va vissuta per arrivare al pieno

controllo di sé e delle proprie capacità, certo può riservare qualche delusione, ma

sicuramente le delusioni aiutano a formare la personalità di ciascuno di noi , infatti

si dice “bisogna imparare dai propri errori”, che durante l’adolescenza sono davvero

tanti.

In conclusione va detto che questa è un’età fantastica, piena di divertimenti e non

va sprecata lamentandosi del fatto che non si è ancora adulti, ma bisogna godersela

appieno.

Rossana Maletto

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L’adolescenza è un periodo…

L’ adolescenza è un periodo della vita in cui cresciamo e ci trasformiamo non solo

nel fisico, ma anche nel modo di sentire, vivere, provare emozioni. Ci poniamo i

primi interrogativi sulla vita e cerchiamo delle risposte. È una fase importante

perché lentamente cominciamo a farci le nostre idee, opinioni e a ragionare in

maniera autonoma passando attraverso le nostre emozioni e le nostre esperienze.

In questo periodo della mia vita, il passaggio dalla scuola elementare alla scuola

media ha significato un momento importante per la mia crescita. Ho dovuto

affrontare i professori e entrare in un nuovo gruppo, la mia classe, con il quale mi

trovo molto bene. Ho cominciato a conquistare un minimo di autonomia come per

esempio ritornare a casa da solo da scuola, organizzarmi lo studio e i pomeriggi con

i miei compagni senza più l’aiuto dei miei genitori, che comunque mi controllano e

mi seguono. Grazie alla nuova scuola e ai contatti con i miei amici mi sono reso

conto che bisogna avere senso di responsabilità nei confronti del proprio dovere se

si vuole che gli altri abbiano fiducia in te, come per esempio i genitori. Questo

periodo della mia vita ha anche degli aspetti più complicati che riguardano il mio

modo di essere. A volte mi sento triste e combattuto tra momenti di grande felicità

e allegria, quando per esempio incontro i miei amici o quando gioco a rugby, e altri

in cui tutto mi sembra difficile e insuperabile, come quando non riesco come vorrei

a scuola oppure quando ho dei litigi con gli altri a cui voglio bene: gli amici e la mia

famiglia. Mi domando come poter superare i momenti più difficili. A volte passa

tutto in un attimo, altre volte ci metto più tempo; allora penso a quello che mi

piacerebbe fare da grande, il telecronista sportivo, e in quei momenti mi consola il

pensiero che non sono solo e ho tanti amici che mi vogliono bene.

Tutte queste mie emozioni che sono rinchiuse nella mia mente sono come dei

movimenti che vanno e vengono. Fanno parte di me e del mio momento di crescita

che è l’adolescenza, che sembra come un’influenza che si cura con il passare del

tempo, ma che mi permette di costruire la mia vita.

Giangiacomo Doglio

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Come le piante…

Noi ragazzi siamo come le piante: quando cresciamo abbiamo bisogno di più spazio

e meno attenzioni. "Buongiorno" mi ha svegliato mia mamma. Ero talmente eccitata

che al primo richiamo sono saltata in piedi sul letto! Poche ore più tardi sarei dovuta

stare su un aereo solamente con una mia amica e l'hostess di accompagnamento.

Aspettavo quel giorno da tantissimo tempo; ero molto esaltata all'idea

di trascorrere due settimane da sola in un prestigioso college per una vacanza

studio, ma ero anche un po' agitata. Ricordo che mio fratello fece il suo primo

campo estivo quando avevo dieci anni, e quando i miei genitori lo proposero anche

a me, io feci un risolino come dire " ma siete pazzi?! Non ci andrò mai!" E invece

eccomi qua, sono diventata adolescente e con me sono cambiati anche i miei

pensieri.

Più che la voglia di imparare e divertirmi mi aveva spinto a compiere

questa avventura la voglia di libertà. Di distaccarmi da tutto e da tutti, di spegnere il

cellulare, di guardarmi intorno e dire: "queste settimane sono mie e me le godo!"

Ho tirato su la serranda e ho chiuso la porta nella speranza di qualche minuto di

privacy. Ho aperto la valigia per ricontrollarla l'ultima volta. Intanto che la guardavo

mi sentivo fiera e pensavo "questa valigia l'ho fatta io!" Non avevo mai preparato

una valigia da sola. In genere era mia mamma che la faceva e ultimamente

decidevamo insieme cosa mi sarei dovuta portare. Evidentemente era cambiata

anche lei o forse il suo parere su me stessa, perchè quando il giorno precedente le

sono andata a domandare quando avremmo fatto la valigia mi ha risposto che ero

abbastanza matura per farla da sola e che lei avrebbe controllato alla fine! Ero

immersa nei miei pensieri quando mio fratello entrò nella mia stanza. Io l'ho

pregato più volte di uscire, ma non mi ha ascoltata. A quel punto ho urlato, mi

aveva veramente infastidito. Ero diventata grande e avevo bisogno dei miei spazi e

della mia privacy. Fino ai sette anni condividevo la camera con mio fratello e

quando i miei decisero di fare i lavori io mi misi a piangere…: ero ancora piccola e

avevo bisogno di una figura più grande che mi proteggesse da eventuali mostri

che sarebbero potuti uscire dal letto o dall'armadio. Adesso non so che darei se

vivesse in un'altra casa. Mi sono andata a lavare e vestire e in un minuto ero pronta.

Mi sono messa ad aspettare in salone. Ho cominciato a fare uno dei miei soliti film

mentali: sarei arrivata al college, avrei incontrato l'amore della mia vita,

un'amica, possibilmente americana, da cui sarebbe stato difficilissimo separami. Sì,

e magari il mio insegnante di inglese sarebbe stato Johnny Deep. Sono tornata alla

realtà. Intanto mi era arrivato un messaggio da una mia amica. L'ho guardato: "zero

voglia di partire". Sono rimasta pietrificata. L'ho chiamata e mi ha detto che era una

di quelle giornate no in cui odi tutto e tutti. Capita spesso anche a me.

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L'ho rassicurata dicendole che le sarebbe passato. Bene mia mamma era pronta,

avevo l'adrenalina che saliva insieme all'ansia. Ho preso la valigia e ho salutato mio

fratello e mio padre, sono uscita di casa sentendomi, finalmente, grande!

Ilaria Manzocchi

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Tutto è possibile, nulla è reale.

L' adolescenza è come il vetro, se si rompe non si ricompone…

Se si cerca sul vocabolario la parola ''adolescenza'' si trova una descrizione

oggettiva. Ma essere adolescenti non c' entra con tutto ciò che viene descritto.

Essere ragazzi è come avere una fiaccola nello stomaco che vuole esplodere

spruzzando creatività, originalità e voglia di vivere. Ma alcune volte questa fiaccola è

troppo ardente e viene spenta con l' aiuto della famiglia e degli amici. Un

adolescente vuole conoscere, sperimentare, come un uccellino che esce dal nido,

consapevole dei pericoli a cui va incontro, ma non potrà rimanere sempre nel nido.

A volte capita di fare sogni assurdi, irrealizzabili, ma forse è proprio l'impossibile che

poi diventerà possibile. Mondi paralleli, nascere in un altro corpo, essere soli in tutto

l' universo, sono questi i sogni che faccio, ma quando sogno è come trovarmi in una

bolla che vola via tra le nuvole, isolata da tutto e da tutti, immersa, con la mia bolla,

tra tutti i palloncini volati via dalle mani dei bambini e tutti fermi in uno spicchio di

cielo. Ma poi qualcuno mi sveglia e mi ritrovo nella vita frenetica di tutti i giorni,

girando e rigirando da una parte all'altra senza sosta, non è più come nella bolla, ora

bisogna preoccuparsi dei voti, degli sports e della salute.

Essere adolescenti è come essere un' esplosione di emozioni: gelosia, rabbia, amore,

amicizia... Ogni tanto mi verrebbe voglia di correre, senza pensare a dove finirò,

come tornerò a casa, come farà il mio corpo a sopportare lo sforzo: la terra è tonda,

quindi a casa ci torno comunque. Il mio carattere sta cambiando, comincio a

pensare a cosa vorrò fare nel mio futuro, penso a come posso essere una buona

amica, come posso prendere bei voti. Il mio cervello è come una fabbrica di

emozioni; è irrefrenabile, continua a produrre senza sosta, ma chissà, magari è

proprio con pensieri che gli scienziati hanno fatto le prime scoperte.

Ogni oggetto che tocco, ogni cosa che vedo mi sembra poco e allora penso a cosa

potrei fare per migliorare quell'oggetto, inventando macchine nella mia testa,

schemi stravaganti per poi tirarne fuori qualcosa di buffo, ma che nella sua ‘buffezza‘

diventa normale.

Qualsiasi sciocchezza ci sembra un' enormità e scoppiamo a piangere, ma ogni volta

che piango penso perché? Non sono così, conosco la realtà, conosco le condizioni di

vita di certe persone e penso sempre come sarebbe bello da adulta aiutarle e allora

perché piango? È una risposta che ancora non mi so dare, e spero che con il tempo e

con l'esperienza riuscirò ad avere una conclusione che non sia la solita: stai

crescendo, è normale. No, vorrei una risposta che venga dal mio cuore e da ciò che

ho appreso. Sono su un autobus e viaggio verso il mio futuro, ignara di ciò che mi

aspetta, ma consapevole che sarò io a stabilirlo. Ho un sogno in una stanza del mio

cuore, ma solo io ho la chiave che apre la porta per accedere a quella stanza. Sono

disposta a tutto per inseguire il mio sogno. Non finirò tra gli ignavi. Non so se ho

reso bene l'idea, ma una banale descrizione non basterebbe per descrivere

l'adolescenza, servirebbe un libro intero.

Michela Oneto

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Quando parliamo…

Quando parliamo di adolescenza dobbiamo prima di tutto chiarire se si tratta di un

periodo bello o brutto della nostra vita. È una decisione soggettiva, che varia a

seconda degli individui e dei ruoli. Sicuramente, ad esempio, mia madre

preferirebbe che fossi rimasta una bambina, che si diverte a costruire castelli di

sabbia e piange quando rimane sola, ma se qualcuno mi ponesse questa domanda

risponderei che si tratta di un periodo bellissimo.

A volte mi chiedo se sono ancora io sotto i vestiti. Non è rimasto niente della Bianca

di qualche anno fa, pochi anni sono riusciti a cancellare tutto, carattere, aspetto,

mentalità, gusti… Tutto è cambiato. Ma no, sono ancora io, in fondo. Sono sempre

quella bambina che aveva paura del buio e che saltava al collo della madre urlando

di gioia. Sono cambiata, ma sono sempre la stessa. Tutto quello che faceva parte del

mio carattere è solo nascosto dentro di me.

Sono come un fiore d’arancio in primavera, sbocciato insieme a mille altri, e insieme

a mille altri diventerà una succosa arancia, e insieme a mille altri, alle fine, cadrà

dall’albero, appassito.

La mia camera improvvisamente diventa piccola, troppo piccola per ospitare la mia

voglia di correre, di scaricare energia. La mia vita è divenuta una continua lotta, i

miei genitori non si rassegnano al fatto che sto crescendo. So benissimo che prima

di poter dire “mamma, sto uscendo” ed ottenere una risposta distratta, quasi

disinteressata, dovrà passare molto tempo e prima dovrò dar prova di affidabilità.

Ciò che caratterizza l’adolescenza è il fatto di non dar troppo peso alle situazioni,

alle liti. Talvolta mi capita di arrabbiarmi, di chiudermi in camera e poi di uscirne,

dimenticandomi del motivo del litigio.

È il periodo che trasforma i bambini in persone adulte e responsabili, almeno

teoricamente.

Qualche volta mi sorprendo a pensare al mio futuro. Ho idee piuttosto vaghe in

proposito. Non sono così ingenua come le mie cugine, convinte di poter vivere in

una fattoria o di fare l’esploratrice, semplicemente immagino un’Italia senza crisi,

senza disoccupazione, dove vivono persone felici. Immagino di viaggiare, conoscere

il mondo, tuffarmi nelle acque cristalline dei Carabi, di esplorare la giungla, di

scalare montagne…, e mi sorprendo a guardare la finestra aperta, aperta sul

mondo.

Bianca Patarnello

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La mia vita è fantastica!

Sono una ragazzina di undici anni che adora sognare. Molto spesso mi fermo

davanti ai posters pubblicitari e sogno la mia vita come se ci fossi dentro. Quando

ritorno nel mio mondo mi sembra tutto gas, vapore e niente libertà. La realtà in cui

vivo non è come quella dei sogni, ma fantasticare una vita migliore mi fa svegliare

con i sorriso al mattino. Uno dei miei più grandi desideri è quello di essere libera e

non avere regole, devo dire che i miei genitori e chi mi sta intorno mi lasciano i miei

spazi. Ho un carattere molto stravagante, c'è chi mi dice che sono pazza, chi crede

che io sia antipatica, chi simpatica, il mio carattere cambia in continuazione,

veramente non lo so neanche io come sono. I miei amici sono la mia vita, con loro

faccio quello che voglio, sono libera! Mi aiutano quando ho bisogno, piangono

quando piango, sono tutto per me. Ci sono però quelle persone che non riesco a

sopportare, sono come una spada tra mille cuori, sono felice di poter sciegliere i

miei amici come piace a me. Ritengo che la scuola oltre che un luogo dove si studia

sia anche un ambiente dove stare con gli amici ed esprimersi. I miei genitori vivono

e passano con me questi annni, lasciandomi sognare l'impossibile senza privarmi del

piacere di vivere. Prima non avevo desiderio di esprimermi con i miei genitori,

adessso al contrario mi piace molto. Una cosa che odio sono quelle giornate

devastanti, che vanno storte da quando ti alzi fino a quando vai a dormire. Tutti ce

l'hanno con te e tu ce l'hai con il mondo. Mi innervosisco per qualsiasi cosa, in

queste giornate mi sento come in carcere, isolata da tutti. Per fortuna ci sono anche

quelle giornate fantastiche in cui tutto è rose e fiori, l'universo ti sorride e tu sorridi

a esso, tutti ti vogliono bene, nessuno si arrabbia, siamo tutti calmi. Se non vedo

bronci e se non li faccio io, mi può bastare per una giornata bella e candida come la

neve. Nella mia vita c'è un elemento troppo importante che non può mancare, mio

fratello. Lui è più piccolo di me, è buono, simpatico e giocherellone, ma anche un

po' dispettoso, con lui faccio tutto l'impossibile e inimaginabile. A lui dico tutto,

insieme giochiamo , sogniamo e ci divertiamo, lui è indispensabile. Ci sono tante

cose negative nella mia vita, ma la mia famiglia, i miei professori, i miei amici e

nemici rendono tutto il negativo in positivo. Le persone che mi stanno intorno mi

rendono felice.

Alice Parrella

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Gli adolescenti…

Gli adolescenti sono considerati da tutti un po’ strani. Come se ci si dovesse tenere

distanti. Questo lo pensavo anche io da piccola: quando vedevo i ragazzi grandi mi

mettevo paura.

Al contrario, ora che sono un’adolescente, mi accorgo che non è così. Infatti , è vero

che siamo euforici, magari lo siamo più del solito, ma non è questa l’unica nostra

caratteristica, ma è quella che si nota di più, perché è anche quella che dà più

fastidio a noi ed a quelli che ci stanno intorno .

Infatti, gli adolescenti vogliono scoprire, provare, pensare e sognare. La cosa più

importante nella vita di un adolescente sono gli amici. Loro ci sono sempre nella vita

di un adolescente, non si può vivere senza.

Facendo un paragone gli adolescenti sono come la luna, che sta per diventare piena,

età adulta; passa da uno spicchio, inizio dell’ adolescenza, alla luna piena. Come la

luna cambia da uno spicchio a luna a piena, così gli adolescenti maturano, fino a

diventare adulti e responsabili, ma come la luna è illuminata sempre da un raggio di

luce, così gli adolescenti sono illuminati sempre dalla speranza e dalla forza.

Spesso gli adolescenti sono in contrasto con la famiglia. Questo nasce perché gli

adolescenti vogliono assomigliare ai grandi, ma ovviamente la famiglia si oppone e

quindi nasce un conflitto.

Ma gli adolescenti sognano anche. Sognano, sognano, sognano, ma poi vengono

sempre riportati alla realtà che non è un sogno, ma è un incubo.

Ma come vivo io l’adolescenza ?

Inizierò a raccontare da quando avevo 10 anni. Ovviamente non ero un adolescente,

ma avevo paura di diventarlo. Tutti quelli che ho conosciuto la facevano sembrare

una cosa bruttissima, da cui si doveva scappare. Ora invece la trovo bellissima: le

amicizie si rafforzano, anche se ci sono alti e bassi. Infatti alcune giornate sono

solare, vado d’accordo con tutti, altre invece è come se stessi in una stanza chiusa e

affollata, urlo ma nessuno mi sente. Invece il mio sogno è quello di fare qualcosa di

buono per il mondo, e non morire senza che nessuno mi ricordi.

Ebbene questo è un adolescente.

Cecilia Perinelli

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Cambiamento e sogni: l'adolescenza

"Vista dai giovani, la vita è un avvenire

infinitamente lungo. Vista dai vecchi,

un passato molto breve."

Arthur Schopenhauer

L’adolescenza è un momento di crescita, di cambiamenti e di sogni che vorremmo

diventassero realtà.

“Quasi adolescenti” siamo come degli uccelli che stanno imparando a volare, perché

è il momento in cui bisogna alzarsi e decidere il proprio destino, capire le nostre

inclinazioni. Alcune volte mi capita di vagare con i pensieri e mi pongo domande

come cosa farò da grande, ancora non ho un’idea ben precisa, ma vorrei

sicuramente fare qualcosa per aiutare il mondo.

Sto molto tempo a fantasticare, ma ad un certo punto devo tornare con i piedi per

terra: pensare al presente, mi devo impegnare nello studio, poi ci sarà un momento

in cui le mie idee si faranno più chiare.

E’ un periodo di cambiamenti : ora voglio più autonomia e libertà. Vorrei decidere i

miei programmi quotidiani da sola senza che nessuno mi dica cos’è meglio o peggio.

Per esempio vorrei andare ai campi estivi solo con le mie amiche.

Quando si è adolescenti, secondo me, una delle cose fondamentali è avere amici

sinceri con cui mi posso confidare e sopratutto con cui divertirmi. Mi trovo bene con

i miei nuovi amici.

Io non saprei come definire il mio carattere, però so per certo che sono timida.

I sogni per i ragazzi sono fondamentali, perché aiutano ad affrontare la vita con più

allegria e serenità.

Ci sono giornate uggiose, quando non vado d’accordo con i miei familiari. Ma alla

fine un raggio di sole risplende dentro di me e tutto si risolve al meglio.

L’adolescenza è un momento di confusione, non riesco a capire bene chi sono,

perché cambio.

Oltre ai genitori, ti accompagnano e aiutano anche i libri, infatti ci sono molti

racconti che trattano sull’adolescenza e quando li leggo capisco che non sono

l’unica ad essere turbata.

Il mio sogno è di poter scrivere libri di fantasia e comici per far divertire la gente.

Giada Smorto

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Per me…

L’adolescenza per me è una caratteristica del nostro corpo che solo noi, arrivati a

questa età, possiamo capire e provare.

Capita certi giorni che sei abbattuta, pallida, e non sai perché, poi ti svegli un giorno

e noti qualcosa… che vorresti a volte rifiutare, ma non puoi, sei diventata grande.

Certe volte mi sveglio di colpo per un sogno fatto, io da bambina e poi d’improvviso

grande, tanto grande, ed ho paura, non so di cosa esattamente, ma ho questa

sensazione.

Ad occhi aperti mi metto a pensare a cosa è cambiato da quando ero bambina ad

oggi, di certo il rapporto con i mie coetanei, la profondità con la quale ci

rapportiamo ora, assolutamente diversa, intensa e profonda. I sentimenti che provo

ora, le reazioni che ho nei confronti di mia madre, talvolta assolutamente e

inutilmente bruschi. Noto che non sono mai tranquilla, che devo fare ciò che ho

voglia di fare altrimenti rispondo male, insomma mi controllo con molta difficoltà, e

poi non mi piaccio più, e capisco che per mia madre è molto difficile in certe

occasioni non perdere la pazienza.

Ho mille desideri che vorrei si realizzassero, vorrei tanto riuscire a fare la biologa

marina, amo il mondo marino ed il mondo animale in genere; avere tanti figlie ed

un marito da amare ed essere amata. Una bella e felice famiglia insomma che duri

per sempre.

Credo di avere un buon rapporto con i mie compagni di classe e con i mie coetanei

in genere, anche se la mia timidezza, che talvolta diventa un limite, mi porta

qualche volta a non esser capita dai mie amici.

Tuttavia spero che questa fase di cambiamento e di sviluppo termini al più presto!

Anna Testi

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Tutti hanno vissuto…

L'adolescenza... Tutti hanno vissuto o vivranno questo periodo pieno di

ripensamenti, sogni e solitudine. Io sto appena varcando la soglia per entrare in

questo mondo pieno di incertezza. Come una bambina appena nata che apre gli

occhi per la prima volta alla luce del sole. Ho già un esempio di un ragazzo che sta

vivendo pienamente l'adolescenza, mio fratello, di quindici anni. A scuola, ma anche

a casa, parliamo spesso di questo argomento, quindi all'incirca già so quali saranno i

miei cambiamenti. Sicuramente, cosa che faccio tutt'oggi, avrò la possibilità di

decidere da sola come vestirmi, seguendo i miei gusti. Devo cominciare, partendo

da ora, a dimostrarmi una persona affidabile agli occhi dei miei genitori, in modo

che essi possano aver fiducia in me, cominciando a rendermi il più possibile

indipendente da loro. Credo che mi capiterà spesso di sognare ad occhi aperti e di

pensare alla mia, futura, immaginaria carriera da grande. Perdersi nella fantasia e

pensare di salire sul palco di Sanremo e subito dopo tornare alla realtà di tutti i

giorni e rendersi conto che queste sono solo illusioni, quasi impossibili... Gli ideali, il

tempo prossimo si possono solo sperare. Oltre alla mia trasformazione mentale,

sicuramente, anche il mio aspetto fisico muterà e credo che lo accetterò in ogni sua

forma. A supportarti dopo questi mille momenti di difficoltà ci sono sempre gli

amici. Sono le stampelle che ti sorreggono, la coperta calda che ti difende dal

freddo. Solo loro possono capire come ti senti realmente perché stanno vivendo

anche loro questo periodo. Personalmente sto incominciando a vivere anche io

questo periodo non nel modo più giusto perché sto litigando più frequentemente

con mia madre. Facile è parlare e spiegare cosa bisogna fare nei momenti difficili

dell'adolescenza, ma poi quando ci si trova realmente in quella situazione è

complicato regolare le emozioni. Questo è ciò che accade a me... Espongo tutte le

mie emozioni, anche se involontariamente e non riesco a fermarle. A complicarmi

questo periodo è anche mia madre che penso debba essere più comprensiva

riguardo ai miei sbagli e rendermi più semplice l'adolescenza. Nonostante ciò la

reputo una madre che cerca di dare il più possibile ai suoi figli e che li educa nel

modo migliore. Per questo motivo credo che l'adolescenza riguardi principalmente

l'adolescente stesso, ma anche la sua famiglia e chi gli sta attorno.

Rosa Maria Tommasini

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La maturazione dei frutti”

“Era come un liquor suttile e molle”

L. Ariosto

Stiamo crescendo, siamo ragazzi maturi che hanno appena sfogliato dodici pagine

della propria vita.

È ora di comportarsi da ragazzi che prendono sul serio la vita, ma che si divertono

alla stesso tempo.

Siamo come dei diamanti grezzi che devono essere sfregati, lavorati e ripuliti, dai

quali poi usciranno fuori dei preziosi splendidi brillanti. Con il tempo il nostro

carattere matura come un frutto in estate.

Questo cambiamento è successo anche a me nei primi mesi di scuola; all’inizio

avevo preso la via sbagliata per la mia vita, una strada tortuosa e pericolosa ma,

fortunatamente, ora sono di nuovo su una via sicura.

Crescendo bisogna anche capire la differenza tra sogni e realtà.

Credo che, almeno una volta ad ognuno di noi, sia capitato di fare un sogno

riguardante il proprio futuro.

Proprio una sera, dopo aver mangiato con la mia famiglia, sono andata a dormire e

ho iniziato a sognare… In questo sogno sembrava che andasse tutto a meraviglia:

ero una donna di successo, un medico importante, rilevante, ero ricca , benestante,

avevo una casa molto grande, lussuosa e sfarzosa con un giardino enorme,

smisurato. Ero vestita sempre con abiti di marche firmate e costose.

Questo sogno andava avanti con scene che raffiguravano la mia presunta vita

futura. La mattina mi sveglio e rifletto sul sogno della notte precedente.

Avevo capito che più di un sogno era un incubo perché le vere priorità della mia vita

sono la famiglia, la fede, l’amore, l’amicizia, la solidarietà e la giustizia e non il

successo, la fama e i soldi, che servono sempre, ma non devono essere al primo

posto nei nostri ideali.

Chiara Vaccaro

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Antologia

Riflessioni da brani scelti

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La mia mamma

Sin dalle prime ore del mattino inizio a prendere in giro mia madre.

La mattina quando mi sveglio la trovo già nel suo bagno, e sembra che ci abbia

dormito dentro perché la sera la lascio lì e la mattina la ritrovo sempre lì. Chissà cosa

avrà da fare di tanto importante!

Poi quando finalmente riesce a uscire dal bagno dimentica sempre qualcosa e deve

rientrarci.

Dopo aver fonato i capelli li riempie di qualche chilo di lacca, meglio non passare

davanti al bagno in quel momento perché c'è una nube pericolosa che viaggia,

minacciando anche l'olfatto più resistente.

Poi si passa alla fase “scelta delle scarpe”.

Mia madre ha tantissime paia di scarpe tanto che la mattina se le prova tutte, ma

alla fine sceglie sempre le stesse.

Dopodiché mette il detersivo e l'ammorbidente nella lavatrice e l'avvia.

Quando finalmente sembra che abbia finito, inizia a controllare se ha preso tutto ed

ecco che puntualmente , dopo aver chiusa la porta, e a volte anche per le scale, si

rende conto che le manca qualcosa e rientriamo.

Poi inizia la nostra corsa a piedi, in quel tratto di strada mi rammenta tutto ciò che

devo fare durante la giornata e nel parlare si distrae e magari non vede dove mette i

piedi...

Per non parlare di quando le si è rotto il tacco per strada, praticamente zoppicava

vistosamente e cercava di far finta di niente!

Quando rientra di pomeriggio, non appena entra in casa inizia a chiamarmi, una,

due, tre, quattro volte... perché, anche se le rispondo, lei non sente, penso che

probabilmente inizia ad avere dei seri problemi d'udito.

Poi mi chiede dei compiti, se li ho svolti e tutti i santi giorni mi ricorda che la scuola

ha priorità su tutto e che devo compiere al meglio il mio dovere, altrimenti mi toglie

giochi e sport.

Io le rispondo che lo so, ma lei me lo ripete puntualmente, penso che cominci a

dimenticare anche ciò che dice...

Verso l'ora di cena è indaffaratissima in cucina e le può capitare che dalla pentola

messa sul fornello fuoriesca qualcosa, come quella volta che si è versato del brodo,

è cascato sul fornello e c'è stata una fiammata.

Però deve dire che le viene sempre tutto buonissimo, anche se mi piace prenderla in

giro anche su questo!

Sì, perché in effetti io le faccio anche degli scherzi e poi ci ridiamo su perchè lei è

fantastica così com'è!

Francesco Graziani

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La mia cara mamma

Avrei potuto scegliere tra cento persone, nel senso che conosco tanta gente che mi

stuzzica l’ironia, ma alcuni vanno esclusi perché sono permalosi, altri perché non

basterebbe una vita intera, altri perché ho paura delle loro reazioni. Alla fine ho

deciso di scrivere un testo ironico sulla mia cara mamma che in realtà è un misto: è

permalosa ed ho paura delle sue reazioni, ma tanto sono sicuro che non leggerà

questo testo.

Mia madre è una barzelletta, la mattina non le puoi parlare fino a che non beve il

caffè. Dopo è meglio, ma non tanto, e non solo perché è nervosa, ma anche perché

assomiglia alla moglie di Frankestein e ho una foto che lo dimostra. Fatta colazione,

usciamo tutti insieme, e meno male che per andare a scuola la macchina la guida

mio padre perché la mamma guida come quella della Carica dei 101, Crudelia

DeMon.

Mia madre è una fissata del pulito: passa sempre l’aspirapolvere, tanto che ti viene

la voglia di spararle o che l’aspirapolvere la risucchi. Lava i panni in continuazione

consumando scatole e scatole di detersivi, però devo ammettere che mi piace avere

i vestiti sempre profumati.

Il resto della giornata lo passa volentieri al telefono, anzi, diciamo che sta sempre al

telefono e metteteci pure che non parla sottovoce, ma che urla tanto che la

sentono anche in provincia.

Nonostante tutto, però, è la mia mamma e le voglio tanto bene.

Daniele Ingenito

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Uno strano “strisciamento”…

Molte persone sono comiche nei loro modi di fare, ma sicuramente i ragazzi sono i

vincitori di chi assume le posizioni più bizzarre. Ho sempre pensato che gli adulti ci

stimassero proprio per questo, perché noi ragazzi riusciamo a metterci nelle

posizioni più strampalate. Nella mia classe ci sono molti "vermi striscianti". Noi

diamo l'impressione che la nostra colonna vertebrale venga sostituita da una molla.

E grazie a questa molla non riusciamo mai a stare fermi per un minuto. Ci dobbiamo

alzare e saltare da un banco all'altro. Durante la lezione possiamo assumere ogni

posizione, la più strana. Ed è facile anche che quando appoggiamo la testa sul banco

ci si chiudano gli occhi dalla stanchezza. Siamo capaci anche di scivolare lentamente

sotto il banco per evitare che le professoresse ci chiamino alla lavagna, per paura di

addormentarci con il gesso in mano. Per prendere la penna, invece di alzarci

cerchiamo sempre la via più difficile, strisciando lentamente piano piano andiamo

sotto il banco. Dopo averla presa non ci rialziamo normalmente, ma facciamo lo

stesso tragitto di prima strisciando e lentamente ci rimettiamo sulla sedia

accovacciati. Questo "strisciamento" tra il pavimento e la sedia accade spesso il

lunedì e tutti sanno il perché e noi lo definiamo il giorno maledetto. A ricreazione la

musica cambia: da "vermi striscianti" ci trasformiamo in "alligatori affamati" che

divorano la propria merenda e si trovano anche dei mendicanti che chiedono un

pezzetto della merenda avanzata a qualcuno. Al suono della campanella ci ritiriamo

nei nostri banchi strisciando piano piano. Le giornate non sono sempre così, ma il

lunedì è il giorno dei vermi striscianti. Il venerdì è il giorno che tutti i ragazzi amano

e il nostro cervello funziona meglio. Diciamo che noi ragazzi siamo le creature più

divertenti di tutto il mondo e non ci manca mai un ragionamento bizzarro per

renderci ancora più divertenti

Giorgia Petrella

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Amici a scelta

Sono un ragazzo molto testardo, quando mi metto in testa una cosa non c'è modo

che qualcuno possa farmi cambiare idea, anche se ho torto. Il mio carattere è molto

strano, infatti la maggior parte delle persone è molto diversa da me.

Uno solo dei miei amici ha il carattere identico al mio, si chiama Giorgio.

Ogni volta che ci vediamo iniziamo a discutere anche su piccolissime sciocchezze,

perché uno dei due deve aver sempre ragione, ma in fondo discutere con lui è la

cosa più divertente che esista.

A mio parere gli amici sono per noi fonte di vita e serenità, sono persone che ci

scegliamo da soli, per questo sono davvero speciali.

Per quanto mi riguarda non scelgo assolutamente gli amici basandomi sulla loro

popolarità, ma dal loro modo di essere e dal supporto che ti offrono nei momenti

più brutti.

Penso che le più grandi amicizie nascono solo vivendo momenti che non potrai mai

dimenticare, con le persone a cui vuoi veramente bene.

Dopo quasi due anni di scuola media credo di aver commesso solo un errore: il

pregiudizio verso alcune persone che adesso sono amici indispensabili per me.

Giulio Cicolella

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Un'amica inimitabile

La prima volta che la vidi mi sembrava una persona chiusa e timida, ma questo era

solo la prima impressione, infatti il detto “l'apparenza inganna” non è falso,

soprattutto per lei. Una persona talmente originale che si mette due orecchini

diversi, dicendo che non li trovava uguali.

Quando la professoressa la richiama lei abbassa la testa e sgrana gli occhi, talmente

tanto, che gli escono fuori. È talmente chiacchierona che dalla Calabria fino al Friuli-

Venezia Giulia sanno quello che le è successo nella giornata

Lei si definisce una persona molto alternativa, quando si sta parlando, dal calcio alla

moda, lei deve sempre dire la sua. È talmente simpatica che l'humor american non

le fa un baffo. Il suo massimo di ascolto è di un minuto e poi dice una cosa che non

c'entra niente.

Analizziamo insieme quello che per lei significa “suo problema”: quando inizia a

parlare di questo hai tre possibilità: 1) dirle che ha ragione 2) annuire con la testa 3)

dirle che non è vero; ma dopo un po' scopri che la terza è impraticabile perché, se la

contraddici, ci puoi discutere per un‘ intera giornata finché non decidi di dirle che ha

ragione.

Su di lei si potrebbe fare un film perché è molto spiritosa ed è un'ottima amica.

Grazie a tutte queste caratteristiche possiamo dire che lei è l'unica e inimitabile

Alice.

Matteo Conti

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Il mio futuro

Ogni volta che rifletto sulla mia vita non penso quasi mai al mio futuro, anche

perché sono ancora molto giovane.

Le rare volte che ci penso mi vengono in mente le idee più strane e particolari.

Il mio futuro lo descrivo in una sola parola: equilibrio.

Mi dovrò scegliere, infatti, un lavoro adatto alla mie capacità e che mi piaccia.

Le professioni a cui penso di più sono l’avvocato e il giornalista.

L’avvocato perché principalmente mi affascina il fatto di essere indipendente e

anche perché mi piace parlare ed esporre una difesa o un’accusa.

Vorrei anche essere un giornalista perché amo raccontare le cose che accadono, ma

anche perché mio padre professa questo mestiere e mi ha trasmesso parte della sua

passione.

Nonostante i miei grandi sogni, non riesco a decidere che strada intraprendere nei

prossimi anni della mia vita.

Per adesso mi rilasso e non ci penso molto, non è ancora arrivato il momento delle

scelte.

Spero soltanto che quando arriverà la mia occasione, io la sappia cogliere e

imbocchi la strada giusta.

Pierluigi Damosso

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Sogno di diventare…

Io, come Oscar, voglio diventare una star, una persona famosa, ma i problemi non

sono pochi e gli ostacoli sono molti, quindi ho deciso che per adesso mi limiterò a

sognare a occhi chiusi, cioè solo quando dormo.

Oggi, 23 ottobre del 2044, sono andata a scuola e ho incontrato la prof. Cistriani

mentre si dirigeva verso la sala professori nell'intento di cambiare registro dove

avrebbe messo i voti delle povere vittime colte in fragrante sul fatto, cioè di non

aver studiato. Ad un certo punto la professoressa si accorse di me, forse perché la

stavo fissando da più di due tocchi di orologio dopo il suono ripetuto della

campanella, quindi come un topo in cerca di formaggio, mi diressi velocemente

verso la mia classe, la 2B.

Ooooh, la 2B e' il mio posto preferito dove ci si può divertire, giocare, confidarsi con

gli amici, ma si deve pure studiare.

Ho molti segreti, ma non oso scriverli sopra questo foglio di carta che tutti possono

leggere, così che un mio segreto diverrebbe la notizia del giorno e piano piano lo

saprebbe tutta la scuola, perché sapete come si dice, la scuola è piccola, la gente

mormora e, eccolo la' che in giro di due giorni lo saprebbero tutti.

Ora basta parlare di me, parliamo invece della persona più importante nella vita: la

mamma.

La mamma, quella figura che ti sta sempre con il fiato sul collo pero' ti vuole bene

più di ogni altra cosa al mondo, e ne ho avuto la prova esattamente tre giorni fa,

quando sono rientrata a casa da pallavolo.

Entrando ho buttato il mio zaino all'ingresso, e mi sono diretta subito in cucina per

bere un bicchiere d'acqua, perché ero più assetata di un mammut; poi sono tornata

all'ingresso e ho visto mia madre che batteva furiosamente il suo piedino per terra e

inoltre aveva uno sguardo che mi fulminava come i fulmini di Zeus. Quando l’ho

guardata, mi ha spiegato le regole fondamentali della casa, tra cui non lasciare lo

zaino all'ingresso.

Beh, dopo quella sgridata, ci penso non due volte, ma dieci prima di lasciare il mio

zaino all'ingresso. Il punto e' che la mamma, sì alcune volte ti sgrida e sa essere

anche molto severa, ma ti aiuta a diventare una persona migliore ed e' per questo

che ho molta stima di lei.

Victoria Giannetti

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Il futuro è il cassetto dei nostri sogni

''Papà come sarà il mondo nel futuro?''

''Spetta a noi deciderlo, possiamo lasciarlo così, inquinato e mal gestito o possiamo

agire e cambiar.

Chiudo gli occhi e pochi secondi dopo mi ritrovo vestita da futurnauta a bordo di

una macchina del tempo. ''Whauw! Chissà dove sono?'' penso guardandomi in giro,

poi sento una voce meccanica che dice: ''digitare nome del luogo e del periodo che

si vuole visitare''. Io eseguo e inserisco i dati: 13 Marzo 2599. Non succede nulla, ma

poi con mia grandissima sorpresa si accende la navicella e viene avvolta in un vortice

di luce che ci trascina in pochi attimi in un mondo parallelo. Mi trovo sempre a

bordo, ma sta volando! Sento una strana sensazione, un misto di curiosità, paura e

fascino; sono sola sull'aereo e lo sto pilotando io, come una vera professionista.

Decido di vedere come è il mondo, come lo abbiamo trattato e allora scendo in

Africa. Vengo accolta con grande felicità da tutti gli abitanti. Pensavo di trovare

povertà e tristezza, ma no. Non è così. Conosco una ragazza, Binah, lei mi spiega

cos'era successo: qualcuno si era preoccupato di loro creando una associazione

contro le terribili condizioni di vita che dovevano sopportare gli africani.

L'associazione aveva cambiato il destino di ogni abitante dell' Africa, creando vere e

proprie città, con farmacie, un sistema di acquedotti e fognature, aveva abolito ogni

forma di crudeltà contro ogni essere vivente, e aveva stabilito un governo solido ed

efficace, con una costituzione dettagliata e rispettata da ogni cittadino. Sono

davvero basita di fronte a queste parole, allora faccio scorta di viveri e acqua e

continuo il mio viaggio. Mi avvio verso l'Afganistan, atterro molto distante e poi

proseguo a piedi per paura di qualche attacco. Arrivo a Kabul ansiosissima, ma vedo

un gruppo di bambini giocare con gli aquiloni, mentre i genitori chiacchierano

tranquillamente in un bar. Mi avvicino a un bambino e gli domando cos'era

successo, come si è conclusa la guerra e sopratutto perché. Il ragazzo mi risponde

che per merito di una pace fatta tra le nazioni e gli stati che combattevano aveva

fatto tornare il paese in uno stato di serenità e felicità. Poi chiedo come avevano

fatto a riparare tutti i danni con i pochi soldi rimanenti, lui mi risponde che molti

stati hanno aiutato a pagare i lavori per riparare le città, hanno lavorato tutti i

cittadini per rimetterle in piedi e ha funzionato perché in pochi anni sono riusciti a

concludere l'operazione. Faccio un giro per il paese ed è tutto vero, in Afganistan

c'è la pace. Riprendo l' aereo e vado in Alaska, lì hanno di sicuro bisogno di aiuto,

sopportano condizioni metereologiche allucinanti. Atterro in un villaggio che da

lontano sembrava male organizzato. Sono accolta da una famiglia gentilissima

composta da sei membri. Mi dicono però che alcuni dei loro figli stanno studiando,

capisco la loro situazione, dico che sono genitori fantastici che lasciano andare i figli

in un altro continente rinunciando a stare con loro per evitare che provino le stesse

emozioni che stanno provando loro adesso. Mi guardano come se fossi un alieno, e

mi dicono che i figli studiano in scuole appena dietro casa. Non capisco com'è

possibile e chiedo spiegazioni. Loro mi dicono che sono venuti dei volontari per

aiutarli e hanno costruito dei villaggi con i migliori impianti di riscaldamento del

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mondo così anche loro potevano condurre una vita normale e così è stato, ora

vivono l'estate come in qualunque altro posto del mondo e non devono neppure

preoccuparsi del cibo perché arriva una nave ogni mese con scorte di cibo e giochi

per i bambini dal Canada. Ancora confusa e scioccata prendo l' aereo e arrivo fino in

Grecia. Il mare è limpidissimo, le città pulite e con servizi ben funzionanti. Ogni città

ha un sito storico, e vari musei dove si espongono i ritrovamenti degli ultimi scavi

fatti in quelle zone. Ancora una volta chiedo informazioni a una guida di un museo

che era in pausa pranzo. Il signore è gentilissimo, concede a me il suo tempo libero

per permettermi di capire cosa era accaduto. Inizia a raccontare che non da molti

anni tutti gli abitanti della Grecia avevano pagato delle tasse affinché si potessero

avviare delle procedure di pulizia del mare, restauro delle città e riavvio dei mezzi di

trasporto. Inizialmente la popolazione era abbastanza povera, ma poi pian piano la

Grecia si è arricchita sempre di più e ora è al primo posto come quantità di turisti

ogni anno e ha anche vinto qualche premio per le spiagge più pulite. Sono molto

soddisfatta del mio viaggio e non volevo rovinarlo, ma come posso non dar un

occhiata al mio paese. Allora faccio benzina, sorvolo per un breve tratto il

mediterraneo e atterro a Roma. Arrivo davanti a San Pietro e vedo questa enorme

lastra di marmo con incise le nuove riforme che erano state attuate: i mezzi propri,

se con con un permesso, il weekend non potevano circolare, sono stati aumentati i

controlli per gli autobus, per i posteggi, per il pagamento delle tasse e perfino per

controllare se i cittadini gettavano i rifiuti nei cassonetti. I servizi pubblici funzionano

meglio e più rapidamente, Ostia è stata pulita, dal mare alla città, i siti storici sono

stati più pubblicizzati, queste e molte altre migliorie sono state applicate a tutta la

nazione. È davvero molto realistico, ma non è il presente, perciò se vogliamo che il

mondo sia veramente così, noi, tutti insieme, dobbiamo agire ora, soprattutto noi

giovani perché siamo il futuro. Mi do un pizzicotto e sono sveglia pronta a

trasformare quello che ora è un sogno in realtà.

Michela Oneto

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Un piccolo desiderio un grande segreto

Ognuno di noi ha un piccolo desiderio e un grande segreto che non riesce a tenere

dentro. Per alcune persone lo scrivere è un modo di liberarsi ed esprimere così la

propria rabbia e la propria gioia. Io invece mi libero completamente con il disegno.

Dovete sapere che non sono una ragazza che si esprime senza difficoltà, anzi,

spesso lo trovo difficile perché ho paura di offendere chi ho di fronte. Ecco perché

per esprimermi liberamente disegno. La maggior parte delle ragazze della mia età

ha il proprio diario segreto dove scrivere tutti i pensieri e tutte le emozioni. Beh, io

non ho un diario, ho una psicologa e vi auguro di non averne una a questa età

perché è difficile esporre i propri problemi e sopratutto dire cosa pensi delle

persone grandi. Non è una cosa noiosa, però forse andarci da grande sarebbe più

semplice, nel senso che secondo me i grandi a volte sono più "crudeli" di noi ragazzi;

per loro infatti è più semplice parlare, giudicare e esprimere la propria opinione. Ma

anche noi abbiamo un nostro carattere, un po’ faticoso da gestire, senza bambini la

vita sarebbe più facile e sicuramente più noiosa per i nostri genitori: anche essi sono

stati bambini, perciò alcune volte ci capiscono. Io non vorrei andare più dalla

psicologa. A Ludovica, la mia migliore amica, ho confidato questo piccolo grande

segreto. A dire la verità a giugno finirò e il prossimo anno avrò più libertà. Vi darò

due consigli se vostro padre e vostra madre decidono di mandarvi da una psicologa:

uno, se non ci volete andare giurate di scrivere tutti i giorni sul diario, anche voi

maschi, ma se avete letto il "diario di una schiappa" vi consiglio di prendere un

diario senza scritta, altrimenti vi rovinate la reputazione se vi beccano. Secondo, se

dalla psicologa non sapete cosa dire, improvvisate perché il silenzio che si forma è

imbarazzante. Vi auguro di avere una vita semplice, se esiste, o altrimenti affrontate

con coraggio tutti gli ostacoli che troverete, vi assicuro vi aiuteranno a crescere.

Giorgia Petrella

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2 diari, 2 persone, 2 vite, 2 momenti diversi, ma la stessa richiesta :

pace!!!!

Anne Frank e Zlata Filipovic sono 2 ragazze, vissute in tempo diverso, ma sempre in

epoche di guerra. L‘una è riuscita a salvarsi, l’altra no . Anne era ebrea ed ha vissuto

la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti, Zlata ha vissuto nella guerra della ex

Iugoslavia. Hanno cose in comune e cose diverse: entrambe scrivono per

dimenticare, il diario è un amico, tutte e due vivevano in una famiglia normale,

come bambini normali: guardavano la TV, facevano sport, ma con la guerra tutto è

cambiato: si devono nascondere in luoghi segreti per scappare dall’odio. A nessuna

delle due piace il luogo dove si nascondono e non si sentono a loro agio. Tutte e due

detestano la guerra e l’odio, ma hanno ancora una speranza, come se fossero in un

pozzo profondo e devono arrampicarsi con delle corde per salvarsi. Ad alcuni le

corde sono state tagliate, perché hanno perso le speranza, ma a loro no.

Le cose diverse sono che loro non vanno a scuola, ma Zlata frequenta corsi

pomeridiani di musica, mentre Anne deve procurarsi da sola i libri di testo. Inoltre

Anne ha un bisogno materiale di scrivere, mentre Zlata cresce scrivendo. Leggendo

alcuni passi dei loro diari si nota come la guerra cambia le persone: infatti queste 2

ragazze diventano grandi, e hanno pensieri molto maturi per la loro età ed è triste

vedere come conoscano la cruda realtà.

Cecilia Perinelli

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Stop alla guerra

Anne Frank e Zlata Filipovic sono coetanee, vissute in due periodi di guerra diversi.

Entrambe le ragazzine, non avendo amici a cui riferire ciò che provano decidono di

avere degli amici di carta a cui daranno pure un nome. Dai loro diari si può capire

che le bambine sono infelici a causa della guerra che ha causato in loro e nelle loro

famiglie una tristezza, che prima era del tutto inesistente. Guardano il mondo

nascoste in una cantina, infatti non possono uscire dalla loro "abitazione" per paura

dei soldati nemici che controllano il territorio e che, appena vedono qualcuno,

sparano. La guerra sta distruggendo la loro infanzia, la loro gioia di vivere, ma anche

i loro parenti che dimagriscono a vista d'occhio da un giorno a l'altro. Ma,

nonostante tutto non perdono la speranza di vedere la bandiera della pace

sventolare nel vento. Personalmente, trovo inutile la guerra perché non risolve

niente, anzi distrugge anche la vita di persone innocenti, come i bambini...

Rosa Maria Tommasini

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Anne e Zlata

Anne e Zlata sono due bambine quasi adolescenti che scrivono un diario per

esprimere i loro sentimenti e le loro idee.

Questi due diari, ormai diventati racconti e libri per ragazzi, narrano entrambi

dell'infanzia di queste due bambine passata in balia della guerra.

I diari sono molto simili, ad esempio: Anne scrive il suo come se stesse parlando alla

sua migliore amica di nome Kitty, Zlata fa lo stesso, ma questa volta il nome della

sua amica è Mimmy.

Quando scoppiò la guerra sia Anne che Zlata dovettero lasciare la scuola, di

conseguenza abbandonarono gli studi, però le due ragazze riuscirono comunque a

seguire dei corsi: Anne un corso di corrispondenza di stenografia, Zlata i corsi di

musica e matematica.

La vita era diventata così difficile che le due protagoniste dovettero vivere in

condizioni estreme. Zlata dovette vivere nella cantina di casa sua senza poter uscire,

mentre Anne in una situazione ancora più difficile, infatti fu costretta a stare nella

soffitta di un ufficio. Entrambe dicono però che, anche se i luoghi in cui erano

costrette a vivere erano disagevoli, dovevano per forza restarci perché grazie a quei

nascondigli avrebbero avuto una remota speranza di salvarsi.

La cosa che mi ha commosso di più è stata che sia Anne che Zlata dimostrano nei

loro diari che hanno ancora una speranza e non vogliono arrendersi.

Victoria Giannetti

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Una paura passata

Da bambino, avevo appena sei anni, uscì al cinema il film Spider-man.

La visione di quel film provocò in me un grande terrore per i ragni perché il

protagonista viene morso da un ragno e, dopo una dolorosa trasformazione, scopre

di avere dei poteri. La scena che mi impressionò molto fu quella in cui sulle mani del

protagonista, dopo il morso del ragno, nascevano dei piccoli peletti a forma di

uncino che gli sarebbero serviti per arrampicarsi sulle pareti.

Questa scena suscitò nella mia immaginazione la paura che qualsiasi ragno, anche il

più piccolo e innocuo, potesse farmi del male. Ogni volta che vedevo un ragno o una

ragnatela correvo via con la sudarella; questa paura mi ha accompagnato per molto

tempo e mi ha esposto a brutti scherzi da parte di mia sorella e di mio padre.

Mia sorella mi ha fatto uno scherzo orribile: si era divertita a disegnare un ragno

sulla parete del letto, perciò ogni sera o non riuscivo a dormire per paura che si

spostasse verso di me o dormivo per terra.

Ancora più terribile fu lo scherzo di mio padre che aveva disegnato un ragno tra una

mattonella e l’altra, vicino al pulsante dello sciacquone.

Avevo fatto pipi e quando alzai la mano per spingere il pulsante, sono scappato

terrorizzato.

Un pomeriggio decisi di farla finita con la paura dei ragni. Presi uno straccio e mi

avventai sul ragno con tutto il corpo.

Tolto lo straccio rimasi sorpreso, perché il ragno non era morto, in quanto era solo

un disegno. Da questo episodio, piano piano la mia paura per i ragni è scomparsa

del tutto.

Riccardo Anselmi

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I regali a Natale fanno la differenza

Il giorno di Natale di qualche anno fa, ero ancora piccolo e ansioso dell’arrivo dei

regali di Natale.

Erano le dieci di sera quando chiesi a mia nonna che regali avrei ricevuto.

Mia nonna mi rispose che per me non c’era nessun regalo per Natale da parte di

nessuno.

A me sembrava tutto molto strano perché, sì mi ero comportato un po’ male quell’

anno, ma non tanto da non ricevere regali.

Così, ancora confuso, andai a chiederlo a mia madre che però mi rispose la stessa

cosa.

Avendo la conferma di tutti, diventai triste e andai a letto sapendo che tanto non

arrivava niente. Dopo un’ora mi svegliai, erano le undici e quarantacinque e ancora

si stava giocando a carte.

Andai in salone e non trovai alcun regalo come mi avevano già detto. Quindi andai a

seguire la partita di carte.

Poi però, andando a prendere un cioccolatino in salone, trovai tutti i miei regali e

pensai che almeno Babbo Natale avesse capito che me li meritavo. Tutti, contenti,

mi dissero che per sbaglio la polvere di Babbo Natale mi aveva portato dei regali. La

presi male pensando che ci fossero dei fantasmi.

Solo dopo qualche anno avevo capito che si erano coalizzati per farmi uno scherzo.

Federico Lai

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Un pessimo scherzo

Ero rimasta a casa da sola ed era molto tardi. Stavo vedendo un film dell'orrore

nonostante mi facesse paura.

Finito il film andai in camera mia per dormire, anzi, per tentare. Poco prima di girare

a sinistra del corridoio che in quel momento mi sembrava non finisse mai, tutte le

luci accese si spensero. Un terrore inaudito mi prese il cuore e iniziai a sudare

freddo. Presi la prima torcia che trovai e aprii l'impianto della luce. Non capivo più

niente!

Decisi di chiamare i miei genitori ma non rispondevano. Lo stesso le mie sorelle. Ma

cosa stava succedendo?

"È solo una stupida coincidenza" pensai in quel momento. Infatti avevo ragione

perché due minuti dopo le luci si riaccesero per mia grande fortuna. Mi distesi sul

letto ed ero ancora tremante quando la televisione si accese da sola. Pensai che era

un’ ulteriore coincidenza e che non dovevo preoccuparmi, eppure ero nel panico.

Oltretutto degli strani rumori per tutta casa iniziarono a manifestarsi

incessantemente.

Era tardissimo e molto probabilmente la mia casa era infestata.

Che potevo fare?

L'unica cosa che mi venne in mente fu di prendere un bastone ed esplorare per poi

colpire l'eventuale ladro.Tutte le luci erano accese, ma non vi era alcun rumore... Un

passo, due, tre passi, finché... Ahhh!!!!! Diciamo solo che ero sulla soglia

dell'infarto. Chi era l'artefice? Mia sorella ovviamente. Avendo scoperto dell'horror

in cui mi ero imbattuta pensò bene di mettersi una maschera da killer e di utilizzare

una mazza per spaventarmi a morte. Ero così terrorizata che nemmeno l'avevo

sentita rientrare! Prima la picchiai per vendicarmi, poi mi fece le sue scuse, ma per

una settimana non feci altro che guardarmi le spalle!

Alice Iacomacci

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Solanas: un piccolo paese. ma ricco di emozioni.

Solanas è un piccolo paese che si trova nel sud della Sardegna dove ho trascorso

l’estate da quando sono nato. È un luogo isolato come un deserto, ma ricco per le

sue bellezze.

Si riconosce dal bel mare che sembra di colore verde smeraldo, dallo strano colore

della sabbia con quel suo giallo particolare e infine dalle piante, come i fichi d’india

e gli ulivi. Per me Solanas è un ”paese tradito” perché d’estate tutti vanno per

vedere e “assaggiare con gli occhi” il suo bel mare, mentre d’inverno è sempre

isolato come una mosca nel deserto.

Mi è sempre piaciuta Solanas per la sua aria di paese con due piccole chiese, tre

piccoli supermercati, i piccoli immobili e le sue ville di cui una è proprio la mia.

Sono molto affezionato a questo piccolo paese, perché qui ho vissuto metà della

mia vita con mio cugino di nome Andrea che l’ha reso ancora più allegro.

Penso che Solanas abbia un sentimento grazie anche alle persone che ci vivono.

I miei nonni l’hanno vista nascere e ci sono molto affezionati.

Il mio divertimento è solo lì con i miei cugini in qualsiasi punto di Solanas.

D’estate lì sono sempre allegro, ma quando ne esco divento triste improvvisamente.

L’unica che non è soddisfatta di Solanas è mia madre perché dice che non si può

stare sempre con le stesse persone.

Le do ragione perché è giusto che lei possa conoscere nuove persone di un altro

luogo, ma le do torto perché non bisogna abbandonare i propri cari e quello che ti

sta intorno.

Con delle riflessioni direi che Solanas assomiglia al villaggio che descrive Giacomo

Leopardi nella poesia intitolata “il sabato del villaggio”.

Federico Lai

39


Cartesio

La lettura di buoni libri è come una

conversazione con uomini magnifici dei

secoli passati. Parlare con loro è come

viaggiare”

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“I libri sono ali che aiutano a volare, i libri sono vele che fanno navigare”

Sono nata forse dalle magiche parole di un libro o dal prodigio di una fata… Di sicuro

la mia vita scorre nei sentieri di un mondo incantato: il mondo dei libri.

Sono proprio loro, i libri, che nella mia casa, come nella mia vita, regnano sovrani

incontrastati. Quando leggo, mi isolo dal mondo e mi concentro sulla storia come se

la mia camera diventasse una giungla o, perché no, magari un castello! Bisogna

crescere leggendo perché leggere fa crescere. La frase di Cartesio, mi ha colpito

molto e la approvo in tutti i sensi. I libri “veri”sono ricchi di metafore e similitudini

per trasmettere al lettore un’emozione indescrivibile come la lettura. Per fortuna la

mia famiglia legge molto e fin da quando ero piccola, mi hanno trasmesso questa

passione. I libri sono come degli amici che ti fanno viaggiare nella fantasia, quando e

dove vuoi. Penso che la lettura possa rappresentare uno dei giochi preferiti dei

bambini, un gioco in cui si viaggia, si cresce, si esplora in compagnia di tanti nuovi

amici. Difficilmente un bimbo diventerà un lettore se non vede l'esempio dei

genitori, per questo ringrazio la mia famiglia. La lettura è sempre stata

fondamentale per l'uomo. La capacità di leggere e scrivere gli ha permesso di

svilupparsi e di evolversi. Grazie ai libri possiamo crescere culturalmente, divertirci,

incuriosirci e volare con la fantasia. Non credo sia vero che la passione per la lettura

sia in calo, ma piuttosto, sia "mutata". Attualmente gli adolescenti hanno perso la

voglia di leggere, magari per sembrare grandi oppure perché la considerano cosa da

bambini, ma la lettura non ha età, perciò bisogna dare loro una chance! Chissà,

magari in un futuro, la tradizione di leggere si riprenderà, anche se ormai computers

e videogames l'hanno sostituita. Non mi stancherò mai di leggere, perché leggere è

come navigare in un mare di parole infinite.

Agnese Rocchegiani

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La lettura è un viaggio che non costa nulla”

Cartesio fu un filosofo del 1600. Una sua frase importantissima è : “la lettura di

buoni libri è come una conversazione con uomini magnifici dei secoli passati. Parlare

con loro è come viaggiare”. Con questa frase, vuole spiegarci l’importanza dei libri,

delle grandi botti da cui attingere cultura e tenersela ben stretta. Cartesio parla

pure di un viaggio. Esistono diversi tipi di viaggi: viaggi di piacere come una gita, il

viaggio sacro, come i pellegrini, che vanno in un luogo dove, magari è apparsa la

Madonna, per pregare e ricevere la grazia. Poi c’è il viaggio della speranza, molto

contemporaneo, compiuto dalle persone che vengono da paesi poveri dove c’è la

guerra, per venire in posti ricchi; infine c’è il viaggio immaginario , come quello

dell’Eneide e dell’Odissea.

Ma i viaggi non si compiono solo tra “luoghi”, sia immaginari che reali, ma anche nel

tempo; questo è proprio il viaggio che l’autore intende.

L’autore come “ buoni libri “ vuole indicare i libri classici. Ma perché proprio i libri

classici?

Perché questi libri ‘buoni’ sono ricchi di insegnamenti. Cartesio ci dice anche che è

come parlare “con gli uomini del passato”, quelli che li hanno scritti e perché quei

libri hanno affascinato milioni e milioni di persone. I classici sono i più belli, quelli

che, quando inizi a leggere, dici: “nooo, …il solito classico…”, mentre poi ti

affascinano con l’energia e la grazia delle parole. Sono libri a cui si riconosce un solo

difetto: “li si legge troppo in fretta”. Non è a caso che i genitori ci dicono “leggi i

classici“. Anche io ho letto molti classici. Quelli che mi sono piaciuti di più sono

stati: il Barone rampante, il Visconte dimezzato, Uomini e topi e l’Amico ritrovato.

Sono uno spaccato della società del tempo antico e del pensiero dell’autore, e sono

libri che non andranno mai persi.

Cecilia Perinelli

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Non è solo un passatempo…

Su questa frase si potrebbe fare un lunghissimo dibattito, ma io proverò a spiegarla

in poche pagine. La lettura non è solo un passatempo, è immergersi con l' anima nel

luogo descritto, vivere quelle emozioni, vedere quei fatti; ed è qui che si nota la

differenza tra un buon libro e uno di poco valore. La lettura di grandi classici è, non

solo bellissima di per sé, ma è anche affascinante il modo in cui è scritto, i costumi

dell'epoche: è quasi come fare un viaggio nel passato e conoscere gli artisti di

grande fama, capire ciò che pensavano, il loro modo di esprimersi, come è nata la

nostra lingua. Questa per me è l' avventura più bella che si possa mai vivere. I diari,

le autobiografie, i romanzi, ognuno è speciale, ognuno ti fa vivere emozioni diverse,

capire come si sentiva lo scrittore. Le parole dei libri, legate insieme, compongono

quasi una melodia che cattura il lettore e lo fa addentrare nel libro. Un libro che

dura una stagione non accende dentro di te alcuna scintilla, non sa capire

esattamente ogni lato sensibile del lettore, un libro non buono non riesce a farlo,

certo può essere una lettura comica, fantastica, ma non è la stessa cosa che

leggerne uno che ha ammaliato diverse generazioni.

Se dovessi paragonare un libro a qualcosa penserei ad un uccello, uno splendido e

maestoso uccello pronto a portare il lettore al di là di ogni immaginazione e farlo

volare via, non pensando ai problemi, alle difficoltà, ma, fidando nell'uccello e

abbandonandosi, vivere parola per parola ogni pagina. Quando leggo, non lo faccio

a voce alta, perché mi piace immaginare un'azione con una voce che mi spiega in

sottofondo e mi piace pensare che quella sia di un narratore del tempo.

Devo ammettere che inizialmente la lettura dei grandi classici non mi allettava

molto, ma mi sono ricreduta, capendo la straordinaria bellezza di questi libri e le

varie trame sempre coinvolgenti e piene di significato. Leggere è come se ci fosse

un'esplosione nella tua testa di sensazioni, colori e vestiti d'epoca: è un' emozione

stranissima, ma entusiasmante e bella.

Pensare di dialogare con Dante Alighieri o Giovanni Boccaccio è fantastico perché in

fin dei conti noi, persone come loro, seppure vissute in epoche e mondi diversi, in

un modo o nell'altro, viviamo sempre le stesse storie. Questa è la parte più bella dei

libri, che non hanno confini, perché la fantasia e l'immaginazione non hanno fine e

si possono pensare le cose più stravaganti, affascinanti e curiose.

I libri sono questo per me, sono tutto ciò che uno vuole.

Michela Oneto

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Le cose scritte rimangono per sempre

“Verba volant scripta manent”

Per me la lettura è molto importante, per non dire fondamentale. Non solo perché

insegna a parlare e a scrivere con correttezza di termini, ma anche perché apre la

mente.

Trovo molto giusta la frase di Cartesio, infatti leggendo un classico spesso si

possono trovare delle riflessioni provenienti dalla mente dell’autore.

Leggendo puoi avere idee tue sugli stessi argomenti, quindi leggere i loro libri è

come confrontarsi con loro.

Per di più leggere provoca sentimenti contrastanti, prediligere un personaggio,

provare pietà o rabbia verso di lui, e se il racconto fosse autobiografico, le emozioni

ricadrebbero sull’autore.

Perciò tra il lettore e colui che ha scritto l’opera ci sarebbe un rapporto che supera

la comunicazione.

Quando un libro è scritto con passione, colui che lo legge è trasportato al suo

interno, come se vivesse in prima persona i fatti raccontati.

Questo è, secondo me , il viaggio di cui parla Cartesio. Un viaggio immaginario nella

propria fantasia e in quella dell’autore.

Leggere per me fa rilassare, distoglie il lettore dai suoi problemi per farlo

concentrare su quelli altrui e sulle loro emozioni e sulle loro sensazioni.

Quindi, quando leggi, ti senti libero e senza troppi pensieri. Almeno fino a quando

non chiudi il libro; a quel punto la verità ti casca addosso e torni a pensare a tutte le

cose che non vanno bene e che ti preoccupano.

Una frase che mi torna in mente spesso, mentre scrivo o leggo qualcosa è: “La carta

è più paziente degli uomini”. Infatti quando leggi, la carta può essere sottoposta a

qualsiasi tortura. Mi è capitato di emozionarmi e di commuovermi tanto da

piangere per la sorte di personaggi mai esistiti, creati dalla fantasia di uomini capaci.

Cosa sono personaggi importanti, famosi, ma anche tragici come Romeo e

Giulietta? Solo parole scritte sulla carta che pazientemente le ha conservate.

Queste parole sanno aprire la mente e far emozionare persone che vivono molto

tempo dopo l’autore.

La differenza tra un grande classico e un libro qualsiasi è proprio questa: un classico

verrà letto per molto tempo dando emozioni ed insegnamenti, inducendo grandi

riflessioni.

I grandi classici non tramonteranno mai perché le cose scritte rimangono immutate

per sempre.

Rossana Maletto

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Un viaggio infinito

Cartesio con questa frase ci vuole far capire l’importanza dei grandi classici, che

suscitano nel lettore uno stato di impassibilità. Grandi classici come l’Eneide, l’Iliade

e l’Odissea hanno affascinato intere generazioni fino ai nostri giorni, anche se sono

stati scritti in epoche molto remote. Sono stati scritti anche molti altri classici, sia

nell’epoca medievale, sia in quella moderna. Per me gli autori di questi libri vogliono

riportare ai posteri grandi guerre o importanti scoperte che possono variare da libro

a libro. Gli uomini dell’antichità hanno fatto molto per proteggere questi trattati e

sono arrivati a noi grazie agli amanuensi che li ricopiavano nei loro monasteri.

Cartesio scrive nella sua frase: ‘leggere questi libri è come conversare con gli uomini

migliori dei secoli passati’. Questa frase è molto vera, infatti quando ti capita di

leggere un grande classico te ne rendi subito conto. Questi classici sono fatti

apposta per attrarre il lettore. Tra i più importanti, oltre a quelli scritti da Omero,

vorrei assolutamente ricordare “ La Divina Commedia” scritta da Dante Alighieri nel

1300. Nel 1300 ci sono stati molti poeti famosi trai quali lo stesso Dante, Boccaccio

e Petrarca. Tutti e tre hanno lasciato un segno indelebile nella letteratura. Non solo

i trecentisti hanno rivoluzionato la nostra cultura, ma anche molti altri autori di altre

epoche. Quindi questi classici sono molto importanti per me e spero che

giungeranno intatti ai posteri.

Francesco Graziani

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Cartesio : Illusione o realtà?

Vero. Una sola parola: verità. È la verità che afferma Cartesio.

Ho letto diversi libri e anche io mi rispecchio fortemente in queste idee.

Nonostante Cartesio sia del 1600, la sua frase accomuna ognuno di noi. La lettura è

uno strumento straordinario e per questo motivo va trattata con cura e passione.

La lettura è la storia, la lettura siamo NOI.

“Parlare con gli uomini migliori dei tempi passati”. Cartesio ha meditato

sicuramente su questo frase. Infatti ha un significato molto profondo e bisogna

andare oltre.

Quello che il filosofo ci vuole dire, secondo me, è che i libri sono una fonte di vita.

Sono così magnifici da farti tornare indietro nel tempo, solo con i loro racconti.

Quindi è quasi un dovere continuare a leggere, perché solo essendo colti e preparati

si va avanti nella vita, solo così avremo un futuro.

L’obiettivo primario dell’uomo, milioni di secoli or sono, era quello di procurarsi del

cibo e trovare un rifugio. Quello dell’uomo contemporaneo è di avere una famiglia e

professare un mestiere redditizio. Ma non saremmo niente senza la cultura o senza

la lettura di buoni libri.

In mancanza di queste siamo in balia del caso, con esse, invece, siamo più forti e in

grado di affrontare la vita, e magari con un bel romanzo che ci accompagna.

“Conversare con loro è come viaggiare”.

Ma viaggiare dove? Nelle storie?

Credo che la seconda domanda faccia al caso nostro.

Viaggiamo direttamente con l’autore e il protagonista. In ogni genere di posto,

situazione. Proviamo tutto ciò che prova il protagonista , a volte ci rispecchiamo in

lui, con i nostri difetti e i nostri limiti.

Leggere un libro classico, ovvero un racconto storico, indimenticabile, che nei secoli

rimarrà ancora è una sensazione indescrivibile. In qualche modo senti qualcosa

dentro di te. Quel libro ci sarà ancora, farà appassionare i tuoi figli e così i figli dei

tuoi figli.

Leggere è come quando fai un viaggio, ti instauri in un’altra cultura a te estranea, ti

imbatti in situazioni sconosciute anche inverosimili.

Ma in un libro devi imparare a viaggiare e soprattutto devi imparare a vagare nella

tua anima, ad assorbire l’insegnamento del racconto, come suscita l’autore.

Concludendo mi permetterei di aggiungere tre o quattro parole al pensiero di

Cartesio:

“Leggere è vivere”.

Pierluigi Damosso

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Viaggiare, fantasticare, scoprire

In questa frase Cartesio aveva racchiuso tanti significati, probabilmente, però penso

che ognuno di noi ne potrebbe dare diversi. Un po’ mi ci rispecchio, poichè ogni

volta che leggo un libro, mi immedesimo in una parte e mi sembra di parlare con i

personaggi. Questo mi capita anche con i libri di testo, che trattano di fatti

interessanti e che mi sembra di vivere.

Quando penso a questa frase mi vengono in mente quelle poche cose che ho

studiato sulla "Divina Commedia" di Dante, grande classico della letteratura italiana.

Mi sembra di essere trasportata in luoghi fantastici, dentro mentalità diverse al di

fuori del mondo reale, in una conversazione con Dante, in prima persona.

Direi che i miei genitori non possono più pensare né come Cartesio, poiché è un

grande filosofo, né come me, perché alla loro età si perde ogni tipo di

immaginazione. Cartesio è un filosofo del 1600, quindi non penso che adesso si

possano trovare frasi come questa, così ispirartici di tante idee. Immagino che

voglia spiegare che quando si legge bisogna farlo con cura, con molta attenzione,

pensando e ripensando, provando a fantasticare su tutte le situazioni e cercare di

ritrovarsi in altri mondi reali e surreali.

Penso che una lettura classica, letta così, potrebbe essere più emozionante e

intrigante, non noiosa come la definirebbero tutti.

Commentare questa frase è come parlare direttamente con Cartesio, raccontare a

lui i miei pensieri sulla sua frase.

Leggere questa frase è come se a un certo punto mi girassi e mi ritrovassi in un altro

mondo e l'aria diventasse limpida.

Insomma penso che questa sia fantastica, allo stesso tempo ricca di significati.

Alice Parrella

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Cibo

e fantasia

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Il grande giorno

C’è una gran confusione nella pasticceria “Dolci e fantasia”. È la pasticceria più

grande del mondo ed è lì che si svolgono, proprio adesso, le elezioni di Miss

Pasticcino 2011. Le concorrenti, quest’anno, sono venti, l’orgoglio di Paolo e Chiara,

proprietari del negozio. Molte si sono aggiustate il ciuffo di panna, così elegante con

quella forma a ricciolo, di moda in questi tempi. Altre si sono decorate con delle

graziose scaglie di cioccolato, con delle piogge (o nevicate?) di zucchero a velo o con

cuoricini e stelle di crema. Alcune hanno addirittura deciso di chiudersi in un forno,

per dare un bel colore dorato alla pelle. Attraverso le teche di cristallo

affollatissime, torte, pasticcini e biscotti osservano l’importante evento. La vincitrice

interpreterà il personaggio principale in un film, che sarà diffuso anche nelle case

degli esseri umani, da girare a Parigi dal famoso regista Torroncino Morbido. Non

solo è un regista famoso, ma discende dalla nobile dinastia 50% Nocciola! La

presentatrice è un’elegantissima torta Sacher, con una voce così forte da farsi

sentire senza microfono da circa duemila dolci in tutto il mondo; si crede che questa

voce così forte le serva per gridare ai clienti della pasticceria: “mangiatemi!”. Il suo

vestito è del cioccolato più pregiato, e per questo è molto orgogliosa di sé stessa. La

giuria è composta da sei biscotti accuratamente selezionati tra i migliori della terra:

ognuno di loro viene da un posto diverso. Uno di loro ha assistito al più grande

concorso di bellezza di tutti i tempi: l’elezione di Miss Cioccolatino, che si ripete una

volta ogni dieci anni. Tutte le concorrenti, sotto i loro bellissimi sorrisi e le loro

decorazioni, sono emozionatissime, e alcune di loro hanno paura di svenire al primo

passo sul palco. Ecco la prima concorrente, la seconda, la terza e così via, e con un

piccolo rumore di tacchi e un frusciare di vestiti, tutte le concorrenti sono sul palco.

Dovranno cantare, ballare, sfilare davanti alla folla e ognuna si esibirà in una sua

specialità. Quasi tutti i dolci assistono alle elezioni di Miss Pasticcino, direttamente

o alla televisione: alla fine delle esibizioni, molta gente non riesce a staccare lo

sguardo. Ecco che, dopo cinque minuti di riflessione e di silenzio, il portavoce della

giuria consegna alla torta Sacher una grossa busta gialla. La presentatrice fa una

corsetta fino al centro del palco, con tutte le concorrenti allineate alle spalle. Con la

sua voce potente, assume un tono solenne e pronuncia le parole: “la vincitrice è …”

Poi ripete, con lo stesso tono: “la vincitrice è… Azzurrina Muffin!!!”

Un timido gridolino di gioia attraversa la sala, anzi, il negozio intero. La vincitrice si

fa avanti, elegante nella sua semplicità. Ha dei pantaloni attillati, azzurro chiaro, una

camicetta di seta azzurra a pallini bianchi e un giubbottino classico, senza maniche,

rosso con una striscia bianca e le pieghe ben ordinate. Delle scarpette con i tacchi,

rosse avvolgono le sue graziose estremità, ha una borsetta bianca a tracolla. Ha

lucidato con estrema cura la sua ciliegina scarlatta, facendo attenzione a mantenere

la fogliolina in quella posizione che aveva impiegato ore a stabilire. Anche gli

occhiali rotondi avevano attirato la simpatia dei sei biscotti-giuria.

Ormai sembra più che ovvio a tutti : Azzurrina Muffin è perfetta per essere Miss

Pasticcino e, soprattutto, per interpretare l’elegante e simpatica pasticcina parigina

del film!

Milena Dal Piaz

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Isabella e le uova dolci

C’era una volta una ragazza di nome Isabella. La sua famiglia era in ottime

condizioni economiche e vivevano in una splendida villa che si trovava all’interno di

un fitto bosco, ma i genitori di Isabella erano sempre assenti e non

si curavano di lei.

Un pomeriggio la ragazza si sentì sola, come al solito, ma quella volta decise

di fare una cosa senza senso: scappò di casa. Dopo due ore di intenso cammino,

Isabella si trovò davanti ad un grande albero che a prima vista sembrava essere

diverso dagli altri. La ragazza era sfinita e decise di sedersi accanto a quell’albero

per sfogare la sua rabbia. Iniziò a piangere, talmente tanto che il

prato sotto di lei era diventato di un verde splendente, come se prendesse

vita. E fu proprio così, una voce con un timbro molto strano, deciso e

imponente, la fece sobbalzare in piedi. Si guardò intorno ma non vide nessuno,

a un certo punto quella voce riprese a parlare: “Mi hai risvegliato da un sonno

da cui pensavo non sarei mai uscito. Grazie, te ne sono debitore.” Isabella

ancora sconvolta capì che era stato l’albero a parlare. Si girò verso di esso e

rimase a bocca aperta, era di un marrone intenso e di un verde lucente. Era

completamente cambiato. Ancora scossa, Isabella disse: “Chi sei? Che cosa sei?

Non mi fare del male!” L’albero la rasserenò: “Tranquilla non faccio male a

nessuno. Voglio solo ringraziarti per avermi svegliato con le tue magiche

lacrime. Ho visto che sei triste! Tieni, prendi una di queste.” L’albero si

chinò e dalla sua schiena spuntarono delle uova, uova di uno strano colore.

Isabella ebbe un attimo di esitazione ma dopo qualche secondo allungò la mano e

prese un uovo. L’albero a quel punto le disse: “Mangialo, vedrai, ti farà star

meglio!”. Isabella portò l’uovo alla bocca e lo mangiò, senza pensarci due

volte. Dopo un istante, le sue lacrime svanirono e si trasformarono in un

sorriso. Un sorriso che non aveva mai tirato fuori. Capì il suo errore

e tornò a casa più in fretta che poteva salutando velocemente l’albero, sicura

che domani gli avrebbe fatto visita. Passò una splendida serata con i suoi

genitori e l’indomani pomeriggio Isabella andò dal suo nuovo amico un po’

speciale. Era l’unico amico che avesse mai avuto. Trascorreva ogni pomeriggio

insieme all’albero e ogni giorno quest’ultimo le dava un uovo per rallegrarla.

Ma un pomeriggio i genitori decisero di fare una sorpresa ad Isabella tornando

prima a casa. Non la trovarono e provarono a chiamarla a gran voce, ma nessuno

rispose. Rassegnati dall’inutilità di cercare in casa, corsero nel bosco per trovarla,

con quasi nessuna speranza.

Dopo molte ore di ricerca il sole stava calando e per Isabella era ora di tornare a

casa, ma appena si volse vide i suoi genitori che correvano disperati, chiamandola. I

genitori corsero da lei con sguardo furioso. Cercò subito di scusarsi, ma i

genitori erano arrabbiatissimi e avevano ormai deciso una punizione perfida:

Isabella non avrebbe potuto più uscire di casa per il resto della vita. La ragazza

scoppiò a piangere e con una frase riuscì a far cambiare idea ai genitori: “Mamma,

Papà…, voi siete molto indaffarati con il lavoro e io mi sento molto sola

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quando non ci siete! Ho incontrato l’unico compagno che mi capisce e mi tratta

come una vera amica: quest’albero. Mi ha aiutato quando ero triste e sola e mi

ha fatto sentire davvero speciale. Vi prego, non fatemi questo.” I genitori a

questa frase si commossero e lasciarono a Isabella l’opportunità di andare a

trovare ogni volta che voleva il suo nuovo amico. E, mentre tutta la famiglia

felice si stava avviando verso casa, l’albero fece l’occhiolino a Isabella e

lei capì che quella frase che aveva convinto i genitori era dovuta a quelle uova

di sapore dolciastro che la salvarono dall’eterna infelicità.

Giulio Cicolella

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Luisa e Dario

Grazie a un recente studio sulla dietetica dei ragazzi tra i nove i quattordici anni,

condotto da una nota personalità in questo campo, possiamo arrivare a capire quale

sia la più corretta alimentazione da eseguire da un individuo compreso in questa

fascia d'età.

La ricerca non è incentrata solo sugli aspetti scientifici, ma affronta il problema delle

cattive abitudini alimentari degli adolescenti. Infatti i ragazzi sono frequentemente

influenzati da fonti esterne riguardo il mangiare. Al giorno d'oggi i nutrizionisti, per

diffondere una corretta alimentazione, utilizzano vari espedienti, come racconti di

storie dove la morale è la corretta alimentazione. Leggendo la relazione dell'esperto

prima citato ci siamo imbattuti in un interessante racconto che vale la pena di

riportare.

La storia narra di due frutti: una mela di nome Luisa e una banana di nome Dario;

quest'ultimo aveva una personalità estroversa, a differenza di Luisa, un frutto

dolcissimo e molto gentile, ma timida. Questi due giovani si conoscevano solo

perché vivevano sullo stesso pianerottolo, ma non c'era molto feeling tra loro.

Un pomeriggio mentre entrava fortuitamente in una mensa dei poveri, Luisa lo vide

molto felice mentre serviva dei cibi essenziali, ma sani. Si avvicinò e lo salutò con

tanta ammirazione perché quello che Dario stava facendo per la gente era molto

bello.

Luisa gli chiese se volesse andare con lei e dei suoi amici al cinema, e Dario molto

entusiasta dell'invito accettò. Appena arrivarono videro un signore anziano in

difficoltà e lo aiutarono. Tra i due vicini di casa nacque un'intesa talmente forte da

trasformarsi in amore. Insieme iniziarono a progettare di impegnare la loro vita nella

costruzione di una nuova mensa per bambini poveri, dove avrebbero prestato molta

attenzione nel sensibilizzarli in modo giocoso a una corretta alimentazione. Una sera

mentre erano alla mensa dei poveri a servire il cibo, Dario chiese a Luisa di sposarlo

e lei con entusiasmo le rispose subito di sì. Dopo qualche mese si sposarono ed

ebbero subito un figlio che chiamarono Macedonia. Dario e Luisa crearono molti

eventi per raccimolare il denaro per la loro mensa dei sogni. Molti furono a donare

soldi e aiuti, trovarono architetti, avvocati, pensionati, giovani e ognuno contribuì

per quello che poteva dare e fare. Dopo tre anni dalla nascita di Macedonia,

inaugurarono “Passion fruit” la mensa per bambini più allegra del mondo perché

dall'amore non possono che nascere e crescere progetti per buone intenzioni.

Matteo Conti

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L’albero dalle uova dolci e la Fata

Una fata dagli occhi blu, dai vestiti eleganti e dai capelli d’oro, faceva

crescere un albero che produceva uova dolci. Per questo motivo tutti i bambini

desideravano di poter assaggiare un giorno quelle uova. Ma la fata non

consentiva loro di avvicinarsi all’albero e di raccogliere le uova se non dopo

essersi accertata che i bambini avessero compiuto una buona azione. L’albero

con i suoi splendidi frutti però attirava l’attenzione di tutti i bambini, buoni

e cattivi. Per questo motivo dei bulletti del paese che, ovviamente, non

riuscivano a meritare le dolci uova, decisero di rubarle e nasconderle per farne

una scorpacciata l’indomani. Così si diressero verso il campo dove cresceva il

magico albero e lo spogliarono di tutte le sue uova. Ma la fata, saggia e

magica com’era, si era accorta che quei ragazzi stavano tramando di rubarle le

uova. Si recò sotto l’albero e quando lo vide spoglio dei bei frutti, con una

magia, riuscì a far sì che le uova magiche rubate, da dolci diventassero più aspre

e amare del fiele. Così quando i ladri bambini assaggiarono le uova la loro bocca si

infuocò e per una settimana intera non riuscirono a mangiare. Distrutti da

tanta sofferenza decisero di recarsi dalla fata per farsi perdonare. La fata

apprezzò il loro gesto e regalò ad ognuno di loro un uovo dolce. Ancora oggi

si racconta che i bulletti siano ancora lì a leccarsi i baffi. E così, da quel

giorno in poi, anche chi fino ad allora era stato cattivo prese un uovo non per

furto, ma per merito.

Margherita Criscuolo

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L’incredibile storia di Mr. Banana e Mr. Apple

C’era una volta, in un paese sperduto delle regioni calde e aride, una casetta

alquanto stravagante. Lì ci vivevano i signori Apple.

Intanto dall’altra parte della strada, vicino alla casa della famiglia di cui vi ho appena

parlato, c’era una villa imponente. In quel luogo da nobili vivevano i signori Banana.

Le due famiglie si odiavano, l’una gelosa dell’altra. Ma non si accorgevano che

sbagliavano entrambe. La famiglia degli Apple invidiava la villa dei Banana, ma allo

stesso tempo quest’ultima odiava la prima per un motivo assai più importante di

una stupida casa, la detestava per il fatto che nella casa degli Apple c’era l’amore.

Era proprio l’amore che regnava lì dentro. I problemi si affrontavano e si risolvevano

e nessuno aveva da lamentarsi, perché la cosa più importante è la famiglia.

Ma nonostante questo i due membri più piccoli delle due “casate” rivali erano

ottimi amici. C’erano sempre l’uno per l’altro in ogni momento e si conoscevano a

memoria. L’unico momento in cui litigavano era quando il piccolino degli Apple

cercava di sbucciare il bambino dei Banana. Anche se, poco dopo, la pace arrivava

sempre.

Ma un giorno i signori Banana, decisero di architettare un piano, uno stratagemma

per farli separare, e anche se il piano era arduo, non mancava loro la voglia di

rovinare l’amicizia dei bambini.

“Dobbiamo trovare un modo, uno spiraglio. Un elemento che distrugga la loro

amicizia”, sussurrò piano la signora Banana.

Il marito grugnì come era suo solito e rispose in tono di chi si è appena svegliato:

“Ma come? …È impossibile! …Aspetta”, riflettè per qualche attimo e ... “Ho trovato.

Potremmo dire a nostro figlio che il bambino Apple ha parlato male di lui e che noi

lo abbiamo sentito mentre andavamo a buttare la spazzatura.”

Per un attimo la signora Banana guardò fissamente e indecisa il cassonetto dei

rifiuti, ma poi acconsentì.

Così andarono dal figlio e in tono teatrale dissero: “Tuo padre. Ha sentito il figlio

degli Apple che malediceva il tuo nome…, piagnucolava, essendo geloso di ciò che

possediamo”.

Il bambino inizialmente non ci credette, ma, condizionato dai genitori in modo così

crudele, si trangugiò questa bugia e la dette per vera.

A questo punto si vestì velocemente e andò di corsa, senza neanche preoccuparsi

della strada, a casa degli Apple.

Suonò educatamente il citofono.

Lo ricevette alla porta la signora degli Apple: “Ciao tesoro, ti chiamo mio figlio?”,

con la voce più dolce che potesse avere.

“ Me lo trovo da solo”, rispose il bambino senza pensarci.

Entrò bruscamente in casa e bussò alla camera del suo migliore amico, il ragazzino

degli Apple lo accolse e lo fece mettere comodo sul suo letto. A questo punto

uscirono le parole pungenti di Mr. Banana. Mr. Apple si stupì e non credette che i

genitori del suo amico, avessero potuto dire una cosa così grave. Allora con il tono

più amichevole che aveva gli disse:

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“Amico mio, ti sono stato sempre vicino e non ti ho mai tradito. Anche se i nostri

genitori sono rivali, ti ho sempre voluto bene e considerato come un fratello. Non

potrei mai volerti male o fartene”.

A queste parole l’altro ragazzo arrossì e all’improvviso dette uno spontaneo

abbraccio al suo migliore amico. Un abbraccio che solo un amico può dare.

Pierluigi Damosso

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Tim e Sara

Tim è proprio un bel ragazzo !!!!! Alto, magro, con un bellissimo colorito giallo sole,

orgoglio della famiglia, casco di banane, è maturato da poco ed è in cerca di qualche

bella bananina.

Sara, invece, è una splendida mela della grande famiglia Melinda, di color rosso

fuoco ed ha una forma perfettamente sferica ed una polpa dolce e zuccherina : una

mela da sogno.

Sara osservava sempre Tim con occhi sognanti e già si immaginava al suo fianco per

sempre.

Anche Tim aveva notato quella mela tanto carina ed, essendo stanco delle solite

banane, tutte magre, tutte alte, tutte gialle – e se provassi a cambiare frutto? – si

chiedeva.

Così cominciò a prendere seriamente in considerazione Sara.

Osservandola si innamorò delle sue forme tondeggianti, e del suo rosso sgargiante.

Fu amore a prima vista, una vera passione che suscitò in loro un grande e vero

sentimento.

Nel loro paese, la Macedonia, era stata istituita una legge che impediva ai diversi

tipi di frutta di frequentarsi.

Però i due innamorati non volevano rinunciare alla loro passione.

Così il giorno della festa nazionale, durante il discorso del sindaco Perindo, si

impadronirono del microfono e fecero un lungo, anzi no, un lunghissimo discorso,

ispirato alla bellezza, alla diversità e al fatto che una legge non può ostacolare il

vero amore.

Pur di farli smettere, per non far addormentare tutto il paese dalla noia, il sindaco

diede loro ragione e abolì la legge.

Tutto il paese tirò un sospiro di sollievo, in particolare le famiglie di Tim e Sara che

non ne potevano più di tutti i lamenti dei giovani frutti.

Però rimaneva ancora un problema: il matrimonio; le famiglie Casco e Melinda

avevano già preparato una bellissima casetta a forma di Ananas; però non avevano

idea di come una mela e una banana potessero avere dei fruttini.

Il problema venne risolto dal mago mandarino: Fruttosio.

Egli trasformò con un incantesimo Tim e Sara in un nuovo piatto di frutta.

Da allora in poi tutte le coppie di giovani innamorati si recarono dal mago Fruttosio,

che li unisce in una splendida …MACEDONIA, che oltre ad essere gustosa fa anche

bene alla salute.

Victoria Giannetti

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La storia d’amore tra la mela e la banana

C’era una volta nel paese di fruttolandia una famiglia molto nobile e altolocata, era

la famiglia delle mele, la quale voleva dare in sposa la sua primogenita, la

principessa Melania, a colui che avrebbe dimostrato di essere coraggioso e degno.

Tanti si offrirono, ci furono delle file chilometriche di pretendenti, ma tutti furono

rifiutati dalla principessa perché non corrispondevano alle sue aspettative, pur

essendo di famiglie nobili, di aspetto gradevole e ardimentosi; finché un giorno la

principessa decise di fuggire dal castello di nascosto, vestita da semplice cittadina.

Uscì dal castello e si avviò verso la zona esterna della città in cerca di un principe ma

non conoscendo molto bene quella zona si perse.

Trascorse una notte fuori, finché al mattino un giovane ragazzo la trovò e la aiutò

conducendola nella propria abitazione.

Questo ragazzo, che si chiamava Bananido, apparteneva alla famiglia delle banane e

lei, sapendo che la famiglia delle banane era la più povera della città, non si fidò

molto di lui.

Quando la principessa entrò dentro la sua casa rimase molto sorpresa perché non

era una dimora grande e lussuosa, ma una casetta molto piccola dentro la quale

c’era solo un letto, un tavolo e una cucina.

I due iniziarono a parlare: Bananido le chiese perché si fosse smarrita, Melania gli

rispose che apparteneva alla famiglia delle mele e che era la principessa del paese.

Bananido sorpreso si inchinò al suo cospetto e le chiese perché si fosse avventurata

in quella zona e Melania gli rispose che era in cerca di un principe, e gli disse che

tutti i ragazzi che le si presentavano erano belli sì, ma non erano come li voleva lei.

A quel punto Bananido chiese alla principessa se volesse rimanere con lui e che il

giorno dopo l’avrebbe riportata alla reggia.

Melania accettò l’invito, anche perché parlando con lui, capì che era un ragazzo

onesto e gentile.

Intanto al castello il re che aveva scoperto che la figlia era scappata e mandò degli

uomini a cercarla.

Il giorno dopo Bananido si svegliò alle cinque perché doveva mungere le sue

mucche con lo scopo di prendere il latte per la colazione.

Quando la principessa si svegliò trovò già il latte pronto a tavola e fece colazione

con Bananido.

Finito di fare colazione, la principessa montò sul cavallo di Bananido e in breve

raggiunsero il castello.

La principessa scese dal cavallo e salutò ringraziando Bananido, poi, salite le scale

del palazzo, arrivò dal padre che le chiese cosa le fosse successo.

Gli raccontò tutta la storia e disse che aveva trovato un ragazzo onesto e gentile e

che lo voleva sposare.

Il re pieno di felicità chiese alla principessa di dirgli il suo nome e Melania rispose

che si chiamava Bananido e che apparteneva alla famiglia delle banane.

Il re dopo aver sentito quest’ultima frase assunse un tono severo e disse alla

principessa che non era possibile che le si sposasse con un ragazzo della famiglia

delle banane.

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La principessa fece capire al padre quanto amava quel ragazzo e gli disse che

l’importante non è essere ricchi o nobili bensì essere onesti, buoni, gentili e altruisti.

A quel punto il re rimase senza parole e capì che la figlia aveva perfettamente

ragione.

Lei ringraziò il padre e con l’aiuto delle guardie andò a casa di Bananido e gli chiese

se voleva diventare il suo principe.

Bananido pieno di felicità accettò e i due ritornarono al castello, dove il giorno dopo

si festeggiò il loro matrimonio e vissero felici e contenti.

Francesco Graziani

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Una bella macedonia

Un giorno di una calda estate, una banana si sentiva molto sola e decise di

scappare dal suo paese per cercare compagnia e fresco. Dopo aver viaggiato a

lungo e visto molti posti, si ritrovò su una panchina a prendere il sole e a

riflettere sulla propria solitudine. Stava quasi per piangere quando sentì un

rumore dietro di sé, si girò e vide una mela rotolare giù dalla collina tra le

foglie. Si avvicinò per soccorrerla, ma la mela subito si mise in piedi e, ridendo,

disse alla banana : “ Accidenti che brutto volo! Mi sembrava di non fermarmi

mai!”. La banana guardava la mela a bocca aperta per capire se si fosse fatta

male. Poi alla fine la invitò a sedersi per riprendere fiato e così, dopo una

lunga chiacchierata, decisero di proseguire insieme la loro avventura alla

ricerca di compagnia. La banana raccontò da dove veniva, riferì del gran caldo

del suo paese e di come si era staccata da tante sorelle. La mela raccontò che

lei veniva da un posto troppo freddo dove pioveva tanto e c’era tanta umidità.

Così, parlando del più e del meno, tra un capitombolo ed uno scivolone,

lungo la strada accolsero un goffo e peloso kiwi, caduto da un carretto, più in

là una grossa arancia in compagnia di un piccolo mandarino e, entrando in

città, una grossa ananas, dall’aria arrogante, si unì al gruppo. Tutti insieme

ridendo e scherzando, ognuno raccontando la sua, si avviarono verso la strada

principale e, dopo aver girovagato a lungo, decisero di trovare una fonte per

rinfrescarsi. Ci fu grande meraviglia quando si vennero a trovare al centro di

una splendida piazza, davanti ad una fontana da cui zampillava maraschino.

Allora tutti insieme si tuffarono dentro e, con una grande sbronza, diedero

vita a una bella macedonia.

Riccardo Anselmi

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La vita di una scodella

Voi pensate che la vita di una scodella sia una lagna, che i giorni nella vita di una

scodella siano tutti uguali, che non ci sia niente da raccontare su una scodella. E

anche io lo pensavo, infatti non mi ricordavo nemmeno un racconto su di essa e

neppure una poesia o una canzone. Poi mi capitò di vedere una scodella nascosta in

un angolino. Era impossibile vederla, ma mi sono accorto di essa dal profumo della

minestra che conteneva. Quando cercai di prenderla si infilò in un buco dove era

impossibile raggiungerla. Addirittura era una scodella parlante, allora le dissi che

poteva fidarsi perché non le avrei fatto alcun male e così mi raccontò la sua storia.

La mia vita è sempre stata una lagna, – disse la scodella – sempre le solite pappe,

le solite pastasciutte, le solite minestre, tanto è vero che voi umani dite: “…ecco la

solita minestra” quando si tratta della solita cosa già vista. Infatti io non mi sono mai

appassionata a nessuna minestra, le ospitavo per il tempo che finivano nella bocca

dei miei padroni e …addio, senza rimpianti. Però, un giorno, capitarono sul tavolo

pomodori, sedani, cipolle, carote e patate che non avevo mai visto prima. Erano

belli e profumati. Chiesi da dove venissero e mi risposero: “Noi veniamo dalla Nuova

Zelanda”. “E dove sta?” chiesi, “Dall’altra parte del mondo, abbiamo fatto un

viaggio lunghissimo per arrivare” mi risposero. Tra noi in pochi minuti nacque

un’amicizia e quando furono adagiati su di me decisi che stavolta non mi sarei

separato da essi perché non si trattava della solita minestra, volevo salvarli dalla

bocca dei miei padroni e in cambio mi sarei fatta portare in Nuova Zelanda e mi

sarei stabilita là”. “Scappai dal tavolo quando nessuno mi vide e mi misi in viaggio,

ma devo aver perso la strada perché non riesco a raggiungere la Nuova Zelanda,

anzi, a dire il vero, ancora devo capire dove sta. Tu non mi potresti aiutare?” chiese

la scodella. Ci crediate o no, misi la scodella in una scatola e feci un bel pacchetto.

Poi andai alla Posta e ci salutammo per sempre. L’avevo spedita in Nuova Zelanda

quella insolita minestra.

Daniele Ingenito

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Dolcilandia…

Nel paese di Dolcilandia, nella regione della panna, per essere precisi nella città dei

bignè, si teneva ogni anno il famoso concorso di “miss pasticcino”.

Dolcilandia era un paese fantastico; era stato creato dalle fate buone e si trovava

nel regno della fantasia dei bambini.

Lì, i fiumi e i laghi erano di limonata, di quella dolce però, non di quella aspra che

piace solo ai dottori e le montagne erano di cacao e, se arrivavi molto in alto, potevi

perfino staccare un pezzetto di nuvola di zucchero filato.

Potevi vedere dovunque cascate di cioccolata calda e alberi di lecca-lecca. Si

potevano osservare numerose variopinte colline di gelato ricoperte da fiori di

marshmallow. Le case erano fatte del più puro cioccolato bianco con finestre di

zucchero e tegole di biscotto.

Gli abitanti erano orsetti gommosi, omini di marzapane e dolcetti buonissimi.

C’erano feste tutti i giorni e la più importante era, appunto, il concorso di “miss

pasticcino”. Quell’anno le favorite per il titolo erano miss Crostatina, una crostatina

alla ciliegia molto antipatica, e madonna Cassata, una cassata molto egoista e

viziata.

Vi era poi una ciambellina molto gentile e graziosa che aspirava al titolo, purtroppo

però era la servetta di madonna cassata che non le aveva permesso di iscriversi al

concorso.

La povera Ciambellina era dunque costretta a passare le sue giornate a lavorare per

la cassata, piangendo lacrime di crema.

Un giorno madonna Cassata invitò a casa sua l’organizzatore del concorso: un

orsetto gommoso alla menta di nome Mentolino.

Durante il pranzo l’orsetto sentì il pianto di Ciambellina e, con una scusa, si

allontanò da tavola per controllarne la provenienza; così scoprì la ciambellina

disperata che tra le lacrime gli raccontò la sua situazione.

Per Mentolino fu amore a prima vista, quella ciambella era tanto dolce e carina…, le

promise che avrebbe fatto qualunque cosa pur di farla partecipare al concorso, così

si dettero appuntamento alla fontana delle caramelle per il giorno successivo.

Mentolino tornò dalla cassata, ma il suo cuore stava ancora navigando nei bellissimi

e zuccherini occhi di Ciambellina, che, da parte sua, sentiva nascere una speranza e

un nuovo sentimento verso quell’orsetto tanto gentile…

Il giorno dopo i due innamorati si incontrarono ed escogitarono un piano fantastico;

quando Ciambellina tornò a casa si sentiva tanto felice da non accorgersi nemmeno

dei rimproveri di madonna Cassata.

Il giorno del concorso Mentolino chiamò tutte le più belle pasticcine del regno per

premiare “miss pasticcino”, tra esse c’erano madonna Cassata, miss Crostatina e

una bellissima dolcetta misteriosa che indossava un elegantissimo vestito di

zucchero filato e uno stupendo paio di scarpe di meringa, sul volto portava una

maschera dello stesso materiale.

L’orsetto prese un foglio e iniziò a leggere: - miss pasticcino di quest’ anno è…

Ciambellina! - Allora la dolcetta misteriosa fece un passo avanti e si tolse la

maschera: era proprio lei, Ciambellina.

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Cassata era rossa dalla rabbia mentre Mentolino poneva la splendida corona di

cioccolato sul capo della nuova reginetta.

Tutti i sogni di Ciambellina si erano realizzati; lei e l’orsetto si stringevano in un

dolcissimo abbraccio che avrebbe sciolto anche il più duro dei cuori di cioccolata.

Rossana Maletto

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Chiara

Miss Pasticcino non è il titolo di un film né il nome di una mousse, è semplicemente

il nomignolo con il quale etichettavamo Chiara. Era una ragazza vanitosa ed

altezzosa con un pessimo carattere che l’aveva allontanata da quei pochi amici che,

sfidando ogni legge sulle persone antipatiche, nonostante ciò, le volevano bene e le

volevano essere vicini ad ogni costo. Si riteneva bella, intelligente e persino

affascinante. Il suo unico problema era però la voglia che aveva di ingurgitare tutto

ciò che conteneva zucchero, meglio chiamato dolce. Si vantava di essere una

grande estimatrice di mousse, creme, bignè, torte, gelati e cosi via, però la verità

era che a furia di mangiare tutti quei dolci, Miss Pasticcino era diventata una

meringa con i piedi. I capelli rossi e il naso a patata le conferivano un’aria da

plumcake, tanto che quando camminava tra la gente, si sentiva persino un odore di

dolci appena sfornati. C’era qualcuno che asseriva persino che Chiara si profumasse

con lo zucchero filato sciolto nell’acqua. Ma forse questo era proprio esagerato.

Non so se si rendesse conto del suo strano modo di vivere, certo è che il giorno in

cui decisi di avvicinarla non ebbi una brillante idea. Era appena finito l’inverno e già

si respirava un’aria diversa, con il sole che prepotentemente cercava di rendere le

giornate ancora più miti. Clara non deve essersi alzata alla stessa maniera quel

giorno, perché dal suo cervello zuccheroso si sviluppò un’idea alquanto strana.

Voleva rendersi visibile alla gente ed al mondo, ma soprattutto quel giorno voleva

che tutti si accorgessero di lei. Fu cosi che mentre noi ci riunivamo per la solita gita

in bici al fiume che tagliava in due il paese dove mi trovavo, Miss Pasticcino superò

sé stessa. Sì, perché, si presentò con un cappellino a falde larghe, larghissime, con

sopra una varietà coloratissima di bignè. Fu un grande ‘guarda guarda’ generale,

soprattutto perché Clara non si era resa conto che con il suo cappellino aveva

stuzzicato l’appetito degli uccellini che si trovavano in quel posto; quando se ne

accorse fu troppo tardi. Miss Pasticcino si muoveva goffamente per liberarsi dai

volatili, e fu cosi che si ritrovò a gambe all’aria dentro il fiume gelato. Inutile

descrivere le risate di noi tutti. Adesso si sentiva veramente nell’aria profumo di

zucchero filato e mentre in coro urlavamo: “Ehi!! Miss Pasticcino, come va???”

Clara, ovvero Miss Pasticcino, mostrava una risata divertita, e così, per la prima

volta, vedemmo Clara ridere di gusto, ma era un gusto diverso da quello che

provava dall’ingurgitare dolci di ogni tipo.

Federica Miani

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Che c’è per cena…

“Che c’è per cena ?”

“Minestra”

Questo era il dialogo che puntualmente si ripeteva alle otto di sera, senza nessuna

variante.

Erano ventotto giorni che si mangiava minestra, da quando mi avevano portato dal

medico, che aveva prescritto quella dieta.

Ormai ero capace di distinguere, a seconda della tonalità assunta dal piatto, le

verdure che erano state utilizzate nella zuppa.

Iniziava a nascere in me un desiderio di vendetta. Volevo essere come gli eroi dei

miei libri, scappare di casa, vendicarmi, ma non avevo ancora letto di qualcuno che

si era trovato nell’imbarazzante situazione di dipendenza da una dieta.

Accadde quando mi venne servita la minestra: cavoli e carote. L’odore del cavolo

iniziava già a diffondersi nell’aria e ci voleva tutta la buona volontà di mia madre per

dire che era delizioso.

Per me era decisamente troppo. Già valutavo le possibilità di raggiungere la porta

della camera senza essere intercettata da mia madre.

Solo allora mi accorsi che la minestra si muoveva. Girava vorticosamente su se

stessa, fino a raggiungere una velocità tale che si sollevò in aria. Ne uscì fuori una

figura. Era incappucciata e non riuscivo a vedere il viso, ma onestamente non ne

avevo nessuna voglia, tanta era la paura che mi incuteva solo il cappuccio di

quell’essere. La prima cosa che pensai fu di scappare, ma le gambe non risposero ai

miei ordini. Sto sognando, pensai, oppure sono morta e questo è il guardiano

dell’inferno. Ma non potevo essere morta. Sentivo ancora l’odore della minestra e

mia madre che cucinava cantando un motivetto e…, e poi sentii la voce. Era

profonda e lontana, come se provenisse veramente dall’Oltretomba. “Il tempo è

quanto di più sicuro e allo stesso tempo incerto possa esistere. Giocare con esso

può essere pericoloso quanto istruttivo. A te è data l’opportunità di capire e

cambiare”, mi disse quell’essere.

Detto questo mi prese per mano, diedi un’ultima occhiata alla stanza e a mia madre

che continuava a cantare senza prestarmi alcuna attenzione, già rassegnata a volare

ad altezze vertiginose o a sprofondare nelle cavità della Terra o…, ma non accadde

niente del genere. Sembrava che fosse cambiato il paesaggio, come se avessero

cambiato la scenografia di uno spettacolo.

Un attimo prima ero in salotto, davanti al piatto di minestra, un attimo dopo ero

in…, in realtà non avevo idea di dove fossi; sapevo solo di trovarmi lontanissimo da

casa, forse addirittura su un altro pianeta. Non riconoscevo quel luogo così desolato

e senza anima viva. Non sapevo quanto tempo fosse passato, se un secondo o dei

secoli. Iniziavo a capire cosa intendeva quell’essere quando mi disse che giocare con

il tempo poteva essere pericoloso.

Ero ancora immersa in questi pensieri quando mi accorsi che il mio accompagnatore

era sparito. Non potevo certamente definirla una compagnia allegra e vivace e la

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sua conversazione era pressoché inesistente, ma mi dava conforto il pensiero di

avere qualcuno accanto in quella valle desolata.

Dopo alcuni minuti di totale disperazione, decisi di incamminarmi.

Vagavo senza una meta, senza seguire un sentiero; l’unica certezza era che faceva

molto caldo. Arrivai in un villaggio e capii subito che non ero su un altro pianeta, ero

in Africa: in uno dei tanti villaggi africani tanto raffigurati nei libri. A scuola avevo

anche fatto una ricerca, ma non mi sono mai interessata all’argomento. Vedevo

molti ragazzi, avevano la mia età, forse anche più piccoli, e già lavoravano. I più

piccoli restavano a casa, a rotolarsi nel fango, piangendo, sotto il controllo dei più

grandi. Era chiaro che non mangiavano da alcuni giorni e che non avevano mai

mangiato a sufficienza. Entrai in una casa. Casa in realtà è una parola grossa, era più

che altro una capanna. Pensavo che mi avrebbero cacciato, invece nessuno parve

accorgersi della mia presenza. Evidentemente erano abituati a ricevere persone, e

quel via vai era perfettamente nella norma. La capanna era praticamente vuota.

C’era solo della paglia per terra, con qualche straccio messo a mo’ di coperta, che

evidentemente costituiva il letto dei ragazzi, e qualche sgabello. La porta della

capanna era aperta e vidi un bambino che passava per la strada. Era magro, con le

guance scavate, le costole che si sarebbero potute contare. Mi fissò con occhi

supplichevoli. Ci guardammo negli occhi tutti e due per un secondo. Che differenza

c’era fra lui e me? Nessuna. Però io ero benestante e lui povero, io mangiavo bene e

lui non mangiava a sufficienza rischiando di morire di fame. C’era un fosso a

separarci, eppure per un secondo ci siamo sentiti uniti, come due fratelli. Poi se ne

andò.

“Credo che hai visto abbastanza”. Trasalii. Accanto a me c’era quell’essere, il mio

accompagnatore. Mi prese per mano. La capanna sparì con la stessa facilità con cui

era apparsa e mi ritrovai a casa.

Mia madre stava ancora cantando.

Bianca Patarnello

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Gianduiotto…

Gianduiotto era un paesino sperduto tra le montagne. Nessuno sapeva della sua

esistenza perché era stato costruito da un mago oscuro stanziatosi lì molti anni

prima. All’inizio era un piccolo agglomerato di capanne, ma poi molti popoli

avevano lasciato il loro segno; archi, chiese, maestosi palazzi reali ed una fabbrica.

Una fabbrica? Sì, una fabbrica di pasticcini. Nel paese c’era la tradizione dell’arte del

fare i pasticcini. Gianduiotto era governato dalla ricchissima famiglia, che viveva in

un palazzo maestosissimo. I componenti di questa ricchissima famiglia erano 3; la

contessa De Gianduiottis, una signora sui quarant’anni, sempre truccata e ben

vestita, sempre agghindata e con i capelli acconciati con corone e forcine. Poi c’era

il conte De Gianduiotto, sempre vestito con un elegantissimo gessato e sempre con

il naso ficcato in qualche libro o giornale. Il conte e la contessa avevano una figlia,

Meringa. Aveva circa 11 anni, i capelli color cannella, lunghi fino alla vita, la pelle

chiara e vellutata con qualche neo qua e là e con gli occhi blu oceano. Meringa

viveva tutto il giorno nel castello, senza neanche poter uscire nel cortile. Ma

perché? Perché molti anni prima, ad una festa aveva mangiato così tanti dolci, tutti

in una volta, che aveva avuto mal di pancia fino ad arrivare in punto di morte, ma

poi, per la felicità dei suoi parenti e del paesino, si era rimessa. Meringa avrebbe

tanto voluto vedere la fabbrica di pasticcini, e perché no, mangiarne pure uno. Dalla

finestra vedeva tutti i bambini che si sedevano sulle panchine e, ridendo e

scherzando, si godevano quel pasticcino. Ogni giorno questo desiderio cresceva di

più, finché, un pomeriggio, mentre stava comodamente accoccolata sulla poltrona,

sentì qualcosa vibrare. Si guardò intorno, ma non vide nessuno. Successe lo stesso

per altre tre volte. Poi ne capì l’origine: era un vaso. Il vaso continuò a tremare

finché non fu sul punto di cadere. Meringa, istintivamente lo prese e al contatto con

la sua mano ne uscì una fata: era fatta di luce ed intorno a lei aleggiava una

nebbiolina biancastra. “etciuuù!!!” starnutì. Poi con fare irrequieto volò per tutta la

stanza, lasciandosi dietro polvere di fata. Meringa era terrorizzata; le fate le aveva

viste solo nei libri. Allora la fata le si avvicinò e con una voce vellutata le chiese: “tu

vorresti vedere la fabbrica dei pasticcini, vero?”

“Sssì..., sì...” rispose tremante Meringa. Il volto della fata si illuminò. Alzò la

bacchetta e.... Meringa si sentì mancare: i suoi capelli ed il suo corpo si

trasformarono in panna e si arrotolarono a mo’ di cono. “ecco fatto” disse contenta

“ed ora ...alla fabbrica” e puntò la sua bacchetta sopra le loro teste ed un vortice le

prese; Meringa vide con la coda dell’occhio che la fata si stava trasformando in una

ciliegia e si era posata sulla sua testa.

“Uuuuuuuuuuuu” “tumtumtumtumtum” facevano le macchine. Meringa si alzò. Era

in un posto dove faceva maledettamente caldo. Si guardò intorno, si trovava in una

sala immensa; c’erano libri di cucina accatastati, uno sull’altro. Immensi registri,

trofei, bacinelle per mettere la pasta ed un armadio mezzo aperto dove si

intravedevano chili e chili di farina, di cacao e di altre cose buone. Sentì la fata che

le sussurrava all’orecchio: “vedi, questo è il magazzino. Lì ci sono le dispense” disse

indicando l’armadio “quel cacao è tutto da mettere sui pasticcini e quei trofei sono

quelli che ha vinto la fabbrica. Vieni, mettiamoci qui dentro ed aspettiamo che

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qualcuno ci venga a prendere” disse indicando una bacinella. Proprio pochi istanti

dopo entrò un cuoco e le portò via. Le macchine che facevano rumore erano i forni.

Il cuoco le portò in una stanza. Meringa riuscì a leggere “cuoricini”; era fuori di sé, le

piacevano tanto. Il cuoco posò la bacinella su un ripiano altissimo, così Meringa

potè vedere tutto bene dall’alto. Ma all’improvviso una manona prese la bacinella.

Doveva essere usata per fare l’impasto!! Così vennero impastate prima con le uova,

poi aggiunsero sale e farina, ne fecero un grande impasto e le misero nel frigo con il

domopack. Stesero la pasta e la stritolarono bene bene con il mattarello e le misero

nel fondo a 180 gradi. Meringa era sfinita, era stata sballottata a destra ed a manca.

La fata, pure lei stremata, con un ultimo sforzo prese la bacchetta e tornarono a

casa. Meringa a quel punto sentì un dolore acutissimo al piede e si alzò. Era

disorientata. Tutto il viaggio che aveva fatto era vero? Si guardò intorno. C’era

qualcosa di familiare

....La polvere di fata!!!! Allora era tutto vero! Corse dalla mamma, l’abbracciò e le

chiese se poteva andare fuori. La mamma impallidì, ma Meringa le promise che non

si sarebbe mai abbuffata come la volta precedente. La mamma non sapeva, ma nei

suoi occhi c’era qualcosa di magico ed acconsentì. Da quella volta Meringa potè

uscire tutte le volte che voleva e visse come una bambina normale. Da grande

inventò la meringa, un dolce con la panna che assomigliava molto a quello in cui la

fata l’aveva trasformata da bambina e per questo vinse il titolo di “MISS

PASTICCINO” .

Cecilia Perinelli

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Una piccola minestra e un grande desiderio

Tutti i giorni il sole illuminava Foodtown, una città non come tutte le altre. Era

magica e al posto delle persone per le strade girovagavano cibi di ogni tipo, tutti

indaffarati ad iniziare una giornata faticosa. Tra la confusione risaltava un cupcake

stanco che trascinava la sua valigetta per terra, accanto a lui c’era una melanzana

che tutta contenta cantava una canzone e sua figlia si tappava le orecchie

supplicando la madre di smetterla. Dietro di loro camminava una coppia di cipolle,

felice e contenta che si abbracciava amorosamente. Foodtown era una città

indaffarata ed aveva sempre avuto i posti di lavoro migliori di tutto il mondo; solo

una fabbrica era rimasta vuota, perché nessuno aveva avuto il coraggio di chiedere

un posto di lavoro al Minignam, una fabbrica dall’aspetto terrificante, dove si

preparavano le minestre più disgustose di tutto Foodtown.

Un giorno nella piccola cittadina passeggiava una piccola minestrina dall’aspetto

delizioso, il suo nome era Soup ed il suo più grande desiderio era quello di diventare

un cuoco molto speciale. Soup non aveva molti amici, era sempre solo e pensava

soltanto alla cucina. Tutte le sere aiutava la mamma a cucinare e lei gli aveva

sempre detto che avrebbe avuto un grande futuro come chef. Questo desiderio era

grande nel cuore di Soup, sempre di più, però non si avverava mai e la piccola

minestrina perse le speranze. Una mattina passeggiando nel bosco nella speranza di

trovare un altro hobby, vide accovacciato per terra un umano, sì esatto, un umano!

Soup rimase un po’ perplesso, ma poco dopo si avvicinò chiedendo se avesse

bisogno di aiuto. Lo strano umano si alzò faticosamente dicendo che lo avrebbe

aiutato. A quel punto Soup non capì più nulla, disse che non aveva bisogno di aiuto.

L’uomo senza esitare iniziò a camminare e dietro di lui ciondolava la minestrina. Ad

un certo punto l’uomo si fermò davanti ad un capannone bianco e invitò la

minestrina ad entrare. Dentro Soup vide il suo sogno, si trovava davanti ad ogni

genere di attrezzo da cucina, rimase scioccato, sbalordito e senza parole. L’uomo

pensando di essere stato scortese si presentò e disse che si chiamava Lenny e a sua

volta si presentò anche Soup. Lenny iniziò a spiegargli il motivo per cui lo voleva

aiutare e cosi iniziò la sua storia.

Tanto tempo prima, quando Foodtown non era ancora nata, c’era al suo posto una

città di umani, Newcites, e nessuno voleva che nella città ci fossero creature

magiche. Lenny confidò a Soup che egli aveva dei poteri magici ed era immortale e

lo voleva aiutare. Lenny gli disse che era il suo bis bis nonno ed era stato uno chef

famosissimo, il più bravo di tutta Newcites. Lenny disse che non avrebbe potuto

continuare a vivere in Newcities e quindi decise di morire per finta, altrimenti la sua

vita sarebbe stata un inferno. Soup rimase a bocca aperta per quella storia così

incredibile e non poteva credere che fosse davvero suo nonno. Soup era così

giovane ed aveva una vita intera davanti e allora gli chiese come avrebbe potuto

aiutarlo a diventare uno chef esperto. Il nonno rispose che nulla è impossibile e gli

disse di presentarsi l’indomani mattina alle 8.00 per la lezione. Così Soup, ancora

scioccato, lentamente ritornò a casa e durante la notte pensò come fosse possibile

che avesse conosciuto il suo bis bis nonno. La mattina seguente fece quello che gli

aveva ordinato suo nonno ed arrivato al capannone iniziò la lezione. Soup si divertì

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un mondo, imparò molte cose ed tante nuove ricette. Migliorava da un giorno

all’altro; il nonno rimase stupito dalla bravura e dall’abilità di Soup. Diventato ormai

un cuoco esperto, il nonno gli disse che ormai non aveva più bisogno di lezioni di

cucina e lo pregò di andare e di trovare la sua strada, ma Soup non sapeva cosa

fare. A quel punto il nonno disse: “Vai tu sai che fare!”. Questa frase gli rimase in

mente per tutta la notte, così la mattina decise di andare a chiedere un posto di

lavoro nella fabbrica del Minignam. Lo assunsero perché tanto non sapevano che

altro fare, pur non nutrendo in lui alcuna fiducia. Però, preparata la minestra, Soup

chiamò tutti i cittadini di Foodtown e dopo che tutti l’ebbero assaggiata la

trovarono buonissima, squisita e, dopo avere espresso ognuno il proprio giudizio,

affermarono: ”Questa non è la solita minestra”. Minignam diventò la fabbrica più

famosa di tutto l’universo e fu l’unica ad avere 100 stelle d’oro. Questa storia

racconta che nulla è impossibile, basta metterci tutta la volontà per avverare il

proprio sogno.

Giorgia Petrella

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Il Natale da un altro punto di vista

Mi presento, sono Rold e sono un tacchino. Vivo a Natalandia, là dove il Natale è la

cosa più importante per ogni cittadino.

Vi farò un riassunto della mia vita: sono nato nel pollaio della famiglia Tradur.

Ho vissuto una vita piena di tristezza: ogni 22 dicembre spariva un mio compare e

pensavo, sin da pulcino, che prima o poi sarebbe stato il mio turno.

Ed è proprio ora che il mio più grande incubo si avvererà: è la vigilia di Natale.

Facciamo un po' di giustizia, ho delle piume fantastiche e mi considerano il più bello

del pollaio, perché uccidermi?!. Domani mattina i miei padroni mi verranno a

prendere e se trovo una buona scusa per salvarmi, bene, altrimenti ci rimetto le

penne.

Ho provato tutta la notte ad inventarmi un piano, ma niente…, fino a che ….ecco il

lampo di genio: posso fare qualcosa che mi sostituisca alla cena, non so cosa mi

faranno dopo averlo preparato, perché nessun tacchino prima di me, ammesso che

io ce la faccia, c'è riuscito, ma vale la pena tentare.

Ci fu un lungo discorso tra me e Tom Tradur: > e io risposi con fierezza


Sono riuscito a dormire questa notte, adesso mi precipito nella stanza di Renato a

chiedergli aiuto >

.

Finalmente ecco finita la torta con la mia fantasia, un pizzico di aiuto di Renato e la

fame di Tom Tradur, che mi hanno aiutato a sopravvivere.

Giada Smorto

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C’era una volta…

C’era una volta una piccola cittadina di Provincia di nome Ortolandia situata tra le

immense ed incantate valli nel territorio di Pezzolandia, nelle quali gli abitanti, gli

Ortolani, coltivavano le più desuete e sconosciute tipologie di verdure al fine di

partecipare ogni anno, il primo dicembre, ad un importantissimo ed ambito

concorso denominato "NON E' LA SOLITA MINESTRA". A questa importante

manifestazione partecipavano tutti i migliori cuochi dei paesi limitrofi al fine di

accaparrarsi l'ambito e tanto voluto trofeo della "RAPA D'ORO".

Nell'aria già aleggiava il profumo delle deliziose minestre che i cuochi

cominciavano a preparare. La giuria era composta da 10 "assaggiatori" scelti tra i

più famosi chef della zona. Si trattava della prima edizione in cui i migliori cuochi

di Ortolandia partecipavano, uno in particolare di nome Rapanello era tra quelli

che gareggiavano con tanto entusiasmo. Rapanello era un ragazzo molto

giovane, ma con una vasta esperienza nel campo culinario e soprattutto

espertissimo "Minestraro". Proveniva da una famiglia molto umile dove il piatto

principale era la zuppa di verdura in crosta di pane che sua madre preparava

soventemente con ingredienti genuini coltivati nelle verdi valli di Pezzolandia.

Nonostante la sua bravura e la sua mitezza, Rapanello non era ben visto dagli altri

concorrenti che temevano una sua partecipazione e una sua vittoria al concorso

e cercavano in tutti i modi di ostacolarlo. Tra i cuochi disonesti ne spiccava uno in

particolare di nome Pepenero che aveva la fama di essere un grande impostore.

Pepenero era stato il vincitore dell'ultimo concorso di Ortolandia e non aveva

nessuna intenzione di farsi rubare il famigerato titolo di cuoco migliore e cercò

quindi in tutti i modi di ostacolare il giovane ragazzo. Arriva finalmente il tanto

atteso giorno, i cuochi sono tutti schierati in piazza Verde, tutti allineati con le

loro ciotole davanti che sprigionavano i più intesi profumi. Soltanto Rapanello

non aveva la sua ciotola, ma una pagnotta di pane svuotata al centro dove aveva

riposto la sua deliziosa minestra. Tutti guardavano esterrefatti la particolare

ciotola curiosi di assaggiare la minestra contenuta in essa. Pepenero era violaceo,

gli tremavano le gambe, capiva che Rapanello gli avrebbe potuto strappare il

titolo tanto ambito. Tutti gli ortolani cominciarono ad applaudire quando

entrarono i 10 assaggiatori che in un battibaleno si preparavano con il cucchiaio

in mano ed il tovagliolo messo a triangolo sul davanti ad assaggiare le minestre.

Ad un certo punto Pepenero, non curante dei giurati che lo stavano osservando,

gettò nella ciotola di Rapanello una sostanza amara. Pepenero era certo che

avrebbe così rovinato il gusto della deliziosa minestra e quindi offeso il palato

raffinato degli assaggiatori. Ma questi ultimi, accortisi della mossa disonesta, non

vollero nemmeno assaggiare la minestra in crosta di pane ed assegnarono

all’unanimità a Rapanello il premio della "RAPA D'ORO" e riconobbero la sua

originalità nell'arte per aver preparato una minestra che non era la "Solita

minestra".

Pietro Taragoni

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La sciamana

Nel Mozambico c’era un piccolo villaggio formato da capanne fatte di fango e

sterpaglia. Non era bello, ma era ordinato e pulito. A causa delle guerre e delle

malattie il villaggio si era spopolato e vi erano rimasti solo donne e bambini oltre

alla Sciamana Maru ed al suo aiutante Cocu, con la testa di uccello. In quel villaggio

il cibo era poco o niente. I bambini si limitavano a mangiare biscotti preparati dalle

loro mamme con la terra, vermi o insetti. Questo comportava che i bambini si

ammalassero spesso. La sciamana e il suo aiutante cercavano di alleviare le loro

sofferenze. Preparava pozioni con le erbe e gli insetti per i malati ma la situazione

peggiorava di giorno in giorno. Maru, disperata, decise di giocare l’ultima carta: inviò

il suo aiutante Cocu in Angola alla ricerca di alcune erbe particolari e rare. Quelle

erbe, insieme a particolari ingredienti, sarebbero state utilizzate per preparare una

torta magica curativa e nutritiva: mangiandola, nessuno si sarebbe più ammalato e

non avrebbe più avuto bisogno di cibo per molto tempo. Cocu impiegò circa un

mese per trovare gli ingredienti per la torta magica. Al suo ritorno la sciamana

preparò subito il dolce. Lavorò incessantemente tutta la notte perché voleva

prepararlo per il giorno seguente quando i due gemelli figli del capo villaggio

compivano dodici anni. Fece una torta di tre piani utilizzando miele, polline e farina

di Kamut oltre a pozioni magiche ed erbe salutari. Decorò la torta con la frutta secca

che gli aveva portato il suo aiutante ed infine la spolverò con il nettare dei fiori.

Man mano che Maru andava avanti con la torta Cocu diventava sempre più triste

perché sapeva quale era il prezzo da pagare per salvare il villaggio: infatti la

Sciamana avrebbe dovuto sacrificare la propria vita. All’alba la torta magica era

pronta. Cocu indossò l’abito buono, prese la torta e si recò nella piazza del villaggio.

Tutti gli abitanti attirati dall’odore del dolce si recarono immediatamente nel luogo

da dove proveniva l’invitante profumo. Cocu impettito annunciò che bisognava

festeggiare il compleanno dei gemelli. Tutti mangiarono a sazietà e con loro grande

sorpresa più mangiavano e più la torta si rigenerava e più si sentivano in forze. La

sciamana infatti era riuscita ad ottenere, con l’aiuto degli spiriti del bene, che il

villaggio avrebbe avuto il dolce nutritivo fino all’arrivo delle piogge.

Dopo aver lungamente festeggiato, le donne e i bambini si recarono in corteo presso

l’abitazione di Maru. Rimasero sorpresi perché non trovarono la sciamana; la

chiamarono invano per ringraziarla. Infine Cocu illustrò loro cosa era successo. Tutti

precipitarono nello sconforto, come avrebbero fatto a sopravvivere senza la cara e

buona Maru. Cocu spiegò che, anche se non la vedevano più, Maru sarebbe stata

sempre con loro e non li avrebbe mai abbandonati. Li invitò a tornare a casa con un

pezzo di torta che miracolosamente era comparsa nella casa.

Emanuele Tata

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Ogni giorno

la scuola mi regala

esperienze di vita collettiva,

ma mi pone anche di fronte

a scelte di responsabilità individuale

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Un nuovo inizio

Quando ho letto la traccia di questo tema che la professoressa Cistriani ci ha

assegnato, ho riflettuto su una cosa: Il motivo di questo compito.

Mi ci sono voluti pochi secondi di tempo per arrivarci. Farò una breve premessa.

L’anno scorso ho cominciato le Medie alla scuola Luigi Settembrini e conoscevo solo

pochi, ma fedeli amici.

Nonostante questo ho fatto moltissime conoscenze, caratterizzate dal fatto che

avevamo tutti lo stesso scopo, ovvero quello di fare amicizia.

E così è stato.

Ma in questo secondo anno di scuola le cose non vanno molto bene, visto che ormai

ci conosciamo tutti e siamo diventati troppo vivaci nel corso del nostro cammino

insieme.

Particolarmente è una la cosa che noi della 2B pratichiamo di continuo: un rumore

devastante.

E questo è dovuto a tutti, in vista del fatto che siamo ventinove e quando ogni

persona parla col proprio compagno si scatena l’inferno. Ma un vero inferno.

Adesso probabilmente mi starete prendendo per uno che se ne lava la mani e mette

in luce solo i difetti degli altri, ma non è assolutamente vero, perché in questo tema

parlerò accuratamente del nostro problema e dirò una delle cose più vere di tutte.

Uno dei primi che fa chiasso sono io. Adesso, contrariamente a quello che ho detto

prima, non prendetemi per un ragazzaccio che non rispetta le regole, mi faccio solo

un po’ prendere la mano quando sono in compagnia dei miei amici.

Questo è negativo e lo ammetto. Quindi la punizione dei professori è dovuta

soprattutto al fatto della mia presenza in classe. Credetemi, non voglio fare la

vittima, anche se ci riesco molto bene. Non sono da solo è ovvio, ma diciamo che

contribuisco al comportamento negativo della mia classe. Ciò succedeva di

continuo, fino al momento del pagellino di due settimane fa, che mi ha fatto

riflettere in modo profondo e sono giunto all’unica e giustissima conclusione:

Cambiare comportamento fin da subito e evitare chiacchierate con i compagni.

Quando ci ho pensato, credevo fosse impossibile, ma adesso con un po’ di impegno

ci sto riuscendo, contro le mie stesse aspettative.

Anche la classe, che ha avuto un’ondata di pagellini di insufficienze in condotta ha

dovuto ammettere di non essere nel giusto.

E tutti hanno cambiato registro.

Quindi pian piano, evitando il chiasso e i fastidiosi rumori che spesso facevamo e

quindi procuravamo alle altri classi, stiamo migliorando progressivamente e forse

c’è ancora un barlume di speranza per il viaggio istruttivo.

Ma non dobbiamo rilassarci troppo. Per niente. Sono certo che alla prima mossa

falsa saremo subito presi in fallo e il camposcuola verrà cancellato. L’unico nostro

grande obiettivo per adesso è quello di non perdere tempo e voglia di comportarci

correttamente in classe, sempre. A ogni ora e soprattutto con ogni professore che

viene nella nostro aula.

Non voglio dare insegnamenti alle gente, ma solo dei piccoli consigli, basati dalla

mia negativa esperienza. Sono arrivato ad un certo punto ad avere tutta la classe

75


contro, anche se i miei veri amici sono rimasti con me e mi hanno difeso, per quanto

potevano. Ma non ci si deve più pensare, ora che è tutto rientrato e possiamo

definirci un scolaresca normale. Non più brava delle altre, ma neanche inferiore ai

valori del rispetto e della lealtà, che non dovrebbero mai mancare.

Come ho già detto la nostra unica preoccupazione in questo momento è di guardare

avanti e non al passato, di comportarci bene senza farci condizionare dai nostri

compagni, o meglio trascinarli sulla giusta condotta.

E parla uno come me, uno dei peggiori ragazzi di quella classe. I miei amici sono

migliori di me e forse per questo hanno più possibilità di capire quello che voglio

dire.

Vorrei esprimere altre due mie idee. Quando ancora il mio comportamento era

sbagliato, non mi ero reso conto che facevo prendere la colpa a persone che non

c’entravano niente . Con questo tema vorrei chiedere scusa a ciascuno di loro.

Mi piacerebbe andare a Venezia e per conquistarcela dobbiamo tutti ritornare sui

nostri passi. Credo che questa sia la strada giusta per uscire dal tunnel che ci sta

impedendo di dimostrare agli altri che siamo migliori.

Perché questo motto esisterà sempre:

“nella gioia e nel dolore, 2B unico amore!”

Pierluigi Damosso

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La scuola media

Nella vita il passaggio, forse, più importante è quello dall’infanzia all’adolescenza.

È un punto della vita che rimarrà impresso nel tuo cuore, per i primi

amori o le prime cotte, per l’amicizia sincera, per un amico speciale…. Secondo

me, in questa fase ognuno scopre chi è veramente. La scuola media è

determinante per ognuno di noi, è una specie di guida in sé stessi, nella quale

scoprirai cose di te che non conoscevi e soprattutto le medie saranno un

importante ostacolo che ti metterà a dura prova. È una scuola ricca di

difficoltà e responsabilità sulle quali i ragazzi dovranno riflettere

attentamente per affrontarle in modo corretto. Certo tutto questo con l’aiuto

degli amici. Ogni persona li avrà, chi di meno e chi di più, comunque l’importante è

che ci siano quei due, tre o quattro che ti fanno sentire speciale

in ogni momento, che ti vogliono bene veramente per quello che sei e che ti

aiutano quando ne hai bisogno. Ogni giorno a scuola viviamo esperienze diverse,

alcune belle altre di meno, ma sono sicuramente eventi che ci fanno crescere e

maturare. Le medie, come dicevo prima, ci mettono di fronte a impegnative

responsabilità, come per esempio: studiare ogni giorno, comportarsi educatamente,

ricordarsi il materiale, tornare da soli a casa, prendere l’autobus, vivere civilmente…

Per alcuni è più facile, ma per altri può risultare più complicato, quindi

tutti dovrebbero aiutare tutti per rendere la vita più facile ad ognuno di noi ,anche

solo con pochi semplici gesti, che ci caratterizzerebbero come una vera

famiglia.

Giulio Cicolella

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“A ognuno la sua parte”

La scuola non dà solo nozioni fondamentali riguardanti le materie scolastiche, ma

anche insegnamenti per vivere in una società. Infatti ogni giorno, stando seduti sui

banchi di scuola, arricchiamo il nostro bagaglio culturale e facciamo esperienze di

vita di gruppo.

Però per far sì che la piccola comunità scolastica funzioni bene ognuno deve

svolgere i suoi compiti correttamente. La scuola è un meccanismo perfetto e coloro

che la compongono sono i suoi ingranaggi; se ognuno fa la sua parte tutto procede

alla perfezione, ma se qualcuno non adempie ai suoi doveri il meccanismo si

inceppa e non dà più i risultati sperati.

Per questo è importante che, pur essendo in tanti, ciascuno faccia attenzione a non

far fermare il meccanismo. Infatti è vero che sbagliando si impara, però ciò non vuol

dire che ogni errore è perdonato: sbagliare serve per migliorarsi e non farlo più in

futuro.

A scuola ogni giorno si imparano il rispetto delle regole e degli altri; due concetti

che esprimono sempre la stessa cosa perché se c’è il rispetto delle regole

automaticamente c’è anche il rispetto degli altri e se uno dei due viene a mancare

manca anche l’altro.

Per evitare di rovinare l’equilibrio della classe basta pensare alle conseguenze che

potrebbero derivare dalle proprie azioni. Per esempio, se ogni volta che non c’è una

professoressa in classe ognuno pensasse che urlando disturba gli altri, forse non

urlerebbe. Una persona sola non fa un grande danno; però se ad urlare è tutta la

classe il caos aumenta e di conseguenza anche il fastidio per gli altri è maggiore.

Sicuramente non si può pretendere sempre la perfezione da tutti perché nessuno è

perfetto. L’importante è che ciascuno, nel suo piccolo, si impegni a far funzionare a

dovere quel meccanismo perfetto che è la scuola.

Rossana Maletto

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Tanto vale andare a scuola

La luce del sole mi batte sugli occhi,

la sveglia a sua volta batte i rintocchi.

La mamma mi dice di alzarmi,

io non ci penso e continuo a girarmi.

Sto al caldo nel mio letto a castello

Poi sento un piede in faccia, è mio fratello;

non scende mica dalla scala, quell'imbranato!

Mi massaggio la faccia ma resto addolorato.

Urla mio padre: hai fatto colazione?

A me interessa il sonno, non l'alimentazione!

A quel punto mia madre accende pure l'aspirapolvere.

lo dai preparativi non vorrei farmi coinvolgere

Ma a malincuore abbandono le lenzuola

Perché, alla fine, tanto vale andare a scuola.

Daniele Ingenito

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Il mondo che vorrei

è pieno di…

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Cambio di gioco!

La guerra, l’odio, la crisi economica globale, dare valore solo ai soldi. Questi sono

alcuni degli aspetti del nostro pianeta. Lo sappiamo ormai tutti, il mondo è pieno di

continui conflitti e la pace sembra un sogno irraggiungibile.

Non sono pessimista, vorrei anche io essere all’oscuro di tutto, non pensare a nulla

e starmene tranquillamente seduto a giocare alla playstation, come se non stesse

accadendo niente. Il fatto è che non posso.

Nell’antichità i filosofi e i letterati si interessavano alla ricerca del senso della vita e

della verità; si occupavano di scienza, matematica, astronomia e di problemi sociali.

Ma questi grandi uomini non ci sono più, sono solo un lontano ricordo. Essi danno

lustro all’Occidente, ricordiamo Aristotele, Socrate, senza scordarci di Dante

Alighieri. Gente che ha segnato la lunghissima storia dell’uomo.

Adesso, purtroppo, tutto il mondo deve pensare a cose più materiali e nessuno

perde tempo a creare, a sperimentare. Perché ormai ci siamo dimenticati di stupire,

di inventare, di scoprire!

La guerra e l’odio reciproco impediscono alla Terra di crescere e svilupparsi nel

modo più giusto. Il mondo è pieno di politici. Non esistono più i geni, gli ideatori di

un tempo, o magari ci sono, ma non si fanno vedere. E quindi il momento che sta

passando il nostro pianeta limita l’intelligenza e la creatività dell’uomo,

costringendolo a chiudersi in sé stesso.

Nonostante le ombre dell’epoca attuale, dobbiamo riconoscere anche parecchie

luci. Fra cui la nascita della tecnologia moderna, senza cui sarebbe impossibile

vivere a tutt’oggi. Quindi in termini calcistici, darei questo punteggio alla partita

“Antichità” contro “Età contemporanea”: 1-1. E come sempre si sente dire nelle

telecronache sportive: “Cambio di gioco!”

Pace. Amore. Benessere fisico e morale. Stupore e intelligenza. Ecco gli aspetti del

mondo che desidererei. Un mondo dove non esiste nessuna crisi, dove la guerra è

ormai un lontano ricordo e dove da tempo regna la pace.

In questo caso, allora sì che la Terra andrebbe sfruttata interamente, in un pianeta

in cui non sarebbe presente nessun tipo di insoddisfazione personale, nessun

motivo di piangere bensì di rallegrarsi per ciò che il mondo ci offre!

Probabilmente non accadrà mai, ma sforziamoci di immaginarcelo. Il rispetto

dell’ambiente e delle persone che lo abitano sarebbero due dei canoni più

importanti presenti in questo nuovo meraviglioso mondo.

Non ci sarebbe alcun problema dal punto di vista economico e politico, perché

saremmo tutti in grado di esprimere la propria opinione e partecipare attivamente a

tutte le proposte che ci vengono offerte. Vorrei un pianeta pieno di opportunità e

gioia di vivere.

Noi siamo giovani, siamo pieni di idee e di progetti. E allora mi pongo

spontaneamente questa domanda: perché non possiamo essere noi a cambiare il

mondo?

Pierluigi Damosso

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Ogni giorno…

Ogni giorno quando leggiamo i giornali o ascoltiamo il telegiornale veniamo

informati su quello che succede nel mondo e in Italia. Purtroppo la maggior parte

delle notizie che riceviamo sono drammatiche.

Ci sono guerre in corso in varie parti della Terra, popolazioni distrutte dalla violenza

e dalla povertà e dalla fame, bambini che soffrono e che in certe zone del pianeta

non arrivano neanche al primo anno di vita.

L’idea che mi sono fatto è che esiste una grande ingiustizia: i pochi fortunati che

sono nati nelle aree sviluppate e ricche possono permettersi una vita serena e

dignitosa e poi c’è la maggior parte degli abitanti della Terra che non riesce neanche

a sopravvivere. Questo è quello che non vorrei che accadesse più.

Il mondo che vorrei dovrebbe essere basato sul senso di giustizia e pace. Vorrei che

finissero le guerre che producono solo morte e distruzione e arricchiscono poche

persone. Vorrei che tutti gli uomini avessero la possibilità di essere nutriti, curati e

assistiti; che tutti potessero avere un lavoro dignitoso senza essere sfruttati, con

uno stipendio adeguato e la possibilità di avere un’istruzione.

Esistono ormai tante Associazioni umanitarie che si dedicano al miglioramento delle

condizioni di vita soprattutto nelle zone sottosviluppate. Per me queste associazioni

umanitarie dovrebbero essere finanziate di più e aiutate nel loro lavoro. Penso però

che nel mondo che vorrei ognuno di noi deve mettere da parte il proprio egoismo e

pensare agli altri, solo così si potrà migliorare.

Nel mondo che vorrei la natura dovrebbe essere rispettata. Il nostro pianeta sta

subendo un danno a causa dell’inquinamento e lo sfruttamento della terra e tutto

ciò si vede come conseguenza sulla salute dell’uomo e sulle sue condizioni di vita.

Bisogna trovare delle soluzioni per fermare la distruzione del nostro pianeta

pensando di vivere più secondo natura ed eliminando tutto quello che è inquinante.

Bisognerebbe eliminare i grandi interessi che ci sono dietro a sfruttamento della

terra, lottare contro gli interessi dei corrotti.

Ci sono moltissime cose che vanno cambiate, tanti aspetti con i quali io non sono

d’accordo. Quelli che ho elencato sono solo una piccola parte delle situazioni

drammatiche e negative che sono di ogni giorno in tutte le parti del mondo.

Sono convinto che ci vuole una grande forza che può venire soltanto dalla volontà di

cambiare le cose, per fare in modo che i desideri di cambiamento positivo possano

diventare reali.

Giangiacomo Doglio

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Il loro futuro è il nostro presente

Tutti noi oggi ci chiediamo come sarà il mondo nel futuro, anche le persone che

sono vissute nel passato se lo sono chiesto. Le persone vissute nel periodo della

guerra desideravano un futuro migliore, magari un mondo in cui regnava la pace e

non c'era il bisogno di combattere.

Le persone schiavizzate desideravano un mondo in cui tutti erano liberi.

Il loro futuro è il nostro presente, i loro sogni sono la nostra realtà, ma anche noi

oggi abbiamo dei sogni da realizzare.

Anche noi pensiamo che tante cose non vanno bene in questa epoca dove tutto è

multimediale, rapido, veloce, dove oggi è già domani.

Eppure in questa epoca, ci sono persone che muoiono di fame ogni giorno, persone

povere che non possono comprare il necessario per i figli, persone che perdono il

lavoro, persone anziane lasciate morire in solitudine.

In questa epoca inoltre stiamo distruggendo l'ambiente in cui viviamo.

Il male peggiore è sicuramente la perdita dei valori e il degrado dell'essere umano.

Le persone non sono più solidali tra di loro, non si aiutano più, ognuno pensa per sé.

Sarebbe bello invece avere un mondo dove tuttti collaborano per lo stesso obiettivo:

renderlo migliore.

Un mondo dove ci si aiuta, dove tutti si salutano e sorridono, dove nessuno sporca o

inquina l'ambiente, dove tutti hanno una parola di conforto per un altro, dove chi ha

di più aiuta chi è meno fortunato.

Un mondo insomma dove ci si vuol bene, come una grande famiglia.

Il mondo che vorrei è pieno di Amore.

Francesco Graziani

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Il mondo dei miei sogni

Erano le 10,00 di sera e stanca mi buttai sul letto pensando al mio mondo ideale

immaginandolo sotto ai miei piedi, io regina di tutto e sovrana insuperabile. Non

che vorrei ritornare alla monarchia, ma mi piacerebbe almeno una volta nella vita

essere importante, con qualcuno che mi ritiene importante, che sente i miei

problemi e che mi ascolta. Ero sdraiata a pensare al mio mondo quando i miei occhi

si chiusero immergendosi in un sonno profondo e la mia mente incominciò a

sognare: avventure, viaggi, feste, poi si fermò su un argomento che mi assorbì e

incuriosì. Sul mondo, su come lo desidererei, gioioso come la pubblicità Barilla; tutti

insieme contenti; sì, un pò impossibile, ma nei sogni nulla è impossibile: un mondo

felice in cui nessuno ti urla contro, nessuno ti giudica e nessuno ti minaccia. Sì, un

mondo più sicuro, più felice, dove le giornate non sono mai brutte, ma forse un

mondo troppo felice non farebbe mai conoscere la tristezza, la paura, l’odio,

l’avventura, solo la felicità. Forse è proprio la tristezza, la paura che fanno imparare

e che fanno capire i momenti più tristi e fanno ragionare sul perché della vita. Lo so

come sarà il mio mondo; sì, sono proprio sicura, un mondo più giusto, con tristezza,

felicità e anche odio, ma più sano, più pulito, dove puoi essere sicuro di ciò che

respiri, di ciò che mangi e ti guardi intorno e vedi la natura, quel verde che ti fa

sentire meglio, più felice. E case perfette per mantenere un mondo più pulito, e,

quando stai giù o quando hai litigato e quando non ti senti capita, ti immergi nei

prati perfetti per camminare e riflettere. Dove ti puoi ascoltare, dove puoi capire

quelle domande così misteriose. Secondo me, proprio grazie alla paura e all’odio, ho

scoperto il piacere della natura e grazie a questa riesco a tirarmi su, a sentirmi

meglio. Tutte queste risposte un giorno le scoprirò, ma adesso sono sicura come

sarà il mio mondo e credo che migliorerà perché diventando più grande mi troverò

davanti a nuove esperienze e nuove idee e a quel punto il mio mondo sarà perfetto.

Giorgia Petrella

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Persone…

Persone alle quali non manca nulla, hanno di che nutrirsi e possono soddisfare ogni

bisogno; nel mio mondo perfetto tutti avranno un lavoro adatto alle loro capacità

che non crei loro alcuna difficoltà e che li renda felici e soddisfatti di loro stessi e

della loro vita.

Non ci saranno differenze sociali e, per quanto la gente sia diversa, ognuno avrà gli

stessi diritti e le stesse possibilità degli altri di condurre una vita dignitosa; non si

dovranno vedere persone chiedere l’elemosina ai semafori, perché vederle mi crea

un peso al cuore.

Per risolvere i problemi i Paesi useranno la diplomazia e non le armi, ma anche nella

vita di tutti i giorni si useranno le parole al posto della violenza e tutti saranno più

comprensivi; in questo modo vivremo in armonia.

Inoltre si faranno molte scoperte in tutti i campi, in particolare in quello della

scienza, così si riusciranno a debellare molte malattie; per di più tutti avranno una

cultura maggiore e saranno in grado di parlare con gli altri senza timore.

I giovani assisteranno gli anziani permettendo loro di vivere senza difficoltà,

nessuno verrà abbandonato ed avrà sempre qualcuno a cui affidarsi e a cui chiedere

aiuto; nessuno verrà isolato o maltrattato e troverà sempre sostegno in ogni

occasione.

Ogni persona rispetterà il pianeta, non ci saranno discariche ma impianti per il

riciclaggio, si useranno le energie rinnovabili e il mondo sarà più pulito, come più

puliti saranno i mari. Questo permetterà lo sviluppo della flora e della fauna, così

oltre a pesare meno sul nostro pianeta lo renderemo più bello.

Il dolore non potrà scomparire, ma cercheremo di accettarlo, di usarlo per renderci

più forti, provando ad alleviare quello degli altri.

So che è difficile che ciò accada, ma non impossibile e forse in un futuro non troppo

remoto accadrà. In ogni caso, sognare non costa nulla e, anche se a nessuno

interessano le fantasie di una ragazzina come me, potendo, vorrei inviare a tutti il

messaggio di cercare di fare qualsiasi cosa per avvicinarsi un po’ di più alla

prospettiva di un mondo migliore.

Rossana Maletto

85


Vorrei alzarmi una mattina…

Vorrei alzarmi una mattina,

svegliata dagli uccelli

e vedere il mondo sorridere, malgrado tutto.

Vorrei…

Vorrei che il lupo baciasse l’uccello,

e che il cacciatore abbracciasse l’uccello.

Vorrei che i nemici si stringessero la mano.

Vorrei…

Vorrei che l’uomo proteggesse la storia

perché è da essa che bisogna partire

per costruire un futuro migliore.

Vorrei…

Vorrei che l’uomo proteggesse la natura,

e che ne capisse la selvaggia bellezza

e la sua importanza.

Vorrei…

Vorrei un mondo più vicino ai desideri dei giovani

perché essi rappresentano un mondo migliore.

Vorrei non aver paura del futuro.

Vorrei…

Bianca Patarnello

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Camminando…

“Miseria e grandezza di questo mondo: non offre

verità ma amori.

Regna l'Assurdità e l'amore si perde.”

Albert Camus

Camminando per strada in un pomeriggio di ottobre mi guardo intorno: il mondo è

così diverso da quello delle favole. Il cemento ricopre ogni cosa, ai lati delle strade

c’è gente che chiede l’elemosina; sui lampioni ci sono fogli ormai stropicciati di

giovani, avvisi di ragazzi che cercano lavoro; ragazzi che sono laureati, giovani menti

a cui però non si dà la possibilità di esprimersi e sono come lasciati morire. Accendo

la tivù e sento: “oggi due romeni sono morti alla stazione e non avevano una fissa

dimora”. La notizia è terrificante, mi stringe il cuore e penso: perché il mondo non

dà a tutte le persone la stessa opportunità? Tornando a casa a pranzo il telegiornale

dice: “altri 2 immigrati sono morti rovesciati da un barcone” e allora penso: perché

ci sono persone che in barca ci vanno per vacanza e questi, invece, per salvarsi? Poi

apro il giornale e leggo “in Afghanistan è stato messo in carcere un giornalista che

era contro il regime” ed allora mi chiedo: perché un uomo non può avere libertà di

parola, di un proprio pensiero? Mio padre mi racconta: “oggi è stato condannato

un uomo straniero perché è stato sorpreso a vendere alcune borse che erano copia

di quelle firmate ed è stato condannato a 2 anni di carcere” e pensi : perché lui e

non magari assassini che vengono lasciati liberi solo dopo 2 anni di carcere? Allora,

andando a letto penso: il mondo che vorrei è pieno di:

- bontà e gentilezza, che battano il male che sta consumando il mondo e le persone;

- di libertà di parola e di pensiero, la cosa per cui l’uomo ha combattuto in tutte le

epoche e combatterà ancora;

- offerte ai giovani di nuove opportunità, perché vengano aiutati nel cammino degli

studi, perché loro saranno la nuova generazione;

- che la legge sia uguale per tutti, senza distinzione;

- che tutte le persone ritornino a capire che tutti siamo uguali

Cecilia Perinelli

87


Tutto accadde…

Tutto accadde una domenica mattina.

Il cielo era limpido e splendente, così decisi di andare in giro per Roma. Aspettai

alla fermata per circa mezz’ora, ma poi finalmente l’88 arrivò e, salita sull’autobus,

cominciai a guardare fuori dal finestrino. Passata davanti alla caserma, vidi dei

soldati con, al posto della pistola, un grande bastone candito e giocavano tra di loro

a nascondino. Poco dopo l’autobus passò davanti l’ospedale, c’era tanta gente che

usciva allegra, senza più alcuna malattia e felice di ritornare a vivere nella propria

casa.

All’aeroporto vidi i militari, contenti di non fare più guerre, scendere dagli aerei e

riabbracciare le proprie famiglie e i propri figli.

Il percorso dell’88 sembrava infinito ed io continuavo ad osservare il mondo da quel

vetro, ero vicino a Villa Borghese, mi sembrava tutto così diverso: vedevo i bambini

giocare con gli anziani, correvano felici e spensierati, tutti i giovani desideravano

parlare con loro, chiedere del loro passato delle loro storie cosi coinvolgenti: l’avevo

capito, da quel giorno gli anziani non si sarebbero sentiti più soli.

Continuavo a sorridere ed a pensare, ma qualcosa attirò la mia attenzione:

riconobbi quell’anziana signora che da anni chiedeva sempre l’elemosina vestita di

solito di stracci, ma l’avevo riconosciuta, era lei, ma in panni diversi e con un sorriso

unico, a vederla ora aveva un aspetto da nobile: aveva ritrovato la sua famiglia ed

ora la sua ricchezza era l’affetto e il non sentirsi più abbandonata.

Tutto era più limpido e pulito, forse era stata la neve caduta eccezionalmente nei

giorni passati o forse tutto aveva un aspetto più magico, più severo, anche l’aria era

più pulita, infatti non si vedeva un’automobile, non un camion o una moto, tutti

andavano a piedi o in bicicletta, scoprendo il piacere di guardarsi negli occhi e di

sorridersi e parlarsi.

Forse sognavo ad occhi aperti, no non era possibile!

Proseguivo il mio percorso, l’autobus era vuoto, il conducente mi guardava

sorridendo e ad un tratto mi disse di tenermi forte…, non capivo.

Tutto aveva assunto una prospettiva diversa, vedevo le cose dall’alto, tutto era

sempre più lontano, volavamo, sì, volavamo su Roma.

A volte basta poco per vedere le cose da un’altro aspetto, felice guardavo questo

mondo che sembrava aver cancellato gli orrori, le miserie, l’odio, la povertà e la

solitudine.

Ma ad un tratto sentii una voce che mi diceva: “signorina, prego, mi faccia vedere il

biglietto. Non capivo, mi guardava con aria minacciosa…

Purtroppo avevo capito cosa mi era successo

Mi ero addormentata sognando un mondo diverso…, il mondo che anche solo per

pochi attimi ho desiderato e il il mondo in cui vorrei vivere.

Agnese Rocchegiani

88


“Apri gli occhi e inizia a cambiare”

Il mondo è come un libro con tante pagine da poter sfogliare durante la nostra vita,

ma non tutto è meraviglioso.

In questo enorme “libro” ci sono pagine orribili della storia del mondo: una di

queste è stata lo sterminio degli ebrei e, oggi, viene ricordato con la giornata della

memoria, la Shoa, che ci fa capire che si ricorda per non far sì che riaccada.

Immaginiamo di vivere in un mondo nel quale accadono soltanto cose belle, non ci

sono guerre, c’è la pace in ogni stato, non ci sono differenze di etnia, uomini e

donne vengono rispettati allo stesso modo, non ci sono violenze, i bambini non

lavorano nelle fabbriche…

Sarebbe bellissimo e fantastico se il mondo fosse veramente così ma, secondo me,

le cose brutte accadono per farci capire che non dobbiamo compiere gli stessi errori

nella nostra vita.

Noi siamo la nuova generazione e possiamo cambiare la realtà di oggi e trasformare

il nostro futuro in qualcosa di migliore.

Un argomento che viene sottovalutato è quello della raccolta differenziata ma se

noi la facessimo, aiuteremmo l’ambiente che ci circonda; se tutti noi rispettassimo

l’ambiente in modo adeguato facendo anche piccole ma significanti azioni

potremmo cambiare ciò che ci aspetta nel futuro.

Se agiamo nel presente miglioriamo il nostro futuro e quello delle generazioni che

verranno dopo di noi.

Talvolta potremmo fare i piccoli spostamenti da un luogo all’altro non usufruendo

della macchina, autobus, taxi, possiamo muoverci a piedi migliorando così

l’atmosfera.

Facendo un piccolo gesto come buttare la sigaretta, ormai spenta, nel cestino

renderemmo i luoghi pubblici più puliti.

Sarebbe bellissimo se in Afganistan non ci fosse la guerra e tutti i cittadini vivessero

in uno stato di pura serenità e felicità.

Sarebbe fantastico se i mari, laghi, fiumi, oceani venissero realmente tutelati,

fossero puliti, e così non ci sarebbero problemi legati alla fauna e alla flora marina.

Sarebbe splendido se in Africa, come in altri paesi, i bambini non fossero sfruttati e

discriminati lavorando nelle miniere e nelle fabbriche perché ognuno ha diritto a

una adeguata educazione scolastica per il bene del nostro futuro.

Quindi dobbiamo capire che questo è il momento adatto per agire e per cambiare

ciò che ci aspetta nel futuro rendendo il mondo un posto migliore nel quale ci piace

abitare in modo sereno in tutti gli stati.

Bisogna solo scegliere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.

Chiara Vaccaro

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Donare è

amore,

altruismo

90


Donare è

Donare è un gesto d’amore,

un sorriso e uno sguardo sono pieni di calore,

e la nostra vita è fatta di bene e male

ma per superare le difficoltà, l’amore è ciò che rimane.

Donare è affetto verso gli altri,

la vita che si consuma man mano che va avanti.

La dolcezza di un amico che ci prende per mano

ci dà la forza per andare lontano.

L’amicizia e la generosità

sono essenziali per tutta l’umanità.

Ma non si può andare avanti senza questi aspetti importanti.

Una vita piena di emozioni

ci regala un senso di serenità,

per vivere in pace e tranquillità.

Edoardo Cappella

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Viva l’amore

Viva l'amore.

Donare è un po' giocare,

giocare con amore

che rima con dolore,

ma anche con vigore.

Amore nel donare,

amore nell'amare.

Amare è altruismo

e certo non razzismo.

Amore in tutto il mondo,

che gira sempre in tondo

e genera gli amori

e mescola i colori

di uomini e di razze

perché, lo penso io,

veniam tutti da Dio.

Matteo Conti

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Dammi un’altra vita

Dammi un’altra vita,

ti prego fratello,

dammi un’altra vita

e tutto sarà più bello.

Ti porterò con me

da mattina a sera

e con il tuo aiuto

avrò una vita vera.

Ti porterò con me

a correre nei prati

e ad incontrare i tuoi amati.

Dammi un’altra vita.

Donami un’altra vita

e un’altra vita avrai.

Margherita Criscuolo

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Un pomeriggio d’inverno

“Anche il più egoista non si nega di tanto in tanto il piacere del proprio

altruismo.”

Giovanni Soriano

Un pomeriggio d’inverno di tanti anni fa, in un paesino di montagna coperto di

neve, tutti si preparavano alle feste di Natale. In chiesa si faceva il presepe, in

famiglia si addobbava l’albero, i negozi abbellivano con fiocchi rossi le loro vetrine e

il sindaco aveva mobilitato cinque squadre di operai per far brillare le strade di luci

bianche, verdi e azzurre. Tutti correvano a destra e a manca in cerca di regali,

avvolti nelle loro sciarpe calde e soffici e tornavano a casa carichi di mille pacchi tra

le braccia.

Soltanto una persona se ne stava ferma all’angolo della strada, davanti all’ingresso

del supermercato. Era un’anziana signora, vestita di abiti poveri, ma sorridente e

volenterosa. Si chiamava Mafalda. Non chiedeva l’elemosina: si offriva di aiutare i

clienti a portare le pesanti buste della spesa fino al parcheggio delle macchine e, in

cambio, da qualcuno di loro riceveva 50 centesimi o un euro dai più generosi.

Le giornate trascorrevano faticose e lente per la vecchia Mafalda, che comunque

non perdeva la pazienza e la gentilezza con tutti… Da quando era arrivata in quel

luogo con la sua famiglia dopo un lungo viaggio dalla Romania, nessuno si era mai

fermato a parlare con lei, a chiederle come si chiamasse, a salutarla con un

buongiorno amichevole. Purtroppo c’era anche chi, qualche volta, la derideva o la

insultava.

Anche quel pomeriggio, verso l’imbrunire, quattro o cinque ragazzi appena usciti dal

liceo, dopo essersi fermati a bere una birra in piazza per festeggiare l’ultimo giorno

di scuola prima delle vacanze natalizie, erano passati davanti al supermercato e per

divertirsi facevano a gara a chi riusciva a tirare le lattine vuote più vicine “al trono

della regina dei cassonetti”, come chiamavano la cassetta di frutta che la povera

Mafalda usava da sgabello per riposare di tanto in tanto le sue gambe stanche.

Il rumore improvviso la spaventò, le loro facce arroganti la rattristarono molto e il

disprezzo che trapelava dalle loro risate sguaiate la fece sentire profondamente sola

e abbandonata al suo destino.

Proprio in quel momento passarono di lì tre amici di circa 12 anni, due ragazzi e una

ragazza. Erano Joe, Adam e Tilly. Non avevano mai fatto caso alla vecchia del

supermercato, ma in quel momento la scena che si svolgeva davanti ai loro occhi li

fece rabbrividire di sdegno. Non avendo il coraggio di sfidare dei ragazzi tanto più

grandi di loro, aspettarono che quelli fossero andati via e poi si avvicinarono a

Mafalda, che nel frattempo aveva cominciato a piangere silenziosamente.

Arrivandole accanto si accorsero che c’era un terribile fetore di mondezza tra i

cassonetti dove stava la vecchia donna… e tutto il paesino, visto da quello sgabello

in mezzo agli scatoloni vuoti del supermercato, sembrava diverso, forse più strano,

forse più finto, così vicino…, ma così lontano…..

Mafalda asciugò in fretta le lacrime passandosi le mani sporche sul viso e si sforzò di

sorridere ai bambini, come faceva di solito con tutti. Questo gesto li commosse

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ancora di più. Joe prese un’altra cassetta di frutta, la piazzò di fronte a quella di

Mafalda e un momento dopo i tre amici furono tutti seduti lì, per cercare di

consolarla in qualche modo. Tilly tirò fuori dallo zaino un pacchetto di fazzolettini di

carta e gliene passò uno, Adam raccolse le lattine di birra rotolate ai suoi piedi e Joe

ruppe il ghiaccio con qualche domanda.

Dopo mezz’ora di conversazione in una lingua mista tra l’italiano, il latino e lo

spagnolo avevano fatto amicizia e sapevano molte cose in più. Mafalda era arrivata

dalla Romania insieme al marito e a quattro figli, ormai da circa due anni. All’inizio

aveva trovato una sistemazione in una roulotte del campo rom abusivo vicino al

piccolo campo di calcio del paese, ma lì non c’era acqua, né bagni, né luce. In

quell’ambiente di estrema miseria tutti erano a rischio di commettere qualche

grossa sciocchezza per sopravvivere…., così, per salvare i suoi figli dalla cattiva

strada, aveva abbandonato il campo ed ora viveva con loro in una baracca

abbandonata da alcuni giostrai che avevano lasciato la zona per trasferirsi in città.

Con i pochi soldi che riusciva a racimolare davanti al supermercato con i suoi piccoli

servizi, Mafalda comprava qualcosa da mangiare per la famiglia, mentre il marito

girava tutto il giorno alla ricerca di un lavoretto.

Alla sera si ritrovavano tutti insieme, stanchi ma felici di poter mangiare senza aver

rubato e senza aver abbandonato la retta via dell’onestà e della bontà.

Alla fine del racconto Mafalda non piangeva più, ma avevano cominciato a piangere

tutti e tre i ragazzi, anche se nessuno di loro lo avrebbe mai ammesso, e d’altra

parte il buio della sera camuffava bene la situazione. Rimasero in silenzio per

qualche istante e si alzarono solo quando Mafalda li pregò di andare subito a casa

per non far preoccupare i loro genitori del ritardo. Le obbedirono, ma le promisero

che sarebbero tornati da lei il giorno dopo.

Quella sera niente era più lo stesso ai loro occhi. Entrarono nelle loro case ben

riscaldate, con la cena fumante pronta sul tavolo, la play station che li aspettava

per la partita di fine giornata e il computer che li chiamava su facebook… Nessuno di

loro aveva una gran voglia di giocare né di cenare né di chattare né di sapere cosa

c’era dentro quei pacchi sotto l’albero che diventavano ogni giorno più numerosi…..

Fino al giorno prima erano così contenti di tutto questo…, o almeno pensavano di

esserlo…, ma adesso continuavano a pensare a Mafalda e ad immaginarela sua

serata, al freddo, nella baracca spoglia ai margini del paese.

Una cosa però avevano voglia di farla: raccontare a qualcuno quello che era

successo. Joe, Adam e Tilly si sentirono al cellulare e decisero di condividere tutto

con tutti… A cena parlarono con i loro genitori. Raccontarono loro ogni cosa e

questa volta anche gli adulti si commossero profondamente. Dopo cena, su face

book, raccontarono a tutti gli amici quanto era accaduto… Joe aveva una pagina di

fans di Harry Potter con tantissimi contatti e pubblicò la notizia anche lì… Tutti

dovevano sapere quanta nobiltà d’animo c’era nella vecchia Mafalda e nessuno più

avrebbe dovuto permettersi di deriderla o di offenderla in alcun modo….

In rete tutti furono d’accordo. Anche i genitori fecero una catena di telefonate per

parlare della cosa e presto tutto il paesino era sensibilizzato.

Il giorno dopo i tre amici tornarono da Mafalda. E il giorno dopo, e il giorno dopo

ancora….: restavano una mezz’oretta con lei, approfittando del fatto che la scuola

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era sospesa, le tenevano compagnia, facevano quattro risate. Dopo una settimana

molti altri facevano come loro e con Mafalda c’era sempre qualcuno che passando

scambiava una buona parola con lei. Quei liceali che le avevano tirato le lattine di

birra si chiedevano cosa diavolo stesse accadendo, ma qualsiasi cosa fosse,

decisero, come al solito, di seguire la massa e quindi anche loro diventarono gentili

con la vecchia rom, senza sapere esattamente il perché. Joe, Adam e Tilly erano

contenti e Mafalda non faceva che ringraziarli per tutti i nuovi amici che lei aveva

trovato.

Ma a questo punto accadde qualcosa di inaspettato….

Alla vigilia di Natale Mafalda non venne al supermercato. I tre ragazzi si chiesero

tutto il giorno cosa fosse successo e a turno la aspettarono al solito posto per

l’intero pomeriggio. Finalmente, verso sera, arrivò affannata. La sua figlia più grande

aspettava un bambino, ma date le condizioni disagiate di vita, rischiava di perderlo

proprio ora al settimo mese di gravidanza. Mafalda era stata tutto il giorno in

ospedale e lì i medici le avevano detto che non c’era molto da fare: servivano delle

trasfusioni di sangue e soprattutto serviva una casa più accogliente per portare a

termine la gravidanza.

I tre ragazzi si guardarono e seppero subito cosa fare. Joe chiamò suo zio che aveva

una ditta di prefabbricati, Adam lanciò un appello su facebook per una raccolta

fondi e Tilly radunò tutti i genitori della classe per la raccolta del sangue.

Così, il giorno stesso, riuscirono ad acquistare una casetta di legno con i soldi che i

ragazzi donarono restituendo tutti i loro regali di Natale ai negozi dove i parenti li

avevano comprati, mentre i genitori andarono tutti a donare il sangue e ne fecero

sacche sufficienti per salvare la gravidanza. Il giorno dopo era il 25 dicembre e fu il

Natale più bello che quel paesino avesse mai vissuto. Tutti portarono qualcosa alla

Casetta. Qualcuno una minestra calda, qualcuno un litro di latte, qualcuno una

coperta, qualcuno un vestitino per il futuro neonato, un passeggino usato, un

giocattolo…... Mafalda aveva il cuore che le scoppiava di felicità.

La giovane mamma incinta potè così arrivare al giorno del parto in un ambiente

caldo e protetto, circondata dall’affetto di tutti, chiedendosi ogni giorno con

rammarico come avrebbe mai potuto ricambiare tutto questo. Quando

cominciarono le doglie, fu portata nell’ospedale della città più vicina, dove anche gli

infermieri e i medici, ormai, conoscevano la sua storia. Prima di entrare in sala

parto, l’ostetrica le chiese se volesse donare il cordone ombelicale. Le spiegò che

altrimenti sarebbe andato buttato. Viceversa, se lei lo avesse donato, avrebbe

potuto salvare la vita di un bambino malato di leucemia. La giovane mamma non

ebbe il minimo dubbio. Si ricordò di una signora che le aveva regalato il lettino da

campo per il neonato, era tanto buona e parlando le aveva raccontato che suo figlio

aveva proprio quella malattia. Sì, certo, avrebbe donato il cordone! Anche lei, pur

essendo povera di tutto, poteva fare un dono grandissimo alla comunità. Quel

bambino ammalatosi salvò e tutti insieme quell’anno fecero una grandissima

esperienza di vita: scoprirono la gioia di donare, non tanto i loro soldi, quanto il loro

cuore, gli uni agli altri!

Pierluigi Damosso

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Il donare…

Il donare per me significa dare ad altri una cosa con l’intenzione di recare piacere. Il

donare è generosità, solidarietà verso coloro che soffrono o vivono in condizioni

diverse dalle nostre.

Si può essere solidali con il prossimo in molti modi: con l’aiuto ai deboli, il soccorso

alle persone bisognose, confortando chi soffre. Per esempio in Italia come in molti

altri paesi europei, il volontariato è una grande forza che agisce in vari settori.

Tra le varie forme di solidarietà, altruismo, generosità, la donazione degli organi

rappresenta un gesto ancora più umano e generoso. Per me rendersi utile è una

delle cose che dà più soddisfazione nella vita.

Donare i propri organi è sicuramente il modo migliore di dare un senso alla vita

perché è dare una nuova speranza di vita, che è il bene più prezioso che abbiamo.

Mi capita di ascoltare le notizie drammatiche al telegiornale e sempre più spesso,

soprattutto quando a morire tragicamente sono persone giovani se non addirittura

bambini, vengono autorizzate dalle famiglie le donazioni degli organi. All’inizio mi

sono chiesto più volte cosa potesse significare, come potesse avvenire che una

mamma o un papà volessero questo. Mi sono domandato quale fosse il fine di una

scelta simile.

Ho cominciato a riflettere, mi sono informato per capire come potesse avvenire

praticamente un espianto e ho capito che ormai da anni, oggi, trasferire gli organi

da un corpo che muore ad uno che può continuare a vivere non è più un miracolo,

qualcosa di inspiegabile, ma una grande opportunità che la scienza offre all’uomo.

La persona che muore può dare attraverso questo gesto una speranza a un’altra

famiglia per aiutare le persone che soffrono.

Sapere che una parte dei tuoi organi continua a vivere nel corpo di un’altra persona

e che può darle un futuro, una speranza è un qualcosa che mi ha fatto capire

l’importanza di questo dono e di questo scambio che vale più di qualsiasi parola

perché ridà la vita.

Penso al caso di Marta Russo: attraverso la sua associazione che ha proposto questo

concorso ho saputo che questa giovane studentessa romana, uccisa all’università a

soli 22 anni, aveva già capito il valore di questo enorme gesto di solidarietà perché

ancora in vita aveva scelto di donare i suoi organi.

Vorrei che noi ragazzi fossimo aiutati, sostenuti ed educati a capire il grande valore

della donazione degli organi, vorrei che la scuola, i professori, le nostre famiglie ci

indirizzassero verso questo percorso per essere da adulti, come fece Marta,

donatori di amore, di speranza e di vita.

Giangiacomo Doglio

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Aiutami

Aiutami e te ne sarò grato,

aiutami e saremo sempre insieme,

aiutatami e correremo insieme su un prato,

aiutami, allevia le mie pene!

Non farmi abbracciar la morte,

non farmi abbracciare i miei cari,

strappati a noi da una triste sorte

con una sofferenza senza pari.

Ti prego fratello, sii generoso

per un povero bambino malato

fa’ che ci sia un domani gioioso.

Aiutami a rinascere,

voleremo insieme

e avremo entrambi delle vite vere.

Victoria Giannetti

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Vorrei essere un dono

Se io fossi un dono vorrei essere amore

senza ricevere nulla in cambio, ma solo dare

affinché ognuno ne abbia ricolmo il cuore,

perché donare vuol dire amare.

Se io fossi un elemento vorrei essere acqua per dissetare,

per non farla mancare ad alcuno

e vorrei pure essere un buon cibo per sfamare,

affinché di fame non muoia mai più nessuno.

Se io fossi un dolore vorrei essere lieve,

per togliere tutte le sofferenze del mondo

con la speranza che ogni malattia sia innocua e breve.

Sei io fossi..., ma io sono solo un ragazzino

e tante cose non le posso fare,

ma di certo non smetterò mai d'amare.

Francesco Graziani

99


Non ho bisogno

Non ho bisogno di sentirti per sapere che ci sei,

non ho bisogno di vederti per sapere che ci sei,

non ho bisogno di nulla, so che ci sei.

Ogni tuo ricordo è come oro per me,

ogni tuo sorriso mi spinge a continuare a vivere,

ogni tua parola è come un tesoro inestimabile.

Piango, ma di colpo smetto, sorrido e penso a te;

piango, ma mi convinco che è tutto inutile e ancora penso a te;

piango di nuovo, ma sta volta sono forte e sorrido al mondo,

piango e piango e piango...

Tutte quelle lacrime riempiono il mio viso di tristezza,

ma pensare a te mi fa tornare felice.

Tanto è il dolore quanto la gioia,

tanto è il desiderio di rivederti quanto quello di non farlo,

tanto è bello ricordarti quanto non provarci per paura di soffrire,

tanto è bello amarti quanto..., non posso fare paragoni,

questo è semplicemente un pizzico d'amore.

Alice Iacomacci

100


Donare

Donare è dividere con gli altri il più grande tesoro

tra tanti, certo il più prezioso dono,

né l’argento né l’oro

ma l’amore, l’amicizia, il perdono.

Donare è dare senza aspettarsi nulla in cambio dagli altri,

regalare non solo cose materiali, ma anche un sorriso

scoprire un po’ di tenerezza anche nei cuori più scaltri,

aprire il proprio cuore anche a quelli di cui non conosci il viso.

Donare è far del bene senza provare dolore alcuno,

rendere più felici gli altri e alleggerire il proprio cuore,

far pace con il mondo e regalare un sorriso ad ognuno.

Donare è fare un piccolo gesto per gli altri e uno immenso per sé,

ritagliare sulla terra, con un sorriso, un angolo di paradiso,

ecco che cosa donare è.

Rossana Maletto

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Chi pensa che donare significhi…

Chi pensa che donare significhi acquistare per compiacere un amico, un conoscente

o un parente, dico che dovrebbe cercare di essere meno superficiale e di mettersi

nei panni degli altri. È pur vero che la vita è bella anche se qualche volta essa può

sembrarci ingiusta, soprattutto se sulla bilancia “quotidiana” mettiamo le cose

positive e negative. Spesso il bilancio non è mai equo: le controversie, il dolore per

la perdita di un amico o di un caro ci tolgono la voglia di guardarci dentro. Ma se per

un attimo ci fermiamo e riflettiamo, se in tutto questo squarcio infinito troviamo la

forza di donarci un pensiero di bene, di amore per noi stessi, allora il miracolo

è compiuto: siamo esseri pronti a ridare felicità a chi è senza speranza, rassegnato

agli eventi che la vita quotidiana gli ha riservato. Siamo altresì pronti a donare

amore. Ma cosa significa veramente amare? Mi rendo conto che oggi tutti parlano

d’amore e lo danno per scontato, ma solo pochi sanno realmente percepirlo e

donarlo senza avere nulla in cambio. Con questo tema desidero indurre in

riflessione tutte quelle persone che a mio parere credono di sapere “a modo loro”

donare amore agli altri, senza condizioni. L’essenza dell’amore, la giusta regola

rivolta al prossimo, non significa trovare la persona che ci ami e ci renda felici, ma

riflettere sul modo con il quale poter aiutare, comprendere in poche parole, senza

nulla pretendere, senza nessuna condizione, come scelta di vita, per il rispetto di

tutte quelle vite che hanno bisogno di noi. Dedicarsi agli altri, aiutare il prossimo a

trovare la propria strada e far sì che sia felice. Un altro aspetto dell’amore è la

responsabilità. Si è responsabili dei nostri simili e delle loro esigenze, bisogna perciò

rispettare la libertà individuale e se si pensa che amore voglia dire solo amare una

persona, allora questo altro non è che un sentimento di puro egoismo. È qui che

ognuno di noi deve guardarsi dentro per conoscere e comprendere la vita. Ognuno

di noi può colorare il suo mondo in base alle proprie esperienze e così provare a

concretizzare l’amore in altruismo. Ma l’altruismo esiste davvero? Bisognerebbe

analizzare il rapporto che c’è tra noi e gli altri, io credo che tanto più si è in

sintonia con le proprie necessità, tanto più si è presenti ed attenti alle altrui

esigenze. Bisogna ascoltare ciò che ci arriva dal più profondo del cuore, sforzarci di

capire le nostre e le altrui necessità. Solo riuscendo ad ascoltare questi

sentimenti, l’attenzione verso il prossimo diventerà cosa naturale, come naturale è

l’ottimismo che quotidianamente metteremmo nella nostra vita.

In conclusione credo che bisogna essere sé stessi in prima battuta e donare agli altri

ciò che qualcuno più generoso di noi ha già donato inequivocabilmente a noi, alla

nostra stessa vita, rendendoci persone serene e reali.

Federica Miani

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Donare è una cosa semplice…

Questo non è un concetto facile da spiegare, ma io ci proverò.

In tutto il mondo, ovunque si giri il mappamondo, c' è sempre qualcuno infelice, che

avrebbe bisogno di un aiuto. Ma fortunatamente c'è spesso qualcuno che gli stringe

la mano, che gli sta accanto, che lo aiuta a non avere paura dell' indomani.

Donare è una cosa semplice, ma è anche una delle emozioni più splendide e

entusiasmanti che esistano. Quando si regala qualcosa a qualcuno meno fortunato è

come regalargli un pezzo del tuo cuore, passargli un po' della tua felicità, facendo

del bene a chi se lo merita.

La felicità e l'amore veri sono sentimenti che non tutti provano veramente, bisogna

viverle queste emozioni per capire ciò che sto descrivendo.

Vedere il sorriso sul volto di un bambino, i suoi occhi luccicare, le sue braccia pronte

a stringerti in un abbraccio per la felicità, anche semplicemente perché gli è stato

donato un giocattolo, vedere come un banale pezzo di plastica colorato possa

portare il bambino in un mondo parallelo dove quel pezzo di plastica si muove e

parla come un uomo; questo, tutto questo, è come se centomila mani ti

prendessero e ti lanciassero in cielo accanto a quegli angeli che suonano per te

un'angelica melodia, sapere che la gioia di quel bimbo è tutta per causa sua è una

sensazione indescrivibile, ma davvero bellissima.

Ogni bambino si chiede perchè Babbo Natale fa il giro del mondo solo per dare cose,

senza mia riceverle, ma in realtà il regalo più bello è il suo, ovvero vedere la gioia,

l'allegria che è riuscito a portare nell'animo di ogni singolo bambino.

Perché sono le piccole cose che un giorno o l' altro diventeranno grandi, una stretta

di mano domani sarà un bacio in fronte. Donare un sorriso rende felice il cuore,

arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona.

Non serve donare migliaia di soldi per rendere felice qualcuno, basta un bacio, una

parola dolce e un abbraccio per farlo sentire protetto e sempre al sicuro.

Michela Oneto

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Quando si ama…

“Quando si ama non vi è nulla di meglio che dare sempre,

tutto, la propria vita, il proprio pensiero, il proprio corpo, tutto

quello che si possiede, sentire quel che si dà; mettere in gioco

tutto e poter dare sempre di più”

G. de Maupassant

La storia che sto per raccontare è inventata, ma non posso dire che non sia mai

successa.

Forse in luoghi diversi, in circostanze diverse, con motivazioni differenti, ma non mi

stupirei che nella mente di qualcuno, leggendola, riaffiorasse il ricordo di un

episodio simile.

Questa storia parla di un uomo. Era un uomo semplice, povero, di quelli che per

strada la gente tende ad evitare, ma ben presto sarebbe diventato un eroe.

Non aveva una casa, o, per meglio dire, il suo concetto di casa era molto diverso da

quello che abbiamo noi.

Considerava casa sua ogni panchina, ogni parco della grande metropoli in cui viveva.

Non possedeva niente, solo qualche soldo guadagnato spazzando via le foglie e

viveva la vita affrontando i problemi minuto per minuto, senza pensare al futuro.

Non aveva nessun ideale, nessun sogno, nessuna motivazione che gli desse la forza

di mettere un passo dopo l’altro, viveva e basta.

I giorni si susseguivano senza nessuna differenza. Viveva isolato dal mondo, non

odiava la sua vita perché l’aveva scelta, né cercava di migliorarla, perché questo

significava avere un rapporto, per quanto minimo, con la gente.

Per comprendere a fondo la sua vita bisogna partire dalla sua concezione

dell’amore. Amare per lui significava essere pronto a donare la sua vita per gli altri

e, non ritenendosi in grado di compiere un gesto così estremo, rifiutava qualunque

rapporto con gli altri.

Quella sera sembrava uguale a tutte le altre. Camminava su una strada buia, o male

illuminata, alla ricerca di una panchina dove passare la notte.

Non era triste, oramai era privo di qualsiasi emozione, ma si sentiva vuoto, inutile.

Era immerso nei sui pensieri, quando un urlo disperato lacerò l’aria.

Cercò di capire da dove veniva. Poco più avanti un gruppo di ragazzi era in piedi

davanti ad un’auto nera.

Vicino a loro c’era una ragazzina. Non era alta, doveva avere tredici o quattordici

anni e si dimenava disperata tra le braccia di uno di loro.

Aveva paura, le si leggeva il terrore sul volto rigato di lacrime.

Anche l’uomo aveva paura e per un attimo la parte razionale del suo cervello gli

disse di scappare, ma poi guardò negli occhi la ragazza. Si guardarono per pochi

secondi, uno sguardo intenso, pieno di disperazione e di supplica.

104


Poi tutto accadde in un lampo. L’uomo si lanciò sul ragazzo che bloccava la

ragazzina, il quale, colto di sorpresa, lasciò la presa permettendo alla ragazza di

fuggire.

Vide allora, come al rallentatore, il ragazzo che estraeva una pistola, gliela puntava

contro e sentì un dolore acutissimo, tanto che stentò a credere che potesse essere

così forte, poi non sentì più nulla.

Si risvegliò in ospedale.

La prima cosa che vide fu la ragazza. La guardò negli occhi, quelli occhi tormentati,

le prese le mani nelle sue, grosse e pelose, senza smettere di guardarla, con uno

sguardo carico di affetto, di amore. Sì, era stato in grado di sacrificare la sua vita per

lei, era stato in grado di amare.

Qualche minuto dopo chiuse gli occhi per sempre.

Bianca Patarnello

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“Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Per comprenderlo pienamente occorre chiedersi cosa significa la parola amore.

L'amore è un sentimento intenso e profondo di affetto, simpatia ed adesione,

rivolto verso una persona, un animale, un oggetto o verso un concetto, un ideale.

Nel momento in cui l’amore non è rivolto esclusivamente verso sé stessi ma verso

gli altri, esso si coniuga con l’altruismo che va inteso proprio come manifestazione

dell’amore verso gli altri anche attraverso la comprensione dei bisogni altrui.

L’atto di donare è, dunque, una manifestazione di amore e altruismo. Un dono può

essere materiale o morale.

Si può donare agli altri beni materiali di cui hanno bisogno: ad esempio, proprio in

prossimità del Natale, nella mia parrocchia è stata organizzata una raccolta di viveri

per le famiglie più bisognose del quartiere. Anche io e le mie sorelle partecipiamo a

queste raccolte donando i giochi che non usiamo più tanto, ma che sono ancora

belli, o dei vestiti.

Il dono morale più grande è quello di darsi al prossimo, manifestando affetto,

solidarietà o semplicemente con una parola di conforto a chi è in un momento

difficile della sua vita…

La bellezza del donare è la sua gratuità dal momento che, se lo si fa con sincerità,

non ci si aspetta nulla in cambio.

Penso, però, che la gratuità del gesto è solo apparente perché in realtà chi dona si

arricchisce interiormente. Il sorriso di una persona in difficoltà, un “… grazie amico”,

un abbraccio, sono le grandi ricompense per la nostra anima che contribuiscono a

fare di noi delle persone vere.

Anche il volontariato è un grande esempio di cosa significa donare.

È un’attività gratuita svolta da alcuni cittadini a favore della collettività, dei malati e

dei bisognosi. Una forma di volontariato molto importante è quella che si svolge a

Lourdes. Lì ogni anno vengono accompagnati migliaia di persone con handicap

proprio dai volontari dell’UNITALSI. Mia nonna, Sara, è una di loro e lo ha fatto per

trent’anni.

Forse la forma estrema della donazione avviene proprio con la donazione degli

organi attraverso la quale si arriva a donare la vita a chi è affetto da gravi malattie

che, senza il trapianto, porterebbero inevitabilmente alla morte..

Una grande associazione dei donatori di organi è l’A.I.D.O., Associazione italiana per

i donatori di organi, che permette ad ognuno di donare organi per salvare una vita

in pericolo.

Perché donare?

Perché prelevando organi e tessuti da una persona deceduta è possibile salvare la

vita a qualcun altro o rendere migliore l'esistenza di malati afflitti da patologie

incurabili.

Ognuno di noi si potrebbe chiedere per quale motivo dovrebbe essere un donatore

di organi ma c’è una semplice risposta: perché, è possibile che un giorno potremmo

106


avere bisogno di un trapianto e quindi saremmo grati alla persona o alla famiglia

che ha donato l’organo per salvare la nostra vita.

Noi tutti viviamo in una grande comunità ed è bello pensare di poter fare

affidamento sugli altri nel momento della difficoltà. Sicuramente ognuno di noi, con

l’esempio concreto del proprio comportamento disinteressato, può contribuire a

creare una società in cui la fiducia e l’amore verso il prossimo siano la regola e non

l’eccezione.

Se ognuno di noi ama e dona diventa bello e lo ha detto propria la Madonna a uno

dei veggenti di Medjugorje che Le chiese:” Mamma Celeste ma perché sei così

bella?” e la Madonna rispose: “Perché amo.”

Chiara Vaccaro

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Sally

Sally è una giovane ragazza, che frequenta l’ultimo anno di liceo. Abita con i genitori

ed il fratello più piccolo in una palazzina al centro di Birmingham, una città

dell’Inghilterra. A guardarla uno direbbe: “è una bella ragazza, alta, slanciata, con

grandi occhi color del bosco, e sembrerebbe pure simpatica”. Ma Sally si portava

avanti sin dalla nascita un tumore al cuore, che era peggiorato man mano che

cresceva ed i chirurghi l’avevano messa in lista d’attesa per un intervento al cuore.

Sally questo lo sapeva, ma nonostante tutto era sempre allegra. Era da 3 anni o più

felicemente innamorata di un ragazzo, Brian, un ragazzo colto, con splendidi capelli

biondo-castani e gli occhi azzurri come il cielo. Brian amava Sally e lei amava lui. Era

sorprendente come stavano bene insieme: andavano al cinema ogni sabato e si

divertivano molto. Bryan non sapeva della sua malattia. Sally glielo aveva provato a

dire tante volte, ma non ci era riuscita. Ormai glielo doveva dire. Gli doveva dire che

si sarebbe dovuta operare prima o poi. Così un giorno prese coraggio: ” Bryan”,

disse con la voce tutta tremante, “c’è una cosa che ti volevo dire da tanto tempo. I

medici mi hanno diagnosticato da quando ero piccola una malattia al cuore e quindi

mi dovrò operare il più presto possibile, altrimenti… beh, se non trovano un cuore

compatibile con il mio… per il resto dei miei giorni dovrò vivere attaccata ad una

macchina elettrica… Sai, te lo volevo dire per non farti preoccupare…”. Bryan a

quelle parole rimase basito. Poi se ne andò, inventandosi che doveva fare i compiti

e corse via. Il giorno dopo si videro al parco. Lui era sempre molto strano, ma

abbozzò qualche sorriso. Il giorno dopo non si fece più vedere. E neanche l’altro

ancora. Sally era sempre preoccupatissima.

Ma il giorno dopo arrivò una telefonata a casa di Sally. Era l’ospedale che diceva che

era arrivato un cuore compatibile con il suo. Subito chiamò la madre ed il padre ed

andarono all’ospedale.

Sally riaprì gli occhi: era in una stanza bianca, in un letto bianco. Aveva i ricordi

confusi, anche se, secondo dopo secondo, ricordava sempre più: l’arrivo

all’ospedale e poi l’operazione. Avrebbe tanto voluto vedere i suoi genitori, ma

come si sa la prima settimana non può entrare nessuno, la terza solo parenti vestiti

con appositi camici e non si possono avvicinare più di 2 metri dal letto. E poi, a 2

mesi dall’intervento, i parenti potevano liberamente entrare. Sally aspettava di

poter riabbracciare i genitori, il fratello e Bryan. Finalmente il suo desiderio si

avverò: infatti una mattina si alzò ed accanto a lei c’erano i suoi genitori. La madre

che era una bella donna, di solito sempre truccata e pettinata, ora aveva le unghie

smangiucchiate ed i capelli arruffati. Il padre aveva invece le occhiaie. Appena si girò

verso di loro il loro volto si illuminò “Sally” mormorarono e la abbracciarono. Nei

giorni seguenti l’andarono a trovare il fratello, la nonna, gli zii, i cugini e gli amici.

Sally era contenta di queste visite, ma non vedeva Bryan, che gli era sembrato così

preoccupato al riguardo. Gli voleva dire che era andato tutto bene. I giorni

passavano veloci, ma lei non lo vedeva, anche se con il suo nuovo cuore lo sentiva

più vicino. Ogni volta che l’infermiera le diceva che c’era una visita le si illuminava il

volto perché pensava che fosse Bryan. Ma invece non era lui. Passarono le

settimane e Sally tornò a casa. Era triste, pensava che Bryan l’aveva tradita.

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Felicissima di essere tornata a casa, entrò in camera e vide una busta sul letto. Si

avvicinò. Era di Bryan. La aprì…. Era scritta con un bell’inchiostro blu, diceva:

“Sally, io ti volevo tanto bene e te ne vorrò per sempre. Spero che tu mi perdonerai

per non avertelo detto prima, ti ho donato il mio cuore perché sei la mia vita.”

Cecilia Perinelli

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Cosa fare…

Cosa fare per essere felici?

Possiamo immaginare di volare

in un cielo azzurro, ma abbandonati

come astronauti male equipaggiati.

O nuotare come pesci d’oceano

in un mare blu profondo

senza respiro e sguardo

e mai emergere dal fondo.

Possiamo si immaginare, ma invano,

se mai ad altrui doniamo

e amiamo dal profondo del cuore.

Donare sé stessi fino lassu’

come una gara a chi dà di più

amore e solidarietà per la vera felicità.

Pietro Taragoni

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Abbiamo il dono…

Abbiamo il dono della vita

e la possibilità di fare del bene.

Donare è amore per gli altri.

Donare è una spinta che vien dal cuore.

Donare gratifica noi e chi riceve.

Donare non è dare ciò che resta,

ma dividere ciò che si ha.

Donare è sconfiggere il male.

Donare è aiutare il prossimo.

Donare dà senso alla giornata.

Donare allarga il cuore

e infonde tenerezza.

Donare è importante,

Dante dice:

“Chi sa donare, nell’Inferno non dovrà passare”.

Donare illumina la vita.

Giada Smorto

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Sonetto per Marta Russo

La mattina del 9 maggio

tu sei nata,

studentessa di giurisprudenza,

nell’università la Sapienza.

Vittima accidentalmente dell’omicidio,

a Roma giorni di disagio, dispiacere e dolore

e finiti

tutti i giorni della tua vita.

Non posso immaginare

il dolore ancora dei tuoi genitori,

ormai senza speranza.

Nella tua breve vita,

ormai finita, i momenti più importanti,

la tua vita, la nascita, lo sviluppo e la morte.

Anna Testi

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Qualcosa di proprio…

Donare significa dare qualcosa di proprio a un'altra persona. È quindi un gesto che

può essere compiuto solo se si ha un senso di altruismo e carità. Non è facile

rinunciare a qualcosa a cui teniamo per farne un dono, ma se prevale il senso di

altruismo tutto è più facile. Ogni tanto arrivano delle lettere che chiedono di inviare

ai bambini bisognosi dei paesi poveri dei soldi. Una volta convinsi mia madre a

spedire un contributo ai bambini dell’Africa colpiti da una grave malattia agli occhi.

Dovetti scegliere se comperare una nuova maglia o fare la donazione. Decisi di

rinunciare alla maglia nuova anche perché ne avevo già tante. Sicuramente è più

facile fare regali quando si ha già il necessario. È molto più difficile essere generosi

quando si hanno a disposizione pochi soldi e bisogna rinunciare qualcosa che

soddisfa i nostri bisogni per donare agli altri. Quando si fa un regalo è felice chi lo

riceve ed è anche gratificato chi lo dona, soprattutto se vede che il regalo è gradito

perché il suo gesto di amore ed il suo eventuale sacrificio è stato apprezzato.

Qualche tempo fa, per esempio, cercavo un regalo per mio fratello, mio padre mi

accompagnò in giro per Roma. Cercavo qualcosa che fosse sia utile che bello. Ho

cercato per molte ore e finalmente ho trovato quello giusto. Mio fratello fu

contentissimo del regalo, tutti i miei sforzi furono ripagati dalla sua gioia e dalla sua

sorpresa. Ci sono anche persone che pur avendo le possibilit, non fanno mai regali

ed altre che li fanno solo per rispettare la tradizione, ma farebbero volentieri a

meno di regalare qualcosa. Queste persone sono sicuramente delle persone aride di

sentimento che amano solo sé stessi e non sanno provare gioia nel donare e nella

felicità degli altri.

A me personalmente piace molto fare regali, ma sono molto contento anche quando

li ricevo, soprattutto se sono inaspettati.

Emanuele Tata

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Se io fossi…

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S’I’ FOSSI UCCELLO VOLEREI NEL CIELO

S’i’ fossi uccello volerei nel cielo.

S’i’ fossi stella lo illuminerei.

S’i’ fossi nuvola fuggirei.

S’i’ fossi tuono non urlerei.

S’i’ fossi fata andrei in giro a regalare gioia

e terrei da tutti lontana la noia.

Volerei in cielo e sulla terra butterei

dolci e giochi per tutti gli amici miei.

Ma sto sognando,

è questa la verità,

molto diversa e la realtà.

A volte soffro in questo mondo,

ma se sogni e speri

lo rendi più giocondo

Margherita Criscuolo

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Se fossi il sole…

Se fossi il sole mi illuminerei.

Se fossi acqua allora sai che farei?

Comincerei a giocar col mondo

e mille cascate formerei.

Se fossi Dio sulla luce regnerei.

Se fossi il Male allora scapperei.

Se fossi il Re me la godrei,

perché ogni persona dalla mia parte avrei.

Se fossi architetto costruirei qualcosa di grande.

Se fossi il più ricco la finanzierei.

Se fossi immortale mai cesserei di dedicarmi a lei.

Se fossi Pierluigi, come io sono e sarò,

una bella famiglia metterei su,

e nulla le farei mancare più.

Pierluigi Damosso

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Se fossi

Se fossi pura come sono

mi sacrificherei per i deboli.

Se fossi Impura sai che farei,

all'inferno me ne andrei.

Se fossi cibo sfamerei il mondo.

Se fossi acqua lo disseterei.

Se fossi pace distruggerei

la feroce guerra.

Se fossi musica rallegrerei il mondo.

Se fossi tempo mi fermerei.

Se fossi luna illuminerei la notte.

Se fossi un eroe salverei il mondo.

Se fossi medico lo curerei.

Se fossi amore lo bacerei.

Victoria Giannetti

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S'i' fosse stelle illuminerei il mondo

S'i' fosse stelle illuminerei il mondo.

S'i' fosse un dolore vorrei essere lieve.

S'i' fosse un ruscello scenderei giocondo.

S'i' fosse di colore bianco vorrei essere la neve.

S'i' fosse il vento soffierei per accarezzare.

S'i' fosse il tempo vorrei andare piano.

S'i' fosse l'acqua scorrerei per dissetare.

S'i' fosse un viaggio vorrei andar lontano.

S'i' fosse un tuono vorrei non far rumore

per non spaventare i bambini del mondo.

S'i' fosse un organo vorrei essere un cuore.

S'i' fosse un gioco vorrei essere un girotondo

così che tutti si tengono per mano con amore,

in questo grande cerchio che è il mondo.

Francesco Graziani

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Sonetto

S'i’ fosse amicizia io sorriderei

e a nessuno dei miei amici mentir potrei

S'i’ fosse amor, il mio cor mi guiderebbe;

s'i’ invece fosse odio, che cosa orrbile sarebbe!

S'i’ fosse forzuto, allor tutti i bulli vesserei

ed ogni debole di certo aiuterei.

S'i’ fosse adulta sapete chi sarei?

Una donna colta e giusta senz'altro diverrei!

S'i’ fosse infanzia giocherei nella casetta tanto amata;

s'i’ fosse una fanciulla come ormai son diventata

penserei al gioco e della scuola me ne sarei dimenticata;

S'i’ fosse un sogno andrei dal nonno;

s'i’ fosse un incubo sognerei il buio pesto

e s'i’ invece fosse un gioco lancerei la palla in un cesto.

Alice Iacomacci

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Se io fossi la libertà

Se io fossi la libertà mi diffonderei,

se io fossi il razzismo, invece, sparirei.

Se io fossi la generosità scioglierei l’animo dei duri di cuore;

se io fossi l’ egoismo, invece, imiterei chi muore.

Se io fossi l’ amore entrerei nei cuori della gente.

Se io fossi l’ odio, come le parole per un sordo, che nulla sente,

non mi farei più vedere né sentire.

Se io fossi la gentilezza sarei indispensabile come è per gli uomini dormire.

Se io fossi la dolcezza condannerei l’asprezza.

Se io fossi la forza aiuterei la debolezza.

Se fossi uguaglianza sparirei, perché la diversità è la nostra bellezza.

Se io fossi la vita, sarei come un corridore a fine gara, darei il massimo.

Se fossi la morte sarei la degna conclusione di uno spettacolo fantastico,

come un sipario che si chiude per far entrare il prossimo.

Rossana Maletto

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Se fossi un colore

Se fossi un colore

sarei il verde,

per colorare il mondo

come la speranza.

Se fossi un fiore

sarei il gelsomino,

per profumare il mondo

come una sera d'estate.

Se fossi una nota

sarei tutta la scala,

per riempire il mondo di una musica felice.

Sono solo Ilaria, ma mi piacerebbe

un giorno, da grande,

portare speranza, musica e profumo nel mondo

Ilaria Manzocchi

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‘E se il mondo cambiasse?’

E se il mondo potesse parlare?

Direbbe che poi non sta tanto male.

Basterebbe solo un po’ più pensare ,

a chi ha fame e non può mangiare.

E se un bambino potesse sempre giocare?

Giocherebbe con la luna ed il sole,

con l’acqua del mare,

perché a volte basta poco per sentirsi speciale.

E se fossi un mago?

Cambierei i cuori

di chi vuol far la guerra e commettere errori.

E se volessimo eliminare il male?

Allora dovremmo fare qualcosa di speciale,

affinché ogni giorno sia sempre un po’ Natale.

Agnese Rocchegiani

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Si fossi ricco…

Si fossi ricco donerei ai poveri.

Si fossi egoista cercherei di condividere le cose.

Si fossi generoso donerei tutto per le persone bisognose.

Si fossi la persona più generosa al mondo a tutti donerei una cosa.

Si fossi pieno di grazia

rifarei il mondo dal principio e tutti d’animo uguale farei.

Si fossi pieno d’amore

a tutti donerei un animo gentile.

Si fossi innamorato

darei tutto ciò che possiedo

alla donna che amo.

Si fossi un soldato

combatterei per la gioia

e per un futuro migliore per tutti

Antonio Schettino

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Se fossi padre

Se fossi padre parlerei d’amore,

darei oro nelle mie mani,

metterei entusiasmo nei miei occhi

e abbraccerei i miei figli a tutte le ore.

Se fossi padre canterei di gioia,

fermerei il tempo per goderlo

senza guardare ciò che capita intorno

e la mia vita non conoscerebbe noia.

Se fossi padre nessun peso sentirei,

accarezzerei il mondo con le mie mani

e nella vita ogni persona aiuterei.

Se fossi padre bacerei le stelle,

le illuminerei tutte per farle brillare

e percorrerei l’universo fino a toccarle

Pietro Taragoni

124


Ci sono giorni in cui

non mi sento capito

e non capisco gli altri

125


Fronteggiare un avvenimento senza problemi

Ogni mattina mi alzo stanca, sorridente, triste, arrabbiata, spaventata, tutto

dipende da come ho dormito; da cosa ho sognato, da quello che è successo la

giornata prima e da quello che mi aspetta, il se mi sveglio dalla parte sbagliata del

letto, se il giorno prima ho avuto una nota, se mia madre è arrabbiata con me o

tante altre cose negative. In queste giornate mi sento esclusa dal mondo, da tutti,

sembra che io sia il mondo e che non ci sia nessun altro. L’elemento principale è

l’angoscia e la preoccupazione alle quali non riesco a far fronte, per grandi motivi

tra cui il fatto di non essere compresa dagli altri e che quindi gli altri non possano

aiutarmi, non riuscire a farmi comprendere nemmeno più. Questo rende

impossibile l’andamento delle giornate, diventano devastanti. C’è una parte positiva

in tutto ciò: quando sono solo io, quindi con nessun’altro vicino, mi chiudo in me

stessa e rifletto su mille argomenti, discussioni, alle quali non avevo mai fatto caso.

Questa cosa, la prima volta che mi è successo, mi è sembrata molto strana, ma

ormai ci ho fattio l’abitudine. È successo quando, in terza elementare, sono stata

sgridata, per la prima volta, dalla mia maestra di inglese perché non ero attenta,

qualche secondo dopo mi sentivo chiusa in una bolla, gli altri mi passavano accanto

e io sembravo non esistere per loro. Parlavo, ma non capivano, e mi infastidiva

molto, loro cercavano di comunicare, ma mi sembrava non capissi niente. La sera ne

parlai con mia madre che mi spiegò che può capitare a tutti e che poi passa, perché

qualunque sia il tuo problema basta che ci credi e puoi risolverlo. Il giorno dopo,

impaurita, sono tornata a scuola e ho salutato una mia compagna, convinta che lei

mi rispondesse:”cosa hai detto?”, ma non fu così, lei mi rispose come tutti i giorni e

lì ho capito che non devo farmi intimorire da niente e da nessuno.

Alice Parrella

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Incomprensioni e litigi

Ci sono tante cose che apprezzo della mia vita, ma se c’è ne è una a cui non

rinuncerei mai, è questa: mangiare la pizza. Può sembrare una cosa molto infantile

o molto stupida, ma per me non lo è affatto. Come per molti altri ragazzi anche io

vivo dei momenti in cui non capisco gli altri e tanto meno mi sento capita, e questo

accade molto spesso con i miei genitori. Di certo non chiedo di mangiare chili di

pizza perché sinceramente non sono affatto una ragazza obesa, ma d’altro canto,

nemmeno li accetterei! Semplicemente vorrei non essere assillata dalla mia famiglia

in continuazione per una cosa insulsa come questa che poi non è altro che un

gradito sfizio per me. Ammetto di non essere una persona con il fisico perfetto, al

contrario di tante altre mie coetanee, ma non me ne faccio una colpa perché

dopotutto se non ci godiamo le cose adesso quando lo potremo fare di nuovo?

Come dicevo prima, ci sono certi giorni che vorrei poter sparire da questo mondo.

Ogni volta è sempre la stessa storia e questo fatto di scontrarmi con i miei genitori

per una cosa così insulsa non mi piace affatto. Se vengono a scoprire che ho

mangiato anche solo un misero pezzo di pizza succede il finimondo! Mia madre

inizia a sbraitarmi contro dicendomi che lei si è stufata di dirmi sempre cosa devo

mangiare e che se non sono capace di rispettare le sue regole, allora non la devo più

assillare, ma fare come mi pare, col rischio di diventare obesa come i ragazzini che

fanno vedere in televisione. Mio padre dice le stesse cose e aggiunge che non mi

capisce. Dice che prima mi lamento tanto perché non ho il fisico delle altre ragazze

e poi mi sfondo di pizza. Le mie sorelle poi, in questa storia non sono certo lì a

difendermi, anzi… Sono sempre pronte ad appoggiare i miei genitori! Le stesse cose

mi vengono dette dagli altri miei familiari, ma in modo più “delicato”. La cosa

peggiore è quando mia madre mi porta dal medico ogni santo mese per vedere se

sono ingrassata. Oltretutto molte volte mi capita di essere presa in giro da altre

persone perché sono un pochino in carne, al contrario di loro, e questo non mi

piace affatto. Quando i miei genitori mi dicono queste cose mi viene sempre da

piangere perché immagino di diventare come quei bambini che hanno problemi di

peso e perché mi rendo conto che non diventerò mai bella come le altre ragazze che

tutti ammirano. In questo campo, il parere dei miei amici lo lascio stare perché non

saprei nemmeno cosa mi risponderebbero e preferisco non saperlo… Davvero non

capisco quando fanno così. Mi sento davvero una poveraccia che non ha speranza di

diventare bella quanto le altre ragazze e questo mi fa soffrire molto. Oltretutto non

so nemmeno come reagire perché, dato che sono i miei genitori, non mi

permetterei mai di mancare di rispetto, ma questo loro comportamento non lo

sopporto. Non comprendo perché mi trattino in questo modo e davvero non c’è la

faccio più a sentirmi così pressata per una stupidaggine come questa. Sinceramente

mi viene da pensare che devo rassegnarmi perché non riuscirò mai a raggiungere il

127


mio obiettivo e cioè avere un fisico bello come quello delle mie compagne, tanto

cosa altro potrei fare? Certo, se si trattasse solo di un misero pezzo di pizza non

starei qui a lamentarmi, ma non si tratta solo di quello. È un continuo discutere su

tutto. E una volta sul cibo, una volta sui compiti, una volta per come mi sono

comportata. Basta! Non posso più sopportare tutta questa oppressione da parte

loro su ogni cosa! Anche io sono un essere umano e ho il diritto di avere i miei

difetti, ma essere sempre criticata e sentirsi una nullità non mi fa sentire bene

perché non è per niente bello non essere capita da nessuno, provare questa

tristezza e non avere chi ti dia comprensione perché anche lui ha problemi come i

miei. Questa è forse l’unica cosa in cui posso dire di non essere per nulla contenta,

ma il problema resta e non so come affrontare i miei genitori e dire cosa penso

davvero. Una volta per tutte vorrei riuscire a dire che sarei tanto curiosa di vedere

se hanno davvero il coraggio, come dicono loro, di non assillarmi più e lasciarmi

diventare “obesa” perché in realtà si rimangiano sempre la parola e, da capo a

piedi, mi stanno di nuovo con il fiato sul collo. Inoltre vorrei tanto spiegare che

ormai ho tredici anni e so badare a me stessa e, per quanto mai potessi esagerare

nel mangiare, non arriverei mai al punto di diventare obesa. Proprio come ho detto

prima, conosco i miei limiti, cosa che invece non loro sanno perché non sono me.

Infine direi loro di mettermi alla prova una volta per tutte per dimostrare che hanno

una figlia matura e che ormai non ha più bisogno di questi rimproveri perché è

abbastanza grande da capire da sola. Mi piacerebbe tanto farlo, ma non penso

proprio di poterci riuscire.

Alice Iacomacci

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Pensandoci bene…

Pensandoci bene è molto difficile non avere incomprensioni con gli altri, ogni

giorno ci vuole impegno per evitare complicazioni. Ho notato che il mio

umore non è sempre allegro e sereno. Capisco questo cambiamento quando

c’è un motivo, molte volte resto sorpreso dal mio modo di essere che non

sempre proviene però da motivi esterni. Con il passare del tempo ho

imparato a non dare molto peso a questi stati d’animo passeggeri. La cosa

che più mi dispiace, quando sono triste, e se qualcuno insiste sul mio stato

d’animo senza capire che la cosa migliore sarebbe non parlare e non farci

caso. Questa situazione mi mette a disagio perché non so che cosa dire e

preferirei che gli altri facessero finta di niente. Ci sono state situazioni in cui

mi sono sentito incolpato ingiustamente senza riuscire a comprendere come

fa un compagno a essere così vigliacco sapendo che un altro è punito al suo

posto, anche se è un suo amico. Ancora più grave è quando tutti pensano di

avere sempre ragione e quando riconoscono l’errore ormai è troppo tardi e

non ha più importanza, non pensando al valore che ciò può avere per noi.

Anche con i genitori ci sono problemi, qualche volta capita che si

preoccupano troppo e che sono troppo invadenti facendomi sentire

oppresso e limitato nei miei desideri. Anche durante il gioco fra compagni

c’è sempre qualcuno che quando perde non lo ammette e fa di tutto per

restare nel gioco.

Riccardo Anselmi

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Ci sono…

Ci sono giorni in cui non mi sento capito e non capisco gli altri. Essere compreso

dagli adulti e dagli amici qualche volta è difficile, ma sono poche le volte che mi

succede. Mi sono messo a riflettere seriamente sull'argomento e penso che è

normale alla mia età incominciare ad essere indipendente, esprimere il mio

pensiero e il mio modo di essere, anche perché sto vivendo il periodo

dell'adolescenza con tutti i cambiamenti che ne seguono.

Spesso parlo con ragazzi della mia età e ci confrontiamo sui problemi che

ci troviamo ad affrontare nella vita di tutti i giorni e in casa.

Ci sono momenti che va tutto male, cosi almeno sembra, e altri che va tutto bene.

Mi sento un ragazzo ascoltato ma qualche volta non capito, forse perché la vita è

diventata cosi frenetica che anche gli altri hanno molte cose su cui riflettere e

problemi da risolvere, così reagisco in modo impulsivo, pensando di fare la cosa

giusta e invece mi accorgo che non è cosi.

La mia reazione, può essere interpretata dagli adulti in modo sbagliato, invece è

solo quell'insicurezza che spesso prende il sopravvento dentro di me.

È importante anche per me cercare di capire le persone a cui voglio bene, perché mi

ricoprono di affetto e amore tutti i giorni, facendomi vivere in modo sereno.

Mi ritengo fortunato anche perché i problemi fanno parte della vita e ci sono ad

ogni età, basta superarli sempre con il sorriso sulle labbra.

Fondamentale è il rapporto con la famiglia, devo dialogare sempre con i

miei genitori e confrontarmi, per dare l'opportunità di farmi conoscere e capire;

non si può dare tutto per scontato solo perché sono mamma e papà: per far sì che

tutto funzioni c'è bisogno di amore, intelligenza, pazienza e rispetto dalle due parti.

Edoardo Cappella

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Un tornado di incomprensioni.

La scuola è come una seconda casa, è un posto dove tutti noi ci troviamo a

nostro agio.

Ogni giorno lo passiamo insieme ai nostri compagni, ormai diventati parte di noi, per le

risate, gli scherzi, le battute e a volte anche per discussioni che alla fine non fanno altro che

avvicinarci di più l'uno all'altro. Io credo che gli amici siano indispensabili, perché anche con

un piccolo gesto possono farti tornare il sorriso, ma ci sono alcuni momenti che trovo

incomprensibile quello che fanno o che pensano e questo mi irrita un po'.

Molti comportamenti sono davvero ridicoli ma finché si tratta di persone a cui

io non tengo particolarmente non ci faccio caso, ma quando riguarda amici per me

importanti è davvero fastidioso.

Questi comportamenti portano a litigi da cui si può tranquillamente uscire ma, a volte, si

rischia di perdere un amico considerato speciale. Penso che se davvero tieni ad una

persona, cerchi di farle capire quello che ti provoca disturbo, evitando contrasti che

portano solo malesseri, senza tenersi tutto dentro per poi, eventualmente, esplodere in

uno sfogo improduttivo se non negativo.

Durante i giorni che trascorriamo con i compagni ci rendiamo conto di quanto essi siano

importanti e con tutto il tempo che passiamo insieme impariamo a conoscerci sempre

meglio. Per questo trovo assurdo che alcuni giorni mi sento non capito dai miei compagni e

allora penso che poi non mi conoscano così bene come mi aspettavo. Questi giorni sono

davvero cupi, tutto risulta più difficile poiché non riesco più a pensare a niente.

Senza amici le giornate sono vuote e molte volte, per non soffrire, basta sopportare e avere

pazienza, come nella maggior parte delle occasioni della vita, anche se non sei d'accordo.

Perché in fondo....., cosa sarebbe un mondo senza amici?

Giulio Cicolella

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L'adolescenza

Le persone grandi dicono che l'adolescenza sia un'età bella, spensierata e piena di

sogni. Forse gli adulti sono già troppo adulti e, lontani dalla mia età, si sono

dimenticati di come questo periodo della vita sia pieno di contrasti, di ombre e luci,

di momenti di follia che si alternano a momenti di sconforto.

La differenza di età può far vedere le cose in modo totalmente diverso, e se i grandi

hanno l'esperienza, forse non posseggono quella mentalità moderna di noi ragazzi.

Io mi trovo proprio in questa fase della vita e mi accorgo che anche con persone

poco più grandi di me non c'è proprio quella sintonia che vorrei avere con loro.

Quando mi sveglio la mattina, qualche volta mi sento triste e non so neppure io il

motivo e cerco di capire il mio stato d'animo e non trovo una spiegazione logica,

figuriamoci se la trovano gli adulti.

In questi casi, in cui non capisco neanche me stesso, è logico che mi senta lontano

da tutti e che tutti mi sembrino degli estranei che non riescono a comprendermi. Lo

stesso vale se mi sento allegro ed euforico, mentre giustamente non è detto che

tutti lo debbano essere e così tra me e gli altri si crea un grande abisso.

La giovane età non è automaticamente un periodo di gioia, basta poco per farci

cambiare umore e anche fra coetanei possiamo essere felici in momenti diversi,

quindi non c'è nulla di più disomogeneo che la giovinezza.

Forse certi momenti che passiamo, ognuno con esperienze e risultati diversi, ci

allontanano invece che unirci e ci fanno sentire soli e non compresi e il problema

può essere di non essere capiti; prima o dopo tocca a tutti e può far sì che unisca noi

giovani e ci avvicini , ma mai ci unificherà alle generazioni precedenti perché

esperienze diverse fanno crescere in modo differente.

Matteo Conti

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Oggi proprio non va!

Eh si!! Ci sono dei giorni in cui proprio non va. Farei meglio a starmene nella mia

camera e chiudere la porta a tre mandate. Non ho voglia di parlare e sentire

nessuno, se non i miei cantautori preferiti. In quei momenti solo loro riescono a

descrivere il mio stato d’animo. Infatti, a volte mi capita di vivere giornate in cui

tutto sembra andare per il verso sbagliato e di parlare un’altra lingua. Non so

perché, in alcuni giorni non riesco proprio a capire quello che gli altri dicono e

vogliono da me, e soprattutto non riesco farmi capire da nessuno. Non so di chi sia

la colpa, se mia o degli altri, ma certo è che quando succede mi sento davvero triste.

Le incomprensioni maggiori sono con mio fratello, con cui spesso litigo per motivi

che, a ben pensarci, sono davvero di nessuna importanza: il computer, il telefono,

l’ultima fetta di torta… Però è proprio vero che in alcuni momenti o in alcune

giornate anche le cose più sciocche sono capaci di metterti di cattivo umore. In quei

momenti mi sento triste e sola e provo un forte sentimento di rabbia e ogni cosa mi

appare più grigia del fumo. Ma poi, per fortuna, basta poco per rimettermi di buon

umore, anche solo la telefonata delle mie amiche più care. Ed è proprio parlando

con le mie amiche che ho scoperto che ciò non capita solo a me, ma anche a loro

spesso succede di sentirsi come un alieno sulla terra. Questo mi ha fatto pensare...

Sarà un problema tipico della mia età? Forse, ma quando mi capita di veder

discutere gli adulti, anche solo al semaforo o in fila al supermercato, capisco che

l’incomprensione è un problema che coinvolge le persone di qualunque età. A volte

poi, proprio non capisco perché mia madre si preoccupa tanto quando esco con le

mie amiche ed in queste occasioni è capace di chiamarmi sul cellulare anche ogni

quarto d’ora. Ma forse sono ansie comprensibili perché accadono tanti fatti terribili

di cui spesso le vittime sono proprio i ragazzi della mia età. Comunque devo

ammettere che in questo periodo sono particolarmente contenta e questo grazie

anche alle mie compagne e compagni di scuola con cui passo momenti bellissimi.

Con loro riesco a confidarmi, certa che sapranno capirmi e consigliarmi nel modo

migliore. Mi intristisco solo quando penso che questi due anni insieme sono volati e

che, inevitabilmente, con alcune ed alcuni di loro sarò costretta a separarmi.

Margherita Criscuolo

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L’incomprensione: il fenomeno più comune e fastidioso fra gli esseri

umani

“Essere incompresi da coloro che amiamo è la condizione peggiore

per vivere e affrontare ogni giorno gli impegni della vita.

L'incomprensione pesa come una montagna e traccia solchi

profondi sull'anima.”

Romano Battaglia

Una delle sensazioni più brutte che una persona può provare è proprio

l’incomprensione. Da essa ne scaturiscono i litigi e le discussioni.

Tutti noi ragazzi siamo continuamente non capiti dalla famiglia e dagli insegnanti.

Ogni tanto credo sia normale essere incompresi: nel mondo ogni persona la pensa

diversamente.

Succede molto spesso di accostare due individui per il loro carattere,

apparentemente molto simili: potranno andare d’accordo e avere la stessa opinione

in determinate situazioni, ma dovranno anche scontrarsi con alcune incomprensioni.

Tuttavia uno dei due potrebbe non accettare i difetti dell’altro e, senza neanche

accorgersene, da un piccolo equivoco può nascere una grande lite.

Anche io, come tutti gli esseri umani, sono soggetto a continue incomprensioni di

natura diversa.

Il primo caso di cui vi parlo si svolge all’interno della mia famiglia. Avendo un

fratello più grande è molto difficile la mia vita sotto questo punto di vista. Fra noi

due avvengono continue discussioni e non siamo mai d’accordo.

Anche con i miei genitori non è tutto “rosa e fiori”. Alcune volte mi capita di non

riuscire a comprenderli fino in fondo, causando anche dei brutti momenti.

Secondo me, la vita deve essere trascorsa nel modo più tranquillo e sereno. Qualora

io venga non compreso il mondo mi crolla addosso e sono quasi incapace di

rialzarmi.

Personalmente cerco di essere me stesso con la mia famiglia come lo sono con gli

amici. Ciò significa che cerco sempre di ridere, di essere spiritoso, di sollevare il

morale generale, quando si è tristi e sconsolati.

Solo che spesso vengo frainteso. Mi viene attribuita la voglia di litigare, ma posso

assicurare che le mie intenzioni non tendono a quello scopo bensì a quello

totalmente opposto. Ciò accade spesso e allo stesso tempo non esito a innervosirmi

con tutti quelli che si rivolgono a me fastidiosamente.

Il secondo luogo dove sono incompreso, anche se molto raramente, è con gli amici.

Non fraintendetemi. Non significa che io sia un emarginato o roba del genere. Sono

pieno di amici, ma tutto questo comporta alcuni problemi. Non mi arrabbio quasi

mai con loro, tuttavia dentro di me, se le affermazioni che mi dicono sono pungenti

e meschine, mi infastidisco vertiginosamente.

Come terzo e fondamentale esempio, vorrei esporvi il problema che ho con la

scuola.

Per l’amor del cielo, credo di andare molto bene, ma nonostante questo nell’ambito

134


scolastico emergono alcune divergenze che vorrei evitare. A volte mi sento preso di

mira dai professori e accusato ingiustamente per qualcosa che non ho commesso.

Accadono spesso dei malintesi fra me e gli insegnanti perché non siamo capaci di

intenderci.

Volete sapere il trucco?

Sforzarsi di chiarire le proprie posizioni, cercare di parlare, di esprimere meglio ciò

che veramente volevamo dire, soprattutto impegnarsi ad ascoltare l’altro, le sue

ragioni, il suo punto di vista, cercando di mettersi un po’ di più nei suoi panni. E se è

necessario, essere disponibili a mutare il proprio modo di pensare, a fare un passo

indietro, ad ammettere di essere stato frettoloso o superficiale nel giudizio. Qualche

volta l’intervento di una terza persona più obiettiva di noi può essere molto utile a

capirsi di più. Insomma una mediazione talvolta è non solo opportuna, ma

assolutamente indispensabile.

Ma se poi, nonostante i nostri tentativi di conciliazione e di spiegazione, l’altra

persona rimane chiusa, aggressiva e polemica, dimostrandosi non disposta ad una

comunicazione autentica e profonda, allora conviene non pensarci più e andare

avanti per la propria strada. Ognuno nella propria vita deve affrontare delle

difficoltà, chi più chi meno. L’importante è non abbattersi e continuare a rialzarsi.

Non bisogna fermarsi al primo ostacolo, al primo paletto da abbattere, perché un

giorno, ci troveremmo davanti alla stessa difficoltà e solo in quel momento, con

l’esperienza e con la serietà, sapremo come risolverla e a “disegnare” un futuro

adatto a ognuno a di noi.

Pierluigi Damosso

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Capire o non capire… Questo è il dilemma…

Nella mia vita abituale mi capita molto spesso di non essere capita o addirittura di

non capire i pensieri e le idee delle persone che mi stanno attorno.

Queste situazioni si presentano nella maggior parte dei casi quando si parla con i

propri genitori…

Nel corso della mia vita ho scoperto, anche dalle piccolezze, quanto i miei genitori

non mi capiscano, perlopiù quando si parla di problemi scolastici. Ad esempio

quando i prof., dal nostro punto di vista, ci fanno dei “ dispetti” o quando si discute

dell’andamento scolastico nel momento in cui a casa arriva la pagella.

Questo a mio avviso succede perché i nostri genitori, come i nostri nonni e zii, sono

cresciuti in tempi diversi dai nostri e non vogliono rassegnarsi all’idea che è

cambiato tutto da quando loro erano solo dei dodicenni.

Un'altra situazione in cui non mi sento sono capita dai miei genitori è quella che

riguarda la mia adolescenza perché secondo me loro hanno una mentalità più chiusa

e non comprendono i momenti in cui ho bisogno di starmene da sola con i miei

pensieri, credono che stia male, ma non è così; invece, quando ho bisogno di stare

con loro e di parlare un po’, cominciano a non capire di cosa io abbai bisogno.

Ci sono anche dei giorni in cui sono io a non riescire a capire cosa vogliano intendere

le persone con cui vivo, non solo in casa, ma anche nell’ambito scolastico .

Un chiaro esempio in cui non riesco a capire gli altri è durante le ore di inglese.

Noi classe seconda B della scuola Luigi settembrini abbiamo come insegnante di

inglese la professoressa Pianura.

È una prof. davvero brava, però io, come alunna, non riesco proprio a capirla, ma

non per il modo in cui ci spiega le cose, quanto nel modo in cui ci sgrida…

Ha come base un grande tormentone che usa nei confronti dei ragazzi che non

riescono a rispondere alle sue domande, il tormentone è: “Giannetti non ti

arrampicare sugli specchi perché poi mi cadi nel burrone senza fondo“.

Secondo me essere compresi dagli altri e comprendere gli altri non è sempre una

cosa tanto facile, per il semplice fatto che non siamo tutti uguali. Per questo penso

che ci dovremmo sforzare nel capire i bisogni delle persone e riuscire ad aiutarli nei

momenti difficili della vita, in cui forse parlare servirebbe capire e a farsi capire.

Victoria Giannetti

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Ascoltare per capire e sentirsi capiti

Personalmente non mi capita spesso di non essere capito, però ci sono varie

situazioni, sia a scuola sia a casa, dove non capisco gli altri.

A volte può capitare che a scuola alcuni compagni assumono dei comportamenti per

me incomprensibili, come quando prendono in giro qualcuno.

Ecco, questo è un atteggiamento molto fastidioso soprattutto quando la vittima

presa di mira non ha abbastanza coraggio per difendersi. Più volte ho provato di

farmi capire e di spiegare che non è un atteggiamento moralmente corretto e che

non è un modo di scherzare, ma quasi sempre non sono stato compreso.

A casa poi mi è capitato che ad un rimprovero di mia madre io all'inizio non mi sia

sentito capito però, poi, dialogando con lei, ho cercato di capire le sue motivazioni.

Ecco, la maggior parte delle volte mi rendo conto che il difficile sta proprio nel

cercare di capire chi ti sta di fronte.

In un confronto con le persone non sempre ascoltiamo, ma ci mettiamo sulla

difensiva, convinti delle nostre ragioni, senza dare agli altri la possibilità di spiegare,

con il risultato di non sentirci capiti e di chiuderci in noi stessi.

Quando mi è successo a casa, ho avvertito questo stato d'animo, ma poi ho

ripensato alle parole di mia madre e mi sono reso conto che in fondo aveva ragione

e che quel rimprovero l'avevo proprio meritato!

Questa riflessione mi ha portato a chiederle scusa e a riprendere il nostro dialogo.

Penso che tutte le incomprensioni possono essere superate parlando apertamente

con gli altri, ma soprattutto mettendosi in ascolto degli altri.

Franceesco Graziani

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Perché tutto intorno a me è così difficile?

Ci sono giorni in cui sento il mondo sulle mie spalle, tutti i problemi di tutte le

persone mi sembrano culminare nella mia testa dove avviene un caos pieno di brutti

voti, licenziamenti, problemi familiari di tutte le persone del mondo, e più cerco di

liberarmi da questo caos, più mi ci ritrovo in mezzo come una mosca in un bicchiere

d'acqua. Appena provo ad aprirmi, a parlarne con i genitori e gli amici mi ritrovo

proprio sommersa di problemi. Io voglio vivere, divertirmi, svagarmi, buttarmi senza

pensare, vivendo la vita come un sogno. Vorrei guardare la mia vita proprio come

guardo la tv e fermarla quando sto vivendo un bel momento e andare avanti veloce

quando ho da affrontare un bel problemone e non so come. Vorrei poter tornare

indietro per rimediare ai danni che ho fatto inconsapevolmente, ma per fortuna e

sfortuna tutto ciò non può accadere, una cosa fatta è fatta e non si può tornare

indietro. Ho tantissime domande da fare, ma non trovo mai nessuno che mi sappia

rispondere come vorrei; non trovo nessuno pronto ad ascoltarmi e aiutarmi, così

scrivo, scrivo perché quando sono solo io, i fogli bianchi e la penna, i problemi

svaniscono, tutto svanisce. C'è gente che si svaga urlando, correndo, meditando,

pregando, ma io scrivo, e la magia mi attraversa l'omero, l'ulna e le falangi, per poi

arrivare fino alla penna, dove avviene una sottospecie di sinapsi e mi sembra di

vivere in simbiosi con la penna diventando un tutt'uno, e poi tutto viene da sé,

naturalmente, senza che io ci debba pensare le parole mi escono facili ed è l' unico

modo per farmi capire perché la definizione di scrivere è proprio parlare senza

essere interrotti. Perché trovare una persona disposta ad ascoltarti nell‘elencare

tutti i tuoi problemi è proprio un'impresa impossibile e, certo, un foglio non è come

una persona, ma mi accontento di farmi capire così.

Mi capita spesso di sentire uscire la parola “no“ dalle labbra dei miei genitori e

quando accade mi verrebbe voglia urlare a tutto fiato ''lo so che ora non avete

dodici anni, ma tutti sono stati giovani, o no? Voi dovreste sapere ciò che un giovane

vuole, vuole vivere e dicendo di no continuamente voi non farete altro che tenerlo

chiuso in un vaso di vetro, dove lui cerca di gridare per farsi liberare, ma nessuno lo

sente''. Urlerei così tanto da frantumarmi le corde vocali e distruggermi i polmoni,

così mi chiudo in camera mia, comincio a scrivere e capisco tutto: tutti sono stati

giovani, ma prima o poi l' adulto va fatto, bisogna diventare consapevoli del fatto

che sarebbe bello poter fare tutto, e si potrebbe anche, ma solo se fossi sola in tutta

la terra, e credetemi, a volte vorrei che fosse proprio così, ma il mondo non è

perfetto, non sono tutti fatti di caramelle, tutti hanno un po' di carbone dentro, c'è

chi sa sopprimerlo e chi lo fa diventare sempre più grande sopprimendo le

caramelle.

A volte vorrei che tutto il mondo si mettesse in ‘stembai‘, così da poter dire tutto ciò

che provo senza essere criticata da nessuno. La gente a volte non capisce il

momento per fare delle battute, non capisce perché mi senta così triste, e a volte

non lo capisco nemmeno io, ma c'è anche gente che sa farti far scavare dentro di te

per trovare il problema e annientarlo, questo ce lo dimostra anche la storia,

narrandoci di tutte quelle persone straordinarie che sono riuscite in imprese

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fantastiche. Quindi capita di sentirsi feriti, traditi o semplicemente non capiti, ma

non bisogna buttarsi giù, bisogna esserne consapevoli e risolvere il problema con

calma e ragionevolezza, perché ci sono sempre due vie che ti portano a superare

quel periodo: una è sopprimere tutto e tenerselo dentro diventando aggressivi e

l'altra è cercare di farsi capire e attendere con calma la risposta al problema che

prima o poi arriva sempre.

Michela Oneto

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“Adolescenza = incomprensione”

Essere incompresi da coloro che amiamo è la condizione peggiore

per vivere e affrontare ogni giorno gli impegni della vita.

L'incomprensione pesa come una montagna e traccia solchi

profondi sull'anima.

Romano Battaglia, Silenzio, 2005

Entro in casa. Butto lo zaino per terra, vado in camera e mi butto sul letto. Ecco ,

questo è un mio tipico giorno in cui non sono capita dagli altri e non capisco gli altri.

Capita a tutti, giovani e adulti, maschi e femmine, che alcune giornate non siamo

compresi e non capiamo gli altri.

Ognuno ha le sue ragioni: gli adulti a causa di un problema di lavoro, gli adolescenti

a causa di un litigio con un amico o con un familiare o di ingiustizie scolastiche, che a

me capitano tante volte. Soprattutto gli adolescenti, che sono in un periodo di

crescita sono incompresi. Mentre altri giorni siamo solari e ci sentiamo d’ accordo

ed in armonia con tutti. Anche questo può capitare a causa di un bel voto a scuola o

di una bella uscita con gli amici.

Ma sono soprattutto gli adolescenti ad essere incompresi, soprattutto perché in

questa fase dello sviluppo, ed io lo posso dire molto bene perché anche io sono una

adolescente, non siamo più noi stessi. In noi cambiano molte cose, le esigenze, il

modo di pensare, di agire, i propri gusti e le proprie passioni.

Per me sentirsi incompresi è molto brutto e doloroso: ti senti cascare il mondo

addosso, è frustante, ti senti sottovalutato. Molte volte mi sento incompresa: mi

ricordo che alle elementari avevo litigato con una mia carissima amica perché mi

aveva rubato un braccialetto; mi ero arrabbiata con lei ma nessuno mi dava ragione,

molti appoggiavano lei ed allora mi sentii terribilmente incompresa.

Questo lo posso ricollegare anche a molti libri che ho letto, come il signore delle

mosche. In questo libro i personaggi si sentono incompresi l’uno dall’altro, questo

perché hanno diverse età e caratteri.

Cecilia Perinelli

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Un mondo capovolto

Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi… emozioni…

Lucio Battisti

Ci sono giornate in cui ti svegli e vedi il mondo capovolto, e già sai che andrà tutto

storto: non hai voglia di alzarti e non si vuole fare neanche una sana e nutriente

colazione.

Arrivano i miei genitori e mi propongono di fare una bella passeggiata, ma visto che

secondo la mia testa il mondo è al contrario, rispondo di ‘no’, pensando di essere

stanca. Così cercano di convincermi, ma niente, oramai la giornata è partita male e

non mi sento capita: se uno è stanco ha il diritto di riposarsi?!.

Non riesco a capire come appena svegliati si abbia la forza di prendere il cane e

andare fino al parco più vicino e passarci quasi tutta la mattinata.

Molte volte, però, i miei genitori “vincono” ed eccomi dopo mezz’ora in tuta.

Quando esco e respiro aria nuova, mi sento già meglio e questa camminata diventa

più piacevole, scherzosa e divertente.

Ci sono molti altri esempi in cui non capisco e credo di non essere capita. È come se

vivessi in un mondo di punti interrogativi.

Non comprendo gli altri quando si tratta di iniziative prese momento su momento.

Non mi sento capita quando sono sicura di aver ragione su qualcosa e gli altri non mi

ascoltano e proseguono con le loro idee.

Quando si affrontano giornate così, mi sento come un uccello in gabbia che non

comprende la felicità dell’uomo di averlo sotto chiave e non essere capito nella

voglia di librarsi nel cielo blu e limpido.

Una delle frasi a cui si può pensare per affrontare una giornata partita male, è

“agire, non reagire”.

In fin dei conti il dì va sempre a finire al meglio: basta respirare profondamente per

cacciare la rabbia e affrontare il tutto con un semplice e bel sorriso.

Giada Smorto

141


Molte volte…

Molte volte non riesco a capire le persone che mi stanno attorno, specialmente i

miei genitori. Ancora non ho capito il motivo di tale disfunzione comunicativa. Un

esempio è quando mia madre mi dice, spesso e volentieri, di studiare e anticiparmi i

compiti mentre io, invece, vorrei rilassarmi o parlare dei miei problemi. Una cosa

che invece mi ha stupito è che anche le piccolezze sono, per i miei genitori, motivo

di critica e arrabbiatura: quando arriva la pagella o un brutto voto e allora criticano

solo e non pensano al perché di quel voto. Nell’adolescenza è normale non essere

capiti perché è un periodo di cambiamento di abitudini e emozioni. Anche perché i

genitori sono chiusi e non sono aperti a nuove tendenze. Pensando all’antica non

capiscono se sono triste o felice, se devo parlare loro o devo rimanere chiuso in me

stesso e tenermi tutto dentro. Invece ci sono giorni in cui non capisco cosa si

aspettino le persone da me nell’ambito scolastico. Un esempio si questo e la prof.

Pianura che si aspetta risposte eccellenti in poco tempo. Per me comprendere le

persone e essere compresi non è facile, visto che ognuno è diverso. Ecco perché è

importante sforzarsi nel capire i bisogni delle persone nei momenti difficili come

l’adolescenza, infatti è importante parlare.

Emanuele Tata

142


Vita da adolescente

Ora sto iniziando il mio periodo da adolescente. Durante l'adolescenza, la vita di

molti ragazzi generalmente cambia, certe volte positivamente, ma altre volte

negativamente. Io la definisco un "momento di riflessione", infatti credo che sia il

passaggio dall'infanzia all'età adulta. In questo periodo riflettiamo sulla nostra vita

futura, nella maggior parte dei casi sognando. Mi capita spesso di sognare pensando

a progetti e percorsi prossimi da intraprendere seguendo le mie attitudini.

Come in ogni cambiamento, ci sono sempre delle paure, delle indecisioni e dei

momenti difficili. Sono questi i momenti in cui qualcuno dovrebbe venire ad aiutarti

per farti ragionare meglio. Alcune persone adulte sicuramente non mi aiutano in

questi casi e credono che vadano superati da soli perché dicono che si impara

piangendo. Non ritengo giusto questo modo di pensare perché bisognerebbe essere

sempre incoraggiati a superare gli ostacoli.

Gli adolescenti hanno bisogno di tanta comprensione da parte degli adulti, anche se

il più delle volte questi non ne hanno. Questo rende gli adolescenti nervosi e

trovano come loro unico punto di riferimento gli amici. Infatti anche loro stanno

vivendo questo periodo e capiscono come ci si sente, rincuorandoci ogni volta che ci

troviamo a sfogarci. In ogni caso mi rendo conto che gli adolescenti non possono

avere la stessa esperienza degli adulti.

Rosa Maria Tommasini

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Apparentemente da solo

Ci sono giorni strani in cui non mi sento capito perché ho una diversa idea dagli altri

e non concordo con le idee altrui. Mi sento solo, isolato dal mondo, niente mi può

distrarre e il giorno diventa notte. In questi giorni così strani mi siedo sul letto e

rifletto. Mi chiedo cosa mai ho fatto di male per meritarmi questo isolamento dal

mondo; mi sento indifeso e senza diritti perché non rispettano le mie idee e non

riesco a trovare una soluzione. Rifletto per vedere se c’è qualcosa di sbagliato.

Rifletto e rifletto, ma non trovo soluzione e quindi prendo il cattivo vizio di pensare

che sono gli altri il problema. Di solito considero che una persona abbia sbagliato e

tutti l’hanno seguita, ma non è così. Sono idee che condividono tra di loro

ritenendole giuste, ma anche io penso di avere ragione. In queste situazioni, però,

non mi soffermo a riflettere perché sono preso dalla rabbia e dall’idea di essere nel

giusto. Dopo molte ore però, comincio ad essere più consapevole di me stesso:

dopo aver fatto pace capisco tutto e riesco a vedere anche i lati positivi di queste

persone. Perciò, dopo aver meditato a lungo, capisco che bisogna rispettare anche

le idee altrui e non solo le proprie.

Federico Lai

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La bolla del passato

Certe volte la vita reale è talmente brutta che non vorresti neanche affrontare le

difficoltà, ma vorresti abbandonare e smettere di combattere. Non capisco il

bisogno degli altri di sfogarsi con me, non so, forse perché ero allora la più debole

della classe. Forse sì, ma non ha senso prendersela con una bambina di nove anni

che non ha ancora scoperto il modo di difendersi, che non sa come affrontare gli

ostacoli della vita. Lei sì che sapeva come spegnermi il sorriso in un momento di

gioia. Nessuno sa come mi sentivo. Nessuno capisce quando racconto la mia

infanzia, nessuno ha mai detto: “Ti capisco, ci sono passata anch’io”. Nessuno ha

mai fatto nulla, tutti hanno sempre detto: “Mi dispiace” e poi riprendevano a

raccontare i loro problemi, le loro difficoltà, tutti!

Ogni volta che racconto della mia infanzia pensano che è solo il passato e devo

guardare al presente.

Nessuno sa come è stato difficile superare quel trauma che mi ha influenzato da

piccola.

Come lei ha sempre detto, ho sempre ritenuto che ero inutile, che non sapevo nulla

e ero solo un’ignorante senza speranze di migliorare.

A me non importa niente che il passato è passato, nel mio piccolo pezzo di cuore

quei momenti sono troppo difficili da dimenticare, quegli insulti sulla mia

intelligenza…, quei momenti in cui mi ha fatto sentire uno straccio…, quel suo

guardarmi come per dire: “Tu sei inutile”. Non mi sentivo capita da nessuno e non

riuscivo a capire gli altri. Ero io, da sola, in una piccola bolla isolata e all’interno

rimbombavano i suoi rimproveri.

Anche adesso mi succede di rimanere in una piccola bolla e sento, a volte, che non

mi capisce nessuno e non riesco a capire gli altri.

Quando i miei genitori mi strillano io mi sento un vero straccio, una vera nullità che

non è utile a nessuno. È come se ritornassi al passato e i miei genitori si

trasformassero nella mia maestra e la stanza, nella mia classe.

Tutti quei rimproveri, da semplici, diventano pesanti e io, piccola, impotente a

subire. Ecco come mi sentivo a subire quei rimproveri. Adesso non è più così grazie

ad una persona speciale.

Avrò ancora dei momenti difficili, dei momenti belli e dei momenti di totale

isolmento quando ripenserò alla mia infanzia. Ci saranno giorni in cui non mi sentirò

capita e non capirò gli altri, in cui mi arrenderò per la troppa fatica di affrontare.

Affrontare, affrontare… e la mia pazienza finirà, ma grazie alle esperienze fatte avrò

le armi giuste per combattere senza arrendermi.

Giorgia Petrella

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Tendenze adolescenziali

Il problema della comprensione di noi adolescenti è senz’altro uno dei temi più

ricorrenti e discussi. Si dice di frequente che gli adolescenti si sentono capiti poco e

che fanno fatica a rapportarsi con il mondo adulto. Tutto questo ha un fondo di

verità. Per spiegare il perché credo che bisogna interrogarsi sulle cause di questo

modo di essere dell’adolescente.

Il periodo dell’adolescenza coincide con la fase dello sviluppo del ragazzo, periodo

in cui, forse più che in ogni altra fase, si assiste a grandi cambiamenti fisici e

mentali. L’adolescente vive perciò un grande fermento che contribuisce a creare le

situazioni più varie sul piano psicologico. È così che il ragazzo può trascorrere

giornate con umori e sensazioni di segno opposto.

In questa fase di crescita, in molti casi, l’adolescente tende a considerarsi già adulto

e ad assumere un eccesso di sicurezza. Tale sicurezza lo porta spesso a non

relazionarsi in maniera giusta con l’adulto, che può essere visto come un

antagonista. Ho riscontrato questo comportamento anche in me, quando per

esempio ho chiesto ai miei genitori di potermi iscrivere su un social-network.

Pontamente non hanno accolto la mia richiesta e, a quel punto, io non mi sono

sentito capito. Ho contestato la loro decisione per il fatto che molti altri ragazzi

della mia età hanno ottenuto ciò senza problemi. Ai miei occhi la decisione è

apparsa ingiusta e mi sono sentito tradito proprio dalle persone a me più care.

I motivi di contrasto possono essere diversi, ma sempre derivano da una visione

diversa dell’adolescente rispetto al mondo che si appresta a conoscere.

Personalmente mi capita di non riuscire a capire il punto di vista altrui, di pensare

che io stia nella ragione e di non riuscire ad accettare le ragioni degli altri.

Ritengo che questa situazione di incomprensione reciproca tra adulto e adolescente

sia dovuta alle differenti esperienze di vita vissute e che in molti casi potrebbe

essere appianata con il trascorrere degli anni e la conseguente maturazione

dell’adoloscente. Infatti l’adolescente ha trascorso poche esperienze di vita,

relazionandosi con un ristretto ambito di soggetti e situazioni costituiti quasi

unicamente dalla scuola, dalla famiglia e in minima parte dagli amici. L’adulto,

invece, avendo trascorso più esperienze e avendo imparato di più dalla vita ha

accumulato le proprie idee e visioni della vita, che si discostano necessariamente

dalle visioni adolescenziali. Ma malgrado tutto l’adolescente deve fare il proprio

percorso, fatto anche di errori e punti di vista sbagliati, perché ciò lo aiuterà a

diventare adulto e a fare tesoro delle esperienze fatte.

Pietro Taragoni

146


Sono proprio io

La collera non è mai senza ragione, ma raramente ne ha

una buona”

B. Franklin

Non credo che sulla Terra esista qualcuno che non si sia svegliato con il piede storto.

Ci sono persone a cui capita di rado, altre a cui capita spesso, altre invece a cui

capita periodicamente perché fa parte del loro carattere.

Ho conosciuto un esemplare di questo tipo, una ragazzina che si rispecchia

benissimo in questa descrizione. Ci sono mattine in cui si alza già con il

presentimento di dovere affrontare una giornata faticosa. Va alla finestra, guarda il

cielo, le nuvole la pioggia, un povero uccello in cerca di riparo, l’umore non migliore

del colore cereo del cielo. Da quel momento inizia la sua giornata, fatta di liti, urla e

nervosismo, in cui il suo carattere emerge in tutta la sua maestosità. Tutto sembra

essersi rivoltato contro di lei, litiga con la sorella, si lascia con il fidanzato, prende

una nota arriva tardi a scuola. Ci sono momenti in cui si chiede se sia un problema

suo o dell’universo circostante, momenti in cui si guarda allo specchio, nella

speranza di ritrovare la bambina gioiosa e vivace di un tempo, ma vede solo un viso

pallido e degli occhi ginfi di lacrime. Osserva una foto di qualche anno fa. Guarda la

piccola bambina sorridente, spensierata, con gli occhi luminosi e fatica acredere che

sia veramente lei, che sia veramente lei qualche anno fa. Sembra passata una vita

da quando correva per i prati rincorrendo i conigli, da quando giocava con le

bambole. Prima sapeva a mala pena cos’era la rabbia, mentre ora ci convive

abitualmente. Durante queste giornate non sembra il cervello a comandare i suoi

movimenti, le sue decisioni, ma un essere estraneo a lei, un demone. Le cose più

assurde sembrano ora del tutto normaali, fanno parte della quotidianità. Urla, strilli,

litigi, che prima le erano del tutto estranei, ora sono parte del suo carattere.

Quella ragazzina sono io.

Bianca Patarnello

147


La non comprensione, un problema di tutti

Ci sono dei giorni in cui proprio non mi sento capita e non comprendo gli altri, cerco

di spiegarmi, ma la gente mi guarda e ride come se mi stesse prendendo in giro, mi

sento la pecora nera del gruppo, un pesce fuor d’acqua e capisco che a quel punto è

meglio tacere, vorrei sparire dal mondo e chiudermi in me stessa senza dover

spiegare a nessuno la mia tristezza.

In quei momenti mi sembra tutto più difficile, più complicato.

Ogni banalità si trasforma in qualcosa di impossibile, ogni problema si trasforma in

lacrime che cercano di scappare via veloci come un leone quando avvista la preda.

Cerco di nascondermi e, come diceva Petrarca, di camminare a testa bassa cercando

di non vedere niente che mi faccia ricordare la tristezza. Vorrei che esistesse una

stanza dove non ci fosse niente, una stanza bianca solo per me, facile da

raggiungere in ogni momento. Mi guardo intorno, ma sembra tutto diverso, più

buio, più difficile.

A volte mi capita di alzarmi la mattina, come si dice, con il piede sbagliato,

svegliarmi male e cominciare la giornata in modo orribile. E da quel momento è

tutto una lamentela, mi viene da piangere per qualsiasi cosa, a partire dai cereali

della colazione finiti. Mi viene da litigare con tutti per ogni banalità e da piangere.

Vorrei non farmi vedere, vorrei che nessuno venisse da me a chiedere: “che hai?”.

Io rispondo che non ho niente, ma ovviamente nessuno mi crede “non si piange se

non si ha niente”, e a quel punto mi sento ancora peggio, mi sento l’unica a cui

succedono queste cose. Mi sento stupida, banale, egoista, inutile!

Con il tempo ho capito che la non comprensione è un problema di tutti e si può

risolvere solo confrontandosi.

A volte mi sento così incompresa ed esclusa che penso che niente al mondo

potrebbe tirarmi su. Poi penso agli amici, l’unica via d’uscita da questa

incomprensione. Ne parlo con delle persone fidate e mi sento subito meglio, più

libera, più leggera, come se avessi buttato via un peso e poco dopo sto subito

meglio.

Ilaria Manzocchi

148


Capire è difficilissimo, ma farsi capire è una smisurata ambizione

Comunicare con gli altri è la cosa più facile del mondo e lo è ancora di più se la

persona che ti sta davanti è un amico che ci conosce profondamente. A volte basta

un solo sguardo per essere compresi. Altre volte, invece, può non essere così facile

farsi comprendere dall’altro: basta un tono diverso di voce, un gesto, una parola

fuori luogo per essere fraintesi.

Credo che molto dipenda dalla capacità nostra e degli altri di saper ascoltare senza

pensare ad altro quando qualcuno parla e senza avventarsi in giudizi affrettati e

superficiali.

In particolare, in questo periodo, che gli adulti definiscono come la nostra

adolescenza, a volte mi capita di non essere capita soprattutto da loro. Mi sembra

come se non avessero mai affrontato questa fase della vita e fossero nati già grandi.

Talvolta mi piacerebbe avere più libertà di quanta me ne viene concessa dai miei

genitori. Vorrei sentirmi più accettata e più grande.

Mi capita, a volte, di voler fare una metamorfosi ed entrare in un corpo adulto per

capire come ci si sente e per quale motivo spesso noi adolescenti non veniamo

capiti. Vorrei che in certe circostanze gli adulti comprendessero ciò di cui abbiamo

bisogno confidando nelle nostre capacità. Ma devo confessare che la maggior parte

delle volte siamo proprio noi ragazzi a non capire gli adulti, perché non sappiamo

ancora distinguere il bene dal male e, soprattutto, i pericoli in cui possiamo

incorrere. In questi momenti ci interessa solo quel che vogliamo e crediamo che le

nostre motivazioni siano le più corrette e le più giuste rispetto a quelle degli adulti.

Ma deve essere proprio in questi momenti che, per essere considerati pronti ad

affrontare le difficoltà nel modo giusto, dobbiamo imparare a confrontarci e a

dialogare con chi ha più esperienza di noi. Questo, forse, potrebbe aiutarci a capire

le ragioni degli adulti, anche se tutto ciò è molto complicato.

Dobbiamo ricordarci sempre che anche i nostri genitori sono passati per questa

fase, facendo anche degli errori, ma, crescendo, hanno lasciato questa fermata e

sono andati avanti in modo onesto e giusto nella loro vita. Anche se pensiamo che

loro non ci capiscano in realtà ci comprendono pienamente, ma devono scegliere

quello che è meglio per la nostra vita.

Ricordo una frase famosa di Paul Valéry: “Se noi non capissimo gli altri, non

capiremmo più noi stessi”.

Esagerare è sbagliato: questa è la verità, non si può evitare ogni difficoltà perché

prima o poi qualcosa non va. È una canzone che sento spesso in televisione e solo

ora mi rendo conto del suo significato.

Per questo motivo capire è difficilissimo e farsi capire, a volte, è davvero una

smisurata ambizione.

Chiara Vaccaro

149


Conclusione

Qui termina questa nostra piccola avventura fatta non solo di tante frasi, ma

anche di emozione e di passione che abbiamo voluto provare a fissare nel tempo

per poterle poi risvegliare e riviverle attraverso la lettura di queste pagine.

“Verba volant, scripta manent” nt” dicevano gli antichi Romani riprendendo un

antico motto babilonese: le parole passano, gli scritti restano. Questo libro è

l’impegno perché da oggi valga anche per noi. Scrivere però non è importante solo

per custodire la memoria di quello che è stato; può essere utile anche per

conoscere meglio sé stessi, per migliorarsi, per prepararsi al futuro.

I nostri temi sono stati scritti non solo per divertire, ma in alcuni casi per

farci riflettere su importanti problematiche, co come e il rapporto tra gli adolescenti e i

genitori, la corretta alimentazione, la responsabilità individuale individuale, la capacità di

operare scelte con maturità e riflessione, la necessità di non dimenticare e, infine,

l’esigenza di offrire per il piacere della solidarietà.

Tramite questi esti scritti abbiamo provato a raccontare are qualcosa ddi

noi: progetti,

opinioni, ambizioni; solitamente essi vengono letti, corretti, commentati e subito

dopo, spesso, dimenticati. Questa volta, , invece, vogliamo tentare di conservarli e

fare in modo che poss possano ano offrire spunto, negli anni, ai ragazzi che verranno verranno, per

conoscere e confrontare idee ed aspettative, nella speranza che ciò possa servire

loro a considerare e, eventualmente, imparare dalle nostre riflessioni e dagli errori,

sperando nella loro com comprensione per i nostri limiti.

Attraverso questi componimenti abbiamo raccontato cose che pensavamo di

non riuscire a dire, , alcune volte svelando o una parte del nostro carattere che

ignoravamo: paure, speranze speranze, sogni, aspirazioni, nostalgie …. Siamo sicuri che che, se tra

qualche anno ci capiterà di rileggere queste pagine, ricorderemo con un po’ di

commozione come eravamo e quel che sentivamo al tempo della nostra

adolescenza; forse queste frasi ci appariranno ingenue e un po’ infantili, ma

sicuramente sincere, au autentiche e ci racconteranno di noi stessi.

Abbiamo inventato storie fantastiche, comiche, del terrore; ci siamo

cimentati con la poe poesia componendo i primi sonetti. Abbiamo bbiamo messo in comune

frammenti di vite diverse! Non ci aspettavamo, al momento della scr scrittura, che

questo lavoro avrebbe potuto sfidare il tempo. Tutto ciò ci emoziona ed entusiasma

come se stessimo per pubblicare il nostro primo vero libro. Anche per questo, oltre

che per tutto quello che ha fatto e farà per noi, vorremmo fare un ringraziam ringraziamento

speciale alla nostra professoressa che ha migliorato la nostra scrittura e ci ha

permesso di realizzare questo lavoro perseverando nel progetto, nonostante i nostri

infiniti timori e tentennamenti.

Rossana Maletto, Bianca Patarnello, , Cecilia Perinelli

150


Anselmi Riccardo

Cappella Edoardo

Cicolella Giulio

Conti Matteo

Criscuolo Margherita

Dal Piaz Milena

Damosso Pierluigi

Doglio Giangiacomo

Giannetti Victoria

Graziani Francesco

Iacomacci Alice

Ingenito Daniele

Lai Federico

La classe seconda B

2011-2012:

Maletto Rossana

Manzocchi Ilaria

Miani Federica

Oneto Michela

Parrella Alice

Patarnello Bianca

Perinelli Cecilia

Petrella Giorgia

Rocchegiani Agnese

Schettino Antonio

Smorto Giada

Taragoni Pietro

Tata Emanuele

Testi Anna

Tommasini Rosa Maria

Vaccaro Chiara

151


INDICE

Acrostici pag. 3

Introduzione “ 6

La mia adolescenza tra sogni e realtà “ 8

1. Riflessioni su letture dall’antologia “ 22

- Caricatura “ 23

- Amicizia “ 26

- Il futuro “ 28

- Anne e Zlata “ 33

- Paura “ 36

- Vacanze “ 39

2. Cartesio: la lettura di buoni libri… “ 40

3. Cibo e fantasia “ 48

4. Ogni giorno la scuola mi regala… “ 74

5. Il mondo che vorrei “ 80

6. Donare è amore e altruismo “ 90

7. Se io fossi … Sonetti “ 114

8. Ci sono giorni… “ 125

Conclusione “ 150

La classe seconda B 2011-2012 “ 151

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