L'Ispettore e la Società L'Ispettore e la Società - Aniv

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L'Ispettore e la Società L'Ispettore e la Società - Aniv

PERIODICO DELL'ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE ISPETTORI PREVIDENZIALI - ANNO 21º - N. 1 - SPED. IN A.P. ART. 2 - COMMA 20C LEGGE 662/96 - FILIALE DI VE - BIM. MARZO - APRILE 2002

L'Ispettore

e la Società

20° Convegno Nazionale di Studi

MODERNIZZAZIONE, RIFORME, DIRITTI

“ ”

Garden Club Toscana - S. Vincenzo (Li) - 4/8 maggio 2002


Periodico

della Associazione

Professionale dei

Funzionari Ispettivi

Pubblici

Sommario

L'Ispettore e la Società

L'Ispettore

e la Società

Marzo-Aprile 2002

Spedizione in abbonamento

postale gruppo IV

Pubblicità inferiore al 50%

20° Convegno Nazionale di Studi “Modernizzazione, riforme, diritti” 2

Omaggio a Marco Biagi: «Il contratto collettivo di lavoro» Marco Biagi 4

Lavoro che cambia. Lavoro parasubordinato modernità o evasione Francesco Paolo Rossi 7

Atti del convegno di Pescara su: “Le problematiche sui contratti atipici:

profili giuslavoristici e fiscali Lorenzo del Federico 12

Nuovo regime sanzionario dell’inadempimento contributivo

(legge 23/12/2000 n. 388 - at. 116) Mauro Verdini 15

Memorie di un tempo passato: la prevenzione per il lavoro delle mondine

negli anni cinquanta Raffaele Sollecito 22

Un’importante sentenza in materia di lavoro subordinato e potere direttivo Temistocle Bussino 24

Reflessioni sull’art. 12 della legge finanziaria n. 448 del 2001 Francesco Paolo Rossi 26

Brevi note sul lavoro interinale Seidenari Mario 27

Ancora sull’amianto Raffaele Sollecito 29

Interruzione dei termini prescrizionali Armando Benincasa 31

Le aliquote contributive italiane ed europee del settore agricolo Roberto Caponi 33

Ancora sugli infortuni e malattie professionali nell’antico egitto Raffaele Sollecito 35

La legge di orientamento e i decreti legislativi per il nuovo mondo agricolo Massimo Sortino 36

Riceviamo e pubblichiamo: opinioni a confronto 40

Direttore responsabile:

Fedele Sponchia

Redattore capo:

Pietro Monego

Comitato di redazione: R. Sollecito

N. Mori - F. Solinas - S. Di Martis

S. Sarno - L. Viviani - T. Bussino

Stampa:

Grafiche La Press - Fiesso d'Artico/Ve

Tel. 049/502.722 - Fax 049/9800305

Abbonamento annuo ¤ 13

Direzione, redazione,

amministrazione:

ANIV

Via Ca’ Rossa 35/i

C.P. 2027

30174 Mestre 2 (Ve)

tel. redazione 041/616326

fax 041/5347080

E-mail: info@aniv.it

Autorizzazione Tribunale

C.P. di Venezia

n. 747 del 28/7/83

La redazione sottolinea che la rivista

“l’Ispettore” rappresenta una rassegna di

opinioni particolarmente rivolte alla materia

contributiva.

Gli articoli pubblicati, pertanto, rappresentando

punti di vista personali dell’autore,

aspirano solo a provocare confronti, a

suscitare riflessioni, a determinare la maggiore

chiarezza possibile in merito ad una

normativa che tutti riconosciamo estremamente

problematica.

In questa ottica “l’Ispettore” sarebbe lieta

di ospitare più frequenti contributi di altre

categorie professionali.

1


2 L’Ispettore e la Società

Domenica 5/5/2002

ore 9.00 Presentazione nuova valigetta informatica

ore 9.30 Presentazione nuovo software per individuare

aziende del sommerso

ore 10.30 Presentazione sito ANIV

ore 11.00 Incontro con le OO.SS. degli Enti Previdenziali

Lunedì 6/5/2002

ore 9.00 Saluto ai Convegnisti:

on. R. Nencini, Pres. Consiglio Reg.le Toscana

Apertura del lavori:

F. Sponchia, Presidente ANIV

ore 9.15Introduzione ai lavori:

A. Prauscello, V. Direttore gen. Vic. INPS

ore 9.45Relazione su: “Modernizzazione, flessibilità e

garanzie nel quadro degli obiettivi fissati

dalla Comunità europea”

F. P. Rossi, Docente di diritto del lavoro

nell’Università di Venezia e Responsabile

scientifico del centro studi ANIV

ore 10.30 Relazione su: “Modernizzazione e sicurezza

sociale” di G. Billia, Presidente INAIL

Dibattito sulle relazioni - Interventi di:

E. Di Betta, Consigliere di amm.ne INPS

P. Lucchesi, Presidente CIV - INAIL

(in attesa di conferma)

B. La Padula, Resp. Politiche sociali CGIL

(in attesa di conferma)

20º Convegno Nazionale di Studi

“Modernizzazione, riforme, diritti”

Garden Club “Toscana” - S. Vincenzo (Li) - 4 - 8 maggio 2002

A. Vecchietti, Direttore Sett. Sindacale della

Confcommercio

R. Caponi, Direttore Sett. Prov.le CGIA

P.P. Baretta, Segretario Confederale CISL

(in attesa di conferma)

Ore 12.30 Conclusioni: del Ministro del Lavoro o di un

suo delegato (in attesa di conferma)

Martedì 7/5/2002

ore 9.00 Introduzione ai lavori:

A. Ricciotti, Direttore generale INAIL

ore 9.30 Relazione su: “Modernizzazione e sommerso”

di L. Meldolesi, Presidente del Comitato per

l’emersione del lavoro non regolare presso la

Presidenza del Consiglio dei Ministri

ore 11.00 Confronto - dibattiro sul tema:

A. Smolizza, Presidente del CIV INPS

(in attesa di conferma)

S. Pantalei, Direttore centrale Vigilanza INPS

M. Antichi, Direttorele gen. ENPA’LS

E. Di Luca, Direttore centrale Rischi INAIL

A. Musi, Segretario generale aggiunto UIL

V. Crecco, Direttore centrale Tecnologia

informatica INPS

A. Mazzieri, Consigliere di Amministrazione

INPS

ore 12.30 Conclusioni:

M. Baldassarri, G.F. Miccichè, Vice Ministri

Economia e Finanza (in attesa di conferma)


Sabato 4/5/2002

Arrivo (dalle ore 15.00) - Welcome

Drink’s e sistemazione.

Ore 20.00 Cena a buffet.

Ore 22.00 Spettacolo “Operamania”

nello splendido teatro

del villaggio.

Domenica 5/5/2002

Ore 8/10 Colazione a buffet.

Ore 10.00 Corsi collettivi di

ginnastica, nuoto in

spiaggia e/o piscina.

Ore 13.30 Pranzo a buffet.

Ore 15.00 Tornei di calcetto, calcio

e tiro con l’arco.

Ore 17.00 Aerobica.

Ore 20.00 Cena a buffet.

Ore 21.30 Ballo liscio in discoteca.

Ore 22.00 Spettacolo “Tuttoitalia” -

Dopo discoteca - Torneo

di carte.

Lunedì 6/5/2002

Ore 8/10 Colazione a buffet.

Ore 10.00 Corsi collettivi di

ginnastica, nuoto in

spiaggia e/o piscina.

Ore 13.30 Pranzo a buffet.

Ore 15.00 Torneo di ping-pong,

Olimpiadi a squadre.

Ore 17.00 Aerobica.

Ore 20.00 Cena a buffet.

Ore 21.30 Ballo in discoteca

Ore 22.00 Spettacolo “E. Moricone”

Dopo gare di ballo liscio.

Martedì 7/5/2002

Ore 8/9 Colazione a buffet.

Ore 9.00 Gita aVolterra.

Ore 13.30 Pranzo a buffet.

Ore 15.00 Tornei di tennis,

pallavolo, carte.

Ore 17.00 Aerobica.

Ore 20.00 Cena a buffet.

Ore 21.30 Ballo in discoteca.

Ore 22.00 Spettacolo conclusivo

Dopo giochi in discoteca.

Mercoledì 8/5/2002

Ore 8/10 Colazione a buffet.

Ore 10.00 Arrivederci all’anno

prossimo

L’Ispettore e la Società 3

Programma del tempo libero

20º Convegno Nazionale di Studi 4/5 - 8/5/2002


4 L’Ispettore e la Società

Per poter definire “collettivo” un

contratto di lavoro è necessario che

esso disciplini la condizione di una

pluralità di lavoratori e che sia

sottoscritto da almeno una

organizzazione sindacale.

L’organizzazione sindacale, o

sindacato che dir si voglia, nel nostro

ordinamento si pone al momento

come associazione di fatto, regolata

dall’art. 36 del codice civile, data

l’inattuazione dell’art. 39 della

Costituzione. Tale lacuna legislativa

finisce con il lasciare nell’indefinito

realtà ed effetti della contrattazione

collettiva e favorisce la supplenza

creativa della prassi, della

giurisprudenza e della consuetudine,

pur sempre nell’ambito del quadro

della normativa civilistica regolante il

contratto in genere, normativa che è

comunque sempre da considerare a

base di ogni indagine o elaborazione

concettuale. Al di là, dell’intreccio di

definizioni rimane punto fermo per

giurisprudenza e dottrina che il

contratto collettivo esiste laddove è

stipulato da una organizzazione

sindacale. L’attività del sindacato si

snoda nella realtà sociale in

coordinate di tempo e di spazio.

L’articolazione della contrattazione

sindacale spesso diviene

decentramento e l’intreccio normativo

crea complessità del sistema.

Anche se non si può parlare di

gerarchia, possiamo rappresentare

l’attività contrattuale del sindacato

secondo uno schema piramidale, alla

cui sommità si collocano gli accordi

interconfederali, che oltre alle

confederazioni delle organizzazioni

datoriali e dei lavoratori vedono

presenti delegazioni del governo

(accordi sulla Scala mobile,

protocollo d’intesa Scotti, ecc.). In tali

accordi gli agenti negoziali sono

esponenti che operano come

rappresentanti di interessi che si

estendono a tutto il territorio

nazionale a prescindere dalle

categorie dei lavoratori o dei datori di

lavoro.

Sempre a livello nazionale si ha un

fenomeno più conosciuto e più

applicato di contrattazione collettiva:

quello di categoria, nella cui

stipulazione intervengono sindacati di

categoria dei datori di lavoro e dei

Omaggio a Marco Biagi:

«Il contratto collettivo di lavoro»

Sintesi della lezione del Prof. Marco Biagi, allora docente nell’Università

di Bologna, tenuta al corso di aggiornamento per ispettori di vigilanza

dell’Emilia Romagna negli anni 1985/86

lavoratori (contrattazione dei

metalmeccanici, dei chimici, dei

tessili, ecc.). La contrattazione

collettiva ha poi dei livelli

organizzativi medi, talvolta regionali,

talvolta provinciali (ad es. nel settore

agricolo). Un contratto collettivo può

concludersi anche fra un imprenditore

e un’organizzazione sindacale

aziendale, siamo qui a un livello più

“basso” e più aderente alla realtà

locale. Laddove l’azienda è di piccole

dimensioni spesso manca

l’organizzazione sindacale aziendale.

Siamo fuori dalla contrattazione

collettiva. In tal caso e gli accordi e le

intese fra il datore di lavoro e i

lavoratori rimangono soggetti al

regime dell’art. 2113 del codice civile

(rinunzie e transazioni dei lavoratori),

anche quando si condensano in un

unico documento firmato da tutti i

dipendenti.

Su tali intese il Ministro del lavoro,

sul finire degli anni ’70, si pronunciò

e non riconobbe efficacia alle deroghe

al divieto di turnazione notturna per le

donne previsto dall’art. 5 della legge

n. 903/1977 (legge sulla parità uomo

donna, che ammette la deroga al

divieto di turnazione notturna sulla

base di intese con il sindacato) attuate

sulla base di accordi fra datori di

lavoro e lavoratori, mancando

l’organizzazione sindacale in azienda.

Il principio affermato dal Ministro è

stato considerato valido dalla

Cassazione (sentenza 22.4.83 n.2790),

che ha afferrato che è contrattazione

aziendale quella stipulata da

un’organizzazione sindacale costituita

nell’azienda, negando al sindacato

provinciale la possibilità di

concludere contratti collettivi

aziendali. Il soggetto della

contrattazione collettiva deve essere il

sindacato inteso in senso vero ed

effettivo. Ma possiamo trovarci anche

di fronte a un sindacato di comodo,

cosiddetto sindacato giallo. È questo il

sindacato costituito o sostenuto

finanziariamente (ma più spesso con

altri mezzi) dal datore di lavoro.

L’ipotesi di un datore di lavoro che

tira fuori dei soldi per costituire un

sindacato di comodo ormai è

storicamente ipotesi remota. Più

concreta è oggi la possibilità ehe il

datore di lavoro favorisca nella

propria azienda un’organizzazione

sindacale a scapito di un’altra (sotto

tale profilo si è individuata a livello

giudiziario una gamma varia di

comportamenti antisindacali). Un

contratto eollettivo di lavoro, di

qualunque livello, di massima vincola

gli imprenditori iscritti

all’associazione datoriale, ehe ha

firmato l’intesa, vincola i lavoratori

iscritti al sindacato che ha siglato il

contratto collettivo. È ciò una

conseguenza logica, oltre che

giuridica, dell’iscrizione alla

organizzazione, sia essa dei lavoratori

che dei datori di lavoro, a cui viene

affidata la tutela dei propri interessi

economici e professionali da parte

degli iscritti. Ma gli effetti della

contrattazione collettiva superano

facilmente l’angustia della cornice

degli iscritti alle organizzazioni

stipulanti. La giurisprudenza ha

riconosciuto che l’imprenditore, non

iscritto ad alcuna associazione

imprenditoriale, è vincolato

all’osservanza del contratto collettivo

in vigore sia per settore economico,

sia per tipo d’impresa (cooperative,

artigiane, imprese grandi, imprese

piccole, ece.) se ha tenuto un

comportamento concludente, cioè se

nei fatti si è comportato in modo tale

da recepire il contratto collettivo,

dandone applicazione. Se si è

accertato ehe l’imprenditore ha usato

quel contratto collettivo, ha

amministrato il proprio personale con

riferimento a quell’intesa, anche se

non è iscritto all’associazione

stipulante, l’imprenditore ha tenuto un

comportamento concludente e quindi

vincolante. Dare osservanza anche in

parte al contratto collettivo comporta

il vincolo dell’insieme dell’intesa. Il

datore di lavoro non può osservare

solamente una parte della

contrattazione senza, per ciò stesso,

venire vincolato dall’insieme delle

clausole di quel contratto collettivo

(principio dell’inscindibilità delle

clausole del negozio giuridico).

Sull’estendibilità della contrattazione

collettiva la giurisprudenza di merito

ha seguito altre vie, laddove non ha

potuto riconoscere l’obbligatorietà del

contratto collettivo sulla base della

predetta inscindibilità: ha fatto leva

sul principio “di giusta


emunerazione” che si ricava dall’art.

36 della Costituzione e ha rapportato

la retribuzione del lavoratore

(ancorata dalla contrattazione

individuale a livelli bassi) a parametri

(più giusti) fissati dalla contrattazione

collettiva. Il giudice ha considerato

l’elemento retributivo degli accordi

individuali non valido per contratto

con la norma costituzionale e quindi

sostituibile con dati giusti. La

possibilità del contratto collettivo di

riferirsi anche al lavoratore non

iscritto al sindacato, prima degli anni

della “crisi”, divenne una convinzione

anche interessata, perché i contratti

collettivi, nella loro cronologica

successione, finivano con il prevedere

sempre condizioni migliorative per i

lavoratori. Sotto l’urto di una

situazione economica ed

occupazionale meno sicura dopo la

metà degli anni ’70 iniziò a porsi il

problema della necessità di deroghe in

pejus alla contrattazione collettiva

preesistente. La contrattazione

aziendale iniziò a restringere la

portata di quella nazionale e a parità

di livello non sempre la nuova

contrattazione riuscì ad ampliare a

favore del lavoratore quella

precedente. L’efficacia erga omnes,

che sembrava una conquista più che

sudata, incominciò a essere messa in

discussione dagli stessi lavoratori,

spesso estranei alle scelte sindacali

per essersi cancellati dal sindacato o

per non aver aderito.

Il problema dell’efficacia della

contrattazione collettiva per la lacuna

legislativa esistente e di cui si è detto,

si è oggi accentuato. Il governo mira a

coinvolgere il sindacato nel sistema e

contratta leggi fuori dal Parlamento. Il

sindacato è sensibile all’acquisto (per

scambio) di poteri politici, che prima

non aveva, anche se rischia l’accusa

di neocorporativismo. L’art. 39 della

Costituzione, che prevede l’efficacia

erga omnes dei contratti collettivi

condizionata al riconoscimento come

persone giuridiche dei sindacati,

nell’attesa di una riforma, viene

incostituzionalmente aggirato (in

concreto spesso si elude l’art. 39 della

Costituzione e si realizza efficacia

erga omnes dei contratti con legge

ordinaria). Di fronte a questo

accavallarsi di iniziative forse

L’Ispettore e la Società 5

estranee alla nornativa costituzionale,

possiamo dire che il nostro contratto

collettivo non ha efficacia erga

omnes, giuridicamente parlando, e che

il legislatore fornisce a tutto spiano

strumenti giuridici indiretti, per i quali

il contratto in parola finisce per dover

essere applicato nei confronti di tutti i

lavoratori e correlativamente di essere

operante nei confronti di tutti i datori

di lavoro. Ci si riferisce anche alle

norme sulla fiscalizzazione degli oneri

sociali, all’art. 36 dello Statuto dei

lavoratori, a tutti quei casi in cui il

legislatore subordina all’osservanza

della contrattazione collettiva la

concessione di deterninati benefici.

Passiano a trattare il problema della

successione dei contratti collettivi nel

tempo e i rapporti fra contratti

collettivi a diverso livello. Il criterio

di coordinamento a risoluzione del

problema in passato fu individuato

dalla giurisprudenza nel “favor”, cioè

fra due regolamentazioni differenti nel

tempo o nello spazio del medesimo

istituto si propendeva per quella più

favorevole al lavoratore. Il principio

del “favor” che regola il rapporto fra

contratto individuale e contratto

collettivo (vedasi art. 2077 c.c.), si

volle ricavare, anche se con una certa

approsimazione, dalla Corte

Costituzionale, partendo dalla

premessa, più che scontata, che il

lavoratore è la Parte più debole del

rapporto di lavoro, economicamente

parlando. Questo criterio, divenuto

negli anni della crisi e dell’emergenza

minoritario, è ricomparso ultimamente

in qualche decisione della Corte di

Cassazione (vedasi sentenza della

Cass. Sez. Lavoro n. 4150 del

16.7.84) rivelatasi dopo brevissino

tempo non in linea con altri giudicati

della Corte medesima. Attualmente è

prevalente una teoria, che è stata fatta

propria dalla Suprema Corte (sentenza

Cass. Sez. Lavoro n. 4423 del

26.7.84), che esclude l’interpretazione

estensiva dell’art. 2077 del codice

civile e nega validità, per il caso di cui

si discute, al principio del “favor”.

Criterio attualmente accolto dalla

giurisprudenza è quello della volontà

dei contraenti (che è quello prevalente

in materia di distinzione fra lavoro

subordinato e lavoro autonomo) nel

senso più ampio dell’espressione,

sempre in assenza di clausole di

coordinamento nei rapporti fra

contratti collettivi. Bisogna guardare

al contratto collettivo più vicino ai

destinatari come livello. Tale

individuazione è più che facile: alla

fine il contratto aziendale, laddove ci

sia, rappresenta la disciplina voluta.

Tale criterio gerarchico alla rovescia

in alcune sentenze della Cassazione è

stato anche sostituito da un criterio

gerarchico vero e proprio, che è

l’antitesi alla tesi precedente: il

contratto collettivo, si è detto dalla

Suprema Corte, di livello superiore

prevale su quello inferiore in quanto

gerarchicamente sovraordinato (il

vertice sindacale di categoria prevale

sui singoli consigli di fabbrica). Tale

criterio di gerarchia sindacale non può

essere accolto, perché oltre a non

essere scritto da nessuna parte (e

questo sarebbe il meno data la lacuna

legislativa in materia) non è in

assonanza con l’esperienza sindacale

italiana, Infatti non c’è una

organizzazione gerarchica fra i vari

livelli di attività sindacale, né il

consiglio di fabbrica, che è

riconosciuto come una delle

rappresentanze sindacali presenti in

azienda dal sindacato esterno, è

composto tutto da personale

sindacalizzato. La legittimazione del

consiglio di fabbrica, anche se c’è un

riconoscimento dall’alto (livelli

sindacali esterni), deriva

essenzialmente dalla base, che può

non essere iscritta a sindacato alcuno.

Quantitativamente, come numero di

sentenze, che si possono “utilizzare”

nella pratica più recente, si è

affermato il principio che vuole

prevalente la disciplina collettiva

contenuta nel contratto collettivo

aziendale, ove appunto si ponga il

problema del suo coordinamento con

contratti collettivi di livello superiore

o aziendali precedentemente stipulati.

La Corte di Cassazione-Sez. Lavoro,

con sentenza del 16.7.85 n. 4212,

afferma che la successione dei

contratti collettivi é retta

esclusivamente dal principio della

libera volontà delle parti, che con un

contratto successivo possono

sostituire la disciplina precedente,

anche se l’innovazione pattizia è

meno favorevole al lavoratore.


6 L’Ispettore e la Società

Prevale la volontà delle parti, che

possono migliorare, peggiorare la

situazione preesistente ogni volta che

stipulano un nuovo contratto di

lavoro. Ciò vale nella cronologia della

contrattazione, ma vale anche nel

rapporto fra contratti collettivi di

livelli differenti. Il contratto collettivo

aziendale viene normalmente stipulato

in una fase succcesiva rispetto ai

contratti collettivi di livello superiore,

nella prassi sindacale è addirittura

anticipatore di successive discipline,

che verranno recepite nel contratto

collettivo di livello nazionale.

Concludendo sul tema del rapporto fra

contratti collettivi disciplinanti il

medesimo istituto, si può ormai

ammettere una contrattazione

collettiva derogante in pejus con pieni

effetti.

Oltre che di libertà sindacale, si parla

a più scopi di sindacato maggiormente

rappresentativo. Sul significato di tale

espressione la Corte di Cassazione

(che invero si è anche riferita in altre

sentenze a dati fattuali, quali

l’apprezzabile numero di iscritti al

sindacato, ecc.) con una sentenza si è,

riferita alle organizzazioni sindacali

destinatarie, per apposita legge, del

patrimonio delle disciolte

organizzazioni fasciste. Tale sentenza

non ha fatto parlare a lungo di sè. Il

problema del sindacato maggiormente

rappresentativo è rimasto e si pone

con maggior gravità dopo i dissensi

creatisi fra le grandi associazioni

sindacali (CGIL,CISL,UIL) e dopo il

proliferare indiscriminato di sindacati

autonomi anche di non irrilevante

incisività.

Come fare, quindi, per quel che

riguarda la firma di un contratto

collettivo, quando ci sono difformità

nell’orientamento del sindacato?

Nella pratica si è sperimentata la

strada del referendum, anche se si

tratta di rimedio senza riscontro

giuridico. C’è anche una proposta di

legge del senatore Gino Giugni, che

prevede contratti collettivi aziendali

vincolanti a seguito di ratifica a

maggioranza (50% più uno) da parte

dei dipendenti occupati nell’azienda

(contrasto con l’art. 39 della

Costituzione?). Al di là dei tentativi

predetti e dei propositi nella realtà

sindacale italiana si affacciano varie

ipotesi di intese separate nell’ambito

del medesimo contratto (in odore di

corporativismo?).

Tutto ciò vedrà sempre più

amplificata la voce dei sindacati

autonomi in più istituti a cominciare

da quelli del trattamento economico.

Il tutto potrà acquistare connotati

diversi, se prevarrà l’orientamento di

una riforma dell’art. 39 della

Costituzione (laddove si escluda

l’abrogazione integrale) con chiara

possibilità di determinazione delle

condizioni di maggiore

rappresentatività per legge. Si auspica

un intervento del legislatore nel

campo trattato per il clima di

iniziative interpretative contrastanti e

non costanti che si avverte a tutti i

livelli, giurisprudenza non esclusa.


1. Cambiamento e flessibilità del

mercato del lavoro.

Con la sintetica formula del “lavoro

che cambia” impatta la concezione

organizzatoria della flessibilità, volta

non solo a ridurre gli ostacoli

all’occupazione, bensì soprattutto ad

agevolare l’introduzione di un

moderno sistema di regolazione del

mercato del lavoro adattato ai

mutamenti strutturali già vissuti in

campo economico. Se mutano le

forme e le modalità del prestare il

lavoro a fini reddituali, una cosa resta

evidente e razionalmente impegnativa,

ed e che le anzidette forme ,e modalita

di lavoro non possono restare al di

fuori del qua o europeo e nazionale di

ordine normativo lungo l’intera fascia

delle implicazioni giuslavoristiche,

tributarie e previdenziali.

Setteriorizzare le differenti forme,

mescolandone le modalità operative

prescelte dai soggetti interessati,

significa introdurre una cultura di

sicuro affievolamento del principio di

solidarietà politica insieme con

un’incerta domanda sociale di

legalità.

Nella distinzione delle diverse forme

contrattuali di lavoro si appunta

sempre più, d’altronde, il tradizionale

profilo regolatorio della tutela

previdenziale, mentre dalla stessa

Commissione europea sono stati

formulati orientamenti - se non vere ‘e

proprie spinte - verso una dimensione

fortemente innovativa rispetto agli

obiettivi perseguiti in sede

comunitaria in ordine a interventi

strumentali d’inclusione sociale. In

proposito, il recente Libro bianco sul

mercato del lavoro in Italia ha

affrontato il tema della qualità del

lavoro, formulando l’auspicio, per il

Governo, secondo cui il tema della

qualità del lavoro assuma una sua

specifica rilevanza nel confronto tra i

diversi attori istituzionali e sociali. È

stato così prospettato che gli

indicatori di qualità concordati in sede

comunitaria dovranno utilmente

restare acquisiti anche per la

definizione dell’intervento legislativo

di cornice in ragione della prospettiva

federalista.

Sennonché, la diversità delle modalità

di lavoro che ciascuna forma

L’Ispettore e la Società 7

Lavoro che cambia.

Lavoro parasubordinato:

modernità o evasione?

di Francesco Paolo Rossi - docente di diritto del lavoro nell’Università

di Venezia e responsabile scientifico del centro studi ANIV

contrattuale prescelta segnala o

concretezza, non consente di

raccordare, in modo virtuoso, gli

aspetti di effettività della tutela

onnicomprensiva di chi presta la sua

attività professionale se non attraverso

il controllato sostegno delle parti

sociali. E certamente non e risolutiva,

a parer nostro, la mera dichiarazione

d’intenti a favore di una migliore

qualità del lavoro per sostenere quanti

potrebbero scivolare nell’esclusione

sociale e nella disoccupazione,

giacché le segmentazioni, all’interno

del mercato, tra occupazione precaria

e occupazione stabile hanno più de

una ragione causativa, mentre le

medesime nulla hanno a che fare con

il sommerso. Sulla base di

quest’ultima considerazione

empiricamente fondata, discende il

rilievo per cui risulta errato ritenere -

forse per una deduzione un po’

affrettata rispetto a tempi di più

affidante scandaglio sociale - che la

qualità di lavoro sarebbe da

“misurare” con la specificità di tratti

caratteristici dei differenti rapporti

posti in essere e, al tempo stesso, con

le opportunità di un improbabile

ulteriore progresso nel mercato del

lavoro. L’esempio, del resto,

prospettato nel Libro bianco intorno a

un lavoro definibile “buono”, non e

certo conferente alle problematiche

occupazionali che il ricordato

sommerso denuncia, posto che le

prospettive di carriera, sulle quali

quella qualificazione insisterebbe,

restano fortemente condizionate dal

superamento di quello stato di

precarietà in cui versa chi, nello stesso

sommerso , vive l’incerta sua

occupazione.

Ecco che, nel lavoro che cambia, la

flessibilità, assunta sotto il profilo

della rispon enza di un dato tipo

contrattu e all’interesse della singola

impresa, non potrà mai prescindere

dai diritti fondamentali degli stessi

lavoratori coinvoltivi, quanto meno in

ordire ällâ l’oro irrinunciabile pretesa

politica, per un verso, di un compenso

familiarmente sufficiente e, per un

altro verso, di una tutela

previdenzialmente adeguata alla

moderna esigenza di vita. A ben

vedere, si tratta di pretese politiche

che la legge costituzionale n. 3 del

2001 indirizza anche alla potestà

legislativa delle Regioni e delle

Province autonome di Trento e

Bolzano non solo in materia di tutela

e sicurezza del lavoro, ma soprattutto

in tema di previdenza complementare

e integrativa; con questa avvertenza

che le leggi regionali devono concorre

a rimuovere ogni ostacolo che

impedisca la piena parità degli uomini

e delle donne nella vita sociale,

culturale ed economica (art. 117

Cost.). La flessibilità del mercato del

lavoro, in un contesto di

organizzazione dell’impresa che muta,

non puo non essere concepita e

delineata, allora, se non dentro le

insuperabili frontiere degli inalienabili

diritti dell’Uomo che lavora,

riconosciuti e garantiti dalla

Repubblica italiana e dall’Unione

europea.

2. L’incidenza socio-economica degli

accordi collettivi europei sui contratti

di lavoro a tempo parziale e a tempo

determinato.

Queste ultime istituzioni, d’altro

canto, anche a ragione dei drammatici

eventi internazionali, si vanno sempre

più compenetrando nel terreno dello

studio e dei programmi sostenibili di

politica sociale e, specialmente, di

politica attiva dell’occupazione

giovanile attraverso un partecipato

sforzo di tendenza ad ordinare, in

Europa, il mercato del lavoro senza

frontiere. Primi testimoni di un tale

realizzato impegno - il quale ha

assunto, peraltro, una connotazione di

ineludibile permanenza - sono

propriamente gli accordi collettivi

europei sul contratto di lavoro a

tempo parziale e a tempo determinato.

Ed invero, a livello sovranazionale, le

parti sociali hanno deciso di

concludere gli anzidetti accordiquadro

al precipuo fine politico, e

quindi non soltanto sindacale di

fissare i principi generali e i requisiti

minimi ai quali i relativi contratti e

rapporti di lavoro devono conformarsi

nei momenti della loro stipulazione,

svolgimento e cessazione. Esse, però,

hanno concordemente riconosciuto

che «i contratti a tempo indeterminato

sono e continueranno ad essere la


8 L’Ispettore e la Società

forma c e dei rapporti di lavoro fra i

datori di lavoro e i lavoratori», posto

che i medesimi rispondono, in alcune

circostanze, sia alle esigenze dei

datori di lavoro, sia a quelle dei

lavoratori. In particolare, sul lavoro a

tempo determinato, l’obiettivo

proclamato é stato quello, da un lato,

di migliorare la qualità del lavoro a

termine con la garanzia del rispetto

del principio di non discriminazione

e, dall’altro, di creare un quadro

normativo per la prevenzione degli

abusi, derivanti dall’utilizzo di una

successione di contratti o rapporti di

lavoro a tempo determinato. Due,

pertanto, sono le categorie giuridiche

a contenuto generale che canonizzano

l’assetto fondante del mercato

europeo e dalle quali non è più dato

scostarsi, pena la compromissione

delle regole comunitarie dettate contro

il dumging sociale e, comunque,

concernenti la concorrenza e la

competitività leali. Dette categorie

restano espresse, per l’appunto,

dall’insuperabile .principio di non

discriminazione di chi svolga, in

qualunque forma, attività di lavoro

nonché esigenza socio-economica di

prevenire qualunque abuso derivante

dall’utilizzo di tipi contrattuali piegati

a fini diversi rispetto a quelli

giuridicamente loro propri.

Da ciò sembra farsi discendere quella

contraddizione logica che confonde,

quanto al lavoro che cambia, le

ragioni giustificanti i mutamenti, a

volte inevitabili, dell’organizzazione

aziendale - in termini di

ammodernamento della sua

tecnostruttura, ma con ripercussione

sulla dinamica occupazionale interna -

, con i profili della flessibilità

tipologica dei contratti di lavoro da

prescegliere per la migliore efficacia

della produzione della stessa azienda.

Da qui, vale a dire da una simile

prospettica alternanza di eventi,

prende le mosse l’equivoco di fondo

che contrappone tout court il lavoro

subordinato a quello autonomo, in

special modo al lavoro il cui

compenso è oggi assimilato alla

disciplina fiscale della retribuzione e

che viene atecnicamente denominato

parasubordinato.

3. L’autonania del lavoro nel vincolo

della collaborazione coordinata e

continuativa.

Ed infatti, quest’ultimo rapporto

d’opera esclude in sé il vincolo della

subordinazione e trova la sua fonte

genetica in un vero e proprio contratto

professionale, che me riafferma la

natura giuridica della prestazione,

come adempimento di un obbligo che

il debitore del lavoro esegue in piena

autonomia delle richieste sue

competenze. Né è lecito tentare di

affievolire una tale speciale

autonomia – tanto da qualificare

“parasubordinato” l’inerente rapporto

– in ragione delle due modalità (l’una

operativa, qual è il coordinamento, e

l’altra temporale, espressa dalla

continuità), caratterizzanti non già il

momento volitivo del contratto, bensì

l’’speto squisitamente contenutistico

ovvero di svolgimento del medesimo.

La legge parla, difatti, di rapporti di

collaborazione, prevalentemente -–e

non esclusivamente, com’è per il

lavoro subordinato – di caratte

personale, i quali «si concretino in

una prestazione di opera continuativa

e coordinata» (art. 409, punto 3), Cod.

Proc. Civ.). Ne deriva che l’elemento

della continuità della prestazione

d’opera, e non di mero lavoro, nonché

il fattore della coordinazione in fase

esecutiva non possono essere fatti

assurgere a requisiti intrinseci del

rapporto, giacché entrambi si

manifestano come particolari modalità

esecutive del medesimo, colte – come

s’è detto – vuoi sul piano temporale

vuoi su quello strutturale

dell’impresa.

In proposito, l’orientamento

giurisprudenziale é stato quello di

sottolineare come la continuità

collaborativa si abbia ogni qualvolta

la prestazione d’opera sia svolta non

in termini occasionali e neppure

istantanei, ma allorquando essa sia

destinata a protarsi in un arco di

tempo. indeterminato, implicante una

reiterazione di attività professionali

svolte senza vincolo di

subordinazione. Per contro,

l’elemento della coordinazione

importa che l’attività autonoma sia

resa funzionalmente con riferimento

all’attività organizzata e realizzata

committente; di talché esso viene a

collegarsi con l’organizzazione

produttiva dello stesso committente,

configurandosi come un fattore

esterno, ancorché deputato ad entrare

nello stesso processo produttivo. Quel

che è da rilevare, a questo punto, è

che la coordinazione non puo mai

prescindere da un programma

consensualmente definito circa

l’opera commessa, la quale resta

qualificata, anche sotto il profilo

dell’onerosità, dal requisito della

prevalente implicata personalità del

lavoratore obbligato.

Sennonché, per analizzare la

fattispecie negoziale del lavoro

parasubordinato, diventa inevitabile

ricordare, a scanso di equivoci, il

combinato disposto degli articoli 1321

e 1325 Cod. Civ.. Ebbene, se la

nozione di contratto pone l’accento

sull’accordo delle parti ogni qualvolta

le medesime intendano costituire tra

loro un rapporto giuridico

patrimoniale, é importante, se non

addirittura decisivo, rammentare quali

siano i requisiti del contratto secondo

la legge. Quest’ultima, infatti, accanto

all’accordo delle parti, all’oggetto e

alla forma, pone la causa, a quale sta

ad indicare la funzione economicosociale

che ogni singolo contratto

tipico è costantemente deputato a

realizzare.

Ecco che, nell’individuazione corretta

del lavoro parasubordinato, diveita

necessario confrontare il requisito

della causa del contratto di lavoro

subordinato con il requisito della

causa del contratto d’opera di

collaborazione continuativa e

coordinata; e ciò allo scopo di

illuminare l’intrinseca

differenziazione strutturale di tali

negozi sinallagmatci. Ora, riguardo al

contratto di lavoro subordinato, é utile

ribadire che l’inerente causa negoziale

realizza una costante funzione di

scambio tra prestazione lavorativa, da

un lato, e retribuzione insieme a

contribuzione, dall’altro.

Profondamente diversa si presenta,

invece, la funzione economico-sociale

del contratto d’opera in

collaborazione coordinata e

continuativa, atteso che la causa di

questo contratto di lavoro autonomo

attua si uno scambio, ma tra un


isultato professionale concertato,

da un lato, e un compenso

indifferenziato insieme a

contribuzione, all’altro. La diversità

della funzione economico-sociale di

scambio, rifenta specificatamente al

requisito contrattuale della causa,

rispettivamente, per il lavoro

subordinato e per quello

parasubordinato, aiuta a mettere in

rilievo la circostanza per cui la

parasubordinazione rimane legata

sempre e inevitabilmente ad un

previo progetto d’opera ovvero di

un dato risultato professionale, il

quale viene compensato in sé e per sé

senza alcun ricorso al criterio

costituzionale di proporzionalità in

ragione della quantità e della qualità

del lavoro svolto per ottenere

l’anzidetto risultato professionale. La

durata del contratto, allora, non potrà

mai risultare incerta ovvero a tempo

indeterminato, giacché il progetto

dell’opera richiesta fissa il tempo

dell’atteso risultato professionale e,

conseguentemente, si appunta a un

momento conclusivo certo del

rapporto di collaborazione posto in

essere. Dal requisito della causa del

contratto d’opera in parola discende

altresì il rilievo secondo il quale la

collaborazione coordinata e

continuativa, essendo attività

professionale di risultato, non e

suscettibile di misurazione temporale

e, quindi, si colloca ovviamente al di

fuori dell’osservanza un qualunque

orario di lavoro, che neppure

indirettamente il committente

potrebbe cercare di imporre.

Diversamente, ove si dovesse rilevare

l’esistenza di un vincolo anche di fatto

circa l’osservanza di un orario

predefinito dalle stesse circostanze

nelle quali e posto ed e richiesto

l’adempimento dell’obbligo di lavoro,

non si verserebbe più nell’area del

lavoro autonomo, ancorché definibile

parasubordinato, ma, per una tale

eventualità, assumerebbe decisiva

rilevanza giuridica il tratto della

dipendenza al datore di lavoro per

effetto della volontaria e accettata

spoliazione della disponibilità del

proprio tempo da parte del lavoratore

interessato.

L’Ispettore e la Società 9

4. Simulazione negoziata ed evazione

contributiva.

La disponibilità del tempo, se risulta

concretamente piena e incondizionata

per il lavoratore parasubordinato,

rende giuridicamente certa la volontà

di quest’ultimo quanto al manifestato

rifiuto di un qualunque vincolo di

subordinazione nei confronti del

committente. Qui, e il tempo di lavoro

a segnalare l’effettività di

un’autonomia operativa, la quale

impone all’interprete del diritto di

applicare, nei casi di specie, le norme

sul lavoro autonomo. Queste, infatti,

s’impongono ogni qualvolta una

persona si obblighi a compiere verso

un corrispettivo un’opera o un

servizio, con lavoro prevalentemente

proprio e senza vincolo di

subordinazione nei confronti del

committente (art. 2222 Cod. Civ.).

Quanto ora esposto mette in luce i

profili civilistici, essenziali e

caratterizzanti, dei rapporti di

collaborazione coordinata e

continuativa; profili che riaffermano,

per un verso, la loro indiscussa

collocazione nell’ambito del lavoro

autonomo e, per un altro verso, la

sicura rilevanza costituzionale di essi

in virtù della proclamata tutela del

lavoro in tutte le sue forme e

applicazioni (art. 35 Cost). Il ricorso

davvero imponente all’utilizzo di detti

rapporti, in un clima politico di

persistente stagnazione degli elevati

oneri contributivi, ha determinato una

sorta di tacito consenso sociale, in

vista di un più incisivo sviluppo

occupazionale, per un loro percorso

parallelo ai contratti di lavoro

subordinato. Del resto, da una ricerca

dell’IRES Nazionale, svolta nel corso

del 1998 per conto del ministero del

Lavoro e della Previdenza sociale, era

emerso come circa il 40 per cento dei

lavoratori parasubordinati, non

appartenenti alla categoria

professionale degli amministratori in

senso lato (membri di consigli di

amministrazione; sindaci e revisori

dei conti; amministratori di

condominii e, in genere, di società),

fosse risultato vincolato

all’osservanza di un determinato

orario giornaliero presso l’impresa dei

rispettivi committenti. Cosicché,

proprio sul tempo di lavoro, la

predetta indagine mise in luce come la

media oraria settimanale di quel 40

per cento di parasubordinati fosse

risultata pari a 35 ore.

Ecco che lo spessore assunto dal

lavoro parasubordinato come

fenomeno occupazionale di forte

rilevanza sociale, ha imposto al

legislatore di intervenire,

specificamente in favore dei prestatori

d’opera interessati, attraverso la loro

tutela obbligatoria previdenziale in

materia pensionistica, di assegni sia

per il nucleo dei familiari a carico, sia

di maternità nonché contro gli

infortuni sul lavoro e le malattie

professionali. Da ultimo, a fini

essenzialmente di diritto tributario, il

compenso corrisposto dal

committente e stato assimilato alla

disciplina fiscale della retribuzione,

procedendosi in tal modo verso una

linea di omogeneizzazione dei costi

sociali riferiti al lavoro subordinato.

Di una tale linea costituisce un

esempio positivo il recente decreto

legislativo approvato dal Consiglio

dei ministri in attuazione di quanto

disposto dall’art. 4, terzo comma,

della legge n. 142 del 2001, nella

specifica materia della contribuzione

previdenziale e assistenziale per i soci

di cooperative, con equiparazione ai

costi contributivi dei dipendenti delle

imprese.

L’uso abnorme del contratto d’opera,

che é fonte di un rapporto di

collaborazione coordinata e

continuativa, si giustifica piuttosto

che come un fatto socio-giuridico di

modernità, come vera e propria

denuncia dell’irrazionalità di un

sistema contributivo, spalmato non

più comprensibilmente in una serie

numerosa quote per ciascuno dei

diversi settori della produzione. La

mancata semplificazione

dell’obbligazione contributiva, in un

contesto gestorio artificiosamente

complicato, sembra consentire, in

termini di legittimazione, contratti

d’opera che inequivocamente

risultano essere, invece, fonti di

lavoro svolto con vincolo di

subordinazione. L’evasione fiscale e

contributiva che ne discende, passa

purtroppo quasi sotto silenzio,

minando la credibilità dello stesso


10 L’Ispettore e la Società

irrinunciabile principio di legalità. In

altri termini, si legittimerebbe la

simulazione, disapplicando, a vari

livelli, compreso quello

giurisprudenziale, la sanzione legale

prevista per il contratto simulato, vale

a dire l’inefficacia giuridica di

quest’ultimo a fronte della piena

efficacia del dissimulato contratto di

lavoro subordinato.

5. Il sommerso nelle forme atipiche di

lavoro nella legge 18 ottobre 2001, n.

383.

In questo ambito del “fai da te”, che

coinvolge in modo negativo la

giustizia contributiva tra quanti sono

soggetti passivi del pagamento dei

contributi e dei premi, é spalancata la

finestra dell’evasione, alla cui lotta

timidamente si affacciano ora

proposte di riduzione dei contributi

previdenziali in un programma, però,

che dovrebbe condurre anche alla

riduzione del debito pensionistico.

Si parla autorevolmente dell’urgenza

di attuare riforme strutturali capaci di

dirottare l’inefficace spesa corrente

verso una spesa pubblica

infrastrutturale, facendo così lievitare

la disponibilità di capitale pubblico

efficiente con positivi riflessi sulla

stessa crescita del pil del nostro Paese.

Queste sarebbero, invero, le misure

idonee a produrre l’effetto di una

durevole diminuzione della pressione

fiscale e contributiva, beninteso

insieme con l’emersione di tutte le

forme di sommerso - e tra queste

includeremmo anche i contratti

simulati della parasubordinazione -

secondo le linee tracciate dal

combinato disposto degli articoli 1 e 3

della recente legge 18 ottobre 2001, n.

383, sui «primi intervenri per il

rilancio dell’economia».

Ed infatti, gli imprenditori, ma pure i

titolari di reddito di lavoro autonomo,

i quali hanno fatto ricorso a lavoro

irregolare con conseguente evasione

in materia fiscale e previdenziale,

sono stati posti nelle condizioni di

regolarizzare le loro posizioni

debitorie, presentando una

dichiarazione di emersione sulla

base delle indicazioni fornite con

l’apposito decreto interministeriale.

Quest’ultimo é deputato così a

garantire l’esatta applicazione

dell’incentivo fiscale a tassazione

separata in caso di cumulo tra redditi

agevolati e altri redditi, nonché le

modalità di pagamento delle imposte

e delle contribuzioni sostitutive di cui

al citato art. 1 della legge n. 383 del

2001.

Dal canto suo, l’imprenditore istante,

impegnandosi nel programma di

emersione, é tenuto a incrementare

l’imponibile dichiarato rispetto a

quello relativo al periodo di imposta

immediatamente precedente, mentre

ha diritto, fino a concorrenza del

triplo del costo del lavoro che fa

emergere mediante la dichiarazione,

all’applicazione sull’incremento

stesso di una modulata imposta

sostitutiva delle imposte IRPEF,

IRPEG e IRAP, con tassazione

separata, in tre distinti periodi di

imposta, rispetto al rimanente

imponibile. Per contro, sul maggiore

imponibile previdenziale emerso deve

essere applicata una contribuzione

sostitutiva, dovuta in ragione di

aliquote crescenti dall’8 al 12 per

cento nell’arco dei tre successivi

periodi di imposta.

Parallelamente, i lavoratori impegnati

nel programma di emersione restano

esclusi dalla contribuzione

previdenziale, ma, sui loro redditi di

lavoro emersi, la legge impone

l’applicazione di una imposta

sostitutiva dell’IRPEF, anche qui con

tassazione separata rispetto al

rimanente imponibile, sempre dovuta

in ragione di aliquote crescenti dal 6

al 10 per cento nell’arco dei tre

successivi periodi di imposta. Detto

questo, quel che più specificamente

interessa ora dibattere, facendo

seguito a quanto già da noi prospettato

in tema di riforma delle competenze

giurisdizionali in materia di contributi

e premi (cfr.: Al giudice tributario il

contenzioso in materia di contributi e

premi, in Riv. inf. mal. prof., 1999, 1,

p.981 ss.), é l’equiparazione legale

della suddetta dichiarazione di

emersione alla «proposta di

concordato tributario e

previdenziale» (art. 1, terzo comma,

della legge n. 383 del 2001).

Sennonché, tale equipollenza ha si

come condicio iuris una richiesta in

tal senso specificata dall’imprenditore

interessato e tuttavia essa produce gli

effetti giuridici suoi propri solo nel

caso in cui la stessa richiesta sia stata

presentata «prima dell’inizio di

eventuali accessi, ispezioni e verifiche

o della notifica dell’avviso di

accertamento o di rettifica».

A ben vedere, si tratta di una proposta

di concordato che, per la prima volta,

la legge consente al fine di stipulare

una transazione extragiudiziale anche

su debiti contributivi concernenti la

previdenza obbligatoria. Il concordato

si perfeziona, pero, con il pagamento

della definita imposta sostitutiva pure

riguardo ai contributi previdenziali,

con tassazione separata rispetto al

rimanente imponibile, dovuta in

ragione di un’aliquota dell’8 per cento

del costo del lavoro irregolare

utilizzato e dichiarato, senza

applicazione di sanzioni e interessi.

Ma c’e un inciso nella disposizione

alla quale testé é fatto riferimento (art.

1, terzo comma, della legge n. 383 del

2001), il quale pone, in modo

ineludibile e improcastinabile, la

presa di coscienza, per gli interessi

superiori della Repubblica,

dei danni che l’Erario potrebbe dover

sopportare ove si tardasse a trasferire

al giudice tributario la competenza

delle controversie in materia di

contributi e premi. L’inciso, riferito al

concordato, é espresso nella seguente

formula: «sul presupposto della

sussistenza dei requisiti di legge» e

condiziona, preliminarmente, il

prodursi degli «effetti preclusivi

automatici degli accertamenti fiscali

relativi all’attività di impresa e

previdenziali, fino a concorrenza del

triplo del costo del lavoro irregolare

utilizzato».

La domanda che, a questo punto, deve

porsi in sibiecta materia, e a chi spetti

l’accertamento giudiziale della

sussistenza o no dei requisiti di legge

riguardo al concordato in tutti i casi

controversi e che condizionino la

dichiarazione di estinzione dei

precisati delitti e reati

contravvenzionali nonché degli

inadempimenti amministrativi e civili

connessi alle violazioni fiscali e

previdenziali relative all’esistenza del

lavoro sommerso. La cosa, poi,

diventa particolarmente impegnativa


ove si esaminino le possibili

insorgenze patologiche riguardanti i

lavoratori delle imprese che dovessero

aver aderito ai programmi di

emersione. Ed infatti, i debiti fiscali e

previdenziali, connessi alla

prestazione di lavoro irregolare, si

estinguono mediante il pagamento di

una contribuzione sostitutiva, con

tassazione separata rispetto al

rimanente imponibile, dovuta in

ragione di lire 200.000 per ogni anno

pregresso, senza applicazione di

sanzioni e interessi. Va detto, inoltre,

come la legge stabilisca preclusione di

ogni accertamento fiscale e

previdenziale sui redditi di lavoro per

gli anni regolarizzati.

Controversie con l’INPS potrebbero

insorgere, infine, da parte di quei

lavoratori che, a domanda,

intendessero ricostruire, in tutto o in

parte, la loro posizione pensionistica

per gli anni pregressi, beninteso, nei

limiti precisati dall’art. 1, quarto

comma, della legge n. 383 del 2001.

6. Esigenza politico-costituzionale del

trasferimento al giudice tributario

delle controversie in materia di

contributi e premi.

Il rilancio dell’economia attraverso le

norme dirette ad incentivare

l’emersione dal lavoro nero potrà

trovare un qualche esito positivo solo

a condizione che l’apparato

amministrativo di competenza e

quello giurisdizionale di controllo

restino intimamente collegati e

funzionalmente unitari allo scopo da

realizzare.

A parer nostro, segnaliamo una reale

esigenza di livello politicocostituzionale

in ordine al

trasferimento al giudice tributario di

tutte le controversie in materia di

contributi e di premi. Tale esigenza si

sviluppa su alcune considerazioni

d’ordine pratico, le quali hanno sullo

sfondo la preoccupante vastità del

fenomeno del lavoro sommerso vuoi

con riferimento al volume annuale

degli affari aggirantesi intorno ai 250

mila miliardi di lire (cfr.: relazione

tenuta al XVI convegno nazionale

dell’ANIV sul tema: Verso

Maastrichz: politiche per far

L’Ispettore e la Società 11

emergere il sommerso, in Riv. inf. mal.

prof., 1997, I, p. 527 ss.), vuoi rispetto

al rilevante numero delle famiglie

(oltre un milione e mezzo: cfr. la

recente indagine del Prof. G. Roma

del’lUniversità degli Studi di Bari),

che in Italia vivrebbero sul lavoro

irregolare. A ciò deve aggiungersi il

rilievo della pesantezza dei tempi che

addirittura le sentenze di primo grado

dei giudici del lavoro in materia di

contributi e di premi denunciano a

causa di una durata media di circa

quattro anni dei relativi giudizi. Ne e

risultato migliorativo di una tale

situazione lo sbarramento processuale

posto per le controversie di lavoro con

il tentativo obbligatorio di

conciliazione avanti le competenti

commissioni provinciali, sedenti

presso ciascuna Direzione provinciale

del lavoro. Da ciò discende un ritardo,

oltre ogni ragionevolezza, delle stesse

decisioni giudiziali che investono gli

interessi dei lavoratori soprattutto per

la conservazione del posto di lavoro a

causa di licenziamenti loro intimati.

Il trasferimento al giudice tributario

delle sole controversie in materia di

contributi e premi costituirebbe,

quindi, un fatto politicamente

importante per la migliore tutela

giurisdizionale dei diritti patrimoniali

dei lavoratori. Al tempo stesso, esso

permetterebbe una guida

monocratica in tutte le questioni

fiscali e previdenziali, che originano

anche da lavori irregolari, vale a dire

dalla c.d. economia sommersa.

Circa, infine, le concrete possibilità di

decidere in tempi brevi queste stesse

questioni da parte dei giudici tributari,

e da tener presente come, al momento

attuale, sia stato quasi del tutto

azzerato l’arretrato giudiziario fiscale.

Il surriferito quadro nonnoprocessuale

va, d’altra parte, collocato

nell’avvenuto accorpamento

dell’intero sistema della contribuzione

previdenziale dentro l’ordinamento

tributario, così come, da ultimo,

emerge - in modo limpido

letteralmente, comprensibile

giuridicamente e unificato

operativamente - dalla stessa legge 18

ottobre 2001, n. 383.


12 L’Ispettore e la Società

I contratti atipici: profili fiscali

Da un esame del primo comma

dell’art. 46 del D.P.R. 917/86 che

definisce redditi di lavoro dipendente

quelli che “derivano da rapporti

aventi per oggetto la prestazione di

lavoro, con qualsiasi qualifica, alle

dipendenze e sotto la direzione di

altri,…..”, emerge come il legislatore

tributario nell’elaborare tale nozione

non abbia ignorato il concetto di

retribuzione desumibile dalla

normativa civilistica e previdenziale.

Il concetto civilistico di retribuzione

al quale si fa riferimento è quello di

cui all’art.2120 del C.C. che include

“tutte le somme, compreso

l’equivalente delle prestazioni in

natura, corrisposte in dipendenza del

rapporto di lavoro a titolo non

occasionale e con esclusione di

quanto corrisposto a titolo di

rimborso spese”

Atti del convegno di Pescara su:

“Le problamatiche sui contratti

atipici: profili giuslavoristici e fiscali”

II Parte - Relazione svolta dal Prof. Lorenzo del Federico - professore

straordinario di diritto tributario nell’Univ. di Pescara

Sotto il profilo previdenziale, prima

che intervenissero in merito profonde

modificazioni, l’art.12 della L. 153/69

considerava retribuzione “tutto ciò

che il lavoratore riceve dal datore di

lavoro, in denaro o in natura al lordo

di qualsiasi ritenuta, in dipendenza del

rapporto di lavoro”.

Solo più tardi, allo scopo di

armonizzare le basi imponibili fiscali

e contributive, il D.Lgs n.314/97 ha

stabilito che “costituiscono redditi di

lavoro dipendente ai fini contributivi

quelli di cui all’art. 46, comma 1 del

T.U.I.R.” e non anche quindi i redditi

fiscalmente equiparati o assimilati a

quelli di lavoro dipendente.

Il fatto che la normativa civilistica,

nell’individuazione dei rapporti di

lavoro dipendente, abbia menzionato

la “collaborazione nell’impresa” e

“l’imprenditore” alle cui dipendenze e

sotto la cui direzione il lavoratore si

obbliga , dietro compenso, a prestare

il proprio lavoro, ha indotto il

legislatore fiscale ad evitare ogni

riferimento alla suddetta normativa

per impedire che rimanessero esclusi

dall’ambito applicativo dell’Irpef i

redditi di lavoro dipendente prestato

nei confronti dello Stato, di altri enti

pubblici non economici, di

professionisti o artisti.

La genericità della formulazione

dell’art.46 del TUIR permette che

possano definirsi redditi di lavoro

dipendente anche quelli che derivano

da rapporti di lavoro subordinato

peculiari sotto il profilo dei caratteri e

della disciplina legislativa (lavoro

domestico, lavoro alle dipendenze di

piccoli imprenditori o commercianti,

di imprenditori agricoli, di imprese

familiari, ecc) o sotto quello del

contenuto e delle modalità di

svolgimento delle prestazioni

lavorative ( dirigenti, apprendistato,

rapporto di formazione e lavoro,

lavoro interinale, ecc.)

Si considerano redditi di lavoro

dipendente:

- i redditi di lavoro dipendente definiti

dal comma 1 dell’art. 46 del TUIR

come quelli derivanti da rapporti

aventi per oggeto la prestazione di

lavoro, con qualsiasi qualifica, alle

dipendenze e sotto la direzione di

altri;

- i redditi ad essi equiparati

individuati dal II comma dell’art. 46

del TUIR nelle pensioni di ogni

genere, negli assegni ad essi

equiparati e nelle somme di cui

all’art.429, ultimo comma del C.P.C.;

- le indennità, i proventi e le somme

conseguiti in sostituzione dei redditi

precedentemente indicati che in base

al disposto dell’art. 6, comma 2, del

TUIR, si considerano redditi della

stessa categoria di quelli sostituiti o

perduti;

- i redditi di collaborazione coordinata

e continuativa che per effetto della

nuova lettera c-bis) dellart.47 del

TUIR sono stati ad essi assimilati.

In base a quanto previsto dall’art. 46

del TUIR, emergono quali elementi

caratterizzanti l’attività produttiva del

reddito di lavoro dipendente,

l’espletamento della stessa:

- con qualsiasi qualifica;

- alle dipendenze;

- e sotto la direzione di altri.

Tali elementi consentono di

distinguere la nozione di reddito di

lavoro dipendente da quella di lavoro

autonomo. Parlando di “dipendenza”

per qualificare il reddito di lavoro

dipendente si introduce il riferimento

all’esistenza di un rapporto diseguale

tra due soggetti che riconduce al

reddito di lavoro autonomo o di

impresa nell’ipotesi in cui venga

meno tale dualità soggettiva o a ad un

tipo di rapporto societario o

associativo qualora non si ravvisi più

quella diseguaglianza soggettiva

caratterizzante il rapporto di lavoro

dipendente. Dalla dipendenza deriva

l’espletamento dell’attività lavorativa

secondo particolari modalità: nel

luogo e negli orari indicati dal datore

di lavoro, con i mezzi da questo

forniti e sotto le sue direttive, quindi

senza una iniziativa economica o

alcuna responsabilità relativa

all’impresa in cui si lavora.

Il fatto che l’attività di lavoro

dipendente debba essere svolta sotto

la direzione di altri evidenzia come la

posizione del datore di lavoro si

caratterizzi per l’assunzione di

compiti e responsabilità direttive nei

confronti dei dipendenti.

Ai fini dell’individuazione del

rapporto di lavoro dipendente occorre

verificare, con riferimento ad ogni

singolo contratto, la presenza dei


summenzionati elementi che lo

caratterizzano, anche se talvolta è lo

stesso legislatore a dettare le

condizioni in base alle quali la

prestazione di lavoro sfocia in un

rapporto di lavoro dipendente o

autonomo.

Nella sentenza n. 1885/76,

l’orientamento seguito dalla Corte di

Cassazione ai fini della qualificazione

della natura di un rapporto di lavoro

fu quello di considerarne l’effettivo

contenuto e le modalità di

svolgimento piuttosto che il nomen

iuris espressamente usato dalle parti

in un atto scritto. Da tale sentenza è

emerso che nel lavoro autonomo

l’oggetto della prestazione lavorativa

è il risultato dell’attività, mentre in

quello subordinato è l’energia

lavorativa posta a disposizione del

datore di lavoro.

Fermo restando questo punto, la

Cassazione, tornando sulla differenza

tra rapporto di lavoro dipendente e

rapporto di lavoro autonomo nella

sentenza n.2920/82, ha precisato che

gli elementi della collaborazione e del

vincolo di dipendenza connotano in

modo esclusivo e peculiare il rapporto

di lavoro subordinato distinguibile da

L’Ispettore e la Società 13

quello autonomo anche sulla base

dell’oggetto della prestazione e del

rischio.

Sempre con sentenze la Suprema

Corte ha delineato la differenza tra

contratto di appalto e contratto di

lavoro dipendente e quella tra

contratto di associazione in

partecipazione con apporto di lavoro e

contratto di lavoro dipendente con

retribuzione corrisposta sotto forma di

partecipazione agli utili. La prima

distinzione si basa sull’oggetto dei

due contratti che in quello di appalto è

ravvisabile nella prestazione dietro

corrispettivo, di un determinato

risultato, della cui produzione il

rischio economico grava

esclusivamente sulla parte che si è

obbligata a fornirlo, mentre in quello

di lavoro dipendente è la prestazione

di un lavoro eseguito alle dipendenze

di un datore di lavoro senza che di

regola la stessa comporti l’assunzione

di rischi da parte del dipendente. La

seconda differenza secondo la Corte

di Cassazione deve emergere da

un’indagine del giudice di merito

volta a cogliere la prevalenza degli

elementi caratterizzanti ciascuno dei

due contratti, considerando che il

primo implica l’obbligo del

rendiconto periodico all’associante,

l’esistenza per l’associato di un

rischio di impresa e, in genere, la

partecipazione alle perdite nella stessa

misura in cui partecipa agli utili,

mentre il rapporto di lavoro

subordinato implica un effettivo

vincolo di subordinazione e la

partecipazione agli utili del lavoratore

subordinato non comporta

l’assunzione del rischio di impresa in

capo al dipendente configurandosi in

questo caso solo come una modalità di

determinazione della retribuzione o di

una sua componente.

A dissipare dubbi circa la natura dei

redditi prodotti nell’espletamento di

talune fattispecie particolari di

prestazioni lavorative sono

intervenute tanto la prassi

amministrativa, che gli orientamenti

giurisprudenziali. Non sempre questi

ultimi hanno manifestato un indirizzo

univoco, come nel caso

dell’individuazione della natura di

lavoro autonomo o subordinato delle

prestazioni rese con il pony express.

La Cassazione dopo aver ricordato la

subordinazione quale carattere

distintivo essenziale del rapporto di


14 L’Ispettore e la Società

lavoro dipendente, nella sentenza

n.7608/91 ha precisato che tale

requisito può atteggiarsi in modo

diverso rispetto a nuove figure di

rapporto emergenti nel terziario, e che

quindi vada valutato in relazione allo

specifico incarico conferito al

lavoratore e alla sua modalità di

attuazione. Basandosi su tali

considerazioni la stessa Corte, con

riferimento a diverse fattispecie, è

pervenuta ad inquadrare le prestazioni

di lavoro del pony express dapprima

nell’ambito del rapporto di lavoro

autonomo ed in seguito nell’ambito

del rapporto di lavoro subordinato.

Se i contratti di lavoro autonomo e

quello di lavoro subordinato sono

disciplinati dalla normativa civilistica,

lo stesso trattamento legislativo non è

stato ancora riservato al rapporto di

collaborazione coordinata e

continuativa con la conseguenza che

lo stesso si configura come atipico.

Tale figura atipica assume talune

connotazioni proprie del lavoro

dipendente ed altre del lavoro

autonomo senza per questo andare

mai a coincidere completamente con

l’una o l’altra tipologia di lavoro.

Sebbene sotto il profilo civilistico i

rapporti di collaborazione coordinata

e continuativa non abbiano ancora

trovato una loro collocazione, il

legislatore tributario dal suo canto ha

da tempo cercato di sopperire a tale

mancanza di norme codicistiche con

un susseguirsi di interventi in materia.

L’ultimo intervento di rilievo è dato

dall’art. 34 del Collegato alla

Finanziaria per il 2000 che ha

radicalmente cambiato la

qualificazione dei redditi di

collaborazione coordinata e

continuativa assimilandoli a quelli di

lavoro dipendente, sottraendoli quindi

al precedente trattamento tributario

concretizzantesi in quello previsto per

il lavoro autonomo.

Ai fini dell’individuazione dei

rapporti di collaborazione coordinata

e continuativa occorre far riferimento

alla nuova lettera c-bis dell’art.47 del

TUIR, che assimila al reddito di

lavoro dipendente le somme e i valori,

a qualunque titolo percepiti nel

periodo d’imposta, anche sotto forma

di erogazioni liberali, in relazione a:

cariche di amministratore, sindaco e

revisore di società, associazioni ed

altri enti con o senza personalità

giuridica; collaborazione a giornali,

riviste, enciclopedie e simili;

partecipazione a collegi e

commissioni; altri rapporti di

collaborazione aventi per oggetto la

prestazione di attività lavorative

svolte senza vincolo di

subordinazione, a favore di un

determinato soggetto nel quadro di un

rapporto unitario e continuativo, senza

l’impiego di mezzi organizzati e con

retribuzione periodica prestabilita, a

meno ché tali uffici o collaborazioni

non rientrino nei compiti istituzionali

compresi nell’attività di lavoro

dipendente di cui al comma 1, art. 46

del TUIR, o nell’oggetto dell’arte o

professione di cui all’art. 49, comma

1, svolti contemporaneamente dal

collaboratore. Un’ipotesi di questo

genere comporterebbe infatti

l’attrazione di tali redditi, assimilati a

quelli di lavoro dipendente,

nell’ambito dei veri e propri redditi di

lavoro dipendente o di lavoro

autonomo, con la conseguenza di venire

sottoposti ai relativi regimi tributari e

previdenziali. A titolo esemplificativo

possiamo dire che i redditi percepiti dai

dottori commercialisti per

l’espletamento della funzione di

sindaco di società verranno attratti in

quelli di lavoro autonomo, a causa del

fatto che l’attività di sindaco, su

disposizione degli ordini professionali,

rientra tra quelle oggetto della

professione. Ne conseguirà che tali

redditi non dovranno essere più

assoggettati al contributo della gestione

separata INPS e ai premi INAIL, bensì

alla contribuzione alla relativa cassa di

previdenza.

Oltre al fatto che per la

determinazione dei redditi di

collaborazione coordinata e

continuativa si dovranno seguire le

regole contenute nell’art.48-bis del

TUIR, occorre rilevare come in base

all’art.5, comma 2, del D.P.R. N.633/

72 le prestazioni rese nell’ambito dei

rapporti di collaborazione coordinata

e continuativa restano escluse dal

campo di applicazione dell’IVA, salvo

il caso in cui siano rese da soggetti

che esercitino abitualmente altre

attività di lavoro autonomo. In seguito

all’emanazione delle nuove

disposizioni e del principio di

attrazione tale norma è stata

interpretata restrittivamente nella

circolare ministeriale n.207/E del

2000 dalla quale si evince che le

summenzionate prestazioni restano

assoggettate ad IVA solo qualora

rientrino nell’oggetto dell’attività

svolta per professione abituale.


1. Premessa

Com’è noto, il sistema sanzionatorio

degli obblighi contributivi si

caratterizza per complessità e

articolazione, dovute soprattutto ai

numerosi interventi del legislatore in

materia. A partire dagli anni ‘80,

infatti, è stato progressivamente

aumentato l’importo di tali sanzioni,

portandolo ad un tetto massimo del

200% dei contributi omessi 1 , ed stato,

successivamente 2 , introdotto un

sistema di graduazione collegato al

tempo di ritardo (che è stato ritenuto

da più parti iniquo), favorendo, di

fatto, in maniera proporzionale, i

ritardi più lunghi 3 .

L’attuale sistema sanzionatorio trova

le sue basi nell’art. 4, d.l. 536/87 4 ,

che, tentando di superare gli effetti

paradossali che si erano venuti a

creare e ponendo l’accento sul

comportamento del soggetto agente,

da origine a tre diverse ipotesi di

inadempimento. In primo luogo si

distingue la figura dell’omissione

dalla ben più grave evasione e viene

stabilita la debenza del solo tasso di

interesse e dilazione nel caso in cui il

mancato o ritardato versamento dei

contributi derivi da “oggettive

incertezze connesse a contrastanti

orientamenti giurisprudenziali o

amministrativi sulla ricorrenza

dell’obbligo”, tenendo però fermo il

tetto del 200% che era stato il

principale oggetto delle critiche al

sistema sanzionatorio.

La distinzione viene mantenuta dalla

L. 662/96, il cui regime è utile

approfondire per cogliere appieno

quale sia la portata delle recenti

innovazioni in subiecta materia.

La legge 662/96 impone:

1) in caso di omissione contributiva 5 il

pagamento di una somma aggiuntiva,

in ragione d’anno, al tasso di interesse

di differimento e di dilazione 6 (di cui

alla L. 537/81) maggiorato di 3 punti,

entro il limite del 100% dei contributi

e dei premi non corrisposti;

2) nel caso di mancato o ritardato

versamento dovuto a incertezze

interpretative il solo tasso di interesse

di differimento e di dilazione 7 ;

3) nel caso di evasione connessa a

registrazioni o denunce obbligatorie

non conformi al vero, viene, infine,

comminato il versamento di una

L’Ispettore e la Società 15

Nuovo regime sanzionatorio

dell’inadempimento contributivo

(legge 23/12/2000 n. 388 - at. 116)

di Mauro Verdini

sanzione di una tantum da graduare

secondo criteri fissati con decreto

ministeriale, comunque compresa tra

un minimo del 50% e un massimo del

100%. Come in precedenza, il caso di

autodenuncia spontanea, viene

sanzionato in maniera più lieve,

poiché se la denuncia della situazione

viene effettuata dal soggetto

inadempiente entro il termine di 6

mesi e comunque prima di qualsiasi

richiesta o contestazione da parte

degli enti impositori la sanzione è

dovuta nella minor misura del 30%.

Vi è poi da rilevare la possibilità, per

gli enti impositori, di ridurre la

sanzione fino ai soli interessi legali

per le ipotesi di procedure

concorsuali, agli enti non economici,

nonché enti, fondazioni ed

associazioni non aventi fine di lucro,

qualora “il ritardo o l’omissione, nel

pagamento di contributi o premi,

siano connessi alla documentata,

ritardata erogazione di contributi e

finanziamenti pubblici previsti per

legge o convenzione”.

Ulteriore potere di riduzione delle

sanzioni, fino alla misura minima

degli interessi legali, era previsto in

capo del Ministro al Lavoro, di

concerto con il ministro del Tesoro,

nelle ipotesi di: 1) obiettive incertezze

derivanti da contrasti interpretativi in

relazione “alla particolare rilevanza

delle incertezze” che hanno dato

luogo all’inadempienza; 2)

inadempimenti dovuti al fatto doloso

del terzo, purché denunciato

all’autorità giudiziaria; 3) casi di crisi

aziendale, ristrutturazione,

riconversione etc.

La legge 662/96, innovando in

materia, prevede, poi, la non debenza

delle sanzioni de quo e degli interessi

a favore delle amministrazioni centrali

e periferiche dello Stato.

2. Le nuove “sanzioni civili”

I problemi esegetici posti dalla

normativa sanzionatoria sono noti, a

cominciare dalla natura civile o

amministrativa delle “somme

aggiuntive” dovute dal soggetto

inadempiente. Tale duplice posizione

si riflette sul dibattito in ordine a

numerose questioni, che partono dalla

presunta automaticità 8 delle sanzioni

de quo e dalla loro accessorietà 9 al

debito principale, per riflettersi su

numerose questioni pratiche, come la

possibilità di effettuare indagini

sull’elemento soggettivo 10 ,

l’applicabilità dell’art. 1194 c.c. 11 , la

trasmissibilità agli eredi 12 , nonché il

problema dell’applicabilità dell’art. 25

c. 2 Cost. nel caso di successione

delle leggi nel tempo.

In questo quadro normativo si

inserisce la finanziaria del 2001 13 che,

pur non risolvendo espressamente la

questione della natura giuridica delle

sanzioni previste per l’omissione

contributiva, opera una

razionalizzazione della materia. La

legge si inserisce nella più generale

tendenza che vede, a partire dagli anni

’90, l’ordinamento privilegiare le

garanzie a favore del contribuente,

limitando gli eccessi sanzionatori ed

ovviando alla segnalata 14 scarsa

capacità della previgente disciplina di

distinguere tra veri e propri

comportamenti fraudolenti ed

inadempimenti posti in essere in

buona fede.

Partendo dal dato di maggior impatto,

si evidenzia la percettibile

diminuzione dell’importo delle

sanzioni de quo. L’art. 116, infatti,

mantenendo le tre ipotesi già previste

dalla legge 662/96 15 prevede:

1) per l’omissione contributiva la

sanzione del pagamento del Tasso

Ufficiale di Riferimento (T.U.R.) 16

aumentato di 5,5 punti in ragione

annua, con un tetto massimo del 40%,

raggiunto il quale sono dovuti gli

interessi di mora;

2) per l’ipotesi di oggettive incertezze

dovute a contrastanti orientamenti

giurisprudenziali e amministrativi, la

medesima sanzione prevista per

l’omissione contributiva, sempre che

il versamento dei contributi o premi

sia effettuato entro il termine fissato

dagli enti impositori, con la differenza

che una volta raggiunto il tetto

massimo del 40%, stante il silenzio

della norma, non sembrano dovuti gli

interessi di mora;

3) per l’ipotesi di evasione, abolita la

una tantum prevista dalla L. 662/96, il

pagamento di una sanzione civile del

30% annuo, con un tetto massimo del

60%. Per il caso di ravvedimento

operoso, viene previsto un maggior

termine per la presentazione della


16 L’Ispettore e la Società

denuncia spontanea 17 , nonché la stessa

sanzione prevista per l’omissione

contributiva 18 , anche qui con il tetto

massimo del 40%, rendendo in tal

modo più allettante, e, quindi, più

probabile l’ipotesi di autodenuncia da

parte del soggetto evasore.

Per l’ipotesi di evasione si segnala il

tentativo di attribuire maggiore

rilevanza all’elemento soggettivo,

ponendo l’accento sull’intenzione del

soggetto agente.

Com’è noto, nella vigenza della L.

662/96, la dottrina aveva tentato di

superare quelle che si potevano

definire situazioni inique, determinate

proprio dalla lettera dell’art. 2, 217° c,

lett. c, della L. 662/96 che non

permetteva di distinguere tra

l’omissione dell’adempimento e

l’adempimento diverso da parte del

soggetto tenuto. In particolare il

problema si poneva in ordine a quelle

ipotesi in cui la qualificazione del

rapporto di lavoro come subordinato o

autonomo, comportava

l’assoggettamento a discipline

contributive diverse. La conseguenza

era che, secondo gli orientamenti

giurisprudenziali maggioritari, il

soggetto che avesse agito in buona

fede, ritenendo la sussistenza dell’uno

o dell’altro rapporto, si vedeva, in

caso di conversione del rapporto

stesso da autonomo o parasubordinato

a subordinato, e viceversa, al termine

di un procedimento contenzioso con

l’ente previdenziale, sottoposto al

rischio di essere assoggettato alla

sanzione prevista per il caso di

evasione 19 .

Va sottolineato come la questione non

fosse risolvibile attraverso

l’applicazione di quanto previsto

nell’art. 1, 118° comma della legge

662/96, in quanto lo stesso era (ed è

tuttora) applicabile solo qualora il

soggetto paghi l’importo dei

contributi richiestigli nel termine

fissato dall’ente creditore, con la

conseguenza che, proprio in tali casi,

qualora il soggetto volesse tentare una

resistenza giudiziaria alla

qualificazione del rapporto effettuata

dall’ente creditore, avrebbe dovuto,

comunque, pagare l’importo dei

contributi richiesti nel termine

prefissato, per poi ripeterli nel caso in

cui l’esito della controversia sia allo

stesso favorevole 20 .

L’art. 116 c.8 lett. b), riconduce la

nozione di evasione al caso in cui

l’omissione o la non conformità al

vero di registrazioni o denunce

obbligatorie, venga effettuata “con

l’intenzione specifica di non versare i

contributi o premi”, occultando i

rapporti di lavoro in essere o le

retribuzioni erogate. Viene così

circoscritta l’ipotesi di evasione a

quella socialmente tipica del datore di

lavoro che assume in nero uno o più

dipendenti, “mentre un siffatto

occultamento non è certamente

ravvisabile nel caso di stipulazione -

alla luce del sole - di contratti dei

quali sia contestata la sola

qualificazione giuridica” 21 . Una tale

interpretazione va certamente

condivisa, non resta, sul punto, che

aspettare la casistica giurisprudenziale

che si formerà, atteso però che la

circolare Inps, 23 maggio 2001, n.

110, riprendendo la circolare del

Ministero del Lavoro e della

Previdenza Sociale n. 12/2001, nel

caso di “simulazione” di rapporto di

lavoro autonomo che si riveli essere,

in realtà, subordinato, configura tale

ipotesi come “evasione”.

Va poi rilevato che, non essendo

mutato il quadro normativo con

riguardo all’ipotesi di incertezze

interpretative oggettive 22 , si

ripropongono le critiche espresse in

precedenza, tanto più che la stessa

circolare Inps già menzionata ritiene

che non si possa parlare di incertezze

interpretative nei diversi gradi di uno

stesso giudizio 23 . Tale questione va

comunque coordinata con il potere, di

cui si dirà tra breve, degli enti

creditori di diminuire l’importo delle

sanzioni fino ai soli interessi legali,

nel caso, tra gli altri, proprio di

incertezze interpretative, e senza

l’onere del versamento dei contributi.

Occorrerà valutare pertanto la pratica

attuativa degli enti previdenziali, che

sarebbe opportuno si orientassero nel

senso di attribuire espressa rilevanza

alla buona fede del soggetto agente e,

quindi, in questo caso, all’esimente

dell’ignoranza o dell’errore

scusabile 24 , applicando la figura del

comma 10 dell’art. 116 come mirante

a punire in modo attenuato, ma con

l’onere del puntuale pagamento dei

contributi, solo l’errore non scusabile,

graduando poi l’importo della

sanzione fino alla debenza dei soli

interessi legali nell’ipotesi di

ignoranza non colpevole.

Sul punto è importante evidenziare

come l’art. 116 c. 13 sembra aprire un

ulteriore spiraglio alla possibilità

dell’applicazione del principio

dell’ignoranza incolpevole statuendo

che “nei casi di tardivo pagamento [..]

per i quali non si fa luogo

all’applicazione delle sanzioni civili e

degli interessi di mora di cui al

comma 8 del presente articolo e di cui

alla previgente normativa in materia

sanzionatoria, non possono essere

richiesti gli interessi previsti dall’art.

1282 c.c.”. Non è chiaro, infatti, quali

possano essere i casi in cui non

vengano richieste le sanzioni, se non

quelli in cui difetta l’elemento

soggettivo del dolo o della colpa in

capo al soggetto “inadempiente”.

3. Il potere di riduzione delle

sanzioni

Il potere di riduzione delle sanzioni in

oggetto, previsto in capo al Ministro

del lavoro dalla L. 662/96, viene ora

attribuito nelle stesse ipotesi, solo

parzialmente modificate 25 , in capo

all’ente impositore in base al comma

15 dell’art. 116, ampliando così il

potere discrezionale degli enti stessi 26 .

I suddetti enti devono, quindi, fissare

criteri e modalità 27 per la riduzione, in

base a direttive emanate dal Ministro

del lavoro e della Previdenza sociale,

di concerto con il Ministro del Tesoro.

Tale potere non è esercitabile

nell’ipotesi di evasione, tranne il caso

di autodenuncia, che anche sotto

questo profilo viene, quindi, ad essere

equiparata alla più lieve ipotesi di

omissione contributiva.

Con direttiva del 19.04.01 n. 1, il

Ministero del Lavoro e della

Previdenza Sociale, ha provveduto a

delineare le linee generali in tema di

riduzione delle sanzioni civili. Tale

sistema di graduazione costituisce

motivo di interesse, in quanto viene

agganciato il potere dell’ente creditore

di diminuire le sanzioni 28 ad indici di

misurazione che nulla hanno a che

vedere con il danno subito dall’Ente

stesso 29 , ma che si ricollegano più

propriamente al comportamento


complessivo del soggetto

inadempiente 30 , ai riflessi dell’entità

della sanzione sulla situazione del

debitore e sui livelli occupazionali 31 e

ad una valutazione dell’ente stesso

“sull’incidenza della concessione del

beneficio sul recupero del credito”.

4. La responsabilità del dirigente

pubblico

Ulteriore novità della L. 388/2000 è la

previsione della responsabilità del

dirigente delle amministrazioni

centrali e periferiche dello Stato e

degli enti locali in caso di omissione o

evasione contributiva, responsabilità

che oltre ad attenere, naturalmente, al

profilo disciplinare, si estende al

pagamento in capo al dirigente

responsabile delle sanzioni civili e

degli interessi di mora previsti a

carico degli inadempienti privati.

La legge 662/96 art. 1, 219° comma,

prevedeva, invece, il totale esonero

dal pagamento delle somme

aggiuntive e degli interessi legali per

lo Stato e gli enti locali 32 .

La circolare Inps citata ritiene al

riguardo che “la formulazione del

comma 11 va intesa nel senso che le

amministrazioni […] sono tenute, per

i casi di omissione o ritardo nel

versamento dei contributi, al

pagamento delle sanzioni civili”, il

che, a ben vedere, è ovvia

conseguenza sia che si opti per la

natura civile delle somme

aggiuntive 33 , sia che si opti per quella

amministrativa 34 , salvo, naturalmente,

il diritto di regresso

dell’amministrazione pubblica nei

confronti del dirigenti.

5. L’abolizione delle sanzioni

amministrative di cui alla legge 689/81

In ossequio ad una politica mirante ad

alleggerire e razionalizzare l’entità

delle somme dovute dal datore di

lavoro in caso di mancato versamento

dei contributi, sotto la spinta delle

richieste imprenditoriali, la nuova

legge dispone, con l’evidente volontà

di rimuovere la duplicità di sanzioni

che colpiva la medesima condotta,

l’abrogazione delle disposizioni

sanzionatorie in caso di omesso o

ritardato versamento di contributi e

premi (comma 2°), nonché delle

violazioni alle stesse connesse ai sensi

L’Ispettore e la Società 17

del 3° comma (ad esempio, omessa o

irregolare registrazione del lavoratore

sul libro matricola e/o sui libri paga,

mancata denuncia di esercizio

all’INAIL, omessa presentazione dei

modelli DM/10 all’INPS, ecc.) della

L. 689/81. 35

Resta tuttora in vigore il comma 7°

dell’art. 35 della legge citata che

prevede l’applicazione delle sanzioni

amministrative per tutte le violazioni

non connesse all’omesso o ritardato

pagamento di premi o contributi.

Per quanto attiene all’abolizione delle

sanzioni amministrative, il Ministero

del Lavoro e della Previdenza

Sociale 36 ha affermato che

“l’abrogazione delle sanzioni

amministrative entra in vigore dal 1°

gennaio 2001, con riferimento agli

adempimenti contributivi relativi alle

retribuzioni corrisposte nel mese di

dicembre 2000. Resta pertanto

confermata la procedura sanzionatoria

amministrativa per le violazioni

antecedenti a tale periodo per il

principio “tempus regit actum” di cui

all’articolo 1, 2° comma, della Legge

n. 689/81.”

6. Le sanzioni penali

L’art. 116 comma 19 riscrive

integralmente l’art. 37 della legge n.

689/1981, introducendo due rilevanti

novità, l’una che va a modificare

sensibilmente la fattispecie

incriminatrice, l’altra che introduce

una causa di estinzione del reato, per

certi versi simile a quella 37 prevista

per il reato di mancato versamento

delle ritenute previdenziali e

assistenziali operate dal datore di

lavoro sulle retribuzioni dei

dipendenti 38 .

Precedentemente il limite della

fattispecie penalmente rilevante era

costituito dalla soglia dell’omesso

versamento di cinque milioni di lire,

al di sotto della quale l’omissione

contributiva non era penalmente

sanzionabile. La norma si prestava a

sperequazioni evidenti, dal momento

che non consentiva un trattamento

uniforme delle diverse realtà

imprenditoriali, cosicché il datore di

lavoro che avesse alle sue dipendenze

un ristretto numero di persone, pur

violando coscientemente la normativa

in materia di contribuzioni, poteva

facilmente trovarsi nell’area del

penalmente irrilevante, mentre la

situazione mutava nettamente

aumentando la consistenza numerica

dei dipendenti, così che anche errori

parziali nel calcolo dei contributi

potevano portare all’incriminazione.

Il legislatore con il nuovo art. 37 ha

ovviato a tale sperequazione,

introducendo un diverso limite alla

fattispecie penalmente rilevante 39 ,

nonché, di conseguenza,

depenalizzando alcune casi che prima

rientravano nel campo di applicazione

della norma incriminatrice; sono,

infatti, non più punibili le omissioni e

falsità che pur comportando l’omesso

versamento di contributi per una

somma uguale o superiore a 5 milioni,

comportino un’omissione contributiva

inferiore al 50% dei contributi

complessivamente dovuti.

Pur mantenendosi inalterata la

sanzione prevista dalla normativa

precedente (cioè due anni di

reclusione), vengono, poi, abrogate le

pene accessorie dell’interdizione dagli

uffici direttivi delle persone giuridiche

e delle imprese e quella

dell’incapacità a contrattare con la

pubblica amministrazione 40 .

L’altra importante novità legislativa,

in materia penale, riguarda, come

accennato, la previsione

dell’estinzione del reato nel caso di

“regolarizzazione dell’inadempienza

accertata”, anche attraverso dilazione.

Non si tratta, com’è stato

incisivamente affermato 41 , di un caso

di incentivazione alla desistenza

dall’azione criminosa, dato che tale

regolarizzazione è possibile proprio

dopo che il reato è accertato dagli

organi di vigilanza, ma di una figura

molto simile alla estinzione del reato

di omesso versamento di ritenute

prevista dall’art. 2 della L. 638/1983.

Proprio tale somiglianza induce a

ritenere che si riproporranno le stesse

dispute relative all’applicabilità in

materia di “sanzioni civili” dell’art.

1194 c.c.

In effetti, ritenendo applicabile in

materia l’art. 1194 l’ente creditore

potrebbe imputare il pagamento

effettuato prima alle sanzioni civili,

poi, ai contributi, con la conseguenza,

già avvertita per l’art. 2 L. 662/96, che

“il trasgressore non attingerebbe il


18 L’Ispettore e la Società

risultato utile che il legislatore gli

prospetta” 42 a meno di non pagare

l’intero importo dovuto, costituito da

contributi omessi e somme

aggiuntive.

Anche su questo punto occorrerà

vedere come si attesterà la pratica

giurisprudenziale, atteso che sarebbe,

invero, da preferire, al di là

dall’adesione all’una o all’altra teoria

sulla natura delle sanzioni “civili”, la

lettura di chi 43 ritiene che la

regolarizzazione mediante tardivo

adempimento comporti, invece,

“l’implicito superamento dello

‘sbarramento’ posto dall’art. 1194

c.c.” 44 . Stante quanto sopra si

arriverebbe, altrimenti, all’iniqua

conseguenza che l’unico soggetto

esposto al rischio dell’imputazione è

penale è quello che non si trovi in

grado di regolarizzare la propria

posizione, più probabilmente, quindi,

il piccolo e medio imprenditore, che

favorito, forse ingiustamente, dalla

previgente normativa, si troverebbe

ora ad essere altrettanto ingiustamente

penalizzato dall’attuale.

Per il principio del “favor rei”,

naturalmente, la disposizione di legge

in argomento ha efficacia retroattiva e

si applica, pertanto, ricorrendo gli

elementi costitutivi del reato, anche ai

comportamenti riferiti a periodi

anteriori al 1° gennaio 2001 45 .

7. Il pagamento al creditore

apparente

Con il comma 20 dell’art. 116, il

legislatore interviene, com’è stato

efficacemente affermato 46 , a valle del

c.d. pluralismo previdenziale, per

affermare che le incertezze derivanti

dalla pluralità di regimi non possono e

non debbono essere poste a carico del

contribuente.

Il legislatore ha, infatti, esteso

espressamente in materia

previdenziale, il principio generale

dell’art. 1189 c.c., cosicché l’ente che

riceve un pagamento dovuto ad altro

ente, è tenuto trasferire al creditore

effettivo la somma incassata, senza

aggravio di interessi per chi ha

effettuato in buona fede il

versamento 47 .

Della materia si era già occupata la

Suprema Corte di Cassazione 48 , che,

discostandosi espressamente

dall’opinione tradizionale 49 , aveva

considerato rilevante la buona fede 50

dell’imprenditore che effettui un

versamento contributivo ad ente

diverso da quello dovuto, agendo in

conformità all’inquadramento

dell’ente stesso, con la conseguente

applicabilità dell’art. 1189, poiché “il

pagamento al creditore apparente,

determinando l’estinzione

dell’obbligazione, fa venir meno

proprio la configurabilità di un

inadempimento civilmente

sanzionabile” 51 .

In seguito la giurisprudenza si era

orientata nel ritenere che, poiché i

provvedimenti di inquadramento

dell’ente previdenziale “quali emessi

da organo dell’amministrazione, sono

assistiti dalla presunzione di

legittimità” 52 , la buona fede di chi

pagasse all’ente-creditore apparente,

fosse in re ipsa, per aver lo stesso

effettuato il versamento dovuto.

In realtà l’art. 116 c. 20 connette

l’effetto liberatorio dall’obbligazione

al pagamento effettuato “in buona

fede”, cosi da far divenire la buona

fede elemento costitutivo della

fattispecie, elemento che il giudice

dovrebbe accertare in concreto,

altrimenti il meccanismo liberatorio

non potrebbe scattare. È auspicabile,

peraltro, che la giurisprudenza,

ricorrendo a presunzioni, continui

nell’orientamento sopra citato, con

l’onere della prova della mala fede a

carico dell’ente previdenziale.

Ulteriore problema costituito dalla

lettera della norma è dato dalla

previsione dell’effetto liberatorio nel

caso di pagamento effettuato ad un

ente previdenziale “pubblico”,

cosicché, se si applicasse la norma in

modo rigido, si dovrebbe concludere

per la non applicabilità della stessa in

tutti i casi in cui la contribuzione

viene versata alle Casse di categoria o

ad enti che non sono pubblici 53 . Sul

punto, comunque, è già intervenuta la

Circ. Inps 23.05.2001 n. 110 che,

ritenendo che sia nello spirito della

norma favorire il debitore ed evitargli

l’onere di chiedere contestualmente

un rimborso per poi effettuare un

pagamento della stessa natura e con

aggravio di sanzioni, ha testualmente

stabilito che “si ritiene che la norma

possa trovare applicazione anche in

tutti i casi in cui il creditore apparente

e quello effettivo siano entrambi

deputati alla riscossione e gestione di

contributi previdenziali obbligatori”.

8. La “disciplina transitoria”

La disciplina dettata dall’art. 116 c. 18

è per certi versi particolare rispetto a

quanto previsto in passato nelle

medesime ipotesi dal legislatore. Le

precedenti modifiche legislative, in

omaggio al principio tempus regit

actum, non avevano disposto

espressamente per la retroattività delle

disposizioni più recenti, con il relativo

calcolo dell’importo delle sanzioni

civili secondo un computo pro-rata,

con conseguenti difficoltà sul piano

operativo.

Il legislatore ha ora previsto che si

applica la disciplina previgente per i

crediti in essere ed accertati al 30

settembre 2000, il che sembrerebbe

portare al suddetto criterio del

computo pro-rata, ma la norma

prosegue enunciando che il maggior

importo versato 54 “costituisce un

credito contributivo nei confronti

dell’ente previdenziale che potrà

essere posto a conguaglio nell’arco di

un anno”.

Sembra, quindi, di poter ritenere che

la norma abbia in realtà dotato di

efficacia retroattiva, se pur non

espressamente e forse indirettamente,

l’attuale disciplina delle sanzioni

civili 55 , prevedendo però che il calcolo

del previgente debito venga effettuato

con i criteri della L.662/96 per

esigenze organizzative e di pronta

cassa degli enti previdenziali.

Una tale lettura sembra più aderente

alla ratio legis e permette di risolvere

una questione che, stante il tenore

letterale della norma, si presterebbe a

conseguenze irrazionali. In altre

parole, si porrebbe, ragionando

altrimenti, il problema della disciplina

applicabile alle inadempienze poste in

essere e non accertate anteriormente

al 1° settembre 2000, con la

conseguenza inammissibile di ritenere

che alle stesse sia applicabile sic et

simpliciter la disciplina previgente!

La circolare Inps n. 110/2001 ha

dettato criteri per l’operare del

conguaglio, prevedendo la

presentazione di una istanza da parte

dell’interessato 56 , e regolando le


ipotesi di cessazione definitiva

dell’attività, di saldo attivo o passivo

dell’azienda 57 , di incapienza etc.

Note:

1 L. 638/83.

2 L. 11/86.

3 Cfr. M. Cinelli, Le ‘sanzioni civili’

per inadempimento agli obblighi di

contribuzione previdenziale dopo la

legge n. 11 del 1986, in Foro it., 1987,

I, 2753 ss.

4 convertito in L. 48/88.

5 rilevabile, cioè, dalle denunce o

registrazioni obbligatorie.

6 Pari al prime rate (tasso degli

interessi attivi previsti dagli accordi

interbancari per i casi di più

favorevole trattamento) maggiorato di

12 punti.

7 Sempre che, e sul punto ritorneremo

in seguito, il versamento avvenga

entro il termine fissato dagli enti

impositori.

8 Automaticità sostenuta da dottrina e

giurisprudenza prevalenti, fino ad

arrivare, in alcune decisioni, a negare

che la domanda per le sanzioni civili

sia diversa rispetto a quella per i

contributi, così Cass. 21.11.85 n.

5774.

9 La sanzione civile sarebbe, dunque,

posta allo scopo di rafforzare

l’obbligazione contributiva e risarcire

in misura predeterminata dalla legge il

danno cagionato all’ente assicurativo,

enuncia la Cassazione a sezioni unite

con la nota decisione n. 3476/1994.

10 Negata dalla dottrina che propende

per la natura civile delle somme

aggiuntive, ex art. 1218, con la sola

salvezza dei criteri di graduazione

espressamente previsti dalla legge. Di

tutt’altro avviso chi propende per la

natura amministrativa delle sanzioni

de quo, dottrina che interpreta, al

contrario, i criteri di graduazione

previsti, come elementi da cui

desumere proprio tale carattere, cfr.

M. Cinelli, Le “sanzioni civili”, op.

cit., 2754.

La giurisprudenza, d’altronde, ha più

volte negato la possibilità di effettuare

indagini sull’elemento soggettivo del

debitore della contribuzione (di

recente Cass. 24.06.00, n. 8644), pur

discostandosi, poi, nel concreto, da

tale affermazione di principio, come

L’Ispettore e la Società 19

nel caso in cui ha ritenuto rilevante la

buona fede del soggetto adempiente,

ai fini dell’applicabilità dell’art. 1189

c.c. (cfr. Cass. 20.05.1996 n. 4637).

11 Sulla questione e sulla rilevanza

pratica che assume in relazione

all’ipotesi di estinzione del reato

mediante regolarizzazione. infra p 10.

12 La trasmissibilità agli eredi delle

sanzioni civili, oggi pacificamente

ammessa, risulterebbe, invece,

ostacolata dalle regole garantiste

previste per gli illeciti amministrativi

dalla L. 689/91, in specie dal principio

della personalità dell’illecito

amministrativo e dalla conseguente

imputazione della responsabilità del

soggetto agente.

13 Approvata con L. 388 del 23.12.00.

14 Mastrangeli – Nicolini, La

contribuzione previdenziale, Perugia,

1997, p.536.

15 Con la sensibile differenziazione in

ordine alla nozione di evasione che si

evidenzierà in seguito.

16 A decorrere dal 1° gennaio 1999,

l’articolo 32 comma 1 del decreto

legislativo 24 giugno 1998 n. 213, ha

rimesso alla Banca d’Italia la

determinazione periodica del Tasso

Ufficiale di Riferimento ( T.U.R.), in

sostituzione del previgente tasso

ufficiale di sconto (T.U.S.) Le

variazioni del T.U.R. sono rese note

mediante pubblicazione sulla Gazzetta

Ufficiale della Repubblica Italiana.

Per la concreta individuazione del

T.U.R. da applicare occorre fare

riferimento a quello vigente al

momento del pagamento dei

contributi.

17 12 mesi, invece che i 6 mesi previsti

dalla L. 662 del 1996.

18 purché il soggetto paghi i contributi

omessi entro 30 giorni dalla denuncia

spontanea

19 Sulla questione cfr. Mastrangeli-

Nicolini, op. cit., p. 552 ss.

20 Una sorta di clausola solve et

repete, che pone a carico del soggetto

l’onere dell’esborso di una somma

che può essere considerevole, se non

vuole essere assoggettato alla più

grave sanzione prevista per l’evasione

contributiva.

21 Così A. Bollani, La revisione

dell’apparato sanzionatorio in

materia di inadempimento

contributivo, in Riv. Prev. Pubbl.

Priv., n. 1/2001, p. 91.

22 in quanto continua ad essere

previsto quale condizione per

accedere al beneficio della minor

sanzione, il pagamento dei contributi

entro il termine previsto dall’ente

creditore.

23 L’affermazione appare proprio

diretta ad escludere che, nel caso di

resistenza a quanto stabilito dall’ente

e di primo grado non vittorioso, si

possa attendere la definitiva pronuncia

per il pagamento dei contributi onde

evitare l’applicazione della diversa

sanzione prevista per l’omissione o

per l’evasione contributiva. Sul punto

la Cassazione (n. 12555/1993) ha

negato l’applicabilità dell’art. 1, 218°

comma della 662/96, “in favore degli

obbligati che abbiano omesso il

pagamento dovuto e permangano in

tale loro atteggiamento fino al

definitivo accertamento con pronuncia

passata in giudicato dell’obbligo da

essi contestato”.

24 L’argomento, com’è noto, trova

fautori soprattutto tra coloro che

ritengono che la natura delle somme

aggiuntive sia quella di sanzione

amministrativa (v. ad es. G. Dondi,

Omissione contributiva, buona fede

dell’inadempiente e somme

aggiuntive, in Mass. Giur. Lav., 1988,

p. 903 ss.), mentre il presupposto

della colpevolezza per l’applicazione

della sanzione non sarebbe applicabile

preferendo una natura civilistica delle

somme in questione, a ciò ostando la

lettera dell’art. 1218 cc.

25 quindi, nei casi 1) di incertezze

obiettive connesse a contrastanti o

sopravvenuti (novità) diversi

orientamenti giurisprudenziali o

amministrativi in relazione alla

particolare rilevanza delle incertezze

interpretative, senza l’onere del

versamento entro i termini dei

contributi 2) nel caso di fatto doloso

del terzo, purché denunciato entro tre

mesi dal giorno della notizia del fatto

stesso (ulteriore novità) 3) nei casi di

aziende in crisi.

Rileviamo poi che resta altresì fermo

quanto stabilito dall’articolo 1, commi

220 e 221, della citata legge n. 662 del

1996 in materia di riduzione delle

sanzioni civili di cui al comma 8

rispettivamente nelle ipotesi di

procedure concorsuali e nei casi di


20 L’Ispettore e la Società

omesso o ritardato pagamento dei

contributi o premi da parte di enti non

economici e di enti, fondazioni e

associazioni non aventi fini di lucro.

26 Il che sembra offrire un valido

argomento a coloro che aderiscono

alla tesi civilista, dato che il potere

dell’ente impositore di ridurre la

sanzione viene collegato dagli stessi

al potere del creditore di rimettere il

debito o di accettare un adempimento

diverso. Ma la questione ritorna ad

essere incerta non appena si

esaminano i criteri di graduazione

fissati dal Ministro del Lavoro e della

Previdenza sociale.

27 In attesa della cui fissazione resta

fermo quanto stabilito dalla

previgente normativa cfr. c. 16, art.

116.

28 “fino alla misura degli interessi

legali […] ovvero fino alla misura

pari ai predetti interessi legali

maggiorati del 50%”.

29 Se non il criterio relativo

all’importo delle somme da

recuperare.

Ciò stante tale indirizzo ministeriale,

data la rilevanza connessa al disvalore

del contegno del responsabile e al

riflesso sulla situazione dell’azienda,

potrebbe offrire un valido argomento

alla tesi della natura amministrativa

delle sanzioni, pur se, con riguardo al

primo aspetto vi è chi ritiene che

proprio i principi civilisti in materia di

inadempimento impongono di

valutare la colpevolezza dell’agente,

intesa quale concreta violazione del

dovere di diligenza di cui all’art. 1176

c.c. (In questo senso G. Dondi,

inadempimento contributivo, op. cit.,

p. 130; Contra poiché all’attribuzione

di rilevanza al comportamento del

soggetto agente è di ostacolo l’art.

1218 c.c., M. Cinelli, Il problema

delle “sanzioni civili”, op. cit. p.

509).

30 Comportamento pregresso

dell’azienda, correntezza dei

versamenti contributivi nonché

rilevanza delle cause che hanno

determinato il mancato o ritardato

pagamento dei contributi o premi.

31 Situazione patrimoniale

complessiva e riflessi sul

mantenimento dei livelli

occupazionali, ovvero sulla ripresa

dell’attività produttiva.

32 Tale previsione aveva offerto un

valido argomento ai sostenitori della

natura amministrativa delle somme

aggiuntive, che avevano fatto notare

come fosse impossibile configurare

una posizione di supremazia degli enti

previdenziali nei confronti dello Stato

(cfr. G. Dondi, L’inadempimento

contributivo: profili sanzionatoti,

Rimini, 1987, p. 144), ma appariva in

realtà dettata più per ragioni di

opportunità politica.

33 In base all’art. 28 della

Costituzione.

34 Ex art. 6 comma 3 della legge 689/

91 che stabilisce, anche per le

sanzioni amministrative, una

responsabilità solidale di tipo civile,

per le persone giuridiche e gli enti.

Con la differenza che, in questo caso

non si tratterebbe di responsabilità

diretta della P.A. ma solo di obbligo

solidale. Per l’applicabilità della

regola di cui all’art. 6, L. 689/81 alla

P.A. cfr. Cass. Civ. n. 3116/1996.

35 La disposizione si presterà ad una

duplice lettura: già un primo

commentatore rileva come tale

abrogazione rimuovendo la duplicità

delle sanzioni lasci “solo alla sanzione

civile il compito di presidiare

l’adempimento dell’obbligo

contributivo”, (Bollani, op. cit. p. 85)

con ciò intendendo che il fatto che

l’obbligo di pagare le somme

aggiuntive costituisca una sanzione

civile e non amministrativa sia

suffragato proprio dalla disposta

abrogazione delle sanzioni

amministrative. Ma l’argomento può

essere rovesciato, in quanto se si

ritengono sanzioni amministrative le

somme aggiuntive dovute in caso di

omesso o ritardato versamento dei

contributi previdenziali, tanto più si

può rilevare che vi era una duplicità di

sanzioni della stessa natura per la

medesima condotta che il legislatore

ha ritenuto opportuno eliminare,

lasciando in vita le sole previste dalla

legge 388/2000.

36 Direzione Generale degli Affari

generali e del personale - Divisione

VII - Coordinamento Ispezione del

lavoro (con circolare n. 12/2001 del

22 gennaio 2001).

37 D.lgs. 24.03.94 n. 211.

38 Art. 2 D.L. 12.09.83 n. 463,

convertito con L. 11.11.83 n. 638.

39 Il “nuovo” art 37 prevede: “salvo

che il fatto non costituisca più grave

reato, il datore di lavoro che, al fine di

non versare in tutto o in parte

contributi e premi previsti dalle leggi

sulla previdenza e assistenza

obbligatorie, omette una o più

registrazioni o denunce obbligatorie,

ovvero esegue una o più denunce

obbligatorie in tutto o in parte non

conformi al vero, è punito con la

reclusione fino a due anni quando dal

fatto deriva l’omesso versamento di

contributi e premi previsti dalle leggi

sulla previdenza e assistenza

obbligatorie per un importo mensile

non inferiore al maggiore importo fra

cinque milioni mensili e il cinquanta

per cento dei contributi

complessivamente dovuti”.

Per una migliore comprensione del

nuovo criterio disposto dalla legge

valga il seguente esempio. Se il datore

di lavoro, compiendo omissioni o

falsità di registrazioni, evade una

somma mensile pari a 10 milioni su

30 milioni di contributi (risultanti dal

saldo di 20 milioni più 10 milioni

evasi), che sarebbero stati dovuti nel

mese, il comportamento dello stesso

non assumerà rilevanza penale, atteso

che l’evasione realizzata, pur

superiore a 5 milioni, risulta però

inferiore al 50% dei contributi

complessivamente dovuti.

40 Si segnala, inoltre, che il nuovo

testo dell’art. 37 contiene disposizioni

di natura processuale volte ad evitare

che venga iniziata e proseguita

l’azione penale per violazioni di cui si

dovesse poi accertare l’insussistenza

in sede civile o amministrativa.

Pertanto il legislatore ha disposto la

sospensione del procedimento penale

fino al momento della decisione civile

o amministrativa di primo grado, nel

caso in cui il soggetto “inadempiente”

proponga ricorso, in una delle due

sedi, avverso l’accertamento operato

dall’organo di vigilanza.

41 Bollani, op. cit. p. 96.

42 Dondi G., L’inadempimento

contributivo, cit., p. 121.

43 Cinelli M., Il problema delle

“sanzioni civili” per inadempimento

contributivo alla luce del D.l. n. 358

del 1987, in Gius. Civ., 1987, p. 508.

44 Contra Bollani, op. cit., p. 96, pur

sottolineando come una tale


interpretazione renda “discutibile” la

scelta del legislatore, in quanto,

ponendosi in relazione la

regolarizzazione con la rimozione

dell’effetto pregiudizievole, il bene

giuridico protetto dalla norma (cioè il

regolare finanziamento degli istituti

previdenziali) “potrebbe dirsi

soddisfacentemente reintegrato anche

con il solo pagamento dei contributi

omessi”.

45 Così, le denunce non ancora

trasmesse all’autorità giudiziaria,

riguardanti periodi anteriori alla

predetta data dovranno essere

riconsiderate alla luce della nuova

normativa. Del pari i verbali o le

contestazioni relativi a periodi

antecedenti saranno anch’essi valutati

secondo la nuova disposizione.

46 M. Magnani, Obbligazione

contributiva e pagamento al creditore

apparente (in margine al cosiddetto

pluralismo previdenziale), in Riv.

Prev. Pubbl. Priv., n. 1/2001, p. 42 ss.

47 In precedenza si ritenevano

addirittura dovute le sanzioni civili!

48 Cass. 20.05.1996 n. 4637. Il caso

prendeva origine dalla richiesta

dell’INPDAI del pagamento dei

contributi previdenziali ad un datore

di lavoro che li aveva già corrisposti

all’INPS, ritenendo erroneamente di

appartenere al settore commercio.

49 Che configurando la sanzione civile

come automatica conseguenza del

mancato ed inesatto adempimento,

nega, di conseguenza, ogni rilevanza

al comportamento del debitore. Sul

punto vi erano state in precedenza

varie decisioni che proprio partendo

dalla teoria dell’automaticità

ritenevano irrilevante la convinzione

del soggetto di dovere i contributi ad

un ente previdenziale diverso, cfr.

Cass. 08.10.92 n. 10964.

50 La Corte interpreta la rilevanza data

alla buona fede dall’art. 1189 c.c.,

“nel senso che la portata liberatoria

del pagamento non è in alcun modo

condizionata dalla sussistenza di un

comportamento colposo del soggetto

nei cui confronti è invocata

l’apparenza”.

51 La Corte muove il proprio

ragionamento dal fatto che l’esigenza

di tutelare il debitore in buona fede “si

avverte con maggior intensità”, nei

casi in cui la parte debitrice, proprio

L’Ispettore e la Società 21

per la natura pubblica dei soggetti che

fungono da controparte, “ha valide

ragioni per ritenere che il

comportamento di questi ultimi sia

improntato a correttezza e al doveroso

rispetto della legalità”.

52 Trib. Milano 14.03.1990.

53 ad esempio l’Inpgi.

54 Pari, quindi, alla differenza tra

quanto dovuto ai sensi dei commi 217

ss. della L. 662/96 e quanto calcolato,

invece, in base ai commi 8 ss. dell’art.

166 della L. 388/2000.

55 Tranne per alcune ipotesi,

prontamente individuate dalla

circolare Inps n. 110/2001 nelle

disposizioni di cui al comma 11

(concernente la responsabilità delle

amministrazioni centrali e periferiche

dello Stato) e 13 (in materia di

interessi), che in base all’art. 158

comma 3 della 388/2000, entrano in

vigore dal 1° gennaio 2001.

56 con la dichiarata finalità, non

essendo previsto dalla legge

l’operatività a domanda di parte, di

rendere più celeri i tempi e di creare

un archivio per il monitoraggio degli

adempimenti.

57 Sul punto è importante sottolineare

come, in caso di saldo passivo per

l’azienda, la circolare ritiene aderente

alla ratio legis che il maggior onere

non debba andare a gravare

sull’azienda stessa, mentre in caso di

saldo attivo questo verrà considerato a

credito dell’azienda che procederà,

pertanto, “al versamento dell’importo

più favorevole”. Il che sembra

giustificarsi se si ritengono applicabili

i principi dettati per le sanzioni

amministrative ex art. 1 L. 689/81.


22 L’Ispettore e la Società

Prima delle feste ormai passate,

durante un breve scambio di auguri

fra colleghi, cui partecipo sempre

volentieri, anche per rivedere i vecchi

amici, prende la parola il Direttore

Regionale per il Piemonte dottor

Colicchio. Non fa i soliti auguri di

circostanza, ma parla, invece... delle

mondine degli anni cinquanta!

In breve ecco il suo racconto: oggi il

riso si semina, si cura e si raccoglie

con le macchine; un tempo, sino alla

fine degli anni cinquanta venivano nel

vercellese le mondine, generalmente

dal Veneto e dall’Emilia Romagna,

con un treno speciale che allora era

chiamato, alla militare, la tradotta.

L’Inail in tale occasione distribuiva

presidi antinfortunistici quali borse di

medicinali contenenti scatolette di 1 °

soccorso color marrone, cappelli di

paglia a larghe tese, color avorio,

gambaletti (chi non ricorda Silvana

Mangano in “Riso amaro”?), due tipi

di occhiali di protezione contro le

spighe del riso e antipolvere,

mascherine antizanzare.

Dimostrazione che l’Inail da tempo si

è occupato di prevenzione e ha fatto

sempre prevenzione.

Dopo un breve saluto il Dottor

Colicchio è uscito dalla sala ed io,

incuriosito, l’ho seguito perché la

tentazione di’ saperne di più era forte.

Con un po’ di imbarazzo gli chiedo di

poter fare una ricerca per la nostra

rivista e mi risponde gentilmente che

negli archivi delle sedi di Vercelli e di

Novara ci dovrebbero essere ancora

documenti al riguardo e mi consiglia

di rivolgermi a qualche “vecchio”

direttore che ricordi dove si possano

trovare. Aggiunge anche che nelle

scuole venivano impartite lezioni di

antinfortunistica da parte di Ispettori e

Funzionari Inail in collaborazione con

le maestre e che alla fine del corso

si distribuivano pagelline agli allievi.

Sarebbe interessante riprodurre un

attestato di quei corsi e trovare fatture

di acquisto dei presìdi antinfortunistici

distribuiti alle mondine.

Mi rivolgo quindi al Dottor Flavio

Quaranta della Sede di Vercelli,

notoriamente amante di ricerche

storiche, il quale mi segnala, con

rammarico, che nei vari traslochi da

vecchie a nuove sedi non si trova più

nulla. Mi suggerisce di rivolgermi al

Memorie di un tempo passato

la prevenzione per il lavoro delle

mondine negli anni cinquanta

di Raffaele Sollecito (con la collaborazione del Dott. Domenico Garlanda)

Dottor Domenico Garlanda che

all’epoca era Vice Direttore della sede

Inail di Vercelli. Quest’ultimo,

anziano di età e giovane di mente e di

spirito, accoglie con entusiasmo le

mie domande e mi racconta, con un

velo di nostalgia, come veniva fatta la

prevenzione e la descrizione del

lavoro delle mondine.

Più che domande e risposte preferisco

raccontare il colloquio avuto con lui e

con il Dottor Quaranta. Per quanto

segue mi baso sugli appunti scritti dal

Dottor Garlanda per cui il merito è

suo e gli eventuali errori miei.

Il lavoro in agricoltura correlato alle

operazioni in risaia e circoscritto entro

i confini della “bassa vercellese” con

propaggini alla Lomellina pavese e al

Novarese meridionale, sussiste e

conserva fino al 1955 , o giù di lì,

caratteri operativi, modalità esecutive

e fattori di organizzazione inalterati e

costanti fin dall’800.

Sono stati soppiantati i buoi, ausiliari

dell’agricoltore, sono scomparsi i

cavalli per 80 anni “acceleratori”

dell’opera agricola: sono subentrate

motorizzazione e automazione;

all’agricoltura avvicendata e

multiforme subentra la monocultura

risicola.

Le introduttive operazioni di

preparazione alla coltivazione del riso

si sostanziano, a quel tempo, in lavori,

essenzialmente manuali, di intervento

ricostitutivo o di riordino degli argini

e ripe delimitanti le “camere” di

allagamento, cui seguono i lavori di

concimazione organica e inorganica,

di aratura con aratri ippotrainati (è

embrionale negli anni 1920-1940

l’aratura motorizzata), di erpicatura

con finale allagamento dei fondi

destinati a semina del riso, previo

grossolano livellamento del terreno

sommerso : operazioni che vengono

effettuate tra la seconda metà del

mese di marzo e la prima quindicina

di aprile. A questo momento si opera

la semina, prevalentemente a mano

(eccezionalmente con seminatrice a

striscio, faticosamente trainato da

coppìa dì cavalli): solo gli anni 60

sopravviene la pratica di semina

mediante “girello” spanditore mosso

da trattrice, ermeticamente protetta

dagli organi snodati di trasmissione e

sospensione, muovendosi in acqua e

nel fango. La germinazione della

semente si sviluppa in piantine verso

fine maggio, con tendenza ad oscurare

la vista dell’ acqua:

contemporaneamente crescono le erbe

infestanti che sono, in ordine di

nociva importanza, il”giavone” o

“strosa”, i “cucchiai” , terribile anche

la “leersia oryzoides” chiamata

volgarmente “rasparel”, ed altre

piantcelle infestanti comparse con

l’importazione di sementi “precoci”

importate dall’America meridionale,

dalla Spagna, Cina e Giappone.

Arrivo delle mondine

Giungono in Piemonte per lo più

provenienti dal Veneto, dall’Emilia,

dal Piacentino, viaggiando su tradotte

verso Vercelli, Novara, Trino, Santhià

e paesi vicini verso i cascinali ,

guidate da rispettive capo-mondine

depositarie del contratto di lavoro

stagionale e degli elenchi nominativi.

Ali’ arrivo si avvicinano con borse,

sacche e valige sbrecciate, ai carri

agricoli in attesa sui piazzali

ferroviari. vociando il nome del datore

di lavoro e della cascina dì

destinazione. Si calcola che in media

arrivino 50.000 mondine. Le

operazioni iniziano con la “monda dei

riso” per estirpare ed eliminare le erbe

infestanti la normale crescita delle

piantine.

Le erbe infestanti sono di agevole

identificazione, eccezion fatta per la

“strosa” di facile scambio con le

piantine di riso. Le mondine all’inìzio

delle operazioni del fondo da

mondare, sono allineate in numero di

8-10 per “piana” (superficie interposta

tra un solco e l’altro per evitare il

ristagno delle acque).

La monda manuale ha inizio alle

prime luci dell’alba (per evitare le

zanzare ancora addormentate) con

interruzione verso le 8-8.30 per una

prima colazione e ripresa del lavoro

fino alle 11 e dopo il pranzo il lavoro

dura fino alle 15 dopo di chè

raggiungono le abitazioni e cascinali

per abluzioni e riposo. I rapporti con i

datari di lavoro e preposti erano

generalmente buoni trattandosi di

conoscenze pregresse e garanzie date

dalla capo-mondina.

Il lavoro in risaia non è facile né lieve,

è fastidioso a causa di crampi agli arti


e alla schiena per la posizione prona

del corpo, l’aggressione delle zanzare,

i miasmi dell’acqua semi stagnante,

talvolta la presenza di sanguisughe e

insetti vari. Inoltre abrasioni contatto

delle foglie di riso o infestanti e infine

per il caldo e le punture di insetti.

AI crepuscolo le mondine

conservavano sufficiente spirito ed

energia per raggiungere i vicini centri

abitati o per darsi a balli e danze

sull’aia per sperate storie d’amore non

di rado confermate e consacrate

sull’altare della Parrocchie

canonicamente competenti. Le

mondine fruivano, a cura del datore di

lavoro di assistenza sanitaria per

malattia e infortuni sul lavoro con la

collaborazione delle Sedi competenti

che intervenivano con autoambulanze

e larga distribuzione di presidi medici

e soprattutto antinfortunistici.

Venivano distribuiti, a cura dell’inaii,

confezioni di materiale sanitario per

primo intervento, retine salva-occhi,

cappellini di protezione solare, kit

medici di emergenza e valigette

metalliche di immediato intervento

chirurgico: dimensioni cm. 40x40x30;

contenevano bisturi forbici

chirurgiche, anestetici, garze, fascette,

stecche ecc.), queste ultime erano date

in comodato d’uso temporaneo al

D.L. o al capo-mondina che si

rendevano responsabili della

restituzione e del consumo dei presìdi

sanitari. A fine campagna tali valigette

-oltre 100 esemplari - venivano

recuperate dall’Inail che provvedeva

al reintegro del contenuto.

Figure specifiche di infortuni che

incolgono le mondine, loro cause e

circostanze

Figure infortunistiche, oltre quelle già

prospettate, che incolgono le mondine

si annoverano nei seguenti casi in

massima parte :

- cadute accidentali dai carri

ippotrainati per l’accompagnamento

delle mondine;

- il trasporto era raramente eseguito

con mezzi meccanici: è memorabile

l’infortunio plurimo e mortale occorso

ad una comitiva di mondine lungo un

percorso nel comune di Tronzano

Vercellese: per il ribaltamento del

rimorchio mototrainato inidoneo al

trasporto di persone (seguì sentenza

L’Ispettore e la Società 23

penale di condanna del titolare della

azienda agricola responsabile in

solido con il conducente la trattrice:

seconda metà degli anni 50),

- cadute percorrendo strade poderali a

piedi o in bicicletta;

- scivolamenti percorrendo argini e

rive fangosi;

- ferite per la presenza di cocci di vetri

nei fondi;

- abrasioni cutanee e calli suppurati;

- lesioni da rissa a causa di dispute di

lavoro;

- ustioni dell’addetta alla preparazione

di vivande;

- lesioni a seguito di guida di cavalli e

carri,

- punture di insetti in acqua e in aria e

punture alla cornea da piantine di riso;

allergie da contatto con concimi e

fertilizzanti,

- cadute a seguito di allagamento dei

fondi e folgorazioni da fulmini in

fondi lontani da - luoghi di riparo.

Ricordi personali del dott.

Garlanda:

- «Se i ricordi sono i capelli bianchi

del cuore ne ho molti di più che in

testa, ormai canuta:ho nostalgia delle

belle ragazze non meno graziose di

quelle che si vedono nel piccolo e

grande schermo; c’era una qualche

prediletta quando, in primavera,

arrivavano per riprendere i lavori,

con valige sdrucite, borse e sacche.

Quell’arrivo nei cascinali erano ore

festose, di ammicchi di intesa e di

qualche malcelata lacrima.»

- Altro ricordo doloroso (prosegue il

Dott.Garlanda) «agosto 1952 una

furiosa grandinata distrugge il

raccolto nella misura del 95-98% il

danno patrimoniale è grave anche per

la mia famiglia, di radici agricole dal

1738. Sono arrivato all’Inail

accidentalmente e per caso:

intenzionato a conseguire una

informazione e formazione nella

Pubblica Amministrazione e ritornare

alle avite cure prediali e al fondo

dominicale; invece gli studi correlati

al lavoro e, soprattutto, l’amichevole

ambiente mi hanno trattenuto per

quasi 37 anni».

Come sopra precisato ho preferito

trasformare l’intervista più che in

domande e risposte in un racconto.

Alla fine mi sono accorto che la storia

del lavoro delle mondine si mescola

con la storia della vita di un uomo che

ha vissuto consapevolmente un

mondo ormai scomparso, un sistema

di coltivazione omai superato ma non

dimenticato; ricordo con piacere una

frase del Dottor Garlanda: “se i

ricordi sono i capelli bianchi del

cuore ne ho molti di più che in testa,

ormai canuta”.

E con questo termino i ricordi fitti

come i capelli del Dottor Garlanda ma

voglio aggiungere un’altra fonte: il

Cav. Guido Matti, “vecchio” Direttore

Inail, che in un breve colloquio mi ha

raccontato che era stato assunto

proprio come addetto alla prevenzione

nel Vercellese e che l’Inail lo aveva

fornito di un proiettore a passo ridotto

e, la sera, illustrava alle mondine e ai

datori di lavoro i principi della

prevenzione infortuni nel lavoro delle

risaie.

Non so quanti infortuni abbia evitato

la prevenzione Inail all’epoca,

sicuramente parecchi; almeno

qualcosa è stato fatto e, credo, con

buoni risultati.

Ora ci resta la nostalgia di un tempo

ormai passato, ma forse anche la

nostalgia è insegnamento e

educazione alla prevenzione.

Infine una precisazioni: il dottor

Quaranta mi fa osservare che il

termine esatto per le lavoratrici di cui

sopra è “mondariso” anziché

mondina: Ma uso generalmente

quest’ultimo termine perché lo

considero più romantico.

Per finire una curiosità storica: alla

fine del ‘700, primi dell’800 il

Segretario di Stato Jefferson, che poi

sarebbe diventato il 3° Presidente

degli Stati Uniti, in Piemonte per

accordi economici, si recava in

carrozza nel vercellese per

raccogliere, abbastanza di nascosto,

riso e piantine che poi inviava in

patria, per coltivare riso italiano: una

bella concorrenza!!


24 L’Ispettore e la Società

Le nuove forme di organizzazione del

lavoro subordinato comportano una

attenuazione degli interventi direttivi

e dei controlli dell’imprenditore.

All’interno dei nuovi sistemi

organizzativi aziendali, pertanto, la

presenza costante del potere direttivo

non è più un elemento significativo

della subordinazione in quanto non è

più possibile esercitare un pieno

controllo delle diverse fasi della

attività lavorativa. In tal senso, quindi,

l’assoggettamento al potere direttivo

può anche verificarsi con direttive non

continue e dettagliate ma anche in

modo generico e programmatico.

Il requisito minimo e sufficiente per

ritenere il carattere subordinato resta

quello, per il lavoratore, di porre a

disposizione del datore di lavoro, le

proprie energie lavorative ed

impiegarle con fedeltà e diligenza,

secondo quelle direttive, appunto, di

carattere generale a lui impartite.

La sentenza n. 9167 del 6 luglio 2001,

infatti, precisa che, ai fini della

distinzione tra rapporto di lavoro

subordinato e rapporto di lavoro

autonomo il vincolo di soggezione del

lavoratore al potere direttivo del

datore di lavoro (inteso come

sottoposizione ad ordini specifici e al

diretto e costante controllo datoriale

delle diverse fasi di esecuzione delle

prestazioni lavorative) diviene, con

l’evolversi dei sistemi di

organizzazione del lavoro nella

direzione di una sempre più diffusa

esteriorizzazione di interi settori del

ciclo produttivo o di una serie di

professionalità specifiche, sempre

meno significativo della

subordinazione. Infatti, in riferimento

a tali nuove realtà, assume valore di

indice determinante della

subordinazione l’assunzione per

contratto dell’obbligazione di porre a

disposizione del datore di lavoro le

proprie energie lavorative e di

impiegarle, con continuità, fedeltà e

diligenza, secondo le direttive di

ordine generale impartite dal datore di

lavoro e in funzione dei programmi

cui è destinata la prestazione per il

perseguimento dei fini propri dell’

impresa datrice di lavoro. I giudici

hanno ribadito che le modalità di

manifestazione della attività di

estrinsecazione della attività di

Un’importante sentenza

in materia di lavoro subordinato

e potere direttivo

di Temistocle Bussino

vigilanza e controllo da parte del

datore si atteggiano in misura diversa

in relazione alla peculiarità della

prestazione erogata del lavoratore

Nel caso in esame una lavoratrice

aveva prestato la sua opera con

mansioni di propagandista di prodotti

farmaceutici, stipulando un contratto

di collaborazione autonoma.

L’interessata ha chiesto al Pretore di

Firenze di accertare che in realtà

aveva lavorato in condizioni di

subordinazione. La decisione,

inizialmente a favore della lavoratrice,

è stata integralmente riformata, in

grado di appello, dal Tribunale di

Firenze, il quale ha escluso la

subordinazione. La Suprema Corte ha,

successivamente, accolto il ricorso

della lavoratrice, censurando la

decisione del Tribunale per difetto di

motivazione e per violazione della

normativa di legge in materia di

rapporto di lavoro subordinato. La

Cassazione ha affermato che la

prestazione lavorativa veniva svolta,

sia pure con margini di

discrezionalità, secondo le direttive di

ordine generale impartite dalla casa

farmaceutica che immetteva sul

mercato i prodotti e per le finalità

proprie dell’ impresa stessa.

Motivando in maniera analitica le

decisioni prese, pertanto, la

Cassazione ha confermato la sentenza

formulata originariamente dal Pretore

ed ha riconosciuto la subordinazione

del rapporto di lavoro.

Cass. civile, sez. Lavoro,

06-07-2001, n. 9167

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Firenze, in riforma

della sentenza di primo grado,

rigettava la domanda proposta da

Concetta Todisco, nei confronti della

s.p.a. Molteni Farmaceutici Firenze,

per l’ accertamento della natura

subordinata del rapporto intercorso

con la convenuta, con mansioni di

propagandista di prodotti

farmaceutici, immessi sul mercato

dalla soc. Molteni. Il Tribunale,

esclusa a priori la possibilità di

configurare il rapporto quale rapporto

di agenzia, “non essendo le mansioni

riconducibili ad una attività di

promozione di contratti di acquisto di

beni”, considerato che un contratto di

lavoro per l’ informazione medico

scientifica è riconducibile all’ area del

lavoro autonomo o subordinato a

secondo della concreta attuazione del

rapporto, e che a tal fine l’ interprete

deve verificare quale è stata la

realizzazione pratica del contenuto

giuridico del rapporto, in particolare

sotto il profilo della soggezione al

potere direttivo del datore di lavoro,

rilevava, per le dichiarazioni rese in

sede di interrogatorio libero dalla

appellata che, per la sua attività, le era

stata assegnata una zona prestabilita e

che doveva visitare almeno dieci,

undici medici al giorno, usando un

proprio mezzo, secondo un personale

percorso stabilito di volta in volta, di

regola senza affiancamento di un capo

area: precisandosi ulteriormente che

doveva presentare dei rapportini delle

visite effettuate e che la Società aveva

predisposto modalità di propaganda

dei prodotti anche in forma di

direttive. Valutate quindi le prove

testimoniali esperite e la

documentazione prodotta dalla

appellata, il Tribunale riteneva che l’

organizzazione aziendale dei

propagandisti fosse ben lontana dal

concretare l’ esistenza di una forte ed

efficace posizione di controllo in capo

all’ impresa, apparendo il sistema

piuttosto incentrato su una relazione

fiduciaria, ovvero sull’ affidamento

nell’ altrui impegno e responsabilità,

in assenza di un sistema di obblighi

puntualmente esigibili e quindi di

controlli sulle operazioni di lavoro.

Esclusa dunque la sussistenza di un

rapporto di lavoro subordinato, il

Tribunale configurava lo stesso

rapporto di lavoro come

parasubordinato, ritenendo che degli

elementi costitutivi di questa

fattispecie, in particolare, doveva

ravvisarsi l’ esistenza di un

coordinamento esterno dell’ impresa

con l’ altrui operato, secondo un

sistema di direttive generali e

programmatiche tese ad indicare al

prestatore di lavoro le sole modalità di

massima dell’ operata da eseguire.

Avverso questa decisione propone

ricorso per Cassazione Concetta

Todisco censurandola con tre motivi

per violazione di legge e vizio di

motivazione. Si è costituita la società


intimata resistendo alle avversarie

censure.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso la

ricorrente deduce violazione degli

artt. 2094, 2222 c.c., in correlazione

con l’ art. 1742 ss. c.c., degli artt.

1325, 1343, 1345, 1346 c.c., oltre a

violazione dell’ art. 1414 c.c. e seg., e

vizio di motivazione, considerando

che il Tribunale, una volta verificato

che i successivi rapporti di lavoro non

erano riconducibili allo schema dei

rapporti di agenzia, avrebbe anche

dovuto dichiararne la nullità, così

come la nullità avrebbe dovuto

dichiarare delle dimissioni con le

quali fittizialmente si concludevano i

rapporti suddetti. Riteneva inoltre la

ricorrente che il Tribunale non era

tenuto a dichiarare di ufficio che il

rapporto intercorso tra le parti doveva

qualificarsi di lavoro parasubordinato,

non avendo alcuna delle parti, per

tutte le fasi precedenti del giudizio,

posto a tal fine alcuna domanda. Con

il secondo motivo deduce la ricorrente

violazione degli artt. 2094 e seg. c.c.,

dell’ art. 2222 c.c., dell’ art. 409 c.p.c.

in relazione all’ art. 1742 c.c., oltre a

vizio di motivazione, ritenendo che il

Tribunale aveva dato una nozione

estremamente restrittiva della

subordinazione, al punto di

considerarla, quale conseguenza di

uno stabile inserimento nella

organizzazione aziendale, un vincolo

di natura personale, determinante l’

alienazione della libertà e della

iniziativa del prestatore di lavoro. Con

il terzo motivo deduce inoltre la

ricorrente violazione degli artt. 112,

113, 144, 155, 116, 163, 414, 416

c.p.c., degli artt. 2197, 2721, 2727,

2728, 2729, c.c., oltre a violazione

degli artt. 2094 e 2222 c.c., anche in

relazione all’ art. 409 c.p.c. e omessa,

insufficiente motivazione, avendo il

Tribunale fatto malgoverno della

istruttoria e dei risultati di questa, così

come dell’ ampia documentazione

prodotta per le quali erano state

accertate modalità di esecuzione della

prestazione tali da ricondurla

inequivocabilmente nell’ ambito del

lavoro subordinato, come ritenuto dal

giudice di primo grado.

Il ricorso deve essere accolto,

limitatamente al secondo motivo per

L’Ispettore e la Società 25

le ragioni che seguono.

Si legge, in particolare, nella sentenza

impugnata che connotato della

subordinazione è “una completa

alienazione della libertà e delle

iniziative del lavoratore al fine di

poter rispondere ed adeguarsi

inderogabilmente ad un tipo di

organizzazione unilateralmente

imposta...”. È agevole osservare che

una “completa alienazione” del genere

è fuori dalla realtà giuridica.

Si è tra l’altro più volte puntualizzato

in giurisprudenza che gli ordini

specifici e l’esercizio di un’attività di

vigilanza e di controllo

nell’esecuzione delle prestazioni

lavorative, nei quali si estrinseca il

potere organizzativo e disciplinare del

datore di lavoro, si atteggiano

diversamente in relazione alla

peculiarità delle suindicate prestazioni

(cfr. Cass. 29 marzo 1995, n. 3745;

Cass. n. 8804 del 26 ottobre 1994).

Inoltre, non è necessario che i predetti

ordini siano continui, dettagliati e

strettamente vincolanti, considerato

altresì che l’assoggettamento può

realizzarsi anche con riferimento a

direttive programmatiche soltanto

impresse nella struttura aziendale (cfr.

Cass. 14 aprile 1987 n. 3716; 14

ottobre 1985 n. 5024; 6 gennaio 1984

n. 57).

Inoltre, il potere direttivo

dell’imprenditore, generalmente

ritenuto il criterio tipicizzante il

lavoro subordinato, con l’evolversi

dei sistemi di organizzazione del

lavoro, sempre più caratterizzati dalla

tendenza alla esteriorizzazione o

terziarizzazione di interi settori del

ciclo produttivo o di una serie di

professionalità specifiche, ove si

riferisca a questi processi, diviene

sempre meno significativo della

subordinazione, per la impossibilità di

un controllo pieno e diretto delle

diverse fasi della attività lavorativa

prestata.

Così è, ad esempio, in una recente e

nuova tipologia contrattuale, qual è il

lavoro temporaneo, ove il potere

direttivo addirittura si scinde tra due

diversi soggetti, ovvero l’impresa

fornitrice e l’impresa utilizzatrice.

Così è, ad esempio, nelle diverse

forme di lavoro atipico caratterizzate

dalla locazione flessibile del lavoro

(lavoro di ufficio e lavoro di gruppo a

distanza, lavoro mobile, lavoro a

domicilio, il telecommunting, ecc.),

nelle quali l’attività dei prestatori di

lavoro è naturalmente caratterizzata

da un’ampia autonomia operativa,

tanto lontana dalla idea piuttosto

superata, che della subordinazione

mostra di avere il Tribunale; attività

che peraltro non escludono la

subordinazione nella misura in cui,

secondo direttive di massima, esse

risultino funzionali e strumentali ai

fini economici dell’impresa. Così, ad

esempio, e soprattutto, nei casi in cui

il fenomeno, di cui si diceva, si attui

con la dazione in appalto di lavori

propri al ciclo produttivo ed alle

attività di servizio della impresa che

molte volte non significa cessione di

un ramo di azienda o di un servizio,

ma utilizzo dell’appalto di mere

prestazioni di lavoro o anche

dell’appalto lecito (art. 1 e art. 3 della

legge n. 230 del 1960) ove l’impresa

appaltatrice non sia che un’impresa di

comodo creata ad hoc per

l’applicazione di tariffe contrattuali

più convenienti di quelle applicabili

dalla impresa principale. In queste,

come in altri simili ipotesi, con la

maggiore autonomia della prestazione

si riduce il significato del potere

direttivo ed assume, invece, il valore

di indice determinante, ai fini

dell’accertamento della

subordinazione, la destinazione

dell’opera prestata ai fini, perseguiti

con una data organizzazione

aziendale, propri all’impresa. Il che

non significa affatto un ritorno alle

teorie istituzionalistiche, per le quali

notoriamente condizione necessaria e

sufficiente della subordinazione era lo

stabile inserimento del prestatore nella

organizzazione aziendale; la fonte del

rapporto di lavoro resta il contratto,

con il quale il lavoratore si obbliga a

porre a disposizione del datore di

lavoro le proprie energie lavorative, e

ad impiegarle con continuità, con

fedeltà e diligenza, secondo le

direttive di ordine generale impartite

dal datore di lavoro ed in funzione dei

programmi cui è destinata la

prestazione: costituendo tali

condizioni il requisito minimo ma

sufficiente per ritenere la natura

subordinata del rapporto di lavoro.


26 L’Ispettore e la Società

Come è a dirsi nel caso di specie nel

quale il Tribunale ha accertato la

sussistenza del collegamento della

prestazione ai fini dell’attività di una

casa farmaceutica e la sussistenza di

direttive entro le quali, sia pure con i

margini di discrezionalità di un

rappresentante commerciale, la

prestazione doveva essere eseguita. Il

che è molto meno, sul piano del

potere direttivo, di quanto ritenuto

necessario dalla sentenza impugnata.

Dagli enunciati principi si è discostata

Le riflessioni elaborate sul nuovo

sistema contributivo a seguito del d.

lgs. n. 314 del 1997, hanno condotto a

sottolineare l’avvenuto accorpamento

di tale sistema nell’ambito

dell’ordinamento giuridico di diritto

tributario. Ciò ha sollecitato un

approfondimento sulle esigenze

politico-costituzionali di accentrare in

un unico giudice le controversie in

materia di contributi e di premi.

L’auspicio che il Centro studi ANIV ha

recentemente esplicitato, è stato,

d’altra parte, proprio quello per cui

venissero riconosciuti anche effetti

processuali al regime unificato del

sistema fiscale e contributivo. Sicché,

nel contesto competitivo

imprenditoriale, informato al diritto

europeo del lavoro e della sicurezza

sociale e nella nuova realtà federalista

- che impegna direttamente gli enti

locali nei servizi assistenziali integrati

-, la novella contenuta nel secondo

comma dell’art. 12 (“Interventi per

l’ulteriore potenziamento della

giustizia tributaria”) della legge 28

dicembre 2001, n. 448, innova

profondamente la tutela

giurisdizionale fiscale. Ed infatti,

detto comma così recita: «2. Al

decreto legislativo 31 dicembre 1992,

n. 546, recante disposizioni sul

la sentenza impugnata.

Va pertanto accolto il secondo motivo

del ricorso, mentre rimangono

assorbiti il primo e il terzo, con la

conseguente cassazione della sentenza

impugnata e rinvio della causa per

nuovo esame del merito al Giudice

indicato nel dispositivo che segue, il

quale si uniformerà ai principi

enunciati in questa sentenza ed anche

nelle citate sentenze (fra le varie Cass.

29 marzo 1995 n. 3745 e Cass. 14 aprile

1987 n. 3716) e provvederà altresì al

regolamento delle spese del presente

giudizio di legittimità (artt. 384 e 385,

comma terzo, cod. proc. civ.).

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo

del ricorso e dichiara assorbiti gli altri

due; cassa per l’effetto la sentenza

impugnata e rinvia la causa per nuovo

esame del merito alla Corte d’Appello

di Firenze, Sez. Lavoro, che

provvederà altresì al regolamento

delle spese del presente giudizio di

legittimità.

Riflessioni sull’art. 12 della legge

finanziaria n. 448 del 2001

di Francesco Paolo Rossi - docente di diritto del lavoro nell’Univ. di Venezia

e responsabile scientifico del centro studi ANIV

processo tributario, l’articolo 2,

concernente l’oggetto della

giurisdizione tributaria, è sostituito

dal seguente:

«Articolo 2. Oggetto della

giurisdizione tributaria.

1. Appartengono alla giurisdizione

tributaria tutte le controversie aventi

ad oggetto i tributi di ogni genere e

specie, compresi quelli regionali,

provinciali e comunali e il contributo

per il Servizio sanitario nazionale,

nonché le sovrimposte e le

addizionali, le sanzioni

arrrministrative, comunque irrogate

da uffici finanziari, gli interessi e ogni

altro accessorio. Restano escluse

dalla giurisdizione tributaria soltanto

le controversie riguardanti gli atti

della esecuzione forzata tributaria

successivi alla notifica della cartella

di pagamento e, ove, previsto,

dell’avviso di cui all’articolo 50 del

decreto del Presidente della

Repubblica 29 settembre 1973, n. 602,

per le quali continuano ad applicarsi

le disposizioni del medesimo decreto

del Presidente della Repubblica.

2. Appartengono altresì alla

giurisdizione tributaria le

controversie promosse dai singoli

possessori concernenti l’intestazione,

la delimitazione, la figura,

l’estensione, il classamento dei terni e

la ripartizione dell’estimo fra

compossessori a titolo di promiscuità

di una stessa particella, nonché le

controversie concernenti la

consistenza, il classamento delle

singole unità immobiliari urbane e

l’attribuzione della rendita catastale.

3. Il giudice tributario risolve in via

accidentale ogni questione da cui

dipende la derisione delle

controversie rientranti nella propria

giurisdizione, fatta eccezione per le

questioni in materia di querela di

falso e sullo stato o la capacità delle

persone, diversa dalla capacità di

stare in giudizio».

La surriferita disposizione legislativa,

pertanto, ha mutato, ampliandoli, i

limiti oggettivi della giurisdizione

tributaria, statuendo come a

quest’ultima spetti di decidere su

tutti i tributi di qualsiasi genere e

specie. E poiché il contributo

previdenziale e il premio non sono

certo configurabili come retribuzione,

né altrimenti qualificabili

giuridicamente se non come veri e

propri tributi, ne discende naturaliter

l’attrazione della competenza sulle

controversie in materia di contributi e

premi al giudice tributario.


È alla legge 196 del 24 giugno 1997 che

dobbiamo l’articolazione più innovativa

nel nostro diritto del lavoro di fine

secolo.

Essa si caratterizza per alcune

peculiarità innovative rispetto al

passato: innanzitutto, si tratta di un

“pacchetto” dove la locuzione appare

quantomeno appropriata. Infatti, “il

pacchetto dà l’idea di una strategia e si

contrappone alla legge omnibus, in cui

la materia è trattata a casaccio; in

secondo luogo, essa è figlia di quella

felice stagione che va sotto il nome di

concertazione; in terzo luogo, accentua

la tecnica della normativa a cascata

rendendo molto più complesso il lavoro

dell’interprete.

La normativa in esame, poi, interviene

su tre grandi aree tematiche.

La flessibilità e la liberalizzazione del

mercato del lavoro, con l’introduzione

del lavoro temporaneo; interventi sul

lavoro a termine e sull’orario di lavoro.

La disciplina sulla riforma della

formazione professionale,

l’apprendistato ed i tirocini formativi.

Infine, il problema occupazionale viene

affrontato con il ridisegno dei lavori

socialmente utili, i contratti di

riallineamento, i lavori di pubblica

utilità e le borse di lavoro nel

Mezzogiorno.

A proposito della legge Treu, non

sussiste alcun ombra di dubbio sulla

considerazione che l’aspetto più

innovativo sia rappresentato

dall’introduzione del lavoro

temporaneo, istituto che reca con sé una

lunga serie di tentativi falliti.

Ed infatti, già “il piano del lavoro” di

De Michelis del 1986 prevedeva

l’introduzione di una disciplina che”

consentisse ad imprese di servizi

autorizzate la fornitura di manodopera

da esse dipendenti”. Il progetto decadde

per il disinteresse delle parti sociali, a

quel tempo impegnate su tematiche

ritenute di maggiore priorità.

La questione venne riproposta con il d.l.

n.1 del gennaio 1993, peraltro non

convertito in legge ma che, tuttavia,

ebbe il merito di imprimere

accelerazione al dibattito.

L’accordo del 23 luglio 1993, infine,

previde una specifica clausola al

riguardo, ripresa successivamente dal

“patto per il lavoro” del settembre 1996

che ne delineò l’introduzione ed il

L’Ispettore e la Società 27

Brevi note sul lavoro interinale

di Seidenari Mario

modello di disciplina, confermando i

principi dell’accordo del 1993.

Una gestazione lunga e travagliata,

dunque, che ne ha ritardato oltre misura

l’introduzione nel nostro ordinamento.

Le ragioni ascrivibili a tale ritardo

possono, a mio parere, individuarsi nel

timore, mai fugato, di introdurre

surrettiziamente una flessibilità non

ottenibile in via diretta. Ciò rende

ragione della dettagliata disciplina e

della cautela con cui il lavoro interinale

viene regolamentato.

L’articolo 1 della legge 196/97 definisce

il contratto di fornitura di lavoro

temporaneo come quello mediante il

quale l’impresa fornitrice, iscritta

nell’apposito albo delle imprese

previsto dall’articolo 2, pone uno o più

lavoratori a disposizione di una impresa

che ne utilizzi la prestazione lavorativa

per il soddisfacimento di esigenze di

carattere temporaneo.

Si tratta di una forma di lavoro

caratterizzata dalla dissociazione tra il

soggetto titolare del rapporto di lavoro e

il soggetto utilizzatore della prestazione

lavorativa:

il prestatore di lavoro è dipendente da

un’ impresa di lavoro temporaneo, e

viene inviato a prestare la propria

attività presso i clienti della medesima.

Lo schema base del lavoro interinale

postula la stipulazione di due contratti

collegati: l’uno, intercorrente tra

l’impresa di lavoro temporaneo e

l’utilizzatore, con oggetto la fornitura di

manodopera; l’altro, intercorrente tra

l’impresa di lavoro temporaneo e il

lavoratore, avente ad oggetto una

prestazione di lavoro subordinato, a

tempo determinato o indeterminato, da

effettuarsi presso l’utilizzatore.

La legge definisce il primo “contratto di

fornitura di prestazioni di lavoro

temporaneo “; il secondo, “ contratto

per prestazione di lavoro temporaneo”.

Il primo è un comune contratto civile o

d’impresa; il secondo è un contratto di

lavoro subordinato.

I casi in cui può essere stipulato il

contratto di lavoro di fornitura di lavoro

temporaneo sono sostanzialmente tre:

due sono definiti direttamente dalla

legge, si tratta di sostituzione di

lavoratori assenti, sempre che

l’assenza non sia dovuta a sciopero; e

casi di temporanea utilizzazione in

qualifiche non previste dai normali

assetti produttivi aziendali. La

difficoltà maggiore a tale ultimo

proposito risiede nello stabilire quale sia

il “normale” assetto di

un’organizzazione dinamica per

definizione come quella produttiva,

unitamente all’indisponibilità di

parametri quali potrebbero essere le

piante organiche nelle P.A. Secondo la

circolare del Ministero del Lavoro n.

141/97 si dovrebbe tener conto delle

mansioni effettivamente svolte nell’arco

degli ultimi sei mesi nell’attività

aziendale. Infine, il terzo caso è

definito, secondo una tecnica di

produzione normativa ed una opzione

di politica del diritto che rendono il

contratto collettivo nazionale la fonte

primaria in materia, appunto, mediante

rinvio ai contratti collettivi nazionali

della categoria di appartenenza

dell’impresa utilizzatrice, stipulati dai

sindacati comparativamente più

rappresentativi cui è demandato il

compito della individuazione di ulteriori

ipotesi in cui può essere stipulato il

contratto di fornitura di lavoro

temporaneo.

Complessa e soggetta a numerose

critiche è la previsione dei casi di

divieto di ricorso alla fornitura di lavoro

temporaneo.

Esso è escluso per le qualifiche di

esiguo contenuto professionale,

individuate come tali dai contratti

collettivi nazionali della categoria di

appartenenza dell’impresa utilizzatrice,

stipulati dai sindacati comparativamente

più rappresentativi. Previsione ritenuta,

a ragione, idonea a limitare

notevolmente la diffusione dell’istituto,

senza considerare, inoltre, la difficoltà

di enucleare la nozione, non definita, di

qualifica di esiguo contenuto

professionale, anche se,

successivamente, l’accordo

interconfederale del 1998 ha

individuato per “relationem” tali

qualifiche: sono quelle non rientranti

tra le professionalità intermedie

secondo quanto previsto dall’Accordo

interconfederale 31 gennaio 1995 sui

contratti di formazione e lavoro e dalle

sue eventuali specificazioni contenute

nei C.C.N.L.. A tale ultimo proposito,

tuttavia, il legislatore, recependo le

critiche mosse dalla maggior parte della

dottrina, con l’art.64 della legge 488/99,

legge finanziaria per il 2000, ha


28 L’Ispettore e la Società

tacitamente abrogato la disposizione

che vietava il ricorso al lavoro

temporaneo per le qualifiche di esiguo

contenuto professionale. Ora, alla

contrattazione collettiva non spetta più

l’individuazione delle qualifiche di

esiguo contenuto professionale, bensì le

mansioni cui è vietato adibire il

lavoratore temporaneo, con particolare

riguardo a quelle il cui svolgimento può

presentare maggiore pericolo per la

sicurezza del prestatore di lavoro o di

soggetti diversi. Una volta abrogata la

limitazione in parola, il legislatore,

opportunamente, ha introdotto una giusta

cautela prevedendo che al lavoratore

temporaneo non può comunque essere

corrisposto il trattamento previsto per la

categoria di inquadramento di livello più

basso quando tale inquadramento sia

considerato dal contratto collettivo come

avente carattere esclusivamente

transitorio.

La ratio di tale disposizione è

abbastanza evidente, laddove si

consideri che, spesso i contratti

collettivi prevedono l’ultimo livello

come transitorio, con passaggio

automatico al livello superiore con il

decorso del tempo. Considerato che, la

durata delle missioni del lavoratore

temporaneo può essere molto breve, è

chiaro che in ben pochi casi si sarebbe

verificato il compimento del termine

necessario per il passaggio ad un livello

superiore, con sostanziale svuotamento

del principio garantito al prestatore di

lavoro temporaneo del trattamento non

inferiore a quello cui hanno diritto i

dipendenti di pari livello dell’impresa

utilizzatrice.

Il ricorso al lavoro temporaneo è vietato

per la sostituzione di lavoratori che

esercitano il diritto di sciopero, in

conformità al dettato costituzionale.

Non è ammesso nei casi in cui riguardi

unità produttive interessate a

licenziamenti collettivi che riguardino

lavoratori adibiti alle mansioni cui si

riferisce la fornitura.

Nei casi in cui sia operante una

sospensione dei rapporti o una

riduzione dell’orario, che riguardino

lavoratori adibiti alle mansioni cui si

riferisce la fornitura.

Infine, è vietato in imprese che non

diano sufficienti garanzie sotto il profilo

della tutela della sicurezza, oppure per

lavorazioni che richiedano sorveglianza

medica speciale e per lavori

particolarmente pericolosi individuati

con decreto del Ministro del Lavoro,

quest’ultimo emanato il 31 maggio 1999.

Vincoli ancora più stringenti interessano

la normazione inerente il rilascio dell’

autorizzazione all’esercizio di attività di

fornitura di lavoro temporaneo.

L’articolo 2 della legge 196, subordina

l’esercizio di attività di fornitura di

lavoro temporaneo all’iscrizione in un

apposito Albo istituito presso il

Ministero del Lavoro.

Possono iscriversi all’Albo società di

capitali ovvero cooperative aventi

oggetto esclusivo l’esercizio di attività di

fornitura di lavoro temporaneo, previo

versamento di un capitale non inferiore

ad un miliardo e con sede legale o

dipendenza nel territorio dello Stato o di

altro Stato membro dell’Unione

Europea. (modifica intervenuta con

l’art.117 legge 388/2000).

Inoltre, le imprese iscritte nell’apposito

Albo debbono essere dotate di uffici e

competenze professionali idonee allo

svolgimento dell’attività che deve

essere esercitata in ambito spaziale

riguardante l’intero territorio nazionale

e comunque non inferiore a quattro

regioni.

A garanzia dei crediti dei lavoratori

assunti è previsto il versamento di un

deposito cauzionale di lire 700 milioni

presso un Istituto di credito italiano o

appartenente a uno stato membro

dell’Unione Europea (inciso

modificato dalla legge 388/2000 anche

se tale cauzione è oggetto di

contenzioso ed in forte discussione

l’obbligatorietà della stessa) per i primi

due anni e a partire dal terzo anno

solare una fideiussione bancaria o

assicurativa non inferiore al 5 per cento

del fatturato realizzato nell’anno

precedente e comunque non inferiore a

700 milioni.

Ancora, la legge 388/2000 al comma 2

dell’articolo 117 ha previsto l’iscrizione

dei crediti delle imprese fornitrici di

lavoro temporaneo per gli oneri

retributivi e previdenziali addebitati alle

imprese utilizzatrici, tra i crediti con

privilegio generale di cui all’articolo

2751 – bis del codice civile.

Come traspare chiaramente dal dettato

normativo, l’esigenza principale del

legislatore è stata quella di approntare

una forte tutela dei lavoratori,

impedendo che soggetti di dubbia

affidabilità possano esercitare

un’attività che sostanzialmente è di

intermediazione di manodopera. Ed in

effetti, se osserviamo il numero delle

società autorizzate dal Ministero a tre

anni di distanza dalla legge, la politica

selettiva seguita dal legislatore non pare

abbia scoraggiato gli imprenditori

dall’intraprendere la nuova attività.

Infatti,ad oggi, risultano iscritte

nell’Albo 52 Agenzie di lavoro

Interinale diffuse sull’intero territorio

nazionale attraverso una rete di 1170

sportelli. 1 Il complesso sistema di

garanzie emerge vieppiù dal disposto

dell’articolo 10 della legge 196, con la

previsione della forma scritta e degli

elementi che compongono il contratto,

ad substantiam, sanzionando

l’eventuale mancanza di forma scritta

con l’imputazione ex lege a tempo

indeterminato del rapporto di lavoro in

capo all’impresa utilizzatrice. Non solo,

alle stesse conseguenze soggiace il

contratto carente di forma scritta ovvero

mancante della indicazione della data di

inizio ed il termine dello svolgimento

dell’attività lavorativa stipulato con

l’impresa fornitrice. In verità,

quest’ultima previsione è stata abrogata

dall’articolo 117 della legge 388/2000

che ha innovato nel senso di prevedere

la trasformazione del contratto non più

a tempo indeterminato ma

determinato. Inoltre, lo stesso articolo

al comma tre prevede la possibilità di

prosecuzione del rapporto di lavoro non

oltre il termine di dieci giorni dopo la

scadenza. Se la prestazione continua

oltre il suddetto termine, il lavoratore si

considera assunto a tempo

indeterminato dall’impresa utilizzatrice.

Ed in applicazione di tale disposizione,

per quanto ci risulta, si è già avuto un

primo pronunciamento

giurisprudenziale. Infatti, la Pretura di

Torino con Sentenza n.2942 del

26.06.99 est. Re, ha riconosciuto il

diritto all’assunzione a tempo

indeterminato alle dipendenze

dell’impresa utilizzatrice del lavoratore

che protragga la propria prestazione

oltre i dieci giorni dalla data di

scadenza del termine del contratto.

Note:

1 Fonte: Ministero del lavoro in sito

web- minlavoro.it -


L’amianto è un nemico ambiguo, non

sempre facilmente riconoscibile e

molto pericoloso, conviene quindi

riconoscere dapprima la natura e

successivamente il modo migliore di

eliminare i rischi. Le conseguenze

dell’uso eccessivo dell’amianto sono

dolorosamente note, si pensi che lo si

trova nelle tavole dei ferri da stiro,

frizioni, freni e persino nei giochi deì

bambini come la plastilina, almeno

sino al 1992, anno in cui in Italia è

stato messo fuori legge dalla norma

257192 e successivi decreti applicativi

comprese le norme per lo smaltimento

(al riguardo cfr. L’Ispettore del marzoaprile

2001- n.2).

Consideriamo che prima del 1992

sono state prodotte e consumate

ingenti quantità come risulta dalla

seguente tabella:

Consumi di amianto in Italia nel 1998

Tipo di settore Percentuale

Amianto/Cemento

di cui:

Lastre

Tubi e condotte

Altro

Materiali d’attrito

Carta, cartone, ecc.

Materie plastiche

Tessuti

Altro

72%

60%

10%

2%

10%

3%

3%

3%

9%

Al riguardo una curiosità storica: il

vero invertitore delle macchine per

produrre lastre e tubi in amiantocemento

é stato un italiano, l’Ing.

Mazza che depositò il brevetto per la

“pietra artificiale Eternit” all’inizio dei

‘900, con diffusione in tutta l’Europa e

negli anni 70 vi era una produzione

annuale di centinaia di mìgliaia di

tonnellate di prodotto finito.

Di seguito i dati di produzione di

manufatti in cemento-amianto dal 1984

al 1988, in migliaia di tonnellate:

Anni Lastre Tubi Altro

84 491 170 18

85 544 115 14

86 516 108 12

87 510 82 12

88 536 81 14

Considerando il peso medio di una lastra

ondulata, si ricava che 500.000 ton. di lastre

corrispondono a circa 30 milioni di m 2 .

L’Ispettore e la Società 29

Ancora sull’amianto

di Raffaele Sollecito

È necessario quindi un preciso

controllo per eliminare il pericolo

dell’amianto senza lasciarsi prendere

da paure ingiustificate perché un

vecchio adagio afferma: “la scienza

sfascia, la scienza rimedia” (almeno

speriamo). Infatti la presenza di

amianto di per sé non è un rischio a

meno che non risulti danneggiato o

riducibile in polvere semplicemente

con la pressione delle dita. In caso

contrario è indispensabile provvedere

allo smaltimento o altre precauzioni

per evitare il rilascio di fibre molto

sottili, mille volte più di un capello.

Infatti nel cemento-amianto la

resistenza delle fibre è molto

superiore a quella del cemento sotto

l’azione degli agenti atmosferici il

cemento si corrode e degrada, le fibre

quindi sono libere di sfuggire con

conseguente contaminazione

ambientale e rischio per la salute.

Una prima soluzione sarebbe la

sostituzione del materiale con altro

non pericoloso. Ovviamente la

rimozione comporta un elevato

rischio: in un solo colpo si liberano

più fibre di quante si sarebbero

liberate in anni dalla lastra a contatto

delle intemperie. Altro elemento da

considerare é la classificazione dei

rifiuti in base alla concentrazione di

amianto all’interno del rifiuto stesso,

come è indicato di seguito e del tipo

di discarica, come anche prescritto dal

Decreto 20/09/1994 par. 7 e dalla

legge n.257 del 27/03/1992 (tabella

1).

L’alternativa è di lasciare il materiale

sul posto ma trattarlo in modo da

evitare una continua emissione di

fibre.

Oltre alla rimozione i metodi per

evitare l’inquinamento sono due,

come anche richiamati dal D.M. 6

settembre 1994 (cap. 3 - metodi di

bonifica):

1) l’incapsulamento che ha il

vantaggio di poter essere applicato sia

sulla superficie interna che esterna e

di poter essere realizzate a tenuta. È

definito dalla legge come

“trattamento di elezione per i

materiali poco friabili di tipo

cementizio”;

2) la sovracopertura: solitamente

applicabile solo sulla superficie

esterna e talvolta anche dell’interno

con intradosso a vista.

Entrambe le operazioni possono

ottenere l’effetto desiderato,

naturalmente devono essere eseguite a

perfetta regola d’arte possibilmente da

impresa specializzata. I tre interventi:

rimozione, incapsulamento e

sovracopertura presentano vantaggi e

svantaggi come già indicato nel

precedente articolo sull’argomento.

Ma l’incapsulamento e la

sovracopertura presentano indubbi

vantaggi e a un prezzo relativamente

basso, naturalmente necessitano di

verifiche periodiche per manutenzioni

che normalmente sono di carattere

eccezionale (nessun materiale è

eterno).

Per ottenere una soluzione valida

occorre tener conto di tre problemi:

le superfici da trattare possono essere

logore: è necessario quindi impiegare

un consolidamento prima del

successivo strato incapsulante.

La resina incapsulante deve essere

una resina elastica e tenace e

naturalmente di supporto,

impermeabile all’acqua, capace di

confinare le fibre impedendone il

passaggio attraverso la resina stessa

ed ancora non deve fessurizzarsi.

Ovviamente i prodotti impiegati non

devono essere essi stessi un veicolo di

rischio per la salute, devono essere

autoestìnguenti, non produrre in caso

di incendio alcun gas o vapore tossico

nocivo e infine non produrre fumi

troppo densi o scuri. Tali protettivi

sono prodotti da una ditta torinese che

da tempo studia e collauda le resine

da impiegare.

Gli stessi prodotti sono di due

categorie: impregnanti e ricoprenti.

L’impregnante penetra nel materiale

legando le fibre tra loro e con il

cemento, il ricoprente forma una

spessa membrana sulla superfice del

manufatto. Di regola il prodotto

impiegato è composto da entrambi

(impregnante e ricoprente). In tal

modo si uniscono i vantaggi di

entrambi i sistemi eliminandone

quindi gli svantaggi con conseguente

sicurezza di lunga durata.

Se, infine, la superficie presenta

muschi molto spessi è necessario una

radicale pulizia e il sistema preferito è

l’utilizzo di macchine di idropulizia a

bassa pressione e con rigenero


30 L’Ispettore e la Società

dell’acqua utilizzata in appositi

decantatori e quindi estrarre le fibre

da inviare alla discarica come

prodotto tossico nocivo. È un’ipotesi

per fortuna molto rara.

In quest’ultimo caso (pulizia

preliminare in presenza di muschi

molto spessi e saldamente ancorati al

materiale) è necessario presentare

all’USSL competente un piano di

lavoro dettagliato. Quest’obbligo non

sussiste, viceversa, nel caso non si

effettuino operazioni di pulizia e

quindi non si superino i limiti indicati

all’art. 34 del D.L. 277/91.

Per concludere si indicano le

principali caratteristiche dei composti

di cui è formato il prodotto migliore

da impiegare:

a) Primer

È un primer ancorante consolidante a

base di silicati alcalini e resine stirolo

acriliche in dispersione acquosa. Ha

una forte penetrazione e ha delle

ottime capacità leganti anche in virtù

dell’affinità chimica con l’amianto:

infatti come già detto anche l’amianto

è un silicato.

La reazione di indurimento è una

reazione che avviene con l’anidride

carbonica e l’umidità, come segue:

K 2 SiO 3 +CO 2 +H 2 O = K 2 CO 3 +H 2 SiO 3

H 2 SiO 3 = H 2 O+SiO 2

K 2 SiO 3 +Ca CO 3 = K 2 CO 3 +Ca SiO 3

Si forma in questo modo una matrice

mista organica/inorganica che consolida

in maniera ottimale le fibre di amianto e

il cemento. L’adesione al supporto è di

tipo chiuso, cioè il prodotto non si

ancora semplicemente al supporto, ma

diventa parte del supporto.

b) Fondo Bio

Si tratta di un formulato a base di

resine viniliche, a solvente, addittivato

con particolari agenti biocidi (a base

di isoftalonitrile).

Il prodotto è dotato di un’ottima

penetrazione, e forma un film sottile,

con ottima adesione, che costituisce la

base di ancoraggio per il successivo

incapsulamento polimerico.

L’additico biocida ha lo scopo di

neutralizzare gli organismi vegetali

(muschi, licheni, ecc.) che possono

essere presenti sulla lastra, in modo da

evitare l’asportazione meccanica.

Il prodotto è colorato di rosso per

verificare le zone di applicazione.

Può essere impiegato anche su lastre

che debbano essere asportate, prima

della rimozione, per evitare

dispersioni di fibre durante le

operazioni di rimozione.

c) Asbestop

Si tratta di un formulato

monocomponente, senza solventi,

costituito di resine metacriliche ed

acriliche in emulsione acquosa.

Il prodotto ha un altissimo contenuto

in legante resinoso (>25%) ed è

additivato con cariche silicee lamellari

e pigmenti di elevata qualità (biossido

di titanio, ecc.).

Il prodotto è stato testato da diversi

laboratori con ottimi risultati.

Infine non bisogna dimenticare

l’impiego nelle nuove costruzioni e

nei nuovi materiali dei sostitutivi

Tabella 1

dell’amianto non tossici e di facile uso

e non ultimo la prevenzione per i

lavoratori che provvedono alla

bonifica dell’amianto. Gli effetti

dell’amianto, purtroppo, non si

esauriranno molto presto, lo dice la

parola stessa: asbesto, che significa

anche “perpetuo”. Speriamo quindi

nella ricerca continua e

nell’intelligenza dell’uomo

Ulteriore conclusione, per la

redazione di questo articolo mi sono

avvalso di molti dati fornitimi

dall’Ing. Gianni Farina, dirigente di

un’impresa torinese che produce e

studia l’impregnante per le

sovracoperture e l’incapsulamento

nonché componente di numerose

commissioni governative e non, per lo

studio dei problemi dell’amianto. Il

merito è suo, gli eventuali errori miei.

Perché ho parlato tanto dell’amianto?

Per far conoscere meglio il nemico.

Concentrazione di amianto Classificazione del rifiuto Tipo di Discarica

< 100 mg/kg Speciale 2 a Cat. Tipo A

2 a Cat. Tipo B

100÷10.000 mg/kg Tossico nocivo 2 a Cat. Tipo B

oltre 10.000 mg/kg Tossico nocivo 2 a Cat. Tipo C

Riportiamo anche dei dati sui risultati di molte classificazioni di rifiuti di questo tipo:

Totale campioni esaminati: 222

di cui

amianto 10.000 mg/kg 2 (0,9%)

Come si vede quindi, il problema dello smaltimento dei rifiuti è molto importante, ed ha un peso

considerevole in termini di costo, tale da influire fortemente sulla scelta del tipo di soluzìone da

attuare.


Come è noto, il legislatore con la L

335/95 ha ridisegnato il regime

inerente i termini prescrizionali

relativi al versamento della

contribuzione previdenziale ed

assistenziale obbligatoria.

Difatti, precedentemente, la materia

era disciplinata da quanto previsto in

norme susseguitesi nel tempo (R.D.L.

1827/36, L 153/69) e da ultimo dal

dettato della L 463/83, che fissava il

termine prescrizionale, in materia di

contributi previdenziali obbligatori, in

dieci anni dall’insorgenza del debito.

Orbene, l’art. 3 c. 9 della L 335 del 8

agosto 1995, ha ridotto tale termine a

cinque anni, a decorrere dal gennaio

1996; con il successivo comma 10 del

citato articolo, il legislatore ha inteso

estendere il minor termine di

prescrizione (5 anni) anche ai crediti

sorti precedentemente al 1/1/1996,

fatti salvi però i crediti per i quali

fosse già stato messo in opera un

valido atto interruttivo.

Tra gli atti ritenuti validi ai fini

dell’interruzione dei termini

prescrizionali vi è sicuramente da

annoverare la presentazione all’INPS,

da parte del datore di lavoro, del Mod.

O1/M.

Tale modello, difatti, è perfettamente

in linea con quanto enunciato dal

nostro codice civile che all’art. 2944

recita: “La prescrizione è interrotta

dal riconoscimento dei diritto da

parte di colui contro il quale il diritto

stesso può essere fatto valere.”

Dalla data di entrata in vigore della L

335/95 si è assistito a diversi tentativi

volti a mettere in discussione la

legittimità dell’efficacia della

presentazione del Mod. O1/M quale

atto di riconoscimento di debito e,

quindi, come tale interruttivo della

prescrizione per i contributi

previdenzíalì dovuti sulle retribuzioni

indicate nel predetto modello.

A suffragio della tesi della bontà del

Mod. O1/M quale atto interruttivo

della prescrizione, sono intervenute

ora due sentenze del Tribunale di

Milano, che hanno dato ragione

all’INPS, difeso dagli avv. Casalvieri

e Raffagnato, convenuto in giudizio a

seguito di ricorso per opposizione a

decreto ingiuntivo, promosso da una

società che, tra l’altro, obiettava in

merito alla validità del decreto

L’Ispettore e la Società 31

Interruzione dei termini

prescrizionali

di Armando Benincasa

opposto, in quanto ottenuto sulla

scorta delle retribuzioni indicate nei

Mod. O1/M regolarmente presentati

dalla ditta per gli anni 1992, 1993 e

1994.

Sia il Giudice del Lavoro che la Corte

d’Appello del Tribunale di Milano,

hanno confermato la validità del

decreto ingiuntivo emesso, rigettando

i ricorsi proposti, in quanto i Mod.

O1/M sono stati ritenuti idonei a tutti

gli effetti quali atti interruttivi dei

termini di prescrizione poiché

contengono sia la dichiarazione di

riconoscimento del debito sia gli

elementi utili per procedere alla sua

quantificazione.

È superfluo sottolineare l’importanza

che rivestono tali sentenze anche per

gli operatori della vigilanza, che

vedono riconosciuta, inoltre, la

validità delle loro tesi nel merito, e

trovano conforto per l’operato svolto

tramite gli innumerevoli verbali di

accertamento basati anche sulla

consultazione dei Mod. O1/M.

Da ultimo, ma non per ìmportanza,

corre l’obbligo di sottolineare come

nelle motivazioni della sua sentenza il

sig. Giudice del Lavoro di Milano,

abbia voluto evidenziare il concetto

che il Mod. O1/M, ancorché

regolarmente presentato, non sia

sufficiente a far si che il mancato

versamento dei contributi si configuri

come omissione contributiva piuttosto

che come evasione contributiva.

Difatti, è risaputo che perché ci si

trovi in presenza di una fattispecie

omissiva è necessario che

l’ammontare della contribuzione

omessa sia rilevabíle dalla

documentazione aziendale

obbligatoria regolarmente presentata;

è del tutto ovvio che un siffatto

adempimento è assolto con la

presentazione delle denunce

contributive mensili (DM 10) e non

già con la presentazione delle denunce

annuali (O1/M).

In una tale evenienza, quindi, il

regime sanzionatorio che troverà

applicazione sarà quello previsto per

le evasioni contributive c non il più

favorevole contemplato nel caso di

semplici omissioni.

SENTENZA N°1342

Il Giudice di Milano, dr. Xxxxxxxxx,

in funzione di Giudice del Lavoro, ha

pronunciato la seguente SENTENZA

nella causa iscritta al n. xxxxx R.G.L.

dell’anno 1998 e promossa da .........

xxxxxxxxxxx , con l’avv. xxxxxxx

RICORRENTE

Contro

INPS in persona del Presidente in

carica, con gli avv.ti Casalvieri e

Raffagnato, dom. di Milano, Piazza

Missori, n. 8/10

CONVENUTO

Oggetto: opposizione a decreto

ingiuntivo

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 12/10/98, 1a

società ricorrente proponeva

opposizione avverso decreto

ingoiuntivo n. xxxx del 22/7/98 con il

qquale il Pretore di Milano, in

funzione di Giudice del Lavoro, le

ingiungeva di pagare all’INPS la

somma di L 4.974.090.109 a titolo di

contributi omessi, somme aggiuntive

e sanzione una tantum, eccependo

l’intervenuta prescrizione parziale del

credito libellato ed, in subordine, la

falsa applicazione delle norme vigenti

in materia di illeciti contributivi.

Chiedeva, pertanto, la revoca del

decreto opposto, oltre che la

sospensione della provvisoria

esecuzione dello stesso.

Si costituiva ritualmente l’INPS

chiedendo il rigetto del ricorso, la

conferma del decreto ingiuntivo e la

condanna al pagamento delle somme

in quello libellate. Il tutto con vittoria

di spese, competenze ed onorari.

All’udienza del 5/5/2000, ritenuta la

causa snatura per la decisione, il

Giudice invitava i procuratori delle

parti alla discussione; rinviava al 10/

5/2000 per repliche e, in

quell’udienza, decideva la

controversia come da separato

dispositivo pubblicamente letto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato è va, pertanto,

respinto.

Va preliminarmente esaminata

l’eccezione di intervenuta


32 L’Ispettore e la Società

prescrizione dei crediti relativi al

periodo che va del 1/1/92 al 31/7/93.

Ai sensi dell’art. 3 c. 9 delle 1. n. 335/

95 le contribuzioni di previdenza e di

assistenza obbligatorie di pertinenza

del Fondo pensioni dipendenti e delle

altre gestioni pensionistiche

obbligatorie si prescrivono, e non

possono essere versate, a decorrere

dal 1/1/96, in cinque anni. Ai sensi del

successivo c. 10, detto termine si

applica anche alle contribuzionì

relative a periodi antecedenti

all’entrata in vigore della presente

legge fatta eccezione per i casi di atti

interruttivi già compiuti. Ne discende

che, in presenza di atti interrottivi

della prescrizione, si applica il

termine decennale previsto dalla

normativa precedente (art. 55 R.D.L.

1827/36, così come modificato

dall’art. 41 1. n. 53/69 e dall’art. 2 c19

D.L. n. 463/83). Nel caso in oggetto il

termine decennale di prescrizione è

stato interrotto con la presentazione

dei modelli 01/M relativi agli anni

’92, ’93 e ’94 (art. 2944 c.c.), con la

notifica in data 24/7/96 del processo

di illecito amministrativo e con la

richiesta di condono, da cui la società

ricorrente decadeva per mancato

pagamento, del 216/97. All’atto della

notifica del decreto ingiuntivo non

era, dunque. maturata alcuna

prescrizione. L’eccezione va pertanto

respinta.

In relazione al quantum debeatur, la

xxxxxxxxxx contesta l’applicazione

della sanzione una tantum che, a suo

dire, discenderebbe da una errata

applicazione dei principi in materia di

successione di leggi nel tempo, oltre

che, per i debiti successivi al 23/10/96

(data di emanazione del d.l. n. 583/

96), da un’errata qualificazione

dell’illecito de quo come evasione

contributiva invece che omissione

contributiva.

E’ opportuno premettere che,

diversamente da quanto sostenuto da

parte ricorrente, nel caso ogetto della

presente controversia si è in presenza

di un’evasione contributiva. Si ha,

infatti, omissione contributiva in caso

di mancato; tardivo o errato

versamento delle contribuzioni il cui

ammontare è rilevabile da documenti

e registrazioni aziendali obbligatori,

regolarmente presentati; si ha, al

contrario, evasione contributiva in

caso di omessa, o non conforme al

vero, registrazione o tenuta di

documenti aziendali obbligatori. Ciò

che distingue l’omissione

dall’evasione é, quindi, la rilevabilità

o meno dei premi dovuti: nella prima

ipotesi si è in presenza di mancato o

ritardato pagamento di premi

comunque determinabili dall’Istituto

tramite l’esame delle denunce

obbligatorie; nella seconda ipotesi,

detta rilevabilità è resa impossibile

dalla condotta omissiva o infedele del

datore di lavoro. La presentazione dei

riepiloghi delle denunce annuali di

mod. 01/M relative agli anni ’92, ’93

e ’94, non vale, come vorrebbe parte

ricorrente, a qualificare l’illecito

contributivo da lei commesso come

semplice omissione. In detta

documentazione, infatti, non è

indicato il debito contributivo

complessivo della società ricorrente,

né lo stesso è immediatamente

evincibile.

In relazione alla normativa applicabile

alle evasioni contributive perpetrate

dalla ricorrente dal 1992 al 1996, in

applicazione dei principi generali in

tema di successione di leggi nel

tempo, deve ritenersi applicabile, ad

ogni evasione contributiva, la legge

vigente nel periodo in cui l’evasione

si riferisce. Pertanto, le evasioni

perpetrate in data anteriore al 23/10/

96 (data di ínizio dell’operatività del

d.l. n. 538/96, venuto meno per

mancata conversione in legge nei

termini costituzionali, ma i cui effetti

sono stati fatti salvi dall’art. 1 c. 223

della l. n. 662/96 entrata in vigore il 1/

1197) sono assoggettate, dal momento

del loro verificarsi, ai diversi regimi

sanzionatori succedutisi nel tempo, ed

in particolare alla (. n. 48/88, al d.l. n.

538/96 ed alla l. n. 662/96. Per le

inadempienze contributive successive

a detta data, deve trovare applicazione

la nuova normativa, caratterizzata,

peraltro, da un regime sanzionatorio

più favorevole in considerazione dei

limiti massimi raggiungibili. Si

ricorda in proposito che l’importo

della somma aggiuntiva calcolata in

vigenza del d.l. n. 538/96 e della 1. N.

662196 non può essere superiore al

1.00% dei premi omessi o evasi,

maggiorati dell’importo una tantum,

mentre la legge n. 48/88 prevede a

titolo di sanzione sino al 200% dei

premi evasi od omessi. Dalla

documentazione prodotta risulta che

l’INPS abbia fatto corretto uso dei

principi appena citati, attraverso

l’applicazione alle inadempienze

contributive anteriori all’entrata in

vigore della riforma, della nuova

normativa solo con decorrenza dal 26/

10/96 (ciò anche per quel che riguarda

l’applicazione della sanzione una

tantum), sempre, comunque,

applicando i limiti edittali massimi

previsti dalla nuova normativa.

Deve essere, infine, respinta

l’eccezione riguardante l’intervenuta

prescrizione del credito relativo alle

sanzioni fino a tutto il 31/3193, La

prescrizione del credito per le

sanzioni civili è, infatti, la stessa dei

contributi cui le stesse ineriscono.

Vale, comunque, anche per dette

sanzioni quanto si è detto circa

l’effetto interruttivo della prescrizione

della notifica dei processo verbale di

accertamento del 24/7/96 e della

successiva richiesta di condono

presentata in data 2/6/97.

11 decreto ingiuntivo opposto deve

pertanto essere confermato, con

conseguente condanna della società

opponente al pagamento in favore

dell’INPS della somma in esso

contenuta.

Le spese di lite seguono la

soccombenza e si liquidano come da

dispositivo. Trattasi di sentenza

provvisoriamente esecutiva per legge.

P.Q.M.

Il Giudice respinge il ricorso in

opposizione proposto da xxxxxxxxx

conferma il decreto ingiuntivo

opposto e, per l’effetto, la condanna a

pagare all’INPS la somma di

L. 4.974.090.109 complessive, oltre

L. 20.000.000 per rifusione delle

spese di lite, di cui L. 15.000.000 per

onorari.

Sentenza provvisoriamente esecutiva.

Milano, 10/5/2000

Il Giudice

Questa sentenza appellata dalla

Ditta, è stata confermata dalla

Corte di Appello di Milano, sezione

lavoro con sentenza n. 148 del 12

marzo 2001


La comparazione tra i costi degli oneri

sociali sostenuti, nei vari Paesi

dell’Unione Europea, dai datori di

lavoro agricolo che occupano

manodopera dipendente, si presenta

non certo agevole. La materia che

tratta la contribuzione previdenziale

ed assistenziale obbligatoria è infatti

estremamente complessa, articolata ed

in continua evoluzione, non solo nel

nostro Paese, ma anche negli altri

Stati dell’Unione Europea. Inoltre, gli

elementi che concorrono a

determinare la pressione contributiva

(aliquote e base imponibile) non

sempre sono perfettamente omogenei

tra loro; in particolare la retribuzione

imponibile ha in ogni Stato una

definizione diversa (nel nostro la

definizione è particolarmente ampia

ed omnicomprensiva) ed in altuni casi

è determinata in misura

convenzionale, come in Italia per gli

operai a tempo determinato

appartenenti alle qualifiche meno

elevate. Altri elementi variabili che

possono rendere difficoltosa la

comparazione tra le varie pressioni

contributive, sono rappresentati dai

tassi di cambio delle monete (per i

Paesi, come ad esempio la Gran

Bretagna, ehe non hanno ancora

adottato la valuta unica), nonché dal

relativo potere di acquisto. Senza

Tab. 1 - Oneri sociali comparati

Aliquote ordinarie rilevate nei diversi

Paesi dell’Unione Europea

Anno di riferimento: 1993

Paesi Perc. a carico

delle aziende

Italia

Francia

Finlandia

Belgio

Spagna

Svezia

Austria

Portogallo

Germania

Irlanda

Regno Unito

Olanda

Danimarca

40,73

38,66

35,72

32,53

32,10

30,98

26,35

22,50

19,35

9,00

5,20

5,15

3,50

Fonte: Sintesi dal “Rapporto sulle condizioni

dei salariati agricoli dell’Unione Europea”

stabilite dai contratti collettivi e dalle leggi,

pubblicato nel 1997.

L’Ispettore e la Società 33

Le aliquote contributive italiane

ed europee del settore agricolo

di Roberto Caponi, Responsabile Settore Previdenza della Confagricoltura

considerare poi che spesso è tutt’altro

che agevole acquisire notizie certe in

merito al reale peso degli oneri sociali

in ciascun Paese. Le difficoltà sopra

evidenziate, che indubbiamente

esistono, non sono tuttavia tali da

rendere impossibile la comparazione,

come da qualche parte si cerca di

sostenere, probabilmente per il timore

di un confronto internazionale. Si

tratta solo di usare alcune cautele e di

ancorarsi a dati certi.

Un dato certo dal quale prendere le

mosse è rappresentato dal Rapporto

sulle condizioni dei salariati agricoli

dell’Unione Europea, redatto a cura

del Comitato Paritetico per i problemi

sociali dei salariati agricoli, e

pubblicato dalla Commissione

Europea nel 1997. I dati ivi esposti,

sia per l’autorevolezza della fonte e

sia per i criteri di scientificità portati

avanti nella ricerca, sono da ritenersi

certi ed attendibili. Detto rapporto

fotografa la situazione al 31.12.93. A

tale data l’aliquota contributiva

ordinaria (cioè scevra da ogni forma

di fiscalizzazione, agevolazione o

riduzione contributiva) vigente in

Italia (40,73), risulta essere la più

elevata in assoluto di tutta l’Unione

Europea (cfr. tab. 1). Il paese che,

dopo l’Italia, presenta l’aliquota più

elevata, è la Francia con il 38,66 per

cento, seguita dalla Finlandia con il

35,72 per cento. I paesi nostri diretti

concorrenti per le produzioni

mediterranee, Spagna e Portogallo, si

attestano rispettivamente al 29,10 ed

al 21,50. La Grecia, addirittura, non

ha fornito la propria aliquota. Peraltro

il divario esistente tra l’aliquota

italiana e quella degli altri Paesi si

accentua per i lavoratori a tempo

determinato. Per questa categoria di

lavoratori infatti - che rappresenta il

70% della forza lavoro in agricoltura -

l’aliquota vigente (siamo nel 1993)

non si calcola sulla retribuzione

contrattuale effettivamente corrisposta

(come di norma negli altri Paesi),

bensi sul salario medio

convenzionale, il quale a causa di un

particolare criterio di calcolo stabilito

dalla legge, risulta artificialmente

elevato per le qualifiche meno

professionalizzate, che sono le più

diffuse.

Quella appena descritta è la situazione

Tab. 2 - Oneri sociali comparati

Aliquote ordinarie rilevate nei diversi

Paesi dell’Unione Europea

Anno di riferimento: 2002 (per l’Italia)

Paesi Perc. a carico

delle aziende

Francia

Italia

Finlandia

Belgio

Spagna

Svezia

Austria

Portogallo

Germania

Irlanda

Regno Unito

Olanda

Danimarca

38,66

36,09

35,72

32,53

32,10

30,98

26,35

22,50

19,35

9,00

5,20

5,15

3,50

N.B.: Confronto coi Paesi della Comunità con

riferimento per l’Italia all’attuale aliquota

ordinaria.

Fonte: Eurostat.

comparata delle aliquote contributive

in Europa rispetto al 1993, anno al

quale si riferiscono i dati del rapporto

pubblicato dalla Commissione

Europea. Successivamente nonostante

i nostri contributi fossero già i più

elevati in assoluto, le aliquote vigenti

in Italia sono dapprima ulteriormente

cresciute, sino a raggiungere il

42,97% nel 1997, per poi

ridiscendere, a decorrere dal 1°

gennaio 1998, al 33,37%, per effetto

dell’abolizione dei contributi sanitari

conseguente alla introduzione

dell’IRAP. Oggi, nel 2002, l’aliquota

italiana è pari al 36,09 e continua a

rimanere tra le più alte d’Europa, di

poco inferiore solo alla Francia (cfr.

tab. 2). Peraltro non è escluso che

rispetto al 1993, data di rilevazione

delle aliquote, anche negli altri Paesi

europei le aliquote, a causa della

grave e generalizzata crisi

occupazionale possono aver subito un

decremento. In ogni caso, anche nella

ipotesi in cui le aliquote degli altri

Paesi fossero rimaste invariate,

l’aliquota italiana resta tra le più

elevate dell’Unione Europea; seconda

solo alla Francia. Da segnalare

peraltro che la nostra aliquota, in virtù

del d.lgs, 146/97, è destinata a

crescere, con gradualità pluriennale,

fino al 42,09 per cento, tornando così

a riconquistare il poco invidiabile


34 L’Ispettore e la Società

primato di prima della classe, quanto

a pressione contributiva sul lavoro.

L’obiezione che più comunemente

viene mossa quando si perviene alle

conclusioni ora dette - e cioè che le

aliquote italiane sono le più alte in

assoluto nell’Unione Europea o,

comunque, tra le più alte - è che nel

nostro paese esistono una serie di

agevolazioni che portano, mediante, la

pressione contributiva a livelli più

contenuti. L’obiezione è del tutto

infondata per tre ordini di motivi. Il

primo è che non si può paragonare

l’aliquota media italiana (aliquota cioè

determinata tenendo conto delle

agevolazioni) con l’aliquota ordinaria

degli altri Paesi. Per omogeneità di

rapporto occorrerebbe allora ridurre

anche tutte le altre aliquote, in

relazione alle agevolazioni e riduzioni

che vigono in ciascun Paese

dell’Unione Europea. In secondo

luogo, le medie, come si sa, possono

essere significative a livello di grandi

numeri, per definire, ad esempio, il

gettito complessivo per le casse dello

Stato proveniente dalle imprese

agricole, ma sono assolutamente

inutili, anzi decisamente fuorvianti,

rispetto alla situazione di singole

imprese o di gruppi di imprese

agricole. In altre parole non si può

sostenere che il pesante carico

contributivo gravante su determinate

imprese agricole (quali ad es. quelle

operanti in zone normali del centronord)

che sopportano aliquote tra le

più elevate in assoluto di tutta

l’Unione Europea, sono però

“compensate“ dal minor onere

contributivo gravante sulle imprese

agricole operanti in montagna. In

terzo luogo non appare corretto

determinare l’aliquota media italiana

tenendo conto di riduzioni

contributive che hanno carattere

temporaneo (la fiscalizzazione per il

Mezzogiorno è cessata nel 1999

mentre le agevolazioni per le zone

montane e svantaggiate sono state

profondamente riviste) e misure

tutt’altro che stabili (basti vedere

l’andamento a dir poco altalenante

della fiscalizzazione e delle

agevolazioni per zone montane e

svantaggiate nell’ultimo

quinquennio).

Tratto da “Previdenza Agricola

mensile ENPAIA n. 3-4, anno 2002,

pp. 38-40


Sono sempre più incuriosito dall’arte

medica dell’antico Egitto.

Indubbiamente la medicina attuale,

basata esclusivamente sulla scienza,

può farci sorridere al confronto con

quella praticata nell’antichità basata

essenzialmente sulla protezione degli

dei e sugli scongiuri, ma non quella

egizia perché era basata sulla

metodologia di approccio al malato

consistente sulla diagnosi, prognosi e

terapia (1) che se non erro, (non sono

medico), sono alla base della

medicina moderna.

AI riguardo anche alcune parole

moderne sarebbero di derivazione

egizia: chimica da Kemet, gomma da

quemit ed anche alcuni nomi come

Isidoro, dono di Iside e Susanna da

seshen (loto) (2).

La medicina egizia non sarebbe del

tutto scomparsa anzi influenzò la

medicina greca, araba e, quest’ultima,

quella occidentale.

Ancora nel XVI secolo un medico di

Marostica, Prospero Alpini,

professore di botanica a Padova,

soggiornò per tre anni in Egitto (1581-

1584) e dalle sue osservazioni scrisse

un interessante testo “medicina

Aegyptiorum” nel quale afferma che

“molti medicamenti segreti...... (sono)

lasciati in eredità da altri famosissimi

medici piuttosto che acquisiti da esse

stessi per mezzo di una qualche

esperienza scientifica” (3). Siamo nel

XVI secolo e si noti l’importanza

dell’antica medicina egizia pur

essendo trascorsi millenni.

D’altra parte esistevano vere e proprie

scuole, come quella di Heliopolis, per

l’insegnamento dell’arte medica. La

medicina inoltre veniva tramandata da

padre in figlio anche perché le leggi

dell’epoca proibivano agli artigiani di

dedicarsi o appartenere ad una classe

sociale diversa da quella fissata dalle

leggi.(4). Peraltro la società egizia

(per fortuna esistevano le eccezioni)

era estremamente aperta: il meritevole

e l’intelligente potevano “fare

carriera”.

Le “case della vita”, scuole ove si

studiava e perfezionava, dopo

l’insegnamento paterno, la medicina,

erano ricche di papiri ove gli studenti

apprendevano consultando documenti

antichi; lo stesso Re Athotis della I

dinastia scrisse libri di anatomia. (5).

L’Ispettore e la Società 35

Ancora sugli infortuni e malattie

professionali nell’antico egitto

di Raffaele Sollecito

Dall’interesse reale per la medicina

risulta che l’antico Egitto era uno

stato organizzato in senso quasi

moderno e soprattutto in via di

continua evoluzione sociale. Altra

dimostrazione è contenuta nel

contratto stipulato al tempo del

Faraone Micerino sulla limitazione

della prestazione dei servizi: “Sua

Maestà esige che nessun uomo venga

sottoposto a lavoro forzato, ciascuno

deve lavorare secondo le proprie

responsabilità” (cfr. L’Ispettore di

marzo/aprile 2001): Prova ulteriore

che nelle costruzioni erano adibiti

uomini liberi con una retribuzione,

giorni di riposo e una assistenza in

caso di malattia o infortunio

(Cfr.L’Ispettore di marzo/aprile 2001pag.

39), anche se le bastonature per i

pigri dovevano essere frequenti.

Durante un mio recente viaggio in

Egitto nel tempio di Komonbo ho

visto raffigurati strumenti chirurgici e

due miei compagni, medici ambedue,

dapprima sorridenti, restavano poi

stupiti dalla perfezione degli stessi

strumenti che erano sostanzialmente

adeguati alle cure chirurgiche.

Ma per quanto riguarda gli infortuni

sul lavoro, e dovevano essercene

parecchi data la mole dei lavori e non

soltanto per la costruzione delle

piramidi ma per altre opere civili,-si

pensi alle costruzioni tebane- era

importante la cura degli stessi

infortuni fino ad essere raffigurata nei

dipinti della tomba di Jpuy a Deir et

Medina (XIX dinastia), nella stessa

tomba si osserva un operaio che estrae

un corpo estraneo nell’occhio di un

lavoratore infortunato.

Per la prevenzione del viso da

schegge, insetti e polveri si usavano

oli vegetali ricavati da semi di lino,

sesamo e ricino. La crema così

ottenuta veniva distesa sulla fronte, le

guance e come prolungamento delle

ciglia.

I rimedi per la cura degli infortuni e

delle ferite di guerra risultano dai

ritrovamenti di resti umani ove si

osservano calli ossei da guarigioni di

fratture talvolta con perfetto

allineamento, con stecche di legno

imbottite di lino (6). Sempre dal

ritrovamento di una tomba comune di

militari (anche loro erano lavoratori)

si rilevano ferite precedenti al tempo

della morte che evidentemente erano

state curate con buoni risultati (6).

II papiro Ebers inoltre riporta la cura

di una lussazione alla mandibola: “se

tu esamini un uomo che ha una

lussazione alla mandibola, se trovi

che la sua bocca resta aperta, che non

può essere chiusa da lui, tu metterai i

tuoi pollici sulle estremità delle due

branche della mandibola, all’interno

della sua bocca mentre le altre dita

saranno sotto il suo mento e spingerai

indietro (le due branche): saranno

così messe a posto” (7). Credo che

oggi si usi lo stesso sistema.

Indubbiamente la civiltà egizia non

cessa di stupirci per la sua

organizzazione e per il suo “senso del

sociale” che dava al lavoro una certa

patente di dignità e di tutela.

Lo dimostrano la struttura e

l’organizzazione del lavoro: quaranta/

sessanta lavoratori erano diretti da due

capisquadra e da due scribi; ausiliari i

portatori d’acqua, i custodi e i servi.

Normalmente le squadre lavoravano

su un lato (destro) e altrettanti sul lato

sinistro (un modo forse per incitarsi a

vicenda).

I capisquadra erano sempre presenti

per controllare che tutti lavorassero e

per dirigere la parte tecnica del

lavoro. Importanti erano le risoluzioni

delle dispute da parte di un tribunale

delle corporazioni composto da

capisquadra e scribi che oltre a

ricevere e verbalizzare l’andamento

dei lavori, risolvevano dispute non

solo di lavoro ma anche civili e

accoglievano lamentele e istanze (una

specie di Pretura del lavoro di altri

tempi).

Gli stessi operai avevano un

rappresentante per tutelarli davanti al

trìbunale della corporazione.

Compito dei capi operai e scribi era

anche quello di aiutare e soprattutto

istruire e formare i giovani (gli

apprendisti di oggi) che volevano

diventare operai e sottoporre al Visir

(primo ministro dell’epoca alle dirette

dipendenze del Faraone) gli elenchi

degli operai che ambivano a diventare

capisquadra. La carica pur non

essendo ereditaria spesso era passata

da padre in figlio (8).

Ogni mese era diviso in tre decadi, di

regola 9 giorni di lavoro e uno di

riposo ma probabilmente i giorni di


36 L’Ispettore e la Società

vacanza erano due e a volte anche tre,

spesso erano aggiunti altri giorni per

festività religiose o civili.

La giornata lavorativa era per gli

operai di 8 ore, divise in due parti

uguali con un intervallo a

mezzogiorno per il pasto e un breve

riposo (9). Per i sorveglianti l’orario

era invece di 12 ore in due turni

perché l’incarico era considerato più

leggero. (I sorveglianti tutelavano

attrezzi e proprietà, incarico analogo

alle guardie giurate di oggi.)

I lavoratori si assentavano spesso per

malattia e al rientro giustificavano

l’assenza allo scriba che indicava su

un ostraca il motivo anche il più

banale: si è picchiato con la moglie, si

è ubriacato, Nebnefer malato perché

punto da uno scorpione (più

probabilmente si trattava, per

quest’ultimo motivo di infortunio sul

lavoro). Periodicamente veniva

inviata alla corte del Faraone la

situazione dei lavori e delle assenze

degli operai. Gli ostraca dopo il

rapporto venivano gettati in un pozzo

accanto al cantiere ove sono stati

ritrovati recentemente.

Anche l’igiene del lavoro era curata

con indicazioni per difendersi contro

il caldo, per la pulizia personale e per

le punture di insetti.

Se la malattia era più grave

l’ammalato (e, ovviamente,

l’infortunato) poteva essere assistito

anche da un “infermiere”, operaio che

si intendeva di medicina e che forse

percepiva un compenso (10).

Gli operai di regola, erano pagati in

natura: 3,5 kg. al giorno di grano,

circa 1 kg. di orzo ed altri cereali.

Erodoto afferma che i rafani erano

forniti dallo Stato come elemento di

paga. Gli operai integravano la dieta

coltivando nell’orto di casa piselli,

fagioli, cetrioli (11). Le vettovaglie

venivano versate mensilmente . La

razione dell’operaio poteva soddisfare

le esigenze di una famiglia con 5

bambini da cinque a dodici anni

(all’epoca erano molto prolifici) e

dava una disponibilità di 16.269

calorie (12).

Gli operai erano i meglio pagati, il

medico, gli scribi e i custodi

ricevevano razioni inferiori ma tutti

arrotondavano il salario con un

secondo lavoro ben retribuito. Gli

stessi operai nel tempo libero

confezionavano vesti da barattare con

altre merci (12) e, come detto,

coltivavano l’orticello.

II valore di un bene era rapportato a

una certa quantità di metallo (rame e

più raramente argento e oro) (13).

L’uso della moneta come normale

sistema di pagamento veniva

impìegato con la XXII dinastia (522

a.c.).

Interessante è il fatto che l’operaio

fosse trattato meglio

dell’“intellettuale” ma bisogna

considerare che l’operaio svolgeva un

lavoro particolarmente pesante anche

tenendo presente il clima e la scarsa

tecnologia che poneva in primo piano

la forza delle braccia (ma come hanno

fatto a costruire le piramidi o elevare

gli obelischi senza le gru?).

Una curiosità: la mancanza di fumo

all’interno delle tombe ove le pareti

venivano dipinte. L’operaio pittore

veniva dotato di una ciotola di

terracotta riempita di olio di semi e

stoppini di lino alti 5 cm. Impregnati

di sego fino a due/ tre alla volta per

una maggior illuminazione e quindi

accesi. Come impedire il fumo?

Semplice, aggiungendo del sale

nell’olio che assorbendo l’eventuale

acqua residua nell’olio stesso

impediva il fumo.

Per i turisti che attualmente visitano

gli interni di tombe e piramidi si

impiegano specchi che riflettono la

luce solare, si può ritenere che anche

all’epoca usassero superfici levigate o

di rame , ma non risultano documenti

al riguardo a parte il costo di tali

lastre, mentre risultano verbali di

consegna degli stoppini a dal calcolo

degli stessi si può presumere che la

giornata lavorativa fosse di otto ore.

Per tornare al trattamento e al

compenso degli operai: se la paga o i

viveri mancavano o tardavano,

semplicemente i lavoratori

scioperavano (fra ì primi se non il

primo sciopero della storia per motivi

economici).

II papiro dello sciopero (15) racconta

che gli operai si recavano nel recinto

di un tempio, i sacerdoti avvisavano il

Visir che a sua volta inviava

funzionari per rappresentare al

Faraone che: “non ci sono vesti, né

unguenti, né pesce o verdura.

Informatene il Faraone ....e il Visir,

cosicchè si possa provvedere al nostro

sostentamento”. Arrivavano quasi

subito i vettovagliamenti, ma durante

il regno di Ramesse III (1186-1155

a.c.) e successivamente con Ramesse

IX (1130-1112 a.c.) gli scioperi

dovevano essere frequenti e una

astensione dal lavoro durava sino a

cinque giorni. Normalmente le

rivendicazioni venivano accolte anche

perché la classe lavoratrice, seppur

disprezzata dalla nobiltà era la

struttura portante della società egizia.

L’ammirazione per la scienza medica

egizia e per l’organizzazione statale e

burocratica è ben descritta da Omero:

“terra fertile che produce droghe in

abbondanza; alcune sono medicine ,

altre veleni; è il paese dei medici più

sapienti della terra.”.

Sempre a proposito di medici: il

geroglifico indicante la parola medico

che si pronuncia “sunu” che può

derivare dal verbo “sun” che significa

“essere malato” quindi il medico

potrebbe essere definito “colui che

appartiene a chi è malato” o “colui

che appartiene a chi soffre”. È la

miglior definizione del medico egizio

e non di stregoni o ciarlatani.

Note

1) Cristiano Daglio- La medicina dei

Faraoni- “Ananke” ed. 1998 pag. 131

2) Idem pag. 131

3) Idem pag. 130 4) Idem pag. 32 5)

Idem pag. 26 6) Idem pag. 105 7)

Idem pag. 107 8) Enrichetta Leospo,

Mario Tosi - Vivere nell’antico Egitto

- Giunti Gruppo Editoriale ed. 1998,

Firenze - pag. 35-36

9) Idem pag. 46 10) Idem pag. 47 11)

Rosalie David - I costruttori delle

Piramidi - Einaudi Editore-Torino-ed.

1989 -pag. 136 12) Idem pag. 52

13) Idem pag. 53 14) Idem pag. 50

15) Idem pag. 56/57

Le fotocopie dei dipinti sono tratte dal

testo di Cristiano Deaglio “la

medicina dei Faraoni”


L’art. 7 della legge n.57 del 5 marzo

2001 aveva delegato il Governo ad

emanare uno o più decreti legislativi

contenenti norme per l’orientamento e

la modernizzazione nei settori

dell’agricoltura, delle foreste, della

pesca, dell’acquacoltura e della

lavorazione del pescato.

Il primo a parlare della necessità di

rinnovare e modificare le norme che

sono alla base della dottrina e

giurisprudenza in materia agricola fu

l’ex Ministro per l’agricoltura De

Castro, che nel 1999 proponeva un

Testo Unico per il settore con le nuove

definizioni, con le disposizioni sulla

prelazione, sul lavoro, sulla qualità

dei prodotti e sullo sviluppo rurale.

Ma bisogna attendere la definitiva

approvazione del disegno di legge,

entrato in vigore il 5 aprile 2001, per

vedere il Consiglio dei Ministri

discutere, in via preliminare, gli

schemi dei decreti legislativi n. 226,

227 e 228 del 18 maggio 2001.

La nozione di impresa agricola

subisce un allargamento della sua

definizione con la nuova formulazione

dell’articolo 2135 del codice civile.

La norma riportata dall’articolo1 del

D.L.vo n 228 è molto più dettagliata

rispetto alla precedente e ritengo

possa risolvere le controversie

interpretative sulla definizione di

imprenditore agricolo insorte in seno

alle diverse gestioni di tutela

previdenziale e assicurativa.

Il suddetto provvedimento classifica

come “imprenditore agricolo chi

esercita una delle seguenti attività:

coltivazione del fondo, silvicoltura,

allevamento di animali e attività

connesse.

Per coltivazione del fondo, per

silvicoltura e per allevamento di

animali si intendono le attività dirette

alla cura ed allo sviluppo di un ciclo

biologico o di una fase necessaria del

ciclo stesso, di carattere vegetale o

animale, che utilizzano o possono

utilizzare il fondo, il bosco o le acque

dolci, salmastre o marine.

Si intendono comunque connesse le

attività, esercitate dal medesimo

imprenditore agricolo, dirette alla

manipolazione, conservazione,

trasformazione, commercializzazione

e valorizzazione che abbiano ad

oggetto prodotti ottenuti

L’Ispettore e la Società 37

La legge di orientamento

e i decreti legislativi

per il nuovo mondo agricolo

di Massimo Sortino

prevalentemente dalla coltivazione del

fondo o del bosco o dall’allevamento

di animali, nonché le attività dirette

alla fornitura di beni o servizi

mediante l’utilizzazione prevalente di

attrezzature o risorse dell’azienda

normalmente impiegate nell’attività

agricola esercitata, ivi comprese le

attività di valorizzazione del territorio

e del patrimonio rurale e forestale,

ovvero di ricezione ed ospitalità come

definite dalla legge”.

Il primo comma dell’articolo in esame

non si discosta radicalmente dalla

stesura precedente, ma poi l’articolo

prosegue chiarendo cosa deve

caratterizzare l’attività agricola ed in

particolare la presenza dell’elemento

biologico che costituisce oggi in

maniera esplicita il miglior criterio di

qualificazione e di identificazione di

una azienda agricola.

Rientra nell’attività agricola anche

una fase necessaria al ciclo biologico,

sia animale che vegetale, che partecipi

comunque all’accrescimento della

specie allevata (cfr. nota n.4 pag. 24

Agricoltura di M.Sortino).

L’articolo chiarisce che il fondo

diventa un fattore di produzione

sostituibile, non è più elemento

indispensabile per l’attività, ma può

anche non esistere (colture

idroponiche o micropropagazione) e

indica come agricole le imprese che

svolgono detta attività anche in acque

marine ampliando l’attività di

acquacoltura così come era stata

regolamentata dalla legge n.102/92

limitatamente alle acque dolci e

salmastre ovvero ad acque che

contenevano una concentrazione di

sale inferiore a quella del mare.

La precedente stesura dell’artico 2135

esprimeva una presunzione di

connessione delle attività contemplate

con la principale attività agricola,

limitando detta connessione

all’alienazione ed alla trasformazione

dei prodotti agricoli.

Ma il legislatore si è reso conto che la

dicitura non esauriva le attività

connesse a quella principale,

ritenendo necessaria una espressa

indicazione nella manipolazione,

conservazione, commercializzazione e

valorizzazione dei prodotti ottenuti

dalla coltivazione del fondo o

dall’allevamento del bestiame.

Si ritiene, tuttavia, che il detto comma

abbia voluto sottolineare l’elemento

della connessione di dette attività

vincolate da accessorietà economica,

esercitate senza autonomia organica e

funzionale, dirette a consentire una

migliore e più agevole utilizzazione

del fondo, o che possono spiegare in

concreto una favorevole incidenza

sull’effettiva redditività del fondo.

Possono rientrarvi tutte le attività,

diverse da quelle principali, ma che

siano a queste collegate

economicamente in rapporto di

accessorietà, in funzione di

integrazione e di utilità economica

finale dell’impresa agricola.

Non potrà parlarsi di connessione

qualora l’attività accessoria sia

esercitata da un soggetto diverso da

quello che svolge un’attività

essenzialmente agricola, di

coltivazione del fondo, di silvicoltura

e di allevamento di animali.

È importante l’aver esplicitato le

attività connesse dirette alla

manipolazione, conservazione,

trasformazione, commercializzazione

e valorizzazione dei prodotti ottenuti,

purchè queste non assumano, nel

quadro aziendale, posizione

prevalente.

Il terzo comma dell’art. 2135

riconosce, inoltre, come connesse le

attività dirette alla fornitura di beni o

servizi mediante l’utilizzo in via

prevalente di attrezzature o risorse

dell’azienda impiegate normalmente

nell’attività agricola: si riferisce per

esempio ai servizi che possono essere

offerti dal produttore all’acquirente

per la cura o la manutenzione dei

prodotti ceduti.

Lo stesso comma conclude

segnalando come attività connessa la

legge 5 dicembre 1985 n. 730 ed in

particolare l’art. 2, 1° comma secondo

cui per attività agrituristiche si

intendono esclusivamente le attività di

ricezione e ospitalità esercitate dagli

imprenditori agricoli, singoli ed

associati e dai loro familiari di cui

all’art. 230 bis c.c., attraverso

l’utilizzazione della propria azienda,

in rapporto di connessione e

complementarietà rispetto all’attività

di coltivazione del fondo, silvicoltura,

allevamento del bestiame, che

comunque devono rimanere


38 L’Ispettore e la Società

principali.

Dopo aver riscritto l’articolo 2135

c.c., l’art.1 del D.Lgs. n.228 prosegue

con il secondo comma riferito alle

cooperative fra imprenditori agricoli e

loro consorzi e statuisce che si

considerano imprenditori agricoli le

cooperative di imprenditori agricoli e

loro consorzi quando utilizzano per lo

svolgimento delle attività di cui

all’art.2135 c.c.,omissis,

prevalentemente prodotti dei soci,

ovvero forniscono prevalentemente ai

soci beni e servizi diretti alla cura ed

allo sviluppo del ciclo biologico.

Anche nel caso della cooperativa,

rispettando la connessione e la

prevalenza, possono essere offerti

beni e servizi ai soci come ad esempio

la definizione di adeguati piani

colturali, tutti i mezzi tecnici necessari

per la conduzione dell’azienda, la

fornitura di assistenza tecnica e la

diffusione delle nuove tecnologie,

nonché tutti i servizi legati alla

raccolta, alla trasformazione,

manipolazione e commercializzazione

dei prodotti conferiti dai soci.

Il Decreto Legislativo 18 maggio

2001, n. 228 all’articolo 2 prevede

l’obbligo di iscrizione degli

imprenditori agricoli di cui all’articolo

2135 del codice civile, dei coltivatori

diretti e delle società semplici

esercenti attività agricola nella

sezione speciale del registro delle

imprese previsto dall’articolo 2188 e

seguenti del codice civile.

Sicuramente una novità per tutti gli

imprenditori agricoli che sono

obbligati all’iscrizione nel registro

delle imprese ricomprendendo altresì,

in contrasto a quanto previsto

dall’articolo 2202 del codice civile, i

piccoli imprenditori cioè i coltivatori

diretti (art. 2083 c.c.).

Va comunque ricordato che già la

legge n. 580/93 aveva istituito le

sezioni speciali del Registro delle

imprese per includere proprio i piccoli

imprenditori, mentre gli imprenditori

agricoli si iscrivevano al registro delle

imprese nel caso di società di capitali

di cooperative o di persone, oppure

alla sezione speciale nel caso di

società semplici.

Tuttavia fino all’entrata in vigore di

questo decreto l’iscrizione degli

imprenditori agricoli nel Registro

delle Imprese aveva natura

certificativa; dal 15 giugno 2001, per

effetto dell’articolo di cui trattasi,

l’iscrizione degli imprenditori agricoli

ha anche la funzione di cui all’articolo

2193 del codice civile, il quale

dispone che “ i fatti dei quali la legge

prescrive l’iscrizione, se non sono

stati iscritti, non possono essere

opposti ai terzi da chi è obbligato a

richiederne l’iscrizione, a meno che

questi provi che i terzi ne abbiano

avuto conoscenza. L’ignoranza dei

fatti dei quali la legge prescrive

l’iscrizione non può essere opposta

dai terzi dal momento in cui

l’iscrizione è avvenuta.

Sono salve le disposizioni particolari

della legge”.

Risulta sicuramente esplicita

l’intenzione del legislatore di

riconoscere agli imprenditori agricoli

iscritti nella sezione speciale la stessa

efficacia legale prevista per le imprese

iscritte nella parte ordinaria del

Registro.

Ritengo sia utile ricordare che agli

effetti dell’ inquadramento

previdenziale e contributivo dei

piccoli imprenditori previsti

dall’articolo 2083 del codice civile

continueranno a valere i principi ed i

criteri di iscrizione negli elenchi dei

coltivatori diretti gia’ gestiti dagli

Istituti previdenziali preposti.

Il Decreto Legislativo 228/01 con

l’articolo 3 amplia decisamente la

portata della legge 730/85 sulle

attività agrituristiche includendo

l’organizzazione di attività ricreative,

culturali e didattiche, di pratica

sportiva, escursionistiche e di

ippoturismo finalizzate ad una

maggior fruizione e conoscenza del

territorio, nonchè la degustazione dei

prodotti aziendali, ivi inclusa la

mescita del vino, ai sensi della legge

27 luglio 1999, n. 268.

Una prima estensione era stata operata

dall’art. 123 della legge 388/2001

(Finanziaria 2001) in cui le attività di

ricezione ed ospitalità, compresa la

degustazione dei prodotti aziendali e

l’organizzazione di attività ricreative,

culturali e didattiche svolte da aziende

agricole nell’ambito della diffusione

di prodotti agricoli biologici o di

qualità, potevano essere equiparate ai

sensi di legge alle attività

agrituristiche (cfr. Agricoltura pag.

120 Sortino - ed. EXPERTA).

Il primo comma si conclude chiarendo

che il concetto di stagionalità non è

riferito all’intero anno di attività od a

parte di esso, bensì alla durata del

soggiorno dei singoli ospiti.

L’articolo 3 al comma 2 prosegue

precisando che possono essere addetti

ad attività agrituristiche, e sono

considerati lavoratori agricoli ai fini

della vigente disciplina previdenziale,

assicurativa e fiscale, i familiari di cui

all’articolo 230-bis del codice civile

(il coniuge, i parenti entro il terzo

grado, gli affini entro il secondo), i

lavoratori dipendenti a tempo

indeterminato, determinato e parziale.

L’articolo si conclude richiamando

disposizioni di carattere urbanistico e

architettonico stabilendo che alle

opere ed ai fabbricati destinati ad

attività agrituristiche si applicano le

disposizioni di cui all’articolo 9

lettera a) ed all’articolo 10 della legge

28 gennaio 1977, n.10, nonché di cui

all’articolo 24, comma , della legge 5

febbraio 1992, n. 104, relativamente

all’utilizzo di opere provvisionali per

l’accessibilità ed il superamento delle

barriere architettoniche.

In attuazione degli articoli 7 e 8 della

legge 5 marzo 2001 viene emanato il

Decreto Legislativo 227 avente per

oggetto l’orientamento e la

modernizzazione del settore forestale.

Con l’articolo 1 si indicano le finalità

di detto decreto che devono riguardare

la valorizzazione della selvicoltura

quale elemento fondamentale per lo

sviluppo socio economico e per la

salvaguardia ambientale del territorio

italiano, nonché alla conservazione,

all’incremento ed alla razionale

gestione del patrimonio forestale

nazionale.

Con il secondo comma si demanda, di

fatto, alle Regioni il perseguimento

dei suddetti obiettivi così da garantire

una maggior efficacia degli interventi

pubblici, l’equilibrato sviluppo

economico e sociale, con particolare

attenzione alle zone montane o

particolarmente svantaggiate, e

l’utilizzo delle risorse naturali.

Anche con questo decreto si è tentato

di definire in maniera precisa l’ambito

della selvicoltura equiparando i

termini di bosco, foresta e selva.


Le Regioni, per il territorio di

competenza, devono individuare le

superfici da considerare come bosco,

fissando i valori minimi di larghezza,

estensione e copertura, e precisare le

tipologie di vegetazione non

assimilabili al bosco.

Di seguito vengono definiti come

boschi i fondi gravati dall’obbligo di

rimboschimento per le finalità di

difesa idrogeologica del territorio,

della qualità dell’aria, della

salvaguardia del patrimonio idrico,

della conservazione delle biodiversità,

della protezione del paesaggio e

dell’ambiente in generale; le aree

forestali temporaneamente prive di

copertura arborea e arbustiva a causa

di utilizzazioni forestali, avversità

biotiche e abiotiche, eventi accidentali

e incendi; le radure e tutte le altre

superfici d’estensione inferiore a 2000

metri quadrati che interrompono la

continuità del bosco.

Per ribadire l’attenzione che le

Regioni devono porre

nell’individuazione di questi territori

si richiama l’articolo 146, comma 1,

lettera g) del decreto legislativo n.

490/99 “ Testo Unico delle

disposizioni legislative in materia di

beni culturali e ambientali”, che

sottopone alle disposizioni del T.U., in

ragione del loro interesse

paesaggistico, i territori coperti da

foreste e da boschi, ancorchè percorsi

o danneggiati dal fuoco, e quelli

sottoposti a vincolo di

rimboschimento.

Viene altresì definito il concetto di

arboricoltura da legno che deve

intendersi come coltivazione di alberi,

in terreni non boscati, finalizzata

esclusivamente alla produzione di

legna e biomassa, comunque

reversibile al termine del ciclo

colturale.

Articolo interessante relativo alla

promozione delle attività di

selvicoltura è il numero 7 che

favorisce la riqualificazione di

imprese che operano nel settore con

l’istituzione di elenchi o albi delle

imprese per la gestione di aree silvopastorali

di proprietà o possesso

pubblico.

I soggetti destinatari per l’esecuzione

di tali lavori sono quelli previsti

dall’articolo 17 della legge 31 gennaio

L’Ispettore e la Società 39

1994/97 che prevede la possibilità per

i coltivatori diretti, singoli od associati

che conducono aziende agricole

ubicate in comuni montani, di

assumere in appalto da enti pubblici o

privati, con il lavoro proprio o dei

propri familiari di cui all’articolo 230bis

del codice civile, lavori relativi

alla sistemazione e manutenzione del

territorio montano, quali lavori di

forestazione, di costruzione di piste

forestali, di arginature, di

sistemazione idraulica, di difesa dalle

avversità atmosferiche e dagli incendi

boschivi, per importi non superiori a

L. 30.000.000 per ogni anno.

Stessa possibilità è prevista anche per

le cooperative di produzione agricola

e di lavoro agricolo forestale che

abbiano sede ed esercito

prevalentemente la loro attività nei

comuni montani e che esercitino

attività di sistemazione e

manutenzione agraria, forestale e del

territorio e degli ambienti rurali. Il

limite per l’importo dei lavori è

fissato in L. 300.000.000 per ogni

anno.

L’esercizio delle attività selvicolturali

svolto dalle cooperative e loro

consorzi che forniscono in via

principale, anche nell’interesse di

terzi, servizi in questo settore, ivi

comprese le sistemazioni idraulicoforestali,

equipara, secondo quanto

previsto dall’articolo 8, dette

cooperative agli imprenditori agricoli

così come definiti dal riformulato

articolo 2135 del codice civile.

Per concludere questa analisi degli

articoli più rilevanti ai fini

previdenziali dei decreti emanati a

seguito della legge di orientamento, si

richiama il decreto legislativo n. 226

del 18 maggio 2001 in tema di

modernizzazione del settore della

pesca e dell’acquacoltura.

La novità in questa categoria è data

dall’equiparazione dell’imprenditore

ittico all’imprenditore agricolo.

L’articolo 2 definisce imprenditore

ittico chi esercita un’attività diretta

alla cattura o alla raccolta di

organismi acquatici in ambienti

marini, salmastri e dolci nonché le

attività a queste connesse, ivi

compresa l’attuazione degli interventi

di gestione attiva, finalizzati alla

valorizzazione produttiva ed all’uso

sostenibile degli ecosistemi acquatici.

Ai soggetti che svolgono attività di

acquacoltura si applicano le

disposizioni previste dalla legge n.102

del 2 febbraio 1992.

L’articolo seguente definisce le

attività connesse a quelle di pesca

purchè non prevalenti ed effettuate

mediante un maggiore utilizzo di

prodotti derivanti dall’attività di pesca

ovvero di attrezzature o risorse

dell’azienda normalmente impiegate

nell’attività ittica: l’imbarco di

persone non facenti parte

dell’equipaggio su navi da pesca a

scopo turistico-ricreativo

(pescaturismo); l’attività di ospitalità,

di ristorazione, di servizi, ricreative,

culturali finalizzate alla corretta

fruizione degli ecosistemi acquatici e

delle risorse della pesca, valorizzando

gli aspetti socio-culturali del mondo

dei pescatori, esercitata da pescatori

professionisti singoli od associati,

attraverso l’utilizzo della propria

abitazione o struttura nella

disponibilità dell’imprenditore

(ittiturismo); la prima lavorazione dei

prodotti del mare, la conservazione, la

trasformazione, la distribuzione e la

commercializzazione al dettaglio ed

all’ingrosso, nonché le attività di

promozione e valorizzazione che

abbiano ad oggetto in via prevalente i

prodotti della propria attività.

L’elemento biologico che caratterizza

il mondo animale e vegetale è riuscito

a riportare ad unità giuridica e

dottrinale attività diverse, ma

necessariamente accomunate nella

concezione ormai completa di impresa

agricola.


40 L’Ispettore e la Società

2. L’autodenuncia del

datore di lavoro

di Sabino Sarno

Periodicamente, quando particolari

condizioni economiche specialmente

lo suggeriscano, per quelle che

sbrigativamente si dicono “esigenze di

cassa”, lo Stato, con apposite leggi,

incentiva soggetti, che malamente

abbiano operato in ordine al

versamento di contributi e tasse, ad

autodenunciarsi, predisponendo

condizioni di convenienza, di favore.

Tali discusse iniziative manifestano

una sostanziale difficoltà

dell’Apparato pubblico al controllo,

una mezza resa, insomma, alle

scorrettezze, alle inadempienze del

contribuente.

Lo Stato si veste furbescamente, ma

nemmeno poi tanto, di comprensione

e propone un patto al cittadino

omittente. Lo scambio è: dimmi

quanto mi devi e ti riduco il debito.

È immediatamente percepibile come

l’adesione al patto sia possibile per

quelli che, su propria, assolutamente

propria, iniziativa, si offrano come

contraenti il patto stesso.

Restano esclusi quindi, quanti fossero

“scoperti” da controlli, verifiche

realizzati dal Creditore. (Attualmente,

in verità, leggi fiscali premiano anche

gli “individuati” al fine di ottenere

tempi di riscossione più ridotti).

La “ratio” di tutto, occorresse

precisarla, è nella logica stessa del

meccanismo ispiratore dei

provvedimenti di condono.

È avvenuto che, in alcune disposizioni

di legge, il condizionare la possibilità

di godimento delle agevolazioni

previste per l’evasore

autodenunciatosi prima di definite

“contestazioni”, ha ingenerato

notevole confusione.

La massima parte di queste riguarda la

riconoscibilità all’autodenuncia per

quei soggetti per i quali siano in corso

di ispezioni.

Il problema non è quindi nuovissimo,

ha già una sua storia, anche presso

l’INPS. Una storia non troppo

conosciuta, sottaciuta, giocata sul filo

dei sussurri, delle convenienze,

comunque di una calcolata rischiosa

poca chiarezza (e gli ispettori ne

Riceviamo e pubblichiamo:

opinioni a confronto

subiscono conseguenze anche gravi).

Alcune Sedi, infatti, ancora oggi,

consentono ai datori di lavoro, di

autodenunciarsi anche durante il

dispiegarsi di una visita ispettiva.

Un’assurdità per la maggior parte

delle altre Sedi, ma anche,

evidentemente, un rispettabile

convincimento giuridico per chi detto

comportamento realizza.

Le argomentazioni, a sostegno delle

Sedi possibiliste, sono essenzialmente

quelle per le quali solo la

“contestazione” determina il momento

dal quale è impedita l’autodenuncia. E

per “contestazione” si intende il dover

specificare, il rappresentare

all’omittente la precisa tipologia di

illecito ed il suo specifico ammontare

economico (dalla legge n. 388/2000

art. 116 comma 8b… «qualora la

denuncia della situazione debitoria sia

effettuata spontaneamente prima di

contestazioni o richieste da parte degli

enti impositori…)».

Rispettabile, si giudicava, il

convincimento, ma anche del tutto

oppugnabile.

Certo, testi di legge sono più precisi:

legge 383/2001 art.1 comma 3… «per

gli imprenditori, su specifica richiesta,

la dichiarazione di emersione vale

anche come proposta di concordato

tributario e previdenziale, se

presentata prima dell’inizio di

eventuali accessi, ispezioni e verifiche

o della notifica dell’avviso di

accertamento o di rettifica…»

Però, anche quando la norma parla di

“contestazione”, evidentemente, fa

riferimento a situazioni di diretta

notifica del conto da pagare e,

comunque, a situazioni per le quali

non è più possibile l’iniziativa

dell’autodenuncia. L’ispezione in

corso, ma anche se solo appena

iniziata, annulla la credibilità di un

ravvedimento spontaneo e unilaterale.

Se così non fosse, si accrediterebbe,

ad esempio, come sostanzialmente

legale, il comportamento del datore di

lavoro che conservasse le denunce

contributive nel suo cassetto e, solo in

occasione di visita ispettiva, si

decidesse a presentarle. Peggio

ancora, si permetterebbe ad un datore

di lavoro di assistere all’azione di

controllo nei suoi confronti, magari

per molti giorni, e, secondo l’esito

prospettato dai verificatori, di disporsi

o meno all’autodenuncia!…

Assurdità! (pensano ancora alcuni).

Conseguenze originate da leggi

inadeguate! (rispondono quanti di

opposto parere).

Alla fine, il motivo della

rappresentazione del problema sta

tutto in una ormai non procrastinabile

urgenza.

Certamente, al di là forse di una mora

competizione di natura professionale,

al di là di un atteggiamento più o

meno favorevole per le aziende, le

Sedi, gli Ispettori di diversa opinione,

non farebbero a botte per sostenere le

rispettive tesi.

Quello che tutti vogliono è una

risposta univoca da parte di chi ha la

responsabilità di gestire le cose

dell’Istituto.

In proposito bisogna notare che una

certa qual impostazione, una certa

presa di posizione, sembra trasparire

da alcuni suggerimenti appena

sussurrati (la solita tecnica…);

naturalmente, è facile immaginare, la

soluzione che si intravvede è quella

dei sussiego alle aziende (ma con

discrezione, in maniera molto

riservata…).

Le Sedi, sull’esigenza della chiarezza

conclamata, dichiarata, gridata non

controvertono più.

Tutte insieme sorridono e aspettano…

Al solito…

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