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Una grave battuta d’arresto

Piove sul bagnato. Scriviamo, mentre arrivano i

primi resoconti dell’ipotesi di accordo sulle pensioni.

Un brutto accordo, che segnala ancora una

volta (come già fu per la legge Finanziaria) il prevalere dei

condizionamenti esercitati sull’esecutivo dalla sua parte

moderata, secondo i desiderata di Confindustria e in ossequio

ai dettami della Banca d’Italia e dell’Unione Europea.

Più in generale, si conferma la filosofia di fondo cui si è

ispirato sin qui il governo Prodi, in particolare per il tramite

del suo ministro dell’Economia: il feticcio del rigore

– solo apparentemente neutro – dei conti pubblici, posto a

sigillo del permanere (e anzi dell’approfondirsi) delle divaricazioni

di reddito e di classe. Nessuna svolta, dunque –

nonostante fosse stata fatta balenare in campagna elettorale

– nessun deciso segnale di controtendenza rispetto

alla pesante eredità di questi anni. Resta, invece, la fotografia

impietosa del declino sociale del nostro paese: in

tema di occupazione, redditi da lavoro, pensioni.

In relazione al primo parametro, il dato spesso sbandierato

del decremento della disoccupazione – in realtà truccato

dal fatto che diminuisce l’offerta di chi cerca attivamente

lavoro – rivela la sua illusorietà non appena si

guardi al tasso di occupazione, cioè al più significativo

rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa: qui

l’Italia si ferma al 58%, rispetto a una media europea del

67% e ben lungi da quel 70% prefigurato a suo tempo a

Lisbona per il 2010. Dal 2002 al 2006 il reddito familiare

cresce appena del 2,0%: ma, mentre nei nuclei con un capofamiglia

lavoratore autonomo cresce dell’11,7%, dove

c’è un capofamiglia lavoratore dipendente diminuisce del

2,1% (questi dati sono inclusi nel Rapporto preparato dal

dipartimento di Economia pubblica dell’università di

Roma, di cui pubblichiamo in questo fascicolo la parte re-

editoriale

piove, governo ladro

BRUNO STERI*

lativa alla previdenza). Le medesime «asimmetrie» di

classe si evidenziano nell’indagine condotta da Mediobanca

nel 2006 su un ampio campione di grandi imprese:

dal 1974 al 1996 la quota di ricchezza prodotta che va al lavoro

passa dal 70% al 53%; nel 2005 scende ancora al

48%. Nel medesimo periodo i profitti salgono dal 2 al

16% (cfr. Galapagos su «il manifesto» del 3-7-07).

Quanto poi alla terza delle voci anzidette – le pensioni –

si è ripetutamente quanto inutilmente detto con solidissime

argomentazioni e dati incontrovertibili che, se

un’emergenza sussiste, essa non è di natura finanziaria

ma piuttosto sociale: i conti dell’Inps, al netto degli oneri

impropri che dovrebbero andare a carico della fiscalità

generale, sono in buona salute, al contrario di quelli della

grande maggioranza dei pensionati, presenti e futuri (nel

merito, si può leggere su questa rivista il citato intervento

di Felice Roberto Pizzuti e, nel numero precedente, il

contributo di Maurizio Zipponi). L’accordo appena siglato

offre pochi euro in più alle pensioni minime, attenua

temporalmente l’impatto dello «scalone» e riduce (del

10%) la platea degli interessati, esentando i cosiddetti

lavori «usuranti»; ma ne conferma – e, per certi versi,

ne aggrava – le conseguenze strutturali, sia dal punto di

vista dell’innalzamento dell’età pensionabile che da

quello della prevedibile riduzione dei coefficienti di trasformazione

(affidata alle indicazioni di una commissione)

e, dunque, della consistenza degli importi di pensione.

Con buona pace delle giovani generazioni, chiamate

* COORDINATORE NAZIONALE DI ESSERE COMUNISTI, PRC-SE

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ripetutamente in causa da una vergognosa campagna di

disinformazione, le quali – tra l’altro – vedono perdurare

la loro condizione flessibile e precaria.

I vincoli strutturali dell’azione di governo

La vicenda delle pensioni che, unitamente allo «scippo»

del Trattamento di fine rapporto, configura un’ulteriore

spallata al già depotenziato sistema della previdenza pubblica

non è riducibile ai suoi pur pesanti effetti materiali,

alla sua posta – per così dire – vertenziale. Essa si inquadra

infatti in una concezione generale della politica economica,

cui la parte moderata della coalizione di governo

soggiace, che vede la tutela del lavoro (e del postlavoro)

come una variabile sempre più dipendente dalle esigenze

dell’impresa capitalistica. Il quadro dei riferimenti strutturali

è noto, ormai, dall’adesione alla moneta unica europea

in poi. Con tale adesione è infatti venuta meno la

possibilità per i governi di favorire il nostro export agendo

sul tasso di cambio della moneta nazionale e ricorrendo

– come avvenuto per tutto il tempo della Prima Repubblica

– alle cosiddette svalutazioni competitive. Nel contempo,

il Patto di stabilità e i parametri di Maastricht

hanno vietato la possibilità di avvalersi di margini di

spesa in disavanzo. Quel che resta per reggere il mercato

– stanti, ovviamente, le inamovibili rigidità della valorizzazione

del capitale – è la pressione sulla forza lavoro, in

termini di flessibilizzazione del rapporto di lavoro, compressione

dei costi, austerità nella gestione dei conti

pubblici e nell’erogazione dei servizi essenziali. A tale

quadro di compatibilità non si è di fatto sottratta l’impostazione

«social-liberista» dei governi di centrosinistra.

Parimenti, quando il governatore della Banca d’Italia interviene

a chiudere seccamente la querelle dei «politici»

sulle pensioni e ribadisce la perentorietà dei vincoli di

bilancio, egli non fa che interpretare, in relazione a un

caso esemplare, la medesima ispirazione che ha posto a

stella polare del Trattato costituzionale europeo la competitività

d’impresa e le auree leggi del mercato. Il tutto,

appena temperato da modalità attuative che ammorbidiscono

l’impatto senza però smentire la sostanza delle

scelte. Così, oggi il governo allunga la durata complessiva

della permanenza al lavoro nello stesso momento in cui i

giovani sono alla vana ricerca di un lavoro buono e stabile

e, paradossalmente, quando le aziende ricorrono massicciamente

ai pensionamenti anticipati. In ciò sta la portata

«simbolica» (per usare un’espressione del segretario

di Rifondazione comunista) di questo passaggio: un

passaggio che le lavoratrici e i lavoratori italiani non a

caso sentono come discriminante.

Nel determinare il punto di caduta di questa delicata

trattativa ha pesato, ovviamente, l’atteggiamento delle

parti sociali e, tra esse, quello del più grande sindacato

italiano, la Cgil. Ha prevalso il pensiero di evitare il peggio,

la volontà di offrire sin dall’inizio una sponda costruttiva,

un’interlocuzione disponibile all’accordo. Ciò

ha influito negativamente sull’esito, precludendo – davanti

ai contraddittori tentennamenti della controparte

– la via della mobilitazione dei lavoratori. Come ha giustamente

rilevato il segretario della Fiom, tale rinuncia

ha consegnato per intero la discussione al peso dei rapporti

di forza interni alla coalizione di governo. Ora la

parola passa al Parlamento e alla possibilità (per la verità

assai problematica) che, prima del voto, si riesca a

strappare una modifica della proposta: al presente, solo

Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Fiom

hanno espresso una valutazione chiaramente critica sull’accordo.

Ma prima, e soprattutto, la parola deve passare

alle lavoratrici e ai lavoratori: a essi è, a questo punto,

affidato il non lieve compito di trovare la forza per un

sussulto di dignità e di lotta che altri non hanno inteso

sin qui rappresentare.

I contenuti, bussola dell’unità a sinistra

La vicenda in questione risulta comunque paradigmatica

anche in relazione ad altri importanti capitoli della discussione

a sinistra e, in particolare, nel Prc. Penso che


nel nostro partito non vi sia alcuno che non percepisca

distintamente e con viva preoccupazione gli effetti involutivi

precipitati sul quadro politico a seguito della costituzione

del Partito democratico. Come a più riprese e da

molti argomentato, tale evento è il segno di uno spostamento

a destra nella vita politica, ma anche – più in profondità

– nelle pieghe della società del nostro paese.

Esso esprime, sul piano dei fondamenti culturali e delle

idee-forza ancor prima che su quello delle scelte di linea

politica, il prodursi di una torsione moderata che ha radici

non solo qui in Italia e che sancisce il farsi largo su

scala continentale di una tendenza

all’«americanizzazione» degli assetti politico-istituzionali

e dei rapporti sociali. Al centro di questo processo

sta la rappresentanza del conflitto di classe: nella misura

in cui si offusca il profilo di una chiara rappresentanza

del mondo del lavoro, guadagna terreno il primato della

logica d’impresa.

Di qui, dalle stesse dimensioni della sfida, viene l’esigenza

di uno scatto unitario della sinistra di alternativa. Beninteso,

noi di Essere comunisti avvertimmo ed esplicitammo

a chiare lettere tale esigenza ben prima che Fausto

Bertinotti lanciasse il suo sasso nello stagno e proponesse

le sue riflessioni sulla necessità di una «massa critica»

e dell’apertura di un «cantiere» della sinistra. Non è

dunque questo il punto critico della discussione. Il vero

nodo del contendere è che tale sacrosanta esigenza non

ammette però, foss’anche in ragione della sua urgenza,

alcuna forzatura politicista. Il Comitato politico nazionale

degli scorsi 14 e 15 luglio pare abbia dissipato gli equivoci:

nessuno parla (né pare abbia mai parlato) di scioglimento

di Rifondazione comunista. Ne prendiamo atto. E

stiamo all’impostazione che del tema ha ancora una volta

fornito Franco Giordano (peraltro ribadita su questa stessa

rivista da Walter De Cesaris): accanto al consolidamento

e al rafforzamento di Rifondazione comunista – che

resta il vero e concretissimo motore di una linea di alternativa,

l’elemento anomalo e irriducibile a qualsiasi pro-

EDITORIALE

getto di normalizzazione politica e sociale – la strada

maestra è la ricerca dell’unità a sinistra a partire dal perseguimento

di un’unità d’azione, di uno stretto coordinamento

sui contenuti. Ma proprio tale ineludibile vincolo

dei contenuti sta lì a dimostrare che il suddetto compito,

per quanto necessario, non è affatto semplice. A clamorosa

testimonianza di ciò stanno le valutazioni significativamente

divergenti espresse in merito all’ipotesi di accordo

sulle pensioni. A differenza di Prc, Pdci e Fiom, i

Verdi e Sinistra democratica hanno sostanzialmente avallato

l’ipotesi di accordo. Come abbiamo sin qui detto, non

si tratta di una questione secondaria. Così come non ci

paiono bagattelle quelli che sino a oggi sono stati i giudizi

sulla Bolognina, sull’intervento in Kosovo, sul Trattato

costituzionale europeo, sull’impostazione bipolarista,

sull’essere o meno «sinistra di governo». Su queste basi,

è già complicato – seppure ineludibile – percorrere la

strada dell’unità politico-programmatica: a maggior ragione,

qualunque interpretazione che conducesse a forzare

tale processo nel senso di una precipitazione organizzativistica

risulterebbe del tutto fuori luogo e, quel che

è peggio, fuori dalla realtà. In questo senso, a nulla vale

evocare processi «costituenti» o metaforizzare descrivendo

fiumi che confluiscono in un unico lago: tante parole

evaporano davanti alla dura lezione dei fatti.

Due compiti ineludibili

Per essere davvero concreti e spingere in avanti il difficile

contesto in cui ci muoviamo occorre percorrere due

strade che a me paiono essenziali.

In primo luogo, vanno consolidati e valorizzati gli importanti

elementi di novità che l’odierna congiuntura politica

presenta. Ne cito due, concernenti altrettante forze partitiche.

Non era affatto scontato che la sinistra Ds formalizzasse

la sua autonomia politica e rifiutasse l’approdo al

Partito democratico. Questi compagni si sono salutarmente

contrapposti alla deriva moderata e, con essa, alla

sparizione di una grande tradizione della sinistra del no-

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stro paese, quella appunto socialista. Si tratta di un fatto di

indubbio rilievo storico. Essi lavorano a un loro progetto

politico, che è aperto a tutta la sinistra, pur mantenendo

legittimamente i propri caratteri ideali e i propri riferimenti

internazionali. Non vi è dubbio che con questi compagni,

al di là delle divergenze cui abbiamo accennato, occorra

proseguire e precisare le modalità di interlocuzione.

Essi rappresentano una forza essenziale nel campo della

sinistra di alternativa e il loro contributo resta decisivo per

le battaglie che ci attendono in Parlamento e nella società.

Ma è dal basso, dai territori, che bisogna partire, cercando

le risorse per concretizzare percorsi unitari sui due terreni

generali che hanno dato impulso ai movimenti di massa

di questi anni: l’opposizione alla guerra e alle politiche

neoliberiste.

Un ulteriore e non scontato elemento di novità è rappresentato

dalla positiva evoluzione dei rapporti tra i due

partiti comunisti esistenti in Italia: il Prc e il Pdci. Anche

qui, non va sottovalutata la portata dell’evento, emblematicamente

compendiata dal caloroso saluto che il congresso

dei Comunisti italiani ha tributato al presidente

della Camera. Non è qui il luogo per analizzare in dettaglio

i presupposti della suddetta evoluzione, ma non

penso che essa sia meramente dettata da urgenze congiunturali.

In questi ultimi anni, i due partiti hanno seguito

un loro autonomo itinerario, non senza sviluppare

al loro interno una riflessione anche autocritica: di fatto,

ciò ha condotto a momenti di oggettiva convergenza. E –

a chi, come me, apprezza il valore dei simboli – non può

che far piacere il fatto che, dopo tutto, sono questi i partiti

che hanno mantenuto la parola «comunista» nel loro

nome e la falce e il martello nel loro logo.

Per descrivere schematicamente il secondo dei compiti

che considero essenziali per il nostro futuro, mi avvalgo di

una citazione estratta dall’intervento che Riccardo Bellofiore

e Joseph Halevi svolsero circa un paio di anni fa nell’ambito

dell’importante convegno della cosiddetta «Rive

Gauche», il quale riunì a Roma politici ed economisti per

offrire un contributo di idee alla «critica dell’economia

politica e le linee programmatiche delle coalizioni progressiste»

(Cfr. Rive Gauche, Manifestolibri, Roma 2006).

Essi notarono allora che i temi su cui erano chiamati a

esprimersi «avrebbero richiesto un lavoro di anni e ben

altro approfondimento di quel che è possibile nelle poche

ore di una giornata pur intensa»; aggiunsero criticamente

che «i politici erano assenti quando parlavano gli economisti

e che gli economisti e il pubblico dovevano restare

muti quando parlavano i politici»; sollecitarono altresì

«meno prota gonismo sotto i riflettori delle sale convegnistiche

o sulle pagine dei giornali» e, al suo posto, «un


lavoro collettivo di studio ed elaborazione»; stigmatizzarono

il fatto che tale lavoro non fosse avvenuto «per responsabilità

di molti»; e che, tra queste responsabilità, vi

era senz’altro quella delle forze organizzate della sinistra,

che «una ricerca del genere, non occasionale (…) avrebbero

dovuto metterla in piedi loro»; segnalarono infine il

fatto che «così non è stato per la sinistra moderata, la

quale al contrario una riflessione in profondità l’ha avviata

da anni» (pp. 54-55).

Per carità di patria, non mi avventuro a dire come stanno

le cose oggi su tale terreno, a due anni di distanza da quel

convegno. Resta in ogni caso fondamentale l’esigenza di

scavare analiticamente, approfondire attorno all’interrogativo

posto allora dai due economisti: «Come stanno

le cose, sul terreno dei rapporti sociali di produzione e

dei rapporti geopolitici di potere?». Non è forse lo stesso

interrogativo di recente riproposto da Rossana Rossanda

sulla natura, oggi, del modo di produzione capitalistico

e sulle prospettive di una sua trasformazione?

Certamente, i tempi dell’approfondimento teorico-strategico

non possono essere quelli dell’emergenza politica.

Ma sappiamo tutti che, senza operare al suddetto livello

elaborativo, anche il più generoso intento unitario

rischia di costruire sulla sabbia. Nel nostro piccolo, proveremo

a dare con questa rivista il nostro contributo.

EDITORIALE

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6

verso una nuova

guerra fredda?

l’espansionismo della Nato e la svolta di Putin

Una volta Henry Kissinger disse che non c’è niente di peggio che

prendere per un bluff un avvertimento serio. Ecco, questa è più

o meno la situazione in cui si trova oggi l’occidente, nel suo insieme,

e specificamente l’Europa, di fronte ai segnali di dura irritazione

che vengono da Mosca.

Si può fare finta di niente, alzare le spalle con sufficienza, pensare che

Mosca – come ha ingoiato tutto in questi ultimi sedici anni – continuerà

a ingoiare anche il resto. Ma sarebbe dare prova di scarso realismo.

Putin lascerà tra breve il suo posto, ma non lascerà il comando. In ogni

caso vuole mettere i puntini sulle «i» prima di quella data. Nei suoi otto

anni al potere si è sforzato di rimanere fuori dal mirino degli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre e fino – si può dire – all’altro ieri, ha lasciato fare

Washington senza immischiarsi, occupandosi dei fatti propri. Che significavano

soprattutto Cecenia e ricostruzione di quella che in Russia chiamano

la «verticale del potere»: cioè la ricostituzione dello Stato, messa a

repentaglio dalla disastrosa politica delle «sovranità» (chi più ne vuole,

più se ne prenda) di Boris Eltsin.

Ha potuto fare tutto questo (che non è molto, ma neanche poco) perché

il prezzo del petrolio è rimasto vertiginosamente alto. Il che gli ha permesso

di pagare i debiti esteri, i salari e gli stipendi dell’esercito, e di alzare

il tenore di vita di pensionati e impiegati pubblici.

Ma tutto questo non gli è servito a rimanere fuori dal mirino di Washington.

La cui pressione sulla Russia è andata crescendo da tutte le direzioni.

Metti insieme l’ingresso nella Nato delle tre ex repubbliche sovietiche

del Baltico, poi entrate anche nell’Unione Europea; aggiungi il

pepe dell’ingresso nella Nato di tutti i paesi est-europei, ex satelliti di

Mosca. Aggiungi ancora la provocazione organizzata a Tallin contro il

monumento del Soldato di bronzo, che celebrava la partecipazione sovietica

alla cacciata del nazismo. E infilaci dentro, come condimento, le

richieste di Georgia e Ucraina di entrare sia nella Nato che nell’Unione

Europea: tutta roba che non è solo farina del sacco di Kiev e Tbilisi, ma

che è stata macinata soprattutto a Washington e a Varsavia.

Il piatto che ne viene fuori, anzi che ne veniva fuori fino ai primi mesi

di quest’anno, era già largamente indigesto per il Cremlino. Poi si è aggiunto

il nuovo sistema missilistico che Bush & Company stanno per installare

in Polonia, con l’accompagnamento del radar strategico da piazzare

nelle vicinanze di Praga. E qui è avvenuta la svolta che stava maturando

nelle viscere della squadra presidenziale russa. Tre discorsi di

Putin hanno fatto squillare i campanelli delle agenzie: quello di Monaco;

quello sullo stato della Federazione Russa (a Mosca, l’ultimo di Putin in

GIULIETTO CHIESA*

Poi si è aggiunto il

nuovo sistema missilistico

che Bush & Company

stanno per installare in

Polonia, con

l’accompagnamento del

radar strategico da

piazzare nelle vicinanze di

Praga. E qui è avvenuta la

svolta che stava maturando

nelle viscere della

squadra presidenziale

russa. Tre discorsi di

Putin hanno fatto

squillare i campanelli

delle agenzie

* GIORNALISTA E PARLAMENTARE EUROPEO


carica); quello del G-8 di Rostock. Bush e gli europei

insistono nell’impartire lezioni di democrazia? E Putin

replica secco che Washington non ha niente da insegnare

in materia visto che Guantanamo è ancora in

funzione insieme ai tribunali militari speciali, mentre

la guerra in Irak continua a infuriare. Bush afferma,

prima di arrivare in Europa, che la democrazia russa

«è deragliata» con Putin? E il presidente russo convoca

i giornalisti stranieri a Mosca, alla vigilia del G-8, e

si rammarica di sentirsi solo a parlare di pace: «Dopo

la morte del Mahatma Gandhi – dice sarcastico – non

c’è più nessuno con cui parlare di non violenza».

E, a proposito del radar praghese, si permette di fare

dello spirito: «perché non usare quello di Baku?». La

battuta fa il giro del mondo provocando stupore.

Quale radar a Baku, Azerbajgian? Ma Putin sa bene

che quel radar esiste perché fu costruito dai sovietici

e, tra non molto, sarà girato verso nord e verso est

per ficcare il naso nelle profondità degli spazi dell’Asia

russa, dove ci sono i silos dei missili e le installazioni

mobili dei Topol di nuova generazione.

Come dire: non vi basta quello che avete già? Perché

volete piazzare un nuovo radar in Europa? E agli europei:

ma perché lasciate fare a Bush quello che vuole

in casa vostra? Davvero pensate che sia nell’interesse

europeo costruire un nuovo sistema di missili, che vi

viene presentato come se dovesse servire a fermare i

missili iraniani (che, per altro, non esistono) mentre

in realtà serve a creare una nuova testa di ponte contro

la Russia, in vista di sviluppi futuri?

Qui finiscono le battute di spirito, comunque fredde

come il ghiaccio, e comincia il discorso serio di Vladimir

Putin. Se metterete i nuovi missili noi riorienteremo

i nostri (una parte, s’intende) verso nuovi obietti-

ESTERI

vi europei. Primi candidati, ovviamente, Varsavia e

Praga, ma questo Putin non lo dice. Che gli europei

provino a esercitare la loro fantasia.

Un bluff? Non sembra. È piuttosto Washington quella

che ha bluffato quando, nei mesi scorsi, all’apparire

delle prime indiscrezioni sui nuovi piani missilistici

americani in Europa, aveva fatto circolare la voce che

Mosca sarebbe stata sicuramente d’accordo, che si sarebbe

facilmente adattata alla situazione in cambio di

alcuni impegni marginali a coinvolgerla nel progetto.

E il bluff americano continua anche ora, nonostante

lo scambio di dure polemiche tra Mosca e Washington.

Putin alza la voce? Condoleeza Rice interpreta

le sue parole come un preludio al negoziato, come si

fa quando si va a comprare tappeti e il venditore

spara la prima cifra, ben sapendo che poi si arriverà

alla metà del prezzo iniziale. Ma non c’è segno che

autorizzi una tale interpretazione.

Gli europei sono stati lasciati all’oscuro di tutto, nemmeno

consultati quando le delegazioni militari americane

arrivavano a Varsavia e a Praga per definire i

protocolli tecnici e finanziari. E adesso che il gioco è

scoperto si affrettano a giustificare come possono la

mossa di Washington.

Missili offensivi? Suvvia, come possono una decina di

missili intercettatori minacciare la Russia? È vero, a

prima vista: una decina di missili non possono minacciare

la Russia, e nemmeno difendere l’Europa. Infatti

sono stati pensati per un altro scopo: quello di dividere

l’Europa. Anzi, quello di rendere esplicita la divisione

dell’Europa e mettere in chiaro che Washington

è in grado di comandare a distanza non solo i suoi

missili ma anche un certo numero di governi europei.

E, se Putin insiste, ecco apparire magicamente sui

principali quotidiani europei una serie di commenti

che presentano le «minacce» di Mosca come un astuto

tentativo di dividere gli europei. Peggio: come

un’inammissibile pretesa della Russia di ingerirsi negli

affari interni di Stati europei sovrani. E Varsavia e

Praga, a loro volta, insorgono protestando e chiedendo

che l’Europa risponda alle pretese dei russi con

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Quante forze ha sul terreno la Russia? Poco più di un

milione di uomini, con una spesa militare 25 volte

inferiore a quella degli Stati Uniti. I suoi satelliti da

ricognizione e preavviso sono ormai uno contro dieci

rispetto agli Usa. Quanto è grande ancora, in queste

condizioni, il potere di dissuasione strategica che

esisteva nel 1989? Ma possiamo solo augurarci di non dover

verificare la validità di questi sospetti di onnipotenza

americana e occidentale

una sola voce, intendendosi con

ciò che la sola voce dell’Europa –

che, come s’è detto, non è stata

nemmeno interpellata – sia quella

di Varsavia e di Praga, cioè quella

di Washington.

Povera Europa, che si appresta,

dopo la vittoria di Sarkozy, a fornire

di sé una versione ancora più

dismessa di quella precedente e, ça

va sans dire, ancora un po’ più

americana.

Il fatto è, però, che la situazione è

cambiata profondamente anche

sul versante russo. Dall’altra parte

c’è un paese che è diventato –

come scrive la stampa anglosassone

– molto «strong and self confident»,

cioè molto forte e sicuro di

sé, che ha avuto nel 2006 un

saldo attivo del suo budget del

7%; che ha una somma record di

riserve valutarie, che cresce al

ritmo del 6,5% annuo da alcuni

anni; che da esportatore di capitali

è diventato importatore netto

(gl’investimenti diretti dall’estero

sono passati da 12,5 miliardi di

dollari nel 2005 a 30 miliardi di

dollari nel 2006); dove il numero

delle famiglie sotto la soglia della

povertà è disceso dal 30% nel

2001 al 12% del 2006.

Solo petrolio e gas, si dirà, ed è

vero. Ma sono proprio il petrolio e

il gas di cui l’Europa ha bisogno e

di cui avrà un bisogno disperato

da qui a sei o sette anni.

Ecco perché non è più il tempo in

cui, dopo il crollo dell’Urss, quando

la Nato si allargava a est,

Mosca protestava con flebile voce

e alla fine si acquietava dopo

avere ingoiato la pillola amara.

Quindi torniamo alla saggia massima

di Henry Kissinger (si può essere

saggi, talvolta, anche se si è

dato l’ordine di uccidere Salvador

Allende): attenzione a non prendere

sottogamba questa Russia.

Neanche quando Vladimir Putin ci

comunica che uscirà dal Trattato

per la riduzione delle armi convenzionali

e delle forze armate in

Europa. Qualcuno, a Bruxelles,

nella sede della Nato, ha alzato le

spalle dicendo: peggio per loro. E,

a guardare con gli occhi di ieri, c’è

del vero. Quante forze ha sul terreno

la Russia? Poco più di un milione

di uomini, con una spesa

militare 25 volte inferiore a quella

degli Stati Uniti. I suoi satelliti da

ricognizione e preavviso sono

ormai uno contro dieci rispetto

agli Usa. Quanto è grande ancora,

in queste condizioni, il potere di

dissuasione strategica che esisteva

nel 1989?

Ma possiamo solo augurarci di

non dover verificare la validità di

questi sospetti di onnipotenza

americana e occidentale. Piuttosto

dovremmo riconoscere che la Russia

si è disarmata, in questi ultimi

15 anni, da sola, ben oltre le esigenze

impostele dai trattati. Non

che lo abbia fatto per generosità:

semplicemente perché il suo sistema

difensivo e offensivo è andato

in pezzi insieme all’Urss.

E quel trattato, che Putin ci dice

ora di considerare carta straccia, è

stato ratificato fino a ieri solo dalla

Russia (insieme a Bielorussia e

Kazakhstan) mentre tutti i paesi

della Nato ancora non lo hanno

ratificato, perché la Russia – dicono

– deve ancora completare il ritiro

dalla Georgia e dall’oltre-

Dnestr.

E ciò mentre gli Stati Uniti (non la

Nato) si apprestano a installare le

loro truppe in Romania e Bulgaria,

dopo avere costruito la più

grande base americana in Europa

sul territorio del Kosovo che, non

per caso, vogliono indipendente

da subito, con o senza il consenso

di Mosca.

Stanti così le cose non dovrebbe

stupire la conclusione cui è giunto

il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov:

«Il Trattato ha perduto ogni

funzione e significato», perché gli

equilibri sono stati radicalmente

cambiati, e non dalla Russia.

Non dovremmo stupirci se ci rimproverano

di trattarli come nemici,

perché li stiamo effettivamente

trattando come nemici. Ora, tutto

questo si può fare quando il nemico

è stato vinto e sottomesso. Il

problema, però, è che la Russia

non è più quella che fu vinta nel

1991. E non si sente affatto sottomessa.

E, se insistiamo a colpirla

sotto la cintura, come stiamo facendo,

finirà che ci procureremo

molti guai.


ROB GOWLAND*

Se «il comunismo è

morto», allora siamo

autorizzati a chiederci

perché mai l’Unione

Europea si prenda ancora

tanta pena per tentare di

ucciderlo

* GIORNALISTA DEL QUOTIDIANO

«THE GUARDIAN»

le sette vite

dei comunisti

ESTERI

Se – come le destre amano proclamare – «il comunismo è morto»,

allora siamo autorizzati a chiederci perché mai l’Unione Europea si

prenda ancora tanta pena per tentare di ucciderlo. Non passa settimana

senza che vi sia, da qualche parte dell’Unione Europea, un passo

per «smascherare», «eliminare», «superare», «sradicare» l’influenza del

comunismo.

L’allenatore tedesco di una squadra francese di pattinaggio su ghiaccio è

diffamato sui media come «agente della Stasi» per aver preso parte,

nella ex Germania Democratica, a un movimento sviluppatosi su scala

nazionale contro le azioni destabilizzanti condotte dai servizi di intelligence

statunitensi, britannici e dell’allora Germania Ovest. Che le informazioni

provengano da fonti ufficiali del governo tedesco – e da chi

vuole pregiudicare la preparazione della squadra francese approfittando

del crescente fermento anticomunista – è di certo niente più che un pettegolezzo

malizioso. Un cardinale polacco è costretto a lasciare il suo

posto nel mezzo di una ben orchestrata campagna diffamatoria; e ciò di

cui è accusato è di aver contribuito a proteggere la sicurezza del suo

paese, in un momento in cui la Polonia era sotto assedio.

Nella Repubblica Ceca, i responsabili della «rivoluzione di velluto» mostrano

la loro vera dedizione per la democrazia cercando di distruggere il

Partito comunista. Essendo poi questo troppo consistente, e vantando

un significativo numero di iscritti, le autorità ceche decidono di bandire

il movimento giovanile del partito, attraverso una legislazione in origine

concepita per prevenire il risorgere del fascismo.

Nelle repubbliche baltiche è illegale professare il socialismo, ma è consentito

elogiare quelli che furono i leader nazisti e i loro collaboratori.

In Polonia, la campagna anticomunista richiede ora misure per perseguitare

quei polacchi che combatterono contro i fascisti di Franco e Hitler

nelle Brigate internazionali, durante la guerra civile spagnola del 1936-

38. Similmente, sempre in Polonia, una nuova legge tende a punire penalmente

per le loro idee politiche centinaia di migliaia di cittadini polacchi

perché – come è scritto in una lettera inviata all’ambasciatore polacco

dal Partito comunista greco – «essi hanno combattuto contro il fascismo,

per la pace, il progresso sociale e la costruzione del socialismo».

Nell’Unione Europea, specialmente tra i nuovi paesi membri o tra quelli

candidati a diventarlo, la campagna contro la «minaccia del comunismo»

sta montando con vigore. Ci sono regolarmente delle dichiarazioni

che spingono affinché «i crimini del comunismo» siano «riconosciuti» e,

dunque, perché alla propaganda anticomunista sia dato l’imprimatur

della «verità storica».

9


10

Lungi dall’assecondare una riscrittura del genere, la

verità storica è destinata a essere ancora fonte d’ispirazione

per le giovani generazioni e per i lavoratori.

Certamente, non ci può essere alcuna decisione amministrativa

o di governo, nessuna misura intimidatoria,

né alcun terrorismo di Stato che possa distorcerla

o definitivamente azzerarla, anche se tutto ciò dovesse

incontrare il consenso dell’Unione Europea. L’Europa

dell’Est postcomunista non si è sviluppata come

l’imperialismo aveva immaginato. Certo, le repubbliche

baltiche, così come la Polonia, la Slovacchia e la

Croazia, hanno in vari gradi abbracciato posizioni clerical-fasciste;

ma in altri paesi della regione i tentativi

di bandire i comunisti (nonché i loro simboli) sono

stati respinti con successo. Le «rivoluzioni» variamente

colorate (di tutti i colori tranne che del rosso)

vanno disfacendosi. Ad esempio, in Ucraina, il consenso

alla ben organizzata «rivoluzione arancione»,

che ha insediato il Presidente pro-Usa Yushenko, è

evaporato davanti alla rabbia e alla disillusione popolare.

Le dimostrazioni fuori dal Parlamento chiedono

ora a gran voce l’impeachment del Presidente e appoggiano

il Primo Ministro pro-Russia.

Altro caso significativo è la Romania, dove la coalizione

tra il Partito democratico e il Partito nazionale liberale

sta andando in pezzi e l’inclusione del paese

nell’Unione Europea è legata alla richiesta da parte di

quest’ultima di «riforme strutturali»: riforme che,

come è noto, hanno pesanti effetti sul lavoro, gli

standard di vita e la sicurezza sociale. In questo modo

si tenta di esercitare una pressione economica che favorisca

l’avvio delle «riforme strutturali», con la

banca d’investimento Standard & Poors che retrocede

la classificazione della Romania da «positivo» a «neutro»

in riferimento alla «stabilità» del paese.

Si tratta di una congiuntura emblematica. In generale,

i paesi dell’Europa dell’Est puntano a essere inclusi

nell’Unione Europea portandole in dote profitti crescenti

e stabilità politica. In effetti, la loro partecipazione

all’Ue potrebbe significare (almeno per le maggiori

aziende capitalistiche) un aumento dei profitti;

ma è evidente che, finché i loro regimi continueranno

a perseguire politiche antipopolari, invano essi cercheranno

la stabilità politica. E, in un tale contesto, i

comunisti non cesseranno di restare sulla scena delle

vertenze e delle lotte popolari.

L’UNIONE DELLA GIOVENTÙ COMUNISTA (KSM)

DELLA REPUBBLICA CECA È STATA UFFICIALMENTE

DISCIOLTA DAL MINISTERO DEGLI INTERNI CECO IL

12 OTTOBRE 2006. QUESTO È SOLO UN MOMENTO

DELLA VASTA CAMPAGNA ANTICOMUNISTA

SVILUPPATASI NEL PAESE. DI PIÙ, CIÒ È STATO

FATTO DAL GOVERNO SENZA ALCUNA RATIFICA,

QUANDO IN SETTEMBRE È STATO CHIESTO IN

PARLAMENTO IL VOTO DI FIDUCIA. IL KSM È OGGI

SOTTOPOSTO A UNA CRESCENTE PRESSIONE DA

PARTE DEI MEDIA E DEI PARTITI DELLA DESTRA,

POICHÉ NELLA REPUBBLICA CECA SONO IMMINENTI

LE ELEZIONI MUNICIPALI E PER IL SENATO E TUTTI I

PARTITI – A ECCEZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DI

BOEMIA E MORAVIA (CPBM) – PARTECIPANO ALLA

CAMPAGNA ANTICOMUNISTA. NON PROPONGONO

ALCUN PROGRAMMA E SI LIMITANO A CERCARE DI

TROVARE ARGOMENTI, NON IMPORTA SE VERI O

FALSI, CONTRO I LORO RIVALI POLITICI. IN STRETTA

COOPERAZIONE COL CPBM, IL KSM HA PREPARATO

UN APPELLO CONTRO LA PESANTE DECISIONE.

VLADIMIR SEDLACEK (DIPARTIMENTO DELLE

RELAZIONI INTERNAZIONALI DEL CPBM)


GIANMARCO PISA*

Se, come recita un

detto comune tra

Prishtina e Tirana,

l’Albania è «l’unico Stato

al mondo che confina con

se stesso», sono proprio le

«stars and stripes» e la

Union Jack a tutelare

siffatta «questione

albanese», a suon di

coperture di traffici di

ogni tipo (dal denaro alle

armi) e di impressionanti

presidi militari

* PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE «OPERATORI

DI PACE – CAMPANIA» ONLUS

ESTERI

ritorno dal Kosovo

tra un presente difficile e un futuro incerto

Èdifficile condensare in pochi paragrafi quel grumo di riflessioni

che può produrre una visita in una terra così contraddittoria

come il Kosovo; soprattutto se tale ricognizione, sviluppatasi a cavallo

di Pec/Peja e Gorazdevac, Prishtina, Mitrovica e Gojbuljie, muoveva

da un presupposto di progetto per il dialogo, la riconciliazione e il sostegno

alle comunità più svantaggiate, a partire dalla difficile realtà delle

enclave. I paragrafi che seguono rappresentano il tentativo di questa sintesi,

provando a offrire, nello stesso tempo, un reportage «dal campo» e

alcuni spunti di riflessione.

Lungo le linee di molteplici fratture

Nell’occasione della ricorrenza di Djurdjevdan (il giorno di S. Giorgio),

seguo la lunga teoria delle «slave», che si snodano, di casa in casa, ai

quattro angoli di quell’estremo lembo del Kosovo che è Gorazdevac, enclave

serba in territorio albanese. Quella di Djurdjevdan è una delle feste

più importanti, un’occasione speciale di riconoscimento reciproco per i

serbi che, nell’occasione, rievocano le gesta dei «padri della patria» e, soprattutto,

rinfocolano quei legami di solidarietà che tanta parte giocano

nell’equilibrio delle relazioni comunitarie, in special modo all’interno delle

realtà rurali. E il Kosovo è una realtà rurale, profondamente divisa da lacerazioni

trasversali, che tagliano non solo, nel loro livello più drammatico,

le linee di ripartizione etnica (sostanzialmente quelle tra la comunità

maggioritaria albanese e le comunità non albanesi, in primo luogo i serbi,

e poi rom, ashkalij, gorani, bosniaci e turchi), quanto piuttosto le faglie dei

legami comunitari e familiari, andati distrutti con la guerra e ricostruiti sovente

grazie all’eroico sforzo delle donne, che hanno governato le cose

della casa e della terra nei mesi in cui gli uomini erano al fronte, trasformando

quasi l’equilibrio interno in senso matriarcale.

Di «città» in «città»

Le fratture della ripartizione etnica tagliano tutto il territorio, che presenta

una costellazione sociale particolarmente frastagliata, in cui a una

città principale, il capoluogo Prishtina, che conta qualcosa come 400-

500.000 abitanti (buona parte dei quali non originari della città, che ha

accolto persone delle diverse comunità albanofone da tutto il Kosovo

post-bellico), si affiancano altri due centri rilevanti, quelli di Pec/Peja,

città del distretto occidentale al confine con il Montenegro, che conta

circa 100-150.000 abitanti e, capitale del nord a maggioranza serba, Mitrovica,

tagliata dal ponte sul fiume Ibar, che conta intorno ai 150 mila

abitanti. In definitiva, dire «città» in Kosovo significa dire aggregati urbani

che si snodano sul territorio e che fungono da capoluoghi dei vari

11


12

distretti in cui questo è suddiviso:

distretti militari, non amministrativi,

dal momento che la partita

del decentramento è ancora in

alto mare, non c’è accordo nella

comunità internazionale sulle modalità

di ristrutturazione interna

della provincia, e l’articolazione

del territorio segue le linee di

«confine» dei cinque quadranti

militari.

Kosovo oggi:

un protettorato Nato

Il Kosovo oggi è, infatti, né più né

meno un penta-protettorato Kfor:

è la distribuzione sul territorio

della forza multinazionale della

Nato che ne determina la ripartizione

e ne costella il panorama,

perennemente attraversato dai

mezzi blindati recanti l’insegna del

contingente e la bandiera di questa

o quella «task force». A Nord, nel

distretto di Mitrovica, incontriamo

la Kfor francese, che sovrintende

alle aree di Leposavic, Zubin Potok

(a larghissima maggioranza serba),

Mitrovica (la città divisa), Serbica e

Vucitrn/Vushtri, a maggioranza albanese

ma con alcune importanti

presenze serbe, diffusamente enclavizzate.

Quello occidentale è il

distretto della Kfor italiana, nella

cui catena di comando si trovano

anche i contingenti spagnolo, sloveno

e argentino: esso si snoda intorno

al capoluogo Pec/Peja, comprende

le aree di Dakovica e Klina

e, soprattutto, ingloba una realtà

nella realtà, il «Vaticano serbo», il

Patriarcato di Decani, sede storica

del Patriarca (che tuttavia risiede a

Belgrado), che il sentimento religioso

ortodosso considera culla

della sovranità nazionale.

Il «nodo» del patrimonio

culturale

Il Patriarcato rappresenta un

«luogo» negoziale eccezionalmente

spinoso: perché impone la protezione

di un ricco patrimonio storico-monumentale

e richiede una

particolare tutela amministrativa, una sorta di «status speciale» nel piano

di decentramento. A Sud, sviluppandosi dalla parte centrale intorno a

Malisevo fino alle estreme propaggini meridionali del distretto di Gora,

nucleo originario della comunità gorana (regione montuosa così remota

da essere stata praticamente l’unica nella provincia a non subire direttamente

la guerra), troviamo il distretto sotto controllo della Kfor tedesca,

il cui capoluogo, Prizren, è a sua volta luogo da tutelare, essendo l’unica

«città d’arte» dell’intera provincia. Il problema della protezione del patrimonio

culturale si intreccia con quello della ridefinizione amministrativa

e viene a comporre il rebus negoziale col quale sono alle prese le Nazioni

Unite: il Consiglio di sicurezza sta giocando in questa partita gran parte

della sua credibilità, stretto nella morsa di un piano per lo status che prevede

l’indipendenza del Kosovo, seppur «condizionata» (il piano Athisaari)

e di una pesante torsione del negoziato da parte delle due potenze

egemoni, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non casualmente, la presenza

anglo-americana è installata nella parte centro-orientale, il quadrantechiave

della regione: si tratta dei distretti di Pristina (i britannici) e Gnjilane

(gli statunitensi).

Il banchetto dell’imperialismo

La presenza militare internazionale è dettata da precisi interessi delle

cinque potenze dominanti. Il Kosovo postbellico è, infatti, un caso «di

scuola» della moderna articolazione della «politica di potenza», tra interessi

strategici e acquisizioni territoriali: la spartizione della «torta» al


anchetto dei convitati segue le

linee di ripartizione dei presidi

economici fatti oggetto degli appetiti

ora di questa ora di quella potenza.

La cadenza di questi rapporti

interimperialistici, che parlano

di conflittualità nella misura

della proiezione di forza e di ricomposizione

nella misura delle

spartizioni territoriali, segue la

scansione delle diverse «cattedrali»

di cui il territorio kosovaro è

costellato. Si comincia dalla Trepca,

ex «kombinat» metallurgico a

nord di Mitrovica (in direzione di

Zvecan), tra i principali distretti

industriali della regione, oggetto

delle mire della Francia, che non a

caso ha favorito una sorta di

«rientro selettivo» di serbi nella

provincia settentrionale subito

dopo la guerra, guardandosi bene

tuttavia dallo svolgere una funzione

di «sicurezza» adeguata al

mandato ufficiale – come segnala

l’inerzia dimostrata nell’occasione

dei fatidici scontri del 17 marzo

2004, quando i militari d’oltralpe

assistettero inermi al «sacco di

Zvinjare», un intero villaggio

serbo messo a ferro e fuoco dagli

estremisti albanesi.

Una presenza ingombrante

Si arriva infine al controllo militare

anglo-americano dell’intera

zona del Kosovo centro-orientale,

luogo strategico tra la Serbia meridionale

– dove, nella valle di Presevo,

risiede una comunità albanese

già segnalatasi per le proprie

rivendicazioni secessioniste – e la

Macedonia settentrionale, in cui il

distretto di Tetovo è anch’esso a

maggioranza albanese. Se, come

recita un detto comune tra Prishtina

e Tirana, l’Albania è «l’unico

Stato al mondo che confina con se

stesso», sono proprio le «stars and

stripes» e la Union Jack a tutelare

siffatta «questione albanese», a

suon di coperture di traffici di ogni

tipo (dal denaro alle armi) e di impressionanti

presidi militari: la

base di Camp Bondsteel presso

Urosevac/Ferizaj, con i suoi 25 km

di strade e oltre 300 edifici, è la

cosiddetta «grande dame», la più

grande base statunitense in territorio

europeo. Non è inutile ricordare

che anche l’Italia gioca, in

questo scenario, la sua partita: se

«assegnare miliardi», come ha ricordato

recentemente il generale

Mini, non è più sufficiente, significa

che c’è una dinamica da potenza

imperialistica che riguarda

anche la presenza italiana, ugualmente

impegnata ad aprire mercati

di smaltimento e a controllare

settori strategici.

Un panorama

prevalentemente rurale

Attraversare il Kosovo significa

prendere coscienza di un panorama

unico in Europa ed esemplificativo

di molte realtà. Un contesto

enigmatico e opprimente, in cui il

controllo militare «esogeno» si

combina con un controllo sociale

del tutto «endogeno», dovuto alla

riproduzione di modelli familistici

e a condotte sociali antiemancipative.

La paralisi amministrativa e il

ritardo nello sviluppo economicosociale

sono il contraltare sullo

sfondo del quale si staglia l’orizzonte

di una realtà rurale scandita

dai tempi di comunità piccole e

spesso chiuse. Il punto è che il Kosovo

non è terra di metropoli: è

terra di villaggi, piccole comunità

di volta in volta serbe o albanesi

su terre contese; ed è terra di enclave,

nuclei-ghetto urbani (come

Kodra i Minatorve / Mikronaselije,

quartiere nella Mitrovica serba)

o rurali (come Gorazdevac, un migliaio

di serbi, circondati da sacchi

di sabbia e filo spinato, presidiata

dalla Kfor slovena a protezione

dalle aggressioni degli estremisti

albanesi) distribuiti a macchia di

leopardo.

La tragedia delle enclave

Nell’un caso come nell’altro, l’en-

ESTERI

Dire Kosovo oggi

significa dire enclave,

con tutto ciò che ne

consegue: dalla

protezione del patrimonio

culturale sotto attacco

dell’estremismo

albanese-kosovaro, che

punta a un’indipendenza

senza condizioni e senza

trattative, fino alla

dimensione, più minuta ma

anche più umana, della

protezione delle persone,

soprattutto nei loro

spostamenti dall’enclave

verso la città

clave è un microcosmo al contempo

caratterizzante e impressionante.

In una parola, è l’archetipo del

principale problema avvertito dai

kosovari: quello della libertà di

movimento, uno degli standard di

libertà non ancora acquisiti e anch’esso,

per giunta, etnicamente

connotato, declinato, cioè, come

libertà di movimento fuori dalla

provincia per i kosovari albanesi,

la maggior parte dei quali non dispone

di passaporto ufficiale ma di

una sorta di lasciapassare concesso

dall’Unmik, ovvero come libertà di

movimento all’interno del Kosovo

per i serbi kosovari. Situazione simile

a quella di Gorazdevac è, ad

esempio, quella di Gojbuljie, enclave

serba nel territorio della municipalità

di Vucitrn/Vushtri. Il direttore

didattico della locale scuola

primaria mi conduce da parte a

13


14

parte del villaggio, una sequenza di case tutte uguali

disposte su appezzamenti di terra ai lati dell’unica

strada, non asfaltata, che mette a dura prova la tenuta

dell’automobile: non ci sono check-point agli sbocchi

dell’enclave, solo una «cintura» di villaggi albanesi

tutt’intorno, che significano, per la piccola comunità

serba, cinquecento metri di libertà, lo spazio di una

strada.

Storie di ordinaria violenza

Dire Kosovo oggi significa dire enclave, con tutto ciò

che ne consegue: dalla protezione del patrimonio culturale

sotto attacco dell’estremismo albanese-kosovaro,

che punta a un’indipendenza senza condizioni e

senza trattative, fino alla dimensione, più minuta ma

anche più umana, della protezione delle persone, soprattutto

nei loro spostamenti dall’enclave verso la

città. Una prima esperienza in tal senso mi era capitata

a Mitrovica nel 2005, nella circostanza, più unica

che rara in Kosovo, dell’accompagnamento di Adva,

della comunità albanese di Kodra, verso la città; più

preparato ad affrontare l’incombenza ero, viceversa,

nell’ultima circostanza, quella dell’accompagnamento

di Natasha dalla sua terra fino a Gorazdevac, passando

lungo la strada frequentata dagli albanesi. È lei

che mi illustra la storia, esemplare, delle due case ai

margini del villaggio, con tutto il loro carico di violenza:

da una parte la proprietà di una famiglia albanese,

terre coltivate e floride, dall’altra la vecchia proprietà

di una famiglia serba, rilevata dopo la guerra,

con la terra circostante, dalla famiglia albanese, non

prima di averla bruciata e saccheggiata. Una strategia

consueta, che serve ad alterare sia gli equilibri demografici

(impedendo il ritorno dei serbi, sul quale l’Unmik

sta disperdendo gran parte della sua residua credibilità),

sia quelli di proprietà, sottraendo terra che,

da queste parti, significa «sovranità di fatto».

Terra, politica e sovranità

La corona delle «slave» (le feste del santo della casa,

ogni casa, soprattutto in campagna, essendo dedicata a

questo o quel martire) aggiunge nuovi elementi al

quadro della ripartizione demografica e proprietaria,

un rompicapo cruciale ai fini dell’attribuzione di sovranità.

Una delle conseguenze dei 78 giorni di bombardamenti

Nato nella primavera 1999 e degli scontri

tra le forze serbe e l’Uck – le milizie secessioniste albanesi

– fu il saccheggio e la distruzione su larga scala di

abitazioni e proprietà in tutta la provincia, con una

particolare incidenza nelle zone rurali. Gli esempi, che

si possono vedere ancor oggi in più punti del territorio,

costituiscono un autentico rebus: a fronte di circa

150 luoghi di culto distrutti o vandalizzati e centinaia

di migliaia di case danneggiate o bruciate, sono oltre

200.000 i profughi di etnia non albanese scacciati

dalle loro terre. Ciobi ci invita a casa nell’occasione

della ricorrenza: davanti alla tavola imbandita e ai ripetuti

brindisi a suon di rakija (la tipica grappa alla

pera) non si parla d’altro che di terra, politica e, soprattutto,

sovranità, l’argomento del giorno in Kosovo

da ormai troppi giorni. La terra è vincolo storico, sociale

e strutturale: il nostro amico ricorda che il 60%

della terra qui è ancora di proprietà serba, statale,

cooperativa o privata, per quanto gli sfollati non si

contino e la comunità serba ammonti ormai a meno

del 10 % dell’intera popolazione.

L’incognita demografica

Sull’argomento non esistono dati che non siano «politici»:

qualcuno, già militante nelle file dell’opposizione

a Milosevic, non si spinge a dettare stime; qualcun

altro ricorda che la comunità serbo-kosovara non ha

mai costituito meno del 20% della popolazione… Con

la stessa sicurezza del resto un altro amico, Ilir, albanese-kosovaro,

appena il giorno prima, aveva ricordato

che «molto meno del 10%» è l’ammontare di tutte le

comunità non albanofone. Statistiche aride, che molto

spesso nella loro approssimazione nascondono anziché

rappresentare la realtà: sono poche le cifre, ad esempio,

che parlano della dura realtà dei rom, vittime due

volte, della guerra (sono considerati «collaborazionisti

filo-serbi» dagli albanesi) e del dopoguerra (non sono

mai riusciti a integrarsi del tutto nella comunità serba,

essendo in genere di lingua albanese). Si rivela qui

l’ennesimo fallimento dell’amministrazione internazionale

del Kosovo: in un’audizione al Parlamento europeo,

Carla Del Ponte, procuratrice del Tribunale internazionale

per la ex Jugoslavia, ha dichiarato di «non

essere stata in grado» di condurre indagini sui crimini

commessi contro la popolazione rom durante l’intero

mandato investigativo.

Quanto alle cifre, nessuno può pretendere di avere

l’ultima parola: le stime più verosimili accreditano il

Kosovo di una popolazione di quasi due milioni di

abitanti, di cui il 90% costituito da albanesi e il restante

10% da serbi (tra i 100 e i 150.000) e altre comunità.

L’ultimo censimento risale al 1981, quello

successivo del 1991 essendo stato boicottato dalla comunità

albanese, già votata alla strategia del sabotaggio

«non-violento» dalla leadership di Rugova, artefice

di un para-Stato dagli effetti devastanti sulle relazioni

tra le diverse comunità. Dopo la guerra tutto è

saltato e oggi ognuno rivendica le proporzioni più

convenienti, in un gioco al massacro in cui la verità e

la storia finiscono sempre con l’essere le prime vittime.

Dopo le persone, ovviamente.


ALBERTO BURGIO*

SIMONE OGGIONNI**

* DEPUTATO DEL PRC-SE

** CAPOREDATTORE DEL SITO

WWW.ESSERECOMUNISTI.IT

SECONDA PARTE

PACE E GUERRA

il business delle armi

nell’escalation bellica

Questi numeri sono enormi. Dimostrano meglio di qualsiasi

altra cosa che [...] la nostra non è la coalizione dei volenterosi

ma è la coalizione dei pagatori.

Peter Singer, docente in diverse università statunitensi

di Studi di politica internazionale e direttore del 21st

Century Defense Initiative presso la Brookings Institution,

commentando il sorpasso del numero complessivo

di contractors privati presenti in Iraq (180.000) rispetto

ai soldati Usa (160.000), «Los Angeles Times», 4 luglio

2007.

La specificità degli armamenti

Sullo sfondo della persistente centralità della guerra nell’agenda politica degli

Stati capitalistici – tema affrontato nella prima parte di questo lavoro – si

colloca il tema specifico della spesa per armamenti.

Per l’industria bellica la guerra è indispensabile per due ordini di ragioni:

sul piano economico, costituisce il momento del consumo della mercearmi,

rialimentandone costantemente la domanda, e offre un terreno

ideale di sperimentazione sul quale si sviluppa a sua volta una costante

dinamica di concorrenza tecnica che, decidendo della rapida obsolescenza

dei sistemi d’arma, rende inevitabili nuovi e massicci investimenti; sul

piano politico, la guerra costituisce il terreno di verifica dell’efficacia

delle macchine belliche degli Stati, cioè di un elemento-chiave ai fini

della determinazione delle gerarchie di potenza globali. In questo senso

il susseguirsi delle guerre tiene in vita e alimenta un immenso, macabro

supermercato.

Ciò si lega a un’altra peculiarità delle armi: la propria condizione di merce

che non solo non satura il mercato di consumo (nella misura in cui corrisponde,

in forza di nuovi conflitti, a un uso sempre possibile), ma che genera

anche sempre nuove opportunità di crescita (e dunque di investimento

e accumulazione) grazie alle politiche di «ricostruzione». La mercearmi,

dunque, assolve – all’interno di un contesto che potremmo definire

di «keynesismo di guerra» (incremento della spesa pubblica militare a

fronte di una compressione della spesa pubblica sociale) – una funzione

economica intimamente razionale: risolve, o quantomeno appiana, le crisi

di sovrapproduzione o di sottoconsumo e interviene positivamente nelle

fasi di stagnazione, innescando un circuito perverso tra la crescita dei profitti

del militare-industriale e la moltiplicazione degli scenari di guerra.

Ma quali sono stati e quali sono, in cifre, il peso e l’incidenza del commercio

di armamenti nel contesto dell’economia di guerra? Ci possono

15


16

aiutare, in proposito, i dati del

Sipri – il prestigioso Istituto di ricerche

per la pace di Stoccolma –

sulla curva delle transazioni internazionali

dei grandi sistemi d’arma

convenzionali. Il valore globale dei

trasferimenti raggiunse il suo apice

tra la fine degli anni Settanta e i

primi anni Ottanta, in pieno bipolarismo,

toccando cifre che oscillavano

tra i 40 e i 50 miliardi di dollari

annui. Usa e Urss coprivano

una quota di esportazioni pari

all’80% delle forniture globali.

A partire dal 1988 il volume degli

scambi iniziò a decrescere sensibil -

mente, a causa del crollo della domanda

di armamenti da parte dei

paesi in via di sviluppo, oberati dal

debito, della stipula dei primi accordi

sul disarmo e del collasso

dell’Unione Sovietica che, ancora

nel 1987, era il primo esportatore

di armi nel mondo. E se gli anni

Novanta hanno riflesso questa

tendenza alla diminuzione del valore

complessivo dei trasferimenti

internazionali di armi (21 miliardi

di dollari è l’importo medio

annuo, circa la metà di quello raggiunto

nel decennio precedente),

il ventunesimo secolo si è aperto

con un segno di netta inversione. I

soli Stati Uniti (secondo le stime

raccolte dal londinese Institute for

Strategic Studies) nel 2004 hanno

esportato armi per un valore di

18,5 miliardi di dollari, il 61% del

totale mondiale (contro il 47% del

decennio 1991-2000).

Dietro agli Usa, la Russia (4,6 miliardi

di dollari, in eclatante recupero

rispetto a solo cinque anni

prima, quando la produzione di

armamenti era crollata al 6% di

quella del 1989), la Francia (4,4) e

il Regno Unito (1,9): quattro dei

cinque paesi membri permanenti

del Consiglio di sicurezza dell’Onu

hanno venduto da soli, sempre nel

2004, il 90% del totale delle armi

circolanti in Africa, America Latina,

Asia e Medio Oriente.

A trarne beneficio – come si dice-

va – sono stati i grandi produttori di armi, i grandi gruppi industriali.

Anche per mezzo di questo business si perpetua la rapina ai danni dei

paesi in via di sviluppo. Se nella prima metà degli anni Novanta, infatti,

si è registrata una netta diminuzione della domanda (anche in ragione –

come si ricordava – dell’insostenibile peso del debito estero), l’ultimo

quinquennio ha visto un recupero della richiesta al punto che, nel 2004,

ben un terzo dell’intero debito estero dei paesi poveri (2.400 milioni di

dollari) è stato utilizzato per l’acquisto di armi presso le industrie di quei

paesi da cui precedentemente gli stessi avevano ricevuto i crediti.

Il valore strategico di Africom

È notevole, in particolare, la rapidità con cui si sono moltiplicati negli

ultimi anni i programmi di riarmo dei paesi africani. Soltanto il Foreign

Military Sales ha impegnato per il 2003 il Dipartimento di Stato americano

a investire, per il trasferimento di armamenti nel continente africano,

la somma di 45 milioni di dollari. Tre anni prima, nel 2000, erano

9,8, quattro volte meno. Se a ciò aggiungiamo che già oggi in Etiopia,

Algeria, Ciad, Kenya e Nigeria le truppe regolari (75.000 uomini) sono

addestrate e armate dai comandi militari statunitensi, emerge in tutta

evidenza un nuovo, pericoloso salto di qualità.

Alla luce di questa ipotesi, l’istituzione, entro il settembre 2008, di Africom,

il nuovo comando unificato del Pentagono per l’Africa (continente

dal quale nel 2005 è giunto il 17,6% delle importazioni statunitensi di

greggio e che, entro il 2015, fornirà agli Usa, secondo le previsioni, circa

il 25% delle importazioni di gas e petrolio), assume un chiaro significato

strategico: esercitare un controllo ancora più forte sul territorio e sulle

sue risorse e fronteggiare, in questo modo, la crescente penetrazione

economica in Africa della Cina. Anche perché – sia detto per inciso – la

crescita dei rapporti commerciali tra la Cina e il continente africano

sembra fondarsi sempre più sulla compresenza di due eventi, la cui rilevanza

strategica non sfugge certo alla leadership statunitense: l’import

cinese di petrolio e l’export di armi. Il caso del Sudan è sintomatico: la

Cina vi preleva quasi il 50% del greggio prodotto e vi esporta armi in

una misura ogni anno crescente di circa il 15%. Non è casuale, a questo


iguardo, che nel settembre 2004 l’ambasciatore cinese

all’Onu Wang Guangya abbia opposto il veto a una

Risoluzione, la n. 1564, che chiedeva l’introduzione

di un embargo alle armi verso il Sudan.

Guardando all’Africa, e oltre essa, non si può certo

dire, in definitiva, che cinque anni di guerre al terrorismo

(così, ovunque, sono giustificati gli investimenti

in guerre civili e armamenti) si siano risolti in un

completo fallimento: l’organizzazione non governativa

Oxfam, presentando lo scorso 22 settembre 2006

all’Assemblea generale dell’Onu i propri studi, ha dimostrato

che le cento più grandi compagnie di armi

del mondo hanno visto crescere le proprie vendite di

circa il 60% in quattro anni, passando dai 157 miliardi

di dollari del 2000 ai 268 miliardi del 2004. Non è

casuale, dunque, che lo scorso 27 ottobre gli Stati

Uniti abbiano votato contro la proposta, poi approvata

dall’Assemblea generale dell’Onu, di redigere un

trattato per limitare la vendita di armamenti.

Italia sesto esportatore di armi al mondo

L’Italia è parte integrante di questo gigantesco

business, collocandosi al sesto posto tra i maggiori

esportatori di armi: sommando le armi convenzionali

a quelle di piccolo calibro, nel 2006 il volume dell’export

italiano ha prodotto un fatturato di 2192 milioni

di euro. Lo dice la relazione stilata dall’ufficio del

Consiglio militare sul «controllo dell’esportazione,

importazione e transito dei materiali di armamento,

nonché sull’esportazione e il transito dei prodotti ad

alta tecnologia», trasmessa dalla presidenza del Consiglio

dei Ministri alla Camera dei Deputati nell’aprile

di quest’anno. Il fatturato complessivo è, se confrontato

con i 1360 milioni di euro del 2005, incrementato

del 60% in soli dodici mesi.

Di particolare rilievo anche la crescita del numero delle

esportazioni autorizzate (dai sistemi d’arma per i mezzi

corazzati alla componentistica per missili e radar), in

aumento del 12,9% rispetto all’anno precedente (addirittura

del 23,7% se consideriamo le sole esportazioni

temporanee nell’ambito di programmi intergovernati-

PACE E GUERRA

vi). Il nostro paese è addirittura il secondo produttore

al mondo di armi leggere, in un mercato che, al prezzo

di oltre 500.000 morti ogni anno, consente all’industria

(e alle mafie che regolano il parallelo mercato illegale)

di vendere ogni anno armi del valore complessivo di 4

miliardi di euro. Tra i colossi mondiali della produzione

di armi c’è anche Finmeccanica, il secondo gruppo industriale

italiano, un terzo del pacchetto azionario in

mano al Ministero del Tesoro, 60 mila addetti, un utile

netto – a fronte di 9387 milioni di euro fatturati nel

2004 – di 240 milioni di euro. Un gruppo che ha concluso,

il 17 febbraio scorso, un accordo di oltre 200 milioni

di euro per forniture alle forze armate indiane;

che è in procinto di siglare, nelle prossime settimane,

un secondo contratto con la marina indiana di circa 2,5

miliardi di euro; e che, nella prima metà di giugno, ha

battuto la concorrenza di quattro consorzi di peso

mondiale (tra i quali quello guidato dagli statunitensi

di Raytheon), assicurando all’aviazione militare Usa

una commessa (la fornitura di 207 velivoli) per un valore

stimato di circa 4,5 miliardi di euro.

Ma non c’è solo Finmeccanica. In Italia il portafoglio

d’ordini complessivo delle autorizzazioni per l’anno

2005 si è attestato intorno ai 1360,7 milioni di euro; ed

è cresciuto del 73% il valore delle consegne effettuate,

sfiorando – contro i 480 milioni di euro del 2004 – il

tetto degli 831 milioni di euro. Quel che appare ancora

più inquietante è che nel 2007 tale cifra potrebbe essere

polverizzata. Se il governo italiano non dovesse recedere

dalla volontà di dare seguito all’accordo-quadro

stipulato tra Italia e Usa sul sistema di difesa antimissili

balistici (il cosiddetto «scudo stellare»), la spesa militare

17


18

italiana registrerebbe ulteriori incrementi.

Il che (senza considerare

qui le gravi ripercussioni di un progetto

potenzialmente devastante:

dal rischio di ricadute radioattive

per le popolazioni europee al pericoloso

deterioramento delle relazioni

con la Russia) implicherebbe da

una parte l’aumento di influenza

anche politica del militare-industriale

italiano e, dall’altra, una tendenza

alla ulteriore militarizzazione della

ricerca scientifica e tecnologica del

nostro paese.

La metamorfosi delle armi

I dati ora ricordati, tuttavia, non

esauriscono la descrizione di un

quadro davvero allarmante. Sul

conto complessivo della vicenda

c’è da aggiungere anche l’epilogo

di un processo di metamorfosi

qualitativa del mercato delle armi

in virtù del quale, a fianco dei

comparti industriali nazionali, si

sono affermate, sin dalla metà

degli anni Novanta, nuove forme

di coproduzioni, joint-ventures internazionali

e vere e proprie società

transnazionali, che collegano, in

via orizzontale, le industrie di paesi

diversi. Proprio all’interno di questa

orizzontalità si inseriscono le

reti della criminalità organizzata:

l’intervento delle centrali mafiose,

attive su scala globale nel traffico

degli armamenti, viene quantificato

dal rapporto 2006 di Small Arms

Survey in una misura del 25% sul

totale. Ma vi è un secondo aspetto

che ci consente di istituire un parallelo

tra il commercio delle armi

– ma anche, più in generale, la

spesa militare – e il giro d’affari

delle grandi reti mafiose: quel carattere

di segretezza e illegalità che

spesso accompagna il business militare,

anzi, che contrassegna l’intero

ambito delle decisioni di politica

militare, e che l’Italia, al pari di

altri paesi, ha ben conosciuto nell’intero

corso della sua storia (dall’accordo

segreto del 26 aprile

1915, con cui il Governo Salandra

La merce-armi, dunque, assolve – all’interno di un

contesto che potremmo definire di «keynesismo di

guerra» (incremento della spesa pubblica militare a

fronte di una compressione della spesa pubblica sociale) –

una funzione economica intimamente razionale: risolve, o

quantomeno appiana, le crisi di sovrapproduzione o di

sottoconsumo

impegnò all’insaputa del Parlamento

il nostro paese nel primo

conflitto mondiale, agli accordi – in

epoca repubblicana e dunque in

violazione degli articoli 80 e 87

della Carta costituzionale – della

diplomazia segreta che hanno portato

alla concessione agli Stati

Uniti di basi e facilitazioni militari).

Epilogo

Ecco dunque che il nostro ragionamento

ci riconduce a osservare

le implicazioni che lo stato di

guerra permanente (e, dentro di

esso, l’industria della guerra permanente)

produce nei confronti

degli ordinamenti democratici e,

più a fondo, all’interno del discorso

della sovranità.

In primo luogo, risalta con evidenza

un fatto: il perpetuo riproporsi

dei conflitti militari su scala internazionale

enfatizza e rafforza, in

una misura che non ha precedenti

nella storia, il peso del settore militare-industriale,

della ricerca tecnologica

legata agli armamenti e dunque

dei soggetti privati che governano

questi comparti. Il privato,

cioè, acquisisce un ruolo cruciale in

un terreno – la politica estera, il

conflitto internazionale – costitutivamente

essenziale all’esercizio

della sovranità. La funzione-chiave

svolta dalla Military Professional

Resources Inc. (Mpri), presieduta

dal generale Carl E. Vuono, ex

capo di stato maggiore dell’esercito

statunitense durante la guerra del

Golfo e l’invasione di Panama, è

esemplificativa di questa tendenza.

Ci riferiamo alla più grande agenzia

privata impegnata nella consulenza

militare (ha partecipato alla stesura

di alcuni dei più significativi documenti

del Pentagono), nel traffico

di armi (con un volume di scambi

non facilmente quantificabile, ma

certamente superiore ai 200 milioni

di dollari all’anno, se è vero che

questo è il dato riferito ai soli profitti

di unico affiliato al Mpri, l’ex

consulente della Defence Intelligence

Agency Ernst Werner Glatt),

nell’addestramento delle forze militari

e di polizia. Dal Golfo all’Afghanistan,

dal Sud-Est asiatico alla

Croazia, dove nel 1995 la Mpri addestrò

per un anno l’esercito di Zagabria

responsabile, in pochi giorni,

dell’espulsione di 250.000 serbi.

L’evento rilevante è che al Mpri si

affiancano ormai innumerevoli

altre agenzie private di combattimento

(al punto che si stima siano

oggi oltre 300.000, nel mondo, i

soldati privati, di cui un terzo nel

solo Iraq, dieci volte quelli presenti

nel paese nel 1991), di intelligence

e consulenza militare, in

una misura tale da avere indotto

recentemente il «New York

Times» a scrivere che i contractors

«sono diventati, senza un dibattito

pubblico o una decisione politica

formale, il quarto braccio del governo».

E come la guerra è sempre

più oggetto di un processo

inarrestabile di privatizzazione,

così la politica, addirittura la sovranità

– anche in ragione di que


L’organizzazione non governativa Oxfam ha

dimostrato che le cento più grandi compagnie di armi del

mondo hanno visto crescere le proprie vendite di circa il

60% in quattro anni. Non è casuale, dunque, che lo scorso

27 ottobre gli Stati Uniti abbiano votato contro la

proposta di trattato per limitare la vendita di armamenti

sta emergente incidenza del privato sul terreno dei conflitti internazionali

– subisce un esito analogo.

Non è del resto casuale che tale spoliazione alla sovranità del suo carattere

pubblico si accompagni a un fenomeno che potremmo definire di

«ritorno del segreto». Ne abbiamo accennato in precedenza ma conviene

tornarvici: la segretezza è, di per sé, prerogativa spontanea della sovranità.

Gli arcana imperii, suggello posto a garanzia dell’autorità, definiscono

alla radice il tema del potere premoderno. Contro di essi, il processo di

secolarizzazione ha ridefinito i confini della politica costruendo le nozioni

di cittadinanza, rappresentanza, consenso. Condizione indispensabile

per l’affrancamento della sfera pubblica dal governo monocratico della

sovranità è stato storicamente – sul piano dei sistemi giuridico-amministrativi

– l’abbandono progressivo della segretezza e dell’occultamento.

L’uscita dallo stato di minorità (e cioè la conquista dell’autonomia di

soggetti «sovrani» nei propri pensieri e nelle proprie azioni) ha coinciso

quindi con il graduale «rischiaramento» delle istituzioni, grazie al quale

la trasparenza è divenuta la regola e il segreto una eccezione, tollerata

giuridicamente come residuo. Ma l’elemento di novità dirompente è

che, precisamente su questo piano, assistiamo oggi a una regressione e a

un imbarbarimento: il segreto torna a installarsi nel campo della politica,

caratterizzandolo ed espandendo in esso una superficie sempre maggiore

di impenetrabilità. Le zone d’ombra si moltiplicano e il privato (sia esso

la grande industria d’armamenti, la centrale di intelligence o l’agenzia di

truppe mercenarie) è partecipe e coprotagonista di questa tendenza.

Non solo della tendenza specifica di cui si parlava (lo svuotamento della

dimensione pubblica del potere, il venir meno dell’elemento del controllo

pubblico delle decisioni politiche), ma anche di quella tendenza più complessiva

che possiamo definire come la «crisi della democrazia». Due dati

sono sufficienti, nell’economia del nostro ragionamento, per chiarire la

cifra e il rischio di una definitiva implosione del sistema democratico:

2.033.331, come gli individui attualmente rinchiusi nelle strutture penitenziarie

nord-americane (sette detenuti ogni 1000 abitanti); 25,4%, cioè

la percentuale di cittadini rispetto al totale degli aventi diritto al voto che,

ancora negli Usa, hanno deciso la rielezione, nel 2004, di George W. Bush.

Oltre a ciò, vi è un ulteriore aspetto sul quale concentrare la nostra attenzione:

la crisi della democrazia moderna ha radici anche – se non

prevalentemente – nella preminenza sempre più marcata della guerra

nella quotidianità. Il cerchio si chiude con l’esaurimento, nel campo

della guerra infinita, di qualsiasi distinzione tra il dentro e il fuori. La

negazione del diritto internazionale ha cioè il suo completamento, per

così dire, nella soppressione dei diritti civili all’interno degli stessi recinti

PACE E GUERRA

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Sul volume delle transazioni legate al

commercio delle armi, si vedano, tra

gli altri, oltre alle fonti già citate nel

testo:

Edoardo Boggio Marzet, Se l’Europa

compra le armi all’insaputa dei cittadini,

Ué, l’Europa rivista, n. 3, marzo 2007;

Chiara Bonaiuti, Ancora armi italiane,

Os.c.ar./Ires, Firenze 2001.

Chiara Bonaiuti e Achille Lodovisi, Il

commercio delle armi. L’Italia nel contesto

internazionale, Jaca Book, Milano

2004.

Stefano Carrer, Armi, ombre cinesi su

Tokyo, «Il Sole 24 Ore», 7 marzo 2007.

Manuela Cartosio, Il Pentagono vola con

Finmeccanica, «il manifesto», 15 giugno

2007.

Gabriele Dossena, Finmeccanica, maxiappalto

Usa. Aerei italiani per l’esercito

americano, «il Corriere della Sera», 14

giugno 2007.

Francesco Martone, Disarmo e riconversione,

vogliamo crederci?, «il manifesto»,

28 giugno 2007.

Alfio Nicotra, Zero in condotta, «Liberazione

della Domenica», 24 giugno

2007.

Sul peso specifico quantitativo dell’escalation

bellica, si vedano:

Michelangelo Cocco, Mille miliardi di

dollari per le guerre. L’Italia è settima, «il

manifesto», 8 giugno 2005.

Franco Pantarelli, Il nuovo budget di

Bush, «il manifesto», 8 gennaio 2007.

Sui caratteri dell’escalation bellica, invece:

Roberto Bagnoli, Forze Armate e Marina

indiane nel portafoglio Finmeccanica, «il

Corriere della Sera», 18 febbraio 2007.

Fabio Cavalera, Il Dragone punta al dominio

del mare, «il Corriere della Sera»,

13 giugno 2007.

Alessandro Fioroni, La guerra al terrori-

19


20

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

smo approda in Africa, «Liberazione», 11

febbraio 2007.

Domenico Gallo, Accordi segreti: illegali

ed incostituzionali, «Liberazione», 20

febbraio 2007.

Seymour Melman, Guerra S.p.A., Città

Aperta Edizioni, Enna 2007.

Enzo Modugno, Società per azioni belliche

di lunga durata, «il manifesto», 21

novembre 2006.

Sabina Morandi, Armi terrorismo, ma soprattutto

petrolio, «Liberazione», 16 gennaio

2007.

Pietro Orsatti, AAA premiata ditta Usa

cerca mercenari esperti per guerra permanente,

«Liberazione della Domenica»,

14 gennaio 2007.

Karl von Wogau, Relazione sull’attuazione

della strategia europea in materia di sicurezza

nell’ambito della PESD, 20 novembre

2006, in www.europarl.eu.int.

statuali. Una costante classica dello «stato di guerra» è infatti il prodursi,

sul piano interno, di involuzioni autoritarie, di processi di restrizione

delle libertà collettive e individuali. Si ingenera cioè un rapporto di continuità

tra i fronti di guerra e gli Stati belligeranti, con la conseguente penetrazione

dell’elemento bellico all’interno delle relazioni sociali: la

guerra rimbalza dentro i confini degli Stati che la esportano. Oggi è esattamente

questo a essere all’ordine del giorno.

Le istituzioni democratiche risultano polverizzate dalla militarizzazione

della sfera politica. Il tracimare nel tessuto sociale di questa militarizzazione

incoraggia e rafforza la deriva autoritaria del potere politico che,

sull’onda del sentimento crescente di paura e insicurezza, estende il proprio

consenso e moltiplica la repressione. Una repressione che, sul fronte

esterno, stimola e induce a sua volta a ulteriori opzioni guerresche. Le

legislazioni speciali, l’accentramento dei poteri e, per questa via, la regressione

oligarchica e autocratica delle strutture pubbliche del potere

(negli Usa il presidente Bush dispone, da solo, di una quantità di prerogative

senza eguali nella storia del paese) sono la risposta patologica,

quando non la soluzione esiziale, alla crisi dei capitalismi moderni.

Anche su questo versante gli Stati Uniti d’America si confermano il caso

più rappresentativo. Il Patriot Act del 26 ottobre 2001, il Military Order del

13 novembre 2001, il Domestic Security Enhancement del 2003 sono lo strumento

di una istituzionalizzazione eversiva dello stato d’eccezione e dunque

della devastazione degli ordinamenti giuridici. A farne le spese sono,

ovviamente, i settori più deboli di una società sempre più polarizzata (una

ricerca dell’Economic Policy Institute rileva che nel 2005 la paga media di

un amministratore delegato è stata 262 volte più alta di quella di un lavoratore

medio) e impoverita (33 milioni di indigenti nel 2005, con una crescita

annua delle stime stabile da cinque anni intorno al valore del 3%),

cui sono sottratti i diritti più elementari. Dentro queste sacche di miseria,

tra gli immigrati, la popolazione nera e ispanica, così come tra gli oppositori

e i «dissidenti» (coloro i quali sono sospettati di attività terroristiche),

il governo statunitense arruola i destinatari di pratiche extralegali come la

detenzione preventiva, addirittura la tortura, o le extraordinary renditions.

Tutto ciò senza che l’opinione pubblica riesca a fermarlo.

Questi sono soltanto i dettagli di uno scenario del tutto devastante e

che, anche per questo, dobbiamo conoscere. Se la privatizzazione della

guerra, la militarizzazione della società e il conseguente deperimento

delle libertà costituzionali sono tasselli decisivi nel percorso che conduce

all’agonia della democrazia, è compito della politica avocare di nuovo a

sé, definitivamente, la gestione dello spazio pubblico. È l’unico mezzo

per fermare l’agonia e invertire la rotta.


WALTER DE CESARIS*

Abbiamo impostato il

processo unitario in un

altro modo. Se potessi

definirlo con una formula

direi così: non si passa

dall’impresa della

rifondazione comunista a

quella della rifondazione

della sinistra. Il punto è

come il processo della

rifondazione comunista

aiuti, sia utile, forse

(senza che questo suoni

presunzione) sia

essenziale alla

rifondazione della

sinistra, cioè alla

costruzione di una sinistra

di alternativa all’altezza

della sfida

dell’alternativa di società

* COORDINATORE DELLA SEGRETERIA NAZIONALE

PRC-SE

POLITICA INTERNA

rifondazione comunista

il suo dibattito,

le sue prospettive

Il centro della discussione

Dobbiamo affrontare con assoluta nettezza quella che mi sembra

la questione essenziale e che delinea la prospettiva della fase che

sta di fronte a noi; essa investe, insieme, la nostra linea politica

e il processo unitario che si è aperto. In poche parole, la nostra proposta

complessiva.

Secondo un rituale assai poco intellegibile, la questione è ruotata nel

nostro dibattito intorno alla parola «oltre». Ci si è chiesti: il processo

unitario in corso, sommando e confondendo Sinistra europea e cosiddetto

Cantiere, disegna già un «oltre»-Rifondazione comunista? Questo

tema è stato declinato, specialmente dai giornali, in maniera ulteriormente

semplificatoria: questo «oltre» significa sostanzialmente che si è

aperto un processo di «superamento»/«scioglimento» di Rifondazione

comunista per la creazione di un nuovo soggetto politico/partito della sinistra?

Dal punto di vista della cultura politica e delle sfide che oggi

sono di fronte alle sinistre nel mondo, si è voluto introdurre, attraverso

una volgarizzazione del dibattito, un ulteriore elemento simbolico: tutto

questo deve portare al superamento della scelta «comunista» in favore

di una rivalutazione/rifondazione della cultura «socialista»? Se si connettono

tutti quei piani, credo si possa comprendere come anche il nostro

partito sia stato investito, fin dentro il suo corpo profondo, da elementi

di confusione, incertezza, smarrimento.

Se poi trasferiamo questo dibattito dal piano teorico (o più propriamente

della volgarizzazione teorica) a quello dell’attualità dello scontro sociale

e politico che attraversa il paese, comprendiamo come questa difficoltà

di orientamento e di collocazione si aggravi ulteriormente. È del tutto

evidente, al di là del giudizio e delle conseguenze che ne possiamo trarre,

che la nostra collocazione dentro la maggioranza e nel governo non è

elemento semplice. Le divisioni interne, l’evidente compresenza dentro

il governo di due linee che si combattono, la caduta di consensi che

questo ha comportato nel rapporto con la società italiana e nella percezione

medesima di una larga parte del popolo della sinistra, determinano

un ulteriore elemento di difficoltà.

Nella vita concreta delle persone non vi è una scissione tra i due suddetti

piani, quello della crisi di identità della propria cultura politica e quello

della difficoltà sul piano della collocazione politico-istituzionale. La

loro somma può farsi devastante sul piano della tenuta generale: in questo

senso, la nostra discussione sulle prospettive di Rifondazione comunista

e della sua connessione con il processo unitario a sinistra è veramente

importante. Penso, infatti, che siamo dentro un passaggio stretto,

per alcuni versi drammatico. Dobbiamo avere presente che è in gioco

21


22

l’anomalia di Rifondazione comunista,

qualcosa di molto più profondo

che la sua mera esistenza

come nome o come simbolo. Un

passaggio difficile, ancor più complesso

perché legato alla prospettiva

della sinistra nel paese, al come

pensare il tema della costruzione

di un’alternativa di società. Tutto

ciò, nel vivo di una crisi di transizione

del paese e di quella che abbiamo

definito «crisi della politica»:

una congiuntura che può rapidamente

tramutarsi in

emergenza democratica, nel precipitare

del conflitto di civiltà, nella

regressione civile e nel prevalere

di una cultura reazionaria di

massa. In altri termini, la nostra

discussione non è isolata da queste

sfide: anzi la risposta che diamo a

esse delinea anche la prospettiva

di Rifondazione comunista. Nella

nostra storia siamo già stati di

fronte a passaggi di questa natura.

Li abbiamo affrontati con determinazione

e superati. Ciò ci incoraggia,

ma non ci mette al riparo dai

rischi. Non c’è spazio per bizantinismi,

usi ambigui delle parole, atteggiamenti

pedagogici nei confronti

delle nostre compagne e dei

nostri compagni, per raccontare

che tutto è sotto controllo, ecc. Se

pure fosse la materializzazione di

fantasmi inesistenti, se le compagne

e i compagni vivessero uno

smarrimento e chiedessero del futuro

di Rifondazione comunista, si

dovrebbe comunque dare ascolto

a quella richiesta e fornire una risposta

chiara e netta.

Quale rifondazione

Affrontiamo il nodo essenziale.

Non credo che vi sia qualcuno che

proponga, dentro Rifondazione

comunista e in particolare nel suo

gruppo dirigente, lo scioglimento

del partito e la sua confluenza

dentro un partito unico della sinistra.

Anche per il semplice fatto

che le altre forze della sinistra non

sono esplicitamente interessate a

questo esito e hanno, in realtà, proposte assai differenti da questa. Non

mi sembra questo il punto vero della discussione. Per contestare una

tesi, non è utile distorcerne o volgarizzarne i contenuti.

La tesi con cui confrontarsi è piuttosto la seguente. Occorre disegnare un

nuovo quadro strategico, una nuova prospettiva. La tesi delle due sinistre

è ormai superata perché la cosiddetta sinistra moderata, con la scelta

del Partito democratico, ha definitivamente concluso il suo ciclo, fuoriuscendo

da quello che possiamo definire il campo della sinistra. Questo

pone, assieme, un problema drammatico e una opportunità. Il problema

drammatico è la possibile scomparsa della sinistra, almeno nella forma

in cui l’abbiamo conosciuta nel nostro paese, la sua riduzione ad area

politicamente e socialmente marginale. L’opportunità è che questo medesimo

evento apre un grande spazio, libera potenzialità che possono

permettere l’avvio di un processo unitario a sinistra capace di ricomporre

forze oggi disperse o variamente collocate. In particolare, nella realtà

italiana, la decisione dei compagni della sinistra Ds di non aderire al Partito

democratico e di costruire un autonomo movimento politico apre

questa nuova opportunità. La conseguenza di questi fatti dovrebbe essere

la seguente. Occorre proporsi un nuovo obiettivo strategico. Tale

obiettivo consiste nel ritenere ormai superato l’orizzonte della rifondazione

comunista per proporsi un nuovo e più esaltante compito: quello

della rifondazione della sinistra. In questo senso, tale passaggio non segnerebbe

un ritorno all’indietro, uno scarto dal processo rifondativo, ma

al contrario un suo superamento in avanti all’interno di un orizzonte

più ambizioso.

Dentro questo contesto si rimprovera, a volte bonariamente, al gruppo dirigente

di Rifondazione comunista di non aver ben capito lo stato della situazione

o di essere appesantito da timidezze e resistenze. Anche per

quanti legittimamente sostengono questa tesi credo che possa valere la

stessa avvertenza metodologica posta in premessa. Sarebbe meglio dismet


tere toni paternalistici o pedagogici.

Anche qui, il punto è un altro.

Abbiamo impostato il processo unitario

in un altro modo. Se potessi

definirlo con una formula, scusandomi

per la semplificazione, direi

così: non si passa dall’impresa della

rifondazione comunista a quella

della rifondazione della sinistra. Il

punto è: come il processo della rifondazione

comunista aiuti, sia

utile, forse (senza che questo suoni

presunzione) sia essenziale alla rifondazione

della sinistra, cioè alla

costruzione di una sinistra di alternativa

all’altezza della sfida dell’alternativa

di società. Conseguente a

questa impostazione è porsi il problema

di come continuare e, se

non ci fosse un utilizzo ambiguo da

parte della stampa, direi come «andare

oltre» (nel senso di procedere)

nella rifondazione comunista. Per

questi motivi, ritengo occorra una

prospettiva che investa su tre direzioni,

da tenere assieme come parti

integranti della medesima impresa

politica.

a) Il doppio processo unitario

C’è la Sinistra europea e c’è la costruzione

della relazione unitaria

con altre forze della sinistra che

hanno altre relazioni in Europa e

altre culture politiche. Qui c’è un

nodo. Vorrei usare, come metafora,

l’assemblea costitutiva della Sinistra

europea in Italia dello scorso 16 e

17 giugno. Parliamoci chiaro:

molti, anche dentro al gruppo dirigente

del partito, non ci credevamo

e lo scetticismo si tagliava con il

coltello. Poi c’è stato un grande auditorium,

con oltre 1500 persone

per due interi giorni, una platea

eterogenea, culture politiche plurali,

giovani, donne. Un solo dato: il

43% dei delegati erano donne. Le

nostre platee non riescono generalmente

a superare il 25% (anche

nella recente e importante Conferenza

di organizzazione). Naturalmente

non tutto è andato bene, ci

sono limiti e insufficienze che dob-

biamo investigare con asprezza. Ma

qui mi interessa sottolineare un’altra

cosa. Io sostengo in maniera determinatissima

che un’assemblea

come quella, nel campo delle forze

politiche esistenti, poteva avere

solo Rifondazione comunista come

interlocutore e protagonista, e che

ciò consegue a precise ragioni di

fondo: la sua storia, la sua cultura

politica, le pratiche che ha messo

in campo. Per dirla con una battuta:

è questa anomalia che non va

messa in discussione.

C’è stata molta polemica sul flop

del 9 giugno. Molti corvi sono volati

e si sono affrettati, con saggi e

interviste, a celebrare il funerale

del Prc e a definire quell’insuccesso

come strategico, conseguenza di

una linea che ne decretava il fallimento.

Non voglio diminuire le

responsabilità del gruppo dirigente

in merito a quell’errore. Al contrario,

esso è stato tanto più grave in

quanto ha rappresentato uno scarto

dall’anomalia di Rifondazione

comunista. Averlo ammesso è

stato un atto di onestà politica.

Credo che anche in una parte del

gruppo dirigente del partito persista

un errore di fondo, esplicitato

nella seguente teoria. Abbiamo

fatto la Sinistra europea prima,

quando c’erano i Ds; ora le cose

sono cambiate, c’è stata una rottura,

è nata Sinistra democratica e si

può aprire un processo più vasto.

Quindi la Sinistra europea è superata

perché non è il contenitore

condiviso da queste forze. Mi sembra

che non possa esservi subalternità

più grande che il far dipendere

il tuo progetto dal gradimento

degli altri: altri che, legittimamente,

perseguono altri progetti ed

esprimono altre identità.

Non penso assolutamente che

l’orizzonte che altre forze della sinistra

perseguono impedisca un

processo unitario. Penso semplicemente

che ciò valga anche per Rifondazione

comunista. Credo, pertanto,

che Sinistra europea defini-

POLITICA INTERNA

Non penso

assolutamente che

l’orizzonte che altre forze

della sinistra perseguono

impedisca un processo

unitario. Penso che ciò

valga anche per

Rifondazione comunista.

Credo, pertanto, che

Sinistra europea definisca

un nostro campo,

specialmente sul crinale

decisivo del rapporto

politica/società/movimenti.

E che la costruzione

unitaria con le forze della

sinistra definisca la

relazione con altri campi

con cui si hanno

differenze strategiche

che non impediscono una

relazione e il

concretizzarsi di alleanze

e patti

23


24

sca un nostro campo, specialmente sul crinale decisivo

del rapporto politica/società/movimenti. E che la

costruzione unitaria con le forze della sinistra definisca

la relazione con altri campi con cui si hanno differenze

strategiche che non impediscono una relazione

e il concretizzarsi di alleanze e patti. Questo è, secondo

me, il doppio processo unitario. Il vero tema

da proporre è, quindi, non la sostituzione di un processo

con l’altro ma la loro relazione. Ecco perché, a

mio parere, il processo unitario a sinistra parte dal

patto d’unità d’azione: non si ha un processo unitario

che preceda il patto d’unità d’azione, quello è conseguente

e connesso a quest’ultimo.

In questo modo si dimostra che il processo unitario

non è un rifugiarsi nella cittadella della politica, una

reazione involutiva alle difficoltà nei rapporti sociali e

con i movimenti; che insomma non è sostitutivo a

una pratica sociale ma a questa strettamente legato.

b) Il tema del governo

Qui sta la relazione tra processo unitario, ripresa di

un vasto movimento di lotta e questione del governo.

La mobilitazione d’autunno sarà decisiva. Noi l’affrontiamo

con una proposta: una piattaforma condivisa

dai partiti della sinistra, dalle forze del mondo

del lavoro, dalle forze sociali, dai movimenti. Per brevità,

uso la seguente formula: una mobilitazione nazionale

che tenda a unificare dentro a un movimento

generale i popoli delle grandi mobilitazioni (gli scioperi

delle fabbriche sulle pensioni, i rinnovi contrattuali,

il Pride, Vicenza, la Tav, ecc.). Una mobilitazione

che esprima e unifichi dentro una comune ispirazione

le istanze sociali, quelle di libertà, quelle

democratiche. Non è questa la sede per affrontare in

maniera più ravvicinata questo tema. Credo soltanto

che esso costituisca il nostro vero banco di prova, la

sfida cui anche il tema delle pensioni ci richiama. O

stai in maniera determinata dentro il conflitto in

corso, con la capacità di esprimere un grande rapporto

unitario e così esercitare un’egemonia, oppure sei

spazzato via dalla dicotomia tra subalternità e isolamento,

la strettoia in cui i poteri forti vogliono costringerti

attraverso una campagna politica, una offensiva

culturale, una potente entrata in campo dei

mezzi di informazione. Una strettoia che noi ben conosciamo

e che ti riduce alla scelta della corda a cui

impiccarti, quella, appunto, della subalternità o quella

dell’isolamento. Direi che i caratteri di fondo di

questa discussione sono i seguenti. Il giudizio generale

sulla possibilità di un’esperienza di governo. C’è,

nel campo delle sinistre, non solo l’obiezione che conosciamo

bene dal versante – diciamo per semplificazione

– «di sinistra»: l’impossibilità del passaggio di

governo a causa delle soverchianti forze dei poteri so-

pranazionali. C’è anche quella di «destra» che, partendo

dalla medesima considerazione, arriva a una

conclusione opposta: devi stare al governo per

l’emergenza democratica derivante dalla prevalenza

nelle destre di culture politiche eversive. Ritengo che

occorra una critica a entrambe queste tesi.

L’analisi delle forze in campo. Il tema della connessione

dei movimenti dentro un movimento generale

che si ponga come alternativo e che rompa il giogo

conservatore, rappresentato non solo dalle destre ma

da un blocco di potere che influenza trasversalmente

il quadro politico complessivo, ingessando il paese e

impedendone il rinnovamento, nel campo economico,

dei diritti e delle relazioni internazionali.

L’analisi della transizione del sistema politico complessivo

del paese, della sua relazione con gli assetti

più generali, sia quelli sociali che quelli concernenti

la dislocazione dei poteri e la loro influenza dentro le

culture profonde della società. Dobbiamo porci in sintonia

con tutto ciò per cogliere la drammaticità del

passaggio di fase: una crisi sospesa sopra il precipizio

del prevalere di una cultura reazionaria di massa.

Entro questo quadro, penso vada riattualizzato un

pensiero della trasformazione: senza l’alternativa,

non tieni neanche sul terreno della democrazia.

c) Rifondazione comunista

Non è in discussione l’esistenza di Rifondazione comunista,

la sua autonomia politica e organizzativa. Non è

tutto, ma non è nemmeno poco. Togliamo dalla nostra

discussione i fantasmi. Il tema da affrontare è: come

investire nella rifondazione comunista complessivamente,

nella sua autonomia culturale, politica e organizzativa.

E come affrontare poi il tema della diversità

nel quadro politico attuale; come prendere di petto il

nodo di una critica da sinistra alla crisi della politica.

Abbiamo fatto a Carrara la nostra Conferenza d’organizzazione,

abbiamo elaborato un documento applicativo

di quella discussione. Anche ciò non è tutto, ma

non è poco: anche questo sta dentro il percorso rifondativo.

Insomma, credo che occorra continuare con determinazione

nel processo di innovazione come svolta

a sinistra; e che questa svolta a sinistra debba entrare

non solo nella politica del partito ma nella politica dentro

al partito. Non a caso nell’idea e nella pratica della

non-violenza come categoria dell’agire politico vi è

anche l’idea di dismettere il carattere militare nelle relazioni

che si stabiliscono dentro il partito e nella sua

organizzazione. La pratica della ricerca del consenso, se

vale fuori, deve valere anche dentro.

Penso che il nostro dibattito congressuale sarà chiamato

ad affrontare questi nodi non nella campana di

vetro di un dibattito ovattato, ma dentro un conflitto

vero. Sarà il banco di prova dell’autunno.


BRUNO CASATI*

Sempre in campo

industriale, vedo avanzare

due fenomeni contrapposti

e speculari: l’uno

rappresentato da un’uscita

dall’Italia delle proprietà

straniere. L’altro

costituisce un’assoluta

novità: dall’Italia se ne

vanno molte

multinazionali che

tendono a ricomporre

oltralpe quelle filiere

che in Italia si lasciano

scomporre. Nell’attesa,

dobbiamo fare i conti con

la novità. Se ne vanno i

capitalisti italiani e

stranieri, arriva un

«capitale senza

capitalisti» governato da

manager di copertura che

movimentano immense

liquidità tra banche,

Borsa, imprese, fusioni

* DIREZIONE NAZIONALE PRC-SE, ASSESSORE AL

LAVORO E AL PATRIMONIO

DELLA PROVINCIA DI MILANO

POLITICA ED ECONOMIA

l’assalto dei padroni senza volto

della private equity

e la ritirata della politica

e il lavoro industriale sono fondamentali per lo sviluppo di

un paese. Lo dice anche Montezemolo, poi se lo dimentica quando si

L’industria

tratta di rinnovare il contratto ai lavoratori (industriali) metalmeccanici.

Stefano Draghi va più in là nell’analisi e ci ricorda, in verità un po’ tardivamente,

che il nervo scoperto della nostra economia è oggi dato dall’estrema

debolezza della grande industria che, in Italia, è ridotta al 14%,

mentre Francia e Germania si attestano l’una al 40% l’altra al 50% e non

temono le «ombre cinesi». La grande industria italiana però non si è indebolita

per colpa di un «destino cinico e baro», ma in ragione delle scelte di

Governo e Confindustria (assunte nel luglio ’93 ahimè anche dal Sindacato e

sono passati ben 15 anni ma il richiamato contratto dei meccanici è ancora

oggi sotto quel vincolo): scelte fatte quando, svalutando la lira, si investì sulle

nanoimprese che avrebbero dovuto invadere l’Est, che si stava aprendo, con

le loro produzioni low cost. Oggi è l’Est che ci invade, secondo una curiosa

attualizzazione della dantesca legge del «contrappasso» e il «distrettone Cina»

spazza via i distrettini italiani. Tessuto fragile, paese di retroguardia il nostro.

Che l’industria sia importante lo sostiene anche il ministro Bersani, il quale

sta elaborando un disegno di legge che si chiama appunto «Industria 2015».

Certo che da un ministro di questo centro-sinistra pur così scolorito mi sarei

aspettato, dopo un anno di governo, almeno una leggina difensiva che salvasse

il salvabile: perché al 2015 ci puoi arrivare anche senza industria, dal

momento che, a forza di delocalizzare, si può giungere anche un tale estremo

scenario. E che dicesse (la leggina): «tu imprenditore te ne vuoi andare a

Shangai o a Timisoara a fare bulloni o telai di biciclette? Vacci, ma sull’area

dello stabilimento italiano che dismetti non ci speculi, ti è espropriata dal

Comune e, inoltre, gli ammortizzatori sociali per i lavoratori che mandi a

spasso li paghi tutti tu». Troppo di sinistra? Niente affatto, ancora nelle vicine

Francia e Germania si fa così. Altri governi e altri imprenditori, si dirà. E,

proprio a proposito di imprenditori, su quelli italiani cala dall’alto scranno del

Presidente della Camera una sentenza pesantissima: gli imprenditori italiani

sono impresentabili. Giudizio appena mitigato dall’apprezzamento (corretto)

rivolto di converso a un Marchionne che, se non altro, ha riportato la Fiat a

fare il suo mestiere, le auto. Ben più sferzante è il giudizio di quel Guido

Rossi, liberal che conosce gli ingranaggi dal di dentro, e che, scottato dal caso

Telecom, va ben oltre la sentenza dell’impresentabilità e arrischia la similitudine

tra la Chicago anni Venti e questi imprenditori del terzo millennio di

casa nostra. Cosa non da poco che dice tanto.

Dal mio modestissimo osservatorio seguo direttamente 180 casi di crisi

industriali – e quindi ho incontrato 180 padroni – originati (quei casi) in

larga misura proprio dai processi di delocalizzazione: una vera e propria

25


26

fuga degli imprenditori italiani lanciati

in una corsa all’oro verso paesi

con un basso costo del lavoro, da

cui poi importare merci verso il

mercato italiano spesso con marchi

contraffatti. Alla luce di questa

esperienza sul campo mi verrebbe

da porre retoricamente un quesito

affatto banale, questo: «ma, in

Italia, ci sono ancora i capitalisti?».

Se guardo a Milano in effetti non li

trovo, non ci sono più le famiglie

della grande borghesia nazionale

«di una volta», come i Falck e i

Pirelli (il genero Tronchetti è tutt’altra

cosa). Vedo invece, sempre

in campo industriale, avanzare due

fenomeni contrapposti e speculari:

l’uno rappresentato da una uscita

dall’Italia delle proprietà straniere,

che si aggiunge, con altro carattere,

alle delocalizzazioni dei padroni italiani.

Due fughe parallele. L’altro,

in entrata, costituisce una assoluta

novità: in uscita dall’Italia se ne

vanno, appunto oggi, molte multinazionali

– da Abb a Electrolux, da

Tyssen Krupp a Siemens – realtà

che tendono a ricomporre oltralpe

quelle filiere che in Italia si lasciano

scomporre. Si badi che non si tratta,

per quello che viene perso, di

lavoro a basso valore aggiunto,

come invece è quello che gli italiani

delocalizzano a Est, sempre più a

Est. È purtroppo lavoro di qualità

quello che gli stranieri ci sottraggono

senza risarcimento alcuno, posizionandolo

off shore, dove il lavoro

non costa di meno ma semmai di

più. Anche in questo caso, soprat-

tutto in questo caso, tornerebbe

utile quella benedetta leggina che

un benedetto governo, che voglia

avere un minimo di autorità in

materia economica, dovrebbe

affrettarsi a mettere in campo, per

non lasciar destrutturare il residuo

tessuto industriale. Nell’attesa, dobbiamo

fare i conti con la novità.

L’assoluta novità si autorappresenta

in controtendenza rispetto a questi

processi di fuoriuscita ed è data, in

Italia, dall’arrivo dei fondi. Questo

è il punto. Se ne vanno, come

detto, i capitalisti italiani e stranieri,

arriva un «capitale senza capitalisti»

governato da manager di

copertura che però movimentano

immense liquidità tra banche,

Borsa, imprese, fusioni. Questi

«padroni senza volto» – inglesi,

francesi, statunitensi, istraeliani e

anche italiani – sono oggi i veri

protagonisti assoluti di quella cosidetta

«private equity» che, in Italia,

sta conducendo grandi operazioni,

«big deal», per miliardi di euro, in:

Pirelli, Rinascente, Coin, Selenia,

Fiat Avio, Giochi Preziosi,

Valentino, Ferretti, Grandi Navi

Veloci, Seat (che è il big dei «big

deal»), Galbani, Ducati, Sirti e

Gemina. È plasticamente rappresentata,

in tutte queste operazioni,

la vorace aggressività delle «locuste»,

assatanate in uno shopping

industriale possessivo e incontrollato

e interessate solo a ritorni nei

tempi brevi. È solo da subire il

fenomeno, mi domando, o si può

minimamente programmare nei

tempi medio lunghi (se programmare

non è diventata una bestemmia)

almeno una correzione di

rotta? Una politica industriale, se è

tale, passa dalla cruna dell’ago di

questa scelta.

L’altra è il mercato : ma quello di

Porta Portese!

Se si sceglie perciò di non mettere

all’asta un’economia, un paio di

cose sarebbero da fare con estrema

urgenza. Ma, alla base di tutto, è

necessario dichiarare preliminarmente

un’idea-forza: l’Italia non

può diventare una colonia economica.

È infatti in discussione, con

il procedere di questi processi

finora incontrastati, l’autonomia

stessa di un paese, del resto largamente

compromessa: siamo già in

buona misura paese di contoterzisti

e subfornitori, indotto di altre

economie. La colonia è annunciata.

E siamo diventati così proprio

in ragione di quelle scelte dell’inizio

degli anni Novanta che, oltretutto,

hanno segnato l’avvio della

contrazione di salari e pensioni da

cui non si è più risaliti. A quel

tempo, va ricordato sempre, il

monte salari e pensioni era il 50%

del Pil, oggi è sceso al 40% e quel

10% che manca è andato a finire

proprio nelle tasche di quanti ci

hanno portato in soglia/colonia.

Oggi cresce il Pil (molto bene) ma

salari e pensioni restano al palo

(molto male). Cresce il prodotto

interno lordo ma non cresce il Bil,

benessere interno lordo. Le «locuste»

ringraziano la resa incondi-


zionata delle «formiche». Se oggi

all’Italia industriale manca, come

manca, un punto egemonico strategico

prevalente, come poteva

essere l’auto, l’elettromeccanica, la

chimica, l’energia – sono andati in

dissolvenza quei «campioni», le

leadership di settore, di cui non si

sono disfatti oltralpe –, ebbene,

almeno non si privi l’Italia della

residua rete delle grandi imprese

ancora parzialmente pubbliche, da

Enel a Eni a Fincantieri (giù le

mani dai cantieri navali!). Non si

proceda insomma nell’ultimo giro

di valzer delle privatizzazioni che

ci farebbe definitivamente stritolare

nella morsa che è data dalla

fuga degli imprenditori stranieri e

italiani (in verità restano, degli italiani,

quanti hanno scelto il mercato

protetto delle bollette e dei

pedaggi autostradali, restano quelli

che Marx avrebbe bollato come «i

tagliatori di cedole») e dall’arrivo,

insieme, dei manager della «private

equity». Alla morsa si regge, va

detto alto e forte, solo rigenerando

un impianto di industrie, a partire

da quel che resta di quelle grandi

ancora pubbliche (non c’è altro

del resto), che oggi, oltretutto,

sono internazionalizzate e, alcune,

fanno anche utili: questo è il vero

tesoretto da non dilapidare.

Il passaggio preliminare è quindi

uno solo: impedire che le locuste

mangino anche le residue grandi

imprese nazionali dei servizi di

pubblica utilità. Deve poi seguire

una scelta ma, a monte della stessa,

va sciolto l’equivoco tutto italiano:

quello secondo cui l’industria

manifatturiera sarebbe ormai al

capolinea e che il futuro del paese

debba essere riposto solo nella sua

terziarizzazione. Permanendo

l’equivoco, che ha suoi sostenitori

anche in una sinistra aristocratica e

lontana dalla materialità dei problemi,

si consente che la morsa si

stringa, che la colonizzazione avanzi

(e non solo in economia) e il

mondo del lavoro arretri. Ora, è

vero che, in prima lettura, il lavoro

industriale in 20 anni è sceso in

Italia dal 35% al 15%, il che in

una certa misura è dovuto

all’estendersi della rivoluzione, un

«nuovo macchinismo», dell’automazione

flessibile. Ma, in larghissima

misura, il calo è dovuto a un

abbaglio contabile, che già la

Commissione dell’Ue individuava.

Ed è bene chiarire, soprattutto per

gli intellettuali della «fine del lavoro»,

e del lavoro industriale in particolare,

che quanto ieri dentro la

cinta della fabbrica fordista era

considerato tutto come lavoro

industriale – dalla ricerca alla progettazione,

dalla linea manifatturiera

al controllo di qualità, dal

magazzino agli uffici amministrativi,

commerciali e del personale, e

tutte le maestranze erano considerate

nello stesso contratto collettivo

di lavoro, meccanico o chimico o

tessile – oggi, con la fabbrica esplosa

nelle sue funzioni per il paese (o

per il mondo intero), quegli stessi

lavoratori e i loro figli sono computati

in più contratti collettivi diversi,

e vengono considerati terziario,

anche se continuano a fare altrove

più o meno quello che facevano

nella fabbrica fordista, magari con

strumenti e macchine differenti.

Pertanto, anche quello dei servizi,

per almeno i due terzi, è funzione

diretta del lavoro industriale.

Dall’equivoco sgomberato alla scelta,

semplice da dichiarare: il paese

va dotato di un tessuto industriale

più saldo. E, nella scelta, si ricordi

un’altra volta il non sospettabile

Stefano Draghi: il dato dimensionale

è la «priorità uno».

Il dato dimensionale è importante,

perché sono solo le grandi imprese

quelle che registrano la produttività

più elevata, producono più

valore aggiunto per unità di lavoro

o di capitale, possono fare ricerca

e innovazione, allacciare grandi

accordi di partnership, offrire

lavoro stabile. Se questo è il fine –

ricomporre masse critiche compe-

POLITICA ED ECONOMIA

27


28

titive e di qualità – a tale fine bisogna modellare idee,

sospingerle con una volontà politica, sostenerle nel

dialogo sistematico da tessere tra ministeri, enti

nazionali, enti locali, università, sindacato, imprese. È

solo incrociando competenze alte e belle intelligenze

che è possibile far emergere quali sono i punti di

forza e quelli di debolezza del sistema produttivo ed è

conseguentemente possibile capire dove investire per

lo sviluppo – nei soli punti di forza – e dove invece

limitarsi a difendere i soggetti senza futuro – nei soli

punti deboli – con ammortizzatori sociali. Da riformare

essi stessi (gli ammortizzatori) in quanto questi di

oggi – cassa integrazione ordinaria, straordinaria,

mobilità, contratti di solidarietà – sono funzionali a

un’economia dell’incertezza e dell’instabilità: in cui si

era anche forti, ma laddove esposti alla competizione

di prezzo (come tessile e legno); e, di converso, drammaticamente

deboli nei settori forti, che oggi vogliono

appunto qualità, innovazione, ricerca e, quindi, massa

critica e stabilità d’impiego. Ma se la massa critica,

inseguendo il mito del Nord Est, non c’è più, salvo

quelle eccezioni tuttora esistenti nel residuo pubblico

– e, naturalmente, nel privato di Fiat, Mediaset e

Telecom – che si fa? Questo è il classico dilemma. Lo

si affronti (il dilemma), sempre che non si voglia

diventare colonia, provandoci ad aggregare sul territorio

le imprese oggi frenate nell’innovazione proprio

dalla loro dimensione. Questa è la scelta: non privatizzare

il grande e ricomporre il medio. Bisogna considerare

le imprese da ricomporre come fossero reparti

di uno stesso gruppo, e perciò dotarle di una regia e

di un progetto industriale collettivo. Costruire insomma,

questo ancora il punto, poli tecnologici di territorio,

ma non per accaparrarsi le provvigioni che i

governi, nel passato anche recente, elargivano a piog-

gia ai distretti. È, era, il bricolage dei 240 distretti italiani,

il vero punto debole della nostra struttura, di

cui solo due o tre di loro erano e sono «distretti veri»,

comparabili con i poli del biotecnologico di Monaco o

quello aereonautico di Tolosa. Il governo, se vuole

girare pagina, sostenga i territori, ma solo per sviluppare

una politica industriale di territorio. È il provarsi

a costruire i «consorzi delle fabbriche», almeno per

non farsi divorare dalle locuste. Ma ci vuole una politica

industriale centrale a supporto, che sia altra cosa

rispetto oltreché a quella dei finti distretti che tanto

piacquero a Letta e Bersani, anche a quella della

gestione catastrofica dei casi Telecom e Alitalia. Una

politica nuova che selezioni progetti di territorio, di

larga scala e lunga durata, sostenuta da tecnologie e

processi di alto profilo e non da clientele geopolitiche.

Alla competizione della globalizzazione, in cui il pericolo

minore è la Cina e il maggiore è l’assenza di una

politica industriale italiana, si risponde appunto con

un progetto di territorio condiviso dagli attori collettivi.

Si prenda decisamente posizione in questa direzione

e, quindi, anche il disegno di Legge annunciato dal

Ministro dello Sviluppo, «Industria 2015», deve così

dichiarare i punti di forza dell’industria italiana, quelli

che hanno tuttora possibilità di sviluppo, in quanto

leader di prodotto. Scorrendo invece i verbali del

comitato che prepara il piano, coordinato da Pasquale

Pistorio, non appare ancora questa scelta. Che è

obbligata. Non farla porta alla colonia e al lavoro

povero ed eternamente flessibile.


MANUELE BONACCORSI**

È evidente che nel

governo, al di là del

programma, ci sono

posizioni diverse. Dinanzi

a ciò il sindacato dovrebbe

utilizzare l’unico

strumento che ha a

disposizione, che è quello

del rapporto coi

lavoratori che vuole

rappresentare, attraverso

l’iniziativa e la

mobilitazione, per far

pesare le proprie posizioni

* SEGRETARIO CENTRALE DELLA FIOM-CGIL

** GIORNALISTA DEL QUOTIDIANO

«LIBERAZIONE»

POLITICA ED ECONOMIA

un tornante difficile

per sinistra e sindacato

intervista a Gianni Rinaldini*

Al momento in cui scriviamo la trattativa sulle pensioni è ancora in

alto mare, e le posizioni – nel governo come tra i sindacati – rimangono

molto distanti. Il direttivo della Cgil non ha nascosto

un’apertura all’ipotesi lanciata dal Ministro del Lavoro Damiano (58 anni

con incentivi e verifica sui risparmi dopo tre anni), accolta con freddezza

(«non è la posizione ufficiale, né l’unica in campo») dal titolare dell’Economia

Padoa Schioppa. Intanto monta la protesta di un manipolo di senatori

dell’Unione (Dini, Follini, Polito) che bocciano la proposta minacciando di

non sostenerla in Senato, mentre Rifondazione si dice pronta a votare la riforma

solo se non conterrà automatismi sull’aumento dell’età pensionabile.

In un quadro di profonda confusione l’unico a mantenere una posizione

chiara è Gianni Rinaldini, segretario della Fiom-Cgil. Il quale ha definito

la proposta del Ministro del Lavoro uno «scalone mascherato», «irricevibil

da parte del sindacato. A lui chiediamo un parere sullo «stato dell’arte»

della difficile trattativa sulle pensioni, ma anche su temi di meno stringente

attualità, sui rinnovi contrattuali e l’unità della sinistra.

Anche la Cgil sembra divisa al suo interno tra chi non pare attratto

dalla proposta del Ministro del Lavoro e chi, come voi, la

rifiuta con nettezza.

Il problema è che questo confronto si svolge in modo singolare. Per

quanto mi riguarda ciò che conta sono le posizioni che esprime il governo,

non il susseguirsi di dichiarazioni di questo o quel ministro, che non

possono essere assunte come riferimento nella discussione sindacale.

La Cgil, nei suoi organismi dirigenti, ha discusso le proposte presentate

ufficialmente. Rimane la contrarietà della Cgil a una ipotesi che, qualora

la verifica sugli incentivi non dia il risultato dell’equivalenza dei risparmi

con quelli previsti dalla riforma Maroni, apre a un meccanismo automatico

di ulteriore crescita dell’età di pensionamento. Ed è proprio questa

la proposta avanzata da Damiano in una delle sue interviste.

Manca, invece, una proposta ufficiale del governo: è questa la stranezza.

Io sono un conservatore, per me le trattative non si fanno attraverso le

dichiarazioni alla stampa; e allo stato attuale sul tavolo c’è solo una proposta

del governo considerata irricevibile dal sindacato. Del resto anche

su tutti gli altri aspetti che considero rilevanti (tipo il mercato del lavoro)

non mi risulta che ci siano testi scritti. La trattativa è singolare perfino

sulle pensioni al minimo, su cui la discussione sembrava più semplice,

mentre non appena si è entrati nel merito ci si è trovati di nuovo in

alto mare. Anche sui coefficienti non c’è nessun testo su cui discutere,

nulla. Ci sono, tutti possono reperirle in internet, le relazioni fatte in

apertura dei tavoli, ma non una vera base di confronto.

29


30

Le trattative, in fondo, sono

due. Una coi sindacati, l’altra

all’interno del governo.

È evidente che nel governo, al di

là del programma, ci sono posizioni

diverse. Dinanzi a ciò il sindacato

dovrebbe utilizzare l’unico

strumento che ha a disposizione,

che è quello del rapporto coi lavoratori

che vuole rappresentare, attraverso

l’iniziativa e la mobilitazione,

per far pesare le proprie posizioni.

Perché, se il sindacato non

fa questo, corre il rischio di essere

totalmente invischiato nella discussione

sugli equilibri politici del

governo, e quindi di vedere stritolata

anche la sua autonomia. L’autonomia

è fondamentale per il sindacato,

ma vale anche per le forze

politiche. Come per il sindacato

non è detto che la proposta che

scaturisce dall’insieme del governo

vada bene, così vale anche per

singoli partiti politici. Mi spiego.

Troverei sbagliato che una forza

politica dicesse: a noi va comunque

bene ciò che trova l’accordo

del sindacato.

Per la Fiom gli ultimi mesi sono

stati assai intensi. Prima le votazioni

sulla piattaforma per il

rinnovo contrattuale, poi gli

scioperi contro l’aumento dell’età

pensionabile. Quale clima

hai trovato nelle fabbriche?

Tra i lavoratori metalmeccanici c’è

grande attenzione rispetto a questa

trattativa. È diffusa una grande delusione

rispetto alla finanziaria

dello scorso autunno, che ha stimolato una profonda diffidenza nei confronti

dell’esecutivo. Anche per questo il passaggio di questa trattativa è

molto delicato, e comunque dev’essere chiaro che qualsiasi ipotesi di accordo,

qualora ci fosse, deve passare al vaglio del referendum. Cosa che

allo stato attuale non mi pare scontata. D’altronde l’esito di un referendum

non può mai essere dato per certo.

Anche sulla riforma Dini, nel ’95, la Fiom votò contro.

Molti lavoratori metalmeccanici respinsero quell’accordo.

Potrebbe accadere anche oggi?

Preferisco che si giunga a un buon accordo. Lo spero.

Più volte, negli ultimi mesi, hai parlato dell’emergere di un profondo

qualunquismo nelle fabbriche, come di un pericolo a cui è

impossibile non prestare attenzione.

I processi che sono avvenuti in questi decenni sono molto profondi. E

non esistono risposte banali: non basta dire «bisogna essere più a sinistra»

o «più moderati». In realtà i processi sociali che hanno trasformato

il mondo del lavoro sono stati molto profondi: sono sociali, culturali, politici,

e non si può banalizzarli. Sta di fatto che oggi queste trasformazioni

si esprimono in uno stato d’animo di profondo qualunquismo, di distacco

dalla politica. Un fenomeno che, come insegna la storia, può

avere qualsiasi sbocco politico, ma più difficilmente a sinistra. Dinanzi a

questo problema è necessario affrontare un ragionamento lungo e complesso

per provare a capire cosa è successo. La Fiom sta realizzando una

ricerca sulle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori metalmeccanici,

a cui stanno rispondendo decine di migliaia di metalmeccanici. Credo

che, in termini quantitativi, siamo di fronte a una delle ricerche più

ampie realizzate nel corso di questi decenni in Europa.

La ricerca può darci indicazioni per comprendere perché, dinanzi

a un arretramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici,

non si sviluppa un nuovo movimento operaio organizzato.


Lo sviluppo delle lotte non è automatico:

storicamente non è vero che tanto peggiori sono le

condizioni dei lavoratori, tanto più alto è il livello di

mobilitazione. Perché c’è un passaggio, la credibilità

delle organizzazioni, che non è possibile saltare

Lo sviluppo delle lotte non è automatico:

storicamente, non è vero

che tanto peggiori sono le condizioni

dei lavoratori, tanto più alto è il

livello di mobilitazione. Perché c’è

un passaggio, la credibilità delle organizzazioni,

che non è possibile

saltare. Sta di fatto che oggi ci troviamo

in una situazione – non solo

italiana, ma globale – dove le retribuzioni

sono diminuite, la quota

della ricchezza nazionale al lavoro è

diminuita quasi di dieci punti. Poi,

in questo, c’è la specificità del nostro

paese, che ha le retribuzioni

più basse tra i paesi europei e contemporaneamente

i livelli di infortuni

mortali e di lavoro nero più

elevati, segnali di un profondo disagio

sociale. Ci vuole grande umil

per misurarsi col problema della ricostruzione

di un movimento operaio

dopo quello che è successo.

Perché la sinistra ha perso nel Novecento,

inutile girarci attorno. Faccio

solo un esempio. L’Inghilterra, il

paese che per primo conquistò il diritto

alla coalizione, la possibilità di

costruire organizzazioni sindacali, è

quello dove con le leggi approvate

negli ultimi decenni è stato abolito

lo sciopero di solidarietà. Una legge,

questa, varata dal governo della

Thatcher, che in diciott’anni il governo

laburista non ha mai modificato.

Credo che dovremmo aprire

una riflessione che non riduca il

tutto alla sfera politica. Per tentare

di capire quello che è successo bisogna

ripartire dalla ricostruzione di

una lettura della società.

Saprà la sinistra italiana assolvere

a questo compito?

Lo spero perché è un’assoluta necessità;

pena il rischio che non esista

più, davanti al terremoto politico

prodotto dal Pd, un partito

della sinistra che abbia radici di

massa. Cosa ben diversa dall’esistenza

di tanti partiti della sinistra,

ininfluenti, come ce ne sono in

tutta Europa. Io spero che da questo

sconvolgimento politico in atto

sia possibile costruire una forza

della sinistra che abbia queste dimensioni.

Non sono certo che ci si

riuscirà. Ma la necessità di provarci

c’è, eccome.

Eppure tra le forze che richiamano

alla necessità dell’unità

permangono profonde differenze.

La questione del governo

(prospettiva strategica o scelta

momentanea) è una di queste.

Non entro nel merito, ma penso sia

necessario partire dalla ricostruzione

di un’analisi comune, altrimenti

non si va da nessuna parte. Anche

sulle questioni internazionali,

prima di discutere di Partito socialista

europeo contro Sinistra europea,

mi interesserebbe capire se è

possibile costruire un’analisi comune

sui temi di politica internazionale.

Il quadro, a livello planetario, è

angosciante e vorrei che fosse chiaro

che in alcune aree del pianeta la

sinistra non esiste (penso all’Africa,

al Medioriente o alla Cina). Non è

un problema da poco, dato che la

sinistra è nata su idee internaziona-

POLITICA ED ECONOMIA

31


32

li e universali. Per quanto mi riguarda, non credo che

le categorie di oggi siano sufficienti per capire quanto

accade: siamo solo all’inizio di uno sconvolgimento

globale, con la ridefinizione della divisione del lavoro a

livello internazionale. Faccio un esempio: cosa vuol

dire oggi rilanciare la parola d’ordine del disarmo, in

un fase dove tutti si stanno armando, come aspetto costitutivo

e strutturale della dinamica geopolitica? Non

ho risposte scontate e diffido di tutti quelli che semplicemente

ripetono le cose del passato, le vecchie chiavi

di lettura: al passato io tengo molto, ma sono consapevole

che esso non è in grado di darmi risposte per il

presente.

Torniamo ai temi del lavoro. Non temete che

l’ipotesi della triennalizzazione dei contratti,

emersa nell’accordo del pubblico impiego, possa

essere utilizzata da Federmeccanica anche per il

rinnovo del vostro contratto?

La triennalizzazione non fa parte della nostra trattativa.

Di modello contrattuale si parlerà dopo la conclusione

dei contratti: non si cambiano le regole a partita

iniziata. Il rischio che richiamavi c’è sempre, ma ricorda

che siamo in una fase di crescita della produzione,

e le aziende hanno bisogno di lavorare. Non è un

aspetto secondario: due anni fa la trattativa per il rinnovo

si svolgeva con mezza categoria in cassintegrazione,

mentre oggi ci sono aziende che chiedono gli

straordinari. Questa è la condizione migliore per fare

un contratto: alle imprese non conviene ripetere il

percorso di due anni fa. Il contratto dei meccanici, poi,

ha una sua rilevanza di carattere generale. Una vittoria

potrà essere utile anche per le altre categorie che

hanno difficoltà a ottenere il loro contratto.

IN FIOM PREFERISCONO NON FARE NUMERI. MA

LASCIANO INTENDERE CHE PER CONTARE I

QUESTIONARI DELLA LORO INCHIESTA SUL LAVORO

METALMECCANICO SARANNO NECESSARIE PIÙ DI

CINQUE CIFRE. IN LINGUAGGIO TECNICO LA SI

CHIAMA COSÌ: RICERCA DI MASSA. È LA PIÙ

GRANDE REALIZZATA NEGLI ULTIMI DECENNI, E

NASCE CON UNO SCOPO: CAPIRE PER CAMBIARE.

CINQUECENTOMILA QUESTIONARI CONSEGNATI, CON

OLTRE CENTO DOMANDE CHE RIGUARDANO OGNI

ASPETTO DELLA VITA DEI LAVORATORI

METALMECCANICI: DAI RITMI DI LAVORO AL TEMPO

LIBERO, DAL SALARIO ALLA PARTECIPAZIONE E

ALL’ATTIVITÀ SINDACALE. CON UNA PARTICOLARE

ATTENZIONE ALLA CONDIZIONE DEI TANTI MIGRANTI

E ALLE MISURE DI SICUREZZA. IN UN’EPOCA IN CUI

IL LAVORO SCOMPARE DALL’AGENDA POLITICA O AL

MASSIMO DIVENTA VARIABILE DIPENDENTE DELLA

STABILITÀ FINANZIARIA, A QUARANT’ANNI DALLE

PRIME INCHIESTE SOCIALI CHE INTERROGARONO IN

PROFONDITÀ LA CONDIZIONE OPERAIA, LA FIOM

SCEGLIE DI RIPARTIRE DAI LUOGHI DI LAVORO. CON

UN CARICO DI DOMANDE, PIÙ CHE DI CERTEZZE. E

L’OBIETTIVO, AMBIZIOSO E IRRINUNCIABILE, DI

RIANNODARE I CONTATTI SFILACCIATI TRA LA

SOCIETÀ E LA SUA RAPPRESENTANZA A PARTIRE

DAL LAVORO OPERAIO. SULLA CUI CENTRALITÀ –

ARCHIVIATE LE TESI CHE FACEVANO DEL LAVORO UN

RESIDUO DI UN’EPOCA ORMAI PASSATA – SONO

PRONTI A SCOMMETTERE.


FELICE ROBERTO PIZZUTI*

Il nostro sistema

previdenziale è da tempo

al centro di

preoccupazioni politiche

che continuano a essere

rivolte più alla loro

sostenibilità finanziaria

che all’efficacia della

loro copertura.

Eppure, le riforme degli

anni Novanta hanno già

sostanzialmente

stabilizzato sia

l’evoluzione della spesa in

corso sia il suo andamento

previsto nel prossimo

mezzo secolo.

* DOCENTE DI ECONOMIA PUBBLICA PRESSO

L’UNIVERSITÀ «LA SAPIENZA» DI ROMA

POLITICA ED ECONOMIA

il sistema pensionistico italiano

la situazione, le prospettive e alcune proposte

Il nostro sistema previdenziale è da tempo al centro di preoccupazioni

politiche che continuano a essere rivolte più alla loro sostenibilità

finanziaria che all’efficacia della loro copertura.

Eppure, le riforme degli anni Novanta hanno già sostanzialmente stabilizzato

sia l’evoluzione della spesa in corso sia il suo andamento previsto

nel prossimo mezzo secolo.

In presenza di un invecchiamento della popolazione che nei prossimi

quattro decenni farà più che raddoppiare il rapporto tra la popolazione

ultrasessantacinquenne e la popolazione in età attiva, le previsioni ufficiali

segnalano nel 2050 un valore del rapporto tra spesa pensionistica e

Pil sostanzialmente uguale a quello attuale.

Prima della fine del periodo, il rapporto potrebbe anche registrare una

leggera «gobba» la quale, tuttavia, è subordinata all’ipotesi che nel futuro

gli immigrati aumentino di sole 150.000 unità l’anno, quando invece

già negli ultimi anni il dato medio è stato più del doppio.

Se, prudenzialmente, si ipotizza che nell’immediato gli ingressi siano

circa190.000 e che calino in seguito a 165.000, la cosiddetta «gobba»

sparisce e la tendenza del rapporto tra spesa pensionistica e Pil diventa

discendente.

La valutazione finanziaria del settore previdenziale può essere compiuta

anche mediante un’attenta analisi dei bilanci delle gestioni. Essi mostrano

che anche da questo lato la situazione non è preoccupante come

spesso viene descritta.

Il saldo tra le entrate contributive e le uscite pensionistiche di natura

previdenziale, se calcolato al netto delle trattenute fiscali sul reddito, è

positivo per oltre sette miliardi di euro; il bilancio pubblico trae dunque

un sostegno dal settore previdenziale per un ammontare pari a circa lo

0,5% del Pil.

Per il 2007, si segnalano ulteriori miglioramenti del bilancio dell’Inps,

dovuti agli effetti della ripresa economica e dell’aumento delle aliquote

contributive.

Il grado di copertura

Nel nostro sistema obbligatorio, il valore medio nazionale di tutte le pensioni

erogate è di 783 euro lordi mensili e scende sotto i 700 nel Meridione.

Il 50% delle pensioni ha un importo inferiore ai 500 euro e circa il

76% ha un valore inferiore ai 1000. Meno del 5% superano i 2000 euro.

Nel complesso non si tratta di redditi elevati; d’altra parte, la povertà, tra

gli anziani, è più diffusa che nella media della popolazione. Ma ciò che

più preoccupa sono le prospettive future.

33


34

Un lavoratore dipendente con 60 anni di età e 35 annualità

contributive – che nel sistema retributivo precedente

andava in pensione con un tasso di sostituzione

del 67% (di circa dieci punti maggiore se dipendente

pubblico) – nel 2035, adeguando i coefficienti di

trasformazione, maturerà un tasso di sostituzione del

48,5%. Il tasso salirà al valore massimo del 64% andando

in pensione a 65 anni con 40 anni di contributi.

La situazione sarà sensibilmente peggiore per i lavoratori

parasubordinati che, anche dopo il recente aumento

al 23% dell’aliquota, con 35 anni di contributi

acquisiranno, a 60 anni, una copertura del 37%. Ma

per i lavoratori parasubordinati sarà estremamente

difficile maturare quelle anzianità contributive e le

loro retribuzioni sono mediamente più basse, meno

dinamiche e continue dei lavoratori dipendenti. Cosicché,

la loro pensione sarà mediamente pari a meno

della metà di quella dei lavoratori dipendenti.

Il dibattito attuale e il ruolo della previdenza

complementare

Dal primo gennaio del 2007 è iniziato il semestre per

l’applicazione del silenzio-assenzo che regola la scelta

della modalità d’impiego dei flussi destinati al Tfr.

Attualmente i lavoratori dipendenti hanno solo due

possibilità di scelta: mantenere l’accantonamento per

il Tfr o trasferirlo ai fondi pensione. Dunque l’unico

modo di aumentare la copertura pensionistica è fare

ricorso alla previdenza privata. Questa limitazione è

controproducente. Infatti, dallo sviluppo della previdenza

complementare non ci si può ragionevolmente

attendere né rendimenti stabilmente e significativamente

maggiori di quelli della previdenza pubblica né

spinte positive per l’evoluzione del nostro sistema finanziario

e produttivo.

Se si fa riferimento all’intero periodo d’attività dei

nuovi fondi pensione nel nostro paese, si nota che,

nei vari sottoperiodi, i rendimenti netti registrati nei

differenti comparti risultano a volte superiori e a

volte inferiori a quelli realizzati dal Tfr.

Ma i rendimenti temporaneamente più elevati si registrano

nei comparti che sono i più rischiosi, nei quali,

in altri sottoperiodi, i risultati sono anche molto negativi.

Non c’è dunque da stupirsi se – nonostante il trattamento

fiscale tanto favorevole quanto iniquamente

distribuito, e comunque costoso per il bilancio pubblico

– le adesioni in corso ai fondi siano inferiori a

molte aspettative.

Dal punto di vista degli equilibri finanziari del paese,

va evidenziato che l’investimento del risparmio previdenziale

acquisito dai fondi è collocato per il 77% all’estero;

solo una quota continuamente decrescente,

ridottasi al valore dell’1,7% nel 2006, viene impiegata

per acquistare azioni di imprese italiane.

Si tratta di una circostanza niente affatto casuale; è la


conseguenza delle caratteristiche strutturali del nostro sistema produttivo,

costituito da imprese piccole o che comunque preferiscono non quotarsi

in Borsa. Dunque, il risparmio previdenziale, tramite i fondi pensione,

viene in gran parte dirottato all’estero, a vantaggio dei sistemi produttivi

nostri concorrenti.

L’insieme di queste circostanze fa ritenere che, nel nostro paese, la funzione

più ragionevole per i fondi pensione sia di tipo aggiuntivo, non sostitutivo

rispetto al sistema pubblico; il quale, invece, vede pericolosamente

ridurre il proprio ruolo e la propria adeguatezza funzionale.

La carente copertura pensionistica che si prospetta non può essere efficacemente

affrontata facendo leva solo o prevalentemente sulla previdenza

privata; occorre consolidare, non indebolire, il ruolo della previdenza

pubblica.

Come è previsto nel comma 760 della legge Finanziaria, va allargata la

possibilità di scelta nell’impiego del Tfr, introducendo la facoltà individuale

di aumentare, non ridurre, la contribuzione al sistema pubblico

per aumentarne le prestazioni.

Nel dibattito in corso sulla riforma del sistema pubblico, si evidenziano

due questioni, che sono l’età di pensionamento e l’adeguamento dei coefficienti

di trasformazione.

L’età di pensionamento

L’elevamento dell’età di pensionamento potrebbe compensare in qualche

misura l’aumento della spesa previdenziale derivante dall’invecchiamento

della popolazione.

L’efficacia di questa linea d’azione va tuttavia commisurata con la specifica

circostanza costituita dai bassi tassi di occupazione del nostro sistema

produttivo.

Fin quando nel nostro mercato del lavoro permarrà l’attuale carenza di

domanda, stimolare o addirittura imporre una prolungata attività dei lavoratori

implicherà ridurre il naturale turnover.

Di fatto, il permanere di lavoratori anziani desiderosi di smettere – e

dunque meno motivati e produttivi – blocca l’ingresso di giovani disoccupati

– più idonei a fornire un contributo innovativo.

Consentire ai singoli una reale elasticità di scelta dell’età di pensionamento

non solo favorisce le esigenze individuali in una delicata fase di

vita, ma stimola un miglioramento qualitativo dell’occupazione.

Infatti è verosimile che una libera decisione di prolungare l’attività sia

più facilmente presa da chi svolge lavori gratificanti, nei quali l’esperienza

accumulata probabilmente svolge una funzione positiva in termini di

produttività.

D’altra parte, in presenza di attività più ripetitive o comunque usuranti,

il più comprensibile desiderio di andare in pensione favorisce l’introduzione

di nuovi occupati che facilitano anche ristrutturazioni innovative

del processo produttivo.

Tenendo conto di questi aspetti, andrebbero evitati i disincentivi al pensionamento,

che ostacolano l’uscita non solo dei meno interessati a rimanere,

ma anche dei meno utili al sistema produttivo, che spesso coincidono.

Tuttavia, andrebbero evitati anche gli incentivi a prolungare l’attività

che, come insegna l’esperienza dell’inutile e iniquo «superbonus» introdotto

dalla riforma Maroni, favoriscono la permanenza in attività di chi

ha già deciso di farlo.

Per lo stesso ordine di motivi, oltre che per evitare segmentazioni inique

tra i pensionandi, è giusta l’abolizione del cosiddetto «scalone», concepi-

POLITICA ED ECONOMIA

La situazione sarà

sensibilmente peggiore per

i lavoratori

parasubordinati che, anche

dopo il recente aumento al

23% dell’aliquota, con 35

anni di contributi

acquisiranno, a 60 anni, una

copertura del 37%

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Fin quando nel nostro

mercato del lavoro

permarrà l’attuale carenza

di domanda, stimolare o

addirittura imporre una

prolungata attività dei

lavoratori implicherà

ridurre il naturale

turnover.

Di fatto, il permanere di

lavoratori anziani

desiderosi di smettere – e

dunque meno motivati e

produttivi – blocca

l’ingresso di giovani

disoccupati

to per aumentare di tre anni l’età di pensionamento di anzianità, concentrandone

l’attuazione al primo gennaio del 2008.

La sua abolizione, peraltro, non implica i costi inizialmente valutati, poiché

proprio l’eccessiva e prolungata discussione sull’uso di misure comunque

coercitive ha di fatto già modificato i comportamenti spontanei:

sia in direzione della «fuga» dal lavoro sia accettando di prolungare l’attività

per la difficoltà di sostituire il minore reddito della pensione a

quello della retribuzione.

La simulazione di una abolizione tout court dello «scalone», che tiene

conto della modifica dei comportamenti spontanei, conferma che i costi

sono significativamente inferiori a quelli inizialmente previsti, cui, invece,

ancora si fa riferimento nell’attuale dibattito.

I costi si riducono, ma non di molto, se si simula una sostituzione dello

«scalone» con tre «scalini» che spostano l’età di pensionamento in

modo più progressivo.

I coefficienti di trasformazione e altri strumenti redistributivi

L’adeguamento periodico dei coefficienti di trasformazione alla variazione

dell’età di vita attesa è parte integrante dell’equilibrio attuariale perseguito

dal sistema contributivo; tuttavia, non è affatto neutrale rispetto

all’equilibrio economico e distributivo.

Se aumenta la vita attesa e i coefficienti di trasformazione vengono corrispondentemente

adeguati, l’aggiustamento finanziario viene scaricato

sulla riduzione delle prestazioni, lasciando immutato il rapporto tra la

complessiva spesa pensionistica e il Pil; il mantenimento dell’equilibrio

attuariale è ottenuto aumentando la forbice tra i redditi dei pensionati e

quelli dei lavoratori.

Una scelta opposta sarebbe quella di lasciare costante il rapporto tra

pensioni e retribuzioni; in questo caso il nuovo equilibrio conseguente

all’allungamento della vita attesa implicherebbe l’aumento della spesa

pensionistica in rapporto al Pil.

Si tratta, evidentemente, di due soluzioni economiche e distributive diverse;

con la prima gli effetti dell’invecchiamento vengono accollati per intero

ai pensionati; nel secondo caso si accetta che aumentando il numero degli

anziani cresca anche la quota di reddito destinata al loro insieme.

Tra le due soluzioni sono naturalmente possibili anche scelte intermedie,

ma quelle fatte a partire dagli anni Novanta sono andate nella direzione

di stabilizzare l’impatto del trasferimento pensionistico sul reddito corrente

e di aumentare corrispondentemente il divario tra pensioni e retribuzioni

medie.

A ben vedere, il dibattito non dovrebbe tanto concentrarsi sull’adeguamento

o meno dei coefficienti quanto su come distribuirne l’onere finanziario,

mantenendo comunque la rilevanza contabile dei flussi redistributivi.

Se non si vorrà accentuare ulteriormente la forbice già innescata tra

pensioni e retribuzioni, sarà opportuno fiscalizzare almeno parzialmente

gli effetti dell’adeguamento dei coefficienti di trasformazione.

Occorre distribuire sull’intera collettività, tutto o in parte, l’onere dell’invecchiamento

demografico.

Una fiscalizzazione anche completa implicherebbe un costo non molto

oneroso per il bilancio pubblico che, comunque, comincerebbe ad avvertirsi

solo fra un decennio, cioè con la progressiva applicazione del sistema

contributivo. Nel 2030 l’onere salirebbe a un ammontare pari allo

0,29% del Pil e nel 2035 arriverebbe allo 0,44%. Naturalmente, sono

anche possibili soluzioni intermedie.


FABIO MATTEO*

Nel 1878 F. Engels

avvertiva in Dialettica

della natura: «Non

aduliamoci troppo per la

nostra vittoria umana

sulla natura; la natura si

vendica di ogni nostra

vittoria»

* CONSIGLIERE D’AMMINISTRAZIONE DI «ASIA»,

AZIENDA MUNICIPALIZZATA PER L’IGIENE E L’AM-

BIENTE DI NAPOLI

dialettica

dei rifiuti

SOCIETÀ

Nel 1878 F. Engels avvertiva in Dialettica della natura: «Non aduliamoci

troppo per la nostra vittoria umana sulla natura; la natura

si vendica di ogni nostra vittoria» 1 . La previsione di un futuro di

cieche violenze esponenziali inflitte al suolo, all’acqua e all’aria del nostro

pianeta, si basava allora sugli effetti della timida quanto feroce

Rivoluzione industriale ottocentesca, mentre la minaccia di una vendetta,

di una ritorsione possibile sul nuovo sistema imposto dall’era tecnologica

avanzata, era un monito chiaroveggente a imporre regole di protezione

sociali e naturali. Nell’avvicendarsi degli eventi storici, scarse sono state

l’attenzione e la lungimiranza posta sull’accordo di quelle regole che, a

seconda delle fasi di sviluppo industriale ed economico, avrebbero dovuto

salvaguardarci. I rifiuti sono solo l’ultimo male da scontare, un cancro

della natura, tanto più simbolico della nostra cecità in quanto ci lascia

brancolare nel buio (e nel tanfo) delle nostre stesse «vittorie umane», dei

nostri consumi così deteriorabili eppure tanto difficili da smaltire. Dal

Secondo dopoguerra, in questo folle e devastante conflitto intrapreso dall’uomo

contro la natura e contro se stesso, nella disarmonia e nello squilibrio

delle scelte attuate, lo smaltimento dei nostri rifiuti appare come

una sorta di autopunizione. Esso ha difatti il potere di inquinare contemporaneamente

la terra (discariche), l’acqua (le infiltrazioni nelle falde

acquifere, nei fiumi e nei laghi del percolato prodotto dalla discarica) e

l’aria (i fumi emessi dagli impianti di incenerimento). Eppure l’invenzione

della plastica, l’uso della carta e dell’alluminio per realizzare o imballare

merci e beni di consumo, il principio dell’«usa e getta», sottendono

senza dubbio a un nuovo modello di sviluppo, meglio conosciuto sotto lo

slogan del consumo di massa e della crescita del profitto capitalistico.

Modello di sviluppo che ci porta a rompere quel patto implicito di

sopravvivenza e di convivenza istituito con il nostro pianeta, quando

ogni sostanza usata dagli uomini ritornava disponibile per il consulto

senza produzione di rifiuti, o quando la discarica, unico sistema di smaltimento

per millenni, digeriva i nostri rifiuti organici per restituirli alla

terra in un sistema di compensazione. Partendo da questi presupposti e

dai sintomi di un’indigestione, vorrei soffermarmi sul concetto di discarica.

Da quando ai rifiuti organici si sono aggiunti quelli inorganici (plastica,

alluminio, poli-accoppiati), l’immissione incontrollata nell’ecosistema

di oggetti creati dalla tecnica, ma rifiutati dai processi naturali di biodegradazione,

ha mostrato il volto inquinante e implosivo delle discariche,

sottraendo gradualmente ettari di territorio alla flora e alla fauna o ad

altro uso umano più consono al mantenimento dell’habitat.

I segnali d’allarme dell’inquinamento per troppo tempo trascurati e

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Da quando ai rifiuti

organici si sono aggiunti

quelli inorganici,

l’immissione

incontrollata

nell’ecosistema di oggetti

creati dalla tecnica ma

rifiutati dai processi

naturali di

biodegradazione ha

mostrato il volto

inquinante e implosivo

delle discariche,

sottraendo ettari di

territorio alla flora e

alla fauna o ad altro uso

umano più consono al

mantenimento

dell’habitat

l’esaurimento dei corpi recettori,

hanno posto la politica e la società

civile davanti a una scelta: ridurre

a monte la produzione dei rifiuti

inorganici o costruire inceneritori

capaci di sostituire la tecnologia

delle discariche? Si è optato per la

seconda scelta, nell’intento di preservare

e potenziare i livelli di

consumo dei beni senza intaccare

il profitto capitalistico. Solo negli

anni Settanta, con l’incidente di

Seveso, si è intuito che l’incenerimento

della materia inorganica

può essere dannoso per l’uomo

almeno quanto l’inquinamento

delle falde acquifere, e ci si è trovati

ancora una volta di fronte a

nuove scelte: costruire sistemi di

incenerimento che fossero più

sicuri e che al contempo recuperassero

energia oppure ridurre la

produzione dei rifiuti e adoperarsi

per il recupero della materia

prima-seconda attraverso la pratica

della raccolta differenziata?

Possiamo ricavare una possibile

risposta al dilemma dall’analisi dei

dati che riguardano la gestione dei

rifiuti urbani nell’Unione Europea,

aggiornati al 2005, dai quali si

evince che circa il 45% dei rifiuti

urbani prodotti quotidianamente è

ancora smaltito in discarica, il

19% è incenerito e il 37% è recuperato

attraverso la raccolta differenziata.

In Italia le cifre sono più

sconfortanti, circa il 55% dei rifiuti

urbani è digerito in discarica, il

12% è cremato e il 24% è differenziato.

Eppure nessuno osa parlare

di riduzione della produzione

dei rifiuti, anzi la produzione giornaliera

pro capite aumenta costantemente:

se agli inizi degli anni

Novanta ogni cittadino ne produceva

in media meno di un kg al

giorno nel 2005 ci avviciniamo

inquietantemente ai due kg. È

importante evidenziare che la pratica

dell’incenerimento ha prodotto

un aumento vertiginoso della

produzione dei rifiuti, in questo

senso è fondamentale analizzare il

caso Brescia 2 , che possiede l’inceneritore

più grande di Europa.

Nondimeno, quella macchina produce

discariche all’infinito per

tutti quei residui che non è possibile

incenerire, ridicolizzando gli

sforzi tesi a ridurre la produzione

dei rifiuti a monte e rendendo

accessoria la raccolta differenziata

finalizzata al recupero di materia.

Senza dubbio un business c’è, ed è

attivato da quella tassa chiamata

Cip 6 che grava sulle bollette Enel

dei cittadini, permettendo l’erogazione

dei contributi statali agli

impianti di termovalorizzazione.

Dunque incentivi statali per il

sostegno degli inceneritori e non

per la raccolta differenziata: uno

scandalo che sembra sia stato abolito

per i futuri impianti.

Queste riflessioni possono dare

qualche spunto sulla vicenda della

Campania, dove l’illusione di sostituire

rapidamente al «tutto in

discarica» il «tutto incenerito» ha

determinato un disastroso stato di

emergenza permanente, un’esperienza

a dir poco tragica. Per una

rapida cronistoria, ricordiamo che

nel febbraio del 1994 veniva istituito

il Commissariato di governo per

l’emergenza rifiuti, che promosse

l’allestimento di dieci enormi discariche

regionali dove dovevano

essere smaltiti più del 90% dei

rifiuti urbani prodotti quotidianamente

dai cittadini campani. Fra il

1996 e il 2000, quando le suddette

discariche erano in via di esaurimento,

venne approvato il piano di

smaltimento regionale che prevedeva

la costruzione di due megainceneritori

ad Acerra (Na) e a

Santa Maria La Fossa (Ce) che

avrebbero dovuto bruciare circa il

35% dei rifiuti urbani prodotti

quotidianamente, dopo essere stati

trasformati in Combustibile derivato

dai rifiuti (CDR) da sette impianti

di selezione dislocati sul territorio

delle cinque province campane. Il

35% doveva essere differenziato e

il restante 30% smaltito in discari-


ca. Questi i progetti. A più di dieci

anni dall’approvazione del piano

sopracitato la situazione è la

seguente: il 58% dei rifiuti urbani

prodotti è ancora smaltito in discarica,

il 35%, il cosiddetto CDR è parcheggiato,

imballato, presso piazzole

di stoccaggio provvisorio a Villa

Literno (Ce) e Giugliano (Na), e

solo il 7% è differenziato. Nel

dicembre 2005 la magistratura rinviò

a giudizio la società affidataria

che gestiva i sette impianti di CDR,

insieme all’ex commissario

Bassolino e stabilì, con apposita

sentenza, che il CDR stoccato provvisoriamente

a Villa Literno e

Giugliano non fosse più considerato

CDR bensì l’equivalente della frazione

di scarto che può essere

smaltita solo in discarica.

Contestualmente il Governo

Italiano rescisse il contratto con la

società affidataria Fibe s.p.a. del

gruppo Impregilo (lo stesso che ha

vinto la gara per costruire il ponte

sullo stretto di Messina). Allo stato

attuale la Regione Campania

avrebbe bisogno di impianti di

discarica per interrare il 93% dei

rifiuti urbani prodotti quotidianamente!

Forse qualche spiraglio di

«luce» si aprirà nel prossimo

novembre, quando «dovrebbe»,

senza il permesso dei cittadini acerrani,

entrare in funzione l’unico

impianto di termovalorizzazione

costruito, quello di Acerra (NA),

nel quale però sarà possibile incenerire

appena il 10% dei rifiuti

urbani campani, pari a quelli trasformati

in CDR dall’unico impianto

di selezione regionale dei sette in

funzione abilitato finalmente a produrre

il CDR a Tufino. Per come è

stato strutturato il sistema di

gestione dei rifiuti urbani in

Campania, appare evidente che

oggi siano necessarie discariche e

piazzole di stoccaggio capaci di

intercettare più del 90% della spazzatura

prodotta e trattata quotidianamente;

e a nulla servono le proteste

dei sindaci campani che si

oppongono alla realizzazione di siti

di discarica, per adesso ancora indispensabili.

Per di più, il disastro

campano è aggravato dal fatto che

praticamente non esiste impiantistica

per la raccolta differenziata:

ciò spiega perché la raccolta differenziata

non supera la quota del

10%. Esistono solo due impianti di

compostaggio capaci di intercettare

appena il 3% di tutto il rifiuto

organico che è possibile recuperare

a Polia (Sa) e Teora (Av) ma sono

da tempo saturi. La politica ha fallito:

né Rastrelli (An) né Losco

(Udeur-Pd), né Bassolino (Ds-Pd)

né Catenacci e né Bertolaso, hanno

saputo imprimere una svolta radicale

nella gestione dei rifiuti della

Campania, capace di prefigurare

un’alternativa efficace rispetto al

tradizionale sistema di smaltimento

in discarica. Il territorio regionale è

stato ed è da più di trent’anni meta

dei traffici e degli scarichi di rifiuti

tossici e industriali del ricco nord

padano che, per risparmiare, ha

arricchito e arricchisce le tasche dei

camorristi del casertano e del napoletano,

avvelenando l’acqua, il

suolo agricolo e l’aria di cui si

nutrono milioni di cittadini. Forse

in Campania, più che in altre

regioni italiane, era necessario

scommettere sulla raccolta differenziata

e in particolare sulla riduzione

della produzione dei rifiuti. Il

contestato Decreto legge n. 61

dell’11 maggio 2007, dal 5 luglio

2007 legge n. 87, ha individuato

solo siti di discarica idonei a smaltire

le frazioni di scarto prodotte

dagli impianti di selezione (ex-CDR)

regionali, sono invece necessari

almeno dieci siti dove realizzare,

entro un anno, impianti di compostaggio

per la frazione organica da

raccolta differenziata ed è basilare

imporre a ogni comune campano

la realizzazione di un’isola ecologica.

È indispensabile costruire al più

presto un’impiantistica regionale

atta a ricevere e trattare le frazioni

di rifiuto mono e multi-materiale

SOCIETÀ

Per una rapida

cronistoria, ricordiamo

che nel febbraio del 1994

veniva istituito il

Commissariato di governo

per l’emergenza rifiuti,

che promosse

l’allestimento di dieci

enormi discariche

regionali dove dovevano

essere smaltiti quasi il

99% dei rifiuti urbani

prodotti quotidianamente

dai cittadini campani

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40

NOTE

1. Frederich Engels, Dialettica della natura,

Editori Riuniti, Roma 1971.

2. Cfr. Marino Ruzzenenti, L’Italia sotto

i rifiuti, Jaca Book, Milano 2004.

3. Giorgio Nebbia, Le merci e i valori,

Jaca Book, Milano 2002.

raccolte separatamente, così come

è fondamentale il fattore tempo,

poiché ogni soluzione tampone,

palliativa, ha una durata limitata.

Poi sarà emergenza, di nuovo,

come sempre. Certo, se i comuni

e gli Ato campani (ex consorzi)

sfruttassero i fondi Por 2007-2013

(300 milioni di euro sono stanziabili

per opere finalizzate all’incremento

della raccolta differenziata),

molti di questi impianti a

gestione pubblica verrebbero realizzati

quasi a costo zero, ma serve

programmazione, spirito di iniziativa

e disponibilità delle amministrazioni

locali, fino a oggi troppo

refrattarie. Una volta realizzati

impianti alternativi, sarà possibile

misurare quanti rifiuti urbani si

possono sottrarre al destino della

discarica e degli inceneritori. Si

può però affermare, con ragionevole

certezza, che almeno il 70%

dei rifiuti prodotti potrà essere

recuperato. Infatti, circa il 30% di

questi sono frazione organica che

potrebbe essere quasi tutta intercettata

dagli impianti di compostaggio,

il 40% sono frazioni di

imballaggio, carta, cartone, plastica, alluminio, vetro e legno. Sulla gestione

di queste frazioni si può intervenire in due modi: 1) po tenziando la

raccolta differenziata, privilegiando il sistema di raccolta mono-materiale

porta a porta e utilizzando al meglio i lavoratori dei consorzi di bacino

interregionali che fino a oggi vengono stipendiati senza avere la possibilità

di lavorare; 2) adottando politiche di riduzione a monte della produzione

dei rifiuti. In questo senso è utile sottolineare che nei principi stabiliti nell’ultima

Direttiva europea sui rifiuti n. 2006/12/CE del 5 aprile 2006 si

ribadisce quanto affermato nelle precedenti direttive europee in materia, e

cioè che è compito degli «stati membri adottare le misure appropriate per

promuovere in primo luogo la prevenzione e la riduzione dei rifiuti, in

secondo luogo il riciclaggio e in ultima analisi l’uso dei rifiuti come fonte

di energia». Tuttavia, non si è fatto praticamente nulla per contenere o

ridurre la produzione dei rifiuti.

Abbiamo mostrato in precedenza che l’indice di crescita della produzione

dei rifiuti è purtroppo in costante aumento. Diventa quindi obbligatorio

iniziare a individuare quali provvedimenti occorre applicare per

dare sostanza ai principi sopra enunciati, che rischiano altrimenti di

restare solo su carta. Per ridurre i rifiuti è necessario innanzitutto intervenire

sull’industria della distribuzione dei prodotti. L’annunciata riscrittura

del Decreto legislativo n. 152, emesso un anno fa dal governo

Berlusconi, può permetterci di recuperare terreno sul fronte della riduzione.

È necessario attivare circuiti virtuosi che promuovano la restituzione

dei prodotti usati al distributore grande o piccolo che sia; progettare

e immettere nel ciclo produttivo articoli concepiti per essere riutilizzabili

più volte; sostituire gradualmente l’economia dell’«usa e getta» con

un’economia incentrata sulla vendita dei servizi di catering, consegna a

domicilio, lavaggio, sterilizzazione e rigenerazione di articoli pluriuso nel

caso di feste o manifestazioni pubbliche e private; promuovere accordi di

programma fra gli enti locali e le associazioni dei ristoratori, dei commercianti,

della grande e piccola distribuzione, dei gestori di pubblici

esercizi, per sostituire gli imballaggi a perdere con imballaggi a rendere;

promuovere e incentivare il compostaggio domestico; creare e sostenere

il mercato del riuso. Naturalmente sono solo alcune delle misure urgenti

che le amministrazioni comunali, provinciali e regionali dovrebbero

adottare, perché il cittadino non senta di affondare, oltre che nella spazzatura,

nei decreti, nelle indecisioni amministrative, nelle lentezze burocratiche,

sotto l’occhio perplesso dell’Unione Europea, che comincia giustamente

a ipotizzare un attentato alla sanità pubblica.

Le idee, le proposte per tentare di risolvere l’emergenza rifiuti in

Campania, in Italia e in Europa, non mancano. La sinistra deve prendere

una posizione chiara, trasformando i molteplici «no» alle discariche e agli

inceneritori in proposte e strategie alternative, nella consapevolezza che

le problematiche ambientali prodotte dal modello di sviluppo dominante

possono essere superate definitivamente solo se si individua un sistema

economico e sociale diverso da quello attuale, poiché, per dirla con le

parole di Giorgio Nebbia: «le società capitalistiche, per le proprie regole

intrinseche, possono sopravvivere soltanto con una continua crescita

della produzione e del “consumo” delle merci a spese di una crescente

sottrazione e contaminazione delle risorse naturali del pianeta» 3 ).


MARCO SFERINI*

* REDATTORE DEL SITO

WWW.ESSERECOMUNISTI.IT

omosessualità

e pregiudizio

una lotta secolare che si può vincere

SOCIETÀ

Quando tutto ha inizio

Tutto sta a cominciare. Lo chiamano «coming out», ed è il venire

fuori da una condizione di isolamento, di invisibilità rispetto agli

altri: come se si fosse immersi in una nebbia padana, dove l’uscita

rappresenta non solo la fine del senso di soffocamento che dà la presenza

di una coltre di pregiudizi, ma soprattutto l’evoluzione coscienziosa

della propria dignità. È una dignità che emerge, che si struttura nelle

ossa e nei muscoli di un apparato fisico, che diviene corpo vivente e non

più spettro, demone irriconoscibile perché ancestralmente secretato nell’io

di chi sente sopra di sé uno «spleen» baudelairiano tutto cattolico, o

in larga parte tale. La morale generale, quella che non conosce altro da

sé, quella che la Chiesa cattolica dispone come unica, giusta e sacrosanta,

quella morale è una delle prime fonti di una prevenzione che si

aggrappa persino ai più laici tra i laici, ai meno disposti a cedere alle

lusinghe del pregiudizio, a quelli che sono disposti al confronto e che

non conoscono – o non vorrebbero conoscere – apriorismi di ogni tipo,

in particolare sociali.

Il giovane omosessuale, sia gay, lesbica o transgender, si trova non sempre

in ambienti metropolitani, dove tutto sommato la varietà di interscambi

individuali è tale da supportare una morale parallela a quella

ufficialmente definita: nelle notti di Milano, Roma, Genova, Firenze,

Torino e Napoli, quando è possibile venire allo scoperto, il lassismo riesce

a prevalere sulle inibizioni. Non c’è più la rigida pulsione che frena

lo slancio libertario verso il «coming out», ma finalmente si incontrano i

propri «simili», si fa amicizia, ci si conosce, e magari ne nasce anche

qualche amore. Poi, come tante cenerentole, allo scoccare di una certa

ora, i pipistrelli devono tornare al loro sonno sociale, ricomporsi e reimpostare

la loro quotidianità secondo i canoni della morale.

La cristianissima società occidentale considera ancora oggi se non altro

«curioso» che due uomini si bacino in pubblico, o che anche semplicemente

si tengano mano nella mano nelle vie e nelle piazze delle nostre

città. Qualcuno ne prova abominio, altri un timido sdegno, altri ancora –

ed è forse l’atteggiamento peggiore – se ne infischiano beatamente.

Evoluzione e compressione del relativismo

Questo accade nei grandi centri urbani. Nei piccoli avamposti di provincia,

nei paesini collinari o di montagna, la vita per un omosessuale è vita di

trasferta. Deve necessariamente migrare verso i lidi più confortevoli della

grande città. Deve farlo, se vuole conoscere qualcuno con cui potersi relazionare

senza essere costretto a passare sotto le forche caudine di un giustificazionismo

che sovente tocca imbracciare, se si discute della propria

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Tutto sta a cominciare. Lo chiamano «coming out», ed

è il venire fuori da una condizione di isolamento, di

invisibilità rispetto agli altri

Il monito di Benedetto XVI ha un carattere

ecumenico, poiché si rivolge a tutti e a tutto il mondo. Ma

il suo ecumenismo termina su questa soglia, non si spinge

neppure a ricordare quanto la Chiesa aveva proclamato

con il Concilio Vaticano II

vita, del proprio mondo e – perché

no – dei sogni, dei desideri di avere

un futuro felice.

Nichi Vendola, nel suo bellissimo

libro Soggetti smarriti 1 , racconta di

un giovanissimo ragazzo gay, prigioniero

delle montagne di un

Veneto dove l’eco dello scherno

dei suoi coetanei e dei compaesani

l’aveva trasformato in una sorta di

caricatura al femminile di tutto

quanto potesse ormai esistere in

quel paese. Alla fine non resse più

e, in una notte in cui la neve

abbondava ovunque, si lasciò

morire rannicchiato in un bosco.

Di sé lasciava un biglietto con

scritto che non aveva più alcuna

voglia e intenzione di vivere in un

mondo simile.

Joseph Ratzinger ha aperto il suo

pontificato con un violento attacco

al relativismo religioso, morale e

sociale. L’unicità che viene ricercata

dal Vaticano, e in particolare dal

tradizionalismo antiecumenico di

questo Papa, fornisce ai sostenitori

della «normalità» dell’essere

umano, della famiglia, della consuetudine

comportamentale singola

e collettiva, un’arma efficace

per portare chiunque alla riconsiderazione

di una conquista della

nostra civiltà: l’evoluzione del

relativismo come valore positivo,

come struttura morale accogliente

e non escludente.

Il magistero clericale tenta, in

quelli che ossessivamente vengono

definiti «tempi moderni», la

restaurazione di una dottrina non

soltanto legata al fideismo e al deismo,

ma strettamente connessa

con i rapporti più pragmaticamente

legati alla sfera materiale di

quello che si definisce il «creato».

La curia romana conosce molto

bene le dinamiche di sviluppo

della morale e sa distinguere ciò

che è ancora difendibile con lo

stereotipo del dogma da ciò che è

condannabile con qualche lettera

apostolica, qualche suggerimento

della Conferenza episcopale italiana.

Ratzinger è ben consapevole

che una larga fetta del popolo dei

credenti non ha la minima intenzione

di seguire le indicazioni vaticane

in materia di amore, sessualità,

convivenza, matrimonio e vita

in generale.

«Lasciateci vivere senza essere

trainati da cani alla maniera degli

Esquimesi, lacerandoci su colline e

nelle valli e senza mordere le

orecchie di altri uomini» 2 . Invece

qualche slitta è sempre pronta per

condurre sulla retta via chi proviene

dalla scuola dell’evoluzione del

relativismo. Il monito di

Benedetto XVI ha un carattere

ecumenico, poiché si rivolge a

tutti e a tutto il mondo. Ma il suo

ecumenismo termina su questa

soglia, non si spinge neppure a

ricordare quanto la Chiesa aveva

proclamato con il Concilio

Vaticano II.

I tempi lunghi della Chiesa sono

quelli di chi attende il cadavere

del nemico lungo il fiume. In questi

anni l’opera di compressione

del relativismo ha puntato tutto

sulla limitazione del pluralismo

della cultura, delle mode e delle

abitudini sociali. Il revanchismo

cattolico ha approfittato dell’impostazione

imperialista dell’amministrazione

americana, della creazione

delle nuove guerre religiose e

di cosiddetta «civiltà», per un

richiamo alla difesa delle radici

cristiane dell’Europa, dell’Italia e

del più piccolo campanile di questo

paese.

Il disegno globale e la rinascita

dei «ri-vendicatori»

Fa tutto parte di un disegno che

compenetra diverse opzioni conservatrici:

i teoconservatori americani

sono il testamento politicofattuale

del versante economico di

una classe che ha avuto l’opportunità

di svilupparsi in assenza di un

avversario simile. Per la prima

volta, dopo decenni, la Chiesa, gli

Stati Uniti e molti altri poteri politici

e finanziari hanno goduto del

minor impatto possibile di contrasto

rispetto all’espansione dei loro

privilegi e delle loro mire di dominio

e di primazia.

Conosciamo molto bene tutto

quanto è avvenuto in questi lustri:

le guerre per il controllo geopolitico

di vaste aree dell’Asia e del

Medio Oriente si sono riflesse,

attraverso un aggiornamento del

«pensiero unico», nelle confuse

menti delle persone come l’unico

metodo possibile per scongiurare il

dilagare di un terrorismo ispirato


proprio da chi intendeva combatterlo. I diritti sociali e

individuali sono stati sospesi con atti impositivi dei

governi di Bush e Blair e con norme sempre più rigide

sul libero movimento degli uomini, si potrebbe

dire di interi popoli, da un continente all’altro: in

fuga dalla disperazione, in cerca di una anche misera

speranza di sopravvivenza.

Anche l’attacco al laicismo, operato dalla Chiesa in

questi mesi, si rifà a un più largo schema di definizione

dei nuovi assetti economici e politici e, dunque, si

riconosce sia nel disegno globale sia in quello più particolare.

Scriveva Ernest Mandel qualche decennio or sono:

«Ogni movimento, ogni fenomeno, ha caratteristiche

che gli sono peculiari. Allo stesso tempo, ogni movimento,

ogni fenomeno, malgrado certe particolarità

specifiche, non può essere compreso e spiegato che

nel quadro di insiemi più vasti e generali» 3 .

Così, come la recrudescenza moralistica cattolica va

letta in questo complesso fenomeno di fatti e di azioni,

altrettanto va fatto per la rinascita di una serie di

«ri-vendicatori» sociali che, con un certo «orgoglio

laico», stanno riaffacciandosi alle finestre di un protagonismo

che pareva essersi eclissato sotto la spinta

propulsiva delle paure e dei timori di un generale

imbarbarimento dei costumi, grazie anche all’istillazione

progressiva di un catastrofismo epocale ancora

una volta evocato da chi ha ricondotto la guerra a

essere la propaggine della politica.

La tentazione delle imitazioni

La piazza del «Family day» è stata l’ultimo episodio di

questa saga reazionaria. Gli omosessuali, i Dico e

qualsivoglia minimalissimo progetto di tutela dei

diritti dei nuclei afamiliari, ma comunque di unioni

civili, sono per la Chiesa e per il variegato mondo dei

teoconservatori, e anche dei teodemocratici, guidati

da alcuni petali della Margherita, il peggiore degli

spauracchi.

C’è la necessità di rincorrere a spron battuto le posizioni

politiche e sociali di quel centro moderato che è

SOCIETÀ

il compasso con cui disegnare la geopolitica italiana (e

non solo), sotto gli auspici e le benedizioni del

Vaticano, contro quella chiesa di base, cosiddetta tale,

che è marginalizzata perché veramente si trova nell’ambito

di azione più vicino alle parole evangeliche.

L’immagine ufficiale della Chiesa è, pertanto, quella

di Ratzinger, quella che con monsignor Bagnasco ha

messo subito le carte in tavola per chi pensava che il

cambio di testimone alla guida della Cei potesse rappresentare

un momento di discontinuità rispetto a

Camillo Ruini. Niente di tutto questo. Anzi. Il contrattacco

ecclesiastico è arrivato, prontamente condito

con una forte dose di vittimismo: come è possibile, si

sono chiesti i signori cardinali, che vi siano così tanti

rigurgiti anticlericali? Da dove proviene e cosa causa

questa domanda di laicismo che nasce un po’ in tutto

il paese e che, pertanto, è definibile come un «sentire

comune», una sorta esigenza, di bisogno sociale?

La risposta è stata il far mettere giudizio ai politici italiani

che siedono in Parlamento. Le meticolose disposizioni

ecclesiastiche non lasciano dubbio e spazio a

interpretazione alcuna: l’Italia, domanda Santa

Romana Chiesa, deve disporsi a difendere la famiglia

naturale, quella voluta da Dio, quella che non ha

eguale, che non può avere alcuna imitazione. Come

la Settimana enigmistica. Peccato che tutto questo

non sia un gioco, ma una battaglia molto dura e affatto

risolta che investe la vita di milioni di persone.

Tutta questa voglia di imitare il modello familistico,

francamente, non è così entusiasmante. Se il termine

«famiglia» lo scriviamo e lo diciamo con una connotazione

molto lata, allora possiamo intenderlo come

la ricerca di una vita comune tra due o più persone.

In questo caso parlare di famiglia non tradizionale, o

accennare a una aggettivazione omosessuale della

stessa non è in distonia con la ricerca dei diritti civili.

Ma andare alla ricerca della famiglia omosessuale

vuol dire riproporre lo schema, anche solo lo stereotipo

di quella cattolicamente intesa, con una unione

magari – osiamo scriverlo – un giorno benedetta da

Ratzinger e sottoposti? È proprio necessario che la via

del riconoscimento dei diritti debba passare attraverso

una unione coniugale?

La via spagnola all’affermazione dei diritti civili dei

singoli e delle coppie di fatto non sembra avere una

grande fortuna in Italia. E forse non è così un male,

visti i magri risultati che la figura della «famiglia» ci

consegna dalle cronache nere di questi mesi, tanto

per citare gli ultimi esempi. Ma sono millenni che il

primo sospettato dell’omicidio di una donna sposata è

il marito. Senza aprire i manuali di criminologia,

basta questo per rendere evidente come in seno alla

famiglia si compiano molte delle efferatezze punite

severamente dal codice penale.

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NOTE

1. Nichi Vendola, Soggetti smarriti, Datanews, Roma

2005, pp. 78-79.

2. Henry David Thoreau, La disobbedienza civile,

Giunti, Firenze 1995, p. 78.

3. Ernest Mandel, Introduzione alla teoria economica

marxista, Massari, Roma 1992, p. 111.

E, allora, quel compromesso al ribasso che sono i Dico

(e chissà se mai vedranno l’approvazione da parte del

Parlamento), rappresenta lo stadio di prima apertura

di una certa parte del mondo cattolico e del centrismo

italiano al riconoscimento di un ruolo laico della

nostra Costituzione anche in questo frangente. Non è

un elemento secondario, anzi, è forse il motivo che

rende accettabile un voto favorevole dei comunisti in

Parlamento sul testo elaborato dalle ministre Bindi e

Pollastrini.

La storia di un incontro

Agli inizi di queste righe ho fatto cenno al venir fuori

dal cono d’ombra del pregiudizio, al «coming out». È

ancora oggi un percorso obbligato per moltissimi

omosessuali. Queste forche caudine, comunque, sono

passabili anche con una certa dose di anestetico di

ironia, non senza orgoglio, ma senza la presunzione

dell’impavidità di chi ha sepolto il coraggio per molto

tempo. La presunzione e l’ostentazione della forza

sono nemiche di un dialogo qualsiasi, della comprensione

e della nascita di una solidarietà umana tra omo

ed eterosessuali.

Nel combattere il falsamente positivo concetto di «tolleranza»

(«ci sei, e ti tollero. Ma se non ci fossi sarebbe

meglio…»), e nel disporsi a una più giusta corrispondenza

di amoroso impiego di quello solidaristico,

ho visto molte persone cercare il modo migliore per

evitare imbarazzi, offese gratuite e quanto altro potesse

farli apparire come detentori della prevenzione,

portatori sani di un anacronistico e asociale comportamento

omofobico.

La soluzione più congeniale alle difficoltà di tutti nel

formulare una confidenza a un amico, o nel rendere

pubblico un segreto confessabilissimo, è nel non dare

mai nulla per scontato.

Poniamo che ci troviamo alla stazione ferroviaria. Un

tizio ci avvicina e ci chiede un’informazione sugli orari

dei treni. Poi ne nasce una conversazione. Ebbene, in

questo frangente ci guardiamo bene dal dire una frase

del tipo: «Quelli di Milano sono tutti stupidi». Il nostro

interlocutore potrebbe essere proprio milanese.

Così dovrebbe essere nei confronti degli omosessuali.

Non si dovrebbe mai dare per scontato di avere innanzi

a noi solamente eterosessuali. Non solo perché esiste

la possibilità che non sia così, ma soprattutto perché,

al di fuori di un insipido calcolo pseudo-matematico-sociale,

l’omosessualità esiste, e quindi è un fenomeno

da considerare e non da archiviare nelle segrete

stanze gestite da quell’oscuro custode che per troppi

secoli ha servito l’ignoranza e la paura, il potere, la

vendetta e, forse, anche un pò l’invidia.


MARCO ALBELTARO*

* COMITATO REGIONALE DEL PIEMONTE – PRC-SE

il comunismo

dalla a alla zeta

RECENSIONI

Il Dizionario del comunismo nel XX secolo (2 voll., Einaudi, Torino 2006-

2007; vol. I (A-L), pp. 536, euro 68; vol. II (M-Z), pp. 534, euro 75)

curato da Silvio Pons, direttore dell’Istituto Gramsci di Roma e docente

a Tor Vergata, e da Robert Service, professore di Oxford, è indubbiamente

un’opera di grande impegno. Si tratta di un affresco complessivo,

composto grazie al contributo di decine di studiosi di fama internazionale,

che fa il punto delle acquisizioni storiografiche su ciascuna delle circa

quattrocento voci raccolte.

Le voci sono redatte da studiosi che da anni si occupano dei temi sintetizzati

nei lemmi e, per quanto concerne la percezione generale del fenomeno

comunista, si giunge a una posizione che non concede troppo né all’interpretazione

di Furet del comunismo come «un’illusione» e tanto meno

a quella degli autori (e del curatore in particolare) del Libro nero del comunismo,

in cui quell’esperienza viene indicata come una sorta di incidente

di percorso della storia retto esclusivamente da un bieco e feroce sistema

persecutorio. Un elemento però comune del Dizionario con una certa tradizione

di studi ideologicamente motivata è certo quello che salta all’occhio

fin dal titolo. Declinare il comunismo al singolare implica infatti

l’adesione – più o meno dichiarata – alla volontà di iscrivere tutta una storia

assai complessa e articolata all’interno di un confine comune e omogeneo.

Se infatti è innegabile che le ragioni fondanti delle ideologie alla

base dei partiti comunisti di tutto il mondo possano essere ricondotte

all’ambito dottrinale che muove dal pensiero marx-engelsiano e poi dal

leninismo attualizzato di volta in volta da pensatori e politici di disuniforme

estrazione e levatura teorica, è altrettanto innegabile che tale bagaglio

ideologico fu poi declinato nella pratica dell’azione politica con differenti

accenti e altrettanto diversi risultati. Nell’introduzione Pons e Service

notano come essendosi i comunisti riconosciuti individualmente come gli

attori di un’unica storia e gli edificatori di un unico processo mondiale,

l’unitarietà del fenomeno comunista possa quindi essere assunta anche

«come un criterio di orientamento storiografico» (p. XVI). Noi riteniamo

al contrario che porre troppo l’accento sul comunismo come fenomeno

unitario conduca dritti verso il rischio di ridimensionarne molti degli

aspetti creativi.

Pur convenendo con i curatori sull’esistenza di una linea di demarcazione

piuttosto netta tra gli esiti politici prodotti dai partiti «sconfitti» – e che

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quindi non ebbero mai l’onere del governo – e quelli dovuti ai «vincitori»

che finirono per identificarsi con lo Stato, ci pare sbagliato bollare

l’esperienza di quegli Stati che coprirono «un terzo della superficie terrestre»

(p. IX) semplicemente come un agglomerato liberticida e oppressivo

strutturatosi «in un incubo totalitario» (p. XVII). Certo, gli Stati socialisti

e l’Unione Sovietica in particolare si scontrarono col problema di un netto

salto di qualità delle condizioni di vita, che le popolazioni percepirono

come uno stato di penuria, anche in virtù del confronto con ciò che veniva

presentato come generalizzato standard di vita in Occidente. D’altro

canto, sarebbe scorretto ignorare – e ciò sembra mancare nell’impostazione

data dai curatori – la spinta propulsiva per l’emancipazione dei lavoratori

e dei colonizzati che il «socialismo realizzato», percepito come luogo

dell’incarnazione concreta di un ideale, favorì. Una voce in particolare,

quella redatta da Paul Hollander sui «pellegrini politici», giunge perfino a

ridicolizzare la partecipazione sentimentale dei comunisti occidentali alle

esperienze degli Stati socialisti.

Il comunismo si declinò quindi in differenti modi a seconda delle sue origini

e del tipo di condizioni in cui si trovò a esercitare le proprie prerogative

politiche sotto forma di partito, in particolare. Ben traspaiono, ad

esempio, le specificità del caso francese e di quello italiano attraverso due

voci, che spiccano nel Dizionario per equilibrio e completezza, dedicate da

Marc Lazar al Pcf e da Aldo Agosti al Pci. Proprio sul ritratto del comunismo

italiano che viene tratteggiato nel Dizionario vale la pena di soffermarsi

un poco. Se Agosti presenta una chiara sintesi, poggiata sulle solide

fondamenta di decenni di storiografia, che offre un’utile contestualizzazione

nazionale e internazionale delle scelte politiche del partito, l’immagine

complessiva del comunismo italiano proposta dal Dizionario non è

però delle più soddisfacenti. Innanzi tutto, spiccano alcune esclusioni: se

a Giorgio Amendola viene dedicata l’ottima voce di Roberto Gualtieri, i

curatori hanno tralasciato sia Luigi Longo che Pietro Secchia. Il riformismo

amendoliano fu certamente una delle cifre caratterizzanti del Pci, non

ne fu certo l’unica: Longo e Secchia rappresentarono – com’è noto – due

visioni del comunismo in Italia certo non consonanti con quella della

«destra» amendoliana, ma che ebbero sicuro seguito tra le masse e che

quindi sarebbe valsa la pena di ricordare per fornire un quadro più articolato

e problematico dei rapporti interni ai gruppi dirigenti di quella che fu

la più importante forza comunista dell’Occidente. A Togliatti è poi dedicato

un contributo di Pons che torna a proporre dubbi da considerarsi, alla

luce della documentazione disponibile, privi di fondamento. La vecchia

questione di un Togliatti che nulla o poco fa per liberare Gramsci dal carcere

fascista è stata dimostrata falsa in più occasioni e da diversi studiosi.

Eppure Pons scrive che «Togliatti venne accusato di aver abbandonato

Gramsci al suo destino, vanificando i tentativi di liberarlo dal carcere fascista»,

rendendo assertivo ciò che quanto meno dovrebbe essere espresso

con molta prudenza e all’interno di una contestualizzazione ben più articolata.

Tanto più considerando che nella assai più equilibrata voce dedicata

a Gramsci, Giuseppe Vacca, presidente dell’istituto di cui Pons è direttore,

non lascia uscire dalla sua penna nessun sospetto a carico del

«migliore».

È ancora Pons a redigere la voce dedicata a Enrico Berlinguer, nella quale

in gran parte sintetizza il contenuto del suo recente volume Berlinguer e la

fine del comunismo (Einaudi, Torino 2006). Egli, tuttavia, approda a conclusioni

non sempre sottoscrivibili. In particolare, riconduce le proposte del

comunismo berlingueriano sia in politica estera – e quindi «eurocomuni-


smo», «terza fase» e «terza via» – sia rispetto alla politica interna – e qui

il riferimento è in primis alla diffidenza verso Craxi e il craxismo – a una

sorta di vizio di origine del berlinguerismo, ingabbiato a suo dire da un

continuo richiamo alle proprie origini ideologiche: ciò che avrebbe impedito

ai comunisti italiani di integrarsi nel contesto europeo del riformismo

compiutamente socialdemocratico. In realtà, a Berlinguer andrebbe a

nostro giudizio attribuito il merito di non aver svenduto – come fece invece

Craxi – un’eredità ideologica che era parte integrante del partito e del

suo corpo militante e di aver marcato una necessaria diversità e alterità

del Pci rispetto a un sistema di potere che di lì a poco sarebbe caduto

schiacciato dal peso delle sue insanabili contraddizioni. In politica estera,

poi, egli imboccò percorsi fino ad allora inediti, giungendo a immaginare

una prospettiva che avrebbe dovuto condurre il movimento operaio europeo

a liberarsi dalla contrapposizione bipolare della guerra fredda. Non fu

certo poi, come invece sostiene Pons, una prerogativa di Berlinguer quella

di condurre il Pci «fuori dal gioco politico italiano». Al contrario, il suo

tentativo andava proprio nella direzione opposta: quella di tentare una

rifondazione dell’egemonia dei comunisti nella società attraverso la proposta

di mutamenti strutturali che, col viatico della «questione morale»,

tentavano di approdare a una nuova percezione collettiva della società,

certo più avanzata di quella che le altre forze socialdemocratiche stavano

producendo nel resto d’Europa.

Andando con lo sguardo oltre le dinamiche del comunismo italiano e concentrandosi

segnatamente su categorie e formule politiche di più ampie

implicazioni, si trovano nel Dizionario contributi rigorosi. Tra questi è da

segnalare lo scritto di Clark sull’«alfabetizzazione» in Urss, che unisce a

una attenta ricostruzione delle origini della campagna, una altrettanto

approfondita analisi di come essa abbia influito sulle politiche sociali degli

altri Stati socialisti. Anche la voce sul «centralismo democratico» di

Benvenuti, così come quelle sulla «collettivizzazione delle campagne» di

Viola e sulla «lotta di classe» di Halfin, pur affrontando temi non certo

facili, servono comunque a documentare il lettore in modo articolato e

problematico.

Nel secondo volume ritorna la questione della politica estera dei comunisti

italiani con la voce, breve ma densa, dedicata da Agosti al «policentrismo».

Altri studiosi italiani affrontano poi ulteriori tematiche degne di

nota. È il caso di Vittorio Strada, cui è affidato il compito di redigere le voci

«marxismo legale» e «marxismo-leninismo», e quello di Leonardo Paggi

con «marxismo occidentale». Quest’ultimo, muovendo dal Lukács di Storia

e coscienza di classe del 1923 (indicato come il testo che «rappresentò l’atto

di fondazione» del marxismo occidentale) attraversa un secolo di pensiero

rivoluzionario, esaminando Korsch, Gramsci e Walter Benjamin per approdare

ad Adorno e Horkheimer (che con le loro ricerche vivificarono proprio

il pensiero di Benjamin), fino a Marcuse e al gruppo di storici della

«New Left Review». Senza dimenticare, naturalmente, Althusser.

Il volume dedica molto spazio alla storia dei partiti comunisti nei vari

paesi. Le voci, di diseguale valore e spesso influenzate da una sorta di

interpretazione teleologica (che sembra intravedere in nuce, fin dalle

ragioni fondative, elementi che avrebbero caratterizzato le scelte politiche

del futuro), mettono comunque a disposizione, anche dei «non addetti ai

lavori», un panorama variegato dei comunismi nazionali dal quale si

evince proprio la vasta pluralità di esperienze che andarono manifestandosi

nel mondo sotto l’insegna del comunismo.

RECENSIONI

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Se è innegabile che le

ragioni fondanti delle

ideologie alla base dei

partiti comunisti di tutto

il mondo possano essere

ricondotte all’ambito

dottrinale che muove dal

pensiero marx-engelsiano

e poi dal leninismo

attualizzato di volta in

volta da pensatori e

politici di disuniforme

estrazione e levatura

teorica, è altrettanto

innegabile che tale

bagaglio ideologico fu poi

declinato nella pratica

dell’azione politica con

differenti accenti e

altrettanto diversi

risultati

Scarso spazio trovano nel Dizionario, invece, le vicende dei comunismi critici

sia con riferimento agli anni Venti che a momenti più prossimi al presente:

è infatti da notare un certo sbilanciamento delle voci a favore dei

comunismi che trovarono una istituzionalizzazione come idea fondante di

uno Stato o di un partito a scapito di quelle esperienze, magari minoritarie

ma comunque significative, che rimasero escluse dalla storia delle istituzioni

ma non da quella delle idee, poiché svincolate dalla gestione concreta

del potere.

In definitiva, questi due volumi possono costituire un utile strumento non

solo per lo studioso, in quanto opera di consultazione, ma anche per

riprendere a indagare tematiche in molti casi ingiustamente abbandonate

sia dalla «comunità degli studi» che da quella politica. Ciò che però si

scorge, ad esempio tra le righe dell’introduzione, è una sottovalutazione

del potenziale ruolo del comunismo nel futuro. Se certo i comunisti oggi

si trovano a vivere una delle più pesanti sconfitte della loro storia e la

fenice dell’internazionalismo è certo lontana dalla resurrezione, noi crediamo

che una sana iniezione di utopia possa sempre ridare forza a una

prospettiva di mutamento della società. Dall’esperienza del comunismo

novecentesco è infatti possibile trarre molti insegnamenti. Uno su tutti è

proprio quello dell’«utopia concreta» degli oppressi che, rompendo le loro

catene ed emancipandosi, giungono a emancipare la società intera, grazie

a quell’altruismo proletario che tanta parte ebbe nelle esperienze rivoluzionarie.

Ora che il mondo è quanto mai «grande e terribile e complicato»

e che il monito della Luxemburg «socialismo o barbarie» appare di

urgente attualità, il ricupero del comunismo come programma di rivolgimento

della società è senza dubbio uno dei momenti indispensabili per

opporre al predominio di pochi ricchi (sempre più ricchi) sul resto del

mondo impoverito, insanguinato dalla guerra e parcellizzato, la proposta

dirompente di una comunità di «liberi ed eguali».

Opponendo una volta tanto al «pessimismo della ragione» un po’ di «ottimismo

della volontà», possiamo augurarci che qualcuno tra cent’anni

scriva un Dizionario del comunismo nel XXI secolo.


DOSSIER

GRAMSCI

la lunga durata della crisi e la

violenza delle sue conseguenze distruttive

dimostrano la capacità di resistenza del

capitalismo

ma proprio per questo l’analisi

gramsciana ci riguarda da vicino e ci

coinvolge

ALBERTO BURGIO

IL «NOSTRO GRAMSCI» PER LE NOSTRE BATTAGLIE

Come ricordare Antonio Gramsci nel settantesimo della

morte? Ci siamo posti questa domanda, qualche mese fa,

tra le prime che si sono affollate quando il lavoro di preparazione

di «essere comunisti» è entrato in fase operativa.

Diffidiamo degli anniversari e della retorica che li

affligge: maschera, spesso, di pure e semplici celebrazioni,

non di rado pretesto per operazioni furbesche e appropriazioni

indebite. Proprio Gramsci ne ha fatto frequentemente

le spese, e questa consapevolezza ci ha guidati

nelle scelte che hanno messo capo all’insieme di

articoli che offriamo al lettore. Non testi celebrativi:

studi originali, frutto di vere letture dei testi. Spregiudicate

in senso proprio, talvolta controcorrente, come si

addice a un grande dirigente rivoluzionario e com’è nella

migliore tradizione intellettuale del movimento operaio.

Siamo contenti del risultato, starei per dire orgogliosi.

Senza enfasi – la nostra è una rivista politica militante,

non una sede scientifica – possiamo affermare che i saggi

qui raccolti rappresentano un contributo importante agli

studi gramsciani, oltre che, naturalmente, un’occasione

di riflessione e un prezioso strumento di crescita culturale

per le nostre compagne e i nostri compagni.

Il motivo è semplice. Nessuno tra questi scritti ha di mira

finalità preconcette. Nessuno intende dimostrare che

Gramsci abbia precorso sviluppi o orientamenti a lui

estranei. Tutti invece – ciascuno nella propria prospettiva,

affrontando il proprio argomento – muovono dal proposito

più lineare: dire la verità, far parlare i testi o ricostruire

gli eventi senza riserve mentali, senza secondi

fini. Per questo il «nostro Gramsci» è, semplicemente,

quello che in realtà Gramsci fu: un comunista, un grande

49


50

dirigente del movimento operaio, un rivoluzionario, una

vittima del fascismo. Un nostro compagno. Con buona

pace di chi ancora spende tempo e fatiche per sostenere

ipotesi inconsistenti: per accreditare la fantasiosa immagine

di un Gramsci «democratico» o «liberale»,

teorico della «buona globalizzazione» nonché, ovviamente,

vittima di un complotto ordito dai suoi compagni

di partito e dal vertice dell’Internazionale comunista.

Questi ultimi cenni rimandano a quanto, con sobrietà e

misura, mostra nel proprio lavoro Michele Pistillo trattando

di alcuni recenti contributi relativi alla vicenda

carceraria di Gramsci. Chi leggerà, vedrà. E, riteniamo,

si convincerà facilmente di come stiano le cose a proposito

di quel vero e proprio revisionismo anticomunista che

si è venuto sviluppando, nel corso degli anni, riguardo a

questa vicenda. Non c’è di che meravigliarsi. Gramsci è

un’icona della nostra storia. È quindi facile capire che si

voglia stravolgere il senso di quanto gli toccò in sorte,

sostituendo, nel ruolo di carnefici, i dirigenti del Comintern

e del Pcd’I a Mussolini e ai suoi sicari. Pistillo

lavora da anni su questi temi, con perizia e pazienza.

Doti richieste l’una dalla complessità della materia, l’altra,

in sommo grado, dalla tendenziosità di chi ignora i

fatti e trascura i documenti. Dalle pagine di Pistillo, proprio

in virtù di queste doti, emerge con tanta maggior

forza una ricostruzione limpida degli avvenimenti, non

sovvertita dalle effimere «scoperte» di certa disinvolta

storiografia.

Analoga sobrietà informa la sintesi prodotta da Guido

Liguori riguardo al dibattito critico su Gramsci di quest’ultimo

decennio. È un sintetico aggiornamento del

suo notevole Gramsci conteso (Editori Riuniti, Roma

1996), costruito intorno ai due successivi anniversari

(1997, 2007), qui assunti come momenti ordinatori della

discussione. Liguori non formula giudizi, lascia parlare

le cose, cioè gli studi. E proprio per questo aiuta il lettore

a orientarsi in un paesaggio bibliografico complesso,

dove abbondano forzature e strumentalizzazioni, ma nel

quale non mancano contributi seri, motivati dal proposito

di comprendere e far comprendere l’opera gramsciana,

a cominciare dall’originale lessico politico coniato

dall’autore dei Quaderni.

Una grande attenzione per i testi motiva anche il saggio

di Angelo d’Orsi, costruito intorno all’idea dell’unità del

percorso politico e intellettuale di Gramsci. Contro la

prevalente propensione a leggere «teleologicamente»

gli scritti precarcerari come mero preludio dei Quaderni,

d’Orsi insiste sulla loro autonomia e densità teorica. Egli

mostra come molti degli articoli affidati alle colonne

dell’«Avanti!» e del «Grido del Popolo» sin dagli anni

della Grande guerra non siano semplici scritti d’occasione,

ma penetranti saggi di analisi sociale. Nei quali Torino

è l’osservatorio privilegiato della prima modernizzazione

italiana, e la sensibilità del giovane Gramsci per la

potenza ideologica del capitale – per l’efficacia della

«falsa coscienza» quale fondamentale instrumentum

regni – già alimenta una ricerca che approderà, negli anni

di poi, alla classica riflessione sull’egemonia.

Egemonia. Inevitabilmente, verrebbe da dire (e invece

questo fatto va interrogato storicamente e politicamente,

cioè messo in relazione con la costituzione materiale

della nostra realtà politica), attorno a questo tema si addensa

l’interesse di alcuni studi qui raccolti. Cominciando

da quello di Wolfgang Fritz Haug, che trova il proprio

baricentro nell’analisi del concetto di «società civil

(torna qui l’interesse per l’originale lessico gramsciano)

quale «arena di combattimento» tra diverse posizioni

ideologiche e politiche: dunque, per l’appunto, come

ambito della competizione per l’egemonia.

Haug si sofferma sulla sensibilità di Gramsci per la dimensione

linguistica della lotta politica, sensibilità che

egli mette in relazione con la vicenda biografica del

«provinciale» impegnato a liberarsi dei limiti propri del

dialetto (ma anche per questo consapevole della potenza

costitutiva del linguaggio).

Per parte sua, Luciano Canfora lavora intorno alla classica

«quistione» dei condizionamenti ideologici (cioè intorno

ai meccanismi della «fabbrica del consenso»), appuntando

l’attenzione sulla paradossale logica oligarchica

del suffragio egualitario («universale»). Scavando dentro

una complessa pagina dei Quaderni, Canfora mostra

come l’egemonia del dominante assicuri il buon funzionamento

di un sistema solo formalmente democratico.

Nel quale – proprio attraverso il voto – la disinformazione

del «popolo sovrano» sortisce l’effetto di conferire a

ristrette cerchie di tecnici un potere pressoché assoluto,


non decifrabile nelle sue logiche arcane e, per ciò stesso,

libero da qualsiasi controllo.

Non fa mistero, Canfora, della stringente attualità di

questa riflessione, e sull’attualità delle analisi gramsciane

insistono a loro volta i due studi che completano la

serie, quelli di Luigi Cavallaro e Nicola Tranfaglia.

Nel primo caso il nesso con il presente non è immediatamente

dichiarato. Cavallaro si concentra sull’analisi

gramsciana del fascismo, e in particolare sulle caratteristiche

del corporativismo, essenziale strumento dell’intervento

dello Stato fascista nell’economia. È un discorso

complesso, che Cavallaro affronta con spregiudicatezza

nel sottolineare il sorprendente giudizio positivo che

Gramsci formula sul conto dell’«organizzazione corporativa»

quale struttura-base di un’economia pianificata.

Proprio su questo snodo si innestano, a giudizio di Cavallaro,

gli elementi di maggiore attualità dell’analisi gramsciana,

capace di focalizzare con piena lucidità un tema

centrale del dibattito politico odierno: le potenzialità

progressive – persino rivoluzionarie – immanenti nella

direzione pubblica dello sviluppo economico, delle logiche

produttive e dell’allocazione delle risorse.

Nel lavoro di Tranfaglia, infine, la lungimiranza di Gramsci,

figlia di una straordinaria conoscenza dei caratteri

fondamentali della storia italiana, emerge dalla considerazione

di alcuni lemmi cruciali della lingua teorica dei

Quaderni. Tranfaglia mostra come – lungi dal risolversi

fatalmente in un fattore distorsivo – proprio l’attualità

possa costituire un proficuo criterio di lettura del testo

gramsciano. In particolare il concetto di «trasformismo»,

messo al lavoro da Gramsci nello studio dell’intero

processo unitario («dal 1848 in poi»), si rivela pertinente

ai fini dell’analisi della «transizione italiana»

inaugurata dalla crisi politica e istituzionale degli anni

Novanta del Novecento e dall’incubazione della cosiddetta

«Seconda repubblica». Colpisce, in effetti, una citazione

che Tranfaglia trae dal Quaderno 13, un brano in

DOSSIER GRAMSCI

cui Gramsci fotografa con fulminante precisione i caratteri

della «crisi organica» e le contraddizioni strutturali

che ne decidono lo svolgimento.

Questo brano dei Quaderni del carcere colpisce per la sua

persistente attualità. Ma colpisce altresì per il carico di

implicite prescrizioni cui dà forma sullo sfondo delle premesse

analitiche. Il fatto che gli sforzi pur «incessanti e

perseveranti» compiuti dal capitale per irretire la crisi

siano destinati all’insuccesso (essendo le contraddizioni

esplose ormai «insanabili») mostra di per sé – scrive

Gramsci riecheggiando il Marx della Prefazione del ’59 –

che «esistono già le condizioni necessarie e sufficienti»

per la risoluzione progressiva dei «compiti» posti all’ordine

del giorno dallo sviluppo delle forze produttive e dai

conflitti sociali, politici e internazionali, che segnano la

«crisi organica» della modernità borghese. Quelli che attendono

il movimento rivoluzionario sono dunque compiti

storicamente attuali, possibilità concrete, non suggestioni

utopistiche né velleitarie fughe in avanti.

Crediamo che queste considerazioni, purché lette cum

grano salis (cioè senza confondere il possibile con l’esistente),

valgano anche per noi e per l’oggi. La lunga durata

della crisi e la violenza delle sue conseguenze distruttive

dimostrano la capacità di resistenza del capitalismo,

non confutano la diagnosi. Ma proprio per questo l’analisi

gramsciana ci riguarda da vicino e ci coinvolge. Essa

richiama il movimento operaio, i comunisti, l’intero

schieramento delle soggettività attive contro lo sfruttamento

capitalistico del lavoro e contro la guerra, al più determinato

impegno per ritrovare un’efficacia da tempo

smarrita. Le divisioni tra le forze della sinistra, le carenze e

i ritardi accumulatisi nel corso di questi anni di arretramento

del movimento di classe vanno tenuti in conto (su di

noi incombe l’obbligo di individuare i perché di un’altra

sconfitta storica, maturata nel corso degli anni Settanta del

Novecento), ma non possono essere invocati come un alibi

per l’inerzia o per la rassegnazione. Oggi per noi, come ieri

per il «nostro Gramsci», è il tempo della lotta per l’eguaglianza

e la giustizia sociale, per la libertà del lavoro, per la

pace e la dignità di ogni essere umano.

Tutti i rimandi ai Quaderni – inseriti tra quadre nei testi

– rinviano all’edizione critica dell’Istituto Gramsci, a

cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975.

I riferimenti alle Lettere rinviano a: Lettere dal carcere, a

cura di Antonio A. Santucci, Sellerio, Palermo 1997.

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52

Ora è evidente a tutti che il vero ma

invisibile governo è passato ai «tecnici»

(in primis a quelli dell’economia), e che il

suffragio uguale adoperato per eleggere i

sempre più pleonastici parlamenti è un

comodo strumento per eleggere organismi

che non possono in alcun modo controllare

il vero governo e, prima ancora, capirne

l’azione

LUCIANO CANFORA

MILL, NOSTRO CONTEMPORANEO

Assumo, come punto di riferimento per entrare in tema,

o meglio come interlocutore, il libro di un mio caro

amico, Domenico Losurdo, libro che appartiene a una

fase ormai remota della nostra storia intellettuale e politica:

Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del

suffragio universale, del 1993. Senza fare processi alle intenzioni

– che peraltro sono anche essi uno strumento

ermeneutico – direi che il libro è stato scritto di getto

sotto l’urgere di una impressione fortissima: la fine dell’Unione

Sovietica (dicembre ’91). Cioè di uno dei soggetti

portanti della storia del Novecento. Era dunque una

impetuosa risposta ai «vincitori» di allora.

Dalla nascita dell’Urss in avanti e, dopo la parentesi dell’alleanza

1941-1945, in modo spiccato durante tutta la

guerra fredda (1947-1989/91) la polarità brandita da parte

delle grandi e non grandi potenze occidentali, nella quotidiana

contrapposizione, era stata «democrazia» vs. «comunismo».

Ora che il comunismo come forma politicostatale

aveva perso la partita (e gli stessi vincitori erano

sbalorditi della velocità della crisi finale) la verità da mettere

in luce era il carattere non democratico delle autodefinite

«democrazie». Di qui lo scavo tenace e davvero illuminante

racchiuso nel volume di Losurdo. Esso si muoveva

non solo sul piano della pratica concreta (storia del

suffragio universale e delle sue disavventure) ma anche su

quello delle teorie dei grandi esponenti del liberal-pensiero

(Mill tra gli altri, e forse più degli altri; secondo forse

solo a Tocqueville nell’analisi che Losurdo gli dedica).

Ogni incrinatura in direzione anti-eguaglianza (e ce ne

sono moltissime) emergente nel pensiero di questi maîtres

à penser del mondo risultato alla fine vincente, e, non

Né ci si deve nascondere che, nei

nostri sistemi, proprio l’illusoria

onnipotenza dei corpi elettorali

indiscriminatamente egualitari e non

reclutati sulla base di un purchessia

principio o criterio concede ai veri gruppi

dirigenti la serenità e la totale

lontananza dal controllo politicoparlamentare


meno, ogni pratica conseguenza di tali concezioni limitative

dell’assoluta eguaglianza vengono in questo libro

messe in luce, filologicamente documentate e, senza

escandescenze ma con gelida implacabilità, denunciate e

implicitamente condannate. Tutto il senso del libro è: ci

avete sconfitti facendo credere in primis ai popoli del

«socialismo reale» che la vostra democrazia era l’unica

vera ed ecco invece cosa essa effettivamente era!

Fu una battaglia salutare. Anch’io più volte fui attratto e

tuttora lo sono da questa capitale disputa. Fu salutare.

Basti pensare come sia ormai ridiventato senso comune

(come del resto lo era al passaggio tra Otto e Novecento

in tanta parte del pensiero critico) considerare pura retorica

l’autorappresentazione dei nostri sistemi parlamentari.

E basti considerare altresì come sia ormai divenuto

usuale nel linguaggio sociologico, al di qua e al di là

dell’Atlantico, definire «sistemi misti» le nostre cosiddette

democrazie. È un ottimo risultato, non c’è dubbio.

Ma è sufficiente?

È invece importante cercare di capire: 1) perché l’assetto

verso cui tendono più o meno sotterraneamente tutti i

cosiddetti sistemi «democratici parlamentari» sia oligarchico;

2) quali danni derivino dal fatto che questo mai

interrotto processo si svolga occultamente e dunque incontrollatamente

(se venisse conclamato alla luce del sole

le «democrazie» rinnegherebbero se stesse); 3) quali

vantaggi verrebbero da una esplicita assunzione e codificazione

di quanto avviene de facto.

E qui ci soccorre, un po’ per le intuizioni che racchiude un

po’ come spunto, la «scandalosa» riflessione di John

Stuart Mill sul cosiddetto «voto plurale». Mill scriveva

prima che «quasi tutto» accadesse; noi riflettiamo oggi,

dopo che una serie di esperimenti sono stati titanicamente

messi in campo nel secolo-laboratorio della democrazia

«realizzata», cioè il Novecento, e sono finiti su binari

morti: dal comunismo, al fascismo, al «New Deal», al liberismo

puro. A tacere del fatto che in tutta Europa tutti i

governi (siano essi di destra o di sinistra) sono alle prese

con un unico problema: come demolire senza troppo fragore

lo Stato sociale (che del Novecento – in tutte le sue

anime, tranne quella liberista estremista – è il principale

risultato; degli Usa è inutile dire, visto che il «New Deal»

fu sepolto molto presto né mai risorse).

Tutti questi esperimenti hanno cercato, ciascuno per la

sua parte, di proporsi come il più adatto a dare attuazione,

ciascuno con una sua propria interpretazione, al dogma

astratto-egualitario che si rimette in moto nel 1789 e che

comunque – dopo infiniti incidenti – dal 1917 è dato per

accettato quasi universalmente. E se invece la riflessione

sorta con alcune pagine di Platone e di Aristotele e cul-

DOSSIER GRAMSCI

minante nel «voto plurale» milliano avesse colto un elemento

da cui non è sensato prescindere?

Attenzione. Quei pensatori che ho prima ricordato

hanno dato l’impressione di propugnare (e alcuni di loro

effettivamente propugnavano) la dis-uguaglianza! Non è

il percorso mentale che vi sto proponendo, e nemmeno

era l’obiettivo di Mill. Ciò che sto argomentando si può

riassumere così: il dogma astratto-egualitario nella sua

attuazione empirica (l’unica di cui abbia senso parlare)

rischia di diventare il più prezioso alleato delle incontrollate

oligarchie invisibili (o poco visibili). È il loro

alibi. Dunque per stanare quelle oligarchie incontrollate

bisogna togliere loro di mano tale alibi.

Per procedere nel mio ragionamento mi piace partire

dall’accostamento tra alcune formulazioni di Mill e una

celebre ma spesso fraintesa pagina di Gramsci su Numero

e qualità nei sistemi rappresentativi (il § 30 del Quaderno

13). Cominciamo da Mill:

Un datore di lavoro è più intelligente di un operaio, in quanto è

necessario che lavori con il cervello e non solo con i muscoli […].

Un banchiere, un negoziante saranno probabilmente più intelligenti

di un bottegaio perché hanno interessi più vasti e più complessi

da seguire […]. A tali condizioni, si potrebbero accordare

due o tre voti a ogni persona che esercitasse una di queste funzioni

di maggior rilievo.

In un tale stato di cose la grande maggioranza dei votanti di quasi

tutti i paesi, certissimamente anche nel nostro, si comporrebbe di

lavoratori manuali; e il doppio pericolo, quello di un livello troppo

basso di intelligenza politica e quello di una legislazione di

classe, continuerebbe a sussistere in misura considerevole1 .

Veniamo ora a Gramsci:

Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico

(è strano che esso non sia criticato perché la razionalità

storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsata

dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali

sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico,

e non foggiato secondo i canoni della democrazia

formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi

altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale,

tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo,

fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati

come «funzionari» dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento

volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un

certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al self-government.

Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi,

ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare

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qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere

cioè una avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento

«volontariato» nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in

altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non

siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati,

si può intendere l’importanza che la manifestazione del

voto può avere. [1625-6; corsivi miei]

È inutile fingere di non capire, come talvolta si fa, che

qui Gramsci sta descrivendo il sistema elettorale vigente

in Urss al tempo suo, e che il suo apprezzamento va per

l’appunto al voto «differenziato», com’è chiaro dalla distinzione

tra «avanguardia di lavoro attivo e responsabil

e «comune cittadino legale». È noto del resto che in

Urss furono attuati in epoca staliniana modelli di «voto

plurale» volti a favorire le élites operaie 2 . È dunque utile

affrontare, in quest’ottica più vasta, la questione del

«diritto di voto». La distinzione di Gramsci tra «semplice

cittadino legale» e «cittadino politicamente attivo»

è più vicina a quella milliana che risale, in ultima

analisi, a quella platonica fondata sul criterio dei saperi.

Tutte e tre sono lontanissime sia da quella meramente

censitaria sia da quella puramente astratta dell’1=1 (la cui

«altra faccia» è il principio di maggioranza).

Ora che è evidente a tutti che il vero ma invisibile governo

è passato ai «tecnici» (in primis a quelli dell’economia), e

che il suffragio uguale adoperato per eleggere i sempre più

pleonastici Parlamenti è un comodo strumento per eleggere

organismi che non possono in alcun modo controllare il

vero governo e, prima ancora, capirne l’azione. Ne consegue

che un indistinto e (all’apparenza) onnipotente corpo civico

«totale» è il migliore presupposto perché il vero potere

resti a riparo e agisca a riparo.

La rottura di questo sistema a suo modo perfetto (oligarchia

camuffata da democrazia, ma sempre più apertamente

«sistema misto») potrebbe avvenire – ora che l’ipotesi

della rivoluzione «palingenetica» è fallita da un

pezzo – attraverso un ritorno a un corpo civico esplicitamente

differenziato, come intuì Platone nella Repubblica. Si potrebbe

obiettare che ciò di fatto già accade. E invece non è

propriamente così: una vasta e seriamente selezionata

comunità di competenti che costituisca il corpo civico più

«elevato», gravato perciò di responsabilità maggiori e di

vero potere di controllo, toglierebbe le élites «tecniche»

dominanti (la cui bravura è fuori discussione ma che non

possono essere lasciate senza controlli) dal loro privilegiato e

invisibile e indisturbato arroccamento.

Faccio osservare per incidens che, passata la fase palingenetica

e utopistica, anche la società tardosovietica tendeva

a costituirsi in questo modo. Mi riferisco in particolare

alla capillare rete e al notevole potere delle «Accademie

delle scienze». Ma proprio il fatto di dover far convivere

questa realtà con la finzione dell’uguaglianza alla fine

portò – insieme a molti altri fattori beninteso – al disastro.

Né ci si deve nascondere che, nei nostri sistemi, proprio

l’illusoria onnipotenza dei corpi elettorali indiscriminatamente

egualitari e non reclutati sulla base di un purchessia

principio o criterio, da un lato concede ai veri gruppi

dirigenti la serenità e la totale lontananza dal controllo politico-parlamentare,

e, dall’altro, dà alle masse l’illusione

di decidere e di scegliere. (La vicenda euro è emblematica:

calato dall’alto, ha dimezzato i salari senza colpo ferire).

Capisco bene che questo geniale ritrovato – vigente in

Occidente – che assicura contemporaneamente una (sostanziale)

pace sociale da un lato e dall’altro l’indisturbato

potere dei gruppi direttivi è talmente ben pensato e

presenta nell’immediato talmente tanti vantaggi da far

temere che intaccarlo o sostituirlo possa essere pericoloso,

o almeno rischioso. Non è remora da poco. C’è però

un più profondo rischio: che cioè quei gruppi, se totalmente

indisturbati e autoreferenziali come oggi sono,

possano davvero creare scenari sempre più irreparabili.

Non guerre classiche, certo, ma finte esportazioni della

democrazia, terrorismi più o meno fittizi, avventure finanziarie

dalle implicazioni globali.

Dunque il rimedio è pur sempre l’estensione della conoscenza

degli arcana economici e finanziari e l’arruolamento

(ma come?) e la costituzione di un ceto di «competenti»

che non solo costituisca il retroterra «elettorale»

dei gruppi direttivi (oggi unicamente cooptati) ma li

controlli nel merito e li revochi se del caso. Ai parlamenti

è riservato già ora un ruolo di contorno: li si lascia sfogare

su fecondazione assistita, pacs etc. Ma non si completa

la Salerno-Reggio Calabria perché la mafia conta

troppo e non lo vuole. Una divisione di compiti c’è già,

tanto vale prenderne coerentemente atto. Forse non sarebbe

male dunque dare un assetto razionale ed esplicito,

non sottinteso e senza regole, a una situazione di

fatto, che solo così può essere sottoposta a controlli e verifiche,

freni e redde rationem.

1. Considerazioni sul governo rappresentativo (1861), cap. VIII, Bompiani,

Milano 1946, pp. 158 e 155.

2. Cfr. A. Bavaj, Il principio rappresentativo nello Stato sovietico, Anonima

Romana Editoriale, Roma 1933, pp. 108-11.


L’idea, più precisamente, è che, tramite

il fascismo, la borghesia italiana intenda

sì introdurre elementi di modernizzazione

(e prima fra tutti, una qualche forma di

pianificazione pubblica capace di prevenire

i rovesci finanziari ed economici che in

quel periodo si accavallavano l’uno

sull’altro), ma in un quadro di sostanziale

conservazione delle gerarchie sociali

tradizionali

Il modo con cui lo Stato interviene può,

cioè, rappresentare una variante

«restauratrice» o «progressiva» in

ragione della sua capacità di incidere

sull’appropriazione del plusprodotto.

Questo è il senso del lascito gramsciano,

reso esplicito dalla considerazione

secondo cui l’ideologia corporativa, lungi

dall’essere un fenomeno transitorio,

avrebbe rappresentato «l’elemento di una

“guerra di posizione” nel campo

economico»

DOSSIER GRAMSCI

LUIGI CAVALLARO

GRAMSCI, IL FASCISMO E LA RIVOLUZIONE

Nell’Europa dal 1789 al 1870 si è avuta una guerra di movimento

(politica) nella rivoluzione francese e una lunga guerra di posizione

dal 1815 al 1870; nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è

avuta politicamente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed è seguita una

guerra di posizione il cui rappresentante, oltre che pratico (per

l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo. [1229]

Non è la prima volta che mi accade di ricordare che a

scrivere così a chiare lettere che il fascismo va spiegato

innanzi tutto in riferimento all’Ottobre sovietico non è

un antesignano o un epigono di Ernst Nolte, ma Gramsci,

in una nota del decimo dei Quaderni del carcere 1 . E in effetti,

quando si ricordi che, nel lessico gramsciano, il

sintagma «guerra di posizione» è equivalente a quello di

«restaurazione-rivoluzione» o di «rivoluzione passiva»

– nel senso che esprime «il fatto storico dell’assenza di

un’iniziativa popolare», che ha fatto sì che il progresso si

sia andato verificando «come reazione delle classi dominanti

al sovversivismo sporadico, elementare, disorganico

delle masse popolari con “restaurazioni” che hanno

accolto una qualche parte delle esigenze dal basso»

[1324-5] – si può perfino trasalire al solo pensare che,

dal fondo del carcere di Turi, il comunista sardo vedesse

nell’avvento del fascismo un’occasione per un ammodernamento

in senso «progressivo» dello Stato, sul modello

di quanto era avvenuto nella storia europea dell’Ottocento

in quei paesi in cui la borghesia aveva conquistato

il potere gradualmente, «riformisticamente», senza

dunque passare per il tramite di rotture clamorose, quali

una rivoluzione politica di tipo «giacobino».

Eppure in più d’un luogo Gramsci avanza l’ipotesi che il

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fascismo possa replicare, «nelle condizioni attuali», il

«movimento» realizzato, nel secolo precedente, dal «liberalismo

moderato e conservatore» [1227-8]. L’idea,

più precisamente, è che, tramite il fascismo, la borghesia

italiana intenda sì introdurre elementi di modernizzazione

(e prima fra tutti, una qualche forma di pianificazione

pubblica, che fosse stata capace di prevenire i rovesci finanziari

ed economici che in quel periodo si accavallavano

l’uno sull’altro), ma in un quadro di sostanziale conservazione

delle gerarchie sociali tradizionali.

È chiaro che la plausibilità di questo disegno deve non

poco all’incapacità delle «forze antagonistiche» di «organizzare

a loro profitto» il «disordine di fatto» generato

dalla crisi economica [912-3], un’incapacità che rimanda

a quella che afflisse durante il Risorgimento il

Partito d’azione dei mazziniani e dei garibaldini, che

proprio per ciò furono sistematicamente «diretti» da

Cavour e dai «moderati» [2010 ss.]. Ma ciò non toglie

che, agli occhi di Gramsci, il fascismo, malgrado la sua

essenza reazionaria, possa mettere capo a trasformazioni

relativamente «progressive» e che, di conseguenza,

possa anch’esso assolvere alla funzione di realizzare la

transizione da una formazione sociale a un’altra: lo rivela

il suo giudizio sulla funzione potenzialmente decisiva

per il processo produttivo degli istituti sorti in quel

torno di tempo dalla fantasia «creativa» di Alberto Beneduce,

grazie ai quali lo Stato veniva a concentrare «il

risparmio da porre a disposizione dell’industria e dell’attività

privata, come investitore a medio e lungo termine»

[2175-6].

È proprio l’importanza attribuita a codesto controllo sul

risparmio privato che induce Gramsci a rispondere negativamente

alla questione concernente l’eventualità

che, «una volta assunta questa funzione», lo Stato possa

poi «disinteressarsi dell’organizzazione della produzione

e dello scambio», lasciandola come prima all’iniziativa

privata:

Se ciò avvenisse, la sfiducia che oggi colpisce l’industria e il commercio

privato, travolgerebbe anche lo Stato; il formarsi di una

situazione che costringesse lo Stato a svalutare i suoi titoli (con l’inflazione

o in altra forma) come si sono svalutate le azioni private,

diventerebbe catastrofica [...]. Lo Stato è così condotto ne ces -

sariamente a intervenire per controllare se gli investimenti avvenuti

per il suo tramite sono bene amministrati [...]. Ma il puro controllo

non è sufficiente. Non si tratta infatti solo di conservare l’apparato

produttivo così come è in un momento dato; si tratta di riorganizzarlo

per svilupparlo parallelamente all’aumento della popolazione

e dei bisogni collettivi. [2176]

Sta qui il motivo che spinge Gramsci a chiedersi con insistenza

se gli anni Trenta debbano considerarsi «un periodo

di “restaurazione-rivoluzione”» e se l’Italia fascista

possa avere nei confronti dell’Urss «la stessa relazione

che la Germania [e l’Europa] di Kant-Hegel con la

Francia di Robespierre-Napoleone» [1209]. Domande

certamente sensate, se pensiamo che la prima vera legislazione

a tutela del lavoro, le prime moderne forme di

previdenza sociale, il primo disciplinamento della produzione

industriale e della funzione creditizia (vero

cuore pulsante della «distruzione creatrice» del capitalismo,

come diceva Schumpeter) si ebbero appunto nel

Ventennio, che sotto questo profilo si connotò per una

«costituzione economica» altrettanto «mista» di quella

delle nazioni europee che furono teatro della «modernizzazione

passiva» del periodo 1815-1870.

Nondimeno, il discorso gramsciano è complesso e cautelato.

A quanti scorgono nel corporativismo «la premessa

per l’introduzione in Italia dei sistemi americani

più avanzati nel modo di produrre e di lavorare» [2153],

Gramsci obietta che il corporativismo è piuttosto originato

non tanto

dalle esigenze di un rivolgimento delle condizioni tecniche dell’industria

e neanche da quelle di una nuova politica economica,

ma piuttosto dalle esigenze di una polizia economica, esigenze aggravate

dalla crisi del 1929 e ancora in corso. [2156]

Nondimeno, aggiunge, è pur vero che, «nel quadro concreto

dei rapporti sociali italiani», la soluzione «corporativa»

propugnata dal fascismo

potrebbe essere l’unica soluzione per sviluppare le forze produttive

dell’industria sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali,

in concorrenza con le più avanzate formazioni industriali di

paesi che monopolizzano le materie prime e hanno accumulato

capitali imponenti. [1228]

Il punto di fondo, però, è che l’intervento statuale nell’economia

capitalistica possiede un’ambivalenza insopprimibile.

Sicuramente, dice Gramsci,

si avrebbe una rivoluzione passiva nel fatto che per l’intervento

legislativo dello Stato e attraverso l’organizzazione corporativa,

nella struttura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni

più o meno profonde per accentuare l’elemento «piano

di produzione», verrebbe accentuata cioè la socializzazione e cooperazione

della produzione senza per ciò toccare (o limitandosi

solo a regolare e controllare) l’appropriazione individuale e di

gruppo del profitto. [ibid.]


Ma

se lo Stato si proponesse di imporre una direzione economica per

cui la produzione del risparmio [...] fosse per divenire funzione

dello stesso organismo produttivo, questi sviluppi ipotetici sarebbero

progressivi [...]: bisognerebbe perciò promuovere una riforma

agraria [...] e una riforma industriale per ricondurre tutti i redditi

a necessità funzionali tecnico industriali e non più a conseguenze

giuridiche del puro diritto di proprietà. [2176-7]

Insomma, se è vero che il fordismo in quanto tale costituisce

una mera «causa antagonistica» rispetto alla legge

tendenziale della caduta del saggio del profitto, e quindi

una risposta che resta nell’ambito del «mercato determinato»

dai rapporti di produzione capitalistici, i processi

di intervento statuale nell’economia, che in Europa il fordismo

stesso in certa parte presuppone e richiede, aprono

potenzialmente una cesura rispetto al preesistente

mercato determinato. Il modo con cui lo Stato interviene

può, cioè, rappresentare una variante «restauratrice» o

«progressiva» in ragione della sua capacità di incidere

sull’appropriazione del plusprodotto. Questo, a mio avviso,

è il senso del lascito gramsciano, reso esplicito dalla

considerazione secondo cui l’ideologia corporativa, lungi

dall’essere un fenomeno transitorio, avrebbe rappresentato

«l’elemento di una “guerra di posizione” nel campo

economico» [1228], nel corso della quale avrebbe potuto

compiersi «riformisticamente» la trasformazione della

«struttura economica […] da individualistica a economia

secondo un piano (economia diretta)», permettendosi

così «il passaggio a forme politiche e culturali più progredite

senza cataclismi radicali e distruttivi in forma

sterminatrice» [1089].

Vista retrospettivamente, l’ipotesi gramsciana appare gravida

di fecondi sviluppi interpretativi. La coppia concettuale

guerra di movimento-guerra di posizione (o rivoluzione

passiva) sembra, infatti, capace di dar conto delle

diverse forme in cui, in «Oriente» (cioè nell’Urss) e in

«Occidente», si è manifestato l’intervento dello Stato nel

processo di produzione e soprattutto del fatto che, in Occidente,

esso si è affermato non solo senza alcuna «soppressione»

del modo di produzione capitalistico ma anzi

(e specie inizialmente) in forme a esso ancillari. In Urss,

dove all’epoca della rivoluzione «lo Stato era tutto» e «la

società civile era primordiale e gelatinosa» [866], la presenza

statuale non poteva che assumere la forma della pianificazione

centralizzata, che implicava l’allocazione autoritativa

di tutti i fattori della produzione. In Occidente, invece,

dove «tra Stato e società civile c’era un giusto

rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una

DOSSIER GRAMSCI

robusta struttura della società civile» [ibid.], il problema

era diverso: di allocazione organizzata dei fattori produttivi

si sarebbe potuto (e dovuto) parlare solo per quei settori

in cui il mercato falliva del tutto (infrastrutture di base,

energia, trasporti di massa, istruzione, sanità, previdenza

e assistenza sociale, ecc.), mentre per gli altri settori produttivi

si sarebbe potuto ricorrere a dei «piani d’orientamento»

(come furono, in Italia, i «piani autarchici» del

periodo fascista e, soprattutto, gli strumenti programmatori

varati nel Secondo dopoguerra, dal Piano a lungo termine

del 1948 allo «Schema Vanoni» del 1954) che, sebbene

non vincolanti se non per gli operatori pubblici,

avrebbero senz’altro influito sui processi decisionali a livello

microeconomico, dal momento che costruivano un

insieme di previsioni sull’andamento dei principali indicatori

macroeconomici che avrebbe coerentemente

orientato le aspettative dei decisori privati, sul modello

delle «profezie autorealizzantisi».

Naturalmente, è impossibile sposare un giudizio del genere

fintanto che si resta impigliati nelle contrapposizioni

ideologiche fra capitalismo di Stato e socialismo, o

tra statalismo e comunismo, che da sempre animano la

discussione in campo marxista. Ma se non si vuol rimanere

sul piano delle ideologie, bisogna riconoscere che

quel che negli anni Venti e Trenta era alle prove, nella

Russia sovietica come nell’Italia fascista, era un sistema

economico e istituzionale in cui l’allocazione delle risorse

avveniva secondo una logica che sostituiva al profitto

monetario delle imprese private una qualche nozione di

«utilità pubblica» giuspositivisticamente intesa, risultante

cioè dai processi decisionali collettivi, democratici

o autoritari che fossero; un sistema, insomma, che –

per parafrasare un celebre luogo di Marx – al «comunismo»

dei capitalisti sostituiva il «comunismo» dei pubblici

poteri.

In quest’ottica, e con grande anticipo sui tempi, Gramsci

considera il «ritorno al “corporativismo”» [1743] non

già come espressione di un (impossibile) ritorno al passato,

quando il concetto di corporazione era sinonimo di

chiusura ed esclusivismo, ma come sintomo di una

nuova modalità di formazione delle decisioni politiche,

«in funzione di necessità storiche attuali» [ibid.]. E

anche se «trattando l’argomento» bisognava «escludere

accuratamente ogni […] apparenza di appoggio alle

tendenze “assolutiste”», ciò sarebbe stato possibile solo

«insistendo sul carattere “transitorio” (nel senso che

non fa epoca, non nel senso di “poca durata”)» dell’assolutismo

fascista [1744], non già – questo sembra il

suggerimento – su quello del corporativismo.

Ed è proprio a questo proposito che emerge la straordi-

57


58

naria articolazione del concetto di Stato che troviamo nei

Quaderni del carcere. Gramsci, infatti, intravede un intero

periodo storico nel corso del quale «l’elemento Statocoercizione

si può immaginare esaurentesi mano a mano

che si affermano elementi sempre più cospicui di società

regolata (o Stato etico o società civile)»:

Nella dottrina dello Stato società regolata, da una fase in cui

Stato sarà uguale Governo, e Stato si identificherà con società civile,

si dovrà passare a una fase di Stato-guardiano notturno, cioè

di una organizzazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi

di società regolata in continuo incremento, e pertanto riducente

gradatamente i suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò

può far pensare a un nuovo «liberalismo», sebbene sia per essere

l’inizio di un’era di libertà organica. [764]

La prima fase, egli aggiunge, sarà tanto più lunga quanto

più «la società civile è primordiale e gelatinosa», dunque

quanto più lo «Stato-società politica» dovrà porsi

come elemento trainante della riorganizzazione della

struttura economica e sociale, ma dovrà necessariamente

avere termine. Se un periodo di «statolatria» può essere

indispensabile per

determinare la volontà di costruire nell’involucro della Società

politica una complessa e bene articolata società civile, in cui il singolo

si governi da sé senza che perciò questo suo autogoverno entri

in conflitto con la società politica, anzi diventandone la normale

continuazione.

Tuttavia tale «statolatria» non deve essere abbandonata a

sé, non deve, specialmente, diventare fanatismo teorico,

ed essere concepita come «perpetua»: deve essere criticata,

appunto perché si sviluppi, e produca nuove forme di

vita statale, in cui l’iniziativa degli individui e dei gruppi sia

«statale» anche se non dovuta al «governo dei funzionari»,

nella qual cosa – conclude Gramsci – sta il segreto

per «far diventare “spontanea” la vita statale» [1020].

Una breve riflessione (qui non possibile) basterebbe per

mostrare che fu proprio questo il nodo a venire in questione

in quella grande «rivoluzione mondiale» che fu il

Sessantotto e che, non a caso, si manifestò contemporaneamente

a Ovest e a Est della «cortina di ferro» e simultaneamente

verso le forze politiche, economiche e culturali

ivi dominanti, cambiando connotati solo a seconda

del fatto che la «cultura marxista» – per dirla con Pasolini

– fosse «eretica» o «ufficiale». E per comprendere

quanto l’aver misconosciuto questo aspetto della riflessione

gramsciana possa aver pesato negativamente sul dibattito

teorico e sulla pratica politica della sinistra italiana

di allora è sufficiente ricordare le mirabolanti costruzioni

concettuali di tanti «marxisti sempliciotti» (come li

definì Joan Robinson) che criticarono ferocemente il welfare

State perché strumento di integrazione

dell’«aristocrazia operaia» nelle secche della affluent society

e ritennero Keynes colpevole di aver salvato il capitalismo

dall’autodistruzione, immaginando i capitalisti

come degli stupidi che, senza la «spiegazione» di Keynes,

non sarebbero riusciti a imparare dall’esperienza fatta

durante la guerra che la spesa pubblica mantiene i profitti.

Ancorata a un marxismo oscillante tra determinismo

volgare e ipersoggettivismo, la cultura di sinistra non

comprese minimamente che, a Est come a Ovest, lo «statalismo»

non era la fase suprema del capitalismo, ma la

malattia infantile del comunismo; nulla di strano, quindi,

che si sia accodata, coi suoi tristi epigoni, ai fautori

del suo smantellamento, in nome di un ritorno al mercato

che – per citare ancora Gramsci – non è più «astratto»,

bensì «generico» o «indeterminato», cioè frutto

non di un processo di astrazione storicamente determinata,

ma di una astrazione «per cui l’ipotesi di omogeneità

diventa l’uomo biologico» [1276]. Ma questo, come

ognun vede, è un altro discorso.

1. Cfr. quanto ho argomentato al riguardo in Lo Stato dei diritti. Politica

economica e rivoluzione passiva in Occidente, Napoli, Vivarium, 2005,


Il giornalismo gramsciano è assai più

di una pur straordinaria miniera di

pensieri sulla guerra; è un vero e proprio

glossario del «fronte interno»,

repertorio di temi e galleria di figure, che

rendono gli scritti del 1915-1918 – dunque

prima della fondazione de «L’Ordine

Nuovo» –, una tappa essenziale della

formazione del pensiero dell’autore

Pur ammettendo, naturalmente, che i

Quaderni contengano l’apice della

riflessione gramsciana, ritengo sia giunto

il momento di restituire piena dignità

all’elaborazione precedente, togliendole

il marchio riduttivo di produzione

puramente politico-partitica, o leggendo

in positivo l’etichetta di produzione

giornalistica

DOSSIER GRAMSCI

ANGELO D’ORSI

GRAMSCI PRIMA DEI «QUADERNI»

A lungo gli studi gramsciani hanno privilegiato il Gramsci

«maturo», ossia la produzione carceraria: a cominciare

dalle Lettere, che, fin dalla loro prima edizione, purgata

e incompleta, del 1947, si rivelarono uno scrigno di

umanità e, insieme, eccezionale esempio di letteratura

epistolografica, ma altresì importante strumento conoscitivo

sul piano della biografia sia interiore, sia esteriore

e, infine, chiave ausiliaria per la penetrazione dell’opera

per antonomasia, i Quaderni. Conosciuti prima

nell’edizione tematica, realizzata da Felice Platone, sotto

l’attenta regia di Palmiro Togliatti, nei sei volumi einaudiani

(1948-1951), solo dal 1975 furono resi disponibili

in una versione vicina a quella «informale» e provvisoria

del loro autore, grazie all’edizione di Valentino Gerratana,

e dunque riletti in modo diverso da quello che suggeriva

la pur preziosa prima edizione.

La «scoperta» di Gramsci nella cultura italiana, dunque,

avvenne con quella straordinaria impresa editoriale; benché

negli anni Cinquanta-Sessanta, sempre per le insegne

dello Struzzo, seguissero altri volumi raccoglienti gli scritti

considerati giovanili, quel Gramsci non riscosse la medesima

attenzione del Gramsci scrittore nella cella di Turi.

Quella meditazione ebbe innanzi tutto a oggetto la sconfitta

epocale del movimento operaio, le ragioni interne (le

sue debolezze, le sue contraddizioni, i suoi limiti) e quelle

internazionali (il quadro complessivo, l’Unione Sovietica e

le scelte prevalse nella sua dirigenza, che imponevano un

«internazionalismo proletario» che altro non era che la

subordinazione coatta dei «partiti fratelli» al Pcus); ma,

innanzi tutto, si trattò di una riflessione sull’agente attivo

della sconfitta: il fascismo.

59


60

Negli anni del carcere, dunque, vi fu in Gramsci un continuo,

drammatico interrogarsi – non all’insegna della

disperazione, del resto, e soprattutto, con una finalità che

non si poneva scopi pratici diretti, ma ragionava für ewig

– sui tanti perché di quella sconfitta; ma vi era anche, da

parte del prigioniero, un porsi virilmente davanti al presente,

accettandolo, e un guardare al futuro, interrogandosi.

Sarebbe stata possibile una nuova rivoluzione in Occidente?

E con quali modalità? Con quali tempi? Sulla

base di quale programma e a partire da quale retroterra

teorico-politico? In tal senso, i Quaderni del carcere costituiscono

una pur larga piattaforma di partenza, sebbene,

ovviamente, non definita nelle sue linee di svolgimento,

per fare ripartire il movimento proletario. E poi, essendo

i Quaderni non una vera opera, ma una sorta di straordinaria

riproposizione del leopardiano Zibaldone di pensieri,

riempito da note vergate da un condannato politico che

lotta non soltanto contro il regime fascista, ma anche

contro la propria condizione fisica ogni giorno più a rischio,

quei tomi – i sei dell’edizione Togliatti-Platone, i

quattro dell’edizione Gerratana – hanno offerto testi,

contesti e pretesti per ogni sorta di interpretazione, suggestione,

divagazione. Il cantiere gramsciano, nella sua

eccezionale ricchezza polisemica, ha dato vita insomma a

un altrettanto ricco cantiere gramsciologico, testimoniato

dagli oltre sedicimila titoli della bibliografia degli

scritti su Gramsci oggi registrati (e si tratta non soltanto

di un dato incompleto, ma provvisorio; mentre scrivo

esso è già cresciuto di sicuro di alcune unità…).

Dunque, i gramsciani e i gramsciologi che andavano profilandosi

all’orizzonte si concentrarono quasi esclusivamente

su quel Gramsci e sugli anni posteriori al 1926, e

specialmente sugli anni in cui egli potè avere la possibilità

materiale e il vigore necessario per riempire fittamente

di note i 34 quaderni con copertina nera che uno dopo

l’altro gli giungevano grazie alle cure affettuose della cognata

Tatiana Schucht. Degli anni precedenti, in sede di

riflessione politica, ai fini dell’utilizzo (peraltro ovvio)

che Togliatti avrebbe fatto del «fondatore del Partito comunista»

– presentandolo come il fratello maggiore da

cui egli stesso e l’intero gruppo dirigente del Pci avevano

ricevuto il testimone –, ci si concentrò su testi direttamente

partitici e, prima, sul biennio ’19-20, con quasi

unico riferimento a «L’Ordine Nuovo», considerata, peraltro,

pressoché l’intera produzione anteriore al 1929 –

l’anno in cui Gramsci incomincia a scrivere in carcere,

avendo infine ottenuto il permesso – come testi ed esperienze

di «anticipazione» della produzione matura. Insomma,

un percorso teleologico dove il Gramsci pensatore

è quello dei Quaderni e ogni riga da lui vergata in pre-

cedenza ha senso in quanto e solo in quanto prelude, prepara

e, appunto, anticipa i testi della maturità.

Pur ammettendo, naturalmente, che i Quaderni contengano

l’apice della riflessione gramsciana, ritengo sia giunto

il momento, in modo definitivo, di restituire piena dignità

all’elaborazione precedente, togliendole il marchio riduttivo

di produzione puramente politico-partitica, o leggendo

in positivo l’etichetta di produzione giornalistica. Il

giornalismo gramsciano, questo il punto su cui intendo

soffermarmi brevemente, è assai più di una pur straordinaria

miniera di pensieri sulla guerra; è un vero e proprio

glossario del «fronte interno», repertorio di temi e galleria

di figure, che rendono gli scritti del 1915-1918 – dunque

prima della fondazione della «rassegna settimanale

di cultura socialista» avvenuta il 1° maggio 1919, «L’Ordine

Nuovo» –, una tappa essenziale della formazione del

pensiero dell’autore. Il giornalismo gramsciano, rovesciando

le tavole dei valori del giornalismo di partito, lasciando

cadere gli stereotipi propagandistici, rinunciando

agli slogan, mettendo da parte gli appelli, si reinventa

come una strategia per la verità. In essa Gramsci mette a

frutto tutto il meglio della «scuola di Torino», quell’insieme

di culture, di metodo, di atteggiamenti morali e intellettuali

– e se si vuole anche un’atmosfera – che il giovane

sardo ha respirato e introiettato a partire dal suo arrivo

«sotto la Mole», nell’autunno 1911, quando,

ventenne, giunse nell’ex capitale del Regno a concorrere

alla borsa di studio del Collegio delle Provincie, per iscriversi

alla Facoltà di Filosofia e Lettere dell’ateneo piemontese.

Era una sorta di «spirito del luogo» che Gramsci

aveva fatto suo, prendendo quanto di buono la «cultura

positiva» aveva prodotto in quella città alla quale è

ormai rimasta incollata l’etichetta di Norberto Bobbio:

«se non la più positivista, certo la più positiva d’Italia».

Un giornalismo da scienziato sociale, quello gramsciano,

costituito da elementi fattuali e dati, basato su ricognizioni

puntuali e non su motti, un giornalismo che nasce dalla

ricerca e dall’analisi, non dalla mera appartenenza. Non si

può dire che Gramsci sia un «seguace» della «scuola di

Torino», ai cui esponenti (da Luigi Einaudi a Francesco

Ruffini) non farà mancare critiche assai dure, ma senza

quel retroterra non avremmo il giornalismo sostanziato,

filologico, dotto, curioso e «sarcasticamente appassionato»,

per riprendere, sia pure infedelmente, una celeberrima

espressione del Gramsci maturo.

E, ancora, vale la pena di sottolineare che codesto retroterra

viene implementato, per così dire, dalla situazione

sociale presente della città, dalla sua modernità capitalistica,

dalla sua natura di centro operaio e industriale,

dalla sua fisionomia di capitale di una nuova civiltà dei


produttori. «L’attività capitalistica vi pulsa con fragore

immane di officine ciclopiche che addensano in poche

migliaia di metri quadrati diecine e diecine di migliaia di

proletari» 1 .

Quell’articolista, che quasi mai firmava i suoi pezzi, era

un osservatore attento e curioso, penetrante nelle analisi,

originale nella forma, creativo nella scrittura: sotto la sua

specola passava la vita sociale, politica e culturale della

città che egli ormai aveva fatto sua. Non soltanto Torino

v’era, naturalmente, in quegli scritti, ma l’Italia, il

mondo, e i problemi dell’ora presente, con una straordinaria

capacità di coglierne gli elementi non transeunti,

con uno stile spesso brillantissimo, dalla forte vena polemica,

che mescolava analisi scientifiche e momenti di

acre battaglia, o, su tutt’altro registro, con pezzi sobriamente

lirici, capaci di giungere fino al cuore del lettore.

Nel suo modo del tutto inconsueto di fare giornalismo

emerge un retroterra culturale di tutt’altra derivazione,

rispetto tanto a quelli del giornalismo profes sionale o semiprofessionale

dell’epoca, quanto a quello del giornalismo

militante di partito. Il retroterra del Gramsci giornalista

degli anni torinesi rinvia invece a una grande tradizione

civile, che in qualche modo raccoglie e fonde il

migliore liberalismo e il cristianesimo sociale, l’esperienza

del movimento socialista e l’universo della fabbrica,

la cultura della produzione e l’etica del lavoro, che si

esprime specialmente nella gioia che nasce dal «lavoro

ben fatto».

Soprattutto, quel giornalismo, come poi l’intera produzione

«matura», si rivela una battaglia contro la menzogna,

che, in tempo di guerra – la guerra militare del conflitto

europeo, ma anche, poi, la guerra sociale dello

scontro di classe – impera, e diventa strumento di guerra

esso stesso. La battaglia per la verità è in primis una

lotta contro le «false notizie» (per dirla con Marc

Bloch), contro le menzogne d’ogni genere con cui la realtà

cruda della guerra viene coperta o edulcorata; ma è

anche una battaglia per mostrare che dietro il velo dell’ideologia

borghese una verità si erge, drammatica e

grandiosa: quella dello sfruttamento capitalistico, dell’oppressione

sociale, della subordinazione dei più da

parte dei pochi. Il dominio di classe, insomma, è in sostanza

la verità da far emergere, in ogni sua manifestazione:

da quelle elementari, nella fabbrica, a quelle raffinate

e più nascoste, nell’ideologia. Ivi compresa l’opera

che la Chiesa cattolica, universo a cui pure Gramsci

guarda con attenzione e non senza rispetto, svolge, accanto

a una larga parte dell’élite intellettuale, per tenere

incatenati alla falsa coscienza i proletari.

Non sono tanto i fatti militari e la loro gestione a essere

DOSSIER GRAMSCI

oggetto dell’indagine gramsciana, bensì i problemi economici,

i prevedibili sviluppi politici e ideologici, i guasti

culturali, le tragedie umane, i costi sociali del conflitto

europeo. Giorno dopo giorno, il «giornalista» coglie

efficaci pretesti per smontare il meccanismo mostruoso

della guerra, con tutte le sue vittime, sul piano fisico,

economico, spirituale. Il «giornalismo integrale» che

avrà in mente il Gramsci prigioniero, che rimedita il

passato, analizza il presente e non demorde da una prospettiva

di «città futura», è forgiato innanzi tutto nell’analisi

del fatto guerra, nella sua infinita complessità.

Della Grande guerra, madre di tutte le guerre del Novecento

– quella «lunga e disgraziata» guerra 2 –, foriera di

tutte le gigantesche trasformazioni che attraversano il

secolo, genitrice della modernità e della società di

massa, Gramsci è, fin dall’inizio, infaticabile analista in

controluce. Qui troviamo un elemento profondo di continuità

con la riflessione dei Quaderni, che possono essere

visti come una delle più complesse chiavi di interpretazione

della prima metà del Novecento, tesa a penetrare

i gangli del «moderno»; del resto, Torino, che più volte

definisce «città moderna», si rivela un eccellente centro

di osservazione su quei fenomeni. Inoltre, la guerra,

quella guerra europea e mondiale, con le sue conseguenze,

i suoi esiti e le inedite prospettive che ne discesero,

sarebbe rimasta centrale nell’analisi degli anni Trenta,

nella quale persino il lessico risente profondamente del

conflitto militare: guerra di posizione e di movimento,

trincee, casematte, assalti frontali…

Centrale, comunque, rimane la battaglia contro la falsa

coscienza, che dev’essere un paziente e tenace lavoro pedagogico

e culturale; di qui evidentemente uno sforzo di

definire le coordinate di un concetto di cultura, di educazione,

di scuola che rimarrà sostanzialmente lo stesso

anche nell’universo magmatico dei Quaderni, con tutte le

aggiunte e le sottrazioni che la mutata situazione storica

e personale comporteranno. La cultura come «organizzazione,

disciplina del proprio io interiore», «presa di

possesso della propria personalità», «conquista di coscienza

superiore, per la quale si riesce a comprendere il

proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i

propri diritti e i propri doveri» 3 . E l’insegnamento come

un vero «atto di liberazione» 4 , all’insegna di una reciprocità

educativa tra docente e discente.

Naturalmente, a partire dal ’17, entra in scena la doppia

rivoluzione russa, di cui Gramsci fornì una lettura in

chiave non pedissequamente marxista all’insegna di una

interpretazione rivoluzionaria, ma che rifiuta il dogma e

la chiesa, del pensiero di Marx, «maestro di vita spirituale

e morale, non pastore armato di vincastro» 5 . Inuti-

61


62

le aggiungere che l’antidogmatismo sarebbe rimasto

come un lievito vivificatore del marxismo di Antonio

Gramsci, cifra essenziale dei Quaderni.

Il fuoco della elaborazione gramsciana era ormai la classe

operaia, il mondo del proletariato di fabbrica; Torino –

città i cui tratti con un errore di prospettiva Gramsci tendeva

a estendere all’Italia tutta, indebitamente allargando

le potenzialità rivoluzionarie del proletariato industriale

– era davvero per Gramsci la «Pietrogrado d’Italia», la

sede ideale della «civiltà dei produttori», la città dove

meglio si poteva vedere la fabbrica come microcosmo

tanto della società borghese oggi, quanto di quella proletaria

di domani, il luogo della nuova «democrazia operaia»,

che traducesse il traducibile dell’esempio che giungeva

dalla Russia. Nei Quaderni questo grumo di problemi

sarebbe rimasto, ma in una mutata prospettiva politica e

dunque con accenti diversi, e in parte con un armamentario

teorico e lessicale nuovo. Così come sarebbe rimasta,

fortemente accentuata anzi, l’idea della necessaria

preparazione pedagogico-culturale della rivoluzione, che

egli cominciò a intendere non come un atto, ma come un

processo, non come un assalto, ma come un percorso,

non come una serie di gesti affidati a gruppi di rivoltosi

(di qui la polemica serrata contro anarchismo, luddismo,

e ogni forma di estremismo verboso e inconcludente), ma

come un progetto complesso capace di costruire grandi

unità di masse ed élite, operai e intellettuali, proletari

dell’industria e proletari della terra.

Si tratta di un insieme di temi, accanto ai quali va ricordata

anche la concezione particolare della «dittatura del

proletariato», che sembra riportare l’espressione al genuino

significato marxiano, un significato democratico

in senso proprio, di cui ancora nei Quaderni si troverà

traccia. La dittatura del proletariato è una formula vuota,

a cui si può dare un contenuto solo incominciando subito

a lavorare per il cambiamento, per l’instaurazione dal

basso dello Stato operaio, che certo «non s’improvvisa».

Perciò, la dittatura è condizione temporanea, un modo

per solidificare quella libertà sovrana della storia, suo

motore primo; la dittatura le fornisce le garanzie per resistere

a chi la libertà vorrebbe negare. Dal caos russo i

bolscevichi si sono preoccupati di generare una gerarchia,

«ma che fosse aperta, che non potesse cristallizzarsi

in ordine di casta e di classe». Il mondo uscito dalla

guerra era un mondo provato; i rivoluzionari non debbono

cedere alla tentazione di aggiungere distruzione a distruzione,

disordine a disordine. Si tratta piuttosto di

costruire un ordine diverso, fondato sulla espulsione del

capitalista dalla fabbrica, sull’incremento della produzione

autogestita, su una disciplina che sia spontanea-

mente accettata e costruita, e non imposta dall’esterno,

con la forza, sullo sforzo collettivo di realizzare una consapevolezza

politica dei compiti epocali della classe operaia

e dei suoi alleati. Si tratta, insomma, di edificare un

«ordine nuovo», in grado di coniugare la giustizia con

l’efficienza, la democrazia sostanziale con l’autogoverno

dei produttori, liberando la società e lo Stato dalle «cricche

plutocratiche».

Del resto, dietro il lavoro politico, pedagogico e organizzativo

per trasformare i centri di vita proletaria in organi

dell’autogoverno delle masse (nella fattispecie le commissioni

interne in consigli, l’equivalente italiano dei

soviet russo), teorizzato dal Gramsci «ordinovista», si

coglie la preoccupazione per una situazione di crisi, una

di quelle situazioni da cui si esce con la vittoria dell’uno

o dell’altro contendente, senza vie di mezzo, senza compromessi,

senza mediazioni. La riflessione post-1929,

dietro le sbarre, in una situazione di impotentia agendi,

avrebbe in fondo ripreso e sviluppato questi approcci. E

la meditazione su come fare una rivoluzione diversa sarebbe

divenuta la meditazione sui perché della mancata

rivoluzione, ma anche sui modi possibili – innanzi tutto

di elaborazione ideologica e di pedagogia culturale – di

una nuova, e ancora diversa, trasformazione.

In ogni caso, coerentemente alle idee che avevano animato

Gramsci nell’«Ordine Nuovo» (’19-20), sarebbe

rimasta e anzi esaltata la tesi fondamentale: la rivoluzione

più come processo che come atto, più un punto d’arrivo

che un punto di partenza. Anche su questo punto essenziale,

dal 1913, anno del primo scritto torinese di

Gramsci, al 1936 – l’anno delle estreme pagine vergate

dalla mano ormai stanca – si può dire permanga una

forte continuità, pur nel cambiamento di clima politico e

umano in cui egli scrive, trattandosi di uno dei capisaldi

del pensiero del sardo, via via adeguato, adattato, rielaborato,

ma sempre nella convinzione di fondo che alla

rivoluzione si arrivi attraverso un lavoro di lunga lena,

quasi metaforizzato in quel «ritmo del pensiero in isviluppo»

che Gramsci stesso ci propone come chiave di

interpretazione della sua elaborazione.

1. Cultura e lotta di classe, «Il Grido del Popolo», 25 maggio 1918.

2. La taglia della Storia, «L’Ordine Nuovo», 7 giugno 1919.

3. Socialismo e cultura, «Il Grido del Popolo», 29 gennaio 1916.

4. L’Università popolare, «Avanti!», 29 dicembre 1916.

5. Il nostro Marx, «Il Grido del Popolo», 4 maggio 1918.


Le condizioni di reclusione

cominciavano a logorarlo, tanto nel corpo

quanto nello spirito. Sorvegliato speciale

in quanto dirigente comunista, venne

sistemato nella cella vicino al corpo di

guardia, dove il rumore non lo lasciava

dormire.

Si dà «società civile» là dove gli

individui rinchiusi dal capitalismo nelle

loro private esistenze oltrepassano questo

limite elaborando piani d’azione condivisi

e associandosi in base a essi. Possiamo

quindi dire che la «società civile» di

Gramsci è presupposto e risultato della

«letteratura» nella misura in cui vi sono

inscritte rappresentazioni e sensazioni che

precedono l’agire e ne costituiscono una

sorta di prefigurazione sperimentale

DOSSIER GRAMSCI

WOLFGANG FRITZ HAUG

GRAMSCI FÜR EWIG

LA DIALETTICA DELLA LETTERATURA

Il significato politico della «letteratura»

Quando nel 1926 venne rinchiuso in carcere, Gramsci sperimentò

come la scrittura e la lettura fossero qualcosa di

necessario alla vita, come potessero essere impiegate quali

tecniche di sopravvivenza. Ben presto si avvide del fatto

che le condizioni di reclusione cominciavano a logorarlo,

tanto nel corpo quanto nello spirito. Sorvegliato speciale in

quanto dirigente comunista, venne sistemato nella cella

vicino al corpo di guardia, dove il rumore non lo lasciava

dormire. Durante il giorno leggeva quello che gli capitava

tra le mani. Così ne scrive a Tania il 22 aprile del ’29:

ho letto una certa quantità di libri di tutti i generi, specialmente

romanzi popolari, finché il direttore non mi ha concesso di andare

io stesso in biblioteca a scegliere tra i libri non ancora passati in

lettura o fra quelli che per un particolare sapore politico o morale,

non erano dati in lettura a tutti. Ebbene, ho trovato che anche Sue,

Montépin, Ponson du Terrail ecc. erano abbastanza se letti da questo

punto di vista: «perché questa letteratura è sempre la più letta

e la più stampata? quali bisogni soddisfa? a quali aspirazioni risponde?

quali sentimenti e punti di vista sono rappresentati in

questi libracci, per piacere tanto?».[254]

«Letteratura» va qui inteso in un senso ampio e complesso.

Ci soccorre l’annotazione di Wittgenstein (Ricerche

filosofiche, § 77) secondo la quale «la parola deve

avere una famiglia di significati». Per quanto si sia sempre

cercato di determinare normativamente la disciplina

e di definire in modo stringente cosa debba intendersi

63


64

per letteratura, ogni delimitazione è stata periodicamente

rimessa in discussione. In breve, sotto le strutture

istituzionali della letteratura si sono celate le più diverse

rappresentazioni della vita, del mondo e della società.

In questa prospettiva può essere interessante

riflettere sulle ragioni che hanno spinto Gramsci a confrontarsi

così a lungo nei Quaderni del carcere con la questione

di che cosa costituisca l’aspetto specificamente

politico della letteratura.

Dalla periferia al centro, dall’arretratezza alla modernità

Gramsci è uno del sud. Viene dall’arretrata periferia italiana,

da una Sardegna ancora semicoloniale, in condizioni

di estrema oppressione. In una nota del Quaderno

15 parla della propria esperienza come quella di un «triplice

o quadruplice provinciale» [1776]. Come gli emigranti

in cerca di lavoro che fuggono dalla povertà più assoluta,

avverte l’esigenza di superare la propria arretratezza.

Ogni intellettuale che non provenga da una famiglia

di intellettuali e debba per di più liberarsi del dialetto

condivide in parte questa esperienza. Il dialetto è certo

più che una variante linguistica. Nel parlare con semplicità

fai parte della tua cerchia, di coloro con i quali sei

cresciuto. Ma la lingua letteraria è incomparabilmente

più adatta a esprimere il pensiero concettuale. È indispensabile

al pensiero astratto e generalizzante. Il dialetto

è più vicino alle cose e alla gente, alle quali siamo di

fatto legati, onomatopeico e prossimo alla madre di tutte

le culture, quella agricola. Nota il prigioniero Gramsci:

Chi parla solo il dialetto o comprende la lingua nazionale in gradi

diversi, partecipa necessariamente di una intuizione del mondo

più o meno ristretta e provinciale, fossilizzata, anacronistica in

confronto delle grandi correnti di pensiero che dominano la storia

mondiale. I suoi interessi saranno ristretti, più o meno corporativi

o economistici, non universali. [1377]

Per recidere il cordone ombelicale che ci lega alla comunità

tradizionale, per emanciparci da questa come individui,

dobbiamo compiere il sacrificio dell’astrazione.

Forse già il fatto che il giovane Gramsci abbia studiato

linguistica ha a che fare con il sogno dell’emigrante di

arrivare al centro della lingua nazionale, per partecipare

delle opportunità sociali che essa offre.

Una testimonianza della grande sensibilità linguistica di

Gramsci e della sua cura semantica è il lavoro che i Quaderni

compiono sul concetto di «società civile», lavoro a

sua volta strettamente connesso al concetto che oggi tutti

colleghiamo al nome di Gramsci, il concetto di «egemonia»,

definita anche «prestige». Ed è di grande interes-

se che quest’ultimo concetto compaia per la prima volta

proprio negli Appunti di glottologia, stesi durante l’anno

accademico 1912/13 su suggerimento del suo professore

Matteo Bartoli, che riponeva grandi speranze nel giovane

Gramsci, nel quale scorgeva – per riprendere le parole

della lettera a Tania del 19 marzo 1927 – «l’arcangelo

destinato a profligare definitivamente i “neogrammatici”»

[56].

«Traduzione», «società civile» ed egemonia

Mentre la societas civilis secondo il modello greco (la koinonía

politiké) indica la comunità politica di coloro che

collaborano con pieno diritto alla formazione della società,

la «società civile» a partire da Hegel individua

nella loro particolarità la comunità dei proprietari, che

l’antichità ha definito con il termine idiótes. Ancora in

un classico della modernità come Adam Ferguson i capitalisti

sono esplicitamente esclusi dalla civil society, poiché

minacciano di tradire la comunità in nome dei propri

interessi di profitto.

Nel XVIII secolo la civil society di Ferguson viene tradotta

in tedesco bürgerliche Gesellschaft. In Kant, che mutua il

concetto dalla traduzione di Ferguson, la «società civil

non è quella del bourgeois, ma l’utopia di uno Stato di

diritto mondiale pacificato, i cui membri ne sono anche

legislatori. In breve, qui prevale una significativa confusione

nel rapporto tra le diverse lingue e all’interno della

medesima lingua. Dal fatto che la «società civile» di

Marx (la cui anatomia si trova nel Capitale) sia stata tradotta

con civil society (anziché con bourgeois society) seguì

anche nell’ambito del marxismo internazionale un disordine

spaventoso.

Gramsci vi pose fine in modo sorprendente, trasformando

società civile in un concetto analitico che stava a

indicare la relazione e l’organizzazione sociale dal punto

di vista dell’influenza complessiva dei progetti politici,

in breve l’egemonia. Si dà «società civile» là dove gli individui

rinchiusi dal capitalismo nelle loro private esistenze

oltrepassano questo limite elaborando piani

d’azione condivisi e associandosi in base a essi. Possiamo

quindi dire che la «società civile» di Gramsci è presupposto

e risultato della «letteratura» nella misura in

cui vi sono inscritte rappresentazioni e sensazioni che

precedono l’agire e ne costituiscono una sorta di prefigurazione

sperimentale. Chi coglie quest’aspetto, coglie

anche che né la società civile né la letteratura come tale

sono già qualcosa di buono in sé e per sé, perché ogni

tendenza che si presenta in una società può pretendere

di manifestarsi e lottare per la propria influenza.

La società civile è quanto Kant dice a proposito della fi-


losofia: un’arena di combattimento. D’altra parte, la pretesa

di partecipare alla formazione sociale e la necessità

di giustificare questa pretesa sulla base di interessi generali,

benché un invito all’ipocrisia, addirittura a brogli

elettorali di ogni tipo, sono anche qualcosa di positivo

che non può essere trascurato per il solo fatto che se ne

possa abusare. In tutte le lotte sociali è insito quindi un

momento che attiene all’ambito letterario, così come a

ogni espressione della letteratura sono sottese tali lotte.

Anche nei modi impiegati, secondo Gramsci, si pretende

qualcosa dai rappresentanti dei gruppi sociali di interesse

per poter concorrere in queste lotte: vi è il coinvolgimento

di una procedura letteraria. È quello della traduzione.

Gramsci porta a compimento il concetto di traduzione,

definendolo una «metafora-chiave per la rivoluzione e

l’analisi politico-sociale» 1 . La capacità di tradurre è per

Gramsci una chiave per quella fonte del potere che egli

chiama «egemonia», ovvero per la forza di attrazione culturale-politica

che consente di sconfiggere gli alleati di

altre classi o gruppi sociali e di attrarre dalla propria parte

intellettuali di raggruppamenti avversari.

Ma perché parlare di «traduzioni» se ci si muove nell’ambito

di una nazione? Appunto perché chi passa dal

dialetto alla lingua letteraria non traduce solo proposizioni,

ma allo stesso tempo se stesso, acquisendo per

questa via una competenza culturale superiore.

Se non sempre è possibile imparare più lingue straniere per mettersi

a contatto con vite culturali diverse, occorre almeno imparare

bene la lingua nazionale. Una grande cultura può tradursi nella

lingua di un’altra grande cultura, cioè una grande lingua nazionale,

storicamente ricca e complessa, può tradurre qualsiasi altra

grande cultura, cioè essere una espressione mondiale. Ma un dialetto

non può fare la stessa cosa. [1377]

Questo vale in generale per ogni movimento centripeto,

dalla periferia al centro, dall’arretratezza alla modernità.

Per tradurre così dobbiamo cambiare noi stessi. E non

solo. In modo altrettanto fondamentale ogni gruppo o

classe che voglia esercitare influenza sulla propria cerchia

diretta deve tradurre la sua autorappresentazione dell’egoismo

di gruppo in ciò che è generale, cosa che certo

comporta spesso un travestimento ideologico, ma che,

perché si venga ripagati dagli altri, implica anche compromessi

reali e quindi sacrifici per coloro che ambiscono al

potere, ossia impone loro un cambiamento collettivo.

Anche la teoria e le concezioni filosofiche del mondo implicano,

a giudizio di Gramsci, la capacità di tradurre da

un linguaggio teorico a un altro. Dal punto di vista di una

filosofia che mostra una più sviluppata comprensione

DOSSIER GRAMSCI

della realtà le altre teorie sono per così dire dialetti filosofici

e teoretici. Tradurle in un linguaggio teorico più

universale comporta flessibilità e apertura, da non confondere

con assenza di prospettiva e imparzialità. Al contrario,

qui si consuma un combattimento spirituale condotto

da quel determinato punto di vista, una competizione

di cui le discipline olimpiche non hanno idea,

benché i suoi campioni vengano celebrati come «olimpionici

dello spirito».

In questo cimento ciascuno mostra la propria capacità di

tradurre problematiche «straniere» nella propria lingua

o, viceversa, i limiti del proprio idioma. A questo riguardo

vale il detto «ride per ultimo chi per ultimo traduce»:

tradurre significa dunque superare in senso dialettico.

La letteratura e il tempo della vita

L’origine dei Quaderni del carcere di Gramsci riflette la

nascita della letteratura come tentativo di vincere la

morte. La vita non può essere salvata, la morte può essere

solo rinviata, ma il proseguimento è da conquistare. La

morte viene a rate e ancora in vita annienta la forza della

letteratura. Il 6 marzo 1933 Gramsci accenna (con un’immagine

che Peter Weiss riprenderà) all’orribile processo

di trasformazione. Scrive a Tania:

immagina un naufragio e che un certo numero di persone si rifugino

in una scialuppa per salvarsi senza sapere dove, quando e dopo

quali peripezie effettivamente si salveranno. […] Ognuno di costoro,

se interrogato a freddo cosa avrebbe fatto nell’alternativa di morire

o di diventare cannibale, avrebbe risposto, con la massima

buona fede, che, data l’alternativa, avrebbe scelto certamente di

morire. Avviene il naufragio, il rifugio nella scialuppa ecc. Dopo

qualche giorno, essendo mancati i viveri, l’idea del cannibalismo si

presenta in una luce diversa, finché a un certo punto, di quelle persone

date, un certo numero diviene davvero cannibale. Ma in realtà

si tratta delle stesse persone? Tra i due momenti […] è avvenuto un

processo di trasformazione «molecolare» per quanto rapido, nel

quale le persone di prima non sono più le persone di poi. [692-3]

65


66

Il giorno seguente Gramsci subisce il crollo che interrompe

il suo lavoro nel punto che – in tutt’altro significato

da quello di Walter Benjamin – potremmo considerare

come il suo Passagenwerk, perché tratta del passaggio

da gruppi sociali a situazioni, a livelli di realtà, sotto il

segno di quell’altra transizione che chiamiamo morte.

Gli incompiuti Quaderni del carcere durano «per sempre»

nel senso circoscritto che questa espressione può

avere se riferita a esseri finiti. Durano in forza di una dialettica

memorabile. Non solo infatti tentano di pensare

una mondanità interiore storica e assoluta, sono cioè –

come Gramsci scrive a Tania nel luglio del ’33 – una manifestazione

dell’«immortalità dell’anima in un senso

realistico e storicistico, cioè come una necessaria sopravvivenza

delle nostre azioni utili e necessarie e come

un incorporarsi di esse, all’infuori della nostra volontà,

al processo storico universale» [733-4]. Non solo esibiscono,

nello stesso tempo, una forma di relativismo, una

forma di eternità che potremmo definire, con Brecht,

aperta, relativa, consegnata ai posteri. I Quaderni riferiscono

questo modo di pensare pure a se stessi, diventano

teoreticamente riflessivi, cosicché a partire da Gramsci si

può parlare di un divenire riflessivo del pensiero marxista,

una svolta relativista tanto indispensabile per i suoi

ulteriori sviluppi quanto tale da apparire pericolosa agli

occhi di epigoni non all’altezza.

La stessa riflessività mosse Gramsci, quando riferì a sé la

formula «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della

volontà» [75], poco prima così spiegata: «Bisogna creare

gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori

orrori e non si esalti a ogni sciocchezza» [ibid.].

L’opera di Gramsci trasmette questo atteggiamento. Egli

stesso nell’orrore che la prigione gli riservò non potè

mantenerlo fino alla fine. Nella lettera a Tania del 29

maggio 1933 scrive:

Fino a qualche tempo fa io ero, per così dire, pessimista con l’intelligenza

e ottimista con la volontà. Cioè, sebbene vedessi lucidamente

tutte le condizioni sfavorevoli e fortemente sfavorevoli a

ogni miglioramento nella mia situazione […], tuttavia pensavo

che con uno sforzo razionalmente condotto, condotto con pazienza

e accortezza […] fosse stato possibile […] di ottenere per lo

meno di poter vivere fisicamente, di arrestare il terribile consumo

di energie vitali che progressivamente mi sta prostrando. Oggi

non penso più così. Ciò non vuol dire che abbia deciso di arrendermi,

per così dire. Ma significa che non vedo più nessuna uscita

concreta e non posso più contare su nessuna riserva di forze da

esplicare. [717]

Nel luglio del 1933 provò per l’ultima volta una vampata

di voglia di vivere. Se lo Stato fascista non gli avesse negato

soccorso medico quando c’era ancora tempo, sarebbe

rimasta una speranza. «Ora è troppo tardi». Venne

devastato, e nel dicembre del 1933, a seguito di pressioni

internazionali, fu finalmente trasferito in una clinica.

Scrive a Giulia il 25 gennaio 1936:

Che impressione terribile ho provato in treno, dopo sei anni che

non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce

torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva

continuato a esistere coi suoi prati, i suoi boschi, la gente comune,

le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti, – ma specialmente che

impressione ho avuto nel vedermi allo specchio dopo tanto tempo.

[772]

Il racconto non ha un finale conciliante. A Gramsci è rimasta

solo la salvezza contingente, infinitamente preziosa,

di ciò per cui vale la pena di lottare e resistere, come

traduzione salvifica nella letteratura. Non gli rimase più

tempo. Ma la fortuna della sua opera nel tempo è solo cominciata.

E «il tempo», notò Gramsci in un momento

buio del suo martirio (sono parole di una lettera a Tania

del 2 luglio 1933), «è un semplice pseudonimo della vita

stessa» [725].

1. Così Peter Ives, Gramsci’s Politics of Language, Toronto University

Press, Toronto 2004, p. 100.


Usciva da questa lettura un Gramsci

irriconoscibile, non comunista,

liberaldemocratico. O addirittura, per

alcuni, liberale

In una direzione del tutto diversa

rispetto a quella prevalente nel convegno

di Cagliari voleva muoversi il convegno

«Gramsci e la rivoluzione in Occidente»,

organizzato da Rifondazione comunista e

svoltosi a Torino nel dicembre 1997.

Gramsci vi era considerato – come

leggiamo nella premessa agli atti – «un

compagno di strada e di battaglia»

DOSSIER GRAMSCI

GUIDO LIGUORI

QUALE GRAMSCI «SOPRAVVISSUTO» OGGI?

Più volte si è sentito affermare che Gramsci è l’unico

marxista sopravvissuto al crollo del «socialismo reale»: i

Quaderni, già sfuggiti alle insidie della polizia fascista e

poi a quelle dell’Urss stalinista, avrebbero fornito una

ennesima prova di vitalità, sottraendosi alle macerie del

Muro. Qual è però il Gramsci oggi «sopravvissuto»?

Come la sua fortuna è andata via via crescendo, a livello

mondiale, mentre i comunisti, anche quelli italiani, che

al suo pensiero direttamente si rifacevano, hanno subito

le «dure repliche della storia»?

Accenniamo solo a quel che accadde tra la fine degli anni

Ottanta e i primi anni Novanta: mentre in Italia si susseguivano

disinvolti tentativi volti a salvarlo facendone un

autore «postmoderno» o a dannarlo come irrimediabilmente

legato a una eredità non più esigibile 1 , diveniva

pienamente evidente la dimensione mondiale del pensiero

del comunista sardo. In primo luogo, secondo una

ricerca dell’Unesco Gramsci era il saggista italiano moderno

più letto e citato del mondo. In secondo luogo,

John Cammett presentava la sua Bibliografia gramsciana 2 ,

contenente allora seimila titoli, oggi giunti a 17mila. In

terzo luogo, proprio nel 1989 si tenne a Formia un convegno

internazionale, promosso e organizzato dalla Fondazione

Gramsci, significativamente intitolato Gramsci nel

mondo 3 . Infine, sempre in quel «mirabile» e «indimenticabil

1989, venne annunciata la costituzione della

International Gramsci Society, libera associazione di

studiosi e «militanti» gramsciani di tutto il mondo 4 , oggi

vero punto di snodo dello scambio permanente di informazioni

fra studiosi di Gramsci di vari continenti.

67


68

Quale Gramsci, allora, dopo la fine dell’Unione Sovietica,

del «comunismo» e del suo partito? Cerchiamo di capire

cos’è successo nella storia della fortuna di Gramsci

dopo di allora, assumendo come emblematiche le date

dei due decennali della morte del pensatore sardo, il

1997 e il 2007, tradizionali occasioni di pubblicazioni e

convegni, ovvero di riflessione collettiva.

1997: Gramsci senza Pci

Il decennale gramsciano del 1997 è stato il primo dopo la

fine del partito che fu di Gramsci. Il superamento del

nesso forte Gramsci-Pci fu per certi versi positivo: servì

a rilanciare gli studi più seri, meno preoccupati delle implicazioni

politiche. Permise anche di focalizzare le letture

non italiane. Tale superamento, che non ebbe solo

implicazioni positive, si sposò con la fortuna ormai planetaria

dell’autore dei Quaderni. Se ne ebbe una importante

verifica con i maggiori convegni svoltisi in Italia in

quell’anno, in primo luogo nel tradizionale appuntamento

decennale organizzato dalla Fondazione Gramsci,

tenutosi a Cagliari in aprile 5 .

Qui fu soprattutto l’impronta gramsciana nel campo

degli studi di politica internazionale a trovare un’eco significativa.

Le tematiche più dibattute furono quelle

della «società civile internazionale» e dell’«egemonia

internazionale», largamente presenti in ambito anglofono

in un’ottica liberaldemocratica. La globalizzazione e la

crisi dello Stato-nazione erano in questo quadro assunti

come fenomeni ricchi di potenzialità positive. Paradigmatico

il discorso di Robert Cox, il quale ammetteva che

la progressiva perdita di peso dello Stato dovesse essere

sì considerata una sconfitta per le masse subalterne, ma

vedeva in ciò la possibilità di un nuovo modo di essere sinistra:

la «società civile» diveniva per Cox non il luogo

delle contraddizioni di classe, ma il risultato, tutto letto

in positivo, del «complesso delle azioni collettive autonome»

dei ceti subalterni. Ong, volontariato, ecc. sareb-

bero la gramsciana società civile, l’«ambito nel quale avvengono

i cambiamenti culturali» 6 . Su tale base l’autore

auspicava una «società civile globale»: un mix volontaristico

non economicistico quale possibile alternativa al

dominio del capitale.

Anche per Jean Cohen Gramsci era il teorico della autonomia

della società civile rispetto allo Stato. Mentre per

Stephen Gill erano gli intellettuali a ergersi quali portatori

di una funzione di coscienza collettiva alternativa.

Classi e partiti erano del tutto espunti da questo orizzonte.

Fine dello Stato-nazione, orizzonte democratico postnazionale,

centralità della società civile internazionale:

veniva rimossa la tradizione panstatalista, nazionale e insieme

classista in cui, lo si voglia o meno, Gramsci affonda

le proprie radici. Usciva da questa lettura un Gramsci

irriconoscibile, non comunista, liberaldemocratico. O

addirittura, per alcuni, liberale 7 . Indubbio il connotato

politico di quel convegno che, pur in una comprensibile

ottica di confronto con le maggiori correnti interpretative

di Gramsci fuori d’Italia, finiva soprattutto per offrire

l’immagine di un Gramsci teorico di una «globalizzazione

buona» (la «società civile globale») che certo non era

nei suoi pensieri 8 .

Il primo convegno della International Gramsci Society

(Igs), che si svolse a Napoli nel settembre di quello stesso

1997 9 , presentò un quadro abbastanza diverso, benché

percorso anche da temi e problemi al centro del convegno

cagliaritano. Esso si interrogava sulle condizioni di costruzione

di una nuova egemonia in contesti così diversi

come quelli dei tanti paesi rappresentati, e vide interventi

appassionati di studiosi provenienti dal Brasile e dall’Australia,

dalla Germania e dal Giappone, dalla Francia e

dagli Stati Uniti. Si andavano delineando – accanto a studi

più tradizionali (come le riflessioni su «socialismo e democrazia»

di Carlos Nelson Coutinho) – linee di ricerca

nuove, legate al tema della nazione e dell’identità a fronte

dei processi di globalizzazione. Fu anche una delle prime

volte che nel nostro paese si sentì parlare di Gramsci in

relazione ai cultural studies e a Stuart Hall (Giorgio Baratta)

o a Edward Said (Joseph Buttigieg). Ma l’importanza

politica di quell’incontro risiedeva soprattutto nel fatto

che per la prima volta oltre cento studiosi di Gramsci provenienti

dai cinque continenti si ritrovavano per ribadire

non solo l’interesse per l’autore dei Quaderni, ma anche

l’interesse per un Gramsci non subalterno alle correnti

culturali dominanti a livello internazionale, anche nella

cultura della sinistra liberal.

In una direzione del tutto diversa rispetto a quella prevalente

nel convegno di Cagliari voleva muoversi il conve-


gno Gramsci e la rivoluzione in Occidente, organizzato da

Rifondazione comunista e svoltosi a Torino nel dicembre

1997 10 . Gramsci vi era considerato – come leggiamo nella

Premessa agli atti – «un compagno di strada e di battaglia».

Si voleva un rapporto con Gramsci più direttamente

politico, non imbalsamato, considerandone la lezione

valida per illuminare la lotta dell’oggi, o almeno

quella ricognizione del terreno indispensabile per procedere

nell’azione. Tra gli interventi più interessanti,

quelli di Domenico Losurdo, per il richiamo a non considerare

tramontata la dimensione nazionale dei problemi;

di Aldo Tortorella, efficace nel polemizzare con le interpretazioni

di Gramsci come alfiere della «rivoluzione liberale»;

di Alberto Burgio, che argomentava contro una

lettura demonizzante di Americanismo e fordismo, del

resto largamente diffusa, che vedeva Gramsci tutto interno

alla cultura industrialista e produttivista della prima

metà del Novecento. Che le cose anche nella sinistra non

fossero così scontate lo dimostrava l’intervento conclusivo

di Fausto Bertinotti, che considerava Gramsci autore

«ambiguo», con una «idea della razionalità e della

scienza fortemente connotata da derivazioni positiviste,

o quanto meno da una concezione segnata dalla presunzione

di neutralità della scienza» 11 . Un altro intellettuale

«d’area» allora particolarmente in auge, Marco Revelli,

rincarava la dose, vedendo in Gramsci un supino sostenitore

del taylorismo, benché consapevole del suo carattere

di ferocia verso i lavoratori 12 .

Il Quaderno 22 è un testo complesso, in qualche passaggio

– come spesso i Quaderni – anche ermetico e oscuro.

Il giudizio che vede Gramsci interno alla cultura industrialista

di inizio Novecento non è che non abbia alcun

fondamento. Tuttavia un discorso più equilibrato sarebbe

necessario, poiché Gramsci proprio in Americanismo e

fordismo sa vedere i caratteri specifici del capitalismo

statunitense e non è per nulla propenso ad accoglierli 13 .

Ritorno a Gramsci

Gramsci rischiava dunque di essere sottoposto a una tensione

interpretativa che lo spingeva ancora più lontano

dal suo effettivo posizionamento nel pensiero politico

del Novecento. Fu anche per questo che negli studi tra il

1997 e il 2007 prevalse in Italia una forte tendenza al «ritorno

a Gramsci», non per negarne ogni uso, ma per gettare

le premesse per un uso rispettoso di quello che

Gramsci aveva voluto dire e fare, non ridotto alla stregua

della merce di supermercato da prendere e consumare a

pezzi staccati dal contesto.

Furono tante le concause che concorsero a determinare

questo ritorno ai testi. Qui è solo possibile accennare agli

DOSSIER GRAMSCI

effetti che esso produsse, ad esempio il libro di Gerratana

Gramsci. Problemi di metodo 14 , che riproponeva scritti in

parte dedicati alla preparazione dell’edizione critica dei

Quaderni o alla loro struttura, i quali con il loro stile sobrio

e antiretorico costituivano essi stessi una «lezione

di metodo». O il libro di Alberto Burgio Gramsci storico 15 ,

che faceva scaturire proprio dal testo il procedimento

messo in essere da Gramsci: partire dalla ricognizione

storica, individuando categorie storiografiche decisive,

per lavorarle attraverso un processo che le rendesse categorie

teorico-politiche applicabili in contesti temporali e

spaziali diversi. Fabio Frosini poi, in Gramsci e la filosofia

16 , muoveva dalla convinzione secondo la quale non si

capisce Gramsci se non si indaga l’evoluzione dei concetti

dei Quaderni a partire dalla loro genesi: il modo in cui il

pensiero gramsciano si struttura non può prescindere

dal suo stesso farsi temporale.

La novità e la bontà di questo «ritorno a Gramsci» era

però soprattutto evidenziata – nel periodo preso in considerazione

– dal «seminario sul lessico dei Quaderni»

della Igs Italia, una lettura collettiva multidisciplinare di

analisi testuale delle categorie gramsciane che diede un

primo frutto nel libro Le parole di Gramsci 17 . Vi si cercava

la messa a punto di una moderna metodologia di scavo,

volta a ricostituire la genesi e soprattutto l’evoluzione dei

concetti tipici gramsciani. Di contro alla tendenza a

«sollecitare i testi», nasceva l’esigenza di fissare alcune

linee-guida per la comprensione di quella peculiare

«opera aperta» che sono i Quaderni. Una risposta alla

tentazione postmoderna di usare gli autori, e anche

Gramsci, pescando troppo disinvoltamente suggestioni e

contributi tali da stravolgere intenzionalità e significato

del testo originario.

2007: quale Gramsci oggi?

Negli ultimi anni è stata soprattutto l’espansione dei cultural

studies a provocare la rilevante dilatazione del numero

dei titoli degli scritti su Gramsci raccolti nella Bi-

69


70

bliografia gramsciana. Uno specchio interessante del processo

in corso è stato il convegno organizzato nell’aprile

scorso dalla Fondazione Istituto Gramsci in collaborazione

con l’Igs, dedicato a Gramsci, le culture e il mondo. Un

altro contributo importante alla consapevolezza delle tematiche

che più hanno fortuna al di fuori del nostro

paese nell’ambito degli studi gramsciani è stato fornito

da una pubblicazione della stessa Fondazione Gramsci,

Studi gramsciani nel mondo 2000-2005 18 .

Il volume in questione, come anche il convegno di Roma,

hanno visto in atto una interessante dinamica tra coloro i

quali rimandavano soprattutto l’immagine di un certo

Gramsci caro ai cultural studies, slegato dal suo contesto,

dalle categorie portanti del suo lascito teorico, dall’orizzonte

politico in cui esse si situavano; e coloro i quali –

dall’interno dello stesso mondo anglosassone – sono impegnati

a combattere una battaglia volta sì ad affermare la

presenza di Gramsci, ma anche a denunciare le molte distorsioni,

le letture parziali (spesso dovute all’incapacità

degli autori di leggere l’italiano, non essendo i Quaderni

ancora tutti pubblicati in inglese), l’utilizzo tipicamente

postmoderno delle sue categorie. Tra gli autori presenti nel

volume degli Studi culturali, ad esempio, gli scritti di Joseph

Buttigieg e di Marcus Green sono imperniati sui

concetti di «società civile» e di «subalterno», oggi centrali

nel mondo anglofono. Buttigieg critica la concezione

di «società civile», erroneamente attribuita a Gramsci,

fondata sulla concezione binaria Stato/non Stato tipica

della tradizione liberale. Analogamente fa Marcus Green

per il concetto molto diffuso di «subalterno», che viene

da Gramsci e che grande fortuna ha avuto a partire dall’uso

che ne ha fatto in India la scuola che annovera Guha e Spivak.

Con quest’ultima polemizza Green, accusandola di

avere stravolto il concetto, astraendolo dal contesto di

lotta per l’egemonia in cui era immesso.

Un altro momento importante dell’attuale decennale è

l’inizio della pubblicazione dell’«Edizione nazionale

degli scritti di Antonio Gramsci promossa dalla Fonda-

zione Istituto Gramsci», per i tipi dell’Istituto della enciclopedia

italiana, con il volume (in due tomi) dedicato

ai Quaderni di traduzione (1929-1932), a cura di Giuseppe

Cospito e Gianni Francioni. La scelta di iniziare dai Quaderni

di traduzione è ineccepibile: essi erano finora quasi

del tutto inediti e una «edizione nazionale» non può che

seguire un criterio di completezza. Quale sia la valenza di

tali «esercizi di traduzione» sarà il tempo a dircelo, a seconda

di ciò che produrranno. Ancora più interessante è

però il discorso che fa Gianni Francioni nella Nota al

testo, in cui riepiloga l’idea di edizione dei Quaderni che

sarà alla base dell’«edizione nazionale», differente da

quella dell’edizione Gerratana.

Francioni non darà al lettore «la disposizione in sequenza

di tutto il materiale in base alla data di inizio di ciascun

quaderno», poiché a suo giudizio Gramsci stesso opera

delle ripartizioni mirate a distinguere quaderni di traduzione,

quaderni miscellanei, campi tematici particolari.

Si tratta di restituire la complessa geografia degli scritti di

Gramsci, leggendone l’intenzionalità con cui essi vennero

prodotti. La nuova edizione vedrà mutata nei Quaderni 4,

7, 8, 9, 10 e 11 anche la disposizione dei paragrafi (e, pare

di capire, la loro numerazione). Il nuovo criterio preannunciato

– che in sé appare già una interpretazione – sarà

foriero di nuovi sviluppi ermeneutici? Ci aiuterà a capire

meglio Gramsci e la sua complessa scrittura? Sarà sulla

base delle risposte a queste domande che potremo dire se

tale nuova edizione avrà o no senso, e anche se essa avrà o

no diffusione. Poiché – e non è particolare da poco –

l’edizione Gerratana è divenuta uno strumento basilare

per la lettura e la diffusione del comunista sardo. Quale effetto

di spiazzamento l’edizione Francioni avrà fra gli studiosi

di tutto il mondo che, ad esempio, sono accorsi in

Sardegna nello scorso mese di maggio per il III convegnocongresso

della Igs? 19

Intanto va segnalato che la Igs Italia e il Centro interuniversitario

da essa promosso stanno approntando un Dizionario

gramsciano 1926-1937 che, con oltre 600 voci,

vuole aiutare a leggere Gramsci a partire da «ciò che ha

veramente detto». Insomma, la filologia, il ritorno ai

testi, la contestualizzazione storica, non sono terreni politicamente

neutri rispetto a una lettura di Gramsci legata

alla sua attualità politica. L’uso disinvolto di Gramsci apre

la strada allo snaturamento del suo essere comunista. È

su questo terreno dell’incrocio fra filologia e politica che

probabilmente si giocherà nel futuro prossimo una delle

partite più interessanti in relazione al lascito teorico-politico

dell’autore dei Quaderni.


DOSSIER GRAMSCI

1. Mi si permetta il rinvio – per la storia della ricezione gramsciana

fino al 1996 – al mio Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-

1996, Editori Riuniti, Roma 1996.

2. Cfr. J.M. Cammett (a cura di), Bibliografia gramsciana (versione

provvisoria), Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1989; Id., Bibliografia

gramsciana 1922-1988, Editori Riuniti, Roma 1991. Oggi la bibliografia

è aggiornata on line da M.L. Righi e F. Giasi (cfr.

http://213.199.9.13/bibliografiagramsci/Archinauta_NSC.aspx).

3. Cfr. M.L. Righi (a cura di), Gramsci nel mondo, Fondazione Istituto

Gramsci, Roma 1995.

4. Vedi il sito della Igs: www.italnet.nd.edu/gramsci/. E il sito della

Igs Italia: www.gramscitalia.it.

5. Cfr. G. Vacca (a cura di), Gramsci e il Novecento, 2 voll., Carocci,

Roma 1999.

6. Ivi, vol. I, p. 240.

7. Curioso ed emblematico il richiamo in tal senso fatto nell’intervento

di M. D’Alema nel corso della tavola rotonda che concludeva

il convegno e pubblicato dal «Sole 24 Ore» (31 luglio 1977) col titolo

significativo: Che curioso quel Gramsci liberale. Contro il rischio

di arruolare, volontariamente o involontariamente, il comunista

sardo tra gli alfieri del neoliberismo, cfr. l’intervento di A. Tortorella

in G. Baratta e G. Liguori (a cura di), Gramsci da un secolo all’altro,

Editori Riuniti, Roma 1999.

8. Cfr., fra i tentativi più complessi di ricostruzione di un Gramsci

democratico, alla fine propenso anche ad accettare l’orizzonte della

forma-merce, M. Montanari, Introduzione ad A. Gramsci, Pensare

la democrazia, Einaudi, Torino 1997. Una versione di sinistra di alcune

delle tematiche sviluppate a Cagliari – soprattutto quelle legate

alla crisi dello Stato-nazione, che apriva la strada a una sorta

di alter-mondialismo teorico – era riscontrabile nel volume Gramsci

e l’internazionalismo (a cura di M. Proto, Lacaita, Manduria-

Bari-Roma 1998, atti di un omonimo convegno internazionale tenutosi

a Lecce in settembre). Cogliendo fenomeni certamente in

atto, P. Voza ad esempio vi avanzava la tesi che si fosse ormai in

presenza di una «egemonia capitalistica senza Stato», le cui «casematte»

sarebbero state da ricercarsi a livello sovranazionale.

9. Cfr. Baratta, Liguori (a cura di), Gramsci da un secolo all’altro, cit.

10. Cfr. A. Burgio, A.A. Santucci (a cura di), Gramsci e la rivoluzione

in Occidente, Editori Riuniti, Roma 1999.

11. Ivi, p. 367.

12. Fondazione Istituto Gramsci Piemontese (a cura di), Il giovane

Gramsci e la Torino di inizio secolo, Rosenberg & Sellier, Torino

1998, p. 34. Le posizioni critiche verso Gramsci sono assolutamente

prevalenti in questo convegno, con l’eccezione dell’intervento

di A. d’Orsi, convincente nell’indicare una diversa e opposta

lettura del comunista sardo.

13. Contro le letture critiche di Gramsci cfr. anche G. Baratta,

Americanismo e fordismo, in F. Frosini, G. Liguori (a cura di), Le parole

di Gramsci, Carocci, Roma 2004.

14. Editori Riuniti, Roma 2007.

15. Laterza, Roma-Bari 2002.

16. Carocci, Roma 2003.

17. Frosini, Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, cit. Per altre

informazioni sull’attività del seminario successiva all’uscita del

libro cfr. la sezione Seminario del sito della Igs Italia

(www.gramscitalia.it).

18. Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, a cura di G. Vacca e G.

Schirru, il Mulino, Bologna 2007.

19. Cfr. la cronaca, a cura di C. Meta, A. Errico, E. Forenza, nel citato

sito della Igs Italia: www.gramscitalia.it.

71


72

MICHELE PISTILLO

GRAMSCI, IL RIVOLUZIONARIO

Non è cosa semplice trarre un bilancio di quanto è stato

scritto e detto sul pensiero e l’opera di Antonio Gramsci

in occasione del 70° anniversario della sua morte. L’autore

di questa nota ha seguito e studiato non poco di

quanto si è scritto, soprattutto in Italia, ma si è occupato

in particolare della letteratura di argomento biografico,

in specie per ciò che attiene al periodo carcerario, tema al

quale si dedica da più di vent’anni. Su questo periodo

della vita di Gramsci, studiato e documentato ampiamente,

è in corso da più di un ventennio un’accesa polemica,

dominata da fattori ideologici e politici e divenuta via via

più aspra man mano che si avvicinavano la fine dell’Urss

e lo scioglimento del Pci. Questa polemica continua ancora

e continuerà per molto tempo, a tutto scapito della

verità storica, come vedremo più avanti.

Per cominciare, alcune considerazioni generali si possono

avanzare sulla base di un interessante articolo di

Guido Liguori apparso su «Liberazione» l’11 maggio

scorso. Liguori, che si occupa della discussione in corso

nella sinistra sul pensiero di Gramsci, parte dalla considerazione

che «quanto più un sistema di pensiero si diffonde,

tanto più aumentano i rischi di fraintendimenti».

In realtà, il pensiero di Gramsci (ma il riferimento concerne

quasi unicamente i Quaderni del carcere) sta subendo

un processo di spezzettamento, di parcellizzazione,

con una ricerca «specialistica», più apparente che reale.

Ciò accade per diverse ragioni.

Per effetto dell’«uso culturista di Gramsci», vi è una separazione

sempre più netta tra il Gramsci politico, combattente

rivoluzionario comunista, e l’intellettuale, il

teorico. La sua opera non è vista, se non di rado, nella sua

Vi è una separazione sempre più netta

tra il Gramsci politico, combattente

rivoluzionario comunista, e

l’intellettuale, il teorico. La sua opera

non è vista, se non di rado, nella sua

unitarietà, nella sua complessità, per cui

si dimentica o si ignora che molte delle

considerazioni, degli appunti, degli

interrogativi annotati nei Quaderni hanno

un’origine lontana

Gramsci lavora, lotta, scrive, perché

pensa a una società profondamente diversa

da quella capitalistica a partire dai paesi

più sviluppati. Di qui il carattere

rivoluzionario della sua opera complessiva


unitarietà, nella sua complessità, per cui si dimentica o

si ignora che molte delle considerazioni, degli appunti,

degli interrogativi annotati nei Quaderni hanno un’origine

lontana. Basti l’esempio del famoso articolo Neutralità

attiva ed operante del 31 ottobre 1914 per capire quanta

importanza già il giovanissimo Gramsci desse alla questione

nazionale, e come questa fosse a suo giudizio il

punto di partenza del movimento rivoluzionario italiano,

essendo, quello internazionale, il punto di arrivo. Per

questo abbiamo sempre sostenuto che l’opera di Gramsci

va studiata nel suo insieme, avendo ben in mente la

figura di un combattente politico che fu anche un grande

studioso. Separare questi momenti, far scendere una

spessa coltre di silenzio sul combattente e sui fini politici

dei suoi scritti, non porta lontano nella comprensione

del suo pensiero e di quel tanto o poco della sua attualità.

Questa operazione di divisione, di contrapposizione tra

vari periodi della sua vita serve solo alla destra.

Non è un caso che il neopresidente francese Sarkozy

abbia dichiarato di essersi «appropriato dell’analisi di

Gramsci: il potere si conquista con le idee». Non sappiamo

a quali idee egli si riferisca. Ma questa affermazione

non è nuova e girava nella destra italiana alcuni anni fa,

quando, nel 1995, Marcello Veneziani accusava i dirigenti

di Alleanza nazionale di «mancanza di gramscismo»,

cioè della scarsa o nulla capacità di operare una «traduzione

politica» e un intervento di «organizzazione della

cultura a destra». In questo modo il «gramscismo» diventa

uno strumento, un apparecchio neutro, valido sia

per la destra che per la sinistra. Non è così. Il referente

primo del «gramscismo» è dato dalla classe operaia, dai

contadini, dalle classi popolari, dagli intellettuali.

Gramsci lavora, lotta, scrive, perché pensa a una società

profondamente diversa da quella capitalistica a partire

dai paesi più sviluppati. Di qui il carattere rivoluzionario

della sua opera complessiva.

L’unitarietà del pensiero e dell’opera di Gramsci include

necessariamente il periodo carcerario, e non solo perché

si tratta degli anni in cui nascono i Quaderni – luogo di

una profonda revisione e persino del capovolgimento

della linea politica seguita dal gruppo comunista che

opera a Roma – ma anche per le rilevanti connessioni

che legano lo sviluppo della riflessione gramsciana all’intricata

matassa del rapporto tra Gramsci e il Partito e

la linea praticata dai suoi dirigenti, a cominciare da Togliatti.

Per questo il periodo carcerario va affrontato con

serietà, facendo ricorso alla documentazione più rigorosa,

abbandonando il terreno delle ipotesi, delle illazioni,

o delle vere e proprie menzogne.

DOSSIER GRAMSCI

Veniamo così alla recente pubblicazione del volume

Gramsci tra Mussolini e Stalin di Angelo Rossi e Giuseppe

Vacca 1 , un libro che ha rinfocolato la vecchia polemica

dell’abbandono del prigioniero del fascismo da parte di

Togliatti, del Comintern, di Stalin, e ha riproposto la tesi

del complotto ai suoi danni. Nel libro non mancano contributi

interessanti, ma non mancano neppure contraddizioni

vistose. Non potendo fare una recensione dettagliata

ci limiteremo a richiamare alcuni punti.

Il primo riguarda l’unico vero tentativo di stabilire un

rapporto tra lo Stato sovietico e quello fascista, tramite il

Vaticano, verificatosi nel settembre 1927. Vacca ricostruisce

puntualmente lo svolgersi dei fatti e soprattutto,

per la prima volta, ammette che vi fu un impegno diretto,

particolarmente intenso e tempestivo, da parte del Pcus

e del governo sovietico. «Il 29 settembre – leggiamo a p.

18 –, quindi in tempi rapidissimi, il Politburo del Pcus,

nel quale siedono Stalin e i più alti esponenti del Partito,

discute il caso Gramsci-Terracini e dà il via libera all’operazione».

Dunque Stalin, Bucharin e gli altri dirigenti sovietici si

muovono e si impegnano a favore di Gramsci e di Terracini.

Oltre tutto si era diffusa la voce di una loro possibile

fucilazione. Purtroppo l’iniziativa intrapresa dai sovietici

fu decisamente contrastata da Mussolini: nessuna

fucilazione, ma il processo doveva farsi. Annota Giuseppe

Fiori: «Il fatto è che il duce vuole che Gramsci e Terracini

restino in galera a lungo» 2 . Ci chiediamo allora:

perché mai Giuseppe Vacca parla di questo episodio soltanto

adesso? Se Stalin era d’accordo per la liberazione di

Gramsci, come si spiega tutta la tesi del complotto ai

danni del prigioniero? Che fine fa a questo punto tutta la

storia della presunta condanna di Gramsci da parte di

Stalin, decretata per via della lettera dell’ottobre 1926?

Eppure la riunione del Politburo del 29 settembre si svolge

alla vigilia del XV Congresso del Pcus in cui l’opposizione

guidata da Trockij e Zinov’ev viene battuta ed emarginata.

Inoltre alla fine del ’27 non è ancora arrivata la «famigerata»

lettera di Grieco (scritta il 28 febbraio e giunta

alla fine di marzo del 1928). Annota Vacca: «la questione

della lettera di Grieco e quella del fallimento dei tentativi

di liberazione si saldarono in un unico intreccio». Per il

primo e più importante tentativo questo non è vero. E non

lo è neanche per gli altri successivi tentativi.

Altro episodio. Il Ministro degli Esteri sovietico Litvinov

giunge a Napoli e, di qui, a Roma il 2 dicembre 1933. Il 3

dicembre viene ricevuto da Mussolini. Tutta la stampa

fascista dà grande risalto all’avvenimento. Lo stesso

giorno e i successivi, sino al 6, «Il Popolo d’Italia» ne

tratta in prima pagina, con titoli vistosi. Racconta in par-

73


74

ticolare di un incontro nel quale vengono affrontati problemi

complessi (Società delle Nazioni e adesione dell’Urss;

questioni commerciali; Hitler al potere in Germania).

Come in questo contesto Litvinov potesse discutere

con Mussolini della questione Gramsci è un mistero.

Ogni studioso serio avrebbe fondati dubbi. D’altra parte,

interpellato da Renzo De Felice su richiesta di Paolo

Spriano, Dino Grandi, Ministro degli Esteri del governo

fascista dal 1929, fa notare: «L’Urss […] era molto attenta

a evitare qualsiasi ingerenza negli affari interni italiani,

e tale sarebbe parsa una richiesta di liberazione di

Gramsci, a suo avviso» 3 .

Con Mussolini di Gramsci parla invece a lungo, un anno

dopo (precisamente il 15 dicembre 1934), l’ambasciatore

sovietico Potëmkim, in visita di commiato. Vacca non

parla di questo incontro. Semplicemente lo ignora. Ragion

per cui noi lo riproponiamo, per l’ennesima volta.

Galicij Nikolai Zhukovskij, nel suo libro Nel lavoro diplomatico

(Mosca 1973), così ne riferisce, riportandone i

brani più significativi:

M. Ho sempre fatto il possibile, signor ambasciatore per garantirvi

le migliori condizioni di lavoro. Non mi sono mai sottratto a un

incontro e vi ho sempre parlato con franchezza, senza rifiutarvi

nulla.

P. Qualcosa mi avete rifiutato, per la verità.

M. Non mi ricordo, quando? A che proposito?

P. Di mia iniziativa vi posi il problema della possibilità di scarcerare

Gramsci.

M. Ah…, di questo si tratta. Diciamo che questo uccello si era

messo in gabbia da molti anni.

P. Potremmo scambiare Gramsci con uno dei vostri agenti segreti

arrestati in flagrante.

M. Ma Gramsci non è un agente segreto.

P. Mi sembra – continuò con calma Potëmkim – che per voi Gramsci,

come prigioniero politico che attira su di sé l’attenzione dell’opinione

pubblica, rappresenti un pericolo molto più grave che

se non fosse in libertà.

M. Non è un prigioniero politico ma un delinquente comune, che

tramava una congiura. Si, una congiura contro il Regno.

Poco dopo il colloquio ha termine, perché Mussolini

«che camminava velocemente avanti e indietro per l’ufficio

fece capire che l’incontro era terminato. Il colloquio

proseguì brevemente su altri argomenti. Il 20 dicembre,

quando l’ambasciatore sovietico Potëmkim si accomiatò

dai rappresentanti del corpo diplomatico e dalla colonia

sovietica, con lo sguardo, inconsciamente, cercò funzionari

del ministero degli Esteri, ma non c’erano. Mussolini

si era irritato». Il punto è che l’ambasciatore Potëm-

kim non parla con Mussolini di Gramsci di sua iniziativa.

Tania aveva avuto diversi colloqui con lui. Tutta l’iniziativa

fu concordata con il governo sovietico e con il Comintern.

Quindi, con Togliatti.

Un ultimo episodio. Tania scrive a Sraffa l’11 febbraio

1933 una lunga lettera sul noto «tentativo grande» per la

liberazione di Antonio. Il tentativo non aveva realmente

alcun serio fondamento. Ma Gramsci riferisce a Tania e

lei scrive a Sraffa: «Nino afferma che si avrebbe voluto

evitare il processo stesso e che inoltre nell’incontro di

Litvinoff con Grandi a Berlino si doveva trattare la quistione

della sua liberazione, allorché arrivò la “lettera famigerata”»

4 . L’incontro a Berlino non c’è mai stato.

Grandi diventa Ministro degli Esteri il 12 settembre

1929; Litvinov nel 1930. Grandi, a Renzo De Felice, ha dichiarato

di non aver mai parlato di Gramsci con Litvinov.

A Vacca questo incontro «non risulta». Chiediamo: si è

sbagliato Gramsci? Ha riferito male Tania a Sraffa? Intanto

si tira in ballo la «famigerata» lettera di Grieco.

Nessuno fino a ora è riuscito a portare un solo documento

da cui risulti un atteggiamento ostile, e, perciò, un «complotto»

di Stalin, Togliatti e del Comintern contro Gramsci.

Pur portando a un arricchimento del dibattito, nemmeno

quest’ultimo scritto di Vacca (non parliamo delle

recensioni che del libro ha pubblicato «l’Unità») reca alcunché

di nuovo, se non un contributo alle tesi estreme,

come quelle sostenute da Giuseppe Tamburrano, tutto

preso da un’autoesaltazione abbastanza triste 5 . Egli ha

avuto, ha e avrà sempre ragione. Noi rispondiamo con due

documenti a lui sconosciuti, o da lui volutamente ignorati.

Il 1 dicembre 1933, pochi giorni dopo l’arrivo di Gramsci a

Formia, il capo della polizia annota in una lettera ai suoi

subalterni incaricati di sorvegliare il prigioniero:

Al riguardo è bene richiamare l’attenzione sulla particolare posizione

politica del detto Gramsci, la figura più spiccata e importante

del partito comunista, che per lui ha dimostrato fede, devozione

e interessamento speciale, giungendo perfino a promuovere

ovunque delle agitazioni e proteste per la di lui sorte, il che non

esclude la possibilità delle più azzardate e ardite ipotesi […]. Ne

consegue la necessità di una vigilanza ininterrotta, oculata, attentissima,

adeguata all’importanza e alla delicatezza del servizio

[…]. Si impone, parimenti, la necessità di rendersi conto del movimento

dei forestieri presso alberghi e affittacamere per la eventualità

che esponenti del partito comunista abbiano a recarsi a

Formia sia pure sotto apparenze insospettabili […] nulla possa

passare inosservato per le possibili provvidenze del caso […]

provvedendo altresì a che la corrispondenza diretta al detenuto in

esame venga rimessa con maggiore possibile sollecitudine a questo

ministero, che disporrà ulteriormente6 .


La fonte, insospettabile, rende il dovuto riconoscimento

ai comunisti italiani, in primo luogo a Togliatti e a Grieco,

per l’opera svolta in favore di Gramsci. Anche se quest’opera

tiene sempre più vigile il regime e Mussolini, in

primo luogo, che ha deciso di non mollare la preda.

È del 5 febbraio 1935 una raccomandata urgente del Ministro

dell’Interno al prefetto di Littoria, e per conoscenza

al Questore di Roma, sempre riguardante «il libero

vigilato» Antonio Gramsci. Riportiamone qualche

stralcio:

Questo ministero ha avuto altre volte occasione di lumeggiare e di

richiamare l’attenzione sulla particolare figura del libero vigilato

Gramsci Antonio, una delle più spiccate personalità del mondo

comunista, e come tale, quindi, elemento meritevole della più assidua

e attenta vigilanza. Nel prendere nota di quanto ora riferito

la E.V. col foglio sopra distinto, questo ministero non ha che a

confermare le disposizioni già impartite nei confronti del predetto,

il quale deve essere sottoposto a stretta vigilanza in modo che

sul di lui conto nulla possa sfuggire alla osservazione degli organi

di polizia. È da notare che, trattandosi, come si è detto, di un soggetto

di particolare interesse del partito comunista, la vigilanza

non è mai abbastanza superflua qualora si pensi all’eventualità di

ogni sorpresa, senza poi escludere la possibilità di tentativi di fuga

del prevenuto, ove si consideri la facilità derivante dal traffico intenso

cui è soggetta, per via terra e anche per via mare, la sede di

Formia […]. A integrazione di quanto precede si reputa necessario

procedere altresì a diligente e accurata revisione della corrispondenza,

nonché a un oculato servizio di osservazione anche nei

riguardi della suddita sovietica Schucht Tatiana, cognata del

Gramsci7 .

Che dire? Semplicemente che per noi Gramsci resta una

delle vittime del fascismo al fianco di Matteotti, dei fratelli

Rosselli, di don Minzoni. Lasciamo a Tamburrano il

compito di gettare fango sul Pci, su Togliatti e sugli altri

implicati nel fantasioso «complotto».

DOSSIER GRAMSCI

1. Fazi, Roma 2007.

2. Gramsci Togliatti Stalin, Laterza, Bari 1991, p. 19.

3. P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977,

p. 75.

4. P. Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1991, p.

228.

5. Gramsci, il riformista, «l’Unità», 17 maggio 2007.

6. A.C.S., C.P.C., A. Gramsci, Cartella n. 2.

7. A.C.S., C.P.C., A. Gramsci, Cartella n. 2.

75


76

NICOLA TRANFAGLIA

RIFLESSIONI SU GRAMSCI E LA STORIA D’ITALIA

Se si scorrono le pagine di quel gran libro di storia del

mondo moderno che sono i Quaderni del carcere di Antonio

Gramsci, ora che un periodo lungo settant’anni è trascorso

dalla sua morte, emergono alcuni concetti che ci aiutano a

comprendere elementi centrali della nostra storia.

Se dovessi indicarli per rilevanza storica partirei, riferendomi

al nostro paese ma più in generale all’Europa e all’Occidente,

dalla rivoluzione passiva, per passare subito

dopo al trasformismo, ai processi di restaurazione e di rivoluzione,

al ruolo degli intellettuali, ai processi organici

e congiunturali, all’analisi del fordismo e dell’americanismo.

Già questi primi concetti e categorie servono a guidarci

nell’analisi delle vicende che caratterizzano elementi

centrali del corso storico nazionale negli ultimi due

secoli, soprattutto perché servono a caratterizzare la permanenza

di caratteri costanti, al di là del mutare delle

forme apparenti nel passaggio dei diversi regimi che in un

secolo e mezzo, ormai quasi compiuto, hanno differenziato

il fluire della storia postunitaria.

Il trasformismo degli uomini e dei gruppi sociali nel nostro

paese ha caratterizzato il volgere delle stagioni in

tutti i periodi dell’ultimo secolo e mezzo. Che sia eredità

diretta del lungo servaggio preunitario, della soggezione

plurisecolare allo straniero o abbia invece trovato ancor

maggior vigore dopo l’unificazione, rischia di essere oggi

un problema di relativa importanza (in questa sede).

Certo è che Gramsci aveva colto un punto essenziale nel

Quaderno 19 (scritto tra il 1932 e il 1935 ma steso in parte

negli anni precedenti, in particolare nel 1930, appena

arrivato nel carcere di Turi), quando scriveva, a questo

proposito, che

Ma, pur in un orizzonte profondamente

diverso, il fenomeno del trasformismo

continua a caratterizzare in maniera

centrale la vita politica italiana, anche

grazie alla crisi assai grave delle

istituzioni repubblicane. Ha una funzione

essenzialmente difensiva e non propositiva,

almeno per ora, la resistenza intransigente

esercitata da quelle poche forze politiche

e sociali che cercano di sfuggire alla

capacità egemonica esercitata nel

capitalismo mondializzato dalle borghesie

collegate all’azione delle multinazionali

Indagando sulla crisi nazionale,

emerge, a mio avviso, la tendenza propria

della «rivoluzione passiva» che presiede

ai cambiamenti che hanno luogo nel nostro

paese


tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratterizzata dal trasformismo,

cioè dall’elaborazione di una sempre più larga classe

dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il 1848 e la caduta

delle utopie neoguelfe e federalistiche, con l’assorbimento graduale,

ma continuo e ottenuto con metodi diversi nella loro efficacia,

degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli

avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici. [2011]

Il nostro presente offre, da questo punto di vista, conferma

dell’attualità di queste considerazioni, pur essendo mutati

i riferimenti legati, nell’analisi gramsciana, ai comportamenti

delle classi sociali nella lotta politica nazionale.

È difficile oggi parlare di una contrapposizione, ottocentesca

o novecentesca, tra una borghesia ricca egemonizzata

da ceti moderati e masse popolari e proletarie, anche

perché l’analisi sociale (pur lacunosa) degli ultimi anni

tende, comunque, a dividere la borghesia in strati diversi

e separati che politicamente si schierano in un arco di

forze politiche egemonizzate, in parte, dal populismo patrimoniale,

in parte da una piattaforma conservatrice di

tipo tradizionale. Dall’altra parte si collocano prima di

tutto forze che hanno accantonato i tradizionali ancoraggi

ideologici del comunismo e del socialismo novecenteschi

e contrappongono al populismo ricette provvisorie e

oscillanti che provengono dalla liberaldemocrazia più o

meno adeguata ai tempi e da un socialismo riformista

nelle sue varie tendenze storiche.

Ma, pur in un orizzonte profondamente diverso, il fenomeno

del trasformismo continua a caratterizzare in maniera

centrale la vita politica italiana, anche grazie alla

crisi assai grave delle istituzioni repubblicane. Ha una

funzione essenzialmente difensiva e non propositiva, almeno

per ora, la resistenza intransigente esercitata da

quelle poche forze politiche e sociali che cercano di sfuggire

alla capacità egemonica esercitata nel capitalismo

mondializzato dalle borghesie collegate all’azione delle

multinazionali, in questo periodo protese all’attacco

degli Stati nazionali nell’Occidente in crisi.

DOSSIER GRAMSCI

Le riflessioni di Gramsci sulle contraddizioni insite nel

modello fordista americano e nella sua espansione sembrano,

per molti aspetti, lontane dalla situazione attuale

in Occidente come nel nostro paese. Ma, indagando sulla

crisi nazionale, emerge, a mio avviso, la tendenza propria

della «rivoluzione passiva» che presiede ai cambiamenti

che hanno luogo nel nostro paese. Cambiamenti

che, a livello politico, si qualificano ancora con il termine

generico e vago di «transizione» dagli anni Novanta

al ventunesimo secolo (o addirittura, secondo le superfetazioni

giornalistiche, da una Prima repubblica in crisi

da oltre un trentennio a una Seconda che non riesce ancora

a prender forma, sommersa, com’è, da progetti ancora

indeterminati) e che, a livello economico-sociale,

oscillano tra il sogno di un’americanizzazione contraddittoria

e quello di una via mediana tra il rinnovamento

del modello europeo e l’apertura alla globalizzazione incalzante.

Sicché sembra di essere all’esaurimento ancora

non avvenuto di una formazione sociale novecentesca e

in larga parte fordista e all’apparizione, soltanto accennata,

di modelli inediti.

Riemerge il termine del transitorio, con la difficoltà di

individuare le forze in grado di operare attivamente la

trasformazione o di esserne in qualche modo testimoni,

di accettarle e di portarle avanti. Scrive Gramsci nel

Quaderno 13 (1932-34):

Si verifica una crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni.

Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate

(sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le

forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa

della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti

e di superare. Questi sforzi incessanti e perseveranti (poiché

nessuna forma sociale vorrà mai confessare di essere superata)

formano il terreno dell’«occasionale» sul quale si organizzano le

forze antagonistiche che tendono a dimostrare […] che esistono

già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinati compiti

possano e quindi debbano essere risolti storicamente (deb-

77


78

bano, perché ogni venir meno al dovere storico aumenta il disordine

necessario e prepara più gravi catastrofi). [1579-80]

Sembra il ritratto somigliante di una società come quella

italiana di questi ultimi anni. Una trasformazione complessiva

che contiene al suo interno il vecchio e il nuovo,

l’avviso prepotente di equilibri nuovi insieme al persistere

non meno ostinato di caratteri che hanno accompagnato

da vicino la storia repubblicana e, ancor prima,

aspetti centrali della storia precedente. Con una difficoltà,

molte volte riproposta, nel compiere dei passi avanti

che forse nascono limpidi nel pensiero delle classi dirigenti

ma non riescono a realizzarsi nella forma immaginata

e si volgono piuttosto a quella che viene definita

«l’eterogenesi dei fini».

Basti pensare agli sforzi che si succedono da decenni in

vista dell’aggiornamento delle forme di governo e delle

istituzioni repubblicane, e che tendono a provocare scontri

parlamentari e referendum costituzionali ma non riescono

a produrre processi di confronto fecondo tra le forze

in gioco, e men che meno a raggiungere il risultato di un

progresso effettivo che sia capace di generare la condivisione

degli individui e dei gruppi sociali rimasti fedeli al

patto costituente che ha costituito il mito fondante della

repubblica, subito dopo la Seconda guerra mondiale.

Peraltro molti altri esempi potrebbero desumersi dallo

stesso ordine di mutamenti auspicati dalle classi dirigenti

e frustrati da un carattere costante degli italiani, che lo

stesso Gramsci, in un articolo pubblicato il 5 marzo 1917,

richiamava sull’edizione piemontese dell’«Avanti!».

Scriveva allora il giovane Gramsci:

Una delle facce più appariscenti e vistose del carattere italiano è

l’ipocrisia. Ipocrisia in tutte le forme della vita: nella vita famigliare,

nella vita politica, negli affari. La sfiducia reciproca, il sottinteso

sleale corrodono nel nostro paese tutte le forme di rapporti: i

rapporti tra singolo e singolo, i rapporti tra singolo e collettività.

L’ipocrisia del carattere italiano è in dipendenza assoluta con la

mancanza di libertà. È, in fondo, una forma di resistenza. L’ipocrisia

nei rapporti tra singolo e collettività è una conseguenza dei

paterni governi polizieschi che hanno preceduto e hanno seguito

l’unificazione del regno d’Italia. L’ipocrisia nei rapporti tra singolo

e singolo è una conseguenza dell’educazione gesuitica che si è

impartita e si continua a impartire nelle scuole e nelle famiglie, e

che scaturisce spontanea dall’esperienza della vita quotidiana1 .

Se pensiamo ad alcuni dei problemi che affliggono oggi la

vita pubblica, come quella privata, nel primo decennio

del ventunesimo secolo – dalla corruzione pubblica ai

metodi mafiosi, dal degrado dei rapporti sociali all’incertezza

dello Stato di diritto, alle eccessive disuguaglianze

nei rapporti economici, che ci pongono negativamente

al vertice fra i paesi europei e occidentali – possiamo

forse dire che i «caratteri degli italiani» di cui

novant’anni fa parlava il giovane Gramsci si siano evoluti

e modificati in maniera evidente? Personalmente ne

dubito assai.

1. Caratteri italiani, ora in Antonio Gramsci, La città futura 1917-1918, a

cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1982, p. 75.


LUCIANO CANFORA

è professore di Filologia greca e latina nell’Università di Bari e direttore

scientifico della Scuola superiore di Studi storici di San Marino. Direttore

della rivista «Quaderni di storia», è autore di numerosi volumi di storia e di

politica antica e contemporanea tra i quali ricordiamo il recentissimo Su

Gramsci, datanews, Roma 2007.

LUIGI CAVALLARO

è redattore della rivista «900. Per una storia del tempo presente» e membro

del Comitato editoriale di «Critica marxista», sulle cui pagine ha pubblicato

diversi saggi di argomento gramsciano. Tra i suoi volumi più recenti ricordiamo

Lo Stato dei diritti. Politica economica e rivoluzione passiva in Occidente,

Vivarium, Napoli 2005.

ANGELO D’ORSI

è professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, membro

della Commissione per l’Edizione Nazionale degli Scritti di Gramsci e direttore

della Bibliografia Gramsciana Ragionata. Autore di numerosi volumi sulla

storia degli intellettuali, ha curato l’antologia gramsciana La nostra città futura.

Scritti torinesi (1911-1922), Carocci, Roma 2004.

WOLFGANG FRITZ HAUG

è stato sino al 2001 professore di Filosofia presso la Freie Universität di Berlino.

Studioso di Marx, ha curato, in collaborazione con Klaus Bochmann,

l’ed. tedesca dei Quaderni del carcere di Gramsci (10 voll., Argument, Hamburg

1999-2004), al quale ha dedicato il volume Philosophieren mit Brecht und

Gramsci, Argument, Hamburg 2006 2 .

GUIDO LIGUORI

insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università della

Calabria ed è vicepresidente della International Gramsci Society Italia. È autore

di numerosi scritti su Gramsci, tra cui il volume Sentieri gramsciani, Carocci,

Roma 2006.

MICHELE PISTILLO

è stato parlamentare per tre legislature nelle file del Pci. Autore di un’importante

opera su Giuseppe Di Vittorio, ha dedicato attenti studi alla vicenda

biografica e politica di Gramsci, tra i quali ricordiamo Gramsci in carcere. Le

difficili verità di un lento assassinio, Lacaita 2001.

NICOLA TRANFAGLIA

è professore emerito di Storia dell’Europa nell’Università di Torino e deputato

del Pdci. È autore di importanti studi su nazismo e fascismo, sulla stampa e

l’opinione pubblica e sul pensiero democratico e socialista. Ricordiamo, tra i

più recenti, Un passato scomodo. Fascismo e post-fascismo, Laterza, Bari 1996.

79


in occasione dell’anniversario della scomparsa di Luciano Gruppi, riceviamo e volentieri pubblichiamo il

seguente richiamo con l'indicazione di un sito dedicato allo studioso marxista

19 agosto 2003 – 19 agosto 2007

per non dimenticare Luciano Gruppi

http://digilander.libero.it/lucianogruppi/ – http://digilander.libero.it/lucianogruppi/

Tilde ringrazia il prof. Andrea Bonavoglia che ha curato il sito con intelligenza e affetto e i professori

Luigi Pestalozza, Giuseppe Prestipino e Marco Del Bufalo per gli alti contributi inviati.

registrazione Tribunale di Roma

n. 170/2007 del 08/05/2007

anno I, numero 2, agosto 2007

bimestrale

Poste Italiane s.p.a. – spedizione in A.P. 70%

Roma n. 96/2007

direttore responsabile – Bianca Bracci Torsi

direttore – Bruno Steri

redazione

email: redazione@esserecomunisti.it

diffusione e abbonamenti

email: abbonamenti@esserecomunisti.it

editore

associazione culturale essere comunisti

via Buonarroti 25 – 00185 Roma

stampa

tipografia Jacobelli – Pavona (Roma)

chiuso in Tipografia il 25 luglio 2007

grafica

progetto grafico, impaginazione e service

editoriale: DeriveApprodi

credits immagini

p. 12 Pier Paolo Cito; p. 16 Jacob Silberberg; p. 17 da

«Le passant ordinaire» n. 50; p. 22 Nanni Balestrini; p. 26,

p. 27, p. 28: incisioni rupestri; p. 30, p. 31, p. 32 Davide

Dutto; p. 34 (basso) Kurt Sokolowski; p. 36 Jens Wolf; p.

38, p. 39, p. 40 Manuela Villa; p. 44 Anja Müller; p. 45, p.

46, p. 47, p. 48 Julien Blaine; p. 49, p. 51, p. 52, p. 55, p.

59, p. 63, p. 65, p. 67, p. 71, p. 72, p. 75, p. 76, p. 78

Kazimir Malevich; p. 79 Natalia Goncharova; copertina:

immagine di Sergio Bianchi. Copyright degli autori.

Per la realizzazione di questo numero non è stato

richiesto alcun compenso. Si ringraziano tutti gli autori e

collaboratori

Tilde Bonavoglia Gruppi

C’è uno spazio pubblico nel quale ogni giorno si trovano milioni di

persone. Molti sono lì per gioco o per passatempo, altri per leggere

un giornale mentre sorseggiano un caffé, altri per lavoro, magari

collaboratori a progetto seduti in un ufficio di questo o quel centro di

produzione

dell’economia della conoscenza. Questo spazio è internet e la sua

nascita e diffusione ha cambiato il mondo, innovato la produzione e

con essa l’informazione e gli strumenti della politica. Pensate, ad

esempio, alla guerra in Iraq: mentre giornali e televisioni si

sottoponevano alla censorea pratica degli embedded, la rete

diffondeva altre notizie e ci raccontava di eccidi di civili e di

bombardamenti al fosforo. Oppure pensate, più recentemente, al videoscandalo

sul fenomeno della pedofilia nella Chiesa cattolica in Gran

Bretagna: mentre la Rai e il mondo politico, i giornali e gli opinion

makers concordavano trasversalmente sull’inopportunità di mandarlo in

onda, in internet girava già, rimbalzando da you tube a google. Nel

diluvio di informazioni il rischio che si corre però è che molto sfugga

al controllo. Nella misura in cui aumenta a dismisura la mole di notizie

fruibili, internet rende sempre più difficile uno dei compiti più preziosi

del giornalismo (del giornalismo come lo intendiamo noi, come

strumento di informazione orientato alla politica): quello della scelta

delle notizie, della costruzione di senso, della ricomposizione di mille

input in un mosaico organico e portatore di idee. E dunque di pratica

politica.

Il sito ha provato a ritagliarsi questo ruolo. Dedichiamo

quotidianamente una parte della nostra attività politica alla raccolta

delle informazioni dai giornali, dai siti internet, dalle newsletter di

movimento. In poco più di due anni abbiamo archiviato oltre 14.000

articoli, tutti consultabili, da circa un centinaio di testate diverse.

Siamo prossimi ai tre milioni di visitatori, con una media, nell’ultimo

anno, di circa 6.000 contatti quotidiani. Abbiamo scritto e fatto

scrivere oltre 700 articoli redazionali, con una rete di collaboratori e

amici sempre più ricca e sempre più estesa.

Vogliamo continuare su questa strada in un binomio fruttuoso con la

rivista che oggi nasce con questo numero zero. Se non l’avete

ancora fatto, consultate il sito di essere comunisti. Scommettiamo

che non ne rimarrete delusi?

www.esserecomunisti.it

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