FRANCESCO GUCCINI - Università degli Studi di Pavia

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FRANCESCO GUCCINI - Università degli Studi di Pavia

FRANCESCO GUCCINI

Si scrive Guccini, si legge locomotiva, ma paradossalmente “La locomotiva” è la canzone

meno gucciniana fra tutte, una perla isolata e magnifica, tutta sua, ma lontana parecchio

dalle forme ricorrenti, dal procedere per esclusione di certezze, dall’individuar lampi

occasionali di verità. Probabilmente è “La locomotiva” ad aver convinto Guccini di essere,

come dice, un “cantastorie”, cosa che non è. Guccini è un “cantapensiero”, è un

“cantadubbio”, il più alto, il più vero, il più sparpagliato e sincero che si conosca.

“La locomotiva” riunisce, accorpa in pochi minuti tutti i rari lampi di verità sparsi di qua e di

là in concessioni avare per dischi e dischi. Vediamo come.

Guccini nasce rockettaro e chitarrista suo malgrado, in una provincia sveglia e vigile, dove

capisce molto presto di non essere un numero, uno dei tanti, e combatte la sua timidezza

e ritrosia contadina a colpi di presenzialismo artistico: concertini, seratine, canzoni scritte

in sordina, partecipazione, grupperia, frequentazione di altri curiosi e innovativi del nuovo

che dall’America avanza, tra cui i Nomadi e i membri della futura Equipe 84. E’ uno

spiritaccio, portato al gruppo, alla caciara, all’appagamento conviviale come dimensione

proiettiva di sé e della sua gran voglia di esserci, di rompere i silenzi non ancora compresi

e apprezzati di Pavana, luogo di ritorni e di radici infrangibili. Ma nei momenti di stasi, nella

curva delle notti, nelle solitudini coltivate a pensieri, il ragazzo esce da sé, legge, vede e

parla: connette in soliloquio le due visioni di mondo che sta traducendosi a livello anima,

ovvero la lettura primordiale, scarna ed immutabile di Pavana (che comprenderà meglio

poi) e quella esterna, stanza dai mille segreti la cui porta si chiama America. L’apertura e

l’immediata chiusura di quella porta costituiscono la prima e in definitiva ultima rivelazione

della sua vita, perché non concede seconda chance al reale. La delusione si tramuta in

illusione: tutto diventa relativo, imprevedibile, nuova ripetizione, apparenza, balletto ciclico,

incertezza, nostalgia del tempo, gioco di specchi. Non per niente è proprio negli anni

'71-'72 che Guccini prende a vivere la dimensione dello spazio ristretto, del luogo intimo e

sacro per confessare e altrettanto profano per dilagare: l'Osteria Gandolfi, il Bar del

"Moretto", il club 37 fino alla mitica "Osteria delle donne". Quello è il "posto", la cintura di

sicurezza, l'auditorio che segue e comprende, l'humus dove l'esternazione si pluralizza ma

si contiene, dove l'inchiostro del sentimento trova la carta assorbente ideale, dove

nessuna goccia si perde. Ma dove non si corre nemmeno il rischio che l'inchiostro sia

1


poco e la carta sterminata, inutile. Un'èlite dunque, ma una singolare èlite di

comportamenti e gesti perfino plebei, un compendio di saracche, battute e alti momenti

emozionali, che fuori di lì, in altro contesto non si immaginerebbe neppure di poter

ripetere, perché la piccola città e Bologna, Pavana e l'America di Masters, di Hamingway,

Cene della chitarra e Cecco Angiolieri sono codici troppo personali per evadere e

procreare.

E' qui che nasce il suo "cantapensiero". Come procede Guccini? Parte da un nucleo

minimo (un uomo, un assillo, un posto emblematico, un dialogo soprattutto) e sciorina

strofe come catene di libere associazioni in cui i concetti, i ritagli di ricordi, le

considerazioni si passano dall'una all'altra il testimone fino alla constatazione conclusiva

che può essere aperta o amara. L'andamento melico, la melodia è, per sua confessione,

molto spesso un pretesto, un'aggiunta, una dignitosa cornice e, almeno fino alla scoperta

di Dylan che sarà la sua luce a Damasco, segue lo schema già del cantacronache di

Amodei e Pietrangeli ligio alla monotonia tipica della ballata popolare: quasi a rigetto

spariscono le febbri divinatorie del rock, e per precisa scelta non si configura mai lo

schema strofa - ritornello della canzone all'italiana.

Guccini sente la sua esclusività e l'accarezza, non fa misteri della propria aristocrazia

mentale, prende già tutte le distanze possibili dal disimpegno, dal discanto borghese, dal

qualunquismo emozionale, dal pressappochismo del ceto medio. Ma nel contempo è, il

suo, un pensar alto e sottile, restio a concedere e ben lungi dall'essere consolatorio. Non

esiste fino a "Radici" il minimo segno teleologico, finale, di prassi per la vittoria, d'impegno

storico - politico, non c'è ammiccamento al popolo, ai tempi, all'afflato comune. Anzi, si

direbbe il contrario. Ne "Il frate", ne "Un altro giorno è andato" e in molti altri luoghi (specie

nelle successive "Stanze di vita quotidiana") Guccini è un vecchio che rimpiange o

ammette con sconsolata pazienza che niente esiste, tranne il dubbio.

Ma proprio in questa "dubbiosità", non ancora chiara, ma pronta a farsi cosmica, sta la sua

grandezza; Guccini non è di fronte a "un uomo qualsiasi" o a "una fetta di storia" o

all'interpretazione di "un presente", assolutamente no. Lui è a tu per tu con l'uomo

universale, di sempre e di mai, prima e oltre lo scorrere del progresso, ma rivisitato per

intero, sezionato, indagato, fotografato nel suo illusorio dibattersi in sempre nuove verità

proposte dalla storia e della cultura.

Apparenze. "Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia non si

sa". Il ragazzo ha sintetizzato, esclusivizzato il disequilibrio, l'incertezza, il mistero

esistenziale del novecento figlio della decadenza rimbaudiana e poi pascoliana, e

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dell'espressionismo, dell'io incarcerato di Breton, del negativo dubbio occidentale, così

prorompente da Leopardi a Montale. Ma con due differenze. Il dubbio, sempre e

comunque viene esorcizzato dall’amicizia, dalla comunanza di codici e pensieri con altri,

seppur pochi, in una schiettezza che diventa consolazione e si sdrammatizza nel gioco,

nel divertissement, e comunque nella voglia e nella scelta di esserci. Secondo:

l'oltresenso, l'avvertimento indistinto e intuitivo che tra i sogni che sfumano e le occasioni

perse o sfiorate c'era pur qualcosa di cui non ci siamo resi ben conto, o non potevamo; il

chiaro presagio che fra le incertezze costituzionali, una verità o qualcosa di simile appaia

ogni tanto a infrangere la corrente del dubbio; qualcosa più di intuito che di afferrato,

perché afferrare non si può, quasi "luci nel buio di case intraviste da un treno".

Questo bersaglio Guccini se lo trascinerà per tutta la vita artistica, variandolo per forme e

ambientazioni e difendendone il possesso come un apostolato di vita contro tutto e tutti

("L'avvelenata", "Eskimo", Via Fabbri 43", "Quattro stracci").

Non è la sua un'attesa, non è un "aspettando Godot", non esiste in lui ansia di risolvere, di

capire, perché non c'è da risolvere, non c'è da capire. C'è da osservare e prender atto, c'è

da prender al volo e prolungare il più possibile quel numero di intuizioni, di barlumi, di

chiarori che l'esistenza ti fa cogliere in cose e persone soprattutto come Amerigo,

Guevara, Chisciotte.

Ecco dove "La locomotiva" si presenta come eccezione, più apparente che vera. In essa

c'è una presa di posizione attiva oltre misura, un arresto della corrente, un nuotare

all'incontrario. Incoerenza? Nemmeno per sogno. Guccini non conosce l'incoerenza. Ne

“La locomotiva” c’è lo sforzo immenso, titanico, come il protagonista ferroviere, di andare

idealmente oltre il dubbio, configurare una possibilità di mondo, dar corpo al sogno contro

tutte le apparenze contrarie e nella locomotiva c’è tutto l’odio, la repulsione, il fastidio che

Guccini prova per il potere presuntuoso e saccente, che in altro modo incarna la sicurezza

e la verità intoccabile contro cui si batte e si batterà sempre.

Questo intendevo all’inizio. E’ come se ne “La locomotiva” convergessero, si

ammassassero di colpo insieme tutte le luci intraviste dal treno; la locomotiva è il canto

sublime di chi “vede” per la prima e non ultima volta ed è insieme liberazione spirituale

dall’assiduo contorcimento dialettico di un “io” che si confessa, si commisera e si

rimpiange in decine di altre canzoni. Non siamo di fronte a due persone diverse, sia

chiaro. L’uomo è sempre uno. Ma è come se dicesse “vorrei che fosse così”, anche se non

è, perché la storia, vedete, ha sempre binari morti ed è là che finisce la locomotiva. O

forse anche questa, pur sublime, pur incantevole, sarebbe la soluzione di un momento.

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Perché l’uomo, quello eterno, quello di sempre, non trova mai sfogo e fine. Tutto in lui è

rimedio del momento, e il mistero di se stesso, comunque, prima o poi riapparirebbe di

nuovo.

Sta di fatto che da “La locomotiva” in poi Guccini esce dalla osteria, entra nel giro, anzi

inventa lui stesso quel “giro” che sono i concerti dal vivo, davanti a migliaia di persone. Il

messaggio per pochi, la parola conviviale, quasi da simposio archilocheo, trova il suo

naturale sfogo in platee sempre più ampie. Mitizzato dal fascino di una canzone, Guccini

viene riletto, ripercorso a ritroso, amato, compreso. “La locomotiva” ha fatto da ariete, da

punta di diamante, ma ora l’identificazione contagia e si propaga tra i giovani proprio sui

temi più gucciniani del dubbio, del tempo che fugge, dell’intuizione, dell’orlo della verità,

che tutti si sentono dentro e uguali e così personali.

Guccini costruirà di qui in poi una crescente, solida, prorompente reiterazione di sé e del

suo tema, variando in modo incredibile le forme, mutando coordinate alle parabole, in

perfetta coerenza ideale tra passato e futuro. Continuerà a concepire la verità come

inesistente, laddove “esiste solo la carnevalesca volontà di giocare una scelta. Il dubbio

assiduo è l’unica certezza”.

Il non colto, il vagheggiato, la fuga del tempo, la labilità dell’amore, ma pure il senso del

porto, il luogo natale, così come la provvisorietà e l’incommensurabile dolcezza di alcuni

attimi di vita sono alla base del suo concetto di “medesimezza umana” (come diceva

Gramsci), per il quale è sintomatica la “canzone quasi d’amore”. La “medesimezza” è

un’uguaglianza esistenziale fra gli uomini che si coglie solo a cercarla, a pensarla: non

appare e non te la senti addosso se svicoli o ti perdi negli effetti e nella funzione del

quotidiano. Più viva, più forte, più determinante si configura in chi è spiazzato, o senza

collare, o diverso, o stanco, o deluso, per chi insomma è “pecora nera”, non nel senso

amorale del termine, ma decentralizzato, fuori dal coro delle ovvietà. La medesimezza è

riconoscersi di un’unica e faticosa umanità proprio nel confronto di quei particolari, di

quegli stimoli, di quegli istinti che sono iscritti in noi da sempre e sono naturali e quindi

“neri” rispetto ad un’omologazione sociale imperturbabile, distratta, lieta di rimuovere che

ci fa “bianchi”.

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L’America imparata da Bill Hayley, Jerry Lee Lewis, Presley, è già mito, evasione, nel

giovane Guccini. Poi irrompe addirittura Dylan, grazie a un disco regalatogli da Victor

Sogliani: è la sublime illuminazione. “Noi non ci saremo”, “Aushwitz” e altri brani nascono

da questa seconda vita. Insegnante alla Dickinson, amico della cantautrice Deborah

Kooperman, Francesco rischia nel ’70 il suo viaggio in America. Sarà per molti versi una

gran delusione. Al ritorno “L’isola non trovata”, che è anche il suo primo disco a tema fisso

dopo i frammentari “Folk beat 1” e “Due anni dopo”, sottolinea questo disagio, questa

provvisorietà. Abbiamo qui un Guccini ben lontano dal vigore positivo di “Radici”: in lui

esiste vagamente la coscienza del dubbio (che si farà cosciente in “Stanze”), esiste una

nostalgia pregressa, anticipata per cose e persone perse. Niente lotta dunque, né rabbia,

né marchio politico evidente, solo un diffuso consapevole agnosticismo, tra colori

gozzaniani.

L’ISOLA NON TROVATA

Ma bella più di tutte

E’ l’isola non trovata,

Quella che il re di Spagna s’ebbe (1)

Da suo cugino, il re del Portogallo

Con firma suggellata

E burla del Pontefice

In gotica-latina.

Il re di Spagna fece vela

Cercando l’isola incantata (2),

Però quell’isola non c’era

E mai nessuno l’ha trovata.

Svanì di prua dalla galea

Come un’idea (3).

Come una splendida utopia

E’ andata via e non tornerà mai più.

Le antiche carte dei corsari

Portano un segno misterioso (4),

Ne parlan piano i marinai

Con un timor superstizioso;

Nessuno sa se c’è davvero

Od è un pensiero (5).

Se a volte il vento ne ha il profumo

E’ come il fumo che non prendi mai.

Appare a volte avvolta di foschia

Magica e bella

Ma se il pilota avanza (6)

Su mari misteriosi

E’ già volata via tingendosi d’azzurro,

Color di lontananza (7).

1. “S’ebbe”= ebbe per sé. L’alone storico

magico (il re di Spagna, ecc.) rende

paradigmatico, di tutti, l’evento del solo Guccini,.

I suggelli del re e del papa stanno a significare

le garanzie civili e religiose che rileviamo

sempre.

2. La verità? La libertà? La felicità? Forse più

precisamente il senso del vivere.

3. La nave non è reale. La fede non è realtà, è

fatta d’essenze impalpabili e svanisce.

4. A Guccini piacciono questi giochi metaforici

tra storia e magia: eppure qualcuno, un tempo,

in qualche posto, ha letto di quell’isola.

5. Ribadisce l’immagine (3) Esiste davvero un

senso alla vita? Oppure è tutto casuale e siamo

noi, è il nostro cervello a non voler arrendersi?

6. Capita di arrivarci vicino. Capita di dirsi “l’ho

preso, ce l’ho”. Ma ecco che subito sfugge di

nuovo.

7. Un po’ come l’arcobaleno: più t’avvicini, più

s’allontana.

5


La crisi, giocata in punta di fioretto nell’evocazione vagamente storica de “L’isola non

trovata”, è lampante e palese ne “Il frate”. Il frate, un mezzo pazzo, maschera pavanese,

che di tutto ha fatto nella vita e di tutto parla con apparente raziocinio, è di là della

macchietta scenica un pretesto, un interlocutore voluto, cercato, uno specchio in cui

misurarsi. Folle e affascinante, il frate trascina Francesco al limite di ogni verità, per poi

distruggergli tutto come in un gioco di prestigio. In questo ubriacone enciclopedico Guccini

vede parte di sé, ma pur scherzando comincia già il conto delle disillusioni e dell’omne

incertum che lo accompagnerà per un bel po’ di vita.

IL FRATE

Lo chiamavano il frate, il nome

Di tutta una vita,

Segno di una fede perduta, di

Una vocazione finita (1).

Lo vedevi arrivare vestito di

Stracci e stranezza

Mentre la malizia dei bimbi

Rideva della sua saggezza (2).

Dopo un bicchiere di vino (3), con

Frasi un po’ ironiche e amare,

Parlava in tedesco e in latino,

Parlava di Dio e di Shopenhauer.

E parlava e parlava, con me

Che lo stavo a sentire (4), mentre

La sera d’estate non voleva

Morire.

Viveva di tutto e di niente (5), di

Vino che muove i ricordi,

Di carità della gente, di dei e

Filosofi sordi.

Chiacchiere di un ubriaco (6), con

Salti di tempo e di spazio,

Storie di sbornie e di amori che

Non capivano Orazio (7).

E quelle sere d’estate sapevan

Di vino e di scienza,

Con me che lo stavo a sentire

Con colta benevolenza (8).

Ma non ho ancora capito,

Mentre lo stavo ad ascoltare

Chi fosse a prendere in giro, chi

Dei due fosse ad imparare (9).

Ma non ho ancora capito fra

1. Il personaggio è vero. Gli è rimasto, dagli

anni del seminario, il tarlo dell’indagine. Ma la

fede aveva fatto splash.

2. Colto finché non bevevo.

3. Si configura la tipica serata di Pavana, che

ben conosco. Il mondo scompare, si rimane in

due a provar di tutto, parlar di tutto, non

raramente “sparando cazzate”.

4. Difficile che Guccini “stia a sentire”. Di solito è

lui a parlare.

5. Il senso della vita del frate è un gran gioco di

andate e ritorni, di fedi trovate e perse, di

possibilismi e nihilismi abbastanza evidenti.

6. Lo spazio e il tempo sfuggono.

7. Oscuro. Forse “non contemplavano Orazio”.

8. Un sussiego, ma gentile. I colti possono

permetterselo.

9. Scatta lo specchio. Voleva insegnarmi

qualcosa o voleva imparare qualcuna delle sue

(di Francesco) poche certezze?

6


Risa per donne e per Dio, se fossi

Lui il disperato,

O il disparato son io (10).

Ma non ho ancora capito con

La mia cultura fasulla

Chi avesse capito la vita, chi

Non capisse ancor nulla (11).

10. Dov’è la disperazione? In chi sa o in chi non

sa? E come si cura? Fingendo? Lottando?

11. E’ il bivio: dopo un’esistenza considerare la

vita come un enorme nonsense (il frate). Dopo

pochi anni temere che lo sia (Guccini).

7


Recherche adolescenziale. Il brano è precedente alla stesura de “L’isola non trovata” (è

del ’67) e fa parte di quei “plenum – revival – nostalgici” che ci si trovava a cantare con gli

amici, anche per assumere una certa aria bohemienne e far colpo. In realtà la canzone si

chiamava “spiccioli”. Non c’è ancora lo sconforto delle “stanze”, ma qua e là si catturano

topi gucciniani sul tempo che fugge.

UN ALTRO GIORNO E’ ANDATO

E un altro giorno è andato, la

Sua musica ha finito,

Quanto tempo è ormai passato

E passerà.

Le orchestre di motori (1) ne

Accompagnano i sospiri

L’oggi dov’è andato l’ieri se ne

Andrà.

Se guardi nelle tasche della

Sera (2) ritrovi le ore che conosci

Già,

Ma il riso dei minuti cambia in

Pianto, ormai, e il tempo andato

Non ritroverai.

Giornate senza senso come un

Mare senza vento (3), come perle

Di collane di tristezza (4);

Le porte dell’estate dall’inverno

Son bagnate (5), fugge un cane (6)

Come la tua giovinezza.

Negli angoli di casa cerchi il

Mondo, nei libri e nei poeti

Cerchi te.

Ma il tuo poeta muore (7) e l’alba

Non vedrà; e dove corra il

Tempo chi lo sa.

Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi

Giovanili corron dietro a delle

Silvie beffeggianti (8);

Si è spenta la fontana, si è

Ossidata la campana (9), perché

Adesso ridi al gioco degli

Amanti?

Sei pronto per gettarti sulle

Strade

L’inutile bagaglio è dentro in te (10),

ma temi il sole e l’acqua prima

O poi cadrà;

1. Son le moto e le auto degli amici che si

lasciano, o quelle di altri che tornano a casa.

2. La metafora è azzeccata. Nei rimasugli

della notte, quelli del ritorno, ritrovi cose

noiose.

3. Un mare piatto ovviamente non è vero

mare.

4. Un po’ contorta: in una collana triste ogni

giorno rappresenta una perla, una piccola

parte.

5. Non fai a tempo a godere che…

6. Fugge e basta, come un lampo non colto,

senza un senso, da intruso come la

giovinezza.

7. I poeti muoiono con la luce, con la realtà.

La notte li culla e li fa sentire vivi.

8. Ragazze imprendibili e idealizzate, ma

ormai scafate, non più poetiche.

9. Ancora il tempo che distrugge le funzioni.

10. Desiderio e rinuncia, bella lotta.

8


E il tempo andato non ritornerà.

Professionisti acuti fra i sorrisi ed

I saluti ironizzano i tuoi dubbi

Sulla vita (11).

Le madri dei tuoi amori sognan

Trepide dottori, ti rinfacciano

Una crisi non chiarita (12),

La sfera di cristallo si è offuscata (13)

E l’aquilone tuo non vola più,

Nemmeno il dubbio resta nei

Pensieri tuoi (14);

E il tempo passa e fermalo se

Puoi.

Se i giorni ti han chiamato tu hai

Risposto da svogliato,

Il sorriso negli specchi è già

Finito (15), nei vicoli e sui muri quel

Buffone che tu eri è rimasto solo

A pianger divertito (16),

Nel seme al vento afferri la

Fortuna

Al rosso saggio chiedi i tuoi

Perché

Vorresti alzarti in piedi a urlare

Chi sei tu (17);

Ma il tempo passa e non ritorna

Più.

E un altro giorno è andato, la sua

Musica ha finito

Quanto tempo è ormai passato

E passerà.

Tu canti nella strada frasi a cui

Nessuno bada (18), il domani, come

Tutto, se ne andrà

Ti guardi nelle mani e stringi il

Vuoto, se guardi nelle tasche

Troverai

Gli spiccioli che ieri non avevi (19),

Ma

Il tempo andato non ritornerà

Il tempo andato non ritornerà.

11. Certo ci son quelli che san sempre tutto

(politici, filosofi, poeti, gente eletta, saggi) e

tengono in ben poco conto i dubbi gucciniani.

Confrontare con “La bambina portoghese”.

12. Guai lasciare la propria figlia a un figlio

tale!

13. Questa divinazione di se stesso, che nel

frangente non riesce, è tipica di De Gregori

(“Rimmel”).

14. Brutto momento. Lo sconforto e non il

dubbio.

15. Insieme l’avvertimento di una giovinezza

fin troppo goliardica, l’esordio della vita che

leva il sorriso.

16. L’ossimoro è perfettamente gucciniano.

Sempre nel dolore, Guccini arriva al

paradosso comico (“Cirano”, “Quattro

stracci”).

17. Resta una forte dignità, la voglia di correre

dietro segnali minimi ma appassionanti (seme

al vento): il desiderio politico (è l’inizio) di

sapere.

18. Abbastanza tipico sentirsi incompresi.

19. C’è qui un topos d’orgoglio libertario: i

pochi soldi che ora faccio, mi cambieranno? Il

successo è questo grande mentitore? Ritrovo

lo stesso tema della prima strofa di “Luci a

San Siro”.

9


RADICI

La casa sul confine della sera

Oscura e silenziosa se ne sta

Respiri un’aria limpida e leggera

E senti voci forse di altra età.

La casa sui confini dei ricordi

La stessa sempre come tu la sai

E tu ricerchi là le tue radici

Se vuoi capire l’anima che hai.

Quanti tempi e quante vite

Sono scivolate via da te

Come il fiume che ti passa attorno:

Tu che hai visto nascere e morire

Gli antenati miei lentamente,

Giorno dopo giorno:

Ed io l’ultimo ti chiedo se conosci in

me qualche segno,

Qualche traccia di ogni vita

O se solamente io ricerco in te

risposta ad ogni cosa non capita.

Ma è inutile cercare le parole

La pietra antica non emette suono

O parla come il mondo e come il sole

Parole troppo grandi per un uomo.

E te li senti dentro quei legami

I riti antichi e i miti del passato

E te li senti dentro come mani

Ma non comprendi più il significato.

Ma che senso esiste

In ciò che è nato dentro ai muri tuoi

Tutto è morto e nessuno ha mai

saputo

O solamente non ha senso chiedersi

Io più mi chiedo e meno ho

conosciuto

Ed io l’ultimo ti chiedo se così sarà

Per un altro dopo che vorrà capire

E se l’altro dopo ti troverà

Il solito silenzio senza fine .

La casa è come un punto di memoria

Le tue radici danno la saggezza

E proprio questa è forse la risposta

E provi un grande senso di dolcezza.

“Radici” è un’ode riservata e perfino struggente,

disperata, a ciò che senti più vicino, più tuo,

anzi più intimo, fin nei muscoli, nelle ossa e nel

codice genetico. Di per sé tutto l’album è una

risposta alle delusioni, non ultima quella

americana.

Guccini si sforza di trovare punti d’appoggio,

motivi da cui partire, ragioni per vivere, dato che

il senso è inafferrabile.

La canzone si sviluppa in alcuni punti cardine.

La casa come cosa viva, un genius loci

immutabile intorno al quale tutto è trascorso e

tutto è rimasto uguale. L’interrogativo su di

che Guccini si accorge di esprimere con un

linguaggio del tutto inadatto, perché “la pietra

antica non emette suono” e parla con parole

“troppo grandi per un uomo”.

La richiesta disperata di un senso, che nessuno

tra i muri di quella casa, nascendovi e

morendovi, ha mai colto con la constatazione

che più ci si chiede e meno si sa.

La straordinaria apertura finale: senso o non

senso, quel che provo qui è dolcezza infinita.

E’ da notare che Guccini ha scelto un

andamento lessicale del tutto elementare, quasi

inelegante, certo non forbito, com’è suo solito,

in perfetta coerenza col luogo. La casa è la sua

infanzia, è il parlar come si mangia e vive, e nel

dialogo viene mantenuto questo rigoroso

rispetto.

10


L’andamento tematico e musicale ricalca quello dei canti anarchici alla Pietro Gori. La

storia Guccini la desume da un memoriale (trent’anni d’officina), dove il gesto del

ferroviere (realmente verificatosi) non è ben compreso. E’ Guccini a renderlo epico.

LOCOMOTIVA

Non so che viso avesse (1),

Neppure come si chiamava

Con che voce parlasse, con

Quale voce poi cantava

Quanti anni avesse visto allora

Di che colore i suoi capelli ma

Nella fantasia ho l’immagine

Sua gli eroi son tutti giovani e

Belli. Conosco invece l’epoca

Dei fatti, qual era il suo

Mestiere i primi anni del

Secolo, macchinista ferroviere

I tempo in cui si cominciava la

Guerra santa dei pezzenti (2)

Sembrava il treno anch’esso,

Un mito di progresso lanciato

Sopra ai continenti. E la

Locomotiva sembrava fosse

Un mostro strano che l’uomo

Dominava con il pensiero e

Con la mano (3), ruggendo si

Lasciava indietro distanze che

Sembravano infinite,

Sembrava avesse dentro un

Potere tremendo la stessa

Forza della dinamite.

Ma un’altra grande forza (4)

Spiegava allora le sue ali

Parole che dicevano gli uomini

So tutti uguali e contro ai re

Ai tiranni scoppiava nella vita

La bomba proletaria, e

Illuminava l’aria la fiaccola

Dell’anarchia. Un treno tutti i

Giorni passava dalla sua

Stazione un treno di lusso,

Lontana destinazione, vedeva

Gente riverita, pensava a quei

Velluti e agli ori, pensava al

Magro giorno della sua gente

Attorno pensava a un treno

Pieno di signori (5).

1. Vero sia nel memoriale, sia per Guccini, ma

poco importa. In realtà l’atto sublimerà l’uomo e

diventeranno irrilevanti i connotati di fronte al

simbolo rappresentato.

2. Dalla rivoluzione industriale in poi è tutto un

prender coscienza popolare. L’esternazione varia

dal nascente socialismo, all’inflessibilità anarchica

verso qualsiasi potere.

3. Nel treno del “signori”, nella “loro” locomotiva

c’è tutto l’ottimismo scientifico della borghesia, c’è

la certezza di poter dominare la natura e gli eventi

come eredità illuministica che troverà riscontro nel

nascente futurismo.

Ma nella stessa locomotiva il ferroviere raffigura

ben altra forza.

4. La contrapposizione tra due concetti è

lampante. All’orgogliosa, superba tracotanza della

borghesia (vedi “Titanic” di De Gregori), per la

prima volta nella storia si oppone una coscienza

nuova e a suon di bombe.

5. Il concetto di lotta di classe è agli esordi, in

Italia. Notare come Guccini opponga lusso a

miseria, che son gli effetti più che i motivi della

disuguaglianza: è il pensiero del ferroviere.

11


Non so che cosa accade (6),

Perché prese la decisione

Forse una rabbia antica,

Generazioni senza nome che

Urlarono vendetta gli

Accecarono il cuore,

Dimenticò pietà, scordò la sua

Bontà la bomba sua la

Macchina a vapore. E sul

Binario stava la locomotiva la

Macchina pulsante sembrava

Fosse cosa viva sembrava un

Giovane puledro che appena

Liberato il freno mordesse la

Rotaia con muscoli d’acciaio

Con forza cieca di baleno (7).

E un giorno come gli altri, ma

Forse con più rabbia in corpo

Pensò che aveva il modo di

Riparare a qualche torto salì

Sul mostro che dormiva cercò

Di mandar via la sua paura (8) e

Prima di pensare a quel che

Stava a fare il mostro divorava

La pianura.

Correva l’altro treno ignaro e

Quasi senza fretta nessuno

Immaginava di andare verso

La vendetta ma alla stazione

Di Bologna arrivò la notizia in

Un baleno notizia

D’emergenza agite con

Urgenza un pazzo si è lanciato

Contro al treno (9). Ma intanto

Corre corre corre la

Locomotiva e sibila il vapore,

E sembra quasi cosa viva e

Sembra dire ai contadini curvi

Il fischio che si spande in aria

Fratello non temere che corro

Al mio dovere trionfi la giustizia

Proletaria (10).

E corre corre corre corre

Sempre più forte e corre corre

Corre corre verso la morte e il

Niente ormai può trattenere

L’immensa forza distruttrice

Aspetta sol lo schianto e poi che

giunga il manto della

Grande consolatrice (12).

La storia ci racconta come finì

La corsa la macchina deviata

6. Come quando le cose a lungo represse

sbottano di colpo. Bella la digressione un po’

romanzata, quasi da sceneggiatura del “dimenticò

pietà…”, quasi un pensar fumettistico.

7. La locomotiva negli occhi del ferroviere è ben

altra cosa da quel “simbolo di progresso” della

superba borghesia. La metafora tutta naturale

(puledro-muscoli) le restituisce umanità. Quella

forza imbrigliata non contro, ma al servizio degli

uomini giusti, diventa ora complice, cospira, come

cosa viva, per la “grande proletaria”.

8. Tocco finissimo. Certo che aveva paura: non si

rendeva nemmeno ben conto di quel che stava

per fare.

9. L’azione è destinata a fallire, scattano i

controlli, si prendono le contromisure. Notare

l’indifferenza e la sicumera dei viaggiatori che,

ancora come in “Titanic”, non sanno di andare

verso l’annientamento.

10. Immagine da favola, riscontro da Perrault, da

“Gatto con gli stivali”. “Di chi son queste terre?”.

“Del marchese di Carabas”, rispondevano i

contadini. Qui alzano il capo, ignari, increduli. Sta

al ferroviere rassicurarli e galvanizzarli: “Lo faccio

fuori il marchese di Carabas”.

11. La morte è lì pronta per tutti, anche per lui, e

lo sa. Notare l’andamento thrilling del narrato:

siamo col fiato sospeso per sapere come andrà a

finire. Il “corre corre corre corre” più volte ripetuto

ci fa sentire i sobbalzi delle ruote sulle rotaie, è

onomatopeico.

12. Chicca. “Consolatrice” è ironico. Così si

presenta la morte nella tradizione cristianoconsolatoria

nei confronti dei derelitti: ha finito di

soffrire, ora è in cielo con Dio.

12


Lungo una linea morta con

L’ultimo suo grido d’animale la

Macchina eruttò lapilli e lava

Esplose contro il cielo, poi il

Fumo sparse il velo lo

Raccolsero che ancora

Respirava (13). Ma a noi piace

Pensarlo ancora dietro al

Motore mentre fa correr via la

Macchina a vapore e che ci

Giunga un giorno ancora la

Notizia di una locomotiva,

Come una cosa viva lanciata

A bomba contro l’ingiustizia (14).

13. Qui storia e leggenda si dividono. La cronaca

racconta come la locomotiva sia stata deviata su

un binario morto e sia esplosa in perfetta

solitudine uccidendo l’anarchico. Ancorché

ridicolo e insensato l’atto finì, per il potere, nel

nulla e assunse i contorni del patetico.

14. La leggenda, il sogno, non hanno invece fine.

Nell’immaginario di chi sa e di chi soffre, quella

locomotiva continua a correre, viva come lo spirito

di chi la anima contro l’ingiustizia. Lo scarto tra

l’immaginario e il reale rende grandissima la

canzone: né romanzo, né romanticheria di bassa

lega perché la verità fu quella che fu e non si può

nascondere, ma il mito che ne nasce la cancella e

la umilia.

13


E’ l’incontro, dopo tanti anni a Modena, con un’amica di gioventù. Lei, a suo tempo

innamorata di Francesco, è partita, si è sposata con un giovane americano, l’ha lasciato

per un altro causandone il suicidio ed è tornata in Italia. Guccini, com’è suo solito, parte da

una persona per investirla poi di valenze, simboli e significati più ampi.

INCONTRO

E correndo mi incontrò lungo

Le scale

Quasi nulla mi sembrò

Cambiato in lei

La tristezza poi ci avvolse come

Miele

Per il tempo scivolato su noi

Due

Il sole, che calava già,

Rosseggiava la città,

Già nostra e ora,

Straniera e incredibile e

Fredda;

Come un istante deja-vu

Ombra della gioventù

Ci circondava la nebbia.

Auto ferme ci guardavano in

Silenzio

Vecchie mura proponevan

Nuovi eroi

Dieci anni da narrare l’uno

All’altro

Ma le frasi rimanevan dentro

In noi;

Cosa fai? Ti ricordi? Eran

Belli

I nostri tempi!

Ti ho scritto, è un anno,

Mi han detto che eri ancora via;

E poi la cena a casa sua

La mia nuova cortesia,

Stoviglie color nostalgia.

E le frasi, quasi fossimo due

Vecchi

Rincorrevan solo il tempo dietro

A noi

Per la prima volta vidi quegli

Specchi

Capii i quadri, i soprammobili

Ed i suoi,

E’ uno stato d’animo denso, corposo, ma dolce in

fondo. Il tempo, altro topos, è fuggito silenzioso,

scivolando sul cuore.

Nessuno dei due sente più Modena come

presenza viva; al tramonto diventa irreale.

Solo l’avvento della nebbia ricostruisce un ricordo

fisico del passato.

Ovviamente stanno camminando per strada e

chiacchierano. Le auto diventano persone

indifferenti, ma è un transfert: l’indifferenza vera è

la loro. Le scritte sui muri in dieci anni sono

cambiate, perché diversi sono i miti.

Le cose che si dicono sono usuali, banali: non

hanno quasi il coraggio di affrontare temi seri.

“Eran belli i nostri tempi” è ancora un transfert:

com’eravamo belli noi allora.

L’imbarazzo dell’intimità, annullata dal tempo,

costringe a un nuovo tipo di approccio cortese ma

forzato. Paradosso: tutto, anche gli oggetti, san di

nostalgia. Siamo a Gozzano.

Non sanno parlare di ora.

Francesco nota con altri occhi, con diversa

interpretazione, da un’altra angolazione perfino

cose minime di quella casa.

Anche i miti di lei e suoi sono passati:

sembravano una cosa sola con la vita,

significavano la vita e non sono più niente. E’ il

relativismo gucciniano.

14


I nostri miti morti ormai

La scoperta di Hemingway

Il sentirsi nuovi

Le cose sognate, ora viste:

La mia America e la sua

Diventate nella via

La nostra città tanto triste.

Carte e vento volan via nella

Stazione

Freddo e luci accesi forse per

Noi lì

Ed infine e in breve la sua

Situazione

Uguale quasi a tanti nostri film;

Come in un libro scritto male

Lui si era ucciso per natale,

Ma il triste racconto

Sembrava assorbito dal buio;

Povera amica, che narravi

Dieci anni in poche frasi

Ed io i miei in un solo saluto.

E pensavo dondolato dal

Vagone

Cara amica, il tempo prende e

Il tempo dà;

Noi corriamo sempre in una

Direzione,

Ma qual sia e che senso abbia

Chi lo sa;

Restano i sogni senza tempo,

Le impressioni

Di un bel momento

Le luci nel buio di case intraviste

Da un treno

Siamo qualcosa che non resta,

Frasi

Vuote nella testa

E il cuore di simboli piano.

Hemingway, Barks, Melville sono nuvole e fumo,

si riflettono in Modena, piccola e triste.

Dopo tanti preamboli è lei a raccontare: il viaggio,

l’addio al marito, il suo suicidio proprio nel giorno

di natale. Bellissimo il commento “come in un libro

scritto male”. Quello che sarebbe stato kitsch in

narrativa diventa tragico in realtà.

Ma in fin dei conti Francesco si accorge che la sta

ad ascoltare per caso, per educazione. Il tempo

ha tolto loro anche il pathos, il cordoglio è minimo.

Bellissimo: il massimo del riassunto: dieci anni in

un saluto.

E’ il treno del ritorno a Bologna. Francesco ora è

solo.

Questa è definizione base della vita. A noi è

concessa solo la libertà di muoverci, la dialettica,

ma non di conoscere la direzione ed il senso.

Nel muoverci ci difendiamo coi sogni, gioiamo e

soffriamo un attimo ogni tanto.

La metafora, semplicissima, gli viene dal fatto che

sta appunto viaggiando in treno. Bagliori, luci

indistinte ogni tanto ci fan sospettare l’esistenza di

una verità: ma noi passiamo, intravediamo

soltanto e non riusciamo mai a collegare i bagliori

in un’unica immagine. Non riusciamo, da frasi

spezzate, a costruire un racconto sensato.

15


La “Canzone della bambina portoghese”, strano titolo fortemente emblematico, contiene

quasi tutti i temi fondamentali della poetica di Guccini. L’avversione spietata per i

depositari della verità, innanzitutto, e il loro viscidume, l’ipocrisia, la violenza a parole. Poi

il mistero del mondo, fitto e invalicabile appena appena decodificabile in mezze, veloci,

elusive intuizioni che qua e là t’assalgono. E infine che la risposta è nella domanda, che il

“senso”, cioè, è un circolo chiuso: è nel voler conoscere il vivere la vera ambiguità. Si

muore del vivere.

La canzone è come divisa in due parti: soliloqui all’inizio e alla fine è la presenza della

bambina, del suo smarrimento nel corpo centrale.

CANZONE DELLA BAMBINA

PORTOGHESE

E poi, e poi (1)

Gente viene qui e ti dice

Di saper già

Ogni legge delle cose;

E tutti, sai (2),

Vantano un orgoglio cieco

Di verità

Fatte di formule vuote;

E tutti, sai,

Ti san dire come fare

Quali leggi rispettare,

Quali regole osservare,

Qual è il vero vero:

E poi, e poi,

Tutti chiusi in tante celle

Fanno a chi parla più forte

Per non dir che stelle e morte (3)

Fan paura.

Non c’eran parole

Rumori soltanto

Come voci sorprese (4);

Il mare soltanto

E il suo primo bikini amaranto:

Le cose più belle

E la gioia del caldo alla pelle (5).

Gli amici vicini (6)

Sembravan sommersi

Dalla voce del mare;

O sogni, o visioni

Qualcosa la prese

E si mise a pensare;

1. Come se continuasse un discorso, o meglio

un’arringa contro qualcuno.

2. Quel “sai” ripetuto è come rivolto a se stesso.

3. Tutti i concetti lontani, incomprensibili vanno

esorcizzati dai “saccenti”.

4. Il cambio di scena è improvviso. I rumori sono

indecifrabili, come discorsi colti a metà e non

compresi.

5. In realtà è una ragazza, sola davanti all’oceano

col suo bikini coloratissimo e la vita che si fa

sentire sulla sua pelle.

6. Tutto le scompare intorno. All’improvviso, quasi

a sua insaputa, vien colta da un pensiero

immenso quasi insostenibile.

16


Sentì che era un punto

Al limite di un continente (7);

Sentì che era un niente

L’Atlantico immenso di fronte;

E in questo, sentiva

Qualcosa di grande

Che non riusciva a capire (8)

Che non poteva intuire;

Che avrebbe spiegato

Se avesse capito

Lei, e l’oceano infinito:

Ma il caldo l’avvolse (9)

Si sentì svanire

E si mise a dormire;

E fu solo del sole

Come di mani future;

Restaron soltanto

Il mare e un bikini amaranto.

E poi, e poi (10)

Se ti scopri a ricordare

Ti accorgerai

Che non te ne importa niente.

E capirai

Che una sera o una stagione

Son come lampi

Luci accese e dopo spente (11);

E capirai

Che la vera ambiguità (12)

E’ la vita che viviamo, il

Qualcosa

Che chiamiamo esser uomini;

E capirai

Che quel vizio che ti ucciderà

Non sarà fumare o bere,

Ma il qualcosa che ti porti

Dentro

Cioè vivere.

7. In questo momento la bambina è l’umanità tutta

al centro del suo universo tra l’immensità

dell’oceano davanti e l’infinità delle terre alle sue

spalle. Il Portogallo è l’estremo ovest infatti.

8. Una folgorazione inspiegabile, l’avvertimento

vivo, ma troppo breve, del senso delle cose, della

vita. Tutto ha contribuito a darle questa

appercezione: l’unicità della collocazione

geografica, la serenità del suo animo, la

protezione totale del silenzio.

9. Ma è probabilmente troppo per una bambina o

ragazza che sia. Svanita la congiunzione di

elementi più unica che rara, arriva la stanchezza,

il sonno e il sogno di amori futuri.

10. L’”e poi, e poi” riconduce alla situazione

iniziale. Il quadro svanisce, resta Guccini a

commentarlo.

11. O forse i ricordi, forse questi segni sono

nostre difese, sono niente: tutto va e viene, nulla

resta.

12. Il teorema non ha soluzione, si risolve nel suo

enunciato. L’ambiguità, l’incertezza è propria degli

uomini e della loro “medesimezza”. Vivere è la

proiezione del nostro modo di pensarlo ed è la

morte che ci portiamo dietro.

17


IL VECCHIO E IL BAMBINO

Un vecchio e un bambino si

Preser per mano

E andarono insieme incontro

Alla sera:

La polvere rossa si alzava

Lontano

E il sole brillava di luce non

Vera (1);

L’immensa pianura sembrava

Arrivare

Fin dove l’occhio di un uomo

Poteva guardare

E tutto d’intorno non c’era

Nessuno

Solo il tetro contorno di torri di

Fumo.

I due camminavano, il giorno

Cadeva

Il vecchio parlava e piano

Piangeva (2)

Con l’anima assente, con gli

Occhi bagnati

Seguiva il ricordo di miti

Passati

I vecchi subiscono l’ingiuria

Degli anni

Non sanno distinguere il vero

Dai sogni (3)

I vecchi non sanno nel loro

pensiero

Distinguere nei sogni il falso dal

Vero.

E il vecchio diceva,

Guardando lontano

Immagina questo coperto di

Grano

Immagina i frutti, immagina i

Fiori

E pensa alle voci, e pensa ai

Colori,

E in questa pianura, fin dove

Si perde

Crescevano gli alberi, e tutto

Era verde

Cadeva la pioggia,

Segnavano i soli

Il ritmo dell’uomo e delle

Stagioni (4).

“Il vecchio e il bambino” è una favola così

semplice e bella che trovo superfluo

commentarla.

Sottolineo solo alcune cose.

1. Sia la luce non naturale, sia la pianura a perdita

d’occhio, sia l’assenza di esseri viventi lascian

pensare che non ci troviamo in un mondo

abituale.

2. Il vecchio racconta cose che ha visto, ha amato

e non ci son più ma, sottile ironia…

3. … i vecchi non sono sempre credibili perché

confondono la realtà con i sogni, non sempre

distinguono il falso dal vero.

4. Il vecchio vede, tocca ciò di cui sta parlando. Il

bambino può solo immaginarlo, è una partita

persa.

18


Il bimbo ristette, lo sguardo era

Triste

E gli occhi guardavano cose

Mai viste

E poi disse al vecchio, con

Voce sognante

Mi piaccion le fiabe (5),

Raccontane tante.

5. Non è esistito niente, è tutto inventato, pensa il

bambino. Si sa, i vecchi inventano. Però il racconto

gli ha lasciato un segno dolcissimo (simile a quello

di “Radici” e “Canzone della bambina portoghese”)

e ne chiede un altro altrettanto falso e altrettanto

bello.

19


Le “Stanze” sono, per ammissione dello stesso Francesco, il disco da lui più odiato. Non

c’entrano le canzoni, o forse c’entrano in un secondo tempo, in una successiva autocritica.

La colpa fu del rapporto ormai agli estremi tra Guccini e il suo produttore Pier Farri,

romano, che si era messo in testa di cambiar tutto, modernizzare, seguire i tempi. Ma fu

anche colpa del pesantissimo rigurgito d’inquietudini e malinconie toste che presero

Guccini in quel periodo: molte delle sue canoniche “incertezze” sembravano infatti segnar

il passo. Guccini non riusciva a rileggersi nei movimenti salvifici, nella sbornia

contestataria, nella prosopopea politica di parecchia gioventù: non sentiva nelle sue corde

tutto quel parlare e fare illuminato e spavaldo, non erano sue quelle rivoluzioni per gioco,

né le borgheserie da battaglia, come già aveva chiarito nella “Canzone della bambina

portoghese”.

Lui era l’uomo della confusione dolce, del pensiero che si sovrappone al pensiero, in corsa

senza fine e avvertiva in quell’esagerata allegria sognante e monolitica l’inganno di altri

dogmi, di altre idee fatte, lì lì a venire e dunque puzza di bruciato, persino nel successo di

alcuni colleghi troppo frettolosamente vessilliferi del “nuovo”, pur stando aggrappati al

salvagente dell’industria discografica (vedere, in seguito, “L’avvelenata” e “Via Paolo

Fabbri 43”).

Ma l’attacco frontale, a difesa accanita della propria coerenza, dei propri dubbi, si

svilupperà in un secondo momento. Guccini dovrà prima passare attraverso lo sconforto

del ’73-’74 e, con lo sconforto, il riepilogo nostalgico, perfino romantico degli anni recenti,

delle amicizie aperte, delle canzoni improvvisate fino all’alba, dei discorsi inconcludenti e

liberatori, dei colori tenui, delle malinconie sfumate per le piccole cose che lo stanno

abbandonando e non sono più come prima, sfuggono nel tempo.

Dovrà cioè far un appello dei sogni, considerare quali sono ancor vivi, quali abbiano

ancora la forza per farlo tornare in campo. E’ una crisi: profonda, necessaria per

riprendere il combattimento e seppellire di nuovi dubbi e nuove più universali speranze,

non limitate, circoscritte, frettolose, i neofiti che stan giocando a sapere tutto, provare tutto,

cancellare tutto.

Da questa crisi nascono le sei canzoni di “Stanze di vita quotidiana”: stanze in due sensi,

come luoghi appartati e come composizioni metriche, ovvero ballate dalle strofe tutte

uguali, tutte melodicamente simili. Ne scaturisce un percorso della memoria e delle cose

necessariamente perdute ma vive in un attimo che egli scopre non più adolescente, non

più indifferente o giullaresco o sanguigno per malcelata spacconeria: ora, dentro, sta

soffrendo davvero e c’è poco da scherzare.

20


Ne vien fuori il Guccini più prossimo a chi si ripiega su se stesso e ascolta; un

campionario, un diario di eventi spezzettati, filtrati, ricommentati e difesi, riamati, giocando

sulla finta ammissione di non più volerli. Ma è una maschera. Guccini è solo in attesa, in

stallo, in “surplace”, pronto a lanciarsi di nuovo.

21


CANZONE DELLE OSTERIE DI

FUORI PORTA

Sono ancora aperte come un

tempo le osterie di fuori porta

Ma la gente che ci andava a bere

fuori o dentro è tutta morta.

Qualcuno è andato per età,

qualcuno perché già dottore e

insegue una maturità:

Si è sposato, fa carriera ed è una

morte un po’ peggiore.

Cadon come foglie o gli ubriachi

sulle strade che hanno scelto,

Delle rabbie antiche non rimane

che una frase o qualche gesto,

Non so se scusano il passato, per

giovinezza o per errore, non so se

ancora desto in loro,

Se m’incontrano per forza, la

curiosità o il timore.

Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro

sempre a far mattino

Le carte, poi il caffè della stazione

per neutralizzare il vino;

Ma non ho scuse da portare, non

dico più d’esser poeta, non ho

utopie da realizzare,

Stare a letto il giorno dopo è forse

l’unica mia meta.

Si alza sempre lenta come un

tempo l’alba magica in collina,

Ma non provo più quando la guardo

quello che provavo prima,

Ladri e profeti di futuro mi hanno

portato via parecchio, il giorno è

sempre un po’ più oscuro,

Sarà forse perché è storia, sarà

forse perché invecchio.

Ma le strade sono piene di una

rabbia che ogni giorno urla più

forte,

Son caduti i fiori e hanno lasciato

solo simboli di morte.

Dimmi se son da lapidare, se mi

nascondo sempre più, ma ognuno

ha la sua pietra pronta e la prima,

non negare, me la tireresti tu.

I postacci “underground” dove si beve, si suona,

si cazzeggia con amici esistono ancora. Ma

nessuno ci va più. La crescita sociale,

l’avvertimento del reale sono vissuti da Guccini

come sconfitta.

L’allineamento temuto e spesso deriso gli ha

portato via i più cari. Ma la fine peggiore è

sposarsi e far carriera.

Delle sue e altrui rabbie: sono esistenziali, totali,

non si risolvono con gli slogan.

Qualcuno si è pentito del passato (tempo perso,

goliardia, velleitarismo lo considerano). Non

salutano Francesco: han paura che gli ricordi la

loro libertà.

Minimalismo, autosputtanamento sincero. Guccini

è in “surplace”, dice di vivere come prima, lui solo,

ma esclusivamente per abitudine, per ruolo

contratto. E’ in agguato la noia.

Ogni inizio giornata segnava la programmazione

di una nuova sfida. Ora non più. Eccoli i “so tutto”,

ecco la vecchia e nuova generazione di certezze

rivelate: con loro il giorno diventa storia, analisi

pragmatica; cessa di essere fantasia.

Non è una gran bella visione del dopo ’68!

La “variatio” è fortemente emotiva: ora dà del tu a

un interlocutore (o alla coscienza?). Perché, si

chiede, non provo entusiasmo?

22


Sono più famoso che in quel tempo

quando tu mi conoscevi,

Non più amici, e un pubblico che

ascolta le canzoni in cui credevi,

E forse ridono di me, ma in fondo la

coscienza pura, non rider se dico

questo, ride chi ha nel cuore l’odio

e nella mente la paura.

Ma non devi credere che questo

abbia cambiato la mia vita;

E’ una cosa piccola di ieri che

domani è già finita,

Son sempre qui vivermi addosso,

ho dai miei giorni quanto basta, ho

dalla gloria quel che posso

Cioè qualcosa che andrà presto

quasi come i soldi in tasca.

Non lo crederesti ho quasi chiuso

tutti gli usci all’avventura,

Non perché metterò la testa a

posto, ma per noia o per paura.

Non passo notti disperate, su quel

che ho fatto o quel che ho avuto; le

cose andate sono andate

Ed ho per unico rimorso le

occasioni che ho perduto.

Sono ancora aperte come un

tempo le osterie di fuori porta,

Ma la gente che ci andava a bere

fuori o dentro è tutta morta.

Qualcuno è andato per formarsi,

chi per seguire la ragione, chi

perché stanco di giocare,

Bere il vino, sputtanarsi ed è una

morte un po’ peggiore.

Il solito topos del successo che elimina la purezza

naif è qui ben calcolato, sincero. La crisi genera

insicurezza. Ha il timore di cantare cose fuori dal

tempo, da quel tempo. La massima finale fa parte

delle sue tipiche sparate.

Colpo di reni, levata d’orgoglio: la mia vita non

l’han cambiata né i soldi, né le delusioni. La vita è

un battito di ciglia, va e viene, non si fa mettere

nel sacco, né definire. Gloria e soldi sono

ectoplasmi.

Qui la confessione si fa atroce. E la difesa dell’io

è accanita: sono io a scegliere il mio “surplace”, io

perché son stufo. Non è il mondo a cambiarmi,

Qui vien fuori la “consolatio anceps”: Guccini dice

una cosa e ne pensa un’altra, manda tutto a

puttane ma in fondo ci crede ancora.

La chiusa è ancora un colpo d’ala. Le due azioni

(formarsi – seguire una ragione) sono all’antitesi

col suo mondo, ma tant’è, c’è chi le prende in

considerazione. Peggio, molto peggio barattare

l’infanzia perenne del pensiero (giocare) con le

finte sicurezze che la vita propone.

In tutta la canzone Guccini gioca andate e ritorni,

rimbalzi e trattenute: a volte sembra serissimo,

persino sconfortato, ma subito dopo ha guizzi

d’antico credo. Mente a se stesso, sa benissimo

di non voler cambiare, ma il momento è brutto, gli

amici disertano, la voglia di mandar tutto a

puttane è fortissima.

23


CANZONE PER PIERO

Mio vecchio amico di giorni e

pensieri

Da quanto tempo che ci

conosciamo,

Venticinque anni sono tanti e

diciamo

Un po’ retorici che sembra ieri.

Invece io so che è diverso e tu sai

Quello che il tempo ci ha preso e ci

ha dato

Io appena giovane sono

invecchiato,

Tu forse giovane non sei stato mai.

Ma d’illusioni non ne abbiamo

avute,

O forse sì, ma nemmeno ricordo,

Tutte parole che si son perdute

Con la realtà incontrata ogni

giorno.

Chi glielo dice a chi è giovane

adesso

Di quante volte si possa sbagliare

Fino al disgusto di ricominciare

Perché ogni volta è poi sempre lo

stesso.

Eppure il mondo continua e va

avanti

Con noi o senza e ogni cosa si

crea su ciò che muore e ogni

nuova idea

Su vecchie idee e ogni gioia sui

pianti.

Ma più che triste ora è buffo

pensare

A tutti i giorni che abbiamo sprecati

A tutti gli attimi lasciati andare

Ai miti belli delle nostre estati.

Dopo l’inverno e l’angoscia in città

Quei lunghi mesi sdraiati davanti

Liberazione del fiume e dei monti

E linfa aspra della nostra età.

Quei giorni spesi a parlare di niente

Sdraiati al sole inseguendo la vita

Come l’avessimo sempre capita

Come qualcosa capito per sempre.

Ancora il tempo, il ricordo come protagonisti. Qui

la canzone è diretta: l’amico è il paravento ad uno

sdoppiamento, Guccini parla spesso con un altro

se stesso.

C’è lo stesso topos del frate, ma più diretto. Certi i

due sono differenti, ma in entrambi la gioventù è

utopia, spazio breve e illusorio.

Guccini ha sempre vissuto alla giornata.

L’illusione che qui intende è quella che proietta

verso un domani con l’obbligo di costruire

qualcosa.

Sasso leopardiano. Guccini non crede agli

sfrenati ottimismi della nuova generazione. La

verità è ciclica e torna sempre dov’era partita.

Guccini guarda fuori da sé. “Ci credevamo”, dice,

“unici e invincibili”, persino indispensabili. Non è

così: il mondo è altra roba e (qui sta il punto) vive

su vecchie idee riciclate.

“Variatio”. Via la tristezza.

Il paradiso di Pavana, il luogo senza luoghi, oltre il

pensiero.

L’illusione, lì, sdraiati al sole, nel silenzio, di aver

compreso il flusso dell’esistenza. Perché lì

sembrava semplice, senza segreti.

24


Il mio Leopardi, le tue teologie

Esiste Dio? Le risate più pazze,

Le sbornie assurde, le mie fantasie

Le mie avventure in città con

ragazze.

Poi quell’amore alla fine reale

Fra le canzoni di moda e le danze

“E’ in gamba sai, legge Edgar Lee

Masters…”

Mi ha detto no, non dovrei mai

pensare.

Le sigarette con rabbia fumate

I blue jeans vecchi e le poche lire

Sembrava che non dovesse finire

Ma ad ogni autunno finiva l’estate.

Poi tutto è andato e diciamo siam

vecchi

Ma cosa siamo e che senso ha mai

questo nostro cammino di sogni fra

specchi

Tu che lavori quando io vado a

letto.

Io dico sempre non voglio capire

Ma è come un vizio sottile e più

peso

Più mi ritrovo questo vuoto

immenso

E per rimedio soltanto il dormire.

E poi ogni giorno mi torno a

svegliare

E resto incredulo, non vorrei

alzarmi

Ma vivo ancora e son lì ad

aspettarmi

Le mie domande, il mio niente, il

mio male.

I discorsi partivan sempre seri e su temi alti. Poi

prendevan strade intrecciate, diverse, d’evasione.

Il quadro è idilliaco, liberatorio, intriso di felicità

nostalgica, piccola sintesi di Guccini giullare e

Kafka insieme.

Dopo tante cose immaginate una vera: l’amore,

una donna in carne ed ossa. Notare come Guccini

la giustifichi intellettualmente con l’amico. No, non

è una sguincia qualunque, legge Masters, quindi

pensa, ha dubbi, è simile a me.

Guccini parla spesso di personaggi femminili, ma

raramente dei suoi incontri, dei suoi amori. C’è in

lui una ritrosia al sentimentalismo che gli deriva

dall’esigenza di farsi sempre vedere padrone di

se stesso: la sofferenza per una donna

turberebbe questo equilibrio. Giustificata invece è

la sofferenza per il mondo e gli eventi: lì se ne

esce sempre vincitori anche quando si perde.

Non si può fermare il tempo nel mito del continuo

attendere. Nemmeno più l’America è solo canzoni

e Tex Willer.

La vecchiaia per Guccini è un accorgersi

estemporaneo, in qualsiasi istante, della

precarietà di dominio sul vivere. Ovvero, finché lui

tira le fila persino illusorie dell’esistenza

esorcizzandola tra maledizioni, derisioni, slanci,

passioni, finché specchia solo se stesso, è forte,

invincibile. Quando per un qualsiasi motivo gli

specchi si moltiplicano e non riflettono solo sogni,

irrompe la vecchiaia come malattia dello spirito,

indifferenza, noia.

Ecco gli effetti, calano le difese, meglio non

pensare più: è l’annuncio di Filemazio in

“Bisanzio”.

Ma la vecchiaia non è definitiva. Qualcosa si

muove sempre dentro, basta aspettare, anzi

aspettarsi per riprendere il filo del sogno interrotto

in questo viaggio apparentemente assurdo.

25


“Via Paolo Fabbri 43” è un album fremente, iperattivo, combattivo, uno dei più amati da

Guccini; è anche musicalmente uno dei più belli. Francesco esce dal torpore delle “Stanze

di vita quotidiana” e ritrova la voglia di scrivere e confrontarsi, grazie all’”Osteria delle

dame”, agli amici che in realtà non ha mai perduto e soprattutto ad un nuovo amore. C’è in

“Paolo Fabbri” (la via dove prende casa a Bologna), il riappropriarsi con orgoglio della

malinconia, del dubbio, della solitudine incalzante. La lamentela di due anni prima si

trasforma in tensione positiva, a difesa della propria voluta povertà spettacolare, e in ode

alla personale libertà artistica. Se in “Canzone di notte n. 2” e in “Canzone quasi d’amore” i

temi non cambiano e continua il soliloquio notturno sul più e sul meno in chiave di

distacco, c’è però di nuovo la convinzione nel proprio ruolo, l’orgoglio delle proprie piccole

cose e di quelle grandi continuamente sfiorate: Guccini torna protagonista, si erge nel suo

minimalismo, misura ed esprime in sé tutta l’umanità che conosce e che non cambia col

vento. Nuova forza dunque, accentuata dalla novità (si fa per dire) dell’arrembaggio, della

sparata contro i nemici, dell’ironia finalmente divertita. Ecco quindi il soliloquio di “Via

Paolo Fabbri”, ecco la splendida “Avvelenata”, atto d’amore e di libertà, testamento di

onestà intellettuale, di coerenza, d’indipendenza, sbattuto in faccia a chi l’aveva troppo

presto inserito nel coro.

Guccini è alle soglie del gran volo: di qui a poco uscirà dalle “dame” e si esibirà in concerti

pubblici. Ma né la celebrità, né l’amore, né il tempo che passa basteranno a fargli mettere

“la testa a posto”: morirà “pecora nera”, perché profonda, viscerale è la sua “anarchia”,

perché l’amore per se stesso, non in chiave di presunzione, ma di tenerezza, orgoglio e

autodifesa, non gli permetteranno d’essere diverso da quel che è.

Guarda, scruta, non si ferma un attimo: lo incuriosisce un pensionato al pari di Borges e

non pone limiti a questa ricerca ansiosa e ostinata di tutto quello che è “umano” e del

perché sia così e non altrimenti. La notte resta un regno: metà per cantare, metà per

scrivere, sempre per bere. E’ lì che ferma il tempo, collega i ritagli, ridipinge i tratteggi,

fotografa le impressioni: perché questo in fondo son le canzoni, si scrivono quando

vengono, quando si può; nascono e viaggiano come episodi, storie di un giorno e non

hanno la pretesa di rivelare verità eterne né di illuminare il buio della notte. La notte è già

luminosa di per sé, basta viverla.

26


CANZONE DI NOTTE N. 2

E un’altra volta è notte e suono

Non so nemmeno io per che

Motivo

Forse perché son vivo

E voglio in questo modo dire

“Sono” (1)

O forse perché è un modo pure

Questo per non andare a letto

O forse perché ancora c’è da bere

E mi riempio il bicchiere (2).

E l’eco si è smorzato appena

Delle risate fatte con gli amici

Dei brindisi felici

In cui ciascuno chiude la sua

Pena

In cui ciascuno non è come

Adesso

Da solo con se stesso

A dir dove ha mancato, dove è

Stato

A dir dove ho sbagliato (3).

Eppure fa piacere, a sera

Andarsene per strade ed osterie

Vino e malinconie

E due canzoni fatte alla leggera

In cui gridando celi il desiderio

Che sian presi sul serio

Il fatto che sei triste, o che t’annoi

E tutti i dubbi tuoi (4).

Ma i moralisti han chiuso i bar

E le morali han chiuso i vostri cuori

E spento i vostri ardori

E’ bello ritornar normalità

E’ facile tornare con le tante

Stanche pecore bianche

Scusate non mi lego a questa

Schiera

Morrò pecora nera.

Saranno cose già sentite (5)

O scritte sopra un metro un po’

Stantio

Ma intanto questo è mio (6)

E pi voi queste cose non le dite

Poi certo per chi non è abituato

Pensare è sconsigliato

Poi è bene essere poco

Diffidente

Per chi è un po’ differente.

Ma adesso avete voi il potere

Adesso avete voi supremazia

Diritto e polizia gli dei,

1. Ritorna prepotente l’autoaffermazione a cui fa

subito seguito…

2. … la drammatizzazione, l’ode al “quotidiano).

3. Insieme si è forti, si è uniti, persino

nell’approssimazione, nella presunta importanza

delle frasi che si dicono: da soli tornano le paure

e i rimorsi. C’è con notevole anticipo il mondo di

“Vita spericolata”, ma con una gran differenza:

qui non si cerca la trasgressione, ma un motivo

per restare. Si fa ancora conto di aver sbagliato

qualcosa personalmente. Non si fugge, si cerca

di capire.

4. E’ uno scherzo, ma non troppo. La

confessione, lo sfogo, chiedono implicitamente

un riscontro, una comprensione.

5. Bello l’uno-due “moralisti-morale” con cambio

di scenario. “Si chiudono le osterie e molti di voi

passano la mano”. “Io no”: ho come

l’impressione che tra le pecore bianche Guccini

metta un po’ tutti, non solo gli allineati.

6. Ancora un’autoaffermazione: “mio”. Lui ha il

coraggio di dirle queste cose.

27


I comandamenti ed il dovere

Purtroppo non so come siete in

Tanti

E molti qui davanti

Ignorano quel tarlo mai sincero (7)

Che chiamano pensiero.

Però non siate preoccupati

Noi siamo gente che finisce male

Galera e ospedale

Gli anarchici li han sempre

Bastonati

E il libertario è sempre controllato

Dal clero o dallo stato non

Scampa,

Fra chi veste da parata (8)

Chi veste una risata.

O forse non è qui il problema

E ognuno vive dentro ai suoi

Egoismi

Vestiti di sofismi

E ognuno costruisce il suo sistema

(9)

Di piccoli rancori irrazionali

Di cosmi personali

Scordando che poi infine tutti

Avremo

Due metri di terreno.

E un’altra volta è notte e suono

Non so nemmeno perché sono vivo

O forse per sentirmi meno solo

O forse perché a notte vivon strani

Fantasmi e sogni vani (10)

Che danno quell’ipocondria ben

Nota poi, la bottiglia è vuota.

7. “Purtroppo, non so come, siete in tanti”.

Come fa la gente a finire così, come fanno gli

altri a spegnere i sogni, i desideri? E soprattutto

perché loro devono sempre avere il bastone del

comando? Tra l’altro o non lo sanno o si

mascherano, perché molti di costoro sono ora

davanti a lui.

8. Le minoranze libertarie han sempre pagato.

Notare l’ironia del “non siate preoccupati”.

Sembra di rileggere De Andrè in “Via della

croce”. Bellissimo il confronto tra i due modi di

vestire: la serietà, la ufficialità dell’uniforme

schiantate da un rider della vita, improvvisata

dentro e, come qui, fuori.

9. L’inspiegabilità dell’esistenza, la verità dei

sistemi inventati per sopportarla (sofismi,

rancori, cosmi) son bonariamente giustificate:

niente drammi, per carità. Anche la morte fa

parte delle necessità.

10. Ancora dall’alto al basso, per paura di esser

troppo serioso.

28


“L’avvelenata” è la risposta secca, passionale, impudente ad un articolo denigratorio nei

suoi confronti del grande critico Bertoncelli. Si imputava a Guccini di essere ormai

diventato come tutti borghese, scipito, giaculatorio, inutile. “L’avvelenata” è una gragnola di

sassi, una mitragliata senza limiti: mai come qui Guccini bada al sodo, se ne frega della

“letterarietà”, dello stile, dei pudori artistici; ne vien fuori un’autodifesa a cuore aperto e

un’orgogliosa pagina di coerenza, dove l’insulto ha l’intelligenza delle motivazioni chiare,

solari. Un grande Guccini.

L’AVVELENATA

Ma se avessi potuto tutto

Questo,

(dati causa e pretesto) le attuali

Conclusioni (1)

Credete che per questi quattro

Soldi,

Questa gloria da stronzi, avrei

Scritto canzoni, va be’,

Lo ammetto che mi son sbagliato

E accetto il “crucifige” e così sia

Chiedo tempo, sono della razza

Mia,

Per quanto grande sia

Il primo che ha studiato (2).

Mio padre in fondo aveva anche

Ragione, a dir che la pensione è

Davvero importante

Mia madre non aveva poi

Sbagliato

A dir che un laureato conta più di

Un cantante

Giovane e ingenuo io ho perso la

Testa

Sian stati i libri o il mio

Provincialismo

E una cazzo in culo e accuse

D’arrivismo, dubbi di

Qualunquismo

Son quello che mi resta (3).

Voi critici, voi personaggi austeri,

Militanti severi, chiedo scusa a

“Vossia” (4)

Però non ho mai detto che a

Canzoni

Si fan rivoluzioni, si possa far

Poesia

1. “Se io avessi solo immaginato di essere così

bestialmente travisato nelle mie intenzioni, non

avrei nemmeno cominciato a scrivere”: i soldi

contan poco (son per lui un effetto, non un fine), e

la gloria com’è intesa dai media non gli interessa

per niente.

2. Gran colpo d’ironia, di dignità e di orgoglio.

“Non sapevo che mi sarei andato a cacciare in

questo casino, ma sono ingenuo, credevo che

tutti , anche i critici, dovessero essere sinceri.

Datemi tempo per capire i media, io sono il primo

che ha studiato nella mia famiglia”.

3. Il gioco ironico continua alla grande. Papà e

mamma, contadini, volevano per lui un mestiere

sicuro. Ecco com’è finito a non dar loro ascolto.

Tira, tira, prima o poi l’invidia, la voglia di

distruggere, di appiattire della critica l’han preso

per bersaglio.

4. “Vossia”, come per ministri e cardinali, potere

insomma.

29


Io canto quando posso e come

Posso

Quando ne ho voglia, senza

Applausi o fischi

Vendere o no “non passa” fra i miei

Rischi, non comprate i miei dischi

E sputatemi addosso (5).

Secondo voi, ma a me cosa mi

Frega

Di assumermi la bega di star

Quassù a cantare

Godo molto di più nell’ubriacarmi,

Oppure a masturbarmi, o al limite

A scopare (6)

Se son d’umore nero allora scrivo

Frugando dentro alle nostre

Miserie

Di solito ho da far cose più serie,

Costruir su macerie, o mantenermi

Vivo (7).

Io tutto, io niente, io stronzo ed io

Ubriacone, io poeta, io buffone,

Io anarchico, io fascista,

Io ricco, io senza soldi, io radicale,

Io diverso ed io uguale, negro,

Ebreo,

Comunista

Io frocio, io perché canto so

Imbarcare

Io falso, io vero, io genio e io

Cretino

Io solo qui, alle quattro del

Mattino,

L’angoscia e un po’ di vino

Voglia di bestemmiare (8).

Secondo voi, ma chi melo fa fare,

Di stare ad ascoltare,

Chiunque ha un tiramento

Ovvio il medico dice “sei

Depresso”,

Nemmeno dentro al cesso,

Possiedo un mio momento (9)

E io che ho sempre detto

Che era un gioco

Saper usare o no d’un certo metro

Compagni il gioco si fa peso e

Tetro,

Comprate il mio didietro

Io lo vendo per poco (10).

Colleghi cantautori, eletta schiera,

Che si vende alla sera, per un po’

Di milioni (11)

I coglioni

Che

5. Da “però” ad “addosso” c’è tutto lo stile di vita

di Guccini, c’è il riassunto esaustivo di ogni sua

scelta, c’è, preciso, immutabile, il suo concetto di

far canzoni e lo scopo di queste.

6. Sua è la battuta “scopare è come farsi una

sega, ma ci vuol tanta fantasia”.

7. Scriver canzoni è un atto di libertà, Guccini non

ne deve render conto a nessuno che si chiami

industria, arte o perfino pubblico. Vivere è altra

roba: lì si fa sul serio, si è inchiodati alle proprie

responsabilità esistenziali.

8. Splendido autoritratto. Guccini si riconosce in

tutti gli uomini che non seguono la corrente, di

qualsiasi tipo siano: è il diverso, il provocatorio,

l’inquieto, il mai contenuto ad avere in eredità il

mondo. Questa intima spettacolarità del vivere

che si esplica negli eccessi e nei contrari

(anarchico-fascista, genio-cretino) è il suo atto di

fede unico ed eterno.

9. Il reale, fatto di infiniti rompimenti di coglioni,

t’insegue ovunque (bolli, tasse, rate, scazzi

coniugali, appuntamenti).

10. “E vabbè, se non riuscite a capire, fatemi il

culo e sia finita lì”.

11. Quella dei cantautori furbi e protetti, che san

gestire alla perfezione la propria immagine, è una

sua fissa peraltro anche vera. A loro i soldi fan

dimenticare le rotture di cazzo; a Guccini no.

30


Voi che siete capaci, fate bene,

A aver le tasche piene, e non solo

I coglioni

Che cosa posso dirvi? Andate e

Fate,

Tanto ci sarà sempre, lo sapete

Un musico fallito, un pio, un

Teorete,

Un Bertoncelli o un prete (12)

A sparare cazzate.

Ma se io avessi previsto tutto

Questo,

(dati causa e pretesto), forse farei

Lo stesso (13)

Mi piace far canzoni e bere vino,

Mi piace far casino, poi sono nato

Fesso

E quindi tiro avanti e non mi svesto

Dei panni che sono solito portare

Ho tante cose ancor da raccontare

Per chi vuole ascoltare (14)

E a culo tutto il resto.

12. Eccolo, quasi alla fine, quasi per caso l’infame

Bertoncelli, colpevole primo di tutto il polverone.

13. Questo contraddire alla fine il pensiero iniziale

è sublime: anche a costo di esser messo sotto,

triturato, insultato, frainteso, Guccini avrebbe

continuato a scrivere. E’ così convinto di sé, forte

della sua coerenza, da non temere niente e

nessuno.

14. Si canta per chi ci crede, per chi è sulla tua

lunghezza d’onda, per chi sogna le tue stesse

cose. Chi se ne frega degli altri. Guccini qui

riprende due versi di Archiloco che esprimono lo

stesso concetto. “Se stai ad ascoltare tutte le

critiche della gente, non fai altro che rovinarti la

vita”.

31


Un’”avvelenata” più rilassata. Non solo, Una galleria di cose amate e difese, anche e

soprattutto piccole.

VIA PAOLO FABBRI 43

Fra “krapfen” e “boiate” le ore (1)

Strane son volate

Grosso L’autobus m’insegue lungo

Il viale

E l’alba è un pugno in faccia verso

Cui tendo le braccia (2)

Scoppia il mondo fuori porta (3)

San Vitale

E in via Petroni si svegliano,

Preparano libri e caffè

E io danzo con Snoopy e con Linus

Un tango argentino col caschi (4).

(Se fossi più gatto, se fossi un po’

Più vagabondo

Vedrei in questo sole,

Vedrei dentro l’alba e nel mondo

Ma c’è da sgualcire il gilè

Che mamma mi trovi pulito qui (5)

All’alba in via Paolo Fabbri 43).

I geni musicali preannunciati dai

Giornali hanno officiato e i sacri

Versi

Hanno cantati

Le elettriche impazziscono, sogni e

Malattie guariscono, son poeti (6),

Santi taumaturghi e vati

Con gioia e tremore li seguo

Dal fondo della mia città

Poi chiusa la soglia do sfogo alla

mia turpe voglia

Ascolto Bach.

(Se solo affrontassi la mia vita

come

La morte

Avrei clown, giannizzeri e nani a

Stupir la tua corte

Ma voci imperiose mi chiamano

E devo tornare perché

Ho un posto da vecchio giullare (7),

Qui,

In via Paolo Fabbri 43).

Gli arguti intellettuali trancian pezzi

E manuali,

poi stremati fanno cure di cinismo,

1. Conclusione del solito tirar mattina.

2. Metafora straordinaria: con la testa intontita

dal vino il giorno nuovo è uno sconquasso.

3. Ovviamente per un ottenebrato che va a

dormire ora, il mondo non “si risveglia”, ma

“scoppia”.

4. Hobby, piccoli amori della sua vita.

5. La prudherie è scherzosa. Comunque lui ora

ha una bella casa a Bologna e deve rispettare

un po’ di etichetta.

6. Consueta tirata contro i cantautori, che si farà

più dettagliata in seguito. Davanti allo strepitare

del loro successo, Guccini (con turpe voglia, da

setta segreta) ascolta musica sinfonica.

7. C’è la vita di tutti i giorni, c’è la moglie.

Nessun dramma, Guccini la prende da giullare.

32


Son pallidi nei visi e hanno deboli

Sorrisi solo se si parla di

Strutturalismo (8)

In fondo mi sono simpatici

Da quando ho incontrato Descartes

Ma pensa se le canzonette me le

Recensisse Ronal Barthes.

(Se fossi accademico, fossi

maestro

O dottore

Ti insegnerei in toga di 15 lauree

ad

Honorem

Ma a scuola ero scarso in latino

E il “pop” non è fatto per me (9)

Ti diplomerò in canti e in vino qui in

Via Paolo Fabbri 43).

Jorge Luis Borges mi ha promesso

L’altra notte di parlar (10)

personalmente

Col “persiano”

Ma il cielo dei poeti è un po’

Affollato

In questi tempi, forse avrò un posto

Da usciere o da scrivano

Dovrò lucidare i suoi specchi

Trascriver quartine a Kayyam (11)

Ma un lauro (da genio minore) per

Me, sul suo onore

Non mancherà.

(Se avessi coraggio, se aprissi del

Tutto le porte

Farei fuochi greci e girandole per la

Tua fronte

Ma sai cosa io penso da tempo

(12)

E lui cosa pensa di me

Sii saggia come io son contento qui

In via Paolo Fabbri 43).

La piccola infelice si è incontrata

(13)

Con Alice ad un “summit” per il

Canto

Popolare

Marinella non c’era, fa la vita in

Balera, ed ha altro per la testa a

Cui pensare

Ma i miei ubriachi non cambiano

Soltanto ora bevon di più

E il “frate” non certo la smette per

Fare (14)

Lo speaker in TV.

Avrei nastri e gale francesi per il

8. Ce n’è anche per gli intellettuali (“acuti” è

ironico); gli intellettuali non allargano, stringono

le visioni, gettano acqua su ogni fuoco,

privatizzano la cultura, il pensiero: per non

assomigliare agli altri minimizzano e negano

tutto, contrari a tutti i costi, ridicolizzano gli ideali

col cinismo.

9. Il discorso è con se stesso. Altro che lauree e

premi d’alta cultura. Solo un diploma, il più

ambito, in canti e vino.

10. Borges è un pallino di Guccini. I suoi

labirinti, l’incrociarsi di specchi a moltiplicare le

interpretazioni della vita lo rendono molto vicino

a lui.

11. Fortissima tirata ironica: con tutti i poeti che

stanno spuntando (che poeti per lui non sono),

finirà per essere declassato. Gli specchi sono

quelli citati da Borges.

12. Cosa pensi il tempo di Guccini a nessuno è

dato sapere. Il tempo, altro topos di Borges, ci

tratta tutti con alterigia e sussiego o a volte con

indifferenza.

13. Frecciate a Venditti (la piccola infelice è

“Lilli”) e a De Gregori (“Alice”). Si salva appena

appena Fabrizio (“Marinella”).

14. E’ il frate de “L’isola non trovata”. La TV

come comunicazione massificante gli è odiosa.

33


(Se fossi poeta, se fossi più bravo

E più bello

Tuo cappello (15)

Ma che i miei eroi sono poveri

Si chiedono troppi perché

Già sbronzi al mattino mi svegliano

Urlando in via Paolo Fabbri 43).

Gli eroi su Kawasaki coi maglioni

Colorati van scalando sulle strade

Bionde e in fretta

Personalmente austero vesto in blu

Perché odio il nero e ho paura

Anche

Di andare in bicicletta

Scartato alla leva del jetset (16)

Non piango, ma compro le clark

Se devo emigrare in America come

Mio nonno prendo il tram (17).

(Se tutto mi uscisse, se aprissi del

Tutto i cancelli

Farei con parole ghirlande da

Ornarti i capelli

Ma madri e morali mi chiudono

Ritorno a giocare da me

Do un party, con gatti e poeti, qui

All’alba in via Paolo Fabbri 43).

15. Anche al femminile non ha tempo per regali

futili. I suoi amici lo svegliano portandolo a casa.

Ora Francesco non dà del “tu” soltanto a se

stesso: in quel “tu” rientra anche la moglie, alla

moglie sta rivolgendosi.

16. Stigmatizzazione delle mode, delle

insulsaggini di gruppo, del rincoglionimento

giovanil-borghese. Anche Guccini si concede

qualche modernità come le clark, ma il jetset non

fa per lui, meglio la riservatezza.

17. Madri (tutte le figure femminili, moglie

compresa, per la loro stanzialità) e morali (lo

spazio esterno così diverso dal suo modo di

prendere la vita) lo bloccano. L’unica uscita è dare

un party con se stesso (gatti e poeti sono sue

immagini riflesse), cioè scrivere, sfogarsi.

34


“Bisanzio” (da “Metropolis” – 1981) sta alla punta estrema di quell’arco che parte da

“L’isola non torovata”. Qui il dubbio di Guccini, così personale, così contingente all’inizio,

diventa cosmico. Quel nucleo di pensosità espressiva piccolo, ma già pieno di insolubilità

prospettiche, si è andato via via allargando, come neve scesa a valle in forma di valanga.

“Bisanzio” è quel che ci voleva. La città, a cavallo tra due ere, e posta “là dove si perde la

terra dentro il mare fino quasi al niente”, ripropone le condizioni esistenziali della “bambina

portoghese”; l’attimo di panico e di veggenza davanti a un mistero insondabile

dell’universo; ma Filemazio, il saggio che la scruta, non ha intuizioni, non vede più nella

luce offuscata di Vespero e si addormenta. Nord e sud, passato e avvenire, Greci e

barbari, peccato e redenzione si fondono e si aggrovigliano, convivono, significano altro da

sé, assumono aspetti nuovi e inconsueti e Filemazio non trova più dentro di sé, nella sua

mappa morale, segni corrispondenti a questa nuova era: è come se si svegliasse da un

sonno certo di idee (la vita, le scelte, le notti di Guccini) e si scoprisse spiazzato, quasi

intruso in un’immagine imperfetta del mondo che stava sognando.

“Bisanzio” non è assolutamente una sconfitta, ma la constatazione lucida dell’assurdo in

cui ci muoviamo, della meccanicità avariata dei nostri gesti, della precarietà, non

corrispondenza, dei nostri simboli al reale, dell’imbattibilità del destino, ma anche della

certezza di non esserne i pupazzi. Filemazio riconosce la sua impotenza ma la rilegge in

chiave di impossibilità (“Bisanzio forse non è mai esistita”, “confondo vita e morte e non so

qual è passata”), davanti alla quale sceglie il sogno (“e mi addormento”) che è forse più

reale (vita) della realtà da sogno della città.

Storicamente questo arroccarsi di Guccini nelle sue “radici”, questo coprirsi il capo col

mantello è la difesa più alta: lì i suoi sensi son più vigili, quasi imbattibili, lì ha l’impressione

di allargare a dismisura il panorama, mentre Bisanzio, il mondo, l’universo lo restringe, lo

minimizza, lo annulla. Sta in questa unica invincibile certezza tutta la passione del suo

poetare.

BISANZIO

Anche questa sera la luna è sorta

Affogata in un alone troppo rosso e

vago

Vespero non si vede, si è offuscata

(1)

La punta dello stilo si è spezzata

Che oroscopo puoi trarre questa

1. Le condizioni di visibilità sono precarie: si vede

poco. Notare che per gli antichi le anomalie

atmosferiche eran presagi foschi. E infatti la

penna si spezza, è quasi impossibile scrivere.

35


sera, mago (2)!

Io, Filemazio, protomedico,

matematico, astronomo (forse

saggio) (3)

Ridotto come un cieco a brancicare

attorno, non ho la conoscenza (od

il coraggio)

Per fare questo oroscopo, per

divinar responso (4)

E resto qui ad aspettare che ritorni

giorno.

E devo dire (devo dire)

Che sono forse troppo vecchio per

capire

Che ho perso la mia mente in

chissà quale abuso do ozio (5)

O stan mutando gli astri nelle notti

d’equinozio

O forse io (forse io) ho

sottovalutato questo nuovo dio

Lo leggo in me e nei segni che

qualcosa sta cambiando

Ma è un debole presagio che non

dice come e quando (6).

Me ne andavo l’altra sera quasi

inconsciamente

Giù al porto Bosforeion là dove si

perde

La terra dentro al mare fino quasi al

niente

E poi ritorna terra, e non è più

occidente (7);

Che importa a questo mare essere

“azzurro” o “verde”?!

Sentivo i canti osceni degli

avvinazzati

Di gente dallo sguardo pitturato e

vuoto (8)

Ippodromo, bordello e nordici

soldati

Romani e Greci, urlate dove siete

andati!

Sentivo bestemmiare in alamanno

e in goto.

Città assurda, città strana (9)

Di questo imperatore sposo di

puttana

Di plebi smisurate, labirinti ed

empietà; di barbari che forse sanno

già la verità (10)

2. Divinazione. Dove va questo mondo? Era

compito suo pronosticare.

3. Filemazio è Guccini. Notare la stridente

assurdità: io che so tutto non vedo più niente.

4. Filemazio ha un senso di vuoto, ma anche

paura di fronte ai segni infausti che legge in cielo.

5. Qui la corrispondenza con Guccini è lampante.

Filemazio non si è accorto, nelle sue assenze

mentali, che tutto sta cambiando. Non si è accorto

che perfino la fede è cambiata. Il dio di Filemazio

è metaforico; in Guccini corrisponde ad altro

(tecnologia, rampantismo, riflusso, restaurazione).

6. Il cambiamento da sociale si fa esistenziale.

7. Ecco la perdita geografica dei punti di

riferimento, e quindi dell’orientamento: ecco il

dominio delle improbabili definizioni umane:

siamo noi a dar colore al mare, a dargli massa, a

considerarne il moto. Il mare di per sé è altro.

Anzi “è” e basta.

8. Groviglio di genti e pensieri, miscuglio non più

districabile di culture e sottoculture. Classifiche di

valori perdute. Bisanzio è decadenza, vittoria

dell’effimero.

9. L’imperatore è Giustiniano, la puttana in

questione sarebbe sua moglie Teodora, dedita,

secondo Guccini, ad intrallazzi extraconiugali. La

confusione etnica, la convivenza forzata di mondi

di pensiero così diversi (filosofi ed etere),

moltiplicano la rovina.

10. I barbari (materialisti rampanti? Intrallazzoni?

Managers?) saranno i nuovi dominatori.

36


Di filosofi e di etere

Sospesa tra due mondi e tra due

ere.

Fortuna ed età han deciso per un

giorno non lontano

O il Fato chiederebbe che

scegliesse la mia mano (11).

Ma Bisanzio è forse solo un

simbolo insondabile, segreto e

ambiguo come questa vita (12)

Bisanzio è un mito che non mi è

consueto, Bisanzio è sogno che si

fa incompleto (13)

Bisanzio forse non è mai esistita;

E ancora ignoro, e un’altra notte è

andata

Lucifero è già sorta e si alza un po’

di vento

C’è freddo sulla torre, o è l’età mia

malata (14)

Confondo vita e morte, e non so chi

è passata (15)

Mi copro col mantello il capo e più

non sento

E mi addormento (16).

11. Sinceramente oscuro. La scelta della mano di

Filemazio-Guccini sarebbe comunque ben altra.

12. Bisanzio gli è lontana e sconosciuta. Qui il

discorso si apre: non è più solo la città, ma la vita

tutta a farsi indecifrabile.

13. Comincia l’inversione. Che la realtà sia sogno,

e che il mio sogno sia invece realtà?

14. La torre (Bologna?) è spazzata dal vento. Ma

forse un giovane non sentirebbe questo freddo.

15. L’inversione si sta concludendo. Sogno e

realtà, vita e morte si scambiano i ruoli.

16. La scelta è obbligatoria. Il mantello restituisce

raccoglimento, quiete, il sonno riporta alla giusta

dimensione. Questo ritorno al privato è politico.

Alla fine degli anni ’70 corrisponde l’inizio di un

riflusso insopportabile. Dormire significa non

concedersi e riprendere forze per un futuro

possibilmente diverso.

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