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“IL GIALLO” ALLE PAGINE 28 E 29

LA MORTE

MISTERIOSA

DI PAPA LUCIANI,

IL PONTEFICE

“SCOMODO”

Paese reale

RISPETTARE

QUESTIONI SOCIALI: PIÙ COLLEGIALITÀ IL PROGRAMMA

DINO TIBALDI

L a

questione delle pensioni è sempre

stata un cardine delle vicende sociali

del nostro paese. La grande babele

delle posizioni espresse in questi giorni, con

diversificazioni anche rilevanti tra le stesse

organizzazioni sociali, è a questo proposito

emblematica. Così come è emblematico il

fatto che ben quattro ministri abbiano dovuto

chiedere attraverso una lettera pubblica

che le scelte sulle questioni sociali ed il

confronto sul Dpef avvenga con maggiore

collegialità e nel pieno rispetto del programma

elettorale.

L’esito del travagliato confronto in corso,

a seconda dei risultati, determinerà inoltre o

un’accelerazione della crisi o, come tutti ci auguriamo,

un’inversione di tendenza ed un recupero

politico e di consenso popolare a questo

Settimanale di politica e cultura - € 2,00

Numero 26 - Giovedì 28 Giugno 2007

Sped. in abb. post. 45% art. 2c. 20/b) L. n. 662/96 fi liale di Roma taxe-percue tassa pagata Roma Italy ISSN 1590-668X

governo. Va fermata la progressiva privatizzazione

della tutela pensionistica dei lavoratori,

in nome di una crisi di bilancio del sistema

pubblico che viene strumentalmente gonfiato

e più complessivamente il progetto che punta

a ridurre il ruolo del pubblico e i diritti garantiti

in nome del privato e del mercato.

Il Pdci continuerà nella battaglia per la

difesa del sistema pensionistico pubblico

come abbiamo concordato nel programma

politico elettorale. Per questo abbiamo sostenuto,

sosteniamo e continueremo a sostenere

che il confronto sul sistema pensionistico

debba avere come punti fermi: l’abolizione

dello “scalone” Maroni, che innalza l’età pensionabile

minima a 60 anni e poi a 62, ripristinando

il diritto alla pensione di anzianità

come previsto dalla Dini.

SEGUE A PAGINA 6

MAURIZIO MUSOLINO

N el

Accordo tra maggioranza

e opposizione sul nome

del prossimo Capo

della polizia: Antonio

Manganelli. Nomen omen

momento in cui andiamo

in stampa, La Rinascita chiude

lunedì, non possiamo sapere

come andrà a finire la trattativa fra

sindacati e governo sulle pensioni, ma

ci sentiamo di fare una considerazione.

Sulla previdenza stiamo assistendo

ad un balletto vergognoso, carico di

affermazioni strumentali e demagogiche.

In tanti, troppi, si riempiono la

bocca di frasi come “una riforma che

serve per le nuove generazioni” senza

provare alcuna vergogna. Gli stessi

considerano poi l’innalzamento dell’età

pensionabile come inevitabile per

consentire sempre ai giovani di oggi di

avere una pensione domani. Bugie!

SEGUE A PAGINA 7


PAOLA MORONI

«N

2

on vedo molta luce,

è una trattativa dura

- commenta More-

na Piccinini, segretaria generale

responsabile delle politiche della

previdenza in Cgil – e ci sono parecchipunti

dirimenti». Parliamo

di pensioni naturalmente, uno dei

nodi da sciogliere in questi giorni di

trattattive tra governo e sindacati.

Uno degli argomenti in discussione

è la rivalutazione delle

pensioni basse.

Intanto la nostra è una proposta

unitaria discussa da tutti.

Il problema è che tutte le pensioni

negli ultimi 15 anni hanno

perso in modo drammatico il loro

potere di acquisto, quindi la premessa

è: l’accordo che vogliamo

fare col governo è cercare di dare

una risposta nel tempo a tutte le

pensioni. Siccome i soldi non permettono

di dare una risposta a tutto,

accettiamo la gradualità a partire

dalle più basse.

Cosa significa?

In primo luogo bisogna pensare

agli incapienti, quelli cioè che

anche con l’ultima Finanziaria che

ha cominciato a redistribuire un

po’ di reddito ai

redditi più bassi

attraverso la leva

fiscale, non

hanno avuto

nulla. Per capirci,

chi ha redditi

al di sotto

del limite di

tassazione non

può usufruirne.

Anche l’impegno

nel Dpef

era che se ci

fossero stati dei

benefici in corso d’anno questi sarebbero

andati ad intervenire sugli

incapienti. Tre milioni di persone

che vivono con meno di 570 euro.

In che modo avverrebbe la rivalutazione?

All’interno di questo ambito

bisogna privilegiare prima la pensione

nata con contributi da lavoro.

Con il governo Berlusconi, circa un

milione e trecentomila pensioni furono

rivalutate. Buona parte di queste

non avevano contributi da lavoro

alle spalle ma erano totalmente

assistenziali. Questa volta si deve

partire da quelli che hanno il lavoro

alle spalle considerando sia gli anni

che gli importi della contribuzione

versata.

Quindi la rivalutazione cambierebbe

da pensionato a pensionato

anche se tutti appartengono

alla categoria degli incapienti?

Se ci sono state delle differenze

significative tra diverse categorie

nella contribuzione versata, chi ha

versato di più e prende quanto chi

ha versato meno deve avere una ri-

IN CGIL

Dal 2002 è entrata

nella segreteria

nazionale

della Cgil. Si occupa

di politiche

della previdenza,

di nuovi diritti e

della promozione

della contrattazione

sindacale

e territoriale.

E’ laureata in Diritto

del lavoro,

e dagli anni ‘70

lavora nel sindacato

CHE INGIUSTIZIA:

I DIPENDENTI

PAGANO

IL FONDO

DEI DIRIGENTI

Giovedì 28 Giugno 2007

FUTURO

INCERTO

L'intervista Morena Piccinini

Morena Piccinini

valutazione maggiore. Entro questi

parametri chiediamo che siano definiti

dei criteri semplici, percepibili

in modo chiaro. per evitare che ci

sia il pasticcio chiaro. Per esempio

,parlare di due euro di aumento per

ogni anno di lavoro effettivo è già

un criterio. Certo, arrivare a tre euro

è meglio ancora.

Ci sono altre “ingiustizie” da

sanare?

C’è il problema delle pensioni

che stanno tra tre e cinque volte il

minimo, che oggi hanno il calcolo

dell’inflazione fatto non in misura

intera. Significa che dal ‘92 la

rivalutazione per l’inflazione è data

nella misura intera solo per le

pensioni fino a tre volte il minimo,

ovvero fino ai 1200 euro. Dai 1200

in poi il pensionato non percepisce

la rivalutazione per intero ma al

90% fino a 1500 euro, al 75% fino a

2000 euro. Noi vorremmo che fino

a cinque volte il minimo ovvero

i duemila euro siano tutte rivalurivalutate per intero.

Chiedete altre garanzie?

Siccome parliamo di progressività

e sappiamo che non ci può stare

dentro tutto da subito, vorremmo

garantito il tavolo di contrattazione

per i pensionati in modo che ogni

anno in base all’andamento del Pil

ci sia l’incontro per stabilire in che

modo e quanto di quel Pil va ai

pensionati.

Un altro nodo, quello dei coef- coefficenti.

Siamo contrari alla revisione dei

coefficenti perchè significherebbe

ridurre pesantemente il valore delle

pensioni nel futuro. Soprattutto

quelle dei giovani. Un altro motivo

è che secondo noi i coefficenti

attuali stanno funzionando anche

bene. Quando 10 - 12 anni fa si è

arrivati alla formulazione dei coefficenti

lo si è fatto con una certa dose

di approssimazione. Per esempio

l’aspettativa di vita è stata considerata

allo stesso modo per tutti i

lavoratori, non in relazione alle condizioni

di lavoro.Chiediamo che il

tema sia completamente stralciato

per dar modo ad una commissione

tecnica di rivedere tutti questi parametri.

Un’ultima ciliegina, il fondo

primopiano

IL PROGRAMMA

«Occorre che tutti rispettiamo il patto implicito siglato con gli

elettori attraverso il programma del centrosinistra nel quale non vi

era alcun accenno all’aumento dell’età pensionabile». Così Oliviero

Diliberto in replica a Franco Marini e Francesco Rutelli che invitano

la sinistra dell’Unione alla responsabilità nel confronto sulla riforma

delle pensioni. «D’altro canto, come spero appaia chiaro a tutti, il governo

deve recuperare consenso e non perderne drammaticamente

altro. Ma forse qualcuno punta proprio a questo. Sarei curioso di

conoscere, sul punto, l’opinione del prossimo segretario del partito

democratico».

PENSIONI, MIRAGGIO

DI MEZZA ESTATE

Bisogna rivalutare gli assegni bassi

d e i

d i r i -

genti.

E ’

quello più

in rosso

di di tutti.

Quando

ci fu la riuriunificazione con la 335 si rifiutarono di partecipare.

Poi, quando sono sprofondati

nei debiti il governo di centrodestra

ha fatto un accordo con Confindustria

e sono entrati nell’Inps.

Tutti insieme appassionatamente.

Produce debiti a tutto spiano che

vengono pagati dai parasubordinati

o dai lavoratori dipendenti. Che un

parasubordinato paghi i debiti di

un dirigente d’azienda mi pare una

cosa esagerata. Noi abbiamo posto

da tempo il tema “chi fa solidarietà

a chi” e non siamo più disposti

a fare solidarietà a tutto il mondo,

dai lavoratori autonomi ai dirigenti

d’azienda. Tutti alzano la voce e i

dipendenti sono chiamati a pagare

per tutti.

IL TAVOLO

Sindacato, confronto difficile

UN TAVOLO, MILLE incognite. Il difficile confronto

tra governo e parti sociali si rapporta con chi

– dentro e fuori la maggioranza – vuole impedire

che si arrivi ad un accordo. Gli ultimi ostacoli sono

stati posti dal ministro dell’Economia da una

parte e dal leader di Confindustria dall’altro: se

Padoa Schioppa ha prefigurato la possibile catastrofe

dei conti pubblici (e perciò ha contenuto

al ribasso le risorse del “tesoretto” destinate a

fini sociali), Luca di Montezemolo ha sguainato

la spada contro il sindacato reo di rappresentare

i lavoratori del pubblico impiego e i fannulloni.

La successiva smentita dell’uomo-Ferrari che

avrebbe evidenziato solo il “rischio” di quella deriva,

non toglie pressoché nulla alla provocazione.

Ma è il quadro d’insieme a risultare preoccupante:

il capo del principale dicastero economico continua

infatti ad assumere il ruolo di guardiano dei

conti pubblici e di una loro presunta “compatibilità”,

mentre il principale punto di riferimento

nel mondo dell’impresa cede a tentazioni pericolosamente

demagogiche e populiste proprio nel

periodo in cui si favoleggia di un suo prossimo

ingresso in politica.

Sullo sfondo restano, pesanti come macigni, i

temi oggetto del famoso tavolo. Vale a dire la tenuta

del sistema di garanzie sociali, prima fra tutte

il diritto alla pensione. Quel diritto è appeso alle

fibrillazioni che agitano la maggioranza. Autorevoli

esponenti della coalizione (pensiamo ad Antonio

Polito della Margherita o a Lamberto Dini)

si sono affrettati a condividere lo spirito di quanto

sostenuto dal presidente di Confindustria mettendo

nel conto il “no” all’accordo eventuale, qualora

comportasse un aumento di spesa. Riguardo

al merito, governo e parti sociali convengono sulla


primopiano

GIORGIO CIVIERO*

Il dibattito sul riordino previdenziale

sembra dimenticare

che una tappa importante è già

stata anticipata ed affrontata con la

Finanziaria 2007, grazie alla quale

le casse dell’Inps registreranno un

gettito aggiuntivo stimato in circa

5 miliardi di euro annui: risultato

non di tagli ai diritti previdenziali

ma di un incremento dei contributi

versati.

Significativo sotto il profilo

politico è l’arrotondamento della

aliquota dei lavoratori dipendenti,

che complessivamente, dal primo

gennaio 2007, è pari al 33% (uno

0,3% in più rispetto agli anni precedenti).

Questa operazione, apparentemente

insignificante, porterà

ad un gettito aggiuntivo di circa

800 milioni di euro l’anno. Analogamente,

la Finanziaria ha incrementato

l’aliquota contributiva dei

lavoratori parasubordinati e, seppure

in modo più contenuto, quella dei

lavoratori autonomi del terziario, i

commercianti, i titolari di imprese

artigiane ed i coltivatori diretti e

mezzadri, oltre a quella sul reddito

degli apprendisti. Ci si interroga se

con questi interventi si è migliorata

l’equità della partecipazione dei diversi

soggetti al buon andamento dei

fondi previdenziali gestiti dall’Inps.

Occorre ricordare che il Comitato

amministratore del Fondo pensioni

lavoratori dipendenti amministra i

fondi pensione dei lavoratori dipendenti

in senso lato, e quei fondi in esso

confluiti, tra cui quelli dei dirigenti

d’impresa, degli autoferrotranvieri,

degli elettrici e dei telefonici. Inoltre,

nel Fondo confluiscono i contributi e

i costi delle prestazioni dei lavoratori

dipendenti delle aziende agricole.

Per alcuni di questi fondi confluiti

vi è una evidenza contabile che non

permette di verificarne l’equilibrio

gestionale. E’ ragionevole stimare che

maggiori costi per prestazioni conseguenti

a situazioni di maggior favore

conservate (dirigenti) o di minor gettiti

contributivi (agricoli) siano causa

di un constante disavanzo nella gestione

allegata del Fondo. Al maggior

fabbisogno l’Inps fa fronte con risorse

disponibili che provengono dalla gestione

delle prestazioni previdenziali

temporanee (sempre dei lavoratori

dipendenti). L’esito complessivo dell’esercizio

2006 per i lavoratori dipendenti

è di segno positivo, anche se è

il risultato della somma algebrica di

parziali positivi e negativi.

E’ utile sottolineare che questa

situazione, già oggi complessiva-

necessità di abolire lo “scalone” voluto da Maroni

(cioè il meccanismo che imporrebbe dal 1° gennaio

2008 l’innalzamento secco da 57 a 60 anni

dell’età minima per poter accedere alla pensione

con 35 anni di contributi) ma non è affatto chiaro

in che modo verrà superato. A mezzo stampa sono

state avanzate alcune proposte (ad esempio il

ricorso a “scalini” che ammorbidiscano lo “stacco”

proposto allora dall’esecutivo Berlusconi): una delle

ipotesi in campo consiste nel consentire l’uscita

dal lavoro con 35 anni di contributi e innalzando

gradualmente l’età di un anno (dal 2008 sarebbero

necessari 58 anni piuttosto che i 60 previsti dallo

“scalone”). Ma tale misura verrebbe accompagnata

dalla possibilità di sommare l’età anagrafica e l’età

contributiva.

La mediazione possibile, secondo qualche beninformato,

sarebbe “quota 98” per il Tesoro, cui

i sindacati controbatterebbero “quota 95”. Dalle

confederazioni non sono però giunte conferme,

e non è nemmeno semplice immaginare a tavolino

come reagirebbero i destinatari dell’accordo

mente non negativa, risulterà significativamente

migliorata dal maggior

gettito conseguente alla Finanziaria

2007: circa 800 milioni euro dei

contributi dei lavoratori dipendenti;

700 milioni di euro dall’introduzione

dei contributi sulla retribuzione

degli apprendisti; 400 milioni di

euro conseguenti alla stabilizzazione

dei lavoratori precari. In totale

quasi 2 miliardi di euro provenienti

dai lavoratori dipendenti, dei cinque

che la Finanziaria 2007 fa entrare in

più all’Inps: un bel “tesoretto”.

Tuttavia restano aperte ancora

molte aree di iniquità. I lavoratori

parasubordinati generano significativi

risultati dovuti ad un crescendo

E’ un errore

escludere

le parti sociali

dalla governance

dell’istituto

della loro aliquota contributiva a cui

non corrisponde una adeguata crescita

delle prestazioni offerte. I lavoratori

autonomi nel loro complesso ,

pur con differenze tra i diversi fondi

commercianti, artigiani, agricoli,

nei luoghi di lavoro, tenuto conto che la firma in

calce ad una qualunque intesa verrà sottoposta al

voto (e, almeno per la Cgil, si tratterà di un voto

vincolante).

Resta comunque inevaso uno dei principali

nodi di fondo: ossia la necessità di allargare la base

occupazionale stabile, come risposta al precariato

dilagante e come strumento per migliorare

la platea contributiva futura, tanto più che con il

sistema di calcolo contributivo ogni lavoratore si

sta già pagando la pensione con i propri versamenti.

Sul sindacato pesano dunque in queste settimane

tante responsabilità. Nell’occhio del ciclone

(come spesso è accaduto negli ultimi anni) è finita

nuovamente la Cgil: prima identificata da Padoa

Schioppa come potenzialmente ostile al risanamento,

poi accusata da Montezemolo di difendere

i fannulloni e, infine, costretta a trovare la quadra

su un’intesa che matura via via in un clima di crescente

ostilità politica.

PAOLO REPETTO

Giovedì 28 Giugno 2007 3

PROFITTI 5 miliardi in più nelle casse dell’ente previdenziale

Prima dei tagli cerchiamo l’equità

hanno un saldo negativo delle loro

gestioni dovuto ad una minore

aliquota contributiva. Prima di tagliare

vi è quindi la strada maestra

dell’equità, della razionalizzazione,

della lotta all’elusione e all’evasione

contributiva.

Una annotazione conclusiva riguarda

il ruolo delle parti sociali nella

governance degli enti previdenziali.

Condivisa ormai da oltre 10 anni la

separazione tra gestione e indirizzo,

sarebbe un grave errore che il governo

Prodi cancellasse le parti sociali dalla

governance degli stessi. E sarebbe

un grave errore anche cancellare

i comitati provinciali e regionali

dell’Inps, che non sono “co-

sti” ma costituiscono

opportunità.

Affermare questo

non significa

lasciare tutto com’è.

Ma cambiare non

vuol dire negare il

ruolo, l’opportunità

e il valore della

partecipazione dei

rappresentanti dei “soci”

(lavoratori e imprese) alla

governance governance dell’azienda

sociale Inps. Cambiare

significa aumentare gli

spazi di partecipazione

e democrazia. Tutto ciò

è ancor più necessario

quando le risorse gestite

superano i 200 miliardi di

euro, tante quante attualmente

ne gestisce l’Inps.

* PRESIDENTE DEL COMITATO

AMMINISTRATORE DEL FONDO

PENSIONI LAVORATORI DIPENDENTI

MIRAFIORI

Le proteste

degli operai

BEPPE NASTRO

I

lavoratori vogliono essere

protagonisti del loro futuro:

ad Epifani, Angeletti e Bonanni

chiedono di non firmare

alcun accordo con il Governo

senza il loro consenso. Abolizione

del “gradone” Maroni e

no alla modifica dei coefficienti

di rivalutazione delle pensioni

sono le parole d’ordine della

manifestazione dei metalmeccanici

a Torino la scorsa settimana.

Questo è il mondo degli

operai. In tanti li hanno cancellati

dalle loro analisi sociali in

quanto sostengono che il nostro

“mercato del lavoro” (che

brutta espressione!) è cambiato.

Sono cambiati i “lavori”.

Vincenzo Chieppa, segretario

della Federazione Pdci di

Torino, dichiara: «Quelle manifestazioni

chiedono al Governo

di non colpire ancora una volta

i lavoratori che, nel corso degli

anni, hanno già pagato il prezzo

più alto per il risanamento

del Paese. Quegli operai hanno

senza dubbio ragione. L’innalzamento

dell’età pensionabile,

o con lo scalone o con gli scalini,

è comunque una fregatura

ai danni delle classi popolari,

e dunque inaccettabile per chi

come noi intende rappresentare

le istanze e le esigenze dei

lavoratori nelle Istituzioni».

L’adesione allo sciopero

ha registrato una media del

70%, con punte dell’80% in

alcuni reparti. «I lavoratori di

Mirafiori si aspettano che la

trattativa sulle pensioni non

produca nessun peggioramento

rispetto alla legge Dini

– commenta Giorgio Airaudo,

segretario provinciale Fiom

– Chi lavora alle catene di

montaggio si aspetta semmai

degli sconti, come era previsto

proprio dalla Dini con la definizione

dei “lavori usuranti”:

sono passati dodici anni e non

solo dei lavori usuranti non se

n’è fatto nulla ma è arrivato

pure lo “scalone

Maroni” che questo

governo si era impegnato

a cancellare».

Sono, intanto,

già alcune centinaia

le firme

raccolte per

chiedere ai

segretari

generali di

Cgil, Cisl e

Uil di tor-

nare in assemblea

a Mirafiori prima

della della conclusione

della trattativa sulle

pensioni e per

chiedere di sottoporre

l’eventuale

intesa al voto dei

lavoratori. Mentre

tutto tutto il Piemonte

è attraversato da

scioperi indetti unitariamente

da Fiom, Fim,

Uilm e Fismic.


Giovedì 28 Giugno 2007

L’ACCUSA

L’accusa di Victor Uckmar è che i fondi più aggressivi, gli hedge fund o fondi

speculativi, si guardano bene dal lasciare paesi definiti paradisi fiscali e cita le

isole Cayman. A supporto va ricordato che secondo la Banca per i regolamenti

FUTURO

internazionali, i crediti da attività non bancarie nelle Isole Cayman - la maggioranza

di cui dovrebbero essere appunto fondi hedge - sono cresciuti da 156

INCERTO

miliardi di dollari del marzo 2000 a 663 miliardi di dollari a settembre dell’anno

scorso. Da notare che tali importi non corrispondono all’esposizione

creditizia, dal momento che non sono al netto di collaterale. E crescono in

fretta, perché nel 2006 le attività gestite dai 100 fondi speculativi principali

rappresentava circa il 65% dell’industria rispetto al 54% del 2003.

Il Tfr per farsi licenziare

ROBERTO PORTOLESI

E’

4

53 “trilioni” di dollari in mano ai fondi: più del Pil mondiale

una cifra che si scrive

ma è impossibile da

immaginare: 53mila

miliardi di dollari, gli americani

direbbero 53 trilioni di dollari,

che sembra di sentire parlare zio

Paperone e i suoi ettari cubici di

denaro. Invece no, è la cifra che

corrisponde ai soldi che controllano

i «nuovi padroni del mondo»,

come li ha definiti giorni fa

Giuseppe Turani in un articolo

su Affari e Finanza di Repubblica.

I nuovi padroni hanno nomi

ma non un corpo. Sono i fondi,

quelli pensione, quelli di investimento,

le assicurazioni, un

imbuto dove affluisce così tanto

denaro da battere il Prodotto

interno di tutto il pianeta Terra,

che si ferma a 48mila miliardi di

dollari. Turani fa notare che al

valore attuale potrebbero comprarsi

tutte le società quotate del

mondo messe assieme. I fondi

ne hanno così tanti che possono

comprarci qualsiasi cosa e hanno

fretta, perché i soldi arrivano da

loro con un solo scopo: devono

rendere il meglio possibile, sono

i soldi di un esercito di lavoratori,

piccoli risparmiatori, commercianti,

tutti spinti a trovare una

via per mettere a frutto i loro

sudati quattrini. Un esempio?

La partita del Tfr italiano, soldi

dei lavoratori, da sola vale qualcosa

come 19 miliardi di euro,

che si andranno ad aggiungere

alla massa di soldi che già sono

stati dirottati nelle varie forme di

previdenza integrativa. Si sa, la

pensione pubblica non renderà

a sufficienza, allora bisogna pensare

al futuro. I fondi si devono

dare da fare e lo fanno così bene

che stanno diventando appunto,

i padroni del mondo. Comprano

aziende, spingono governi

a privatizzare qualsiasi azienda

pubblica, gli esperti dicono che

saranno loro a convincere in futuro

il nostro paese a privatizzare

la sanità. C’è poco da stare

tranquilli, perché non bisogna

dimenticare la forza di due altri

soggetti: gli aggressivi hedge

fund (1.500 miliardi di dollari) e

il cosiddetto private equity, (500

miliardi di dollari) che rastrellano

i soldi di clienti più facoltosi.

Non bisogna farsi ingannare

dalle cifre più basse, sono fondi

che sanno muovere le cosiddette

leve finanziarie, e avendo 100

in mano è come se avessero 5-6

volte di più. Così solo nel 2006 in

Gran Bretagna i fondi di private

equity hanno comprato 1.535

società inglesi

per 34

m i l i a r -

di di sterline,

portando il totale

dei dipendenti delle società controllate

a 2 milioni e 800mila,

pari al 19% della forza lavoro

delle aziende a capitale privato

di tutta la nazione. Lavoratori

che non lavorano per un capitalista

in carne e ossa, lavorano

per una massa di denaro che deve

autoriprodursi. I paradossi si

sprecano. Negli Stati Uniti, che

sono sempre così avanti in queste

cose, sanno benissimo che i soldi

che i lavoratori devono mettere

nelle tante forme di previdenza

integrativa vanno in gran parte

alle aziende quotate in borsa,

CALCOLI

Il Tfr si calcola

sommando

per ciascun

anno di lavoro

una quota pari

all’importo

della retribuzione

annua

divisa per 13,5.

Al netto di

tasse e balzelli

la quota accantonataannualmente

è pari

al 6,91% della

retribuzione

utile

comprando le loro azioni. Le

aziende quotate, del resto, vanno

in in borsa per trovare capitali freschi

e li investono in modifiche

organizzative,

produttive, in

ammodernamentitecnologici.Dunque,

i lavoratori

offrono

il denaro che

potrebbe “farli

fuori”, anche

adesso, con la

riforma del

Tfr, con i soldi

che vengono dirottati alla previdenza

integrativa. Come se non

bastasse i fondi, quando entrano

nel capitale di una società, hanno

Aumenta la

“liquidità” in giro

per il pianeta ma

non la ricchezza

delle persone

primopiano

USA

Riforma all’americana? No, grazie

RIFORMA PENSIONISTICA ALL’AMERICANA? No grazie. Da tempo

troppi interessati venditori di fumo hanno propagandato le future

delizie della privatizzazione del sistema pensionistico italiano,

portando a mo’ di esempio, come al solito, l’eccellenza di quello

americano. Niente di più falso. In America il cosidetto Social security

che insieme al Welfare garantiva pensioni e assistenza sociale

statali era stato creato dal presidente Franklin D. Roosevelt

a seguito della Grande depressione del 1933 che aveva lasciato

decine di milioni di lavoratori senza lavoro e senza nessun tipo di

assistenza. Il sistema aveva retto bene anche in guerra e per tutto il

dopoguerra. Poi si cominciò negli anni sessanta a spingere anche

per fondi pensioni aziendali integrativi che hanno funzionato fino

a che l’economia reale ha retto e con essa anche la borsa. Quando

dagli anni ottanta la speculazione e le bolle hanno sconvolto Wall

Street, questo sistema è saltato in aria. Il sistema statale si basa sul

Social security trust fund, un modello solidaristico universale che,

sulla carta, garantisce a tutti almeno una pensione minima. (Sulla

carta, in quanto in America ci sono quasi 50 milioni di poveri,

fretta di incassare risultati, vogliono

che il valore delle azioni

salga e premono sulle imprese

in questo senso, del resto le future

pensioni

private si ri-

valutano così.

Quando qualcosa

non torna

la prima mossa

di un’azienda

quotata e che

voglia tenere

buoni azionisti

così importanti,

è quella

di tagliare posti

di lavoro. Altro paradosso? La

dirigenza di molte imprese importanti

è così preoccupata dagli

assalti dei fondi che si stanno

indebitando per togliere azioni

dal mercato, i tassi di interesse

minacciano di salire e si è innescata

un’altra miccia. Insomma,

i soldi in giro per il pianeta

aumentano ma non aumenta la

ricchezza delle persone, infatti

a fronte di una massa di liquidi

in vertiginosa ascesa l’inflazione

non si è mossa, nei paesi industrializzati,

per un forte aumento

dei consumi. A proposito, i paesi

emergenti stanno aggiungendo

l’ultimo tassello: una ventina di

giorni fa due nuovi fondi avviati

in Cina hanno rastrellato 3,3 miliardi

di dollari tra piccoli risparmiatori.

Lo stupore? Quella cifra

è stata raccolta in un solo giorno.

Chissà se i cinesi si sono chiesti a

cosa serviranno quei soldi.

di homeless, senzatetto, che sono fuori da qualsiasi assistenza della

società e spesso non risultano più nei censimenti.) Si finanzia attraverso

il sistema fiscale e paga pensioni e altri benefits ai cittadini.

E’ in attivo! Nel 2004 aveva un surplus di mille settecento miliardi

di dollari. Questo nonostante il fatto che il presidente Bush nel periodo

2001-2004 aveva “prelevato” 509 miliardi per spese generali

di bilancio federale, anche per le guerre e per i famosi sgravi fiscali

ai più ricchi che tanto entusiasmano i nostri Berlusconi. I fondi

raccolti nel Trust fund sono investiti solamente in titoli di stato, i

famosi Treasury bond che, per legge, non possono essere usati per

speculazioni finanziarie. Dal suo arrivo alla Casa bianca, e in particolare

dopo la riconferma del 2004, Bush spinge per una totale

privatizzazione del sistema pensionistico, giocando sulla paura e

sull’egoismo. Dice: «Basta con l’attuale sistema. Ognuno vada per

conto suo e stipuli assicurazioni pensionistiche con qualche agenzia

privata che promette profitti più alti». Si calcola che questo

“giochetto” porterebbe annualmente circa mille miliardi di dollari

freschi alla finanziarie di Wall Street in crisi a causa di speculazioni


primopiano 5

Giovedì 28 Giugno 2007

L'intervista Victor Uckmar

ROBERTO PORTOLESI

re i lavoratori ne avrebbero tutto

I LA LIQUIDAZIONE

l tempo non ha rispetto per

il diritto. L’altro giorno arrivo alla

nessuno. Lo avrà pensato an-

stazione di Genova Principe e veche

Victor Uckmar, da quando

do un manifesto che ricordava di

è partita la corsa per la grande ri-

aderire con il Tfr ai fondi. Ma il

forma del Tfr, quella che vorrebbe

spingere i lavoratori a indirizzare

la loro liquidazione verso la previdenza

integrativa, fatta di fondi di

investimento, assicurazioni, piani

individuali di previdenza. Uckmar, ALLE CAYMAN

manifesto non avvertiva i lavoratori

che devono fare questa scelta

entro il 30 giugno, che hanno il diritto

di tenere il loro Tfr in azienda

e che questo diritto bisogna comunicarlo,

altrimenti è come se aves-

uno dei più grandi fiscalisti d’Italia

e professore emerito in Scienze

delle Finanze all’università di

Nei paradisi

sero dato il loro assenso a spostare

il loro Tfr nei fondi.

Il problema è nel silenzio as-

Genova, guarda e rimane perplesso,

innanzitutto per una questione

di affetti personali: «Mio padre,

fiscali le sedi

senso, allora?

E’ uno dei problemi. Io dico ai

lavoratori: comunicate comunque

nel 1939, si adoperò per la nascita

dell’istituto del Trattamento di fine

rapporto in qualità di consulente

degli Hedge fund

la decisione di lasciare il Tfr in

azienda e di non aderire ai fondi.

Poi c’è tutto il tempo per passare

dei lavoratori dell’industria, è sta-

alla previdenza integrativa, mento

un vero primato per il nostro

paese. Le altre nazioni, anche in

CHI

tre la legge non ti consente più di

uscire dai fondi, salvo casi eccezi-

tempi successivi, non hanno mai

Uckmar, economista di fama onali.

conosciuto questo istituto».

mondiale è professore emerito Dicono che i fondi pensione

Professore, gli altri paesi non

dell’Università di Genova, e Pre- avranno molti soldi così, si parla

hanno seguito l’esempio…

sidente del Centro di ricerche di un potenziale aggiuntivo di 19

…hanno scelto tempo fa la

tributarie dell’impresa all’Univer- miliardi di euro. E che questi sol-

strada dei fondi pensione. Ma, a

sità Bocconi di Milano. Dirige le di andranno in Borsa, per il bene

conti fatti, il meccanismo del Tfr

riviste Diritto e pratica tributaria e delle imprese.

rimane superiore e molto affidabi-

Diritto e pratica tributaria internazio- Guardi che la spina dorsale di

le. Ha resistito alla prova degli anni

nale è membro delegato all’Econo- questo paese sono le Pmi, che non

e continua a essere una sponda im- im- immic

and social council dell’Onu. vanno in Borsa e ora troveranno

portante, con ottimi risultati.

sempre meno canali di finan-

In che senso?

ziamento, visto che toccava a loro

Fin dalla nascita è stato lo strumento

che ha dato sollievo a tanti

lavoratori che, per qualche ragione,

hanno perso il loro lavoro. Una

sorta di paracadute molto effici- efficiente.

Eppure rischia di essere

mandato in pensione.

E’ vero, ma continuo a nutrire

delle forti perplessità per

LAVORATORI,

FIRMATE

I MODULI PER

NON ADERIRE

AI FONDI

A sinistra:

una foto di

Giorgio Fasan.

In basso:

Victor Uckmar

custodire gli accantonamenti per

la liquidazione e li potevano usare

per operazioni di rafforzamento.

Possono sempre andare in

Borsa…

Ci sono ragioni

storiche e poi i miliardi

che i fondi si

troveranno verranno

investiti sui mercati

questa riforma. Basti pensare

azionari più forti,

che il Tfr viene sempre aggior-

nite soluzioni di

Londra, New York.

nato e tiene ad esempio conto,

previdenza inte-

Senza contare che

in tempo reale, di tutte le

grativa. Credo di

adesso c’è euforia

evoluzioni del lavoratore. Ad

essere abbastanza

sui mercati, cosa

esempio, il passaggio a un ruo-

preparato nel campo

accadrà quando

lo più importante, di maggiore

dell’economia ma fa-

le cose andranno

peso e salario. Sfido qualsiasi fondo

rei molta difficoltà a

male?

a tenere conto di un lavoratore che

capire a quale forma

Dicono che

è entrato come fattorino ed è di-

di previdenza affidar-

questi fondi, di

ventato amministratore delegato.

mi. Pensi ai 6 milioni

varia natura, si

E adesso tutti indicano nei

di lavoratori che sono

trovano ormai

fondi integrativi il massimo

stati chiamati a fare

tra le mani ri-

dell’efficienza.

una scelta così netta.

sorsespaven- Guardi, con la riforma

Scarsità di intose…

alla fine non ci sono certezze,

formazioni?

La massa

neanche nella scelta tra le infi- infi- infi-

Credo di sì, eppu-

totale di “carta”

sovrastante, legata ai

IN ITALIA fondi, ormai ammonta a 9 volte

Sono stati il Prodotto interno lordo di Stati

selvagge. Sarebbe anche la fine del Trust fund che,

quando queste sono entrate in crisi e le loro quota- oltre 3,7 i mi- Uniti, Canada, Europa e Cina

nota bene, gode anche di una garanzia statale in

zioni sono crollate.

liardi di euro messi assieme. Se poi uno guarda

caso di difficoltà. Se le assicurazioni private doves-

Nel 1974 il Congresso aveva creato un’agenzia investiti nel ai cosiddetti Hedge fund, l’80% si è

sero fallire, il futuro pensionato rimarrebbe invece

semi pubblica, la Pension benefit guaranty corporation (Pbgc) 2006 dal pri- fatta la sua sede in paradisi fiscali,

nudo come un verme.

che avrebbe dovuto intervenire a sostegno delle aziende private nel vate equity e come le isole Cayman.

Questo sistema è stato copiato dal modello cileno. Sì, proprio caso in cui non riuscissero a pagare i contributi, oppure fallissero. E’ un venture capital Il che detto da un fiscalista fa

il Cile di Pinochet che prima distrusse il movimento sindacale e sistema di protezione che può reggere se la crisi non diventa sistemica. in Italia (+22% un po’ preoccupare. E allora cosa

poi, con la consulenza dei Chicago boys di Milton Friedman, nel Invece, dall’inizio degli anni novanta in poi, la catena di fallimenti è rispetto al fare?

1981 privatizzò l’intero sistema pensionistico. E’ stato un disastro stata impressionante, scaricando l’onere delle pensioni sul salvadanaio 2005), distri- Ripeto. Mancano pochi giorni

per i lavoratori che hanno perso di fatto il 40% delle loro pensioni della Pbgc. Si è incomiciato con le acciaierie come la Us Steel per poi buiti su 292 alla scadenza di giugno. Invito i la-

e adesso devono essere sostenuti con le pensioni minime dal “cat- continuare con le linee aeree, United Airlines, Delta, NorthWest. Poi la operazioni. voratori a essere circospetti, firmate

tivissimo” Stato.

Enron degli amici di Cheney nel 2001, per arrivare ai giganti dell’auto, Si tratta del i moduli per non aderire ai fondi.

La seconda gamba del sistema si “regge” appunto sulle cosid- General Motors, Ford, Delphi, Chrysler. Tutte queste e altre aziende han- valore più alto Dico questo non perché sia condette

pensioni aziendali, sia individuali che da contratto collettivo, no dichiarato bancarotta per scaricare allo stato anche i debiti dei loro mai registrato tro la previdenza integrativa, anzi.

che coinvolgono 45 milioni di lavoratori. Nei passati decenni le fondi pensioni, che avevano prima saccheggiato. Si tratta di milioni sul mercato Ma, come ho detto, è meglio che

grandi corporation americane hanno creato dei fondi pensione in- di lavoratori e pensionati lasciati senza pensioni e di decine e decine italiano i lavoratori possano ragionare con

terni a cui hanno partecipato la stragrande maggioranza dei lavo- di miliardi di dollari: la Pbgc, che aveva un surplus fino alla seconda

calma. Se non aderiscono con il loratori.

Questi fondi facevano parte di fatto del bilancio aziendale metà degli anni novanta, adesso ha un deficit attuariale di 430 miliardi

ro Tfr alla previdenza integrativa,

e spesso, in quanto in attivo, sono stati usati per abbellire i conti. di dollari!

possono sempre farlo in seguito,

Questi fondi pensioni hanno sempre investito nell’azienda com- Di fronte a queste devastazioni molti in America vogliono ri-

quando vogliono. Se invece danno

prandone le azioni e erano anche liberi di giocare, e speculare, in valutare Roosevelt e i suoi programmi economici e sociali.

il Tfr ai fondi, non potranno più

borsa. Di conseguenza hanno avuto la stessa sorte delle aziende

PAOLO RAIMONDI

fare marcia indietro.


6

FILOMENA TRIZIO*

Fra i vari diritti mancati

dei parasubordinati la

previdenza rappresenta

certamente il punto più critico.

Diversi aspetti rendono l’ipotesi

pensionistica di questi lavoratori

decisamente poco appetibile:

la contribuzione è inferiore di

dieci punti a quella del lavoro

dipendente; la remunerazione

è sotto i 1.000 euro per il 50%

dei parasubordinati e rende la

totalizzazione contributiva penalizzante

data la difficoltà di

raggiungere i sei anni richiesti

con minimali contributivi di

13.500 euro l’anno.

Il primo obiettivo è quello di

creare le condizioni per un percorso

pensionistico pubblico di

interesse. Occorre quindi agire

sul versante del costo del lavoro,

sia contributivo che economico,

arrivando alla parificazione

contributiva e assumendo a riferimento

minimo i salari dei lavoratori

dipendenti; il percorso

è stato già avviato con l’attuale

Finanziaria e occorre ora consolidarlo

durante il tavolo di lavoro

col governo.

Allo stesso tempo occorre

intervenire sul versante previdenziale,

rivedendo i criteri della

totalizzazione e consentendo

anche a questi lavoratori l’accesso

alla disoccupazione e alle

coperture figurative dei periodi

non lavorati.

Solo Solo partendo da qui si può

ragionare di previdenza integrativa,

sapendo che questo intreccia

due questioni.

La prima riguarda la necessità

di determinare un costo

aggiuntivo per le imprese. Lo

schema potrebbe essere simile

a quello usato per il lavoro interinale

(4% aggiuntivo destinato

per norma a fini formativi

e previdenziali) con il duplice

obiettivo di alimentare la previdenza

e scoraggiare il ricorso

strumentale alla parasubordinazione

attraverso un costo del

lavoro superiore a quello del lavoro

dipendente.

La seconda, più complessa

e che riguarda tutta l’area del

precariato, è come avviare forme

di solidarietà in grado di intervenire

sui periodi non lavorati,

in modo da evitare che il costo

della flessibilità, nelle sue forme

necessitate, sia pagato dai lavoratori.

Anche il tema della previdenza

integrativa per i lavoratori

interinali solleva diversi

problemi. C’è da affrontare sia

la contraddizione fra l’esigenza,

soprattutto in costanza di precarietà,

di costruire percorsi di

sostegno alla rendita pensionistica

che lo scarso interesse dei

lavoratori i quali danno priorità

all’urgenza di far fronte ai problemi

quotidiani e all’incertezza

del domani.

Giovedì 28 Giugno 2007

FUTURO

INCERTO

primopiano

ATIPICI

I lavoratori atipici, quelli con contratti di collaborazione

a progetto, i lavoratori autonomi, gli incaricati

delle vendite a domicilio, gli spedizionieri doganali, i

titolari di borse di studio per la frequenza ai dottorati

di ricerca sono tutelati in una gestione separata

dell’Inps in cui vengono convogliati i loro contributi.

Il contributo da versare al fondo è stabilito in misura

percentuale sul reddito determinato ai fini Irpef. L’aliquota

contributiva, era stata fissata al 10 per cento ed è stata successivamente variata e

fissata in maniera diversa a seconda della posizione previdenziale dei lavoratori.

L’era degli schiavi

per tutta la vita

Previdenza e fondi: diritti mancati

Il sindacato

cerca la strada

per tutelare

la pensione

dei precari

CHIUSI APERTI

Il fondo pensione

chiuso è

uno strumento

di previdenza

complementare.

I fondi chiusi

sono istituiti

dalle aziende

o da categorie

di lavoratori e

sono alimentati

con contributi

del datore

di lavoro, del

lavoratore e,

volendo, da

una quota del

trattamento di

fine rapporto

QUESTIONI SOCIALI: PIÙ COLLEGIALITÀ

SEGUE DALLA PRIMA

Inoltre, il mantenimento del diritto

alla pensione con 40 anni di

contributi indipendentemente

dall’età anagrafica, l’introduzione di

un sistema di incentivi per favorire

l’innalzamento dell’età di accesso

alla pensione, il no al taglio dei

coefficienti di calcolo per le pensioni

future. Inoltre, la separazione della

previdenza dall’assistenza, affidando

quest’ultima alla fiscalità generale, la

lotta a fondo contro l’evasione contributiva

e il lavoro nero, unica strada

giusta per mantenere in equilibrio i

conti della previdenza. Assieme all’innalzamento

dei contributi dei

lavoratori atipici. Affermare questi

punti oggi significa sconfiggere un

disegno che non solo colpisce diritti

pensionistici, ma punta a far sì che

il sistema pensionistico pubblico

divenga sempre di più una variabile

dipendente del mercato, da sottoporre

a continue revisioni.

Per questo chiediamo al governo

di applicare rigorosamente questi

punti nel confronto con le parti sociali.

Non sappiamo oggi quale sarà

il risultato del confronto in corso

con le parti sociali, se si raggiungerà

o meno un accordo e su quali contenuti.

Chiediamo al governo che

determini le condizioni perchè l’accordo

sia possibile prima del Dpef

ed alle parti sociali che lo stesso sia

sottoposto a verifica tra i lavoratori.

DINO TIBALDI

I fondi aperti

sono istituiti

e gestiti da

banche o assicurazioni

e vi

possono aderire

lavoratori

autonomi,

liberi professionisti

e lavoratoridipendenti.Essendo

una forma di

previdenza

individuale,

l’ammontare

da destinare

al fondo è

deciso dall’interessato

Si presenta ancora più determinante

quindi la necessità

della partecipazione economica

delle imprese all’alimentazione

del fondo anche per sollecitare

con questa misura l’interesse dei

lavoratori.

Su questo quadro di difficoltà

tradizionali si inserisce la

questione del tutto specifica del

dove costruire una previdenza

integrativa partendo dal dato

della molteplicità dei settori di

impiego cui ciascun lavoratore è

di volta in volta assegnato.

Su quest’ultimo aspetto, in

particolare, è stata concentrata

l’attenzione con l’affidamento

da parte di Ebitemp – Ente bilaterale

di emanazione contrattuale

– di uno studio di fattibilità

ultimato ad aprile.

Dallo studio è emersa sia la

inopportunità di usare fondi

aperti, non convenienti e

privi di trasparenza democratica

gestionale, sia, nel

contempo, quella di poggiarsi

sugli attuali fondi

chiusi, per le evidenti difficoltà

connesse alla continua

trasmigrazione in base alle

missioni compiute. L’ipotesi

avanzata è pertanto

quella della costituzione

di un fondo specifico, di

emanazione contrattuale,

da gestire attraverso una

fondazione.

Questa Questa è l’ipotesi attorno

alla quale hanno lavorato

Nidil, Alai e Cpo.

Si è infatti sottoscritto

con le parti datoriali un

verbale che sancisce la

comune volontà di attivare

il fondo. Si è scelto

di fare della previdenza

integrativa una delle

questioni centrali della

piattaforma per il rinnovo

del contratto, sapendo che sulla

individuazione di misure econo- econo- economiche

congrue di alimentazione

alimentazione

del fondo si gioca la possibilità

stessa di renderlo appetibile e

farlo vivere.

Un altro punto centrale, viste

le caratteristiche di discontinuità

e di non prevedibilità dei

periodi non lavorati, è il riuscire

a fare leva su un forte sostegno

– aggiuntivo alle quote personali

e aziendali – della bilateralità,

attraverso il rialzo delle quote

attualmente versate, sia per abbattere

i costi gestionali che per

contribuire alla ricostruzione,

posticipata alle fasi di impiego

pieno, dei periodi mancanti.

Un processo complesso al

quale si intende dare completezza

con la contrattazione in

fase di avvio. Un percorso che

sarebbe agevolato dal rinvio

della scadenza del 30 giugno

per i lavoratori interinali, anche

considerando l’assenza di norme

specifiche che li riguardino.

*SEGRETARIA GENERALE NIDIL-CGIL


primopiano 7

Giovedì 28 Giugno 2007

RAFFAELLA ANGELINO

In Italia il professor Pizzuti è uno

dei maggiori esperti di previdenza

e, più in generale, di welfare. E in

una fase cruciale come quella attuale

ha sicuramente qualcosa di interessante

da dire in materia di pensioni

fuori dal coro degli “allarmisti”. Lo incontriamo

a Roma, al sesto piano della

Facoltà di Economia alla Sapienza.

Ha da poco ultimato il Rapporto sullo

stato sociale 2007 che di volta in volta

si occupa sia di tematiche di lungo

corso, sia di situazioni specifiche, entrando

nel dibattito anche con alcune

proposte. «Riguardo all’andamento e

all’evoluzione dei sistemi di welfare -

ci spiega Felice Roberto Pizzuti - viene

analizzato ciò che accade nei paesi

europei con particolare attenzione

alla situazione italiana. Dal confronto

sono emersi alcuni argomenti di particolare

interesse».

Qual è il dato che suscita maggiore

interesse?

Si parla molto di flexicurity (un

neologismo inglese che è la somma

dei termini flexibility e security, ndr),

modello che si è affermato in Olanda

e Danimarca di cui si anche in

Italia. Ma le caratteristiche fondanti

che rendono questo un modello di

successo sono difficili da rintracciare

nella generalità dei paesi. Ad

esempio, alla flessibilità, nel modello

danese, si uniscono in maniera complementare

delle misure di sicurezza

che vanno dalla formazione continua,

alla riqualificazione professionale, agli

ammortizzatori sociali che garantiscono

una certa quota di reddito nei

periodi di disoccupazione.

In Italia, invece?

Si tende verso questo modello in

un modo “asimmetrico”. Ovvero, la

flessibilità si traduce nella facilità per

le imprese di assumere e licenziare,

mentre in Danimarca la flessibilità è

intesa più a favorire l’innovazione del

sistema produttivo.

Dunque, il nostro paese non investe

in spesa sociale?

La spesa sociale in Italia rispetto

al Pil è circa due punti più bassa della

media dei paesi europei e la distanza

aumenta ulteriormente se il confronto

si limita a paesi vicini a noi per dimensioni,

come Francia e Germania.

Con quali conseguenze?

La spesa sociale non è un lusso

per paesi ricchi ma un fattore produttivo.

Questo spiega perché la nostra

economia arranca rispetto agli altri

paesi europei non solo in termini

quantitativi (Pil) ma anche rispetto

alla qualità della produzione. Il welfare,

infatti, protegge dai rischi.

Invece le imprese italiane preferiscono

piuttosto avere mano libera

nei licenziamenti.

Una caratteristica che emerge

dal Rapporto è l’accentuata precarietà

del mondo del lavoro in Italia. E’

aumentato il numero dei lavoratori

parasubordinati rispetto a quelli con

contratti “normali”. La conseguenza

è che a parità di lavoro svolto, un

dipendente a tempo indeterminato

guadagna un terzo più del dipendente

a termine. La distinzione tra le due

categorie contrattuali si amplifica e si

protrae quando ci si sposta dalla fase

lavorativa a quella pensionistica.

Dunque, a che tipo di pensione

può aspirare un precario?

Le pensioni dei parasubordinati

sono più basse, primo perché le ali-

L'intervista Felice Roberto Pizzuti

«GLI INUTILI

ALLARMISMI»

Scalone: strumento rozzo, da abolire

quote contributive sono minori, secondo,

perché i redditi a cui si applicano

le aliquote sono più bassi. E terzo,

perché intervengono periodi di non

lavoro tra un contratto e l’altro. Quindi,

a parità di anni di permanenza nel

mercato del lavoro e a parità di qualifica,

la pensione

maturata da un

parasubordinato

sarà circa la metà

di quella di un

I LAVORATORI

CONSIDERANO

RISCHIOSO

AFFIDARE IL TFR

AL MERCATO

lavoratore “normale”.

Che comunque

non se

la passa bene?

Anche le

pensioni di

questi lavoratori

tendono a diminuire

a seguito

delle riforme degli anni Novanta,

in particolare la “Dini”, che ha introdotto

il sistema contributivo. Un

lavoratore “normale” con 35 anni

d’anzianità, in base all’assetto attuale

andrà in pensione con un tasso di

sostituzione pari al 48,5%.

E questo sistema sarebbe in crisi?

Attualmente il sistema pensioni-

stico è in attivo, non ha problemi di

stabilità finanziaria. Anzi se si mettono

a confronto le prestazioni previdenziali

in senso stretto, al netto delle

ritenute fiscali, il bilancio è positivo

per gli enti per un ammontare pari a

circa mezzo punto di Pil. Peraltro, le

riforme degli anni Novanta hanno

ottenuto risultati superiori a quelli

previsti: nel periodo 1995-2005 i

miglioramenti di bilancio sono stati

superiori per 11 miliardi di euro. Aggiungo

che con una previsione di 190

mila immigrati all’anno, che decresce

fino a 160 mila (quella ufficialeciale

è invece sottostimata

a 150 mila), la la cosiddetta

“gobba” viene del tutto

eliminata.

Come si si giustifica

allora questo

nuovo “stato

d’emergenza”?

C’è la strategiadell’allarmismoeconomico,

per

parafrasare

un famoso

articolo

scritto da

Federico

Caffè negli

anni

Ottanta.

Così si

creano i

p r e s u p -

posti per

fare delle

riforme che

hanno meno giustificazioni di quanto

la realtà finanziaria del sistema pensionistico

ci dica. Inoltre, se si riduce il

sistema pensionistico pubblico c’è più

spazio per quello privato. Ed è esattamente

quello che accade.

Le adesioni ai fondi sono state al

di sotto delle aspettative: come mai?

Evidentemente, e comprensibilmente,

i lavoratori

si rendono

conto che affida-

re ai rendimenti

sponderebbero alle cifre di cui si parla.

E’ vero invece che il sistema previdenziale

ha ulteriormente migliorato

le proprie entrate sia a seguito della

Finanziaria 2007, che ha aumentato

le aliquote contributive, e sia perché è

migliorato il quadro macroeconomico.

Solo l’Inps ha avuto un miglioramento

delle entrate di circa 3 miliardi

di euro, che erano imprevisti.

Peraltro, lo scalone è uno strumento

tecnicamente rozzo. Praticamente in

una notte tra il 31 dicembre 2007 e il

di mercato una 1 gennaio 2008 si bloccano tre gene-

fetta consistente razioni di persone.

del loro reddito Altro punto in discussione ri-

d’anzianità è guarda i coefficienti di trasforma-

rischioso. I conzione.cetti di previ- L’adeguamento che tende a

denza e sicurez- ridurre l’ammontare della pensioza

sociale sono ne unitaria per far fronte all’allun-

molto più ottegamento della vita media non è

nibili e garantiti neutrale. Cioè se aumenta la com-

da un sistema ponente anziana della popolazione

pubblico. dovrebbe essere abbastanza norma-

Comunque il sistema “reggele che una fetta maggiore di Pil si

rebbe” all’eliminazione dell’odioso trasferisca a questa maggiore fetta

“scalone”?

di popolazione. Se invece con i coef-

Sullo scalone circolano dei dati ficienti di trasformazione si riduce la

vecchi di tre anni mentre il quadro pensione unitaria, facciamo pagare

tendenziale è fortemente cambiato. l’invecchiamento demografico solo

Ancora una volta si fa allarmismo: i agli anziani e non all’intera popo-

risparmi, eventualmente, non corri- lazione.

CHI

Pizzuti è professore di Politica

economica presso la Facoltà

di Economia dell’Università di

Roma “La Sapienza”. E’ stato

Consigliere d’amministrazione

dell’Inpdap e consigliere economico

del ministro del Lavoro

(1999-2001). Dal 2005 cura la

pubblicazione del “Rapporto sullo

stato sociale”.

Felice Roberto Pizzuti

IL GOVERNO

RISPETTI

IL PROGRAMMA

SEGUE DALLA PRIMA

D omenica

il vice premier

Rutelli attaccava

i quattro ministri

latori di una lettera aperta ,

accusandoli di voler colpevolmente

il male per le future

generazioni. Rutelli non

lesinava rimproveri arrivando

a definirli “insensibili”. Sulla

stessa linea il presidente del

Senato Franco Marini. Tutti

e due sottolineavano la loro

preoccupazione per i pensionati

di domani. A questo

punto è d’obbligo una domanda:

come possono essere

sinceri quanti dicono di voler

lavorare per creare condizioni

migliori per gli anziani di domani

e che nello stesso tempo

ignorano le condizioni di

chi anziano lo è oggi?

Marini e Rutelli, per fare

solo alcuni nomi, sanno che

oggi milioni di pensionati

percepiscono assegni mensili

di molto inferiori ai 500 euro?

Marini e Rutelli sanno che i

giovani di oggi, grazie alla

riforma Dini, percepiranno

una pensioni in base a quello

che riusciranno a versare e

che con i livelli di precarietà

e di disoccupazione fra meno

di venti anni avremo una

intera generazione di poveri,

sul modello non edificante

degli Stati Uniti? Se non lo

sanno, sarebbe grave. E se,

al contrario, lo sanno, allora

perché non si preoccupano

di queste situazioni?

Occorre ridare senso alle

parole. Questo governo

ha vinto le elezioni su di un

programma preciso, firmato

e condiviso dalle forze

che fanno hanno dato vita

all’Unione, non rispettarlo

potrebbe avere conseguenze

nefaste in quanto ognuno

potrebbe sentirsi in diritto di

sentirsi libero di andare per

la sua strada. La conseguenza

sarebbe l’immediato ritorno

di Berlusconi. Serietà

imporrebbe invece di rispettare

questo patto, dove fra

l’altro non si parla di aumento

dell’età pensionabile: nulla

di più, ma neanche nulla di

meno. Chi chiede altro, magari

assecondando le richieste

di Confindustria, o chi di

fronte a queste richieste tace

– ci piacerebbe sapere cosa

ne pensa il leader designato

del Partito democratico Veltroni

– lavora contro Prodi.

Dietro l’angolo ci sono maggioranze

diverse, con uomini

diversi, pronte a realizzare

tagli e riforme, contro i pensionati

e i giovani di oggi e

di domani.

MAURIZIO MUSOLINO


GIAMPIERO CAZZATO

S e

8

mai qualcuno ha pensato di

fare di lui il nuovo Cincinnato

della politica italiana sbaglia

i suoi conti. Se mai qualcuno

ha pensato di chiamarlo a salvare

la Patria, pardon, il Partito democratico,

e poi una volta rimessa in

sesto la baracca rispedirlo alla vita

agreste vuol dire che non conosce

bene la storia del console Lucio

Quinzio Cincinnato che dittatore

(nel senso antico) lo fu due volte

e la seconda alla veneranda età di

ottant’anni. Walter Veltroni sarà

dunque il dittatore (nel senso

antico) dell’asfittico Pd. Sarà l’uomo

chiamato al doppio cimento:

quello di dare un’anima ed un

programma ad un partito nato da

una fusione a freddo di apparati

e di ceto politico e che – come

ci dicono i risultati delle passate

amministrative - poco ha entusiasmato

l’elettorato di centrosinistra;

secondo, avrà il non facile compito

di tenere in vita il governo Prodi

fino a che non saranno maturate

le condizione per un ricambio.

Insomma continuità e rottura costituiranno

probabilmente il mix

della leadership del futuro dominus

del Partito democratico.

La scelta di Veltroni appare

la più naturale: è l’uomo che,

sondaggi alla mano, riscuote più

consensi tra il popolo del centrosinistra

(consensi che vanno

ben oltre il Pd); è quello che può

vantare il successo del modello

romano, una amministrazione

che molto fa o che, comunque,

molto sembra che faccia. Di lui

solo 20 giorni fa non si parlava,

o meglio se ne parlava per chiedersi

cosa avrebbe fatto, come si

sarebbe posizionato, chi avrebbe

sostenuto e chi no nella corsa alle

primarie di ottobre. Insomma

un pericoloso outsider per i “politici

politicanti”, da cui l’uomo

del Campidoglio (ed ora della

provvidenza) ha sempre tenuto a

marcare le distanze.

Che cosa è successo in poche

Giovedì 28 Giugno 2007 politica

UN AMERICANO

A ROMA

Con Veltroni il Pd

cambia passo

Meta Palazzo Chigi. Ma senza fretta

Una candidatura

plebiscitaria. Ma

non mancano

mugugni

e malumori

BASILICATA

Sinistra, al via patto di consultazione

LE SCELTE DEL governo Prodi non hanno

convinto un elettorato che chiedeva e chiede

maggiore attenzione ai problemi reali e concreti

del Paese. E’ cresciuto il malcontento, la

sfiducia nel centrosinistra e l’astensionismo

elettorale (si considerino le ultime amministrative).

Di fronte a tutto ciò c’è le forze della

sinistra di governo (Pdci, Prc, Verdi, Sd)

che sulla base di temi comuni – lavoro, lotta

al precariato, pensioni, sicurezza, disagio

sociale, legalità, laicità dello Stato – stanno

lavorando per creare una forte unità di sinistra

che mantenga alta la lotta per la difesa

dei ceti più deboli, del mondo del lavoro e

dei giovani.

Tale processo è ormai avviato a superare

la pura fase “convegnistica” anche nelle singole

realtà regionali. In Basilicata, infatti, si

settimane che ha portato navigatissimi

primattori a fare il passo

indietro ed ad investire urbi et orbi

il sindaco di Roma? Probabilmente

molte carte sono sfuggite

di mano. Intanto quelle primarie

che dovevano inizialmente incoronare

un amministratore delega-

to incaricato di gestire l’esistente,

sono diventate qualcosa di più e di

diverso, momento di selezione di

una vera e propria leadership. In

mezzo poi ci sono i risultanti poco

entusiasmanti del voto amministrativo

e la brutta vicenda delle

intercettazioni sul caso Unipol

è tenuto nei giorni scorsi un incontro delle

forze di sinistra e ambientaliste (Pdci, Prc,

Verdi, Sd) che hanno dato vita alla nascita

di un “patto di consultazione” finalizzato a

iniziare un percorso di rilancio del ruolo e

della funzione della sinistra e del centrosinistra,

che anche qui ha subito una forte battuta

d’arresto nel suo rapporto con la società civile

(emblematico a tale proposito è l’esito delle

amministrative di Matera, che dopo anni di

tradizione “rossa” ha consegnato il comando

della città al centrodestra).

E proprio sulla scia del processo unitario,

nelle scorse settimane sono state depositate

al Consiglio regionale tre iniziative

legislative sulla questione della prevenzione

antinfortunistica nei luoghi di lavoro (firmatari

i consiglieri regionali di Pdci e Prc):

GIORDANO (PRC): COORDINAMENTO ENTRO LUGLIO

Dar vita, entro la metà di luglio, a un coordinamento nazionale che comprenda sia le forze

politiche sia le principali forze sociali interessate al processo unitario a sinistra del Partito

democratico. E’ la proposta che Franco Giordano, leader del Prc, lancia al cantiere delle sinistre

in un’intervista a Liberazione di domenica Secondo il segretario di Rifondazione che

ribadisce il carattere «irreversibile» di questo processo - l’obiettivo è quello di «promuovere,

nel corso dell’estate, una campagna politica di massa, capace di coinvolgere persone,

organizzazioni e territori attorno ai contenuti che qualificano oggi l’iniziativa unitaria e

l’identità possibile della sinistra. In politica, i tempi contano molto - dice Giordano - Perciò

non possiamo restare fermi, in attesa di eventi annunciati che potrebbero modificare profondamente

la scena politica, e rischiare nei fatti di rinviare tutto all’autunno».

che, pur non prefigurando nessuna

notizia di reato, hanno di certo

intaccato figure di primo piano

dei Ds come D’Alema e Fassino.

Se dunque la scelta di Walter è

naturale è anche una scelta dettata

dall’emergenza della fase, il tentativo

di contrastare l’onda limaccio-

primo atto concreto di un percorso congiunto.

Anche in Basilicata, dunque, dove le

richieste dei cittadini si unisco ai problemi

politici interni (la giunta di centrosinistra si

è dimessa per avviare una verifica programmatico-istituzionale

e non è escluso che nel

nuovo riassetto amministrativo si scelga un

assessore del Pdci, in forte ascesa nella regione)

si avverte l’esigenza di assemblare le forze

della sinistra, nella consapevolezza che solo

uniti si può essere più forti per aprire una

nuova stagione di politiche sociali nel territorio.

Lavoro, lotta al precariato, pensioni,

infrastrutture e democrazia sono le priorità

di Pdci, Prc, Verdi e Sd che annunciano: «il

patto di consultazione è solo l’inizio di una

futura confederazione».

ANGELA SOAVE

sa dell’antipolitica con quello che,

a torto o ragione, viene percepito,

come un politico fuori dai giochi.

Certo è che il modo in cui la sua

candidatura è nata lascia sul terreno

uno strascico di malumori.

Veltroni riuscirà a risollevare

le sorti del Pd? E se sì in quale

direzione? Quale società immagina?

Il suo eclettismo politico e

culturale ben si attaglia alla natura

del nuovo soggetto politico.

Centrifugherà talmente bene Ds

e Margherita che quando il frullatore

si fermerà dei due partiti

che hanno donato il seme per il

Pd si parlerà al passato remoto.

Le sue icone sono Don Milani,

i fratelli Rosselli, J. F. Kennedy,

l’economista indiano Amartya

Sen, la sua bussola è l’idea di

una politica che ha il compito di

dare opportunità, ostile al conflitto

e alle ideologie, che risolve

le contraddizioni del capitalismo

con un liberismo dal volto umano.

Quel liberismo temperato

che, per rimanere su un terreno

veltroniano, si commuove per i

bambini africani, ma preferisce

non chiedersi da dove nascono la

miseria e lo sfruttamento.

C’è poi il nodo del governo. E’

possibile immaginare che il leader

del Pd non sia anche, quando

le condizioni lo consentiranno, il

premier designato? No, alla fine

della corsa c’è palazzo Chigi. Romano

Prodi si dice soddisfatto

della scelta Veltroni ma sa bene

che è l’uomo che lo accompagnerà,

con grandi riconoscimenti, un

tappeto rosso e pacche sulla spalla,

fuori dal portone del governo.

Il punto è quando ciò avverrà. A

medio termine Veltroni rafforzerà

l’esecutivo e lo terrà fuori dalla

fibrillazioni e dalle tensioni cui

siamo ormai abituati. Sarà una

navigazione tranquilla o quasi

che consentirà a Prodi di portare

a casa quei due-tre risultati che

gli consentiranno di uscire a testa

alta dalle vicende del governo e

di ritagliarsi un nuovo ruolo per

il futuro. Ma sarà una navigazione

che si interromperà ben prima

della fine naturale della legislatura,

con già bella e pronta una riforma

elettorale su misura per il

“sindaco d’Italia”.

Infine la sinistra. Alcuni pensano

che Veltroni miri a riportare

all’ovile la sinistra democratica di

Mussi («caro Fabio, ci rincontreremo»

gli disse al congresso

di Firenze). E più probabile che

proverà a fermare l’emorragia dei

Ds dando una spinta riformista

ad un Pd sostanzialmente moderato.

Può essere un fatto positivo,

che prefigura rapporti proficui tra

il Pd e quello che nascerà a sinistra.

Può essere positivo ad una

condizione, che la sinistra esca

dal regno delle buone intenzioni

e dia finalmente vita a quel soggetto

unitario e confederale che

milioni di uomini e donne attendono.

I tempi sono maturi.


politica 9

Giovedì 28 Giugno 2007

Dico, la prova del nove

Gay pride-Family day, uno a zero per la laicità

PAOLO BARBIERI

C he

la comunicazione, intesa

come la capacità di condizionare

“l’agenda” dei mass media,

sia lo strumento principale della

politica del nostro tempo è fatto

noto, sul quale si fonda una parte

non secondaria della politica italiana

almeno negli ultimi due decenni. E’

sempre interessante, tuttavia, vedere

applicato in pratica questo concetto

apparentemente astratto e neutro:

provate a fare un confronto fra lo

spazio che hanno ottenuto, nei giorni

successivi alla loro realizzazione, il

Family day di maggio e il Gay pride

di giugno. Il Family day ha tenuto

banco per settimane, come un evento

destinato a cambiare la politica;

il Roma pride è stato velocemente

ridimensionato. Eppure si è trattato

di due grandi eventi, eppure anche il

secondo ha riempito piazza S. Giovanni,

eppure incidevano, in modi

diversi, sulla stessa contesa politica,

la questione dei diritti civili per le

coppie conviventi, e in particolare

per quelle dello stesso sesso.

E’ lecito quindi domandarsi cosa

ne sarà del ddl sui Dico: se il Family

day sembrava aver affossato il progetto

della maggioranza, il Gay pride

dovrebbe averlo resuscitato. E in

effetti, a caldo, la ministra delle Pari

Opportunità Barbara Pollastrini sottolineava

che dalla sfilata romana è

«una conferma che bisogna trovare

una soluzione. Ora il ddl sui Dico

è in discussione, assieme ad altri di-

segni di legge, presso il comitato ri-

stretto in Commissione

giustizia al Senato.

Mi auguro che si

trovi una soluzione

condivisa».

Poi, pian

piano, è

ABSOLUT

PRIDE

calato il silenzio. Provate voi oggi a

strappare una dichiarazione sul tema

dei diritti civili a uno dei 60 della

Margherita, in gran parte ex Dc, che

firmarono all’inizio dell’anno la lettera

a difesa della laicità dello Stato

e della necessità di una regolamentazione

per legge delle unioni civili.

«Su questo argomento l’onorevole

non vuole assolutamente dire nulla»,

risponde una cortese voce dell’ufficio

stampa, indipendentemente da quale

“onorevole” proviate a sollecitare.

Un silenzio che per Franco

Grillini, presidente onorario dell’Arci

Gay e deputato della Sinistra democratica,

ha una spiegazione molto

netta: «La dice lunga sull’imbarazzo

delle gerarchie vaticane. Questo Gay

pride è stato una gigantesca “tranvata”

per tutti, il Family day ha perso

clamorosamente il confronto nono-

UNIONI GAY: BOOM IN REPUBBLICA CECA

E’ passato quasi un anno dall’approvazione

definitiva della legge

sulle unioni gay in Repubblica ceca

e secondo i dati ufficiali 346 coppie

omosessuali hanno utilizzato questo

nuovo diritto. Una possibilità

negata in altri Paesi, ma che secondo

le associazioni gay ceche non è

ancora la versione “ideale”: manca

infatti la possibilità di adottare

bambini. Il primo dato è comunque

interessante: si va da coppie giovani,

appena 18 anni, fino a unioni tra

omosessuali di 80 anni.

Già nei sei mesi successivi all’ap-

provazione della legge più di 200

unioni unioni tra gay. Il Il maggior numero

di coppie è stato registrato a Praga

(126) seguita dalla Boemia centrale

e dalla Moravia del sud, entrambe

con 36 coppie, e dalla regione di

Ustecy con 35 unioni.

Il par- lamento

Alcune immagini

del Gay Pride

di Roma del 16

giugno

stante le 36 mila parrocchie mobilitate,

i quattrini di Cl, dell’Opus dei,

dei Focolarini, delle Acli, nonostante

il palco miliardario finanziato da

tante aziende, nonostante gli sconti

delle Ferrovie, i pullman offerti gratuitamente,

nonostante il battage di

stampa durato mesi. Tutto questo è

stato battuto da una manifestazione

costata meno di 200 mila euro». Il

fatto politico rilevante, per Grillini,

«è che abbiamo dimostrato che l’Italia

laica è ancora maggioranza, e che

abbiamo una contraddizione stridente

fra un Parlamento dominato

dai clericali e il Paese che è laico».

Sulla legge tuttavia l’esponente

di Sd ammonisce: «Non c’è da

farsi illusioni, da quando la Dc ha

sparso le sue mefitiche propaggini

sia nel centrodestra che nel centrosinistra,

abbiamo un Parlamento a

ceco ha adottato la legge il 15 marzo

del 2006 dopo un acceso dibattito,

ma ha dovuto attendere altri

quattro mesi prima della promulgazione

dopo il primo veto del presidente

Vaclav Klaus. Il testo conferisce

uno statuto legale alle unioni fra

coppie omosessuali. I diritti previsti

dalla nuova normativa, che sancisce

fra l’altro la trasmissione ereditaria

tra i due componenti della coppia,

restano comunque più limitati rispetto

a quelli di una coppia tradizionale:

non è possibile l’adozione

e la naturalizzazione di un partner

straniero è più complicata. Le coppie

gay hanno il diritto di registrare

la la propria unione e di assistere il il

partner in ospedale.

A GERUSALEMME

Ci sono voluti mesi di battaglie politiche e giudiziarie, ma alla fine il Gay pride di Gerusalemme

si è potuto tenere regolarmente: il movimento glbt israeliano ha dovuto combattere fino alla

Corte suprema per respingere le richieste di divieto provenienti dai movimenti fondamentalisti,

assai influenti nella città santa. Per manifestare, i gay israeliani hanno dovuto rinunciare ai

carri allegorici e ai tradizionali costumi succinti: solo qualche palloncino colorato a simboleggiare

la loro battaglia per l’affermazione del diritto alla diversità. Bilancio limitato anche delle

proteste anti-gay: qualche rabbino ha diffuso volantini jettatorii nei quali si minacciava il cancro

ai poliziotti che collaboravano alla sicurezza dell’evento, qualche estremista di destra è stato

arrestato, uno addirittura mentre si recava alla Spianata delle moschee per convertirsi all’Islam,

per protesta contro la sfilata gay. Quello non glielo hanno permesso, chissà perché.

DANIELA

MOGAVERO

maggioranza clericale». E il rischio

ora è che la bandiera sui diritti civili

resti appannaggio della sola ala

sinistra dell’Unione: «Il Gay pride

– spiega Manuela Palermi, capogruppo

Pdci-Verdi al Senato – è

stata una grande manifestazione di

popolo. Io ci ho visto tanta sinistra,

quel movimento non rappresenta

una “lobby” ma una domanda che

nasce dal basso, dalla società italiana.

I diritti delle coppie di fatto sono nel

programma dell’Unione, e su questo

tema daremo battaglia».

Su “quale” legge fare Giovanni

Russo Spena, presidente dei senatori

del Prc, individua un discrimine

netto: «Il vero punto su cui bisogna

passare è il riconoscimento pubblicistico

delle convivenze gay, altrimenti

la legge diventa esclusivamente un

allargamento dei diritti e dei doveri

contrattuali. Poi si può vedere se il

riconoscimento deve venire dal giudice

di pace, da un atto del notaio in

veste di funzionario pubblico, da un

atto anagrafico». Sul “come” però, gli

spazi di manovra ci sono: «Si può

lavorare anche su una base nuova

rispetto al testo del governo, con un

dibattito parlamentare che parta dal

comitato ristretto della commissione

Giustizia qui al Senato». Sempre che

gli spazi di manovra non siano chiusi

dal silenzio stampa sull’argomento.

PRIDE & POLITICA

Un mondo

diverso

RAFFAELLA ANGELINO

I n

Europa, nella vecchia e democratica

Europa, c’è ancora

chi paga, in violenza e discriminazioni,

a causa dell’orientamento

sessuale. Sembra un’esagerazione

parlare di omofobia in

un continente che vuole essere

da esempio in tutto il mondo

nel rispetto dei diritti umani.

Eppure, per dirne una, Unione

europea è anche la Polonia che

in materia di omosessualità ha

aperto una vera e propria caccia

alle streghe, costringendo molti

gay a lasciare il paese per il timore

di ritorsioni, discriminazioni o

addirittura cure obbligatorie.

Nel vecchio e democratico

vecchio continente - è il Consiglio

d’Europa a dare l’allarme

- l’omofobia cresce, ma ciò che

è particolarmente grave è che

«spesso sono le stesse istituzioni a

propagare l’intolleranza, a diffondere

il disprezzo». Addirittura, il

segretario generale del Consiglio

d’Europa Terry Davis arriva a

dire: «Tranne che sul piano giuridico,

poco è cambiato da quando

questi cittadini venivano perseguitati».

Con buona pace della

democrazia, dei diritti umani,

dell’uguaglianza di tutti i cittadini

di cui solitamente i paesi dell’Eu-

ropa si fanno portatori.

Di diritti negati ha

parlato il Gay Pride, anche

e tanto più in Italia,

sventolando le bandiere

della dignità, della parità,

della laicità. Al milione

di persone che ha sfilato

a Roma, politica e informazione

hanno preferito

non dare la stessa attenzione

riservata al Family

day, ossia a quella prova

di forza organizzata, cavalcata e

strumentalizzata dal centrodestra

e da un certo cattolicesimo che

collega il riconoscimento (da parte

dello stato laico!) di diritti fondamentali

sulla base dell’orientamento

sessuale: Medioevo. Per

questo non va “accantonato” il

Pride: l’ennesimo grido di quel

“paese reale” che chiede attenzione

alla politica, che sollecita l’impegno

della sinistra, che sprona

tutto il centrosinistra ad occuparsi

più di diritti e meno di sessualità,

a farsi dettare l’agenda meno dai

poteri forti (Chiesa e Confindustria

in primis) e più dalla gente

comune, da chi lavora, da chi è

precario, povero, disoccupato,

discriminato. Per un modo di

governare finalmente - e nel vero

senso della parola - diverso.


LAVORI

IN CORSO

Laboratorio

Umbria

Prove di unità a sinistra

«S

10

embra facile fare il

comunista in Umbria,

invece...». Invece nel-

la “regione rossa” del centro Italia

il compito dei comunisti è compito

difficile. Parole di Roberto

Carpinelli, segretario regionale

del Pdci e presidente del gruppo

comunista alla regione. Difficile

perché ci si scontra ancora con

“l’equivoco del Pci”, quello per

cui gli elettori Ds – e a breve del

Pd – pensano ancora di stare nel

partito comunista. Di quella storia

gloriosa non vi è più traccia,

ma la gestione di una macchina

organizzativa poderosa che occupa

posti di potere, istituzionali

e para istituzionali continua. La

lista uniti nell’Ulivo in Umbria,

rispetto al quadro nazionale, regge.

Regge ma non convince. Lo

dice la sconfitta subita dal centrosinistra

a Todi, una città che

dal ‘47 ad oggi era sempre stata

patrimonio della sinistra. «Avvertiamo

uno stato di malessere

nella coalizione – spiega Carpinelli

– Il Pd in diverse realtà detta

legge, marginalizza le altre forze

dell’Unione, sceglie sindaci che

poi fanno perdere tutto il centrosinistra».

La nascita del Pd, per Carpinelli

è lo spartiacque, rimescola le carte

e «chiama a nuovi cimenti la sinistra

che continua ad essere tale». Se

fino a pochi mesi fa i rapporti dei

Comunisti italiani (che alle scorse

Giovedì 28 Giugno 2007 politica

IL PDCI

REGIONALI

2005

5,3

% 5,3

regionali del 2005 hanno preso più

di 24 mila voti, il 5,3 per cento) con

i cugini di Rifondazione erano aspri

oggi si può parlare di vera e propria

svolta. La crisi del governo Prodi

prima e il risultato deludente del Prc

alle ultime amministrative poi hanno

accelerato quel dialogo a sinistra

che procedeva tra stop and go da più

di un anno. «Poche settimane fa il

segretario regionale di Rifondazione

Stefano Vinti con una intervista

al Corriere dell’Umbria ha dichiarato

esplicitamente che la confederazione

è la strada giusta da percorre. Era

la nostra proposta, quella da cui insistevamo

da anni – racconta Carpinelli

- Ho preso la palla al balzo, noi

siamo pronti ho dichiarato subito.

Naturalmente i nostri paletti sono

ben chiari, la centralità dell’Unione

e il fatto che i partiti che danno vita

alla confederazione non si sciolgo-

Foto Ravagli

Il segretario

regionale del

Pdci Carpinelli:

la confederazione

è più vicina

no». Dopo il congresso regionale e

quello nazionale del Pdci si è entrati

in una fase operativa. Le segreterie

regionali dei due partiti si sono incontrate

e «abbiamo cominciato a

tessere un lavoro che sta producendo

risultanti in tante realtà del territorio.

Insomma siamo passati dal se al

come costruire l’unità della sinistra».

Carpinelli elenca meticolosamente

le città dove con i «compagni del

Prc abbiamo dato vita ad iniziative

comuni», Foligno, Gualdo Tadino,

Gubbio, Marsciano, Torgiano, Perugia,

Terni, Città della Pieve, Spoleto,

Città di Castello, San Giustino,

«e in calendario ne abbiamo altre 15

in altrettante città». Tutte iniziative

che hanno un titolo “facciamo sinistra”,

che oltre la presenza di Pdci e

Prc vedono spesso la presenza dei

Verdi, della Sinistra democratica,

in alcui casi dello Sdi. E poi le associazioni,

l’Ars, Uniti a sinistra,

esponenti della Cgil che «oggi ci

dicono chiaramente che sui temi

del lavoro, dello stato sociale si

riconoscono nel nostro progetto

unitario». Dunque l’Umbria come

un «concreto laboratorio di sperimentazione

politica», che costruisca

l’unità a partire dai contenuti,

dalle tematiche che riguardano da

vicino i problemi della collettività

regionale. Al primo posto nell’agenda

Carpinelli mette il lavo-

ro e la lotta alla precarietà, il tema

della sicurezza sui luoghi di lavoro

(l’Umbria, causa anche la parcellizzazione

del tessuto produttivo,

detiene il triste primato delle morti

sul lavoro), la difesa dello stato

sociale, la qualità dello sviluppo

economico, la valorizzazione dell’ambiente

e del territorio, oggi

sottoposto ad una speculazione

edilizia inedita e preoccupante».

La condizione materiale degli italiani:

è da qui che bisogna partire,

per il segretario regionale del Pdci.

«Il potere d’acquisto dei cittadini

umbri è a rischio - avverte - e

con esso lo sviluppo del territorio.

Venti anni fa i treni che andavano

a Roma erano pieni di studenti.

Oggi sono pieni di pendolari e

questo la dice lunga sulla crisi del

tessuto produttivo locale. Le multinazionali

che qui erano presenti

in maniera considerevole cominciano

a delocalizzare altrove, in

alcuni casi chiudono proprio i battenti.

Se la sinistra non darà una

risposta il rischio è l’antipolitica,

il ripiegamento della società su se

stessa. Ecco perché dobbiamo fare

in fretta, parlare di contenuti».

Il 28 di giugno si svolgerà una

riunione di tutti i soggetti della

sinistra, compreso lo Sdi. Quello

che si vuol fare è un tavolo permanente

della sinistra in Umbria (e

da qui a fine anno una conferenza

programmatica) in modo da poter

organizzare battaglie comuni su

temi qualificanti. «Finalmente si è

capito che uniti siamo più forti. Se

ci mettiamo insieme, noi e il Prc,

in consiglio regionale diventiamo

determinanti. E’ evidente che se

facciamo delle battaglie comuni

su cinque temi almeno tre ne

portiamo a casa». La prova? La

mozione del Pdci sui precari del-

la sanità pubblica, fatta propria

anche da Rifondazione ha fatto

sì che 504 precari siano stati assunti.

«Davvero c’è la possibilità di

parlare alle persone di cose che le

persone sentono e vivono sulla loro

pelle. E non ci fermiamo qui, stiamo

lavorando per la stabilizzazione

di tutti i precari della pubblica

amministrazione, presentando ordini

del giorno che invitano le amministrazioni

locali ad applicare il

disposto della legge finanziaria».

Il laboratorio umbro ha delle

peculiarità rispetto al quadro nazionale.

Qui la Sinistra democratica

di Mussi ha un atteggiamento

diverso da quello nazionale. «Mentre

a Roma è timida è strabica qui

non c’è nessuno che guarda verso

l’unità socialista». Anche coi Verdi

il rapporto è «ottimo». Ma se il

Sole che ride è d’accordo sul fare

fronte comune, soprattutto sui

temi ambientali, è però molto più

cauto sul processo confederale,

tanto che il capogruppo dei Verdi

alla regione, Oliviero Dottorini

dice no alla prospettiva di dar vita

ad un intergruppo regionale. «Noi

– continua Carpinelli – siamo per

andare avanti con chi ci sta. Anche

perché se perdiamo tempo rischiamo

di sciupare una occasione storica».

E’ persona pratica il segretario

del Pdci. Sarà perché di professione

fa il geometra. E se la metafora

del cantiere la trova suggestiva,

nello stesso tempo avverte che «i

cantieri non possono essere aperti

all’infinito, perché se apri cantieri

ma poi l’edificio non lo termini il

tuo popolo ti volta le spalle». Un

modo per dire che anche le forme

organizzative sono importanti

«senno facciamo un lavoro politico

che non produce sbocchi».

GIAMPIERO CAZZATO


politica 11

Giovedì 28 Giugno 2007

IL QUADRO SOCIALE

IL TESSUTO ECONOMICO e sociale umbro è sempre stato caratterizzato

da forti contraddizioni: una forte presenza mezzadrile

insieme all’industria pesante, in un territorio per secoli

sotto il giogo dello Stato della Chiesa che diventa una delle

regioni rosse. Nel 1886 nasce in Umbria la prima acciaieria

dell’Italia unita, che tra mille difficoltà esiste ancora oggi: l’Ast

di Terni, ormai di proprietà della più grande multinazionale

del settore, la tedesca ThyssenKrupp. Lo stesso destino toccato

a tutte le altre più importanti aziende umbre, a partire

dalla Perugina oggi della Nestlè. Quel che resta sono piccole

imprese, tantissimo lavoro pubblico e molti pensionati, in una

regione-città di poco più di 800mila abitanti senza sbocchi sul

mare e da sempre tagliata fuori dalle grandi infrastrutture viarie

e ferroviarie nazionali. La disoccupazione sostanzialmente

PATRIZIA MALTESE

S u

una cosa sono sicuramente

tutti d’accordo, e cioè che non

si può trattare di un’operazione

di vertice e di sommatoria di ceti

politici come quella che ha portato

alla nascita del Partito democratico.

Parliamo, ovviamente, del processo

di unità della sinistra, che in qualche

modo proprio dalla nascita del Pd ha

avuto un’accelerazione.

Claudio Carnieri, Stefano Vinti

e Oliviero Dottorini, il primo coordinatore

regionale di Sinistra democratica,

gli altri due capigruppo in

consiglio regionale rispettivamente

di Rifondazione comunista e dei

Verdi in Umbria, hanno pensieri diversi

sulle problematiche prioritarie,

sui tempi, sulle modalità, ma non

hanno dubbi che in questa “cosa”,

comunque la si voglia chiamare, devono

essere coinvolti a pieno titolo

sindacati, associazioni, gruppi di volontariato

e persino singoli. E anzi

Vinti precisa che non devono essere

le forze politiche che «spiegano al

popolo» e presentano «un progetto

prendere o lasciare», ma proprio tutti

gli altri a dire come la pensano.

Lui sembra il più convinto dei

tre: sull’analisi relativa alla necessità

di rendere «efficace» la sinistra

e la consapevolezza che «se non ci

uniamo, l’efficacia è relativa», sui

tempi («bisogna accelerare e fare in

fretta», dice), sulle differenze che

«sono arricchimento», sullo stato

della sinistra umbra che «non è testimoniale,

ma è già massa critica»,

su una richiesta che viene dal nostro

popolo e va assecondata. «E’ la gente

che ce lo chiede – spiega -, soprattutto

la Cgil la cui non adesione al

Partito democratico è significativa».

Vinti sottolinea più volte il peso che

in Umbria la sinistra ha da tempo e

Di proprietà dell’Iri dal 1933, le

acciaierie di Terni furono privatizzate

nel 1994, a seguito della ristrutturazione

industriale e societaria

del gruppo Ilva. Ad acquistarle,

per 612

miliardi di

lire, fu la Kai

Italia, società

composta dai

tedeschi della

Ktr (di Krupp

e Thyssen) e

da una cordata

di industriali

italiani, Agarini, Riva e Falck,

i quali si defilarono uno dopo l’altro

nel giro di pochissimi anni. Nel

dicembre del 2001 le acciaierie

passarono completamente nelle

mani del colosso ThyssenKrupp.

LE ACCIAIERIE DI TERNI

ricorda come già nelle elezioni europee,

regionali e politiche fosse fra

il 15 e il 17%, senza contare Sinistra

democratica che non c’era ancora

ma adesso è «radicata e forte» e i socialisti

che in quella regione «hanno

sempre avuto una tradizione di sinistra,

avendo governato con il Pci».

L’esponente di Rifondazione parla

di «effervescenza» testimoniata da

Oggi la ThyssenKrupp Acciai Speciali

Terni controlla interamente

la produzione italiana di laminati

piani in acciaio inossidabile. Circa

3.400 dipendenti e una produzione

annua

di oltre un

milione di

tonnellate di

acciaio inox,

quantità destinata

in

buona parte

al mercato

italiano caratterizzato

da uno dei consumi pro

capite di acciaio inox più elevati

del mondo.

Nel 2005/06 la ThyssenKrupp Acciai

Speciali Terni ha realizzato un

fatturato di 2,5 miliardi di Euro.

Poca disoccupazione ma poca innovazione

non c’è: è ferma al 4%, ma pur avendo una delle più antiche

università d’Europa (che a breve compierà 700 anni) c’è una

forte carenza sull’innovazione, che determina una mancanza

di lavoro qualificato e una relativa fuga di cervelli. L’occupazione

continua a crescere, ma solo quella maschile (terziario

ed edilizia); le donne risentono della crisi del tessile e non riescono

a trovare sbocchi nel terziario.

Nell’ultimo decennio lo sviluppo è stato sostenuto anche

dai fondi per la ricostruzione del post-terremoto e da un’elevata

capacità di reperire ed utilizzare i Fondi europei. Il modello di

sviluppo dell’Umbria sembra aver raggiunto buoni risultati. Gli

indicatori sugli obiettivi di Lisbona collocano l’Umbria al 2° posto

nazionale per quanto riguarda la coesione sociale e al 4° posto

per i livelli occupazionali. Così come il rapporto 2007 di “Sbilan-

una serie di iniziative comuni in tutta

la regione, a Perugia, a Città della

Pieve, Foligno, Bevagna. E poi gli

incontri bilaterali dell’ultimo mese

con il momento clou del 28 giugno:

una riunione finalmente congiunta

per ragionare sulla costituzione di

un tavolo permanente della sinistra

umbra e arrivare a «costruire una

piattaforma». Senza dimenticare le

difficoltà che

pure in una

regione “rossa”

ci sono per la

sinistra, e cioè

la “disgregazione”

dovuta al

rafforzamento

del Pd perché

loro «contano

di più, tendono

a sostituirsi alla

coalizione e a

imporre il loro punto di vista».

E infatti una riflessione profonda

sullo stato della sinistra vuole anche

Claudio Carnieri che già quando

era ancora presidente della direzione

regionale Ds metteva in guardia

contro l’autoreferenzialità e ora pone

quello della crisi e del rinnovamento

della politica come tema centrale. A

cui ne aggiunge un altro, non meno

importante e strettamente legato:

quello del rapporto fra la classe ope-

ciamoci” sulla qualità dello sviluppo delle regioni colloca l’Umbria

al 5 posto, sulla base di indicatori che valutano l’ambiente, i

diritti, la salute, il lavoro, l’istruzione e le pari opportunità.

Ma, come suol dirsi, non è tutt’oro quello che brilla, e

l’Umbria è chiamata a progettare il modello del suo sviluppo

futuro, con la consapevolezza che investire sulla filiera

ambiente-cultura-turismo significa tutelare e valorizzare lo

splendido patrimonio ambientale e dei beni culturali, ma

che puntare tutto sul turismo potrebbe non bastare se non

lo si accompagna ad un potenziamento del terziario, ad una

regolamentazione della presenza delle multinazionali e alla

riconversione dei settori produttivi che già oggi manifestano

chiari segnali di crisi (tessile e coltura del tabacco).

FRANCESCO FRANCESCAGLIA

IL DIBATTITO Parlano i segretari di Rifondazione, Sinistra democratica e Verdi

Iniziative comuni in molte città della Regione

Entro la fine

dell’anno

una conferenza

programmatica

della sinistra

raia e i suoi rappresentanti politici.

«Oggi, nelle fabbriche - spiega il

coordinatore di Sd -, i lavoratori non

li rappresenta più nessuno. Si dice

che al centro-nord gli operai votano

più destra che sinistra. Qui ancora

votano sinistra, ma nelle fabbriche

c’è rimasto solo il sindacato, quando

c’è». Carnieri ricorda come per esempio

a Terni, su 108mila abitanti, fra

otto e novemila

sono operai che

lavorano nella

media e grande

impresa: «Che

pensano? Chi

incontrano?

Dove vanno?

Come si organizzano?

Come

si tutelano?».

Altre invece

le domande che

pone Dottorini, dei tre quello che

appare se non scettico, almeno più

prudente. Diversamente da Carnieri

e Vinti, che ricordano esperienze comuni,

Dottorini lamenta le mancate

battaglie unitarie su temi come infrastrutture,

acqua e rifiuti, anche se

poi precisa: «Non voglio ancorarmi a

ciò che è stato per impedire ciò che

può essere». Per lui «la prospettiva

potrebbe essere quella di una coalizione

arcobaleno articolata in cui

convergono varie culture, che individua

i punti cardine su cui fare forza

per la trasformazione della società».

E però, aggiunge, bisogna mettersi

d’accordo sul modello: se si vuole

«una regione con più autostrade,

con infrastrutturazioni dell’Ottocento,

o una regione moderna che

punta sulla sua vocazione» e dunque

«la ricchezza che non ci può portar

via nessuno: il turismo, l’artigianato,

la piccola e media impresa». Dottorini

– secondo cui l’unica strada in

Umbria è quella dei patti di consultazione

sui singoli temi – rilancia la

questione della crisi di rappresentanza

della sinistra e infatti sostiene

che di questa coalizione dovranno

fare parte anche quelle realtà che

«per sentirsi ancora sinistra devono

inventarsi qualcosa perché i partiti,

tutti, anche noi, non li rappresentano

più». E forse dietro la prudenza di

Dottorini c’è quello che Vinti definisce

«il problema dei Verdi» e cioè

«le diverse anime» che convivono

all’interno del partito di Pecoraro

Scanio. Intanto la macchina è già in

moto e l’obiettivo, dopo l’incontro

del 28 di questo mese, è che si dia

vita, fra ottobre e novembre, a una

«conferenza programmatica della sinistra

umbra per capire dove siamo

arrivati e dove vorremmo andare e

per formulare proposte unitarie».


STEFANO FEDELI

E’

12

partito dal Senato il dibattito

sulla modifica della

Legge 49/87 che regola la

cooperazione; così abbiamo contattato

Giancarlo Malavolti, presidente

del Cocis (Coordinamento

delle Ong per la cooperazione internazionale

allo sviluppo), che da

esperto in materia ci aiuta a capire

il quadro della situazione.

Giancarlo, partiamo dal

Cocis...

Siamo una federazione di

27 Ong (fra cui Arci, Uisp, Cgil,

Anpas) nata 25 anni fa. Le Ong

del Cocis operano in 80 paesi con

almeno 400 operatori e altrettanti

partner locali. Consideriamo la

cooperazione uno strumento delle

relazioni fra popoli per «costruire

la pace e la giustizia fra le nazioni»,

come recita la nostra Costituzione.

Costruiamo partenariati e campagne

volte a determinare le condizioni

dello sviluppo sostenibile

e autonomo dei popoli del Sud.

Neghiamo che l’intervento umanitario

e quello assistenziale siano

gli elementi fondamentali della

cooperazione.

Il governo Prodi ha ripreso il

processo di riforma della Legge

49/87. Di questo si è iniziato a

parlare già a fine anni 80. Qual è

la novità?

La riforma è parte del programma

dell’Unione. Serve una

Giovedì 28 Giugno 2007

COOPERAZIONE

INTERNAZIONALE

L'intervista Giancarlo Malavolti

COOPERARE NON

E’ FARE LA CARITÀ

«Aiutiamo l’autonomia dei popoli»

I tempi sono inevitabilmente

lunghi e tutt’altro che certi. Intanto

si deve far funzionare l’attuale. Anche

il Governo non può permettersi

che la cooperazione languisca

o viva senza anima. Per non parlare

della cooperazione popolare che

rischia di non arrivare “viva” alla

meta. Chiediamo maggiore attenzione

e impegno verso il funzionamento

dell’attuale macchina operativa;

altrimenti c’è il rischio che

gli impegni assunti in sede politica

non siano tradotti nei fatti. Fra tali

impegni, oltre a quelli assunti in sede

internazionale, bisogna mettere

anche quelli verso il sempre maggior

coinvolgimento della società

civile nell’attività di partenariato e

cooperazione internazionale.

Uno dei problemi è la percezione

che l’opinione pubblica

ha della cooperazione, in bilico

politica

ONG: I NUMERI

Una Ong è una qualsiasi associazione di cittadini che non sia stata creata né faccia parte di strutture

governative, e sia impegnata senza scopo di lucro nel settore della solidarietà sociale e della

cooperazione allo sviluppo. La materia è regolata dalla Legge 49/87. Dopo un’istruttoria selettiva

le Ong ottengono dal ministero degli Esteri un’idoneità. In Italia l’Associazione nazionale ha 160

aderenti con circa 2000 tra volontari e cooperanti, 3000 progetti in 84 paesi, e un valore annuo

di 350 milioni di euro. Il contributo pubblico massimo per ogni progetto approvato è pari al 50%

del suo valore totale, il resto è a carico delle Ong proponenti e beneficiarie. I progetti si basano sul

rispetto assoluto dei criteri di giustizia ed equità. I campi di intervento riguardano la politica estera,

l’economia, i diritti umani, la globalizzazione, il debito estero, le relazioni tra Nord e Sud del mondo,

ma soprattutto la pace. In Italia ci sono tre grandi federazioni di Ong: Focsiv, Cocis e Cipsi

ESECUTIVO La viceministra Patrizia Sentinelli ha annunciato l’istituzione di una giornata nazionale da tenersi nel mese di ottobre

Gli Stati generali: non vanifichiamo gli sforzi

MANFREDO PAVONI GAY

DOPO IL PRIMO incontro tra gli Stati generali

della cooperazione ed esponenti del governo

(tra cui la vice ministra Patrizia Sentinelli)

tenutosi nel novembre scorso, la società civile

torna a farsi sentire e a chiedere con forza

un cambio di rotta immediato nella politica

del governo in materia di cooperazione. La

giornata di verifica che si è tenuta venerdì

25 maggio ha avuto un pieno successo, sia di

pubblico che di interlocuzione, e si è sviluppata

attraverso un franco dibattito tra esponenti

della società civile (150 tra Ong, associazioni,

sindacati ed enti locali) e governo.

I problemi sono ancora tutti lì sul tavolo e

l’Italia è in coda ai paesi donatori, mentre «la

politica della Cooperazione – come sottolinea

Action Aid – resta fuori dai parametri europei».

Se l’aver nominato una viceministra per

la cooperazione e stanziato risorse per la riduzione

del debito sono passi positivi – hanno

scritto gli Stati generali nel loro documento

– resta il fatto che l’Italia destina appena uno

0.2% per l’aiuto internazionale, mentre le spese

militari sono incrementate del 12% e continuano

ad allargarsi le basi militari, non ultima

la vicenda di Vicenza.

Un elemento critico, secondo il documen-

legge in grado di rispondere alle

esigenze geopolitiche attuali e al

moltiplicarsi dei nuovi soggetti che

si sono affacciati alla cooperazione.

Il Governo, con la vice ministra

Sentinelli, ha presentato una proposta

di legge delega per cercare di

portare a compimento il processo,

bloccato da almeno 10 anni per

una serie di veti incrociati provenienti

in gran parte da poteri forti e

interessi stratificati. Il 29 maggio è

iniziato al Senato l’iter, ma procede

con molta incertezza. Non facilita

un certo protagonismo un po’ improvvisato

di alcuni parlamentari

della maggioranza.

Forse in attesa della riforma

andrebbe meglio garantito il

funzionamento degli strumenti

esistenti. Non c’è il rischio che

la cooperazione non governativa

collassi?

to redatto dai gruppi, è quello del vincolo dell’erogazione

di fondi all’acquisto di beni e servizi

dal Paese donatore. Il problema – sostiene

Raffaella Chiodo, portavoce degli Stati generali

– «è che in Italia manca una cultura della

cooperazione, che non è vista assolutamente

come una priorità strategica per il futuro del

nostro Paese. In Italia, infatti, l’aiuto pubblico

è largamente superato da quello delle Ong e

delle associazioni di solidarietà; per questo

chiediamo un cambio di rotta nella politica».

Sulla riforma della Legge 49, di cui si

discute in questi giorni al Senato, gli Stati

generali danno nell’insieme una valutazione

positiva, anche se insistono sulla necessità di

politiche coerenti per evitare che gli sforzi per

una nuova cooperazione siano vanificati da

politiche commerciali e migratorie impostate

su un disegno liberista e sbilanciato in favore

del già ricco Nord. La cooperazione deve

diventare, al contrario, parte integrante della

politica estera italiana, visto che quest’ultima

dovrebbe avere come fine – scrivono gli Stati

generali – «la realizzazione della pace e della

giustizia tra i popoli». «Chiediamo al Senato

di lavorare rapidamente per l’approvazione

della nuova legge – ha detto Sergio Marelli,

presidente dell’Associazione delle Ong italia-

fra la carità e sviluppo. Che ne

pensi?

E’ sicuramente un problema.

La grande visibilità acquisita dagli

interventi umanitari o assistenziali

conduce l’opinione comune a relegare

la cooperazione fra le “azioni

caritatevoli” e non fra quelle di

riforma sociale, giustizia internazionale

e per la pace: dunque politiche,

come noi pensiamo. Ma

purtroppo questa visione non è

estranea neppure allo stesso elettorato

di sinistra. Stiamo realizzando

la campagna “cooperazione? Si

grazie!” proprio per chiarire questo

fondamento della cooperazione.

Un limite delle Ong è di presentarsi

come un mondo strutturato

e, forse, di pochi eletti addetti

ai lavori. Non bisognerebbe

proporsi di più come soggetti in

grado di trasformare spinte soli-

ne – poiché non abbiamo più tempo. Padoa

Schioppa faccia un passo indietro nel definire

gli orientamenti della cooperazione visto che

non sono di competenza del ministero delle

Finanze».

Alla viceminitra Sentinelli è stato ricordato

che anche sul Fondo globale l’Italia si

presenterà all’appuntamento del G8 con un

debito di 280 milioni di euro nei confronti

dei paesi creditori. Nel pomeriggio Patrizia

Sentinelli ha ammesso le difficoltà e il cammino

ancora da compiere verso una cultura di

pace e cooperazione. «Tuttavia – ha aggiunto

– alcuni provvedimenti determinano un cambio

di rotta rispetto al precedente governo:

penso alla creazione di un’agenzia unica per

la cooperazione per snellire il mastodontico

apparato della Farnesina; all’attenzione sulle

politiche di genere e sul continente africano,

che ha visto la partecipazione del governo al

forum di Bamako, in Burkina Faso; e infine

all’uscita dell’Italia da un programma della

Banca mondiale finalizzato alla privatizzazione

dell’acqua». La viceministra ha sottolineato

l’importanza di un dialogo aperto e costante

con la società civile in vista di una giornata

nazionale sulla cooperazione che il governo

sta preparando per il mese ottobre.

darie progettando strumenti di

azione da condividere con altre

comunità?

Sì, è necessario per la qualità e

l’efficacia dell’azione. Il problema è

come le Ong si pongono verso la

società e quali obiettivi danno alla

propria azione. Se considerano il

“progetto” come obiettivo saranno

indubbiamente estranee ai movimenti

e al pensiero della società,

né contribuiranno a formarlo. Se

invece sono coscienti che il progetto

è al servizio delle idee, è la

risposta concreta (e limitata) a un

problema, allora sulle idee e sulla

soluzione dei problemi centreranno

la propria attività esterna e

peseranno anche sulle scelte pubbliche

e della società civile. Non

siamo all’anno zero ma non ho

difficoltà ad ammettere che molto

resta da fare.

«Nei prossimi giorni – racconta Raffaella

Chiodo – chiedermo un’audizione ai due

rami del Parlamento prima che venga approvata

la riforma della Legge 49. Vogliamo dire

ai parlamentari che per noi “cooperazione” è

uguale a “restituzione” del nostro debito, un

tremendo debito che abbiamo nei confronti

del Sud del mondo, e in particolare dell’Africa

a cui abbiamo sottratto materie prime ma

anche uomini e donne trascinate dai mercanti

di schiavi nel passato e dalla tratta di esseri

umani che continua nel presente. Come ci

chiedono gli intellettuali africani, è venuto il

momento di riscrivere i libri contabili. Che

senso ha infatti stanziare lo 0,1% dell’aiuto se

poi i paesi in via di sviluppo ci devono pagare

un debito superiore al volume degli aiuti?».

Nei prossimi mesi gli Stati generali

continueranno la loro azione di pressione

e monitoraggio sull’operato del governo,

verranno fatte proposte concrete in vista del

prossimo documento di programmazione

economica e finanziaria, e sarà lanciata una

campagna di mobilitazione per sensibilizzare

l’opinione pubblica sul fatto che solo

attraverso buone pratiche di cooperazione si

possono risolvere i conflitti e i gravi squilibri

che affliggono il pianeta.


politica 13

Giovedì 28 Giugno 2007

SENATO La discussione sulla modifica della Legge 49 richiede un fronte comune tra Pdci, Prc, Sd e Verdi

La sinistra si faccia sentire

Passi positivi del governo, ma serve una svolta sull’intero settore

IACOPO VENIER

N on

so se è corretto parlare

di svolta nella cooperazione

Italiana. E’ certo che con il

governo Prodi sono avvenuti fatti

molto importanti, primo tra i

quali la decisione di nominare un

vice ministro con delega specifica

alla cooperazione. Poi c’è stato l’indubbio,

anche se ancora modesto,

aumento dei fondi deciso con la Finanziaria

ed ora, con l’approvazione

del Ddl delega per la riforma della

49, abbiamo ricevuto dal Governo

una spinta importante per affrontare

il nodo della legge che si trascina

ormai da troppo tempo.

Detto questo però non possiamo

non vedere che, accanto a questi

fatti sicuramente positivi, registriamo

ancora grandi contraddizioni e

ritardi. Brucia il mancato pagamento

dei debiti pregressi con programmi

come quelli sull’aids e la malaria

nonostante espliciti impegni fissati

dal Parlamento, ad esempio con

l’Ordine del giorno presentato dal

Pdci, ed accolto

dal governo,

ancora nel novembre

scorso.

Del resto l’attenzione

con

cui il ministero

dell’Economia

guarda a questo

settore si è vista

bene quando,

poche settimane

or sono,

abbiamo corso il rischio di veder

decurtati i già magri fondi per coprire

il buco della sanità regionale.

Ci sembra poi discutibile il fatto che

il governo abbia deciso di iniziare la

discussione sulla riforma della 49

dal Senato, dove sappiamo bene

che, a partire dalle posizioni del

presidente della commissione Affari

esteri Lamberto Dini, la difficoltà

ad approvare un testo buono, in un

tempo utile, sarà massima.

Sulla nuova legge il cielo è

tutt’altro che sereno e quindi è indispensabile

continuare un duro

Una vera

programmazione

partecipata per

stabilire le priorità

del Paese

lavoro perché funzionino al meglio

possibile i meccanismi vigenti e siano

rimossi quegli ostacoli operativi

e politici che ancora oggi bloccano

molte potenzialità e possibilità della

cooperazione allo sviluppo.

Detto questo è certo che l’apertura

ufficiale del confronto parlamentare

sulla nuova legge rappresenta

una grande occasione ed

una responsabilità per tutti noi. Per

raggiungere un compromesso accettabile

noi riteniamo che sarebbe

un grave errore mantenere un profilo

basso smussando sin dall’inizio

le differenze. In realtà, il tema della

cooperazione allo sviluppo è una

grande questione politica che, come

un prisma, rende evidenti le

differenti visioni del mondo che si

confrontano. La sinistra si trova oggi

a dover fare i conti non solo con

una tradizionale declinazione della

cooperazione come strumento “caritatevole”

di aiuto ai poveri, ma con

nuove e più moderne, e forse ancor

più pericolose, forme di interpretazione

del ruolo

della cooperazione.

Si tratta

di quelle teorie

che, partendo

dall’emergenza

come priorità,

portano la

cooperazione a

divenire ancillare,

non tanto

alla politica

estera, quanto

agli interventi militari effettuati

nell’ambito della guerra permanente

scatenata dagli Usa su tutto il

pianeta. Per non parlare poi di una

idea della cooperazione come strumento

funzionale alla penetrazione

commerciale ed industriale del nostro

Paese in nuovi mercati. Queste

nuove “declinazioni” del senso e

della missione della cooperazione,

presenti in forma latente anche nel

passato, oggi però si ammantano di

una nuova ideologia colonialista che

ha fatto breccia anche nella nostra

società. Le proposte sull’ingresso

diretto dei finanziamenti

privati nell’azione della futura

Agenzia, come l’esperienza

purtroppo tutt’ora in

piedi dei Prt in Afghanistan,

stanno a dimostrare quanto

queste posizioni condizionino

e condizioneranno anche l’attuale

maggioranza e governo.

E’ quindi con queste idee e con

questi interessi che dovremo fare

i conti anche in Parlamento. Per

affrontarli con determinazione abbiamo

bisogno di poter contare su

una aggiornata analisi “da sinistra”

di ciò che oggi è, e che domani dovrebbe

essere, la cooperazione. Noi

riteniamo che prima di tutto bisogna

partire dal concetto di “cooperazione

tra società” e dalla contestazione,

in radice, dell’attuale modello

di sviluppo. La cooperazione deve

essere lo strumento di una comune

progettazione tra le comunità coinvolte,

che consenta di mettere in discussione

quei parametri e compatibilità

che hanno generato il divario,

se non la contrapposizione fittizia,

tra i popoli. La cooperazione quindi

come strumento “eversivo” degli

attuali rapporti di forza e modelli

di sviluppo, e portatrice di una sfida

politica “alta” praticata “dal basso”.

Se partiamo da qui, assume

grande significato la difesa della

autonomia della società civile, delle

Ong, della cooperazione decentrata.

Abbiamo bisogno di difendere

uno spazio libero di progettazione e

di protagonismo perché la politica

estera del Paese non sia più intesa

come espressione degli orientamenti

del solo governo ma frutto

di una pluralità di soggetti e di visioni.

Se partiamo da qui, ancora, è

evidente che insistere per una vera

programmazione non serve solo

a dare certezze per poter superare

le contingenze del quadro politico

ma per individuare uno strumento

che consenta di definire, in modo

partecipato, le priorità geografiche

e politiche dell’Italia, e non, appunto,

solo del suo governo. Per inciso

vorrei dire che, se è pienamente

condivisibile la scelta di concentrare

la nostra azione sul Medio Oriente

e sull’Africa, la sinistra, polita e sociale,

non può consentire che l’Italia

continui ad abbandonare l’America

latina, e quindi anche la sua nuova

dinamica politica e sociale, come

terreno prioritario di intervento politico

ma anche di cooperazione.

Per affrontare questa sfida è decisivo

che le forze della sinistra, che

i gruppi parlamentari del Pdci, di

Rifondazione, della Sinistra democratica

e dei Verdi facciano fronte

comune scegliendo la cooperazione

come terreno prioritario per quel

patto d’azione comune che sta finalmente

prendendo forma. I partiti e

le forze

parlamentari

devono

però poter

contare su un

movimento di

opinione che ponga con forza la necessità

di un dibattito pubblico sulla

cooperazione, dove deve vivere un

chiaro e netto punto di vista di sinistra.

Un compromesso accettabile,

ma anche il funzionamento dell’attuale

macchina, sono possibili solo

dopo una battaglia vera. Ciò può

mettere in discussione posizioni

consolidate ed “accordi” del passato,

ma senza accettare il rischio di una

lotta politica a viso aperto rischiamo,

di fronte alle vecchie e nuove

sfide ideologiche e di potere, di limitarci,

come sinistra, a difendere

piccole nicchie di sopravvivenza

destinate in breve tempo ad essere

spazzate via.

Noi Comunisti italiani siamo

pronti ad affrontare questo livello

del dibattito con lo stesso metodo

che sino ad ora abbiamo adottato, e

cioè senza alzare bandierine di partito

ma lavorando per un percorso

di confronto partecipato che tenga

insieme realismo e prospettiva.


ADRIANO PACE*

L a

14

gara per la privatizzazione

Alitalia continua a

riservare colpi di scena.

Se lunedì 18 giugno tra i pretendenti

in lizza rischiava di

rimanere la sola cordata Airone-Intesa

Sanpaolo, giovedì

21 il numero dei partecipanti

è rapidamente salito a quota

tre: anche Matlin Patterson

parteciperà alla data room

prevista dalla procedura di

privatizzazione, insieme col

rientro di Aeroflot sostenuta

da Unicredit.

Questo è lo scenario che si

pone davanti agli attenti osservatori

esteri che guardano al

processo di privatizzazione della

compagnia di bandiera come

un banco di

prova per il

Il governo

deve chiarire

ai lavoratori

quali sono

le intenzioni

governo e la

sua capacità

di tradurre

le parole del

p r o g r a m -

ma elettorale

in realtà.

Lo sviluppo

economico,

industriale e

turistico del

Paese sembra essere una favola

da raccontare. Quello che

gli osservatori si dimenticano

di dire è che la compagnia di

bandiera ha circa 20.000 dipendenti

(divisi in gruppo Alitalia

e gruppo Alitalia Servizi);

che negli ultimi 4 anni è stata

imposta una cura dimagrante

ai lavoratori (quantificata in

circa 3000/3500 unità) mentre

Giovedì 28 Giugno 2007

PRIVATIZZAZIONI

AL VOLO

Quello che non dicono

I costi per l’acquisto e il rilancio della compagnia

non sono diminuiti i dirigenti

che continuano a fare scelte

scellerate con il consenso di

Fintecna; che il costo del lavoro

in Alitalia è il più basso d’Europa

e quello delle consulenze

è il più alto.

Di queste e di altre “dimenticanze”

potremmo parlare per

chiarire meglio ai più distratti

quali sono le vere questioni in

campo nella gara per la privatizzazione:

la società di cosulenza

Deloitte ha dichiarato

ultimamente che la continuità

aziendale del gruppo Alitalia,

compresa Alitalia Servizi, è stimata

arrivare fino al 31 dicembre

2007, oltre quella data c’è la

liquidazione della compagnia;

il bilancio dei primi tre mesi

del 2007 è in

rosso di 150

milioni di

euro; durante

la presidenza

Cimoli

sono stati

praticamente

cancellati

gli accordi di

Palazzo Chigi

2004, da

dove si doveva

ripartire per riconquistare

quote di mercato, aumentare

il traffico (soprattutto internazionale),

attuare una politica di

ottimizzazione di tutti i processi

produttivi; il costo totale

per l’acquisto della compagnia

e per il suo rilancio si aggira sui

5 miliardi di euro.

Il governo Prodi ha dapprima

avviato un dialogo con

le parti sociali per prendere in

considerazione l’avvio di un

percorso per il rilancio dell’azienda,

e poi ha invertito la

rotta: privatizzazione, diminuzione

o quasi azzeramento

della percentuale di proprietà

del governo, rottura nelle relazioni

con il sindacato che da

anni denunciava il non rispetto

degli accordi di Palazzo Chigi e

puntava sul rilancio dell’azienda

avendo anche firmato ammortizzatori

sociali, contratti

di solidarietà e altri sacrifici dei

lavoratori.

L’uso del precariato è ormai

diventata pratica consolidata e

in crescita, con il conseguente

ricorso a consulenze esterne

costosissime per fare fronte alla

mancanza di professionalità

dovuta agli esodi e alla mobilità

selvaggia che ha alleggerito

i bilanci annuali per fare bella

figura nei confronti dei vari

governi che si succedevano.

Ad oggi, in tutte le aziende del

gruppo Alitalia e Alitalia Servizi

la situazione è drammatica

e di difficile risoluzione: interi

settori dell’azienda sono in mano

a manager che hanno il solo

compito di destrutturate i livelli

di produttività per giustificare

esternalizzazioni e consulenze

milionarie. In tutto questo viene

meno il rispetto e la dignità

di una classe lavoratrice che

ha tenuto in piedi fino ad oggi,

fra mille difficoltà e fra cassa

integrazione, mobilità e licenziamenti

vari, un’idea di compagnia

di bandiera che abbia

un senso.

Il governo Prodi ha l’obbligo,

d’ora in poi, di chiarire

definitivamente ai sindacati

e ai lavoratori quali sono le

reali intenzioni nella difficile

fase che si è aperta. Quando

le questioni non sono chiare

e trasparenti un’azienda come

l’Alitalia è una preda ambita.

Questo governo ha l’obbligo

di fermare i disastri economici

fin qui perpetrati. Crediamo sia

importante ristabilire la centralità

del lavoro e della garanzia

di prospettive di sviluppo di un

settore come il trasporto aereo,

a partire dalla capacità di fare

scelte nella direzione dello sviluppo

industriale, con la possibilità

di avere partner esterni

ma con il controllo pubblico su

un settore strategico che può

portare lavoro, sviluppo, e crescita

collettiva.

*DELEGATO RSA FILT CGIL

CREMLINO

Dietro la

scelta di

Aeroflot di

restare in

corsa corsa per

Alitalia avrebbero

influito

le le pressioni

del Cremlino

secondo il

quale, come

scrive scrive Nezavisimaia

Gazeta,

«i vantaggi

politici dell’operazione

superano di

gran lunga gli

svantaggi eco-

nomici»

LE VOCI, POI smentite, di un

possibile ritiro da parte di Aeroflot

nell’asta per l’acquisizione

di Alitalia sono gravi, soprattutto

se pensiamo alle motivazioni.

Le accuse che muove Aeroflot

nei confronti del Governo sono

infatti pesanti: se il ministero del

Tesoro in tutta questa vicenda è

intenzionato soltanto a fare cassa,

e se sia il piano industriale che

la salvaguardia dell’occupazione

sono cose secondarie, non possiamo

far altro che preoccuparci.

A questo punto diventa centrale

il ruolo dei lavoratori. Il fattore

lavoro, più volte interessato

nella crisi decennale che ha attanagliato

ed attanaglia Alitalia

con interventi ed assunzioni di

responsabilità oggettivi ed evidenti,

è ora in attesa di partecipare,

nella convinzione di poter

offrire un contributo determinante

al progetto di rilancio di

Alitalia Spa. La storia recente

ha imposto ai lavoratori e alle

organizzazioni sindacali scelte

coraggiose e pesanti che hanno

contribuito a determinare il

livello attuale del costo lavoro,

tra i più competitivi in Europa.

La storia di Alitalia è fatta

di accordi a cui, tra l’altro, i sindacati

si sono sempre attenuti.

L’insuccesso di Alitalia è da

ricercarsi quindi nell’assenza

prolungata di scelte di valenza

strategica, nell’ingerenza

politica

ALITALIA, IMPEDIAMO

L’ENNESIMA SVENDITA

negativa della politica, nell’inconsistenza

delle scelte

gestionali, nell’incapacità di

difendere il proprio mercato.

C’è la convinzione, infatti, che

Alitalia ha la possibilità di essere

rilanciata perché gode di alcuni

requisiti indiscutibili: un marchio

ancora vincente nel mondo

dal punto di vista commerciale e

che “resiste” malgrado tutto; un

mercato di indubbio valore mondiale

sia incoming che outgoing

sui diversi segmenti di mercato.

C’è una sola maniera per competere

in modo credibile e con

possibilità di successo nel mercato

globalizzato del trasporto

aereo: un progetto industriale

e la disponibilità di risorse finanziarie

idonee a supportarlo.

Un’azienda unica, integrata, capace

di offrire tutta la gamma

dei servizi alla clientela, fatta

di passeggeri ma anche di altri

vettori sul modello consolidato

e di successo dei vettori europei.

Per questo oggi c’è la necessità

di rilanciare l’azienda attraverso

un piano industriale serio e che

al tempo stesso salvaguardi l’occupazione.

Senza questi presupposti

la gara per l’acquisizione

dell’azienda deve essere fermata,

perché non sarebbe una scelta di

politica industriale corretta, ma

solo l’ennesima svendita del patrimonio

pubblico.

D. T.


mondo 15

Giovedì 28 Giugno 2007

ANDREA GENOVALI

U n

primo, fondamentale,

passo verso una soluzione

di giustizia nei

confronti di Fabio Di Celmo è

stato compiuto alla Camera dei

deputati. Fabio Di Celmo fu

assassinato il 4 settembre 1997

da una bomba al plastico C-4

esplosa sotto un divano nel bar

dell’hotel Copacabana di Miramar,

nella riviera ovest della

capitale cubana. Una bomba

fatta esplodere da terroristi, su

mandato e regia del Bin Laden

dei Carabi, Luis Posada Carriles.

Uno dei tanti attentati a

Cuba realizzati sia per destabilizzare

il legittimo governo

cubano, sia per alimentare una

“strategia della tensione” atta

a sabotare il settore turistico,

passati colpevolmente inosservati

in Europa perché finanziati

e coperti dagli Usa.

Con l’approvazione di un

ordine del giorno, primo firmatario

Iacopo Venier, responsabile

Esteri del Pdci, si impegna il

governo italiano a chiedere con

sollecitudine l’estradizione in

QUE VIVA

CUBA

Carriles verso

l’estradizione

Attesa l’incriminazione del terrorista

Italia di Luis Posada Carriles

appena vi sarà l’incriminazione

da parte della Procura della Repubblica

di Roma.

Un fatto, questo, di grande

rilevanza. Sia perché premia un

lavoro silenzioso, ma costante e

determinato, del Pdci in questi

anni; sia perché fornisce, per la

prima volta, dal 1997, una risposta

concreta e forte al vasto

movimento di solidarietà con

Cuba e a tutti coloro che in

questi anni hanno lavorato per

far emergere la vicenda del gio-

vane italiano assassinato dai sicari

degli Stati Uniti all’Avana.

Questo, ovviamente, è solo

un primo passo, strategico

ma non risolutivo. Molti sono

ancora gli ostacoli da superare.

Uno è sicuramente quello di

vigilare attentamente affinché

gli Usa non facciano fuggire

dalle sue enormi responsabilità

Posada Carriles concedendogli

asilo politico o un rifugio

sicuro in qualche stato satellite

e suddito degli States. E questo

pericolo è ben concreto e reale,

APERTURE

Il Consiglio dell’Onu sui diritti umani, nuovo organismo delle Nazioni Unite subentrato

alla vecchia e discreditata Commissione dei diritti umani, ha compilato la nuova black list

dei paesi sotto sorveglianza per il rispetto delle libertà fondamentali dell’uomo. Nella lista

compaiono nove paesi tra i quali non risulta più Cuba. Un’altra apertura arriva dai ministri

degli Esteri dei 27 paesi membri dell’Unione Europea che hanno definitivamente deciso

di aprire un nuovo periodo di dialogo con l’Havana e di intavolare proficue relazioni: un

primo passo perché Cuba esca dall’isolamento in cui si trova da anni, piegata dall’embargo

imposto dagli Usa. Novità interessanti anche da parte dello stesso governo cubano: il comitato

centrale del Pcc sta valutando un disegno di legge che prevede il riconoscimento

dei diritti civili agli omosessuali, inclusa la formalizzazione giuridica dei matrimoni fra gay.

visto che questo reo confesso di

attentati terroristici in America

Latina per conto della Cia, ma

in particolare, per quello di Di

Celmo del quale ha rivendicato

la paternità in una sprezzante

intervista sul New York Times,

è stato fermato dagli Usa solo

per entrata clandestina nel Paese.

Ed oggi egli vive tranquillo

in Florida.

Il vasto movimento di solidarietà

italiano e internazionale

deve lasciare la luce accesa nei

confronti di questo assassinio

attraverso il quale si può rendere

giustizia anche per gli altri

omicidi di Posada Carriles

e del terrorismo internazionale

“buono”, cioè quello funzionale

alla difesa degli interessi nazionali

statunitensi. Il Parlamento

italiano e il governo debbono,

per parte loro, proseguire nell’azione

nei confronti del governo

Bush, affinché la legalità

internazionale non sia violata

impunemente anche in questa

occasione. In ogni caso, finalmente,

la Camera dei deputati

ha cancellato la vergognosa politica

dei morti italiani assassinati

all’estero di serie A (ad es.

riservata a bodyguard al servizio

di privati affaristi in Iraq) e di

serie B, come Fabio Di Celmo.

Oggi il senso della dignità

nazionale del nostro Paese nei

confronti degli Usa ha avuto

uno scatto d’orgoglio, ma occorre

vigilare e proseguire affinché

questo atto parlamentare venga

implementato dal governo non

appena vi saranno i requisiti

giudiziari sufficienti a procedere

all’estradizione.


MICHELA SECHI

Yasser Al Wadaya è un

ingegnere di Gaza che

non fa parte di nessun

partito né movimento politico.

Fin dall’inizio degli scontri fra

Fatah e Hamas - alcuni mesi

fa - ha cercato di organizzare

delle manifestazioni contro la

guerra civile, contro la violenza

e per l’unità. Dapprima si trattava

di riunioni in sale affittate,

con poche centinaia di persone,

soprattutto intellettuali. Poi il

movimento si è allargato fino

ad arrivare arrivare alla manifestazimanifestazione dello scorso 13 giugno, in

cui migliaia di persone sono

scese in strada cercando di

disarmare i militanti delle due

fazioni. fazioni. Era in corso la battaglia

finale in cui Hamas stava

conquistando le ultime postazioni

di Fatah per prendere il

controllo della Striscia. A Gaza

City si sparava ma la gente

comune non ha avuto paura

di avvicinarsi ai miliziani

mascherati e

strappare loro

il fucile. Fra i

manifestanti

ci sono state

quattro vittime

fra cui

Shadi Elajla,

un ragazzo di

22 anni che

col laborava

con l’ong italiana

Educaid.

Faceva il clown

per portare

un sorriso ai

bambini negli

asili, nei campi

profughi,

negli ospedali

e nelle strade.

Ecco come

Yasser Al Wadaya

racconta la manifestazione

del 13 giugno.

«C’erano circa 20 mila persone.

Siamo scesi nelle strade

dove c’erano i combattenti di

Fatah e di Hamas e abbiamo

cercato di separarli. Ci hanno

sparato ed è stato molto triste.

Quattro di noi sono stati uccisi

e dodici feriti. Si trattava

di civili che non parteggiavano

per nessuno. Non sappiamo chi

ci abbia sparato, se fossero di

Fatah o di Hamas, perché non

possiamo vederli in faccia: sono

mascherati e sparano dalle case,

Giovedì 28 Giugno 2007 Giovedì 28 Giugno 2007

dalle strade. Però siamo riusciti

a rompere la paura, siamo riusciti

a far sì che la gente uscisse

di casa. Durante il corteo io ho

detto: “Penso che a Gaza verremo

uccisi comunque, prima

o poi: moriamo oggi per impedire

che la nostra nazione vada

al disastro”. E’ la prima volta

che un così grande numero di

persone scende in strada per

protestare. Di solito eravamo

in 500-600. Ora parliamo di

20 mila persone che hanno

percorso insieme le zone più

pericolose di Gaza».

MEDIO ORIENTE

IN FIAMME

Ma dopo che alcuni manifestanti

sono stati uccisi, la

gente avrà ancora il coraggio

di scendere in piazza?

Io penso di sì. Abbiamo

chiamato questi morti “martiri

dell’unità” perché sono persone

innocenti, civili. Avevamo

chiesto ai manifestanti di

non portare armi, solo la bandiera

palestinese. Vogliamo

dire al mondo: «noi siamo il

vero popolo palestinese, quelli

che non vogliono combattere,

quelli che vogliono vivere in

pace».

mondo mondo

16 17

L’APPELLO

Marwan Barghouti: difendere il progetto nazionale

D alla

mia cella, piccola e buia, mi rivolgo

al mio grande popolo per condannare

il golpe militare contro la legittima

Autorità palestinese e le sue istituzioni nella

Striscia di Gaza. Considero il golpe militare a

Gaza una grave minaccia all’unità della patria

e alla causa palestinese, una deviazione dalla

scelta della resistenza e un sabotaggio al principio

della condivisione nazionale. Considero

questo golpe una minaccia alla esperienza democratica

e alla stessa scelta democratica che

ha portato Hamas al potere.

Appoggio pienamente la decisione di formare

un nuovo governo presieduto da Salam

Fayadh in qualità di Primo Ministro, nella

speranza che imponga il rispetto della legge,

ponga fine al disordine e lavori per mantenere

l’unità della patria, del popolo e della causa.

Condanno senza riserve l’oltraggio alle proprietà,

alle istituzioni, alle persone, ai quadri

e ai dirigenti di Hamas in Cisgiordania, e il

rifiuto assoluto di trasferire le dolorose immagini

e scene di Gaza in Cisgiordania.

Invito il presidente Abbas, nella sua qualità

di comandante generale di Fatah, a formare

una nuova direzione di Fatah a Gaza, a destituire

i comandi degli apparati di sicurezza e a

nominare nuovi comandanti capaci di riformare

e sviluppare le istituzioni della sicurezza

palestinese, in tutti i suoi rami, su basi professionali,

che la rendano più capace di svolgere

le proprie missioni: difendere la patria, i

cittadini, il progetto nazionale e le istituzioni

dell’Autorità; fronteggiare l’aggressione del-

SIAMO SCESI

PER LE STRADE

A SEPARARE

I MILIZIANI DI

FATAH E HAMAS

l’occupante; mantenere la pubblica sicurezza;

attuare la legge; porre fine al disordine, alle

manifestazioni e alle sfilate armate.

Chiedo di formare un comitato d’emergenza

per la direzione di Fatah, composto

dai dirigenti combat- tenti, capace di far

rinascere il Mo- vimento ricostituendo

le sue istituzioni e

processan- do gli

incapaci, incapaci,

i corrotti

e i

falliti. Serve un comitato che sia capace di avviare

immediatamente il VI Congresso generale

del Movimento, di difendere il progetto

nazionale, l’unità della patria, del popolo e della

causa, di continuare la nostra lotta nazionale

per realizzare gli obiettivi del nostro popolo: il

ritorno alla libertà e all’indipendenza.

Invito Ismael Hanieyh ad accettare la

decisione del presidente Mahmuod Abbas di

destituirlo insieme al governo, secondo la procedura

legale e costituzionale, in rispetto alla

Costituzione e alla legge fondamentale, e di

collaborare con il nuovo governo per salvare

ciò che è rimasto della legittimità palestinese

e salvare l’unità della patria, del popolo e della

causa.

MARWAN BARGHOUTI

ELEZIONI

Il 20 giugno

Abdul Hakim

Awad, portavoce

di Fatah,

ha dichiarato

che in Palestina

si potrebbe

andare a elezioni

anticipate

entro 2-3 mesi

L'intervista Yasser Al Wadaya

Le autorità sono rimaste

silenziose durante gli scontri.

Cosa pensa di questo silenzio?

Il presidente Abu Mazen e

il premier Ismail Haniyeh hanno

perso il controllo della situazione:

non hanno potuto dire

nulla e fare nulla. L’unica voce

nelle strade erano gli spari. I

giovani si sono sparati addosso,

ma chi spara all’amico o al fratello

non appartiene al popolo

palestinese. Stiamo perdendo

tutto. La storia non perdon-

erà nessuno di questi leader,

né Abu Mazen, né Hanyeh.

Dov’è l’autorità per cui hanno

lottato Fatah e Hamas? Non

esiste, non ha poteri. E dunque

mandiamo un messaggio a

Abu Mazen e Haniyeh: o trovate

una soluzione o lasciateci

in pace, andatevene.

Adesso che Hamas ha il

controllo della Striscia, quale

può essere il vostro ruolo

come società civile?

Stiamo cercando

di mediare

perché i militanti

di Fatah

non subiscano

persecuzioni.

Quasi tutti i

leader di Fatah

sono fuggiti,

ma i semplici

militanti sono

ancora qui. Alcuni

si nascondono,

altri non

escono di casa:

hanno paura

ad andare in

giro.

Le libertà

si sono ristrette

rispetto

a prima?

E’ troppo

presto per rispondere a questa

domanda: vedremo col tempo.

Per il momento la gente comune

è più tranquilla perché

non si spara più nelle strade.

Dunque si può uscire, fare la

spesa, i negozi hanno riaperto.

Ma ci sono molti timori riguardo

alla situazione economica.

Chi pagherà i salari dei dipendenti

pubblici? Verremo ridotti

alla fame? Israele consentirà di

riaprire il valico di Rafah, l’unica

via d’uscita verso il mondo

esterno? Sono tante le nostre

preoccupazioni.

PALESTINA Persone e organizzazioni devono tornare in campo per stimolare il ruolo di Italia e Europa

L’unica speranza è il dialogo

L’attacco di Hamas a Fatah ha azzerato i progressi fatti fin qui

GIAN FRANCO BENZI

Non è facile per chi, come noi

della Cgil, ha fatto della soluzione

del conflitto israelo-palestinese

la questione chiave

per la pace, assistere non solo all’estendersi

del conflitto in tutta la

regione, ma anche all’aprirsi, tra

Hamas e Fatah, di uno scontro

durissimo che fa venir meno, per il

popolo palestinese, la stessa possibilità

di autogoverno e di un futuro

di pace e stabilità in tempi certi.

Era proprio sulla base di questo

futuro che avevamo guardato,

nei mesi scorsi, con particolare

sollievo al costituirsi in Palestina

di un governo di unità nazionale

secondo il piano e il ruolo crescente

che gli stati arabi, insieme per la

prima volta, intendevano svolgere

nel rapporto con Israele per portare

a soluzione una vicenda che

data 1948.

In tal senso avevamo guardato

con interesse agli accordi della

Mecca come un primo passaggio

per una piena legittimazione internazionale

del nuovo governo

palestinese, ma soprattutto per

sbloccare il processo di reciproco

riconoscimento tra le parti, condizione

indispensabile per la ricerca

di una soluzione condivisa, sia in

campo palestinese sia nei rapporti

tra israeliani e palestinesi stessi.

Solo così è possibile affrontare

compiutamente la grave emergenza

umanitaria che segna la condizione

di quel popolo. Lo sblocco

degli aiuti è una condizione necessaria

ma non sufficiente per creare

condizioni credibili di negoziato,

dove la stessa questione del muro

di separazione diviene premessa di

ogni ulteriore negoziato.

Tutto questo è stato azzerato

con la decisione dei comandanti di

Hamas di aprire a Gaza lo scontro

con Fatah e di puntare esplicitamente

al suo azzeramento. Ciò ha

fatto parlare Abu Mazen, ma anche

lo stesso Marwan Barghouti,

di «golpe militare contro quella

stessa esperienza democratica

che ha portato Hamas al potere».

Questa vicenda e il giudizio su di

essa hanno posto e pongono immediatamente

il problema di una

«pulizia generale nell’azione politica

e nella pratica di governo palestinese»

dal funzionamento degli

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IN RETE

www.infopal.it

www.forumpalestina.org

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www.imemc.org

www.amin.org

apparati di sicurezza al rispetto più

in generale delle sue procedure.

Questo ha riguardato e riguarda

entrambe le parti, Hamas e Fatah,

senza i cui indispensabili cambiamenti

e riforme non c’è futuro per

la Palestina e per i palestinesi.

Sbaglieremmo profondamente

però a sottovalutare come questa

situazione sia anch’essa il frutto

dell’occupazione e di percorsi di

responsabilizzazione palestinese

che hanno convissuto con questa

anomalia di partenza, alimentando

ambiguità e incertezza nella stessa

esperienza democratica che si andava

realizzando.

Nel dire questo, dobbiamo ribadire

il nostro giudizio di fermez-

za sulle politiche israeliane, che

hanno utilizzato questa condizione

per inibire una reale costruzione di

autonomia e responsabilità palestinese,

ma soprattutto sulla comunità

internazionale, che al dunque si

è mostrata incapace di aiutare la

costruzione effettiva di due stati

per due popoli. Questo però riguarda

anche l’efficacia dell’azione

del nostro Paese sullo scacchiere

mediorientale: non siamo percepiti

oggi come parte di un soggetto autonomo,

quale l’Europa dovrebbe

essere, e l’Italia in quanto tale non

può pensare di esserlo in sua vece,

ma siamo visti come appendice di

una volontà internazionale segnata

dalla politica americana e dalle sue

scadenze e interessi. A proposito,

che fine hanno fatto il Quartetto

e la road map?

Nello scontro di queste settimane

precipitano limiti, incertezze

e distorsioni politiche di

grandi forze, ma anche di interi

aggregati come l’Europa. Precipita

nel contempo la difficoltà di

un movimento di solidarietà della

società ad esprimersi puntualmente

e soprattutto a ritrovare una

nuova efficacia politica. Questo ci

riguarda come movimento sindacale,

italiano ed europeo nonché

internazionale, ma anche come

parte delle società che fanno della

giustizia e della solidarietà le

leve di costruzione di una reale

alternativa all’esistente. Dobbiamo

innanzi tutto smuovere il governo

italiano ed europeo sullo scenario

mediorientale, per promuovere

quella responsabilizzazione internazionale

indispensabile allo soluzione

di questo dramma. Per farlo

efficacemente dobbiamo mettere

nuovamente in campo le persone

e le loro organizzazioni.

Qualche mese fa la Tavola della

pace promosse a Milano un’ampia

mobilitazione sulla questione

israelo-palestinese, che vide in

campo tutte le coalizioni di forze,

laiche e cattoliche, impegnate sul

tema. Da allora, gli eventi hanno

travolto quella opportunità, il quadro

si è fatto più complesso, ma

non vediamo alternative credibili

alla ricostruzione più diffusa di un

punto di vista comune e di una volontà

che lo traduca in termini di

pressione e mobilitazione.


18

Giovedì 28 Giugno 2007

Il libro verde sulla ricerca

fornisce dati allarmanti sulle

difficoltà europee. Intanto,

per uscire dall’impasse, si

punta a un’area di ricerca Ue

LA SCOMMESSA SUI NUOVI SAPERI

Strategia cercasi

UMBERTO GUIDONI

La Commissione ha recentemente reso noto il

rapporto, aggiornato al 2005, sulla situazione

europea in materia di ricerca e innovazione.

Ne esce uno spaccato impietoso della difficoltà

in cui si dibatte il Vecchio continente: in uno

scenario globale in mutamento, la spesa in ricerca e sviluppo

in Europa, espressa in percentuale del Pil, è in una

fase di sostanziale stagnazione dalla fine degli anni 90.

Nel 2005 soltanto l’1,84% del Pil è stato utilizzato in

investimenti per la ricerca nell’Unione europea a 27, certamente

molto meno di quanto hanno fatto Giappone, Corea

del Sud e Stati Uniti e, soprattutto, oltre un punto sotto quel

3% che le stesse istituzioni comunitarie avevano indicato come

l’obiettivo europeo da raggiungere per il 2010, il minimo

per centrare la strategia di Lisbona e diventare leader mondiale

della società della conoscenza. L’Italia, che vorrebbe

avvicinarsi al 2,5% del Pil, è ancora a quota 1,1%. La Svezia

si distingue per avere quasi raggiunto il suo target del 4%,

ben oltre la media europea. A seguire, Finlandia, Germania,

Danimarca e Austria.

Il dato complessivo dell’Europa, specialmente quello del

nostro Paese, è particolarmente allarmante se confrontato

con le economie emergenti, come Cina e India che, contrariamente

a quello che si pensa, stanno diventando esportatori

non più solo di merci a basso costo, ma anche di prodotti

ad alto contenuto di tecnologia. In particolar modo, la Cina

TUTTI, ANCHE I non ferrati in materia,

potrebbero trovare ovvio che un prodotto

da agricoltura biologica non contenga

tracce di Ogm. Sembrerebbe un dato

di normalità quasi acquisita, un portato

della logica. Per tutti, certo. Ma non per

i ministri dell’Agricoltura europei. Loro,

infatti, potrebbero anche inventare una

formula del tipo «contaminazione da

Ogm tecnicamente inevitabile» per dire

sì agli Ogm nel biologico. Potrebbero,

anzi, possono. E così han fatto. L’ipotesi

è infatti diventata certezza grazie alla decisione

presa dal Consiglio agricolo Ue,

che ha sancito per il biologico una soglia

di contaminazione da Ogm dello 0,9%:

la stessa prevista per i prodotti convenzionali.

Un passo indietro per i consumatori

europei ora sul piede di guerra per

difendersi da una politica che sentono

sempre più distante dalla loro sensibilità,

per i produttori di biologico che hanno

visto perdere di senso quella che per molti

è la scelta di un modello economico

diverso e sostenibile, e per il Parlamento

europeo che aveva richiesto con fermezza

un limite di contaminazione accidentale

dello 0,1%.

PAGINA AUTOGESTITA

www.gue-pdci.org

www.umbertoguidoni.org

umberto.guidoni@europarl.europa.eu

sta recuperando rapidamente lo svantaggio; se le tendenze

attuali si confermeranno, nel 2009, le distanze in termini di

investimenti per ricerca e sviluppo saranno annullate.

In materia di ricerca e sviluppo, lo scarto tra l’Unione

europea e i suoi principali concorrenti è dovuto, per oltre

l’85%, al diverso ruolo delle imprese: basso livello della spesa

in ricerca per il settore privato europeo rispetto a quello delle

compagnie statunitensi. Questo è un fatto ben noto e rispecchia

la tipologia medio-piccola della struttura produttiva

del Vecchio continente rispetto a quella degli Stati Uniti.

Ma rivela anche un’incapacità del capitale privato, specialmente

in Italia, a investire sulla ricerca, con buona pace di

Montezemolo sempre pronto a dare consigli alla politica.

Per questo è importante insistere sulla necessità di finanziamenti

pubblici per la ricerca di base, per creare conoscenze

scientifiche diffuse che possano contribuire al trasferimento

tecnologico: una fase che richiede, invece, sostanziali investimenti

privati.

In questo dibattito si inquadra la pubblicazione del Libro

verde sulla ricerca europea da parte della Commissione.

I libri verdi sono una caratteristica della Commissione e rappresentano

il tentativo di fotografare una realtà, per individuare

le problematiche e le linee di azione più efficaci, anche

alla luce dell’apertura di un dibattito fra i cosiddetti stakeholders.

A questo scopo, oltre alle analisi della Commissione,

nel documento vengono presentate una serie di domande,

indirizzate ai diversi soggetti, tutti accomunate dall’interesse

Decisione sciagurata frutto di uno

sgambetto della Polonia, rea di aver

ritirato all’ultimo l’appoggio a quella

che sarebbe risultata una decisiva minoranza

di blocco. Ma anche di un’incapacità

diplomatica italiana, inabile a

tessere efficaci alleanze. L’aver ceduto

agli interessi delle grandi aziende biotech

costituirà un danno incalcolabile

soprattutto per il comparto bio italiano.

L’Italia, infatti, quarto produttore mondiale

e primo europeo di biologico, è il

Paese che più subisce questa scelta. Ma

è anche il Paese dove più forti si sono

Spazio Europa

Lo stop dell’Europa

alla pena di morte

L’EUROPA SPOSA LA battaglia

dell’Italia contro

la pena di morte. Dopo

cinque mesi di negoziati,

i ministri degli Esteri Ue,

riuniti la scorsa settimana

a Lussemburgo, sono

giunti ad un accordo per

presentare alla prossima

Assemblea delle Nazioni

Unite di ottobre la proposta

di moratoria della pena

capitale. Un lungo e complesso

negoziato, che ha

visto prevalere, grazie alla

mediazione del neo ministro

degli Esteri francese

Kouchner, una prospettiva

di medio periodo nella

presentazione all’Onu

della risoluzione contro

la pena di morte. Questa

posizione, in principio

avversata da D’Alema,

fautore di un’azione immediata

presso il Palazzo

di Vetro, ha comunque

rappresentato un successo

diplomatico per l’Italia,

Ogm e biologico: un matrimonio di interesse

oggi ottimista sulla prosecuzione

di un cammino

il cui esito non è del

resto scontato nonostante

il fronte compatto degli

stati Ue. Sono 93, infatti,

le firme dei paesi che attualmente

hanno espresso

il loro appoggio nella lotta

alla pena di morte, contro

le 97 firme necessarie per

raggiungere la soglia di sicurezza

per l’approvazione

del testo. Grande soddisfazione

espressa dalle

associazioni umanitarie e

dall’intero arco politico.

Anche i Radicali, all’indomani

del raggiungimento

dell’accordo, hanno annunciato

l’interruzione

dello sciopero della fame.

La speranza è ora quella

di arrivare al prossimo 12

ottobre, giornata mondiale

contro la pena di morte,

con il boia definitivamente

in pensione.

ROBERTA PALLESCHI

di allargare e di rendere più efficace una politica della ricerca

autenticamente europea.

E un modo efficace per affrontare un problema che sta

al cuore delle strategie comunitarie volte a rilanciare il ruolo

dell’Europa tra i protagonisti della scena politica mondiale.

Mentre il dibattito dei leader europei sembra guardare indietro,

con i gemelli polacchi addirittura fermi alla Seconda

guerra mondiale, la Commissione, con una certa dose di pragmatismo,

tenta di non perdere il treno della globalizzazione.

Ci vuole una politica comune europea che sappia puntare

sulla formazione, sulla ricerca, sui nuovi saperi; visto che

la competizione si giocherà sempre più su investimenti in

intelligenze, progettazione e innovazione. Anche per questo

va salutata positivamente l’iniziativa del commissario Potocnik

che, con grande tempestività, ha voluto accelerare la

realizzazione di un’Area di ricerca europea.

levate le critiche e dove per primo si è

dichiarato di voler correre ai ripari. A

livello nazionale potrebbero infatti essere

adottate misure più restrittive per

la produzione e la commercializzazione

dei prodotti biologici. Potrebbero, anche

qui. Un condizionale che ha bisogno

di tradursi presto in un imperativo,

affinché la delusione dei produttori e

dei consumatori nostrani non diventi

dilagante dissenso verso una politica

spesso avvertita come impopolare e

succube dei poteri forti.

ROSITA ZILLI, RAFFAELE SPALLONE


Spazio Europa

NEL MEMORANDUM DI DICK MARTY LE PROVE SCHIACCIANTI

Voli Cia: i governi sapevano

ALESSANDRO BOZZINI

MARCO FURFARO

dimenticare che il generale Pollari, un ufficiale

italiano di alto grado, a capo del servizio di

intelligence militare, ha mentito spudoratamente al

Parlamento europeo? Come spiegare l’assordante

«Come

silenzio dei governi Berlusconi e Prodi in relazione

al sequestro di Abu Omar (che godeva dello status di rifugiato) avvenuto

grazie all’operazione di un commando americano che ha anche

fatto fallire un’importante indagine anti-terrorismo della Procura di

Milano?». Domande pesanti come macigni. Finora senza risposta. E

tanto, tanto altro ancora nelle 72 pagine

del memorandum di Dick Marty, liberale

svizzero, relatore sui voli Cia per il Consiglio

d’Europa, l’organizzazione paneuropea

impegnata in questioni di diritti

umani. Una relazione dura, dove le accuse

contenute nel primo rapporto del giugno

2006 divengono ora «prove schiaccianti»,

con Italia e Germania in prima fila

sul banco degli imputati e con l’appurato

coinvolgimento della Nato.

E’ il 4 ottobre 2001. Sono passati pochi

giorni dall’attentato alle Torri gemelle.

Gli Usa propongono un accordo alla Nato,

Italia compresa, per la lotta al terrorismo:

la Cia vuole l’assenso di tutti i paesi

del Patto alle operazioni clandestine antiterrorismo.

E l’ottiene. Un’intesa in otto

punti. Un piano contra legem che segna il

definitivo lasciapassare alla totale libertà

di movimento degli uomini e dei voli Cia sullo spazio aereo europeo.

E’ la definitiva rinuncia dei governi Nato alla difesa dei diritti umani e

delle garanzie costituzionali. Garanzie che non prevedono che i presunti

terroristi siano lasciati in libertà, ma che siano indagati secondo

indizi fondati e giudicati dalla magistratura. Invece no. I governi alleati

concedono alla Cia di scorrazzare sul vecchio continente, decidere chi

è terrorista e chi no, prelevare sospetti, portarli in prigioni segrete e,

nel caso, torturarli a dovere. Un’intesa firmata individualmente da ogni

paese Nato con gli Usa. Quindi i governi europei non solo sapevano,

ma hanno dato il proprio esplicito assenso alle operazioni.

Ma Marty non si ferma qui. Svela anche l’esistenza di prigioni segrete

in Europa. Polonia e Romania, si legge, hanno ospitato e pro-

IL FUTURO DELL’EUROPA è stato al centro

del Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles

lo scorso 21 e 22 giugno. I capi di Stato e

di governo dei 27 membri dell’Unione si

sono riuniti per decidere quale mandato

conferire alla conferenza intergovernativa,

l’assemblea incaricata di redigere un nuovo

testo di riforma delle istituzioni comunitarie

che si sostituisca al Trattato costituzionale

elaborato nel 2004 e bocciato dai

referendum francese e olandese nella primavera

del 2005.

Si annunciava un vertice difficile e le

attese non sono state smentite. È stato uno

dei consigli più sofferti nella storia

dell’integrazione europea quello che

si è protratto fino all’alba di sabato

23 in un clima da psicodramma

in cui la presidenza tedesca

è stata esasperata dal fuoco

incrociato delle invincibili

resistenze di Londra e Varsavia.

Il raggiungimento di un accordo era un

obiettivo essenziale per la cancelliera tedesca

Angela Merkel che, all’assunzione della

presidenza, aveva assunto il difficile compito

di mettere fine alla pausa di riflessione

sulle riforme istituzionali e di rilanciare il

processo costituzionale. L’accordo è stato

infatti raggiunto, in extremis e al caro prezzo

di un compromesso insoddisfacente per

chi, come l’Italia, aveva ratificato il Trattato

del 2004.

L’accordo finale stabilisce che la conferenza

intergovernativa sarà avviata entro

luglio e dovrà concludere i lavori entro il

2007 per permettere la ratifica da parte degli

Stati membri ed entrare così in vigore

prima delle elezioni del Parlamento europeo

del 2009. Il nuovo accordo è, nella

forma e nella sostanza, assai meno ambizioso

del Trattato costituzionale. L’idea

di una Costituzione per l’Europa è stata

abbandonata per un più modesto “trattato

di riforma” che integrerà i trattati esistenti.

Sparirà ogni riferimento ai simboli e il primato

del diritto comunitario sarà relegato

a un più sfumato richiamo alla giurisprudenza

risprudenza della Corte di giustizia.

La La Carta dei diritti fondamentali

non sarà inclusa nei Trattati ma

solo richiamata (e non sarà

vincolante per il Regno Unito,

principale oppositore soprattutto

dei principi di tutela

dei diritti dei lavoratori in essa contenuti).

Quel che resta del vecchio Trattato è la

personalità giuridica dell’Unione e la presidenza

stabile del Consiglio (due anni e

mezzo invece della presente turnazione

semestrale). All’attuale sistema di ponderazione

dei voti si sostituirà gradualmente

il sistema della “doppia maggioranza”: per

adottare una decisione sarà necessario il

consenso del 55% degli Stati membri che

rappresentino il 65% della popolazione to-

Giovedì 28 Giugno 2007 19

babilmente ospitano ancora prigioni segrete in cui è vietato l’accesso

alla Croce Rossa e nelle quali gli uomini Cia hanno libertà di azione,

mentre i servizi locali si limitano a garantire la sicurezza del perimetro,

a facilitare e a nascondere i trasporti aerei. Marty denuncia che «alcuni

governi europei hanno ostacolato la ricerca della verità e continuano a

farlo invocando il concetto di segreto di stato. Si invoca il segreto per

non fornire spiegazioni agli organismi parlamentari o per impedire

all’autorità giudiziaria di ricostruire i fatti e di perseguire i colpevoli dei

reati. Questa critica riguarda in particolare l’Italia e la Germania». Nei

due paesi, «indipendentemente dall’alternarsi al governo, è stata seguita

la stessa linea di condotta, e cioè quella di preservare ad ogni costo

i rapporti (e specialmente i rapporti di

interesse) con il potente alleato, con il ricorso

al segreto di stato ogni qual volta si

presenti il rischio che una verità scomoda

possa diventare di pubblico dominio.

Ciò permette di nascondere condotte

contrarie alla legge e offre a chi ricopre

una carica di governo il modo di sottrarsi

alle proprie responsabilità costituendo

un gravissimo ostacolo all’indipendenza

del sistema giudiziario».

Marty torna a complimentarsi con i

giudici di Milano e con la polizia italiana

per la competenza e l’alto livello del

loro lavoro, mentre «risulta deprimente

vedere come vengono trattati magistrati

meritevoli, come Spataro e Pomarici,

pm che per anni, non senza grandi rischi

personali, si sono impegnati nella lotta al

terrorismo, ottenendo sempre dei risultati,

pur nel rigoroso rispetto del principio di legalità». Il testo ricorda

poi «come si sia fatto impropriamente ricorso ad una legislazione sul

segreto di stato poco chiara e con margini di interpretazione esageratamente

ampi, per incarcerare e ridurre al silenzio scienziati indipendenti,

giornalisti, avvocati e gole profonde». Parole che non trovano

risposta dal governo italiano. Se non un’unica sconcertante obiezione:

segreto di stato. Obiezione che corre sul filo rosso di 70 anni di storia

repubblicana. Un filo rosso che in molti chiedono di recidere, perché,

citando Marty, «in uno Stato democratico che si fonda sul principio di

legalità è inaccettabile invocare il segreto di stato». Anzi, «non dovrebbe

essere permesso quando viene usato per nascondere violazioni dei

diritti umani».

Vertice di Bruxelles: quanto conta il passato?

tale dell’Ue. L’innovazione fu proposta nel

2004 per garantire maggiore rappresentatività

delle decisioni del Consiglio e agevolare

il meccanismo decisionale. La Polonia,

grande favorita del sistema attuale che le

conferisce un peso pari a quello della ben

più popolosa Germania, ha ottenuto il rinvio

dell’entrata in vigore al 2014 con un periodo

di transizione fino al 2017. L’Unione

non avrà un ministro degli Esteri, al suo

posto resta l’attuale alto rappresentate dell’Unione

per gli Affari esteri e la politica

di sicurezza che avrà a sua disposizione un

servizio diplomatico, assumerà le funzioni

del Commissario per le relazioni esterne e

la vice presidenza della Commissione. Tuttavia

la Politica estera di sicurezza comune

(Pesc) continuerà a essere gestita col metodo

intergovernativo.

Al risveglio da una notte di febbrili negoziati

resta l’amarezza di dover constatare

che il passato pesa sull’Europa rendendola

incapace di pensare il suo futuro. Delude il

risultato, ma soprattutto delude l’arrendevolezza

della presidenza tedesca, il silenzio

passivo del governo italiano, l’insipiente

debolezza del fronte europeista dei 18

che hanno ratificato il Trattato del 2004.

Infastidisce il pervicace e costante opportunismo

britannico, indigna, e preoccupa,

l’aggressivo nazionalismo polacco in chiave

anti-tedesca dal vago sapore revanscista.

CHIARA VALLINI

IN BREVE

DALL’UE

PELLICCE

Votato a Strasburgo il

divieto di importazione

e commercio delle pellicce

di cani e gatti nei

Paesi Ue a partire dal

31/12/2008. Soddisfazione

espressa dalle

associazioni animaliste,

tra cui la Lav, grazie alle

cui indagini l’Italia ha

assunto il ruolo di traino,

vietando per prima questo

commercio.

EURO

Dal primo gennaio 2008

Cipro e Malta faranno il

loro ingresso nella zona

dell’euro. Il via libera

definitivo è arrivato dal

vertice dei capi di Stato

e di governo dell’Ue. Gli

eurodeputati, tuttavia,

chiedono di migliorare il

metodo di consultazione

del Parlamento nell’ampliamento

dell’eurozona.

BANDA LARGA

L’Ue ha riconosciuto che

l’accesso generalizzato

alla banda larga è una

premessa essenziale per lo

sviluppo sociale, per servizi

pubblici migliori e per

la crescita di un’economia

che si basi sulla conoscenza:

per questo l’Europa

produrrà ogni sforzo per

assicurare l’eliminazione

del digital divide.

DIRITTO D’ASILO

Nella settimana in cui si

celebra la giornata internazionale

dei rifugiati,

l’europarlamento ha proposto

il completamento

del sistema unico europeo

per il diritto d’asilo. E’

stata infatti approvata

una relazione per «il

miglioramento della

cooperazione degli Stati

Ue in materia di asilo»,

basata sul principio di

non respingimento.

SPAZIO

L’Agenzia spaziale italiana

guiderà il progetto

di ricerca (Este) su un

motore a spinta variabile

di nuova generazione

per la futura esplorazione

del Sistema solare e il

trasporto spaziale. Il

programma è stato varato

dalla Commissione

europea nell’ambito del

VII programma quadro

per la ricerca.

A QUESTE PAGINE HANNO COLLABORATO:

MARCO FURFARO

ALESSANDRO BOZZINI

ANTONIO AVERSA

ROBERTA PALLESCHI

CHIARA VALLINI

ROSITA ZILLI

RAFFAELE SPALLONE

MATTEO ANTONELLI

SERENA BELLONI

MAIL: SPAZIOEUROPA@UMBERTOGUIDONI.ORG

TEL. +32-2-2847722


FABIO GIOVANNINI

I

n

20

principio c’erano il casco per

la realtà virtuale e i guanti dotati

di sensori per afferrare e

interagire con oggetti inesistenti.

Agli inizi degli anni Novanta si

fece un gran parlare di queste

possibilità di collegamento tra il

corpo e il computer, preconizzandone

uno sviluppo rapidissimo e

di massa. Ma le cose sono andate

diversamente: troppo costosi,

incapaci di dare una vera sensazione

di immersione in mondi

virtuali, casco e guanti sono finiti

nel dimenticatoio. Ma il desiderio

di viaggiare (o addirittura

vivere) in realtà artificiali non si

è spento e oggi sembra prendersi

una rivincita con il clamore intorno

a Second Life e anche ai

mondi virtuali “creativi”, dove si

possono mettere in rete proprie

creazioni da condividere con altri,

come YouTube e MySpace.

Stampa e tv ingigantiscono

ogni giorno il fenomeno Second

Life, quasi fosse ormai una

consuetudine di massa. In realtà

non è ancora così. Innanzitutto

per entrare in Second Life ci vuole

una connessione veloce e un

computer di nuova generazione.

In secondo luogo gli utenti sono

finora una piccolissima nicchia

Giovedì 28 Giugno 2007

MONDI

VIRTUALI

In rete ci si fa una “seconda vita”

IN RETE

www.secondlife.com

www.nuovita.com

www.youtube.com

www.myspace.com

www.atwar.net

(non dimentichiamoci che solo

un’esigua minoranza della popolazione

mondiale possiede

un computer), annidata soprattutto

nei paesi ricchi del pianeta

e tra gli abitanti più scolarizzati.

Si parla di 7 milioni di iscritti a

Second Life, ma in genere quando

ci si collega sono in rete circa

30.000 persone: una cifra modesta,

se si considera che si tratta di

un gioco cui si può partecipare

da ogni angolo del pianeta.

Resta indubbio il fascino di

un’esperienza che permette di

cambiare identità e incontrarsi

con altri individui a loro volta

trasformati in avatar dagli aspetti

più svariati (quando si entra in

Second Life si può “costruire” a

piacimento il proprio aspetto). E’,

insomma, uno sviluppo ipertecnologico

delle chat, le chiacchie-

rate via computer che permettevano

di spacciarsi per ciò che non

si è (popolarissima la possibilità

di mentire sulla propria identità

sessuale). sessuale). In Second Life si interinterpreta un personaggio che si evolve

insieme al mondo persistente

che lo circonda ed in cui “vive”.

In questo senso i mondi virtuali

come Second Life riprendono lo

schema dei giochi di ruolo, la cui

attrazione maggiore era quella

di poter “diventare qualcun altro”.

Uno dei più diffusi giochi

di ruolo, dopo

il capostipite

Dungeon

& Dragons, è

stato Vampire:

The Masquerade,

che ha

tentato anche

di diffondersi

on-line creando

comunità

di appassionati

(lo scopo del

gioco è di trasformarsi in vampiri

e gestire le difficili relazioni tra

le varie tribù di succhiasangue,

sempre nascondendo agli umani

la propria esistenza).

Un altro tipo di mondo virtuale

che ha portato alla nascita

di Second Life è rappresentato

dai videogiochi multigiocatore

(multiplayer), cioè la possibilità

di partecipare in rete a un videogame

dove ci si scontra (o

si collabora) con altri giocatori,

che possono trovarsi in qualsiasi

parte del pianeta. Quasi

tutti i videogiochi per Pc più

recenti prevedono l’opzione

Multiplayer e portano al costituirsi

di vere e proprie comunità

di appassionati. Vanno per la

maggiore i giochi fantasy, a base

di maghi e mostri, ma anche

quelli bellici, come effetto del

diminuito confine tra rappresentazione

della guerra e guerra

reale, oltre che della militarizzazione

della vita quotidiana. Il

più celebre è attualmente Ghost

Recon, inventato da Tom Clancy,

autore di interminabili saghe

Anche l’esercito

americano

ha creato un

videogioco

bellico online

letterarie e pioniere della trasposizione

di romanzi in videogiochi.

Reazionario convinto,

Clancy è stato anche consulente

della Cia e del Pentagono. Le

comunità che

giocano alle

sue avventure

militaresche

sono numerosissime,

ma

la concorrenza

è scatenata

e sono stati

c r e a t i

giochi

analoghicome

Operation Flashpoint,

Swat, Swat, Half-Life, Counter

Strike, , mentre persino

l’esercito americano ha

ideato un suo gioco bellico in

GLOSSARIO

Avatar: la forma corporea

che assume l’utente nei mondi

virtuali. Si tratta insomma di un

alter ego, creato a proprio piacimento,

per muoversi e interagire

con oggetti e altri avatar.

Mmorpg: sta per Massive Multiplayer

Online Role-Playing

Game, cioè giochi di ruolo per

computer tramite Internet cui

partecipano contemporaneamente

migliaia di persone. Tra i

più noti, a tema fantasy, Ultima

Online e World of Warcraft

Second Life: ambiente tridimensionale

creato nel 2002 dalla

Linden Lab di San Francisco, vanta

attualmente 7 milioni di giocatori.

Il mondo in cui gli avatar si muo-

società

rete. Non tutti i giocatori di questo

tipo sono fanatici delle armi,

ma ci sono segnali inquietanti.

La comunità dei giocatori “bellici”

in rete nel 2001 ha ospitato

numerose dichiarazioni di lutto

per i caduti di Washington

e New York, accanto a espliciti

inviti alla vendetta. Il sito

Atwar, Atwar Atwar, inoltre, ha promosso un

sondaggio tra il suo pubblico,

per sapere come dovevano

risponde-

vono

è in continua

crescita

e trasformazione.

Sim/Land: le terre simulate di

Second Life, dove si realizza il

vero business del gioco: le aree

di terreno, infatti, sono in vendita,

con pagamento in Linden$,

moneta interna acquistabile in

veri dollari.

uCommunity: le Ubiquitous

Community sono comunità in

cui gli utenti interagiscono con

un ruolo attivo, diventando veri

e propri autori di contenuti.

Rientrerebbero in questa categoria

YouTube, MySpace e la

stessa Second Life.


società

re gli Usa agli attentati dell’11

settembre. Il 34% riteneva che

si dovesse rispondere “con qualsiasi

attacco di terra e di cielo”,

il 31% proponeva “operazioni

sotto copertura”. Ma un preoccupante

20% non aveva dubbi:

“Sferrare un attacco nucleare”.

Il mondo

r e a -

Un’immagine di “Second Life”.

A destra: un’illustrazione

di Sergio Carravetta

le, con le sue contraddizioni, si

sovrappone quindi sempre con i

mondi virtuali. E del resto anche

Second Life non si discosta in

fondo dal nostro mondo concreto:

per “vivere”

in Second Life

servono servono soldi,

e il gioco è soloapparentemen

L’editoria italiana ha offerto diversi titoli per conoscere

gli approdi della realtà virtuale, sia dal

punto di vista tecnico che delle interpretazioni

teoriche e persino filosofiche. Una delle ricostruzionistruzioni

più documentate del fenomeno, anche

se ormai datata, resta Mondi virtuali (Bollati Boringhieri,

1993) di Benjamin Wolley, giornalista

della Bbc. Con lo stesso titolo Mondi Virtuali (Castelvecchi,

2006) è uscito di recente un libro di

Mario Gerosa e Aurélien Pfeffer che propone

un vero e proprio turismo nei cosiddetti “mondi

3d persistenti” dei videogiochi in rete. Sui diversi

aspetti dello spazio cibernetico va consultato il

voluminoso Cyberspace (Muzzio, 1993) a cura di

Michael Benedikt. Sempre la Muzzio ha edito Virtuale

è meglio di Lino Monti, ottimistico ritratto

dello sconfinato mondo situato dentro ai computer.

Sugli aspetti culturali e letterari di questa

dimensione cibernetica si può recuperare God

save the cyberpunk (Synergon, 1993) di Mafalda

Stasi, ricercatrice in una università del Texas.

Second Life

te gratuito. Entri

gratis, ma se vuoi

usufruire di tutte le

potenzialità della tua

“seconda vita” devi pagare, pro-

I LIBRI

non si discosta

dal mondo

vero: per vivere

servono i soldi

CYBER-NAZI

Anche i nazisti

hanno il

loro mondo

virtuale, dove

uccidono “negri

ed ebrei”.

E’ il gioco Ethnic

Cleansing,

distribuito fin

dal 2002 da

un’etichetta

di musica a

sfondo razzista.

Si spaccia

come «il

video game

più politically

incorrect mai

realizzato» e

proclama: «La

Guerra Razziale

è cominciata.

La tua

pelle è la tua

uniforme»

prio come sulla Terra reale. Come

se non bastasse, Second Life

è diventata terra di conquista

per ditte e imprese internazionali,

che la usano come propria

vetrina per

pubblicizza-

re e vendere

le loro merci.

E il sistema

economico di

Second Life,

per ammissione

dei suoi

stessi inventori,

è basato

sul mercato.

I n s o m m a ,

davvero avevamo bisogno di un

secondo capitalismo, nella realtà

virtuale, oltre a quello che ci ritroviamo

di fronte tutti i giorni,

in quasi tutto il pianeta?

Infine, per sondare i problemi filosofici posti da

queste nuove tecnologie è interessante Reale e

virtuale (Feltrinelli, 1992) di Tomas Maldonando,

che mette in luce i rischi di una “dematerializzazione

della realtà”. L’analisi “di classe” più radicale

è a tutt’oggi quella di Arthur Kroker e Michael

Weinstein nel libro Data Trash. La teoria della

classe virtuale (Urra – Apogeo, 1996). Secondo i

due autori “i tecnotopisti promuovono esplicitamente

la causa della virtualizzazione, offrendo

un’utopia di potere infantile, e i capitalisti cinici

sfruttano la virtualità per trarne profitti.” Nascerebbe

così una bioeconomia, una sorta di specie

vivente, che trasforma gli esseri umani in corpi

“windowizzati”, cioè ridefiniti dalla più famosa

applicazione Microsoft per computer. E la rete

diventerebbe il sistema nervoso del nuovo corpo

elettronico. Ma il mondo resterebbe dominato

dall’impero/Stato-nazione liberale virtuale, come

lo definiscono Kroker e Weinstein.

F. G.

Giovedì 28 Giugno 2007

SEATTLE L’abitazione nel quartier generale di Microsoft

I segreti della casa

progettata da Gates

LUCIO MALANDRA

N iente

tastiere e di computer

nemmeno l’ombra,

nonostante sia stata

pensata dalle menti geniali

al servizio di Microsoft. E’ una

vera e propria officina dell’elettronica

del futuro la casa

supertecnologica di Bill Gates,

tanto avanzata da coprire forse

due prossime generazioni.

L’appartamento è segretissimo

e praticamente inaccessibile,

grande circa 120 metri quadrati,

e si trova nel quartier

generale del colosso mondiale

del software.

A visitare la super-casa di

Microsoft e a raccontarne i

misteri è il guru della tecnologia

del periodico Jack, Guido

da Rozze, che, dopo aver varcato

quella soglia dice: «Sono

stato uno dei pochi fortunati

a entrarvi. Sono rimasto senza

parole». A lasciarlo senza fiato

è stata l’anima hi-tech della casa,

Grace, una software-governante

senza volto e senza fatica,

capace di far girare la casa

esattamente come serve e come

tutti sognano: dall’impeccabile

lista della spesa alla ricetta della

torta, dai videogiochi per

intrattenere i piccoli invitati di

un party alla pizza prontamente

ordinata al ristorante.

Nella casa supertecnologica,

Grace accende le luci, apre le

porte, ti avverte se manca qualcosa

nella dispensa, prepara la

lista degli invitati, avvia il forno,

la lavatrice, risponde a telefono.

Basta parlare, chiedere. E lei fa.

Muovendosi invisibile lungo

metri e metri di cavi elettronici,

occultati in controsoffitti, pavimenti

e pareti. «Ho avuto due

ore, solo due ore per capire che

cosa bolle in pentola nei laboratori

di Seattle. E quello che

ho visto mi ha proiettato in un

film di fantascienza», assicura

da Rozze. Il quale svela un’altra

informazione top-secret di

casa Microsoft: «Questo appartamento

di Redmond, un

quartiere che è una sorta di

Milano2 di Seattle, ha il più

21

alto grado di elettronica legata

alla domotica finora immaginabile,

ma la tecnologia che si è

allestito Bill Gates direttamente

nella sua maxi-villa, a pochi

chilometri di distanza dal suo

quartier generale, è sofisticata

e fantascientifica al cubo», dice

da Rozze, che nel numero di

giugno del suo periodico è riuscito

a pubblicare foto inedite

della casa del futuro.

Una casa che sarà governata

direttamente dal cellulare, il

“telecomando” dell’abitazione

di domani, e che, dalla colf

al cane da guardia, capovolge

completamente il nostro

immaginario familiare. «Tra

un decennio o forse due, se il

progetto di Microsoft prende

piede, le chiavi di casa non

esisteranno più, né tantomeno

i desueti allarmi anti-ladro.

La porta – spiega – ce l’aprirà

l’insostituibile Grace solo

dopo aver verificato le nostre

impronte su un pannello elettronico

posto all’ingresso. Con

un bel grado di sicurezza in più

rispetto ad oggi».

La Grace dei nostri sogni,

perché una governante così in

casa la vorrebbero tutti, uomini,

donne, vecchi, bambini e pure

gatti e cani, «è solo un software,

ma la sua voce virtuale è così

affascinante – confessa Guido

da Rozze – che io avevo voglia

di farle continuamente alzare

le tapparelle, abbassare le luci

o controllare se nel frigo mancasse

qualcosa».

Ma quello che rende incredibilmente

affascinante la

casa del futuro è che si adatta

e cambia look a seconda degli

stati d’animo e delle esigenze

di chi la abita. Pareti e soffitti,

infatti, sono pieni di microproiettori

che cambiano le

immagini dei “parati hi-tech”

come e quando si preferisce.

Foglie, fiori, paesaggi oceanici,

arte contemporanea: le telecamere

proiettano qualunque

cosa sia stato scelto e messo

in memoria. Basta chiederlo a

Grace.


Giovedì 28 Giugno 2007

DI

SOPRA

NUOVO

L’ITALIA

COME UN

INTERA

TEMPO

FISCHIA

LA BUFERA

IL VENTO E INFURIA

FAUSTO AMODEI - PER I MORTI DI REGGIO EMILIA

23

CULTU CULTU E

avuto parole di apprezzamento

per l’iniziativa così generosa

verso il patrimonio librario e ha

elogiato la disponibilità di Ceoldo

nel sostenere un progetto così

importante, importante, auspicando che non

sia un evento effimero, ma che

abbia carattere di continuità nel

tempo. La cultura è un ottima

opportunità per il dialogo interculturale

e religioso. La decisione

di sponsorizzare un progetto

così elevato da parte del

gruppo Ceoldo, scaturisce

anche dal percorso

che l’azienda ha fatto negli

ultimi anni nel campo

del recupero di edifici di

particolare valore storico

e architettonico, tenendo

soprattutto presente le

originarie caratteristiche morfologiche

e decorative.

L’appuntamento a Palazzo

San Macuto ha riunito specialisti

del settore del mondo laico e

cattolico, amanti del libro antico

e quanti hanno voluto apprendere

di più sulla bellezza e il sapere

che si celano tra quelle pagine di

pergamena, racchiuse da valve

di legno o di pelle, stringate da

lacci che conferiscono ai volumi

una grande aura di mistero. Pri-

Restaurato un Ottateuco copto

NICOLETTA DI BENEDETTO L’ARTE COPTA che racchiude tra le sue fragili l’Ottateuco etiopico che contie- Il manoscritto

A

chi ancora sostiene o ha Con la defini- pagine pergamenate. L’efficacia ne gli otto libri dell’Antico Te- individuato

dei dubbi che l’impresa è zione di arte e l’importanza di tale iniziativa stamento (Genesi, Esodo, Le- per il progetto

antagonista della cultura copta si indica è stata presentata il 15 giugno vitino, Numeri, Deuteronomio, “Salviamo un

ma dell’invenzione della stampa

sono stati questi volumi che

hanno ospitato i capolavori di

artisti importanti come il Beato

Angelico e che hanno permesso

a posteri di scoprire l’evoluzione

intellettuale, sociale e religiosa di

molti popoli e civiltà. Al pubbli-

e che non si possono percorre- la produzione scorso alla Camera dei Deputa- Giosuè, Giudici e Rut), scritti codice” è un co, che ha partecipato ben oltre

re le due strade contempora- artistica delti, nella splendida Sala del Re- e minati dai maestri amanuen- Ottateuco copto le previsioni auspicate per un

neamente, la risposta è data dal l’Egittocristiafettorio di Palazzo San Macuto, si Maka Sedeq e Pawlos, attivi scritto e miniato argomento che definirei di nic-

progetto “Salviamo un Codice”, no sviluppatasi sede della biblioteca, ospitata in Etiopia intorno alla metà in Etiopia (XV chia, è stata data la possibilità di

un caso di impresa per la cultu- anche dopo dell’On. Oliviero Diliberto, che del XV secolo. Il codice oggi è secolo)

poter non solo ammirare ma anra.

Un progetto desideroso di l’invasione divide la passione per la politi- conservato presso la Biblioteca

che sfogliare le pagine del codice

dare ascolto alle grida di aiuto araba. Si diffuse ca con un l’altro grande amore Forteguerriana di Pistoia, anno- IL CODICE restaurato.

che provengono dal vasto pa- anche tra gli che sono i libri, conosciuto nella verata tra le biblioteche più anti- Tra i libri di Fer- Per la prossima edizione è

trimonio culturale italiano, che abitanti dell’an- schiera dei raffinati bibliofili itache, diretta dal dottor Maurizio dinando Martini già stato individuato e conse-

rappresenta ben oltre il 50% di tica Etiopia e liani anche per la sua importan- Vivarelli con la dottoressa Tere- conservati presgnato per il restauro, all’Istituto

quello mondiale, proporzione in particolare te biblioteca.

sa Dolfi responsabile dei Fondi so la Biblioteca centrale della patologia del libro,

confermata anche nel patri- tra le genti del Il progetto “Salviamo un Antichi.

comunale For- il Manoscritto Piana 3.207 che

monio librario. Una ricchezza regno di Axum. Codice” è una missione soste- Oltre all’Onorevole Diliberteguerriana di contiene il Decretum Gratiani.

cospicua e preziosa, impossibile Una delle manuta dal giovane imprenditore to e ad Alberto Ceoldo, sono Pistoia vi sono Il Testo di diritto canonico ela-

da mantenere e tutelare con i nifestazioni più Alberto Ceoldo, amministra- stati chiamati a relazionare sul- cinque manoborato del monaco Graziano

soli strumenti a disposizione del antiche e raftore delegato del Gruppo iml’argomento il professor Gianscritti etiopici nel XII secolo. La versione in

settore pubblico.

finate dell’arte mobiliare Ceoldo di Padova, franco Malafarina per definire in pergamena restauro fu eseguita nell’ultimo

“Salviamo un Codice” è etiopica è la che ha “sposato” l’iniziativa della gli scopi del progetto, il professor provenienti quarto del XIII secolo nell’am-

un’iniziativa che ogni anno, at- miniatura rivista Alumina. Pagine Miniate. Ambrogio Maria Piazzoni vice dall’Eritrea. Tra biente universitario bolognese.

traverso un monitoraggio, foca-

La rivista diretta dal professor prefetto della Biblioteca aposto- questi, di parti- Il codice fa parte della raccolta

lizza tra i tanti e pregiati codici

Gianfranco Malafarina è dedilica vaticana, il dottor Maurizio colare interesse libraria appartenuta al papa Pio

miniati, conservati nelle bibliocata

alle miniature e pubblicata Vivarelli per il primo codice è un Ottateuco VII (Gregorio Barnaba Chiarateche

italiane, un esemplare che

dal Gruppo editoriale Nova restaurato, la dottoressa Armi- membranaceo monti, 1742-1823) che lasciò per

dal punto di vista storico-arti-

Charta di Venezia di Vittoria da Batori direttore dell’Istituto di grande forma- testamento la sua biblioteca pristico

deve essere sostenuto con

de Buzzaccarini. Nel corso della centrale della patologia del lito contenente vata in usufrutto ai Benedettini

un intervento di restauro o di

manifestazione oltre ad illustrabro di Roma e Cesare Biasini 195 fogli. Il codi- dell’Abbazia di Santa Maria del

semplice manutenzione, affinre

il progetto è stato presentato Selvaggi, responsabile relazioni ce contiene otto Monte di Cesena, oggi si trova

ché possa continuare a traman-

il primo codice restaurato (ms. esterne Digitalcodices.

libri dell’Antico in deposito presso la biblioteca

dare tutto il sapere e la bellezza

Martini etiop. 5). Si tratta del- L’onorevole Diliberto ha testamento Malatestiana di Cesena.


ADRIANO MARENCO

Daniele Segre in un’ipotetica

foto del panorama

cinematografico italiano

ufficiale è un invisibile, uno di

quegli autori che è stato nascosto,

oscurato, nel tentativo di rimuoverlo.

È una sonda che vaga

non solo nel cuore sentimentale

abbellito e nel cervello pseudoartistico

unificato, si muove nei recessi,

negli intestini. Filma cuore

e cervello da dentro. Senza gli

stucchi consolatori, che fanno più

male di quel cinema apertamente

consumistico che viene combattuto

come solo male. E non

si stanca mai di filmare, sempre

fuori dagli schemi, che equivale

a dire fuori dagli schermi. Fuori

dai pacchi natalizi e fuori dal

circuito nazional culturale. Con

la poesia dell’immagine davvero

significante, nel cuore.

La sua filmografia vanta un

numero incredibile di documentari.

Ha iniziato negli anni

settanta inserendosi nella lotta

sociale e descrivendo situazioni

di strada, di margini e disadattamento

giovanile torinese, con

stile ruvido e partecipato. Ricordiamo:

Perché droga (1976), Il potere

deve essere bianconero (1978)

sulla vita da stadio, Ritratto di

un piccolo spacciatore (1982).

Fondamentale è Vite di ballatoio

(1984), dove entra nelle vite dei

transessuali che si prostituiscono

a Torino. A interessare Segre è

soprattutto il loro quotidiano, i

volti sfatti, i litigi. Per Segre marginalità

è anche lavoro: ad esempio

con Sto lavorando? (1998) su

Matteo, cameriere a tempo determinato,

disadattato psichico,

che mentre apparecchia ritual-

24 Giovedì 28 Giugno 2007

culture

SCHERMI

L’alessandrino Daniele Segre

non è l’unico esponente

di conflitti cinematografici

oscurati dal grosso dei circuiti

ufficiali. Autori che hanno

sentito l’urgenza di filmare

la poesia dei margini. Ricordiamo

Nico D’Alessandria,

autore divenuto un caso con

L’imperatore di Roma (1988),

sulla vita del tossico Gerry

Sperandini e regista de L’amico

immaginario, (1994), Regina

Coeli (1999); pensiamo a Tonino

De Bernardi, autore de

Piccoli Orrori (1994), Appassionate

(1999), Fare la vita (2001),

Serva e padrona (2003), ispirato

a Le serve di Genet, e a

Giuseppe M. Gaudino, con

Aldis (1985) e un capolavoro

come Giro di lune tra terra e

mare (1998), una tragedia fra

Pozzuoli, pescatori di cozze e

mito.

L'intervista Daniele Segre

ANOMALIA NON

RICONCILIATA

«Filmo la nostra marginalità»

Daniele Segre

sul set di

“Mitraglia e

il Verme” con

Antonello Fassari

(a sinistra) e

Stefano Corsi. In

basso a destra:

un primo piano

del regista

mente un tavolo si chiede «sto

lavorando?». E ancora Asuba de

su serbatoiu (2001), sulle lotte

degli operai della Nuova Scaini

di Viallacidro vicino Cagliari.

Uno stabilimento che produce

batterie. Nel nostro tempo scarico

di valori umani. Anche i

suoi lungometraggi di finzione

nascono da urgenze. Incontri e

scontri che diventano seminali.

È il caso del rapporto con l’attore

Carlo Colnaghi in Tempo

di riposo, sulla preparazione del

film e il film vero e proprio Manila

Paloma Blanca (1992). Carlo

Carbone, il protagonista, era

un attore e ora è un clochard con

disturbi mentali. Queste opere

raccontano la sua storia in un

fecondo e inquieto rapporto fra

scena e realtà.

Dal rapporto con Barbara

Valmorin e Maria Grazia Grassini

nasce Vecchie (2002). Due sedie

per scenografia. Due signore

anziane e il loro disfacimento.

Senza via di fuga. Vecchie diverrà

anche spettacolo teatrale. Infine

Mitraglia e il Verme (2004),

altra discesa negli inferi della

normalità. In un bianco e nero

accecante, i bravissimi Antonello

Fassari e Stefano Corsi abitano

un pisciatoio pubblico sotto un

mercato di frutta e verdura. Il

Verme è il guardiano, Mitraglia

un pezzo quasi grosso del mer-

cato. Quel cesso, i calcoli renali di

Mitraglia, i sogni di scommesse

ai cavalli del Verme si traslano

fino a toccare significati

universali. L’universalità

dei margini.

Come Daniele Segre

ci racconta: «Io filmo la

marginalità che ci portiamo

dentro, faccio cinema

civile di poesia, la poesia dei

margini. Vivo il mio tempo

con intensità e rabbia ma

anche con amore e tenerezza

per l’inadeguato, che sia

handicap, disoccupazione,

vecchiaia. Sento

che il mio compito come

artista è animare il

conflitto delle coscien-

ze. Non placarlo, sono

un agitatore dell’anima

– spiega il regista –. E

agitare l’anima vuol

dire agitare il sociale,

la coscienza del sociale,

stimolare il pensiero.

Credo fortemente che

sia ora di ribadire che il

privato è il sociale. Non

ci deve essere distanza. Dobbiamo

prenderci le nostre responsabilità.

Io filmo la mia unicità. Mi

riconosco nella frase di Pasolini:

“la protesta del poeta è sempre

una richiesta di riconoscimento”.

Io ho la coscienza che la mia

opera non si sgretolerà col tempo,

SONO COME

UN MINATORE

CLANDESTINO,

APPESTATO

E INVISIBILE

ma durerà». Insomma un cinema

anomalo, non riconciliato, dove

riconoscersi diventa disturbante,

perchè agli antipodi di quello

che ci si aspetta. Un cinema duro

come pietra. Una pietra scagliata

nel lago tranquillizzato, anestetizzato

della nostra coscienza.

«Io vedo l’arte come stimolo.

Voglio stimolare il pubblico a riconoscersi.

E riconoscersi davvero

è per forza disturbante. Non

voglio conformarmi con il buonismo

che acquieta le coscienze.

Il nostro è un tempo di tragedia,

un tempo che rigetta tutta

quella parte della natura umana

che nella sua normalità diventa

esclusiva e disgustosa – continua

Segre –. È vietato invecchiare,

avere malattie vere. La famiglia è

sempre più un luogo pericoloso.

Di conflitto. La gente ha diritto

alla dignità, a essere soddisfatta

della propria vita, ma questo

diventa antieconomico. Una

società dell’apparenza che mette

al bando la normalità. E così,

filmare i margini dell’uomo, le

pieghe devastate del nostro tempo

diventa sovversivo nella sua

normalità. La piega, il margine è

dentro tutti noi. E io voglio una

vita che ci renda giustizia. Voglio

dignità per i poveri, contro la logica

del consumismo. Pretendo

una classe politica che non si

svenda per un tozzo di consensi

o di chiesa all’insegna del “volemose

bene”. È necessario

restare lucidi, mantenere la

calma, per costruire un futuro

più umano – spiega –.

Vorrei che fosse possibile

una riconciliazione. Una

riconciliazione giusta, vera.

Non quella truccata che va

di moda oggi. Un equilibrio

possibile e rispettoso,

in cui nessuno si senta

inadeguato, per un cambiamento

necessario».

I suoi film fanno una

fatica del diavolo a trovare visibilità.

Segre è un autore

al quale l’estabilshment

culturale non vuole da-

re spazio, nonostante

le ottime critiche che

ha ricevuto e l’apprezzamento

del pubblico

dei festival. È un autore

che non bussa, che

non si fa annunciare.

«Io sono come un minatore

clandestino, un

appestato – dice di sè –.

Uno che nessuno vuole

mostrare, anche se a

volte considero la mia

invisibilità una specie di medaglia

al valore». Daniele Segre è

uno scandalo nel perfettismo

consolatorio italiano, scavando

nel buco dell’uomo.


culture 25

Giovedì 28 Giugno 2007

ARCHITETTURA

Cultura

senza

confini ARTE

INMOSTRA

IL MARTIRIO DI SANT’OR-

SOLA. Michelangelo Merisi.

Nel cuore di Napoli, alla

Galleria di Palazzo Zevallos

Stigliano è possibile visitare

l’ultimo dipinto lasciatoci da

Caravaggio nel 1610, poche

LINO STURIALE

In vista di “Transmitting

Architecture Uia 2008”, il

XXIII congresso mondiale

degli architetti a Torino, si è

aperto un ciclo di conversazioni

dedicato ai rapporti tra

architettura e attualità sociale,

organizzate dall’Ordine degli

architetti torinese. Il presidente

Riccardo Bedrone l’8

giugno scorso ha introdotto, al

Circolo dei lettori, la conferenza

“Architettura in guerra” sulle

distruzioni di insediamenti, la

scomparsa del patrimonio e

della memoria conservata negli

edifici-simbolo, le “microdistruzioni”

operate su quartieri

e piccole abitazioni per effetto

della politica e della guerra.

Rinaldo Bontempi, presidente

di “Paralleli”, Istituto euromediterraneo

del nord ovest,

già parlamentare europeo (Pci

e poi Pds), ha avviato la discussione

su queste problematiche

tra situazione storica e reali

esigenze, tra contraddizioni

concrete e sforzi attualmente

in atto. Due i testimoni: un architetto

italiano e un giornalista

iracheno con ambiti di riferimento

territoriale differente:

Afghanistan e Iraq.

Andrea Bruno - architetto,

consigliere Unesco per l’Afghanistan

che fin dal 1960 si

occupa del “paese dell’oppio”,

ha lavorato anche a Baghdad,

come direttore del Centro scavi

italo-iracheni della città di

Torino - ha discusso del lavoro

sui grandi siti archeologici e

intorno agli edifici di maggior

rilievo culturale e istituzionale,

come il Museo nazionale di

Kabul. Ha allestito Afghanistan.

I tesori ritrovati, grande

mostra in corso al Museo di

antichità di Torino.

E’ intervenuto anche Erfan

Rashid, giornalista iracheno

contrario all’esecuzione di Saddam

Hussein, nato in Iraq nel

1952, in Italia dal 1978. Corrispondente

di varie testate arabe,

giornalista per RaiMed fino al

2003, poi caporedattore di Aki

Adnkronos international, vincitore

del premio Ischia come

giornalista dell’anno 2005, è coautore

del libro Il cinema dei

paesi arabi (Marsilio, 1993). Ha

ideato, con Alessandra Chiti,

architetto (associazione “Tammuz”),

il progetto “1001 libri

per Baghdad”, per promuovere

la cultura italiana attraverso la

traduzione di testi di autori e

per contrastare l’impoverimento

culturale causato dall’incendio

della Biblioteca nazionale e

di molte altre biblioteche nella

capitale e nelle altre città e dalla

distruzione di Al Mutanabbi

street, la storica strada delle librerie

a Baghdad.

Lo stallo, «in nome della sicurezza»

Quando in Iraq si parla di ri- La presenza straniera non deve cratica, tutti i partiti, senza distinziocostruzione

tutti i politici si scomparire ora, dopo che ha distrutne, non fanno che pensare all’orticello

appellano alla mancanza di to: si tratta di costruire, adesso. Ma di casa o all’interesse personale. I

sicurezza. Tutti i problemi sono re- nemmeno auspico che la presenza ministri iracheni non si occupano

golarmente rimandati: che si parli straniera debba continuare... affatto del Paese, bensì, ogni giorno,

di cultura, ricostruzione della rete In Iraq, pur con l’esistenza delle di interessi di partito misti a interessi

fognaria, energia elettrica - erogata milizie, esiste una reale volontà di personali… Fin quando ci sarà que-

solo un’ora al giorno - persino della costruire un solo Paese?

sto clima non accadrà nulla di buono.

mancanza di carburante… Per tut- Tutti, nessuno escluso, dichiara- Sino a quando non avremo una nuoto

questo, quando sottoponi alcune no di volere un Iraq unito, federale, va classe politica irachena, capace di

questioni ai responsabili, ai ministri, dove le particolarità etniche e lin- guidare il Paese e di superare lo status

alla gente che ora ha le redini del guistiche vengono rispettate; questo di mera reazione a ciò che è stato il

potere in mano, c’è una sola risposta: lo vogliono ancor di più i curdi, che passato, di rappresentare nel concreto

«No, viene prima la sicurezza!». La hanno tutto l’interesse per uno stato una guida per il domani, non ci sarà

sicurezza, invece, si sta deteriorando federale: vogliono arrivare in futuro, un nuovo Iraq e i rischi di frammen-

giorno per giorno. I gruppi armati in qualche modo, all’indipendentazione sono sempre più pericolosa-

si moltiplicano a vista d’occhio. Le za, nella quale continuano a sperare mente concreti.

milizie legate ai partiti del governo, molto.

L. S.

sia sunniti sia sciiti, hanno il dominio E’ un’ipotesi realizza-

totale della strada; la notte, poi, è tutta bile?

loro: nessun cittadino può azzardarsi Tra la volontà

a uscire. Tutto è rinviato: «In nome politica e l’atto

della sicurezza».

politico c’è un

«Finché non si risolverà questa si- larghissimo

tuazione - e non intendo la sicurezza divario: man-

in sé e per sé, ma la situazione di stalca una classe

lo politico - con una forte azione di politica irache-

riconciliazione nazionale, di cancellana che abbia il

zione della gratuita criminalizzazione coraggio di dire:

di grandissima parte della società con «Ora basta, dob-

la bruttissima legge sull’estirpazione biamo cominciare

di Al Baath, non sarà possibile al- a pensare al Paese!».

cun progresso»: è l’opinione di Erfan Tranne una sparuta

Rashid, giornalista iracheno, opposi- minoranza, realtore

del regime di Saddam Hussein. mentede- «Io sono stato oppositore di Al Baath m o -

per trent’anni, però non posso accet-

Il giornalista

tare l’idea di criminalizzare il citta-

iracheno

dino iracheno costretto durante il

Erfan Rashid.

regime di Al Baath a essere iscritto al

In alto:

partito stesso: altrimenti non avrebbe

Afghanistan,

potuto vivere, né lavorare, né studiare,

il Museo

né avere un impiego pubblico».

di Kabul

E la presenza militare straniera?

settimane prima della sua

solitaria morte. La splendida

sede espositiva, appena riaperta

al pubblico, restituisce

così alla città la possibilità di

ammirare gratuitamente un

dipinto ideato e realizzato

nella stessa Napoli. Dopo

un impegnativo restauro,

realizzato tra il 2003 e

il 2004, e l’esposizione in

importanti

mostre

in Italia e

all’estero,

la tela è

approdata

alla quiete

di una residenzastorica

ritornata

all’antico

splendore secentesco. Inoltre,

la sezione espositiva

della Galleria contiene un

corpus di vedute del 700 e

800 di Napoli e del territorio

campano dell’olandese

Gaspar van Wittel (Gaspare

Vanvitelli) e di Anton

Smink Pittlo, altro olandese

innamorato dell’Italia, tra i

più sensibili interpreti del

paesaggismo moderno.

BALKANI – ANTICHE CI-

VILTÀ TRA DANUBIO E

ADRIATICO. Artisti vari.

Allestita ad Adria, nel Parco

regionale del Veneto

del delta del Po, in occasionedell’apertura

al pubblico

della nuova

sezione archeologica

del Museo

n a z i o n a -

le adriese,

v i s i t a b i l e

dal 7 luglio

2007 al 13 gennaio 2008, la

mostra porterà per la prima

volta in Italia più di 200

capolavori, tra tombe principesche,

statue di bronzo e

in marmo, oreficerie e argenterie,

ambre di altissimo

livello artistico provenienti

dalle collezioniarcheologiche

del Museo

nazionale

di Belgrado.

Si tratta

di reperti

datati tra

l’ottavo secolo

avanti

Cristo e il secondo dopo

Cristo, quando i territori

delle antiche civiltà balcaniche,

diffuse nei territori tra

Sava, Danubio e Adriatico,

vennero romanizzati. Curatore

della mostra il professor

Giovanni Gentili.

A CURA DI ANTONELLA DE BIASI

L'intervista Erfan Rashid

L’IRAQ CHE VERRA’


culture

FRANCESCO RESCIGNO

una volta un uomo di

nome Ian. C’era una volta

C’era

o ci sarà? Sì, perché stiamo

parlando di fantasy, di uno stile letterario

che sembra godere di una

nuova giovinezza. Il cinema ha

donato linfa vitale a vecchi e nuovi

romanzi. Maghi, elfi, nani, draghi,

protagonisti de Il signore degli anelli,

Harry Potter, Eragon, Le cronache di

Narnia. Anche la nona arte, l’arte

sequenziale, il mondo dei fumetti,

paga il suo tributo. Dragonero è un

romanzo a fumetti edito dalla Sergio

Bonelli Editore, il primo numero

di una serie a scadenza semestrale

(è da considerarsi fuori serie l’albo Il

legionario uscito pochi mesi fa).

Il personaggio, nato dieci anni fa

dalla fervida mente di Luca Enoch,

creatore del fantasy contemporaneo

Gea e della mai dimenticata writers

metropolitana Sprayliz, vede la luce

in questi giorni in tutte le edicole.

Dopo tre anni di studi, con la collaborazione

di Stefano Vietti (Nathan

Never e Disney), e le matite

di Giuseppe Matteoni, una nuova

compagnia si mette in viaggio. Un

umano, un orco, un mago, una donna,

una monaca guerriera e un’elfa.

I predestinati per salvare l’impero,

una vecchia minaccia rischia di distruggere

quell’effimero equilibrio

che con fatica e a costo di tante vittime

si è riuscito ad ottenere tempi

addietro. Rivive ancora una volta il

mito del bene contro il male nella

graphic novel targata Bonelli. Il fantasy

è pane quotidiano del creatore

Enoch. Vanta innumerevoli collaborazioni

e altrettante pubblicazioni

per il mercato francese. Nell’Olimpo

dell’editoria fumettistica europea

è presente con la testata Morgana.

La casa editrice di via Buonarroti,

da sempre punto di raccordo

tra l’editoria specializzata delle fumetterie

e la produzione popolare

delle edicole, sceglie dunque lo stile

fantastico per inaugurare una nuova

serie. I romanzi a fumetti Bonelli

saranno numeri autoconclusivi di

svariati generi. Di prossima uscita

ROMANZO

A FUMETTI

Dragonero, il fantasy di Bonelli

un noir ambientato

in Italia nei primi

del 900, un pulp

a firma Enoch e

Accardi, un thriller

fantascientifico, un

western…

Dragonero è un

romanzo che ha

Tolkien nel proprio

dna. Correlato da

dettagliate cartine,

molti dei protagonisti

parlano lingue arcai-

che, ci sono popoli di

terre lontane, maghi

rinnegati e un tocco di comicità. E’

la storia di un viaggio, della ricerca

della “foglia rapida”, custodita dagli

elfi silvani, e della “pietra che arde”,

Apubblarinascita 25/6 25-06-2007 10:24 Pagina 1

opera di un nano

custode del sapere.

L’ unione dei due

elementi porterà

al ripristino degli

obelischi creati

con il sangue dei

draghi uccisi, e

che fanno da baluardo

tra il bene

(si fa per dire) e le

terre del male.

Epicità, amicizia,

amore fraterno,

un buon

soggetto, grande

sceneggiatura e una promozione

a pieni voti per un disegnatore dal

grandissimo futuro come Giuseppe

Matteoni, la vera sorpresa del

Giovedì 28 Giugno 2007

grandissimo lavoro durato tre anni.

Se solo si riuscisse a capire quale

e quanto lavoro c’è dietro un albo,

molti dei detrattori che considerano

il fumetto arte di serie “b”, o

tutti coloro che non lo considerano

affatto si dovrebbero ricredere. Tre

anni sono più di un film, più di un

romanzo. L’arte sequenziale, come

la chiamava il maestro Will Eisner,

sviluppa più di ogni altro la fantasia

di chi legge. Vi siete mai chiesti che

cosa succede tra una vignetta e l’altra?

In quel buco spaziotemporale

non c’è la mano dell’autore, né del

disegnatore: c’è l’universo, l’infinito,

c’è tutta la nostra immaginazione.

La vera magia non è nelle vignette

disegnate, ma in tutto ciò che succede

tra una e l’altra.

27

BREVEMENTE

COMICSWAVE. I fumetti del festival

rock. Per il terzo anno consecutivo

la Fondazione Arezzo

Wave Italia lavora con il mondo

dei fumetti, presentando al pubblico

del festival - quest’anno

“Italia Wave”, a Firenze e Sesto

Fiorentino dal 17 al 22 Luglio

2007 - personaggi, argomenti,

eventi di grande notorietà ed interesse

all’interno della sezione

del festival che si chiama Comicswave.

Quest’anno il cartellone

di eventi legato

al fumetto

è più ricco

che mai. Sarà

anche un’occasione

per

festeggiare

i 25 anni di

Martin Mystère

(albo edito

dal 1982 da

Sergio Bonelli

Editore, nella

foto), infatti in

esclusiva per

“Italia Wave” Alfredo Castelli ha

scritto una storia del suo personaggio

(l’albo sarà distribuito

durante la rassegna) ambientata

a Firenze. Il creatore della serie,

Alfredo Castelli, sarà ospite del

festival, al centro di una tavola

rotonda sui 25 anni della testata

che ha rimodernato la storica

casa editrice e ha aperto la

strada alla nuova generazione di

personaggi (Dylan Dog in testa).

L’altra attività spettacolare che

prenderà vita

a Italia Wave

è 24 Hours

Italy Comics,

ovvero un

maratona di

fumettisti che

inizia venerdì

20 Luglio alle

20 e termina

il giorno successivo

alla

stessa ora: 24

ore per ideare,

scrivere e disegnare un fumetto

di 24 pagine nell’arco di 24 ore.

Info: comicswave@arezzowave.

com.

A CURA DI F. R.


28

Giovedì 28 Giugno 2007

LA MORTE

DI PAPA LUCIANI

Gli appunti

del pontefice

“scomodo”

Chi voleva eliminare

Giovanni Paolo I

IVO SCANNER

Vaticano, 29 settembre 1978,

ore 5 e 30. Il segretario particolare

del papa cerca Albino

Luciani, che da 33 giorni è

diventato pontefice, nella cappella

dove di solito a quell’ora si reca

a pregare. Non lo trova. Si dirige

alla stanza privata del Santo padre.

Entra. Il papa è sul letto, con

la luce accesa. Nelle mani stringe

un libro, l’Imitazione di Cristo.

Non si muove. È morto. Il segretario

dà l’allarme.

Questa è la versione ufficiale

sulla morte di Giovanni Paolo

I, una morte che a distanza di

quasi trent’anni continua a suscitare

polemiche. Riavvolgiamo

la pellicola e torniamo a quella

stessa mattina, ma con un altro

copione.

Vaticano, 29 settembre 1978,

ore 5 del mattino. Suor Vincenza

Taffarel, che da tempo si prende

cura di papa Luciani, porta come

sempre un caffè leggero per

il pontefice, come sempre batte

due o tre volte alla porta e lascia

la tazza del caffè all’esterno del-

Alla morte di

Paolo VI si aprì

una lotta tra

i massoni dello

Ior e l’Opus dei

la camera da letto papale. Dopo

qualche minuto la suora torna

e vede che il caffè è ancora

al suo posto. Ribatte

alla porta: nessuna

risposta. Entra,

sposta la tenda

che separa il letto

dal resto della

stanza. Adagiato

sul fondo del

letto c’è il papa,

immobile. Il

corpo è tiepido.

Suor Vincenza gli

sente il polso, ma non

ci sono pulsazioni. Nelle mani

il pontefice stringe alcuni fo-


gli con degli appunti. La suora

dà l’allarme.

Questa seconda versione sul

ritrovamento del papa è stata

raccontata proprio da Suor Vincenza,

presto allontanata dal Vaticano.

Chi ha mentito? Chi ha

davvero trovato per primo il papa

ormai defunto? E in che posizione

era il corpo del papa? Cosa

stringeva tra le mani?

Sembrerebbero dettagli insignificanti,

ma non lo sono:

immediatamente, infatti, si sollevarono

dubbi sulla scomparsa

di papa Luciani. Sembrava incredibile

che a un mese dalla sua

elezione il papa fosse morto, così

improvvisamente, dopo essere

sempre apparso sorridente e sereno,

senza un sintomo di malessere.

Come è noto i dubbi si

sono accresciuti giorno per giorno,

alimentati proprio dal com-

portamento della Chiesa. Nonostante

le circostanze straordinarie

del decesso di Giovanni Paolo I,

non venne effettuata alcuna autopsia.

Il medico che analizzò

il corpo del papa parlò di

infarto miocardico. Si

istituì una piccola

commissione di

cardinali che

accettò (pur

senza avallarlo)

il primo

referto

medico. Poi si

procedette all’imbalsamazio

ne del pontefice,

ufficialmente senza

altri esami medici.

Certo è che alla morte di

Luciani molti tirarono un sospiro

di sollievo. Erano sfuggiti

alla rimozione dal proprio inca-

il giallo

A sinistra: Papa Luciani con

i bambini. In basso: ancora

il Pontefice con a lato lo stemma

papale. Sotto: Michele Sindona

conosciuto come il “banchiere

di Dio”. Nella pagina accanto,

dall’alto in senso orario: Jean Villot,

segretario di Stato; Papa Luciani

durante l’Angelus; Giulio Andreotti;

Paul Marcinkus, presidente

dell’Istituto opere religiose

e Roberto Calvi, banchiere

IL PADRINO

Nel film Il

Padrino parte

III, diretto da

Francis Ford

Coppola

nel 1990, si

assiste esplicitamente

all’omicidio di

papa Albino

Luciani: il pontefice

viene

avvelenato su

ordine di una

rete criminale

che vede uniti

mafia, politica,

settori del Vaticano

e della

finanza

rico, ad esempio, il potentissimo

segretario di stato del Vaticano,

cardinale Jean-Marie Villot, e il

capo dello Ior, la banca del papa,

monsignor Paul Marcinkus.

Quando il 6 agosto 1978 era

morto Paolo VI, iniziò

una dura dura battaglia

per la successione,

che vedeva

contrapposte

in particolare

due fazioni:

da una parte

le logge massonichesoniche

vicine

allo Ior e dall’altra

la tentacolare

Opus Dei. Il 26 ago-

sto un conclave brevissimo

elesse papa il patriarca di Venezia,

Albino Luciani: nell’impossibilità

di mediare tra le diverse opzioni

in campo, si scelse un can-


il giallo Giovedì 28 Giugno 2007

didato apparentemente debole,

incapace di nuocere ai due

schieramenti contrapposti,

disponibile a

lasciare mano libera

a chi stava

lottando per la

supremazia.

Un calcolo

sbagliato, perché

al contrario

papa Luciani

dimostrò

subito una personalità

fortissima,

dietro dietro l’apparenza mite e

sorridente. Innanzitutto rifiutò

molte ritualità tradizionali (disse

no all’incoronazione, alla tiara e

alla sedia gestatoria, abbandonò

il plurale maiestatis rivolgendosi

alla folla in prima persona), poi

si espresse contro la Chiesa delle

ricchezze e per la trasparenza

delle operazioni finanziarie ecclesiastiche,

arrivando a sostenere

che un vescovo non poteva

presiedere una banca.

Dopo la morte di Luciani si

è cercato di accreditare un’immagine

del papa come di un uomo

malato, debole fisicamente

(altri sostengono esattamente il

contrario: il medico personale

del papa ha detto di non avergli

mai prescritto medicinali perché

«non ce n’era nessun motivo»).

Forse, se davvero Luciani era di

salute fragile, si sperava cinicamente

in un suo aggravamento

abbastanza rapido per il carico

eccessivo di lavoro (ma nessuno

poteva prevedere che la sua salute

sarebbe crollata in soli 33

giorni), mentre nel frattempo si

aggiustavano i rapporti di forza

e le spartizioni del potere curiale.

O forse divenne necessario affrettarne

la fine.

Monsignor Maffeo Ducoli,

vescovo di Belluno, alle telecamere

di Giovanni Minoli ha

dichiarato che sulla morte del

Papa vennero date dal Vaticano

«comunicazioni non del tutto

precise ed esatte». E ha aggiunto:

«In quel momento una parola,

anche una sola parola, poteva

far esplodere delle bombe».

Proprio le menzogne sulle

circostanze del ritrovamento del

corpo, però, si trasformarono in

bombe. Si negò che il papa fosse

stato trovato morto da una suora,

perché probabilmente la si riteneva

un’ipotesi “sconveniente”

per un pontefice. Ma per quale

TRADIZIONALISTA MA INCONTROLLABILE

In uno dei suoi primi discorsi

papa Luciani disse: «La proprietà

privata per nessuno è un diritto

inalienabile ed assoluto. I

popoli della fame interpellano

in maniera drammatica i popoli

dell’opulenza». Un papa che a

pochi giorni dalla sua elezione

pronuncia frasi del genere non

poteva che dare fastidio a molti.

Soprattutto a quanti avevano

deciso di utilizzare la Chiesa per

una vera e propria crociata contro

il comunismo, con l’obiettivo

di dare la spallata finale ai regimi

socialisti dell’est europeo.

Come poteva prepararsi a quella

battaglia un papa che tuonava

contro la proprietà privata e

l’opulenza occidentale?

Insomma, qualcuno capì che

Le menzogne

sul ritrovamento

del corpo

si trasformarono

in “bombe“

ragione mentire sul libro che il

papa teneva tra le mani? La notizia

che si trattasse dell’Imitazione

di Cristo venne data alla stampa

di tutto il mondo dal gesuita Padre

Francesco Farusi, ex direttore

della Radio vaticana.

Poche ore dopo

Farusi scoprì di

aver dato un’informazione

falsa: la verità

era che il papa

impugnava

degli appunti,

«dei quali non

si è detto e non

si dirà nulla». Secondo

il giornalista

David Yallop, che scrisse

un libro-inchiesta di successo

(In nome di Dio) per dimostrare

che il papa era stato ucciso, in

quegli appunti c’era il nuovo organigramma

della curia: nei fogli

ci sarebbe stata la conferma che

il papa voleva rimuovere Marcinkus

e proprio questa sarebbe

stata la causa dell’omicidio, per

il nuovo papa, invece di essere

un remissivo pontefice di

transizione, era “incontrollabile”.

Chi lo aveva conosciuto

nel corso della sua carriera

ecclesiastica, del resto, aveva

notato il suo carattere volitivo,

addirittura irremovibile. Era un

tradizionalista, non certo un

rivoluzionario, ma già nel 1968

aveva dimostrato un’apertura

controcorrente verso la pillola

anticoncezionale. Nei suoi

discorsi usava un linguaggio

semplice, adatto ai mass media,

capace di comunicare molto

più del suo predecessore: un

ulteriore pericolo, se il papa si

fosse fatto megafono di posizioni

sgradite ai settori più oltranzisti

della Chiesa.

Yallop si trattava

insomma

della “pistola

fumante”.

A uccidere il

Papa, secondo

Yallop, era stato

un veleno estratto

da una pianta, la Digitale

purpurea.

Le “bombe” temute da monsignor

Ducoli si sono moltiplicate

insieme alle innumerevoli

versioni sulla morte del Papa. Il

teologo Gianni Gennari sostiene,

sulla base delle confidenze di

un alto prelato, che un medico

consigliò al papa di assume-

re un calmante e che

Luciani Luciani avrebbe

sbagliato la dose:

l’errore avrebbe

provocato una

vasodilatazione

e quindidi

il decesso.

A sua volta

Don Don Giacomo

Marzorana,

del Centro “Papa

Luciani”, Luciani”, ha citato

un’ennesima versione di

quanto accadde quella notte: il

pontefice sarebbe morto nel suo

ufficio e poi trasportato nella sua

stanza ormai cadavere. Le stesse

gerarchie ecclesiastiche contribuiranno

a complicare il quadro.

Nel 1987 il Vaticano allarmato

dalle polemiche crescenti assegna

allo scrittore John Cornwell

il compito di scrivere

un libro sulla fine di

Giovanni Paolo I,

concedendogli

libero accesso

alle stanze

vaticane. Cornwell

sostiene

che il papa

morì per un

grumo di san-

gue entrato in circolo

e che il decesso

avvenne tra le 21.30 e le

22.30. Ma Suor Vincenza, alle 5

del mattino, trovò il corpo ancora

tiepido, e quando i tecnici di medicina

legale videro il corpo intorno

alle 10 affermarono che la

morte risaliva a 4 o 5 ore prima,

in base al colorito e alla rigidità

del cadavere. Inoltre Cornwell

rivela che la veste da notte del

papa era strappata. Perché? Luciani

sarebbe morto in piedi, ca-

dendo poi in

terra (tesi sostenuta

anche

dal periodico

30 30 giorni, giorni di-

retto da Giulio

Andreotti). Il suo

segretario lo avrebbe

sollevato sollevato per metterlo sul

letto e in quell’operazione la veste

si sarebbe strappata. Ma lo strappo

potrebbe avere una ragione

molto più inquietante, una lotta

contro degli assassini. Tra i tanti

misteri che circondano la morte

di Papa Luciani, infatti, c’è anche

quello di un libro del 1988 su

una suora tedesca ritenuta veggente,

Erika Holzach: la donna

afferma di aver avuto una visione

dove Giovanni Paolo I viene

ucciso da due uomini, entrati

nella sua stanza con una siringa.

Sembrerebbero affermazioni

assurde, basate su indimostrabili

percezioni extrasensoriali, ma la

prefazione al libro su suor Erika

era di uno stimatissimo teologo,

Hans Urs Von Balthasar. Si trattava

di un messaggio trasversale

per qualcuno? Allusioni in codice

sono senz’altro contenute

in un altro libro recente che in

forma romanzesca appoggia la

tesi della cospirazione, La morte

del Papa (2006), scritto da Luís

Miguel Rocha sulla base di documenti

che gli sarebbero stati

consegnati da un misterioso

agente segreto.

Chi non si è affidata a peri-

frasi è stata la moglie

di Roberto Calvi,

un’altra vittima

eccellente degli

intrighi di

quegli anni.

In un’intervistasta

a

L’Euro-

peo nell’ago-

sto 2006 la

signora signora Calvi

affermava: «La

mia opinione è che

papa Luciani l’abbiano

ucciso. Perché non volevano che

scoprisse le malefatte all’interno

del Vaticano e dello Ior. Marcinkus

aveva paura che il papa

scoprisse i suoi segreti».

Con la scomparsa di Albino

Luciani, il conclave poteva finalmente

sancire i nuovi rapporti di

forza. Il 16 ottobre 1978, con il

sostegno dell’Opus Dei, Karol

Wojtyla viene eletto papa.

29

TEORIA DEL COMPLOTTO

Marcinkus

possibile

mandante?

I

sostenitori della teoria

del complotto a proposito

della morte di papa

Luciani hanno indicato

esplicitamente un possibile

mandante: monsignor Paul

Marcinkus.

Di Marcinkus si parlava addirittura

già nel 1970 tra le

pagine del celebre La strage

di Stato: «La centrale di finanziamenti

Usa al neofascismo

italiano è la Continental Illinois

Bank di Cicero, Illinois,

che concentra enormi capitali

provenienti in massima

parte dall’industria bellica

americana. La Continental

fornisce la copertura finanziaria

alla italiana Banca Privata

Finanziaria, della quale

si serve Michele Sindona. La

Continental, inoltre, è una

delle maggiori consociate

dell’Istituto per le Opere di

Religione, la centrale della

finanza vaticana il cui nuovo

responsabile è monsignor

Paul Marcinkus, originario

di Cicero».

Amante della bella vita, elegante,

giocatore di golf, capace

di intessere rapporti

con governi e politici (della

sua amicizia si è vantato Giulio

Andreotti), Marcinkus

era stato guardia del corpo

di Paolo VI (si narra che

proprio lui deviò il pugnale

di un attentatore, durante

un viaggio papale nelle Filippine)

prima di essere posto

alla guida dello Ior.

Mino Pecorelli, il giornalista

misteriosamente assassinato,

sul suo settimanale Op

del 12 settembre 1978 pubblicò

l’elenco di oltre 100

prelati e religiosi cattolici

che sarebbero stati affiliati

alla massoneria, appartenendo

a una Gran Loggia

Vaticana: tra i nomi c’erano

Marcinkus e il Segretario

di Stato Jean Villot. In seguito

a quell’articolo papa

Luciani avrebbe ordinato

un’inchiesta interna. E molti

testimoni ricordano che il

pomeriggio precedente alla

sua morte, Giovanni Paolo I

ebbe un burrascoso incontro

proprio con Villot.

Con la morte di Luciani,

monsignor Marcinkus perdeva

un pericoloso avversario,

ma doveva andare

incontro a guai con la legge:

nel 1987 la magistratura italiana

emise un mandato di

cattura contro di lui per il

crack dell’Ambrosiano, ma

Marcinkus aveva passaporto

diplomatico vaticano e in

base ai Patti Lateranensi non

si diede seguito all’indagine.

Marcinkus è morto in Arizona

il 20 febbraio 2006.

I. S.


NINO FROSINI

«A

30

questi livelli caro Rosi

si vince e si perde.

Il match è stato come

me lo aspettavo. Potevo vincere

invece ho perso, Minter è bravo

ma è alla mia portata. Ora mi

riposerò un po’ e poi vedremo.

Ciao, grazie a tutti i miei tifosi

e un saluto a tutti gli italiani

davanti alla tv». Così dicendo,

Angelo Jacopucci si congedò

dal rito dell’intervista televisiva

officiato da Paolo Rosi, “voce”

ufficiale della boxe in tv. In

quegli anni solo e rigorosamente

Rai. Sapeva di aver combattuto

il miglior incontro della sua vita,

certo non poteva immaginarsi

che quell’intervista sarebbe stata

uno degli ultimi atti coscienti

rimasti a disposizione della sua

esistenza.

Angelo era un bel ragazzo.

Biondo, alto 1,86 e da professionista

con grande disinvoltu-

ra faceva i 71 kg obbligatori per

rientrare rientrare nei pesi medi. Era nato

a Tarquinia da una famiglia

dignitosamente modesta e perbene.

Operai. E il babbo, a volte,

per dare un po’ più di sostanza

allo stipendio, la notte andava

per per tombe a trovare quello che

gli etruschi e i tombaroli prima

di lui avevano lasciato. Se c’era

gente in condizione di pagare

decine di migliaia di lire per

avere qualche vasetto sbrecciato

era normale che chi in tasca

spesso trovava solo spiccioli e

fazzoletto si desse da fare per

farglieli spendere. Così anche

il giovane Jacopucci non disdegnava

affatto battere campagne

e colline per contribuire ai bilancilanci

di casa. Poi, ovviamente,

il pugilato e una notevole fama

nazionale, di “tombarolo” gli

lasciarono solo il nome; ma comunque

la cosa contribuì a far

crescere l’immagine del persopersonaggio. E personaggio lo era davvero.

Lo chiamavano l’Angelo biondo

giocando con il il nome e con la sua

fisionomia. Non era sicuramente

un fuoriclasse. Contrariamente

ai pugili molto alti e dalle

lunghe leve inclini a incassare

poco ma ad avere

un punch al fulmicotone,

lui non aveva certo i

martelli nelle

mani. Era veloce

ed aveva una

buona scelta di

tempo, ma i suoi

colpi erano leggeri e la mascella

non era affatto di granito. Ciononostante

si muoveva con grazia

sopraffina e i colpi degli avversari

non era raro che trovassero

l’aria invece del bersaglio. Come

personaggio si era ritagliato una

dimensione da “Clay dei poveri”

accentuando una sbruffoneria

tutta romana e “tarquinara” che

lo portava prima dei match a

provocare e a irridere gli avversari

e a fare proclami e dichiarazioni

decisamente sopra le righe.

«So’ forte, bello e intelligente.

Capisco subito l’avversario e poi

lo meno. Monzon? Saprei come

cucinarlo a puntino...».

In realtà Angelo era una pasta

di ragazzo. Inquieto e sensibile.

Sempre pronto a rendersi

disponibile con chi ne avesse

bisogno. Fossero i terremotati

del Friuli davanti ai quali andò

Giovedì 28 Giugno 2007

ad esibirsi con Nino Benvenuti,

o la famiglia di Antonino – Nino

– Castellini un giovane peso

medio siciliano ammazzatosi in

motocicletta proprio quando la

carriera stava cominciando a decollare.

Amava che si parlasse di sé e

ben presto spazzò via ogni anonimato,

i palazzetti dello sport

presero a riempirsi e gli indici

d’ascolto televisivo dei suoi incontri

a salire. Incontrò avversari

discreti e riuscì sempre a batterli

riportando pochissimi danni e

boxando al risparmio. Insomma,

erano molto più generose le conferenze

stampa e le interviste pre

e post match dei combattimenti

stessi. Erano in molti a sostenere

che il “personaggio” lievitasse

molto più del pugile, ma del resto

anche questo, ieri come oggi,

fa parte delle regole di mercato

ANGELO

JACOPUCCI

PESI MEDI

Il generoso Clay

dei poveri

nel mondo dei cazzotti a pagamento.

Arrivò il titolo italiano, poi anche

quello europeo contro Bunny

Sterling, un “colored” inglese

ormai stanco. Il vento in poppa

del giovanotto di Tarquinia pe-

CHI

Angelo Jacopucci nasce nel

1948 a Tarquinia, in provincia

di Viterbo. Nel 1973 entra nella

boxe professionistica e nel

1975 conquista il titolo italiano

dei pesi medi. Nel 1976 diventa

Campione europeo, ma

perde il titolo dopo appena 4

mesi. Nel 1978 Jacopucci si

spegne dopo tre giorni di coma

a seguito del match per la

riconquista dell’europeo contro

Alan Minter.

Angelo

Jacopucci (a

sinistra) sul

ring durante

l’incontro fatale

con Alan Minter

il 19 luglio 1978

Batteva gli avversari boxando al risparmio

rò smise di soffiare assai presto,

e in una brutta serata milanese

Germano Valsecchi, boxeur dall’eloquio

forbito, appassionato di

yoga e di filosofie orientali ma

sul ring ricco di temperamento,

gli portò via il titolo. Assistemmo

a quel match e ci ricordiamo

uno Jacopucci spaurito aggrapparsi

continuamente a Valsecchi

per quindici round. Incapace di

una qualsiasi azione pugilistica

degna di questo nome. Neanche

la boxe di rimessa, per solito a

lui così congeniale, riuscì mai ad

affiorare nel naufragio di quella

sera. Angelo dirà poi di esser

salito sul quadrato debilitato da

una febbre improvvisa. Comunque

non si perse d’animo e dopo

qualche facile vittoria contro avversari

non irresistibili si presentò

al cospetto del titolo italiano

contro un uomo, Trento Facioc-

sport

chi, forte come un toro ma senza

nessun’altra attitudine pugilistica.

Jacopucci era di un altro pianeta.

Assistemmo anche a quel

combattimento, “sottoclou” del

mondiale dei mediomassimi fra

Victor “Tigre” Galindez e Alvaro

“Yaqui” Lopez, sotto il tendone

stracolmo di gente di Bussoladomani,

dove di lì a poco Mina

avrebbe dato il suo ultimo recital

pubblico. Contrariamente a

quanto si poteva prevedere, Angelo

faticò moltissimo e spesso si

trovò sull’orlo del knockout. C’era

in lui una sopraggiunta fragilità

che non poteva non preoccupare.

Alla fine la vittoria arrivò ma

solo per ferita al 12° tempo.

Ci giunsero anche voci riguardanti

una sua latente incapacità

ad assorbire i colpi che stava

emergendo anche nelle sedute

di guanti in palestra. Così rimanemmo

stupiti quando l’Ebu lo

chiamò a fare da contender con

Alan Minter per l’europeo dei

medi. Minter era un grande pugile.

Si feriva facilmente ma era

un un guerriero vero e terribile. Il

povero Valsecchi contro di lui

era stato brutalmente malmenato

per cinque riprese prima di

accasciarsi esanime. Si parlava

di lui come del futuro campione

mondiale (cosa che poi avverrà).

Ma per Angelo era la grande

occasione. Un occasione per

mostrare, forse anche a se stesso,

di valere più delle chiacchiere e

di poter essere considerato un

campione vero.

Allo stadio calcistico di

Bellaria si presentarono in tantissimi

a vedere come sarebbe

andata. Fra questi, in molti con

la speranza di veder perdere “lo

sbruffone” di Tarquinia. Il match

fu bellissimo. Jacopucci “tradì” le

sue qualità da attendista e attaccòcò

il mancino d’oltremanica

con un coraggio impensabile.

Minter, addirittura, alla

seconda ripresa finì con le

chiappe sul tappeto. Poi,

inevitabilmente, il “nostro”stro”

ragazzo dinanzi

alla impressionante

fisicità dell’avver-

sario dovette

soccombere.

Però sempre

ribattendo

colpo su colpo.

L’epilogo

giunse al 12°

round e fu un

Ko brutale.

Sembrava però essersi ripreso

rapidamente. Sembrava, appunto.

Invece di lì a poco Angelo

andò in coma e dopo tre giorni

d’agonia morì. I suoi organi,

cuore e occhi, furono espiantati

e donati secondo le sue volontà.

Ancora oggi, da quel luglio del

78, ci resta la convinzione che

quel match non avrebbe mai

dovuto combatterlo. Ma per fare

la boxe ci vogliono i pugili e alla

fine i pugili non possono che

essere così.

Di lui ci resta il ricordo di un

ragazzo al quale la dimensione

pubblica non rendeva giustizia.

Angelo non era colto ma molto

intelligente. Sapeva ben capire la

differenza fra ciò che era giusto

o sbagliato. Anche per questo

aveva in tasca la tessera del Pci.

Anche per questo sarà sempre

nei nostri ricordi.


post@

PPUNTAMENTIAPPUNTAMENTIAPPUNTAMENTI

LAZIO

SGURGOLA (FR). 29 giugno ore 18,00.

Comizio elettorale di Marco Rizzo, Segreteria

nazionale Pdci.

LOMBARDIA

PADERNO DUGNANO (MI). 2 luglio ore

21,00. Villa Gargantini, via Valassina 1.“Lavoro:

le proposte dei Comunisti italiani”,

interviene Gianni Pagliarini (Pdci), Pres.

Comm. Lavoro Camera deputati.

PIEMONTE

CASELLE TORINESE (TO). 29 giugno

ore 21,00. Sala Giunta, piazza

Europa 1. Presentazione del

libro di Guerrino Gabbini:

Quando la fede e la lotta sono

di classe, presiede Cristina

Fontana, giornalista, introduce

Endrio Milano, segretario

sezione Pdci, ne discutono con

l’autore: Sergio Cretier, consigliere

comunale, Antonio Zappia, consigliere

comunale.

EMILIA ROMAGNA

CASTEL MAGGIORE (BO). 28 giugno ore

20,45. Sala Teatro “Biagi-D’Antona”, via

La Pira 54. “Lavori in corso per un nuovo

soggetto unitario della sinistra”, intervengono:

Gennaro Migliore, capogruppo Prc

Camera deputati, Paolo Cento, Verdi,

Cesare Salvi, senatore Sd, Paola Pellegrini,

Segreteria naz.le Pdci, Tiziano Rinaldini,

segretario Fiom regionale, Raffaele K. Salinari,

presidente Terres des Hommes.

TOSCANA

COLLE DI VAL D’ELSA (SI). 2 luglio ore

21,30. Loc. Agrestone. Festa di Liberazione

“Il soggetto politico a Sinistra”, intervengono:

Claudio Grassi, Prc, Angelo

Bonelli, Verdi, Severino Galante, Pdci.

MASSAROSA (LU). 21 giugno/8 luglio. Loc.

La Gulfa. Festa regionale de La Rinascita.

28 giugno ore 21,30. “Toscana: unità a confronto.

Incontro-confronto tra le varie

esperienze regionali”, presiede Marco

Montemagni, cons. reg.le Pdci, introduce

e coordina Paul Ginsborg;

29 GIUGNO ORE 21,30 INCONTRO CON

OLIVIERO DILIBERTO, SEGRETARIO

NAZIONALE PDCI, PRESIEDE NINO

FROSINI, SEGRETARIO REG.LE PDCI,

COORDINANO MAURIZIO MUSOLINO,

DIRETTORE DE LA RINASCITA DELLA

SINISTRA, GIANCARLO MAGNI, RAI3;

2 luglio ore 21,30 “Donne di Sinistra

per l’unità della Sinistra”, presiede Laura

Bottai, Comitato centrale Pdci, coordina

Raffaella Angelino, giornalista de La

Rinascita de la Sinistra, intervengono:

Manuela Palermi, Pdci, Rina

Gagliardi, Prc, Marisa Nicchi,

SD, Tana De Zulueta, Verdi,

Paola Modica Agnello, Cgil;

3 luglio ore 21,30 “Prima

di tutto il lavoro”, presiede

e introduce Paolo Marini,

coord. naz.le dip. Lavoro Pdci,

intervengono: Gianni Pagliarini, Pres.

Comm. Lavoro Camera deputati, Rossano

Rossi, segretario reg.le Cgil, Bruno

Natali, dip. Lavoro Segr. reg.le Pdci, Lucia

Mango, dip. lavoro Segr. reg.le Pdci, Alfredo

Strambi, dip. Lavoro Segr. reg.le Pdci;

4 luglio ore 21,30 “Il ruolo delle riviste

nella ricomposizione unitaria del pensiero

comunista”.

ROSIGNANO MARITTIMO (LI). 29 giugno/8

luglio. Loc. Gabbro. Festa provinciale

de La Rinascita. 30 giugno ore 18,30

“Scuola e diritto allo studio”, interviene

Piergiorgio Bergonzi, resp. naz.le Scuola

Pdci; 3 luglio ore 18,30 “Costituzione, diritti

ed emergenza democratica”, interviene

Severino Galante, deputato Pdci.

MARCHE

BELFORTE DEL CHIENTI (MC). 1 luglio

ore 21,30. Festa provinciale di Liberazione

“Sinistra europea, Casa della Sinistra, Unità

della Sinistra: quale futuro per l’area vasta

della Sinistra?”, intervengono: Maurizio

Acerbo, Deputato Prc-Se, Marco Lion, senatore

Verdi, Katia Bellillo, deputata Pdci.

MERCATELLO SUL METAURO (PU). 5

luglio ore 21,00. Dibattito sulla Confedera-

PER ABBONARSI CHIAMARE LO 06.68400824

Giovedì 28 Giugno 2007

zione della sinistra, interviene Luigi Marino,

Segreteria nazionale Pdci.

UMBRIA

TERNI. 21 giugno/1 luglio. Festa nazionale

del Lavoro. Parco Cardeto;

29 giugno ore 18,00 “Trasporti ed infrastrutture

in Umbria”, presiede Roberto

Carpinelli, segretario reg.le Pdci, intervengono:

Alessandro Bianchi, ministro

Trasporti, Giuseppe Mascio, assessore

reg.le Trasporti, Paolo Raffaelli, sindaco

di Terni, Andrea Cavicchioli, presidente

Provincia Terni, Lucia Rossi, segretaria

Cgil Terni; 29 giugno ore 21,00 “Democrazia

sindacale e contrattazione”,

coordina Paolo Repetto, giornalista, intervengono:

Pino Sgobio, capogr. Pdci

Camera, Paolo Nerozzi, segreteria naz.

le Cgil, Gianni Rinaldini, segretario Generale

Fiom Cgil, Stefano Zuccherini,

senatore Prc, Alfredo Strambi, Comitato

centrale Pdci, Giorgio Mele, senatore Sd;

30 giugno ore 10,00. Attivo nazionale delle

lavoratrici e dei lavoratori comunisti,

introduce Paolo Marini, coord. naz.le dipartimento

Lavoro, intervengono: Gianni

Pagliarini, pres. comm. Lavoro Camera

deputati, conclude Dino Tibaldi, resp.

naz.le Lavoro Pdci; 30 giugno ore 21,00.

“Sicurezza nei luoghi di lavoro: la priorità

di un paese civile”, coordina Alessandra

Valentini, giornalista de La Rinascita, partecipano:

Dino Tibaldi, resp. naz.le Lavoro

Pdci, Piero Leonesio, segretario naz.le Fillea-Cgil,

Giampaolo Patta, sottosegretario

alla Salute con delega alla Sicurezza, Rosy

Rinaldi, sottosegretario al Lavoro, Paola

Agnello Modica, Segreteria naz.le Cgil.

CAMPANIA

GROTTAMINARDA (AV). 30 giugno ore

17,00. “Confederazione: lavori a Sinistra”,

intervengono: Raffaele Aurisicchio, Sd,

Raffaele Tecce, Prc, Pecoraro Scanio, Verdi,

Giacomo De Angelis, Pdci.

CALABRIA

ROSSANO (CS). 3 luglio ore 18,30. Iniziativa

politica, interviene Pino Sgobio, capogr.

Pdci Camera deputati.

31

I DIRITTI DI TUTTI

“Dignità, laicità, pari diritti”:

queste le parole d’ordine del Gay

pride 2007 di Roma. E’ importante

che, in momenti in cui i

diritti di base subiscono duri

attacchi, molte persone coraggiose

abbiano ancora la voglia di

sfilare e dare significato politico

alla loro condizione! In gioco c’è

anche l’idea di famiglia nel suo

insieme e dunque gli omosessuali,

sbattendoci in faccia una realtà

alternativa, difendono i diritti di

noi tutti. Gay o non gay.

PIERO ANTONIO ZANIBONI

PAOLO DONNINELLI

La scorsa settimana è venuto a

mancare all’affetto dei suoi cari il

compagno Paolo Donninelli, antifascista

da sempre. La sezione Pdci

V Municipio di Roma è vicina al

compagno Paolo Ferriani per la

perdita di suo padre.

SEZIONE PDCI, V MUNICIPIO, ROMA

SETTIMANALE DI POLITICA E CULTURA

DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI, REGISTRATO AL

TRIBUNALE DI ROMA - N°46 IN DATA 27 GENNAIO 1999

DIRETTORE

MAURIZIO MUSOLINO

DIRETTORE RESPONSABILE

GIANNI MONTESANO

DIRETTORE EDITORIALE

CORRADO PERNA

CAPOREDATTORE

RAFFAELLA ANGELINO

PROGETTO GRAFICO

GABRIELE FASAN

SEGRETARIA DI REDAZIONE

VALERIA RUSSO

REDAZIONE@LARINASCITA.NET

VIA COLA DI RIENZO 280, 00192 ROMA

TEL. +39.06.6840081, FAX +39.06.68892730

EDITORE LAERRE SOC. COOPERATIVA, VIA COLA DI

RIENZO 280, 00192 ROMA, TEL. +39.06.6840081,

FAX +39.06.68400837.

DISTRIBUZIONE SODIP, VIA BETTOLA 18, CINISELLO

BALSAMO.

RICEZIONE E STAMPA ROTOPRESS SRL, VIALE ENRICO

ORTOLANI 33/37 ROMA

CHIUSO IN TIPOGRAFIA IL 25 GIUGNO 2007 ALLE 17

QUESTA TESTATA FRUISCE DEI CONTRIBUTI

DI CUI ALLA LEGGE 7 AGOSTO 1990 N°250 E S.M.

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