Presentazione - Consiglio Regionale della Basilicata

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Presentazione - Consiglio Regionale della Basilicata

Decio Scardaccione

CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE

Atti del convegno / Potenza 27 Marzo 2004


Decio

Scardaccione

> sommario


Presentazione

Donato Pace

Coordinatore Struttura Informazione C. R. della Basilicata

Introduzione

Vito De Filippo

Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata

Il pionere della programmazione economica della Basilicata

Francesco Delfino

Già Segretario CRPE

Dalla riforma agraria alla programmazione regionale

Nicola Damiano

Cosegretario CRPE Basilicata

L’insegnamento di Decio Scardaccione

Antonio Melfi

Capogruppo UDC Consiglio Regionale della Basilicata

Un’altra idea della Basilicata

Giampaolo D’Andrea

Senatore della Repubblica

Gli scenari di sviluppo legati alle risorse e alle criticità

Filippo Bubbico

Presidente della Regione Basilicata

Conclusioni

Nicola Mancino

Ex Presidente del Senato

Intervista a Decio Scardaccione

Marco Arcieri e Mariella Giuralongo

Commemorazione funebre

Vito De Filippo

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presentazione

Donato Pace

Coordinatore

Struttura

Informazione

Comunicazione

Editoria

Consiglio Regionale

della Basilicata

G L I A T T I D E L C O N V E G N O


Nell'archivio fotografico della Redazione de "IIll TTeemmppoo"" c'era una foto-reliquia

che stava sempre iinn ppooooll ppoossiittiioonn,, ma non veniva mai pubblicata.

Erano gli anni Settanta. Poi, il terremoto, la ricostruzione... ma quella foto

non ha mai visto il privilegio della cronaca. È rimasta fino ad ingiallirsi

nell'archivio, ad incuriosire generazioni di giovani che hanno imparato

il cinico mestiere del cronista politico. Non era un'immagine qualsiasi. Raffigurava

un cartello stradale con due frecce per altrettante destinazioni: Corleto Perticara,

da un lato; Zio Decio, dall'altro. In Redazione quella foto l'aveva mandata

un oppositore del senatore Scardaccione, per dimostrare la sfrontatezza

del potere, che non aveva né limiti, né pudore. Chi aveva, invece, realizzato

quel cartello l'aveva fatto per gratitudine verso un uomo che aveva

risolto un problema di comunicazione secolare.

Incuriosiva quella foto, ma incuriosiva soprattutto quel "Zio Decio" tanto

amato da dedicargli, ancora vivo e giovane, una strada con l'autorevolezza

di una segnaletica.

Chi scriveva di politica non poteva prescindere da questo politico, nonostante

l'allergia del personaggio ad apparire, a raccontare quel che c'era

dietro ogni strategia, dietro ogni organigramma. Se ne stava nella "sua"

Val d'Agri a risolver problemi, delegando altri a Potenza a seguire il dibattito

tra i partiti e soprattutto nella sua Dc, che in quel tempo aveva scoperto

di avere un'altra anima, più legata alla Base e meno all'Impegno

Democratico, salvo nel periodo elettorale quando, proprio lui, imponeva

a tutti il voto al capolista, cioè a Colombo. Questo era l'uomo: rigoroso

con i suoi principi, rispettoso dei ruoli, caparbiamente deciso ad affermare

i nobili valori della terra lucana. Non era un eretico questo "Zio Decio",

né un illuso nel tentativo di affermare un altro pezzo della cultura democraticocristiana

che non proveniva dalle Curie, e che in Tommaso Morlino aveva

un suo raffinato teorizzatore.

Pencolante fra il Senato, l'Università e il bucolico rifugio di Sant'Arcangelo,

il sen. Scardaccione non ha mai ostentato i suoi gradi. O quanto meno,

così appariva. Non gli piaceva imporsi, ma amava convincere con la luci-

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da elaborazione da intellettuale meridionale, aduso all'ascolto e poco incline

a porsi con grinta spregiudicata. Per la verità, amava anche ascoltarsi.

Ma questo, per fortuna, si è verificato con gli anni. Al monologo, preferiva

il dialogo; allo scontro, il confronto, duro o morbido faceva lo stesso.

Con tutti amava parlare. Se erano umili, li preferiva. Difficilmente negava

appuntamenti. Portava dentro una scorta infinita di indulgenza, un

archivio di battute, una summa di citazioni; eppoi, era una grande cornucopia

di aneddoti. Non c'è abitante della Val d'Agri con un'età di almeno quarant'anni

che non l'abbia mai conosciuto. In originale. E non gli abbia confidato

qualcosa, senza ricevere un consiglio. "Zio Decio" non guardava mai

dall'alto, non tanto per statura, quanto per convinzione profonda sul valore

della persona. Che rispettava sempre e comunque. Credeva nell'intervento

pubblico in economia, poi nelle società miste pubblico-private,

ma non pensava minimamente di intrappolare la libertà individuale e di

colpire i meno abbienti. Anzi, gioiva quando gli proponevano un progetto

di sviluppo nelle aree interne, che lui poi limava e approvava e si batteva

che venisse finanziato. Democratico vero, insomma, meridionalista puro,

economista come pochi in Basilicata e nel Mezzogiorno, sempre pronto

a rintuzzare teorie sproporzionatamente stataliste o liberiste. La sua forza

era la verifica delle teorie, la concretezza dell'azione, il pragmatismo

dell'approccio. In lui si confondevano i ruoli: era il Professore, il Politico,

il Padre, tre P maiuscole che si sono sempre inseguite fra loro senza mai

apparire singolarmente con nettezza. Amava declinare la pazienza, la fatica

e il tempo come altri in Val d'Agri declinavano il suo nome. Di loro

sapeva tutto ciò che era possibile sapere, perché li frequentava e li studiava

con la tenacia di un benedettino intento a decifrare libri senza frontespizi.

Dava a tutti confidenza e non ne chiedeva. Pesava le parole, misurava

i gesti e fissava l'interlocutore sempre negli occhi, salvo a dirottarli

verso l'alto, in senso cristiano. Niente e nessuno lo scomponeva.

Simultaneamente si potevano fare tante altre cose, ma il Senatore non si

distraeva mai dall'annunciare una nuova idea, una nuova ipotesi, un nuo-


vo progetto, tutti vincenti, almeno potenzialmente. Per questo la sua stella

non ha mai compiuto per intero la parabola. Fa sempre capolino, anche

perché i lucani del loro firmamento, comprese le eclissi, sono testardamente

fieri. Cosa non abbia fatto per la "sua" Val d'Agri e per la Basilicata

è difficile immaginare. Convinto che il problema lucano dovesse inserirsi

nel contesto della Questione Meridionale e che la Questione Meridionale

dovesse essere problema nazionale, nei suoi riflessi e nella portata delle

soluzioni, Scardaccione era certo che finché questo problema non fosse

stato risolto in maniera adeguata, l'intero Paese avrebbe risentito della

mancata liberazione sociale ed economica di milioni di cittadini. Da qui,

scaturiva una sua personale acuta indagine delle varie necessità, un'impostazione

severa delle problematiche presenti in tutte le diverse aree interne,

una elaborazione consapevole delle possibili soluzioni in un quadro

di apporto di energie di tutta l'Italia. Da qui scaturiva anche un'altra

consapevolezza: più che travolgere la classe politica, era necessario ricondurla

ad una visione favorevole all'esaltazione delle Autonomie Locali democraticamente

organizzate, attraverso la più ampia riforma agraria, concepita

come organica ricostruzione sociale ed economica; attraverso la

messa a profitto dei capitali e delle energie meridionali a favore del

Mezzogiorno, senza ipoteche per alcun gruppo, e attraverso l'esaltazione

di un civile tenore di vita per tutti gli strati della società del Sud. Una concezione,

questa, che ben si sposava con quella dei grandi meridionalisti

della generazione precedente e che nei fatti il Senatore ha tradotto con il

ricorso ad una seria programmazione economica, fatta di sviluppo per fondovalle,

di invasi, di irrigazione, di una ruralità fortemente competitiva.

Il suo pallino è rimasto inossidabile: la trasformazione fondiaria. Riteneva

che per lungo tempo i contadini lucani avessero trascurato i boschi e ai

boschi avessero sottratto il pascolo, con la conseguenza di averli sì difesi,

ma di aver fatto crescere a dismisura il sottobosco, causa di incendi.

Occorreva operare per valorizzarli al massimo senza pensare di investire

molto per la creazione di grossi allevamenti come altri avevano im-

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maginato, perché da noi sarebbero stati antiproduttivi, salvo rare eccezioni.

Era illusorio assimilare la Val d'Agri alla Valle Padana in materia di

zootecnia capitalistica.

Poi, c'era il concetto dell'acqua che si accumulava nelle dighe che non doveva

essere destinata tanto alla zootecnia, quanto piuttosto alle colture

che assicuravano un più alto prezzo di trasformazione.

Scardaccione difendeva tenacemente la piccola proprietà, quale punto di

riferimento di tutte le famiglie contadine medie e si batteva molto per far

recuperare alla Val d'Agri il terreno perduto per essere rimasta per lungo

tempo fuori dalla programmazione della Cassa per il Mezzogiorno, e, dunque,

della Riforma Agraria. È una limitazione, comunque, circoscrivere l'attività

del Senatore alla Valle dell'Agri, avendo egli operato scelte, alla guida

di enti strumentali dello Stato e della Regione, che hanno interessato

l'intera Basilicata. Si pensi all'esodo dei contadini aviglianesi e di San

Cataldo di Bella verso Scanzano degli anni Cinquanta; si pensi ai progetti

che hanno interessato l'Alto Bradano; si pensi a Gaudiano di Lavello...

Agricoltura era uguale a Scardaccione, il quale era pronto anche a polemizzare

con i vari Manlio Rossi Doria, per esempio, in materia di integrazione

del grano, e a sostenere la validità della scelta di ricostituire la rendita fondiaria

con la politica comunitaria. Polemizzava quando lo si accusava di

aver privilegiato un fenomeno di polverizzazione aziendale, piuttosto che

di aver introdotto il modello della grande dimensione che consente economie

di scala. Si infervorava quando si tentava di dimostrargli che la capacità

produttiva era direttamente proporzionale alla dimensione dell'azienda

e lui a ripetere fino alla nausea che non era vero e che tutto dipendeva

dalla forma di produzione e che la dimensione non poteva non

essere altra se non quella basata sulla forza della famiglia contadina, aiutata

nei momenti di punta da manodopera esterna.

Un tecnico autorevole raffinato e deciso, insomma, che ispirava fiducia e

che ha accompagnato lo sviluppo della ruralità lucana degli ultimi cinquant'anni.

Un politico che rastrellava consensi oltre ogni limite, trasformando la "sua"


Valle in bacino elettorale di sicura affidabilità, per sé e per chi gli è stato

vicino. E già, perché anche l'esercizio del potere per lui doveva avere

una connotazione precisa, doveva somigliargli in tutto, doveva declinarlo

a tal punto da spingere qualcuno ad innalzargli anche banali cartelli stradali

indicanti non una destinazione, ma un nome che resterà indelebile nella

storia della Basilicata: Zio Decio.

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