Visualizza la rivista - Padri Dehoniani

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Visualizza la rivista - Padri Dehoniani

DOSSIER

La cultura

e l ‘Italia

OGGI

Cecenia,

pace

ancora lontana

RES

Giampilieri,

disastro

annunciato

N°01/2010 Anno XLVI n. 01 Gennaio 2010 Aut. Trib. Trani n. 912 del 5/2/1965 Stampa: Master Printing srl – Bari – Promerit - Sp. a. p. art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Bari - tariffa del 19/7/97, tab. C entro gr 200 oltre pz 20mila – Dir. Resp. V. Pinto (omaggio)


L eggere aiuta a vivere meglio!

Pregate con il Cuore

Abbiamo dovuto ancora ristamparlo,

per la continua e numerosa richiesta.

Perché resta davvero prezioso

questo libretto, Pregate con il Cuore, delle

Dehoniane Andria, pag. 100.

L’accoglienza è stata sempre molto superiore

alle aspettative: risponde alle attese,

perchéèutilizzatobenecomelibrettodipreghiere

per i vari momenti del giorno e per le

diverse circostanze, è vario nei contenuti e

bello nella grafica. I parroci lo utilizzano per

le missioni al popolo, le associazioni per sussidio,

gli amici per regali tra di loro: per tutti

è un eloquente invito alla preghiera!

Contributo spese € 2,00.

Parole di saggezza

di Papa Giovanni

Ecco un altro libretto a cura di L. Fausto

Colecchia, PAROLE DI SAGGEZZA di Papa

Giovanni, pag. 52, Edizioni Dehoniane. Su

carta patinata tutta a colori, con splendide

foto che danno risalto al testo pieno di umanità

e spiritualità dell’indi-menticabile

Papa, ora Beato; un testo arricchito di riferimenti

biblici. Come i precedenti Momenti

del cuore e Pensando a Te, si legge d’un fiato

e si torna a consultare per viverne meglio

il contenuto. È anche un regalo intelligente

e di bella presentazione.

Contributo spese € 2,00.

Ciao, Gesù

Se passiamo davanti alla casa paterna

o di un amico, entriamo almeno per

un breve saluto. E se passiamo davanti a

una chiesa? L’Eucaristia è la realtà più importantedelmondo:cisembratroppofermarci

qualche istante, in silenzio, soli con

noi stessi e con Dio? Oppure, entriamo nel

tempio del nostro cuore e parliamo con

lui. Qualche suggerimento dal nuovo opuscolo

Ciao, Gesù – Visite a Gesù Eucaristia,

di L. Fausto Colecchia, Edizioni Dehoniane,

pag. 24, in carta patinata, tutto a

quattro colori. Preghiere tradizionali e

nuove, per dire al Signore il motivo della

nostra presenza. E, se fa bene a te, perché

non regalarlo anche agli altri?

Contributo spese € 2,00.

Santi Medici

Abbiamo avuto continue richieste sui

Santi Medici Cosma e Damiano, la

cui devozione è largamente diffusa nella

nostra Italia. Finalmente possiamo venire

incontro con il nuovo opuscolo Santi

Medici e preghiere di guarigione, a cura

di L. Fausto Colecchia, Edizioni Dehoniane,

pag. 24, in carta patinata, tutto a quattro

colori. Riporta notizie della storia dei due

Santi, preghiere a loro indirizzate e altre

preghiere di guarigione.

Contributo spese € 2,00.

Momenti del Cuore

proprio bello! Un libro da godere,

“È meditare e pregare!”, dicono e scrivono

quanti l’hanno letto. È il libretto edito

dalle Edizioni Dehoniane: L. Fausto

Colecchia, Momenti del Cuore, pag. 52,

tutto a colori: ogni pagina di testo, con riferimenti

biblici, porta a fronte una bella

foto appropriata di commento. E se vuoi

affidare i sentimenti del tuo cuore ai suoi

messaggi, fai una dedica sull’appo-sito

spazio alla prima pagina e regalalo ai tuoi

amici. Ti ringrazieranno!

Contributo spese € 2,00.

Il mio cuore è per Te

Ho tra le mani Il mio cuore è per Te, di

L. Fausto Colecchia, Edizioni

Dehoniane, pag. 132. Lo sto usando tutti

i giorni con gusto. Perché è davvero un

bel libro di preghiera, tutto a colori e ben

leggibile, con le preghiere di ogni giorno

e devozionali, vari atti di offerta, la

Grande promessa largamente

commentata, il Rosario completo di 20

misteri ben meditato, la Via crucis pure

commentata, la meditazione dei misteri

e altro ancora. Lo consiglio volentieri agli

amici e talvolta lo regalo: costa poco e

può fare tanto bene! E, poi, la preghiera è

necessaria per tutti.

Contributo spese € 2,50.

Richiedili! Scrivi o telefona al: Collegio Missionario - via Barletta – 70031 Andria (BA) - Tel. 0883.592.345


Sommario

Gennaio 2010

PRESENZA

CRISTIANA

RIVISTA DI

INFORMAZIONE

E CULTURA RELIGIOSA

ANNO XLVI

n. 01 - Gennaio 2010

Sped.abb. post.

comma 20/C art. 2

legge 662/96 Filiale di Bari

SACERDOTI DEL S. CUORE

(DEHONIANI)

COLLEGIO MISSIONARIO

Via Barletta - 70031 ANDRIA (BA)

Tel. (0883) 592.345 c.c.p. 5702

Direttore

L. Fausto Colecchia

Collaboratori

Nilde A.O. – Elena Bisonti – Lia

Carini Alimandi - Calì – Rocco

Carelli - Mario Cimosa - Daniele

Cocchiola - Leonida Colecchia -

Leo Dani - Marcello De Stefano –

Enea Dolci Calochi – Maria

Giovanna Faiella – Danilo

Fusato – Ida León - Lya –

Stefano Martelli – Notario

Mantoni - Antonio Martino –

Giuseppe Moretti – Celina

Occhioleda – Ubaldo Pacella -

Gianni Pastro – Marcella Rossi

Spadea – Raffaele Vacca –

Domenica Zanin

Amministratore

Promerit

Direttore Responsabile

Vincenzo Pinto

Impaginazione

Quorum Italia - Bari

Disegni: Nicola Romito

Selezione colore

Fotolito 38 - Bari

Stampa

Master Printing srl - Bari

Foto

Dehonservice, Fotopres,

Fusato, Galanti, Gloria, Marzi,

Mazzanti, Tiburzi, Viviani, invio

spontaneo di altri lettori.

Direzione e Redazione

Via Barletta

70031 - ANDRIA (BA)

Tel. (0883) 592.345

Fax (0883) 591.157

e-mail: colefa@mac.com

Distribuzione gratuita ai

Benefattori dell’lstituto.

Con approvazione ecclesiastica.

Aut.del trib. di Trani n. 912 del 5.2.1965.

Manoscritti e fotografie, anche se non

pubblicati, non si restituiscono. L’invio

delle fotografie include il consenso per

eventuale pubblicazione.

Gli articoli firmati impegnano

esclusivamente gli autori.

Tutti i diritti riservati.

Chiuso in redazione il 10.12.2009

4

6

10

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25

45

Oggi

Res publica

Giovani e società

Un Angelo al mese

Mondo-Bambino

DOSSIER

66 In margine

20

51

55

59

60

62

33

61

63

Scriviamoci

Dimmi come scrivi

Documenti

La Missione

Controcampo

Pensa alla salute

Variabile

Sorridi

Medicina e benessere

Angolo verde

Tra noi

La foto dei lettori

Nel mondo

Percorriamo insieme

questo nuovo anno

nello spirito del dialogo

e della solidarietà

Cecenia, pace ancora lontana

di Maria Giovanna Faiella

Giampilieri, disastro annunciato

di Elena Bisonti

Più agili e in buona salute

di Stefano Martelli

L’Angelo della Vigilanza

di Giuseppe Moretti

Addio alla scrittura?

di Gianni Pastro

Perché viviamo?

di Domenica Zanin

Nella terra di Papa Montini

di Leo Dani

La Cultura e l’Italia

di Raffaele Vacca

Oggi ancora, la fame

di Ubaldo Pacella

In difesa del Crocifisso

di Leo Dani

La Regola d’oro

di Rocco Carelli

Tornerà a fiorire

di Giuseppe Moretti

Carità, giustizia e lavoro

di Danilo Fusato

di Niro

La Papaia

di Marcella Rossi Spadea

Il Cyrtomium

di Nilde A.O.

a cura di Leonida

a cura di Leonida

di Danilo Fusato

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3


Scriviamoci

Primo gennaio 2010: 43° GiORNAtA

MONDiALE DELLA PACE. Come di tradizione, si

attende il messaggio del Papa. Riportiamo

qui di seguito alcuni passi del messaggio

indirizzato per questo anno.

Custodisci il creato

In occasione dell’inizio del Nuovo Anno,

desidero rivolgere i più fervidi auguri di

pace a tutte le comunità cristiane, ai responsabili

delle Nazioni, agli uomini e alle

donne di buona volontà del mondo intero.

Per questa XLIII Giornata Mondiale

della Pace ho scelto il tema: Se vuoi coltivare

la pace, custodisci il creato. Il rispetto

del creato riveste grande rilevanza, anche

perché «la creazione è l’inizio e il fondamento

di tutte le opere di Dio» e la sua

salvaguardia diventa oggi essenziale per

la pacifica convivenza dell’umanità. Se,

infatti, a causa della crudeltà dell’uomo

sull’uomo, numerose sono le minacce

che incombono sulla pace e sull’autentico

sviluppo umano integrale – guerre,

conflitti internazionali e regionali, atti

terroristici e violazioni dei diritti umani –,

non meno preoccupanti sono le minacce

originate dalla noncuranza – se non ad-

un Segno di...

4 PRESENZA CRISTIANA

Spedire a: Scriviamoci

Presenza Cristiana

Via Barletta – 70031 Andria (Ba)

Per una risposta privata, precisare.

dirittura dall’abuso – nei confronti

della terra e dei beni naturali che Dio ha

elargito. Per tale motivo è indispensabile

che l’umanità rinnovi e rafforzi «quell’alleanza

tra essere umano e ambiente, che

deve essere specchio dell’amore creatore

di Dio, dal quale proveniamo e verso il

quale siamo in cammino».

Nell’Enciclica Caritas in veritate ho posto

in evidenza che lo sviluppo umano integrale

è strettamente collegato ai doveri

derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente

naturale, considerato come un dono

di Dio a tutti, il cui uso comporta una

comune responsabilità verso l’umanità

intera, in special modo verso i poveri e le

generazioni future. Ho notato, inoltre, che

quando la natura e, in primo luogo, l’essere

umano vengono considerati semplicemente

frutto del caso o del determinismo

evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze

la consapevolezza della responsabilità.

Ritenere, invece, il creato come dono

di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere

la vocazione e il valore dell’uomo.

Con il Salmista, pieni di stupore, possiamo

infatti proclamare: «Quando vedo i tuoi

cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle

che hai fissato, che cosa è mai l’uomo per-

Commentiamo insieme

Su ogni numero della nostra rivista viene proposta una foto da

commentare, magari spedita anche da te. Argomenti delle foto:

aspetti buoni e cattivi riscontrati nella nostra società. Manda subito

una foto o un tuo commento: se arriva in tempo, comparirà nel

numero successivo!

Il commento dei lettori foto di Ottobre

ché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché

te ne curi?» (Sal 8,4-5). Contemplare la

bellezza del creato è stimolo a riconoscere

l’amore del Creatore, quell’Amore che

«move il sole e l’altre stelle».

Vent’anni or sono, il Papa Giovanni

Paolo II, dedicando il Messaggio della

Giornata Mondiale della Pace al tema Pace

con Dio creatore, pace con tutto il creato, richiamava

l’attenzione sulla relazione che

noi, in quanto creature di Dio, abbiamo

con l’universo che ci circonda. «Si avverte

ai nostri giorni – scriveva – la crescente

consapevolezza che la pace mondiale sia

minacciata... anche dalla mancanza del

dovuto rispetto per la natura». E aggiungeva

che la coscienza ecologica «non deve

essere mortificata, ma anzi favorita, in modo

che si sviluppi e maturi, trovando adeguata

espressione in programmi ed iniziative

concrete». Già altri miei Predecessori

avevano fatto riferimento alla relazione esistente

tra l’uomo e l’ambiente. Ad esempio,

nel 1971, in occasione dell’ottantesimo

anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum

di Leone XIII, Paolo VI ebbe a sottolineare

che «attraverso uno sfruttamento

sconsiderato della natura, (l’uomo) rischia

di distruggerla e di essere a sua volta vittima

di siffatta degradazione». Ed aggiunse

Foto da commentare

Quanto costa la felicità?

• Non si diceva una volta che “chi si contenta gode”? E i proverbi popolari hanno una saggezza intramontabile.

Benché siamo nell’era del consumismo, è uno spettacolo confortante guardare i bambini che sanno divertirsi

con poco, anzi spesso inventano essi stessi il loro gioco; per loro tutto è gioco, un modo per esprimere

la loro vitalità e libertà. E per lo più sanno sorridere e non di rado fanno a gara a chi ride di più.

Semplicemente perché il cuore è libero e canta la gioia di vivere.

Noi adulti, invece, ci pigliamo troppo sul serio e così spesso diventiamo complicati, non sappiamo neanche

noi quello che vogliamo e non ci contentiamo mai! Che sia il caso di tornare a scuola dai bambini?

Francesco Esposito – Pompei


@fotolia

“ Un 2010 sereno,

a tutti e di cuore.


che in tal caso «non soltanto l’ambiente

materiale diventa una minaccia permanente:

inquinamenti e rifiuti, nuove malattie,

potere distruttivo totale; ma è il contesto

umano, che l’uomo non padroneggia

più, creandosi così per il domani un ambiente

che potrà essergli intollerabile: problema

sociale di vaste dimensioni che riguarda

l’intera famiglia umana».

Pur evitando di entrare nel merito di

specifiche soluzioni tecniche, la Chiesa,

«esperta in umanità», si premura di richiamare

con forza l’attenzione sulla relazione

tra il Creatore, l’essere umano e il creato.

Nel 1990, Giovanni Paolo II parlava di «crisi

ecologica» e, rilevando come questa avesse

un carattere prevalentemente etico,

indicava l’«urgente necessità morale di una

nuova solidarietà». Questo appello si fa

ancora più pressante oggi, di fronte alle

crescenti manifestazioni di una crisi che

sarebbe irresponsabile non prendere in

seria considerazione. Come rimanere indifferenti

di fronte alle problematiche che

derivano da fenomeni quali i cambiamenti

climatici, la desertificazione, il degrado e

la perdita di produttività di vaste aree agricole,

l’inquinamento dei fiumi e delle falde

acquifere, la perdita della biodiversità,

l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento

delle aree equatoriali e tropicali?

Come trascurare il crescente fenomeno

dei cosiddetti «profughi ambientali»:

persone che, a causa del degrado dell’ambiente

in cui vivono, lo devono lasciare

– spesso insieme ai loro beni – per affrontare

i pericoli e le incognite di uno

spostamento forzato? Come non reagire

di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali

legati all’accesso alle risorse naturali?

Sono tutte questioni che hanno un

profondo impatto sull’esercizio dei diritti

umani, come ad esempio il diritto alla vita,

all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo.

Va, tuttavia, considerato che la crisi ecologica

non può essere valutata separatamente

dalle questioni ad essa collegate,

essendo fortemente connessa al concetto

stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo

e delle sue relazioni con i suoi simili

e con il creato. Saggio è, pertanto, operare

una revisione profonda e lungimirante

del modello di sviluppo, nonché riflettere

sul senso dell’economia e dei suoi

fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni.

Lo esige lo stato di salute ecologica

del pianeta; lo richiede anche e soprattutto

la crisi culturale e morale dell’uomo,

i cui sintomi sono da tempo evidenti

in ogni parte del mondo [8]. L’umanità

ha bisogno di un profondo rinnovamento

culturale; ha bisogno di riscoprire

quei valori che costituiscono il solido fondamento

su cui costruire un futuro migliore

per tutti. Le situazioni di crisi, che

attualmente sta attraversando – siano esse

di carattere economico, alimentare,

ambientale o sociale –, sono, in fondo,

anche crisi morali collegate tra di loro. Esse

obbligano a riprogettare il comune

cammino degli uomini. Obbligano, in

particolare, a un modo di vivere improntato

alla sobrietà e alla solidarietà, con

nuove regole e forme di impegno, puntando

con fiducia e coraggio sulle esperienze

positive compiute e rigettando

con decisione quelle negative. Solo così

l’attuale crisi diventa occasione di discernimento

e di nuova progettualità.

Non è forse vero che all’origine di quella

che, in senso cosmico, chiamiamo «natura»,

vi è «un disegno di amore e di verità»? Il

mondo «non è il prodotto di una qualsivoglia

necessità, di un destino cieco o del caso...

Il mondo trae origine dalla libera volontà

di Dio, il quale ha voluto far partecipare

le creature al suo essere, alla sua saggezza

e alla sua bontà». Il Libro della Genesi,

nelle sue pagine iniziali, ci riporta al progetto

sapiente del cosmo, frutto del pensiero

di Dio, al cui vertice si collocano l’uomo e la

donna, creati ad immagine e somiglianza

del Creatore per «riempire la terra» e «dominarla»

come «amministratori» di Dio

stesso (cf Gen 1,28). L’armonia tra il Creatore,

l’umanità e il creato, che la Sacra Scrittura

descrive, è stata infranta dal peccato di

Adamo ed Eva, dell’uomo e della donna,

che hanno bramato occupare il posto di

Dio, rifiutando di riconoscersi come sue

creature. La conseguenza è che si è distorto

anche il compito di «dominare» la terra, di

«coltivarla e custodirla» e tra loro e il resto

della creazione è nato un conflitto (cf Gen

3,17-19). L’essere umano si è lasciato dominare

dall’egoismo, perdendo il senso del

Scriviamoci

mandato di Dio, e nella relazione con il

creato si è comportato come sfruttatore,

volendo esercitare su di esso un dominio

assoluto. Ma il vero significato del comando

iniziale di Dio, ben evidenziato nel Libro

della Genesi, non consisteva in un semplice

conferimento di autorità, bensì piuttosto in

una chiamata alla responsabilità. Del resto,

la saggezza degli antichi riconosceva che la

natura è a nostra disposizione non come

«un mucchio di rifiuti sparsi a caso» [10],

mentre la Rivelazione biblica ci ha fatto

comprendere che la natura è dono del

Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti

intrinseci, affinché l’uomo possa

trarne gli orientamenti doverosi per «custodirla

e coltivarla» (cf Gen 2,15) . Tutto ciò

che esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato

agli uomini, ma non perché ne dispongano

arbitrariamente. E quando l’uomo,

invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore

di Dio, a Dio si sostituisce, finisce

col provocare la ribellione della natura,

«piuttosto tiranneggiata che governata da

lui». L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare

un governo responsabile della creazione,

custodendola e coltivandola

La Chiesa ha una responsabilità per il

creato e sente di doverla esercitare, anche

in ambito pubblico, per difendere la terra,

l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti,

e, anzitutto, per proteggere l’uomo contro

il pericolo della distruzione di se stesso.

Il degrado della natura è, infatti, strettamente

connesso alla cultura che modella

la convivenza umana, per cui «quando

l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società,

anche l’ecologia ambientale ne trae

beneficio». Non si può domandare ai giovani

di rispettare l’ambiente, se non vengono

aiutati in famiglia e nella società a rispettare

se stessi: il libro della natura è unico, sia

sul versante dell’ambiente come su quello

dell’etica personale, familiare e sociale. I

doveri verso l’ambiente derivano da quelli

verso la persona considerata in se stessa e

in relazione agli altri. Volentieri, pertanto,

incoraggio l’educazione ad una responsabilità

ecologica, che, come ho indicato nell’Enciclica

Caritas in veritate, salvaguardi

un’autentica «ecologia umana» e, quindi,

affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità

della vita umana in ogni sua fase e

in ogni sua condizione, la dignità della persona

e l’insostituibile missione della famiglia,

nella quale si educa all’amore per il

prossimo e al rispetto della natura. Occorre

salvaguardare il patrimonio umano della

società. Questo patrimonio di valori ha la

sua origine ed è iscritto nella legge morale

naturale, che è fondamento del rispetto

della persona umana e del creato.

5


U na

lunga scia di delitti, violenze e

intimidazioni. Tre anni dopo l’omicidio

di Anna Politkovskaya,

redattrice di Novaya Gazeta, assassinata

a Mosca il 7 ottobre del 2006, gli attacchi

contro gli attivisti per i diritti umani

in Russia e nel Caucaso settentrionale

sono in aumento. Lo ha denunciato lo

scorso ottobre, in concomitanza con il

mese mondiale dedicato alla libertà di

stampa, Amnesty International, l’organizzazione

non governativa che si occupa

della difesa dei diritti umani in tutto il

mondo. Il movimento ha scritto una lettera

al presidente della Russia, Dmitry

Medvedev, sollecitando misure autentiche

per porre fine agli attacchi e un impegno

concreto per consegnare alla

giustizia i responsabili.

“Il fatto che chi ha commesso e chi

ha ordinato l’omicidio di Anna Politkovskaya

sia ancora libero è la testimonianza

di quanto le autorità russe non abbiano

indagato a fondo su crimini del genere”,

sottolinea Irene Khan, segretaria

generale di Amnesty.

Un triste bilancio da quel tragico 7

ottobre 2006. È lungo, infatti, l’elenco

delle persone - attivisti, avvocati, giornalisti

- che hanno denunciato le violazioni

dei diritti umani in Russia e che per

questo motivo sono state assassinate o

hanno subito intimidazioni.

6 PRESENZA CRISTIANA

Maria Giovanna Faiella

Oggi

A gennaio scorso Stanislav Markelov,

un avvocato che aveva lavorato a

stretto contatto con Anna Politkovskaya,

è stato assassinato a Mosca. Anastasia

Baburova, una giornalista, è caduta

al suo fianco.

Attacchi simili, nei confronti di persone

impegnate nella difesa dei diritti umani,

sono comuni nel Caucaso settentrionale.

Il 15 luglio, Natalia Estemirova,

esponente del centro per i diritti umani

Memorial, è stata sequestrata nella capitale

cecena, Grozny. Il suo corpo è stato

ritrovato poche ore dopo nella vicina Inguscezia.

La vittima aveva ricevuto in

passato numerose minacce a causa del

suo impegno in favore dei diritti umani.

L’omicidio di Natalia Estemirova ha avuto

luogo in un clima in cui gli attivisti

vengono pubblicamente minacciati dalle

autorità cecene, che li accusano di essere

sostenitori dei gruppi armati illegali. All’inizio

del mese, Adam Delimkhanov, parlamentare

russo e stretto alleato del presidente

ceceno Ramzan Kadyrov, era apparso

alla tv cecena minacciando “i cosiddetti

difensori dei diritti umani, amici dei

terroristi”. In un’intervista rilasciata a Radio

Liberty poco dopo l’omicidio di Natalia

Estemirova, aveva definito irrilevante il

lavoro della vittima, aggiungendo che si

trattava di una persona “priva totalmente

di onore e del senso della vergogna”.

L’uccisione di Natalya è una conseguenza

della perdurante impunità permessa

dalle autorità russe e cecene, secondo

la segretaria di Amnesty International.

“Violazioni dei diritti umani in

Russia e in particolare nel Caucaso del

Cecenia,

pace ancora lontana

Diritti umani violati e si continua a morire anche dopo il ritiro delle

truppe russe

Nord non possono più essere ignorate -

sottolinea Khan -. È indispensabile che le

indagini sulle uccisioni di Natalia Estemirova,

Stanislav Markelov, Anastasia Baburova

e Anna Politkovskaya siano condotte

con imparzialità e indipendenza e

che non manchino, ove emergano indizi,

di investigare sulle complicità di esponenti

del governo, compresi i livelli

più alti. Coloro che si battono per i diritti

umani hanno bisogno di protezione”.

Continua a essere preoccupata per

l’incolumità di esponenti del centro per

i diritti umani Memorial tanto nel Caucaso

settentrionale quanto a Mosca.

Akhmed Gisaev, poco prima dell’uccisione

di Natalia Estemirova, stava seguendo

insieme a lei il caso di una presunta

esecuzione extragiudiziale in un

villaggio ceceno. Da allora viene pedinato

e riceve minacce.

Zarema Saidulaeva, presidente

dell’associazione umanitaria “Salviamo

la generazione”, è stata assassinata insieme

al marito, Alik Dzhabrailov, l’11 agosto.

I due sono stati sequestrati di

fronte alla sede dell’associazione, a


!

Appello dell’associazione di volontariato “Un mondo in cammino” ai parlamentari europei

“Non dimenticate la Cecenia”

Non dimenticare la Cecenia.

È questo l’appello rivolto ai

parlamentari nazionali europei dall’associazione

di volontariato “Un mondo

in cammino” (Mic), da oltre un decennio

attiva nei territori dell’ex Unione

Sovietica con progetti di cooperazione

internazionale e di aiuti umanitari.

Con l’intento di sensibilizzare “non solo

l’opinione pubblica e la società civile,

ma anche il mondo politico nazionale

e internazionale”, l’associazione italiana

e il Comitato per la pace nel

Caucaso ricordano l’ennesimo omicidio,

avvenuto a settembre, di due attivisti

per i diritti umani nella capitale

Grozny, da uomini che si erano qualificati

come personale di sicurezza. Poche

ore dopo, i loro corpi sono stati ritrovati

nel portabagagli della loro automobile.

A Makhachkala, capitale del Daghestan,

è stato recentemente chiuso l’ufficio

delle Madri del Daghestan per i diritti

umani. Due esponenti dell’associazione,

Svetlava Isaeva e Gulnara Rustamova,

insieme ad altri attivisti, avvocati e

giornalisti locali, sono stati additati con

nome e cognome come sostenitori e

fiancheggiatori dei gruppi armati illegali.

Sui volantini distribuiti nella capitale

si invitava ad eliminarli.

Dall’invasione dei carri armati russi,

nel dicembre 1994, non c’è tregua alle

sofferenze dei ceceni, provati da due

guerre in 15 anni. E non solo per le decine

di migliaia di cittadini rimasti uccisi

sotto i bombardamenti di Grozny. Molti

giovani poco più che ventenni sono

scomparsi dalle proprie case nella notte.

O per strada, alla luce del giorno. Senza

che nessuno indaghi e cerchi i mandanti.

Persone scomparse nel nulla. A volte

i parenti stessi hanno svolto le indagini

sulla scomparsa di figli, fratelli o mariti.

Raccogliendo informazioni, persino i

nomi, ma per qualche strano motivo il

pubblico ministero non fa nulla.

Per abbattere il muro del silenzio e

fare luce sulle sparizioni dei loro figli,

mariti o fratelli, le donne cecene si sono

rivolte alla Corte europea dei diritti

dell’uomo a Strasburgo, istituzione che

dal 1959 garantisce il rispetto dei diritti

riconosciuti nella Convenzione europea

dei diritti dell’uomo, vincolante

per 47 stati, Russia inclusa. In più di 100

Grozny. I due, Zarema Sadulayeva, e il

marito Alik Dzhabrailov erano stati rapiti

e qualche giorno dopo trovati cadavere

nel bagagliaio della loro auto.

La donna era presidente di una organizzazione

non governativa (“Salviamo

la generazione”), partner locale di

un Mondo in cammino, nella realizzazione

di una campagna Generazione

senza mine, per i bambini vittime di

questi ordigni esplosivi disseminati

per il territorio caucasico , “tristi eredità”

dei due recenti conflitti.

A rendere noto l’omicidio è stato Alexander

Cherkasov, un portavoce di

un’altra Ong, “Memorial”, della quale

sentenze, la Corte europea dei diritti

dell’uomo ha giudicato la Russia responsabile

di gravi violazioni dei diritti

umani in Cecenia. Per questo, l’Human

Rights Watch ha invitato il governo

russo a garantire che siano presi subito

provvedimenti efficaci per questi casi.

La piena attuazione delle sentenze della

Corte europea è uno dei modi migliori

per porre fine alle impunità in Cecenia,

aveva sostenuto Tanya Lokshina,

vice direttore dell’Ufficio russo

dell’Human Rights Watch.

Oggi

aveva fatto parte Natalia Estemirova, la

giornalista rapita nella capitale cecena,

e uccisa il 15 luglio scorso.

Una situazione drammatica, secondo

l’Odv italiana che ha accusato di “eccessiva

acquiescenza” le istituzioni internazionali,

“in particolar modo il Consiglio

d’Europa”. Atteggiamento che sarebbe

all’origine di “una responsabilità indiretta

nella mattanza di giornalisti e attivisti

per i diritti umani, che nei primi otto

mesi di quest’anno ha mietuto vittime

illustri in Cecenia e in tutta la Federazione

Russa: Stanislav Markelov, Anastasia

Boburova, Natalia Estemirova,

Zarema Sadulaeva e suo marito”.

Se i diritti fondamentali, come quello

alla vita, vengono violati da uno Stato,

le vittime possono fare ricorso alla

Corte che, accertata la violazione, condanna

lo Stato in causa e impone alle

autorità nazionali il pagamento alle vittime

di un indennizzo monetario e anche

la riapertura di indagini.

Dal 24 febbraio 2005, data della prima

sentenza di condanna alla Russia per

sei giovani rapiti in Cecenia, Mosca ha

accumulato 117 verdetti di responsabilità.

I ricorsi a Strasburgo continuano: al-

7


8

Oggi

!

L’uccisione di Natalya Estemirova

Natalya Estemirova, era nata

a Grozny, capitale della Cecenia,

dove aveva lavorato

instancabilmente anche Anna Politkovskaya

alla ricerca di testimonianze

e prove relative a violazioni dei diritti

umani. Natalya era una giornalista e

attivista dei diritti umani. È stata assassinata

il 15 luglio di quest’anno. Quattro

uomini l’hanno rapita nel suo appartamento

a Grozny, e qualche ora

più tardi il suo corpo è stato ritrovato

privo di vita e crivellato da colpi di arma

da fuoco su una strada lungo il

confine con l’Inguscezia.

Natalya (meglio conosciuta come Natasha)

lavorava per il Centro per i diritti umani

“Memorial” nel Caucaso del Nord,

in Cecenia, un Centro che da tempo denuncia

gli abusi delle forze dell’ordine

sulla popolazione civile. Era anche una

collaboratrice stretta dell’Human Rights

Watch. Per l’Osservatorio aveva

condotto un’indagine, resa pubblica il

2 luglio (“What Your Children Do Will

Touch Upon You - Punitive House-Burning

in Chechnya”), dove sono documentati

casi di incendi dolosi a danno

di abitazioni cecene (13 dei 26 casi noti

compiuti tra il giugno 2008 e il giugno

2009 in otto distretti del paese, e attribuiti

alle forze dell’ordine del governo

ceceno) e altri atti a scopo punitivo effettuati

contro le famiglie dei ribelli ceceni.

Nel 2008 alti dirigenti politici ceceni

(incluso il presidente Ramzan

Kadyrov) hanno rilasciato una dichiarazione,

in cui si afferma che le famiglie

degli insorti avrebbero dovuto aspettarsi

delle punizioni esemplari a meno

che fossero state in grado di convincere

i loro familiari ribelli ad arrendersi.

Durante la prima guerra in Cecenia, Estemirova

aveva indagato su maltrattamenti,

uccisioni illegali e sparizioni improvvise.

Aveva, inoltre, raccolto numerose

testimonianze di civili torturati nei

centri di detenzione non ufficiali da parte

degli uomini dell’esercito russo, di

vittime di bombardamenti e rastrellamenti.

Si era inoltre dedicata all’assistenza

agli sfollati e a gruppi svantaggiati.

Non solo, Kavazskij Uzel, un centro

di informazione fondato da “Memorial”,

ricorda che proprio Natalya Estemirova

aveva raccolto tutte le informazioni sugli

eventi di Novye Atagi, una delle prime

indagini di “Memorial” riguardanti

la seconda guerra in Cecenia: “Quando

Natalya è andata in quel centro abitato,

il 20 marzo del 2000, questo era ancora

bloccato dai militari. A Novye Atagi si

conducevano regolarmente ‘zachistki’

(operazioni di pulizia etnica), e il fatto di

non essere registrati come residenti locali

costituiva un pericolo concreto per

chi ci andava. Natalya vi ha trascorso una

settimana, talvolta nascondendosi

negli orti di case distrutte per evitare i

controlli dei passaporti effettuati dai

militari russi”. La Estemirova aveva ottenuto

il premio “Diritto alla vita” istituito

dal Parlamento svedese nel 2004. Era

stata insignita della medaglia Robert

Schuman da parte del Parlamento europeo

nel 2005 ed era stata candidata al

Premio Sacharov per la libertà di pensiero.

Aveva, inoltre, ricevuto a Londra

nell’ottobre 2007 dal “Reach All Women

in War” (RAWinWAR) il primo premio

annuale “Anna Politkovskaya”, un riconoscimento

per le donne che si battono

per il rispetto dei diritti umani nelle zone

di conflitto armato e di guerra.

Questo premio, consegnatole dal Nobel

per la pace, Mairead Corrigan Maguire,

le era stato conferito per il suo

coraggio nel raccontare la verità su

torture, sparizioni ed uccisioni di civili

nel corso delle guerre cecene. Natalya

aveva raccolto una folta documentazione

sulle violazioni avvenute nella

regione a partire dal 2000, anno d’inizio

della seconda guerra cecena.

Natalya era una donna forte. Sapeva

che la sua vita era in pericolo. Era stata

più volte minacciata da funzionari di

vari livelli. Ha detto Oleg Orlov, capo

del consiglio di amministrazione

dell’Human Rights Center “Memorial”:

Anna Politkovskaya

“So di sicuro chi è il responsabile dell’uccisione

di Natalya Estemirova. Tutti

noi conosciamo quest’uomo. Ramzan

ha minacciato Natalya, l’ha insultata, la

considera un suo nemico personale.

Non sappiamo se è stato Ramzan stesso

a dare l’ordine di uccidere Natalya o

se qualcuno dei suoi lo ha fatto per

compiacere le autorità. E il presidente

Medvedev sembra soddisfatto di avere

un assassino a capo di una delle repubbliche

russe. Quando dichiarò che

le giovani in Cecenia erano costrette a

indossare il velo in pubblico, fu invitata

ad un colloquio privato con Kadyrov.

Natalya disse poi di essere stata

minacciata da Ramzan: ‘Le mie mani

sono già coperte di sangue. E non me

ne vergogno. Ho ammazzato e ammazzerò

i cattivi. Noi combattiamo i

nemici della nostra repubblica’. Sappiamo

che le ultime notizie fornite da

Natalya su nuovi rapimenti, esecuzioni

senza processo, fucilazioni pubbliche

di alcune persone in un villaggio ceceno

hanno causato una forte irritazione

presso le autorità cecene”. Anche se i

problemi in Cecenia non sono sempre

sotto gli occhi dell’opinione pubblica

internazionale, soprattutto dopo la fine

del secondo conflitto, questo non

significa che siano stati risolti. Lei non

si stancava mai di denunciare: “Abbiamo

un sacco di problemi in questo

momento. Molti giovani ceceni sono

in carcere in Russia in condizioni difficili.

Alcuni di loro sono stati imprigionati

per nulla, per reati commessi da

altri o che non hanno niente a che vedere

con il conflitto. Questi casi penali

devono essere riesaminati”.


la Corte europea ne sono pendenti 249

per sparizioni forzate nel piccolo stato

caucasico. Le sentenze ricostruiscono uno

scenario agghiacciante, simile a quello

dei desaparecidos argentini e cileni.

L’ultima, del 23 luglio scorso, ha come

protagonista Zara Mutsayeva. Suo

figlio Khizir, 21 anni all’epoca dei fatti,

viene fermato e costretto da uomini in

uniforme a salire su un’automobile la

mattina del 27 agosto 2001. Da quel

momento il buio. I genitori invocano,

vogliono sapere. Il padre di Khizir muore

e Zara Mutsayeva, da sola, parte per

Strasburgo. La Corte europea indaga:

molti testimoni hanno visto scomparire

il giovane nel centro di Urus-Martan a

bordo di un veicolo militare, nell’ambito

di un’operazione di sicurezza.

Considerata l’assenza di spiegazioni

da parte delle autorità locali, la corte «ritiene

che bisogna presumere che il giovane

è morto e che lo stato in causa è

responsabile del decesso». Tradotto in

termini giuridici vuol dire che la Russia

ha violato l’articolo 2 della Convenzione

europea che impone agli Stati di rispettare

il diritto alla vita.

Malgrado le denunce e gli appelli allora

rivolti da Zara Mutsayeva, le indagini

sono state ritardate, sospese all’improvviso

e poi riprese. Per oltre 7 anni

nessuna risposta le è pervenuta dalle

autorità locali. Ne consegue la violazione

dell’articolo 3 che vieta trattamenti

disumani e degradanti, dell’articolo 5

che proibisce detenzioni illegali e del-

l’articolo 13 che impone agli stati di garantire

ricorsi giurisdizionali effettivi alle

vittime. La Corte europea ha concesso

35 mila euro di indennizzo alla madre di

Khizir. Poca cosa, ma conta che un organo

giurisdizionale internazionale abbia

potuto fare luce su un pezzo di storia,

far parlare le vittime per bocca delle madri

e svelare gli orrori in Cecenia.

Nel lungo percorso per ottenere giustizia,

Zara non è stata sola: due organizzazioni

non governative (Ehrac e Memorial)

l’hanno sostenuta anche sul piano processuale.

Ehrac (European human rights advocacy

centre) è sorto nel 2003 all’interno

della London Metropolitan University.

“Il nostro obiettivo è assistere privati

cittadini, avvocati, ong in Russia, Georgia

e altre repubbliche ex sovietiche nei loro

appelli alla Corte europea” spiega l’avvocato

Philip Leach, direttore del centro.

“Operiamo in stretto contatto con Memorial,

organizzazione russa sorta negli

anni della perestroika, che ha sedi a

Grozny e a Urus-Martan. È lì che si crea il

primo contatto con le madri dei ragazzi

spariti”. Natalia Estemirova lavorava proprio

nell’ufficio di Memorial nella capitale

cecena: il mattino del 15 luglio scorso è

stata rapita dal suo appartamento. Il corpo

è stato trovato alla sera in Inguscezia.

“Le autorità russe negano i fatti: sostengono

che i giovani siano spariti di

casa per entrare in clandestinità e lottare

con i ribelli” dice Roemer Lemaitre, belga,

responsabile dell’ufficio legale a Mosca

di Russian justice initiative, ong che

assiste le madri degli scomparsi aiutan-

Oggi

dole a preparare i processi presso la Corte

europea. Come nel caso di Lecha Basyev,

trascinato via dalla sua casa il 5 luglio

2002 da uomini armati che parlavano

in russo. La sentenza a maggio scorso

ha ritenuto Mosca responsabile di violazione

del diritto alla vita, del divieto di

tortura, di detenzione illegale, violazione

del diritto al rispetto della vita privata

e familiare e per non avere garantito un

rimedio giurisdizionale alle vittime.

Fra i casi più recenti, Strasburgo ha

contrassegnato come prioritario quello

di Toita Shamsayeva, madre di Apti, 19

anni, assistita dagli avvocati di Memorial.

La notte tra il 24 e il 25 maggio

2009, Toita viene svegliata da un rumore

di passi nel cuore della notte: di fronte

a lei dieci uomini incappucciati dichiarano

di essere agenti di sicurezza.

Puntano una torcia sul marito: troppo

vecchio. Svegliano Apti, che scompare

quella notte. L’unica risposta alla denuncia

dei genitori è che probabilmente

il giovane ha raggiunto un movimento

insurrezionale in Cecenia e che il suo

rapimento è stato una messinscena.

Mosca deve dare conto anche al comitato

dei ministri del Consiglio d’Europa

(organo cui spetta il monitoraggio

sullo stato di esecuzione delle sentenze)

sulle misure adottate per eseguire concretamente

i verdetti di condanna.

La Russia in genere provvede al pagamento

degli indennizzi. Nel 2008, condannata

a versare 3.762.987 milioni di euro

(inclusi anche casi non ceceni), ha pagato

il 61 per cento degli importi dovuti.

9


F ango

Elena Bisonti

Res publica

Giampilieri,

disastro annunciato

e morte potevano colpire dovunque.

Le case di Giampilieri sono

le case di tutta Italia, così come

le 31 vittime dell’alluvione di Messina

del primo ottobre.

Non solo in Sicilia poco o nulla è stato

fatto per prevenire la seconda tragica frana

in meno di due anni. Ora si sa che quel

disastro potrebbe ripetersi. In ogni momento,

in ogni angolo del Paese. Molti

sindaci ormai quando piove non dormono

nemmeno più. E lo conferma l’ultimo

rapporto nazionale sul rischio frane e alluvioni,

redatto dalla Protezione civile e

da Legambiente nel novembre 2008. È

10 PRESENZA CRISTIANA

Sicilia ultima nella graduatoria della prevenzione

tutto scritto in ottanta pagine che non lasciano

dubbi: «Sono ben 5.581 i centri abitati

a rischio idrogeologico», denuncia

il dossier. Significa che il dramma di Messina

poteva capitare nel 70 per cento dei

Comuni, in montagna o in pianura, nelle

metropoli o nei piccoli paesi.

«Spesso le opere di messa in sicurezza

si trasformano in alibi per continuare a

costruire». Ovvero molti cantieri, spacciati

dalle amministrazioni locali per «manutenzione

dei bacini», coprono le speculazioni

edilizie lungo fiumi e torrenti. Proprio

nella «zona rossa», quella a più alto

rischio di calamità naturali. E così le immagini

della Sicilia fanno ancora più rabbia.

Stavolta la distesa di fango, la bomba

d’acqua nera che ha portato via tutto, le

urla dei superstiti che chiedono aiuto, i

cadaveri si potevano davvero mettere in

conto. L’ha detto anche il presidente del

Consiglio Silvio Berlusconi agli sfollati:

«Avevamo previsto il disastro». Era facile

quella previsione. L’indagine “Ecosistema

rischio” era stata presentata dal capo

della Protezione civile, Guido Bertolaso,

meno di un anno fa. Contiene la classifica

dei Comuni a rischio inondazione, l’elenco

dei pericoli per gli abitanti, il conteggio

ufficiale dei ritardi imputabili a governatori

e sindaci. Si legge che la Sicilia è ultima

nella graduatoria della prevenzione,

con l’8 per cento di interventi adatti a

mitigare l’allarme idrogeologico. Sembra

un presagio del disastro che ha spazzato

la costa orientale, dove i turisti di solito si

godevano i Giardini Naxos. In quel dossier

c’è Giampilieri e c’è quel che resta di

Scaletta Zanclea. Ma c’è anche molto altro:

«Dei quasi 1.500 Comuni monitorati,

il 77 per cento mostra abitazioni minacciate

da frane e alluvioni, quasi il 30 per

cento ha interi quartieri esposti e oltre la

metà vede sorgere in zone non idonee

fabbricati industriali », spiega il rapporto.

Un allarme nazionale che, ancora una

volta, è rimasto inascoltato. La Corte dei

conti lo conferma in una relazione del 6

aprile scorso, dove parla di «anomala lentezza

» ed evidenzia un «mancato o tardivo

avvio degli interventi pur in presenza

di specifici finanziamenti».

C’è anche Crotone: dopo che nel

1996 il fiume Esadro allala cittadina e

fece sei morti, si ricostruì sulle macerie.

Più di prima. Quattro anni dopo, il fango

travolse un campeggio nell’alveo del fiume

Beltrame a Soverato. Altre 13 vittime.

Chiunque avrebbe deciso di spostare

quei centri da un’altra parte, «delocalizzarli»,

come da giorni va ripetendo Bertolaso.

E invece no: trionfano cemento,

centri direzionali, mega- market, bar, casermoni,

negozi e parcheggi multipiano.

«Pur sapendo che i fiumi tornano a colpire

nello stesso luogo anche più volte negli

anni», avvertono gli esperti. E che la

paura dell’alluvione non sparirà dalla


!

Il 4 novembre 1966 la Toscana

fu sconvolta da un’alluvione, uno degli

esempi più clamorosi del dissesto idrogeologico

dell’Italia. Oggi, a quarantatre

anni da quell’episodio, siamo ancora a

fare i conti con quel rischio che Gaia

Checcucci, segretario generale dell’Autorità

di Bacino dell’Arno, definisce come

la seconda emergenza nazionale dopo

il Vesuvio. Affermazione che accompagna

il dossier sulla pericolosità idraulica

e da frana del bacino dell’Arno. Tabelle

e numeri che ci dicono che circa il 22

per cento dell’intera superficie del bacino

sono minacciati dalla pericolosità idraulica,

corrispondente in buona parte

alle aree di pianura. In particolare il 15

per cento della «pericolosità idraulica» –

in pratica a rischio alluvioni – rientra nella

fascia tra «media» e «molto elevata».

Comuni come Ponte Buggianese e Chiesina

Uzzanese, in provincia di Pistoia,

hanno l’intero territorio in aree a pericolo

alluvione, Campi Bisenzio è al 90 per

cento, a Pisa la superficie a rischio sfiora

il 68 per cento, il 50% a Empoli. Rischio

che a Firenze scende al 40% per quelle

zone che già furono colpite nel ’66.

L’accordo di programma firmato da

Matteoli e Martini nel 2005 prevede un

memoria dei superstiti, pronta a riemergere

quando non te l’aspetti. Legambiente

lo aveva denunciato già 16 mesi

fa, nel rapporto choc “E se piovesse come

allora?”, a dieci anni esatti dalla tragedia

di Sarno, il 5 maggio 1998, quando

la montagna travolse interi paesi, seppellendo

160 persone sotto il fango. Eppure

in Italia nemmeno questo basta. Si

costruisce ancora senza regole, segnala

la Corte dei conti. «Emergono non poche

perplessità», scrivono i magistrati

contabili riferendosi ai lavori di sistemazione

di alvei e versanti mai appaltati dal

lontano 2002. «Risulta ovvio chiedersi

come possano essere considerati urgenti

interventi che, a distanza di anni, non

sono stati nemmeno avviati». Senza parlare

di quelli ancora in fase di progettazione

e di quelli abusivi. Addirittura nella

stessa Sarno, pochi giorni dopo la frana

si scavavano le fondamenta di una casa

non autorizzata. Un’altra era già in costruzione

nel luogo dove c’era stata la

prima vittima, un bambino. E l’elenco è

lungo, come quello dei morti.

Piano di interventi costituito da più di

30 opere tra casse di espansione e alcune

sistemazioni arginali che dovrebbero

consentire di stoccare circa 65 milioni

di metri cubi di acqua, e contribuire a

mitigare i fenomeni di alluvione in maniera

sostanziale. La realizzazione degli

interventi, previsti e programmati dall’Autorità

di bacino, è assegnata agli enti

locali e dovrebbe essere completata

nel 2013. Il condizionale è d’obbligo

perché già nel 1999 si era pensato a un

progetto per limitare i danni in tutta la

zona che corre lungo il fiume fino a Pisa.

Un progetto poi considerato superato e

«faraonico», non alla portata del bilancio

pubblico. Il progetto sostitutivo prevede

le prime casse d’espansione in Casentino,

la Poppi 2 e Bibbiena 2. Nel Valdarno

superiore è prevista la cassa di Padulette,

efficace per preservare l’area a

valle di Montevarchi. Altre quattro casse

sono previste nel territorio del comune

di Figline considerate essenziali per ridurre

i rischi per Firenze. Più a valle le

più importanti opere programmate, sono

le casse di Roffia e Scaletta, il sistema

di casse in Valdera e l’adeguamento dello

Scolmatore. Attualmente è in corso la

realizzazione delle casse di espansione

Res publica

A 43 anni dall’alluvione di Firenze

Allarme frane: in allarme il 10% del bacino dell’Arno

di Roffia e di Figline e di alcune sistemazioni

arginali, per circa 65 milioni di metri

cubi di acqua invasare. I lavori dovrebbero

finire entro quest’anno. Il resto

andrà in appalto nel 2010. I progetti,

anche i soldi ci sarebbero, almeno 90

milioni di euro dei 270 preventivati (erano

200 nel 2005). Il problema è un altro:

«non sempre le risorse vengono spese –

spiega Gaia Checcucci – perché i livelli

di progettazione sono eccessivamente

arretrati rispetto alla possibilità di usare

i fondi. È necessario un cambio di passo».

Cambio di passo già auspicato tempo

fa da Erasmo De Angelis, presidente

della commissione ambiente del Consiglio

regionale. «Molte cose sono state

fatte – spiegava – ma questo è il momento

di accelerare al massimo su progettazioni

e cantierizzazioni». «Ci sono

troppi enti che si occupano dell’Arno. I

comuni fanno i progetti, ma si può capire

che i loro uffici tecnici in certi casi non

hanno le competenze necessarie. E poi

ci sono ci sono alcune resistenze locali

che ritardano la firma degli accordi».

Soldi che ci sono o non ci sono, progetti

fatti e rifatti, troppe competenze e resistenze

a vari livelli. A quarantatre anni

dal novembre 1966 ancora si discute.

11


12

Res publica

!

L’iniziativa di Confagricoltura

Un milione di alberi per l’Italia

Un milione d’alberi: una foresta

di 5000 ettari che Confagricoltura

farà nascere per inchiodare

il suolo dove c’è bisogno, per coprire

di verde le colline franate, per ridar

vita ai terreni improduttivi. Una

foresta che andrà ad aggiungersi a

quelle già esistenti, che coprono il

Al Vallone di Santa Lucia, anche questo

considerato ad alto rischio esondazioni,

sono spuntate palazzine irregolari,

una addirittura sulla sorgente già utilizzata

in passato dalle ecomafie come

deposito di rifiuti. È una cronistoria di illeciti

che torna tragicamente di attualità,

sia nelle tre regioni italiane dove il

100 per cento dei comuni è classificato

«a rischio» (Calabria, Umbria e Valle

d’Aosta), sia in quelle dove l’allarme riguarda

l’80 o il 90 per cento dei centri abitati.

Solo in quattro (Trentino Alto Adige,

Veneto, Puglia e Sardegna), infatti,

almeno la metà degli edifici non corre

pericoli. Equivale a dire che in Italia dovrebbero

essere svuotati da abitazioni,

insediamenti produttivi, attività agricole

circa 30 mila chilometri quadrati, se si

vorranno scongiurare altre Messina. È

un’area vasta quanto Lombardia e Liguria

insieme, e sempre più in emergenza

man mano che aumenta l’intensità delle

piogge (cresciuta del 5 per cento nell’ultimo

secolo). Dal disastro di Sarno ad

oggi, i morti sono stati oltre trecento e i

danni causati dall’acqua ammontano a

una decina di miliardi di euro. Eppure

secondo i calcoli del ministero dell’Ambiente

di soldi ne servirebbero molti di

più. Per mettere in sicurezza l’intero territorio

ci vorrebbero 43 miliardi, di cui

27 diretti al Nord e al Centro, 13 al Sud e

tre sulle coste. Fondi che a bilancio non

ci sono e che, anche quando c’erano,

non venivano spesi bene. «Sono 787 le

amministrazioni che risultano svolgere

un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico

negativo». Equivale a due

terzi dei comuni monitorati. I virtuosi?

«Solo quattro in tutta Italia raggiungono

la classe di merito ottimo», spiegano

alla Protezione civile. Con casi che hanno

dell’incredibile.

A Genova il torrente Bisagno è coperto

nel tratto finale, e sopra ci passa

viale Brigate Partigiane. È da lì che le acque

invasero la città durante l’alluvione

PRESENZA CRISTIANA

34% della superficie nazionale ed assorbono

oltre 10 milioni di tonnellate

di anidride carbonica l’anno. Un patrimonio

di bellezza e salute gestito

per il 63% dalle nostre aziende agricole.

Contro le frane assassine, la violenza

improvvisa e devastatrice dei

torrenti, le distruzioni.

del 1970, la “Dolcenera” che uccise 44

persone. Il Comune sta spendendo 170

milioni per aumentare la portata di quelle

condotte sotterranee, «eppure a monte,

dove il torrente non ha spazio per defluire,

si continua a edificare». A La Spezia,

a pochi chilometri dalla foce del Magra,

il rapporto punta l’indice contro l’Anas,

che progetta uno svincolo stradale.

E gli esempi sono centinaia. Anche il Tevere

resta in emergenza dall’alluvione

del dicembre 2005 che, oltre all’Umbria,

aveva messo in allarme Roma e Fiumicino.

Si è arrivati al 2008, quando la piena

di dicembre mobilitò i soccorsi nella capitale.

Così, a gennaio sono partiti il piano

di pulizia, il censimento delle strutture

galleggianti e il nuovo rilievo dei fondali,

che non sono ancora terminati. In

Valle d’Aosta, invece, sono stati investiti

500 milioni in opere di canalizzazione,

anche qui fra le polemiche, come nel caso

del torrente Comboè. A pochi mesi

dalla sistemazione delle sponde, «i vigili

urbani furono costretti a chiudere due

strade dopo una forte pioggia durata una

sola notte». E avanti così.

Dei venti capoluoghi italiani, diciassette

sono considerati a rischio idrogeologico

dal ministero e dell’Unione delle

Province, già dal 2003. Tutti tranne Venezia,

Trieste e Bari. Una sola cosa sembra

funzionare bene: i soccorsi. La Protezione

civile ha sedi e mezzi capaci di

arrivare dappertutto. Otto sindaci su

dieci hanno varato un piano per le emergenze.

Quando i volontari si mettono

al lavoro, ci sono già morti da seppellire

e sfollati da sistemare nelle tende o

negli alberghi. Come a Messina.

I temporali autunnali, improvvisi,

sono ormai forti come uragani. È capitato

lungo i sette chilometri di litorale

fra Messina e Catania, così come era già

successo altre volte nelle vallate alpine

e nelle città d’arte. Piovono anche 200

millimetri l’ora, quando in un anno il totale

dovrebbe essere di 800. E quell’acqua

si accumula come dietro una diga:

il terreno non assorbe più, gli alberi

non la trattengono e lei, viscida e scura,

trascina via tutto ciò che incontra, come

a Giampilieri. È il cemento selvaggio,

che ha l’effetto di una bomba inesplosa.

Speculazioni, che il nuovo piano

casa farà proliferare, anziché ridurre.

Gli scempi vanno da Nord a Sud. Interi

quartieri pagati con i fondi anti-alluvione

risultano edificati in aree ad alta pericolosità.

In Liguria come in Calabria

sono spuntati edifici dove non si sarebbe

dovuto gettare nemmeno un metro

cubo di cemento. Non sono casi isolati:

«Il 73 per cento dei Comuni ha realizzato

opere di messa in sicurezza di corsi

d’acqua e dei versanti, che però rischiano

di accrescere la fragilità del territorio

piuttosto che migliorarne la condizione»,

osservano i tecnici.


!

Bastano quindi poche piogge per provocare

una tragedia. Il nostro Paese paga

un altissimo prezzo per aver devastato il

territorio con enormi e incontrollate colate

di cemento. E’ dunque necessario insistere

per risalire alle responsabilità e tornare

sulla necessità di investire nella manutenzione

del territorio. Non c’è parte

del territorio italiano che non abbia conosciuto

nel tempo gli effetti della cattiva

gestione del suolo. Ma quel che è più grave,

è che da nessuna parte appaiono positivi

segnali di cambiamento. Eppure è necessaria

una forte assunzione di responsabilità

e una chiara volontà politica per

cambiare indirizzo. La pianificazione del

territorio è in molti casi da ripensare e

modificare in nome dell’equilibrio idrogeologico,

della sicurezza e della sostenibilità,

e dell’unica, urgente e necessaria

grande opera pubblica: la messa in sicurezza

del territorio. «Occorre un piano serio

che investa, piuttosto che in opere faraoniche,

per garantire la sicurezza in

queste zone del paese, o si potranno avere

altre sciagure», ha detto il presidente

della Repubblica Giorgio Napolitano che

ha lanciato l’allarme sulla «situazione di

diffuso dissesto idrogeologico, in gran

parte causato da abusivismo, nel messinese

e in tante altre parti d’Italia». Eppure

nella finanziaria 2008 ai fondi, già insuffi-

cienti, per la protezione del territorio sono

passati dai 510,5 milioni di euro nel

2008 ai 93,2 previsti per il 2011. Un taglio,

di 241,4 milioni di euro al programma di

mitigazione del rischio idrogeologico per

quest’anno, di cui 151 milioni sottratti

proprio agli interventi specifici previsti in

Sicilia e Calabria, tra le aree più a rischio

d’Italia anche perché le loro particolari caratteristiche

morfologiche richiedono costanti

interventi di manutenzione. Ovvia-

Res publica

Secondo la classificazione del Ministero dell’Ambiente

Nel Lazio il 97% dei comuni a rischio idrogeologico

Nel Lazio 366 comuni, il 97

per cento del totale (378),

sono classificati a rischio idrogeologico

dal ministero dell’Ambiente. Un dato

drammatico, che pone il Lazio al sesto

posto nella graduatoria nazionale

del dissesto, dopo Calabria, Umbria,

Val d’Aosta, Marche e Toscana. È

quanto si legge su Ecosistema rischio

2008, l’ultimo dossier di Legambiente,

che attinge e rielabora i dati del ministero.

Ben 234 comuni del Lazio sono

a rischio frana, altri 129 a rischio sia di

frana che alluvione. Numeri che fanno

paura. Evocano Messina, l’alluvione di

Firenze (1966), la frana di Sarno (1998,

160 morti). Nel Lazio, basta tornare a

meno di un anno fa, dicembre 2008,

quando Prima Porta, Isola Sacra e San

Basilio a Roma finirono sotto un metro

d’acqua. Ad aggravare le cose contribuiscono

l’abusivismo edilizio, il disboscamento,

le dighe di rifiuti nei

torrenti. Il 75 per cento dei comuni laziali

ha nel proprio territorio abitazioni

in aree golenali, ossia in prossimità degli

alvei dei fiumi e in aree a rischio frana.

Quasi il 60 per cento conta in tali

zone anche fabbriche industriali. Inutile

ricordare che le norme nazionali

vietano l’edificazione di un solo mattone

in queste zone. Ma non basta. Solo

il 59 per cento dei comuni è dotato

di un piano di emergenza, solo il 48

per cento lo ha aggiornato negli ultimi

due anni, solo il 16 per cento ha organizzato

esercitazioni con la popolazione

in caso di calamità. La metà dei comuni

laziali, insomma, non fa praticamente

nulla per prevenire alluvioni e

frane. Nella classifica regionale di Ecosistema

rischio, la maglia nera tocca a

Vicovaro in provincia di Roma: urbanizzazione

su aree a rischio, nessun

piano di emergenza, nessuna informazione

agli abitanti, nessuna struttura

di Protezione civile. Note particolarmente

negative anche per Morlupo

(provincia di Roma), Piglio (provincia

di Frosinone), Cori (provincia di Latina),

Rieti, Poggio Moiano (Rieti), Amatrice

(Rieti), Antrodoco (Rieti). Perfino i

pochi interventi di messa in sicurezza,

sottolinea Legambiente, continuano

spesso a seguire filosofie tanto vecchie

quanto inefficaci: «Si vedono sorgere

argini senza un serio studio sull’impatto

che possono portare a valle,

si assiste alla cementificazione degli

alvei e all’alterazione delle dinamiche

naturali dei fiumi. Inoltre, gli effetti dei

mutamenti climatici in atto, ormai riconosciuti

dalla comunità scientifica,

comportano una drammatica alternanza

di periodi di scarsissime precipitazioni

e di piogge eccezionali in periodi

di tempo molto brevi, e amplificano

il pericolo di esondazioni dei corsi

d’acqua, di frane, di smottamenti».

mente stiamo parlando di spiccioli, o poco

più, se si pensa che ogni anno si spendono

miliardi di euro per riparare i danni

causati dal dissesto idrogeologico. Senza

parlare del costo in vite umane. Ma sono

opere che costano varie centinaia di milioni

di euro l’anno.

in un rapporto sul rischio frane e alluvioni,

redatto da Protezione civile e Legambiente

nel novembre 2008.

13


14

U na

Stefano Martelli

Giovani

e società

Più agili

e in buona salute

corretta alimentazione e un

po’ di movimento (i famosi «dieci

mila passi al giorno» che qualche

medico di famiglia ancora prescrive)

hanno un’importanza notevole sulla salute

della gente. Finché si è bambini, il

corpo “giovane” sopporta i chili di troppo

che stili di vita sempre più sedentari

portano ad accumulare. Ma quando si

entra nella stagione degli “anta”, tutti

gli errori alimentari e il ricorso troppo

frequente all’auto e all’ascensore (preso

per scendere anche pochi gradini di

scala) appesantiscono il cuore, complicano

la respirazione e aprono la porta

alle malattie degenerative. Iniziano le

terapie, le cure costose, i periodi in ospedale

e poi…. avviene l’irreparabile.

Invece una corretta e regolare alimentazione,

salire le scale a piedi e girare

in bicicletta permette di vivere meglio

e di allungare anche notevolmente

la speranza di vita.

Queste norme semplici di vita buona

sono note da tempo, ma pochi nel

nostro Paese le applicano. Quando sono

a tavola gli italiani continuano a

mangiare a quattro palmenti. Durante

la guerra e fino agli anni Cinquanta il

problema principale in molte case era

mettere insieme cibo a sufficienza per

mangiare almeno due volte al giorno.

Poi è venuto il benessere economico

e la vita è migliorata, sia come sicurezza

di cibo, sia come comodità di trasporti,

ma la cucina non è cambiata. La gente ha

continuato a mangiare come se vivesse

PRESENZA CRISTIANA

Christophe Schmid@fotolia

Un aiuto a scoprire la bellezza del giocare muovendosi

in tempi di carestia, per di più facendo

molto meno moto. Ma oggi la frase

«grasso è bello (e sano)» non è più vera:

chi è grasso respira affannosamente ad

ogni piccolo sforzo, ha sempre male alle

ginocchia (che mal sopportano il peso

del proprio corpo), e il cuore indebolito

può cedere all’infarto ad ogni momento.

L’Organizzazione mondiale della Sanità

ha accertato che lo stile di vita sedentario

favorisce l’eccesso di peso fino

all’obesità e la comparsa di molte altre

patologie croniche, quali il diabete, l’aterosclerosi,

l’ipertensione arteriosa, l’osteoporosi

ed alcune forme neoplastiche.

Sempre l’Oms informa che più del

60% della popolazione mondiale non

pratica neppure quei 30 minuti al giorno

di attività fisica moderata-intensa,

considerati il minimo di attività per

mantenere lo stato di salute riducendo

il rischio della comparsa delle malattie

cronico-degenerative.

I costi individuali della sedentarietà

sono elevati, ma quelli per il sistema sanitario

nazionale sono enormi. In Italia il

Ministero per la Salute ha calcolato che

per riparare i danni diretti e indiretti alla

salute della popolazione, che derivano

da stili di vita scorretti, il sistema sanitario

nazionale spende circa 60 miliardi di

euro l’anno (2003). A loro volta i i diabetici,

che rappresentano il 3-5% della popolazione,

consumano il 15-20% delle risorse

sanitarie totali. Come sarebbe bello

che in Italia non ci fossero più persone

che soffrono di diabete, e che tanti mi-

!

Roma, 2 dicembre 2009 – Il Ministro

dell’Istruzione Università

e Ricerca, Mariastella Gelmini, il

Presidente del Comitato olimpico

nazionale italiano, Giovanni

Petrucci, e il Sottosegretario

alla Presidenza del Consiglio con delega

allo Sport, Rocco Crimi, hanno presentato

nella sede del Ministero il progetto L’alfabetizzazione

motoria nella Scuola primaria.

L’iniziativa si rivolge agli alunni delle

scuole elementari, abbracciando la fascia

d’età compresa tra i 6 e i 10 anni,

quella decisiva per acquisire una buona

capacità motoria. La prima fase prevede

la realizzazione di un progetto pilota

che partirà a febbraio 2010 e che si concluderà

al termine dell’anno scolastico

in corso. In questa fase saranno coinvolti

mille plessi scolastici, in tutta Italia,

per un totale di 10 mila classi e 250 mila

alunni, compresi gli studenti disabili;

l’alfabetizzazione motoria si svolgerà

per 2 ore settimanali nell’arco di 15 settimane,

a partire dal 15 febbraio 2010.

Nella fase successiva sarà sviluppato il

progetto definitivo, che dal 2010 al

2013 coinvolgerà gradualmente tutte

le scuole italiane. Il protocollo sarà inserito

quindi nel piano dell’offerta formativa

delle scuole italiane, dietro approvazione

del collegio docenti. Gli

insegnanti saranno affiancati da 1.000

esperti (laureati esclusivamente in

Scienze motorie o all’Isef) e dall’opera

volontaria di operatori esterni (uno

per ogni plesso scolastico).


!

Il Coni finanzierà l’iniziativa

con un contributo di 5 milioni.

Il Presidente Petrucci ha

sottolineato la portata storica

dell’iniziativa. «Mi permetto

di dire che questo progetto

vale più di una medaglia olimpica.

È un cambiamento culturale

nell’ambito dell’attività motoria, del

quale il Paese deve essere contento.

Non vogliamo creare campioni alle elementari

ma insegnare la conoscenza del

proprio fisico. Siamo contenti di aver

raggiunto un obiettivo che ci eravamo

prefissati all’inizio del nuovo quadriennio

olimpico, per questo voglio ringraziare

il Ministro Gelmini e il Sottosegretario

con delega allo Sport, Rocco Crimi,

che hanno condiviso il nostro progetto.

Questo consentirà di trasmettere ai giovani

anche corretti stili di vita».

Il ministro Gelmini ha amplificato il

concetto. «È un progetto rivolto alle

scuole elementari, anche perché in Italia

sono le uniche che non prevedono

l’insegnamento dell’educazione

fisica. Esiste un problema di sedentarietà

dei ragazzi e in questo modo

diamo loro la possibilità di svolgere

attività sportive». Soddisfatto anche il

Sottosegretario Rocco Crimi, il quale

ha ricordato che iniziative del genere

«si inseriscono nel contesto della lotta

al bullismo, alla droga, e più in generale

[favoriscono] la costruzione di

una società migliore».

Il Progetto Pilota sarà monitorato costantemente

da esperti, scelti dal Coni

e dal Ministero, che verificheranno

le ricadute concrete dell’iniziativa sul

benessere degli alunni e l’efficacia didattica

del lavoro svolto dagli insegnanti

[per ulteriori informazioni cfr.:

http://www.miur.it e http://www.coni.it].

liardi di euro potessero essere investiti

per aiutare i giovani a trovare lavoro, a

costruirsi una casa e a farsi una famiglia!

La sedentarietà come stile di vita

colpisce circa due italiani su cinque

(40,6%), una media molto al di sopra di

quella europea. I tassi di sedentarietà

per regione italiana si innalzano man

mano che dalle regioni dell’arco alpino

si scende la penisola. Allo stesso modo

cresce la quota di ragazzi che non pratica

alcuna attività sportiva: tra il 1997 ed

il 2001 i bambini sedentari sono cresciuti

di 5 punti percentuali (dal 17 al 22%), i

ragazzi di 6 (dal 18 al 24%).

Pure chi fa ginnastica a scuola non

sfrutta appieno l’occasione offertagli per

mantenersi in forma. Durante la pratica

motoria, il tempo trascorso dai ragazzi

nell’eseguire attivamente l’esercizio non

supera in media il 25% del tempo dedicato

complessivamente all’attività.

Al contrario i bambini trascorrono

molto tempo (troppo!) seduti davanti

alla televisione, ma anche al tavolo del

computer, attirati dai videogiochi. I medici

denunciano con preoccupazione

questa tendenza alla sedentarietà precoce:

Giuseppe Morino, pediatra nutrizionista

dell’Ospedale Bambino Gesù di

Roma, nella sua relazione presentata all’XI

corso nazionale organizzato dall’Associazione

italiana di Dietetica e nutrizione

clinica, ha esortato a far fare ai

bambini attività motoria, perché ciò sviluppa

il sistema nervoso e attiva circuiti

neuronali specifici, che altrimenti restano

inerti. È stata infatti dimostrata una

maggiore produzione di neurotrofina,

una proteina in grado di favorire la rigenerazione

della fibra nervosa e quindi

l’ottima funzionalità neuronale.

Per Morino è di fondamentale importanza

ricordare che il bambino è in

una condizione costante di apprendimento

lungo tutta l’età evolutiva. Pertanto

gli esercizi motori e gli sport proposti

dovranno tenere pienamente conto

delle diverse tappe maturative che si

susseguono nel corso dell’età evolutiva.

In particolare va dato spazio al gioco e al

divertimento, ai movimenti capaci di

sviluppare tutte le qualità fisiche e coordinative

(apprendimento multilaterale).

Solo dopo i 12 anni l’allenamento sarà

rivolto alla specializzazione sportiva fino

all’allenamento specialistico.

Giovani e società

Marzanna Syncerz@fotolia

Ma come prevenire i rischi di malattia

da sovrappeso ed obesità, che minacciano

due italiani su cinque? Si tratta

di cambiare le abitudini alimentari e di

vita di un’intera popolazione, insegnando

fin dai bambini che è bello mangiare

sano e muoversi molto. Si tratta di convincere

loro e le loro mamme/papà che

le merendine al cioccolato sono buone

ma fanno male se mangiate spesso; che

farsi accompagnare in auto a scuola è

comodo ma impigrisce, e che passare ore

e ore davanti alla tv a vedere cartoni

animati rende deboli e mollicci…

Ri-educare gli italiani è un compito

immenso e nient’affatto facile, in cui tutte

le istituzioni della società italiana possono

e devono collaborare. Per questo il recente

accordo tra il Ministero della Pubblica

istruzione e il Comitato olimpico nazionale,

sottoscritto al fine di sviluppare

un programma di alfabetizzazione motoria

nelle scuole italiane, fa ben sperare.

Come il riquadro a fianco riporta, il

programma prevede di affiancare ai

maestri italiani almeno mille laureati in

Scienze motorie, gli unici in grado di unire

alle conoscenze bio-mediche le

competenze tecnico-sportive e quelle

ludico-socializzanti, indispensabili per

portare a buon fine questo sforzo gigantesco

di cambiamento sociale, fatto

a partire dai più giovani.

Le prime sperimentazioni effettuate

in scuole lombarde (a Monza, col progetto

Fulmine) e nell’alto Lazio (Rieti)

hanno mostrato, infatti, la positività di

questa iniziativa, che mira a inserire l’educazione

motoria all’interno del piano

formativo generale della scuola elementare

e a sviluppare lo sport per tutti.

15


16

I l

profeta Ezechiele Dio affida un compito

con queste parole: «Figlio dell’uomo,

ti ho posto persentinella alla casa

d’Israele» (Ez 3,16). Dal termine latino vigilāre

derivano, con lo stesso significato, i

due termini italiani “vigilare” e “vegliare”.

Che cosa ci fanno venire in mente

questi due termini? Immediatamente la

sentinella che sta sveglia mentre gli altri

dormono, veglia sul loro riposo. Il contadino

veglia sul campo appena seminato

perché gli uccelli non becchino il seme

che ha affidato alla terra; la madre veglia

sul bambino che sta giocando; lo

scienziato veglia sulla provetta a cui ha

affidato il suo esperimento; il pastore

veglia sul gregge… C’è qualcosa di comune

in tutti questi fatti: la premura per

qualcosa che si ama.

Il primo Salmo del Salterio dice: «Il Signore

veglia sul cammino dei giusti…»

(1,6). Il famoso Salmo del pastore svolge

ampiamente questo tema: «Il Signore è il

mio pastore: / non manco di nulla; / su pascoli

erbosi mi fa riposare / ad acque tranquille

mi conduce…/ Se dovessi camminare

in una valle oscura, / non temerei alcun

male, perché tu sei con me» (Sal 23).

Come, che cosa,

quando

Otto ore circa della nostra giornata sono

dedicate al sonno, il resto è tempo di

veglia (o dovrebbe esserlo). Essere svegli

però non significa ancora essere in stato di

PRESENZA CRISTIANA

Giuseppe Moretti

Un Angelo

al mese

L’angelo

della Vigilanza

veglia. Stanchezza, dolori fisici, preoccupazioni

morali, impegni vari… assorbono una

parte notevole della nostra attenzione,

che finisce per ridursi al 30% delle sue capacità,

quando non scende più in basso.

I termini attenzione e vigilanza non

sono esattamente la stessa cosa, ma

proviamo a usarli come se lo fossero. Gli

psicologi sostengono che la nostra attenzione

è selettiva, cioè è focalizzata in

base ai nostri interessi. Molte delle azioni

della nostra giornata sono gestite in

automatismo (facciamo molte cose automaticamente,

per abitudine) perché

ci fa risparmiare tante energie, ma questo

ci impedisce di percepire più

profondamente la ricchezza anche di azioni

le più comuni (respirare, camminare,

vedere, sentire…) e spesso ci priva

anche di godimenti più profondi psicologici

e spirituali (il godimento estetico,

il piacere di incontrare una persona per

noi importante…). Il racconto del riquadro

potrebbe aiutarci a riflettere.

Attenzione!...

Attenzione!…

Attenzione!

Era una comunità di nove monaci, in

un convento ormai troppo grande per

la comunità diventata piccola. Piccola

comunità con grandi problemi. L’entusiasmo

di un tempo era finito: l’età, con

gli acciacchi che portava, rendeva tutto

più spento. L’ufficio Divino, che un tempo

era l’anima della loro vita, si trascinava

monotonamente. Molti lavori, che

prima rendevano viva la giornata, non

venivano più svolti. C’era tanta solitudine,

tanti silenzi vuoti. Anche le feste, che

un tempo portavano folle al monastero,

erano cadute in disuso. Vari tentativi di

scuotere il torpore della comunità erano

caduti nel vuoto.

Una sera suonò alla porta del monastero

un ospite, sconosciuto ma con una

fisionomia vagamente familiare. Disse

di essere appena arrivato e di non conoscere

alcuno in paese. Chiedeva un

piatto di minestra e un posto per passare

la notte. Gli venne offerta la cena e

per la notte non aveva che l’imbarazzo

della scelta tra tante celle vuote. Disse

che preferiva dormire nella chiesa del

monastero e che sarebbe ripartito il

mattino presto. La cosa lasciò perplessi i

monaci, ma alla fine accondiscesero.

Egli se ne andò senza far rumore i1

mattino prima che i monaci scendessero

per l’ufficio divino. Con sgomento

scoprirono che la chiesa era stata oggetto

di vandalismo. Non era scomparso

nulla ma c’era una parola scarabocchiata

ovunque: Attenzione..

Non un solo angolo era stato risparmiato:

le porte, le finestre, le colonne, il

pulpito, l’altare, persino la Bibbia e il

Salterio che stavano sul leggio. Dovunque

l’occhio si posasse, la stessa parola:

“Attenzione!”.

Il primo impulso dei monaci fu quel-


lo di cancellare ogni traccia di quel sacrilegio,

ma poi venne loro in mente che

forse quel viandante fosse… Quella misteriosa

parola incominciò a infiltrarsi

nella mente dei monaci ed essi presero

a “fare attenzione”: alle parole del divino

ufficio, ai canti, ai gesti, alle persone,

a ciò che vedevano e sentivano, ai muri

del monastero, all’orto, a tutto…

Finirono per scrivere quella parola sul

frontespizio della chiesa e sopra il portale

di ingresso del monastero: Attenzione!

La psicologia definisce la vigilanza

come “la disposizione a scoprire i minimi

mutamenti specifici dell’ambiente

che compaiono a intervalli non prevedibili,

e a reagire in conseguenza”. L’ascesi

ci informa che in ogni evento Dio ci

viene incontro, in altre parole che in ogni

evento si possono sentire i passi di

Dio. La prima esperienza che la vigilanza

ci porta è la percezione della presenza

di Dio. “Io so che tu sei con me” potrebbe

essere la risposta a questa prima

e fondamentale percezione.

La vigilanza ci porta inoltre a sperimentare

noi stessi. Non ci sbagliamo se

diciamo che noi ci conosciamo troppo

poco: i nostri meccanismi fisici, i nostri dinamismi

psicologici, le nostre potenzialità

spirituali. Ho appena letto un libro di

poesie di una persona che conosco come

personalità bella (Rita Gregori, La voce del

cuore, di cui sotto un esempio). Le sue

poesie mi hanno incantato. Non avrei

mai creduto che gli eventi della natura, i

fatti della quotidianità, i sentimenti di ogni

giorno potessero essere così ricchi e

intensi. E’ la sua “attenzione” che l’ha resa

capace di rileggere queste cose, percependone

anche la musica profonda. Noi

non “vigiliamo” abbastanza sulla ricchezza

che abbiamo dentro e spesso delle autentiche

banalità ce la nascondono.

La “vigilanza” ci aiuta anche a scoprire

gli altri al di là dei preconcetti e dei

luoghi comuni. Come cambierebbero i

nostri rapporti con gli altri se la vigilanza

ci aiutasse a vedere e sentire in loro le

cose che di solito il rumore dei preconcetti

non ci permette di sentire!

I meccanismi

della vigilanza

Mi hanno sempre colpito i grandi

impianti di antenne paraboliche e ripetitori,

quelle silenziose sentinelle dello

spazio, che giorno e notte scrutano in

tutte le direzioni per cogliere anche i

più piccoli segnali. Particolarmente mi

impressionano le parabole mobili, mai

ferme, sempre alla ricerca di segnali anche

i più piccoli, i più remoti.

Diciamo subito che la capacità di vigilanza

è presente in ciascuno di noi, sia pure

in misura diversa. Per funzionare però richiede

dei particolari motori, che sono gli

atteggiamenti del cuore: silenzio, disponibilità,

pazienza, accoglienza, umiltà…

Solo chi è capace di silenzio può sentire

il ritmo dei battiti del proprio cuore, può

avvertire negli eventi i passi di Dio, può

percepire le emozioni nascoste di chi gli

sta vicino. Troppa musica dell’universo

non arriva ai nostri orecchi, sovrastata dai

rumori della superficialità e della banalità.

Solo chi è veramente umile è capace

di lasciarsi mettere in discussione da verità

che non sospettava; solo chi è umile

arriverà ad ammettere novità che non

prevedeva e a gioire o piangere per

qualcosa che non avrebbe mai sospettato.

Per questo godrà più di quanto godranno

coloro che si lasciano dominare

dalla superficialità.

Abbiamo bisogno che l’Angelo della

vigilanza ci prenda per mano e ci conduca,

magari attraverso sentieri impegnativi

e imprevisti, nel paese dove i

cuori vegliano nel silenzio.

L’angelo

della vigilanza

Adesso possiamo, fuori da ogni allegoria,

guardare negli occhi l’Angelo della

vigilanza. E’ sempre lui, Gesù di Nazareth.

Proviamo a ripensare alle parole

che disse quando era tra noi: «Vigilate

dunque, poiché non sapete quando il pa-

Un Angelo al mese

drone di casa ritornerà, se alla sera o a

mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,

perché non giunga all’improvviso,

trovandovi addormentati» (Mc 13,35-

36); «Vegliate e pregate in ogni momento,

perché abbiate la forza di sfuggire a tutto

ciò che deve accadere, e di comparire davanti

al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36); «Vegliate

dunque, perché non sapete in quale

giorno il Signore vostro verrà» (Mt 24,32);

e per concludere: «Quello che dico a voi,

lo dico a tutti: Vegliate!» (Mc 13,37).

Non c’è dubbio che sia lui l’Angelo

della vigilanza. Tutta la sua vita è stata una

veglia attenta su tutto e su tutti. Vegliava

sui gesti con cui il Padre nutriva gli

uccelli del cielo e vestiva i gigli del campo;

vegliava sul suo cuore che provava

compassione della folla «perché era come

un gregge senza pastore» e provvedeva

al pane e al messaggio per sfamarla

nel corpo e nello spirito; vegliava sui discepoli

a volte entusiasti dei loro primi

viaggi apostolici o scoraggiati per le

contraddizioni; vegliava su coloro su cui

nessuno vegliava: sulla vedova che metteva

i due spiccioli nel tesoro del tempio,

sulla donna che impastava la farina, su

quella che rovistava alla ricerca della

moneta perduta… sul seminatore che

gettava il seme nei solchi della terra e sul

pastore che andava alla ricerca di una

pecora che si era smarrita… Nessuno

sfuggiva alla sua attenzione premurosa.

Gesù è la sentinella che il Padre ha

posto sulla strada di ogni figlio e di ogni

figlia. E Gesù chiede anche ai suoi discepoli

di fare i loro turni di veglia: «Quello

che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!»

17


L i

Gianni Pastro

Dimmi

come scrivi

Per informazioni scrivere a:

Prof. Gianni Pastro,

Castello 2458 - 30122 Venezia.

Accludere francobollo da € 0,60.

L’eventuale referto ha un costo.

Addio alla scrittura?

conosciamo i nostri figli: scrivendo

tendono a prediligere lo stampatello,

uniforme, senza apparente personalizzazione

e abbandonano il corsivo.

Ho fatto un piccolo esperimento in

una terza media: la maggioranza ha una

pessima scrittura, al limite della intelligibilità,

una ortografia assai lacunosa, l’italiano

dove mancano le parole per esprimersi,

che risulta povero. Poche frasi

e frasi fatte.

Tutte cose impensabili anche solo

dieci anni fa.

Chi ha vent’anni adesso ha cominciato

con il computer e le altre (peraltro

belle) diavolerie elettroniche, soprattutto

i giovani hanno abbandonato il ‘corsivo’

che è quel modo di scrivere dove le

lettere( =idee, concetti) sono tra loro unite

l’una all’altra e dove il pensiero

‘fluisce’ con armonia. La mente passa al

foglio quanto ha dentro e materializza il

proprio contenuto.

La scrittura

contemporanea

E’ in gran parte concepita come attività

di digitazione su una tastiera: computer,

telefonino, note-book e altro.

Le dita, i pollici si spostano con velocità

sui tasti, sui simboli, chi scrive riconosce le

varie lettere ma non le compone. E’ tutto

più comodo, semplice e già confezionato.

Basti vedere anche l’uso che si fa dei

‘messaggini’: brevi, economici, stringati,

essenziali. I pedagogisti e gli insegnanti

nutrono delle preoccupazioni.

18 PRESENZA CRISTIANA

L’importanza di richiedere un segnale ‘umano’ almeno per gesti

e azioni importanti

Pensare e scrivere

L’uso del corsivo obbliga a pensare

in una certa maniera, in quanto devo

collegare lettere, concetti, parole ed aggettivi.

Poi serve un minimo di punteggiatura.

Per farmi capire devo sforzarmi di

scrivere in maniera leggibile. Lo stampatello,

il computer dove tutto è già

scritto esigono meno sforzo e meno attenzione.

Scrivere in corsivo

obbliga a esporre i

propri pensieri in unità,

ha

bisogno di riflessione e di ordine.

L’uso dello stampatello che spezzetta

le parole, le segmenta, nega la possibilità

del tempo e della riflessione. Il corsivo

lega, lo stampatello pone unicamente

qualcosa accanto a qualcosa.

Lo scrivere è personale, è un linguaggio

dell’anima che diversifica e

qualifica. Non scrivendo, si perdono delle

occasioni per crescere.

Paure inutili?

Ho potuto leggere delle tesi universitarie

di aspiranti psicologi e ho rileva-

to, con amarezza, l’incapacità di esprimersi,

la difficoltà di essere chiari, la

scarnificazione del messaggio, la povertà

nell’uso dei termini, dove la sintesi

non è un pregio ma l’incapacità a condurre

a termine un pensiero compiuto.

Mancano i nessi logici, le contrapposizioni

sono finte o addirittura senza senso.

Spesso difetta anche la logica.

Scrivere e leggere

Leggere un libro o un romanzo al

computer non è come leggerlo stampato.

Almeno per me. La perdita della

scrittura è la perdita spesso della lettura.

Sono due vasi comunicanti.

Leggere vuol dire con-centrare la

propria attenzione su quanto è scritto,

la nostra mente ha bisogno di un tempo

minimale per queste operazioni. Se sono

abituato a digitare e al massimo ‘trovare’

le parole, avrò più difficoltà, mi

stancherò, lascerò perdere.

L’importanza

della firma

La firma elettronica è oramai un dato di

fatto, ma per quanto ne so, nessun governo

o nessun parlamento vuole abolire la firma

per autenticare, dichiarare, sottoscrivere

un documento, le proprie volontà.

Il buon senso comune ci fa capire

l’importanza di richiedere un segnale

‘umano’ per gesti e azioni importanti,

soprattutto per manifestare o negare

un diritto.


Domenica Zanin

Mondo

bambino

È possibile

constatare, se si ascoltano

i bambini, come l’immersione in un

mondo dominato dalla comunicazione

multimediale li renda capaci di

porsi interrogativi che, forse, gli adulti

non si pongono. Come gruppo educante

quest’anno ci siamo proposti di intitolare

il Progetto di lavoro “Ricerca del senso

della vita”, avendo constatato come sia

proprio il non dare finalità al proprio vivere

a rendere piccoli e grandi irrequieti,

instabili, scontenti, consumatori del tempo

ma non raccoglitori di soddisfazioni.

Perché viviamo?

Ebbene, una bambina di otto anni,

e forse già ne ho parlato, mi chiede un

giorno a bruciapelo: “Perché nasciamo?”

e la compagna che ha a fianco

aggiunge: “Perché nasciamo se poi

dobbiamo morire?”. L’antico catechismo,

al tempo in cui eravamo piccoli e

frequentavamo l’oratorio, ci insegnava

con una breve ma chiara formula che il

fine era di conoscere e amare il Signore

per andare a goderlo in Paradiso. La

formula, spiegata bene, quietava la nostra

curiosità. Oggi, a bambini ai quali

spesso in famiglia non si parla di Dio né

i genitori trovano il tempo di ascoltare

le loro domande, è la scuola che aiuta

ad accompagnare il cammino di crescita

dei piccoli allievi, aprendosi alle loro

domande e indirizzando le loro splendide

energie verso orizzonti che non

siano soltanto di tipo disciplinare.

Sarebbe opportuna una intesa tra

tutte le agenzie educative che il bambino

frequenta: famiglia, scuola, oratorio,

associazioni. Insieme potrebbero con-

È fondamentale la ricerca del senso della vita

cordare sull’impegno da chiedere al

bambino ad assumere piccole responsabilità

capaci di far sentire la bellezza

del partecipare (nella sua grande voglia

di ‘fare’ ogni bambino è felice se si sente

chiamato a diventare protagonista):

aiutare la mamma in un servizio, curare

un fratellino più piccolo, avere cura di una

pianta, di un cagnolino, essere consultato

e ascoltato nella sistemazione di

un oggetto, di un ambiente, essere accanto

al papà nella riparazione di un

giocattolo, fare compagnia ai nonni che

a loro volta gli chiedono una piccola

prestazione, dare una mano al compagno

di giochi che gli chiede aiuto... sentendosi

dire alla fine parole di stima e di

ringraziamento. Penserà di ‘contare’, di

essere utile o indispensabile, di avere una

ragione per ‘esserci’. Si sentirà parte

integrante nelle comunità nelle quali vive

e, se ben guidato, comincerà a scoprire

l’energia, le forze, la ricchezza che

possiede e ne ringrazierà il Signore che

lo ha fatto così ricco da poter donare

qualcosa di sé a chi ne ha bisogno.

Pian piano occorrerà fargli comprendere

come tutti si è felici quando tutti donano

qualcosa di sé: come tutti diventano

più ricchi in questo scambiarsi aiuto perché

insieme ci si conosce, ci si ama, si superano

le difficoltà, si salvano le cose belle,

si sente il bisogno di ringraziare il Signore

per averci dato un mondo da salvare.

Se in ogni bambino nasce questa felicità

di ‘contare’ al servizio di tutti e di

tutto, vengono messe le basi per un ‘volontariato’

nel quale si esprime la bellezza

e la forza della collaborazione, la felicità

dello scambio, la capacità dell’impegno

fino al sacrificio. Ognuno per tutti

significa benessere psicologico e sociale

e significa anche il contribuire a

creare quel Regno di cui Cristo ha parlato

ricordando che è già in mezzo a noi

quando sappiamo vivere secondo le

mete indicate dalle Beatitudini.

L’importante è cominciare con i piccoli,

per grazia di Dio pronti a seguirci

nella splendida avventura umana, preludio

ad una felicità eterna.

19


R iprendiamo

Rocco Carelli

Contro

campo

in questo articolo il

discorso sulla seconda tappa del

mio programma, quella che illustra

i dettagli del mio piano per cambiare

il mondo.

“Se vuoi cambiare il mondo, non

partire dagli altri! Cambia te stesso!”, dicevamo

nell’articolo precedente.

Avevo scoperto che nei libri che tentano

di insegnare come cambiare il

mondo c’era qualcosa che non andava:

questo qualcosa era, da un lato, il raggiro

e, dall’altro, la paradossalità insiti nelle

tecniche insegnate in quei libri. E così

misi da parte questo genere di libri.

Il segreto non consisteva nello sforzarsi

di essere prodighi di ammirazione,

di complimenti e apprezzamenti, di gratitudine

verso gli altri e di riconoscimento

e valorizzazione dell’aiuto ricevuto e

di sforzarsi di fare tutto questo in modo

sincero, autentico e spontaneo.

Il segreto consisteva in qualche altra

cosa. Prima di rivelarvi in cosa consistesse,

permettetemi di fare una piccola

digressione.

20 PRESENZA CRISTIANA

La Regola

d’oro

Conosco una famiglia (è così importante

stabilire se del Nord, del Centro o

del Sud?) composta da persone brave,

oneste, semplici e di livello culturale

non molto alto (quinta elementare i

componenti più anziani, scuole superiori

mai terminate i componenti più giovani).

Questa famiglia era in passato

piuttosto povera e, grazie all’abilità imprenditoriale

dei suoi componenti, è diventata

molto ricca. Il loro assillo è il galateo.

Mi chiedono continuamente pareri

su come ci si deve comportare nelle

varie situazioni (come si devono fare gli

inviti, come si devono fare le presentazioni,

come si devono assegnare i posti

a tavola, ecc.). E io rispondo sempre che

il galateo si chiama anche “etichetta”

(che significa “piccola etica”). E il galateo,

proseguo, nasce dal cuore, dal modo

di sentire, dal modo di considerare

gli altri. La sua regola di base è: “Presta

attenzione all’altro e nutri venerazione

nei suoi confronti; fa’ all’altro quello che

vorresti fosse fatto a te, non fare all’altro

quello che vorresti non fosse fatto a te. Il

galateo è tutto qui. Fa’ questo e sarai la

persona più educata del mondo!”. Mi

fanno tenerezza, perché io mi spertico a

spiegar loro queste cose e loro trovano

questa mia risposta alquanto frustrante:

vorrebbero un cerimoniale da seguire

alla lettera, un ricettario completo come

quello per cucinare dei piatti gustosi, e

io invece do loro un principio generalissimo

di difficile attuazione. Mi rendo

conto, ovviamente, che è più facile seguire

scrupolosamente delle ricette,

piuttosto che cambiare il cuore. E allora

in questo articolo tenterò di ovviare a

questa lacuna e proverò a dare delle indicazioni

di carattere spicciolo.

Ecco dunque il segreto, la regola d’oro:

“Presta attenzione all’altro e nutri venerazione

nei suoi confronti; fa’ all’altro quello che

vorresti fosse fatto a te, non fare all’altro

quello che vorresti non fosse fatto a te!” (cfr.

Tb 4, 15; Mt 7,12; Lc 6, 31).

La mancanza di attenzione all’altro,

quando è ai livelli minimi è solo “mancanza

di galateo”, ai livelli più spinti può diventare

bullismo, violenza, prepotenza, ecc.

E allora impariamo a prestare attenzione

all’altro. E, come per magia, il

mondo sarà migliore. Se non altro perché

c’è uno in più che si comporta bene.

Si potrebbe dire: “Il mondo è più buono,

perché tra i buoni ce n’è uno in più: tu”.

L’altro giorno camminavo in una

strada brulicante di gente. Tutti, me

compreso, andavamo di fretta. Tutti,

tranne un signore. Questi se ne andava

tranquillamente passo passo, come se

stese passeggiando da solo in un immenso

parco in un pigro pomeriggio estivo,

e non si rendeva conto che intralciava

il passaggio di tutti gli altri. Spesso

succede una cosa analoga anche quando

si è alla guida di una macchina. Mentre

tutti vanno di fretta, c’è sempre qualcuno

che “fa due passi in macchina lemme

lemme” (non “a piedi”, si badi!). Occorrerebbe

il simpatico e intelligente

Gioele Dix per descrivere questa situazione!

In ambedue i casi, non si tratta di

persone maleducate. Sono solo perso-


ne distratte, persone che vivono fuori

dal mondo, in un contesto tutto loro,

come se stessero in una bolla.

Molte persone, forse noi stessi siamo

tra questi, più che maleducati, siamo distratti.

Non prestiamo attenzione all’altro,

perché siamo troppo presi da noi

stessi, dai nostri problemi, siamo affetti

da egocentrismo percettivo.

La gente viene a Roma da tutto il

mondo per ammirare la basilica di S.

Pietro, il Colosseo, la scalinata di Trinità

dei Monti, ecc. Noi di Roma (così come

quelli di Milano, di Firenze, di Napoli, di

Palermo, ecc. per i monumenti delle rispettive

città), invece, passiamo davanti

questi capolavori tutti i giorni e tuttavia

non restiamo incantati per lo stupore,

rapiti da tanta bellezza. Come mai?

Forse perché questi monumenti non sono

belli? No. È solo che non li guardiamo,

non prestiamo loro attenzione, immersi

come siamo nei nostri problemi.

Così è per le persone.

Se prestiamo un po’ di attenzione all’altro,

scopriremo che l’altro, come del

resto ognuno di noi, essendo opera delle

mani di Dio (cfr. Ef. 2, 10), è un capolavoro

unico e irripetibile. E ha in sé, perciò,

un valore inestimabile. Se prestiamo

attenzione all’altro, verremo inondati

da stupore e da grande ammirazione

dinanzi alla sua unicità e irripetibilità.

E allora non saremo più costretti a mentire,

a essere ipocriti, a fingere un sincero

apprezzamento per l’altro. L’apprezzamento

per l’altro scaturirà naturalmen-

te dal nostro cuore per la semplice scoperta

del valore inestimabile che egli

porta in sé e sarà l’espressione sincera

della scoperta della sua peculiarità.

Per scorgere la peculiarità dell’altro,

il suo essere un capolavoro unico e irripetibile

che suscita stupore e ammirazione

- così come per scorgere lo splendore

dei monumenti delle nostre città -,

occorre prestare attenzione all’altro. Occorre

uscire dalla propria bolla, dal proprio

splendido isolamento.

Cominciamo dunque a prestare attenzione

all’altro e chiediamoci: se io

fossi al posto suo, cosa proverei? come

mi piacerebbe essere trattato? cosa mi

piacerebbe sentirmi dire?

Esempio 1

Tua madre ha preparato per te un

piatto particolare che richiede molto

tempo, impegno e fatica. Tuo padre ha

fatto la fila alla posta per pagare al posto

tuo un bollettino. Tua sorella ti ha

stirato la camicia.

Presta attenzione all’altro!

Se l’avessi preparato tu quel piatto

particolare (se l’avessi fatta tu la fila alla

posta per pagare al posto di tuo padre un

bollettino, se l’avessi stirata tu la camicia a

tua sorella), ti farebbe piacere e desidereresti

ricevere un segno di apprezzamento

e di gratitudine? O la loro indifferenza, riguardo

a ciò che tu hai fatto per loro, ti lascerebbe

del tutto indifferente?

Io credo che ti farebbe tanto piacere

ricevere un segno di apprezzamento e

di gratitudine. Lo desidereresti e te lo aspetteresti.

A loro pure farebbe tanto piacere ricevere

un segno di apprezzamento e di

gratitudine. Loro pure lo desidererebbero

e se lo aspetterebbero.

Non lesinare dunque parole ed espressioni

di apprezzamento e di gratitudine.

Fa’ all’altro quello che vorresti fosse

fatto a te!

Esempio 2

Il tuo collega ha fatto una bella conferenza.

La tua collega ha fatto una nuova

acconciatura ai capelli.

Presta attenzione all’altro!

Se l’avessi fatta tu quella bella conferenza,

se l’avessi fatta tu quella nuova acconciatura

ai capelli, ti farebbe piacere e

desidereresti ricevere le congratulazioni

e i complimenti? O la loro indifferenza, ri-

Controcampo

guardo a queste cose che tu hai fatto, ti

lascerebbe del tutto indifferente?

Io credo che ti farebbe tanto piacere

ricevere le congratulazioni e i complimenti.

A loro pure farebbe tanto piacere ricevere

le congratulazioni e i complimenti.

Non lesinare dunque congratulazioni

e complimenti.

Fa’ all’altro quello che vorresti fosse

fatto a te!

Esempio 3

Ti rivolgi a qualcuno che incontri

spesso ma che non chiami mai per nome,

perché non lo ricordi. Incontri qualcuno

che ha fatto tanto per conquistarsi

un titolo accademico o onorifico (dott.,

ing., prof., direttore, presidente, commendatore,

ecc.) e quando ti rivolgi a lui

non fai precedere il suo cognome dal titolo

che gli compete.

Presta attenzione all’altro!

Se la persona che si rivolge a te lo facesse

chiamandoti per nome e/o cognome,

anziché con un generico “signore”,

e magari facesse precedere il

cognome dal titolo che ti sei conquistato,

ti farebbe piacere o ti lascerebbe del

tutto indifferente?

Io credo che ti farebbe piacere.

Al tuo interlocutore pure. Io ne conosco

tanti che ci tengono moltissimo.

Rivolgiti, dunque, alle persone che

incontri chiamandole per nome e/o cognome,

anziché con un generico “signore”,

magari facendo precedere il cognome

dal titolo che compete loro.

Non dimenticare dunque i nomi e i

titoli onorifici.

Fa’ all’altro quello che vorresti fosse

fatto a te!

Esempio 4

Se per errore di calcolo o per disattenzione

tu avessi causato o rischiato di

causare un danno, ti piacerebbe essere

maltrattato duramente? O preferiresti

piuttosto che si usasse comprensione

nei tuoi confronti?

Presta attenzione all’altro!

La stessa cosa preferirebbe l’altro.

Non maltrattarlo duramente. Mostragli

la tua comprensione.

Non fare dunque all’altro quello che

vorresti non fosse fatto a te. Fa’ all’altro

quello che vorresti fosse fatto a te!

21


Leo Dani

Documenti

Nella terra

di Papa Montini

La Chiesa che il servo di Dio Paolo VI ha amato di amore appassionato

Riportiamo il testo dell’omelia pronunciata

l’8 novembre 2009 da

Benedetto XVI presiedendo in

Piazza Paolo VI a Brescia la concelebrazione

eucaristica in occasione della sua

visita alla città e a Concesio, luogo natale

di Papa Montini.

Cari fratelli e sorelle!

È grande la mia gioia nel poter spezzare

con voi il pane della Parola di Dio e

dell’Eucaristia, qui, nel cuore della Diocesi

di Brescia, dove nacque ed ebbe la

formazione giovanile il servo di Dio Giovanni

Battista Montini, Papa Paolo VI. Vi

saluto tutti con affetto e vi ringrazio per

Casa Natale Paolo Vi

22 PRESENZA CRISTIANA

la vostra calorosa accoglienza! Ringrazio

in particolare il Vescovo, Mons. Luciano

Monari, per le espressioni che mi ha rivolto

all’inizio della celebrazione, e con

lui saluto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti

e i diaconi, i religiosi e le religiose, e

tutti gli operatori pastorali. Ringrazio il

Sindaco per le sue parole e per il suo dono,

e le altre Autorità civili e militari. Un

pensiero speciale rivolgo agli ammalati

che si trovano all’interno del Duomo.

Al centro della Liturgia della Parola

di questa domenica - la 32.ma del Tempo

Ordinario - troviamo il personaggio

Brescia

della vedova povera, o, più precisamente,

troviamo il gesto che ella compie

gettando nel tesoro del Tempio gli ultimi

spiccioli che le rimangono. Un gesto

che, grazie allo sguardo attento di Gesù,

è diventato proverbiale: “l’obolo della

vedova”, infatti, è sinonimo della generosità

di chi dà senza riserve il poco che

possiede. Prima ancora, però, vorrei sottolineare

l’importanza dell’ambiente in

cui si svolge tale episodio evangelico,

cioè il Tempio di Gerusalemme, centro

religioso del popolo d’Israele e il cuore

di tutta la sua vita. Il Tempio è il luogo

del culto pubblico e solenne, ma anche

del pellegrinaggio, dei riti tradizionali, e

delle dispute rabbiniche, come quelle

riportate nel Vangelo tra Gesù e i rabbini

di quel tempo, nelle quali, però, Gesù

insegna con una singolare autorevolezza,

quella del Figlio di Dio. Egli pronuncia

giudizi severi - come abbiamo sentito

- nei confronti degli scribi, a motivo

della loro ipocrisia: essi, infatti, mentre

ostentano grande religiosità, sfruttano

la povera gente imponendo obblighi

che loro stessi non osservano. Gesù, insomma,

si dimostra affezionato al Tempio

come casa di preghiera, ma proprio

per questo lo vuole purificare da usanze

improprie, anzi, vuole rivelarne il significato

più profondo, legato al compimento

del suo stesso Mistero, il Mistero della

Sua morte e risurrezione, nella quale

Egli stesso diventa il nuovo e definitivo

Tempio, il luogo dove si incontrano Dio

e l’uomo, il Creatore e la Sua creatura.


Papa Paolo Vi

L’episodio dell’obolo della vedova si

inscrive in tale contesto e ci conduce,

attraverso lo sguardo stesso di Gesù, a

fissare l’attenzione su un particolare

fuggevole ma decisivo: il gesto di una

vedova, molto povera, che getta nel tesoro

del Tempio due monetine. Anche a

noi, come quel giorno ai discepoli, Gesù

dice: Fate attenzione! Guardate bene

che cosa fa quella vedova, perché il suo

atto contiene un grande insegnamento;

esso, infatti, esprime la caratteristica

fondamentale di coloro che sono le

“pietre vive” di questo nuovo Tempio,

cioè il dono completo di sé al Signore e

al prossimo; la vedova del Vangelo, come

anche quella dell’Antico Testamento,

dà tutto, dà se stessa, e si mette nelle

mani di Dio, per gli altri. È questo il significato

perenne dell’offerta della vedova

povera, che Gesù esalta perché ha

dato più dei ricchi, i quali offrono parte

del loro superfluo, mentre lei ha dato

tutto ciò che aveva per vivere (cfr Mc

12,44), e così ha dato se stessa.

Cari amici! A partire da questa icona

evangelica, desidero meditare brevemente

sul mistero della Chiesa, del

Tempio vivo di Dio, e così rendere omaggio

alla memoria del grande Papa

Paolo VI, che alla Chiesa ha consacrato

tutta la sua vita.

La Chiesa è un organismo spirituale

concreto che prolunga nello spazio e

nel tempo l’oblazione del Figlio di Dio,

un sacrificio apparentemente insignificante

rispetto alle dimensioni del mondo

e della storia, ma decisivo agli occhi

di Dio. Come dice la Lettera agli Ebrei -

anche nel testo che abbiamo ascoltato -

a Dio è bastato il sacrificio di Gesù, offerto

“una volta sola”, per salvare il mondo

intero (cf Eb 9,26.28), perché in quell’unica

oblazione è condensato tutto l’Amore

del Figlio di Dio fattosi uomo, come

nel gesto della vedova è concentrato

tutto l’amore di quella donna per Dio

e per i fratelli: non manca niente e niente

vi si potrebbe aggiungere. La Chiesa,

che incessantemente nasce dall’Eucaristia,

dall’autodonazione di Gesù, è la

Documenti

continuazione di questo dono, di questa

sovrabbondanza che si esprime nella

povertà, del tutto che si offre nel

frammento. È il Corpo di Cristo che si

dona interamente, Corpo spezzato e

condiviso, in costante adesione alla volontà

del suo Capo. Sono lieto che stiate

approfondendo la natura eucaristica

della Chiesa, guidati dalla Lettera pastorale

del vostro Vescovo.

È questa la Chiesa che il servo di Dio

Paolo VI ha amato di amore appassionato

e ha cercato con tutte le sue forze di

far comprendere e amare. Rileggiamo il

suo Pensiero alla morte, là dove, nella

parte conclusiva, parla della Chiesa. “Potrei

dire - scrive - che sempre l’ho amata

... e che per essa, non per altro, mi pare

d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo

sapesse”. Sono gli accenti di un cuore

palpitante, che così prosegue: “Vorrei finalmente

comprenderla tutta, nella sua

storia, nel suo disegno divino, nel suo

destino finale, nella sua complessa, totale

e unitaria composizione, nella sua

umana e imperfetta consistenza, nelle

sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle

debolezze e nelle miserie di tanti suoi

figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e

nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore,

di perfezione e di carità. Corpo

mistico di Cristo. Vorrei - continua il Papa

- abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni

essere che la compone, in ogni Vescovo

e sacerdote che la assiste e la guida,

in ogni anima che la vive e la illustra;

benedirla”. E le ultime parole sono per

lei, come alla sposa di tutta la vita: “E alla

Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia,

che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra

di te; abbi coscienza della tua natura

e della tua missione; abbi il senso dei bisogni

veri e profondi dell’umanità; e

cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa

verso Cristo”.

Che cosa si può aggiungere a parole

così alte ed intense? Soltanto vorrei sottolineare

quest’ultima visione della

Chiesa “povera e libera”, che richiama la

figura evangelica della vedova. Così

dev’essere la Comunità ecclesiale, per

riuscire a parlare all’umanità contemporanea.

L’incontro e il dialogo della Chiesa

con l’umanità di questo nostro tempo

stavano particolarmente a cuore a Giovanni

Battista Montini in tutte le stagioni

della sua vita, dai primi anni di sacerdozio

fino al Pontificato. Egli ha dedicato

tutte le sue energie al servizio di una

Chiesa il più possibile conforme al suo

Signore Gesù Cristo, così che, incontran-

23


Documenti

Papa Paolo Vi

e Papa Benedetto XVi

do lei, l’uomo contemporaneo possa incontrare

Lui, Cristo, perché di Lui ha assoluto

bisogno. Questo è l’anelito di fondo

del Concilio Vaticano II, a cui corrisponde

la riflessione del Papa Paolo VI

sulla Chiesa. Egli volle esporne programmaticamente

alcuni punti salienti nella

sua prima Enciclica, Ecclesiam suam, del

6 agosto 1964, quando ancora non avevano

visto la luce le Costituzioni conciliari

Lumen gentium e Gaudium et spes.

Con quella prima Enciclica il Pontefice

si proponeva di spiegare a tutti l’importanza

della Chiesa per la salvezza

dell’umanità e, al tempo stesso, l’esigenza

che tra la Comunità ecclesiale e la

società si stabilisca un rapporto di mutua

conoscenza e di amore (cfr Enchiridion

Vaticanum, 2, p. 199, n. 164). “Coscienza”,

“rinnovamento”, “dialogo”:

queste le tre parole scelte da Paolo VI

per esprimere i suoi “pensieri” dominanti

- come lui li definisce - all’inizio del

ministero petrino, e tutt’e tre riguardano

la Chiesa. Anzitutto, l’esigenza che

essa approfondisca la coscienza di se

stessa: origine, natura, missione, destino

finale; in secondo luogo, il suo bisogno

di rinnovarsi e purificarsi guardando

al modello che è Cristo; infine, il problema

delle sue relazioni con il mondo

moderno (cfr ibid., pp. 203-205, nn. 166-

168). Cari amici - e mi rivolgo in modo

speciale ai Fratelli nell’Episcopato e nel

Sacerdozio -, come non vedere che la

questione della Chiesa, della sua necessità

nel disegno di salvezza e del suo

rapporto con il mondo, rimane anche

oggi assolutamente centrale? Che, anzi,

gli sviluppi della secolarizzazione e della

globalizzazione l’hanno resa ancora

più radicale, nel confronto con l’oblio di

Dio, da una parte, e con le religioni non

24 PRESENZA CRISTIANA

cristiane, dall’altra? La riflessione di Papa

Montini sulla Chiesa è più che mai attuale;

e più ancora è prezioso l’esempio

del suo amore per lei, inscindibile da

quello per Cristo. “Il mistero della Chiesa

- leggiamo sempre nell’Enciclica Ecclesiam

suam - non è semplice oggetto di

conoscenza teologica, deve essere un

fatto vissuto, in cui ancora prima di una

sua chiara nozione l’anima fedele può avere

quasi connaturata esperienza” (ibid.,

p 229, n. 178). Questo presuppone

una robusta vita interiore, che è - così

continua il Papa - “la grande sorgente

della spiritualità della Chiesa, modo suo

proprio di ricevere le irradiazioni dello

Spirito di Cristo, espressione radicale e

insostituibile della sua attività religiosa

e sociale, inviolabile difesa e risorgente

energia nel suo difficile contatto col

mondo profano” (ibid., p. 231, n. 179).

Proprio il cristiano aperto, la Chiesa aperta

al mondo hanno bisogno di una

robusta vita interiore.

Carissimi, che dono inestimabile per

la Chiesa la lezione del Servo di Dio Paolo

VI! E com’è entusiasmante ogni volta

rimettersi alla sua scuola! È una lezione

che riguarda tutti e impegna tutti, secondo

i diversi doni e ministeri di cui è

ricco il Popolo di Dio, per l’azione dello

Spirito Santo. In questo Anno Sacerdotale

mi piace sottolineare come essa interessi

e coinvolga in modo particolare i

sacerdoti, ai quali Papa Montini riservò

sempre un affetto e una sollecitudine

speciali. Nell’Enciclica sul celibato sacerdotale

egli scrisse: “«Preso da Cristo Gesù»

(Fil 3,12) fino all’abbandono di tutto

se stesso a lui, il sacerdote si configura

più perfettamente a Cristo anche nell’amore

col quale l’eterno Sacerdote ha amato

la Chiesa suo corpo, offrendo tutto

se stesso per lei... La verginità consacrata

dei sacri ministri manifesta infatti l’amore

verginale di Cristo per la Chiesa e la

verginale e soprannaturale fecondità di

questo connubio” (Sacerdotalis caelibatus,

26). Dedico queste parole del grande

Papa ai numerosi sacerdoti della Diocesi

di Brescia, qui ben rappresentati, come

pure ai giovani che si stanno formando

nel Seminario. E vorrei ricordare anche

quelle che Paolo VI rivolse agli alunni

del Seminario Lombardo il 7 dicembre

1968, mentre le difficoltà del post-Concilio

si sommavano con i fermenti del

mondo giovanile: “Tanti - disse - si aspettano

dal Papa gesti clamorosi, interventi

energici e decisivi. Il Papa non ritiene di

dover seguire altra linea che non sia

quella della confidenza in Gesù Cristo, a

cui preme la sua Chiesa più che non a

chiunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta...

Non si tratta di un’attesa sterile o

inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera.

È questa la condizione che Gesù

ha scelto per noi, affinché Egli possa operare

in pienezza. Anche il Papa ha bisogno

di essere aiutato con la preghiera”

(insegnamenti VI, [1968], 1189). Cari

fratelli, gli esempi sacerdotali del Servo

di Dio Giovanni Battista Montini vi guidino

sempre, e interceda per voi sant’Arcangelo

Tadini, che ho pocanzi venerato

nella breve sosta a Botticino.

Mentre saluto ed incoraggio i sacerdoti,

non posso dimenticare, specialmente

qui a Brescia, i fedeli laici, che in

questa terra hanno dimostrato straordinaria

vitalità di fede e di opere, nei vari

campi dell’apostolato associato e dell’impegno

sociale. Negli insegnamenti

di Paolo VI, cari amici bresciani, voi potete

trovare indicazioni sempre preziose

per affrontare le sfide del presente,

quali, soprattutto, la crisi economica,

l’immigrazione, l’educazione dei giovani.

Al tempo stesso, Papa Montini non

perdeva occasione per sottolineare il

primato della dimensione contemplativa,

cioè il primato di Dio nell’esperienza

umana. E perciò non si stancava mai di

promuovere la vita consacrata, nella varietà

dei suoi aspetti. Egli amò intensamente

la multiforme bellezza della

Chiesa, riconoscendovi il riflesso dell’infinita

bellezza di Dio, che traspare sul

volto di Cristo.

Preghiamo perché il fulgore della

bellezza divina risplenda in ogni nostra

comunità e la Chiesa sia segno luminoso

di speranza per l’umanità del terzo

millennio. Ci ottenga questa grazia Maria,

che Paolo VI volle proclamare, alla fine

del Concilio Ecumenico Vaticano II,

Madre della Chiesa. Amen!

Papa Benedetto XVi


di Raffaele Vacca

Dossier

La Cultura e l’Italia

Testimoniare l’eredità di valori umani e cristiani,

prezioso patrimonio del nostro popolo


26

Dossier

Nella seconda metà del Novecento,

mentre si imponeva massicciamente

la televisione, è svanita sempre

più la conversazione. Questa consisteva in

un riunirsi di persone, spesso a sera, le

quali, senza spirito competitivo e scacciando

il desiderio di avere l’ultima parola,

parlavano con spontaneità, per lo più su

un determinato argomento, per conoscerlo

meglio ed approfondirlo.

Mentre la conversazione svaniva, si

incrementava l’uso della tavola rotonda,

durante la quale vari relatori presentano

diversi aspetti di un tema, talvolta senza

armonia fra loro, e si incrementava anche

l’uso della conferenza, che viene ora

sempre più indicata come lectio magistralis.

Presuppone uno che parli su uno

specifico argomento, che ben conosce,

ed altri che ascoltino per imparare quel

che egli dice. Spesso, al termine della

conferenza, sono ammessi brevi interventi

per delucidazioni e chiarimenti. Ma

resta sempre un rapporto di disuguaglianza,

quello che non c’è nella conversazione,

la quale presuppone un rapporto

di uguaglianza, che esiste anche quando

tutti parlano a turno e per una sola

volta. La conversazione, che non comprime

ma ravviva lo spirito, è un’occasione

di reciproca conoscenza, ma anche di

scambio di esperienze e d’informazioni.

Può avvenire non solo fra élites, ma anche

in più larghi settori della società.

PRESENZA CRISTIANA

I. Il Convegno

Da alcuni anni questa preziosa esperienza

è stata ripresa dal Premio Capri –

S. Michele, con il Convegno che si svolge

nel tardo pomeriggio del giorno precedente

quello della Cerimonia di proclamazione

dei vincitori. Il Convegno è non

solo un primo incontrarsi dei partecipanti

al Premio (organizzatori, premiati,

invitati, ospiti), ma anche un loro sereno

conversare su un particolare tema di interesse

universale.

Nel 2009, in occasione della XXVI edizione

del Premio Capri – S. Michele, il

Convegno si è svolto in uno dei luoghi

più incantevoli dell’isola di Capri, e precisamente

nella cappellina di Villa San

Michele di Axel Munthe, che si trova ad

Anacapri, e che viene quotidianamente

visitata da uomini e donne provenienti

da ogni parte del mondo. Ha avuto come

tema “Il ruolo della cultura nell’Italia

d’oggi”. Con spontaneità e schiettezza

hanno espresso le loro convinzioni sulla

cultura e sull’Italia del nostro tempo Ermanno

Corsi, già presidente dell’Ordine

dei giornalisti della Campania; Diana de

Feo Fede, senatrice e già redattrice di cultura

del TG1; Ernesto Galli della Loggia,

docente di storia contemporanea, saggista,

editorialista del “Corriere della sera”;

Gabriele Albertini, già sindaco di Milano e

deputato europeo; Grazia Bottiglieri Riz-

zo, armatrice, cavaliere del lavoro; Luigi

Alici, docente universitario e già presidente

generale dell’Azione Cattolica; Enrico

Malato, docente universitario di Letteratura

italiana, saggista ed editore; Roberto

Rizzo, imprenditore, docente universitario

di ingegneria; Lucetta Scaraffìa,

docente universitaria di storia

contemporanea, collaboratrice di vari

quotidiani fra i quali “L’Osservatore Romano”;

Antonino Cuomo, storico ed organizzatore

culturale; Pippo Corigliano,

già portavoce dell’Opus Dei, ingegnere.

LA PRESENTAZIONE

L’annuncio del convegno, avvenuto

nel mese di agosto, era stato accompagnato

da una Presentazione, nella quale

era detto che per secoli l’Italia è stata

luogo e faro di cultura, raggiungendo il

massimo nel Rinascimento, quando seppe

sintetizzare armoniosamente l’antico

ed il nuovo. In seguito è rimasto un luogo

al quale tutto il mondo ha guardato,

chiedendo forza e luce, sia per le sue bellezze

naturali, sia per il suo patrimonio di

letteratura, di arte, di pensiero.

Purtroppo, sotto la spinta dell’industria,

che sfruttava le conquiste della

scienza e della tecnica, l’Italia ha sempre

più tralasciato la sua autentica cultura, dimenticando

lo spirito che l’aveva costituita

e l’alimentava, e cadendo sotto il dominio

del consumismo e del materialismo.


Dopo la fine della Seconda Guerra

Mondiale, la necessaria ricostruzione di

città, di paesi, di infrastrutture ha originato

quasi ovunque un agire in grande

fretta, ed ha vietato che si redigessero e

si attuassero attenti, precisi, unitari progetti

territoriali, sociali, etici. Ed ha determinato

un navigare a vista, che ha alimentato

il permissivismo, e quindi il

privilegiare unicamente “gli interessi

particolaristici ed immediati”, che hanno

portato a prendere, ed anche a rapinare,

tutto quello che era possibile, devastando

a più non posso sia sotto l’aspetto

territoriale, sia sotto quello sociale,

sia anche sotto l’aspetto culturale.

Il navigare a vista ha anche portato

ad essere aggrediti quotidianamente da

una marea di informazioni e di comunicati

pubblicitari, che hanno ancor più

distolto da quell’essenziale, che aveva ispirato

ed alimentava la grande cultura

italiana. A tradire questa sono stati in

particolare il consumismo della vita

quotidiana, ed il trasformismo nella vita

politica ed amministrativa. In tal modo,

a mano a mano, sono venuti meno il rigore

intellettuale, la competenza, la gerarchia

dei valori, le conoscenze di varia

umanità, e l’Italia “è diventata brutta,

sciatta, superficiale, trasandata, mediocre”,

sottomessa culturalmente ad altre

nazioni, come l’avevano profeticamente

descritta Dante Alighieri, Francesco

Petrarca e Giacomo Leopardi.

La grande cultura italiana era stata ispirata

e sostenuta dall’ordine vivo della

natura. Rappresentava una sublime armonizzazione

tra natura ed umanità. La

sua decadenza è avvenuta quando, essenzialmente

per motivi economici, il naturale

è stato sostituito massicciamente

con l’artefatto. Spinta verso il basso, non

difesa, anzi tradita da tanti suoi rappresentanti,

la grande cultura italiana non ha

potuto armonizzarsi opportunamente

con la scienza umana contemporanea.

Logicamente, la cultura, valendo per

sé, è rimasta se stessa, ma l’Italia è precipitata

in una notte, nella quale non si vedono

segni di aurora, perché, come scriveva

Oswald Spengler in Anni decisivi, “è

rimasta soltanto della brace, spesso soltanto

della cenere” della sua sostanza

spirituale. Della cenere non è possibile far

nulla, ma nella brace potrebbero nascondersi

scintille, capaci di trasformarsi in

fiamme, al soffio di un coraggioso vento.

LO SVOLGIMENTO

Essendo per lo più vincitori delle varie

sezioni del Premio Capri – S. Michele,

scelti dopo l’invio della Presentazione,

quasi nessuno degli interlocutori era a

conoscenza di questa quando è intervenuto

al Convegno, per cui le convergenze

sono state del tutto naturali.

All’inizio il benvenuto nella villa San

Michele è stato dato dal sovrintendente

e vice console Peter Cottino, il quale ha

Dossier

brevemente ricordato le ragioni che

spinsero Axel Munthe a scegliere l’Italia

come luogo di lavoro, ed Anacapri come

luogo dell’anima.

È poi risuonata la domanda dell’Associazione

di varia umanità, che organizza

il Premio Capri – S. Michele, che è questa:

“Axel Munthe scrisse che “la vita è la

stessa come sempre è stata”, ma che “il

mondo nel quale si viveva ieri non è lo

stesso dove viviamo oggi”. Ma, in un

mondo nuovo, è ancor possibile la vita di

sempre o l’uomo ha perduto ineluttabilmente

naturali e millenarie possibilità?”.

UN CONVEGNO DI RIFLESSIONI

A coordinare il Convegno è stato Ermanno

Corsi, il quale ha esordito dicendo

che è vero che siamo in un tempo di

pessimismo. Quello della ragione fa bene

ed aiuta a capire che cosa succede

intorno. Ma poi è necessario che al pessimismo

della ragione seguano l’ottimismo

della volontà, e la combattività.

Non bisogna mai smettere di essere

combattivi, neanche quando tutto sembra

perduto o irrecuperabile.

Il mondo è fatto di continue transizioni.

Probabilmente siamo in una delle

transizioni più drammatiche della storia,

la quale ci porta a domandarci se il sapere

tradizionale abbia ancor qualcosa da

dire ai ragazzi d’oggi, e se addirittura non

contribuisca ad isolare dai loro pari coloro

che lo seguono, confinandoli in una si-

27


Dossier

tuazione di “disadattamento rispetto al

mondo in cui si trovano a vivere, condannandoli

quanto meno all’eccentricità”.

Purtroppo non sempre gli uomini

sono in grado di comprendere quello

che sta accadendo. Noi potremmo dire

che al cogito ergo sum (penso dunque

sono) si è sostituito il video ego sum (vedo

la televisione dunque sono) e, negli

ultimi tempi, il digito ergo sum (con particolare

riferimento ad internet).

Il mese di settembre, è per l’isola di

Capri, il mese della riflessione. Per questo

il Premio Capri – S. Michele si svolge

a settembre. E per riflettere si svolge

questo convegno. È un convegno di

cultura, perché cultura è conoscenza, è

capacità di argomentare, è fare le giuste

connessioni mentali. È coltivarsi, aver

rispetto di sé, anche perché chi ha

rispetto di sé è meglio disposto ad aver

rispetto per gli altri.

Da tempo ormai è stato superato il

concetto delle due culture: quella umanistica

e quella scientifica.

Ermanno Corsi ha concluso ricordando

che le definizioni di cultura sono

moltissime ed invitando ciascuno a rivelar

la propria, desumendola dalla propria

esperienza, dai propri studi, dal

proprio lavoro, dai rapporti che è riuscito

ad intrecciare.

LA TELEVISIONE

Il primo intervento è stato di Diana

de Feo Fede, che si è collegata al Convengo

dello scorso anno, svoltosi nella

stessa cappellina, e dedicato a “Cultura

e televisione”, per valutare se davvero

la televisione, in modo più massiccio

del cinema e della radio, avesse contribuito,

nel Novecento, alla frantumazione

dell’antica cultura occidentale. Diana

de Feo Fede ha ricordato che i massmedia,

ed in particolare la televisione,

sono mezzi potentissimi per la diffusione

della cultura, che cambia la vita, la

rende interessante, alimenta la curiosità.

Ma purtroppo negli ultimi tempi le

televisioni dedicano sempre meno spazio

alla cultura. Trasmissioni culturali

sono confinate nella notte, mentre tutti

i telegiornali hanno tolto la redazione

cultura, che avevano fino a qualche anno

fa. Hanno quasi annullato servizi su

musei e mostre, per cui in Italia la frequenza

a questi è notevolmente calata.

In particolare ha allontanato da essi

molti giovani. Ricordando che la cultura

inizia dalla scuola, ma che la nostra

scuola ha molti problemi, ha auspicato

che ogni telegiornale dedichi almeno

un minuto alla cultura.

28 PRESENZA CRISTIANA

DEGRADAZIONE

Per Ernesto Galli della Loggia alla società

italiana, nel suo complesso, non

sembra che interessi molto la cultura.

Una delle ragioni principali è che, nel

mondo moderno, la cultura è intesa come

qualcosa per costruirsi una competenza,

che dia la possibilità di esercitare

una professione ed avere un ruolo sociale.

Ma è necessario che la competenza

venga riconosciuta. E ciò non sempre

avviene. L’Italia è una società antimeritocratica,

dove la cultura, l’apprendimento,

la scuola, sono poco apprezzati.

Quel che va per la maggiore sono i rapporti

personali. Del resto la scuola privilegia

l’educazione all’istruzione.

La cultura umanistica contiene l’esperienza

e la crescita dell’umano, che

ci vengono dal passato. Purtroppo l’Italia

è diventata un paese moderno in maniera

troppo rapida, convulsamente rapida,

e ciò ha determinato una rottura

con il passato. Fino ad una settantina di

anni fa, l’Italia era ancora quella di duecento

anni prima. C’erano ancora le

grandi agenzie culturali come la Chiesa

e la Famiglia. Ora tutto si è disgregato,

tutto è stato distrutto anche perché si è

ritenuto che l’antico significasse povero,

e diventar moderni significasse cessare

di essere poveri. Cultura è anche

mantenere un paesaggio, una forma edilizia.

Ma questa cultura non c’è più.

C’è nei giovani un distacco totale ed agghiacciante

con il passato, anche con i

film del passato.

DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE

Per Gabriele Albertini, invitato all’improvviso

ad intervenire, l’Italia d’oggi,

come una impresa efficiente, dovrebbe

saper bene distribuire le risorse che possiede,

in modo da salvaguardare, sostenere,

alimentare l’autentica cultura.

IL CINEMA

Sull’esperienza pratica ha fondato il

suo intervento Grazia Bottiglieri Rizzo,

incominciando con il dire che come imprenditori

si deve sostenere la cultura e

domandarsi in particolare come questa

possa essere trasmessa ai giovani. Uno

dei maggiori veicoli che attualmente ci

sono per trasmettere cultura è il cinema.

I giovani d’oggi non hanno quel

che hanno avuto le generazioni precedenti:

ascoltare in classe, specialmente

al liceo, i classici, analizzarli, esprimere

quel che pensavano. Erano ore bellissime

che sono rimaste per sempre nell’animo.

Ma il dialogo tra i giovani del

passato e quelli del presente non può

interrompersi. Bisogna dialogare alla

maniera dei giovani d’oggi. Ed il cinema

è un grande strumento per comunicar

loro l’immenso patrimonio culturale

che l’Italia possiede.


L’INFINITO

Secondo Luigi Alici la cultura è

un’articolazione libera, critica e condivisa

di domande grandi. Purtroppo il nostro

tempo sta diventando sempre più

spiritualmente povero, non solo perché

non dà risposte alle grandi domande,

ma perché non se le pone neanche.

L’essere umano è l’unico ente in natura

in cui il finito può ispirare una domanda

intorno all’infinito. Questa capacità

inaudita di interrogarsi intorno

all’infinito non è prerogativa del cristiano,

ma di ogni essere umano. Purtroppo

è una capacità che viene sempre

più mistificata, emarginata, portando

in una caduta nell’idolatria, dalla

quale non sono esclusi neanche i credenti,

e ad un progressivo impoverimento

culturale.

Per questo, più che continuare ad interrogarsi

sulla differenza (che di fatto esiste)

tra credenti e non credenti, sarebbe

bene tornare ad interrogarsi intorno

alla capacità di stupirsi dell’infinito.

Guardando verso l’infinito ci si arricchisce

culturalmente e si ritrova la capacità

di dialogare con tutti.

L’AGGRESSIONE ALL’IDENTITÀ ITALIANA

Nel 1992, quando parecchi erano intenti

al “decostruire”, Enrico Malato ha ideato

ed iniziato con duecento collaboratori,

“tra i maggiori competenti di ogni

settore”, una nuova Storia della letteratura

italiana, intesa come “storia della

civiltà italiana”. Voleva essere non solo

uno strumento per insegnanti e docenti,

ma per tutti coloro che volessero “approfondire

le radici ed il processo della

civiltà italiana”, giacché si proponeva di

far conoscere, con la vita e le opere degli

scrittori e poeti italiani, anche la società

in cui quelli hanno vissuto e le loro

opere sono nate.

A questa vasta opera, conclusa in oltre

dieci anni, e formata da nove volumi

di storia e da cinque di appendici, ha iniziato

a riferirsi Enrico Malato nel suo intervento.

L’ha giudicata una esperienza

esaltante, che ha mostrato come tracce

dell’identità italiana si trovino già nell’antica

Roma.

Due capitoli sono dedicati alla storia

della cultura, uno in ottica italiana, l’altro

in ottica europea e mondiale.

L’identità italiana è attualmente

Dossier

messa in crisi, aggredita da tutte le parti.

Essa può essere salvata dalla cultura,

la quale ha il suo fondamento nei classici.

Ma in Italia, in una scuola in crisi, i

classici non si studiano più. Sono fuori

dall’orizzonte culturale. Presso gli editori

le antiche e prestigiose collane di classici

sono state chiuse.

Mentre in Italia la cultura letteraria

parte essenziale della cultura occidentale

non attrae più, la sua presenza è invece“molto

alta”all’estero.

QUEL CHE FORMA L’INDIVIDUO

Quasi lapidario l’intervento di Roberto

Rizzo, il quale ha detto: “Mi ritengo un

ingegnere assolutamente anomalo,

giacché provengo da una struttura

profondamente classica. Ho visto i numeri

in una maniera strana, possibilistica.

La cultura è quella che forma l’individuo,

non il tecnico o l’esperto. In ciò la cultura

classica aiuta veramente. E quindi per

questo bisogna preservarla. Non compro

a scatola chiusa definizioni di cultura moderna.

Certo sono necessarie per la conoscenza,

ma probabilmente meno per la

formazione, che deve esser fatta attra-

29


Dossier

verso quello che altri hanno pensato prima

di noi, maturando la loro sensibilità

per far meglio sviluppare la nostra.

C’è poi la forma culturale di appagamento.

Ci si può appagare guardando un

bello sceneggiato televisivo. Ma questo

non è un veicolo classico di cultura, quello

che fa diventare l’uomo più umano”.

IGIOVANI

Lucetta Scaraffìa ha concordato nel

ritenere con Ermanno Corsi che siamo in

una situazione di cambiamento radicale,

ed ha sostenuto che, in questa situazione,

è necessario ricordare che tutti devono

riflettere o essere aiutati a riflettere.

Ha poi rivelato che si sente disagio nel

vivere nell’Italia di oggi, e che, di anno in

anno, i giovani diventano sempre più incolti

e smarriti. Hanno tutto ed in cambio

non gli è mai stato chiesto niente. All’università,

dove insegna storia contemporanea,

arrivano quasi analfabeti.

CULTURA E TURISMO

Antonino Cuomo, che abita a Sorrento

dove è nato da antica famiglia

sorrentina, dove vive e lavora, e dove è

stato anche sindaco, ha poi così detto:

“Il professor Enrico Malato ha dichiarato

che la letteratura italiana trova più cultori

all’estero che in Italia. Posso confermarlo

per quanto riflette i miei studi tassiani:

se è vero che da quale mese il professore

Mirko Tomasovic, in Croazia, ha

completato la traduzione in croato del

capolavoro di Torquato Tasso La Geru-

30 PRESENZA CRISTIANA

torquato tasso

salemme Liberata, in quella stessa lingua

nella quale, nel 1580, fu pubblicata l’Aminta

(con tre mesi di anticipo sulla

pubblicazione in lingua italiana). E, sempre

nell’est europeo, la cultura tassiana

trova moltissimi proseliti, se, per la prossima

primavera, è stato organizzato un

Seminario Tassiano.

La cultura deve essere vista come uno

dei supporti più validi per il turismo,

ed in tale ottica deve rappresentare uno

dei tre requisiti per un sindaco, il quale

non potrà mai adempiere in pieno al

suo compito se, all’amore per il paese

ed alla disponibilità ad adottare le opportune

decisioni, non aggiunge la passione

per la storia e le tradizioni, cioè

per la cultura, della comunità che è

chiamato a rappresentare.

In quest’ottica a Sorrento, purtroppo,

almeno per quanto riflette la cultura

tassiana, essa è molto labile. Ha dimenticato

anche il ruolo che Torquato Tasso

ha avuto nella storia della città che gli ha

dato i natali, anche se si cerca di adottare

iniziative per ricordarne la memoria.

Oggi, con i mezzi di trasporto e con

la tecnologia moderni, in poche ore, si

raggiungono il sole ed il mare e si possono

ammirare paesaggi e godere di un

clima mite e piacevole; i richiami culturali

di un comprensorio, invece, sono

sempre peculiari e motivo di attrattiva e

perfino di ricerca e quindi rappresentano

un’arma particolare per sostenere il

turismo. Ciò porta a dover ritenere, nel

bilancio comunale, le spese per iniziati-

ve culturali come vere e proprie spese

d’investimento, per i vantaggi che arrecano

all’economia della collettività, prescindendo

dal valore spirituale che la

cultura rappresenta per l’animo umano.

È da auspicarsi che i governanti e

gli amministratori locali si rendano

conto di questa esigenza, per consentire

di guardare al futuro con una più

sicura prospettiva”.

L’INGENUITÀ

Per Pippo Corigliano il convegno ha

rivelato un’ingenuità di fondo. Ai nostri

giorni chiedersi che significato abbia la

cultura è qualcosa che in un clima culturale,

diverso da quello in cui ci si trovava

nella cappellina di Villa San Michele, è una

domanda da non porsi. È una domanda

alla quale non si ha fiducia che ci

sia una risposta. Ma sono gli ingenui che

hanno portato avanti la civiltà umana.

In fondo i greci sono stati degli ingenui,

anche quando hanno ritenuto che, definendo

una cosa, questa sarebbe stata

poi conosciuta, per cui chi avesse, per esempio

conosciuto la virtù sarebbe diventato

un uomo virtuoso. Ma, a maniera

sua, Socrate era anche un mistico, uno

che si sapeva concentrare in se stesso,

e sapeva porsi delle domande, sperando

che ci fossero delle risposte. Ora

pare che tutto ciò non avvenga più. Lo

stesso Gesù era un ingenuo che prendeva

posizioni che infastidivano Giuda;il

quale si sarà entusiasmato quando moltiplicò

i pani, ma si sarà scocciato quando

sentì dire: “Questo non è il mio regno”.

Egli intendeva restare alla realtà

concreta, e ciò lo spinse al tradimento.

Eppure il grande salto di livello culturale

della storia occidentale è dovuto

ai mistici come S. Francesco d’Assisi, S.

Filippo Neri, S. Carlo Borromeo, S. Ignazio

di Loyola, S. Josè Maria Escrivà de Balaguer.

Erano mistici ma anche costruttori.

Di contemplativi in mezzo al mondo

ha ora bisogno l’umanità.

“Il contemplativo davanti a Dio è un

bambino, è come il lievito che può dare

quell’unità di vita che stiamo cercando.

La cultura è qualcosa che corrisponde

all’unità di vita di una persona”.

INVITO AL RIPENSAMENTO

Tutti gli interventi, sgorgati limpidamente

dall’esperienza degli interlocutori,

contengono spunti di riflessione,

che andrebbero ampliati ed approfonditi.

In particolare, nel loro insieme,

invitano ad un ripensamento della

cultura ed a un ripensamento dell’identità

dell’Italia.


II. LA CULTURA

Se si apre un dizionario della lingua italiana

si apprende che la parola cultura

deriva da cultus, participio passato del

verbo latino colere, che significa coltivare.

Questo verbo fu usato dapprima per

indicare la coltivazione dei campi (cultura

agrorum), ed in seguito per indicare

anche il culto religioso (cultura deorum).

Della parola cultura i dizionari, ordinariamente,

danno due significati principali.

Il primo, soggettivo, indica la formazione

dell’uomo, il suo acquisire capacità,

abilità, ampliarsi intellettualmente

e spiritualmente, migliorarsi.

Il secondo, oggettivo, venuto dopo

il primo, indica il prodotto della formazione

dell’uomo, l’insieme dei modi di

vivere condivisi da una collettività o da

parte di essa.

PRECISAZIONI

In relazione al primo significato è bene

precisare che cultura non coincide

con istruzione (acquisizione di nozioni,

notizie, informazioni di una disciplina o

di una scienza, che provengono dal passato),

né coincide con erudizione (conoscenza,

possesso solido e sicuro di una

ingente quantità di nozioni, riguardanti

una o più materie). Presuppone l’educazione,

l’opera di persone preparate ed esperte,

che guidano, con autorevolezza

e discrezione, a sviluppare facoltà ed attitudini,

e a dare il metodo per l’istruzione

e per l’erudizione.

È convinzione generale che l’educazione

si impartisca nelle scuole. Ma

queste si limitano sempre più a fornir

nozioni, che si devono saper ripetere

per conseguire diplomi, necessari per

ottenere un impiego o svolgere una

determinata professione.

E bene anche ricordare che, durante

un lungo dibattito, svoltosi prevalentemente

nella prima parte del Novecento,

alcuni hanno ritenuto la cultura sinonimo

di civiltà, altri invece hanno ritenuto

cultura e civiltà concetti differenti.

Civiltà in inglese è detta civilization,

in francese civilisazion, in tedesco zivilization.

Deriva dal latino civilitas, che

viene da civilis, che a sua volta deriva

da civis (cittadino).

Dossier

SIGNIFICATO DI CIVILTÀ

Per coloro che distinguono cultura

da civiltà questa è il grado più alto della

cultura, con l’insieme delle sue opere artistiche,

religiose, letterarie, le sue istituzioni

sociali e politiche, il suo pensiero filosofico.

Per Oswald Spengler la civiltà è

l’inevitabile destino di una cultura, che è

tale perché possiede un’anima. Ma il

raggiungimento della civiltà rappresenta

per una cultura il suo tramonto. Per

cui la civiltà è “lo stato più esterno e artificiale

in cui… l’umanità… si esprime”.

LA PRIMA DEFINIZIONE DI CULTURA

La parola cultura è una di quelle sulle

quali non c’è una definizione conclusiva,

unanimamente accettata, quantunque

si sia tanto riflettuto e dialogato.

Storicamente il primo a dare una definizione

di cultura è stato Samuel Pufendorf,

vissuto tra il 1632 ed il 1694. Nell’opera

Specimen controversiam del 1686

scrisse che cultura è quella che consente

una vita veramente umana, basata sull’aiuto,

il lavoro e le invenzioni degli altri

uomini, sulle proprie meditazioni e sulle

opere o ammonimenti divini.

31


32

Dossier

Hermann Hesse

È una definizione che è stata ritenuta

“psicologica e religiosa”. Corrisponde

alla paideia dei Greci, che Cicerone tradusse

in latino con la parola humanitas.

LO SVILUPPO DELLA PAROLA

L’uso della parola cultura incominciò

a svilupparsi dopo che fu usata nel

1871 da Edward Taylor, che la derivò dal

tedesco.

Le opere, i saggi e gli articoli dedicati

alla cultura furono piuttosto scarsi

fino alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Sono aumentati notevolmente

tra la fine di questa e l’inizio della Seconda,

e sono diventati numerosissimi

dopo la fine di questa.

Nel 1952 due studiosi americani,

Clyde Kluckhohn ed Alfred L. Kroeber,

raccolsero nel volume, intitolato il concetto

di cultura, circa trecento definizioni

ed enunciazioni di cultura. Per lo più

provengono dalla Germania, dall’Inghilterra,

dalla Francia, dagli Stati Uniti d’America.

Rarissime dall’Italia.

PARTICOLARI DEFINIZIONI

A pensare la cultura, nella prima parte

del Novecento, ci furono anche scrittori

e pensatori come Romano Guardini,

Jacques Maritain ed Hermann Hesse,

che non vengono citati nel volume di Kluckhohn

e Kroeber.

Per Romano Guardini cultura ha senso

diverso da natura. Questa significa

“molto in generale ciò che è presente da

se stesso, senza l’uomo. Non fatto da lui,

ma costituitosi da sé; non posto secondo

scopi umani, ma realizzato secondo

necessità proprie”.

PRESENZA CRISTIANA

Cultura, che come il concetto di natura

ha “una molteplicità di significati

varianti”, in un senso del tutto generale

significa “quanto dall’uomo viene mutato,

eseguito, fatto, prodotto; sia che il

concetto intenda il risultato, l’opera, o

invece lo stato, nel quale l’uomo entri;

cultura quindi oggettiva e soggettiva”.

Non significa “tutto ciò che l’uomo ha

fatto, ma solo ciò che è stato fatto in modo

giusto. Ciò che è così come dev’essere,

adeguato al compito e alla personalità”.

Secondo Jacques Maritain, la cultura

è lo sbocciare della vita propriamente

umana, riguardante non solo lo sviluppo

materiale necessario e sufficiente

per condurre quaggiù una vita diritta,

ma anche e soprattutto lo sviluppo

morale, lo sviluppo delle attività speculative

e delle attività pratiche (artistiche

ed etiche), che merita d’essere

chiamato in modo proprio umano. Appare

così che la cultura è naturale, nello

stesso senso del lavoro della ragione

e della virtù, di cui è il frutto e il

compimento terreno. Essa risponde al

voto intrinseco della natura umana,

ma è opera dello spirito e della libertà,

che aggiungono il loro sforzo a quello

della natura.

Per Hermann Hesse, “l’autentica cultura

non è una cultura per un qualche

scopo, ma, come ogni aspirazione all’assoluto,

ha il suo significato in se stessa”.

“L’aspirazione alla cultura, ossia al perfezionamento

dello spirito e dell’anima,

non è un laborioso itinerario, ma un allietante

e corroborante ampliamento della

nostra coscienza, un arricchimento delle

nostre possibilità di vita e di felicità”.

Essa “è insieme incentivo e compimento,

tocca sempre il traguardo, eppure

non riposa mai, è sempre in cammino

nell’infinito, è una vibrazione in consonanza

con l’universo, è una comunanza

di vita nell’eternità. Il suo fine non è la

promozione di singole opere, ma essa ci

aiuta a dare un significato alla nostra vita,

a interpretare il passato, ad aprirci al

futuro con intrepida disponibilità”.

CONDIZIONI E VALORI SECONDO J. HUIZINGA

Forse sarà bene ricordare che nel

1935 Johan Huizinga, nell’opera tradotta

in italiano con il titolo de La crisi

della civiltà, scrisse che una definizione

che esaurisca il contenuto del concetto

di cultura è appena pensabile. È “facile

invece enumerare alcune condizioni

fondamentali e valori basilari inseparabili

dal fenomeno cultura”.

Incominciò con l’indicare un certo equilibrio

tra valori spirituali (intendendo

per tali tutto il campo dei valori mentali,

intellettuali, morali, estetici, a loro volta

armonizzati) e valori sostanziali, che dà

“ordine, struttura rigorosa, stile, vita ritmica

della società che ne è dotata”.

Aggiunse il tendere verso una meta,

che dà orientamento. La meta più che

l’ideale di un individuo è l’ideale di una

comunità. Questo può essere di vario

genere: puramente spirituale, mondano,

economico. L’aspirazione o il raggiungimento

della meta danno sicurezza

ed ordine. Dalla sicurezza deriva l’autorità,

dall’ordine il diritto.

Carattere fondamentale di ogni autentica

cultura è anche il signoreggiare

la natura. Non solo quella esterna, in

modo che non sia nemica ma apportatrice

di doni, ma anche la natura umana,

arrivando alla coscienza umana, al dovere,

e quindi ad una “umanità in cui

ciascuno vinca se stesso”.

Johan Huizinga concluse sostenendo

che “il concetto di cultura si attua solo

allorché l’ideale che ne determina

l’indirizzo è più elevato degli interessi rivendicati

dalla comunità stessa. La cultura

deve avere un indirizzo metafisico,

altrimenti non esiste”.

ALTRE DEFINIZIONI

Definizioni di cultura ci sono state

anche dopo la pubblicazione de il concetto

di cultura, tradotto e pubblicato in

italiano nel 1972.

Tra queste c’è la definizione contenuta

nella Costituzione Gaudium et spes,

promulgata il 7 dicembre 1965, e quelle

contenute in Crisi, rotture e cambiamenti,

di Julien Ries, che ha vinto il Premio

Capri – S. Michele nel 1996, ed in Fede,

Verità, tolleranza del cardinale Joseph

Ratzinger, opera vincitrice del Premio

Capri – S. Michele del 2004.

Jacques Maritain


a cura di Leonida

Tra noi

Donaci la pace

Signore, noi abbiamo ancora

le mani insanguinate dalle ultime guerre mondiali,

così che non ancora tutti i popoli

hanno potuto stringerle fraternamente fra loro;

Signore, noi siamo oggi tanto armati

come non lo siamo mai stati

nei secoli prima d’ora,

e siamo così carichi di strumenti micidiali

da potere, in un istante, incendiare la terra

e distruggere forse anche l’umanità;

Signore, noi abbiamo fondato lo sviluppo

e la prosperità di molte nostre industrie colossali

sulla demoniaca capacità

di produrre armi di tutti i calibri

e tutte rivolte a uccidere

e a sterminare gli uomini nostri fratelli;

così abbiamo stabilito l’equilibrio crudele

della economia di tante Nazioni potenti

sul mercato delle armi alle Nazioni povere,

prive di aratri, di scuole e di ospedali;

Signore, noi abbiamo lasciato

che rinascessero in noi le ideologie,

che rendono nemici gli uomini fra loro:

il fanatismo rivoluzionario, l’odio di classe,

l’orgoglio nazionalista, l’esclusivismo razziale,

le emulazioni tribali, gli egoismi commerciali,

gli individualismi gaudenti

e indifferenti verso i bisogni altrui;

Signore, noi ogni giorno

ascoltiamo angosciati

!

importante

na cosa che possiamo fare tutti e subi-

“Uto è continuare e accrescere l’impegno

di preghiera reciproca. Sappiamo come a questa

desse il primo posto il p. Dehon. Anche

perché la nostra missione si concretizza in opere e attività

valide, se è sostenuta da una adeguata preghiera”.

Queste parole del Consiglio Generale dehoniano presentano

bene Dehoniani Oranti, le cui caratteristiche

sono illustrate nella scheda a fianco. Chi desidera far

parte di Dehoniani Oranti, ritagli la scheda e la spedisca al

nostro indirizzo: gli sarà inviato l’attestato d’iscrizione, che riporta

anche la Preghiera di offerta quotidiana.

Iscriversi è un atto di generosità

che fa bene prima di tutto alla propria persona:

è donando che si riceve,

è amando che si matura.

A ciascuno:

BENVENUTO in questa grande

comunità di preghiera!

e impotenti le notizie di guerre

ancora accese nel mondo;

Signore, è vero!

Noi non camminiamo rettamente!

Signore, guarda tuttavia ai nostri sforzi,

inadeguati, ma sinceri, per la pace nel mondo!

Vi sono istituzioni magnifiche e internazionali;

vi sono propositi per il disarmo e la trattativa;

Signore, vi sono soprattutto

tante tombe che stringono il cuore,

famiglie spezzate dalle guerre,

dai conflitti, dalle repressioni capitali;

donne che piangono, bambini che muoiono;

profughi e prigionieri accasciati

sotto il peso della solitudine e della sofferenza;

e vi sono tanti giovani che insorgono

perché la giustizia sia promossa

e la concordia sia legge delle nuove generazioni;

Signore, Tu lo sai,

vi sono anime buone che operano il bene

in silenzio, coraggiosamente, disinteressatamente

e che pregano con cuore pentito

e con cuore innocente; vi sono cristiani,

e quanti, o Signore, nel mondo

che vogliono seguire il Tuo Vangelo

e professano il sacrificio e l’amore;

Signore, Agnello di Dio,

che togli i peccati del mondo,

dona a noi la pace.

(Paolo Vi)

Dehoniani Oranti

Dehoniani Oranti è un modo di far parte della ‘Famiglia

Dehoniana’. Gli oranti sono quelle persone che intendono

vivere lo spirito di amore e di riconciliazione, tipico

dei Sacerdoti del s. Cuore (Dehoniani), iniziando da un

impegno di preghiera costante e solidale con i fratelli.

Consapevoli della necessità della preghiera e della parola

di Gesù “Senza di me non potete far nulla”, si

fanno carico dello sforzo di evangelizzazione della

Chiesa e dei problemi del mondo cominciando a farli presenti al

Signore. Benché assidui alla preghiera quotidiana, i dehoniani oranti

si prendono un impegno comune: il primo e il terzo venerdì di

ogni mese, dedicano 30 minuti alla preghiera in chiesa o in casa,

da soli o in gruppo). Durante il giorno poi hanno un’attenzione particolare

alla memoria dei misteri della vita di Gesù.

Lodando e ringraziando il Signore, ricordano a lui anche le vocazioni

dehoniane e la fedeltà alla vocazione di tutti i membri della

‘Famiglia Dehoniana’.

NEL SEGNO

DEL CUORE

Chi desiderasse conoscere i diversi modi di far parte della

Famiglia Dehoniana può richiedere il libretto “Nel segno del

Cuore” scrivendo a: Dehoniani Oranti - Presenza Cristiana

via Barletta, 2 - 70031 Andria (BA)



Tra noi

i ntenzioni del mese

Perché il Natale cristiano sia meglio

vissuto nella fede, oltre i soliti

consumismi, e serva a costruire una

sensibilità umana di fratellanza e

comprensione, in un crescente rispetto

dei bambini e della famiglia.

dell’A.d.P.

“Perché i bambini siano rispettati e amati

e mai siano vittime di sfruttamento

nelle sue varie forme”.

“Perché a Natale i popoli della terra

riconoscano nel Verbo Incarnato la luce

che illumina ogni uomo e le Nazioni

aprano le porte a Cristo, Salvatore

del mondo”.

“Perché la Famiglia di Nazareth dia

luce e forza ai genitori, perché possano

svolgere con frutto il loro compito

peculiare verso i figli”.

r ifletti

Considerazioni di papa Benedetto XVi.

La differenza tra il sacerdozio comune e il

sacerdozio ministeriale è stata al centro

del discorso che il Papa ha fatto al gruppo di

vescovi brasiliani della Regione Nordest 2, a

Roma per la visita “ad Limina”. Nelle parole di

Benedetto XVI anche la raccomandazione ai

sacerdoti a vivere con coerenza e fedeltà il

proprio mandato.

Bisogna evitare di laicizzare i preti e di

clericalizzare i laici: lo chiede il Papa spiegan-

Scheda di adesione

Desideroso di vivere in spirito di amore e di riconciliazione

e consapevole dell'importanza della preghiera

chiedo di far parte di Dehoniani Oranti, impegnandomi

a quanto richiesto. (Per piacere scrivere in stampatello).

Cognome .................................................................................................................

Nome ...........................................................................................................................

Via .................................................................. CAP ...................................................

Città ...................................................... (Prov.) .....................................................

Professione ......................................................... età ........................................

Desidero ricevere sempre Presenza Cristiana

come rivista di collegamento di Dehoniani Oranti

Desidero ricevere l'opuscolo Nel segno del Cuore.

(fare un segno di X nel quadratino scelto)

Spedire a: Dehoniani Oranti

Presenza Cristiana

via Barletta - 70031 Andria (BA)

do che “approfondire in modo armonico, corretto

e chiaro” la relazione tra sacerdozio comune

dei laici e sacerdozio ministeriale dei

presbiteri è “uno dei punti più delicati della vita

della Chiesa”. Dunque Benedetto XVI chiarisce:

“E’ importante che ognuno agisca secondo

la propria condizione”.

Dunque “i laici si impegnino nella

realtà anche attraverso il coinvolgimento

politico, secondo la visione antropologica

cristiana e la dottrina sociale della Chiesa”.

“I sacerdoti, invece, devono evitare il coinvolgimento

in prima persona nella politica”.

Il Papa spiega perché: “I sacerdoti devono

favorire l’unità e la comunione di

tutti i fedeli e restare sempre punto di riferimento

per tutti”. Benedetto XVI chiede ai

vescovi del Brasile di “concentrare gli sforzi

perché ci siano nelle loro diocesi nuove

vocazioni”, perché ci siano “più sacerdoti e

meglio formati”. Con una raccomandazione:

i presbiteri sono chiamati a vivere con

coerenza e pienezza di grazia il Sacramento

dell’Ordinazione”.

Ricorda che la missione di salvezza che

Dio Padre ha voluto attraverso il Figlio incarnato

è stata affidata poi agli Apostoli e ai

suoi successori. Da qui la “funzione essenziale

e insostituibile del sacerdote, attraverso

l’annuncio della Parola, la celebrazione dei

Sacramenti, prima di tutto l’Eucaristia. Da qui

l’invocazione a Cristo perché mandi operai

nella sua vigna.

Riconoscendo “numerosi segni di speranza”

nella realtà della Chiesa, il Papa parla

di “un futuro che Dio sta preparando attraverso

lo zelo e la fedeltà con i quali i vescovi esercitano

il proprio ministero episcopale”.

Leo Flash

“Vidi un nuovo cielo

e una nuova terra,

perché il cielo e la terra di prima

erano scomparsi

e il mare non c’era più.

Vidi anche la città santa,

la nuova Gerusalemme,

scendere dal cielo, da Dio,

pronta come una sposa

adorna per il suo sposo.

Udii allora una voce potente,

che usciva dal trono:

Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il Dio–con–loro.

E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate”

Preghiam

Signore,

Principe della pace

ascolta il nostro cuore.

Un sogno di Dio

(Ap 21, 1–4).


o insieme

N ei giorni

Roma – Le visite ad limina dei vesvoci del

Brasile hanno fatto arrivare presso la curia

generalizia e il collegio tre vescovi

nostri confratelli: Nelson Westrupp vescovo

di Santo André (S. Paulo), Carmo

Joao Rohden vescovo di Taubaté (S.

Paulo), Murilo Sebastiao Kriger arcivescovo

di Florianopolis (Santa Catarina).

Incontrare persone che hanno vissuto presso

il collegio internazionale per tempi di

studio o di servizio, aiuta ad allargare lo

sguardo sui vasti orizzonti della chiesa. Le

vicende liete e tristi di tante parti del mondo,

dove ci troviamo ad operare confermano

che la Parola di Dio e compie il suo tragitto

per raggiungere gli uomini e destare

in loro il cammino della conversione in vista

dell’incontro con il Signore vivente.

Accogli, Padre Santo

Preghiera per l’anno nuovo, di Giovanni Paolo ii.

Accogli, o Padre Santo,

Dio eterno e onnipotente.

Accogli questo Anno

che oggi incominciamo.

Sin dal primo giorno,

sin dalle prime ore,

desideriamo offrire a Te,

che sei senza inizio,

questo nuovo inizio.

Questa data ci accompagnerà

nel corso di molte ore,

giorni, settimane e mesi.

Giorno dopo giorno apparirà

davanti a ciascuno di noi

come un nuovo frammento del futuro,

che subito dopo cadrà nel passato

così come del passato fa ora parte

l’intero anno trascorso.

L’anno Nuovo appare davanti a noi,

come una grande incognita,

come uno spazio che dovremo

riempire con un contenuto,

come una prospettiva

di avvenimenti sconosciuti

e di decisioni da prendere.

Come una nuova tappa

e un nuovo spazio

della lotta di ogni essere umano

e insieme a livello della famiglia,

della società, delle nazioni...

dell’umanità intera.

mio tutto, ora e sempre. Amen.

Roma – Il governo generale ha fatto

pervenire in questi giorni a tutte le entità

della Congregazione la lettera programmatica

che detta il cammino dei

prossimi sei anni. “Comunione in Cristo

al servizio di un mondo nuovo” è il

motto che fa da linea direttrice di tutta

la proposta. I suggerimenti recepiscono

il lavoro del XXII Capitolo generale

e fondano la loro motivazione nell’esperienza

dell’amore di Dio nella persona

di Cristo, che ha caratterizzato la

vita di fede di p. Dehon. Mentre in tante

realtà sembra venire meno la speranza

verso qualcosa di nuovo, nelle

pagine che il governo generale si trovano

numerose linee di azione e obiettivi

da concretizzare e attuare.

Il motore di tutto è Cristo che orienta a

una viva comunione per servire adeguatamente

il mondo. Questa apertura ampia

sulle realtà del nostro tempo rende

le proposte, non solo concrete e vere,

ma stimolanti per tutte le entità. Gli stes-

Tra noi

Cristo, sei tutto per me!

Una preghiera del cardinale Dionigi tettamanzi.

Cristo sei tutto per me!

Aiutami a dirti: “Mio Signore”.

Non vi sia nulla nella mia vita

che non trovi in Te

ispirazione per i comportamenti,

criterio per i giudizi e per le scelte.

Il tuo pensiero sia il mio pensiero,

il tuo volere sia il mio volere.

Cristo sei tutto per me!

Aiutami a dirti:

“Unico Salvatore del mondo”.

Che io trovi in Te la pienezza della vita

e il segreto della vera gioia.

Che io sappia dire a tutti e sempre

che Tu solo sei la salvezza dell’uomo.

Che io possa condividere

l’ansia della Chiesa

per l’annuncio del Vangelo.

Cristo sei tutto per me!

Davanti a Te, nel giorno del Tuo Natale,

rinnovo questa mia fede

perché tu sei la Via, la Verità, la Vita,

La Parola che illumina e che salva

l’Amore senza fine

che dona la speranza e la pace.


Ci liberiamo

nella misura

in cui amiamo

(Lanza Del Vasto) ”

si titoli della varie parti della lettera: A.

Visite alle Entità della Congregazione; B.

Incontri a livello di Continenti;C. Attività

della Congregazione in vari settori (spiritualità,

formazione, etc.); D. Lettere alla

Congregazione; E. Lavoro dei collaboratori,

dicono dell’abbondanza di materiali

e di attenzioni che vengono sollevate.

Sta di fronte un tempo per dare corpo a

tante iniziative, ma anche per far crescere

la fiducia in numerose realtà della storia

che hanno bisogno di essere liberate.

Nelson Westrupp


Tra noi

Alla luce di Maria

Attendo da lei grazie senza numero per le mie opere e per me

Il decreto sulla eroicità delle virtù così

attesta di Padre Dehon: “L’accompagnò

sempre la luce amabile della Vergine

Maria: ‘Vivat Cor Jesu, per Cor Mariae’

(viva il cuore di Gesù, per mezzo del

cuore di Maria) era il suo saluto. Esortava

i suoi figli a unirsi a Lei, quale madre o

maestra della loro ‘vocazione d’amore e

d’immolazione’, specialmente nella sua

partecipazione al Sacrificio di suo Figlio

Sacerdote, per essere, con Lei, calici e

canali dell’acqua e del sangue scaturiti

dal Cuore aperto di Gesù”.

In questo egli è favorito dal suo ambiente,

impregnato di pietà mariana per

i numerosi pellegrinaggi ai santuari della

Madonna, la pratica del mese di maggio

e il rosario vivente di Paolina Jaricot.

L’ottocento francese riceve, poi, maggiore

impulso dalla presenza di congregazioni

mariane, dalla proclamazione

del dogma dell’Immacolata e le diverse

apparizioni della Vergine. Così il tutto

concorre a fare della Francia la terra di

Maria. È ancora vivo il messaggio di s.

Caterina Labouré e la diffusione della

medaglia miracolosa, quello di La Salette

e soprattutto il fascino di Lourdes; è

ancora attuale la spiritualità mariana di

nuovi istituti religiosi mariani che si esprimono

in atteggiamenti cari anche a

Padre Dehon: l’oblazione d’amore, lo

spirito d’abbandono, l’umile dedizione

e l’infanzia spirituale.

Padre Dehon respira l’aria mariana

del tempo e cammina alla luce di

Maria. E lo stesso atteggiamento chiede

ai suoi religiosi. Già nei primi loro

documenti è scritto: “Gli Oblati del s.

Cuore di Gesù hanno… una devozione

tutta particolare al s. Cuore di Maria e

all’Immacolata Concezione” (Costituzioni

1881, n. 3). Perché “Maria è il nostro

modello nella sua vita nascosta,

nella vita di silenzio e di raccoglimento

a Nazareth. La sua vita è tutta d’amore,

d’unione, d’immolazione. L’Eccomi

riassume la vita di Maria, come l’Eccomi

riassume la vita di Gesù” (Direttorio sp.,

36 PRESENZA CRISTIANA

42). E questo evidenzia che la devozione

mariana di Padre Dehon è intrisa

della sua spiritualità di oblazione e di

riparazione, risultando tutt’uno con la

devozione al Cuore di Gesù. Tanto che

in una lettera circolare ai suoi religiosi,

del 4 gennaio 1918, Dehon scrive: “Noi

siamo, con s. Giovanni, i figli amanti di

Maria e gli amici devoti del Sacro Cuore;

questi titoli sono i più belli e consolanti

che possiamo ambire”. “Andiamo

a Dio per mezzo di Gesù e invitiamo

Maria ad aiutarci” (Diario, 1.1919). Perciò

sarà naturale il suo ultimo desiderio:

“Vi affido alla nostra Madre del cielo.

Il Signore vorrà dirle a vostro riguardo

ciò che diceva di Giovanni sul Calvario:

Ecco i tuoi figli (cf Gv 19,26)” (L.

Dehon, testamento spirituale),

Egli ha dimostrato di vivere come

figlio devoto di Maria e lo ha annotato

anche nel suo diario. Il 30 gennaio del

1888 scrive: “Mi metto in viaggio per

Reims e Val-des-Bois. Durante il viaggio,

la mia gioia è poter dire a piacere tanti

rosari. La mia fiducia in Maria cresce di

giorno in giorno. Attendo da lei grazie

senza numero per le mie opere e per

me”. E il giorno dopo leggiamo: “Qualche

debolezza. Ma la mia fiducia in Maria

si rafforza sempre di più. La mia buona

Mamma è sempre presente al mio

pensiero. Ella salverà la sua opera (cioè,

la Congregazione degli ‘Oblati’ o ‘Sacerdoti

del S. Cuore’).

Il 28.2.1888, avuto il “Breve di lode”

della Santa Sede all’Istituto, comunica:

“Giorno di grande grazia. Una lettera

da Roma mi annuncia che il Breve di

lode ci è stato accordato. Attribuisco

questo favore alla Vergine santissima. È

ancora uno dei frutti del mio pellegrinaggio

a Lourdes. Do la notizia a tutte le

nostre case. Ringrazio Dio e Maria”. Inoltre,

precisa:“Sostengo la mia fiducia con

nient’altro che invocando senza tregua

Maria e appoggiandomi su di lei”

(1.8.1888); “Mi sembra di non vivere più

che per Maria. Oh, Maria! Non permette-

re più che io mi allontani dalla tua guida”

(30.3.1889); “Il mio cuore si distacca

sempre più dalle creature per non avere

più che due amori: Gesù e Maria. Voglio

vivere accanto alla mia buona Mamma,

particolarmente ogni mattino unendomi

al mistero di Nazareth”

(16,18.12.1893). E pochi mesi prima

della morte, nel febbraio 1925, pensando

al prossimo incontro scrive: “La santa

Vergine mia madre. Ella è tutta bella e

tutta buona. Mi sono consacrato a Lei

fin dall’infanzia; ella ha sempre avuto

per me cure materne; ella mi ha guarito

più volte. Ella si degnerà di sorridermi e

di farmi sentire la sua dolce voce”.


LA DEFINIZIONE CONCILIARE

La Costituzione conciliare Gaudium

et spes, promulgata il giorno precedente

alla chiusura del Concilio Ecumenico

Vaticano II, ricorda che “è proprio della

persona umana il non poter raggiungere

un livello di vita veramente e pienamente

umano se non mediante la cultura,

coltivando cioè i beni e i valori della

natura”. Per cui natura e cultura sono

quanto mai strettamente connesse,

quindi si tratta della vita umana.

Poi dice: “Con il termine generico di

“cultura” si vogliono indicare tutti quei

mezzi con i quali l’uomo affina e sviluppa

le molteplici capacità della sua anima

e del suo corpo; procura di ridurre in

suo potere il cosmo stesso con la conoscenza

ed il lavoro; rende più umana la

vita sociale, sia nella famiglia che in tutta

la società civile, mediante il progresso

del costume e delle istituzioni; infine,

con l’andar del tempo, esprime, comunica

e conserva nelle sue opere le grandi

esperienze e aspirazioni spirituali, affinché

possano servire al progresso di

molti, anzi di tutto il genere umano.

Di conseguenza la cultura presenta

necessariamente un aspetto storico e

sociale, e la voce “cultura” assume spesso

un significato sociologico ed etnologico.

In questo senso si parla di pluralità

delle culture. Infatti dal diverso modo di

far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi,

di praticare la religione e di formare

i costumi, di fare le leggi e creare

gli istituti giuridici, di sviluppare le

scienze e le arti e di coltivare il bello,

hanno origini i diversi stili di vita e le diverse

scale di valori. Così dalle usanze

tradizionali si forma il patrimonio proprio

di ciascun gruppo umano. Così pure

si costituisce l’ambiente storicamente

definito in cui ogni uomo, di qualsiasi

stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge

i beni che gli consentono di promuovere

la civiltà”.

LA DEFINIZIONE DI JULIEN RIES

Secondo Julien Ries, la cultura, nata

con l’uomo, “è il prodotto del suo genio,

è il suo modo di percepire il mondo, di

trasformarlo. Essa designa tutto ciò per

cui l’uomo affina e sviluppa le molteplici

capacità del suo spirito e del suo corpo,

umanizza la vita, crea e conserva le

grandi esperienze spirituali e le maggiori

aspirazioni dello spirito. La cultura è una

dinamica permanente, conservatrice

del passato, organizzatrice del presente

ed orientata verso il progresso del genere

umano. La religione è distinta dalla

cultura, ma le è necessariamente con-

nessa, perché l’homo religiosus è inserito

in un contesto socio – culturale. La

sua esistenza concreta reca l’impronta

della cultura e della storia”.

LA DEFINIZIONE DI JOSEPH RATZINGER

Sulla cultura e sulle categorie fondamentali

del concetto da lui espresso, si

soffermò il cardinale Joseph Ratzinger,

ora papa Benedetto XVI, nella prima

parte dell’opera Fede, Verità, tolleranza.

Il capitolo deriva da una conferenza

tenuta a Salisburgo nel 1992 e ripresa,

con variazioni, durante l’incontro con le

Commissioni della fede delle Conferenze

episcopali asiatiche, che si svolse ad

Hong Kong nel marzo del 1993.

Prima di rispondere alla domanda:

“che cosa è la cultura?”, il cardinale Ratzinger

dice che “solo l’Europa moderna

ha sviluppato un concetto di cultura

che fa apparire questa come un arco a

sé stante, diversa dalla religione o addirittura

ad essa contrapposta. In tutte le

culture storiche conosciute la religione

è elemento essenziale della cultura, anzi

è il suo centro determinante; è ciò che

definisce la compagine dei valori e dunque

l’ordine interno del sistema della

cultura”. Dice anche che “la dignità di u-

Dossier

na cultura si mostra nella sua apertura,

nella sua capacità di dare e di ricevere,

nella sua capacità di svilupparsi, di lasciarsi

purificare, di diventare così più

conforme alla verità, all’uomo”.

Il cardinale Ratzinger definisce poi la

cultura”quella forma comune di espressione

delle conoscenze e dei giudizi che

si è sviluppata storicamente e caratterizza

la vita di una comunità”.

Aggiunge che questa definizione

contiene tre elementi fondamentali che

sono i seguenti.

1. Innanzi tutto cultura si riferisce a

conoscenze e valori. Essa è un tentativo

per comprendere il mondo e l’esistenza

dell’uomo in esso, non puramente

teoretico ma guidato dagli interessi

fondamentali dell’esistenza umana.

“Il comprendere dovrebbe mostrarci

come si fa ad “essere uomini”, come

ci si inserisce in modo giusto in questo

mondo e si reagisce ad esso, per non

perdersi, per far sì che la propria esistenza

riesca, sia felice”.

Vi è da notare che “nel problema dell’uomo

e del mondo (come era ovvio in

quello antico) è sempre incluso il problema

della divinità, come problema previo e

fondante. Non si può comprendere il

37


Dossier

mondo, e non si può vivere in modo giusto

se rimane senza risposta l’interrogazione

sul divino. Anzi il nocciolo delle

grandi culture sta nell’interpretazione del

mondo ordinata al rapporto con il divino”.

II. La cultura è sempre legata ad un

soggetto comunitario, che accoglie in

sé le esperienze del singolo e, a sua volta,

dà loro l’impronta. Il soggetto comunitario

conserva e dispiega conoscenze

che vanno oltre le possibilità del singolo,

conoscenze che si possono designare

come pre e sovrarazionali.

Quando un soggetto culturale non

riesce più a collegare nuove conoscenze

critiche con il patrimonio di conoscenze

pre e sovrarazionali avviene la

crisi. “Allora viene messo in dubbio il patrimonio

di conoscenze che “da verità”

si cambia in pura consuetudine, perdendo

la sua forza vitale”.

III. La comunità procede nel tempo.

Di conseguenza la cultura non resta

chiusa in se stessa, non resta statica, ma

diventa dinamica, perché si sviluppa attraverso

l’incontro con nuove realtà e

l’assimilazione di nuove conoscenze.

SUDDIVISIONI

Tra le suddivisioni di cultura c’è

quella espressa da Etienne Gilson in La

società di massa e la sua cultura, pubblicata

nel 1967. È la seguente:

Cultura alta (highcult)

Cultura media (midcult)

Cultura bassa (lowcult)

Questa suddivisione, a dire dello

stesso Etienne Gilson, prevede molti

gradi intermedi. Noi potremmo chiamare

popolare la Cultura media ed aggiungervi

la Cultura di massa.

38 PRESENZA CRISTIANA

Cultura alta è quella che esprime il vivere

più evoluto, nobile, elevato dell’uomo.

Si produce da sé e per sé; non pensa

al pubblico, che ritiene debba conoscerla,

comprenderla, adattarsi a lei, per suo interesse

spirituale, se lo ritiene opportuno.

La si ritrova in opere di creazione, di

qualità, bellezza, eleganza, sapere, unità,

prodotte da uomini che vivono per

il pensiero, per la poesia, per la scienza,

e che quindi si dedicano a fare quel che

sentono di dover fare, liberamente e

gratuitamente, sotto la loro esclusiva

responsabilità, non essendo inferiori ai

tantissimi specialisti, che si riducono ad

un campo o addirittura ad un ristretto

spazio di questo.

Cultura popolare è quella di un insieme

di uomini che hanno comunanza

geografica, linguistica, identità di costumi,

tradizioni, istituzioni sociali e tendono

ad una stessa meta. È costituita da

forme e moduli espressivi spontanei,

naturali, e di quotidiano uso comune.

Cultura bassa è quella di uomini che ricevono

per inerzia informazioni o idee,

che ritengono vere anche se falsate.

Come già notò Platone nel Fedro,

questi uomini prendono dal di fuori, per

mezzo di segnali esterni, e non dal di

dentro per conto proprio. Hanno pertanto

immagini, non essenze, apparenze

non verità, sono portatori di opinioni,

non di sapienza, ritengono di essere conoscitori

di molte cose, mentre, per lo

più, non le sanno.

Forse è interessante qui ricordare che

Johan Huizinga ha notato che “la qualifica

di alta e bassa cultura alla fin fine non

sembra dover essere stabilita con il termometro

intellettuale né con quello este-

tico, ma bensì con quello etico e spirituale.

Una cultura può essere definita alta anche

se non vanta o una tecnica progredita

o una grande scultura, non però quando

le manchi il senso della carità”.

LA CULTURA DI MASSA

Cultura popolare o Cultura bassa, nei

nostri tempi, sembra che siano confluite,

almeno in gran parte, nella Cultura di

massa. Per ben definirla è necessario ricordare

il concetto di massa, che si sviluppa

nell’Ottocento, insieme con l’industria,

dalla quale non può essere disgiunto.

Anche questo è un concetto

che è stato variamente definito.

Secondo Josè Ortega y Gasset, massa

è “tutto ciò che non valuta se stesso,

né in bene, né in male, mediante ragioni

speciali, ma che si sente “come tutti”, e

tuttavia non se ne preoccupa, anzi si

sente a suo agio nel riconoscersi identico

agli altri”.

Alla luce di questa definizione si potrebbe

dire che Cultura di massa, fenomeno

tipico delle società tecnologicamente

avanzate e ad intensa concentrazione

demografica, è quella caratterizzata

da valori, credenze, giudizi, aspettative,

tendenze, bisogni, consumi, gusto,

concessi alla maggioranza della popolazione

e determinati dagli intensi condizionamenti

alla quale è sottoposta dai

mezzi di informazione, dai sistemi educativi

e di organizzazione del lavoro.

UN MEZZO DI ATTACCO DELLA CULTURA

DI MASSA

tendendo

A un sol confine

che il mondo agguaglia,

per dirla con Giacomo Leopardi, la

Cultura di massa, “prodotta secondo le

norme della fabbricazione industriale,

divulgata attraverso i mass-media, rivolta

ad un gigantesco agglomerato di

individui”, è la grandissima avversaria

della Cultura alta. Come ha rivelato Edgar

Morin, uno dei più efficaci mezzi di

cui si avvale per trarla a sé è la degradazione

delle opere della cultura alta, che

avviene attraverso la semplificazione, la

manichinizzazione, l’attualizzazione, la

modernizzazione.

La semplificazione è la schematizzazione

dell’intrigo, riduzione del numero

dei personaggi, riduzione dei caratteri

ed una psicologia chiara, eliminazione

di quanto potrebbe essere difficilmente

intellegibile dalla massa.

Manichinizzazione è la netta polarizzazione

dell’antagonismo tra bene e ma-


le, accentuazione dei tratti simpatici e

dei tratti antipatici per accrescere la partecipazione

affettiva degli spettatori.

Attualizzazione è l’introduzione della

psicologia e della drammatizzazione

moderne nelle opere del passato.

Modernizzazione è il trasporto del

passato nel tempo presente.

LE CONSEGUENZE

Proprio mentre l’istruzione veniva

impartita ad un numero sempre crescente

di persone, specialmente mediante

l’incremento delle scuole e delle

università, si è precipitati in un’epoca di

terribile incultura, nella quale l’uomo

medio non possiede più “il sistema vitale

delle idee sul mondo e sull’uomo corrispondenti

al proprio tempo”. Un tempo

caratterizzato, come mai prima nella

storia, non solo dalla possibile mortalità

di ogni individuo e di ogni cosa, ma anche

dalla possibile mortalità della civiltà

ed addirittura della stessa umanità, a

causa dei micidiali mezzi che l’uomo si è

procurato con la scienza e con la tecnica.

In tal modo, paradossalmente, è

sempre più aumentato il numero degli

uomini istruiti, ed è sceso sempre più

quello degli uomini che si sforzano di

conoscere e di essere se stessi, e di vivere

una vita autentica e non falsificata.

Questa situazione ha portato, in

particolar modo in Italia, ad essere sempre

meno creativi ed a disintegrare

quella natura che dava alimento alla

spirito dell’uomo.

Sono sempre più rare le opere che,

per i propri meriti, possono aspirare ad

inserirsi in quella che Arthur Schopenhauer

chiamava la letteratura per-

manente, mentre c’è un diluvio di opere

che potremmo chiamare ordinarie. Alcune

di queste, sostenute da una possente

pubblicità, sono vendute in moltissime

copie. Ma contengono solo

frammenti di verità, e svaniscono, per lo

più, come fuochi artificiali.

Nel Novecento si sono ricercati nuovi

modi di espressione e si è dedicato moltissimo

tempo e non poche forze al giornalismo,

al cinema, alla radio, alla televisione,

alla saggistica. Minor tempo e minori

forze sono stati dedicati ad opere di

narrativa, poesia, teatro, scritte per una

vocazione interiore e pubblicate dopo aver

pensato quel che era scritto. Il soddisfare

l’attualità, l’incrementare il mercato

ha limitato l’attività creativa.

Con la saggistica si è cercato di analizzare,

valutare, giudicare il presente e

di interpretare la parola dei grandi, introducendosi

nei testi, rendendoli comprensibili,

frase per frase, spiegando ognuna

nel suo particolare contenuto, istituendo

collegamenti.

Tuttavia nulla è stato ritenuto sicuro,

ogni dire è stato subito messo in discussione

e limitato. Così l’uomo è rimasto ignoto

a se stesso ed in balia degli eventi,

mentre quasi ovunque aveva il sopravvento

il consumismo, che ha richiesto

sempre maggiori beni materiali per

il vivere, ed ha portato l’autentico filosofare

ad essere considerato attività unicamente

teorica e rinchiuso nelle scuole,

dove si privilegia la sua storia.

In tal modo si vive per lo più senza

saper perché si vive, si agisce senza saper

perché si agisce, si passa per il mondo

senza sapere perché. Si spende il

proprio tempo, che è il maggior patri-

Dossier

monio che ogni uomo ha, e che non

può né donare, né custodire, né riconquistare,

senza ricercare e raggiungere

una verità, che possa contribuire a far

spendere nel miglior modo possibile il

tempo che resta.

L’ALLONTANAMENTO DALLA NATURA

Nella seconda metà del Novecento

anche in Italia, continuando un processo

che altrove era iniziato nel secolo precedente,

l’uomo si è sempre più allontanato

dalla natura, devastandola e trasformandola.

Laddove per secoli c’erano

campi e boschi sono sorte grandissime

città ed aride periferie. Case, strade, alberghi,

ristoranti, bar, parcheggi sono

stati costruiti in luoghi di meravigliosa

bellezza. Automobili, autocarri, motocicli

sono penetrati ovunque. Quasi senza accorgersene,

gli uomini hanno cambiato il

palcoscenico e lo scenario del loro vivere

quotidiano. Tuttavia, come rivelano le

pubblicità delle agenzie turistiche, è rimasto

in loro la nostalgia e la malinconia

per lo scenario ed il palcoscenico dove si

sentivano se stessi. Li ricercano in luoghi

lontani dalle città, in cui abitano, ma proprio

a causa della loro massiccia affluenza

tendono a cambiar anche questi.

Per lo più, quantunque non siano

contenti del palcoscenico e dello scenario

che si sono costruiti, li accettano

come necessari. Cercano di adattarvisi,

ma avvertono che sono artificiali, anche

se stando in essi si sente sempre il caldo

o il freddo, si vedono cader pioggia,

grandine, neve, e soffiar venti, che ancor

dipendono dalla natura, ma che si

teme che potrebbero essere ben presto

determinati dall’uomo.

39


Dossier

DUE CONVINZIONI

Dall’opinione generale che tornare

indietro è impossibile, derivano due

convinzioni diverse.

Alcuni ritengono che è bene godersi

quel che la natura ancor concede, senza

pensare al futuro. Altri che è necessario

che siano tutelati, difesi, conservati, per

il presente e per il futuro, luoghi di meravigliosa

bellezza, capaci di rivelar la vita

che una volta si viveva. Ma inquietudini

e timori, delusioni ed angosce occupano

il loro animo quando alcuni di

quei luoghi, anche se protetti da leggi,

vengono meno, a causa di una speculazione

inarrestabile, che deve soddisfare

interessi materiali immediati.

LA SALVAGUARDIA DELLA NATURA

Le ragioni della conservazione e

della difesa della natura sono espresse

in decine di notissimi libri. Si studiano

anche nelle scuole e nelle università,

dove però quelle ragioni, di per sé concrete,

sono considerate astratte. Ed il

parlarne aggiunge quasi sempre astrattezza

ad astrattezza.

Quando il primo uomo giunse sulla

luna ci fu grande euforia. Si ritenne che

si fosse all’inizio di una nuova era della

storia dell’umanità, e che altri palcoscenici

ed altri scenari si stessero preparando

per la vita quotidiana. Ma, dopo quella

euforia, anche se non pienamente avvertita,

una grande delusione è entrata

nell’animo degli uomini, nell’avvedersi

come ancor la terra, purtroppo sempre

più devastata e desolata, è rimasta il luogo

del loro vivere, sconvolto dal dubbio

che il procedere non avanza ineluttabilmente

“verso ciò che è sempre migliore

e più perfetto”, e dalla mancanza di uomini

autorevoli, i quali, essendo alla pari

con il processo della civiltà, fossero capaci

di orientare, dar sicurezza e senso.

LA CULTURA CONTA

Roger Scruton inizia La cultura conta

sostenendo che “le società occidentali

stanno vivendo una crisi acuta di identità”.

Fino al secolo XIX si consideravano

cristiani, ma ora “sono riluttanti ad appellarsi

alla religione, un tempo fondamento

dei loro principi morali”. Il Cristianesimo

non è più il cuore della cultura

occidentale, mentre l’Europa, dopo

due millenni, non ha più un reale potere.

Le sue comunità dipendono dall’America

del Nord, che ha donato all’umanità

“una democrazia vitale ed una tecnologia

inarrestabile”. Ma queste non

offrono una visione di vita che possa

fronteggiare “il sarcastico nichilismo dei

40 PRESENZA CRISTIANA

detrattori interni dell’Occidente” ed “il

fanatismo serioso dell’Islam”.

Una tale visione di vita può invece

ancora offrire il Cristianesimo, con la sua

visione della grazia di Dio e la salvezza

dell’uomo.

Questa visione è, nella cultura occidentale,

deposito di sapere morale, la

quale però corre il rischio di non essere

più insegnata. Se questo avvenisse gli ideali

ed i legami ereditati dal passato

sparirebbero, e la nostra civiltà sarebbe

costretta a fronteggiare, indifesa, “la

mano montante del rancore mondiale”.

Per questo Roger Scruton ritiene necessario

difendere quella cultura della

civiltà occidentale, che è stata anche

chiamata Cultura alta. Consiste nel patrimonio

di prodotti di arte, letteratura e

pensiero che hanno superato le prove

del tempo, innestato una tradizione duratura

di riferimenti e rimandi, che “sono

cari a coloro che li apprezzano grazie

al sapere emotivo e morale che contengono”.

È un patrimonio di élite, che però

contiene emozioni ed aspirazioni che

sono di tutti. E che porta le civiltà (ovvero

le entità sociali che manifestano uniformità

religiosa, politica, giuridica e

di consuetudini) a prendere coscienza

di se stessi ed a definire le proprie visioni

del mondo.

Questa cultura, che ci concede di

non restare nella superficie delle cose

ma di penetrarne il senso, è “la via maestra

per conservare la nostra eredità

morale e per restare saldi di fronte ad un

futuro burrascoso”.

Purtroppo, poiché ogni cultura affonda

le proprie radici nella religione, il retaggio

culturale incomincia ad essere rifiutato

quando la fede religiosa declina. Così si

giunge ad appartenere ad una civiltà, ignorando

la sua cultura. “È la condizione attuale

della maggior parte degli occidentali”.

I classici vengono considerati pregiudizi

delle epoche passate, e non invece,

come sono, opere distaccate dalle

norme e dalle ortodossie che le hanno ispirate,

e che aspirano alla verità universale.

Sono espressione di una cultura

che deve essere conosciuta, ma anche

rinnovata dopo “la notte del ripudio”,

che ha avvolto la civiltà occidentale,

percorrendo lentamente “le antiche

strade della semplicità e dell’umiltà”,

senza abbandonarsi ad inutili vaniloqui

sul ripudio della cultura.

Questa, oltre ad essere combattuta

dalla Cultura di massa, è stata combattuta

dal suo interno, in particolare con l’analisi

del sapere quale travestimento ideologico

del potere di Michel Foucault,

il pragmatismo che nega la verità di Richard

Rorty, lo smontaggio strutturalista

dei classici da parte di Roland Barthes, la

decostruzione diffusa nelle università e

nelle accademie da Jacques Derrida.

Dopo aver analizzato attentamente

la situazione della cultura in Occidente,

e rivelato come la si combatte dall’esterno

ed anche dal suo interno, Roger Scruton

conclude ribadendo che la cultura

conta, è preziosissima guida per il nostro

agire e deve essere difesa con coraggio

e fortezza nel miglior dei modi possibili.


III. L’Italia

Sul finire del Novecento alcuni testi,

quasi sintetizzando quanto precedentemente

scritto, rivelarono che in Italia si

era affievolita l’euforia del progresso

materiale, che l’aveva portata ad essere

uno dei sette paesi più industrializzati

del mondo. E che questo progresso era

stato pagato con una decadenza culturale

e spirituale, una diminuzione di autorevolezza

delle sue istituzioni, la disintegrazione

del suo paesaggio.

A nulla era valso l’invito di Giovanni

Paolo II, espresso nel messaggio natalizio

al mondo del Natale 1993, e riproposto

nella Lettera ai vescovi italiani del 6

gennaio 1994, di “rendere testimonianza

a quell’eredità di valori umani e cristiani

che rappresenta il patrimonio più

prezioso del popolo italiano”.

L’Italia, e specialmente quella intellettuale,

continuava ad essere “brutta,

sciatta, superficiale, trasandata e mediocre”,

come l’aveva definita nel 1993

Sergio Romano.

Niente di positivo (nonostante coraggiosi

sforzi di audaci) è avvenuto nei

primi anni del Terzo Millennio, per cui

Ernesto Galli della Loggia ha dovuto

scrivere: “L’Italia è ormai alla deriva. Si

dilegua la politica e sembra di veder

riaffiorare un’Italia che credevamo alle

nostre spalle: un Paese in mano a pochi,

ad oligarchie interessate esclusivamente

al proprio potere; un Paese marginale,

tagliato fuori dal mondo e che ha ormai

perso il senso di un destino comune,

senza ambizioni e progetti per il futuro;

un Paese che non si stima e che

non sembra più capace di chiedere nulla

a se stesso. Un Paese che nel vuoto

Dossier

della politica lascia vedere qualcosa di

molto simile ad un vuoto di volontà, a

un vuoto morale”.

Questa amara diagnosi trova conferma

in Quale Italia di Enrico Malato che,

con La cultura conta di Roger Scruton,

ha vinto il Premio Capri – S. Michele della

XXVI edizione.

L’opera di Enrico Malato traccia anche

un brevissimo profilo storico dell’identità

italiana, “del percorso della sua

formazione, del modo in cui essa è andata

maturando”, e propone “un tentativo

di difesa dell’identità minacciata, attraverso

la tutela dei beni che di quella identità

costituiscono le fondamenta”.

L’IDENTITÀ

Sostiene Enrico Malato che, già

nell’Alto Medioevo, l’Italia aveva saputo

parlare all’Europa con un proprio linguaggio

originale, che non ignorava

quello della tradizione classica, ma anticipava

quello dei tempi nuovi che stavano

maturando. Severino Boezio, Aurelio

Cassiodoro, San Benedetto da Norcia

costituirono, fra il VI ed il VII secolo,

“punti fondamentali di riferimento, nella

vita culturale, ma anche nella vita civile

di tutta l’Europa”.

Nei secoli seguenti, gli italiani mantennero

“vivo ed intenso il dialogo” con

un’Europa, che non conosceva ancora

le barriere linguistiche e trovava nel latino,

“come nella comune ispirazione cristiana,

il fondamento di una cultura europea

fortemente unitaria”.

Dopo il Mille, a differenza di altri

paesi, l’Italia riscoprì la città “come centro

autonomo, alacre e sociale della vita

associata”. La città fu all’origine di un

rinnovamento radicale dell’universo socio-politico,

economico e culturale dell’Italia

e del suo modo di porsi e di corrispondere

con l’Europa.

Le città (ed in particolare Genova, Venezia,

Firenze) portarono al “progresso

tecnico ed alla metodologia del lavoro”,

ad una intensificazione dei traffici marittimi

e terrestri, sostenuti da “un grande spirito

d’intraprendenza e di avventura, una

disponibilità al rischio, ma anche ad una

grande sete di conoscenza e di scoperte

di cose nuove”. Ciò produsse ricchezze e

capitali, e la creazione di nuovi strumenti

come la lettera di credito e quella di

scambio, le assicurazioni, le banche, il

prestito del denaro, il battere da parte

delle città moneta propria, sia in argento

che in oro, che si impose sui mercati.

La ricchezza venne largamente impiegata

in opere pubbliche e private,

41


Dossier

che abbellirono le città e produssero un

miglioramento generale della vita di

tutti i cittadini.

Tra il Duecento ed il Cinquecento in

Italia ci fu una fioritura artistica senza

precedenti, con un grande rinnovamento

culturale, che dapprima è stato chiamato

Umanesimo e poi Rinascimento, e

che determinò un rinnovato rapporto

con l’antico e la collocazione dell’uomo

a centro dell’universo. In questo tempo

l’Italia acquistò quel primato morale e

civile del quale parlerà nell’Ottocento

Vincenzo Gioberti, specificando che

non è vanagloria che solletica l’amor

proprio, è invece “un arduo e gravoso

ministero”. Ma la protesta di Martin Lutero,

che era un monaco agostiniano, ispirata

proprio dall’Umanesimo, ruppe

l’equilibrio consolidato da secoli, e

portò l’Italia ad allontanarsi dall’Europa

e parte almeno di questa dall’Italia la

quale, nonostante non le mancassero

creazioni originali, specie nella musica,

sembrò incapace di tenere il passo della

Riforma. Tuttavia mantenne alto “il suo

prestigio in Europa in forza della sua tradizione

storica e culturale”.

Tra la fine del Seicento e l’inizio del

Settecento nacque “il “mito” dell’Italia,

come “il bel paese” dagli splendidi paesaggi

e dal clima mite, la terra della cultura

e dell’arte, erede e custode della civiltà

classica, che dallo scorcio del Medioevo

alle soglie dell’età romantica resta

il modello imprescindibile della cultura

moderna”.

Venendo in Italia, nel 1786, Johann

Wolfgang Goethe definì Roma “capitale del

mondo”, riuscendo a cogliere, al di là dei

ruderi e delle testimonianze del glorioso

42 PRESENZA CRISTIANA

passato, “una realtà viva, portatrice di valori

suoi propri, che l’Europa andava riscoprendo

o scoprendo per la prima volta”.

Il prestigio della cultura italiana non

crollò con la Rivoluzione Francese. Essa

continuò ad essere presente in Europa e

ad avere rapporti con culture fuori dall’Europa.

Ma paradossalmente proprio

con l’Unità d’Italia incominciò a delinearsi

un’immagine spesso negativa dell’Italia

e degli Italiani, invano combattuta da

uomini come Giacomo Leopardi e Vincenzo

Gioberti. E poi dall’articolo 9 dell’attuale

Costituzione repubblicana, che

dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo

della cultura e la ricerca scientifica e

tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio

storico e artistico della Nazione”.

LA CULTURA ITALIANA ALL’ESTERO

Enrico Malato, sul finire della sua opera,

nota che l’interesse che all’estero

c’è per la cultura italiana è forse superiore

a quella che per la stessa cultura hanno

gli Italiani. Dice che l’italiano è la

quarta o quinta lingua più studiata al

mondo, che nella sola America del Nord

ci sono ben quattrocento cattedre universitarie

di cultura italiana, e che ogni

anno si pubblicano fuor dall’Italia “da

tre a quattromila libri, saggi, articoli interessanti

la lingua e la cultura italiana”.

Ma La cultura conta di Roger Scruton ci

presenta una situazione drammatica in

Occidente, ed in particolar modo negli

Stati Uniti d’America, della Cultura alta,

intesa come “l’insieme dei prodotti della

creatività umana che hanno superato

la prova del tempo, e sono cari a coloro

che li apprezzano grazie al sapere emotivo

e morale che contengono”.

CURA E SALVAGUARDIA DEI BENI CULTURALI

L’Italia possiede circa il sessanta

per cento dei beni culturali mondiali, e

frammenti di un patrimonio paesaggistico

unico al mondo. Questi richiamano

turisti da ogni parte, determinando

quel turismo da cui trae una parte considerevole

del suo reddito. I visitatori

che vengono dall’estero, ed anche gli

Italiani che si spostano dai luoghi in cui

vivono in quelli dove ci sono beni culturali

o paesaggi da ammirare, rivelano

che beni culturali e paesaggi ancor

parlano agli uomini del nostro tempo,

così come hanno parlato a quelli del

passato. E ciò richiede che essi vengano

curati e salvaguardati a beneficio

del presente, del passato e del futuro.

Cura e salvaguardia richiedono conoscenza

di quel che si intende curare e

salvaguardare, e talvolta anche sacrifici

materiali. Sono cose alle quali gli Italiani

sono sempre meno disposti. Presi

da una dimensione economica e secolarista

tendono a ricavare quanta più

ricchezza materiale possano da quei

beni, consumandoli e degradandoli in

parte, tralasciando che siano loro alimento

spirituale.

LE RIVELAZIONI E GLI INVITI DEI CLASSICI

I classici che compongono la miglior

parte della letteratura italiana non contengono

solo immagini, visioni, sentimenti,

pensieri meravigliosamente armonizzati,

conosciuti in tutto il mondo

dalle generazioni che si susseguono, ma

anche descrizioni di temporanee decadenze

dell’Italia e pressanti inviti ad essere

se stessa.

Espressioni di questo genere ci sono

nella Divina Commedia di Dante Alighieri,

ed in particolare nelle due canzoni all’Italia

scritte da Francesco Petrarca e da

Giacomo Leopardi. Tra lo scrivere del

primo e quello del secondo ci sono quasi

cinque secoli.

Francesco Petrarca scrisse la sua

canzone tra il 1344 ed il 1345, e la indirizzò

ai Signori d’Italia, pur ritenendo

che il suo parlare fosse inutile, per le

condizioni in cui l’Italia era stata ridotta.

Il paese delle belle contrade era

sconvolto dalle guerre dei Signori. I

suoi verdi e dolci campi rosseggiavano

per il sangue versato dai mercenari, che

combattevano per questo e per quello,

le cui voglie divise guastavano del mondo

la più bella parte. Tutti i Signori erano

lusingati da un vano error: poco vedevano,

mentre credevano di veder molto,

e cercavano amore e fede nei cuori

venali dei mercenari.


Francesco Petrarca, che parlava

per ver dire

non per odio d’altrui né per disprezzo,

si rivolgeva ai Signori che erano

in lotta tra loro, invitandoli a

non far idolo un nome

vano senza soggetto,

a mirare

come il tempo vola,

e sí come la vita

fugge, e la morte n’è sovra le spalle,

a respingere l’odio e lo sdegno

che sono contrari alla vita serena,

a spendere il proprio tempo in

qualche atto più degno

di mano o d’ingegno

in qualche bella lode,

in qualche onesto studio.

Nella conclusione si rivolge alla stessa

canzone, e l’invita a parlar cortesemente,

sapendo che andrà fra gente altera,

le cui brame sono piene dell’antica e

pessima usanza, che è nemica del vero, e

che sarà ascoltata da pochi magnanimi.

Quel che Francesco Petrarca diceva

per i Signori del suo tempo, ben può essere

rivolto agli Italiani del nostro, i quali,

in mezzo secolo, hanno disintegrato la

più bella parte del mondo, e si apprestano

a distruggere quel che resta, seguendo

idoli vani, e tralasciando l’essenziale.

LE CONDIZIONI DELL’ITALIA NEL PRIMO

OTTOCENTO

Lamento ed angoscia per le condizioni

dell’Italia, Giacomo Leopardi espresse

nella canzone All’italia, composta

nel settembre del 1818, così come

nella contemporanea canzone Sopra il

Monumento di Dante ed in quella dedicata

ad Angelo Mai.

L’Italia è in una misera condizione. È

trascurata da tutti e da se stessa, è disperata

di tutto e di tutti.

Non è più luogo di scontri armati,

come nel tempo di Petrarca, ma i suoi figli

sono lontani e combattono per una

terra che non è la loro. Da una grandissima

altezza l’Italia è ora caduta in basso

loco. Ma di lei nessuno ora si cura, così

come nessuno si ricorda e imita coloro

che la fecero grande.

Ciò che Giacomo Leopardi dice nelle

sue tre canzoni lo si ritrova in parte nel

lunghissimo Discorso intorno alla poesia

romantica, scritto nel 1818, ma pubblicato

solamente nel 1906. Ed in particolare

nella conclusione, nella quale si rivolge

ai giovani italiani.

Giacomo Leopardi ha ancora la convinzione

che l’Italia, perdute altre signorie,

conservi l’impero delle lettere e arti belle,

per le quali come fu grande nella prosperità,

non altrimenti è grande e regina

nella miseria. E ritiene che non sia ancor

cambiata quella sua indole madre di cose

altissime, ardente e giudiziosa, prontissima

e vivacissima, e tuttavia riposata e assennata

e soda robusta e delicata, eccelsa

e modesta, dolce e tenera e sensitiva oltre

modo, e tuttavia grave e disinvolta, nemica

mortalissima di qualsivoglia affettazione,

conoscitrice e vaga sopra ogni cosa della

naturalezza, senza cui non c’è né fu né

sarà mai beltà né grazia, amante spasimata

e finissima discernitrice del bello e del sublime

e del vero, e finalmente savissima

temperatrice della natura e della ragione.

L’ANALISI E L’ESORTAZIONE

DI VINCENZO GIOBERTI

Quel che sull’Italia aveva detto Giacomo

Leopardi fu tenuto ben presente

da Vincenzo Gioberti, quando scrisse

Del primato morale e civile degli italiani,

pubblicato a Bruxelles nel 1842, mentre

l’Italia era ancora un paese prevalentemente

agricolo ed artigiano.

Nella parte finale Vincenzo Gioberti

dice che la miseria intellettuale, nella

quale era caduta l’Italia, era maggiore di

quanto si credesse. Riguardava non solo

gli studi ma tutte le altre parti della vita

civile. Non derivava tanto dalla politica o

dalla religione o da cause esteriori ed oggettive

(quantunque queste contribuissero

ad accrescerla), ma dalle disposizioni

interiori degli Italiani, ed in particolare

Dossier

dalla loro “decadenza morale. Questa

non era opera del fato o della natura, ma

della spontanea, volontaria e libera scelta

di coloro che vi soggiacevano.

Notava poi che l’esperienza universale

e la storia insegnano che non sono

gli statuti politici o i codici legislativi a

far fiorire o decadere gli stati, ma i costumi

e l’educazione, ovvero la cultura,

la quale si acquista e si accresce non

chiacchierando e sognando, ma “con

forti studi”, “meditazioni profonde ed operosa

solitudine”.

Purtroppo l’Italia aveva abbandonato

il suo genio nazionale, indebolito lo spirito,

e si era data all’eccessivo amore dei

guadagni e dei piaceri, alla frivolezza dei

costumi, alla servitù degli intelletti, all’imitazione

delle cose forestiere, ai “cattivi

ordini degli studi, della pubblica e privata

disciplina”. Perfino nei divertimenti seguiva

solo quelli che dilettavano i sensi, e

profanavano “la divinità della musica, regina

delle arti, e fonte di nobili idee e d’ispirazioni

magnanime, volgendola a

strumento di servitù e di mollezza”.

Ricordava anche che “meravigliosa è

l’efficacia delle bellezze naturali per innalzare

l’ingegno, quando esse siano

avvalorate dall’abito meditativo e dalla

solitudine”. E che se nella maggior parte

degli uomini la poesia era spenta ed il

pensiero rasentava la terra, ciò avveniva

perché la vita urbana prevaleva su quella

agreste, e si trasportavano nei paesi e

nei viaggi gli usi, le frivolezze ed il frastuono

delle città. Questo diminuiva o

annullava le impressioni più sublimi,

che sono quelle che vengono “dalla ve-

43


Dossier

duta del mare, dei monti e delle foreste

di un animo, che sia già disposto e connaturato

a sentirle dalla meditazione taciturna,

e avvezzo a conversare in silenzio

con se medesimo e con il cielo. Lo

spettacolo delle sublimità naturali desta

spesso nello spirito concetti nuovi ed alti,

e lo accende ai mirabili trovati, forse

perché il sublime, ingenerato dalla idea

di creazione, somiglia alla causa che lo

produce, fecondando le potenze recondite

dell’ingegno e mettendole in moto,

come le virtualità contingenti son poste

in atto dalla parola creatrice”.

LA LETTERA E LA MEDITAZIONE

DI GIOVANNI PAOLO II

Sembra che quasi più nessuno ricordi

la Lettera che Giovanni Paolo II inviò ai vescovi

italiani il 6 gennaio 1994. Era intitolata

Le responsabilità dei cattolici di fronte

alle sfide dell’attuale momento storico ed

aveva come sottotitolo Appello ad una

preghiera del popolo italiano. E sembra

che quasi più nessuno ricordi la splendida

meditazione, che lo stesso Giovanni

Paolo II pronunciò durante la concelebrazione

eucaristica con i vescovi italiani

presso la tomba di S. Pietro, che si tenne il

15 marzo 1994, e che iniziò la Grande Preghiera,

che si concluse solennemente a

Loreto il 10 dicembre dello stesso anno.

Nella Lettera ai vescovi, Giovanni

Paolo II, anche come Primate d’Italia, riprendendo

ed approfondendo temi espressi

nel Messaggio natalizio del 1993,

44

PRESENZA CRISTIANA

condividendo preoccupazioni e speranze,

invitò a “rendere testimonianza a

quell’eredità di valori umani e cristiani

che rappresenta il patrimonio più prezioso

del popolo italiano”. Esso è composto

da tre grandi eredità: quella della fede,

quella della cultura e quella dell’unità.

L’eredità della cultura si compone

di tesori di conoscenze, di intuizioni, di

esperienze che si sono accumulate

“anche grazie alla fede e si sono poi espressi

nella letteratura, nell’arte, nelle

iniziative umanitarie, nelle istituzioni

giuridiche e in tutto quel tessuto vivo

di usi e costumi che forma l’anima più

vera del popolo! È una ricchezza a cui si

guarda con ammirazione e, potremmo

dire, con invidia da ogni parte del mondo.

Gli Italiani di oggi non possono non

esserne consapevoli e fieri”.

Considerando che il mutato quadro

geopolitico europeo appariva in costante

evoluzione, preannunciando grandi sfide

e nuovi scenari, Giovanni Paolo II si mostrava

convinto che l’Italia come nazione

avesse molto da offrire all’Europa. Ma ciò

se avesse saputo respingere quelle tendenze

che, negando il cristianesimo, miravano

ad indebolirla, creando un’Europa,

e in essa anche un’Italia, che fosse apparentemente

neutrale sul piano dei valori,

ma che in realtà collaborasse alla diffusione

di un modello post-illuministico.

Perché l’Italia potesse attuare bene il

suo compito, era necessario un rinnovamento

culturale, morale e religioso, che

presupponeva “uno specifico esame di

coscienza. Questo è un bilancio non solo

di carattere politico, ma anche e soprattutto

di carattere culturale ed etico”. Era

pertanto necessario “aiutare tutti a liberare

tale bilancio dagli aspetti utilitaristici e

congiunturali, come pure dai rischi di una

manipolazione dell’opinione pubblica”.

La meta era una società italiana che

si rinnovasse profondamente, e guardasse

con fiducia verso il futuro. Affinché

questa potesse essere raggiunta,

nella meditazione presso la Tomba di S.

Pietro, ringraziando il Signore per le loro

testimonianze, indicò alcuni che avevano

arricchito il grande patrimonio

dell’Italia, iniziando con gli apostoli Pietro

e Paolo e proseguendo poi con San

Benedetto e la sorella Santa Scolastica, i

santi Cirillo e Metodio, papa Gregorio

VII, San Francesco d’Assisi, San Tommaso

d’Aquino, Dante Alighieri, Michelangelo,

Raffaello e gli altri grandi del Rinascimento

italiano, Santa Caterina, San

Carlo Borromeo, Cristoforo Colombo,

Galileo Galilei, San Paolo della Croce,

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Giovanni

Bosco, e terminando con Alcide

De Gasperi e Giorgio La Pira.

A questi si potrebbero aggiungere

almeno Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto,

Torquato Tasso, Niccolò Machiavelli,

Francesco Guicciardini, Giambattista

Vico, Alessandro Manzoni, Giacomo

Leopardi, Vincenzo Gioberti, Antonio

Rosmini, Benedetto Croce, Giuseppe

Lazzati, Giuseppe Dossetti.

Tutti hanno lasciato opere capaci di

alimentare le mente e l’animo di coloro

che sanno intenderle, in ogni tempo ed

in ogni luogo.

CONCLUSIONE

La cultura è un potere autonomo.

Nessuno può mai degradarla, asservirla,

sottometterla. Ciò potrebbe essere in

apparenza, ma non nella realtà. Ispira gli

uomini che sanno ascoltarla. Sostiene

ed alimenta quelli che sanno esserle fedeli,

sanno riconquistarla quotidianamente

e non cercano di usarla per sottomettere

altri. Per cui uomo di cultura

non è chi ripete sulla cultura qualche definizione

presa da altri, ma chi, dopo averla

ricercata ed ascoltata, dà della cultura

una definizione che viene dal conoscerla

e dal vivere fedelmente ad essa,

ed ha piena consapevolezza di se stesso.

L’autentica cultura, guardando all’infinito,

illumina il finito, il quale, nel

nostro tempo, comprende sempre meno

se stesso, perché, dimenticandola, si

rifiuta di guardare verso l’infinito.


N oi

Ubaldo Pacella

La missione

la conosciamo bene, ma da soli

non siamo in grado di evitarla: è la

fame. Prima emergenza umanitaria

del mondo, quella che lega indissolubilmente

con la stessa sottile trama dell’indigenza

centinaia di milioni di persone

in ogni continente, ben oltre le statistiche

della ricchezza, dei beni prodotti,

dei consumismi. Troppi ignorano che si

soffre per la fame negli Stati Uniti come

in Africa, in Brasile come in Italia, in India

come in Russia. È un’esigenza che accomuna

uomini di origini e culture diverse,

tutti sono uguali per chi è costretto a

provarla: bianchi e neri, asiatici o meticci,

la fame parla a tutti con lo stesso primordiale

linguaggio. Diverse ci raccontano

un gruppo di amici sono le risposte, la

solidarietà, la condivisione. Purtroppo

quest’ultima non è in linea con le reali

possibilità economiche. Analisi, statistiche

e denunce dimostrano che i popoli

ricchi non sono i donatori migliori. La crisi

economica è un ulteriore fattore drammatico

di povertà che sembra accanirsi

con i più deboli, le fragili comunità, i popoli

che nulla hanno avuto dal dissennato

sviluppo della finanza e che oggi vedono

a rischi anche le poche briciole che

cadono dalle tavole dei potenti.

Il recente summit della FAO, svoltosi

a Roma nel novembre scorso, ha infatti

sancito questa triste realtà. Sono mancati

i leader delle grandi economie e agli

oltre 60 capi di stato convenuti non è

restato da spendere che parole, impegni,

progetti e richiami, ma non si sono

visti i 44 miliardi di dollari l’anno richiesti

dalla FAO per l’agricoltura, ne trova

tangibile riscontro l’impegno di sradicare

definitivamente la fame dal nostro

pianeta entra il 2025.

L’obiettivo fissato dal Direttore Generale

della FAO Jacques Diouf era quello

di tornare al livello degli anni ’80,

quando all’agricoltura veniva destinato

il 17% degli aiuti, in proporzione proprio

di 44 miliardi di dollari oggi ipotizzati,

ma quella soglia resta drammaticamente

lontana perché nel 2009 lo sviluppo a-

Oggi ancora,

la fame

gricolo resta la misera del 5% del totale

degli aiuti finanziari messi in campo.

Alto e forte si è levato l’invito di Benedetto

XVI contro il perdurare della fame

nel mondo. Un richiamo etico capace

di raggiungere il cuore di ogni uomo,

senza alcuna distinzione perché le necessità

non fanno sconti e soccorrere il

prossimo è un imperativo morale che

nessuno può ignorare. Un passaggio

delicato che affronteremo in altra sede

quando approfondiremo i temi toccati

dal summit della FAO.

Oggi vorremmo ricordare solo alcuni

frammentati elementi per capire quale

sia la situazione attuale. Le contraddizioni

sono lancinanti come tutto ciò che

spesso avviene in aree marginali del

pianeta, laddove si concentrano le spinte

eversive dell’economia mondiale.

Il continente più povero, l’Africa, è percorsa

attualmente da un vento di rinnovamento

che deve suscitare attenzione, per

capire quali scenari è in grado determinare.

Da un lato resta la fame, le sofferenze e

l’indigenza, dall’altro corrono gli affari.

I cinesi hanno fatto da apripista in

questa riscoperta del continente nero dagli

inizi del millennio – come ha sottolineato

recentemente La Stampa, con un

reportage del giugno scorso -. Ora arrivano

francesi, americani, indiani e sudcoreani.

Portano investimenti, proposte,

progetti e una gran voglia di fare affari.

Certo, hanno già iniettato nella sola Angola

cinque miliardi di euro e si sono assicurati

il 70% dei contratti, con migliaia di

chilometri di strade, ferrovie, oltre ai

quartieri residenziali. A cui provvedono

ottantamila lavoratori arrivati da Pechino

che sudano sotto il sole vampante a trasformare

un paese che fino a poco tempo

fa era uno dei più sciagurati del pianeta.

Il terzo gigante

mondiale

Soud Ba’alawi, che guida il Dubai

group, tesse gli elogi dell’Africa: «Negli

ultimi vent’anni il continente ha cono-

A proposito del summit della FAO

sciuto una buona crescita, il Pil è buono

e per noi questo è molto interessante».

Già: ecco l’Africa che non ti aspetti. Mentre

l’Occidente trema per la recessione il

continente tenuto in vita dalla “rendita

umanitaria”, attardato attorno ai fuochi

dei suoi bivacchi preistorici, crescerà

quest’anno del 2,8% e le previsioni per il

2010 sono del 4,5%. Javier Santino capo

economista dell’Ocse quantifica: «L’Africa

è il terzo apporto alla crescita mondiale

dopo la Cina e India e il differenziale

di crescita con i paesi ricchi resta positivo

anzi si accresce». E la direttrice generale

della Banca mondiale, Ngozi

Okonjo-Iweala rincara: «Il continente più

povero del pianeta appare come più

propizio per gli investimenti che numerose

altre regioni del mondo».

Il miracolo

dell’Angola

Qui il Brasile ha aumentato del 500%

i suoi scambi, il Canada è arrivato con

un miliardo di dollari di credito aperto

per entrare nel Grande Gioco. Nel nuovo

Kuwait petrolifero africano tornano

Jacques Diouf

45


La missione

come emigranti i portoghesi: sì, quelli

che erano fuggiti con la fine del loro

sbrindellato impero, sono già più di

centomila, perché la loro America adesso

è qui. Sul lungomare di Luanda, fino a

ieri scalcinato, dove si consumava al ritmo

del fado lo spleen degli insabbiati, le

gru innalzano giorno e notte gli scheletri

di alberghi nuovi di zecca. Nei pochi

già in funzione la grande compagnia

degli uomini d’affari non ha tempo di

annoiarsi: in Angola l’economia cresce

al ritmo del 10% l’anno. Guai a distrarsi.

Nel paese dei massacri, dell’afrocomunismo

difeso dai barbudos di Castro

hanno appena inaugurato la Borsa.

Le rotte dell’oro nero

L’Angola, dunque: ma non solo. Nel

golfo di Guinea, per esempio, dove spuntano

le piattaforme petrolifere in mare aperto,

e paesi storditi dal sottosviluppo

diventano alveari. Arrivano gli americani

ad accudire questo nuovo Kuwait che

vogliono senza fondamentalismi e

confortevolmente più vicino alle rotte di

casa. E ancora: a Pont Noire in Congo,

570 milioni di euro investiti dal gruppo

francese Bolloré, uno dei colossi dell’Africa

che rende, spesi per assicurarsi il porto

per i containers. Ancora loro, con le bandiere

della Franceafrique, a Kribi in Camerun

per costruire il nuovo porto in acque

profonde che servirà Centrafrica e

Ciad, un altro caposaldo della manna petrolifera.

E poi ferrovie strade depositi:

chi avrà in mano i collegamenti, pensano

giudiziosamente i francesi, sarà padrone

di questo sviluppo futuro.

46 PRESENZA CRISTIANA

La corsa a Internet

e alle tic

Arriva fino in cielo il miracolo: è stato

appena lanciato un satellite di tic costruito

per l’Africa subsahariana. L’americana Intelsat

punta sul dinamismo di un mercato

dove internet sta svolgendo il ruolo che il

vapore ha avuto nella rivoluzione industriale.

I costruttori di satelliti, intristiti dalla

caduta degli ordinativi sui mercati di Europa

e America lo sanno bene. I lussemburghesi

di Ses Astra entro il 2010 metteranno

in orbita due nuovi satelliti per Maghreb

e Africa nera, progetti analoghi hanno

anche i francesi di “Eutelsat”. Ma sono gli

africani ora che vogliono fare da soli, mettere

nello spazio proprie stazioni; dopo Egitto

e Nigeria appoggiati dai cinesi è la

volta di Algeria Angola. Nascono le grandi

imprese intercontinentali. La fusione tra

l’indiana Barti e la sudafricana Mtn potrebbe

dar origine a un gigante delle tlc con

200 milioni di abbonati in Africa e in Asia e

venti miliardi di dollari di cifra d’affari. La

banca marocchina Attijariwafa a novembre

ha comprato 5 filiali del Crédit agricole:

una fragrante “revanche” creditizia.

I motori della crescita

Non sono i rincari delle materie prime

a spiegare la crescita, anzi le economie

che dipendono dalla esportazione

dei prodotti di base sono le più fragili. A

sostenere lo sviluppo sono gli investimenti,

soprattutto nelle telecomunicazioni

e nei servizi finanziari, i consumi e

le spese pubbliche. Gli investitori istituzionali

come i fondi pensione, che lo

scorso anno si erano ritirati in modo

massiccio, sono di ritorno. L’Africa, poi,

dipende meno dai rapporti economici

con l’occidente che l’avrebbe contagiata

con la crisi. Ormai sono i paesi emergenti

dell’Asia e dell’America Latina i

partner commerciali migliori. L’Africa

rende, e bene: il ritorno degli investimenti

è in media tra il 24 e il 30%, contro

il 16-18% dei paesi sviluppati. Eppure si

potrebbe fare ancor meglio se non ci

fossero la burocrazia inetta e infrastrutture

primitive. Ma c’è il lato oscuro. La

crescita non diventa sviluppo, ancora una

volta le statistiche mentono. Dove va

il denaro? Lo sviluppo africano riempie i

forzieri dei conti nelle banche europee,

serve a comperare proprietà immobiliari

a Parigi, Londra, negli Usa per i leader,

le loro tribù che fanno le veci delle borghesie

emergenti. Il grande saccheggio,

è stato definito: gli africani, avvolti negli

stracci, raccattano le briciole.

Che dire poi dei consumi strettamente

correlati alla tutela della vita come

quelli idrici. Lo ha ricordato con magistrale

efficacia Claudio Colombo dalle colonne

del Corriere della Sera. Quanti sanno

che la sola impronta ecologica necessaria

ad ogni italiano misura 4,15 ettari per

produrre le risorse e assorbire i rifiuti.

Operazione sorpasso riuscita: più

della metà degli abitanti della Terra (6

miliardi e 800 milioni) oggi risiede nelle

aree urbanizzate del pianeta. Addio

campagna, questa è una strada senza ritorno:

il numero dei «cittadini» (il 10%

un secolo fa) crescerà ancora nei prossimi

decenni. Un fenomeno epocale, secondo

la Population division delle Nazio-


ni Unite, che significa una cosa sola: il

pianeta Terra rischia di finire in riserva, in

termini di sostenibilità ambientale e di

consumi energetici. A espandersi in maniera

tumultuosa sono le cosiddette megalopoli,

aree metropolitane con più di

10 milioni di abitanti. Attualmente sono

venti: popolazione complessiva, 300 milioni.

Cent’anni fa la città più grande al

mondo era Londra, con 6,5 milioni di abitanti.

Oggi, la capitale inglese non

compare nemmeno nelle top 20. In cima

alla classifica c’è Tokio, con quasi 36 milioni:

un secolo fa non raggiungeva il milione

e mezzo. A quell’epoca, le città con

più di un milione di residenti erano una

ventina; negli anni 60 erano diventate

65; nel 2000 avevano superato quota

500. La Cina ne conta una marea: 23, e

undici di esse stanno sopra i due milioni.

Appare del tutto evidente che il sorpasso

città-campagna e la tumultuosa

crescita delle megacittà siano da considerare

fonte di enormi problemi ambientali

e sociali: le aree urbanizzate occupano

soltanto il 2% della superficie

terrestre, ma consumano tre quarti delle

risorse complessive del pianeta ed evacuano

immense quantità di gas inquinanti,

rifiuti, liquami tossici. Londra, per

esempio, ha un metabolismo spaventoso:

per creare ciò che la capitale londinese

consuma e digerisce serve un’area

125 volte più grande. Milano, nel suo

piccolo, è anche peggio: estesa per «soli»

181 chilometri quadrati (Londra 1580,

Tokio Prefettura 2.187, Città del Messico

5.000), ha un consumo che richiede

un’area di produzione trecento volte più

grande. Gli scienziati parlano di «impronta

ecologica», complesso indice sta-

tistico che misura appunto la porzione

di territorio necessaria a produrre le risorse

utilizzate e ad assorbire i rifiuti.

Più è alto il valore, più il livello di sostenibilità

diventa problematico. Grossomodo,

un americano ha bisogno di 9,6

ettari di terra (96 mila metri quadrati) per

«ammortizzare» ciò che consuma in un

anno; un contadino cinese «solo» 1,6 (ma

un cittadino di Shanghai è già a 7); un italiano

4,15. Se dividiamo il numero della

popolazione per la superficie di territorio

realmente disponibile, scopriamo che

l’americano è messo male e l’italiano non

sta molto meglio: al primo manca una

quota di territorio di 4,8 ettari, al secondo

di 3,14. È quello che viene chiamato deficit

ecologico. Per inciso: secondo il Global

Footprint Network, l’ente «misuratore»,

l’umanità dovrebbe imparare a vivere

equamente entro un’impronta ecologica

di 1,78 ettari pro capite, poco più

della superficie di due campi di calcio.

Ma come risponde la scienza, e in generale

l’intelligenza umana, a questi problemi?

Non certo caldeggiando un bucolico

ritorno alla vita di campagna: le statistiche

spiegano che gli standard di vita

moderni comportano pochissime differenze

di impatto ambientale tra chi vive

in campagna e chi in città. La via d’uscita

appare una sola: puntare a un nuovo stile

di vita cittadino, avviando economie di

scala nella produzione di energia, nel riciclo

dei rifiuti, nel trasporto pubblico, persino

nella produzione di una quota di cibo

occorrente a chi ci vive. È ciò che oggi

urbanisti, architetti e ingegneri chiamano

in senso lato «città ecologica », dopo

decenni passati a sostenere lo sviluppo

La missione

di modelli di urbanizzazione come se cemento

e combustibili fossero risorse illimitate,

i rifiuti scarti da trasferire il più

lontano possibile, le automobili un bisogno

non solo di mobilità ma persino di libertà.

«Una città verde al 100% è impensabile

- spiega l’urbanista italo-americano

Raymond Lorenzo, presidente della

cooperativa sociale AbCittà - ma qualcosa

si può fare. Soprattutto nei nuovi insediamenti,

partendo dalla riduzione secca

del traffico privato e dall’utilizzo di fonti

di energia rinnovabili».

Demonizzare l’automobile non ha

senso, ma è indubbio che tra i progetti

pilota per una città ecocompatibile l’auto

non rappresenti una priorità. Se Grist,

rivista online specializzata in temi ambientali

(www.grist.org), promuove

Reykjavik come la città più verde del

mondo, il pensiero va subito ai suoi trasporti

pubblici, che dal 2003 funzionano

a idrogeno e hanno sostanzialmente eliminato

le auto private dall’area urbana.

Come dice Andrea Masullo, professore

di Sostenibilità ambientale all’Università

di Camerino, «le città vanno riorganizzate

soprattutto riducendo la necessità di

trasporto e distribuendo in maniera strategica,

per esempio, poli ospedalieri e

servizi amministrativi, magari sfruttando

appieno le possibilità della Rete. Mettere

del verde a caso, come spesso si fa, serve

a poco». Ridurre drasticamente le emissioni

di C02 e altri veleni è comunque un

imperativo al quale non ci si può sottrarre.

Ma come? Ancora Lorenzo: «Va accorciata

la filiera economica, produttiva, energetica

e sociale. Dove si è tentato,

magari in realtà piccole, parziali ma comunque

significative, il successo è arrivato:

penso a Cleveland, a Davis, in California,

ma anche a città europee come

Copenhagen o Monaco di Baviera».

«Pensare diversamente le città - spiega

Carlo Carraro, professore di economia

ambientale all’Università di Venezia - significa

anche una diversa concezione

degli edifici che la compongono. Il loro

ciclo vitale, dalla scelta dei materiali ai bisogni

energetici, deve essere autonomo

e a costo zero per l’ambiente ». Costruire

ecocittà, più che un’affascinante scommessa,

è una necessità. Ma i risultati, per

ora, non sono pari alle aspettative. Basti

guardare Dongtan, un’isola nell’area di

Shanghai, in Cina, modello di città a emissioni

zero in grado di ospitare mezzo

milione di persone: a tre anni dal lancio,

il progetto è ancora sulla carta. Oppure

siamo a livelli onirici: se cliccate su greenpeace.org.uk

potrete andare ad abitare a

47


La missione

EfficienCity, posto davvero fantastico,

per vedere l’effetto che fa. Meglio pensare

a salvare il salvabile? Lorenzo concorda:

«Non esiste ricetta, ma qualche punto

fermo sì. Nelle città cresceranno nuovi

quartieri: è lì che si deve agire. Ma l’uomo

deve fare un passo indietro nei bisogni e

nelle pretese». Conclude Carraro: «Fonti

rinnovabili, utilizzo pensato delle risorse

naturali, meno sprechi: la città si salva solo

se saprà bastare a se stessa». È una sfida

che non va rimandata.

Quali squilibri si accingono a mutare

i fragili equilibri del nostro ecosistema?

Quali strategie geopolitiche si intrecciano

nella rincorsa di alcuni paesi, primo

tra tutti la Cina, vero gigante asiatico

che necessita per il proprio sviluppo di

energia, materie prime e cibo in quantità

largamente superiori a quelle offerte

dal proprio territorio. Non è una notizia

paradossale bensì un fatto accettato

da tempo, si comprano terre sempre più

vaste per produrre beni che saranno

consumati a migliaia di chilometri di distanza.

Vi saranno positive ricadute per

le popolazioni locali? Oppure siamo agli

albori di una nuova ancor più spregiudicata

politica neo-coloniale?

48 PRESENZA CRISTIANA

La nuova febbre dell’oro? La terra da

coltivare, affittata per pochi spiccioli – e

a spese di ignari contadini – da funzionari

corrotti o governi in difficoltà a Stati

esteri e multinazionali che hanno fiutato

l’affare del secolo. È il fenomeno

chiamato ‘land grabbing’, ovvero accaparramento

di terra. Così lo ha definito

Giovanni Rasso sulle colonne di Avvenire.

I campi affittati vengono utilizzati

per coltivazioni intensive di prodotti da

esportare nel proprio Paese o da vendere

sul mercato estero (come le piante

per produrre i bio-carburanti o altre particolarmente

ricercate) e, dunque, sottraggono

terra destinata a produrre cibo

per le popolazioni locali, aggravando

la sofferenza e la fame.

Il fenomeno – particolarmente diffuso

in Africa, ma che si sta espandendo in

altre zone ad economia prevalentemente

rurale (Asia e America Latina) – è

tutt’altro che ignoto alle organizzazioni

internazionali, che stanno cercando di

correre ai ripari, mettendo a punto una

strategia mondiale di contenimento.

Solo in Africa si calcola che 20 milioni di

ettari di terreno siano stati ceduti a Stati

esteri (nell’elenco ci sono gli Stati arabi

del Golfo Persico, l’Egitto, la Cina e La

Corea del Sud), con un giro di affari di

100 miliardi di euro. Il proposito della

Fao e dell’Ifad è quello di mettere a punto

un codice di comportamento, che

possa, come ha spiegato il dirigente

della Fao David Hallam, «rendere trasparente

il processo e convenienti gli investimenti

anche ai piccoli agricoltori

dei Paesi in via di sviluppo, che oggi si

vedono sottrarre le loro terre senza

neanche sapere il perché».

L’idea di fondo non è quella di limitarsi

a combattere il ‘land grabbing’,

quanto di far sì che gli investimenti esteri

abbiano ricadute importanti anche

sulle popolazioni. Serve al più presto un

codice etico, ha spiegato il presidente

dell’Ifad Kanayo Nwanze, perché «gli

stranieri che portano infrastrutture e lavoro

sono i benvenuti a patto che non

portino via le terre alle comunità locali».

E Jean Philippe Audinet, sempre dell’Ifad,

ha esplicitato: «Per noi l’obiettivo è

molto chiaro: promuovere l’accesso equo

alla terra da parte dei poveri rurali.

Per questo occorre che le comunità rurali

siano invitate ai tavoli di discussione

insieme con chi vende e chi compra ».

L’allarme sull’accaparramento delle ter-


e trova sensibile anche il ministro dell’agricoltura

italiano, Luca Zaia (Lega),

che ha parlato senza mezzi termini di

«presenza imbarazzante della Cina che

si sta comprando l’Africa». Il ministro ha

notato come stiano «passando di mano

deserti che diventeranno giardini dell’Eden,

quindi una doppia beffa. Ci deve

essere una carta etica rispetto agli acquisti

internazionali ».E anche la Coldiretti

scende in campo con un duro j’accuse:

con il “land grabbing”, si afferma

in una nota, «siamo di fronte a un salto

di qualità nella speculazione finanziaria

internazionale: dopo aver giocato in

Borsa senza regole sulle materie prime

agricole, si è rivolta direttamente alla

compravendita di terreni, sottraendo

così una risorsa determinante per lo sviluppo

dei Paesi poveri».

Lotta alla fame e riduzione delle emissioni

di carbonio con una sola arma.

Quale? L’agricoltura. A patto che sia sostenibile,

cioè rispettosa del suolo e dell’ambiente.

E che sappia adattarsi all’innalzamento

delle temperature. Il messaggio

degli addetti ai lavori è inequivocabile.

Nella seconda giornata del Vertice

mondiale della Fao, gli esperti alla tavola

rotonda sull’adattamento al cambiamento

climatico come sfida per l’agricoltura

e la sicurezza alimentare sono

concordi: bisogna lavorare insieme e rapidamente.

Soprattutto, bisogna evitare

il gioco delle tre carte sui fondi. L’agricoltura

dunque è la chiave per il diritto

al cibo, ma allo stesso tempo può fare

molto per frenare i cambiamenti climatici

grazie alla riduzione delle emissioni

di biossido di carbonio.

Al tavolo dei relatori i tecnici, in platea

i rappresentanti dei governi del

mondo. Dalle evidenze scientifiche alle

buone pratiche da far decollare. Senza

perdere tempo, spiega Florin Vladu,

rappresentante della Unfcc, la Convenzione

Onu sul cambiamento climatico:

«Il dramma – dice – è che il clima sta

mutando in maniera sempre più accelerata:

non è un’evoluzione graduale». Ora

l’approccio, spiegano gli esperti, non

può che essere globale. Se cambia il clima

le popolazioni diventano più povere

e quindi più affamate. Sviluppo agricolo,

dunque, ma sostenibile: basta con le

coltivazioni industriali che, con l’unico

obiettivo della produttività, hanno impoverito

i terreni e avvelenato l’ambiente

di pesticidi. Una vera sfida: produrre il

70% in più entro il 2050 per sfamare gli

altri due miliardi di persone che popoleranno

la Terra, come ha detto il diretto-

re Jacques Diouf, ma senza danneggiare

l’ecosistema. Come? Gli esperti qui

parlano di «agricoltura di conservazione».

Cioè usare il suolo in maniera rispettosa,

ruotando le colture, con arature

leggere che riducono la perdita di umidità

e dunque l’irrigazione.

Tecniche antiche e dimenticate, che

hanno bisogno di programmi di sviluppo

e dunque di fondi. Tra gli esperti c’è

anche Mankombu Sambasivan Swaminathan,

l’84enne scienziato indiano noto

come il «padre della rivoluzione verde»

del suo Paese. Ed è lui che spiega

come il lavoro arcaico dei contadini oggi

è uno lo strumento per la battaglia

del futuro: «L’agricoltura sostenibile –

dice l’anziano luminare – permette al

suolo l’assorbimento di Co2».

Alberta Guerra, responsabile Focsiv

per le politiche internazionali, concorda.

Il cartello delle Ong cattoliche di

cooperazione – come ha scritto Luca Liverani

- porta avanti la campagna «Crea

un clima di giustizia» assieme ad Acli, Ac

e altre associazioni: «In vista di Copenhagen

abbiamo lanciato una raccolta

di firme, anche sul sito

www.focsiv.org, per convincere il nostro

governo sulla necessità di aggiornare il

La missione

protocollo di Kyoto rimettendo al centro

l’agricoltura sostenibile».

«La sovranità alimentare è la vera soluzione

alla tragedia della fame nel

mondo». È lo slogan sotto al quale si sono

riuniti centinaia di attivisti di 450 organizzazioni

di piccoli agricoltori e pescatori,

allevatori, rappresentanti dei

popoli indigeni, donne e giovani provenienti

da 93 Paesi, nel Forum della Società

civile che si è tenuto a Roma. «I governi

devono rispettare e proteggere il

diritto all’alimentazione » e «hanno l’obbligo

di fornire aiuti di emergenza», si

legge nel documento finale del Forum,

che sottolinea «il cibo non deve mai essere

usato come arma politica». Ecco alcuni

altri punti salienti del documento.

Comitato sicurezza

alimentare

«Dichiariamo il nostro sostegno al rinnovato

Comitato per la sicurezza alimentare

mondiale (Csa). Ma esprimiamo la

preoccupazione che il Csa non stia ricevendo

i fondi appropriati per il suo lavoro». Per

questo, chiedono le Ong, «invitiamo gli

Stati membri della Fao a sostenere i loro

impegni politici con risorse finanziarie».

49


La missione

Ogm e biocarburanti

«Chiediamo una moratoria globale

sugli Ogm e i biocarburanti», mentre

«promuoviamo il nostro modello ecologico

di produzione alimentare locale»

che nutre le popolazioni «minimizzando

gli sprechi e le perdite di derrate e

non produce danni causati dal sistema

di produzione industriale».

Land grabbing

«L’accaparramento di terreni da parte

di capitali esterni deve finire. Le società e

i Paesi sono coinvolti in queste allarmanti

pratiche», che «in meno di un anno»

hanno usurpato «oltre 40 milioni di ettari

di terreni feriti in Africa, Asia, America Latina

ed Europa dell’Est». In proposito, da

una Ong sono giunte ieri accuse anche

nei confronti del leader libico Gheddafi:

due portavoce maliani di ‘Via Campesina’

hanno citato il caso dell’impresa libica

Malibya, che ha ricevuto a inizio autunno

in comodato per 50 anni dal governo

maliano 100mila ettari di terra agricola

50 PRESENZA CRISTIANA

nella principale area risicola del Paese. La

zona rappresenta «uno spazio di transito

per la transumanza che con questo progetto

verrebbe distrutto ».

Acqua

«L’accesso all’acqua è un diritto umano

– ribadisce il Forum –. L’acqua deve

restare un bene ‘comune’ non soggetto

ai meccanismi di mercato».

Donne e giovani

«Le donne che lavorano in agricoltura

devono poter lavorare in condizioni

di sicurezza e con stipendi equi» e «devono

essere rappresentate nelle sedi

decisionali». I giovani, dichiarano infine

le Ong, «sono la chiave per lo sviluppo e

l’applicazione di politiche agricole ecologicamente

e socialmente sostenibili».

Si rincorrono progetti ed emergenze,

necessità e offerte, condivisione e testimonianza

in un caleidoscopio di richieste

ed opportunità che talvolta

sembra stordirci. La missione della

Chiesa ci interroga nella dimensione più

segreta della nostra umanità. Tutto ciò

che abbiamo fin qui descritto come un

volo lontano assume le fattezze di milioni

e milioni di fratelli. I loro occhi ci fissano,

interrogano i cuori nel silenzio

muto di una presenza impalpabile. Cosa

possiamo fare per questi troppi sofferenti,

una cosa certamente alla portata

di tutti come l’obolo della vedova nel

vangelo: non dimenticarli mai. Dedicare

loro un frammento di attenzione, un gesto,

una preghiera, un impegno concreto

perché ciò che conta non è quanto si

dà, bensì la consapevolezza con la quale

si soccorre l’altro. Non vi sono limiti a

questo modo di sentirsi cristiani. È il gesto

del donare qualcosa di sé che apre

alla conversione e alla speranza, se sapremo

offrirlo con purezza di cuore

infonderemo nuovo anelito alla speranza,

sono i nostri gesti concreti quelli che

riscatteranno la fame e le sofferenze. Il

primato dell’etica avrà ragione laddove

hanno fallito miseramente i progetti economici

e le ambizioni finanziarie.


Giuseppe Moretti

Pensa

alla salute

1. I ghiacci

dei nostri inverni

«Dio ha forse dimenticato di avere

pietà?» (Sal 77,9)

UN INVERNO DURO A MORIRE

In un tempo non facilmente definibile

del primo Testamento risuonò un

cantico inquietante, che fu ricordato

per molti secoli dopo:

«Ada e Zilla, ascoltate la mia voce;

mogli di Lamec,

porgete orecchio al mio dire!

Sì, io ho ucciso un uomo

perché mi ha ferito,

e un giovane perché mi ha contuso.

Se Caino sarà vendicato sette volte,

Lamec lo sarà settantasette volte»

(Gen 4,24).

È il terribile “cantico di Lamec”. Di

questo “cantico” si ricorderà Gesù, rispondendo

alla domanda di Pietro:

«Quante volte devo perdonare mio fratello

se pecca contro di me, fino a sette volte?»;

dirà: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino

a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Era la

sconfessione dell’arroganza di Lamec.

Secondo la Bibbia Lamec è un patriarca

della discendenza di Caino. La Bibbia

non fa una lettura cronologica della storia

ma ne dà una interpretazione religiosa;

non si limita ad elencare fatti ma ne dà

un interpretazione. La dinastia di Caino,

costruisce una città lontana da Dio, nella

quale è l’arroganza che detta legge. Una

società spietata, cioè senza pietà. Dio non

è considerato l’equilibratore delle nostre

reazioni e delle nostre scelte. Ognuno si

spinge là, dove il suo furore, il suo orgoglio

o la sua arroganza lo porta.

Questa città spietata sopravvive ancora

oggi; non ha un territorio determinato,

ma è presente in modo subdolo

anche dove non lo si sospetterebbe, e

spesso si copre dei panni del diritto e

dell’equità. Negli Sati Uniti si paga per i

primi posti allo spettacolo delle esecuzioni

capitali (per cogliere l’ultimo

sguardo terrorizzato del condannato);

la tortura, ancora presente in tanti paesi

civili, non ha solo lo scopo di ottenere

informazioni ma spesso comporta sofferenze,

umiliazioni gratuite della vittima;

nelle violenze di gruppo ha grande

valore il dolore che si infligge al violentato

e che viene ricordato con la registrazione

di filmini o foto …

È spenta la pietà verso il prossimo,

ma è spenta anche quella nei confronti

di Dio. Dio non è più l’elemento equilibratore

dei rapporti fra gli umani; Dio è

considerato estraneo, non significativo,

assente. Così il calore della sua pietas

spegne anche quello che dovrebbe esserci

tra noi.

Un inverno che non accenna a lasciare

il posto alla primavera, anche se

segni di primavera si avvertono da tante

parti e soprattutto della primavera si

sente il desiderio. Nell’attesa che questo

accada ci chiediamo: che cosa potrebbe

accelerare il cambiamento di clima di

questa nostra terra?

RICOMINCIAMO DA DIO

Il sogno di Dio creatore era fare del suo

abbraccio un luogo di incontro per tutte le

sue creature. Pensò agli uomini come a figli

destinati a prendere parte al suo mondo

intimo, quello della Trinità. Per tutti loro

ha preparato una festa nella sua casa,

che sarà anche la loro per sempre.

Tutto è cominciato dal cuore di Dio:

la creazione, la salvezza, l’incontro finale.

Ha creato per amore e ha goduto la

bellezza delle creature che aveva creato

(per ben sette volte il primo capitolo

della Genesi ripete: «E Dio vide che era cosa

buona …» usando il termine ebraico

che significa allo stesso tempo buonobello.

Alle sue creature, specialmente all’uomo

e alla donna, riservò continue at-

Tornerà a fiorire

“Pietas”, la primavera che vince i nostri inverni

tenzioni. Il testo della Scrittura dice che,

quando i progenitori stavano lasciando

il giardino di Eden avendo scelto di essere

responsabili della propria vicenda,

erano “nudi” cioè privi della dignità che

Dio aveva loro conferito. Fu in quel momento

che Dio nell’impeto della sua tenerezza

fece un gesto inatteso: «il Signore

Dio fece all’uomo e alla donna tuniche

di pelli e li vestì» (Gen 3, 21). Il testo dice

letteralmente che Dio fece all’uomo e

alla donna “tuniche” (e non una semplice

cintura di foglie come avevano tentato

essi). La tunica copre tutto il corpo ed

è l’indumento tipico del sacerdote (in

questo caso potrebbe alludere al culto

come possibilità di superamento della

rottura causata dal peccato). Anche la

specificazione “di pelle” potrebbe facilmente

essere tradotta con un altro termine

decisamente allusivo: “di luce” o

“di gloria” (tuniche di luce o di gloria).

Un’altra scelta sorprendente di Dio

immediatamente successiva era stata a

riguardo di Caino: «Ma il Signore gli disse:

“Chiunque ucciderà Caino, sarà punito

sette volte più di lui”. il Signore mise un segno

su Caino, perché nessuno, trovandolo,

lo uccidesse» (Gen 4,15). Dio si schiera

51


Pensa alla salute

dalla parte di Abele ma ha “pietas” anche

nei confronti di Caino.

La premura di Dio si espande oltre

che su gli umani anche su tutte le creature.

Il primo racconto della creazione si

conclude con queste parole: «il settimo

giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta,

e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera

che aveva fatta. Dio benedisse il settimo

giorno e lo santificò, perché in esso

Dio si riposò da tutta l’opera che aveva

creata e fatta» (Gen 2,2-3). Il settimo

giorno Dio si riposa contemplando le

creature a cui aveva dato vita. C’è un

passo del profeta Baruc che dice in un

modo splendido questo dialogo tra il

Creatore e le sue creature: «Le stelle brillano

dalle loro vedette e gioiscono; egli le

chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano

di gioia per colui che le ha create» (Bar

3,34-35).

“La pietà è la tenerezza per Dio, l’essere

innamorati di lui e il desiderare di

rendergli gloria in ogni cosa. La misericordia

del Signore è stata talmente

grande con noi che egli desidera il nostro

amore verso di lui! Grazie alla pietà

il cristiano non cerca solo le consolazioni

di Dio, ma desidera fargli compagnia

nella sua gioia e nel suo dolore per il

peccato del mondo”. Così si esprime il

card. Martini in: tre racconti dello Spirito,

1997-98. La pietà è come tenersi per

52 PRESENZA CRISTIANA

mano per formare una grande catena,

che parta da Dio e colleghi tutte le creature.

È Dio la sorgente della pietà; da lui

noi l’attingiamo, in lui la alimentiamo.

Adesso comprendiamo anche il perché

del calo della pietà nella nostra storia

: all’origine c’è il l’impoverimento

della nostra esperienza della tenerezza

di Dio per le sue creature. Il primo passo

del recupero della pietà, quindi, è tornare

a “lui”, sorgente di ogni pietà.

L’IDENTIKIT DELLA PIETÀ

Alle soglie del terzo millennio, parlando

delle virtù da lasciare e di quelle

da tenere come viatico per il nuovo capitolo

della storia che iniziava, il saggista

Claudio Magris esordiva così: “Il vizio

che vorrei lasciare come un vuoto a perdere

nell’anno che se ne va è per me il

più stupido dei peccati: quello della falsità

dei sentimenti: l’accensione sporadica

e manierata della pietà , il solidarismo

recitato, la rappresentazione pubblica

della pietà e del sentimento religioso.

Il buonismo insomma, quello che

ci allieta sugli schermi della televisione,

accompagnato quasi sempre da un disinteresse

di fondo e di durata nei riguardi

degli altri, cominciando dalle

persone care e vicine. Il buonismo è la

recita della bontà, l’esibizione di una attenzione

non provata che viene gabel-

lata come autentica. (…) La virtù che

vorrei riuscire a portare nell’ anno nuovo

è invece il sentimento della giustizia,

che si accompagna sempre a qualcosa

che assomiglia molto alla bontà e cioè

all’ attenzione, non sporadica, non sentimentale

e teatrale ma durevole e

profonda verso gli altri, i più deboli, i

maltrattati e gli esiliati”.

Sia pure in negativo ma mi sembra

che questa possa essere una descrizione

della pietà. Proviamo ad evidenziarne

alcune linee caratteristiche.

Autenticità. È l’aspetto che ci si presenta

per primo. La virtù finte sono state

la Caporetto delle virtù autentiche;

per questo oggi le virtù esiliate fanno fatica

a ritrovare il loro spazio nella vita

delle persone. La pietà o è un sentimento

vero o non è nulla. Vero nel senso che

è motivato da una ragione solida non

volubile e non da emozioni del momento

o peggio ancora da ragioni interessate.

Libertà. Non una virtù costruita ad

arte da motivazioni esteriori, ma radicata

profondamente nell’animo e pronta

ad attivarsi quando avverte la necessità.

Nella nostra cultura è una costante che i

drammi umani siano spettacolo part time:

oggi scatenano emozioni, domani

sono sostituiti da un altro dramma. Vanno

in soffitta o in cantina a secondo della

spazio libero che ci rimane. I nostri

sentimenti (quello della pietà compreso)

sono tele-comandati, nel senso che

ci sono comandati dalla Tele.

Discrezione. Claudio Magris parla di

“solidarismo recitato”, di “rappresentazione

pubblica della pietà”, di “esibizione

di premura” … si tratta di forzature

al centro delle quali non c’è il problema

dell’altro ma il bisogno nostro di essere

gratificati della buona azione compiuta.

La pietà ostentata, data per benigna

concessione, offende anche chi ha veramente

bisogno. Preferisce la sua povertà.

Continuità. I banchetti natalizi per i

poveri, l’ospitalità quindicinale dei

bambini bosniaci, il pacco dono natalizio

… sono gesti belli e generosi, ma

che rischiano di suscitare attese che poi

non verranno soddisfatte. “Gutta cavat

lapidem” (la goccia scava la pietra) dicevano

i latini; è la continuità che crea

profondi e durevoli cambiamenti.

Potremmo continuare a meglio delineare

l’identikit della pietà, ma già questi

accenni ci possono aiutare a meglio

capire la posta in gioco della pietà. Un episodio

di cronaca, raccontato da Bruno

Ferrero, ci dà una visione ancora più im-


mediata di che cosa possa significare

per una persona il sentimento della pietas

(benevolenza e disponibilità).

I PACCHI … NON APERTI

Il postino suonò due volte. Mancavano

cinque giorni a Natale. Aveva fra le

braccia un grosso pacco avvolto in carta

preziosamente disegnata e legato con

nastri dorati.

«Avanti», disse una voce dall’interno.

Il postino entrò. Era una casa malandata:

si trovò in una stanza piena

d’ombre e di polvere. Seduto in una

poltrona c’era un vecchio.

«Guardi che stupendo paccone di Natale!»

disse allegramente il postino.

«Grazie. Lo metta pure per terra», disse il

vecchio con la voce più triste che mai.

Il postino rimase imbambolato con il grosso

pacco in mano. Intuiva benissimo che il

pacco era pieno di cose buone e quel vecchio

non aveva certo l’aria di spassarsela

bene. Allora, perché era così triste?

«Ma, signore, non dovrebbe fare un po’

di festa a questo magnifico regalo?».

«Non posso... Non posso proprio», disse il

vecchio con le lacrime agli occhi. E raccontò

al postino la storia della figlia che si

era sposata nella città vicina ed era diventata

ricca. Tutti gli anni gli mandava un

pacco, per Natale, con un bigliettino: «Da

tua figlia Luisa e marito». Mai un augurio

personale, una visita, un invito: «Vieni a

passare il Natale con noi».

«Venga a vedere», aggiunse il vecchio e si

alzò stancamente. Il postino lo seguì fino

ad uno sgabuzzino. Il vecchio aprì la porta.

«Ma...» fece il postino.

Lo sgabuzzino traboccava di regali

natalizi. Erano tutti quelli dei Natali precedenti.

Intatti, con la loro preziosa carta

e i nastri luccicanti.

«Ma non li ha neanche aperti!» escla

il postino allibito.

«No - disse mestamente il vecchio -

Non c’è amore dentro».

2. La primavera

può tornare

A SCUOLA DELLA PIETÀ

Quando Dio, nel Primo Testamento,

parla di sé per la prima volta, lo fa con

queste parole: «il Signore, il Signore, Dio

misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco

di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore

per mille generazioni, che perdona la

colpa …» (Es 34, 6 e ss.). Nelle relazioni

con il suo popolo Dio si manifesta dunque

come pietoso e misericordioso, ricco

di grazia: la pietà di Dio è allora l’attività

del suo cuore di misericordia che «fa grazia».

L’uomo imita la pietà di Dio e diventa

egli stesso pietoso se entra nella logica

dell’amore e ne vive le esigenze.

Colui che ci ha fatto comprendere

con maggiore profondità il dono della

pietà è Cristo Gesù nella piena rivelazione

del Nuovo Testamento. Si rivolge al

Padre chiamandolo «Abbà» e insegna

anche ai discepoli a chiamare Dio con lo

steso affetto: «Quando pregate dite:

Abbà …». “Abbà” è il corrispondente del

nostro termine familiare “papy”. È quanto

di più tenero ed affettuoso la lingua

aramaica poteva esprimere. (…)

Gesù realizza con una profondità

nuova l’ideale di «pietà» già presente

negli uomini pii e giusti dell’Antico Testamento.

Pietà e tenerezza filiale,

profondo abbandono che, nel momento

sommo del sacrificio della croce, per

Gesù si traduce in un atteggiamento di

grande abbandono: «Padre, nelle tue

mani affido il mio spirito!» Possiamo dire

che in Cristo la pietà si è espressa nel

modo più alto.

Pensa alla salute

Questa «pietà» del Padre nel Figlio, e

del Figlio nel Padre diventa la fonte e la

sorgente della ‘pietà cristiana’ perché il

Padre ha elevato l’uomo alla dignità di

figlio e, sotto l’influsso del dono di pietà,

diamo agli altri non solo ciò che è dovuto,

ma anche molto di più, quel molto di

più che solo la carità sa inventare. Facendoci

infatti amare e servire Dio, il Padre

di tutti, che fa sorgere il sole sui buoni

e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sogli

ingiusti (Mt 5, 45), il dono di pietà ci

aiuta ad estendere la paternità di Dio su

tutti: ce li fa amare come fratelli, figli

dello stesso Padre.

La pietà in tal modo diviene sorgente

di irradiazione sulla fraternità umana:

non a caso Gesù, insegnandoci la preghiera

del Padre, ci fa dire: «Padre nostro

che sei nei cieli». Nei nostri rapporti con

gli altri saremo cosi mossi dalla stessa

tenerezza, dalla stessa dolcezza che abbiamo

nei rapporti con il Padre.

Ma dove e come Dio educa in noi

questo splendido sentimento, che ha origine

nel suo cuore di Padre e ci coin-

53


Pensa alla salute

volge nella sua stessa avventura di amore

per tutti? La Scrittura sacra è il luogo

dove Dio educa i suoi figli, trasmettendo

loro i sentimenti del suo cuore. I Salmi

sono la preghiera che Dio ci ha offerto

per stimolare e sostenere la crescita

in noi del sentimento della pietà. È nella

preghiera dei Salmi che l’orante chiede

di fare esperienza della “pietà” di Dio

per portare a tutti la bella notizia di questo

abbraccio di Dio.

LA “PIETÀ FA FIORIRE I SENTIERI GRIGI

DELLA VITA

Sull’autobus una signora viaggiava

ogni giorno con la nipotina. L’autobus

percorreva frettoloso quel paesaggio

brullo, quasi impaziente di lasciarselo

alle spalle. Immancabilmente, alla seconda

fermata successiva saliva un signore

dai capelli bianchi. Andava a sedersi

sempre vicino al medesimo finestrino

poi, estraeva un cartoccio e mentre

l’autobus andava, lasciava cadere

dal finestrino qualcosa. “Cosa sta gettando

dal finestrino?” chiese la donna.

“Semi, semi di fiori” rispose l’anziano. “A

quale scopo?” chiese ancora la signora e

aggiunse “Pensa che cresceranno?” “Io

non so se li vedrò – rispose l’anziano –

ma sono certo che cresceranno”.

La cosa andò avanti per un certo

tempo, poi l’anziano non si fece vedere

per parecchio tempo. L’autista, interpellato

dalla donna, disse che quell’uomo

era morto parecchie settimane prima.

Un mattino mentre la donna rifaceva

54 PRESENZA CRISTIANA

per l’ennesima volta il percorso assieme

alla nipotina, questa si affacciò al finestrino

e gridò entusiasta: “Nonna, guarda

quanti fiori”. Tutti i viaggiatori alzarono

gli occhi e videro la strada segnata

da una striscia multicolore. La donna

pensò all’anziano e si dispiacque che

non fosse lì a vedere il frutto della sua

costanza. La primavera seguente, i viaggiatori

dell’autobus notarono una signora

anziana che, durante tutto il percorso

dell’autobus lasciava cadere semi

fuori dal finestrino.

LA PREGHIERA DEI SALMI SVEGLIA IN

NOI LA “PIETAS”

Il Salmo 31 nella sua semplicità sveglia

in noi il sentimento della “pietas”. Il

perdono di Dio, sperimentato nella

gioia, sveglia in noi il desiderio di condividerlo

nell’atteggiamento del pietas:

perdono ricevuto e condiviso.

Già dal VI sec questo Salmo è inserito

tra i Salmi penitenziali della comunità

dei discepoli di Gesù. Quello che viene

presentato non è un Dio “implacabile

giudice” ma un “padre” preoccupato

della felicità dei figli.

Il Salmo si apre (vv. 1-8) con una duplice

“beatitudine” per l’uomo perdonato

al quale non si imputa alcun male. La

beatitudine è una caratteristica di Dio e

che Dio vuol condividere con i suoi figli.

La coscienza del peccato ha pesato sul

cuore dell’orante («tacevo e si logoravano

le mie ossa … gemevo tutto il giorno

… giorno e notte pesava su di me la tua

mano …»). Il riconoscimento della colpa

ha aperto la via al perdono («ti ho manifestato

il mio peccato … non ho tenuto

nascosto il mio errore … Quando irromperanno

grandi acque non lo potranno

raggiungere …»).

Questa nuova situazione spirituale apre

un cammino sapienziale per il fedele

perdonato (vv. 8-11). E’ un invito caloroso,

persino venato di una simpatica ironia

(Non siate come il cavallo e come il mulo

privi d’intelligenza …). L conclusione

del salmista è che chi si lascia perdonare

prova la “beatitudine”, chi non accetta la

logica del perdono rimane nella tristezza

di un male che non dà tregua («Molti saranno

i dolori dell’empio, ma la grazia circonda

chi confida nel Signore»).

Per noi la comprensione di questo

messaggio è facilitata anche da espressioni

che troviamo nel Nuovo Testamento.

San Paolo nella lettera ai Romani

(4,7-8) scrive: «Beati quelli le cui iniquità

sono state perdonate e i peccati sono

stati ricoperti; beato l’uomo al quale il

Signore non mette in conto il peccato!»;

!

Salmo 31/32

1 Beato l’uomo a cui è rimessa

la colpa,

e perdonato il peccato.

2 Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun

male

e nel cui spirito non è inganno.

3 tacevo e si logoravano le mie ossa,

mentre gemevo tutto il giorno.

4 Giorno e notte pesava su di me la tua

mano,

come per arsura d’estate inaridiva il

mio vigore.

5 ti ho manifestato il mio peccato,

non ho tenuto nascosto il mio errore.

Ho detto: «Confesserò al Signore le mie

colpe»

e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.

6 Per questo ti prega ogni fedele

nel tempo dell’angoscia.

Quando irromperanno grandi acque

non lo potranno raggiungere.

7 tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo,

mi circondi di esultanza per la salvezza.

8 ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire;

con gli occhi su di te, ti darò consiglio.

9 Non siate come il cavallo e come il mulo

privi d’intelligenza;

si piega la loro fierezza con morso e briglie,

se no, a te non si avvicinano.

10 Molti saranno i dolori dell’empio,

ma la grazia circonda chi confida nel

Signore.

11 Gioite nel Signore ed esultate, giusti,

giubilate, voi tutti, retti di cuore.

l’evangelista Luca in 15,7: « Così, vi dico,

ci sarà più gioia in cielo per un peccatore

convertito, che per novantanove giusti

che non hanno bisogno di conversione»;e

l’autore della Prima Lettera di Giovanni

(1,9) si esprime così: «Se riconosciamo i

nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci

perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni

colpa».

Il perdono di Dio non è una resa dei

conti e nemmeno una benevola concessione,

ma un ricominciamento garantito

dalla fedeltà di Dio a noi.


Danilo Fusato

Variabile

Proviamo a fare alcune osservazioni

sulla enciclica di Benedetto XVI Caritas

in veritate, sulla scorta di riflessioni

fatte in occasione della presentazione

dell’enciclica al Comitato esecutivo

della CISL dall’arcivescovo Gianpaolo

Crepaldi, presidente dell’Osservatorio internazionale

“Cardinale Van Thuân”.

Iniziamo con il rilevare che, come

tutte le encicliche sociali, anche nella

Caritas in veritate si possono riscontrare

due livelli. Un primo livello, decisamente

il più importante, riguarda l’ottica sintetica

assunta dall’enciclica e quindi la

prospettiva di ampia portata che essa

indica. Questo livello non sarà superato

dai tempi, perché non tratta di nessuna

problematica specifica particolare, ma

legge la storia umana alla luce del Vangelo

ed esprime una sapienza cristiana.

Un secondo livello è dato poi dalle singole

tematiche specifiche esaminate

dall’enciclica le quali, pur essendo in

molti casi di ampia portata e non certo

legate alla cronaca, risentono delle caratteristiche

di questo nostro tempo.

Ciò non vuol dire che in futuro queste

parti dell’enciclica saranno automaticamente

superate, perché come sappiamo

la “storia degli effetti” arricchisce il

senso di quanto pronunciato oggi e, paradossalmente,

molte cose affermate

oggi possono sprigionare meglio la loro

verità domani. In ogni caso è bene sempre

tenere distinti, ma non separati, i

due livelli per una corretta ermeneutica

dei documenti del magistero sociale.

Cerchiamo, quindi, innanzitutto di mettere

a fuoco la prospettiva di fondo indicata

dall’enciclica e poi ad esaminare il

Carità, giustizia

e lavoro

Riflessioni sulla Caritas in veritate in rapporto al mondo del lavoro

settore particolare del mondo del lavoro

per vedere come risulti illuminato

dalla prospettiva di fondo precedentemente

evidenziata.

Presentando l’enciclica nella Sala

Stampa della Santa Sede il 7 luglio scorso,

si è usato un’espressione scritta da Joseph

Ratzinger nell’ormai lontano 1967,

in una tra le sue opere più importanti –

“Introduzione al Cristianesimo” – per esprimere

la prospettiva generale dell’enciclica,

il nocciolo di quanto essa vuole

dirci: “Il ricevere precede il fare” 1 . In cosa

può ultimamente consistere il messaggio

di un’enciclica sociale se non di riannunciare

di nuovo e sempre il primato di

Dio nella costruzione della società? Questo

ha fatto la Rerum novarum, per la

quale “non c’è soluzione della questione

sociale fuori del Vangelo”; questo ha fatto

anche la Caritas in veritate affermando

che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale

fattore di sviluppo” (n. 8). Nessuna

sorpresa, quindi, da questo punto di vista.

La sorpresa semmai deriva da un altro

aspetto della questione: l’annuncio

del primato di Dio viene fatto con la pretesa

che esso sia una vocazione che corrisponde

ad una attesa.

L’intento del magistero di Benedetto

XVI – non diverso da quello della Tradizione,

ma certamente molto incentra-

55


Variabile

to su questo punto – è non solo di annunciare

Cristo, ma anche sostenere

che l’ambito delle cose ordinate dalla

ragione attende questo annuncio, ne è

capace, sicché accogliendolo riscopre

meglio le sue stesse possibilità, si conferma

nella propria verità. Questo è il

punto centrale della Caritas in veritate:

siccome il cristianesimo è la religione

“dal volto umano” e il Dio cristiano dice

un grande “sì” all’uomo 2 , tutto l’ambito

umano, compreso il lavoro, ne viene illuminato,

invitato a prendere coscienza

della propria verità, sostenuto e incoraggiato

ad essere maggiormente se

stesso, purificato dalle ideologie e dagli

interessi di parte. Cristo, ci dice la Caritas

in veritate, non è venuto a dirci come

dobbiamo lavorare, ma è venuto a

illuminare il lavoro; non è venuto a dirci

come dobbiamo essere imprenditori,

ma è venuto a illuminare la realtà dell’economia.

Senza negarle o sovrapporvisi

dall’esterno, ma svelandone più in

profondità il senso autonomo, la pienezza

della loro vocazione.

In questo consiste lalaicità” della

religione cristiana. Sembrerebbe una

contraddizione: da un lato si afferma il

primato di Dio e dall’altro ci si dice rispettosi

della laicità, ossia dell’autonomia

metodologica dei diversi livelli della

realtà. Ebbene, la Caritas in veritate viene

a dirci che non c’è contraddizione.

Cristo non toglie niente di quanto è umano,

lo fa meglio emergere dall’interno

in tutta la sua umanità. Un mondo

del lavoro che fosse organizzato secondo

questa luce non sarebbe meno tale,

56 PRESENZA CRISTIANA

la realtà del lavoro non verrebbe negata

o sminuita, ma valorizzata.

Cosa c’entra tutto questo con il primato

del ricevere sul fare? Quanto viene

da Dio lo si può solo ricevere e, oscurato

Dio, l’uomo si illude di poter fare

tutto con le sole sue forze. Comincia così

il disastro del fare senza che prima ci

sia il ricevere. Dio è la fonte ultima della

gratuità e del dono, è la Verità e la Carità,

che possono solo essere ricevute e non

possono venire prodotte. Oscurato Dio,

si indeboliscono la luce della verità e la

spinta della carità e tutta la vita sociale si

impoverisce. La Caritas in veritate ci dice

che abbiamo bisogno di verità e carità,

abbiamo bisogno di quanto non possiamo

produrre e che ci rimane indisponibile.

Questo è evidente anche esaminando

la nostra normale esistenza umana

senza infingimenti. Quello che non

possiamo produrre è la cosa più produttiva,

quella più indispensabile. Scriveva

un economista: «In realtà, nella moderna

economia c’è molto più sacrificio, fiducia,

cooperazione e coordinamento che

non self-interest, che apparentemente è

considerato guidare l’attività economica

nella forma normale di mercato.

La moderna economia funziona perché

centinaia di migliaia di perfetti estranei

possono fidarsi. Essi sono sufficientemente

responsabili e affidabili per

far volare in sicurezza gli aeroplani, perché

i cibi venduti nei negozi corrispondano

alle descrizioni delle etichette, per

mantenere le promesse e così via» 3 . Abbiamo

sentito ripetere fino alla nausea,

in occasione della recente crisi finanzia-

ria, che si trattava di una crisi di fiducia.

Ma abbiamo inteso fino in fondo il significato

di questa espressione? La Caritas

in veritate la chiama necessità che il senso

ci sia donato e che non lo produciamo

noi. Io mi fido di un altro quando vedo

che nel nostro incontro c’è qualcosa

che ambedue presupponiamo, qualcosa

che precede e fonda il nostro rapporto

e che è ad esso irriducibile. Lo scopo

della finanza non è la finanza, lo scopo

del mercato non è il mercato, lo scopo

del lavoro non è il lavoro, questo ci viene

a dire la Caritas in veritate.

Ma questo riconoscimento è il presupposto

indispensabile perché la finanzia,

il mercato e il lavoro siano veramente

se stessi e non cadano completamente

nella disponibilità degli interessi.

Senza una luce ricevuta non ce la fanno.

Un aspetto della precedenza del ricevere

sul fare è di particolare interesse

per chi si occupa di lavoratori e di lavoro.

Ci riferiamo alla questione se venga prima

la giustizia o la carità. La giustizia è un

fatto naturale, umano, razionale. Della

giustizia si occupa la ragion pratica, non

c’è bisogno di rivelazione. La carità, invece,

non appartiene alla natura ma alla sopranatura.

Chi si occupa del mondo del

lavoro è molto interessato alla giustizia e

tende a pensare che prima debba essere

raggiunta la giustizia e poi, eventualmente,

si debba anche vivere la carità.

Ma se andiamo in profondità vediamo

che così non è: senza la carità non è possibile

nemmeno la giustizia: “Per vedere i

poveri bisogna volerli vedere” – scriveva

don Mazzolari. Ecco perché la giustizia

ha bisogno anche della gratuità e del dono

(n. 34), ha bisogno del ricevere prima

del fare. Non che la carità sostituisca la

giustizia o che la renda superflua: essa la

fa essere più giustizia, la illumina con

qualcosa che riceviamo e non produciamo.

Pensiamo alla giustizia commutativa:

è sì una forma di giustizia ma quanto

cieca e limitata! Pensiamo alla giustizia

sociale: possiamo considerarla veramente

tale quella attuata per via politica?

Senza un supplemento d’anima la giustizia

diventa una “fredda giustizia”. Questo

voleva dire Benedetto XI quando nella

Deus caritas est affermava che anche uno

Stato perfettamente funzionante avrebbe

comunque avuto bisogno della

carità: non per gli emarginati residuali,

ma per funzionare perfettamente. “I poveri

li avrete sempre con voi” non vuol

dire che dei vinti ai margini del percorso

ci saranno sempre – questo è fin troppo

evidente – ma significa che senza l’attenzion

e alla povertà frutto della carità non


c’è giustizia. L’attenzione caritatevole ai

poveri deve esserci sempre anche prima

e dentro la giustizia.

Questa logica viene espressa dalla

Caritas in veritate con grande insistenza

quando essa mostra la necessità del

dono e della gratuità dentro, e non solo

dopo, la vita economica (n. 36). Pensare

che la carità venga dopo la giustizia

comporta che la giustizia possa essere

fatta anche da delle strutture, senza la

responsabilità della persona, il che è

stato il grande errore del liberismo economico

e dello Stato assistenziale nel

periodo della sua decadenza. Pensare,

invece, che la carità sia necessaria per la

giustizia, vuol dire collocare il gratuito e

il dono dentro la normale attività economico

produttiva, come elemento di

giustizia ed equità prima anziché dopo.

Vocazione e attesa: la Caritas in veritate

fa questa proposta derivandola dal Vangelo,

che ci parla della signoria della carità,

ma ritiene che sia anche una necessità

della società di oggi. Infatti, osserva

l’enciclica, non è più possibile che lo

Stato faccia da unico ridistributore della

ricchezza, dato che la ricchezza oggi

prodotta in un certo spazio prende la

strada di infiniti altri spazi (nn. 24 e 38).

L’economia non è più a base spaziale,

mentre la politica lo è ancora. Osservazione

questa che, come dirò tra breve,

riguarda anche il sindacato. Quindi il

primato della carità (del ricevere, dato

che essa non può essere prodotta) enunciato

dal Vangelo trova una conferma

in una necessità, o attesa, della stessa

economia di oggi.

Qualcuno ha osservato che la Caritas

in veritate si occupa poco del lavoro

e del sindacato 4 . Se consideriamo lo

spazio espressamente dedicato a questi

problemi si può forse appoggiare questa

valutazione. Ma se, come credo sia

giusto fare, si tengono presenti le molteplici

indicazioni che possono illuminare

il mondo del lavoro, come per esempio

quelle da me appena indicate,

possiamo avere un quadro diverso. Vediamo

allora, a questo punto della nostra

riflessione, quali sono le ripercussioni

nel mondo del lavoro della prospettiva

generale che ho sopra indicato,

ossia del precedere del ricevere sul fare.

Prima di tutto vale la pena fare almeno

una breve riflessione su un aspetto

che di solito viene scansato perché troppo

retorico, ma che invece, a mio avviso,

ha un considerevole significato pratico e

concreto. Anche per il lavoro vale il principio

che il suo scopo va oltre se stesso:

scopo del lavoro non è il lavoro. Questo

perché nel lavoro, in ogni lavoro, c’è

qualcosa di gratuito, dato che la persona

che lavora è sempre di più del suo lavoro.

Era in fondo questa la distinzione tra

lavoro in senso soggettivo e lavoro in

senso oggettivo della Laborem exercens

di Giovanni Paolo II. Di conseguenza c’è

sempre una quota di lavoro non pagato

o, meglio, che esula dal contratto di lavoro

stesso, che si presuppone e che è

l’anima stessa del lavoro 5 . Anche per il

lavoro vale il principio che i presupposti

che non si possono produrre, sono le cose

più importanti. E più concrete ed utili,

alla fine. Infatti la vera ricchezza prodotta

dal lavoro è soprattutto dovuta a questa

parte non quantificabile, che esula

dai numeri delle statistiche.

Il lavoro come vocazione, possiamo

dire, è l’aspetto economicamente più rilevante

del lavoro. Il lavoro come tecnica

è l’aspetto meno rilevante, anche economicamente.

Tanto è vero che molti

analisti si sono chiesti se una delle cause

della crisi finanziaria ed economica sia

proprio questa: l’indebolimento della

percezione di quanto nel lavoro c’è necessariamente

di irriducibile. Si sta perdendo

il senso del lavoro come vocazio-

Variabile

ne. Ripetiamo: non si tratta di retorica se

ciò figura tra le possibili cause – e non

all’ultimo posto – della crisi che stiamo

attraversando. Sembra che questo sia

importante per il sindacato, perché fa

da linea portante per un certo modo di

fare contrattazione. Si dice sempre, o

spesso, che nella contrattazione si deve

tenere presente la persona del lavoratore.

Ma, appunto dicendo questo si fa riferimento

a quella dimensione del lavoro

che trascende il lavoro in senso tecnico

e che, se non c’è, debilita anche il lavoro

in senso tecnico. Emergono qui aspetti

relazionali, ambientali, partecipativi

della contrattazione di notevole importanza

per un sindacato moderno.

La Caritas in veritate ha alcuni passaggi

molto interessanti e di grande

novità quando afferma, con un certo coraggio

per una enciclica, che oggi le espressioni

profit e non profit non sono

più sufficienti (n. 41). Vedo in questa affermazione

una notevole capacità di lettura

dei fenomeni attuali ed anche una

grande capacità di indicare percorsi da

battere. In effetti, la quantità di lavoratori

che opera in contesti non indirizzati

dal self interest sono molti: «I mercati

57


Variabile

degli economisti – interazioni di attori economici

individualistici, competitivi e

self-interested – sono veramente molto

difficili da trovare. La maggior parte della

gente lavora a casa o in grandi organizzazioni

– imprese, università, ospedali.

Molti lavorano nei vari settori e agenzie

del governo, che gioca un ruolo economico

dominante non di mercato. Il lavoro

domestico è chiaramente una attività

non di mercato, ma così è presumibilmente

anche per la maggior parte del

lavoro all’interno di organizzazioni basate

sul mercato. Come entità, queste possono

essere competitive e self-interested

(se si possono attribuire questi aggettivi

a delle entità), ma per le persone

che vi lavorano esse sono prima di tutto

organizzazioni gerarchiche che promuovono

uno sforzo cooperativo verso

certi beni. Se si guarda alla moderna economia

come un tutto, la competizione,

che pure è presente, svolge un ruolo

meno significativo delle leggi, dei regolamenti

e dei costumi» 6 .

Oltre che un dato di fatto così motivabile,

l’osservazione di Benedetto XVI è

confermata dalle tendenze in corso.

Un’impresa sociale, nella forma per esempio

della cooperativa, non è propriamente

né profit né non profit. Una Società

per azioni che stabilisca dei patti

parasociali secondo i quali il 30 per cento

degli utili vanno destinati a potenziamento

delle imprese partners nel terzo

mondo; oppure una società di commer-

58 PRESENZA CRISTIANA

cio equo e trasparente che garantisca il

rispetto delle clausole sociali ma in modo

veramente trasparente; oppure una

Community Foundation o le imprese che

aderiscono alla cosiddetta “economia di

comunione”: tutte queste realtà esulano

dalla distinzione profit e non profit 7 . Ammettiamo

che le scuole, come sembrava

da un certo progetto di riforma, si trasformassero

in fondazioni: sarebbero collocabili

nel profit o nel non profit?

Possiamo ritenere che il sindacato

debba affrontare queste tematiche, uscendo

lui per primo da queste dicotomie,

di cui è espressione la contrapposizione

pubblico / privato, interpretando

il nuovo e trovando un significativo rapporto

con tutte queste nuove realtà. Qui

non si tratta più solo del vecchio “terzo

settore”, espressione ormai obsoleta e

figlia della medesima contrapposizione

profit / non profit. Infatti la Caritas in veritate

dice che indispensabili elementi

di gratuità ci sono in tutti gli ambiti, senza

dei quali niente può funzionare. Il sindacato

ha una grande vocazione, quella

di favorire la coesione sociale, facendosi

portatore di rivendicazioni e di autentici

valori, di richieste normative e salariali

ma anche di spazi di espressione per la

persona, spazi in cui le persone, soprattutto

i giovani, i non ancora occupati (n.

64), possano rispondere alla loro chiamata

e, così, dare il meglio di sé. Così facendo,

il sindacato scoprirà nuovi importanti

campi di intervento.

Tra questi campi nuovi di intervento

vorrei richiamare qui i due principali: la

famiglia e la vita. Come ho detto prima,

la prospettiva proposta dalla Caritas in

Veritate è di vedere nelle persone e nelle

cose non una nostra produzione ma un

dono di senso che ci responsabilizza all’esercizio

di una libertà non arbitraria. Ora,

questa esperienza si fa prima di tutto

in famiglia, dove l’accoglienza reciproca

nell’amore e l’accoglienza della vita insegnano

la logica del dono. Questo ci rende

fratelli. L’enciclica dice che la vicinanza

può essere prodotta ma non la fraternità.

Quest’ultima va accolta come un

dono. Dove se non nella famiglia facciamo

questa esperienza? La Caritas in veritate

spiega così cosa significhi che la famiglia

è la cellula della società. Senza l’esperienza

della gratuità non c’è fraternità.

Se questa esperienza non si fa in famiglia

– ossia se la famiglia viene indebolita

– tutta la società ne risente. Lo

stesso si deve dire della vita. L’enciclica ci

ricorda che l’accoglienza della vita comporta

una ricchezza economica e che ad

essa è legato lo sviluppo.

Questi due grandi temi, unitamente

ad altre tematiche particolarmente sensibili

presenti nell’enciclica, dai drammi

provocati dall’ingegneria bioetica a turismo

a sfondo sessuale, mi inducono a

fare un’ultima considerazione su una

problematica di frontiera sulla quale il

sindacato sarà fortemente chiamato in

causa in futuro, ma su cui mi sembra

non si rifletta a sufficienza. Mi riferisco al

diritto all’obiezione di coscienza per tutti

i lavoratori che entrano in contatto

con disposizioni legislative che impongono

loro di partecipare operativamente

al non rispetto della vita e della famiglia.

Non è il caso che io esemplifichi qui

le tante situazioni che già oggi interessano

moltissimi lavoratori non solo nel

campo sanitario, ma anche in quello

giuridico ed amministrativo. Né la carità

la verità possono essere un diritto.

Infatti esse sono un dono e non si possono

produrre, ma solo accogliere. Esiste

però il diritto a cercare la verità e la

carità e ad attenersi responsabilmente

ad esse una volta scoperte. La Chiesa ha

una “missione di verità”. Ma credo che

anche il sindacato, nel suo ambito e con

le sue modalità, abbia una missione di

verità (n. 9). La Chiesa difende la verità

dell’uomo e della famiglia perché altrimenti

contraddirebbe la creazione. Anche

il sindacato, nel suo ambito e con le

sue modalità, deve difendere la verità

dell’uomo e della famiglia, perché altrimenti

diventano impossibili lo sviluppo

e la giustizia. Tale difesa passa anche attraverso

la difesa della libertà di coscienza

del lavoratore.

1 Ho approfondito quelle riflessioni

in G. Crepaldi, introduzione a Benedetto

XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate,

Cantagalli, Siena 2009, pp. 5-44.

2 Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti

al iV Convegno nazionale della

Chiesa italiana, Verona 19 ottobre 2006.

3 E. Hadas, L’economia, la finanza e il

bene: una crisi concettuale, “Bollettino di

Dottrina sociale della Chiesa” V (2009) 2,

p. 53.

4 In senso stretto ne parlano i paragrafi

63 e 64.

5 «Ogni lavoratore è un creatore»

(Caritas in veritate 41 che riprende la Laborem

exercens).

6 E. Hadas, L’economia, la finanza e il

bene: una crisi concettuale cit, p. 53.

7 S. Fontana, L’immateriale nell’economia.

Crisi finanziaria e ripensamento di

alcune categorie economiche, “Bollettino

di Dottrina sociale della Chiesa” V (2009)

1, pp. 8-11.


Niro

Sorridi

Via il vecchio anno

59


Appartiene alla famiglia botanica

delle Passifloracee, è originaria

dell’America centro-meridionale,

ma la sua coltivazione è oggi estesa anche

alle zone tropicali di altri continenti.

“Carica papaya” è il nome scientifico di

questa pianta che si sviluppa in altezza

per alcuni metri e porta fiori femminili e

maschili: questi ultimi, meno grandi dei

primi ma dal profumo intensissimo.

Il frutto è vagamente simile a quello

del fico, di dimensioni notevoli, con la

polpa interna color giallo acceso. L’interno

del frutto presenta una fessura che

contiene i semi neri i quali, per germogliare,

hanno bisogno di alte temperature

e per questo motivo la coltivazione

della Papaia può avvenire, alle nostre latitudini,

solo in zone particolarmente calde

come, ad es., la Sicilia (sempreché, e non

sembri una battuta, le stagioni rispettino

le loro caratteristiche termiche, ciò che

appare sempre più problematico…).

Il sapore del frutto della Papaia può

essere assimilato a quello di un melone

e, infatti, la pianta è denominata “albero

dei meloni”. Molto nutriente, la Papaia

ha esteso anche da noi il suo uso sia in

gastronomia che in erboristeria.

Nei Paesi originari americani c’era la

consuetudine di avvolgere la carne della

selvaggina nelle foglie di Papaia a scopo

conservativo ma anche ammorbidente

(diremmo noi: per “frollarla”, cioè intenerirla).

Questa pratica, considerata dagli

occidentali una superstizione, si è invece

rivelata basata su dati scientifici quando

dalla Papaia alcuni studiosi estrassero una

sostanza, la papaina, con funzione simile

a quella della pepsina gastrica, vale

a dire lisoproteica. A dimostrazione, ancora

una volta, di quanto fossero valide

certe consuetudini praticate da popola-

60 PRESENZA CRISTIANA

Marcella Rossi Spadea

Medicina

&benessere

La Papaia

zioni che con troppa superficialità noi

abbiamo considerato sottoculturalmente

preparate rispetto a noi.

Tra le proprietà curative della Papaia

ricordiamo la funzione sedativa ed espettorante

dei frutti e un’azione cardiotonica

delle foglie. La papaina, come

già detto, aiuta la digestione. Gli abitanti

delle Ande facevano ricorso alla polpa

dei frutti per prevenire la malaria mentre

i semi macinati erano utilizzati nella

cura dell’orticaria.

Ancora, la polpa era usata come galattogogo

(stimolatore della secrezione

lattea nelle nutrici).


a cura di Leonida

La foto

dei lettori

Mi presento: sono Sara

e sono nata a gennaio

proprio di un anno fa.

Facciamo festa insieme

per il nuovo anno

che viene?

Allora auguri

grandi grandi

e tanti, ma tanti

bacini a tutti.

Vai a caccia con

l’obiettivo

Motiva il tuo hobby:

Due milioni di occhi ti guardano

Invia la tua foto originale o in pellicola

a colori o in diapositiva, corredandola

di spiegazione tecnica (pellicola, macchina

usata e altro), di spiegazione inerente

al soggetto della fotografia (titolo,

luogo, commento personale), di dati

personali (nome, cognome, età, professione).

Pubblicheremo le selezionate in questa

pagina.

Foto inviata da:

papà Saulle Palmieri ,

lettore della nostra rivista.

Indirizzare a: La foto dei lettori

Presenza Cristiana, Collegio Missionario -

via Barletta - 70031 Andria (BA).

il materiale inviato non viene restituito e diviene

proprietà della rivista, che si riserva il

diritto di pubblicarlo in qualsiasi momento.

Il tema è:

Questo amore

di bambino.

61



62

Nilde A. O.

Angolo

verde

Cyrtomium è una pianta della famiglia

delle Polipodiacee, originaria

dell’Asia, dalle regioni himalayane

al Giappone, assai facile da coltivare e adatta

nella decorazione di interni grazie

alle particolari foglie aguzze molto attraenti

di colore verde scuro.

Poco esigente, si mantiene bella e

lucida anche durante l’inverno.

Tra le specie, il Cyrtomium falcatum,

noto anche col nome di Polysticum falcatum,

è la specie più diffusa; cresce anche

in ambienti difficili, nei quali altre

piante d’appartamento incomincerebbero

immediatamente a soffrire.

Come altre piante del gruppo delle

felci è dotata di fronde costituite da una

costola centrale fiancheggiata sui due lati

da file di foglie espanse e appuntite simili

a quelle di agrifoglio. Il Cyrtomium

cariyotideum proviene dal Giappone,

possiede sottili fronde ricadenti verde

chiaro. Le foglioline sono piuttosto strette,

con il margine dentato, e crescono fitte

lungo gli steli. La specie Cyrtomium

falcatum ( Polysticum falcatum), originario

della Cina e del Giappone, è una pianta

abbastanza resistente, lucida, color

verde scuro. Le foglioline somigliano a

quelle dell’agrifoglio; lunghe 7 cm circa,

spuntano ai due lati di uno stelo bruno.

La varietà ‘Rochfordianum’ è la più vigorosa

di tutte e possiede fronde più ampie.

Infine, il Cyrtomium fortunei è una

laTua ricetta

Mandaci la tua ricetta personale, privata,

elencando in buona scrittura gli

INGREDIENTI e la PREPARAZIONE.

Sia semplice e con ingredienti

facililmente reperibili. Pubblicheremo le

ricette più originali con nome, cognome

e paese di provenienza.

PRESENZA CRISTIANA

Scrivi a: La Tua Ricetta

Presenza Cristiana

via Barletta

70031 Andria

(BA)

Il Cyrtomium

pianta sempreverde, compatta, con ciuffi

di fronde verde scuro ma non lucide.

Come coltivarlo? Quando le radici

hanno occupato tutto il vaso si rinvasa

nel mese di marzo con una buona composta

a base di torba. Si tenga ad una

temperatura di almeno 13° spruzzandola

spesso per garantire una buona umidità.

La temperatura estiva è sui 18°.

Non esagerare con l’annaffiatura senza

però lasciare asciugare completamente

la composta. Durante la stagione vegetativa

si diluisce nell’acqua un concime

liquido una volta alla settimana.

La pianta può vegetare anche durante

l’inverno, è sufficiente una temperatura

fra 13 e 18°. È importante evitare sia i

colpi d’aria fredda sia l’esposizione al

freddo che danneggerebbero le foglie.

E per moltiplicarlo? In marzo la

pianta adulta può venire divisa in due

togliendola dal vaso e separando l’apparato

radicale in due metà. Ciascuna

parte dovrebbe presentare delle porzioni

carnose di radice (rizomi) con centimetri

di radici più fini e almeno tre o

quattro fronde. Non è sempre facile individuare

i rizomi, che vanno cercati nel

mezzo della massa fitta delle radici.

Dopo la separazione si mettono le

piante in vasi pieni di composta a base

di torba inumidita, sistemando le radici

piuttosto in superficie. I vasi si espongo-

Frittelle di baccalà

Ingredienti: 1 kg baccalà bagnato; 1 uovo;

3 cucchiai farina; 1 pizzico bicarbonato;

sale; acqua o latte quanto basta.

Preparazione: Preparare una pastella consistente

con gli ingredienti suddetti. Tagliare a pezzetti

il baccalà, immergerli nella pastella, friggerli e

servirli caldi con una spolverata di sale.

Penne al forno con

mozzarelle e pisellini

Ingredienti: 300 gr penne lisce; 300 gr pomodori

pelati; 200 gr mozzarella; 200 gr pisellini sgranati

(anche surgelati); 1cipolla; qualche rametto

di basilico; 1 dl olio; sale; pepe; grana grattugiato.

no in buona luce, al riparo dall’insolazione

diretta, tenendo la composta appena

umida finché le piante incominciano

a dare nuovi germogli, dopodiché vengono

trattate come le adulte.

Si ammala? La pianta troppo annaffiata

tende ad appassire, specialmente

durante l’inverno: quando la temperatura

scende sotto i 10° è bene lasciare asciugare

la composta per qualche giorno

e la pianta si riprende.

L’esposizione diretta al sole brucia le

foglie e disidrata le radici: esige ombra, annaffiature

più abbondanti e ambiente più

umido. Se attaccata dalla cocciniglia bruna,

eliminare gli insetti con uno straccetto

bagnato di alcol denaturato o fare un trattamento

con un insetticida specifico.

Preparazione: Tritare la cipolla, farla appassire

nell’olio, aggiungere i pomodori passati,

un pizzico di sale e pepe e cuocere per 15-20

minuti. Prima di togliere dal fuoco, unire il

basilico tagliato a listerelle. Rosolare i pisellini,

insaporirli con sale e pepe aggiungere

mezzo mestolino d’acqua e cuocerli per 8

minuti (3 se surgelati). Cuocere le pennette,

condirle con un terzo della salsa, un poco di

piselli, mezza mozzarella a pezzetti e una

spolverata di grana. Distribuire in una pirofila

unta di olio metà della pasta; coprirla con

la salsa e i pisellini , la mozzarella rimasta a

pezzetti e cospargerla con il grana. Formare

un ultimo strato con la pasta residua, distribuire

la salsa e i piselli e cospargere con il

grana. Infornare a 180° per 12-15 minuti finché

la pasta sarà gratinata.


Africa

Fra tradizione e modernità

I l

Danilo Fusato

Nel mondo

“Ecco, oggi ti costituisco sopra

i popoli e sopra i regni

per sradicare e demolire,

per distruggere e abbattere,

per edificare e piantare”

(Ger 1,10)

sottosviluppo agricolo dell’Africa è

uno dei problemi più gravi del continente.

Gran parte della popolazione

africana vive in campagna. Paradossalmente

però gli investimenti sono rivolti

più alle aree urbane che a quelle rurali. Il

benessere così generato nelle città è

proporzionale alla povertà crescente

In breve

• USA– Alcuni portavoce della Conferenza

dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti

(USCCB) hanno lodato i commenti

sull’aborto e sulle persone senza assicurazione

sanitaria espressi dal Presidente

statunitense Barack Obama il 9 settembre,

durante la discussione al Congresso

della riforma sanitaria.

“In particolare abbiamo apprezzato

l’impegno del Presidente a escludere

l’utilizzo di fondi federali per l’aborto

e a mantenere le leggi federali esistenti

che difendono la libertà di coscienza

nell’esercizio dell’attività sanitaria”,

ha dichiarato Richard Doerflinger,

direttore associato per le attività

pro-vita della USCCB.

“Lavoreremo con il Congresso e con l’Amministrazione

per assicurare che queste

forme di protezione si riflettano chiaramente

in una nuova legislazione, perché

nessuno sia costretto a pagare o a partecipare

all’aborto come risultato della riforma

del sistema sanitario”, ha aggiunto.

Da parte sua Kathy Saile, direttrice per

lo Sviluppo Sociale Nazionale della

Conferenza Episcopale, ha riconosciuto:

“Siamo d’accordo sul fatto che nessuno

debba andare fallito solo perché

si ammala”. “E’ per questo motivo che

i Vescovi lavorano da decenni per raggiungere

un’assistenza sanitaria de-

dei villaggi. Solo una minoranza di persone

del continente vive in città.

Nella boscaglia le persone bevono l’acqua

dalle pozze e si nutrono di frutti selvatici

e di agricoltura di sussistenza. I prodotti

agricoli, grazie ai quali partecipano al

processo della globalizzazione, sono attualmente

coltivati con difficoltà e mal

commercializzati. E quando si riesce a ven-

gna per tutti”, ha dichiarato. “La Chiesa

cattolica fornisce cure mediche a

milioni di pazienti – e spesso raccoglie

i pezzi di un sistema sanitario con gravi

lacune – e possiede una lunga tradizione

di insegnamenti sull’etica e l’assistenza

medica. Una riforma sanitaria

che rispetti la vita e la dignità di tutti è

un imperativo morale e una priorità

nazionale urgente”, ha indicato.

Per questo, sostiene, “accogliamo il discorso

del Presidente come un importante

contributo a questo dibattito essenziale

e a questo compito nazionale”.

“Concordiamo con il Presidente

sul fatto che ci sono ancora dettagli da

definire”, ha concluso la Saile. “Dopo il

suo discorso vediamo l’opportunità di

lavorare per una politica sanitaria universale

che rispetti la vita e la dignità

umana, permetta l’accesso a tutti, con

una speciale preoccupazione per i poveri,

e includa gli immigrati regolari”.

Barak Obama

derli, il problema non è risolto poiché vengono

sempre trasformati all’estero.

Disponendo di poche infrastrutture

di comunicazione e trasporto, gli agricoltori

non riescono a trarre profitto da

ciò che coltivano.

Per meglio comprendere la difficoltà

del rapporto tra tradizione e modernità,

soprattutto nel campo agricolo con l’arrivo

dei prodotti geneticamente modificati,

è stato intervistato Francois Traoré,

Presidente dell’Associazione Coltivatori

di Cotone del Burkina Faso.

Traorè ha recentemente partecipato

a un Convegno sullo sviluppo dell’Africa

all’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”

ed è uno dei firmatari di una lettera

inviata ai Padri Sinodali del Sinodo

speciale per l’Africa.

E’ vero, come è scritto nell’istrumentum

Laboris del Sinodo per l’Africa che gli

OGM rischierebbero di rovinare i piccoli a-

Se ti piace

falla conoscere

a chi ti piace

Se ritenete che le nostre pubblicazioni

PRESENZA CRISTIANA E PAPA GIOVANNI

possano essere gradite da altri amici o

conoscenti, comunicateci il loro indirizzo,

scrivendolo dietro questo tagliando.

Provvederemo noi a mandare copia saggio.

Ritagliare e spedire a:

Sacerdoti del S. Cuore

Collegio Missionario

70031 ANDRIA (BA)


Nel mondo

gricoltori africani abolendo i metodi di semina

tradizionali e rendendo i coltivatori

dipendenti dalla produzione delle società

che vendono le sementi? Innanzitutto, occorre

sapere che tutti i piccoli agricoltori

hanno necessità di crescere. Oggi i metodi

di semina tradizionali non riescono

più a nutrire le persone. Prima un ettaro

si coltivava senza particolari sforzi perché

le terre erano fertili e la vegetazione

lussureggiante. Oggi ci vuole molto più

tempo e occorre anche l’operato di più

persone per coltivare quello stesso ettaro.

La raccolta è spesso insufficiente per

nutrire gli uomini e le famiglie che hanno

contribuito alla produzione.

Gli OGM sono per noi uno strumento

moderno per aumentare la produzione e

sopravvivere. Noi crediamo all’alleanza

fra tradizione e modernità. E l’esempio di

alcuni paesi va in questa direzione.

Alcune delle tecniche di semina che

applichiamo nei nostri campi di cotone

ci sono state insegnate dai tecnici che

provengono da scuole moderne. Così

nella filiera del cotone, il produttore

compra ogni anno la quantità di sementi

necessarie dalle società sementiere

e non trattiene più i semi per riseminarli

l’anno dopo. Per ciò che concerne

la questione della dipendenza,

gran parte del materiale dell’agricoltura

di oggi non è prodotto da noi. Affinché

il piccolo produttore possa crescere

è necessaria la correttezza e la sincerità

di coloro che lavorano per lo sviluppo

attraverso obiettivi precisi ed efficaci

e moderne metodologie.

Le biotecnologie possono aiutare lo

sviluppo dell’Africa? E come? Il legame fra

OGM e sviluppo è lo stesso di quello che

abbiamo con tutto ciò che è moderno.

(Per piacere scrivere a stampatello)

Cognome

Nome

Via

CAP Città

Cognome

Nome

Via

CAP Città

Cognome

Nome

Via

CAP Città

I dati trasmessici e che Lei, ai sensi del D.Lgs

196/2003, ci autorizza a trattare e comunicare,

saranno utilizzati a soli fini promozionali

della nostra attività apostolica. ✁

Non abbiamo inventato il carro. Esso

è stato fortemente osteggiato quando è

stato introdotto nella nostra agricoltura.

Ricordo bene che mio padre non ha mai

voluto coltivare con il carro poiché pensava

che potesse favorire la pigrizia.

Con il passare del tempo, abbiamo finalmente

capito che l’uomo, grazie alla

sua intelligenza, ha trovato modo di utilizzare

la forza degli animali per eliminare

un lavoro particolarmente gravoso.

Sappiamo anche che le rese sono

aumentate allorquando le nostre sementi

tradizionali sono state studiate e

rafforzate nei laboratori. Se le rese dei

semi tradizionali non superano la tonnellata

per ettaro, le sementi migliorate

possono produrre dalle due alle quattro

tonnellate per ettaro.

Abbiamo adottato i fertilizzanti ed i

fitofarmaci perché ci siamo resi conto

che coloro che producono di più utilizzano

prodotti chimici ed ottengono così

raccolti più abbondanti per nutrirsi ed

esportarli verso le nostre aree.

E’ tenendo a mente questi risultati

straordinari e temendo la concorrenza

che utilizziamo i fitofarmaci. Conosciamo

tutti i loro effetti nocivi. Infatti quando un

coltivatore utilizza i pesticidi sulle proprie

colture immancabilmente li respira e a

volte se li spruzza addosso. E’ verosimile

che questi prodotti possano intossicare i

coltivatori così come inquinano il suolo.

La differenza con gli OGM è che ciò

che uccide i parassiti è nella pianta ed è

nocivo soltanto ad un tipo di insetto.

Consideriamo molto interessante

questa metodologia di coltivazione del

cotone, poiché sono unicamente i parassiti

che si voglio eliminare che muoiono.

Ci sono persone che pongono all’indice

questa tecnologia; ci dicono che gli

OGM uccideranno lo stesso tutto ciò

che si trova vicino alle piante ed aggiungono

che continueremo ad usare gli insetticidi

esattamente come prima. Queste

persone non sono molto coerenti.

Quello che noi, ad oggi, abbiamo riscontrato

è che grazie agli OGM guadagniamo

molto tempo per poterci occupare

di altri lavori sul campo.

Il mio unico timore è che il mondo intero,

e più in particolare la parte più potente,

consideri l’Africa solo come un granaio di

risorse naturali da poter sfruttare; e che per

farlo esso mantenga la popolazione africana

nella povertà e non permetta ai suoi

tecnici di evolversi nelle conoscenze.

Quali sono i problemi che limitano lo

sviluppo dell’Africa? Fra i problemi che

possono limitare lo sviluppo in Africa,

penso che la povertà e le sue conseguenze

- ovvero la manipolazione, i conflitti, la

perdita e la negazione dei propri valori -

siano fatti davvero preoccupanti.

In effetti la povertà dovrebbe aver fine

in Africa e soprattutto non continuare a costituire

una fonte di guadagno per alcuni.

E’ dalla povertà infatti che nascono i

conflitti poiché l’uomo è più facile da

manipolare quando è povero.

Io non rifiuto la modernità. Voglio che

la tradizione e la modernità siano integrate.

Quali sono gli africani che hanno necessità

di vincere il sottosviluppo nel settore

agricolo? I giovani agricoltori sono

quelli che soffrono di più la povertà e il

sottosviluppo. L’agricoltura non è attraente

a causa della difficoltà di metterla

in pratica nelle nostre aree e a causa

dei suoi scarsi introiti.

Così molti giovani agricoltori praticano

l’esodo verso le città che, essendo poco

industrializzate, non hanno nulla da

offrirgli di meglio. Questo porta presto i

giovani alla disoccupazione e di conseguenza

alla delinquenza e all’uso di droghe.

Non soddisfatti del loro esodo verso

la città tentano in tutti modi di cambiare

vita e dirigersi verso destinazioni erroneamente

reputate paradisiache.


!

Cari fratelli e sorelle! Nel

cuore delle città cristiane,

Maria costituisce una presenza

dolce e rassicurante.

Con il suo stile discreto dona

a tutti pace e speranza

nei momenti lieti e tristi

dell’esistenza. Nelle chiese,

nelle cappelle, sulle pareti dei palazzi:

un dipinto, un mosaico, una statua

ricorda la presenza della Madre

che veglia costantemente sui suoi figli.

Anche qui, in Piazza di Spagna,

Maria è posta in alto, quasi a vegliare

su Roma.Cosa dice Maria alla città?

Cosa ricorda a tutti con la sua presenza?

Ricorda che “dove abbondò il

peccato, sovrabbondò la grazia”

(Rm 5,20) - come scrive l’apostolo

Paolo. Ella è la Madre Immacolata

che ripete anche agli uomini del nostro

tempo: non abbiate paura, Gesù

ha vinto il male; l’ha vinto alla radice,

liberandoci dal suo dominio.Quanto

abbiamo bisogno di questa bella notizia!

Ogni giorno, infatti, attraverso

i giornali, la televisione, la radio, il

male viene raccontato, ripetuto, amplificato,

abituandoci alle cose più

orribili, facendoci diventare insensibili

e, in qualche maniera, intossicandoci,

perché il negativo non viene

pienamente smaltito e giorno per

giorno si accumula. Il cuore si indurisce

e i pensieri si incupiscono. Per

questo la città ha bisogno di Maria,

che con la sua presenza ci parla di

Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia

sul peccato, e ci induce a sperare anche

nelle situazioni umanamente

più difficili.Nella città vivono - o sopravvivono

- persone invisibili, che

ogni tanto balzano in prima pagina o

sui teleschermi, e vengono sfruttate

fino all’ultimo, finché la notizia e

l’immagine attirano l’attenzione. E’

un meccanismo perverso, al quale

purtroppo si stenta a resistere. La

città prima nasconde e poi espone al

pubblico. Senza pietà, o con una falsa

pietà. C’è invece in ogni uomo il

desiderio di essere accolto come persona

e considerato una realtà sacra,

perché ogni storia umana è una storia

sacra, e richiede il più grande rispetto.La

città, cari fratelli e sorelle,

siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce

alla sua vita e al suo clima morale,

in bene o in male. Nel cuore di ognuno

di noi passa il confine tra il

bene e il male e nessuno di noi deve

sentirsi in diritto di giudicare gli altri,

ma piuttosto ciascuno deve sen-

tire il dovere di migliorare se stesso!

I mass media tendono a farci sentire

sempre “spettatori”, come se il male

riguardasse solamente gli altri, e certe

cose a noi non potessero mai accadere.

Invece siamo tutti “attori” e,

nel male come nel bene, il nostro

comportamento ha un influsso sugli

altri.Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento

dell’aria, che in certi

luoghi della città è irrespirabile. E’

vero: ci vuole l’impegno di tutti per

rendere più pulita la città. E tuttavia

c’è un altro inquinamento, meno

percepibile ai sensi, ma altrettanto

pericoloso. E’ l’inquinamento dello

spirito; è quello che rende i nostri

volti meno sorridenti, più cupi, che ci

porta a non salutarci tra di noi, a non

guardarci in faccia... La città è fatta

di volti, ma purtroppo le dinamiche

collettive possono farci smarrire la

percezione della loro profondità. Vediamo

tutto in superficie. Le persone

diventano dei corpi, e questi corpi

perdono l’anima, diventano cose,

oggetti senza volto, scambiabili e

consumabili.Maria Immacolata ci

aiuta a riscoprire e difendere la

profondità delle persone, perché in

lei vi è perfetta trasparenza dell’anima

nel corpo. E’ la purezza in persona,

nel senso che spirito, anima e

corpo sono in lei pienamente coerenti

tra di loro e con la volontà di

Dio. La Madonna ci insegna ad aprirci

all’azione di Dio, per guardare gli

Nel mondo

altri come li guarda Lui: a partire dal

cuore. E a guardarli con misericordia,

con amore, con tenerezza infinita,

specialmente quelli più soli, disprezzati,

sfruttati. “Dove abbondò

il peccato, sovrabbondò la grazia”.Voglio

rendere omaggio pubblicamente

a tutti coloro che in silenzio,

non a parole ma con i fatti, si

sforzano di praticare questa legge evangelica

dell’amore, che manda avanti

il mondo. Sono tanti, anche qui

a Roma, e raramente fanno notizia.

Uomini e donne di ogni età, che hanno

capito che non serve condannare,

lamentarsi, recriminare, ma vale di

più rispondere al male con il bene.

Questo cambia le cose; o meglio,

cambia le persone e, di conseguenza,

migliora la società.Cari amici Romani,

e voi tutti che vivete in questa

città! Mentre siamo affaccendati nelle

attività quotidiane, prestiamo orecchio

alla voce di Maria. Ascoltiamo

il suo appello silenzioso ma pressante.

Ella dice ad ognuno di noi: dove

ha abbondato il peccato, possa

sovrabbondare la grazia, a partire

proprio dal tuo cuore e dalla tua vita!

E la città sarà più bella, più cristiana,

più umana.Grazie, Madre Santa, di

questo tuo messaggio di speranza.

Grazie della tua silenziosa ma eloquente

presenza nel cuore della nostra

città. Vergine Immacolata, Salus

Populi Romani, prega per noi!

Benedetto XVI

65


Leo Dani

In margine

In difesa

del Crocifisso

Sembrerà paradossale, ma per ora il

risultato della sentenza della Corte

di Strasburgo è stato quello di far

presente il crocifisso in tanti luoghi dove

non c’era.

Una ricerca tra i telespettatori del

programma “Domenica in” ha rilevato

che il 96% degli interpellati vuole che il

crocifisso rimanga nelle aule e nei luoghi

pubblici perché “fa parte della nostra

tradizione e identità culturale”.

Nel frattempo, i sondaggi continuano

a confermare l’enorme sostegno

di cui gode il crocifisso in Italia.

In Sardegna, a Carbonia, un

gruppo di commercianti ha esposto

un cartello in cui è

scritto “Attenzione,

in questo locale esponiamo

il crocifisso”.

Il professore di Lettere

Marco Tarolli ha riferito: “Mi hanno

detto che al crocifisso non sono

disposti a rinunciare”.

A Imola, al liceo linguistico “Alessandro

da Imola”, che partecipa a

numerosi programmi di scambio

con altri Paesi del continente, la

studentessa Caterina Bassi, ha dichiarato:

“Secondo me è una sentenza

sbagliata perché l’Italia è cattolica.

Se un ateo non crede non dovrebbe

nemmeno provare fastidio. La

cosa veramente assurda è proporre

l’insegnamento della religione musulmana”.

La professoressa di Scienze, Carla

Cardano, ha aggiunto: “La sentenza ignora

la tradizione cristiana e la storia

66 PRESENZA CRISTIANA

del nostro Paese. Mai avuto prima d’oggi

problemi in classe”.

Sono forse questi alcuni frutti delle

Giornate Mondiali della Gioventù, durante

le quali la Croce è stata portata nei

diversi continenti?

Qualsiasi sia l’origine, sta di fatto che

l’ondata popolare in difesa del crocifisso

non si placa.

Quasi in ogni giunta comunale, provinciale

e regionale a livello nazionale,

si è discusso sul se e come comportarsi

di fronte alla sentenza della

Corte di Strasburgo che ha

chiesto la rimozione di tutti i crocifissi

presenti nella

aule scolastiche

d’Italia.

Una riposta

chiara l’ha data la

Giunta regionale della

Valle d’Aosta, che ha “invitato

tutte le scuole di ogni ordine e grado

a mantenere il crocifisso nelle

aule”.

In un documento dell’Esecutivo

valdostano - proposto

dall’assessore all’istruzione,

Laurent Vierin, d’intesa con il

presidente della Regione, Augusto

Rollandin - si legge che

secondo la Giunta “l’applicazione

di tale sentenza potrebbe costituire

un pericoloso precedente in

quanto innescherebbe una serie

di ricorsi da parte di chiunque si

dovesse sentire in qualche modo

leso dall’esposizione di simboli

religiosi, compresi tutto il patri-

monio artistico italiano che direttamente

o indirettamente fa riferimento alla

religione cattolica”.

Nel documento si rileva inoltre che

“tale esposizione non può e non deve

essere considerata un atto offensivo nei

confronti di alcuno e che, in particolare,

il crocifisso rappresenta per la comunità

valdostana un elemento religioso parte

integrante della propria tradizione storica

culturale”.

La Valle d’Aosta, in conclusione, sollecita

il Governo italiano a ricorrere contro

la sentenza della Corte di Strasburgo.

All’istituto professionale “Golgi” di

Brescia, gli studenti si sono portati da

casa un crocifisso enorme e lo hanno

appeso in bella vista sopra la cattedra.

Il dirigente scolastico l’ha fatto togliere,

ma dopo una notte chiuso nell’armadio

della classe, venerdì mattina il

crocifisso è ricomparso al proprio posto.

La professoressa Ersilia Conte, che al

“Golgi” insegna Chimica, ha raccontato

che “quella dei ragazzi è stata una bella

sorpresa. Dove non è arrivata la scuola

ci hanno pensato gli studenti, che evidentemente

ne hanno parlato prima tra

di loro decidendo di dare a tutti una bella

testimonianza”.

Analoga vicenda al liceo scientifico

“Fermi” di Salò (Brescia), dove dopo una

votazione per decidere se mettere il

crocifisso in aula i ragazzi di quinta hanno

appesa la Croce sopra la cattedra.

Nel 1968 gli studenti occupavano le

scuole al grido “Dio è morto”; oggi gli

studenti portano il crocifisso nelle aule

e nei luoghi in cui non c’è.


Leggi bene e vivrai bene! Riposatevi

un poco!

Devozioni

Le devozioni sono un patrimonio importante

della fede cristiana vissuta. E

il Catechismo della Chiesa cattolica riconosce

che la “Liturgia delle Ore non esclude

ma richiede come complementari le

variedevozioni”(n.1178).Dichiarapoiche

“per devozione personale il cristiano può

anche promettere a Dio un’azione, una

preghiera, un’elemosina, un pellegrinaggio…

La fedeltà alle promesse fatte a Dio

è una espressione del rispetto dovuto alla

divina Maestà e dell’amore verso il Dio

fedele”. Per questo il nuovo libretto Devozioni

(a cura di L. Fausto Colecchia, pag.

132,EdizioniDehoniane).Èunabuonaminiera

di molte devozioni verso la Madonna,

san Giuseppe e i Santi, i Defunti.

Tascabile, tutto a colori, con stile semplice

e chiaro, è divenuto per tanti una

guida affidabile della loro pietà. Perciò le

richieste sono quotidiane.

Contributo spese € 2,50.

Voglio pregare

razie! Un libretto che aspettavo. Bel-

“Glo, sintetico ed efficace, come sempre.

E con tanta passione e convinzione!”.

Così scrive chi l’ha letto. E ha subito richiesto

copie per regalarlo e diffonderlo.

È il libretto di L. Fausto Colecchia, Voglio

pregare, pag. 52, da poco stampato tutto

a colori: ogni pagina di testo, con riferimenti

biblici, porta a fronte una bella

foto appropriata di commento.

Siamo tutti mendicanti di Dio e Gesù ci

invita a pregare sempre, senza stancarci.

Queste riflessioni ci aiutano a capire

come fare e com’è importante volerlo fare.

Ne vale la pena!

Contributo spese € 2,00.

Come vivi

con i bambini?

oi trattiamo i ragazzi come acqui-

“N renti di giocattoli e di mode, dimenticando

spesso di lasciare attorno a

loro quell’alone di riguardo, di rispetto di

cui hanno bisogno.

Con loro dovremmo muoverci in punta di

piedi, badare alle nostre parole, scoprire

quali sono i desideri nascosti e le speranze

inconsce alle quali affidano il loro sogno.

Ma quasi nessuno possiede quest’arte”

(Pietro Citati). E Domenica Zanin, educatrice

colta e di lunga esperienza, per aiutarci

in quest’arte ha voluto offrirci testi preziosi,

densi e immediati, la cui lettura sarà di

grande profitto: Come vivi con i bambini?,

pag. 52, Edizioni Dehoniane) della serie di

libretti eleganti e molto illustrati. Un volumetto

da custodire e meditare, da tornare

a consultare nel tempo per riprendere

slancio e coraggio. Perché la vitalità della

parola va oltre il presente e fa germogliare

il futuro. E pensiamo sempre che il futuro

possa essere migliore.

Contributo spese € 2,50.

“Venite

e riposatevi

un poco” (Mc 6, 31):

l’invito di Gesù

ai suoi discepoli

è anche per te.

Villa

LaQuiete

Nell’Umbria verde, terra d’arte e di

santi. Aperta tutto l’anno a gruppi

organizzati o singole famiglie.

Disponibilità:

– 75 stanze, con servizi autonomi, per

170 posti letto;

- autogestione per 50 posti letto.

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1° Corso di Esercizi spirituali

NB: I corsi verranno svolti se vi sarà un

minimo di prenotazioni.

Itinerario francescano guidato:

quattro giorni per introdursi

nell’animo di Francesco e

Chiara visitando i luoghi

dove hanno vissuto.

Per informazioni e prenotazioni:

Villa “La Quiete”

Istituto Missionario

Via Col Pernaco, 2- 06034 FOLIGNO

(Perugia)

Tel. (0742) 350.283

Fax (0742) 349.000


Vieni con Noi! “I valori che brillano

Vola alto e crescerà la tua libertà.

Se ti piace la

vita consacrata,

essere

sacerdote o missionario,

contatta i Sacerdoti del S. Cuore

(Dehoniani):

ti aiuteranno a capire

cosa desidera Dio da te.

Scrivete a:

Padri Dehoniani

Collegio Missionario

70031 – Andria (BA)

PRESENZA CRISTIANA

Punta

in alto!

Dona sempre

il meglio di te

e darai senso alla vita.

nei tuoi occhi

ti fanno guardare

in alto e lontano”.

(LFC)

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