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Lo sguardo di Powell & Pressburger - Cineforum del Circolo

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i quaderni <strong>del</strong> cineforum<br />

<strong>Lo</strong> <strong>sguardo</strong> <strong>di</strong><br />

POWELL & PRESSBURGER<br />

LA PIÙ ALTA E APPASSIONATA PARABOLA CREATIVA DEL CINEMA INGLESE<br />

GIORGIO DE GIORGIO<br />

CIRCOLO FAMILIARE DI UNITÀ PROLETARIA<br />

23


LO SGUARDO DI<br />

POWELL & PRESSBURGER<br />

La più alta e appassionata parabola creativa <strong>del</strong> cinema inglese<br />

GIORGIO DE GIORGIO<br />

<strong>di</strong>cembre 2011 - gennaio 2012<br />

CIRCOLO FAMILIARE DI UNITÀ PROLETARIA<br />

Viale Monza 140, Milano<br />

www.cineforum<strong>del</strong>circolo.it info@cineforum<strong>del</strong>circolo.it


INTRODUZIONE<br />

Avolte ritornano. E per fortuna. Nella intricatissima rete dei <strong>di</strong>ritti legali relativi alla proprietà dei<br />

film (fallimenti, <strong>di</strong>spute ere<strong>di</strong>tarie, liti giu<strong>di</strong>ziarie <strong>di</strong> ogni tempo, ecc.) molte opere, <strong>di</strong> rilievo e<br />

non, si perdono nel <strong>di</strong>menticatoio e in pratica non esistono più. E più nessuno se ne preoccupa.<br />

Ma qualche volta accade l’insperato. È il caso <strong>del</strong>le opere più importanti <strong>di</strong> Michel <strong>Powell</strong> ed Emeric<br />

<strong>Pressburger</strong>, da poco restaurate per l’interessamento <strong>di</strong> Martin Scorsese che grazie alla collaborazione <strong>di</strong><br />

Thelma Schoonmaker, sua montatrice <strong>di</strong> fiducia e vincitrice <strong>di</strong> tre Oscar, ritrovano da soli pochi mesi non<br />

solo una luce ancora più vivida e pura, ma ad<strong>di</strong>rittura una rinascita dopo un oblio <strong>di</strong> decenni.<br />

Tali circostanze sono ancor più gra<strong>di</strong>te perché ci permettono <strong>di</strong> sollevare almeno un po’ il velo <strong>del</strong>la non<br />

conoscenza o <strong>del</strong>l’oscuramento, come si vuole, <strong>del</strong>la storia <strong>del</strong> cinema britannico. Ricchissimo e fecondo,<br />

tanto ha dato nella rappresentazione <strong>del</strong>la più grande potenza politica, economica e culturale prima e<br />

durante la seconda guerra mon<strong>di</strong>ale. E tanto ha dato, proprio a causa degli incubi suscitati dalla folle avventura<br />

hitleriana, in arricchimento <strong>di</strong> attori, registi, tecnici, cultura ed esperienza alla cinematografia americana,<br />

trasferendosi a Hollywood, cioè a quella nuova potenza politica ed economica, culturale non so, che<br />

con la fine <strong>del</strong>la guerra sarebbe risultata trionfante anche nella storia <strong>del</strong> cinema. <strong>Powell</strong> fu tra gli autori<br />

inglesi che con i suoi impareggiabili film maggiormente contribuì alla resistenza morale e spirituale <strong>del</strong>la<br />

sua nazione martoriata dai feroci bombardamenti nazisti e sull’orlo <strong>di</strong> una sempre imminente invasione. E<br />

che ad<strong>di</strong>rittura ne rappresentò nel mondo <strong>del</strong> primo dopoguerra un felice tentativo <strong>di</strong> riscatto e rinascita<br />

realizzando capolavori in Technicolor padroneggiando una tecnica d’avanguar<strong>di</strong>a che neanche gli inventori<br />

americani erano ancora stati capaci. E così dopo gli Oscar e il successo <strong>di</strong> quegli anni, tutto andò scivolando<br />

pian piano nel <strong>di</strong>menticatoio. Sotto l’invasione <strong>del</strong> cinema americano nel frattempo <strong>di</strong>lagato ovunque.<br />

Così il ricordo <strong>del</strong> grande Michael <strong>Powell</strong> (per tacere <strong>di</strong> <strong>Pressburger</strong>) andò a spegnersi nel tempo.<br />

Anche se tuttavia oggi compren<strong>di</strong>amo meglio per quali altre ragioni.<br />

Infatti, anche se molti sostengono che a <strong>Powell</strong> spetterebbe lo stesso rango dei colleghi Alfred Hitchcock<br />

e David Lean (che lavorerà all’inizio <strong>del</strong>la sua carriera in alcuni film <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>, come questi ha lavorato al<br />

suo inizio con Hitchcock), entrambi peraltro emigrati a Hollywood, la sua carriera ha subito una inversione<br />

bruschissima dopo l’uscita <strong>del</strong> suo controverso L’occhio che uccide, realizzato nel 1960, peraltro<br />

senza più la collaborazione <strong>di</strong> <strong>Pressburger</strong>. Il film è stato aspramente criticato dai critici inglesi, che si sono<br />

sentiti offesi dalle sue immagini fortissime e violente; <strong>Powell</strong> fu allontanato dall’industria cinematografica<br />

e ha trovato quasi impossibile lavorare in seguito. Tuttavia, la sua reputazione è stata restaurata nel corso<br />

degli anni, e dal momento <strong>del</strong>la sua morte, lui e <strong>Pressburger</strong> sono stati riconosciuti come tra i più importanti<br />

autori <strong>del</strong> cinema <strong>di</strong> tutti i tempi. Martin Sorsese ha <strong>di</strong>chiarato <strong>di</strong> avere una grande considerazione <strong>di</strong><br />

Michael <strong>Powell</strong> ed Emeric <strong>Pressburger</strong>, e non esita a riconoscere il grande peso che il loro cinema ha avuto<br />

3


nella sua formazione <strong>di</strong> cineasta e a <strong>di</strong>chiarare il suo debito nei loro confronti, non solo sul piano <strong>del</strong>la<br />

fascinazione estetica, ma soprattutto su quello <strong>del</strong>l’immaginazione e <strong>del</strong>la fantasia. Bertrand Tavernier, in<br />

un vecchio saggio <strong>di</strong> Positif fa riferimento a questa incon<strong>di</strong>zionata ammirazione <strong>di</strong> Scorsese, e anche a<br />

quella espressa da Francis Coppola “per le inquadrature incre<strong>di</strong>bilmente formali e al tempo stesso assolutamente<br />

moderne dei loro film. Eppure, i due ormai storici registi inglesi sono stati considerati nient’altro<br />

che abili artigiani <strong>del</strong>lo schermo. (Enrico Livraghi).<br />

<strong>Powell</strong> è il secondo genito <strong>di</strong> Thomas William <strong>Powell</strong>, un agiato coltivatore<br />

<strong>di</strong> luppolo. Nasce a Bekesbourne, nel Kent, ed educato al Royal<br />

College <strong>di</strong> Canterbury. Ha iniziato a lavorare in banca nel 1922, ma<br />

presto si rende conto <strong>di</strong> non essere tagliato per essere un impiegato.<br />

<strong>Powell</strong> entra nell’industria cinematografica nel 1925 attraverso la collaborazione<br />

con il regista americano Rex Ingram presso gli stu<strong>di</strong><br />

Victorine a Nizza (il contatto con Ingram si realizza per mezzo <strong>del</strong> padre<br />

<strong>di</strong> <strong>Powell</strong>, che possedeva un hotel proprio a Nizza). Ingram è una <strong>del</strong>le<br />

figure dominanti <strong>del</strong> cinema muto degli anni venti. <strong>Powell</strong> inizia come<br />

proverbiale «tuttofare»: deve spazzare il pavimento, fare il caffè, badare<br />

al recupero e al trasporto <strong>del</strong>le attrezzature, ecc. Presto progre<strong>di</strong>sce<br />

ad altre mansioni come la scrittura <strong>del</strong>le <strong>di</strong>dascalie per i film muti e<br />

molti altri lavori tra cui alcune particine d’attore, <strong>di</strong> solito come personaggi<br />

buffi. <strong>Powell</strong> fa il suo debutto cinematografico come «turista<br />

comico inglese» nel Mare Nostrum (1926).<br />

Tornato in Inghilterra nel 1928, <strong>Powell</strong> lavora per <strong>di</strong>versi registi tra cui nel film muto Champagne <strong>di</strong> Alfred<br />

Hitchcock. È presente in un ruolo simile nel primo «parlato» <strong>di</strong> Hitchcok Blackmail (1929). Nella sua autobiografia,<br />

<strong>Powell</strong> racconta <strong>di</strong> aver suggerito il finale <strong>del</strong> British Museum, che è stato il primo <strong>di</strong> Hitchcock<br />

a dare quel particolare climax «monumentale» ai suoi film. Dopo la sceneggiatura <strong>di</strong> due produzioni,<br />

<strong>Powell</strong> sigla una partnership con il produttore americano Jerry Jackson nel 1931 per fare una serie <strong>di</strong><br />

«Quota Act», cioè <strong>di</strong>rige film <strong>di</strong> un’ora, durata necessaria per sod<strong>di</strong>sfare un requisito legale per proteggere<br />

la produzione britannica dall’invadenza americana. Durante questo periodo, sviluppa le sue abilità<br />

<strong>di</strong> regia, a volte per eseguire fino a sette film l’anno.<br />

Il debutto come regista «autonomo creativo» avviene con “Due ore piene” (Two Crowed Hours,1931).<br />

Questo thriller viene considerato un buon successo al botteghino, nonostante il budget limitato. Dal 1931<br />

al 1936, <strong>Powell</strong> realizza 23 film, tra cui la critica rimarca “Vessillo rosso” (Red Ensign, 1934) e “La luce<br />

fantasma” (The Phantom Light, 1935) .<br />

Nel 1939, <strong>Powell</strong> viene chiamato da Alexander Korda a <strong>di</strong>rigere “Ai confini <strong>del</strong> mondo” (The Edge of the<br />

World). E subito dopo un film che era stato progettato come un veicolo per due dei <strong>di</strong>vi <strong>di</strong> Korda, Conrad<br />

Veidt e Valerie Hobson. Il film è “La spia in nero” (The Spy in Black) , in cui <strong>Powell</strong> incontra per la prima<br />

volta Emeric <strong>Pressburger</strong> .<br />

EMERIC PRESSBURGER (1902-1988)<br />

MICHAEL POWELL (1905-1990)<br />

Emeric <strong>Pressburger</strong> nasce a Miskolc, in Ungheria, come citta<strong>di</strong>no<br />

<strong>del</strong>l’impero austro-ungarico, e come giovane intellettuale in cerca<br />

<strong>di</strong> lavoro si ritrova ad appartenere alla neonata repubblica in<strong>di</strong>pendente<br />

smembrata <strong>di</strong> due terzi <strong>di</strong> territorio dai trattati <strong>del</strong> dopo guerra.<br />

Dopo varie esperienze come giornalista e scrittore esor<strong>di</strong>sce nel<br />

mondo <strong>del</strong> cinema nel 1929, quando, dopo essersi trasferito in<br />

Germania inizia la sua collaborazione, in qualità <strong>di</strong> soggettista e<br />

sceneggiatore con la grande casa <strong>di</strong> produzione UFA. In questo<br />

4


periodo scrive, tra l’altro, la sceneggiatura <strong>del</strong> primo film <strong>di</strong> Max Ophüls Dann schon lieber Lebertan<br />

(Preferisco l’olio <strong>di</strong> fegato <strong>di</strong> merluzzo). A seguito <strong>del</strong>le leggi razziali si trasferisce prima in Francia e poi,<br />

nel 1935, in Gran Bretagna, dove viene subito notato dal produttore connazionale Alexander Korda che,<br />

nel 1939, lo ingaggia per sceneggiare il film “La spia in nero” (The Spy in Black) che sarà <strong>di</strong>retto da<br />

Michael <strong>Powell</strong>. Questo film segnerà così la nascita <strong>di</strong> una <strong>del</strong>le più importanti collaborazioni <strong>del</strong>la storia<br />

<strong>del</strong> cinema.<br />

MICHAEL POWELL ED EMERIC PRESSBURGER, INSIEME<br />

Non è rarissimo che fra un regista e il suo sceneggiatore preferito si stabilisca un tratto <strong>di</strong> percorso artistico<br />

in comune. Pensiamo solo a Vittorio De Sica e a Cesare Zavattini. Ma è un caso unico che si sia formata<br />

una coppia titolare <strong>di</strong> una società <strong>di</strong> produzione, stabile e red<strong>di</strong>tizia e, quel che più stupisce, con una<br />

complementarietà funzionale e la stessa alta visione <strong>di</strong> come fare cinema.<br />

Lavorano benissimo insieme. In generale, <strong>Pressburger</strong> crea la storia originale e scrive la prima bozza <strong>del</strong>lo<br />

script e tutto quello che ne seguirà a mano su un grosso quaderno. Quin<strong>di</strong> il copione va avanti e in<strong>di</strong>etro<br />

un paio <strong>di</strong> volte (non avrebbero mai potuto lavorare insieme nella stessa stanza). Poi <strong>Pressburger</strong> stende il<br />

<strong>di</strong>alogo in dettaglio, perché a questo punto sa quello che vuole far <strong>di</strong>re ai personaggi, anche se <strong>Powell</strong> alla<br />

fine detta alcune parole definitive.<br />

Entrambi agiscono come produttori, forse un po’ più <strong>Pressburger</strong> che <strong>Powell</strong>, dal momento che avrebbe<br />

potuto lenire le piume arruffate dai mo<strong>di</strong> schietti <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>. Divennero i propri produttori soprattutto per<br />

impe<strong>di</strong>re a chiunque altro <strong>di</strong> ficcare il naso nel loro lavoro, perché avevano soprattutto un assoluto bisogno<br />

<strong>di</strong> libertà.<br />

La <strong>di</strong>rezione <strong>del</strong> set era quasi tutta fatta da <strong>Powell</strong>, ma anche così “The Archers”, la casa <strong>di</strong> produzione<br />

fondata dagli stessi <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> con cui realizzeranno tutti i loro film successivi, generalmente<br />

lavora come una squadra, con il cast e la troupe spesso dandosi suggerimenti. E anche per questo che si era<br />

5


creato un gruppo <strong>di</strong> attori quasi sempre fisso per le garanzie che essi davano nell’atteggiamento richiesto<br />

da quel metodo <strong>di</strong> lavoro. Alcuni <strong>di</strong> loro che erano già andati a Hollywood, all’inizio <strong>del</strong>la guerra tornarono<br />

per sostenere con <strong>Powell</strong> lo sforzo bellico che spettava anche agli artisti. <strong>Pressburger</strong> è sempre a portata<br />

<strong>di</strong> mano, <strong>di</strong> solito sul pavimento <strong>del</strong>lo stu<strong>di</strong>o, per assicurarsi che i cambiamenti <strong>del</strong>l’ultimo momento<br />

non danneggiassero la continuità nella storia.<br />

Una volta finite le riprese, <strong>Powell</strong> è solito allontanarsi al nord per una passeggiata sulle colline <strong>del</strong>la Scozia<br />

per schiarirsi le idee; <strong>Pressburger</strong> è spesso coinvolto nel montaggio, in particolare nel modo in cui è stata<br />

utilizzata la musica. <strong>Pressburger</strong> è egli stesso un musicista e in Ungheria suonava il violino in un’orchestra.<br />

Quando il film è finalmente pronto e <strong>Powell</strong> è tornato dalle Highlands, è <strong>Powell</strong> a fare il front man per ogni<br />

lavoro promozionale, come le interviste per i giornali o riviste.<br />

Perché la collaborazione <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> erano, e continuano ad essere, insolita nel cinema, e per<br />

l’influenza <strong>del</strong>la teoria d’autore, che eleva il regista come creatore principale <strong>di</strong> un film, <strong>Pressburger</strong> è stato<br />

a volte liquidato come «lo sceneggiatore <strong>di</strong> Michael <strong>Powell</strong>»; ma <strong>Powell</strong> stesso era il primo a <strong>di</strong>re, in numerose<br />

interviste, che non avrebbe potuto fare più <strong>di</strong> quello che ha fatto senza <strong>Pressburger</strong>.<br />

Negli anni <strong>del</strong>la guerra i due realizzano una serie <strong>di</strong> film a tema bellico e <strong>di</strong>chiaratamente propagan<strong>di</strong>stici:<br />

“Gli invasori – 49° parallelo “(49th Parallel) <strong>del</strong> 1941 (che ottiene anche finanziamenti pubblici da parte<br />

<strong>del</strong> Ministero <strong>del</strong>l’Informazione), “Volo senza ritorno” (One of Our Aircrafts is Missing) <strong>del</strong> 1942 (che<br />

segna il debutto <strong>di</strong> <strong>Pressburger</strong> come co-regista) e Duello a Berlino (The Life and Death of Colonel Blimp)<br />

<strong>del</strong> 1943 (che sarà però osteggiato dalle autorità per via <strong>del</strong>la storia <strong>del</strong>l’amicizia fra un ufficiale nazista e<br />

uno inglese).<br />

Quest’ultimo film sarà il primo realizzato dalla “The Archers”. Tra i due c’è un accordo oltre che economico<br />

soprattutto ideale che li porta a firmare insieme le loro opere con la <strong>di</strong>citura passata alla storia proprio<br />

per la sua unicità: “Scritto, prodotto, <strong>di</strong>retto da William <strong>Powell</strong> e Emeric <strong>Pressburger</strong>”. Dopo “Un racconto<br />

<strong>di</strong> Canterbury” (A Canterbury Tale) <strong>del</strong> 1944 e “So dove vado” (I Know Where I’m Going) <strong>del</strong> 1945<br />

i due realizzeranno, nel 1946, “Scala al Para<strong>di</strong>so” (A Matter of Life and Death) un film ricchissimo <strong>di</strong> elementi<br />

visivi e narrativi <strong>di</strong> grande impatto ed originalità. Seguiranno altri due film ritenuti oggi tra i più<br />

importanti nella storia <strong>del</strong> cinema inglese: “Narciso nero” (Black Narcissus) <strong>del</strong> 1947 e “Scarpette rosse”<br />

(The Red Shoes) <strong>del</strong> 1948 che sarà anche il maggior successo<br />

commerciale <strong>del</strong> duo.<br />

Negli anni cinquanta realizzeranno “La volpe” (Gone to<br />

Earth) (1950), “I racconti <strong>di</strong> Hoffmann” (The Tales of<br />

Hoffmann, 1951), “La battaglia <strong>di</strong> Rio <strong>del</strong>la Plata” (The<br />

Battle of the River Plate, 1956) e “Colpo <strong>di</strong> mano a<br />

Creta” (I’ll Met by Moonlight, 1957), che sarà l’ultimo<br />

film co-<strong>di</strong>retto. I due torneranno a collaborare nel 1966<br />

con They’re a Weird Mob e nel 1972 con “Il ragazzo che<br />

<strong>di</strong>ventò giallo” (The Boy Who Turned Yellow) entrambi<br />

scritti e prodotti da <strong>Pressburger</strong> e <strong>di</strong>retti da <strong>Powell</strong>.<br />

In una lettera a Wendy Hiller (protagonista <strong>del</strong> loro “So<br />

dove vado” e nel 1958 vincitrice <strong>di</strong> un Oscar per “Tavole<br />

separate” (Separate Tables, <strong>di</strong> Delbert Mann), chiedendole<br />

<strong>di</strong> apparire in Duello a Berlino (ma alla fine fu<br />

Deborah Kerr ad avere la parte), <strong>Pressburger</strong> esplicitamen-<br />

Jack Car<strong>di</strong>ff alle prese con l’ingombrante macchina da<br />

presa per il Technicolor<br />

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te in<strong>di</strong>ca “il manifesto” de ‘’ The Archers”.<br />

In cinque punti esprime le intenzioni <strong>del</strong>la coppia artistica:<br />

1. dobbiamo ubbi<strong>di</strong>re unicamente agli interessi finanziari che investono il denaro, con la responsabilità <strong>di</strong><br />

assicurare un profitto, non una per<strong>di</strong>ta;<br />

2. <strong>di</strong> ogni singolo metro <strong>di</strong> pellicola siamo responsabili noi e nessun altro. Non accettiamo pressioni o<br />

influenze, ma ci basiamo solo sul nostro giu<strong>di</strong>zio;<br />

3. quando iniziamo a lavorare ad un nuovo progetto dobbiamo essere avanti <strong>di</strong> un anno, non solo riguardo<br />

alla concorrenza ma anche riguardo ai tempi <strong>di</strong> lavorazione. Un film dall’idea alla <strong>di</strong>stribuzione richiede<br />

un anno o più;<br />

4. nessun artista crede nella fuga dalla realtà. E in fondo pensiamo che neppure il pubblico ci crede.<br />

Abbiamo constatato che la gente paga per vedere la realtà, per ragioni <strong>di</strong>verse dalla sua nuda evidenza;<br />

5. da sempre, e oggigiorno in particolare, l’autostima <strong>di</strong> tutti i collaboratori, dalla star al tecnico, viene<br />

accresciuta o <strong>di</strong>minuita dal tema e dallo scopo <strong>del</strong> film a cui stanno lavorando.<br />

POWELL E HITCHCOCK: DESTINI INCROCIATI<br />

Hitchcock e <strong>Powell</strong> percorrono alla stessa maniera tutti i gra<strong>di</strong>ni <strong>del</strong>la carriera<br />

e <strong>del</strong> successo. Hanno perfino in comune la piccola-grande amarezza<br />

<strong>di</strong> non aver ricevuto un Oscar personale. Essi vivono in fondo i tempi <strong>del</strong><br />

cinema poco più che artigianale in cui chi ha qualcosa da <strong>di</strong>re o voglia <strong>di</strong><br />

fare trova il suo spazio. Hitch ha incominciato prima, ha lavorato all’UFA<br />

<strong>di</strong> Berlino, più volte gira sulla costa azzurra, accoglie nello staff il secondo,<br />

e infine, dopo film tentennanti e on<strong>di</strong>vaghi, trova il suo linguaggio e i suoi<br />

temi personali che lo porteranno al grande successo. Anche grazie al clima<br />

suscitato nella società dagli avvenimenti politici degli anni Trenta<br />

Hitchcock realizza “Numero 17” (Number Seventeen, 1932), “L’uomo che<br />

sapeva troppo” (The Man Who Knows Too Much, 1934), “Il club dei 39”<br />

(The 39 Steps, 1935), “Sabotaggio” (Sabotage, 1936), e “La signora scompare”<br />

(The Lady Vanishes, 1938). <strong>Powell</strong>, che ha lavorato alla Victorine in<br />

Francia e fatto tanta routine a <strong>Lo</strong>ndra, riesce ad arrivare a farsi apprezzare<br />

davvero quando anch’egli realizza film a base <strong>di</strong> spionaggio, con “La spia<br />

in nero” (The Spy in Black, 1939).<br />

<strong>Powell</strong> e Hitchcock si incrociano sul tema <strong>del</strong>la riflessione sul significato<br />

<strong>del</strong> cinema come voyeurismo o visione. Pensate a La finestra sul cortile<br />

(1954) <strong>di</strong> Hitchcock: “Non tanto il voyeurismo, né come patologia, né come<br />

sostituzione metaforica presente nella con<strong>di</strong>zione esistenziale umana, è ciò<br />

<strong>di</strong> cui tratta il film, come sostiene certa critica, ma la visione, in tutta l’ampiezza<br />

e la complessità dei sensi <strong>del</strong> termine. La vita e il teatro, la fotografia<br />

e il cinema, gli occhi e il cannocchiale, la macchina fotografica e la cinepresa<br />

ma anche la negazione <strong>del</strong> vedere: l’accecamento <strong>del</strong>l’omicida con i<br />

flash, il sonno che ogni tanto chiude gli occhi a Jeff.” (Giorgio Simonelli).<br />

In L’occhio che uccide (1960), <strong>Powell</strong>, similmente a La finestra sul cortile<br />

<strong>di</strong> Hitchcock, si propone anche come una riflessione sull’arte cinematografica come estrema sublimazione<br />

<strong>del</strong> nostro bisogno <strong>di</strong> spiare e “catturare” le vite degli altri: un bisogno che, nel film, è mescolato ad impulsi<br />

sessuali repressi e a un’agghiacciante forma <strong>di</strong> sa<strong>di</strong>smo (ma non senza qualche pennellata <strong>di</strong> humour<br />

nero).<br />

Ancora un incrocio. Hitchcock torna in Inghilterra a girare Frenzy (1972). Quale attrice sceglie per rappresentare<br />

una vittima <strong>del</strong> serial killer? Anna Massey, la stessa che utilizza <strong>Powell</strong> do<strong>di</strong>ci anni prima in<br />

L’occhio che uccide per rappresentare analoga situazione. E che <strong>di</strong>re a proposito <strong>del</strong>l’ambientazione dove<br />

si aggira il killer <strong>di</strong> Frenzy. È la stessa con cui nel 1948 <strong>Powell</strong> apre Scarpette rosse, tra i banchi ortofrutticoli<br />

<strong>del</strong> Covent Garden, che è sede <strong>del</strong> mercato ma anche <strong>del</strong>l’omonimo teatro <strong>del</strong>la musica e <strong>del</strong>la danza,<br />

7


vale a <strong>di</strong>re il Royal Opera House.<br />

Mentre <strong>Powell</strong> in Inghilterra dovette aspettare il dopo guerra per realizzare i suoi più acclamati successi,<br />

Hitchcock a Hollywood contemporaneamente stentava a decollare e a emulare i suoi successi inglesi <strong>del</strong>l’anteguerra.<br />

E una <strong>del</strong>le ragioni principali fu la totale in<strong>di</strong>pendenza artistica che <strong>Powell</strong> seppe conquistarsi<br />

contro l’ingerenza totale che in quegli anni i produttori esercitavano sulle scelte <strong>di</strong> Hitchcock.<br />

<strong>Powell</strong> e Hitchcock comunque, rivali nelle pre<strong>di</strong>lezioni <strong>del</strong> pubblico, sono rimasti amici per il resto <strong>del</strong>la<br />

vita.<br />

POWELL, PRESSBURGER E LA GUERRA<br />

Già prima <strong>del</strong>l’inizio <strong>del</strong>la guerra molti protagonisti <strong>del</strong> cinema inglese si trasferiscono a Hollywood. Non<br />

solo per i timori <strong>del</strong> futuro, anzi più spesso per cercare fortuna, lavoro e successo. Hitchcock è già partito.<br />

<strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> con la guerra non lasciano l’Inghilterra. Anzi, come pochi altri producono una serie<br />

<strong>di</strong> gran<strong>di</strong> film che non è <strong>del</strong> tutto sufficiente definire <strong>di</strong> propaganda. La Gran Bretagna si trova nella singolare<br />

con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> essere l’unica nazione democratica con un’industria cinematografica matura ad essere<br />

aggre<strong>di</strong>ta dai nazisti. Gli Usa saranno nella stessa situazione fino al 7 <strong>di</strong>cembre 1941 e poi entreranno<br />

in guerra, anch’essi aggre<strong>di</strong>ti, a Pearl Harbour, sia pure dai giapponesi alleati dei tedeschi. Il termine propaganda<br />

si ad<strong>di</strong>ce più ad un’azione volta a convincere <strong>del</strong>la bontà <strong>di</strong> una determinata azione quasi sempre<br />

celatamente non encomiabile. È più uno strumento <strong>di</strong> forzoso con<strong>di</strong>zionamento <strong>del</strong> consenso. Si ad<strong>di</strong>ce<br />

certo <strong>di</strong> più agli aggressori.<br />

<strong>Powell</strong>, <strong>Pressburger</strong>, e altri registi che vissero quegli anni bui, realizzarono opere che sento meglio definite<br />

<strong>di</strong> supporto, <strong>di</strong> sostegno, in qualche modo <strong>di</strong> resistenza, morale e spirituale. Tanto che quando, come<br />

in Duello a Berlino, un inglese fa amicizia con un tedesco, Churchill se ne lamenta. Il Primo Ministro bada<br />

al sodo e vorrebbe che tutti i tedeschi fossero visti come nemici. In Scala al Para<strong>di</strong>so c’è l’in<strong>di</strong>menticabile<br />

processo in cui seggono da prima i giu<strong>di</strong>ci rappresentanti le guerre dei vincitori inglesi. Ma <strong>Powell</strong>, non<br />

li accetta e li cambia in modo significativo. Ma forse il significativo <strong>di</strong> tutti è “Un racconto <strong>di</strong> Canterbury”<br />

(A Canterbury Tale, 1944). Sulla strada per Canterbury s’incontrano un soldato americano, un sergente<br />

inglese e una giovane commessa <strong>di</strong> <strong>Lo</strong>ndra. C’è anche un uomo misterioso che <strong>di</strong> notte butta colla sui<br />

capelli <strong>del</strong>le ragazze. Il riferimento a Chaucer è solo un pretesto per questo film ambientato nell’amato e<br />

natio Kent eterogeneo e misterioso nella sua leggerezza ironica che tende a rappresentare una mistica<br />

armonia tra passato e presente, gente e luoghi, classi e nazioni. E che culmina nella cattedrale <strong>di</strong> Canterbury<br />

viva, vitale, erta tra le macerie dei bombardamenti nazisti.<br />

8


SCARPETTE ROSSE<br />

Red Shoes, 1948.<br />

Anton Walbrook (Boris Lermontov), Léonide Massime (Ljubov),<br />

Moira Shearer (Victoria Page), Ludmilla Tcherina (Boronskaja),<br />

Marius Goring (Giulian Craster), Robert Helpmann (Ivan<br />

Boleslawsky).<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

L’impresario <strong>di</strong> una compagnia <strong>di</strong> balletti aiuta due suoi giovani protetti,<br />

un compositore e una ballerina, ad ottenere il successo con il<br />

balletto Scarpette rosse, ispirato alla favola <strong>di</strong> Andersen. Le due rivelazioni<br />

si sposano e lei promette d'abbandonare il palcoscenico, ma<br />

non sa resistere e, contro il volere <strong>del</strong> marito, torna a ballare. Alla<br />

scenata che segue la giovane reagisce con il suici<strong>di</strong>o.<br />

LA TRAMA DELLA FIABA DI HANS-CHRISTIAN ANDERSEN<br />

Karen è una bambina molto povera, costretta ad<br />

andare in giro scalza o al più con gli zoccoli; per aiutarla,<br />

una ciabattina le confeziona un paio <strong>di</strong> scarpe<br />

rosse con degli stracci. Destino vuole che le riceva proprio<br />

nel giorno <strong>del</strong>la morte <strong>del</strong>la madre e debba indossarle<br />

proprio al funerale. Una vecchia e ricca signora<br />

decide <strong>di</strong> prendersi cura <strong>di</strong> Karen e la porta nella sua<br />

casa, dove le vengono dati nuovi abiti e vengono gettate<br />

le scarpette.<br />

Crescendo Karen <strong>di</strong>venta una ragazza molto bella, ma<br />

vanitosa. Un giorno viene in visita in città la regina;<br />

Karen rimane affascinata dalle scarpette <strong>di</strong> marocchino<br />

rosso indossate dalla principessina, infinitamente<br />

più belle <strong>di</strong> quelle fatte <strong>di</strong> stracci e ne desidera un<br />

paio identiche. Con l'inganno riesce a indurre la<br />

"madre adottiva" a comprargliele per la cresima, complice<br />

la debole vista <strong>del</strong>la vecchia signora. In chiesa<br />

Karen non segue la cerimonia perché non riesce a pensare<br />

ad altro che alle proprie scarpette. Nel frattempo<br />

i parrocchiani la osservano in<strong>di</strong>gnati. Quando l'anziana<br />

signora si accorge <strong>del</strong>l'inganno, or<strong>di</strong>na a Karen <strong>di</strong><br />

non indossare mai più scarpe rosse in chiesa, ma la<br />

ragazza le <strong>di</strong>sobbe<strong>di</strong>sce, calzandole la domenica successiva,<br />

giorno <strong>del</strong>la sua prima comunione. Prima <strong>di</strong><br />

entrare in chiesa, se le fa pulire da un vecchio soldato<br />

storpio, che nota ad alta voce come siano <strong>del</strong>le<br />

"belle scarpette da ballo". Anche stavolta Karen si<br />

<strong>di</strong>strae pensando alle sue scarpe, <strong>di</strong>menticandosi perfino<br />

<strong>di</strong> recitare il salmo e il Padre Nostro, e anche stavolta<br />

suscita scalpore tra i presenti. Ma all'uscita, il<br />

vecchio soldato ripete la frase, e improvvisamente<br />

Karen si mette a ballare senza sosta, come se le scarpe<br />

danzassero <strong>di</strong> loro spontanea volontà. Il cocchiere<br />

a fatica la carica sulla carrozza, ma il risultato è che<br />

9<br />

le scarpette prendono a calci la vecchia signora, finché<br />

Karen non riesce finalmente a togliersele.<br />

Tempo dopo, la signora si ammala gravemente: Karen,<br />

invece <strong>di</strong> badarle, decide <strong>di</strong> recarsi a una grande festa<br />

da ballo, indossando le scarpette. Ancora una volte le<br />

scarpe prendono il controllo <strong>del</strong>le sue gambe costringendola<br />

a ballare incessantemente attraverso campi e<br />

valli, giorno e notte: e questa volta non riesce a<br />

togliersele. Giunta a un cimitero, vede un angelo con<br />

una spada fiammeggiante che le or<strong>di</strong>na <strong>di</strong> danzare per<br />

sempre e <strong>di</strong> vagare <strong>di</strong> città in città, come monito per<br />

i giovani troppo vanitosi. Le scarpette la conducono<br />

presso quella che era la sua casa, in modo che sappia<br />

che la sua anziana benefattrice è morta, ma poi la<br />

costringono a riprendere il suo viaggio. Un giorno<br />

Karen passa vicino alla casa <strong>del</strong> boia implorandolo <strong>di</strong><br />

tagliarle i pie<strong>di</strong> con l'ascia: l'uomo esegue, e le scarpette<br />

incantate fuggono portandosi via i pie<strong>di</strong> mozzati<br />

<strong>del</strong>la ragazza. Il carnefice le costruisce <strong>del</strong>le protesi<br />

in legno e due stampelle per camminare.<br />

Karen si reca in chiesa a chiedere perdono, ma sempre<br />

le appaiono le scarpette rosse a sbarrarle la strada<br />

danzando, e ogni volta la ragazza fugge spaventata.<br />

Va allora alla casa <strong>del</strong> pastore e si mette al servizio<br />

<strong>del</strong>la sua famiglia come domestica; ma ancora non<br />

vuole andare in chiesa, e resta chiusa nella sua stanza<br />

a pregare. Improvvisamente le appare nuovamente<br />

l'angelo, con in mano un ramo fiorito al posto <strong>del</strong>la<br />

spada. Karen si ritrova per miracolo dentro la chiesa,<br />

senza capire esattamente se vi è stata portata dall'angelo<br />

o se è la chiesa stessa che è "venuta da lei". Il<br />

suo cuore è così pieno <strong>di</strong> gioia tanto da spezzarsi e la<br />

sua anima vola in Para<strong>di</strong>so, dove nessuno le chiede<br />

<strong>del</strong>le scarpette rosse.


IL LORO PARERE<br />

Le visioni per la stampa <strong>di</strong> un nuovo film avvengono <strong>di</strong> solito in un’atmosfera gelida e scettica.<br />

Ma alla prima visione <strong>del</strong>le Scarpette Rosse, il nuovo film <strong>del</strong>la Archer’s <strong>del</strong>la Rank, i critici<br />

hanno applau<strong>di</strong>to a metà film. Perché? Nessuno forse lo avrebbe confessato quando ci si<br />

ritrovò nel foyer; ma la ragione degli applausi era che il film ci aveva trasportati in un mondo<br />

irreale: un film che, con personaggi veri, aveva la <strong>del</strong>iziosa freschezza <strong>del</strong> fantastico che è il<br />

più grande elemento <strong>di</strong> seduzione dei film <strong>di</strong> Walt Disney. La storia, alquanto banale, <strong>del</strong> film finiva per<br />

non avere importanza, perché <strong>di</strong>ventava il pretesto per arrivare a un balletto intitolato appunto Scarpette<br />

Rosse, tratto dalla favola <strong>di</strong> Andersen. Una giovinetta che ha la vocazione <strong>del</strong>la danza (Moira Shearer),<br />

sotto la scuola <strong>di</strong> un impresario fanatico (Anton Walbrook), <strong>di</strong>venta una grande ballerina a cui verrà affidata<br />

l ‘interpretazione <strong>del</strong> nuovo balletto Scarpette Rosse: le magiche scarpette che forzano la ballerina a<br />

danzare senza posa fino a che morrà esausta sui gra<strong>di</strong>ni <strong>del</strong>la chiesa e il demone simboleggiato nel folle<br />

calzolaio (Léonide Massine) si riporterà via le scarpette. È la prima volta che un balletto è stato composto<br />

appositamente per il film; e per venti minuti si assiste a una <strong>del</strong>le più incantevoli e immaginose sequenze<br />

<strong>di</strong> balletto. Che poscia il film continui fra il romantico e l’assurdo per mostrarci che il balletto <strong>del</strong>la vita<br />

<strong>del</strong>la ballerina la quale durante il balletto aveva veduto il riflesso <strong>del</strong>le sua propria vita, e nell’impresario<br />

fanatico e nel giovine compositore aveva visto i due poli fra cui si <strong>di</strong>batteva il suo cuore <strong>di</strong> donna — l’arte<br />

e l’amore — ed essa sceglierà l’amore, finché un giorno abbandonerà il compositore per obbe<strong>di</strong>re al<br />

richiamo <strong>del</strong> ballo, e <strong>di</strong>sperata si getterà sotto il treno dalla terrazza <strong>di</strong> Montecarlo, mentre nel teatro il balletto<br />

<strong>del</strong>le Scarpette Rosse procederà senza <strong>di</strong> lei, in<strong>di</strong>cata sul palcoscenico soltanto più dal cerchio luminoso<br />

<strong>del</strong> proiettore attorno a cui, come attorno ad un fantasma, danzerà Léonide Massine: tutto questo,<br />

<strong>di</strong>cevo, non ha importanza. Gli scrittori e i registi si son forse lasciata prendere la mano dal romantico e<br />

dal macabro, fino a mostrarci il corpo <strong>del</strong>la ballerina maciullato dal treno, ciò che è <strong>di</strong> pessimo gusto tanto<br />

più che la fine <strong>del</strong> film sarebbe stata ugualmente drammatica se all’ultima scena la ballerina avesse rinunziato<br />

per sempre all’amore per seguire la sua arte, o viceversa. Ma non pertanto il film ci dà un go<strong>di</strong>mento<br />

nuovo, che viene dall’aria <strong>di</strong> fantasia che sempre lo attraversa. I caratteri cosi detti artistici sembrano,<br />

nel film, seguire dei mo<strong>del</strong>li alquanto rigi<strong>di</strong> e artificiosi; e Anton Walbrook appare un impresario <strong>di</strong> balletto<br />

che oscilla fra il Diaghileff e l’ipnotizzatore Svengali. Ma Moira Shearer ha 22 anni, un manto <strong>di</strong> capelli<br />

tizianeschi tutti suoi, un viso che pare l’immagine <strong>del</strong>l’innocenza, e la carnagione lattea <strong>del</strong>le donne dai<br />

capelli rossi; e per <strong>di</strong> più danza <strong>di</strong>vinamente (si che non sa decidersi a lasciare il teatro per il cinema); e<br />

mentre contemplano la fantasia <strong>del</strong> balletto ci sentiamo per contrasto stanchi dei soliti attori e attrici che ci<br />

soffocano sotto le loro vicende psicoanalitiche e i loro <strong>di</strong>aloghi banali, e scopriamo con sorpresa che è una<br />

<strong>del</strong>izia incomparabile sentirci trasportati in un mondo <strong>di</strong>verso, irreale, pieno <strong>di</strong> colore, <strong>di</strong> musica, <strong>di</strong> inquadrature<br />

fantasiose. Inoltre, i venti minuti <strong>del</strong> balletto ci mostrano un balletto concepito in termini <strong>di</strong> cinema,<br />

e al quale la meccanica cinematografica aiutata dal technicolor ha dato tutto ciò che la scena non può<br />

dare a un balletto: un balletto che è quasi-una-fantasia. La scena <strong>del</strong> balletto potrebbe essere staccata dal<br />

film e sarebbe ancora uno spettacolo bellissimo, una <strong>del</strong>le cose più belle che l’arte cinematografica ha prodotto:<br />

perché i <strong>di</strong>segni <strong>di</strong> Hein Heckroth hanno ottenuto con <strong>del</strong>le persone vive ciò cha Disney ottiene con<br />

le figure tracciate sulla carta, e provano che il primo elemento <strong>di</strong> seduzione sta nel trasportare lo spettatore<br />

nel mondo <strong>del</strong>la fantasia e <strong>del</strong>l’immaginazione.<br />

Carlo Maria Franzero: La Stampa, 7 agosto1948, da <strong>Lo</strong>ndra<br />

(…) Gli interpreti sono generalmente nomi poco noti al cinema ma illustri nel mondo <strong>del</strong>la<br />

danza. Moira Shearer e Robert Helpmann, che ha curato anche le coreografie, vengono dal<br />

Sadler’s Wells Ballet. Non meno celebri Ludmilla Tchérina e il coreografo-ballerino Léonide<br />

Massime, che vedemmo anche in Carosello Napoletano <strong>di</strong> Ettore Giannini. Nel ruolo <strong>del</strong>l’impresario<br />

s’incontra Anton Walbrook, un attore tedesco che con il suo vero nome <strong>di</strong> Adolf<br />

Wahbruck aveva recitato a lungo in Germania ed era poi riparato in Gran Bretagna in epoca nazista.<br />

Tino Ranieri: L’Unità<br />

10


(…) Coerente con la sua idea <strong>di</strong> cinema fantastico al limite <strong>del</strong>l’illogico, <strong>Powell</strong> per Scarpette<br />

rosse scelse una serie <strong>di</strong> balletti celebri, Coppelia, La boutique fantastique, Le Silfi<strong>di</strong>, Giselle,<br />

e inventò ogni inquadratura <strong>del</strong> film facendosi suggestionare dalla musica e dalle possibilità<br />

scenografiche, come fossero parti a sé. Il risultato fu un piccolo capolavoro <strong>di</strong> “autonomia visiva”.<br />

Metà <strong>del</strong> merito <strong>del</strong>la quale va in ogni caso ascritto ai collaboratori <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>: il fotografo<br />

Jack Car<strong>di</strong>ff, Brian Easdale, musicista, e specialmente Hein Heckroth, scenografo <strong>di</strong> eccezionali capacità.<br />

Per non parlare dei ballerini: Moira Shearer, Ludmilla Tchérina, Léonide Massime e Robert<br />

Helpmann. (…)<br />

D.M.: La Repubblica<br />

Primo tentativo <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> <strong>di</strong> realizzare, partendo da uno scenario originale, questo<br />

“spettacolo totale” in cui il colore è un elemento essenziale e che culminerà nell’audace<br />

perfezione dei Racconti <strong>di</strong> Hoffmann. Il film possiede un triplice contenuto: genesi artistica <strong>di</strong><br />

un balletto, descrizione psicologica (d’una autenticità mai vista prima) <strong>del</strong>l’universo chiuso e<br />

quasi nevrotico <strong>del</strong>la danza classica; riflessioni sull’arte e i sacrifici che essa impone. Questi<br />

temi ultra-seri non scaturiscono affatto in un’opera faticosa o sentenziosa perché <strong>Powell</strong> si esprime unicamente<br />

nel e per lo spettacolo. Il suo talento, unico nel cinema inglese fino all’arrivo <strong>di</strong> Ken Russell, è sintetico<br />

e polivalente: i temi s’aggrovigliano costantemente per nutrire gli aspetti drammatici e visivi <strong>del</strong> racconto<br />

(…)<br />

Jacques <strong>Lo</strong>urcelles: Dictionnaire du cinéma, 1992<br />

(…) Non c’è mai stato un film in cui il balletto e il suo speciale magico mondo è stato presentato<br />

bello e trasognato come in questo nuovo film inglese, Scarpette Rosse.<br />

Bosley Crowther: The New York Times, 23 ottobre 1948<br />

Scarpette rosse, capolavoro estremo e assoluto, la summa totale <strong>del</strong>l’espressione <strong>del</strong> cinema <strong>di</strong><br />

<strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong>. Pellicola che riprende dalla precedente la concezione <strong>del</strong>la sofferenza<br />

<strong>del</strong>lo spirito e <strong>del</strong> martirio <strong>del</strong> corpo, in questo caso atto a raggiungere la suprema perfezione<br />

<strong>del</strong>l’arte. Vicky Page, ballerina <strong>di</strong> danza classica, costretta a scegliere fra la danza e l’amore,<br />

simboleggia la quintessenza <strong>del</strong> melodramma, l’essere <strong>di</strong>visa fra due uomini, quello che l’ama,<br />

un musicista, e che la vuole tutta per sé egoisticamente, e il suo impresario (l’attore Anton Walbrook ha la<br />

sensibilità <strong>di</strong> tratteggiare un personaggio parimenti cru<strong>del</strong>e e fragile), che nella sua luciferina ingor<strong>di</strong>gia,<br />

ne fa una stella <strong>di</strong> prima grandezza. La visionarietà <strong>del</strong>la pellicola, che oltre al melodramma mescola il<br />

musical e una struttura da metalinguaggio narrativo (la vicenda <strong>del</strong>la protagonista è simile a quella <strong>del</strong>la<br />

fiaba <strong>di</strong> Andersen, Scarpette rosse, nella cui leggenda la ballerina chiederà al boia <strong>di</strong> mozzarle i pie<strong>di</strong> pur<br />

<strong>di</strong> non continuare a danzare, ed è proprio l’opera che condurrà la giovane Vicky Page al successo). Il canone<br />

<strong>del</strong>la bellezza in questo caso è quello <strong>del</strong>la perfezione artistica, <strong>del</strong>la maniacalità dei dettagli – un assunto<br />

che <strong>di</strong>viene autobiografico per i due registi, se si analizza la visione <strong>del</strong> loro modo <strong>di</strong> fare cinema – che<br />

assume le venature <strong>di</strong> una <strong>di</strong>sperazione romantica estrema e incon<strong>di</strong>zionata attraverso cromatismi che<br />

richiamano alla pittura <strong>di</strong> Rembrandt e all’impressionismo <strong>di</strong> Pierre-Auguste Renoir, padre <strong>del</strong> noto regista<br />

Jean. Colori ed emozioni che nell’e<strong>di</strong>zione appena restaurata da Martin Scorsese e dalla sua montatrice<br />

Thelma Schoonmaker, la vedova <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>, ritrovano una luce ancora più vivida e pura. Un’opera che<br />

nella sua espressione <strong>di</strong> estremo romanticismo, fra il gotico e il demoniaco, con venature che si crogiolano<br />

nel fantastico, con una regia <strong>di</strong>namica (a <strong>Powell</strong> piaceva che le scene iniziali fossero molto movimentate)<br />

che si appropria <strong>del</strong>lo spazio <strong>del</strong>la scena sintetizzando così cinema, letteratura, fiaba, teatro, pittura,<br />

fotografia, danza. La potenza <strong>del</strong>le immagini trascende il sogno e <strong>di</strong>venta spazio concreto con <strong>Powell</strong> e<br />

<strong>Pressburger</strong>: quello <strong>del</strong>la settima arte.<br />

Erminio Fischetti: Fuori le mura, 29 agosto 2011<br />

A mia mamma, che mi ha portato molte volte a vedere Scarpette rosse, e a Michael <strong>Powell</strong> che<br />

lo ha <strong>di</strong>retto.<br />

Emanuela Martini: de<strong>di</strong>ca al suo Storia <strong>del</strong> Cinema Inglese, 1991<br />

11


SCARPETTE ROSSE ALLA COREANA<br />

The Red Shoes (Bunhongsin,<br />

2005) <strong>di</strong> Yong-gyun Kim.<br />

Corea <strong>del</strong> Sud.<br />

A Seoul Sun-jae lascia il marito<br />

infe<strong>del</strong>e e si trasferisce in<br />

un vecchio appartamento con<br />

la figlia Tae-su. Una sera, tornando<br />

a casa, trova un paio <strong>di</strong><br />

scarpe rosse in metropolitana.<br />

La sua ossessione per le scarpe la porta ad impossessarsene.<br />

Scoprirà che sono maledette e che portano alla<br />

morte coloro che se ne impossessano. Anche la figlia<br />

Tae-su e un suo amico Kim Hee-mi cadono vittime <strong>del</strong><br />

potere <strong>del</strong>le calzature e le rubano. Ben presto Kim Heemi<br />

morirà. Insieme al suo nuovo compagno, Sun-jae<br />

cercherà <strong>di</strong> scoprire quale mistero si cela <strong>di</strong>etro le scarpe<br />

rosse.<br />

Il film è visivamente molto ben fatto e si percepisce la<br />

volontà <strong>di</strong> evocare un'atmosfera da moderna fiaba<br />

(…) È il film più celebre <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong>. Melodramma <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>zione nobile con echi<br />

<strong>di</strong> trage<strong>di</strong>a e un tono costantemente alto. Brian Easdale, l’autore <strong>del</strong>le musiche, scrisse i temi<br />

<strong>del</strong> balletto – quello che dà il titolo allo spettacolo e al film – in sette giorni, utilizzando anche<br />

una sua composizione ine<strong>di</strong>ta (The Heart of Fire), destinata a un balletto che compose in seguito:<br />

ebbe l’Oscar. Buona parte <strong>del</strong> successo fu dovuto alla fragilità e alla dolcezza <strong>di</strong> Moira<br />

Shearer, <strong>di</strong>va nascente <strong>del</strong> balletto britannico. Ispirandosi a un racconto <strong>di</strong> Andersen (<strong>di</strong> qui il tono favolistico<br />

e tragico insieme), P. e P. sfruttarono a fondo il colore (nei limiti imposti dalle caratteristiche <strong>del</strong><br />

Technicolor anni ’40). Gli impasti, la ricerca <strong>di</strong> effetti esasperati, l’insistenza sul leitmotiv cromatico <strong>del</strong>le<br />

scarpette – secondo uno stilema tipicamente espressionistico (non per nulla l’autore <strong>del</strong>le scene era il tedesco<br />

Hein Heckroth, che in gioventù aveva lavorato alla UFA, accanto ai gran<strong>di</strong> <strong>del</strong>l’espressionismo), il tentativo<br />

<strong>di</strong> fondere insieme il colore, la musica e il ritmo dei movimenti costituiscono i pregi <strong>di</strong> un film (fotografato<br />

da Jack Car<strong>di</strong>ff) che, secondo l’opinione dei critici, ha lasciato traccia nella evoluzione <strong>del</strong> cinema<br />

a colori.<br />

Giancarlo Bertolina: Dizionario Universale <strong>del</strong> Cinema, 1986<br />

Il più fantastico ed elaborato musical mai realizzato, considerato da molti un capolavoro. Il<br />

film contiene un balletto <strong>di</strong> 14 minuti, chiamato Scarpette rosse, basato sulla favola <strong>di</strong> H.C.<br />

Andersen su un calzolaio stregone che vende a una fanciulla un paio <strong>di</strong> scarpette da ballo stregate.<br />

Inizialmente <strong>del</strong>iziata dalle scarpette con cui danza gioiosamente, ella scopre poi che non<br />

le è più possibile smettere <strong>di</strong> ballare, e la fanciulla stregata esausta muore. Il film ricalca la<br />

fiaba complicandola un po’. Il calzolaio è sostituito dall’impresario megalomane. La <strong>del</strong>iziosa Moira<br />

Shearer è la ballerina Vicky Page. Indubbiamente un classico.<br />

Pauline Kael: (The New Yorker) 5001 Nights at Movies, 1995<br />

12<br />

nera. La cosa riesce perché vi è un sapiente uso <strong>del</strong>le<br />

luci e <strong>del</strong> gioco fotografico rispetto alla profon<strong>di</strong>tà <strong>di</strong><br />

campo, con la tendenza a sfocare parti <strong>del</strong>l'inquadratura<br />

in modo da esplicitare un senso <strong>di</strong> isolamento<br />

(cosa particolare per una città caotica come Seoul)<br />

proiettando il racconto in una <strong>di</strong>mensione fondamentalmente<br />

irreale. A dare un maggiore senso <strong>di</strong> irrealtà<br />

contribuiscono i tocchi surreali come una "nevicata<br />

rossa" e un incubo fatto <strong>di</strong> una vera e propria cascata<br />

<strong>di</strong> sangue. Impossibile non rintracciare il simbolismo<br />

<strong>di</strong> queste scarpe, centro <strong>del</strong>la trama, con un colore<br />

vivo (viola e non rosso, comunque) che fa da contraltare<br />

ai cromatismi desaturati <strong>del</strong>le locations. Quelle<br />

bellissime e coloratissime scarpe portano con sé tutta<br />

una metafora psicanalitica fatta <strong>di</strong> pulsioni e repressione.<br />

Il desiderio <strong>del</strong>le scarpe (così femminili)<br />

nasconde la frustrazione <strong>di</strong> donne trascurate dagli<br />

uomini (la moglie tra<strong>di</strong>ta, l'amica zitella), la frustrazione<br />

e l'o<strong>di</strong>o indotti dalla gelosia per la ballerina <strong>del</strong><br />

passato, o la spinta a crescere (la piccola Tae-su)<br />

senza le frustrazioni materne.


RICONOSCIMENTI<br />

1948: Festival <strong>di</strong> Venezia: nomination Leone d’oro a Michael <strong>Powell</strong> e Emeric <strong>Pressburger</strong><br />

1949: Premio Oscar: migliore scenografia a Hein Heckroth e Arthur Lawson; miglior colonna sonora a<br />

Brian Easdale.<br />

1949: Golden Globe: miglior colonna sonora a Brian Easdale<br />

13


SCALA AL PARADISO<br />

A Matter of Life and Death, 1946<br />

Interpreti e personaggi: David Niven (Peter Carter), Kim Hunter<br />

(June), Kathleen Byron (un angelo), Richard Attenboroughs (un<br />

pilota inglese), Roger Livesey (dottor Frank Reeves), Marius<br />

Goring (la guida 71)<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

Peter, un pilota inglese eroe nella seconda guerra mon<strong>di</strong>ale, durante<br />

una missione sulla Manica rimane colpito da un caccia nemico. Il suo<br />

aereo prende fuoco, tenta <strong>di</strong> lanciarsi con il paracadute, ma questo nei<br />

primi tentativi non si apre, il pilota nella caduta pensa <strong>di</strong> essere prossimo<br />

alla fine, ma il paracadute si apre poco prima <strong>di</strong> precipitare drammaticamente a terra. Rimasto ferito,<br />

a terra Peter si reca al centro ra<strong>di</strong>o a cui aveva comunicato il suo incidente e lì conosce una ra<strong>di</strong>otelegrafista<br />

americana con cui aveva <strong>di</strong>alogato prima <strong>di</strong> abbandonare l'aereo in fiamme. Tra i due nasce<br />

subito l'amore, all'inizio piuttosto travagliato, per le precarie con<strong>di</strong>zioni mentali <strong>di</strong> Peter, ancora traumatizzato<br />

dallo scontro aereo, che lo portano a vedere in alcuni incubi e inspiegabili apparizioni, uno strano<br />

personaggio che sembra inviato dall'al<strong>di</strong>là per portarlo via con se, dal momento che lui sarebbe in realtà<br />

già morto nell'incidente aereo. In altri momenti gli incubi <strong>di</strong> Peter lo fanno arrivare in strani luoghi, forse<br />

il Para<strong>di</strong>so, pieno <strong>di</strong> moltitu<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> persone americane e inglesi, che si metteranno a <strong>di</strong>scutere <strong>del</strong>la sua<br />

vita e <strong>del</strong> suo caso <strong>di</strong> uomo morto. In un ospedale Peter viene sottoposto ad un <strong>di</strong>fficile intervento chirurgico,<br />

dopo il quale uscirà dai suoi incubi e tornerà risanato alla donna amata.<br />

IL LORO PARERE<br />

Peter Carter (Niven), pilota inglese, si butta senza paracadute dal suo aereo in fiamme e si sveglia<br />

miracolosamente illeso su una spiaggia dove incontra June (Hunter), ausiliaria americana<br />

<strong>di</strong> cui s’innamora. Intanto i suoi compagni, tutti morti, l’attendono nell’Al<strong>di</strong>là dove si svolge<br />

un <strong>di</strong>battito tra due opposte fazioni <strong>di</strong> inglesi e americani trapassati che devono decidere se<br />

prolungare o no la sua esistenza terrena. Un’operazione chirurgica al cervello e una lacrima<br />

d’amore <strong>di</strong> June risolvono il caso. Straor<strong>di</strong>naria miscela <strong>di</strong> fantasia visionaria, caustico humour alla G.B.<br />

Shaw, pathos lirico e sentimentale, <strong>di</strong>mensione mistica (e teosofica) <strong>del</strong> romanticismo inglese, sbalor<strong>di</strong>tive<br />

invenzioni tecniche e spettacolari. “Pur lasciando briglia sciolta al rispettivo gusto per i giochi ottici (M.<br />

<strong>Powell</strong>) e verbali (E. <strong>Pressburger</strong>), i due cineasti rispettano al millimetro la possibilità <strong>del</strong>l’interpretazione<br />

verosimile” (E. Martini). Titolo in Usa: Stairway to Heaven. Come Scarpette rosse, restaurato nel 2010.<br />

Morando Moran<strong>di</strong>ni: Dizionario dei film, 2011<br />

(…) La ricerca <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> sul colore (il colore ancora impastato e falso <strong>del</strong><br />

Technicolor <strong>del</strong>le origini) dà in questo film, a metà fra dramma e comme<strong>di</strong>a, i primi frutti. Si<br />

parte da una scelta schematica e banale: si vede la realtà con il colore, e l’al<strong>di</strong>là monocromatico.<br />

Ma la scelta è un semplice pretesto per tendere sino al limite le possibilità <strong>del</strong>la pellicola,<br />

degli obiettivi, <strong>del</strong>la illuminazione. P. e P. cominciano la loro grande avventura pioneristica<br />

lungo i sentieri <strong>del</strong> film a colori, per arrivare, nel giro <strong>di</strong> un quinquennio, a risultati quali Narciso nero<br />

(1947), Scarpette rosse (1948), I racconti <strong>di</strong> Hoffmann (1951). In Scala al Para<strong>di</strong>so si appoggiano reminiscenze<br />

neorealistiche (nella scenografia soprattutto) e a certe “incursioni” <strong>del</strong> cinema britannico nei terreni<br />

ancora poco battuti <strong>del</strong>la fantascienza. (…).<br />

Giancarlo Bertolina – Guido Di Falco: Dizionario Universale <strong>del</strong> Cinema, 1986<br />

15


Forse avete sentito parlare <strong>di</strong> angeli che cantano inni <strong>di</strong> gioia nel nuovo splen<strong>di</strong>do film inglese<br />

Scala al Para<strong>di</strong>so proiettato al Park Avenue Theatre. Il fascino garbato, lo humour adulto e<br />

il virtuosismo visivo dei registi, lo rendono senza dubbio il miglior spettacolo natalizio.<br />

Letterariamente è una fantasia romantica con risvolti psicologici. Ma l’approccio letterario non<br />

è quello corretto per questo <strong>del</strong>izioso e sofisticato scherzo nel regno <strong>del</strong>l’immaginazione.<br />

Perché si tratta <strong>del</strong>la contemplazione <strong>del</strong>le esperienze <strong>di</strong> un uomo in due mon<strong>di</strong> <strong>di</strong>versi: quello reale e quello<br />

<strong>del</strong>la fantasia (che in questo particolare esempio è l’al<strong>di</strong>là). E il fatto che compare in apertura l’avviso<br />

“Ogni somiglianza con altri luoghi conosciuti e sconosciuti è puramente casuale” la <strong>di</strong>ce lunga sulla natura<br />

e sullo spirito <strong>del</strong> film (…).<br />

Bosley Crowther: The New York Times, 26 <strong>di</strong>cembre 1946<br />

SU E GIÙ DAL CIELO<br />

JOE IL PILOTA (A Guy Nemed Joe), 1943, <strong>di</strong> Victor Fleming.<br />

Un pilota <strong>del</strong>l’aviazione militare (Spencer Tracy) muore in azione, ma gli viene concesso <strong>di</strong> ritornare sulla Terra<br />

per aiutare la sua donna Dorinda (Irene Dunne) a superare il lutto e ritrovare l’amore con Ted (Van Johnson).<br />

IL CIELO PUO’ ATTENDERE (Heaven Can Wait), 1943, <strong>di</strong> Ernst Lubitsch.<br />

Appena defunto, Henry van Cleve (Don Ameche) si ritrova al cospetto <strong>del</strong> <strong>di</strong>avolo, a cui racconta tutta la propria<br />

vita: viziato dai genitori, è stato iniziato ben presto ai piaceri <strong>del</strong>la carne da una giovane cameriera, ha<br />

amato tantissimo le donne, restando però sempre fe<strong>del</strong>e alla moglie (Gene Tierney). Il <strong>di</strong>avolo tuttavia non<br />

ritiene van Cleve degno <strong>di</strong> essere ospitato tra i dannati, e lo <strong>di</strong>rotta in Para<strong>di</strong>so, accanto alle persone che ha<br />

amato in vita.<br />

PER SEMPRE (Always), 1989, <strong>di</strong> Steven Spielberg.<br />

Pete (Richard Dreyfuss), temerario pilota <strong>del</strong>l’aviazione antincen<strong>di</strong>, muore durante una missione, lasciando l’amata<br />

Dorinda (Holly Hunter). Giunto nell’al<strong>di</strong>là, l’angelo Hap (Audrey Hepburn) lo invita a tornare sulla terra,<br />

come fantasma, con la missione <strong>di</strong> aiutare il giovane inesperto Ted a prendere il suo posto nell’aviazione. Il<br />

problema è che Ted è intenzionato anche a prendere il suo posto nel cuore <strong>di</strong> Dorinda. Remake <strong>di</strong> Joe il pilota.<br />

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DUELLO A BERLINO<br />

The Life and Death of Colonel Blimp, 1943<br />

Interpreti e personaggi: Roger Livesey (Clive Candy), Anton<br />

Walbrook (Theo Kretschmar-Schuldorff), Deborah Kerr (E<strong>di</strong>th<br />

Hunter /Barbara Wynne/Angela -Johnny Cannon).<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

Il film racconta la storia <strong>del</strong>l'amicizia tra Clive Candy, ufficiale <strong>del</strong>l'esercito<br />

britannico, e Theo Kretschmar-Schuldorff, ufficiale <strong>del</strong>l'esercito<br />

tedesco, nella prima metà <strong>del</strong> XX secolo. I due si conoscono<br />

a Berlino nel 1902 in un duello che li vede coinvolti, a seguito <strong>di</strong><br />

un'offesa compiuta da Clive ad un altro ufficiale tedesco. Entrambi vengono feriti nel duello e vengono<br />

ricoverati nella stessa casa <strong>di</strong> cura, dove <strong>di</strong>ventano gran<strong>di</strong> amici. In tale occasione Theo conosce E<strong>di</strong>th,<br />

una giovane inglese che vive a Berlino e che ha assistito Clive durante la sua convalescenza, e decide <strong>di</strong><br />

sposarla; Clive torna quin<strong>di</strong> a <strong>Lo</strong>ndra. La narrazione riprende quin<strong>di</strong> negli ultimi giorni <strong>del</strong>la prima guerra<br />

mon<strong>di</strong>ale, che vede Regno Unito e Germania schierati su fronti opposti. In un convento Clive conosce<br />

per la prima volta Barbara, una giovane crocerossina, che assomiglia straor<strong>di</strong>nariamente a E<strong>di</strong>th (è interpretata<br />

dalla stessa attrice) e, al termine <strong>del</strong>la guerra, la sposa. Viene inoltre a sapere che il suo amico<br />

Theo è stato fatto prigioniero in seguito alla sconfitta <strong>del</strong>la Germania, e decide <strong>di</strong> andare a trovarlo nel<br />

campo <strong>di</strong> prigionia. Egli inizialmente si rifiuta <strong>di</strong> incontrarlo; in seguito decide però <strong>di</strong> mettere da parte i<br />

rancori <strong>del</strong>la guerra e i due finalmente si riabbracciano dopo tanto tempo. Con il ritorno <strong>di</strong> Theo a<br />

Berlino, però, i due si lasciano <strong>di</strong> nuovo. Gli anni passano e in Germania sale al potere Adolf Hitler. Nel<br />

1939 Theo, non con<strong>di</strong>videndo gli ideali nazisti, si esilia in Inghilterra, dove viene ospitato dal suo amico<br />

Clive; nel frattempo scoppia la seconda guerra mon<strong>di</strong>ale. Theo intanto fa conoscenza con la pilota personale<br />

<strong>di</strong> Clive, Johnny (interpretata sempre da Deborah Kerr) che, lei stessa spiega, è stata scelta dopo una<br />

<strong>di</strong>fficile selezione tra settecento donne; a questo punto, Theo non può fare a meno <strong>di</strong> notare la sua somi-<br />

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glianza con E<strong>di</strong>th. Ingaggiato dalla BBC per un commento sull'Operazione Dinamo Clive, ormai anziano<br />

ma ancora al suo posto <strong>di</strong> generale, spiega <strong>di</strong> avere in mente <strong>di</strong> <strong>di</strong>re che sarebbe meglio perdere la guerra<br />

piuttosto che usare gli stessi meto<strong>di</strong> impiegati dai nazisti; a seguito <strong>di</strong> ciò, tuttavia, la trasmissione viene<br />

cancellata e Clive viene pensionato. Theo a quel punto spiega all'amico che non è più pensabile combattere<br />

una guerra in modo leale e cavalleresco, e che è necessario sconfiggere i nazisti a tutti i costi, anche<br />

in modo scorretto. Senza più ruoli ufficiali, su suggerimento <strong>di</strong> Theo Clive collabora con la guar<strong>di</strong>a nazionale,<br />

la "seconda linea" <strong>di</strong> <strong>di</strong>fesa a fronte <strong>di</strong> un'ipotetica invasione nazista. Decide quin<strong>di</strong> <strong>di</strong> organizzare<br />

un'esercitazione, che sarebbe partita alle mezzanotte precise <strong>di</strong> un giorno prefissato. Il fidanzato <strong>di</strong> Johnny,<br />

giovane soldato arruolato anch'egli nella guar<strong>di</strong>a, decide però <strong>di</strong> non seguire queste convenzioni antiquate<br />

<strong>di</strong> guerra, ritenendo necessario combattere con le modalità dei nazisti. Per questo, il giorno prima <strong>del</strong>l'esercitazione<br />

organizza una contro-esercitazione e prende in ostaggio Clive mentre questo si trova nei<br />

bagni turchi a riposare (questa è effettivamente la prima scena <strong>del</strong> film). Una volta libero, Clive spiega<br />

che lui stesso da giovane aveva apertamente <strong>di</strong>subbi<strong>di</strong>to al suo comandante: si era infatti recato in<br />

Germania per motivi <strong>di</strong>plomatici nonostante gli fosse spiegato che tale compito non spettava ai soldati.<br />

Dopo il suo ritorno da Berlino, racconta Clive, il suo comandante lo aveva invitato a cena, ma aveva rifiutato,<br />

e si era sempre pentito <strong>di</strong> ciò. Egli quin<strong>di</strong> or<strong>di</strong>na a Johnny <strong>di</strong> invitare il suo fidanzato a cena da lui,<br />

e <strong>di</strong> spiegarli che "farebbe bene ad accettare".<br />

IL LORO PARERE<br />

Duello a Berlino rappresenta nella sua struttura l’essenza <strong>del</strong>l’arte novecentesca per eccellenza<br />

sia come mezzo filmico che nella tessitura <strong>del</strong>la sua funzione storica e sociale, dalla guerra<br />

anglo-boera al secondo conflitto mon<strong>di</strong>ale. Il lavoro mescola il respiro <strong>del</strong> romanzo con i toni<br />

<strong>del</strong>la comme<strong>di</strong>a satirica. <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> narrano tre momenti <strong>di</strong> guerra lungo l’arco <strong>di</strong><br />

quaranta anni. I due protagonisti, uno inglese, l’altro tedesco, sono ciascuno alter ego dei due<br />

registi. Sensibile e <strong>del</strong>icato ritratto <strong>di</strong> un’amicizia capace <strong>di</strong> sopravvivere alla meschinità <strong>del</strong> mondo, alla<br />

violenza, alle <strong>di</strong>visioni sancite dai confini <strong>del</strong>la guerra e dei totalitarismi. Il tramonto definitivo <strong>di</strong> un’epoca,<br />

in particolare <strong>di</strong> una britannicità tutta d’un pezzo e <strong>del</strong>l’amor cortese. Un’opera straor<strong>di</strong>naria che si<br />

<strong>di</strong>mena fra i vizi <strong>del</strong>la classe militare e le virtù <strong>del</strong>l’amicizia virile sullo sfondo <strong>di</strong> un messaggio politico<br />

pacifista, contrastato all’epoca, siamo nel 1943, da Winston Churchill, che non apprezzò il ritratto <strong>di</strong> un<br />

eroe tedesco positivo. Splen<strong>di</strong><strong>di</strong> colori omaggiati nella bellezza <strong>di</strong> Deborah Kerr, icona <strong>del</strong> technicolor e<br />

<strong>del</strong> rosso fiammeggiante <strong>del</strong>la sua chioma (entrambi i registi ne sono ossessionati).<br />

Erminio Fischetti, Fuori le mura, 29 agosto 2011<br />

Storia <strong>del</strong>l’amicizia tra un ufficiale inglese e un ufficiale tedesco che dura dal 1902 al 1943,<br />

passando indenne tra le guerre e l’amore per la stessa donna. È il 1° film realizzato da <strong>Powell</strong><br />

& <strong>Pressburger</strong> con la loro compagnia “The Archers”, il 1° girato in Technicolor, il 1° con la<br />

<strong>di</strong>citura (eccezionale in quell’epoca) “Scritto, prodotto e <strong>di</strong>retto da...” che sarà mantenuta nei<br />

successivi 12 film. Dato l’argomento (un’amicizia anglo-tedesca in tempo <strong>di</strong> guerra!) e il titolo<br />

(il colonnello Blimp era il protagonista <strong>di</strong> una popolare strip satirica e antimilitarista <strong>di</strong> David <strong>Lo</strong>w), il<br />

film fu boicottato dalle autorità e da Winston Churchill in persona tanto da ritardarne la <strong>di</strong>stribuzione negli<br />

USA dove uscì nel 1945, decurtato <strong>di</strong> 40 minuti (che <strong>di</strong>vennero 60 in Italia dove fu <strong>di</strong>stribuito, inosservato,<br />

nel 1950). “Nessun altro ha catturato così bene il romanticismo inglese seppellito sotto la reticenza emotiva”<br />

(Time Out 1985). Film ottimista e luminoso, <strong>di</strong>retto con eleganza raffinata e tranquilla forza inventiva,<br />

è anche un omaggio a quei valori – l’onore, lo spirito <strong>di</strong> casta, l’amore, l’amicizia – che la cultura <strong>del</strong><br />

Novecento ha rimosso o scre<strong>di</strong>tato e che lo avvicinano a La grande illusione (1937) <strong>di</strong> Renoir. In una triplice<br />

parte la Kerr <strong>di</strong>venne dopo questo film “il prototipo <strong>del</strong>la bellezza britannica, forse la maggior <strong>di</strong>va<br />

che il cinema inglese abbia avuto, sempre inglese, sempre lady e sempre tentata dalla passione” (E.<br />

Martini).<br />

Moran<strong>di</strong>no Moran<strong>di</strong>ni, Dizionario dei film, 2011<br />

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(…) Si tratta <strong>di</strong> un film al 100% britannico, ma è fotografato da un francese, è scritto da un<br />

ungherese, la partitura musicale è <strong>di</strong> un ebreo tedesco, il regista è inglese, l’uomo che ha fatto<br />

il costume è un ceco, in altre parole, era il tipo <strong>di</strong> film che ho sempre realizzato con una équipe<br />

mista <strong>di</strong> ogni nazionalità, senza confini <strong>di</strong> alcun tipo.<br />

Michael <strong>Powell</strong><br />

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NARCISO NERO<br />

Black Narcissus, 1947<br />

Interpreti e personaggi: Deborah Kerr (Madre Clodagh), David<br />

Farrar (Mr. Dean), Flora Robson (Suor Philippa), Jean Simmons<br />

(Kanchi), Kathleen Byron (Suor Ruth), Sabu (giovane generale)<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

Un gruppo <strong>di</strong> suore inglesi, inviato ad aprire un convento<br />

sull'Himalaya, deve far fronte alle <strong>di</strong>fficoltà materiali e alle tentazioni<br />

<strong>del</strong>la carne. L'e<strong>di</strong>ficio che viene loro affidato, un palazzo lontano<br />

dal villaggio, in posizione predominante in cima a una rocca, è il vecchio<br />

harem <strong>del</strong> principe locale: una residenza enorme, piena <strong>di</strong> pitture erotiche che coprono le pareti, le<br />

stanze che richiamano a ogni piè sospinto l'idea <strong>del</strong> sesso e <strong>del</strong> piacere. Madre Clodagh si appresta a combattere<br />

una dura battaglia contro gli spiriti che sembrano animare ogni mattonella <strong>del</strong> palazzo. Dopo che<br />

una sua conversa, innamorata <strong>di</strong> un residente inglese, impazzisce, la superiora, madre Clodagh, deve<br />

ammettere la sua sconfitta e abbandona la missione.<br />

IL LORO PARERE<br />

Soggetto insolito e trattamento insolito. Il soggetto, violenta e misteriosa influenza <strong>di</strong> un<br />

luogo su un gruppo <strong>di</strong> esseri e più precisamente un gruppo <strong>di</strong> anime. <strong>Powell</strong> suggerisce questa<br />

influenza, più che esprimerla, attraverso immagini sontuose, strane e quasi surrealiste.<br />

Come spesso gli succede c’è una unità perfetta fra il barocco <strong>del</strong>lo stile, l’utilizzo sofisticato<br />

<strong>del</strong> colore (è questo il suo quarto film a colori e non siamo che al 1947) e un approccio fantastico<br />

<strong>del</strong>la realtà. (…) Questa In<strong>di</strong>a onirica e cre<strong>di</strong>bile a volte esercita un potere sui personaggi e sugli<br />

spettatori. Questo fascino fu creato in stu<strong>di</strong>o. <strong>Powell</strong> girò a Pinewwod e nei giar<strong>di</strong>ni Leonards, nel<br />

Sussex. W. Percy Day, detto Poppa Day, un veterano che aveva lavorato con Méliès, mise a punto i <strong>di</strong>fferenti<br />

adattamenti. Questa decisione <strong>di</strong> rimanere in Inghilterra stupì e <strong>di</strong>spiacque alla troupe che aveva<br />

sperato <strong>di</strong> <strong>di</strong> fare un bel viaggio, ma <strong>Powell</strong>, in accordo con il suo scenografo Alfred Junge, stimo che<br />

era il solo modo <strong>di</strong> controllare totalmente l’atmosfera che ricercava (…)<br />

Jacques <strong>Lo</strong>urcelles: Dictionnaire du Cinéma, 1992<br />

(…) Come meravigliarsi che le “serve <strong>di</strong> Maria” si riducano alla pretesa base, fiaccate e punite?<br />

Narciso nero è un racconto che avvince: ma più che dalla vicenda si è presi da quell’aria<br />

incantata. I ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong> antiche letture sorgono spontanei e precisi. Ecco in Kipling, il lama Tesco<br />

che conduce alla santità <strong>del</strong>la montagna l’inquieto, occidentale <strong>di</strong>scepolo Kim; ecco, nei Libri<br />

<strong>del</strong>la giungla, il prototipo <strong>del</strong> santone che in Narciso nero contempla immobile il paesaggio. I<br />

registi <strong>di</strong> Narciso nero avevano senza dubbio presente il ricordo <strong>di</strong> Kipling: anche questo contemplativo<br />

ha sangue <strong>di</strong> re nelle vene; anche questo mistico straccione conosce tre lingue europee e ha lasciato nel<br />

mondo <strong>di</strong>gnità, potenza, ricchezza. Narciso nero ha suscitato furibonde polemiche negli Stati Uniti perché<br />

giu<strong>di</strong>cato irriverente nei riguar<strong>di</strong> <strong>del</strong>la cattolicità. A noi questa irriverenza non è apparsa: si tratta, se mai,<br />

<strong>di</strong> una giusta autonomia <strong>di</strong> ispirazione, che prende il suo bene dove lo trova. Ad ogni modo il fatto che questo<br />

film giri liberamente nella terra che ospita il Papa e dove è al comando un governo cattolico, ci sembra<br />

un’ottima <strong>di</strong>mostrazione <strong>di</strong> un liberalismo culturale che non può che far onore al giovane onorevole<br />

Andreotti, accusato proprio in questi giorni (non possiamo <strong>di</strong>re se a torto o a ragione) <strong>di</strong> “oscurantismo” e<br />

peggio nei riguar<strong>di</strong> <strong>del</strong>le cose <strong>del</strong> cinema.<br />

Pietro Bianchi: Can<strong>di</strong>do, 11 gennaio 1948<br />

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(…) Se come sembra, l’intenzione <strong>di</strong> Narciso nero è <strong>di</strong>mostrare che lo zelo religioso è<br />

influenzato dalle con<strong>di</strong>zioni climatiche e sociali, la storia ha già fornito risposta a questa tesi.<br />

Tutte le incertezze che assalgono le suore, invitate da un locale benefattore a istituire una<br />

scuola-convento e infermeria per i locali sono attribuite alla primitiva magnificenza <strong>del</strong><br />

paese, che unita all’altitu<strong>di</strong>ne e al costante, snervante soffiare <strong>del</strong> vento produce effetti fisici<br />

e mentali <strong>del</strong>eteri. Narciso nero è comunque così brillantemente e sapientemente strutturato da sedurre<br />

completamente. Deborah Kerr è una straor<strong>di</strong>naria giovane madre superiora, umiliata dalle avversità, che<br />

impara a servire l’or<strong>di</strong>ne sia con il cuore che con la mente, e Katherine Byron interpreta il ruolo <strong>del</strong>la<br />

sfortunata Sorella Ruth con una attenta <strong>di</strong>ssimulazione <strong>del</strong>le emozioni che rivela un grande talento. Una<br />

prestazione magnifica. Nel ruolo <strong>di</strong> Mr. Dean, il cinico agente britannico <strong>del</strong> signore <strong>del</strong> luogo, David<br />

Farrar combina talento e robusto fascino maschile. Mentre <strong>Powell</strong> e <strong>Pressburger</strong> possono <strong>di</strong>sturbare qualcuno,<br />

anch’essi hanno un valore artistico non trascurabile.<br />

Thomas M. Pryor: The New York Times, 14 agosto 1947<br />

Narciso nero, altro capolavoro dei due registi europei. In questo caso lo sfondo è un convento<br />

fra i monti <strong>del</strong>l’Himalaya, dove un gruppo <strong>di</strong> suore missionarie deve fare i conti con la<br />

propria fede e la propria volontà. Un racconto privo <strong>di</strong> trama, in senso stretto, che è emblema<br />

<strong>del</strong> rapporto fra desiderio e volontà, sessualità e castità. Un melodramma laico e non manicheo,<br />

che sviluppa, proprio nella sua estetica esteriore, il rapporto fra spirito e corpo, esasperato<br />

nell’inverosimile quanto irripetibile scena culminante <strong>del</strong>la pellicola (dalle venature horror) verso la<br />

fine <strong>del</strong> film, quando una <strong>del</strong>le monache si ribella alla propria con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong>venendo, nella ricostruzione<br />

iconografica <strong>del</strong>l’arte figurativa, espressione <strong>del</strong> <strong>di</strong>avolo. Un’opera che si serve <strong>del</strong>l’estetica esteriore <strong>del</strong><br />

cinema, e <strong>del</strong> suo genere per eccellenza, il melodramma, per raccontare i movimenti interiori <strong>del</strong>l’animo<br />

umano. Attraverso un tripu<strong>di</strong>o <strong>di</strong> luci, colori che <strong>di</strong>ventano emozioni psicologiche, passioni che si agitano,<br />

sentimenti <strong>di</strong> violenta sessualità inespressa, sfogati attraverso una forma <strong>di</strong> martirio. Il risultato finale<br />

è l’incanto per una pellicola interamente girata in stu<strong>di</strong>o, attraverso le ricostruzioni <strong>del</strong>lo scenografo<br />

Alfred Junge e immortalato dalla fotografia fiammeggiante <strong>del</strong> futuro regista Jack Car<strong>di</strong>ff (entrambi premiati<br />

con l’Oscar per questo lavoro), che richiama le prime sperimentazioni in technicolor <strong>di</strong> Becky<br />

Sharp e Sangue e arena, entrambi <strong>di</strong> Rouben Mamoulian. Arte allo stato puro.<br />

Erminio Fischetti: Fuori le mura, 29 agosto 2011<br />

RICONOSCIMENTI<br />

1947 - New York Film Critics Circle Award: migliore attrice protagonista a Deborah Kerr<br />

1948 - Premio Oscar: migliore fotografia a Jack Car<strong>di</strong>ff; migliore scenografia a Alfred Junge<br />

1948 - Golden Globe: Migliore fotografia a Jack Car<strong>di</strong>ff<br />

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GLI INVASORI - 49° PARALLELO<br />

49th Parallel, 1941<br />

Interpreti e personaggi: Richard George (Bernsdorff), Eric Portman<br />

(Hirth), Laurence Olivier (Johnny), Walbrook Anton (Peter), Glynis<br />

Johns (Anna), Leslie Howard (Philip Armstrong Scott), Raymond<br />

Massey (Andy Brock)<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

Un sottomarino tedesco viene affondato nei pressi <strong>del</strong>le coste canadesi.<br />

Dell'equipaggio si salvano soltanto un ufficiale e alcuni marinai. Sotto la<br />

guida <strong>del</strong>l'ufficiale, fanatico nazista, il gruppo decide <strong>di</strong> attraversare il<br />

paese per passare dal Canada agli Stati Uniti, che sono ancora neutrali.<br />

Per raggiungere il loro scopo i militari non esitano a usare i mezzi più feroci: con minacce e violenze si<br />

appropriano <strong>di</strong> quanto necessario per sopravvivere e muoversi e non esitano <strong>di</strong> fronte all'omici<strong>di</strong>o,. Dopo<br />

altre traversie il manipolo si assottiglia sempre più.<br />

IL LORO PARERE<br />

(…) Fu realizzato nel 1941, quando ogni risorsa, ogni fibra <strong>del</strong>la Gran Bretagna erano concentrati<br />

nella guerra contro l’asse. Fu uno dei tanti film <strong>di</strong> propaganda antigermanica. I “sei<br />

invasori”, rappresentanti dalla “razza eletta” e dal “nuovo or<strong>di</strong>ne” finivano sconfitti dal<br />

cosciente coraggio degli uomini liberi. “Vi ho chiamato vigliacco” <strong>di</strong>ce l’ufficiale tedesco a<br />

uno scrittore sperduto tra i monti per scrivere un libro sugli in<strong>di</strong>ani. “Perché non reagite?” “Ragioniamo”<br />

risponde lo scrittore. “È per questo che siamo forniti <strong>di</strong> cervello …”. Ma prima <strong>del</strong>la sconfitta, bisognava<br />

farli vedere duri, cru<strong>del</strong>i, spietati, intolleranti, fanatici e ri<strong>di</strong>coli nel loro fanatismo. Difendetevi, voleva<br />

concludere il film; <strong>di</strong>fen<strong>di</strong>amoci dalla minaccia <strong>del</strong>la schiavitù. A quell’epoca tutti i tedeschi erano uguali,<br />

la propaganda non poteva fare <strong>di</strong>stinzione tra buoni e cattivi. (…). La morale <strong>del</strong> film è ora contenuta<br />

nella pre<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> Peter, capo <strong>del</strong>la colonia degli anabattisti con la quale si imbattono i superstiti <strong>del</strong>la pattuglia:<br />

“Giorno verrà in cui la Germania tornerà ad essere quella <strong>di</strong> Goethe e <strong>di</strong> Beethoven e riprenderà il<br />

suo posto a fianco <strong>del</strong>le nazioni civili”.<br />

Domenico Meccoli: Epoca, 29 marzo 1952<br />

(…) Una Giubba Rossa, dal po<strong>di</strong>o, descrive i loro connotati e ammonisce più volte: “Ognuno<br />

<strong>di</strong> voi guar<strong>di</strong> attentamente il suo vicino”. I piani si fanno sempre più brevi e ravvicinati, finché<br />

gli sguar<strong>di</strong> <strong>di</strong> pietra dei pellirossa inchiodano alla sua identità uno dei tedeschi. Questi,<br />

innervosito, si tra<strong>di</strong>sce tentando la fuga. La sequenza è fulminante e inequivocabilmente<br />

powelliana: c’è la calibratura millimetrica <strong>del</strong>la <strong>di</strong>versa grandezza dei piani (che raccontano<br />

senza parlare), c’è l’ossessiva focalizzazione sugli sguar<strong>di</strong>. Come l’occhio <strong>di</strong>pinto sulla nave <strong>di</strong> Jaffar, gli<br />

occhi degli in<strong>di</strong>ani aprono baratri <strong>di</strong> conoscenza.<br />

Emanuela Martini: <strong>Powell</strong> & <strong>Pressburger</strong>, 1986<br />

Guidati da un fanatico ufficiale, sei marinai tedeschi, sopravvissuti all’affondamento <strong>del</strong> loro<br />

sommergibile, attraversano nel 1940 il Canada per arrivare negli Stati Uniti, allora ancora neutrali,<br />

commettendo violenze <strong>di</strong> vario tipo, contrastati – simbolicamente – dai vari rappresentanti<br />

etnici <strong>del</strong>la comunità canadese. Ovvero come si può conciliare la propaganda (antinazista)<br />

col buon cinema: echi <strong>di</strong> Hitchcock nella costruzione drammatica, senso <strong>del</strong> paesaggio,<br />

rifiuto degli stereotipi e <strong>del</strong> manicheismo (non tutti i tedeschi sono nazisti) e una sfilata dei migliori attori<br />

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itannici. Oscar per il soggetto (original story) per Emeric <strong>Pressburger</strong>, assiduo collaboratore <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>.<br />

Morando Moran<strong>di</strong>ni: Dizionario dei film, 2011<br />

(…) Questo è un film importante ed efficace, le scene d’apertura molto promettenti, ed è<br />

all’altezza <strong>del</strong>le aspettative in ogni sua parte, il più piccolo brano è magnificamente realizzato<br />

(...)<br />

Variety, 1941<br />

Rinominato The Invaders per il rilancio americano, questo 1941 cinematografico è un ‘opera<br />

<strong>di</strong> propaganda tipicamente perverso e <strong>di</strong>vertente da Michael <strong>Powell</strong> e Emeric <strong>Pressburger</strong> (<br />

Duello a Berlino). La struttura <strong>del</strong> plot - un U-boat tedesco è affondato in Canada, e l’equipaggio<br />

deve cercare <strong>di</strong> salvarsi raggiungendo il confine degli Stati Uniti prima <strong>di</strong> essere catturato<br />

- costringe il pubblico a seguire il nemico con il proprio punto <strong>di</strong> vista, e le forze <strong>del</strong>la libertà<br />

sono rappresentati da una serie <strong>di</strong> stravaganti e <strong>di</strong>sadattati - tra cui Laurence Olivier come cacciatore <strong>di</strong> pellicce<br />

franco-canadese, e Leslie Howard sperduto sulle montagne a scrivere un libro sugli in<strong>di</strong>ani. In qualche<br />

modo, tutto questa <strong>del</strong>iberata inversione e eccentricità finisce per essere più eccitante rispetto alla maggior<br />

parte film <strong>di</strong> propaganda <strong>di</strong>retta - e certamente molto più fantasiosa e <strong>di</strong> suspense. Con Eric Portman,<br />

Anton Walbrook, Raymond Massey, Glynis Johns, e Finlay Currie. <strong>Pressburger</strong> ha vinto un Oscar.<br />

Dave Kehr: Chicago Reader, 1941<br />

Ci sono avventure tremende, risse, innumerevoli fughe senza fiato (...) vi è uno scenario<br />

magnifico, e l’umore e l’entusiasmo (...) Gli invasori-49° parallelo è davvero un quadro<br />

meraviglioso!<br />

Christian Science Monitor, 1941<br />

Un U-boat tedesco è affondato al largo <strong>del</strong>la costa <strong>del</strong> Canada e l’equipaggio superstite deve<br />

fare un lungo percorso attraverso un paese nemico e ostile verso gli Stati Uniti che sono ancora<br />

neutrali. Dopo un po’ la loro con<strong>di</strong>zione <strong>di</strong>venta nota e il mondo intero sta a guardare per<br />

vedere quale nazione, il Canada o la Germania, riesce a vincere la battaglia metaforica. La<br />

cosa più interessante - considerando il cinema come propaganda - è che i destinatari <strong>di</strong> <strong>Powell</strong><br />

sono proprio gli Stati Uniti: voleva ottenere che quel paese fosse coinvolto nella guerra, o almeno ottenere<br />

che il popolo <strong>di</strong> quel paese sostenesse la guerra. Ci riesce e ci si rende conto <strong>di</strong> quanto straor<strong>di</strong>nariamente<br />

il film sia sottile. Non una volta l’obiettivo <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> è esplicitamente <strong>di</strong>chiarato o magari accennato, e<br />

anche il messaggio <strong>di</strong> fondo (gli Stati Uniti sono coinvolti nella guerra, sia che si voglia ammetterlo o<br />

meno) richiede qualche riflessione. Eppure è una parte integrante <strong>del</strong>la storia. Più esplicito è il tema <strong>del</strong>la<br />

democrazia contro la <strong>di</strong>ttatura, che è ripetuto un certo numero <strong>di</strong> mo<strong>di</strong> <strong>di</strong>versi, non tutti evidenti. (Questo<br />

tema viene svolto un po’ troppo, ovviamente, <strong>di</strong> tanto in tanto, lo ammetto.) Un altro fatto interessante è<br />

che l’eroe <strong>del</strong>la storia è la democrazia, o in Canada o negli alleati occidentali, una sola persona non è protagonista.<br />

I personaggi centrali sono i tedeschi. In realtà sono tutti molto simpatici (ad eccezione <strong>del</strong> dottrinario<br />

nazista, ovviamente). <strong>Powell</strong> si fa in quattro per inibire il sentimento anti-tedesco. Nonostante tutto<br />

questo non ci è ancora una volta nessuno sconto sui tedeschi. Vogliamo che siano catturati fintanto che continueranno<br />

a servire un regime malvagio. È anche un <strong>di</strong>ario <strong>di</strong> viaggio splen<strong>di</strong>damente girato <strong>del</strong> Canada.<br />

Henry Coombs: I migliori film <strong>di</strong> propaganda, 1991<br />

RICONOSCIMENTI<br />

1943 - Premio Oscar: miglior sceneggiatura a Emeric <strong>Pressburger</strong>.<br />

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L’OCCHIO CHE UCCIDE<br />

Peeping Tom, 1960<br />

Interpreti e personaggi: Carl Boehm (Mark Lewis), Anna Massey<br />

(Helen), Vivian (Moira Shearer), Maxine Audley (madre <strong>di</strong> Mark),<br />

Brenda Bruce (Dora), Michael <strong>Powell</strong> (padre <strong>di</strong> Mark).<br />

LA TRAMA DEL FILM<br />

Mark Lewis è un operatore cinematografico, schivo ed introverso, che<br />

sogna <strong>di</strong> <strong>di</strong>ventare regista e che per arrotondare lo stipen<strong>di</strong>o realizza foto<br />

osé per conto <strong>di</strong> un giornalaio. Suo padre era un noto scienziato, un biologo<br />

che si era de<strong>di</strong>cato prevalentemente allo stu<strong>di</strong>o <strong>del</strong> sistema nervoso<br />

e <strong>del</strong>la sua evoluzione durante la crescita. In particolare era interessato alle reazioni alla paura nell'infanzia.<br />

Per i suoi stu<strong>di</strong> utilizzò suo figlio come cavia stimolandolo continuamente ad avere reazioni <strong>di</strong><br />

paura e riprendendolo giorno e notte con una macchina da presa per documentare il tutto. Privato così<br />

<strong>del</strong>la possibilità <strong>di</strong> creare una corretta forma <strong>di</strong> consapevolezza <strong>di</strong> sé ("nella mia infanzia non sono mai<br />

stato un istante solo con me stesso" afferma) Mark svilupperà una forma acuta <strong>di</strong> voyeurismo: un'autentica<br />

ossessione per lo spiare gli altri riprendendoli con la sua cinepresa da cui non si separa mai. Non<br />

solo. Mark <strong>di</strong>venterà anche un serial killer uccidendo giovani ragazze (una prostituta, un'aspirante attrice,<br />

una mo<strong>del</strong>la) con un pugnale montato sul treppie<strong>di</strong> <strong>del</strong>la sua macchina da presa e filmando il tutto<br />

mentre costringe le sue vittime a guardare, attraverso uno specchio, la paura <strong>di</strong>pinta sui propri volti.<br />

Queste riprese serviranno per realizzare il suo film. Le uniche persone che riusciranno a penetrare, almeno<br />

in parte, nella sua folle personalità saranno la sua inquilina Helen, che si innamorerà <strong>di</strong> lui, e la madre<br />

cieca che tacitamente sospetta <strong>di</strong> lui. Ma le due donne non riusciranno a <strong>di</strong>stoglierlo dal suo progetto:<br />

braccato ormai dalla polizia Mark si suiciderà con lo stesso proce<strong>di</strong>mento con cui uccideva le sue vittime,<br />

infilzandosi da solo con il treppie<strong>di</strong> e girando così la scena conclusiva <strong>del</strong> suo film.<br />

IL LORO PARERE<br />

Ci sono stati parecchi tentativi <strong>di</strong> rivalutare L’occhio che uccide dal suo originario, clamoroso<br />

fallimento lon<strong>di</strong>nese. Il film è stato inserito nel corpo <strong>del</strong> lavoro <strong>di</strong> <strong>Powell</strong>, identificato come<br />

una metafora <strong>del</strong> cinema e <strong>del</strong> voyeurismo; se ne è sottolineato il sardonico humour, è stato<br />

definito una grande storia d’amore, una grande trage<strong>di</strong>a, e una grande analisi <strong>del</strong>le trappole <strong>del</strong><br />

vedere e <strong>del</strong>l’essere visti. In America, alla fine degli anni ’70, il film fu picchettato dalle femministe,<br />

infasti<strong>di</strong>te dall’apparire compassato che esse interpretarono come ostilità. Altrove, il film fu giu<strong>di</strong>cato<br />

affascinante e agghiacciante; ma non è mai stato considerato un film accattivante, e il suo recupero<br />

non gli ha comunque conferito il sicuro status <strong>di</strong> capolavoro.<br />

Il film ha accumulato tante imputazioni che, mentre ci siamo, possiamo citare la reazione <strong>del</strong> 1960:<br />

“L’unica maniera veramente sod<strong>di</strong>sfacente <strong>di</strong> <strong>di</strong>sporre <strong>di</strong> L’occhio che uccide è prenderlo con la paletta e<br />

buttarlo subito nel gabinetto più vicino, tirando l’acqua” (Derek Hill). Questa repulsione agghiacciante non<br />

è più lontana dal bersaglio, né meno istruttiva <strong>del</strong>la compiacenza intellettuale <strong>di</strong> Susan Sontag: «Il film presuppone<br />

la connessione tra l’impotenza e l’aggressione, tra l’atto professionale <strong>del</strong> guardare e la cru<strong>del</strong>tà,<br />

che conduce alla fantasia centrale, correlata con la macchina da presa». (…)<br />

La vita or<strong>di</strong>naria nei film <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> e altrettanto rara che in quelli <strong>di</strong> Hitchcock. Ma, mentre Hitchcock aspira<br />

alla sua anonimità, <strong>Powell</strong> in<strong>di</strong>etreggia <strong>di</strong> fronte a ciò che essa rappresenta. La prova dì questo è data<br />

dalla sua incapacità a riprendere qualsiasi cosa per se stessa, per quello che veramente è, in uno spirito<br />

documentario. Il vedere, per <strong>Powell</strong>, è sempre il mezzo per esprimere l’interiorità. Nessuno dei suoi film<br />

si limita al mondo <strong>del</strong>le apparenze. La visione è sempre un tributo alla volontà e alla nobiltà <strong>del</strong>l’immagi-<br />

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nazione. Il vedere, dunque, e il segno <strong>di</strong> un <strong>di</strong>sturbo ispirato.<br />

Questo è ciò che separa <strong>Powell</strong> da un’analisi <strong>del</strong> voyeurismo. Mentre La finestra sul cortile (“Rear<br />

Window”) è un tentativo <strong>di</strong> vedere e accertare dei fatti, L’occhio che uccide è una ricerca <strong>del</strong>la trascendenza.<br />

Scarpette rosse mostra questo bisogno <strong>di</strong> finzione. Proprio mentre ci prepara per un balletto che può<br />

realmente essere messo in scena in un teatro, ci mostra una danza possibile solo su uno schermo cinematografico.<br />

Tutti i film <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> realizzano l’impossibile per riven<strong>di</strong>care un’assurda fede nell’immaginazione<br />

(…).<br />

David Thomson: Sight and Sound, autunno 1980<br />

Già segnalato in occasione <strong>del</strong>la puntata de<strong>di</strong>cata all’horror, è il film migliore firmato dal suo<br />

autore e uno dei più significativi <strong>del</strong>la storia <strong>del</strong> cinema, tout court. Oltre che un superbo esempio<br />

<strong>di</strong> suspense movie, contiene riflessioni sul mezzo cinematografico (e sul suo <strong>sguardo</strong> acuminato,<br />

sul suo statuto <strong>di</strong> morte al lavoro) tra le più pertinenti e penetranti mai compiute.<br />

Francesco Troiano: Cinema Sessanta, set.-<strong>di</strong>c. 1991<br />

Il regista e produttore Michael <strong>Powell</strong> ha sempre avuto una pre<strong>di</strong>sposizione particolare per le<br />

soluzioni visive bizzarre, le angolazioni inconsuete e l’uso <strong>del</strong> colore in funzione drammatica.<br />

Non deve quin<strong>di</strong> meravigliare che l’abbia tentato il canovaccio immaginato da Leo Marks per<br />

il film L’occhio che uccide. Il protagonista, Mark Lewis si <strong>di</strong>stingue dagli usuali assassini<br />

maniaci proposti con insistenza dal cinema britannico, in quanto non gli basta uccidere; deve<br />

eterizzare il terrore <strong>del</strong>le proprie vittime e quin<strong>di</strong> compie le sue turpi imprese armato d’una macchina da<br />

presa cinematografica, che fe<strong>del</strong>mente registra i particolari <strong>di</strong> ogni suo <strong>del</strong>itto. L’attore tedesco Carl Boehm<br />

raffigura con <strong>di</strong>ligenza, se non con persuasione, l’infelice Mark, la cui aberrazione è come al solito motivata<br />

da complessi giovanili. Fra le sue vittime appare, un po’ sfiorita ma ancora scattante la fulva Moira<br />

Sherear, che fu la ballerina al centro <strong>del</strong> film Scarpette rosse. Il brano che a lei si riferisce è il più originale<br />

d’una vicenda realizzata con tecnica fantasiosa, benché si tratti <strong>di</strong> uno schema che ormai offre poche<br />

possibilità <strong>di</strong> innovazioni.<br />

Corriere <strong>del</strong>la Sera, 1960<br />

È uno dei film più complessi e intelligenti mai prodotti sul rapporto tra il cinema e la realtà,<br />

che esplora senza reticenze il tema <strong>del</strong> desiderio <strong>del</strong>la visione come fine ultimo. Immerso nel<br />

clima sor<strong>di</strong>do <strong>del</strong> sottobosco erotico-pornografico, racconta <strong>di</strong> solitu<strong>di</strong>ni e ossessioni senza<br />

speranza anticipando molti dei temi che saranno poi sviluppati nel cinema degli anni seguenti.<br />

Michael <strong>Powell</strong> (1905-1990), spesso in coppia con Emeric <strong>Pressburger</strong>, è stato uno dei maestri<br />

<strong>del</strong> cinema, ma proprio con questo film e con le terribili polemiche che seguirono alla sua uscita vide<br />

la propria carriera subire un colpo decisivo. Troppo in anticipo sui tempi, il film infatti viene rifiutato da<br />

critica e pubblico e non riesce ad avere l’impatto commerciale che, poco dopo, avrà Psycho <strong>di</strong> Hitchcock,<br />

l’altro grande film <strong>di</strong> quell’anno a tratteggiare uno psicopatico. Carl Boehm è perfetto nel ruolo <strong>di</strong> Mark<br />

Lewis e la sua presenza è importante anche per il senso <strong>di</strong> spiazzamento che la sua figura da bravo ragazzo<br />

– con il suo vero nome <strong>di</strong> Karlheinz Böhm, è il Kaiser Franz <strong>del</strong>la serie su Sissi con Romy Schneider –<br />

provoca in abbinamento con la torbida pazzia <strong>del</strong> suo personaggio. Anche il resto <strong>del</strong> cast è perfettamente<br />

in ruolo, con facce tipicamente inglesi e <strong>di</strong>messe in evidenza, come quella <strong>del</strong>l’ottima Anna Massey che<br />

interpreta la determinata e slavata “fidanzata” <strong>di</strong> Mark. Unica concessione al glamour, la presenza tra le<br />

mo<strong>del</strong>le <strong>di</strong> Pamela Green, mitica mo<strong>del</strong>la <strong>di</strong> nudo e protagonista <strong>del</strong> famoso Naked as Nature Intended,<br />

film naturista <strong>di</strong>retto nel ’61 dal suo partner George Harrison Marks, esponente <strong>di</strong> spicco <strong>del</strong>l’exploitation<br />

inglese.<br />

Rudy Salvagnini: Dizionario dei film horror, 2011<br />

Michael <strong>Powell</strong> ha sfiorato il sa<strong>di</strong>smo da manuale, facendo però <strong>di</strong> un comune soggetto da<br />

thriller psicologico una straor<strong>di</strong>naria condensazioni <strong>del</strong>le proprie ossessioni legate all’atto <strong>del</strong><br />

vedere e conseguentemente una traduzione in linguaggio filmico <strong>del</strong>le implicazioni teoriche<br />

insite in un <strong>di</strong>scorso sulla visione (i filmati <strong>del</strong> protagonista, il film stesso, il cinema). Senza la<br />

26


collaborazione <strong>di</strong> Emeric <strong>Pressburger</strong>, con cui aveva realizzato i film <strong>del</strong>la grande stagione <strong>del</strong>la scoperta<br />

<strong>del</strong> colore, <strong>Powell</strong> porta alle estreme conseguenze la sua riflessione sul “vedere oltre” che è proprio <strong>del</strong>la<br />

macchina da presa e sul cinema come atto <strong>del</strong>l’immobilizzazione <strong>del</strong>la vita (e, infine, sul mestiere <strong>del</strong> regista<br />

come perversione e follia).<br />

(Giancarlo Bertolina: Dizionario Universale <strong>del</strong> Cinema, 1986)<br />

(…) Come Finestra sul cortile, L’occhio che uccide è una metafora <strong>del</strong> cinema, ma molto più<br />

cruda e più agghiacciante ancora <strong>di</strong> quella <strong>di</strong> Hitchcock. E’ anche più completa perché riguarda<br />

non solo la visione ma anche la realizzazione dei film in un quadro sadomasochista <strong>del</strong>la<br />

realtà. L’occhio che uccide si riallaccia ugualmente alle opere precedenti <strong>di</strong> <strong>Powell</strong> le sue ricerche<br />

essenziali sul colore. Il suono fiammeggiante glauco, se si può arrischiare l’espressione,<br />

aiuta in effetti a situare l’universo mentale <strong>del</strong> personaggio centrale.<br />

Jacques <strong>Lo</strong>urcelles: Dictionnaire du Films, 1992<br />

(…) Più importante ancora, <strong>Powell</strong> firma questo racconto torturato con la stessa arte con cui<br />

ha realizzato le opere più innocenti. I colori sono eclatanti soprattutto nei momenti in cui si<br />

preferirebbe lo fossero <strong>di</strong> meno. Comparato con Psycho <strong>di</strong> Hitchcock in bianco e nero (realizzato<br />

nello stesso anno con un tema simile), L’occhio che uccide vibrante <strong>di</strong> colori sembra più<br />

imme<strong>di</strong>ato e alla fine più terrificante. Si penetra nel profondo <strong>del</strong> cervello <strong>di</strong> un folle e <strong>Powell</strong><br />

non in<strong>di</strong>ca come uscirne.<br />

Joshua Klein: I 1001 film da vedere prima <strong>di</strong> morire, 2009<br />

(…) Ce ne sarebbe già a sufficienza per un trattato <strong>di</strong> cinema. Ma <strong>Powell</strong> non si ferma qui, <strong>di</strong>sseminando<br />

il film <strong>di</strong> allusioni generali e specifiche al cinema, <strong>di</strong> stoccate malevole al perbenismo<br />

bigotto e, soprattutto, <strong>di</strong> riferimenti personali. Non solo veste il protagonista Carl Boehm<br />

con la giacca marroncina e con il montgomery che sono stati una specie <strong>di</strong> “<strong>di</strong>visa” per tutta<br />

la sua vita, non solo fa interpretare la ballerina me<strong>di</strong>ocre in cerca <strong>di</strong> fortuna a Moira Shearer,<br />

ma interpreta egli stesso la parte <strong>del</strong> padre <strong>di</strong> Mark, un famoso biologo che stu<strong>di</strong>ava le reazioni alla paura<br />

sperimentandole su Mark bambino e filmandole in super8, gelosamente conservati da Mark…<br />

Emanuela Martini: Storia <strong>del</strong> Cinema Inglese, 1991<br />

27


PICCOLO GLOSSARIO<br />

ALEXANDER KORDA<br />

Regista e produttore proveniente dall’Ungheria,<br />

“inventa” la rappresentazione dei protagonisti dei<br />

suoi film attraverso le loro faccende private, sperimentato<br />

già da tempo dal regista tedesco Ernst<br />

Lubitsch. Trasferitosi in Gran Bretagna dove rimane<br />

fino alla morte, un anno dopo aver fondato la<br />

<strong>Lo</strong>ndon Films dà alla luce il suo capolavoro, Le sei<br />

mogli <strong>di</strong> Enrico VIII, che avrà vasta risonanza mon<strong>di</strong>ale.<br />

La pellicola, che raffigura in maniera storicoromanzata<br />

la vita matrimoniale <strong>del</strong> re Enrico VIII<br />

d’Inghilterra, fu can<strong>di</strong>data al Premio Oscar come<br />

miglior film e permise al suo protagonista Charles<br />

Laughton <strong>di</strong> aggiu<strong>di</strong>carsi l’ambita statuetta. In questo<br />

filone «svetoniano» rientrano anche Ultime<br />

avventure <strong>di</strong> Don Giovanni (1934); L’arte e gli<br />

amori <strong>di</strong> Rembrandt (1936) e Lady Hamilton.<br />

Passando al colore realizza tra l’altro Il ladro <strong>di</strong><br />

Bagdad (1940) che ebbe tre registi, tra cui William<br />

<strong>Powell</strong>. Nominato<br />

Cavaliere <strong>del</strong>l’Impero<br />

Britannico da re<br />

Giorgio VI d’Inghilterra<br />

(prima personalità<br />

legata al cinema a ricevere<br />

tale onorificenza).<br />

Fu un produttore<br />

accorto e fortunato,<br />

perché chiamò a sé<br />

alcuni tra i maggiori<br />

registi e artisti a livello<br />

internazionale e le sue<br />

29<br />

produzioni rivaleggiavano alla pari con quelle americane.<br />

BOSLEY CROWTHER<br />

Ha lavorato come critico cinematografico<br />

per il New York Times<br />

per 27 anni. I suoi articoli furono<br />

importanti per la il successo e la<br />

carriera <strong>di</strong> numerosi attori e registi<br />

<strong>del</strong> mondo <strong>di</strong> Hollywood. Fu uno<br />

dei primi a mostrarsi generoso nei confronti <strong>di</strong><br />

Marilyn Monroe ai tempi <strong>di</strong> Fermata d’autobus.<br />

COLONEL BLIMP<br />

David <strong>Lo</strong>w ha <strong>di</strong>segnato<br />

il colonnello Blimp<br />

per l’Evening Standard<br />

nel 1930: un stereotipo<br />

inglese pomposo, irascibile,<br />

sciovinista.<br />

<strong>Lo</strong>w ha sviluppato il<br />

carattere dopo aver<br />

u<strong>di</strong>to due militari in un<br />

bagno turco <strong>di</strong>chiarare<br />

che gli ufficiali <strong>di</strong><br />

cavalleria dovrebbero<br />

avere il <strong>di</strong>ritto <strong>di</strong> indossare i loro speroni all’interno<br />

carri armati. Purtroppo, le <strong>di</strong>chiarazioni <strong>del</strong> Colonel<br />

Blimp sono spesso confuse e infantili. Il suo fraseggio<br />

spesso include contrad<strong>di</strong>zione, come se la prima<br />

parte <strong>di</strong> una frase non sapesse la conclusione <strong>del</strong>la<br />

seconda.


EMANUELA MARTINI<br />

Autrice e curatrice <strong>di</strong><br />

saggi de<strong>di</strong>cati in particolare<br />

al cinema britannico,<br />

quali Storia <strong>del</strong> cinema<br />

inglese 1930-1990 (1991)<br />

e Free cinema e <strong>di</strong>ntorni:<br />

nuovo cinema inglese,<br />

1956-1968 (1998), ha<br />

scritto Il lungo ad<strong>di</strong>o:<br />

l’America <strong>di</strong> Robert<br />

Altman (2000) e due volumi <strong>del</strong>la collana Il Castoro<br />

Cinema, de<strong>di</strong>cati ai registi e produttori inglesi<br />

Michael <strong>Powell</strong> ed Emeric <strong>Pressburger</strong> (1988) e al<br />

regista italiano Gianni Amelio (2006). Membro<br />

<strong>del</strong>la giuria in molti festival cinematografici italiani<br />

ed internazionali, è stata con<strong>di</strong>rettore con Angelo<br />

Signorelli <strong>del</strong> Bergamo Film Meeting dal 1999 al<br />

2007, quando è poi passata al coor<strong>di</strong>namento <strong>del</strong><br />

Torino Film Festival <strong>di</strong>retto da Nanni Moretti. È<br />

stata <strong>di</strong>rettrice dal 1999 al 2007 <strong>del</strong> settimanale <strong>di</strong><br />

cinema Film TV e dagli anni Ottanta, nel comitato<br />

<strong>di</strong> redazione <strong>del</strong> mensile <strong>Cineforum</strong>.<br />

PEEPING TOM<br />

Normalmente sta per “guardone”. Il titolo originale<br />

<strong>del</strong> film L’occhio che uccide richiama il personaggio<br />

che, secondo la tra<strong>di</strong>zione popolare anglosassone,<br />

sarebbe <strong>di</strong>ventato cieco dopo aver spiato la bellissima<br />

Lady Go<strong>di</strong>va che cavalcava nuda.<br />

TECHNICOLOR<br />

La costituzione <strong>di</strong> una società denominata con il<br />

nome “Technicolor” è sorprendentemente precoce.<br />

Fin dal 1915, al tempo <strong>del</strong>le prime opere <strong>di</strong> Chaplin,<br />

l’ingegnere Herbert Kalmus e soci stu<strong>di</strong>arono infatti<br />

come offrire al pubblico la visione reale <strong>del</strong>la rappresentazione<br />

cinematografica. Invenzioni su invenzioni,<br />

proce<strong>di</strong>menti dopo proce<strong>di</strong>menti, si fa riferimento<br />

come primo film interamente a colori a Becky<br />

Sharp (1935). Ma anche dopo questo importantissimo<br />

traguardo raggiunto il lavoro per rendere migliore<br />

il risultato sullo schermo e più economico e pratico<br />

alle case <strong>di</strong> produzione il suo utilizzo va avanti<br />

ancora per decenni. E ciò a prescindere dai brevetti<br />

originali. Tuttavia in tutti i film <strong>del</strong>l’arco 1934-1949<br />

appaiono con la scritta nei titoli <strong>di</strong> testa “coor<strong>di</strong>natore<br />

<strong>del</strong> colore Nathalie Kalmus”, prima moglie e<br />

socia. Herbert ha comunque la stella col suo nome<br />

nell’olimpo hollywoo<strong>di</strong>ano chiamato Walk of<br />

Fame. Su tale percorso sono incastonate 2.448 stelle<br />

(a settembre 2011) a cinque punte in ottone che<br />

30<br />

recano i nomi <strong>di</strong> celebrità onorate per il loro contributo<br />

– <strong>di</strong>retto o in<strong>di</strong>retto – allo star system e all’industria<br />

<strong>del</strong>lo spettacolo.<br />

THE ARCHERS<br />

Una casa <strong>di</strong> produzione in<strong>di</strong>pendente per lavorare<br />

insieme come co-produttori, scrittori e registi<br />

Michael <strong>Powell</strong> e Erich <strong>Pressburger</strong> e l’ hanno chiamata<br />

« The Archers (Gli Arcieri) «, Hanno realizzato<br />

19 film, molti dei quali hanno riscosso successo<br />

commerciale e <strong>di</strong> critica. I<br />

loro film migliori sono<br />

ancora considerati dei classici<br />

<strong>del</strong> 20° secolo <strong>del</strong> cinema<br />

britannico. La lista dei<br />

100 migliori film stilata dal<br />

British Film Institute contiene<br />

cinque film <strong>di</strong><br />

<strong>Powell</strong>, quattro <strong>di</strong> <strong>Pressburger</strong>.<br />

UFA<br />

Nell’imme<strong>di</strong>ato dopoguerra, cambia nome in UFA<br />

(Universum Film Aktiengesellschaft) dal precedente<br />

BUDA (Bild und Film Amt), sorta per opera <strong>del</strong><br />

governo che comprese l’importanza <strong>del</strong> messaggio<br />

visivo, soprattutto a livello <strong>di</strong> propaganda in pieno<br />

conflitto mon<strong>di</strong>ale. Stabilisce gli stabilimenti <strong>di</strong><br />

ripresa nell’immensa area <strong>di</strong> Templelhof <strong>di</strong>venendo<br />

nel giro <strong>di</strong> pochissimi anni un vero gigante <strong>del</strong>la<br />

cinematografia mon<strong>di</strong>ale. Si annette le compagnie<br />

minori germaniche come la Pagu e la Messter;<br />

assorbe la danese Nor<strong>di</strong>sk e l’austriaca Sacha Film,<br />

stringe accor<strong>di</strong> con l’italiana UCI e, operando in tale<br />

senso, si trova così a lavorare in assoluto regime <strong>di</strong><br />

monopolio.<br />

Le produzioni, affidate sempre a gran<strong>di</strong> registi<br />

(Ernst Lubitsch, Fritz Lang, G.W. Pabst, Fredric<br />

Murnau, Richard Oswald, William Khan, Robert<br />

Reinert, Joe May) e interpretate dai <strong>di</strong>vi più acclamati<br />

<strong>del</strong> periodo (Paola Negri, Emil Jannings, Harry<br />

Liedtke, Conrad Veidt, Berndt Aldor) puntano sempre<br />

sul cinema<br />

<strong>di</strong> qualità attraverso<br />

film <strong>di</strong><br />

carica espressionista.<br />

Gli<br />

anni venti e<br />

l’epoca <strong>del</strong><br />

primo sonoro<br />

sono i più<br />

fecon<strong>di</strong> per lo<br />

stu<strong>di</strong>o berline-


se. Robert Wiene <strong>di</strong>rige Il gabinetto <strong>del</strong> professor<br />

Caligari, Murnau il Faust, Lang è regista <strong>di</strong><br />

Metropolis, I Nibelunghi e Il segreto <strong>del</strong> dottor<br />

Mabuse, ma verso la fine degli anni trenta, con<br />

l’ascesa al potere de nazismo e le conseguenti leggi<br />

razziali, tutti i geni <strong>del</strong>la cinematografia tedesca<br />

sono costretti all’espatrio verso gli USA. Olympia<br />

<strong>di</strong> Leni Riefenstahl è l’ultima grande super-produzione.<br />

L’UFA comincia così la<br />

lunga parabola <strong>di</strong>scendente; al termine<br />

<strong>del</strong>la seconda guerra mon<strong>di</strong>ale,<br />

la casa produttrice è scorporata.<br />

VICTORINE<br />

All’inizio è solo un campo <strong>di</strong> coltivazione<br />

orticole fuori dal centro <strong>di</strong><br />

Nizza. Poi viene venduto e trasformato<br />

da parte <strong>del</strong> duca <strong>di</strong> Rivoli (un<br />

<strong>di</strong>scendente <strong>del</strong> maresciallo<br />

Massena), che l’ha chiamato<br />

Victorine a causa <strong>del</strong> nome <strong>di</strong> suo<br />

nipote Victoire. Nel 1919, <strong>Lo</strong>uis<br />

Nalpas e Serge Sandberg creano gli<br />

31<br />

Stu<strong>di</strong>os Victorine. I luoghi sono enormi e rappresentano<br />

un dei più importanti Stu<strong>di</strong> francesi, dove vengono<br />

girati un gran numero <strong>di</strong> film. Da Les enfant<br />

du para<strong>di</strong>s a Giochi proibiti, da Effetto notte a Mai<br />

<strong>di</strong>re mai, ecc. Dal 2003 hanno cambiato nome,<br />

Stu<strong>di</strong>os Riviera, e in parte destinazione, in quanto vi<br />

si producono spettacoli per la televisione.


SOMMARIO<br />

Introduzione...................................................................................................................................................3<br />

Michael <strong>Powell</strong> (1905-1990).........................................................................................................................4<br />

Emeric <strong>Pressburger</strong> (1902-1988)...................................................................................................................4<br />

Michael <strong>Powell</strong> e Emeric <strong>Pressburger</strong>, insieme............................................................................................5<br />

<strong>Powell</strong> e Hitchcock: destini incrociati...........................................................................................................7<br />

<strong>Powell</strong>, <strong>Pressburger</strong> e la guerra.....................................................................................................................8<br />

Scarpette rosse (Red Shoes, 1948).................................................................................................................9<br />

Scala al Para<strong>di</strong>so (A Matter of Life and Death, 1946)................................................................................15<br />

Duello a Berlino (The Life and Death of Colonel Blimp, 1943).................................................................17<br />

Narciso nero (Black Narcissus, 1947).........................................................................................................21<br />

Gli invasori - 49° parallelo (49th Parallel, 1941)......................................................................................23<br />

L’occhio che uccide (Peeping Tom, 1960)...................................................................................................25<br />

Piccolo glossario..........................................................................................................................................29<br />

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