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RICERCA &

SVILUPPO:

FATTORE

CHIAVE DI

PROGRESSO

Andrea Sassone Corsi

V A

Istituto Tecnico Commerciale I.G.E.A. Antonio Gramsci


RICERCA & SVILUPPO: FATTORE CHIAVE DI PROGRESSO

Introduzione

Ogni giorno nel mondo vengono intraprese ricerche scientifiche e sviluppi tecnologici per

migliorare lo stile di vita e svilupparsi, cercando di dare risposte, a domande che l’Uomo

ancora non è riuscito a risolvere.

Nello svolgimento della tesina si discuterà principalmente della Ricerca & Sviluppo

(R&S) e delle connessioni esistenti con l’Economia, la Società, la Cultura, la Storia, e tutte

le discipline comprese nel piano di studi.

Per iniziare si tratterà dei Costi di R&S in Economia Aziendale, ove ci si inoltrerà con i

seguenti contenuti: la strategia di leadership di costo, la strategia di differenziazione, come

vengono capitalizzati i costi di R&S, del direct costing, del full costing,

dell’ammortamento cui gravano i costi di R&S ed in fine della deducibilità dei costi di

R&S.

Desiderando trattare la R&S in Scienze delle Finanze ci si collegherà con il credito

d’imposta riguardante i costi di R&S e i relativi rapporti con le imprese.

Continuando il percorso che unisce la R&S con Geografia Economica si introdurrà il

settore quaternario costituito anche dalle moderne tecnopoli (o tecnocity), centri in cui

sono intraprese ricerche scientifiche, ricadute tecnologiche e industriali, fino alla messa in

produzione di beni e servizi innovativi. Sempre all’interno di Geografia Economica si

tratterà dell’importanza che ha la R&S di fonti energetiche rinnovabili, per un

miglioramento delle condizioni ambientali in cui vive l’Uomo; in altri termini si

descriveranno le innovazioni tecnologiche con le quali si possono utilizzare fonti

energetiche alternative che potranno sostituire le fonti di energia tradizionali ormai in via

di esaurimento.

La R&S ha influenzato anche l’arte e la letteratura. In particolare, per Italiano, si

analizzerà il movimento letterario ed artistico del futurismo che si è sviluppato nel periodo

storico dal 1909 fino ai primi Anni ’20. Il futurismo ha esaltato le nuove tecnologie e il

nuovo stile di vita che venne a crearsi negli anni attraversati da tale movimento. In questo

periodo, in altre parole, sono avvenuti cambiamenti drastici non solo nell’arte e nella

letteratura, ma anche nelle nuove tecniche di comunicazione, nei nuovi mezzi espressivi

come il cinema e la fotografia, e anche dell’esaltazione della velocità delle macchine. I

futuristi rifiutavano nettamente il passato tanto da distruggere tutto ciò che provenisse dal

passato per guardare solamente in avanti. L’ideologia futurista ebbe contatti assai stretti

con il fascismo, argomento che verrà trattato in Storia. Il Duce appoggiò il futurismo nei

primissimi anni della sua dittatura poiché l’idea futurista scomparve negli anni in cui si

consolidò il fascismo in Italia. Durante il periodo fascista, tra il 1925 ed il 1926, vennero

emanate le cosiddette “leggi fascistissime” o leggi liberticide, poiché uccidevano ogni tipo

di libertà dell’uomo. Trattando di queste leggi, con Diritto, avremo un collegamento

diretto con il periodo successivo allo Statuto Albertino, il periodo fascista nel quale si

discuterà principalmente delle leggi liberticide. Si esporrà in Inglese come funziona la

R&S nel Regno Unito, in Francese la poesia di F.T. Marinetti Da "La Ville Charnelle" A

mon pagase. In Matematica si analizzerà in “problema del produttore”.

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Scienza delle Finanze:

Il credito d’imposta

nell’ambito della R&S.

Italiano:

Il futurismo, Filippo

Tommaso Marinetti.

Diritto:

Il periodo fascista, le

leggi fascistissime.

Francese:

Poèsie de F.T. Marinetti

A mon pagase

R&S:

fattore chiave di

Progresso

Economia Aziendale:

Costi di ricerca e

sviluppo.

Geografia Economica:

Settore quaternario,

ricerca sulla tutela

dell’ambiente e fonti

rinnovabili.

Storia:

Il primo periodo

fascista.

Inglese:

Research and

development in UK

Matematica:

Il problema del

produttore

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Costi di Ricerca & Sviluppo

ECONOMIA AZIENDALE

Le economie dei Paesi industrializzati sono caratterizzate dall’esistenza di forme di mercato

fortemente concorrenziali, data l’assenza di barriere capaci di precludere l’accesso ad

altre imprese. È noto altresì che una impresa per poter sopravvivere o crescere deve costantemente

pervenire alla creazione di Valore Economico. Solo creando valore economico

sarà in grado di soddisfare le aspettative dei soggetti portatori di interessi interni ed esterni

che, seppur con motivazioni diverse, interagiscono con l’impresa. La creazione del

valore è quindi un fine istituzionale dell’impresa e rappresenta pertanto lo strumento attraverso

il quale le imprese ottengono un vantaggio competitivo rispetto alle imprese

concorrenti.

Il vantaggio competitivo è strettamente correlato alla strategia che l’impresa viene ad

assumere nell’ambito del mercato in cui si confronta.

L’orientamento strategico esprime quindi la linea base e anche il ruolo che l’impresa

intende assumere nell’ambito del mercato. L’orientamento strategico è quindi espressione

dell’immagine che l’impresa intende darsi nei confronti di terzi.

Al riguardo le più significative strategie che le imprese possono venir ad assumere sono le

seguenti:

• Strategia di leadership di costo;

• Strategia di differenziazione.

Ove l’impresa venga ad assumere una strategia di leadership di costo, ritiene che la chiave

di successo nell’ambito del mercato sia individuabile nella capacità di produrre beni simili

a quelli delle imprese concorrenti proponendoli ad un prezzo di vendita inferiore alle

predette.

Fondamentali al perseguimento di tali strategie sono modelli organizzativi meno costosi,

flessibilità dell’impresa, ma in particolare la riduzione dei costi di fabbricazione.

Tale riduzione dei costi di fabbricazione sono in gran parte riconducibili ad innovazioni

tecnologiche nel processo di trasformazione delle materie in prodotti e quindi effetto di

costi di ricerca e sviluppo sostenuti allo scopo.

Ove l’impresa venga ad assumere una strategia di differenziazione, individua la chiave di

successo in un orientamento volto verso la clientela operando, più che sui prezzi praticati,

sulle caratteristiche distintive del prodotto. La loro politica appare quindi quella di invogliare

la clientela verso l’acquisto dei propri prodotti poiché questi almeno psicologicamente

appagano meglio i loro bisogni, anche se il corrispettivo dovuto per il loro acquisto

risulta superiore rispetto a quello praticato dalle imprese concorrenti. Assume quindi in tali

imprese l’esigenza di affermare caratteristiche di differenziazione rispetto all’offerta della

concorrenza, individuabili essenzialmente attraverso nuove tecnologie di prodotti incorporanti

un maggior contenuto tecnologico. Tali risultati sono perseguibili soltanto attraverso

costi di ricerca e sviluppo.

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Non è da escludersi che per imprese orientate a tale strategia di differenziazione non abbia

rilevanza anche l’innovazione tecnologica a livello di processo tecnico di trasformazione

di materie in prodotto finito.

Da quanto esposto appare delineata in modo chiaro la valenza dei costi di Ricerca e

Sviluppo, quale strumento di creazione di valore e di posizionamento dell’impresa nel

mercato. Entrando nel merito dei costi di ricerca e sviluppo, sono da considerarsi tali le

spese sostenute per l’ottenimento di nuovi prodotti o servizi, nuovi processi produttivi ed

anche nuove strutture organizzative o distributive dirette a migliorare quelle già in essere.

Tali costi possono talvolta essere diretti alla produzione di beni immateriali, quali ad

esempio una invenzione brevettabile ad un nuovo software.

Tali costi di ricerca e sviluppo sostenuti dall’impresa saranno imputabili al conto

economico nell’esercizio in cui sono stati sostenuti, ovvero possono essere capitalizzati

qualora sussistano determinati presupposti. Se siano costi sostenuti per una ricerca di base,

dato che sono da ritenersi costi di periodo e non sono legati ad uno specifico progetto

capace in futuro di generare benefici all’impresa, questi costi non sono capitalizzabili.

Ove si tratti di ricerca applicata e di sviluppo possono essere capitalizzati se rispondono ai

seguenti quesiti:

• Il prodotto o processo (oggetto della ricerca) sia chiaramente definito ed i suoi costi

siano chiaramente imputabili. In altri termini l’azienda deve essere sempre in grado

di dimostrare la diretta correlazione e attinenza al prodotto o al processo in corso di

realizzazione;

• Sia dimostrata la fattibilità tecnica del prodotto o del processo;

• Gli amministratori abbiano manifestato l’intenzione di produrre e a

commercializzare il prodotto o il processo;

• Sia realistica l’esistenza di un futuro mercato, o, se il prodotto o il processo è

destinato ad essere usato all’interno, e che sia dimostrabile la sua utilità per

l’impresa;

• Esistano o siano disponibili in un futuro prossimo risorse adeguate per

commercializzare e completare il prodotto o il processo.

Nel caso spese di ricerca e sviluppo siano rilevate ad attività svolte all’interno dell’impresa

ed abbiano a protrarsi per più esercizi prima di pervenire ad un risultato definitivo, è

opportuno iscrivere i costi che presentano utilità pluriennale alla voce BI6, come

immobilizzazioni in corso, fino a che non siano completati.

Si tratta in tale ipotesi di costi di ricerca e sviluppo realizzati in economia, realizzando la

capacità produttiva interna, in altri termini senza ricorrere ad altre imprese.

La contabilità Analitico gestionale dovrà, nella ipotesi sopra descritta definire il valore di

tali costi ad unità pluriennale.

Notoriamente la contabilità analitico gestionale opera secondo due metodologie di

identificazione di valore:

- Direct costing: ove sono implicati solo i costi oggettivamente attribuibili al

centro di costo, nella fattispecie la ricerca in corso di realizzazione;

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- Full costing: ove si esprime il valore da attribuire al centro di costo, tenendo conto

non solo dei costi comuni generali che vengono attribuiti in maniera soggettiva,

facendo riferimento ad una o più basi di riparto (ripartizione dei costi comuni

generali su base unica o multipla).

Dalla possibilità di capitalizzazione dei costi enunciata precedentemente può dedursi un

orientamento imperniato sulla prudenza, concetto generale ed informatore della redazione

del bilancio (art. lo 2423 bis c.c.).

Con riguardo ai costi di ricerca e sviluppo è quindi necessario stabilire la reale possibilità

di successo di una ricerca al termine di ogni esercizio.

È noto che, in certi settori, ad esempio quello farmaceutico, le ricerche si protraggono per

anni prima di giungere ad un risultato certo. In questi casi non esiste una regola generale,

ed ogni situazione va esaminata a sé stante, tenendo presente il principio generale di

rappresentazione veritiera e corretta dei fatti ed il principio della prudenza.

In caso dubbio è preferibile quindi attribuire tali costi all’esercizio in cui sono stati

sostenuti; in altri termini l’inclusione delle immobilizzazioni tra le componenti

patrimoniali dovrebbe essere l’eccezione e non la regola.

A riprova della possibilità o meno di patrimonializzare i costi di ricerca e sviluppo e di

quale rilevanza abbino gli stessi ai fini del rispetto dei principi di redazione stabiliti dal

codice civile si tenga presente che per la loro patrimonializzazione e quindi iscrizione tra

le attività della Stato Patrimoniale è necessario il consenso del collegio sindacale.

Inoltre è altresì stabilito, a tutela dei terzi ed al rafforzamento, in generale, dei principi

contabili di bilancio che in presenza di costi patrimonializzati a titolo di costi di ricerca e

sviluppo non si provveda alla ripartizione dell’utile di esercizio se non previa la loro

copertura attraverso la costituzione di una Riserva Straordinaria pari all’ammontare degli

stessi, giusto disposto art. lo 2426 c.c. .

Una volta definiti i presupposti in base ai quali i costi di ricerca e sviluppo possano essere

patrimonializzati, procediamo ad esaminare come gli stessi, nel tempo, vengano a partecipare

al reddito di impresa. La loro partecipazione al reddito d’impresa avviene attraverso

l’ammortamento. L’ammortamento è infatti il procedimento tecnico contabile attraverso il

quale un costo pluriennale viene ad essere frazionato nei vari anni in cui l’oggetto cui si

riferisce offrirà utilità all’impresa. Poiché, però, la durata di questo costo pluriennale, è di

norma indefinita o indeterminabile, e per ragioni di prudenza richiesta dalle incertezze e

rischi caratteristici degli stessi valori, la legge prescrive che il periodo di ammortamento

non deve superare i cinque anni.

L’ammortamento ha inizio nel momento in cui il bene o il processo è disponibile per

l’utilizzo economico.

Civilisticamente tali beni immateriali debbono essere ammortizzati ai sensi di quanto

disposto dall’art. lo 2426 c.c. sistematicamente in ogni esercizio in relazione alla residua

possibilità di utilizzazione.

Secondo il codice civile, l’ammortamento delle spese di ricerca capitalizzate segue il criterio

della competenza economica, correlando i costi sostenuti ai ricavi prevedibili e non

operando secondo una pura ripartizione temporale del valore (in antitesi con quanto previ-

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sto dalla normativa fiscale oggetto di successiva argomentazione). Il codice civile infatti

non viene ad imporre un ammortamento sistematico necessariamente a quote costanti. È

tuttavia necessario tener presente che, sen s segue la normativa fiscale, il valore residuo

della ricerca e dello sviluppo perde di significato, ed in modo particolare quando è trasferito

a brevetti, diritti e simili.

Ove in bilancio vengono a seguirsi criteri ammortamento fiscale senza che ciò sia giustificato

da una effettiva corrispondente vita utile, si deve donare informazione, nella nota

integrativa, riguardo a quale sarebbe stato il valore della voce “immobilizzazioni immateriali”

ed il relativo riflesso nel patrimonio netto, tenendo conto del riflesso fiscale, ove si

fosse proceduto al calcolo dell’ammortamento, secondo corretti principi contabili.

Gli studi e ricerche possono avere un esito positivo o negativo; in quest’ultimo caso

eventuali costi residui non ammortizzati vanno attribuiti in totale nell’esercizio in cui è

venuto meno l’unità pluriennale.

Se in un esercizio successivo a quello di iscrizione nell’attivo dei costi di ricerca vengono

meno le condizioni che ne hanno legittimato la capitalizzazione nel passato (ad esempio

perché non è possibile raggiungere gli obiettivi per carenza di fondi o per mutate realtà di

mercato) è necessario procedere alla svalutazione dei costi capitalizzati, giusto disposto

art. lo 2426 n. 3 del codice civile.

Risulta infatti contrario al principio di correlazione dei costi e dei ricavi e al principio della

capitalizzazione il differimento indiscriminato dei costi di ricerca e sviluppo quando non è

dimostrabile che il progetto non avrà un mercato od uno sbocco che consenta di ottenere

benefici. Ne consegue che, se gli amministratori ritengono che l’utilità pluriennale sia giustificata

poiché sono prevedibili benefici futuri o che saranno a verificarsi alcune condizioni

di gestione, produttive o di mercato, che al momento attuale sono presunte, la capitalizzazione

dei costi per ricerca e sviluppo è consentita.

Si ritiene opportuno precisare che con il termine “benefici futuri” si intende fare riferimento

ad un miglioramento per l’impresa, e quindi una previsione sia in termini di futuri

redditi che in termini futuri risparmi e di costi.

Sovente l’impresa nelle fasi iniziali di un progetto non è in condizione di poter stabilire se

la ricerca potrà tradursi in una forma di successo o di insuccesso. Nel dubbio, l’orientamento

dei principi contabili italiani, in ossequio anche al principio di prudenza enunciato

dal codice civile, deve prevalere l’orientamento all’attribuzione totale del costo all’esercizio

in cui lo stesso ha avuto manifestazione. Quando invece è dimostrabile il buon esito

del progetto, si viene ad identificare quella realtà di costo ad utilità pluriennale, condizione

indispensabile per la capitalizzazione dei costi.

Allorché viene ad operarsi una svalutazione tale minor valore non può essere mantenuto

negli esercizi successivi ameno che non siano a venir meno i motivi che avevano dato

origine alla svalutazione.

Al riguardo si pensi ad un progetto abbandonato e svalutato in passato che venga ripreso in

considerazione per venir dei motivi che avevano generato la decisione della svalutazione.

Tale ipotesi è, comunque, piuttosto rara nel caso dei costi di ricerca. Considerata la

rilevanza che l’attività di ricerca viene ad assumere nel contesto del sistema economico di

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stato, l’autorità Pubblica non rimane indifferentemente di fronte a tale rilevanza di ruolo

nella formazione del Prodotto Interno Lordo (PIL).

SCIENZE DELLE FINANZE

Il credito d’imposta nell’ambito della ricerca

Al riguardo della spesa pubblica contribuisce all’azione di ricerca e sviluppo, destinando

parte della propria spesa a favore di enti pubblici di ricerca quali: Università, Consiglio

Nazionale di Ricerca e sviluppo, Ente nazionale Energia Alternativa, Istituto Superiore di

Sanità. Stimola altresì l’attività di ricerca e sviluppo delle imprese private attraverso il

ricorso allo strumento del credito di imposta.

Tale credito di imposta viene accordato alle imprese che, al decorrere del periodo di

imposta successivo al 31 Dicembre 2006 e fino alla chiusura del periodo di imposta in

corso al 31 Dicembre 2009 ( per i soggetti con esercizio solare, dal 1° Gennaio 2007 al 31

Dicembre 2009) sostengono costi per attività di ricerca industriale e di sviluppo

precompetitivo conformemente alla vigente disciplina comunitaria degli aiuti di Stato.

Al riguardo si evidenzia che l’efficacia della disposizione normativa è subordinata ad

apposita autorizzazione della Commissione Europea.

Tale credito di imposta è pari al 10% dei costi di ricerca, o percentuale elevata al 15% nel

caso in cui gli stessi derivino da contratti stipulati con università ed enti pubblici di ricerca.

Tale agevolazione può interessare costi di importo superiore ai 15 milioni di euro per

ciascun periodo di imposta.

Il credito deve essere esposto nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta

di sostenimento del costo.

È ammesso il suo utilizzo in via prioritaria, in compensazione dei versamenti dovuti per le

imposte sui redditi (IRES, IRE e relative addizionali) ed IRAP per il periodo in cui le

spese sono state sostenute; per l’eventuale eccedenza in compensazione degli importi

relativi ad altre imposte e contributi, a decorrere del mese successivo al termine per la

presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta con riferimento

al quale il credito è connesso.

Per quanto concerne la deducibilità fiscale di tali costi, il contribuente può dedurre i costi

pluriennali interamente nell’esercizio in cui sono stati sostenuti oppure in quote costanti

nell’esercizio stesso o nei successivi, ma non oltre il quarto. In quest’ultimo caso, pertanto,

l’impresa può scegliere di suddividere la spesa in due esercizi (deducendo in ognuno il

50% della spesa), in tre esercizi (33% della spesa), in quattro esercizi (25% della spesa) o,

al massimo in cinque esercizi (20% della spesa).

In sostanza la decisone presa nel primo esercizio risulta vincolante anche per gli esercizi

successivi.

Si tenga tuttavia presente che a decorrere dal 2007 risulta irrilevante la quota delle spese

imputate al conto economico, poiché l’eventuale maggior costo deducibile a livello fiscale

può essere ugualmente dedotto utilizzando il quadro EC della dichiarazione dei redditi.

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Il credito d’imposta scaturente dai costi di R&S è generatore nell’ambito del conto

economico, di proventi di pari ammontare evidenziati nel valore della produzione sotto la

voce: “Altri Ricavi e proventi”. Il Testo Unico delle imposte sui redditi, conviene che tali

ricavi e proventi, evidenziati nel conto economico, siano ininfluenti ai fini del pro-rata

generale d’indeducibilità degli interessi passivi.

Come noto, gli interessi passivi sostenuti in un periodo di imposta da una impresa sono

deducibili nel limite del rapporto tra l’ammontare dei ricavi e proventi imponibili e

l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi (compresi quelli esenti). Se ad

esempio un’impresa ha realizzato Ricavi per € 400˙000, e di tali ricavi di € 100˙000

risultano esenti. La deducibilità degli interessi passivi emergerà dal seguente rapporto:

Ricavi e Proventi Imponibili ÷ Ricavi e Proventi × 100 = percentuale deducibilità interessi

passivi

quindi:

300˙000 ÷ 400˙000 × 100 = 75%

Ebbene , ove nell’ambito dei ricavi e proventi in tale impresa emergono ricavi esenti per €

100˙000, ma di tali ricavi € 30˙000 siano connessi al riconoscimento all’impresa di crediti

d’imposta legati a costi di R&S, la quantificazione della percentuale degli interessi passivi

deducibili fiscalmente sarà pari all’81% poiché:

300˙000 ÷ 370˙000 × 100 = 81%

Attraverso tale disposizione fiscale si intende agevolare la R&S, ampliando la possibilità

di deducibilità degli interessi passivi fiscalmente riconosciuti all’impresa. Si vuole in tal

maniera venir a premiare le imprese che investono in tale campo, anche attraverso un

indiretto riconoscimento di merito dei maggior oneri finanziari da queste sostenute.

Un’ulteriore agevolazione fiscale riconosciuta ai costi di R&S è da ricondursi alla loro non

rilevanza riguardo alla deducibilità delle spese generali (altre spese). Per definizione sono

spese generali quelle spese che non sono specificamente imputabili ad attività o beni che

abbiano prodotto ricavi o proventi inclusi nel reddito imponibile. Tali spese sono pertanto

riferibili indistintamente sia ad attività produttive di ricavi imponibili che ad attività che

producono ricavi esenti. La normativa fiscale conviene che la deducibilità delle spese

generali pertanto limitata al rapporto tra l’ammontare dei ricavi e degli altri proventi che

concorrano a formare il reddito d’impresa e l’ammontare complessivo di tutti ricavi e

proventi.

Da quanto esposto appare evidente che se un’impresa, a titolo d’esempio, ha conseguito

ricavi e degli altri proventi che concorrano a formare il reddito d’impresa per € 600˙000 e

l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi sia pari a € 750˙000 la deducibilità

delle spese generali, da un punto di vista fiscale emergerà dal seguente rapporto:

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Ricavi ed altri proventi che concorrono a formare il reddito dell’impresa ÷ totale

complessivo altri ricavi e proventi × 100

Nell’esempio in questione, la deducibilità delle spese generali sarà:

600˙000 ÷ 750˙000 × 100 = 80%

In costanza di altri ricavi collegati al credito d’imposta attribuito all’impresa per attività di

ricerca e sviluppo, supposto con riguardo all’esempio precedente pari ad € 40˙000, la

deducibilità delle Spese generali sarà fiscalmente fattibile per una percentuale pari

all’84.50% come evidenziato dal seguente rapporto:

600˙000 ÷ 710˙000 × 100 = 84.50%

In sintesi la normativa fiscale, ai fini della tassazione IRE ed IRES, viene a porre in una

posizione di privilegio le imprese che si attivano nel campo della R&S attraverso le

seguenti forme di intervento:

• Il riconoscimento di un credito d’imposta;

• La sterilizzazione del credito d’imposta generatore di altri ricavi attraverso la non

partecipazione di questi ultimi alla quantificazione della percentuale di deducibilità,

fiscalmente riconosciuta, dagli interessi passivi e dalle spese generali.

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Il settore quaternario o terziario avanzato

GEOGRAFIA

Le innovazioni tecnologiche sono alla base dello

sviluppo industriale e hanno consentito la

progressiva sostituzione del lavoro umano con

quello delle macchine sempre più efficienti. Gli

investimenti pubblici e privati di Ricerca e

Sviluppo diventano così determinanti per

progredire nell’economia.

Secondo i dati pubblicati dall’OCSE nel 2003,

Stati Uniti e Giappone continuano ad investire in

R&S più dell’Unione Europea che da dieci anni

non va oltre l’1.9% del proprio PIL (diagramma sovrastante).

Le imprese hanno l’esigenza di investire grandi capitali nella ricerca per continuare ad

accresce la propria capacità innovativa e anticipare la concorrenza. L’innovazione è,

infatti, un’arma potente che garantisce un vantaggio sulle aziende concorrenti, almeno fino

a quando la sua introduzione nel mercato non si generalizza. Il grado d’innovazione

tecnologica del processo produttivo consente di classificare i settori industriali in due

grandi gruppi:

Settori tradizionali, a basso

contenuto tecnologico (industria

tessile, dell’abbigliamento e in

generale, le industrie relative

all’artigianato);

Settori avanzati, che realizzano

produzioni ad alta tecnologia e in

cui vi è una stretta integrazione tra

industria e ricerca scientifica (

industria informatica,

biotecnologia ecc.). In una realtà

dominata dall’alta tecnologia, le

imprese industriali devono

stabilire rapporti sempre più stretti con le attività di ricerca per accelerare il ritmo

dell’innovazione.

Le aziende sono obbligate a:

- destinare una quota considerevole dei propri investimenti alla ricerca e allo sviluppo di

nuovi prodotti e tecnologie produttive;

- disporre di tecnici qualificati e di capacità finanziarie per realizzare investimenti a lungo

termine e dall’esito incerto nel campo della ricerca e delle sue applicazioni tecniche.

La diffusione dell’innovazione tecnologica può essere spiegata in base alla teoria del ciclo

di vita del prodotto, secondo la quale la produzione di un bene attraversa tre fasi

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consecutive: l’innovazione, la maturità e

standardizzazione. All’inizio del ciclo, nella fase di

innovazione, i nuovi beni sono prodotti in quantità

limitate nei Paesi industrialmente più avanzati, dove

si concentrano capitali, attività di ricerca, competenze

professionali e consumatori in grado di acquistare

beni costosi. Il processo lavorativo richiede

manodopera specializzata e tecnici qualificati; inoltre

è necessaria una stretta cooperazione fra gli

organismi aziendali preposti dalla ricerca, alla

produzione e alla commercializzazione. Il temporaneo monopolio consente all’impresa

produttrice di realizzare alti profitti.

La fase di maturità è caratterizzata dalla produzione in serie a costi contenuti e dalla

creazione di impianti in Paesi a livello di sviluppo intermedio che producono per rispettivi

mercati nazionali.

La standardizzazione del processo produttivo consente di fabbricare il prodotto con

manodopera scarsamente qualificata. Per l’impresa diventa così più conveniente trasferire

la produzione in Paesi meno avanzati, dove il costo del lavoro è molto basso. La

competitività del prodotto si deve alla riduzione dei costi di produzione e, a questo punto, i

Paesi in via di sviluppo si trasformano in esportatori di prodotti finiti e di componenti,

venduti sui mercati internazionali.

Il settore nel quale vengono intraprese ricerche è il settore quaternario, settore che

comprende tutte le attività di pianificazione, di orientamento politico culturale e di

direzione strettamente connesse con le più elevate funzioni di comandi industriali,

commerciali, finanziarie, politiche amministrative.

Comprende, infatti:

• Gli ambienti direzionali della Pubblica amministrazione, del governo politico, del

potere militare e dei principali partiti e sindacati;

• Le sedi centrali delle grandi imprese, dei più importanti istituti di credito e dei

maggiori gruppi finanziari, come le banche centrali e le Borse;

• Le istituzioni culturali di gran prestigio e i centri dell’informazione e della ricerca,

come i mass media e le principali università.

In alcuni paesi sono usati più centri con funzioni quaternarie, ciascuno con precise

caratteristiche: in Italia, per esempio, Roma e Milano sono considerate tradizionalmente le

sedi rispettivamente del potere politico e del potere economico.

I servizi di comando di una metropoli, tuttavia, superano spesso le frontiere nazionali. È il

caso di un importante centro finanziario internazionale come Londra, o politico come

Washington, o un centro della ricerca scientifica come Boston, che ospita una delle più

prestigiose università degli USA. Il settore quaternario è presente anche nelle metropoli di

alcuni Paesi a sviluppo intermedio. In Brasile, per esempio, Paese che esercita una

incontrastata leadership nell’ambito del MERCOSUR, la zona di libero scambio

dell’America Latina.

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Le sedi privilegiate delle attività quaternarie sono le cosiddette città globali, in cui si

concentrano le funzioni di direzione e di controllo del potere economico e politico e delle

conoscenze tecnologiche su scala planetaria. Esse ospitano:

• I centri direzionali delle principali società industriali, di servizi, finanziari e

commerciali che operano a livello internazionale;

• I più importanti organismi del potere politico;

• Le maggiori istituzioni culturali;

• I più importanti centri di ricerca scientifica.

Inoltre sono dotate di infrastrutture avanzate (aeroporti internazionali e reti

teleinformatiche), che consentono di stabilire tra loro collegamenti in tempo reale, in modo

tale da formare una sorta di netwrok di città che concentra immense quantità di potere.

Nelle città globali la produttività non si misura in base al volume della produzione

industriale o alla quantità di servizi erogati, ma è legata alla capacità di offrire beni di

qualità e servizi strategici, risultato delle più innovative tecniche di ricerca.

La popolazione delle città globali è composta soprattutto da manodopera intellettuale

specializzata, che percepisce alti redditi e utilizza servizi di livello superiore, insieme ad

una percentuale elevata di addetti a mansioni poco qualificate e ad un consistente numero

di disoccupati. Le città globali sono infatti caratterizzate da una forte polarizzazione

sociale, ovvero da una netta separazione tra ricchi e poveri.

Le città nelle quali vengono intraprese ricerche tecnologiche e scientifiche sono chiamate

tecnopoli o anche, tecnocity, poli tecnologici o parchi scientifici, sono luoghi in cui

l’interazione tra ricerca scientifica e attività industriali

terziarie avanzate, a rilevante contenuto innovativo, creano

le condizioni per la crescita produttiva e lo sviluppo

tecnologico delle imprese.

In queste “cittadelle della ricerca” operano istituti,

universitari e laboratori scientifici che ricevono cospicui

finanziamenti da enti privati come negli USA, o da enti

pubblici, come accade in Europa. La stretta collaborazione

tra il mondo scientifico e quello imprenditoriale è uno dei

principali motivi del successo delle tecnopoli. La ricerca

teorica si prolunga, infatti, nella sperimentazione concreta

e l’innovazione può avere un’importante ricaduta

economica.

I settori produttivi che hanno tratto maggiori benefici

nell’ambito della ricerca, sono quelli ad alto contenuto tecnologico, come l’elettronica e

l’informatica, la telematica e la robotica, la biochimica, la biotecnologia e la ricerca

aerospaziale.

Le tecnopoli si localizzano ad una certa distanza dai centri metropolitani, ma comunque

all’interno di aree regionali in cui prevalgono le funzioni quaternarie. Le tecnopoli sono

presenti soprattutto nei Paesi economicamente avanzati, Stati Uniti e Giappone in testa,

sebbene importanti parchi scientifici si stiano diffondendo anche in Cina, India e Corea del

Sud.

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Le tecnopoli in Europa sono sorte a partire degli anni Settanta del Novecento, ma

sviluppatesi a fine degli anni Ottanta. Tra le principali ci sono il Parco di Cambridge

(Regno Unito) specializzato nella ricerca informatica e medica, la città di Parigi-Sud,

impegnata nei moderni settori dell’informatica, dell’elettronica e dell’agronomia, il Polo di

Sophia Antipolis, vicino Nizza, una delle più grandi tecnopoli d’Europa che ospita oltre

1200 aziende biotecnologiche e di telecomunicazione.

Attualmente imponenti ricerche vengono intraprese per ricercare fonti energetiche

inesauribili che possano sostituire le fonti energetiche esauribili oggi giorno sfruttate per

l’80% del fabbisogno energetico mondiale (carbone, petrolio, gas naturale ed in fine

energia nucleare) poiché si stima che le energie non rinnovabili possano soddisfare le

esigenze umane ancora per minimo 40 anni e massimo 60, si ricerca appunto da tempo di

scoprire nuove energie per migliorare il mondo ed il nostro futuro. Le energie rinnovabili

sono tutte quelle che derivano da fonti che possono essere considerate inesauribili (sole,

acqua, vento, ecc.). Le energie rinnovabili contribuiscono in minima parte al fabbisogno

energetico mondiale, poiché gli impianti sono costosi e necessitano, in moti casi, di grandi

superfici per ottenere esigue quantità di energia. Le fonti rinnovabili esistenti sono:

l’energia idroelettrica, solare, eolica, geotermica, le biomasse e negli ultimi anni si sta

sperimentando con enti di ricerca come sfruttare i movimenti delle maree.

Più specificatamente:

• L’energia idroelettrica copre il 20% del

fabbisogno energetico, è una fonte di energia

“pulita”, non emette cioè sostanze inquinanti

ai danni dell’ambiente, e soprattutto

“efficace”, dato che presenta un alto

rendimento nella trasformazione dell’energia

idraulica in energia elettrica. È praticabile in

tutti i Paesi, con l’eccezione di quelli desertici

e perciò privi d’acqua. Nei paesi sviluppati

tutti i principali dislivelli in montagna sono stati sfruttati, ma nei Paesi in via di

sviluppo, invece, esistono ancora notevoli potenzialità che però, per essere sfruttate,

richiedono l’investimento di grandi capitali.

• L’energia solare è una fonte inesauribile di energia pulita. La produzione di

elettricità mediante pannelli fotovoltaici è ancora molto modesta, a causa del costo

degli impianti e dei vasti spazi necessari per raccogliere questa energia. Inoltre, non

tutta la superficie terrestre risulta omogeneamente irraggiata, per cui questa fonte

può essere

sfruttata solo nelle

regioni comprese

tra il 45° di

latitudine nord e

sud.

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RICERCA & SVILUPPO: FATTORE CHIAVE DI PROGRESSO

• L’energia eolica è generata dal vento ovvero dal

movimento di un’enorme massa d’aria causato

dall’azione dei raggi del sole e dalla rotazione

terrestre, si tratta di energia pulita, priva di sostanze

inquinanti e gratuita. Tuttavia il vento è molto

instabile, la sua direzione è variabile, la sua intensità

e la sua durata mutevole. Dunque per poter regolare

l’energia meccanica o elettrica dal vento è

indispensabile che esso spiri con una certa forza, con

una certa intensità e velocità e mantenga costante il più possibile la propria

direzione.

I luoghi ideali per installare impianti eolici sono le coste, i promontori, le isole, zone

dove i venti sono più regolari. Per poter utilizzare l’energia eolica è necessario che il

vento raggiunga la velocità di 12 km/h e non superi i 65 km/h. Questa energia viene

utilizzata maggiormente in Germania poi nel Nord America, Spagna, India,

Danimarca, Italia, Regno Unito.

• L’energia geotermica si ottiene dai vapori prodotti

grazie all’elevatissima temperatura di masse rocciose

profonde, che scaldano gas del sottosuolo. I costi di

impianto e produzione di questa energia sono molto

bassi, e l’inquinamento è assente, però le sedi idonee

sono rare, i campi geotermici vengono sfruttati

solamente dall’Italia, Stati uniti, Giappone, Messico,

Nuova Zelanda, Filippine e Islanda.

• La nostra società produce quantità enormi di

rifiuti, che creano non pochi problemi per il

loro smaltimento. La ricerca ha però permesso

di verificare che dai rifiuti organici, la

cosiddetta biomassa, è possibile ottenere

combustibili quali gas, soprattutto metano, o

distillati, come l'alcol etilico. Inoltre essa può

essere trattata per ricavare concimi, detti

compost, attraverso un particolare processo di

fermentazione operato da batteri. Attualmente la biomasse rappresenta una fonte

energetica importante soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.


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• L’energia prodotta dalle maree. Il prossimo

anno partirà la sperimentazione in Scozia di una

macchina in grado di produrre energia elettrica

dalle maree. Chiamata "the Snail" (la lumaca) il

congegno sfrutta il salire e scendere delle acque

e ha il grande vantaggio di poter essere spostato

e ancorato in una varietà di siti diversi.

L'energia ricavata dalle maree è potenzialmente

una grande fonte rinnovabile e assolutamente

priva di emissioni. Il problema è che i

generatori anche piccoli tendono ad alterare

l'equilibrio dell'ecosistema in cui sono inseriti, soprattutto se si tratta di estuari o

baie. Invece, la macchina potrebbe funzionare in mare aperto, ancorata al fondo del

mare, senza produrre un significativo impatto ambientale. Si è calcolato che in

Scozia circa 16 gigawatt di elettricità all'anno possono essere prodotte da impianti

collocati nei mari che la circondano. Si tratta di una quantità di energia pari a quella

prodotta da sette centrali nucleari. Il problema di fondo è trovare un metodo

adeguato per ancorare la turbina al fondo. Fino a oggi si pensava o a generatori così

pesanti da rimanere sul posto senza poter essere spostati dalla marea, dalle correnti

o dalle tempeste. Si parla però di strutture da almeno 200 tonnellate di difficile

trasporto. Oppure, di ancorarle con dei pilastri, cosa comunque costosa e difficile da

realizzare in acque più profonde di 50 metri. La "lumaca" invece, disegnata dagli

ingegneri della Robert Gordon University di Aberdeen è piccola (circa 15 metri di

altezza) e leggera (solo 20 tonnellate). Una serie di "ali sottomarine" genera una

forza diretta verso il basso quando la corrente marina ci passa sopra, permettendo al

congegno di ancorarsi al fondo senza necessità di preparazioni ulteriori. Il prototipo

verrà provato nel Eynhallow Sound a Orkney.

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ITALIANO

Il Futurismo

Il futurismo nacque a Parigi nel 1909 con la pubblicazione, sul quotidiano "Le Figaro", del

Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti. Questo movimento coinvolge

tutti i campi della vita e della cultura. Muore l'arte come fenomeno elitario per seguire tutti

i nuovi mezzi di produzione della società industriale contemporanea. Inizia così per i

futuristi una nuova adesione alle moderne tecniche e nuovi mezzi espressivi come il

cinema e la fotografia. Intendono operare un rinnovamento totale dato da un entusiasmo

per il futuro ma sopratutto per l'angoscia del tempo che scorre. Nasce l'esaltazione per la

macchina e per la velocità definita nel Manifesto una nuova bellezza che arricchisce la

magnificenza del mondo. I futuristi rifiutano nettamente il passato tanto da proporre la

distruzione delle biblioteche, accademie e musei definiti tutti come cimiteri di sforzi vani.

Nasce inoltre in loro una nuova concezione violenta (spesso praticata nelle feste futuriste)

della vita e della storia, che esalta la guerra a scapito della pace, e disprezza le fasce deboli

della società in particolar modo la donna. Questo disprezzo è da intendersi come una

condanna non della donna in sé ma del

romanticismo datole dalla letteratura

dell'epoca. Il creatore principale del

Futurismo è stato Filippo Tommaso Marinetti.

Questa avanguardia venne subito conosciuta a

livello europeo grazie alla pubblicità e alle

serate futuriste. Vengono definiti dai

giornalisti portatori di una visione moderna

della vita. I futuristi aderiscono alle nuove

tecniche note in quel periodo come il cinema,

la fotografia e vogliono provare tutte quelle

sensazioni prodotte da tutti i nuovi mezzi

espressivi estranei all'arte, come

abbigliamento, arredamento e alimentazione. Il movimento di Marinetti, ha come base in

ideologia militarista e autoritaria la quale si può dedurre dal nome avanguardia cioè un

avamposto di soldati. Dopo tre anni dalla nascita del Manifesto Futurista, Marinetti crea il

“Manifesto tecnico della letteratura futurista”. L'artista va contro la vecchia "poetica"

infatti inserisce immagini che si sostituiscono alle le parole le quali vengono "montate"

sulla pagina così come nascono nella mente dello scrittore prendendo il nome di parole in

libertà. Il brano quindi risulterà ricco di analogie e di immaginazione senza fili, che

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associano tra loro le sensazioni visive, uditive, tattili e olfattive. Viene inoltre distrutta la

sintassi, abolita la punteggiatura, l'aggettivo e l'avverbio. L'uso del verbo all'infinito,

inoltre, viene utilizzato per una maggiore sensazione della realtà. Il testo risulta privo dell'

"io" letterario portando ad una mancanza di soggettività dell'autore. Secondo Marinetti

ogni sostantivo deve avere il suo doppio cioè il sostantivo, senza congiunzione, deve

essere seguito dal sostantivo

cui è legato per analogia.

Verranno inoltre create le “tavole parolibere”, cioè testi nei quali sono accostati parole,

cerchi, linee, disegni, colori e caratteri tipografici diversi. Marinetti vuole creare un poetagiornalista

il quale vuole farci entrare nell'atmosfera da lui vissuta in quel momento con

sensazioni che variano dai suoni, odori, colori ecc.

I principi di fondo di Marinetti, proclamati, con foga immaginosa, nel testo

programmatico, sono i seguenti:

- il culto della forza, dell’audacia senza limiti e della guerra come «sola igiene del

mondo»;

- l’esaltazione della velocità come «bellezza nuova» che connota il moderno mondo

industriale e il suo simbolo magnifico nell’automobile da corsa, «più bello della vittoria di

Samotracia»

- la glorificazione del patriottismo, del

militarismo, dell’intraprendenza industriale,

del «dinamismo aggressivo» e di tutto ciò che

rilevi nell’uomo viltà di muscoli e di

giovinezza di istinti, ivi compresi il «passo di

corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno»;

- il rifiuto del pensiero astratto, della

contemplazione passiva e di ogni nostalgia del

passato, per poter guardare con virile speranza

al futuro del mondo;

- il disprezzo per la donna, in quanto simbolo

di fragilità psicologica, e per le biblioteche, i

musei, i professori, gli archeologi, i ciceroni,

da cui l’Italia ha il dovere di liberarsi.

È fin troppo facile mostrare la gratuità di certe posizioni iconoclastiche sostenute in questo

Manifesto e nei molti altri che lo seguirono, ne giova soffermarsi a spiegare perché il

fenomeno fu, a conti fatti, una «rivoluzione mancata»: più utile è illustrare i legami che

esso ebbe con il fascismo.

Stretti e vistosi erano quei legami; e solo chi li coglie interamente può farsi un’idea del

peso effettivo che il Futurismo ha avuto sul costume italiano fra il 1915 e il 1922.

Esaltando l’audacia, la violenza, il militarismo, il nazionalismo, l’imperialismo, le

manifestazioni giovanilistiche e ribellistiche, il movimento futurista anticipò e poi

fiancheggiò il fascismo. Quando Marinetti afferma che la guerra «è la sola igiene del

mondo» prepara il clima ideologico in cui il fascismo troverà larghi consensi alle sue

avventure imperialistiche; quando dichiara di voler «contare l’amore del pericolo»,

suggerisce a Mussolini e ai suoi squadristi uno slogan come «vivere pericolosamente».

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Leggendo, il primo Manifesto Futurista, la frase «noi vogliamo esaltare il passo di corsa e

salto mortale» ci avviene di pensare al rituale ginnico dei cosiddetti “sabati fascisti” che

vedevano anche i vecchi e obesi gerarchi esibirsi in prove di giovanilismo. E quando

Marinetti, presto echeggiato dai suoi fremebondi seguaci, afferma che «non v’è bellezza se

non nella lotta», non solo ripete il peggiore

D’Annunzio, ma anticipa anche il più

plateale Mussolini, secondo il quale

«non è un uomo chi non ha fatto

almeno un po’ di guerra». Il fascismo,

per nobilitare la sua ideologia, si

appropriò di molti aspetti dell’antica

Roma e della sua tradizione. Nella fase

del “movimento”, ossia per tutto il

tempo in cui espresse, sia pure

confusamente, un’anima

rivoluzionaria, fu tutt’altro che

rispettoso della tradizione ed ebbe

contatti assai stretti con l’ideologia

futurista, condividendo una generale eversione delle vecchie strutture civili. È noto che il

regime fascista si costituì nel 1925, ossia quando il futurismo marinettiano sopravviveva

soltanto nella persona del fondatore e in pochi suoi fedelissimi. Ciò significa che una

proficua indagine sui rapporti tra futurismo e fascismo deve registrarsi al periodo

compreso tra 1915 e il 1922, ossia agli anni in cui il movimento marinettiano era in pieno

rigoglio e il fascismo non aveva ancora smesso le sue ambizioni rivoluzionarie.

L’aspetto letterario

L’attivissimo Marinetti per qualificare uno scrittore, futurista, creò un Manifesto tecnico

della letteratura futurista, apparso nel 1912. Questo testo, che l’autore, in una sorta di

«prologo», dice di aver concepito in aereo in volo su Milano, mentre il turbino dell’elica

gli faceva sentire “l’inanità della vecchia sintassi ereditata da Omero”, contiene una serie

di precetti tecnico- stilistici finalizzati alla liquidazione del discorso letterario «passatista».

Eccone i più rilevanti:

-bisogna distruggere la sintassi;

-si devono abolire gli aggettivi e gli avverbi: l’aggettivo è una sfumatura, l’avverbio

vecchia fibbia artificiosa tra una parola e l’altra;

-bisogna eliminare la punteggiatura. La variazione del registro può essere indicata da segni

matematici o musicali;

-bisogna sostituire la figura retorica della similitudine con la ben più rapida e incisiva

analogia;

-bisogna distruggere l’“io” in letteratura.

In tal modo il futurismo passava dal «verso libero» alle «parole libere» paroliberismo e

all’«immaginazione senza fili», ossia abolizione dei nessi grammaticali e sintattici, ma

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anche della ricorrenza di analogie senza un primo termine. Marinetti affermò che

«Bisognerà rinunziare ad essere compresi. Essere compresi non è necessario» poiché

avrebbe potuto generare oscurità e rendere incomprensibile la pagina artistica.

Come in un’opera scritta secondo la ricetta di Marinetti delle “parole in libertà” è “Zang

tumb tumb” con cui esso tentò il resoconto della guerra bulgaro-turca del 1912.

Futuristi Italiani

I principali esponenti del movimento futurista sono:

• Filippo Tommaso Marinetti

• Giacomo Balla

• Umberto Boccioni

• Oswaldo Bot, pseudonimo di Osvaldo Barbieri

• Carlo Carrà

• Primo Conti

• Gino Severini

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Filippo Tommaso Marinetti: la vita

Filippo Tommaso Marinetti nacque nel 1876 ad Alessandria d’Egitto, si spostò a

Parigi per gli studi superiori ed infine si laureò in

Giurisprudenza presso l’Università di Genova. La sua

fu dunque una formazione cosmopolita, a diretto

contatto con il Simbolismo francese di fine ‘800 (il

termine Simbolismo è un’altra denominazione

attribuita alla corrente del Decadentismo).

Nel 1909 rese pubblica la nascita di un nuovo gruppo

culturale, che si proponeva di recidere i legami con il

passato e s’apprestava a cantare la velocità,

l’aggressività e la concretezza del mondo

contemporaneo. Fece infatti pubblicare il Manifesto

del Futurismo, a cui seguì tre anni dopo il “Manifesto

tecnico della letteratura futurista”, e inaugurò in

maniera pubblica ed ufficiale il movimento.

Il programma futurista, allargatosi fino ad abbracciare i più diversi aspetti dell’arte e

delle relazioni sociali, finì col presentarsi come un progetto di trasformazione non

solo artistica, ma globale. Per comunicare questi radicali cambiamenti si puntò

soprattutto sugli aspetti promozionali e pratici: fu così che Marinetti si occupò di

organizzazione di cultura, riuscendo a suscitare energie intellettuali e a coronarle di

successo mediante promozioni, réclame, diffusione editoriale, ricerche del consenso.

Organizzò “serate futuriste” in cui si richiedeva la partecipazione del pubblico,

spingendolo addirittura al litigio o alla rissa: lo scandalo – lo sapeva bene Marinetti-

era infatti un ottimo strumento per carpire l’attenzione.

L’artista fu sempre sostenitore della guerra e della violenza: fu un acceso

interventista, diede prove di grande valore durante la prima Guerra Mondiale e si

mostrò decisamente favorevole all’avvento del Fascismo. Venne persino nominato

“intellettuale di regime” nel 1929: il ruolo, seppur in apparenza prestigioso,

rappresentò una sconfitta per Marinetti, che, credendo di trovare nel Fascismo la

concretizzazione delle proprie idee rivoluzionarie, fu invece trasformato in quella

stessa categoria di artisti – gli accademici – contro cui egli si era scagliato in

gioventù.

Pur continuando la sua opera di autore e collaboratore giornalistico, Marinetti vide

progressivamente svuotarsi di senso e di energia il proprio movimento. Morì nel 1944

a Bellagio, città che faceva al tempo parte di quella Repubblica di Salò che Mussolini

aveva disperatamente istituito per frenare il proprio declino politico.

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Filippo Tommaso Marinetti

Zang Tumb Tumb

ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare

spazio con un accordo tam-tuuumb

ammutinamento di 500 echi per azzannarlo

sminuzzarlo sparpagliarlo all´infinito

nel centro di quei tam-tuuumb

spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati)

balzare scoppi tagli pugni batterie tiro

rapido violenza ferocia regolarita questo

basso grave scandere gli strani folli agita-

tissimi acuti della battaglia furia affanno

orecchie occhi

narici aperti attenti

forza che gioia vedere udire fiutare tutto

tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare

a perdifiato sotto morsi shiafffffi traak-traak

frustate pic-pac-pum-tumb bizzzzarrie

salti altezza 200 m. della fucileria

Giù giù in fondo all'orchestra stagni

diguazzare buoi buffali

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pungoli carri pluff plaff impen

narsi di cavalli flic flac zing zing sciaaack

ilari nitriti iiiiiii... scalpiccii tintinnii 3

battaglioni bulgari in marcia croooc-craaac

[ LENTO DUE TEMPI ] Sciumi Maritza

o Karvavena croooc-craaac grida delgli

ufficiali sbataccccchiare come piatttti d'otttttone

pan di qua paack di là cing buuum

cing ciak [ PRESTO ] ciaciaciaciaciaak

su giù là là intorno in alto attenzione

sulla testa ciaack bello Vampe

vampe

vampe vampe

vampe vampe

vampe ribalta dei forti die-

vampe

vampe

tro quel fumo Sciukri Pascià comunica te-

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lefonicamente con 27 forti in turco in te-

desco allò Ibrahim Rudolf allò allò

attori ruoli echi suggeritori

scenari di fumo foreste

applausi odore di fieno fango sterco non

sento più i miei piedi gelati odore di sal-

nitro odore di marcio Timmmpani

flauti clarini dovunque basso alto uccelli

cinguettare beatitudine ombrie cip-cip-cip brezza

verde mandre don-dan-don-din-bèèè tam-tumb-

tumb tumb-tumb-tumb-tumb-tumb-

tumb Orchestra pazzi ba-

stonare professori d'orchestra questi bastona-

tissimi suooooonare suooooonare Graaaaandi

fragori non cancellare precisare ritttttagliandoli

rumori più piccoli minutisssssssimi rottami

di echi nel teatro ampiezza 300 chilometri

quadri Fiumi Maritza

Tungia sdraiati Monti Ròdopi

ritti alture palchi logione

2000 shrapnels sbracciarsi esplodere

fazzoletti bianchissimi pieni d'oro Tumb-

tumb 2000 granate protese

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strappare con schianti capigliature

tenebre zang-tumb-zang-tuuum

tuuumb orchesta dei rumori di guerra

gonfiarsi sotto una nota di silenzio

tenuta nell'alto cielo pal-

lone sferico dorato sorvegliare tiri parco

aeroatatico Kadi-Keuy

BILANCIO DELLE ANALOGIE

(1» SOMMA )

Marcia del cannoneggiamento futurista

colosso-leitmotif-maglio-genio-novatore-ottimismo

fame-ambizione ( TERRIFICO ASSOLUTO SOLENNE EROICO PESANTE

IMPLACABILE FECONDANTE )

zang-tuumb tumb tumb

(2» SOMMA )

difesa Adrianopli passatismo mi

nareti dello scetticismo cupole- ventri dell'in-

dolenza vigliaccheria ci-penseremo-domani non-

c'è-pericolo non-è-possibile a-che-serve dopo-

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tutto-me-ne-infischio consegna di tutto lo

stock in stazione-unica = cimitero

( 3» SOMA)

intorno ad ogni obice-passo del co-

losso-accordo cadere del maglio-creazione del

genio-comando correre ballo tondo galoppante

di fucilate mitragliatrici violini monelli odori-

di-bionda-trentenne cagnolini ironie dei critici

ruote ingranaggi grida gesti rimpianti (ALLE-

GRO AEREO SCETTICO FOLLEGGIANTE AEREO

CORROSIVO VOLUTTUOSO )

(4» SOMMA )

intorno a Adrianopoli + bombardamento

+ orchestra + passeggiaita-del-coloso + offi-

cina allargarsi cerchi concentrici di riflessi plagi

echi risate bambine fiori fischi-di-vapore attese

piume profumi fetori angoscie ( INFINITO

MONOTONO PERSUASIVO NOSTALGICO )

Andrea Sassone Corsi

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Questi pesi spessori rumori odori turbini moleco-

lari catete reti corridoi di analogie comcorrenze

e sincronismi offrirsi offrirsi offrirsi offrirsi

in dono ai miei amici poeti pittori

musicisti e runositi futuristi

zang-tumb-tumb-zang-zang-tuuumb tatatatatatatata picpacpam

pacpacpicpampampac uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu

ZANG-TUMB

TUMB-TUMB

TUUUUUM

Andrea Sassone Corsi

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F.T:MARINETTI

ALL'AUTOMOBILE DA CORSA

(Traduzione di "A MON PEGASE" dello stesso autore)

Veemente dio d'una razza d'acciaio,

Automobile ebbra di spazio,

che scalpiti e fremi d'angoscia

rodendo il morso con striduli denti...

Formidabile mostro giapponese,

dagli occhi di fucina,

nutrito di fiamma

e d'oli minerali,

avido d'orizzonti, di prede siderali...

Io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,

scateno i tuoi giganteschi pneumatici,

per la danza che tu sai danzare

via per le bianche strade di tutto il mondo!...

Allento finalmente

le tue metalliche redini,

e tu con voluttà ti slanci

nell'Infinito liberatore!

All'abbaiare della tua grande voce

ecco il sol che tramonta inseguirti veloce

accelerando il suo sanguinolento

palpito, all'orizzonte...

Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù...

Che importa, mio démone bello?

Io sono in tua balìa!...Prendimi!... Prendimi!...

Sulla terra assordata, benché tutta vibri

d'echi loquaci;

sotto il cielo acciecato, benché folto di stelle,

io vado esasperando la mia febbre

ed il mio desiderio,

scudisciandoli a gran colpi di spada.

E a quando a quando alzo il capo

per sentirmi sul collo

in soffice stretta le braccia

folli del vento, vellutate e freschissime...

Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane

che mi attirano, e il vento

Andrea Sassone Corsi

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non è che il tuo alito d'abisso,

o Infinito senza fondo che con gioia m'assorbi!...

Ah! ah! vedo a un tratto mulini

neri, dinoccolati,

che sembran correr su l'ali

di tela vertebrata

come su gambe prolisse...

Ora le montegne già stanno per gettare

sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,

là, a quel sinistro svolto...

Montagne! Mammut in mostruosa mandra,

che pesanti trottate, inarcando

le vostre immense groppe,

eccovi superate, eccovi avvolte

dalla grigia matassa delle nebbie!...

E odo il vago echeggiante rumore

che sulle strade stampano

i favolosi stivali da sette leghe

dei vostri piedi colossali...

O montagne dai freschi mantelli turchini!...

O bei fiumi che respirate

beatamente al chiaro di luna!

O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo!...

Su questo mio mostro impazzito!...

Stelle! mie stelle! l'udite

il precipitar dei suoi passi?...

Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...

la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...

e il tuonar de' suoi ferrei polmoni

crrrrollanti a prrrrecipizio

interrrrrminabilmente?...

Accetto la sfida, o mie stelle!...

Più presto!...Ancora più presto!...

E senza posa, né riposo!...

Molla i freni! Non puoi?

Schiàntali, dunque,

che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!

Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!

Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo

sull'inebbriante fiume degli astri

che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

Andrea Sassone Corsi

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Manifesto del Futurismo

Le Figaro - 20 febbraio 1909

1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla

temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della

nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno.

Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il

passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una

bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo

cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo...un

automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della

Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale

attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua

orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per

aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un

carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere

concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a

prostrarsi davanti all'uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo

guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte

dell'impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già

nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il

militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee

per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni

specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni

viltà opportunistica e utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla

sommossa: canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni

nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli

arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni

ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole

per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano

l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie,

come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli

aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra

applaudire come una folla entusiasta. È dall'Italia che noi lanciamo per il

mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col

quale fondiamo oggi il FUTURISMO perché vogliamo liberare questo

paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e

d'antiquari. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.

Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di

cimiteri.

Filippo Tommaso Marinetti

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Il Fascismo

STORIA

L’Italia era uscita vincitrice dal primo conflitto mondiale, ma ben presto nel Paese si

era diffuso un grande senso di delusione per quella che veniva chiamata una “vittoria

mutilata”, così chiamata per gli scarsi benefici conseguiti con il successo bellico. In

Italia si erano formati due blocchi fisiologici: per gli uni essere italiani, essere

patrioti, significava anche essere dannunziani e interventisti; per gli altri essere

democratici, rivoluzionari, essere repubblicani significava anche essere rinunciatari o

“caporettisti”.

I reduci di guerra avevano sacrificato anni di trincea con una promessa di un

rinnovamento sociale e avevano creduto alla possibilità di ricostituire un Paese più

equo e progredito; ritornavano a casa in condizioni economiche ancora peggiori di

quando erano partiti. Il reinserimento dei combattenti nella vita civile risultò molto

difficoltoso, poiché il lavoro scarseggiava e le promesse dei governi di guerra

risultavano pesantemente disattese per via della fine delle commesse militari.

Il deficit dello Stato era spaventoso, essendo salito nel 1918-19 a 23 345 milioni

contro i circa 214 000 dell’anteguerra (1913-14). L’inflazione e la perdita di potere

d’acquisto della lira, diede come conseguenza un aumento vertiginoso dei prezzi,

creavano grandi disagi fra piccoli risparmiatori e producevano il declassamento della

piccola borghesia.

Con questo declassamento la piccola borghesia vedeva allontanarsi sempre di più la

possibilità anelata di raggiungere gli standard economici e di vita della grande

borghesia imprenditoriale e finanziaria, che aveva invece beneficiato dalla guerra.

Per quanto riguarda il proletariato, all’accrescimento industriale aveva corrisposto

una maggiore capacità organizzativa a difesa dei propri diritti. Alla fine della guerra

la produzione industriale subì una brusca contrazione, poiché furono necessarie,

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come in tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, azioni di riconversione dell’industria di

guerra con quella di pace.

Durante i tragici interventi bellici del 1917 lo Stato italiano si era impegnato, in

cambio della fedeltà dei contadini all’esercito, ad avviare la tanto sospirata riforma

agraria. Si inasprirono così i conflitti tra classe dirigente liberale e le forze popolari e

sindacali, espressioni della volontà degli operai e dei braccianti agricoli.

I sindacati e il Partito socialista organizzarono manifestazioni così vaste e imponenti

che il periodo tra il 1919 e il 1920 venne definito il “biennio rosso” (si trattava

inizialmente per lo più di scioperi spontanei, legati alla protesta contro il caro-vita,

che talvolta producevano saccheggi di negozi di generi alimentari). L’idea della

realizzazione in Italia di una rivoluzione sul modello di quella sovietica era molto

diffusa e determinava un clima di grave preoccupazione, soprattutto tra i ceti

borghesi. Il governo liberale appariva impotente a gestire la situazione. La classe

dirigente liberale, faceva fatica ad adeguarsi alle novità sociali e ideologiche del

dopoguerra: i grandi partiti di massa rappresentavano ormai la maggioranza della

popolazione. Nel 1919 si tennero le elezioni politiche, per la prima volta con sistema

proporzionale, sostituendo il sistema uninominale fino ad allora in vigore. Il metodo

proporzionale distribuiva i seggi a ogni partito in proporzione ai voti ottenuti.

Le elezioni registrarono straordinario successo per i partiti di massa (socialisti e

neonati popolari), i liberali mantenevano la maggioranza con un governo di

coalizione fra vari gruppi di tale ordinamento, ma vedevano seriamente minacciata la

loro leadership.

Nel 1921, al congresso di Livorno, Gramsci e Bordiga operarono una secessione e

fondarono il Partito comunista d’Italia, collocandosi nell’orbita dell’Internazionale

comunista sovietica.

Nel 1919 nacque il movimento dei Fasci italiani di combattimento,

fondato da Benito Mussolini. Mussolini emigrato in Svizzera nel 1902,

aveva collaborato con la rivista «L’Avvenire del Lavoratore» e con altre

riviste dell’Internazionale socialista. Tornato in Italia nel 1904 partecipò

al partito socialista prima a Milano, poi a Oneglia. Da autodidatta aveva

approfondito la letteratura dei classici del

socialismo, ma aveva particolarmente subito

il fascino del sindacalismo anarchico del

Sorel. Nel 1909 si era trasferito a Trento con

l’incarico di responsabile del Segretario del

lavoro. Nel 1910 si trasferì a Forlì e diresse

il giornale «Lotta di classe». Divenne

membro della direzione del partito e

direttore dell’«Avanti!», nel novembre del

1914 fu espulso dal partito socialista a causa

di prese di posizione interventiste fondando

un suo giornale «Il popolo d’Italia» che almeno fino al 1918 si definiva “quotidiano

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socialista”. Tra il 1915 ed il 1917 Mussolini combatté nell’esercito. Al suo rientro

egli si impegnò in favore dei reduci di guerra e dei lavoratori, definendo il suo

giornale «quotidiano di combattenti e dei produttori». Il suo programma venne reso

pubblico a Milano, il 23 marzo del 1919. Gli aderenti al movimento erano

prevalentemente reduci di guerra e appartenenti ai ceti medi, delusi e colpiti dalla

crisi economica.

I fasci di combattimento cercavano di dare voce alle numerose manifestazioni di

scontento sociale e politico che non riuscivano, per scelta od origine sociale, a

collocarsi negli schieramenti politici esistenti.

Al seguito delle elezioni del 1919 nonostante l’aumento dei partiti di massa, il

governo rimase appannaggio dei rappresentanti liberali, i quali tuttavia si trovarono in

grande difficoltà nell’affrontare l’emergenza sociale politica. Francesco Severio Nitti

guidò il governo dopo le dimissioni di Vittorio Emanuele Orlando. Nitti doveva

risolvere la situazione turbolenta

interna e cercare di concludere le

questioni rimaste insolute dopo i

trattati di pace. In particolare

doveva risolvere la “questione di

fiume”. Nel settembre 1919

Gabriele D’Annunzio, letterato e

acceso nazionalista, occupò la

città con un pugno di volontari,

proclamando l’annessione di

Fiume all’Italia. Le forze italiane

avevano preso posizioni diverse: i

socialisti condannarono

D’Annunzio, mentre i

nazionalisti e i fascisti lo

esaltarono.

Il governo Nitti fu messo in

minoranza nel giugno del 1920 in

seguito alla decisione di rincarare

il pane, il cui prezzo politico

gravava pesantemente sul

bilancio

deficitario dello Stato.

Al posto di Nitti i liberali chiamarono il vecchio Giolitti, che presiedette il Consiglio

dei ministri dal giugno

1920 al luglio 1921.

Già durante la sua campagna elettorale egli aveva proposto in maggior controllo

fiscale sulla ricchezza e sostenuto la necessità che il grande capitale e la classe

dirigente capissero l’urgenza di trasformazioni sociali per evitare menzioni

rivoluzionarie. Tuttavia la strategia giolittiana, così efficace nel periodo prebellico, si

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rilevò inadeguata alle mature condizioni politiche del Paese. In politica estera Giolitti

ebbe cura di ricomporre la frattura diplomatica causata dalla spedizione di Fiume.

Il 12 novembre del 1920 vennero definiti, con il trattato di Rapallo, i conflitti

contesi con la Jugoslavia: l’Italia ottenne l’Istria e

Zara, rinunciando a gran parte della Dalmazia,

mentre Fiume rimase città libera, ma sarebbe

dovuta diventare italiana entro il 1924. Giolitti

quindi si assunse il compito di sgomberare Fiume

dai legionari dannunziani. I provvedimenti di

politica interna crearono al governo non pochi

problemi. La legge sui titoli azionari (teso ad

aumentare le tasse di successione) attiravano

molte ostilità al governo.

Nel febbraio del 1921 il governo aveva deciso di abolire il prezzo politico del pane

allo scopo di diminuire il deficit di bilancio, ma tale provvedimento veniva ancora

ostacolato dai socialisti e appariva decisamente impopolare.

Il movimento fascista, venne valutato da Giolitti in modo superficiale. Il movimento

infatti, dopo la delusione elettorale del 1919, in cui aveva ottenuto una irrisoria

percentuale di consensi, aveva rivisto le proprie posizioni e andava apertamente

schierandosi contro i sindacati, organizzando squadre d’azione paramilitari che

avevano lo scopo di aggredire scioperanti e sindacalisti, molto spesso con l’esplicito

appoggio dei proprietari terrieri e degli industriali.

Giolitti pensò di utilizzare i fascisti in funzione antisindacale e antisocialista, non

ostacolando le violenze delle squadre d’azione e proponendosi come mediatore con le

forze moderate e riformiste.

Dal 1921 il movimento fascista attuò una svolta in senso decisamente conservatore e

reazionario: i Fasci di combattimento si trasformarono in Partito nazionale fascista, il

cui programma venne reso noto nel novembre 1921 al teatro Augusteo di Roma.

Il partito si proponeva come obbiettivi la difesa dello Stato dell’anarchia sovversiva,

la tutela della tradizione e della famiglia, l’esaltazione nazionalistica e patriottica, il

superamento dei conflitti sociali nell’interesse comune del Paese. Questo mutamento

portò il partito a rivedere anche le precedenti posizioni anticlericali e a intessere

relazioni con esponenti della gerarchia ecclesiastica.

Mussolini instaurò rapporti con il Vaticano, l’esercito e la monarchia, nel

convincimento che senza l’appoggio di queste forze sarebbe stato impossibile

assumere il controllo del Paese. Nel frattempo, il partito socialista già lacerato dalla

scissione di Livorno, si indebolì ulteriormente per la fuoriuscita del gruppo moderato

guidato da Giacomo Matteotti, che fondò il partito socialista unitario. Il Partito

fascista aumentò significatamene i propri iscritti, divenendo una forza visibile e

determinante negli equilibri del Paese.

Un banco di prova per verificare i nuovi equilibri politici furono le elezioni di maggio

1921. Il partito di Mussolini venne inserito nelle alleanze liberali, perchè Giolitti

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aveva pensato di poter utilizzare i voti fascisti per consolidare la maggioranza del

governo, salvo poi liberarsene in condizioni di raggiunta stabilità.

Le liste del cosiddetto Blocco nazionale prevedevano dunque la collaborazione fra i

liberali e Mussolini. I risultati furono però poco soddisfacenti per i liberali, mentre

l’accordo fruttò a Mussolini la presenza di trentacinque deputati in Parlamento. I

fascisti costituivano ormai un nucleo di potere in grado di imporsi, rafforzando inoltre

da un sempre più ampio consenso raccolto anche tra i moderati. Alla vigilia del

congresso i vertici del gruppo

dirigente del Partito fascista,

riuniti a Napoli,

organizzavano un tentativo di

colpo di mano paramilitare

dagli esiti e dai propositi

incerti: la marcia su Roma

delle milizie fasciste.

L’obbiettivo era di forzare la

mano al governo nel senso di

una maggiore partecipazione

fascista all’esecutivo.

L’organizzazione dell’azione

fu affidata ad un

quadrumvirato, composto da

Cesare De Vecchi, Italo

Balbo, Emilio De Bono e Michele Bianchi. Mussolini, che gestiva l’operazione senza

compromettersi direttamente, attendeva gli esiti dell’azione. Il 28 ottobre 1922

colonne di “camice nere” fasciste affluivano a Roma da tutta Italia, senza incontrare

alcuna resistenza. Vittorio Emanuele III sciolse ogni riserva e chiamò Mussolini a

Roma, incaricandolo di creare e guidare un nuovo governo di coalizione. La marcia

su Roma si era rivelata un successo.

Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, basato su un compromesso

con la vecchia classe dirigente liberal-conservatrice. Mussolini poteva però contare

sul sostegno dei ceti imprenditoriali, agrari, delle gerarchie militari e della burocrazia

statale, nonché della corte e di ampi settori della Chiesa. L’esecutivo godeva di

un’ampia maggioranza parlamentare e si presentava come l’espressione delle forze in

grado di ristabilire l’ordine civile e sociale. Al governo partecipano, oltre ai fascisti, i

liberali di diverso ordinamento, alcuni popolari, nazionalisti, esponenti delle

gerarchie militari quali Armando Diaz. Molti liberali moderati, fra cui lo stesso

Giolitti e il filosofo Benedetto Croce, guardavano con simpatia e manifestavano

sostegno nei confronti del nuovo governo. Mussolini era considerato un male

necessario per ristabilire l’ordine nel Paese, dopo di che sarebbe stato facile

liberarsene. I “fiancheggiatori” del fascismo vedevano in esso l’unico mazzo per

portare a termine il riordinamento sociale del fragile Paese.

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Mussolini cercò di svuotare le istituzioni dall’interno, attraverso una sorta di graduale

trasformazione.

Fin dal dicembre del 1922, infatti, l’esecutivo, attraverso il ricorso moto frequente ai

decreti legge, esautorò progressivamente il Parlamento dai suoi compiti legislativi.

Contemporaneamente Mussolini avviò una ristrutturazione del partito: nel 1922 fu

istituito il Gran Consiglio del

fascismo, che svolgeva un ruolo di

raccordo fra partito e governo.

Nel 1923 fu creata la Milizia

volontaria per la sicurezza

nazionale, un corpo speciale in cui

confluirono gli elementi più violenti

dello squadrismo.

Nel novembre dello stesso 1923

venne approvata una nuova legge

elettorale (legge Acerbo), che

introdusse un sistema maggioritario,

per cui la lista che avesse ottenuto la

maggioranza relativa di almeno 25% avrebbe conseguito i due terzi dei seggi in

Parlamento. I partiti conservatori si presentarono alle elezioni dell’aprile del 1924

coalizzati nel cosiddetto “listone” governativo. Le elezioni si tennero su un clima di

violenza e di intimidazioni nei confronti degli oppositori del fascismo. Il “listone”

ottenne il 65% dei consensi, dando a Mussolini una maggioranza schiacciante.

Durante la prima sessione della nuova legislatura, il deputato socialista Giacomo

Matteotti denunciò in Parlamento le violenze avvenute durante le elezioni. Pochi

giorni dopo, il 10 giugno, Matteotti venne rapito ed il 16 agosto venne ritrovato il suo

cadavere. Lo sdegno provocato dall’ennesima e intollerante

violenza fascista fece vacillare il nuovo governo.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini affrontò il Parlamento con un

discorso in cui si assumeva in prima persona la

«responsabilità morale, politica e storica» di quanto era

accaduto e dichiarava l’intento di porre fine ad ogni

opposizione in modo fermo ed energico. Il fascismo si

trasformava in una vera e propria dittatura. Fra il 1925 e il

1926 furono emanate una serie di leggi, le cosiddette “leggi

fascistissime”, che distruggevano ogni forma di libertà

politica, di espressione, di associazione. Pertanto Mussolini

riuscì ad attuare una radicale trasformazione del Paese

senza provocare fratture formali troppo vistose, anche in

considerazione del fatto che il re avrebbe difficilmente

tollerato il cambiamento della sua costruzione, nata come

concessione regia nel 1848. Il 24 dicembre una prima legge trasformava il presidente

del Consiglio in capo del governo. Non si trattava solamente di una trasformazione

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nominale: il capo del governo era di nomina regia e disponeva di pieni poteri di

controllo sui primi ministri, rispondendo di fatto del suo operato solo al re; egli

inoltre aveva il diritto di stabilire l’ordine del giorno della discussione parlamentare e

di ripresentare al Parlamento le leggi che eventualmente fossero state in precedenza

non approvate. L’occasione per un attacco definitivo alle forze politiche non fasciste

fu l’attentato a Mussolini, compiuto a Bologna il 31 ottobre

del 1926. Il governo sciolse d’autorità tutti i partiti politici

con eccezione del Partito fascista; 124 deputati non fascisti

vennero considerati decaduti per iniziativa dell’esecutivo.

Gli organi di stampa dell’opposizione vennero chiusi, fu

ristabilita la pena di morte per i reati politici. Venne istituita

una polizia segreta di Stato (l’OVRA, Organizzazione per la

Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo). Si creò un

“Tribunale speciale per la difesa dello Stato”, composto per lo più da uomini della

Milizia fascista. Per i dissidenti politici venne istituito il confino di polizia. Molti

intellettuali e uomini politici subirono l’esilio, il carcere, il confino.

Nel giro di pochi anni ogni opposizione venne debellata e il Partito fascista divenne il

controllore di ogni potere pubblico. L’approvazione della Carta del lavoro (1926) e il

Concordato con la Chiesa romana (1929) stabilirono definitivamente un pieno e

completo controllo sulla società sia sul piano culturale sia sociale.

Strumenti con i quali il fascismo è riuscito ad ottenere il consenso del popolo.

La cultura fu messa sotto sorveglianza, nel 1925 vennero creati nuovi mezzi di

comunicazione, con regolamentazione delle notizie parte del regime.

Mussolini per aumentare i consensi al fascismo creò una tessera obbligatoria la

“tessera fascista” o “tessera per il pane”, inevitabile per lavorare ed altrettanto per

mangiare. Costrinse anche gli antifascisti ad aderire al fascismo, chi dissentiva veniva

mandato al confino di polizia (Ustica, Tremiti, Ponza) affinché non potesse più

nuocere al regime. Dal 1926 al 1943, 10000 persone vennero portate al confino di

polizia ma solo 25 condannati a morte. L’antifascismo fu esaltato da Mussolini in

quanto non creava problemi, non avendo aspettative dal regime.

Il fascismo venne appoggiato dal mondo cattolico, Mussolini era considerato

“l’uomo della Providenza” poiché in grado di sconfiggere il nemico comunista.

Gli strumenti usati dal Duce per aumentare i consensi al fascismo sono:

- creazione della radio E.I.A.R. , unica radio in quanto proibite altre radio private

in grado di compromettere il regime, trasmetteva discorsi del Duce nelle

piazze;

- creazione dell’Istituto Luce (unione cinematografica educativa), trasmetteva

immagini e filmati che documentavano l’operato del regime, poi venivano

proiettati nelle sale del cinema. Vennero prodotti pochi film, ma film di

evasione, per distrarre il popolo dai reali problemi;

- lo sport era visto da Mussolini come mezzo di virilità di forza, in stretta

correlazione con l’educazione e quindi importante per la vita di un Italiano.

L’italiano per il Duce doveva essere combattivo e guerriero.

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Il periodo fascista

DIRITTO

Subito dopo il periodo liberale, periodo della storia d’Italia

che va dall’unificazione politica (1861-1922), si troverà il

periodo fascista.

L’evoluzione in senso democratico della società italiana,

iniziava verso la fine dell’Ottocento e continuava nei primi

anni del Novecento, venne interrotta bruscamente dalla

prima guerra mondiale, che provocò un’involuzione in

senso autoritario dello Stato italiano e poi l’instaurazione

di una vera e propria dittatura.

Nel dopoguerra le rivendicazioni popolari, che chiedevano

un miglioramento delle loro condizioni economiche

sociali, e il diffuso timore della classe borghese di

un’estensione anche in Italia della rivoluzione bolscevica, che in Russia aveva

provocato la caduta del regime zarista e l’instaurazione della dittatura del

proletariato, crearono forti conflitti sociali, come scioperi, dimostrazioni, occupazioni

di fabbriche e di latifondi e così via. A questa situazione si aggiunsero il malcontento

per la crisi economica e la frustrazione di una larga parte della opinione pubblica per

quella che venne definita «vittoria mutilata» perché, nonostante i sacrifici affrontati

durante la guerra, nel trattato di pace l’Italia aveva ottenuto soltanto alcune

concessioni territoriali molto limitate.

In questo clima di tensione politica e sociale Benito Mussolini, che era stato direttore

del quotidiano socialista “L’Avanti” e un esponente di punta del socialismo

cosiddetto rivoluzionario, fondò nel 1919 il primo fascio di combattimento in piazza

San Sepolcro a Milano.

Gli anni successivi furono contrassegnati da una serie di intimidazioni e di

aggressioni delle camice nere nei confronti di esponenti politici di sinistra e di

sindacalisti, con l’appoggio delle forze sociali più conservatrici, come proprietari

terrieri, grandi gruppi industriali, ecc., e anche di una parte della piccola borghesia,

come impiegati, artigiani, commercianti, ecc., spaventata dalla minaccia dei disordini

sociali.

Nel 1921 venne fondato il partito nazionale fascista e nel 1922, in seguito alla prova

di forza rappresentata dalla marcia su Roma delle squadre d’azione fasciste che nel

28 ottobre confluirono nella capitale da ogni parte d’Italia, il re Vittorio Emanuele III

affidò l’incarico di formare un nuovo governo a Mussolini.

Secondo molti costituzionalisti la presa di potere da parte di Mussolini avvenne con

un vero e proprio colpo di Stato in quanto il re, rifiutandosi di firmare il decreto di

stato di assedio presentato dal primo ministro Facta e accettando l’autodesignazione

intimidatoria del capo di un piccolo partito di minoranza al quale assegnò l’incarico

di formare un nuovo governo, violò la costituzione materiale in vigore: in base alle

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norme consuetudinarie, infatti, il sovrano doveva firmare provvedimenti d’emergenza

richiesti sotto la propria responsabilità dal Governo e inoltre, in base all’evoluzione

della forma di governo da una monarchia costituzionale pura a una monarchia

parlamentare, doveva assegnare l’incarico di formare il Governo al rappresentante di

un partito politico di maggioranza.

Mussolini, che al momento della nomina era a capo di un partito del tutto minoritario

in Parlamento (aveva 35 deputati su 535), riuscì a formare un governo di coalizione,

sostenuto anche dai liberali, dai conservatori e almeno inizialmente da una parte dei

popolari o dei cattolici, e a ottenete in questo modo la fiducia delle Camere.

La nomina di Mussolini come Capo del Governo rifletteva la convinzione, da parte

della monarchia e di una parte della borghesia, della necessità di un uomo “forte”, in

grado di frenare le rivendicazioni delle masse popolari e di riportare l’ordine nella

società. Una volta al potere, però, Mussolini instaurò una vera e propria dittatura

personale.

Nel 1923 vennero legalizzate le

camice nere fasciste, con

l’istituzione della milizia

volontaria per la sicurezza

nazionale, e venne approvata

una nuova legge elettorale per

la Camera dei deputati (la

cosiddetta legge Acerbo), che

introduceva un forte premio a

favore del partito o dei partiti

politici di maggioranza relativa:

in base a questa legge, chiamata

anche “legge-truffa”, circa 2/3

dei seggi venivano attribuiti

alla lista dei candidati che

avesse ottenuto almeno il 25% dei voti, mentre tutti gli altri partiti politici, anche se

insie4me rappresentavano il 75% (cioè 2/3) dell’elettorato, avevano soltanto 1/3 dei

seggi.

Nelle elezioni che si svolsero l’anno successivo il listone formato dai fascisti e dai

vecchi rappresentanti del regime liberale approfittò delle divisioni dell’opposizione,

in quanto popolari, socialisti e comunisti presentarono liste separate, e, grazie al

nuovo meccanismo elettorale, ottenne la maggioranza assoluta alla Camera (374

seggi su 535).

Il 10 giugno 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti, che nei giorni precedenti

aveva denunciato coraggiosamente in Parlamento le intimidazioni e le scorrettezze

verificatesi durante le elezioni, venne rapido ed ucciso da alcuni squadristi fascisti.

L’uccisione di Matteotti, il cui cadavere venne trovato martoriato alcuni mesi dopo il

suo rapimento, rappresentò un momento di difficoltà per il movimento fascista e per

il suo capo ma, allo stesso tempo, offrì l’occasione per sopprimere il sistema liberale-

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democratico e instaurare ufficialmente un governo dittatoriale: il 3 gennaio 1925

infatti Mussolini fece un discorso in parlamento, assumendosi la responsabilità

politica, morale e storica del fascismo e annunciando di fatto la fine delle libertà civili

e politiche.

Nello stesso anno e in quello successivo, approfittando anche del fatto che la

opposizione democratica e antifascista aveva abbandonato il Parlamento per protesta,

vennero approvate alcune leggi cosiddette fascistissime, che posero le basi del regime

fascista modificando in modo tacito la forma di governo prevista nello Statuto e

sopprimendo le libertà fondamentali dei cittadini.

Le “leggi fascistissime” sono:

• legge 26 novembre 1925 n° 2029:

predispone una mappatura

dell’associazionismo politico e

sindacale operante nel regno. Tutti i

corpi collettivi operanti in Italia

(associazioni, istituti, enti) su richiesta

dell’autorità di pubblica sicurezza

hanno l’obbligo di consegnare statuti,

atti costitutivi, regolamenti interni,

elenchi di soci e di dirigenti. In caso

di infedele (o omessa) dichiarazione,

il prefetto procede allo scioglimento,

mentre sanzioni detentive

indeterminate e sanzioni pecuniarie

pesantissime, da un minimo di 2.000 ad un massimo di 30.000 lire;

• legge 24 dicembre 1925 n° 2300: allontanamento del servizio di tutti i

funzionari pubblici che rifiutano di prestare giuramento di fedeltà al regime;

• legge 24 dicembre 1925 n° 2263 (primo intervento strutturale in materia

costituzionale):

o il Presidente termina di essere individuato come Presidente del Consiglio

per diventare Primo Ministro Segretario di Stato, ottenendo la

supremazia sugli altri Ministri i quali cessano di essere suoi colleghi

(diventano suoi subordinati gerarchici). I singoli Ministri possono essere

sfiduciati sia dal Re che dal Primo Ministro;

o il capo del Governo è nominato e revocato dal Re ed è responsabile

dell’indirizzo generale politico del Governo solo verso il Re, pertanto il

Capo del Governo non è responsabile verso il Parlamento (non c’è

rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo);

• legge 31 gennaio 1926 n° 100: attribuisce la facoltà al Governo di emanare

norme giuridiche;

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• legge 4 febbraio 1926 n° 237: modifica l’ordinamento municipale, eliminando

il consiglio comunale, (elettivo dal 1848), e il sindaco (elettivo dal 1890). Al

sindaco subentra il podestà, egli è nominato con decreto reale e resta in carica 5

anni. Il podestà esercita le funzioni del sindaco, della giunta e del consiglio

comunale.

• Regio decreto 6 novembre 1926 n° 1848: testo unico delle leggi di pubblica

sicurezza con il quale vengono ampliati i poteri dei prefetti ossia sciogliere

associazioni, enti, istituti, partiti, gruppi e organizzazioni politiche e istituisce il

confino come sanzione principale nei confronti dei soggetti che erano contro il

regime;

• legge 25 novembre 1926 n° 2008

(provvedimento per la difesa dello Stato

presentati dal Ministro della giustizia

Alfredo Rocco):

o art. 1: qualunque attentato diretto

contro le persone del Re, della

Regina, del Reggente, del Principe

ereditario e del Primo Ministro

viene sanzionato con la pena di

morte;

o art. 3: l’istigazione all’attentato, a

mezzo stampa, diventa un reato

specifico punito con la reclusione da

15 a 30 anni;

o art. 5: la diffusione all’estero di

“voci o notizie false, esagerate o

tendenziose sulle condizioni interne

dello Stato” tali da nuocere al

prestigio statale o agli interessi

nazionali, comporta la reclusione da

5 a 15 anni, accompagnata

dall’interdizione permanente dei

pubblici uffici, dalla perdita

immediata della cittadinanza italiana

e dalla confisca dei beni;

o art. 7: per applicare il “provvedimento per la difesa dello Stato” venne

istituito il Tribunale speciale. Le sentenze del Tribunale speciale erano

immediatamente esecutive e inappellabili.

In 24 mesi, dal 3 gennaio 1925 alla fine del 1926, il fascismo si fa Regime aprendo

una nuova pagina nella storia istituzionale della storia italiana.

Andrea Sassone Corsi

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Per quanto riguarda la riforma di governo, le innovazioni principali furono la

soppressione della fiducia e l’introduzione della figura del primo ministro attribuiva

al Duce, che aveva anche la carica di capo del partiti nazionale fascista, di

comandante della milizia fascista e di capo delle forze armate.

In base alla nuova legge il Capo del Governo veniva nominato e revocato dal re, nei

cui confronti soltanto era responsabile sul piano politico, senza che le Camere

potessero obbligarlo a dimettersi con un voto di sfiducia; al primo ministro e

segretario di Stato, inoltre, veniva riconosciuta una posizione di preminenza sul

piano giuridico sia nei confronti del Parlamento (in quanto poteva richiedere entro tre

mesi il riesame dei disegni di legge governativi respinti dalle Camere ed era

necessario il suo consenso per inserire qualsiasi argomento nell’ordine del giorno dei

lavori parlamentari), sia nei confronti di altri ministri (che di fatto erano responsabili

soltanto verso il primo ministro, anche se formalmente il potere di nomina e di revoca

spettava ancora al re).

Il fascismo realizzo anche un ampliamento del ruolo politico e del potere normativo

de Governo, con una sostanziale espropriazione del potere legislativo del Parlamento

al quale, in molti casi, rimase di fatto la pura e semplice ratifica o approvazione dei

provvedimenti normativi adottati dal Governo.

In particolare venne introdotto l’istituto della delega legislativa in bilancio, che

attribuiva al Governo la fedeltà di emanare decreti delegati senza limiti di tempo e di

materia, e il temine per la conversione dei decreti legge venne esteso fino a due anni

con l’espressa previsione che, se veniva rifiutata la conversione in legge, l’atto

normativo del Governo conservava ugualmente la sua efficacia fino al momento della

mancata conversione; inoltre venne creata una nuova categoria di regolamenti

indipendenti, legittimati a porre norme giuridiche nelle materie non riservate in modo

espresso alle fonti legislative.

Per reprimere qualsiasi forma di

opposizione interna venne istituito il

Tribunale speciale per la difesa dello

Stato, un organo giudiziario che

dipendeva strettamente dal regime (in

quanto formato da quattro consoli della

milizia fascista ed era presieduto da un

generale dell’esercito) e giudicava i reati

politici contro lo Stato, che erano puniti

anche, nei casi più gravi, con la pena di

morte reintrodotta in Italia nel 1926.

Inoltre venne soppressa la libertà sindacale, con lo scioglimento dei sindacati privati

e il divieto di sciopero e di serrata, cioè la proibizione per i lavoratori di astenersi

collettivamente dal lavoro (sciopero) e per i datori di lavoro di bloccare l’attività

produttiva (serrata), che vennero puniti anche penalmente come «reati contro lo

Stato».

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La cosiddetta fascistizzazione delle istituzioni pubiche e la commistione tra il partito

fascista e Stato divenne più evidente con la creazione del Gran Consiglio del

fascismo, organismo di partito al quale vennero attribuite importanti funzioni

pubbliche come organo consultivo del Governo.

In particolare i Gran Consiglio doveva formulare pareri su «questioni aventi

carattere costituzionale, ivi comprese le leggi», redigere le liste uniche dei candidati

per le elezioni politiche (dal 1928, infatti, le elezioni si svolgeranno in modo

plebiscitario sulla base di un'unica lista nazionale) nonché presentare al sovrano le

candidature per la nomina del Capo del Governo ed esprimere pareri sulle questioni

dinastiche. In realtà questi ultimi due poteri, che avevano la funzione di condizionare

politicamente la monarchia (indicando il nominativo di un primo ministro favorevole

al fascismo o ponendo un eventuale veto sulla successione al trono di un sovrano

contrario al regime fascista), non vennero mai perché nel corso del ventennio

Mussolini rimase saldamente al potere e non si verificò nessuna successione

dinastica. Sempre nel 1928 furono soppresse ufficialmente libertà politiche, con lo

scioglimento di tutti i partiti politici e delle altre associazioni o organizzazioni che

svolgevano o potevano svolgere un’attività contraria al regime: il partito nazionale

fascista (PNF) si trasformò in un partito unico e l’iscrizione al partito diventò

obbligatoria per poter accedere ad impieghi pubblici e per potere esercitare una libera

professione.

Durante il fascismo anche i diritti di libertà dei cittadini vennero limitati, per evitare

sul nascere qualsiasi forma di dissenso politico, con l’introduzione della censura

preventiva sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione (radio, cinema,

spettacoli, ecc.) e con previsione di restrizioni alla libertà di associazione e di

riunione; inoltre furono rafforzati i poteri di controllo e di repressione della polizia,

in particolare della polizia politica (OVRA), e numerosi antifascisti vennero

condannati al carcere o al confino politico, cioè alla deportazione forzata in località

isolate.

Nel 1938 vennero emanate le

cosiddette leggi razziali con le quali

il fascismo ordinò il censimento

degli ebrei italiani, facilitando in

questo modo la loro successiva

deportazione ed eliminazione di

massa da parte dei tedeschi, e

introdusse una serie di misure

discriminatorie nei loro confronti

(come il divieto dei matrimoni

misti; l’esclusione delle cariche

militari e dagli uffici pubblici; le

epurazioni delle scuole e delle università statali; il divieto di svolgere alcune libere

professioni e di esercitare alcune attività economiche; ecc.).

Andrea Sassone Corsi

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INGLESE

The phrase research and development (also R and D or, more often, R&D), according

to the Organization for Economic Co-operation and Development, refers to "creative

work undertaken on a systematic basis in order to increase the stock of knowledge,

including knowledge of man, culture and society, and the use of this stock of

knowledge to devise new applications.

New product design and development is more than often a crucial factor in the

survival of a company. In an industry that is fast changing, firms must continually

revise their design and range of products. This is necessary due to continuous

technology change and development as well as other competitors and the changing

preference of customers. A system driven by marketing is one that puts the customer

needs first, and only produces goods that are known to sell. Market research is carried

out, which establishes what is needed. If the development is technology driven then it

is a matter of selling what it is possible to make. The product range is developed so

that production processes are as efficient as possible and the products are technically

superior, hence possessing a natural advantage in the market place.

R&D has a special economic significance apart from its conventional association

with scientific and technological development. R&D investment generally reflects a

government's or organization's willingness to foregos current operations or profit to

improve future performance or returns, and its abilities to conduct research and

development.

In 2006, the world's four largest spenders of R&D were the United States (US$343

billion), the EU (US$231 billion), Japan (US$130 billion), and China (US$115

billion). In terms of percentage of GDP, the order of these spenders for 2006 (no

figure available for China) was Japan, United States, EU with approximate

percentages of 3.2, 2.6, and 1.8 respectively. The top spenders in terms of percentage

of GDP were Sweden, Finland, Japan, Korea, Switzerland, Iceland, United States,

followed by 9 other countries, and then the EU.

In general, R&D activities are conducted by specialized units or centers belonging to

companies, universities and state agencies. In the context of commerce, "research and

development" normally refers to future-oriented, longer-term activities in science or

technology, using similar techniques to scientific research without predetermined

outcomes and with broad forecasts of commercial yield.

Statistics on organizations devoted to "R&D" may express the state of an industry,

the degree of competition or the lure of progress. Some common measures include:

budgets, numbers of patents or on rates of peer-reviewed publications.

Bank ratios are one of the best measures, because they are continuously maintained,

public and reflect risk.

In the U.S., a typical ratio of research and development for an industrial company is

about 3.5% of revenues. A high technology company such as a computer

manufacturer might spend 7%. Although Allergan (a biotech company) tops the

spending table 43.4% investment, anything over 15% is remarkable and usually gains

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a reputation for being a high technology company. Companies in this category

include pharmaceutical companies such as Merck & Co. (14.1%) or Novartis

(15.1%), and engineering companies like Ericsson (24.9%).

Such companies are often seen as poor credit risks because their spending ratios are

so unusual.

Generally such firms prosper only in markets whose customers have extreme needs,

such as medicine, scientific instruments, safety-critical mechanisms (aircraft) or high

technology military armaments. The extreme needs justify the high risk of failure and

consequently high gross margins from 60% to 90% of revenues. That is, gross profits

will be as much as 90% of the sales cost, with manufacturing costing only 10% of the

product price, because so many individual projects yield no exploitable product. Most

industrial companies get only 40% revenues.

On a technical level, high tech organisations explore ways to re-purpose and

repackage advanced technologies as a way of amortizing the high overhead. They

often reuse advanced manufacturing processes, expensive safety certifications,

specialized embedded software, computer-aided design software, electronic designs

and mechanical subsystems.

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F.T.MARINETTI

Da "La Ville Charnelle"

A MON PEGASE

Dieu véhément d'une race d'acier,

Automobile ivre d'espace,

qui piétines d'angoisse, le mors aux

dents

stridentes!

O formidable monstre japonais aux

yeux de forge,

nourri de flamme et d'huiles minérales,

affamé d'horizons et de proies

sidérales,

je déchaîne ton coeur aux teuf-teufs

diaboliques,

et tes géants pneumatiques, pour la

danse

que tu mènes sur les blanches routes du

monde.

Je lâche enfin tes brides métalliques...

Tu

t'élances,

avec ivresse, dans l'Infini libérateur!...

Au fracas des abois de ta voix...

voilà que le Soleil couchant emboîte

ton pas véloce, accélérant sa palpitation

sanguinolente au ras de l'horizon...

Il galope là-bas, au fond des bois...

regarde!...

Qu'importe, beau démon?...

Je suis à ta merci...Prends-moi!

Sur la terre assourdie malgré tous ses

échos,

sous le ciel aveuglé malgré ses astres

d'or,

FRANCESE

je vais exaspérant ma fièvre et mon

désir

à coups de glaive en pleins naseaux!...

Et d'instant en instant, je redress ma

taille

pour sentir sur mon cou qui tressaille

s'enrouler les bras frais et duvetés du

vent.

Ce sont tes bras charmeurs et lointains

qui

m'attirent!

ce vent, c'est ton haleine

engloutissante,

insondable Infini qui m'absorbes avec

joie!...

Ah! Ah!... des moulins noirs,

dégingandés,

ont tout à coup l'air de courir

sur leurs ailes de toile baleinée

comme sur des jambes démesurées...

Voilà que les Montagnes s'apprétent à

lancer

sur ma fuite des manteaux de fraîcheur

somnolente...

Là! Là! regardez! à ce tournant

sinistre!...

Montagnes, ô Bétail monstrueux, ô

Mammouths

qui trottez lourdement, arquant vos dos

immenses

vous voilà dépassés...noyés...

dans l'échevau des brumes!...

Et j'entends vaguement

le fracas ronronnant que plaquent sur

les routes

vos jambes colossales aux bottes de

sept lieues...

Andrea Sassone Corsi

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Montagnes aux frais manteaux

d'azur!...

Beaux fleuves respirant au clair de

lune!... Plaines ténébreuses! je vous

dépasse au grand galop

de ce monstre affolé... Etoiles, mes

Etoiles,

entendez-vous ses pas, le fracas des

abois

et ses poumons d'airain croulant

interminablement?

J'accepte la gageure...avec Vous, mes

Etoiles!...

Plus vite!... encore plus vite!...

Et sans répit, et sans repos!...

Lachez les freins!... Vous ne pouvez?..

Brisez-les donc!...

Que le pouls du moteur centuple ses

élans!

Hurrah! Plus de contact avec la terre

immonde!...

Enfin, je me détache et je vole en

souplesse

sur la grisante plénitude

des Astres ruisselants dans le grand lit

du ciel!

Andrea Sassone Corsi

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Il problema del produttore

MATEMATICA

Nell’economia di ogni Paese c’è chi compra e c’è chi produce. Si esaminerà il punto

di vista del produttore, cioè per produrre della merce è necessario avere a

disposizione delle risorse. Gli economisti, da Marshall in poi, raggruppano fattori di

produzione di diverse categorie: terra, vale a dire tutti i mezzi di produzione che

sono un dono della natura (acqua, aria,risorse naturali); lavoro, vale a dire il

contributo che ogni lavoratore dà all’attività produttiva; capitale, vale a dire

attrezzature , macchinari, semi-lavorati e in generale tutto ciò che è risultato di un

processo produttivo.

Si dice che una produzione è tecnicamente efficiente se non è possibile ottenere una

fissata quantità di bene con una quantità di inferiore di qualsiasi fattore di

produzione.

Ad esempio, se per gestire un istituto di R&S vengono usati 30 impiegati e 20

impianti, si può ritenere che questa sia una combinazione di risorse efficiente se con

meno impiegati e/o meno impianti non si riesce a gestire meglio l’istituto di R&S.

Se una produzione è efficiente, un aumento di uno dei fattori produttivi porta

inevitabilmente ad una diminuzione della produzione. Come ad esempio, se

aumentiamo il numero dei bovini in un allevamento, mantenendo costante il numero

degli altri fattori, e l’attività dell’azienda aumenta, significa che la combinazione

adottata in precedenza non era efficiente; aumentando un fattore di produzione oltre

la soglia dell’efficienza, ci troveremo nella situazione in cui gli altri fattori non

saranno più sufficienti a gestire la situazione e si avrà di conseguenza un calo nella

produzione.

Questo fatto si esprime con una legge che viene detta dei rendimenti decrescenti:

in condizioni di efficienza produttiva, l’aumento di un valore produttivo determina

dei rendimenti progressivamente decrescenti.

Tale legge economica, già formulata dagli economisti Malthus e Ricardo

relativamente al settore agricolo, assume pel la scuola neoclassica un carattere

generale, valido per tutti i fattori produttivi e per ogni tipo di produzione.

In generale quindi, data una combinazione di fattori produttivi, possiamo dire che da

essi si può ottenere un livello di produzione che va da 0 ad una certa quantità

massima; vale a dire che, indicata con f(x1, x2………xn ) la massima produzione al

variare dei fattori produttivi xi, la produzione Q deve essere tale da soddisfare la

relazione

Q minore uguale f(x1, x2………xn )

Poiché i fattori produttivi hanno un costo, l’imprenditore accorto riterrà conveniente

considerare solo la frontiere di insieme di produzione definito da questa relazione,

cioè funzione

Andrea Sassone Corsi

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Q = f(x1, x2………xn )

Tale funzione prende il nome di funzione di produzione. Una funzione di

produzione indica quindi il massimo livello di produzione che può essere determinato

in un determinato periodo impiegando una certa combinazione di fattori produttivi,

cioè l’insieme delle combinazioni produttive che sono tecnicamente efficienti.

Nella nostra trattazione, per questioni di semplicità, supporremo che nella produzione

di un certo bene entrino in gioco due soli fattori produttivi; in particolare

considereremo come fattori produttivi il capitale ed il

lavoro. In questo caso quindi una funzione di

produzione Q = (L,K) è la funzione che, ad ogni Q

coppia di valori (L,K), dove L rappresenta la quantità

impiegata del fattore lavoro, e K del fattore capitale

(inteso secondo Maeshall), associa la quantità

prodotta Q. essa rappresenta quindi una superficie

nello spazio. Le linee sezione che si ottengono

fissando un valore per K o per rappresentano, laddove

sono crescenti, i tratti di efficienza della produzione

L

per quel fissato valore di K o di L.

Nella figura possiamo osservare che la curva di produzione, ottenuta fissando un

valore a K, dal quale puoi notare che il tratto di efficienza della curva si ha fino a che

questa si mantiene crescente; quando la funzione di produzione diventa decrescente,

la produzione non è più tecnicamente efficiente perché all’aumentare del fattore L la

produzione diminuisce.

Le derivate prime della funzione di produzione determinano le funzioni di

produttività marginali di ciascun fattore di produzione, in particolare la produttività

marginale del fattore lavoro è Q’L,cioè la variazione del livello di produzione che si

ha quando il fattore lavoro subisce una variazione infinitesima,; la produttività

marginale del capitale è Q’K e indica quanto varia la produzione4 in conseguenza di

una variazione infinitesima del fattore capitale.

Si è detto che una funzione di produzione esprime la quantità di bene prodotta in

corrispondenza di una certa combinazione di fattori produttivi. Una stessa produzione

può però essere ottenuta con diverse combinazioni dei fattori lavoro e capitale. Ad

esempio, per produrre un paio di scarpe si possono utilizzare una macchina che taglia

la pelle, una che piega sulla forma ed una che incolla la suola (fattore capitale) e un

operaio che imposta e controlla le macchine (fattore lavoro); ma si possono anche

usare le prime due macchine e far incollare le suole ad un secondo operaio.

Data la funzione di produzione Q = f(L,K), le combinazioni che danno luogo alla

stessa produzione d sono le linee di livello che hanno equazione

f(L,K) = d

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tali linee prendono il nome di isoquanti di produzione. Un isoquanto di produzione

è quindi l’insieme di tutte le combinazioni di capitale e lavoro che danno la stessa

produzione.

In genere gli isoquanti, per le osservazioni che abbiamo fatto sui rendimenti

decrescenti, hanno una forma del tipo di quella rappresentata in figura, vale a dire

che:

• sono funzioni decrescenti

• sono concave verso l’alto

• non si intersecano

• isoquanti che si trovano più lontani dall’origine

implicano livelli di produzione più elevati.ù

il modulo del coefficiente angolare della retta tangente

ad un isoquanto in un suo punto prende il nome di

L

saggio marginale di sostituzione tecnica (SMST).

Esso rappresenta quindi la variazione di quantità di un fattore di produzione che serve

a compensare una variazione infinitesima dell’altro.

La sua espressione è data dal rapporto fra le funzioni marginali di produzione del

lavoro e del capitale; possiamo dire quindi che

Q’L

SMST = —

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Q’K

Si possono presentare i seguenti casi.

• Se gli isoquanti assumono una forma come quella della figura in alto, SMST è

decrescente;m si dice che i fattori produttivi sono dei sostituti imperfetti perché

all’aumentare della quantità L quella di K diminuisce, senza però farlo nella

stessa proporzione.

• Se gli isoquanti sono delle rette, come nella

figura accanto, SMST è costante; ogni unità del

fattore L viene quindi sostituita dalla stessa

quantità del fattore K. Si dice in questi casi che

lavoro e capitale sono dei sostituti perfetti.

• Se gli isoquanti hanno forma indicata, come nella

figura qui accanto, tra lavoro e capitale non esiste

sostituibilità e l’aumento del grado di utilizzo di

uno di essi non comporta alcuna diminuzione

dell’altro. In questi casi SMST tende a + ∞ nel

tratto verticale dell’isoquanto, è nullo ne tratto

orizzontale, mentre non è possibile calcolarlo nel

vertice dell’angolo.

K

K

K

L

L

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