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Dove non suoanano più i fucili - Europuglia

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AR.CO, Artistic connections

Per una rete adriatica dei teatri

Il progetto AR.CO promosso nell’ambito del programma Interreg IIIA

Transfrontaliero Adriatico si propone di costruire una rete culturale europea in area

adriatica fra amministrazioni, istituzioni culturali e imprese che operano nell’ambito

della produzione e promozione dello spettacolo dal vivo attraverso lo scambio

di esperienze, competenze e pratiche innovative di lavoro teatrale ed artistico.

Si propone di creare uno spazio culturale artistico comune, rafforzando le relazioni

tra il mondo della formazione e il mercato del lavoro nel settore dello spettacolo

dal vivo per migliorare la qualità dei servizi nell’ambito della promozione di attività

culturali e artistiche.

AR.CO è un progetto in rete che vede la Regione Puglia in qualità di lead partner con

il coinvolgimento come partner di Regione Abruzzo, Municipal Assembly of

Smederevo (Serbia), Centar Za Kulturu di Smederevo (Serbia), Mostar Youth Theatre

(Bosnia), Comuni di Nardò, Gallipoli e Novoli, Accademia delle arti di Tirana (Albania),

Drugo More Association di Rijeka (Croazia), National Theatre of Opera and Ballet-

Tirana (Albania), National Theatre for Children-Tirana (Albania), Ministero della

Cultura del Montenegro.

Questo primo reportage fa parte dell’attività di studio e ricerca del progetto AR.CO

finalizzata alla conoscenza del paesaggio culturale e dei territori partner del progetto.

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Dove non suonano

più i fucili

In giro fra l’Erzegovina e la Bosnia

di Livio Romano

(in collaborazione con Francesco Lanzo)


“Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare:

il disordine, la morte o l’assurdo.

Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità

si perdono nell’infinito e al cui confronto

tutti i ponti di questa terra

sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli.

Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda”.

Ivo Andric

(scrittore bosniaco)

,


Quando siamo arrivati a Dubrovnik e abbiamo preso la corriera che ci avrebbe

portati a Mostar, non immaginavamo che, in quel breve tragitto, avremmo

dovuto mostrare il passaporto quattro volte. Ce lo ha spiegato una sessantenne

americana. La Croazia abbraccia la Bosnia-Erzegovina lasciandole

soltanto un piccolo lembo di terra che si affaccia sull’Adriatico, e le corriere

di linea, una volta uscite dal confine, costeggiano questa striscia percorrendo una

strada che un tempo era stata nazionale e che, adesso, varca i due Stati prima di

arrampicarsi sulle colline che portano alla cittadina erzegovese. La signora sul pullman

ci ha anche chiesto se fossimo in viaggio d’affari, e noi le abbiamo risposto che

sì, in un certo senso di business si trattava. Di quello speciale affare che si chiama

cultura. La signora s’è illuminata. Ha interrotto la conversazione con una bellissima

giovane bosniaca la quale da San Francisco tornava a Sarajevo dopo tre anni -una

giornalista televisiva con gli occhi di chi si guarda intorno osservando le colline avite,

e non riconosce una casa, un panorama rassicurante, e anzi lo sguardo le si fa sperduto

man mano che il torpedone s’avvicina alla capitale bosniaca. Insomma l’americana

di mezz’età smette di parlare con la giornalista, tira fuori dalla borsa un blocnotes

ampio come una lavagna, comincia ad annotare per noi indirizzi e nomi,

numeri di telefono e recapiti di posta elettronica. Dovete intervistare questo, e non

potete lasciarvi scappare quello; visitate questo teatro senza disdegnare questo

atelier. Quando finiva di inguacchiare una delle pagine del blocco, con un colpo

secco la strappava e ce la porgeva, e poi via a cesellare nuove liste e nuovi estratti

di mappa con tanto di indicazione di via e numero civico. La consolazione era che

spesso le persone che Eugene ci indicava erano le stesse che anche noi ci eravamo

proposti di incontrare, indirizzi appuntati grazie a giri di telefonate e ambulazioni

notturne su Internet.

Ho provato a capire cosa ci facesse un’abitante di Washington su un pullman di

linea bosniaco. Quando non parli una lingua straniera per degli anni, le prime ore

di immersione sono le più funeste. Devi come ricalibrare il tuo orecchio, risintonizzarlo

così come risintonizzi un’autoradio quando vai fuori dalla rete di strade che

abitualmente percorri. Per dire che non è stato facile cogliere con esattezza i particolari

della vita di questa donna che trascorre a Mostar un mese ogni due anni e

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che, della cittadina erzegovese, continua a ripetere “wonderful”.

A Mostar abbiamo ceduto alla tentazione di lasciarci imbrogliare dal solito tassista

che pur di procacciarsi una corsa ti assicura che il tuo hotel è molto lontano -in seguito

abbiamo verificato a piedi il tragitto tortuoso del tassista per allungare il più possibile

un tratto di quattrocento metri, ma non ce la siamo presa neanche un po’: una

corsa che in Italia sarebbe costata non meno di cinque euro, a Mostar la paghi un

paio di franchi convertibili, meno di un euro, il costo di un chilo di carne, o di un pacchetto

di sigarette Runhill.

Ci accoglie Joha, un uomo di teatro dalla faccia sorniona di chi ha molto visto e molto

sofferto. Tuttavia i bosniaci sono così: scrollano le spalle di continuo. È un movimento

automatico che fanno ragazzi e vecchi, bellissime venticinquenni e anziane

bacucche. Come a volersi liberare il groppone da un interludio di follia che non gli

appartiene. Seduti sulla terrazza del Bristol, con Joha non posso fare a meno di

cominciare dalla guerra. Perché tutto, intorno a noi, parla dell’orrore che soltanto

dieci anni fa arrivò a quella fine provvisoria e sofferta rappresentata dagli accordi di

Washington.

Con una straordinaria genuina comunicatività Joha ci racconta della milizia nazionalista

che arriva a Mostar e rastrella tutti i musulmani e li ammucchia sui camion e li

conduce nei campi di concentramento su in collina, sulla linea di fuoco esattamente

speculare a quella dei croati appollaiati sull’altra costola verde che troneggia sull’antica

città. Joha ha la mia età. Io me ne stavo seduto al tavolino del bar a citare Ortega

y Gasset, e lui veniva ammanettato per via del cognome che portava. E a pochi metri

c’erano i Caschi Blu dell’Onu, spagnoli, per l’occasione. I quali filmavano la scena

come in un safari. Joha è un uomo schietto. Appena ne ha l’occasione, affamato e

umiliato, riesce ad avvicinare uno dei maniaci della videoripresa. Chiede loro cosa

diavolo son venuti a fare. Se gli sembra il caso di fare i boy scout nel bel mezzo di

una guerra civile. Il soldato spagnolo è altrettanto schietto: “Fra tre mesi torno a

Madrid e apro un baretto con i soldi della missione, e se non dovessero bastarmi

ritorno per tre mesi ancora”. A Joha tutto sommato è andata bene. Se si esclude che

centinaia di mostariani musulmani son caduti sotto gli occhi inermi dei simpatici

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esploratori dell’Onu, e quella sensazione di topi nella trappola. Quelle notti a uscir di

casa per reperire un po’ di cibo. Se si esclude che i croati cattolici, a Joha, il teatrante,

e a tutti quelli che avevano creduto nella miracolosa convivenza di quattro religioni

e tradizioni diverse in una sola cittadina, i croati, si diceva, han distrutto con accanimento

ferino e senza troppo pensarci il simbolo stesso di quel melting pot antico,

il vecchio ponte ottomano. Se si esclude questo, al nostro amico è andata bene. È

perciò che scrolla le spalle, come tutti. Dopo, sono arrivati gli americani. Sette tir carichi

di condom, vettovaglie, vestiti. E soldi per ricostruire. Gli italiani pure son stati prodighi.

Hanno rimesso in piedi lo stabile dove oggigiorno è perfettamente funzionante

una piscina comunale, una terrazza con disco bar, una sala per la terapia riabilitativa,

nonché la piccola compagnia teatrale di Joha e Sejo, impegnata da decenni

a educare i giovani con il teatro, a trasmettere l’arte di utilizzare il corpo intero per

comunicare con il prossimo, a praticare la multiculturalità attraverso il miscuglio delle

letterature e dei gesti che le mettono in scena. In città il palazzotto è noto come

“bagno turco” e sorge a fianco a una delle tante rovine vacillanti della guerra, a pochi

metri dal punto in cui una granata serba fece saltare in aria i tre giornalisti italiani che

stavano per andare in onda nel bel mezzo della zuffa razziale munita di armi automatiche.

Però Joha, fra un caffè e sigarette a diecine e una battuta folgorante sulla

primigenia corruzione dell’Uomo, butta indietro le spalle e fa una smorfia di noncuranza

che da sola restituisce tutto il sentimento di un popolo che sta entrando in

punta di piedi nell’Europa ma senza l’impulsiva esultanza che può essere d’un italiano.

Quella faccia che sta a metà strada fra la diffidenza e la curiosità, tipica di chi ha

già ampiamente sperimentato sulla propria pelle quanto le sbandierate virtù taumaturgiche

della Democrazia Occidentale si siano dimostrate fallimentari se non catastrofiche.

L’Onu e il sogno che la stessa conteneva è morta, ma venite con me e

vedrete che l’unico valore al mondo per cui valga la pena affannarsi, la Cultura, qui,

a Mostar, così come a Sarajevo, è vivo e vegeto e chiede spazio più che mai. E così

andiamo in giro per accademie e atelier di pittura, per mostre e teatri e radio libere.

Sentiamo pittori, attori, musicisti, giornalisti a diecine ogni giorno. Quasi tutti hanno

un’aria ridente e ottimista.

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Al Pavarotti Center, inaugurato da Bono Vox, Jovanotti, i Litfiba, Brian Eno e

Zucchero nel 1997, curano con la musica i disagi mentali dei bimbi i cui genitori portano

ancora impresso nello sguardo l’orrore della pulizia etnica. Vi si respira un’atmosfera

internazionale ed elegante. “Il Mostar Music Centre sarà probabilmente il

primo pezzo significativo della nuova ricostruzione, il simbolo di una speranza sulla

parte che ognuno può fare perché la vita riprenda a scorrere”, ha detto Brian Eno il

giorno dell’inaugurazione.

La direttrice, Ann Skeef, come la quasi totalità della popolazione dotata di un’istruzione

superiore, parla un inglese perfetto e fluente. Anche lei insiste nel sottolineare

che non c’è differenza fra Mostar Est e Mostar Ovest, che i bambini son bambini e

che, a scapito dei capi religiosi i quali continuano in questa insensata corsa a chi si

fa il minareto più alto e risonante (il campanile cattolico appena costruito è un obbrobrio

alto quasi cento metri che fa il paio con una mega croce al neon installata in cima

a una delle due colline degli orrori, quella della frontline croata), tutti i giovani qui son

laici e privi d’ogni genere di animosità nei confronti d’alcuna fazione religiosa.

Mentre parliamo con Ann arriva la notizia, sui nostri telefonini e sul portale di Internet

che balena sullo schermo dell’ufficio, delle bombe nella metropolitana e sugli autobus

di Londra. A Londra la direttrice ha vissuto molti anni. Anche Joha vi ha molti

amici. Siamo sgomenti e confusi. Trascorriamo mezz’ora a spedire messaggi, a riceverne,

a leggere le notizie sul sito della Cnn. Cosa si è rotto? Cosa si è rotto in

Occidente? Ci chiediamo a vicenda, e con le mani fra i capelli, in quello studio. Joha

arriccia il naso. Scrolla le spalle. La direttrice spinge le braccia in avanti e poi indietro,

come a voler ritrovare un baricentro dopo la notizia sconcertante. Poi ferma le

spalle, tira il collo in avanti, fa pure lei una smorfia di noncuranza. È un modo molto

elegante e molto artefatto per non ricadere nell’incubo. La violenza, l’odio, la guerra:

sono pensieri da cui i bosniaci non vogliono più farsi attraversare.

Ann s’accende una sigaretta. Riprende a parlare della musicoterapia, della piccola

retta che da settembre in poi gli utenti del Centro dovranno pagare per partecipare

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ai workshop. Ricorda commossa una giovanissima collaboratrice croata del Centro,

Katerina Ivicevic, una ragazza che aveva creduto profondamente nella possibilità

che croati e musulmani ritornassero a convivere e dialogare e che, nel 1998, a soli

23 anni, si suicidò. Ci porge una poesie di Katerina:

wounded slopes of history

flower in untimely season

when children’s voices

silenced by an unholy hail

rise to the sun without petals

(dirupi feriti della storia / fiore senza tempo / quando le voci dei bambini /

messe a tacere da un saluto sconsacrato / si elevano al sole senza petali)

Poi si ricompone di nuovo, illustra con sobrietà le attività del Centro che spaziano dalla

fotografia alla recitazione, dalla produzione di video e veri e propri film alla pittura.

Secondo uno studio dell’UNICEF, oltre l’80% dei bambini della città sentono che le

loro vite non hanno alcun valore. “Non mi interessa se muoio oggi o domani”, dicono

già a dieci anni. Sono i figli degli ammalati di PTSD (Disordine da Stress

Postraumatico). Al Centro, cercano di tirar fuori i bambini mostariani da questa afasia

emotiva attraverso la musica.

Ann sorride timidamente mentre ci congeda. Joha non ha mai smesso di chattare

con amici londinesi, adesso è impaziente di riportarci in albergo a bordo della sua

piccola Opel dell’88.

Nello stesso pomeriggio incontriamo Muhamed Hamica Nametak, anziano regista

del locale teatro dei burattini, il Puppet Theatre celeberrimo.

In un italiano lento e dalla cadenza melodiosa ci racconta che il Puppet Theatre esiste

dal 1952 e che la sua personale esperienza di regista comincia nel 1963, quando

cominciò ad appassionarsi all’animazione degli oggetti e al teatro di figura nella

ex sinagoga donata dalla Comunità ebraica mostariana. Sotto il regime di Tito, la

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Compagnia dava lavoro a 36 persone fra burattinai, registi, attori, impiegati. Fra i

migliori nella ex Iugoslavia (erano 24 i teatri dei burattini professionali in tutta la

Confederazione), il PT ha girato per festival in tutto il mondo ricevendo onori e premi

soprattutto grazie alle scenografie di un suo compianto amico, morto di infarto all’inizio

della guerra, grande scultore e scenografo.

Gli spettacoli che il PT ha messo in scena nei più di cinquanta anni di attività, oltre

che ai bambini sono stati anche indirizzati agli adulti, soprattutto prima della guerra

civile. Samargich o Martin Kerpam, storia di un eroe popolare del periodo austroungarico:

sono opere di interesse precipuamente politico, oltre che artistico. In particolare,

Martin Kerpam, che ha partecipato con successo a quattro festival nel

mondo, veniva salutato dalla critica come “teatro del III millennio” per la capacità di

coniugare impegno e qualità artistica. Degli anni ’70 sono poi le moltissime fiabe

come Soldatino di piombo, del quale Muhamed stesso è stato attore e regista, Il brutto

anatroccolo, Nuovi vestiti per il re, La piccola fiammiferaia, Il rosignolo che “è sempre

un invito”.

Dopo la guerra, il PT ha girato la Spagna e poi l’Italia con spettacoli in lingua italiana

in cui gli attori avevano preregistrato le voci (circostanza singolare nel teatro dei

burattini).

Malimuk è stato lo spettacolo successivo a questo tour, messo in scena da un regista

bulgaro con una storia popolare da middle east adattata per il teatro e rappresentata

attraverso marionette con i fili corti e, quindi, con attori in costume in scena.

Un’altra opera per adulti è quella di Kolacoskj, scrittore polacco satirico cantore della

vita quotidiana della gente qualsiasi. “Cosa fai? Perché non pensi dove vai? Era questo

il messaggio di quello spettacolo”, dice Muhamed, “i burattinai polacchi sono fantastici.

E poi, vedi, la satira serve. Che viga un regime totalitario oppure questo

embrione di democrazia che stiamo sperimentando. Il potere va messo in ridicolo”.

Muhamed ha un’aria dolcissima. Lascerà presto la direzione del Puppet Theatre e,

per quanto da certe allusioni trapeli una sostanziale disapprovazione della nuova

leadership, lui con ponderatezza considera “che forse è passato il tempo di quelli

della mia generazione”. Muhamed dopo la pensione continuerà a lavorare da free

lance. Eppure quando racconta dei fasti del PT, della ricostruzione di un laboratorio

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permanente e di una scuola per burattinai dopo la guerra, della felicità di veder

nascere un gruppo di burattinai croato che presto si fonderà con quella che considera

la sua creatura superando divisioni di religione e di tradizione, quando ci dice del

gemellaggio con il Comune di Reggio Emilia grazie al progetto Una montagna di

aiuti, e dello spettacolo itinerante sulle leggende basate sull’acqua cui lui contribuì

con una storia sulla Neretva raccontatagli da sua nonna la quale è poi finita su una

pregevole pubblicazione multilingue che accoglieva storie acquatiche dai Paesi di

tutti il Mediterraneo; quando tira fuori questi ricordi, Muhamed tradisce la commozione.

“L’acqua è l’elemento che unisce i popoli. C’è un fiumiciattolo che attraversa il

terreno del casolare in collina dove sono nato. Si chiama Bona. Gli antichi romani lo

battezzarono così perché l’acqua, appunto, era ottima e rinfrescante”. Anche

Muhamed, come la sua acqua, è un’ottima persona. Una di quelle che hanno dedicato

la vita a migliorare il mondo che hanno attraversato piuttosto che a servirsene

per i propri scopi. Lo salutiamo sentendoci nei suoi confronti infinitamente grati, e

non solo perché in un pomeriggio caldissimo ha scarpinato per venire sulla nostra

terrazza a raccontarsi. È proprio un ringraziamento per le cose che ha realizzato,

perché non s’è mai arreso, e perché ce lo immaginiamo che continuerà fino alla fine

dei suoi giorni a forgiare discretamente giovani menti che vorranno imparare un’arte

così anacronistica e romantica.

Il giorno che è seguito ha portato sulla città nuvole nere che nel corso della mattinata

si son diradate lasciando una caligine umida nell’aria. Siamo andati a visitare gli

studi di Radio Studio 88, prima e unica stazione a trasmettere in tutta l’Erzegovina

programmi di approfondimento sociale, economico, culturale, oltre che ottima musica

d’ogni genere che non sia l’odiatissimo folk -parimenti esecrata dalla comunità

intellettuale così come dalla gioventù locale è l’oleografia gitana che Bregovic e

Kusturica portano in giro per il mondo spacciandola per tradizione iugoslava. Radio

Studio 88 è stata messa su dagli americani ma la sua sopravivenza è ora legata a

un concetto che i bosniaci stanno imparando valorosamente a far proprio: restare

sul mercato. Attraverso partnership internazionali, donazioni, raccolta pubblicitaria

dalle poche imprese non sommerse esistenti. Amila, la direttrice della radio, nono-

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stante oggi sia il decennale della strage di Srebrenica e l’ordinario palinsesto sia

stato sostituito da musica classica, è radiosa e appassionata quando parla di broadcasting

in Erzegovina.

Ci racconta con orgoglio che tutti i collaboratori sono in regola con i contributi previdenziali

(i quali assorbono il 68% dell’intero costo di un dipendente) e, seppur gli stipendi

non siano alti, a lei pare che riuscire a retribuire uno speaker o un regista con

6-800 marchi al mese sia già un ottimo motivo per non andare via. Ché il problema

endemico della Bosnia è questo qui: tutti i giovani sognano soltanto di tagliare la

corda non appena possibile. (Francesco Lanzo, mentre registriamo l’intervista, è riuscito

a sbirciare l’e-mail che una giovanissima segretaria stava scrivendo a un’amica

in California: aria insopportabile, voglia di fuggire, atmosfera a casa intollerabile).

Amila tiene a precisare che la sua non è una Radio per dilettanti. Lei stessa ha lavorato

negli USA e alla BBC ma, rispetto a quest’ultima storica emittente pubblica,

dove ci sono degli standard qualitativi da rispettare sia nei contenuti delle trasmissioni

che nel genere di musica da trasmettere, in una realtà come l’Erzegovina è estremamente

difficile stabilire a quale livello uno standard sia alto poiché, semplicemente,

è arduo rintracciare lo stesso target d’ascolto. Infatti Radio Studio 88, loro lo

sanno, lo hanno testato attraverso indagini di mercato, è sì la terza radio più seguita

in tutta la regione, ma come si fa a stabilire se i tantissimi avventori dei caffè che,

almeno in città, diffondono invariabilmente le loro trasmissioni, siano o meno istruiti?

In generale, Amila sa che tantissimi, troppi laureati, almeno l’80% di loro, non hanno

uno straccio di occupazione. E tuttavia il livello culturale offerto dalle due università

mostariane è notoriamente bassissimo e, con l’andar del tempo, tendente verso il

basso con professori cooptati dalle Chiese e programmi molto diversi fra loro oltre

che titoli di nessun valore fuori dai Paesi dell’ex-Iugoslavia.

Oltre che giornalista, Amila è la presidente del Sindacato Giornalisti Erzegovesi. È

stata lei a voler far redigere una normativa deontologica che supplisce a una mancanza

di leggi statali che regolamentino la professione, “perché qui, durante la guerra,

troppi si sono improvvisati giornalisti e il risultato è che le testate son quasi tutte

al soldo di questo o quel politico”. La filosofia di Radio Studio 88 è affatto diversa.

Abortito un tentativo di mettere in rete alcune stazioni bosniache che comprendeva-

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no anche un paio di radio di Sarajevo (“qui la gente vuol sentire l’accento locale, non

sopportava questi speaker dalla cadenza settentrionale…”), oggigiorno su 9 stazioni

mostariane, loro sono gli unici a svolgere un ruolo “pubblico”, a trasmettere programmi

che non siano semplice intrattenimento ma che, liberamente, indaghino a

fondo le questioni sociali ed economiche così da pedagogizzare il pubblico, renderlo

consapevole dei propri diritti, far intravedere ai giovani fra i 25 e i 40 anni una

chance di cambiamento, lottare contro l’apatica attesa che qualcosa, dall’esterno,

arrivi a migliorare le loro condizioni di vita.

“Su cosa ha puntato l’Unione Europea subito dopo la guerra? Sulla ricostruzione di

asili e scuole elementari, che in sé è un fatto meritorio. Ma dietro queste scelte si

nasconde una politica ben precisa: accontentatevi di un’istruzione di base, vi sarà

bastevole quando arriveranno le nostre multinazionali a impiantare filiali per rastrellare

manodopera a bassissimo costo. In Bosnia, lo vedrai, le grosse Compagnie arriveranno

prestissimo e se non maturiamo fin da adesso una coscienza civile che

forse è esistita al tempo di Tito ma che oggigiorno è tutta da reinventare: be’, allora

non ci rimarrà che dare vita all’ennesima colonia del Grande Impero Americano”.

Durante il pomeriggio il cielo si è aperto. Avevamo pranzato insieme a due venticinquenni

conosciute per caso. Ci avevano raccontato delle loro vite e del carattere dei

giovani del posto, delle loro speranze e delle loro ambizioni. “Primitivi” era l’aggettivo

che più risuonava sulla bocca di queste due musulmane dai gusti e dall’attitudine

esistenziale che più occidentali è difficile immaginare. Primitivi son quelli che ascoltano

il folk -questo mix letale di smielature melodiche e ritmi gitani. Primitivi sono i

ragazzi che non sanno corteggiare, non sanno amare, che sbarcano la sera ubriacandosi

di birra Sarajevoska e pronunziando commenti volgari sulle scollature delle

signorine. Ma primitiva è pure la sequela di nomi che snoccioliamo, la gente che

abbiamo già sentito e quella che vorremmo intervistare. Di Radio Studio 88 hanno

un’opinione che sta a metà strada fra il sarcasmo e lo sdegno. Degli attori e dei centri

culturali della città che citiamo sanno poco -loro, laureate con voti altissimi nell’università

di Mostar Est. C’è questo cupio dissolvi nei loro discorsi. Ci chiedono di scrivere

che non vedono l’ora di entrare nella Comunità Europea, e di poter viaggiare,

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di potersi liberare dalle gabbie di un passaporto che al massimo ti permette di entrare

nei Paesi dell’ex-Iugoslavia o a Cuba. Se chiedi loro cosa si aspettano dal futuro

la risposta è che “per la maggior parte di noi il futuro è trovare un marito e farsi mantenere,

e che sia possibilmente ricco e senza insicurezze”, quelle insicurezze che

riscontrano nei loro genitori reduci da una guerra civile orribile. Ma come, chiedi, allora

perché hai studiato? Non ti importa la carriera, trovare un lavoro che ti soddisfi?

Cosa fai per procurartelo? “Mio padre [l’insicuro, N.d.R.] lo troverà per me”, ci ha

risposto una di loro, Elma, sulla terrazza del ristorante Laterna -un ballatoio a strapiombo

sulla verde Neretva con il gracidare delle rane che punteggia le frasi smozzicate

del cameriere il quale, con una faccia attonita e un po’ beota, cercava di comprendere

le nostre ordinazioni in inglese guardando le ragazze con lo sguardo commiserevole

in cerca d’aiuto, e quelle non lo badavano proprio, scrollavano le spalle,

si accendevano sigarette a ripetizione. “Cosa vuoi che capisca uno che prende dieci

franchi [cinque euro] al giorno per servire ai tavoli? Cavoli suoi se sbaglia”, beffeggiavano

le signorine con tracotanza. E insomma avevamo fatto la santa siesta dopo

questo pranzo e prima d’entrare ciascuno nella propria camera ci eravamo chiesti:

“Il cameriere, avrà avuto stampato in volto SONO CATTOLICO? Era perciò che le

tipe si prendevano gioco di lui?”.

E poi abbiamo dedicato questo lungo pomeriggio a sentire un paio di vecchi arnesi

del teatro mostariano, Tanja Miletiç-Oruçeviç e Toni Pehar.

Non che la signora fosse particolarmente avanti con l’età. Al contrario, la professoressa

si è presentata a noi inforcando begli occhiali bordò di tartaruga e un’aria sbarazzina

di ex ragazza affascinante e colta. È lo scetticismo che la rendeva più saggia e

attempata dei 45 anni che ha. Docente di Pedagogia del teatro e Teatrologia della

Facoltà di drammaturgia dell’Accademia, Tanja tiene a precisare che lei è uno dei cinque

registi professionisti in città e che, al di là del suo lavoro di docente, ci si barcamena

alla meno peggio come direttore teatrale free lance, con i pagamenti ritardati e

il resto dei problemi tipicamente occidentali con cui tutti i bosniaci stanno imparando

a convivere. Mai stata attrice, se non, “per fortuna del pubblico”, per un brevissimo

periodo da giovane, la regista non crede di poter dire che fra i numerosi studenti che

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negli anni son passati nei suoi corsi possa davvero annoverare un attore o un’attrice

di talento. “Quello che cercano i ragazzi che si iscrivono qui, quello per cui pagano

rette che, al contrario delle altre Facoltà, sono salatissime, è sostanzialmente un’occasione

per conoscere meglio se stessi, per imparare a gestire il linguaggio del corpo,

perché no?, per tessere nuove amicizie. Vedo bene che il vero scopo, a volte, è

debuttare nel cinema, ma non abbiamo attrezzature idonee né competenze per metter

su una produzione audiovisiva di qualità”, dice con risolutezza Tanja Miletiç-

Oruçeviç.

Toni Pehar è molto più catastrofista. Lui sì, anziano attore che ha recitato in centinaia

di pieces, non ultime quelle per i rifugiati e per l’esercito croato di resistenza, Pehar

ha l’aspetto e la voce di un attore americano degli anni Cinquanta. “La cultura scomparirà

prestissimo. La civiltà stessa muore se muoiono le radici. E noi in Bosnia le

radici le abbiamo completamente perse. Siamo divisi, quantunque si pensi il contrario.

Divisi come sempre e più di prima. Abbiamo due società divise, due università,

due programmi. La disoccupazione è un flagello che interessa quasi tutta la popolazione

giovane: come potremo mai entrare in Europa con queste premesse?”, tuona

Toni prendendosela anche con quelli che son fuggiti via, con il suo vicino di casa che

prima della guerra viveva di furtarelli e che ieri è tornato dalla Svizzera per le ferie a

bordo di una Volvo fiammante. “Che bisogno hanno di tornare se in Europa hanno

tutto, l’assegno di disoccupazione, appartamenti con tre camere da letto, auto che

neppure lavorassi per un secolo senza respirare io mi potrei permettere. Se i giovani

vanno via, arrivano i polacchi. Il 90% dei guidatori di autobus è polacco”.

Facciamo notare a Toni, e a Joha che gli fa da ironico interprete, che nel Sud d’Italia

la situazione non è poi così diversa. “Sì, ma voi avete mezzo secolo di normalità alle

spalle. Qui la gente è primitiva, i politici per primi: chiedi loro qual è l’ultimo libro che

hanno letto. E gli scrittori? Uno mette insieme mille marchi e si fa stampare un libro

con l’aiuto di una qualche mafia -ché noi abbiamo tutto al doppio se non al triplo,

anche le mafie. Ecco nato uno scrittore. Solo il 2% della popolazione legge i giornali,

e che giornali. Notizie selezionate, censurate, che blandiscono questo o quel partito”.

Il National Croatian Theatre di cui Pehar era parte fino al 1996 è un teatro che ha

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prodotto rappresentazioni insieme engagé e divertenti. “La gente che viene a teatro

deve essere messa in condizione di capire cosa sta vedendo. Avanguardia è una

parola che non mi piace. La gente deve uscire dallo spettacolo con la contentezza

di chi ha messo in gioco le sue convinzioni, in moto i processi intellettivi”.

E dunque il giorno dopo vogliamo andare a vedere di persona questi famosi giovani

aspiranti attori: ci sono giusto le audizioni per entrare in Accademia, e una Tanja e

un Pehar, in commissione, che sfumacchiando e bevendo caffè ridacchiano dei gesti

maldestri e delle recitazioni stentate dei ragazzi. Questi ultimi, pallidi per l’emozione

e per il lungo viaggio affrontato (vengono qui da tutta la ex Iugoslavia), interpretano

il loro piccolo show con tutta la maestria di cui sono capaci. Nel pubblico ci sono

anche Sejo, e Joha, e tutti i ragazzi del Mostarski Teatar Mladih, attori un po’ per

gioco un po’ per passione. Quello che ci stupisce è la distanza siderale che si crea

fra i cinque membri della commissione e i giovinetti e le ragazzine che aspirano a

entrare in Accademia. Ne abbiamo sentiti un paio, prima di entrare. Gli unici che non

ci abbiano detto, tremolanti, “ti prego, dopo il provino”. Son ragazzi come i nostri.

Ascoltano i Chemical Brothers e leggono Jonathan Franzen. Non ci è sembrato che

fossero così incolti e zotici come il giorno prima Toni Pehar aveva sentenziato. E,

una volta dentro, immobili come statue anche noi, intimoriti dalla solennità con cui

questi navigati attori e registi apostrofavano sardonicamente gli esaminati, abbiamo

avvertito, inesorabile, quel vecchio gap fra generazioni le quali ignorano tutto l’una

dell’altra. Ciascuna chiusa in un cifrario comunicativo che gli è proprio e che non prevede

decodificazioni.

Sensazione che abbiamo rivissuto la sera stessa. Girovagando per i viottoli del centro

storico di Mostar, eravamo incappati nella mostra di due giovani pittori, Boris

Lukiç e Ivana Vidoviç le cui opere ci erano subito molto piaciute e così avevamo

preso questo mezzo appuntamento per far due chiacchiere. Ivana è una bella ventunenne

dai capelli neri che studia in Accademia e ascolta Nick Cave a dispetto dei

suoi quadri i quali, in un patchwork di nastri adesivi e tempere quasi spruzzate sulla

tela, sprigionano colori prevalentemente chiarissimi e tendenti al bianco. “Ok, queste

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sono le mie tele, ma è dentro che mi sento dark”. Anche lei vorrebbe andar via dalla

Bosnia, magari a New York - questi ragazzi si riferiscono all’America veramente

come stesse dietro l’angolo, e questa sensazione è amplificata dall’inglese buonissimo

che parlano, sembrano lontani anni luce dai trentenni dei nostri paesi che non

li smuoveresti dal divano di mammà neppure con un lanciafiamme, come si dice.

L’amico di Ivana, Boris, è un po’ più grande, va per i trenta. Si è iscritto tardi

all’Accademia. Prima di approdarvi, cercava di capire cosa volesse fare di sé. Ha

suonato in un gruppo rock e lavorato in una radio. Entrambi non fanno vita di bohème.

Non conoscono alcuno fra gli artisti che abbiamo conosciuto in questi giorni né i

ragazzi del MIFOC che andremo a trovare domani. Boris ama svisceratamente

Salinger, come noi tutti, e fa queste belle acqueforti in sequenza quasi cinematografica

nelle quali “imprigiona momenti diversi della giornata di gente comune che se ne

va per gli affari propri a spasso per la città”. Sia Boris che Ivana amerebbero lavorare

come scenografi teatrali, ma anch’essi scuotono le spalle. Chi lo può dire cosa sarà

di noi fra cinque anni, in fondo? Quel che è importante adesso è la buona riuscita di

questa exhibition, e andare a bere una birra insieme a noi, se lo desideriamo. La sera

trascorre così, davanti al Ponte Vecchio ricostruito, a raccontarsi le storie e le aspirazioni.

E a proposito del ponte, nessuno cui abbiamo chiesto se lo gradisse o meno,

se gli mettesse malinconia oppure gioia per la vita che riprende, nessuno ha avuto

reazioni d’un qualche interesse per questa riproduzione perfetta dell’antico ponte

secentesco. Scuotono le spalle, dicono che piace ai turisti, sta là, semplicemente.

Eppure, nel 1994, all’epoca della decisione da parte della Comunità internazionale di

ricostruirlo, un ampio dibattito interessò gli ambienti culturali ed europei.

Gilles Péqueux, incaricato della definizione, coordinamento e supervisione degli

studi per la ricostruzione del ponte di Mostar, lasciò il suo incarico in polemica con

la Banca Mondiale che accelerava inutilmente un’opera che avrebbe avuto bisogno

di molta più riflessione culturale prima d’essere avviata. “Il Ponte di Mostar è più un

progetto politico che un progetto di ricostruzione. Non si è mai ricostruito un ponte

simile, non lo si è mai fatto. E il problema è che la sola cosa che interessa alla comunità

internazionale è l’inaugurazione del Ponte. Ma, come quando si vuole fare un

bambino ci vogliono nove mesi per concepirlo, e non sei, se no non riesce, per il

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Ponte è uguale. Oggi, l’impresa che dirige i lavori, cioè che costruisce il Ponte, è

turca, il capomastro è croato, con un po’ di bosniaci. Notiamo che da parte croata c’è

un po’ la volontà di redimere la “colpa” di avere distrutto il Ponte”, dichiarò Péqueux

dopo che con passione aveva fondato una scuola di tagliapietre per coinvolgere il

più possibile la manovalanza locale. “L’aspetto emozionante di quest’opera costruita

nel Sedicesimo secolo è che è più vicina a una scultura collettiva che a un’opera

d’arte classica. La sua bellezza risiede nel fatto che si tratta di un insieme di errori

corretti con una mescolanza di procedure orientali e occidentali. Mostar è in qualche

modo il luogo dove l’Oriente e l’Occidente si sono tesi la mano. L’opera di ricostruzione

si potrà considerare riuscita se riusciremo a riportare la gente a lavorare con

uno stato dello spirito comune”, sottolineò Péqueux dopo che si scelse di assumere

manodopera turca perché più economica anziché quella locale che pure s’era formata

nei corsi da lui stesso avviati.

Oggigiorno la gente dice che è un ponte troppo bianco, e non ha torto, quantunque

siano state riutilizzate parecchie delle grandi pietre che erano appartenute al ponte

distrutto. Ma fra un secolo, è auspicabile e verosimile, non si ricorderà più che quella

costruzione è una copia. Si continuerà a chiamarlo, come già oggi si fa, “ponte vecchio”

e, al di là delle polemiche, resterà parte di un conglomerato urbano che

l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità.

Un ponte tutto umano, fatto di carne e ossa, un ponte di culture e tradizioni molto diverse

tra di loro sono invece impegnati quotidianamente a costruire gli straordinari ragazzi

del circuito che si raccoglie attorno al Centro Culturale Abraseviç. Cercare di dipanare

l’aggrovigliata rete di associazioni ed enti strettamente interconnessi tra di loro e

operanti fianco a fianco anche fisicamente: è impresa che ci aiuta a compiere Nedim

Cisiç, ventinove anni, una forza della natura impegnata in mille progetti e mille attività

diverse tra di loro ma tutte dirette a rendere Mostar una città giovane, culla di cultura

underground internazionale, brulicare incessante di manifestazioni piccole e grandi

che, lui spera, alla lunga porteranno i loro frutti sulla civiltà erzegovese post-bellica.

Ed è così che questo ragazzo che durante la guerra è vissuto a Bari e parla un italiano

perfetto e ha visitato molti Paesi e dunque sa fare le proporzioni, sa riconosce-

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re che “queste cose spesso in altri posti non hanno più senso, ma qui no. Noi occupiamo

spazi distrutti, li ricicliamo, li facciamo rivivere, coloriamo le prime linee, tutto

questo è forse soltanto simbolico, ma serve, senti che stai facendo una buona cosa”.

Questo ragazzo, che ci risulta immediatamente simpatico e con il quale stabiliamo

finalmente una sintonia emotiva forte, ci elenca le associazioni coinvolte nel MIFOC,

il Mostar International Festival Organization Committee. Partner locali e internazionali:

il “suo” Alternative Institute, il Mladi Most Film Club, il Drugi Most, la città di

Guernica, la Rai di Barcelona, il Sicart Art, l’italiana ARCI.

“L’Istituto alternativo nasce con l’intenzione di far cultura di base con i giovani mostariani.

L’Arci è il principale finanziatore, perché, lo saprai, ormai in tutta Europa le

parole d’ordine sono: progetto, partnership, piattaforma. È un lavoraccio defatigante

e si finisce per trascurare l’arte ma è l’unico modo per sopravvivere, per avere attrezzature

per tutte le associazioni che orbitano attorno ad Abraseviç. Adesso stiamo

cercando di diventare più autonomi, di investire. Abbiamo sgobbato per tenere aperto

un piccolo club che ospita anche un festival dei cortometraggi. Eravamo gli unici

ad avere i camerieri in regola. Ma un giorno arriva la Guardia di Finanza e chiude

tutto, così: con la sola spiegazione che non avevamo la licenza e senza prendersi la

briga di controllare i nostri documenti che risultavano invece in perfetta regola. Allora

noi non demordiamo. Paghiamo tutte le multe, andiamo a parlare fin con il Ministro,

e quello ci rivela che non eravamo graditi ai bar concorrenti della zona. Ho messo su

un putiferio sui media. Ho detto al Ministro: . Anche la città di Mostar ci mette i bastoni fra le ruote di continuo.

Eppure realizziamo opere che sono uniche in tutta la ex Iugoslavia. La nostra rivista

letteraria compra di continuo all’estero diritti di traduzione di autori che altrimenti

rimarrebbero sconosciuti in Bosnia. Grazie all’Arci qui arrivano stagisti da tutto il

mondo, in questo momento ci sono 15 peace-keepers ad aiutarci a metter su il

Festival, che è il lavoro più grosso per noi. Arrivano a Mostar 300 artisti da tutto il

mondo. Riusciamo a organizzare pullman che partono dalla Spagna e arrivano qui

a portare pittori, scultori, musicisti, attori, installatori, scrittori. È un progetto no-budget.

Gli ospiti sanno che non avranno compenso. Centinaia di giovani restano qui per

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due settimane, accontentandosi di dormire nei sacchi a pelo nelle scuole. Inondano

la città di stimoli nuovi, di colori diversi. Il prossimo anno sarà il decimo eppure il pubblico

locale è ancora latitante…”.

In effetti, c’è di che aver paura ad addentrarsi in questa selva di erbacce e cemento

armato cadente in cui è momentaneamente ospitato il centro Abraseviç. In città era

comunemente noto come il posto dove i tossici si vanno a fare. Ma con l’arrivo dell’uragano

Abraseviç la canzone è cambiata. Andiamo a visitare il Centro insieme a

Nedim. Si tratta di un pallone tensostatico montato al centro di uno stadio in costruzione

poi abbandonato in seguito alla guerra. All’interno trova ospitalità una lunga

teoria di container ciascuno dei quali è affidato a un’associazione diversa che riunisce

ragazzi e ragazze di almeno cinque paesi diversi. Le francesi del Mladi Most Film

Club ci spiegano che, grazie alle munificenze internazionali, son riusciti a comprare

un proiettore professionale e a montarlo su un furgone che gira per i paesi

dell’Erzegovina per portare il Cinema nei centri più sperduti. Inoltre organizzano

retrospettive e producono corti grazie anche alle più sofisticate tecnologie multimediali

che, lo vediamo, per queste ragazze non hanno segreti.

Nedim incalza: “Ti sembra tutto bello, ma non hai idea di che fatica tenere in piedi

questa struttura. Ci trasferiremo presto in un bellissimo centro che stiamo ristrutturando

con le nostre mani, ma è il solito trucchetto. Il Comune ci regala questo spazio

ma mancano le concessioni edilizie, manca il certificato di proprietà, una vera

patata bollente. Quando abbiamo messo sul tavolo dei politici diecimila firme perché

ci dessero la possibilità di smentire una volta per tutte che si fa cultura e non abbiamo

tempo neppure per pensare alle droghe e ai tossici -che pure ospitiamo durante

le manifestazioni come farebbe chiunque dotato di umanità- loro, i politici, son rimasti

senza parole, non avevano proprio argomenti per controbattere”.

Il flusso comunicativo di Nedim è inarrestabile come inarrestabile è la sequela di

eventi grandi e piccoli che si producono fra l’Istituto Alternativo e Abraseviç. In

novembre organizzano un festival itinerante per l’Europa, e sono partner giovani

della Biennale organizzata dall’ARCI che vede nel torinese Alessandro Stillo l’infati-

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cabile tessitore dei contatti che ogni due anni portano a quest’evento ormai tradizionale.

L’altro partner bosniaco è a Sarajevo e risponde al nome di Mr. Ibrahim Spahic,

“l’imperatore”, come lo chiama affettuosamente Nedim. “Lui ha le mani in pasta dappertutto.

Dal Winter Festival al Sarajevo Film Festival al MESS: le tre più grosse

manifestazioni del Paese nonché quelle che assorbono l’intero budget del Ministero

della Cultura. Certo, se non ci fosse lui, tutta la Bosnia sarebbe più povera. Tuttavia

questi grossi eventi servono solo da spot pubblicitario internazionale. A chi sono

rivolte? A chi si può permettere gli spettacoli, cioè pochissimi. L’impatto di queste

manifestazioni sulla città è bassissimo, non servono a stimolare la gente qualunque,

farla crescere. Con il mio gruppo abbiamo partecipato l’anno scorso al Winter

Festival. Hanno voluto che arrivassimo in teatro a bordo di una Mercedes e la nostra

passerella si svolse su un tappeto rosso, per non parlare del lusso dell’hotel. Con i

soldi statali puoi fare tutti i cocktail party che ti pare. Andare a Cannes e affittare la

più bella sala e invitare le televisioni e una star holliwoodiana. Ma tutta questa paccottiglia

resta solo pubblicità, un modo per dire al mondo occidentale: possiamo fare

le stesse cose che fate voi, siamo cresciuti, dateci spazio”.

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Verso Sarajevo

Ecosì decidiamo che è ora di andare a vedere Sarajevo, di constatare sul campo

le mitologie della provincia, di incontrare i personaggi influenti che nell’Erzegovina

fanno discutere e insieme affascinano.

Un bel po’ di nomi e indirizzi ce l’avevamo già, alcuni dei quali corrispondenti alle dritte

che Eugene, sulla corriera per Mostar, ci aveva scritto sugli enormi fogli bianchi,

oltre che ripetutamente menzionati dalle molte persone che abbiamo sentito a Mostar.

Avremmo voluto sperimentare la tratta ferroviaria appena riaperta che collega le due

città più importanti del Paese, ma Joha ci ha sconsigliati vivamente poiché già col

pullman il viaggio è lungo e tremolante per via dei molti tornanti che si inerpicano per

le montagne: col treno il nostro viaggio sarebbe somigliato a una traversata oceanica,

e di tempo a disposizione ce ne era rimasto davvero poco.

Abbiamo attraversato un nubifragio spettacolare che faceva procedere il torpedone

a trenta chilometri orari e, una volta arrivati nella capitale, dopo un orribile pranzo

nella peggiore bettola del centro, abbiamo fatto i conti con un giuggiolone di trent’anni

che commentava ad alta voce ciascun gesto eseguisse e, da copione collaudato

in cento viaggi, abbiamo abboccato alla mappa che ci ha mostrato e che dipingeva

il dannato ostello giusto dietro l’angolo dell’ufficio. E così, stanchissimi e accaldati

dall’umidità che propalava dopo il temporale, abbiamo scarpinato per mezz’ora di

salita ripidissima per raggiungere queste due camere sulla cima della collina col bietolone

che ci incitava ad allungare il passo “visto che siete così giovani”. E però dall’ostello

potevi inalare la magia di un amalgama di richiami alla preghiera e di scampanellii

e tetti di chiese ciascuno diverso dall’altro, peculiarità forse senza uguali nel

Vecchio Continente. E, così, fra un megafono che gracchiava salmi coranici e lo zuccone

che discuteva giù in cortile col padre, con questa lista di divieti appesa in camera

che ci siamo precipitati subito a infrangere (dopo la scarpinata a tradimento,

accendersi un sigaretta era il minimo che potessimo infliggere all’albergatore Dottore

in Economia), una bibbia che troneggiava su ogni comodino della pensione: ci siamo

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addormentati fino a sera su una delle costole maledette di Sarajevo -un po’ più su

da qui, cecchini serbi lanciavano granate infernali contro gente inerme.

Dopo, ci siamo messi a cercare i responsabili del MESS, il Sarajevo Theatre Festival,

del Winter Festival e del Sarajevo Film Festival -ricerca che sostanzialmente consisteva

in un unico colpo che o ti va bene subito oppure te ne torni a mani vuote: rintracciare

“l’Imperatore” Mister Ibrahim Spahic. Avevo un numero di telefono privato,

faticosamente snidato, ma quel mobile risultava o spento oppure risuonante a vuoto

chissà in quale angolo della città. La carta successiva non poteva essere che la

segretaria, della quale pure non era stato facile trovare il numero di telefono. “Oh mio

dio, non so più cosa risponderle, mi creda, Mr. Spahic è in Polonia e ritorna fra tre

giorni, oggi soltanto ho ricevuto almeno sei telefonate di gente che lo vuole intervistare,

cosa posso farci?”. Le rivelo che posseggo il numero privato del leader del Partito

Democratico, ne è sorpresa, mi spinge a provare a intervistarlo al telefono e, comunque,

mi invita in ufficio a dare un’occhiata alla sede della loro organizzazione.

Andiamo per strada. Lungo la Marsala Tita sorridenti ragazze ti accolgono invariabilmente

con un Welcome spontaneo e festoso.

Vogliamo vedere anzitutto il mercato dell’eccidio, quello che fece decidere alla

Comunità Internazionale di finalmente intervenire.

Ho tirato un bel respiro di sollievo quando ho constatato che il maledetto capannone,

così come il famigerato ponte del Tiro A Segno Al Passante, e la gran parte dei

luoghi che distrattamente avevamo guardato nei tg con la bocca piena di polpette al

sugo, son tutti ricostruiti e ricolmi d’ogni ben di dio e popolati da gente fiduciosa e

mediamente molto istruita.

Ogni dieci minuti chiamo Spahic. Lo becco verso le nove di sera, un po’ prima di

sedermi a mangiare una pizza.

“Mr. Spahic, come nasce il Winter Festival?”.

“È un festival che raccoglie artisti da 35 paesi, e si svolge lungo un arco di tempo che

dure oltre un mese. È stato organizzato per la prima volta all’inizio del 1985”, attacca

Spahic dalla Polonia come mettesse su un disco. “Abbiamo messo insieme 600

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giorni di performance e mostre di 11.000 artisti diversi e visitate da 2 milioni di persone.

Il Festival è stato anche allestito durante l’assedio, nel ’92, ’93, ’94 ’95. La

nostra organizzazione, insieme con il Centro Internazionale per la Pace preparò questo

progetto chiamato Sarajevo città aperta e supportato dall’Unione Europea,

dall’UNESCO, dalla Regione di Bruxelles e dalla Open Road Stockholm - Sarajevo”.

“Che rapporti ci sono fra voi e questo Centro per la Pace?”. “Sono i nostri promotori,

coloro i quali hanno trasformato quest’evento in un inno alla pace tra i popoli”. “Il

prossimo Festival è già pronto per partire?” “Il suo titolo sarà Cittadini di una metropoli.

Abbiamo fatto un seminario in maggio in Olanda. Si chiamava Villaggio

Globale e la questione era: i villaggi stanno per essere connessi con la città globale

oppure i cittadini delle città nel mondo stanno per diventare sempre più isolati fra

loro e perciò diventare paesani? Tema interessantissimo, che abbiamo fatto nostro

per il Festival del 2005”.

È su quest’ultima affermazione che cade la linea. Per oggi è abbastanza.

Il giorno che segue seguiamo l’intero circuito della Marsala Tita e della Obula Kulina

Bana alla ricerca sia degli uffici del MESS che di quelli del Winter Festival. Tuttavia al

numero civico che ci aveva indicato la segretaria di Spahic non c’è che un’abitazione

privata dall’aria un po’ insalubre che ci fa capire che stiamo perdendo tempo. Proviamo

a chiamare Dino Mustafic, il presidente della Fondazione che organizza il MESS, nonché

giovane esponente di quella nouvelle vague cinematografica bosniaca che vede

in Danis Tanovic, l’autore di No Man’s Land premiato con l’Oscar come miglior film

straniero nel 2001, il maggiore e più famoso esponente. Ci risponde con molto garbo

che si trova in vacanza in Croazia, e che avremmo potuto comunque ricavare un mucchio

di informazioni dai due fratelli figli del sindaco di Sarajevo i quali, ancora trentenni,

sono ottimi filmakers oltre che collaboratori del MESS.

Li contattiamo, i fratelli talentuosi, ma sono in vacanza anche loro e il tempo che abbiamo

a disposizione ci lascia giusto la possibilità di dedicarci ai due più grossi quotidiani

del Paese: “Avaz” (la Voce) e “Oslobodjenje” (Liberazione) le cui redazioni sono una a

fianco all’altra nel modernissimo Centro Commerciale Direzionale della città.

Raggiungiamo in taxi i grattacieli a sud di Sarajevo. Fa molto caldo ma la

Volkswagen ha l’aria condizionata e per più di mezz’ora possiamo osservare le stra-

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tificazioni successive di questa città, gli alveari grigio scuro dall’aria sovietica -pure

se agli architetti di Tito questo aggettivo sarebbe suonato stonato e oltraggioso; e le

villette a schiera della prima tornata di occidentalizzazione, e a seguire i bei palazzi

costruiti dopo la guerra fra i quali puoi indovinare qualche Aldo Rossi e molta architettura

di scuola portoghese. Giù fino alla sede delle Nazioni Unite e agli skyscrapers

dell’alta finanza fra i quali quello di “Avaz” che assomiglia allo Shuttle sulla rampa di

lancio. Subito a fianco ad “Avaz”, piatto e anonimo, l’edificio che ospita l’elefantiaca

redazione di “Oslobodjenje”. Prima di far visita a un cronista culturale di ciascuna

delle testate decidiamo di pranzare nel ristorante in cima al palazzo, uno di questi

dischi volanti da mandarti di traverso i cavoletti di Bruxelles per via che mentre mangi

giri di 360° su questa giostra circolare così da osservare, lentamente ma quanto

basta per rendere l’operazione insopportabile, tutta la vallata che ospita la città di

Sarajevo e poi l’aeroporto, e le campagne, poi le montagne, e grattacieli ancora, e

vallata dopo un giro completo.

La sera prima, in albergo, avevo riletto una serie di saggi e articoli raccolti sulla stampa

bosniaca. L’attuale scenario della carta stampata è dominato da un incolmabile

divario tra pubblicazioni vicine ai nazionalisti al potere nelle due Entità della Bosnia,

la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Srpska (RS), e pubblicazioni

indipendenti. Una disputa tra i principali quotidiani della Federazione ha ora

ampliato questo divario. Il quotidiano ex socialista “Oslobodjenje”, un’icona degli anni

di guerra ma da allora in forte declino, e il fortunato “Dnevni Avaz”, hanno alzato il

livello del loro scontro verbale quando alcune ricchissime società bosniache si sono

accordate per dare la scalata al capitale di “Oslobodjenje” con l’intento di riscattare

il giornale da un debito di 5 milioni di euro.

“Dnevni Avaz” e il settimanale “Ljiljan”, entrambe pubblicazioni di orientamento prevalentemente

bosgnacco (bosniaco musulmano), hanno accusato individui affiliati o

sospettati di affiliazione con queste società di abusare di fondi statali per aiutare

“Oslobodjenje”. I critici prendono di mira in particolare il vice presidente del Partito di

Azione Democratica (SDA), figlio dell’ex presidente Alija Izetbegovic, Bakir

Izetbegovic.

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“Oslobodjenje” ha recentemente avvicinato alcune importanti società bosniache proponendo

loro di investire fondi per privatizzare ulteriormente il giornale. “Avaz” ha

nuovamente sollevato dubbi sulla vera natura di questa operazione, e

“Oslobodjenje” ha risposto accusando “Avaz” di aver creato il suo impero con metodi

criminali e col supporto delle élite al potere.

Il direttore del settimanale indipendente “Slobodna Bosna”, Asim Metiljevic, ha detto

che le istituzioni bosniache, incluse la polizia e l’esercito, hanno fornito aiuto logistico

ad “Avaz” durante la guerra. In effetti il giornale, allora chiamato “Bosnjacki Avaz”

(La Voce Bosniaca), era distribuito perfino mentre Sarajevo era sotto assedio. Ma

Metiljevic pensa che il giornale possa semplicemente essere divenuto troppo potente,

e che ci sia ora una crescente insoddisfazione tra alcuni membri dell’SDA, i quali

starebbero tentando di contrastare la sua influenza. Un contrappeso adeguato

potrebbe venire da un rinnovato “Oslobodjenje”. Ma prima che questo accada, il giornale

dev’essere allontanato dalla soglia della bancarotta.

Quando incontriamo la redattrice culturale di “Oslobodjenje”, Nada Salom, questa ci

racconta che il giornale fu pubblicato per la prima volta nel 1943 come parte della

lotta contro il fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, e che in seguito ha continuato

ad essere pubblicato lungo tutto il mezzo secolo di comunismo, compresi i

giorni dell’assedio di Sarajevo, dal 1992 al 1995.

Durante la guerra, “Oslobodjenje” divenne un emblema della perseveranza di

Sarajevo e ricevette una dozzina di premi internazionali per il coraggio dei suoi

reporter. Fu nominato Giornale dell’Anno dalla BBC e da Granada TV nel 1993. Ma

il giornale uscì dalla guerra ridotto a un’ombra di ciò che era stato. Un’infrastruttura

distrutta, debiti, e lo stile di gestione socialista, che aveva condotto a una forza lavoro

sovradimensionata, portarono il giornale a un rapido declino. Nel corso della privatizzazione,

non poté neppure comprare i suoi impianti di stampa, che andarono

invece ad “Avaz”.

“Durante la guerra, ci muovevamo commercialmente senza alcun riguardo per i costi

economici. Il nostro giornale costava come due sigarette sul mercato cittadino. Allora

non riuscivamo a considerare questi aspetti, e abbiamo fatto considerevoli errori

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nella nostra strategia commerciale”, dice Nada.

Secondo la stessa Nada Salom un giornale come “Oslobodjenje”, con una tiratura

inferiore a 10.000 copie, non può mantenere 260 impiegati. (“Avaz” ha una tiratura

intorno alle 30.000 copie).

“‘Avaz’ segue una logica economica: ha tanti impiegati quanti ne permette la tiratura.

‘Oslobodjenje’ ha molti più impiegati di quanti ne abbia mai avuti fin da prima della

guerra… e non ha una politica economica razionale”, afferma “qualcuno presto dovrà

dire ad un gran numero di persone che lavorano per ‘Oslobodjenje’ di andarsene.”

Il redattore di “Avaz” Nedim Kontic, che incontriamo subito dopo, ribatte: “In senso

giornalistico ed affaristico, ‘Avaz’ è molto più forte e più capace di ‘Oslobodjenje’, che

confida nella sua storia… ‘Avaz’ ha un’ossatura giornalistica molto forte e reagisce

molto rapidamente, diversamente da ‘Oslobodjenje’, il quale che si affida ancora alle

vecchie firme che scrivono gli editoriali. ‘Avaz’ rappresenta un’espressione della

Bosnia del dopoguerra, mentre ‘Oslobodjenje’ è un residuo della Bosnia d’anteguerra.

Queste due posizioni sono in definitiva inconciliabili. Molti dei vecchi valori civici

sono scomparsi, e nuovi valori non sono ancora emersi. ‘Avaz’ riflette proprio questa

nuova realtà sociale. Per esempio, il giornale copre l’industria dell’intrattenimento,

ma non ha una pagina culturale degna di nota, mentre ‘Oslobodjenje’ continua ad

occuparsi di temi privi di rilevanza economica. Ma in fondo, dice, ‘Oslobodjenje’ è un

brutto giornale che si nutre del suo sbiadito prestigio, come le sue controparti dell’era

comunista ‘Vjesnik’ in Croazia e ‘Politika’ in Serbia. Temo che il pubblico di lettori di

‘Oslobodjenje’, un giornale per la classe media, civico, di ampie vedute, sia in declino.

‘Oslobodjenje’ in quanto ‘Oslobodjenje’ sta scomparendo. Il deterioramento degli standard

giornalistici potrebbe essere solo un sintomo di una società che attraversa una

fase di scompiglio, emergendo da una guerra e da un governo a partito unico. L’attuale

misero stato del giornalismo bosniaco è forse solo transitorio. Ma non promette nulla

di buono per una società che ha bisogno di ritrovare forza e fiducia in se stessa”.

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Mostar again

Dopo aver sperimentato anche i tram di Sarajevo che arrancavano dall’estrema

periferia verso la nostra stazione degli autobus, siamo voluti subito ripartire per

riservare ancora un paio di giorni alla cittadina erzegovese distante da Bari duecento

chilometri di Adriatico. Ci è sembrato che Mostar, con le sue due piccole università

che fra mille difficoltà cercano di conformare i programmi, con i tantissimi

matrimoni misti (seconda città nell’area dopo Vukovar, per questo), con i suoi mille

caffè sempre aperti, con la propensione meridiana alla chiacchiera protratta per ore,

con i tanti giovani andati via e con quelli che eroicamente son rimasti, ci è sembrato

che ricordasse talmente le nostre città del Meridione che immaginare che questa

gente tiri avanti la carretta godendo di uno status economico giuridico e sociale

incerto e di gran lunga più precario della ormai pure assai instabile way of life europea,

restare a scambiare impressioni con loro fosse l’unico atto di amicizia colpevolmente

ritardata che con umiltà avessimo potuto donar loro.

Insieme ai ragazzi del MMT abbiamo trascorso l’ultima sera in Bosnia. Li abbiamo

osservati mentre mettevano a punto una scena di una piece prima di partire per le

vacanze estive. Abbiamo chiesto loro di raccontarci della loro esperienza al Mostar

Youth Theatre, e della loro vita, della musica che ascoltano, dei progetti che hanno

per il futuro.

Un po’ tutti si appassionano a questo straordinario misto di musica, danza, recitazione,

yoga, video e body-art “che solo dopo diecine e diecine di rappresentazioni

diventa una vera opera”, come sottolinea amorevolmente l’ottimo Joha, per rilassarsi,

per imparare a prendere confidenza con il proprio corpo e con il suo linguaggio

nonché con le regioni emozionali più riposte di se stessi. È il metodo del vecchio

Grotowskji, naturalmente, ma non senza disdegnare talune esperienze avanguardistiche

del Novecento come quella del brasiliano Augusto Boal. Proseguiamo la serata

sulla terrazza del “bagno turco” ristrutturato. I ragazzi si fanno in due dalle risate

imitando i loro professori universitari di inglese e gli esercizi di pronuncia. Sembrano

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spensierati e per nulla spaventati dal Futuro. Pure Joha, che ha 37 anni -la mia stessa

età e del grande Sejo (di cui Joha si sente figlio putativo) che è appena tornato

dal suo workshop sulla Luna (l’Italia, cioè, verso cui viaggiare è difficile come volare

su un satellite: l’ambasciata che ti chiede di tornare sette volte, e di esibire le fotocopie

degli euro che porterai con te, e le traversie del viaggio, e i soldi del progetto che

chissà quando si vedranno, decurtati della tassazione sia in Italia che in Bosnia)-,

pure Joha, dicevo, ha trovato la sua strada, e lo ha fatto ormai quindici anni fa e oggi

è un uomo felice e innamorato della sua bella dolcissima regista greca incontrata

grazie al MMT. Ci racconta del giorno in cui, seduto al bar a chiacchierare con un

americano, gli era sembrato che il tizio avesse un aspetto familiare. E che quando,

dopo aver conversato per due ore, quello disse: “Scusami, stiamo parlando da ore,

presentiamoci, io sono Brian Eno”, lui, Joha, sarebbe voluto sprofondare in un buco

nero piuttosto che ammettere di non aver riconosciuto uno dei due suoi più grandi

idoli (l’altro è Sakamoto). Perché Mostar è così. Una città dove ti può capitare di trovarti

a chiacchierare con Brian Eno. Una città che genera cultura ad altissimo livello

e a ritmo incessante. La compagnia dei nostri amici, per esempio, oltre che sulla

Luna, su questo brutto paese che sta diventando l’Italia (ché un Paese che non

rispetta gli artisti, che li umilia, non può che essere mostruoso e imbarazzante per

noi stessi che lì viviamo), ha girato a lungo per l’Europa, per la Russia, l’Asia

(Singapore, Taiwan), gli Stati Uniti portando l’antica cultura teatrale bosniaca, attraverso

workshop e pièce, nelle Università e nei paesini, nei grandi teatri e nelle piazze,

nei Festival e nei treni e negli aerei.

A un certo punto m’ero distratto, lassù sulla terrazza. Stavo guardando il sole sparire

oltre la montagna dove si staglia la croce cattolica. Ho sentito solo che Joha stava parlando

con Francesco di qualcuno che viene dall’America ogni due anni a studiare i

fenomeni teatrali della Bosnia-Erzegovina. Mi sono riavuto e fattomi ripetere il concetto.

Ho collegato subito. “È una donna sui sessanta di origini greche?”. “Esattamente”,

ha risposto Joha, “è una vecchia amica, un’antropologa di Washington che qui ha

comprato casa e che rivediamo un mese d’estate ogni due anni”. Si tratta di Eugene,

la donna che avevamo incontrato sulla corriera Dubrovnik-Mostar.

Al ritorno in albergo ho pensato che sarebbe stato gentile, alla fine del viaggio, chia-

33


marla. Ma aveva già pensato lei stessa di farsi viva. La cameriera si scusa moltissimo

per essersi dimenticata di darmi questa lettera che Eugene aveva lasciato ormai

cinque giorni prima per me. Oltre a un’altra sfilza di nomi e indirizzi, Eugene mi chiedeva

se non avessi gradito bere un caffè con lei sulla stessa terrazza dell’hotel (in

fondo al foglio A3 a righe sul quale aveva scritto la lettera, questa volta Eugene,

prima del suo nome e del suo cognome, aveva aggiunto un echeggiante PhD). E

dunque, la mattina seguente, dopo aver chiacchierato mentre il sole sorgeva sui

monti con un astronomo ginevrino in vacanza, ho rivisto Eugene, e abbiamo conversato

per esattamente un’ora intorno all’atmosfera incantata che si respira in questa

città, alle origini greche della professoressa, alla volta che a vent’anni incontrò suo

marito Christian in vacanza ad Atene e gli disse: “Portami via e sposami oppure vai

via per sempre”, e partirono per gli Stati Uniti e da allora le sue incursioni in Europa

si son fatte sempre più rade tranne che negli ultimi dieci anni, da quando s’è innamorata

di quest’angolo dei Balcani. Le ho confessato una mia antica passione per la

Grecia, e il fatto che il mio analista Sotirios venga dalla Tessaglia.

Allo scoccare dell’ora, da brava americana organizzata, si è alzata in piedi e mi ha

congedato senza troppe moine correndo verso i suoi appuntamenti del mattino.

Dopo cinque minuti è comparso Lanzo in terrazza con la faccia plissettata di chi, di

un Paese straniero, ha fatto conoscenza anche in senso biblico. Dopo che s’è ripreso,

siamo ripartiti coi nostri valigioni per tornare sulla Luna.

34


AR.CO, Artistic connections

For an adriatic network of performing arts

Main aim of AR.Co project, launched by Interreg IIIA Crossborder Adriatic

Programme is:

a) building a European cultural network in the adriatic area among public administrations

, Company associations and Enterprises working for the promotion and production

of performance

b) creating a common cultural artistic space through the exchange of experiences,

competences and innovative practeces of theatrical and artistic job, reinforcing the

link between the world of vocational education and training and the labour market in

the sector of theatre performance

c) improving the quality of services about the promotion of artistic and cultural activities

especially

Puglia Region is lead partner with involment as partnes of Abruzzo Region, City of

Smederevo (Serbia), Centar Za Kulturu di Smederevo (Serbia), Mostar Youth

Theatre (Bosnia), City of Nardò, Gallipoli and Novoli, Academy of Arts-Tirana

(Albania), Drugo More Association of Rijeka (Croatia), National Theatre of Opera

and Ballet-Tirana (Albania), National Theatre for Children-Tirana (Albania), Ministry

of Culture (Montenegro).

This first reportage is the result of research activities targeted to the knowledge of

culturale landascape and partners’ countries.

37


Where the shotguns

no longer play

Wandering between Herzegovina and Bosnia

by Livio Romano

(with the contribution of Francesco Lanzo)

translated by Elena Manca


“Everything drives us to surpass, to cross:

the disorder, the death or the absurdity.

Because everything is passage, is a bridge with

dying out in the infinity edges,

and all the bridges on this earth are toys to it,

are pale symbols.

Whereas our hope is on that other side”.

Ivo Andric

(Bosnian writer)

,


When we got to Dubrovnik and took the coach to Mostar, we couldn’t have

imagined in that short distance we would be asked to show our passports

four times. A sixty year-old American woman explained it to us: Croatia

embraces Bosnia-Herzegovina, leaving this country only a small strip of

land facing the Adriatic Sea. So, as the coaches cross the border, they

skirt this strip several times while climbing the hills to get to the Herzegovinian town

of Mostar. The woman on the coach asked us if we were there on business and we

said yes. In a sense this was a business trip -a special business called culture. The

woman brightened at the news. She had been talking to a beautiful Bosnian woman

back from San Francisco after three years, a television reporter who was looking

around trying to recognize a house or a reassuring landscape, but whose look got

more and more confused as the coach got nearer to the Bosnian capital. Then the

middle-aged woman stopped talking with the reporter, took a note pad which looked

like a blackboard out of her bag, and started writing names, addresses, telephone

numbers, and email addresses for us. “You must interview this one. . . and you can’t

miss this other one. . .” “Pay a visit to this theatre. . . and to this art studio. . ..” When

she had filled a page with ink, she ripped it out and gave it to us. After that she continued

to write new lists, and also to draw maps with directions, street names, and

numbers. What comforted us was that many of the people mentioned by Eugene

were actually people that we had planned to meet, whose addresses we had found

thanks to many phone calls and sleepless nights on the Internet. I tried to understand

why a woman from Washington was on that Bosnian coach. When you haven’t spoken

a foreign language for a long time, the first hours are very difficult. You have to

tune your ear, just as you have to tune your radio when you’re off of the usual roads

that you drive on. This is to say that it was quite hard to grasp all the details about

this woman who spends a month in Mostar every two years and who kept on saying

that the town is wonderful.

In Mostar, we gave in to the temptation to be cheated by the typical taxi driver who

wants a higher fare and assures you that your hotel is far away. Later, on foot, we

checked the way the taxi driver had chosen. It was an unnecessarily-long and win-

43


ding road instead of the 400 meter route that he should have taken; but we didn’t

take it badly at all, because in Italy that taxi ride would have cost at least 5 euros,

while in Mostar you pay about two francs, less than one euro - the price of 1 kilo of

meat or of a Runhill packet of cigarettes.

Joha welcomed us. He was a theatre-man whose face clearly revealed how much

he had seen and suffered. However, Bosnians are like this. They habitually shrug

their shoulders - young and old people alike, beautiful 25 year-old women as well as

old women. It is as if they wanted to free themselves from a madness which does

not belong to them. We were on the Bristol Hotel terrace with Joha, and I couldn’t

help starting to talk about the war, because everything around us spoke of that horror

which came to a provisional end with the Washington agreements ten years ago.

Joha told us about the nationalist military force which came to Mostar and swept up

all the Muslims, piled them onto the lorries and took them to the concentration camps

up in the hills, to the firing line opposite the Croatian one. Joha is the same years old

as I am, but back when I was sitting at a table in a coffee shop talking about Ortega

y Gasset, he was here being handcuffed because of his surname. Within a few

metres of where he was being arrested, the Spanish UN blue helmets had been filming

the scene as if they were on a safari. Joha is a blunt man. When the opportunity

arose, hungry and humiliated, he managed to get near one of the fanatics of television

filming. He asked them what in hell they are there for, and what the point is in

playing boy scouts in the middle of a civil war. The Spanish soldier was as blunt as

he: “I’ll go back to Madrid in three months where I’m going to open a bar with the

money I’ve been given for this mission, and if it isn’t enough I’ll come back here for

three more months.” Joha’s life could have been worse, after all, if we do not consider

the hundreds of Muslims from Mostar who were killed under the UN boy scouts’

helpless eyes, or the feeling of being mice in a trap, or the nights spent searching for

food. If we do not consider that the catholic Croatians had furiously and without thinking

destroyed the old Ottoman bridge, the symbol of the ancient melting pot of four

different religions and traditions living together in the same town in which Joha, the

theatre man, and many other people had believed. If we do not consider all that,

44

Joha could have gone through worse than this. This is why he shrugs his shoulders,

like everyone. Later, the Americans arrived. Seven trailer trucks full of condoms,

food, and clothes. And money to rebuild. The Italians have also been generous. They

have rebuilt a building where today there is a public swimming pool, a terrace with

bar and disco, a room for rehabilitative therapy, and the small theatrical company run

by Joha and Sejo, who have spent years teaching the theatre to young people - the

art of using the whole body to interact with people, the importance of enacting the

multiculturalism through a mixture of literatures and gestures that help display it. In

the town, this building is commonly known as the “Turkish bath,” and it stands next

to one of the many tottering debris of the war a few metres from where a Serbian

grenade blew up three Italian reporters who were about to go on the air in the middle

of the racial brawl equipped with automatical weapons. Joha shrugged his shoulders

between his coffee, many cigarettes, and a witticism on the primitive man’s corruption,

and made an apathetic face that conveyed the feeling of the people who are

tiptoeing into Europe without that impulsive joy that is common to Italians. That halfdistrustful

and half-curious face is typical of those who have experienced how unsuccessful,

if not disastrous, the much-advertised thaumaturgic virtues of Western

Democracy have been. The UN and the dream they brought are dead, but come with

me and you’ll see that the only value worth troubling ourselves over, culture, is alive

here in Mostar and Sarajevo and only asks for space to grow. So we went around

to see academies and art studios, exhibitions and theatres, and free-radio broadcast

stations. We listened to lots of painters, actors, musicians, and journalists every day.

Almost all looked happy and optimistic.

At the Pavarotti Centre, inaugurated by Bono Vox, Jovanotti, Litfiba, Brian Eno, and

Zucchero in 1997, they treat the mental disorders of children whose parents bore the

horror of ethnic cleansing with their own eyes. There you can breathe an international

and elegant atmosphere. “The Mostar Music Centre will be the first meaningful

step in the reconstruction, the symbol of a hope for those who can, that life starts

again,” Brian Eno said on the inauguration day. The director, Ann Skeef, speaks

English fluently, like most people with a secondary education. She insisted on stres-

45


sing that there is no difference between East Mostar and West Mostar, that children

are children and that all the youth there are lay even though religious leaders are

competing for the highest and the most resonant minaret (the catholic tower bell

which has been recently built is a one hundred metre high eyesore along with a giant

neon cross put on one of the hills of horrors, that of the Croatian frontline). While we

were talking to Ann, we got the news of the London terrorist attacks. The director had

lived in London for many years. Joha has many friends there too. We were shocked

and mystified. We spent half an hour sending and getting sms and reading the CNN

news on the web. What got broken? What got broken in the West? We asked each

other in that office. Joha crinkled his nose and shrugged his shoulders. The director

pushed her arms forward and then pulled them back as if to find balance after the

news. Then she stooped her shoulders, pulled her neck forward, she made an apathetic

face too. It was a very elegant and artificial way of refusing to fall again into the

nightmare. Violence, hate, war: Bosnians do not want to go through them anymore.

Ann lighted up a cigarette. She went back to speaking about music therapy and fee

the patrons of the Centre must pay from September on. She remembered a young

Croatian collaborator of the Centre, Katerina Ivicevic, a girl who had firmly believed

that Croatians and Muslims could live together again and who committed suicide at

the age of 23 in 1998. The director gave us a poem by Katerina:

wounded slopes of history

flower in untimely season

when children’s voices

silenced by an unholy hail

rise to the sun without petals

Then she recollected herself and showed us the activities of the Centre - photography,

drama school, video filming, and painting.

A survey conducted by UNICEF reports that more than the 80% of children feel that

46

their lives are of no value. “I don’t care whether I die today or tomorrow,” ten year old

children say. Their parents suffer from post-traumatic mental disorders. At the

Centre, they try to help children through music.

Ann smiled with shyness as she left. Joha had not stopped chatting with some of his

Londoner friends on the web, then he looked forward to taking us to the hotel with

his small Opel.

That afternoon we met Muhamed Hamica Nametak, the old director of the local

Puppet Theatre.

He spoke Italian slowly with a musical intonation and told us that the Puppet Theatre

was established in 1952 and he has worked as a director since 1963, when he developed

a deep interest in the animation of objects and in the theatre in the former

synagogue given by the Jewish community. During Tito’s dictatorship the company

employed 36 people: puppeteers, directors, actors, and employees. The Puppet

Theatre was the best in the former Yugoslavia (there were 24 puppet theatres in the

whole Confederation) it took part in festivals all over the world getting awards thanks

to the set designing of a friend of his, a great sculptor and set designer, who died of

a heart attack at the beginning of the war.

The shows that the PT has staged for 50 years have been for both children and

adults, particularly before the civil war. Samargich or Martin Kerpam, the story of a

popular hero of the Austro-Hungarian period are mainly political plays rather than

artistic. Martin Kerpam, which was performed in four festivals around the world, was

considered by critics as “the 3rd millennium theatre,” as it was a mixture of commitment

and artistic quality. In the 70s they performed some fairy tales such as The Tin

Soldier, directed by Muhamed, The Ugly Duckling, the King’s New Clothes, The Little

Match Seller, and Il rosignolo.

After the war, the PT went to Spain, and to Italy with shows in Italian, where the actors

had previously recorded the voices (not common in puppet theatre).

Malimuk was staged after this tour by a Bulgarian director using a popular middleeastern

story adapted for the theatre. The puppets used had short threads and the

actors wore costumes.

47


Another play for adults is the one by Kolacoskj, a Polish writer who writes about everyday

life of common people. “What are you doing? Why don’t you think where you’re

going? This was the message of that play.” Muhamed said, “Polish puppeteers are fantastic.

The satire is useful after all, either under a dictatorship or under an embryo of

democracy like the one we are now experiencing. Those in power must be satirized.”

Muhammad looked so sweet. He was about to leave the director’s post of the Puppet

Theatre very soon. In his words we sensed his strong disapproval regarding the new

leadership, but he said with careful consideration, “Maybe time has gone by for those

belonging to my generation.” After retiring, Muhamed will work freelance. However,

when he talked about the golden age of the PT, the rebuilding of a permanent laboratory,

of a new puppeteer school after the war, the happiness of seeing a Croatian

group merging together with what he defines as his creation, overcoming differences

in religion and tradition, and when he talked about the twinning with the city of Reggio

Emilia thanks to the project Una montagna di aiuti (A mountain of aid), and about the

touring show on the water legends, to which he contributed a story about Neretva

which he was told by his grandmother (published in a multilingual book about water

stories of all the Mediterranean countries); when he remembered all this,

Muhammad was unable to hide his emotion. “Water links people. There is a little stream

which goes through the land up on the hill where I was born. It is called Bona.

Ancient Romans called it that because the water was very good and fresh.”

Muhamed is like his water, a very good man. He is like all those people who have

devoted their life to the world, trying to improve it and not to use it for their own interests.

We said goodbye to him with a grateful heart not only because he walked up

to our terrace in the heat to talk about his life, but we thanked him for what he has

done, because he has never given in and because we knew that till the end of his

days he will keep on shaping young minds who want to learn this anachronistic and

romantic art.

The following day brought some black clouds that gradually cleared during the morning

leaving a humid haze in the air. We went to see the studios of Radio Studio 88,

which was the first to broadcast current affairs programmes about society and eco-

48

nomics, cultural programmes, and very good music of all kinds, but not the so-muchhated

folk music. The intelligentsia as well as the youth have rejected the gypsy conventional

representation that Bregovic and Kusturica pass off as Yugoslavian tradition

all over the world. Radio Studio 88 was started by Americans but now its survival

strictly depends on a concept which Bosnians are learning to endorse: to stay on

the market. They have international partnerships, they get donations and money for

advertising spaces by a few local firms. Amila is the manager of the radio station and

she was radiant and passionate when she talked about broadcasting in Herzegovina,

although that day was the tenth anniversary of the Srebrenica massacre, and the

radio station was broadcasting only classical music.

She was proud to tell us that all the members of the staff get national insurance contributions

regularly (that are about 68% of the cost of an employee) and, although

wages are low, she thought that a 600-800 mark monthly wage is a good reason not

to go away. Because this is the main problem in Bosnia: young people dream of

going away as soon as they can. (As we were recording the interview, Francesco

Lanzo managed to see an e-mail that a very young secretary was writing to a friend

of hers in California: want to run away, unbearable atmosphere at home).

Amila clarified that theirs is not a radio station for amateurs. She has worked in the

USA and at the BBC, where there are some quality standards to be respected both

in the content of programmes and in the music. In Herzegovina it is quite difficult to

define the level of a high standard because it is difficult to find the same target

audience. In fact, according to statistics, radio Studio 88 is the third radio station in

terms of ratings in the whole region. But how can they know what type of education

the people who usually sit at a coffee shop have? In general, Amila knew that a high

percentage (88%) of people with a degree is unemployed. Nevertheless, the cultural

level provided by the two Mostarian universities is very low and with the passing of

time it is getting lower and lower, with professors co-opted by Churches, programmes

which are very different from each other, and educational qualifications that

have no value outside former Yugoslavia.

Amila is not only a journalist but also the chairman of the Herzegovinian Journalists’

Union. She is the one who has wanted the deontological rules which regulate the

49


profession to be drawn up “because here, during the war, too many people have pretended

to be journalists and the result has been that almost all newspapers are not

politically independent.” The philosophy of Radio Studio 88 is somewhat different.

They have unsuccessfully attempted to broadcast some Bosnian stations including

a couple of Sarajevo stations (“people here want to hear the local accent, they couldn’t

bear the speakers with a northern accent …”) and today they are the only station

out of 9 Mostarian stations to broadcast programmes that are not only plain

entertainment but that deal with social and economic matters in order to educate the

audience, to make them aware of their rights, to make young people between 25 and

40 years old see an opportunity for change, fighting against apathetic detachment

that leads them to expect that something from abroad may come to change their

lives. “What did the European Union invest in after the war? On the rebuilding of nursery

and elementary schools, which is deserving, but behind these choices a definite

policy hides itself: be content with a basic education, it’ll be enough when our multinationals

come to set up branch offices and to rake up cheap labour. In Bosnia,

you’ll see, the big firms will come soon and if we do not raise a civil awareness, which

perhaps existed under Tito but that today needs to be made again, we will become

the umpteenth colony of the Great American Empire.”

In the afternoon the weather was fine. We had lunch with two 25 year-old women

that we met by chance. They told us about their lives and about the young people

who live there, and about their hopes and ambitions. “Primitive” was the adjective

that was often used by these two Muslims whose tastes and behaviour were extremely

Western. “Primitives” are those people who listen to folk music - that mixture of

too-sweet melodies and gypsy rhythms. “Primitives” are those guys who are not able

to flirt, to love, who get drunk with Sarajevoska beer at night and comment on girls’

necks with coarse words. Primitive is also the list of names we mention, names of

people we have already met or we are going to interview. They had a view of Radio

Studio 88 which is halfway between sarcasm and disdain. They knew little about the

actors and the cultural centres of the city we mentioned, although they graduated

with honours at East Mostar University. There was this cupio dissolvi in what they

50

said. They asked us to write that they are looking forward to entering the European

Union and to travelling without a passport that now allows them only to go to former

Yugoslavian countries or to Cuba. If you ask them what they expect from the future,

they answer, “for most of us the future is to find a husband that can keep us and that

is rich and that is not insecure,” -that insecurity that they find in their parents who

have lived through a terrible civil war. And why, you ask them, why have you studied?

Are you not interested in a career, in a job you can be satisfied with? What do

you do to find it? “My father [the insecure, Author’s note] will find it for me”, answered

one of them, Elma, on the Lanterna restaurant terrace - a balcony leaning out

over the green Neretva where the frogs’ croaking interspersed the waiter’s bitty sentences,

who astonishingly tried to understand our orders looking at the girls, with

eyes asking for help, but they didn’t care about him, shrugged their shoulders and

kept on lighting up cigarettes. “What do you expect from someone who gets 10

francs [5 euros] a day to serve the tables? It’s his business if he gets them wrong,”

said the women. After lunch and before going back to the rooms we asked ourselves:

“The waiter had perhaps written on his face I’M CATHOLIC, hadn’t he? Is this

why the women mocked him?”

Then we devoted the long afternoon to two old-hands at the Mostarian theatre, Tanja

Miletiç-Oruçeviç and Toni Pehar. Actually, the lady wasn’t strictly old. Far from it. The

professor met us wearing a pair of burgundy glasses with the jaunty look of a charming

and educated girl. It was her scepticism that made her look wiser and older

than her 45 years. She is Professor of Theatre Education and Theatrology at the

faculty of dramaturgy of the Academy and she specified that she is one of the five

professional directors in the town and besides her job as professor she also managed

to work as a freelance theatre director, with late payments and the rest of typically

western problems all the Bosnians are getting used to. She has never been an

actress, if not, “for the audience’s luck,” for a short period when she was young. The

director said that among the students that have attended his courses over the years

there haven’t ever been very talented actors or actresses. “What do the young people

enrolled here look for? What do they pay the fees (which are very expensive

51


when compared to other faculties) for? It is basically a chance to know themselves

better, to learn how to use the language of their bodies, why not? To meet new people.

Sometimes, the real aim is cinema, but we are not properly equipped nor qualified

to make a quality audiovisual production,” Tanja Miletiç-Oruçeviç firmly stated.

Toni Pehar was more than over-pessimistic. He is an old actor, who has played hundreds

of plays, including those for the refugees and the Croatian resistance military

force. Pehar resembled an American actor of the 50s both in his look and his voice.

“Culture is bound to disappear very soon. Civilization dies if the roots die. And here

in Bosnia we have completely lost our roots. We are divided, although the opposite

is commonly thought. We are divided as always and more than before. We have two

divided societies, two universities, two programmes. Unemployment is a scourge for

almost all the young people: how can we join Europe with these premises?” thundered

Tony, getting angry with those who have fled away, with his neighbour who prior

to the war earned his living by petty theft and who the previous day had come back

on holiday from Switzerland with a brand new Volvo. “Why do they come back if they

have everything they need in Europe, the unemployment benefit, three bedroom

apartments, cars that I couldn’t afford even working for a year without breathing? If

young people go away, Poles come. Ninety percent of bus drivers are Poles.”

We told Tony and Joha, who acts as an ironic interpreter for us, that in southern Italy

the situation is not much different. “That’s right, but you’ve got half a century of normality.

Here people are primitive, politicians first. Ask them about the latest book they’ve

read. And the writers? You collect one thousand marks and have your book printed

by some sort of mafia - because we have everything two if not three times as

much, even the mafia. So a writer is born. Only the 2% of the population read the

newspapers and what kind of newspapers? Selected and censored news that support

this or the other party.”

The National Croatian Theatre, which Pehar was a part of until 1996, is a theatre that

has staged ideological and comedic plays at the same time. “The people who go to

theatre must be made aware of what they are seeing. Avant-garde is a phrase I don’t

like. People must come out from the show pleased for having questioned their

52

beliefs, for having set their intelligence in motion.”

So the following day we wanted to personally meet these famous young aspiring

actors. There were auditions to enrol the academy and Tanja and Pehar on the

board, who smoked and drank coffee, chuckling at the young people’s clumsy gestures

and laboured acting. Those young people, pale due to emotion and the long trip

(they got there from all parts of former Yugoslavia), staged their little show as well as

they could. Also among the audience were Sejo and Joha and all the Mostarski

Teatar Mladih youth, who are actors both for fun and for passion. What struck us was

the huge gap between the five members of the board and the boys and the girls who

wanted to enter the Academy. We talked to two of them before going in. (The only

two who didn’t tell us, “Please. . ., after the screen-test.”) They are like our boys and

girls. They listen to the Chemical Brothers and read Jonathan Franzen. It didn’t seem

to us that they were so uneducated and rough as Toni Pehar had said the day before.

And once we went in, we stood like statues too, a bit intimidated by the way these

shrewd actors and directors addressed the candidates with a sardonic grin, we felt

that old gap between generations, that ignore everything about each other, each locked

into a code language that cannot be deciphered.

We experienced that same feeling the following evening. We were wandering the

small streets of Mostar’s historic centre and we saw an exhibition by two young painters,

Boris Lukiç and Ivana Vidoviç. We immediately liked their paintings and so we

agreed to meet them for a chat. Ivana is an attractive twenty-one year-old black-haired

woman who studies at the Academy and listens to Nick Cave, despite her paintings

which are a patchwork of Sellotapes and tempera practically sprayed onto canvas

and mainly give off very light colours, verging on white. “Ok, these are my canvases,

but I feel dark inside.” She would like to leave Bosnia too, possibly to New

York - they talked about America as if it were around the corner and this feeling was

perhaps reinforced by their fluent English. They seemed vastly different from our thirty

year-old men and women whom, even by using a flame-thrower you wouldn’t succeed

in getting off of their mummyuote’s sofa. Ivana’s friend, Boris, is a bit older, he’s

thirty. He enrolled late at the Academy. Before going there, he tried to understand

53


what he really wanted to make of himself. He has played in a rock band and has worked

at a radio station. Neither of them have a bohemian lifestyle. They don’t know

any of the artists we met in those days nor the MIFOC youths that we were going to

visit tomorrow. Boris is fond of Salinger, as we all are, and paints some nice etchings

in an almost cinematographic sequence where he “impresses different moments in

common people’s everyday life who go round the city caring about their own business.”

Both Boris and Ivana would like to work with set designers but they also shrug

their shoulders. “Who knows what we will be doing in five years, after all? What is

important now is the success of this exhibition and having a beer with us, if we like.”

We spent the evening in this way, in front of the rebuilt Old Bridge, telling stories and

discussing ambitions. Regarding the bridge, we asked local people whether they

liked it or not, whether it made them sad or brought the joy for a life that starts again.

But nobody showed any interest in this perfect reproduction of the ancient XVII century

bridge. They shrugged their shoulders, they said that tourists like it, it is there,

and that’s it. Yet, in 1994 when the international Community decided do rebuild it,

there was an intense debate among the cultural circles and the European world.

Gilles Péqueux, who had to coordinate and supervise the projects of reconstruction

of the Mostar bridge, left his task because of a dispute with the World Bank that

rushed a work that would have needed more thought before being set up. “The

Mostar bridge is more a political project than a reconstruction project. Such a bridge

has never been rebuilt. The problem is that what the international community is interested

in is the inauguration of the bridge. But as it happens with a child, it takes nine

months to have a baby and not six, the same goes for a bridge. Today the building

firm is Turkish, and the master builder is Croatian, with some Bosnians. We see that

Croatians want to redeem themselves for the blame of having destroyed the Bridge,”

said Pèquez after opening a school of stonecutters in order to make the local labour

work. “The striking feature of this XVII century work is that it looks more like a group’s

work than a classical work of art. Its beauty is in the fact that it is an ensemble of mistakes

corrected by using a mixture of western and eastern procedures. Mostar is somehow

the place where the East and the West have stretched out their hand. The reconstruction

will be successful if we succeed in getting people to work with a common

54

spirit,” stressed Pèqueuz after that Turkish labour was employed because it was

cheaper than the local labour that had been trained in the courses set up by himself.

Today people say it’s a bridge that is too white, and they are not wrong, although

many of the big stones of the old bridge have been reused. But in a century, it is to

be hoped and it is also likely, we won’t remember any longer that bridge is a copy.

We will continue to call it, as we do today, “old bridge” and besides all controversies,

it will stand as a part of an urban conglomeration that has been declared mankind’s

heritage by UNESCO.

There is also a bridge that is made of flesh and blood, a bridge of cultures and traditions

so different from each other that are daily committed to build up the young people

of the Abraseviç Cultural Centre. Nedim Cisiç helped us to understand something

about the net of associations and the organizations that are interconnected and work

together. He is twenty-nine years old, a force of nature absorbed by a thousand projects

and activities different from each other but all aiming at making Mostar a younger

city, a cradle of international underground culture, with small and big events that sooner

or later will bear fruits to the Herzegovinian post-war civilization.

This young man lived in Bari during the war, speaks Italian fluently and has visited

many countries. He knows how to compare things and that, “In other places these

things often make no sense any longer, but here they do. We occupy destroyed spaces,

we recycle them, we make them live again, we colour the first lines. All of this may

be only symbolic, but we need it, we feel we are doing a good thing.” We liked this guy

immediately. We felt on the same wavelength. He listed the associations that are part

of the MIFOC for us, the Mostar International Festival Organization Committee, local

and international partners: “his” Alternative Institute, the Mladi Most Film Club, the

Drugi Most, Guernica city, the Barcelona Rai, the Sicart Art, the Italian ARCI.

“The alternative institute’s aim is teaching culture to young Mostarians. The ARCI is

the most important sponsor, because, you know, throughout Europe the passwords

are: project, partnership, platform. It’s a hard work and you end up neglecting the art

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ut it’s the only way to survive, so that all the associations around Abraseviç can get

proper equipment. Now we are trying to get independent, to invest. We have worked

very hard to keep a small club open, where a short film festival is also organized. We

were the only ones with the waiters in order. But one day the Financial Police comes

and closes everything down just telling us that we hadn’t the license without even

looking at our documents that were actually in order. But we don’t give up. We pay

the fines, we even go to talk to the Minister and he tells us that the competing bars

in the area didn’t like us. I kicked up a row. I told the Minister: “You speak like a mafioso

and not like a statesman.” The city of Mostar also continually puts a poke in our

wheel. Yet we realize works that are unique in the whole former Yugoslavia. Our literary

review continuously buys translation copyrights of authors who would remain

otherwise unknown in Bosnia. Thanks to Arci, unpaid trainers get here from all over

the world. Now there are 15 peace-keepers that are helping us organize the festival,

which is a hard work for us. We succeed in organizing coaches from Spain that bring

painters, sculptors, musicians, actors, installers, and writers here. It is a no-budget

project. The guests know they won’t be paid. Hundreds of young people stay here

for two weeks, sleeping in sleeping bags in the schools. They bring a lot of new stimuli

and different colours. Next year will be the tenth but the local public still does

not take part… .”

Actually, the forest of weeds and crumbling concrete where the Abraseviç centre is

located may frighten people. It was commonly known as the place where drug

addicts go to shoot up. But with the arrival of the Abraseviç hurricane something has

changed. We visited the centre with Nedim. It is a tensile structure at the centre of a

stadium which was being constructed but then abandoned when war broke out.

Inside there is a number of containers each given to a different association that group

together young men and women from five different countries. The French women

from the Mladi Most Film Club told us that, thanks to international donations, they

have bought a professional projector that goes round the Herzegovinian towns on a

van, to bring the Cinema even to the most remote villages. Furthermore, they organize

retrospectives and produce short films thanks to the most sophisticated multi-

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media technologies that, as we could see, have no secrets for these young women.

Nedim said: “Everything seems so beautiful here but you have no idea of how hard

it is to keep it going. We are moving to a beautiful centre that we ourselves are

restructuring, but it’s the usual trick. The city government gives us this space but

there is no building permit, no property certificate, a real hot potato. When we put ten

thousand signatures on the politicians’ desk in order to convince them that we only

care about culture and we have no time to think of drugs and drug dealers (who are

however allowed to come in during the festivals, anyone with a bit of humanity would

do that) the politicians didn’t find any word to answer.

Nedim was unstoppable like all the big and small events that take place at the

Alternative and Abraseviç Institute. In November they are organizing a travelling

festival around Europe with young partners from the Biennale organized by ARCI

and in the Turin area by Alessandro Stillo, who tirelessly keeps on plotting new contacts

to bring to this traditional event. The other Bosnian partner is in Sarajevo, his

name is Mr. Ibrahim Spahic, “The Emperor,” as Nedim affectionately calls him. “He

has a finger in every pie: from the Winter Festival to the Sarajevo Film Festival at the

Mess, the three biggest events in the country and also those that absorb the whole

budget of the Ministry of Culture. If he didn’t exist, the whole of Bosnia would be poorer.

However, these big events are only a sort of international advertisement. Who

are they addressed to? To those people who can afford the shows. That is to say,

very few people. The impact of these events on the city is very poor; they do not stimulate

or make common people grow. Last year my group and I attended the Winter

Festival. They wanted us to get to the theatre in a Mercedes and to walk along on a

catwalk covered by a red carpet, let alone the luxury of the hotel. If you get the

money from the government you can do everything you like. You can go to Cannes

and rent the most beautiful room and invite televisions and a Hollywood star. But all

this is only advertising: just to say to the Western world: We can do what you do. We

have grown up. Give us space.

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Going to Sarajevo

We decided then that it was time to go and see Sarajevo, to directly observe the

mythologies of the province, to meet those influential figures that in Herzegovina

raise a lot of discussions but that also charm people at the same time.

We already had a list of names and addresses; some of them were also in the list

provided by Eugene on the coach to Mostar, and they had also been mentioned by

the people we met in Mostar. We would have liked to take the train in order to see

the Mostar-Sarajevo railway line that had recently been reopened, but Joha advised

us against it because the trip is quite long even by coach, due to the high number of

sharp U-turns while ascending the mountains. The duration of our trip by train would

have seemed as lengthy as an ocean crossing, and we didn’t have much time left.

We went through an impressive downpour that obliged the coach to travel at 30 km

an hour. Once in the capital, after a terrible lunch in the worst dive in the centre, we

ran into a thirty year-old booby that commented in a loud voice every gesture he

made and according to an old script tested in hundreds of travels, we swallowed the

map he showed us where the hostel seemed to be just round the corner. That’s how

we went up a steep slope for half an hour, tired and hot in the humid air, to get to the

two rooms at the top of the hill with the booby who urged us to quicken our pace

“since you are so young.” However, from the hostel you could breathe the magic of

a mixture of the call to pray, of ringing and roofs of churches all different from each

other, an unrivalled feature in the Old Continent. A megaphone crackled Koranic

psalms and the dunce talked to his father in the yard. In the room we immediately

broke some of the rules listed on the wall (after the unexpected long walk, smoking

a cigarette was the least we could do to the owner Master in Economic Sciences).

On each bedside table of the hostel a bible dominated: we slept until the evening on

one of the cursed Sarajevo ribs - above this place, Serbian snipers threw infernal

grenades over harmless people.

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Later on, we began to search for the people in charge of the MESS, the Sarajevo

Theatre Festival, the Winter Festival and the Sarajevo Film Festival - a search which

basically consisted in one try that if you fail you go back home empty-handed: finding

“The Emperor” Mister Ibrahim Spahic. I had a private telephone number I had found

with difficulty, but that mobile was either switched off or sounded a dialling tone. The

next move was then his secretary, whose number had also been quite hard to get.

“Oh my god, I don’t know what to say any more, believe me, Mr. Spahic is in Poland

and will be back in three days. Today I’ve already received at least six phone calls

by people who want to interview him. What can I do?” I revealed to her that I had the

private telephone number of the Democratic Party leader and she was very surprised,

she told me to try to interview him on the phone and, anyway, she invited me to

their office to have a look at the place where they are based.

We went down to the town. Along Marsala Tita smiling women kindly and warmly

welcomed us.

First of all we wanted to see the market where took place the horrendous massacre

that convinced the international community to intervene.

With a sigh of relief, I noticed that the horrible warehouse as well as the well-known

bridge of the Pedestrian Target Shooting and most of the places we had absent-mindedly

seen on the news while eating pasta had been entirely rebuilt and were crowded

with hopeful and well-educated people.

I called Spahic every ten minutes. I caught him at nine in the evening, before going

to eat a pizza.

“Mr. Spahic , how did the Winter Festival come into being?”

“It’s a festival that involves 35 countries and lasts more than a month. It was organized

for the first time in 1985,” spoke up Spahic from Poland as if he had put on a

record. “We have organized 600 performance days and exhibitions of 11,000 different

artists visited by 2 million people. The festival has also been organized under

the siege in ’92, ’93, ’94 and ’95. Our association along with the Peace International

Centre has planned this project called Sarajevo open city and has been supported

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y the EU, UNESCO, Brussels regional government, and the Open Road Stockholm

- Sarajevo”. “What kind of relationships are there between you and this Peace

International Centre?” “They are our promoters, those who have transformed this

event into an hymn to peace among people.” “Is the next festival ready?” “Its title is

Citizens of a Metropolis. We took part in a seminar in May in Holland. Its title was

Global Village and the issue was: are the villages going to be connected to the global

city or are the citizens of the cities in the world going to become more and more

isolated from each other and for this reason they are going to become country people?

Very interesting issue that we have adopted for our Festival 2005.”

I was cut off on this last statement. It’s enough for today.

The following day we went along the Marsala Tita and the Obula Kulina searching both

for the MESS and the Winter Festival offices. However, at the address provided by the

secretary, we found a private house that looked a bit dodgy so we understood that we

were wasting our time. We tried to call Dino Mustafic, manager of the Foundation that

organizes the MESS and also young exponent of that Bosnian cinematographic nouvelle

vague that has among his other major exponents Danis Tanovic, the actor of No

Man’s Land, which won the Oscar for the best foreign film of 2001. He answered very

kindly that he was on holiday in Croatia and that we could get a lot of information by

the two brothers, the mayor of Sarajevo’s sons, and that although young, thirty years

old, are very good film makers and collaborators of MESS.

We contacted the talented brothers but they were on holiday too and the time we had

left allowed us only to pay a visit to the two biggest newspapers in the country: “Avaz”

(the Voice) and “Oslobodjenje” (Liberation), whose offices were one next to the other

in the very modern Trade Office District of the city.

We got to the skyscrapers in southern Sarajevo by taxi. It was very hot but the

Volkswagen was equipped with air conditioning. For more than half an hour we could

observe the different stratifications, one upon the other, of the city, the dark grey rab-

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bit warrens with a Soviet look - even though this definition may have sounded offensive

to Tito’s architects -the western terraced houses and the big buildings built after

the war among which you can easily spot some by Aldo Rossi and others by

Portuguese architects. We went past the UN offices and the high finance skyscrapers.

The skyscraper where “Avaz” is based looked like a shuttle on the launching

pad. Next to Avaz’s offices there was the anonymous and dull giant building of

“Oslobodjenje”. Before meeting one culture reporter from each newspaper we decided

to have lunch at the restaurant on the top floor, a sort of flying saucer which slowly

but unendurably turns so that you can observe the valley where Sarajevo rises

and the airport, and the countryside, then the mountains and the skyscrapers and

again the valley after a complete turn. There is the risk however that your Brussels

sprout may go down the wrong way.

The previous night at the hotel I had read some essays and articles about the

Bosnian newspapers. The scenario of the press situation is dominated by a gap between

publications which side with the nationalists now in power in both Bosnian

Entities, the Federation of Bosnia and Herzegovina and The Srpska Republic, and

independent publications. A controversy between the main newspapers of the

Federation has made this gap bigger. The former Socialist newspaper

“Oslobodjenje”, a symbol of the war but in steady decline since then, and the fortunate

“Dnevni Avaz”, got to a clash when some very rich Bosnian firms agreed to

make a takeover bid aiming at redeeming “Oslobodjenje” from a 5 million euro debt.

“Dnevni Avaz” and the weekly magazine “Ljilian” (both with a Bosnian Muslim stance)

accused associates or suspected associates of these firms of using public funds to

help “Oslobodjenje”. The critics point their finger to the vice president of the

Democratic Action Party (SDA), Bakir Izetbegovic, the son of the ex president Alija

Izetbegovic.

“Oslobodjenje” has recently approached some important Bosnian companies proposing

to invest funds in the further privatization of the newspaper. “Avaz” has been

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sceptical again on the nature of this operation and “Oslobodjenje” has accused

“Avaz” of having created its empire by using criminal methods and the support of the

people in power.

The editor in chief of the independent weekly magazine “Slobodan Bosna”, Asim

Metiljevic, said that Bosnian institutions, including police and army, have provided

“Avaz” with supplies and communications during the war. In fact, the newspaper, called

“Bosnjacki Avaz” (the Bosnian Voice) at the time, was even distributed when

Sarajevo was under siege. Metiljevic thinks, however, that the newspaper may have

become too powerful and that there is a growing unsatisfaction among some SDA

members, who are allegedly trying to contrast its influence. A proper counterweight

may come from a new “Oslobodjenje”. Bur prior to this, the newspaper must be

saved from bankruptcy.

The “Oslobodjenje” culture reporter, Nada Salom, told us that the newspaper was

first published in 1943 as part of the fight against Fascism during World War II and

later on it was also published during the half century of Communism, including the

days of the siege of Sarajevo, from 1992 to 1995.

During the period of the war, “Oslobodjenje” became the emblem of Sarajevo perseverance

and won a dozen of international awards thanks to the valour of its reporters.

It was appointed Newspaper of the Year by BBC and Granada TV in 1993.

However, after the war the newspaper looked like a shadow of what it has been. A

destroyed infrastructure, debts, a Socialist management, which had brought to an

oversized labour, made the newspaper to decline rapidly. During the privatisation, it

couldn’t even buy the printing fixtures, which were bought by “Avaz”.

“During the war, we did not care about expenses. Our newspaper was sold at the

same price of two cigarettes at the town market. We weren’t able to consider these

aspects at the time and we have made a lot of mistakes in our commercial strategy”,

said Nada.

According to Nada Salom a newspaper like “Oslobodjenje”, with a run of 10,000

copies cannot afford 260 employees (“Avaz” has a run of about 30,000 copies).

“‘Avaz’ has an economic policy: it has as many employees as the run allows.

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‘Oslobodjenje’ has many more employees than it had before the war … and it doesn’t

have a rational fiscal policy,” she said “Someone will be soon obliged to tell to a

great number of people who work at ‘Oslobdjenje’ to go home.”

Immediately afterwards we met the editor of “Avaz”, Nedim Kontic, who said: “From

a journalistic and speculative point of view, ‘Avaz’ is much more powerful and better

than ‘Oslobodjenje’, which relies on its history … ‘Avaz’ has a very strong journalistic

structure and reacts rapidly as opposed to ‘Oslobodjenje’, which still relies on the old

big names who write the editorials. ‘Avaz’ is a symbol of post-war Bosnia whereas

‘Oslobodjenje’ is a relic of pre-war Bosnia. These two positions are definitely incompatible.

Many of the old values have disappeared and new values haven’t come out

yet. ‘Avaz’ mirrors this new social reality. For example, the newspaper covers the

entertainment industry, but it hasn’t got a noteworthy cultural page, while

‘Oslobodjenje’ is a bad newspaper that keeps on covering topics with no relevance

at all. After all, he says, ‘Oslobodjenje’ is a bad newspaper which lives on its faded

prestige, like its counterparts of the communist period, ‘Vjesnik’ in Croatia and

‘Politika’ in Serbia. I think that ‘Oslobodjenje’ readers are declining. ‘Oslobodjenje’ is

disappearing because of its being ‘Oslobodjenje’. The deterioration of journalistic

standards may be only a symptom of a society that is going through a period of confusion,

coming out of a war and from a government with a single party. The current

state of Bosnian journalism may be temporary. However, it doesn’t bode well for a

society that needs to find strength and self-confidence.”

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Mostar again

After having experienced Sarajevo trams too, which trundled along from the outskirts

to the coach station, we wanted to go back and spend another two days

in the Erzegovinian town, which is two hundred km of Adriatic Sea from Bari.

Indeed, Mostar, its two small universities, that try to conform their programmes

among a thousand difficulties, its multitude of mixed marriages (it’s the second-ranking

city in the area following Vukovar in this statistic), its thousand always-open coffee

shops where people like to sit and chat for hours, its young people who have

gone away and those who have stayed, seemed to us so similar to our towns in southern

Italy that we wanted to talk and to listen to them again as the last late and guilty

act of friendship we could give them, to those people who survive under an uncertain

economic and legal status which is much more precarious than, simultaneously,

their uncertain European way of life.

We spent our last night in Bosnia together with the MMT young people. We watched

them as they were rehearsing the scene of a play before going on holiday. We asked

them to tell us about their experiences at the Mostar Youth Theatre and about their

lives, the music they listen to, their future projects. Almost all of them are fond of this

extraordinary mixture of music, dance, acting, yoga, video, and body-art, “that only

after a great number of performances becomes a real play,” stressed the good Joha,

in order to relax yourself, to learn how to get to know your own body and its language

as well as with the hidden sides of ourselves. This is the method of the old

Grotowskji, of course, without neglecting some avant-garde 20th century experiences

such as that of the Brazilian Augusto Boal. Our evening continued on the terrace

of the restructured “Turkish bath.” The young people fell about laughing when they

mimicked their English professors and the pronunciation practice. They looked carefree

and not scared by their future at all. Joha found his way, too,15 years ago. He

is 37, as old as me and as the great Sejo (Joha feels like his putative son), who had

just come back from his workshop on the Moon, that is to say Italy, since going there

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is as difficult as flying onto a satellite. You are asked by the embassy to come back

seven times and to show the photocopies of the euros you are going to bring with

you. Then there are the difficulties of the trip, the money of the projects that who

knows when they are paid back both in Italy and in Bosnia. Joha is a happy man deeply

in love with his sweet Greek director he met thanks to MMT. He told us when one

day he was sitting at a bar chatting to an American, who looked vaguely familiar.

After they had been talking for two hours, he said: “I’m sorry but we have been talking

for hours, let me introduce myself, I’m Brian Eno.” Joha wished the ground

would open and swallow him up rather than admitting he hadn’t recognized one of

his biggest idols (the other is Sakamoto). Because Mostar is like this. It is a city

where you can happen to have a chat with Brian Eno. It is a city which produces culture

at a fast rhythm. Our friends’ company, for example, have not only been on the

Moon, on that ugly country Italy is becoming (because a country that does not

respect artists, that humiliates them, is nothing but monstrous and embarrassing for us

who live there), they also have visited Europe for a long time, Russia, Asia (Singapore,

Taiwan) and the United States, bringing the old Bosnian theatrical culture by means of

workshops and plays, into the Universities and the villages, into the great theatres and

into the squares, into the Festivals and on the trains and the planes.

After a while my mind began to wander. I was looking at the sea, disappearing

behind the mountain where the Catholic cross stands. I just heard that Joha was talking

to Francesco about someone who comes from America every two years to

study the theatrical phenomena of the Bosnia-Herzegovina. Then I asked what they

were talking about. I suddenly connected the facts. “Is she a sixty year-old woman

of Greek origin?” “That’s right” answered Joha “she is an old friend of mine, an

anthropologist from Washington, that has bought a house here and that we meet for

a month in summer every two years”. It’s Eugene, the woman we met on the coach

from Dubrovnik to Mostar.

When I got back to the hotel, I thought it would be kind, at the end of our trip, to contact

her but she herself had thought the same. The chambermaid was very sorry

because she had forgotten to give me a letter that Eugene had left for me five days

before. Beside a list of names and addresses, Eugene was asking whether I would

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like to have a coffee with her on the hotel terrace (at the bottom of the A3 page she

had used to write her letter, this time Eugene had added a redundant PhD). The following

day after a chat with a Genevan astronomer on holiday, I saw Eugene again

and we talked for a hour surrounded by the enchanted atmosphere you can breathe

in this city, by the Greek origins of the professor, by that time when at the age of

twenty she met her husband Christian, who was on holiday in Greece and she told

him, “Take me with you and marry me or go away forever.” So they left for the United

States. Since then her trips to Europe have gotten rarer, until ten years ago when

she fell in love with this part of the Balkans. I confessed to her my old passion for

Greece and the fact that my analyst, Sotirios, comes from Thessaly.

When the hour came, as well-organized Americans do, she stood up and said goodbye

as she ran to her morning appointments.

Five minutes later, Lanzo appeared on the terrace with a pleated face of someone

who got acquainted with a foreign country even in the biblical sense. After he had

recovered, we left with our big suitcases to go back to the Moon.

66


Livio Romano è nato nel 1968 e vive e lavora a Nardò. Oltre a una ventennale collaborazione

con testate locali e nazionali, ha pubblicato un racconto su I Disertori, Einaudi, 2000;

Mistandivò, Einaudi,2001; Porto di Mare, Sironi,2002 e moltissimi racconti e saggi su riviste e

opere collettanee (fra cui Breve lamento del giovane padre progressista, Linus 2003). Ha curato

per la RAI il radioreportage Gli uomini dalla testa di girasole. È in uscita il suo nuovo romanzo

per l’editore Marsilio Niente da ridere.

Francesco Lanzo è nato nel 1980 a Lecce. Laureato in Lettere con una tesi sulla narrativa

sperimentale, ha pubblicato nel 2004 I Lanzillotti, Palomar, nella collana Cromosoma Y curata

da Michele Trecca. Attualmente si occupa di ricerche sul genere “romanzo”.

Livio Romano was born in 1968 in Nardò (LE), Italy, where he lives and works. He has collaborated

for twenty years with several local and national newspapers and magazines. He published

a short story in the anthology Disertori, Einaudi, 2000; Mistandivò, Einaudi, 2001; Porto di

mare, Sironi, 2002, as well as a lot of short stories and essays in collective works. He carried

out the radioreportage Gli uomini dalla testa di girasole for the public italian television corporation

RAI. His latest novel Niente da ridere, Marsilio, is going to be published.

Francesco Lanzo was born in Lecce, Italy, in 1980. In 2004 he published the novel I Lanzillotti,

Cromosoma Y series directed by Michele Trecca, Palomar. He gratueted in Modern Literature

with a thesis about the sperimental novel. At present he is devoted to some researches about

the literary genre "novel".

SOMMARIO

AR.CO. Artistic Connections 3

Dove non suonano più i fucili 5

Verso Sarajevo 26

Mostar again 32

SUMMARY

AR.CO. Artistic Connections 37

Where the shotguns no longer play 39

Going to Sarajevo 26

Mostar again 32


Coordinamento editoriale

Franco Ungaro

Supervisione

Giocchino Salento

Progetto grafico e illustrazioni

Francesco Maggiore

Alessandro Colazzo

(Big Sur)

Finito di stampare

nel mese di novembre 2005

presso Movimedia srl, Lecce

DISTRIBUZIONE GRATUITA

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