ESSERE - Maggio - Giugno 2011.pdf - CSA Arezzo

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ESSERE - Maggio - Giugno 2011.pdf - CSA Arezzo

Il Futuro

non aspetta.

n.3

Maggio/Giugno


Bimestrale del Centro di Solidarietà di Arezzo

ANNO XXIII n. 3 - Maggio/Giugno

www.csaarezzoonlus.it

DIRETTORE RESPONSABILE

Anna Maria Berni

CONDIRETTORE

Vittorio Gepponi

VICEDIRETTORE

Orazio Scandurra

pag. 4

pag. 5

pag. 8

pag. 14

pag. 17

pag. 21

pag. 22

pag. 25

Segretaria di Redazione

Gabriella Cantarelli

Coordinatore di Redazione

Vivetta De Filippi

Coordinatore Scientifico

Luca Deganutti

Ufficio Stampa

Francesco Baroni

EDITORIALE

Il futuro presente - Anna Maria Berni

CAMBIAMENTI

Parliamo di droga - Orazio Scandurra

DIREZIONE E REDAZIONE

Via Teofilo Torri, 42

52100 Arezzo

Tel. 0575 302038

Fax 0575 324710

Una copia 2,58

Abbonamento ordinario 15,50

Benemerito 25,82

Redazione

Lilia Losi - Luciano Petrai - Emilia Crestini - Orazio Scandurra

Gemma Mondanelli - Pier Luigi Ricci - Alberto Mancini

Hanno collaborato ha questo numero:

O. Scandurra - A. Mancini - V. Gepponi

L. Petrai - L. Deganutti - I. Mori

G. Mondanelli - F. Baroni - G. Panella

L’INCHIESTA

Il futuro non aspetta - A. Mancini, L. Petrai, L. Deganutti.

RUBRICHE

La rabbia e il furore - Luca Deganutti

SPAZIO APERTO

Estate: tempo prezioso per recuperare il gusto dell’umana avventura - V. Gepponi

NOTIZIE DAL CENTRO

CSA ed I CARE propongono un gruppo di ascolto - Francesco Baroni

Progetto agricoltura sociale e formazione - Francesco Baroni

ANGOLO DEL PENSIERO

Cosa tiene accese le stelle - Gemma Mondanelli

Il tempo prende il tempo dà... - Giuseppe Panella

PAGINA DELLO SCRITTORE

Che cosa è successo - Irene Mori

Certificazione ISO 9001:2008

Copertina e impaginazione

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In copertina: Nel tempo

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al n. 2 del Registro Stampa 1989

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UNA DOMANDA

AL DIRETTORE

Caro Direttore,

la solitudine è una brutta bestia quando non la si sceglie liberamente e, mi creda,

caro direttore, quella degli anziani è la peggiore. Mi è venuta voglia di scriverle perché oggi,

per me, è una giornata peggiore delle altre. Leggo sempre il suo bel periodico e mi rendo conto che ci

sono tante forme di solitudine che provocano anche quel disagio giovanile che porta alla

dipendenza da droga e da alcool. E, allora forse mi sbaglio: la solitudine degli anziani non è

la peggiore ci sono tante altre solitudini non è vero?

Scusi il mio piccolo sfogo confuso. La saluto cordialmente.

Cara Maria Luisa,

la tua lettera che ho riassunto (come tu mi hai chiesto e tagliato nelle parti

personali) mi ha rattristato perché quella delle persone anziane è una solitudine

veramente amara.

Nella società contemporanea la solitudine è un problema che coinvolge

drammaticamente milioni di persone e, come dici anche tu, ci sono tante

solitudini. Ci sono giovani che si sentono soli perché non si riconoscono nel

mondo degli adulti e non hanno alcuna fiducia nel futuro e a volte ricorrono a

soluzioni approssimative e artificiali.

Ci sono persone anziane che si ritrovano scaricate dalla famiglia e si sentono

un peso ingombrante e mal tollerato.

Ci sono solitudini antiche, come la vedovanza; e solitudini moderne, come le

separazioni. C’è la solitudine di chi pur in compagnia si trova su posizioni così

diverse che le parole sembrano incapaci di colmare i vuoti, quei vuoti che

spesso portano all’incomunicabilità. Ma c’è anche chi si sente solo e scarica la

colpa sugli altri; “nessuno mi capisce”, “nessuno mi vuole”.

Viene il dubbio in questo caso che sia lui o lei ad avere il problema. Per questa

“solitudine” ho avuto in più di un’occasione un consiglio in proposito e lo

ripropongo: non dobbiamo mai interrogarci tanto su cosa gli altri hanno fatto

per noi ma su quanto noi possiamo fare per gli altri. Se sei solo e nessuno ti

vuole, puoi cercare tu gli altri e donare un po’ del calore della tua presenza.

Vale per tutti. Magari anche per te Maria Luisa anche se può sembrarti più

difficile. Scusami cara amica se ho affrontato il problema solitudine da angolature

diverse che si discostano da ciò che mi scrivi, avremo modo di parlarne più

specificatamente perché, come mi hai chiesto, ti scriverò privatamente e lo

farò con piacere. Un abbraccio.

Maria Luisa Cenciai – prov. Perugia

Il Direttore


EDITORIALE

Il futuro presente

di Anna Maria Berni

Passato, presente, futuro. Presente, passato, futuro. Futuro, passato, presente.

Quale l’ordine del tempo, infinitamente finito, dove ieri è già domani? Dunque

il futuro è oggi e ogni nostro agire lo prepara.

Penso che in quest’ottica non sia difficile condividere il titolo di questo numero

di Essere, credo infatti che occorra impegnarsi a sperimentare al massimo una

nuova cultura di vita e non rassegnarsi a…vagare in attesa di un futuro migliore:

il domani è l’oggi che è nella volontà dell’uomo. La vita non si inganna con

l’alibi dello ….scoraggiamento, dell’impotenza. E’ infatti la piccola rivoluzione

culturale quotidiana di ciascuno che può permettere di riappropriarsi dell’ordine

concreto e coerente.

La vita è di per sé esistenziale, concreta, sempre bisognosa di scambi, rispetto

completo secondo il modo e il tempo della sua crescita naturale. E’ sconcertante

però constatare che mai l’uomo è riuscito a tutelare per se e per gli altri una

vera cultura di rispetto delle proprie forze. Che non abbia compreso come la

libertà passi e si sviluppi proprio nello scambio di rispetto di queste.

E’ questa libertà che prepara, anzi, anticipa il futuro.

Allora è tempo di scuotersi, di non farsi più imbrogliare, di credere al valore

della propria persona, di riscoprire e testimoniare la propria dignità se vogliamo

un futuro presente. Ma, attenzione, ci sono molti compromessi da evitare per

non allontanare il futuro che è dentro di noi. Uno fra tutti quello che sposa

la verità di comodo ignorando quella più difficile della propria coscienza che

sola vanifica mille e mille sterili discussioni e lascia spazio privilegiato a quel

Futuro.


CAMBIAMENTI

Parliamo di droga

di Orazio Scandurra

Anche quest’anno, come si legge nella Relazione annuale presentata al

Parlamento dal Ministro Giovanardi, è confermato il calo complessivo dei

consumi di sostanze stupefacenti nel nostro Paese. Infatti, dall’indagine

condotta su un campione di . 89 giovani di età compresa tra - 9 anni,

“le percentuali degli assuntori, in ordine all’uso dichiarato negli ultimi mesi,

hanno registrato i seguenti dati: eroina 0,6% (0,8% nel 0 0), cocaina , %

( ,9% nel 0 0); cannabis 8, % ( 8, % nel 0 0); stimolanti - amfetamine -

ecstasy , % ( ,7% nel 0 0); allucinogeni , % ( ,7% nel 0 0)”. Si tratta di

un trend che conferma quello dell’anno precedente in cui il calo complessivo

di consumo è stato del 0%.

E’ sicuramente una buona notizia. Tuttavia, senza nulla togliere all’impegno di

quanti si occupano di lotta alle tossicodipendenze, sia sul piano preventivo e

soprattutto su quello repressivo, questi dati da soli non possono portarci a

ritenere che il fenomeno nella sua complessità è sotto controllo.

E’ mio convincimento che i dati vadano letti sicuramente per quello che

sono. Soprattutto non va trascurato il contesto più generale della società in

cui viviamo, una società che presenta aspetti e modalità nei costumi e nei

comportamenti in continuo cambiamento.

Una società che vive e soffre il disagio di una crisi economica senza precedenti;

che vive e soffre la perdita di indicatori etici e culturali di riferimento, mentre

sempre più appare condizionata, come è stato più volte detto, dal pervadere e

perdurare del relativismo etico e di forme le più svariate di narcisismo sia che

si tratti di singoli individui sia che si tratti di gruppi.


cambiamenti

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E’ principalmente questo contesto storico/culturale che mi porta a non

enfatizzare più di tanto il dato statistico e ritenere importante ed attuale l’analisi

di quanti ravvisano che in questa realtà sociale con i suoi modelli di vita viva un

mondo giovanile triste, con scarse prospettive future e infiacchito nello spirito.

Questo per me non è meno significativo né secondario ai dati statistici sul

fenomeno droga. Ciò perché viviamo in un clima in cui è prevalente l’anomia e

l’apatia verso tutto ciò che riguarda il futuro, soprattutto il futuro dei giovani.

Nessuna meraviglia se oggi le condizioni e le manifestazioni di disagio non ci

consentono di individuare in modo netto una possibile causa di ricorso all’uso

della droga. E’ sicuramente vero che oggi ci si droga di meno, ma è altrettanto

vero che si rischia di più vista la fragilità di tanti giovani e l’ istinto di morte

che li induce a cadere in un baratro senza fine, a vivere nella quotidianità la

percezione dell’abisso. Ben diversa cosa avveniva qualche decennio fa, quando

fattore scatenante nel consumo di droga era l’assenza di autostima, il vuoto

derivante dalla perdita di amore in se stessi, la rottura del clima educativo fatto

di relazioni, di accettazione di sé, di riconoscimento della identità propria di

ciascuno, di apprezzamento da parte di coloro cui è dato il compito di assistere,

guidare nei diversi momenti della loro vita una intera generazione perché a loro

spetta il futuro del Paese.

Non possiamo accusare in modo semplicistico e generico questa società

se molti giovani appaiono così freddi e privi di “nucleo caldo”, cioè di quel

“fuoco interiore” che accende non solo gli affetti, ma sostiene ed alimenta la

costruzione di un progetto, l’aspettativa di vita per se stessi e per gli altri.

Certamente, l’incertezza economica,il precariato, i divorzi all’ordine del giorno, non

sembrano certo concorrere a formare un ambiente di vita adatto alla formazione

di bambini capaci di affrontare domani con la dovuta forza le traversie della vita.

Non è tuttavia la società che viene a mancare, bensì è la famiglia tutte le

volte che cura i figli seguendo una propria costruzione fatta di aspettative, di

eccellenza e di efficienza. Infatti, se e quando queste aspettative dovessero

venire deluse il rischio che i figli corrono è di vedersi accettati non per ciò che

sono, ma per ciò che non sono stati capaci di realizzare e, cosa ben più grave,

vivere sulla loro pelle processi relazionali ed affettivi in cui in modo più o meno

palese è presente l’amarezza, la delusione dei genitori per un sogno invano

vagheggiato.

Come sempre, ciò che spinge a far uso di droga è difficile dirlo. Come pure

ha un valore puramente statistico e politico sapere da una indagine che la

percentuale di quanti fanno uso di sostanze stupefacenti possa diminuire,

mentre fuori della statistica rimane l’universo giovanile con i suoi dubbi e le

sue incertezze.

Per quanto oggi sia possibile scorgere anche in Italia una presa di consapevolezza

maggiore rispetto al passato verso i veri problemi di questo nostro tempo,

rimane il fatto tuttavia che ieri come oggi, la società, la scuola, la famiglia

debbano continuare ad interrogarsi sulla sorte degli adolescenti, sul loro diritto

ad essere felici. Così come non debbano trascurare né minimizzare il fatto che

talvolta si giunge alla droga perché non ci si sente normali o perché la normalità

è così stretta che finisce per soffocare.


INCHIESTA: il futuro non aspetta

Il futuro non aspetta

di Alberto Mancini

La realtà che ci circonda e l’uomo stesso, con ciò che fa e che vuole fare, con

ciò che è e che vuole essere, non si fermano mai. E non può che essere così.

Affermare che ‘il futuro non aspetta’, che cioè, comunque vadano le cose,

il futuro verrà - qualunque sia l’impegno di ciascuno a costruire la propria

esistenza o quella dei suoi simili che lo accompagnano in questa strada che

è la vita -, può apparire un luogo comune, un’affermazione scontata e quasi

indolore, forse neppure degna di riflessione.

Ma, se la breve frase è stata posta come titolo per questo numero della rivista,

qualche ragione c’è, e forse nemmeno così scontata.

Qui, anzitutto, si cercherà di vedere se, più o meno recentemente, è cambiato

qualcosa sotto l’aspetto culturale nel modo di pensare il futuro, e se l’eventuale

modo, che attualmente va per la maggiore nel nostro mondo occidentale, di

guardare al futuro può condurci verso un mondo migliore.

La nostra civiltà da qualche tempo sembra interessarsi meno al futuro. Ne

sono un sintomo i numerosi aforismi attribuiti a personaggi illustri a noi vicini

nel tempo o contemporanei, nei quali non si fa che affermare che il passato

non esiste più, il futuro non esiste ancora e che, dunque, l’unica cosa sensata

che può fare un essere intelligente e pragmatico come è l’uomo attuale, è

vivere nel presente e agire solo per il presente. Tra i moltissimi ne cito uno di

Albert Camus, tratto da L’uomo in rivolta, 9 : “La vera generosità verso il

futuro consiste nel donare tutto al presente”.

1 – Il futuro ‘nel passato remoto’

Fino a pochi secoli fa l’idea che l’uomo ne aveva, ai vari livelli sociali, si può

forse riassumere così.

Chi deteneva il potere pensava, in termini di futuro, a ciò che riguardava il suo

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inchiesta

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potere e lo Stato in cui lo esercitava. Di qui la politica interna ed estera dei

singoli Stati, le lotte, anche nascoste, le congiure, ecc. E questo vale anche

per oggi, tranne per il potere personale che negli Stati moderni democratici

occidentali ha una assai minore incidenza, durata e continuità.

L’esistenza della gente comune trascorreva in una situazione in genere stabile,

che poteva essere prevista più o meno identica per decine e decine di anni.

Il lavoro che ciascuno svolgeva, escluso il caso di qualche evento eccezionale,

era pensato stabile per tutta la vita, e spesso di generazione in generazione: i

giovani figli di un falegname o di un contadino vedevano, nel proprio futuro di

adulti, falegnami o contadini. Questa condizione era sicuramente un limite, ma

d’altra parte contribuiva a dare un senso di stabilità e, forse, anche di tranquillità

e sicurezza.

L’economia che contava era governata ad alti livelli sociali, quasi sempre

soltanto da un’élite molto ristretta. Per le persone comuni gli ‘affari’ erano

eventi regolati da leggi e da prassi molto semplici, che molte volte restavano

pressoché identiche per secoli.

Anche la famiglia era stabile. Il matrimonio costituiva una situazione quasi sempre

irreversibile. Ogni componente della famiglia conosceva la sua posizione, che

non sarebbe cambiata negli anni, i suoi diritti e obblighi, spesso più o meno gli

stessi da tempo immemorabile, e poteva prevedere con sufficiente sicurezza

ciò che sarebbe stato all’interno di essa il suo futuro.

La stabilità delle leggi era quasi una norma.

2 – Il futuro nell’età moderna e contemporanea

Con l’età moderna, con l’industrializzazione e la conseguente sempre più

complessa e abbondante circolazione dei capitali, con la necessaria affermazione

dei diritti delle masse dei lavoratori e con l’introduzione, anch’essa necessaria,

nella legislazione di norme relative a nuovi diritti delle persone, si è verificata,

già alla fine del XVIII e soprattutto nel XIX secolo, una prima rivoluzione nei

rapporti sociali ed economici generali e individuali.

Nel corso del Novecento questo processo ha avuto un’accelerazione senza

pari e, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, il movimento è divenuto

‘naturalmente’ accelerato e ha provocato, in ogni aspetto generale e individuale

della vita, una sensazione crescente d’instabilità.

Per ‘instabilità’ qui non si vuole intendere una situazione di per sé negativa,

ma soltanto una condizione familiare, individuale e sociale che - specialmente

per la rapidità dei mutamenti che ha impedito una loro reale assimilazione e il

conseguente adattamento da parte di chi l’ha vissuta e la vive – ha determinato

e determina, anche sotto l’aspetto psicologico e in un numero sempre più

considerevole di persone, un’evidente sensazione di incertezza per ciò che, in

ogni ambito, potrà essere il loro futuro.

Fa impressione – specialmente dopo la seconda guerra mondiale - la

‘produttività’ accelerata di sempre nuove leggi e norme da parte delle Istituzioni

a ciò preposte, di aggiornamenti continui di quelle già esistenti e di vistose

sostituzioni.

Se esaminiamo la legislazione attuale italiana di Diritto Civile, Penale e


Amministrativo relativa alla famiglia, al mondo del lavoro pubblico e privato,

alla conduzione delle imprese, alla condotta e agli strumenti finanziari, ai vari

sistemi di tassazione, alle relazioni interpersonali, ai comportamenti dei singoli

nei luoghi pubblici e privati, ecc., e la confrontiamo, anche escludendo le leggi

ormai notoriamente obsolete, con quella di un secolo fa, salta agli occhi il

numero sproporzionato, rispetto al passato, di leggi e di norme che si sono

accumulate relativamente ad ogni ambito dell’esistenza.

Naturalmente ci sono realtà oggettive che hanno determinato questo processo

di ‘complicazione’ legislativa: la maggiore complessità della vita sociale e

privata in sé, determinata anche dall’aumento della popolazione, dalla sua

eterogeneità, dalla sempre maggiore attesa consapevole del rispetto dei propri

diritti da parte dei numerosi gruppi sociali e dei singoli.

A questo si aggiunge, e non solo in Italia, che una parte della legislazione

viene ‘cambiata’ secondo l’avvicendamento politico periodico dei governi. Con

il risultato che, ad ogni governo politicamente diverso dal precedente, alcune

leggi vengono sostituite o modificate.

E questo implica che nessuno, oggi, in questo mese di luglio del 0 , è in

grado di prevedere, anche con una notevole tolleranza, quali davvero saranno,

anche soltanto tra venti anni, le leggi che regoleranno, solo per fare qualche

esempio, il matrimonio e la famiglia, o la scuola, in ogni ordine e grado, o il

posto di lavoro, o l’accoglienza negli asili nido, ecc., il mondo finanziario, o le

tasse, le pensioni, e perfino la nascita e la morte.

Periodi di incertezza nella storia sono stati vissuti altre volte, per invasioni di

popoli, per cataclismi e vari accidenti, ma è soltanto da qualche decennio

che da noi l’uomo si trova, almeno a quanto possiamo sapere, di fronte ad

un’incertezza di tale portata su ciò che potrà essere il suo futuro in ogni ambito

della sua vita. E, oltre tutto, non riesce a prevedere quando tale incertezza

potrà finire.

Una delle conseguenze immediate, di questo stato psicologico quotidiano, è

questa ‘corsa’ continua di tutti – verso che cosa? –, questa troppo spesso

perenne insoddisfazione per quello che abbiamo, questa ricerca, quasi

ossessiva, dello stupore artificiale, della forte emozione a tutti i costi. Tutti, chi

più chi meno, risentiamo di questa situazione, soprattutto i giovanissimi e i

giovani – e lo possiamo cogliere dai loro comportamenti -, ma anche gli adulti,

e la cronaca nera ne mostra troppo spesso gli effetti.

Una così febbrile ricerca quasi generale di stordimento nell’evasione poteva

trovare riscontro, fino a pochi decenni fa, forse soltanto nei periodi prebellici,

quando davvero la gente non sa più cosa aspettarsi dal futuro, perché avverte

che il suo mondo può crollare ed essere annientato dall’oggi al domani.

3 – Il presente

Il continuo aggiornamento legislativo, beninteso, fa anche parte della positiva

capacità dell’uomo di ‘costruire’ la propria vita, di adattare la vita materiale e

sociale, in tutti i suoi risvolti, alle proprie esigenze che si evolvono con lui.

Ma troppo spesso, da come si comportano, si ha la sensazione netta, e a

volte il sospetto, che i vari gruppi sociali e i relativi partiti - e gli individui che

inchiesta

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inchiesta

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ne fanno parte, evidentemente, si trovano in essi del tutto a loro agio e si

sentono da loro pienamente rappresentati - ‘lottino’ soltanto per un tornaconto

immediato, come se fossero totalmente separati dagli altri gruppi, anch’essi

composti di ‘persone’, e non si trovassero, invece, come è nella realtà vera,

tutti insieme sulla stessa barca, nonostante le differenze e i diversi scopi, a

compiere uno stesso tragitto verso una comune meta. E la barca dovrà poter

navigare al meglio anche per le prossime generazioni.

Ridotto all’osso, il ragionamento che sta alla base di tale modo di pensare e di

comportarsi sembra più o meno il seguente: io sono un individuo che, in un

Paese come il mio, ha una vita media di circa 80 anni e oltre, e vivrò la mia vita

più o meno bene a seconda di come riesco ad organizzarla e di ciò che riesco a

procacciarmi. Quindi, dato che ho questa vita e solo questa, devo fare di tutto,

ora e subito, per avere, io e i miei familiari, più prospettive, più diritti, più cose

e comodità, e dunque più ‘felicità’ ad ogni livello possibile; il resto non conta,

o conta molto poco.

4 – Il futuro ‘al presente’

Tenendo, beninteso, conto che a volte i diritti di alcuni sono davvero calpestati e

che dunque, com’è giusto e naturale, occorre un intervento urgente al riguardo,

viene tuttavia da porsi qualche domanda.

È lecito e frutto di lungimiranza, in una società degna di questo nome, e

interessata quindi alla propria sopravvivenza, che in modo sistematico si

facciano riforme e leggi avendo come unico referente i desideri, i punti di vista,

le aspettative delle generazioni di turno?

Quando si distrugge – e i motivi sono di diversa natura - una tradizione sociale

o si sostituiscono leggi ‘vecchie’ con nuove - leggi importanti che coinvolgono

aspetti essenziali di un grande numero di persone – siamo certi di avere

sufficientemente vagliato le conseguenze che il cambiamento produrrà nel

futuro?

Non ci si vuole riferire soltanto alle conseguenze su chi ha voluto il cambiamento,

che evidentemente le vuole, o crede di volerle. Ci si riferisce a chi viene dopo,

a chi è al momento un bambino, oppure non è ancora nato, a chi si troverà a tu

per tu con le ‘novità’ nel pieno della sua esistenza.

Perché, se è positivo che l’uomo adatti, per quanto può, il mondo in cui vive e le

sue leggi per viverlo al meglio, è davvero giusto e dunque lecito - ci chiediamo

–, se si vuole veramente costruire un mondo migliore, che i legislatori adattino

e creino le leggi per chi desidera nel relativo presente che la sua vita sia soltanto

‘come viene’, senza alcun limite al proprio egocentrismo, alla propria ‘smania

di vivere’?

Oppure da parte dei legislatori si agisce così per le ‘ragioni della politica’ - si

badi bene, qui si intende di ‘qualunque partito politico’ – soltanto, cioè, per

avere alla fine più voti alle prossime elezioni?

Forse, la valenza di senso di queste domande può riuscire a qualcuno più

chiara, se al loro posto vengono fatte domande su problemi che soltanto in

apparenza sono diversi e più gravi, ma che hanno di certo un impatto mentale

più marcatamente immediato.


E se, poi, dopo avere ‘tolto i paletti’ all’uso di questa ‘nuova medicina’, non

sufficientemente testata, ci rendessimo conto che le sue controindicazioni

sono così vaste da provocare a quasi tutti i pazienti malattie molto più gravi di

quella che si vuole curare?

E se, poi, ci accorgessimo che alcune di queste nuove ‘sostanze’, introdotte

negli usi più comuni e invasivi tra la popolazione - sostanze che non si è avuto

modo di conoscere a fondo, o non si è voluto, per varie ‘ragioni’, controllare

per tempo nei loro effetti – producono patologie gravissime come il cancro, o

nuove malattie sconosciute di ancora maggiore aggressività?

5 – Ciò che seminiamo

Ciò che oggi seminiamo, con le sue conseguenze, sarà ‘sopra’ di noi e ‘sopra’

le prossime generazioni, e senza dubbio coglieremo nel futuro vicino e lontano

i frutti non soltanto di come avremo organizzato la nostra ‘bella civiltà’, ma

anche di altre ’cose’.

Perché, come se non bastasse ciò che si è detto finora - tutti presi dalla

smania di ‘correre’ ad accrescere il nostro discutibile ‘benessere’, di forgiare

leggi nuove e sempre più adatte a renderci la vita più ‘facile’ e ‘felice’ - non ci

dimentichiamo di cose anche più essenziali?

Quando ci viene detto e ridetto che intere popolazioni muoiono di fame o di

sete, pensiamo davvero che sia sufficiente nascondere la testa sotto la sabbia

per non vedere e sentire?

Pensiamo davvero che basti limitarsi a qualche sporadico aiuto mediante

inadeguati stanziamenti da parte dei Paesi ‘abbienti’, o mediante i tanto lodati

fondi raccolti con qualche colletta televisiva?

Anche questi nodi verranno ai pettini, e prima di quanto vorremmo.

Perché, non dobbiamo farci illusioni: il futuro è qui, all’angolo, a due passi da

noi. E non aspetta.

inchiesta


inchiesta

Ladri di futuro

di Luciano Petrai

Chissà perché abbiamo bisogno di futuro per vivere bene il presente. Senza

vedere un percorso non avrebbero significato molte nostre attività; i sacrifici,

gli sforzi le rinunce non avrebbero un senso se non finalizzate alla costruzione

di un futuro. Eppure spesso facciamo di tutto per rovinarci il domani. Da tempo

l’ecologia ci dice che le risorse sono esauribili e che rischiamo di lasciare

un pianeta in condizioni pessime se non impossibili alle future generazioni.

Il territorio continua ad essere deturpato da costruzioni inutili e dannose; i

comportamenti umani scriteriati producono già effetti deleteri sulla salute e sulla

qualità della vita. Stiamo perdendo i ritmi della natura che era l’unica nostra guida

e ci avventuriamo in un presente di cui non governiamo più niente. Avviene

così che l’uomo si senta sempre più estraneo al mondo stesso, quasi fuori dal

mondo, che diventa per lui una dimora precaria sempre meno rassicurante. Ma

l’uomo si è sempre caratterizzato come soggetto che si interroga sul perché

del proprio esistere che lo obbliga a rapportarsi a sé, gli toglie la spontaneità

immediata dell’animale e lo spinge a costruire la propria vita e a cercare il

proprio percorso: nell’apertura della coscienza l’uomo si presenta come un

progetto e di conseguenza il futuro è la necessaria prospettiva del vivere.

E allora, considerando il diffuso “ male di vivere” qualcuno sta rubando il futuro.

Lo stanno rubando ai giovani che non trovano lavoro in una società orientata

solo alla produzione e se lo trovano è così precario da rendere impossibile

ogni progetto economico e sociale a lunga scadenza; lo stanno rubando agli

anziani, perché o sono già tra i privilegiati ai vertici del potere o altrimenti sono

considerati inutili ed obsoleti, anzi un costo per la società. E’ difficile pensare

ad una società solidale dove il valore principale sia la felicità delle persone e

non l’accumulo di beni tanto inutili quanto dannosi. E’ per questo che esistono

poi i ladri di sentimenti, cioè quell’accumulo di media e spettacoli che stanno

surrogando i valori veri dell’amore e del pianto, della vita e della morte. Stanno

sostituendo le nostre sensazioni reali con false rappresentazioni della gioia e del

dolore, rubando alle nuove generazioni l’affettività vera e vissuta. E se questo è

l’oggi, quale sarà il domani?

Ma che cos’è dunque il tempo? “ Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio

spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. E tuttavia io affermo tranquillamente

di sapere che se nulla passasse non ci sarebbe un passato, e se nulla avvenisse

non ci sarebbe un avvenire, e se nulla esistesse non ci sarebbe un presente”

(Sant’Agostino Confessioni, XI, ). Il tempo è difficile pensarlo, è inafferrabile

perché “ora” è già trascorso e non è più “ora” bensì un momento fa e il futuro,

quindi, è qui e non attende. Dar valore al tempo vuol dire dare valore alla vita

troppo spesso sacrificata a mera sopravvivenza senza prospettive ed appunto

senza futuro. Fatichiamo a reperire un senso, confusi da quel frenetico darsi

da fare, di cui però non riusciamo a vederne non solo lo scopo ma anche

il perché. Ed allora che futuro possiamo immaginare nella società dell’usa e


getta, del qui e subito, e che dimentica facilmente il passato. Senza memoria

non c’è futuro. Eppure la gente ha voglia di futuro ma non sa dove trovarlo,

spesso scoraggiata da chi il futuro dovrebbe tracciarlo come i governanti, gli

economisti e gli scienziati.

Ma il futuro non richiede grandi progetti, spesso sono piccoli gesti, piccole

emozioni che ne indicano la strada: un dolce sorriso, una carezza, un gesto

gentile, un aiuto ad una persona in difficoltà, aprono il cuore alla speranza

ed alla fiducia nel domani. E forse i ladri di futuro ci stanno togliendo proprio

questo, la serenità del vivere in nome di una esasperante forma di egoismo.

Dice lo scrittore “ Vivetela bene la vostra piccola vita perché è la sola e quindi

immensa ricchezza di cui disponete. Non dilapidatela, non difendetela con

avarizia, non gettatela via oltre l’ostacolo. Vivetela con intensa passione, con

speranza e allegria”.

Il futuro impassibile (non)

aspetta

di Luca Deganutti

La ruota gira, ci porta in un mondo ignoto, avanza lungo la strada d’acqua del

tempo.

La strada non si possiede, l’acqua ci possiede, noi vorremmo possederli,

tutto. Vorremmo tasche profonde per non avere sorprese. Scordiamo che

l’angoscia, come la morte, non ha tasche. Noi vorremmo tasche a senso unico

come gabbie che ci inghiottano. Alla fine sono posseduto dalla mia smania

di possesso. Triste tempo senza libertà, estro né doni. Triste tempo cupo

da agguati. Lottatori di sumo immobili, avvinghiati all’adipe del tempo che

ingrassiamo divorando vuoto.

Non sappiamo sporgerci con fede alla meraviglia, non sappiamo abbandonarci

alla volontà della grazia, non sappiamo servire. Ci chiudiamo alla sventura

come Lazzari senza amici, come morti catafratti in vecchie vele dimenticate ad

ammuffire nelle stive dei relitti.

Vieni futuro che già mi manchi, invecchiami d’amore e di saggezza, vieni lotterò

con te una genesi di meraviglie, un parto che mi è mancato. Vieni grigia, muta

geologia del domani. Ti abbraccio pietra che l’amore fonde e l’odio sbreccia.

Sogno forme materne, sogno curve toscane, sogno paesaggi di persone.

Sogno come i miei sognarono me, sogno a braccia aperte. Io so di futuro, voi

sapete di futuro… ascoltate senza paura.

Io lo sento dire…

Si: il futuro mi dice che la libertà è liberazione, che possiedo solo ciò che dono

e che lui c’è per accogliermi.

inchiesta


RUBRICHE:

parliamone con lo psicologo

La rabbia e il furore

di Luca Deganutti

Voglio rischiare di affrontare il tema del furore, della rabbia attorno al quale

la confusione è grande fra di noi ed attorno a noi e dentro di noi. Espongo

queste mie tesi dopo tanto lavoro e pasticci. Sapete già che ad un certo punto

l’urgenza della chiarezza trascinerà il mio filo in terre note ma inconoscibili nelle

quali dobbiamo imparare a perderci. Comunque proviamo ad iniziare:

Un vincolo inscindibile unisce la rabbia, l’amore i bisogni, facendo sì, però,

che, mentre cercano disperatamente di incontrarsi, accada che si respingano

inesorabilmente, consumandosi in una nevrosi.

Ecco come:

- L’aspetto socialmente accettato, della rabbia è l’aggressività. Anche esso, in

realtà, non è diverso dagli altri, soggiace alle regole seguenti (la realtà emotiva

non soggiace che minimamente a mode e vizi posturali o come quello del

cattivismo).

- Non è necessario né utile aggredire, tanto meno opprimere, infuriarsi,

violentare, l’aggressione non aiuta in nulla che non sia sopruso,

- Il senso della rabbia è nella filogenesi, nell’evoluzione (dove essa può

assumere un senso razionale) ma non nella vita dell’uomo.

- L’unico aspetto sempre evolutivo della rabbia è rappresentato dall’indignazione.

Essa si può esprimere in forma di critica ma anche in azione.

- L’uomo, diversamente dagli altri animali, ha un comportamento irrazionale,

ciò che rappresenta la sua ricchezza ma anche la sua miseria.

6 - La rabbia è in relazione diretta con la paura e con la morte. La rabbia reagisce

alla paura al dolore ed alla depressione, rende energetici ma distruttivi, la rabbia

porta problemi più che soluzioni perché essa non si riconosce come problema

che invece identifica negli altri. Essa è in rapporto inverso con la malinconia.

7 - La depressione sta nel dolore e toglie energia, porta ansia, è lenta, stanca,


iflessiva: porta soluzioni più che problemi perché è riconosciuta da chiunque

come un problema (anche dal neonato),

8 - Dalla depressione non deriva rabbia ma faticate decisioni, determinazione,

assertività che possono contenere elementi di rabbia nella misura in cui

contengono ancora paura non risolta, amore impaurito, inespresso, nascosto,

9 - Un dolore che non conosce la fiducia, la speranza, la fede avvitandosi

su sé stesso, si trasforma in una depressione sorda, cupa, maligna che può

generare furore e follia,

0 - La rabbia è esternazione di persone paurose (fragili, pervertite nei bisogni)

che abusano di potere, si concedono alla violenza, mancano di rispetto. È

loro estranea la pietrificante consapevolezza di essere loro stessi una Gorgone

(Simbolo di perversione, nemiche di Atena: dea della sapienza, della saggezza

e dell’arte). Rifuggono la consapevolezza, gli specchi e la relazione.

Le Erinni si incaricano, incattivendosi persecutorie di tutto il resto, insieme

a vergogna, sensi di colpa, risentimento… infilateci voi a vostro gusto ed a

vostra scienza tutte le voci che con tanta confusione l’umanità e la ψcomania

imperante cercano di richiudere in una sua nomenklatura della deprivazione

Noi (io) viceversa, parliamo di paura, furore, morte, cecità da una parte e di

speranza, coscienza, vita dall’altra.

Cosa ci spinge, però, in una direzione o nell’altra? Ci spinge la quota di amore

o di diffidenza che, attorno a noi, in fase evolutiva ci ha predisposti ad un

atteggiamento di fondo di apertura o di chiusura. Isolamento (solitudine)

diffidenza e attacco contro relazione speranza, curiosità.

Uso tanti apparenti sinonimi per sottolineare le infinite possibili variazioni,

sfaccettature, diversità. Una infinità di variabili che si organizzano su una

gaussiana fra benessere o sofferenza cioè fra soluzioni progressive o regressive

cioè dettate dalla speranza o dalla paura cioè apertura o isolamento cioè amore

o odio cioè guerra o pace, cioè vita o morte…. E ognuno le sente con il proprio

spettro affettivo.

Ma che farne allora di questa rabbia che ancora ci possiede? Ecco il bello:

rubriche

ascoltarla senza arrendervicisi sentirne le ragioni andarci al fondo scendere fra

le viscere ed il cuore dei bisogni dove animali d’angoscia risalgono dagli abissi

degli incubi primordiali. Borrellie e treponemi a colonizzare parassiti e cercare

ospiti dove riprodurre pupe e larve ed ancora spirochete, DNA replicanti appesi

alla loro esistenza di attesa eterna: infettare, riprodursi, infestare e uccidere

e noi… desti a trasferire morte e paura con i mezzi della nostra civiltà. Una

irrazionalità pensosa, una devastante presunzione, da incubo, fatta di acciaio

e tritolo e sangue, uno spazio di morte a mordere l’universo… senza più

nemmeno le ragioni del vibrione noi che una ragione spodestata rende le bestie

peggiori. Allora aprire gli occhi e da lì piano piano risalire alla veglia, adattarsi

alla luce e, finalmente, guardare negli specchi. Allora io incontrerò me stesso

con il mio fardello e con il mio compito: non il mio nemico e, finalmente, la

conoscenza. Finalmente potrò scegliere il bene, non agire il male, finalmente

conoscerò il bello ed il buono. Etica ed estetica ci troveranno in piedi sereni

padroni della verità con lo sguardo saggio e forte della consapevolezza e della


ubriche

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determinazione.

Signori non c’è potere che vi risarcisca: stuprate, uccidete, torturate, esigete

pure tributi di sangue: sarete comunque voi le vostre vittime.

Ecco, questa è la verità: dentro e fuori di me io e gli altri. Amica rabbia rotta

breve nel mio mare oceano leggi questo racconto d’amore che porti tatuato nei

denti, nutri il mio coraggio, dai energia al mio dolore e strada e cammino alla mia

dolorosa conoscenza, siediti al desco del tuo amorevole nemico incontralo con

parole di verità quella verità colta dentro, nel suo riflesso, o meglio nel riflesso

dei suoi incubi dentro di me. Risorgeremo insieme dalla rabbia, dalla morte

dopo quella discesa agli inferi della conoscenza, alle viscere della confusione

dove potersi guardare negli occhi io, lui e me.

Ecco la rabbia non si trasforma, la rabbia ci trasforma o nelle peggiori bestie

abbrutite da una ragione pervertita, o in esseri umani che possiedono la

conoscenza, se sapremo interrogarla. Uniamo ragione e coscienza, diamoci

senso ed emozione, saturiamoci della nostra amorevole reciproca umanità.

Tornando nello psicologo qui posso dire: che l’ego attiene all’individuo,

all’egotismo ed alle barricate e al possesso, là dove il sé ambiguo, rutilante,

inafferrabile: attiene all’attesa, all’angoscia al dolore al furore ed alla fiduciosa

reciprocità della cura, del bene in comune, alla fede. Sappiate poi che il sé

dolente quando si solleva ed agisce e persegue le sue soluzione è alla fine

festoso, amorevole, felice. Parafrasando Gandhi: al limite, partiti da dove la

rabbia uccide, dopo la traversata del dolore, arriveremo con l’occhio sereno e la

forza della verità là dove la tenerezza darà anche senso al morire. Ricorderemo

che libertà è liberazione.

Tutto ciò è molto presuntuoso da parte mia, ma spero che, a suo modo, sia

chiaro: anche per il guerriero più feroce e disumano, quello spaventato solo

dalla paura, c’è un’ora, almeno una volta, mentre stanco torna a casa verso

sera, che lo accoglie il perdono di un sole basso, di una luce calda e cheta

che illumina l’anima di tutto, di tutti e allora gli scivola morbida dentro una

pace eterna, una meraviglia da bambini, una coscienza di tenerezza e di amore,

sfuggitagli fino a quel momento e, finalmente, il sonno.

Questo forse allora noi possiamo dire soluzione.


SPAZIO APERTO

Estate: tempo prezioso per

recuperare il gusto

dell’umana avventura

di Vittorio Gepponi

Il numero di “Essere” che state leggendo è quello che esce in concomitanza

con il periodo che, per la maggior parte degli italiani, significa tempo di ferie e

quindi di riposo. Tutto in questo tempo, per molti, sembra essere più leggero,

tenue, evanescente. I problemi che si sono dovuti affrontare nel corso dell’anno

sembrano presentarsi al momento un po’ meno preoccupanti. Fino al punto che,

in un contesto così fragile economicamente, c’è chi, in maniera spregiudicata

e insensata, va a chiedere un prestito in banca per andare in vacanza per poi,

al ritorno, inserirsi tra coloro che vivono realmente la drammaticità della crisi e

che non arrivano alla fine del mese.

Le ferie rischiano di diventare così sinonimo di insulsaggine generalizzata;

settimane durante le quali tutto si fa meno che vivere con passione e intelligenza

la vita. In pratica ci si accontenta del nulla, si spende pure per il nulla e si cerca

la felicità in qualche momentanea, capricciosa e passeggera emozione. Quindi,

senza neanche rendersene più conto, si è svenduta la grandiosità e la bellezza

dell’umana avventura per un misero piatto di lenticchie.

Quello che dunque ci preme, amici lettori, è consegnarvi qualche pensiero e

qualche breve riflessione nella speranza che in quest’estate non si mandi in

ferie anche la prospettiva e il gusto di giorni a venire carichi di significato e

di senso. In altre parole il nostro desiderio è quello di poter offrire un piccolo

contributo perché non prevalga mai la noia e trovarsi inseriti nella azzeccata

definizione di “uomo del nostro tempo” che dà il poeta Milosz: “Mortalmente

annoiato, nel sonno o nella narcosi mormora: Dio, Dio”.

Tornano alla mente, al riguardo, le parole di un grande creatore di teatro del

secolo scorso, Eugène Ionesco (morto a Parigi nel 99 ), che con il suo teatro

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spazio aperto

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dell’assurdo ha segnato una pagina nuova nella storia della drammaturgia

mondiale. In una delle ultime interviste si esprimeva così: “La gioia di essere è

soffocata dal male. E’ questo il grande enigma della vita e per questo il più delle

volte vivo nell’angoscia. Fare teatro per me è fare compagnia all’uomo, aiutarlo

a combattere questa solitudine, ad affrontarla. Scrivo per ricordare alla gente

questi problemi, perché vegli, perché non dimentichi”. Ciò che Ionesco ha

esposto al pubblico nel suo teatro é proprio la vita banale di chi non accetta la

sfida dell’esistenza, di chi si riduce entro i confini dei luoghi comuni, di chi non

sa più vivere la meraviglia di fronte alla Presenza che le cose, le parole velano e

svelano. “Uno dei motivi principali per cui scrivo - continuava Ionesco - é per

ritrovare il meraviglioso della mia infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là

del dramma, la freschezza al di là della durezza dei giorni. Tutte le mie opere

sono un appello, l’espressione di una nostalgia. Io cerco un tesoro caduto

nell’oceano, perduto nella tragedia della storia. O, se volete, cerco la luce”.

Come sarebbe bello se ciascuno di noi prendesse sul serio l’anelito alla verità,

alla bellezza e alla felicità che sono indiscutibilmente dentro queste parole di

Ionesco. Magari contemplando un tramonto in riva al mare. Già, proprio il

mare, che ha la rara capacità di aiutare l’uomo a scoprire se stesso. E’ infinito,

come il desiderio che c’è nel cuore dell’uomo, è difficile da conquistare, come

ogni cosa vera nella vita, si rivela lentamente e affascina.

Certo, qualcuno che obbietta ci sarà senz’altro e, come spesso capita di sentire,

dirà: queste sono belle parole, ma la vita di tutti i giorni è un’altra cosa e ci vuol

ben altro per affrontarla. Pur rispettando la sensibilità e il vissuto di ciascuno,

va detto che le cose non stanno proprio così. Infatti ciò che è decisivo in ogni

giorno della nostra vita, sono i pensieri con i quali si inizia un nuovo giorno e

quelli con cui si finisce. Se iniziamo una nuova giornata già appesantiti dalle

preoccupazioni del giorno prima, se ci portiamo dentro le ire, l’invidia, la

gelosia che hanno lacerato le nostre ore passate, come faremo ad affrontare

in modo creativo e perciò sereno ciò che ci attende? Capisco però che se

la vita è informata e dominata, ad esempio, da pensieri tipo quello espresso

dal biologo statunitense e premio Nobel per la medicina nel 00 , Robert

Horvitz, secondo il quale “Nella natura niente è stato programmato: tutto si è

semplicemente evoluto, senza alcuno scopo”, diventa estremamente difficile

capire che noi siamo più di quello che mangiamo o di quello che produciamo

e che ogni volta che sorge il sole sopra la nostra testa c’è un senso e c’è un

perché. Forse vale la pena considerare seriamente che per non essere come

foglie in balia del vento, la nostra giornata non può iniziare senza riprendere

coscienza piena della presenza di Dio davanti al quale si svolgono le nostre

ore. Per questo iniziare la giornata con la preghiera, prima ancora di essere

una atto cultuale e religioso, si rivela essere un gesto umano e pienamente

ragionevole. Infatti nella preghiera c’è sempre un nuovo inizio, una novità, una

rigenerazione alla freschezza dell’origine. Ma altrettanto decisivi sono i pensieri

con cui si conclude la giornata: questi determineranno il nostro riposo nella

notte e il nostro risveglio il mattino dopo. Le ore della sera sono preziose e

purtroppo sembrano ormai condannate alla televisione. Ma diventa importante

riappropriarsi della possibilità di scegliere. In questa libertà che sa spendere


ene il proprio tempo sta, anche per ciascuno di noi, la differenza fra il lasciarsi

vivere e il gusto di costruire ora per ora una umanità che rimane.

Cari lettori, ovunque voi siate, al mare o in montagna, al lago o in campagna

o a casa vostra, vi auguro di cuore un meritato riposo che senz’altro è stato

tanto atteso e sospirato. Chissà, forse è stato anche programmato più volte

fin nei dettagli. Finalmente giunge il momento di fare le valigie, i biglietti, le

prenotazioni, i passaporti... Tutto ordinato, tutto a posto, come previsto,

controllato e ricontrollato. Ma a questo punto dopo tante verifiche di piani,

progetti, costi, qualcuno comincia ad avvertire una sorta di disagio. Tutto

troppo calcolato, preciso, così meccanicamente scandito, dal sapore così

insoddisfacente da far invocare l’imprevisto.

E’ andata proprio così a Eugenio Montale che nella poesia da titolo “Prima del

viaggio” scrive:

“Prima del viaggio si scrutano gli orari,

le coincidenze, le soste, le pernottazioni

e le prenotazioni (di camere con bagno

o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);

E poi si parte e tutto è O:K. E tutto

è per il meglio e inutile.

E ora che ne sarà

del mio viaggio?

Troppo accuratamente l’ho studiato

senza saperne nulla.

Un imprevisto

è la sola speranza.

Ma mi dicono

ch’è una stoltezza dirselo”.

Amici di “Essere”, molte volte l’imprevisto accade nella nostra vita di uomini

attenti e sensibili, che squarcia il cielo come un fulmine, è una benedizione, un

miracolo tanto atteso. Pensate, duemila anni fa la storia ha conosciuto la novità

più stupefacente. Nulla è mai accaduto di così assolutamente improgrammabile,

e nello stesso tempo così radicato nel cuore dell’uomo che l’attendeva, della

decisione di Dio di farsi uomo e di rendersi incontrabile agli uomini. Che cosa

ci si può augurare più di questa, di incontrare Dio? Eppure “dicono ch’è una

stoltezza dirselo”, che è meglio accontentarsi, meglio stare tranquilli. Accogliere

la novità può portare lo scompiglio nella vita, ma potrebbe anche condurci sul

sentiero che arriva a scoprire ciò che attendevamo! E allora auguro davvero a

tutti di incontrare sulla propria strada questa novità!

Magari in una splendida serata d’estate. E chissà non si torni a guardar le stelle

e, forse, anche a commuoverci del miracolo che è la nostra vita.

spazio aperto

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NOTIZIE DAL CENTRO

CSA ed I CARE propongono

un gruppo d’incontro

di Francesco Baroni

Il Centro di solidarietà di Arezzo e l’associazione I Care promuovono un gruppo

di incontro sulla formazione della persona.

Questo è il programma: una volta al mese, presso la sede di via Torri ad Arezzo,

è possibile incontrarsi, mettersi seduti e comunicare, raccontarsi, riflettere,

scrivere (o anche non scrivere), su un dato argomento scelto dal gruppo stesso.

Ci aiuta ad imparare questo esercizio di incontro e di comunicazione, questa che

di fatto è una forma di partecipazione attiva alla propria vita e a quella degli altri,

Luca Deganutti, supervisore terapeutico del Centro di Solidarietà di Arezzo ed

esperto di scrittura clinica. L’unica certezza di ogni incontro sono la sede e le sedie.

Volontari, educatori, genitori, figli, lo spettro degli invitati è ampio e stringi stringi

ci si accorge che non occorrono accrediti particolari per accedere al gruppo di

incontro, solo quello di essere una persona. Nell’affrontare le ultime due rampe

di scale che conducono al piano dell’edificio dove si tengono gli incontri, alcuni

potranno trovare che sia di aiuto l’essere una persona curiosa, altri che quel che

agevola la salita è l’essere una persona felice oppure l’essere una persona in

crisi, o il non sapere chi si è ed essere, appunto, semplicemente una persona.

Il gruppo è aperto. La partecipazione gratuita.

Per informazioni: Francesco Baroni

tel. 0575 356798 - 302038


Progetto agricoltura sociale

e formazione

di Francesco Baroni

Giovedì aprile 0 presso la Comunità Terapeutica “La Rondine”, il

Presidente del Centro di Solidarietà di Arezzo, Franco Balò, ha consegnato i

diplomi del ° corso di “Manutenzione del Verde”. Il percorso formativo di 0

ore, riconosciuto dalla Regione Toscana e promosso dal Centro di Solidarietà

in collaborazione con un’agenzia formativa aretina, è stato frequentato con

profitto da dieci giovani in programma.

La manutenzione del verde si inserisce in un progetto più ampio di agricoltura

sociale che il CSA porta avanti sin dal 007. Presso le sedi aretine di Baciano

e Petrognano, infatti, sono presenti le seguenti attività: settimanale formazione

sul terreno in affiancamento con un agronomo professionale; produzione di

ortaggi destinati all’autoconsumo delle sedi; iniziative di scambio di prodotti

agricoli presso mercatali aretini; custodia e diffusione di alcune varietà

antiche di melo e di pero; accoglienza di scolaresche in visita alla Comunità;

partecipazione ad eventi culturali come la Fierucola dello scambio dei semi

che si tiene ogni anno a Firenze, ecc…

Ma la finalità più importante del corso è quella di fornire ad ospiti della Comunità

competenze spendibili e riconosciute: non solo competenze agricole in senso

stretto, ma anche tecniche di progettazione e di manutenzione giardini, di

potatura di alberi da frutto, nozioni di sicurezza e di antinfortunistica, ecc…

Competenze utili ai fini del reinserimento socio-lavorativo al termine del

programma terapeutico.

notizie dal centro


ANGOLO DEL PENSIERO

Brevi pause di riflessione su avvenimenti,

fatti di costume per chi ha voglia

d’interrogarsi.

Cosa tiene accese le stelle

di Gemma Mondanelli

Anche perché è già futuro. Per molti giovani è già arrivato e c’è voglia di

concretizzare, di dare finalmente credito ai sogni e alle speranze.

Quando dagli istituti superiori si vedono uscire gruppi numerosi di ragazze e

ragazzi ci viene spontaneo chiederci: quali sbocchi professionali troveranno?

Alcuni di loro studiano senza reali e personali motivazioni, ma molti altri si

sentono responsabili verso loro stessi, la famiglia e la società e sono fieri

di compiere un ciclo di studi formativo per diventare… qualcuno. Così si

troveranno smarriti quando alla fine degli studi o dei corsi universitari in cui

sono entrati dopo aver superato un esame, perché di solito c’è il numero

chiuso, dovranno affrontare ancora specializzazioni o esami per ottenere borse

di studio per fare ricerca, laboratorio, pratica professionale. Per non parlare di

quelli che conquistano le cosiddette lauree brevi che danno la possibilità di

farsi chiamare dottore o dottoressa, ma dei dottori di lontana memoria non

conservano né le soddisfazioni professionali né tanto meno i guadagni. La

società sta cambiando anche e soprattutto per motivi lavorativi, i giovani non

riescono a guadagnare a sufficienza per ottenere un mutuo, per acquistare

una casa, per farsi una famiglia propria, per mantenere i figli.

Nonostante o malgrado i sopraddetti discorsi comuni che sono sulla bocca di

tutti non siamo sull’orlo della catastrofe riassume invece Mario Calabresi nel

bel libro-saggio adatto a tutti: Cosa tiene accese le stelle. Storie di Italiani che

non hanno mai smesso di credere nel futuro Ed. Mondadori Strade Blu. Il

libro si compone di una serie di storie-interviste-inchieste ( per l’esattezza)

nessuna di esse noiosa o di difficile e specialistica comprensione.

Il direttore della “Stampa”, Calabresi appunto, conosce il suo lavoro ed è


abituato non solo ad avere curiosità per il mondo, ma anche a porsi molte

domande alle quali cerca di rispondere in maniera esauriente (chi dove come

quando ) per i lettori. In molte cose, scrittura compresa, è necessaria la buona

volontà. Quella stessa buona volontà che serve ai giovani per realizzare i loro

sogni e uscire anche dall’impasse quotidiano che sembra irrisolvibile.

Il libro ricorda, introducendo la figura della nonna materna dell’autore, gli

anni cinquanta del secolo scorso quando l’acquisto dei primi elettrodomestici

o delle prime utilitarie riempiva di soddisfazione chi, col proprio duro lavoro,

arrivava a comprarle. Come la nonna di Calabresi che volle barattare il dono di

una utilitaria con quello di una lavatrice che cambiò la sua vita. L’acquisto fu la

linea di demarcazione fra il prima e il dopo.

I racconti proseguono con interviste a vari e noti personaggi del mondo

dello spettacolo, della medicina, della ricerca ( che sono a volte riproposte

nella trasmisione “Hotel Patria” condotta dallo stesso Calabresi su Rai ).

Si crea così un affresco del vivere italiano nel tempo, che non sempre è

stato contrassegnato dal benessere, anzi ad esso siamo arrivati dopo una

lunga terribile guerra grazie alla forte volontà, al duro lavoro, all’entusiasmo

di poter realizzare i propri sogni. Oggi manca lo spazio dei sogni e stiamo

tornando indietro. Ma a volte: “non si può fare” è il comodo alibi di chi non si

vuole rimboccare le maniche, non ha inventiva, non ha coraggio di cambiare

ambiente.

Non sempre si può trovare il lavoro sottocasa, non è mai stato così e forse non

è neanche giusto che sia così: cambiare ambiente, avere coraggio di mettersi

in gioco, rischiare, serve spesso a realizzare alcuni dei mondi possibili.

E’ vero che la politica seria è mancante, come sono mancanti programmazioni

serie per il futuro dei giovani.

Il nostro “Non è un paese per giovani” ripetono i ragazzi delle scuole e la

demografia e gli indici di occupazione danno loro ragione”. “Ma siamo

davvero sicuri che ci sia una mitica età dell’oro da rimpiangere? Guardo al

secolo scorso e vedo guerre, macerie, stermini, odio ideologico, giovani che

si sprangano, terrorismo, stragi, iniquità, disoccupazione, inflazione alle stelle

e ingiustizie assortite. Sento rimpiangere i tempi dell’etica, della bella politica,

di una classe dirigente virtuosa e mi viene sempre in mente la stessa scena:

il funerale di Giorgio Ambrosoli, a cui non partecipò nessun rappresentante

delle istituzioni…” “E’ quello il mondo da rimpiangere? Quello della P , del

terrorismo rosso e nero, che sparava a chi usciva di casa, delle bombe nelle

banche, sui treni e nelle stazioni…Oggi viviamo tempi cupi sarebbe ridicolo

negarlo…Viviamo tempi volgari, in cui mal si sopportano le regole, si insulta chi

le dovrebbe far rispettare…Ma se tutto questo provoca uno sconforto diffuso

e comprensibile non deve impedirci di vedere cosa abbiamo conquistato nel

tempo, cosa siamo e cosa potremmo diventare”.( M. Calabresi “Cosa tiene

accese le stelle”pgg. 8 - 9 - 0)

“Certo che avevamo una percezione più positiva della realtà… I genitori avevano

la certezza che i figli (che studiavano) sarebbero stati meglio e così il domani

sembrava una cosa solida..” ( ibidem pag. ) Oggi invece c’è la sensazione che

i figli staranno peggio e che nel paese non ci sia più spazio. angolo

del pensiero


angolo del pensiero

Nell’ultima intervista, quella che dà il titolo al libro, l’astrofisico Giovanni Bignami

sostiene che abbiamo bisogno di grandi progetti, di grandi visioni e di stimolare

la fantasia della gente. Dobbiamo tornare ad avere fame di avventura e di

scoperte. Dobbiamo ricominciare a guardare in direzione delle stelle, perché

significa alzare la testa, avere la vista lunga e immaginare altri mondi.

Con questo sguardo verso le stelle Calabresi ci lascia con tanti spunti di

riflessione, con alcune risposte, ma anche con tanti interrogativi, con una

nota di speranza, ma con la mente ancora delusa per la visione di ciò che ci

circonda. Penso comunque che, al di là della validità del libro che è piacevole

leggere, l’autore con il suo impegno e i traguardi raggiunti nella sua stessa vita,

iniziata con la drammatica morte del padre, ci imponga la speranza e la tenacia

di riuscire. La nostra volontà non ce la può togliere nessuno.

Il Tempo prende, il Tempo dà

di Giuseppe Panella - Ivano Mugnaini, Il Tempo salvato, prefazione di Luigi Fontanella,

Piacenza, Blu di Prussia, Editrice, 0 0

Posto sotto il segno salvifico di una citazione beckettiana (da En attendant Godot

– p. 9), Il Tempo salvato di Ivano Mugnaini, scrittore pisano e già autore di

molti testi in verso e in prosa, si confronta con la necessità di utilizzare il tempo

che rimane della vita nella prospettiva di un suo riscatto mediante la poesia.

Considerare il Tempo come il nemico da sconfiggere durante la propria

esistenza non è certo possibile ma non ci si può neppure affidare ad esso in

modo totale, rinunciando a cercare una via di scampo o provare a gestirne

l’angoscia e la sua prorompente volontà di azzerare ciò che è già accaduto

confinandolo nell’oblio.

«Da luoghi di sangue senza più calore, / anime morte si affollano ai margini /

di centri commerciali aperti a miraggi / di saldi all’ottanta per cento, davanti /

a un Caronte senegalese parcheggiatore / precario nella pupilla ferita di ferocia,

/ incerto tra il riso e la nostalgia / di una terra di bellezza / assolata. Ti chiedi,

da solo, se sussiste, / se respira ancora, il tempo salvato, strappato / con la vita

alla vita» si legge a p. 6 del libro. La vita riservata alla poesia riscatta così la vita

trascorsa nel tempo. In questi versi risuona l’esigenza – ricevuta e ripresa

anche dal prefatore Fontanella – di porsi sotto il segno del comando che il

Tempo esercita sulla Vita e che trasforma quest’ultima in un procedimento di

continuità temporale esterna e non compresa nello scorrere dell’esistenza di

ognuno. Se il Tempo può essere salvato dalla poesia questo accade non tanto

perché esso è compreso nel suo dispositivo mentale ma proprio perché si

dispone e si dispiega al di fuori di quest’ultima e se ne lascia avvolgere. E’ forse

questo il “tempo dell’attesa” (titolo di un’altra lirica di Mugnaini a p. 76) che

bisogna attraversare e conquistare per riuscire a dare senso alle parole usate

per circoscrivere la vita.


PAGINA DELLO SCRITTORE

Che cosa è successo?

di Irene Mori

Oh, che guaio. La signora Letizia Manfredi ha di nuovo finito lo zucchero.

Stasera ospiterà lei il “club” del libro, e tutte le sue amiche bevono caffè con

zucchero, chi più chi meno. Dovrà come al solito farselo prestare dalla sua

inquilina del piano di sotto, la signora Sacchetti. Detto fatto scende le scale

e bussa alla porta. Aspetta un paio di minuti. Bussa di nuovo. Ma che strano,

sente dei movimenti in casa, eppure nessuno viene ad aprire. Alla fine, dopo

aver suonato con il campanello, apre la porta la figlia sedicenne della signora

Sacchetti, Nina, piccola, riccia, con quel nasetto così grazioso che fa sempre

sentire Letizia in urgente bisogno della chirurgia plastica.

-Ciao cara- la saluta- I tuoi non ci sono?

-No, avevano una cena a casa di amici.

-Scusa se disturbo, potrei avere un po’ di zucchero? Sai, stasera faccio la

riunione del club del libro a casa mia. Se dopo ti senti sola e hai voglia di

passare…

Letizia lascia morire la frase a metà perché la ragazzina ha l’aria di una che

preferirebbe andare a scuola la domenica.

-Certo, glielo porto subito.

Nina si affretta in cucina con la tazza di Letizia, e la riempie solerte.

-Grazie tesoro. Salutami i tuoi genitori.

-Certo. Si diverta stasera.

-Lo farò. Ciao.

-Arrivederci. - E la porta si chiude.

Letizia sale in fretta le scale, imbattendosi nell’inquilino del terzo piano, Giorgio

Sandrelli. -Buonasera, Giorgio- lo saluta lei cordialmente.

-‘sera- bofonchia lui, come sempre un po’ scontroso.

Giorgio è un po’ il mistero del palazzo. Nessuno parla mai con lui, lui non parla

con nessuno, non si sa niente della sua vita privata, solo che ha divorziato dalla

moglie quattro anni fa, e che non l’ha per niente digerito.

Poco male, pensa Letizia, almeno ho il mio zucchero.

Nina, è tutto a posto?


pagina dello scrittore

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Ancora stenta a credere che lui verrà a vedere un film da lei. Non sono mai

usciti insieme, ma a scuola chiacchierano spesso e ogni tanto chattano su

Facebook. Lui, Enrico Ponti, ha scritto commenti molto carini sulle sue foto del

profilo.

Tutte le sue amiche dicono malignamente che lei non farà neanche in tempo a

chiudere la porta quando lui sarà entrato in casa, a lei non importa, anzi Nina

ora è sicura che tutto andrà per il meglio. Invece appena trilla il campanello

è scompigliata per l’emozione. Fa respiri profondi, cammina verso la porta

poi fa due passi indietro. Alla fine si decide ad aprire, pronta ad offrire il suo

sorriso più bello, che di colpo scema in attonito quand’ecco pararsi davanti

quell’impicciona della signora Manfredi.

Zucchero?

Una volta liberatasi dell’inopportuna vicina, Nina riprende a fare sospiri profondi.

Stacca il telefono di casa, sapendo che i suoi la chiamerebbero comunque al

cellulare. E quando suona il campanello è pronta.

E stavolta è veramente Enrico, con quel sorriso gentile, la fossetta carina sotto

il mento, con in mano una confezione di gelato.

Ed entra molto tranquillamente, con fare calmo e rilassato.

Frigo pieno zeppo solo di verdure. Addio vita, sospira Giorgio. Stasera niente

bisteccone al sangue o panino con la porchetta, o pollo arrosto. Maledetto

colesterolo. Nella fruttiera ci sono, invece, i suoi due incubi peggiori. Kiwi e

prugne. Oltre alla stitichezza, che lo perseguita da quando è nato, ora anche il

colesterolo alto.

E, come se non bastasse, si sente un casino fuori! Qualche teppistello sta

facendo un baccano infernale. E non è neanche sabato, ma martedì. Si siede

davanti alla tv e l’accende. Reality show, film d’amore, fiction…niente di niente.

A parte che ora non è neanche più sicuro di cosa gli piace vedere alla tv. Forse

l’unica cosa che gradisce sono i cartoni animati di suo nipote Jacopo, che tutti

i mercoledì pomeriggio li passa a casa sua, facendo i compiti, mangiando la

merenda e guardando cartoni animati. Il tutto con zio Giorgio.

In quei giorni Giorgio prova il desiderio straziante di tornare bambino.

Non tanto per i problemi (perché ci rifiutiamo di crederci ma anche i

bambini hanno molti problemi) ma per gli errori: da bambino niente sembra

irreparabile.

Tutto è al proprio posto: stuzzichini per le sue amiche, una bottiglia di prosecco,

e le sedie intorno al tavolino del salotto.

La prima ad arrivare è Sara. Trentasette anni, avvocato. Poi Marcella.

Quarantadue anni, segretaria.

E infine Elisabetta. Trentanove anni, maestra. Però non è sola. Inaspettatamente

è con la figlia di dodici anni, Laura.

-Scusa, Letizia, ma è successo un casino. Il cinema con le sue amiche è saltato,

mio marito è a quella conferenza che sarebbe finita molto tardi e…

-Ma figurati. Però, tesoro, non ho neanche un po’ di Coca cola stavolta.

-Fa niente. Posso andare a guardare la tv?

-Certo. Vai pure in camera mia.


-Ma prima di guardare la tv, ripassa geografia, che domani la professoressa ti

interroga. -Uffi.

-Una mezz’oretta sola e poi guarda tutta la tv che vuoi.

-Va bene.

Le amiche si siedono tutte intorno al tavolo, e dopo aver bevuto, riso e

raccontato dei fatti frivoli e buffi dell’ultima settimana, tirano fuori la copia del

libro che dovevano leggere nell’ultimo mese.

-A me è piaciuto tanto Il cacciatore di aquiloni- esordisce Sara.

-Anche a me ma la scrittura era forse un po’…semplice. Quasi una sceneggiatura-

ribatte Letizia.

-Ma ci sono sceneggiature e sceneggiature- osserva Marcella- E di sicuro

questa era una buona…

-Mamma, mamma- arriva d’improvviso Laura. Non sembra spaventata, più che

altro scocciata- Si sente un gran casino. C’è uno che urla. O forse di più. Non

posso studiare così.

Le quattro signore, così prese dalle loro opinioni e dai loro scherzi e il prosecco,

ora zitte, effettivamente si accorgono che qualcosa non va. C’è casino.

Il film è iniziato da quasi un’ora, ma per Nina potrebbe essere Il gladiatore

come un documentario sulla salvaguardia delle balene.

Ora sente solo i baci di Enrico sul collo e sulla bocca. A volte teme di essere una

persona banale. Innamorarsi così è da tutte. Ma in realtà quello che le succede

non le sembra reale. O forse perché è troppo reale le sembra assurdo.

Quando le loro labbra si staccano, sullo schermo si vede un paesaggio di mare

con in sottofondo la musica di un quartetto d’archi. Ma che film è? Nina si

affretta a spengere la tv. Sorride a Enrico. Lui pare molto contento, ma di una

contentezza tranquilla, rilassata. Quasi impalpabile. Forse è uno che si lascia

raramente andare. Lo osserva e le scappa da ridere, così si morde il labbro. Ma

che le salta in mente?

Fortunatamente lui lo prende come segno di fame.

-Allora, ti va un po’ di gelato? -Sì.

Nina toglie il gelato dal freezer e prende dalla credenza due scodelle. I gusti

sono cioccolato, yogurt e fragola.

-Alle macchinette prendi sempre barrette al cioccolato della Milka, quindi ho

dedotto…che anche il gelato ti piacesse al cioccolato.

-Io adoro qualsiasi tipo di cioccolato- lo rassicura lei- Ma è ancora troppo duro.

Bisogna aspettare un po’.

-Okay. Senti…non per essere scortese, ma è un po’ di minuti che sento casino

dalla strada. Mi sa che c’è in corso un litigio…è una zona un po’ casinara?

-Non un po’, molto direi. Comunque in genere non durano tanto…fammi dare

un’occhiata.

Nina si affaccia alla finestra. Fuori è abbastanza buio ma le sembra di vedere

una sorta di lotta. Tra alcuni uomini vestiti di scuro…poliziotti?

Accidenti. Giorgio stringe i denti e riprova. Niente. Ma è possibile che ogni

volta che devo cagare c’è tutta ‘sta confusione? pagina

dello scrittore

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pagina dello scrittore

8

Giorgio è quel tipo di persona che pensa che ci sia un rapporto intimo tra una

persona e le sue scorie intestinali, e che quindi vadano evacuate con immenso

silenzio. Ha sempre avuto una mezza idea di insonorizzare il bagno ma non ha

mai avuto tempo.

Niente.

Si rialza dal water e torna mestamente in salotto. Si accende una sigaretta

alla finestra e butta un’occhiata distratta sulla strada. E quello che vede…una

lotta? In realtà è normale vedere scene che sembrano uscite dal film Fight club

ma nessuno dei lottatori portava uniformi da poliziotto. E non stanno proprio

lottando tra loro.

E gli sembra di udire una voce, di donna, che dice:

-Fate piano, così attirerete l’attenzione.

-Dici che gli stanno facendo male, mamma?

-No, Laurina, no.

-Ma lo picchiano.

-Sono poliziotti, tesoro, sanno quello che fanno.

-Ma sono in tanti contro uno. Non mi hai sempre detto che è bullismo se sono

in tanti contro uno?

-Quello a scuola tesoro. I poliziotti devono far rispettare la legge.

Letizia scuote lentamente il capo.

-Ma sta andando avanti da un bel po’. Non potrebbero semplicemente

arrestarlo?

-Forse non ci riescono…

-Marcella, ma che dici? Suvvia, sono in quattro. Come, non ce la fanno?

-E se andassi giù a dare un’occhiata?

-No, stai tranquilla. Non sarà niente.

-Mmmh, non sono molto tranquillo, sai?- le dice Enrico.

-Io ci sono abituata, al casino.

-I tuoi quando tornano?

-In genere sempre a mezzanotte.

-Allora aspetterò finché non arrivano.

-Cerchi una scusa per restare più a lungo?- lo stuzzica Nina.

-Perché, tu mi diresti di no? -No.

E si baciano di nuovo.

Giorgio sta per scendere giù quando suona il telefono. E si maledice per non

saper riconoscere i numeri sul display. O, almeno, quello di sua sorella. Le

sue telefonate durano come un processo. Ma, stranamente, dopo circa dieci

minuti, il casino si affievolisce fino a sparire.

Il giorno dopo Nina, più felice che mai, con la borsa a tracolla, sale le scale.

Ieri sera Enrico è dovuto andare via prima delle undici e mezzo ma oggi sono

stati insieme tutto l’intervallo e poi le ha mandato un sacco di sms durante

l’ora della Tallucci. Tanta è la sua allegria che, per le scale, saluta la signora

Manfredi neanche fosse la sua migliore amica. Le chiede com’è andato il club

del libro. Lei risponde bene, e poi le chiede se non è stata disturbata da tutto

quel baccano ieri sera.


-In effetti sì- osserva Nina- Ma si sa che è successo?

-Io ho solo visto alcuni poliziotti, probabilmente sedavano una lite.

-Forse. Tanto il casino qui intorno ci sarà sempre.

-Avete sentito cosa è successo ieri sera?

Per la prima volta Nina e Letizia sentono il signor Sandrelli pronunciare una

frase, o meglio una domanda più lunga di tre sillabe.

-C’è stata una lite, a quanto ne so- ribatte Letizia.

-No, io mi riferivo al ragazzo che è morto.

-Come, è morto un ragazzo?

-Non lo sapevate?

-E come?

-Dicono arresto cardiaco.

-Arresto cardiaco? E perché non l’hanno portato all’ospedale?

-La domanda è perché sono stati in quattro conto uno, e perché sono stati

quasi un’ora in strada?

-Un’ora non direi.

-Per me qualcosa non torna.

-In che senso?

-So solo che è normale che a qualcuno prenda un attacco di cuore dopo

essere stato usato come sacco da boxe, e da quattro persone poi.

-Credevo fossero poliziotti.

-Infatti. Vi rendete conto?

-Vi rendete conto cosa? Magari è stata autodifesa.

-Autodifesa in quattro contro uno?

-Magari era armato.

Nina saluta cortesemente i due vicini che continuano il dibattito e sale al suo

piano.

Tempo di entrare in casa, che la signora Sacchetti salta addosso a sua figlia

come un canguro e le chiede:

-Ieri sera

-Cosa?- ribatte con voce fioca, impallidendo. Che abbia scoperto tutto di

Enrico?

-Come cosa? Ne parla tutto il palazzo.

-Che ieri c’era quella lite…e che è morto un ragazzo?

-Esatto. Tu non hai visto niente?

-Ho sentito un po’ di casino.

-E non ti sei affacciata?

-Era…buio. Ma ho visto dei poliziotti. Sembrava che fermassero una lite.

-E poi?

-E poi cosa?

-Che cosa è successo?

“Che cosa è successo?” si chiede Letizia.

“Che cosa è successo?” si chiede Giorgio.

Che cosa è successo me lo chiedo anch’io. Ma io forse so già la risposta.

pagina dello scrittore

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