virgilio il mito di orfeo - Venite ad Me
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VIRGILIO<br />
Dal quarto libro delle Georgiche<br />
IL MITO DI ORFEO E ARISTEO<br />
Tr<strong>ad</strong>uzione basata<br />
sui ritmi dei versi originali a fronte<br />
a cura <strong>di</strong><br />
MARIO MALFETTANI
INTRODUZIONE
4<br />
Questa tr<strong>ad</strong>uzione <strong>di</strong> uno dei più celebri passi virg<strong>il</strong>iani nasce dalla<br />
convinzione che le caratteristiche ritmiche, <strong>il</strong> suono o, se si vuole, la musica<br />
<strong>di</strong> una poesia siano elementi non meno importanti dei concetti, delle<br />
immagini e del sentimento che l’ animano. Essa è perciò realizzata in versi<br />
“barbari” (per usare la consolidata definizione carducciana), con la<br />
<strong>di</strong>chiarata ambizione <strong>di</strong> richiamare, per quanto possib<strong>il</strong>e, <strong>il</strong> ritmo del testo<br />
originario, in esametri datt<strong>il</strong>ici.<br />
Le migliori tr<strong>ad</strong>uzioni attualmente <strong>di</strong>sponib<strong>il</strong>i rispondono infatti <strong>ad</strong><br />
altre priorità: realizzate da profon<strong>di</strong> conoscitori della lingua e della letteratura<br />
latina, offrono precise, aggiornate e <strong>il</strong>luminanti versioni che una rigida<br />
“gabbia metrica” inevitab<strong>il</strong>mente comprometterebbe.<br />
Non v’ è perciò, in questa mia, alcuna pretesa <strong>di</strong> competere con quelle<br />
– e non lo potrebbe – ma solo <strong>di</strong> proporsi come una interpretazione che abbia<br />
nel ritmo <strong>il</strong> suo elemento caratterizzante.<br />
A questo scopo ho seguito un criterio ampiamente applicato in<br />
Germania anche nella composizione <strong>di</strong> poemi in esametri e <strong>di</strong> elegie originali,<br />
non legati a tr<strong>ad</strong>uzioni <strong>di</strong> classici; basti pensare a Goethe, Klopstok e v.<br />
Platen. Esso consiste, in sostanza, nel <strong>di</strong>sporre le parole in modo che la<br />
sequenza linguistica naturale <strong>di</strong> s<strong>il</strong>labe accentate e atone riproduca<br />
esattamente quella <strong>di</strong> arsi e tesi dei versi originali. Si tratta della trasposizione<br />
a livello intensivo (forte – piano), che noi fac<strong>il</strong>mente possiamo cogliere nella<br />
lettura, <strong>di</strong> un ritmo che ai tempi della latinità classica era invece ottenuto a<br />
livello tonale (alto – basso), oggi da noi non più percepib<strong>il</strong>e né realizzab<strong>il</strong>e*.<br />
_____________________________________________________________<br />
* Qualcosa <strong>di</strong> sim<strong>il</strong>e avviene nella cosiddetta “lettura metrica” della poesia latina e greca<br />
attualmente praticata nella scuola: un artificio – non v’ è dubbio – ma capace <strong>di</strong><br />
trasmetterci in qualche modo <strong>il</strong> ritmo originale che andrebbe invece totalmente perduto<br />
nella lettura prosastica. Rispetto alla “lettura metrica”, tuttavia, la tr<strong>ad</strong>uzione che segue ha<br />
<strong>il</strong> vantaggio <strong>di</strong> poter evitare quella sensazione <strong>di</strong> forzatura che si percepisce quando l’<br />
accento metrico non coincide con quello naturale della parola.
5<br />
Una certa fortuna tale criterio ebbe anche nelle letterature <strong>di</strong> lingua<br />
inglese (ricor<strong>di</strong>amo Coleridge e Longfellow), mentre in Italia fu messo in<br />
pratica quasi esclusivamente da Pascoli nelle sue tr<strong>ad</strong>uzioni dei classici latini<br />
e greci e, nella sola elegia Nevicata, da Carducci. Proprio sulla scia <strong>di</strong><br />
Carducci che – a parte <strong>il</strong> caso citato – pur riecheggiando atmosfere, tempi e<br />
pause della poesia latina preferì, più liberamente, rinunciare <strong>ad</strong> un rigido<br />
legame con <strong>il</strong> ritmo delle arsi e delle tesi originarie, priv<strong>il</strong>egiando l’impiego<br />
<strong>di</strong> versi italiani tra<strong>di</strong>zionali opportunamente combinati, Ettore Romagnoli<br />
realizzò le tr<strong>ad</strong>uzioni dei poemi omerici che tanto successo meritarono specie<br />
in ambito scolastico. Non <strong>di</strong>ssim<strong>il</strong>e è la tecnica <strong>di</strong> Ferruccio Bernini, autore<br />
fra l’ altro <strong>di</strong> una pregevole tr<strong>ad</strong>uzione integrale delle <strong>Me</strong>tamorfosi “in versi<br />
italiani” che del <strong>mito</strong> <strong>di</strong> Orfeo ci offre la versione ovi<strong>di</strong>ana. Ponendo quasi<br />
sempre una s<strong>il</strong>laba tonica all’ inizio dei suoi versi (costituiti da ottonari e<br />
novenari accoppiati) egli ancor più richiama lo schema dell’ esametro latino,<br />
dal quale tuttavia si <strong>di</strong>scosta per la caratteristica esclusivamente datt<strong>il</strong>ica <strong>di</strong><br />
tutte le battute – o potremmo <strong>di</strong>re pie<strong>di</strong> – fatto salvo <strong>il</strong> bis<strong>il</strong>labo finale.<br />
Qui si è invece seguito <strong>il</strong> criterio “alla tedesca”, più strettamente<br />
rispettoso del ritmo latino, cesure* comprese, prescindendo dall’ ut<strong>il</strong>izzazione<br />
preor<strong>di</strong>nata <strong>di</strong> versi italiani tra<strong>di</strong>zionali, rinunciando all’ isos<strong>il</strong>labismo e<br />
impiegando sequenze sia datt<strong>il</strong>iche sia spondaiche nei primi quattro pie<strong>di</strong>,<br />
datt<strong>il</strong>iche nel quinto e spondaiche (o trocaiche) nel sesto.<br />
Sebbene io non <strong>di</strong>speri <strong>di</strong> suscitare qualche interesse tra coloro che,<br />
conoscendo la metrica latina, siano curiosi <strong>di</strong> verificare quanto <strong>di</strong> essa sia<br />
riuscito qui a riprodurre – e con quale efficacia –, quanto invece abbia<br />
dovuto escludere, <strong>il</strong><br />
______________________________________________________________<br />
* Più frequenti però, rispetto al modello latino, quelle “del terzo trocheo”. Le pentemimere<br />
ed eftemimere richiedono infatti l’ impiego <strong>di</strong> parole tronche delle quali la lingua italiana,<br />
tendenzialmente parossitona, è povera.
6<br />
destinatario primario <strong>di</strong> questa tr<strong>ad</strong>uzione non può essere che <strong>il</strong> lettore poco o<br />
per nulla esperto del latino e della sua metrica ma desideroso <strong>di</strong> accostarsi <strong>ad</strong><br />
uno dei più famosi passi della poesia latina classica attraverso una tr<strong>ad</strong>uzione<br />
nella quale venga trasmesso, in buona misura, anche <strong>il</strong> ritmo dei versi<br />
originali. Per questa ragione ho ritenuto <strong>di</strong> evidenziare, nel testo italiano, le<br />
vocali su cui c<strong>ad</strong>e l’ accento ritmico con <strong>il</strong> carattere corsivo. Ciò non sarebbe<br />
per lo più necessario, dato che tale accento coincide quasi sempre con quello<br />
naturale <strong>di</strong> ciascuna parola polis<strong>il</strong>laba pronunciata singolarmente; questo<br />
accorgimento, tuttavia, potrà favorire la corretta lettura ritmica nel caso dei<br />
monos<strong>il</strong>labi e <strong>di</strong> alcuni bis<strong>il</strong>labi – in particolare gli articoli indeterminativi e le<br />
preposizioni articolate – che possono invece essere o non essere accentati in<br />
relazione alle parole che li precedono e seguono. Sarà poi ut<strong>il</strong>e nel caso <strong>di</strong><br />
alcuni nomi composti, cui può talvolta venire attribuito un doppio accento e<br />
dei nomi propri <strong>di</strong> persona o geografici <strong>di</strong> origine greca, la cui accentazione* è<br />
oggetto <strong>di</strong> <strong>di</strong>scussione tra gli stu<strong>di</strong>osi ma che, in poesia, viene più spesso<br />
lasciata alla libertà dell’ autore, tenendo anche conto <strong>di</strong> esigenze metriche.<br />
Il duplice <strong>mito</strong> qui narrato – quello <strong>di</strong> Aristeo fa da cornice a quello<br />
ancor più famoso <strong>di</strong> Orfeo ed Euri<strong>di</strong>ce – ha inizio con la moria delle api del<br />
pastore tessalo, presentata come una grande sciagura. Per meglio intendere <strong>il</strong><br />
senso <strong>di</strong> questa valutazione, facciamo precedere, quale premessa al racconto,<br />
un altro passo, sempre del quarto libro delle Georgiche, in cui Virg<strong>il</strong>io esalta<br />
le virtù della società delle api.<br />
______________________________________________________________<br />
* In generale, per nomi propri <strong>di</strong> grande notorietà, ho ut<strong>il</strong>izzato quella che ritengo più<br />
consolidata nella nostra lingua (es.: Euridìce anziché Eurì<strong>di</strong>ce). Per quelli meno noti ho<br />
preferito, nel dubbio, l’ accentazione “alla latina”, più vicina alla fonia dell’ opera<br />
virg<strong>il</strong>iana, rispetto a quella “alla greca”, rispettosa <strong>di</strong> quella del nome nella sua lingua d’<br />
origine (perciò: Clìmene anziché Climène).
Egli sembra, in tale occasione, con<strong>di</strong>videre l’ opinione <strong>di</strong> quanti credono che<br />
in quei piccoli esseri viva una parte dello spirito <strong>di</strong>vino; essa non muore con i<br />
loro corpi ma ciclicamente ritorna <strong>ad</strong> animare tutti gli esseri viventi.<br />
In coerenza con <strong>il</strong> suo prevalente carattere <strong>di</strong>vulgativo, <strong>il</strong> volumetto è<br />
corredato soltanto da elementari note informative al fondo, con richiami al<br />
testo italiano.<br />
mm.<br />
7
ELOGIO DELLE API
Verg. Ge. IV, 197 – 227<br />
…<br />
Illum <strong>ad</strong>eo placuisse apibus mirabere morem,<br />
quod neque concubitu indulgent, nec corpora segnes<br />
in Venerem solvunt aut fetus nixibus edunt;<br />
verum ipsae e foliis natos, e suavibus herbis 200<br />
ore legunt, ipsae regem parvosque Quirites<br />
sufficiunt, aulasque et cerea regna refingunt.<br />
Saepe etiam duris errando in cotibus alas<br />
attrivere, ultroque animam sub fasce dedere:<br />
tantus amor florum et generan<strong>di</strong> gloria mellis. 205<br />
ergo ipsas quamvis angusti terminus aevi<br />
excipiat (neque enim plus septima ducitur aestas),<br />
at genus immortale manet, multosque per annos<br />
stat fortuna domus, et avi numerantur avorum.<br />
Praeterea regem non sic Aegyptus et ingens 210<br />
Ly<strong>di</strong>a nec populi Parthorum aut <strong>Me</strong>dus Hydaspes<br />
observant. Rege incolumi mens omnibus una est;<br />
amisso rupere fidem, constructaque mella<br />
<strong>di</strong>ripuere ipsae et cratis solvere favorum.<br />
Ille operum custos, <strong>il</strong>lum <strong>ad</strong>mirantur et omnes 215<br />
circumstant fremitu denso stipantque frequentes,<br />
et saepe attollunt umeris et corpora bello<br />
obiectant pulcramque petunt per vulnera mortem.<br />
His quidam signis atque haec exempla secuti<br />
esse apibus partem <strong>di</strong>vinae mentis et haustus 220<br />
aetherios <strong>di</strong>xere; deum namque ire per omnia,<br />
terrasque tractusque maris caelumque profundum;<br />
hinc pecudes, armenta, viros, genus omne ferarum,<br />
quemque sibi tenuis nascentem arcessere vitas:<br />
sc<strong>il</strong>icet huc red<strong>di</strong> deinde ac resoluta referri 225<br />
omnia, nec morti esse locum, sed viva volare<br />
sideris in numerum atque alto succedere caelo.<br />
…<br />
10
Virg<strong>il</strong>io Georgiche IV, 197 – 227<br />
…<br />
Certo ti stupirà che le api non fiacchino i loro<br />
corpi al servizio <strong>di</strong> Venere né tra le doglie del parto<br />
facciano nascere i figli: da foglie ed erbe soavi<br />
loro, da sé, con la bocca, li colgono; viene in tal modo<br />
dei citta<strong>di</strong>ni e del re garantito <strong>il</strong> rimpiazzo e non cessa<br />
l’ opera per <strong>ad</strong>eguare <strong>il</strong> palazzo e <strong>il</strong> reame <strong>di</strong> cera.<br />
Spesso infrangono l’ ali, vagando, contro macigni<br />
duri e, sotto <strong>il</strong> fardello, lo spirito esalano, consce:<br />
tanto grande l’ amore dei fiori, la gloria del miele!<br />
Breve la vita loro (ne segna la settima estate<br />
l’ ultimo termine) ma la razza continua, immortale;<br />
d’ una famiglia può numerosi anni <strong>il</strong> favore<br />
della fortuna durare e si contano gli avi degli avi.<br />
Non riservano pari riguardo al loro sovrano<br />
né dell’ Egitto né della vasta Li<strong>di</strong>a le genti,<br />
o dell’ Idaspe o dei Parti: un volere solo li unisce,<br />
vivo <strong>il</strong> re; ma, se muore, si rompe l’ accordo: del miele<br />
fanno razzia, <strong>di</strong>struggendo dei favi <strong>il</strong> graticcio. Custode<br />
lui delle opere; a lui, venerato, s’ accalcano attorno<br />
tutte in un fre<strong>mito</strong> intenso ed in guerra, sopra le spalle<br />
spesso l’ innalzano ed alle ferite espongono i propri<br />
corpi, cercando così nella mischia una splen<strong>di</strong>da morte.<br />
Dissero alcuni, per questi segnali ed esempi, che nelle<br />
api un frammento <strong>di</strong> mente <strong>di</strong>vina vive, un celeste<br />
alito; infatti Dio perv<strong>ad</strong>e ogni cosa: le terre,<br />
gli ampi tratti <strong>di</strong> mare ed <strong>il</strong> cielo profondo; da Lui<br />
ogni animale, selvaggio o domestico, uomini e armenti,<br />
tutti l’ es<strong>il</strong>e vita nascendo attingono e, quando<br />
poi si <strong>di</strong>ssolvono, a Lui <strong>di</strong> nuovo si rendono: spazio<br />
dunque non v’ è per la morte, ma vivi, assieme alle stelle,<br />
su, nella parte più alta del cielo, s’ innalzano in volo.<br />
…<br />
11
IL MITO DI ORFEO E ARISTEO
Verg. Ge. IV, 317 – 566<br />
…<br />
Pastor Aristeus fugiens Peneia Tempe,<br />
amissis, ut fama, apibus morboque fameque,<br />
tristis <strong>ad</strong> extremi sacrum caput astitit amnis<br />
multa querens, atque hac <strong>ad</strong>fatus voce parentem: 320<br />
«Mater Cyrene mater, quae gurgitis huius<br />
ima tenes, quid me praeclara stirpe deorum<br />
(si modo, quem perhibes, pater est Thymbraeus Apollo)<br />
invisum fatis genuisti? Aut quo tibi nostri<br />
pulsus amor? Quid me caelum sperare iubebas? 325<br />
En etiam hunc ipsum vitae mortalis honorem,<br />
quem mihi vix frugum et pecorum custo<strong>di</strong>a sollers<br />
omnia temptanti extruderat, te matre relinquo.<br />
Quin age et ipsa manu felicis erue s<strong>il</strong>vas,<br />
fer stabulis inimicum ignem atque interfice messis, 330<br />
ure sata et duram in vitis molire bipennem,<br />
tanta meae si te ceperunt tae<strong>di</strong>a lau<strong>di</strong>s».<br />
At mater sonitum thalamo sub fluminis alti<br />
sensit. Eam circum M<strong>il</strong>esia vellera Nymphae<br />
carpebant hyali saturo fucata colore, 335<br />
Drymoque Xanthoque Ligeaque Phyllodoceque,<br />
caesariem effusae nitidam per can<strong>di</strong>da colla,<br />
[Nesaee Spioque Thaliaque Cymodoceque] [338]<br />
Cy<strong>di</strong>ppe et flava Lycorias, altera virgo,<br />
altera tum primos Lucinae experta labores, 340<br />
Clioque et Beroe soror, Oceanitides ambae,<br />
ambae auro, pictis incinctae pellibus ambae,<br />
atque Ephyre atque Opis et Asia Deiopea<br />
et tandem positis velox Arethusa sagittis.<br />
Inter quas curam Clymene narrabat inanem 345<br />
Volcani, Martisque dolos et dulcia furta,<br />
atque Chao densos <strong>di</strong>vum numerabat amores.<br />
carmine quo captae dum fusis mollia pensa<br />
14
Virg<strong>il</strong>io Georgiche IV, 317 – 566<br />
15<br />
…<br />
Dalla penea Tempe fuggendo, <strong>il</strong> pastore Aristeo<br />
– come noto, perdute per fame e per morbo le api –<br />
giunse alla sacra sorgente del fiume; fermatosi, triste,<br />
molto si lamentava e così si rivolse alla m<strong>ad</strong>re:<br />
«M<strong>ad</strong>re Cirene, che giù nel profondo <strong>di</strong>mori <strong>di</strong> questo<br />
gorgo, perché da <strong>il</strong>lustre <strong>di</strong>vina stirpe – se, come<br />
tu sostieni, Apollo Timbreo m’ è p<strong>ad</strong>re – mi hai fatto<br />
nascere inviso ai fati? Dov’ è finito l’ amore<br />
tuo per me? Perché mi facevi sperare nel cielo?<br />
M<strong>ad</strong>re tu mi sei, ma <strong>il</strong> premio stesso io perdo<br />
della mortale mia vita, con sforzo ottenuto tentando<br />
ogni via nella cura solerte <strong>di</strong> campi ed armenti.<br />
Sra<strong>di</strong>ca allora, su, con le stesse tue mani, le selve<br />
floride, porta <strong>il</strong> fuoco nemico alle stalle, <strong>di</strong>struggi<br />
messi, brucia raccolti e con l’ ascia bipenne le viti<br />
stronca, se un tale fasti<strong>di</strong>o la fama mia ti procura».<br />
Ma, nel talamo, giù nel profondo del fiume, la m<strong>ad</strong>re<br />
come un rimbombo udì. M<strong>il</strong>esie lane, <strong>di</strong> intenso<br />
vitreo colore intrise, le ninfe f<strong>il</strong>avano, a lei<br />
tutt’ attorno <strong>di</strong>sposte; tra loro v’ erano Drimo,<br />
Xanto, Ligea, F<strong>il</strong>lodoce, – le chiome lucenti sui colli<br />
can<strong>di</strong><strong>di</strong> sciolte – Ci<strong>di</strong>ppe e la bionda Licoride, l’ una<br />
vergine e l’ altra esperta del primo parto da poco;<br />
Clio e Beroe vi sono, sorelle, d’ Oceano entrambe<br />
figlie ed entrambe d’ oro e <strong>di</strong> pelli <strong>di</strong>pinte fasciate,<br />
Efire ed Opi; v’ è Deiopea, dell’ Asia nativa<br />
e la veloce Aretusa, deposte alfine le frecce.<br />
Climene, in mezzo a loro, va <strong>di</strong> Vulcano narrando<br />
le precauzioni vane, gli inganni <strong>di</strong> Marte ed i suoi<br />
dolci furti; dal tempo del Caos, gli amori frequenti<br />
degli dei, elencava. F<strong>il</strong>avano, prese dal canto,
devolvunt, iterum maternas impulit auris<br />
luctus Aristei, vitreisque sed<strong>il</strong>ibus omnes 350<br />
obstipuere; sed ante alias Arethusa sorores<br />
prospiciens summa flavum caput extulit unda,<br />
et procul: «o gemitu non frustra exterrita tanto,<br />
Cyrene soror, ipse tibi, tua maxima cura,<br />
tristis Aristaeus Penei genitoris <strong>ad</strong> undam 355<br />
stat lacrimans, et te crudelem nomine <strong>di</strong>cit».<br />
Huic percussa nova mentem formi<strong>di</strong>ne mater<br />
«duc, age, duc <strong>ad</strong> nos; fas <strong>il</strong>li limina <strong>di</strong>vum<br />
tangere» ait. Simul alta iubet <strong>di</strong>scedere late<br />
flumina, qua iuvenis gressus inferret. At <strong>il</strong>lum 360<br />
curvata in montis faciem circumstetit unda<br />
accepitque sinu vasto misitque sub amnem.<br />
Iamque domum mirans genetricis et umida regna<br />
speluncisque lacus clausos lucosque sonantis<br />
ibat et ingenti motu stupefactus aquarum 365<br />
omnia sub magna labentia flumina terra<br />
spectabat <strong>di</strong>versa locis, Phasimque Lycumque,<br />
et caput unde altus primum se erumpit Enipeus,<br />
unde pater Tiberinus et unde Aniena fluenta<br />
saxosusque sonans Hypanis Mysusque Caicus 370<br />
et gemina auratus taurini cornua vultu<br />
Eridanus, quo non alius per pinguia culta<br />
In mare purpureum violentior effluit amnis.<br />
Postquam est in thalami pendentia pumice tecta<br />
perventum et nati fletus cognovit inanis 375<br />
Cyrene, manibus liquidos dant or<strong>di</strong>ne fontis<br />
germanae, tonsisque ferunt mantelia v<strong>il</strong>lis;<br />
pars epulis onerant mensas et plena reponunt<br />
pocula, Panchaeis <strong>ad</strong>olescunt ignibus arae.<br />
Et mater «cape Maeonii carchesia Bacchi; 380<br />
Oceano libemus» ait. Simul ipsa precatur<br />
Oceanumque patrem rerum Nymphasque sorores,<br />
centum quae s<strong>il</strong>vas, centum quae flumina servant.<br />
16
morbide lane quando, piangendo, Aristeo della m<strong>ad</strong>re<br />
scosse <strong>di</strong> nuovo l’ u<strong>di</strong>to e sui vitrei sed<strong>il</strong>i stupite<br />
tutte rimasero. Prima dell’ altre sorelle, sporgendo<br />
fuori dall’ acqua <strong>il</strong> biondo suo capo, Aretusa: «O sorella»<br />
<strong>di</strong>sse <strong>di</strong> là «Cirene, temevi a ragione per questo<br />
forte pianto: Aristeo, proprio lui, l’ affetto più grande<br />
tuo, se ne sta presso l’ onda del p<strong>ad</strong>re Peneo, sconsolato:<br />
te tra le lacrime invoca e per nome crudele ti chiama».<br />
Nuova apprensione assale la m<strong>ad</strong>re nell’ animo e a lei:<br />
«Su, conduc<strong>il</strong>o a me; degli dei varcare la soglia»<br />
<strong>di</strong>ce «A lui è permesso» e comanda all’ acque profonde<br />
che si ritraggano, in modo che <strong>il</strong> giovane possa inoltrarsi.<br />
L’ onda, inarcatasi attorno a lui a mo’ <strong>di</strong> montagna,<br />
l’ ampio suo seno gli aprì; lo introdusse al <strong>di</strong> sotto del fiume.<br />
Già della m<strong>ad</strong>re, andando, la casa ammirava e i reami<br />
umi<strong>di</strong>, i laghi in grotte racchiusi, i boschi fruscianti.<br />
Fu dall’ enorme moto dell’ acque stupito e guardava<br />
tutti i fiumi sotto la grande terra fluire<br />
in <strong>di</strong>rezioni <strong>di</strong>verse ed <strong>il</strong> Fasi, <strong>il</strong> Lico e la prima<br />
fonte da cui erompe <strong>il</strong> profondo Enipeo, quelle<br />
donde <strong>il</strong> Tevere, donde l’ Aniene sgorgano e ancora<br />
l’ Ipani, che <strong>di</strong> sassi risuona e <strong>il</strong> Caico <strong>di</strong> Misia<br />
e l’ Eridano – d’ oro le corna e <strong>il</strong> volto <strong>di</strong> toro – .<br />
Altro fiume non v’ è che <strong>di</strong> lui più impetuoso attraverso<br />
fert<strong>il</strong>i campi scorra, nel mare purpureo sfociando.<br />
Giunto del talamo sotto le volte <strong>di</strong> pomice, <strong>il</strong> vano<br />
pianto del figlio Cirene conosce e già le sorelle<br />
limpide acque dapprima gli versano sopra le mani,<br />
poi gli porgono panni <strong>di</strong> pelo rasato. Di cibi<br />
riempiono, alcune, le mense e <strong>di</strong> coppe ricolme; bruciare<br />
altre fanno essenze panchee che profumano l’ are.<br />
Quin<strong>di</strong> la m<strong>ad</strong>re: «Pren<strong>di</strong> la coppa <strong>di</strong> Bacco meonio»<br />
<strong>di</strong>ce «Ad Oceano, su, libiamo» ed invoca lei stessa<br />
d’ ogni cosa <strong>il</strong> p<strong>ad</strong>re, Oceano; poi le sorelle<br />
ninfe: le cento custo<strong>di</strong> dei boschi, le cento dei fiumi.<br />
17
Ter liquido ardentem perfun<strong>di</strong>t nectare Vestam,<br />
ter flamma <strong>ad</strong> summum tecti subiecta reluxit. 385<br />
Omine quo firmans animum sic incipit ipsa:<br />
«Est in Carpathio Neptuni gurgite vates<br />
Caeruleus Proteus, magnum qui piscibus aequor<br />
et iuncto bipedum curru metitur equorum.<br />
Hic nunc Emathiae portus patriamque revisit 390<br />
Pallenen; hunc et Nymphae veneramur et ipse<br />
grandaevus Nereus: novit namque omnia vates,<br />
quae sint, quae fuerint, quae mox ventura trahantur;<br />
quippe ita Neptuno visum est, immania cuius<br />
armenta et turpis pascit sub gurgite phocas. 395<br />
Hic tibi, nate, prius vinclis capiundus, ut omnem<br />
expe<strong>di</strong>at morbi causam eventusque secundet.<br />
Nam sine vi non ulla dabit praecepta, neque <strong>il</strong>lum<br />
orando flectes; vim duram et vincula capto<br />
tende; doli circum haec demum frangentur inanes. 400<br />
Ipsa ego te, me<strong>di</strong>os cum sol accenderit aestus,<br />
cum sitiunt herbae et pecori iam gratior umbra est,<br />
in secreta senis ducam, quo fessus ab un<strong>di</strong>s<br />
se recepit, fac<strong>il</strong>e ut somno <strong>ad</strong>gre<strong>di</strong>are iacentem.<br />
Verum ubi correptum manibus vinclisque tenebis, 405<br />
tum variae eludent species atque ora ferarum.<br />
Fiet enim subito sus horridus atraque tigris<br />
squamosusque draco et fulva cervice leaena,<br />
aut acrem flammae sonitum dabit atque ita vinclis<br />
excidet, aut in aquas tenuis d<strong>il</strong>apsus abibit. 410<br />
Sed quanto <strong>il</strong>le magis formas se vertet in omnis<br />
tam tu, nate, magis contende tenacia vincla,<br />
donec talis erit mutato corpore qualem<br />
videris incepto tegeret cum lumina somno».<br />
Haec ait et liquidum ambrosiae defun<strong>di</strong>t odorem, 415<br />
Quo totum nati corpus perduxit; at <strong>il</strong>li<br />
dulcis compositis spiravit crinibus aura<br />
atque hab<strong>il</strong>is membris venit vigor. Est specus ingens<br />
18
Il focolare asperse tre volte <strong>di</strong> nettare puro<br />
e, per tre volte, la fiamma rifulse al sommo del tetto.<br />
Resa sicura da questo presagio, così cominciava:<br />
«V’ è <strong>di</strong> Nettuno nell’ acque <strong>di</strong> Scarpanto un vate, l’ azzurro<br />
Proteo, che <strong>il</strong> vasto mare percorre; lo scortano pesci<br />
e da cavalli bipe<strong>di</strong> va trainato <strong>il</strong> suo carro.<br />
Sta ritornando a vedere d’ Emazia i porti e la patria<br />
sua Pallene; noi ninfe – e <strong>il</strong> vegliardo Nerëo stesso –<br />
lo veneriamo; tutto conosce quel vate: <strong>il</strong> presente<br />
come <strong>il</strong> passato e ciò che presto avverrà; decisione<br />
fu <strong>di</strong> Nettuno, del quale gli immani armenti e le turpi<br />
foche fa pascolare laggiù, nel fondo del mare.<br />
Prima, figlio, dovrai catturarlo e legarlo; v’ è solo<br />
questo modo per fargli svelare la causa del morbo<br />
e propiziarne la fine, poiché spontanei consigli<br />
lui non darà, né preghiera potrà piegarlo, ma dura<br />
forza e lacci; vane saranno, così, le sue astuzie.<br />
Quando <strong>il</strong> sole acceso avrà l’ ardente meriggio,<br />
– l’ erbe assetate, <strong>il</strong> bestiame bramoso d’ ombra – io stessa<br />
ti condurrò dove, stanco dell’ onde, <strong>il</strong> vecchio si apparta;<br />
tu, così, fac<strong>il</strong>mente potrai assalirlo nel sonno.<br />
<strong>Me</strong>ntre lo stringerai con le mani e con lacci, in svariate<br />
forme ingannevoli e aspetti <strong>di</strong> belve saprà tramutarsi.<br />
E <strong>di</strong>verrà d’ improvviso cinghiale irsuto, crudele<br />
tigre, squamoso drago, leonessa dal collo rossiccio;<br />
poi, crepitante fiamma, vorrà liberarsi dai lacci<br />
o fuggire via, <strong>di</strong>ssolvendosi in limpide acque.<br />
Più, tuttavia, si andrà tramutando in tutte le forme,<br />
tanto più, figliolo, tenaci vincoli stringi<br />
fino a che ritorni, mutato <strong>il</strong> suo corpo, tale<br />
quale lo avevi visto, con gli occhi chiusi nel sonno».<br />
Disse e una liquida essenza d’ ambrosia versò, con la quale<br />
tutto <strong>il</strong> corpo del figlio cosparse: a lui dai capelli<br />
dolce un’ aura emanò; nelle membra gli nacque un vigore<br />
ag<strong>il</strong>e. V’ è nel fianco d’ un monte eroso un’ enorme<br />
19
exesi latere in montis, quo plurima vento<br />
cogitur inque sinus scin<strong>di</strong>t sese unda reductos, 420<br />
deprensis olim statio tutissima nautis;<br />
intus se vasti Proteus tegit obice saxi.<br />
His iuvenem in latebris aversum a lumine Nympha<br />
conlocat, ipsa procul nebulis obscura resistit.<br />
Iam rapidus torrens sitientis Sirius Indos 425<br />
ardebat caelo et me<strong>di</strong>um sol igneus orbem<br />
hauserat, ardebant herbae et cava flumina siccis<br />
faucibus <strong>ad</strong> limum ra<strong>di</strong>i tepefacta coquebant,<br />
cum Proteus consueta petens e fluctibus antra<br />
ibat; eum vasti circum gens umida ponti 430<br />
exsultans rorem late <strong>di</strong>spergit amarum.<br />
Sternunt se somno <strong>di</strong>versae in litore phocae;<br />
ipse, velut stabuli custos in montibus olim,<br />
Vesper ubi e pastu vitulos <strong>ad</strong> tecta reducit<br />
au<strong>di</strong>tisque lupos acuunt balatibus agni, 435<br />
conse<strong>di</strong>t scopulo me<strong>di</strong>us, numerumque recenset.<br />
cuius Aristaeo quoniam est oblata facultas,<br />
vix defessa senem passus componere membra<br />
cum clamore ruit magno, manicisque iacentem<br />
occupat. Ille suae contra non immemor artis 440<br />
omnia transformat sese in miracula rerum,<br />
ignemque horrib<strong>il</strong>emque feram fluviumque liquentem.<br />
Verum ubi nulla fugam reperit fallacia, victus<br />
In sese re<strong>di</strong>t atque hominis tandem ore locutus<br />
«Nam quis te, iuvenum confidentissime, nostras 445<br />
Iussit a<strong>di</strong>re domos? Quidve hinc petis?» inquit, at <strong>il</strong>le:<br />
«scis, Proteu, scis ipse, neque est te fallere quicquam:<br />
sed tu desine velle. Deum praecepta secuti<br />
venimus hinc lassis quesitum oracula rebus».<br />
Tantum effatus. Ad haec vates vi denique multa 450<br />
ardentis oculos intorsit lumine glauco,<br />
et graviter frendens sic fatis ora resolvit:<br />
«Non te nullius exercent numinis irae;<br />
20
grotta in cui l’ onde, sospinte dal vento, s’ accalcano, in varie piccole baie<br />
poi <strong>di</strong>videndosi – già ben protetto<br />
scalo <strong>di</strong> marinai da tempeste sorpresi, in passato – .<br />
Proteo lì si rifugia, d’ un grande masso al riparo.<br />
Contro luce <strong>il</strong> giovane in quel nascon<strong>di</strong>glio <strong>di</strong>spone<br />
e, da nebbia occultata, <strong>di</strong>scosta si tiene la ninfa.<br />
Già nel cielo Sirio, che scalda gl’ in<strong>di</strong>ani assetati,<br />
torrido, ardeva; <strong>il</strong> sole <strong>di</strong> fuoco, a metà del suo corso,<br />
aride l’ erbe rendeva, fangosi i letti dei fiumi,<br />
secche le loro foci coi cal<strong>di</strong> suoi raggi; quand’ ecco,<br />
fuori dai flutti, Proteo si reca alle solite grotte;<br />
va saltellandogli attorno del vasto mare la stirpe<br />
umida, amara rugi<strong>ad</strong>a per ampio spazio spargendo.<br />
Cedono al sonno le foche, <strong>di</strong>stese qua e là per la spiaggia;<br />
lui, come già mandriano che dopo <strong>il</strong> pascolo, a sera,<br />
guida i vitelli alle stalle – gli agnelli intanto, belando,<br />
fanno eccitare i lupi – fra loro nel mezzo, seduto<br />
sopra uno scoglio, tutte le passa in rassegna e le conta.<br />
Non appena si offrì l’ occasione, quasi Aristeo<br />
tempo non <strong>di</strong>ede al vecchio <strong>di</strong> stendere a terra le stanche<br />
membra: con grande clamore l’ assale e lo blocca con lacci<br />
mentre ancora giace; lui, tuttavia, nelle sue<br />
arti fidando, le forme più strane assume e <strong>di</strong> fuoco,<br />
prende e <strong>di</strong> fiera orrenda e <strong>di</strong> fiume fluente l’ aspetto.<br />
Poi, falliti gli inganni e tornato, vinto, in se stesso,<br />
<strong>di</strong>sse infine così, con voce d’ uomo parlando:<br />
«Chi, temerario giovane, qui t’ or<strong>di</strong>nò <strong>di</strong> venire,<br />
nelle <strong>di</strong>more mie? Che mai vai cercando?» ma l’ altro:<br />
«Proteo, da te lo sai; l’ inganno non giova; desisti.<br />
Noi, nell’ avversa fortuna, seguendo precetti <strong>di</strong>vini,<br />
siamo venuti qui per chiedere oracoli». Solo<br />
questo <strong>di</strong>sse. Poi l’ indovino, a forza, gli ardenti<br />
occhi <strong>di</strong> luce glauca rivolse a lui <strong>di</strong>grignando<br />
forte i denti e la bocca <strong>di</strong>schiuse al racconto dei fati:<br />
«L’ ira <strong>di</strong> qualche <strong>di</strong>o ti perseguita; gravi misfatti<br />
21
magna luis commissa: tibi has miserab<strong>il</strong>is Orpheus<br />
haudquaquam ob meritum poenas, ni fata resistant, 455<br />
suscitat, et rapta graviter pro coniuge saevit.<br />
Illa quidem, dum te fugeret per flumina praeceps,<br />
immanem ante pedes hydrum moritura puella<br />
servantem ripas alta non vi<strong>di</strong>t in herba.<br />
At chorus aequalis Dry<strong>ad</strong>um clamore supremos 460<br />
implevit montis; flerunt Rodopeiae arces<br />
altaque Pangea et Rhesi Mavortia tellus<br />
atque Getae atque Hebrus et Actias Orithyia.<br />
Ipse cava solans aegrum testu<strong>di</strong>ne amorem<br />
te, dulcis coniunx, te solo in litore secum, 465<br />
te veniente <strong>di</strong>e, te decedente canebat.<br />
Taenarias etiam fauces, alta ostia Ditis,<br />
et caligantem nigra formi<strong>di</strong>ne lucum<br />
ingressus, Manisque a<strong>di</strong>it regemque tremendum<br />
nesciaque humanis precibus mansuescere corda. 470<br />
At cantu commotae Erebi de se<strong>di</strong>bus imis<br />
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum,<br />
quam multa in foliis avium se m<strong>il</strong>ia condunt,<br />
Vesper ubi aut hibernus agit de montibus imber,<br />
matres atque viri defunctaque corpora vita 475<br />
magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae,<br />
impositique rogis iuvenes ante ora parentum,<br />
quos circum limus niger et deformis harundo<br />
Cocyti tardaque palus inamab<strong>il</strong>is unda<br />
alligat et novies Styx interfusa coercet. 480<br />
Quin ipsae stupuere domus atque intima Leti<br />
Tartara ceruleosque implexae crinibus anguis<br />
Eume<strong>di</strong>nes, tenuitque inhians tria Cerberus ora,<br />
atque Ixionii vento rota constitit orbis.<br />
Iamque pedem referens casus evaserat omnis, 485<br />
red<strong>di</strong>taque Eury<strong>di</strong>ce superas veniebat <strong>ad</strong> auras<br />
pone sequens (namque hanc dederat Proserpina legem),<br />
cum subita incautum dementia cepit amantem,<br />
22
ora tu paghi: Orfeo, sventurato senza sua colpa,<br />
queste pene ti causa – finché non si oppongano i fati –<br />
reso folle da quando la sposa gli venne sottratta.<br />
Lei, che da te a precipizio, seguendo <strong>il</strong> fiume, fuggiva,<br />
prossima ormai alla morte non vide infatti un’ enorme<br />
serpe nell’ erba alta, <strong>di</strong>nnanzi ai suoi pie<strong>di</strong> in agguato.<br />
Giunsero fino alle cime dei monti allora dell’ altre<br />
Dria<strong>di</strong> amiche le grida; le vette del Rodope e l’ alto<br />
monte Pangeo così ne piansero e pure la terra<br />
marzia <strong>di</strong> Reso e i Geti con l’ Ebro e l’ attica Orizia.<br />
Sulla testuggine cava lui, per lenire <strong>il</strong> dolore,<br />
lungo <strong>il</strong> lido deserto cantava te, la sua dolce<br />
sposa, te sul fare del giorno, te col tramonto.<br />
Oltre le bocche tenarie, profondo ingresso <strong>di</strong> Dite,<br />
quin<strong>di</strong> nel bosco oscurato da tenebre orrende si spinse;<br />
poi raggiunse i Mani, <strong>il</strong> re tremendo ed i cuori<br />
che impietosirsi non sanno d’ umane preghiere all’ ascolto.<br />
Ma, da quel canto attratte, venivano fin dagli estremi<br />
siti dell’ Erebo l’ ombre leggere e i fantasmi <strong>di</strong> quanti<br />
hanno perduto la luce; così numerosi gli uccelli<br />
<strong>di</strong>etro le foglie a sera si celano o quando, d’ inverno,<br />
dalle montagne li scaccia la pioggia: v’ erano m<strong>ad</strong>ri,<br />
uomini e corpi privi <strong>di</strong> vita d’ eroi generosi;<br />
bimbi, fanciulle <strong>il</strong>libate, ragazzi che furono posti<br />
dai genitori sui roghi: lo scuro limo li lega<br />
tutti quanti e l’ orrendo canneto e la triste palude<br />
mentre lo Stige, lento, con nove cerchi li chiude.<br />
Sono ammaliate le stesse profonde <strong>di</strong>more del Lete e<br />
pure le Eumeni<strong>di</strong>, che <strong>di</strong> cerulei serpenti i capelli<br />
hanno intrecciati. Trattiene le triplici fauci <strong>di</strong>schiuse<br />
Cerbero e <strong>il</strong> vento la ruota d’ Issione più non sospinge.<br />
Tutti gli ostacoli già superati, durante <strong>il</strong> ritorno,<br />
la restituita Euri<strong>di</strong>ce veniva oramai alla luce,<br />
<strong>di</strong>etro salendo (così Proserpina aveva prescritto),<br />
quando l’ incauto amante da un folle impulso fu colto,<br />
23
ignoscenda quidem, scirent si ignoscere Manes:<br />
restitit, Eury<strong>di</strong>cenque suam iam luce sub ipsa 490<br />
immemor – heu! – victusque animi respexit. Ibi omnis,<br />
effusus labor atque immitis rupta tyranni<br />
foedera, terque fragor stagnis au<strong>di</strong>tus Avernis.<br />
Illa “Quis et me” inquit “Miseram et te per<strong>di</strong><strong>di</strong>t, Orpheu,<br />
quis tantus furor? En iterum crudelia retro 495<br />
fata vocant, con<strong>di</strong>tque natantia lumina somnus.<br />
Iamque vale: feror ingenti circumdata nocte<br />
invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas”.<br />
Dixit et ex oculis subito, ceu fumus in auras<br />
commixtus tenuis, fugit <strong>di</strong>versa, neque <strong>il</strong>lum 500<br />
prensantem nequiquam umbras et multa volentem<br />
<strong>di</strong>cere praeterea vi<strong>di</strong>t; nec portitor Orci<br />
amplius obiectam passus transire paludem.<br />
Quid faceret? Quo se rapta bis coniuge ferret?<br />
Quo fletu Manis, quae numina voce moveret? 505<br />
Illa quidem Stygia nabat iam frigida cumba.<br />
Septem <strong>il</strong>lum totos perhibent ex or<strong>di</strong>ne mensis<br />
rupe sub aëria deserti <strong>ad</strong> Strymonis undam<br />
flesse sibi, et geli<strong>di</strong>s haec evolvisse sub antris<br />
mulcentem tigris et agentem carmine quercus: 510<br />
qualis populea maerens ph<strong>il</strong>omela sub umbra<br />
amissos queritur fetus, quos durus arator<br />
observans nido implumis detraxit; at <strong>il</strong>la<br />
flet noctem, ramoque sedens miserab<strong>il</strong>e carmen<br />
integrat, et maestis late loca questibus implet. 515<br />
Nulla Venus, non ulli animum flexere hymenaei:<br />
solus Hyperboreas glacies Tanaimque nivalem<br />
arvaque Riphaeis numquam viduata pruinis<br />
lustrabat, raptam Eury<strong>di</strong>cen atque inrita Ditis<br />
dona querens. Spretae Ciconum quo munere matres 520<br />
inter sacra deum nocturnique orgia Bacchi<br />
<strong>di</strong>scerptum latos iuvenem sparsere per agros.<br />
Tum quoque marmorea caput a cervice revulsum<br />
24
certo scusab<strong>il</strong>e, se scusare sapessero i Mani:<br />
solo un istante ristette, volgendo lo sguardo a Euri<strong>di</strong>ce,<br />
ahi, <strong>di</strong>mentico e vinto: la sua fatica a quel punto<br />
tutta fu vana e i patti <strong>di</strong> quello spietato signore<br />
rotti; tre volte echeggiò sugli stagni d’ Averno un fragore.<br />
“Quale enorme follia” lei <strong>di</strong>sse allora “Ha potuto<br />
perderci entrambi, Orfeo? Di nuovo <strong>il</strong> fato, crudele,<br />
ecco, mi chiama ed <strong>il</strong> sonno richiude gli occhi miei spenti.<br />
Ora <strong>ad</strong><strong>di</strong>o! Mi circonda e trascina una notte profonda<br />
mentre a te, non più tua, le palme invano protendo”.<br />
Disse e in breve sparì dalla vista, sim<strong>il</strong>e a fumo<br />
che per un lieve alitare <strong>di</strong> vento svanisce e non oltre<br />
vide lui che abbracciava le ombre invano e molt’ altro<br />
<strong>di</strong>re voleva; né permise <strong>il</strong> nocchiero dell’ Orco<br />
che l’ interposta palude venisse <strong>di</strong> nuovo varcata.<br />
Cosa fare mai? – due volte la sposa sottratta –<br />
dove andare? I Mani commuovere? O quali fra i numi?<br />
Fredda ormai sulla barca <strong>di</strong> Stige lei navigava.<br />
Sette lunghi mesi si <strong>di</strong>ce che sotto un’ eccelsa<br />
rupe – lo Strimone, lì <strong>di</strong> fronte, deserto scorreva –<br />
lui ripetesse, piangendo, quei fatti in gelide grotte.<br />
Rese mansuete le tigri col canto e mosse le querce:<br />
quale dolente usignolo lamenta, all’ ombra <strong>di</strong> un pioppo,<br />
come <strong>il</strong> duro aratore, scovati gli implumi suoi figli,<br />
via li portasse dal nido; <strong>di</strong> notte, posato su un ramo,<br />
un miserevole canto ripete e <strong>di</strong> mesti lamenti<br />
riempie tutt’ intorno per ampia <strong>di</strong>stanza quei luoghi.<br />
Non un amore più, non talami; lui percorreva,<br />
solo, iperborei ghiacci ed <strong>il</strong> Tanai, come la neve<br />
gelido e i campi Rifei, mai privi <strong>di</strong> brina, Euri<strong>di</strong>ce<br />
sempre e i vani doni <strong>di</strong> Dite sottratti invocando.<br />
Lo sbranarono e i resti del giovane sparsero in vasti<br />
campi le Ciconi donne respinte da lui – che fedele<br />
volle restare – durante le orge notturne <strong>di</strong> Bacco.<br />
Anche quando la testa, dal collo marmoreo strappata,<br />
25
gurgite cum me<strong>di</strong>o portans Oeagrius Hebrus<br />
volveret, Eury<strong>di</strong>cen vox ipsa et frigida lingua, 525<br />
a! miseram Eury<strong>di</strong>cen anima fugiente vocabat:<br />
Eury<strong>di</strong>cen toto referebant flumine ripae.»<br />
Haec Proteus, et se iactu de<strong>di</strong>t aequor in altum,<br />
quaque de<strong>di</strong>t, spumantem undam sub vertice torsit.<br />
At non Cyrene, namque ultro <strong>ad</strong>fata timentem: 530<br />
«nate, licet tristis animo deponere curas.<br />
Haec omnis morbi causa, hinc miserab<strong>il</strong>e Nymphae,<br />
cum quibus <strong>il</strong>la choros lucis agitabat in altis,<br />
exitium misere apibus, tu munera supplex<br />
tende petens pacem, et fac<strong>il</strong>is venerare Napeas; 535<br />
namque dabunt veniam votis, irasque remittent.<br />
Sed modus oran<strong>di</strong> qui sit prius or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong>cam:<br />
quattuor eximios praestanti corpore tauros,<br />
qui tibi nunc viri<strong>di</strong>s depascunt summa Lycaei,<br />
delige, et intacta totidem cervice iuvencas. 540<br />
quattuor his aras alta <strong>ad</strong> delubra dearum<br />
constitue, et sacrum iugulis demitte cruorem,<br />
corporaque ipsa boum frondoso desere luco.<br />
Post, ubi nona suos Aurora ostenderit ortus,<br />
inferias Orphei Lethaea papavera mittes 545<br />
et nigram mactabis ovem, lucumque revises;<br />
placatam Eury<strong>di</strong>cen vitula venerabere caesa».<br />
Haud mora, continuo matris praecepta facessit:<br />
<strong>ad</strong> delubra venit, monstratas excitat aras,<br />
quattuor eximios praestanti corpore tauros 550<br />
ducit et intacta totidem cervice iuvencas.<br />
Post, ubi nona suos Aurora induxerit ortus,<br />
inferias Orphei mittit, lucumque revisit.<br />
Hic vero subitum ac <strong>di</strong>ctu mirab<strong>il</strong>e monstrum<br />
aspiciunt, liquefacta boum per viscera toto 555<br />
stridere apes utero et ruptis effervere costis,<br />
immensasque trahi nubes, iamque arbore summa<br />
confluere et lentis uvam demittere ramis.<br />
26
l’ Ebro d’ Eagro faceva tra i gorghi ruotare – oramai<br />
fredda la lingua – “Euri<strong>di</strong>ce!” da sola invocava la voce<br />
sua, “Sventurata Euri<strong>di</strong>ce!”. Fuggiva la vita e le rive<br />
lungo l’ intera corrente rendevano l’ eco: “Euri<strong>di</strong>ce!”. »<br />
Questo <strong>di</strong>sse Proteo e giù si tuffò nel profondo<br />
mare, facendo in un gorgo <strong>di</strong> schiuma torcere l’ onda.<br />
Non Cirene però, che così <strong>di</strong>ssipava i timori:<br />
“Figlio, dai tristi affanni puoi liberare la mente.<br />
Ecco la causa del morbo; per questo le ninfe, con cui<br />
ella nel folto dei boschi danzava, quel male esiziale<br />
contro le api lanciarono; tu, supplicando, la pace<br />
chie<strong>di</strong>, offrendo dei doni, poiché le indulgenti Napee<br />
non negheranno <strong>il</strong> perdono e faranno l’ ira acquietare.<br />
Ma in qual modo pregare, con or<strong>di</strong>ne, prima ti <strong>di</strong>co:<br />
scegli quattro tori dai corpi prestanti tra quelli<br />
che sulle cime del verde Liceo pascolare tu fai<br />
ed altrettante giovenche dal collo ancora non domo.<br />
Quattro altari prepara lassù, delle dee nei santuari;<br />
scorrere <strong>il</strong> sangue rituale fai dalle gole dei buoi,<br />
quin<strong>di</strong> abbandonane i corpi nel folto d’ un bosco frondoso.<br />
Nove volte mostratasi, al suo risveglio, l’ aurora,<br />
offri – funebre omaggio – letei papaveri a Orfeo,<br />
quin<strong>di</strong> una pecora nera sacrifica; torna nel bosco,<br />
ren<strong>di</strong> onore a Euri<strong>di</strong>ce, placata, con una giovenca».<br />
Non un indugio; i precetti materni subito esegue:<br />
va nei santuari e gli altari prescritti subito innalza,<br />
quattro eccellenti tori dai corpi prestanti conduce<br />
ed altrettante giovenche dal collo ancora non domo.<br />
Nove volte mostratasi, al suo risveglio, l’ aurora,<br />
reso <strong>ad</strong> Orfeo l’ omaggio dei morti, ritorna nel bosco.<br />
Un improvviso pro<strong>di</strong>gio, mirab<strong>il</strong>e, loro si mostra:<br />
dalle viscere sfatte, per tutto <strong>il</strong> ventre dei buoi,<br />
d’ api si leva un ronzio; ribollono fuori dai rotti<br />
fianchi, in nubi enormi s’ <strong>ad</strong>densano e, a un albero in cima,<br />
fanno col grappolo loro piegare i cedevoli rami.<br />
27
Haec super arvorum cultu pecorumque canebam<br />
et super arboribus, Caesar dum magnus <strong>ad</strong> altum 560<br />
fulminat Euphraten bello victorque volentis<br />
per populos dat iura viamque <strong>ad</strong>fectat Olympo.<br />
Illo Verg<strong>il</strong>ium me tempore dulcis alebat<br />
Parthenope stu<strong>di</strong>is florentem ignob<strong>il</strong>is oti,<br />
carmina qui lusi pastorum audaxque iuventa, 565<br />
Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi.<br />
28
<strong>Me</strong>ntre ciò sulla cura dei campi, degli animali<br />
e degli alberi andavo cantando, folgora <strong>il</strong> grande<br />
Cesare in guerra l’ Eufrate profondo e dà, vittorioso,<br />
leggi alle genti concor<strong>di</strong>, schiudendo la via dell’ Olimpo.<br />
<strong>Me</strong>, Virg<strong>il</strong>io, la dolce Partenope allora nutriva,<br />
de<strong>di</strong>to <strong>ad</strong> opere prive <strong>di</strong> gloria; mi d<strong>il</strong>ettai<br />
<strong>di</strong> pastorali carmi e così, da giovane audace,<br />
Titiro, te cantai, d’ un ampio faggio al riparo.<br />
29
NOTE
Pag. 11<br />
Virg<strong>il</strong>io. Considerato nei secoli <strong>il</strong> massimo poeta latino, visse tra <strong>il</strong> 70 e <strong>il</strong> 19 a.C.<br />
godendo della protezione dell’ influente <strong>Me</strong>cenate e dello stesso imperatore Augusto. La<br />
sua fama è in gran parte legata all’ Eneide, poema epico in <strong>di</strong>eci libri che non ebbe tempo<br />
<strong>di</strong> rifinire completamente; in esso viene esaltata la figura dell’ eroe troiano Enea e dei<br />
suoi <strong>di</strong>scendenti, fondatori <strong>di</strong> Roma, ultimo dei quali lo stesso Ottaviano Augusto.<br />
Notevole anche la fama delle <strong>di</strong>eci Bucoliche, opera giovan<strong>il</strong>e <strong>di</strong> ambientazione pastorale,<br />
e soprattutto delle Georgiche.<br />
Georgiche. Opera in quattro libri in versi esametri de<strong>di</strong>cata a <strong>Me</strong>cenate; appartiene al<br />
genere <strong>di</strong>dascalico e tratta della coltivazione dei campi e degli alberi, dell’ allevamento<br />
del bestiame e dell’ apicoltura. Le Georgiche sono da molti stu<strong>di</strong>osi considerate <strong>il</strong><br />
capolavoro <strong>di</strong> Virg<strong>il</strong>io, l’ opera più congeniale a lui, amante della natura e della pace. Il<br />
brano qui riportato è tratto dal quarto libro, riguardante l’ apicoltura e può costituire una<br />
opportuna premessa al racconto del <strong>mito</strong> <strong>di</strong> Orfeo e <strong>di</strong> Aristeo, che inizia proprio con un<br />
riferimento alla <strong>di</strong>sperazione <strong>di</strong> Aristeo per la per<strong>di</strong>ta delle sue api.<br />
197 ti stupirà. Virg<strong>il</strong>io si rivolge a <strong>Me</strong>cenate.<br />
198 servizio <strong>di</strong> Venere. Nata dalla spuma del mare presso Cipro, Venere (Afro<strong>di</strong>te),<br />
moglie <strong>di</strong> Vulcano (Efesto), amante <strong>di</strong> Marte (Ares) e <strong>di</strong> Adone, era la dea della bellezza e<br />
dell’ amore. Per Virg<strong>il</strong>io le api sarebbero assolutamente “caste”, non generate attraverso la<br />
riproduzione sessuale. Questa virtù si aggiunge a quelle della laboriosità, della fedeltà al<br />
loro capo (un re – si noti – e non, come oggi sappiamo, una regina), e dello spirito <strong>di</strong><br />
gruppo; tutte doti che Augusto, impegnato in una dura politica moralizzatrice della società<br />
romana, certamente avrebbe apprezzato.<br />
210 – 212. Vengono elencati esempi <strong>di</strong> popolazioni soggette a monarchie assolute, presso<br />
le quali i sovrani avevano connotazioni quasi <strong>di</strong>vine.<br />
211 Li<strong>di</strong>a. Regione dell’ Asia minore.<br />
212 Idaspe. Fiume dell’ In<strong>di</strong>a.<br />
212 Parti. Storici e temib<strong>il</strong>i nemici <strong>di</strong> Roma <strong>di</strong> origine iranica.<br />
Pag. 15<br />
33<br />
317 – 566. Questi versi costituiscono la parte finale del quarto libro e <strong>di</strong> tutte le<br />
Georgiche. In essi si rievoca <strong>il</strong> <strong>mito</strong> <strong>di</strong> Orfeo, a sua volta inserito nel racconto <strong>di</strong> un altro<br />
<strong>mito</strong>, quello <strong>di</strong> Aristeo. Il complesso ha
caratteristiche tali da poter essere apprezzato anche in sé, avulso dal resto del libro.<br />
33<br />
317 penea Tempe. La valle <strong>di</strong> Tempe, in Tessaglia, è attraversata dal fiume Peneo, <strong>il</strong> cui<br />
nume è Peneo, p<strong>ad</strong>re <strong>di</strong> Cirene.<br />
317 Aristeo. Figlio <strong>di</strong> Apollo e della ninfa Cirene, pastore in Tessaglia, insegnò agli<br />
uomini l’ agricoltura e la produzione del miele; rappresenta la figura dell’ uomo concreto,<br />
in quanto agricoltore e perché pronto a conformarsi alla volontà degli dei (pius, in<br />
latino), anche per espiare le proprie colpe. Costituisce l’ antitesi <strong>di</strong> Orfeo, geniale e<br />
sfortunato poeta e cantore, capace <strong>di</strong> incantare con la sua arte persino gli dei infernali ma<br />
sconfitto infine per non aver saputo rispettare le con<strong>di</strong>zioni del patto con loro contratto per<br />
ottenere <strong>il</strong> ritorno alla vita della sua amata sposa Euri<strong>di</strong>ce.<br />
321 Cirene. M<strong>ad</strong>re <strong>di</strong> Aristeo, avuto dal <strong>di</strong>o Apollo, è una ninfa, una delle <strong>di</strong>vinità minori<br />
legate al culto dei fiumi (Naia<strong>di</strong>), delle acque marine (Nerei<strong>di</strong> e Oceanine), delle selve<br />
(Dria<strong>di</strong>), delle valli (Napee) ecc.<br />
323 Apollo Timbreo. Apollo è <strong>il</strong> nome greco <strong>di</strong> Febo. Figlio <strong>di</strong> Latona (Leto) e <strong>di</strong> Giove<br />
(Zeus); fratello <strong>di</strong> Diana (Artemide), è <strong>il</strong> <strong>di</strong>o della musica, della poesia, della me<strong>di</strong>cina e<br />
della <strong>di</strong>vinazione. Molti gli apellativi attribuitigli a seconda dei luoghi in cui fiorirono<br />
particolari culti e sorsero templi a lui de<strong>di</strong>cati. Qui si fa riferimento alla valle <strong>di</strong> Timbra,<br />
nella Tro<strong>ad</strong>e.<br />
334 M<strong>il</strong>esie lane. Lane provenienti da M<strong>il</strong>eto, <strong>di</strong> qualità pregiata.<br />
336 – 345 Drimo, Xanto, Ligea, F<strong>il</strong>lodoce, Ci<strong>di</strong>ppe, Licoride, Clio, Beroe, E-fire, Opi,<br />
Deiopea, Aretusa, Climene. Tutte ninfe, la più nota delle quali è Aretusa ( ve<strong>di</strong> 344).<br />
338. Nel testo latino questo verso è per lo più considerato un arbitrario inserimento, del<br />
quale non tener conto.<br />
340 Oceano. Uno dei titani; <strong>di</strong>vinità primor<strong>di</strong>ale, figlio <strong>di</strong> Urano e <strong>di</strong> Gea, prolifico p<strong>ad</strong>re<br />
<strong>di</strong> migliaia <strong>di</strong> ninfe Oceanine e <strong>di</strong> fiumi. Da lui si riteneva avessero origine moltissime<br />
cose.<br />
343 Asia. Provincia romana nell’ attuale Asia Minore.<br />
344 Aretusa. Divenuta fonte in Sic<strong>il</strong>ia per sfuggire Alfeo (figlio <strong>di</strong> Oceano) fu da lui,<br />
trasformatosi in fiume sotterraneo, egualmente raggiunta. Il riferimento alla sua velocità e<br />
alle frecce deposte è dovuto al fatto <strong>di</strong> essere stata, in precedenza, al seguito della dea<br />
cacciatrice Diana
(Artemide).<br />
346 Vulcano, Marte. Vulcano (Efesto), era figlio <strong>di</strong> Giove (Zeus) e <strong>di</strong> Giunone (Era); <strong>di</strong>o<br />
del fuoco, zoppo, nella sua officina sotto l’ Etna, coa<strong>di</strong>uvato dai Ciclopi (mostruosi giganti<br />
con un solo occhio), produceva mirab<strong>il</strong>i opere <strong>di</strong> artigianato del ferro. La moglie Venere<br />
lo tr<strong>ad</strong>ì con Marte (Ares), <strong>di</strong>o della guerra, che seppe vanificare le sue precauzioni.<br />
346 Caos. L’ entità spaziale primor<strong>di</strong>ale, all’ inizio <strong>di</strong> tutte le cose.<br />
Pag. 17<br />
355 p<strong>ad</strong>re Peneo. Nel senso <strong>di</strong> progenitore in linea <strong>di</strong>retta <strong>di</strong> Cirene o in generale <strong>di</strong> molte<br />
ninfe.<br />
367 Fasi, Lico. Fiumi della Colchide, regione oltre <strong>il</strong> Caucaso.<br />
368 Enipeo. Fiume della Tesssaglia.<br />
370 Ipani. Fiume della Scizia, regione a nord del Mar Nero.<br />
370 Caico <strong>di</strong> Misia. La Misia era una regione ai confini dell’ Asia Minore.<br />
371 Eridano. Nome greco del Po.<br />
371 d’ oro le corna. Riferimento all’ aspetto con cui la <strong>di</strong>vinità del fiume si manifestò ai<br />
fondatori della città <strong>di</strong> Torino (Augusta Taurinorum, in latino) secondo una delle<br />
numerose leggende <strong>ad</strong> essa collegate.<br />
373 purpureo. Il Po è – anche più che in proporzione alla sua portata – particolarmente<br />
attivo nel trasporto <strong>di</strong> materiali verso la foce, ove si caratterizza per una colorazione<br />
intensa.<br />
379 essenze panchee. Provenienti da Pancaia, isola favolosa del Mare Eritreo (Mar<br />
Rosso), ricca d’ incenso, mirra e metalli pregiati.<br />
379 are. Altari, ma anche focolari domestici.<br />
382 d’ ogni cosa <strong>il</strong> p<strong>ad</strong>re. Ve<strong>di</strong> 340.<br />
380 Bacco meonio. Bacco (Dioniso), <strong>di</strong>o del vino e del benessere, è qui accostato alla<br />
<strong>Me</strong>onia (Li<strong>di</strong>a, provincia dell’ Asia Minore), produttrice <strong>di</strong> celebri vini.<br />
34
Pag. 19<br />
384 asperse <strong>di</strong> nettare. Il nettare è la bevanda degli dei. Versare una bevanda pregiata sul<br />
fuoco sacrificale può determinare anche un presagio positivo o negativo, a seconda che la<br />
fiamma si ravvivi ed innalzi o meno.<br />
387 <strong>di</strong> Nettuno nell’ acque. Nelle acque del mare. Nettuno (Poseidone) era <strong>il</strong> <strong>di</strong>o del<br />
mare, fratello <strong>di</strong> Giove, marito <strong>di</strong> Anfitrite, p<strong>ad</strong>re <strong>di</strong> Tritone; dominava le forze dell’<br />
oceano e <strong>di</strong> tutti i mari e veniva raffigurato armato <strong>di</strong> un tridente. Spesso, come in questo<br />
caso, sta a significare <strong>il</strong> mare stesso.<br />
387 <strong>di</strong> Scarpanto. Isola dell’ Egeo, fra Creta e Ro<strong>di</strong>.<br />
388 Proteo. È una creatura mirab<strong>il</strong>e (monstrum, in latino), dotata <strong>di</strong> capacità<strong>di</strong>vinatorie<br />
(vate) e trasformistiche. Virg<strong>il</strong>io lo definisce azzurro (caeruleus, in latino) e dagli occhi<br />
glauchi, tipici colori marini, come già quelli dei sed<strong>il</strong>i del talamo <strong>di</strong> Cirene e delle lane<br />
f<strong>il</strong>ate dalle ninfe.<br />
389 cavalli bipe<strong>di</strong>. Secondo l’ iconografia <strong>mito</strong>logica erano sim<strong>il</strong>i a cavalli nella<br />
parte anteriore mentre assomigliavano a gran<strong>di</strong> pesci in quella posteriore.<br />
390 Emazia. Macedonia o Tessaglia.<br />
391 Pallene. A sud della Macedonia.<br />
391 lo stesso Nereo. Altra <strong>di</strong>vinità marina, dalle caratteristiche del tutto sim<strong>il</strong>i a quelle <strong>di</strong><br />
Proteo, è rappresentato assai vecchio. Ebbe da Doride numerose figlie, le ninfe Nerei<strong>di</strong>.<br />
415 ambrosia. Cibo degli dei, come <strong>il</strong> nettare ne era la bevanda; valeva a conservare loro<br />
l’ immortalità.<br />
Pag. 21<br />
35<br />
453 L’ ira <strong>di</strong> qualche <strong>di</strong>o. Inizia così, per bocca <strong>di</strong> Proteo, la parte relativa al <strong>mito</strong> <strong>di</strong><br />
Orfeo, che si conclude con <strong>il</strong> verso 527.<br />
453 gravi misfatti. Aristeo risulterà, secondo la versione virg<strong>il</strong>iana del <strong>mito</strong>, colpevole,<br />
seppure in<strong>di</strong>rettamente, della morte <strong>di</strong> Euri<strong>di</strong>ce, sposa <strong>di</strong> Orfeo, provocando così l’ ira<br />
delle ninfe contro <strong>di</strong> lui.
Pag. 23<br />
454 Orfeo sventurato. Certamente Il più celebrato poeta e cantore (aedo) dell’ antichità,<br />
capace <strong>di</strong> incantare la natura, gli uomini e gli stessi dei (ve<strong>di</strong> 317). A lui viene ricondotta<br />
l’ origine dei riti orfici e dell’ orfismo, religione misterica. Della sua <strong>di</strong>scesa agli inferi e<br />
della sua fine esistono <strong>di</strong>fferenti versioni; quella accolta da Virg<strong>il</strong>io è la più tragica e ben<br />
giustifica l’ epiteto con <strong>il</strong> quale viene introdotto <strong>il</strong> personaggio.<br />
455 finchè non si oppongano i fati. Il Fato, o i fati (cioè quanto è stato predetto dalle<br />
Parche) non sono mo<strong>di</strong>ficab<strong>il</strong>i neppure dagli dei.<br />
458 enorme serpe. Dovrebbe trattarsi <strong>di</strong> un serpente acquatico velenoso.<br />
461- 462 Rodope… Pangeo. Monti della Tracia.<br />
463 terra marzia <strong>di</strong> Reso. La Tracia è la terra in cui nacque Marte e della quale fu re<br />
Reso.<br />
463 Geti. Popolo della Tracia. 463 Ebro, fiume della Tracia<br />
463 attica Orizia. Orizia era figlia del re Eretteo <strong>di</strong> Atene, nell’ Attica.<br />
464 testuggine cava. Lo strumento musicale (citara, cetra) con cui Orfeo accompagnava<br />
<strong>il</strong> suo canto aveva come cassa <strong>di</strong> risonanza <strong>il</strong> guscio <strong>di</strong> una testuggine.<br />
467 bocche tenarie. Le porte degli inferi erano situate presso <strong>il</strong> promontorio del Tenaro,<br />
nel Peloponneso.<br />
467 Dite. Uno dei vari nomi con i quali veniva in<strong>di</strong>cato <strong>il</strong> re degli inferi o <strong>il</strong> suo stesso<br />
regno. Più comunemente: Plutone (Ade).<br />
469 Mani. Le anime dei morti, oggetto <strong>di</strong> culto fam<strong>il</strong>iare, ma anche, come in questo caso,<br />
le <strong>di</strong>vinità infernali.<br />
469 <strong>il</strong> re tremendo. Plutone era considerato inflessib<strong>il</strong>e ma non crudele.<br />
472 Erebo. Altra denominazione del regno dei morti.<br />
480 Stige. Uno dei fiumi che scorrono nel regno sotterraneo dei morti.<br />
481 Lete. Altro fiume infernale; le sue acque davano alle anime dei morti l’oblio.<br />
36
482 Eumeni<strong>di</strong>. Dette anche Erinni, erano tre spaventose <strong>di</strong>vinità che perseguitavano i<br />
colpevoli <strong>di</strong> gravi delitti <strong>di</strong> sangue.<br />
484 Cerbero. Mostruoso cane a tre teste posto a guar<strong>di</strong>a dell’ Ade.<br />
484 Issione. Colpevole <strong>di</strong> gravi delitti, fu da Giove condannato <strong>ad</strong> essere legato <strong>ad</strong> una<br />
ruota perennemente in movimento.<br />
486 Euri<strong>di</strong>ce. Ve<strong>di</strong> 453 e 317.<br />
487 Proserpina. (Persefone), figlia <strong>di</strong> Giove e Cerere (Demetra), fu rapita da Plutone<br />
(Ade) e <strong>di</strong>venne regina degli inferi.<br />
Pag. 25<br />
493 Averno. Altro nome usato per in<strong>di</strong>care <strong>il</strong> regno dei morti in generale e una zona <strong>di</strong><br />
laghi e palu<strong>di</strong> infernali in particolare. È anche <strong>il</strong> nome <strong>di</strong> un lago nelle vicinanze <strong>di</strong> Cuma,<br />
presso <strong>il</strong> quale si apre un accesso all’ ald<strong>il</strong>à.<br />
506 barca <strong>di</strong> Stige. L’ imbarcazione con la quale Caronte traghettava le anime dei morti<br />
nell’ Ade.<br />
508 Strimone. Fiume della Tracia.<br />
517 Tanai. L’ attuale Don.<br />
518 campi Rifei. Montagne della Scizia, regione a nord del Mar Nero.<br />
521 ciconi donne. Sono le Baccanti (ve<strong>di</strong> 522) ciconi, una popolazione della Tracia,<br />
stanziata alla foce dell’ Ebro.<br />
522 orge notturne <strong>di</strong> Bacco. Dette Baccanali; feste notturne in onore del <strong>di</strong>o, guidate<br />
dalle <strong>Me</strong>na<strong>di</strong> o Baccanti, sacerdotesse <strong>di</strong> Bacco (Dioniso), con danze e riti sfrenati,<br />
propiziati dall’ ebbrezza procurata dal vino.<br />
Pag. 27<br />
524 Ebro d’ Eagro. In quanto Eagro, p<strong>ad</strong>re <strong>di</strong> Orfeo era re della Tracia.<br />
535 Napee. Ninfe delle valli, ve<strong>di</strong> 321.<br />
539 Liceo. Monte dell’ Arca<strong>di</strong>a.<br />
545 letei papaveri. Come <strong>il</strong> fiume Lete, dotati <strong>di</strong> potere soporifero.<br />
37<br />
546 pecora nera. È la tipica offerta sacrificale a <strong>di</strong>vinità infernali.
548 Non un indugio. Aristeo (pius) si conforma puntualmente ai voleri <strong>di</strong>vini.<br />
554 improvviso pro<strong>di</strong>gio. Virg<strong>il</strong>io intende spiegare l’ origine rituale <strong>di</strong> una pratica, la<br />
Bugonia, ritenuta idonea a dar vita <strong>ad</strong> un nuovo sciame <strong>di</strong> api dalle viscere <strong>di</strong> un bue<br />
putrefatto.<br />
Pag. 29<br />
559 – 566. Era consuetu<strong>di</strong>ne terminare un’ opera letteraria con una “firma” e qui Virg<strong>il</strong>io<br />
fa riferimento alla sua attività <strong>di</strong> poeta <strong>di</strong>dascalico – con le Georgiche appena concluse –<br />
e pastorale – con le giovan<strong>il</strong>i Bucoliche –, opere che modestamente definisce “senza<br />
gloria” quale invece spetterebbe alla poesia epica o a quella capace <strong>di</strong> svelare i gran<strong>di</strong><br />
misteri della natura, degli astri e della scienza. Sullo sfondo vengono evocate le gran<strong>di</strong><br />
imprese civ<strong>il</strong>i e m<strong>il</strong>itari che contemporaneamente vedevano Cesare Augusto “schiudere la<br />
via dell’ Olimpo”, cioè elevarsi al rango degli dei.<br />
561 Eufrate. Il grande fiume al confine del regno dei Parti. Ve<strong>di</strong> 212.<br />
38<br />
562 Olimpo. Monte del nord della Grecia, sede degli dei.<br />
563 la dolce Partenope. Partenope è <strong>il</strong> nome più antico <strong>di</strong> Napoli, affettuosamente<br />
evocata dal poeta. Lì verrà sepolto alla sua morte.<br />
566 Titiro, te cantai… riparo. L’ intero verso conclusivo del quarto libro e delle<br />
Georgiche richiama quello iniziale della prima Bucolica.
INDICE
pagina<br />
Introduzione 3<br />
Elogio delle api 9<br />
Il <strong>mito</strong> <strong>di</strong> Orfeo e Aristeo 13<br />
Note 31