luigi lo forti - Words from Italy

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luigi lo forti - Words from Italy

duepercento

luigi lo forti

Sappiamo tutto di te.

Beh , quasi tutto...

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2009-


2010

duepercento

luigi lo forti

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Copertina di: Antonio Dessì

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Duepercento

CAPITOLO 1

Marco stava osservando le volute di fumo salire lente e dense dal suo caffè,

incapace di distogliere lo sguardo da quello sinuoso spettacolo. Naturalmente,

non stava pensando al caffè, ma al colloquio che aveva appena sostenuto e che

lo aveva lasciato leggermente spaesato.

Non che fosse andato male. In effetti, i suoi colloqui non andavano mai male.

Nel tempo, aveva imparato a sintetizzare al meglio la sua esperienza di lavoro,

così che non risultasse troppo articolata (perché aveva cambiato così spesso?,

gli avrebbero chiesto) ma al tempo stesso abbastanza qualificante. Aveva imparato

a glissare velocemente sul fatto che non guidava (il che gli precludeva di

fatto l’unico lavoro che sembrava esistere, il “consulente commerciale”, che ai

tempi dei suoi vent’anni veniva chiamato più semplicemente, più brutalmente, e

più onestamente, “venditore”). Infine, aveva smesso di fare notare la sua laurea

in Biologia, del tutto pleonastica e buona sola per la chiosa finale (“Biologia? Ah,

e perché non fa il biologo, allora?”) con cui il colloquio aveva invariabilmente termine.

Quella volta, però, la sensazione con cui aveva lasciato la stanza dove aveva

affrontato i suoi esaminatori era diversa da quella solita, di sconfortato sollievo,

con cui concludeva la prova. In primo luogo, non aveva ancora capito di che

lavoro si trattasse, né chi glielo stesse proponendo. Aveva ricevuto l’invito a presentarsi

al colloquio via e-mail, inviatogli da un cacciatore di teste che aveva letto

il suo curriculum in uno della ventina di siti specializzati a cui si era iscritto. Nel

messaggio, si accennava genericamente a un progetto che coinvolgeva le pubbliche

relazioni, campo verso il quale non sentiva alcun trasporto particolare, ma

che comunque non gli era sembrato inaccessibile. Soprattutto, non metteva limiti

di età: così, i suoi incipienti 40 anni non avrebbero rappresentato un problema

(forse). In ogni caso, l’uomo e la donna che lo avevano accolto non gli avevano

dato alcuna ulteriore informazione, né lui aveva insistito per ottenerla: ci sarebbe

stato tempo e modo, se il colloquio avesse dato esito soddisfacente.

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I due si erano presentati come si deve, ma lui aveva dimenticato immediatamente

i loro nomi, un errore che faceva di continuo. La donna era sicuramente molto

piacente, avendo oltrepassato abbondantemente la cinquantina d’anni; l’uomo,

invece, era più giovane e ben piantato, con un sorriso aperto, ma che sapeva di

plastica. Dopo un rapido scambio di convenevoli, dai quali non aveva comunque

tratto nessuna impressione se non quella, usuale in quei frangenti, di cortesia affettata,

lo avevano introdotto in una grande stanza dove, con sua sorpresa, aveva

trovato ad accoglierlo un’altra decina di persone, tutte compostamente sedute

su piccoli banchi. Quindi, dopo che si era accomodato al posto assegnatogli,

aveva ricevuto un foglio con alcune domande, alle quali non aveva avuto difficoltà

a rispondere. Perché mai avrebbe dovuto, in fondo? Non erano domande

che richiedessero competenze specifiche, somigliavano piuttosto a quelle di un

test attitudinale. Quale attitudine avessero voluto testare i suoi ideatori, però, rimaneva

un mistero. Subito dopo, gli era stato presentato un secondo foglio, nel

quale erano riportati alcuni quesiti di logica, alcuni elementari, altri più complessi

e articolati. Aveva esultato, nemmeno troppo discretamente. Finalmente un colpo

di fortuna, aveva pensato: da anni, risolvere quel tipo di rompicapo rappresentava

uno dei suoi passatempo preferiti! Mentre si dedicava con entusiasmo alla soluzione

degli enigmi, non gli venne nemmeno in mente di chiedersi quale ragione

potesse esserci da parte dei reclutatori di proporre una prova del genere: la semplice

speranza di potere davvero ottenere un lavoro che fosse meno precario di

una saltuaria supplenza aveva annichilito ogni suo filtro critico.

Era stato l’ultimo a consegnare, ma solo perché aveva dovuto riscrivere tutto

due volte, dopo avere disseminato di cancellature il modulo. Non che la cosa

avesse avuto importanza, a giudicare dal sorriso soddisfatto con cui la donna lo

aveva gratificato alla fine della veloce lettura.

“Bene, Marco, posso chiamarla Marco, vero?, mi sembra che vada tutto bene.

Attenda una nostra chiamata per il secondo colloquio. Buona giornata.”

Tutto qui?, si era chiesto, perplesso. Almeno, avrebbe voluto sapere per quale

lavoro alla fine non lo avrebbero più chiamato.

Il bello di cercare lavoro quando si ha già un’occupazione, per quanto volatile

e poco remunerata, è che ogni occasione sfumata non si traduce mai in una

delusione troppo cocente, e di solito basta un caffè nella tranquillità di un bar


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silenzioso a fare digerire il disappunto. Se solo avesse saputo per quale tipo di

opportunità non si stava crucciando…

“Allora, come ti è andata?”

La voce che lo aveva apostrofato con una nota di divertito trionfo era femminile,

e apparteneva a uno degli altri candidati che non aveva potuto fare a meno di

notare fin dal primo momento. Si trattava infatti di una giovane donna che faceva

palesemente di tutto per non sfuggire all’attenzione, a partire dall’abbigliamento,

derivato in maniera pressoché integrale dalla copertina di qualche rivista di moda

(non la più conservatrice, osservò Marco, non del tutto dispiaciuto), per finire con

la pettinatura e il trucco, che facevano pensare a un film, anche se in quel momento

non riusciva a ricordare quale.

La ragazza, intanto, aveva preso posto al suo tavolo, di fronte a lui. Aveva

un viso bello, molto bello, ma bello in modo convenzionale, senza nemmeno la

sorpresa di un’imperfezione. Tendendogli la sua mano e poi stringendogliela con

l’energia e l’entusiasmo di chi ha imparato che la stretta di mano deve essere

forte ed entusiasta, disse di chiamarsi Federica. Federica Vannetti. Tutto, in lei,

voleva trasmettere sicurezza e competenza: era come se fosse ancora impegnata

nel colloquio. Con un gesto imperioso, chiamò la cameriera, ordinando un caffè

con talmente tante variazioni da far dubitare che la tazzina avrebbe potuto contenerle

tutte. Quindi, dopo averla congedata con un cenno che avrebbe anche

potuto essere di ringraziamento, senza fare caso all’espressione della poveretta,

piena di confusione e contenente una traccia di disperazione (non aveva fatto a

tempo a segnare l’intera lista delle variazioni richieste), si rivolse nuovamente a

lui, allargando il suo perfetto, inquietante sorriso.

“Allora, cosa te ne è parso?” chiese, appoggiando il mento sul palmo della

mano e fissandolo con occhi neri, grandi e divertiti.

“Del test? Strano, direi.”

“Strano?” ripeté l’altra, assumendo un’aria interessata. “Perché?”

“Non saprei” rispose, dopo avere sorbito un altro sorso del suo caffè. “Mi è

sembrato più un gioco, che un test. Le domande erano interessanti, ma…”

“Oh, sì, erano davvero belle!” assentì la donna, riprendendo vivacità. “E poi,

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erano quasi tutte legate al mio campo di studio… sai” riprese, dopo che si era

resa conto che il silenzio seguito alla sua affermazione non sarebbe stato riempito

dalle domande interessate del suo interlocutore, “sono laureata in Scienze della

Comunicazione. A Urbino. Ho un master in Management, Comunicazione e Politica.

L’ho preso qui, a Milano. Ho tre pubblicazioni. Sto anche scrivendo un libro,

un saggio sulla relazione tra contenuto e contenitore nell’epoca digitale.”

Aveva scandito bene ogni singolo titolo, aggiungendone uno ogni volta che si

era resa conto che quello appena dichiarato non aveva evidentemente colpito

l’attenzione.

In realtà, dopo avere registrato con lieve interesse la facoltà universitaria (non

aveva mai capito bene cosa si studiasse a Scienze della Comunicazione), Marco

non aveva minimamente dato ascolto alla lista di onorificenze accademiche

snocciolata dalla sua interlocutrice, distratto solo in minima parte dalla scollatura

che si stava facendo via, via sempre più rivelatrice.

“Scusa” chiese l’uomo, non appena si riscosse dalla sua perplessità, “ma in

che modo la tua laurea ti avrebbe aiutato a rispondere alle domande? Non credo

che si debba andare all’università per rispondere a quesiti come quelli.”

“Ah, no?” fu la replica, piccata. “Allora, dimmi, come avresti potuto mai sapere

chi era McLuhan!”

“A parte il fatto che si può leggere un libro anche senza pagare una retta universitaria,

cosa c’entra McLuhan con una serie di rompicapo? Non devi mica

sapere chi si è inventato il villaggio globale per risolverli?”

“Ma di cosa stai parlando?” esclamò la ragazza, evidentemente turbata dal fatto

che quel tizio dai capelli scompigliati e la faccia stralunata che gli stava davanti

davvero sapesse chi era McLuhan. “Rompicapo? Quali rompicapo?”

“Quelli che erano nel test, quali se no?” perché sto parlando con questa pazza,

si domandò mentre rispondeva.

“Non c’era nessun rompicapo, nel mio test, solo domande a risposta aperta,

come quelli universitari.”

“Allora, si vede che ci hanno dato dei test diversi” concluse Marco, perplesso.


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“Meno male che mi è capitato quello giusto, allora!” esclamò di rimando Federica,

mentre riceveva il suo caffè.

Anche Marco avrebbe dovuto sentirsi fortunato, essendo da tempo un diligente

frequentatore di rompicapo e di quiz. Discretamente abile, detto senza falsa

modestia. Tuttavia, era evidente che ciò che era capitato a lui e a quella fastidiosa

tizia che in quel momento stava esprimendo alla cameriera tutto il suo disappunto

per il caffè ricevuto, era troppo puntuale per potere essere definito una casuale

coincidenza.

“… e poi, il cacao è tutto a grumi, non vede?” La tirata contro la ragazzina si

era finalmente conclusa, lasciando la vittima rubizza in volto e con chiari sintomi

di un incipiente raptus omicida.

“Beh, adesso devo andare” annunciò Federica, alzandosi con uno scatto rampante.

“È stato un piacere parlare con te…”

“Marco.”

“È stato un piacere parlare con te, Marco. Devo andare, tra meno di due ore ho

un altro colloquio, devo cambiare abito. Chissà che non ci si riveda…”

“Speriamo” disse di rimando Marco, con poca convinzione, mentre la ragazza

si era già voltata e guadagnava la porta con passi veloci e sicuri, lasciando che

fosse l’ondeggiamento dei suoi lunghi capelli neri e soprattutto quello dei suoi

fianchi ben fasciati dalla gonna nera a ricambiare il saluto.

Sospirando, dopo avere scambiato un’occhiata di simpatia con la malcapitata

cameriera, Marco tornò al suo caffè. Registrò con una punta di fastidio il fatto che

Federica non aveva pagato la propria consumazione, che quindi lui avrebbe finito

per offrirle. Rifletté brevemente sul fatto che probabilmente donne come lei ritenevano

che fosse scontato che un uomo dovesse pagare il loro conto, in cambio

del privilegio di parlare loro. Presto, però, di quell’epifania femminile non rimase

che un indizio del profumo, troppo dolce per essere davvero buono. Marco tornò

a rimuginare su quella mattinata. In effetti, presentarsi a un colloquio di lavoro preparati

ad affrontare domande specifiche sulla propria esperienza professionale, al

limite sulle proprie inclinazioni personali, e vedersi invece proporre una collezione

di quesiti del tutto simili a quelli che di solito affrontava come scacciapensieri lo

aveva spiazzato. Così, come del tutto disorientato lo aveva lasciato la scoperta

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che quel test era stato destinato a lui e non alla sua rivale, la quale a sua volta

aveva avuto a che fare con una prova che sembrava tagliata su misura per lei. A

quel punto, sarebbe stato interessante conoscere cosa era stato chiesto agli altri

candidati, scoprire se anche loro avessero avuto a che fare con un test in qualche

modo studiato su misura per loro. Era certamente possibile che gli esaminatori

fossero a conoscenza dei loro interessi personali: Federica aveva probabilmente

riportato sul suo curriculum i suoi studi in corpo 24, mentre lui aveva indicato

l’enigmistica tra i suoi hobby; rimaneva da capire solo perché avrebbero dovuto

favorirli in maniera così sfacciata. Senza dimenticare il fatto che, ancora, non sapeva

per quale lavoro stesse concorrendo.

I suoi pensieri vennero disturbati dalla vibrazione del cellulare. Nessun numero

conosciuto, recitava il display.

“Pronto?” disse in un sospiro.

“Parlo con il signor Donati?” La voce era femminile, professionale ma vivace.

“Sì. Con chi parlo?”

“Buongiorno, signore. Qui è la Leir & Bag.”

Marco provò, senza alcun successo, a collegare il nome con qualunque cosa

di conosciuto. La voce riprese a parlare.

“Siamo una società che opera da… da anni nel campo delle… delle risorse

umane, cose del genere. La disturbiamo per chiederle se è interessato a sostenere

un colloquio presso la nostra sede per un impiego che, pensiamo, le potrebbe

interessare.”

Il suo cuore ebbe un sussulto: in cinque mesi, nemmeno una chiamata e ora,

nel giro di due giorni, due incontri! L’entusiasmo face passare in secondo piano

l’estrema lacunosità delle informazioni che la signora gli stava comunicando:

quando uno ha sete, apprezza anche le gocce.

“Posso chiederle di che lavoro si tratta?” riuscì a domandare.

“Certamente, e il nostro responsabile sarà felice di spiegarglielo di persona.”

Si vede che tenere il candidato all’oscuro è una nuova tattica di reclutamento,


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si trovò a pensare. “Va bene” rispose. “Dove e quando?”

“È libero, adesso?”

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La stanza in cui Marco venne fatto accomodare sapeva di nuovo. La vernice

doveva essersi asciugata da poco, e aveva lasciato un odore penetrante, ma non

cattivo, che lottava per non essere sopraffatto da un aroma dolce e morbido che

si insinuava a folate nelle narici.

“Il signor Raffaele la riceverà subito, il tempo di terminare il colloquio con l’altro

candidato.”

Se anche non sapesse fare altro che sorridere, la assumerei anch’io, si sorprese

a pensare Marco, non potendo trattenersi dal tenere gli occhi piantati sul viso

della donna. Non avrebbe saputo dire se fosse bella o brutta; non era nemmeno

sicuro di potersi ricordare il colore dei capelli, non appena fosse uscito di lì era

però certo che non avrebbe dimenticato tanto facilmente la sensazione di divertita

gentilezza che promanava dalla piega di quelle labbra.

“Siamo in molti? Intendo dire, siamo in molti, a essere candidati per questo

posto?” Chiese, più che altro per spezzare quell’incantesimo.

La donna lo gratificò di un nuovo sorriso.

“Lei è il secondo.”

“Di oggi?”

“Di sempre. Abbiamo appena aperto.”

“Ah.”

Ovviamente, vi erano molte altre domande che Marco avrebbe voluto porre,

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ma dal suo modo di fare, era evidente che la sua interlocutrice non avrebbe fornito

molte risposte.

Così, in attesa che la porta di fronte a lui si aprisse e finalmente arrivasse il suo

turno, lasciò che lo sguardo correre sulla stanza in cui si trovava: piccola, pulita,

anonima. Il pensiero corse spontaneo ai locali in cui aveva poco prima sostenuto

il colloquio precedente. La differenza, certo, era stridente. Se la Leir & Bag si

presentava a tutta prima come una di quelle aziende aperte in maniera un po’ improvvisata,

sull’onda di un’idea entusiasmante ma non supportata da un progetto

articolato e ponderato, la Rising Star, quella che lo aveva visionato quella stessa

mattina, aveva evidentemente preferito un approccio in grande stile, ostentando

un’opulenza non sfacciata, ma sempre evidente: tutto, là dentro, urlava ricchezza

e gran gusto: in silenzio, con classe, ma lo urlava forte e chiaro. Marco non era

certo tipo da rimanere impressionato dai particolari d’arredamento, ma doveva

ammettere che, contemplando i tappeti su cui aveva camminato per raggiungere

l’ufficio dei selezionatori di quella azienda, aveva finalmente capito perché qualcuno

poteva davvero apprezzare quelle trappole per la polvere che – per quanto

lo riguardava – avrebbero dovuto essere bandite da qualunque casa che si volesse

definire abitabile.

Anche l’edificio in cui si trovava in quel momento era assai diverso dal sontuoso

palazzo di Piazza Durini in cui era stato accolto quella mattina: all’inizio, aveva

pensato di non entrare nemmeno: l’indirizzo che gli avevano comunicato corrispondeva

infatti a un condominio più che anonimo situato all’inizio di un’altrettanto

anonima via a pochi passi da Piazza Loreto, caotica e rumorosa come poche

altre zone di Milano sanno mostrarsi, il che era tutto dire. Una volta entrato nel

cortile interno, poi, l’impulso a desistere era diventato quasi irresistibile: la corte

in cui si era trovato era invasa da bidoni della spazzatura dai quali eruttavano rifiuti

di ogni tipo; le ringhiere che correvano lungo i quattro piani dei palazzi erano

tappezzate di biancheria di ogni tipo e colore, ma dove era scoperto, il corrimano

si rivelava arrugginito e malsicuro; le pareti erano attraversate da crepe che – se

fissate per qualche istante – sembravano allargarsi a vista d’occhio. Il peggio,

però, doveva ancora arrivare. Non appena fatto il passo per varcare la soglia del

portone di legno stinto e scheggiato, una voce belluina e gracchiante lo aveva

bloccato, o meglio, immobilizzato.

Poi, dal gabbiotto della portineria era uscita una donna, o comunque qualcosa


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che ci assomigliava. Un po’, almeno. Beh, in ogni caso non era un cane. Forse.

Comunque, portava una gonna.

Una volta che quell’essere gli si era avvicinato, Marco aveva purtroppo avuto

modo di averne una visione dettagliata, quel tanto che bastava per rimpiangere

amaramente il maledetto passo che lo aveva portato là dentro.

I piccoli occhi accesi di quella strana creatura l’avevano squadrato a lungo,

mentre la bocca si distorceva in quella che voleva essere una smorfia di disprezzo

ma che, chissà come, riusciva ad addolcire leggermente l’insieme. Poi, dopo

avere deciso che evidentemente non ne valeva la pena, la donna (Marco aveva

deciso di considerarla tale, fino a prova contraria, sperando che tale prova non

arrivasse mai) si voltò e se ne tornò nella sua postazione, smozzicando frasi in un

linguaggio indecifrabile.

“Signor Donati?” Era stata la voce della donna con cui aveva parlato al telefono

a riscuoterlo dallo stupore causato da quell’incontro bizzarro. Marco si era voltato

verso di lei; non avrebbe saputo spiegarselo, ma quella vista ebbe il potere di

dissolvere la tentazione di andarsene all’istante.

“Uhm… no, non credo che ci siano problemi: non l’ha toccato con il suo bastone,

vero?”

“Eh?” fu tutto ciò che egli riuscì a dire, allarmato dallo sguardo corrucciato della

donna e dal fatto che non ricordava affatto se fosse stato sfiorato dal piccolo

bordone che in effetti la portinaia aveva agitato più volte sotto il suo naso.

“No, non credo” disse poi, non appena si fu ripreso. “ Mi ha solo mormorato

qualcosa in una strana lingua…”

“È Rumeno, un dialetto dei Carpazi” gli spiegò la sua interlocutrice, evidentemente

sollevata. “L’importante è che non l’abbia toccato con il bastone. Deve

averla trovato simpatico, tutto sommato. L’avrà semplicemente maledetto un

po’.”

“Un po’? è grave?”

“Grave? No, non è niente… In ogni caso, se dovesse notare che la sua urina è

diventata blu, non si preoccupi: dura pochi giorni, di solito. Lei è il signor Marco

Donati, giusto?”

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“Blu?” Marco era rimasto una frase indietro.

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“Sì, ma si tratta solo di un avvertimento. Tapeska è fatta così, ma è un’ottima

custode. Allora, Marco, giusto?”

“Sì, sono qui per il…”

“Il colloquio. Venga, la stavamo spettando. Da questa parte.”

Fu così che, con un certo sollievo, Marco aveva scoperto che la sede della

società non si trovava nel palazzo fatiscente, ma in una piccola dependance appoggiata

al muro opposto al portone di ingresso, con i rossi mattoni a vista e il

tetto spiovente: quella casa si sarebbe certamente trovata molto più a proprio

agio nelle pagine di un catalogo di agenzia viaggi, piuttosto che nel mezzo di quel

fatiscente palazzone.

Così, si era ritrovato in quella stanza piccola e pulita, a sbirciare il sorriso della

donna e a chiedersi che razza di lavoro avrebbero potuto offrirgli.

I suoi pensieri furono interrotti dal suono ovattato di una voce femminile emersa

improvvisamente dalla stanza del colloquio.

“No... non credo proprio che ci rivedremo... sinceramente, non so come abbiate

pensato che mi potesse interessare... non avete letto il mio curriculum?”

Oddio, pensò Marco, non dirmi...

“... non ha letto? Ho anche un master e tre pubblicazioni, ci sono due università

che... cosa? Magari ci andrò, cosa crede?...”

A quel punto non potevano esserci dubbi, era proprio lei. Speriamo non mi

veda, si disse, afferrando un giornale e tuffandoci dentro la faccia e maledicendosi

per non avere nemmeno provato a memorizzare il suo nome.

Dopo qualche istante, la porta si aprì. Ne uscì, naturalmente, la stessa ragazza

che aveva incontrato nel bar quella stessa mattina. Appiccicò il suo naso alla

pagina.

“La ringrazio per il suo tempo, signorina” sentì dire a quello che doveva essere

l’esaminatore, “e mi creda, sono profondamente dispiaciuto del fatto che lei non

voglia prendere in considerazione la nostra proposta...”


Duepercento

Il tono di quella voce era posato e professionale, ma non sembrava immune da

una certa dose di divertimento.

“Come potrei?” rispose pronta la ragazza, con un sorriso pieno di sicurezza.

“Non ho preso un master in Management a Urbino per fare la... la... come l’ha

chiamata? Ah, già, la consulente esistenziale!”

Consulente esistenziale? Non credo che voglia dire nulla, ma suona bene, si

ritrovò a pensare Marco, mentre lottava per non incrociare gli occhi della tizia,

facendo finta di leggere a quella distanza troppo ravvicinata.

“In ogni caso” riprese, “l’offerta economica, capirà bene, è troppo bassa. Non

vorrei sembrarle arrogante, ma credo proprio che una con il mio cursus honorum

debba aspirare a qualcosa di più. Sarebbe per me eticamente riprovevole accontentarmi

della sua offerta. comunque, vi auguro buona fortuna con la vostra

ricerca. Adesso, se non le spiace, potrebbe indicarmi la toilette?... Ah, sì, è lì, la

vedo. Allora, grazie e buona giornata.”

“Le ho detto che qui in ufficio abbiamo una macchina per il caffè a capsule?”

la interruppe l’uomo, con il tono di chi crede di avere messo a segno il colpo decisivo

in una discussione.

Per un istante, il silenzio calò nuovamente nella stanza. La donna stava probabilmente

cercando di capire se si trattasse di uno scherzo oppure se quell’uomo

pensasse davvero che quello delle capsule fosse un argomento vincente.

“No... non me l’ha detto... ma questo non cambia le cose, la saluto!”

Fino a quel momento Marco aveva continuato a nascondersi e aveva sperato

di riuscire a evitare un nuovo incontro con quella ragazza; ma proprio quando

il pericolo sembrava scampato, sentì una mano afferrare il bordo del giornale e

spingerlo verso il basso. Non gli rimase che alzare mestamente lo sguardo.

“Marco!” squittì lei.

“Ehi, che sorpresa!” abbozzò lui, imponendosi uno sforzo per ricordare il nome

della laureata con master a Urbino. Alessandra?

“Anche tu qui? Come mai?”

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Marco non sapeva decidere se la domanda suonasse più stupida - non era

ovvio che fosse lì anche lui per un colloquio? - oppure offensiva (costei - Mariangela?

- pensava forse di essere l’unica possibile candidata che valesse la pena

chiamare? probabilmente sì, si rispose da solo). Alla fine, decise di accordarle il

beneficio del dubbio.

“Mi hanno chiamato per un colloquio, anche se a dire il vero non ricordo di

avere mai risposto a un’inserzione di questa azienda, forse...”

“Ti hanno chiamato?” lo interruppe l’altra (Antonella?).

“Beh, sì, questa mattina, proprio poco dopo che tu te n’eri andata dal bar senza

pagare.” Ah, l’aveva detto!

“Beh, in fondo ha senso,” riprese la ragazza, non dando alcun segno di avere

colto l’allusione. “Magari tu sei più adatto a questo lavoro” aggiunse poi. Ovviamente,

quello che voleva dire era che lui aveva senza dubbio meno pretese e

aspettative, per tacere di competenze e capacità, quindi avrebbe potuto (dovuto)

accontentarsi di quanto quelli spiantati potevano offrire.

“Lo scopriremo subito” si intromise a quel punto l’esaminatore, avanzando verso

di loro e uscendo finalmente dalla penombra dell’anticamera in cui era rimasto

fino a quel momento. Era un uomo alto e slanciato, con capelli candidi pettinati

all’indietro che lasciavano libera una fronte alta e liscia. Il naso, regolare, sormontava

un pizzo ben curato dal quale emergevano due labbra sottili e disposte al

sorriso. Ciò che però colpì Marco furono gli occhi: erano tanto azzurri da sembrare

finti. Parevano in grado di farsi capire semplicemente rimanendo aperti.

“Bella ragazza, senza dubbio. Preparata, anche” disse l’uomo, una volta che

ebbe fatto accomodare Marco nella stanza ed ebbe chiuso la porta alle sue spalle.

“Già” assentì l’altro, distrattamente. Era impegnato a osservare le gigantesche

librerie che impegnavano l’intera superficie delle pareti laterali. Assieme alla lunga

scrivania di vetro appoggiata a quattro gambe sottili, a due poltroncine e al monitor

che vi era appoggiato, rappresentavano l’intero arredamento della stanza.

In realtà, ciò che davvero stava distraendo Marco era l’aroma che pervadeva la

stanza; era quello che aveva percepito nella sala d’aspetto, solo che adesso era

decisamente più forte e riconoscibile: un miscuglio di arancia e cannella.


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“E intelligente. Molto intelligente. E preparata, per di più. Sa che ha anche un

master in qualcosa come Management e Comunicazione e.. qualcos’altro.”

“Sì, mi pare di sì, me lo deve avere detto. In effetti, l’ho già incontrata, questa

mattina. Abbiamo fatto tutti e due un colloquio alla Rising Star.”

“Ah, conosco, conosco… bella sede, vero?” Il sorriso dell’uomo si era allargato,

comprendendo adesso anche un abbozzo di risata, probabilmente suggerito

dal confronto istantaneo che sorgeva spontaneo con quella stanza linda ma essenziale.

“Molto. Siete nello stesso settore? Voi e la Rising Star, intendo.”

“Oh, sì, siamo concorrenti. Decisamente concorrenti. Sempre in competizione,

noi e la Rising Star. Da sempre. Uno nomina la Leir & Bag, e pensa subito alla

Rising Star. E viceversa. Dove arriva la Leir & Bag, c’è anche la Rising Star. Se la

Leir & Bag contatta qualcuno, finisce che lo fa anche la Rising Star. Mors tua, vita

mea. Ah, ma questi sono gli affari, giusto?”

“Giusto” concordò Marco, messo un po’ a disagio dall’allegria affettuosa con

cui il suo intervistatore stava descrivendo quella che invece sembrava una rivalità

quasi bellica.

“Dunque, signor Donati, perché è qui? Cosa l’ha colpita della nostra inserzione?”

chiese l’uomo, mentre prendeva posto alla scrivania e faceva cenno a Marco

di accomodarsi sull’altra sedia.

“Inserzione? Quale inserzione? Io sono qui perché mi avete chiamato” fu la

risposta un po’ interdetta.

“Ah” fu il commento dell’uomo. “Dunque, lei non ha risposto alla nostra inserzione?”

Eravamo sicuri che l’avrebbe fatto…”

“No, non ho visto nessuna inserzione…” La perplessità di Marco si stava allargando.

“Mi scusi” riprese, “cosa intende dire? Pensavate che rispondessi alla

vostra inserzione? Proprio io? Quale inserzione?”

“Non è così che si devono fare le cose” bofonchiò l’altro. “Quella donna non

impara mai. Bisogna avere pazienza, gliel’ho detto almeno mille volte, devono

trovarci loro, altrimenti si rischia di sbagliare…”

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“Mi scusi, dottor… dottor…”

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“Tanto valeva non spendere tutti quei soldi” continuò l’altro tra sé e sé, imperterrito.

“Sa quanto costa fare mettere un’inserzione pubblicitaria a fianco del

sudoku del Corriere? Di sabato, poi!”

“Tanto, immagino, ma io le assicuro di non avere visto la sua inserzione. Eppure,

io non mi perdo mai il sudoku del sabato.”

“Lo immaginavamo, per questo abbiamo fatto posizionare lì la nostra inserzione.

Invece di lei, ci è arrivata quella ragazza, che tra l’altro ha voluto farmi sapere

di avere notato l’annuncio solo perché era immediatamente sotto alla pubblicità

di un tizio in mutande. Come se non lo sapessimo!”

“Sapevate che quella tizia (Erica? Doveva assolutamente ricordarsi quel nome,

lo stava uccidendo!) avrebbe letto ‘per caso’ quell’inserzione?”

“Sì. Beh, non l’ha letta per caso, ovviamente. Era sotto la pubblicità di un uomo

in mutande, le donne come lei certe cose le notano…”

“Ma come facevate a sapere che la vostra inserzione sarebbe finita sotto la

pubblicità dell’uomo in mutande…”

“Abbiamo pagato noi la pubblicità dell’uomo in mutande, ecco come. Volevamo

prendere due piccioni con una fava, e lo avremmo sicuramente fatto, prima o

poi, se quella donna frettolosa non avesse deciso che non potevamo più aspettarla.

Del resto” riprese, rilassandosi e appoggiandosi allo schienale, “forse è stato

meglio così. Deve avere saputo che lei aveva sostenuto un colloquio alla Rising

Star, e avrà deciso che era il caso di non perdere tempo. Frettolosa, ma sempre

brillante ed efficiente. E poi ha un magnifico sorriso, non trova?”

“Trovo. Posso chiederle di tornare indietro e provare con calma a spiegarmi

cosa sta succedendo?” La perplessità di Marco era ormai aumentata a livelli di

guardia, e una parte di lui, quella razionale, avrebbe preferito interrompere a quel

punto il colloquio. Tuttavia, la curiosità si dimostrò un avversario davvero troppo

forte. Era una battaglia persa in partenza, anche la sua parte razionale lo sapeva

bene.

“Cosa? Ah, certo, certo. Nulla di strano, in ogni caso, nulla di strano. è normale

prendere informazioni sui candidati, no?”


Duepercento

“Certo, nulla di strano, in questo. Quello che però è strano, se mi permette, è

che lo abbiate fatto ancora prima che il candidato si facesse vivo e vi inviasse il

suo curriculum.”

“D’accordo, questo glielo concedo. In ogni caso...”

Un improvviso scoppio di urla interruppe la conversazione. I due si scambiarono

uno sguardo perplesso. L’uomo che si faceva chiamare Raffaele si alzò, si

diresse alla porta, la aprì e scomparve alla vista di Marco. Prima che l’uscio si

richiudesse, fece a tempo di sentire la voce di Carla (uhm... no, nemmeno quello

era il nome giusto) riempire la stanza. Il tono isterico e piagnucoloso gli strappò

un sorriso e nessun senso di colpa.

“... non mi importa se tra qualche giorno torna gialla, adesso è blu! Blu, capito?

Blu! Avrete mie notizie, ci potete scommettere...”

Agli occhi di Marco, Tapeska aveva appena guadagnato un punto.

***

“Quella Federica Vannetti mi piace. Mi piace proprio” L’uomo che si faceva

chiamare Adam aveva parlato con calma, con gli occhi neri fissi sulle tre pagine

del curriculum della ragazza.

“Sono d’accordo, è perfetta” convenne la donna, che non amava farsi chiamare

in alcun modo ma che – costretta – rispondeva al nome di Syria. Si accarezzò

languidamente la gonna, che frusciando tornò ad aderire alla gamba, obbediente.

“Credo che non avremmo potuto essere più fortunati: trovarne una così, proprio

adesso…”

“Già: Raphael non riuscirebbe mai a convincerla a lavorare per lui, nemmeno se

si decidesse a pagare di più i suoi agenti.”

Mentre parlava, l’uomo che si faceva chiamare Adam non poteva proprio evitare

di sorridere. Quella volta, il vantaggio era tutto dalla sua.

“Cosa facciamo con l’altro?” La voce vellutata della collega lo distolse da quel

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momento di tranquilla esultanza.

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Duepercento

“Con quel… Donati?” Sabbia nella vaselina, ecco cos’era quel tizio. “Se anche

lui accettasse di lavorare per noi, sarebbe tutto molto più semplice” rispose, meditabondo.

“Credi che lo farà?”

L’uomo non rispose subito. Appoggiò i fogli che aveva in mano e raccolse quelli

che si trovavano sulla meravigliosa scrivania di mogano che dominava quell’angolo

del grande studio.

“Direi che abbiamo qualche possibilità” disse, dopo avere dato una nuova lettura.

“Se ci muoviamo in fretta e gli offriamo le giuste condizioni. Non è detto,

però. Non è per nulla detto. In ogni caso, vale la pena provare.”

“Se solo potessimo muoverci un po’ più liberamente…” sospirò la donna.

“Ci sono delle regole ben precise, e le regole sono da rispettare. Sempre. È il

prezzo da pagare, e tu lo sai bene quanto me. Non le facciamo noi, ma questo

non ci esime dal rispettarle alla lettera. Dobbiamo aspettare che Raphael faccia

la sua mossa con questo Donati, poi potremo muoverci per fare la nostra. Non

prima.”

“Lo so bene, le regole sono ineludibili, ci mancherebbe” si difese la donna,

indispettita. “Dico solo che non dovevamo perdere tempo, tutto qui” aggiunse,

tranquillizzandosi. “Se gli avessimo fissato il secondo colloquio oggi pomeriggio,

non avremmo permesso a quelli della Leir & Bag di farsi avanti. Se non si fosse

presentato al colloquio con loro, non ci sarebbero stati problemi di precedenza. E

allora, le regole potevano anche mettersele nel…”

“Sai bene che il sistema ha bisogno di tempo per valutare i dati” si affrettò a interromperla

l’uomo, che oltre a farsi chiamare Adam non sopportava la volgarità.

“Non avevamo informazioni sufficienti per prendere una decisione immediata su

quel tizio. Hai letto anche tu il profilo, non è per nulla semplice nemmeno adesso.

Arruolare tipi come lui è molto, molto pericoloso: è successo raramente, e quasi

sempre i risultati sono stati a dir poco pessimi. Meglio non rischiare.”

“La volta che ha funzionato, però, si è rivelato un successo oltre ogni aspettativa,

purtroppo per noi” fu la replica fulminea. “In ogni caso, nella peggiore delle


Duepercento

ipotesi, assumerlo potrebbe se non altro rivelarsi un ottimo sistema per poterlo

controllare ed evitare che possa diventare un’arma nelle mani degli altri.”

“Potrebbe” concesse l’uomo. “Così come potrebbe invece rivelarsi un errore

fatale, per noi come per loro. In ogni caso, comunque vada, sappiamo cosa fare,

se Donati sceglierà la Leir & Bag.”

L’uomo e la donna sorrisero, complici.

***

L’aereo era atterrato con circa trenta minuti di ritardo sull’orario previsto, che

erano diventati quasi centoventi una volta raggiunta la zona per il ritiro dei bagagli.

Dopo altri trenta, i rulli non avevano ancora iniziato a muoversi. Tra la folla di

passeggeri che rumoreggiava e lanciava a mezza voce maledizioni più o meno

colorite, due uomini rimanevano stranamente calmi.

Chi li avesse osservati con un minimo di attenzione, avrebbe notato lo sguardo

accigliato del più anziano, accentuato dalla piega delle folte sopracciglia candide

che sormontavano i suoi occhi cerulei, e quello colmo di eccitazione del più

giovane, esaltato dal sorriso leggermente ebete che attraversava la sua bocca.

Entrambi erano alti e indossavano abiti scuri ed eleganti, sebbene solo il primo

portasse la cravatta.

“Ogni volta che arrivo in Italia, è sempre la stessa storia” si lamentò questi

compostamente, rassettandosi per l’ennesima volta la giacca. “I bagagli vanno

da una parte, i passeggeri dall’altra.”

“Le capita spesso di venire da queste parti, signore?” chiese il giovane, che

aveva deciso di farsi chiamare Joe Emerson, almeno fino a quando non gli avessero

detto che avrebbe dovuto cambiare identità. Di nuovo.

“Ogni volta che devo rifare il mio guardaroba, ragazzo. La Francia è perfetta per

i profumi, l’Inghilterra per... per... beh, l’Inghilterra è perfetta per qualcos’altro, ma

per i vestiti, non c’è che l’Italia.”

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“Intendevo dire, le è capitato di venire spesso qui per la c...”

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Duepercento

“Zitto!” lo fermò l’uomo, che aveva detto di chiamarsi Karl ma al quale sarebbe

stato decisamente meglio un nome più lungo e distinto.

“Non devi mai, dico mai, nemmeno nominare quello che facciamo” spiegò, con

voce calma e tono didascalico. “Noi siamo qui per una vacanza: alloggeremo allo

Sheraton, faremo spese in via Montenapoleone, prenderemo il caffè al Savini,

ceneremo al Don Lisander e poi ce ne torneremo a casa, con centinaia di foto in

più e qualche migliaia di euro in meno. Capito?”

“Capito.” Il giovane Emerson non aveva mai sentito nominare i posti che il suo

superiore gli aveva appena nominato, tranne naturalmente lo Sheraton, ma quella

prospettatagli aveva tutta l’aria di essere una vacanza di gran lusso: qualcosa che

fino a pochi mesi prima poteva solo sognare, chiuso dentro la sua cella nella prigione

federale di Brownsville, dove era stato trasferito dalla casa di correzione non

appena compiuti i 18 anni. Non era quello, però, il motivo dell’ansia selvaggia con

cui attendeva di valicare la dogana dell’aeroporto e fare il suo ingresso nell’esotica

(per lui) città di Milano: era invece la promessa della caccia, la possibilità di

riprendere a fare quello per cui avvertiva crescere sempre più forte una vocazione

invincibile ed esclusiva. Era lo stesso istinto che quando aveva quattro anni lo

aveva spinto a imbracciare il fucile da caccia del padre per cercare di impallinare

il suo cane; lo stesso che, quando aveva compiuto otto anni, lo aveva portato a

costruirsi una cerbottana con la quale lanciare cannucce su cui aveva montato

spilli acuminati contro i bulli che rendevano le sue giornate a scuola lunghissime e

insopportabili; lo stesso che a dodici anni gli fece guadagnare la sua prima visita

alla stazione di polizia, per avere lanciato con ottima mira una piccola molotov

artigianale (costruita seguendo le dettagliate istruzioni reperite su Internet) contro

un gruppo di ragazze che aveva riso di lui e dei suoi pantaloni stracciati.

Karl non approvava per nulla quell’entusiasmo smodato, ma lo capiva bene:

era stato giovane anche lui, tanto, tanto tempo prima, e non aveva scordato le

sue prime battute. Tuttavia, Joe lo preoccupava: c’era del potenziale in quel moccioso,

su questo non vi era alcun dubbio; tuttavia, vi era anche trascuratezza e

stupidità, soprattutto nei suoi modi e nelle sue parole. Quando si era trattato di

decidere se arruolarlo, lui si era opposto in maniera netta e decisa, ma altri all’interno

dell’organizzazione l’avevano pensata diversamente. Alla fine, era stato il


Duepercento

capo ad avere l’ultima parola, e quel moccioso dall’aria un po’ tonta e dal sorriso

cattivo sempre stampato sul volto reso accidentato dall’acne era stato arruolato,

la sua fedina miracolosamente ripulita e la sua identità cambiata. Karl non aveva

potuto fare altro che accettare la decisione del consiglio, ma aveva tenuto a ribadire

la sua contrarietà. Era stato per quello, probabilmente, che il capo aveva

deciso che sarebbe stato proprio lui ad accompagnare il ragazzo nella sua prima

caccia. Roba da pazzi. O forse no. Dopotutto, forse proprio la sua diffidenza gli

avrebbe permesso di non abbassare la guardia e fare in modo che quella spedizione

si concludesse con successo. Solo quello contava, in fondo. Il giovane

Emerson non lo capiva, ma la missione affidatagli era davvero importante e delicata.

Era la prima dopo due anni, e nessuno, nel consiglio, lo ignorava. Anche

per questo l’uomo che si faceva chiamare Karl era stato così deciso nelle sue

proteste: davvero non c’era nessun altro giovane cacciatore a cui affidare quel

contratto? No, gli era stato risposto, non c’era nessun altro giovane con il profilo

giusto e la vocazione adatta da inviare a Milano. E che la smettesse di fare così

tante difficoltà, tanto quella era la decisione, non si sarebbe tornati indietro.

A fatica, si riscosse dai suoi pensieri e tornò a cercare nel display qualche informazione

sul rullo dove il loro bagaglio si sarebbe (forse) materializzato. Ancora

niente.

“Signor Karl, come faremo a rintracciare la pre...”

“Non riesci proprio a capire, vero?” sibilò di nuovo l’uomo. “Due turisti. Noi

siamo due turisti, non ti è ancora chiaro?”

“Sì, ma...”

“Allora, ti sembra che due turisti in una città come Milano possano mai avere

‘prede’ da ‘cacciare’?”

“Beh, no, ma stiamo parlando in Inglese, non ci capiranno mai.”

“So che ti sembrerà strano, ragazzo, ma l’inglese è una lingua piuttosto diffusa

anche al di fuori degli Stati Uniti.”

“Ma se sono tre ore che cerchiamo di farci capire dagli addetti ai bagagli e

l’unica persona che ha provato a risponderci ci ha mandato a…”

“Volevo dire” lo interruppe con minacciosa calma, “che all’interno della sala

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Duepercento

bagagli di un aeroporto internazionale, nei pressi di un rullo dove dovrebbero arrivare

i bagagli di un volo in arrivo da Washington, può capitare che ci siano altre

persone, oltre a noi, che parlino Inglese.”

L’ironia era sprecata, con Joe Emerson, ma non aveva davvero potuto esimersi.

“Ah.”

“Silenzio, silenzio assoluto. Questo è il nostro segreto.” Adesso, il tono della

sua voce si era fatto autorevole e professorale. Joe Emerson aveva già imparato

a odiarlo.

“I cacc… noi non dobbiamo mai, dico mai, destare il benché minimo sospetto:

la nostra è una professione molto particolare, una” e qui l’uomo che si faceva

chiamare Karl abbassò la voce, fino a renderla pressoché inaudibile, “missione

segreta.”

“Sì, segreta” assentì Joe Emerson.

“Un vero cacciatore” continuò Karl, bisbigliando ancora più sottilmente, “cerca

la sua preda, la stana, la uccide e se ne torna a casa, ad attendere il prossimo

contratto.”

“E quanti contratti possiamo avere, all’anno? A quante cacc…”

“Vuoi abbassare quella dannatissima voce?!”

Karl non aveva urlato (a memoria d’uomo, non lo aveva mai fatto, del resto),

ma la sua voce assunse una qualità tale da fare voltare verso di loro tutti quelli

che – insieme a loro – erano in attesa delle valigie, ben felici che qualcosa stesse

intervenendo a spezzare l’insopportabile tedio dell’attesa.

L’uomo recuperò la sua usuale calma olimpica, non prima di avere fulminato

con uno sguardo placido ma inequivocabile quell’idiota del suo compagno: quel

moccioso era in grado di fare perdere la testa perfino a uno come lui. Respirò profondamente,

poi, non appena i vicini cessarono di interessarsi a loro due, delusi

dal fatto che il possibile intrattenimento fosse sfumato, riprese a parlare.

“Ripassiamo le regole, giovane Emerson. Ripetimele.” Era un ordine, impartito

con calma e a bassa voce, ma per una volta, il ragazzo riuscì a percepire appieno


Duepercento

il pericoloso malcontento del suo maestro.

“Una sola… preda.” Questa volta, era stato ben attento a non alzare la voce.

Karl annuì.

“Un solo… colpo.”

Altro cenno di assenso.

“Lei guida, io eseguo. Nessuna iniziativa personale.”

Assenso.

“Nessuno ci deve vedere, nessuno deve sapere che siamo qui, nessuno deve

ricordarsi che siamo stati qui.”

Assenso.

“Una volta accettato, il contratto deve essere onorato. Se la preda sfugge al

colpo, il contratto si intende sciolto e la preda cessa di essere tale. Se la preda

sfugge, non verrò pagato.”

“Va bene” disse infine Karl, rilassando impercettibilmente i lineamenti del proprio

volto. Almeno i fondamentali erano stati imparati.

Finalmente, il nastro cominciò a muoversi.

“Ricorda bene”, sibilò al ragazzo, quando questi gli si avvicinò per affacciarsi

sul rullo, in attesa di avvistare il proprio bagaglio, “un solo colpo: non bisogna

sbagliare.”

“Io non ho mai sbagliato un colpo” rispose l’altro, corrucciato.

“Tu non hai mai cacciato, stupido!” lo fulminò l’altro. “Questo non è il gioco di

uno psicopatico.”

No, replicò mentalmente il ragazzo, non il gioco di uno psicopatico; è quello

di un gruppo di ricchi annoiati che mi pagano per far fuori un uomo. Attento a

te, Karl, minacciò silenziosamente: un colpo solo, ma non è detto che lo usi per

sparare alla preda. Con tanti saluti ai soldi del contratto, vuoi mettere la soddisfazione

di farti saltare quelle stupide cervella da vecchio trombone impettito?

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