Pisano, Lo strano caso del signor Mesina - Sardegna Cultura

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Pisano, Lo strano caso del signor Mesina - Sardegna Cultura

Giorgio Pisano

LO STRANO CASO

DEL SIGNOR MESINA

Il Maestrale


LIBRISTANTE


Giorgio Pisano

Lo strano caso

del signor Mesina

Copertina

Nino Mele

Impaginazione

Imago multimedia

Edizioni Il Maestrale

Redazione:

via Massimo D’Azeglio 8

08100 Nuoro

Telefono e Fax:

0784 31830

E-mail:

redazione@edizionimaestrale.com

Internet:

www.edizionimaestrale.com

ISBN 88-86109-86-5

Proprietà letteraria riservata

© Edizioni Il Maestrale 2005

Giorgio Pisano

Lo strano caso

del signor Mesina

Il Maestrale


A mio figlio


I

A casa

«Ce n’è ce n’è, da fare». Lo aspetta, per iniziare, un

lavoro da magazziniere, poi magari torna in Sardegna e

segue il forno del fratello, a Budoni. «Insomma, ricomincio».

Graziano Mesina non ha più il fisico della fuga: pochi

capelli, pancetta dilagante, zampe di gallina sugli

occhi. Un signore ingrigito, ormai. Intontito dall’effetto

aria, dalle prime sei ore di libertà, confuso, uomo qualunque

tra gente qualunque. Ballore, il fratello maggiore,

è andato a prenderlo alle Nuove di Torino con la sua

vecchia macchina e se l’è portato a casa, per sottrarlo alla

curiosità della gente e guardarlo dritto in faccia. «Anche

se ha cinquant’anni, per noi i più piccoli restano

sempre bambini». Deve dargli qualche consiglio importante

per sopravvivere ora che va a scoprire, a riscoprire,

un altro mondo.

Morto il padre Pasquale, il capofamiglia è lui. Da

Orgosolo è fuggito nell’epoca del boom economico, è

planato a Crescentino, quaranta chilometri da Fiat city,

in tempi non facili, quando tutti i meridionali venivano

chiamati sbrigativamente “Napoli”. Non faceva differenza

essere siciliani o calabresi, pugliesi o sardi. «Ho

fatto le ossa alla vita».

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Graziano lo guarda con grande rispetto, gli deve obbedienza.

Soprattutto adesso che avverte una strana febbre:

gli frullano in testa mille idee e mille progetti. Mille

paure, forse, ma di quelle non parla. Nell’appartamentino

di Ballore, palazzina popolare di mattoni rossi immersa

in un centro operaio, cintura industriale senza

storia e senza presente, si sente al sicuro. Gli stanno

dando la caccia un centinaio di giornalisti: Mesina libero,

Grazianeddu (come piace chiamarlo ai milanesi)

esce dal carcere. Oggi, 19 ottobre 1991, è tutta per lui la

seconda notizia dei Tg nazionali, il titolone di prima

pagina di numerosi quotidiani. Uno condisce l’avvenimento

in salsa western: il ritorno di Graziano.

La cena è pronta: salsiccia, pane carasau, pecorino e

un vino che lascia l’impronta color inchiostro sul bicchiere.

«Quanto avrà? Quattordici, quindici gradi non

di più». Si fa sentire, aiuta ad accendere la notte di euforia.

Intanto Graziano, rigorosamente astemio, parla.

Corre sul suo passato, salta da un episodio all’altro, risponde

al telefono che squilla in continuazione: «Desolato,

non è qui. Terrà una conferenza stampa nei prossimi

giorni». Gli piace questo giochino di smarcamento

dei giornalisti, lo rende felice. E tanto per stupire i tre

amici a tavola, tira fuori referenze di tutto rispetto:

«Devo ringraziare Maurizio Costanzo, mi ha mandato

un bellissimo telegramma. Devo ringraziare anche Gigi

Riva, mi ha regalato magliette e scarpe per la mia squadra

di calcio, a Porto Azzurro». Campionato dietro le

sbarre, entusiasmante. «Fino a quando non mi hanno

portato via due titolari»: trasferiti, esigenze di giustizia.

Ogni tanto dà un’occhiata all’orologio, un pataccone

d’oro massiccio. Un regalo, si capisce da come lo gin-

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gilla. Per festeggiare, Ballore stappa una bottiglia d’acquavite

scura, fatta macerare con bucce d’arancia. Gradi

tanti, tra quaranta e cinquanta. Buona, assicura una

giovane milanese che ha avuto il privilegio di essere invitata

a questa tavolata di famiglia, destinata a pochi intimi,

santi bevitori.

Come succede? Chissà. Mezzanotte, cielo umido e

senza stelle, Crescentino è a letto, domani la sirena della

fabbrica fischierà presto, lacererà la quiete di un’alba

identica a quella di ieri, alba fatta in serie. Qualcuno nomina

Orgosolo e Mesina fugge d’improvviso a perdifiato

sul filo sospeso della memoria.

Pare solo con se stesso, quasi fosse tornato in cella,

guarda oltre la finestra. E riesce a rivedere la vecchia

abitazione di famiglia, pietra su pietra nella parte alta

del paese. Chiusa, da tempo. Ogni tanto è meta di bus

carichi di turisti che vogliono osservare la casa del bandito.

Talvolta, se si è fortunati, si può incontrare la mamma

dell’ex ergastolano. Certo, non è moltissimo ma almeno

il tour del brivido non va buco. Di solito il programma,

oltre la sosta-meditazione davanti al vicolo dove

Mesina ha trascorso l’infanzia, prevede una puntata

sul Supramonte, pranzo all’aperto con l’arrosto cucinato

dai pastori, i grandi spiedi di legno e un’atmosfera vaga

da Far West d’Italia.

Zia Caterina neppure si accorge di chi la scruta con

curiosità. Alle soglie del secolo di vita, fatica a reggersi

in piedi, non può fare a meno di un’assistenza continua.

Starle dietro, adesso che con la testa non c’è più, è molto

faticoso. Settimana dopo settimana si sposta in continuazione:

un po’ con Peppedda, un po’ con Antonia, un

po’ con Peppe. Dei suoi undici figli sono quelli rimasti a

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Orgosolo. Rosa e Antonio abitano a Budoni, Ballore e

Graziano sono su, in Piemonte.

Rimettere tutti insieme, magari per un momento,

per la festa dei cent’anni? Sarebbe bello, e troppo doloroso.

Quando si trasferisce da una casa all’altra, zia Caterina

prende con sé poche cose e i ceri dei tre figli morti:

Pietro se l’è portato via la cattiva salute, Giovanni assassinato

d’autunno, nel ’62. Neanche un mese più tardi

Graziano, che allora aveva vent’anni, ha pensato di vendicarlo

uccidendo con una sventagliata di mitra il fratello

del presunto assassino: dente per dente.

Era una domenica d’ottobre, il bar del paese pieno

pieno per l’aperitivo. Andrea Muscau stava al bancone,

il braccio posato sul laminato lucido dove andavano e

venivano bicchieri colmi di birra. La porta si spalanca,

Graziano toglie fiato e parole con quel cannone in mano.

E spara, spara. Per un attimo Muscau sembra ballare

sotto la pioggia di proiettili, poi si affloscia, gli occhi

spalancati sul buio della morte. Graziano vorrebbe andarsene,

adesso, senza fretta: lo ferma una bottigliata in

testa. Come nei saloon. È l’inizio di una faida sanguinaria

che finirà solo molti anni dopo. La sorellina di Muscau,

che frequentava le elementari, ha indossato il lutto

a partire da quel momento.

L’altro figlio che zia Caterina ha accompagnato al

camposanto è Nicola, assassinato nell’estate del ’76.

Strana morte, rimasta inspiegabile perfino nei sussurri

di paese. Lavorava nel cantiere del rimboschimento, caposquadra.

Un uomo chiuso, tranquillo, pochi amici e

poche chiacchiere. Dicono che stesse svolgendo una personalissima

indagine sulla morte di Pietrino Crasta, un

possidente di Berchidda rapito e assassinato anni prima.

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Una mattina, ora di pranzo, gli tendono un agguato

mentre si trova in un viottolo di campagna con due colleghi.

Tutti giù, faccia in terra. «Non abbiamo capito cosa

volessero, perché ci facevano mettere in quella posizione»,

racconterà più tardi uno dei due testimoni. Che

volevano? Facile: uno di loro doveva essere giustiziato.

Quasi a bruciapelo, senza pietà, il viso poggiato sull’erba.

La notizia rimbalza in paese nel primissimo pomeriggio,

sibila velocissima tra le sedie sistemate davanti

alle case per sfuggire al caldo. Qualcuno ricorda ancora

il grido ossessivo di un improvvisato banditore, un vecchietto

che tutti conoscevano per una sua donabbondiesca

fragilità. Tziu Leoni, lo chiamavano con velenosa

ironia. «Non ho visto niente, non ho visto niente, non

ho visto niente», ripeteva scartando angoli e stradine,

maratoneta impazzito. Correva, correva senza fermarsi.

Cos’è rimasto di tutto questo? Un ricordo polveroso,

la casa dell’infanzia dove si viveva in dieci, piccola

ma capiente. Quando Graziano è nato, nel 1942, Orgosolo

non faceva quattromila abitanti (3.937 al primo

gennaio). E gli altri, dove sono gli altri? Maestro Bassu,

maestra Monni, la signorina Veronica. Erano i pionieri

d’una scuola elementare che i ragazzetti dividevano a

metà con la custodia del gregge. Le bambine giocavano

con bambole di stoffa, realizzate con le loro mani, le più

brave riuscivano a farle intrecciando foglie d’asfodelo.

Il pomeriggio, coi maschietti, si giocava a bandidos e

sordados (la versione più aggiornata, banditi e carabinieri,

è arrivata molto più tardi). Come molti suoi amici,

Graziano aveva su carrozzinu, una tavola di legno su

ruote di sughero, per volare a tutta velocità in discesa,

preistoria dello skateboard. Televisori ce n’erano po-

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chissimi. Quello più frequentato stava negli uffici della

Poa, Pontificia opera di assistenza, affollatissimo alle 17

per la tivù dei ragazzi.

In alcuni momenti Orgosolo ha raggiunto i cinquemila

abitanti. Villaggio povero, ma di povertà equamente

distribuita. Non c’era miseria disperata e neppure

ricchezza gridata. «O, se c’era, cercavano di non sbattercela

in faccia», ricorda Peppedda Mesina. Tanto è

vero che la frequentazione delle chiese non seguiva una

divisione di classe. Tra la chiesa di Sant’Antonio, per

esempio, e quella di San Pietro la differenza stava soltanto

nella comodità degli orari della messa. Nella bella

stagione si pregava anche in campagna, a San Michele, a

Sant’Anania. Nei paraggi di questa chiesa era stata aggredita,

violentata e uccisa nel ’37 una ragazza del posto,

Antonia Mesina: Giovanni Paolo II l’ha fatta beata.

È stata la santa Maria Goretti della Barbagia.

La domenica si passeggiava nel Corso, dapprima intitolato

a Vittorio Emanuele e poi diventato Corso Repubblica.

Il massimo della trasgressione suggeriva di

spingersi fino a Su Cantareddu, una fontana a neppure

un chilometro dall’ultima casa del paese, comunque

fuori dall’itinerario obbligatorio. Il cinema parrocchiale

proiettava film di cowboys e storie d’amore, la favola

triste della principessa Sissi e pellicole di quel genere.

Nella scena finale, quella dell’immancabile bacio, l’operatore

piazzava sistematicamente una mano davanti all’obiettivo:

censura artigianale, buio sullo schermo, schiamazzi

in sala. «Leva la mano, le-va-la». Neanche i baci si

dovevano vedere allora, sennò Gesù piangeva. Si sapeva

da sempre, precetto da lezione di catechismo.

Di quel mondo a Graziano è rimasto poco, perché

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poco ha potuto esserci. Le prime evasioni sono strettamente

familiari e puntavano sempre in campagna «dove

ho imparato a conoscere animali, piante e odori». Da

bambino si era riscoperto una forte insofferenza alla gerarchia,

allo sconfinamento del prossimo nella libertà e

nella sua vita privata. Non ha esitato a massacrare di

botte un vicino che gli aveva ucciso il cane («una bella

cagna, nera. Meruledda si chiamava»), a confrontarsi in

duello con un ex latitante.

Ma ora tutto questo va messo in soffitta. Oggi è un

giorno fortunato: il Tribunale di sorveglianza di Torino,

aiutato da uno psicologo e un criminologo, lo ha messo

sotto torchio per capire fino a che punto è cambiato. Alla

fine gli ha concesso la libertà condizionale. Avrà l’obbligo

di soggiorno in Piemonte fino al ’96, dovrà firmare

una volta la settimana in una caserma o in un commissariato.

Senza un’autorizzazione precisa, non potrà uscire

da un ambiente che gli è stato cucito addosso. Nel

senso che deve abitare nella casa che a San Marzanotto

gli ha messo a disposizione un imprenditore di Fonni,

Michele Quai, che lavora nel settore dell’edilizia. Per i

pasti e i problemi di tutti i giorni può recarsi a casa del

suo “principale”, terzo piano di un edificio cadente ad

Asti. In via eccezionale otterrà presto il benestare per

una puntatina in Sardegna, a Orgosolo, per vedere la

madre.

Respinta da poco più di un anno, l’istanza di libertà

ha avuto un sostenitore acceso: il presidente del Tribunale

di sorveglianza, Pietro Fornace. Che di Mesina sa

soltanto quel che racconta il fascicolo del ministero di

Grazia e Giustizia, date e condanne, condanne e date.

Prima del verdetto, tenta di avere informazioni meno

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scheletriche. Per esempio, quanti omicidi ha commesso?

«Uno, signor presidente».

– Uno solo?

«Uno solo. Sono stato assolto dall’accusa di aver colpito

a morte due poliziotti durante un conflitto a fuoco».

– Vedo tra queste carte anche una storia di occultamento

del cadavere d’un certo Miguel Alberto Asencio

Prados Ponte…

«Quello è il suo nome vero, lungo lungo. Per noi era

Miguel, Miguel Atienza. Non ho occultato il suo cadavere,

l’ho semplicemente sepolto. Dopo un’evasione,

era rimasto ferito seriamente in uno scontro coi “baschi

blu”. Non ce l’ha fatta. Ho avvertito il padre, ma non si

è portato via la salma. È sepolto nel cimitero di Nuoro,

povero Miguel».

– Cosa rimprovera alla società?

Ci sarebbe moltissimo da dire, ma è meglio sfumare.

«Nulla da obiettare. Rispetto e chiedo rispetto. Avrò bisogno

di tempo. Per strano che possa sembrare, sento la

necessità di riposarmi».

La sentenza arriva nella tarda mattinata. Poi, portandosi

dietro una borsa gonfia di fascicoli, Fornace corre

nel suo ufficio blasonato. L’anticamera è tappezzata di

vecchie locandine, molte del teatro La Scala, che creano

un’atmosfera particolare, molto ufficiale e nello stesso

tempo accogliente, quasi informale. Dietro un’enorme

scrivania, il magistrato conferma d’aver fatto una scommessa.

Crede in Mesina, e avrà modo di dimostrarlo durante

il rapimento di Farouk Kassam. In quella occasione

gli darà carta bianca, una libertà di movimento senza

vincoli di sorta.

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«Missione Sardegna», scherzava coi giornalisti. E

quando la superprocura di Cagliari inizierà a mugugnare

sulla presenza e sul ruolo di Graziano in quella vicenda,

la risposta sarà secca, durissima: «Per quel che ne so,

il Mesina non soltanto non sta creando problemi ma anzi

sta dando una mano a risolverli». La replica, un esposto

al Consiglio superiore della magistratura, lo lascia

indifferente. Questo strano sorvegliato speciale lo affascina,

gli dà la certezza che non si tratti di un bluff. Sa

che la carta-Farouk può significare la grazia e in qualche

misura un piccolo contributo a raggiungere questo

obiettivo può darlo arche lui. Mesina non veniva forse

definito la primula rossa del Supramonte? Bene, sguinzagliarlo

in una storia di sequestro a scopo di estorsione

(dopotutto è il suo ramo, no?) non potrà che dare risultati

incoraggianti.

Ci crede, ci si butta impegnandosi personalmente

con dichiarazioni di simpatia. Sarà una bruciante delusione

professionale. Ma questo, la mattina di quel 18 ottobre,

Fornace non lo sa. Ascolta con aria solidale, da

giudice di grande esperienza qual è, le parole che Gabriella

Banda, difensore dell’ex ergastolano, affida alle

agenzie di stampa con qualche emozione: «Il verdetto

sulla liberazione condizionale non è solo un atto di giustizia.

Credo che Mesina abbia abbondantemente pagato

il suo debito con la società. Tanto più che nella sua

trentennale permanenza nei penitenziari italiani non ha

mai goduto di un provvedimento, come dire?, di benevolenza.

Oggi ha il diritto di rifarsi una vita».

Graziano lo sa. Per questo, nella lunga notte a casa di

Ballore, mentre Crescentino dorme, accetta, lui che

odia l’alcol, di fare un brindisi. Alza il bicchiere, bagna

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appena le labbra in una smorfia di disgusto. E la Sardegna,

chiede, come va la Sardegna?

Benissimo: nel ’91 non c’è stato neppure un rapimento.

Iniziando la conta degli ostaggi dal 1973, non è

mai accaduto prima che l’Anonima saltasse un anno.

Buon segno. Per quanto riguarda gli omicidi, c’è invece

una crescita significativa: ci si ammazza più di prima, le

statistiche giudiziarie parlano chiaro. Per il resto, solita

Sardegna: disoccupazione in aumento, in bilico perfino

la sorte delle miniere, che sembravano una certezza assoluta.

Cortei e manifestazioni a Cagliari, davanti al

brutto palazzo modernista che ospita il Consiglio regionale

in via Roma: protestano gli agricoltori e i pastori

per la siccità, gli operai per la chiusura delle fabbriche, i

piccoli pescatori per il fermo biologico che li spedisce

due mesi a casa senza una lira di indennizzo.

A proposito di lire: i campionati mondiali di calcio

non hanno portato nulla o quasi. Qualche spicciolo

pubblico e nemmeno un turista: alla faccia di uno stragarantito

effetto trainante di Italia ’90. L’unica coda,

se di coda si può parlare, è l’apertura di un’inchiesta

giudiziaria nelle dodici città che hanno ospitato le partite.

Nel rifare gli stadi, nel riorganizzare impianti e

centri di accoglienza sono volate mazzette. «La solita

Italia». A cambiare, in peggio, c’è solo la Sardegna che

continua a vivere, meglio a sopravvivere, con le pensioni.

La popolazione diminuisce, i paesi si spopolano

mantenendo soltanto vecchi, bambini e donne. Soprattutto

donne. Con qualche eccezione: a Orgosolo

gli uomini risultano più numerosi all’anagrafe. Scorrendo

gli elenchi, appare però una folla di bimbi e

pensionati. I più piccoli non sanno neppure chi sia

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Mesina, i più vecchi l’hanno dimenticato, ne hanno

perso le tracce in galera.

Non sono riusciti neppure a vederlo quand’è arrivato,

l’anno scorso. Il paese sottosopra, sembrava fosse

accaduto qualcosa di grave: polizia, carabinieri, il gracchiare

fastidioso delle ricetrasmittenti. Tutto questo

soltanto per lui, per Graziano. Possibile, faceva ancora

tanta paura? Eppure, che non avesse voglia di scappare

era abbastanza chiaro per tutti. Non c’era l’intenzione e

neanche la forza.

Nove evasioni sulle spalle, quel signore di mezza

età in giro col borsello giustificava un piccolo spiegamento

di forze. In un passato non proprio remoto era

stato un protagonista, uno dei numeri uno della criminalità

nazionale.

Di lì a poco sarebbe tornato sulla ribalta. Ma quella

sera, a Crescentino, non poteva immaginarlo. Pensava

a un altro futuro, talmente anonimo da non giustificare

una notizia in breve. Non poteva prevedere che lo

aspettava ancora qualche avventura, molto clamore,

disprezzo e simpatia all’ingrosso. Assieme a una trappola

per tornare all’inferno.

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II

Ritratto di pentito

La foto dei quindici anni, un polveroso ritrattino in

bianco e nero, mostra un ragazzo magro, coppola e

giacca scura, camicia dal colletto troppo largo, occhi

che guardano lontano. Labbra serrate, neppure un accenno

di sorriso.

La foto dei cinquant’anni, primo piano artificiosamente

pensoso, offre poco: è materiale per i giornali,

costruito in studio, compresa la mano destra che sembra

accarezzare il mento con casuale noncuranza. Giacca

da grande magazzino, camicia candida e cravatta vestono

un signore qualunque di mezza età che ha perso

la battaglia contro la calvizie e quella contro i chili di

troppo.

A osservarlo bene, Graziano Mesina pare un impiegato

con qualche pretesa, uno che vuole contrabbandare

l’immagine di un altro uomo, di un’altra anima. Tanto,

la macchina fotografica è una spia stupida, non può

accorgersene, non sa frugare dentro. Di autentico restano

soltanto gli occhi. Mobilissimi, scaltri, diffidenti.

Peccato non poterli rendere sereni, metterli in sintonia

con quest’aria tranquilla.

Sono gli stessi del ragazzo con la coppola, un dilettante

della balentìa cresciuto in fretta nel deserto di Or-

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gosolo. I carabinieri già lo conoscevano: una notte, era

adolescente, neanche un pelo di barba, lo avevano beccato

con un fucile rubato. Condanna a cinque anni. Davanti

al magistrato che gli annunciava un futuro di galera,

c’era dovuto andare con la mamma, zia Caterina, undici

figli e una vita di pietra nella Barbagia della miseria,

del silenzio, dei morti ammazzati. Tenuto per un braccio,

quasi trascinato in quel palazzo con gli androni scuri:

il tempio della giustizia, affollato e rumoroso come

un mercato. Quanta gente conosciuta c’era.

Orgosolo, 1956. Poco più tardi la Rivista sarda di

criminologia pubblica i risultati di un’indagine sul malessere:

«Si può dunque, in ultima analisi, affermare

che la geografia della pastoralità, della criminalità e

della patologia mentale tendono in Sardegna a corrispondere

con la geografia dell’isolamento». Un questionario

distribuito a quasi 250 persone rivela che il

17 per cento è analfabeta e il 65 per cento ha la licenza

elementare. La “geografia dell’isolamento” racconta

anche qualche altro dettaglio: abitanti per chilometro

quadrato 50,8; ovini 110, più del doppio. L’isola delle

pecore. Conclusione: «Si può avanzare l’ipotesi che il

banditismo non sia l’espressione di una cultura primariamente

e immutabilmente violenta, ma che rappresenti

piuttosto una risposta, in forme devianti, a una

violenza esterna. A una prevaricazione secolare che ha

marginalizzato l’Isola, subordinandola politicamente

ed economicamente, il mondo pastorale ha offerto diverse

forme di “resistenza” alla sua distruzione, che si

sono esplicitate e si esplicitano anche con l’abnorme

fenomeno del banditismo».

Così dicevano, anzi scrivevano, accademici e intel-

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lettuali al ritorno da sporadiche spedizioni nel Nuorese,

dov’erano andati a vedere da vicino uno strano popolo

che, più di venti secoli prima, era stato capace di “inventare”

una razza canina (il pastore di Fonni) per difendersi

dai legionari di Roma.

Osservata al microscopio dell’antropologo, questa

folla muta poteva contare su tante attenuanti. Sardegna

perché banditi, diceva molti anni fa il titolo di un libroinchiesta

per spiegare e tentare di capire (far capire) una

regione a pallettoni.

In questo clima Graziano Mesina cresce. Cresce in

tutti i sensi. E dietro di lui si preparano le nuove generazioni:

qualche “resistente” convinto, molti macellai,

mezzemaniche accecate dal sogno di una ricchezza facile

facile. Gente educata a non avere regole, codici, rispetto.

Dice il giornalista Indro Montanelli: «Della sua

isola non è rimasto che il nome, e poco altro. Sulle montagne

ora imperversano i criminali, nemmeno lontani

parenti dei banditi d’annata. E son convinto che lui,

l’ultimo lupo solitario, li disprezza. Anche se non me lo

dirà mai. Il fatto è che ha sbagliato secolo. È l’ultimo reperto

vivente di un mondo che non c’è più. Se potessi,

lo metterei sotto vetro. Come una reliquia».

Salvatore Contini, autotrasportatore di Olbia, è in

qualche modo quello che rappresenta meglio di chiunque

altro i nuovi campioni dell’orrore. Sposato, va avanti

e indietro con un piccolo camion quando gli propongono

un colpo non impossibile: sequestrare il giornalista

Leone Concato. Sta finendo la primavera del ’77 e

sulla Costa Smeralda arrivano i primi caldi e i primi

ospiti. Concato viene portato via il 27 maggio, inghiottito

nel nulla. Non tornerà mai più a casa. Contini, uno

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che in famiglia parla poco, viene arrestato dal giudice

istruttore Luigi Lombardini tre mesi dopo. Il suo difensore,

l’avvocato Bruno Bagedda, riesce a tirarlo fuori:

gli indizi non sono sufficienti, le tesi accusatorie non

reggono. Ci vogliono cinque anni perché lo spettro di

quel rapimento-omicidio torni a galla. Sostenuto da un

furore investigativo che non mancherà di creargli qualche

fastidio, Lombardini riesce a mettere in angolo Contini.

Che stavolta parla, straparla. Diventa quello che la

cronaca definisce un “pentito eccellente”. A valanga, la

sua confessione spalanca le porte del carcere a molti insospettabili.

Tra questi c’è perfino l’avvocato Bagedda.

«Mi aveva chiesto notizie di Concato», rivela Contini.

Basta questo per dimostrare che Bagedda è coinvolto

nel sequestro? L’avvocato viene condannato e solo le

sue drammatiche condizioni di salute (un tumore che

lo fa finire per due volte in sala operatoria) gli evitano

l’onta della prigione. Quattordici anni dopo il primo

verdetto, la Cassazione concede la revisione del processo.

Si ricomincia.

E Contini? Morto. Ucciso nel carcere di Ajaccio da

un commando di militanti del Fronte di liberazione

còrso.

La sua è davvero una storia esemplare. In un’intervista

mai smentita (e inutilmente offerta alla magistratura),

la vedova aggiunge particolari inquietanti. Deve

avere paura, molta paura a parlare, ma le ribolle dentro

una rabbia sorda che rischia di farla impazzire. Si sente

scaricata, abbandonata dalle istituzioni che fino a pochi

mesi prima garantivano protezione e danaro. Per questo

vuole rompere la consegna del silenzio, gridare se

potesse. L’effetto-megafono offerto da un quotidiano a

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larga tiratura riesce a convincerla. Al termine di una

lunga trattativa, accetta di parlare.

Appuntamento a mezzanotte in una certa periferia

alle porte della città. A Olbia non c’è più nessuno per

strada quando riaffiora il primo ricordo di un’avventura

incredibile. «Volevamo rifarci una vita fuori, lontano

da qui».

Anche perché in Sardegna la vita sarebbe appesa a

un filo: la vendetta, diretta o trasversale, di chi hai fatto

finire in cella, è sicura. C’è da mettere in conto un agguato:

questione di settimane, di mesi, ma Salvatore

Contini sa bene che per lui il calendario della vita va veloce,

velocissimo da quando ha travolto con una confessione-fiume

protagonisti e comparse della cosiddetta

“Anonima gallurese”.

Appena uscito dal carcere per i meriti legati al suo

ruolo di “collaboratore di giustizia”, avverte che l’aria si

è fatta stretta. Intuisce che ha perfino poco tempo per

levarsi di torno, farsi dimenticare se ce la facesse. Chiede

aiuto e qualcuno aiuto gli concede. La vedova dice

che gli era stato procurato un nome nuovo e un passaporto

per fuggire in Corsica. Materiale, aggiunge, gentilmente

fornito da qualcuno che sosteneva di far capo

alla Questura di Sassari.

La partenza è fissata per una sera qualunque, pochi

bagagli, l’essenziale: non bisogna dare nell’occhio.

Contini e sua moglie vengono accompagnati fino a Palau

da due “poliziotti in borghese”. Signori cortesissimi

e di poche parole: efficienti, sicuri. Quando il traghetto

leva gli ormeggi sollevando un vortice di schiuma, sembra

fatta sul serio. Salvezza raggiunta.

Di Contini si perdono le tracce: scomparso, si farà

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vivo – se necessario – il giorno del processo. La moglie

assicura che il primo periodo di esilio forzato non è stato

terribile. Certo, c’era il problema di acclimatarsi, inserirsi

senza fare troppo chiasso. Fortuna che un lavoro,

in un certo senso garantito dagli amici sardi, non

manca; qualche soldino pure. Non c’è da preoccuparsi.

Tutto procede nel migliore dei modi, vecchio tran tran

casa-lavoro-casa fino a quando Contini non si sente travolto

dal suo vecchio hobby.

Con l’aiuto di qualcuno rimasto sconosciuto rapisce

un veterinario di Ajaccio, autorevole rappresentante

del Fronte di liberazione. Le trattative per il rilascio,

ammesso che si trattasse davvero di un sequestro

a scopo di estorsione, naufragano quasi subito. Alle

prese con un ostaggio imbarazzante, Contini pensa di

liberarsene senza indugi. Con un sistema collaudato,

sostiene l’accusa: lo ammazza e brucia il cadavere con

l’aiuto di una bombola a gas. Pare, ma su questo non

si è mai riusciti a sapere molto, volesse sfigurarlo per

renderlo irriconoscibile. La fiamma ossidrica aveva insomma

il compito di cancellare qualunque traccia: del

veterinario non si dovevano avere più notizie. L’operazione

andava realizzata nel più breve tempo possibile.

E sarebbe andata benissimo se all’ultimo minuto non

si fosse messa di mezzo la gendarmeria francese e un

commissario un po’ tosto, di quelli che non mollano.

Contini viene arrestato e rinchiuso in carcere. Non si

sa se all’ufficio matricola venga registrato col suo vero

nome o con quello preso in prestito al momento della

fuga da Olbia. È ragionevole pensare che, anche da detenuto,

vivesse sotto falso nome: uno come tanti, in attesa

di giudizio per omicidio.

24

C’è però qualcuno che conosce, a prova di errore, la

sua vera identità. Qualcuno che passa l’informazione,

la fa uscire all’esterno e aspetta. Contini non sa di essere

stato condannato a morte. Con o senza documenti

falsi, la sua sorte è segnata. Una mattina, appena sveglio,

vede arrivare attraverso lo spioncino due detenuti

incaricati di fare pulizie. Non immagina che tipo di

pulizie debbano fare. Non li aveva mai visti prima, ma

questo ha poca importanza. Così come sembra avere

poca importanza il fatto che, a un certo momento, il

“braccio” si spopoli. Non c’è neppure un agente di custodia

quando i detenuti-netturbini aprono la porta

della sua cella, gli vanno incontro senza pronunciare

una parola. Lo fanno a pezzi. Contini non ha il tempo

di gridare, di chiedere aiuto: eppoi, avrebbe trovato

qualcuno disposto a darglielo?

I detenuti-netturbini escono senza fare rumore, superano

la cancellata che chiude quell’ala del penitenziario

e, sempre senza fretta, arrivano all’uscita. Salutano,

se ne vanno.

Il chiasso dei giornali è inferiore alle previsioni. Viene

aperta un’inchiesta, anzi due: una promossa dalla

magistratura, l’altra dal ministero di Giustizia alla ricerca

di talpe tra i suoi dipendenti. Si vogliono individuare

coperture e responsabilità, si vuole scoprire com’è possibile

che due estranei siano penetrati in una prigione di

Stato, abbiano messo a segno un delitto in assoluta tranquillità

e se ne siano andati senza sbattere la porta. A distanza

di sette anni, per quel che se ne sa, non si è approdati

a niente. La morte di Salvatore Contini rimbalza a

Olbia con qualche ritardo. Commenti? A livello ufficiale

neppure uno. Chi è morto, Contini?, e chi è Contini?

25


Uno, nessuno, un imputato tra i tanti della indagine sull’Anonima

gallurese.

Un cadavere da dimenticare e basta. Possibile che

nessuno si domandi quale fosse l’attendibilità del teste?,

possibile che nessuno voglia riaprire certe pagine,

dolorosissime, di quel processo? Bruno Bagedda, difensore

di questo sconcertante “collaboratore di giustizia”,

è stato in qualche modo riabilitato dopo un’attesa

infinita. A Sassari lo aspetta il nuovo processo imposto

dalla Cassazione: si arriverà ad un indizio, indizio concreto,

sul sequestro-omicidio di Concato? Chissà. Passata

la tempesta e un eloquente silenzio in risposta alle

sue dichiarazioni, la vedova di Contini si è eclissata,

buttata a capofitto sul lavoro, nella routine di una vita

qualunque, assolutamente e rigorosamente anonima. A

conti fatti, è una vittima anche lei. Non vuol più sentire

parlare di giornali, interviste, aule d’Assise. Potesse,

chiederebbe un certificato di non-esistenza.

Suo marito le ha lasciato in eredità soltanto un brutto

ricordo. Forse il peggiore nella storia del pentitismo

in Sardegna: perché gli altri, i canarini, i quacquaracquà

(come li chiamano adesso) non hanno fatto quella fine.

Certo, qualcuno è stato assassinato, altri (come Luciano

Gregoriani, logorroico e spietato accusatore dei

suoi ex complici) hanno fatto definitivamente i bagagli

senza rientrare in una cassa da morto. Sono insomma

riusciti a rifarsi un nome e una vita lontano dalla Sardegna.

Detto brutalmente, hanno fatto un investimento che

ha dato i suoi frutti: due o tre persone al massimo sanno

sotto quale identità si nascondono in una sperduta città

del mondo. A Salvatore Contini un’uscita di sicurezza,

evidentemente, non andava bene. Voleva di più.

26

Al pentitismo, e alle confessioni in genere, Mesina

crede poco. È fatto d’un’altra stoffa, lui. Unico recluso

nell’Italia del dopoguerra ad aver scontato ventinove

anni e qualche giorno. Unico recluso che si è visto

condannato all’ergastolo come somma di pene inflitte

per diversi reati: una specie di prendi due e paghi tre

in versione giudiziaria.

Altra musica, vecchi spartiti, vecchie regole. Nella

sua autobiografia, sostiene un’idea precisa che è stata

un po’ l’idea-guida della sua vita. Quella che gli ha

consentito di uscire vivo dalle peggiori carceri italiane:

«Il pentitismo non riesco a digerirlo. Se uno fa una

scelta, la deve portare avanti per tutta la vita…».

L’ha fatta, fino in fondo. Nel 1984, quando ottiene

una licenza di tre giorni, torna a Orgosolo e scopre un

paese che stenta a riconoscere. Si ricorda che venticinque

anni prima, giochi della gioventù barbaricina, andava

fortissimo il tiro al lampione. Soprattutto di notte,

soprattutto quando c’era da far ammattire i carabinieri

negli inseguimenti. Adesso soffia un altro vento.

Otto sequestri in dodici mesi (nove a voler essere precisi,

visto che uno non va a segno), una quarantina di

omicidi. Ma siamo soprattutto alla vigilia dell’offensiva

contro gli amministratori pubblici: i sindaci, figure un

tempo intoccabili, stanno per diventare i bersagli di

un’offensiva senza precedenti. Graziano, che non si

è mai occupato di politica, appare frastornato. D’accordo

i murales, impronta d’arte naïf e di protesta corale.

Ma che senso ha sfregiare il portoncino d’ingresso

del Municipio?, annunciare con gli slogan spray una

rivolta che nessuno avrà mai il coraggio di scatenare?

Prestissimo si arriverà alle bombe, agli attentati che

27


colpiranno in particolare le amministrazioni di sinistra.

Attenzione però a non cadere nella trappola ideologica:

non è opposizione quella dei fucili che sparano nel

buio; spesso è soltanto la rabbia di chi non può più contare

sugli amici degli amici, sull’impunità amministrativa,

sulla certezza che tra i suoi terreni non passerà una

strada comunale, che nessuno denuncerà l’abuso edilizio

compiuto nella via principale del paese.

Sono cambiate molte cose. E non solo a Orgosolo.

L’unica traccia tradizionale è quella dell’abigeato: quasi

ottomila capi rubati, informano le statistiche delle forze

dell’ordine. A Orune, a Sarule, a Mamoiada i carabinieri

rischiano grosso durante le perlustrazioni notturne.

Dopo le 20 chi può sta in caserma: aspettando l’alba. Alla

luce del sole tutto diventa più semplice.

Per Graziano Mesina questo è un altro pianeta. Assolto

dall’accusa di aver ucciso due poliziotti durante

un conflitto a fuoco, ha sempre seguito regole diverse.

Regole che nessuno ha mai scritto ma che tutti, banditi e

forze dell’ordine hanno sempre rispettato.

Non è vero, come qualcuno ripete, che l’incolumità

personale è tutta da verificare nel rosario dei paesi caldi.

Il segreto stava (e sta) nel fare una scelta. Basta un piccolo

esempio per capire. Se qualcuno offre carne, fuori

mercato e a prezzi più che abbordabili, si tratta di un’offerta

molto, molto particolare: quasi certamente bestie

rubate e macellate clandestinamente. Una buona regola

di sopravvivenza, quella che nessun manuale potrà mai

scrivere, suggerisce di non comprarne. Meglio acquistare

la carne calmierata e “ufficiale”, non l’altra. Al derubato,

che prima o poi riuscirà a sapere chi l’ha fatto

fesso, arriveranno all’orecchio anche i nomi degli acqui-

28

renti che si sono riempiti il freezer. Intendiamoci, comprare

carne rubata in modica quantità non offre il tanto

per far scoppiare una faida. Qualcosa però s’incrina, soprattutto

se abigeato e vendita avvengono nello stesso

paese e comunque nelle vicinanze.

Aver risparmiato qualche lira può comportare il pericolo

di una disamistade, l’inimicizia. Gradino che precede

e prevede un sanguinario risarcimento.

29


III

Le regole del gioco

Regola numero uno: niente morti. Regola numero

due: niente trucchi. Regola numero tre: rispetto per i

perdenti. C’è polvere e sangue, soprattutto sangue, su

questo telegrafico galateo del buon bandito. Del buon

bandito e del buon poliziotto. Antonio Serra, famoso

ispettore della Barbagia, è un esempio della vecchia

scuola. “Costanza e riservatezza”. Non solo: pochissimi

incontri con i cronisti, gente che in ogni caso è meglio

evitare. Curriculum di assoluto prestigio dopo quarant’anni

in divisa, ha attraversato due generazioni criminali

uscendone indenne. Intatto. Non sembra neppure

far parte di quelle forze dell’ordine che negli anni ’60

circondavano i paesi nella febbrile ricerca di latitanti,

rastrellamenti da golpe militare, violenze gratuite, arroganza

dello Stato. Coi famigerati “baschi blu”, per capirci,

Serra non ha neanche un lontano rapporto di parentela.

Altro stile. Prima ancora della scuola di polizia, riconosce

come maestro un vecchio brigadiere di Orotelli,

Pietro Paolo Lunesu. «Mi ha insegnato qualcosa di fondamentale:

fare il proprio mestiere rispettando sempre

gli altri, anche chi commette reati, non c’è bisogno di infierire,

dobbiamo solo essere bravi a indagare. E indaga-

31


e sempre meglio». Lui, soprannominato Penna Bianca

(ma qualcuno lo chiamava anche l’Ultimo Cacciatore)

l’ha fatto egregiamente, seguendo poche e chiarissime

regole del gioco tacitamente rispettate anche dalla controparte.

Regola numero uno: niente morti…

Osposidda, 1985. In un costone di montagna si svolge

il più drammatico conflitto a fuoco nella storia del

banditismo in Sardegna. Restano sul terreno, uccisi,

quattro fuorilegge e un sottufficiale di polizia. Antonio

Serra, che conosce riti, luoghi e uomini di quella terra,

sostiene con sicurezza: quel massacro si poteva evitare.

Una giornata inutilmente tragica. Non spiega però come

e perché “si poteva evitare”. Ma proprio perché non

spiega è chiaro un trasparente e solido dissenso con la

tattica adottata dai suoi superiori: accerchiamento e

fuoco a volontà, piombo rovente come in un filmaccio

da quattro soldi. Solo che qui i morti sono veri. Con

qualche pennellata di macabro folclore, quasi fosse stata

una caccia al cinghiale, i cadaveri dei quattro banditi

abbattuti in una sorta di battaglia campale vengono scaraventati

sul cassone di un camion, proprio come si fa

con la selvaggina. E via per le strade del paese, a mostrare

quell’orrido trofeo. Nella memoria della gente, della

gente che stava dalla parte delle forze dell’ordine e non

coi banditi, questo è un oltraggio, una violenza gratuita.

I morti sono sacri, perché esporli in quel modo?

Il guaio è che certe norme di comportamento non

esistono più da una parte e dall’altra. Comunque si presenti,

sa giustizia difficilmente può portare qualcosa di

buono. Quella che, con tono dottorale, parlamentari e

ministri definiscono la “vertenza con lo Stato” è fatta di

piccoli problemi quotidiani, iattanza col timbro tondo,

32

micro-aggressioni ai diritti di gente che non protesta ma

ricorda, nel solco di una costante resistenziale che passa

attraverso i secoli.

Antonio Serra sa adoperare bene le armi ma se n’è

servito raramente. Ha concluso con successo decine di

indagini difficili (basta pensare al sequestro di Pasqualba

Rosas o a quello di Carlo Travaglino) senza pretendere

cadaveri, aborrendo quelle cacce all’uomo (anzi al

morto) che accendevano grande entusiasmo tra alcuni

ufficiali e tiratori scelti. Ragazzi nervosi, come spiegavano

con un pizzico di orgogliosa complicità i loro comandanti,

pronti a scatenare un’apocalisse da piccoli

eroi del cinema.

Mesina è fuori gioco, e non soltanto perché sta in galera,

quando avanza, a piccoli passi, un imbarbarimento

che stravolge la Sardegna e i suoi figli in arme.

Effetto collaterale della società del benessere, dicono

i giornali. Colpa dell’opulenza, d’una ricchezza sfacciata

che percorre itinerari turistici e ciondola in tivù

parlando di un’isola-paradiso che non c’è. O meglio c’è,

ma per pochi, pochissimi e resta in ogni caso lontana, irraggiungibile,

per gli abitanti d’una regione con un tasso

di disoccupazione fra i più alti d’Italia.

Certe passerelle, vacanze che trasudano danaro, sono

francamente fastidiose. Fanno parte del circo dell’esibizionismo,

piccola borghesia all’attacco, nuovi e falsi ricchi

insieme per celebrare i riti dell’apparenza. Una moda,

un costume che colpisce l’immaginazione di persone

in un certo senso indifese, vittime di una dolcissima violenza

che ha stravolto valori e punti di riferimento.

Il nuovo banditismo non è però l’epopea dei vinti, la

lunga marcia verso la giustizia sociale di oppressi e cas-

33


sintegrati. Salvo rarissime eccezioni, a sparare non è chi

cerca un riscatto sociale. La povertà non è un detonatore

della violenza, almeno di quella che si lancia sul fronte

dei sequestri.

Lo sa bene Emilio Pazzi, poliziotto dall’alluce ai capelli,

uno che potrebbe raccontare trent’anni di fatti e

misfatti. Questore a Cagliari (dopo Nuoro e Oristano),

ha diretto la Criminalpol per lungo tempo, inviato speciale

del governo in Aspromonte per combattere la

’ndrangheta. Con la testa e non col mitra.

Perché Pazzi, buon conoscitore di Graziano Mesina,

indagini su un centinaio di sequestri alle spalle, è poliziotto

di testa. «Mai dato uno schiaffo», giura.

È una sfinge, affila gli occhi fino a farli diventare due

fessure, sorriso da cerimonia e una granitica educazione

al silenzio. Potrebbe fare il paio con Antonio Serra. Servitore

fedele dello Stato, non carnefice. E durissimo con

la sociologia d’accatto che tenta di trovare una qualche

giustificazione ai rapimenti. Conosce molto bene la

campagna di annientamento psicologico dell’ostaggio,

la violenza segreta, la sottile crudeltà tra carcerieri e prigioniero,

i meccanismi che regolano l’industria del sequestro

di persona. Ritiene che il «romanticismo interpretativo

del mondo criminale finisca per essere fiancheggiatore

e dunque complice».

La realtà, quella che la cronaca non può raccontare,

è terribile. Pupo Troffa, imprenditore sassarese rapito

nell’inverno del ’78 e liberato nella primavera dell’anno

successivo, è stato tenuto legato a una catena

per duecentocinquanta giorni, più di otto mesi. Occhi

bendati, neppure un momento distensivo. Mai. Perfino

il giorno del rilascio ha fatto capolino la ferocia, il

34

disprezzo. «Eravamo in un casolare, ero legato mani e

piedi». Arriva il bisogno improvviso, irresistibile di fare

pipì. Troffa, industriale inossidabile e buon giocatore

di bridge, ha superato da tempo certi pudori: durante

la prigionia non possono esserci più segreti coi

custodi. «L’uomo è un animale che si abitua a tutto. E

perfino con rapidità. Sulle prime, l’umiliazione è palpitante:

penso a quando dovevo soddisfare, sempre

bendato, le mie necessità fisiologiche sotto l’occhio attento

di due carcerieri. Non l’ho dimenticato ma rammento

anche che col passare dei giorni, delle settimane,

tutto diventa routine, senza trascurare però il

bisogno di alimentare l’odio e la sete di vendetta. Tra

me e me cercavo spunti, argomenti per tenere viva e

bruciante questa mia rabbia. Che non s’è spenta. In

diverse occasioni, hanno anche tentato di stabilire un

dialogo, quattro parole per ingannare il tempo che

non passava mai. Io non sono stato capace neanche di

fare questa piccola concessione. Preferivo parlare con

me stesso piuttosto che col carceriere».

In quella mattina, nel casolare dove sarebbe stato liberato,

Troffa avverte la luce del sole attraverso la benda

scura che gli copre gli occhi. È sfinito, spaventato, tenuto

in vita da una paura che crede di non aver lasciato

intuire ai suoi custodi. Peccato per questa seccatura finale,

peccato dover chiedere un’ultima cortesia ma proprio

non ce la faceva più. «Per favore, mi slacci i pantaloni?»

domanda a un implacabile secondino. L’ha chiesto

centinaia di volte durante i mesi del sequestro. L’ostaggio,

insaccato in una corda, non poteva far nulla da

solo, nemmeno la pipì. «Mi hai sentito, mi slacci i pantaloni

per favore? Sto male». La risposta è una risata sec-

35


ca, beffarda. Il bandito si avvicina e gli bisbiglia all’orecchio:

«Pisciati addosso».

Con Pupo Troffa la sindrome di Stoccolma, quel filo

misterioso che lega la vittima al boia, non c’è. Semmai

odio, un odio stratificato che, a dispetto d’una dichiarata

militanza cristiana, non riesce a pronunciare o immaginare

il perdono. Difficile dargli torto, giocare ambiguamente

sul ritorno alla ragione. Otto mesi da cane li

ha vissuti lui e lui soltanto. È perfino irriguardoso cercare

di spiegargli a tavolino perché dovrebbe dimenticare.

Troffa non ci sta. Ha portato dovunque questa sua

storia, alla faccia di quegli accademici illuminati che discettano

su attenuanti, generiche e specifiche, del sequestro.

Emilio Pazzi, che su vicende come queste potrebbe

scrivere un’antologia, assicura che non si tratta affatto

di un’eccezione. Ha avuto occasione di verificare personalmente

cosa sia la paura andando a fare l’emissario

durante le indagini per alcuni rapimenti. Una volta,

mentre parlava con un fuorilegge a notte fonda, gli è

perfino cascato il registratore che teneva nascosto nel

cappotto. L’ha salvato il buio, il bandito ha pensato a

una sbadataggine legata all’emozione e non s’è chinato

a vedere di cosa si trattava.

Pazzi parla per esperienza personale. E non assolve,

mai. Conosce ex ospiti dell’Anonima, come un penalista

di Sassari, che dopo l’esperienza-sequestro si sono

riconvertiti. «Non riusciva più a fare l’avvocato, a difendere

sempre e comunque gente che stava su un’altra

sponda».

Sperando che nelle stanze alte del ministero degli Interni

nessuno lo senta, il poliziotto Pazzi confessa «una

36

larvata simpatia per i delinquenti di ieri». Quelli nuovi,

classe dirigente dell’orrore con la quale lo stesso Graziano

Mesina dovrà fare i conti durante il rapimento del

piccolo Farouk Kassam, sono d’altro tipo. Non hanno

debolezze e considerano il “fattore umano” un dettaglio

irrilevante. L’ostaggio è soltanto un capitale in carne

e ossa: come tale, bisogna renderlo redditizio, aiutarlo

con immondi e terrificanti stimoli a trasformarsi in

una macchina mangiasoldi, a diventare un gelido esattore

dei beni di famiglia, un grottesco pubblico ministero

che addossa a moglie e figli i ritardi della sua liberazione.

La violenza non è altro che un ingrediente del sequestro.

Un lavoro di pressing, direbbero amabilmente nel

mondo del calcio. Che spesso prevede lo stupro. Potrebbe

testimoniare a questo proposito un professionista

rapito a Punta Sardegna insieme alla moglie e alla figlia

sordomuta. Pazzi ricorda che quando venne liberato,

perché cercasse i soldi necessari al riscatto, era “una

belva”. Strano, di solito il ritorno alla luce, alla libertà,

stravolge gli ostaggi rendendoli euforici, allegri, ubriachi

di gioia, di vita ritrovata.

Quello no. Davvero una belva. Nessuna dichiarazione.

Anzi, spara un cazzotto in pieno viso contro un reporter

troppo insistente. Come mai? Poco prima di essere

liberato, un bandito lo aveva sodomizzato davanti

alla moglie e alla figlia aggiungendo poi un piccolo avvertimento:

«Sbrigati a trovare i soldi, perché fino a

quando tu non paghi questo lavoretto lo faremo anche a

tua moglie e alla ragazzina». Promessa mantenuta. Per

completezza d’informazione, va aggiunto che – dopo

l’arresto – questo esuberante macellaio non è rientrato

37


in carcere al termine di un permesso-premio di tre giorni.

È stato arrestato solo molti mesi più tardi, coinvolto

in un nuovo sequestro di persona.

Non se ne può fare il nome perché non gli è mai stato

contestato ufficialmente il reato di violenza carnale e

dunque almeno teoricamente, potrebbe addirittura

presentare querela per diffamazione. Sa bene che di

queste cose nei fascicoli processuali non si parla spesso,

quindi (almeno su questo profilo) si riesce a farla franca

grazie alla forzata complicità delle vittime. Può sembrare

un paradosso, ma in genere sono proprio gli

ostaggi che invocano il silenzio, che desiderano dimenticare

e, soprattutto, evitare la torbida curiosità della

gente. Il timore di un processo spettacolo, che prima o

poi sui giornali qualcuno non mancherebbe di definire

“a luci rosse”, è più forte di un legittimo sentimento di

giustizia.

Ci sono le eccezioni. Molto dipende dalla capacità di

resistenza dell’ostaggio, dalla sua personalità. Fabrizio

De André, rapito nel ’79 insieme a Dori Ghezzi e tenuto

in una prigione a cielo aperto per quattro mesi, rivela

che il problema della violenza è stato affrontato nei primissimi

giorni del sequestro. «Sono riuscito a stabilire

un accordo. Volevano danaro e io avrei tentato di darglielo.

E qui doveva chiudersi il conto. Ho anche detto

che saremo stati al gioco, obbedienti. Ma in cambio ci

avrebbero dovuto rispettare. Altrimenti, glielo avevo

detto, mi sarei levato la maschera. Puntavano ai soldi o

volevano due cadaveri? Hanno capito che, se avessero

tentato qualunque genere di violenza fisica, ci saremmo

fatti ammazzare».

È finita bene, ma purtroppo non tutti i prigionieri

38

dell’Anonima possono dire altrettanto. Un senso di ripulsa

vieta di riferire particolari che si apprendono facendo

il mestiere del cronista. Ma dev’essere chiaro fino

in fondo che il sequestro di persona non ha giustificazioni

di sorta. A parte il discorso sugli stupri, nessun altro

reato riesce ad annientare e umiliare la dignità, il rispetto

di se stessi. È per via del suo carattere continuativo,

della ripetitività che, di ora in ora, mina l’equilibrio

interiore. Lasciando, in alcuni casi, una specie di invalidità

permanente. Chi discute, più o meno volentieri, dei

suoi giorni da ostaggio è riuscito ad assorbire il colpo.

Ma quanti non riescono neppure ad accennarne?,

quanti non l’hanno mai superato?

Nel suo lungo e paziente lavoro investigativo, Pazzi

ha sempre sposato quello che chiama il metodo dell’uomo

comune. Vale a dire la ricerca della verità attraverso

sistemi che non prevedono l’uso della forza, l’aggiramento

delle leggi, furbizie innominabili. Insomma

quella ragion di Stato che qualche volta finisce per diventare

l’esatto opposto della democrazia. A osservarlo

per strada, coi giornali sottobraccio, questo poliziotto

dal sussiego impiegatizio lascia trapelare subito

un’anima civile. Sembra tener molto a un fisico minuto,

agli antipodi dello stereotipo ammazza-banditi di

oggi. E, giusto per non stare al gioco del personaggio,

inutile cercare riferimenti: di Maigret non ha la stazza,

di Poirot il tronfio narcisismo, di Nero Wolfe l’occhio

furbo.

Molti anni fa, mentre si occupava del sequestro in

Costa Smeralda della moglie di un grosso imprenditore

lombardo, gli è capitato di andare a trovare i familiari

dell’ostaggio in Brianza. In quel periodo comprava in

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edicola una storia dell’arte in fascicoli settimanali. Che

c’entra?

All’ingresso della villa, un’elegante cancellata in ferro

battuto, viene ad aprirgli un maggiordomo. Cortesia

affettata, pochissime parole e un freddo «si accomodi».

Pazzi avanza lungo il viale guardandosi intorno, stretto

stretto nel suo completino senza un guizzo di fantasia:

tutto, perfino le semplicissime panchine in pietra, raccontavano

di benessere, ricchezza. Dopotutto nel listino

prezzi dell’Anonima, quella era la casa di un ostaggio

da un miliardo (miliardo di allora, inizio anni ’80). Una

dimensione che un funzionario dello Stato, qualifica di

vicequestore aggiunto, non può neanche sognare.

A un tratto, ecco il cavallo e il suo sontuoso cavaliere:

splendido monumento equestre che vigila con fierezza

nella piazzola al centro di un parco pulito e ordinato.

Quel monumento l’aveva già visto, ma dove? Fruga

e rifruga nella memoria, mentre attende in un salotto.

Poi, la folgorazione: quel cavaliere bronzeo l’aveva

visto in uno dei fascicoli che stava acquistando in edicola.

Uguale? Simile, molto simile. Ai non esperti come

lui sfuggivano molti particolari per poter valutare a

fondo. Comunque bello e grande, grande come un alloggio-parcheggio,

uno di quelli che le amministrazioni

comunali adoperano per sistemare provvisoriamente (e

non solo) i senzatetto.

«Straordinario, ne ho visto uno così su una rivista

d’arte», azzarda timidamente poco dopo col padrone di

casa. «Non è “uno così”, dottor Pazzi. È proprio quello

che ha visto sulla rivista. Abbiamo autorizzato recentemente

la riproduzione fotografica. Bel lavoro vero?»

Emilio Pazzi non è riuscito a dimenticare quella sta-

40

tua e quel dialogo appena sussurrato con un signore che

aveva la moglie in mano ai banditi, nella vicina e lontanissima

Sardegna. Chissà cosa gli è passato per la testa a

proposito dei discorsi sull’immoralità di certa ricchezza,

chissà se ha ripensato alle dichiarazioni di guerra di

chi giustifica il sequestro dietro una brutale (ma necessaria)

redistribuzione del reddito.

Il poliziotto non svela quale sia la sua opinione conclusiva.

Ama la discrezione, il senso della misura. Certo:

un monumento, come dire?, un monumento privato

non l’aveva mai visto prima. Ma c’è sempre una prima

volta, no?

41


IV

Affari riservati

L’ombra dei servizi segreti si allunga improvvisamente

durante il sequestro di Farouk Kassam. A Roma,

dove il Sisde segue con attenzione le trattative coi banditi,

decidono a un tratto di cambiare rotta: da un’attenta

e comoda posizione di osservatori si passa a qualcosa

di più diretto, più rischioso.

Succede, probabilmente, dopo che a Galanoli i rapitori

lasciano vicino alla chiesa una “busta” per il parroco,

don Luigino Monni, crociato di Dio che assiste handicappati

mentali gravi. La sua è una formidabile testimonianza

di fede, di solidarietà. Una scelta che lo porta

lontano dalle piste, molto battute, della carriera ecclesiastica.

Don Luigino, figlio di un ex sindaco democristiano

di Orgosolo, sceglie di stare con gli ultimi.

Il vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis, che

benedice la prospettiva di un intervento di Mesina e organizza

un incontro in episcopio tra Graziano e la madre

dell’ostaggio (Marion Kassam), gli affida l’incarico

di tenere i contatti con l’esterno. Anche i banditi, naturalmente,

sanno. E proprio a lui fanno recapitare in una

busta un pezzetto di cartilagine sporco di sangue: l’orecchio

sinistro di Farouk. Per la precisione, la parte alta.

Messaggio chiarissimo: se non si conclude in tempi

43


agionevolmente brevi, il prigioniero subirà un’altra

mutilazione. Il chirurgo che si è occupato dell’intervento

ha la mano pesante: quando Farouk tornerà a casa, lo

sfregio sarà evidente. Gli hanno portato via quasi mezzo

orecchio.

Erano stati certamente più professionali, ammesso

che si possa adoperare questo termine, col costruttore

romano Giulio De Angelis, altra vittima dell’Anonima:

a lui avevano mozzato proprio la punta dell’orecchio.

Evidentemente volevano mandare ai familiari solo un

segnale, non un agghiacciante reperto della loro ferocia.

I Servizi irrompono nel sequestro Farouk non appena

trapela la notizia della mutilazione. Decidono di avviare

una trattativa parallela a quella di Mesina senza informarne

l’interessato che pure, in quel periodo, risulta

essere l’emissario della famiglia. Graziano verrà a sapere

per puro caso. Nel corso di un abboccamento notturno,

saranno gli stessi banditi a informarlo: non sei l’unico

a occuparti del bambino. Le cose si complicano, l’affare

esce dai binari della consuetudine e sembra arenarsi

in secche pericolose. La frequenza degli incontri subisce

un forte rallentamento, l’impegno di polizia e

carabinieri pare cercare sbocco nella riflessione. Momento

difficile: la realtà è che il ministero dell’Interno

sta decidendo che strategia adottare.

Sul magistrato che segue l’inchiesta e sullo stesso governo

c’è intanto il fiato grosso d’un intero Paese, indignato

e offeso dall’odissea del piccolo Farouk. Riemerge,

non è casuale, il dibattito sulla pena di morte; un

giornalista famoso invita gli italiani a stendere alla finestra

lenzuola bianche: sarà un grido corale, un grido

candido e muto per chiedere il rilascio dell’ostaggio.

44

Mesina, che di questa vicenda (come testimonierà

monsignor Melis) non si voleva occupare, si trova improvvisamente

tra due fuochi: da una parte ci sono i

Servizi, signori che non scherzano e che con i rapitori

hanno un conto aperto, dall’altro c’è un’opinione pubblica

fortemente divisa: il partito dei mesiniani confida

nell’“autorevolezza” del negoziatore (romanticamente,

sarebbe l’azione buona d’un vecchio fuorilegge folgorato

sulla via della giustizia), un altro partito diffida invece

apertamente: Mesina non è altro che un vecchio delinquente,

a suo tempo sequestratore e assassino. Dunque,

non affidabile. Si porta dietro un terribile patrimonio

genetico, il DNA del bandito.

Come uscirne? Pesa tra l’altro un problema di immagine:

lo Stato può accettare che a trattare la salvezza di

un ostaggio sia un ex ergastolano chiamato in passato

“la primula rossa del Supramonte”? È davvero un vespaio,

un maledetto imbroglio quello giocato sulle ultime,

drammatiche battute del sequestro.

I Servizi ci sono, ma non si vedono. Mesina sa qualcosa

di loro. Nel 1968, latitante principe della criminalità

nazionale, ne ha perfino incontrato un autorevole e

intraprendente rappresentante: Massimo Pugliese, colonnello

dei carabinieri in congedo, iscritto alla loggia

P2 (tessera 1914), che in quel momento è al culmine

della carriera. Conversatore brillante, fulminee incursioni

nella cultura per offrire la citazione giusta al momento

giusto, riceve il delicatissimo incarico (pare dal

Quirinale) di mettersi in contatto con Mesina. Due gli

obiettivi: trattare una resa (Graziano sostiene che gli

siano stati offerti 150 milioni) oppure comunicargli, in

via ufficiosa s’intende, che il Governo non gradirebbe il

45


matrimonio con l’extrasinistra, con quegli intellettuali

che premono per trasformare la Sardegna nella Cuba

del Mediterraneo. In caso contrario, la stretta sul Supramonte

si farebbe più intensa, i rastrellamenti più

asfissianti: e per un latitante, sia pure “leggendario”, è

francamente una seccatura. Meglio evitare.

Pugliese sa come metterla. A parte l’incarico ufficiale

nell’Arma, in quel periodo dirige il Sid (il servizio segreto

di allora) in Sardegna. Laureato in giurisprudenza

a Sassari con una tesi su «Forze armate e Costituzione»

(relatore il professor Francesco Cossiga), è un uomo di

successo. Riesce con facilità a entrare in qualunque ambiente,

gli si spalancano i salotti delle case che contano.

E questo provocherà inevitabilmente maliziosi sussurri

che finiranno per rimbalzare fino a Roma, comando generale

dell’Arma. Ovviamente Pugliese non ha mai confermato

quello storico e singolare incontro alla macchia.

Questione di deontologia professionale. L’appuntamento

viene definito nell’inverno del ’67 e fissato per

gli inizi del ’68. Per quel che Mesina dice di saperne, la

missione della “spia” era ad ampio raggio: sulla base di

un’informazione riservata che dava un grosso quantitativo

di armi e danaro in arrivo nell’isola, il colonnello

aveva il compito di indire un referendum tra i latitanti (e

non solo). In pratica, aveva bisogno di sapere se, di lì a

poco, malavita comune e ultrasinistra armata avrebbero

stretto un patto d’acciaio. Il timore non era del tutto infondato,

visto che diversi anni più tardi il commesso

viaggiatore delle Brigate Rosse, Antonio Savasta, sbarcò

in Sardegna per un vertice (a Sa Janna Bassa) con

quelli che all’epoca erano i pezzi da novanta del banditismo.

Sia pure con la logica del dopo, si può affermare

46

che lo scenario abbozzato, con qualche brivido, al Viminale

era assolutamente realistico. E pensare che allora

sembrava follia fantapolitica.

Mesina, che per alcuni anni ha la stessa sacralità del

calciatore Gigi Riva, pone alcune condizioni: vuole registrare

la chiacchierata con Pugliese che dovrà arrivare

solo, al volante della sua auto privata, seguendo un

itinerario preciso. Ad aspettarlo troverà una sorta di

maggiordomo agropastorale. Al luogo dell’incontro vero

e proprio giungerà bendato e bendato dovrà stare fino

a quando qualcuno, il solito Jevees di Barbagia, non

lo riaccompagnerà, frusciando tra i sentieri di una inaccessibile

guglia rocciosa, fino all’automobile. Testimonianza

di Graziano Mesina: «Venne da me il responsabile

del controspionaggio, Massimo Pugliese, inviato

dal Presidente della Repubblica Saragat. Quella sera

non c’era in giro una-pattuglia-una: strade sgombre,

scomparsi carabinieri e polizia. Pugliese mi disse subito

che la sua stilografica era una pistola. Voleva spaventarmi?

Mi fece sorridere. Quando andai a prelevarlo, nel

luogo concordato, mi chiese anche quanto ci sarebbe

voluto per incontrare Mesina. “E io chi sono, secondo

te?” Ci rimase male».

Obbediente, l’uomo del Sid esegue con scrupolo le

indicazioni e conclude la missione nel migliore dei modi:

con 150 milioni in contanti, la certezza d’una detenzione

a Nuoro, la liberazione di alcuni reclusi “ingiustamente

detenuti” perché considerati complici di Graziano,

può anche offrire al ministero il latitante più ricercato

d’Italia. In linea di massima, sembra che l’operazione

possa andare avanti. Al Governo interessa in particolar

modo per allontanare definitivamente il timore che il

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nascente terrorismo agganci la delinquenza comune.

L’unico ostacolo, che diverrà poi insormontabile, riguarda

la scarcerazione di alcuni reclusi (non si sa né quanti

né di chi si trattasse). A Roma non vogliono correr il pericolo

di uno scandalo. Meglio lasciar perdere. Prima o

poi Mesina abbasserà la guardia.

Pugliese, che lascerà poco dopo i carabinieri e la Sardegna,

viene arrestato alla fine di marzo del 1984: a firmare

l’ordine di cattura è un magistrato celebre, il giudice

istruttore Carlo Palermo, che lo accusa di essere

coinvolto in un colossale traffico d’armi. In un libro-inchiesta

del 1986 sulla clamorosa indagine giudiziaria,

l’eccellentissimo indiziato viene presentato così: «Poi

c’è Massimo Pugliese, tenente colonnello dei carabinieri,

legato ai generali Vito Miceli e Giuseppe Santovito,

suoi superiori ai tempi del Sifar e del Sid, procacciatore

d’affari sui mercati internazionali. Si era fatto un nome

in Sardegna… Attraverso la rete degli informatori era

stato il primo a conoscere i tentativi dell’editore Giangiacomo

Feltrinelli e di alcuni suoi amici francesi che

pensavano di trasformare in guerrieri i banditi sardi…

Ebbe la prova che nel novembre del 1967 il brigante

Graziano Mesina, certamente il più noto tra i ricercati

sardi, aveva ricevuto offerte concrete: armi e denaro in

cambio di un’insurrezione. Un uomo, quel Massimo

Pugliese, molto coraggioso, perché nel clima di un banditismo

fatto di agguati, sequestri, uccisioni, era riuscito

a entrare in contatto con lo stesso Mesina dalla cui voce,

registrata segretamente, si era appreso che i latitanti

non avrebbero appoggiato il terrorismo politico. Grazianeddu

si sentiva brigante e non guerriero».

Di Massimo Pugliese, incontrato in condizioni per-

48

lomeno singolari, stile compassato e suadente da vero

agente segreto, Mesina conserva un buon ricordo: ufficiale

e gentiluomo, ha rispettato gli accordi. Non dice

altrettanto degli uomini dei Servizi che, durante la latitanza,

dichiara di aver incontrato. A più riprese anzi, e

senza che nessuno lo smentisse, riferisce di essersi sentito

proporre un minestrone eversivo. Di tutto un po’:

dalla missione-lampo contro l’estrema destra altoatesina

all’attentato contro la polizia nel bel mezzo di una

manifestazione. Difficile dire quale sia il confine tra verità

e delirio di potenza da balente. Qualcosa di vero

tuttavia dev’esserci se lui stesso, rinunciando per un attimo

a essere personaggio, afferma di non aver mai conosciuto

l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Su questo

incontro si è riversato un oceano di parole su quotidiani

e riviste. Ma Graziano resta fermo sulla sua versione:

«Ho ricevuto un messaggio da Feltrinelli, diciamo pure

la richiesta per un incontro, ma ho cortesemente declinato

l’invito». Il motivo? Semplice. «La politica mi fa

schifo». Talmente schifo da ripensarci con assoluto disgusto

quando, ormai in carcere da tempo, il film della

memoria gli ricorda che avrebbe potuto essere un ottimo

mercenario per un colpo di Stato.

Con queste premesse, appare ovvio che Mesina non

straveda per uomini e metodi dei Servizi. Quando apprende

che si stanno seriamente interessando del sequestro

Farouk va su tutte le furie, pensa di ritirarsi dall’affare,

poi arriva a una preoccupante conclusione: meglio

far finta di nulla per salvare la pelle. «Volevano, cercavano

la strage», ripete ossessivamente subito dopo la

liberazione del bambino. Per quanto lo riguarda, ipotizza

una fine poco eroica: «Mi mettono in testa un cap-

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puccio, m’ammazzano e vanno a dire che nella banda

c’ero anch’io».

Nella sua autobiografia, scritta frettolosamente e

piuttosto vaga, non entra nel dettaglio di questa ipotesi.

Che, a suo tempo, preferisce affidare ai giornali. Fino a

dire che la prova provata della sua innocenza sono proprio

i Servizi. «Mi hanno seguito senza tregua, sono stati

il mio angelo custode. Telefoni sotto controllo e loro

sempre dietro. A meno che non decidessi di seminarli»,

puntualizza con la solita dose di spacconeria.

Pur immaginando di essere guardato a vista e ascoltato

minuto per minuto, ricorre a un piccolo test per sapere

in che misura lo stanno tenendo sotto tiro. Dalla

casa della sorella, a Orgosolo, telefona a un amico, gli

chiede di andare a Nuoro a prendere certe foto e di fargliele

avere in serata. L’amico, che la sera precedente era

stato avvertito dell’esperimento, parte portandosi dietro

una scia di segugi. Al ritorno, pochi chilometri dal

cartello stradale trasformato in colabrodo dai pallettoni,

incappa in un posto di blocco. «Polizia, documenti

prego». Patente e carta di circolazione. Subito dopo comincia

un’accurata perquisizione, saltano fuori due foto

che un agente studia con grande attenzione cercando

forse di capire chi ritraggono. Alla fine è tutto a posto.

«Può andare». Sempre marcato a vista, fino al modesto

appartamento dove Graziano abita quando sta a Orgosolo:

soffitti bassi, arredamento da offerta speciale, un

grande televisore bianco e nero nel soggiorno davanti a

un piccolo tavolo tondo.

Uscire da quella casa senza essere visti può apparire

impossibile. Ma un sistema c’è: Mesina lo scova e lo comunica

a pochissime persone che gli preme non far pas-

50

sare dall’ingresso principale, pericolosamente affacciato

sulla strada. Don Luigino Monni è uno di questi. Ha

una sorta di “pass”: appare all’improvviso, quasi fosse

un miracolato, all’improvviso scompare. Il trucco è banale:

da una porticina aperta alla fine di un anditino è

possibile, sia pure con qualche acrobazia, finire in una

via parallela a quella principale. Ci vuole un attimo.

Questo cosa significa? Significa che Mesina riesce ad

avere incontri non registrati dai Servizi, in qualche caso

riesce pure ad andarsene con lo stesso sistema. «Quante

volte credevano fossi a casa. Io ero in giro». Neppure

per un attimo accoglie la possibilità che i suoi angeli custodi,

come gli piace chiamarli, sapessero anche dell’uscita

secondaria ma, naturalmente, non ci hanno fatto

sopra tanto chiasso.

Per Mesina questa ipotesi non regge per una ragione

soltanto: «Se davvero li avessi avuti sempre dietro, prima

o poi sarebbe stato un macello».

Il timore di un conflitto a fuoco lo terrorizza. Se Farouk

morisse, l’Italia non glielo perdonerebbe. Se fosse

ucciso o venisse arrestato qualcuno della banda, sarebbe

considerato un traditore, un infame. Letto e interpretato

con l’occhio d’una certa cultura barbaricina,

questo significherebbe l’apertura di una faida, la probabilissima

morte della sorella e dello zio. La stessa vita

della madre, nonostante l’età, potrebbe essere in bilico.

Conto non chiuso se accadesse qualcosa del genere,

Graziano non potrebbe più tornare in Sardegna, dovrebbe

pensare anche a un killer in trasferta ad Asti, rovinerebbe

la sua fama di bandito corretto, rispettoso

delle regole d’un tempo. Soprattutto perderebbe, insieme

al buon nome faticosamente conquistato nell’arci-

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pelago carcerario italiano, l’aureola dell’uomo d’onore,

del detenuto che non si vende e che non vende gli altri.

Per conquistare questa vetta di popolarità e di rispetto,

ha lavorato molto, troppo. Non può e non vuole

perderla in una mattina. Ha trascorso in prigione quasi

trent’anni senza chiedere sconti proprio per questo motivo,

per potere un giorno tornare da vincitore, uno che

ha pagato e pagato da solo, uno che non deve niente a

nessuno (men che meno alla magistratura).

Ecco perché ha paura. Qualcuno potrebbe rovinare

il suo sogno, la marcia trionfale del rientro a Orgosolo.

A cose fatte, ovviamente: con Farouk che sorride tra i

genitori finalmente libero. E lui, ex ergastolano, la primula

rossa del Supramonte, salutato quasi come un padre

della patria da Indro Montanelli e da quella fetta del

Paese che vive la passione civile come il tifo da stadio.

Graziano pensaci tu, scrivono a Cagliari su un muro vicino

alla facoltà di Lettere.

Graziano ci pensa volentieri: questa è la sua grande

occasione. È che tutto si sta terribilmente complicando.

C’è la questione del riscatto, per esempio: sarà pagato?,

chi lo pagherà? Ancora una volta riaffiora lo spettro dei

Servizi, di un uomo con valigetta nera che atterra a Olbia,

scende da un Falcon ministeriale e scompare su

un’auto-civetta. Era il postino del Viminale, portava

con sé – come sosterrà più tardi Mesina – un miliardo in

contanti, prelevato dai fondi riservati del Sisde? «Non

diciamo stupidaggini», tuona inferocito il capo della

polizia. Salvo scoprire poi che proprio stupidaggini non

erano.

Non si sa chi apra le danze, ma il valzer delle bugie

comincia subito. E non è detto che riguardino sempre le

52

verità di Stato. Durante lo scontro frontale con i giudici

della procura antimafia, Mesina vomita esclusive su

esclusive. Perfino sul suo passato. E, a un tratto, smentendo

se stesso e le cose che aveva scritto nella autobiografia,

dice anche d’aver conosciuto Giangiacomo Feltrinelli.

Quando? Nel ’67 a Siniscola. Incontro rapido e

inconcludente, almeno per Feltrinelli se sono vere le intenzioni

che gli vengono attribuite. Vero o falso? Tra

l’altro: perché Mesina, che ha sempre negato con decisione,

rivela d’aver avuto un abboccamento con l’editore

milanese?

Incomprensibile. Meno incomprensibili sono invece

le rabbiose smentite del capo della polizia. Ricordano

l’atteggiamento processuale di imputati che navigano in

acque agitate: negare sempre. Durante il sequestro Kassam

sono intervenuti i servizi segreti? Stupidaggini. Riscatto

pubblico, una specie di contributo a fondo perduto

per Farouk? Stupidaggini.

Stupidaggini?

53


V

Fateh Kassam

«Per la liberazione di Farouk Kassam sono stati pagati

due miliardi. Da persone diverse, in occasioni diverse,

nella stessa giornata». Lo dichiara Graziano Mesina

la sera del 24 marzo 1993, parlando al telefono con

un giornalista del quotidiano cagliaritano «L’Unione

Sarda». È una bordata violentissima alla tesi ufficiale

delle forze dell’ordine e della magistratura. Casomai ci

fossero dubbi, aggiunge divertito: «Due miliardi volevano

e due miliardi hanno avuto. Lo Stato ha pagato

contestualmente al rilascio del bambino». Altro che

banda in fuga, altro che fuorilegge costretti a mollare

l’ostaggio sotto la morsa di un gigantesco accerchiamento.

Secondo la verità di Graziano, la mattina del 10 luglio

la banda incassa un miliardo da un uomo di sua fiducia.

I soldi, banconote da centomila lire, sono stipati

in una sacca sportiva scura. Seicentoquaranta milioni

sono dei Kassam, altri trecentosessanta arrivano da una

colletta. Quel giorno stesso, probabilmente di pomeriggio,

il cassiere dei rapitori riapre lo sportello: qualcuno

gli consegna un altro miliardo. Stavolta in maniera appena

più elegante, i quattrini sono ordinatamente disposti

in una valigetta nera. «È andata così, ve lo assicuro».

Attorno alla questione-riscatto ruotano i segreti di

55


una vicenda davvero inquietante. È fin troppo evidente

che qualcuno mente, e clamorosamente. Chi? Il sostituto

procuratore antimafia Mauro Mura afferma che la libertà

di Farouk non è costata una lira. Il primo marzo

del ’94 Mesina ribadisce l’esatto contrario durante un

interrogatorio durato sei ore. Al suo avvocato affida anche

due parole a uso esterno poiché tiene molto all’idea

che si può fare di lui l’opinione pubblica: «Se sarò condannato

perché ho aiutato un bambino a tornare a casa,

pazienza. Mi sono mosso dove altri non riuscivano». Il

problema, in realtà, è più sottile. Si tratta di capire chi

sta barando e perché.

Cagliari, autunno 1992. Nel corso di una visita ufficiale,

il capo della polizia Vincenzo Parisi viene bloccato

dai cronisti all’ingresso del palazzo viceregio, che

ospita la Prefettura. Deve presiedere un vertice sulla

criminalità. Faccione da mastino buono, perde le staffe

solo quando lo pizzicano sul tema del giorno: «Per la liberazione

di Farouk non abbiamo pagato. Mesina, che

in questa storia ha creato solo impicci, racconta baggianate.

Il Sisde non ha affatto contribuito al rilascio dell’ostaggio».

Roma, autunno 1994. Interrogato al processo per lo

scandalo dei fondi neri dei servizi segreti, il funzionario

del Sisde Maurizio Broccoletti parla genericamente di

danaro destinato a operazioni speciali. Quando il presidente

della Corte lo invita a spiegarsi meglio, dice che

una certa quantità di soldi veniva utilizzata, in casi particolari,

per «sbloccare, ad esempio, sequestri di persona».

Il rapimento di Farouk Kassam rientra tra questi

“casi particolari”? Forse. Broccoletti, comunque, non

fa cenno a episodi precisi.

56

Non ne avrebbe parlato neppure Mesina se, subito

dopo la liberazione del bambino, non fosse scoppiata

una guerra a distanza tra lui e la magistratura. Una guerra

combattuta all’inizio a colpi di fioretto e, subito dopo,

a randellate. Molti, troppi cambiano versione con la

velocità di un pony-express.

Lo stesso Graziano si mantiene fedele alla linea del

silenzio fino a due giorni dal rilascio di Farouk. Chiuso

a Orgosolo nella casa della sorella Peppedda, in Corso

Repubblica, in attesa di onori che non verranno, segue i

notiziari su un vecchio apparecchio televisivo e, ogni

tanto, commenta a voce alta. «Non so se sia stato pagato

riscatto», dice, «non mi sono passati soldi tra le mani».

Troppo furbo per sostenere il contrario e magari aggiungere

che il bimbo è stato consegnato personalmente

a lui. Giusto per scansare un’eventuale incriminazione

per favoreggiamento (incriminazione che, alla fine,

gli piomberà comunque addosso), assicura deciso: «Non

ho compiuto reati, mi sono semplicemente occupato

del sequestro. Non ho visto né bambino né soldi, sia

chiaro». Si guarda bene però dallo smentire la voce più

insistente di quei giorni, una voce che parla di riscatto

da tre miliardi e ottocento milioni, perfino più alto di

quello pagato per la liberazione del costruttore romano

Giulio De Angelis.

Mesina cambia idea all’improvviso poco dopo. Un

coro gli dà del bugiardo, il procuratore della Repubblica

lo definisce “un venditore di gazzosa”. Ma pare tener

botta, anche quando scende in campo Fateh Kassam,

con l’obiettivo dichiarato di farlo a pezzi, disintegrare il

mito, dimostrare che è soltanto un bandito. «Quando

uno ha alle spalle la vita che ha lui, non credo che cambi.

57


La gente dice: ha pagato il conto con la giustizia, è un altro.

Io non ci credo». Anche Kassam tuttavia scivola in

alcune vistosissime contraddizioni, cambia rotta, smentisce

se stesso.

Ma chi è questo giovanissimo personaggio che mostra

i denti ai fuorilegge, sfidandoli sul loro terreno? Nervi

d’acciaio, cuore momentaneamente in parcheggio, rivela

il suo segreto: «Ho vissuto questo sequestro come se

fosse stato rapito il figlio del mio vicino. Non poteva e

non doveva essere un fatto personale». Se proprio deve

avere qualche debolezza, gli umani non c’entrano. Parlando

della sua Alfa Romeo rossa, per esempio, scrive:

“… questa macchina mi ha tenuto compagnia, mi ha accolto

e consolato nei giorni della disperazione e sbarazzarmene

oggi mi sembrerebbe di tradirla”.

Nato a Bruxelles nel ’56, confessa di non avere radici.

Il padre è di origine pakistana ma è nato in Tanzania,

la madre belga. Ha sposato una francese di Nizza, Marion

Bleriot, donna di grande compostezza ed eleganza.

S’è sposato a Parigi, ha bruciato un po’ d’anni a

Vancouver in Canada per frequentare una scuola di business

management, gestione amministrativa. Breve

apprendistato alberghiero all’estero e poi l’approdo in

Costa Smeralda, direttore e piccolo azionista della società

proprietaria dell’hotel “Luci di la muntagna”,

quattro stelle, sessantadue camere, trecentoventimila la

singola in alta stagione. Il padre è un gran visir ismaelita,

l’equivalente dei nostri vescovi: questo dettaglio autorizzerà

alcuni giornali a fare un collegamento di amicizia-parentela

con l’Aga Khan. «L’avrò visto in vita mia

una volta o due». L’ipotesi di una grande ricchezza, sia

pure indiretta, crolla in un baleno. Accettata la defini-

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zione di benestante, ma nulla di più. Più giusto sarebbe

parlare di uno che lavora per tenere in piedi l’azienda.

In un mare di difficoltà: «Ho impiegato cinque anni

per avere l’autorizzazione ad aggiungere trenta stanze

al mio hotel».

Ovvero non è affatto un vip, uno di casa nei posti

giusti. In caso contrario non avrebbe dovuto subire, come

un qualunque suddito della repubblica, le lungaggini

della burocrazia regionale a proposito di urbanistica

alberghiera. In conclusione, uno (quasi) qualunque. Nello

studio della villa di Pantogia ha una piccola collezione

di fucili in vetrina. Ama andare a caccia. Probabilmente

durante una pausa nelle battute al cinghiale, ha

parlato di sé e della sua famiglia suscitando una pericolosa

curiosità. Il basista del sequestro ha dato informazioni

sbagliate, ha lasciato credere che si sarebbe aperto

il canale con l’Aga Khan. E invece.

Cortese, una passione per i sigari cubani, Fateh Kassam

ha la capacità di sdoppiarsi: un conto è il padre che

soffre, un altro quello che si occupa del rapimento di

suo figlio. All’indomani del ritorno a casa di Farouk,

sposa la linea ufficiale, niente riscatto. «Questa vicenda

mi è costata soltanto un treno di gomme della mia macchina

e carburante». Appena Mesina comincia a sparare

ad alzo zero, sulle prime sta ad ascoltare. Poi esplode.

Con classe, naturalmente. Ma quelle che indirizza a Graziano

sono pallottole dum dum. Esordisce sostenendo

che l’ex ergastolano è stato un suo emissario solo per

breve tempo («È lui che s’è proposto, io non sapevo

nemmeno chi fosse»). Poi affonda il colpo: «Intendiamoci,

Mesina è stato utile per ottenere un contatto. Zero

assoluto invece per quanto riguarda il rilascio e molte

59


altre cose che non voglio dire». Sono cose che non vuole

o che non può dire?

– Signor Kassam, mai avuto rapporti con uomini dei

servizi di sicurezza?

«Mai. È Mesina che parla di loro, non io».

– Crede davvero che i banditi abbiano rilasciato Farouk

sotto la pressione delle forze dell’ordine?

«La conoscenza della malavita sarda ha consentito

ad alcuni uomini delle forze dell’ordine di fare in modo

che il sequestro finisse com’è finito».

– Lei non ci ha messo una lira?

«Ora vi racconto una cosa strana. In prima battuta, i

banditi mi hanno chiesto dieci miliardi. Dopo che Mesina

ha avuto un incontro con loro, sono passati a quindici.

Singolare, di solito giocano al ribasso. Poi sono scesi

a sette. E lì si sono fermati. Io mi domando perché mai

avrebbero dovuto accontentarsi di due, uno messo da

Mesina e l’altro dai Servizi».

Porto Cervo, estate 1993. A un anno esatto dalla libertà

conquistata, Fateh Kassam organizza una grande

festa. Seicento invitati, ricevimento interclassista: ci sono

il vescovo e il campione di calcio, il giardiniere e la

colf, la signora-bene e l’americano un po’ squinternato

che fa vita da bohémien. Rallegra la serata, come si dice

nei cartoncini d’invito, un complessino che ha scritto

una canzone per Farouk. Marion Bleriot fa gli onori di

casa, saluta gli ospiti uno per uno, sorride finalmente

distesa, affida il compito di dare il benvenuto all’artiglieria

dei brut. Misurata, attenta a non strafare, conferma

una grande forza interiore. In apparenza non lascia

veder nulla, ma si coglie una forte capacità di autocontrollo.

Durante le fasi calde del rapimento, ha scelto di

60

stare in disparte, quasi una comparsa, come se la faccenda

riuscisse a interessarla soltanto alla lontana. Non si sa

fino a che punto l’idea di stare in panchina sia stata solo

sua, visto che il marito non ha voluto accanto neanche il

fratello, amici carissimi. Aveva bisogno di muoversi in

totale solitudine e libertà, senza la zavorra di parenti impegnati

a tenere viva la stagione della solidarietà.

Nel momento dell’emergenza, Marion ha avuto una

intuizione straordinaria e non ha esitato un secondo ad

attuarla senza informarne polizia e carabinieri. Il giorno

di Pasqua, nessuno immaginava nulla, è arrivata a Orgosolo.

Durante la cerimonia dell’Incontro, la Madonna

che ritrova suo Figlio, ha chiesto la parola per lanciare

un appello coraggioso e straziante davanti a una platea

ammutolita e scioccata da questa splendida donnacoraggio.

«A voi, a tutte le mamme di quest’isola, lancio

il mio grido perché so che voi potete capirmi».

L’avvio della festa in hotel, poco più di un anno dopo,

è rigorosamente formale, le chiacchiere rigorosamente

banali, gli sbadigli rigorosamente di rito. Qualcuno,

per rompere la monotonia, parla del libro di Fateh,

libro pubblicato da appena un mese, cronaca di un

rapimento. Con molti, significativi vuoti: nessun accenno

alle polemiche sul riscatto, alla lunga notte della liberazione,

ai veleni con le autorità dello Stato. Non manca

comunque qualche (involontaria?) frase rivelatrice. “…

Mesina vuol solo conoscere la nostra risposta. E io preferisco

tenerlo sui carboni accesi, anche perché, proprio

in quei giorni, si stanno aprendo altri spiragli…”. Quali

spiragli?, è un riferimento indiretto a una trattativa

parallela? Poco più avanti, in un altro passo sulle fasi finali

della vicenda, scrive: “Evidentemente Mesina è an-

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cora convinto che sarà lui il tramite per la liberazione di

Farouk. Non sa che ormai è stato tagliato fuori e che

qualcos’altro sta intanto accadendo dalle sue parti. Per

la verità, cosa esattamente si stia muovendo in queste

ore non lo so nemmeno io”.

Se davvero non lo sa, sicuramente lo immagina. Difatti

nel cuore della festa in albergo, scioglie la briglia al

rancore verso i giornali, colpevoli d’essere troppo ficcanaso:

«Mettetevelo bene in testa. Sul sequestro di mio

figlio ci sono cose che non saprete mai. Mai». Riguardano

il riscatto e la generosa partecipazione del Sisde?

È soltanto uno dei tanti interrogativi che affollano

l’ambiguo finale di questa storia. In un’intervista (letta e

approvata dall’interessato prima della pubblicazione),

Fateh Kassam dice di aver rotto i rapporti con Mesina

con qualche anticipo rispetto al terribile finale di partita

coi fuorilegge. Poi però dice anche che la mattina del 10

luglio il suo amico Gianmario Orecchioni e don Luigino

Monni, spalla di Graziano (ma come, non era stato

messo fuori gioco?) gestiscono 640 milioni da consegnare

in giornata alla banda. Per ragioni di sicurezza,

hanno preferito nasconderli. Saggio proposito: durante

il tragitto da Orgosolo verso Olbia, la macchina guidata

da Orecchioni viene intercettata a un posto di blocco e

perquisita. C’era da immaginarlo: il magistrato che dirige

le indagini, Mauro Mura, vuole stroncare sul nascere

qualunque tentativo di avviare un dialogo coi rapitori,

pagare un riscatto. «Coi banditi non si tratta».

Quei soldi, comunque, ci sono. Come ci sono gli altri

360 milioni rastrellati presso amici a Porto Cervo. Se

non sono mai stati versati ai carcerieri di Farouk, che fine

hanno fatto? Sull’altro miliardo, quello che, secondo

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Mesina sarebbe stato pagato dai Servizi, non si può naturalmente

sapere nulla. È denaro che non puzza, che

soprattutto non deve essere registrato in un libro mastro.

Appare e scompare, operazioni speciali no? Pur

ammettendo che il Sisde abbia pagato, nessuno potrà

mai accertarlo con sicurezza. È un investimento che

non lascia traccia, ma solo l’ombra del sospetto.

L’esistenza di un fondo da destinare ai sequestri di

persona è sempre stata negata con vigore. Lo stesso Parisi,

che col comandante generale dei carabinieri Viesti

ha seguito passo passo il caso Kassam, s’è preoccupato

di definire “follie, fandonie” tutte le voci contro. Qualcosa

tuttavia dev’essersi mossa se Graziano Mesina è

stato poi sentito dal Comitato parlamentare per i servizi

di sicurezza e il segreto di Stato. Qual era l’obiettivo dell’interrogatorio?,

non bastavano le confortanti dichiarazioni

del capo della polizia, della superprocura?

Nella questura di Asti, di fronte al senatore Gerardo

Chiaromonte – che presiedeva il Comitato – ripropone

la sua versione. Quello che dice non esce dagli uffici di

polizia. Pochi mesi più tardi Chiaromonte muore e di

quella audizione non si saprà più nulla.

Impossibile sapere se e dove Mesina stia mentendo,

stia tessendo insomma una poderosa montatura per

screditare lo Stato e i suoi servitori. Le nebbie che avvolgono

questo caso, sicuramente il più singolare e inquietante

nella storia dei rapimenti in Sardegna, non aiuta a

capire. Quando Kassam afferma che alcuni dettagli non

verranno mai alla luce, che vuol dire? Qual è la svolta radicale

nelle indagini che mette da parte l’ex ergastolano

e imbocca la strada conclusiva? Tutto questo per sostenere

che se anche Mesina sta sfornando bugie, le forze

63


dell’ordine mostrano qualche spericolato lampo di smemoratezza.

La chiave per scoprire la verità sta nell’incidente

che provoca l’esclusione di Mesina dalle trattative. Altrimenti

non si spiegherebbe l’improvviso giro di boa:

dopo aver ossequiosamente rispettato la ricostruzione

ufficiale («Non so se sia stato pagato riscatto, nelle mie

mani non è passata una lira, il bambino non è stato

consegnato a me personalmente…»), Graziano cambia

idea nell’arco di quarantott’ore. Perché, gli era stato

promesso qualcosa? Tutti sanno che in questa operazione

si sta giocando la concessione della grazia: un atteggiamento

di scontro con le autorità può soltanto

nuocere alla sua causa. Eppure sceglie proprio la via

del ring, furioso combattimento che per qualche giorno

fa la felicità dei giornali. Alla fine, cosa resta? Un

clamoroso insuccesso su tutti i fronti: disfatta della credibilità

dello Stato, dubbi atroci sulla trasparenza della

versione di Mesina.

Un sondaggio non poteva mancare in un Paese che

da qualche tempo sembra non riuscire a vivere, a capire

e interpretare la realtà senza il conforto d’un costante

ventaglio di opinioni. E il sondaggio, commissionato

dal quotidiano di Milano «Il Giornale», fa sapere che

soltanto una modestissima parte di italiani crede al ministro

Mancino, al capo della polizia Parisi. Alla fine restano

dunque in piedi più che mai i dubbi e i sospetti

che hanno accompagnato le fasi finali del sequestro. Per

liberare Farouk è stato pagato o no un miliardo dallo

Stato? L’interrogativo è interessante, ancor più interessante

sarebbe conoscere i criteri che facevano aprire al

Sisde i cordoni della borsa. «Casi particolari», ha detto

64

Broccoletti al processo di Roma. Sarebbe stato più corretto

dire “ostaggi particolari”, confessare che una decisione

d’intervento veniva presa volta per volta. L’odissea

di Farouk, straniero e di appena otto anni, stava coprendo

di vergogna l’Italia. Bisognava muoversi, con la

delicatezza della ruspa se necessario.

65


VI

Missione a rischio

Non ne valeva la pena, operazione troppo rischiosa.

Per cavarne cosa, poi? «Soldi, molti soldi», spara Fateh

Kassam buttandogli addosso tutto il suo disprezzo e indicando

l’unico metro di misura che può stare a cuore a

un bandito: il denaro. Graziano Mesina ha accettato di

fare l’intermediario perché voleva tirar su col prezzo,

imposta sul valore aggiunto del riscatto. Per questo i

rapporti tra i due – che non sono mai stati amichevoli –

hanno finito per deteriorarsi. Anzi, c’è stata una vera e

propria rottura.

È probabile che, in realtà, l’onorario di Mesina fosse

decisamente più alto. Ma l’interessato non può andarlo

a raccontare in giro e men che meno a Fateh Kassam, un

uomo che gli suscita profonda antipatia fin dal primo

momento. Tanto è vero che, salvo assoluta necessità,

evitano di incontrarsi. Preferiscono dialogare attraverso

Gianmario Orecchioni, amico fraterno di Fateh, uno

che in gioventù è stato grande ammiratore dell’ex ergastolano

di Orgosolo.

Dietro le quinte del rapimento del piccolo Farouk si

muovono altri interessi. Di quattrini Graziano sembra

non avere bisogno: tanto più che, salvo casi eccezionali,

rilascia solo interviste a tassametro. Si amministra con

67


intelligenza spiegando ai giornalisti che trasecolano per

le sue richieste (cento milioni tondi tondi per una chiacchierata

in esclusiva all’indomani dell’uscita dal carcere):

«Voi speculate sulla mia vita, sui miei racconti. Vendete

più copie, gonfiate il personaggio, in parole povere,

fate affari sulla mia pelle. Perché dovrei regalarvi

un’intervista? A me nessuno ha mai regalato nulla».

Nel caso Kassam cos’ha da guadagnare? Ci sono molte

ragioni che gli impongono di portare a termine nel migliore

dei modi il lavoro da intermediario, al di là che la

cosa piaccia o non piaccia a Fateh. Prima di tutto deve

rendere conto all’“altissimo” che lo ha costretto ad accettare

l’incarico. Deve trattarsi di qualcuno che conta

sul serio se Mesina, messo a un certo punto fuori gioco

dai familiari dell’ostaggio, decide comunque di andare

avanti, addirittura fare una colletta. In un momento

molto delicato delle trattative coi fuorilegge, inizia a cercare

febbrilmente soldi per un riscatto parallelo. Quando

gli si chiede come mai non molla tutto, per quale motivo

va pure in cerca di contanti, risponde in maniera sibillina:

«Lo faccio per un amico». E che l’amico abbia un

peso importante lo conferma anche il vecchio vescovo di

Nuoro, ma di più non dice. Il nome di questo misterioso

signore non è mai trapelato.

Certo è che si tratta di qualcuno con buone entrature

nel mondo politico, unico particolare che monsignor

Melis si lascia scappare. È anche qualcuno che, in cambio

della mediazione, offre una contropartita di tutto rispetto:

la grazia, per dirne una. E con la grazia il ritorno

definitivo in Sardegna.

Mesina ha grande stima di Francesco Cossiga, giusto

per fare un nome a caso. E ne confida la ragione al giudi-

68

ce istruttore che lo sta interrogando su tutt’altro: Cossiga

è da apprezzare perché “quando ha voglia di esternare,

esterna”. A un buon conoscente comune avrebbe

esternato, per esempio, l’intenzione di aiutare l’ergastolano.

Non immaginava che improvvisamente la situazione

politica potesse precipitare travolgendolo. Tant’è

che quando lascia il Quirinale, la pratica della grazia

galleggia in alto mare.

Un po’ come la speranza di rimetter piede a Orgosolo.

È questo il vero obiettivo di Mesina: rientrare in

paese da uomo libero. Chiusa con una storica pacificazione

la faida con i Grussotto, spera in una sorta di rilancio

sociale. Lo sostiene, in questo, una non comune

considerazione di se stesso e la certezza che trent’anni

di carcere non sono comunque riusciti a metterlo fuori

gioco. Lo si capisce quando, in licenza premio, passeggia

avanti e indietro in Corso Repubblica con l’aria

(finta) di uno qualunque, uno che vuol far sapere di essere

tornato per annunciare, gattopardescamente, che

nulla è cambiato.

A dargli una mano c’è anche Indro Montanelli, penna

principe del giornalismo italiano, che va a pranzo da

lui con inviato al seguito, manifesta simpatia per l’ex

bandito, mangia porcetto arrosto per ricordarsi gli anni

dell’infanzia (suo padre faceva il preside a Nuoro). E

scrive di pugno, subito dopo, che Mesina è un uomo

perbene, merita di tornare in libertà senza vincoli di

sorta. Quando le acque giudiziarie riprendono ad agitarsi,

va alla carica senza ripensamenti, ironizza pesantemente

sul magistrato del sequestro Kassam e riafferma

il suo giuramento di fede nei confronti di Mesina:

«Casomai dovesse darsi nuovamente alla latitanza, sap-

69


pia che per lui la porta della mia casa è sempre aperta.

Troverà un letto e un piatto di minestra».

Con una protezione così autorevole, il caso Farouk

diventa un trampolino di lancio verso la ribalta nazionale,

sotto quei riflettori che Graziano ama tanto. Anche

se sa molto bene che si tratta dell’esame più difficile della

sua esistenza. Comunque vada a finire, non potrebbe

in ogni caso tirarsi indietro, l’amico a cui non si può dire

no ci resterebbe male. Si tratta, dopotutto, di muoversi

con intelligenza e cautela: l’esperienza maturata in prigione

e nella vita alla macchia basta e avanza. L’importante

è che l’ostaggio torni a casa e che nessuno della

banda dei rapitori venga ferito o arrestato a ridosso delle

trattative. A risponderne sarebbe lui.

Monsignor Giovanni Melis conosce il nome del misterioso

personaggio che ha convinto Mesina, molto riluttante,

a occuparsi del caso Kassam. Il suo non è un

segreto confessionale, ma rifiuta di svelarlo perché è rimasto

in qualche misura vincolato a una sorta di patto

di sangue. A distanza di tempo, nella casa d’accoglienza

per sacerdoti in pensione, un ampio appartamento nel

quartiere di Sant’Avendrace a Cagliari, si stupisce che

l’altissimo-onnipotente uomo del mistero non si sia fatto

più vivo. Neppure quando Mesina viene arrestato ad

Asti e pare scomparire definitivamente nell’oceano carcerario.

Impossibile dargli una mano in quel momento

oppure c’è stata qualche incomprensione? Monsignor

Melis, che gli anni hanno reso ancora più saggio, ammesso

che sia possibile, non vuole mettere il dito sulla

piaga. Un sorriso solare gli attraversa il viso rugoso

quando conferma, mano sul cuore, che Mesina si è occupato

del sequestro solo perché è stato costretto. «Io

70

ero presente, potrei testimoniarlo». E sempre lui, la pecora

tornata all’ovile dell’onestà, ha «consentito di riportare

quella creatura a casa».

L’ex vescovo di Nuoro rivela soltanto una minuscola

parte di quello che sa. Durante le trattative per il rilascio

di Farouk, ha affidato le “relazioni esterne” a don Luigino

Monni ma nel frattempo ha proseguito a lavorare

per conto suo. Nelle lunghe ore di meditazione, e forse

di noia (ma questo non glielo sentirete dire), rimugina

su una vicenda che non considera affatto conclusa.

Se ne intende: anni e anni di attività pastorale in Barbagia

non ne hanno fatto soltanto un vescovo “storico”.

Ha detto messa per i funerali di almeno un centinaio di

morti ammazzati. Violando una regola che rende i preti

intoccabili e imponendo loro nello stesso tempo di non

mettere il naso in casa d’altri, ha chiamato a raccolta la

sua gente contro la violenza. Ha insultato la sedicente

civiltà della balentìa, sempre con durezza e senza sfumature.

Il fatto di essere del luogo lo ha forse salvato ma

non è riuscito a farne un presenzialista da cerimonia.

Quando è stato necessario ha polemizzato con gli intellettuali

che processavano l’omertà. «Facile parlare di

coraggio civile quando si sta lontano da qui o ben protetti

nelle redazioni dei giornali». In altri termini, non la

giustificava ma capiva l’omertà. Monsignor Melis è forse

stato il solo ad avere accettato fino in fondo il principio

della espiazione della pena e della redenzione, il solo

ad avere accolto e trattato l’ex bandito come nessuno

avrebbe fatto: il cittadino, il fratello Mesina, senza la

pretesa di considerarlo sempre sotto esame.

Graziano se ne accorge e anche per questo impegna

tutto se stesso nel tentativo di portare a buon fine la mis-

71


sione. Un aiuto consistente gli arriva dal suo difensore di

fiducia. In un’età imprecisata sotto i quaranta, figlia della

buona borghesia torinese, Gabriella Banda è una donna

che vive con grande passione civile la sorte del suo

cliente. Quando riceve il telegramma dell’incarico, esulta:

assistere in giudizio Graziano Mesina significa conquistare

il successo, far scoppiare d’invidia molti colleghi,

bruciare le tappe della carriera forense. E difatti nel

giro di poche settimane, finisce su tutti i quotidiani italiani.

Supera la timidezza, regge bene, spegne l’aggressività

della stampa mantenendo toni pacati, nessuna platealità.

Si batte con grande determinazione in aula. Il

primo, drammatico intoppo – il fermo di Mesina a Parma,

fuori dai confini del soggiorno obbligato – la vede

vacillare solo per un attimo. Studia i verbali d’interrogatorio,

il rapporto dei carabinieri e sferra l’offensiva per

evitare che il suo assistito possa perdere la libertà condizionale.

Bontà sua non se la prende, come vorrebbe un

collaudato copione nazionale, con la tesi del complotto.

Comincia in quel momento una partita destinata a

giocatori più che abili, ad avvocati che hanno fatto i capelli

bianchi nei palazzi di giustizia, ma Gabriella Banda

– quasi un’esordiente in campo professionale – riesce

a spuntarla mostrando fermezza, rigore, preparazione,

intelligenza. Mentre il suo celebre cliente è in Sardegna

a occuparsi del sequestro Kassam, un quotidiano rivela

che tra lei e Graziano c’è ben altro che non un semplice

rapporto di lavoro o d’amicizia. Esplode, minaccia querele:

«È una squallida bugia».

Non s’è accorta di essere finita nel meccanismo stritolante

del giornalismo-spazzatura. È tutto clamorosamente

falso, ma questo ha poca importanza: il segreto

72

sta nel lanciare una notizia verosimile e, come dicono i

vecchi cronisti, inzupparci il biscotto per qualche giorno.

Tanto la gente se la beve. Eccola la signora avvocato,

eccola, non ha resistito al fascino del bandito famoso (e

sardo, tanto per puntualizzare con orgoglio regionalpopolare).

Tanto più che non è affatto il primo caso:

non è accaduto qualcosa del genere qualche anno prima

anche alla marchesa Guglielmi? Rapita mentre rientrava

nella sua villa di Latina, s’era innamorata del suo carceriere,

Gianni Cadinu, basso, grossolano, occhi chiari.

Oltre il limite previsto dalla cosiddetta sindrome di

Stoccolma, ha raccontato nel diario dalla prigionia una

storia d’amore romantica e struggente, mano nella mano

sotto la luna nei faticosi trasferimenti da un rifugio

all’altro. Cosa poteva aver fatto incontrare una donna

colta, aristocratica e un latitante neppure di prima fila?

Quindi nessun stupore se qualcosa del genere, fascino

della categoria, avesse colpito al cuore anche un’elegante

avvocatessa di Torino.

Nonostante una dignitosa e sofferta smentita, il valzer

delle voci su Gabriella Banda continua a girare e

sembra segnarla a fondo. Quella della calunnia era una

variabile che non aveva considerato. Prosegue comunque

nel suo lavoro, aiuta Mesina a scrivere un’autobiografia,

ma qualcosa si spezza. Quando Graziano finirà

nel carcere di Novara per detenzione d’armi, non sarà

più il suo difensore. Perché, non lo dice, esce di scena in

silenzio. Come se questa avventura professionale, che

pure le ha dato forte notorietà, sia naufragata nelle sabbie

mobili della sfiducia. Ha scoperto che il suo assistito

le ha mentito, le ha nascosto qualcosa? Gabriella Banda

preferisce non rispondere. «Un capitolo chiuso». Chiu-

73


so anche per Mesina che, in un primo momento, chiede

soccorso a un suo vecchio legale (Giannino Guiso), poi

sceglie di essere difeso da un avvocato d’ufficio.

Non sono frammenti di storia personale, questi.

Non sono spezzoni di vita privata. È che dopo la vicenda

del sequestro Kassam, la buona stella di Graziano

declina velocemente: la liberazione di Farouk si trasforma

in un boomerang. Scontro aperto tra chi giura che

l’impresa è tutta sua e chi invece lo accusa di averci speculato.

Affidandosi a un’antica e ipocrita certezza: un

bandito è sempre un bandito.

Tempo dopo ad Asti, a un processo per armi e sequestro

di persona, c’è scarso interesse, pochi inviati seguono

le udienze che si trascinano stancamente fino alla

sentenza di condanna. Lo stesso giornale di Montanelli

non dà grande rilievo alla notizia, addirittura non pubblica

una riga il giorno del verdetto. Mesina non fa più

titolo? Qualcosa non quadra. Forse circola sottobanco

l’indiscrezione che prova la sua colpevolezza: insomma

in quel pasticcio c’è dentro fino al collo, ha peccato di

onnipotenza, di presunzione e di certezza dell’impunità.

Ore e ore di intercettazioni telefoniche sono lì a dimostrarlo.

Un’ipotesi di questo genere spiegherebbe le

ragioni dell’insolito disinteresse verso un personaggio

che ha fatto girare al massimo le rotative.

Il mito pare finire a pezzi, miseramente scivolato su

una buccia di banana ha rivelato la sua anima: di gesso.

Ha tradito la fiducia di molte persone, dunque fa bene il

pubblico ministero a definirlo “delinquente abituale” e

a ironizzare pesantemente su un dio minore che rotola

verso il disastro. «Per uno come lui non posso chiedere

una condanna lieve, non sarebbe rispettoso».

74

Nel fuggi fuggi generale, più o meno dignitoso, c’è

una donna che resiste. E continua a scrivergli, anche

adesso che sembrano essere perduti perfino gli ultimi

scampoli di libertà. È Valeria Fusè, milanese. Il suo nome

vien fuori nella primavera dell’85. Allo scadere di

un permesso di dodici ore, Mesina non rientra nel carcere

di Vercelli. I carabinieri lo sorprendono con questa

ragazza, carnagione chiara e sguardo smarrito, in un

appartamentino di Vigevano. L’amante del bandito: al

processo per direttissima arrivano tivù e giornali di

mezza Europa. Per Graziano è una clamorosa affermazione

di balentìa («l’uomo è uomo») con una qualche

pennellata di colore da rotocalco ultrapopolare. Valeria

Fusè schiva l’attenzione generale e rientra («assolta

perché il fatto non costituisce reato») nella casa dove

vive coi genitori. Nel ’91, quando Mesina acquista la libertà

– sia pure dimezzata da orari ristretti e rigidissimi

limiti di movimento – un incontro a due mette a fuoco

“un bellissimo rapporto d’amicizia”.

Amicizia commovente e profonda che resta in piedi,

quasi solitaria, anche mentre infuria una terribile tempesta,

giudiziaria e umana.

75


VII

Il dio tritolo

Bandito pre-tecnologico, Graziano Mesina aveva

dialogato a pallettoni negli anni verdi della vecchia criminalità.

Quasi un adolescenziale tempo delle mele: minacce,

intimidazioni e avvertimenti passavano attraverso

la legge del fucile. La voce del tritolo, più professionale

e sicura, non aveva ancora avuto modo di sentirla.

Fortuna che stava in carcere a macerarsi in uno speranzoso

conto alla rovescia: uno come lui non avrebbe

neanche capito. Lo avrebbero messo da parte come si fa

con certe macchine che finiscono fuori mercato. Al

massimo, una volta uscito dai “garage” penitenziari, lo

avrebbero potuto esibire come pezzo d’epoca. Antiquariato.

Un fantasma che in vita adoperava doppiette a

canne mozze, il numero di matricola abraso.

Agli uomini della dinamite farebbe perfino tenerezza.

Oltre duecento attentati in dodici mesi, sessanta a

Nuoro con un record regionale incoraggiante: nove

botti in soli ventidue giorni nel ’90. Alle spalle di questo

scenario che occupa la ribalta della cronaca, alcuni insistono

con la ricetta tradizionale: nei moduli grigi da inviare

al comando generale per le statistiche, i carabinieri

registrano in tutto 130 colpi di arma da fuoco. Pochi,

lampi rancorosi degli ultimi sopravvissuti che si ostinano

a credere in una sorta di linguaggio degli avi: ditelo

77


col piombo. Ditelo pure, se vi pare ma alla fine degli anni

’80 l’esplosivo tira di più. È quasi una scoperta in una

terra che pullula di cave e miniere e che dunque può offrire

materia prima a volontà.

A differenza di altri sistemi, il tritolo ha il vantaggio

di essere meno impegnativo dell’agguato, non richiede

la presenza sul posto, è convincente quando si fa sentire.

E ancor più sul dopo, immagine di devastazione e

paura, effetto secondario nient’affatto trascurabile e di

lunga durata: vivere con le macerie sotto gli occhi significa

crescere fianco a fianco al terrore. In un mare agitato

come questo, Mesina si sarebbe perduto in un attimo.

Era uno specialista d’altro genere, lui.

Le nuove tecniche di guerra sono sofisticate. L’utilizzazione

degli esplosivi offre un ventaglio di possibilità

davvero interessante. Ne sa qualcosa un giudice di sorveglianza

del Tribunale nuorese e un’educatrice penitenziaria

di Badu ’e Carros. Ricevono bombe: e la città

trema. Cosa c’è sotto? In questo caso, il discorso appare

abbastanza semplice. Racket alla rovescia: la malavita

aiuta alcuni commercianti in crisi, garantisce un consistente

sostegno economico in cambio di un piccolo favore,

proporre un posto di lavoro a un certo detenuto.

La legge sulla libertà condizionale impone che i reclusi

abbiano trovato un’occupazione, altrimenti si resta

dentro. Grazie a una norma come questa, la criminalità

organizzata riesce a recuperare alcuni suoi uomini. In

quel periodo i reclusi di Badu ’e Carros sono poco meno

di duecento. Almeno una trentina ha ottenuto la libertà

condizionale con questo sistema: escono dal carcere di

buon mattino e vi rientrano soltanto dopo il tramonto,

per dormire.

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L’uso distorto e degenerato della legge emerge quasi

subito in tutta la sua evidente gravità, ma le scappatoie

sono poche. Ai vertici dell’amministrazione della giustizia

ci si lamenta apertamente. «Qualcuno ha fatto meno

prigione di quella fatta patire all’ostaggio in un sequestro

di persona», s’infuria il direttore del penitenziario

nuorese riferendosi all’incredibile viavai di detenuti.

La procedura per ottenere questo significativo privilegio,

che rende più civile e meno repressiva la detenzione,

passa attraverso una serie di autorizzazioni, a cominciare

da quella del giudice di sorveglianza. Il magistrato

messo sotto tiro con un ordigno a basso potenziale

si era evidentemente opposto a una richiesta di lavoro

esterno. Ha scontentato qualcuno e glielo hanno mandato

a dire con un po’ di gelatina sotto casa.

A far da cornice ci sono poi i fuochi d’artificio legati

agli appalti, alle vendette tra grossisti, gelosie di concorrenza.

Quando il messaggio esplosivo non ottiene il risultato

voluto, c’è sempre la piazza dei sicari a pagamento.

Nel 1989 Nuoro strappa un terzo posto assoluto

sul fronte-omicidi in campo nazionale: in rapporto al

numero degli abitanti, produce morti ammazzati poco

meno di Reggio Calabria e Catania. Quasi un secolo prima,

un deputato della Sardegna al Parlamento di Torino

scriveva affannato al ministro dell’Agricoltura, Camillo

Benso conte di Cavour: “Si uccide di giorno e di

notte, si uccide in piazza, in campagna, nelle case, all’uscire

di chiesa”.

Adesso la situazione non è così drammatica, proprio

perché c’è il tritolo. Tritolo che, come gli incendi estivi,

è legato a doppio filo con l’occupazione, la povertà diffusa,

la mancanza di prospettive, lo straniamento di

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contadini e pastori riciclati a suo tempo nell’industria e

ora scaraventati nel purgatorio della cassa integrazione.

Nel conto bisogna mettere anche la rete del commercio,

gonfiata a dismisura proprio per fronteggiare la mancanza

di lavoro: nella sola città di Nuoro sono state concesse

millecento licenze, seimila in tutta la provincia.

Quanti riescono a stare a galla nell’imbuto vorticoso

della crisi?, quanti riescono a mantenersi onesti? Il varco

per l’infiltrazione di mafia e ’ndrangheta, che hanno

bisogno di lavare danaro e operare in terre pulite, diventa

più facile.

Ma dopo anni e anni di accertamenti non si riesce a

chiudere il cerchio. Con molta presunzione, i sacerdoti

della sarditudine a oltranza avvertono che non c’è

pericolo: la Barbagia, giurano, è impermeabile a culture-altre.

Ci crede anche Salvatore Mulas, questore di

Nuoro: «Qui mafia e camorra non possono combinare

granché. Al di là delle ataviche allergie dei sardi, il problema

è quello delle braccia. Se pure pensassero di imboccare

la strada dell’estorsione programmata, avrebbero

bisogno di manovalanza locale. E non ne troverebbero».

Altri ritengono invece che mafia e camorra non vogliano,

almeno in Sardegna, imporre il racket, cioè l’abicì

della piccola delinquenza di casa loro. Forse è vero

l’esatto contrario: la grande criminalità chiede in Sardegna

discrezione e possibilità di fare buoni investimenti.

Nei primi mesi del ’94 la Guardia di Finanza apre un’inchiesta

sull’acquisto di alcuni residence a San Teodoro,

località sacra nell’industria delle vacanze: sembra siano

stati comprati con denaro riciclato proveniente da sequestri

e traffico di stupefacenti. L’indagine è tuttora

80

aperta. Nel Sulcis, dove invece ci sono mafiosi in soggiorno

obbligato, l’economia di sussistenza non apre la

via al racket. La crisi economica è di proporzioni talmente

gravi che, davanti alla minaccia di un taglieggiamento,

i commercianti abbasserebbero all’istante le saracinesche.

Cosa resta da fare, allora? Anche in questo

caso, come per San Teodoro e altri investimenti in Gallura,

si fanno soltanto congetture: mancano le stampelle

dei fatti. Si dice che i mafiosi anticipino danaro ai negozianti

in crisi e incassino a vendita avvenuta. Insomma

piccolo, piccolissimo strozzinaggio, a cappio sufficientemente

largo. Dopotutto, se i commercianti vengono

strangolati ha da perdere anche la mafia e i suoi esattori.

Le mille voci del dio-tritolo continuano comunque a

farsi sentire. Nelle campagne di Orgosolo, casa Mesina

dunque, viene aperto un cantiere per realizzare una diga

sul Cedrino. Appalto da quaranta miliardi (quaranta

miliardi del 1990), sessanta buste-paga garantite per tre

anni. È una formidabile valvola di sfogo contro la disoccupazione

locale e, dettaglio non secondario, si tratta di

un progetto serio. A cose fatte, consentirà l’irrigazione

di tremila ettari di terra. La ditta che ha vinto la gara inizia

e interrompe i lavori in brevissimo tempo. Cos’è accaduto?

Prima viene incendiata l’auto del direttore del

cantiere, qualche giorno dopo una ruspa devasta e distrugge

un prefabbricato dove sono custoditi gli attrezzi.

In una lettera inviata al cosiddetto ente committente,

il Consorzio di Bonifica, vengono poste precise condizioni

per riprendere l’attività: “… ogni possibile e concreto

provvedimento per garantire l’incolumità di uomini

e mezzi”. Al sindaco di Orgosolo, che protesta per

l’ennesimo attentato capace soltanto di far andar via im-

81


prenditori e sogni d’occupazione, arriva la vendetta trasversale:

una bomba contro l’abitazione di un suo parente.

La politica del tritolo è questa, il pane del nuovo

banditismo lievita insieme la farina della vecchia criminalità

e quella di un esercito di dilettanti pronti a tutto.

In pieno fuoco incrociato irrompe la nuoreseria a denominazione

d’origine controllata attraverso la requisitoria

d’un consigliere regionale della sinistra: “Una società

pastorale arretrata caratterizzata da un immobilismo

arcaico, rivelatasi impermeabile ai processi di modernizzazione,

incapace di aprirsi al nuovo, impregnata di

una cultura spesso portatrice di valori deteriori, prigioniera

di miti e codici che si perdono nella notte dei tempi.

Una società che teorizza la violenza quale strumento

per dirimere le controversie e i conflitti; animata da un

malinteso senso della balentìa che altro non è se non

violenza gratuita e fine a se stessa; da un individualismo

onnipotente e indefinito che calpesta qualsiasi interesse

collettivo”. È un siluro, questo, che va a colpire quella

sorta di strapaesano orgoglio barbaricino. E fa ancora

più male perché il tiratore scelto è locale, nuorese da generazioni.

Comunque, ce ne sarà anche per lui: il negozio

di famiglia, al centro del centro della città, viene devastato

da un ordigno. Gli attentatori non cercavano la

strage: volevano giusto mandare un messaggio in un codice

adeguato ai tempi. Miccia a lenta combustione, annotano

i carabinieri. Miccia a depressione rapida per

chi se la vede balenare tra i piedi.

Tra i bersagli c’è anche un personaggio duro, tutt’altro

che disponibile a certe smancerie sociologiche: Remo

Berardi, presidente degli industriali nuoresi, circa

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250 iscritti in tutta la provincia al sindacato di categoria.

Padre di una ragazza rapita dall’Anonima e liberata in

circostanze avventurose, vive sul filo di lana. A capo di

un consorzio che si aggiudica un appalto da cinquantasei

miliardi per costruire la strada di circonvallazione,

gli viene riservato un trattamento particolare. Si comincia

con i pettegolezzi al veleno: il suo progetto ha vinto

nonostante non proponesse il prezzo migliore, anzi lo

scarto è talmente grande da gridare vendetta. Da qui a

sussurrare che c’è collusione con il Municipio ci vuol

poco. Per giorni e giorni l’argomento divora la noia delle

serate nuoresi, affoga nei bianchini ingollati nei bar

del Corso, nelle chiacchiere che seguono fino a notte

tarda in ristorante. L’imprenditore getta acqua sul furiosissimo

incendio della polemica, ma non riesce a fermare

l’avviamento di voci incontrollate e malevole. Poi

gli arriva qualcosa di più, un segnale preciso: una bomba

lanciata in piena notte contro la sua villetta. Per un

caso non esplode. «Eravamo tutti in casa».

Da quel momento cominciano appostamenti e controlli

telefonici. Polizia e carabinieri vogliono arrivare ai

mandanti. Interessa soprattutto al governo regionale,

fortemente preoccupato dalla possibile reazione di altri

industriali. Le delicate condizioni economiche della

provincia non potrebbero reggere un esodo imprenditoriale

verso centri meno esplosivi, più tranquilli. Tre

anni dopo, situazione immutata, il procuratore generale

della repubblica Francesco Pintus lancia solennemente

l’allarme: «…desta particolare preoccupazione l’attuale

situazione economica, nella quale il pericolo di una

definitiva vanificazione dei tradizionali posti di lavoro,

l’assenza di alternative occupazionali e la sempre meno

83


praticabile valvola di sfogo rappresentata dall’emigrazione,

sono tutti fattori che rischiano di alimentare la ricerca

individuale delle fonti illecite di guadagno».

A cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli

anni ’90, la voce delle bombe continua a farsi sentire.

Ma è più flebile rispetto a un passato di fuoco. L’onda

lunga, quella che inizia a ridosso della vittoria elettorale

delle sinistre nel ’75, comincia a rientrare. A un tratto

sembra quasi vi sia una specie di ritorno a codici e

metodi che si ritenevano sorpassati, dimenticati. Si cita

fra tutti un esempio-simbolo: Orune, tremilacinquecento

abitanti e quattro omicidi l’anno contro una

media nazionale che dà un assassinio ogni centomila

abitanti.

Gli antropologi avvertono che “bisogna sfuggire a

un’analisi sostanzialmente basata sulle categorie tradizione-modernità”.

Non la consentono variabili che hanno

profondamente modificato la realtà quotidiana: videotape,

tivù. Cambiano le fonti di informazione, si

modificano i punti di riferimento scatenando la sindrome

da emulazione, detonatore dell’invidia, del confronto,

della drammatica evidenza dei fatti: da un lato c’è

un’isola con centocinquantamila disoccupati, dall’altro

– per quattro mesi l’anno – straripa la ricchezza dell’industria

vacanziera. Inevitabile che vi sia una reazione,

confusa e pasticciona, ma dura, violenta. Secondo alcuni,

come il decano dei penalisti sardi, l’avvocato sassarese

Giuseppe Melis Bassu, la “cultura della violenza esiste

dappertutto e non la estirpa definitivamente nessuno:

la si può e la si deve costringere in limiti tollerabili”.

Tra la fine dell’87 e l’88 i limiti di questa violenza sono

invece tutt’altro che tollerabili. Cosa non ha funzio-

84

nato, cosa ha fatto da apripista al partito della dinamite?

Ogni anno piovono in Procura generale oltre centomila

fascicoli, una montagna di carta che cresce senza sosta

mortificando le aspettative di migliaia di cittadini in lista

d’attesa per una sentenza. Giocoforza, la ricerca di

una giustizia che non trovano e che in ogni caso tarda ad

arrivare, suggerisce di imboccare strade nuove e pericolose.

L’attentato, per esempio. La politica delle bombe.

Se non altro, sembra avere almeno la forza di far sapere

che si è vivi.

Il tritolo contro prefetture, municipi, contro abitazioni,

proprietà di sindaci e assessori viene spiegato con

un’interpretazione colta: è che la società barbaricina vive

ancora in una condizione pre-liberale, vale a dire (come

sosteneva più di trent’anni fa la rivista “Ichnusa”),

precedente il contratto sociale. “Gli amministratori sono

visti, da un lato, come la personificazione dello Stato,

del potere pubblico, titolari di tutte le competenze,

dall’altro sono giudicati partecipi di un complessivo sistema

di potere, che concede o nega diritti, e impone

doveri, ma da cui, comunque, essi traggono vantaggio”.

Sulla scia di questa considerazione che fa parte del libro

infinito scritto dall’ultima Commissione regionale

d’indagine sulla criminalità, vien facile capire come si

formi un nuovo banditismo, quale impasto di rabbia e

contraddittoria politicizzazione riesca a cementarlo.

Un brivido di paura scuote l’isola quando un ordigno

devasta un finestrone del Comando militare della

Sardegna, in via Torino a Cagliari. Una bomba qualunque

che in quel momento depista clamorosamente gli

inquirenti lasciando credere che sotto la cenere stia nascendo

un partito armato, qualcosa a mezza strada tra

85


una rivolta confusamente dinamitarda e il terrorismo

còrso. Niente di tutto questo: la fiammata antimilitarista

rientra nel calendario delle tradizioni isolane. Le altre

bombe, e sono davvero tante quelle che esplodono

soprattutto nel Nuorese, fanno parte soltanto di una

modernissima disamistade tra pubblico potere e privato

cittadino. Una specie di ufficio reclami un po’ particolare.

A Roma possono stare tranquilli: quella che sta scoppiando

in Sardegna non è guerra contro la Repubblica

ma lampi di un furore popolare che ha smesso da un

pezzo di credere alle istituzioni.

Bisogna tuttavia far qualcosa, far sentire in qualche

modo la presenza dello Stato. Mentre il sequestro Kassam

è alle battute finali, e quindi in una fase molto delicata,

il ministro della Difesa, Salvo Andò, annuncia l’intenzione

di inviare un corpo militare a presidiare la Sardegna,

inquieta periferia dell’impero. Lo annuncia con

tale brutalità che la memoria storica dei sardi torna subito

ai famigerati “baschi blu”, alla dannosa e arrogante

occupazione con le stellette degli anni ’60. L’opposizione

a un ritorno in massa di soldati è massiccia: tra le

righe di uno scontro che non si è mai sopito, qualcuno

sottolinea i pericoli per una buona conclusione del rapimento

di Farouk. Una presenza inutile, e non solo inutile,

quella dei militari pure per il vecchio senatore Medici

che nel suo rapporto al Parlamento sulla criminalità

isolana, agli inizi degli anni ’70, afferma con sicurezza:

«Anche se i reparti speciali, formati da giovani idonei a

eseguire servizi di squadriglia nelle zone montane, talvolta

hanno dimostrato una loro validità, è da ritenere

che, di regola, l’impiego in massa di militari sia sconsi-

86

gliabile. A parte i modesti risultati che si ottengono, questo

spiegamento di forze determina effetti psicologici

negativi sulle popolazioni interessate».

Imbarazzato dalla grossolana irruenza del ministro,

lo Stato maggiore dell’Esercito precisa di non andare in

Sardegna “per stanare i rapitori di Farouk Kassam” ma

per una ragione diversa: controllare il territorio, popolarlo.

“Farci camminare la gente”. D’altra parte si tratta

di raccogliere l’appello del difensore civico Giovanni

Viarengo che, a più riprese durante la sua carriera di

magistrato, aveva invocato una presenza in divisa nelle

zone interne. Presenza non significa militarizzazione,

puntualizzava a scanso di equivoci.

Nonostante il controcanto dei due quotidiani sardi,

Fortza Paris inizia nel luglio del ’92 e si conclude tre mesi

dopo, a settembre. Impegna complessivamente diecimila

uomini che si danno il cambio – guardia permanente

di quattromila soldati – in aree arroventate dal silenzio

e dal sole. La circolazione di campagnole, camion e

un enorme schieramento d’uomini ottiene tuttavia risultati

degni di nota. Il Comando sforna un bollettino

della vittoria per segnalare una netta flessione degli attentati

(76 per cento in meno rispetto allo stesso periodo

dell’anno precedente) e degli incendi dolosi (53 per

cento).

A sentire i militari crolla anche il reato dei reati, quello

più tradizionale, l’abigeato: meno 88 per cento. Entusiasmante,

ma il merito non è solo dei soldati. In quel

periodo hanno iniziato a funzionare seriamente le compagnie

barracellari. E questo spiega in gran parte il tracollo

dei furti di bestiame.

Fortza Paris non passa inosservata. A Lula una bom-

87


a ferisce un gruppo di persone che passeggiano: tra

queste ci sono anche ragazzi di leva. Una bravata più

che un attentato vero e proprio. Altrettanto potrebbe

dirsi del ferimento di alcuni alpini a Mamoiada, presi di

mira a fucilate. Nessun volantino di rivendicazione e

neppure una parola di sostegno da parte della popolazione.

Il caso più clamoroso avviene a Orgosolo, storico

epicentro della resistenza antimilitarista. L’arrivo dei

soldati è accolto con molta freddezza venata, a tratti, di

evidente intolleranza. Nel campo allestito nelle colline

vicine al paese, si fa finta di nulla e si lavora alacremente

facendo molta attenzione a evitare la scintilla della ribellione.

I medici militari fanno lastre, piccoli interventi

di chirurgia e di odontoiatria, qualche prestazione di

pronto soccorso. Altri si occupano di bonificare i terreni

riarsi dagli incendi, disinfestano aree appestate da

zecche e altri parassiti, assestano malandate stradine

campestri, garantiscono la qualità dei rifornimenti idrici.

Al contrario di quanto è avvenuto una trentina d’anni

prima, l’Esercito mostra un’altra faccia: quella dell’efficienza

e della solidarietà civile.

E pian piano il ghiaccio si scioglie, perfino Orgosolo

finisce per gradire il pacifico arrembaggio dei soldati.

Sull’onda di questo successo, seguono altre due operazioni

nel ’93 e nel ’94 ma non hanno il peso e la portata

delle altre. L’importanza di Fortza Paris 2 è meramente

strategica e interessa esclusivamente le Forze Armate

che, per la prima volta dalla fine della guerra, sperimentano

il trasporto rapido di due brigate (circa cinquemila

uomini e un numero incredibile di mezzi) dalla

penisola alla Sardegna.

88

L’artiglieria dell’opposizione si spegne, resta qualche

fuoco isolato, l’immancabile incursione sui giornali

dell’intellettuale ad ascensione finto-separatista. Si riparla

di colonizzazione, di inammissibile ingerenza nella

vita d’una regione. Come dire, battendo un chiodo rimasto

caldo nei secoli: Roma mandava le sue legioni, il

ministro Andò le sue brigate. Con lo sberleffo finale di

chiamarle pure Fortza Paris, come se i sardi c’entrassero

davvero qualcosa.

89


VIII

Matteo Boe

Negli archivi dell’Interpol occupava un posto di tutto

rilievo nella lista dei ricercati d’Europa: ventesimo,

piazzamento d’eccezione. Nessuno era mai arrivato a

tanto.

La faticosa scalata verso queste posizioni non s’improvvisa,

parte da lontano e si trascina almeno gli ultimi

dieci anni del banditismo sardo. Del nuovo banditismo

sardo, quello che Graziano Mesina incrocia di sfuggita

nella veste di emissario durante il rapimento Kassam. E

che ha un solo grande protagonista: Matteo Boe, uomo

di buone letture, di Lula per l’anagrafe ma cresciuto

culturalmente a Bologna, nell’effervescenza del mondo

giovanile che ruota intorno all’Università.

Frequenta la facoltà di Agraria quando incontra la

compagna della sua vita, Laura Manfredi («Ma io sono

ragioniera, una semplice ragioniera»), lì intreccia conoscenze

e amicizie che lo proiettano un paio di spanne

sopra lo standard della criminalità isolana: ai principi

della civiltà agropastorale aggiunge quelli metropolitani,

una miscela che esplode a sinistra, che cerca e trova –

con ampie motivazioni politiche – le ragioni della disobbedienza,

della trasgressione, della guerra alle istituzioni.

D’altra parte era stato lo stesso Mesina, semianal-

91


fabeta, a intuire in quale direzione puntava il futuro dei

latitanti. Parole profetiche le sue: «Attenti a dire che il

latitante non ha un’ideologia. È una stupidaggine, la verità

è che nel mondo c’è troppa disparità, troppa ingiustizia.

La vita alla macchia ti può aiutare a vederla».

Trentasette anni, molti dei quali vissuti lontano dalla

famiglia e dal paese d’origine, Matteo Boe vive sulla sua

pelle questo precetto. Esordisce con discrezione. Poi

pian piano, il suo nome comincia ad acquistare autorevolezza,

credito. Soprattutto un’impresa lo rende d’un

tratto celebre: alla fine dell’estate 1986 evade dall’isolagalera

dell’Asinara, dove stava scontando una condanna

a diciotto anni di reclusione per il sequestro di Sara

Niccoli. Non era mai accaduto prima: da quel penitenziario,

paradiso e inferno, non è mai scappato nessuno.

«L’evasione è tecnicamente impossibile», spiegava con

fierezza il direttore del carcere.

L’evasione è tecnicamente fattibile. Basta aspettare il

mare giusto e avere un piano semplice semplice ma assolutamente

segreto: nessuno o quasi deve sapere. Le

grandi fughe, quelle di massa, sono soltanto un buon

soggetto cinematografico. Nella realtà è meglio muoversi

da soli.

Il primo settembre di otto anni fa un maestralino

circonda questo stupefacente lembo di terra mostrandone

l’esaltante bellezza. A qualche miglio dalla riva,

proprio di fronte a cala d’Oliva, dunque davanti agli uffici

della direzione, dondola pigramente un piccolo

gommone. Dentro, se è vera la ricostruzione ufficiosa,

c’è Laura Manfredi: che aspetta. Com’è riuscita ad arrivare

fin là, a dribblare le motovedette del servizio di vigilanza?,

come ha trasmesso il suo arrivo, l’ora, le coor-

92

dinate?, da che parte sperava di fuggire? Mistero, non

si è mai riusciti a saperlo. L’unica certezza è che all’improvviso

affiora dal mare, come un Nettuno col fiato

corto dopo una lunga nuotata, il detenuto Matteo Boe.

Saltare a bordo e squagliarsela è un giochino. Quando

le sirene dell’allarme tagliano il silenzio e arrivano a

straziare un cielo trasparente, l’evaso è quasi al sicuro.

Irraggiungibile. Addio galera.

Un colpo da maestro, clamoroso. Non era riuscito

neppure a un altro “campione” della categoria, Carmelino

Coccone, classe 1940, orunese accusato di omicidio

e di nove sequestri, tra tentati e riusciti. Un curriculum

di tutto rispetto, insomma. Addetto al controllo d’una

mandria di mucche, al tramonto doveva rientrare in una

cella-camerone. Per tutta la giornata, in pratica, stava

all’aria aperta. «Si era d’estate e la luna chiara illuminava

quasi a giorno le serate dell’isola…». Coccone racconta

di essere stato assalito dal raptus d’una passeggiata

(lui la chiama proprio così), quattro passi sotto le stelle.

Una notte, appena i compagni si sono addormentati,

ha smontato l’inferriata della finestra del bagno e via, finalmente

libero. «Ero all’aria aperta, da quanto non

sentivo il profumo delle notti di campagna… respiravo

a pieni polmoni l’odore piacevole del fieno inumidito

dalla rugiada…».

Respirando respirando, s’è allontanato fino a quando

«mentre svoltavo l’angolo del muro di un vigneto»

non si scontra con due agenti di custodia. Che non credono

per nulla ai desideri poetici d’un pastore errante.

Anche perché «trovarono lì vicino un vecchio paio di

pinne da subacqueo e pensarono che me le fossi procurate

io col proposito di attraversare a nuoto lo stretto di

93


mare che si interpone tra l’Asinara e il resto della Sardegna…».

Cinquantadue chilometri quadrati, l’Asinara appartiene

allo Stato dal 1885. Dovrebbe diventare, come

dispone una legge varata nel ’91, un parco naturale. Nel

frattempo, resta galera. Una bellissima, inimmaginabile

galera al sole. Ospita – in un territorio che è una sorta di

lungo budello – sette vecchie fattorie. “Diramazioni”,

secondo il triste dizionario penitenziario. La diramazione

più famosa è quella di Fornelli, che ospitò a suo tempo

esponenti di spicco delle Brigate Rosse. Stretti corridoi,

portoncini blindati, telecamere dovunque, anche

dentro le celle, luci perennemente accese. A Fornelli

dovrebbe esserci Totò Riina, ritenuto il più pericoloso

boss mafioso del dopoguerra. Le altre “diramazioni” –

caseggiati di semplice e funzionale architettura rurale

che ricordano le fazendas messicane – sono più aperte: i

detenuti escono al mattino, lavorano nei campi, badano

alle greggi, rientrano la sera. Complessivamente l’Asinara

dà una grande sensazione di libertà, di carcere (fatta

eccezione di Fornelli, forse il braccio “più speciale”

d’Italia) in qualche modo civile, sopportabile.

Ma oltre questo sipario, è un’Alcatraz di Stato. Difficile

da raggiungere per i parenti dei reclusi, lontana e, in

un certo senso, crudele: panorama da cartolina, riserva

naturale d’una suggestione mozzafiato. L’Asinara urla

la bellezza della libertà. Matteo Boe aveva capito molto

bene tutto questo e dall’isola-prigione ha preso il via

beffando tutto e tutti. Da quel momento gli sono stati

attribuiti numerosi reati. In particolare, il sequestro del

costruttore romano Giulio De Angelis e quello di Farouk

Kassam. Recentemente è stato incriminato anche

94

per aver preso parte al rapimento di un imprenditore in

Calabria. E siccome tutti i suoi ostaggi, almeno quelli

che gli sono stati attribuiti, sono stati puntualmente mutilati,

passa alla cronaca come “il tagliatore d’orecchie”.

L’hanno arrestato il 15 ottobre del ’92 in Corsica, al

ricevimento dell’hotel “U Palmu” a Portovecchio. Sua

moglie era in camera con due dei tre figli nati durante la

latitanza. Strano blitz quello in tandem della polizia italiana

e francese. Strano perché Boe si fa prendere come

un pivellino portandosi dietro un ingombrante arsenale.

Stranissimo perché tiene in tasca un rullino di foto

davvero compromettenti che lo ritraggono, M 16 sottobraccio,

davanti alla grotta dove è stato tenuto prigioniero

Farouk Kassam. Farsi fare foto di questo genere è

folle, a meno che uno non voglia portarsi dietro, casomai

lo fermassero, la prova della sua colpevolezza. A

meno che non voglia insomma concordare una finta

cattura che potrebbe rivelarsi poi una resa concordata a

tavolino.

A Lula, dove Matteo Boe è un totem, nessuno crede

al compromesso, all’accordo con le forze dell’ordine. E

men che meno che possa aver trascinato nella sua caduta

gli amici-complici, due compaesani: Ciriaco Baldassarre

Marras e Mario Asproni, scomparso un minuto

prima che i carabinieri bussino alla sua porta per notificargli

l’ordine di custodia cautelare.

Per dirla tutta, c’è chi non crede anche che Laura

Manfredi non si sia accorta del pedinamento: è una vita

che, al volante di un’utilitaria, lascia la casa dei suoceri e

raggiunge suo marito. Per sei anni riesce puntualmente

a depistare il (folto) gruppo che le sta dietro. Un attimo

di disattenzione? Può darsi, ma appare tuttavia poco

95


credibile in una donna come lei. Ancora meno credibile

è la vicenda delle fotografie che, tra l’altro, non inchiodano

soltanto Boe.

Laura Manfredi respinge con durezza questa interpretazione:

«Matteo», dice, «non ha tradito nessuno».

A insistere su questa storia, c’è il timore, neppure tanto

teorico, che possa scoppiare una faida. E accusa i giornali

di aver tirato fuori l’ipotesi della “resa condizionata”

alla vigilia di un processo importante. Nel frattempo

Farouk Kassam ha riconosciuto i luoghi fotografati, la

prigione: tradotto con le norme del codice penale, questo

significa una condanna sicura. E pesante.

Pesantissima. Però, al processo che si apre nell’autunno

del ’94 a Tempio, il principale imputato non c’è.

La pratica per l’estradizione, che in un primo momento

sembrava imminente e scontata, s’inceppa nelle procedure

burocratico-giudiziarie internazionali. Due anni

non sono bastati per ritrovare la rotta giusta e approdare

in un’aula di Tribunale. Colpa dell’eccesso di zelo

della magistratura italiana, dice qualcuno, che ha presentato

ben quattro richieste di estradizione mentre ne

bastava una. Ma proprio per questa ragione, secondo

altri, si voleva dare all’operazione un salutare effetto ritardante.

Risultato: la posizione processuale dell’imputato

Boe Matteo viene stralciata. Salta, dunque, la presenza

di uno degli uomini-chiave della vicenda Kassam.

Laura Manfredi respinge anche questa interpretazione

dei fatti, sottolinea che il suo compagno è testimone

a difesa per Asproni e Marras, parla apertamente di

montatura, di giornalismo prezzolato e imbeccato dalla

magistratura per creare il caso, per distruggere l’immagine

di Boe.

96

Perché distruggere l’immagine di Boe? Perché, secondo

lei, i giornali che hanno avuto la colpa di gonfiarlo,

di farne una sorta di mito («per la stampa dev’esserci

sempre un super-ricercato impegnato in una grande sfida

con polizia e carabinieri»), ora debbono fare rapidissimamente

marcia indietro. Per qualcuno Boe sta diventando

un punto di riferimento, dunque bisogna buttarlo

giù, distruggerlo. Cosa c’è di meglio del venticello

d’una calunnia che insinua l’ipotesi del tradimento, di

una cattura concordata con le forze dell’ordine? Per il

momento i fatti dicono solo che Boe esce di scena dal

processo.

L’altro protagonista del dibattimento si chiama Graziano

Mesina. I giudici lo citano per “reato annesso”, favoreggiamento.

Avrebbe coperto la banda dei rapitori

e, naturalmente, Boe. «Boe? Non lo conosco, ne ho sentito

parlare sui giornali. Mai incontrato. Quando io facevo

il bandito lui non era neanche nato». Sarà. Tutto

questo rende però la faccenda ancora più difficile, più

complessa. Più misteriosa. Si aggiunge all’enigma del riscatto

pagato-non pagato, al ruolo dei servizi segreti, al

nome del personaggio che “impone” a Mesina di occuparsi

del rapimento. Già, perché Graziano non ne voleva

sapere, non voleva avere problemi con banditi e tantomeno

con uno come Boe. Dopo la concessione della

libertà condizionale, aveva deciso di imboccare un’altra

strada, quella di un quieto grigiore quotidiano. Come

già accennato, c’è stato qualcuno, potentissimo, ha detto

l’ex vescovo di Nuoro, monsignor Giovanni Melis,

che l’ha tirato dentro. E forse è stata la sua disgrazia. In

che senso? «Nel senso che questo ha scatenato tutto il

resto».

97


Profondamente diversi sotto numerosi punti di vista,

Matteo Boe e Graziano Mesina hanno qualcosa in

comune: coerenza, un poderoso istinto di conservazione

che li aiuta a uscire da situazioni pericolose, capacità

di sopravvivenza in condizioni dove altri cedono più facilmente

al patteggiamento. Eppure l’uno e l’altro cadono

da dilettanti. In Barbagia si dice che il latitante deve

avere paura delle tre effe: fontana, festa, femmina.

Per Boe è fatale l’ultimo caso: la moglie va a trovarlo in

Corsica portandosi dietro, bagaglio al seguito, un reparto

di poliziotti. Che, quando arrivano sul posto, lo

intrappolano, gli trovano addosso un’inutile carta d’identità

(intestata a un inesistente Giulio Manca di Bortigali)

e la prova-bomba della sua partecipazione al rapimento

Kassam, le foto-ricordo scattate davanti alla

grotta nelle campagne di Lula.

Non è meno stupefacente la “caduta” di Mesina, che

pure riesce ad attraversare molte stagioni da latitante e,

prova forse più impegnativa, quasi trent’anni di galera.

Intercettazioni telefoniche disposte dalla procura distrettuale

antimafia portano alla luce il progetto d’un

sequestro su commissione: glielo chiedono due genovesi

un po’ così che vogliono vendicarsi del teleimbonitore

Mendella, colpevole di aver divorato i loro risparmi.

In vista di quello che si annuncia un colpo clamoroso,

da mettere a segno addirittura a Montecarlo, Mesina

chiede ai suoi “clienti” un piccolo rifornimento d’armi.

E quelli vanno a portargliele senza sapere di essere scortati

dai carabinieri.

Più che vivere da ricercato, per Mesina è stato certamente

più rischioso vivere da carcerato «per anni ventinove

e giorni sette», come gli ha ricordato il giudice nel-

98

la sentenza di concessione della libertà condizionale.

All’interno delle prigioni circolano personaggi d’ogni

genere. Per esempio Vittorio Andraus, killer penitenziario

per conto della ’ndrangheta, conosciuto a Badu ’e

Carros. Poi c’è Pasquale Barra “O’ animale”, squartatore

scelto, anche lui conosciuto a Nuoro, specialista della

vivisezione: durante un’ora d’aria ha letteralmente affettato

il gangster Francis Turatello concludendo l’opera

con un morso di disprezzo al palpitante fegato della

vittima. Tra le altre conoscenze importanti ci sono poi

Angelo Epaminonda (detto “il Tebano”), il nappista

Martino Zichitella. L’elenco potrebbe essere infinito.

Quel che ha salvato Mesina è stata forse la sua naturale

ritrosia, anzi la diffidenza a stringere amicizie, a

concedere familiarità. Ha sempre preferito l’isolamento,

anche duro, ai soggiorni di gruppo con delatore

compreso.

Pochi sanno che in carcere ha tenuto un diario. Pagine

e pagine di quaderno a righe che nascondeva nel cestino

della cartastraccia. «L’ho distrutto quando mi sono

accorto che avevo troppi occhi addosso». Stessa decisione

quando la noia gli ha fatto prendere in mano il

pennello. Dipingeva soprattutto nature morte: quando

il direttore della prigione gli ha chiesto un quadro-ricordo,

ha fatto a pezzi le tele. Non voleva si pensasse

che dietro la richiesta del dono, ci fosse una proposta di

protezione o comunque di benevolenza nei suoi confronti.

Lo sostiene la convinzione che quando si tradisce o

ci si vende è «perché uno, così, ci è nato. Quando una

mela non è buona prima o poi fa il verme. Per fare certe

cose devi averci l’indole». Lui, che una certa indole

99


non l’ha avuta, ha tuttavia seguito una sorta di terapia

preventiva, una cura che gli imponeva di mantenere

una certa distanza di sicurezza dagli altri, carcerieri e

carcerati.

Per via dei suoi nove tentativi di evasione oltre che di

condanne senza fine, è stato in quasi tutti i penitenziari

italiani: dall’Asinara (dove c’era un direttore che dormiva

tenendo un fucile accanto al letto) al manicomio criminale

di Montelupo fiorentino, dalle Nuove di Torino

al braccio speciale di Viterbo, dal carcere di massima sicurezza

di Trani a Regina Coeli. Potrebbe scrivere una

rabbrividente guida Michelin delle prigioni italiane.

«Non hanno segreti per me. La peggiore è certamente

quella di Buoncammino a Cagliari. Ma non scherzano

neppure a Volterra, Porto Azzurro. Ho trascorso interi

mesi in celle scavate dieci metri sotto terra, sotto il livello

del mare. Tane dove sui muri cresce l’erba e tu sei costretto

a vivere come un animale. Devi muoverti in continuazione

per non morire di freddo, per evitare che l’umidità

ti trasformi in un invalido. Condizioni di vita impossibili».

Per “anni ventinove e giorni sette” Mesina accetta

che queste siano le sue prigioni e rifiuta qualunque tipo

di collaborazione. Nel marzo del ’90, quando il Tribunale

di Sorveglianza di Torino gli nega la libertà condizionale,

sa bene che il primo requisito per ottenerla è il

cosiddetto “ravvedimento”. Pur sapendo quanto gli

può costare una sparata del genere, dichiara di sentirsi

quello di sempre, non rinnega affatto il passato. Il suo

comportamento, che “evidenzia un graduale e totale ripristino

del rispetto delle regole penitenziarie” è dettato

solo in parte dal bisogno di tornare libero. Ha certa-

100

mente un suo peso l’età che incalza, la stanchezza, il desiderio

di rivedere la madre. Al presidente del Tribunale

che gli chiede incuriosito se ha beni di proprietà, risponde

sicuro: «Non ho niente. Quelli che avevo, me li

hanno sequestrati». Sequestrati, ha detto sequestrati?

Per un attimo gli viene da ridere, avrebbe dovuto adoperare

un altro verbo. Poi torna sulle sue e, a proposito

di ravvedimento, fa presente: «Certo, è chiaro che non

ripeterò gli sbagli che ho commesso. Badi però che se

non mi fossi trovato in certe circostanze, non avrei fatto

quel che ho fatto. I miei sono reati di sopravvivenza».

Come vuole il rito, a quel punto il presidente del Tribunale

domanda qual è il parere del signor procuratore generale.

Il signor procuratore generale si alza lentamente

dalla poltroncina di panno rosso, guarda dritto negli occhi

l’imputato e annuncia: «Contrario. Siamo contrari

alla concessione della libertà condizionale».

E Mesina resta in carcere ancora per un anno, a meditare

sulle parole pronunciate quella mattina nell’aulafrigorifero

del Tribunale di Torino. Forse avrebbe potuto

essere un po’ più disponibile. Certo, non dichiararsi

pentito ma insomma. Lo spiritello del duro a oltranza

gli ha suggerito in aula parole di cui, più tardi, ha forse il

coraggio di pentirsi solo con se stesso. Quando nessuno

lo vede e lo sente, quando nessuno può immaginare che

il balente Mesina sa essere anche un uomo disperato,

aggrappato alla vita. Ma queste sono cose che non si

debbono dire in giro, ne risentirebbe eccessivamente la

figura del detenuto che non vuole compromettersi.

Neanche con una dichiarazione di fede che, dopotutto,

è soltanto una formula di rito; inutile ed effimera, vale

giusto il tempo di recitarla quasi a memoria. «Sì, signor

101


presidente, mi sono ravveduto», equivalente giudiziario

d’un cristiano atto di dolore: …mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati…

Un’assurda educazione gli ha fatto balbettare che

non ha nulla da sconfessare del suo passato. Chi vuole

capire, capisca. Quanto a lui, sa bene quale può essere il

conto da pagare per un’affermazione di questo genere.

Preferisce tornare in carcere, com’è sua abitudine,

soffocato dall’orgoglio. Tre anni più tardi, a libertà finalmente

conquistata, in attesa che il Presidente della

Repubblica gli conceda la grazia, accetta da due sconosciuti

la proposta per un sequestro miliardario. E casca

nella rete della giustizia come una matricola della criminalità,

un esordiente da quattro soldi.

102

IX

La Coop dei sequestri

Prima artigianale poi sempre più industriale; prima

ruspante poi sempre più professionale. Col passare degli

anni, meglio dire dei secoli, il sequestro di persona a

scopo di estorsione affina nella sua terra d’origine, la

Sardegna, una tecnica che non teme raffronti. D’altro

canto se la storia patria non mente, il primo rapimento

di cui si ha notizia risale alla fine del ’400.

Stiamo parlando dunque di qualcosa che arriva da

lontano. E che, come certi prodotti dell’agricoltura biologica,

ha mantenuto l’uso di alcuni ingredienti cambiandone

altri (senza sciocchi rigidismi) per venire incontro

a esigenze nuove. Non c’è solo il problema del riciclaggio

del danaro sporco, un’operazione difficile che

richiede buone conoscenze bancarie e la capacità di

non farsi strangolare da cambisti troppo voraci. Seccatura,

questa, che fino a una ventina di anni fa neppure si

poneva: le banconote, sia pure segnate dagli investigatori,

riuscivano a prendere il volo e risciacquarsi in una

qualunque banchetta della penisola.

Il sistema di comunicazioni di massa ha poi enormemente

migliorato i rapporti tra il portavoce dei banditi e

i familiari dell’ostaggio: le polaroid con una copia di

giornale tenuta bene in vista sono, ad esempio, un siste-

103


ma garantito e sicuro della cosiddetta “prova di vita”.

Bisogna dire, a onor del vero, che i primi a servirsene sono

stati i terroristi delle Brigate Rosse durante il sequestro

di Aldo Moro, presidente della Dc, nel 1978. Chi

non ricorda la foto del “prigioniero politico” che teneva

in mano un quotidiano di Roma? Indifferente e distratto

verso altri fenomeni d’importazione, un certo banditismo

sardo – quello più evoluto – ha fatto tesoro di

questa indicazione e l’ha sfruttata immediatamente.

Il resto, ma non tutto il resto, ha mantenuto la vecchia

ricetta. Giusto per non tradire la cucina locale.

Giuseppe Medici, senatore della Repubblica incaricato,

alla fine degli anni ’60, di stendere una relazione su

quella che sarà poi chiamata società del malessere, si

guarda intorno e coglie alcuni aspetti che non giustificano

ma comunque spiegano in un certo senso nascita e

sviluppo di un fenomeno profondamente sardesco,

molto imitato e mai uguagliato pur essendo uno dei pochissimi

prodotti regionali che ha riscosso (e riscuote)

un robusto successo nel resto d’Italia e all’estero. Aiutandosi

col bastone in un incedere che tradiva l’anima

aristocratica, il senatore scoprì una terra ingrata, secca e

ventosa, arida e sterile. Scrive preoccupato: “In questo

ambiente agropastorale di montagna, vive una popolazione

ferrigna: soltanto gente di ferro può reggere a un

simile ambiente e amare la vita del pastore nomade”.

Davanti agli occhi aveva l’immagine del Supramonte,

il sipario roccioso di Montalbo di fronte a Lula, la

Barbagia e il suo sterminato deserto. Insomma, le condizioni

geo-ambientali per forgiare un popolo duro c’erano

tutte. L’annotazione di Medici è tutt’altro che superficiale,

paesaggistica: in qualche modo cerca di capi-

104

re come possa diffondersi un reato così terribile, un reato

che prevede – volentieri o meno – una ferocia che si

ripete, si proietta giorno dopo giorno in uno stillicidio

che annienta. E che talvolta coinvolge intere comunità.

Cosa può importare a “gente ferrigna” delle sofferenze

di un povero miliardario? Dopotutto, molta di quella

gente fa una vita quotidiana che non è molto diversa da

quella dell’ostaggio. L’alimentazione, pane formaggio e

salsiccia, fa parte della vita di migliaia di contadini e pastori.

Resta da parlare della privazione della libertà, modesta

e temporanea seccatura, che viene ritenuta sopportabile.

Non ci sarà mai nessuno tra Mamoiada e Orune,

tra Nule e Benetutti, che lo dichiarerà apertamente,

ma non è vista – in un certo senso – molto diversa dalla

prigionia del latitante o da quella di un pastore, imbavagliato

dal silenzio, condannato a stare per intere settimane

a non vedere anima viva. Imprigionato senza catene

certo, ma comunque imprigionato in una cella gigantesca,

infinita, senza porta e senza sbarre ma pure senza

via d’uscita.

Ascoltate le discussioni nei bar, il chiacchiericcio per

strada: la custodia dell’ostaggio non è affatto considerata

la parte più orribile del sequestro. Stando al paragone

di prima, non si venga a dire che il pastore se vuole può

andarsene, può lasciare la sua galera. Non è vero, non

può: glielo vieta il senso del dovere e della famiglia, soprattutto

un destino segnato e immutabile. L’alternativa

fin quasi agli inizi degli anni ’70 è stata soltanto una:

emigrazione. Senza scivolare nella retorica, sarebbe interessante

scoprire quali siano i punti di riferimento e il

significato di libertà per centinaia di migliaia di sardi

che si sono rifugiati all’estero o nel nord Italia, inseguiti

105


dalla miseria e dalla disoccupazione. Alcuni sostengono

che gli emigrati siano stati non meno di cinquecentomila

nell’arco di trent’anni, altri riducono questa cifra

(centocinquanta-duecentomila) tenendo conto esclusivamente

del criterio dell’emergenza, cioè del bisogno

ispirato e suggerito dalla fame.

Esistono tre chiavi per aprire la porta dei sequestri e

tentare di coglierne in qualche misura le ragioni profonde.

La prima offre una prospettiva esclusivamente economica:

si ruba e si sequestra per un motivo antico, il

danaro. Col danaro, comunque guadagnato, si diventa

ricchi. Col benessere ci si affranca da mille catene. La

chiave poliziesca chiude qualunque interpretazione con

le norme del codice penale: come dire, il delinquente è

delinquente, inutile girarci attorno. La chiave del sociologo

trova invece un angolino, quello della disuguaglianza

tra classi. Il sequestro, detto in altri termini, non è altro

che un meccanismo di ridistribuzione della ricchezza.

Teoria piuttosto debole, questa: anche ammettendone

la validità, la ricchezza espropriata all’ostaggio finirebbe

nelle tasche di uno sparuto gruppo di persone.

Più consistente la tesi che parla di emulazione, ossia del

desiderio di rubare-sequestrare per essere uguali agli altri,

rivendicando una sorta di diritto assoluto ad avere le

stesse cose, gli stessi beni. Beni piccolo borghesi, ovviamente.

E qui bisognerebbe dire quale sia la responsabilità

dei media, d’una cultura televisiva che ha creato una

propria scala di valori e l’ha venduta come reale, oggettiva.

Il mondo come una telenovela.

Sarebbe noioso sfoderare le citazioni d’obbligo che

garantiscono il vuoto per pieno nelle bibliografie di fine

106

libro, che tentano di dare spessore e autorevolezza a inchieste

di cronaca come questa. Stimolante, anche se

non rientra tra i testi da ricordare obbligatoriamente a

proposito di Sardegna e dintorni, è l’analisi di due docenti

universitari che hanno messo a fuoco i confini del

terreno di gioco: “Il banditismo in Sardegna non è genericamente

rurale né tantomeno contadino. Bandito e

pastore appartengono allo stesso sistema, allo stesso

mondo socio-economico e culturale e, benché esistano

nei complessi rapporti che legano le popolazioni pastorali

al bandito notevoli ombre di ambivalenza e ambiguità,

ciò spiegherebbe la sostanziale integrazione del

bandito nel gruppo pastorale di estrazione, i processi di

identificazione tra pastore e fuorilegge, la possibile idealizzazione

e mitizzazione del bandito e, conseguentemente,

la protezione (definita in termini e secondo

un’ottica esterna al mondo pastorale ‘omertà’) di cui

gode il bandito, condizione indispensabile alla sua esistenza

e sopravvivenza”.

Citazione lunga, questa: ma ha il merito di esprimere

con chiarezza (nonostante il linguaggio per addetti ai lavori)

una realtà che appartiene alla Sardegna come i

suoi monti, i suoi fiumi.

Graziano Mesina è cresciuto in un ambiente chiuso,

dove i “valori” della criminalità resistono al tempo, stentano

a raccogliere novità dall’esterno, ad aprirsi. Salvo

rare eccezioni, le cosiddette regole del gioco sono considerate

eterne e ripetono rituali antichi. Uccidere un

confidente delle forze dell’ordine richiede ad esempio

una piccola operazione chirurgica: il taglio della lingua.

Il moncone qualche volta viene infilato tra le natiche.

Quando si tratta di assassinare un dongiovanni di paese

107


e si vuole, col delitto, indicare pubblicamente il movente

e (in un certo senso) il mandante, è prevista una orribile

variante: il sesso va amputato ed eloquentemente

sistemato in bocca al cadavere.

Anche il sequestro di persona ha le sue regole. Fino

agli anni ’70 – fatti salvi rarissimi casi – donne e bambini

sono stati considerati intoccabili. Quando rapisce nel

’68 l’imprenditore ozierese Nino Petretto, Graziano

Mesina si guarda bene dal portar via anche il figlio dell’ostaggio,

Marcello, che aveva cinque anni. Anzi, chiacchiera

con lui, gli dà i soldi per comprare un biglietto

ferroviario e tornare a casa tranquillamente. Questo

non gli impedisce di acquisire una concezione industriale

del sequestro: tanto è vero che con Petretto, gli

ostaggi a carico della sua banda in quel momento sono

due (l’altro è Giovanni Campus). Sarebbero stati addirittura

tre se la vittima designata, Nanni Terrosu, non

fosse riuscito a fuggire beffando il cosiddetto “re del

Supramonte”.

Su Terrosu bisogna fare una parentesi. Non è escluso

che le voci di una sua fuga siano bugiarde, inventate

d’accordo con banditi che avevano preso un granchio.

Sfiorato un intoccabile. Presidente prima dell’ospedale

di Ozieri e poi della Unità sanitaria locale, Terrosu è un

potentissimo democristiano in grande confidenza con

Francesco Cossiga. Molti lo detestano per questo suo

ruolo di alcalde, dittatore dolce che non discute, ordina;

non suggerisce, impone. Decisamente benestante,

ha un vaccino che lo protegge dalle maldicenze: è indiscutibilmente

onesto. Uno che in linea di massima non

consente ai medici della sua Usl di esercitare libera professione

(ritenuta in un certo senso immorale), che rie-

108

sce a fare dell’ospedale di Ozieri un fiore all’occhiello

della sanità pubblica. Per raggiungere obiettivi che ritiene

importanti, come l’acquisizione di un tomografo

assiale computerizzato (Tac), interpreta a modo suo le

leggi e utilizza a modo suo i contributi del fondo sanitario.

I militanti della sinistra – suoi storici oppositori –

gli rinfacciano violazioni su violazioni. Lui, che ha un

cuore ricucito coi by-pass, nemmeno s’arrabbia. Ama

fare il patriarca, il padre-padrone di una comunità che

gli tributa affetto, amicizia e voti (quando servono). È,

dunque, un uomo troppo importante perché qualcuno –

Mesina compreso – possa pensare di oltraggiarlo sequestrandolo.

Con l’aggravante poi di un temperamento

notoriamente grintoso, incapace di inchinarsi, spaventato,

all’arroganza di un rapimento.

Nonostante ai tempi dell’imboscata avesse passato

cinquant’anni, è considerato alla stregua di un bambino.

E i bambini sono, in qualche modo, sacri. Tali restano,

per Mesina, anche quando nel ’92 torna a occuparsi

di un rapimento, stavolta nella veste di emissario. Durante

uno degli abboccamenti, vede Farouk Kassam con

l’orecchio tagliato e si accorge che la ferita sta andando

in suppurazione. S’infuria, litiga violentemente coi fuorilegge:

su pizzinnu va trattato bene, va rispettato, va

curato. Già è inammissibile che sia stato rapito (tempi

nuovi, incomprensibili per un ex che ha passato la vita

in galera), ma l’attenzione e la cura del suo stato di salute

non possono essere messi in discussione.

Ai nuovi criminali, ai “ragazzi” di una generazione

troppo lontana dalla sua, dedicherà molti mesi dopo

una riflessione che è una decisa e orgogliosa presa di distanza:

«Nessuno dei miei ostaggi si è mai costituito

109


parte civile. Anzi, con qualcuno sono pure diventato

amico». Discorso molto chiaro. Stando al regolamento

(mai scritto, naturalmente), il rapimento di Farouk rappresenta

una doppia violazione: non si tratta soltanto di

un bambino, ma anche di uno straniero. E gli stranieri,

in una terra celebre per la sua ospitalità, non possono e

non debbono correre pericoli di sorta.

Prima e dopo l’era Mesina, la storia del banditismo

sardo elenca tuttavia una serie di trasgressioni. Alla fine

del diciannovesimo secolo vengono rapiti a Gavoi due

commercianti francesi, nel ’25 viene sequestrata una

bimba di Aidomaggiore, nel ’33 viene portata via e uccisa

la figlia del podestà di Bono. Aveva sei anni. Le variabili,

quindi, non mancano. Ma sono talmente poche

da giustificare chi parla di codice d’onore, chi storicizza

– come Antonio Pigliaru – leggi e regolamenti della

criminalità. E non solo della criminalità, poiché le norme

di buona convivenza riguardano anche la vita delle

comunità, i piccoli dissidi, le liti per ragioni di pascolo.

In questo binario viaggia la “civiltà” dei sequestri. In

Sardegna, avverte dottamente la seconda indagine sulla

criminalità svolta dal Consiglio regionale, si tratta di

“aggregazioni temporanee di 15-20 persone (il gruppo

che effettua il sequestro, il gruppo che custodisce l’ostaggio,

i collegamenti per gli approvvigionamenti ai latitanti

custodi dell’ostaggio, i collegamenti con emissari

delle famiglie che trattano)”.

Negli ultimi vent’anni, dal 1974 a oggi, sono state rapite

in Sardegna 89 persone: nel conto rientrano anche

emissari trattenuti provvisoriamente (il tempo necessario

per il disbrigo di certe pratiche, quasi si trattasse di

un ufficio ministeriale) e i pochissimi che si sono libera-

110

ti a poche ore dall’agguato. Quattordici non sono più

tornati a casa. Il sequestro più lungo è del ’78, riguarda

l’imprenditore sassarese Pupo Troffa: otto mesi. A ruota

segue quello dell’ingegnere londinese, Rolf Schild

che fu prelevato da Punta Sardegna nell’estate del ’79

insieme alla moglie Daphne e alla figlia Annabelle: oltre

sette mesi di prigionia. Le curiosità statistiche dicono

che l’Anonima ha mantenuto le sue vittime per quasi

4.500 giorni, poco più di dodici anni. Tenendo conto

dei riscatti ufficiali, ha incassato – stiamo sempre parlando

degli ultimi vent’anni – quasi trentun miliardi,

esentasse. Il costo medio di permanenza per ogni giorno

di prigionia sfiora i sette milioni (sei milioni e ottocentomila,

per la precisione). Visto con l’occhio del chirurgo

che, bisturi in mano, osserva freddamente il campo

operatorio, c’è da chiedersi: ne vale la pena?, economicamente

il sequestro rende?

Per organizzarne uno con un minimo di serietà,

quindi a livello professionale (vale a dire considerando

nei dettagli pro e contro di un fallimento), occorre mobilitare

sul serio da quindici a venti persone. Sugli organici,

prima e seconda indagine sulla criminalità concordano.

Si può quindi agevolmente sostenere che la rivoluzione

tecnologica non ha lambito questo settore né ha

imposto tagli (giusto per adoperare una parola decisamente

sinistra parlando di sequestri). L’immutabilità

del metodo sottolinea la necessità di una “lunga e paziente

preparazione”. Secondo il senatore Medici, l’entrata

in azione prevede certezza su almeno cinque punti:

la vittima deve essere realisticamente in grado di far

fronte a un riscatto; lo studio dei suoi orari e delle sue

abitudini deve ridurre i rischi al minimo; la prima pri-

111


gione deve essere allestita preventivamente assieme alla

scelta degli itinerari da percorrere, i luoghi in cui incontrare

gli emissari. Deve essere infine previsto un eventuale

trasferimento per evitare che l’ostaggio memorizzi

rumori (aerei, treni) e particolari (un certo tipo di vegetazione,

un tetto in lontananza). Nulla deve essere lasciato

al caso. Durante il rapimento dei fratelli torinesi

Giorgio e Marina Casana uno dei carcerieri, per pigrizia,

acquistava a giorni alterni nella stessa bottega quattro

etti di mortadella. Troppi per non destare sospetti.

Per l’economista Antonio Sassu (docente presso l’università

di Cagliari), più che di fronte a un’azienda

(«mancano le strutture organizzate per parlarne in questi

termini»), siamo davanti a una cooperativa che nasce

e muore col rapimento. Senza l’ancoraggio all’ambiente

pastorale, qualunque iniziativa sarebbe destinata al fallimento:

a parte i liberi professionisti raccattati per l’occasione

(il basista, i vivandieri, i riciclatori), serve una

manovalanza sicura, secondini della criminalità assolutamente

bisognosi di danaro fresco. La solidarietà che

consente al latitante di sopravvivere alla macchia non è

fatta solo di parole. C’è un costo da coprire: rifugi notturni,

ospitalità, cibo, vestiti e silenzi hanno un prezzo.

La vita fuori dalla legge costa molto, fortuna che l’industria

dei rapimenti tira e solo raramente ha manifestato

segni di crisi. In ogni caso non rende ricchi. Il professor

Sassu è dell’opinione che comunque valga la pena di

giocare la partita. «Due sono gli aspetti dietro chi fa

queste scelte. Primo: scarsità di danaro liquido da parte

di chi deve fare il sequestro. Pastori, operai del settore

agricolo e industriale, generici senza una specifica professione:

hanno di che vivere ma non riescono mai a

112

mettere insieme somme che permettano di realizzare un

progetto. Il riscatto, sia pure nella misura di qualche milione

di lire, copre questo bisogno. Al secondo punto

c’è il latitante che ha continuamente necessità di danaro:

visto che deve stare nascosto, perché non far fruttare

la situazione?»

L’aspetto singolare è che in Sardegna si possa costituire

una cooperativa tra soci che sono, per vocazione

regionale, profondamente individualisti. Questo spiega

l’arretratezza di tanta economia sarda, l’indifferenza

verso nuove iniziative. Basta pensare alla pastorizia:

movimento di ventimila persone, coinvolge appena cinque

su cento addetti alle attività produttive. Se non tirasse

avanti con sistemi arcaici, se seguisse le indicazioni

e gli stimoli del mercato, sarebbe un formidabile moltiplicatore

di benessere e occupazione.

L’incapacità dei sardi a “fare società” ha sempre tenuto

la pastorizia al palo. Figuriamoci se si può “fare

società” per un rapimento: la convergenza di interessi

tra persone diverse (appartenenti a mondi e a culture

differenti) comincia e finisce col riscatto. D’altra parte,

il basista – spesso un personaggio molto vicino all’ostaggio

– non ha nulla da spartire con i carcerieri o col

commando noleggiato per il colpo.

L’ultimo mito da sfatare è quello della miseria. Area

depressa uguale area violenta: è soltanto un luogo comune.

Ricerche economiche hanno dimostrato esattamente

il contrario. Più la società è ricca, più alto è il tasso

di criminalità; più la società è squilibrata, più numerosi

sono i reati contro il patrimonio pubblico e le sue

fragili truppe. Nella catena del sequestro, il latitante è

l’anello finale. Non gli appartiene l’organizzazione né la

113


egia. Il suo è soltanto un compito di custodia senza potere

decisionale. Fa parte di quelle che gli antropologi

chiamano “culture subalterne”. Diversa è la condizione

di chi ha ideato il sequestro e ne tira i fili.

Nella lunga stagione dei processi alle varie Anonime

sarde, dietro l’industria dei sequestri sono saltati fuori

impiegati e studenti, operai e artigiani, un laureato in

economia e commercio. Risulta un po’ in salita, con

questi requisiti, avvalorare la tesi del bisogno sociale,

del brigantaggio che si fa banditismo in nome dei poveri.

Il cantautore Fabrizio De André – rapito assieme a

sua moglie, Dori Ghezzi, nel ’79 e rilasciato dopo quasi

quattro mesi per 550 milioni – ricorda lunghe discussioni

coi banditi proprio sul tema della povertà come

detonatore della violenza. «Chiedevano il diritto a essere

uguali, ad avere quel di più che cambiava la qualità

della nostra vita». Era una menzogna, nessuno di loro –

come si è scoperto poi al processo davanti al Tribunale

di Tempio – aveva l’acqua alla gola, nessuno di loro navigava

fuori dalla rotta della gente comune.

Meno di sette milioni al giorno da dividere in venti,

al lordo del riciclaggio (che ingoia fino al 30 per cento

del riscatto) non fanno una fortuna. Soprattutto se si

tiene conto di una legislazione che, in questo campo, è

particolarmente dura e severa. Forse ha ragione chi dice

sia più redditizio, e meno penalizzante dal punto di vista

del codice, l’assalto in banca. Nei piccoli centri, le

rapine alle casse di credito agrario offrono poche lire:

ma non sono “segnate”, non richiedono una grande organizzazione

per arraffarle, non prevedono (se va male)

pene eccessivamente pesanti.

Il problema è che un discorso squisitamente econo-

114

mico non ha senso quando si parla di sequestri. Al di là

dei vantaggi e degli svantaggi sotto il profilo dei guadagni

e delle ricadute sul codice penale, continueranno a

esserci finché ci saranno latitanti. Spingendosi più in là,

anni fa qualcuno scatenò una furiosa polemica a Nuoro

sentenziando: «I sequestri ci saranno fino all’ultima pecora».

Messaggio laconico e facile da decifrare: liberiamoci

dalla cultura agropastorale, dai pastori, e dimenticheremo

l’isola dei sequestri.

115


X

Una star del crimine

Raggiante e intontito. Pericolosamente in bilico.

Euforico e confuso. Vischiosamente stretto d’assedio.

Schiacciato da una notorietà che non immaginava.

Come si sente un uomo che torna alla vita dopo

trent’anni di carcere? Graziano Mesina sembra ipnotizzato

quando s’accorge della folla che lo aspetta nei

corridoi del Tribunale di Torino. L’indomani sarà un

uomo qualunque, davvero il cittadino Mesina. In quel

momento però vacilla la sua calma e la sua storia, barcollano

certezze, perfino l’avvocato – Graziella Banda

– fa difficoltà a farsi una ragione di luci così accecanti

nello spettacolo-informazione. Trent’anni sono passati

sulla Sardegna col ritmo lento di sempre: quali segnali

ha raccolto l’ex bandito?, cosa crede di trovare fuori

dalla galera?, che dice di questo pubblico da stadio che

gli fa corona?

Chissà quali meccanismi scattano, quali segrete

energie riemergono dagli abissi di una coscienza assopita,

da un mondo spiato attraverso giornali e tivù, dalle

lettere degli amici e dei parenti. Il resto, per trenta

lunghissimi anni, sono le notizie e le informazioni di radio-carcere,

i pettegolezzi sul Belpaese corrotto, l’agonia

della prima Repubblica. Com’è cambiata l’Italia lo

117


sappiamo. Ma un uomo, come cambia un uomo dopo

una terapia penitenziaria di questa lunghezza?

L’ammaraggio di Graziano è folgorante. D’accordo

col presidente del Tribunale si organizza una veloce conferenza

stampa, i carabinieri trattengono a fatica i giornalisti

che premono sulla porta dell’aula dove si sta discutendo

sulla concessione della libertà condizionale. In

attesa del verdetto, ecco finalmente il bandito, il mitico

re del Supramonte, la primula rossa, il criminale buono,

il vecchio Mesina. Che sorride divertito, ma è come se

fosse ubriaco. Non sa che dire, non si era preparato per

un incontro di questo tipo. Stringe tra le mani un borsello

passato di moda da molte stagioni, sgrana gli occhi

per uno stupore che non riesce a mascherare. Però è

scaltro, rapido a intuire che sta vivendo un attimo importante,

fondamentale. Tra un’ora entrerà in tutte le

case, la sua immagine passerà su televisioni e quotidiani.

Dunque attenzione: Mesina deve salvare Mesina, anche

se ormai è quasi un pensionato, il balente di un tempo

deve assolutamente dimostrare di essere stato impermeabile

alla prigione, deve far capire di essere fatto dei

soliti ingredienti: vento e granito.

La prima trappola scatta all’improvviso. E per un

soffio, soltanto per un soffio, non ci casca. Al termine

della inevitabile raffica di interviste, un giornalista del

Tg1 lo chiude in angolo: «Signor Mesina le dispiace se

le facciamo qualche ripresa con due carabinieri a fianco?».

E lui, vagamente corrucciato: «Beh, non posso

oppormi». Ridacchia amaro, diplomazia. Ma non ne ha

affatto voglia. Quello, intanto, torna alla carica: «Signor

Mesina possiamo chiudere questa chiacchierata con lei

che stringe la mano al carabiniere? Come dire, signor

118

Mesina, amici come prima». Frazione di secondi, un

lampo attraversa lo sguardo di Graziano. Forse fa in

tempo a pensare cosa direbbero a Orgosolo di una scenetta

così, le risatine soffocate che sentirebbe nei bar, i

mormorii per strada. Eppure la proposta, autorevolissima

perché arriva dalla prima rete televisiva nazionale, è

lì. Bisogna rispondere subito. «Coraggio, signor Mesina.

La facciamo questa cosetta di chiusura? I carabinieri

sono d’accordo». È vero. Uno dei due, baffoni all’umberta,

ammicca per quella che potrebbe essere la metafora

sul trionfo della giustizia. Anche i peggiori possono

tornare sulla via del lecito e dell’onesto. «Allora, signor

Mesina

Risposta telegrafica e brutale. Arriva insieme a uno

sguardo che attraversa il giornalista come una lastra radiografica.

«Mi faccia il piacere, mi faccia». Quello, che

non ha capito bene, domanda sorpreso: «No?». Altra

pausa, stavolta con l’aggiunta di un evidente fastidio:

«No».

A qualcuno poteva sembrare una sciocchezza. Per

Mesina, e un certo ambiente che lo aspetta e che lo sta

per mettere sotto esame, non è così. Coi carabinieri, al

massimo, si può dire buongiorno e buonasera. La libertà

condizionale non prevede abbracci e strette di mano

con gli “sbirri”.

Scampato pericolo. Fortuna che Graziano ha fatto in

tempo ad accorgersene, un momento di disattenzione e

si sarebbe giocato anni e anni di onorata carriera carceraria.

È lì, proprio in quell’androne del Tribunale di Torino,

che avverte i pericoli esterni, drizza le antenne, riapre

la valigia della diffidenza che lo ha salvato in molte

119


occasioni. Forse conservare una buona immagine di se

stesso e più difficile da queste parti che dietro le sbarre.

Dunque bisogna pensarci, soprattutto in questi giorni

di febbrile disorientamento, di festa allucinata ed esaltante

per il ritorno del bandito.

Di fronte alla domanda se gli piacerebbe ricominciare

con un altro nome brucia qualunque sospetto: «Sono

Graziano Mesina, resto Graziano Mesina. Non rinnego

il mio passato».

Le parole, in ogni caso, restano parole. Sa bene che a

partire da quell’istante c’è chi l’ha messo in quarantena

e lo sta studiando, un po’ come si fa con gli astronauti al

rientro da missioni spaziali. La Barbagia, una certa Barbagia,

vuol sapere cosa resta delle ceneri di Mesina, cosa

è venuto fuori da quel ragazzo costretto alla prima evasione

che non aveva neppure vent’anni.

C’è qualcosa, nell’aria, che coglie subito: il supermercato

Italia ha bisogno di personaggi e, quel che conta,

non dà nulla gratis. Ha un’anima commerciale: compra

e vende. Allora bisogna darsi una regolata: passaggi

televisivi col contagocce e, naturalmente, a caro prezzo.

Graziano scopre il fascino della ribalta e gongola. Fa sapere

che in carcere gli è capitato di ricevere anche cento

lettere in un solo giorno. A scrivergli sono in netta maggioranza

donne, parecchie innamorate di lui. Quale altro

detenuto può vantare un simile primato? Nei limiti

del possibile, e tenuto conto che si aggrappa disperatamente

all’intuito, essendo semianalfabeta, tenta di evitare

scivoloni. Ma qualcuno, inevitabilmente, gli scappa.

Quando gli chiedono di raccontare l’irruzione della

polizia a Vigevano, dov’era in compagnia di Valeria Fusè,

gli piace fare il James Bond di provincia.

120

– È vero, signor Mesina, che quando i carabinieri

hanno sfondato la porta, lei era in camicia e calzoni?

«No, senza».

Strana caduta di stile, questa, perché il personaggio

– timido e riservato nonostante una forte carica di narcisismo

– non ama entrare nei dettagli delle sue avventure,

non adopera neppure un linguaggio volgare. Certo

che apparire gli piace, tanto più che non gli chiedono

di farlo per la gloria. E lui, che deve costruirsi un piccolo

capitale, vende ricordi e memorie solo per amatori.

Non fa sconti, insomma.

Se deve fare una gentilezza, allora rinuncia volentieri

a qualunque compenso. Qualche volta l’ha fatto. Quando

Maurizio Costanzo l’ha invitato a registrare una

puntata della trasmissione che teneva settimanalmente

in una tivù di Cagliari, Videolina, accetta con entusiasmo.

Sempre che il Tribunale di sorveglianza autorizzi

la trasferta.

Nulla osta. Ed ecco Mesina sbarcare all’aeroporto

di Elmas. In tasca ha un permesso di tre giorni. Mentre

si avvicina a un’auto che dovrà accompagnarlo in albergo,

la fabbrica del mito gli tributa onori. Molte persone

lo salutano con simpatia, altre lo bloccano e gli stringono

la mano. Un divo, l’equivalente di un calciatore al ritorno

da una grande partita. «Ciao Graziano». Poco

più tardi succede anche durante la visita a un giornale

(«L’Unione Sarda»), accoglienza davvero calda. Durante

una chiacchierata coi tipografi scopre tra l’altro il

proprietario di un mulo che aveva rubato durante la fuga

con lo spagnolo Atienza. «Ci è stato utile, quel mulo.

Poi ve l’ho rimandato a casa. Non era un furto, soltanto

un prestito». Risate, ancora strette di mano, molti auto-

121


grafi. Qualcosa del genere, così piena e partecipata, avverrà

molti mesi più tardi quando visiterà il giornale un

ex Capo di Stato, Francesco Cossiga.

In albergo, mentre sta cenando con alcuni amici,

Mesina riceve la visita di due nipoti che gli annunciano

un grande seguito; nella hall ci sono una ventina di ragazzi,

amici loro, che vogliono conoscerlo. Benissimo,

appuntamento al bar dell’albergo per una bicchierata e

presentazioni ufficiali. È evidentissimo, durante quell’incontro,

quale sia la forza e la suggestione di un protagonista

della cronaca. Cronaca nera, sicuro, ma non fa

differenza.

La mattina successiva, negli studi dell’emittente,

l’entusiasmo fa il bis. Maurizio Costanzo, navigatore di

lungo corso del mare dello spettacolo, tradisce un po’ di

emozione nel conoscerlo. E gli mostra subito molta simpatia.

A uno degli ospiti della puntata, un professore

universitario accusato di non far nulla per consentire

l’accesso degli handicappati in facoltà, fa arrivare uno

scherzoso ultimatum di Mesina. Che avverte: «Tra un

mese torno e ci vediamo, professore». Il dialogo, che

pure ha un tono cameratesco, non piace al docente e

men che meno alla città istituzionale. Non si può consentire

a un ex bandito di minacciare un onesto cittadino.

Quello che dà fastidio sono soprattutto gli applausi,

la reazione del pubblico.

Comincia Fateh Kassam: «Non avete capito, non

avete capito nulla. Mesina non è credibile, è un uomo

che ha ucciso. E voi, quando appare in televisione da

Costanzo, lo applaudite. Perché, spiegatemi perché?»

C’è pure l’aggravante della non umiltà, dell’incapacità

di chiedere perdono. Mesina era e resta un omicida per

122

molte persone: il fatto che abbia scontato fino in fondo

la sua pena, che possa avere espiato (come si dice) è questione

formale, sciocchezze della letteratura giuridica.

Ciò che irrita e indigna una sonnolenta minoranza silenziosa

è poi la simpatia suscitata da un ergastolano assassino.

Che piaccia o no, la gente è con lui. Con Raffaella

Carrà e le soap opera, ma anche con lui. Nessuno che si

attardi a domandarsi le ragioni di questo successo: se i

punti di riferimento sono i calciatori e i drammi in diretta

televisiva, la tragedia privata raccontata minuto per

minuto, perché mai non dovrebbe essere un eroe questo

sardo un po’ tarchiato che ha passato un’esistenza in

prigione? Intorno ha l’aura del criminale gentiluomo,

generoso e incapace di fare del male. Non fosse per un

delitto giovanile, correrebbe il rischio di poter fare domanda

d’iscrizione al Rotary.

A meno di un anno dalla libertà riconquistata, il suo

carattere salta fuori da una vicenda minima, una disobbedienza

al regime imposto dal Tribunale di sorveglianza.

Violando le disposizioni della magistratura che

gli vietano di uscire dal circondario di Asti, Mesina viene

fermato in un ristorante a Parma. Con sé ha una valigetta

che contiene dieci milioni in contanti, in una tasca

della giacca i carabinieri trovano una busta con la fotografia

di un pubblico funzionario della regione Emilia

che ha avuto qualche problema con la giustizia. In un

baleno tornano sui giornali i titoli di scatola: Mistero a

Parma. Grazianeddu rischia il carcere. «Dai e dai, il

mio è solo uno sconfinamento di pascolo», dice. «Sono

uscito dal tancato che mi aveva assegnato il giudice Fornace».

In questo frangente le battute non fanno neppure

sorridere: che ci faceva Mesina fuori dalla riserva?

123


Perché quella domenica di settembre, san Pacifico, ha

corso seriamente il rischio di tornare in galera in via definitiva.

«Avevo appuntamento con un mio cugino che abita

là. Sto cercando lavoro». E le foto? «Quali foto?» Mesina

mente su tutta la linea. Neppure una parola si avvicina,

sia pure vagamente, alla verità. Cosa nasconde? L’aspetto

singolare e inquietante è che non sia stato arrestato.

I soldi in valigia erano puliti? «Pulitissimi. Soldi

di un’intervista. L’ho dimostrato, altrimenti sarei uscito

con le manette dalla caserma». Che senso ha tenere dieci

milioni in contanti come bagaglio a mano? «Non mi

fido. La mia casa a Crescentino è una specie di colabrodo.

Circola brutta gente di questi tempi». Meglio far

finta di avere un portafoglio gonfio e portarselo appresso.

Anche se è grande e, in un certo senso, imbarazzante.

Ma coi ladri che ci sono in giro, meglio non fidarsi. E

reggere il colpo di un cugino («cugino in non so che grado»)

che spazza via senza pietà un fragilissimo alibi.

Graziano cercava lavoro da quelle parti? Non gli risulta.

Avevano un appuntamento? Non esattamente. Alle

11 del mattino il suo telefono è squillato, sono Graziano

ti devo parlare. Un’ora dopo era da me.

Solo? No, in compagnia di un amico. Giuseppe Mesina,

titolare della spaghetteria Mariposa, un passo da

piazza Garibaldi e dunque dal Tribunale, dice di non sapere

nulla a eccezione di una specie di carica dei carabinieri.

Mancava qualche minuto alle 14, i clienti, una

ventina, l’occhio felicemente spento di chi è arrivato alla

frutta dopo un buon pranzo, quando appaiono tre signori

in divisa e, subito dopo, una decina in borghese.

Grosso modo, un carabiniere ogni due avventori. «Il

124

mio locale è frequentato da gente rispettabile, mi ha dato

molto fastidio quel che è accaduto». E che è accaduto?

Nulla di grave. Salvo che tutti, nessuno escluso, sono

accuratamente perquisiti. Minuti di tensione, tavolo

per tavolo, vengono fatte aprire borse, controllati portafogli

e documenti. Che c’entrano gli altri clienti col solito

sardo del tavolo in fondo? Niente, ma non si sa mai.

Con Mesina, che viene signorilmente portato via, la

cautela non è mai troppa.

Mercoledì 14 ottobre 1992, l’imputato ha scarne dichiarazioni

da fare. Esordisce dicendo che la sua vita è

una galera; una galera soltanto un po’ più grande di

quelle che era abituato a frequentare. Non l’aveva messo

in conto, ma le misure restrittive della sorveglianza

speciale sono intollerabili: divieto di uscire da casa prima

delle sei del mattino, rientro non più tardi delle 23 e

ogni giorno firma in caserma o in questura. «D’accordo

non dovevo andare a Parma, ma non ho fatto nulla di

male. Non posso continuare a vivere come se fossi ancora

in carcere. Perciò non fuggo, sto al mio posto.

Non credo che per una sciocchezza come questa possano

decidere di sbattermi nuovamente dentro». Mesina

finge di non capire che, a parte il fastidio delle sue prigioni,

il Tribunale vuole sapere altro: perché aveva

quelle foto? La vicenda dei dieci milioni viene nel frattempo

chiarita. «Danaro che apparteneva legittimamente

all’imputato».

Si tratta, ed è il primo caso in Italia, di revocare la

condizionale a un detenuto condannato all’ergastolo.

Per un perverso segno del destino, rientrando in carcere

Mesina non ha più la possibilità di uscirne, visto che

ha una condanna a vita. Al di là della sorte di un uomo, è

125


in discussione anche un principio giuridico contraddittorio:

un ergastolano non può, di fatto, ottenere i benefici

della legge che prevede scarcerazioni per buona

condotta. Per certi versi, a complicare le cose arriva anche

una puntualizzazione della magistratura di Parma

che fa sapere: primo, Mesina non è indagato; secondo, il

suo ruolo, di testimone, può considerarsi esaurito. In altre

parole, nulla da contestare.

Il mistero è tutto legato alle foto. Il presidente del

Tribunale, Pietro Fornace, decide di prendere tempo e

solleva un’eccezione di costituzionalità. La proposta,

cara al procuratore generale, di revocare la libertà condizionale

non gli piace. «Decideremo indipendentemente

dal risultato dell’inchiesta di Parma. Comunque

vadano le cose, disporremo prescrizioni più severe;

provvedimenti che si adattino alla personalità di Mesina,

un uomo che ritiene di essere ancora vitale, che non

vuole fare il pensionato». Il colpo di scena finale salva

tutto e tutti quando le cose sembrano mettersi male.

Mesina però tiene la bocca cucita, su quelle foto non dice

una parola. Fino a quando non si presenta spontaneamente

a deporre un suo vecchio compagno di carcere.

E confessa d’essere stato lui a consegnare quelle foto

a Graziano. Ritraggono un funzionario pubblico all’uscita

di un night insieme a qualcuno. Mesina ha soltanto

il compito di consegnarle, fare il postino per quello che

assomiglia a un avvertimento, una minaccia, un ricatto.

Ricatto che lo vede, come viene accertato, spettatore,

assolutamente fuori gioco.

Anziché tenere tutti col fiato sospeso, non poteva dire

la verità subito? Risponde mostrando il lato imperscrutabile

del suo carattere: «Non ho mai fatto la spia,

126

non inizierò adesso». Se l’ex compagno di cella non si

fosse fatto vivo, avrebbe pagato in silenzio. «Quando

un amico ti chiede un favore, non devi stare a chiedere,

a domandare. Un favore lo fai o non lo fai. A me è stato

chiesto di consegnare quelle foto, niente di più».

È un suo principio da sempre. Non ha voluto venir

meno all’impegno neppure considerando molto probabile

l’ipotesi di un rientro in carcere. La piccola disavventura

di Parma – che si concluderà alla fine con un irrigidimento

delle già severe misure restrittive per quanto

riguarda movimento e orari – conferma una verità

che Mesina ha ripetuto ossessivamente: «Non sono

cambiato». Un messaggio che, più che a se stesso (visto

che si conosce bene), sembra indirizzato ad altri. Rispetto

al tumultuoso passato di evasioni, sequestri e

conflitti a fuoco, non è cambiato neppure l’elemento

della spettacolarità. Graziano vuole una platea, ha bisogno

di ostentare impunibilità e sicurezza come un

balente di paese alle prese con un furto di bestiame.

C’è soprattutto vanità (e una buona dose di presunzione)

quando decide durante il sequestro Kassam di

utilizzare tre anelli molto, molto particolari in vista degli

incontri coi fuorilegge. Li acquista ad Asti in una

gioielleria dove, secondo la magistratura cagliaritana,

ha investito una parte dei suoi risparmi, i proventi di interviste

e ricordi a puntate. Oro giallo, molto vistoso, il

primo anello è un ramarro con gli occhi di rubino; il secondo

un serpente, il terzo una pantera. Mesina se ne

serve per marchiare i fuorilegge incontrati negli abboccamenti.

Poiché deve discutere con banditi incappucciati

e comunque irriconoscibili, vuole la certezza di

parlare sempre alla stessa persona. Così al primo ap-

127


puntamento arriva con l’anello-sigillo: permette un timbrino

sul polso? Pare che, superato l’attimo di sorpresa,

i rapitori non abbiano avuto nulla in contrario. Se tanto

bastava per dare sicurezza all’emissario di famiglia, perché

non accontentarlo?

Chissà da quale film, da quale magazzino dell’avventura

è stata pescata l’idea degli anelli. Certo è che a Mesina,

alle prese con una vicenda delicatissima che potrebbe

fargli avere la grazia o spedirlo al cimitero, piace

da impazzire. Quei tre anelli avrebbe voluto farli vedere

all’agente del Sid che molti anni prima l’aveva fatto crepare

d’invidia: «La vedi questa penna? È una pistola».

Nel reparto giocattoli d’una fantasia che non ha memoria

dell’infanzia (perché infanzia non ne ha, in realtà,

mai avuto), gli anelli sono un innocente capriccio. Chi li

porta ha l’impressione d’essere il protagonista di una

grande cavalcata, piena di trabocchetti e di perfidie. A

guardar bene, c’è forse anche un delirio di onnipotenza.

La libertà, riacquistata dopo tanto tempo, lo scaraventa

sulla ribalta di una storia che tiene il Paese col fiato sospeso.

Non è bellissimo tutto questo? È la favola di un

ex bandito che si trasforma in principe per salvare un

bimbo rapito.

128

XI

La notte delle menzogne

La notte delle menzogne comincia presto quel 10

luglio. Comincia prima che il sole cali e sui monti intorno

al Cedrino s’affaccino circa trecento uomini, tute

mimetiche, infrarossi, messaggi telefonici in codice.

Un’operazione gigantesca. E attorno migliaia di soldati

impegnati nell’operazione Fortza Paris. Il conto alla

rovescia per liberare Farouk Kassam inizia di primissimo

pomeriggio, quando il sostituto procuratore Mauro

Mura atterra a Nuoro con un elicottero dei carabinieri.

Aria incandescente, il lato peggiore della lunga estate

sarda. Dov’è Graziano Mesina in quelle ore? «Se ha

giocato un ruolo in questa vicenda, è un ruolo di disturbo»,

spara il capo della polizia Parisi. Ma è la logica del

dopo, quella che fa pensare a milioni d’italiani che un ex

bandito abbia beffato tutti, da solo. È stato lui a liberare

Farouk oppure è attendibile la versione ufficiale?

Quella mattina a Olbia accade qualcosa che imprime

una svolta decisiva alle indagini sul sequestro di un

bambino. «Li abbiamo individuati, ma non abbiamo

voluto prenderli per non mettere a repentaglio la vita

dell’ostaggio». Nell’insistenza del capo della polizia c’è

un filo scoperto. Davvero Farouk non era libero dalle

129


23?, davvero è stato trovato in aperta campagna dalle

forze dell’ordine?

La verità su quella notte forse non si saprà mai. Ricostruirla

serve tuttavia a capire come si sono mossi i protagonisti

di questa storia, dove hanno cercato di bluffare,

in che modo hanno tentato di darsi scacco matto.

Messo alle corde da una notorietà che cominciava a

diventare ingombrante, lo Stato aveva bisogno di liquidare

Mesina e riprendere le redini del gioco. Dall’altro

fronte, Mesina aveva bisogno invece di portare personalmente

a termine l’operazione. Era qualcosa che valeva

la grazia. E forse di più, visto che in quei giorni si raccontava

una strana leggenda. Voci di piazza dicevano

che poiché il figlio dell’Aga Khan era invalido, inchiodato

su una sedia a rotelle, non sarebbe potuto diventare

il pontefice degli ismaeliti. Quindi, al momento del

ritorno alla terra di Sua Altezza Karim, ci sarebbe stato

un problema di successione. Farouk, per via di una parentela

molto lontana e mai chiarita fino in fondo, veniva

indicato come il possibile futuro Aga Khan. Riportarlo

a casa significava, di conseguenza, compiere una

missione di grande rilevanza politico-religiosa.

Non si sa se Mesina abbia creduto a questa storia. A

ridosso del 10 luglio aveva altro da pensare. Aveva soprattutto

paura. «Paura che finisse in un bagno di sangue».

Aveva appreso che stavano per entrare in azione

le teste di cuoio, reparti speciali. Questo significava

guerra. E lui ne conosceva bene il significato. Una sera

di giugno del ’67 aveva ingaggiato uno spaventoso conflitto

a fuoco nella vallata di Sorasi. Stava tornando al

suo rifugio dopo un incontro con l’emissario di un

ostaggio, quando si è accorto di essere circondato. Bi-

130

lancio d’orrore: tre morti, due agenti (che si erano colpiti

a vicenda) e il giovane amico di Graziano, lo spagnolo

Miguel Atienza. Mesina ha poi riferito di aver

sparato circa 900 dei colpi che aveva a disposizione,

lanciato almeno venti delle trenta bombe che aveva con

sé, l’arsenale di un latitante.

Molti anni dopo, quel giovedì di luglio del ’92, Graziano

è sicuramente tornato con la mente a Sorasi. Ha

rivisto Atienza alzarsi all’improvviso da un cespuglio e

cadere a terra, colpito a un fianco. Aveva appena fatto in

tempo a gridare «ci arrendiamo». Pochi minuti più tardi,

quando la morsa dei “baschi blu” stava facendosi

sempre più stringente, ci aveva riprovato: «Non sparate,

ci arrendiamo». A venti metri di distanza, protetti

dai macchioni di lentischio c’erano ragazzi più spaventati

dei banditi, ragazzi piombati in uno scontro che

avrebbe inevitabilmente lasciato qualcuno sul terreno.

«Venite a prenderci», urlava Graziano mentre Miguel,

ferito a morte, implorava: «Non uccidere, promettimi

che non li ucciderai». Aveva pensato in tutt’altro modo

alla sua avventura d’evaso assieme al più famoso bandito

sardo, una miscela di romanticismo e di paura. Per

questo si era sollevato a fatica una seconda volta facendosi

raggiungere da una raffica di mitra alla schiena.

Ripensando a quello scontro furioso e sanguinario,

Mesina rammenta di aver sentito piangere. C’era qualcuno

che non aveva resistito all’emozione e intanto che

stava appostato, piangeva. Forse era un tentativo di allontanare

la paura, spingere lontano da quelle campagne

un terrore fatto di pallottole che fischiavano tagliando

l’aria. Come nei film. Nel processo che è seguito

al conflitto a fuoco, Mesina è stato assolto dall’accusa di

131


aver ucciso i due agenti. Ma questo non è bastato a cancellare

l’ombra terribile di quella sera. Ecco perché, a

distanza di tanti anni, ha fatto il possibile per aggirare e

sventare il blitz che avrebbe dovuto portare alla cattura

dei rapitori di Farouk.

Caldo, caldo infernale e un’umidità che incolla i vestiti

alla pelle. C’erano trentasette gradi all’ombra quel

10 luglio del ’92. Pino Scaccia, inviato del Tg1 è a Orgosolo

da due giorni. Vuole incontrare Mesina e si fa accompagnare

da un fotografo di Olbia che lo conosce

molto bene. Insieme fanno una passeggiata lungo Corso

Repubblica, parlano del sequestro, della possibilità

che nelle ore successive l’ostaggio torni a casa. È a questo

punto che Graziano ha un’intuizione che viene da

lontano, dalla frequentazione carceraria con esponenti

del terrorismo politico. Sorprendendo il suo interlocutore,

chiede: «Ce l’hai un telefonino? Dammi il numero.

Ti chiamo appena il bambino è libero, così tu puoi dare

la notizia in televisione».

Quella informazione è arrivata alle 23,05. Pochi minuti

dopo, la prima rete televisiva ha interrotto le trasmissioni:

“Farouk Kassam, il bimbo sequestrato circa

sei mesi fa a Porto Cervo, è stato liberato”. Trillano i telefoni

del ministero dell’Interno, esplode la rabbia di

Stato: “Non è vero, Farouk non è affatto libero”. A chi

credere? Rintracciato a Orgosolo, Mesina gioca al rilancio

della sua immagine: «Vedete un po’ voi a chi credere.

Io vi dico che il bambino è sano e salvo, una persona

di mia fiducia l’ha consegnato a un rappresentante della

famiglia Kassam».

La confusione, in quei minuti, è grande. Non bisogna

sorprendersene. Nei giorni immediatamente prece-

132

denti il rilascio c’è tra l’altro a Orgosolo troppa gente,

soprattutto troppa strana gente. Compreso un milanese

che si presenta da Mesina come fratello di un colonnello

dei carabinieri. «Voglio andare al Supramonte, lei deve

dirmi con chi e con che cosa». Facilissimo: «Sul Supramonte

vada da solo. Sta là, lo vede? Piuttosto, si ricordi

di portarsi dietro un chilo di sale grosso. Casomai dovesse

perdersi, ha i chicchi per segnare la strada». Dove

finisce l’incursione di personaggi folcloristici e comincia

quella dei servizi di sicurezza?, dove finisce la passerella

dei megalomani e comincia quella del Sisde? Tra

l’altro, Mesina non vuole confessarlo neppure a se stesso,

ma è infuriato: si sente tradito dal padre dell’ostaggio

(che ha imboccato una trattativa parallela), sa che

mai e poi mai potrà sedersi al tavolo della vittoria. «Ve

l’immaginate una conferenza stampa con me, Parisi,

Mura e Farouk?». Impossibile, sa bene che le forze dell’ordine

non possono stringere alleanze con uno come

lui. Anzi, stanno tentando di metterlo ai margini della

vicenda per evitare che passi come un salvatore della

patria.

Bisogna tenere presente questi particolari per capire

l’intreccio degli avvenimenti nel giorno più lungo del

rapimento. La verità di Graziano Mesina, così come avviene

nella polemica sul pagamento del riscatto, è molto

lontana da quella ufficiale. Dice di aver saputo che polizia

e carabinieri si apprestavano a catturare la banda.

L’avevano individuata, accerchiata e, pian piano, avanzavano

verso la prigione di Farouk. In un primo momento

l’offensiva era prevista per lunedì, poi era stata

rinviata per ragioni sconosciute. Probabilmente si stava

studiando il modo di ridurre i rischi al minimo, cattura-

133


e i banditi senza perdite e, soprattutto, fare in modo

che il bambino ne uscisse vivo.

Che fare, allora? Attraverso una persona di fiducia,

Mesina dà appuntamento ai fuorilegge. Si tratta dell’ultimo

incontro perché, a suo dire, il riscatto è già stato

pagato. Concorda la liberazione del piccolo e, quel che

più conta, il nome della persona alla quale deve essere

consegnato. Dettaglio finale è la definizione di un piano

per depistare le forze dell’ordine attirandone l’attenzione

su un versante opposto a quello del rilascio. Chi, se

non Mesina personalmente, può fare da esca? Il suo racconto

va avanti senza pause: «Erano convinti che, pedinando

me, sarebbero arrivati al bambino». Per questo

Graziano esce tardi quella sera e si avvia a passo sicuro

verso la campagna attraversando, dice lui, uno schieramento

militare impressionante. «C’era un uomo dietro

ogni cespuglio, bisognava fare attenzione a non sfiorarli».

Marcato a distanza di centimetri, s’intrufola nella

boscaglia lasciando credere che di li a poco apparirà

qualcuno della banda. A qualche chilometro di distanza,

intanto, Farouk viene liberato. Mesina, che ha programmato

i tempi con precisione, a quel punto rientra a

casa e chiama, come promesso, Pino Scaccia. «Il bambino

è libero, puoi darne notizia in tivù». Per rafforzare la

versione, rivela anche di aver telefonato subito dopo a

Marion Kassam: «Signora, Farouk sta tornando a casa,

è contenta?»

Il confine tra verità e bugie si fa sottile. E partendo

proprio da quest’ultima telefonata, si tenta di demolire

la versione Mesina. «Quella chiamata effettivamente c’è

stata, ma soltanto la mattina dopo, quando il bambino

dormiva già da molte ore nel suo letto».

134

Ma “mattina dopo” cosa significa? A che ora squilla

il telefono nella villa di Pantogia? Mentre i giornali sollevano

un polverone senza precedenti, mentre Montanelli

dice ai suoi lettori “ne sono sicuro, l’ha liberato

Mesina”, parte la controffensiva della magistratura. Il

primo rimprovero riguarda “la stampa che non crede

alle istituzioni”.

Al di là del fatto che gli anni bui delle veline sono fortunatamente

alle nostre spalle, non si tratta di mancare

di rispetto alle istituzioni, al lavoro di magistratura, polizia

e carabinieri. Si tratta più semplicemente, di rivendicare

il diritto alla verità, insomma a penetrare in quei

risvolti che “non saprete mai”, per dirla con le parole di

Fateh Kassam.

Il procuratore della Repubblica, Franco Melis, riconosce

a Mesina qualche merito. «Non credo che avrebbe

tagliato l’orecchio a Farouk. È lontano anni luce dalla

nuova criminalità». Cioè da una ferocia condannata

senza appello dal galateo del banditismo. Aggiunge di

non aver avuto alcun incontro con l’ex ergastolano che,

nelle interviste, adopera frasi ambigue, strani ammiccamenti.

«Ribadisco con la massima determinazione che il

Mesina non ha avuto contatti di alcun genere con questa

procura e con le forze dell’ordine. Non posso escludere

che egli possa essersi attivato per ottenere informazioni

o altro. Se lo ha fatto, è stato sollecitato da terzi».

In un italiano meno ufficiale e più terra terra, il procuratore

ha detto che le forze dell’ordine si sono guardate

bene dall’avere qualunque tipo di collaborazione con

Mesina. Che, se qualche informazione ha raccolto, è

perché gliel’ha chiesta il padre del bambino e non certo

la magistratura. La polemica è dura, talmente dura che

135


si profila perfino uno scontro tra la Procura di Cagliari e

il giudice Fornace di Torino che nel frattempo ha allentato

le misure restrittive alla libertà vigilata di Mesina finendo

addirittura per ringraziarlo a cose fatte.

Detto questo, il procuratore Melis propone minuto

per minuto l’altra ricostruzione dei fatti, quella dello

Stato, delle istituzioni snobbate dalla stampa. Per cominciare,

la magistratura non è andata dietro Mesina

per scoprire dove stavano i banditi. I rapitori di Farouk

erano stati grosso modo individuati già da qualche giorno

e si stava progettando di farli finire nella rete. Come?

Con un attacco di reparti speciali, rischi minimi e altissima

probabilità di successo. Poi si decide per una sorta

di stato d’assedio che costringa la banda ad arrendersi.

Alle 0.45 dell’11 luglio – il nuovo giorno è cominciato

da tre quarti d’ora – mentre l’accerchiamento continua,

una pattuglia trova Farouk. È solo, non è bendato né incappucciato.

In quel momento e soltanto in quel momento,

l’ostaggio può considerarsi libero. E di Mesina,

che dire? «Sta barando. È un venditore di gazzosa. Si

mette le penne del pavone. Che l’altra sera ci fosse movimento

lo avevano capito tutti. Dunque Mesina, che

sapeva della liberazione imminente del bambino, ha

giocato d’anticipo». In pratica, avrebbe dato una notizia

verosimile che sarebbe diventata vera solo cento minuti

più tardi. Perché l’abbia fatto, è fin troppo evidente:

riscattare una vita da bandito, conquistare la grazia e

la benevolenza degli italiani.

Tenuto conto della scaltrezza del personaggio, la

tesi del procuratore della Repubblica non appare assurda.

Se fosse vera, però, le cosiddette istituzioni

avrebbero ben poco da esultare. Saremmo di fronte a

136

una beffa. Mesina, che non ha fatto assolutamente

nulla per ottenere il rilascio di Farouk, è riuscito ad attribuirsi

i meriti delle forze dell’ordine utilizzando la

prima rete televisiva nazionale e il nuovo totem degli

anni ’90, il telefonino cellulare. Sapendo che non

avrebbe mai potuto sedersi al fianco delle autorità per

la conferenza stampa post-liberazione, ha pensato di

farne lui, una brevissima, addirittura fulminante, dai

microfoni del Tg1 attraverso un improvvisato e ignaro

portavoce, Pino Scaccia. Se questo non fosse vero,

meglio archiviare la notte delle menzogne. In caso

contrario, bisognerebbe riconoscere a Mesina una geniale

creatività criminale.

Comunque non tutto torna, troppe circostanze appaiono

sfuggenti e la verità parallela, quella dello Stato,

in qualche passo tentenna acrobaticamente. Le contraddizioni

sono parecchie ed evidenti. Vincenzo Parisi,

il capo della polizia, assicura che la banda era stata individuata

e che i fuorilegge non erano stati bloccati «per

non mettere a repentaglio la vita del bambino». Il giorno

dopo il rilascio dell’ostaggio, quando gli domandavano

se è vero che si stava sul serio addosso ai banditi, il

procuratore della Repubblica risponde: «Forse c’è stato

un rastrellamento, ma non ci è stato detto nulla». Ma

come, la prigione viene individuata e nessuno lo comunica

ai titolari della indagine? Melis lascia pensare a una

vaga sensazione di disagio quando ammette: «Avremmo

dovuto saperlo». Non foss’altro perché dei rapitori

si sono perse le tracce.

Se è vero che era in corso un accerchiamento, organizzato

e messo a punto con qualche giorno d’anticipo,

come mai non s’è vista neanche l’ombra di un bandito?,

137


come mai non si è riusciti a catturare nessuno? Non sono

interrogativi provocatori, non è in discussione l’onestà

intellettuale del procuratore della Repubblica e tantomeno

il rigore professionale di Mauro Mura, il sostituto

antimafia che ha seguito dall’inizio alla fine la storia

di questo rapimento. Le domande nascono spontanee

ascoltando la stessa ricostruzione ufficiale e ripropongono,

insieme ad alcune perplessità, il dubbio che attorno

a Farouk abbia circolato troppa gente, troppa

strana gente.

Fateh Kassam racconta nel suo libro di aver appreso

della liberazione del figlio dal capo della Mobile di Sassari,

Antonello Pagliei, alle 0,45. Era a bordo della sua

Alfa a circa 150 chilometri da Porto Cervo quando

squilla il solito telefonino. «Farouk è con me sta bene. È

affamato, sembra che non mangi da giorni. Ora sta divorando

un panino, una mela e una cocacola». Anche

secondo il padre del bimbo, l’ostaggio è dunque libero

soltanto quando manca un quarto all’una dell’11 luglio.

Così gli comunicano, così riferisce.

È possibile che fosse al corrente d’una trattativa

parallela e, quindi, della possibilità di un rilascio in luoghi

e orari diversi da quelli ufficiali? È un altro mistero.

Davanti all’ipotesi che Fateh possa aver giocato su due

tavoli, il procuratore Melis dichiara che non ci crede.

Ma non se la sente neppure di escluderlo.

Impossibile inoltre ignorare gli aspetti, tutt’altro che

secondari, che il caso Farouk fa scoppiare nella trincea

istituzionale. Nella notte delle menzogne, delle conferme

e delle smentite a distanza di un minuto una dall’altra,

pochi hanno capito quale sia la rotta giusta. Certo è

che Graziano Mesina approfitta della confusione per

138

affondare i suoi colpi, per sbeffeggiare uomini e cose.

«Il bambino l’ho salvato io», ripete con un sorriso fino

alle orecchie.

Casomai ce ne fosse bisogno, questa incredibile girandola

all’italiana trascina in pista e fa ballare nuove,

inquietanti comparse: si sente parlare di loro quando si

affacciano i dubbi sul riscatto. Ma questo è un altro capitolo,

un’altra sequenza. Serve a gettare fumo sul fumo,

a intorbidire ancor più le acque. Gli elementi certi,

sicuri, sono talmente pochi da lasciare il varco aperto a

qualunque soluzione. Che arriverà, se arriverà, in un

giorno impreciso di un anno da decidere.

Comunque vadano a finire le cose, resta un’amarezza

di fondo. Graziano Mesina deve essere considerato

credibile fino a prova contraria. Dopo “anni ventinove

e giorni sette” di reclusione ha il diritto di essere considerato

un cittadino uguale agli altri. Se ha mentito, deve

essere condannato, rispedito in quelle galere dove ha

trascorso gran parte della sua vita. La replica alle sue affermazioni

non può essere quella squallida tiritera che,

anziché rispondere fatto su fatto, colpo su colpo, rivanga

un passato penitenziario che in questo contesto non

ha alcun senso. Pretendere una sorta di certificato di

inattendibilità soltanto perché Mesina è stato un detenuto

(e, tra l’altro, un detenuto modello) diventa estremamente

scorretto, non serve a raggiungere la verità, a

esorcizzare gli spettri che affollano questo caso.

A nessuno può essere chiesto un certificato di credibilità.

Neanche a chi, come Fateh Kassam, “rapisce”

suo figlio subito dopo il rilascio per sottrarlo, dice, all’assalto

macinatutto dei giornalisti. Salvo poi, pochissimi

giorni dopo, concederlo in esclusiva ai settimanali e

139


alle televisioni di Silvio Berlusconi. «È qualcosa a cui ho

pensato dopo, soltanto dopo», si giustifica. Anche se diventa

francamente molto difficile, è giusto credergli:

non esiste prova contraria, non c’è la certezza che abbia

venduto l’esclusiva sulla liberazione di Farouk in uno

“scellerato” patto commerciale.

Bisogna stare ai fatti. E i fatti dicono che la notte del

10 luglio, a ore 23,05, Graziano Mesina ha passato la

palla alla tivù. È un po’ come se avesse scelto di apparire

a reti unificate, come se avesse dimostrato che aveva

la possibilità di prendersi la televisione pubblica. Proprio

come un presidente, come un potente della terra.

Molti però questo lo hanno capito soltanto troppi giorni

dopo.

140

XII

Armi ad Asti

Graziano Mesina viene arrestato la mattina del 29 luglio

’93 ad Asti. Armi. «Mi hanno incastrato, dovevano

farmi pagare la liberazione di Farouk Kassam», dice. Il

pubblico ministero replica stizzito mentre chiede una

condanna esemplare: «Per un bandito del suo calibro

una pena bassa sarebbe quasi un affronto». Ma quello

che gli preme sottolineare è ben altro, smontare la tesi

dell’imputato, zittire le voci che parlano di trappola.

«Non c’è stato complotto da parte di nessuno, tanto

meno dei servizi segreti. Mesina è un delinquente abituale,

seguendo la sua vocazione si è tradito».

Il 10 ottobre del ’94 arriva la sentenza pesantissima:

otto anni e mezzo di reclusione per “introduzione e detenzione

illegale di armi da guerra”. I suoi complici, due

genovesi molto speciali, se la cavano con pene al di sotto

dei due anni, dunque al riparo dalla condizionale. L’avvocato

Pier Navino Passeri, nominato difensore d’ufficio,

accusa: «Intorno al mio cliente si respira un’aria carica

di veleni, da quando sbugiardò le autorità dello Stato

e liberò il piccolo Farouk». Riappare, insomma, un

vecchio scheletro che tormenterà l’intero processo con

la sua presenza ingombrante e carica di misteri. Mesina,

che ha abbandonato l’aula dopo alcune udienze, sem-

141


a essersi definitivamente arreso. Ai carabinieri che lo

accompagnano al cellulare durante una pausa del dibattimento,

confida sconsolato: «Non vengo più, ormai è

inutile. Hanno fatto tutto loro, completino pure l’opera,

io non ci posso fare più nulla».

Parte da lontano questa storia. Ha una premessa che

va fatta per capire una delle chiavi interpretative. Ne

parla il sostituto procuratore Francesco Saluzzo, pubblico

ministero al processo di Asti. «Una vendetta da

parte dello Stato? Mesina mi disse che l’ex capo della

polizia Parisi, il giudice Mura e addirittura il ministro

degli Interni, Nicola Mancino, avevano giurato di fargliela

pagare. Troppi protagonisti sulla scena perché la

cosa possa sembrare credibile».

Non resta che rimettersi ai fatti.

Rientrato nel soggiorno obbligato sulla scia delle

polemiche legate al sequestro Kassam, Mesina rilascia

un’intervista a un giornale di Asti: «Non mi stupirei se

mi rischiaffassero dentro». Questa sgradevole sensazione

lo perseguita, ne parla in ogni occasione, dovunque

gli capiti di vedere gente. Si sta precostituendo un

alibi? Certo è che adesso è tornato a una vita meno movimentata

anche se stretta in angolo da rigorose misure

di vigilanza. Trascorre parecchie ore nella casa di San

Marzanotto, neanche cinque chilometri dalla città, dove

fa il magazziniere per conto di Michele Quai, l’impresario

edile di Fonni che, offrendogli un lavoro, l’ha

fatto uscire in libertà condizionale. Un’occupazione vera

e propria Mesina non ce l’ha, deve giusto badare (ma

neanche tanto) agli attrezzi sistemati in garage e, quando

ne ha voglia, coltivare pomodori e melanzane nel

minuscolo orticello che si affaccia sulla strada provin-

142

ciale. Sebbene nessuno possa sostenerlo ufficialmente,

è evidente che l’offerta di Quai sia un segno di solidarietà,

una mano tesa verso un amico che stava da troppi

anni in carcere.

Mesina, che ha l’obbligo di rientrare entro una certa

ora, ha un buon rapporto coi carabinieri del posto. La

pattuglia incaricata di verificarne la presenza a casa, gli

telefona con una mezz’ora d’anticipo. «Graziano, tra

un po’ passiamo». Mesina li aspetta al balcone o sulla

porta, qualche volta scambia una parola per combattere

noia e solitudine, offre un bicchierino della bottiglia di

Vecchia Romagna che tiene su un pensile della cucinotta.

Non c’è moltissimo da fare, salvo osservare il passaggio

veloce delle automobili o ascoltare il ronzìo permanente

di zanzare giganti, più fastidiose e aggressive delle

loro consorelle sarde.

Di solito la mattina Graziano arriva ad Asti di buon’ora.

Bussa all’appartamento di via Guttuari, proprio

di fronte alla stazione ferroviaria, dove Michele Quai

abita con la sua compagna Stella Bianco, il figlio Claudio

e Annie, un vecchio e aristocratico levriero afgano

nero. Porta la biancheria da lavare e aspetta il pranzo

leggendo i giornali. Di pomeriggio, pennichella e poi rientro

a San Marzanotto.

I rapporti col padrone di casa sono eccellenti. Michele

Quai, che ha passato i sessanta, è un sardo da manuale,

bronzetto nuragico: carnagione scura, guance incavate

e capelli ebano, il tutto concentrato in un’altezza

che forse non va oltre il metro e sessanta. Emigrato della

prima generazione, è arrivato ad Asti nel ’62, muratore.

Mattone su mattone, fatica su fatica, è riuscito con gli

anni a metter su un’impresina edile che, nei momenti

143


d’oro, ha avuto quattordici dipendenti. Poi l’onda lunga

della recessione ha cancellato più o meno tutto. Gli è

rimasta soltanto la casa di San Marzanotto, acquistata

quando sembrava che l’età del riscatto sociale non dovesse

finire.

Nell’estate del ’93 Michele Quai, incensurato e cittadino

irreprensibile, vive di piccoli lavori; robetta che

gli consente giusto di tirare a campare. Non si lamenta.

Dice che i tempi sono grigi per tutti, perché dovrebbe

essere fortunato lui che non lo è mai stato in

vita sua? «Gente come me deve sempre lottare per stare

in piedi».

Alle 9,40 del 29 luglio, giovedì, è a San Marzanotto

insieme a Claudio e a un geometra del Tribunale per

una perizia tecnica. Alla stessa ora Stella Bianco è fuori,

in giro tra i negozi di Asti a far la spesa. Graziano Mesina

è nell’appartamento di via Guttuari. Bussano, va ad

aprire. Sul pianerottolo ci sono due signori che fa entrare,

li guida in un anditino che termina in un salotto: un

divano, due poltrone, alla parete un arazzo col disegno

d’una sfinge, sul comò una bottiglia artistica di liquore

verde e la tivù, che troneggia vicino a vecchi orologi. I

tre fanno appena in tempo a sedersi quando la porta

d’ingresso viene giù, sfondata. «Polizia, fermi dove siete».

Perquisizione lampo e un po’ rude. Quando rientra,

Stella Bianco trova tutto sottosopra come se ci fossero

ladri. «Lei non sa chi aveva in casa», dice un sottufficiale.

«Chi, Mesina?», domanda lei. No, si riferiva agli

altri. Chi sono gli altri? Si saprà solo qualche ora dopo

che, tra stridio di gomme da filmetto americano, vengono

tutti portati via.

In quello stesso momento a San Marzanotto, Miche-

144

le Quai viene fermato dai carabinieri accanto all’ingresso

di casa. «Documenti». Concluse le formalità dell’identificazione,

iniziano a frugare nell’orto. Altri due,

nonostante le chiavi siano a disposizione, preferiscono

mandare in frantumi il vetro della porta di un garage.

Dentro, c’è la carcassa d’una vecchia macchina. Sulle

prime pensano di smontarla, poi rinunciano. Troppo

complicato, porta via parecchio tempo e tempo da perdere

non ce n’è, neppure un minuto. Al piano terra rovistano

un salottino per passare, subito dopo, alla cucina,

una stanzetta quadrata con un piccolo tavolo al centro.

Danno un’occhiata dappertutto, dietro i mobili, nei

cassonetti delle serrande, tra riviste ingiallite, barattoli.

Che cercano? Due rampe di scale ed eccoli al primo piano

dove ci sono due stanze da letto e un bagno. Stessa

operazione con moto ondoso in aumento: materassi rovesciati,

un grande armadio messo di traverso, via i comodini,

i cassetti. Quasi fossero pezzi di un’offerta speciale,

ammonticchiano disordinatamente abiti, calze,

mutande, un ombrello. Scattano un paio di fotografie a

un armadio bianco inutilizzato, vuoto. Nello sprint finale

salgono sul sottotetto, strappano qualche telo del

controsoffitto. Vanno via senza aver trovato nulla, sfiorano

i pomodori, quasi maturi, e scompaiono senza

neppure un buongiorno. Sconcertato e infastidito, Michele

Quai continua a chiedersi cosa cercassero, senza

trovare una risposta. Soldi? C’erano un milione e mezzo

in contanti. Puliti.

Alla fine di una giornata convulsa, finalmente i nomi

degli arrestati. Insieme a Mesina finiscono in carcere i

due sconosciuti che erano andati a trovarlo. Uno, Domenico

Anfossi, 39 anni, fa il contabile in una piccola

145


azienda dell’area industriale di Genova. L’altro, Elio

Ferralis, 65 anni, è titolare di una piccola agenzia di import-export.

Gli inquirenti sono avari di dettagli sull’operazione.

Dicono comunque che i genovesi stavano

consegnando a Graziano sei caricatori di kalashnikov

comprati in Svizzera. Si sono fatti precedere da una telefonata:

«Abbiamo trovato sei cioccolate. Te le portiamo

domattina».

E la mattina, puntuali, salgono su un rapido che parte

alle 7,55 dalla stazione di Genova-Brignole. Arrivano

ad Asti, dove il termometro segna 35 gradi, alle 9,35. In

cinque minuti coprono, a piedi, la distanza e premono

un campanello in via Guttuari 5. Ferralis, che non si è

mai ripreso dopo un brutto incidente stradale, è invalido

e non riesce a muoversi con sicurezza per via di una

paralisi alle braccia. L’amico, che non ha di questi problemi,

tiene una sacca dove ci sono le “cioccolate” commissionate

(così dichiarano) da Mesina. Alle loro spalle,

discreti e invisibili, decine di poliziotti. Due pistole, 500

cartucce, un passamontagna e (pare) un mitragliatore

vengono invece trovati a San Marzanotto. Da chi e

quando? Il rigore non deve essere eccessivo se quella

casa, visitata e fotografata dai cronisti del quotidiano

«L’Unione Sarda» dopo il primo sopralluogo, viene

perquisita una seconda volta il giorno successivo. Non

c’erano sigilli, indicazioni di nessun tipo che vietassero

l’ingresso o comunque informassero che l’accesso era

proibito ai non addetti ai lavori. Nel mostrare l’appartamento

sottosopra a uso e consumo della stampa, Michele

Quai rammenta che qualche tempo prima Mesina

aveva notato alcune stranezze: una serratura forzata, un

vetro sostituito. Anche questo è un tentativo di preco-

146

stituirsi un alibi per scaricare tutto sui soliti, invadentissimi

servizi segreti?

Molti mesi più tardi, l’avvocato Pier Navino Passeri,

che nonostante sia stato nominato d’ufficio profonde

grande impegno in questo difficile processo, non mancherà

di farlo rilevare in aula. «Perché non è stato fatto

alcun accertamento per verificare se sulle armi vi fossero

le impronte del mio cliente?». Una domanda che resta,

insieme ad altre purtroppo, senza risposta. Favorendo,

indipendentemente da quella che è la verità, la

cultura del sospetto, la sindrome del complotto, come

la chiama ironicamente un magistrato. Il sostituto procuratore

Mauro Mura accetta intanto di dare qualche

informazione alla pubblica opinione. E racconta che

l’inchiesta sulle armi di Asti è nata «per pura casualità»

durante intercettazioni telefoniche e ambientali disposte

nel corso del rapimento di Farouk Kassam. «Questa

storia viene fuori da una rilettura di quegli atti». Una rilettura,

che significa? Il giudice della procura antimafia

spiega con chiarezza: «Avevamo acquisito materiale di

vario genere che, a suo tempo, abbiamo vagliato con

un’ottica particolare, quella di un’indagine su un sequestro

di persona. Poi abbiamo rivisto tutto in chiave diversa.

E da lì siamo partiti». Mura non si sbilancia su

una vicenda che appare così improbabile, così poco credibile,

così assurda per certi versi: a un passo dalla grazia,

Mesina è impazzito? «Non ne ho idea. Io so che

ognuno deve vivere facendo quello che sa fare. Gli incidenti

di percorso capitano proprio a questa gente, ai vigilati

speciali voglio dire».

Man mano che ci si interroga su cosa possa essere

realmente accaduto, emergono nuovi particolari. Pare

147


cioè che i due genovesi abbiano chiesto a Mesina una

vendetta contro Giorgio Mendella, telefinanziere che

gli avrebbe soffiato risparmi per circa un miliardo. Graziano,

sempre stando a voci incontrollate, non avrebbe

soltanto garantito la rappresaglia ma si sarebbe spinto

un po’ più in là: perché non sequestrare la fidanzata di

Mendella, Patricia Palmero, a Montecarlo? Si potrebbe

pretendere un riscatto di venti miliardi di lire e il gioco è

fatto, risparmi restituiti a un interesse prodigioso. Solo

che per mettere a segno un rapimento come questo in

Costa Azzurra, servono caricatori per kalashnikov: potrebbero,

visto che Mesina è quasi prigioniero nei confini

del comune di Asti, andarglieli a comprare? Ne bastano

sei, si acquistano facilmente in Svizzera.

Per quanto possa apparire strana, questa è, grosso

modo, la tesi dell’accusa. Tesi, importante ribadirlo,

che si basa sulla testimonianza di Ferralis e Anfossi. Ad

avvalorarla si aggiungono le intercettazioni telefoniche

che vedono l’ex ergastolano, letteralmente scatenato, in

crisi di astinenza da crimine.

In una conversazione telefonica ascoltata dai carabinieri

e inserita poi nel teorema della pubblica accusa,

sta parlando ad esempio con un certo Salvatore e gli

chiede notizie a proposito di un banchiere di Alessandria

ritenuto socio di Gianni Agnelli. È uno che ha molti

quattrini, uno che può pagare? Gli interrogativi del

dialogo sono di questo tipo fino a quando non si scende

nei particolari.

Mesina: «Ma questo ne ha figli?»

Salvatore: «Tre, e tutti sono grandi».

Mesina: «E se se ne prendesse uno e ci si facesse portare

un miliardo in giornata? Li recupera i soldi?»

148

Salvatore: «Sì, sì».

La registrazione di questa chiacchierata è agli atti

processuali. Porta la data del 13 luglio 1993. Roberto

Piazza, un tecnico che a suo tempo si è occupato delle

intercettazioni delle telefonate tra le Brigate Rosse e i familiari

di Aldo Moro, conclude la perizia fonica: l’attendibilità

sul fatto che si tratti della voce di Graziano Mesina

oscilla tra il 95 e il 99 per cento. Margine di errore

che va dall’uno al cinque per cento. Dunque non sembrano

esserci dubbi su chi stia realmente parlando nei

nastri registrati dalla procura distrettuale antimafia. Il

fatto è, sostiene il pubblico ministero, che quello messo

sotto osservazione è un periodo di grande libertà per

Mesina. Contattato per fare l’emissario nel corso del rapimento

Kassam, Graziano si muove senza problemi di

sorta, disattiva i suoi personalissimi sistemi di vigilanza

e di diffidenza. Non immagina che per la magistratura

quello è invece il momento giusto per osservarlo con la

lente d’ingrandimento, l’occasione propizia per verificare

le vere intenzioni di un ergastolano in libertà vigilata.

Una sola controdeduzione: durante il rapimento di

Farouk non era stato proprio Mesina a lamentarsi dei

continui pedinamenti, del telefono costantemente sotto

controllo? Difficile far conciliare queste affermazioni

con un uso dell’apparecchio a dir poco spregiudicato,

oltre che ingenuo.

Durante le indagini seguite ai clamorosi arresti di luglio,

Elio Ferralis viene tenuto in carcere per appena

dieci giorni: ottiene gli arresti domiciliari per ragioni di

salute. Anfossi resta dentro per cinque mesi, in isolamento.

Il primo marzo del ’94 concede un’intervista telefonica

che apre ambigui squarci sulla vicenda.

149


– Conosceva Mesina?

«No. Io ed Elio Ferralis abbiamo pensato a lui quando

ci siamo accorti che non avremmo mai più rivisto i

soldi che avevamo dato a Mendella. Di mio c’erano cinquecento

milioni, soldi che mi hanno lasciato mio padre

e mie zie. Ho detto tutto alla polizia francese, sono in

collegamento con un ispettore».

– Che doveva fare Mesina?

«Farci restituire i soldi. Dai giornali abbiamo saputo

che abitava ad Asti e allora siamo andati a trovarlo. Lo

abbiamo incontrato complessivamente quattro volte.

Una volta gli ho detto che la polizia ci aveva pedinato fino

a casa sua. Non importa, ha risposto».

– Lei è, come si dice, un collaboratore di giustizia?

«No, all’inizio pensavo lo fosse Mesina. Sì, proprio

lui. Mi faceva pensare non vederlo preoccupato per tutta

quella gente che avevamo attorno. Poi, durante il terzo

incontro, ha domandato se potevamo fargli un favore.

Aveva bisogno di sei caricatori per kalashnikov».

– E in cambio si sarebbe occupato di Mendella?

Anfossi: «No, no. Mendella era un discorso a parte.

Elio gli aveva portato una sua pistola, regolarmente denunciata.

Non ricordo se gliel’avesse chiesta Mesina.

Ricordo invece che ci disse dove avremmo potuto trovare

i caricatori. In Svizzera».

– Quando avete comprato i caricatori?

«Subito dopo. Li abbiamo sistemati in una busta di

pane, dentro uno zainetto. Poi abbiamo telefonato dicendogli

abbiamo cioccolatini per te. Sapevamo che

avrebbe capito. Nella casa del suo datore di lavoro, in

via Guttuari, siamo arrivati puntualissimi. Subito dopo

di noi, i carabinieri. In quel momento ho pensato: Mesi-

150

na ci ha fregato. Cosa ricordo di quel momento? La

confusione e la ricerca di armi, che non sono state trovate».

– Dopo l’arresto le hanno chiesto di accusare Mesina?

«No. È successo di peggio. Mi volevano implicare in

storie strane. Per sessanta giorni non mi hanno fatto

dormire. Mi insultavano dallo spioncino della cella oppure

facevano rumore. Ininterrottamente, senza smettere

un attimo. Credevo di impazzire. Ricordo rumori

metallici contro la parete. Tutta la notte. Tutta. Ogni

tanto arrivava qualcuno che, senza qualificarsi, mi chiedeva

di firmare verbali in cui mi autoaccusavo di aver

compiuto azioni terroristiche».

– La interrogavano uomini dei Servizi?

«Servizi segreti, vuol dire? Non lo so. L’ho detto, era

gente strana. Mi hanno riferito di aver perquisito la mia

casa. Ho scoperto poi che l’avevano praticamente distrutta.

Non ho dimenticato, continuo a fare indagini».

– Indagini su cosa?

«Su Mendella, perché il caso Mendella e quello di

Graziano Mesina marciano insieme. Al momento opportuno

dirò di più».

Al processo, che si apre sette mesi dopo, non dirà affatto

di più. Anzi, dovrà superare qualche momento di

evidente imbarazzo. Per esempio quando l’avvocato

Passeri gli chiede se è un confidente delle forze dell’ordine.

«A questa domanda preferirei non rispondere»,

dice rivelando sicuramente molto più di quel che avrebbe

voluto.

A parare i colpi della dietrologia pensa il pubblico

ministero, Francesco Saluzzo, soprannominato Saluzzo

151


il Duro per il suo rigore. Sventolando le dodici pagine

che compongono la fedina penale di Mesina, taglia corto

sostenendo che si tratta di un “delinquente abituale”

eccessivamente fiducioso in se stesso, convinto che il

ruolo di emissario nella vicenda Kassam gli desse una

sorta di impunità. Nessun accenno all’ipotesi che possano

essere entrati in gioco i servizi di sicurezza. Anche

se, come si sa, non sarebbe una novità: nel marzo del ’93

il Comitato parlamentare per i servizi di informazione

aveva ascoltato a lungo Graziano sui risvolti della liberazione

di Farouk.

Per Saluzzo non suscitano perplessità neppure le misteriose

incursioni nella casa di San Marzanotto (una

serratura forzata e la sostituzione di un vetro). La Corte,

nella motivazione della sentenza afferma: «Inequivocabili

sono le espressioni usate nelle telefonate intercettate».

La conseguenza è che «l’argomentare difensivo di

Mesina è alquanto debole, soprattutto nelle ragioni che

avrebbero determinato il complotto».

«I falsi eroi finiscono nella polvere», dichiara, quasi

stesse dettando un epitaffio, l’ex ministro degli Interni,

Nicola Mancino. Per lui, come per altri del resto, il caso

è chiuso. Nessuno che si chieda come mai Ferralis e Anfossi,

che pure sono dichiaratamente complici di Mesina,

riescano a strappare una condanna così lieve. O almeno

lieve quanto basta per non doverla scontare in galera.

E Graziano, che dice? Prima di rientrare definitivamente

nel carcere di Novara rifiutandosi di continuare

ad assistere alle udienze, ha sostenuto di non aver

commissionato a nessuno l’acquisto di armi. «Quella

roba è stata sistemata da qualcuno nella villetta di San

Marzanotto». Anfossi e Ferralis, conclude, sono soltan-

152

to pedine di una trappola organizzata a una manciata di

settimane dalla concessione della grazia. Un discorso

che per il Tribunale non vale, si arrampica sugli specchi

poiché, nei fatti, le tesi dell’imputato «appaiono astruse

e contraddittorie».

Sei anni e mezzo di reclusione. L’avvocato Pier Navino

Passeri ha presentato ricorso in Appello. Forse il

tempo può far sedimentare certe asprezze e consentire

una riflessione più ponderata, comunque più attenta alle

argomentazioni della difesa.

Il resto è fatto di impressioni, sensazioni che – fatto

salvo il riconoscimento della buona fede – spalancano

la porta a troppe domande. Roberto Gonella, giornalista

del quotidiano torinese «La Stampa», ha seguito

passo passo il processo di Asti. «E debbo dire che ho

avvertito qualcosa di strano fin dall’inizio. Ho visto i

verbali di arresto di Anfossi e Ferralis: uguali, sembravano

in fotocopia. A parte questo, mi stupisce un Mesina

che si fa trovare armi in casa. Ingenuo, no? Complessivamente

debbo dire che il dibattimento mi ha lasciato

perplesso. Ci sono molti punti a favore della tesi

della colpevolezza, ma altrettanti che lascerebbero

pensare a una montatura. Da quando faccio il cronista

giudiziario, è senz’altro il processo più singolare che mi

sia capitato di seguire. Adesso, a sentenza fatta, a vicenda

dimenticata o comunque archiviata, mi succede di

pensarci ancora. Mi succede di domandarmi, di interrogarmi

e non trovare un percorso logico».

Cioè un sufficiente ventaglio di prove che giustificasse

la condanna, e una condanna così severa. Il pubblico

ministero Francesco Saluzzo aveva addirittura

sollecitato una pena più consistente: quattordici anni.

153


Troppi? «Mai abbastanza per un delinquente abituale».

Ne è convinto anche Fateh Kassam che, pur rifiutando

qualunque commento sul verdetto, si limita a dire di

non essere sorpreso. Grande amarezza, invece, nelle parole

del giudice Pietro Fornace: «Mesina ha tradito la

nostra fiducia, la simpatia che gli avevamo dimostrato.

Non merita indulgenza».

Inutile chiedere al magistrato un’opinione sulla sentenza

di Asti, si asterrebbe – com’è giusto – da qualunque

giudizio. Ma questo non dissolve i dubbi: chi ha

forzato la serratura di San Marzanotto, chi ha sostituito

il vetro? E ancora: davvero Mesina era così stupido da

nascondere armi in casa, una casa visitata ogni giorno

dai carabinieri? Se tutto questo è vero, perché non è

stato eseguito dalla Scientifica un esame dattiloscopico,

perché non sono state cercate le sue impronte digitali

sull’arsenale nascosto nella villetta?

Non si tratta di volere Mesina innocente a tutti i costi.

La questione è più ampia. Si tratta di dimostrare fino

in fondo la sua colpevolezza. L’inchiesta di Asti tradisce

più di una fragilità e riempie di incertezze il cammino

verso la sentenza. In una civiltà giuridica avanzata, come

la nostra, non si può non tener conto dei veleni del

caso Kassam. Tanto, che piacesse o no, quei veleni sono

comunque penetrati nell’aula del Tribunale.

A chi ha giovato tanta fretta, qualche evidente superficialità

d’indagine e alcune palesi manchevolezze? Per

quanto possa apparire grottesco a causa di un amarissimo

finale, tutto questo torna utile proprio a Mesina.

Che rientra, certo, definitivamente in galera, ma si fa accompagnare

dal dubbio che, in fondo in fondo, possa

essere sul serio una vittima. Ancora una volta, se fosse

154

colpevole, sarebbe riuscito a beffare tutti: anche se poi

avrà poco da esultare di tale vittoria. Ma questo è un altro

problema.

155


XIII

Polvere di mito

Nel suo studio di piazza Statuto ad Asti, l’avvocato

Pier Navino Passeri legge e rilegge copia del ricorso in

appello sullo strano caso del signor Mesina. Lontano

per educazione dai toni apocalittici e roboanti, privilegia

la riflessione alle urla. È stato designato d’ufficio.

E la qualifica di “difensore d’ufficio” ha mantenuto

per tutta la durata del processo. Il suo cliente, euforicamente

querulo nei giorni del successo, lo ha quasi

ignorato. Dai colloqui in carcere è riuscito a tirargli

fuori ben poco, salvo un ritornello ossessivo: «Mi hanno

incastrato».

Nello strano caso del signor Mesina, dice l’avvocato

Passeri, c’è innanzitutto un imputato che «ha rinunciato

totalmente a difendersi». Potrebbe trattarsi di tattica

processuale, finezze a effetto psicologico garantito da

utilizzare nei momenti difficili. Resta il fatto che senza

una linea difensiva diventa piuttosto difficile uscire vivi

da un dibattimento come quello sulle armi trovate a

San Marzanotto. «Può anche darsi che l’abbiano intrappolato,

ma ci vogliono prove per dimostrarlo».

E le prove ci sono? Più che prove vere e proprie, indizi,

segnali inquietanti. Quando è stato arrestato, nell’estate

del ’93, Mesina sapeva ad esempio che nell’ar-

157


co di una ventina di giorni la sua pratica per la grazia

avrebbe ricevuto la spinta finale. Possibile, s’interroga

l’avvocato Passeri, che a un soffio dalla libertà definitiva,

decida di attraversare un vespaio? L’altro mistero,

ammesso che sia corretto definirlo così, riguarda a suo

parere la rottura del rapporto tra Mesina e il vecchio

difensore, Gabriella Banda. Nella fase immediatamente

successiva all’arresto, quella dei primi interrogatori

nel carcere di Novara, è anche comparso l’avvocato

Giannino Guiso, designato con un telegramma difensore

di fiducia. Avrebbe dovuto lavorare in tandem

con Gabriella Banda. Invece accade qualcosa di singolare:

Guiso assiste a un incontro tra imputato e pubblico

ministero, poi si ritira. A distanza di pochi giorni, fa

lo stesso l’avvocato Banda. Che sulla questione, come

abbiamo già avuto occasione di dire, non intende parlare:

«Il caso è chiuso». Rimanda i chiarimenti a un futuro

vago e imprecisato, limitandosi a puntualizzare,

quasi fosse davanti ad allievi che studiano diritto penale,

che un difensore può rinunciare al mandato in qualunque

momento. Perché non nascano dubbi di carattere

personale o privato, rammenta di aver svolto il suo

lavoro con impegno e partecipazione, augura «a Graziano

buona fortuna, ne ha bisogno». Chiude con una

frase enigmatica: «Mi dispiace».

Cos’è accaduto? È uno degli interrogativi di questa

vicenda. Alcuni hanno preso corpo nelle tesi che l’avvocato

Passeri proporrà in Appello. A cominciare dalla

mancanza di un esame dattiloscopico sulle armi. «Possibile

che chi ha un’arma in casa non la maneggi, non la

sfiori, non ne verifichi in qualche modo la funzionalità?»

Deplorevole dimenticanza, nessuno ci ha pensato.

158

Poi c’è l’incongruenza delle perquisizioni eseguite a ridosso

della visita di giornalisti (e di chiunque altro avesse

voluto approfittare), le piccole preoccupanti manomissioni

a una serratura e a una finestra.

«È tutto, tutto insensato» per un difensore, sia pure

d’ufficio, con la pretesa di voler capire, possibilmente

arrivare alla verità. Certo, resta la terribile prova delle

intercettazioni, telefoniche e ambientali. Mesina ha detto

che qualcuno ha imitato la sua voce. Ammesso che sia

vero (ma non è possibile a meno che non si voglia sconfinare

ai limiti delle conoscenze tecnologiche), potrebbe

essere accaduto solo per le intercettazioni sul telefono.

Ma che dire di quelle ambientali, cioè delle “pulci”

nascoste nella villetta di San Marzanotto? Registrare

dialoghi familiari e successivamente sovrapporre voci

diverse per irrobustire il castello dell’accusa è impensabile,

un’operazione che metterebbe in difficoltà perfino

gli eroi polizieschi d’un romanzo.

Tutto questo non impedisce di avvistare qualche

nebbia. Domenico Anfossi, altro protagonista del processo,

è stato sottoposto a perizia psichiatrica e dichiarato

sano di mente. La sua, hanno detto i medici, è una

personalità di tipo schizoide ma questo non ne altera

l’attendibilità né la fondatezza delle deposizioni.

Mettendo insieme tutti questi elementi, viene da

pensare che nei suoi diciotto mesi di libertà Graziano

Mesina abbia cercato inconsciamente di tornare in prigione:

prima rischiando di bruciarsi (e difatti s’è bruciato)

col sequestro Kassam e, subito dopo, con la storia

delle armi ad Asti. Troppe domande restano senza risposta,

sospese sul filo della imperscrutabilità dell’anima

o di qualcosa che le somiglia. La logica non aiuta a

159


capire, a spiegare la scelta suicida di un uomo che cercava

aria pulita dopo una vita da recluso.

Un tarlo che rode anche la mente di Mario Borghezio,

torinese di 46 anni, avvocato civilista ma, soprattutto,

deputato della Lega e sottosegretario alla Giustizia.

È l’unico rappresentante ufficiale di un partito a essersi

preso cura della disavventura di Mesina. Oggi che non

fa più parte dell’opposizione in Parlamento, non può ripetere

le durissime dichiarazioni di un anno fa. Però,

mostrando rispetto di se stesso e coerenza, non le rinnega.

Cosa aveva detto? Gli appariva decisamente singolare

che Graziano, arrestato alle 9,40 del mattino, avesse

potuto vedere le armi sequestrate soltanto dopo mezzogiorno.

«Ho rilevato troppi punti oscuri, già evidenti

dalla testimonianza resa davanti alla Commissione parlamentare

sui servizi di sicurezza. Negli ultimi tempi

Mesina ha respinto una processione di ambigui personaggi

che andavano a trovarlo, che volevano parlargli.

Uno nascondeva perfino un registratore nella giacca».

Borghezio, che tra l’altro aveva presentato un’interrogazione

per conoscere quale forza di polizia avesse fermato

Mesina il 29 luglio ad Asti, ha manifestato la necessità

di una mobilitazione per scongiurare il pericolo

che Graziano esca dalla galera coi piedi davanti.

Chissà se il sottosegretario alla Giustizia, passato dai

banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza e del

Governo, è rimasto nel frattempo della stessa opinione.

La violenza delle parole pronunciate poco più di un anno

fa ha ceduto il passo al soffice dizionario ministeriale.

Ma a ben guardare, non è cambiato nulla. Si attenua

soltanto la brutalità dei colpi, la sostanza resta quella di

sempre. A proposito della voce che lo Stato possa aver

160

pagato un miliardo per il rilascio di Farouk, Borghezio

aveva più di un sospetto non troppi mesi fa. Ora glissa

sottolineando tuttavia che la deposizione di Broccoletti

al processo sui fondi neri del Sisde «lascia pensare». Cosa

lasci pensare non lo dice esplicitamente, un viceministro

non può. Stesso discorso, anzi vagamente più ecumenico,

per la condanna inflitta a Mesina dal Tribunale

di Asti. «Il nostro ordinamento prevede diversi gradi di

giudizio perché si possa, se occorre, aggiustare il tiro,

essere più equi, più giusti». Ovvero: se avete sbagliato,

per gentilezza rimediate.

Borghezio deve aver fatto uno sforzo notevole per

acquisire un linguaggio che ricorda le encicliche papali.

Il 10 agosto del ’93, in un’intervista dal titolo provocatorio

(“C’è da salvare un sudista”), parlava su registri

assai differenti. Al ritorno da un incontro nel carcere di

Novara, aveva sparato sicuro: «Mesina mi ha detto che

vogliono fargli pagare le rivelazioni sul sequestro Kassam.

Io so che ha creato enormi imbarazzi. Le sue rivelazioni,

chiare e sincere, contrastano con la versione ufficiale,

poco credibile. Mesina poi ha avuto il torto di

opporsi al blitz che le forze dell’ordine volevano compiere

per liberare l’ostaggio». Di più. Al ministro Mancino

e alla sua certezza che prima o poi i falsi eroi finiscono

nella polvere, Borghezio replicava: «Al ministro

Mancino potrei dire che c’è più pulizia morale nelle parole

di Mesina sul caso Kassam che nelle dichiarazioni

di tanti politici». E a proposito di un certo mutismo che

avvolgeva la vicenda, aveva concluso con un colpo di

grazia alla sua stessa categoria. «La mia è una battaglia

di principio. Anzi, debbo dire che mi stupisce il silenzio

dei politici attorno a questo episodio».

161


E qui tocca il cuore del problema. Perché la vicenda-

Mesina non diventa un caso politico?, come mai le segreterie

di partito, di solito così prodighe di commenti

fluviali su qualunque tema, tacciono chiudendosi in difesa?

A sostenere il diritto alla verità per il sardo Mesina

è soltanto un onorevole leghista. Perché in Sardegna

non ci si domanda cos’è veramente accaduto, se esista

uno spartiacque tra colpevolezza e rappresaglia?

Per capire, bisogna conoscere a fondo i meccanismi

che regolano la vita dei partiti, almeno di quelli storici,

istituzionali. Al di là delle buone intenzioni, dell’eventuale

indignazione dei singoli, sopravvale su tutto e tutti

una “ragion di partito” che è uguale e parallela a quella

di Stato. Mesina, che in quei giorni pareva a buona parte

degli italiani vittima di una clamorosa ingiustizia, è

carne che scotta.

In pieno caos, quando le fiamme si alzano pericolosamente

minacciando i vertici dello Stato, in Sardegna i

partiti della sinistra si avvicinano, annusano e si allontanano.

Quelli di centro e di destra non si pongono neppure

il problema: il caso non esiste, faccende quasi private

che investono magistratura e giornali.

A pensarci bene, cavalcare una campagna per sostenere

l’innocenza del popolarissimo Grazianeddu avrebbe

potuto far comodo. Allora perché, fatta eccezione di

un soldato di Bossi, nessuno lo fa? Perché Mesina rappresenta

una scommessa ad altissimo rischio. Nel senso

che tutto potrebbe risolversi in una sconfitta bruciante:

un partito che difende un criminale? Inammissibile. La

verità è che, sia pure inconsciamente (nel senso che nessuno

avrebbe mai il coraggio di confessarlo neppure a

se stesso), il sistema dei partiti respinge di fatto il princi-

162

pio che l’espiazione della pena renda davvero liberi,

davvero uguali. Dopo centocinquant’anni di carcere,

Graziano Mesina resta Graziano Mesina, non è affatto

vero che abbia gli stessi diritti di un qualunque cittadino.

O, più esattamente, ha gli stessi diritti soltanto in

teoria. In pratica, nella pratica della durissima battaglia

politica quotidiana, è soltanto uno straccio, basta un alito

di tramontana per farlo volare.

I principi dell’ordinamento giuridico valgono finché

restano nell’ambito dei dibattiti, delle tavole rotonde,

delle aule di Tribunale. Valgono nei dispositivi

delle sentenze, nelle solenni cerimonie d’inaugurazione

dell’anno giudiziario. Poi bisogna fare i conti con la

realtà. Manca la sensibilità e il coraggio culturale per

fare il salto, accettare che un diverso possa essere uguale

a noi.

Un detenuto che sconta una pena, e soprattutto una

pena come quella scontata da Mesina, non è molto differente

da un handicappato. Ha davanti insormontabili

barriere architettoniche: che non dovrebbero esistere,

che non dovrebbero esserci in nome della civiltà del diritto,

ma che invece sono lì. A ricordargli, lugubre memento

mori, che la galera può continuare anche fuori.

Basta pensare ai casi di quegli ex reclusi che non riescono

a trovare lavoro (ma il lavoro non lo trovano neppure

quelli che hanno una fedina penale adamantina), che faticano

a reinserirsi e allora bombardano i giornali di lettere

piagnucolose e offese.

Un accidente parallelo a quello di Mesina riguarda le

disgrazie miliardarie di Marcello Scomazzon, ex cassiere

capo della Regione Sardegna colpevole di aver raschiato

poco più di novemila milioni dalle pubbliche

163


casse. Il dottor Scomazzon, funzionario al di sopra di

ogni sospetto e ladro dichiarato, ha confessato le sue

criminali acrobazie finanziarie ed è stato condannato.

Quando è uscito dal carcere, dopo essersi detto pentito

e redento, dopo aver presentato alla collettività le scuse

di ex gentiluomo, ha trovato un posto di lavapiatti in

una trattoria e, più tardi, di operaio in un’agenzia di pulizie.

Il suo è stato un tonfo sordo, dalle stelle alle stalle,

senza passaggi intermedi che potessero attutire l’urto.

Ha fatto tutto quello che deve fare un cittadino disonesto

che ammette le sue responsabilità. E poi? Vaga, nel

disperato tentativo di trovare un impiego stabile (visto

che ha moglie e due figlie), un futuro appena più solido

di quello che gli si prospetta davanti, prigione all’aria

aperta, dietro le sbarre tra gente libera di commiserarlo.

Nel caso di Graziano Mesina, bandito con un certificato

penale che va da pagina uno a pagina dodici, tutto

diventa ancora più complicato. A difendere non un’ipotesi

di innocenza ma la certezza del diritto è sceso in

piazza soltanto l’onorevole Mario Borghezio. Gli altri si

sono fatti in là, come una folla spaventata.

Non avvicinarsi, pericolo. A molti deve essere sembrato

che il semplice interrogarsi a voce alta, pubblicamente,

potesse configurare una specie di favoreggiamento.

Oppure, visto da tutt’altra prospettiva, l’affiancamento

a quella curva sud che tifa un bandito proprio

come si fa per un goleador. Con o senza trent’anni di galera

sulla groppa, nonostante questo sia tutt’altro che

marginale, un fuorilegge può suscitare al massimo indifferenza.

Non troverà intellettuali disposti a sottoscrivere

un manifesto per sollecitare indagini più approfondite,

qualche autorevole penna disposta a valutare i fat-

164

ti, a far parlare le prove senza lasciarsi condizionare (o

allontanare) dal nome Mesina.

Nella breve parentesi di libertà, Graziano ha comunque

sferrato un uppercut alla credibilità delle istituzioni.

È stato molto più duro, e di conseguenza più dannoso,

di quanto non fosse da latitante inafferrabile, da primula

rossa del Supramonte. Lavorando fianco a fianco

alle forze dell’ordine, senza far cantare mitragliette e

bombe a mano come nella tempestosa gioventù, ha dimostrato

che nel sequestro di Farouk una soluzione c’era,

un’uscita di sicurezza che consentiva di riportare a

casa il bambino senza scatenare l’inferno delle teste di

cuoio.

Poi forse s’è fatto prendere la mano da un ispido senso

di balentìa: non gli bastava una vittoria ufficiosa, voleva

anche provare l’ebbrezza della beffa, l’incoronazione

a campione per kappaò. Per questo ha scelto di

sfidare magistrati, ministri e capo della polizia. Quello

sulla liberazione del piccolo Kassam è stato uno dei

conflitti a fuoco più impegnativi della sua lunga navigazione

criminale.

In ogni caso, quando verrà il momento di collocarlo

nella galleria del banditismo, accanto al ritratto di tanti

protagonisti di una millenaria civiltà di sangue e di vendetta,

avrà la consolazione di essere considerato l’ultimo

allievo d’una vecchia scuola. Più che vecchia, incartapecorita.

Anzi, morta e sepolta nell’avanzata di un

mondo nuovo, senza regole e senza dèi, dove la vita non

vale più di una cartuccia.

Altri tempi e altre storie sgomitano per conquistare

spazio in cronaca. Il 6 ottobre del ’94, quindici anni dopo

la scoperta di un gigantesco arsenale delle Brigate

165


Rosse a Monte Pizzinnu, i carabinieri trovano una santabarbara

agropastorale nelle campagne di Austis. È il

più grosso quantitativo d’armi mai rinvenuto in Sardegna:

fucili, pistole, bombe a mano, ottomila munizioni e

perfino qualche pezzo d’amatore come un Beretta a siringa

col calcio inciso (“Sesta brigata Nello”) perfettamente

efficiente. Un campionario strepitoso che comprende

silenziatori per pistola, caricatori per kalashnikov,

Winchester, Mab, Garand, Mauser. L’operazione è

grossa, tant’è che nei titoli di coda, quelli destinati ai

ringraziamenti, figura anche il Sismi, il servizio segreto

militare.

A chi servivano le armi scovate dai carabinieri? Scartata

l’ipotesi di un gruppo eversivo, un’improbabile riesumazione

del cadavere d’un qualunque partito armato,

resta quella di un’evoluzione della criminalità organizzata.

Le armi servono a garantire e proteggere il riciclaggio

delle narcolire, gli investimenti immobiliari della

mafia, il mercato dell’eroina che vanta in Sardegna

almeno ventimila affezionati clienti. La piazza cresce,

pare rastrelli risparmi da piccoli commercianti che non

si accontentano degli interessi bancari o di quello che

rendono i Bot. Una catena di montaggio: quello che ufficialmente

è un banalissimo prestito, in realtà diventa

un investimento in droga. Ma chi mette i quattrini non è

tenuto a saperlo e può dunque continuare a indossare

una maschera di rispettabilità. A distanza di tre-sei mesi

riavrà indietro i suoi soldi con interessi che neanche l’avidità

del miglior strozzino potrebbe garantirgli. Anni

fa a Cagliari la Guardia di Finanza ha frugato tra i registri

contabili di alcuni negozianti, ha raccolto qualche

indizio ma non è riuscita a chiudere il cerchio. È proba-

166

bile che non abbia abbandonato la partita e ci stia riprovando:

da tempo sta tentando di scoprire dove finisca il

danaro sottratto al fisco, l’attivo di bilanci commerciali

palesemente addomesticati.

Nel mare piatto della nuova delinquenza, cresciuta

soprattutto sui profitti legati allo spaccio di stupefacenti,

uno come Mesina non potrebbe fare neppure il bagnino.

Durante la reclusione non ha mai legato con detenuti

che provenissero da questo ambiente. Ha scelto

la frequentazione di assassini famosi e guerriglieri messi

in pensione dalla Corte d’Assise. Le amicizie forti, quelle

che restano, le ha strette però con poveracci che valevano

sì e no qualche anno di carcere. Per esempio, il

compagno di Parma, quello che gli ha domandato una

cortesia che poteva costare il ritorno all’ergastolo.

L’inferno, che credeva di aver definitivamente lasciato,

gli ha riaperto le porte all’improvviso. Travolgendolo.

E travolgendo per l’ultima volta la sua sicurezza,

ma soprattutto la sua paura, quel senso di solitudine

che l’ha accompagnato passo dopo passo nell’avventura

di un povero detenuto troppo famoso, sorvegliato

speciale. Era solo, solo contro tutti verrebbe da

dire, in uno sciagurato ruolo da emissario nella torrida

estate ’92 in Sardegna; solo ad Asti, circondato da armi

e da un progetto di sequestro al limite del possibile, addirittura

con una sortita all’estero per la cattura dell’ostaggio.

Sul serio pensava a un rapimento? Ritorno alle

origini, al mestieraccio d’un tempo, ammesso che le cose

stiano davvero così.

A ripensarci su, questa breve cavalcata in libertà

condizionale offre a tratti la sensazione di una corsa verso

l’autodistruzione, come se irrompesse improvvisa-

167


mente il bisogno, la volontà di perdere dopo l’ultima,

grande smargiassata da attempato miles gloriosus della

Barbagia. Colpisce quel che ha detto il suo avvocato vedendolo

andar via dall’aula del Tribunale dove lo stavano

processando: «In pratica Mesina ha rinunciato a difendersi».

Forse ha ragione Montanelli quando dice che bisognerebbe

conservarlo in teca, esemplare da custodire

con cura sotto vetro. Basso. Fragile. Maneggiare con attenzione.

Di tutto quello che è stato, non è rimasta che

polvere.

168

Capitolo XIV

Dieci anni dopo

Dieci anni dopo, primavera 2003, Graziano Mesina

è in carcere a Voghera: speranze d’uscita, nessuna. Ha

scontato in abbondanza le ultime condanne – una per

le armi trovate nel suo casale d’Asti, l’altra per aver fatto

l’emissario nel sequestro Kassam – ma un perverso

meccanismo giudiziario lo conserva in galera con l’esaltante

prospettiva “fine pena mai”. Ergastolano, insomma.

Anche se nessun Tribunale della Repubblica ha

mai pronunciato un verdetto del genere.

Istinto di sopravvivenza e un lampo della vecchia

astuzia gli suggeriscono che non è il caso di fare resistenza,

non servirebbe. Meglio star zitti, mantenere un comportamento

esemplare, non fraternizzare. E seppellirsi

in attesa di una fine che, a sessantadue anni compiuti,

non può essere lontanissima. Il guaio è che il fisico,

nonostante uno zavorramento di chili dovuto alla vita

da recluso, continua a reggere. Finora ha marcato visita

soltanto per un’ernietta e manifesta stress attraverso vistose

macchie sulla pelle. Vitiligine? Macché vitiligine,

dice lui: tutta colpa di un dopobarba scaduto che gli ha

rovinato collo e guance. E il gomito? Beh, il gomito si è

infettato perché «grattandosi, è inevitabile».

Soffre di una seria forma di depressione, ma non lo

169


ammetterebbe nemmeno in compagnia di uno specchio

e nessun altro. Eppure la signora sardo-emiliana che lo

va a trovare con regolarità, svela che «per un certo periodo

abbiamo addirittura temuto un gesto definitivo».

Alla depressione accenna pure la direttrice del carcere

per smentire poi, con energia e vigore, appena la faccenda

arriva ai giornali. Durante una chiacchierata telefonica

con un giornalista che aveva chiesto un incontro

col detenuto Mesina, s’era detta assai preoccupata.

I segnali, d’altra parte, sono eloquenti: nessun contatto

coi vicini di cella, rifiuto di partecipare ad attività

collettive, disinteresse verso i problemi comuni, allergia

ai programmi di socializzazione. Non gioca neppure a

calcio: durante le ore d’aria concesse per lo svolgimento

di partitelle inserite in un campionato interno, preferisce

passeggiare – solo e pensoso – ai bordi del campo.

Teme che anche una partita di pallone possa trasformarsi

in trappola, possa accendere inimicizie pericolose.

«Lo sport, se non è sport veramente, può suscitare

scontri, antipatie, vendette. Meglio evitare».

Contrariamente al passato, nessuna voglia di vedere

gente dei giornali. La sindrome da celebrità, la voglia di

apparire e mostrare il cammino percorso in un’esistenza

di travolgente solitudine, è totalmente scomparsa. Di

più: al fratello Salvatore, che una volta al mese va a trovarlo,

confida che i riflettori dei media gli hanno soltanto

nuociuto. Meglio quindi, per il momento, tenerli lontani

e allungare il silenzio-stampa iniziato all’indomani

dell’arresto nel ’93. Pazienza se si continua ininterrottamente

a scrivere di lui. Come fa, per esempio, Cristina

Giudici che ne traccia sul “Il Foglio” un ritratto di elegante

profondità: «In apparenza un detenuto come tan-

170

ti. Invece questo signore anziano, piegato dalle continue

sconfitte, dalla depressione e dal desiderio ossessivo

di poter vivere ancora molti anni, ma da uomo libero,

è l’ultima immagine di un mito non ancora corroso dagli

anni. Perché Graziano Mesina, ex re del Supramonte,

bandito e balente della Barbagia, è un mito. Con tutti

i rischi della retorica. Fuorilegge e gentiluomo. Taciturno,

solitario, orgoglioso, fiero, perdente e dannatamente

famoso. Pastore per nascita, divo per vocazione».

O per necessità, per rabbia, o addirittura per un disperato

bisogno di non annegare in una vita miserabile e

senza storia.

La questione delle crisi depressive deve essere tuttavia

davvero allarmante se finisce in un rapporto inviato

dalla direzione del carcere – in via riservata – al Dipartimento

di amministrazione penitenziaria, l’ufficio romano

dove si ammonticchiano le proposte d’intervista

che Mesina non ha voluto degnare.

Lo stizzoso furore che anima le smentite («A noi risulta

in buona salute, non ha chiesto visite specialistiche»)

rafforza il sospetto che sia tutto vero e che lo si voglia

tenere nascosto. Testimoni e familiari riferiscono

intanto di strani colloqui: «A tratti, sembra che nemmeno

ti stia ascoltando: distante, dietro pensieri che lo fanno

muto e strano».

Chiacchierone, Graziano non lo è mai stato. Più

semplicemente, ha fatto due più due: preso atto che intorno

gli si è creato il vuoto, tenuto conto che la libertà

pare definitivamente irraggiungibile, tanto vale lasciarsi

andare, imprigionarsi dentro una prigione.

Fin dal giorno dell’ultimo arresto, sceglie una linea

di passività assoluta: non rivendica un solo giorno di

171


permesso e neanche altri benefici previsti dalla legge

che pure gli spetterebbero. Unica eccezione nel ’98,

quando muore sua madre, zia Caterina, chiede di poter

assistere ai funerali: permesso negato, tanto più che aveva

manifestato il desiderio di poterci andare con le guardie

ma senza manette.

Adesso pare quasi preferisca rimuginare su se stesso,

imbrigliato in una cella singola e comoda nel braccio

Eiv (Elevato indice di vigilanza), ascoltare per ore e ore

la musica di Celine Dion. «Ha il potere di stregarmi,

quella cantante. Una voce speciale, una voce che mi fa

uscire da qui e mi porta in luoghi lontanissimi». Lontano,

nei chilometri e nel tempo: «Mi rivedo a Orgosolo

quand’ero ragazzino. Rivedo mia mamma che, in pratica,

non ho conosciuto. Tornavo da scuola (ho fatto fino

alla quarta elementare) e andavo al gregge: in casa non

c’ero mai. Mio padre è morto che avevo tredici anni, lo

ricordo benissimo perché era almeno un anno che non

ci incrociavamo». Struggimento della memoria, delle

cose perdute. Nostalgia, in senso stretto, no: «Però non

è che lo rimpiango tanto, il paese. Se penso a quand’ero

davvero bambino, mi dico che la cultura era quella, il

posto era quello, la povertà era quella: cosa poteva

uscirne da uno come me?»

Non ha consolazioni religiose perché non è credente:

«In tutta la mia vita, ho sempre creduto solo in

quello che ho visto e toccato». Perciò gli manca l’addolcimento

interiore della preghiera che in molti casi –

soprattutto nelle prigioni – è un prozac efficiente e rasserenante,

certamente meno pericoloso delle inalazioni

dalle bombolette di gas che garantiscono un caritatevole

rincretinimento di qualche ora.

172

Ogni tanto cena insieme a un compagno di braccio,

conosciuto in carcere, che presenta così: «È un sardo

trapiantato a Milano. Vegetariano. Certi giorni ci facciamo

minestroni stupendi». E se da casa hanno mandato

del vino rosso, si può fare perfino uno strappo alla

regola: «Io sono astemio, il vino che passa lo spaccio fa

schifo ma se ne arriva da fuori, un mezzo bicchiere me

lo faccio volentieri».

La casa circondariale di Voghera è un prefabbricato

grigio, incorniciato da un reticolato alto. Riflette

l’ortodossia integralista degli anni di piombo, massima

sicurezza, massimo squallore, nessuna concezione all’estetica

(per non dire all’umano). Chi ha un appuntamento

– regolarmente autorizzato dal ministero – deve

infilare la carta d’identità in una buca da lettere, unico

punto di contatto esterno d’una garitta sigillata da cristalli

antiproiettile. Oltre il vetro, un agente di custodia

manovra il passaggio dei documenti e governa una serie

di tasti e pulsanti che aprono e chiudono i cancelli

come in una città spaziale. Se dietro il vetro ci fosse un

pesce rosso, sembrerebbe tutto più ovvio e naturale.

Ogni movimento avviene nel massimo silenzio, un

cenno di saluto appena abbozzato. Consegnata la carta

d’identità, l’attesa è di un minuto appena: quanto

basta per verificare la corrispondenza tra la foto del

documento e il visitatore che sta lì davanti. Poi, un cigolìo

annuncia la lentissima apertura di una porta blindata

che immette in un budello di pochi metri quadri,

pareti scure e sporche, armadietti dove depositare telefonini

cellulari e tutto quello che non può arrivare alla

173


sala colloqui. Passano cinque-sei minuti, sufficienti a

pensare che in un posto così un claustrofobico diventerebbe

pazzo in un lampo. Arriva il comandante della

polizia penitenziaria. Cortese, sardo (come buona parte

dei suoi colleghi), esordisce precisando che «Mesina

è come se non ci fosse: tranquillo, calmo calmo, mai

che ci abbia dato noia». Prima cancellata, enorme. Il

comandante preme un pulsante e inizia l’operazione di

apertura alla moviola. Si finisce in un grande stanzone

cieco, soffitti alti e unica via d’uscita un altro cancello

che si trova dalla parte opposta, proprio di fronte.

«Ancora un po’ di pazienza e siamo dentro il penitenziario»,

avverte la guardia.

Finora, dunque, si è trattato di attraversare sbarramenti

preventivi. Nello stanzone senza finestre c’è un

passaggio obbligato per i visitatori, un metal-detector

dove (per evitare di perder tempo) si transita senza

chiavi, senza monete, senza zaino, senza occhiali, senza

un grammo di metallo. Altrimenti un fischio e un lampeggiante

blu danno l’allarme.

Nudi o quasi alla meta, dopo questa sorta di checkup

che spinge verso un nuovo cancello. Movimentazione

automatica. Oltre la porta, un immenso cortile grigio

addolcito da alcune aiuole. Il braccio dove sta Mesina è

in un caseggiato sulla sinistra, primo piano. Per arrivarci,

bisogna fare una sosta operativa davanti a un ingresso

sbarrato e attendere l’arrivo di un secondino che pesca

con sicurezza da un cassetto di legno, appeso al

braccio come un borsone, la chiave giusta.

Le chiavi, di proporzioni medievali, sono decine: come

fa a individuare in un secondo proprio quella che

serve? Due rampe di scale si affacciano su un androne

174

chiuso da un’inferriata che rimanda ad altri androni, altre

inferriate. Chissà se finiranno mai.

Nella sala-colloqui, dove l’amministrazione carceraria

mette a disposizione seggiole da camping e tavolino

in plastica da picnic, arrivano i rumori sordi di

chiavi che girano nelle serrature e il sinistro concerto

di apertura-chiusura gabbie. La porta ha uno spioncino

che consente la vigilanza in via permanente, l’ambiente

– un’aula scolastica anni ’50 con la tinta lucida a

mezzo muro, per non sporcare l’imbiancatura – è tutta

un rimbombo. Per riuscire a capirsi, occorre parlare

forte, scandire bene le parole. Graziano, che ha perduto

il leggendario udito di gioventù (quello che gli segnalava

a distanza l’avvicinarsi di un carabiniere), tiene

la testa piegata e l’interlocutore vicino: solo così riesce

a sentire senza eccessivo sforzo: «Sordo, io? Mannò, è

che in questa stanza c’è l’eco». Vero, ma è altrettanto

vero che i timpani hanno perduto quei sensori divenuti

vitali durante la lunga stagione da latitante.

Quarant’anni di prigione hanno fatto di Mesina un

esperto di questioni carcerarie, un involontario storico

dell’antropologia detentiva, un professore della materia.

Che scardina fin nei suoi più sacri principi: «Io dico, e

posso dimostrarlo, che nessun penitenziario riuscirà a

recuperare nessuno. Nessuno di nessuno si può salvare.

Quella della rieducazione è una balla, anzi una beffa.

Chi rieduca chi? Ognuno gestisce se stesso e la propria

vita. Quando ce la fa, se ce la fa». Assicura che il vero

problema è reggere, stare a galla. Ci vuole tempo, molto

tempo, per educarsi alla vita tra le sbarre, imparare ad

175


avere rispetto di sé e degli altri. «Ogni mattina, quando ti

svegli, devi autodisciplinarti perché ci sarà sempre un intoppo,

una delusione, una contrarietà a buttarti giù. Ci

puoi provare, ma non riuscirai mai, assolutamente mai,

ad avere un giorno davvero sereno. Basta che un sorvegliante

si svegli di malumore e ti becchi un rapporto».

I numeri ufficiali gli danno ragione, sono moltissimi

quelli che non ce la fanno. In una popolazione carceraria

di oltre cinquantasettemila persone (dati ministeriali),

i primi sei mesi del 2003 hanno fatto registrare quaranta

suicidi. «Il fatto è che se vivi in un posto come

questo non puoi permetterti il lusso di essere fragile, altrimenti

crepi. La differenza rispetto a voi, voi del mondo

libero, è che qui si muore piano piano. E a morire

non sono soltanto quelli che trovano appesi a un lenzuolo

e finiscono sui giornali accompagnati da un’immancabile

interrogazione parlamentare. Anche noi altri

togliamo il disturbo, senza fare rumore però».

Dietro il velo del pugile messo definitivamente kappaò,

Mesina nasconde una rabbia immensa. «Certe volte

mi chiedo come ho fatto a vivere quarant’anni qui

dentro senza prendere un ergastolo, un ergastolo vero

dico». Il pericolo di spalancare le porte alla violenza sta

dietro i ritmi quotidiani della galera. «La tensione è nell’aria

che respiri. Sperano sempre di farti passare dalla

loro parte. Non te lo domandano apertamente, certi

discorsi bisogna capirli. È quasi un miracolo riuscire a

sopravvivere dentro posti come questi e non diventare

delatore. Qui non sai mai chi ti avvicina, perché ti avvicina

e cosa vuole. Certe volte ti capitano in cella compagni

che puzzano di spia a un miglio di distanza». Altre

volte la “collaborazione” di un detenuto viene stimolata

176

attraverso la concessione di piccoli benefici, privilegi

infinitesimali che tuttavia contano molto in un ambiente

dove di solito si hanno solo doveri e incidentalmente

qualche diritto.

A questo si aggiunge il fatto che per Graziano la fobìa

da spione è una specie di malattia infantile mai del

tutto risolta. Lo ha accompagnato quando faceva il latitante

ma anche (e soprattutto) quando si è trasferito in

una prigione di Stato. Il DNA barbaricino ne ha fatto

un impareggiabile malfidato, assolutamente incapace

di stabilire un rapporto leale e aperto di primo acchito.

Regola numero uno, diffidare. Regola numero due, evitare

confronti. «Non è proprio il caso che io, proprio

io, mi metta a dare pagelle». Manco una sillaba, dunque,

sul banditismo degli anni ’80, sui nuovi soci dell’Anonima

sequestri e l’affiorare di un inedito e imprevedibile

icerberg malavitoso. «Posso dire soltanto di

me. Donne? Non ne ho mai preso, ai miei tempi non si

doveva. Bambini, neanche. Una volta me n’è capitato

uno ma l’ho rimandato a casa: a me interessava il padre.

Non mi ricordo quante persone ho rapito ma di una cosa,

a parte il fatto che qualcuno se lo meritava pure, sono

certo: le ho sempre trattate bene. Difatti mai una

che si sia costituita parte civile ai processi. Neanche per

un giorno, neanche quando le cose sembravano mettersi

male, ho dimenticato che l’ostaggio è un uomo, che

avevo davanti un cristiano. I sequestri non si fanno con

entusiasmo: se hai coscienza, pesano, danno fastidio.

Quando leghi a un albero uno come te non sei altro che

un carceriere nel senso peggiore del termine. Se non sei

una bestia, te ne rendi conto. Li ho fatti i rapimenti, li

ho fatti. Non rinnego nulla».

177


Il ravvedimento, per usare un termine che detesta, è

evidente. Si coglie nelle sfumature di un discorso che

per uno come lui è difficile da fare, complicato. Inutile

sperare di poter andare oltre: Graziano Mesina non arriverà

mai all’autoflagellazione, nessuno riuscirà a vederlo

in ginocchio invocare perdono, peggio ancora

contrattare la resa. Che pure c’è, sta dentro parole e

pensieri che lascia liberi di volare durante un colloquio

concesso nel mese di aprile 2003 a Voghera. Si tratta di

un’intervista che non deve essere pubblicata subito.

Vuole sia un assaggio, un rincontrarsi, riprendere il filo

dove si era lasciato. Una questione quasi privata.

Perché accade solo in quel preciso istante, dopo dieci

anni di silenzio e infiniti no a qualunque richiesta di

incontro? Probabilmente scambiare due parole con un

cronista è l’unico modo per far uscire all’esterno furore

e indignazione. In Parlamento si discute in quei giorni

della cosiddetta “pena certa” e Mesina, che l’ha scontata

fino in fondo (anzi di più) non riesce a mostrare ancora

una volta il solito distacco, un’indifferenza remota e

indecifrabile, come se certi dibattiti non lo riguardassero

affatto.

In una personalissima guerra con se stesso, sta provando

adesso a sconfiggere definitivamente lo spettro

della passività, dell’inerzia totale. Che ha, come tutti

sanno, il retrogusto bruciante della disfatta.

Occorre tener conto poi che per non crollare, bisogna

avere un sistema nervoso decisamente solido. Una

buona via di fuga, per stare a galla e non compromettersi,

è la lettura. Ma non sempre si può, non tutti i capi

consentono. «Lei non se ne fa niente dei libri, mi diceva

un vecchio direttore. E per due anni, due anni, non mi

178

hanno passato nemmeno lettere. Manco una per sbaglio».

Per quanto tempo si può reggere una terapia come

questa?, come si fa a non scoppiare? Stupisce che in

una condizione così greve, così usurante, Mesina riesca

a conservare un briciolo di humour. Quando gli domandano

di pronunciare un verdetto su se stesso, imputato

che ci vuole un treno a elencarne tutte le colpe, accetta

la sfida, sorride, infila un’immaginaria toga e pronuncia

serissimo in nome del popolo italiano: «Un bel po’ di

anni me li darei». Quanti, per la precisione, vostro onore?

«Un bel po’, non sottilizziamo».

Durante l’ultima detenzione, l’apparato giudiziario

comunque non lo dimentica a riprova che forse ha ragione

quel partito giustizialista secondo il quale «Mesina

deve stare in carcere perché quello è il suo habitat».

Agli inizi del ’97 riceve una comunicazione giudiziaria

per “traffico di stupefacenti”. La faccenda riguarda il

periodo di Asti, i giorni da vigilato speciale, subito dopo

le polemiche e i veleni legati al ruolo di emissario durante

il rapimento di Farouk Kassam.

Contrariamente al solito, stavolta ha tuttavia un ruolo

di secondo piano. I protagonisti sono altri: Carlo Ritrovato

e il clan familiare che gestiva insieme a lui lo

spaccio di droga nel basso Piemonte. La Dda (direzione

distrettuale antimafia) lo ha intercettato e scoperto

proprio mentre era in corso un sanguinoso regolamento

di conti: il cadavere di un uomo del boss Epaminonda

– tale Carmelo Nicosia – era stato fatto trovare in un

cascinale vicino Alessandria. La proprietaria di quella

casa si chiama Carmela Ritrovato, è la madre di Carlo.

179


Nel mondo della mala la chiamano affettuosamente “la

cartomante” per la passione e l’abilità a farsi raccontare

il destino da ori e bastoni.

E Mesina? Entra nella storia da una porticina secondaria.

A chiamarlo in causa, sia pure non direttamente,

sono quattro collaboratori di giustizia ospitati in una località

segreta e sottoposti al programma di protezione. I

loro nomi servono per capire il teorema del pubblico

ministero: Giovanni Ritrovato, Angelo Bertello, Alessandro

Mancini e Sergio Ottaviano. Al pm riferiscono

(perché non l’hanno saputo personalmente) di aver appreso

dalla madre di Sergio Ottaviano che Mesina le

aveva ceduto un chilo di eroina. Nell’operazione entra

anche una delle figlie della “cartomante”, Giuseppa.

Che sa tutto, assicurano i pentiti. Ma la donna – sentita

dal magistrato – nega con decisione. Altrettanto la madre

di Ottaviano.

Qual’è la verità? Tecnicamente, la loro è un’accusa

per sentito dire: così la definirebbe chi non ha cultura

giuridica e consuetudine col codice penale. Per il vocabolario

forense ha ben altra etichetta e solennità: de relato,

è un’accusa de relato. Cioé sempre per sentito dire,

ma detto – bisogna riconoscerlo – in modo più elegante

e un tantino ambiguo.

Sono credibili i quattro pentiti? Mesina, che ha sempre

condannato gli spacciatori, fa sentire la sua voce durante

l’udienza davanti al giudice per le indagini preliminari:

«Non so nulla di questa storia. È un’infamia per

gettarmi altro fango addosso». A dargli una mano c’è

qualche stranezza che affiora qua e là nel fascicolo processuale

dove, per dirne una, la droga passa di mano in

mano senza che venga versata una lira. Sembra una spe-

180

cie di catena di Sant’Antonio, eroina che corre dall’uno

all’altro quasi per gioco. Quando le domandano quanto

abbia speso per comprare il chilo di droga, Angela Ottaviano

spiega di aver bruciato il fornitore (cioé Mesina)

perché tanto «sapevo che doveva essere arrestato per

una storia di armi». Previsione assolutamente esatta: di

lì a poco la polizia farà irruzione nel casale di San Marzanotto,

scoverà il misterioso arsenale e neanche una

prova che possa collegarlo a Graziano.

Al processo per la droga gli imputati sono complessivamente

trentasette, alcuni latitanti, altri rottamati come

criminali e riconvertiti in lavoratori socialmente utili

per la giustizia. I quali ribadiscono le famose accuse

de relato ma l’inconsistenza e la fragilità sono tali che diventa

quasi impudico portarle in aula. Nell’estate del

2000 (a soli nove anni dall’apertura dell’inchiesta) Mesina

viene assolto. Il pubblico ministero non presenta

appello, a dimostrazione che la cosa non stava né in cielo

né in terra.

Il verdetto fa esultare la vecchia primula rossa del

Supramonte che, a quel punto, si illude due volte: crede

abbiano finito di tormentarlo e che la liberazione condizionale

possa essere nuovamente vicina. Su queste speranze

accoglie l’ennesimo trasferimento (da Novara a

Voghera), accantona in via definitiva l’idea di approdare

in un penitenziario sardo e si prepara a tornare in libertà.

Su quest’obiettivo lavorano a tempo pieno un

suo storico difensore (Gabriella Banda) e un nuovo,

grintoso avvocato: Enrico Bucci. Il quale, sicuro delle

carte che ha in mano, si limita a una breve dichiarazio-

181


ne: «Il nostro assistito chiede, in base a precise disposizioni

di legge, la revoca dell’ergastolo. La grazia? Non

intende presentare un’istanza di questo tipo, per ora.

Non sta cercando la pietà ma semplicemente l’applicazione

di una norma».

In realtà la questione non è così semplice: si tratta di

ottenere l’alleggerimento previsto da un articolo del codice

di procedura penale (il 671), entrato in vigore

quando Mesina stava in carcere già da un pezzo, e questo

assottiglia le possibilità di successo. A febbraio del

2001 si inizia a discuterne nel corso di un “procedimento

di esecuzione” presieduto da Giovanni Mosca.

Durata dell’udienza, assente l’imputato, quattro minuti:

il tempo per depositare sul tavolo del Tribunale

una rispettabile torre di carte e aspettare il responso.

Che arriva, a strettissimo giro di posta: dieci giorni. Accogliendo

le tesi del pm, il giudice Giovanni Mosca respinge

l’istanza: improponibile. Secondo la sentenza,

non è affatto dimostrabile che i vari reati compiuti da

Mesina siano ascrivibili «a un medesimo disegno criminoso».

Manca, direbbero i dottori della legge, l’elemento

della continuazione. Dunque va bene il “cumulo”,

niente revoca dell’ergastolo, ancora meno la liberazione

condizionale. Fine.

Discutere su questo tema richiede una sconfinata conoscenza

della dottrina. Di certo tutto si è giocato tra

pieghe interpretative, busillis da specialisti ed è tempo

perso cercare di andarci a fondo. Significativo che, a

bocciatura incassata, l’avvocato Bucci annunci un (inutile)

ricorso in Cassazione ma riconosca sportivamente

d’essersi arrampicato sugli specchi: «Era tutto in salita,

già in partenza».

182

E Mesina, che per un attimo ci aveva sperato, torna

al palo. Nel frattempo, gli arriva anche una nuova condanna:

stavolta dal tribunale di Nuoro. È colpevole di

“favoreggiamento” per aver violato la legge sul blocco

dei beni durante il caso-Kassam: due anni e tre mesi di

reclusione. Si salva invece per un pelo (prescrizione)

suo nipote, Raimondo Crissantu. Ed è proprio su questo

che al momento del processo d’appello si registra un

clamoroso patteggiamento tra accusa e difesa. Vale la

pena di riportarlo com’è apparso sulle pagine dei giornali:

La condanna di Graziano Mesina in cambio della libertà

per suo nipote, Raimondo Crissantu. Accordo senza

precedenti...

Già, senza precedenti. Il Procuratore generale Giovanni

Antonio Mossa rinuncia a impugnare la sentenza

di primo grado, in particolar modo nella parte che riconosce

una serie di attenuanti per Crissantu evitandogli

il carcere, a patto che Mesina accetti in silenzio la sua

condanna. È un dannato gioco delle parti che accontenta

tutti: Mesina, che vuole salvare un nipote colpevole in

quella vicenda di avergli soltanto fatto da autista; il pm,

che riesce in questo modo a chiudere una vicenda imbarazzante:

per l’amministrazione della giustizia, per lo

Stato e una serie di figure istituzionali che, nel corso del

sequestro e dello svolgersi delle trattative, hanno fatto

sentire i loro fiati riuscendo a non apparire mai.

L’intesa (un solo colpevole anziché due in cambio di

una prescrizione) viene siglata a dicembre del 2000 di

fronte al giudice monocratico. Tutto si svolge secondo

gli accordi. Il pubblico ministero interviene brevemente

per dire che Mesina ha certamente «posto in essere il

reato di favoreggiamento poiché ci sono intercettazioni

183


e testimonianze» che dimostrano il lavoro di emissario.

Lavoro, detto tra parentesi, che Graziano ha svolto quasi

alla luce del sole. Che si stesse occupando del piccolo

Kassam erano al corrente anche le pietre del Supramonte:

non era forse questo il motivo per cui il giudice di

sorveglianza di Torino s’era adoperato per fargli ottenere

la libertà condizionale?

Un tardivo dovere di cronaca impone di ricordare

che, in occasione dell’udienza col giudice monocratico,

il difensore di Mesina (avvocato Bernardo Aste) ha lanciato

qualche pietra nello stagno. «Ha pagato lo Stato,

lo sanno tutti», ha detto in aula, «lo sanno alla Procura

distrettuale di Cagliari, lo sa Vincenzo Parisi, che all’epoca

era il capo della polizia. Hanno nomi, cognomi e

indirizzi eppure non si muove foglia, l’unico che deve

pagare è Mesina».

Sepolta frettolosamente nell’effimera cronaca dei

quotidiani, questa frase non ha lasciato segno. Più o meno,

lo stesso era avvenuto in Tribunale a Tempio Pausania

quando Mesina venne sentito come testimone al

processo contro i rapitori di Farouk Kassam. Le parole

sono state, grosso modo, le stesse. La reazione in fotocopia.

E non è finita. Nonostante lo spettacolare flop di

Asti, il binomio droga & pentiti torna in nuova versione:

cambiano i collaboratori di giustizia e le quantità di

stupefacente, resta in piedi solo l’imputato di sempre,

Mesina. Fossimo allo stadio in curva nord, finirebbe su

uno striscione: Graziano forever.

Ma qual’è, stavolta, la storia? Tutto comincia con un

184

pentito (tanto per cambiare), Paolo Littera. Che a un

certo punto della sua vita di trafficante trascina sotto

processo nientemeno che un colonnello e un maresciallo

della Finanza. A ruota libera, finalmente loquace nello

status di reo confesso, rivela un terribile intreccio tra

forze dell’ordine e spacciatori. Mentre corre sul filo della

memoria nel lodevole tentativo di vuotare tutto il sacco,

si ferma un attimo al 1992 (anno del sequestro Kassam

e di Mesina in libera circolazione) per raccontare

che quell’anno Graziano aveva ricevuto in agosto alcuni

suoi amici campidanesi. Segue doveroso spuntino d’ospitalità,

che di fatto si rivela una colazione di lavoro allorché

Mesina comunica di essere stato incaricato dal

clan calabrese dei Tornaghi di recuperare un vecchio

debito di Littera e compagni: una partita di eroina non

pagata. Tradotto in lire, quattrocento milioni. La risposta

dei “campidanesi” è stata sincera, cuore in mano:

vorremmo ma non abbiamo soldi. Per trovare una soluzione,

si dichiarano tuttavia disponibili a rimboccarsi le

maniche, a scendere (anzi a tornare) in campo. È stato a

questo punto, sostiene Littera, che Mesina ha offerto

tre chili di eroina a patto che quelli garantissero di saldare

coi primi guadagni quel conticino rimasto in sospeso.

Non si sa se le accuse di Littera abbiano centrato il

bersaglio. Il sostituto procuratore di Cagliari, Mario

Marchetti, ha spedito una comunicazione giudiziaria a

Mesina e s’è tuffato in un’inchiesta che non è stata ancora

chiusa. L’ipotesi da confermare è quella di un ruolo

simil-gangster: trafficante e, nei ritagli di tempo, addetto

al recupero credito per conto terzi. Dentro questo

ipotetico ritratto è riconoscibile il più celebre orgolese

185


d’Italia? Impossibile azzardare un pronostico, disegnare

un finale che resta tutto da scrivere.

Al di là dei confini fra teorie e verità, è comunque

una nuova, pesante mattonata sui denti. Un bombardamento

che non si ferma neppure dopo il ritorno in carcere

del ’93. Qual’è il vero Graziano Mesina? Al palazzo

di giustizia di Cagliari (e non solo) sono fermamente

convinti che il vecchio bandito non sia mai morto. Dicono:

è vero che appartiene alla vecchia generazione criminale

ma è anche uno che sa adeguarsi rapidamente ai

tempi: e se il traffico di droga ha sostituito i reati d’un

tempo, perché non tentare?, perché non provarci? Dopotutto,

ritengono in Procura, le coincidenze sono troppe

per non destare sospetti.

L’altra immagine è profondamente diversa: tratteggia

un Mesina diverso dal fuorilegge che è stato in gioventù,

rivela un vinto che da molti anni ha riscattato se

stesso e che, soprattutto, ha scontato tutto ma proprio

tutto. Quanto dovrà attendere perché un nuovo tribunale

lo dichiari colpevole o lo assolva?, quanto possono

valere le dichiarazioni (senza riscontro) di un pentito?

Forse eccedono quelli che parlano di persecuzione

giudiziaria: il fatto è che non se ne vede la fine. Tra clan

Ritrovato e clan Tornaghi, tra armi custodite nel posto

più sbagliato del mondo e fantasiosi progetti per sequestri

internazionali, la figura di Mesina appare dilatata,

ancora più mitica di quella relegata alle imprese in Supramonte.

C’è da chiedersi quanto debba durare il purgatorio

di un uomo, se quarant’anni di carcere non siano

un’equa punizione. Proseguire su questa strada si-

186

gnifica mostrare la faccia incarognita di uno Stato che

non sa perdonare e che in ogni caso non è stato in grado

di favorire manco un’ombra di redenzione.

È intorno a queste riflessioni che nasce con tutta

probabilità l’idea di cedere, alzare bandiera bianca e

chiedere la grazia. Se ne parlava da un po’, da quando a

Torino gli avvocati Banda e Bucci l’avevano messo in

conto nel caso fosse stata respinta l’istanza di revoca

dell’ergastolo. Il problema è che Mesina non ne vuol sapere.

Resiste alle pressioni dei familiari e pare quasi un

“prigioniero politico” che voglia far arrivare alle estreme

conseguenze, far esplodere, le contraddizioni di un

sistema che da un lato ripudia la pena di morte e dall’altro

finisce per applicarla, sia pure chiamandola in un altro

modo e senza la distaccata assistenza di un boia. Nei

primissimi mesi del 2003 continua a rifiutare incontri

coi giornalisti e, visto che c’è, anche con avvocati che di

volta vengono incaricati di ammansirlo, mostrargli l’unica

via di salvezza: quattro righe indirizzate al Presidente

della Repubblica.

Graziano prosegue coi suoi rifiuti («Ho detto no e

no») e finirebbe col farcela se non commettesse un piccolo

errore: sottovaluta la cocciuta testardaggine di una

signora che da qualche anno va a trovarlo con regolarità.

E che sul tema della grazia inizia a fargli il lavaggio

del cervello.

Greca Deiana è una sarda che abita da tempo a Modena.

Sposata, madre di due figlie, è vecchia amica di famiglia

dei Mesina. Non proprio lei ma suo padre, a voler

essere precisi. Un incontro, che poi è una folgorazio-

187


ne, lo ricorda però molto bene. «Ero una ragazzina,

avrò avuto dodici, tredici anni. Non erano ancora iniziati

gli anni ’70, lo rammento con precisione. Mio babbo

mi teneva per mano, eravamo a Orgosolo...».

Erano a Orgosolo quando d’un tratto appare Graziano.

Se la memoria non tradisce e l’anno è giusto, in

quel periodo Graziano aveva 26 anni, un fisico atletico a

dispetto dell’altezza, capelli nerissimi e neppure un etto

in più. Parlava poco (anche allora), in compenso mandava

lampi con gli occhi. «Di lì a breve l’hanno preso e

subito dopo ha cominciato a fare il latitante».

Assicurando di parlare con la voce del cuore (ma

senza sentimentalismi di genere), Greca Deiana giura

che quella visione le si è stampigliata nel cervello. E

moltissimi anni più tardi, quando quel giovanotto era

ormai un detenuto “fine pena mai”, le è tornata in mente.

Ha letto, s’è informata, ha scoperto che era tramontata

anche quella certa pruderie intellettualistico-borghese

che aveva coltivato epica e protezione.

Quando decide di occuparsi del caso, Mesina è insomma

finalmente solo, un detenuto qualunque, un numero

nel casellario del Dipartimento dell’amministrazione

penitenziaria. «Mi sono ricordata all’improvviso

quegli occhi. A costo di sembrare ridicola, dico che erano

occhi di un uomo buono, generoso, leale. Un uomo

che ha pagato tutto quello che aveva da pagare e che ora

deve tornare libero».

Grazie a una serie di aderenze d’un certo peso, si

muove per cercare una strada qualunque che porti alla

libertà. Contatta deputati e senatori, di destra e di sinistra,

parroci e principi della Chiesa, rilancia il caso Mesina

con un fervore che forse non può vantare neanche

188

Adriano Sofri, che pure ha uno schieramento istituzionale

di tutta eccezione in sua difesa. Visite a Roma, a

Modena, a Milano, a Bologna. Nei tempi morti tra un

incontro in carcere e l’altro, Greca Deiana batte inutilmente

una pista diplomatica, sottotraccia, ma i risultati

appaiono quasi subito deludenti. Resta, ultima spes, la

grazia. Che, tenuto conto del comportamento da detenuto

di Graziano e del fatto che non ha più nulla da

scontare, potrebbe anche essere concessa. O quantomeno

ci si può seriamente sperare. Il guaio è che la grazia

bisogna chiederla, metterla per iscritto, nero su

bianco. E quello non ci pensa manco lontanamente.

Inizia così un silenzioso lavoro ai fianchi, fegato milza

fegato milza, fino a quando si avvertono i primi segnali

di cedimento. Mesina mostra disinteresse verso la

strada politica e neanche un briciolo di curiosità verso

la procedura per ottenere la grazia. Greca Deiana però

insiste, incalza il fantasma del vecchio bandito e batte

sul diritto-dovere di tornare libero, ricominciare in un

posto qualunque con un lavoro qualunque. Non è indispensabile

sistemarsi a Orgosolo, va bene un paese d’Italia

purché sia. L’unica necessità, se proprio vogliamo

chiamarla così, è trascorrere una giornata in campagna,

almeno una. «Ho bisogno di sentire gli odori di quand’ero

bambino, ho bisogno di vedere dall’alba al tramonto

gli alberi e la luce dei monti».

Il desiderio-campagna è una buona leva. Convinta

com’è che in fondo la sua sia solo una battaglia di giustizia

e civiltà, Greca Deiana se ne serve per far uscire Graziano

dal torpore carcerario che lo sta lentamente allontanando

dal mondo cancellandone sogni, convinzioni,

speranze. Senza saltare un solo appuntamento, per due

189


anni questa terapia va avanti con la pervicacia dell’analista

che ha scovato la genesi del trauma: scava, insiste,

lascia che la memoria faccia risalire da abissi profondi

squarci di ricordo: la famiglia, i genitori, l’adolescenza.

La vita. Non ce n’è abbastanza per reagire, finalmente?

Conclusa la parte teorica, il salto verso quella pratica

è un gioco. All’avvocato Enrico Aimi, consigliere regionale

di An, viene affidato l’incarico di stendere la “domandina”

da spedire al Capo dello Stato. Aimi, penalista

esperto e sensibile, si reca a Voghera un afoso lunedì

di giugno. Alle agenzie di stampa affida un discorso efficace

e scontato: un paese civile, una democrazia, non

può tollerare che Graziano Mesina resti ancora in prigione.

Battute invano tutte le strade contemplate dal

codice penale, non resta che presentare istanza di grazia.

«Mesina firmerà», assicura prima di varcare il cancello

elettronico del penitenziario.

In realtà non ne è sicurissimo. Sa che il suo cliente ha

un carattere particolare, basta una frase sbagliata o una

botta di cattivo umore e salta tutto.

Il 21 luglio l’avvocato Aimi esce dal carcere intorno

alle tredici. «Ha firmato», dice rifiutandosi di entrare

nei particolari di un’istanza dove – per espresso volere

di Mesina – sono elencati sprazzi di vita barbaricina, la

Sardegna rovente dell’Anonima, gli incontri più o meno

obbligati che un giovane balente doveva fare.

Prima della fine del mese, la pratica è a Roma, sul tavolo

del ministro di Grazia e Giustizia che deve esprimere

un parere. Per farlo, dovrà ricucire la carriera carceraria,

le condanne, i comportamenti, le opinioni di

190

persone che sanno. Pronunciare, in buona sostanza,

quello che in ogni caso sarà l’ultimo verdetto.

In questa fase, l’unico senza diritto di parola è proprio

Mesina. Che comunque non ruffianeggia. Per ragioni

di dignità e di coerenza, ripete che di solito la grazia

«la chiedono quelli che stanno scontando una condanna».

Lui ha concluso, da un pezzo. E si appella (si

appellava) al rispetto delle regole dimenticando che

nella patria del diritto le regole esistono per costruirci

intorno le eccezioni. Valide per tutti, quasi tutti.

191


Capitolo XV

La grazia negata

Il giorno di sant’Ilaria, 12 agosto, il detenuto Graziano

Mesina s’è svegliato alla solita ora: le cinque e mezzo.

Ha acceso la tivù (televideo) e avviato le pulizie del suo

domicilio coatto: cella numero 5, tre metri per uno e ottanta,

secondo piano del carcere di massima sicurezza

di Voghera, vista cielo. Che quella mattina era stranamente

cupo, un tetto di nuvolaglia.

La seccatura, in genere, riguarda i due mobiletti inchiodati

al muro: non si sa da dove arrivi ma sono sempre

pieni di polvere. Finito di rassettare cella e ritirata

(water e lavandino protetti da una porticina, privilegio

dei reclusi di lunga navigazione), Mesina s’è preparato

l’unico caffè della giornata, ha indossato jeans azzurri e

una t-shirt nera un po’ elasticizzata: il che aiuta, visto

che la muscolatura non è più quella di un tempo. Se è

solo per questo, anche i capelli non sono più gli stessi:

quelli nerissimi degli anni della latitanza sono evasi mettendo

in luce un cranio tondo, lucido.

Alle 11,30 di quel giorno, proprio mentre incombeva

la solita noia (solita, da quarant’anni), una guardia

carceraria s’è materializzata davanti alla porta della cella

numero 5: «Ti vogliono all’Ufficio Matricola». In

queste circostanze non è il caso di perdersi in chiacchie-

193


e, anticipare domande che possano soffocare l’ansia.

«Eppoi, l’ansia di chi? Io, anche quando sono furioso,

sembro sereno».

Sembrando sereno, il detenuto Graziano Mesina ha

seguito la guardia in un percorso tutt’altro che familiare

nonostante sia a Voghera dal 2000: androni tinteggiati

di celeste madonna, cancellate fino al soffitto, portoncini

blindati coi cristalli corazzati. Finché non si chiude

una porta, quella successiva resta sprangata: dirige il

traffico una lucetta gialla che lampeggia.

Il turnista dell’Ufficio Matricola è gentile e sbrigativo.

«È arrivata questa per te. Firma qui per ricevuta».

La lettera ha lo stemma della Repubblica ed è firmata

dal magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Pavia.

Pochissime righe indirizzate alla direzione della Casa

Circondariale di Voghera: «Per dovere d’ufficio, trasmetto,

copia lettera del Ministero della Giustizia, con

la quale si comunica la risoluzione negativa adottata sull’istanza

di grazia avanzata dal nominato in oggetto».

Ora, al di là del fatto che la virgola non ci stava a far nulla

dopo il verbo trasmettere, il significato resta ambiguamente

chiaro: risoluzione negativa si riferisce al parere

del Ministero o proprio al fatto che l’istanza del nominato

in oggetto sia stata definitivamente rigettata?

Mesina, che del pessimismo ha fatto una religione laica,

approfitta immediatamente della possibilità di poter

chiamare casa (quattro telefonate al mese). 0784, prefisso

di Orgosolo, e poi il numero di Peppedda, la sorella.

«Non mi fanno uscire, niente grazia». Le comunica la

brutta notizia parlando in fretta ma senza gridare per

non far capire che dentro sta esplodendo. Peppedda

però lo conosce bene: incassa il colpo, cerca inutilmente

194

l’avvocato per mettere a punto chissà quale reazione e

avverte subito Ballore, il più anziano dei fratelli. Alla vigilia

dell’Assunta, festa grande del paese, esce e probabilmente

si sfoga con qualcuno svelando una notizia

che, in un attimo, vola.

Al Tribunale di Pavia il dottor Lorenzo Fabris è assente,

ferie. Un cortesissimo cancelliere, che si occupa

proprio di questo genere di pratiche, spiega il significato

della frase scritta in burocratese-giudiziario: «C’è poco

da interpretare, il concetto è limpido. L’iter per ottenere

la grazia si è concluso: l’istanza è stata rigettata».

Significa che non c’è più speranza? «Certo, significa

proprio questo». Sarebbe bello, a questo punto, sapere

che ne dice il ministro di Giustizia, il leghista Roberto

Castelli, che ha fatto smentire le voci sulla bocciatura di

Mesina. Parole testuali del suo portavoce: «La pratica

non è stata affatto respinta. È ancora in istruttoria».

Una bugia, una pietosa bugia dettata da chissà quali ragioni

politiche: la domanda di grazia è stata cestinata. Il

nominato in oggetto torna al destino che gli spetta: fine

pena mai.

Mercoledì, 18 agosto, il carcere di Voghera è la solita

gabbia color alluminio. Sbarre sottili, alte sei-sette

metri, avvolgono un caseggiato grigio dove, ci fosse un

filo d’aria, potrebbero sventolare orgogliosamente il

tricolore d’Italia e la bandiera europea, appese stancamente

a una finestra. Mentre si aspetta di poter entrare,

in un angolo lontano appare un detenuto speciale: è

un pastore tedesco male in arnese, spelacchiato, magro,

occhi tristissimi e zampata senza energia. Esce da

una cuccia sistemata sotto il sole a tenaglia, si trascina

con fatica fino alle sbarre e ci infila la testa nella spe-

195


anza di una carezza. Scodinzola, non abbaia: non

sembra tagliato per i compiti di vigilanza. Avesse pure

una ciotola d’acqua a disposizione forse sembrerebbe

meno depresso.

Dopo il controllo dei documenti, il passaggio sotto il

metal detector, le verifiche di legge, gli scricchiolii dei

cancelli che si aprono con inesorabile lentezza; dopo le

porte blindate, la musica sinistra di enormi chiavi d’ottone

e il rumore dei passi amplificato dall’eco in gallerie

deserte, si arriva finalmente alla sala-colloqui: un tavolo

impolverato, una vecchia poltrona d’ufficio (sfondata),

due sedie che gemono al minimo movimento.

Graziano Mesina passa per essere un detenuto tranquillo.

Perfino solitario non fosse per l’amicizia con l’unico

altro recluso sardo di Voghera, Mauro Addis (di

Carbonia, in galera per terrorismo). Addis è vegetariano,

Mesina astemio: per ferragosto si sono organizzati

un pranzo che era una via di mezzo tra gli hippy e le orsoline.

«Però poi c’è il problema degli extracomunitari.

Sono tanti, non hanno un centesimo e dunque non possono

comprare niente allo spaccio. E che faccio, mi

metto a mangiare mentre uno mi guarda? A questi, da

baby sitter bisogna fargli».

L’amministrazione carceraria passa la colazione (anche

dietetica), un pranzo (primo, secondo e frutta),

una cena da ospedale (minestrina e un pezzo di formaggio).

Il vino c’è, si può acquistare un quarto di litro

alla volta «ma fa talmente schifo che bere acqua diventa

un piacere». Le celle singole sono in dotazione ai soli

detenuti anziani, cioè a gente come Mesina che sconta

l’ergastolo nonostante nessun Tribunale abbia pronunciato

una sentenza di questo tipo contro di lui. Sta

196

pagando, e continuerà a pagare, per un’aberrazione

giuridica che ha equiparato la somma di pene diverse

all’ergastolo. Vecchia storia, non vale la pena di perderci

la testa. «Non parlare di me, parla del sistema

carcerario».

È un Mesina senza vanità e gonfio di livore quello

che avanza, a piccoli passi, da un androne lontano. Saluta,

sorride stretto stretto ed entra direttamente nella

saletta-colloqui lasciando una leggera scia di deodorante.

Sessantadue anni: e stavolta, a parte gli occhi che

sembrano senza tempo, si vedono tutti. «Faccio quattro

ore di aria al giorno, due al mattino e due alla sera.

Poi, qualche movimento in cella». Per tornare (o quasi)

quello di una volta servirebbe ben altro. «È la vita sedentaria

che ti frega».

Si siede, mette lo sguardo a fuoco, dà un’occhiata alla

copertina di un libro che racconta la sua storia (e che

ha già letto), ridacchia osservando un collage di foto

che lo riporta agli anni calibro 12, alla stagione del fuorilegge

balente. Non aspetta domande, non gli interessa

soddisfare curiosità di cronaca. Va subito al dunque,

a valanga. Come se aspettasse da sempre di gridare due

o tre cose all’altro mondo, oltre le sbarre.

«Lo sapevo che non mi avrebbero concesso la grazia.

Non regalano mai nulla a persone come me. Con le

ultime due condanne dovevo scontare otto anni e tre

mesi. Ne ho fatto dieci, non bastano?»

– Un’ultima speranza, Ciampi.

«Sì, ma ci sono complicanze legate alla grazia per

Adriano Sofri. Comunque: se vogliono farmi tornare

in libertà, per quello che sono e per la galera che ho

fatto, bene. Altrimenti, pazienza. Io non chiedo più

197


niente. E non mi suicido, tranquilli. Aspetterò di morire

in carcere».

– Semilibertà?

«Fossi in Sardegna, probabilmente sarei fuori, in libertà

condizionata. Qui niente, qui non concedono

niente a nessuno, manco a quelli che hanno poca roba

da scontare...».

– I diritti dei detenuti esistono.

«Quali diritti, quale diritto? Il diritto non esiste, esiste

invece la discrezionalità di un magistrato che diventa

un giudice supremo, un dio che decide della tua vita. E

il guaio è che, intanto, qui si scoppia».

– Chi scoppia?

«Manco ve lo immaginate perché sui giornali finiscono

solo quelli che s’ammazzano. Possibile che nessuno

si sia accorto che c’è una drammatica emergenzacarceri?

Ci sono malati terminali che non vengono assistiti

come si dovrebbe, ci sono difficoltà ad avere medicine.

E inoltre devi fare i conti con la testa».

– Per sopravvivere?

«Certo. Dipende dal carattere se riesci a tenere o a

non tenere. Certi giorni sto male, sono incazzato per

qualcosa ma ai miei compagni mostro sempre una faccia

tranquilla».

– Perché?

«Perché se vanno giù anche i vecchi, buona notte. È

per questo che dico e ripeto: non fatevi speranze, non illudetevi,

pensate sempre al peggio che è meglio. Di solito

l’orrore della galera rimbalza sui giornali quando ci

finisce dentro uno di serie A».

– Chi sono quelli di serie A?

«Avete presente quegli industriali che, appena gli

198

mettono le manette, si ammalano e finiscono in clinica?

Poi trovi sempre uno che in televisione spiega che certa

gente resta traumatizzata per una semplice ragione: non

è abituata alla galera. Scusate, e io? Io non sono nato in

galera e dopo quarant’anni, non so come non so perché,

ma non mi ci sono ancora abituato. Sarò allergico?»

– Come si affronta una giornata in carcere?

«Un grande aiuto arriva dal lavoro, se te lo danno. Io

ho fatto l’imbianchino per undici mesi, ho tinteggiato

tutta la sezione. Non è che diventi ricco, tre euro all’ora,

ma almeno passi il tempo».

– Anche con l’ergastolo?

«Anche con l’ergastolo, a patto che lo si chiami come

deve essere chiamato: condanna a morte».

– Altre distrazioni?

«La televisione. Io ce l’ho in cella, prendo dodici-tredici

canali. Mi piace tenermi aggiornato sulla politica,

nazionale e internazionale. Poi seguo con interesse le

trasmissioni che parlano di ambiente e animali: Geo &

Geo, Quark, roba così».

– Nient’altro?

«Nient’altro, nient’altro: cosa volete che guardi un

detenuto? Donne, trasmissioni dove ci siano donne:

mettono malinconia e accendono bei ricordi».

– A proposito di politica: che sa della Sardegna?

«So che nemmeno la miglior gelateria della Costa

Smeralda appartiene ai sardi. Perfino i gelati. E questo

mi dà fastidio, mi fa dire che noi sardi dobbiamo riprendercela

la Sardegna, nella legalità».

– La fede attenua la solitudine?

«Se ce l’hai. Io rispetto, anzi invidio quelli che credono

perché si sentono più consolati. Ogni tanto mi ven-

199


gono però dei dubbi: se, come dicono, l’aldilà è il posto

ideale per ogni buon cristiano, perché nessuno ci vuole

andare?»

– Insomma, in chi ha fede lei?

«Vivo giorno dopo giorno, senza illusioni. Ho fede

nel chirurgo che mi ha riattaccato mezzo dito tranciato

da una porta blindata. È proprio finito a terra, il dito. È

successo l’anno scorso. Siamo andati di corsa all’ospedale

io, le guardie e il dito. Il dottore mi ha detto: ci provo

ma non ci spero. E io: vabbe’, intanto ci provi. Mi è

andata bene».

– Guarito?

«Il dito è tornato al solito posto, non è sensibilissimo

ma non si può avere tutto. Alla terapia dopo l’intervento

chirurgico ho pensato io: ogni tanto, con una lametta

tagliavo schegge di pelle morta. Lavoro di precisione, va

fatto con cura. Togli oggi togli domani, tutto è tornato a

posto. Capito? Per non morire devi deciderlo prima di

tutto dentro di te: non voglio, non devo morire».

200

Capitolo XVI

Ritorno a casa

Respinta ad agosto, la grazia risorge inaspettatamente

a novembre. In silenzio o quasi. Il direttore del carcere

di Voghera convoca Mesina nel suo ufficio una settimana

prima che la notizia esploda sulle agenzie di stampa.

Gli dice, in via amichevole e riservata, che il ministro

della Giustizia ha depositato il suo fascicolo al Quirinale

esprimendo parere favorevole. E quindi.

Quindi Graziano, che ha fatto della diffidenza e del

disincanto la sua seconda pelle, non ci crede. O meglio,

dà una risposta che potrebbe apparire sprezzante e invece

lascia trasparire soltanto un disperato senso d’attesa:

«Parere favorevole? Bene, aspettiamo e vediamo».

Nessuna emozione: i balentes, compresi quelli over sessanta,

non devono mostrare debolezze.

Il problema è che qualcosa non quadra, i conti non

tornano. Nella sua cella, Mesina conserva la comunicazione

del giudice di sorveglianza di Pavia che appena

cento giorni prima gli aveva annunciato il peggio: istanza

di grazia rigettata. Due righe secche, senza commento

o un briciolo di spiegazione.

Cos’è accaduto nel frattempo?, chi e perché ha cambiato

idea? Nessun segnale apprezzabile dall’esterno,

niente che aiuti a capire. A Roma, che è la città dove

201


tutto succede e tutto si decide, il dibattito politico stagna

sul caso-Sofri e sulla intenzione del Presidente della

Repubblica di decidere in autonomia. Ovvero infischiandosene

del parere del ministro Guardasigilli.

Che c’entra Mesina con tutto questo? A possibili sviluppi

positivi del caso non accenna il deputato diessino

Francesco Carboni che lo va a trovare in carcere. Non

ne parla nemmeno il difensore, avvocato Enrico Aimi,

che si limita a inviare una lettera di incoraggiamento:

non darti per vinto. Non ne sa nulla, infine, neanche la

crocerossina della grazia, quella Greca Deiana di Modena

che da anni bazzica per parrocchie, ministeri e segreterie

di partito nella speranza di riuscire a tirarlo

fuori dalla cella.

Negli ambienti parlamentari si parla con una certa

insistenza di un inciucino carcerario, un’operazione

trasversale che mette insieme (una volta tanto) maggioranza

e opposizione. Circola, circolerebbe, una lista di

persone da graziare. Lista da girare a Ciampi in cambio

di un benevolo silenzio-assenso non appena verrà concessa

la libertà a Sofri. I leghisti gradirebbero, per esempio,

la scarcerazione dei lagunari che hanno asssaltato

anni fa il campanile di piazza san Marco a Venezia. Alleanza

Nazionale invece vedrebbe volentieri il ritorno a

casa di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Non

trapela, stranamente, la lista dei candidati di Forza Italia:

i maligni dicono che il premier avrebbe solo l’imbarazzo

della scelta, altri propendono per difficoltà su un

accordo interno.

Illazioni. Alla luce del sole non c’è nulla, men che

meno ci potrebbe essere un elenco di detenuti che in

nome di una perversa par condicio possono tornare li-

202

beri. Resta tuttavia una certezza: a Mesina la grazia è stata

negata e nulla autorizza a credere ci possa essere un

ripensamento. Eppure il ripensamento c’è stato ma nessuno

ne chiederà conto al ministro. A cose ormai fatte,

in piena euforia da celebrazione televisiva, Castelli va

addirittura in tivù con Mesina. Officia un conduttore

felice e curiale nella sua untuosità cardinalizia. Nel corso

della trasmissione tivù, si chiacchiera, si parla di taglie

per favorire la cattura degli assassini di un benzinaio

ucciso a Lecco, si litiga sulla riforma giudiziaria appena

varata ma neppure una domandina semplice semplice

sulla grazia che prima non c’era e adesso c’è. Non

ha questo tipo di curiosità neanche Gavino Angius, presidente

dei senatori Ds, che pure si dichiara soddisfatto

per la liberazione di Mesina.

L’interrogativo su cosa sia avvenuto tra agosto e novembre

del 2004 resterà, con tutta probabilità, un mistero.

Vietato dire che il ministro ha cambiato idea. Il

suo portavoce ricorda di aver sempre sostenuto una sola

tesi: «La pratica della grazia è in itinere». Vorrà dire

che avranno capito male i giornalisti, il direttore del carcere

di Voghera e il giudice di sorveglianza di Pavia che

s’è affrettato a comunicare un’informazione che evidentemente

non aveva alcuna importanza: la grazia era

in itinerere e lui ha creduto, anzi l’ha messo per iscritto,

che fosse stata respinta.

Il silenzio è desolante e assoluto quando l’Ansa lancia

un flash alle 12,54 del 23 novembre: Ciampi grazia

Mesina. Nient’altro.

La procedura prevede la scarcerazione immediata

ma bisogna fare i conti con un ultimo refolo di sfortuna:

c’è sciopero dei magistrati e quindi nessuno invia l’ordi-

203


ne di scarcerazione che da Roma deve arrivare a Pavia e

da Pavia a Voghera. Castelli, che con la magistratura ha

un fronte di guerra permanente, ne approfitta per dichiarare

che «lo sciopero ritarderà di 24 ore l’uscita dal

carcere di Graziano Mesina. Un giorno di libertà in meno,

che non gli restituirà nessuno».

Il 24 novembre l’assedio dei giornalisti inizia di

buon’ora. Freddo, un cielo basso e nuvoloso abbraccia

degnamente la casa circondariale di Voghera: c’è

un grigio uniforme che non regala affatto aria di festa.

I primi arrivati si piazzano accanto all’ingresso, qualche

metro dalla garitta blindata, intorno alle 8 del

mattino. Per ingannare l’attesa, qualcuno va a chiedere

notizie di un secondino speciale, un pastore tedesco

che mesi prima sembrava passarsela male sotto il sole

d’agosto. È il cane delle guardie carcerarie, una cuccia

di fronte a sbarre alte sette metri e, sullo sfondo, una

discarica. Aspettando Mesina, vale la pena di andare a

trovarlo superando – con discrezione – il limite invalicabile

della prigione (alt, sorveglianza armata). Il cane

c’è e sta bene, abbaia con determinazione, mostra agli

estranei una sanissima dentatura. Però non è lui. L’altro,

spelacchiato e malconcio, ha tirato le cuoia. Quello

che parteciperà all’affollata partenza di Graziano

Mesina è soltanto un successore.

Intanto il piazzale delle auto in sosta si riempie rapidamente.

Tra telecamere e taccuini, c’è una piccola legione,

un centinaio di reporter in tutto. Di Mesina manco

l’ombra. Quando manca un quarto d’ora alle 13 una

vecchia Punto si avvicina lentamente, supera uno sbarramento

e s’arresta davanti alle gigantesche inferriate

da gabbia circense che avvolgono il penitenziario. Al

204

volante c’è Ballore, fratello maggiore di Graziano, coppoletta

sarda di velluto, occhi immobili su un punto imprecisato

davanti a lui. Ballore finge di non sentire chi

bussa ai vetri, di non vedere le facce dei giornalisti che si

spiaccicano sul parabrezza implorando una dichiarazione

qualunque. Forse, ma proprio forse, sorride impercettibilmente

quando qualcuno gli pone una domanda

iper-cretina: scusi, è venuto a prendere suo fratello?

Con aplomb ben diverso, passo sicuro e quasi marziale,

qualche ora prima aveva fatto il suo ingresso in

carcere l’avvocato Aimi. Tutti sicuri che entrasse e

uscisse nel giro di qualche minuto insieme a Graziano.

Invece nulla. Dopo quasi tre ore di permanenza, il legale

si fionda all’esterno, rallenta davanti allo schieramento

di microfoni e distilla un’ovvietà: «Ancora pochi passi

e Graziano Mesina sarà un uomo libero». Poi si allontana,

imbufalito.

La verità salta fuori in un baleno. Aimi, se una certa

ricostruzione sussurrata è vera, è entrato in carcere e ha

chiesto di parlare col suo assistito. Siccome dal ministero

non era ancora arrivato niente, la risposta del comandante

della polizia penitenziaria è stata gentile e

veloce: «No». Per non mostrare contrarietà, a quel

punto Aimi ha ripiegato con stile: «Vabbe’, fatemelo

sentire almeno per telefono». E ha incassato il secondo

no. «Col detenuto in questione potrà parlare quando

verrà scarcerato. In assenza d’una richiesta di colloquio

regolarmente autorizzata, non è possibile incontrarlo o

mettersi in comunicazione con lui». Sconfitto su tutta

la linea e per niente disposto a rivelarlo ai giornalisti,

l’avvocato ha preferito a quel punto optare per una ful-

205


minea ritirata al termine di quelle due parole che dicevano

e non dicevano.

E Mesina? Per arrivare, arriva. Ma con enorme ritardo.

Si viene a sapere che di buon mattino, non appena

gli avevano riferito che una muta di giornalisti lo

stava aspettando al varco, ha telefonato a suo fratello

Ballore per chiedergli aiuto: «Vieni a prendermi».

Spera (e sbaglia) di poter evitare la stampa e trattare in

condizioni privilegiate il ventaglio di esclusive che lo

aspetta.

Le cose gli vanno male a metà. Indimenticabile comunque

l’immagine che offre quando l’ultimo cancello

automatico lampeggia e si apre lentamente per lasciarlo

passare. Tra lui e il mondo c’è a quel punto solo una cancellata

immensa, stretta, robusta, ostile. Braccia appesantite

da tre buste di plastica (il bagaglio di undici anni

in galera), Graziano appare in tutta la sua fragilità. Resta

immobile, per pochi secondi, guarda disorientato e

scosso le truppe assatanate che lo aspettano al di qua

delle sbarre. Ha la faccia stanca, gli occhi velati da un

istante di commozione (ma lui dirà che è colpa del raffreddore),

la tensione e la solennità dei grandi momenti.

Non sposta un muscolo, statuario come una preda che

ha fiutato l’aria e aspetta l’attimo della fuga.

La primula rossa del Supramonte, adesso, è quasi un

vecchio acciaccato dagli anni, un signore che ha bisogno

di riposare, muoversi con calma. Papalina grigia,

giacca a vento e jeans, potrebbe essere confuso per un

qualunque pensionato se non fosse per quella zavorra

colorata che raccoglie tutte le sue cose, il corredo: un

206

po’ di vestiario, libri, lettere, il curriculum giudiziario.

Stringe le mani di una decina d’agenti, prima di affacciarsi

timidamente all’esterno sognando di raggiungere

la macchina di Ballore prima che quegli altri, telecamere

e notes, sferrino l’attacco. «Graziano, Grazianooo...».

Dalle retrovie qualcuno lancia un urlo. E lui si

blocca, posa le buste per terra e aspetta che il primo incursore

riesca a placcarlo. «Bentornato». Lo salutano

un vecchio amico, il nipote, un parente-giornalista. Baci

e abbracci, pochi secondi che tuttavia bastano a tutti gli

altri per andare all’arrembaggio.

Parte una raffica di domande, più o meno scontate.

Cosa prova, cosa farà, come ha dormito l’ultima notte

in cella, cosa ha detto a quelli che restano, chi gli piacerebbe

ringraziare, vuole fare un appello agli italiani.

Mesina risponde a monosillabi, costringendosi perfino

a sorridere. Ma di un sorriso stretto, di circostanza.

Non ne ha affatto voglia di ridere, lo stress sembra

paralizzarlo. La voce di Ballore, che preme vanamente

per fare manovra e andar via, affiora quando un cronista

chiede quale sarà la prossima meta: «Destinazione

segreta».

Segreta? Con molta fatica e dopo molte insistenze,

Graziano riesce a infilarsi in macchina, fendere la folla

e allontanarsi. I più selvaggi della muta lo tampinano,

quasi fossero la scorta. Confidano che lungo strada tanta

cocciutaggine venga premiata. E invece no. Ballore

vola, si fa per dire, verso Crescentino e intanto interroga

il fratello per rompere un silenzio fastidioso. Ma

Graziano non ha voglia di parlare. Un nebbione da manuale

gli chiude l’orizzonte del mondo che ha soltanto

immaginato per tanti, lunghissimi anni: pioppi, frutteti,

207


piccole aziende agrarie. E un traffico d’autostrada che

preoccupa.

Che odore ha la libertà?, che colori mostra? Stretto

fra Tir e automobili avvolti dalla foschia, vede poco e

immagina meno. Tanto, i profumi che aspetta di sentire

e le immagini che vuole davvero vedere stanno altrove,

molto lontano da qui.

Arriva a Crescentino e siede a tavola insieme ai familiari

e all’avvocato Aimi. A un tratto Ballore gli chiede se

si vuol trattenere qualche giorno, giusto per alleggerire

il peso di un momento sicuramente impegnativo e difficile.

Riflette giusto un secondo: «Vado via. Domani mi

imbarco da Livorno. Voglio tornare a Orgosolo».

Il giorno dopo, nel corridoio del molo, è incappucciato

a sufficienza per non essere riconosciuto. La macchina

che lo trasporta infila lentamente la grande porta

carraia del traghetto e prosegue fino al parcheggio.

Graziano non è solo: non sa guidare e non ha nemmeno

la patente. Confida di tapparsi in cabina fino all’arrivo a

Olbia.

Una signora, giornale spalancato tra le mani, lo osserva

per un attimo, fa ballare gli occhi su e giù, tra lui e

la foto sul giornale, poi balbetta. «Scusi, ma lei non è,

non è...». Il nome non riesce a pronunciarlo. Graziano

le viene incontro: «Sì, sono io».

“Io” che fa accorrere un camionista e subito dopo

uno studente. “Io” che, mentre gli cresce intorno un capannello

di visi sorridenti, si ritrova circondato. Di nuovo:

prima i giornalisti, ora i viaggiatori d’una motonave.

Parte un applauso, la proposta di un brindisi accolta all’unanimità

e l’inevitabile coretto in lingua sarda. Il traghetto

salpa mentre a bordo c’è festa grande. A un ra-

208

gazzo che lo guarda incantato quasi fosse un’apparizione,

Mesina viene incontro avvertendolo: «Se vuoi ti racconto

la mia vita, ma non prenderla ad esempio».

Dopo lo sbarco e dopo molti bicchieri di spumante,

comincia la lettura dei giornali mentre si viaggia

verso Nuoro. Tutto come previsto: Orgosolo accoglie

con freeddezza la notizia della grazia (i vecchi sono indifferenti,

i giovani giurano di non sapere chi sia), il

paese non tradisce il minimo entusiasmo. E gli altri?

Fateh Kassam dice che la notizia lo interessa quanto

una macchina parcheggiata per strada e rifiuta di aggiungere

qualsiasi commento ma si capisce (e bene)

che non sta facendo i salti di gioia. Penalisti, poliziotti

e frequentatori di Mesina (ragioni d’ufficio) stanno

dentro il binario di un cauto ottimismo: giustizia è fatta,

ma ora stacchiamo la spina, non trasformiamo tutto

in uno show.

Appena arrivato a Orgosolo, Graziano si nasconde a

casa della sorella, aggira l’appostamento dei fotografi

entrando da una porta posteriore, la stessa che adoperava

quando – durante il rapimento del piccolo Farouk

Kassam – cercava di fare il lavoro dell’emissario nella

maniera meno chiassosa possibile.

Questo suo silenzio assoluto potrebbe far pensare al

bisogno di calarsi nell’anonimato, al desiderio di riprendere

la vita senza doverne rendere conto ai lettori

dei giornali: finalmente. Il motivo di tanta riservatezza

però è un altro: finché sono in corso le trattative per

un’esclusiva televisiva e un’altra a un settimanale, meglio

evitare anche i fotografi.

209


Un settimanale pubblica “l’unica intervista rilasciata

da Mesina in carcere”. È una bufala bella e buona, visto

che di interviste ne ha dato più d’una, con grande

generosità. Di corollario escono altre piccole e poco

credibili esclusive (montate incollando vecchi articoli

su Grazianeddu). Il quale non si stanca mai di avvertire

che non intende rispondere soltanto a tre domande:

sulla criminalità in Sardegna (e non solo in Sardegna),

sulla vecchia faida di Orgosolo e sul rapimento di Kassam.

Ad abundatiam non vuol parlare nemmeno delle

armi trovate a suo tempo nel casale vicino Asti dove

trascorreva una sorta di confino. In altre parole, non intende

riaprire storie sepolte e dimenticate che possono

accendere (riaccendere) polemiche. Mesina cerca un

presente senza paura, possibilmente non avvelenato:

per questa ragione, appena lasciata Voghera, si gestisce

con grande autocontrollo. Tanto è vero che nel botta e

risposta all’uscita dal carcere glissa più o meno su tutto

e rinvia ad altra data perfino i dovuti ringraziamenti al

Capo dello Stato.

La prima sortita ufficiale – prevista, programmata

e, per quel che se ne sa, profumatamente pagata – è in

tivù, su “Porta a Porta”. Per l’occasione gli fanno trovare

in studio il ministro Castelli che arriva a frenare

una lacrima dicendo d’aver «provato una gioia immensa

a liberare un uomo». Il conduttore incalza, spera

che pianga anche Graziano e quando s’accorge

d’un battito di ciglia troppo accelerato uggiola di felicità.

Due commozioni un colpo solo: il ministro e il

bandito.

Incassato in una poltroncina bianca, Mesina non

sembra a suo agio. Sta ingessato, fa saettare gli occhi

210

dallo studio al monitor per capire quando lo stanno inquadrando.

Per renderlo compatibile con la trasmissione,

abbondano di fondo tinta: effetto anti-sudore sotto i

riflettori ma soprattutto per coprire le macchie della vitiligine.

Non bastasse il cerone, a farlo sentire inadeguato

e a disagio è anche l’abbigliamento: giacca e cravatta

strizzata sul collo, un’arietta da parastatale in crisi. Si

vede benissimo che sta subendo un martirio per causa

di forza maggiore: dopo la scarcerazione, i quattrini non

abbondano, tanto vale dunque mettersi sul mercato

delle confessioni in esclusiva. Finché dura.

Confessioni, poi, per modo di dire. Quando prende

parte alla trasmissione su Rai 1, l’ex fuorilegge diventato

mito leggenda eccetera eccetera dice poco: ringrazia

Castelli e il presidente Ciampi ma senza perdersi in ruffianerie.

Occhio asciutto, voce tesa, mani agganciate ai

braccioli, parla il meno possibile, ascolta un reportage

di qualche minuto sulla sua carriera criminale, rievoca

(divertendo gli spettatori televisivi) l’evasione dal carcere

sassarese di San Sebastiano con relativa fuga in taxi

insieme all’amico spagnolo Miguel Angel Atienza.

È probabile che nelle prossime settimane gli tornino

in mente altri spezzoni della lunga avventura dentro e

fuori dalle prigioni, ma in sostanza è già stato sufficientemente

prodigo da riferire più o meno tutto di sè. Meglio:

più o meno tutto quello che ha voluto riferire.

Salvo colpi di scena, la storia di Graziano Mesina finisce

qui. Era giusto e corretto battersi perché ottenesse

la grazia, tenere in piedi martellanti campagne di stampa,

sottolineare il passato rispettoso d’una certa deon-

211


tologia professionale. Ma continuare a parlarne significa

davvero alimentare il mito, nel senso peggiore del

termine. Significa trascinare nello star-system una figura

che, osservata anche con l’occhio più benevolo e distaccato,

non può essere punto di riferimento. Il primo a

esserne cosciente è proprio Graziano Mesina che, invitato

da quattrocento studenti delle scuole superiori di

Oristano, si è preparato a ribadire un concetto fondamentale:

«Non fate come me». Non fate come lui che la

vita se l’è quasi del tutto distrutta, scaraventata in una

trincea da dove difficilmente si esce vivi. Forse ha ragione

il suo amico Gigi Riva, calciatore patrono di Sardegna,

quando dice che «in fondo Graziano è figlio della

sua epoca, di una periferia che doveva fare quotidianamente

i conti con la miseria e la violenza. Non lo dico

per giustificare, ma soltanto per capire».

Di importante, davvero notevole, è stato il comportamento

in carcere dove vendersi o annientarsi è questione

di un attimo. Mesina ha un formidabile sistema

nervoso, una forza interiore che meriterebbe un congresso

scientifico: non ha mai avuto un verbale disciplinare,

non ha mai litigato, non è mai entrato nelle grazie

di un direttore. Non è un pentito (non potrebbe esserlo),

ha custodito la dignità come un tesoro segreto, l’ha

difesa contro tutto e contro tutti. Senza perdere la testa

una sola volta. Quando gli hanno fatto sapere che l’istanza

di grazia era stata respinta, non ha iniziato lo

sciopero della fame, non ha minacciato il suicidio, non

si è sciolto in pianto sul palcoscenico di Maurizio Costanzo.

Ha scelto, come sua abitudine, il silenzio.

Non accade spesso che quando un detenuto va via

lo saluti una specie di ovazione, il battimani frenetico

212

dei compagni di galera e quello degli agenti di polizia

penitenziaria che hanno convidiviso con lui mille giornate

senza fine. Con lui è successo.

Non ha rinnegato neppure un minuto della sua esistenza,

non ha smentito qualche accusa palesemente

falsa, accusa strumentale a una politica giudiziaria che

puntava a seppellirlo vivo. Questo è un capitolo che

non intende riaprire mai più.

Fine della guerra. Graziano Mesina entra nel ritrettissimo

club dei graziati. A distanza di sicurezza dal

mondo.

Cagliari, dicembre 2004

213


Cronologia della vita

di Graziano Mesina

1942

4 aprile. Graziano Mesina nasce a Orgosolo. Famiglia

povera, agropastorale.

1958

Minorenne, viene fermato dai carabinieri mentre spara

con un fucile ai lampioni del paese.

1960

Viene nuovamente sorpreso a sparare contro i lampioni.

Fermato dai carabinieri, fugge dalla camera di sicurezza

e si dà alla latitanza. Condannato a sette mesi di

reclusione.

1961

Agguato in un bar di Orgosolo sullo sfondo di un sequestro

di persona. Viene arrestato e condannato a sedici

anni.

Litiga con un vicino che gli ha ucciso il cane: due anni

e mezzo di reclusione per lesioni gravi.

1962

Tenta di fuggire dal carcere di Nuoro ma viene intercettato

dagli agenti di custodia. Il colpo gli riesce poco

215


dopo: ricoverato in ospedale, scappa appendendosi

agli scolatoi dell’acqua.

Suo fratello Giovanni viene assassinato.

Entra in un bar e fulmina con una sventagliata di mitra

il fratello dell’uomo sospettato di aver ucciso Giovanni.

Una bottigliata in testa lo ferma mentre se ne sta andando.

Ventisei anni di reclusione.

1963

Tenta di evadere ma viene scoperto e trasferito a Porto

Azzurro.

1964

Si finge pazzo e finisce nel manicomio giudiziario di

Montelupo Fiorentino. Ci resta poco: è trasferito prima

a Viterbo e poi a Spoleto dove tenta la fuga dopo

aver appiccato le fiamme a un magazzino.

1965

Prova a scappare durante un viaggio in treno, ma le

guardie lo sorprendono.

1966

È l’anno della più clamorosa delle sue nove evasioni.

Insieme allo spagnolo Miguel Angel Atienza, riesce a

scavalcare il muro di cinta del carcere di Sassari, si mescola

alla folla e si allontana in taxi. Riprende il vecchio

mestiere: rapine e sequestri.

1967

Rapisce a Nuoro un facoltoso commerciante. Un mese

dopo ingaggia un conflitto a fuoco con i “baschi blu”.

Colpito in pieno petto, Atienza muore dopo una breve

216

agonia. Seguono altri quattro scontri con polizia e carabinieri.

1968

Due sequestri e incontro con un ufficiale del Sifar,

Massimo Pugliese. Alla fine di marzo viene arrestato a

un posto di blocco della polizia stradale.

1969

Sotto processo per diversi episodi legati alla latitanza,

viene condannato all’ergastolo per “cumulo di pena”.

In compenso, viene definitivamente scagionato per la

morte di due poliziotti massacrati in un conflitto a fuoco.

Si riuscirà a dimostrare che a ucciderli sono state

pallottole in dotazione alle forze dell’ordine.

1976

Viene assassinato il fratello Nicola. In agosto fugge

dal carcere di Lecce insieme al nappista Martino Zichitella.

1977

Rapisce un industriale calzaturiero ad Ascoli. A primavera

viene sorpreso e arrestato in Trentino.

1985

Il boss Angelo Epaminonda racconta d’aver fatto insieme

a lui una rapina. Mesina nega ma viene ugualmente

condannato.

Ottiene un permesso e non rientra in carcere. Dopo pochi

giorni di ricerche, verrà arrestato in un appartamento

a Milano. Con lui c’è una ragazza, Valeria Fusè, che

gli aveva scritto molte lettere durante la detenzione.

217


1991

Il Tribunale di sorveglianza di Torino gli concede la liberazione

condizionale. Ha l’obbligo di risiedere a San

Marzanotto d’Asti ma viene sorpreso a Parma. In una

valigetta ha dieci milioni in contanti: soldi puliti, verrà

accertato.

1992

Sequestro del piccolo Farouk Kassam a Porto Cervo, in

Sardegna. Mesina accetta di fare l’emissario per conto

della famiglia. Si scontra, anche se non direttamente,

con Procura, polizia e servizi segreti.

1993

Viene arrestato: nel suo cascinale di San Marzanotto

trovano armi. Dietro, c’è la storia di un improbabile sequestro

a Montecarlo da mettere a segno con due strani

personaggi.

1994-1999

Viene incriminato per favoreggiamento (sequestro Kassam),

per la vendita di un chilo di eroina, per aver tentato

un recupero-crediti per droga da malavitosi sardi.

2000

Trasferito dal carcere di Novara a quello di Voghera,

apprende di essere stato condannato a due anni e otto

mesi. Che, aggiunti ai sei per il rapimento a Montecarlo,

precludono qualunque prospettiva d’uscita dal carcere.

2003

Su pressione dei familiari, firma la domanda di grazia al

Presidente della Repubblica.

218

2004

Ad agosto gli comunicano che l’istanza di grazia è stata

respinta. Contrordine a novembre, cento giorni dopo:

la grazia è concessa.

In conclusione, ecco l’elenco delle carceri italiane

dove è stato detenuto Graziano Mesina:

Regina Coeli, Badu ’e Carros, Lecce, Novara, Voghera,

Buoncammino, Favignana, Porto Azzurro, Saluzzo, Alghero,

Trani, Torino, Oristano, Sassari, Procida, Volterra,

Viterbo, Spoleto, Montelupo Fiorentino, Augusta,

Trento.

219


INDICE


INDICE

Lo strano caso del signor Mesina

7 I. A casa

19 II. Ritratto di pentito

31 III. Le regole del gioco

43 IV. Affari riservati

55 V. Fateh Kassam

67 VI. Missione a rischio

77 VII. Il dio tritolo

91 VIII. Matteo Boe

103 IX. La Coop dei sequestri

117 X. Una star del crimine

129 XI. La notte delle menzogne

141 XII. Armi ad Asti

157 XIII. Polvere di mito

169 XIV. Dieci anni dopo

193 XV. La grazia negata

201 XVI. Ritorno a casa

215 Cronologia della vita di Graziano Mesina


Volumi pubblicati:

Tascabili

Grazia Deledda, Chiaroscuro

Grazia Deledda, Il fanciullo nascosto

Grazia Deledda, Ferro e fuoco

Francesco Masala, Quelli dalle labbra bianche

Emilio Lussu, Il cinghiale del Diavolo (2 a edizione)

Maria Giacobbe, Il mare (3 a edizione)

Sergio Atzeni, Il quinto passo è l’addio

Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri

Giulio Angioni, L’oro di Fraus (2 a edizione)

Antonio Cossu, Il riscatto

Bachisio Zizi, Greggi d’ira

Ernst Jünger, Terra sarda

Marcello Fois, Sempre caro (2 a edizione)

Salvatore Niffoi, Il viaggio degli inganni (2 a edizione)

Luciano Marrocu, Fáulas (2 a edizione)

Gianluca Floris, I maestri cantori

D.H. Lawrence, Mare e Sardegna

Salvatore Niffoi, Il postino di Piracherfa

Flavio Soriga, Diavoli di Nuraiò (2 a edizione)

Giorgio Todde, Lo stato delle anime (2 a edizione)

Francesco Masala, Il parroco di Arasolè

Maria Giacobbe, Gli arcipelaghi (2 a edizione)

Salvatore Niffoi, Cristolu

Giulio Angioni, Millant’anni

Luciano Marrocu, Debrà Libanòs

Giorgio Todde, La matta bestialità (2 a edizione)

Sergio Atzeni, Racconti con colonna sonora e altri «in giallo»

Marcello Fois, Materiali

Maria Giacobbe, Diario di una maestrina

Giuseppe Dessì, Paese d’ombre

Francesco Abate, Il cattivo cronista


Gavino Ledda, Padre padrone

Salvatore Niffoi, La sesta ora

Jack Kerouac, L’ultima parola. In viaggio. Nel jazz

Gianni Marilotti, La quattordicesima commensale

Giorgio Todde, Ei

Luigi Pintor, Servabo

Marcello Fois, Tamburini

Francesco Abate, Ultima di campionato

Patrick Chamoiseau, Texaco

Luciano Marrocu, Scarpe rosse, tacchi a spillo

Alberto Capitta, Creaturine

Romano Ruju, Quel giorno a Buggerru

Peppinu Mereu, Poesie complete

Narrativa

Salvatore Cambosu, Lo sposo pentito

Marcello Fois, Nulla (2 a edizione)

Francesco Cucca, Muni rosa del Suf

Paolo Maccioni, Insonnie newyorkesi

Bachisio Zizi, Lettere da Orune

Maria Giacobbe, Maschere e angeli nudi: ritratto d’un’infanzia

Giulio Angioni, Il gioco del mondo

Aldo Tanchis, Pesi leggeri

Maria Giacobbe, Scenari d’esilio. Quindici parabole

Giulia Clarkson, La città d’acqua

Paola Alcioni, La stirpe dei re perduti

Mariangela Sedda, Oltremare

Rossana Copez, Si chiama Violante

Poesia

Giovanni Dettori, Amarante

Sergio Atzeni, Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo

Gigi Dessì, Il disegno

Roberto Concu Serra, Esercizi di salvezza

Serge Pey, Nierika o le memorie del quinto sole

Saggistica

Bruno Rombi, Salvatore Cambosu, cantore solitario

Giancarlo Porcu, La parola ritrovata. Poetica e linguaggio in

Pascale Dessanai

FuoriCollana

Salvatore Cambosu, I racconti

Antonietta Ciusa Mascolo, Francesco Ciusa, mio padre

Alberto Masala - Massimo Golfieri, Mediterranea

I Menhir

Salvatore Cambosu, Miele amaro

Antonio Pigliaru, Il banditismo in Sardegna. La vendetta barbaricina

Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi

Giulio Angioni, Sa laurera. Il lavoro contadino in Sardegna

Libristante

Giorgio Pisano, Lo strano caso del signor Mesina

In coedizione con Edizioni Frassinelli

Marcello Fois, Sempre caro

Marcello Fois, Sangue dal cielo

Marcello Fois, L’altro mondo

Giorgio Todde, Lo stato delle anime

Giorgio Todde, Paura e carne

Giorgio Todde, L’occhiata letale


Finito di stampare

nel mese di gennaio 2005

dalla Tipolitografia ME.CA.

Recco (GE)

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