“L'io fragile: scacco o profezia?” La forza della ... - Cottolengo

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“L'io fragile: scacco o profezia?” La forza della ... - Cottolengo

“L’io fragile: scacco o profezia?

La forza della debolezza. Un approccio teologico e spirituale

don Paolo Scquizzato

23 marzo 2013

Ospedale Cottolengo

La fragilità, debolezza e anche piccolezza, è una cifra fondamentale nella sacra Scrittura; per

essa Dio può agire nel mondo e nell’uomo; attraverso essa l’uomo si rende disponibile

all’azione di Dio. Dio cerca nella sua creatura proprio questa possibilità, per poter compiere

la sua opera. Si scorresse la Bibbia, in quest’ottica, il risultato sarebbe sconvolgente;

apparirebbe come la debolezza sia la conditio sine qua non perché l’opera di Dio si possa

compiere. Anzitutto, Dio appare nel mondo come l’infinità debolezza. L’essere illimitato per

eccellenza.

Molti di voi, presumo, hanno fatto visita alla splendida Cappella Sistina in Vaticano, o

almeno hanno sfogliato un catalogo d’arte, qualcosa che rappresenti le scene principali della

volta della Sistina. Nella campata centrale viene rappresenta una scena molto curiosa.

Abbiamo la creazione di Adamo e di Eva. Adamo è addormentato ed Eva si sta sollevando,

lei che è appena stata tratta dal costato adamitico; con le mani giunte si sta rivolgendo, con

un’espressione commovente, al Padre. Questo Dio che le sta di fronte, questo Dio vecchio,

meditabondo, è posto da Michelangelo in un angolo. Al centro c’è Adamo ed Eva; a fianco,

in un angolo, relegato, abbiamo Dio Padre-creatore.

Che cosa vuol dire questo? Dio crea facendosi piccolo. Dio per poter creare qualcosa al

di fuori di sé, s’è dovuto ‘ritirare’, “mettersi in un angolo. Il primo ad essere piccolo,

fragile nella storia della salvezza, nella storia biblica è Dio. E questo perché lui è

l’infinitamente grande, lui è l’Onnipotente, lui è colui che occupa tutto lo spazio; la sua

libertà è infinita, per cui se non si ritraesse, se non si mettesse un po’ a lato, non ci

sarebbe/starebbe nulla. Occorre che Dio si ritiri, che Dio diminuisca, che si ritragga

appunto, per far spazio a un’alterità, ad una libertà altra, all’uomo dunque, a ciascuno

di noi. Nella tradizione ebraica questa idea è molto forte e viene denominata zim-zum. Un

Dio che si fa piccolo e fragile perché possa esserci qualcosa d’altro al di fuori di sé.

Un frammento medioevale, anonimo, afferma: “Come fece uscire e creò il mondo? Come un

uomo che raccolga il respiro e si concentri su di sé affinché il piccolo contenga il grande

così egli concentrò la sua luce e il mondo fu nella tenebra, in questa tenebra egli incise le

rocce e intagliò le pietre in modo da trarne le meraviglie della sapienza. Dio si limita per

creare spazio alle sue creature, come fa una madre quando concepisce un figlio. Dio si

fa piccolo perché vuole davanti a sé donne e uomini liberi. Il suo amore giunge al punto da

accettare rischio della nostra libertà, anche la libertà di rifiutarlo. In una parola: Dio è

umile. Perché se Dio non fosse umile non ci sarebbe nulla accanto a sé.

Adamo chi era? Adamo, il primo uomo, sono io; Adamo è un fantoccio fatto di fango,

impastato con un poco di acqua e di cielo. “Prese del fango, dell’argilla e cominciò a

modellare l’uomo... Se non fragilità questa! Un fantoccio fatto di fango e.... di cielo.

Incontriamo poi un certo Abele, figlio di Adamo. Sapete il termine Abele da dove deriva?

Dall’ebraico: hebel. Ora Hebel cosa significa? Vapore. Cos’è il vapore? Il vapore è un

qualcosa che ora c’è ma in realtà non c’è già più... E’ ciò che esiste solo per un attimo, e

poi.... più. Come un alito su d’un vetro. Questo è Abele. Il libro del Qoèlet inizia proprio con


questa parola: hebel, tradotto malamente in italiano, con vanità. Vanità ha già una valenza

morale. Il libro sacro inizia così: “Habel habalim ‘amar qohelet, Habel habalim hakkol

habel: “Vapore di vapori, dice Qoèlet, vapore di vapori: tutto è vapore. Abele è vapore.

C’è ma è come non ci fosse. Se si segue Abele, in Genesi, ci accorgiamo che non apre bocca.

È sempre Caino a parlare, Abele non proferisce verbo... Abele non fa nulla. Non genera,

non ha discendenza, non costruisce nulla. Caino genera, diventa addirittura costruttore

della prima città del mondo (Gn 4, 17). Caino possiede ed edifica. Abele è soltanto un soffio,

un’ombra. C’è, ma è come non ci fosse. Eppure Abele viene citato in Genesi, nel nostro

brano ben sette volte. E voi sapete che il sette è il numero della pienezza, del compimento.

Quindi è come se Dio ci dicesse, in questo breve brano della Bibbia: “Questo è l’uomo per

eccellenza, il piccolo, ovvero colui che c’è ma è come non ci fosse. La significanza di

Abele sta proprio nella sua insignificanza, il suo essere sta nel suo non essere, il suo

apparire sta nel suo non apparire, il suo rimanere nell’essere vapore. Ma al tempo

stesso è l’uomo per eccellenza. Nella logica del Regno ciò che conta è ciò che non conta,

ciò che vale è ciò che non vale, ciò che vive è ciò che muore, ciò che porta frutto è ciò

che marcisce. Questa è la vita eterna, questa è la storia dell’amore, perché l’amore funziona

così.

Poi troviamo Abramo, il primo chiamato, il nostro padre nella fede. E qual è, la prima parola

rivolta da Dio ad Abramo? “Vattene. E le altre sono. Lascia, abbandona… La consistenza

di Abramo sta nel suo andarsene; egli è il suo lasciare.

Mosè, è l’uomo di Dio preposto a parlare in vece sua; lui, balbuziente e soprattutto

assassino! Questi sono gli strumenti in mano a Dio.

E ancora Geremia. “Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane, ma cosa mi

fai fare... . “Vai benissimo così risponde Dio. “Nella tua incapacità può rivelarsi e

compiersi la mia azione.

Davide. Samuele viene mandato nella casa di Jesse per investire il re, ungere il re d’Israele.

E passa in rassegna tutti i grandi della famiglia. No, nessuno di questi è il prescelto: “Ma c’è

ancora qualcuno?. “Sì, c’è un giovinetto che sta pascolando le pecore. “Chiamatelo, è lui,

il piccolo, anzi, il più piccolo. E sarà lui, ancora ragazzino, a sfidare e vincere Golia, il

«gigante terribile», ma solo nel momento in cui si saprà spogliare dell’armatura di Saul. (cfr.

1 Sam 17, 38 ss).

Inoltre, si noti che nella Bibbia son le sterili che partoriscono per un futuro di vita 1 .

E sarà Giuditta, la donna fragile, a sconfiggere il terribile Oloferne.

Maria. “Ha guardato l’umiltà della sua serva. Stiamo attenti, Maria non è la Madonna, la

grande, è madre di Dio, in questo lei non c’entra nulla, è infatti opera di Dio. È grande

perché si è fatta piccola e ha potuto accogliere; farsi spazio vuoto per poter accogliere

1 Nella Bibbia troviamo le vicende di sette donne sterili, sei nell'Antico e una nel Nuovo Testamento: Sara, Gen 16-18;

21; Rebecca, Gen 25,21; la moglie di Manoach (la futura madre di Sansone) Gdc 13; Anna, 1Sam 1; Mikal, 2Sam 6; la donna

Shunammita, 2Re 4; Elisabetta, Lc 1.

2


l’opera di Dio in lei. La sua grandezza sta proprio nel suo essersi fatta piccola! Perché ha

detto un sì nella povertà, nella piccolezza. Ha guardato la piccolezza... Dio è l’Altissimo e

non può che guardare in basso. Dio non ha occhi che per i piccoli, perché lui è l’altissimo.

Chi si fa più grande di Dio, Dio non può guardarlo perché non riesce; non può guardare

sopra di lui, perché il sopra non esiste! Ma soltanto sotto di lui, il piccolo dunque. Possiamo

dire che la piccolezza è necessaria allo sguardo di Dio...

Gedeone 2 , ultimo figlio della sua famiglia, senza una posizione sociale e senza pretese, è

l’uomo che Dio sceglie per radunare e liberare il suo popolo estenuato per le continue razzie

di Madian nelle montagne meridionali della Terra promessa. Niente lo predisponeva a tale

impresa. «Come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono

il più piccolo nella casa di mio padre» (Gdc 6, 15). Non in maniera eclatante e potente... ma

in modo molto banale, anzi demandando il tutto a Gedeone stesso: «Va’ con la forza che è

in te!» (Gdc 6, 14). Qui non si tratta di una forza che gli viene conferita, un potere o un

carisma che risulta donato per sostenere la lotta; e non c’è nulla in Gedeone di

particolarmente eclatante da poter pensare alla possibilità di chissà quale impresa, o da

attirare l’attenzione degli uomini.

Ma solo dove regnano la desolazione e il seguito di paure, di dubbi paralizzanti, di

divisioni nel cuore degli uomini e tra loro, Dio rivela la sua presenza come gli amici

sono soliti consolarsi tra loro (ES, n. 224).

«Io sarò con te e tu vincerai», dice l’angelo a Gedeone (6, 16).

La debolezza, la nostra umana fragilità diviene così il luogo teologico ed epifanico ove

poter fare esperienza della presenza-azione di Dio in noi!

Perché Lui può finalmente manifestarsi per quello che è: l’azione, che può manifestarsi

solo nell’inazione; la misericordia, che si può manifestare solo nella miseria; l’amore che

si può manifestare solo nell’inimicizia; la vita, che si può manifestare solo nella morte.

Questo è Dio.

Gedeone riconosce d’essere amato, e questo ‘basta’ per iniziare una vita nuova, in cui

Gedeone smette di subire la sua vita per prendere in mano il suo destino e quello del suo

popolo. Gedeone rinasce! Mettendo la sua fiducia in quelli che ha scelto, Dio fa crescere

la forza che è in loro.

Dio gli dice al cap. 7: «La gente che è con te è troppo numerosa perché tu possa vincere

Madian». Gedeone, che ha un corpo d’armata di 32.000 uomini, deve far scendere il

numero, per ordine di Dio, sino a trecento uomini, poi si potrà muovere. Ma con che

armi? «Brocche vuote e fiaccole». Entrano nell’accampamento nemico, fanno gran chiasso e

i nemici si auto-distruggono in un drammatico suicidio collettivo.

L’uomo di Dio, una comunità, la Chiesa deve entrare nel territorio nemico,

nell’ambiente del male, ma lo deve fare nella povertà, per evitare l’autocelebrazione, il

2 Figlio di Ioas, di Ofra, e la famiglia di Abiezer, fu giudice di Israele per circa 40 anni liberandolo da Madian. Chiamato anche

Ierubbaal (scritto anche Ierubbeset) perché sfidò il dio Baal. Dubitò della parola del Signore chiedendo due volte un segno

miracoloso come conferma. Fu costretto da Dio a combattere con solo 300 uomini, invece delle migliaia nel suo esercito. Dopo la

vittoria rifiutò di essere re e di iniziare una dinastia, perché solo Dio doveva regnare su Israele. Ebbe 70 figli, uno di cui,

Abimelec, cercò di farsi re uccidendo i suoi fratelli. Ieter fu il primogenito Giudic 6:11-9:57; 1Sam 12:11; 2Sam 11:21; Eb 11:32.

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pensare di essere qualcosa, che il merito dipendesse da sé. Le armi in dotazione

dell’esercito di Gedeone son ridicole. Ma hanno prodotto un effetto inimmaginabile.

La nostra vita di sequela, la nostra comunità religiosa, la Chiesa nel nome del Signore

può permettersi di andare nel mondo senza grandi mezzi. Basta la Parola di Dio, e una

fiaccola, la luce di Dio. L’importante è che siamo brocche vuote. E il nemico si

autodistruggerà. Le modalità malvagie, l’ingiustizia finiscono con l’essere autodistruttive.

In epoche difficili, di disfacimento ecclesiale ed europeo, Dio interviene con Francesco, il

poverello di Assisi; dove il razionalismo pareva trionfare, Dio ‘interviene’ agendo attraverso

non personaggi colti e potenti ma poveri e umili pastorelli: Bernardette Soubirous in Francia,

Lucia dos Santos e compagni a Fatima, Maximin Giraud e Mélanie Calvat a La Salette.

Perché? Perché la logica di Dio è questa; perché apparisse sempre più nitidamente che ad

agire è Lui, e solo Lui. E l’uomo appaia sempre più semplice strumento, accessorio,

“matita nelle mani del suo Dio per usare un’immagine cara a madre Teresa di Calcutta.

Perché appaia che lui è Dio, il Creatore, e l’uomo semplicemente creatura. Lui il vasaio,

e io il vaso 3 . Lui, colui che agisce, io colui che mi faccio fare, obbedendo.

D’altra parte tutto il Nuovo Testamento è impregnato di questa logica, pensiamo a Paolo

quando scrive: Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si

manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze,

perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12, 9).

Così scrisse Edith Stein: «Solo chi si reputa da nulla, chi non rinviene in sé più nulla che

valga la pena di difendere e “far valere, solo in quegli vi è posto per lo sconfinato operare

di Dio».

E se Dio trova questo spazio, compie “grandi cose con la sua onnipotenza (Lc 1, 49).

Tutta l’opera, la missione del Figlio è stata all’insegna di questa logica. Ha fatto della sua

esistenza un continuo atto di debolezza: cosa c’è di più debole di un bambino? E lui è venuto

nel mondo come un pugno di carne. E si è consegnato continuamente, per tutta l’esistenza, al

Padre attraverso la consegna agli uomini. E poi pensiamo alla croce: su quel legno si è

manifestata il massimo dell’impotenza, della debolezza di Dio, vuoto e fallimento totale,

e insieme apice della logica di Dio, ma proprio da quel crocifisso è scaturita la massima

Onnipotenza di Dio: «Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza

di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio» (2Cor

13, 4). «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per

quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1Cor, 1, 18).

Bonhoeffer, ebbe a dire: «Dio ci ha salvato in virtù della sua debolezza e non della sua

onnipotenza». Ebbene, possiamo dire di più: ci salva non solo in virtù della sua debolezza,

ma anche della nostra.

Proviamo a pensare ciò che ci succede a livello antropologico. Noi sperimentiamo di essere

amati quando veniamo accolti per quello che siamo. Ebbene, Dio ci accoglie proprio per

quello che siamo. Il nostro limite, la nostra fragilità, la nostra debolezza è la porta

aperta attraverso cui Dio ci raggiunge.

Non c’è più porta, limite dentro di noi che potrà impedire la nostra guarigione.

3 È interessante fermarsi a considerare questa immagine nei profeti: Is 29, 16; 41, 25; 45, 9; Ger 18, 2-6.

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"Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro, sceglie una creatura umana come suo

strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è

perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini

dicono 'perduto', lì egli dice 'salvato'; dove gli uomini dicono 'no!', lì egli dice 'sì'! dove gli uomini

distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di un amore

ardente incomparabile. (...) dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo

vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso

vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì egli vuole irrompere nella nostra

vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua

vicinanza e della sua grazia" (D. Bonhoeffer).

La malattia demoniaca, di cui si parla ripetutamente nei Vangeli, è in realtà il non

accettare il proprio limite, la non accettazione delle nostre debolezze. È questa la

malattia da cui Gesù è venuto a guarirci e salvarci; non accettare di essere limitati,

creaturali, finiti.

Infatti il limite è ciò che ci fa simili a Dio. Non assomiglieremo a Dio quando diventeremo

buoni, puliti, capaci, meritevoli ecc. Ma grazie alla nostra debolezza, i nostri limiti, perché

solo questi diventano il luogo dove Dio può incontrarci e fa comunione con noi, e se fa

comunione ci rende simili a sé.

Per cui il limite assoluto è divenuto comunione assoluta.

In Mc 3, 10 si legge: «quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo». È

interessante che lo toccavano quanti avevano qualche male (lett. Quanti avevano piaghe).

Le nostre piaghe, le nostre ferite, le nostre debolezze sono il luogo dove esperire il Dio che

mi guarisce. Non avrei altro modo per poter entrare in contatto con lui! 4 Ma se Dio fa

comunione assoluta con noi, ci rende simile a sé, e se ci rende simili a sé ci rende capaci

di comunione coi fratelli perché è amore e ci abilita all’amore.

La nostra debolezza, i lati oscuri, reprobi del nostro vissuto interiore, sono luoghi che in

genere nascondiamo, dai quali ci difendiamo, in cui ci induriamo e litighiamo con gli altri.

Li facciamo divenire luoghi di scontro e divisione. Se questo male invece di essere il

luogo della divisione, diventa il luogo della comunione è tutto diverso, perché è nel mio

limite che ho bisogno dell’altro, è lì che entro in contatto con l’altro, è lì dove l’altro mi

può accettare e viceversa.

Quindi i nostri limiti, i nostri peccati, i nostri difetti, non sono quelle cose che purtroppo ci

sono e allora speriamo che Dio chiuda un occhio e andiamo avanti. No! Ci sono, grazie a

Dio. Come appunto nel moto l’attrito è importante, se non ci fosse attrito non ci si

muoverebbe, si girerebbe a vuoto, così questi attriti, queste cose che non vanno, sono

utilissimi, ci fanno andare avanti e ci allargano sulla realtà, creano contatto con gli

altri, ci permettono di vivere la misericordia, l’accettazione, ci permettono di

ridimensionarci, di capire che il nostro vero valore non è l’avere più o meno una cosa o

un’altra. Ma il valore è più profondo: è che siamo figli e fratelli. Non sono “più bravo

perché faccio “più cose. Il mio essere bravo è che sono figlio di Dio e fratello degli altri. I

miei limiti me lo evidenziano di più perché l’altro mi accetta e viceversa.

4 «Per celebrare i santi misteri, ci riconosciamo peccatori». Così recita l’introduzione alla liturgia penitenziale della Messa. Per

poter accostare Lui, occorre essere peccatori, riconoscere la nostra debolezza: nostra unica ricchezza.

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Solo Dio è senza limite e si è fatto il più piccolo e debole di tutti, per essere accettato e

noi nei nostri limiti dobbiamo imparare ad accettarci: il divino è l’accettazione, per cui

il limite mi permette l’accettazione e ci fa stare insieme.

Ricordiamo questo episodio di Giacobbe. Nei versetti precedenti alla lotta con l’angelo, è

intento a fuggire dal fratello Esaù, che probabilmente desidera la sua morte per la

primogenitura estortagli in maniera ingannevole. Giacobbe nel frattempo è divenuto molto

ricco, ha ricchezze a non finire e pensa che probabilmente elargendo un cospicuo tesoro al

fratello, avrebbe potuto ammansirlo. Ma neanche questo bastò a tranquillizzare Giacobbe

(32, 4ss.). Poi viene la notte e Dio combatte con Giacobbe, e questi ne uscì claudicante.

Giacobbe ha chiesto di diventare forte, per avere salva la vita, e Dio l’ha spezzato. Un

poveraccio che trascina la gamba... Esaù arriva, forse con l’intenzione di ammazzarlo... . Ma

quando lo vede così malconcio ne ha pietà. Gli corse incontro, gli si gettò al collo, lo baciò e

piansero... (33, 4). Tutto ciò che Giacobbe voleva raggiungere l’ha raggiunto, ma con quale

mezzo? Non con la forza, non con le ricchezze ma con la debolezza. I fatti in sé furono una

disgrazia, ma per mezzo della disgrazia si realizzò il successo.

E nella nostra vita: quante volte riusciamo proprio perché non siamo riusciti?

È proprio vero, a volte il modo migliore per vincere è arrendersi...

La povertà, i difetti, le incapacità di vario tipo possono perciò diventare la base per una

donazione piena e gratuita di sé, diventando un riflesso dello sguardo del Signore che

da sempre ci ha ritenuto degni di stima (Is 43, 4).

C’è un bellissimo romanzo di Mario Pomilio, il primo che scrisse appena convertito al

cristianesimo,“L’uccello nella cupola, che si conclude con queste parole, «La mente a

questo punto, gli corse a un’immagine tremendamente rischiosa, ma troppo suggestiva,

troppo consolante perché fosse capace di rigettarla: la luce, si disse, non rivelerebbe la sua

presenza se un ostacolo, interrompendone il cammino, non s’illuminasse di essa; e allo

stesso modo la grazia, dilatandosi senza fine, resterebbe inefficace e forse inutile se non

trovasse nella natura dell’uomo, nei suoi affetti, nei suoi stessi difetti, il luogo in cui

manifestarsi». (Mario Pomilio, L’uccello nella cupola).

L’unica cosa che ci viene chiesta è la nostra debolezza, il nostro peccato. Cito ancora, a

questo proposito, questo splendido passo di Ch. Péguy: «Le “persone oneste non hanno

difetti nella loro struttura. Non sono ferite. La pelle della loro morale, costantemente intatta,

costruisce su di loro una corazza senza difetti. Non presentano l’apertura causata da

un’orribile ferita, una sventura indimenticabile, un rimorso invincibile, un punto di sutura

eternamente mal cucito, un’inquietudine mortale, un’amarezza segreta, un cedimento

sempre dissimulato, una cicatrice eternamente mal rimarginata. Non presentano la via di

accesso alla grazia che è essenzialmente il peccato. Poiché non sono feriti, non sono

vulnerabili. Poiché non mancano di nulla, non si porta loro nulla [...]. La stessa carità di

Dio non cura per nulla chi non ha ferite. Il Samaritano si chinò sull’uomo ferito perché

questo era a terra. Veronica asciugò il volto di Gesù perché era sporco. Ma chi non è caduto

non sarà rialzato; e chi non è sporco non sarà pulito» (Charles Péguy, Œuvres en prose II).

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«Sfasciami il cuore, o Dio in tre persone; perché tu finora solo bussi, aliti, risplendi e

cerchi di guarire;perché mi alzi e stia in piedi, buttami giù e piega la tua forza per

spezzarmi, dissolvermi, bruciarmi e farmi nuovo. Io, come città usurpata, schiava di un

altro, mi sforzo per farti entrare, ma, ahimè, senza riuscirci. La ragione, in me tuo viceré,

difendermi dovrebbe, ma è prigioniera, e si rivela debole o infida. E tuttavia teneramente

t'amo, e amato vorrei essere, ma fidanzato sono al tuo nemico: divorziami, sciogli, o spezza

quel nodo ancora, legami a te, imprigionami, perché io se non mi rendi schiavo, mai libero

sarò, né casto mai, se tu non mi violenti». (John Donne)

«Sono qui, mio Dio. Mi cercavi? Cosa volevi da me? Non ho niente da darti. Dal nostro

ultimo incontro, non ha messo niente da parte per te. Niente... nemmeno una buona

azione. Ero troppo stanca. Niente, nemmeno una buona parola. Ero troppo triste.

Niente se non il disgusto di vivere, la noia, la sterilità».

«Dammeli».

«La fretta, ogni giorno, di veder finire la giornata, senza servire a niente, il desiderio di

riposo lontano dal dovere e dalle opere, il distacco dal bene da fare, il disgusto di Te, o mio

Dio!».

«Dammeli».

«Il torpore dell’anima, i rimorsi della mia fiacchezza e la fiacchezza più forte dei rimorsi...».

«Dammeli!».

«Turbamenti, spaventi, dubbi...».

«Dammeli».

«Signore, ma allora Tu, come uno straccivendolo raccogli i rifiuti, le immondizie. Che ne

vuoi fare Signore?».

«Il Regno di cieli». (Marie Noël, 1883-1967)

«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»

(2Cor 12, 9).

Che significa? Lo comprende solo chi a un certo momento della propria vita ha deciso di

prendere sul serio la volontà di Dio, e ha finito per crollare sotto il peso del male che si era

addossato; poi, riconosciuta la propria bruttezza e la propria infamia, è ritornato sui suoi

passi e ha voluto rimettersi sulla via di Dio; allora è sorta la speranza che tutto finalmente

sarebbe andato per il meglio, se solo l’avesse voluto. Ma poi, ecco di nuovo la caduta, e ne

è rimasto turbato sin nelle profondità: “Signore Dio, questa volta è davvero l’ultima volta;

perdonami ancora per questa volta… E invece tutto è continuato come prima, ed è

subentrata allora la disillusione, la più grande e tremenda che possiamo sperimentare nella

nostra vita: che non siamo capaci di essere buoni e di essere puri; che sempre e sempre

veniamo meno a ciò che ci eravamo riproposti; che l’attimo è più forte delle buone

intenzioni, e non siamo in grado di giungere al bene. […] E finiremo per disperare del bene,

della santità, di noi stessi e di Dio, se non ci fosse stata data questa parola: “Ti basta la mia

grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.

[…] A tutto ciò che avviene nel mondo però va incontro la parola della grazia. “Ti basta

la mia grazia.

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Cos’è la grazia? È qualcosa che non è evidente, che nella nostra vita non ci è dato di

percepire in modo immediato; al contrario, è qualcosa di completamente inverosimile, di

incredibile, se giudichiamo secondo ciò che sperimentiamo qui. Parla di un evento al di là

del mondo, e da questo nostro mondo ci vuole trascinare in quello. Si spalanca un

abisso oscuro e una voce comanda: “Salta, io ti afferro; ti tengo saldo. Io ti tendo la

mano, su, arrischia la tua vita, fidati di me e di null’altro. Ti basta la mia grazia; io

sono l’amore, ti ho chiamato per nome, tu sei mio.

[…] Quello che nel mondo accade, noi non riusciamo ancora a capirlo; una sola cosa

dobbiamo sapere: ciò che accade viene da Dio, egli vuole il nostro bene e, comunque vadano

le cose, egli p con noi con la sua grazia.

Credere alla grazia di Dio: […] significa non vedere più il nostro male e la nostra colpa,

ma soltanto la sovrabbondanza di Dio; significa diventare piccoli e veder Dio; significa

diventare piccoli e veder Dio diventare grande; significa prendere sul serio

l’incomprensibile paradosso che Dio vuole aver a che fare con il mondo, malgrado

tutto; significa riconoscere che Dio è più grande di ogni nostra miseria, che Dio è più

grande del nostro cuore che ci condanna (cfr. 1Gv 3, 20).

Credere alla grazia di Dio significa non indugiare a rovistare nella nostra miseria, nella

nostra colpa, ma uscire da noi stessi e volgere lo sguardo alla croce, là dove Dio ha

preso su di sé e ha portato la miseria e la colpa, effondendo così il suo amore su tutti

coloro che hanno pesi gravosi da portare.

Miseria e colpa dell’uomo, grazia e amore misericordioso di Dio: sono realtà che si

richiamano a vicenda. Dove sono presenti in grande quantità miseria e colpa, proprio là

sovrabbondano più che mai la grazia e l’amore di Dio. Dove l’uomo è piccolo e debole,

là Dio ha manifestato la propria gloria. Non nei forti, non nei preservati, non nei giusti,

ma nei miserabili e nei peccatori che non guardano a lui è l’amore di Dio; nei deboli è

potente la sua forza. Dove il cuore dell’uomo è sconquassato, là Dio penetra.

Dove l’uomo vuol essere grande, Dio non vuole esserci; dove l’uomo sembra inabissarsi

nella tenebra, Dio vi insatura il regno della sua gloria e del suo amore. Quanto più

l’uomo è debole, tanto più è forte Dio, questo è certo; così come è certo che sulla croce

di Cristo si incontrano l’amore di Dio e l’infelicità umana, ed è certo che la croce di

Cristo ha spezzato l’equazione “religione = felicità. Non riporre perciò la tua speranza

nella felicità, non sperare nel pieno esaudimento in questo mondo. Ma là dove tutta la

disperazione dell’umanità, tutto il suo struggente desiderio, tutto il suo dover

rinunciare si manifesta in tutta la sua crudezza, nella miseria e nel peccato delle nostre

città, nelle case dei pubblicani e dei peccatori, nei ricoveri della disperazione e della

miseria umana, sulle tombe dei nostri cari, nel cuore di colui a cui è stata tolta ogni

gioia di vivere, nel petto di chi non riesce più a rialzarsi dalla propria colpa, ebbene, là

la parola della grazia divina trionfa» (Dietrich Bonhoeffer, Predica, XIV domenica dopo

la Trinità, 9 settembre 1928).

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