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Domenicani a Bergamo - (Domenicani) - Provincia San Domenico in ...

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Comunità dei frati predicatori

San Bartolomeo Bergamo

Domenicani

a Bergamo


In copertina: Giuseppe e Carlo Francesco Nuvolone (1619 - 1703) (1609- 1662)

Madonna con il Bambino e San Domenico

Olio su tela, cm. 110 x 88 Inedito

La tela è con ogni probabilità frutto di una collaborazione tra i due fratelli,

secondo un metodo di lavoro più volte riscontrato dalla critica. A Carlo

Francesco spetterebbe l’esecuzione della Madonna con il Bambino, di una

stesura morbida e sfumata nel vivido accordo dei rossi con gli azzurri, giunti

però piuttosto svelati e non più nel loro splendore “indicibile” 1 ; Giuseppe

potrebbe avere realizzato il personaggio di San Domenico, delineato da un fare

più plastico e chiaroscurale. Il dipinto di San Bartolomeo ripete, ribaltandolo,

il taglio compositivo di un’opera assai nota di Giuseppe Nuvolone, la pala con

la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina della chiesa della

Passione di Milano replicata, senza la santa senese, in un altro dipinto di

collezione privata 2 . Nell’inedita teletta bergamasca, la Madonna, analogamente

assisa su un cumulo di cirri, tiene in grembo il Bambino che si sporge ad

offrire il Rosario a san Domenico, il quale lo sfiora con una mano mentre con

l’altra sorregge il libro e il ramo di gigli, attributi che negli altri due dipinti

citati sono relegati in un angolo e per terra.

La fortuna del soggetto è testimoniata da un ulteriore straordinario esempio

ancora di Giuseppe, la Vergine con il Bambino tra San Domenico e Santa Rosa da

Lima, della Bob Jones University Collection di Greenville (South Carolina),

ove il santo che tiene sotto il braccio libro e ramo di gigli s’impone per la forza

ritrattistica del volto di profilo, ripreso dall’intensa maschera fisionomica di

Tommaso d’Aquino nell’importante dipinto con La Tentazione di San Tommaso

d’Aquino di collezione privata, che testimonia appunto il “lungo rapporto di

Giuseppe con i Domenicani”. 3 A tali fattezze pare rispondere anche la figura

di san Domenico del dipinto inedito qui in esame, di una qualità pittorica più

integra e che risalta sullo fondo dorato invece appiattito, in cui si è perduto

l’effetto in controluce delle nubi aperte a mostrare il cielo schiarito. Il viso del

santo non risulta affatto somigliante alla più generica impostazione fisionomica

che si rileva nei primi dipinti citati e attesta, al contrario, la ricerca di un

modello ritrattistico più intenso e realistico probabilmente chiesto alla bottega

dalla committenza domenicana.

1 La definizione del particolare azzurro usato dal pittore è di R. Longhi, Due esempi di

Carlo Francesco Nuvolone, in “Paragone”, n. 185, 1965, pp. 44 – 46.

2 F. M. Ferro, Nuvolone una famiglia di pittori nella Milano del ‘600, cit., n.90, fig.128a,

128b.

3 F. M. Ferro, Nuvolone una famiglia di pittori nella Milano del ‘600, cit., n.93. p. 451, n.

92, tav. CII.

Nel retro di copertina: Madonna del Parto Ignoto Secolo XVII – XVIII

Olio su tela 200x100


Curatrice del catalogo e della mostra Marcella Ruggeri

Note artistiche sulle tele Amalia Pacìa

Nei risguardi di pag. 1 e 112 disegni di Massimiliano Beltrami

© 2010 edizioni Kolbe

24068 Seriate (Bergamo)

Corso Roma, 142 - Tel. 035 29 50 29

info@centrograficostampa.it

ISBN 978-88-8142-066-7

È vietata la riproduzione anche parziale del testo senza l’autorizzazione dell’autore

Impaginazione e stampa:

CeNTRo GRAfICo STAMPA SNC

www.centrograficostampa.it

finito di stampare nel dicembre 2010

2 Domenicani a Bergamo


Comunità dei frati predicatori

San Bartolomeo Bergamo

Domenicani

a Bergamo

edizioni Kolbe


Con il patrocinio di:

Con il contributo di:

Si ringraziano:

4

Assessorato alla Cultura

Provincia di Bergamo

Regione Lombardia

Provincia di Bergamo

Comune di Bergamo

Camera di Commercio di Bergamo

Fondazione Banca Popolare di Bergamo onlus

Fondazione Credito Bergamasco

Silvia Baldis

Sergio Baggi

Massimiliano Beltrami

Franco Blumer

Luigi Cattaneo,

Vincenzo Ciarlante

Ivan Ghilardi,

Mario Maconi

Letizia Palazzi

Micaela Vernice

Domenicani a Bergamo


90° del ritorno dei domenicani

a Bergamo

40° della fondazione del

Centro Culturale san Bartolomeo

Presentazione

L’ ordine dei frati Predicatori – la cui sigla o.P. significa

Ordinis Prædicatorum – è stato approvato da Papa onorio III

con le bolle pontificie del 22 dicembre 1216 e del 21 gennaio 1217.

fu lo stesso Papa onorio III a dare il nome di Ordinis Prædicatorum

alla forma di vita proposta da San Domenico di Guzmán. Tuttavia

i frati sono maggiormente conosciuti col nome di Domenicani

dal nome del fondatore.

Sembra che sia stato lo stesso San Domenico a porre le fondamenta

del primo convento a Bergamo nel 1219, che lo volle

appena fuori delle mura della città, com’era consuetudine dello

stesso San Domenico. ecco perché il primo convento, fino a metà

del XVI secolo, era localizzato in Città Alta. fu durante l’occupazione

della Repubblica Veneta che i frati dovettero lasciare il convento e

l’annessa chiesa di Santo Stefano per far posto alla costruzione

delle nuove mura.

Sembra, tuttavia, si sia trattato più di una vendetta del

capitano di ventura che allora aveva il comando di Bergamo,

piuttosto che di una vera necessità. Infatti, tale capitano riteneva

responsabili i domenicani per il periodo che aveva passato in

prigione a causa dell’Inquisizione.

Comunque sia, la Repubblica Veneta soppresse l’ordine

domenicano ed i frati dovettero lasciare i conventi di Santo Stefano

e della Basella.

Verso la fine del secolo XVI il papa concesse ai frati il

convento e la chiesa di San Bartolomeo che erano stati dell’ordine

Domenicani a Bergamo 5


degli Umiliati. (Il ramo maschile degli Umiliati fu soppresso nel

1571 perché non aveva accettato la riforma tridentina).

In seguito, nel XVIII secolo, ci furono le soppressioni di

tutti gli ordini religiosi da parte di Napoleone prima e di Cavour

in seguito, per poter incamerare i beni di tali ordini.

fu nel 1919, nel 7° centenario della fondazione del primo

convento, che, per iniziativa dei laici domenicani che avevano continuato

la loro opera a Bergamo, i frati poterono tornare ad

officiare la chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano, ma non più nel

convento annesso, rimasto di proprietà dello Stato italiano ed ora

sede degli Uffici finanziari.

Abbiamo pensato di celebrare la ricorrenza dei 90 anni dal

nostro ritorno – che si chiude con la Mostra dei quadri che

raccontano un po’ la storia del nostro ordine – innanzitutto per

approfondire e far conoscere la spiritualità che ha animato San

Domenico e che egli ci ha lasciato in eredità affinché pure noi potessimo

beneficiarne e poi anche come preparazione alla festa del

centenario (l’8° della fondazione del primo convento ed il 1° del

ritorno dopo le soppressioni) che i nostri posteri avranno cura di

organizzare unitamente al 50° anniversario della fondazione del

Centro Culturale San Bartolomeo, nella speranza che il Signore ci

conservi nella Sua grazia e nei Suoi doni negli anni a venire.

Ringrazio di cuore, anche a nome di tutti i confratelli della

comunità domenicana di Bergamo, la Regione Lombardia, la Provincia,

il Comune e la Camera di Commercio di Bergamo per il

Patrocinio concessoci; la fondazione Banca Popolare di Bergamo

onlus, la fondazione Credito Bergamasco e i tanti amici per il

loro sostegno economico e naturalmente tutti coloro che hanno

contribuito alla realizzazione di queste celebrazioni: su di tutti

invoco la benedizione del Signore per l’intercessione del nostro

Santo Padre Domenico.

Bergamo, 7 novembre 2010, festa di Tutti i Santi Domenicani.

6

Domenicani a Bergamo

fra Mario Marini o.p.

priore


In merito alla Vostra richiesta per Mostra evento 90° ritorno

Domenicani e 40° fondazione Centro Culturale S. Bartolomeo,

che si terrà a Bergamo dal 11/12/2010 al 31/12/2010, sono lieto

di comunicarVi la concessione del Patrocinio.

L’Assessorato alla Cultura della Regione Lombardia guarda

con vivo interesse tutte le iniziative mirate alla valorizzazione e alla

diffusione della cultura.

Nell’augurarVi la buona riuscita dell’evento, porgo distinti saluti.

Massimo Buscemi

Assessore alla Cultura

Regione Lombardia

Spiritualità e cultura: nel segno di un binomio che ha alimentato

costruttivamente la vita della città nel secolo passato, mi

è particolarmente gradito formulare ai Padri Domenicani del Convento

di San Bartolomeo l’augurio di proficuo lavoro per gli anni

che verranno.

Giovanni Milesi

Assessore Cultura, Spettacolo

Identità e Tradizioni

Provincia di Bergamo

Domenicani a Bergamo 7


Vi giunga affettuoso l’augurio dell’Amministrazione comunale,

felice di dare atto della forte presenza culturale e religiosa dei

Padri Domenicani a Bergamo.

Da sempre Vi rivolgete a tutti gli uomini, con l’obiettivo

dell’evangelizzazione e della predicazione. “Sull’esempio di San

Domenico, che fu pieno di sollecitudine per la salvezza di tutti gli

uomini e di tutti i popoli, i frati sono inviati a tutti gli uomini, di

ogni categoria e di ogni nazionalità, credenti e non credenti, e specialmente

ai poveri. Volgano il loro animo a evangelizzare e a impiantare

la Chiesa fra le genti e a illuminare e confermare nella

fede il popolo cristiano”.

La presenza della Vostra comunità in centro città evidenzia

anche plasticamente come siate nel cuore dei bergamaschi.

8

Domenicani a Bergamo

Franco Tentorio

Sindaco di Bergamo


Sono novant’anni che i Padri Domenicani operano a

Bergamo, mostrando costante attenzione ai bisogni della gente.

Attenzione umana, sociale, culturale.

Da poco più di un anno e mezzo mi occupo di cultura nella

nostra Città e mi sforzo ogni giorno di fare della cultura un bene

alla portata di tutti.

In novant’anni di attività sul territorio i Padri Domanicani

hanno vissuto i tanti cambiamenti della nostra comunità, nel

bene come nel male.

In un anno e mezzo ho potuto constatare come la nostra comunità

sia in costante e rapida evoluzione.

Adattarsi ai cambiamenti, adeguarsi ai tempi, compiere

scelte che vadano incontro ai bisogni dei cittadini è un dovere per

un Amminsitartore.

I Domenicani in questo ci sono di esempio. Il loro impegno

non può lasciarci indifferenti. Quanto loro fanno ogni giorno per

Bergamo e per la nostra provincia non può passare inosservato.

È pensando a tutto questo che non posso che unirmi al

coro di auguri per il novantesimo compleanno della Congregazione

Domenicana Bergamasca e per il quarantesimo compleano del

Centro Culturale Domenicano di Bergamo.

Duplice occasione per assumermi un nuovo impegno: quello

di operare insieme perché la cultura a Bergamo sia sempre più

“cultura del bene”.

Claudia Sartirani

Assessore alla Cultura e Spettacolo

Comune di Bergamo

Domenicani a Bergamo 9


La Camera di Commercio di Bergamo è lieta di concedere

il patrocinio alla mostra promossa dal Centro Culturale San Bartolomeo,

uno degli eventi che celebrano i novant’anni della

presenza della Comunità domenicana nella nostra città e i quarant’anni

di iniziative e progetti del suo Centro culturale.

La Chiesa di San Bartolomeo e la Comunità dei padri domenicani

hanno rappresentato in questi decenni, per tante donne

e uomini della nostra provincia bergamasca, un significativo e

costante riferimento spirituale, sociale e culturale. Un rapporto fecondo

che ha contribuito a formare ed arricchire scelte e progetti

di vita individuali, in cui spesso caratteristiche quali spirito di

iniziativa e caparbietà hanno saputo accompagnarsi e coniugarsi a

sensibilità e solidarietà.

Un rapporto fecondo di cui anche la Camera di Commercio,

che per ruolo istituzionale è impegnata a promuovere il benessere

economico e sociale del territorio bergamasco, ha potuto beneficiare

in questi tanti decenni di presenza e attività dei domenicani a Bergamo.

L’augurio sincero che vogliamo rivolgere oggi alla Comunità

domenicana di Bergamo, è di mantenere viva la loro presenza

nella nostra città anche negli anni a venire e raggiungere così, nel

modo migliore e con gioia reciproca, il secolo di presenza e di

proficua vicinanza.

10

Domenicani a Bergamo

Giovanni Paolo Malvestiti

Presidente della Camera

di commercio di Bergamo


Tra gli scopi statutari della fondazione Banca Popolare di

Bergamo viene dato ampio risalto alla conservazione ed alla trasmissione

di quel patrimonio di conoscenze, esperienze e valori

che formano la cultura e la storia di una città e di un territorio.

È lo stesso risalto che i Padri Domenicani, dal loro ritorno

a Bergamo, mettono nella loro assidua opera di predicazione e di

evangelizzazione che, in connubio con quella vivacità e quel

fermento culturale che da sempre li distingue, ha connotato questi

“ultimi” novanta anni di presenza a Bergamo.

È quindi con piacere e con l’orgoglio di chi si sente in

grande sintonia con il territorio di elezione che la fondazione

Banca Popolare di Bergamo ha voluto sostenere le celebrazioni per

il novantesimo compleanno dei frati domenicani a Bergamo e il

quarantesimo di fondazione del Centro Culturale San Bartolomeo,

suggellando idealmente quella identità finanziaria, culturale e spirituale

che accompagna i bergamaschi lungo il Sentierone sul

quale, non a caso, si affacciano sia la Banca Popolare di Bergamo

che la Chiesa ed il Convento dei Padri Domenicani.

Grazie di cuore, dunque, all’ordine dei Padri Domenicani

ed al loro encomiabile operato, con i migliori auspici che questa

significativa ricorrenza possa per loro costituire uno stimolo

ulteriore per continuare ad operare, in sinergia con il territorio,

per il bene della città di Bergamo e dei bergamaschi tutti.

Emilio Zanetti

Presidente Fondazione

Banca Popolare di Bergamo onlus

Presidente UBI Banca

Presidente Banca Popolare di Bergamo

Domenicani a Bergamo 11


Sin dalla sua nascita, il Credito Bergamasco opera nei

territori di riferimento al servizio delle Comunità locali, sostenendone

lo sviluppo economico e sociale, con interventi di utilità pubblica

e di interesse generale in vari settori: dalla tutela del patrimonio

artistico e architettonico alla ricerca medico-scientifica, dalla sanità

alla solidarietà sociale, dall’evoluzione tecnologica alla salvaguardia

dell’ambiente. In particolare, nell’ambito culturale, la Banca e la

sua fondazione sono costantemente impegnate - direttamente o

tramite il finanziamento di iniziative promosse dalle diverse

formazioni sociali non solo locali - nella realizzazione di rilevanti

progetti ad elevato contenuto qualitativo che negli anni più recenti

hanno riguardato tutte le principali forme artistiche, dalle arti figurative

al teatro e alla musica.

La vicinanza della Banca e della sua fondazione alla

Comunità dei Padri Domenicani di Bergamo è risalente nel tempo

e si è caratterizzata per il costante sostegno sia alle meritorie

attività del Centro San Bartolomeo - basti ricordare, a questo proposito,

il finanziamento a fondo perduto dei numerosi lavori di

adeguamento delle strutture ovvero il supporto economico alla

programmazione culturale del Centro - sia agli interventi legati

alla Chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano; al riguardo si considerino

i rilevanti contributi erogati negli scorsi anni da Banca e fondazione

per gli accurati restauri del pregevole patrimonio artistico presente

nella Chiesa e culminati, da ultimo, nel recupero attualmente in

corso degli arredi lignei del XVII e XVIII secolo della Sacrestia.

Innestandoci in questa storica linea di condivisione e di

collaborazione con la Comunità Domenicana, è con vivo piacere e

grande convinzione che, oltrepassando la dimensione del semplice

contributo finanziario, abbiamo sostenuto questa mostra che

presenta al pubblico una bella selezione di pregevoli opere

domenicane nonché gli eventi ad essa correlati, convinti che le iniziative

di qualità costituiscano per la collettività e per le persone

che la compongono un’opportunità di crescita civile, culturale e

spirituale.

12

Domenicani a Bergamo

Angelo Piazzoli

Segretario Generale

Credito Bergamasco e Fondazione Credito Bergamasco


Comunità Domenicana

“S. Bartolomeo” – il Centro Culturale

P erché un centro culturale domenicano? Perché San Domenico

aveva intuito che l’intelletto è il miglior interlocutore della

fede! e quando lo Spirito lo chiamò a rifondare la Chiesa, prima

che crollasse – in verità lo stesso Spirito aveva chiamato alla stessa

missione un altro uomo della svolta, francesco d’Assisi –, il nostro

giovane canonico di osma pensò di ripartire da Cristo; ma questa

volta con il lume della ragione.

Domenico di Guzmán era una persona colta – fatto raro ai

suoi tempi, anche tra i chierici –.

Amava lo studio, amava la ricerca appassionata della verità;

ma anche la libertà. e dal momento che non c’è libertà senza conoscenza

– lo dice anche il Vangelo: “Conoscerete la verità e la verità

vi farà liberi” (Gv 8,32) –, Domenico decise che avrebbe dedicato la

vita a ricercare la Verità e ad annunciarla attraverso un apostolato

assolutamente nuovo per quei tempi: la predicazione.

Siamo agli inizi del 1200 e Domenico attraversò più volte a

piedi i Pirenei, le Alpi e gli Appennini predicando il Vangelo e

conquistando vocazioni tra gli studenti, i professori universitari,

gli uomini di legge, gli scienziati, gli artisti, i letterati…

Strada facendo fondò conventi; uno dei primi, in Italia, se

non addirittura il primo, fu quello di Bergamo. Sorgeva in Città

Alta, proprio sulle mura, come era tipico delle nostre case, per

consentire ai frati di uscire più facilmente a predicare.

oggi quell’antico convento non esiste più. I Domenicani,

invece, esistono ancora! e predicano ancora, utilizzando tutti gli

strumenti che il tempo e la civiltà mettono a disposizione.

Il centro culturale è uno dei migliori strumenti di apostolato

dei Predicatori.

La cosiddetta Missio ad gentes non si realizza soltanto partendo

per Paesi lontani, ove la Parola di Dio non è ancora giunta… L’an-

Domenicani a Bergamo 13


nuncio della Verità può, anzi, deve cominciare dai quartieri della

città, parlando alla gente e con la gente.

Il Centro Culturale “S. Bartolomeo”, per gli amici, il CCSB,

sorge appunto come luogo in cui le persone si ri-trovano per “fare

cultura”, intesa come educazione permanente, come capacità di

cambiare, di lasciarsi interrogare, di riflettere, di affascinarsi

ancora, di stupirsi ancora.

Bisogna risalire al lontano 1970 per rintracciare il primo

Centro Culturale della Bergamasca ed è proprio il nostro. originariamente

voluto e gestito da alcuni religiosi della Provincia Domenicana

dell’Alta Italia, nel 1992, i frati costituirono l’Associazione

S. Bartolomeo, allargando ad alcuni laici la partecipazione attiva

alla conduzione del Centro.

Nostro obbiettivo precipuo è cogliere le sollecitazioni e i

bisogni culturali e sociali bergamaschi, ma anche quelli più vasti e

generali dell’Italia, dell’europa, del mondo, per individuare e

trattare i temi che intercettano l’attenzione della gente. Naturalmente

secondo l’ottica cristiana. Resta, tuttavia, l’orientamento primitivo

della missio ad gentes, del dialogo che va cioè oltre la proposta strettamente

confessionale, nella comune ricerca di quella verità fatta a

pezzi cantata da San Tommaso D’Aquino, nostro illustre confratello,

e rilanciata secoli dopo dal Concilio Vaticano II.

Gli spazi del CCSB a disposizione nostra e del pubblico

sono sostanzialmente due: l’auditorium e la sala espositiva. Nel

primo organizziamo 30 serate circa, ogni anno, raggruppate in

cicli di conferenze su tematiche spirituali – i Lunedì di S.

Bartolomeo –, filosofiche – i Martedì di S. Bartolomeo – e di

scottante attualità – i Giovedì di S. Bartolomeo –; ultimamente

abbiamo tentato di dare maggiore organicità al programma annuale

legando le conferenze con una sorta di filo rosso: un argomento

che possa essere approfondito secondo le diverse angolature

spirituali, antropologiche, filosofiche... Al tavolo dei relatori si alternano

religiosi e laici provenienti dai migliori ambienti culturali

italiani e stranieri e da diverse scuole di pensiero.

Per favorire un migliore inserimento nella nostra città, ospitiamo

volentieri gruppi e associazioni che propongono i loro pro-

14

Domenicani a Bergamo


grammi culturali e formativi nel nostro auditorium.

Non possiamo infine dimenticare che, per la sua speciale

acustica, la sala del CCSB è stata per anni sede di concerti vocali e

strumentali: la pluridecennale stagione musicale “Scopriamoli

insieme”, concepita dal fondatore del Centro, fra Agostino Selva,

ha contribuito a portare alla ribalta giovani musicisti. Abbiamo organizzato

per anni concerti jazz, rimasti nella memoria della città

come testimonio di cultura e di sensibilità non solo verso la

musica classica, ma anche moderna e contemporanea.

e poi c’è l’area espositiva del CCSB: vi ospitiamo pittori,

scultori e fotografi che mostrano

al pubblico le loro opere. Questo

spazio, il più centrale e strategico

della città bassa, è assai richiesto

da chi intende far conoscere la

propria espressione artistica. Una

commissione appositamente incaricata

valuta la produzione di

ogni artista per selezionare gli

espositori che si avvicendano da

settembre a giugno, ogni tre settimane

circa.

Purtroppo c’è la crisi! Anche

la cultura, anzi, particolarmente

la cultura accusa oggi un momento

di grave crisi. Il nostro Centro si

finanzia per una minima percentuale grazie alle quote associative

dei Soci; la voce più importante del nostro sostentamento è rappresentata

dall’affitto dei locali per le mostre e le conferenze,

nonché da eventuali sovvenzioni di Banche ed enti. La partecipazione

del pubblico alle varie attività del Centro è del tutto gratuita. Non

è facile reggere un’attività come questa, senza scopi di lucro…

finora, la provvidenza ci ha aiutato: di questo rendiamo grazie a

Dio e a tutti gli amici e conoscenti che ci danno una mano con generosità

e gratuità encomiabili.

Coloro che abitualmente seguono le iniziative provengono

Domenicani a Bergamo 15

13 ottobre 2005

Vittorino Andreoli presenta

il suo libro "Follia e santità".

Al tavolo lo stesso Andreoli

e fra Massimo Rossi

direttore del Centro Culturale.


da ogni fascia di età ed estrazione sociale. In base all’esperienza di

questi quattro decenni, possiamo dire in tutta sincerità che la

gente di Bergamo e dintorni ha imparato a conoscerci, ci frequenta

con affetto e attende con vivo interesse le conferenze del CCSB,

alle quali partecipa sempre più numerosa.

Le celebrazioni del novantesimo anniversario del ritorno

dei frati domenicani a Bergamo coincidono con quelle dei 40

anni di fondazione del Centro Culturale. Non potevamo cogliere

occasione migliore per ringraziare di cuore i frati e i laici, tutti

coloro che, a diverso titolo, hanno offerto la loro competenza e la

loro disponibilità, consentendoci di continuare fino ad oggi l’opera

di evangelizzazione e di formazione culturale.

Nutriamo la serena speranza che continueremo insieme a

parlare dell’uomo e di Dio, nella convinzione che questa è la via

giusta per crescere nella conoscenza e nell’affetto. “Chi più sa più

ama”, scriveva ancora Tommaso D’Aquino. e noi ancora ci

crediamo!

16

Domenicani a Bergamo

Fra Massimo Rossi O.P.

Direttore Centro Culturale San Bartolomeo


Anniversari di S.Bartolomeo

G li anniversari sono sempre occasione di riflessione, sia per

una rilettura delle origini dell’evento ricordato, sia per i

motivi grazie ai quali si celebrano determinate date. essi sono una

prova di fedeltà e di continuità, un’occasione per rinnovare gli

impegni assunti all’inizio e per ritrovare lo slancio iniziale. È il

caso delle celebrazioni che la comunità

di Bergamo ha organizzato

in questi giorni: il XL della fondazione

del Centro culturale e il

XC del ritorno dei domenicani a

Bergamo.

La prima nostra sede – in

Città Alta - per quasi quattro secoli

(1243- 1561) era il Convento di

Santo Stefano, che ospitava una

grande comunità, e possedeva una

celebre biblioteca ove era conservato

il manoscritto autografo della

Summa contra gentiles di S. Tommaso,

in seguito offerto al Papa

Leone XIII. Quel celebre convento venne demolito dai Veneziani

nel 1561 con un pretesto militare.

Dopo un periodo difficile che provocò la dispersione dei

frati, grazie all’intervento del Papa Pio V, i domenicani poterono

trovare una modesta sistemazione nella piccola chiesa di S. Bartolomeo

in città bassa, resa disponibile in seguito alla soppressione

degli Umiliati. Nel 1603 venne costruita dai domenicani l’attuale

chiesa con annesso un grande convento (nel chiostro è possibile

ammirare un rilievo che dà l’ idea della dimensione di questo

complesso). Ma nel 1789, vi fu una nuova soppressione dei religiosi

Domenicani a Bergamo 17

14 settembre 1968

da sinistra a destra:

fra Vittorio Bassan,

fra Agostino Selva

(fondatore del Centro Culturale),

fra Martino Grigolon,

fra Reginaldo Veronese.

I due chierichetti:

Sergio Maggi

e Fabrizio Maria Carminati.


e i domenicani dovettero riparare altrove per poter sopravvivere.

Nel 1937 l’intervento del nuovo piano regolatore, - uno dei primi

in Italia - studiato dall’architetto Piacentini aveva previsto la demolizione

del nostro convento per la costruzione di uffici statali. e i

frati? Dopo delicate trattative con la S. Sede, grazie all’intervento

del Papa Benedetto XV, i domenicani poterono rientrare nella

loro chiesa di S. Bartolomeo, accontentandosi però di vivere in

alcune stanze prese in affitto lungo la via T. Tasso. Il disagio era

grande, ma i religiosi sopportarono pazientemente la situazione in

attesa di tempi migliori: la speranza era la costruzione di un nuovo

convento, ma le molteplici difficoltà apparivano insormontabili

anche perché la nostra chiesa era diventata sussidiaria della

Parrocchia di Alessandro in via Pignolo. Si deve alla paziente

opera di p. Nicola Bellagamba, più volte priore a Bergamo, del

parroco di Pignolo Mons. Cavagna e dei fabbricieri, se fu possibile

procedere alla costruzione di un nuovo convento, nell’unico spazio

disponibile fra la Chiesa e l’edificio degli statali.

eletto Priore della comunità di Bergamo, vi feci l’ingresso

l’11 febbraio 1968: avevo 42 anni, ero inesperto e impreparato per

il compito che mi era stato affidato dalla fiducia dei confratelli.

Inserito presto nella comunità, approvai il lavoro già svolto e così

il 14 settembre 1968, festa della esaltazione della Santa Croce,

venne posta la prima pietra del nuovo edificio. In rappresentanza

del P. Provinciale P. D’Amato, allora in Brasile, benedisse quella

pietra il M. R P. B. Prete o. P. Vicario del Provinciale.

L’edificio venne studiato in ogni particolare dall’Arch.tto

Sandro Angelini, mentre la costruzione venne affidata all’impresa

dell’Ing. G. Pandini, che nel giro di pochi mesi consegnò le chiavi

del nuovo convento costruito con grande serietà. Poco dopo, esattamente

il 28 ottobre 1970, prendeva vita il nuovo Centro San

Bartolomeo: presente S. ecc.za Mons. Clemente Gaddi, il P. Provinciale

P. enrico Rossetti, molte autorità civili e religiose, confratelli

ed un folto pubblico. Il Vescovo Gaddi parlò sul tema: “S. Caterina

da Siena e la Riforma della Chiesa”.

La comunità conventuale era allora formata da otto religiosi,

vorrei ricordarli per il grande lavoro svolto in quegli anni disagiati:

18

Domenicani a Bergamo


p. N. Bellagamba, p V. Bassan; p. Alvaro Grion; p. Reginaldo Veronese;

p. Cherubino dell’Aquila; p. egidio Zaini; fr. Martino Grigolon

e il sottoscritto. esaminando la foto di quella comunità, si

constata come tutti i miei confratelli sopra citati fanno già parte

della Gerusalemme celeste, per cui sono rimasto l’unico testimone

di quei fatti così importanti per la nostra presenza a Bergamo. Il

convento tanto sospirato c’era e ha suscitava l’ammirazione di

confratelli e amici; la sede del Nuovo Centro culturale San Bartolomeo

era pronta, attrezzata e bellissima. era necessario, quindi,

iniziare le attività culturali seguendo la direttiva stabilita insieme:

P. Vittorio Bassan, insegnante di filosofia presso il Collegio S.

Alessandro, aveva già iniziato le lezioni su San Tommaso d’Aquino;

il P. Grion, esperto di spiritualità e del pensiero di S. Caterina, ha

tenuto cicli di lezioni su temi cateriniani; il sottoscritto si è

dedicato alla S. Scrittura nel tentativo di seguire il programma

“Bibbia e liturgia”. Ma il nostro intento era quello di aprirci alla

collaborazione con altri esperti nei vari campi della teologia, della

filosofia e della teologia biblica, fedeli al carisma domenicano: far

conoscere la verità del Vangelo e della dottrina della Chiesa nei

suoi migliori rappresentanti. Presto si aprì il campo delle mostre

d’arte: l’ampio atrio del convento venne presto attrezzato per

ospitare mostre d’arte. La prima imponente rassegna fu quella

dedicata ai Sette secoli di storia domenicana a Bergamo, che fece

conoscere la nostra grande tradizione a Bergamo e la presenza

nella città di Bergamo del nuovo il Centro culturale diretto dai

Padri Domenicani. Il clima di simpatia e la stima suscitata in

molti frequentatori della nostra Chiesa, l’accessibilità del Centro

posto sul Sentierone, moltiplicarono le possibilità di iniziative in

collaborazione ad es. con l’UCAI per le rassegne d’arte sacra, con

la Società del Quartetto per quanto riguarda la musica classica,

l’iniziativa “Scopriamoli insieme” per lanciare i giovani artisti, con

Bergamo Jazz che ha organizzava importanti rassegne internazionali

al Teatro Donizetti. Vivo successo hanno suscitato mostre di

grafica di altissimo livello, che a Bergamo non si erano mai viste,

ad es. “la Bibbia “, tutte le 105 acqueforti di Chagall, il Miserere di

Rouault, Manzù e altri celebri artisti. Mi fermo qui per evitare di

Domenicani a Bergamo 19


Bergamo, Chiesa dei

Santi Bartolomeo e Stefano

Disegno (1999)

di fra Venturino Alce O.P.

(Bergamo 1919 – Milano 2010)

dimenticare tante importanti iniziative. Sono lieto di vedere negli

inviti che vengono preparati per le attività del Centro Culturale la

bellissima incisione del chiostro eseguita dal Prof. Trento Longaretti.

Ricordo bene e con gratitudine il primo incontro e colloquio che

ebbi con lui dopo aver manifestato la mia preoccupazioni per

l’utilizzo dell’ingresso adibito alle mostre. I suoi consigli sono stati

preziosi e così debbo esprimere la mia gratitudine a quanti hanno

collaborato alla realizzazione delle iniziative più importanti nei

vari settori. Ho lasciato Bergamo nel settembre del 1990: altri miei

validi confratelli sono subentrati nella direzione del Centro che

continua ad operare in città nonostante le comprensibili difficoltà.

Mi congratulo con i miei confratelli e con i laici che in questi anni

hanno continuato a sostenere il Centro e formulo l’augurio più

sincero e fraterno di un fecondo apostolato.

In tanti anni abbiamo realizzato tante belle iniziative ispirate

al Vangelo, ma una delle realtà più belle vissute in tanti anni è

l’aver potuto incontrare tante persone, credenti o meno, comunque

aperte a tutto ciò che è buono e bello nella natura e nella vita.

20

Domenicani a Bergamo

Fra Agostino Selva O.P.

Fondatore del Centro Culturale San Bartolomeo


Una sagrestia come un Museo

Personalmente mi piace riservare alle sagrestie un’attenzione particolare

e quasi maggiore che ai luoghi di cappelle e navate, già perlustrati

da generazioni di studiosi avvezzi a verificare attribuzioni già date o ad

aggiustare il tiro di nuove assegnazioni artistiche. Negli spazi raccolti

delle sagrestie, come nei depositi delle chiese parrocchiali, spesso male

illuminati e con qualche odore di muffa di troppo, si possono fare

inattese e gratificanti scoperte. In questi ambienti si conservano, intatte

e spesso incredibilmente complete, le sequenze dei ritratti di parroci e

religiosi che fecero la storia di quel particolare edificio, come anche

qualche quadro sacro che per la sua oscura e non documentata

provenienza, trattandosi quasi sempre di donazioni di privati benefattori,

non ha sollecitato alcuna indagine e che, terreno vergine su cui esercitare

l’occhio, attende di essere esplorato e rivelato.

La sagrestia di San Bartolomeo non ha tradito nessuna di queste

aspettative. Arredata con mobili di epoche differenti, come la stragrande

maggioranza delle sagrestie, fa bella mostra di un imponente mobile

sistemato sulla parete settentrionale, formato da due bancali di differenti

dimensioni collegati da mensole con ante e cassetti scanditi da specchiature

in radica, opera di severa eleganza realizzata dall’intagliatore Antonio

Manenti nel 1692. Sulla parete est si addossa un più svelto e aggraziato

armadio a due corpi, databile tra il 1740 e il 1760, con funzione di altare,

unito a due confessionali e ornato da intagli floreali sulle paraste, con

un ricco fastigio centrale curvilineo che si conclude in un baldacchino a

“lambrecchini”, di aereo gusto barocchetto. Al centro dell’ordine superiore

spiccano una bella scultura a tutto tondo di Cristo Crocefisso, su una

croce dai bracci a terminazioni gigliate e parzialmente intarsiati “a

fiamma”, e due figure intagliate a bassorilievo della Vergine a sinistra e

di San Giovanni a destra in atteggiamento di oranti, di un modellato

assai raffinato e sciolto, opere di uno scultore probabilmente più

gravitante nell’area d’influenza veneta che lombarda.

Domenicani a Bergamo 21

Pace

Ottone fuso argentato

a forma di edicoletta

con la scena di Cristo morto

e il Padre benedicente nel fastigio

16


Reliquiario di S. Domenico

a forma di ostensorio ambrosiano

Secolo XV

Ottone argentato

56

L’arredo, sebbene di epoche diverse e di autori di differente

estrazione culturale, si compone in un insieme unitario e armonioso in

cui un certo effetto scenografico è assicurato dalla strategica collocazione

del mobile settecentesco quasi a fare da sfondo sul lato più breve.

Sulle pareti, distribuita in due ordini al di sopra dei mobili più

bassi, è raccolta una straordinaria galleria di dipinti dedicati ai principali

santi e beati dell’ordine, prevalenti per numero e varietà sulle effigi di

parroci, religiosi e papi e sulle stesse opere a soggetto sacro che di solito

arredano questi luoghi di grande fascino e mistero per il senso di

curiosità e di scoperta che infondono nel visitatore più attento. Si tratta

di una notevole quadreria con opere di sorprendente qualità, quasi mai

indagate, e che nell’occasione odierna di questo importante anniversario

si è cercato in minima parte di riportare alla luce, selezionando un

ristretto numero dei dipinti più rappresentativi della storia dell’ordine

Domenicano o di particolare rilievo artistico. Molti dei quadri scelti

avrebbero avuto bisogno di un intervento di restauro o almeno di una

provvida manutenzione che per mancanza di finanziamenti al momento

non è stato possibile intraprendere. Ciò nonostante, si è almeno

provveduto a far eseguire un’opportuna azione di rimozione dei depositi

di polvere, effettuata con pennelli morbidi, e un’asportazione degli

strati più superficiali di sporco rimossi a secco, nell’intento di conseguire

una più decorosa presentazione delle opere e in attesa di potere presto

intervenire, almeno nei casi più urgenti, con più oculate ed efficaci

azioni conservative 1 .

Amalia Pacia

Soprintendenza per i beni storici, artistici, etnoantropologici di Milano

1 La rimozione dei depositi incoerenti eseguita sul retro dei dipinti con azioni di

spolveratura; l’asportazione dei depositi incoerenti di sporco effettuata a secco

ancora con pennelli a setola morbida, spugne a limitato potere abrasivo e piccoli

aspiratori; l’asportazione localizzata di depositi parzialmente coerenti con leggera

umidificazione della superficie mediante spugne sintetiche, sono state eseguite

da Silvia Baldis della ditta “Baldis Restauri” di Bergamo. Analoghe operazioni

sono state eseguite anche sulle cornici.

22

Domenicani a Bergamo


I santi domenicani:

tra storia, politica e devozione

o gni ordine religioso mostra ed esprime la propria identità e

la propria storia in molteplici modi, tra i quali eccelle, per

così dire, l’esemplarità di vita dei suoi santi e, in molti casi, delle

loro rispettive scritture. essendo la vita religiosa una continua e

graziosa epifania dello Spirito Santo rivelata a salvezza dell’umanità

e al servizio della Chiesa, i singoli ordini o famiglie religiose si caratterizzano

per un modo particolare con il quale esercitano questo

servizio: si tratta di un dono di Dio elargito a favore dell’uomo in

perenne bisogno di soccorso che oggi si preferisce denominare carisma.

ora, questa identità espressa nel carisma si palesa e si

esprime nella concretezza della storia della Chiesa e della società.

e le modalità storiche di questa attuazione sono decisamente molteplici

e spesso ingegnose: attraverso la ricchezza dell’attività

apostolica, l’incessante esercizio dell’opus Dei per antonomasia che

è la preghiera, il servizio nella carità, l’indagine teologica, la vita

dei santi, le espressioni della cultura (arte, musica, architettura,

letteratura), ecc.

Nei propri santi, riconosciuti tali dal magistero ufficiale

della Chiesa, ciascun ordine vede rispecchiato il proprio carisma

e, allo stesso tempo, universalmente lo propone. elevati in alto e

celebrati a guisa di glorie di famiglia, essi ritraggono quella

particolare forma di sequela Christi che i rispettivi fondatori hanno

inventata” – ispirati dallo Spirito di Dio - praticata e segnalata. I

santi e le sante sono divenuti così modelli cui rivolgersi con

attenzione e soprattutto cui ispirarsi perché nelle loro rispettive

esistenze si sono inverati in tutta verità e fantasia i caratteri

precipui delle famiglie religiose cui afferirono. Lungo i secoli il

magistero della Chiesa ha riconosciuto più forme di santità (dal

martire alla vergine, dal monaco al vescovo/pastore, dal confessore

al dottore, ecc.) e a seconda del contesto storico e dell’ambiente

Domenicani a Bergamo 23


culturale e geografico ne ha proposto ai fedeli l’esemplarità di vita.

Similmente hanno agito gli ordini religiosi che si sono attivati per

indicare ai fedeli, che frequentavano i rispettivi istituti e aree di

apostolato, quei membri che per elevatezza di vita e per riconosciuta

identità evangelica erano degni di poter essere venerati come beati

o santi e, di conseguenza, hanno agito con numerose iniziative e

con molteplici mezzi per promuoverne il culto e giungere così a

quel riconoscimento ufficiale che consiste nel rito della solenne

beatificazione o canonizzazione.

L’ordine dei frati Predicatori, denominato anche più popolarmente

ordine dei Domenicani, dal nome del fondatore Domenico

di Guzmán (Caleruega 1172/73 – Bologna 1221), possiede

al pari di altri, un proprio album di glorie di famiglia che possiamo

comodamente denominare “santorale”. fin dalle origini, sebbene

dopo un avvio un po’ stentato e disattento, la grande famiglia domenicana

ha potuto infatti gioire e rallegrarsi nel veder elevati alla

“gloria degli altari” e iscritti nell’albo della santità alcuni dei suoi

innumeri figli e iniziare, così, a scrivere la storia della propria

identità e ricchezza di espressione nella sequela Christi secondo il

progetto e l’esemplarità di vita del proprio fondatore. La grande

diversità e quindi ricchezza d’espressione dei santi domenicani è

come l’estrinsecazione, nel tempo e nello spazio, dell’umanità e

della Chiesa, della fecondità del carisma di San Domenico

attestando, inoltre, la presenza misteriosa dell’incessante preghiera

di quest’ultimo che accompagna amorosamente l’ordine nel corso

dei secoli: «Imple Pater quod dixisti: nos tuis iuvans precibus»,

recita un responsorio della festa del Santo. Secondo quanto

suggerisce l’ex Maestro Generale Vincent De Couesnongle, rivolgendosi

ai propri confratelli nel presentare il Calendario proprio

dell’ordine: «La vita e gli scritti dei Santi ci consentono una particolare

conoscenza del loro pensiero e della loro azione […]. Nell’atto

della celebrazione della loro memoria o festa rendiamo grazie allo

Spirito santo per ciò che ha operato in loro, siamo resi partecipi

della loro viva fede e del loro fervore apostolico e diveniamo più

disponibili al servizio per il regno di Dio» e, ancora: «La celebrazione

dei Santi fa quindi crescere la nostra vita domenicana e la fa co-

24

Domenicani a Bergamo


stantemente progredire, manifesta il particolare carattere di ogni

nostra comunità, lo realizza e l’alimenta».

Il convento domenicano dei SS. Bartolomeo e Stefano di

Bergamo possiede una piccola, ma preziosa collezione iconografica

di propri santi e beati che ben rappresenta e riferisce i diversi e

complementari modelli di santità che lungo i secoli l’ordine ha

forgiato, promosso e diffuso. Sono infatti presenti nella collezione

prima di tutto il padre e fondatore, Domenico di Caleruega,

quindi i martiri Pietro da Verona e Giovanni da Colonia, i dottori

della Chiesa Alberto Magno e il suo più illustre discepolo Tommaso

d’Aquino, papi e vescovi, pastori, formatori e predicatori celebri

quali Antonino Pierozzi arcivescovo di firenze, Giacinto da Polonia,

Raimondo da Peñafort, il beato Ceslao, sante donne come Caterina

da Siena, Rosa da Lima e Lucia Gonzales, laici come Alberto da

Bergamo. A questi vanno aggiunte le glorie locali quali Venturino

da Bergamo e sua sorella suor Caterina Cerasola, Guala da

Bergamo e Pinamonte da Brembate celebrato con la schiera dei

santi per essere stato il fondatore del locale convento.

Se si pone attenzione alle canonizzazioni - e alle corrispettive

date - che vanno da San Domenico al Concilio Vaticano II si può

facilmente intuire qual è stata lungo i secoli l’immagine che

l’ordine ha voluto dare di sé e quali sono i modelli di vita

cristiana che ha proposto non solo ai suoi affiliati (frati, monache,

terziari, ecc.), ma anche alle folle di devoti e fedeli destinatari della

propria missio apostolica. Non solo, ma scrutando il medesimo

elenco - San Domenico (1234), Pietro da Verona (1253), Tommaso

d’Aquino (1323), Vincenzo ferreri (1455), Caterina da Siena

(1461), Antonino Pierozzi (1523), Giacinto da Polonia (1594), Raimondo

da Peñafort (1601) Rosa da Lima (1671), Ludovico Bertran

(1671), Pio V (1712), Agnese da Montepulciano (1726), Caterina

de’ Ricci (1746), Giovanni di Colonia (1867), Alberto Magno (b.

1622; c. 1931), Margherita d’Ungheria (1943), Martino de Porres

(1962), Giovanni Macias (1975) - si coglie altresì la risolutezza con

la quale l’ordine ha costruito la propria “galleria” di glorie

agiografiche con il non troppo celato scopo di recare fama

imperitura all’intera compagine in un’ottica di potere e di legitti-

Domenicani a Bergamo 25

Reliquiario di San Pietro Martire

a forma di ostensorio ambrosiano

Ottone cesellato

Secolo XV

38


Ampolline della domenica

Vetro e argento

Arredi della chiesa in uso

prima della riforma liturgica

del Concilio Vaticano II

mazione delle proprie scelte (quest’ultime molte volte imposte o richieste

dalla Santa Sede, come, tra le tante, l’assunzione dell’ufficio

inquisitoriale) all’interno delle proprie istituzioni e all’esterno, in

ambito ecclesiale e sociale.

Vogliamo tentare, con estrema sintesi, l’azzardo di delineare

le due principali tappe nel cammino di costruzione dell’“immagine

agiografica” dell’ordine dei Predicatori:

Dalle origini fino al Concilio di Trento si definisce, per così

dire, l’immagine “classica” del santo e della santa domenicana. Rilevato

l’evidente, e per tanti versi storiograficamente dibattuto,

ritardo nella canonizzazione di San Domenico (che muore nel

1221 e solo dodici anni dopo viene elevato all’onore degli altari)

rispetto per esempio a quella di san francesco, colpisce, al contrario,

l’immediata canonizzazione, esattamente undici mesi dopo il

martirio avvenuto nel 1252, del grande predicatore e inquisitore

Pietro da Verona ucciso dagli eretici in un momento in cui la repressione

ereticale era ancora acuta e l’ordine si preparava a

diventare, assieme ai francescani, l’organo principale della

Inquisizione medievale (in questa direzione non va tralasciato il

fatto che lo stesso San Domenico verrà creduto e pensato come inquisitore

se non addirittura “inventore” del tanto esecrato tribunale).

Si afferma e si diffonde, allo stesso tempo, la figura del domenicano

colto e teologo, profondo studioso delle scienze sacre, con San

Tommaso d’Aquino che, canonizzato nel 1323 da un papa

avignonese, Giovanni XXII, beneficerà del privilegio di vedere

“adottato” ufficialmente il proprio sistema filosofico-telogico dall’ordine

intero, a partire dalla Provincia romana; Alberto Magno,

suo antico maestro, e dopo la morte dell’Aquinate suo strenuo difensore

nelle dispute tra Mendicanti e secolari, verrà canonizzato e

dichiarato dottore della Chiesa assai tardivamente nel 1931, segno

questo, assai probabile, che la sua dottrina era ritenuta meno importante

di quella di Tommaso che verrà, invece, solennemente

celebrata dal Concilio tridentino. Un altro aspetto che caratterizza

l’agiografia dell’ordine nei primi secoli di vita è costituito dal

ritardo - anche in questo caso diversamente da quanto si verificò

per i francescani con Santa Chiara - con cui esso si attiva a

26

Domenicani a Bergamo


proporre e divulgare un modello di santità domenicana al femminile:

ciò avverrà infatti solo nel 1461, quando, dopo gli sforzi di

Raimondo da Capua che ne scrive la vita e dei suoi discepoli che

ne divulgarono gli scritti, Caterina da Siena viene canonizzata dal

suo conterraneo Pio II. Tra l’altro, va notata la vicinanza delle canonizzazioni

dei due illustri domenicani che con la loro predicazione

e azione di convincimento avevano contribuito alla risoluzione

dello Scisma d’occidente: il catalano Vincenzo ferrer e quindi Caterina

da Siena. Il culto ufficiale di Sant’Antonino, tra i padri

della riforma dell’ordine in Italia primo-quattrocentesca e austero

vescovo di firenze, si definisce e si realizza nel torno degli anni in

cui la Chiesa stava ripensando e riflettendo sulla figura del vescovo,

con l’intento di riformarne i costumi e l’azione pastorale, intento

che troverà poi concreta realizzazione nei decreti del Concilio di

Trento riguardanti il munus e i doveri del vescovo cattolico. In

sintesi, allo scadere del Cinquecento, l’ordine dei Predicatori

vede riflesso sé stesso e la propria missione nelle figure agiografiche

del predicatore, del maestro, del pastore e, per le donne, propone

il modello di santità cateriniano, quello cioè di laiche consacrate

nella storia e dotate di poteri profetici, apostolici e taumaturgici.

Dopo il Concilio di Trento e il processo di disciplinamento

intrapreso dalla Sede Apostolica che giunge a riformare anche i

modelli di santità e i contenuti delle scritture agiografiche, tra i

domenicani si avvertono alcune novità che così possono essere

concisamente riassunte: la presenza nuova di santi e sante nativi

del Nuovo Mondo ovvero che in esso hanno lavorato e trascorso

gran parte della propria vita apostolica, quali Rosa da Lima

(terziaria secolare), Ludovico Bertrán, Giovanni Macias e Martino

de Porres. Il cambiamento nella santità femminile che non si

ispira più al modello apostolico cateriniano, ma si posiziona o appiattisce

sul modello della monaca devota, zelante, mistica, che

vive la propria esperienza cristiana tutta rinchiusa in un regime di

clausura: vengono così canonizzate sante donne di vita claustrale

come Agnese da Montepulciano (la cui vita era stata scritta sempre

da Raimondo da Capua, ma che non aveva avuto quella diffusione

e notorietà più tardi goduta dalla Legenda major cateriniana),

Domenicani a Bergamo 27


Reliquiario di S. Bartolomeo

Secolo XIV

Ottone d’orato

42

Reliquiario di S. Stefano

protomartire a forma di minareto

con piccoli ballatoi sui due piani

popolati da figurine

Secolo XIV

Rame dorato ed argentato

55

Caterina de’ Ricci e, infine, Margherita d’Ungheria. Nell’ottica

del rinnovamento conciliare, sotto gli auspici dei papi Giovanni

XXIII e Paolo VI, l’ordine riconosce infine, staccandosi dalla

secolare e sedimentata figura del santo pastore, predicatore e

dottore, l’importanza e l’elevatezza di vita dei fratelli conversi, promuovendo

le cause di Martino de Porres e Giovanni Macias,

religiosi umili e amatissimi dal popolo di Dio che verranno infatti

canonizzati rispettivamente nel 1962 e nel 1975.

28 Domenicani a Bergamo

Fra Gianni Festa O.P.

Priore del Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano


San Domenico

Domenico nacque intorno 1170

a Caleruega, un villaggio montano

della Vecchia Castiglia (Spagna)

da felice di Gusmán e da Giovanna

d’Aza. A 15 anni passò a

Palencia per frequentare i corsi

regolari nelle celebri scuole di

quella città. Terminati gli studi, a

24 anni, il giovane, assecondando

la chiamata del Signore, entra

tra i canonici regolari della cattedrale

di osma, dove viene consacrato

sacerdote. Nel 1203 Diego,

vescovo di osma, dovendo compiere

una delicata missione diplomatica

in Danimarca per incarico

di Alfonso VIII, re di Castiglia,

si sceglie come compagno

Domenico, dal quale non si separerà

più. Il contatto vivo con

le popolazioni della francia meridionale in balìa degli eretici catari e

l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie

verso l’est costituiscono per Diego e Domenico una rivelazione:

anch’essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in

Danimarca, scendono a Roma (1206) e chiedono al papa di potersi

dedicare all’evangelizzazione dei pagani. Ma Innocenzo III orienta il

loro zelo missionario verso quella predicazione nell’Albigese, da lui

ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. Domenico

accetta la nuova consegna e rimarrà eroicamente sulla breccia anche

quando si dissolverà la Legazione pontificia e l’improvvisa morte di

Diego (30 dicembre 1207) lo lascerà solo. Pubblici e logoranti

dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di

Domenicani a Bergamo

29

Madonna che presenta

il Bambino a San Domenico

e gli dona il rosario

Giuseppe

e Carlo Francesco Nuvolone

(1619-1703) (1609-1662)

Secolo XVII

Olio su tela

110x88

Inedito


Bononiae in Italia, sanctus

Dominicus de Caleruega,

Oxomensis (Osma) canonicus

et praedicationis humilis minister

in abiectione voluntariae

paupertatis. Totius apostolicae

regulae sectator, eamdem

in Ecclesia renovavit et

Tolosae fuit Ordinis Praedicatorum

plantator et magister.

Cum Deo vel de Deo semper

loquebatur et Fratribus suis

mandavit ardenter ut oratione,

studio et ministerio Verbi,

proximorum anima bus utiles

esse possent.

(Memoria di San Domenico,

morto a Bologna il

6 agosto 1221. Sacerdote,

che, canonico di osma,

umile ministro della predicazione

nelle regioni

sconvolte dall’eresia albigese,

visse per sua scelta

nella più misera povertà,

parlando continuamente

con Dio o di Dio. Desideroso

di trovare un nuovo

modo di propagare la

fede, fondò l’ordine dei

Predicatori, al fine di ripristinare

nella Chiesa la

forma di vita degli Apostoli

e raccomandò ai suoi

confratelli di servire il

prossimo con la preghiera,

lo studio e il ministero

della parola).

persuasione, preghiera e penitenza occupano questi anni di intensa

attività; così fino al 1215 quando folco, vescovo di Tolosa, che nel

1206 gli aveva concesso S. Maria di Prouille per farne un centro della

predicazione e per raccogliere le donne che abbandonavano l’eresia,

lo nomina predicatore della sua diocesi. Intanto, alcuni amici si

stringono attorno a Domenico, che sta maturando un ardito piano:

dare alla predicazione forma stabile e organizzata. Insieme a folco, si

reca nell’ottobre del 1215 a Roma per partecipare al Concilio

Lateranense IV ed anche per sottoporre il suo progetto a Innocenzo

III che lo approva. L’anno successivo, il 22 dicembre, onorio III darà

l’approvazione ufficiale e definitiva e l’ordine si chiamerà Ordine dei

Frati Predicatori. Il 15 agosto 1217 il Santo dissemina i suoi figli per

tutta europa, inviandoli soprattutto a Parigi e a Bologna, principali

centri universitari del tempo. Poi, con un’attività meravigliosa e sorprendente

prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera.

Nel 1220 e nel 1221 presiede a Bologna i primi due Capitoli Generali

destinati a redigere la magna carta e a precisare gli elementi fondamentali

dell’ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune,

legislazione, distribuzione geografica e missioni. Sfinito dal lavoro

apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, il 6 agosto 1221

muore circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di

Bologna, in una cella non sua. Gregorio IX, a lui legato da una

profonda amicizia, lo canonizzerà il 3 luglio 1234. Il suo corpo dal 5

giugno 1267 è custodito in una preziosa Arca marmorea. La fisionomia

spirituale di S. Domenico è inconfondibile; egli stesso negli anni

duri dell’apostolato albigese si era definito «umile ministro della predicazione».

Dalle lunghe notti passate in chiesa accanto all’altare e da

una tenerissima devozione verso Maria, aveva conosciuto la misericordia

di Dio e «a quale prezzo siamo stati redenti», per questo cercherà di

testimoniare l’amore di Dio dinanzi ai fratelli. egli fonda un ordine

che ha come scopo la salvezza delle anime mediante la predicazione,

che scaturisce dalla contemplazione: contemplata aliis tradere sarà la

felice formula con cui S. Tommaso d’Aquino esprimerà l’ispirazione

di S. Domenico e l’anima dell’ordine.

30

Domenicani a Bergamo


Santa Caterina da Siena

Caterina Benincasa nacque a Siena il 25 marzo 1347, penultima

dei venticinque figli di Giacomo, modesto tintore di pelli nel

rione di fontebranda, e di monna Lapa Piacenti. fin dai primi

anni ella fu attratta alla pietà da Tommaso della fonte, suo

parente, che aspirava alla vita domenicana. Benché non avesse che

sedici anni, Caterina fu accolta tra le Sorelle della Penitenza le

quali, pur vivendo in famiglia, seguivano una regola speciale sotto

la guida di una priora e di un frate Predicatore, si riunivano per la

preghiera in comune nella Cappella delle volte in San Domenico

e assistevano i poveri e gli ammalati. Per il mantello nero che portavano

sulla veste bianca, stretta ai fianchi da una cintura di cuoio,

il popolo le chiamavano Mantellate. Al termine del Carnevale

1367, dopo una visione mistica, Caterina si sentì spinta a uscire

dal suo ritiro per darsi alla vita attiva a favore della famiglia,

caduta in povertà dopo la morte del padre e soprattutto degli indigenti,

alle porte dei quali, di notte, portava sovente pane, vino,

farina e uova. I suoi familiari dovettero ben preso accorgersi che la

sua carità non solo era benedetta, ma anche miracolosa. In un

tempo in cui gli odi mortali, la peste, la lebbra e il cancro facevano

strage di anime e di corpi, la Santa, munita di un bastone e di una

lanterna, entrava nelle case dei contendenti per mettere pace e nei

lazzaretti e negli ospedali per servire, consolare, convertire e aiutare

a ben morire i sofferenti. Tuttavia, molti dubitarono dei suoi

carismi quali il discernimento degli spiriti, la profezia, il dono dei

miracoli e il potere di convertire i peccatori più induriti. Per i prolungati

digiuni, le consorelle la consideravano un’ipocrita e

un’esaltata. Nessuno riuscì mai a confonderla, anzi quanti ebbero

relazioni con lei si posero alla sua sequela. La bella brigata che la

“dolcissima mamma” dirigeva nelle opere di carità e che riprendeva

anche da peccati occulti, era composta di una settantina di persone

provenienti da ogni ceto sociale.

La fama della sapienza e della santità di Caterina l’aveva messa

pure a contatto del mondo politico-ecclesiastico. Intorno al 1372

Domenicani a Bergamo 31

Manuale Corale

VENETIIS MDCCXCIII

Rilegatura in velluto rosso con

angolature e cartelle centrali in

argento sbalzato raffiguranti

da un lato la Vergine e dall’altro

il Calice e l’Ostia

38x27

Leggio d’altare

Rivestimento in lamina sbalzata

ed argentata


aveva esposto con franchezza al legato pontificio in Italia, Pietro

d'estraing, la necessità di riformare i costumi del clero, di trasferire

la Santa Sede a Roma da Avignone dove risiedeva dal 1309 e di organizzare

una crociata contro gli infedeli. Poiché ella, analfabeta,

visionaria, si permetteva di dettare lettere rivolte ad eminenti personaggi,

nel 1374 fu chiamata a firenze davanti al Capitolo

generale dei domenicani. I superiori dell’ordine ne riconobbero

l’ortodossia e l’affidarono alla direzione di frate Raimondo delle

Vigne da Capua (1330-1399), nominato lettore di teologia a Siena,

che la difese da contrasti di ogni genere e che di lei lasciò una

biografia, vero capolavoro agiografico.

Quando Caterina ritornò a Siena, trovò la città devastata dalla

peste. Prestando servizio ai malati anch’essa fu colpita dall’epidemia.

Gregorio XI frattanto preparava la crociata. oltre che ai principi

cristiani, egli volle affidarne la propaganda anche alla vergine

senese la quale stabilì, nel 1375, il suo quartiere generale a Pisa.

Mentre dettava le sue lettere d’incitamento a re, principi e capitani

di ventura il primo aprile ricevette le stigmate nella chiesa di Santa

Cristina, che rimasero invisibili fino alla morte. Il progetto della

crociata, però, dovette essere abbandonato perché firenze, dopo

aver firmato una lega con i Visconti di Milano, lavorava alacremente

per indurre ottanta città dello Stato Pontificio a ribellarsi al mal

governo del papa francese. Quando scese in guerra contro di lui,

creò una magistratura straordinaria composta di otto membri,

chiamati per dileggio dal popolo “gli otto santi”. Il papa li

scomunicò e lanciò l’interdetto su firenze. Caterina, a ventinove

anni, per volontà di Dio si trasformò in ambasciatrice. ella

riconobbe francamente i torti di entrambe le parti, ma allo

spettacolo delle bande di ventura che stavano per calare in Italia

scrisse al papa avignonese: «pace, pace, babbo mio dolce, e non

più guerra». Per pacificare gli animi accettò di recarsi alla corte

papale di Avignone con una comitiva di ventitré persone capeggiate

dal B. Raimondo da Capua. Il pontefice subì il fascino della

santità conquistatrice di Caterina, ma la sleale politica di firenze,

che segretamente voleva la guerra, mentre intavolava trattative di

pace per gettar polvere negli occhi del popolo esasperato, impedì il

32

Domenicani a Bergamo


successo della Mantellata. Tuttavia la Provvidenza aveva evidentemente

condotto ad Avignone Caterina, erede della missione di S. Brigida,

affinché spronasse Gregorio XI a trasferire la Santa Sede a Roma.

e così, il 17 gennaio 1377 la Città eterna poté accogliere festosamente

il suo legittimo pastore dopo settant’anni di assenza. Caterina, ritornata

a piccole tappe a Siena, dopo aver istituito a Belcaro una

comunità di Domenicane, compì un viaggio nella Val d’orcia per

pacificare i due rami dei Salimbeni in lotta tra di loro. La sua

attività missionaria fu talmente intensa che i tre sacerdoti, che abitualmente

la seguivano per le confessioni, erano insufficienti al bisogno.

All’inizio del 1378 Caterina ricevette dal papa, tramite il B.

Raimondo, Priore del convento domenicano della Minerva a

Roma, l’ordine di lavorare per il ristabilimento della pace tra la

Santa Sede e firenze. Sulle rive dell’Arno la sua missione fallì tra

un tumulto e l’altro, che misero in pericolo la sua vita. Quando la

pace fu conclusa dal nuovo papa Urbano VI il 28 luglio1378 a

Tivoli, Caterina ritornò a Siena a proseguire il suo colloquio con

l'eterno Padre e a dettare il Dialogo della Divina Provvidenza,

frutto dei suoi insegnamenti e delle sue esperienze mistiche. L’orizzonte

però andava oscurandosi per la minaccia di uno scisma: a

fondi, tredici cardinali elessero il 20 settembre 1378 un antipapa

nella persona di Clemente VII per ripagarsi delle asprezze di

parole e durezze di modi di Urbano VI. furono accantonate le

idee della crociata e della riforma. Per arginare la divisione della

cristianità in due blocchi contrastanti, Caterina, che il legittimo

papa aveva «in gran riverenza», si recò a Roma con un gruppo di

discepoli il 28 novembre 1378. In concistoro ella parlò per

rianimare il sacro collegio, per calmare la violenza del papa e organizzare

una vera crociata contro Clemente VII. Per questo trasformò

la sua dimora in un centro della politica ecclesiastica e chiamò a

Roma gli uomini più spirituali. Sua principale occupazione fu

quella di pregare, fare penitenza e mandare messaggi ai regnanti e

alle repubbliche italiane per “far muro” al dilatarsi dello scisma,

stringerli attorno al legittimo pastore onde procurargli soldati e

denari. Mentre il B. Raimondo si recava presso il re di francia,

Carlo V, per distaccarlo da Clemente VII, ella premeva sulla

Domenicani a Bergamo 33


Giovanni Stefano Doneda

detto il Montalto

(1612 – 1690)

Santa Caterina da Siena

(olio su tela, cm. 70 x 70)

Inedito

Santa Caterina è raffigurata nell’intenso atteggiamento della meditazione

in una suggestiva posa di raccoglimento, il volto reclinato a sfiorare il

piccolo crocefisso ligneo, le palpebre abbassate che tuttavia lasciano

intravedere le pupille scure. Come nel tondo con Santa Rosa, l’artista

raggiunge esiti di una smagliante resa pittorica nell’ideazione di un

ovale modellato da compatte stesure di colore, nel vibrante incresparsi

del velo e del soggolo di un bianco assoluto in contrasto con il bianco

latteo della tunica e con il nero marcato del mantello, in un gioco

sapiente di luci e di ombre in funzione di risalto drammatico del personaggio.

Assecondando probabili istanze dei committenti, Montalto compone

un’immagine di accentuata rilevanza mistica secondo cui santa

Caterina, qui presentata con la doppia corona intrecciata di spine che

le cinge il capo - altrove invece con le stimmate - assurge a protagonista

34 Domenicani a Bergamo


del misticismo domenicano, al pari di quello che santa Teresa d’Avila

rappresentava per l’ordine carmelitano, in un’iconografia di segno

controriformistico che sembra prevalere sull’aspetto più narrativo

delle vicende legate alla biografia della santa.

Amalia Pacia

regina Giovanna di Napoli per farla aderire a Urbano VI. I loro

comuni sforzi non approdarono a nulla. Per placare la divina

giustizia, Caterina si offrì vittima: il 26 febbraio1380, mentre

pregava nella basilica di S. Pietro, fu vista impallidire e accasciarsi

a terra tramortita. Aveva avuto l'impressione che la navicella della

Chiesa le fosse stata posta sulle esili spalle. Per tutto il tempo che

visse rimase paralizzata dalla cintola in giù e pregò incessantemente

per la Chiesa. esausta dalle fatiche morì il 29 aprile. Caterina da

Siena fu canonizzata da Pio II nel 1461. Le sue reliquie riposano

sotto l’altare maggiore della basilica di Santa Maria sopra Minerva

a Roma. Paolo VI il 4 ottobre 1970 dichiarò Caterina dottore della

Chiesa, mentre Pio XII l’aveva elevata a Patrona d’Italia insieme a

S. francesco. Giovanni Paolo II il primo ottobre 1999 la nominò

compatrona d’europa.

Domenicani a Bergamo

35

Romae, sancta Catharina

Senensis, ex Ordine de paenitentia

Sancti Dominici,

fortissima ac piissima virgo,

quae in pacem sectandam,

in Apostolicam sedem Romam

reducendam, in Ecclesiae

unitatem redintegrandam,

indefatigabilis usque

ad mortem certavit. Dei honoris

et animarum salutis

amorem hausit e latere Iesu

Crucifixi. Praeclarae doctrinae

divinitus infusae et animi

firmitatis documenta exstant

eius scripta: Liber de Divina

Providentia, Orationes, Epistolae

plurimae. Italiae patrona

praecipua et Doctor

Ecclesiae declarata.

(festa di Santa Caterina

da Siena, vergine e dottore

della Chiesa, che, preso

l’abito delle Sorelle della

Penitenza di San Domenico,

si sforzò di conoscere

Dio in sé stessa e sé stessa

in Dio e di rendersi conforme

a Cristo crocifisso;

lottò con forza e senza sosta

per la pace, per il ritorno

del Romano Pontefice

nell’Urbe e per il

ripristino dell’unità della

Chiesa, lasciando pure celebri

scritti della sua straordinaria

dottrina spirituale).


Antonio Cifrondi (1656 - 1730)

San Domenico

(olio su tela, cm. 180 x 75)

Inedito

I dipinti, attualmente conservati in sagrestia, per la loro

dimensione e per il formato stondato delle tele dovevano

in origine trovar posto sulle pareti laterali di una cappella

nell’arredo d’inizio Settecento della Chiesa, precedente

al rifacimento rococò degli altari. Sfuggiti finora all’attenzione

degli studiosi che hanno contribuito, negli

ultimi trenta anni, alla riscoperta dell’artista clusonese 1

e inventariati come di anonimo del secolo XVIII nel

recente catalogo della Curia del 2009, i quadri costituiscono

due straordinari inediti di Antonio Cifrondi, da

comparare ad altri dipinti noti del pittore ubicati in

edifici di culto cittadini vicinissimi a San Bartolomeo

come, ad esempio, il toccante San Giovanni Battista nella

sagrestia della chiesa di S. Spirito, non dissimile dal San

Domenico per tenuta pittorica e risoluzione del modellato.

La lettura dei due pendants rafforza l’ipotesi di una loro

collocazione ai lati di una pala centrale probabilmente

andata perduta. I santi, a figura intera, sono presentati

in posizione complementare e simmetrica, così che san

Domenico, lo sguardo rivolto verso lo spettatore, stringe

al petto il ramo di gigli e con la mano che tiene il rosario

pare indicare il soggetto presumibilmente raffigurato

nella pala centrale.

Santa Caterina, gli occhi socchiusi nella preghiera e

stringendo a sé un piccolo Crocefisso ligneo e un ramo

di gigli, si rivolge al riguardante in atteggiamento di

compunta devozione, offrendo alla vista il segno sottile

delle stimmate sul dorso della mano, particolare iconografico

esibito in specie nei dipinti di commissione domenicana.

Le figure, in piedi e su un gradino che finge un marmo lavorato, quasi

statue viventi, emergono dall’ombra di una nicchia rischiarata da

efficaci giochi luministici che nel dipinto con san Domenico si trasformano

in un cielo affocato di nubi in controluce, diversamente

dallo spazio chiuso in cui è accolta santa Caterina, allusivo forse alla

condizione femminile monacale dell’ordine.

Cifrondi, particolarmente ispirato, fornisce due prove di eccezionale

bravura pittorica che si condensa nella resa vibrante delle vesti, dalle

pieghe realizzate con spatolate di un bianco luminescente ad evidenziare

36 Domenicani a Bergamo


gli spessori della stoffa e, per contrasto, dei mantelli

eseguiti con un nero denso, corposo e sfavillante, da

paragonarsi ai neri della pittura spagnola seicentesca.

Questi dati formali e di tecnica esecutiva inducono a

proporre una datazione dei due dipinti entro il primo

decennio del secolo XVIII, agli anni che la critica ha

definito come il “secondo periodo bergamasco” dell’artista

2 , contraddistinto da una predilezione per

Santi, evangelisti e Apostoli come solitari protagonisti

della scena pittorica, mentre pare attenuarsi nella produzione

del clusonese il gusto per le costruzioni affollate

di personaggi. In tale torno di anni si affina anche la

ricerca di una maggiore intensità espressiva dei volti,

più tardi abbandonata a favore di moduli ripetitivi che

denotano il sopraggiungere di una certa stanchezza

ideativa; per la loro freschezza pittorica, quasi di getto,

i due santi domenicani si pongono tra gli esiti più interessanti

della produzione cifrondiana del primo decennio

del secolo.

Amalia Pacia

1 Nell’ampia bibliografia sul pittore clusonese si citano almeno i due studi più

ampi e articolati ove però non vi è traccia delle due tele di San Bartolomeo. P.

Dal Poggetto, Antonio Cifrondi, in I Pittori Bergamaschi, Il Settecento, vol. I,

Bergamo 1982, pp. 369 -619 e il recente volume di L. Ravelli, Antonio Cifrondi.

Riflessioni, riletture, aggiornamenti, Lumezzane (Brescia), 2008, cui si fa riferimento

per la bibliografia precedente.

2 P. Dal Poggetto, Antonio Cifrondi, cit., p.394.

Domenicani a Bergamo

37

Antonio Cifrondi (1656 - 1730)

Santa Caterina da Siena 1710 (ca.)

(olio su tela, cm. 180 x 75)

Inedito


San Pietro Martire

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88

San Pietro Martire

Nacque a Verona alla fine del sec.

XII in una famiglia eretica, ma già

da ragazzo si oppose ai suoi parenti.

Continuò gli studi all’Università

di Bologna, città dove entrò nell’

ordine domenicano quando S.

Domenico era ancora in vita. Notizie

storiche lo citano come grande

partecipe nella fondazione delle

Società della fede e delle Confraternite

Mariane a Milano, firenze

ed a Perugia. Queste istituzioni a

difesa della dottrina cristiana sorsero

poi presso molti conventi domenicani.

Tutto ciò avvenne fra il

1232 e 1234. Dal 1236 lo si incontra

in tutte le città centro-settentrionali

d’Italia come grande

predicatore contro l’eresia dualistica,

ma fu Milano il campo principale del suo apostolato: le sue

prediche e le sue pubbliche dispute con gli eretici erano accompagnate

da miracoli e profezie. Molti, grazie alla sua predicazione e testimonianza

evangelica, ritornarono alla vera fede del Vangelo. Papa

Innocenzo IV nel 1251 lo nominò Inquisitore per le città di

Milano e Como. La lotta fu dura perché l’eresia era molto diffusa

e nella domenica delle Palme, il 24 marzo 1252, durante una

predica, egli predisse la sua morte per mano degli eretici che tramavano

contro di lui, assicurando i fedeli che li avrebbe combattuti

più da morto che da vivo. I capi delle sette catare delle città di

Milano, Bergamo, Lodi e Pavia assunsero come esecutori Pietro da

Balsamo detto Carino e Albertino Porro di Lentate. essi prepararono

l’agguato mortale vicino a Meda dove Pietro, Domenico e altri

38 Domenicani a Bergamo


due domenicani, nel loro tragitto da Como a Milano, il 6 aprile

1252, si erano fermati a colazione prima di proseguire per la loro

strada. Albertino, ricredendosi, abbandonò l’opera e fu il solo

Carino che, con un “falcastro”, un tipo di falce, spaccò la testa di

Pietro, immergendogli anche un lungo coltello nel petto. L’altro

confratello Domenico ebbe parecchie ferite mortali che lo portarono

alla morte sei giorni dopo nel convento delle Benedettine di

Meda. Il corpo di Pietro fu trasportato subito a Milano dove ebbe

esequie solenni e fu sepolto nel cimitero dei Martiri, vicino al convento

di S. eustorgio. Il grande clamore suscitato dall’uccisione e

i tanti miracoli attribuiti al domenicano fecero sì che, undici mesi

dopo, papa Innocenzo IV, il 9 marzo 1253, nella piazza della

chiesa domenicana di Perugia, lo canonizzò fissando la data della

festa al 29 aprile. Il suo culto ebbe grande espansione; i domenicani

eressero chiese e cappelle a lui dedicate in tutto il mondo, le Confraternite

ebbero in ciò un’importanza notevole. Artisti furono

chiamati a realizzare opere d’arte, come il monumento funebre di

marmo (1339) del pisano Giovanni Balduccio in S. eustrogio a

Milano e la grandiosa chiesa di Verona detta di Santa Anastasia.

La sua data di culto è il 6 aprile, mentre l’ordine domenicano lo

ricorda il 4 giugno.

Domenicani a Bergamo

39

Apud Mediolanum via Canturina,

sanctus Petrus de Verona,

Ordinis Praedicatorum,

qui a Papa Innocentio IV

datus inquisitor contra haereticam

pravitatem, pro pietate

fidei et oboedientia Ecclesiae

Romanae passus est.

Societates laicorum instituit

de Laudibus Beatae Mariae

et de Fide.

(Presso Milano, San Pietro

da Verona, sacerdote

dell’ordine dei Predicatori,

che, nato da genitori

seguaci del manicheismo,

abbracciò ancor fanciullo

la fede cattolica e divenuto

adolescente ricevette l’abito

dallo stesso San Domenico;

con ogni mezzo

si impegnò nel debellare

le eresie, finché fu ucciso

dai suoi nemici lungo la

strada per Como, proclamando

fino all’ultimo respiro

il simbolo della fede).


San Tommaso d’Aquino

Ignoto

Secolo XVII

olio su tela

110x88

San Tommaso d’Aquino

Tommaso, nacque all’incirca nel

1225 nel castello di Roccasecca

(frosinone) nel basso Lazio, che

faceva parte del feudo dei conti

d’Aquino; il padre Landolfo, era

di origine longobarda e dopo essere

rimasto vedovo con tre figli, aveva

sposato in seconde nozze Teodora,

napoletana di origine normanna;

dalla loro unione nacquero nove

figli, quattro maschi e cinque femmine,

dei quali Tommaso era l’ultimo

dei maschi. Secondo il costume

dell’epoca, il bimbo a cinque

anni, fu mandato come “oblato”

nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura

non contemplava che il ragazzo,

giunto alla maggiore età, diventasse

necessariamente un monaco, ma

era semplicemente una preparazione,

che rendeva i candidati idonei a tale scelta. Verso i 14 anni,

Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a

lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore

federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e mandò

via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la

funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso

dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso

l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore.

A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali ed ebbe l’opportunità

di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle facoltà

ecclesiastiche, intuendone il grande valore. Inoltre, conobbe nel

vicino convento di San Domenico i frati Predicatori e ne restò conquistato

per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione;

40 Domenicani a Bergamo


aveva quasi 20 anni quando decise di entrare nel 1244 nell’ordine

domenicano. Il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne

opportuno di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo

una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava

Sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo,

vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e

uomo di cultura enciclopedica. Tommaso divenne suo discepolo

per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una

feconda convivenza tra due geni della cultura. Nel 1252, da poco

ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande

maestro ed estimatore S. Alberto, quale candidato alla Cattedra di

baccalarius biblicus all’Università di Parigi, rispondendo così ad una

richiesta del Generale dell’ordine, Giovanni di Wildeshauen.

Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi

sotto il Maestro elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato

in Teologia. ogni ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una

per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte

le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro

degli stranieri”. Ma la situazione all’Università parigina non era

tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare

erano in lotta contro i colleghi degli ordini mendicanti, scientificamente

più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario;

e quando nel 1255-56 Tommaso divenne Dottore in

Teologia a 31 anni, gli scontri fra domenicani e clero secolare impedirono

che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo

periodo Tommaso difese i diritti degli ordini religiosi all’insegnamento,

con un celebre e polemico scritto: Contra impugnantes, ma furono

necessari vari interventi del papa Alessandro IV affinché la situazione

si sbloccasse in suo favore. A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro

invito di S. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’ordine Domenicano,

iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato Summa

contra Gentiles, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano

per predicare in quei luoghi, dove vi era forte presenza di

ebrei e musulmani.

All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu

richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima

Domenicani a Bergamo

41

San Tommaso d’Aquino

Scuola del Guercino

Secolo XVII

Olio su tela

88,5x73


Ostensorio

Secolo XVIII

Argento a raggiera con dorature

62

a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni

dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad orvieto (1261-1265),

dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264. Il

pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente

nella stessa città umbra: dietro sua richiesta Tommaso approfondì

la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni

in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato Contra errores

Graecorum, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei

rapporti ecumenici. Sempre nel periodo trascorso ad orvieto,

Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni

della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a

seguito del miracolo eucaristico avvenuto nella vicina Bolsena nel

1263.

Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo Studium generale dell’ordine

Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa

Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il

compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della

Provincia Romana dei domenicani. A Roma, si rese conto che non

tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo,

quindi cominciò a scrivere per loro una Summa theologiae,

per «presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un

modo che sia adatto all’istruzione dei principianti». La grande

opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu

divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio

uno e trino e della «processione di tutte le creature da Lui»; la

seconda parla del «movimento delle creature razionali verso Dio»;

la terza presenta Gesù «che come uomo è la via attraverso cui

torniamo a Dio». L’opera, iniziata a Roma nel 1267 e continuata

per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre

1273 a Napoli, tre mesi prima di morire. Nel 1267 Tommaso

dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa

Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella

nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo

di Napoli, ma egli decisamente rifiutò. Intanto nel 1274, dalla

francia, papa Gregorio X lo invitò a partecipare al Concilio di

Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’oriente;

42 Domenicani a Bergamo


Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente

delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo. Partì

in gennaio, da Napoli, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani

e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del

suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente,

scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un

albero rovesciato. Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la

nipote francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno per permettere

a Tommaso di riprendere le forze, ma si ammalò nuovamente.

Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine,

Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di fossanova,

dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto

all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese.

Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti,

fece la confessione generale a Reginaldo e quando l’abate Teobaldo

gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni,

Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’eucaristia,

concludendo: «Ho molto scritto ed insegnato su questo

Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in

Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo

tutta la mia dottrina». Il mattino del 7 marzo 1274 il grande

teologo morì a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi. L’ordine

Domenicano si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e

nel 1278 dichiarò il Tomismo dottrina ufficiale dell’ordine. La sua

vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua

produzione fu immensa; due vastissime “Summe”, commenti a

quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari

a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510

“Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli.

Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era

chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche,

senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o

non precisati.

egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava

ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico. Ciò nonostante

alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici,

Domenicani a Bergamo

43

In monasterio Fossaenovae

in Latio, sanctus Thomas de

Aquino ex Ordine Praedicatorum,

a Deo vocatus veniendo

ad generale concilium

Lugdunense. Doctor egregius

et famosus in orbe, quae ad

christianam religionem pertinent

contemplatus, plurimis

scriptis tradidit, duabus praesertim

Summis. De Sacramento

altaris, quia concessum

ei fuerat profundius scriber,

donatum est ei devotius celebrare.

Vitae innocentia et

ingenii sublimitate Doctor

Angelicus, et ob sapientiam

omnibus praecipue commendatam

Doctor Communis

appellatus. Patronus omnium

scholarum catholicarum.

(Memoria di San Tommaso

d’Aquino, sacerdote

dell’ordine dei Predicatori

e dottore della Chiesa che,

dotato di grandissimi doni

d’intelletto, trasmise agli

altri con discorsi e scritti

la sua straordinaria sapienza.

Invitato dal beato papa

Gregorio X a partecipare

al secondo Concilio ecumenico

di Lione, morì il

7 marzo lungo il viaggio

nel monastero di fossanova

nel Lazio e dopo

molti anni il suo corpo

fu in questo giorno traslato

a Tolosa).


San Vincenzo Ferreri

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88

fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei

teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in

favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò

alla condanna da parte del vescovo e. Tempier a Parigi, e a oxford

sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le

condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo

J. Peckham. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325,

due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone l’aveva proclamato

Santo il 18 luglio 1323. Nel 1567 S. Tommaso d’Aquino

fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono

delle scuole e università cattoliche.

San Vincenzo Ferreri

Due mesi dopo il suo ritorno definitivo

da Avignone a Roma, papa Gregorio XI

muore nel marzo 1378. e nell’Urbe tumultuante,

i cardinali, in maggioranza

francesi, eleggono Bartolomeo Prignano

che prende il nome di Urbano VI. Ma

questi si scontra subito con i suoi elettori

e la crisi porta a un controconclave in

settembre, nel quale gli stessi cardinali

eleggono un altro Papa: Roberto di Ginevra

(Clemente VII) che tornerà ad

Avignone. Inizia così lo Scisma d’Occidente,

che durerà 39 anni. La Chiesa è spaccata,

i regni d’europa stanno chi con Urbano e chi con Clemente.

Sono divisi anche i futuri Santi: Caterina da Siena è col Papa di

Roma, mentre un suo confratello, l’aragonese Vincenzo ferrer

(chiamato anche ferreri in Italia) sta con quello di Avignone, al

quale ha aderito il suo re. Vincenzo è un dotto frate domenicano,

44 Domenicani a Bergamo


insegnante di teologia e filosofia a Lérida e a Valencia, autore poi

di un trattato di vita spirituale ammiratissimo nel suo ordine. Nei

primi anni dello scisma lo vediamo collaboratore del cardinale

aragonese Pedro de Luna, che è il braccio destro del Papa di

Avignone e che addirittura nel 1394 gli succede diventando

Benedetto XIII, vero Papa per gli uni, antipapa per gli altri. e si

prende anche come confessore Vincenzo ferrer, che diventa uno

dei più autorevoli personaggi del mondo avignonese. Autorevole,

ma sempre più inquieto per la divisione della Chiesa. A un certo

punto ci si trova con tre Papi, ai quali il Concilio, riunito a

Costanza, in Germania, dal novembre 1414, chiede di dimettersi

tutti insieme, aprendo la via all’elezione del Papa unico. Ma uno

dei tre resta irremovibile: Benedetto XIII, appunto. Allora, dopo

tante esortazioni e preghiere inascoltate, viene per Vincenzo la

prova più dura: annunciare a quell’uomo irriducibile, che pure gli

è amico: “Il regno d’Aragona non ti riconosce più come Papa”.

Doloroso momento per lui, passo importante per la riunificazione,

che avverrà nel 1417. È uno dei restauratori dell’unità, ma non

solo dai vertici. Anzi, Spagna, Savoia, Delfinato, Bretagna, Piemonte

lo ricorderanno a lungo come vigoroso predicatore e grande taumaturgo

in chiese e piazze. Mentre le gerarchie si combattevano,

lui manteneva l’unità tra i fedeli. Vent’anni di predicazione,

milioni di ascoltatori raggiunti dalla sua parola viva, che mescolava

il sermone alla battuta, l’invettiva contro la rapacità laica ed ecclesiastica

e l’aneddoto divertente, la descrizione di usanze singolari

conosciute nel suo viaggiare. e non mancavano, nelle prediche sul

Giudizio Universale, i tremendi annunci di castighi, con momenti

di fortissima tensione emotiva. Andò camminando e predicando

così per una ventina d’anni e la morte non poteva che coglierlo in

viaggio: a Vannes, in Bretagna. fu proclamato Santo nel 1458 da

papa Callisto III, suo compatriota. La sua data di culto è il 5

aprile, mentre l’ordine Domenicano lo ricorda il 5 maggio.

Domenicani a Bergamo

45

Venetiae in Britannia minori,

sanctus Vincentius Ferrer,

hispanus, ex Ordine Praedicatorum,

thoelogiae et vitae

spiritualis magister. In Europa

occidentali, circumfluentibus

undique populis Evangelium

paenitentiae praedicavit; auctoritate

et consilio paci et

unitati ecclesiasticae favit:

tempore concilii Constantiensis.

(San Vincenzo ferrer, sacerdote

dell’ordine dei

Predicatori, che, spagnolo

di nascita, fu instancabile

viaggiatore tra le città e le

strade dell’occidente, sollecito

per la pace e l’unità

della Chiesa; a innumerevoli

popoli predicò il

Vangelo della penitenza e

l’avvento del Signore, finché

a Vannes in Bretagna,

in francia rese lo spirito

a Dio).


Sant’Antonino di Firenze

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88

Florentiae, sanctus Antoninus

Pierozzi, eiusdem civitatis archiepiscopus,

ex Ordine Praedicatorum,

in quo fuit vicarius

reformatorum. In utroque iure

peritus atque Antoninus consiliorum

appellatus: cuius doctrinam

in theologia morali sanam

et ordinatam, copiosam, utilem

et universalem Hadrianus Papa

Sextus commendavit.

(A firenze, sant’Antonino, vescovo,

che, dopo essersi adoperato

per la riforma dell’ordine

dei Predicatori, si impegnò

in una vigile cura pastorale,

rifulgendo per santità,

rigore e bontà di dottrina).

Sant’Antonino

arcivescovo di Firenze

Antonino Pierozzi fu uno dei più bei fiori e il

più valido sostenitore della riforma dell’ordine

promossa dal Beato Raimondo da Capua. fu

ricevuto nell’ordine dal Beato Giovanni Dominici

nel convento di Santa Maria Novella,

proseguendo la sua preparazione a Cortona,

dove ebbe come Maestro il Beato Lorenzo da

Ripafratta, del quale fu degno discepolo. Antonino

a quattordici anni, a causa del suo

aspetto gracile, aveva destato qualche apprensione

nel santo priore, ma in quel fragile

corpo c’era un’anima gigante. La sua vita fu

intessuta di penitenza e di preghiera. Nello

studio fu quello che si dice un “lavoratore” e ne fanno fede le numerose

opere di sommo valore che scrisse. Da Cortona passò al

Convento di San Domenico a fiesole, alle porte di firenze. Venne

ordinato sacerdote nel 1413, divenendo Vicario a foligno. Dette

vita al glorioso Convento di S. Marco e fu Priore a fiesole, Siena,

Cortona, Roma, S. Maria sopra Minerva a Roma, Napoli, portando

ovunque quella fiamma di zelo che in lui fu dolce e forte a un

tempo. Papa eugenio IV, nel 1446, lo nominò Arcivescovo di

firenze e per indurlo ad accettare gli dovette minacciare gravissime

censure. Come era stato modello di religioso e di superiore, così

fu specchio di Pastore. Indisse guerra inesorabile a tutti i vizi e a

tutte le ingiustizie. fu il Padre dei poveri e degli sventurati. Anche

da Arcivescovo osservò le austere regole dell’ordine fino alla fine

dei suoi giorni. Sul letto dell’agonia poté esclamare: «Servire Dio è

regnare!», ricco di opere sante. Per la sua consumata prudenza fu

chiamato Antonino dei Consigli. Morì il 2 maggio 1459. fu proclamato

Santo da Papa Adriano VI il 31 maggio 1523. È il Santo

Titolare, assieme al Vescovo San Zanobi, dell’Arcidiocesi di firenze.

46 Domenicani a Bergamo


Dal 1589 il suo corpo, incorrotto, si venera

nella Basilica Domenicana di San Marco a firenze.

L’ordine Domenicano lo ricorda il 10

maggio.

San Giacinto di Polonia

Giacinto, in polacco moderno Jacek, si chiamava

in realtà Jacio, diminutivo di Giacomo (Jacopus).

Nel secondo capitolo del suo De vita et miraculis

S. Jacchonis, fra Stanislao di Cracovia cambiò

questo nome in Jacinthus, paragonando poi il

suo eroe all’omonima pietra preziosa (hyacinthus).

I biografi posteriori non si accorsero di questo

gioco di parole e così egli passò alla storia col

nome di Giacinto (Hyacinthus). Il paese dove

nacque sulla fine del XII sec. fu quasi certamente Kamien, nelle vicinanze

di opole in Slesia. La sua famiglia apparteneva probabilmente

alla piccola nobiltà, ma non è sicuro fosse quella degli odrowaz.

Se vogliamo credere al ricordato Stanislao, Giacinto era, prima del

suo ingresso nell’ordine Domenicano, canonico di Cracovia. È

certo comunque che fu in Italia, dove entrò nel nuovo ordine dei

Predicatori. Dopo un breve noviziato, compiuto probabilmente a

Bologna, e dopo il secondo capitolo generale ivi celebrato nel

maggio 1221, fu da S. Domenico inviato in patria, col compagno

fra enrico di Moravia. Il lavoro che egli avrebbe dovuto svolgere in

Polonia gli era stato certamente fissato con chiarezza dallo stesso

fondatore: prima propagare e irrobustire l’ordine con l’ammissione

di nuovi elementi e poi dedicarsi all’evangelizzazione dei pagani di

Prussia, cosa che stava molto a cuore a S. Domenico. Dopo alcune

tappe poterono arrivare a Cracovia poco prima della festa del 1°

novembre 1222, accolti con grande gioia e con onori dal vescovo

Ivo. Questi assegnò loro una chiesetta di legno dedicata alla SS.

Domenicani a Bergamo

47

San Giacinto di Polonia

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

90x82


Cracoviae in Polonia, natalis

S. Hyacinti sive Jackonis,

Ordinis Praedicatorum, qui

sanctitatis et apostolatus plurima

signa super Prussianos

ac Polonos relinquens, die

Assumptionis Virginis Mariae

inter celite assumptus est.

(A Cracovia in Polonia,

San Giacinto, sacerdote

dell’ordine dei Predicatori,

che fu designato da

san Domenico a propagare

l’ordine in quella nazione

e insieme ai compagni il

Beato Ceslao ed enrico il

Germanico predicò il Vangelo

in Boemia e in Slesia).

Trinità. L’afflusso di nuovi religiosi permise al capitolo provinciale

del 1225 di decidere la fondazione di cinque nuovi conventi in

Polonia ed in Boemia. A Giacinto toccò in sorte il compito di dar

vita ad una comunità a Gdansk (Danzica), ai confini della Prussia,

col compito preciso di lavorare alla conversione di quelle popolazioni,

come è detto nell’atto di fondazione del duca Svjatopolk di

Pomerania. Nel 1227 tutti i conventi della provincia manifestarono

la loro fiducia in Giacinto eleggendolo a loro rappresentante per il

capitulum generalissimum, che doveva aver luogo a Parigi nel 1228.

Tornato da Parigi a Cracovia, egli compare il 29 settembre 1228

come teste in un documento emesso dal suo amico, il vescovo Ivo.

In seguito continuò il suo viaggio verso Gdansk, dove però non si

trattenne certamente a lungo. Non è escluso che a Parigi gli fosse

stato affidato un nuovo e difficile incarico, cioè la fondazione di

un caposaldo cattolico avanzato a Kiev. Nella Russia di allora si

trovavano molti cattolici di rito latino, più che altro per ragioni di

lavoro; ma l’assistenza spirituale che essi ricevevano lasciava molto

a desiderare e ciò era certo noto a Roma. In quello stesso periodo,

poi, Gregorio IX sperava nell’unione di qualche principe ortodosso

con la Chiesa romana. I domenicani avrebbero dovuto contribuire

alla soluzione di questi due problemi. Giacinto prese con sé tre

suoi compagni e si stabilì a Kiev, presso la chiesa di Maria

Santissima officiata, già dall’XI sec., dai monaci benedettini

irlandesi della Abbazia degli Scozzesi di Vienna, ma che in questo

periodo era rimasta praticamente senza sacerdoti. In breve tempo

i Predicatori ottennero a Kiev risultati così notevoli che la curia romana

s’interessò vivamente alla Russia, al punto da nominare un

vescovo per quella nazione. Ma questa intensa attività sembrò al

principe di Kiev, Vladimir Rurikovic, nociva agli interessi della

Chiesa ortodossa. Perciò la troncò bruscamente nel 1233 con l’allontanamento

dei religiosi. Ma quando ciò avvenne, Giacinto non

si trovava più a Kiev. Da parecchio tempo ormai egli era il centro

propulsore di tutto il ministero missionario in Polonia. Dal 1230

era in corso contro di essa una guerra religiosa e i domenicani

furono incaricati da Gregorio IX di assistere spiritualmente i

cavalieri crociati, di completare e rafforzare le loro file mediante la

48 Domenicani a Bergamo


predicazione della crociata e di curare infine il pacifico lavoro missionario

presso i vinti. ormai anziano e fisicamente stremato, egli

ritornò al suo primitivo convento di Cracovia, dove operò ancora

per qualche tempo nella città e nei dintorni. Morì nella festa dell’Assunzione

di Maria, il 15 agosto 1257. Dopo che il re di Polonia

Sigismondo III si fu energicamente impegnato a Roma per la canonizzazione,

Clemente VIII la proclamò in forma solenne il 17

aprile 1594. Il culto però si sviluppò solo dopo la canonizzazione,

favorito dalle monarchie cattoliche, che desideravano mantenere

buoni rapporti con il re di Polonia, e da molti conventi che pretendevano

di avere Giacinto come loro fondatore. La sua festa ricorre

il 15 agosto anche se, in passato, era dapprima celebrata il 16

agosto, ma poi Pio X la spostò al 17, data in cui è ancora ricordato

dall’ordine Domenicano.

San Raimondo da Peñafort

È il terzo generale dei domenicani, dopo Domenico

di Guzman e Giordano di Sassonia.

Ma le cariche – quando le accetta – addosso a

lui durano sempre poco e quasi sembrano interruzioni

forzate e temporanee di un modello

di vita al quale tornerà sempre nella sua lunga

esistenza: preghiera, studio e nient’altro. figlio

di nobili catalani, ha cominciato gli studi a

Barcellona e li ha terminati a Bologna, dov’è

stato anche insegnante. Qui ha conosciuto il

patrizio genovese Sinibaldo fieschi, poi papa

Innocenzo IV e aspro nemico dell’imperatore

federico II, e il capuano Pier delle Vigne, che di federico sarà

l’uomo di fiducia e poi la vittima (innocente, secondo Dante).

Torna a Barcellona, dov’è nominato canonico della cattedrale. Ma

nel 1222 si apre in città un convento dell’ordine dei Predicatori,

Domenicani a Bergamo

49

San Raimondo da Peñafort

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

90x82


Barcinone in Hispania, sanctus

Raymundus de Peñafort,

qui mandante Gregorio papa

Nono quinque libros Decretalium

compilavit, Summam

etiam de casibus paenitentiae

perutilem fecit et biennio magister

Ordinis Fratrum Praedicatorum

novam Constitutionum

redactionem apparavit.

Zelator fidei inter Saracenos

propagandae magnae

fuit auctoritatis apud magnates

(San Raimondo di Peñafort,

sacerdote dell’ordine

dei Predicatori: insigne

conoscitore del diritto canonico,

scrisse rettamente

e fruttuosamente sul sacramento

della penitenza

e, eletto maestro generale,

preparò una nuova redazione

delle Costituzioni

dell’ordine; in avanzata

vecchiaia a Barcellona in

Spagna si addormentò piamente

nel Signore).

fondato pochi anni prima da San Domenico. e lui lascia il

canonicato per farsi domenicano. Nel 1223 aiuta il futuro Santo

Pietro Nolasco, originario della Linguadoca in francia, a fondare

l’ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi, e qualche anno

dopo accompagna il cardinale Giovanni d’Abbeville a Roma. Qui,

Gregorio IX nota la profondità della sua dottrina giuridica e gli

affida un gravoso compito: raccogliere e ordinare tutte le Decretali,

ossia gli atti emanati via via dai pontefici in materia dogmatica e

disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni

specifiche: una massa enorme di testi più e meno importanti, un

coacervo plurisecolare di decisioni, da perderci la testa. Raimondo

riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima e

quindi una pronta utilità. A lavoro finito, nel 1234, il Papa gli

offre in ricompensa l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui non

accetta: è frate domenicano e frate rimane. Nel 1238, però, sono

appunto i suoi confratelli a volerlo generale dell’ordine e deve

dire di sì. Dice di sì a un periodo faticosissimo di viaggi, sempre a

piedi, attraverso l’europa, da un convento all’altro, da un problema

all’altro. Un’attività che lo sfianca, costringendolo infine a lasciare

l’incarico. Torna, ormai settantenne, alla sua vera vita: preghiera,

studio, formazione dei nuovi predicatori nell’ordine, che si va

espandendo in europa. Un ordine per sua natura missionario e

che perciò, pensa Raimondo, si deve dotare di tutti gli strumenti

culturali indispensabili per avvicinare, interessare, convincere. occorrono

testi idonei alla discussione con persone colte di altre

fedi; e lui lavora per parte sua a prepararli, spingendo inoltre il

confratello Tommaso d’Aquino a scrivere per questo scopo la

famosa Summa contra Gentiles. Inoltre, bisogna conoscere da vicino

la cultura di coloro ai quali si vuole annunciare Cristo e Raimondo

istituisce una scuola di ebraico a Murcia, in Spagna, e una di

arabo a Tunisi. Sembra che tante fatiche e iniziative gli allunghino

la vita. frate Raimondo muore, infatti, a Barcellona ormai

centenario. Sarà canonizzato nel 1601 da Clemente VII.

50 Domenicani a Bergamo


San Ludovico Bertrán

Le Provincie dell’ordine che avevano accolte

volenterose l’impulso di riforma dato dal Beato

Raimonda da Capua ne videro esultanti i magnifici

frutti. In Spagna si proseguiva con alacrità

e nel XVI secolo uscirono dalle file dei Predicatori,

santi e dotti evangelizzatori, martiri invitti. Uno

dei tanti eroi è San Ludovico Bertrán. A 19

anni entrò nell’ordine nella nativa Valenza, e

il santo priore che l’accolse, Giovanni Micone,

ne profetizzò la futura grandezza, dicendo che

sarebbe stato un secondo S. Vincenzo ferreri.

Da novizio fu specchio di penitenza e di orazione

anche ai più provetti. A 25 anni fu nominato

Maestro dei Novizi che per dieci anni guidò

con ammirabile saggezza, i quali poi, quasi tutti morirono in odore

di santità. Ma Ludovico bramava passare i mari come tanti suoi confratelli

per recarsi in quel Nuovo Mondo che con tante speranze si

apriva alla vera fede; e un giorno, con licenza del Generale, partì.

Nel 1562 fu suo campo di lavoro l’America Centrale, in particolare

la Colombia, dove egli percorse a piedi le vaste regioni che

comprendono l’ecuador, Nuova Granada (Panama), le Isole dell’Arcipelago,

convertendo in sette anni circa 150.000 indiani. Tornato

in Patria, nel 1569, dopo sì eroiche fatiche, fu ancora luce alle anime

dentro e fuori il convento, come Maestro dei novizi e Priore a

Valenza. Colto dalla malattia, fra tante sofferenze, non faceva che

ripetere quelle parole a lui tanto familiari: «Signore, qui bruciate,

qui tagliate, qui non perdonate, purché mi perdoniate in eterno!».

Malgrado il fuoco che lo divorava volle morire con indosso il santo

abito di lana dell’ordine. era il 9 ottobre 1581. I suoi funerali

furono un trionfo. Papa Clemente X il 12 aprile 1671 lo ha proclamato

Santo. Papa Alessandro VIII lo ha dichiarato Patrono della Colombia.

Il suo corpo è rimasto sepolto fino al 1936 nella chiesa cittadina di

Santo Stefano, quando fu bruciato durante la Rivoluzione.

Domenicani a Bergamo

51

San Ludovico Bertrán

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

73,5x60 cm

Valentiae in Hispania, sanctus

Ludovicus Bertràn, ex

Ordine Praedicatorum, homo

iustus et timoratus, qui Christi

nomen coram gentibus in

America portavit. Magister

novitiorum factus, de vita

spirituali scholae auctor fuit:

tempore Concilii Tridentini.

(A Valencia in Spagna, San

Luigi Bertrán, sacerdote

dell’ordine dei Predicatori,

che insegnò il Vangelo di

Cristo a varie popolazioni

indigene dell’America Meridionale

e le difese dagli

oppressori).


52 Domenicani a Bergamo

Santa Rosa da Lima

Nacque a Lima, capitale dell’allora ricco Perù, il 20 aprile 1586,

decima di tredici figli. Il suo nome di battesimo era Isabella. era

figlia di una nobile famiglia, di origine spagnola. Il padre si

chiamava Gaspare flores, gentiluomo della Compagnia degli Archibugi,

e la madre donna Maria de oliva. Per cui, il nome della

Santa era Isabella flores de oliva. Ma questo sarà dimenticato in

favore del nome che le diede, per la prima volta, la serva affezionata,

di origine india, Mariana, che le faceva da balia, la quale, colpita

dalla bellezza della bambina, secondo il costume indios, le diede il

nome di un fiore. «Sei bella - le disse - sei rosa». fu cresimata per

le mani dell’arcivescovo di Lima ed anche lui santo, Toribio de

Mogrovejo, che le confermò, tra l’altro, in onore alle sue straordinarie

qualità fisiche e morali, quell’appellativo datole dalla serva india.

Rosa ad esso aggiunse «di Santa Maria» ad esprimere il tenerissimo

amore che sempre la legò alla Vergine Madre del cielo soprattutto

sotto il titolo di Regina del Rosario, la quale non mancò di comunicarle

il dono dell’infanzia spirituale fino a farle condividere la

gioia e l’onore di stringere spesso tra le braccia il Bambino Gesù.

Visse un’infanzia serena ed economicamente agiata, ma ben presto,

però, la sua famiglia subì un tracollo finanziario.

Sin da piccola aspirò a consacrarsi a Dio nella vita claustrale, ma il

Signore le fece conoscere la sua volontà che rimanesse vergine nel

mondo. ebbe modo di leggere qualcosa di S. Caterina da Siena.

Subito la elesse a propria madre e sorella, facendola suo modello

di vita, apprendendo da lei l’amore per Cristo, per la sua Chiesa e

per i fratelli indios. Come la Santa senese, vestì l’abito del

Terz’ordine domenicano. Allestì nella casa materna una sorta di

ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini ed agli

anziani abbandonati, in special modo a quelli di origine india.

Sempre come Caterina, fu resa degna di soffrire la passione del

Suo divino Sposo, ma provò pure la sofferenza della “notte oscura”,

che durò ben 15 anni. ebbe anche lo straordinario dono delle

nozze mistiche. fu arricchita dal suo Celeste Sposo altresì di vari


La tela venne dipinta certamente dopo il 1671, anno della canonizzazione

della santa domenicana originaria del Perù, divenuta il primo santo

del nuovo mondo. Secondo il racconto agiografico della vita di Rosa,

ella non ebbe la visione di Gesù come Cristo, sebbene come un

puttino seduto nel suo cesto da lavoro, mentre cuciva nel giardino paterno.

Nella seconda metà del Seicento, a Milano e nel resto della

Lombardia, l’intensificarsi dei processi di canonizzazione di santi, soprattutto

spagnoli, rese necessario il riallestimento degli altari che

vennero dotati di pale inneggianti ai santi di recente nomina, e in

questi anni Giovanni Stefano Doneda fu artista assai ricercato in tale

genere di commissioni.

Per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano il pittore eseguì

l’importante tela con Santa Rosa da Lima in preghiera dinanzi alla

Madonna con il Bambino, che si suole datare a dopo il 1671, mentre

due anni prima aveva realizzato la Santa Maria Maddalena de’ Pazzi in

preghiera per la chiesa milanese di Santa Maria del Carmine, pala di

Domenicani a Bergamo

53

Giovanni Stefano Doneda

detto il Montalto

(1612 – 1690)

Santa Rosa da Lima in preghiera

(olio su tela, cm. 70 x 70 )

Inedito


Lima in Peruvia, Rosa a sancta

Maria, virgo, primus

Americae meridionalis sanctitatis

flos, et eiusdem principalis

patrona. Ordinis Praedicatorum

tertiaria professa,

in omnibus Catharinam Senensem

ad vivum espressi,

humilitate, patientia et zelo

pro populo suo praeclara.

(Santa Rosa, vergine, che,

insigne fin da fanciulla

per la sua austera sobrietà

di vita, vestì a Lima in

Perù l’abito delle Suore

del Terz’ordine regolare

dei Predicatori. Dedita

alla penitenza e alla preghiera

e ardente di zelo

per la salvezza dei peccatori

e delle popolazioni indigene,

aspirava a donare

la vita per loro, giungendo

a imporsi grandi sacrifici,

pur di ottenere loro la salvezza

della fede in Cristo.

La sua morte avvenne il

giorno seguente a questo).

austera ispirazione devozionale per il mistico tema della corona di

spine che Cristo porge alla santa. Il registro cromatico di tale dipinto,

giocato su una tavolozza scura di bruni e di ocra con poche luci

filtrate nella penombra, e in particolare l’ovale della santa con la posa

reclinata della testa, confrontati con l’intenso ritratto a mezza figura

di santa Rosa, dal capo ancor più chinato fino a toccare il mento e

cinto da una corona di spine bianca, inducono persuasivamente a

riferire al pittore trevigliese l’esecuzione dello splendido tondo di San

Bartolomeo, di un pittoricismo morbido e sfumato. Nel dipinto in

esame l’approfondita espressività della figura giunge ad esiti di una

perfezione formale non sempre raggiunta dal Doneda nella sua

maturità, che qui si rivela ancora condizionato dagli esempi della

pittura contro riformata d’inizio Seicento - con sensibili richiami neoprocaccineschi

- nella resa del volto compunto e totalmente immerso

nella preghiera della santa, foggiato in una materia compatta, preziosa

come di avorio e tuttavia ingentilito dall’uso morbido delle luci e dal

diafano pieghettare del soggolo, in un’interpretazione più addolcita e

quasi tenera della santa rispetto al marcato ascetismo devozionale del

suo pendant.

Amalia Pacia

carismi come quello di compiere miracoli, della profezia e della bilocazione.

Dal 1609 si richiuse in una cella di appena due metri quadrati, costruita

nel giardino della casa materna, dalla quale usciva solo per

la funzione religiosa, dove trascorreva gran parte delle sue giornate

in ginocchio, a pregare ed in stretta unione con il Signore e delle

sue visioni mistiche, che iniziarono a prodursi con impressionante

regolarità, tutte le settimane, dal giovedì al sabato. Nel 1614,

obbligata a viva forza dai familiari, si trasferì nell’abitazione della

nobile Maria de ezategui, dove morì, straziata dalle privazioni, tre

anni dopo. Grande, già in vita, fu la sua fama di santità.

Il suo corpo si venera a Lima, nella basilica domenicana del S.

Rosario. fu beatificata nel 1668. Due anni dopo fu insolitamente

proclamata patrona principale delle Americhe, delle filippine e

delle Indie occidentali: si trattava di un riconoscimento singolare

dal momento che un decreto di Papa Barberini (Urbano VIII) del

1630 stabiliva che non potessero darsi quali protettori di regni e

città persone che non fossero state canonizzate. fu comunque canonizzata

il 12 aprile 1671 da papa Clemente X.

54 Domenicani a Bergamo


San Pio V

Tra le più grandi glorie del Piemonte rifulge

il grande pontefice San Pio V, al secolo

Antonio Michele Ghisleri, nativo

di Bosco Marengo (Alessandria) ove vide

la luce il 27 gennaio 1504 da una nobile

famiglia. Per sopravvivere fece il pastore,

finché all’età di quattordici anni entrò

tra i domenicani di Voghera. Nel 1519

professò i voti solenni a Vigevano, poi

completò gli studi presso l’università di

Bologna e nel 1528 ricevette l’ordinazione

presbiterale a Genova. Per ben sedici

anni insegnò filosofia e teologia e successivamente

fu priore nei conventi di Vigevano

e di Alba, rigorosissimo con sé

stesso e con i confratelli nell’osservanza

religiosa. Nominato poi inquisitore a

Como, spiegò ogni sua forza per arrestare

le dottrine protestanti che segretamente venivano introdotte in Lombardia.

Il suo intelligente vigore non tardò ad attirare l’attenzione del

cardinale Giampietro Carata, che ottenne la sua nomina a commissario

generale del Sant’Uffizio. Quando egli divenne papa col nome di

Paolo IV, elesse il Ghisleri prima vescovo di Sutri e Nepi ed in seguito

cardinale, nel 1557, con l’incarico di inquisitore generale di tutta la

cristianità. Dopo l’elezione di Pio IV, nel 1560, il Cardinal Ghisleri

fu nominato vescovo di Mondovì, e alla sua morte, proprio Ghisleri

fu chiamato a succedergli, per suggerimento di San Carlo Borromeo,

nipote del papa defunto. Anche da papa continuò a vestire il bianco

saio domenicano, a riposare sopra un pagliericcio, a cibarsi di legumi

e frutta, dedicando l’intera sua giornata al lavoro e alla preghiera. Pio

V godette subito dell’ammirazione e del rispetto di tutti per la pietà,

l’austerità e l’amore per la giustizia. I cardinali, ritenendo opportuna

la presenza di un nipote del papa nel collegio dei Principi della

Domenicani a Bergamo

55

San Pio V

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88


Romae, in Vaticano, sanctus

Pius Quintus papa, ex Ordine

Praedicatorum, qui ad

concilii Tridentini normas

divinum cultum, christianam

doctrinam et ecclesiasticam

disciplinam instauravit. Fratres

suos confirmavit in fide

atque, ausiliatrice Virgine

maria, ab hostium impetu

liberavit. Multa egregius pietate

et apostolico vigore.

(San Pio V, papa, che, elevato

dall’ordine dei Predicatori

alla cattedra di

Pietro, rinnovò, secondo

i decreti del Concilio di

Trento, con grande pietà

e apostolico vigore il culto

divino, la dottrina cristiana

e la disciplina ecclesiastica

e promosse la propagazione

della fede. Il primo di

maggio a Roma si addormentò

nel Signore).

Chiesa, convinsero il pontefice a conferire la porpora al domenicano

Michele Bonelli, figlio di sua sorella, affinché lo aiutasse nel disbrigo

degli affari. A un figlio di suo fratello concesse l’ingresso nella milizia

pontificia, ma lo cacciò dal territorio dello Stato non appena seppe

che coltivava illeciti amori. Ai vescovi fu imposto un previo esame di

accertamento circa la loro idoneità, la residenza, pena la privazione

del loro titolo, la fondazione dei seminari e l’erezione delle cosiddette

Confraternite di catechismo. Durante la carestia del 1566 e le

epidemie che seguirono, fece distribuire ai bisognosi somme considerevoli

ed organizzare i servizi sanitari. Per l’uniformità dell’insegnamento,

secondo le indicazioni del Concilio Tridentino, che aveva richiesto

fosse redatto un testo chiaro e completo della dottrina cristiana, Pio

V ne affidò la redazione a tre domenicani e lo pubblicò nel 1566.

L’anno seguente proclamò San Tommaso d’Aquino: Dottore della

Chiesa, obbligando le Università allo studio della Somma Teologica e

facendo stampare nel 1570 un’edizione completa e accurata di tutte

le opere teologiche del Santo. In campo liturgico si deve alla

lungimiranza di questo pontefice la pubblicazione del nuovo Breviario

e del nuovo Messale, cioè il celebre rito della Messa ancor oggi

conosciuto proprio con il nome di San Pio V. In ambito musicale,

inoltre, nominò il Palestrina maestro della cappella pontificia. Suo

merito fu anche quello di promuovere l’attività missionaria con

l’invio di religiosi nelle Indie orientali e occidentali ed un pressante

invito agli spagnoli a non scandalizzare gli indigeni nelle loro colonie.

Ma l’episodio più celebre della vita di questo grande pontefice, unico

piemontese ad essere stato elevato al soglio di Pietro in duemila anni

di cristianesimo, è sicuramente il suo intervento in favore della

battaglia di Lepanto. Per stornare infatti la perpetua minaccia che i

Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il Santo papa s’impegnò

tenacemente per organizzare un lega di principi, in particolare dopo

la presa di famagosta eroicamente difesa dal veneziano Marcantonio

Bragadin nel 1571 che, dopo la resa, fu scuoiato vivo. Alle flotte

pontificie si unirono quelle spagnole e veneziane sotto il supremo comando

di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore

Carlo V. Il fatale scontro con i Turchi, allora all’apogeo della loro

potenza, avvenne il 7 ottobre 1571 nel golfo di Lepanto, durò da

56 Domenicani a Bergamo


mezzodì sino alle cinque pomeridiane e terminò con la vittoria dei

cristiani. Alla stessa ora Pio V, preso da altri impegni, improvvisamente

si affacciò alla finestra, rimase alcuni istanti in estasi con lo sguardo

rivolto ad oriente, ed infine esclamò: «Non occupiamoci più di affari.

Andiamo a ringraziare Dio perché la flotta veneziana ha riportato vittoria».

A ricordo del felice avvenimento che cambiò il corso della

storia, fu introdotta la festa liturgica del Santo Rosario, al 7 ottobre,

preghiera alla quale sarebbe stata attribuita dal papa la vittoria. Il

senato veneto, infatti, fece dipingere la scena della battaglia nella sala

delle adunanze con la scritta: «Non la forza, non le armi, non i comandanti,

ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!». Prostrato da

una grave malattia, radunati i cardinali attorno al suo letto di morte,

rivolse loro alcune raccomandazioni: «Vi raccomando la santa Chiesa

che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che

cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi

quaggiù che l’onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità».

Spirò così il 1° maggio 1572. La sua salma riposa ancora oggi nella patriarcale

basilica di Santa Maria Maggiore in

Roma. Papa Clemente X beatificò il suo predecessore

cent’anni dopo, il 27 aprile 1672,

e solo Clemente XI lo canonizzò poi il 22

maggio 1712.

San Giovanni di Colonia

Giovanni, del convento domenicano di

Colonia, era parroco di Hoornaer, olanda,

durante la persecuzione calvinista. Il suo

zelo lo spinse ad estendere l’attività apostolica

ai fedeli della vicina Gorcum, quando essa

cadde in mano agli eretici. Nelle tetre prigioni

fra Giovanni entrava come raggio di

sole a confortare col cibo eucaristico e con

la parola santa i fratelli che vi languivano.

Domenicani a Bergamo

57

Brilae in Hollandia, passio

sanctorum Joannis, ex Ordine

Praedicatorum, et aliorum

octodecim ex utroque clero,

qui ob fidem in Jesum Christum

vere, realiter ac substantialiter,

in Eucharistiae

sacramento praesentem, laqueo

sunt suspensi.

(A Briel, in olanda, martirio

dei Santi Giovanni, domenicano,

e di altri diciotto

sacerdoti e religiosi, i quali,

vennero impiccati per aver

testimoniato la propria fede

nell’eucarestia).

San Giovanni di Colonia

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88


Beato Alberto

da Villa d’ogna, Bergamo

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

175x100

Cremonae in Italia, beatus

Albertus, frater de Paenitentiae

Sancti Dominici

qui post mortem uxoris,

domo et patria relicits,

corporaliter et spiritual

iter ad pauperes in hospi-

Catturato mentre amministrava il battesimo a un bimbo, fu invano

sottoposto con i compagni a lusinghe e oltraggi perché rinnegasse

la presenza eucaristica e il primato del Papa sulla Chiesa Cattolica.

Dalle carceri di Gorcum fu quindi condotto a Den Briel e, il 9

luglio 1572, impiccato assieme a 14 religiosi, di cui 11 francescani,

2 premonstratensi, 1 agostiniano, 4 sacerdoti

secolari. Dei loro corpi fu fatto

orribile scempio. Sepolti dapprima sul

luogo del martirio, nel 1618 furono trasferiti

a Bruxelles, nella chiesa dei francescani.

Papa Pio IX, il 29 giugno 1867,

li ha proclamati Santi.

Beato Alberto da

Villa d’Ogna, Bergamo

Alberto da Bergamo fu un modesto

fiore del giardino Gusmano e il più

bell’esempio di quella santità a cui ogni

cristiano è chiamato e che in nulla esce

dall’ordinario. egli fu semplice agricoltore

del territorio bergamasco, dove

nacque, all’inizio del XIII secolo, a Villa

d’ogna. fin dall’infanzia camminò nelle

vie di Dio mettendo soprattutto in pratica

il grande precetto della carità. Per

consiglio e per volontà dei suoi contrasse

matrimonio, ma non trovò nella sua compagna, né comprensione,

né affetto; tuttavia la sua pazienza fu inalterabile. Venendogli contestato

il possesso di alcune terre da persone potenti, per amore di

pace, lasciò il suo paese e si ritirò a Cremona, dove visse del lavoro

delle sue mani. Aggregatosi al Terz’ordine di San Domenico si

dedicò senza posa alle opere di misericordia, essendo solito

58 Domenicani a Bergamo


sostenere che sempre si trova il tempo di fare il bene quando si

vuole. Alberto presentì l’ora della sua morte, il 7 maggio 1279, spirando

serenamente, confortato dagli ultimi Sacramenti. Molto

popolo accorse a venerare il sacro corpo, attirati dal suono

miracoloso delle campane che suonarono senza essere toccate. Un

fatto straordinario avvenne al momento della sua sepoltura: via via

che si scavava la fossa la terra si pietrificava, sicché si pensò di seppellirlo

nel coro della chiesa, dove si rese celebre per grazie e

miracoli. Papa Benedetto XIV, il 9 maggio 1748, ha approvato il

culto resogli ab immemorabili.

Beato Ceslao di Polonia

Nacque in Slesia probabilmente nel 1180,

passò la giovinezza a Cracovia in una Polonia

che, ripresasi dalle invasioni mongole, ricresceva

in quel cristianesimo introdotto due

secoli prima dal re Miecislao I e che avrebbe

poi avuto la grande fioritura sotto il re Casimiro

il Grande. I suoi studi, iniziati a Cracovia,

proseguirono nelle Università di Parigi

e Bologna, le maggiori in quell’epoca; fu ordinato

sacerdote dal vescovo Vincenzo Kadlubek

di Cracovia, nel cui ambiente aveva

maturato la sua cultura intellettuale e spirituale;

giacché era uno dei primi, gli fu

affidata la Collegiata di Sandomierz. Nel

1220 si presentò la grande occasione della sua vita: fu destinato ad

accompagnare insieme a S. Giacinto, il vescovo di Cracovia Ivo

odrowaz a Roma, lì conobbe S. Domenico Guzman e assisté alla

miracolosa resurrezione del giovane Napoleone nipote del cardinale

Stefano, operata dallo stesso S. Domenico. Allora Giacinto e

Ceslao decisero di entrare nell’ordine dei Predicatori, furono così

Domenicani a Bergamo

59

tali infirmos nutriendos

sicut agricola impigre operatus

est.

(A Cremona, Beato Alberto

da Bergamo, contadino,

che sopportò con

pazienza i rimproveri della

moglie per la sua eccessiva

generosità verso i poveri

e, lasciati i campi, visse

povero come frate della

Penitenza di San Domenico).

Beato Ceslao di Polonia

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88


Breslaviae in Polonia, B. Cesalaus

Ordinis Praedicatorum,

qui post labores apostolatus

in Silesia ceterisque

partibus Poloniae et praelaturam

inter fratres egregie gestos,

quievit in pace.

Pisogne in Italia, beatus Guala

de Bergomo, episcopus Brixiensis,

ex Ordine Praedicatorum,

qui tamquam filius

benedictionis et gratiae, pro

bono pacis ecclesiae et reipublicae

tempore Friderici imperatoris

secundi, pro renovatione

morum christianorum,

denique utpote potestas

de Valle Camonica, viriliter

et prudentissimae adlaboravit.

(Nel territorio di Astino

nella Val Camonica in

Lombardia, Beato Guala,

vescovo di Brescia, dell’ordine

dei Predicatori,

che, al tempo dell’imperatore

federico II, si adoperò

con saggezza per la

pace della Chiesa e della

società civile e fu condannato

all’esilio).

inviati a Bologna dove rimasero per un certo tempo, nel 1221 i

suoi superiori di Bologna mandarono Ceslao insieme ad altri

monaci in Polonia per erigere nuove fondazioni. Durante il

viaggio di ritorno si fermò a Praga dove fondò la casa domenicana

presso la chiesa di S. Clemente, giunto a Cracovia vi operò per

molti anni presso la chiesa della SS. Trinità, nel monastero da

poco fondato da altri confratelli nel 1222. Da lì passò a Wroclaw

dove rimase per sette anni come superiore diventando nel 1232

padre provinciale della Polonia. Girò per altri quattro anni per

tutta la Slesia e la Polonia fondando case; finché nel 1236 si

dimise, costretto dall’esaurimento delle forze, da tutte le cariche e

tornò a Wroclaw, dove nel 1241 fu partecipe della liberazione

della città dall’assedio dei tartari. Morì il 17 luglio 1242 e fu

sepolto nella chiesa di S. Adalberto. Papa Clemente XI confermò

il culto il 27 agosto 1712 e papa Benedetto XIV nel 1748 fissò il

giorno della sua celebrazione al 20 luglio. L’ordine Domenicano

lo ricorda il 17 luglio mentre il Martyrologium Romanum lo indica al

15 luglio.

Beato Guala da Bergamo, Vescovo

Guala entrò nel 1219 nell’ordine dei Predicatori già sacerdote,

quando era ancora in vita il Patriarca Domenico, il quale l’ebbe

carissimo per la rara santità della vita e a cui affidò il governo del

Convento di Brescia. Le sue più tenere sollecitudini erano per i

poveri, ma ebbe sommamente a cuore il bene di ogni classe di

persone. Tante virtù non sfuggirono al Pontefice Gregorio IX, il

quale gli affidò delicati e importanti incarichi. fu prima Inquisitore

della fede e poi Legato del Papa per comporre la pace tra i popoli

dell’Alta Italia. In quest’opera di pacificazione, che in quel tempo

ebbe tanta parte nell’apostolato dei Predicatori, Guala riuscì mirabilmente.

Specialmente nella riconciliazione dell’Imperatore

federico con i Lombardi. Rimasta Brescia priva del suo Vescovo,

60 Domenicani a Bergamo


Papa Gregorio IX, nel 1229 lo destinò a quella sede. egli accettò

a malincuore, ma per cinque anni dovette star lontano dalla città,

lacerata dalle fazioni. Nel lungo esilio fu ospite dei Vallombrosani,

presso Bergamo, dove pianse, pregò, studiò. finalmente poté

rientrare a Brescia tra il giubilo dei suoi figli, dei quali fu padre

amorosissimo e solerte pastore. Il suo ultimo atto episcopale fu la

posa della prima pietra della chiesa di S. Stefano in Bergamo, e

qui, il 3 settembre 1244, presso i Vallombrosani fu chiamato al

premio eterno. Guala, in una celebre visione, vide San Domenico

entrare nella gloria celeste. Il 1 ottobre 1868 Papa Pio IX ha confermato

il culto. Dal 1869 le sue reliquie

sono conservate nel Monastero Domenicano

Matris Domini di Bergamo.

Sant’Alberto Magno

Alberto, della nobile famiglia Bollstadt,

prese ancora giovanissimo l’abito dei

Predicatori dalle mani del Beato Giordano

di Sassonia, immediato successore

del Santo Patriarca Domenico. Dopo

aver trionfato nel mondo, al giovane

studente sembrò ostacolo insormontabile

le difficoltà che incontrava nello

studio della Teologia e fu tentato di

fuggire dalla casa del Signore. La Madonna,

però, di cui era devotissimo, lo

animò a perseverare, rasserenandolo

nei suoi timori, dicendogli: «Attendi

allo studio della sapienza e affinché

non ti avvenga di vacillare nella fede, sul declinare della vita ogni

arte di sillogizzare ti sarà tolta». Sotto la tutela della Celeste Madre,

Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere

Domenicani a Bergamo

61

Beato Guala da Bergamo

Reliquiario

Ottone argentato e dorato

Secolo XX

30x28x50

Sant’Alberto Magno

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88


Coloniae in Germania, sanctus

Albertus ex Ordine Prae -

dicatorum, in doctrinis philosophicis

et divinis Magnus.

S. Thomae magister, studia

philosophiae renovavit. Multa

et diversa volumina ad expositionem

sacrae scripturae et

aliarum scientiarum scripsit,

intellectu profunda, sensibus

et sententiis alta. Prior provincialis

Teutoniae, episcopatum

Ratisbonensem coactus receipt,

et post annum ad paupertatem

Ordinis rediit. Praedicator

fuit de cruce et de

pace. Doctor universalis Ecclesiae

et Patronus cultorum

scientiarum naturalium.

(Sant’Alberto, detto Magno,

vescovo e dottore della

Chiesa, che, entrato

nell’ordine dei Predicatori,

insegnò a Parigi con

la parola e con gli scritti

filosofia e teologia. Maestro

di San Tommaso

d’Aquino, riuscì ad unire

in mirabile sintesi la sapienza

dei santi con il sapere

umano e la scienza

della natura. Ricevette suo

malgrado la sede di Ratisbona,

dove si adoperò assiduamente

per rafforzare

la pace tra i popoli, ma

dopo un anno preferì la

povertà dell’ordine a ogni

onore e a Colonia in Germania

si addormentò piamente

nel Signore).

acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor

quando era in vita. Insegnò con sommo onore a Parigi e nei vari

Studi Domenicani di Germania, soprattutto in quello di Colonia,

da lui fondato, dove ebbe tra i suoi discepoli San Tommaso

d’Aquino, di cui profetizzò la grandezza. fu Provinciale di Germania

e, nel 1260, Vescovo di Ratisbona, alla cui sede rinunziò per darsi

di nuovo all’insegnamento e alla predicazione. fu arbitro e

messaggero di pace in mezzo ai popoli e al Concilio di Lione portò

il contributo della sua sapienza per l’unione della Chiesa Greca

con quella Latina. Avanzato negli anni saliva ancora vigoroso la

cattedra, ma un giorno, come Maria aveva predetto, la sua memoria

si spense. Anelò allora solo al cielo, al quale volò dopo quattro

anni, il 15 novembre 1280, consumato dalla divina carità. La sua

salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Colonia.

Papa Gregorio XV nel 1622 lo beatificò. Papa Pio XI nel 1931 lo

proclamò Santo e Dottore della Chiesa. Il 16 dicembre 1941 Papa

Pio XII lo dichiarò Patrono dei cultori delle scienze naturali.

Beato Venturino da Bergamo

Nacque in Bergamo il 9 aprile 1304: erroneamente si credeva appartenesse

alla famiglia Cerasoli; invece, discendeva da quella degli

Artifoni di Almenno (lo chiamavano anche Venturinus de Lemen):

suo padre era il celebre maestro Lorenzo de Apibus (con questo cognome

aveva sostituito quello degli Artifoni), doctor in grammaticalibus

et logicalibus e precettore dei nipoti del cardinal Longo (sepolto in S.

Maria Maggiore) alla Curia Romana di Avignone; la madre fu

Caracosa, non altrimenti nota, ma considerata fra le più illustri e

stimate gentildonne della città. ebbe fratelli: Pierina, Caterina e Jacopo-Domenico,

detto poi Magister Crottus, e famoso anche per

l’amicizia col Petrarca, al quale prestò un’opera di Cicerone. A quattordici

anni Venturino si fece domenicano nel Convento di S.

Stefano in Bergamo; ma terminò gli studi a Genova, vi fu ordinato

62 Domenicani a Bergamo


sacerdote e fu eletto Maestro dei novizi. Si iscrisse, poi, alla Società

dei frati peregrinanti, istituita dall’ordine Domenicano per le

missioni di oriente. Arrivato a Venezia per imbarcarsi fu, invece,

mandato nel convento di Chioggia, poi in quelli di Vicenza e di Bologna,

già imponendosi quale eccellente oratore, costretto non raramente

a predicare all’aperto per l’angustia delle chiese in rapporto

allo straripante uditorio.

In Bologna, prima del 1334, predicò il culto a S. Marta e riuscì a

farvi costruire un convento e una chiesa a lei dedicati; nel 1334

predicò in Bergamo dal 21 settembre al 30 novembre e vi fece

edificare un monastero e una chiesa per le domenicane, pure

dedicati a S. Marta: le monache ne presero possesso il 29 luglio del

1340 (anche una sorella di Venturino, soror Catalina de Apibus de

Lemine, si fece monaca in S. Marta). Nel 1335 organizzò un pellegrinaggio

di penitenza da Bergamo a Roma con l’intento di facilitare

la conversione dei peccatori alla penitenza, di indurre guelfi e

ghibellini alla pacificazione e di riconciliare col papa i numerosi

scomunicati bergamaschi. La partenza avvenne il 5 febbraio 1335:

la numerosa «processione» che lo seguì, fece sosta anche in firenze

(lo stesso Giovanni Villani ne testimonia). Giunto a Roma, vi

dimorò e vi predicò per dodici giorni (per es. a S. Maria della

Minerva e al Campidoglio). Ne partì, poi, col fratello Jacopo

Domenico, per presentarsi in Avignone al papa Benedetto XII, il

quale forse diffidò (come parve diffidare, in seguito, anche Clemente

VI) del temperamento entusiasta (facile a essere ritenuto utopistico)

di Venturino e delle sue apparenze di agitatore. Ne seguì un interrogatorio

nel quale gli furon fatte trentanove domande, poi la

sospensione dalla facoltà di predicare e di confessare e fu mandato

in esilio a Aubenas in francia. Negli otto anni di pena e di esilio,

Venturino scrisse lettere e trattatelli spirituali come De Spiritu Sancto,

In Psalterio decacordo, De humilitate (frammento), De Profectu spirituali,

De remediis contra tentationes spirituales. egli fu, in seguito, liberato

nel 1343 da Clemente VI che in pubblico concistoro lo riabilitò, restituendogli

la facoltà di predicare e confessare e lo inviò in Italia a

predicare la Crociata nell’archidiocesi di Milano. Tornato ad

Avignone, nel 1344, accompagnò i crociati da Marsiglia in oriente,

Domenicani a Bergamo

63


Carlo Ceresa (attr.)

(1609 – 1679)

Il Beato Venturino Cerasoli

(olio su tela, cm. 90 x 60)

Inedito

Il dipinto, certamente pendant della tela raffigurante La Beata marchesa

Ceresola in estasi che gli sta a lato, riferita al Ceresa da Luisa Vertova,

raffigura il domenicano Venturino Cerasoli intento a leggere un libro

di preghiere in un’inquadratura a mezza figura, differente da quella

della Beata Ceresola ripresa in un atteggiamento mistico di ispirata

preghiera e a figura di tre quarti.

Venturino Cerasoli, nato nel 1304 da una famiglia originaria di

Almenno in Val Brembana ed entrato nel convento domenicano di S.

Stefano a Bergamo nel 1319, fu carismatico protagonista della vita

religiosa del suo tempo per l’esempio di una religiosità profondamente

sentita e le eccelse doti di predicatore. Nel 1335, alla guida di

cinquecento “flagellanti - uomini onesti ma anche persone di varia

estrazione sociale bisognose di perdono -organizzò un famoso pellegri-

64 Domenicani a Bergamo


naggio penitenziale per ottenere dal papa la revoca dell’interdetto che

gravava su Bergamo. Autore di numerosi trattati spirituali che riscossero

credito negli ambienti mistici di francia e Germania, la sua fama

rimane legata anche alla fondazione di monasteri come quello delle

Domenicane di Santa Marta a Bergamo. 1

Le precarie condizioni conservative dell’effige del beato, compromessa

da depositi di polvere e di sporco e da un’evidente ripresa pittorica del

volto, non consentono una piena valutazione dell’opera, che tuttavia

può agevolmente riferirsi a Carlo Ceresa non solo per il tipo fisionomico

del personaggio, che ripete sigle espressive perfettamente collaudate

dal pittore, ma anche per la peculiare trattazione della luce nei dosati

passaggi chiaroscurali.

L’interpretazione in chiave giovanile dell’ovale del beato, dal naso diritto

e poco pronunciato, il mento poco pronunciato, la piega quasi aggraziata

delle palpebre socchiuse e le labbra piccole e sottili, suggeriscono

persuasivi raffronti con alcune effigi note della produzione pittorica del

Ceresa. Appaiono decisamente somiglianti, ad esempio, la figura di san

Gregorio facente parte della serie dei quattro Dottori della Chiesa di

Occidente eseguita per i Padri Somaschi di Vercurago (fraz. Somasca,

Bergamo), che si colloca nell’ultimo periodo della produzione del

pittore, o l’imberbe Sant’Antonio col Bambin Gesù nella tarda teletta della

chiesa di Sant’Andrea a Dezzolo in Val di Scalve (Bergamo), coincidente

con il beato Ceresoli anche nel particolare taglio della tonsura, rasata

sulla sommità del capo e definita da tre ciuffi di capelli mossi sulla

fronte e ai lati delle orecchie. Si tratta di una fisionomia che l’artista

aveva già proposto in opere attestate attorno al quarto decennio del

secolo, come è dato riscontrare nella tela con i San Nicola e Sant’Antonio

da Padova del Santuario della Natività di Maria Vergine di Paladina

(fraz. Sombreno, Bergamo) e ancora nel Sant’Antonio da Padova abbracciato

al Bambin Gesù, nella chiesa di Santa Brigida dell’omonima località

(Bergamo), commovente figura dall’aria compunta di un giovanissimo e

poco più che adolescente frate.

1 Note biografiche sul beato sono in P. V. Alce, Fra Damiano intarsiatore e

l’Ordine Domenicano a Bergamo, Bergamo 1995, pp. 28 – 29, cui si rinvia anche

per la bibliografia aggiornata a questa data. Per un più approfondito contributo

sul ruolo politico svolto da Venturino Cerasoli presso la corte papale di

Avignone e sulle vicende che lo videro protagonista della crociata del 1346, si

rimanda a B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, Bergamo 1989, vol.

III, pp. 22 24.

Domenicani a Bergamo

65


Carlo Ceresa (1609 – 1679)

La Beata marchesa Ceresola

in estasi

(olio su tela, cm. 90 x 60)

Il dipinto è stato riferito per la prima volta al Ceresa da Ugo Ruggeri

2 e successivamente da Luisa Vertova, che ha sottolineato la peculiarità

dell’inquadratura frontale della figura presentata con le mani aperte

in un gesto di accettazione o dedizione”, accostandola a ragione, per

la somiglianza dell’abito monacale e per la posa del volto dagli occhi

rivolti verso l’alto, alla Santa Monica della chiesa di Santa Maria Annunciata

a Serina (Bergamo). 3 L’abbinamento dei due pendants

scaturisce senz’altro dall’equivoco, perdurato nel tempo, di ritenere la

suora domenicana ritratta nel dipinto sorella del beato Venturino e

dunque appartenente alla medesima famiglia. In realtà dovrebbe

trattarsi di un altro personaggio che è stato identificato con la

marchesina de Beroa, appartenente ad una famiglia assai nota della

città, divenuta priora del monastero di Santa Marta, la quale però

sembra non meritasse affatto il titolo di beata 4 .

66 Domenicani a Bergamo


Non è da escludere che a Ceresa fosse richiesto di realizzare un’immagine

esemplata su un preciso prototipo ritrattistico che giustificherebbe la

ricerca di una particolare identità fisionomica nell’effige della suora

domenicana - che sia o no la marchesina de Beroa- non rispondente

ad alcuna sigla convenzionale tra quelle cui abitualmente fa ricorso

Ceresa per le sue raffigurazioni femminili di sante. L’intensità

drammatica del personaggio, che si avvale di ben definiti contrasti

chiaroscurali - al centro il tessuto bianco della veste è sollevato in una

cresta rigida dal gioco tagliente delle ombre - si stempera in un’efficace

naturalezza di posa quasi al limite del sentimentale. Tali considerazioni

indurrebbero a pronunciarsi per una datazione piuttosto avanti negli

anni del dipinto di San Bartolomeo, convalidata da un raffronto,

oltre che con la già citata Santa Monica, con alcuni esempi di Pietà in

cui compare la tipologia della Mater Dolorosa in analogo atteggiamento

estatico e con gli occhi rivolti verso il cielo. Il soggetto della Pietà,

trattato dal Ceresa fin dagli esordi in dipinti che si fissano al terzo decennio,

rispecchia un ben preciso evolversi stilistico ed iconografico

contraddistinto da un linguaggio sempre più naturalistico in chiave di

ricercata spontaneità espressiva. In questo senso, dipinti come la Pietà

con i Santi Evangelista e Maria Maddalena della prepositurale di Nembro

(Bergamo) e la Pietà di Terno d’Isola (Bergamo), che si collocano alla

fine del quinto decennio, si pongono sullo stesso piano figurativo e di

ideazione della pregnante immagine della Beata Ceresola, piccolo capolavoro

di commovente persuasione devozionale.

Amalia Pacia

2 U. Ruggeri, Carlo Ceresa. Dipinti e Disegni, Cinisello Balsamo (Mi), 1979, p.

123, fig. 135.

3 L. Vertova, Carlo Ceresa, in I Pittori Bergamaschi, Il Seicento, II, Bergamo 1984,

p. 554, fig. p. 704.

4 La ‘marchesina’ era la nipote del giureconsulto Guglielmo Beroa assai

famoso nella disciplina del diritto il quale, così si tramanda, pare avesse ampiamente

contribuito con le sue sostanze all’erezione del nuovo monastero.

La vera sorella di Venturino Ceresoli, che si chiamava Catalina o Caterina de

Apibus, pure entrò nel monastero domenicano di Bergamo senza mai

divenirne priora, distinguendosi per la vita assai edificante e l’umiltà del comportamento

che le attirarono l’affetto e la riconoscenza delle altre domenicane.

Sull’argomento si veda G. Poletti, Una leggenda sfatata, estr. da “Atti dell’Ateneo

di Scienze, Lettere ad Arti di Bergamo”, 1926, pp. 1- 6.

Domenicani a Bergamo

67


circondato da straordinario entusiasmo. Ma non appena arrivato a

Smirne, sfinito dalle fatiche apostoliche e dalle penitenze, Venturino

morì il 28 marzo 1346, a quarantadue anni. Venturino fu maestro

di grammatica come suo fratello e come suo padre, che, fin dai

quattordici anni di età, fu in grado di sostituire sulla cattedra; fu,

però, soprattutto predicatore popolare efficacissimo, contemplativo

di rude temperamento, convinto e ardente nella propria missione

di riformatore; fu anche taumaturgo. Macilenta e asciutta la figura;

facile e pronta la parola, sia in latino, sia in italiano (conosceva il

francese e un poco anche il tedesco). I suoi sermoni avevano tinte

terribili, il suo temperamento era appassionato, la vita spirituale

intensa, il misticismo ardito, accentuato il profetismo. La Legenda,

scritta da un contemporaneo, serve a darcene un genuino ritratto

esteriore, soprattutto nei capitoli in cui è indotta la testimonianza

autobiografica dello stesso Venturino; mentre le sue lettere scavano

più a fondo nella sua fisionomia spirituale. Purtroppo, a causa delle

molte peripezie, se ne son salvate poche: al presente, dieci, più una

indirizzata come risposta da Venturino a un canonico inglese della

chiesa di oxford e ritrovata dal padre Kaeppeli. Tali lettere comprendono

l’arco di tempo che va dal 1332 al 1340. Si rilevano

notevoli affinità tra la struttura delle lettere di Venturino e quella

delle lettere di S. Caterina da Siena. Alla fine delle lettere, inoltre,

Venturino dipingeva le insegne della passione; diceva talvolta «Crux

Christi signum meum»; sembra, infatti, che fosse un discreto e appassionato

cultore del disegno. Con le lettere, inviava anche strumenti

di penitenza. estraneo a interessi politici, egli era sostenuto dalla

consapevolezza di essere ispirato da Dio. Benché competente nella

grammatica e nella retorica, l’impulso che lo spingeva a scrivere era

soprattutto l’ardore (bulliunt intima cordis) dello spirito: talora confessa

che, pur trovandosi a giacere in letto per dormire, si sente costretto

a balzar fuori e a impugnare la penna «spiritu ad charitatis exercitia vehementius

instigato». Venturino contava, tra gli amici, fra Giovanni

di Tambach (oggi Dambach) presso Strasburgo e fra Giovani Taulero,

tutti e due domenicani e grandi apostoli (anche per influsso di Venturino).

Si deve, anzi, riconoscere che nella cerchia dei mistici

tedeschi del sec. XIV, il Santo entrò più come maestro che come di-

68 Domenicani a Bergamo


scepolo. Manca, però, tuttora una caratterizzazione esauriente della

sua mistica e un pieno confronto di essa, sia con quella degli amici

tedeschi sia con quella di altre correnti spirituali del tempo. È commemorato

il 28 marzo.

B. Sr. Caterina Ceresola

Sorella del beato Venturino fondatore del Monastero di Santa

Marta in Bergamo dove entrò nel 1334.

Venerabile

Papa Benedetto XIII

Nato Pietro francesco (in religione Vincenzo

Maria) orsini (Gravina di Puglia,

2 febbraio 1649 – Roma, 21 febbraio

1730)

figlio di ferdinando III orsini duca di

Gravina di Puglia e di Giovanna frangipane

della Tolfa di Toritto, apparteneva

quindi alla nobile famiglia dei duchi

orsini (ramo di Gravina). Il padre morì

nel 1658, quando aveva otto anni, e,

quindi, ereditò subito da lui il titolo di

feudatario di Solofra. fu educato da

Niccolò Tura, domenicano di Solofra,

e da sua madre Giovanna, donna religiosa

e caritatevole. Iniziò gli studi nella

città irpina nella quale, a 16 anni, fondò

l’Accademia dei famelici. A 17 anni

chiese di entrare nel noviziato dell’or-

Domenicani a Bergamo

69

Venerabile Papa Benedetto XIII

Ignoto

Secolo XVIII

Olio su tela

120x80


dine dei Domenicani, durante un viaggio a Venezia, nonostante

alcuni suoi parenti non fossero d’accordo, essendo egli il primogenito.

Si appellò a papa Clemente IX, che non solo accettò l’ingresso ma,

viste le doti del ragazzo, lo dispensò dagli studi propedeutici. Poco

dopo, nel 1668, rifiutò l’eredità del titolo di duca, che passò al

fratello, e fece la sua prima professione cambiando il nome in fra Vincenzo

Maria orsini. fu ordinato sacerdote il 24 febbraio 1671 dal cardinale

emilio Altieri, futuro papa Clemente X.

A soli ventitré anni nel 1672, contro la sua volontà, fu elevato alla

porpora cardinalizia con il titolo di San Sisto e prefetto della Congregazione

del Concilio; accettò solo dopo che il Generale dell’ordine

dei frati Predicatori, chiamato dal papa Clemente X, lo obbligò.

Nel 1675 gli furono proposte le sedi vescovili di Salerno e di

Manfredonia: la sua scelta fu per quest’ultima, che era meno prestigiosa

e meno ricca, ma vicina al suo luogo natio; fu, quindi, nominato il 28

gennaio 1675 arcivescovo di Manfredonia e consacrato il 3 febbraio

dello stesso anno dal cardinale Paluzzo Paluzzi Altieri degli Albertoni.

Qui dimostrò le sue doti di vicinanza al popolo di Dio, anche se il suo

carattere zelante lo portò ad avere contrasti con alcuni importanti

funzionari del vice-regno e con i legati spagnoli. Papa Innocenzo XI e

il cardinale Paluzzi Altieri, suo protettore e uomo vicino alla sua

famiglia, fecero in modo che il 22 gennaio 1680 accettasse il

trasferimento alla sede vescovile di Cesena con il titolo personale di

arcivescovo. In tale città, però, ebbe problemi di salute e vi poté soggiornare

solo due anni (su un totale di sei anni), poiché dovette

andare ad Ischia e a Napoli per curarsi; oltre a questo, ebbe problemi

con le autorità laiche, in quanto il suo zelo lo portava a contrastare

qualsiasi abuso.

Il suo fervore religioso e la sua condotta di vita virtuosa influenzarono

anche sua madre, sua sorella e due sue nipoti che entrarono nel Terz’ordine

domenicano.

Il 18 marzo 1686 venne trasferito alla sede arcivescovile di Benevento

e qui risiedette per trentotto anni. entrò in città il 30 maggio 1686 a

dorso di un cavallo bianco e restò vescovo anche quando divenne

papa, in via eccezionale. ogni anno visitava una parrocchia. Tenne

due sinodi provinciali: il primo nel 1693, al quale parteciparono

70 Domenicani a Bergamo


diciotto vescovi ed il secondo nel 1698, con il contributo di venti

vescovi; entrambi gli atti furono approvati a Roma. Costruì ospedali e

alleviò le sofferenze dei poveri. fondò un monte frumentario,

precorrendo i tempi, per prestare ai contadini indigenti i fondi per acquistare

le sementi, da restituire all’epoca del raccolto. Durante il suo

episcopato, la città fu colpita per due volte dal terremoto: l’8 giugno

1688 e il 14 marzo 1702. In entrambi le circostanze si prodigò per gli

abitanti e fece di tutto per ricostruire la città danneggiata, tanto che

fu nominato “secondo fondatore” di Benevento.

Il 3 gennaio 1701 optò per l’ordine dei vescovi e si vide attribuita la

sede suburbicaria di frascati, pur conservando l’amministrazione di

Benevento. Successivamente (18 marzo 1715) scelse la sede suburbicaria

di Porto-Santa Rufina, ottenendo sempre di conservare l’amministrazione

di Benevento.

Il 7 marzo 1724 moriva Innocenzo XIII e si apriva così il quarto

conclave al quale l’orsini partecipava. Il consesso si aprì il 20 marzo,

ma il 25 maggio ancora non si era raggiunto un accordo su un nome

degli eleggibili. Rattristato, decise di fare una novena al Santo a lui

particolarmente legato, San filippo Neri, affinché non tardasse

l’elezione del nuovo papa. Prima che la novena fosse finita, vide con

terrore che la persona sulla quale si convogliavano i voti maggiori era

proprio lui. Tentò in tutti i modi di non farsi eleggere, ma non ci

riuscì, e il 29 maggio 1724 fu eletto papa. Anche allora tentò di

rifiutare, ma accettò quando si rese conto che un altro conclave

avrebbe portato grossi problemi alla Chiesa. A malincuore obbedì e

scelse in onore di Benedetto XI (papa domenicano), il nome di

Benedetto XIV, che - però - in breve tempo corresse con Benedetto

XIII, poiché Pedro de Luna che aveva già utilizzato tale nome tra il

1394 e il 1423 era un antipapa.

Tra i suoi primi atti vi fu il rafforzamento della disciplina ecclesiastica.

Impose una veste meno lussuosa e meno mondana ai cardinali.

Durante il Giubileo del 1725 si dimise dalla carica di Gran Penitenziere

e affermò che aveva seriamente pensato di ripristinare l’uso di

penitenze pubbliche per alcune colpe gravi. Per favorire lo sviluppo di

seminari diocesani, istituì una commissione speciale: la Congregazione

dei seminari.

Domenicani a Bergamo

71


Beato Pinamonte da Brembate

Ignoto

Secolo XVIII (?)

Olio su tela

91,5x76 cm

Durante il Concilio lateranense del 1725, richiese un’incondizionata

accettazione della bolla pontificia Unigenitus, nella quale si erano

confutati tutti i principali fondamenti del Giansenismo, e, sebbene

con notevoli sforzi, riuscì a fare approvare tale deliberazione al cardinal

De Noailles, arcivescovo di Parigi nel 1728. Durante il pontificato

visitò due volte la città di Benevento, della quale continuò - in via eccezionale

- a dirigere la diocesi, mediante un vicario generale, negli

anni 1727 e 1729.

Uomo di grande cultura, fu un papa riformatore e si impegnò a porre

un freno allo stile di vita decadente del clero italiano e dei cardinali.

fu l’ultimo membro della nobile famiglia orsini a divenire papa. Deceduto

nel 1730, le sue spoglie riposano in una cappella della chiesa

domenicana di S. Maria sopra Minerva in Roma. Nel 1931 venne introdotta

la causa di beatificazione.

72 Domenicani a Bergamo

Beato

Pinamonte da Brembate

(Bergamo 1200 c.a. – 1266) epigrafe

rintracciata ed estratta da una “Vita

B. Pinamonti scripta in libris 4 cap.

8, De antiquitatibus et gestibus diversorum

bergomensium, a Marco

Antonio Benaleo:

“B. Pinamontius Peregrinus De Brembate.

Unus ex primis discipulis S. Dominici

Bergomi natus anno circiter 1200. Concionibus

exhortationibus exemplis, post

SS. Dominicum Franciscum et episcopum

Guallam in Bergomensi eclesia annos 46

ad animarum salutem laboravit, multos

ad frugem bonam reduxit, templum novum

Sancto Stephano dedicandum curavit.


Consorty Misericordiae 8.000 oblatis aureis nummis initium fecit,

Regulamque ei attribuit. Obyt in Domino anno salutis 1266 pridie

calendas Februarii et in eadem aede veteri S. Stephani sepultus est”.

B. Pinamonte Pellegrini da Brembate. Tra i primi discepoli di San

Domenico, nacque intorno al 1200. Nella predicazione, con l’esortazione

e con l’esempio, al seguito dei S.S. Domenico e francesco

e del vescovo Guala, si diede alla cura delle anime per 46 anni

nella comunità ecclesiale bergamasca. Ricondusse molti fedeli alla

rettitudine dei costumi e si adoperò per la nuova chiesa da

dedicarsi a S. Stefano. fondò il Consorzio della Misercordia, dotandola

di un fondo di 8.000 monete d’oro e di una Regola. Morì

nel febbraio del 1266 e venne sepolto nella vecchia chiesa di S.

Stefano.

Beata Sr. Lucia Gonzales

(1616 c. – 1648) Di questa figlia dell’ordine

Domenicano, degna discepola del

S. Padre Domenico ed emule di S. Caterina

da Siena, non conosciamo molto se

non quello che i suoi agiografi ci raccontano.

La nostra Beata nacque probabilmente

nell’anno 1616 c. nella città pugliese

di Gallipoli da nobili progenitori. Il

padre era originario della Spagna, più

precisamente della città di Madrid, si

chiamava Pietro Gonzales e nella sua famiglia

di origine compariva un certo fra

Antonio, domenicano, morto martire

per la fede. La madre era Margherita

Sabbatini, originaria di Gallipoli e proveniva

da una famiglia ricca di virtù, soprattutto

da parte del padre instancabile

nel praticare la virtù della carità con

Domenicani a Bergamo

73

Beata Suor Lucia Gonzales

Ignoto

Secolo XVII

Olio su tela

110x88


chiunque ne avesse bisogno, infatti era d’abitudine avere ogni giorno

un povero alla propria mensa. La madre si esercitava in una candida

semplicità e purezza di cuore. Indubbiamente Lucia risentì del clima

familiare, infatti, appena nata iniziarono a manifestarsi in lei segni di

predilezione da parte del Signore, soprattutto nello stile di vita in cui

spiccava l’anima contemplativa e il desiderio di stare sola con Dio.

Non mancano quegli aneddoti dal sapore agiografico, dove si racconta,

ad esempio, che ancora nella culla, nei giorni di digiuno si asteneva

dal prendere il latte materno. All’età di tre anni, con tutta la famiglia,

si trasferì nella città di Lecce, dove visse fino alla morte. In questa

città, ogni qualvolta scorgeva o veniva a contatto con i Santi religiosi

dell’ordine domenicano inaspettatamente la piccola trasaliva di gioia:

in questo, i biografi videro i segni di quella predilezione per l’ordine

domenicano, nel quale entrerà in seguito come terziaria. fin dalla più

giovane età iniziò a condurre una vita ritirata e di preghiera: gli angoli

più nascosti della casa erano i suoi luoghi preferiti. Giunta all’età di 7

anni si legò al Signore, che considerava già come il suo sposo diletto,

con il voto di castità: in tutto questo non trovò ostacoli da parte della

famiglia che assecondò quelli che sembravano dei giochi da bambini.

Crescendo in età, bellezza e virtù, la giovane Lucia, ormai verso i 13

anni, dopo la morte del padre, fu chiesta molte volte in sposa dai

giovani della città, cosa del resto normale per l’epoca nonché necessaria

alla famiglia rimasta senza più l’aiuto di un uomo. Iniziò così un

periodo difficile per la Beata provata dalla sua stessa madre che la

voleva maritare e dalle sue resistenze perché già aveva scelto nel

Signore il suo unico sposo. A questo punto compirà un gesto

clamoroso, lo stesso che fece Santa Caterina da Siena: si tagliò i

capelli e si presentò così a sua madre dicendole che ormai lei era sposa

del Signore Gesù e che voleva mantenere fede al suo voto.

Scampata dal pericolo di un matrimonio, non certo senza intervento

divino (erano ormai abituali i suoi incontri col Signore stesso, con la

Madonna, i Santi…), giunse nella città di Lecce un dotto predicatore:

il padre Angelo di Grottola che con le sue prediche e virtù attirò a sé

tutti i cuori di quella città ed anche Lucia ne rimase affascinata, tanto

che proprio a questo padre chiederà di essere accolta nel Terz’ordine

domenicano per coronare così il suo sogno di essere per sempre del

74 Domenicani a Bergamo


Signore. La richiesta fu esaudita non senza difficoltà da parte della

madre e della sorella, ma una volta superato ogni ostacolo, nel giorno

dell’Assunzione della Vergine al cielo, non ci è detto però in quale

anno, fu ammessa nel Terz’ordine ricevendo così il tanto desiderato

abito dei figli di San Domenico. Da qui in avanti la vita di colei che da

ora in poi si chiamerà suor Lucia, sarà un crescendo di preghiera, contemplazione,

servizio di carità, miracoli ed estasi: in tutto degna

consorella della stigmatizzata senese.

Degno di nota è il fatto che in questo periodo ella abbia imparato a

leggere il latino per intervento diretto di San Tommaso d’Aquino, che

lei chiamerà “il suo maestro”, e da lui sempre imparerà a scrivere ed

anche grazie all’intervento di un altro Santo, allora vivente, di cui

diverrà amica: San Giuseppe da Copertino che risiedeva presso il

convento della Grottella, distante sette miglia dalla città di Lecce. fu

proprio San Giuseppe che consigliò alla nostra suor Lucia di chiedere

al Signore, che le aveva già fatto apprendere la lettura, di poter

imparare a scrivere: inutile dire che fu esaudita anche in questo.

Ci potremmo chiedere il perché di tanta accondiscendenza da parte

di Dio verso questa sua creatura. essa si distinse per una confidenza

estrema verso colui che considerava il suo sposo ed amato, confidenza

che la faceva eccellere, ad imitazione della Madre di Dio, nelle virtù

dell’umiltà, dell’obbedienza e della carità profusa senza mai stancarsi.

Anche lei, come la Santa senese, aiutava nell’ospedale cittadino e si

sottopose ad un atto eroico togliendo del pus da una ferita alla gamba

ad una donna che l’aveva ormai da troppo tempo: ovviamente, la

donna dopo questo gesto si convertì. La vita di questa nostra Beata è

ricca di questi episodi che ne mettono in evidenza la santità. Non basterebbero

pagine per raccontarli tutti, ma è sufficiente dire che tutta

la sua vita fu segnata da un amore appassionato per il Signore, amore

che la portò ad abbandonarsi con fiducia al suo Dio, tant’è vero che

la sua vita ebbe termine all’età di 32 anni il giovedì successivo alla

festa dello Spirito Santo, il 4 giugno 1648. I solenni funerali furono

celebrati nella chiesa dell’Annunciata dei frati Predicatori e sepolta

nel coro. Relazioni sulla vita di questa gran serva di Dio furono scritte

negli atti del Capitolo Generale dell’ordine Domenicano svoltosi a

Roma nel 1656.

Domenicani a Bergamo

75


San Giovannino - Francesco Barbieri detto il Guercino o Scuola bolognese

XVII secolo - Olio su tela - 60x50

76 Domenicani a Bergamo


Dalle confraternite mariane

alla confraternita del Rosario

n ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo

«Iteme e opera la sua giustizia. Tuttavia piacque a Dio di

santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun

legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse

nella verità e santamente lo servisse». 1

«Con la predicazione del vangelo di Cristo vengono radunati

i fedeli e si celebra il mistero della Cena del Signore». 2

I due testi del Vaticano II sopra citati oltrepassano il concilio

stesso ed esprimono alcune delle fondamentali costanti della storia

della salvezza: Dio vuole salvare gli uomini non da soli, ma come

comunità e popolo. A loro volta, la comunità e il popolo sono aggregati

da una parola che, per il Nuovo Testamento, è il vangelo e

in seguito il popolo, così aggregato attraverso i sacramenti, diventa

una comunità celebrante. Questo schema ha molte variabili - ad

esempio la testimonianza di una vita buona, la carità e la presenza

dei cristiani in una data cultura sono certamente fattori di richiamo,

cioè aggreganti -, ma sempre presto o tardi bisogna arrivare alla

parola come annuncio esplicito del vangelo, delle sue formulazioni

che si sono affermate nella vita dei credenti e delle sue esigenze

morali (catechismo).

La premessa serve per spiegare che è insita una certa

normalità nel fatto che, a seguito del successo della predicazione

dei primi frati, loro stessi o i loro successori abbiano cercato di ulteriormente

aggregare il popolo che frequentava la predicazione in

forme più strutturate: le confraternite e in specie le confraternite

mariane.

I. LE COnFRATERnITE PRIMITIVE E In SPECIE MARIAnE

La confraternita del Rosario, che oggi conosciamo e fondata

per la prima volta a Douai, in francia, da parte di Alano de la

Domenicani a Bergamo

77

Stendardo della

Madonna del Rosario

1850 – 1899

Oro filato.

Raso di seta dipinto

e ricamato in seta policroma

175x115


Reliquiario a forma

di ostensorio

“Ex-capillis Beata Vergine

Maria”

di venerata immagine

Mickael Iohann Kuefner

notizie 1776 (ATT.)

1775 - 1799

Argento cesellato

smalti e pietre preziose

46

Roche (1428-1475), traeva origine da precedenti confraternite -

non solo mariane - dirette dai frati predicatori, le quali avevano

una loro precisa originalità e non erano solo un anticipo della

confraternita del Rosario, come in seguito si volle far credere.

Al riguardo restano fondamentali gli studi di Meersseman,

che seguiremo; 3 anche se un lavoro di revisione e puntualizzazione

si rende necessario sull’attribuzione del ruolo di fondatore a san

Pietro Martire o da Verona († 1252), che va ridimensionato a

istitutore formale delle confraternite, benché resti il suo indiscutibile

influsso sul movimento. 4 In ogni caso, qui non interessa il

fondatore, ma la descrizione delle confraternite e del loro spirito e

in questo senso, i contributi di Meersseman restano validi.

1. Il movimento originario

L’origine delle confraternite si radica nel successo della predicazione

delle prime generazioni dei frati. A volte i partecipanti

erano talmente numerosi che in certi casi si procedette ad allargare

la piazza antistante alla chiesa per aumentare lo spazio dell’uditorio.

Avere un popolo dinanzi a sé suggeriva naturalmente di organizzarlo

in modo più strutturato. Questo avvenne attraverso le

confraternite, le quali, in verità, non obbedivano soltanto all’iniziativa

dei frati di aggregare gente, ma, prima ancora, alla volontà dei

fedeli di aggregarsi per dare consistenza a una forma di culto che la

liturgia di allora non permetteva ai laici di vivere in modo

immediato. Ciò produsse una sorta di parrocchia parallela: «la

confraternita costituisce in seno, o al di sopra della parrocchia

legale, una parrocchia consensuale, col suo oratorio, il suo clero, il

suo culto, il suo patrimonio». 5

Un libretto polemico contro i successi dei mendicanti, che

falsamente si presenta come opera di Pietro delle Vigne († 1248),

dando voce alle lamentele del clero secolare/parrocchiale conferma

quanto sopra:

«(...) per svuotare ancora di più i nostri diritti e per rubarci

la devozione dei fedeli, (i frati) hanno creato due nuove fraternite,

che ricevono indistintamente uomini e donne, in modo che a

78

Domenicani a Bergamo


stento si trova qualcuno che non sia iscritto a una o all’altra. Per

cui, dal momento che costoro si recano nelle loro chiese, anche

nei giorni solenni non possiamo avere con noi i parrocchiani per

la celebrazione dei divini misteri e, ciò che è peggio, i fedeli

ritengono cosa nefasta udire la parola di Dio da altri che non

siano i frati predicatori o i minori». 6

Di fatto, intorno alla metà del 1200 troviamo confraternite

numerose e affermate a firenze (la “Società della Vergine” a Santa

Maria Novella, attribuita nella fondazione a S. Pietro Martire nel

1244), a Bologna nel 1252, a Mantova nel 1255, ed inoltre a

Milano, faenza, Padova, Lodi, Cremona ecc.

2. La tipologia e l’ispirazione mariana

Prima di tali confraternite sussisteva qua e là una certa

forma di aggregazione dei fedeli, ma si trattava di fenomeni locali

legati alle esigenze di mettere insieme le forze (e i soldi) per

costruire una chiesa dedicata alla Madonna oppure per gestire in

seguito una chiesa o un santuario e tali aggregazioni non prevedevano

ordinariamente un apostolato diretto e una organizzazione giuridicamente

precisa.

Per contro, le confraternite fondate dai frati predicatori - e

ovviamente dai francescani - erano molto più estese e organizzate

anche giuridicamente e si distinguevano in due tipi: le Società della

fede, che cooptavano i laici a collaborare nel lavoro dell’inquisizione

da poco nata, e le Società della Vergine, di impronta più formativa e

devozionale, anche se non mancava una finalità o per lo meno un

contesto antieretico, come ben si esprime Umberto di Roman 7 nel

documento fondativo della confraternita di Mantova, in cui lucidamente

mette a punto le finalità della confraternita istituita:

«(...) a gloria di Dio e a lode della sua Madre e per la

devozione dei fedeli e inoltre per estirpare e abolire la nefanda

macchia e la confusione dei figli della diffidenza». 8

La “nefanda macchia” era l’eresia catara e dall’eresia - per

contrapposizione - derivava anche il riferimento mariano della

confraternita, in quanto i catari non riconoscevano a Maria il

titolo di Madre di Dio a causa del loro modo di intendere la

Domenicani a Bergamo 79

Corona dell’immagine

della Madonna

Secolo XIX

Argento in lamina sbalzato

21x24

Corona dell’immagine

di Gesù Bambino

Secolo XIX

Argento in lamina sbalzato

13x16,5


natura e la funzione di Gesù Cristo.

Ma questa considerazione spiega solo in piccola parte il

perché del riferimento mariano delle nostre confraternite. esso,

oltre che dalla contrapposizione all’eresia, va ricercato in una

svolta della cultura della preghiera dal secolo XI in poi e che

produsse nel secolo XII una vera “esplosione mariana”, come

ormai è consuetudine dire da parte di molti autori. Dalla precedente

considerazione della redenzione di Cristo in quanto tale, si passò

a prestare nuova attenzione alle «componenti empiriche del mistero,

che muovono all’amorosa contemplazione: la nascita dalla Vergine

Maria e la Passione nei suoi singoli momenti»; ne seguì che «la tendenza

a fermare l’attenzione sui dettagli della vita terrena di Gesù

si fa ancora più percettibile nella nuova predilezione per il mistero

del Natale e per la venerazione della Madre di Dio» e verso Maria

si attenuò un poco la precedente immagine ieratica e austera della

Theotokos delle icone per passare a una «venerazione in modo

sempre più indipendente». 9 In senso più radicale, questo atteggiamento

si contrappose al culto “antico”, il quale era «fondato soprattutto

sulla realtà sacramentale, per cui il nostro culto verso

Dio consiste nell’accogliere la rivelazione dell’amore e l’intervento

di salvezza (...) per la celebrazione sacramentale», mentre «il culto

devozionale consiste nell’offrire a Dio i nostri sentimenti di ammirazione,

di penitenza e di gratitudine, persuasi che l’intensità di

questi sentimenti sarà quella che di fatto opererà la salvezza». 10

Di conseguenza, tale intensità di sentimenti doveva essere

stimolata da considerazioni psicologiche sui sentimenti (di Gesù

e) di Maria, che venivano ricostruiti e immaginati oltre il dettato

scritturistico. Dunque, in questo clima particolare, le nuove confraternite

non potevano che essere mariane.

Un’ulteriore valutazione di insieme si impone: la rilevanza

di tali confraternite nel tessuto sia apostolico sia formativo della

vita cristiana. Collaborare all’inquisizione era veramente essere

inseriti nella nuova azione apostolica della Chiesa e l’appartenenza

a una confraternita mariana permetteva di sviluppare nuovi modi

di comprensione del vangelo e di andare a Dio. Tutto ciò si concretizzava

in un’appartenenza sotto il segno del “normale”: uomini

80

Domenicani a Bergamo


e donne di età media normale e con un buon inserimento nella

società; insomma, una vivacità che ci riporta più agli attuali

movimenti che non alla marginalità di molte odierne confraternite.

3. L’organizzazione e le pratiche devote

Sorte in un momento in cui i liberi comuni elaboravano i

propri statuti con una nuova freschezza risorgente del diritto,

anche le confraternite non mancarono di dotarsi di statuti giuridici

abbastanza precisi. Non sussisteva però una sorta di centralizzazione

legislativa, per cui gli statuti comportavano ovvie differenze sia

pure all’interno di una ispirazione comune. Non possiamo

soffermarci su tale aspetto. 11

Limitandoci alle confraternite mariane: che cosa proponevano

ai loro adepti?

fondamentalmente la proposta ruotava su tre cardini: la

riunione o aggregazione stessa, il sermone istruttivo, la messa.

Una predicazione particolarmente curata era prevista nelle

allora quattro feste mariane: Assunzione, Annunciazione, Purificazione,

Natività. Al mattino, nella messa, era previsto il sermo -

non era l’attuale omelia, ma un discorso mentre si celebrava la

messa, questa talvolta non del tutto visibile ai presenti! - e al pomeriggio/sera

aveva luogo una seconda riunione della confraternita e

di un popolo più numeroso con una nuova predicazione denominata

collatio. In molti casi era di prassi una riunione settimanale al mercoledì.

Se nella messa i laici erano totalmente passivi e spesso impossibilitati

a vedere la celebrazione, se nella predicazione erano

più partecipi perché almeno il linguaggio era comprensibile, 12

nelle attività cultuali della confraternita ritrovavano invece una

loro “partecipazione attiva”, ahimè, sempre più autonoma e

parallela alla liturgia. Ciò si esprimeva nel canto delle Laudi in

lingua volgare spesso dopo il canto latino del clero/frati e nelle

processioni spesso in chiostro con un cero in mano consegnato

alla fine al presidente (sul modello della candelora).

A livello personale erano previste diverse forme di preghiera

Domenicani a Bergamo

81

Rosari di venerata immagine

della Madonna

Secolo XVIII

Pietra e argento filato


vocale al giorno, ad esempio un certo numero di Pater e Ave che

sostituivano le singole ore canoniche. Tra le varie preghiere figurava

anche il Salterio della Vergine (nel senso sostitutivo delle ore

canoniche e non meditativo dei misteri), ma senza una preminenza

di questa forma, mentre invece vigeva la regola/consuetudine di

pregare sette volte al giorno.

Da segnalare, infine, la costante attenzione alle opere di misericordia

e, nel giro di pochi anni, l’accumularsi di donazioni testamentarie

(per lo più dei confratelli), che facevano della

confraternita una entità anche amministrativa ed economica.

4. Il lento declino

Come sempre, la decadenza fu inavvertibile e lenta, ma ad

un certo punto ci si accorse che le confraternite non svolgevano

più il ruolo delle origini e per certi versi avevano travisato le

proprie finalità.

Quali le cause? Meersseman ne indica quattro:

- una certa laicizzazione nel senso di opposizione dei laici ai

chierici, scuotendo un giogo e una direzione clericale e ciò anche

a seguito dell’assunzione di impegni sempre più mondani;

- la peste del 1348-1350, con la drastica riduzione del

personale e poi con la difficoltà della ripresa;

- una diminuzione di fervore con eccessi strutturali, ad

esempio la costituzione di un gruppo di cantori/ragazzi per le

Laudi che perfezionava l’esecuzione, ma diminuiva la partecipazione,

e anche con eccessi in certe feste;

- il passaggio o cessione del titolo a una associazione (corporazione)

di altro mestiere.

A meno di lasciare che tutto morisse, una riforma o una

svolta si imponeva e avvenne con una nuova rivitalizzazione a

opera di Alano de la Roche.

II. LA COnFRATERnITA DEL ROSARIO

1. Alano de la Roche e la «Confraternita del Salterio

della gloriosa Vergine Maria»

A Douai dal 1464 al 1468 il domenicano Alano de la Roche

82

Domenicani a Bergamo


fondò una confraternita laicale, assegnandole come preghiera le

centocinquanta Ave intercalate dai Pater. Il 16 maggio 1470, il

vicario generale della congregazione domenicana riformata d’olanda

Giovanni excuria concesse alla confraternita la partecipazione ai

beni spirituali dei frati.

Dunque Alano partì da quanto già esisteva, lo fece approvare,

ma insieme lo cambiò caratterizzando la confraternita come “Confraternita

del Salterio della gloriosa Vergine Maria”, per cui, all’obiezione

che «La confraternita del Salterio è una mera novità»

rispose seccamente: «Dico: nuova quanto alla restaurazione, ma

quanto all’istituzione è molto antica». 13

Il nuovo assetto della confraternita e l’avervi ad essa legato

il nuovo salterio mariano restano l’opera più duratura di Alano de

la Roche e il suo personale successo immediato, se è vero che

poteva permettersi di scrivere al vescovo di Tournai che dalle sue

parti il numero degli iscritti ammontava «a oltre cinquemila uomini…

di ogni ordine e stato sociale». 14

È per molti versi grazie alla struttura sociale della confraternita

che il salterio/rosario si è diffuso, ha resistito al tempo, è stato

assunto come uno strumento di pastorale.

Questa normale storia fu però da Alano trasfigurata in una

sorta di fondazione soprannaturale e diretta della confraternita da

parte della Madonna tramite san Domenico: «la Regina del Salterio

e la Patrona della confraternita, la Vergine Maria, essa stessa definì

in termini di legge la vita della confraternita, leggi che volle

sancite e perenni e tali le dettò in rivelazione a san Domenico

sotto questa formula». 15

Si tratta di un artificio spesso usato e non solo nell’antichità:

proiettare il presente in un passato lontano, glorioso e mitico, di

modo che il presente risplenda in una nuova luce.

2. Alano de la Roche e le caratteristiche

della nuova confraternita

Lo spirito dell’associazione e gli obblighi dei confratelli, a

partire dalla concessione di partecipare ai beni spirituali dei frati, 16

sono ben espressi in un testo della predicazione di Alano: «la

Domenicani a Bergamo 83

Pettorale di venerata immagine

della Madonna

Secolo XVIII

Raso, perle, pietre e argento filato


Giuseppe Nuvolone

(1619 – 1703)

Madonna

con il Bambino benedicente

olio su tela, cm. 70 x 50

Inedito

84

La composizione riprende un soggetto più volte trattato sia da Giuseppe

che da Carlo francesco, che dà risalto all’intenso rapporto di affetti

instaurato tra la Madonna e il Bambino suggellato dal tenero atteggiamento

protettivo della Madre. La figura della Vergine, dal volto

appena reclinato, richiama nell’acconciatura del velo, quasi una cuffia,

portato alto sulla sommità del capo, e nell’inconsueto abbinamento

cromatico della veste giocato sugli accordi rossi, verde spento e lilla

nella manica, esempi di sicura mano di Carlo francesco, 1 come la

straordinaria Madonna col Bambino delle Raccolte Civiche di Milano,

di un’esecuzione soffice e sfumata nei contorni delle figure 2 .

Nel dipinto in esame, invece, una maggiore concretezza nella tornitura

plastica del modellato sia nella Madonna che nel Bambino, delineato

da contorni più fermi e decisi anche nella risoluzione delle chiome ar-

Domenicani a Bergamo


icciate, una certa pienezza delle forme e un’intonazione più calda del

colore inducono a riferire l’esecuzione dell’opera alla mano di

Giuseppe, meno incline alla resa pittorica sfrangiata e morbida tipica

del fratello.

La posizione del Bimbo seduto e con la schiena diritta in grembo alla

Madre rammenta infine l’analogo atteggiamento della figura nel

dipinto riferito a Giuseppe con la Madonna e il Bambino di collezione

privata. 3

1 f. M. ferro, Nuvolone una famiglia di pittori nella Milano del ‘600, Soncino

(Cremona) 2003, n.151, tav. XLVIII, n. 150, tav. XLIX.

2 f.M. ferro, in Museo d’Arte del Castello Sforzesco. Il Seicento, vol. III, Milano

1999, pp. 207 -209.

3 f. M. ferro, Nuvolone una famiglia di pittori nella Milano del ‘600, cit., n. 44,

tav. XLIV.

Vergine gloriosa gli disse che voleva che tutti i fratelli e le sorelle

della predetta confraternita facessero scrivere i loro nomi e cognomi su

di un libro poiché in caso contrario non sarebbe una confraternita

e tale scrittura è segno che essi saranno scritti nel libro della vita.

e non voleva che si pagasse denaro, ma voleva soltanto che si

dicessero tutti i giorni centocinquanta Ave Maria ... essi saranno

partecipi di tutti i beni che faranno i loro fratelli e sorelle e il giorno

che dimenticheranno o smetteranno di dire il salterio non sarà

peccato... coloro che porteranno i paternoster (corona) per dare buon

esempio e per amore di me avranno diecimila anni di perdono e

lo stesso quelli che esortano altri a dirlo... questa confraternita

può essere fatta in qualsiasi luogo». 17

La confraternita era «di devozione e di libera volontà, non

di necessità». 18 Di fatto però Alano invitò tutti alla confraternita e

di fronte all’eterna obiezione: «se le confraternite si erigono nelle

chiese dei frati... le parrocchie rimangono deserte, e i loro diritti e

i loro guadagni diminuiscono»; rivolgendosi al parroco rispose:

erigi anche tu la confraternita in parrocchia e, dal momento che è

gente che prega e si converte, cominceranno a restituire, a far testamento

in tuo favore, a frequentare la messa, a portare doni alla

chiesa ecc. 19

Domenicani a Bergamo

85


3. Dalla confraternita di Alano alla «Confraternita

del Rosario»

Giacomo Sprenger, priore del locale convento domenicano,

l’8 settembre 1475 fondò a Colonia una «Confraternita del rosario».

Il giorno prima Alano era morto a Zwolle. Possediamo gli statuti,

abbastanza vicini alla fraternita di Alano, 20 che però si differenziano

su due punti: il nuovo nome del rosario e non più del salterio;

l’obbligo del Salterio della Vergine da quotidiano a settimanale. I

due particolari erano meno insignificanti di quanto si creda e ponevano

la fraternita di Colonia come portatrice di un nuovo

indirizzo spirituale rispetto a quella originaria di Douai fondata da

Alano: con essa era tramontato il salterio ed era nato il rosario.

Soprattutto l’obbligo settimanale invece di giornaliero rese possibile

l’iscrizione alla confraternita senza l’imposizione di un peso che

pochi avrebbero nel tempo potuto portare.

Da Colonia la confraternita si estese a Lisbona nel 1478, a

Ulma nel 1483, a Colmar nel 1485 ecc. In Italia il domenicano tedesco

Giovanni d’erfurt fondò la confraternita a Venezia nel

1480; nel 1481 fu la volta di San Marco a firenze e Santa Maria

sopra Minerva a Roma. La diffusione proseguì con ritmo accelerato

in europa e nel Nuovo Mondo.

frattanto si fondò il diritto secondo cui solo il Maestro Generale

dell’ordine poteva erigere la confraternita 21 e il Maestro

Generale Sisto fabbri, il 1 ottobre 1585, pubblicò gli statuti della

confraternita romana di Santa Maria sopra Minerva, 22 proponendoli

come modello alle restanti confraternite per raggiungere l’uniformità.

La lettura degli statuti fa toccare con mano lo sviluppo della confraternita:

dall’umile realtà di preghiera e di conteggio dei meriti,

documentata dalla paginetta degli statuti di Colonia, si passa alle

più di tredici pagine sugli ufficiali e il modo di eleggerli poiché la

confraternita ha un illustrissimo protettore, un priore, tredici consiglieri,

alcuni sindaci, un secretario, un camerlengo, un mandatario

ecc.

La confraternita diventa luogo dove circolano soldi e lo si

può constatare ancora oggi ammirando più d’una cappella del

rosario; l’ostacolo secondo cui l’associazione non era a scopo di

86

Domenicani a Bergamo


lucro né era consentito richiedere tasse d’iscrizione fu aggirato

con una distinzione tanto sottile quanto facile: non si potevano

esigere soldi, ma non era proibito accettare le offerte spontanee

per ornare l’altare del Rosario o per altri scopi, così come si

potevano accettare legati, oblazioni, donazioni ecc.: una serie di

documenti ecclesiastici confermerà il ragionamento. 23

La confraternita conseguì una qualche autonomia di fronte

ai parroci e ai vescovi, ma restò, oltre che un alveo di educazione

alla preghiera, uno strumento di aggregazione pastorale non indifferente,

comportando ogni mese una riunione con la confessione,

la messa, la predicazione/istruzione.

III. OGGI?

È scontato che dalla storia si possono trarre ispirazioni, ma

la storia non si ripete.

La confraternita del Rosario mantiene di certo una funzione

aggregante e di avvio a questa forma di preghiera, ma non può più

considerarsi una risorsa pastorale come lo fu a pochi anni dalla

sua nascita, né porsi al centro dell’attenzione ecclesiale, posto ora

occupato dai movimenti e da altre istituzioni, a prescindere ovviamente

dalle aggregazioni basiche di parrocchia e diocesi.

L’elenco dei riferimenti reperibili del Magistero ordinario

non prevede una centralità delle confraternite nella pastorale,

anche se sono apprezzate: si raccomanda la Confraternita della

dottrina cristiana in vista dell’incremento della catechesi 24 e si

mette in guardia dal fomentare iscrizioni troppo superficiali a congregazioni

mariane quasi solo per ottenere grazie e senza l’assunzione

di impegni concreti, 25 ci si interessa all’aspetto museale cui le confraternite

possono contribuire nonché al mantenimento di una

certa memoria, 26 sono state ovviamente prodotte le necessarie

puntualizzazioni amministrative, 27 ci si è rivolti alle confraternite

come una delle risorse per l’adorazione eucaristica soprattutto

durante l’anno dell’eucaristia ecc. 28

Più positivamente, tra gli orientamenti per il terzo millennio

che stava iniziando, Giovanni Paolo II ha stimolato al dovere di

«promuovere le varie realtà aggregative, che sia nelle forme più tra-

Domenicani a Bergamo 87


dizionali, sia in quelle più nuove dei movimenti ecclesiali,

continuano a dare alla Chiesa una vivacità che è dono di Dio»: 29 è

una legittimazione del pacifico mantenimento delle confraternite.

Un documento più fondante sul rapporto tra pietà popolare

e liturgia riconosce che «soggetto ugualmente importante della

pietà popolare sono pure le confraternite e altre pie associazioni di

fedeli», le quali talvolta hanno un «calendario proprio» accanto al

calendario liturgico e «hanno pure libri devozionali propri e

peculiari segni distintivi»; la Chiesa riconosce tutto questo e

«apprezza le finalità e l’attività cultuale», esigendo però che quest’ultima,

«evitando ogni forma di contrapposizione o di isolamento,

sia saggiamente inserita nella vita parrocchiale e diocesana»: 30 è un

contesto molto ampio e generoso nel quale si può ben inserire la

confraternita del Rosario, le cui “particolarità” sono minime e

ormai comune patrimonio di tutta la Chiesa latina.

Volendo collocare la confraternita del Rosario nella vita di

preghiera del cristiano, si possono individuare tre contesti: il primo

e irrinunciabile contesto della preghiera cristiana è la partecipazione

alla liturgia nella santa assemblea; un terzo contesto è la preghiera

in solitudine; un secondo e intermedio contesto sono alcune reti relazionali

più ristrette come la famiglia «il primo luogo dell’educazione

alla preghiera» (CCC 2685) e «i gruppi di preghiera, come pure le

“scuole di preghiera” ... uno dei segni e uno degli stimoli al rinnovamento

della preghiera nella Chiesa, a condizione che si attinga

alle fonti autentiche della preghiera cristiana» (CCC 2689). È in

questo secondo contesto che, forse, trova oggi la migliore ispirazione

la confraternita come educazione comunitaria al prolungamento

della preghiera oltre la liturgia, ma da essa traendo ispirazione e

come sostegno alla preghiera in solitudine che resta un’esperienza

utile e normale per ogni credente.

88

Domenicani a Bergamo

Fra Riccardo Barile O.P.

Priore Provinciale della Provincia S. Domenico in Italia

1 CoNCILIo eCUMeNICo VATICANo II, Lumen gentium, n. 9: eV 1/308.

2 CoNCILIo eCUMeNICo VATICANo II, Lumen gentium, n. 9: eV 1/348.


3 Restano fondamentali: G. G. MeeRSSeMAN, Les Frères Prêcheurs et le mouvement

dévot en Flandre au XIII siècle in AfP 18/1948, pp. 69-130; IDeM, La prédication dominicaine

dans les congrégations mariales en Italie au XIII siècle in AfP 18/1948, pp.

131-161; IDeM, Etudes sur les anciennes confréries dominicaines. III. Les congrégations de

la Vierge in AfP 22/1952, pp. 5-176; IDeM, Ordo fraternitatis: confraternite e pietà

dei laici nel Medioevo. Herder, Roma 1977; cf anche S. oRLANDI, Libro del Rosario

della gloriosa vergine Maria. CIDR, Roma 1965, pp. XVI-240; più facilmente

accessibile e riassuntivo A. D’AMATo, La devozione a Maria nell’Ordine Domenicano.

eSD, Bologna 1984, pp. 49-55.

4 Cf L. PeLLeGRINI, Pietro da Verona - San Pietro Martire: il punto sulle confraternite in

Italia (secc. XIII-XV) in GIANNI feSTA (eD.), Martire per la fede. San Pietro da Verona

domenicano e inquisitore (Atti del Convegno 24-26 ottobre 2002 a Milano). eSD,

Bologna 2007, pp. 223-247.

5 G. Le BRAS, Studi di sociologia religiosa. feltrinelli, Milano 1969, p. 208.

6 Citato in Meersseman, La prédication..., pp. 132-133.

7 † 1277, quinto Maestro Generale dell’ordine.

8 Citato in Meersseman, La prédication..., p. 135.

9 J. A. JUNGMANN, Breve storia della preghiera cristiana. Queriniana, Brescia 1991,

pp. 96.100-101.

10 S. MARSILI, Verso una teologia della Liturgia in AA VV, Anamnesis 1. Marietti,

Casale Monferrato 1974, p. 66.

11 Per l’Italia si veda un caso particolare: fRANCo BAGGIANI, Statuti cinquecenteschi

di confraternite del rosario in Toscana in Memorie Domenicane 26/1995, pp. 195-317,

con i testi degli antichi statuti riportati alle pp. 247-317.

12 Vi sono alcuni che «volentieri si dedicano alle lodi divine frequentando la

chiesa e gli uffici divini: ma in quegli uffici i laici non capiscono ciò che si dice,

mentre nella predicazione lo capiscono. e così attraverso la predicazione si loda

Dio in modo più chiaro e aperto» (UMBeRTo DI RoMAN , De eruditione Praedicatorum

I,IV,XXI. ed. J. J. Berthier, Vol. II. Marietti, Casale Monferrato 1956, pp. 432-

433).

13

ALANo, Apologia XXII,I,40 (ed. delle Opere - forum Cornelii 1847. ex

Tipographia episcopali)

14

ALANo, Apologia XXII,III,41.

15

ALANo, Opere II,XVII,III, 88.

16 Testo originale in latino in orlandi, Libro del Rosario, 57-58.

17

ALANo, Ordonnance in orlandi 59-61.

18

ALANo, Apologia XVI,VI,27.

19

ALANo, Apologia XXII,III,41.

20 Testo latino in Acta Sanctae Sedis necnon Magistrorum et Capitulorum Generalium

sacri Ordinis praedicatorum pro Societate SS. Rosarii... 2, appendix III,1218-1220.

21 Cf in Acta... 1,1, 1. Le concessioni autorevoli cominciano dal 1551.

22 La promulgazione avviene con lettera del 1.10.1585 = Acta... 2,460, 1032-1049.

23 Cf Acta... 1,253ss, 123ss con l’elenco dei documenti e il rimando ai rispettivi

testi per tutte le questioni finanziarie.

Domenicani a Bergamo 89


Madonna col Bambino

in grembo,

con la scritta

ARDIGIMUS DE BUSTIS

OC OPUS. 1404 JOANNE

DE MAGISTER

Copia dell’originale

conservato in una nicchia

in sacrestia

Marmo

84

24

CoNCILIo eCUMeNICo VATICANo II, Christus Dominus, n. 30: eV 1/656.

25

CoNGReGAZIoNe PeR IL CULTo DIVINo, Lettera Il santo padre (3.4.1987), n. 87:

eV 10/1541.

26

PoNTIfICIA CoMMISSIoNe PeR I BeNI CULTURALI DeLLA CHIeSA, Lettera circolare

La Pontificia Commissione (15.8.2001): eV 20/1575.1632.1676.

27 CeI, Istruzione in materia amministrativa (1.4.1992), n. 117: eCeI 5/881-882.

28

CoNGReGAZIoNe PeR IL CULTo DIVINo e LA DISCIPLINA DeI SACRAMeNTI, Istruzione

Redemptionis sacramentum (25.3.2004), n. 141: eV 22/2327; IDeM, Suggerimenti e

proposte Ad appena un anno (15.10.2004), n. 39: eV 22/3155; BeNeDeTTo XVI,

esortazione apostolica Sacramentum caritatis (22.2.2007), n. 67: eV 24/188.

29

GIoVANNI PAoLo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte (6.1.201), n. 46:

eV 20/94.

30 CoNGReGAZIoNe PeR IL CULTo DIVINo e LA DISCIPLINA DeI SACRAMeNTI, Direttorio

su pietà popolare e liturgia (17.12.201), n. 69: eV 20/2426-2428.

90 Domenicani a Bergamo


La chiesa e il convento di S. Marta

nella storia della città

Se c’era una famiglia eccellente a Bergamo nel primo Trecento

era sicuramente quella degli Artifoni da Almenno, noti come

De Apibus. Celebre era maestro Lorenzo De Apibus, precettore

dei nipoti del Cardinal Longo alla Curia papale di Avignone;

celebre il figlio Jacopo Domenico, il “magister Crottus” legato

d’amicizia col Petrarca; celebre Venturino, che a quattordici anni

si fa domenicano a Bergamo, studia a Genova e si iscrive alla

Società dei frati peregrinanti per le missioni in oriente. Riconosciuto

come grande predicatore, a Bologna impone il culto di S. Marta,

protettrice della città di Tarascona, a due passi da Avignone, alla

quale era particolarmente devoto; nella città riesce a far costruire

una chiesa e un convento a lei dedicati. Alla fine del 1334 si trova

a Bergamo per incitare alla creazione di un monastero femminile

dedicato alla “sua” Santa. È il terzo monastero dell’ordine fondato

in città, dopo quello dei padri predicatori insediatosi sul monte di

S. Stefano nel 1226 e quello delle monache claustrali di Matris

Domini, la cui chiesa fu consacrata nel 1273. Le monache di S.

Marta si stabiliscono nel 1340 nei locali del convento che si

affaccia sul Prato di S. Alessandro, luogo in cui sin dall’alto

Medioevo si tiene la grande fiera annuale. Tra loro si trova

Catalina, sorella di Venturino, all’epoca esiliato ad Aubenas dal

papa avignonese, timoroso e diffidente della forza di persuasione

del domenicano bergamasco che era stato capace di guidare cinquecento

flagellanti a Roma e che, dopo qualche anno, parteciperà

alla crociata contro i turchi e morirà a Smirne nel 1346, a soli 42

anni. Nel 1361 anche Jacopo Domenico si fa protettore del

convento destinando ad esso terreni e beni che saranno gestiti

dalla Misericordia Maggiore di Bergamo.

Nel 1357, il 19 ottobre, con il titolo di S. Marta è consacrata

la chiesa delle domenicane. Inizia ai margini del prato della fiera,

Domenicani a Bergamo

91


sulla strada del popoloso borgo di S. Leonardo la lunga storia

della presenza nel cuore della città di donne che avevano scelto

preghiera e la solitudine, guidate dai frati predicatori di S. Domenico.

Dopo la metà del secolo la chiesa, ad aula rettangolare con

una abside a pianta quadrata, è certamente decorata da affreschi

che negli anni ’80 si arricchiranno con il S. Sebastiano dipinto da

Pecino da Nova. È interessante scoprire che molti degli affreschi

della chiesa erano dovuti a committenti privati, quei mercanti e

quei laici che popolavano l’operoso borgo di S. Leonardo con cui

certamente e nonostante la clausura le monache erano collegate.

Assume un significato particolare, tra i soggetti un tempo presenti

sulle pareti della chiesa, l’affresco rappresentante Urbano V che

tiene in mano le reliquie dei Santi Pietro e Paolo e ha accanto a sé

S. Domenico e S. Antonio di Vienne. La rara iconografia, che

esalta il ruolo del papa come tutore della fede, ricorda anche i

rapporti che i De Apibus e molti bergamaschi avevano con

Avignone, ma nello stesso tempo ribadisce l’importanza del

fondatore dell’ordine, Domenico, e di S. Antonio, in onore del

quale, alla fine del secolo, proprio accanto al convento di S. Marta

fu eretta una chiesa a cui era annesso un piccolo ospedale.

forse nati dalla volontà di un cittadino, Gerardo De la

Sale, forse dovuti alla presenza di un armigero di ignota provenienza,

quel frate francesco che portava un abito lungo con sopra il petto

la Tau di S. Antonio abate, l’ospedale e il convento sopravvivono

fino al 1586, quando vengono venduti, insieme alla chiesa, alle

monache di S. Lucia, anch’esse claustrali domenicane, poiché non

ha più senso la presenza di un piccolo ospizio quando esiste da

tempo e funziona e si accresce il grande ospedale costruito su

disegno di Giovanni Antonio Amadeo a far da prospettiva all’area

della fiera.

Dall’avvento dell’osservanza, nel 1451, il monastero di

clausura di S. Marta subisce riforme, non solo per quanto riguarda

la vita religiosa, e la chiesa diventa una chiesa doppia; quella

interna, riservata alle monache, quella esterna ai fedeli, come testimonia

S. Carlo che visita S. Marta nel 1575. Nel XVII secolo la

92

Domenicani a Bergamo


chiesa esterna è rimodellata con stucchi e decorazioni e dentro

una grande cornice è collocata la pala del Salmeggia, attualmente

nella parrocchiale di Rogeno (Como), che rappresenta la Madonna

e il Bambino in trono, i santi Domenico, Marta, Caterina da

Siena e Caterina d’Alessandria.

La città muta, anche se non si avvertono in superficie i cambiamenti,

perché la cortina di edifici che costeggia il lato nord

della via che porta a S. Leonardo subisce mutamenti poco appariscenti.

Le vicende storiche, le decisioni politiche, l’intervento di

Venezia sul volto della città con la creazione delle mura della

fortezza si intrecciano con le presenze religiose, con la storia degli

edifici, con le realtà devozionali. Dalla fine del XVI anche i

predicatori di S. Domenico si affacciano sul Prato dalla chiesa e

dal convento di S. Bartolomeo, dove hanno trovato rifugio dopo

la distruzione della loro casa e della loro chiesa sul monte di S.

Stefano, quando si iniziò a dar corpo alla muraglia veneziana.

Tutto cambierà quando la ventata di libertà, uguaglianza,

fraternità attraverserà l’Adda e come un turbine piomberà la Rivoluzione

a Bergamo.

Nell’arco di poche ore, il 12 marzo 1797, settecento persone

firmano per l’allontanamento del rappresentante di Venezia: a

Bergamo è iniziata la rivoluzione, nasce la Repubblica bergamasca,

che presto confluirà nella Repubblica

Cisalpina, un evento

che come una fiammata scardinerà

equilibri che duravano da

più di tre secoli e che darà luogo

a cambiamenti irreversibili.

La presenza delle truppe

francesi, dei feriti, dei carriaggi

è la contingenza che accelera

trasformazioni e perdita di senso

di luoghi e istituzioni. Tra i

primi istituti a perdere personalità

e stato ci sono le congregazioni

religiose. Nel 1797 vengono

Domenicani a Bergamo

93

La chiesa interna del convento

di S. Marta, con le decorazioni

trecentesche. È riconoscibile

l’affresco con il Papa Urbano V

e i Santi Domenico e Antonio

da Vienne. (Acquerello

di Rinaldo Agazzi, 1886- Civica

Biblioteca A. Mai,

Raccolta Gaffuri)


La chiesa interna

con i forni da pane

sulla destra (Acquerello

di Rinaldo Agazzi, 1886-

Civica Biblioteca A. Mai,

Raccolta Gaffuri)

soppressi i conventi dei francescani

conventuali, degli agostiniani,

trasformati in prigioni o

quartieri militari; nel convento

domenicano di S. Bartolomeo

si istituisce invece la dogana,

mentre la chiesa viene preservata

per gli offici religiosi.

L’anno seguente si sopprimono

gli istituti femminili:

il 21 giugno S. Marta viene trasformato

in quartiere militare;

in novembre è requisito anche

il complesso monastico di S. Lucia. Che fine fanno i monaci e le

monache? Difficile immaginare la situazione, il peregrinare verso

conventi che ancora non hanno subito la soppressione o il

ricoverarsi in quei conventi che devono essere definiti “Locali”

senza più caratteristiche religiose (come il Locale di Matris Domini),

con l’obbligo di vestire civilmente, di uscire per assistere ai riti

sacri, senza avere permesso di preghiera e di contemplazione

all’interno del Locale a cui si è destinati.

Il processo è inarrestabile: cambiano le situazioni politiche,

la francia subisce rovesci, le truppe austro-russe che giungono nel

1799, salutate come liberatrici, imperversano senza pietà. Il ritorno

della francia è cruento e il quartiere di S. Marta, nell’ottobre

dello stesso anno, deve accogliere cento carri di russi feriti che

vengono ricoverati nei suoi edifici.

Mai tanti militari e tanti luoghi adattati a caserme cominciano

ad esserci sul territorio urbano.

Nel 1802 Jacques Pierre Marchant, Commissario delle guerre,

fa un’ispezione nei locali di S. Marta insieme all’architetto dipartimentale

Carlo Capitanio allo scopo di iniziare i lavori per la trasformazione

del luogo in ospedale militare; intanto all’esterno si progetta

di sistemare la viabilità e i marciapiedi corrono tra gli alberi piantati

di fronte a S. Marta e si allungano sul fianco del complesso architettonico

fino a giungere davanti all’ospedale di S. Marco.

94

Domenicani a Bergamo


Con il variare del regime politico e l’arrivo del governo

austriaco, la caserma di S. Marta accoglie anche il “Magazzino di

proviande militari” e i fornai che debbono provvedere al pane per le

truppe, per questo nella chiesa vengono costruiti forni in muratura.

La caserma di S. Marta diviene simbolo della presenza di

un regime oppressore e nel 1848 sarà tra le prime ad essere

attaccata dai patrioti che ingaggiano una lotta strenua per la

libertà.

Bergamo subisce grandi trasformazioni, accelerate all’inizio

del XIX secolo dal passaggio dal dominio francese a quello

austriaco. Tante le innovazioni che investono il centro della città

bassa che vede nella compresenza dell’ospedale Grande e della

fiera, all’interno dello stesso ambito urbano, il motivo primario

per puntare su una crescita della città a sud. Tra le trasformazioni

da segnalare, oltre alla ricostruzione del teatro stabile che nel 1897

sarà intitolato al genius loci Gaetano Donizetti, la creazione tra il

1825 e il 1837 di un ospizio per i poveri, nel soppresso convento

delle Grazie; l’apertura delle Muraine con la realizzazione della

Porta Nuova nella barriera di Prato attraverso la quale, dal 1838, si

collega la nuova strada ferdinandea (che diverrà il Viale Vittorio

emanuele) con la città oltre le mura e con lo stradone che, grazie

all’atterramento della quattrocentesca chiesa di S. Maria Immacolata

delle Grazie e la ricostruzione arretrata della nuova chiesa, collegherà

dal 1857 la città di Bergamo con la ferrovia. e ancora, la creazione

del Palazzo della Provincia; la trasformazione del Vecchio quartiere

di Prato in Corpo di Guardia; il trasporto del Palazzo Municipale

in Città Bassa .

operazioni che spostarono interessi e impegni collettivi per

una modernizzazione del sistema urbanistico che puntava sull’organizzazione

dell’asse urbano incernierato da Porta Nuova e

proiettato verso il sistema ferroviario realizzato a Bergamo a metà

sec. XIX.

Rimane problema aperto ed urgente la sistemazione dell’area

della fiera «il cui regresso è continuo ed ogni giorno più palese nei

rapporti della igiene, della decenza e della sicurezza pubblica», recita

la relazione della Giunta comunale del 15 febbraio del 1889.

Domenicani a Bergamo 95


Il cambiamento del sistema commerciale e economico,

derivato anche dai cambiamenti politico-sociali, insieme all’arrivo

della ferrovia e al potenziale sviluppo dei rapporti economici ad

esso connessi, misero in crisi il senso della permanenza della fiera

che non aveva più senso come centro di mercato temporaneo,

complicato dalla doppia gestione, esistente da sempre, di una

struttura di proprietà comunale, con usufrutto legato all’istituzione

ospedaliera. All’alba dell’Unità d’Italia la discussione sull’argomento

è vivacissima e naturalmente investe anche il problema della sistemazione

dei luoghi di S. Marta. finalmente il 30 aprile 1889 si

giunge all’adozione di un piano regolatore e inizia un creativo

dibattito progettuale. È oltremodo interessante segnalare che tre

anni prima della decisione municipale, al momento però non si

conosce il committente dell’operazione, il pittore Rinaldo Agazzi

fu incaricato di fare un reportage sulla chiesa di S. Marta,

trasformata ormai da tempo in forno per cuocere il pane dei

militari, e sui suoi dintorni, il che costituisce una straordinaria testimonianza

della situazione prima dei cambiamenti che dal 1891

cominceranno a prendere corpo. Infatti, nel 1891 l’ing. Murnigotti

redige un piano regolatore di grande interesse per le soluzioni

proposte e soprattutto perché anticipa in maniera singolare il

progetto Piacentini - Quaroni che verrà prediletto dal 1908 in poi.

Nel 1859 il Corpo di Guardia del governo austriaco diventa

sede dei R.R. Carabinieri, più tardi accoglierà anche la Pretura o

meglio le Preture.

Al piano terra dell’edificio trova sede la Società di Mutuo

Soccorso fra gli operai, dietro sua iniziativa nel 1869 si crea la

Banca Mutua Popolare di Bergamo il cui primo presidente è

Cesare Ginoulhiac.

La Banca Mutua Popolare mantiene a lungo i suoi uffici nei

locali delle Preture presso l’edificio comunale in piazza Cavour,

ma è plausibile che i suoi dirigenti seguissero con attenzione il

dibattito in corso per la trasformazione del centro cittadino, anche

perché man mano che l’istituto finanziario acquistava credito necessitava

di spazi per organizzare le sue funzioni. Già con la

proposta di piano regolatore stesa dall’ing. Murnigotti nel 1891 si

96

Domenicani a Bergamo


evidenzia la necessità di cercare aree in parti centrali della città: da

parte del Comune per costruire scuole e da parte della Banca

Popolare per costruire la sede centrale, ma probabilmente, visto il

protrarsi del dibattito progettuale, la Banca gioca d’anticipo e

acquista tra il 1890 e il 1891 quei locali, aderenti alla caserma di S.

Marta, ormai Caserma Vittorio emanuele II, che da tempo erano

stati utilizzati per l’Albergo Cavour. Le demolizioni iniziano solo

nel 1897, intanto che è indetto un concorso pubblico per il

progetto dell’edificio. Nessuno dei progetti partecipanti sembra

particolarmente soddisfacente e viene assegnato solo il 2° premio

ex aequo tra il progetto Salus dell’ing. Magrini e il progetto Usque

ad finem dell’arch. Barboglio. È poi scelto il primo e l’ing. Magrini

si avvale della collaborazione di Giovanni Cominetti che aveva

portato a termine nello stesso anno la facciata della chiesa di S.

Bartolomeo, mentre si inaugurava il Nuovo teatro dedicato a

Gaetano Donizetti, che aveva mutato volto su disegno di Pietro

Via, e nel boschetto di S. Marta si poneva un monumento

scultoreo, opera di Bazzaro, che ricordasse ai bergamaschi la

grandezza di Lorenzo Mascheroni. Durante l’assemblea ordinaria

dei soci del 19 febbraio 1899 viene inaugurata

la sede della Banca Mutua Popolare di Bergamo,

a fianco della Chiesa evangelica.

La sede della Banca Mutua Popolare

inaugurata nel 1899 soffre sin dall’inizio della

mancanza di spazi per sviluppi futuri stretta

com’è tra la caserma Vittorio emanuele II, il

viale omonimo e le proprietà della chiesa evangelica.

Si dibatte da tempo sulla dismissione

della caserma e sull’utilizzo della sua area. Nell’agosto

1907 il Comune di Bergamo acquista

dal Regio Ministero della guerra la caserma di

S. Marta servendosi di un finanziamento che

la banca gli fa in cambio della cessione di

parte della caserma alla banca stessa. Due anni

dopo il Comune contempla la possibilità di

vendere tutta l’area della caserma alla banca.

Domenicani a Bergamo

97

La chiesa esterna, risalta sulla

parete divisoria la grande cornice

in stucco che ospitava

la pala di Enea Salmeggia

oggi nella Parrocchiale dei Santi

Ippolito e Cassiano, a Rogeno

(Como)


Nel 1915 la ex chiesa di S. Marta è ancora in piedi, sulle sue pareti

sono ancora visibili alcuni affreschi del XIV-XV secolo. Il Presidente

della banca decide di farli strappare e, dopo essere stati catalogati

dall’ufficio per la conservazione dei monumenti, di depositarli,

mantenendone la proprietà, presso l’Accademia Carrara.

Nel 1917-18 la Banca Bergamasca, che aveva aperto i suoi

sportelli nel 1873 in via Prato, e che in quegli anni aveva adattato

a sede bancaria il Palazzo frizzoni, acquista il lotto H dell’area

della riedificazione della fiera, grosso modo l’area corrispondente

al boschetto di S. Marta. La prima simbolica pietra della nuova

sede è posta nel 1923 alla presenza del sindaco Bonomi, del

Vescovo e di Marcello Piacentini che ha progettato il palazzo.

Nello stesso anno il Comune espropria Casa Caffi, che si trovava

sul lato ovest del complesso architettonico di S. Marta e vende

l’area alla Banca Bergamasca; al posto di casa Caffi, dopo qualche

anno, si aprirà via Crispi. La Banca Popolare sin dal 1921 ha

approvato il progetto definitivo per la sistemazione dell’area della

ex caserma e l’architetto Luigi Angelini nel 1922 ha trovato una

soluzione geniale per il collegamento dei portici con il chiostro di

S. Marta. Sempre nel 1922 termina un contenzioso tra il Comune

e la Banca per ciò che riguarda la proprietà della Torre dei Caduti.

Nel 1923 si fa un concorso per la realizzazione della statua della

Vittoria, vinto da Alfredo faino, mentre per le decorazioni interne

vengono scelti i pittori Taragni e Zanetti. Alla fine del 1923 la sede

rinnovata potrebbe essere inaugurata, ma il disastro del Gleno,

nelle cui conseguenze anche la Banca è coinvolta, consiglia di rinunciare

ad ogni evento ufficiale e di devolvere la somma di L.

10.000 per le vittime.

Ma la nuova sede è pronta e quando nell’ottobre 1924 Mussolini

viene ad inaugurare la Torre tutte le finestre della Banca, da

cui si affacciano impiegati e dirigenti, sono decorate dalle luminarie.

Dal 2° concorso per la rimodellazione del centro di Bergamo

alla effettiva realizzazione del programma passano lunghi anni

densi di avvenimenti, segnati dalla tragedia del conflitto mondiale.

Il progetto di Marcello Piacentini, divenuto il massimo esponente,

98

Domenicani a Bergamo


durante il regime fascista, di una ‘architettura di città’, ha continuato

ad essere modificato. Impegnato in infiniti cantieri sparsi per il

Paese, Piacentini si appoggia ad architetti locali, che debbono interpretare

i suoi principi e spesso a lui si sostituiscono nelle scelte

importanti. Luigi Angelini, che era tecnico di riferimento per il

comune e ricopriva una carica presso la Soprintendenza ai Monumenti

di Milano, fu l’autore delle trasformazioni e degli ampliamenti

avvenuti, per la Banca Popolare, nell’area di S. Marta. Dopo aver

operato, nel 1914, per la divisione con il Comune del grande chiostro/cortile,

dopo aver rilevato gli affreschi ancora esistenti nella

chiesa, strappati nel 1915, prima che venisse distrutta, dopo il

progetto, nel 1918, per la sistemazione degli uffici nell’area ricavata,

nel 1922 affronta e risolve con genialità il problema delle gallerie

di passaggio da Viale Vittorio emanuele alla radiale che si apre

per raggiungere la Rotonda dei Mille. A lui, nel 1927, è affidato il

compito di studiare la possibilità e il costo d’acquisto dei “reliquati

di S. Marta”, di cui il Comune non sa che fare. Nella Relazione di

Bilancio presentata nel 1927 si legge che la Banca ritiene opportuno

acquistare l’area e che accetta la condizione di ripristinare e

mantenere ad uso pubblico il vecchio chiostro dichiarato monumento

nazionale, ispirandosi a quelle condizioni di civismo che hanno

sempre prevalso nelle tradizioni dell’Istituto. È chiaro, dai verbali

stesi negli anni 1927-28, che i dirigenti della banca stanno valutando

con attenzione le potenzialità dell’acquisto anche perché se si

presenta l’opportunità di utilizzare parte dell’area per fare un

edificio lungo via Crispi, il cui progetto è affidato a Angelini, i

vincoli del mantenimento del chiostro sono troppo impegnativi. Il

problema si trascina: da una parte il Comune, che sarebbe

favorevole a costruzioni sull’intera area acquistata dalla Banca, dall’altra

la Soprintendenza, che mantiene punti di vista rigorosi nei

riguardi della sistemazione del Chiostro e fabbricati adiacenti.

Nell’agosto del 1934 sembra proprio che si sia ai ferri corti e da

parte della Banca si sono avviate «pratiche private e ufficiose per

ottenere che la parte dichiarata monumento nazionale venga

liberata dal vincolo cosicché torni possibile costruire utilizzando

l’intera area». Si dà comunque avvio, nel gennaio 1935, al palazzo

Domenicani a Bergamo 99


di via Crispi, «ammirato per la linea sobria e armonica», che

ospiterà al piano terreno l’esattoria civica. Il chiostro di S. Marta

serve da cantiere per la costruzione.

È evidente però che il monumento doveva essere salvato e

la Banca, nell’assemblea in cui espone il bilancio del 1935,

comunica ai soci: «In questi giorni si sta rimettendo in pristino il

vecchio Chiostro di S. Marta e sarà alta benemerenza civica della

nostra Banca l’aver ridato valore a quella nota antica nella Bergamo

del Novecento».

100 Domenicani a Bergamo

Maria Mencaroni Zoppetti

Presidente dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo

Riferimenti bibliografici

ABBATTISTA fINoCCHIARo ANToNIA, Monache, Santi e mercanti, in Quella nota

antica della Bergamo del Novecento, a cura di MeNCARoNI ZoPPeTTI MARIA, Album

dell’Ateneo, Bergamo 2009

ALCe VeNTURINo o.P, Fra’ Damiano intarsiatore e l’ordine domenicano a Bergamo

ANGeLINI LUIGI, Sistemazione del centro di Bergamo. Proposta di nuovo passaggio nella

zona di S. Marta, Bergamo 1922

ANGeLINI LUIGI, Il chiostro di S. Marta in Bergamo, origini vicende restauri, Bergamo

1936

BARBeRo WALTeR (a cura di), Le trasformazioni del centro e della periferia: Torino e

Bergamo, Milano 1981

BeReTTA SeRGIo, Le origini di una sede centenaria, in “La rivista di Bergamo”, n. 25

gennaio febbraio 2001

BoNICeLLI GAeTANo, Rivoluzione e Restaurazione a Bergamo, in Monumenta Bergomensia

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GAMBIRASIo S., Banca Bergamasca, Bergamo 1924-1927, in L’architettura di

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IRACe fULVIo, Le due città: Piacentini e Angelini, in Bergamo e il suo territorio,

Milano 1997

La Diocesi di Bergamo (Storia religiosa della Lombardia, 2) Brescia 1988

LoCATeLLI ZUCCALA GIoVAN BATTISTA, Memorie storiche di Bergamo dal 1796 alla

fine del 1813, in “Bergomum2 1936 nn. 1-4, 1937 nn. 1-3, Bergamo 1938

MeNCARoNI ZoPPeTTI MARIA (a cura di), Quella nota antica nella Bergamo del

Novecento. Dal Monastero di S. Marta alla Banca Popolare di Bergamo, Album

dell’Ateneo, Bergamo 2009

PAPINI RoBeRTo, Bergamo rinnovata, Bergamo 1929

PATeTTA LUCIANo, Storia e tipologia. Cinque saggi sull’architettura del passato, Milano

1989


PIACeNTINI MARCeLLo, Confidenze di un architetto. Marcello Piacentini, in “Scienze

e tecnica”, febbraio 1943, n. 2

SPAGNoLo RoBeRTo, Dalla Fiera di S. Alessandro al Centro di Marcello Piacentini, in

“Hinterland”, marzo 1983, n. 25

SUARDo eRNeSTo, Il nuovo centro di Bergamo, in “La Rivista di Bergamo2,

novembre 1924

ZANeLLA VANNI (a cura di), formazione di Bergamo moderna. Riepilogo delle

vicende urbanistiche dal 1797 al 1951. Documenti, in L’urbanistica a Bergamo,

Bergamo 1962

ZANeLLA VANNI, Cent’anni di Bergamo (1860-1960), inBergamo economica”, agosto-settembre

1961

Domenicani a Bergamo 101

Cartegloria

Arredi della chiesa in uso

prima della riforma liturgica

del Concilio Vaticano II


Dal convento sotto le mura

al convento sul prato di S. Alessandro

Idue grandi ordini religiosi dei francescani e dei domenicani,

sorti nel secolo XII, affermarono presto la loro presenza in

Bergamo. Anzi, gli stessi due santi fondatori potrebbero essere

stati di persona a Bergamo. San Domenico sarebbe stato a Bergamo

intorno al 1218, contemporaneamente a san francesco: San Domenico

avrebbe vissuto per due anni presso la cappella di Santa

Maria Maddalena sul colle di San Vigilio, mentre San francesco

avrebbe trovato ospitalità nella poco discosta cappella di San

Vigilio. Tutto questo vorrebbe la tradizione bergamasca, che

tuttavia non è confortata da documentazione storica.

È però vero che la presenza dei frati domenicani a Bergamo

– dei quali trattiamo in questo articolo - risale direttamente al fondatore

dell’ordine dei padri predicatori, allo stesso san Domenico

che, avuto modo di conoscere a Bologna fra Guala da Bergamo e

considerata la situazione religiosa nella Lombardia, decise di

inviare a Bergamo il frate bergamasco, in compagnia di un piccolo

drappello di confratelli, per fondarvi una comunità domenicana,

la seconda in Italia dopo quella di Bologna.

Dopo inizi difficoltosi con un primo insediamento concesso

dal vescovo di Bergamo Giovanni Tornielli sul colle di San Vigilio,

passarono nel 1226 in locali situati presso la chiesa di S. Stefano,

presso porta San Giacomo in Città Alta. fu proprio fra Guala da

Bergamo che, nominato vescovo di Brescia, pose nel 1244 la

prima pietra della nuova chiesa di S. Stefano, mentre la costruzione

del convento ebbe inizio solo nel 1260. L’ordine si affermò immediatamente

in città e ne è prova la nomina del domenicano

Algisio da Rosciate a vescovo di Bergamo, carica che questi

mantenne dal 1251 al 1258. Sono questi gli anni in cui passano da

Bergamo e vi soggiornano Pietro Rosini, più noto come Pietro da

Verona (1205ca-1252), inquisitore e morto martire a Seveso, e il

102 Domenicani a Bergamo


confratello Pagano da Lecco.

Il convento di S. Stefano divenne

presto celebre anche per le

grandi figure di domenicani bergamaschi

che vi fiorirono, oltre a quelli

già ricordati, a cominciare dal beato

Pinamonte da Brembate (1200-1266)

che nel 1265 fondò la Misericordia

Maggiore; ma sono da ricordare pure

il beato Alberto da Villa d’ogna

(1214ca - 1279) e fra Venturino da

Bergamo (1304-1346), grande teologo

e predicatore di pace, che nel 1335

guidò a Roma un pellegrinaggio di

oltre diecimila persone, che, secondo

la testimonianza di Giovanni Villani,

era costituito per lo più da “molti

peccatori micidiali e rubatori ed altri

cattivi uomini della sua città e di

Lombardia”, suscitando però sospetti

nel papa che risiedeva ad Avignone e che lo accusò di eresia.

Centro di cultura notevole divenne il convento di S. Stefano

che possedeva una biblioteca famosa, considerata a quei tempi fra

le migliori d’europa, nella quale tra l’altro si custodì dal 1354,

proveniente da Napoli, l’autografo della Summa contra Gentiles di

S. Tommaso, assieme ad altri opuscoli del grande teologo.

Questo famoso autografo subì fortunose vicende. Infatti,

dopo la distruzione del convento di S. Stefano (1561), esso fu gelosamente

conservato nella biblioteca del nuovo convento di S. Bartolomeo

nel corso della rivoluzione bergamasca avvenuta nel 1797,

a seguito dell’arrivo dei francesi a Bergamo. Il prezioso documento

fu salvato dalla distruzione e dispersione da fra Riccardo che, alla

sua morte, lo lasciò in eredità ai nipoti. L’avvocato Luigi fantoni

di Rovetta acquistò poi l’autografo che fu messo in vendita dai

suoi eredi. Il vescovo di Bergamo, mons Luigi Speranza riuscì ad

acquistarlo, grazie ai contributi finanziari del clero e di generosi

Domenicani a Bergamo

103

San Bartolomeo

Ignoto

XVII secolo

109x89


TEORIA

8 Tavolette

Legno

40x20

Secolo XVI

Già attribuite al Perugino,

in seguito al Borgognone

raffigurano San Pietro

San Paolo

Santa Caterina d’Alessandria

Santa Lucia

San Girolamo

San Nicola

Sant’Agostino

Sant’Alessandro

bergamaschi e ne fece dono a papa Pio IX nel dicembre 1876. ed

è così che l’autografo di san Tommaso si trova oggi nella Biblioteca

apostolica Vaticana sotto la segnatura di Codex Vaticanus latinus

9850.

Nel convento di S. Stefano dei Domenicani nacquero celebri

opere d’arte che ne arricchirono la chiesa: basti pensare alla grande

pala di Lorenzo Lotto (1480-1556) e al coro intarsiato dal

domenicano fra Damiano da Bergamo (1490ca-1549) che si

trovavano nella chiesa del convento. Il quale però subì una triste

sorte.

Il timore che le potenze straniere che minacciavano Milano

espandessero il loro dominio verso oriente, portò la Repubblica di

Venezia alla decisione di fare di Bergamo una città fortificata. La

costruzione delle mura comportò l’abbattimento di centinaia di

edifici, compreso il meraviglioso complesso di S. Stefano che

venne minato e fatto esplodere l’11 novembre 1561. I domenicani

tentarono di salvare il convento e la chiesa intimando la scomunica

allo Sforza Pallavicino, ma il generale veneto se la mise in tasca, e

con noia sussurrò “e ventiquattro”, poiché tante ne aveva accumulate.

Si diceva, anzi, che egli fosse in odore di eresia luterana e che per

questo avesse gusto a demolire chiese.

La distruzione del sito domenicano provocò gravissimi pro-

104

Domenicani a Bergamo


lemi alla comunità rimasta senza dimora. I numerosi religiosi

furono costretti a disperdersi e a ricoverarsi alcuni presso la chiesa

di S. Bernardino in città bassa, altri presso il convento della

Basella di Urgnano, vicino al santuario omonimo, che era stato

fatto costruire da Bartolomeo Colleoni nel 1461 e donato ai domenicani,

che vi sarebbero rimasti fino al 1784.

Si deve a fra Michele Ghislieri, divenuto papa nel 1566 col

nome di Pio V, la salvezza e la ricomposizione della comunità

dispersa dei frati domenicani di S. Stefano. fra Michele Ghislieri

aveva avuto modo di conoscere bene Bergamo in qualità di inquisitore.

Nel 1549, infatti, si era costituito in città un tribunale

speciale dell’inquisizione. Già inquisitore a Pavia nel 1544, Michele

Ghislieri, per le sue spiccate qualità, era stato inviato prima a

Como e quindi, nel 1550, a Bergamo, dove aveva dimorato con i

suoi confratelli nel convento di S. Stefano. Due furono gli interventi

clamorosi del frate inquisitore in città: il primo a carico del nobile

Gregorio Medolago che fu incarcerato, rimesso in libertà, poi di

nuovo catturato e mandato a Venezia; il secondo, che ebbe grande

risonanza, gli fu ordinato nientemeno che da papa Giulio III nei

confronti dello stesso vescovo di Bergamo Vittore Soranzo.

I due fatti suscitarono tumulti tra la popolazione, tanto che

fra Michele Ghislieri fu costretto a fuggire dal convento di Santo

Domenicani a Bergamo 105


Messale

Rilegatura in velluto rosso

con angolature e cartelle centrali

in argento sbalzato raffiguranti

San Domenico e Santa Caterina

Secolo XVIII

41x28

Leggio d’altare

Legno dorato laccato con applicazioni

d’argento

Stefano la notte del 5 dicembre 1550. Sebbene inseguito, grazie

alla guida di un fidato contadino inviatogli dal conte canonico

Gian Gerolamo Albani che subito era accorso in suo aiuto, il

Ghislieri si rifugiò nel castello di Urgnano di proprietà dello

stesso Albani. Questi, valente giurista, già designato consigliere

dell’inquisitore Ghislieri, riuscì a metterlo in salvo garantendogli

un viaggio sicuro fino a Roma. Divenuto papa, fra Michele ebbe

poi modo di ricompensare l’Albani elevandolo nel 1570 alla

porpora cardinalizia.

ora, la notizia dell’elezione a papa di fra Michele Ghislieri,

avvenuta il 7 gennaio 1566, aprì alla speranza il cuore dei frati domenicani

di S. Stefano. Senza perdere tempo, l’allora priore fra

Valentino da Ventimiglia, il 26 gennaio, diede mandato all’inquisitore

bergamasco fra Agostino Terzi di recarsi dal nuovo papa per

illustrargli la grave situazione nella quale si trovavano da quasi 10

anni i domenicani di Bergamo.

La speranza non fu delusa perché il papa, noto per la sua risolutezza,

con tre bolle risolse il problema. Nella prima bolla Decet

Romanum Pontificem del primo giugno 1568 sciolse la comunità di

S. Stefano, ormai ridotta a 8 religiosi, dagli oneri di tanti legati ai

quali non poteva più soddisfare, indulto che rimase fino all’edificazione

del nuovo convento; con la seconda bolla Quemadmodum

sollicitus Pater del 7 febbraio 1571 decretò la soppressione dell’ordine

dei frati Umiliati e con la terza bolla Quomiam per estinctionem

Ordinis Fratrum Humiliatorum dell’8 febbraio 1571 trasferì i beni

degli Umiliati ai frati domenicani di Bergamo con la prepositura

di S. Bartolomeo, posta entro le mura dei borghi e comprendente

la piccola chiesa, la sede del preposito, il grande orto e le relative

case.

I domenicani, guidati dal priore fra Serafino da Martinengo,

con una processione solenne, fecero l’ingresso nella piccola chiesa

di S. Bartolomeo il 14 agosto del 1571.

Aveva inizio così una nuova fase della vita dei domenicani a

Bergamo, che nel 1596 iniziarono la costruzione del nuovo

convento. L’11 giugno 1613, dall’allora arcivescovo di Milano card.

federico Borromeo, fu posta la prima pietra della più ampia

106

Domenicani a Bergamo


chiesa dedicata ai santi Bartolomeo e Stefano, ultimata nel 1642.

Nel frattempo, la grande pala di Lorenzo Lotto, ridotta alle sue dimensioni

attuali, era stata collocata nel coro nel 1625, mentre gli

stalli intarsiati di fra Damiano Zambelli furono adattati al nuovo

coro della chiesa nel 1646.

I domenicani non dimenticarono l’aiuto di papa san Pio V.

Nel 1751, nell’affidare l’incarico al pittore Gaspare Diziani (Belluno

1689 – Venezia 1767) di dipingere Il cielo domenicano che occupa la

volta dell’intera navata (circa 800 mq), vollero che fra i santi

dell’ordine fossero rappresentati, subito sotto san Domenico, san

Tommaso e san Pio V. Questi inoltre è raffigurato anche nella stupenda

cappella dedicata alla Madonna del Rosario, affrescata dal

pittore francesco Monti (Bologna 1685 – Brescia 1768) nel 1753,

dove, sulla parete di destra, San Pio V è rappresentato mentre benedice

il comandante delle forze cristiane nella battaglia di Lepanto

contro i Turchi del 1571.

La storia dei domenicani a Bergamo conobbe ancora

momenti difficili. Nel 1797, come già abbiamo accennato, il

convento fu soppresso, con conseguente dispersione della ricca biblioteca,

e l’edificio fu adibito a dogana.

Nel 1919, dopo 122 anni, i religiosi tornarono ad officiare

in San Bartolomeo, pur in condizioni disagiate. Il piano regolatore

della città comportò l’abbattimento del convento nel 1937 per far

posto alla costruzione del palazzo degli uffici statali.

Il 14 settembre 1968 venne posta la prima pietra dell’attuale

convento, nel quale dal 1970 vivono i padri domenicani, impegnati

nella predicazione, nel ministero loro proprio e nell’attività

culturale.

Erminio Gennaro

Segretario dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo

Bibliografia essenziale:

BoRToLo BeLoTTI, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Bolis, Bergamo 1989.

LoReNZo DeNTeLLA, I vescovi di Bergamo, editrice Sant’Alessandro, Bergamo

1939.

ANGeLo MAZZI, Il Beato Venturino da Bergamo, (appunti) – Bolis, Bergamo 1905.

GIoVANNI VILLANI, Nuova Cronica.

Domenicani a Bergamo

107

Bozzetto dell’ambone

Stefano Locatelli (1920 – 1989)

24 giugno 1984, dono del

commendator Giovanni Beretta

Bronzo


Ingresso mostra

1. Madonna del Rosario e San Domenico p. 29

Sviluppo percorso mostra da sinistra:

2. stendardo 77

3. S. Vincenzo ferreri 44

4. B.Ceslao di Polonia 59

5. S. Antonino da firenze 46

a. Bozzetto ambone 107

6. S. Pio V 55

7. S. Raimondo di Peñafort 49

8. S. Ludovico Bertrán 51

9. Ven. Papa Benedetto XIII 69

10. S. Giacinto di Polonia 47

11. S.Tommaso d’Aquino 41

12. S. Giovanni da Colonia 57

13. S. Pietro Martire 38

14. S. Bartolomeo 103

b. Madonna col Bambino in grembo 90

15. Teoria 104

16. cartegloria 101

17. S.Giovannino 76

18. cartegloria 101

19. cartegloria 101

20. Madonna col Bambino 84

21. cartegloria 101

22.cartegloria 101

23. B. Alberto da Villa d’ogna 58

24. B. Guala da Bergamo 61

25. B.Sr Caterina Ceresola 66

Percorso della mostra

108 Domenicani a Bergamo

26. B. Venturino da Bergamo 64

27. B. Pinamonte da Brembate 72

28. S.Caterina da Siena 34

29. B. sr. Lucia Gonzales 73

30. S.Rosa da Lima 53

31. S.Alberto Magno 61

32. S.Tommaso d’Aquino 40

33. Santa Caterina da Siena 37

34. Madonna incinta copertina

35. San Domenico 36

Oggetti nelle teche centrali

messale rivestito velluto rosso e argento 106

leggio 106

manuale per corale velluto rosso e argento 31

leggio 31

ampolline vetro e argento 26

reliquiario di ven. immagine della Madonna 78

corona di venerata immagine di Gesù Bambino 79

corona di venerata immagine della Madonna 79

pettorale 83

rosari 81

ostensorio 42

reliquiario di S. Domenico 22

reliquiario di S. Pietro Martire 25

reliquiario di S. Stefano 28

reliquiario di S. Bartolomeo 28

Pace 21


Indice

Presentazione,

di fr. Mario Marini O.P., Priore di s. Bartolomeo p. 5

Saluti di autorità civili e istituzioni 7

Comunità Domenicana “S. Bartolomeo”

il Centro Culturale,

di fr. Massimo Rossi O.P.

Direttore del Centro culturale S. Bartolomeo- 13

Anniversari di S. Bartolomeo,

di fr. Agostino Selva O.P., fondatore del CCSB 17

Una sacrestia come Museo,

di Amalia Pacia, Soprintendenza di Milano 21

I santi domenicani: tra storia, politica e devozione,

di fr. Gianni Festa O.P., storico,

Priore di Santa Maria delle Grazie, Milano 23

S. Domenico 29

S. Caterina da Siena 31

S. Pietro Martire 38

S. Tommaso d’Aquino 40

S. Vincenzo ferreri 44

S. Antonino di firenze 46

S. Giacinto di Polonia 47

S. Raimondo di Peñafor 49

S. Ludovico Bertrán 51

S. Rosa da Lima 52

S. Pio V 55

B. Ceslao di Polonia 59

B. Alberto da Villa d’ogna, Bergamo 58

S. Giovanni da Colonia 57

Domenicani a Bergamo

109


B. Guala da Bergamo, Vescovo 60

S. Alberto Magno 61

B. Venturino da Bergamo 62

B. sr. Caterina Ceresola 69

Ven. Papa Benedetto XIII 69

B. Pinamonte da Brembate 72

B. sr. Lucia Gonzales 73

Dalle confraternite mariane alla confraternita del Rosario,

di fr. Riccardo Barile, O.P.

Priore provinciale della Provincia s. Domenico in Italia 77

La chiesa e il convento di S. Marta nella storia della città,

di Maria Mencaroni Zoppetti

Presidente dell’Ateneo di Scienze, lettere e arti di Bergamo 91

Dal convento sotto le mura

al convento sul prato di S. Alessandro,

di Erminio Gennaro

Segretario dell’ Ateneo di Scienze, lettere e arti di Bergamo 102

Percorso della mostra 108

Indice 109

110 Domenicani a Bergamo


...e siamo alla fine!

Alla fine del libro, pensato a conclusione di tutti gli eventi che i

Frati Predicatori della comunità di San Bartolomeo hanno voluto

per ricordare i loro 90 anni dal rientro in città e per i 40 anni di

fondazione del Centro Culturale, anche queste mie poche righe.

Mi sono prestata con piacere alla cura della mostra e alla stesura

del libro e credo che l’intento iniziale sia stato soddisfatto. C’era

il desiderio di raccontare la bellezza di una storia, quella di San

Domenico, e di quei tanti, poi divenuti Santi, che nel passato

hanno voluto seguirlo e che non si sono arresi davanti alle tante

difficoltà: storia, continuità, anche qui a Bergamo. Traccia di una

storia passata che ancora oggi e per tutti è proposta attuale.

L’Ordine dei Predicatori, infatti, non contempla solo i frati, le

monache, le suore di vita attiva, ma anche i laici, la gente comune.

Del carisma di San Domenico amo particolarmente la ‘compassione’,

il farsi prossimi dell’altro in tutto e per tutto: progetto realizzabile

anche da noi oggi, proprio da tutti. Progetto che fu il compimento

della vita dei Santi, uomini e donne che hanno vissuto la loro

vita, il loro quotidiano, normalmente, fidandosi semplicemente

di Lui e affidandosi a Lui. Storie vere, storie belle, che leggiamo

anche nelle note di questi Santi domenicani che abbiamo voluto

raccontare con l’arte, con i quadri conservati nella sacrestia della

chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano e presentati in mostra per

l’occasione. Idea nata più di un anno fa a fra Silvestro Vernier

O.P., che la Comunità ha condiviso e deciso di attuare. Tante

buone storie singolari, le vite di questi Santi, che nell’Uno, nel

Suo Amore, hanno trovato come San Domenico il riferimento da

seguire per farsi uno con tutti, e nel carisma del Santo la spiritualità

condivisa. E la ‘passione’ è stata il collante che ha riunito le forze

di quanti hanno collaborato per la realizzazione di questi progetti

evocativi della storia dei frati Predicatori qui a Bergamo. Persone

che anch’io ringrazio perché se siamo arrivati qui, se saremo

riusciti a raccogliere la vostra soddisfazione, è perché tutti insieme

abbiamo lavorato bene.

Marcella Ruggeri

Convento dei SS. Bartolomeo e Stefano

Largo Belotti, 1 24121 Bergamo -

Tel. 035 38 32 411 convento@domenicanibg.it

ISBN 978-88-8142-066-7

e 10,00

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