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Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr | anno 17 | numero 27 | 13 luglio 2011

settimanale diretto da luigi amicone

anno 17 | numero 26 | 6 luglio 2011 | 2,00

Farah Hatim, 24 anni,

cattolica, rapita a maggio

e costretta a sposare

un musulmano come

altre centinaia di donne

non islamiche pakistane

Schiave cristiane

Rapite, convertite a forza e date in moglie a musulmani. Pakistan, l’inferno delle donne


NON SI AMMINISTRA COI BUONI SENTIMENTI

La politica puzza ma non ha alternative.

A parte la Cina, l’Iran o le superlobby

Disse il nonno al nipote che era entrato in politica: «E mi raccomando, ruba, perché anche

se non rubi ti daranno del ladro lo stesso». L’aneddoto viene dalla Sicilia, ma

non è cinismo, è l’altra faccia della retorica dell’antipolitica. D’accordo, come capro

espiatorio la politica funziona a pennello. Tant’è che ci sono giornalisti che sono diventati

miliardari a forza di qualunquismo antiparlamentare. Resta da capire dove sarà

mai il potere buono, quello magro, trasparente, incorrotto. Quel posto di Utopia naturalmente

non esiste. A meno che siate convinti che istituzioni impolitiche (ma anche l’Accademia

Reale di Svezia fa politica, come faceva politica anche Alfred Nobel, inventore della

dinamite) siano cose come le banche o i Beppe Grillo (quello dei famosi “eroi della Val Susa”).

Insomma, politica è quel che è: non la sentina dei malandrini, ma il luogo della rappresentanza

e mediazione di interessi: generali, particolari e anche particolarissimi. Fuori

dal mondo della politica democratica c’è la Cina, la Repubblica islamica o – scorciatoia

molto frequentata in Europa di questi tempi – ci sono le lobby tecnocratiche e finanziarie

che, con i giornalisti e le Corti al guinzaglio, si giocano gli elettori (e tutte le enfasi che raccontano

sui “costi della politica”) al piatto degli interessi oligarchici. Il giornalista, come

lo storico e il poeta (e, forse, anche il magistrato), dovrebbe semplicemente fare la guardia

ai fatti. Invece, eccoci all’epoca del bar sport

professionalizzato, dove il medium-messaggio

antipolitico trasforma i fatti in tecnica dei riflettori

e il governo nell’arte dei buoni sentimenti.

Così, tanto per rimanere nell’ambito

degli aforismi celebri, ognun sappia che «chi

insegna che non la ragione ma l’amore sentimentale

deve governare, apre la strada a coloro

che governano con l’odio» (Karl Popper).

QUANTE BESTIALITÀ, SIGNORA BRAMBILLA

Viva il Palio di Siena, viva il cavallo Messi,

morto da eroe e pianto da tutto il popolo

La pietas nei confronti delle sofferenze degli animali è certamente segno di civiltà, ma

quando un ministro del Turismo vede nello storico Palio di Siena solo un esempio di

maltrattamento degli animali e lo esclude dalle candidature al riconoscimento di patrimonio

culturale dell’umanità da parte dell’Unesco, ci troviamo di fronte a un caso di animalismo

talebano, che danneggia la società degli umani (in quanto tradisce una manifestazione

della cultura italiana) e non migliora la condizione delle bestie, perché diffonde idee

sbagliate sulla loro natura e, per ricaduta, su quella dell’uomo. I numerosi errori concettuali

del manifesto “La coscienza degli animali”, promosso da Michela Vittoria Brambilla e da

Umberto Veronesi, ruotano tutti attorno a uno: «Il primo diritto degli animali è il diritto

alla vita». In realtà gli animali non hanno diritti, per il semplice fatto che non sono soggetti

morali. Soggetti morali sono coloro che hanno diritti e doveri, come l’uomo; ma gli animali

non hanno doveri: quando mordono, o sporcano, o uccidono, nessuna responsabilità

morale è loro imputabile. Gli animalisti amano presentarsi come persone che riservano

agli animali un trattamento più conforme alla loro natura; falso: nel momento in cui li dichiarano

titolari di diritti li antropomorfizzano. Anche il Palio antropomorfizza gli animali,

ma secondo una modalità ben più degna: assimila i cavalli alla storia, alla tradizione, alle

Il ministro del Turismo vede

nell’antica tradizione solo

una crudeltà e l’ha esclusa

dalle candidature al

riconoscimento di patrimonio

dell’umanità Unesco: è un

caso di animalismo talebano

EDITORIALI

D’accordo, come capro espiatorio la

politica funziona. Ci sono giornalisti

che sono diventati miliardari a forza

di qualunquismo antiparlamentare.

Resta da capire dove sarà mai il

potere buono, magro, trasparente,

incorrotto. Naturalmente non esiste

passioni e alle imprese umane. Gli animalisti riservano

agli animali una triste alternativa: l’anonima

vita della selva o un destino da bambini viziati nella

casa del padrone. Il Palio, come la corrida, conferisce

un’identità eroica agli animali a cui offre

il palcoscenico. La morte di un animale domestico

è accompagnata dal dolore privato del padrone,

la morte del cavallo Messi è stata accompagnata

dal pianto di un popolo intero.

FOGLIETTO

Dopo Mario Draghi.

Per guidare Bankitalia

serve indipendenza.

Dal governo ma anche

dai clan dei poterazzi

Non ho sufficienti argomenti per

dire (come pure credo) che Vittorio

Grilli, brillante economista,

sia meglio di Fabrizio Saccomanni,

che mi pare – anche se lo raccomanda

un uomo di grande intelligenza ed esperienza

come Francesco Forte – troppo

polverosamente ciampiano per garantire

una Bankitalia vivace in tempi così

difficili. Comunque tra i motivi per scegliere

Saccomanni come successore di

Mario Draghi l’appellarsi alla “continuità”

(così fanno tanti commentatori) non

mi convince affatto. Certo ci sono stati

formidabili governatori cresciuti dentro

via Nazionale: si consideri solo Paolo

Baffi. Nelle ultime fasi, però, tra il mediocre

Carlo Azeglio Ciampi e l’ottimo

econometrico ma grande pasticcione

politico Antonio Fazio, brilla Draghi che

proprio come Grilli era stato direttore

del Tesoro, ruolo che richiede di per se

stesso grande indipendenza. E a proposito

di indipendenza, questa certamente

va garantita nell’agire di un governatore

di Bankitalia rispetto all’esecutivo.

Ma deve valere altrettanto (anzi forse

anche di più) rispetto a un sistema di

influenze coordinate tra alte cariche

istituzionali, magistrature e autorità di

vario tipo. In Italia infatti l’articolato,

complesso sistema di contrappesi alla

sovranità popolare e ai suoi istituti che

è indispensabile per una vera liberaldemocrazia,

tende a trasformarsi in un

contropotere organizzato e

operativo che disgrega

lo Stato e deresponsabilizza

la società.

Sottrarre Bankitalia a

questa deriva sarebbe

certamente utile.

Lodovico Festa

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Vittorio Grilli


Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/Vr | anno 17 | numero 27 | 13 luglio 2011

Donne rapite, convertite

a forza e rese schiave

di uomini musulmani.

Il Pakistan non è

un paese per “infedeli”

20

INTERNI INCHIESTA TRA I SEPOLTI VIVI

Marcire

al fresco

Ammassati come sardine in celle minuscole,

ridotti alla fame e costretti all’inattività. Perché

in Italia nessuno sembra disposto a concedere

ai detenuti la possibilità di “provarci ancora”?

C’

L’EMERGENZA

affoLLamENTo

Quei 28 mila ancora

presunti innocenti

Secondo i dati del

ministero, nelle

carceri italiane sono

detenute 67.174 persone

a fronte di una

capienza di 45.551.

Ben 28.178 le persone

ancora in attesa

di giudizio. In cella

si trascorrono anche

20 ore al giorno. Le

condizioni igieniche

sono pessime, il vitto

è insufficiente, il

sopravvitto ha rincari

del 40 per cento.

aLTERNaTIvE

La legge Gozzini

rimane inapplicata

Per legge sono previsti

percorsi alternativi

al carcere, concessi

però di rado dai

magistrati di sorveglianza.

Nel 2010 solo

895 persone hanno

avuto il permesso di

lavorare all’esterno,

62 di svolgere lavori

di pubblica utilità; 17

mila hanno ottenuto

l’affidamento in prova

ai servizi sociali, 1.851

la semilibertà, 12.539

i domiciliari. Eppure

le misure alternative

hanno funzionato nel

94 per cento dei casi.

aGENTI

Tensione continua

con i “secondini”

Il numero di agenti di

polizia penitenziarie

è ridotto rispetto al

bisogno. Numerose,

inoltre, le segnalazioni

di abusi di potere

verso i detenuti.

è una cosa che ha sempre colpito all’amnistia per quelle 67 mila persone che ca 1.600 persone, ma c’è posto solo per 700.

scarsi e di pessima qualità, se non scadunuti inizino un percorso per il reinserimen- ni sottolinea che «quando gli viene conces-

Mirella Bocchini, fondatrice e pre- stanno dietro le sbarre, quando ci sarebbe Le celle più piccole sono di 3 metri e mezzo

ti. I latticini spesso sono rancidi, la carne è to nella società. Prima i permessi di qualche sa una seconda opportunità, chi è in carcere

sidente dell’associazione di volon- posto solo per 45 mila di loro? Perché riflet- per 2 e 30, e di norma ci vivono in sei. Lun-

dura e puzzolente. L’alternativa è acquista- ora, poi quelli di alcuni giorni, sotto il con- la rispetta». Una conferma? Nel 2010, su un

tari Incontro e Presenza che a Milano dal tere sulle 28.178 persone in carcere ancora go la cella corre un muretto dietro il quale

re il cibo al sopravvitto, con rincari tra il 30 trollo delle forze dell’ordine. Fino ad arriva- totale di 31.422 misure alternative conces-

1986 visita le persone detenute nelle carce- in attesa di giudizio, quindi presunti inno- c’è posto per un tavolo con il fornelletto, un

e il 40 per cento».

re al permesso per lavorare fuori dal carcese, ne sono state revocate 1.968. Nel 94 per

ri del territorio: «Ed è quando – dice Mirelcenti? Meglio dimenticare che le statistiche bagno alla turca, un lavabo e un bidet. Tutto

Mirella si ferma a riflettere: «Nell’86, re. Le tappe finali sono l’affidamento ai ser- cento dei casi, cioè, i percorsi hanno funziola

– a Milano si parla di spostare il carcere ufficiali non parlano mai di chi in carcere in unico spazio aperto. I “celloni” più gran-

quando sono entrata a San Vittore la prima vizi sociali, la semilibertà e gli arresti dominato. Allora perché queste misure vengono

di San Vittore in periferia. Quell’edificio nel ci resta senza colpa, per un “errore” giudidi hanno la stessa conformazione, solo sono

volta, si respirava un clima di speranza, che ciliari. Oggi questo percorso, anche quan- concesse con il contagocce, persino in una

centro della città è una ferita. Diventa ineviziario. Succede anche questo, infatti, nella grandi 4 metri e 60 per 3 e mezzo, e ci vivo-

seguiva al vento di riforma della legge Gozdo sarebbe possibile, è garantito raramente. straziante emergenza? «La concessione deltabile

chiedersi chi c’è dietro quelle mura, e democratica Italia del terzo millennio. no in media otto persone. Si sta in cella venzini

appena entrata in vigore. Una legge che

le misure alternative dipende esclusivamen-

pensare a cosa significa la detenzione. Chie- Mirella Bocchini, una signora dai capelti ore al giorno e bisogna fare a turno per

sarebbe fondamentale per il carcere». Mirel- La Costituzione snobbata

te dalla valutazione soggettiva dei magistradersi

se è possibile perdonare».

li argentati e i modi marziali, non parla mai scendere dalle brande e sgranchirsi le gamla

racconta che invece negli anni ha visto il I dati del ministero della Giustizia parlano ti di sorveglianza. Il nocciolo del problema

Vicino a San Vittore i passanti allunga- di carcerati, ma di persone. Frequentemenbe. Si fa l’impossibile per trovare un lavoret-

lento naufragare di ciò che avrebbe potuto chiaro: nel 2010 in Italia 895 persone hanno è che alcuni magistrati sono favorevoli alla

no sempre il passo, quasi a sfuggire al pente li definisce «i miei amici». Da venticinque to, anche tra quelli proposti dall’ammini-

cambiare il sistema penitenziario. La Gozzi- ottenuto il permesso per lavorare all’ester- Gozzini (e in generale al dettato costituziosiero

che i crimini commessi da chi è die- anni ogni settimana visita le persone detestrazione carceraria (scopino, spesino, scrini

si basa sul principio costituzionale delle no; solo 62 quello di svolgere un lavoro nale) e la applicano. Ma sono pochissimi.

tro quelle mura di cinta, potenzialmente, nute in tre carceri (oltre a San Vittore, anche vano). Qualità e quantità del vitto dovreb-

condizioni umane della pena, che deve esse- di pubblica utilità; 17 mila persone han- Poi c’è la stragrande maggioranza dei non

potremmo commetterli anche noi. In fon- Opera e Bollate). Ha un’esatta memoria fotobero essere regolate secondo le tabelle espore

funzionale alla rieducazione della persono ottenuto l’affidamento in prova ai ser- favorevoli, che non ci crede e, nascostamendo

perché un cittadino onesto, e già piegrafica di ciò che vede dietro le alte mura di ste all’interno delle sezioni. Tabelle che però

Contrasto

na: prevede infatti che, dopo alcuni anni di vizi sociali, 1.851 la semilibertà, 12.539 gli te, non la applica. La causa è una cultura

no dei suoi problemi, dovrebbe pensare cinta. «A San Vittore – racconta – ci sono cir- non sono mai rispettate: gli alimenti sono

Foto:

detenzione e una condotta regolare, i dete- arresti domiciliari. Eppure Mirella Bocchi- laicista, una maledetta cultura forcaiola

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ESTERI LE MANOVRE DEGLI ALTRI

C’è Obama

nelle tasche

dell’America

da New York Mattia Ferraresi

nteressante che abbia indicato i jet

privati e le compagnie petrolifere

come gli unici esempi di

«I

aumenti delle tasse che propone. Strano

invece che non abbia menzionato altre

Mille miliardi di dollari in dieci anni. Di tanto dovrà cose, tipo i 70 miliardi di dollari che vuole

ricavare dalle manifatture e dalle piccole

rientrare Washington per non morire di debito.

imprese». Il sarcastico leader dei repubbli-

Le strade possibili? Tagliare la spesa pubblica

cani al Senato, Mitch McConnell, non aveva

bisogno di ascoltare la conferenza stampa

(così cara agli elettori democratici) o alzare le tasse. di Barack Obama sull’economia per sentire

Ora il presidente sa in che modo entrerà nella storia puzza di bruciato. La storia del dissidio poli-

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SOCIETà TRA I CAMPI DI PERIFERIA

Scommettiamo

che rialzeremo

la testa?

rà valutato con una “D”» e il Fondo monetario

internazionale ha minacciosamente

parlato di un «durissimo colpo all’economia

e ai mercati finanziari internazionali».

Il segretario del Tesoro, Timothy Geithner,

ha fissato la data limite per il provvedimento

il 2 agosto: secondo le valutazioni

del Tesoro è quella la soglia temporale

oltre la quale l’America non sarà in grado,

come dice Obama, di «pagare le bollette».

Per apprezzare quanto è dura la guerra

di posizioni fra repubblicani e democratici

basta notare che le parti non sono d’accordo

nemmeno sulla data, che a destra considerano

una «soglia artificiale» inventata

dagli uomini di Obama soltanto per fare

pressione politica. Ma la commissione istituita

dalla Casa Bianca e guidata dal vicepresidente

Joe Biden non è collassata su

questo punto. Lo scambio era praticamente

fatto: i repubblicani, che hanno la maggioranza

alla Camera, votano per l’innalzamento

del tetto e in cambio i democratici

concedono generosi tagli alla spesa pubblica,

desiderio cocente della destra mainstream

e ragione sociale di quella libertaria.

Ed ecco il secondo livello del problema.

Il significato della parola «entrate»

Cantor ha detto che sono stati fatti «molti

progressi» nell’individuare le voci di spesa

da tagliare, una cifra nell’ordine di mille

miliardi di dollari nei prossimi dieci

anni. Questo piano con l’accet-

Nel febbraio del 2010 ta riguarda giocoforza il siste-

il Congresso ha fissato ma di welfare e la copertura

sanitaria (soprattutto il pro-

a 14.294 miliardi

gramma Medicare, che garanti-

la quota massima di sce la copertura per gli anzia-

debito contraibile: oltre ni), voci che i democratici han-

quella cifra il governo no giurato solennemente di sal-

deve poter restituire vaguardare a qualunque costo

e non sono disposti a toccare;

il denaro o rischia il almeno non nei termini dra-

default. In maggio la stici in cui mettono la cosa i

soglia è stata superata conservatori. Dunque, se i tagli

non sono abbastanza profondi,

tico era già stata scritta la settimana prima, grado di restituire il denaro preso in presti- dove troverà il governo i soldi per un pia-

quando il repubblicano Eric Cantor, stelto, altrimenti rischia il default. In maggio no credibile di risanamento del bilancio?

la nascente del partito, se n’è andato sbat- la soglia critica è stata superata e l’Ameri- Obama le chiama «entrate», tutti gli altri le

tendo la porta durante l’ennesimo inconca ha un debito scoperto pari al 98 per cen- chiamano tasse, e sono il terzo livello deltro

dell’ennesima commissione bipartisan to del prodotto interno lordo, un dato che la discussione, quello in cui il tavolo delle

nominata da Obama per trovare un accor- ha allarmato le agenzie di rating, gli orga- trattative è saltato e che ha portato il predo

politico sul bilancio.

ni di controllo e la politica, che all’unisono sidente a scendere in campo in prima per-

Nella discussione a singhiozzo fra le hanno iniziato a chiedere al Congresso di sona, da una parte lavorando a porte chiu-

parti ci sono tre livelli: il primo riguarda spostare più in alto l’asticella. Moody’s ha se con i leader del Senato, dall’altra pro-

il tetto del debito che il governo america- minacciato di abbassare il rating se il provponendo pubblicamente una versione dei

no può contrarre. Nel febbraio del 2010 il vedimento non verrà approvato in fretta, fatti ad uso meramente politico. La setti-

Congresso ha aggiornato la quota massima il numero uno di Standard & Poor’s, John mana scorsa Obama ha arringato la nazio-

stabilita a 14.294 miliardi di dollari: supe- Chambers, ha detto che se il governo non ne mettendo le alternative sui piatti delrata

quella cifra, il governo deve essere in sarà in grado di pagare i suoi debiti «ver- la bilancia: «Se scegliamo di mantenere

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Da sinistra, Mario Macalli,

presidente della Lega Pro

e Giuseppe Signori.

Sotto, Marco Paoloni, ex

portiere della Cremonese.

Al centro, l’esultanza

di Cristiano Doni, capitano

dell’Atalanta, dopo aver

segnato un gol

Il presunto scandalo delle partite truccate ha

messo in luce i mali del calcio minore. Un mondo

semisconosciuto e pieno di debiti. Ma anche

di grandi passioni. Viaggio nella Lega Pro

alcio infetto. Gare truccate, gio- sportiva c’è finito il calcio delle leghe mino-

te della Lega Pro, l’organo che regola i camcatori

drogati: falsate B e Lega ri, quello sconosciuto ai non appassionati.

pionati di Prima e Seconda divisione e quel-

“C Pro. Signori e altri quindici agli Non c’entrano Juventus, Milan o Inter. In

lo Berretti. Un arzillo settantaquattrenne

arresti, indagati Doni e Bettarini”. Così tito- ballo ci sono la Cremonese e il suo portie-

che guida i professionisti delle leghe minolava

la Gazzetta dello Sport giovedì 2 giure Marco Paoloni, accusato di avere drogato

ri dal 1997. Quando sente parlar male del

gno. Le prime notizie relative alla vicenda alcuni suoi compagni di squadra per indi-

suo mondo si scalda subito: «È una barzel-

erano apparse sui siti internet dei maggiorizzare i risultati di alcune partite, ci sono

letta che il calcio scommesse nasce perché

ri quotidiani il giorno precedente: “Arresta- un dentista, un tabaccaio e un commercia-

i giocatori non vengono pagati e soprattutto

Signori: «Abbiate Pietà»”. Da allora, tutti lista che scommettevano su partite venduto

che è un piaga della Lega Pro. Tutti scri-

gli organi di informazione hanno dedicato te (si presume) di Lega Pro, serie B e qualcuvono

così, poi leggo i giornali e vedo che gli

pagine e pagine di giornale al nuovo caso di na di serie A. Tanti, tantissimi indizi, ma

indagati sono un commercialista, un pro-

calcioscommesse – ribattezzato Scommes- in attesa che il processo emetta il suo verprietario

di una ricevitoria, un dentista,

sopoli in onore di Tangentopoli e Calciopodetto, la sentenza è già scritta sui giornali.

alcuni ex calciatori e giocatori di serie B e

li – pubblicando le prime inter-

Se si può parlare di una

serie A. Tranne uno, Paoloni, che giocava a

cettazioni e le accuse a innu-

Scommessopoli lo si deve fare

Cremona e prendeva 200 mila euro l’anno.

merevoli personaggi del mondo 125 col sorriso – amaro – sulle lab-

E la Cremonese è una società che paga gli

del pallone: Signori, Bettarini, e

bra. Si deve parlare di un ten-

stipendi un giorno prima e mai uno dopo.

poi Totti e De Rossi, Vieri e tan- PUNTI tativo andato a male, con sol-

E quando lo scorso gennaio si è trasferito a

ti altri. Tra questi anche Cristia- di penalità inferti ai di puntati e persi su gare dai

Benevento, ha trovato una società che gli

club di Lega Pro per

no Doni, capitano dell’Atalanta,

risultati sicuri dimostratesi poi

garantiva lo stipendio ogni mese». In realtà,

inadempienze varie.

che da un’altra vicenda di scom- 34 quelli coinvolti un fallimento. Un esemprio su

oltre al portiere Marco Paoloni, tra gli indamesse

è già uscito. Nel 2001 ven-

tutti: da alcune intercettazioni

gati figura anche Giorgio Buffone, direttone

accusato di aver pilotato il risultato di telefoniche emerge che Paoloni faceva crere

sportivo del Ravenna, squadra iscritta al

Atalanta-Pistoiese. Alla fine fu scagionato e dere a un altro dei personaggi oggi indaga-

campionato di Prima divisione. Qualcosa di

da allora ha un modo tutto suo di esultare ti di avere la possibilità di combinare la par-

marcio sembra esserci davvero, tanto che il

dopo ogni gol: la mano sotto il mento come tita Inter-Lecce dello scorso 20 marzo con la

presidente Macalli ha dato mandato ai pro-

a dire che lui può andare a testa alta. complicità di alcuni giocatori di quest’ultipri

legali di costituirsi parte civile nei con-

Un male che ogni giorno si allargava ma squadra. Gli scommettitori puntano cirfronti

di tutti i responsabili per il danno di

sempre più. Poi pian piano, come succede ca 300 mila euro sui nerazzurri che però

immagine subito e a tutela della regolari-

spesso in Italia, tutto si è ridimensionato e devono vincere con almeno tre gol di scarto. «Nella vecchia

tà dei campionati: «Lasciamo fare ai giu-

gli arrestati sono stati rilasciati in attesa di L’Inter soffre molto e la partita finisce con il serie C ci sono veri

dici il loro mestiere, se qualcuno ha sba-

trovare le prove concrete per condannarli. punteggio di 1 a 0. Risultato che non basta

gliato sicuramente pagherà. Sa quan-

Intanto però, per l’opinione pubblica, quel- a vincere la scommessa. Ecco perché oggi, a

imprenditori, sopra

te persone in Italia prendono uno stile

persone sono colpevoli, disgraziati, vizia- distanza di un mese, Scommessopoli quasi di noi ci sono

pendio di 1.200 euro al mese e devono

ti, criminali. Si è sentito e letto di tutto. Si non esiste più. Tutti hanno parlato, urlato e i prenditori, quelli

tirare avanti una famiglia? Sono milio-

pensava che, dopo il 2006, il calcio italia- accusato. Nessuno ha raccontato di un mon- che per mestiere

ni e non è che la mattina si svegliano

no fosse stato ripulito dai delinquenti (predo, che avrà sicuramente alcune mele mar- fanno i presidenti.

per andare a svaligiare una banca. Vansunti)

che lo usavano per i propri interesce, ma ha anche tante storie di professionino

a lavorare. In Lega Pro ci sono giocasi.

Invece no, altro fango è stato gettato su sti seri, impegnati, che amano e hanno una La cosa è ben

tori di 17, 18, 19 anni che prendono 15 o

un mondo tanto amato quanto maltratta- passione vera per quello che fanno. diversa» tuona

20 mila euro all’anno. Di cosa si lamentato.

Questa volta nel mirino della giustizia Mario Macalli, classe 1937, è presiden- Mario Macalli

no? Bisogna essere onesti nello scrivere le

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l’italia

che lavora

Abbiamo

la stoffa

nel sangue

I loro genitori li scarrozzavano in giro per

il mondo alla ricerca del bello, oggi i fratelli

Fabrizio lavorano per superare i maestri.

E la loro Dedar ha conquistato anche Hermès

O

SOMMARIO

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settimanale diretto da luigi amicone

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anno 17 | numero 26 | 6 luglio 2011 | 2,00

re e ore passate a giocare su pile di presente nella loro genealogia, ma quan-

tappeti in Anatolia. Viaggi avventudo Elda e Nicola si mettono al lavoro insierosi

nei più sperduti villaggi indiame hanno in mente qualcosa di totalmenni,

seguendo mamma e papà persi a loro te nuovo. Siamo a metà degli anni Settanta

Di casa anche Oltralpe

volta sulle traccce di tappeti preziosi e e Dedar diventa presto sinonimo di tappe-

L’insegnamento di Elda e Nicola di non

introvabili. E poi il coinvolgimento pieno ti di design. Ma i coniugi Fabrizio sono in

accontentarsi mai ha colpito anche Her-

durante le fiere dei primi anni di attività tutto e per tutto anche degli editori tessili.

mès. Durante l’ultimo Salone del Mobile

di Dedar, quando gli allestimenti si ritoc- Un mestiere strano, questo, simile a quello

Dedar e la maison francese hanno infatti

cavano fino all’ultimo giorno e anche le del sarto che cuce abiti su misura.

annunciato la nascita di una joint ventu-

braccia di due ragazzini erano indispensa- In questo caso il corpo da vestire è la

re, Faubourg Italia, per la produzione e la

bili. Raffaele e Caterina Fabrizio sono cre- casa con tutti gli utilizzi che il tessuto può

distribuzione di tessuti d’arredamento e di

sciuti nell’azienda creata dai loro genito- avere al suo interno. Dai tendaggi alle car-

carte da parati. Le collezioni create sotto la

ri. Ci sono cresciuti per caso, nessuno ce te da parati fino ai tessuti da utilizzare su

direzione artistica di Hermès sono disponi-

li aveva portati per allevarli manager o poltrone e divani. L’editore tessile sta al

za – spiega Caterina. Sapevamo che non tessuto viene da oggetti trovati in giro per bili presso una selezione di boutique Her-

designarli successori. Mamma Elda e papà centro di una filiera che comincia col pro-

sarebbe stato facile». «Il nostro fornitore – il mondo, da cose che non c’entrano assomès e, grazie a un accordo con Dedar, pres-

Nicola si portavano dietro i ragazzini come duttore di tessuti e finisce col cliente pri-

le fa eco il fratello Raffaele – ci disse che lutamente nulla col tessuto». Oppure, dai so una rete di distributori specializzati. Un

si porta chi si ama a vedere qualcosa di belvato, che spesso chiede l’intermediazio-

era come voler andare sulla luna con una cosiddetti errori provvidenziali.

riconoscimento altissimo e non nuovo in

lo. Elda e Nicola seguivano la loro passione ne di un architetto. «Quanto volte ci sia-

vespa». Quell’idea balzana diventa realtà e «Abbiamo un prodotto che prevede un terra francese. «Il nostro primo showro-

anche fino in capo al mondo. E i ragazzi mo sentiti dire che quello che volevamo

svetta nel panorama che di solito vede l’al- ricamo su fondo di poliuretano. È nato perom lo abbiamo aperto in Francia e fu un

seguivano loro. Poi, certo, quella passione realizzare era impossibile»,

tezza di questo tipo di tessuti fermarsi a ché abbiamo sbagliato a mandare un codi- grande traguardo, perché quello è il paese

si è trasmessa al punto di portare la secon- raccontano non senza un Un editore tessile è come un sarto che lavora

140 centimetri.

ce a un fornitore», spiega divertito Raffae- in cui la cultura del tessuto d’arredamenda

generazione ad affiancare la prima al pizzico di sano orgoglio i

Ma come si “inventa” un tessuto? Che le. Cercare la novità, non accontentarsi mai to è più viva». Ora ci hanno messo in mez-

su misura. il corpo da vestire è la casa

timone di Dedar, azienda di tessuti per fratelli Fabrizio. Da mam-

cosa c’è dietro agli interminabili e affasci- dei traguardi raggiunti, inventare colori e zo anche le passamanerie, a cui hanno tol-

arredamento con sede ad Appiano Gentile. ma e papà, Caterina e Raf- con tutti gli utilizzi che il tessuto può avere

nanti espositori di Dedar che squadernano fantasie nuove quando nessuno se lo aspetto l’aura polverosa, la nomea di pacchiano

Tutto comincia, appunto, con Elda e faele hanno imparato a far in essa: dai tendaggi alle carte da parati

pelli intrecciate, velluti, sete di ogni colota e poi osservare la realtà, anche nella for- che fa ricordare le case disabitate delle non-

Nicola. Lui ha alle spalle un lavoro alla dettare il passo alla passiore

e forme geometriche dal sapore etnico? ma dell’errore. È una scuola di imprendine. Basta guardare quei cuscini pensati per

Cassina&Busnelli, marchio storico del ne che non teme di sfidare i fornitori di rio clan dei Fabrizio si è messo in testa di

Di nuovo, la risposta si trova in quei viaggi toria a cui né Caterina né Raffaele aveva- qualche hotel e piccole realizzazioni gioiel-

design brianzolo che originerà poi B&B Ita- una vita a superare se stessi. Come quella realizzare delle sete alte 3 metri e trenta.

e in quella condivisione di esperienza che no mai pensato di dover studiare. Lei, laulo per vedere che si può reinventare tutto.

lia e Cassina. Elda, dal canto suo, è appas- volta – e fu uno degli snodi fondamentali «Significava cercare una materia perfetta,

è stata la scuola più importante per i frareata in economia, sognava di lavorare nel- In vespa sulla luna i Fabrizio ci sono arrivasionata

di tappeti. Il mondo del tessile è dell’azienda – in cui il cocciuto e visiona- che non avesse difetti su tutta quella altez-

telli Fabrizio. «A volte l’ispirazione per un la cooperazione internazionale. Lui, architi. E hanno benzina per andare oltre. [lb]

48 | 13 luglio 2011 | |

| | 13 luglio 2011 | 49

Foto: Daniele Cortese

Farah Hatim, 24 anni,

cattolica, rapita a maggio

e costretta a sposare

un musulmano come

altre centinaia di donne

non islamiche pakistane

Schiave cristiane

Rapite, convertite a forza e date in moglie a musulmani. Pakistan, l’inferno delle donne

Foto: AP/LaPresse

a sinistra, uno dei tessuti

realizzati con hermès. al

centro, raffaele e caterina

Fabrizio e (sotto) i loro

genitori, Nicola ed elda.

Nelle altre foto, lo

showroom Dedar a Milano

tetto con un periodo di lavoro in Spagna

all’attivo, è arrivato in fabbrica solo perché

qui aveva abbastanza spazio per il suo tavolo

di lavoro. Poi, una cosa tira l’altra. Più

che altro: una passione ne genera un’altra.

E qui la passione è quella di Elda e Nicola.

Innamoratissimi e affiatatissimi. «Qualche

settimana fa erano alla recita dei nipotini:

ho dovuto zittirli perché non la smettevano

più di chiacchierare», sorride Caterina.

Un affresco che rappresenta

sant’Ambrogio su una parete

dell’omonima basilica a Milano.

Ambrogio fu vescovo della città

dal 374 fino alla morte (397)

Milano. Ambrogio e i suoi vicari

Dal patrono del capoluogo lombardo al nuovo arcivescovo

Angelo Scola. Viaggio in una delle diocesi più importanti

del mondo. E una visita all’ultimo scultore della cattedrale

Marco Navoni, Renato Farina, Elisabetta Longo ..............................................................................10

INTERNI

Carceri. Inchiesta tra i sepolti vivi

Ammassati, ridotti alla fame e costretti all’inattività.

Nessuno sembra disposto a concedere ai detenuti la

possibilità di “riprovarci”. «Ma dobbiamo rieducarli».

Parla un magistrato che crede nel loro cambiamento

Chiara Rizzo, Chiara Sirianni ........................................................................................................................................................20

ESTERI

Stati Uniti. Le mani nelle tasche dell’America

Obama entrerà nella storia per aver alzato le tasse?

Mattia Ferraresi ..................................................................................................................................................................................................32

Pakistan. Intolleranza e martirio senza fine

Islamabad abolisce il ministero di Shahbaz Bhatti

Rodolfo Casadei.....................................................................................................................................................................................................36

SOCIETà

Lega Pro. Tra i campi di periferia

Lo scandalo scommesse e i mali del “calcio minore”.

Un mondo pieno di debiti. Ma anche di grandi passioni

Daniele Guarneri .................................................................................................................................................................................................42

Miracolo quotidiano. Una vita donata

Mariacristina, morta per salvare il figlio in grembo .............46

L’ITALIA CHE LAVORA

Foto: Marka

CHE CATTEDRA

Ambrogio

e i suoi vicari

Ortodossia, libertà, carità verso il popolo. Così

nel corso dei secoli i successori del santo di Treviri

ne hanno mantenuto viva e operosa la grande

personalità. Pastore in mezzo alla gente, autorità

tra i potenti. L’imprescindibile legame tra Milano

e il suo patrono è una lezione per tutta la Chiesa

| | 13 luglio 2011 | 11

Design. Gli architetti del tessuto

L’insegnamento di mamma e papà era quello di non

accontentarsi mai. È questa la base del successo dei

fratelli Fabrizio. Così la loro Dedar, dove il passo è

dettato dalla passione, ha conquistato anche Hermes

Laura Borselli .............................................................................................................................................................................................................48

LA SETTIMANA

Foglietto

Lodovico Festa ...................................3

Non sono d’accordo

Oscar Giannino ..................................9

Il diavolo della Tasmania

Renato Farina .................................29

Se ti dimentico

Gerusalemme

Yasha Reibman

Il portone di bronzo

Angela Ambrogetti .............31

Intellettuale cura te stesso

Giorgio Israel ...................................41

Mamma Oca

Annalena Valenti .....................51

Presa d’aria

Paolo Togni ..........................................52

Post Apocalypto

Aldo Trento ........................................60

Sport über alles

Fred Perri .................................................62

Diario

Marina Corradi ............................66

RUBRICHE

Per Piacere ..............................................50

Green Estate ........................................52

Mobilità 2000 ..................................57

La rosa dei Tempi .....................58

Lettere al direttore ................62

Taz&Bao .....................................................64

Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994

settimanale di cronaca, giudizio,

libera circolazione di idee

Anno 17 – N. 27 dal 7 al 13 luglio 2011

DIRETTORE RESPONSABILE:

LUIGI AMICONE

REDAZIONE: Emanuele Boffi, Laura Borselli,

Mariapia Bruno, Rodolfo Casadei (inviato

speciale), Benedetta Frigerio, Caterina Giojelli,

Daniele Guarneri, Elisabetta Longo, Pietro

Piccinini, Chiara Rizzo, Chiara Sirianni

SEGRETERIA DI REDAZIONE:

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DIRETTORE EDITORIALE: Samuele Sanvito

PROGETTO GRAFICO:

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Foto: Fotogramma

ITALIA-GERMANIA: 0-4

Pensioni, tagli e perequazioni

Leggere qui per morire d’invidia

di Oscar Giannino

Domanda: sapete come funziona

in Germania il sistema

contributivo nella parte

previdenziale obbligatoria? Mi

ha rinfrescato memoria l’amico

Tobias Piller, corrispondente nel

nostro paese della prestigiosa e rigorosissima

Frankfurter Allgemeine

Zeitung, a mio giudizio uno dei

giornali più seri al mondo, perché

ha ottimi giornalisti e ottime rego-

NON SONO

D’ACCORDO

le che difendono da decenni la loro autonomia (merito

degli Alleati, che in Germania per impedire che

la stampa ridesse mano a partiti autoritari promossero

fondazioni che fanno da filtro tra soci proprietari

e direttori delle testate). Ebbene in Germania

sui salari fino a 5.500 euro lordi mensili i lavoratori

pagano fino al 10 per cento di contributi, cioè fino

a 550 euro, e l’impresa fa lo stesso, con un altro

10 per cento. Il totale dei contributi previdenziali

obbligatori è pari al 20 per cento del salario lordo.

In Italia la parte di contributi previdenziali obbligatoria

per il lavoratore dipendente è pari al 9,8

per cento, e a questo si somma un 32 per cento a

Qui le pensioni che si ottengono col 43 per cento

di contributi sono molto basse. In Germania, con

meno della metà di contributi, al massimo dei

versamenti il rendimento mensile è di 2.400 euro

L’OBIETTORE

carico dell’impresa, per un totale che fa quasi 43,

a cui si aggiungono fino al 52 per cento del salario

lordo altri contributi obbligatori per altri fini. Da

noi, le pensioni che si ottengono con questa percentuale

spaventosa di contributi sono mediamente

molto basse. In Germania, con meno della metà

proporzionalmente di contributi obbligatori, al

massimo dei versamenti il rendimento mensile è

di 2.400 euro circa.

Bisogna rassegnarsi oppure c’è di che riflettere?

Era giusto rinviare al 2032 la parificazione

dell’età pensionabile femminile nel settore privato

agli stessi 65 anni già stabiliti grazie all’Europa

per il nostro settore pubblico? Motivo per il quale,

in cambio dei mancati saldi, si è pensato bene di tagliare

la perequazione al costo della vita delle pensioni

tra le tre e le cinque volte superiori al minimo?

No, era di gran lunga preferibile evitare i tagli

alle pensioni del ceto medio – la penso come il sindacato,

su questo – e alzare anche per le lavoratrici

private l’età pensionabile.

L’allineamento con gli stipendi dei lavoratori

Ve ne aggiungo un’altra. Sapete come avviene la

perequazione delle pensioni in Germania? Non è

parametrata al costo della vita rilevato dall’Istat,

diversamente rimodulato come avviene da noi con

la manovra, se questa norma sopravviverà all’esame

parlamentare. In Germania la perequazione si

fa allineando l’andamento delle pensioni ogni anno

a quello dei salari lordi dei lavoratori dipendenti.

Dunque se per ragioni di produttività le cose

non vanno bene e nei contratti i salari lordi dei

lavoratori attivi non salgono, neanche le pensioni

salgono. Per questa ragione in cinque anni su dieci

nell’ultimo decennio le pensioni tedesche non sono

state rivalutate. E quando nella crisi bisognava

addirittura abbassarle, nel 2008, Berlino ha deciso

di soprassedere, ma per poco la proposta non passava.

Avete presente che cosa vuol dire, un paese in

cui anche le pensioni sono allineate agli standard

generali di produttività? E in cui i lavoratori attivi

se non migliorano la produttività non solo non aumentano

il proprio salario, ma si beccano gli insulti

dei pensionati?

Ecco, io sogno un paese in cui politici e sindacalisti,

lavoratori e pensionati ragionino così. Sono

pazzo? Rispondete voi. A me sembra pazza l’Italia.

| | 13 luglio 2011 | 9


Un affresco che rappresenta

sant’Ambrogio su una parete

dell’omonima basilica a Milano.

Ambrogio fu vescovo della città

dal 374 fino alla morte (397)

Foto: Marka


CHE CATTEDRA

Ambrogio

e i suoi vicari

Ortodossia, libertà, carità verso il popolo. Così

nel corso dei secoli i successori del santo di Treviri

ne hanno mantenuto viva e operosa la grande

personalità. Pastore in mezzo alla gente, autorità

tra i potenti. L’imprescindibile legame tra Milano

e il suo patrono è una lezione per tutta la Chiesa

| | 13 luglio 2011 | 11


di Marco Navoni*

Milano: una città che fin dall’antichità

si è trovata a essere una specie

di “crocevia obbligato” nella storia

della cristianità occidentale (e non solo)

e del suo sviluppo. La data del 313 segna in

qualche modo l’inizio di questo cammino

secolare: il celebre editto di Milano, per volere

dell’imperatore Costantino, pose fine alle

persecuzioni contro i cristiani e aprì per la

Chiesa la strada della libertà; una strada che

avrebbe portato la fede cristiana a diffondersi

in tutto l’Impero romano fino a soppiantare

gli antichi culti pagani.

È un’epoca in cui Milano è sede della

corte imperiale; ma è soprattutto l’epoca

in cui vescovo di Milano è Ambrogio, colui

che a tal punto avrebbe caratterizzato i tratti

identitari della Chiesa milanese da trasfe-

12 | 13 luglio 2011 | |

rire su di essa il suo stesso nome: la Chiesa

“ambrosiana” per l’appunto. La statura

eccezionale di sant’Ambrogio risalta su

molteplici fronti: la lotta dottrinale contro

l’eresia ariana che, negando la divinità di

Cristo, sgretolava i fondamenti stessi della

fede cristiana; la difesa strenua della libertà

della Chiesa contro le ingerenze del potere

imperiale; la rivendicazione coraggiosa

di una moralità superiore alla quale anche

i potenti di questo mondo devono sottostare;

la cura pastorale per il popolo cristiano,

la predicazione della Parola, l’amministrazione

dei sacramenti; l’attenzione alle rica-

Gregorio Magno definì i vescovi di Milano non

“successori” di sant’Ambrogio, ma “vicari”:

che è come dire che Ambrogio, con il suo

magistero, continua a guidare questa Chiesa

dute sociali di problemi antichi e sempre

attuali come le sperequazioni economiche,

l’usura, l’ingiustizia, la corruzione; l’accoglienza

e l’integrazione dei nuovi popoli

“barbari” e la loro intelligente evangelizzazione.

E insieme a tutto ciò, anche una reale

“sollecitudine” per tutte le Chiese, se è vero

che Ambrogio intervenne a trecentosessanta

gradi a difesa del primato romano, nelle

questioni ecclesiastiche d’Italia, della penisola

iberica, delle Gallie, fino all’Oriente

bizantino, riscuotendo l’apprezzamento e

il riconoscimento di una autorevolezza che

sarebbe andata oltre la sua stessa persona.

Potremmo quasi dire

che l’episcopato di Ambrogio

(che si sviluppa dal 374

al 397) contiene in sintesi

le caratteristiche, i problemi,

le soluzioni, le intuizio-


Foto: AP/LaPresse

ni, che avrebbero poi accompagnato la storia

della Chiesa ambrosiana per i successivi

sedici secoli. E i vescovi di Milano avrebbero

declinato, secondo le varie epoche e

secondo le esigenze dei vari tempi, le intuizioni

e le impostazioni pastorali del santo

patrono. È in questa linea che va interpretata

la curiosa, ma significativa, definizione

che dei vescovi milanesi ci offre papa

Gregorio Magno alla fine del secolo VII:

non “successori” di sant’Ambrogio, come

ci aspetteremmo, ma “vicari”! Che è come

dire: attraverso la serie dei vescovi ambrosiani

che si succedono sulla cattedra milanese

è ravvisabile la perenne presenza di

Ambrogio che, con il suo magistero, continua

a guidare la propria Chiesa.

È indubbio che la cattedra milanese

acquisì, soprattutto nei secoli del Medioevo,

anche un prestigio e una dimensione poli-

NODI CRUCIALI

SACERDOTI E DIACONI

Un gregge enorme di religiosi

La cattedra ambrosiana è considerata

tra le arcidiocesi più

rilevanti e influenti del mondo.

Uno sguardo ai numeri rende

una prima ragione a questi meriti

d’importanza, infatti il nuovo

arcivescovo sarà pastore di oltre

2 mila sacerdoti secolari, poco

più di 800 regolari (preti appartenenti

a ordini religiosi residenti

in diocesi) e un centinaio di diaconi

permanenti.

PARROCCHIE

La scelta dell’accorpamento

Le parrocchie, sparse tra le

province di Milano, Monza e

Brianza, Varese, Lecco e parte

di quella di Como e alcuni comuni

delle province di Bergamo

e Pavia, sono 1.104 e sono

raggruppate in 73 decanati e

7 zone pastorali. Il cardinale

Tettamanzi, a causa della diminuzione

del numero di preti ordinati

anno dopo anno, ha riorganizzato

il territorio aggregando

più parrocchie nelle cosiddette

comunità pastorali.

ORDINAZIONI

In calo costante da decenni

Negli anni ’40 e ’50 venivano

ordinati in media 90 sacerdoti

l’anno. Il numero si è drasticamente

ridotto: negli ultimi tempi,

escludendo un picco negativo di

12 sacerdoti ordinati nel 2007:

ne vengono ordinati tra quindici

e venti l’anno. Considerando il

numero dei seminaristi, questi

valori aumenteranno nei prossimi

anni di qualche unità.

IL RITO

La riforma della Liturgia

Il successore di sant’Ambrogio

ricopre anche la funzione di caporito

della Liturgia ambrosiana,

che ha subìto negli ultimi anni una

riforma ancora molto discussa.

tica: forse non tutti sanno che toccava proprio

all’arcivescovo di Milano imporre nella

basilica di sant’Ambrogio la corona di ferro

con il titolo di re d’Italia al re di Germania

che si recava a Roma a ricevere la corona

d’oro e il titolo di sacro romano imperatore.

E tuttavia fu proprio nei suoi vescovi che

Milano trovò anche un punto di riferimento

nella difesa delle libertà cittadine durante

l’epopea comunale, contro l’imperatore,

come dimostra, nel secolo XII, l’esemplare

figura di san Galdino che ricostruì Milano

dopo l’assedio del Barbarossa e si spese

con eroica generosità, in quei momenti dif-

Durante la peste, san Carlo, a differenza

delle autorità politiche che fuggirono, non

abbandonò la città. Rimase come unico punto

di riferimento morale, spirituale e materiale

CHE CATTEDRA PRIMALINEA

Nel XVI secolo sulla cattedra di Milano

sale un “nuovo sant’Ambrogio”, come lo

definirono i milanesi: san Carlo Borromeo.

Il suo episcopato durò dal 1564 al 1584

ficili, soprattutto per sovvenire alle necessità

materiali dei più poveri e abbandonati.

Ma è nel XVI secolo che sulla cattedra

di Milano sale un “nuovo sant’Ambrogio”,

come ebbero subito a definirlo i milanesi:

san Carlo Borromeo. Divenuto arcivescovo

giovanissimo, all’età di ventisei anni

nel 1564, nei suoi vent’anni di episcopato

“disciolse” letteralmente la sua vita nella

carità pastorale: volle conoscere la sua diocesi

e volle farsi conoscere dal suo popolo

attraverso le visite pastorali; si fece attento

ai problemi sociali del suo tempo, quali

la povertà, l’ignoranza, la scristianizzazione

delle coscienze; avviò la formazione

di un nuovo clero, colto e preparato pastoralmente,

attraverso l’istituzione dei seminari;

durante la peste che colpì Milano nel

1576, a differenza delle autorità politiche

che fuggirono per paura del contagio, non

abbandonò la città, ma rimase come unico

punto di riferimento morale, spirituale

e materiale. Soprattutto divenne il “paradigma”

vivente del vescovo in cura d’anime,

del pastore di epoca post-tridentina: la

sua strategia pastorale, la sua sapiente legislazione

ecclesiastica, il suo stile episcopale

diventarono “esemplari” e furono copiati

in tutta la Chiesa cattolica, in Europa, in

Asia e nell’America Latina: grazie a san Carlo

la cattedra di Ambrogio ancora una volta

si impose, o meglio si propose, come un

modello concreto cui ispirarsi. E questo dal

Concilio di Trento fino a tutto l’Ottocento.

Nel Novecento sulla cattedra milanese

salirono due arcivescovi, che oggi veneriamo

beati, e che espressa-

mente si rifecero a san Carlo,

accettando le sfide che

la modernità cominciava a

lanciare: il cardinale Andrea

Carlo Ferrari e il cardina-

| | 13 luglio 2011 | 13


Foto: AP/LaPresse, Fotogramma

le Alfredo Ildefonso Schuster. Entrambi

ripresero con metodicità la visita pastorale

come strumento essenziale di coinvolgimento

da parte del vescovo nella realtà della

propria diocesi; entrambi ebbero particolare

attenzione alle nuove povertà che

la società moderna, in rapida evoluzione,

andava provocando, cercando di trovare

nuovi modi in cui esprimere concretamente

le inesauribili risorse della carità cristiana;

entrambi seppero suscitare nel popolo

di Dio un’autentica venerazione, perché i

fedeli si abituarono a vederli come autentici

uomini di preghiera, di penitenza, di

sopportazione, di coraggio e di fedeltà nelle

prove amare della vita.

Né possiamo dimenticare che, sempre

nel Novecento, due arcivescovi milanesi

dalla cattedra di Ambrogio passarono a

quella di Pietro: Achille Ratti, divenuto

papa Pio XI, e Giovanni Battista Montini,

divenuto papa Paolo VI. E come dopo

il Concilio di Trento da Milano fu donata

alla Chiesa universale la figura esemplare

di san Carlo, così dopo il Concilio Vaticano

II a Milano furono donati vescovi di grande

spessore e significato: il cardinale Giovanni

Colombo che, con saggezza, prudenza ed

equilibrio guidò la diocesi negli anni della

contestazione; il cardinale Carlo Maria Martini,

che alla luce della Parola di Dio inter-

pretò le sfide che la Chiesa avrebbe dovuto

affrontare in tempi di terrorismo, di corruzione,

di sfilacciamento sociale; il cardinale

Dionigi Tettamanzi, che ha da subito intuito

la necessità di una nuova missionarietà

davanti ai problemi del terzo millennio,

coniugata alla perenne attenzione per la

dimensione caritativa della fede cristiana.

Ma la storia continua e sulla cattedra

di Ambrogio si susseguono i suoi “vicari” –

avrebbe detto san Gregorio Magno –, chiamati

a rendere attuale, secondo il genio,

la sensibilità e i carismi di ciascuno, la

sua paterna e perenne presenza.

*Dottore della Biblioteca Ambrosiana

AndreA cArlo

ferrArI

1894-1921

Cardinale, beato

AchIlle rAttI

1921-1922

Cardinale, arcivescovo

per sei mesi,

divenuto papa con

il nome di Pio XI

(1922-1939)

unA fede PersuAsIvA

Quando Scola scoprì

l’umanità di Gesù

L’incontro con don Giussani. Il «dono di Cristo»

attraverso la Sua compagnia. La rivista con Ratzinger,

Balthasar, De Lubac. L’arcivescovo si racconta

di renato farina

È

passato dal lago di lecco alla laguna di

Venezia. Ora dal Canal Grande è tornato

nella sua Lombardia. Da ragazzo

aveva i capelli rossi. Sa spiegare l’amore tra

l’uomo e la donna a partire dal mistero della

Trinità. La rovina degli uomini discende

da questo rifiuto del nostro essere a immagine

di Dio anche nella differenza sessuale.

Non che Dio abbia sesso, ma quasi… È poi

assolutamente certo che Gesù c’entri con

le lampadine del soffitto e con la matematica

iperuranica.

Il cardinale Angelo Scola, patriarca di

Venezia, ora arcivescovo di Milano. Ripropongo

qui un ritratto-intervista proposto

nel mio libri Maestri. Era il 2007. Il suo cam-

DAL NOVECENTO A NOI

mino lo ha portato ancora più lontano, lungo

la via dell’Oriente. Del resto anche i Re

Magi alla fine del loro cammino arrivarono

a Milano, nella basilica di Sant’Eustorgio.

La teologia per lui non è una scienza

da tavolino, ma è la narrazione (Scola

ama molto questa parola) dell’esperienza

di essere stati abbracciati dal battesimo e

dalla comunione dei fratelli. Prima di raccontare

l’ultima conversazione con lui,

devo dire che lui non è stato mio maestro

di teologia (anche) o di filosofia (anche). È

fu travolto quando a lecco udì don Giussani

esprimersi sulla “Gioventù come tensione”.

«la vita diventava vocazione, il gioco tra i segni

che dio pone nelle circostanze e la mia libertà»

CHE CATTEDRA PRIMALINEA

Alfredo

Ildefonso

schuster

1929-1954

Cardinale, beato

GIovAnnI

BAttIstA MontInI

1954-1963

Cardinale, divenuto

papa con il nome di

Paolo VI (1963-78)

GIovAnnI

coloMBo

1963-1979

Cardinale, “dimissionario”

nel 1979 per

raggiunti limiti di età

cArlo MArIA

MArtInI

1979-2002

Cardinale, “dimissionario”

nel 2002 per

raggiunti limiti di età

dIonIGI

tettAMAnZI

2002-2011

Cardinale, “dimissionario”

nel 2011 per

raggiunti limiti di età

Fonte: www.chiesadimilano.it

stato maestro d’amicizia e ospitalità. Negli

anni Ottanta viveva in un appartamentino

che si affacciava su Santa Maria Maggiore.

Mi dava un letto quando venivo a Roma,

e capitava tutte le settimane. Scrivevo di

papa Wojtyla, di grovigli ecclesiastici, ma

anche di politica. Arrivavo il mattino presto,

e mi aiutava a leggere i giornali a partire

dal criterio cristiano. La sera cucinavo io,

nella mansarda, trasformata in baita svizzera,

da don Gianni Danzi, oggi arcivescovo

a Loreto. In quella casa passavano teologi,

ecclesiastici, professori che

erano appena stati da Wojtyla.

Io ero forte sulla pasta e i

risotti, Scola sugli arrosti. Ma

era l’amicizia, l’amicizia cristiana.

Il fatto che diventa-

| | 13 luglio 2011 | 15


Foto: AP/LaPresse

re adulti non vuol dire essere indipendenti,

ma responsabili. Ricordo che una volta,

stanchissimo, gli dissi che mi ero dispensato

dall’andare agli esercizi spirituali. Mi disse

che il metodo era sbagliato. L’obbedienza

nella comunione è il criterio per vivere in

amicizia. Cioè per essere uomini. n

Di recente ha raccontato a un gruppo

di amici il suo cammino di uomo. «A

17 anni ero imbevuto di letteratura

russa e americana. Dostoevskij, Faulkner,

poi Kerouac. Frequentavo il liceo classico a

Lecco, ed ero cristiano come lo sono tutti i

lombardi di quel tempo. Mia mamma insieme

al latte mi aveva trasmesso la fede. Normale

come l’aria. Mio padre era un camionista,

un socialista nenniano però massimalista,

non condivise la scelta di Nenni per il

centrosinistra. Frequentavo la parrocchia

con il mio amico Fabio Barboncini, ora prevosto

a Niguarda (Milano). Lui a quel tempo

era devoto, in ginocchio in agosto davanti al

Santo Sacramento, io all’ultima fila con la

voglia di uscire. Gli sarò sempre grato perché

un giorno d’estate di quel 1958 arrivò

da me trafelato in bicicletta. Io stavo dando

lezioni a dei bambini: un figlio di operaio

per mantenersi al liceo doveva darsi da fare.

Lui mi propone: dai, si va a un campo scuola

della Gioventù studentesca di Azione cattolica.

Pur di andare sulle Dolomiti, al passo

di Falzarego, accettai. Si susseguirono conferenze

noiose e sconclusionate su temi bizzarri.

Finché il direttore del campo, l’attuale

cardinal Attilio Nicora (il mondo è piccolo),

ci comunicò che il giorno dopo sarebbero

arrivati dei ragazzi allievi di don Luigi Giussani

che avrebbero proposto un’impostazione

strana e nuova di Gs».

Continua Scola: «Arrivarono quattro

giovani. A parlare fu Pigi Bernareggi,

che oggi è missionario a Belo Horizonte

in Brasile. Il Pigi cominciò: “Cosa c’entra

Gesù Cristo con quella lampadina appesa

lì?”. Non ricordo

bene come svolse l’argomento.

Ma era chiaro

questo: Gesù Cristo

aveva rapporto con

tutti gli aspetti della

vita e della realtà. Era

il centro del cosmo e

delle nostre vite. Questo

mi colpì. Questo

è il carisma: Cristo reso persuasivo, perché

Cristo spiega il reale in maniera totale

e articolata». Insomma: lo Spirito Santo

si comunica così. Un incontro. L’origine è

tutto. Il momento in cui qualcosa per noi

diventa profondamente convincente, quello

è il punto su cui tornare sempre: in una

storia d’amore, di lavoro, di amicizia.

Pigi proseguì: «Disse che Gesù stesso aveva

indicato il modo per sperimentarne la

presenza che colma ogni desiderio: la comu-

nione dei suoi che lo riconoscono presente,

l’amicizia tra quanti lo accolgono. In quel

momento il battesimo per me è diventato

un fatto reale: il dono di Cristo mi ha cambiato

la vita». Scola sta raccontando la sua

conversione. Quel giorno, quell’ora, quel

posto sono incisi in lui per sempre. Poi fu letteralmente

travolto quando l’anno seguente

a Lecco udì don Giussani esprimersi sulla

“Gioventù come tensione”. «La vita diventava

vocazione. Diventa il gioco tra i segni che

Dio pone nelle circostanze e la mia libertà.

La vocazione non è la scelta di vita (sposato

o prete), ma ogni istante è questa avventura

del rapporto con il Mistero, dentro la comunione.

Si tratta di obbedire ai segni. La circostanza

diventa quasi sacramentale».

Due ragazzi e quei tre teologi

Tutto è buono. Persino il dolore più atroce

«è il bene per me». Ad esempio. «Il 3 luglio

del 1983 da Lecco arrivo a Friburgo in Svizzera,

all’università dove insegnavo. Alle 4

del pomeriggio scendo dalla macchina, mi

aspetta una telefonata. Mio fratello era morto

in un incidente stradale. Ero stranito, pensai

ai miei genitori vecchi, alla moglie e alle

sue bambine piccole. Mia cognata dopo 25

anni sta cominciando ora a farsi un’idea

del perché, ad accettare che è per un bene.

Del resto come dice san Tommaso il dolore

di una sposa per la perdita del marito è più

forte del dolore di una madre per la perdita

del figlio. Ma io so che siccome a mio fratello

è stato dato questo è un bene. Viene dal

disegno buono di Dio su di noi, su di lui, su

di me. Ogni cosa è questa domanda di senso:

alzarsi il mattino, lavorare, essere stanchi.

Don Giussani mi aveva folgorato. Ogni

«Non amo insistere su relativismo, scetticismo,

nichilismo. Occorre proporre la meravigliosa

realtà dei dogmi cattolici. Essi spiegano

l’esistente umano e l’esistente storico»

La visita di Benedetto XVI a Venezia.

A sinistra, don Luigi Giussani

CHE CATTEDRA PRIMALINEA

istante era penetrato da questo Mistero buono,

di uno morto e risorto. Questo mobilitava,

diventava proposta per tutti. Impossibile

tenerselo dentro. Come se uno solo in

un gruppo di amici può seguire in diretta la

partita decisiva del campionato. Se sente che

c’è un gol, è impossibile non dirlo».

In questa luce Scola entrò in seminario.

Diventò prete. «Non per una rinuncia.

Ho accettato il celibato perché don Giussani

mi ha insegnato “il possesso nel distacco”.

Non perdiamo nulla della nostra umanità.

Altrimenti mai avrei accettato il celibato.

E questa legge dell’amore vale anche per

gli sposi». Cristo totale: integralisti? Il contrario.

Nel 1968 un gruppo di questi giovanotti

va a Parigi. Incontrano Derrida, Lacan, Foucault.

Propongono la scoperta entusiasmante

di Cristo. Hanno solo trent’anni Scola e

un paio di amici quando leggono su Le Monde

che Henri De Lubac, Hans Urs von Balthasar

e Joseph Ratzinger hanno rinunciato al

tentativo di creare una rivista internazionale

di teologia, diversa dalla progressista Concilium.

Allora Scola e Bagnoli fanno la spola

fra i tre. Bevono un’aranciata con Ratzinger

in Baviera, salgono a Basilea da Balthasar,

approdano sulla Senna da De Lubac: li

rimettono insieme. Li contagiano di quella

passione. È Scola a scegliere il nome: Communio.

Aveva trent’anni. «Avevo lo struggimento

attinto da don Gius di affermare la

gloria dell’umanità di Gesù Cristo, esplodevo

di gratitudine, volevo dirlo a tutti».

Anche ora, dice, «io non amo insistere

su relativismo, scetticismo, nichilismo. Se

tu incontri un ateo e gli butti addosso questi

giudizi ha pure ragione a dirti: ci vediamo

la prossima volta. Occorre invece pro-

porre la meravigliosa realtà

dei dogmi cattolici. Unità e

Trinità di Dio. Incarnazione,

passione, morte e resurrezione

del Figlio. Essi spiegano

l’esistente umano e l’esistente

storico. Pensa: nella Trinità

c’è la massima unità possibile e c’è la

massima differenza tra le Persone. La comunione-carità

che è la Trinità dà forma alla

nostra vita buona. A partire da quella differenza

si può concepire l’amore tra l’uomo

e la donna. La fedeltà non è una decorazione

facoltativa rispetto a una mescolanza di

sesso e passione, ma è connotato inevitabile

dell’amore. Insieme alla differenza sessuale

e alla apertura alla procreazione. Rompere

su questo punto per cui siamo imitazione

di Dio significa la distruzione dell’umano.

Per questo la rivendicazione come diritto

del matrimonio omosessuale, l’infedeltà, la

contraccezione, la generazione in provetta

sono una sciagura». Dicono che sarà il prossimo

papa. Mi auguro di sì: il più tardi possibile.

La sua preghiera preferita è il “Memorare”

di san Bernardo. Tifa Milan, ama molto

le acciughe salate. [rf]

| | 13 luglio 2011 | 17


PRIMALINEA CHE CATTEDRA

LA FABBRICA CONTINUA

L’ultimo scultore

della cattedrale

Nell’officina di Nicola Gagliardi, l’artista che rifà

da capo le statue del Duomo di Milano mangiate

dal tempo. Un’opera di studio, passione e scalpello

di Elisabetta Longo

Nicola GaGliardi apre la porta della sua

officina di scultura con le mani colorate

dalla creta, e cammina in fretta

perché la statua a cui sta lavorando, in creta

appunto, ha continuo bisogno di essere

bagnata, per poi procedere con la lavorazione.

Qui tra i prati verdi di San Vittore

Olona, vicino a Legnano, in una strada circondata

dal silenzio, l’unico rumore che si

sente è quello del martello pneumatico che

usa per i suoi lavori. Che sono stati tantissimi

nel corso di quarant’anni di attività nella

Fabbrica del Duomo di Milano.

In questo atelier le statue che arricchiscono

la cattedrale arrivano ormai devastate,

rotte, consumate dal tempo e dall’inquinamento,

bisognose di cure. Dopo che già

altri restauratori lo hanno preceduto, con

lavori riparativi alla bell’e meglio, Gagliardi

non può fare altro che ricreare l’opera

dall’inizio. Come del resto è sempre accaduto

nel corso dei secoli, tanto che ad oggi

si contano addirittura 3.500 statue “risistemate”

lungo tutta la superficie, le pareti e

le guglie del Duomo, ognuna delle quali

ha una propria funzione catechetica e narra

una storia del Vecchio o del Nuovo Testamento.

L’ultima imponente statua rifatta

dal Gagliardi – nel corso dei restauri generali

della facciata della cattedrale del 2009

– è il san Filippo, un colosso di più di due

metri che sta di guardia al grande portale

di sinistra. Attualmente sul “tavolo operatorio”

della sua officina è deposta una delle

quattro sante virtuose che stanno più

vicine alla Madonnina, che possono godere

della sua Grazia, lassù, sulla guglia maggiore,

al momento (e per la terza volta) sotto

totale restauro.

Tra progresso e antichità

«Quella di produrre copie – spiega Gagliardi

a Tempi – è un’esigenza che si è resa

evidente nel corso degli ultimi trent’anni.

Quando il tasso di inquinamento è

aumentato, le piogge si sono fatte più acide,

danneggiando così un po’ alla volta il

materiale marmoreo fino a sgretolarlo».

18 | 13 luglio 2011 | |

E non basta un qualsiasi blocco di pietra

per l’opera di ricostruzione. Il marmo del

Duomo di Milano, infatti, «proviene tutto

da Candoglia, una cava vicino al lago Maggiore,

come volle Gian Galeazzo Visconti

quando decise di dare il via ai lavori

del Duomo. Si continuò a estrarre in questo

modo fino ai primi anni del Novecento,

quando finalmente si riuscì a completare

la cattedrale». E per rispettare la tradizione,

tuttora Gagliardi scolpisce le sue

copie da enormi blocchi bianchi provenienti

dalla stessa cava. Che lui lavora con

pazienza e dedizione in continuo paragone

con l’opera originale. «Non si tratta

solo di lavorare con lo scalpello. Tocca

studiare a lungo, scoprire chi ha fatto la

statua. E visto che la regola era che non si

siglassero le sculture, devo ricorrere all’archivio

del Duomo: lì ci sono cartelle e cartelle

piene di ricevute di pagamento dalle

quali si può risalire agli autori di ogni opera.

Poi occorre prestare attenzione al livello

di erosione dei materiali. Se ad esempio

si intravedono le punte di quarzo in

certi punti, si può star certi che il marmo

Nicola Gagliardi

tra l’originale

e la copia

della statua

di san Filippo,

da lui ricreata

per il Duomo

di Milano

nel 2009

Il marmo delle

statue del Duomo

proviene tutto

dalla cava di

Candoglia, per

volontà di Gian

Galeazzo Visconti.

Per rispetto

della tradizione

anche Gagliardi

lavora sullo stesso

materiale

si è consumato per molti millimetri. Millimetri

che vanno calcolati “in aggiunta”

durante la realizzazione della copia».

Nelle fasi della lavorazioni, Gagliardi

può avvalersi del martello pneumatico

e altri attrezzi meccanici che gli scultori

originari non avevano. Questo permette

di accorciare un po’ i tempi di realizzazione,

ma il lavoro più importante viene

fatto esclusivamente a mano, con scalpelli

fatti apposta per agire su determinati

angoli e pieghe. «Con la stessa tecnica

che usavano i romani per replicare

le opere greche, si procede innanzitutto

all’“appuntatura”, che consiste nel segnare

con un perno i punti che poi andranno

a formare un naso, uno zigomo, un ginocchio.

Una volta fissati i punti, si trasferisce

questo perno sul nuovo blocco di marmo.

Da lì in poi, non mi può aiutare che

la pazienza e l’amore per il mio lavoro»,

racconta Gagliardi guardando benevolo

la santa di marmo deposta sul tavolo. Che

presto tornerà lassù sulla guglia più alta

del Duomo, a guardare anche lei benevola

il resto della città.


INTERNI

20 | 13 luglio 2011 | |

INCHIESTA TRA I SEPOLTI VIVI

Marcire

al fresco

Ammassati come sardine in celle minuscole,

ridotti alla fame e costretti all’inattività. Perché

in Italia nessuno sembra disposto a concedere

ai detenuti la possibilità di “provarci ancora”?

C’è una

cosa che ha sempre colpito

Mirella Bocchini, fondatrice e pre-

sidente dell’associazione di volon-

tari Incontro e Presenza che a Milano dal

1986 visita le persone detenute nelle carceri

del territorio: «Ed è quando – dice Mirella

– a Milano si parla di spostare il carcere

di San Vittore in periferia. Quell’edificio nel

centro della città è una ferita. Diventa inevitabile

chiedersi chi c’è dietro quelle mura, e

pensare a cosa significa la detenzione. Chiedersi

se è possibile perdonare».

Vicino a San Vittore i passanti allungano

sempre il passo, quasi a sfuggire al pensiero

che i crimini commessi da chi è dietro

quelle mura di cinta, potenzialmente,

potremmo commetterli anche noi. In fondo

perché un cittadino onesto, e già pieno

dei suoi problemi, dovrebbe pensare

all’amnistia per quelle 67 mila persone che

stanno dietro le sbarre, quando ci sarebbe

posto solo per 45 mila di loro? Perché riflettere

sulle 28.178 persone in carcere ancora

in attesa di giudizio, quindi presunti innocenti?

Meglio dimenticare che le statistiche

ufficiali non parlano mai di chi in carcere

ci resta senza colpa, per un “errore” giudiziario.

Succede anche questo, infatti, nella

democratica Italia del terzo millennio.

Mirella Bocchini, una signora dai capelli

argentati e i modi marziali, non parla mai

di carcerati, ma di persone. Frequentemente

li definisce «i miei amici». Da venticinque

anni ogni settimana visita le persone detenute

in tre carceri (oltre a San Vittore, anche

Opera e Bollate). Ha un’esatta memoria fotografica

di ciò che vede dietro le alte mura di

cinta. «A San Vittore – racconta – ci sono cir-

ca 1.600 persone, ma c’è posto solo per 700.

Le celle più piccole sono di 3 metri e mezzo

per 2 e 30, e di norma ci vivono in sei. Lungo

la cella corre un muretto dietro il quale

c’è posto per un tavolo con il fornelletto, un

bagno alla turca, un lavabo e un bidet. Tutto

in unico spazio aperto. I “celloni” più grandi

hanno la stessa conformazione, solo sono

grandi 4 metri e 60 per 3 e mezzo, e ci vivono

in media otto persone. Si sta in cella venti

ore al giorno e bisogna fare a turno per

scendere dalle brande e sgranchirsi le gambe.

Si fa l’impossibile per trovare un lavoretto,

anche tra quelli proposti dall’amministrazione

carceraria (scopino, spesino, scrivano).

Qualità e quantità del vitto dovrebbero

essere regolate secondo le tabelle esposte

all’interno delle sezioni. Tabelle che però

non sono mai rispettate: gli alimenti sono


Foto: Contrasto

scarsi e di pessima qualità, se non scaduti.

I latticini spesso sono rancidi, la carne è

dura e puzzolente. L’alternativa è acquistare

il cibo al sopravvitto, con rincari tra il 30

e il 40 per cento».

Mirella si ferma a riflettere: «Nell’86,

quando sono entrata a San Vittore la prima

volta, si respirava un clima di speranza, che

seguiva al vento di riforma della legge Gozzini

appena entrata in vigore. Una legge che

sarebbe fondamentale per il carcere». Mirella

racconta che invece negli anni ha visto il

lento naufragare di ciò che avrebbe potuto

cambiare il sistema penitenziario. La Gozzini

si basa sul principio costituzionale delle

condizioni umane della pena, che deve essere

funzionale alla rieducazione della persona:

prevede infatti che, dopo alcuni anni di

detenzione e una condotta regolare, i dete-

nuti inizino un percorso per il reinserimento

nella società. Prima i permessi di qualche

ora, poi quelli di alcuni giorni, sotto il controllo

delle forze dell’ordine. Fino ad arrivare

al permesso per lavorare fuori dal carcere.

Le tappe finali sono l’affidamento ai servizi

sociali, la semilibertà e gli arresti domiciliari.

Oggi questo percorso, anche quando

sarebbe possibile, è garantito raramente.

La Costituzione snobbata

I dati del ministero della Giustizia parlano

chiaro: nel 2010 in Italia 895 persone hanno

ottenuto il permesso per lavorare all’esterno;

solo 62 quello di svolgere un lavoro

di pubblica utilità; 17 mila persone hanno

ottenuto l’affidamento in prova ai servizi

sociali, 1.851 la semilibertà, 12.539 gli

arresti domiciliari. Eppure Mirella Bocchi-

L’EMERGENZA

affoLLamento

Quei 28 mila ancora

presunti innocenti

Secondo i dati del

ministero, nelle

carceri italiane sono

detenute 67.174 persone

a fronte di una

capienza di 45.551.

Ben 28.178 le persone

ancora in attesa

di giudizio. In cella

si trascorrono anche

20 ore al giorno. Le

condizioni igieniche

sono pessime, il vitto

è insufficiente, il

sopravvitto ha rincari

del 40 per cento.

aLternative

La legge Gozzini

rimane inapplicata

Per legge sono previsti

percorsi alternativi

al carcere, concessi

però di rado dai

magistrati di sorveglianza.

Nel 2010 solo

895 persone hanno

avuto il permesso di

lavorare all’esterno,

62 di svolgere lavori

di pubblica utilità; 17

mila hanno ottenuto

l’affidamento in prova

ai servizi sociali, 1.851

la semilibertà, 12.539

i domiciliari. Eppure

le misure alternative

hanno funzionato nel

94 per cento dei casi.

aGenti

tensione continua

con i “secondini”

Il numero di agenti di

polizia penitenziarie

è ridotto rispetto al

bisogno. Numerose,

inoltre, le segnalazioni

di abusi di potere

verso i detenuti.

ni sottolinea che «quando gli viene concessa

una seconda opportunità, chi è in carcere

la rispetta». Una conferma? Nel 2010, su un

totale di 31.422 misure alternative concesse,

ne sono state revocate 1.968. Nel 94 per

cento dei casi, cioè, i percorsi hanno funzionato.

Allora perché queste misure vengono

concesse con il contagocce, persino in una

straziante emergenza? «La concessione delle

misure alternative dipende esclusivamente

dalla valutazione soggettiva dei magistrati

di sorveglianza. Il nocciolo del problema

è che alcuni magistrati sono favorevoli alla

Gozzini (e in generale al dettato costituzionale)

e la applicano. Ma sono pochissimi.

Poi c’è la stragrande maggioranza dei non

favorevoli, che non ci crede e, nascostamente,

non la applica. La causa è una cultura

laicista, una maledetta cultura forcaiola

| | 13 luglio 2011 | 21


INTERNI INCHIESTA TRA I SEPOLTI VIVI

che non crede alla possibilità

del cambiamento di un uomo.

Perché tanti direttori non hanno

alcun piacere che entrino

i volontari? Perché non passa

per l’anticamera del loro cervello

che un incontro, un percorso

umano contribuisca alla possibilità

di cambiare».

È difficile, senza conoscere

quell’altro mondo che è il carcere,

capire cosa avvenga davvero là dentro.

Anna Laura Braghetti era una brigatista

della colonna romana. È stata la carceriera

di Aldo Moro, poi in carcere ci è finita

lei. Oggi lavora nella cooperativa “Pid-

Pronto intervento disagio”, una onlus che

si occupa delle carceri della capitale

per il Comune di Roma,

realizzando percorsi di inserimento.

Con i media Braghetti

non vuole parlare. Concede

a Tempi solo poche parole: «Mi

impegno perché le esperienze

che ciascuno di noi ha fatto devono

ritornare a persone che vivono

la sofferenza, come quella che

si vive oggi in carcere. Io in carcere

ho avuto il tempo di capire che si

poteva restituire qualcosa alla collettività,

dentro la legalità e la democrazia».

Emanuele Goddi, uno dei responsabili

del Pid, racconta: «Facciamo 2-3

mila colloqui ogni anno: di queste persone,

solo 36 ottengono le misure alternative.

A questo concorre una volontà politica,

ma anche la difficoltà dei magistrati

a esporsi». Goddi si sofferma sulla situazione

di Regina Coeli, identica a quella di

San Vittore: «Biblioteche e sale studio usate

come celle, persone senza letto che dormono

per terra, turche nelle celle regolarmente

guaste. Ci sono condizioni igieniche

al di là dell’immaginazione. Ogni giorno

una cella per sezione deve fare digiuno

forzato perché il cibo non basta».

Piccoli abusi quotidiani

Anche a Regina Coeli, come in tantissime

altre carceri, c’è un ulteriore grave problema:

«Esistono casi di abusi non violenti e

quotidiani, in uno stato di sottile, perenne,

tensione. Gli agenti di polizia penitenziaria

sono pochi, e tra essi c’è anche chi non

ha una formazione adeguata. Un giorno un

ragazzo ha avuto una crisi epilettica. Alcuni

compagni lo hanno portato a spalla, per tre

piani, ma poi hanno dovuto fermarsi davanti

a un cancello chiuso e aspettare, chiedendo

per pietà che un agente accorresse per

portare il ragazzo dal medico». Tempi ha

raccolto la testimonianza di un volontario

di una piccola città che ha chiesto di mantenere

l’anonimato: «Ogni giorno abbiamo

il permesso di far entrare in carcere alcune

merci destinate al lavoro dei detenuti.

22 | 13 luglio 2011 | |

«Il Dap ha comunicato

che i fondi della legge

Smuraglia sono esauriti:

dobbiamo scegliere su

due piedi se continuare

a far lavorare i detenuti

a spese nostre (e quindi

rimettendoci) o mollare»

Qui sopra, la lettera inviata a giugno

dal dipartimento dell’amministrazione

penitenziaria alle cooperative sociali

che assumono detenuti per informarle

che i fondi 2011 destinati agli sgravi

fiscali previsti dalla legge sono esauriti

Spesso, durante il controllo, qualcosa “sparisce”.

A volte, poi, gli agenti ci chiedono di

interrompere il lavoro perché sono infastiditi

dai rumori. Non possiamo denunciare

pubblicamente ciò che accade, pena la revoca

del permesso per entrare». Riprende Goddi:

«Quando in uno Stato di diritto la pena

diventa tortura bisogna impegnarsi per la

dignità delle persone. Per questo siamo

favorevoli all’amnistia. In questa situazione

drammatica è fondamentale l’opera del terzo

settore dentro il carcere. Il rapporto con

i volontari aiuta le persone in carcere a sentirsi

vive e agganciate alla società, non più

in un altro mondo».

Caterina Gozzoli, docente del laboratorio

di psicologia dell’Università Cattolica

di Brescia, coordina un progetto nella casa

circondariale di Canton Mombello (Bs),

nato per affrontare il problema della formazione

degli agenti: «Ho trovato lassismo,

ma anche stanchezza, per un lavoro ridot-

«Tra chi lavora con noi – racconta Luciano

Pantarotto di Men at Work – ho visto un reale

cambiamento: le persone grazie al lavoro si

vedono “proiettate” verso il mondo esterno»

to a sola funzione di controllo e percepito

come squalificante. Qui c’è anche voglia di

cambiare. Abbiamo pensato di far lavorare

gli agenti in mini-unità, ciascuna responsabile

di un progetto di inserimento per i

detenuti, insieme a un educatore».

Una brutta sorpresa dal Dap

Ma nel mondo delle carceri le falle si aprono

ogni giorno. E qual è la posizione del

dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

(Dap)? Un fatto recente aiuta a

capire. Grazie alla legge Smuraglia, che

prevede sgravi fiscali per le cooperative

che lavorano all’interno delle carceri, sono

nate esperienze come “Men at work” guidata

da Luciano Pantarotto, che si occupa

di ristorazione, anche del vitto di Rebibbia.

Nella cooperativa oggi lavorano 32 detenuti-cuochi,

formati attraverso corsi professionali

e inseriti progressivamente fino all’assunzione

con un contratto nazionale per

le cooperative di tipo B. «Tra chi lavora con

noi ho visto un reale cambiamento: le persone

grazie al lavoro si vedono “proiettate”

verso il mondo esterno» spiega Pantarotto.

Che però denuncia «l’assoluta incapacità

del Dap di programmare la spesa per

gli interventi: il 16 giugno, tramite lettera,

il dipartimento ha comunicato alle cooperative

che i fondi 2011 della Smuraglia dal

18 giugno sono esauriti. In allegato c’era

un modulo: possiamo scegliere su due piedi

se continuare a lavorare a spese nostre

(e quindi finendo per rimetterci) o licenziare

i detenuti e andarcene. Ovviamente

molti si arrendono. Noi abbiamo chiesto

al ministero un incontro urgente». I primi

tagli colpiscono proprio ciò che in carcere

funziona. E quei tanti uomi-

ni come noi, che ora si chiedono

se anche per loro ci sia

una giustizia equa, una possibilità

di ricominciare.

Chiara Rizzo


NOI, SGARRUPATI MA FELICI

Questa nuova vita

non la sciuperemo

Storia di Franca e Salvatore e della loro famiglia.

Che poteva essere distrutta dalla “mala” e dal carcere

e invece si è ritrovata. Grazie alla fiducia di un amico

Q

uando nel preludio di un’afosa serata

milanese ci si avvia nel budello di

strade di Sesto San Giovanni e si suona

al citofono di un condominio anonimo,

non ci si aspetta di trovare una famiglia

come quella di Salvatore e Franca. Una coppia

con alle spalle una vita da romanzo sulla

mala milanese. I due si sono incontrati

proprio negli ambienti della mala al quartiere

Giambellino, poi sono finiti in carcere.

In mezzo si sono sposati e hanno avuto

due figli, Francesca e Domenico. A Napoli

questa sarebbe una famiglia “sgarrupata”.

Sgangherata. Con le carte in regola per

finire in disgrazia. Come infatti avviene nel

2003. Mentre Franca è in carcere, Salvatore,

che mantiene la famiglia, fa un incidente e

si rompe la gamba. Viene licenziato. Si presenta

allora agli assistenti sociali del Giambellino

e ingenuamente chiede aiuto: «Viviamo

in un monolocale abusivo che cade a

pezzi. Mi aiutate a trovare una casa?». Una

famiglia sgarrupata che non si rende conto

di esserlo: subito i servizi sociali provvedono

ad affidare i bambini ad altre famiglie.

Quando Franca esce di prigione, i due

si rivolgono a “Un tetto per tutti”, una rete

di cooperative di Milano che si occupa di ex

detenuti. Inizia un percorso mirato per il

ricongiungimento della famiglia. Nella prima

fase la coppia è ospite nella casa messa

a disposizione dall’associazione Incontro

e Presenza. Così Franca e Salvatore diventano

amici di uno dei volontari, Emanuele

Pedrolli, “Pedro”. Nel 2005, i coniugi vengono

trasferiti in una casa-famiglia di una

seconda associazione, insieme ai figli: una

comunità dove, sulla carta, “gli sgarrupati”

dovranno apprendere come diventare

una famiglia normale. La realtà purtroppo

è diversa. Nella casa-famiglia i quattro

subiscono una serie violenze psicologiche

e fisiche, tanto che alla fine Franca scappa.

Quando i due si ritrovano, però, è troppo

tardi. Questa volta hanno davvero perso tutto:

non potranno più vedere i figli.

Si può dare un’altra chance a due così?

Chi mai crederà al loro racconto? Salvatore

si ricorda di quel Pedro, lo chiama: «Per

favore, aiutaci. Vogliamo tornare insieme».

Intanto è nato Nicolas. Ha la sindrome di Down.

In ospedale hanno proposto a Franca di darlo

in adozione. Lei non ha avuto remore: «Questo

bimbo me l’ha dato Dio e io lo tengo così com’è»

Pedro si fida: trova loro una casa, li accompagna

da un giudice del Tribunale minorile

e il quadro dei fatti nella casa-famiglia viene

ricomposto. Il giudice pone delle condizioni

al ricongiungimento della famiglia. Franca

e Salvatore dovranno trovare un lavoro e

un’abitazione da tre locali; e Salvatore lavora,

sì, ma in nero. Neanche Pedro stavolta

sa che fare. Salvatore non crede in Dio,

ma quel giorno si ricorda di una cosa che

gli ripete spesso l’amico volontario, e glielo

dice: «Pedro, prega. Dio ti ascolterà».

Difficile spiegare le successive 48 ore.

Pedro riceve alcune telefonate. Prima è il

suocero, che gli comunica l’urgenza di affittare

un trilocale. Poi è un amico, che per via

di un trasloco si deve sbarazzare dei mobili

e li regala. Infine è Salvatore: «Ho trovato un

lavoro in regola. Fioraio al cimitero». Sgarrupati

e miracolati. Da allora, Franca e Salvatore

hanno rigato dritto, nella nuova casa di

Sesto. Due settimane fa, finalmente, Domenico

è rientrato in famiglia. «È un secchione

a scuola» dice il padre orgoglioso. A settembre

rincaserà anche Francesca. Intanto è

nato Nicolas. Ha la sindrome di Down. Salvatore:

«Dicevo ai medici: “Se nasce Down,

vuol dire che gli daremo più affetto”». In

ospedale hanno proposto a Franca di dare il

bimbo in adozione. Lei non ha avuto remore:

«Questo bimbo me l’ha dato Dio e io lo

tengo. Così com’è». In un condominio qualunque

di Sesto, una famiglia sgarrupata

come poche trascorre la sera tra le risate.

Salvatore: «Abbiamo davvero poco. Ma

non abbiamo paura. Spaventoso è il baratro

in cui vivevo prima del carcere. Ora questa

vita ci fa felici». Pedro, che li ascolta, sorride:

«Il motto di casa è barcollo ma non mollo».

E barcollando ce l’han-

no fatta davvero. Non hanno

nulla, in apparenza, se

non quell’irrefrenabile, contagiosa,

voglia di vivere la

seconda chance. [cr]

| | 13 luglio 2011 | 23


INTERNI INCHIESTA TRA I SEPOLTI VIVI

PARLA GUIDO BRAMBILLA

Un rischio che

vale la pena

Non solo sbarre. «Abbiamo anche la responsabilità

di rieducare». Un magistrato contro «il giustizialismo

che non crede nel cambiamento delle persone»

penale ha un principio

cardine: la funzione della pena

L’esecuzione

non è solo retributiva ma anche,

come afferma la Costituzione, rieducativa.

Chi ha commesso un reato viene consegnato

non solo a un luogo (ad esempio il carcere),

ma anche a tutta una serie di rapporti

interpersonali: con il direttore dell’istituto

di custodia, la polizia penitenziaria, gli educatori,

gli assistenti sociali e il magistrato

di sorveglianza, tutti preposti alla fase esecutiva.

Il magistrato di sorveglianza è una

figura di giudice introdotta in tempi relativamente

recenti con la legge sull’ordinamento

penitenziario del 1975. Guido Brambilla

svolge questo compito

presso il Tribunale di Milano.

Attraverso l’uso di strumenti

giuridici tipizzati

(permessi, misure alternative

alla carcerazione quali

la semilibertà, la detenzione

domiciliare, l’affidamento in prova ai

servizi sociali, eccetera), nell’ambito di un

delicato percorso di “progressione trattamentale”,

calibrata sulla specificità dell’individuo,

al fine di favorire il suo graduale

rientro nell’ambito sociale di appartenenza.

Il tutto «senza disattendere l’altrettanto

importante principio dell’effettività della

pena che viene resa solo flessibile in concomitanza

del cambiamento, nel tempo, della

personalità del condannato».

Di quanti detenuti è responsabile un magistrato

di sorveglianza?

C’è un grosso problema in Italia e non

solo, che è quello del sovraffollamento carcerario.

Per questo il numero dei magistrati

di sorveglianza, specie nelle grandi città,

è assolutamente inadeguato a fronteggiare

le richieste dei detenuti. Inoltre, il

magistrato di sorveglianza segue anche

tutti coloro che, sin dall’origine o successivamente,

siano stati ammessi a una misura

alternativa, vale a dire coloro che si trovano

nella cosiddetta “esecuzione penale

esterna”. Il compito non è semplice,

proprio perché il giudice deve interagire

con figure istituzionali che non attengono

all’ordine giudiziario, come i direttori

24 | 13 luglio 2011 | |

delle carceri, per esempio, o gli assistenti

sociali, e non sempre i diversi approcci alla

finalità rieducativa collimano fra di loro.

A Milano i detenuti vengono affidati al

magistrato in base alla lettera iniziale del

cognome: io, per esempio, mi occupo di

tutti i detenuti delle carceri di Opera, Bollate,

Monza, San Vittore e Lodi il cui cognome

inizia con la lettera S e parte della lettera

L. Sono tanti. Circa 400. Considerando

che, in media, ognuno di loro presenta

annualmente una decina di istanze, il carico

del mio lavoro complessivo (tra funzioni

monocratiche e collegiali) ammonta a circa

quattromila procedimenti l’anno.

«L’obiettivo, seppur faticoso, è il reinserimento

sociale. Per questo è previsto (è un’attuazione

della sussidiarietà) che possano intervenire

soggetti che provengono dal privato sociale»

Guido Brambilla

è magistrato

di sorveglianza

presso il Tribunale

di Milano. Al suo

vaglio passano le

istanze di circa

400 detenuti

Può capitare che due detenuti abbiano

commesso lo stesso reato, ma il loro percorso

abbia due risvolti differenti, a seconda

del magistrato che li segue?

Premesso che la discrezionalità è una

delle caratteristiche dell’attività giurisdizionale,

può capitare che un giudice, legittimamente,

privilegi l’aspetto retributivo

della pena, con un approccio più cautelativo

rispetto alla funzione rieducativa, diversamente

da un altro più disponibile a giocarsi

immediatamente in un rischio rieducativo.

A mio parere, poiché il magistrato

è preposto a disporre e seguire un percorso

rieducativo col singolo detenuto, chi si

limita solo a sorvegliare l’esecuzione della

pena non tiene in debito conto tutti i fattori

che ineriscono all’intima natura della

medesima. Detto questo, va però aggiunto

che a fronte del medesimo reato le risposte

dei due autori sul piano rieducativo posso-


Foto: Contrasto

no essere diverse, proprio perché non ci si

muove più sul piano della sanzione, ma su

quello, almeno altrettanto delicato, del percorso

trattamentale, che è sempre individualizzato

e che, quindi, ben può essere

distinto. Nell’ambito di uno stesso tribunale

di sorveglianza il presidente dovrebbe, in

ogni caso, garantire una uniformità di criteri

orientativi al fine di evitare che si verifichino

disparità vistose di trattamento.

Erika De Nardo uccise a Novi Ligure, insieme

al fidanzato Omar, la madre e il

fratello. Nel 2006 il suo sorriso mentre

gioca a pallavolo durante un permesso, è

diventato il simbolo della seconda possibilità

che il carcere prevede ma che, spesso,

è percepita come immeritata.

Esiste una tendenza giustizialista

dell’intera società, spesso alimentata

anche dal clamore mass-mediatico delle

vicende giudiziarie. È frutto di una visione

della vita per cui l’uomo non può cambiare,

è irrevocabilmente congelato ai suoi

gesti e non può essere perdonato: quindi

bisogna chiudere la porta e buttare via la

chiave. L’obiettivo, seppur faticoso, è invece

quello del reinserimento sociale. Per

questo la legge prevede (ed è un’attuazione

del principio di sussidiarietà) che possano

intervenire, nel percorso trattamentale

del condannato, anche soggetti che sono

espressioni del privato sociale. Il volontariato

è una di queste espressioni. Ad esso

si affiancano altre realtà: imprese, associazioni,

fondazioni e iniziative, anche di tipo

culturale, che sono molto positive perché

più vicine alla persona rispetto agli enti

istituzionali e portatrici di più concrete

istanze educative. Solo alcuni esempi: le

“sartine” della Cooperativa “Alice” che confezionano

vestiario anche di lusso e che,

una volta, preparavano i costumi per il Teatro

alla Scala di Milano; la Casa di reclusione

di Bollate è sempre stata una fucina di

iniziative, tra vivai, serre, laboratori artigianali

e anche un maneggio per l’ippoterapia;

presso il carcere di Busto Arsizio è

operativa “Dolci Libertà” una “cioccolateria”

che produce dolci di alta qualità come

quelli della cooperativa “Giotto” di Padova

e molte altre. Tutte queste iniziative incidono,

in modo reale ed efficace, sulla rieducazione,

perché il lavoro passivo, fatto

solo per evitare l’ozio della cella, è ben

diverso da un’attività improntata a creare

futuri lavoratori. È anche attraverso un

semplice panettone prodotto in carcere e

servito nei migliori ristoranti e pasticcerie

d’Italia, che si abbattono le barriere.

Si è tornati a parlare di amnistia. Da cosa

passa una possibilità di cambiamento per

un sistema carcerario in ginocchio?

Non si vede, in effetti, un’alternativa:

o si costruiscono più carceri (ma dubito

che ci siano le risorse necessarie) o bisogna

affrontare il problema in altro modo.

Da poco è stata introdotta un’ulteriore forma

di detenzione domiciliare, la cosiddetta

“svuota carceri” (legge 199 del 2010) che

però ha inciso in minima parte sul problema

rilevato. Il livello di sovraffollamento si

mantiene, infatti, sempre oltre lo standard

della capienza nazionale. Il carcere, invece,

dovrebbe essere, a mio parere, un luo-

go detentivo (mi riferisco principalmente,

per il mio mestiere, ai detenuti definitivi)

per certi tipi di reati, connotati soprattutto

da violenza verso la persona. Bisognerebbe

forse operare anche una modifica

dello stesso codice penale, intervenendo

sul sistema sanzionatorio, oggi basato

solo sulla reclusione e sulla pena pecuniaria.

Esiste invece tutto un sistema di misure

alternative, come quelle già menzionate

(i lavori socialmente utili, l’affidamento

ordinario, l’affidamento terapeutico,

la detenzione domiciliare), che potrebbe

essere inquadrato, sin dall’inizio, nel novero

delle sanzioni applicabili con la sentenza.

Infatti, le misure esterne sono alternative

al carcere, ma sono vere e proprie sanzioni

penali (le cosiddette “pene comunitarie”),

che dovrebbero essere potenziate

e valorizzate anche per evitare che siano

percepite dalla società come meri strumenti

assistenziali. Andrebbero poi sviluppati

gli interventi della mediazione penale

(uno strumento di soluzione del conflitto

generato dal reato, già sperimentato

positivamente nella giustizia minorile),

che potrebbero deflazionare ulteriormente

la fase esecutiva. L’attuale sistema, invece,

determina ancora, a mio parere, una

eccessiva burocratizzazione delle procedure

e inutili “passaggi” per il carcere. Certo,

una sottovalutazione del problema e la

mancanza di una significativa rivisitazione

del sistema, così come oggi concepito,

renderebbero prima o poi improcrastinabile

un provvedimento di clemenza.

Chiara Sirianni

MISTERIOSE MISURE ALTERNATIVE

Che fine ha fatto

quel braccialetto?

Presentato come l’invenzione svuota-prigioni,

è già costato ai contribuenti diversi milioni di euro.

Ma nessuno lo ha visto all’opera. Un giallo hi-tech

Si chiama braccialetto elettronico.

Doveva contribuire a svuotare le

carceri, invece si è rivelato un flop.

In plastica nera, grande come un orologio

da polso, prevede la possibilità di controllare

a distanza i soggetti sottoposti alla misura

degli arresti domiciliari, attraverso dei

dispositivi da allacciare alla caviglia o al

polso del detenuto, che nel caso di allontanamento

non autorizzato inviano in automatico

l’allarme alle forze dell’ordine per

un immediato intervento. Le caratteristiche

tecniche degli apparati sono state individuate

con decreto del ministero dell’Interno

di concerto con il ministro della Giustizia

pubblicato sulla Gazzetta ufficiale

il 15 febbraio 2001. La firma era degli

allora ministri Enzo Bianco e Piero Fassino,

durante il governo Amato. Il contratto

con la Telecom, scrissero i giornali, prevedeva

una cifra di circa 11 milioni all’anno,

fino al 2011. Centodieci milioni in tutto.

| | 13 luglio 2011 | 25


INTERNI INCHIESTA TRA I SEPOLTI VIVI

«A quanto mi risulta – dice Alfredo Mantovano,

sottosegretario all’Interno – attualmente il

braccialetto non è ancora utilizzato, mentre mi

risulta ancora in essere il contratto con Telecom»

Telecom fa sapere che il servizio ha visto

l’avvio nell’anno 2002 con una prima fase

sperimentale nelle città di Milano, Roma,

Napoli, Catania e Torino. Le tecnologie di

braccialetto elettronico sperimentate vennero

inizialmente fornite dalle seguenti

società: Monitoring Italia, On Guard+,

Italdata, Elmotech e Project Automation.

Durante la sperimentazione venne interessata

anche Telecom Italia esclusivamente

per le componenti di rete di telecomunicazioni.

Al termine di tale sperimentazione

il ministero dell’Interno definì una modalità

di erogazione diversa dalle prestazioni

inizialmente previste, passando dalla mera

fornitura in noleggio degli apparati a una

logica di servizio con la garanzia di una

gestione unitaria e la contestuale estensione

della fruibilità dalle cinque città iniziali

a tutto il territorio nazionale.

Telecom Italia è stata invitata a farsi

carico della predisposizione della nuova

piattaforma tecnologica e dell’erogazione

del servizio e il relativo contratto è stato

sottoscritto il 6 novembre 2003. Eppure

sembra che questi braccialetti, seppur previsti

normativamente, vengano usati molto

di rado. Sono forse difettosi? «Il problema

della scarsa diffusione del servizio non

è dovuto al funzionamento», risponde Telecom.

«Tutte le attivazioni fino ad oggi effettuate

sono andate a buon fine e non hanno

mai presentato problemi di natura tecnica».

ll 13 ottobre 2009, Donato Capece,

26 | 13 luglio 2011 | |

UN OTTIMO GUARDASIGILLI

segretario generale del Sappe, il principale

sindacato di polizia penitenziaria, ha

spiegato ai microfoni di Striscia la notizia

quanto questi dispositivi siano costosi

(«anzi costosissimi, più che se fossero fatti

di oro diamanti e pietre preziose») per

le casse dello Stato: «Di questi bracciali

ne sono stati realizzati 400, uno impiegato

a Milano, gli altri 399 chiusi in un caveau

del ministero dell’Interno». In seguito

allo scandalo, sono state presentate due

interrogazioni parlamentari. E oggi, cos’è

cambiato? Interpellato da Tempi, il sottosegretario

del ministero dell’Interno Alfredo

Mantovano dice che «a quanto mi risulta

attualmente il braccialetto elettronico

non è ancora utilizzato, mentre mi risulta

ancora in essere il contratto stipulato a

Anche a Giuliano Pisapia piace

l’“orologio” da arresti domiciliari

A proposito di soldi sprecati, che fine hanno fatto i braccialetti

elettronici approvati nel primo “pacchetto sicurezza”

quando era ministro degli Interni Enzo Bianco?

Pisapia: Nel 2001 – quando il centrosinistra era al governo

– si è cominciato a fare campagna elettorale sulle paure vere

o indotte della gente, ed è stata approvata una norma che

prevedeva l’utilizzo dei braccialetti elettronici in caso di arresti

domiciliari. Ebbene, dopo l’esito incerto del primo periodo di sperimentazione,

sono stati chiusi in una stanza blindata al Viminale.

Eppure i braccialetti elettronici, in altri paesi, hanno dato buona

prova. Nel Canton Ticino, dove il detenuto paga 10 franchi al

giorno per il braccialetto, c’è stato un riscontro positivo nel 90

per cento dei 460 casi in cui è stato utilizzato; in Gran Bretagna

ogni giorno sono controllati con questo sistema 13 mila condannati,

che scontano pene brevi fuori dal carcere; in Belgio e in

Francia dopo cinque anni dalla sua applicazione si riscontrano

ottimi risultati, come negli Stati Uniti dove viene usato dal 1983.

Ma non è solo questo lo spreco. Il peggio è quello che il Sappe,

uno dei più attivi sindacati della polizia penitenziaria, rivela: il

ministero dell’Interno paga a Telecom 6 milioni di euro l’anno

per il noleggio di braccialetti elettronici inutilizzati, in base a un

contratto valido fino al 2011. Secondo fonti ministeriali, il costo

annuale per i braccialetti sarebbe attualmente salito a 11 milioni.

Carlo Nordio, Giuliano Pisapia In attesa di giustizia. Dialogo

sulle riforme possibili, Guerini e associati

Allacciato alla caviglia

o al polso del detenuto,

il bracciale elettronico

avverte a distanza e

automaticamente le forze

dell’ordine in caso di

allontanamento non

autorizzato del soggetto

suo tempo con Telecom». Quindi da dieci

anni a questa parte lo stato italiano spende

i soldi dei contribuenti per strumenti che

rimangono inutilizzati? Qualche mese fa

l’associazione “Il carcere possibile” (Onlus

nata nel 2003 come “progetto” della Camera

Penale di Napoli) ha presentato un esposto

alla Corte dei Conti. Motivo? Lo sconcerto

per «uno spreco di denaro pubblico

enorme, in un settore come quello della

giustizia che è privo delle risorse essenziali,

dalla carta per stampare gli atti a una

reale informatizzazione degli uffici. Dove

l’amministrazione penitenziaria non è più

in grado di assicurare ai detenuti il diritto

alla salute, mentre ha del tutto rinunciato

alla rieducazione, pur prevista dalla nostra

carta costituzionale». [cs]

Foto: Infophoto


DENTRO

IL PALAZZO

ALTRIMENTI È MEGLIO LA DANNAZIONE ETERNA

Contro i miei interessi di diavolo

propongo di rendere utili le galere

di Renato Farina

non è come il carcere. Infatti, come si può notare, i diavoli possono a

turno uscire dalle tenebre eterne per ragioni di lavoro. Quelli bravini poi,

L’inferno

come il qui presente Diavolo della Tasmania, sono praticamente a spasso

in permanenza oltre lo Stige. Per cui, lasciatemelo dire visto che me ne intendo: la

prigione – almeno quella italiana – è diversa dall’inferno. Per due motivi. Il primo è

amarissimo: si sta peggio dal punto di vista logistico che giù da noi. Da Belzebù e Satanasso

c’è più spazio, più fantasia nelle pene, non ci prende per i fondelli nessuno

con la storia delle amnistie e neanche lo si fa credere ai nostri dannati. C’è però un

altro aspetto delle galere italiane (ma forse vale per l’intero pianeta) che le fa immensamente

diverse dagli inferi. Qualche volta Dio va lì, qualche volta benedice, rende il

tempo utile, prezioso, lo carica di umanità. A prescindere dai metri quadrati a dispo-

sizione dei singoli detenuti. Le carceri sono una possibilità di miracolo

permanente. Qualche volta lì il bene si raccoglie a secchi.

Il dossier proposto in questo numero di Tempi dice tante cose. Una

la vorrei testimoniare io. Quando nei panni di deputato giro le galere, e

ne ho visitate tante, almeno una ventina, vedo cose e incontro persone

che sono un forziere pieno d’oro. Sia chiaro: qui non si tratta di sostenere

come in cella finisca gente che non ha commesso reati o che meriterebbe

vacanze stipendiate invece delle sbarre. Ma di tenere desta la

consapevolezza che non esiste colpa che può spegnere la scintilla di infinito e il desiderio

di bellezza che c’è anche nel petto più carico di infamia. Questo non toglie

affatto la necessità della giustizia. La misericordia non sostituisce o annulla l’espiazione.

Ma dà a ciascuna vita, anche a quella dell’assassino, una utilità impensabile.

Ultimamente sono stato a San Vittore. Il raggio numero sei, salvo errori od omissioni,

è contro qualsiasi legge. Credo che sia vietato vendere sardine in scatola con

una concentrazione come quella che ho verificato. Sei detenuti in buchi forse di 8

metri quadrati. Un tavolino. Ripeto, dopo essere stato in quel sudatoio e affumicatoio

avrei fatto volentieri un tuffo nel pentolone della pece per rinfrescarmi. Eppure

lì ho trovato una voglia di vivere misteriosa. Così parlando anche con altri, dentro

l’umiliazione, un diamante di dignità.

Mi dicono che il sovraffollamento sia endemico. E un’amnistia oggi farebbe perdere

cinque milioni di voti ai partiti che osassero proporla. Dunque è impensabile,

nonostante le ottime intenzioni di Pannella. Se però la gente, anche quella che ha

subìto soprusi, visitasse di più le celle, e le scolaresche lo facessero con gli insegnanti,

si otterrebbero due cose: 1) un deterrente contro l’intenzione di darsi al crimine,

2) la compassione che spacca un cuore sensibile. Le galere non sono fuori dal mondo:

sono tra noi. Facciamo in modo che facciano del bene al mondo. Lo dico contro

il mio interesse diabolico. Questa gente chiede di lavorare. Diamoglielo ’sto lavoro.

In carcere ci sono italiani che accetterebbero mansioni che fuori dal carcere nessun

connazionale vuole. Fare il pane di notte, lavorare il legno, assemblare. Ho depositato

con Alessia Mosca del Pd una proposta di legge per rendere più facile la presenza

di aziende negli istituti di pena, con lavori seri, utili alla rieducazione, sul modello

di Padova. Costa poco. Giace in Commissione lavoro alla Camera dal 2 dicembre

2009, ha firme di tutti i partiti. Si chiama “C.3010 Modifiche alla legge 22 giugno

2000, n. 193, in materia di agevolazioni per le imprese e le cooperative sociali che favoriscono

l’inserimento lavorativo dei detenuti”. Farebbe del gran bene.

IL DIAVOLO

DELLA

TASMANIA

Questa gente chiede di lavorare.

Diamoglielo ’sto lavoro. In carcere

ci sono italiani che accetterebbero

mansioni che fuori nessuno vuole.

Fare il pane di notte, assemblare…

Farina ha depositato alla Camera

una proposta di legge per rendere

più facile la presenza di aziende nelle

prigioni e più rieducativa la pena,

sul modello del carcere di Padova

| | 13 luglio 2011 | 29


CAPITA PERFINO AL GAY PRIDE

Freedom Flotilla e altri pretesti

per discriminare gli israeliani

di Yasha Reibman

Fino al 28 giugno a Barcellona

si è svolto il Gay Pride.

Un anno fa gli organizzatori

dell’Europride di Madrid

decisero di escludere le associazioni israeliane

che si occupano dei diritti delle persone omosessuali.

La colpa degli israeliani era sempre quella:

semplicemente essere israeliani. A Madrid cercarono

un modo più elegante per affermarlo, si

inventarono che gli israeliani andavano esclusi

perché in parte finanziati dal Comune di Tel

Aviv. La municipalità della città israeliana, infatti,

non aveva preso le distanze dal proprio governo

per i fatti della Freedom Flotilla. Gli organiz-

Un anno dopo

la malaugurata

missione della

Freedom Flotilla,

altre navi si

dirigono a Gaza

e intendono

forzare i controlli

SE TI

DIMENTICO

GERUSALEMME

zatori non si posero il problema

che riguardo al tema dell’Europride

sarebbe stato più attinente

riconoscere i meriti di Tel

Aviv nel promuovere una cultura

aperta agli omosessuali, al

punto che in Israele trovano ri-

fugio e salvezza gli arabi gay (in primo luogo proprio

quelli palestinesi) perseguitati nelle proprie

società. Gli organizzatori non capirono nemmeno

che si coprivano di ridicolo invocando un presunto

obbligo di critica da parte di un Comune

verso il proprio governo, né si informarono evidentemente

su quanto era successo sulla Freedom

Flotilla. La nave aveva forzato il blocco navale

israeliano e cercato di raggiungere Gaza. Era

stata fermata e i soldati israeliani erano saliti a

bordo per verificare che non ci fossero armi destinate

ad Hamas. I cosiddetti pacifisti li avevano

“accolti” con coltelli e pistole. Per questo i militari

israeliani avevano dovuto difendersi.

Oggi, un anno dopo, da una parte del Mediterraneo

la storia si ripete. Altre barche cercano

di forzare i controlli israeliani. Nel momento in

cui scrivo non si sa come finirà, ma la speranza è

che tanto i filopalestinesi sulle loro navi quanto

i soldati israeliani possano fare il proprio compito

senza scontri, e che i primi possano raggiungere

Gaza dopo aver lasciato pacificamente

effettuare i controlli agli israeliani. Dalla parte

opposta del Mediteranneo, invece, la storia sembra

cambiare. Quest’anno a Barcellona gli attivisti

gay israeliani sono stati accolti.

L’ANTIDOTO AL PENSIERO DEBOLE

Fedeltà nella comunione,

la vera forza della Chiesa

di Angela Ambrogetti

L’

Eucaristia è l’antidoto all’individualismo e il

farmaco dell’intelligenza, ha ricordato il Papa

nel giorno in cui in Italia si festeggia il

PLAUSI

E BOTTE

IL PORTONE

DI BRONZO

Corpus Domini. Ma non dimentichiamo la fedeltà

che è sintomo della qualità di una relazione umana.

È sacerdote da sessant’anni il Papa, è diventato “amico” di Dio,

entrando in un rapporto personale. E «l’amicizia non è soltanto conoscenza,

è soprattutto comunione del volere», ha detto nell’omelia

del 29 giugno. Insomma è fedeltà.

Benedetto XVI nei suoi discorsi costruisce giorno dopo giorno un

umanesimo cristiano che si scontra “felicemente” con il pensiero comune,

debole e spesso autoreferenziale. Invece, dice: «La Chiesa, malgrado

i limiti e gli errori umani, ha continuato ad essere nel mondo

una forza di comunione». Un concetto che sembra controcorrente anche

all’interno del popolo di Dio. Comunione e fedeltà. «Oggi più che

mai c’è bisogno di fedeltà!», ha detto il Papa all’Associazione dei Santi

Pietro e Paolo, perché «la qualità di una relazione umana si vede dalla

fedeltà!». E come l’Eucaristia è un antidoto contro il vuoto della falsa

libertà. La vera libertà si conquista nella fedeltà, nella comunione,

nella obbedienza, «appiglio sicuro per la serena certezza», come dice

il cardinale Angelo Scola che dal 28 giugno è tornato alla “Chiesa madre”

in cui è nato ed è stato «simultaneamente svezzato alla vita e alla

fede». La diocesi di Ambrogio ha la possibilità di dimostrarlo una

volta di più accogliendo un suo figlio nella fedeltà e nella comunione.

| | 13 luglio 2011 | 31


ESTERI

32 | 13 luglio 2011 | |

LE MANOVRE DEGLI ALTRI

C’è Obama

nelle tasche

dell’America

Mille miliardi di dollari in dieci anni. Di tanto dovrà

rientrare Washington per non morire di debito.

Le strade possibili? Tagliare la spesa pubblica

(così cara agli elettori democratici) o alzare le tasse.

Ora il presidente sa in che modo entrerà nella storia

da New York Mattia Ferraresi

che abbia indicato i jet

privati e le compagnie petrolife-

«Interessante

re come gli unici esempi di

aumenti delle tasse che propone. Strano

invece che non abbia menzionato altre

cose, tipo i 70 miliardi di dollari che vuole

ricavare dalle manifatture e dalle piccole

imprese». Il sarcastico leader dei repubblicani

al Senato, Mitch McConnell, non aveva

bisogno di ascoltare la conferenza stampa

di Barack Obama sull’economia per sentire

puzza di bruciato. La storia del dissidio poli-


tico era già stata scritta la settimana prima,

quando il repubblicano Eric Cantor, stella

nascente del partito, se n’è andato sbattendo

la porta durante l’ennesimo incontro

dell’ennesima commissione bipartisan

nominata da Obama per trovare un accordo

politico sul bilancio.

Nella discussione a singhiozzo fra le

parti ci sono tre livelli: il primo riguarda

il tetto del debito che il governo americano

può contrarre. Nel febbraio del 2010 il

Congresso ha aggiornato la quota massima

stabilita a 14.294 miliardi di dollari: superata

quella cifra, il governo deve essere in

Nel febbraio del 2010

il Congresso ha fissato

a 14.294 miliardi

la quota massima di

debito contraibile: oltre

quella cifra il governo

deve poter restituire

il denaro o rischia il

default. In maggio la

soglia è stata superata

grado di restituire il denaro preso in prestito,

altrimenti rischia il default. In maggio

la soglia critica è stata superata e l’America

ha un debito scoperto pari al 98 per cento

del prodotto interno lordo, un dato che

ha allarmato le agenzie di rating, gli organi

di controllo e la politica, che all’unisono

hanno iniziato a chiedere al Congresso di

spostare più in alto l’asticella. Moody’s ha

minacciato di abbassare il rating se il provvedimento

non verrà approvato in fretta,

il numero uno di Standard & Poor’s, John

Chambers, ha detto che se il governo non

sarà in grado di pagare i suoi debiti «ver-

rà valutato con una “D”» e il Fondo monetario

internazionale ha minacciosamente

parlato di un «durissimo colpo all’economia

e ai mercati finanziari internazionali».

Il segretario del Tesoro, Timothy Geithner,

ha fissato la data limite per il provvedimento

il 2 agosto: secondo le valutazioni

del Tesoro è quella la soglia temporale

oltre la quale l’America non sarà in grado,

come dice Obama, di «pagare le bollette».

Per apprezzare quanto è dura la guerra

di posizioni fra repubblicani e democratici

basta notare che le parti non sono d’accordo

nemmeno sulla data, che a destra considerano

una «soglia artificiale» inventata

dagli uomini di Obama soltanto per fare

pressione politica. Ma la commissione istituita

dalla Casa Bianca e guidata dal vicepresidente

Joe Biden non è collassata su

questo punto. Lo scambio era praticamente

fatto: i repubblicani, che hanno la maggioranza

alla Camera, votano per l’innalzamento

del tetto e in cambio i democratici

concedono generosi tagli alla spesa pubblica,

desiderio cocente della destra mainstream

e ragione sociale di quella libertaria.

Ed ecco il secondo livello del problema.

Il significato della parola «entrate»

Cantor ha detto che sono stati fatti «molti

progressi» nell’individuare le voci di spesa

da tagliare, una cifra nell’ordine di mille

miliardi di dollari nei prossimi dieci

anni. Questo piano con l’accetta

riguarda giocoforza il sistema

di welfare e la copertura

sanitaria (soprattutto il programma

Medicare, che garantisce

la copertura per gli anziani),

voci che i democratici hanno

giurato solennemente di salvaguardare

a qualunque costo

e non sono disposti a toccare;

almeno non nei termini drastici

in cui mettono la cosa i

conservatori. Dunque, se i tagli

non sono abbastanza profondi,

dove troverà il governo i soldi per un piano

credibile di risanamento del bilancio?

Obama le chiama «entrate», tutti gli altri le

chiamano tasse, e sono il terzo livello della

discussione, quello in cui il tavolo delle

trattative è saltato e che ha portato il presidente

a scendere in campo in prima persona,

da una parte lavorando a porte chiuse

con i leader del Senato, dall’altra proponendo

pubblicamente una versione dei

fatti ad uso meramente politico. La settimana

scorsa Obama ha arringato la nazione

mettendo le alternative sui piatti della

bilancia: «Se scegliamo di mantenere

| | 13 luglio 2011 | 33


ESTERI LE MANOVRE DEGLI ALTRI

le agevolazioni fiscali per i milionari e i

miliardari, se scegliamo di mantenerle per

proprietari di aerei privati, se scegliamo

di mantenerle per le compagnie petrolifere

che fanno centinaia di miliardi di dollari,

significa che dovremo negare ad alcuni

dei nostri ragazzi le borse di studio per

l’università, significa che dovremo sospendere

alcuni programmi di ricerca medica.

Significa che la sicurezza del cibo potrebbe

essere compromessa. Questo

significa che il programma

Medicare dovrà accollarsi molte

più spese. Queste sono decisioni

che devono essere prese».

In altri termini, il presidente si

stava retoricamente chiedendo:

volete davvero che i miliardari

continuino a mangiare caviale

esentasse sui loro aerei privati

mentre la classe più svantaggiata

e l’operosa middle class vedono

svanire le protezioni sociali

che uno Stato responsabile

dovrebbe garantire?

Una misura sconsigliabile

A livello politico il presidente

avrebbe preferito evitare questa

rappresentazione radicale

della realtà, ma da qui al 2 agosto

l’unico gioco ammesso a

Washington è quello in cui i

democratici accusano i repubblicani

di essere ideologi senza

scrupoli, i repubblicani controbattono

dicendo che alzare

le tasse è una manovra depressiva,

l’ultima cosa di cui l’economia

americana ha bisogno

per un rilancio serio. «La leadership

repubblicana – ha detto

Obama – prima o poi arriverà

alla conclusione che è suo

dovere prendere la decisione

giusta per il paese e che gli

altri si stanno già muovendo

dalle posizioni massimaliste.

Loro devono fare la stessa cosa».

«Non è una questione di buoni e cattivi» ha

ribattuto McConnell dopo aver visto chiaramente

la trappola politica che Obama

stava preparando.

Gran parte del problema però sta nel

merito della manovra economica. Il presidente

ha insistito molto sui costruttori di

jet privati, categoria che è piuttosto semplice

rappresentare come la quintessenza

dell’eccesso, melodrammaticamente contrapposta

ai bisogni reali del paese. Quando

Obama mette la scelta in termini morali

non solo fa leva su un argomento facile

e populista ma non spiega che togliere

quell’agevolazione fiscale farebbe guadagnare

al governo 64 miliardi di dollari nei

prossimi dieci anni, nulla rispetto al gap

34 | 13 luglio 2011 | |

64

MILIARDI

quanto guadagnerebbe

il governo con

l’eliminazione delle

esenzioni fiscali per

i costruttori di jet

privati. Nulla rispetto

al gap da colmare,

anche sommando

le entrate derivanti

dall’abolizione delle

esenzioni per milionari

e miliardari

1.135

MILIARDI

il deficit extra degli

Stati Uniti rispetto

alle stime decennali

fatte nel 2001

523

MILIARDI

quota del deficit

extra dovuta a

incrementi di spesa

promossi dalla Casa

Bianca con i pacchetti

di stimolo, le

risorse per l’educazione,

per il budget

del Pentagono e per

la riforma sanitaria,

la madre di tutte le

spese targate Obama

di entrate-tasse di cui il governo

avrebbe bisogno per far quadrare

i conti secondo la ricetta

democratica. Anche le esenzioni

per miliardari e milionari

non produrrebbero effetti così

significativi. Perciò, se l’amministrazione

si rifiuta di mettere

mano seriamente alla spesa,

la strada di un innalzamento più diffuso

delle tasse è l’unica percorribile. Su quella

strada i repubblicani non si vogliono mettere,

e non solo per ragioni ideologiche.

I dati dell’ufficio budget del Congresso

dicono che dopo i tagli fiscali di Bush nel

2003 le entrate del governo sono aumentate

di 786 miliardi di dollari in quattro

anni, incremento record nella storia fiscale

americana. Significa che per aumentare

le entrate non basta incrementare la pres-

«Obama sbaglia di grosso se crede che una

manovra che alza il tetto del debito e alza le

tasse possa passare» ha detto lo speaker della

Camera John Boenher. «I voti non ci sono»

sione fiscale, ma occorre sostenere la crescita

economica. Rispetto alle stime decennali

fatte nel 2001, il deficit è superiore di 1.135

miliardi di dollari: da dove vengono le spese

in eccesso? Un terzo è dovuto all’innalzamento

degli interessi sui prestiti, ma 523

miliardi di dollari sono dovuti a incrementi

di spesa interna promossi da Obama con

i pacchetti di stimolo, le risorse per l’educazione,

per il budget del Pentagono e per la

riforma sanitaria, la madre di tutte le spese

marcate Obama. La scarsa percentuale delle

entrate fiscali rispetto al prodotto interno

lordo (14,8 per cento) mostra che la crescita

è ancora molto lenta, ed è per questo

che il presidente si trova a dover mettere

una pezza a un bilancio non solo drammatico,

ma che non dà segnali di miglioramento.

Ma l’attuale assetto fiscale non ha

colpa. Con una percentuale di crescita al

di sotto del 2 per cento (in

calo nel 2011 rispetto all’anno

precedente) e la disoccupazione

al 9,1, mettersi sulla

strada dell’innalzamento

delle tasse è una manovra


Foto: AP/LaPresse

sconsigliabile non soltanto secondo le opinioni

dei libertari, quelli che se potessero

abolirebbero direttamente Washington,

ma anche per i più prudenti dei keynesiani.

Repubblicani alla resistenza

Alle considerazioni tecniche si sovrappone

la trama politica. Nel dibattito alla scadenza

delle agevolazioni fiscali di Bush, nel

dicembre 2010, i repubblicani hanno vinto

una battaglia che in parte consisteva nel rinnovare

i tagli e in parte nel riuscire a dipingere

gli oppositori della manovra (e quindi

Obama) come il partito anticrescita. Sull’onda

lunga delle elezioni di midterm l’operazione

è riuscita e nella rappresentazione

dell’elettorato il provvedimento aveva il

respiro della crescita comune, non di una

fastidiosa difesa corporativa. Ora Obama sta

cercando di rovesciare questo canovaccio.

Prima con le buone: istituire commissioni

bipartisan che sono belle da esibire come

patenti di buona volontà politica, ma esplodono

quando si arriva alle divergenze radicali

sulle ricette per sanare il bilancio. Poi

con le cattive: scendere in campo per dire

che gli avversari non hanno a cuore il bene

del paese, danneggiano la middle class in

nome di princìpi ideologici e dirigendo in

prima persona i dialoghi con McConnell e

Harry Reid, i leader del Senato. La Camera

a maggioranza repubblicana è un avversario

troppo duro per il presidente e lo speaker,

John Boehner, lo ha detto con parole

semplici: «Il presidente sbaglia di grosso se

crede che una manovra che alza il tetto del

debito e contemporaneamente alza le tasse

possa passare alla Camera. È semplice: i voti

non ci sono». E in conformità al “giuramento

sulle tasse” – il patto di sangue vergato

dall’Americans for Tax Reform, l’avamposto

antitasse di Grover Norquist – firmato dalla

stragrande maggioranza del partito, ha

detto che «con l’eccezione dell’innalzamento

delle tasse, che distruggerà il mercato del

lavoro, tutte le opzioni sono sul tavolo».

La strategia di Obama è associare la riluttanza

verso l’aumento delle tasse alla difesa di beceri

interessi che frenano il sogno americano. Per

questo cita jet privati e compagnie petrolifere

Tagliare la spesa

o alzare le tasse?

La netta divisione

tra repubblicani

e democratici in

materia di misure

per la riduzione

del debito è

emersa in modo

chiaro quando

il repubblicano

Eric Cantor

(foto sotto), due

settimane fa, è

uscito sbattendo

la porta durante

una seduta

dell’ennesima

commissione

bipartisan (foto

grande a sinistra)

voluta dal

presidente

Barack Obama

per trovare un

accordo politico

sul bilancio

È una guerra di trincea in cui a fasi

alterne gli schieramenti avanzano di pochi

metri, vengono rintuzzati, si ritirano e si

fanno di nuovo sotto; allo stesso tempo è

uno scontro fatto di percezioni pubbliche e

pregiudizi, di immagini e caroselli elettorali

che a poco più di un anno di distanza dal

voto delle presidenziali non possono essere

ignorati. L’ingresso di Obama nel campo di

battaglia è il fattore che cambia il plot e nella

sua uscita pubblica davanti ai giornalisti

– calcolato lampo di calore nella coolness

presidenziale – ha chiarito che la strategia

dell’amministrazione è associare la riluttanza

verso l’aumento delle tasse alla difesa di

interessi beceri che tengono a freno il sogno

americano. Obama spera che la sua abilità

nelle trattative a porte chiuse così come nella

comunicazione alla luce del sole sia sufficiente

a mettere a posto i conti senza scontentare

gli elettori democra-

tici in cerca di protezione

sociale; e senza consegnarsi

alla storia come il presidente

che per fronteggiare la crisi

ha alzato le tasse. n

| | 13 luglio 2011 | 35


ESTERI LA TERRA DELL’INTOLLERANZA

Pakistan

martirio

senza fine

Mentre monta lo scandalo delle donne rapite,

convertite a forza e costrette a sposare uomini

musulmani, Islamabad abolisce il ministero per

le Minoranze, rimasto vacante dall’omicidio di

Shahbaz Bhatti. «Così lo uccidono un’altra volta»

tribunale pakistano ha

mai sentenziato che una con-

«Nessun

versione all’islam era forzata.

Nessuna corte pakistana ha mai restituito

a una famiglia una ragazza rapita e costretta

a sposare un musulmano. Mai, nemmeno

una volta». È senz’altro questa la ragione

per la quale nelle prossime settimane

il caso di Farah Hatim, la 24enne cristiana

pakistana rapita il 7 maggio scorso mentre

andava al lavoro e che la famiglia di origine

non riesce a liberare da un matrimonio

e da una conversione forzati

per la totale mancanza di collaborazione

da parte delle autorità,

approderà al Consiglio per i

diritti umani delle Nazioni Unite

grazie all’interessamento di

alcune Ong per la promozione

dei diritti umani accreditate presso il Palazzo

di Vetro. A pronunciare l’amara affermazione

di cui sopra è un esponente, che preferisce

restare anonimo, di un ente pakistano

che si occupa di diritti umani in forma

ufficiale. «Promuovere una causa attirando

l’attenzione generale su una storia particolare,

su un volto e un nome, è una strategia

comunicativa giusta. Ma non dimentichiamo

il quadro complessivo del dramma:

ogni anno in Pakistan vengono rapite

e violentate, oppure rapite, convertite

forzatamente all’islam e poi sposate circa

700 ragazze e donne cristiane; se contiamo

anche le ragazze indù e di altri gruppi,

più di 1.000 donne appartenenti a minoranze

religiose vengono ogni anno rapite

e violentate o costrette a un matrimonio

dopo una conversione all’islam contro

la loro volontà. E le forze dell’ordine non

fanno nulla, oppure prendono per buone

le giustificazioni dei rapitori e invitano le

36 | 13 luglio 2011 | |

«Più di 1.000 donne di minoranze religiose

vengono ogni anno rapite e violentate

o costrette a un matrimonio dopo una

conversione all’islam contro la loro volontà»

famiglie delle donne a farsene una ragione:

dicono loro che non c’è stata violenza

e mostrano una dichiarazione scritta della

donna che attesta una conversione religiosa

del tutto regolare».

Non sono in realtà solo gli attivisti dei

diritti umani a lamentare questa situazione.

Anche nel Rapporto 2010 sui diritti

umani in terra pakistana, redatto dalla

ufficialissima Human Rights Commission

of Pakistan (Hrcp), si legge: «Le conversioni

forzate sono da molti anni uno dei più grossi

problemi per le minoranze e le comunità

vulnerabili in Pakistan. Nell’ottobre 2010

la Commissione del Senato per i problemi

delle minoranze ha espresso la sua preoccupazione

per i casi di rapimento e conversione

forzata di ragazze indù nella regione

del Sindh e chiesto l’adozione di misure

concrete per arrestare queste conversioni.

Esponenti del Gruppo di lavoro sulle comunità

vulnerabili a causa della loro fede del-

Foto: AP/LaPresse


Sopra, una donna piange Shahbaz

Bhatti, cattolico e ministro per le

Minoranze del Pakistan, assassinato

da estermisti islamici il 2 marzo 2011

a Islamabad. Il suo dicastero è stato

abolito e le sue competenze saranno

assorbite dai ministeri provinciali.

A lato, una via crucis a Quetta

la Hrcp (…) hanno spiegato che queste cose

non accadono solo nel Sindh e non erano

confinate a una particolare condizione, religione

o località. A volte la conversione di

una ragazza appartenente a una minoranza

comincia col rapimento e/o lo stupro. In

seguito si asserisce che la ragazza si è convertita

all’islam, ha sposato un musulmano

e non vuole più tornare dalla sua famiglia.

Membri del gruppo di lavoro affermano

che in questi casi raramente i tribunali

decidono a favore della famiglia della ragazza

per quanto riguarda la sua custodia, e a

volte anche quando ella non ha più di 12 o

13 anni. Citano l’esempio di un magistrato

che aveva messo agli atti la dichiarazione

di conversione volontaria all’islam di una

ragazza di 12 anni, nonostante le obiezioni

dell’avvocato della di lei famiglia, che sottolineava

come si trattasse di una minorenne.

Sostengono che le corti chiamate a giudicare

sono invariabilmente esposte a fortissime

pressioni pubbliche, con le aule affollate

di estremisti che gridano slogan».

Poliziotti corrotti e giudici pavidi

Quello di Farah Hatim è un tipico caso di

interazione fra poliziotti corrotti e un giudice

che preferisce evitare grane piuttosto

che appurare la verità. La madre e i fratelli

di Farah si sono recati al commissariato

di Rahim Yar Khan, la località del sequestro,

per sporgere denuncia. Un poliziotto

ha stracciato il modulo che avevano compilato

e firmato e li ha allontanati in malo

modo. Sono seguite proteste della comunità

cristiana di fronte al commissariato che

si sono concluse con scontri con la polizia,

la quale ha ferito molti manifestanti. Dopo

gli scontri il commissario in capo ha accettato

di incontrare i familiari e ha dato istruzioni

di registrare la denuncia. L’ostruzio-

| | 13 luglio 2011 | 37


ESTERI LA TERRA DELL’INTOLLERANZA

nismo dei sottoposti è però proseguito, e i

rapitori hanno fatto in tempo a presentarsi

con Farah alla Corte distrettuale e farle

dichiarare davanti a un giudice che la sua

conversione era spontanea e che voleva sposare

l’uomo che l’accompagnava, il musulmano

Zeehan Ilyas. Il fatto che la donna fosse

ferita, che fosse accompagnata da una

folla di uomini in stato di agitazione (mentre

le dichiarazioni di conversione per essere

valide devono essere raccolte dal giudice

dopo aver allontanato i presenti che non

sono impiegati di giustizia) e che nessuno

della sua famiglia fosse presente all’udienza

non ha per nulla turbato il giudice, che

ha fornito copertura legale alla farsa. Ma

probabilmente senza troppa convinzione:

Farah non ha firmato alcuna dichiarazio-

ne. I certificati di conversione e

di matrimonio (firmati in urdu,

mentre Farah normalmente firma

in inglese) sono apparsi solo

alcune settimane dopo, quando

la polizia ha convocato la famiglia

della donna per mostrarli,

insieme a una foto di Farah in

abiti islamici, e per dichiarare

che il caso era chiuso.

La famiglia non si è data

per vinta, ed è riuscita a far

assumere un profilo internazionale

alla vicenda e a causare

le dimissioni dai suoi incarichi

pubblici di Khaled Shaeen,

un politico del partito Lega

dei Musulmani Nawaz, complice

del rapimento di Farah e di

quello di due ragazze musulmane

in precedenza. Il prezzo

pagato dalla famiglia è però

alto: da settimane si è dovuta

trasferire a Islamabad, dove

vive sotto la protezione del

ministero federale delle Minoranze.

Ma ancora per poco,

avendo il primo ministro Raza

Gilani portato a compimento

recentemente il suo progetto

di “razionalizzazione” dei ministeri: quello

che fu il dicastero di Shahbaz Bhatti è stato

fatto scomparire, mentre le sue competenze

sono state assorbite dai ministeri per

le Minoranze che già esistono a livello delle

singole province pakistane.

Nessuna giustizia per Farah?

Questo significa che le politiche di tutela

delle minoranze di portata nazionale verranno

interamente abbandonate. E che casi

come quello di Farah Hatim sono destinati

a restare senza giustizia: già il ministro

per le Minoranze del Punjab, il cristiano

Kamran Micheal, ha denunciato il rapimento

e ha ordinato alla polizia di liberare

la donna, restituirla alla famiglia di origine

e disporre una nuova udienza in tri-

38 | 13 luglio 2011 | |

Organizzazioni

cristiane e indù

convocano

a ripetizione

conferenze

stampa di

denuncia

dell’abolizione

del ministero

federale per le

Minoranze, ma

è tutto inutile

ABYEI E SOUTHERN KORDOFAN, CRISI CHIUSE?

Evitata una nuova guerra in Sudan

in vista dell’indipendenza del Sud

Finalmente qualche buona notizia per il Sudan, alla vigilia della

dichiarazione di indipendenza del Sud fissata al 9 luglio. Nel giro di una

settimana le crisi dello Abyei e del Southern Kordofan, che sembravano

destinate a innescare una guerra su larga scala fra Nord e Sud, hanno

trovato uno sbocco positivo. Nello Abyei le truppe di Khartum, entrate nel

territorio il 21 maggio in violazione degli accordi del 2005, si ritirano per

lasciare il posto a 3 mila caschi bianchi etiopici in forza del patto firmato

ad Addis Abeba il 21 giugno. Sette giorni dopo nella capitale etiopica è stato

firmato anche un accordo per il “Partenariato politico fra Ncp e Splmn e

accordi politici e di sicurezza negli stati del Blue Nile e del Southern Kordofan”.

L’Ncp è il partito del presidente Omar el Bashir che governa il Nord,

l’Splmn è l’equivalente nordista del movimento che ha condotto la guerra

per la liberazione del Sud. Il Blue Nile e il Southern Kordofan, geograficamente

collocati nel Nord, sono abitati da popolazioni più affini agli africani

del Sud che alle etnie arabizzate del Nord. Alle recenti elezioni locali

l’Splmn ha conquistato il governatorato del Blue Nile con Malik Agar Eyre,

mentre nel Southern Kordofan il suo candidato Abdel Aziz Adam al-Hilu

è risultato sconfitto solo a causa dei brogli organizzati da Khartum, che

ha imposto Ahmad Haroun, già incriminato per crimini di guerra e crimini

contro l’umanità dal Tribunale dell’Aja. Ne è seguito il ricorso alle armi, che

ha causato centinaia di vittime soprattutto nella popolazione civile. Con

l’accordo firmato ad Addis Abeba da Agar Eyre per conto dell’Splmn e

dall’inviato di Bashir, che completa l’accordo per la cessazione delle ostilità

nel Southern Kordofan, le parti convengono di creare un Comitato politico

e un Comitato per la sicurezza congiunti per gestire i problemi più scottanti,

quali lo svolgimento di consultazioni popolari sul futuro assetto delle due

regioni, l’integrazione dei combattenti dell’Splmn nell’esercito nazionale, la

revisione della Costituzione del Nord

in termini inclusivi delle minoranze

non arabe e non musulmane e i temi

relativi alla democrazia e allo Stato di

diritto. La scintilla che aveva appiccato

l’incendio nel Southern Kordofan

era stato il tentativo delle truppe

di Khartum di disarmare i miliziani

dell’Splmn all’indomani delle elezioni

falsate del maggio scorso.

Rodolfo Casadei

bunale per ascoltare tutte le parti in causa,

ma il sovrintendente del distretto di polizia

locale si è rifiutato di ottemperare, e tutto è

rimasto come prima.

Il progetto di abolire il ministero federale

per le Minoranze viene da lontano: già in

febbraio era parte del programma di Gilani,

ma la reazione di Bhatti, che aveva coinvolto

nella vicenda il segretario di Stato americano

Hillary Clinton, aveva scongiurato il

provvedimento. Con la sua morte il principale

scoglio all’abrogazione del ministero è

scomparso: nella legge finanziaria 2011-12

presentata nel maggio scorso nessun fondo

di bilancio è stato previsto per il dicastero

in questione, e ciò ha spianato la strada

al “decentramento” delle sue competenze.

Ackram Gill, il sottosegretario per le Mino-

Sud Sudan in festa per la vittoria del

Sì al voto sulla secessione da Khartum

ranze che reggeva il ministero dopo l’assassinio

di Bhatti, ha vivamente protestato

contro l’abolizione del medesimo. Prima

ha ottenuto un incontro fra il primo ministro

e una delegazione di parlamentari contrari

al provvedimento; poi, visto che il meeting

non aveva avuto successo, ha addirittura

organizzato una protesta pubblica di

fronte all’edificio del parlamento. Conferenze

stampa di denuncia dell’abolizione del

ministero federale per le Minoranze vengono

convocate a ripetizione da organizzazioni

cristiane e indù, ma anche queste sembrano

non poter ottenere risultati concreti.

«Hanno assassinato Shahbaz Bhatti per la

seconda volta», ha commentato amaro un

parlamentare. Difficile dargli torto.

Alessio Falsavilla

Foto: AP/LaPresse


UN MODELLO DI SCUOLA SBAGLIATO

Non sarà un dirigente “manager”

a liberarci dai somari in cattedra

di Giorgio Israel

La dirigente di una scuola secondaria decide di punire in blocco gli studenti

del suo istituto per il danneggiamento vandalico di un estintore imponendo

un rimborso collettivo. Uno studente modello (9 di media) si rifiuta

di pagare la sua quota in quanto non si ritiene colpevole di alcunché. La

dirigente propone al consiglio di classe di assegnargli un 6 in condotta. Una

insegnante vota contro e si vede punita dalla dirigente con 10 giorni di sospensione

senza retribuzione. È un fatto – riportato ampiamente dalla stampa

– che testimonia la cronica incapacità di trovare nella scuola il giusto equilibrio

tra gestione democratica “dal basso” e gestione autoritaria. Si tratta forse

del riflesso di una carenza italiana di cultura autenticamente democratica dopo

che per qualche decennio sono prevalse culture totalitarie? Lasciamo pu-

PANE AL PANE

re aperta la domanda. Ma, di certo, le follie populistiche della scuola del successo formativo garantito

in cui sono garantiti i diritti ma non i doveri – la scuola della “customer satisfaction”, in

ginocchio davanti all’“utente” – non si correggono conferendo

un potere consolare incontrollato ai dirigenti

scolastici “manager” sul modello fallimentare delle Asl.

Questa mancanza di senso dell’equilibrio si è espressa

anche nella sperimentazione della valutazione del merito

dei docenti in cui il potere di decidere chi siano gli insegnanti

migliori di un istituto scolastico è stato conferito

a una commissione composta dal dirigente e da due

docenti “eletti” dai loro colleghi. Magari in questa particolare sperimentazione le cose saranno

andate in modo corretto, ma è alla portata di chiunque capire che una scuola in cui un dirigente

ha una mentalità autocratica e si è creato una propria consorteria – per i più svariati motivi,

da quelli personali a quelli politici, ideologici, eccetera – la medesima consorteria può autopremiarsi

penalizzando gli sgraditi, che magari sono i migliori.

Ecco un altro episodio, tra i tanti che si potrebbero raccontare. Un insegnante si distingue per

la sua incapacità di tenere l’ordine in classe e per la sua ignoranza. Le sue castronerie – del genere

«oggi vi imparo» – si sprecano e sono anche documentate. Un gruppo di genitori stufi protesta

per iscritto con il dirigente. Ma l’insegnante è molto amico del dirigente e anche di altri genitori

– cui fa comodo che i loro cocchi facciano quel che più garba loro e che abbiano pochissimi

compiti a casa – con cui intrattiene rapporti personali, per esempio andando a farsi ogni

tanto una pizza con loro. Così parte un contrappello in difesa dell’insegnante e contro

le famiglie che hanno protestato. Il dirigente si schiera con l’insegnante e i genitori

suoi amici e, per gli altri, l’unica alternativa è tentare di cambiar scuola. L’esito è così

riassumibile: «Ve lo imparo io che succede a protestare contro il mio insegnante».

È chiaro che non esistono sistemi perfetti ma bisogna proprio andarsi a scegliere

un sistema che presenta controindicazioni tanto plateali? Se poi si definisce

un simile metodo come “oggettivo” si sconfina nell’incoscienza. È elementare

capire che il minimo di garanzia di ottenere una valutazione seria è

affidarla a un giudizio esterno e indipendente. Ora, la premiazione dei migliori

scelti a quel modo – in una trentina di scuole faticosamente pescate dopo una

raffica di rifiuti – viene sbandierata come un successo. Mi dispiace, ma non sono

d’accordo. Non esistono ragioni al mondo, di alcun tipo, che possano indurre

a condividere scelte che confliggono con il più elementare buon senso e che possono

avere implicazioni pratiche distruttive.

Chiunque può capire che una scuola in cui un

dirigente ha una mentalità autocratica e si è

creato una propria consorteria, la medesima

consorteria può autopremiarsi penalizzando

gli sgraditi, che magari sono i migliori

INTELLETTUALE

CURA

TE STESSO

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SOCIETà

42 | 13 luglio 2011 | |

TRA I CAMPI DI PERIFERIA

Scommettiamo

che rialzeremo

la testa?

Il presunto scandalo delle partite truccate ha

messo in luce i mali del calcio minore. Un mondo

semisconosciuto e pieno di debiti. Ma anche

di grandi passioni. Viaggio nella Lega Pro

infetto. Gare truccate, giocatori

drogati: falsate B e Lega

“Calcio

Pro. Signori e altri quindici agli

arresti, indagati Doni e Bettarini”. Così titolava

la Gazzetta dello Sport giovedì 2 giugno.

Le prime notizie relative alla vicenda

erano apparse sui siti internet dei maggiori

quotidiani il giorno precedente: “Arrestato

Signori: «Abbiate Pietà»”. Da allora, tutti

gli organi di informazione hanno dedicato

pagine e pagine di giornale al nuovo caso di

calcioscommesse – ribattezzato Scommessopoli

in onore di Tangentopoli e Calciopoli

– pubblicando le prime intercettazioni

e le accuse a innu-

merevoli personaggi del mondo

del pallone: Signori, Bettarini, e

poi Totti e De Rossi, Vieri e tanti

altri. Tra questi anche Cristiano

Doni, capitano dell’Atalanta,

che da un’altra vicenda di scommesse

è già uscito. Nel 2001 venne

accusato di aver pilotato il risultato di

Atalanta-Pistoiese. Alla fine fu scagionato e

da allora ha un modo tutto suo di esultare

dopo ogni gol: la mano sotto il mento come

a dire che lui può andare a testa alta.

Un male che ogni giorno si allargava

sempre più. Poi pian piano, come succede

spesso in Italia, tutto si è ridimensionato e

gli arrestati sono stati rilasciati in attesa di

trovare le prove concrete per condannarli.

Intanto però, per l’opinione pubblica, quelle

persone sono colpevoli, disgraziati, viziati,

criminali. Si è sentito e letto di tutto. Si

pensava che, dopo il 2006, il calcio italiano

fosse stato ripulito dai delinquenti (presunti)

che lo usavano per i propri interessi.

Invece no, altro fango è stato gettato su

un mondo tanto amato quanto maltrattato.

Questa volta nel mirino della giustizia

125

PUNTI

di penalità inferti ai

club di Lega Pro per

inadempienze varie.

34 quelli coinvolti

sportiva c’è finito il calcio delle leghe minori,

quello sconosciuto ai non appassionati.

Non c’entrano Juventus, Milan o Inter. In

ballo ci sono la Cremonese e il suo portiere

Marco Paoloni, accusato di avere drogato

alcuni suoi compagni di squadra per indirizzare

i risultati di alcune partite, ci sono

un dentista, un tabaccaio e un commercialista

che scommettevano su partite vendute

(si presume) di Lega Pro, serie B e qualcuna

di serie A. Tanti, tantissimi indizi, ma

in attesa che il processo emetta il suo verdetto,

la sentenza è già scritta sui giornali.

Se si può parlare di una

Scommessopoli lo si deve fare

col sorriso – amaro – sulle labbra.

Si deve parlare di un tentativo

andato a male, con soldi

puntati e persi su gare dai

risultati sicuri dimostratesi poi

un fallimento. Un esemprio su

tutti: da alcune intercettazioni

telefoniche emerge che Paoloni faceva credere

a un altro dei personaggi oggi indagati

di avere la possibilità di combinare la partita

Inter-Lecce dello scorso 20 marzo con la

complicità di alcuni giocatori di quest’ultima

squadra. Gli scommettitori puntano circa

300 mila euro sui nerazzurri che però

devono vincere con almeno tre gol di scarto.

L’Inter soffre molto e la partita finisce con il

punteggio di 1 a 0. Risultato che non basta

a vincere la scommessa. Ecco perché oggi, a

distanza di un mese, Scommessopoli quasi

non esiste più. Tutti hanno parlato, urlato e

accusato. Nessuno ha raccontato di un mondo,

che avrà sicuramente alcune mele marce,

ma ha anche tante storie di professionisti

seri, impegnati, che amano e hanno una

passione vera per quello che fanno.

Mario Macalli, classe 1937, è presiden-

«Nella vecchia

serie C ci sono veri

imprenditori, sopra

di noi ci sono

i prenditori, quelli

che per mestiere

fanno i presidenti.

La cosa è ben

diversa» tuona

Mario Macalli


Foto: AP/LaPresse

Da sinistra, Mario Macalli,

presidente della Lega Pro

e Giuseppe Signori.

Sotto, Marco Paoloni, ex

portiere della Cremonese.

Al centro, l’esultanza

di Cristiano Doni, capitano

dell’Atalanta, dopo aver

segnato un gol

te della Lega Pro, l’organo che regola i campionati

di Prima e Seconda divisione e quello

Berretti. Un arzillo settantaquattrenne

che guida i professionisti delle leghe minori

dal 1997. Quando sente parlar male del

suo mondo si scalda subito: «È una barzelletta

che il calcio scommesse nasce perché

i giocatori non vengono pagati e soprattutto

che è un piaga della Lega Pro. Tutti scrivono

così, poi leggo i giornali e vedo che gli

indagati sono un commercialista, un proprietario

di una ricevitoria, un dentista,

alcuni ex calciatori e giocatori di serie B e

serie A. Tranne uno, Paoloni, che giocava a

Cremona e prendeva 200 mila euro l’anno.

E la Cremonese è una società che paga gli

stipendi un giorno prima e mai uno dopo.

E quando lo scorso gennaio si è trasferito a

Benevento, ha trovato una società che gli

garantiva lo stipendio ogni mese». In realtà,

oltre al portiere Marco Paoloni, tra gli indagati

figura anche Giorgio Buffone, direttore

sportivo del Ravenna, squadra iscritta al

campionato di Prima divisione. Qualcosa di

marcio sembra esserci davvero, tanto che il

presidente Macalli ha dato mandato ai propri

legali di costituirsi parte civile nei confronti

di tutti i responsabili per il danno di

immagine subito e a tutela della regolarità

dei campionati: «Lasciamo fare ai giudici

il loro mestiere, se qualcuno ha sbagliato

sicuramente pagherà. Sa quante

persone in Italia prendono uno stipendio

di 1.200 euro al mese e devono

tirare avanti una famiglia? Sono milioni

e non è che la mattina si svegliano

per andare a svaligiare una banca. Vanno

a lavorare. In Lega Pro ci sono giocatori

di 17, 18, 19 anni che prendono 15 o

20 mila euro all’anno. Di cosa si lamentano?

Bisogna essere onesti nello scrivere le

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SOCIETà TRA I CAMPI DI PERIFERIA

cose. È troppo facile attaccare la Lega Pro.

Io difendo la mia categoria, so che abbiamo

sbagliato, so che sbaglieremo, ma noi abbiamo

un vantaggio sugli altri: abbiamo sempre

pagato con soldi nostri, nessuno ci ha

mai dato un euro».

Già, i soldi. Il problema è sempre quello,

mancano e quelli che ci sono non sono

abbastanza. La malandata barca del timoniere

Mario Macalli viaggia in mare aperto

con le vele rotte. E questa volta rischia di

andare a fondo. I numeri sono drammatici:

negli ultimi dieci anni un quarto dei presidenti

ha lasciato e ben 78 società sono sparite.

Una categoria che senza le giuste risorse

non può continuare a sopravvivere, perché

deve fare i conti con perdite medie di quasi

due milioni di euro all’anno in Prima divisione

e di un milione in Seconda.

Il contenzioso

Il fatto è che la Lega Pro risorse da distribuire

non ne ha. La legge Melandri del 2008

era nata proprio per questo. Prevede che il

3 per cento dei ricavi provenienti dai diritti

televisivi delle leghe superiori sia destinato

alle società di Lega Pro. Invece, quello

che arriva effettivamente è meno dell’1

per cento e al di là dei contributi federali –

180 mila euro – e dei miseri ricavi da stadio

e merchandising per queste società non c’è

nulla. «Penso di essere creditore di svariate

decine di milioni di euro» tuona Macalli.

«Mi sono già rivolto al Tribunale nazionale

di arbitrato per lo sport e al tribunale

di Milano ed entro fine agosto vedremo

come finirà questa brutta vicenda». I bilan-

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Da sinistra, in senso

orario: Christian Riganò,

con la maglia della

Fiorentina; giocatori

della Pro Patria che

hanno occupato lo

stadio dopo lo sfratto;

Moreno Torricelli, con la

Coppa Intercontinentale

vinta nel 1996; Fabio

Grosso, dopo il rigore

segnato alla Francia

ai Mondiali del 2006;

la curva del Verona;

Dario Hübner con la

maglia del Piacenza

ci delle società sono sempre

in rosso, le spese di gestione

sono altissime e i ricavi non

bastano. Non è un caso di

qualche squadra, è una prerogativa

di questo mondo.

Sembra incomprensibile il

perché alcuni imprenditori

decidono di acquistare una

squadra di calcio. La risposta più semplice

è che sicuramente dietro alla scelta ci sono

degli interessi legati all’attività dell’imprenditore.

«Guardi, mi creda, i presidenti delle

mie società sanno benissimo che perdono

soldi. Alla fine dell’anno il più bravo è quello

che ne ha persi meno. Comunque, più del

60 per cento dei club alla fine di ogni mese

versa gli stipendi, i contributi, rispetta gli

impegni che ha preso. Noi abbiamo dei veri

imprenditori, sopra di noi ci sono i “prenditori”;

noi abbiamo presidenti che fanno

gli imprenditori per mestiere, sopra di noi

ci sono degli imprenditori che di mestiere

fanno i presidenti. La cosa

è ben diversa. Può darsi che si

muovano perché in cambio riescono

ad avere dei rapporti con

le amministrazioni pubbliche,

ma cosa c’è di male? Io non credo

che il cavaliere Arvedi abbia

preso la Cremonese per andare

sui giornali, anche perché la

sua azienda è conosciuta a livello mondiale.

C’è da augurarsi che i comuni facciano gli

interessi di questi imprenditori perché questi

stanno facendo del bene alle loro città».

Altra conferma di un mondo non del

tutto marcio arriva da Attilio Bardi, allenatore

del Forlì, con un passato da attaccante

tra serie C e B. L’anno scorso ha vinto il campionato

d’Eccellenza e quest’anno è arrivato

quarto in serie D ed è in attesa di sapere

se la sua giovane formazione verrà ripescata

in Seconda divisione. «In tanti anni da professionista

– confessa Bardi – non sono mai

stato avvicinato da persone che mi chiede-

6,5

MILIONI

è il costo annuo di

una squadra di Prima

divisione. 1,7 milioni è

il passivo medio

vano di vendere o truccare una partita. Con

questo non voglio negare che in alcune gare

di fine campionato i risultati possano essere

concordati. Ma non servono accordi preventivi,

si capisce se due squadre giocano senza

volersi fare del male. Da qui a dire che tantissime

partite vengono truccate mi sembra

un po’ esagerato. Certo non voglio escludere

a priori il fatto, ma bisognerebbe andarci

molto cauti a sbattere dei nomi sulle prime

pagine dei giornali senza avere le prove certe

di quel che si dice. Una volta accusato sei

per tutti colpevole. Invece in uno stato civile

esiste la presunzione d’innocenza».

Anche il mister, che alla fine degli anni

Novanta è stato il secondo di Daniele Arrigoni

a Montevarchi, difende la categoria

con tutte le forze: «Qualche mela marcia

non può rovinare il nome del calcio. Non si

può generalizzare tutto, anche perché credo

che questo sport sia molto determinante

nell’educazione dei giovani, bisogna difenderlo

perché dà la possibilità ai ragazzi di

provare a stare in compagnia, di

condividere certe cose, di avere

esperienze con persone di estrazione

sociale e cultura diverse. I

settori giovanili sono importanti

per questo, devono insegnare

ai ragazzini che il calcio è soltanto

un gioco per divertirsi,

non conta solo il risultato». Nella

lunga carriera, da calciatore e da allenatore,

Bardi ha incontrato molti presidenti ma

mai uno che lo fecesse per i propri interessi,

senza un briciolo di passione per i propri

ragazzi. «Se penso agli imprenditori edili –

afferma Bardi – posso credere che ci siano

degli interessi e dei rapporti con le amministrazioni.

Però bisogna essere onesti, non

è vero che succede sempre e ovunque: quando

ero alla Centese il presidente era un

imprenditore edile, ma in zona non ha mai

costruito nulla. Oggi al Forlì il presidente è

un costruttore di mobili e per il lavoro che

fa non ha rapporti con gli amministratori


Foto: AP/LaPresse

comunali». Non tutto sano, non tutto malato.

Macalli per salvare la categoria oltre al

contenzioso con le leghe di serie A e B propone

una sua ricetta. Vuole sfoltire il numero

delle società iscritte alla Lega Pro, passando

dalle 85 dello scorso anno alle 76 del

prossimo e poi 60 nel 2012-2013. Per quanto

riguarda i ripescaggi, il prossimo anno

potranno essere effettuati solo nel caso in

cui non riuscissero a iscriversi almeno 76

società. Secondo questa riforma dovranno

essere studiate regole economiche più severe

per l’iscrizione, che facciano da sbarramento

a club finanziariamente inadeguati

e norme che garantiscano un’impiantistica

sportiva più adeguata. Una riforma che

si attuerà in maniera naturale visti i conti

in rosso delle società. Ma sicuramente l’idea

di abbassare il numero delle squadre iscritte

non va scartata a priori.

Ritorno al passato

In un mondo senza risorse non si possono

gestire 90 squadre. La Lega Pro per sopravvivere

dovrebbe tornare ad avere una giusta

dimensione, sia numerica sia tecnico

tattica. Una volta la serie C era considerata

un vero serbatoio per far crescere i giovani.

Oggi tecnicamente è qualcosa a metà tra

un limbo per giovani con qualche speranza

per il proprio futuro e un ospizio di vecchi

professionisti che provano a rimandare

di qualche anno l’ora dell’addio. Non esistono

più casi clamorosi di giocatori che dalla

serie C approdano alla massima serie grazie

alle proprie capacità. Ricordate Moreno Torricelli?

All’inizio degli anni Novanta lavorava

come magazziniere in una fabbrica di

mobili della Brianza e nel tempo libero giocava

nella Caratese in Interregionale. Dopo

un’amichevole con la Juventus di Trapattoni

fu acquistato dai bianconeri e con loro

vinse tutto. Ricordate Fabio Grosso? Giocava

nel Chieti fino al 2001 poi Gaucci lo acquistò

per il suo Perugia. Nel 2006 ha calciato

l’ultimo rigore della finale del Mondiale di

calcio, quello che ci ha consegnato la coppa.

Poi ci sono i casi di campioni che in serie

A ci sono arrivati troppo tardi: Dario Hübner

è sbarcato nella massima serie all’età di

trent’anni, passando dal Fano in serie C al

Cesena in serie B e poi al Brescia in serie A.

Il tutto a suon di gol. Stesso discorso e stessa

età per Christian Riganò che ha portato la

Fiorentina dalla C2 alla A in un paio di stagioni.

Al Franchi i tifosi scrivevano “Dio perdona,

Riga no”. Infine, ci sono quelli che in

A non ci sono mai arrivati e il perché rimarrà

domanda senza risposta. È la storia di

Gioacchino Prisciandaro che ha viaggiato

per tutto lo Stivale giocando sempre in serie

C e facendo una caterva di gol. Ha riportato

la Cremonese in serie B dopo sei anni d’inferno.

All’esordio il primo gol, alla terza

giornata il secondo, poi la dirigenza grigiorossa

ha preferito puntare sui giovani. Risultato:

retrocessione. Giocatori così non se ne

trovano più, ma di storie “sane” a frugare

tra gli archivi se ne trovano tante.

Alessandria. La storica società

piemontese, fondata nel

1912, quest’anno ha lottato per

la promozione in serie B sino

all’ultimo. Ma ha combattuto

una battaglia ancor più difficile,

quella contro il fallimento.

A un certo punto della stagione

i soldi, i maledetti soldi, sono

finiti. Gli stipendi vengono pagati in ritardo

e arrivano i primi punti di penalità. I giocatori

più giovani sono sfrattati di casa perché

non pagano l’affitto. Per far fronte al disastro

imminente si sono mossi tutti: i giocatori

più anziani hanno ospitato quelli più

giovani nelle proprie abitazioni; l’amministrazione

provinciale ha pagato due trasferte

dei Grigi (12.500 euro a viaggio) e una terza

è stata sovvenzionata da il Piccolo, quotidiano

locale; i ristoratori della zona hanno

offerto pranzi e cene ai giocatori in difficoltà;

quando si è rotto il Fiorino del magazziniere

si è organizzata una colletta per ripa-

3,4

MILIONI

è il costo annuo di

una squadra di

Seconda. Un milione è

il passivo medio

rare il mezzo. E non è la prima volta che

i piemontesi sono in difficoltà: è successo

anche nel 2003, quando l’allenatore Pagliari

ospitò nella propria abitazione alcuni giocatori

rimasti senza un tetto.

Sempre di quest’anno è il caso della Pro

Patria di Busto Arsizio. Qui il presidente è

sparito, non ne vuole più sapere di rimetterci

soldi. E anche in questo caso, i giocatori

sono stati sfrattati dalle proprie case. Il loro

nuovo tetto, per alcune settimane, è diventato

lo stadio. Per pagare le trasferte i tifosi

hanno aperto un conto corrente per contribuire

alle spese e la rendicontazione era settimanale

e pubblica così che tutti potessero

controllare in che modo erano utilizzati

i soldi. Un macellaio, tifoso dei tigrotti, un

giorno si è presentato al campo con 60 chilogrammi

di carne. In poco tempo si è organizzata

una grigliata a cui è stata invitata

la cittadinanza con lo scopo di raccogliere

altri fondi per la squadra.

Altro caso, più unico che raro, è quello

del Trapani calcio. Il presidente,

dal 2005, è Vittorio Morace,

armatore napoletano trapiantato

in Sicilia con i suoi 360 dipendenti.

Per quattro anni Morace

raccoglie solo amarezze, scarsi

risultati e spese folli. Sul punto

di lasciare è convinto a rimanere

dal pubblico, che lo ama, e

dal sindaco della città. Ma cambia registro e

fa gestire il Trapani come la sua azienda, in

economia. Quest’anno il compito di costruire

e allenare la squadra è stato affidato al

giovane Roberto Boscaglia e la società è stata

gestita da un gruppo di fidati collaboratori.

Il primo taglio è stato alle spese su affitti

e alberghi. Molti giocatori della prima squadra

e del settore giovanile sono stati ospitati

su una delle sue navi con la promessa di

portare tutti in crociera se alla fine dell’anno

si fosse conquistata la promozione. Risultato:

promossi in Prima divisione.

Daniele Guarneri

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SOCIETà PRODIGIOSO QUOTIDIANO

Il miracolo

che non

ho chiesto

Mariacristina è morta rifiutando la chemio

per salvare il figlio che aveva in grembo.

E cambiando la vita di chi l’ha incontrata.

A partire da quella di suo marito Carlo.

«Non era un’eroina, ha solo detto “sì” a Dio»

Ci ha messo otto anni ad aprire il cassetto

dove custodiva il diario di sua

moglie e renderlo pubblico. Quando

la donna della tua vita muore lasciandoti

solo con tre figli piccoli certi cassetti

si chiudono gelosamente. Carlo Mocellin

è rimasto vedovo a 29 anni. La sua Cristina

se n’è andata a 26 anni il 22 ottobre

1995 stroncata da un tumore che ha deciso

di non curare prima della nascita del

suo terzo figlio. Quando Riccardo era ancora

nel grembo di sua madre i medici le diagnosticarono

la ricomparsa di un cancro

all’inguine che sembrava aver sconfitto in

gioventù. Quando è morta, all’ospedale di

Marostica, Riccardo aveva appena 16 mesi,

Francesco e Lucia ne facevano sì e no 5 in

due. L’8 novembre 2008 il vescovo di Padova

Antonio Mattiazzo ha aperto la causa di

beatificazione per Mariacristina, per tutti

Cristina. «Avevo provato anche a ricattarlo

Dio», racconta oggi Carlo Mocellin a Tempi.

«Gli dicevo: lasciamela almeno finché i bimbi

non avranno 18 anni, dacci tempo».

Di tempo invece Carlo e Cristina ne

hanno avuto poco. Quando si conoscono

sono poco più che ragazzini, 16 anni lei,

19 lui. La famiglia Cella ogni estate da Cinisello

Balsamo va a fare le vacanze a Carpanè,

provincia di Vicenza. I due ragazzi si

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Carlo coi figli Francesco, Lucia e Riccardo

(1997). A lato, Cristina con la famiglia

(luglio ’95). A destra, Cristina nel 1989

conoscono e cominciano a scriversi. Cristina

trova in Carlo un amico sincero e timidamente

compare l’intuizione che sia un

uomo da amare. A quel sentimento Cristina

si oppone, in cuor suo si pensa già consacrata

a quel Gesù che la famiglia e l’esperienza

solida dell’oratorio le hanno fatto

incontrare. Sono altri, i piani che lei ha in

mente per sé. Ma sono altri anche quelli di

Dio sulla sua vita. Nella pagine del diario

di Cristina ci sono anche quei momenti,

quelle domande limpide a Dio: «Cosa vuoi

da me?». Possibile che la voglia moglie e

non suora? Cristina dice sì. Sarà il primo di

una sequela di sì che contageranno anche

Carlo. A tempo debito.

Il tumore compare per la prima volta

durante l’ultimo anno di liceo, nel 1986. Lei

e Carlo sono già una coppia, hanno fretta di

sposarsi ed essere una famiglia. In quei mesi

di malattia e cure devastanti Carlo capisce

quello che Cristina gli andava dicendo: noi

non saremo mai in due, ma sempre in tre.

Cristina pensa ai figli, che desidera con tutto

il cuore, ma pensa prima di tutto a Dio.

Al suo Carlo continua a ripetere che sono


«Io non posso né voglio convincere nessuno, a partire dai miei figli.

Cristina aveva solo capito che Dio poteva salvarti nel posto in cui eri»

Arriva Francesco e poi pochi mesi

IL DIARIO

dopo è la volta di Lucia. E poi

di nuovo Cristina scopre di essere

incinta. Arriveranno tre figli

in tre anni e mezzo. E in mezzo

quella notizia terribile. Era il

21 novembre 1993, ricorda Carlo,

quando seppero che il tumore

era tornato. La scelta di non

sottoporsi alle cure che avrebbero

potuto compromettere la vita

UNA VITA del bambino appare naturale per

DONATA

i Mocellin. Lo scriverà Cristina

M. Cella Mocellin

San Paolo

stessa in una lettera datata pochi

9 euro

mesi prima della morte e indirizzata

al piccolo Riccardo: «Papà e

LA VITA mamma, puoi ben capire, non

erano molto contenti all’idea di

aspettare un altro bambino, visto

che Francesco e Lucia erano molto

piccoli. Ma quando abbiamo

saputo che c’eri, ti abbiamo amato

e voluto con tutte le nostre forze.

Ricordo il giorno in cui il dottore

mi disse che diagnosticavano

ancora un tumore all’inguine. La

CARA

mia reazione fu quella di ripete-

CRISTINA re più volte: “Sono incinta! Sono

A. Zaniboni incinta! Ma io dottore sono incin-

San Paolo ta!”. Per far fronte alle paure di

17 euro

quel momento ci venne data una

forza smisurata di volontà di aver-

insieme per un compito. Dopo le cure il ti. Mi opposi con tutte le mie forze al rinun-

tumore sembra scomparso. I controlli, cui ciare a te, tanto che il medico capì già tutto

Cristina si sottopone con regolarità negli e non aggiunse altro. Riccardo, sei un dono

anni seguenti, sono sempre negativi. per noi. In quella sera, in macchina, di ritor-

Il 2 febbraio 1991 i ragazzi si sposano dall’ospedale, quando ti muovesti per

no. Lui lavora come geometra a Trento, lei la prima volta, sembrava che tu mi dicessi:

continua l’università. Dopo poco più di un “Grazie, mamma, che mi vuoi bene!”».

mese Cristina è già in attesa. «Noi inizial- Carlo Mocellin protesta quando si parmente

pensavamo di aspettare. L’idea era: la di sua moglie come di una mamma eroi-

non mettiamo limiti alla Provvidenza, però ca: «Cristina non ha donato la sua vita a

se si può aspettare un attimo... lei avrebbe Riccardo, ma a Dio. Lei voleva guarire ecco-

portato avanti gli esami. E invece i tempi me». Perché di cose da fare insieme, quei

erano stretti, e adesso sappiamo il perché». due innamorati, ne avevano tante. «Lei mi

manca, mi manca ancora oggi. E non mi

manca un’altra donna, mi manca lei». La

storia di Cristina ha fatto il giro dei giornali

d’Italia, pochi giorni dopo la morte. «Ma

molte persone non hanno capito. C’è chi

ha parlato di egoismo per quella scelta». Se

Carlo Mocellin ha deciso di raccontare questa

storia non è per rispondere alle critiche

né per godersi delle pacche sulle spalle. Lui

vuole condividere quello che gli è accaduto

quando Cristina se n’è andata e lui si è scoperto

davanti a Dio.

Pattumiera e yogurt

Nei giorni della malattia non sopportava

di vederla soffrire. «Vorrei essere come te

e accettare quello che succede», le disse.

Come si era arrabbiata Cristina quel giorno.

Non tollerava che il suo Carlo si sentisse

sbagliato e si sforzasse di somigliare a qualcun

altro. Anche se quel qualcun altro era

lei. «Si vede che non è quello che Dio vuole

da te, si vede che Dio vuole che tu chieda

ancora la mia guarigione». Glielo disse così,

perentoria e amorevole come sapeva essere.

Era sempre lei quella che, appena sposati,

gli lasciava una marea di bigliettini: «Pattumiera

e yogurt. Grazie. Ti amo (solo se mi

ascolti e fai quello che ti ho scritto)». E lui

era sempre quel ragazzo buono e fiero che

aveva intuito una bellezza misteriosa nella

ragazzina di 16 anni conosciuta d’estate.

Durante la malattia di sua moglie Carlo

ha girato tutti i santuari che poteva: Medjugorje,

San Giovanni Rotondo, ogni chiesa

che incontrava nei suoi viaggi di lavoro era

un’occasione buona. Il miracolo è arrivato

quando Cristina è morta. «Dio me l’ha tolta

quando ero pronto a lasciarla andare. Oggi

non cambierei niente di quello che mi è

successo. Io non posso né voglio convincere

nessuno, a partire dai miei figli, che oggi

sono grandi. Cristina aveva solo capito che

Dio poteva salvarti nel posto in cui eri».

Laura Borselli

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l’italia

che lavora

Abbiamo

la stoffa

nel sangue

I loro genitori li scarrozzavano in giro per

il mondo alla ricerca del bello, oggi i fratelli

Fabrizio lavorano per superare i maestri.

E la loro Dedar ha conquistato anche Hermès

Ore e ore passate a giocare su pile di

tappeti in Anatolia. Viaggi avventurosi

nei più sperduti villaggi indiani,

seguendo mamma e papà persi a loro

volta sulle traccce di tappeti preziosi e

introvabili. E poi il coinvolgimento pieno

durante le fiere dei primi anni di attività

di Dedar, quando gli allestimenti si ritoccavano

fino all’ultimo giorno e anche le

braccia di due ragazzini erano indispensabili.

Raffaele e Caterina Fabrizio sono cresciuti

nell’azienda creata dai loro genitori.

Ci sono cresciuti per caso, nessuno ce

li aveva portati per allevarli manager o

designarli successori. Mamma Elda e papà

Nicola si portavano dietro i ragazzini come

si porta chi si ama a vedere qualcosa di bello.

Elda e Nicola seguivano la loro passione

anche fino in capo al mondo. E i ragazzi

seguivano loro. Poi, certo, quella passione

si è trasmessa al punto di portare la seconda

generazione ad affiancare la prima al

timone di Dedar, azienda di tessuti per

arredamento con sede ad Appiano Gentile.

Tutto comincia, appunto, con Elda e

Nicola. Lui ha alle spalle un lavoro alla

Cassina&Busnelli, marchio storico del

design brianzolo che originerà poi B&B Italia

e Cassina. Elda, dal canto suo, è appassionata

di tappeti. Il mondo del tessile è

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presente nella loro genealogia, ma quando

Elda e Nicola si mettono al lavoro insieme

hanno in mente qualcosa di totalmente

nuovo. Siamo a metà degli anni Settanta

e Dedar diventa presto sinonimo di tappeti

di design. Ma i coniugi Fabrizio sono in

tutto e per tutto anche degli editori tessili.

Un mestiere strano, questo, simile a quello

del sarto che cuce abiti su misura.

In questo caso il corpo da vestire è la

casa con tutti gli utilizzi che il tessuto può

avere al suo interno. Dai tendaggi alle carte

da parati fino ai tessuti da utilizzare su

poltrone e divani. L’editore tessile sta al

centro di una filiera che comincia col produttore

di tessuti e finisce col cliente privato,

che spesso chiede l’intermediazione

di un architetto. «Quanto volte ci siamo

sentiti dire che quello che volevamo

realizzare era impossibile»,

raccontano non senza un

pizzico di sano orgoglio i

fratelli Fabrizio. Da mamma

e papà, Caterina e Raffaele

hanno imparato a far

dettare il passo alla passione

che non teme di sfidare i fornitori di

una vita a superare se stessi. Come quella

volta – e fu uno degli snodi fondamentali

dell’azienda – in cui il cocciuto e visiona-

Un editore tessile è come un sarto che lavora

su misura. il corpo da vestire è la casa

con tutti gli utilizzi che il tessuto può avere

in essa: dai tendaggi alle carte da parati

rio clan dei Fabrizio si è messo in testa di

realizzare delle sete alte 3 metri e trenta.

«Significava cercare una materia perfetta,

che non avesse difetti su tutta quella altez-

Foto: Daniele Cortese


za – spiega Caterina. Sapevamo che non

sarebbe stato facile». «Il nostro fornitore –

le fa eco il fratello Raffaele – ci disse che

era come voler andare sulla luna con una

vespa». Quell’idea balzana diventa realtà e

svetta nel panorama che di solito vede l’altezza

di questo tipo di tessuti fermarsi a

140 centimetri.

Ma come si “inventa” un tessuto? Che

cosa c’è dietro agli interminabili e affascinanti

espositori di Dedar che squadernano

pelli intrecciate, velluti, sete di ogni colore

e forme geometriche dal sapore etnico?

Di nuovo, la risposta si trova in quei viaggi

e in quella condivisione di esperienza che

è stata la scuola più importante per i fratelli

Fabrizio. «A volte l’ispirazione per un

tessuto viene da oggetti trovati in giro per

il mondo, da cose che non c’entrano assolutamente

nulla col tessuto». Oppure, dai

cosiddetti errori provvidenziali.

«Abbiamo un prodotto che prevede un

ricamo su fondo di poliuretano. È nato perché

abbiamo sbagliato a mandare un codice

a un fornitore», spiega divertito Raffaele.

Cercare la novità, non accontentarsi mai

dei traguardi raggiunti, inventare colori e

fantasie nuove quando nessuno se lo aspetta

e poi osservare la realtà, anche nella forma

dell’errore. È una scuola di imprenditoria

a cui né Caterina né Raffaele avevano

mai pensato di dover studiare. Lei, laureata

in economia, sognava di lavorare nella

cooperazione internazionale. Lui, archi-

A sinistra, uno dei tessuti

realizzati con Hermès. Al

centro, Raffaele e Caterina

Fabrizio e (sotto) i loro

genitori, Nicola ed Elda.

Nelle altre foto, lo

showroom Dedar a Milano

tetto con un periodo di lavoro in Spagna

all’attivo, è arrivato in fabbrica solo perché

qui aveva abbastanza spazio per il suo tavolo

di lavoro. Poi, una cosa tira l’altra. Più

che altro: una passione ne genera un’altra.

E qui la passione è quella di Elda e Nicola.

Innamoratissimi e affiatatissimi. «Qualche

settimana fa erano alla recita dei nipotini:

ho dovuto zittirli perché non la smettevano

più di chiacchierare», sorride Caterina.

Di casa anche Oltralpe

L’insegnamento di Elda e Nicola di non

accontentarsi mai ha colpito anche Hermès.

Durante l’ultimo Salone del Mobile

Dedar e la maison francese hanno infatti

annunciato la nascita di una joint venture,

Faubourg Italia, per la produzione e la

distribuzione di tessuti d’arredamento e di

carte da parati. Le collezioni create sotto la

direzione artistica di Hermès sono disponibili

presso una selezione di boutique Hermès

e, grazie a un accordo con Dedar, presso

una rete di distributori specializzati. Un

riconoscimento altissimo e non nuovo in

terra francese. «Il nostro primo showroom

lo abbiamo aperto in Francia e fu un

grande traguardo, perché quello è il paese

in cui la cultura del tessuto d’arredamento

è più viva». Ora ci hanno messo in mezzo

anche le passamanerie, a cui hanno tolto

l’aura polverosa, la nomea di pacchiano

che fa ricordare le case disabitate delle nonne.

Basta guardare quei cuscini pensati per

qualche hotel e piccole realizzazioni gioiello

per vedere che si può reinventare tutto.

In vespa sulla luna i Fabrizio ci sono arrivati.

E hanno benzina per andare oltre. [lb]

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per pIaCere

lUGano OLTRE 300 CHILOMETRI DI ITINERARI

Al lago in mountain bike

Il paesaggio del lago di lugano diventa un crocevia di percorsi per gli appassionati

di mountain bike. Oltre 300 chilometri di itinerari segnalati

tra vette e valli, arricchiti da consigli su dove gustare la cucina ticinese

e scoprire il patrimonio storico. Ogni ciclo-tour è studiato secondo le abilità

e la preparazione atletica di ogni sportivo e i tragitti possono essere rilevati

con Gps e cartina interattiva. Per gli amanti dell’acrobazia su due ruote un

bike park, una pista downhill per chi ama l’adrenalina e il circuito del Campionato

del mondo di cross country del 2003. È possibile fermarsi a dormire

grazie ai bike hotel che offrono un deposito sicuro, officina attrezzata, bike

manager, lavanderia per abbigliamento tecnico, assistenza medica e fisioterapica,

e menù energetici pre e post allenamento. Infine, dopo lo sforzo fatto,

è possibile andare a visitare il Museo del Cioccolato Alprose: un percorso nella

storia della cioccolateria svizzera, dalle origini fino ai giorni nostri, passando

per le moderne tecniche di produzione e con degustazione finale.

Caterina Gatti

Per informazioni

lugano-tourism.ch

HUMUS IN FABULA

raeeporter

Per segnalare i rifiuti

elettrici abbandonati

Ecodom, il Consorzio italiano

di recupero e riciclaggio degli

elettrodomestici ha lanciato

un’iniziativa molto interessante:

con un’applicazione per iPhone

si potranno inviare fotografie

per segnalare i rifiuti elettrici

abbandonati in modo improprio.

L’applicazione permette infatti di

inviare in tempo reale la segnalazione

al sito raeeporter.it, ed Ecodom

invierà tempestivamente la

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segnalazione agli enti competenti

– comuni o società responsabili

della raccolta rifuti – per provvedere

al recupero. In questo modo

il cittadino non solo è responsabilizzato

a non abbandonare frigoriferi

e lavatrici per le strade, o

sulle spiagge e in luoghi di montagna,

ma anche ad aiutare a tenere

pulite le proprie città. Raeeporter

è il nome dell’iniziativa

lanciata a ottobre 2010 da Ecodom

e Legambiente: sinora ha

raccolto solo 516 segnalazioni fotografiche.

Si spera che ora, con

un sistema più agile per le comunicazioni,

le segnalazioni aumentino

perché le sostanze presenti

per refrigerare i frigoriferi sono

estremamente ozono-lesive.

LA RICETTA

per 6 peZZI

Minicakes con

feta, pomodorini

e origano

200 g di farina, 3 uova,

100 g di latte, 100 g

di olio, mezza bustina di

lievito per torte salate,

120 g di feta, 2 cucchiai

di origano, una dozzina

di pomodorini, sale,

zucchero e pepe.

Sbattere le uova con il

latte e l’olio. Salare e pepare

e aggiungere la farina

setacciata con il lievito.

Amalgamare bene

rendendo il composto liscio

e senza grumi.

Aggiungere ora la feta

tagliata a cubetti e l’origano.

Suddividere il tutto

in sei stampini oliati

e infarinati, tagliare in

due i pomodorini, adagiarli

sulla superficie dei

minicakes e condirli con

un pizzico di sale, uno

di zucchero e una goccia

d’olio. Cuocere a 180

gradi per 20 minuti.

Virginia portioli

spilucchino.blogspot.com

Isolando 2011

Consigli contro i

rincari delle bollette

Dal 29 giugno è ricominciata

la campagna promossa da Legambiente

insieme a Leroy Merlin

“Isolando”: in 14 centri Leroy

Merlin verranno fornite indicazioni

pratiche per tutti coloro che

vogliono risparmiare sui consumi

energetici della propria abi-

tazione (interessante visto l’appena

annunciato rincaro di 52

euro complessivi in più all’anno

per le bollette di luce e gas). Negli

“sportelli ambiente” presenti

nei negozi verranno distribuiti decaloghi

per il perfetto isolamento

termico e acustico, ma anche

consulenze ad hoc per migliorare

l’efficienza e ridurre le spese:

consegnando una bolletta esemplificativa

delle proprie abitudini

verrà effettuata un’analisi dei

consumi abitativi, e a partire dalle

diverse tipologie e allocazioni

delle abitazioni saranno valutate

e suggerite le modalità di intervento.

Inoltre verranno fornite indicazioni

per usufruire degli incentivi

economici per gli edifici.


IN BOCCA ALL’ESPERTO

DA TONI

La campagna friulana

e la sua cucina

Erbe spontanee freschissime,

piantine fragranti, fuoco di griglia:

la cucina della campagna

friulana potrebbe essere riassunta

da questi elementi. Nel Friuli

rurale, i cuochi saggi sfruttano

tutto ciò che il campo e l’aia

offrono con generosità. Provate,

ad esempio, lo splendido “masurin”,

ossia l’anatra allo spiedo,

del ristorante Da Toni, di Varmo

(Udine), frazione Gradiscutta. Ac-

1

IL PRODOTTO

Feta Dop

Solo da pochi anni il formaggio

greco Feta può finalmente

fregiarsi dell’etichetta Dop e

difendere nome e tipicità dalle

imitazioni industriali un tempo

consentite. Feta deriva da fetta,

proprio perchè dai grossi blocchi

prodotti in caseificio si ricavano

appunto delle fette da conservare

poi in salamoia. Si utilizza

latte ovino puro o si mescola con

un 30 per cento di latte di capra.

Non presenta crosta o buccia: interno

ed esterno sono omogenei.

La pasta è bianca, compatta, con

piccole occhiature non regolari,

friabile e decisamente saporita:

il gusto salato persiste piacevolmente

in bocca, l’aroma richiama

il latte. Ottimo come ingrediente

di carattere per fresche insalate o

aperitivi, consigliato l’abbinamento

con un vino rosso e giovane.

Lorenzo Ranieri

IL VINO

Morellino di Scansano

Il tipo di terreno della Maremma,

le correnti marine e quelle montane,

contribuiscono a realizzare

molti vini che vanno dall’Ansonica

alla Malvasia al Cigliegiolo. Il più

conosciuto è il Morellino di Scansano

che dal 2007 ha accquisito

l’etichetta Docg. Quello della vendemmia

2009, prodotto da le Pupille,

è di colore rubino granato.

Il profumo di viola è

ampio, in bocca è corposo

e armonico. Va servito

a 15 gradi. Accompagna

antipasti saporiti,

lasagne e pappardelle al

sugo di lepre. Carne alla

griglia, faraona alla

creta, coniglio e maialino

arrosto. In enoteca

9,50 euro.

Carlo Cattaneo

Rubrica in collaborazione con il ministero delle Politiche agricole

PROVVISTA DI VASTITà

L’avventura di quei

monelli per strada

di Annalena Valenti

essi

f a n n o

«Allora

provvista

di vastità e riportano

nelle loro case la bea-

comodatevi in questa villetta magnifica,

dalle bellissime sale, e dal

portico estivo che dà direttamente

sul verdissimo e riposante giardino.

Mettetevi nelle mani della

famiglia Morassutti, che fa questo

mestiere da generazioni: starete

bene. Partite con la selezione

di prosciutti friulani, con l’insalata

di carni bianche ai funghi galletti

o con la superba tartare di

“Rosea del Varmo”, ossia una trota

locale cruda (le trote qui sono

amatissime, siamo in zona di risorgive)

a coltello. Di primo, strepitosi

i “tortelli aperti” con le

lumache, altro ingrediente tradizionale

e gettonatissimo in queste

fertili campagne irrigue. Se

no, risotto con piselli e finocchiet-

STILI DI VITA

MAMMA

OCA

titudine che vi hanno trovata. (…) Tutto

diviene sentiero, strada e finestra su

qualcosa che è diverso da noi» (A. de

Saint-Exupéry, Cittadella). Se per noi far

provvista di vastità vuol dire guardare il

cielo del tutto sgombro se non da nuvole

che si accoppiano e si sovrappongono

in forme e colori, o percorrere a piedi la

costa di Lampedusa e Linosa, accompagnate

da uno zaino, da amici e la natura.

Se per noi provvista di vastità è il mare,

per alcuni bambini di qui e alcuni

cittadini come il Giò che si ritrovano a

giocare davanti alla casa del mio paese

sardo, la vastità è la strada. Al momento

è correre lungo la discesa con una macchinina

a pedali, un triciclo scassato e

un trattore che sembra nuovo. Imitando

e sognando i carruleddu galluresi

costruiti con assi, cuscinetti a sfere, due

pezzi di legno a far da sterzo e freno, i

nostri eroi personalizzano i loro mezzi

con adesivi e pezzi di scotch che tengono

insieme i pezzi. Si buttano lungo la

strada, prendono velocità, ridono come

matti, e sterzano prima dell’incrocio

con l’altra via, limitazione posta dalle

madri e dalle macchine, poche ma vere,

che la percorrono, ma meta ambita

per la pendenza e la curva “parabolica”

finale. Provvista di vastità, di pericolo e

di avventura, è la felicità della strada.

mammaoca.wordpress.com

to, o pappardelle con coda di bue.

Di piatto forte, griglia e focolare:

anatra allo spiedo; fiorentina; eccezionale

maialino di latte con la

crosta croccante; parti nobili (sopracoscia)

di pollo di Aiello del

Friuli con asparagi gratinati. Semplici

i dessert, come il dolce di

mele e i vari semifreddi. Cantina

di soddisfazione. Servizio gentile

e signorile. Conto di 45 euro.

Tommaso Farina

Per informazioni

datoni.net

Via Sentinis, 1

Fraz. Gradiscutta

Varmo (Udine)

Tel. 0432778004

Chiuso il lunedì

e il martedì a pranzo

| | 13 luglio 2011 | 51


GREEN ESTATE

CONTRO LE FISSAZIONI AMBIENTALISTE

Per risolvere il problema rifiuti

di Paolo Togni

Prima di passare alle proposte concrete per la soluzione del problema

dei rifiuti, voglio dire che ci sono alcuni luoghi comuni

sull’argomento che non mi stancherò mai di denunziare,

primo tra tutti quello che la raccolta differenziata sia la

panacea di tutti i mali. Checché ne dicano sindaci, deputati, ministri,

giornalisti e ambientalisti, non è vero: infatti, se parte del

materiale differenziato potrà essere collocato sul mercato, è altrettanto

vero che tutto il tal quale residuo e una porzione consistente

dovranno essere comunque smaltiti, in discarica o per incenerimento.

Ed è vero che, nel contesto di un ciclo dei rifiuti ben

organizzato, la raccolta differenziata può costituire uno strumento

per creare utilità economica ed evitare la dispersione di risorse;

ma ciò vale solo se, e in quanto, il rapporto costi/benefici della rac-

colta differenziata fornisca un saldo positivo per il gestore e per gli utenti, sia dal punto

di vista economico che dal punto di vista ambientale. È esattamente quanto stabilisce

l’ultima direttiva sui rifiuti della Ue (2008/98/Ce), nella quale non viene prescritto

alcun obiettivo per la raccolta differenziata: e se viceversa la normativa italiana mantiene

l’obiettivo del 60 per cento per il 2013 (obiettivo in tutta evidenza impossibile

da raggiungere, a suo tempo imposto, dichiaratamente, a pura funzione di stimolo) è

perché si è scelto di ragionare non secondo scienza e coscienza, ma secondo la testa disturbata

dalle fissazioni di qualche ambientalista/suggeritore/imbroglione/ignorante,

La spazzatura campana, che non

potrà essere gestita, probabilmente

verrà sparsa in tutta Italia, e forse

trasportata all’estero. Ma non sono

i soldi a risolvere questo problema,

bensì l’organizzazione del ciclo

AMICI MIEI

LIBRI/1

La storia di Herman,

il santo storpio

Fare gli esordienti, si sa, non

è mai facile, sopratutto quando,

dopo aver avuto la costanza

per portare a termine un romanzo,

tra alti e bassi motivazionali,

ci si rivolge a una casa editrice

per far conoscere il proprio lavoro.

È l’iter classico che ha seguito

anche Laura Varielli, autrice de

Il cielo vicino (112 pagine, 14 euro).

Il suo romanzo, che racconta

la storia di Herman, il santo stor-

52 | 13 luglio 2011 | |

pio dell’isola di Reichenau, ha conquistato

subito Giovanni Ungarelli

che l’ha presa tra le file degli autori

della casa editrice Marietti.

Ad appassionarla alla storia del

monaco che cambiava la vita agli

imperatori del tempo, un astronomo

e storico tedesco, venerato

come beato dalla Chiesa cattolica

e da quella evangelica è stato un

insegnante della scuola di scrittura

del Centro Culturale di Milano

che Laura ha frequentato qualche

anno fa. «Ho sempre amato il teatro

e la scrittura, amore che cerco

di trasmettere ai ragazzi che

mi stanno davanti tutti i giorni

nei banchi della scuola in cui insegno»,

spiega la neoscrittrice. Ecco

il risultato del suo impegno.

PRESA

D’ARIA

e di operare in conseguenza.

Qualche soluzione per Napoli

verrà trovata attraverso lo spargimento

di rifiuti per tutta Italia, e

forse al loro trasporto all’estero a caro

prezzo. I rifiuti di Napoli seguiteranno

a costare centinaia di milioni

all’anno a tutti noi, e fra pochi mesi

ci troveremo da capo a dodici. Non

sono i soldi – pur necessari, ma in giusta e limitata misura – a risolvere il problema dei

rifiuti, ma l’organizzazione del ciclo: gestione integrale su un territorio adeguatamente

vasto, eliminando le competenze delle piccole amministrazioni, non sufficientemente

forti per respingere tentativi di interferenza provenienti dall’esterno; eliminazione

dei subappalti, facilmente infiltrabili dalla malavita organizzata; realizzazione

dei necessari impianti di smaltimento; semplificazione del ciclo tecnico, eliminando

tutti i passaggi non strettamente necessari. Facile a dirsi, meno facile a farsi, esattamente

come portare onestà ed efficienza nella pubblica amministrazione: impresa difficile,

ma necessaria. Se si applicheranno giusti princìpi, presto vedremo dei risultati.

tognipaolo@gmail.com

LIBRI/2

La lunga conversione

di Aldo Brandirali

Il titolo è metà del libro in sintesi.

Vivere sempre intensamente il reale

senza rinnegare e dimenticare

nulla. Una testimonianza (Edizioni

di Pagina, 144 pagine, 10 euro).

Aldo Brandirali sceglie un titolo

lungo, da tazebao maoista, per

la propria biografia. Una perfetta

sintesi per un uomo che, dal fronte

più maoista del Pci, ha vissuto

una lunga avventura che lo ha

portato alla conversione. Brandirali

è un politico milanese, ma prima

di tutto è un uomo della sua

generazione: nei primi anni ’60

è uno di quei ragazzi che sogna-

CINEMA

Transformers 3,

di Michael Bay

Spettacolo con

guerriglia urbana

Un nuovo episodio nella

lotta tra Autobots e

Decepticons.

Giocattolone costoso ma

non troppo intelligente. È

meglio del secondo, anche

HOME VIDEO

When you’re strange,

di Tom Di Cillo

La storia dei Doors

La vicenda dei Doors.

Bel biopic non su Morrison ma

sull’intera band. Di Cillo ripercorre

le tappe del successo e

del declino dei Doors per raccontare

il ’68 statunitense e le

inquietudini successive. Lo fa

utilizzando materiale di repertorio

e scene inedite, soprattutto

non imboccando la strada

del racconto agiografico e romanzato

alla maniera di Oliver

Stone, ma rimanendo inchiodato

ai fatti anche oscuri, legati

alla figura di Morrison. Un bel

documentario per fan e non.

se ci voleva poco, ma peggio

del film apripista. È un

film di Michael Bay quello

di The Rock e Armageddon,

esponente cioè di un

cinema muscolare ma senza

un briciolo di fantasia.

Ma che sa mantenere

le promesse: Transformers

3 sono due ore e mezzo di

spettacolo, con una lunghissima

sequenza di guerriglia

urbana nella secon-

no la grande rivoluzione proletaria.

Nel ’62 viene eletto alla segreteria

giovanile del Pci, ma già

nel ’68 diventa il volto del dissenso

radicale al partito nell’Unione

comunisti marxisti-leninisti. Il

pensiero contro-corrente respirato

sin da piccolo, scava nell’animo.

Finché, dall’altra parte delle barricate,

incontra un prete brianzolo:

«“L’unica condizione per essere

religiosi è vivere sempre intensamente

il reale”. La citazione di don

Giussani è l’eccellente spiegazione

di quello che prima confusamente,

poi in modo sempre più convinto,

è stato il mio percorso umano». Il

racconto di questo percorso è in

queste pagine, umane, dense di interrogativi,

e di sorprese.


da parte. Il resto – storia,

sceneggiatura, cast – sono

accessori di cui Bay può

tranquillamente fare a meno.

La sceneggiatura vera

e propria dura uno sputo:

parte come tanti film

recenti con la pretesa di riscrivere

la Storia. Tira in

ballo Kennedy, lo sbarco

sulla Luna e Nixon per poi

finire – dopo 10 minuti – a

scarpate in faccia. Un pec-

COMUNICANDO

BEST PRACTICE

Uno Stato, quattro

mondi, l’Ecuador

L’idea di uno Stato gestito come

un’azienda, per molti, è una contraddizione

o addirittura qualcosa

di immorale. Ovviamente questi

sono, in parte, pregiudizi su

un accostamento di parole. Sotto

alcuni aspetti, per esempio la

“corporate image” o la promozione

dei suoi prodotti interni, anche

uno Stato impiega strategie e

tecniche uguali in tutto e per tutto

a quelle adottate da un’azien-

cato, anche perché nel primo

non mancavano le cose

carine (LaBeouf e i genitori

svampiti): qui si replica

senza troppe convinzioni lo

schema dei film precedenti

e si pensa già a un quarto

capitolo.

visti da Simone Fortunato

Sopra, il regista

Michael Bay

DALL’ECONOMIA ALLA POLITICA

La mancanza dell’amore

e la crisi dell’Occidente

di Daniele Guarneri

In libreria a partire dal 14 luglio il nuovo

libro di David Schindler, L’ordine

dell’amore. Le società occidentali e la memoria

di Dio (Lindau, 320 pagine, 29 euro).

Schindler è professore di Teologia fondamen-

DA

LEGGERE

tale presso l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio

e la famiglia di Washington, è consultore del Pontificio Consiglio

per i Laici e redattore di Communio: International Catholic

Review. Il testo è correlato da una prefazione di Jonah Lynch, vicerettore

del seminario della Fraternità dei Missionari di san Carlo

Borromeo, e autore del recente libro Il profumo dei limoni (Lindau,

144 pagine, 11 euro).

Il libro di David Schindler è diviso in due parti, la prima dedicata

all’economia e alla politica, la seconda alla religione e alla

cultura. L’autore si interroga sulla profonda crisi dell’Occidente

contemporaneo in ogni ambito della vita sociale (economico,

politico, religioso e culturale), e ne individua la causa principale

nel prevalere di un interesse personale egoistico che strumentalizza

il prossimo in nome della libertà del singolo, ignorando l’intima

chiamata dell’uomo alla comunione e al dono. Lynch scrive

che «Schindler propone un’economia che prende le mosse non

dal “proprio interesse” inteso come puro guadagno, ma dal “proprio

interesse” come verità di se stessi e dell’altra persona coinvolta

nello scambio di beni».

L’amore è l’atto e l’ordine fondamentale delle cose. Su questo

giudizio si basa l’unità dei saggi contenuti nel volume proposto

da Lindau. L’amore è innanzitutto ciò che determina l’esistenza

di ogni cosa, e quindi ciò in cui,

attraverso cui e per cui ogni cosa continua

a esistere.

È l’affermazione di Gabriel Marcel

che cattura perfettamente l’essenza della

tesi del libro: «Alla lunga tutto ciò che

non viene fatto attraverso l’Amore e per

l’Amore invariabilmente alla fine viene

fatto contro di esso». Qualsiasi atto o ordine

non formato nella logica dell’amore

implicitamente finisce sempre per sovvertire

la natura e il destino delle cose.

da. In Italia basta guardarsi attorno

per notare significativi

investimenti pubblicitari e promozionali

da parte di Stati che intendono

farsi conoscere. Anch’esse

possono essere definite vere e

proprie best practice nel campo

del marketing e della comunicazione.

Si tratta, in genere, di campagne

destinate ad attrarre turismo,

verso luoghi di cui mai e poi

mai potremmo immaginare l’esistenza.

Paradisi nascosti ancora

tutti da scoprire. D’altronde siamo

cittadini di un mondo globale

dove le frontiere sono oramai

linee simboliche disegnate sulle

carte geografiche. Tra le tante

nazioni ce n’è una in particolare

che ha destato la nostra atten-

zione: l’Ecuador, il paese più “diverso”

al mondo in proporzione al

suo territorio (0,19 per cento della

superficie terrestre). Uno Stato

che racchiude in sé ben quattro

mondi differenti: le Isole Galàpagos

con la loro fauna unica e selvaggia,

la costa pacifica dove le

spiagge verdi si incontrano con il

mare, le Ande corridoio di vulcani

e l’immancabile Foresta amazzonica,

la più grande al mondo.

Questo paese che punta molto sul

turismo italiano, ci riserverà piacevoli

sorprese (ecuador.travel).

Per definire questo angolo di paradiso

bastano poche parole, ma

ricche di significato: amore per la

vita. Esto es Ecuador!

Giovanni Parapini

| | 13 luglio 2011 | 53


Foto: AP/LaPresse

molto più di un settimanale

«IO, SOPRAVVISSUTA A UN ABORTO»

Gianna Jessen, sopravvissuta a un aborto salino, parla

al Parlamento di Victoria. «Sono odiata perché annuncio

la vita. Se l’aborto è una questione di “diritti della

donna” dov’erano i miei?». Il video integrale su tempi.it

vEnITECI a CErCarE

tempi e l’osservatore/1

Dove trovare

la strana coppia

Tempi ha iniziato il 2011 con un

regalo particolare ai suoi lettori.

Dal primo numero di gennaio, infatti,

il nostro giornale ospita al

suo interno la versione settimanale

dell’Osservatore Romano,

che raccoglie tutti i discorsi pro-

L’ONOREVOLE SPIEGA LA MANOVRA

Raffaello Vignali (Pdl) spiega perché non sarà

una sforbiciata a garantire all’economia italiana

un futuro. «Per rispettare il Patto per l’euro bisognerebbe

fare manovre finanziarie da 40-50 miliardi

di euro all’anno per i prossimi vent’anni».

OCCHI PUNTATI SULLA COPPA AMERICA

Tutti i giorni su tempi.it gli highlights, le sintesi e

i commenti delle partite di Coppa America. Per

essere aggiornati sulla competizione in corso in

Argentina, con un occhio sempre vigile sui giovani

talenti sudamericani, sogno di tutti tifosi.

UNO SGUARDO AGLI ABITI NUZIALI

Kate e William hanno aperto le danze. Li hanno

seguiti sull’altare Kate Moss, che è diventata

la moglie di Jamie Hince, chitarrista dei Kills e

Charlene, l’ex campionessa di nuoto che dopo dieci

anni di fidanzamento si è sposata con il principe

Alberto di Monaco. Su tempi.it tutte le fotogallery

nunciati dal Santo Padre Benedetto

XVI. L’abbinata non ha alcun

costo per i lettori: né per gli

abbonati né per chi compra il nostro

settimanale in edicola. Tempi

esce in tutta Italia il venerdì,

con alcune eccezioni: il giovedì lo

trovate a Milano città e Roma

città; il sabato in Puglia, Sicilia

e Sardegna. Il prezzo di copertina

è di 2 euro; tranne a Napoli

città, nelle Marche, in Puglia, in

Sicilia e Sardegna, dove è in vigore

l’abbinata obbligatoria gratuita

con il Giornale.

tempi e l’osservatore/2

Chi si abbona legge

più comodamente

Abbonarsi a Tempi e al settimanale

dell’Osservatore Romano è

conveniente: 60 euro per un anno

(49 numeri) e 100 euro per

due anni (98 numeri). Per informazioni

e modalità di pagamento

chiamare allo 02.31923730

da lunedì a venerdì (escluso il

mercoledì) dalle 9 alle 13; oppure

visitare l’apposita sezione sul

sito tempi.it.

sU ITaCaLIbrI.IT

libro e cd/2

L’epopea del

country rock

Il nuovo cd di Tempi. Un

viaggio alla scoperta del

genere country raccontato

dalla musica della

Piedmond Brothers

Project. (libro Lights of

your party e cd, 15 euro).

libro e cd/1

Tutto il ritmo

made in Usa

La musica americana

cantata dagli OutofSize e

spiegata da Walter Gatti,

Walter Muto e Riro Maniscalco

(libro Tap your

feet e cd, 15 euro).

il libro

L’In-Presa

di Emilia

Emanuele Boffi racconta

il centro In-Presa fondato

da Emilia Vergani a Carate

Brianza. Qui attraverso

il lavoro si indica ai giovani

una strada per scoprire

che la vita ha senso (Lindau,

160 pagine, 16 euro).

| | 13 luglio 2011 | 55


C’è gente

con tanti quattrini che su

una city car non viaggerebbe mai.

Per esempio la regina d’Inghilter-

ra che quando si sposta per Londra usa la

Bentley senza targa. Ve l’immaginate Elisabetta

II seduta a fianco dell’autista in una

vettura lunga poco più di tre metri? Non

sia mai detto. Eppure, qualche snobissimo

lord inglese una city car adatta al suo rango

la comprerebbe volentieri, mettendola,

in garage, di fianco alla sua Aston Martin.

Una Fiat, una Peugeot o una Citroën? Una

Toyota o una Renault? Suvvia, noblesse

oblige: anche la city car deve avere il pedigree.

E deve costare parecchio. Anzi dev’essere

la più cara al mondo. Gli snob britannici

sono stati accontentati.

In Rue Saint-Honoré viaggia la Parigi

degli atelier e delle boutique di lusso. Ma

al civico 213 c’è Colette, 700 metri quadrati

su tre piani per un marchio di design e di

moda alla quale s’è rivolta l’Aston Martin,

direttamente, per realizzare la versione

speciale della vettura piccolissima. Aston

Martin ha deciso di partire da una tiratura

limitata in appena 14 esemplari ordinabili

direttamente presso la boutique, e non

DI NESTORE MOROSINI

VERSIONE SPECIALE DI UN’ASTON MARTIN

Cygnet Colette: con 49.000 euro

è la city car più cara del mondo

Immagini della Cygnet Colette. Nei particolari

qui sopra, ruota a otto razze, cuciture azzurre

dei sedili, l’abitacolo con sedili ripiegabili

MOBILITÀ 2000

altrove. Comunque Aston Martin

Cygnet Colette continuerà

ad essere assemblata nel reparto

Aston Martin Works Tailored

su specifiche, tutte estetiche,

del marchio francese.

La Colette è una “special”,

ma non si discosta sostanzialmente dalla

meccanica della Toyota iQ da cui deriva la

Cygnet di serie. La carrozzeria, però, è in

un colore Lightning Silver con decorazioni

in Colette Blue, niente di speciale e comunque

molto più sottotono rispetto agli

interni, che invece rappresentano quanto

di più lussuoso si sia mai visto in una vettura

lunga soltanto 307 centimetri. Tutto

è in una caldissima tonalità Bitter Chocolate,

utilizzata per i rivestimenti di ogni

elemento rivestibile, foderabile o scamosciabile,

abbinando il tutto a finiture in

alcantara e alluminio con cuciture in azzurro,

che riprendono i cuscini destinati

ai sedili posteriori.

Niente disturba tanta armonia

agli occhi di milord. Neppure il

prezzo di 48.995 euro. Il più alto

al mondo per una city car.

| | 13 luglio 2011 | 57


LA ROSA DEI TEMPI

58 | 13 luglio 2011 | |

DOVE TIRA IL VENTO

Se vuoi un figlio rivolgiti al dentista

Lavarsi spesso i denti è il segreto per rimanere incinta più facilmente.

Lo ha stabilito uno studio australiano, pubblicato su

Obstetrics and Gynecology e presentato a Stoccolma al meeting

annuale della Società europea della riproduzione umana e

embriologia. Secondo gli esperti, le infezioni orali sono una delle

cause che diminiuscono le possibilità di gravidanza. Il leader

dello studio, il professor

Roger Hart, ha detto

che «tutte le donne in

procinto di pianificare

una gravidanza dovrebbero

essere incoraggiate

a vedere il loro medico

di medicina generale,

ma anche il loro dentista,

per curare eventuali malattie

gengivali prima di

tentare di concepire».

La dirigente della Cgil che insulta l’omosessuale

Una dirigente sindacale iscritta alla Cgil da più di 40 anni ha pesantemente insultato

un segretario del Cral del Comune di Milano. La signora, indispettita dal

fatto che il segretario avesse presentato in ufficio il suo compagno col quale si

era sposato in Canada, l’ha apostrofato così: «Da quando sei il segretario, mi fa

schifo entrare al Cral. Hai anche avuto il coraggio di presentare il tuo compagno».

È scoppiato un casino. Come ha poi riferito il segretario stesso, «la signo-

ra della Cgil andava

in giro a chiamarmi

culat(omissis) e

froc(omissis)».

Oh! Erano anni che aspettavamo un’occasione

del genere. Ora possiamo ripulire l’immagine

che (ingiustamente) molti si sono fatti di

noi, l’immagine di “omofobi-uomini-delle-caverne-che-non-sanno-vivere-in-società-!”.Ecco,

anche noi vogliamo condannare il gesto inqualificabile

della sindacalista omofoba che

non sa accettare gli orientamenti sessuali altrui

e che (all’alba del 2000, ma dico io) non

capisce che l’amore è l’amore, da qualunque

buco lo guardi. Per solidarietà abbiamo dunque

aperto un gruppo su Facebook dal titolo

“Meglio culat(omissis) che della Cgil”.

OFFESE

Gli sms degli angeli antifumo

Secondo ricercatori britannici smettere di fumare è

facile, se hai un amico al tuo fianco che ogni santo giorno

ti manda un sms. È quanto sostenuto da Caroline

Free della London School of Hygiene and Tropical Medicine,

che ha guidato la ricerca finanziata dal Medical

Research Council, secondo cui «i messaggi di testo sono

un modo veramente efficace per aiutare i fumato-

ri a smettere. I fumatori

hanno bisogno di un

angelo custode». Il testo

dell’sms da inviare è

il seguente: «Questo è il

momento! GIORNO DI

SMETTERE, butta tutte

le tue cicche. OGGI è

il giorno in cui cominci a

SMETTERE per sempre,

puoi farcela!».

maiaLa La scoperta rivoluzionerà le tecniche

dell’ars amandi che, d’ora innanzi, dovranno

trovare nuovi linguaggi per esprimersi. D’ora

in poi non si dirà più: «Amore, vuoi salire a

bere una cosa?», ma «cara, vuoi salire

a darti una spazzolata ai molari?».

I più audaci potranno spingersi

fino a offrire pedicure, rimozione

del cerume superfluo,

doppie cerette ascellari.

E se lei non ci sta, non è

perché è una suora. È

solo una maiala.

LOVE/1

BENESSERE

riSpOSta «Caro angelo custode CE L’HO

FATTA. Ti giuro che ognuna di quelle che ho

fumato OGGI era sempre L’ULTIMA. Grazie a

te, dopo l’ultimo tiro ho buttato via TUTTE LE

CICCHE. Ero molto in ansia per questa prova.

Non pensavo che SAREI RIUSCITO A SMET-

TERE dopo il primo pacchetto. Però poi me ne

sono fatto un altro per tranquillizzarmi e così

HO SMESSO prima di ricominciare col terzo.

Grazie a te, CARO ANGELO CUSTODE, ora mi

ritrovo in rianimazione all’ospedale. Se vuoi venire

a trovarmi, porta un accendino».


imperdibile

inutile

Le veline si danno

le sberle per Matri

Numerosi siti di gossip hanno scritto

che le due veline di Striscia la notizia,

Federica Nargi e Costanza Caracciolo,

sono venute alle mani per

il bomber della Juve, Alessandro

Matri. Federica, fidanzata con Matri,

lo avrebbe colto avvinghiato a

Costanza. Di qui la lite. Ma le due

hanno smentito, dicendo di trovarsi

in località diverse. «Farà parte

della macchina del fango anche

questo gossip che ci

vedrebbe coinvolte in

una lite a Formentera?»,

hanno

scritto in un

comunicato.

LOVE/2

HI-TECH

godibile

fetido

NATURA

fango Amore, non credere

a quello che dice la macchina

del fango. Non è vero che

ero avvinghiato a una ventenne

bionda, 90-60-90, occhi

azzurri, capelli biondi, ex

Miss Universo, vestita solo

di un bicchiere, su una spiaggia

bianca, su un’isola deserta,

che mi faceva l’occhiolino

da mezz’ora, pensa che è

pure madrelingua, ma io passavo

di lì per caso, che ne sapevo

io?, pensa che nemmeno

l’avrei notata se non fosse

stata nuda, comunque stasera

non aspettarmi, che faccio

tardi alla solita riunione

condominiale.

I comandamenti per un mondo a impatto zero

Il presidente della Società metereologica italiana Luca Mercalli ha scritto il libro

Prepariamoci, una sorta «piano per salvarci» nel mondo che verrà, sempre

più povero di risorse e pieno di inutili esseri umani. L’opera contiene anche

il Decalogo “aggiornato” al XXI secolo, con comandamenti molto salaci tipo:

«Non avrai altro pianeta al di fuori della Terra»; «ricordati di contemplare la

Natura»; «onora le energie rinnovabili»;

«non inquinare»; «non

sprecare»; «non cementificare»;

«non desiderare la potenza altrui

ma sii sobrio ed efficiente».

nel 2023 il cervello

sarà dentro un pc

«Servirà un computer un milione di

volte più potente dei supercalcolatori

di oggi. Ma alla fine – il traguardo

è fissato per il 2023 – gli scienziati

dell’Human Brain Project contano di

riprodurre il funzionamento del cervello

umano in un unico enorme circuito

elettrico». Così la Repubblica ha

annunciato il gran progetto interna-

zionale che presto ci

darà una copia esatta

su pc dell’intelligenza

umana, con tutti i neuroni

e le sinapsi.

Servirà per comprendere

le malattie del

cervello e sviluppare

nuovi farmaci.

’o DECaLogo Va bè, ci siamo detti, taroccato

per taroccato, tanto vale riscriverlo

alla napoletana, il Decalogo green.

Eccolo. 1) Non avrai altra monnezza, ce

n’è già abbastanza. 2) Ricordati di mescolare

l’umido con il vetro. 3) Idem carta e

plastica. 4) Butta tutto sul marciapiede.

5) Non lì: meglio davanti alla porta del vicino.

6) Se senti puzza, incolpa il governo.

7) Se il fetore persiste, vota De Magistris.

8) Hai voluto De Magistris, e adesso t’arrangi.

9) Non desiderare i termovalorizzatori

altrui: tu non l’avrai mai. 10) Senti

che odore, ’sto vento del cambiamento.

fUTURo Incredibile ma vero! Addirittura il computerone

«potrà essere trasferito in un robot capace di prevedere il

futuro». Capite che bello? Iniza una nuova era. Non siamo

più soli nell’universo. Presto avremo qualcuno che ci capirà

nel profondo. Che riderà e piangerà con noi. Emozionandosi

davanti ai film che avremo scaricato insieme. Finalmente

un pc con le nostre sensazioni, i nostri neuroni, i nostri stessi

pensieri. Ecco, a proposito di questo: qualcuno sa spiegare

che cacchio ce ne facciamo di un supercalcolatore megagalattico

che pensa solo al calcio e alle donne nude?

| | 13 luglio 2011 | 59


UN ALTRO MONDO

è POSSIBILE

NONOSTANTE TUTTI I MALI

Donna, Gesù

perdona i tuoi

pensieri atroci

di Aldo Trento

Caro padre aldo, anche stamattina ho letto

in una tua mail che mi hanno girato

quella frase che ripeti in continauzione:

«“Io sono Tu che mi fai” ed è solo questo che

profondamente mi costituisce e mi definisce».

Mi accorgo di essere davvero a un bivio drammatico

della mia vita. Ho percepito l’urgenza di

decidere da cosa, anzi, da Chi lasciare definire

me stessa e il mio destino. Ho trent’anni, un marito

meraviglioso e cinque bimbe così belle e piene

di vita che sono l’evidenza che il Mistero c’è e

fa ciò che noi non sapremmo neanche immaginare.

Fin da bambina percepivo che la mia persona,

gli altri, il mondo nascondevano un qualcosa,

una profondità di cui ciò che si vedeva era

solo un piccolo assaggio. Poi, alle superiori, ho

incontrato un professore che mi ha fatto intravedere

questo segreto così affascinante che si

chiama Gesù. È stato un innamoramento istantaneo,

un mare di Misericordia che mi ha avvolta

e coinvolta in una storia e pian piano in un

rapporto, di cui per grande grazia da allora partecipo.

Ma da sempre c’è in corso in me una lotta

feroce che ho sentito descritta in questi termini

solo da te e da qualche lettera che ti hanno

scritto. Appena arriva Tempi corro come un’assetata

a cercare cosa hai da dirmi, rispondendo

al dolore di tanti, perchè mi sia di alimento e

guida in questa battaglia. Ho avuto un papà con

gravi problemi psicologici, violento e concentrato

esclusivamente su di sè e una mamma che lo

ha sposato nell’illusione di “salvarlo”, andando

incontro a una vita piena di sofferenza per sé e

per noi figli. Se ripenso a quegli anni mi vengono

ancora un viscerale senso di ingiustizia e tanta

rabbia. Dall’età di dieci anni ho iniziato a soffrire

di un disturbo ossessivo (terrore di pungermi

con delle siringhe infette e morire). Poi, crescendo,

ho iniziato ad avere pensieri molto crudeli

sulle altre persone, per lo più quelle a cui volevo

bene, augurando loro di subire tutte le peggiori

violenze e disgrazie che si possano concepire.

Anche ora che ho trent’anni continuo ad avere

questi pensieri tremendi. La mia mente si attacca

in maniera morbosa alle situazioni drammatiche

e spara senza pietà come un assassino impazzito.

Pensieri atroci padre, in cui io mi sento

di godere del male e della sofferenza altrui, come

per vendetta, come se tutti dovessero soffrire

come e molto più di me. Questa è la mia croce,

questo è ciò con cui convivo da anni e che

60 | 13 luglio 2011 | |

POST

APOCALYPTO

Georges de La

Tour, Maddalena

penitente (1630

circa), National

Gallery of Art,

Washington

mi ha fatto così male da pensare alla morte come

unica possibilità di liberazione. Inutile dirti

che ho fatto lunghe cure con antidepressivi e

ansiolitici vari che prendo ancora oggi. Non posso

descriverti, padre, i sensi di colpa che mi hanno

attanagliato, quanto orrore, disprezzo, paura

di una donna che non avrei voluto essere, per

i pensieri e sentimenti che non sono mai riuscita

a dominare. Ma il Signore, che ama infinitamente

ogni figlio, può perdonare una donna, che nella

testa e nei sentimenti concepisce tanto male

proprio verso i suoi figli prediletti? A volte ho

vergogna a entrare in chiesa. Io non so più cosa

fare. Prendo le medicine, ma la malattia c’è,

sembra una piaga inguaribile. Ho paura, ho tanta

paura di non essere perdonata. E più ho paura,

più il dolore si fa forte e più i miei pensieri diventano

spietati. Tutti, mio marito, i miei amici, i

preti a cui ho chiesto aiuto, mi hanno rassicurata

che io posso vivere, che io posso esistere, anche

con questo “cancro” dentro di me, che il Signore

non smette di amarmi anche se io non mi

amo. Cosa sbaglio padre Aldo? Io Gesù l’ho incontrato.

Perché mi lascio definire da quella

parte di me che si schifa di come sono fatta? Io

ho un grande desiderio, che ho portato a Lourdes

e a Loreto, dalla Madonna: vivere nella pace

di essere perdonata e spendere il mio tempo

a servire questo mondo anziché vedere tutte le

mie energie risucchiate da una nevrosi che potrebbe

accompagnarmi per tutta la vita. Mi affido

al tuo grande cuore di padre e ti ringrazio

per la grande compagnia che già mi fai.

Lettera firmata

In un mondo grigio, anestetizzato, finalmente

un io che cammina, che si muove cercando

l’Infinito, il perché delle cose, della

sofferenza, di tanti tormenti! Che consolazione!

Fantasie, ossessioni di ogni genere che popolano

la mente come chiodi fissi, che suscitano sensazioni

di panico, paura di perdersi, di condannarsi

o di condannare gli altri, senso di colpa, sudorazioni

improvvise, sbalzi di umore a ogni istante,

ansia, un peso nello stomaco che sembra affogarti,

il desiderio di morire, l’irritabilità, il desiderio

di fuggire, il grido della vita che finisce. Tutto

quello che tu mi descrivi io l’ho vissuto. E anco-


a debbo lottare con alcune di queste situazioni.

Per più di quindici anni tutto sembrava crollare

a ogni istante. Alzarsi la mattina dopo uno,

due, tre, dieci anni trascorsi senza mai dormire,

era una tortura, come la notte quando, afferrando

il cuscino, lo schiacciavo forte contro la faccia

gridando, infuriato con Dio: «Basta, Signore,

con questa sofferenza». Per questo comprendo

quanto mi racconti. Tuttavia, non smetterò mai

di affermare che tutta questa strada è stata per

me una Grazia. Sin dalla mia adolescenza avevo

chiaro che il dolore, questo maledetto dolore,

può trasformarsi in una grazia. In una lettera

scrivevo a mio padre che era emigrante in Svizzera:

«Caro papà, la Provvidenza divina ci ha

aiutato sempre e anche in questo momento nel

quale il dolore sta colpendo la nostra famiglia

continuerà ad aiutarci. Accettiamo le infermità

perché anche queste sono un dono del Signore,

che attraverso queste prove vuole dirci quanto

ci ama». Avevo 18 anni quando dal seminario

esprimevo questa coscienza della malattia. Durante

i lunghi anni nei quali la mia mente è stata

quasi dominata e resa schiava da un popolo

Fu in quel periodo che mi diedi le tre

regole che anche oggi accompagnano

la mia vita: calli nelle ginocchia (supplica,

grido «Io sono Tu che mi fai»), calli nella

testa (osservazione, guardare, toccare),

calli nelle mani (il lavoro fisico come strada

per conoscere ed entrare nella realtà)

di fantasmi che mi portavano alla disperazione,

mai ho perso quel raggio di speranza che tutto

questo avvenisse per compiere, dentro a un destino

buono, qualcosa di utile per la mia vita.

Tutti i giorni la disperazione si trasformava in

grido, in mendicanza, in relazione continua col

Mistero. Una relazione che si esprimeva solamente

nel mettermi in ginocchio e gridare con

tutta la mia anima «Signore, aiutami». Gridare,

supplicare, era l’unica attività che mi accompagnava

e che continua ad accompagnarmi. Un

gridare che era, e che oggi è ancora di più, un riconoscere

che io non ero quella cosa, ma che

ero e sono relazione con l’Infinito. Sì, quel «Io

sono Tu che mi fai» non è mai stato una formula,

ma l’espressione della mia carne ferita,

straziata, tormentada. E quando le ossessioni

sembravano paralizzarmi e vedevo me stesso

parlare da solo come un pazzo, ripetendo i “terribili

pensieri” che mi tormentavano, in quei pochi

momenti di lucidità ripetevo: «Io sono Tu

che mi fai». Avevo bisogno di gridare di più ogni

giorno, di invocare il Mistero. Arrivò un momento

nel quale l’unica cosa che facevo era ripetere

continuamente: «Io sono Tu che mi fai». E non

era una emozione, ma la chiarezza di un giudizio

che nasceva dalla certezza che la realtà vissuta,

non importa se dura come il granito, non poteva

ingannarmi. Quante Messe celebrate senza

provare nessun sentimento, distratto da mille

cose! E tuttavia, con che sguardi contemplavo

quell’ostia trasformata nel corpo del Signore! E

con quanta energia esprimevo nell’omelia la mia

passione fredda (emotivamente) per Cristo e

quante volte mi trovai a piangere.

Gli strumenti di Cristo

Gli unici momenti di riposo erano quando parlavo

di Cristo, avevo bisogno di farlo. E mentre

parlavo di Lui, era come se parlassi con Lui

e questa coscienza di appartenergli era ciò che

affascinava quanti incontravo. Ma quando finivo,

i fantasmi e le paure tornavano. La lotta

era dura perché si trattava di ridurre la fantasia

a porsi al servizio della realtà. Nevrotico è

colui che pensa o è convinto che la realtà coincide

con le ossessioni che lo tormentano. Per uscire

da questa situazione era chiaro che avevo bisogno

di due cose: vivere dentro di me il reale in

modo che la realtà tornasse a essere il contenuto

della mia mente, e avere qualcuno che continuamente

mi indicasse, anche fisicamente, la

realtà. Fu in quel periodo che mi diedi le tre re-

gole fondamentali che anche oggi accompagnano

la mia vita: calli nelle ginocchia (supplica,

grido «Io sono Tu che mi fai»), calli nella testa

(osservazione, guardare, toccare), calli nelle mani

(il lavoro fisico come strada per conoscere,

per entrare nella realtà). Un lavoro per la ricostruzione

del mio io. E quanto più il volto del Mistero

diventava familiare grazie alle suppliche e

all’amore alla Vergine Maria, tanto più tutto intorno

a me acquistava una personalità propria.

Da questa posizione di fronte all’Infinito, nacque

tutto ciò che esiste. Oggi non è che non abbia

momenti difficili, però per pura grazia divina,

per la fedeltà agli amici e al lavoro personale,

non so più che cosa sia la disperazione. Oggi la

mia vita è molto drammatica ma non è disperata,

non è più percorsa dal desiderio di morire

ma di vivere riconoscendo la dolcezza di Cristo.

Dolcezza nel senso che godo del suo perdono.

Guardo ai miei peccati con ironia, quando mi

confesso guardo in faccia Lui e non le mie fragilità.

È un altro mondo, un mondo che contiene

ancora gli stati d’animo di prima (per questo

prendo dei medicinali), però la Sua presenza domina

e la vita ha una nuova certezza. La certezza

di chi non è più definito dai fantasmi della foresta,

della strada nella selva della vita, ma dalla

luce della meta. Meta che è Lui, Lui presente

qui e ora. Lui che mi lascia ancora sperimentare

il brivido di un certo stato d’animo, ma la Sua

presenza alla fine risulta vittoriosa.

Se questo è vero per me, lo è anche per te. Riconoscere

e accettare le prove che il Signore ha

permesso che riempiano la tua vita è l’inizio di

un cammino duro ma bello. Questa tua umanità

ferita, è il materiale umano di cui Cristo ha bisogno

per salvarti, è l’unico cammino perché tu

possa verificare la certezza della fede, il dono di

essere amata, di guardarti come ti guarda il Mistero.

«È necessario soffrire perché la verità non

si cristallizzi in dottrina», scriveva Mounier. La

bellezza della tua vita, del tuo matrimonio, dei

tuoi figli, la compagnia del carisma al quale appartieni,

sono la modalità mediante la quale il

Mistero vuole dirti che di un amore eterno ti ha

amato avendo pietà del tuo niente. Tu non sei le

tue ossessioni, ma relazione con l’Infinito dentro

a tutte queste cose. E questa certezza sarà la

tua liberazione nel tempo. Non c’è problema, miseria,

panico, nevrosi, ossessione che possa impedire

alla nostra fragile libertà di riconoscere

di che materia, di che carne siamo fatti!

padretrento@rieder.net.py

| | 13 luglio 2011 | 61


LETTERE

AL DIRETTORE

In principio tutte le Tav

sono inutili e costose.

Manco la tomba è gratis

Pur essendo estremamente contrariato dalla circostanza

che si sia dovuti arrivare addirittura in Cassazione

per avere un esempio di “giustizia giusta” che restituisce

al cittadino Renato Farina il diritto a vedere applicato

anche a lui l’articolo 21 della Costituzione, preservando di

conseguenza i direttori di testate che lo ospitano dal pericolo

di vedersi comminare sanzioni disciplinari inflitte dall’Ordine

dei giornalisti, sono contento che il nostro amico pos-

sa ora liberamente continuare a intrattenerci con la lucidità

SPORT

UBER

ALLES

62 | 13 luglio 2011 | |

delle sue analisi settimanali (confesso,

caro direttore, che ho avuto il timore

che anche lei potesse incorrere in indebite

attenzioni). Più volte ho esternato

la mia contrarietà per quella che

mi è parsa una palese prepotenza priva

di fondamenti giuridici (processare

e condannare un ex collega, difettando

quindi la giurisdizione professionale),

così come non gradisco la circostanza

che ci siano penne libere di

gettare fango e dispensate dall’obbligo

deontologico di controllare l’attendibilità

delle fonti perché godono dell’immunità

di sinistra, e anche per questo,

il provvedimento emesso a carico

di Farina mi è parso intriso di ideologismo.

Avendo statuito che Renato Farina

non poteva essere radiato, ora può

liberamente scrivere, pur privo della

qualifica di giornalista, e sono quindi

estremamente soddisfatto di poterlo

leggere su Tempi e sulle testate del

“non politically correct” che ritenessero

di volerlo ospitare; per qualcuno saper

scrivere e non essere di sinistra è

considerato un difetto che ha portato

a comminare sanzioni indebite, per

me è un pregio che mi fa piacevolmen-

Stamattina mi sono alzato troppo presto (e già questo

non mi fa bene). Poi ho litigato con mia moglie

(e questo mi fa anche peggio). Infine ho scambiato

una serie di e-mail con un tizio tutto precisino, tutto

saputo, insomma di quelli che nella vita avrebbero potuto

fare i principi del foro, gli scrittori, i fisici quantistici,

gli astronauti ma, a causa di un destino cinico e

te seguire gli articoli di Renato Farina.

Daniele Bagnai Firenze

E noi siamo più che onorati e contenti

che il buon diavolo della Tasmania

illustri questo giornale con la sua

prosa ardita, eccellente, fantasiosa.

2

Mi permetto di condividere il mio pensiero,

forse troppo semplicistico, sulla

provocazione lanciata da Antonio Socci

che, al fondo, mi sembra chiedersi quale

sia oggi l’incidenza dei cristiani e quale

sia la strategia migliore per arrivare

a incidere di più. Con il rischio, per

chi legge, di confondere l’incidenza con

l’egemonia (almeno come desiderio). La

mia esperienza mi porta a dire che ciò

che incide nella storia è un Io cambiato

perché abbracciato dall’incontro con

Cristo. E la storia di questi ultimi anni

ci ha messo davanti agli occhi dei grandissimi

esempi. Due su tutti. Giovanni

Paolo II: credo che sia evidente a tutti

l’incidenza di quest’uomo nella storia

politica dell’Occidente del Dopoguerra.

Oppure Madre Teresa di Calcutta. Ha

inciso più lei o molte associazioni umanitarie

che si occupano di carità e povertà?

Mi sembrano esempi luminosi

(non a caso la Chiesa li ha posti tra i beati)

in cui l’intelligenza della Fede sia diventata

intelligenza della Realtà. Ma

anche lei direttore, o Socci stesso, a vostro

modo avete una responsabilità e

allo stesso tempo una grande opportunità.

Posso personalmente raccontare

di persone colpite e cambiate “dall’incontro”

con il libro di Socci su Caterina

o dall’incontro con lei, attraverso i suoi

interventi in tv. E perché ciò accadesse

non è stata necessaria una tv o una

casa editrice dei cattolici… Credo quindi

che non sia di per sé necessario un

“contenitore” o meglio, dati i tempi, una

GIUSTIZIA PER I PRECISINI

Volete sapere se davvero toglieranno

lo scudetto all’Inter? Bè, informatevi

“riserva” di cristiani nei vari ambienti

(politica, informazione, lavoro, associazionismo…)

ma di persone che vivano

con verità, lealtà e sincerità il loro incontro

con Cristo nelle circostanze che

sono chiamate a vivere. E questo vale

per tutto: la politica, il lavoro, per coloro

che sono genitori… Perché in fondo

– ed è esperienza comune – un Io cambiato,

contento, lieto è l’unica cosa che

muove e quindi educa. Perciò, a mio avviso,

è sufficiente che ci siano degli uomini

veri (e grazie a Dio ve ne sono diversi),

cambiati dal loro incontro con

Cristo che, a loro volta, affrontando il

quotidiano, educhino a questo percorso

personale di approfondimento della

Fede, che, nei modi e nei tempi che Dio

vorrà, darà i frutti che deve dare.

Giovanni Valdes via internet

Anche questo è vero.

2

In origine la trasmissione tv Chi l’ha visto?,

affidata all’inimitabile eccezionale

Donatella Raffai, era dedicata ai casi

di persone scomparse o allontanatesi

da casa senza lasciare alcun contatto

con i familiari e metteva a disposizione

del pubblico un numero telefonico per

cercare di ottenere informazioni o indizi

utili per il ritrovamento o per la ricostruzione

dei fatti. Proprio per questa

sua utilità, nel 1991 si aggiudicò

il suo primo Telegatto come miglior

“programma d’utilità sociale” (e la Raffai

venne premiata col Telegatto come

personaggio femminile dell’anno). Pian

piano questa trasmissione è diventata

la succursale del reparto investigativo

delle procure, in particolare per i casi

più spinosi e pruriginosi da offrire agli

spettatori voyeur: Sarah, Yara, Melania.

E siccome i corvi non vengono mai

da soli, ecco anche un’altra succursale

di Fred Perri

baro, sono finiti in un comune di provincia con poche

soddisfazioni e molto tempo libero. E allora leggono,

si documentano, spulciano, coltivano passioni con l’ossessione

del risarcimento.

Questo, nella fattispecie, mi stressa da tre giorni con

il fatto che l’Inter può essere processata (e condannata)

per le telefonate del 2006, quelle sepolte e saltate fuori

Foto: AP/LaPresse


del reparto investigativo: Quarto grado.

Bei tempi quelli in cui la Raffai si

dedicava alle persone scomparse senza

sostituirsi agli 007!

Vincenzo via internet

Una volta era lo scarraffone. Adesso

pare che a mamma sua sia caro ogni

sbirrone. Progressi della tv.

2

Non ho capito perché ci si scandalizza

tanto di Beppe Grillo quando il segretario

di procura (o “signorina buonasera”,

come lo chiama Sallusti) Marco Travaglio

dice (nel suo Passaparola di lunedì

4 luglio) che il problema non sono i

teppisti che giocano a fare i boy-scout

sassaioli nei boschi della Val Susa, ma il

problema è il ministro Maroni, dice Travaglio,

che è «un pregiudicato, un ministrucolo,

parodia di Bava Beccaris. Lui

sì giocava a fare le Br in menopausa ed

è stato condannato da un tribunale per

le “camicie verdi”, questi cialtroni, Br

in menopausa» e via insultando il ministro.

E pensare che Travaglio dice di

essere un allievo di Indro Montanelli!

Franco Beltorti Piacenza

Non confondiamo il povero torinese

con il ricco toscano. Travaglio è

un fenomeno predicatorio nato in

un settimanale cattolico diocesano,

battezzato al Giornale, abiurato alla

Voce. Quello che non si è ancora capito

è perché abbia poi abbracciato

la carriera di chierico senza Dio. E,

soprattutto, perché la eserciti con

tanta ira e studio del proprio personaggio

allo specchio. Dopotutto anche

un piemontese arricchito sulle

disgrazie altrui ogni tanto potrebberilassarsi

un po’, guardare il mondo

e pensare, “bè, verrà giorno che sarò

giudicato anch’io col mio stesso

metro di giudizio”. E invece niente.

Il povero torinese sembra divorato

da una bulimia celiniana, non smette

mai di cercare motivi d’odio, soffre

se tutto il sale del mondo non precipita

ogni santo giorno in un mattinale

di polizia. Peccato. Chi fa la

spia non è figlio di Maria.

2

Ho una figlia che legge accanitamente

il vostro giornale pur non essendo né

giessina, né – devo ammettere – assidua

frequentatrice della Santa Messa

domenicale. E così, spero che continui

a leggervi... Grazie.

Paola Dessì via internet

Anch’io ho quattro figlie che buttano

ogni tanto lì un occhio al giornale

e mi dicono: «Padre, quand’è che diventerai

una persona seria?».

2

Le giro due articoli appena pervenutici

da Luca Mercalli, della Val di Susa.

Sì, devo dire che per me è sempre

duro vedere che gli argomenti ragionevoli

sulla Tav vengono pubblicati –

strumentalmente? Può essere, ma è

comunque un fatto – su un quotidiano

comunista, mentre la stampa cattolica

– incluso il settimanale da lei diretto,

mi consenta – in proposito si è piuttosto

asservita agli oligarchi. Si vede che

questa doveva essere la storia. Bisogna

che me ne faccia una ragione. Fermo

restando, si capisce, che ciascuno

si assume le proprie responsabilità.

Pier Luigi Tossani Fienze

Guardi, a suo tempo avevo dato un

orecchio a questo annoso dibattito

sulla Tav. E se non sbaglio, se ne discusse

parecchio in Europa, in Valle,

con politici e tutti i santi popoli nati

sui giornali. Adesso ho qui in redazione

perfino l’ottimo Rodolfo Casadei

che sostiene l’irrilevanza spendacciona

di quella grande opera. Bè, sa cosa

dico a lei e a Casadei? Dico che ieri

il conte Camillo Benso di Cavour,

oggi lo sciatore e imprenditore Pierino

Gros, la pensano come noi. Tutte

le grandi opere hanno costi stratosferici,

violano la quiete degli uccellini

e rompono l’incantesimo della valli

in fior. E allora? Meglio L’Alta Velocità,

il Progresso, il cemento che ride,

piuttosto che i bambini che dicono

sempre no e coltivano l’erba voglio.

2

Non male l’idea di infilare nella Finanziaria

750 milioni di sconto ad aziendam.

Antonio Respighi via internet

In effetti è da bambino alle prese

con la famosa marmellata. Infatti

l’ha ritirato.

2

Non sappia la mano sinistra cosa fa

quella destra. È così che lei spiegherebbe

la norma blocca-risarcimento, vero?

Claudio Spera via internet

E ridagli. Adesso io vorrei prendere

Carlo Azeglio Ciampi e domandargli:

come ti venne in mente di appaltare

il secondo polo dei telefonini a De Benedetti,

proprio nel giorno in cui lasciavi

Palazzo Chigi perché il giorno

prima gli amici di De Benedetti erano

stati sconfitti alle elezioni da Berlusconi?

La ruota gira, il vento soffia,

viva Repubblica che dell’Ingegner

non è serva, bensì regina. Ma alla fine

vede, a differenza di Ciampi Berlusconi

è tornato sui suoi passi. Sarebbe

bello rileggere i passi di Ciampi da

Omnitel a Telecom, anni 1993-1998.

redazione@tempi.it

in seguito, quelle irrilevanti secondo i pm di Napoli (e i

tifosi nerazzurri) ma non tanto irrilevanti per tutti gli

altri e per chi ha un po’ di buon senso. Mi cita regolamenti

e commi, mi snocciola sentenze della Cassazione

e, visto che capisce benissimo che non so di che cosa stia

parlando, mi ripete come un mantra che sono ignorante

e che un giornalista dovrebbe documentarsi.

A questo punto l’ho ringraziato. Ha proprio ragione.

Un giornalista dovrebbe documentarsi, appassionarsi,

ma io non sono un giornalista, sono uno che

scrive per campare. E in fondo dello scudetto 2006,

dell’Inter, della Juve e pure del Cesena, non me ne frega

un beneamato nulla.

| | 13 luglio 2011 | 63


taz&bao

64

| 13 luglio 2011 | | Foto: Marka


Schiavi

Pride

Secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro, la maggioranza

degli oltre 1,7 milioni di pachistani vittime della

schiavitù, ovvero 1,3 milioni di donne più maschi adulti e

bambini, sono braccianti del Sindh, contadini senza terra

che vanno crescendo di numero. I possidenti che sfruttano

le popolazioni locali sono in maggioranza musulmani. Nel

paese, tuttavia, 3 milioni di cristiani e poco meno di indù

sono accomunati da questa condizione. Mi sono trovato a

convivere con questo fenomeno dopo gli studi in seminario,

quando il vescovo di Karachi, il domenicano italiano

Francesco Benedetto Cialeo, mi assegnò la cura pastorale

di alcuni villaggi abitati in maggioranza da braccianti alle

dipendenze di qualche zamindar (proprietario terriero)

locale. Devo dire che in confronto la mia gioventù, per

quanto povera, e la vita di studente in una città, Karachi,

che non era la mia, davanti a tanta miseria mi sembravano

lussuose. Il pasto consisteva sempre di pane azzimato e

verdure di scarto dalla tavola del possidente. La famiglia

presso cui scelsi di vivere non aveva terra propria da coltivare,

e anche la piccolo stanza senza servizi igienici in cui

vivevamo era concessa dallo zamindar. L’intera famiglia di

cinque persone doveva accorrere a ogni chiamata del padrone.

Questa gente subiva diverse discriminazioni.

Nessun orario prefissato di lavoro, una paga misera in

natura, e anche questa solo a raccolto ultimato. Nessuna

libertà, nemmeno di poter mandare i figli a scuola perché

potessero almeno intravvedere un futuro migliore.

Padre Bonnie Mendes segretario Caritas-Asia, Avvenire, 1 luglio 2011


GLI ULTIMI

SARANNO I PRIMI

SETTANTADUE ANNI DOPO

Il primo fiore di primavera

66 | 13 luglio 2011 | |

di Marina Corradi

nessuna viola, ancora; proprio non ce n’era nessuna. Ho trovato

invece dopo molte ricerche un fiore che deve essere un bucaneve. È

«Annamaria,

il primo che vedo, quest’anno». La lettera porta la data dell’11 febbraio

1939. Sulla carta ingiallita, sopra le righe vergate da una calligrafia irrequieta, c’è come

una macchia bruna, sottile, del colore del sangue rappreso. Ma no, scopro distendendo

delicatamente il foglio con le mani: è un fiore. È proprio un bucaneve disseccato;

se ne distinguono i petali e il calice esile. Non lo tocco per il timore che le mie

dita possano ridurlo in polvere. Considero commossa l’ombra gentile su un vecchio

foglio di carta da lettere: il primo fiore della primavera di settantadue anni fa.

È la lettera di un ragazzo di 24 anni alla fidanzata. Lui sta a Parma, lei è a Napoli,

entrambi non lo sanno ma fra poco più di sei mesi scoppierà la guerra in Europa. Lui

scrive che non riesce a stare un giorno senza pensare a lei, e in un pomeriggio di fine

inverno va a cercare un fiore da mettere nella busta. Dalla terra nera, dove l’ultima

neve si è sciolta, coglie il bucaneve. Il ragazzo

scrive che vuole andare a trovare

la fidanzata: ma Parma e Napoli sono così

lontane. Lui però sogna, progetta: «Basterebbe

recuperare certi tagliandi del

Guf (la Gioventù universitaria fascista)

che danno modo di avere un fortissimo

sconto; basterà dire a casa che domenica

si va a sciare e bisogna partire presto, perché la gita è lunga; basta, infine, che tu dica

sì». Ma Napoli in questo grigio febbraio padano dista come un altro pianeta. Il ragazzo

cammina, cammina, e si trova a costeggiare il cimitero, ed entra. È ben triste,

un cimitero in un pomeriggio di fine inverno, quando già alle quattro il sole cala.

Scrive: «Ci pensi, Anna, che fra ottant’anni, forse cinquanta, forse tra meno, nessuno

si ricorderà di noi? Saremo semplicemente schedati in un camposanto, cogli altri».

E qui proprio ti sbagli, papà. Sono passati settantadue anni da quel giorno del

’39, e io sto leggendo questa tua lettera alla mia futura madre; e mi sembra di essere

con te alla periferia di Parma sotto a un cielo grigio, cercando viole che non

ci sono ancora, da mandare a una a cui vuoi bene. Ti sbagli, perché le righe di questa

carta ingiallita mi restituiscono i vent’anni di uno

così simile ai miei figli, adesso; e a come ero io, quasi

trent’anni fa. Ti sbagli, mio padre ragazzo del 1939,

ignaro del cielo di piombo che incombeva su di voi:

io oggi, 2 luglio 2011, ho assolutamente vivo il ricordo

di te e di Annamaria, mia madre. E anzi mi pare,

leggendo queste righe, di stare parlando con voi due;

ma quasi con tenerezza materna, come se oggi la madre

fossi io, e voi due ragazzini.

Di questa lettera antica una cosa mi riconosco nel

sangue: l’ansia di una felicità per sempre, di un amore

più forte di quelle pietre, al cimitero. Quella domanda

oggi negata, che però abbiamo stampata addosso; tenace

come l’impronta bruna sulla carta di un bucaneve,

il primo, della primavera di settantadue anni fa.

È la lettera di un ragazzo alla fidanzata.

Non lo sanno ma fra poco scoppierà la guerra

in Europa. Lui scrive che non riesce a stare

senza lei, e un pomeriggio di fine inverno

va a cercare un fiore da mettere nella busta

DIARIO

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