IL CALITRANO N. 36.qxd

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IL CALITRANO N. 36.qxd

IL CALITRANO

periodico quadrimestrale di ambiente, dialetto, storia e tradizioni

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - 70% - DCB - Firenze 1

ANNO XXVII - NUMERO 36 (nuova serie) SETTEMBRE-DICEMBRE 2007

VIA A. CANOVA, 78 - 50142 FIRENZE - TEL. 055/783936

www.ilcalitrano.it

ISSN 1720-5638


IN COPERTINA:

Questo pioppo che verde e rigoglioso svetta solitario

sulle rovine di Calitri, può essere preso ad

emblema dello spirito battagliero dei cittadini che,

contro ogni speranza, hanno saputo reagire fattivamente

ed energicamente al disastro del terremoto.

(Foto ing. Canio Lelio Toglia)

NATALE 2007

La Redazione è onorata

di porgere gli auguri

di “Buon Natale” a

ciascuno di voi lettori,

perché la pace e l’amore

scendano in ogni cuore,

in ogni famiglia, sul posto

di lavoro, ovunque.

IN QUESTO NUMERO

Essere Buoni Maestri

di Raffaele Salvante 3

La Ceramica di Vito Zabatta

del Cronista 4

Addio alla Scuola 4

Lettera al direttore 5

Le donne del mio paese

di Maria Antonia Stanco 6

Vinicio Capossela

di Monica Tornillo e Enza Fiordelisi 7

Presente e passato

nei luoghi della memoria

del Prof. Gerardo Melaccio 8

Festival della Poesia del Sud

di AA.VV. 9

Columbus Day

del Cronista 10

L’Irpinia nel Settecento (II)

del dottor Emilio Ricciardi 11

Calitri e Bisaccia

nella crisi del 1799 (II)

di Annibale Cogliano 18

Incontro con Carlo Levi

ad Albano di Lucania

di Damiano Pipino 21

DIALETTO

E CULTURA POPOLARE 23

LA NOSTRA BIBLIOTECA 26

SOLIDARIETÀ COL GIORNALE 28

MOVIMENTO DEMOGRAFICO 30

REQUIESCANT IN PACE 31

ANCHE I BAMBINI DELLA ROMANIA

ASPETTANO DA TE L’OFFERTA

PER IL SANTO NATALE

La Divina Provvidenza ha affidato centinaia di bambini rumeni alle

cure amorevoli di suor Michela Martiniello e delle sue consorelle.

Casa “Buna Vestire” (Annunciazione)

Fundatia “Victorine Le Dieu”

Calea Marasesti, 60

601145 ONESTI (Bacau) - ROMANIA

Tel. e Fax 0040-234-319887

I versamenti si possono fare o tramite EUROGIRO, alla Posta,

indirizzato a Suor Michela Martiniello all’indirizzo sopra citato

oppure

tramite BONIFICO BANCARIO al nr. del C/C

qui di seguito riportato

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IL CALITRANO

ANNO XXVII - N. 36 n.s.

Periodico quadrimestrale

di ambiente - dialetto - storia e tradizioni

dell’Associazione Culturale “Caletra”

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Chiuso in stampa il 10 novembre

2007


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

EDUCARE AD AMARE È PARTE INTEGRANTE DI OGNI PERCORSO FORMATIVO

ESSERE BUONI MAESTRI

Tutti noi con i diversi ruoli e le differenti responsabilità nella società siamo educatori; ma saremo

veramente tali, soltanto nella misura in cui sapremo impegnarci fattivamente per gli altri.

eneralmente parlando, troppo spes-

Gso avvertiamo i segni di una qualche

fatica e di un po’ di timore, a volte

anche di paura, di fronte ad un mondo

che cambia vorticosamente e si presenta

tanto diverso da quello di un tempo.

Questi segni di incertezza e di preoccupazione

emergono più facilmente ogni

qualvolta si tratti di dare voce a sofferenze

e a disagi, facendo prevalere,

quasi sempre, le voci critiche che toccano

le valutazioni collettive più che la

coscienza del singolo e non si tratta,

certamente, nè di disimpegno, nè di

rassegnazione diffusa, nè di mancanza

di buona volontà, ma soltanto di imperizia

ad affrontare, in modo tutto nuovo

e diverso, le novità che ci sommergono.

Sicuramente è un processo forte e

a volte molto doloroso come riaprire

delle ferite è una operazione dolorosa,

ma necessaria: bisogna pulirle, disinfettarle.

È quasi una tendenza generale alla

smobilitazione e al disimpegno, un ripiegamento

introverso, incentrato sulla

difesa dei “vantaggi acquisiti” che cerca

di far gravare sugli altri il peso della

crisi, facendo così incrinare “la solidarietà”,

inquinando la “qualità umana”

delle relazioni non costruendo la comunità,

anzi rallentandola o addirittura

minandola nelle sue fondamenta.

Eppure bisogna avere il coraggio di

fermarsi per guardare in faccia il perchè

delle nostre fughe, del nostro alienamento

nel fare, del nostro presuntuoso

altruismo, così diverso e lontano dal

“dono di sè”; la nostra incapacità ad

immaginare una società nella quale prevalga

la dimensione del “dono” rispetto

a quella dello “scambio” mercificatorio,

ne purtroppo rappresenta una novità

il connubio dell’ignoranza con la

malafede.

Ecco, allora che affrontando, con

verità e coraggio, le questioni che oggi

interpellano il nostro vivere sociale,

possiamo scoprire come ci appaia ricca,

interessante e provocatoria la prospettiva

del rapporto vicendevole tra comunità

e persona.

Infatti, il fraterno colloquio tra gli

uomini è premessa, condizione e garan-

zia per la realizzazione di ogni persona

e per l’esistenza e lo sviluppo della comunità

umana; certo mette in gioco in

modo radicale tutta la nostra persona

che deve vivere con “l’altro” una relazione

che edifica la società ed innanzitutto

noi stessi.

Anche se, oggi, la categoria della

fraternità appare parecchio sfocata e

desueta, perchè non siamo pronti ad accettare

il “conflitto”, la fatica di vivere

“con” gli altri e, di più, la fatica di vivere

“per” gli altri, protesi alla costruzione

della vera città, spinti dal desiderio,

dalla costanza e dall’impegno di

tutti i cittadini di essere comunità,

Non possiamo costruire una vera

comunità se diventa espressione solo di

una elite, di un gruppo privilegiato che

possiede i mezzi e si permette delle relazioni;

non è comunità o città se gli

altri sono esclusi e vivono gli uni accanto

agli altri, accontentandosi, senza

accorgersene, di non urtarsi reciprocamente;

perchè così sperimentiamo soltanto

l’incertezza della quotidianità,

persino della sopravvivenza, il terrore

dell’ignoto che spezza questa catena

della fraternità e chi è in preda alla paura

non riesce più ad annodarla.

Una vera comunità, una città è veramente

protettiva quando mette ciascuno

di noi in condizioni di vivere le

proprie responsabilità e di assumerne

di collettive; per questi motivi è importante

aiutare la fiducia e la speranza

con concretezza e progettualità.

Rimane perciò la questione di una

società che deve superare le proprie

paure e quelle dei suoi componenti, i

quali devono alimentare la reciproca sicurezza

attraverso relazioni personali

che dicano fedeltà, amicizia, disponibilità

all’altro, accoglienza, per crescere

in modo più umano e più armonico.

Purtroppo la gente si sente sempre

meno interpretata, sempre meno rappresentata

e si disaffeziona alla sua comunità

o alla sua città, a causa del degrado

diffuso del costume dell’intera

convivenza civile, dell’uso del potere

per tornaconti personali o di gruppo,

della pesante e dilagante corruzione, il

sistema politico fuso, l’economia grip-

3

pata; ne consegue che l’attuale situazione

può facilmente indurre ad un atteggiamento

di sfiducia, di disimpegno,

di abbandono dell’impegno già iniziato

o alla tentazione di agire secondo la

mentalità comune, cioè senza preoccuparsi

di rendere un servizio ed una testimonianza

eticamente irreprensibili.

Perciò tutti siamo chiamati ad apportare

fattivamente quel contributo

operoso e responsabile per far sì che

ogni luogo di vita diventi davvero un

luogo umano e umanizzante e che, la

società sia una autentica e viva comunità

di persone, tra le quali regni un fraterno

colloquio, inteso come elevazione

degli uomini, come crescita spirituale

e morale, come ascensione dalla mediocrità

e dalla fragilità, dalla paura e

dall’incertezza.

È, quindi, un diritto ed un dovere

che riguarda ciascuno di noi che deve

continuamente confrontarsi con la necessità

di salvaguardare la bontà dei fini

e la moralità dei mezzi, senza mai

cedere a competizioni e personalismi,

ma cementare una testimonianza unitaria,

benchè differenziata nelle sensibilità

e nelle forme.

Una presa di coscienza, dunque, è

necessaria, consapevoli che il mondo

di domani dipende dall’educazione di

oggi, che illumini il senso e il valore

della vita, amplia gli orizzonti della ragione

e consolida i fondamenti della

morale umana.

Bisogna tendere a diffondere lo spirito

fraterno con la parola, l’azione, l’esempio,

perchè più intenso è l’amore

fraterno, maggiore è la credibilità del

messaggio predicato con l’operosità

della vita; perchè ad esempio non cerchiamo,

insieme a tante buone anime,

di coordinare dei gruppi di volontari

che si adoperino fraternamente a supporto

delle persone anziane e di ammalati?

Una cosa sono le chiacchiere, altro

è mettere concretamente in campo

buone azioni.

Conoscete il nostro numero di telefono

e la nostra E-mail, contattateci.

Raffaele Salvante


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

LA CERAMICA DI VITO ZABATTA

Ovvero

L’Arte del Lucignolo o Tecnica del Colombino

Arte del “Lucignolo” o Tecnica del

L’ “Colombino” è il modo più antico di

fare ceramica che l’uomo ha utilizzato

per procurarsi gli utensili, oggi li chiameremmo

casalinghi, di cui necessitava

per la vita quotidiana. Quando ancora

non esisteva la ruota e quindi il tornio,

l’uomo per costruirsi un contenitore, un

vaso o un’anfora per la conservazione e

il trasporto dei prodotti, utilizzava la tecnica

del sovrapporre anelli di argilla, legandoli

tra loro, facendo pressione col

pollice e l’indice e lisciandoli, sia all’interno

che all’esterno, in modo da rendere

solido il loro legamento.

Oggi chi pratica questa tecnica unisce

i vari anelli solo all’interno, lasciando,

così, la caratteristica impronta del

pollice, ottenuta in seguito alla pressione

esercitata.

Vito Zabatta è nato ad Aquilonia

(AV) nel 1947 ma vive e lavora a Calitri

L’ADDIO ALLA SCUOLA

coniugi Prof. Di Milia Giuseppe Antonio e Viscione Nicoli-

Ina, entrambi docenti di economia aziendale presso l’I.T.C.

“A.M. Maffucci” di Calitri dal primo settembre 2007 hanno lasciato

l’insegnamento e sono andati in pensione. La loro opera

di educatori si perde nella notte dei tempi, infatti il Di Milia

ha iniziato l’attività di docente il 01/12/1966 mentre la signora

Viscione ha iniziato il lungo percorso in data 1/11/1968.

Essi hanno diplomato circa mille ragionieri, i quali sono

diventati validi professionisti e ottimi cittadini. Essi lasciano la

4

dal 1950; ha frequentato il locale Istituto

Statale d’Arte “S.Scoca” diplomandosi

dopo aver seguito il Corso di Ceramica.

Esegue i suoi lavori con la tecnica del

“lucignolo”, utilizzata anche per i personaggi

del presepe; ha partecipato al

XXIII Concorso Internazionale Ceramica

d’Arte di Faenza; ha esposto un presepe

in ceramica, composto da trenta

pezzi (h 20-40cm) presso il Borgo Castello

di Calitri negli anni 2002 e 2003

nonchè alla Fiera Interregionale di Calitri

nell’anno 2003; nel 2006 ha tenuto una

Mostra Personale presso la Chiesa dell’Annunziata

e quest’anno presso i locali

della Casa dell’Eca.

Nel 2004 ha esposto le sue opere nel

Castello ducale di Bisaccia; ha partecipato

alla 1° e 3° edizione della Mostra

Nazionale “CeramicArte” di Calitri dove

ha conseguito il 2° premio.

il Cronista

scuola con un velo di tristezza, ma anche con la gioia di aver

formato il carattere e preparato culturalmente tanti giovani.

Riportiamo qui di seguito il giudizio dato dalla classe V A anno

scolastico 2006-2007 cioè gli ultimi alunni diplomati dai

coniugi Di Milia.

Un ringraziamento tutto particolare per il vostro fattivo

impegno nella scuola da parte della ragioniera Valentina

e della Redazione


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

LETTERA AL DIRETTORE

ent.mo direttore,

Ganzitutto complimenti per il giornale

che raggiunge, in ogni dove, tutti i calitrani,

e che, ad oggi, è l’unico legame

che ancora ci lega e non ci fa sentire del

tutto abbandonati; scusami se ricorro al

mezzo della lettera, ma intento parlare

come mero lettore e concittadino; anch’io

come te sono uno straniero in patria in

quanto vengo a Calitri soltanto per un

breve periodo e neanche tutti gli anni;

l’attaccamento al paese che mi ha dato i

natali e alla sua gente è sempre stato molto

forte, ma avendo una famiglia, non

sempre sono libero di fare le scelte che

mi piacerebbe fare; per cui appena posso

ritorno volentieri e con tanta gioia, ma

resto continuamente deluso per l’approssimazione

con la quale si affrontano i

problemi che sono la vita del paese; perchè

spesso non si tratta di mancanza

di risorse, ma di cultura di governo. In

sintesi vorrei fare osservare: da quasi due

anni non solo sono fermi i lavori di scavo

archeologico iniziati dietro l’Istituto Tecnico,

dove sono venute alla luce una ventina

di tombe, ma gli ” interessanti e numerosi

reperti” sono stati portati via ad

Avellino o Salerno, perchè non erano custoditi

in un locale sicuro, munito di allarme

(per un antifurto non ci vogliono

milioni!…). Inoltre l’abbandono dei lavori

senza alcuna copertura, con la pioggia

sta rovinando tutto. E pensare che in

alcuni paesi della nostra Italia si inventano

scavi per attirare il turismo e studiosi.

Al Museo al Castello, sono stati perpetrati

uno o due furti, sembra su commissione,

perchè i reperti asportati sono

di una certa specie. Come mai non si è

pensato ancora di mettere un antifurto?

Al museo della Ceramica presso la

Scuola d’Arte “Salvatore Scoca”, manca

lo spazio per l’esposizione dell’abbondante

materiale, mentre c’è un intero

piano vuoto, che una volta pulito e rimesso

a nuovo potrebbe benissimo servire

alla bisogna. È un ricco patrimonio

culturale che non deve assolutamente andare

disperso.

La Fiera Interregionale non mi sembra

che sia portata avanti con il giusto

entusiasmo, per cui sta calando vertiginosamente

di interesse, mentre altre

Fiere in Provincia ci contendono il primato;

si stanno spendendo centinaia di

milioni per un progetto su cui nessuno è

esattamente informato e non si cerca di

ovviare con degli ascensori l’accesso al

primo piano; un disabile, persone anziane,

ma anche donne con i bambini

in carrozzina devono salire ben 30 scalini

per accedere al piano alto della Fiera,

e dire che siamo ormai alla 27ma

edizione!

Dopo ben 27 anni la ricostruzione del

dopo terremoto ancora non è compiuta e

famiglie che hanno anche una lettera di

assegnazione di fondi, scritta del sindaco

nel lontanissimo 1991… aspettano ancora…

fino a quando? Senza dire che

nella parte vecchia del paese ci sono case

ristrutturate che sono disabitate perchè

non ci vive più nessuno, ma hanno preso

i soldi per ristrutturare. Non è un controsenso?

La strada che doveva evitare l’attraversamento

del paese e che è costata “un

miliardo a km”. come mai non viene

aperta al traffico?

Ho personalmente assistito per giorni

e settimane ad un continuo girovagare di

gruppi di cani per le strade principali del

paese, senza che un operatore ecologico,

una guardia o chi per esso prendesse

una qualsiasi iniziativa.

Non sono sicuro, ma mi è stato riferito

che la Comunità Montana, non so

per quale ragione si è trovata a gestire

una cinquantina di operai che non essendo

coperti da opportuna assicurazione,

non possono svolgere alcun lavoro per

un conflitto di competenze fra Istituzioni!

Ti risulta?

Al museo di Borgo Castello ho visto

qualche sparuto libro, come le memorie

di Crocco, ma nessun libro di quelli che

tu hai stampato, e che potrebbero benissimo

servire come migliore conoscenza

del paese. Come è possibile?

In fine per ultimo, ma non per importanza,

la sempiterna questione politica,

vera e deplorevole ipoteca sulle fortune

o sfortune dei vari piccoli paesi. Un

compaesano e padre di famiglia appena

il figlio ha conseguito la laurea, si è premurato

di cercare una occupazione e su

consiglio di amici si è recato in un paese

vicino dove il referente del boss politico

locale gestisce un settore di attività; è

rientrato in paese senza avanzare alcuna

richiesta perchè ha detto che c’era più

gente nella sala d’attesa di questo politico

che a San Giovanni Rotondo ai tempi

di Padre Pio!

Questa, purtroppo, è ancora la miserevole

situazione politica del nostro amato

Mezzogiorno!

Augurandoti buon lavoro e auspicando

sempre nuovi successi al giornale ti

invio distinti saluti.

Lettera firmata

Bed & Breakfast - IL BORGO DEGLI ANGELI

Il nostro Bed & Breakfast, immerso nel cuore verde

dell’Alta Irpinia, in Campania, è un’oasi di relax ed

è ideale punto di partenza per escursioni su un territorio

dove è possibile ritrovare i sapori e i ritmi di un

tempo lontani dalla frenesia quotidiana.

Our Bed & Breakfast, absorbed in the green heart

of the Alta Irpinia, in Campania, it is an oasis of relax

and it is an ideal point to departure for excursions on

a territory where is possible to find tastes and rhythms

of the past away from the daily frenzy.

S.S. 399, n. 29 - CALITRI (AV)

Tel. 0827 34297 - Cell. 347 8480627 - 329 6448677

www.ilborgodegliangeli.it

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IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

LE DONNE DEL MIO PAESE

i piace iniziare con i versi del nostro

Cconterraneo Pasquale Stiso, che benchè

attualmente cambiati in meglio, ci

hanno fatto riflettere sul fatto che in ogni

caso noi siamo il prodotto del passato.

LE DONNE DEL MIO PAESE

Le donne del mio paese voi non le conoscete

A trent’anni sono già vecchie e il loro volto

è duro

Come la terra che lavorano.

Non c’è sorriso sulla bocca amare

Delle donne del mio paese

Di domenica quando vanno in Chiesa non

vanno per incontrarsi con Dio

Ma per godere di un’ora di riposo

E non c’è sorriso nemmeno quando nasce

un bambino

Allora suona la campana a morte perché

non c’è pane per un’altra bocca

Ma c’è pure un giorno in cui sorridono

Le donne del mio paese

Di luglio quando tutto è mietuto il grano e

gli uomini

Cantano la sera sotto gli olmi ai margini

dei campi.

Il contesto in cui viviamo, e vivono

molte donne dell’Irpinia, essendo alquanto

simile ci accomuna in una grande famiglia.

Le donne della nostra terra sono forti

per forza di cose hanno un potenziale

enorme che non sempre mettono a frutto

per formazione e cultura, in alcuni casi, il

punto di arrivo è sposarsi, cosa certamente

molto nobile, non trovo proprio corretta

se si arriva a dire: così ho realizzato il

90% del mio IO e delle aspettative della

famiglia, senza tenere nel dovuto conto il

contesto di un rapporto tra uomo / donna

ed eventuali figli, si ha sempre bisogno

di una continua crescita e di essere pronte

a scommettere su di un nuovo punto di

arrivo insieme alla famiglia, agli amici.

Le donne della nostra terra sono intelligenti

e colte, molte svolgono un lavoro

di rilievo,ma manca loro uno sprone

ad aprirsi a nuovi orizzonti, Infatti, se

guardiamo in giro vediamo donne che

vanno al mercato (per alcune, purtroppo,

unico modo per uscire di casa) si lamentano,

non hanno dove andare, mancando

precisi punti di riferimento come un cinema,

un circolo che le invoglierebbe a tirar

fuori il loro potenziale per migliorare loro

stesse e il rapporto con chi vive loro ac-

canto e nello stesso colmare carenze strutturali

Questa nostra idea nasce dal constatare

che noi stessa e molte altre, piene di vitalità

intelligenza che possono dare moltissimo

a loro stesse e agli altri, anzicchè

accettare acriticamente una esistenza piatta

soltanto perché non si sa come realizzarsi

al di fuori della porta di casa o del

lavoro.

Di norma ci sono dei gruppi che prestano

la loro opera in Chiesa attraversa la

Caritas, gruppi di preghiera o associazioni,

donne impegnate nel sociale volte all’aiuto

al prossimo, anche noi vi partecipiamo

con grande soddisfazione ma, la

nostra idea ci spinge verso la creazione

di una specie di associazione che possa

aggregare donne che non hanno mai avuto

esperienze nell’entrare in un gruppo,

che possano all’interno dello stesso espandere

le loro idee, anche il solo fatto di vedersi

per parlare, confrontarsi esprimersi

al di fuori del contesto familiare e dei pettegolezzi

del vicinato, come dire mettere a

frutto se stesse, come una sorta di aiuto

reciproco che funga da stimolo o a volte

anche da valvola di sfogo; accettate tutte

senza distinzioni, preferendo coloro che

non hanno esperienza in tal senso, per addivenire

con la partecipazione e il consenso

di tutte a stilare – eventualmente –

qualcosa di più concreto.. Alcune le ritroviamo

in alcuni gruppi gia esistenti, ben

lieti che vi siano tali espressioni positive,

ma bisogna stimolare coloro le quali non

sanno come uscire dal loro isolamento,

tal volta anche morale, vuoi per paura di

essere denigrate o sentirsi inadeguate per

livello culturale o altro o semplicemente

non riescono ad uscire allo scoperto per

Dal 1° settembre 2007 l’Istituto di Istruzione

Superiore “A.M. Maffucci” di Calitri ha

un nuovo preside, il prof. Gerardo Vespucci.

Prima come insegnante presso il Liceo

Scientifico di Caposele, e poi come collaboratore

del dirigente scolastico dell’Istituto

“De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi,

il prof. Vespucci ha maturato una solida

esperienza che gli permetterà di gestire al

meglio l’ importante Istituto calitrano; con

entusiasmo e competenza è di nuovo a Calitri,

che aveva lasciato nei primi anni Settanta

come studente, avendo conseguito la licenza

di maturità presso il Liceo; oggi ci ritorna,

questa volta come Dirigente. Al nuovo

Preside i migliori auguri di buon lavoro.

6

non essere chiacchierate sotto l’arco di

Pignone. Dobbiamo formarci perciò un

punto di riferimento e di coagulo al di

fuori della famiglia e del lavoro: per crescere,

migliorare, crearsi un posto dove

esprimere noi stesse, liberare la creatività,

quante volte avremmo voluto uscire di casa

in quelle fredde giornate invernali e

non fare sempre le solite cose?

Un modo può essere quello di fare

delle gite, visitare mostre, andare a convegni,

o semplicemente fare una scampagnata,

leggere poesie, alcune possano aver

voglia di imparare delle cose … come vera

e propria parola d’ordine dobbiamo

aiutarci, nella piena reciprocità Non abbiamo

stimoli in un paese che ormai sembra

spopolarsi, allora creiamoli, siamo

donne culturalmente e intellettualmente

in grado di farcela, come una sorta di imprenditrici

di noi stesse, nel nostro caso

l’impresa non avrà capitale sociale in euro,

ma in termini di Voglia di fare, rompere

gli schemi, evolversi, di crescere anche

culturalmente, uscire dai luoghi comuni,

produrre stimoli che facciano di

noi: donne che ribaltano una situazione

di stallo. Mentre gli uomini hanno i loro

circoli le donne non riescono a trovare un

punto di incontro e di ritrovo, chiediamoci

perchè? Per riprendere i versi di Stiso,

(cittadino Irpino), vorremmo sottolineare

quanto sia cambiata la vita di una donna

della nostra terra e quanto abbiamo a nostra

disposizione che le nostre nonne non

avevano. I cambiamenti non si raggiungono

senza sforzi, senza caparbietà e scelte

che spesso vanno controcorrente. Negli

ultimi anni ci siamo trasformati in una

specie di Martin Eden, il marinaio. Siamo

qui a voler crescere con voi, culturalmente,

mentalmente pronte a salpare con voi,

nella speranza che molte sappiano raccogliere

questa sfida…

Maria Antonia Stanco

P.S. - Per chi volesse contattarmi

Orologio_1@yhaoo.it (orologio trattino

quello basso uno chiocciola yahoo.it, chi

volesse contattarmi in altro modo è facile

rintracciarmi) sono ben accette le critiche,

perché fanno crescere, suggerimenti perché

vorrà dire che si accetta la sfida.

Qualcuno diceva parlatene bene, parlatene

male ma parlatene, significherà

che il piccolo seme sta cercando di nascere.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

erata ricca di emozioni, quella vis-

Ssuta il 15 agosto a Calitri, con la

presenza del cantautore Vinicio Capossela,

premiato con la cittadinanza onoraria

dal Sindaco di Calitri dott. Giuseppe

Di Milia e dall’assessore Canio

Cestone, e con una scultura in legno

realizzata per l’evento dal prof. Luigi

Di Guglielmo come simbolo di “curiosità

e diffidenza” dei calitrani nei confronti

del “forestiero”.

Poteva essere un incontro tra pochi

amici, ma grazie all’aiuto di alcuni ragazzi

e al desiderio di coinvolgere tutti

i cittadini nell’unicità dell’evento, si sono

superate le difficoltà logistiche per

la riuscita della serata, che ha visto la

partecipazione di circa 2000 persone,

trepidanti dell’attesa. La piazza era gremita

di gente, che acclamava con applausi

ed ovazioni il cantautore, che in

verità, era il più emozionato di tutti, la

sua gioia traspariva in ogni suo gesto

ed ogni suo movimento.

La serata ha visto per cominciare

l’esecuzione da parte della ormai consolidata,

“Banda della Posta”, di brani

musicali per liscio anni ’50; infatti la

VINICIO CAPOSSELA

Cittadino onorario di Calitri

Calitri 15.08.07 – Vinicio Capossela e la Banda della Posta.

piccola orchestrina calitrana era solita

allietare i tanti “sposalizi” che si susseguivano

nel “tempio pagano” dei matrimoni:

la casa dell’Eca. Capossela ha

poi spaziato con brani vecchi e nuovi

Calitri 15.08.07.Staff organizzativo.In alto a sinistra: Giuseppe Maffucci, Luca Di Maio, Michele

Maffucci, Andrea Zabatta, Leo Coppola, Giuseppe D’Emila, Monica Tornillo, Franco Fiordellisi, seduti

da sinistra: Aurelio Lucadamo, Giuseppe Fiordellisi, Giovanni Cicoira, Mariateresa Di Maio, Emanuela

Di Guglielmo, Giuseppe Di Guglielmo.

7

del suo repertorio e con canzoni riarrangiate

della tradizione popolare calitrana,

senza mai annoiare. È stato un

vero successo, accompagnato da una

grande ovazione popolare; lui che sul

palco sia di un piccolo paese, che di

un grande città si muove con la stessa

disinvoltura di un leone nell’arena,

scruta, cattura, incita, si dà fino allo

stremo, tra il tripudio degli applausi,

di quanti scettici e non sono accorsi

per vederlo.

Lo spettacolo che si è protratto per

quasi tre ore, si è concluso con la partecipazione

della Banda Musicale Città

di Calitri, che ha eseguito, dapprima alcuni

brani del suo repertorio, e per finire

il famoso brano del Maestro Capossela

“L’inno di gioia – Uomo vivo”,

ispirato alla resurrezione del Cristo di

Scicli.

Siamo ammirati del nostro concittadino

Vinicio Capossela, conosciuto

in tutto il mondo grazie alla sua musica

e alla sua arte, e siamo onorati e riconoscenti

del lavoro di ricerca che fa

sulle tradizioni popolari della nostra

terra.

Finalmente ha ottenuto dal suo paese

di origine, Calitri, il riconoscimento

che tutti gli dovevano, per la sua “mostruosità”

artistica.

Monica Tornillo - Enza Fiordellisi


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

PRESENTE E PASSATO

NEI LUOGHI DELLA MEMORIA

o vivo nel passato. Riprendo tutto

«I quello che m’è capitato e l’aggiusto.

Così da lontano, non fa male, quasi quasi

ci si cascherebbe. Tutta la nostra storia è

abbastanza bella. Vi dò un colpo di pollice

e diventa una sequenza di momenti perfetti.

Allora chiudo gli occhi e cerco di immaginare

che vivo ancora dentro».

«LA NAUSEA» di J. P. Sartre

Vivere il presente che gira vorticosamente

è quasi impossibile alla mia età. Mi

sento un trapassato mal tollerato, che non

ha più nulla da fare e da dire. So di appartenere

ad un’altra epoca, e mi devo mettere

da parte; oppure rifugiarmi in un po’ di

passato e vivere in esso attraverso i ricordi.

A me piace rifugiarmi nel passato perché

mi appartiene più del presente. Nei giorni

in cui mi afferra l’angoscia dell’emarginazione

o mi assale l’onda di un vissuto

che non posso dimenticare, fuggo dalla

realtà che mi respinge e mi fingo in quella

viva e operante che mi aprì alla vita più di

mezzo secolo fa.

In una società come quella attuale,

posseduta dalla frenesia; in un’epoca esagitata,

in cui tutto scorre e si dilegua in un

attimo; in cui volere ed ottenere, usare e

dissipare costituiscono due istanti ravvicinati

dell’era del consumismo, non mi rimane

che fuggire lontano sulle ali della

memoria che vuole ricordare. E siccome

in mezzo alla gente che si muove intorno a

me cammino come un cane bastonato, mi

sento a mio agio solo nella parte del paese

annientata dalla violenza dell’ultimo terremoto.

Qui mi basta una piccola spinta all’indietro

e mi ritrovo nel passato che mi

ebbe giovane, pieno di vigore, di sogni e

di caparbietà. Mi metto a scavare dentro di

me e tutto mi ritorna in mente, pezzo per

pezzo, con il suo vero significato.

I luoghi che mi accolgono appartengono

al paese vecchio, a quella Calitri dove

le persone che ci abitavano sono scomparse

per sempre. Insieme ad esse è stata

cancellata la vita di un popolo, la sua identità,

la sua storia e la sua autenticità. Di lui

rimangono solo i pochi elementi naturali

che lo sostenevano; forse nemmeno loro

da quando anch’essi non sono più quelli di

una volta: la terra, il sole, il caldo, il freddo,

l’aria, la pioggia, le pietre, i sapori e gli

odori; probabilmente il nulla.

Assalito dall’ondata dei ricordi, nel

cuore prima, nella mente poi, si scatena il

finimondo. Si dilegua il presente, irrompe

il passato senza annunciarsi. In un attimo il

mondo che è stato spiazza il mondo che è.

La forza della memoria riporta in vita

quello che non c’è più, sostituisce quello

che c’è. Decenni di un’epoca superata si

sovrappongono al presente con le medesime

caratteristiche di allora. Ma la realtà

oggettiva si rifiuta di scomparire e rimane

lì con ostinazione. Selciati rimossi, vicoli

interi sprofondati nel silenzio di un passato

annullato e di un presente senza significato;

rovine sparse ovunque, cumuli di calcinacci

sotto macchie di muschio e di erbacce

tormentate da una nube di insetti;

rottami domestici disseminati nei vani abbandonati.

Ad osservarli con attenzione,

danno l’impressione che fissino verso l’alto

i tetti crollati, i muri sventrati e le grondaie

sospese nel vuoto. Quasi impercorribili,

talune ostruite da macerie confuse con

la sporcizia, come sorprese di vedere ancora

qualche anima viva, le stradine interne

della parte alta dell’ex abitato mi accolgono

e mi guardano con stupore. Fissano

con sospetto il passante occasionale

che cammina lento, guarda e parla con sé

stesso mentre indica con la mano una porta

sfondata, una finestra spalancata o un

balcone cadente, che gli ricordano qualcosa.

Nei quartieri interamente sfigurati

dal disordine delle rovine non ho difficoltà

a raccapezzarmi. Mi sono talmente familiari

che, al posto di quello che è rimasto,

mi par di vedere tutto quello che c’era

molti anni fa.

Mentre scorro lo scenario tra il sorriso

e il pianto, però, ho la sensazione di respirare

un’aria diversa da quella a cui ero abituato

quando ci venivo da ragazzo. Mi sa di

odori acri di muffa e di marcescenze di erbe

e di relitti in disfacimento. Tra il ronzìo

di mosche, mosconi e insetti, in alto, a ridosso

dei tetti delle case disabitate, il singulto

di una civetta infastidita riecheggia

nella fetta di cielo attraversato a volo. Sempre

nell’aria, qua e là, qualche rondine nostalgicamente

ostinata, taglia lo spazio con

voli radenti la gronda e garrisce in direzione

del nido della sua covata. Non si odono

voci umane, né il raglio dell’asino che viene

caricato prima di partire per il campo,

né il latrato del cane che fa festa o il canto

del gallo che saluta l’alba che spunta.

Tutto sembra cuocere sotto il sole di

luglio, ma non c’è più nessuno. I muri cadenti

delle vecchie abitazioni e i vicoli sono

invasi da ciuffi di erbe, ortiche e parietaria,

attraversati da fruscìi di lucertole e di

8

topi, strepiti di grilli e rumori assordanti di

calabroni. In questa densa calura d’estate,

non capisco perché, mi prende un senso di

rabbia e di ribellione che non mi so spiegare.

Perché tutto questo? Perché tanta rassegnazione

e tanta indifferenza? Dov’è finita

l’indole calitrana della tenacia e della

fierezza di sempre? A queste domande non

ci sono risposte. Forse sono cambiati i

tempi e sono mutati i calitrani. L’unica

spiegazione possibile è questa.

Assorto nell’ossessione della domanda

che non trova riscontro, cerco di placare il

mio stato interiore provando a chiedere a

me stesso chi sia diventato; perché stia qui

a tormentarmi; perché non mi lasci andare

e me ne torni nel mondo dove si vive lontano

dai rimproveri della coscienza e dagli

affetti infranti; dove tutto quello che accade

è lecito per il fatto stesso che accade,

bene o male che sia; perché mi ostino a rimanere

attaccato a quella parte del mio

paese che non esiste più.

Con questo stato d’animo percorro e

ripercorro le stradine ammutolite, rasento

le pareti delle case immerse nel silenzio

della fine, passo sotto i ballatoi degli ingressi,

oso entrare in qualche ambiente a

piano di strada, mi affaccio a qualche balcone

senza imposte e guardo in basso.

Lontano dal mondo dei rumori, mi metto a

pensare e a ricordare. Il cielo è carico di

luce solare; l’aria è ferma, il paesaggio

che si staglia all’orizzonte limpido. Non so

come, né perché, tutto d’un tratto mi ritrovo

nel mondo appena descritto, ma di

tutt’altro aspetto, trasfigurato e vivo, così

com’era oltre mezzo secolo fa. Porte, finestre

e balconi aperti; un gran vociare nei

pianterreni, e tanta animazione; un gatto

mi taglia la strada come una freccia; galline

che razzolano, un gallo che salta sulla

gallina e una chioccia seguita da una rumorosa

schiera di pulcini; qualche maialino

che grugnisce mentre svuota un trògolo

di pastone; un asino che batte il piede ferrato

sul selciato e fustiga con la coda i

tafàni che gli succhiano il sangue; ragazzi

e ragazze, uomini e donne, anziani e anziane,

tutti intenti nelle occupazioni quotidiane.

Davanti ai miei occhi si ricompone

tutto il mondo calitrano di una volta. Ogni

casa, ogni angolo di strada, ogni dissesto

tellurico si risanano e tornano ad emettere

il canto gioioso della vita che scorre semplice,

serena e sempre uguale.

Gerardo Melaccio

continua nel prossimo numero


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

FESTIVAL DELLA POESIA DEL SUD…

E PER IL SUD

e classi quinte del Liceo Scientifico del-

Ll’Istituto “Maffucci” di Calitri con entusiasmo

hanno preso attivamente parte all’incontro

del 13 ottobre 2007 all’interno del

“Festival della poesia del Sud… e per il

Sud” a Nusco. Accompagnati e guidati dai

loro insegnanti Castellano Tania, Galgano

Rosa e Nannariello Alfonso, hanno esposto i

risultati di questa iniziativa che li ha coinvolti

direttamente, attraverso l’interessante corso

del prof. Paolo Saggese, “Incontri con la

poesia”. Sottolineando l’importanza del legame

tra cultura, scuola e territorio, visti i felicissimi

effetti che tali iniziative provocano

nell’animo dei nostri giovani studenti, è senza

dubbio doveroso presentare le loro osservazioni

nella veste di lettera alle redazioni

delle testate giornalistiche locali, e la loro

diretta produzione poetica.

“Spett.le redazione,

noi alunni della VA del Liceo Scientifico di

Calitri (AV), abbiamo deciso di aderire con

tutti i mezzi e le forze a nostra disposizione

all’iniziativa nata da un’idea del prof. Paolo

Saggese e giunta quest’anno alla sua terza

edizione, ovvero “Il Festival della Poesia del

Sud…e per il Sud”. Anche noi dunque ci

sentiamo in qualche modo coinvolti nell’evento

culturale, pronti a collaborare per sottolineare

l’importanza della poesia. La nostra

poesia. La poesia del Sud.

Da tempo lasciata esclusa dai testi di letteratura

italiana, ignorata dai più prestigiosi

giornali nazionali dove vengono menzionati

sempre e solo gli illustri letterati del Centro e

Nord Italia. Stimolati da tutto questo, ci siamo

armati di diverse antologie con l’obiettivo

di realizzare una statistica dei poeti meridionali

esaminati in quei testi. Abbiamo allora

riscontrato che solo il 20% circa di tutti

i letterati italiani studiati in quelle pagine sono

originari del Sud. Di questa percentuale

una buona parte sono poeti che nonostante

siano nati nel Meridione, in seguito al loro

trasferimento, hanno completato la loro formazione

artistica e spirituale al Nord.

Ci chiediamo dunque: perché la poesia

meridionale non è oggetto di studio scolastico?

Si tratta di razzismo culturale o sono

scarsi i mezzi economici e di propaganda?

Noi crediamo vere entrambe le ipotesi. Bisogna

ammettere che il Sud è stato in un

certo qual modo emarginato e disprezzato

in molti campi, ritenuto analfabeta o comunque

di capacità inferiori.

Il Meridione è stato spesso soggetto a

situazioni storiche sfavorevoli, come ad

esempio i saccheggiamenti garibaldini, il brigantaggio,

il mancato sviluppo industriale

ed economico, l’arretratezza del settore primario

e delle tecniche di coltivazione, l’inefficienza

dei mezzi di comunicazione. Gli

effetti negativi di queste difficoltà si sono

manifestati particolarmente nel campo culturale,

dove si è verificata una palese diminuzione

della produzione letteraria.

Ancora una volta il problema di fondo va

ricercato nel cosiddetto “divario” Nord-Sud.

Basti pensare che le più importanti case

editrici presenti in Italia sono settentrionali.

È facile capire allora come tutta l’attenzione

sia rivolta agli autori del Nord: mentre gli

scrittori meridionali incontrano serie difficoltà

nella pubblicazione delle loro opere.

In questa battaglia culturale vogliamo

dunque affermare con forza il “nostro” valore

artistico. Vogliamo ricordare a voi che esistono

poeti ignorati del Sud la cui poesia rimane

legata al ricordo della propria terra,

della propria famiglia, dei propri affetti. A

questa sentita nostalgia subentra tuttavia la

consapevolezza della miseria della propria

comunità e la speranza di un futuro che possa

essere migliore della presente condizione.

Sono questi i temi che emergono dai loro

versi, parole che descrivono la dura realtà

del Meridione, sentimenti che sono il ritratto

di uno scenario incompreso, argomenti universalmente

validi che, a nostro parere, dovrebbero

essere divulgati e resi noti a tutti.

Preghiamo, dunque, voi direttori di sostenere

questa iniziativa, affinché la poesia

del Mezzogiorno non resti confinata ad una

conoscenza locale, “nei cassetti personali”.

Costantino Lucani, Enrica Logrippo

Selena Ziccardi, Pasquale Calabrese

I.S.S. “A.M. Maffucci” – Calitri

Liceo Scientifico

Classe V^ A

UN PATRIMONIO DA RIVELARE

L’irrefrenabile desiderio di ascoltare i

sospiri dell’animo, l’esplosione delle frustrazioni,

le emozioni che diventano colori,

odori, profumi…La mente dell’uomo ha l’esigenza

di nutrirsi della cultura pura, di trovare

conforto nella manifestazione più autentica

e armoniosa dell’intelligenza. Parlo

della poesia, lo strumento “divino” che lega

la mente con infiniti fili invisibili ai nostri

più reconditi sogni, alle speranze, alle passioni…Nessuna

espressione della personalità,

della coscienza, dell’umanità in genere

ha un carattere tanto universale.

Riesce allora difficile comprendere da

dove derivi “L’ostracismo culturale” che non

permette ai poeti meridionali contemporanei

di essere parte integrante delle antologie

varie, che invece riservano ampi capitoli e

approfondimenti ai poeti settentrionali, soprattutto

lombardo-veneti.

Sarebbe banale fare un discorso di superiorità

se non vengono opportunamente con-

9

sultati lavori di collocazione storico-letteraria

di ambito regionale né le varie riviste letterarie

che promuovono i tanti poeti emergenti.

Bisogna certamente riconoscere che al

Nord e al Centro coesistono riviste, editori,

attenzione critica, festival, premi e rassegne

varie che donano visibilità editoriale e promozionale,

ma si deve altresì ammettere che

noi oggi pur vivendo in democrazia constatiamo

che coloro che detengono il grande

“potere” della promozione culturale (mi riferisco

ai direttori di case editrici e giornali)

alimentano una sorta di invisibile “dittatura

culturale” filtrando qualsiasi voce per produrre

una cultura spesso all’insegna del solo

profitto e del messaggio pubblicitario.

Il collettivo misconoscimento da parte

della cultura letteraria militante nei confronti

della produzione poetica nel Mezzogiorno

resta un dato di fatto. È per questo che sono

felicissimo di manifestazioni come il festival

della poesia di Nusco perché sono convinto

che qualcosa si possa e si debba fare. Bisogna

lavorare insieme con convinzione, in

perfetta armonia, uscendo dalla solitudine e

arrivando al dialogo, che in sostanza poi è il

senso della manifestazione. Appunto, il dialogo

è fondamentale, il confronto di opinioni,

di giudizi, del pensiero. Questa è la nostra

ricchezza: la consapevolezza che il nostro

dimenticato e vituperato Sud possa contare

su persone decise a far rivalutare tutto il suo

potenziale.

Angelo Fratianni

Istituto “A.M. Maffucci” Calitri

Classe V^ A Liceo Scientifico

DIASPORA

Terra, mia terra,

amata, bruciata, assalita,

uccisa, affamata.

Terra di miele sgorgante

da occhi innocenti,

di frutti pendenti

da rami sapienti.

Ricordi terra?

Uomini staccati,

strozzati, ammassati su treni infelici,

consegnati a nebbie feroci.

Riprendici ora terra,

ora che siamo nudi e freddi,

cingici all’abbraccio dei miseri,

succhia dai nostri cuori

il seme della poesia,

consegnalo alle radici

dell’albero della vita.

Selena Ziccardi

V^ A Liceo Scientifico

dell’I.I.S. “Maffucci” di Calitri


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

COLUMBUS DAY

PARADE, NEW YORK - Ottobre 2007

na sequenza di sontuose cerimonie

Uanche quest´anno, hanno celebrato

la tradizione italiana,, la cultura e la conquista

degli italo americani negli Stati

uniti sotto la guida, attenta e scrupolosa

del Presidente irpino Louis Tallarini originario

dell´Alta Irpinia. Lo contraddistingue

un costante impegno e una vita

spesa con passione e gioia, per la causa

italo-americana. Questo è il Columbus

Day, la passione di Tallarini. Per questa

importante e complessa manifestazione,

lavorano per un anno intero moltissimi

collaboratori e associazioni di volontariato.

Con soddisfazione e orgoglio come

calitano, ribadisco che, anche una nostra

concittadina, la dott.ssa Marianna Toglia

impiegata a tempo pieno

presso la Foundation è, tra la

squadra di collaboratori che

attivamente ha contribuito al

grande successo dei festeggiamenti

lavorando come

braccio destro del Chairman

for the Italian Cav. Giuliana

Ridolfi Cardillo.

Il Columbus Day, riconosciuto

come festa nazionale

dal Presidente degli Stati Uniti

D´America, e soprattutto la

parata, onora i sacrifici degli

immigrati italiani per costruire

l’America e celebra la vibrante

e colorita tradizione

della Comuità Italo Americana,

la musica, il folklore, le

conquiste.

La dott.ssa Marianna Toglia con il sindaco di New York Michael

Bloomberg.

Una descrizione del Columbus

Day Parade New York 2007, è reperibile

presso il sito del Columbus

Citizens Foundation all’indirizzo:

http://www.columbuscitizensfd.org/

pages/mainframeset.html.

A description of the Columbus

Day parade 2007 can be found on

the website of the Columbus Citizens

Foundation at http://www.columbuscitizensfd.org/pages/mainframeset.html.

La signora cav. Giuliana Ridolfi Cardillo chairman for Italian Affairs e

la dottoressa Marianna Toglia.

10

series of great events celebrated

Athis year Italian tradition, culture

and the achievements of Italian-Americans

in the US. The celebrations were

lead by Columbus Citizens Foundation

President Louis Tallarini, who originally

hails from Irpinia. Mr Tallarini

has devoted much of his life to the

cause of promoting Italian-American

culture, with passion and admirable enthusiasm.

A whole year of preparations precedes

Columbus Day, with the involvement

of many individuals and volunteer

organisations. It is with pride that

I mention that a daughter of Calitri,

Marianna Toglia, full-time employee

of the Columbus Citizens

Foundation, is among the

people that this year helped

to make of the Day an outstanding

success. She has

worked as assistant to

Columbus Day Chairwoman

Cav. Giuliana Ridolfi

Cardillo.

Columbus Day was

recognised as a national day

by the US President. The parade

remembers and honours

the sacrifices made by Italian

immigrants in building America,

as well as celebrating the

colourful and vibrant tradi-

tion, music, folklore and

achievements of the Italian-

American community.

Il Console Italiano a New York Francesco Maria Talò, la signora cav.

Giuliana Ridolfi Cardillo e Louis Tallarini.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

a seconda parte della Descrizione set-

L tecentesca del Principato Ultra tratta,

come si è detto, di alcune città e terre della

provincia1. Qui di seguito si riportano le

pagine che si riferiscono a due importanti

città irpine: quella di Montefusco, capoluogo

della provincia, e quella di Ariano,

una delle città più antiche e più ricche del

Principato.

La descrizione di Montefusco è soprattutto

una lunga dissertazione sulla storia

della città e della sua istituzione principale,

la Regia Udienza, ma non mancano

notizie sul centro abitato, sui suoi casali

e sul territorio circostante, oltre alle

informazioni sulla vita economica, sociale

e religiosa del paese, con l’elenco delle

“famiglie più ragguardevoli”.

Il manoscritto fu compilato pochi anni

dopo il sisma del 1732, uno dei più rovinosi

per la provincia irpina, e gran parte

dei centri urbani descritti mostravano ancora

le ferite del terremoto. Così, a proposito

dell’antico castello di Montefusco,

nel XVII secolo sede del Tribunale dell’Udienza

e delle “orride, e malaggevoli”

carceri della provincia, l’autore ricorda la

ricostruzione dell’edificio promossa da

Carlo di Borbone, che aveva voluto prigioni

più umane, con celle “ampie, agiate,

e di assai buona forma”, ben diverse da

quelle dei tempi passati, “che sovventi

volte […] riuscivano di sepolcro ai poveri

imprigionati”.

Nelle pagine dedicate ad Ariano l’autore

evidenzia lo stretto rapporto tra la

città e i terremoti che nel corso dei secoli

l’avevano più volte rasa al suolo; all’epoca

della descrizione molti cittadini arianesi

vivevano ancora nelle baracche approntate

dopo il sisma, anche se l’economia

della città, grazie anche agli aiuti concessi

dal sovrano, cominciava lentamente a

risollevarsi. Per quanto riguarda la storia

sociale del paese, la trattazione di Ariano

è conclusa da un elenco di famiglie insolitamente

lungo; il contenzioso sorto tra

gli arianesi per stabilire quali fossero le

casate più antiche e illustri del paese aveva

suggerito all’autore, ignaro “de’ loro

archivi, e delle loro antiche particulari memorie”,

di mantenersi prudentemente al

di fuori della questione, citando come “raguardevoli”

tutti i nuclei familiari che

avessero una discreta rendita economica,

sebbene in molti casi essa fosse di gran

EMILIO RICCIARDI

L’IRPINIA NEL SETTECENTO (II)

lunga inferiore a quella di altre famiglie

della provincia.

Si è cercato, compatibilmente con le

esigenze tipografiche, di rendere le pagine

come appaiono sul manoscritto; l’apparato

critico originario è stato riportato

tra parentesi e in corsivo, senza sciogliere

le abbreviazioni usate dall’autore; nello

stesso modo e con lo stesso carattere sono

state riportate le glosse a margine di alcune

pagine.

* * *

Capo II - Divisamento particulare

della città, e di talune terre più cospicue

della provincia di Principato Ultra

Egli si è ragionevole cosa, e doverosa, perché

dovemo di tutte le città, e delle terre della

provinzia, spezialmente delle più cospicue, qui

brevemente ragionare, tralasciando l’ordine alfabetico,

prender principio, ed incominciamento

dal capo, e metropoli della provinzia,

cioè da Montefusco, che città dee riputarsi,

ancora che piccol paese si fosse, e stasse di

senza del vescovo, per la cui fisa residenza in

talun luogo, avviene in questo nostro Regno di

Napoli, secondo scrive Luca di Penna (a), che

ricevesse, e portasse cotal luogo lo specioso

nome di città. Imperocché, senza recar qui altro

argomento, bastevol cosa si è a dire, che residendo

in Montefusco il Regio Tribunale dell’

Audienza, viene ella per tale occasione capo, e

madre degli altri luoghi della provinzia costituita,

come ogni altro esempio tralasciando,

per tale la riconobbe la città di Napoli, alloracchè

nel felice ingresso del re nostro signore,

che Iddio guardi, e delle sue vittoriose armi

in esso Regno, trovandosi egli giunto in Aversa,

mandò la città di Napoli lettera a Montefusco,

siccome ad altre metropoli delle provinzie,

perché lo riconoscesse signore del Regno, e

che in suo nome a tutte le altre città, e terre

della provinzia avesse lo stesso similmente fatto

fare, come diggià subitamente si fece. Essendo

adunque Montefusco metropoli, e capo

della provinzia ragionevolmente il titol di città

le compete (a); onde città in molti dispacci, e

moderni, ed antichi dei passati viceré del Regno

diretti per diverse faccende al Tribunal

della Udienza viene Montefusco denominata.

La città adunque di Montefusco circa gli

anni di Cristo 780 i Longobardi sopra un

monte fondarono, senza sapersi, se non vo-

11

gliamo con taluni scrittori favoleggiare, perché

l’aggiunto di Fusco, o eglino, od altri l’apponessero.

Ella ne’ tempi andati più stesa si era di

quello che oggidì la vedemo, e forte luogo, e

fornito riputato, sicché ed il re Tancredi nell’anno

1193 ritornando di Puglia qui dimorovvi

(Anonym Cassinen in Chronic), ed il re

Ruggiero, da poi che per consiglio del cardinal

Crescenzi rettore beneventano depredò la città

di Benevento, portossi, e colla molta gente fatta

prigioniera, in Montefusco si trattenne (Falco

in Chronic); d’onde partitosi poi, perché i

beneventani affrenati rimanessero, vi lasciò un

contestabile, cioè uno di quei contestabili, che

minori chiamavansi, la dicui podestà a quella

de’ governadori d’oggidì de’ luoghi di questo

nostro Regno si era uguale, a differenza del

maestro, o del magno contestabile, l’autorità

del quale di gran lunga più stesa si era, e grandissimamente

da quella de’ minori contestabili

differiva.

Ma piucche ogni altro il re Ferdinando I

d’Aragona, alloracché i Franzesi nelle possessioni

di questo suo regno lo molestavano,

ritiratosi come in luogo forte e sicuro, in Montefusco,

vi fece in essa città durevol permanenza.

E qui soggiornando ristorò la dilui collegial

chiesa, intitolata S. Giovanni del Baglio,

e vi affisse le sue armi, le quali presentemente

ancor vi si vedono; della qual chiesa,

poicche di regia collazione, non riputo fuor

di proposito recarne qui con brevità particulare

ragguaglio.

La chiesa di S. Giovanni del Baglio, o sia

del Vaglio, situata in Montefusco, non vi è

dubbio veruno che sia di regia collazione si

fosse, e pleno iure alla maestà dei serenissimi

re di questo Regno spettasse: imperciocché

quantunque della dilei regal fondazione nessuna

contezza oggidì si tenesse, essendosi, o a

cagione dell’antichità, o per le guerre, ed altre

calamità nel Regno accadute, le necessarie

scritture disperse, pure da quelle, che trovansi

presentemente nell’archivio di essa chiesa, ed

altrove registrate, si legge, ed osserva, che il re

Carlo I d’Angiò nell’anno 1270, e Carlo II

nell’anno 1291, e 1290; il re Roberto negli anni

1310, 1333, e 1339, e la regina Giovanna I

co’ loro regali collazioni varie persone delle

cappellanie di essa chiesa investirono; come

si legge ancora, che nell’anno 1390 il re Ladislao

fece della mentovata chiesa concessione al

monistero de pp. Benedittini di Monte Vergine

della città di Avellino; il che fu cagione, che

anni appresso, cioè nell’1392, il clero di essa


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

chiesa di S. Giovanni supplicasse il sommo

pontefice, allora Bonifazio IX, perché la sottraesse

dalla servitù, dell’iuspadronato da re

Ladislao conceduto al mentovato monistero,

e che medesimamente la erigesse in collegiata

colla fondazione di dodici calonici, tra’ quali

tre dignità vi fossero, l’una di priore, e l’altre

due di primicerio, e sagrista, la quali da quinquennio

in quinquennio si dovessero dal Capitolo

di essi calonici eliggere, ed indi dall’Ordinario

del luogo confirmare; il che dappertutto

gli fu dal papa con sua bolla, data da Peruggia

nel medesimo anno 1392, benignamente

conceduto. Venuto poi, come sopra dicemmo,

Ferdinando I d’Aragona in Montefusco,

con suo real diplome, qui spedito nell’anno

1460 a 10 aprile, a suppliche de’ calonici annessò

alla collegiata chiesa di S. Giovanni del

Baglio il benefizio di S. Maria del Bosco del

Covante di suo iuspadronato con tutte le rendite;

qual unione fu di poi nell’anno 1483 approvata,

e confirmata dal pontefice Sisto IV,

che nella sua bolla appella l’una, e l’altra chiesa

regia, e di regio padronato.

Cedette nello stesso tempo Ferdinando in

favor de’ calonici il suo ius nominandi in caso

di ogni vacanza; gli dichiarò suoi domestici, e

regi cappellani, con tutte quelle prerogative,

onori, ed esenzioni, che i cappellani della Real

Cappella godono, e gli assegnò per loro giudice

competente il regio cappellano maggiore. I

calonici goderono per lo spazio di sopra ducent’anni

la libera facultà di provedere i calonicati

in caso di vacanza di ciascun di essiloro,

non ostante le opposizione assai volte fattegli

dalla Curia beneventana; ma a tempo dell’arcivescovo

di Benevento per nome Foppa, postagli

nuovamente in contrasto, avvenne, che il

papa, innanzi a cui la quistione fu dedotta, riconosciuta

la diloro causa, stabilì che solamente

colla sua dataria tenesse il Collegio in

tale elezione l’alternativa, come diggià per soli

quattro mesi dell’anno anche oggidì trovasi il

Collegio nella possessione di formarla, facendola

per gli restanti altri otto mesi la dataria di

Roma. E questo si è quanto abbiamo potuto da

valevoli scritture raccogliere, ed indi brievemente

notiziare di questa collegial chiesa di

regale collazione.

Ritornando ora alla munificenza dello re

Ferdinando I alla città di Montefusco, trovamo

che non solamente d’uno territorio feudale per

nome detto il Covante le fé donazione, del

quale poi essa città ne fu in parte dei vicini

confinanti spogliata, ed in parte ne fece altrui

vendita, ma molti speziali privilegi le concesse,

ne’ quali vi fu quello, per cui sono i di lei cittadini,

e tutti gli abitanti dei di lei casali, e territorio,

franci, ed immuni da qualunque pagamento

di gabella, passo, scafa, e di ogn’altra

consimil esazione per tutto il nostro Regno,

qual privilegio confirmato dappoi dallo stesso

Ferdinando, e da’ di lui successori Alfonso II,

e Ferdinando II si mantiene ancora oggidì in

vigore, ed osservanza (è da leggersi sopra tut-

to ciò Eliseo Danza nella sua Cronologia di

Montefusco).

Concedé Ferdinando I medesimamente alla

città di Montefusco il privilegio di poter tre

fiere, o sian mercati, in ciascun’anno celebrare,

cioè uno nel mese di maggio, e gli altri due

nell’agosto, in qual tempo cessando al governador

del luogo la sua ordinaria giurisdizione,

all’Università, che se ne trova anche di presente

in possesso, si divolve, e per tutta la durata

di esse fiere dal dilei magistrato, cioè dal

sindaco, si esercita. Così come molti altri privilegi,

e da Ferdinando, e da altri re vennero

alla città di Montefusco conceduti, i quali perché

non rassembriamo assai lunghi, e più del

bisogno minuti, stimamo a bene di tralasciare

di qui riferire, potendosi leggere nella Cronologia

di Montefusco dal dottor Eliseo Danza di

lei cittadino compilata.

In questa città, che da sé sola fa il numero

di mille ed ottocento anime, ed unitamente

con suoi casali di S. Paolina, S. Nazaro, S.

Angelo e S. Pietro Indelicato quello di seimila

anime, perfettissimo, e sottil aere vi si gode, e

nulla vi manca, che al necessario vitto sembra

bisognevole; mentre, oltracche il di lei territorio,

e grani, ed ogni altra sorte di vittovaglie, e

vini, che in taluni siti nascono squisitissimi, e

frutta produce, fassi quivi in ciascun sabbato

della semmana un abondevol mercato, ove da

convicini casali, e terre concorrono i di loro

abitanti a vendervi varie spezie di robbe, spezialmente

commestibili.

Vi sono ancora in essa città molti buoni

edifizi, come, oltre alla di sopra riferita chiesa

collegiale, due conventi de’ frati, uno de’ Cappuccini,

e l’altro de’ PP. Minori Conventuali,

ed un munistero di religiose donne dell’Ordine

di S. Domenico sottoposto per lo spirituale alla

giurisdizione dell’arcivescovo di Benevento,

ma in quanto al temporale, godendo della real

protezione, governasi per gli suoi laici fondatori,

che sono delle famiglie Agiutorio, Giordano,

Cutillo, e Reggina, le di cui armi veggonsi

insieme con una iscrizione affisse sopra

la porta di esso munistero. Ma soprattutto osservasi

il famoso palaggio presidale, abitazione

di essi presidi pro tempore della Provinzia, essendovi

di dentro il Tribunale dell’Udienza, e

di sotto, le carceri della medesima, che per lo

passato orride, e malaggevoli assai, e per la di

loro strettezza, e per la malvaggia condizione,

e natura del luogo, in cui trovansi situate, di

modo che sovventi volte ne’ calorosi tempi

riuscivano di sepolcro ai poveri imprigionati, al

presente si veggono ampie, agiate, e di assai

buona forma, mercé l’ammirabil clemenza, e

la real munificenza del nostro sempre invitto

glorioso monarca, che le ha fatto in cotal guisa

restaurare col danaio del suo Real Erario; così

come ha fatto collo stesso dar riparo alle stanze

del Tribunale, ed alla dilui cappella, all’intutto

rovinata per lo terremoto dell’anno 1732.

Vien regolata la gente di Montefusco intorno

allo spirituale dall’arcivescovo di Bene-

12

vento, ordinario del luogo, ed in quanto al temporale,

per ciò che contiene interesse dell’Università,

governasi da un sindaco, e quattro

eletti, poicche per quello che alla giustizia si

appartiene, oltre del Tribunale, che qui vi risiede,

vi è il governadore destinato in ciascun

anno dall’util padrone di questa città, che l’amministra.

Ella la città di Montefusco, sebbene una

volta fuori d’ogni baronal signoria, e per molto

tempo, si fosse veduta, pure passata di poi in

dominio di particulari signori, e baroni del Regno,

trovasi oggidì posseduta dal Monte della

Misericordia della città di Napoli, al quale pervenne

dal principe di Piombino Ludovisio, ultimo

possessore, fruttandole annualmente insieme

con suoi casali, e passo di Venticano la

somma di docati 4.800.

Le famiglie più ragguardevoli di Montefusco,

e le loro annue entrate sono le seguenti.

Agiutorio ann. entrate ducati 1.200

Martini ann. entrate ducati 800

Casazza 1.500 Mattioli 200

Cotillo 800 Pennella 400

Giordano 1.200 Reggina 600

Ariano, che in cima di un monte trovasi

nella parte boreale della provinzia situata, gli

antichi, e latini scrittori Equus Tuticus appellarono,

secondocche presso Cicerone ad Attico

leggemo, e Filippo Cluverio nella sua dotta

Geografia ci avvisa. Ella fu chiamata anche

per gli antichi Ara Iani per lo famoso tempio,

che in quel luogo a Giano era posto (Volaterano;

Alberti), dal che derivare la presente di lei

denominazione molti argomentano. Ebbe questa

città, se è da credere a Servio, da Diomede

re degli Etoli la sua origine, e fondazione; ma

Gianvincenzo Ciarlante, scrittore del secol passato,

nelle memorie del Sannio, per una antica

iscrizione trovata in essa città, non meno, che

quattrocent’anni prima di Diomede, edificata

la dimostra.

Sperimentò assai volte questa città, che

per lo sito, e per l’inclinazione de’ propri abitanti

forte, ed invitta ne’ passati tempi riputavasi,

tutto ciò, che sogliono i crudeli effetti di

guerra partorire, come accadde allorache i Sanniti

vigorosamente risospingendo in queste

parti la nemica forza delle armi romane, ella,

che mostrossi a’ Romani amica, e corrispondente,

videsi suo mal grado da Sanniti distrutta;

così come altre volte sotto de re Normanni

di esserle infelicemente avvenuto i scrittori divisano;

ed a tempo dell’imperador Carlo V allorache

trovavasi la città di Napoli coll’assedio

postole da Franzesi, e dalle nimiche armi collegate,

ricevé la misera città di Ariano, un impensato,

assai spaventoso e dannevole sacco

(Gregorio Rosso nella Storia di Napoli; Ciarlante,

memor. del Sannio).

Ma non dissugual strazio, anzi maggiore

di quello di guerra, ferono della disaventurata

città di Ariano in diversi tempi i terremoti; im-


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

perciocché negli anni di nostra ricuperata salvezza

988 quasi che tutta da così orribil flagello

fu guastata; e negli anni 1456 al mese di

decembre colla morte di quasi 2.000 de’ suoi

cittadini videsi per lo terremoto all’intutto distrutta;

come di esserle medesimamente accaduto

altre molte volte sappiamo, ad a’ tempi

nostri, le presenti di lei rovine ce lo dimostrano;

imperoché nell’anno 1732 a 29 novembre

cotanto orribilmente venne dal terremoto percossa,

che quasi tutti i migliori antichi edifizi a

terra caddero, e si formarono quasi che tutti i

cittadini per necessaria, e sicura loro abitazione,

talune casuccie di legno, che baracche

chiamansi, ove di presente ancora vi soggiornano.

Sebbene per tale accaduta disgrazia, perché

si potesse questa città dalle rovine sottrarre,

nelle quali giace ancora miseramente, la

clemenza, la pietà, l’amore, e la munificenza

dell’ammirabil nostro re, e signore prendendo

de’ di lei patiti danni paterna compassione, ha

reso i suoi cittadini d’ogni pagamento liberi, e

franchi quando che di prima per tassa viveano.

Ma non ostante il dannagio che per lo descritto

terremoto i luoghi religiosi medesimamente

soffrirono, osservansi oggidì in Ariano

cinque munisteri di frati, ed uno di monache,

quali si vanno di giorno in giorno di loro danno

rifacendo.

Ella questa città, in cui oggidì si annoverano

settemila, e quarantott’anime, per quanto

all’amministrazione delle rendite universali,

ed al cittadinesco regolamento appartiene, da

un sindaco, e quattro eletti, che ognanno dal

commune di quella gente vengono in general

parlamento determinati, si governa, governandosi,

per ciò che importa giustizia da un governadore

destinato in ciascun anno, ed ivi

messo da S. M., qual governadore perché per

lo passato, e sin oggi, si è stato sempre dottor

di legge, ave perciò anche le parti di giudice

sostenuto: onde è stato sempre riputato, e denominato

il governo di Ariano, come quello

di Foggia, di Lagonigro, e d’Aierola, e Praiano,

uno de’ quattro governi de’ dottori.

Vi è ancora nella città di Ariano il giudice

della Bagliva, che nelle cause solamente civili,

ed a sé pertinenti, esercita giurisdizion separata

da quella del governador del luogo, e tal

giudicato della città, come baronessa, per privilegio

si eligge. Sicome si eligge da lei in ciascun

anno il camerlengo, quale in tempo della

festività di S. Oto, di lei protettore, che sotto li

23 marzo si celebra, esercita, e tiene per otto

giorni e nelle cause civili, e criminali piena

giurisdizione.

E questo in quanto al governo temporale

di Ariano, governandosi per lo spirituale dal

vescovo di essa città, il quale si è di nomina regia

per concordato tra papa Clemente VII nell’anno

1532, e l’imperador Carlo V tenuto, cui

ventitré altre chiese del Regno furono parimente

in quel tempo concordate (Summont.

Istor di Nap. lib. 7 pag. 66). Dalle rendite di

questo vescovado, come d’ogni altro della provinzia

altrove in disparte parleremo.

Rimane l’annoverar qui le famiglie più raguardevoli

di Ariano, e di annoverare le diloro

annali entrate. Ed in quanto alle famiglie non

ritrovandosi né in Ariano né in altre città della

provinzia separazion alcuna di nobili, e plebei,

quantunque forte contesa, e di grande impegno,

anche inanzi a tribunali superiori, come

nel passato Collateral Consiglio, vi è stata, e

dura ancora tra gli arianesi, de’ quali altri intendono

come antichi, e nobili cittadini doversi

cotal separazion tra essiloro, e la gente bassa,

e plebeia formare, ed altri per parte del comune

a tal separazione vi si oppongono, perciò

noi senza entrar in cotal quistione, niente prattici

de’ loro archivi, e delle loro antiche particulari

memorie inconsapevoli, di quelle famiglie

faremo qui catalogo, le quali oggidì in

Ariano con maggior lustro, che le altre si man-

13

tengono. Per quello poi che alle loro entrate si

appartiene, elleno di assai piccol somma si sono,

impercioché possedendosi da persone ecclesiastiche,

e da luoghi pii la maggior parte

de’ terreni di Ariano, che consistono in seminatori,

vigne di viti, e pochissimi uliveti, la

picciol porzione, che a’ secolari rimane, poco

medesimamante ad essiloro rende; quindi

piucche per lo fruttato de propri terreni vivono

gli arianesi per industria, le quali in tenere, e

vendere animali pecorini, vaccini, e giumentini

si raggirano. E questo si è quanto possiamo

della città di Ariano brevemente ragguagliare,

annotando qui di sotto le famiglie più raguardevoli,

colle loro annuali entrate.

NOTA

1 Cfr. E. RICCIARDI, L’Irpinia nel ’700, in

“Il Calitrano”, n.s., 34 (2007).

Ansani ann. rendit. 400 Luparella ann. rendit. 200

Auriliis 200 Leone 400

Berardi 330 Mazza 300

Bello 200 Miranda 200

Capone 200 Passaro d’Ascanio 500

Cacabo 200 Passaro di Graziano 200

Cutillo 200 Pirellis di Flavio 200

Errico di Paolo 300 Pirellis di Giuseppe 200

Errico di Andrea 200 Panaro 200

Formoso 200 Piano 700

Forte 500 Vitale 200

Gambacorta 250 Vitolo 400

Intonti 700

LAUREA

Nato a Roma il 4 Giugno 1982 da Berardino e da Caterina Tisei

Gianluca CODELLA

si è brillantemente laureato con 110 e lode il 30 maggio 2007 in Ingegneria Elettronica

presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” discutendo la tesi:

“Progetto ed implementazione di un protocollo di trsmissione per sensori video su rete wireless”

relatore il chiar.mo prof. Mauro Olivieri.

Al neo ingegnere da mamma e papà gli auguri più affettuosi per uno splendido avvenire.

Auguri dalla Redazione.


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

Calitri, 27 marzo 2007, si festeggia il compleanno del piccolo Giuseppe Pio, da sinistra

Francesco Cialeo, Daniela Cialeo, Carmine Flammia con in braccio il piccolo festeggiato e

Antonietta Coppola.

Calitri 17 luglio 2007, il 50° anniversario di matrimonio di Lucia Zabatta e

Antonio Iannece, qui ripresi con tutta la famiglia, da sinistra: signora Rosa Errico

col marito Carmine Iannece, la signora Elvira Capraro di Aquilonia col

marito Aldo Iannece – i festeggiati – Franco Acquaviva di Conza della Campania

e la moglie Michelina Iannece, Donato Iannece con la moglie Giovanna

De Lorenzo di Monteverde. Auguri dalla Redazione.

Calitri 1930/31 festa in casa di Michele Maffucci (riav’lon’) via Casaleni, 14, da

sinistra seduti: don Michele Cherubino Rigillo (27.07.1876 † 11.05.1956),

Vincenza Maffucci in Ferri, sorella di Emilio Maffucci, Michele Ferri classe

1917, i nonni Gaetana Cestone (mamma tana) e Michele Maffucci (riav’lon’)

con i due nipoti Michele classe 1926 ed Eduardo classe 1927; in piedi:

Emilio Maffucci (riav’l’), Maria Cerreta (benfigliuol’) moglie di Emilio con in

braccio il figlio Gaetano, classe 1929, Gaetanina Ferri (cat’nazz’), Graziella

Ferri in Maffucci, suor Anna Apostolina e Alfonsina Ferri.

14

Garbate (Lecco) 02.settembre 2006, matrimonio

di Antonella Zabatta (candasul’) e

Domenico Di Napoli (paparul’). Con gli auguri

della Redazione.

Calitri 4 marzo 2007, 50° anniversario di matrimonio di Vito Cicoira e

Marianna Nicolais, qui con ifigli Mario e Franco.Auguri dalla Redazione.

Calitri 2 settembre 2007, 70° compleanno della signora Filomena Di

Donato e il 40° della figlia Rosa Cialeo. Sinceri auguri da tutti i familiari

e dalla Redazione.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

Calitri 4 agosto 2007, al ristorante “Tre

Rose” si è festeggiato il 50° di matrimonio

dei coniugi Ascanio Manzoli e Flavia Borea.

Auguri dalla Redazione.

Belgio 30 giugno 2007, gli sposi Ellen Canon Charpenter e Tony Scoca

(sargend’) insieme agli zii Angelo Giarla (fradiavolo), e Ida Mignone

(piatt’ piatt’). Con gli auguri della Redazione.

Poggibonsi, 24 marzo 2007, sessantesimo compleanno di Michele

Zarrilli (paulucc’), da sinistra: la nuora Angela Cavallaro, il figlio Luciano

con la piccola Giulia in braccio – il festeggiato con il nipote

Alessio – la moglie Vincenza De Nicola (cordalenda), l’altro figlio Antonio

con la moglie Elena. Auguri dalla Redazione.

Calitri 28 aprile 2007, il matrimonio di Angelomaria Maffucci e Jessica Di Cosmo, circondati

da amici e parenti. Auguri dalla Redazione.

15

Belgio 30 giugno 2007, quattro generazioni: Antonio Mignone (piatt’

Piatt’), la figlia Ida, la nipote Sonia Giarla e due pronipoti Annina e Tiziano

Cianci.

Calitri 2 luglio 1981, la statua della Madonna della Grazia, con i segni evidenti

del terremoto nell’ultima cerimonia davanti alla sua casa crollata; da sinistra:

Angela Zabatta (mastors’), Francesca Gautieri (la Francia), Gaetanina Cianci,

Lucia Nivone, Giovanna Caputo (starsaiola), Vincenza Cialeo, Caterina Antolino

(paracarrozz’), Antonietta Di Maio (lanciacesta), Gaetana Di Muro

(pueta), Maria Famiglietti, Lucia Di Milia (zi scisch’), Francesca Di Maio, Antonietta

Cianci (ramacurt), Antonio Cianci (scardalan’), Vincenzo Cianci (scardalan’),

Maria Cialeo, Enzo Cianci (ordinato sacerdote quest’anno), Vito Di

Milia (spaccac’pogghj), Giuditta Forgione, Maddalena Caputo.


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

Argentina 12 maggio 2007, Michelina Lucadamo (faizz’) festeggia i

suoi 80 anni, circondata dall’affetto delle figlie Romina e Giulia a sinistra

e Vincenza e Lina a destra. Auguri dalla Redazione.

Calitri 04.08.2007, 50° anno di matrimonio fra Vincenzo Gautieri e

Lucia Di Roma, da sinistra: Maria Gautieri – i festeggiati – Angela

Gautieri e Giuseppe Gautieri (dietro), Patrizia Gautieri e Franco

Gautieri. Auguri dalla Redazione.

Mariano Comense, 10 agosto 2007, i coniugi

Donato Maffucci (patr’nett’) e Giovanna

Araneo festeggiano i loro 35 anni di matrimonio.

Auguri dalla Redazione.

Mariano Comense, agosto 2007 Antonio Maffucci

(patr’nett’) e la signora Cristina Licata festeggiano

i loro 11 anni di matrimonio, con i figli

Aurora e Donato. Auguri dalla Redazione.

16

Argentina 12 maggio 2007, Michelina Lucadamo (faizz’) festeggiata

dalla famiglia e dai paesani nel suo ottantesimo anniversario.

Calitri 04.08.2007, foto di gruppo fra figli, nuore, generi, nipoti, fratelli, sorelle e

cognati per il 50° di matrimonio di Vincenzo Gautieri e Lucia Di Roma, prima

fila da sinistra: Leonardo Gautieri, Nardina Gautieri, Patrizia Gautieri, Giuseppe

Gautieri, Franco Gautieri; seconda fila: Maria Gautieri, Angela Caputo,

Canio Galgano – i festeggiati – Rosa Di Roma, Lucia Gautieri; terza fila: Canio

Fatone, Costanza Gautieri, Pasquale Falcone, Alfonso Tanga, Vincenzo Caputo,

Michelina Leone, Miriam Falcone con la piccola Alessia, Antonella Gautieri,

Luciana Gautieri, Angela Gautieri, Carmela Alberti, Giuseppe Rainone; quarta

fila: Francesco Gautieri, Michele Cicoira, Valerio Rauso, Giusy Giannetta, Gaetano

Tanga, Vincenzo Gautieri, Michele Tanga e Gennaro Gautieri.

Mariano Comense agosto 2007, il piccolo Lorenzo

di anni tre figlio di Rosi Ciurleo e Michele

Maffucci (patr’nett’).


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

Auguri per i suoi 80 anni, portati alla grande, a Lucia Del Re

(figlia r’ gimì e vedova r’ lucc’ r’ Scimmrott’) dalla figlia Rosella e i

nipoti Riccardo e Serena, nonché dal genero Michele, che così

vogliono dimostrarle il loro affetto: “hai solo e sempre pensato

a noi, cercando in qualche modo di colmare quella lontananza

che tanto ti è pesata, ma i tuoi sorrisi, le tue parole, il

saper confrontarci sono immagini emozionanti, che nessuna distanza

potrà mai attenuare. La tua forza grintosa nell’affrontare

qualsiasi ostacolo, senza lamentarti mai, sono per noi modello

di vita. Sei grande… Davvero! Questa sorpresa inaspettata

sul giornale del tuo Calitri (del nostro Calitri) è l’espressione

di quello che proviamo per te. Ti voglio bene mamma.

Ti vogliamo bene nonna! Auguri dalla Redazione.

Stresa 2006, “Ballo delle debuttanti” c’è la calitrana Francesca Cianci

la 9° da sinistra e in prima fila Leone Michele (pista), Maria Dragone

e Alberto Faraboni alpino.

Calitri 4 novembre 2007, con la partecipazione delle autorità civili e

militari si è svolta davanti al monumento ai caduti la cerimonia in

onore dei combattenti di tutte le guerre.

Poggibonsi, 30 gennaio 2007, sessantesimo compleanno di Lorenzo Bavosa, i primi due accoccolati: Antonio

Galgano (cappegghia) e Donatina Vallario (pahanes’); in piedi prima fila da sinistra: Rosa Bavosa

(u’scitt’), sorella di Lorenzo, Alisia moglie di Lorenzo, Lorenzo Bavosa (u’ scitt’), il festeggiato, Maria

Grazia Nicolais (mo’-mor’) si vede solo la testa, Anna Bavosa, sorella di Lorenzo, Claudia, moglie di Vincenzo

Nicolais, Giacinta Zarrilli (tacch’), Gerardina, con occhiali, amica dei Bavosa, Antonella cognata di

Lorenzo, Rodolfo Corroppoli cognato di Lorenzo, Tozzi, si vede solo la testa, marito di Antonietta, Raffaele

genero di Lorenzo; seconda fila: Sonia Bavosa figlia di Lorenzo, Vincenza De Nicola (cordalenda),

Maria Apa, si vede appena il viso, amica di famiglia, Michele Zarrilli (paulucc’) con occhiali e baffi, Amerigo

Molinario, Elena nuora di Michele Zarrilli, Antonietta,davanti ad Elena, si vede solo la testa, Angelo Bavosa,

figlio di Lorenzo,Antonietta Lorenzo, nipote di Lorenzo, Vincenzo Nicolais, figlio di Anna Bavosa,

Alfonso, con baffi, amico di famiglia, Francesca Molinari, si vede la fronte con gli occhi, Michele Gautieri,

col pellicciotto,Canio Germano, si intravede appena. Auguri dalla Redazione.

17

Calitri 28.12.2005, 50° anniversario di matrimonio fra Antonia Maffucci

e Antonio Buldo, da sinistra i figli Giovanni, Maria – i festeggiati –

Vito e Gaetana. Auguri dalla Redazione.

Stati Uniti, Maryland 2007, da sinistra in piedi: Mario Toglia, Marianna Cestone

con la figlia Bernadette e il marito Leonardo Cestone; seduti: Stephen

Toglia figlio di Mario, Mark Di Napoli e la mamma Antonietta Cerreta.


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

i fa intravedere un quadro idilliaco fra

Sbaroni e popolazione lontanissimo

dalla realtà7, e un quadro arcadico di

un’età dell’oro all’interno di ciascuna comunità

e fra le terre vicine per i pascoli,

boschi e terre soggette ad uso promiscuo,

che neanche un poeta si sarebbe sognato

di comporre8. Il tutto seguito dalle istruzioni

ai governatori e deputati eletti per

raccogliere le domande di censuazione

dei demani feudali e universali, o dei terreni

che si volessero chiudere, per valutare

eventuali ricorsi, alla condizione più

volte ribadita che “qualora venga approvato

da S. M., verranno alla ripartizione

delle Terre, ovvero all’affrancazione delle

servitù domandate, e ne stipuleranno

gl’istromenti, con apporvi tutti gli patti

enfiteutici, e stipulati gl’istromenti medesimi,

se ne rimetterà parimenti copia in

forma valida a S. M. per mezzo del Consiglio

delle Finanze, da impartirvisi il Sovrano

Assenso.”

La crisi del 1799 sarà, più che un tentativo

di rivoluzione politica, una guerra

civile che nasce dall’incapacità, o, meglio,

dall’impossibilità dei gruppi dirigenti

di fare i conti con nodi strutturali

antichi e con i recenti e profondi mutamenti

della seconda metà del Settecento

soprattutto.

Le comunità prescelte appartengono

al Principato Ultra orientale, territorio

caratterizzato da un’agricoltura di sussistenza

ed autoconsumo, caratterizzata

dalle colture cerealicolo-pastorale e silvo-pastorale

che si sviluppano intorno e

sui grandi demani feudali ed universali.

La città di Bisaccia 9 è quella che più

contiene in modo paradigmatico i nodi

irrisolti del conflitto, oggetto della nostra

indagine. Il 1799 è l’esplosione selvaggia

di tutte le tensioni secolari accumulate:

l’assetto proprietario sperequato,

la gestione privatistica delle difese

universali (Malandrino, Vallafiumata, Toro)

alcune delle quali possedute dalla

masseria armentizia di jus patronato dell’Università

(Cappella di S. Antonio 10),

la chiusura agli usi civici della grande

difesa regia ad uso pascolativo del Formicoso

11, la rapacità della mensa vescovile

e di quella capitolare, la deflagra-

ANNIBALE COGLIANO

Calitri e Bisaccia nella crisi del 1799 (II)

Fra fedeltà ai Borboni e adesione alla Repubblica: l’impotenza riformatrice

alle radici di risposte politiche antitetiche

zione dello scontro in seno al capitolo

cattedrale, lo spettacolare incremento demografico

che procede ininterrotto per

tutto il secolo (la città e la diocesi di S.

Angelo-Bisaccia vede triplicare in cento

anni la sua popolazione 12), non sorretto

da una contestuale e proporzionata disponibilità

di risorse nella seconda metà

del Settecento.

Nelle passate vicende del regno, e

propriamente fin dal mese di gennaio

1799, alcuni galeoti, sotto finto zelo

di realismo, incominciarono a saccheggiare

alcune case di Bisaccia,

commettendo mille eccessi 13, con tenere

un pubblico postribolo nel palazzo

ducale di quelle donne che meglio

loro piacevano, per cui la popolazione

tutta fu costretta ad emigrare

da detta città per mettere in salvo la

propria vita. A dì 11 aprile di detto

anno, li Francesi ed altri de’paesi vicini

assalirono e saccheggiarono la

detta città per tre continui giorni, e

dopo tal disastro i supplicanti furono

eletti dal popolo per salvare la città

dai galeoti, che fuggiti coll’arrivo dei

Francesi minacciavano invaderla di

nuovo, per cui furono necessitati armare

gente per custodia a grana 25 il

giorno; ed infatti se non ci fosse stata

tal gente, avrebbero i galeoti fatto un

general massacro nella notte de’18

aprile, in cui fu assalita la città per

ogni parte. Di più il Commissario residente

in Grottaminarda fece ordine

che vi fossero apparecchiate le razioni

di carne, pane, vino ed altro per il

passaggio di 3000 francesi che dovevano

andare in Venosa; e per evitare

un secondo saccheggio, furono approntate

le dette razioni, delle quali

poi se ne appropriarono con la violenza

i galeoti ed il popolo, perché i

Francesi dovettero retrocedere. Per la

spesa di pane, vino, acqua e per il

mantenimento della gente armata furono

spesi ducati 511, i quali furono

presi dal fitto di una difesa della Università,

nominata Forleto 14,

così ricostruiranno quel periodo, qualche

anno dopo, nel marzo del 1803, gli eredi

dei protagonisti repubblicani sopravvissuti.

Uno di essi, colui per il quale l’atto

notarile è rogato nella terra di Castel Baronia,

Michele Rago, per sfuggire alla

morte ha dovuto cercare accoglienza in

18

Puglia dopo la regalizzazione. Fra gli

estensori, vi sono due sacerdoti, uno dei

quali, Antonio Michele Vitale, è fratello

di Salvatore, protagonista assoluto repubblicano

della cittadina, eliminato nella

fase repressiva post ’99. L’altro sacerdote,

Agostino Santoro, che è stato presidente

della municipalità, in un tentativo

di accreditare qualche suo merito, ha dichiarato

che egli ha evitato una strage,

limitando il sacco alla città, contrattandone

la durata con i comandanti francesi

ad una sola ora, e riuscendo a far sospendere

il ferro e il fuoco 15.

La fazione vincente invece sostiene

ben altro e chiede per quei ducati, pietra

dello scandalo, ancora nel 1803, il risarcimento:

i ducati versati sarebbero stati

spesi, non per salvare la città, ma per

ordine di don Salvatore Vitale, Commissario

del cantone, e destinati invece al

sostentamento delle truppe francesi 16 e

per i repubblicani di altri paesi, da lui

chiamati, che hanno partecipato alla democratizzazione

e al saccheggio di Bisaccia.

Cosa è accaduto in realtà? Bisaccia

ha resistito (“fece petto”) per tre mesi alla

democratizzazione. Solo l’11 aprile,

quando la forza unita di un distaccamento

di truppa francese e dei repubblicani di

Frigento, Nusco, Castel Baronia, Grottaminarda,

Vallata, Lacedonia, Rocchetta

(massimamente questi due ultime), ha

dato l’assalto all’Università, saccheggiandola,

allora si è piantato l’albero della

libertà, dichiarando Bisaccia Capocantone

del dipartimento di Foggia.

Il saccheggio, prima operato dalla

truppa francese, poi dai repubblicani locali

e dei dintorni 17 è durato due giorni. I

danni apportati ammonterebbero a 70

mila ducati. Quattro le fucilazioni eseguite:

un cittadino di Fontanarosa, e Angelo

Maria Fierro, Donato Maglio e Antonio

Casarella di Bisaccia, che sotto il

pretesto di realismo avevano saccheggiato

numerose case ricche del paese, fra le

quali quella di Annibale Tartaglia e sua

moglie, uccisi e bruciati.

Quali i nodi strutturali e di lungo periodo

di tale esplosione di violenza? Il

primo dissodamento ela prima ripartizione

di difese demaniali sono dell’anno


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

1762 e riguardano le difese di Spinete e

Scarvarata (“li terzi”), che costituiscono

buona parte del demanio universale Cerrello

18 (i demani sono al confine non definito

con i possedimenti del barone, già

ridotti a coltura). La ripartizione delle

quote avviene non per sorteggio, ma su

richiesta di volontari 19 e con l’impegno

dell’estaglio di 8 carlini a tomolo. Gli

uomini chiave, che guidano e assistono il

parlamento del 5 dicembre 1762, tenuto

nel palazzo vescovile, sono tutti appartenenti

alla famiglia Santoro: il sindaco,

Pasquale, il luogotenente dottor Domenico

Antonio, un eletto, il notaio Michele.

È la stessa che sarà aggredita a livello di

massa e alla quale apparterrà il presidente

della municipalità nel 1799, Agostino

Santoro. Ma già prima del 1762, in forma

del tutto anarchica, molti territori demaniali

sono stati privatizzati, ridotti a

coltura, migliorati, alienati o trasmessi

in eredità e per dote matrimoniale, restando

sempre impregiudicato l’estaglio

da versare all’Università dall’ultimo possessore

20. Dopo il 1762 e la crisi agraria

del 1764, altre difese (Cerrello, Lozzano,

Macchiaetella) sono state ripartite più o

meno allo stesso modo.

Altra conflitto che accompagna la

città da un trentennio è la formazione

della tassa annuale inter cives (detto anche

il catastuolo) 21. Nel 1773 (sindaco

il magnifico Ciriaco Camarca) il catastuolo

si forma solo in virtù dell’intervento

della Regia Camera della Sommaria

e di un subalterno dell’udienza provinciale.

Le istruzioni della Sommaria,

a seguito di ricorsi di alcuni cittadini sono

tassative: portare solo le spese ammesse

nello stato discusso, ed eccedere

solo per quelle strettamente necessarie.

Nonostante però l’intervento delle autorità

centrali e provinciali, il catastuolo è

egualmente messo in discussione. Alla

formazione delle once imponibili concorrono

varie voci (testatico, attività lavorativa

– l’industria –, animali con fida

sui demani, censi, beni fondi, il centemolo)

ma è la voce animali e demani su

cui si appunta lo scontro. Gli armenti sono

un possesso diffuso e cospicuo per

oltre 20.000 capi censiti: pecore, giumente,

bovi aratori, bovi semplici, maiali,

somari. Non c’è famiglia che non abbia

il suo piccolo gregge di pecore e ciavarre.

Fra le famiglie di medi e grandi

massari compaiono tutti gli attori principali

del 1799: il magnifico Antonio Rago

(con 36 vacche e 400 pecore con pascolo

transumante), il magnifico Alessandro

Vitale (con 85 vacche, 10 giumente, 12

bovi, pecore con pascolo transumante

150), Annibale Cela (giumente, mule,

pecore, cavalli), Nunziante Cela (il mag-

giore possidente) il magnifico Ciriaco

Rago (2000 pecore a pascolo transumante,

70 vacche, mule, cavalli, giumente,

scrofe, bovi 12, terreni vari), ed altri 22.

Ma la tassa inter cives non tiene conto

della reale distribuzione di ricchezza: su

715 fuochi reali le once dei terreni privatizzati,

chiamati ancora demani, ascendono

a circa 570, un imponibile esiguo a

fronte delle once dei beni (7728, di cui

poco meno di mille dei forestieri) e delle

industrie (11947). Il disavanzo fra l’introito

ordinario per once dei beni, fitti di

demani, ecc., che è di 1653 ducati, e l’esito

totale che ascende a 2089 ducati è

coperto dal testatico per 715 unità contributive

(407 i fuochi fiscali nel 1737,

secondo il regio Fisco). Irrilevante la bonatenenza

del principe di San Nicandro

per il Formicoso, 200 ducati, del capitolo

e della mensa vescovile, che assommati

danno 19 ducati. Il grosso (e ben al di

sotto del valore) è dato dal fitto per le

difese pascolative (Oscata e Macchitella

al magnifico Antonio Rago, per 300 ducati;

il Toro e altre difese pascolative autunnali,

primaverili per 900 ducati a vari

galantuomini e massari (fra i quali il dottore

in legge Antonio Cela, Ciriaco Rago

per la difesa del Toro e lo stesso Antonio

Rago). Degli esiti totali, solo 523 vanno

per spese comunitarie. Il rimanente è dato

dall’ingente somma dei fiscalari e

strumentari dei quali è creditore il barone

(950 ducati), e per la Regia Corte.

Le elezioni per i nuovi amministratori,

malgrado l’intervento del prosegretario

dell’udienza provinciale, si chiudono

aumentando ulteriormente la conflittualità

nella cittadina 23: la Regia Camera

della Sommaria è chiamata a pronunciarsi

sugli esiti del parlamento del 15

agosto. Secondo un ricorso presentato

dalla fazione perdente, il parlamento è

nullo per le modalità di svolgimento: le

votazioni sono state effettuate per voti

palesi e non segreti; la proposta dei nuovi

amministratori non è stata effettuata a

norma delle leggi vigenti dagli amministratori

uscenti, ma dal notaio Francesco

Solazzo, inquisito dalla Regia Dogana di

foggia e condannato all’esilio; vi sono

state pressioni e minacce. Nullo per l’ineleggibilità

degli eletti: Pasquale Santoro,

sindaco, perché debitore verso l’Università

e perché già sindaco nel 1769

(termine decorso ancora insufficiente per

essere rieletto rispetto ai cinque prescritti);

Alessandro Vitale, capoeletto, perché

fittuario della difesa universale Costa dei

porci; Pasquale Mitrione, eletto, perché

creditore dell’Università.

Nello stesso anno lo scontro è ravvivato

dalla scelta dei quattro medici con-

19

dottati dall’Università: il parlamento cittadino

prima assegna una provvisione di

40 ducati ciascuno, e poi revoca il provvedimento

privilegiando un parente degli

amministratori in carica.

Nel luglio del 1785 si ripete di nuovo

la resistenza fiscale del 1773. Protagonista

stavolta è Nunziante Cela, con le stesse

pretestuose motivazioni: le spese vanno

oltre lo stato discusso approvato nel

1742 per oltre 600 ducati e oltre quelle

strettamente indispensabili che si potrebbero

ammettere in eccedenza. Sindaco è

Michele Abbate, che sarà il riferimento

del Visitatore economico nella fase successiva

alla regalizzazione. Malgrado l’elezione

all’unanimità (circa 270 vocali)

dei deputati alla formazione del catastuolo,

il sindaco e il capoeletto contestano

l’esito, accusando gli eletti di complicità

e parentela stretta dei renitenti ai

pesi fiscali (Antonio Cela è fratello del

sacerdote Nunziante Cela e cugino di primo

grado di Donato Brunetti) e di aver

prodotto un parlamento “tumultuante”,

alla testa del quale vi è stato il vicario

capitolare don Michele Vitale, spalleggiato

da molti sacerdoti e canonici. Di lì

a qualche mese, gli eletti saranno tutti

dimissionari, con la esplicita motivazione

della resistenza incontrata dagli amministratori

in carica.

Stessa farsa il 16 ottobre dello stesso

anno: nuova fissazione del parlamento

cittadino per la formazione del catastuolo

e nuova elezione in persone del tutto

nuove ed ugualmente elette all’unanimità,

più o meno dallo stesso numero di

persone dell’agosto, con nuova opposizione

del sindaco, il quale denuncia di

parzialità il subalterno incaricato, che

non si è neanche servito di alcun amministratore.

Causa ed effetto insieme dell’ingovernabilità

dell’Università è il prosieguo

della vicenda negli anni successivi:

denunce civili e penali incrociate per

presunte malversazioni o per spese eccedenti,

per affitti per le difese non corrisposti.

In questo clima di anarchia istituzionale

neanche l’estaglio per l’affitto delle

difese è certo 24. In un gioco in cui è difficile

distinguere l’attore e il convenuto,

la verità dalla simulazione, spesso gli

amministratori in carica denunciano gli

archivisti mastrodatti della corte locale e

i governatori locali per la manomissione

del “libro magistrale” dei contratti stipulati

con gli affittatori; i fittuari, a loro

volta, denunciano i compassatori scelti

dagli amministratori per misurazioni alterate

che li penalizzano.

Né l’ancoraggio istituzionale offerto

dalla legge Palmieri del 1792 ancora lo

scontro decennale a delle regole. Quali


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

terre destinare alla coltura e quali al pascolo

dei circa 800 moggi? Chi penalizzare

a fronte della domanda crescente e

ineludibile di messa a coltura? Come ripartire

i pesi fiscali? Una relazione del

governatore locale 25, Francesco Saverio

Boccuti, nel novembre 1796, denuncia

la malversazione del pubblico peculio

dell’Università e il deserto istituzionale

nel governo cittadino: dal 1° settembre

del 1796 l’Università si trova priva di

amministratori,

motivo per cui la medesima languisce

per la deficienza de’ medici condottati

e gli infermi poveri muoiono a

guisa de’ bruti; languisce perché i

venditori di ogni genere di commestibile

vendono a loro capriccio; languisce

perché i poveri stanno soggetti

a violenze ed oppressioni per lo

passaggio delle truppe, per la prestazione

gratuita, non meno del di loro

personale, che de’ loro animali; e finalmente

languisce perché si vedono

deteriorati e devastati i fonti, le strade,

scomposto l’orologio, senza esser

persona alcuna che abbia la cura

di farle accomodare.” Non vi sono

forze sufficienti neanche per tenere

la corrispondenza normale con la Regia

udienza. Nessuno ha voluto accettare

la carica di sindaco, perché

non vi è introito: “non perché la rendita

effettivamente venisse a mancare,

ma perché i paesani de’ fondi della

cennata Università non intendono pagare

quel piccolo peso, che ciascuno

a misura, del fondo suddetto dovrebbe

somministrare, o vogliono pagare

a loro talento.” “i prepotenti poi, sentendosela

con i deputati del catasto

de’ passati anni, esentavano la maggior

parte de’ loro armenti, e per supplire

poi l’introito che mancava, per

covrire gli esiti, caricavano i pochi

effetti de’ poveri, e da ciò ne avvenne

che scovertasi tal cabbala da’ medesimi

poveri, non vollero, come con

ragione non vogliono venire ad un tale

pagamento; motivo per il che da

due anni a questa parte non si è formato

catasto, perché sarebbe stato lo

stesso che non esigere le partite in esso

annotate; come non si sono esatte

quelle dell’amministrazione tenuta da

Pasquale Mitrione, e quelle dell’amministrazione

tenuta dal dottor Salvatore

Bucci, non ostante la venuta

fatta qui del subalterno della Regia

Udienza provinciale don Pasquale

Spina, con provisione di V. S. Ill.ma

incaricato.” Ad aggravare lo stato di

difficoltà finanziarie si aggiungono i

continui passaggi e pernotti delle

squadre provinciali, delle milizie, dei

regi corrieri, che “chiedono alloggi,

letti, legna, pagamenti ed altro […]

Un tentativo di nuova elezione dei

governanti fallisce, per eccezioni di nullità

prodotte (relazione del governatore

del marzo 1797). Il Sacro Regio Consiglio,

di fronte alla bancarotta finanziaria

e politica, è costretto a rimettere in carica

gli amministratori del 1790, che agli inizi

del marzo 1797 prendono il possesso.

La questione più spinosa è data dall’affitto

delle difese demaniali ad uso di

pascolo di Costa de’ porci e Forleto: Giuseppe

Capaldo e Donato d’Arminio si

sono rifiutati di convalidare il contratto

stipulato con l’Università per 1000 ducati

da pagare l’8 maggio (la gara di appalto

dell’anno precedente era stata aggiudicata

da Antonio e Michele Rago, e

Giuseppe Capaldo, con 1000 ducati annui,

per un triennio). La corte si rivela

impotente a costringere gli affittuari a

versare l’estaglio pattuito.

NOTE

7 “Ne’demani feudali si potrà valutare l’uso civico

e compensarsi con una porzione delle terre

del demanio medesimo, che sarà d’intera proprietà

delle Università, e nella valutazione dovrà essere

intesa persona che faccia le parti del barone, e non

avrà effetto senza il sovrano assenso, come sarà

appresso indicato” (capo XI). “Qualora la divisione

dell’intero demanio feudale riuscisse difficile o dispendioso,

e dagl’interessati si volesse eseguire la

censuazione in modo più facile, in questo caso potrà

soltanto il barone far uso della quarta parte del

demanio suddetto per uso de’suoi animali e coltura,

e l’altre tre parti si dovranno censuare colle regole

di sopra prescritte per le diverse qualità dei terreni,

corrispondendosi alle Università quanto se gli deve

in compenso dell’uso civico, da essere valutato sopra

l’intera estensione del demanio, per quanto ne

sarà reso proprietario concorrendo il barone per la

sua parte nella scelta degli esperti” (capo XII).

8 “Per quei terreni di proprietà de’ cittadini,

ma soggetti all’uso del pascolo comune, quando

non siano coltivati, se ne potrà affrancare la servitù,

pagandone corresponsione all’Università, o al barone,

o a colui cui si appartenga la fida, da essere

valutata, per poterli chiudere, e con maggior diligenza

coltivare” (capo XIII). “Tutte le promiscuità

di pascolo e legnare saranno abolite tra le Università,

riguardo a’ terreni censiti, ed i controventori

soggetti alle pene delle leggi imposte, per i dannificanti;

e nel caso che il territorio fosse comune tra

più Università, si dia luogo a concorrere alla censuazione

alli naturali di esse colla dovuta proporzione”

(capo XIV).

9 Per le note che seguono cfr. ASNA, Pandetta

Negri, b. 249, e b. 244, sub voce.

10 La masseria armentizia ha una sua rilevanza

economica nel peso del bilancio e della vita dell’Università

di prim’ordine, che può essere espresso

da alcuni dati: 500 ducati annui nelle casse comunali,

poco meno di 2000 pecore a fine Settecento

che vanno a svernare nella posta di Ficora, locazione

di Orta, per un pascolo di 8 carri e 18 catene

(212 ettari circa) con una fida di 480 ducati. ASFG,

Tavoliere, b. 44, fasc.lo 906 e b. 101, fasc.lo 519.

11 Oltre alla Pandetta Negri cit. dell’ASNA,

cfr. ASFG, Dogana, Serie II, Processi civili, bb.

865 (17633), a. 1793, b. 865 (17633), a. 1793 b.

887, fasc.lo 18132, a. 1795 (18130).

12 Per i dati relativi a Bisaccia abbiamo tenuto

conto dei fondi oggetto di studio del presente lavoro,

che registrano un incremento di popolazione

ancora maggiore di quelli dati dagli studi più generali.

Per lo sviluppo della popolazione nella zona,

cfr. F. Barra, “Tra accumulazione borghese e latifondo

contadino: la disgregazione dei patrimoni

20

feudali”, in A.A.V.V., (a c. di Annibale Cogliano),

Proprietà borghese e latifondo contadino in Irpinia

nell’800, Ed. Quaderni Irpini, Gesualdo (AV),

1989. e per una valutazione più generale rispetto al

regno, cfr. P. Villani, Mezzogiorno fra riforme e rivoluzione,

Laterza 1977, pp. 40 e segg.; G. M. Galanti,

Della descrizione geografica e politica delle

Sicilie, a cura di F. Assante e D. Demarco, ESI,

Napoli, 1969, parte II, cap. III; A. Filangieri, Territorio

e popolazione nell’Italia Meridionale, cap.

V della parte III e appendice.

13 “Arcangelo M. Greco, guidando dei popolani

armati assale la casa di don Annibale Tartaglia, e

la saccheggia con un danno di più che 8000 ducati:

incendia anche la cappella di M. SS. Dei Sette dolori”

[sarà condannato poi con più sentenze nel

1800, 1801, 1803, tentando inutilmente di sottrarsi

al giudizio con lo scudo giurisdizionale del foro

militare, spacciandosi per aiutante delle milizie provinciali],

in ASNA, Udienza Generale di Guerra e

Casa Reale, 1322, fasc.lo 69t, riportato da F. Scandone,

“Cronache del Giacobinismo Irpino”, in Atti

della Società Storica del Sannio, 1926, fasc.lo I, p.

30.

E per dare una ulteriore idea del clima bisaccese:

Raffaele Vitale, dopo la regalizzazione, sarà

detenuto nel carcere di Ariano, non per reità di stato,

ma “per sottrarlo al furore dei ladri, che volevano

assassinarlo, non avendo egli voluto dar loro ottocento

ducati” (cfr. ASNA, Rei di Stato, b. 127).

Per lo scontro di fazione e gli strascichi giudiziari

che continueranno per tutti i primi anni dell’800,

cfr. F. Scandone, Cronache…, cit., sub voce.

14 ASNA, Pandetta Negri, b. 244.

15 Cfr. ASAV, Protocolli notarili di S. Angelo,

b. 446, atto del 20 agosto 1799 e appendice documentaria,

infra, sub voce.

16 Ancora 285 ducati sono spesi nel giugno

1799 per la presenza e l’alloggiamento di truppe di

passaggio.

17 Un attestato notarile dell’agosto denuncia

– probabilmente gonfiata – la seguente presenza:

Francesco Ebreo di Nusco, don Gennaro Testa di

Frigento, Giannetti Teodoro di Lacedonia, Vito Capaldo

di Rocchetta; Nicolandrea Verdoscia di Castel

Baronia; di Bisaccia: Michele Cafazzo, Amato,

Ciriaco e Nicola, fratelli di Santoro, Vito Lucariello,

Angelo e Gaetano fratelli di Vitale; Teodoro

Giannetti, Francesco Saverio Giannetti, Nicola di

Cosimo di Lacedonia.

18 ASNA, Pandetta Negri, b. 101, 106, 108,

109; numerosi i fascicoli, non sempre ordinati cronologicamente

o numerati.

19 Non sorprenda l’espressione “volontari”:

non tutti hanno interesse a coltivare la terra e non

esiste una cultura della quotizzazione equa e dalle

procedure certe e imparziali.

20 Cfr. ASNA, Pandetta Negri b. 101 cit., attestazione

di un ottuagenario resa davanti ad un subalterno

dell’udienza.

21 Ibidem, bb. 103 e 106, passim.

22 Il magnifico Carmine Monte, don Colantonio

Bucci, il magnifico Domenico Robucerio, il

magnifico Donato d’Arminio, don Francesco Solazzo,

don Giacomandrea Ferrarelli (capitali fondamentalmente),

il magnifico Giulio Brunatti, il

magnifico Giovanni Vitale, il signor canonico Giuseppe

Tartaglia, don Giuseppe Maria e don Rocco

Freda, la famiglia La Tessa, Nicola Solazzo, il magnifico

Nicola d’Albuzio, il dottor Pasquale Campanelli,

il magnifico Sebastiano Ciani, il magnifico

Vito Nicolais, il notaio Vespasiano Santoro, mastro

Vincenzo Melchionna. Molte le dichiarazioni

dei beni “a metà”, esprimenti un contratto a soccida.

Molti anche i forestieri, luoghi pii e privati bonatenneti

(compare anche un altro protagonista del

1799, il dottor Nicola Serio di S. Angelo per i luoghi

pii forestieri).

23 Cfr. ASNA, Regia Camera della Sommaria,

Pandetta Nuova IV, b. 73.

24 Cfr. ASFG, Dogana, Serie II, processi civili,

b. 529 (fasc.lo 11180), e b. 531, fasc.lo 11204.

25 Cfr. ASNA, Pandetta Negri, b. 101.

continua nel prossimo numero


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

INCONTRO CON CARLO LEVI

ad Albano di Lucania

arlo Levi nasce a Torino il 29 novembre

C1902. Intorno al 1922 si lega d’amicizia

con Antonio Gramsci e Pietro Gobetti che lo

invitano a collaborare alla rivista “Rivoluzione

liberale”. Nel 1924 si laurea in medicina

e vi mantiene uno studio fino al 1927,

ma la professione preferita è stata, invece,

la pittura con la quale ebbe un notevole successo

a Genova, Milano, Londra, alla Biennale

di Venezia e a Parigi; la coerenza delle

sue idee lo porta a dare un peso politico alla

pittura, da lui considerata come espressione

di libertà. In quegli anni appare inserito nell’ambiente

culturale torinese; oltre a Gramsci

e Gobetti frequenta Cesare Pavese, Giacomo

Noventa, Luigi Einaudi e più tardi Edoardo

Persico, Lionello Venturi e Luigi Spazzapan.

Nel 1931 si unisce al movimento antifascista

“Giustizia e Libertà”, fondato tre anni prima

da Carlo Rosselli. Nel 1934 venne arrestato

per attività antifascista l’anno dopo, dimesso

dal carcere Regina Coeli, fu mandato al confino

di tre anni in Lucania e nel 1936, nell’euforia

fascista per la conquista etiopica,

veniva graziato. Ma subito riprendeva il lavoro

politico ed emigrava in Francia. Rientrava

in Italia nel 1943, per prendere parte alla

Resistenza; qui fu arrestato per la seconda

volta. Nel 1944 condirigeva “La Nazione del

popolo” di Firenze e l’anno dopo a Roma

era direttore del giornale del partito d’azione

“Italia libera”. Nel 1963 e nel 1968 eletto al

Senato come indipendente nelle liste comuniste.

Muore a Roma nel gennaio 1975. Per

sua volontà, viene sepolto ad Aliano (Mt),

dove aveva ritrovato gli autentici valori umani

che lo avevano sorretto e confortato nei

momenti più drammatici della sua vita e negli

anni più bui della storia italiana1. L’esperienza fatta durante il confino gli

ispirerà il racconto memoriale e saggio sociologico

insieme “Cristo si è fermato a

Eboli”, che scrisse tra il Natale 1943 e mese

di luglio 1944, il cui tema è costituito dall’affascinante

scoperta dell’esistenza di una

civiltà contadina essenzialmente autonoma,

che vorrebbe e dovrebbe organizzarsi come

tale, soffocata invece da una civiltà statolatrica

e teocratica (Stato e Chiesa). Il libro

pubblicato, dopo la liberazione, a cura di

Giulio Einaudi editore nel 1945 e tradotto

in molte lingue, riscontrava subito il favore

della critica e del pubblico in Italia e all’estero,

tanto da diventare un classico della letteratura

italiana.

Per il titolo del libro Carlo Levi si rifece

alla frase proverbiale sentita tante volte ripetere

nelle bocche dei contadini di Aliano:

“Noi, dicevano, non siamo cristiani! Cristo

si è fermato a Eboli”, che è nulla più che

l’espressione di uno sconsolato complesso

di inferiorità, in quanto non erano considerati

come cristiani ma come bestie, che dovevano

subire il mondo dei cristiani 2.

Il confino di Levi ebbe inizio a Grassano

e poco dopo trasferito ad Aliano (Mt), un

centro dell’Appennino lucano sullo spartiacque

tra il fiume Agri e il suo affluente Sauro,

con la frazione Alianello sulla sponda sinistra

dell’Agri 3.

La prima cosa che lo colpì giungendo ad

Aliano fu il paese posto su una specie di sella

irregolare in mezzo a profondi burroni. Da

ogni parte non c’erano che precipizi di argilla

bianca, su cui le case stavano come librate

nell’aria; e d’ognintorno altra argilla, senza

alberi e senza erba, scavata dalle acque in

buche, coni, piagge di aspetto maligno, come

un paesaggio lunare. Le case tutte uguali fatte

di una sola stanza che serviva da cucina,

camera da letto e anche da stalla per le piccole

bestie. Prendeva luce dalla porta, i muri

ed il soffitto erano affumicati dal camino su

cui si faceva da mangiare con pochi stecchi.

Il letto era enorme su cui dormiva tutta la famiglia,

i bambini piccoli lattanti erano tenuti

in piccole ceste appese al soffitto con delle

corde penzolanti, poco più in alto del letto 4.

Ben presto fu chiamato per un moribondo

ed ebbe così modo di apprendere che la

malaria perniciosa era di casa. La malaria

era un flagello peggiore di quello che si potesse

pensare: colpiva tutti e mai curata du-

21

rante la vita. Pertanto il lavoro ne era impedito,

la razza indebolita e fiaccata, i poveri risparmi

andavano in fumo, ne derivavano la

miseria più nera, la schiavitù senza speranza.

La malaria nasceva dalle argille disboscate,

dai fiumi abbandonati, da un’agricoltura senza

risorse, che generava a sua volta la miseria

in un circolo mortale 5.

Col passare dei giorni si rese conto che

un altro male era costituito dalla classe dirigente

locale che teneva in mano tutti, con la

minaccia o la speranza, imponendo gravose

tasse ai contadini. Più grave era quella sulle

capre, del valore all’incirca della bestia, per

cui erano costretti ad ucciderle e restare senza

latte per i bambini e senza formaggio. Per

riscuotere le tasse arrivava puntualmente

l’ufficiale esattoriale, il quale diceva che ad

Aliano il suo lavoro andava male. Aggiungeva

che i contadini non pagavano le tasse, si

veniva per pignorare e non si trovava nulla,

mobili non ne avevano. A volte si doveva

accontentare di una capra, qualche piccione,

una bottiglia d’olio oppure un po’ di farina.

I contadini erano pieni di debiti, avevano

la malaria e non avevano da mangiare 6.

I signori erano tutti iscritti al Partito, anche

quei pochi che la pensavano diversamente,

soltanto perché il Partito era il Governo,

era lo Stato, era il Potere, ed essi si

sentivano naturalmente partecipi di questo

potere. I contadini, per la ragione opposta,

non erano iscritti. Lo Stato per essi erano

quelli di Roma che non volevano farli vivere

da cristiani, perciò erano soliti dire: C’è la

grandine, le frane, la siccità, la malaria, e

c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono

sempre stati e ci saranno sempre. Ci fanno

ammazzare le capre, ci portano via i mobili

di casa e ci mandano a fare la guerra. Per

essi lo Stato era più lontano del cielo e più

maligno, perché stava sempre dall’altra parte.

La sola possibile difesa era la rassegnazione

senza speranza di paradiso, che curvava

le loro schiene sotto i mali della natura 7.

Queste terre, dopo il brigantaggio, avevano

ritrovato una loro funebre pace. In qualche

paese, i contadini che non potevano trovare

nessuna espressione nello Stato, e nessuna

difesa nelle leggi, si levavano per la

morte, bruciavano il municipio o la caserma

dei carabinieri, uccidevano i signori e poi

partivano rassegnati per le prigioni 8.

Per quello stato di cose per i contadini

tutto aveva un doppio senso. La donna-vacca,

l’uomo-lupo, la capra-diavolo non erano

che immagini particolarmente fissate e rilevanti,

ogni persona, animale, albero, oggetto,


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

parola partecipavano a questa ambiguità. Nel

mondo contadino non c’era posto per la ragione,

per la religione e per la storia. Non

c’era posto per la religione appunto perché

tutto era partecipe alla divinità, perché tutto

era regolarmente e simbolicamente divino, il

cielo come gli animali, Cristo come la capra.

Tutto era magia naturale anche le cerimonie

della chiesa diventavano dei riti pagani 9.

Dalla descrizione fatta dalla sorella Luisa

prima e per la constatazione diretta dopo,

Carlo Levi scopre nelle case-grotte dei Sassi

di Matera la capitale dei contadini, il cuore

nascosto della loro antica civiltà, tanto

espressiva e toccante la sua dolente bellezza.

Lì di fronte al monte pelato e brullo, su cui

sono i villaggi trincerati di Murgia Timone,

Murgecchia e Tirlecchia degli antichi agricoltori

e pastori Neolitici 10, in fondo al quale

scorre un torrentaccio, la Gravina, con poca

acqua impaludata fra i sassi del greto, il burrone

prende forma di due mezzi imbuti affiancati,

separati da uno sperone e riuniti in

basso in un apice comune, detti Sasso Caveoso

e Sasso Barisano, che danno l’idea

dell’inferno dantesco.

Qui durante l’Età del Bronzo si andò sviluppando

l’habitat rupestre legato in genere

all’insicurezza sociale connessa al mondo

contadino e alla sua economia. In questi immensi

burroni di origine carsica dunque incominciò

a vivere una popolazione che ricavava

dal masso i propri ambienti, compresi il

luogo di culto, la macina, la stalla e quant’altro

permise la sopravvivenza in quegli antri in

cui trovavano una loro collocazione sia l’esigenza

del sacro che l’organizzazione sociale.

Ancora negli anni Quaranta del secolo

scorso una stretta mulattiera, che scendeva

serpeggiando di girone in girone, passava

davanti alle case che erano grotte scavate nel

tufo o nella parete d’argilla indurita con sul

davanti una facciata finta. Per l’inclinazione

della costa, sorgevano in basso a filo del

monte: in quello stretto spazio tra le facciate

e il declivio passavano le strade che erano insieme

pavimenti per quelli che uscivano dalle

abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto.

Le case non prendevano luce e aria se

non dalla porta; alcune non avevano neppure

quella: si entrava dall’alto attraverso una botola

o una scaletta. Dentro quei buchi neri si

vedevano i letti, le misere suppellettili, i cenci

stesi. Sul pavimento vi erano sdraiati i cani,

le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia

aveva una sola di quelle grotte per tutta abitazione

e ci dormivano tutti insieme, uomini,

donne, bambini e bestie. In quelle condizioni

vivevano nei Sassi circa ventimila persone.

Di bambini ce n’erano una infinità nudi del

tutto o coperti di stracci, molti dei quali con

gli occhi socchiusi e le palpebre rosse e gonfie,

erano affetti di tracoma. Altri bambini

coi visini grinzosi come vecchi e sheletriti

per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di

croste, con delle pance gonfie e la faccia

gialla e patita per la malaria. In alcune grotte

scure e puzzolenti si vedevano bambini

sdraiati per terra, sotto delle coperte a brandelli,

che battevano i denti per la febbre, altri

si trascinavano a stento, ridotti pelle e ossa

dalla dissenteria. Questi bimbi non chiedeva

al passante l’elemosina ma solamente: ‘u

chinì!, il chinino 11.

Come ebbe a riferire alla RAI il prof.

Giovanni Caserta, che aveva vissuto nei Sassi

fino all’età di 18 anni, nell’insieme era

uno spettacolo di miseria e di degradazione

subumana.

Le preghiere degli abitanti dei Sassi, innalzate

per secoli in quelle povere centocinque

chiese rupestri, per la gran parte affrescate

con immagini bizantine, furono finalmente

ascoltate quando, ironia della sorte,

Carlo Levi, uomo non molto amato dalla

Chiesa per via dei suoi ideali politici, provando

compassione per quegli afflitti come il

“buon samaritano” (Lc. 10, 25-37), mediante

il suo “Cristo si è fermato a Eboli” denunciò

al mondo le condizioni di vita di

quella gente come la “vergogna nazionale

italiana”. Soltanto allora le autorità centrali

(Alcide Da Gasperi, capo del Governo, ed

Emilio Colombo, ministro del Tesoro) provvidero

a risolvere il caso con apposite leggi,

che portarono al trasferimento in massa degli

abitanti dei Sassi ai nuovi rioni e borghi rurali

appositamente edificati.

Al tempo d’oggi lo scenario irreale e

fuori del tempo dei Sassi di Matera è uno

dei set cinematografici privilegiati per i film

su Gesù, come La passione di Cristo (2003)

di Mel Gibson.

* * *

Nel febbraio del 1965, quale brigadiere

dei Carabinieri, fui mandato a comandate la

Stazione di Albano di Lucania (Pz), un centro

a circa mille metri s.l.m. Il clima abbastanza

fresco con un’aria pura e trasparente,

tipici dell’alta montagna. Come i comuni limitrofi

di Trivigno, Castelmezzano, Pietrapertosa

e Campomaggiore era collegato al

capoluogo da una franosa strada provinciale

che si allacciava all’Appia 7; la superstrada

Basentana non era stata ancora costruita.

Mi resi subito conto che il paese era in

cattive condizioni, la caserma era situata nel

palazzo baronale fatiscente, costruito l’anno

in cui era stata scoperta l’America, 1492. La

popolazione presente era costituita da donne,

vecchi e bambini, giacché quasi tutti gli uomini

erano da diversi anni a lavorare in Germania,

in Inghilterra e in Australia. Anche

qui la gente parlava di miseria per la mancanza

di lavoro, facendomi venire alla mente

i contadini di Aliano, dei quali avevo appreso

leggendo il “Cristo si è fermato a Eboli” di

Levi che, in seguito, tornai a leggere. Col

22

passare del tempo mi resi conto degli usi e

costumi e delle varie credenze non molto diverse

degli altri centri della Lucania. Era comunque

una comunità di buona gente, dedita

ad ogni tipo di lavoro e timorata di Dio. Anche

qui vi era un confinato, successivamente

ne arrivarono altri due (G. Giammona e C.

Ciaramitaro), non erano dei reazionari politici

ma volgari e pericolosi delinquenti siciliani.

La sola grande assente era la malaria!

Dopo un paio d’anni, man mano che gli

uomini tornavano dall’estero con del danaro

messo da parte, ebbe inizio la trasformazione

del centro abitato in quanto si ristrutturavano

le vecchie abitazioni e se ne costruivano altre,

le stalle le trasformavano in garage per

mettervi l’auto oppure il “tre ruote” (motofurgone),

che sostituivano le vecchie “vetture”

(cavalli, asini e muli), l’amministrazione

comunale provvedeva a lastricare le strade,

mentre io facevo costruire una nuova caserma

dell’Arma.

Un tardo pomeriggio di una domenica

primaverile dell’anno 1970 notai nella piazza

antistante la caserma un certo movimento di

persone. Chiesi a qualcuno cosa stesse accadendo

e mi fu risposto: “C’è Carlo Levi”.

Uscii per salutarlo ma intanto, mi dissero,

era partito per Campomaggiore. Presi l’auto

e lo raggiunsi a circa metà strada, dove si

era fermato coi suoi amici per ammirare le

guglie spettacolari delle Dolomiti Lucane.

Ero in divisa da brigadiere, mi fermai ad una

ventina di metri e, sceso dall’auto, mi stavo

avvicinando a piedi quando ebbi l’impressione

che Carlo Levi mi guardava impensierito,

forse gli ricordavo quel brigadiere arrogante

dai capelli neri impomatati di Aliano,

che lo sorvegliava assiduamente 12.

Appena fui vicino gli dissi di essere un

suo ammiratore, quale uomo di cultura, e

che desideravo salutarlo di persona. Egli sorridente

mi prese le mani fra le sue e stringendomele

rispose dicendo: “Lei mi commuove

e mi fa felice oltremodo!”

NOTE

Damiano Pipino

1 Sassiweb. it – Carlo Levi, la Lucania e Matera –

Nota biografica; GEV (Grande Enciclopedia Vallardi),

volume IX, p. 43.

2 Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, ed. Einaudi,

Torino, 1969 – ottava edizione, p. 3.

3 Città e Paesi d’Italia, ed. Istituto Geografico De

Agostini, Novara, 1968, volume V, p. 233

4 Carlo Levi, op. cit., pp. 6, 7, 106.

5 Ibidem, pp. 136, 157.

6 Ibidem, pp. 25, 32, 42.

7 Ibidem, pp. 67, 68.

8 Ibidem, p. 125.

9 Ibidem, p. 102.

10 Radmilli Antonio Mario, Popoli e civiltà dell’Italia

antica, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1974,

volume I, pp. 305 – 330.

11 Carlo Levi. Op. cit., pp. 72-77.

12 Ibidem, p. 16.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

N

DIALETTO E CULTURA POPOLARE

NG’ERAN’ NA VOTA

I FR’GGIAR’

da la stagion’ pur’ li vuov’ avienna ess’ f’rrat’, si nò quann’

camm’navan’ s’ cuns’mava l’ogna e s’azz’ppavan’.

P’ f’rrà li vuov’ lu mastr’ e lu r’scibb’l’ avienna scì for’ a la massaria,

la matina vietta, cu r’ frisch’, s’ m’ttienn nda na cascetta tutt’ li stigl’ r’ la

f’rratura, li fierr’ r’ tott’ r’ m’sur’, li chiuov’ cchiù picc’ninn, la pastora,

na zoca fatta cu la canapa p’ n’ escoriare l’animal’ a lu punt’ chi s’attaccava,

la naschetta e s’ scìa for’.

Quann’ s’arr’vava s’ m’ttienn’ tutt’ li stigl’ ngimma a na chianca s’

p’gliava lu vov’ chi s’avìa f’rrà; li vuov’ n’ nn’eran’ abituat’ a ess’ f’rrat’,

s’avìa prima pr’parà: s’attaccava la pastora a lu cuogghj’ r’ lu vov’, l’atu

cap’ s’ facìa passà ra miezz’ a li pier’ r’ nant’, s’ facìa r’manè la zoca lenta,

nu chiacch’ s’attaccava a lu per’ r’ nn’ret’, un’ t’rava lu cap’ r’ la zoca

e n’aut’ t’nìa lu per’ auzat’, si lu vov’ n’ stìa ferm’ s’ m’ttìa la naschetta a

lu nas’ e un’ la t’nìa stretta e s’accumm’nzava a f’rrà.

Lu r’scibb’l’ avia stà semp’ cu l’uocchj’ e r’aurecchj’ app’zzat’

quann’ abb’s’gnava nu fier’ a lu mastr’, avìa ess’ pront’ a p’ lu rà n’

savìa perd’ tiemp’ s’ nò l’animal’ s’ stancava; quann’ s’eran’ f’rrat’ li pier’

r’ nn’ret’ s’ m’ttìa la pastora a lu per’ r’ n’ant’ e s’attaccava a lu cuogghj’,

un’ mant’nìa lu per’ auzat’ e s’ f’rravan’ li pier’ r’ nant’, quas’ semp’ passava

totta la sc’rnata, la patrona cucìa li maccarun’ cu la carna r’ lu hagghiucc’,

quann’ s’era f’rnut’ r’ f’rrà lu r’scibb’l’ arr’nava tutt’ li stigl’, r’

m’ttìa nda la cascetta, lu patron’ ropp’ chi avìa pahat’ rialava a lu star’ ni

hagghiucc’ e a lu r’scibb’l’ roj ov’, m’ttienn’ la cascetta ngimma a la ciuccia,

lu mastr’ a cavagghj’, lu r’scibb’l’ a l’apper’ e s’ r’travan’ a Calitr’.

Quann’ s’arr’vava lu r’scibb’l’ m’ttìa a post’ li stigl’ si ancora era juorn’

arr’s’riava n’ picca la forgia, r’mpia lu car’vun’ e quann’ s’era scurat’ s’ r’trava

a la casa.

Lu mes’ r’abril’ e uttobr’ s’ car’savan’ li ciucc’ e li mul’, la r’men’ca

lu mastr’ f’rrava, lu r’scibb’l’ car’sava, quann’ l’animal’ n’ s’ v’lìa stà s’

m’ttìa lu “tuorc’ muss’”: nu miezz’ astil’ r’ zappa cu nu p’rtus’ a nu lat’

intr’ passava na z’culegghia fatta a chiacch’, s’ nf’nnìa nda l’acqua accussì

s’ ncurdava e allazzava megl’, s’ m’ttìa lu muss’ r’ cimma int’ a lu

chiacch’, s’agg’rava lu man’ch’ fin’ a chi n’ str’ngìa buon’ (era una vera

tortura per l’animale).

Quann’ lu mastr’ avìa f’rnut’ r’ f’rrà e n’ ng’eran’ at’ animal’, lu mastr’

f’rnìa r’ car’sa e lu r’scibb’l’ arr’s’riava la forgia: m’ttìa a post’ tutt’ li

stigl’, scupava nterra, cangiava l’acqua a lu p’lon’, scìa a g’ttà, a lu

m’nn’zzar’, r’ sf’rrusc’n’ e li pil’ car’sat’, quann’ avìa f’rnut’ r’arr’c’ttà s’

r’trava a la casa; na vota arr’vat’ a casa s’avìa lavà, m’ttìa nu par’ r’ s’cchiett’

r’acqua nda na callara r’ rama rossa s’ nzap’nava buon buon, s’ m’nava

n’atu s’cchiett’ r’acqua ncuogghj’, s’ sciacquava, par’ ca t’niemm’ lu

bagn’ cu la doccia cum’ lu t’nim’ mo’, un’ chi s’ v’lìa fa lu bagn’ mrgl’

sc’a a la chiatra r’ lu Vruogn’ sott’ a lu pont’ r’ fierr’ a l’Ofat’.

Tutt’ quest’ lu r’scibb’l’ r’avìa fa p’ s’ mparà u m’stier’, sìavìa

arr’bbà cu l’uocchj’, n’ nn’era ca lu mastr’ a la fin’ r’ lu mes’ t’ pahava,

na f’ssaria a r’ fiest’ sul’ p’ gì a lu cinama, n’ nn’era cum’ mò si n’ m’

pah’ n’ ng’ vengh’. Cu la ndustrializzazion’ r’ l’agricolyura tott’ r’ cos’ n’

s’ fann’ cchiù, e cum’ so’ sparut’ tanta m’stier’ pur lu f’rgiar eia sparut’,

ng’eia r’mast’ sul’ mast’ Fonz’ r benfigliuol’ chi ten’ cchiù r’ uttant’ann’

“cient’ e bbuon’” l’aurij chi pozza cambà nat’ cient’ann’ semp’ cu bona

saluta. Tutt’ quegghj ca agg’ scritt’ m’hav’ aitat’ zi Fonz’ cu la soia

esperienza r’ tant’ann’ r’ lavoro.

VINCENZO METALLO

23

N

C’ERANO UNA VOLTA

I FABBRI FERRAI

ella stagione anche i buoi dovevano essere ferrati, altrimenti quando

camminavano si consumaVa l’ugna e si azzoppavano. Per ferrare

i buoi il mastro e il discepolo dovevano andare in campagna alla

masseria, la mattina presto, con il fresco, mettevano in una cassetta tutti

i ferri del mestiere, i ferri di tutte le misure, i chiodi più piccoli, la pastora,

cioè una corda fatta di canapa che non feriva l’animale, la naschetta

e si andava in campagna. Appena arrivati si mettevano tutti i ferri

su una tavola, si prendeva il bue che si doveva ferrare, i buoi non erano

abituati ad essere ferrati e perciò si doveva prima preparare: si legava

la pastora al collo del bue e l’altro capo della fune si faceva passare in

mezzo ai piedi davanti e si lasciava la corda molto lenta, si legava al

piede di dietro, uno tirava il capo della fune ed un altro teneva alzato il

piede del bue, se l’animale non stava fermo si metteva la naschetta al

naso ed uno la teneva stretta e si cominciava a ferrare, il discepolo doveva

stare sempre con gli occhi e le orecchie attente quando bisognava

un ferro al mastro, doveva essere pronto nel porgerlo perchè non si doveva

perdere tempo, altrimenti l’animale si stancava; quando si erano

ferrati i piedi di dietro, si metteva la pastora al piede davanti e la si legava

al collo, uno manteneva il piede alzato e si ferravano i piedi davanti,

quasi sempre trascorreva tutta la giornata, mentre la padrona

cucinava i maccheroni col galletto.

Quando si era finito di ferrare il discepolo raccoglieva tutti gli arnesi

e li metteva in cassetta, il padrone dopo aver pagato, regalava al

mastro un galletto e al discepolo due uova; mettevano la cassetta sull’asino

e il mastro a cavallo e il discepolo a piedi ritornavano a Calitri.

Appena arrivati il discepolo metteva a posto gli arnesi e se era ancora

giorno spazzava un po’ la forgia, spaccava i carboni e quando scuriva si

ritirava a casa. Nei mesi di aprile e ottobre si tosavano gli asini e i muli,

la domenica il mastro ferrava e il discepolo tosava, quando l’animale

non stava fermo si metteva il “torcimuso”, un mezzo manico di zappa

con un buco a fianco dentro passava un funicella fatta a cappio la

corda veniva bagnata nell’acqua per diventare più rigida, si metteva il

labbro superiore dentro il cappio si girava il legno fino a farlo stringere

bene (era una vera tortura per l’animale).

Quando il mastro aveva finito di ferrare e c’erano altri animali, il

mastro terminava di tosare e il discepolo puliva la forgia; metteva a posto

i ferri, spazzava per terra, cambiava l’acqua nel pilone, andava a buttare

all’immondezzaio i rimasugli di ferro e i peli tosati, quando aveva

terminato di pulire si ritirava a casa sua, dove doveva lavarsi metteva un

paio di secchi d’acqua in una caldaia di rame rosso e si puliva per bene,

non è che c’era il bagno con la doccia come oggi, ma chi voleva farsi il

bagno andava all’Ofanto sotto il ponte di ferro.

Tutto questo il discepolo doveva fare per imparare il mestiere, che

doveva rubare con gli occhi, perchè il mastro alla fine del mese non ti

pagava, una sciocchezza alle feste soltanto per andare al cinema, non

era come ora:”se non mi paghi non ci vengo”.

Con l’indutrializzazione dell’agricoltura tutte queste cose non si

fanno più, come sono spariti tanti mestieri anche il fabbro ferraio sta

sparendo, oggi è rimasto solo mast Fonz’ r’ benfigliuol’, che ha più di

ottant’anni “cento e buoni” gli auguro che possa campare altri cento anni

sempre con buona salute, lo ringrazio per la collaborazione che mi ha

offerto, altrimenti non avrei potuto scrivere tutto questo.

da n. 35 continua - 6


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

na piccola storia del mio paese chiamato CALITRI che

Ustà sulla collina; 40 anni fa era bell’ a l’uocchj mij, lu v’ria

accussì, ngimma a lu afij r’ la Cascina, r’ cas’, un’ v’cin’

alaut’, e tutt’ li cristian’ nmiezz’ a la via, chi s’ ncundravan’ a

prima matina, e s’ r’cienn’ tutt’ ndov’ s’avienna abbià, cu li

ciucc’, cu li mul’, li tascappan’ appis’, cu n’ picca r’ pan’ e f’rmagg’,

na nzalata r’ pr’mmarol’ ndo l’uort’ s’ la scienn’ a fa.

Na b’tt’gliegghj r’uogl’, sal’ e acit’ e s’ mangiava tutt’

sap’rit’ pur’ cu r’ f’rmich’.

La sera quann’ s’ r’travan’ nata vota scundravan’, tutt’

nmezza a la via, cum’ era sciuta la sc’rnata.

R’ criatur’ a giuquà a s’tt’mana e a mazza e piuz’, tutt’ allehr’

a pazzià; nuj chi ierm’ cchiù gruoss’, ropp’ fatt’ li scritt’

a l’acqua aviemma scì, la s’rola aviemma enghj, a scappà ca

chi cchiù l’anghia prima, si no n’ p’tiemm scì a giuquà; lu r’spiett’

r’ li viecchj aviemma t’nè, bongiorn’ a tutt’ quanda

aviemma ric’, li cingul’ e r’ lahan’ n’aviemma mbarà a fasi nò

n’ n’ p’tiemm’ mmar’tà.

Ma ierm’ cuntend’ lu stess’, stiemm’ semb’ allehr’, a

cantà e a pazzià.

Calitr’ eia bell’ p’ quest’, ca t’ canusc’ cu tutt’ quanta,

ognun’ ten’ ra ric’, r’ chiacchiar’ stann’ a picca, un’ ric’ e

n’aut’ cunferma, che paies’ eia quist’, eia megl’ ndo la città,

n’ t’ canosc’ n’sciun’ e puoi fa quegghj chi vuoj.

La città eia bella sì, ma eia fredda intr’ e for’, senza an’ma

e senza cor’.

Quann’ vien’ p’ Santa Lucia, vir’ Calitr’ cum’ nu presepij,

bell’ tutt’ illuminat’, pur ca lu t’rramot’ hav’ lassat’ lu segn’,

r’ cas’ so’ mezz’ distrutt’, li cristian’ so’ ammangat’ e chi

emigrat’, ma semb’ a Calitr’ hanna t’rnà; r’ cannazz’ sul’ a

Calitr’ r’ sapim’ fa !

R’ sauzicchj n’ r’ mirian’ tutt’ quanda, ca s’ vol’n’mbarà,

ma n’ ng’ riesc’n’. n’g’eia niend’ a ra fa. Ij rich’ semb’ ca era

megl’ prima, quann’ stiemm’ pesc’, ierm’ verd’ e giuv’n’,

mo’ cchiù sciam nnand’ e pesc’ n’ tr’vam’, cu li figl’, li n’put’,

po l’Eur’ n’hav’ aggiustat’, ma basta a saluta e nu par’ r’

scarp’ nov’ e p’tim’ agg’rà tutt’ lu munn’; a saluta eia ammangata,

i sold’ pur, p’ quess’ a Calitr’ hamma stà!

Ma pur’ ca so’ passat’ l’ann’, al mio paese mi voglio dedicà,

col cuore e con la mente quel poco che posso fà. I restauri

p’ Calitr’, li stanno a fà sindaco, architetti, geometri e

mastr’ s’ rann’ a ra fà, per non far morire questo paese tutti le

maniche ci dobbiamo rimboccare.

So’ v’nut’ tanda stranier’, Russi, Inglesi, Americani, ndo

la staggion’ s’ ven’n’ a r’fr’sckà e a cunz’là e nuj ramma

trattà buon’ n’ r’amma fa scappà.

Ci sarebbe tanto da dire, c’è una vita di tutti da scoprire;

io mi diverto così a pensare le cose vissute e quelle da vivere;

anche se la mia vita è un romanzo, dedicato più agli altri,

adesso mi dedico un po’ a me, un po’ con la fantasia che

non guasta.

Ij non sono nè ragioniera, nè laureata, inzomma a la scola

n’ nzo riusciuta, con la fantasia la poetessa v’lia fa.

E menu mal’ ca la cap’, n’ l’agg’ fatta mai patisc’, mo’

buon’ o brutt’ m’avita cumbiatisc’, vi voglio bene e vi voglio

amà, la poetessa da strapazz’ eccola qua, prima era bbona e

mo so’ assuta paccia.

CALITRI

Il mio paese

24

U

na piccola storia del mio paese chiamato Calitri che sta

sulla collina; 40 anni fa era bello ai miei occhi, lo vedevo

così: sul parapetto alla Cascina, le case una vicina all’altra, e

tutte le persone in mezzo alla strada, si incontravano a prima

mattina, e si raccontavano tutto, dove dovevano andare, con

gli asini, o con i muli, i tascapani appesi, con un po’ di pane e

formaggio, una insalata di pomodori raccoglievano nell’orto.Una

bottiglietta d’olio, sale ed aceto e si mangiava, tutto

era saporito, anche con le formiche.

La sera al rientro si incontravano di nuovo, tutti in mezzo

alla strada a raccontare come era andata la giornata. I bambini

a giocare alla settimana o a mazza e piuzo, tutti allegri a

giocare; noi che eravamo più grandi, dopo fatto i compiti

per la scuola, dovevamo andare all’acqua per riempire la

giara e facevamo le corse a chi la riempiva prima, altrimenti

non c’era tempo per giocare; il rispetto per gli anziani dovevamo

avere, buongiorno a tutti dovevamo dire, i cingul’ e

r’ lahan’ dovevamo imparare a fare, altrimenti non potevamo

maritarci.

Ma eravamo contenti ugualmente, eravamo sempre allegri,

a cantare e a giocare.

Calitri è bello per questo, perché ci si conosce con tutti,

ognuno ha da raccontare, le chiacchiare stanno a basso prezzo,

uno dice e l’altro da il mangime agli animali, che paese è

questo? È meglio la città, non ti conosce nessuno e puoi fare

quello che vuoi. La città è bella sì, ma è fredda dentro e fuori,

senza un’anima e senza cuore. Quando vieni da Santa Lucia,

vedi Calitri come un presepio, tutto bello illuminato, anche se

il terremoto ha lasciato il segno, le case sono distrutte per

metà, le persone sono diminuite e alcuni sono emigrati, ma

sempre a Calitri devono ritornare; le cannazze soltanto a Calitri

le sappiamo fare.

Le salsicce ce le invidiano tutti, e vogliono imparare a

farle, ma non c’è niente da fare. Io dico sempre che era meglio

prima, quando stavamo peggio, eravamo verdi e giovani,

ora più si va avanti e peggio ci ritroviamo, con i figli, i nipoti,

poi l’euro ci ha fatto peggiorare, ma basta la salute e un paio

di scarpe nuove per girare il mondo; la salute è venuta meno,

i soldi pure, perciò a Calitri dobbiamo restare!. Ma anche se

sono passati gli anni, al mio paese mi voglio dedicare, col

cuore e con la mente quel poco che posso fare. I restauri per

Calitri, li stanno facendo il Sindaco, architetti, geometri e

mastri si danno da fare, per non far morire questo paese tutti

ci dobbiamo rimboccare le maniche.

Sono venuti tanti stranieri, Russi, Inglesi, Americani, nella

stagione si vengono a rinfrescare e a consolare e noi li dobbiamo

trattare bene, non li dobbiamo far fuggire. Ci sarebbe

tanto da dire, c’è una vita di tutti da scoprire; io mi diverto

così a pensare le cose vissute e quelle da vivere; anche se la

mia vita è un romanzo, dedicato più agli altri, adesso mi dedico

un po’ a me, con la fantasia che non guasta mai.Non

sono nè ragioniera nè laureata, perché a scuola non ho sfondato,

con la fantasia volevo fare la poetessa. E meno male che

la testa, non l’ha fatta mai patire, ora bello o brutto mi dovete

compiatire, ero buona e sono uscita pazza.

Graziella Caruso


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

LU R’TRATT’ IL RITRATTO

o ssemb’ hij, p’rm’ttit’ chi m’ pr’sent’; r’ngraziann’ Ddij

Spur’ auann’ so’ arr’vata a Calitr’.

Probbia accussì, “ogn’ ann’ ammanca ruj” (ric’ lu pr’verbbj)

e mmò ss’ condan’ ‘ngimma r’ mman’: r’ fforz’ ammancan’

e ssi n’ v’rim’ n’ann’, n’nn’ v’rim’ l’aut’.

‘Nda lu casc’tiegghj r’ la cascia, a la casa r’ mamma (bbanarma),

‘nda n’ picca r’ carta cu lu spah’ attaccat’, nu mazz’tiegghj

r’ r’tratt’ ngiallut’ agg’ acchiat’.

M’agg’ puost’ l’acchial’ e tutt’ ‘n fila ‘ngimma la bb’ff’ttegghia

r’agg’ parat’ e, a un’ a un’, ra lu prim’ a l’ut’m’ r’agg’

tar’m’ndut’.

N’ ‘ng’ pozz’ crer’! Hij t’nija ‘na chioma r’ capigghj luongh’,

ricc’ e bbiond’, chiena r’ vita, r’ amor’, r’ sp’ranza, v’lija

cambià lu munn’ cu cchì m’ stija attuorn’. Mo m’ vesc’ ‘nda lu

sp’cchial’: acciesss’ mij! ‘Nderna e ‘sterna cum’ m’ so’ trasf’rmata!

Sti picca capigghj ‘ncap’ so gghianch’sciat’, la pegghia

arr’chjpp’liata.

La mend’ accummenza a ann’v’là, la vista a accurcià, r’aurecchj

a ffr’sc’kà, li riend’ a zz’culà e ccagn’lià; lu cor’ a scurà

e palp’tà, li rin’ a ncurvà, r’ mman’ a nf’r’m’cà, r’ ccoss’ a

nnanch’ià, r’ gg’nocchj a scun’cchià, li pier’ a cciamp’cà e

ss’rr’tà.

Sti mal’ chi agg’ elencat’ so ttutt’ sign’ r’ v’cchiaia, ma attenzion’:

“l’ascegghia eia rotta ma la vozza eia sana” (ric’ lu

pr’verbij), pur’ la lenga p’ pparlà eia ancora bbona!

La nott’, po’, gghioss’ so nu t’r’miend’: ammiend’ chi m’

porta n’apa suonn’ accummenzan’ a c’glià e m’ fann’ r’v’glià.

M’ vot’ e m’ ss’bbot’ e n’ ‘mpozz’ acchià la p’s’z’ion’ p’

m’ addorm’ n’ata vota.

Ggies’ Crist’ mij, sti r’lur’ fammigghj s’pp’rtà, s’ no na

mort’ r’ subb’t’ famm’ fa.

R’sacc’ ca a dic’ accussì fazz’ p’ccat’ m’rtal’, ma tengh’

paura r’ ttutt’ sti mal’; però, p’ p’tè hor nu iuorn lu paravis’, s’

adda avè pac’ienzia (fin’ a cchi s’ pot’) e acc’ttà la sofferenza.

E accussì s’ccer’ tott’ r’ nuott’, m’ vot’ a nu lat’ a l’aut’ cu

la spena r’ m’ appapagnà, ma fac’ subb’t’ iuorn e m’ aggia

auzà:‘ngrun’guliann’ e zz’pp’cann’ m’ mett’ ‘m’v’mend’ e,

chian’ chian’, m’ pr’par’ a affr’ndan’ la sc’rnata.

S’sp’rann’ nn’anz’ vach’ (fors’ iuorn’, mis’ o ann’ n’ns’

sap’) fin’ a quann’ lu S’gnor vita m’ raj.

Eccuc’ lu r’tratt’ cum era e ccum’ so hij, so’ figlia a mmamma

e tata e figlia a Ddij!

Milano 31 maggio 2007, auguri al piccolo Dylan Gautieri per il suo primo

compleanno dai genitori, nonni, bisnonni e zii in particolare dallo zio Gaetano.

Auguri alla famiglia da parte della Redazione.

25

ono sempre io, permettete che mi presento; ringraziando

SDio pure quest’anno sono arrivata a Calitri.

Proprio così, “ogni anno diminuiscono due” (dice il proverbio)

e adesso cominciano a contarsi sulle mani: le forze

mancano e se ci si vede un anno non ci si vede l’altro.

Nel cassettino della “cascia”, a casa di mia madre (buon’anima),

in un po’ di carta con lo spago attaccato, un mazzettino

di ritratti ingialliti ho trovato.

Mi sono messa gli occhiali e tutti in riga su un tavolinetto

li ho disposti e, ad uno ad uno, dal primo all’ultimo li ho

guardati.

Non ci posso credere! Io avevo una chioma di capelli lunghi,

ricci e biondi, ero piena di vita, d’amore, di speranza, volevo

cambiare il mondo con chi mi stava attorno. Adesso mi

guardo allo specchio: Gesù mio! Internamente ed esternamente

come mi sono trasformata! Questi pochi capelli in testa

sono imbiancati, la pelle è aggrinzita. La mente incomincia ad

annuvolarsi, la vista ad accorciarsi, le orecchie a fischiare, i

denti a dondolare e a cadere; il cuore ad intristirsi e a palpitare,

la schiena a curvarsi, le mani ad informicolarsi, le anche

ad ancheggiare, le ginocchia a sconocchiare, i piedi ad inciampare

e a stortarsi.

Questi mali che ho elencato sono tutti segnali di vecchiaia,

ma attenzione: “l’ascella è rotta ma la gola è sana”

(come dice il proverbio), anche la lingua per parlare è ancora

buona!

La notte, poi, le ossa sono un tormento: appena mi addormento

incominciano a farmi male e mi fanno risvegliare. Mi

volto e mi rivolto e non trovo la posizione per addormentarmi

un’altra volta.

Gesù mio, questi dolori fammi sopportare, altrimenti una

morte rapida fammi fare. Lo so che a dire così faccio peccato

mortale, ma ho paura di tutti questi mali; però, per godere un

giorno il paradiso, si deve aver pazienza (fino a che si può) ed

accettare la sofferenza.

E così succede tutte le notti, mi volto da un lato all’altro

con la speranza di addormentarmi, ma diventa subito giorno e

devo alzarmi: mormorando e zoppicando mi metto in movimento

e, piano piano, mi preparo ad affrontare la giornata.

Sospirando innanzi vado (forse giorni, mesi o anni non si sa)

fino a quando il Signore vita mi darà.

Ecco il ritratto com’ero e come sono io, sono figlia a mia

madre e a mio padre e figlia a Dio!

New York 1 marzo 2007, da sinistra Peggy Raso, Eleanor Egger,

Francine Mucci, AnnMichelle Pinto, in piedi Maura Mandrano.


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

LA NOSTRA OSTRA

BIBLIOTEC

BIBLIOTECA

Il Cantare Italiano fra Folklore e Letteratura - Atti del Convegno

internazionale di Zurigo (Landesmuseum 23-25 giugno

2005) - a cura di Michelangelo Picone e Luisa Rubini –

Leo S. Olschki Editore – Firenze 2007.

uesto volume intende fare il punto sugli studi relativi al

Qcantare italiano: un genere posto al confine fra letteratura e

folklore, fra oralità e scrittura. Nei 25 saggi qui raccolti il lettore

troverà un’ampia e approfondita trattazione delle principali

problematiche collegate con la formazione e diffusione di questo

genere narrativo nell’Italia fra Tre e Cinquecento, con escursioni

fino al Novecento. Vengono in particolare focalizzate le

questioni afferenti alla performance canterina, ai rapporti con i

generi affini (come la sacra rappresentazione e il poema cavalleresco),

alle fonti letterarie o folkloristiche, e alla circolazione

orale o a stampa dei testi.

The studies herein tackle the critical problems presented by

the Italian cantare, a narrative genre situated between oral

and written poetry. The twenty-five incisive essays treat a

broad range of topics from the development and diffusion of the

cantare in Italy in the fourteenth and sixteenth centuries to its

survival in modern culture. More particularly, the focus is on

questions such as the performance of the cantare, its ties with

similar genres (namely liturgical drama and the chivalric epic),

its literary and folkloric sources, anditscirculation in both oral

and printed forms.

L’Arte Sacra in Alta Irpinia di don Pasquale Di Fronzo –

Diciottesimo volume – Edizioni Grapponi – Torrette (AV)

2007 – Fuori Commercio.

chiaro che di tutte le 18 interessantissime schede preparate

Èdall’ottimo don Pasquale, ci interessa in modo tutto particolare

la terza riguardante la cosidetta “Pace” di Calitri, che in

parole povere in origine era una tavoletta sacra con immagini,

in prevalenza, della morte e passione di Cristo che si dava a baciare

ai fedeli prima della comunione.

Col tempo e con l’avvicendarsi degli stili, questa tavoletta

divenne un vero e proprio pezzo d’arte, come appunto la “Pace

di Calitri” che un tempo in dotazione alla chiesa collegiata

parrocchiale “San Canio” di Calitri, si trova attualmente nel

museo diocesano di Nusco, con una scheda - proposta da Concetta

Zarrilli – che recita:”Interamente sbalzata, racchiusa da

una cornice decorata con ampie gonfie volute poggianti su

due piedistalli di base (su quelli di destra si trovano i punzoni e

la prova d’argento), la scena centrale rappresenta la Pietà,

con la Madonna Addolorata che sorregge in braccio il corpo

morto di Cristo, sapientemente articolato per sfruttare al massimo

lo spazio disponibile dellì’ovale, mentre dietro i due personaggi

campeggia la croce, e ai lati uno speculare paesaggio

roccioso scon scarni e piccoli alberi”.

Inoltre sono ben visibili i segni a zig-zag della prova per

coppellazione della qualità dell’argento e la data di esecuzione

che si ricava chiaramente dal punzone che riporta (N) AP089 P

e cioè fatta nel 1689 da uno sconosciuto argentiere napoletano.

26

Rinnoviamo ancora una volta la nostra ammirazione e la

nostra gratitudine per don Pasquale, per il lavoro che sta svolgendo

sull’Arte sacra dell’Alta Irpinia, con lo svelarci gli immensi

e sconosciuti tesori artistici della nostra terra.

Terra Aletrina Vol. I° di Canio Vallario “Bellino” – Stampato

in proprio 2007

accolta di circa 100 canti scritti per la maggior parte in dia-

Rletto calitrano, l’autore appartiene a quella schiera di cultori

degli studi locali cui va il merito di aver consegnato alla memoria

e agli studi una ricca documentazione relativa al dialetto

e alla cultura tradizionale.

Una pubblicazione stampata al computer (una volta si diceva

ciclostilata) che si divide in due piani diversi a cui fanno

riscontro due soluzioni linguistiche diverse, una prima parte (da

pagina 1 a 40) in dialetto calitrano, una seconda parte (da pagina

41 a 100) in lingua italiana

Si tratta di una pubblicazione stampata in proprio, che si rivela

un prezioso strumento per attestare una parlata, purtroppo

in regresso, soprattutto nella sua varietà più conservativa di un

prezioso repertorio di voci e locuzioni.

È un lavoro di grande interesse, teso non solo a salvare una

parlata dialettale che va estinguendosi, ma ancor di più ad offrire

un valido e qualificato apporto agli studi di dialettologia

italiana.

Il corpo e il sangue. La Passio di san Canio e le altre legendae

di Alfonso Nannariello – Delta 3 Edizioni – Grattaminarda

settembre 2007-10-25

autore esamina e mette a confronto le diverse Passiones su

L’ San Canio, spiegando, con competenza, la discontinuità fra

le due passio principali la A e la P, professando un’aderenza costante

alle fonti e alle risorse metodologiche più avanzate.

Va subito precisato che date le peculiari caratteristiche dell’opera,

è richiesta anche una specifica impostazione dei problemi

per indicare e spiegare, oltre al sistema delle “fonti” e il

reciproco adattamento, il tutto svolto con un esame acuto ed attento,

degno per i risultati conseguiti e per la dimostrazione di

una ricerca esemplare, condotta con tutti i crismi della preparazione

meticolosa.

Dopo una notevole introduzione storica, tutto il lavoro è

condotto sulla scorta di farsi intendere dai non specialisti, seguendo

quindi un criterio che pone al centro del suo discorso la

situazione storica legata ai testi presi in esame.

Un merito non trascurabile di questo volume viene dall’accurata

e suggestiva ricerca, utilizzando con intelligenza il vasto

materiale raccolto in una esposizione chiara ed ordinata.

Il Monaco di macchia con prefazione di Angelo Maria Miscitelli

di Orazio Tanelli – Edizioni Il Ponte Italo-Americano,

Verona, New York USA 2007.

n’acquisizione poetica, questa di Tanelli, che si dibatte con-

Utinuamente tra gli stati psichici individuali e le istanze storiche

collettive. Lavorando sui reperti del proprio territorio, il

poeta costruisce aloni e cieli mitici sotto i quali si riflettono e rivivono

le primavere, i colori e i suoni di un mondo proiettato in

dolenti lontananze di memorie.

Trame favolose e aspetti viventi della sua regione nativa

sono riassunti e resi dentro le vicende storiche americane.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

La sostanza come la scrittura oscilla lungo la linea di incontro

tra il mondo borghese del presente e il mondo agreste del passato.

Nel paesaggio sconfinato della memoria, battuto dai venti

della fantasia, il poeta fa cadere il presente reale e si traspone in

un presente favoloso: egli diviene, sotto l’azione trafiguratrice

dell’emozione, il giovinetto di un tempo e rivive le stagioni dei

sentieri odorosi di vigneti e spiganardi; spezza così le catene

che lo limitano e vincolano e si oggettiva in un ritmo tornante di

fascinose immagini; rivede i casolari investiti dal potente sole di

luglio; risente la menta tra le dita che solletica i sensi di una

giovinezza sepolta nel sangue e adesso riscavata, ripotata alla luce

dalla magica ala della poesia; e riascolta il canto dell’allodola

in teneri mattini, aperta ai venti carichi degli aromi della rosa canina

e del rosmarino.

Vincenzo Rossi

Cucina Pajsana di Pasquale Tornatore – Grafiche Finiguerra

– Lavello (PZ)2007

he senso ha un libro di ricette “della nonna” nella società at-

Ctuale? Ricette di un mondo di poveri alla spasmodica ricerca

di calorie a buon mercato per far fronte a lavori fisici duri ed

estenuanti; ricette della fame mai sazia in una società che segnala

l’obesità come preoccupante minaccia alla sua efficienza?

Società in cui il continuo e nevrotico ingurgitare cibo viene

aleternato ad altrettanto nevrotici sensi di colpa, corse al dietologo,

bilance di precisione, controllo di calorie, proteine, grassi?

A chi può servire un libro di ricette basato esclusivamente

su materie prime reperibili sul posto, nonchè nell’inventiva,

sulla straordinaria capacità manipolativa delle vecchie massaie

che nei crocchi, filando la lana, ai lavatoi, nelle file alle fontane

ad attingere acqua si scambiavano tecniche culinarie, nuovi

accostamenti per rendere più vario il desco altrimenti monotono

per giorni, mesi, anni?

È bene precisare a questo punto che qui non si ha alcuna intenzione

di tessere un panegirico di un passato che è stato, per

molti, un passato di stenti.

Un cibo salutare non può che essere genuino. La genuinità è

il primo requisito del cibo. Il secondo è il sapore. Un buon sa-

Calitri 14 gennaio 1968, eccezionale nevicata nel

piazzale di fronte all’attuale Bar Tiffany, da sinistra:

prof. Maurizio Rondinini, Giovanni Toglia (cappiegghj)

e Donato Zarrilli (zd). Questa foto è stata

voluta da tutti gli amici del professore, per

testimoniare che gli sono sempre vicini.

Francesco Caruso (tecula) nato il 09.09.1941,

ha imparato a suonare il quattro bassi all’età

di 60 anni.

27

pore è gradito al palato; la cucina della “nonna” risponde ad

ambedue i requisiti. È allora meritorio il recupero della cultura

alimentare del nostro passato ed è qui il senso del volume di

Pasquale Tornatore, il senso della certosina raccolta frutto di interviste,

negli anni, alle massaie protagoniste della storia della

cucina povera.

(Dalla prefazione di Enzo Nesta)

San Mango sul Calore (Avellino) – Il Feudo – Le Chiese –

Le Attività – Il Linguaggio – DEP Editori – Bracigliano

(SA) – giugno 2007

ravamo già in stampa quando ci è arrivato questo volume del

Echiarissimo prof. Luigi Di Blasi, che affettuosamente sollecitato

da vecchi amici è addivenuto alla decisione si raccogliere

in un unico volume alcuni suoi scritti sul suo paese natio che

è San Mango sul Calore con lo scopo di offrire alle future generazioni

una visione unitaria delle vicende storiche, dei luoghi,

delle attività, delle poche personalità di rilievo che hanno onorato

il patrio suol.

Il professore si è cimentato in questo arduo compito pur

consapevole che ricercare precise fonti storiche dei piccoli Comuni

è impresa ardua, trovarle è pressochè impossibile; gli atti

ufficiali dei Comuni, in genere, sono andati perduti o, al

massimo, risalgono a qualche secolo addietro; le lapidi, che pure

dovevano essere state apposte qua e là sulle Chiese e su altri

edifici, sono scomparse, per terremoti o per crolli dovuti a vetustà,

o furono asportate dalla leggerezza di coloro che, indiscriminatamente,

operano restauri. Restano, talvolta,gli atti

parrocchiali, che riportano date di battesimo e di morte in arido

e monotono elenco.

Il testo inizia con le notizie storiche sul Comune di S. Mango

sul Calore con interessanti capitoli sul castello, le chiese,

l’attività amministrativa, le attività della popolazione, l’emigrazione

ed una completa bibliografia, informazioni sull’Apprezzo

del 1698, il terremoto, il dialetto, concludendo con la

proposta di intitolazione di due piazze.

Il tutto in una prosa dotta, chiara e scorrevole che è un vero

piacere.

Salerno 28 novembre 1954, tre liceali calitrani,

Giuseppe Armiento, Vito Cicoira e

Raffaele Marra, a spasso per la citta.


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

DA CALITRI

S O L I D A R I E T À C O L G I O R N A L E

Euro 5: Tornillo Giovanna, Panelli Peppino

Euro 8: Metallo Rocco

Euro 10: Codella Valentina, Cerreta Teresa, Rainone Giuseppe e Gautieri

Lucia, Zarrilli Francesco via Verdi 35, Di Maio Vincenzo, Ungherese

Lucia, Galgano Pasquale via F. De Sanctis 12, Di Maio Elisabetta, Cestone

Franchino, Zabatta Rosina ved. Galgano, Cerreta Alfonso, Zabatta

Domenico, Tancredi Giuseppe, Paolantonio Paolo, Maffucci Vincenzo

Nicola Via F. Tedesco 66, Di Cairano Gaetano, D’Alò Antonio, Di Milia

Pompeo, Fatone Maria Concetta, Santoro Angiolina, Germano Michelantonio,

Gautieri Canio, Rossi Serafino, Cubelli Alessandro, Zampaglione

Donato, Margotta Michele Paludi di Pittoli, Maffucci Angelo Contrada

Marano, Cubelli Giovanni Vanga del Fico, Maffucci Vincenzo Via Macello,

Stanco Giovanna, Cestone Giuseppe Via L. Codella 1, Tuozzolo

Donato, Leone Giuseppe, Nicolais Toglia Gaetanina, Russo Pietro, Di Milia

Antonio Via Gagliano, De Luca Maria, Fastiggi Giuseppe, Stanco Antonietta,

Di Maio Maria Vincenza, Russo Canio, Arci Michele, Fastiggi Lucietta,

Rosania Luigi, Di Cecca Maria Concetta Corso Garibaldi 4, Della

Valva Vincenzo, De Vito Antonietta Via Macello 38, Di Milia Raffaele, Fastiggi

Maria Francesca, Margotta Di Maio Maria Francesca Via Largo

Croce 2, Cerreta Antonio, Polestra Vincenzo Via F. Tedesco 161, Caruso

Girolamo, Nicolais Lucrezia Antonia, Di Carlo Vincenzo, Maffucci Canio

Via G. Marconi 6, Cubelli Donato Via Sottomacello 8, Toglia Vincenza, Panelli

Armando, Coppola Vincenzo, Cianci Antonio, Petito Maria, Briuolo

Rocco, Iannece Antonio, Cicoira Franco, Cesta Alessandro, Rubino Michele

Via Gagliano 16, Vallario Vincenzo, Di Milia Michele, De Nicola Michele,

Di Roma Giuseppe, Zarrilli Giuseppe, Gervasi Benedetta, Cestone

Assunta, Maffucci Vincenzo Via Pittoli 105, Margotta Angela Piazza

Michelangelo 1, De Nicola Lucia ved. Cianci, Tornillo Giuseppe Nicola,

Zabatta Vincenzo,Galgano Giovanni, Zarrilli Giovanni, Di Muro Giuseppina,

Fierravanti Pasquale, Metallo Giovanni Via L. Maffucci 30, Fiordellisi

Antonio, Iannece Aldo, Panniello Carmine, Borea Giovanni, Girardi

Graziella, Di Maio Vito Nicola, Caputo Pietro, Armiento Rocco, Panniello

Anna, Margotta Concetta, Cesta Alessandro, Vallario Canio Antonio,

Tancredi Filomena, Luongo Donata

Euro 15: Rauso Fabrizio e Maria Teresa, Bovio Cosimo, Quaranta Vincenzo,

Zarrilli Vincenzo via Pittoli 128, Maffucci

Vincenzo Via Cerrata 2, Zabatta Rocco, Di Na-

poli Canio Via Gagliano 1, Nannariello Alfonso,

Lettieri Canio via Sotto le Ripe 25, Calà Pasquale,

Di Guglielmo Michele ed Angela, Martiniello

Michele, Iannolillo Giovanni, Senerchia Nicola,

Sperduto Angelomaria, Di Cairano Canio,

Fasano Giovanni, Cubelli Umberto, Cubelli Vincenzo

via Sottomacello 8, Sicuranza Giovanni,

Fiordellisi Michelantonio, Mastrullo Giuseppe,

Acocella Antonietta, Nicolais Vincenzo Contrada

Luzzano, Fasulo Sergio, Simone Mario, Del

Cogliano Luciano Via Pittoli 113, Del Re Mario,

Bozza Antonio, Merola Giuseppina Via C. Frucci

24, Caruso Rosina Via Sotto Le Ripe 19, D’Ascoli

Valentino, Caputo Vittorio, Colucci Giu-

HAI FATTO

LA TUA OFFERTA?

Pochissimi lettori avranno

osservato che questi ultimi

numeri del giornale sono di ben

32 pagine anzichè 24, grazie

all’abbondante materiale che ci

inviate; ma Vi pregheremmo

di riflettere sul fatto che

aumentano anche i costi.

28

seppe, Tuozzolo Rosa Maria e Raffaele, Nivone Giuseppe, Strollo Maria,

Di Roma Antonio, Zarrilli Michele Via Stanco 46, Circolo 78 Via De

Sanctis, Scoca Vincenzo, Contino Lucia, Lucrezia Luigina, Briuolo Angela,

Armiento Elisa, Gervasi Rosa, Capossela Roberto, Tateo Angelo,

Margotta Antonio Via Fontana 103, Zarrilli Salvatore, Russo Vito Corso

Matteotti 6, TUTTO MUSICA di Cestone, Rabasca Michele, Codella

Giuseppe Via Torre 11

Euro 20: Borea Ines, Fatone Canio, Zarrilli Vittorio e Michelina, Di Luzio

Antonio, Nicolais Cristina, Maffucci Eduardo, Di Carlo Felicetta, Zabatta

Lucia, Zarrilli Giuseppe via Sottomacello 12, Di Muro Leonardo,

Gautieri Vincenzo, Acocella Attilio, Panniello Giovanni, Di Cosmo Angelo,

Paolantonio Vito, Rubino Maria Antonia ved. Zabatta, Borea Antonio,

Maffucci Angelomaria, Zabatta Vittorio, Di Maio Vincenzo via

Circonvallazione, Cubelli Vincenzo via M.A.Cicoira 25, Melaccio Gerardo,

Cerreta Francesco, Cubelli Canio via G. Tozzoli 25, Rubino Antonietta,

Nivone Michele, Salvante Michele, Buono Filomena, Vallario

Berardino, Di Maio Maria Concetta via I° Castello 7, Gautieri Cantore

Vincenza, Codella Vito, Armiento Assunta via III Circonvallazione 2,

Di Maio Giovanna, Codella Vito, Maffucci Franco, PRISMA di Fiordellisi

Giuseppina, Russo Donato, Armiento Maria Giuseppa, Gautieri Donato,

Metallo Colomba, Pasticceria Zabatta, Di Roma Canio, Caputo

Giuseppe, Nesta Vincenzo, Tornillo Rosa, Gallucci Vincenza e Cestone

Francesco Contrada Sambuco, Di Guglielmo Francesco, Rainone Francesco,

Lampariello Serafina, Cianci Giuseppe, Zabatta Michele, Cestone

Canio, Sacino Francesco, Delli Liuni Antonia, Zabatta Vito Via Picasso

13, Cianci Maria Antonia, Bar Germano, Di Cairano Giuseppe ed

Enza, Di Salvo Michele Scalo Ferroviario, Di Milia Giovanni, Galgano

Donato, Nigro Vito, Fastiggi Giuseppe, Metallo Giovanni Paludi di Pittoli,

Veneziano Rocco, Zarrilli Canio Via Libertà, Scoca/Capossela Rosa, Di

Roma Giovanni ed Anastasia, Stanco Maria Antonia, Balascio Gerardo,

Gautieri Pasquale e Giovanna, Gervasi Giovanni, Gervasi Lucia, Cianci

Gaetano, Mucci Gaetano “Fiori”, Giarla Angelo, Cerreta Giovanni,

Maffucci Michele Corso Garibaldi 162, Roina Nino, Di Milia Pasquale,

Tateo Domenico, Cialeo Rosa, Zarrilli Canio e Zoia, FERCAL di Martiniello

Canio, AUTOFFICINA di Zabatta Vito Antonio, Metallo Giovanni

e Franca, Metallo Michele Piazza Michelangelo 4, Di Cecca Paola

e Antonio, Buldo Giovanni, Galgano Vito e Benedetta, Iannella Rodolfo,

Pasqualicchio Vincenzo, De Rosa Corrado, Maffucci Maria, PA-

NETTERIA De Nicola Agnese Corso Garibaldi

51, Fasano Giulia, Gallo Mario, Codella Lina,

Contino Vito Antonio

Euro 25: Di Napoli Antonietta, Zabatta Canio,

Del Re Michele, Zarrilli Donato Corso Garibaldi

132, Miranda Antonio Pasquale, Galgano

Luigi, Di Cecca Angelomaria, Metallo Michele

Via III° Circonvallazione, Polestra Giovanni

Euro 30: Di Cairano Giuseppe, Savanella Concettina,

Guglielmo Filomena, Galgano e Tornillo

“Fiori”, Metallo Antonio c/o CISL, Cerreta Pietro,

Di Cairano Francescantonio, Capossela Mario,

Armiento Rocco, Lampariello Michele, Cicoira

Osvaldo, Martiniello Vito Via VI° Pittoli 42,

Russo Center auto e moto, Zabatta Franca,

Zarrilli Michele Via Verdi 1,N.N., Galgano Gio-


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

vanni Via F. Tedesco 5, Maffucci Raffaele, Caputo Vitantonio, Lucadamo

Codella Michelina

Euro 35: Maffucci Canio Angelo Via Ferrovia 11

Euro 40: De Rosa Eugenio

Euro 50: Di Maio Luigi per Conto degli organizzatori della Festa

dei Sessantenni, Fastiggi Giuseppe via Rinascimento 3, Suore di

Gesù Redentore, Di Cairano Vittorio, Borea Ester in Lampariello, Rosania

Gaetana via S. Canio 6, Russo Rocco, MIRA di Armiento Vincenzo,

Di Napoli Giulio, Ricciardi Giuseppe, Di Milia Canio Maria, Galgano Giuseppe

Via Pittoli 25/A, Gautieri Antonio, N.N., Campana Nino, Di Napoli

Clorinda in Girardi, Lucev Donato

Euro 70: Armiento Giuseppe

Euro 100: Di Milia Giuseppe Antonio e Viscione Nicolina

Euro 150: Di Cecca Graziella

DA VARIE LOCALITÀ ITALIANE

Euro 5: Matto Alberigo (Altavilla Irpina), Di Maio Angelo (Arese), D’Onofrio

Giuseppe (Castel di Stabia), Marra Sigismondo (Milano), D’Ascoli

Francesco (Genova)

Euro 8: Cerreta Giuseppe (Cambiano)

Euro 9: Metallo Vincenzo (S.Giovanni V.no)

Euro 10: Rabasca Canio ((Nova M.se) – Buglione Gerardo (Cantù), Nicolais

Mariantonia (Succivo), Galgano Amedeo (Melfi), Metallo Vincenza

(Roma), Germano Mario (Capriano di Briosco), Galgano Giuseppe

(Riccione), Zola Mario (Mariano C.se), Cianci Michele (Mariano C.se),

Della Badia Mariantonia (Montaione), Lampariello Di Carlo Francesca

(Roma), Maffucci Vincenzo (Roma), Gautieri Giuseppe (Bologna), Di

Napoli Alfonso (Bollate), Cianci Antonietta (Bollate), Briuolo Luigi (Alessandria),

Di Maio Antonio (Rho), Abate Gaetano (Salerno), Capozi Bruno

(Roma), De Luca Donato (Rapone), Russo Giovanna (Credaro), Di

Milia Angela (Bologna), Di Lisi Giuseppe (Taranto), Stanco Giuseppina

(Mercogliano), Zabatta Michelina (Reggio Emilia), Don Pasquale Rosamilia

(Teora), Cantarella Francesco (Botticino Sera), Nannariello Giuseppe

(Milazzo), Cestone Vito e Claudia (Buttapietra), Stanco Francesco

(Barbaiana), Romano Sabato (Bellizzi), Senerchia Giuseppe (Firenze),

Racioppi Agostino (Casterfiorentino)

Euro 15: Di Cairano Michele (Novate M.se), Di Milia Michele (Castelfranco

Veneto), Zarrilli Ivan (Limbiate), Zarrilli Giuseppe (Bollate), Ruggieri

Angela (Giussano), Gautieri Antonio (Mariano C.se), Metallo Maria

Concetta (Rieti), Longhitano Giuseppe (Salerno), Russo Donato (Torino),

Di Cecca Michele (Paola), Di Muro Pasquale e Mariantonia (Rignano

sull’Arno), Gallucci Donato (Ancona), Di Cosmo Vincenzo (Poggibonsi),

Rainone Immacolata (Capoliveri), De Nora Bartolomeo (Verbania),

Abate Giuseppina (Varapodio), De Nicola Rosa (Bollate)

Euro 20: Iavazzo Cianci Annamaria (Napoli), Lastella Salvatore (Roma),

Lantella Salvatore (Torino), Raho Alberto (S.Giorgio a Cremano), Rabasca/Corcione

(Caserta), Acocella Anna Maria (Baronissi), Cubelli Vito

(Foggia), Di Cosmo Angelina (Castiglione delle Stiviere), Fastiggi Michele

(Salerno), Di Maio Vito (Montauro), Cignarella Rosario (S. Andrea di

Conza), Maffucci Giovanni (Mariano C.se), Pignone Michele (Trani), Maffucci

Eduardo (Torino), Scoca Angelo (San Severo), Di Maio Giuseppe

(Besano), D’Ascoli Berardino (Genova), Di Maio Gaetano (Salerno),

Maffucci Angelo Michele (Lissone), Pezzi Angelo (Mariano C.se), Rauseo

Maria Francesca (Bologna), Bavosa Anna (Poggibonsi), Gallucci Giuseppe

(Paderno Dugnano), Ricigliano Peppino (Giussano), Di Napoli Domenico

e Antonella (Lentate S.S.), Di Maio Maria (Poggibonsi), Ricciardi Nicolais

Angelina (Roma), Metallo Mauro (Brescia), Polestra Pasqualino (Milano),

Codella Vincenzo (Pescara), Cubelli Orazio (Portici), Cestone Canio

(Roma), Russo Eleonora (Ventimiglia), Panella Mario (Nova M.se), Caru-

29

so Michele (Lomazzo), Piccininno Gino (Sesto S.Giovanni), Del Cogliano

Berardino (Salerno), Vallario Giuseppe (Grugliasco), Rinaldi Canio (Lavena

Ponte Tresa), Maffucci Pietro (Roma), Galgano Luciana (Roma), Maffucci

Giuseppina (Roma), Tetta Antonio (Napoli), Leone Giovanni (Milano),

Zarrilli Angela Gautieri (Senago), Melaccio Angela Gariella (Galatina)

Euro 25: Metallo Vincenzo (Roma), Galgano Vincenzo (Como), Codella

Michele (Roma), Vallario Giuseppe (Firenze), Gallicchio Mario (Milano),

Rabasca Angelomaria (Cervinara), Cianci Michele (Firenze)

Euro 26: Ardolino Giovanni (Salerno), Cecchetti Turiddo (Pistoia)

Euro 30: Fierravanti Lucia (Olgiate C.sco), Di Cairano Paola (Cenate

Sotto), Acocella Giovanni (Roma), Bozza Canio (Robecco sul Naviglio),

Russo Roberta (Roma), Di Cecca Vincenzo (Mariano C.se), Metallo

Cesare (S.Giorgio a Cremano), Cianci Michele (Brescia), Acocella Giovanni

(Avellino), Di Milia Maria Teresa (Castelfranco Veneto), Spatola Saverio

(Brescia), Minichino Enza (Arese), Di Napoli Luigi (Roma), Zarrilli

Michele (Corchiano), Grassi Celestino (Roma)

Euro 35: Aristico Antonio (Siena)

Euro 37: Codella Michele (Pavona di Albano)

Euro 40: Manzoli Ascanio e Flavia (Genova). Donatiello Giuseppe

(Napoli)

Euro 50: Maffucci Donato (Mariano C.se), Galgano Anna (Milano),

Zarrilli Michele (Poggibonsi), Frucci Angelo (Roma), Cioffari Raffaele

(Milano), Ferrara Michelina (Torino),Cestone Mario (Brescia), Santeusanio

Giovanni (Napoli), Caputo Antonio (Firenze), Tozzoli Maria (Napoli),

Acocella Nicola (Roma), Don Lorenzo Sena (Fabriano), Di Cairano

Giovanni (Siena), Di Cairano Tonino (Campobasso), Del Re Michele

(Napoli), Zarrilli Leonardo (Termoli), Cubelli Giuseppina (Castelfranco

Emilia), Bazzani Paolo (Barberino V.E.), Acocella Vincenzo e Nicola (Bologna),

Nicolais Rocco e Angelina (Roma), Di Napoli Donato (Napoli),

Galgano Antonio (Milano), Del Re Alfonso (Montebelluna), Nicolais

Luigi (Como), Di Milia Michele (Pescara), Landi Lucia e Rocco (Grottaminarda),

Messina Giuseppe (Roma), Di Muro Franca Maria (Bologna),

Marrese Luigi (Abbiategrasso), Di Napoli Pasquale (Milano), Pastore

Raffaele (Pomezia), De Nicola Michele (Poggibonsi),Maffucci Donato

(Mariano C.se),

Euro 60: Tornillo Angelomaria (Potenza)

Euro 100: Cicoira Antonio (Roma)

DALL’ESTERO

BELGIO: Euro 50 Tartaglia Giuseppe, Euro 30 Rubino Vincenzo,

Euro 20 Scoca Vittorio, Legnaro Aldo, Mignone Antonio, Patrissi Angelina,

Euro 15 Di Carlo Felina, Euro 10 Rubino Donato, Maffucci Pietro,

Galgano Antonio

FRANCIA: Euro 20 Di Cairano Vincenzo

GERMANIA: Euro 20 Bayer Flavia, Maffucci Canio, Nigro Giovanni,

Briuolo Antonio, Strollo Giuseppe, Euro 10 Galgano Canio Vincenzo,

Buck Giuseppina, Galgano Filomena Angelina

SVEZIA: Euro 20 Armiento Michelangelo

SVIZZERA: Euro 50 Di Maio Vito, Euro 20 Girardi Giuseppe, Caruso

Vittorio, Cestone Vito e Vincenza, Euro 10 Tateo Angelo

ARGENTINA: $ 150 Stanco-Frino Giuseppina, $ 30 Lucadamo-Codella

Michelina, $20Codella Lina, Euro 15 Pennella Michele

CANADA: $25Rabasca Pasquale

STATI UNITI: $ 60 Maffucci Gaetano e Albina, Euro 30 Cianci Vincenzo,

Metallo Vincenzo, Euro 25 Iannolillo Luigi, Schlappich Greg,

Euro 10 Lucrezia Josephin, Casimiro Maria

BRASILE: Euro 35 Aristico Senerchia Marianna

VENEZUELA: Euro 100 Di Napoli Vito, Zazzarino Antonio, $60

Simone Giovanni, Euro 20 Maffucci Berardino, Petito Antonio


IL CALITRANO N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007

MOVIMENTO DEMOGRAFICO

Rubrica a cura di Anna Rosania

I dati, relativi al periodo dal 16 giugno 2007 al 25 ottobre 2007,

sono stati rilevati presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Calitri.

NATI

Corazzelli Adriano di Francesco e di Capossela M. Antonietta 19.07.2007

Cestone Antonella di Giuseppe e Cerreta Michelina 21.07.2007

Di Cecca Angelo di Luigi e Fiordellisi Enza 25.07.2007

Zarrilli Giacinta di Giuseppe e Tancredi Giuseppina 25.07.2007

Zarrilli Vincenzo di Michele e di Cirminiello Patrizia 16.08.2007

Margotta Vincenzo di Pietro e Tozzi Antonietta 20.08.2007

Malanga Rosa di Luciano e Zarra Concetta 10.09.2007

Polestra Giulia di Claudio e di Di Milia Ilenia 14.09.2007

Ben Sellam Bouabid di Abdelilah e Hifdi Halima 22.09.2007

Orefice Pasquale di Giuseppe e di Lipowiec Marta Justyna 24.09.2007

Cestone Giusy di Luigi Antonio e Acocella Giovannina 19.10.2007

MATRIMONI

Rabasca Massimo e Tornillo Antonella 14.06.2007

Rabasca Rosario e Tartaglia Caterina 16.06.2007

Aristico Gaetano e Metallo Filomena 23.06.2007

Di Cairano Vitale e Mauro M.Antonietta 23.06.2007

Tornillo Franco e Giraulo Teresa Palmina 24.06.2007

Oci Andrea e Zarrilli Lucia 30.06.2007

Cubelli Daniele e Di Milia Tiziana 04.08.2007

Margotta Giuseppe e Maggio Giacomina 13.08.2007

Maffucci Luigi e Della Ratta Silvana 16.08.2007

Capossela Roberto e Russo Rosa Maria 18.08.2007

Traficante Giuseppe e Caputo Sonia 23.08.2007

Ariozzi Davide e Zarrilli Francesca Maria 26.08.2007

Cicoira Donato e Simone Giuseppina 27.08.2007

Mentana Alberto Bruno Stefano e Del Guercio Antonella 30.08.2007

Germano Michele e De Melo Silveira Denise 19.09.2007

Pastore Francesco e Fedoseeva Yulia 22.09.2007

Margotta Michele e Di Salvo Lucia 06.10.2007

MORTI

Vallario Luisa 12.01.1915 - † 14.06.2007

Di Maio Giovanni 20.02.1926 - † 16.06.2007

De Rosa Valentino Canio Giuseppe 05.09.1958 - † 23.07.2007

Ricciardi Giuseppe 27.20.1926 - † 02.08.2007

Cicoira Michelangelo 20.03.1954 - † 03.08.2007

Di Cecca Teresa 20.09.1933 - † 09.08.2007

Araneo Domenico 25.03.1910 - † 12.08.2007

Stia Francesco Giuseppe 18.10.1927 - † 21.08.2007

Rainone Assunta 13.08.1926 - † 21.08.2007

Strollo Maria Rosa 07.04.1918 - † 22.08.2007

Margotta Vincenzo 20.08.1907 - † 24.08.2007

Galgano Domenico 20.07.1908 - † 28.08.2007

Cestone Giovanna 24.09.1932 - † 01.09.2007

Basile Giovannina 27.05.1918 - † 02.09.2007

Della Badia Donato 24.04.1939 - † 04.09.2007

Senerchia Lorenzo 25.05.1958 - † 05.09.2007

Di Cecca Angelo 27.10.1926 - † 07.09.2007

Zarrilli Canio 30.11.1926 - † 08.09.2007

Di Guglielmo Michele 19.12.1910 - † 13.09.2007

Metallo Luigi 11.09.1907 - † 14.09.2007

Cestone Francesca 03.02.1916 - † 17.09.2007

Tornillo Antonietta 13.03.1928 - † 22.09.2007

Abate Maria Giuseppa 29.04.1915 - † 27.09.2007

Maffucci Lucia 03.10.1922 - † 07.10.2007

Tuozzolo Donato 03.09.1929 - † 12.10.2007

Di Milia Linda 23.07.1913 - † 14.10.2007

Patrissi Rosa 19.06.1936 - † 21.10.2007

Nigro Michele 12.05.1927 - † 21.10.2007

30

Regina Agnolutto

in Salvante

20.09.1924 † 25.05.2007

I figli, il genero i nipoti e i

parenti tutti ne conservano

gelosamente il ricordo.

Lucia Tancredi

03.04.1935 † 29.05.2007

Sei nata come un fiore nel deserto,

arso dal sole e stordito dalla tempesta di sabbia,

ma sempre pronto a sbocciare al primo istante di quiete.

Un fiore raro per la sua bellezza.

Lo sappiamo mamma, che la tua vita

è stato un continuo alternarsi di gioia e dolore,

ma siamo sicuri che ora sei in pace

e felice di abbracciare il tuo bellissimo fiore reciso.

Noi non eravamo pronti, avevamo ancora bisogno di te.

Ci mancheranno i tuoi occhi tristi

e la tua risata coinvolgente.

Ci manchi Mamma.

Canio Rella

06.09.1919 † 17.01.2002

Dedico a te il mio respiro, i miei sogni, il mio silenzio…

I turbamenti e i fremiti del cuore,

dedico a te ogni lacrima e ogni sorriso…

Dedico a te il mio cuore, pieno di emozione

per l’ammirazione e il rispetto di un grande uomo

che non dimenticheremo mai! Ti vogliamo tanto bene…

Con affetto Mario, Giovanna e Michela.


N. 36 n.s. – Settembre-Dicembre 2007 IL CALITRANO

REQUIESCANTIN PACE

P. Antonino Mario Abate

O.P.

04.12.1921

† Roma 28.10.1987

A 20 anni dalla scomparsa

i parenti, gli amici

e i confratelli

lo ricordano con l’amore

e la stima di sempre.

Aldo Di Maio

20.08.1926 † 06.10.1946

Dopo 61 anni dalla

scomparsa lo ricordano

con l’amore di sempre

la sorella Maria Serafina,

il cognato Donato

Tuozzolo, i nipoti Paola,

Aldo e Claudio e tutti

coloro che lo conobbero

e lo amarono.

Giuseppe Ricciardi

27.10.1926 † 02.08.2007

Vivi nei nostri cuori

con immutato affetto.

Nicola Senerchia

15.08.1934 †11.08.2004

Questa è l’eredità

dei servi del Signore,

la vittoria che io

loro assicuro.

(Isaia 54,20)

Pietro Maffucci

14.02.1902 † 20.09.1969

Il Signore esalta

chi gli è fedele

(Salmo 4)

Giuseppina

Del Cogliano

13.12.1937 † 29.11.2006

I cugini la ricordano

con affetto,

nel suo primo

anniversario di morte.

31

Girolamo Caruso

15.03.1931 † 07.07.2005

I tuoi cari ti ricordano

a quanti ti conobbero

e ti vollero bene.

Maria Concetta Maffucci Canio Fierravanti

31.01.1913 28.01.1913

† 18.12.2005 † 14.12.1966

Per amore a Dio e alla famiglia,

ci avete dato la vita, grazie.

E con lo stesso amore, noi seguiamo il vostro esempio.

Vi teniamo nel cuore; con tanto affett

i vostri figli e le famiglie.

Don Carmine Cicoira

Canonico

02.09.1917 † 01.10.1986

Giusto è il Signore,

e ama la giutizia,

e i giusti vedranno

il suo volto.

(Salmo 11)

Vincenzo Alfano

21.05.1894 † 11.10.1963

Dopo 44 anni il ricordo

della tua gentilezza

e della tua innata cortesia

resta imperituro

nei cuori di tutti.

Francesca Cestone

in Nicolais

20.03.1914 † 14.11.2000

I parenti tutti ti ricordano

con l’amore di sempre.

Vincenzo Scoca Concetta Rainone

22.03.1913 08.10.1913

† 10.03.1990 † 04.10.2004

I vostri cari vi pensano sempre con amore

e vi ricordano a coloro che vi conobbero

e ne apprezzarono la vita.

Canio Zarrilli

06.04.1956 † 06.10.1978

Non piangere papà

non piangere mamma

quella mattina l’Angelo

mi ha messo le ali

e mi ha insegnato a volare.

Ho attraversato le strade

stellate fino al Paradiso.

Elvira Nannariello

in Cerreta

02.04.1921 † 30.12.2006

Ci sazieremo, Signore,

contemplando

il tuo volto

(Salmo 16)

Michelangelo Cicoira

06.09.1919 † 03.08.2007

Voi che mi avete tanto

amato non guardate

la vita che lascio,

ma quella che comincio.

Giuseppe Papa

11.10.1899

† Roma 28.12.1960

Maresciallo maggiore

dei carabinieri

il suo ricordo è sempre

vivo nel cuore

dei parenti, degli amici

e di chi lo conobbe.


In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio Postale di Firenze CMP

per la restituzione al mittente previo pagamento resi

Calitri 29 agosto 2007, “Festa dei settantenni”, il gruppo in fondo da sinistra: Giuseppe Longhitano di Salerno, Alfonsina Strazza moglie di Lorenzo Maffucci, Giuseppe Leone (scisc’l’)si vede appena,

Lorenzo Maffucci (riav’l’), Giuseppe Maffucci (brazzap’rnacchj), Rocco Briuolo, Michele Di Milia; terzultima fila: Michelina Fierravanti, Raffaele Salvante (u’ bocc’) con occhiali scuri, Donato Zarrilli (hrazzina),

Gaetano Cianci,Vitantonio Di Carlo, Maria Borea (patessa), Vincenzo Di Carlo (cap’janch’), Giovanni Fasano, Vittorio Cirminiello (vaccar’), Vittorio Di Cairano (pind’), Vito Codella (canzalon’), Canio Fatone,

Francesco Rainone (man’ man’), Galgano Maria (zampaglion’), Donatino Acocella, Carmine Panniello; seconda fila: Angelomaria Tornillo (p’stier’), Vincenzo Gautieri (m’naciegghj’), Antonio Bozza (sauzicchj),

Giovanni Di Cecca (scatozza/sciamiss’), Vittorio Toglia (tottacreta), Vito Russo (bellascrima) davanti a Gautieri, Vincenzo Di Maio (mangiaterra) con giacca e cravatta, Gaetano Cianci (scardalana); prima fila:

Benedetto Di Milia (cuzzett’) con giacca e cravatta, Giuseppe Zarrilli (sciampagniegghj), Leonardo Stanco (a’ ualana), Canio Di Milia (cuzzett’), Vincenzo Zarrilli (an’ma fredda), Antonio Martiniello (lancier’)

con giacca e cravatta, Costantina Di Maio (mangiaterra), Michelina Metallo (ndrand’la), Rosa Scoca (sargend’), Agnese Germano (sckattus’), Antonietta De Nicola (scangaregghia), Angelica Lettieri (m’nt’v’rdes’)

con occhiali, Francesca Di Maio (tacch’), Lucia Delli Liuni (giacchetta), Vincenza Cerreta (can’ luongh’), Maria Teresa Di Maio (schiav’), Donatina Stanco (r’ss’legghia), Maria Cestone (a’ chiscia), Lucia Zabatta

(mattaion’), Giovanna Cianci (napulitan’), Colomba Metallo (fis’ch’) e Gina Cestone. La festa si è conclusa all’una e mezza di notte con la partecipazione del cantautore Vinicio Capossela.

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