n° 44

arcilucca.org

n° 44

Periodico di ARCI

comitato territoriale

di Lucca

44

Luglio - Agosto 2009

Reg. trib di Lucca 758 del27/02/02 - Direttore resp. Mariella Di Stefano - Sped. in abb. post. Art. 2 comma 20/c - legge 662/96 Lucca


Sommario

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Lucca

Il ritorno del buon Pietrino

di Acido Acida

Duello per la Fondazione

di Margherita Valanga

“Che” donna

di Maurizio Fatarella

Periodico di ARCI

comitato territoriale

di Lucca

Parole dal Palazzo:

Quelle lunghe notti lucchesi…

di Nadia Davini

Nasce il GAP a San Vito

a cura della redazione

Capannori

Capannorock: giovani bands

musicali in concorso

di Gianni Quilici

Voci migranti

Siamo medici o poliziotti?

di Eralda Cerepi

Razzismo

Informazione e mistificazione

ovvero l’ideologia del razzismo

di Marco D’Alessandro

Informazione

Come ci vedono in inghilterra

di Luca Peretti

Economia

Se i salari “tornano” di moda

di Giulio Sensi

44 - Luglio - Agosto 2009

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Internazionale

Mama Quca Titikaka

di Aldo Zanchetta

Le scuole d’arte dell’Avana,

un’utopia possibile

di Gianluca Mengozzi

Lettera al New York Times

di Albert Einstein

Come si diventa

Premio Nobel per la Pace

di Maurizio Fatarella

Cultura

A tre corner è rigore

di Alberto Peretti

Diamo i numeri

di Alberto Peretti

Una poetessa alla volta:

Michela Ladu

di Gianni Quilici

Libri: Indie Occidentali

di Luciano Luciani

Cinema & film:

Il sogno di Kim Ki Duk

di Luca Peretti

Facebook: piaceri e rischi

dei nuovi strumenti interattivi...

di Gianni Quilici

Lettere

Letta... e risposta

Vita associativa

“Il Lampadiere” una luce

nella notte scura dove

ci si incontra, ci si ascolta,

si mangia

Addio compagno Ivan

di Paolo Beni

Direttore responsabile

Mariella Di Stefano

Redazione

Eralda Cerepi,

Nadia Davini,

Maurizio Fatarella,

Valeria Giglioli,

Luciano Luciani,

Alberto Peretti,

Gianni Quilici,

Giulio Sensi.

Hanno collaborato

a questo numero

Acido Acida,

Paolo Beni,

Marco D’Alessandro,

Albert Einstein,

Gianluca Mengozzi,

Luca Peretti,

Margherita Valanga,

Aldo Zanchetta.

Vignette di:

Alessandro Sesti,

Vauro.

Fotografie di:

Carlo Cianti, Gianluca

Mengozzi, Gianni Quilici,

Giulio Sensi,

Tano Siracusa.

Progetto grafico

e impaginazione

Luciano Leoni

Redazione

Via S. Gemma Galgani, 46

55100 Lucca

Telefax 0583.490004

e-mail: lucca@arci.it

Stampa

Tipolito 2000

Ringraziamenti

Si ringrazia Mariella Di

Stefano per aver accettato

di fare il Direttore responsabile

di questo giornale.

Si intende che ciò non

comporta in alcun modo

da parte sua la condivisione

del contenuto degli articoli,

del quale si assumono piena

responsabilità gli estensori,

o nel caso l’articolo non sia

firmato, la redazione nel

suo complesso.


Fazzi torna

in Consiglio

comunale,

Tagliasacchi

si dimette

da capogruppo

di opposizione,

Favilla è sindaco.

Ma in che tempi

viviamo?

di Acido Acida

Diciamocelo,

via. L’avevamoprematuramente

dato per

disperso. Si

era via via eclissato, come

schiacciato sotto il peso

della performance scarsina

alle comunali e dei dissidi

con quello che era stato

il candidato della sua lista.

Qualcuno tra noi, ahilui, si

era addirittura sorpreso a

provare una certa nostalgia

per i tempi d’oro, quelli in

cui Palazzo Santini risuonava

delle sue invettive, delle

sue accuse lanciate in consiglio,

delle sue clamorose assenze.

Ma dove lo ritrovi un

sindaco così, uno che lascia

la giunta dimezzata dopo il

rimpasto e se ne va al mare?

Ebbene, cari nostalgici, non

avete più niente da temere:

è tornato. Pietro Fazzi rimette

piede in consiglio comunale,

dopo che Brancoli

Pantera, il “suo” candidato,

appunto, era stato conservato

nella funzione, ben

lontano da incarichi diversi,

giusto per assicurarsi che

Pietrino (come lo chiamano

affettuosamente in famiglia,

a dispetto della sua altezza),

il primo dei non eletti, fosse

mantenuto alla larga dall’assemblea

cittadina, dove infiniti

lutti (poi ben rimediati)

addusse al centrodestra con

la sua eterodossia. Ora però

l’avvocato, eletto con “Liberi

e responsabili” e agilmente

scivolato nella maggioranza,

ha fatto marameo, mollando

il posto di piccola vedetta

per tornare ai suoi affari

dopo aver atteso invano un

incarico per cui valesse la

pena. E aprendo, in buona

sostanza, la strada del ritorno

sulla scena istituzionale

del Comune a Fazzi.

Ma ve lo ricordate, solo

tre anni fa? Insieme a pochi

altri l’allora primo cittadino

aveva fatto il bello e il cattivo

tempo in città tra polemiche,

scontri all’ultimo sangue

e nuovi (presunti) rinascimenti

per l’arborato cerchio.

Lui, il giovane, eclettico sindaco

dell’onda azzurra che

alla fine degli anni Novanta

travolse la Toscana. C’è da

dire che se nel 1998 il centrosinistra

non avesse fatto

di tutto per perdere, forse

sarebbe rimasto nel suo ufficio

di consulente finanziario.

Ma non è andata così e lui

è salito alla ribalta di Palazzo

Orsetti: cravatte di seta e

sorriso d’atleta, decisionista

e prestante quanto bastava

ad affascinare le ingioiellate

signore della destra aspirante

chic che popola le (poche)

boutique lucchesi, arrivava

alle sedute del consiglio comunale

sul suo enduro, si

inerpicava su piattaforme aeree

per deporre fiori ai piedi

della statua della Madonna

Il ritorno

del buon

Pietrino

Fazzi arringa la folla contro

Marcello Pera in Piazza S.

Michele.

Dietro di lui l’ombra

protettrice di un simbolo

della Massoneria.

dello Stellario e si lanciava

con il paracadute.

Capace di concedere ai

neofascisti di Forza Nuova

una casermetta della mura

per ricordare Pavolini giusto

il 25 aprile (venne giù la

città, ma chi se ne ricorda

più?), denotava uno spiccato

spirito di contraddizione

e un senso altrettanto radicato

della provocazione.

Alla sua amministrazione,

tanto per dire, va il merito

del varo degli strumenti urbanistici

di cui stiamo sperimentando

i brillanti risultati.

Insomma, tutto regolare.

Non fosse che il 2002, anno

della sua seconda elezione

(quella al primo turno con

una percentuale che se non è

Foto di Giulio Sensi

stata bulgara poco ci è mancato)

era stato preceduto dal

2001, occasione dell’ascesa a

Palazzo Madama di Marcello

Pera, senatore-filosofo di

tante fedi ma tutte spiccate,

la cui presenza sulla scena

lucchese finisce per entrare

in rotta di collisione con

l’attivismo del sindaco.

L’allora presidente del Senato

catapulta su Lucca idee

geniali come IMT e il Lotto

Zero. Ma mentre le sue

alzate d’ingegno scatenano

polemiche a non finire, Pera

impera. E passato qualche

tempo a contendersi con

Marcellone (come lo chiamano

affettuosamente in

famiglia) il ruolo di primadonna

degli azzurri lucchesi

e toscani (vi ricordate che

nel 2005 si ventilò il nome

di Fazzi per la corsa alla

Regione contro Martini?),

dopo scatti di nervi e sgarberie,

Pietro reagisce. Ecco,

lui non ci sta. E si fa venire

un attacco di eresia.

Parte il ciclone Gesam,

con il sindaco che tira in

ballo Pera in consiglio comunale.

Che parla in piazza

San Michele e volantina le

e-mail della seconda carica

dello Stato. Viene espulso

da Forza Italia, si dimette, ci

ripensa, tapino!, appena in

tempo per evitare agli azzurri

le elezioni anticipate che li

avrebbero lasciati in mutande,

e si fa fregare: la sfiducia

gli arriva tra capo e collo e

quando prova a correre per

la Provincia non è che vada

benissimo. Oggi torna agli

onori di Palazzo Santini.

Sullo scranno più alto c’è Favilla,

sui banchi siedono alcuni

tra quelli che nella lunga

querelle con Pera si sono

schierati contro di lui. Fazzi

spiega che si muoverà valutando

volta per volta. E il suo

ritorno, per qualche scherzo

del destino, coincide anche

con la decisione di Andrea

Tagliasacchi, l’altra faccia del

potere lucchese a cavallo del

terzo millennio, di abbandonare

il ruolo di capogruppo

del Pd per motivi privati e

professionali. Pietrino torna,

l’Andrea (come lo chiamano

affettuosamente in famiglia)

di fatto, va. Insomma,

a Lucca l’aria è decisamente

cambiata: o meglio, è tornata

ad essere quella di diversi

anni fa. Congelata nelle stesse

facce e nelle scarsissime

evoluzioni effettive. E allora,

chiamiamo i ricordi col loro

nome, voltiamo la carta e

finiamo in gloria.

Lucca


Alcune

considerazioni

sulle vicende della

Fondazione Cassa

di risparmio, anzi

la Fondazione

e basta. Dietro

il duello di nomi,

lo scontro tra

diverse concezioni

del ruolo di questa

importante

istituzione

cittadina

di Margherita

Valanga

Fondazione

Lucca Du ello per la

era in agenda

per la fine di

aprile. Oggetto,

il rinnovo

L’appuntamento

dei vertici della

Fondazione Cassa di Risparmio,

un gigante da più di mille

milioni di euro di capitalizzazione

le cui funzioni, a Lucca,

hanno un peso a dir poco rilevante

per la vita pubblica e

istituzionale. Sul tavolo c’erano

le nomine del cda e quelle

del presidente e del suo vice.

Ma questa volta, in un clima

molto diverso da quello assai

ovattato che ha da sempre

caratterizzato le vicende di

questo ente importantissimo

per il territorio, la successione

alla poltrona occupata fino

a pochi mesi fa da Giancarlo

Giurlani si è trasformata in

un vero e proprio duello che

ha guadagnato intere pagine

sui giornali.

Se in un primo momento

si era pensato ad una successione

‘soft’, che si sarebbe

tradotta nei fatti nell’ascesa

senza ostacoli alla poltrona

più alta di San Micheletto di

Giovanni Cattani, avvocato

e numero due di Giurlani, la

questione si è concretizzata

in modo assai più complesso,

quando all’orizzonte si è

stagliata un’altra figura ‘pesante’,

quella del manager

Arturo Lattanzi. Andando

per ordine, la vicenda

avrebbe dovuto riguardare

inizialmente la sola vicepresidenza.

Ma le cose sono

precipitate quando, dopo le

prime polemiche sui quotidiani,

l’ingegnere ha deciso

di dimettersi, ufficialmente

per motivi di salute. A quel

punto in ballo è arrivata

la guida della Fondazione.

E i nomi in pista sono rimasti

gli stessi: l’avvocato

lucchese Cattani, per molti

successore ‘naturale’ e il

manager di origini carrarine

Lattanzi, che ha lasciato in

quel periodo le sue cariche

negli organi della Cassa di

Risparmio di Lucca Pisa Livorno

spa, attualmente guidata

da un altro nome forte

dello scenario economico

lucchese, Alberto Varetti.

La banca, dopo le disavventure

dell’era Fiorani, è

controllata dal Banco Popolare

(nata dalla fusione

tra Bpi e Banca popolare di

Verona) e sullo sfondo della

successione lucchese ci sono

due decisioni importanti.

La prima riporta appunto al

periodo della cessione della

CariLucca: la riscossione o

meno della tranche da 300

milioni (l’ultima quota della

put dei tempi di Fiorani per

l’acquisto della Cassa) che

attualmente garantisce alla

Fondazione il controllo di circa

il 20% dell’istituto di credito.

Poi c’è l’eventuale acquisto

di più di 200 milioni di quote

della Agos-Ducato, società

di credito al consumo partecipata

dalla capogruppo, che

impegnerebbe circa il 20%

della capitalizzazione della

Fondazione stessa. Scelte che

pesano anche per il Banco

Popolare, che ha chiuso il bilancio

in perdita. E qualcuno

si interroga sul perché la Fondazione

dovrebbe, per quanto

indirettamente, sostenere la

situazione della capogruppo,

Dal Tirreno. Vignetta di Alessandro Sesti

mantenendo immobilizzata

una grossa fetta di capitale o

impegnandone un’altra parte

importante in un’attività finanziaria

di natura imprenditoriale

e non sociale. Con tutti

i rischi che ne conseguono.

Ma c’è un aspetto ulteriore

che non si può ignorare.

L’avvicendamento si è poi

concluso con quello che in

molti hanno interpretato

come un compromesso: la

presidenza a Cattani (letto

come ideale prosecutore

della linea tenuta da Giurlani),

classe 1939, e la vicepresidenza

a Lattanzi, classe

1935, che è apparso come

più legato all’imprenditoria

(tanti i rumors che volevano

Assindustria schierata col

suo nome per il seggio più

alto, nonostante la smentita

a mezzo stampa del direttore

Armani) e che rappresenterebbe

la discontinuità.

Non è un mistero che in

questo quadro il duello di

San Micheletto abbia assunto

in città sfumature importanti:

erano in tanti a pensare

che in ballo ci fossero

due diverse visioni del ruolo

di un ente essenziale come

la Fondazione, che finivano

per rispecchiarsi nelle due

candidature. Da una parte

chi vorrebbe vederla orientare

le proprie sostanziose

risorse su infrastrutture e

altri settori collegati all’imprenditoria.

Dall’altra chi

invece pensa che con una

svolta di questo genere la

Fondazione finirebbe per

assumersi responsabilità

non proprie e che, nelle sue

attività, l’utilità sociale dovrebbe

prevalere sullo sviluppo

economico.

Per questi ultimi si dovrebbe

navigare su una rotta che

continui a puntare su altri

settori comunque rilevanti,

come l’arte e il volontariato,

secondo una vocazione di

pubblico interesse e sostegno

del tessuto sociale. Ora,

alla luce del risultato del voto

del 30 aprile, c’è da vedere

quale strada imboccherà

la Fondazione. Certo, come

già detto, la soluzione a cui

si è approdati sembra avere

l’aria di un compromesso tra

poteri e interessi diversi e di

una sorta di “male minore”.

È difficile non chiedersi

se sarebbe stato possibile (e

in che modo) arrivare ad un

altro risultato, nel segno di

una discontinuità che fosse

diversa da quella dell’orientamento

che è parso incarnarsi

nella figura di Lattanzi.


Aleida Guevara

non è una politica

in senso stretto: è

un medico

e si occupa

prevalentemente

di solidarietà.

Ma si possono

scindere le cose

quando si è cubani,

ci si chiama

Guevara e si è figli

del “Che”?

Il resoconto

di una (troppo)

breve visita a Lucca

di Maurizio Fatarella

Il 23 maggio scorso

la nostra città ha

vissuto un evento

piccolo, ma capace

di provocare grande

emozione e interesse

in molti nostri concittadini.

Lucca è stata infatti una breve

tappa nel viaggio toscano

di Aleida Guevara, che deve

la sua fama non tanto ai

propri meriti (pure non disprezzabili,

essendo medico

pediatra impegnata spesso

in operazioni di solidarietà

internazionale) quanto al

fatto di essere figlia dell’indimenticabile

ed indimenticato

Ernesto “Che” Guevara,

il celebre rivoluzionario

assunto più di ogni altro a

simbolo delle lotte al servizio

dei popoli oppressi.

Aleida si trovava a Lucca

per una breve visita (talmente

breve che non ha potuto

neanche fermarsi ad un

pranzo che il circolo ARCI

“Il Lampadiere” intendeva

organizzare in suo onore),

che le ha permesso però di

partecipare all’assemblea

degli studenti del Liceo

Scientifico Vallisneri organizzato

dal gruppo studentesco

“Liberamente”.

All’assemblea, che ha visto

la partecipazione attenta

“Che”

donna!

di centinaia di studenti, ha

partecipato in rappresentanza

della Scuola per la Pace

della Provincia di Lucca,

il Presidente dell’ARCI di

Lucca Beppe Corso.

Il Preside del Liceo Paolo

Pollastrini era molto emozionato,

tanto da dimenticare

il nome dell’ospite; meno

gli studenti, che hanno sottoposto

Aleida a numerose

domande interessanti. E naturalmente

Aleida non si è

fatta pregare per rispondere

a tono.

La figlia del grande guerrigliero

non ha perso occasione

per sottolineare

l’importanza della cultura

e dell’istruzione, tema tra

l’altro al centro di numerose

campagne politiche

nell’isola caraibica (“un popolo

senza cultura non può

essere libero”), ricordando

In alto, centinaia

di studenti

hanno partecipato

all’assemblea del Liceo

Vallisneri per incontrarsi

con Aleida Guevara

Quì sopra, Aleida

non si sottrae al faticoso ma

gratificante impegno

di parlare con i ragazzi

foto dallo Schermo foto dallo Schermo

anche come il “Che” si mise

a studiare matematica ed

economia quando divenne

capo della Banca nazionale

cubana.

A proposito delle critiche

alla società cubana Aleida

è stata chiarissima: “Non

fidatevi troppo di quello

che viene detto sui media

occidentali, c’è una forte

ostilità nei nostri confronti.

Il governo di Cuba è un

sistema diverso da quello

occidentale, dove si svolgono

libere elezioni dal 1977,

e dove l’unico partito ammesso,

il partito comunista,

non presenta mai candidati

ufficiali. E poi c’è anche libertà

di critica, il popolo ha

la possibilità di dire quello

che non va.

Nessuna società è perfetta

– ha detto – non lo è la nostra,

ma nemmeno la vostra:

si può chiamare democratico

un paese dove un governo

può mandare in guerra il

proprio esercito anche se il

popolo è contrario? Il popolo

non ha il potere nemmeno

nelle società occidentali:

la libertà è pesantemente

influenzata e condizionata

dagli interessi economici.

Noi abbiamo però avuto

grandi miglioramenti, in 40

anni l’analfabetismo è sparito

e la mortalità infantile è

scesa dal 60 per mille al 4,9

e l’assistenza sanitaria è di

qualità e gratuita.”

Ma soprattutto il messaggio

di Aleida, anzi della “figlia

del Che”, è chiarissimo:

“La vita ha un senso solo se

si ama e ci si occupa degli

altri”. “Ragazzi, godetevi la

vita intensamente, ma non

dimenticate mai di curarvi

del prossimo, poiché è questo

che dà un senso all’esistenza”.

Arrivederci Aleida, e hasta

siempre.


Lucca

Le notti lucchesi

sono diventate

oggetto del

contendere tra

diverse concezioni

della vita cittadina,

tra diverse

generazioni

di residenti, tra

residenti del centro

storico e gli altri

cittadini.

L’impressione generale

è quella

di una città

in agonia,

una città senza

futuro

di Nadia Davini

Direttamente

dal comune.

Insieme

alla norma

antikebab

arriva anche

il “no” alla vita notturna.

Parlare di vita notturna, infatti,

sta diventando ormai

un campo minato a Lucca:

scontro aperto tra i “movidaioli”

e i residenti del centro

e il sindaco, accusato di

“chiudere la città” lasciando

fuori soprattutto i ragazzi.

Ultima storiaccia in ordine

di tempo è quella del

regolamento sui pubblici

esercizi, secondo il quale

i gestori dei locali dovrebbero

controllare ciò che

avviene fuori dal bar, impedire

aggregazioni eccessive,

sorvegliare che nessuno

si sieda sugli scalini delle

chiese o sui monumenti. E,

ciliegina sulla torta, smettere

di servire e di somministrare

cibo e bevande

quando il locale è pieno.

Direttive che cozzano alquanto

con l’attuale crisi

economica, che non lascia

di certo indenne le attività

commerciali. Per rialzare

la testa, infatti, i proprietari

dei locali sperano nell’estate,

cercando conforto

e rassicurazione proprio

Quelle lunghe

notti lucchesi...

Sotto a sinistra, Lucca

di notte: “Tutta mia

la città(aaa)...

fA destra, Piazza S. Michele:

chissà se quei ragazzi seduti

sugli scalini della chiesa sono

in regola in base alla famosa

delibera antikebab

(che qualcuno chiama

“antigiovani”)?

Sotto a destra, bar d’angolo

tra via Vittorio Veneto e

Corso Garibaldi: gente ce n’è

tanta, ma non sembra dedita

a particolari attività

rumorose. Si limita

a parlare, ma si sa che

oggigiorno parlare può dare

molta noia...

nelle grandi aggregazioni,

le stesse che l’attuale amministrazione

comunale

vorrebbe impedire, allontanandole

dal centro, restringendo

i controlli, rendendo

impraticabili i pochi spazi

pubblici rimasti veramente

tali. Ma andiamo a vedere

questa movida lucchese.

In realtà non c’è molto da

dire.

I luoghi di ritrovo sono

solo tre, bar Zero in via san

Paolino, Girovita in piazza

Antelminelli e corso Garibaldi,

al bar d’angolo con via

Vittorio Veneto. Alle nove

di sera le piazze principali,

San Michele, piazza Grande,

Anfiteatro, san Frediano,

sono vuote. Qualche

sporadico passante con il

cane. Turisti in cerca di un

locale che chiedono sconfortati

indicazioni ai cittadini.

Coppiette romantiche

che si godono il bello spettacolo

offerto dal centro

storico. Ma di comitive che

girano per via Fillungo o di

gruppi chiassosi che si spostano

da una parte all’altra

del centro, lasciando degrado,

non ce ne sono. Qualche

eco in lontananza di un

chiacchiericcio circoscritto,

ma niente di più. Bar e

negozi chiusi. Saracinesche


abbassate. E un silenzio che

quasi mette paura.

Verso le nove e mezzo

gli unici tre locali che creano

aggregazione iniziano a

riempirsi. In via san Paolino

i ragazzi entrano ed escono

dallo Zero, con aperitivi,

cocktail, salatini. Seduti

sugli scalini della chiesa o

radunati in piedi accanto ai

tavolini per fare due chiacchiere,

ridere e scherzare.

E nel giro di una ventina di

minuti la zona si riempie.

Un via vai continuo, la musica

si diffonde anche all’esterno.Contemporaneamente

al Girovita, davanti

alla fontana del Nottolini, si

presenta la stessa situazione.

Ma tra via san Paolino e

piazza san Martino non c’è

anima viva. In corso Garibaldi,

intanto, altri gruppi

di persone si godono il fresco

serale, facendo scorrere

il tempo, per poi spostarsi

fuori dalle Mura, all’Irish,

il pub più frequentato nel

week-end, situato sulla

circonvallazione vicino alla

farmacia comunale, o al

Velvet, altro luogo di ritrovo

extra murario. Altre volte,

invece, avvengono vere e

proprie emigrazioni verso

altri lidi, più movimentati

e accoglienti: Viareggio,

Pietrasanta, Pisa, Firenze.

“Ci sono dei sabati sera che

restiamo a Lucca”, spiega-

no Chiara Martini e Maria

Gialdini, “Questa città offre

poco, questo è un dato oggettivo:

aperitivo allo Zero,

due chiacchiere al Girovita.

Poi andiamo all’Irish, dove

c’è sempre un po’ di gente

e dove si può restare fino a

tardi. Ma è impensabile che

i gestori dei locali del centro

allontanino i propri clienti

se bevono davanti al bar,

magari assoldando un butta

fuori. Altrimenti la meta

è Viareggio, in passeggiata

o Pisa, in piazza delle Vettovaglie

o sul Lungarno”.

A mezzanotte e mezzo,

l’una massimo, di un giorno

d’estate, Lucca è vuota. In

via san Paolino i proprietari

dello Zero rimettono in ordine

i tavolini e puliscono gli

scalini della chiesa. Al Girovita

le persone sono visibilmente

diminuite e quelle

rimaste iniziano ad andare

via. In corso Garibaldi ancora

qualcuno resta a chiacchierare

ai tavolini del bar,

ma lungo le strade cittadine

c’è solo l’ombra di se stessi

che riflette sui palazzi.

Ma dove sta andando

Lucca? Tanti locali storici

chiudono, rimpiazzati da

negozi di biancheria o di

cianfrusaglie, gruppi musicali

lucchesi si lamentano

della mancanza di spazi e

occasioni per suonare dal

vivo, tutti gli altri si lamentano

della mancanza

di spazi e basta. Però non

smuovono le acque. Sembra

quasi che alla fine si accontentino

di quello che la città

offre loro. Lo contestano,

ma non lavorano per cambiarlo.

“È veramente difficile

ritagliarsi uno spazio

in questa città”, dice sconsolata

una ragazza diciottenne,

“Sarebbe bello avere

un luogo di aggregazione

gestito interamente da noi

giovani. Dove fare cultura,

informazione, musica, serate

a tema, progetti. Dove

incontrarci per cambiare

ciò che non ci va bene del

posto in cui viviamo. Il fatto

è che non ci viene data

alcuna possibilità: di posti

vuoti ce ne sono, ma gli affitti

sono improponibili. E

per gli immobili comunali

o provinciali inutilizzati

stesso problema. Mi chiedo

quale sarà il futuro di Lucca,

se non decide di investire su

di noi, di darci fiducia o di

metterci almeno alla prova”.

Già, quale futuro per questa

città? E quali proposte per

riattivare il centro storico?


Lucca

Con il GAP

Gruppo

di Acquisto

Popolare: pane,

pasta e pomodori

per una famiglia

a meno di tre euro

a cura

della redazione

A

partire da sabato

30 Maggio

Progetto

Indastria in

collaborazione

con l’Arci

di Lucca promuove il Gruppo

di Acquisto Popolare nel

quartiere di San Vito.

I GAP sono associazioni

informali di cittadini che

si uniscono e, comprando

collettivamente e tramite

una filiera corta, riescono a

ridistribuire beni di prima

necessità a prezzi popolari.

Nasce il GAP

a San Vito

Questi

nascono per risparmiare

sugli acquisti e per

instaurare una forma di mutualismo

tra quella parte di

popolazione più colpita dalla

crisi.

L’iniziativa si svolge dalle

ore 9.00 di tutti i sabati

presso un banchetto che si

potrà trovare in Via Giorgini

davanti al distretto Asl,

dove saranno distribuiti pagnotte

da 1kg di pane cotto

a legna a 1 euro l’una, pasta

e conserva di pomodoro e

olio e riso biologico a prezzi

calmierati.

I GAP sono una pratica di

solidarietà nei quartieri e

nei comuni e rappresentano

una nuova forma di democrazia

e partecipazione

consapevole .Vogliono tutelare

le condizioni materiali e

di vita, salvaguardare salari

e pensioni, difendere la natura

e la dignità umana.

Il prezzo del pane è cresciuto

negli ultimi anni in

maniera impressionante

così come quello dei generi

di prima necessità, questa

dinamica è coincisa con la

progressiva diminuzione del

potere di acquisto

dei salari e delle pensioni.

Sull’impoverimento

generalizzato che ha subito

la nostra popolazione per

opera della speculazione e

dell’assenza di forme d’Indicizzazione

dei salari e delle

pensioni, la politica è stata

incapace di intervenire se

non con operazioni di facciata.

Il progetto dei GAP, che

nascono a Roma e Torino

per espandersi in seguito

per tutta la penisola, cerca

di rompere il ricatto, per il

quale se non arrivi a fine mese

devi mangiare prodotti di

bassa qualità. Associandosi

come consumatori infatti si

è riusciti sensibilmente a ridurre

il prezzo del pane arrivando

al prezzo di un euro

al kg, ma anche ad averlo di

ottima qualità, la stessa cosa

succede con altri prodotti,

creando un paniere di beni

che piano piano ingrossando

può considerevolmente

incidere sugli acquisti e sulla

vita della gente. Progetto

Indastria, tramite questa e

il manifestino

che pubblicizza il GAP

altre iniziative di un anno

di intensa attività, si propone

di creare una rete di

socializzazione che oltre a

denunciare le cause della

crisi finanziaria possa riallacciare

i legami sociali che

disinneschino quel senso di

impotenza e solitudine delle

popolazioni.

Progetto Indastria già da

un anno e in molte altre occasioni

propone e promuove

risposte concrete ai problemi

della vita quotidiana.

Ogni sabato saranno distribuiti

100 kg di pane e una

considerevole quantità di

pasta e pomodoro a prezzi

popolari. Viene spontaneo

chiedersi perché le Istituzioni

non riescono a proporre

soluzioni analoghe.


giovani band

musicali in concorso

Carlo Basili,

23 anni, alto

e sottile,

studente in

chimica all’Università

di Pisa, presidente del Forum

Giovani del comune di

Capannori. Ama la musica

(tutta), l’informatica, la bici,

la vita all’aperto e... le donne.

Oggetto della conversazione:

Capannorock,

concorso per giovani bands

musicali, organizzato

appunto dal Progetto

Giovani. Quattro manifestazioni:

due a Lammari,

una a Guamo e a Marlia;

ad esibirsi ben 21 gruppi

musicali.

Qual è lo scopo di questa

iniziativa?

Creare spazi e occasioni

per i giovani, invertire la

tendenza alla ghettizza-

zione e al qualunquismo

in una società atomizzata

e individualista. Creare

quindi più comunità, più

possibilità di espressione,

in questo caso con la musica.

Che tipo di musica?

Rock classico tipo Pink

Floyd, pop e punk. Sono

gruppi che vanno dai 16

ai 30 anni circa, ma la

maggioranza è intorno

ai 20 anni.

E il tipo di pubblico?

C’era un po’ di tutto. Dai

supporter dei vari gruppi

ai ragazzi di discoteca, che

in genere preferiscono musica

tecno, che si sono però

dimostrati interessati...

Ha partecipato?

Sì e si è visto anche dal

voto. Nei due locali più

grandi, Makia a Marlia

Foto di Carlo Cianti, da “Lo schermo”

Foto sopra, la chitarrista

degli “Another Trip”

Qui a sinistra, l’assessora

Lara Pizza del comune

di Capannori premia

la miglior voce

e Moby’s a Guamo, hanno

votato circa 300 ragazzi,

a Lammari intorno ai

170.

Ed il livello musicale?

Buono, anche se diverso

secondo età ed esperienza.

I gruppi dei giovanissimi

alle prime armi hanno

per lo più rivisitato brani

degli anni ‘60-70, mentre

quelli dei più grandi, in

certi casi, hanno loro can-

Intervista con

Carlo Basili,

presidente

Progetto Giovani

di Capannori

di Gianni Quilici

zoni, hanno già inciso dei

loro dischi.

Qualche nome?

“The other side” “Another

tripe” “Kansas city shuffle”

presentano già una buona

tecnica ed anche, soprattutto

gli ultimi due, presenza

scenica.

Nel futuro cosa vi prefiggete?

Che diventi un appuntamento

fisso, che possa

coinvolgere ancora più

band e più pubblico. Qui

a Lucca, va sottolineato,

c’è una realtà musicale

molto avanzata rispetto

alle città limitrofe.

Di cosa avrebbero bisogno

questi gruppi?

Più spazi e più spazio,

più investimenti e più possibilità

di farsi ascoltare.

Tieni presente che nel

corso del Festival alcuni

di questi gruppi sono stati

contattati da gestori di

locali importanti per fare

delle serate.

Capannori

Foto di Carlo Cianti, da “Lo schermo”


Voci migranti

10

Siamo medici

o poliziotti?

La proposta di

legge dell’obbligo

di denuncia da

parte dei medici

degli immigrati

clandestini che

si presentano al

pronto soccorso,

ha scatenato una

grande polemica

sia da parte

dell’opposizione,

e degli immigrati

stessi ma

soprattutto

dalla maggioranza

dei medici

in tutta Italia.

Siamo andati

a sentire cosa

ne pensa

il Dottor Marco

Rossi, primario del

pronto soccorso

del presidio

ospedaliero

di Lucca.

di Eralda Cerepi

Cosa ne pensa

della proposta

di legge

che obbliga

a denunciare

i clandestini

che si presentano al pronto

soccorso da parte dei

medici e del personale sanitario?

La trovo una cosa ingiusta,

sono assolutamente

contrario, prima di tutto

come cittadino, è una discriminazioneingiustificabile:

l’immigrazione non

può essere un reato, ma

una necessità. In secondo

luogo come medico, il quale

non deve fare valutazioni

etiche o legali: questo è un

problema di processo sociale

anche se noi medici

svolgiamo un ruolo di pubblico

servizio. Il concetto è,

se sono un medico privato e

da me viene a farsi medicare

in ambulatorio un ferito

da arma da fuoco io non

sono tenuto a denunciare

il fatto. Se io sono incaricato

dal pubblico servizio

in una struttura pubblica

sono tenuto a denunciare i

casi con lesioni e percosse

e devo procedere d’ufficio.

Specialmente con prognosi

dove si guarisce in tanti

giorni. Nel caso nostro il

reato è la clandestinità, un

po’ come nella Germania

nazista, se qualcuno veniva

a sapere che uno era ebreo,

era costretto a denunciarlo,

questo potrebbe creare un

paradosso. La maggioranza

dei medici e i loro sindacati

in Italia sono contrari

a questa legge. Se la legge

entra in vigore, il medico

rischia una punizione che

coinvolge la sua professione,

questa è eticamente,

moralmente e legalmente

una proposta sbagliata.

Personalmente farò di

tutto per impedire che una

normativa del genere entri

in vigore, per quanto io possa

essere in grado di cambiare

qualcosa.

In generale se si determina

una persecuzione legale

in un luogo pubblico, la

cosa potrebbe fare breccia

sulle persone.

Come è stata accolta dai

medici del pronto soccorso

questa norma?

I medici del pronto soccorso

per la maggior parte

sono contrari a questa

impostazione, ma come

sempre c’è chi magari politicamente

è schierato con

l’attuale governo; ma l’impressione

a pelle ottenuta

in vari colloqui è che la

pensino come me la maggioranza

dei medici in tutta

l’Italia.

È cambiato il numero

degli accessi al pronto soccorso

da parte degli immigrati

dopo la polemica se-

Foto di Gianni Quilici


guita a questa normativa?

La mia impressione è che

non ci sia stato un calo, anzi

in genere al pronto soccorso

notiamo un forte aumento

degli accessi sia da

parte dei cittadini Italiani,

sia da parte dei cittadini

stranieri. Gli stranieri aumentano

perché aumentano

come numero anche per

via dei ricongiungimenti

famigliari, nuove nascite e

nuovi entrati.

Quali sono i problemi

più frequenti che dovete

affrontare con i cittadini

stranieri?

Con i cittadini stranieri

abbiamo difficoltà di interfacciamento

per problemi

di lingua, anche se tante

volte chi non parla la lingua

Italiana si fa accompagnare

al pronto soccorso da

un parente o un conoscente

per farsi tradurre e farsi capire.

Nel pronto soccorso abbiamo

avuto un’ esperienza

di mediazione linguistica e

culturale e in più abbiamo

nel nostro reparto un infermiere

di origine libica che

parla l’arabo. Il problema

generale è l’identificazione

del pronto soccorso con

l’ambulatorio, anche nel

caso in cui ci sia l’assistenza

del medico di famiglia.

In tanti casi io mi sono

mosso personalmente con

alcuni collegi che mi hanno

dato la disponibilità per

accogliere tanti stranieri

con l’STP. Ma il problema

più grande è proprio di convincere

lo straniero con una

patologia leggera a farsi curare

dal medico generale in

ambulatorio. Questa è dovuta

anche al fato che tanti

immigrati lavorano tutto il

giorno e non hanno il tempo

di recarsi dal medico

in ambulatorio che riceve

la mattina, o il pomeriggio.

In altri casi è un fatto

culturale, magari là dove

non c’è la figura del medico

generale l’unico modo che

conoscono per farsi curare

è il pronto soccorso. Tante

volte vengono in pronto soccorso

accompagnati dalle

forze dell’ordine i clochard,

tanti sono italiani, pur non

avendo una particolare patologia,

solo perché sono

ubriachi semplicemente

perché non sanno dove indirizzarli.

C’è una patologia che

può accomunare il malato

straniero?

Si ci sono delle cose che

più che altro sono espressioni

di disagio come per esempio

il ricorso all’alcol, altre

volte i famigliari anziani o

di vecchie generazioni che

non parlano la lingua tante

volte rimangono isolati

hanno delle patologie in

cui la componente psicosomatica

è importante.

Con l’eccezione della

comunità cinese che è veramente

come dire organizzata,

loro anche se non

parlano la lingua Italiana

ti danno un foglio dove c’è

un numero di telefono di un

altro cinese che parla perfettamente

l’Italiano e in

qualsiasi ora risponde e in

diretta traduce tutto. In genere

loro al pronto soccorso

non li vedi mai, anche perché

fanno ricorso alla loro

medicina tradizionale.

Secondo lei la paura di

essere denunciati non farà

nascere tra i migranti. ambulatori

clandestini e focolai

di malattie infettive?

In questi giorni sul giornale

la Repubblica c’era un

articolo sulla tubercolosi e

l’aumento dei contagi negli

ultimi tempi. Questa malattia

è strettamente legata

alle cattive condizione di vita

e coinvolge direttamente

gli immigrati. Se una persona

malata non si fa curare

il contagio passerà inosservato

e da un caso ci troveremo

davanti a dieci pazienti.

Questo fa capire ancora

una volta che la legge è una

cavolata pazzesca.

Invece per quanto riguarda

la nascita degli ambulatori

clandestini è possibile

nel caso in cui qualcuno

abbia una tradizione medica

nel proprio paese, o nel

caso della malavita organizzata,

perché le cose più

costose in medicina sono la

diagnostica e i medicinali.

Per fare una diagnosi nel

caso della medicina occidentale

c’è bisogno di una

radiografia, di una tac che

hanno un costo elevato,

quindi bisogna creare una

rete di strutture parallele

che possono essere gestite e

organizzate dalla malavita

locale. Se questa prendesse

veramente piede sarebbe

difficile gestire la visita e la

cura. Per quanto riguarda

l’aborto clandestino non

abbiamo percezioni dal

pronto soccorso perché i

casi passano direttamente

dal ginecologo.

Cosa ne pensa della presenza

fissa del mediatore

linguistico e culturale in

reparto?

Per noi è un piacere ed un

aiuto, non solo riguardo alla

lingua poiché in qualche

modo con i gesti ci si può

capire, ma più che altro è

un modo di rapportarsi più

corretto e più efficace.

Sotto, un componente

dell’orchestra Piazza

Vittorio durante il concerto

per la festa

“Oltrepassare” a Paganico

Nella pagina precedente,

l’autrice dell’intervista,

Eralda Cerepi, e Driss Fadel

intervengono durante

la festa dell’accoglienza

e dei diritti a Capannori

Foto di Gianni Quilici

11


Razzismo

1

Informazione e mistificazione

Il modo con

cui i mezzi

di informazione

presentano

le notizie,

o addirittura

le non-notizie,

può determinare

spesso reazioni

spropositate

e inconsulte.

Ma l’importante

è vendere...

di Marco

D’Alessandro

Il 27 maggio scorso

il giornale Il Tirreno

è uscito in edicola

con un lapidario titolo

razzista: “Rom

e sinti nelle case

popolari”. Ripreso con ancora

maggiore enfasi nella

cronaca locale: “Nomadi e

lucchesi nella stessa lista

per avere un alloggio pubblico”.

Quali sono i timori

espressi dal Tirreno? Forse

che rom e sinti infettino le

case popolari? O forse che

l’accostamento tra “veri”

lucchesi a questi lucchesi

“finti” nelle graduatorie per

l’assegnazione delle abitazioni

popolari, possa contaminare

la purezza della

razza? Già, perché nello

stesso articolo l’assessore

comunale ha avuto l’audacia

di dichiarare che i cosiddetti

“rom e sinti” in effetti “sono

cittadini lucchesi a tutti gli

effetti, residenti da anni”.

Se l’articolo in questione

fosse apparso sul Vernacoliere

lo si sarebbe potuto

leggere in chiave grevemente

satirica con un titolo del

tipo: “Zingari e Lucchesi rubano

le case popolari ai Livornesi”,

ma sul Tirreno non

c’è alcun sorriso sarcastico,

c’è solo la violenza subdola

della mistificazione.

La filosofia che ispira l’articolo

citato è infatti quella

riassunta nel famigerato

slogan leghista “l’Italia agli

italiani” che tanto successo

ovvero l’ideologia

del razzismo

ha riscosso tra la “gente” ovvero

tra i sudditi non avvezzi

ad esercitare il minimo

spirito critico. Con la sua

gratificante facilità ripetitiva

questa massima ha finito

con l’inibire anche il ragionamento

di cervelli che si

sospetterebbero più allenati

come quelli dei giornalisti

indipendenti. Vinti dalla

concisione, dalla struttura

circolare, e dall’estetica

del martellamento, proprie

del linguaggio pubblicitario

di questo slogan, invece di

smascherare le falsità dell’ideologia

che lo ha messo

in circolo, hanno abdicato

al loro compito di informare

trasformandosi in casse

di risonanza della “voce del

padrone”.

In effetti quello che viene

propalato come un concetto

ovvio e indiscutibile: l’Italia

agli italiani (e dunque Lucca

ai lucchesi), altro non è che

un artificio retorico (un

paralogismo) che da una

premessa apparentemente

inattaccabile, fa scaturire

conseguenze che ovvie

non sono affatto. Ed è bene

sottolineare questo elemento

di artificiosità, perché

l’insofferenza verso gli altri

specie se stranieri, ben lungi

dal nascere come afflato

spontaneo, è piuttosto il

risultato di accurate strategie

di marketing politico, di

campagne pubblicitarie lungamente

studiate a tavolino

per orientare i consumatori

verso l’acquisto del prodotto

“razzismo”.

Che in effetti il concetto

che l’Italia sia degli italiani

non sia così banale, lo suggerirebbe

già il semplice

fatto che non credo che un

qualsiasi lucchese, potrebbe

entusiasticamente proclamarsi

“fratello” di un pisano

o di un livornese, sebbene

italiani come lui, addirittura

toscani.

Figuriamoci poi se l’italiano

usato come pietra di paragone

dovesse avere la pelle

scura, o addirittura fosse

un rom, appartenesse cioè

a quella categoria di persone

che le campagne media-

Una giovane rom danza

durante una manifestazione

di solidarietà con i nomadi

a Roma

tiche della Lega e dei suoi

accoliti stanno descrivendo

come la feccia dell’umanità,

e dunque assolutamente

incommensurabile con le

categorie degli Italiani e dei

Lucchesi.

Ora, con buona pace del

nostro presidente del Consiglio,

che nega che il nostro

sia un paese multiculturale

(forse perché come ”utilizzatore

finale” predilige veline

autoctone), l’Italia è in

effetti piena di italiani con la

pelle nera, tra cui noti sportivi

come calciatori, saltatori

in lungo, pugili, ma persino

di italiani rom e questo

però dovrebbe saperlo bene,

dato che uno di loro gioca

con la maglia numero dieci

della sua squadra, oltre ché

della Nazionale.

Noi crediamo che in sede

di analisi Natura e Storia

vadano tenute ben distinti,

e se allora scarseggiano le

case popolari la colpa non

può essere ricercata nella

innaturale proliferazione di

Rom e Sinti, quanto piuttosto

nel perseguimento di

politiche abitative sbagliate,

caratterizzate dall’abbandono

di piani di costruzione e

ripartizione degli alloggi di

edilizia popolare.

L’impostazione del Tirreno

nascondendo il vero problema

fornisce indicazioni

del tutto fuorvianti spacciandole

per oro colato, e

mediante l’utilizzo di slogan

inventati da altri, costruisce

un’infamante campagna di

mistificazione, di cui dovrebbe

scusarsi con i propri

lettori.

Nonostante un amministratore

lucchese informi il

giornale che esistono Rom

italiani (i Sinti), e che addirittura

esistono Sinti lucchesi,

al Tirreno questo non

basta per ammettere che

costoro possano aver diritto

ad una casa come tutti.

La loro ascendenza assume

così le caratteristiche

della tara genetica, del peccato

originale, e questo atteggiamento

è lo stesso che

poco più di mezzo secolo fa

portò alla discriminazione,

alla deportazione e allo sterminio

di milioni di persone

non omologabili alla razza

pura.


Come ci vedono

Cronaca

in Inghilterra

dal di dentro delle

vicende italiane

nell’era Berlusconi

di Luca Peretti

In Italia la stampa

straniera, specie anglosassone,

ha una

forte aura di rispettabilità.

Quello che

dicono il Guardian,

l’Economist, la BBC e via dicendo

viene citato e ri-citato,

soprattutto quando ci fa

comodo. Un atteggiamento

che sicuramente rispecchia

un pò una certa esterofilia

diffusa, ma che indubbiamente

rende merito ad una

scuola giornalistica probabilmente

migliore della nostra,

e sicuramente più libera

di dire cose che talvolta

nel nostro paese i grandi

quotidiani non dicono. Al

contrario, in Gran Bretagna,

per dire, non si sente quasi

mai citare La Repubblica e Il

Corriere, un po’ perché nella

perfida Albione c’è l’atteggiamento

opposto (una discreta

anti-esterofilia) e un

po’ perché non è che l’Italia

sia proprio in testa agli interessi

degli inglesi (o anche

degli americani).

I media inglesi, di destra o

sinistra che siano, con Berlusconi

non sono mai andati

troppo d’accordo. Il Nostro

incarna infatti un’anomalia

tutta nostra, difficilmente

comprensibile in paesi dove

l’idea di centrodestra è qualcosa

di presentabile: sicuramente

è la parte avversa, se

sei a sinistra, ma di certo

non questa roba confusa e

becera che è Berlusconi con

la sua accozzaglia di alleati.

Il fatto poi che possegga

televisioni e una fetta di

giornali e affini è ancora più

incomprensibile. Attacchi e

critiche all’operato del premier

italiano e sulla sua persona

sono da sempre presenti

sui giornali inglesi, con

grande gioia nostra – tanto

che talvolta diventa quasi

pigrizia starsi ad inventarsi

una critica costruttiva, basta

copia-incollare quanto

dicono loro.

Non sempre, a dire il vero,

i giornali inglesi disegnano

scenari precisi ed attendibili.

Hanno per esempio una

discreta capacità nel valutare

molto di quello che succede

in Italia come fascista

o comunista, riutilizzando

talvolta vecchi cliché . Due

piccoli esempi riguardano il

primo congresso del Pdl: sia

Guardian che Independent

si lanciarono in lamenti sul

fatto che in il primo partito

italiano incorporasse ex fascisti,

una cosa inammissibile

e che ha a che fare con il

fatto che in Italia non ci siamo

confrontati con il passato

fascista, mentre in Germania

certo che si – cosi’

sosteneva il Guardian, dove

probabilmente non han-

no mai sentito parlare dell’Ndp.

L’Independent invece

si spinse ad affermare che

in Italia i fascisti duri e puri

sono come il BNP, rumorosi

ma incapaci di vincere – infatti

il BNP ha preso “solo”

il 6% alle ultime europee,

mandando ben due rappre-

sentanti in Parlamento.

Insomma, due piccoli

esempi per capire come non

sempre la stampa inglese sia

impeccabile nei nostri confronti.

Ma non sono tanto

supposti errori di valutazione,

quanto una incapacità di

comprendere le anomalie e

stranezze italiane. In questo

caso, si capisce, non è tanto

colpa loro, ma soprattutto

nostra, che le anomalie e

le assurdità le produciamo.

Eppure l’impressione è che

l’ultima sia stata accolta sì

con sconcerto, ma anche

con una certa convinzione

che, banalizzando, ormai

quell’uomo lì è così buzzurro

che può’ fare questo

vignetta di Vauro. Dal Manifesto

e altro. L’ultima anomalia è

chiaramente il Noemigate

(o vari nomi che si possono

dare alla vicenda), un caso

che sarebbe stato sufficiente

a far cadere il governo

da queste parti (e negli ultimi

tempi è bastato molto

meno per far scoppiare un

casino storico nell’esecutivo

di Gordon Brown). Anche

su questo argomento, non

è mancata una buona dose

di confusione, specie nella

strana traduzione che il Times

fornì delle parole della

madre di Noemi. Con le vicende

italiane alla BBC hanno

avuto un buon da fare

ultimamente, consultando

anche i corrispondenti dei

giornali italiani presenti a

Londra per cercare di capire

cosa succedeva in Italia.

Ma, a parte i media, co-

me segue il pubblico medio

informato queste vicende?

Berlusconi, ormai da anni,

viene soprattutto considerato

un buffone, con tutto

ciò che comporta una qualifica

del genere: un uomo

ridicolo, ma anche un gran

giocherellone. Eppure c’è

poco da ridere, e l’episodio

Noemi è solo l’ultimo di

una serie che ha catapultato

Berlusconi agli “onori” delle

cronache internazionali (mr.

Obama mr. Obama gridato

a squarciagola, l’attesa della

Merkel a Strasburgo e via

dicendo). Chi non ride per

niente sono di sicuro i componenti

della vasta comunità

di italiani all’estero che si

trovano a spiegare, provarci

almeno, quello che succede

in quello strano paese dall’altra

parte del mediterraneo.

Le parole difficilmente

si trovano, soprattutto perché

spesso chi abita qua se

ne è andato dall’Italia per

ragioni di lavoro o di studio:

difficilmente si trova

qualcuno pronto a difendere

un sistema dove appunto

sempre meno si può studiare

seriamente o trovare un

lavoro decente e che quindi

porta ad emigrare.

Insomma, lo si è detto

mille volte, ma è davvero

difficile avere una credibilità

internazionale quando

al Governo c’è uno come

Berlusconi, ed in un paese

come la Gran Bretagna lo

hanno ben chiaro.

Informazione

1


Economia

1

Dei salari,

cioè di quello che

entra nelle nostre

tasche, non ne

parla proprio

nessuno. E allora

ci proviamo noi

con questa

riflessione

di Giulio Sensi

Con la crisi

economicofinanziaria

di

questi mesi,

sembra

che perfino

la questione dei salari sia

ritornata di moda. Perché

più reddito uguale più consumo,

più consumo uguale

economia che gira di nuovo.

Non importa se non si vanno

a toccare i meccanismi

globali causa del crack in un

contesto di economia reale

che presentava la costante

enorme crescita dei profitti

e la minima crescita dei salari.

Non importa che tipo di

consumo, sempre più insostenibile,

inutile e dannoso

per l’ambiente e la società.

A metà del 2008 fu il Governatore

della Banca d’Italia

Mario Draghi a lanciare l’allarme

Italia: “le retribuzioni

unitarie medie dei lavoratori

dipendenti, al netto di imposte

e contributi in termini

reali, non sono oggi molto al

di sopra del livello di 15 anni

fa”. Il 2008 ha visto in parte

un certo aumento dei salari

reali del nostro paese, ma la

spiegazione risiede solo nel

fatto che vi sono stati incrementi

tabellari, arretrati

e una tantum derivati dal

rinnovo di alcuni contatti

Se i salari

“tornano” di moda

nazionali di lavoro con rilevante

peso occupazionale.

Il nuovo Rapporto sui diritti

globali 2009, curato dall’Associazione

“Società Informazione”

e promosso da

Cgil, Arci, Actionaid, Antigone,

Cnca, Forum Ambientalista,

Gruppo Abele

e Legambiente (Ediesse

2009, 30 euro), spiega l’incremento

del livello medio

dei salari del 2008 nella crisi

dell’ultima fase dell’anno:

“l’occupazione ha cominciato

a diminuire, e quindi

la ripartizione del monte

redistributivo è stata distribuita

su una platea più

contenuta, alzando la media

generale”. La matematica

non giudica. Come quando

qualche settimana fa l’Ocse

(Organizzazione per la

cooperazione e lo sviluppo

economico) ha rincarato la

dose, presentando la situazione

salariale dei 30 paesi

aderenti: con un salario annuo

netto medio di 21.374

dollari, l’Italia si colloca al

posto numero ventitrè della

classifica, senza contare

gli squilibri interni sempre

più gravi. Secondo questi

dati, a pesare negativamente

sulle buste paga italiane è

il cosiddetto cuneo fiscale,

A sinistra,

un prototipo

della Social

Card.

Sotto, il

Ministro

dell’economia

Tremonti che

mostra orgoglioso

la sua

creatura

che calcola la differenza tra

quanto paga il datore di lavoro

e quanto effettivamente

finisce in tasca al lavoratore.

Il rapporto afferma anche

che un lavoratore italiano

guadagna mediamente in

un anno il 44% in meno di

un britannico, il 32% in meno

di un irlandese, il 28% in

meno di un tedesco e il 18%

in meno di un francese. La

specificità italiana si comprende

meglio contestualizzandola

al vento neoliberista

degli ultimi venticinque anni

che ha spazzato il Pianeta.

Perché il livello dei salari

negli ultimi decenni non è

aumentato allo stesso ritmo

dell’economia? Secondo il

“Global Wage Report 2008-

2009” dell’Ufficio Internazionale

del Lavoro (ILO)

tra il 1995 e il 2007 per ogni

punto percentuale in più

nella crescita economica

annuale del Pil procapite, i

salari sono cresciuti in media

solo dello 0,75% su base

annua. Di conseguenza,

in quasi tre quarti dei paesi

la quota dei salari rispetto

al Pil è diminuita. Va detto

che le differenze regionali

sono significative: la crescita

dei salari reali non ha

superato l’1% nella maggior

parte dei paesi “sviluppati”


giungendo tuttavia il 10% in

Cina, Russia e altri paesi in

transizione.

C’è poi la questione di

genere a rendere ancora

più drammatica la faccenda:

sempre secondo l’Ilo,

nella maggioranza dei paesi

membri dell’Onu, i salari

delle donne rappresentano

in media tra il 70 e il 90%

di quelli degli uomini. Secondo

Giuseppe Travaglini,

Professore di Economia Politica

all’Università di Urbino,

“negli ultimi quindici

anni si è registrato a livello

mondiale uno spostamento

della distribuzione dai redditi

dal lavoro ai profitti”.

“Se misuriamo –afferma

Travaglini - la quota del

prodotto nazionale che va

ai redditi da lavoro si osserva

un evidente declino dagli

inizi degli anni ‘90 ad oggi in

tutte le economie avanzate.

In Italia lo spostamento negli

ultimi dieci anni è stato

particolarmente evidente (8

punti di Pil pari a circa 120

miliardi dalle retribuzioni

ai profitti), ma è comune a

tutti i paesi dell’Europa a 27.

Gli Stati Uniti, il Giappone,

l’Australia e il Canada sperimentano

un’evoluzione

simile; in Francia e nel Regno

Unito la distribuzione

si è mantenuta inizialmente

stabile, per cambiare a

svantaggio del lavoro negli

ultimi anni.

Naturalmente, la riduzione

della quota dei redditi da

lavoro sul prodotto nazionale

implica l’aumento cor-

rispondente della quota del

reddito nazionale a favore

dei profitti”. L’ennesimo fumo

negli occhi gettato dal

Pil. Come uscire dalla trappola

allora? Secondo Travaglini

“il processo di rie-

vignetta di Vauro. Dal Manifesto e dell’America Latina, rag-

Diritti

a perdere

Quest’anno il Rapporto

sui diritti globali,

giunto alla sua settima

edizione, esce nel pieno

degli effetti della crisi finanziaria

mondiale sulle economie

reali di tutti i Paesi del

pianeta. Il castello di carte

della finanza globalizzata, e

infine impazzita come una

maionese, è il frutto prevedibile

e previsto di un sistema

che drena ricchezze

e risorse per concentrarle

in poche mani. Le mani

sono quelle delle corporation,

dei potenti

gruppi speculativi,

degli imperi multinazionali

che in questi decenni

hanno attualizzato e imposto

l’ideologia del liberismo senza

regole e senza freni.

Un pensiero unico che è

riuscito a informare di sé e

a soppiantare governi e sedi

decisionali democratiche ed

elettive, dunque la politica,

gestendoli in proprio o tra-

quilibrio esterno richiede

anche un riequilibrio interno

del reddito nazionale a

favore del lavoro. Tuttavia,

in un sistema economico

aperto agli scambi internazionali

non circolano solo

le merci, ma anche i

fattori produttivi. E

anche se uno di questi

ha una mobilità

relativamente bassa

vi sarà la tendenza

ad omogeneizzare

la sua retribuzione

a livello mondiale.

È questo il caso del

costo del lavoro che

risente direttamente

della globalizzazione

del mercato del lavoro,

e indirettamente

della crescente mobilità

dei capitali”. Per

questo la soluzione è

globale o non ci sarà.

“Così –conclude

Travaglini- il riequilibrio

nella distribuzione

del reddito a favore del

lavoro richiede un nuovo

“patto sociale” che non può

limitarsi alle singole economie,

ma che deve essere

disegnato a livello interna-

sformandoli

in passivi e

complici esecutori.

Con la crisi globale resta

aperto e si drammatizza il

nodo dei salari e, più in generale,

la grande e rimossa questione

dei diritti economici e

sociali, nei Paesi poveri così

zionale con un coordinamento

delle politiche dei

redditi, pena il fallimento

come in

quelli sviluppati.

Ma le

cronache

dai mari di

questi giorni,

dei barconi

gonfi di

umanità violata

e dolente,

cinicamente rispediti

in Libia,

ci ricordano che

oltre alla crisi dell’economia

reale

c’è un’altra crisi da

affrontare, altrettanto

grave: quella

dei diritti umani e di

cittadinanza, connessi

anche alla questione ambientale.

Anche questi diritti sono

drasticamente peggiorati, sin

dentro il cuore delle nostra

città.

di ogni tentativo”. Temiamo

che non sarà una questione

prioritaria nelle chiacchiere

aquilane al G8 di luglio.

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/Cia/INAC

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1


Internazionale

1

Il quarto vertice

continentale

dei popoli

originari di Abya

Yala ha avuto luogo

a Puno (Perù)

dal 27 al 31

maggio scorso.

Ecco un primo

commento di

un partecipante

all’importante

appuntamento

di Aldo Zanchetta

Il mito delle origini

del popolo Inca narra

che il primo Inca

Manco Capac e sua

moglie Mama Occlo,

emersi dal lago Titicaca

sull’isola del Sole, al

centro del lago, approdarono

poi sulla terra ferma da

dove iniziarono il loro cammino

per fondare la città di

Qosco (Cusco) da dove iniziarono

l’espansione di uno

dei più potenti imperi che la

storia ricordi.

Da qui il forte valore

simbolico della scelta della

città di Puno, sulle rive

del lago, come sede del IV

vertice dei superstiti popoli

originari di Abya Yala,

dove, dal 27 al 31 maggio

scorso si sono dati appuntamento

circa 6.500 loro

rappresentanti provenienti

da 22 paesi, con la presenza

di un rappresentante del

popolo africano dei Masai,

preannunciante la speranza

di allargamento futuro del

vertice ai popoli “indigeni”

di altri continenti.

I 5 giorni sono stati scanditi

dal succedersi del I

Vertice continentale delle

donne indigene, del II Vertice

della gioventù indigena

(niñez e joventud) e infine

del IV Vertice dei popoli di

Abya Yala. Un vertice complesso

e articolato e che ha

sottoposto ad un certo sforzo,

a causa dell’altitudine

sfiorante i 4.000 metri sul

mare, i partecipanti non andini,

senza però pregiudicare

una partecipazione attiva

e appassionata ai lavori.

Mama Quca

Titikaka

14 i tavoli tematici di

discussione a partire dall’obiettivo

già esposto nel

manifesto convocatorio: “La

terra di Abya Yala si scuote

per l’irruzione di un attore

politico rimasto occultato

per secoli: il movimento indigeno

del continente avanza

nella sua articolazione.

Tre Vertici continentali riuniti

successivamente in Messico,

Ecuador e Guatemala,

hanno consentito questo

avanzamento. Dal 27 al 31

maggio 2009 la città di Puno,

sulle rive del Paqarina

Mayor della Cultura An-

dina, il lago Titicaca, alla

frontiera con la Bolivia, sarà

sede del IV Vertice continentale

dei Popoli e delle

Nazionalità indigene di Abya

Yala. Le voci originarie

del continente si uniranno

in un atto comune di rivalorizzazione

della Madre

Terra. Ormai siamo passati

dalla resistenza alla costruzione

del potere, abbiamo

dimostrato di avere proposte

per la sopravvivenza di

tutta l’umanità. Noi Popoli

e Nazionalità indigene rivalorizziamo

le nostre radici

per lanciarci uniti verso un

futuro di Buen Vivir per

tutti e per tutte”.

Già nella presentazione a

gennaio scorso del manifesto

del Vertice Miguel Palacin,

il leader del coordinamento

delle organizzazioni

indigene andine (CAOI),

6500 delegati dei popoli

indigeni del continente americano

hanno partecipato al

IV Vertice di Puno (Perù)


aveva detto: “Cosa chiedono

i popoli indigeni? Qual’è l’asse

comune delle nostre lotte?

Vogliamo riscattare dalle

nostre radici le pratiche e i

valori ancestrali di equità,

complementarietà e reciprocità

fra gli esseri umani

e la Madre Natura. Vogliamo

un’economia per soddisfare

le necessità di tutti e

non solo l’avarizia di pochi.

In una parola: vogliamo il

buen vivir, non solo per i

popoli indigeni ma per tutta

l’Umanità. [...] Non vogliamo

‘prendere il potere’ bensì

‘costruirlo dal basso’, da ogni

comunità, con autorità che

comandino obbedendo”.

Questi obiettivi, e le

preoccupazioni sulle sorti

della Madre Naturaleza

sono stati al centro del dibattito,

con la consapevolezza

di una profonda diversità

fra la cosmovisione indigena

e quella occidentale, oggi

dominante, riassunta nel

documento conclusivo con

l’espressione: La terra non

ci appartiene. Noi appar-

teniamo ad essa! Un rovesciamento

di paradigma

avente origini millenarie e

su cui sembra difficile trovare

un compromesso.

Ma oggi la cosmovisione

occidentale, che sembrava

aver vinto definitivamente,

è in profonda crisi, mentre il

mondo amerindio, che sembrava

destinato ad essere

definitivamente cancellato

dalla storia, sta orgogliosamente

riscoprendo le proprie

radici e rivendicando la

propria dignità, dando piena

attualità alla domanda riecheggiante

il titolo di un libro

di Giulio Girardi, acuto

e appassionato osservatore

della cose latinoamericane:

Gli esclusi costruiranno la

nuova storia?

Sono gli esclusi di ieri e

ancora di oggi che prendono

l’iniziativa politica, permettendosi

di convocare un

Foro sulla Crisi della civiltà

occidentale per il marzo

2010 nel centro simbolico

dell’identità indigena, la capitale

dell’impero Inca del

Cusco.

Avendo partecipato a due

precedenti Vertici (Quito,

2004 e Iximché, 2006)

non posso non restare stupito

dal cammino percorso

in questi pochi anni dai

popoli di Abya Yala e dal

passaggio consapevole da

una prospettiva prevalentemente

interna di rinascita e

di affermazione dei propri

diritti ad una propositività

a tutto campo che emerge

chiaramente dal Manifesto

di Mama Quca Titikaka

approvato al termine di un

lungo confronto, alle ore 13

del 31 maggio 2009, esattamente

all’ora prevista.

Vorrei sottolineare come

questo Manifesto non sia

sceso dall’alto, come spesso

accade, ma realmente

cresciuto dal basso, a partire

dalle sintesi emerse dal

Vertice delle donne e dai 14

tavoli di lavoro, rielaborate

nelle lunghe ore delle due

sedute pre-plenarie e infine

sottoposto punto per punto

all’approvazione della plenaria,

che ha con puntiglio

apportato variazioni o integrazioni

fino al momento

della lettura finale. In particolare

la modifica del punto

riguardante l’Amazzonia

peruviana dove da mesi gli

indigeni sono in agitazione

e sono passati al “paro”

(sciopero generale, con occupazione

di strade e edifici

pubblici). Una loro nutrita

rappresentanza ha chiesto

e ottenuto che l’assemblea,

che aveva deciso per giovedì

4 giugno uno sciopero

nazionale di solidarietà, dichiarasse

non il “paro” bensì

il “levantamiento” (stato di

ribellione). Il governo, che

aveva già dichiarato lo stato

di emergenza nella regione,

ha risposto duramente, con

il risultato, appunto giovedì

4, di 32 morti e decine di

feriti.

Il salto di qualità degli

obiettivi e delle proposte

operative appare chiaro

dalla lettura del Manifesto,

una analisi più dettagliata

del quale rimandiamo ad un

altro momento. Due punti

vorrei però sottolineare:

l’inconciliabilità profonda,

senza se e senza ma, fra la

prospettiva capitalista della

mercificazione dei beni

naturali /terra, acqua, boschi

etc) e quella indigena,

di appartenenza ad essa,

l’assoluta coerenza nella costruzione

dal basso di un’alternativa

globale che salvi il

pianeta dal disastro in atto.

Sono questi due paradigmi

a fare oggi la differenza

fra civiltà e barbarie,

rovesciandone l’attribuzione

corrente alle due opposte

cosmovisioni.

Colpisce poi la mole di

impegni assunti da qui al

prossimo Vertice che si terrà

in Bolivia nel 2011: l’organizzazione

di una giornata

mondiale per la Madre

Terra da tenersi il prossimo

12 ottobre contro la mercantilizzazione

della vita,

l’inquinamento e la criminalizzazione

dei movimenti

indigeni e sociali, l’organizzazione

di un Vertice in

difesa della Madre Terra

durante la Convenzione sul

cambiamento climatico di

Segue a pagina 18

1


Internazionale

1

Segue da pagina 17 per superare la sua subordi- cumento “Tendenze globali

Copenaghen del dicembre nazione al potere imperiale 2020”, identifichi nei popoli

prossimo dove, ricordiamo, e per costruire l’Organizza- indigeni il maggior ostacolo

una presenza ufficiale di una zione delle Nazioni Unite di al proseguimento delle poli-

rappresentanza dei popoli Abya Yala e del Mondo; infitiche neoliberiste in Ameri-

amerindi è stata rifiutata dane una globalizzazione delle ca latina.

gli organizzatori; la costitu- lotte indigene attraverso la Non voglio correre il rizione

di un Tribunale per la realizzazione del I Vertice schio di idealizzare il mon-

giustizia climatica che giu- della Comunicazione indido indigeno come perfetto e

dichi le imprese trasnaziogena nel 2010 nel Cauca, in il suo percorso come maginali

e i governi complici nel Colombia; il I Vertice indistrale. So bene quali divisio-

depredare la Madre Natura geno dell’acqua, il I Vertice ni lo attraversino, incorag-

e i Beni comuni come pri- dei Comunicatori indigeni, giate dalla strategia praticata

mo passo verso una Corte il II Vertice Continenta- fin dalla conquista da parte

Internazionale per i Delitti le delle donne indigene nel di attori esterni, talora con-

ambientali; l’organizzazio- 2011 nel quadro del V Vertisapevoli e tal altra sempline,

nella città di Cusco dal ce dei popoli indigeni. cemente irresponsabili e

26 al 28 marzo 2010, di un Politicamente risalta l’im- portatori di progetti ambi-

Foro sulla crisi della civiltà pegno a “ricostituire i nostri gui ancorché benintenzio-

occidentale e sulla decolo- territori ancestrali come nati. La preoccupazione per

nizzazione; la costituzione fonte della nostra identità, queste divisioni, spontanee

di un Coordinamento dei spiritualità, storia e futuro” o indotte, è certo all’origi-

Popoli e delle Nazionalità affermando che “i popoli e i ne del forte appello all’uni-

indigene di Abya Yala, dan- loro territori sono un’identità di Humberto Cholango,

do continuità al processo di tà inscindibile”.

un giovane leader di forte

costruzione dal basso verso Risulta perciò chiaro per- spessore, presidente della

l’alto, che vigili sull’Organizché il rapporto di una delle ecuadoriana Ecuarunari,

zazione delle Nazioni Unite strutture della CIA, nel do- cui è stato conferito il com-

pito del discorso di chiusura

del Vertice. Prendo atto

del momento magico che il

mondo indigeno amerindio

sta vivendo e delle prospettive

che esso apre anche a

noi, e dico con convinzione:

grazie, fratelli indigeni, che

state conducendo le vostre

lotte secondo logiche di non

violenza efficace e proponendo

come punto di arrivo

un “reincontro” di civiltà e

non un semplice rovesciamento

dei rapporti di forza

fra dominatori e dominati di

turno.

Il Vertice ha registrato

un importante

salto di qualità

nell’organizzazione

e nella qualità

della proposta politica


Le scuole d’arte dell’Avana,

un’utopia possibile

Immaginatevi

come doveva

essere Cuba,

e la sua capitale,

L’Avana, pochi

mesi dopo

la Rivoluzione.

Un giovane

e barbuto capo

di stato aveva

liberato Cuba da

una dittatura

crudele quanto

grottesca. Il poco

più che trentenne

Ernesto Guevara

era dirigente della

Banca Nazionale

e dell’Istituto per

la Riforma Agraria.

Tutto rimesso in

discussione,

creatività,

immaginazione,

il sogno di un

Mondo più giusto

sembrava

a portata di mano

di Gianluca Mengozzi

Immaginatevi che negli

stessi mesi proprio

Fidel Castro e il

Che si rechino nella

zona ovest dell’Avana

e visitino il Country

Club, il grande circolo del

Golf degli Americani. Pensate

che i due giovani capi

della Rivoluzione passeggino,

con le loro uniformi

verdi in giro per il parco abbandonato

dagli ex-padroni,

e che chiacchierino su cosa

si potrebbe fare in quello

spazio così bello.

L’idea

Uno dei due, chissà chi,

deve aver lanciato prima

l’idea: “facciamoci delle

scuole d’arte internazionali,

che servano i giovani cubani

e a quanti nel Mondo vogliano

diventare artisti”. E così

fu. Chiamarono l’architetto

cubano Ricardo Porro, e

A sinistra, l’autore

dell’articolo, Gianluca

Mengozzi insieme

all’architetto

Roberto Gottardi.

Sotto, la scuola di Teatro,

opera del maestro Gottardi

gli dissero di comporre una

equipe di tecnici. Porro ne

trovò solo due, due italiani,

un milanese e un veneziano.

Facciamo un passo indietro

di qualche anno e immaginatevi

ora il veneziano Roberto

Gottardi. Nato e cresciuto

sulla Laguna da famiglia

borghese, inquieto e ribelle

alle convenzioni del tempo,

già da studente respira l’aria

del Mondo nuovo che sta

per arrivare. Intanto studia

architettura col grande Carlo

Scarpa. Una volta laureato

si trasferisce a Milano, sia

per trovar lavoro e fare davvero

il mestiere, sia per liberarsi

della famiglia e sentirsi

più libero. Qui lavorerà con

Rogers, il grande autore di

tante architetture moderne

come la torre Velasca. Un

giorno si presentò nello studio

milanese di Rogers un

imprenditore Venezuelano

che voleva fare uno studio

di architettura a Maracaibo

approfittando della fama

meritata dei tecnici italiani

e delle molte occasioni di

lavoro in America Latina.

Chiese di Roberto Gottardi.

Rogers gli consigliò di andare

e fare una esperienza di

lavoro, e lui accettò. Chissà

se il giovane architetto veneziano

già immaginava che

non sarebbe mai più tornato

a lavorare in patria? In Venezuela

arrivò con un collega,

Vittorio Garatti, milanese

e appena trentenne come

lui. Lavorarono alcuni anni,

poi ebbero la notizia che a

Cuba era successo qualcosa

che non aveva precedenti:

alcuni loro coetanei avevano

preso il potere, dopo una

lunga guerriglia sulle mon-

Segue a pagina 20

1


Internazionale tagne

0

Segue da pagina 19 che sarebbero arrivati dalle Porro per la scuola di arti ad asciugare e gonfiati dal

dell’Oriente dell’Isola. nazioni appena liberate dal plastiche (pittura e scultura) vento. Vittorio Garatti im-

Un loro amico, l’architetto colonialismo. Ci si imma- si era immaginato una armaginò la scuola di musica

cubano Ricardo Porro, che ginava, negli 80 ettari del chitettura che richiamasse il come una lunga linea cur-

lavorava a Caracas, decise prato che era stato ad uso corpo delle donne mulatte. va che assecondava l’anda-

di rientrare a Cuba: ”gli ar- esclusivo dei ricchi, giova- Cupole rotonde come seni mento di una collina. 300

chitetti stanno scappando a ni di tante nazioni e colori coprivano le grandi sale di metri di lunghezza, curve

Miami” disse “ci sarà lavoro, della pelle, tutti assieme a lavoro e di esposizione, con e controcurve, quasi come

e tante cose da fare, e vivre- studiare le arti, segno del grandi lucernari che svet- una armonia che si libera da

mo la rivoluzione!”. Era in Mondo nuovo che la Rivotavano come turgidi capez- una pagina pentagrammata.

effetti così: i pochi architetti luzione aveva contribuito zoli. Corridoi tondeggianti, Salette di prova si alternava-

che lavoravano a Cuba se ne a costruire. “Fare presto!” voltati a sesti variabili evono a spazi più grandi, e su

stavano andando lasciando aveva detto Fidel. Ma poco cavano ora profili morbidi tutte un sistema di raccol-

l’esperimento rivoluziona- dopo l’inizio dei lavori l’em- di donna, ora anatomie più ta delle acque che irrigava

rio, così come professori bargo statunitense chiuse nascoste e organiche. Nella giardini pensili e riempiva

universitari delle facoltà di l’Isola in un cerchio di isola- piazza centrale una gran- vasche d’acqua. Per la dan-

ingegneria ed architettura. mento. Diventò difficile avede fontana evocativa di un za moderna Garatti disegnò

Appena arrivato a L’Avana re materiali da costruzione sesso femminile zampillava enormi cupole a vela su ba-

Roberto Gottardi fu chia- di importazione. Poco ma- acqua in una piscina rinse quadrata, rette da esili

mato, come i suoi colleghi, le: i tre progettisti decisero frescante. Per la scuola di pennacchi e chiuse da roste

a insegnare all’università. di fare tutto in laterizio di balletto Porro scelse invece frangisole di legno tropicale

Dopo poche settimane Por- produzione nazionale e li- volumi più rigidi, ispirando- arricchite da vetrate versiro

lo cercò: “c’è da fare una mitare al massimo l’uso del si a vetri rotti, a spigoli vivi, colori. Le grandi aree erano

cosa fantastica, chiama Ga- cemento armato. Passava di a fratture e schegge. Segni collegate da camminamenti

ratti, se ci stai cominciamo lì, proprio perché la storia è forti e decisi, contraddetti voltati con settori di iper-

subito!”.

fatta anche di casi, un capo- però, sulle loro sommità da boloide sempre impostati

mastro catalano, arrivato a cupole e volte catalane che su piani diversi, incatenati

Il progetto

Cuba attratto dalle mulatte sembravano lenzuoli tesi con profili di acciaio e tira-

Era proprio vero: nel cam- e dalla Rivoluzione. Gli fu

po da golf dei ricchi Ameri- chiesto di insegnare a tutcani

che erano fuggiti doti gli operai a fare le volte

veva sorgere un centro di alla catalana, quelle belle e

formazione artistica inter- solide volte che hanno reso

nazionale. Organizzarono la famoso il grande Gaudì, co-

prima riunione, cui parteciperture morbide e versatili,

parono i giovani barbudos, adattabili a tutti i perimetri

alcuni artisti e i tre giovani murari, semplici da realiz-

architetti. Si decise di fare zare e resistentissime. Ma

cinque scuole di arte: arti soprattutto bisognose di po-

plastiche, arte drammatico cemento. Il Catalano orca,

balletto, musica e danza ganizzò un cantiere scuola

moderna. “Qual’è il budget e mentre si alzavano i muri

dell’operazione?” chiese Ro- perimetrali delle scuole lui

berto Gottardi. “Quello che insegnava ai muratori a fare

serve”, rispose Fidel. “Senza i tetti: così, quando i muri

limiti?” soggiunse il giova- furono finiti, si iniziò a cone

architetto. “Senza limiti, struire le coperture. Ricardo

ma con giudizio!” concluse

perentorio il Comandante.

Cominciava così una delle

più fantastiche avventure

dell’architettura moderna.

Tre progettisti poco più che

ragazzi, disponibilità illimitata

di denaro e di mano

d’opera, libertà totale nel

progetto e nelle tecniche

di costruzione. A Gottardi

sembrò un sogno. Loro

erano tre, le scuole cinque:

Roberto Gottardi scelse di

prenderne una sola, quella

di arte drammatica. Scelse

così perché era stato un appassionato

di teatro sperimentale

e aveva fatto studi

di scenografia. Ma poi, ripensandoci,

avrebbe voluto

fare anche danza moderna,

altra sua grande passione.

La fase di progetto e la fase

costruttiva cominciarono

quasi insieme: bisognava

fare presto, le scuole si sarebbero

riempite di giovani

cubani e dei tanti studenti


tati per assorbire le enormi

spinte orizzontali. Le cupole

erano segnate da costoloni

colorati in campiture di

maioliche che ne esaltavano

la grafia perfetta. Nei volumi

si insinuavano corsi d’acqua

e canalette gorgoglianti.

Roberto Gottardi pensò la

scuola di teatro come un incrocio

di stradine della sua

Venezia. Calli e campielli

si alternavano, incanalando

l’aria e creando fresche correnti

atte a combattere la

Nella pagina a sinistra

in basso, la scuola di arti

plastiche, opera

dell’architetto

Ricardo Porro,

e sopra, fontana e cupole

di Ricardo Porro.

In questa pagina,

Vittorio Garatti:

cupole... e ancora cupole

calura tropicale. I volumi

si rincorrevano , ora stringendosi

in stradelle ombrose

ora allargandosi in

piazzette dove gli studenti

indugiavano a riposarsi o si

fermavano per ripetere i copioni.

L’embargo impediva

di comprare all’estero sedie

di qualità: poco male, pensò

Gottardi, e si mise a fare

sedute in mattoni da coprire

con cuscini, e ne riempì le

sale di lezione. La luce arrivava

dai lucernari del tetto e

da grandi finestre aperte sul

verde circostante. Gottardi

progettò un grande teatro

di prova, che non fu mai costruito

perché, piano piano,

il cantiere si arrestò.

Il bloqueo

Era ormai il 1961, Roberto

Gottardi aveva 400 operai

sul suo cantiere, e altrettanti

ve ne erano intenti alla costruzione

delle due scuole di

Ricardo Porro e di Vittorio

Garatti. I corsi d’arte cominciarono

prima della fine delle

scuole, e dunque il parco

si riempì di studenti e studentesse

che oltre a imparare

le loro arti si costituirono

in brigate di manovali contribuendo

alle costruzioni. I

cantieri fino al 1963 procedettero

veloci, nell’entusiasmo

collettivo. Ma dal 1964

la situazione economica dell’Isola

si fece più complessa.

Diminuirono drasticamente

gli operai, ora destinati ai

piani di emergenza per le

abitazioni e gli ospedali. Da

400 diventarono 200, poi

100, e poi sempre meno.

Agli inizi del 1965 Gottardi

aveva ormai solo 15 operai e

soprattutto grandi difficoltà

ad avere materiale da costruzione.

Intanto sulle riviste

di architettura cubana

rivoluzionaria erano iniziati

a uscire articoli strani, in

cui alcuni critici rampanti e

ortodossi avevano criticato

le scuole d’Arte. Tra loro si

distingueva Roberto Segre.

Egli attaccò senza quartiere

l’esperimento architettonico

dei tre giovani, accusandoli

di molte cose e finendo,

dopo un po’, per dire che

facevano architettura antirivoluzionaria.

Invidia, si

direbbe. Ma non era solo

quello. C’era anche il fatto

che Cuba stava entrando

nell’orbita sovietica e per

i russi le forme mai viste

delle scuole d’arte erano irrazionali

e incomprensibili.

Insomma, per tutti questi

motivi prima della fine del

1965 il cantiere venne interrotto.

Porro aveva concluso

le costruzioni, e le sue due

scuole funzionavano entrambe.

Garatti aveva pressoché

concluso la scuola di

balletto ed era invece rimasto

al 70% di quella di musica.

Gottardi era quello più

in ritardo: la scuola di teatro

era finita solo al 35%, ne

mancavano due terzi. Lentamente

le scuole incomplete

furono abbandonate.

Piano piano la vegetazione

lussureggiante prese il sopravvento

sulle architetture:

il verde inghiottì i volumi,

si susseguirono vandalismi

e furti, e dunque il degrado

aumentò progressivamente.

Così parte di quel

sogno cadde nell’oblio. Nel

frattempo Porro era andato

a vivere in Francia, Garatti

era tornato a Milano e Gottardi

invece era rimasto,

solo dei tre, a Cuba. Alla

fine degli anni ’90 le scuole

furono riscoperte dalla critica

internazionale e iscritte

nel catalogo mondiale dei

100 monumenti da salvare.

Passata la sovietizzazione,

i grigi anni ’70, il Periodo

Especial, le autorità cubane,

Fidel in primis, decisero di

procedere al restauro delle

scuole ed alla costruzione

delle parti mancanti di quelle

rimaste incomplete. Nel

1999, quasi quarant’anni

dopo l’inizio di quel sogno

gli architetti furono di nuovo

tutti richiamati a lavorare

sulle loro scuole. Ma questa

è un’altra storia.

1


La lettera-denuncia

scritta nel

dicembre del 1948

al più importante

quotidiano

statunitense

di Albert Einstein

Fra i fenomeni

più preoccupanti

dei nostri tempi

emerge quello

relativo alla

fondazione, nel

nuovo stato di Israele, del

Partito della Libertà (Tnuat

Haherut), un partito politico

che nella organizzazione,

nei metodi, nella filosofia

politica e nell’azione sociale

appare strettamente

affine ai partiti Nazista e

Fascista. È stato fondato

fuori dall’assemblea e come

evoluzione del precedente

Irgun Zvai Leumi, una organizzazione

terroristica,

sciovinista, di destra della

Palestina. L’odierna visita di

Menachem Begin, capo del

partito, negli USA è stata

fatta con il calcolo di dare

l’impressione che l’America

sostenga il partito nelle

prossime elezioni israeliane,

e per cementare i legami

politici con elementi sionisti

conservativi americani.

Parecchi americani con

una reputazione nazionale

hanno inviato il loro saluto.

È inconcepibile che coloro

che si oppongono al fascismo

nel mondo, a meno che

non siano stati opportunamente

informati sulle azioni

effettuate e sui progetti del

Sig. Begin, possano aver aggiunto

il proprio nome per

sostenere il movimento da

lui rappresentato. Prima che

si arrechi un danno irreparabile

attraverso contributi

finanziari, manifestazioni

pubbliche a favore di Begin

e alla creazione di una immagine

di sostegno ameri-

New York

Times

cano ad elementi fascisti in

Israele, il pubblico americano

deve essere informato

delle azioni e degli obiettivi

del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche

del Sig. Begin non sono utili

per capire il suo vero carattere.

Oggi parla di libertà,

Internazionale Lettera al

democrazia e anti-imperialismo,

mentre fino ad ora

ha apertamente predicato

la dottrina dello stato Fascista.

È nelle sue azioni che il

partito terrorista tradisce il

suo reale carattere, dalle sue

azioni passate noi possiamo

giudicare ciò che farà nel

futuro.

Attacco a un villaggio

arabo

Un esempio scioccante è

stato il loro comportamento

nel villaggio Arabo di Deir

Yassin. Questo villaggio,

fuori dalle strade di comunicazione

e circondato da terre

appartenenti agli Ebrei, non

aveva preso parte alla guerra,

anzi aveva allontanando

bande di arabi che lo volevano

utilizzare come una

loro base. Il 9 Aprile, bande

di terroristi Attaccarono

questo pacifico villaggio,

che non era un obiettivo militare,

uccidendo la maggior

parte dei suoi abitanti (240

tra uomini, donne e bambini)

e trasportando alcuni di

loro come trofei vivi in una

parata per le strade di Gerusalemme.

La maggior parte

della comunità ebraica rimase

terrificata dal gesto e

l’Agenzia Ebraica mandò le

proprie scuse al Re Abdullah

della Trans-Giordania.

Ma i terroristi, invece di

vergognarsi del loro atto, si

vantarono del massacro, lo

pubblicizzarono e invitarono

tutti i corrispondenti

stranieri presenti nel paese

a vedere i mucchi di cadaveri

e la totale devastazione a

Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin

esemplifica il carattere e le

azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità

ebraica hanno predicato

un misto di ultranazionalismo,

misticismo religioso e

superiorità razziale. Come

altri partiti fascisti sono

stati impiegati per interrompere

gli scioperi e per

la distruzione delle unioni

sindacali libere. Al loro posto

hanno proposto unioni

corporative sul modello

fascista italiano. Durante

gli ultimi anni di sporadica

violenza anti-britannica, i

gruppi IZL e Stern inaugurarono

un regno di terrore

sulla Comunità Ebraica della

Palestina. Gli insegnanti

che parlavano male di loro

venivano aggrediti, gli adulti

che non permettevano ai

figli di incontrarsi con loro

Quì sotto, la foto di Begin,

primo a sinistra,

sul manifesto dei ricercati

dalla polizia inglese

per terrorismo.

Siamo in Palestina,

all’epoca sotto

Mandato britannico,

negli anni ’40

venivano colpiti in vario

modo. Con metodi da gangster,

pestaggi, distruzione di

vetrine, furti su larga scala,

i terroristi hanno intimorito

la popolazione e riscosso

un pesante tributo. La gente

del Partito della Libertà

non ha avuto nessun ruolo

nelle conquiste costruttive

ottenute in Palestina. Non

hanno reclamato la loro

terra, non hanno costruito

insediamenti ma solo diminuito

la attività di difesa degli

Ebrei. I loro sforzi verso

l’immigrazione erano tanto

pubblicizzati quanto di poco

peso e impegnati principalmente

nel trasporto dei

loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate

affermazioni fatte ora

da Begin e il suo partito, e

il loro curriculum di azioni

svolte nel passato in Palestina

non portano il segno di

alcun partito politico ordinario.

Ciò è, senza ombra

di errore, il marchio di un

partito Fascista per il quale

il terrorismo (contro gli

Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi)

e le false dichiarazioni sono

i mezzi e uno stato leader

l’obiettivo.

Alla luce delle soprascritte

considerazioni, è imperativo

che la verità su Begin

e il suo movimento sia resa

nota a questo paese. È maggiormente

tragico che i più

alti comandi del Sionismo

Americano si siano rifiutati

di condurre una campagna

contro le attività di Begin, o

addirittura di svelare ai propri

membri i pericoli che deriveranno

a Israele sostenendo

Begin. I sottoscritti infine

usano questi mezzi per presentare

pubblicamente alcuni

fatti salienti che riguardano

Begin e il suo partito, e

per sollecitare tutti gli sforzi

possibili per non sostenere

quest’ultima manifestazione

di fascismo.


Stimolati dalla

lettera di Einstein

pubblicata nella

pagina a fianco,

siamo andati

a rivederci

la carriera

del suddetto Begin

di Maurizio Fatarella

Menachem Begin

e il presidente egiziano

Sadat a Camp David. Gli

accordi di Camp David,

caldeggiati dal Presidente

USA Carter, e la

restituzione del Sinai agli

egiziani fruttarono

al “nostro eroe”

il Premio Nobel per la Pace

Menachem

Wolfovitch

Begin

aderisce al

movimento

sionista

Betar e ne diventa dirigente

dal 1932. Nel 1935 si laurea

in legge a Varsavia e dal

1939 organizza l’emigrazione

in Palestina dei membri

del Betar.

Dal 1942 Begin è in Palestina,

leader del gruppo

terrorista Irgun. In questa

veste è responsabile dell’attentato

al King David Hotel

(92 morti e 58 feriti tra

inglesi, arabi ed ebrei – 22

luglio 1946).

In quegli anni i massacri

a danno delle popolazioni

arabe della Palestina sono

molto frequenti. Ricordiamo

quello di Yehida il 13 dicembre

1947 (7 morti e numerosi

feriti), di Khisasa il 18

dicembre ’47 (10 morti) e il

villaggio di Mukhtar con 5

bambini palestinesi uccisi.

Il 5 gennaio 1948 una

bomba scoppia all’albergo

Semiramis, a Gerusalemme

est: 18 morti e 16 feriti palestinesi.

La tragedia a Deir Yassin,

il 9 aprile 1948. Terroristi

delle bande sioniste Tsel, Irgun

e Hagana penetrano nel

villaggio arabo di Deir Yassin,

lanciano bombe incendiarie

e sparano a vista. Si

scava una fossa comune dove

vengono gettati 250 corpi.

Molte delle donne sono

violentate prima di essere

uccise (niente di nuovo sotto

il sole!). Alla delegazione

della Croce Rossa che chie-

Come si diventa

Premio Nobel

per la Pace...

de di entrare nel villaggio è

accordato il permesso solo

dopo due giorni, nei quali

i sionisti seppelliscono il

grosso dei cadaveri e cambiano

le indicazioni stradali

per confondere gli ispettori.

Entrata nel villaggio la delegazione

trova 150 cadaveri

smembrati di uomini, donne,

bambini, vecchi.

Pochi giorni dopo a Nasser

Ed-Din terroristi sionisti

travestiti da fedayn palestinesi

entrano nel villaggio

e sparano sulla folla scesa in

strada per salutarli. Molte

case sono date alle fiamme,

solo 40 i sopravvissuti.

Il 14 maggio 1948 viene

proclamato lo Stato di Israele,

che nella sua Dichiarazione

d’indipendenza si impegna

ad “un’assoluta uguaglianza

di diritti sociali e politici

per tutti i suoi cittadini senza

distinzioni di credo, razza e

sesso”. In effetti Israele non

inaugura nessuna norma atta

a perseguitare i palestinesi: si

limita ad applicare le leggi in

vigore durante il Mandato

britannico. Secondo Yaacov

Shimson Shapira, in seguito

ministro di Israele, “non

c’erano leggi simili neppure

nella Germania nazista”. Secondo

David Hirst “In base a

queste leggi, l’esercito poteva

sradicare intere comunità a

suo piacimento, deportandole

e trasferendole da un posto

all’altro; poteva imporre il

coprifuoco a tempo indeterminato

e istituire zone di

sicurezza in cui gli arabi non

potevano entrare senza permesso;

sequestrare terreni e

distruggere o requisire pro-

prietà; entrare in qualunque

luogo e perquisirlo; imprigionare

un uomo senza processo

o confinarlo in casa propria,

nel suo quartiere o villaggio;

proibire o limitare i movimenti

dentro e fuori Israele o

espellere, senza spiegazioni,

dalla terra natia”.

È in questo periodo che il

“nostro” Begin scioglie l’Irgun,

trasformando l’organizzazione

terrorista nel Partito

della Libertà. Così dal ’49 al

’67 e dal ’70 al ’77 Begin è

esponente di spicco del parlamento

israeliano. Intanto,

continuano le stragi...

Nel maggio 1948 il villaggio

di Tantura viene circondato e

la popolazione catturata dalle

brigate ebraiche. Questa la

testimonianza di un ufficiale

ebreo: “I prigionieri venivano

condotti, in gruppi, 200 metri

più in là e poi fucilati. I soldati

andavano dal comandante

supremo e gli dicevano: ‘ mio

cugino è stato ucciso in uno

degli scontri’. Il comandante

ordinava alla truppa di prendere

un gruppo di cinque, sette

persone, condurle da parte e

ucciderle. Poi arrivava un altro

soldato e diceva che suo fratello

era morto in una battaglia.

Per un fratello la punizione era

maggiore. Il comandante ordinava

alle truppe di prendere

un gruppo più numeroso e fucilarlo,

e così via”.

Nel luglio truppe guidate

da Moshe Dayan irrompono

nella moschea di Dahmash

e uccidono cento persone.

Il resto della popolazione è

deportato a Ramallah, ma

molti muoiono nel tragitto

per la sete e il caldo.

Sempre nel ’48 a Salha

costringono la popolazione

nella moschea e poi cominciano

a sparare: 105 morti.

Nell’ottobre dello stesso

anno a Dawaymeh vengono

massacrate 455 persone di

cui 170 donne e bambini.

Ma la lista si allunga negli

anni seguenti: Qibya, 1953: 67

morti. Gaza, 1956: 56 morti e

106 feriti. Kafr Qasem, : 43

morti. Khan Yunis, 275 morti

(ma qualche mese dopo viene

scoperta una fossa comune

con i cadaveri di 40 palestinesi

coi polsi legati e fori di

proiettile alla nuca). Negli

anni Sessanta c’è il massacro

di Samoa e quelli dei villaggi

della Galilea del ’76.

Nel frattempo continua

l’ascesa di Begin. Dal 1967

al ’70 entra come ministro

nei governi di Levi Eshkol

e di Golda Meir. Alla guida

nel nuovo partito - Likud

– che contribuisce a fondare,

nel ’77 vince le elezioni

e diventa Primo ministro.

Con questo incarico partecipa

alle trattative di Camp

David con le quali Israele

restituisce agli egiziani il

Sinai ed è in seguito a ciò

insignito del premio Nobel

per la Pace (sic!). Nel 1981

riesce a farsi rieleggere Primo

ministro ordinando,

durante la campagna elettorale,

l’attacco alla centrale

nucleare irakena di Osirak a

Tammuz.

Nel 1982 Begin ordina

l’invasione del Libano (operazione

“Pace in Galilea”)

con la cacciata dei palestinesi

da Beyrut e la strage

dei campi profughi di Sabra

e Chatila (3500 morti secondo

il giornalista israeliano

Kapeliouk). A seguito

della guerra in Libano (1982

- 2000), e soprattutto della

crisi economica, Begin

rassegna le dimissioni nel

1983, lasciando il posto al

collega (anche lui degnissimo,

ma questa è un’altra

storia) Yitzhak Shamir e ad

altri massacri.

Begin è morto nel 1992.


Cultura

A tre corner è rigore

di Alberto Peretti

Curiosità, aneddoti,

misfatti, miserie,

e… qualche bella

storia dal mondo

del calcio

Il calabrone

La storia di Lionel Messi

è come la leggenda del

calabrone che non potrebbe

volare perché il peso del

suo corpo è sproporzionato

rispetto alle ali. Ma il

calabrone non lo sa e vola.

Messi con quel suo corpicino,

con quei piedi piccoli,

quelle gambette, il piccolo

busto, tutti i suoi problemi

di crescita, non potrebbe

giocare nel calcio moderno

tutto muscoli, massa e potenza.

Solo che Messi non

lo sa. Ed è per questo che è

il più grande di tutti

(La repubblica, 15-02-09)

Homeless World

Cup

Torneo di livello mondiale,

cui partecipano squadre

composte da senza fissa

dimora, che usa il calcio

come un catalizzatore per

incoraggiare le persone

senza dimora a cambiare la

loro vita. Dal 2003 ha fatto

nascere progetti sportivi in

oltre 70 nazioni, iniziative

pensate per permettere ai

molti partecipanti di cambiare

vita, sconfiggere una

dipendenza, trovare casa e

lavoro, studiare o diventare

allenatori a livello semiprofessionistico.

João Saldanha,

un comunista

nel pallone

Febbraio 1969 nel pieno

della dittatura militare,

João Saldanha giornalista

sportivo e militante del

Partito Comunista Brasiliano,

diventa allenatore

della nazionale verdeoro.

Nel giro di un anno, Saldanha

qualifica il Brasile

alla Coppa del mondo del

1970 e restituisce al popolo

l’allegria del futebol,

appannatasi dopo il fiasco

ai mondiali inglesi del ’66,

ma 3 mesi prima del calcio

d’inizio in Messico, viene

destituito per ordine dell’Ammiraglio

Garrastazu

Medici, presidente della

Repubblica. Gli danno il

benservito accampando

pretesti inconsistenti ma

il motivo del suo allonta-

namento è un altro. Saldanha

usa l’enorme potere

mediatico del suo incarico

per contestare il regime e

preparare la rivoluzione.

E’ il primo comunista a

capire che il calcio non è

l’oppio dei popoli ma uno

strumento di emancipazione

e di pratica culturale

per le classi popolari

(Il manifesto 12.2.09)

Curiosità :

La fase difensiva

La Rovellasca (Lombardia),

categoria allievi, è lì a

un passo dal «festeggiare»

le 300 reti in una stagione.

Subìte e non segnate.

Nonostante

il nome

Squalifiche per l’allenatore

(ha insultato in

tutte le lingue l’arbitro ed è

stato portato via a forza dal

campo) e per il guardialinee

di parte (al momento

dell’espulsione ha cercato

di infilzare l’arbitro con la

bandierina) della società

«Juvenilia Buon Pastore»

(Il manifesto 29.3.09).

Diamo i numeri

di Alberto Peretti

I

numeri spesso non

sono adatti per esprimere

compiutamente

la realtà anzi, a

volte, possono anche essere

fuorvianti, essere strumentalizzati

ecc…, però

qualche indizio possono

darlo per interpretare i fenomeni

e perciò… diamo i

numeri.

Il fascino della

divisa….

1167 automobilisti, nel

2008, hanno picchiato

chi fa controlli su strada,

con un aumento del 34%

rispetto al 2007. La maggior

parte degli episodi

avviene al nord, con 601

eventi (51,5%), mentre nel

Mezzogiorno e nel Centro

del Paese si osservano

rispettivamente 280 (24%)

e 286 episodi (24,5%). I

più colpiti: i Carabinieri

con 603 episodi (51,7%), la

Polizia di Stato 391 aggressioni

(33,5%), le forze di

Polizia Locale 184 (15,8%)

- Repubblica on line 17

febbraio 2009.

L’Europa degli

imbroglioni

Le frodi ai danni dei

fondi strutturali dell’Unione

europea continuano a

essere una spina nel fianco

del bilancio comunitario.

L’ultima relazione dell’Ufficio

europeo per la lotta

antifrode (Olaf) riguarda

l’anno 2007 e ci dice che:

la Romania è la primatista

con ben 95 inchieste,

l’Italia è seconda con 80,

seguono la Germania (75),

Belgio (72), Bulgaria (52),

Spagna (42), Francia (41),

Polonia (38) e Gran Bretagna

(32). Il numero dei casi

accertati ammonta a ben

573 per un totale di 203

milioni di euro. Nel solo

2007 il bilancio dell’Olaf

ammontava a 52 milioni

di euro: in pratica, l’ufficio

recuperi costa un quarto

dei soldi che recupera.

Poco e pagando

Solo il 39,7% degli Italiani

è andato dal dentista

in un anno (2005). Nette le

diseguaglianze nell’accesso

alle cure odontoiatriche:

49,4% le persone con titolo

di studio più alto, si scende

al 26,4% tra chi ha conseguito

la licenza elementare.

Si è sottoposto a controlli o

cure dentistiche il 47% dei

cittadini del Nord contro

il 29,9% al Sud. Nelle regioni

meridionali, chi non

è mai stato da un dentista è

quasi il 19% mentre al nord

è il 6,7%. L’85,9% paga di

tasca propria le prestazioni

-“Condizioni di salute e ricorso

ai servizi sanitari” Istat.

Se non per

le vittime…

per i soldi

«Il prossimo summit sul

clima, dovrà fissare le tappe

per dimezzare le emissioni

di gas di serra». Ad auspicarlo

è Munich Re, gigante

mondiale delle compagnie

di riassicurazione (quelle

che assicurano le assicurazioni).

La compagnia ha

presentato il conto delle

perdite umane ed economiche

causate dalle catastrofi

“naturali” del 2008. L’aumento

della portata distruttiva

degli eventi calamitosi

dipende dai cambiamenti

climatici «in atto» in un

ambiente seriamente compromesso

dall’uomo. Nonostante

le calamità siano

diminuite (750 rispetto alle

960 del 2007), le vittime e

l’ammontare dei danni sono

aumentati. I morti sono

stati 220 mila, 200 miliardi

di dollari i danni. Le

perdite coperte da assicurazione

hanno raggiunto i 45

miliardi di dollari (+50%

rispetto al 2007) -

Il manifesto 31 12 08.


Michela Ladu

Una poetessa alla volta

Grigio

Seguo con gli occhi voltati

i rintocchi d’un pendolo morto.

Sbottono la scarlatta vestaglia

floreale, ma il seno s’è diradato

aprendo alla luce d’un eden tagliente,

alla massima saturazione.

La testa mi cade come da burattino

e rotola e morta

si rifugia nella penombra che all’angolo freddo

regala il fantasma del pendolo grigio. Michela Ladu

É una poesia narrativa

Leggiamola senza

bisogno di comprenderla

subito.

Colpisce la sua inusuale

narratività: una donna e i

rintocchi di un pendolo;

una vestaglia che si apre e

il seno che si dirada in una

luce limpidissima; la testa

che cade, rotola e si rifugia

in un angolo freddo.

Poesia non realistica.

Una sorta di incubo ad

occhi aperti. Visionaria.

Onirica. Allucinata. Edgar

Michela Ladu

fotografata da

Tano Siracusa,

uno dei più

grandi

fotoreporter

italiani

Allan Poe?

Ri-leggiamola. Tre attimi.

Il tempo percepito come

morto. La luce e la disintegrazione

del corpo. La testa

che si separa dal resto in

una sorta di schizofrenia:

muoio, ma mi vedo, contemplo

la mia morte.

La domanda più radicale

potrebbe essere. Dolore

vero o dolore falso, cioè

estetico?

La risposta la dà la poesia

stessa.

Primo: nella sua “fattura”.

“Grigio” è percorsa infatti

da continui contrasti,

da (improvvisi) ossimori:

eden e tagliente, vestaglia

scarlatta e floreale e seno

diradato, massima saturazione

della luce e angolo

freddo in penombra.

Secondo: ha un montaggio

musicale. Seguo (con

gli occhi), sbottono (la

scarlatta vestaglia) e poi

bellissimo come stacco per

la sua naturalezza radicale

“La testa mi cade ...” con

una similitudine visionaria

molto efficace (“ come da

burattino”)....

Infine e soprattutto

questa poesia di disperazione

e solitudine è

scritta senza compiacimenti,

in una specie di

distaccato dolore come

se la protagonista fosse

al tempo stesso attrice e

spettatrice. Non c’è quel

di Gianni Quilici

compiacimento di chi

vuole suggerirti “quanto

soffro, come sono brava!”

Ma chi è Michela Ladu?

Michela Ladu non è

lucchese, è sarda, è nata a

Oristano e lì risiede. Non

ha mai pubblicato poesie.

Questa è una delle tante

inedite. Le ho chiesto:

“Presentati”. Ecco la sua

risposta.

“Vorrei cominciare con

una citazione, ma evito.

Ho 28 anni e non ho

ancora un lavoro che mi

permetta di mantenermi.

Sono laureata come la maggior

parte degli ignoranti

del Paese.

Amo la pittura ed Egon

Schiele in particolare.

Sono lunatica, intransigente

e vanitosa, ma i

complessi di inferiorità

complicano i miei tratti

caratteriali.

Sono innamorata.

La poesia? É soltanto una

terapia.

Non vedo il mio futuro e

odio tutto ciò che ha a che

fare col consumismo.

Mi piace la lattuga dell’orto

della mia migliore

amica.

Amo viaggiare ma non

me lo posso permettere.

Vorrei essere Tim Burton.

E questo è quanto.Michela


Cultura

Di una storia di

emigrazione,

la formidabile

epopea che ha

coinvolto per circa un

secolo oltre venti milioni

di nostri connazionali,

tratta Indie occidentali,

il secondo romanzo dello

scrittore viareggino Giancarlo

Micheli.

Protagonisti Aurelio ed

Erminia, una giovane coppia

di sposi: provengono

dalla civile Toscana, e non

appartengono alla vasta

schiera dei disperati che, a

frotte, in cerca di fortuna

approdano nell’isoletta di

Ellis Island di fronte a New

York. Sono alfabetizzati

e in possesso di risorse

esigue, ma sufficienti, per

intraprendere nella metropoli

statunitense una

modesta attività in proprio,

la conduzione di un piccolo

bar nel quartiere di Little

Italy. In più godono della

protezione del Sor Clemente

un’ambigua figura

di ‘faccendiere’, potente

intermediario tra le masse

brulicanti dei senza lavoro

e senza diritti provenienti

da tutte le regioni d’Italia e

gli interessi di un capitalismo

rapace e selvaggio.

E anche Aurelio ed

Erminia, da una condizione

sociale minimamente

favorita, si troveranno in

poco tempo a precipitare

tra asprezze della lotta

per l’esistenza. Una vera e

propria ‘discesa agli Inferi’,

che, se li porterà a conoscere

sulla propria pelle la

disumanità della condizione

operaia, prima negli

stockyards (recinti per il

bestiame) di Chicago e poi

nelle fabbriche tessili del

New Jersey, permetterà loro

di conquistare coscienza

di sé e delle necessità

dell’agire collettivo per

affermare imprescindibili

valori di umanità e solidarietà.

Una vicenda, quella

di Aurelio ed Erminia, che

inizia a New York nei gior-

Libri:

Indie Occidentali

di Luciano Luciani

ni della prima pucciniana

della Fanciulla del west

- è il 10 dicembre 1910 - e

sempre a New York trova la

sua tragica conclusione.. Sì,

perché finisce amaramente

l’avventura dei due sposi di

Ponte a Moriano nelle nuove

Indie Occidentali: termina,

però, trionfalmente

per la comunità proletaria

di Paterson, di cui, ormai,

i due fanno organicamente

parte. Perché addirittura

nel Madison Square

Garden della metropoli

statunitense, nel pieno di

una durissima vertenza

sindacale contro i padroni

del tessile e i sindacati

compromessi e rinunciatari,

gli operai di Paterson

riescono a portare in scena

e a gridare, forti e chiare, le

proprie ragioni di giustizia

sociale.

Nelle sue pagine, Giancarlo

Micheli, sotto la forma

del romanzo, ci spiega

La copertina del libro di

Giancarlo Micheli

di “che lagrime grondi e di

che sangue” la società che

si andava forgiando oltre

Atlantico nei primi anni

del secolo scorso. E lo fa

alla sua maniera, personalissima.

Facendo parlare

uomini e donne posti ora

ai gradini più bassi, ora ai

vertici della scala sociale,

colti nelle loro miserie e

grandezze, egoismi e generosità.

Felici invenzioni

narrative si intrecciano con

una puntuale e dettagliatissima

ricostruzione storico/documentaria.

Bella,

per esempio, la descrizione

della comunità di Paterson,

uno dei punti di riferimento

dell’emigrazione italia-

na negli Stati Uniti: oltre

20.000 mila persone che,

oltre a conservare un tenace

legame identitario con

la patria d’origine, in quella

d’adozione seppero praticare

nel concreto i valori

della solidarietà di classe e

un coerente e tenace impegno

nelle lotte per il lavoro

e per una vita più degna di

essere vissuta.

Così noti personaggi storici

come Giacomo Puccini,

lo scrittore socialista Jack

London, il giornalista John

Reed, l’agitatore anarchico

Carlo Tresca, il sindacalista

Big Bill Haywood,

il banchiere Morgan,

l’intellettuale e filantropa

Mabel Dodge incrociano

tanti e tanti personaggi

d’invenzione. Rimangono

nella memoria e

nel cuore oltre ai due

protagonisti, Arturo

ed Erminia, Venanzio,

Olga e la sua famiglia

di origine piemontese, i

Botto che hanno fatto della

solidarietà di classe una

ragione e uno stile di vita…

Notevole anche la lingua

scelta da Micheli: composita,

un vero e proprio

pentolone ribollente in cui

si mescolano le lingue e i

dialetti delle emigrazioni

italiane ed europee a cui

fanno da controcanto le riflessioni

dell’Autore espresse

in frasi dalla sintassi

complessa, che non disdegna

termini colti, letterari,

filosofici. Perché, anche

se si raccontano storie di

donne e uomini semplici e

mossi da ragioni elementari,

a esempio la lotta per

la vita, l’interpretazione

dei fatti presenta sempre

complessità, complicatezze,

umanissime sfumature.

Giancarlo Micheli, Indie

Occidentali, prefazione

di Manlio Cancogni,

Campanotto editore,

2008, Pasian di Prato,

(Ud), pp. 220, Euro 15,00


Il sogno di Kim Ki Duk

Qualche anno fa

Kim Ki Duk si

fece conoscere

dal pubblico

italiano, almeno quello

che segue il cinema con un

certo impegno. Fu un breve

periodo di fama, conseguenza

del Leone d’argento

conquistato con Ferro 3

– la casa vuota al Festival

di Venezia e della buona

accoglienza destinata

anche a Primavera, estate,

autunno, inverno... e ancora

primavera uscito poco

prima in Italia. Ne avevamo

parlato a suo tempo (n.

20, luglio- agosto 2005) su

queste colonne, raccontando

anche la storia di questo

regista coreano che fa circa

un film l’anno dal 1996.

Dopo la consacrazione

internazionale il nostro

non è stato certo con le

mani in mano. La samaritana,

L’arco e Time sono

usciti in sala tra il 2004 e

il 2006 (anche se il primo

è stato realizzato prima di

Ferro 3). Come spesso capita

dopo aver realizzato un

capolavoro i film successivi

sono però un po’ al di sotto

delle aspettative: i primi

due non convincono, ma

hanno comunque spunti

interessanti e il solito senso

di inquietudine/tristezza

che trasmette Kim Ki Duk;

il terzo invece è stato bocciato

senza appello da tanta

critica e pubblico. Con Soffio,

uscito in Italia due anni

fa con una distribuzione

quasi clandestina, il regista

coreano firma un altro film

di altissimo livello, giocando

con i colori e le sensazioni,

rendendo un’altra

volta i paesaggi e la città

componenti fondamentali

del film, narrandoci di una

serie di incontri “colorati”

in un carcere in periferia.

Elementi che ricorrono

anche nell’ultimo film di

Kim Ki Duk, Dream, per

ora non uscito in Italia ma

C i n e m a & F i l m

di Luca Peretti

che magari con un certo

ritardo arriverà anche

nelle nostre sale (come è

successo per tutti gli altri

film recenti dell’autore

coreano). Dream è un film

di atmosfere, di sogni (da

cui, appunto, il titolo) che

si integrano, invece di

contrapporsi, con la realtà.

Districarsi tra sogno e

reale diventa difficile, ma

forse non importa riuscirci

davvero. I silenzi sono i

soliti silenzi protagonisti

dei film di Kim Ki Duk. Le

parole pero’, come diceva

qualcuno, sono importanti,

ed anzi in questo film sono

anche tante – diversamente

da altri del regista coreano.

La musica, al solito, è un

elemento fondamentale,

ed è bellissima, ma sono i

rumori a dare significato

a molte scene: il suono

delle campane, quello del

A sinistra, il giovane regista

coreano Kim Ki Duk.

Sotto, la locandina del film

La samaritana

martello, suoni che danno

la sveglia cercando di ridestare

dal sonno/sogno i due

protagonisti. Che, en passant,

sono due sconosciuti

(di nuovo, come in Ferro

3 e Soffio) che si legano

piano piano nel corso del

film, fino ad essere anche

fisicamente uniti da un

paio di manette. Per finire,

vale la pena di ricordare

qualche scena che rimane

nella mente: soprattutto

quella del grano e gli ultimi,

splendidi, minuti finali,

lirismo e poesia puri.

Sperando di vederlo presto

al cinema (almeno nei

cineforum che per fortuna

anche a Lucca non mancano)

in rete si può, volendo,

trovare il Dvd con sottotitoli

in inglese, mentre molti

altri film di Kim Ki Duk

sono disponibili anche in

italiano.


Cultura

L’analisi di un

nuovo strumento

di comunicazione

di massa

di Gianni Quilici

Quanti tra chi

legge “Arcipelago”

sono

inseriti in

Facebook?

E quanti

sanno che cosa sia precisamente?

Brevemente lo spiego.

FB sono più pagine, di cui

uno può gratuitamente disporre

sul web, sulle quali

può scrivere pensieri, elaborare

note, inserire foto

e video, scrivere e ricevere

posta pubblica o privata,

chattare, interagendo con

altri (gli amici), da cui devi

essere accettato e che deve

accettare.

È uno strumento formidabile

per chi vuole conoscere

persone ed anche per chi

vuole informare delle sue

attività sia singoli che associazioni,

forze politiche, imprese

culturali-commerciali

ecc, ecc.

Detto questo è evidente

che molto dipende da come

uno lo usa o meglio ancora

se ha idee, immagini, desideri

e capacità di interagire

a livelli non banali.

La maggioranza di ciò che

intravedo indossa la maschera

delle battutine, del

commentino o della diffusione

di materiali diversi

(video, quiz, foto, giochini

ecc, ecc).

C’è una minoranza, tuttavia,

che ha motivati interessi

(politici o letterari), che pone

confronti, può consentire

conoscenze profonde,

scambi proficui.

Però, come in ogni fenomeno,

quali sono i tratti dominanti?

Partiamo da un fatto

Leggo che il prof. Jonathan

Zimmerman, della

New York University, sostiene

che tre adolescenti

FACEBOOK:

piaceri e rischi

dei nuovi strumenti

interattivi...

americani su quattro trascorrono

ogni possibile

istante incollati a Facebook

o MySpace... Le chat, sostiene

Zimmerman, sono la

nuova possente droga da cui

questi giovani sono ormai

dipendenti.

Se allarghiamo lo spazio

virtuale ai giochini elettronici

e ai video da un lato; e

dall’altro ai cellulari e agli

sms questo dato appare più

o meno possibile anche per

gli adolescenti italiani ed, in

ogni modo, questo è il profilo

dominante dei nostri

Tempi. Viviamo in un’epoca

in cui alla televisione si

sta progressivamente sostituendo

il computer. Perché

questo consente non solo di

vedere e sentire, ma anche di

connettersi nel mondo. Non

essendo soltanto spettatore,

ma sentendosi protagonista

in prima persona: attraverso

scambi o facendosi conoscere

(video, foto, blog....)

La domanda è: quale

bisogno soddisfa?

Il bisogno di riempire un

vuoto. Il vuoto, sempre difficoltoso,

del rapporto di sé

con sé.

Anche un libro, un film,

una partita a carte, un incontro

riempiono un vuoto.

Qui però c’è molto di più.

Puoi dialogare con altri, con

molti altri, anche con chi

non conoscevi, puoi dialogare

senza fatica, troncando,

con un pretesto, facilmente

e passando ad altro, senza

dover uscire, dover ascoltare,

incontrare i soliti visi. C’è

infine l’attrazione del mistero:

la possibilità di trovare

l’ideale immaginativo.

I rischi sono enormi.

Immaginiamo di togliere

l’accesso ad internet e di

sequestrare il cellulare a milioni

di individui (non solo

adolescenti), che vivono in

simbiosi con questi. Potrebbero

continuare tranquillamente

a vivere?

Il primo rischio è noto:

alla vita reale, alla fatica di

costruire rapporti dinamici

con chi ti sta d’intorno, si

sostituisce una vita virtuale,

che senti più appagante,

perché più facile, più imprevedibile.

Il secondo: si rinuncia alla

solitudine. Ossia a quella

condizione che ti consente

di concentrarti, percepire

il tuo io, raccogliere intuizioni,

elaborarle, creare, che

solo può dare senso alla comunicazione.

Sopra, Alicia e Piccoli

Il terzo rischio: si vive

frammentariamente, pensieri

brevi, desideri brevi,

memoria breve inseguendo

stimoli, non elaborandoli,

continuamente insoddisfatti,

perché nulla o poco diventa

davvero nostro.

E tutto questo non riguarda

soltanto gli adolescenti,

ma tutti coloro che vivono la

modernità. Si può utilizzarla

da padroni, si può utilizzarla

da schiavi. Il problema non

è soltanto individuale è pure

sociale, cioè politico.

Foto di Gianni Quilici


Ricevo il vostro periodico

da un po’ di

tempo e ho sempre

apprezzato il fatto

di trovare in quelle pagine

punti di vista diversi dal

mio che mi permettono di

notare “l’altra faccia della

medaglia” di tanti eventi e

situazioni e sono convinta

che poter operare confronti

sia sempre un fatto positivo.

Da un po’ di tempo a

questa parte, però, avverto

in certi titoli e trattazioni

un tono di polemica che, a

mio parere, sta diventando

pesante e mette in ombra il

piacere di leggere le pagine

dedicate alla cultura.

Mi riferisco a due scritti

che mi hanno dato particolarmente

noia, tanto da

farmi decidere a far sentire

la mia voce.

Uno è un piccolo brano,

presuppongo un frammento

di diario, apparso sul

penultimo numero, che

critica l’operato dei volontari

ospedalieri.

Ci sento puzza di stantio,

di vecchio, di retorico... Io

sono stata una volontaria

dell’ AVO e so quanto è

difficile entrare in una camera

d’ospedale e cercare di

instaurare un rapporto con

le persone degenti. Direte:

e chi te lo chiede? Molte

persone lo chiedono, perché

sono mille le necessità che

rimangono insoddisfatte,

quando uno è fermo in

un letto. Penso che molti

volontari svolgono il loro

compito in modo discreto

e rispettoso e portano in

cuore non la vanagloria e

l’orgoglio farisaico di chi sa

di conquistarsi il Paradiso,

ma la consapevolezza di

tante sofferenze pesanti da

sopportare e di essere impotenti,

con l’unica speranza

di riuscire, almeno qualche

volta, a condividere i pesi

di un altro e di farlo sentire

meno solo a fronteggiare

il suo dolore.

Del resto, però, non faccio

fatica a credere che possa

succedere che alcune persone

si presentino al tuo letto

in modo poco opportuno,

mentre tu manderesti tutti

a quel paese perché stai ma-

Letta... e risposta

le, ma che senso ha questo

cercare di “imbrattare” un

servizio, generalizzando un

modo di comportarsi come

se quelle persone rubassero

un posto in Paradiso a chi

non la pensa come loro...

Mi piace immaginare che

una persona come quella di

cui parlava l’articolo abbia

scritto ed espresso idee,

sentimenti e considerazioni

migliori che possono farci

crescere un po’ in umanità,

invece che creare o approfondire

fossati.

Altra nota dolente, un

po’ sulla stessa lunghezza

d’onda: l’articolo sul libro su

Padre Pio.

Ma perché tutto questo

accanimento su aspetti religiosi,

che io ritengo del tutto

marginali, trattati con uno

stile di contrapposizione

anticlericale che ormai dovrebbe

solo farci sorridere?

Vorrei trovare uno stile

diverso, che nasca da uno

spirito diverso, che faccia

percepire che un mondo

diverso è possibile davvero.

Un mondo che sta nascendo

faticosamente, ma decisamente,

e realizzi, dopo la

tesi e l’antitesi, la difficile,

sofferta, ma irrinunciabile

sintesi, fondendo tutto ciò

che l’umanità ha conquistato

finora faticosamente,

per raggiungere l’unico

obiettivo condivisibile che è

l’Uomo, altrimenti facciamo

solo il gioco di chi la

sta facendo da padrone e

spazia indisturbato con le

sue orde per le pianure del

qualunquismo, del profitto

facile, del “sistemo tutto

io” del “dagli all’untore!”,

fomentando le divisioni

tra categorie di lavoratori,

tra “bianchi” e “neri” e via

dicendo...

Credo che l’unica cosa da

fare sia di mettere in risalto

ciò che unisce e non ciò che

divide.

Io sono molto soddisfatta

quando posso collaborare

con chi ha idee politiche e

una fede diversa dalla mia,

per migliorare un po’ questo

mondo e penso che questo

possa essere il risultato di

un processo evolutivo di

conquista di autonomia,

sì, autonomia anche dalle

posizioni ideologiche che

paralizzano e ripropongono

una lotta pregiudiziale e

sterile.

La gente, anche se non lo

sa, ha bisogno di verità autentica,

che nasce solo dal

confronto e dall’armonizzazione

di elementi differenti.

Riguardo alla rivista,

sentite, se il tono rimane

quello che è preferisco non

riceverla più.

Grazie!

A. M.

Intanto ringraziamo

la nostra lettrice per

la lettera, riteniamo

il confronto, anche

quando è aspro e critico

come in questo caso, sempre

utile.

Nel merito delle questioni

poste. Non c’era

alcuna intenzione di offesa

nel riportare i brani del

diario riguardanti il lavoro

delle volontarie dell’AVO,

evidentemente in quella

persona certi atteggiamenti

hanno provocato fastidio

mentre per tanti altri comportano

sollievo. Credo

che certe considerazioni

Corsi GORDON

Corso Gordon

per

Insegnanti e

Genitori (Insegnanti

Efficaci – Genitori

Efficaci) sulla

relazione interpersonale

e sulla comunicazione

condotto da Nicola

Castelluccio, formatore

autorizzato dall’IACP

(Istituto dell’Approccio

Centrato sulla Persona,

www.iacp.it) che

detiene l’esclusiva del

metodo in Italia.

Il corso si tiene

presso Il circolo Arci

vadano colte laicamente

partendo dal presupposto

che ci possano essere reazioni

diverse nei riguardi

di comportamenti per certi

versi “imposti” nella convinzione

che saranno certo

graditi.

La recensione sul libro

riguardante Padre Pio è,

appunto, la recensione

di un libro scritto da un

importante storico che

l’estensore dell’articolo cita

spesso e non voleva essere

un “manifesto ideologico”.

Quello che si dovrebbe

eventualmente contestare

è la veridicità delle affermazioni

ivi contenute. Se è

vero che Padre Pio è quello

descritto nel libro recensito,

non capiamo dov’è il

problema. Siamo perfettamente

d’accordo sulla necessità

di trovare punti di

incontro tra diversi ma ciò

non toglie che a fronte di

una denuncia così importante

si discuta e si ragioni

sui dati di fatto.

Speriamo che questa

spiegazione induca la

nostra lettrice ad averci

ancora tra chi ci legge e,

all’occorrenza, ci critichi.

“Il Lampadiere”, via del

Fosso 120, Lucca, con

inizio verso il 20 agosto,

per cui le iscrizioni

andrebbero effettuate

una decina di giorni

prima.

Per ricevere

informazioni dettagliate

(obiettivi del

corso, struttura, metodologia,

modalità di

svolgimento e costo…)

contattare il formatore:

tel.: 0583/493984,

Cell.: 349/1973237,

e-mail: nicola.

castelluccio@libero.it.

Lettere


Vita associativa

0

Intervista

ad Alberto

Peretti, presidente

del nuovo circolo

ARCI sorto nel

centro cittadino,

e redattore

di “Arcipelago”

Il luogo è magnifico.

Nel centro storico

lungo via dei Fossi nel

tratto collocato tra la

Madonna dello Stellario e

Via dei Borghi.

Si entra in una stanza

con libreria e materiali informativi

sparsi liberamente,

un tavolino e sedie per

incontri e proiezioni e, attraverso

un breve corridoio,

si arriva al bar-ristorante:

due stanze una di seguito

all’altra. Qui incontriamo

Alberto Peretti, presidente

del Lampadiere, nonché

redattore di “arcipelago”.

Perché “ il Lampadiere”?

Il circolo si è costituito

pochi mesi dopo la morte

di Tom Benettollo per

molti anni presidente

dell’ARCI nazionale, anni

in cui l’associazione ha

saputo risollevarsi da un

grigiore nella quale era

sprofondata negli squallidi

anni ’80, assumendo un

ruolo primario tra i movimenti

che si sono battuti

sui temi della Pace, dei

diritti, dei migranti, degli

spazi sociali. Tom scrisse il

pezzo seguente e questa è

la spiegazione.

In questa notte scura,

qualcuno di noi, nel suo

piccolo, è come quei “lampadieri”

che, camminando

innanzi, tengono la pertica

rivolta all’indietro,

appoggiata sulla spalla,

con il lume in cima. Così,

il “lampadiere” vede poco

davanti a sé, ma consente

ai viaggiatori di camminare

più sicuri. Qualcuno

ci prova. Non per eroismo

o narcisismo, ma per

sentirsi dalla parte buona

della vita…

Quali sono le ragioni di

fondo per cui è nato?

Una che ne racchiude

tante in questo momento

storico contrassegnato dal

qualunquismo e dall’individualismo

ed in una

realtà chiusa com’è quella

Foto di Gianni Quilici

“Il lampadiere”:

una luce nella notte scura dove

ci si incontra,

ci si ascolta,

si mangia...

lucchese: la necessità di

un luogo di incontro, di

ritrovo, di confronto e di

svago per sottrarre quanto

più possibile e quanti/e più

possibile all’isolamento e

stordimento mass-mediatico

operato dal “pensiero

unico” veicolato da certa

televisione imperante. Per

quanto possibile vorremmo

dare il nostro contributo

ad invertire tale tendenza.

Ci sono stati già diversi

tipi di iniziative: quali le

più interessanti?

È difficile fare una

graduatoria, potrei dirti

la mostra dedicata ai Sem

Terra con 50 poster del

famoso fotografo brasiliano

Salgado che ha attirato

molti visitatori anche da

fuori Lucca o i concerti di

Giulio d’Agnello, i documentari

della Rassegna

“ARCIDOC - Vedere e potere:

l’Italia contemporanea

attraverso la lente del

documentario”. Quello che

vorrei sottolineare è che c’è

stata un’incessante attività

culturale fatta di presentazione

di libri, film, incontri

(particolarmente partecipato

ed emozionante

quello con Silvia Baraldini

nell’ambito della manifestazione

“Cuba: 50 anni”),

mostre, un laboratorio per

bambini, abbiamo ospitato

riunioni ed incontri di associazioni,

coordinamenti;

attività che hanno coinvolto

decine di persone.

Ma oltre a questo il

circolo è stato frequentato

come luogo di incontro.

Sono state avviate collaborazioni

che ci permettono

di allargare il numero di

chi attivamente partecipa

alle iniziative del circolo

non solo come fruitore

passivo ma anche come

portatore di stimoli, proposte

ed aiuto concreto in

tutti gli aspetti della vita

del circolo.

Qui si mangia anche, che

tipo di cucina?

Prima di iniziare scrivemmo

su ARCIPELAGO

che volevamo fare “...una

Sopra, folla all’inaugurazione

del circolo ARCI “Il

Lampadiere”

A destra, il Presidente

dell’ARCI di Lucca esulta:

finalmente “Il Lampadiere”

è partito!

cucina semplice, genuina,

creativa, etnica, tipica,

locale, popolare, rustica”

e che “…cucinare e

mangiare non sono due

faccende banali, dato che

dietro, intorno e dentro

c’è l’espressione di culture

diverse e che l’incontro,

la contaminazione e il

dialogo possono portare

a risultati assolutamente

sorprendenti...” È quello

che stiamo cercando

di mettere in pratica.

I riscontri al momento

sembrano buoni, però è

presto per tirare le somme,

quello che è certo è che noi

perseveriamo.


Foto di Gianni Quilici

E i prezzi?

Su questo posso essere

categorico: i prezzi sono

assolutamente popolari.

Qualche esempio: tordelli

lucchesi abbondanti e

ricchi di ragù a 4,50 euro,

gli altri primi stanno tra i

3 e i 3,50 euro, caffè 0,70,

un bicchiere di vino 1,00,

i secondi non superano i

4,50 euro. Per mangiare al

Lampadiere, in definitiva,

si spende dall’antipasto

al dolce, compreso il vino

della casa (un IGT delle

colline lucchesi), tra i 12

e i 18 euro; ed a pranzo si

può mangiare con 8 euro

primo, secondo, contorno,

¼ di vino ed il caffè.

La scommessa è se riusciamo

ad andare avanti:

le spese di gestione sono

altissime tra affitto (potete

immaginare un locale di

240 mq dentro le mura),

utenze, 2 dipendenti

(regolarmente assunti a

tempo indeterminato, può

sembrare paradossale

sottolinearlo ma in questi

tempi di adorazione al dio

flessibilità non è secondario

ribadirlo…), ma non

può che essere così, con

tutte le nostre forze cercheremo

di essere coerenti a

questo principio. Contiamo

sull’apporto del lavoro

volontario e su un numero

sufficiente di avventori

(siamo aperti a pranzo ed

a cena). Voglio sottolineare

comunque che siamo un

circolo culturale che fa

anche ristorazione…. e non

un ristorante mascherato

da circolo culturale per

sfruttare i vantaggi fiscali

che ciò comporta.

Programmi ed innovazioni

per il prossimo futuro?

Proseguiremo sicuramente,

con film, dibattiti,

presentazioni di libri,

cene a tema ma vorremmo

anche portare eventi

iniziative che rivestano il

carattere della continuità:

mostre fotografiche permanenti

(che hanno anche

l’obbiettivo di arredare

le pareti al momento un

po’ spoglie..), biblioteca

e ripresa dell’iniziativa

“Riciclalibro”, un laboratorio

di “Apprendimento

permanente” con cui

sperimentare, tra l’altro,

una forma non usuale di

accompagnamento e tutoraggio

per/con studenti

delle scuole medie e superiori.

Ma, ribadisco, siamo

disponibili al confronto

anche con associazioni e/o

singoli che hanno idee e

proposte da fare.

Addio

compagno Ivan di Paolo Beni

All’improvviso,

Ivan Della Mea

ci ha lasciati per

sempre. Ci mancheranno

le sue canzoni

bellissime, la sua passione

politica, la vena polemica

sempre condita di ironia,

la voglia inesauribile di

discutere e di convincerti

che non è ora di rassegnarsi,

che non è finito il tempo

della lotta.

Con lui se ne va non solo

uno dei grandi protagonisti

della canzone politica degli

anni ’60 e ’70, ma un pezzo

fondamentale della cultura

della sinistra italiana. Con

Giovanna Marini, Amodei,

Bertelli e tanti altri,

diede vita alla straordinaria

esperienza del Nuovo

Canzoniere italiano, nato

dall’incontro fra la più

colta tradizione musicale

popolare e i movimenti del

’68. Cantare le ingiustizie

sociali, le lotte e le speranze

del popolo, era tutt’uno

con la sua idea di una

militanza totale, che non

separa mai la politica dalle

passioni umane, perché

Il compagno Ivan Della Mea

durante un concerto. Ivan,

che viveva a Torre (Lucca)

era un dirigente del circolo

ARCI “Corvetto” a Milano,

città chiave della sua vita

la lotta per una società di

giustizia si nutre anche di

poesia e d’amore.

Ci lascia una ricca produzione

discografica, pezzi

destinati a restare nella storia

della canzone popolare,

lavori teatrali indimenticabili,

una quantità di articoli

e di saggi. Artista originale

e ribelle, rivoluzionario

nell’animo e profondamente

non violento, insofferente

verso le ipocrisie della

bassa politica, era convinto

che per cambiare le cose

serve la cultura che ci fa

prendere coscienza, e che

anche le canzoni aiutano a

lottare per la libertà.

Non temeva di essere

considerato uomo d’altri

tempi, e non aveva intenzione

di cedere alle mode,

convinto di poter dire

ancora molto col suo stile e

con quella voce inconfondibile,

sempre più spesso

segnata da intonazioni

aspre, quasi a voler gridare

la sua rabbia di fronte

alla regressione culturale

di questi tempi bui per

la democrazia. Era Socio

e dirigente dell’Arci, per

anni presidente del circolo

Corvetto a Milano. Aveva

un’enorme fiducia nel suo

compito di educazione

popolare.

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