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LeVilli libretto:LeVilli libretto 2008 28-11-2008 10:12 Pagina 4

l’ultimo giorno, il 31 dicembre 1883, come risulta dalla nota autografa della

commissione apposta sulla prima pagina della partitura. Quanto alla proverbiale

illeggibilità del manoscritto, va detto che numerose pagine, e in particolare i due

intermezzi sinfonici, erano di mano di un copista, mentre le altre non erano certo

indecifrabili. La stima di cui godeva negli ambienti musicali milanesi, il buon

rapporto con quasi tutti i componenti della giuria e una certa consapevolezza delle

proprie capacità, avevano indotto Puccini a sentirsi abbastanza sicuro di un esito

positivo, ma ormai in prossimità del verdetto, eccolo confessare alla madre: «alla fin

del mese è la decisione del concorso, ma spero poco» (4). E, difatti, ai primi di aprile

1884, la commissione rese noto che tra i ventotto lavori presentati, cinque erano

stati giudicati degni di segnalazione e di questi due ritenuti degni di essere

rappresentati in teatro: Anna e Gualberto (su libretto dello stesso Ferdinando

Fontana) di Luigi Mapelli e La fata del Nord di Guglielmo Zuelli. Nessuna menzione

per Le Willis.

È proprio a questo punto che il vento del destino comincia a girare diversamente e

non certo in modo avverso. C’è un succedersi di situazioni che non appartengono

all’ordinario. Dapprima, nel corso di una serata appositamente organizzata da

Fontana nel salotto del critico musicale e compositore Marco Sala, il giovane Puccini

riuscì a presentare, suonando e cantando, le sue Willis a un pubblico eletto, in cui

figuravano fra gli altri Alfredo Catalani, Arrigo Boito e Giovannina Lucca, titolare

della casa editrice che di lì a poco sarebbe passata nelle mani di Ricordi. Il successo

non mancò e si contestò duramente la decisione della giuria di escludere Puccini dal

premio, tanto che si decise, al termine della serata e sempre su impulso di Fontana,

di indire una sottoscrizione per far rappresentare l’opera al teatro Dal Verme di

Milano. Sottoscrizione aperta nientemeno che dallo stesso Boito, che offriva una cifra

che da sola avrebbe coperto la nona parte del costo previsto (5).

Le Willis andarono in scena al Dal Verme la sera del 31 marzo 1884, con una

compagnia di canto che prevedeva nel ruolo principale il tenore portoghese Antonio

D’Andrade allora agli inizi della carriera, il soprano Rosina Caponetti e il baritono

Erminio Peltz, la direzione era stata affidata ad Arturo Panizza. Questa prima

versione dell’opera era costituita da sette numeri: un preludio, un coro

d’introduzione, il duetto tra Anna e Roberto, la preghiera, la Tregenda per orchestra

sola, il preludio e scena di Guglielmo, la grande scena con duetto finale. Tutti e sette

i numeri suscitarono applausi e talora entusiasmo. Un telegramma di Puccini, spedito

alla madre la sera stessa, dà conto della buona riuscita: «Successo clamoroso.

Diciotto chiamate. Ripetuto tre volte finale primo. Sono felice» (6).

Il successo di pubblico, che si protrasse per le quattro repliche, trovò riscontro

nell’accoglienza dei critici. Primo fra tutti, quel Filippo Filippi, che un anno avanti non

aveva lesinato gli apprezzamenti al Capriccio sinfonico e che, in questa occasione,

scrisse sulla “Perseveranza”: «Le Willis entusiasmano. Applausi di tutto, tuttissimo il

pubblico, dal principio alla fine. Si volle udire tre volte il brano sinfonico che chiude

la prima parte e si è domandato tre volte il bis, non ottenuto, del duetto fra tenore

e soprano, e della leggenda», per poi ribadire qualche giorno più tardi quella che

riteneva essere la propensione verso il sinfonismo del giovane musicista: «Il Puccini

è una natura di compositore essenzialmente sinfonico e, come dissi l’altro ieri, abusa

del sinfonismo, e sovraccarica spesso il piedestallo a detrimento della statua». Più

interessante e, per così dire, presago Antonio Gramola sul “Corriere della Sera”:

«Nella musica del giovane maestro lucchese c’è la franchezza della fantasia, ci sono

frasi che toccano il cuore perché dal cuore devono essere uscite, e c’è una fattura

delle più eleganti, delle più finite, a un punto tale che a quando a quando non pare

di aver davanti a noi un giovane allievo, ma un Bizet, un Massenet».

Non sarebbe mancato, qualche giorno appresso, l’autorevole e cauto parere di

Giuseppe Verdi, che però avrebbe ricevuto lo spartito solamente nel febbraio

dell’anno successivo: «ho sentito dir molto bene del musicista Puccini. Ho visto una

lettera che ne dice tutto il bene. Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si

mantiene attaccato alla melodia che non è moderna né antica. Pare però che

predomini in lui l’elemento sinfonico! niente di male. Soltanto bisogna andar cauti

in questo. L’opera è l’opera: la sinfonia è la sinfonia, e non credo che in un’opera sia

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