DI STEFAno – FILoSoFI E GIuRISTI SoCIALI - Sindacato Libero ...

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CAPIToLo XI uGo SPIRITo 61

mentare il piacere dell’«homo oeconomicus» riducendone

la pena. ugo Spirito si districò da par suo nel contesto del

clima positivistico dominante anche perché, fresco di laurea

in giurisprudenza, era alle prese con il problema del

«fondamento metafisico del diritto penale», com’egli si

esprimeva nelle sue «Memorie» (1977). no gli ci volle, comunque,

molto a capire che la grande fede positivistica celava

nel suo seno contraddizioni tali da rimandare a riflessioni

più approfondite circa l’effettiva fondatezza speculativa

del nuovo sistema di pensiero. Lo scientismo, ad esempio,

quale esaltazione cieca e fideistica della scienza rappresentava,

infatti, l’aporìa interna più patente della filosofia

positiva. Talmente evidente che il giovane studioso iniziò

a nutrire i primi dubbi circa l’effettiva portata teoretica

della dottrina positivistica.

Dubbi riconducibili, in sostanza, come scriverà più tardi

il filosofo d’Arezzo, alla «superficialità dei suoi presupposti

e dei suoi principi informatori»; presupposti e principi

non sorretti, evidentemente, da quella consapevolezza critica

posseduta da altre esperienze culturali, segnatamente il

neoidealismo, alle quali egli aderì col medesimo entusiasmo

rivelato in precedenza. In un memorabile ed appassionato

intervento, durante il primo Convegno nazionale di

studi Filosofici, tenuto presso il Ministero dell’Educazione

nazionale nei giorni 13 e 14 dicembre 1941, alla presenza

dell’allora ministro Bottai, Giovanni Gentile, ricordando il

«cursus studiorum» dell’ex discepolo ugo Spirito, non poté

non porre l’accento sui limiti della primitiva formazione

giuridica e proiettati, a suo dire, verso «il bisogno di altri

problemi» visto che per Spirito «transfuga anche lui», so-

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