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RICERCHE

70

Resistenza e antifascismo

in provincia

di Bolzano

1943-1945

storiae

di Andrea Felis

70. Bolzano, 24 aprile 1921:

Piazza delle Erbe dove nell’aggressione

fascista al corteo della

fiera fu assassinato il maestro

Franz Innerhofer di Marlengo.

71. Bressanone 1940: la partenza

degli optanti per la Germania.

72. Brunico, maggio 1944: il

Gauleiter Hofer.

73. Mario Longon

74. Avviso di una fucilazione

eseguita su ordine del Tribunale

Speciale.

75. Josef Mayr-Nusser

76. Hans Egarter.

77. Baracche del Lager di Bolzano.

71

La resistenza al nazismo ed al fascismo in provincia di

Bolzano ha avuto una storia davvero particolare, rispetto

ad altri Paesi dell’Europa occupata dal nazifascismo. Se

infatti a partire dal settembre 1943 tutta l’Europa continentale

occidentale appare attratta dentro la tela di ragno

dell’occupazione militare nazista tedesca, con la sua

appendice politica dei regimi collaborazionisti, mentre

l’Europa orientale viene inglobata direttamente dentro

il sistema politico nazista diventando zona di operazione

del III Reich e divisa per Governatorati 1 , la sorte dell’Alto

Adige – Südtirol diventa ancora più complicata. Annessa

al territorio del Regno d’Italia dopo la fine della Grande

Guerra, a seguito degli accordi parigini del 1919, la regione

alpina aveva conosciuto nel corso degli anni Venti una

politica fortemente avversa alla comunità di lingua tedesca,

guidata ideologicamente dal sen. Ettore Tolomei, di formazione

nazionalista. Dal 1926 il regime fascista diede il via

ad una vera e propria “snazionalizzazione” delle popolazioni

locali, in nome di una sempre più marcata “italianizzazione

forzata”. L’apice di questo progetto fu l’accordo

tra l’Italia fascista e la Germania nazista, nel 1939, per

praticare dall’anno successivo una definitiva “soluzione”

alla cosiddetta “questione altoatesina” con le “Opzioni”:

chi voleva rimanere in provincia di Bolzano, mantenendo

le proprietà di famiglia e le attività tradizionali (soprattutto

di tipo agricolo, ma anche relative ai settori artigianali),

avrebbe dovuto assumere una identità culturale e linguistica

italiana, rinunciando completamente alle proprie radici

culturali e tradizionali di lingua tedesca; il regime nazista

avrebbe offerto, a chi non intendeva rinunciare alla propria

identità culturale, nuove aree d’insediamento e forti aiuti

finanziari, dentro i territori - appena “unificati” attraverso

l’occupazione militare dell’Austria e poi dei Sudeti dell’ex

Cecoslovacchia - del III Reich nazista.

La popolazione Sudtirolese ed il Nazismo: Optanti

e “Dableiber”

Il risultato di questa doppia politica - repressiva dal

lato del fascismo italiano, persuasiva e seduttiva dal lato

del nazismo tedesco – fu ovviamente quello di favorire

da una parte una sempre maggiore ostilità nei confronti

della componente di lingua italiana che era giunta sempre

più massicciamente a stabilirsi nelle città del fondovalle

sudtirolese, e soprattutto affluita dalla metà degli anni

Trenta verso la nuova zona industriale del capoluogo e,

in precedenza, di Sinigo; dall’altra fu quello di spostare


silenziosamente il favore di buona parte della

popolazione di lingua tedesca, prevalentemente

legata ad una cultura tradizionale e rurale, verso

la componente filo-nazista insediatasi stabilmente

già a partire dal giugno 1933 nella società sudtirolese,

attorno ai cosiddetti Völkischer Kampfring

Südtirols clandestini. Questi circoli erano stati

dapprima istituiti in funzione di disturbo verso

la politica di snazionalizzazione forzata voluta

dal fascismo, ma dal 1940 gli accordi nazifascisti

avevano favorito la creazione dell’istituzione

per le opzioni “Arbeitsgemeinschaft der Optanten

für Deutschland” 2 guidata da Peter Hofer.

Vennero create scuole - in lingua tedesca, dopo

anni di divieto! - per le famiglie degli optanti

per la Germania, furono sostenute le tradizioni

locali precedentemente vietate dal fascismo, e

via discorrendo: la breccia che l’ideologia nazista

aveva prodotto nel compatto edificio della società

e della popolazione sudtirolese risultò comunque

non troppo ampia, a causa dell’atteggiamento non

eccessivamente simpatizzante che l’ideologia

nazista aveva suscitato nel clero locale e quindi

in gran parte della popolazione rurale, tradizionalmente

molto legata alla tradizione cattolica. Il

nazismo presentava infatti un volto solo parzialmente

accettabile per le componenti moderate, se

non conservatrici, nel mondo rurale alpino: alla

fine degli anni trenta i caratteri neopaganeggianti

del mito razziale nazista, l’esaltazione di temi

ideologici ben lontani dalla tradizione cattolica,

risultavano ormai ben visibili, e non favorirono

un inserimento più profondo e strutturale di tale

ideologia 3 . È pur vero che però le massime gerarchie

ecclesiastiche assunsero successivamente

un atteggiamento apertamente “collaborativo”

– sia il vescovo Geisler che soprattutto il vicario

generale di origine ampezzana Pompanin - , ma

sostanzialmente buona parte della popolazione

sudtirolese, in seguito anche al fallimento della

politica delle opzioni, provocato dall’inizio e dal

perdurare della guerra dal 1940, rimase poco permeabile

alle lusinghe dell’ideologia hitleriana.

1943: l’inizio dell’occupazione

e il Gauleiter Hofer

La situazione cambiò bruscamente con l’8 settembre

1943, con l’occupazione militare tedesca

diretta del territorio sudtirolese, e l’inserimento

nell’Operationszone Alpenvorland, la Zona di

operazione Prealpi - guidata direttamente dal

Gauleiter nazista Franz Hofer da Innsbruck - che

unificava le province di Trento e Belluno insieme

a quella di Bolzano. La politica del gerarca austriaco

fu molto accorta: per aumentare o sostenere

il consenso attorno alla presenza nazista nella

provincia di Bolzano, venne immediatamente

proibita la ricostituzione del partito fascista, ora

diventato repubblicano, favorendo la nomina nel

Trentino di prefetti e podestà generalmente non

fascisti, soprattutto di area liberale autonomista 4 ,

così talvolta anche nei territori annessi a Bolzano

di Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina d’Ampezzo.

Parallelamente venne rafforzata la politica

precedentemente rappresentata dall’Arbeitsgemeinschaft

der Optanten für Deutschland (ADO)

di Peter Hofer, sostegno alla rinascita identitaria

Volksdeutsch dei sudtirolesi: scuole e pubblicazioni

in lingua tedesca, feste e apparati di consenso;

sostituzione nell’apparato amministrativo

di personale di lingua italiana con elementi di

lingua tedesca, battaglia frontale contro i Dableiber,

che avevano scelto di rimanere nel territorio

italianizzato, attacco culturale e organizzativo

alla chiesa di base che si era mostrata ostile alla

politica filo-hitleriana del Völkischer Kampfring

Südtirols. Nel frattempo, la piccola minoranza

di lingua italiana - ancora formalmente dentro

i confini dell’Italia di Salò ma di fatto staccata,

con l’amministrazione tutta in mano direttamente

ai nazisti – veniva tenuta calma con l’analogo

divieto di costituzione del partito nazional-socialista,

messa all’angolo e rigidamente controllata

dall’incombente apparato repressivo e politico,

collocato dietro la bandiera nazista sventolante

sul Corpo d’armata e sul palazzo Ducale.

Quale resistenza?

Quale resistenza, dunque,

con un panorama di questo

tipo? Eppure si possono riconoscere

almeno tre tipi di forme

di opposizione al nazismo ed

all’alleato fascista: 1) il primo

di tipo attivo, collocato all’interno

della ristretta comunità di

lingua italiana, e caratterizzato

dal protagonismo di una piccola

classe operaia industriale con

l’apporto fondamentale di gruppi

intellettuali politicizzati; 2) il secondo

ancora di tipo attivo nella

comunità di lingua tedesca, con

la limitata ma fortemente significativa

esperienza dell’opposizione

di ispirazione patriottica

storiae51


52 storiae

cattolica dell’Andreas Hofer – Bund, e poi del

Gruppo Egarter con la attivazione di contatti

con i servizi alleati attraverso la Svizzera, e con

la presenza armata in Val Passiria della banda

Gufler; 3) il terzo tipo di resistenza fu quello di

tipo passivo, questo invece sempre più diffuso nel

corso degli sviluppi bellici, e condiviso da una

parte cospicua, anche se forse non maggioritaria,

della popolazione residente: la chiesa cattolica,

quella di base, fu la roccaforte di tale opposizione

– spesso anche repressa dal regime – ma anche la

rete di rapporti famigliari, affettivi, di coloro che

avevano i propri congiunti detenuti o segregati

per motivi politici o di renitenza alla leva.

Il primo CLN

La prima forma di resistenza, che tentò di

strutturarsi anche in forma armata e militare,

venne efficacemente incarnata dagli esponenti

del primo Comitato di Liberazione Nazionale

(CLN), facenti capo all’ing. Manlio Longon,

dirigente dello stabilimento Magnesio di Bolzano,

padovano, uomo di punta dell’antifascismo

del Partito d’Azione. Tra novembre e dicembre

1943 Longon strinse contatti con gruppi e persone

presenti sul territorio fra Bolzano e Trento,

e mantenne rapporti con il CLN padovano e con

quello milanese; determinanti furono le personalità

di Andrea Mascagni (esponente di primo

piano del partito comunista clandestino), don

Daniele Longhi (della Democrazia cristiana clandestina),

Enrico Pedrotti, Rinaldo Dal Fabbro,

Senio Visentin, Ferdinando Visco Gilardi (partito

comunista). Il referente naturale di questo gruppo

dirigente fu la “zona industriale” di Bolzano, ed

in particolare il contatto con le cellule antifasciste,

di ispirazione social-comunista, ben presenti

tra la piccola ma battagliera classe operaia di recente

immigrazione. Con l’istituzione del Polizeiliches

Durchgangslager Bozen in via Resia a

Bolzano, dal luglio 1944, si venne a costituire un

ulteriore luogo di resistenza dentro le già difficili

condizioni sudtirolesi: fu questo l’ambito in cui

si esercitò l’opera prima di Ferdinando Visco Gilardi

5 (affiancato da Pedrotti e Dal Fabbro), che

organizzò fino al 19 dicembre 1944 l’assistenza

ai detenuti - con l’apporto della cellula operaia ed

in particolare di Tullio De Gasperi - e addirittura

qualche fuga ed occultamento riusciti, e dopo la

sua cattura soprattutto di Franca Turra. In quel

contesto, operò un’intera struttura di sostegno e

smistamento, guidata politicamente ma anche

spontanea e diretta, forma straordinaria di resistenza

civile: la casellante di Ponte Resia, le famiglie

Pavan, Angeli e De Bona, Liberio e Mora;

nell’ospedale di Bolzano un intero staff medico

(F. Bailoni, B. Zanoni, Chiatellino e Rizzi). Il

contatto e l’operato più significativo sul piano militare

fu quello fornito alla costituzione di gruppi

armati attivi nelle zone limitrofe alla provincia

di Bolzano: il territorio trentino più significativo

fu dapprima (gennaio ’44) la Val di Fiemme, con

Cavalese come

epicentro (e la

notevole figura

di padre Costantino

Amort

come referente

), e la Val Cadino

(una laterale

della valle

principale), e

poi verso Moena.

L’attività

era coordinata

tra Bolzano e

Trento, dove

erano però

presenti figure

di spicco della

resistenza bolzanina:

Andrea

Mascagni 6 (“Corsi”), Senio Visentin (“Bezzi”) e

Ariele Marangoni (“Spinella”). I primi caduti della

resistenza in regione furono proprio le vittime

dei rastrellamenti del maggio 1944: il gruppo, denominato

“Cesare Battisti”, risultò in gran parte

distrutto, con i primi caduti in combattimento e i

catturati in armi condannati a morte dal Tribunale

Speciale di Villa Brigl a Bolzano. A giugno la

delazione invece della spia trentina Fiore Lutterotti

porterà prima ad un eccidio mirato ai danni

del nucleo partigiano di Riva, Arco e Rovereto,

e poi all’arresto e trasporto a Bolzano di Gianantonio

Manci, forse il più noto degli esponenti

della resistenza trentina, che morirà gettandosi

dall’ultimo piano del Corpo d’Armata, sede del

Comando SS - KdS (Kommandeur der Sicherheitspolizei

und Sicherheitsdienst), suicida . A

ottobre, nuova retata a Cavalese, e arresto di Nella

Lilli, fidanzata di Mascagni, portata col padre del

partigiano nel Lager di via Resia, in ostaggio.Tra

agosto e settembre intanto il battaglione partigiano

“Filzi”- comandato dai bolzanini di adozione

Luigi “Avio” Emer e Aldo “Cervo” Iseppi - che

aveva ricevuto il battesimo di fuoco nel luglio

a Mezzocorona, si dovette spostare dalla Val

di Non alla Val di Fiemme, a sostituzione della

“Battisti”. Nel settembre Emer cade gravemente

ferito nelle mani nemiche in uno scontro a fuoco

a Molina di Fiemme; successivamente tocca a

Iseppi, deportato a Mauthausen, da cui riuscirà a

tornare vivo 7 . Manlio Longon, importante figura

dell’antifascismo azionista, ebbe invece - oltre al

ruolo propulsivo per la organizzazione altoatesina

- il merito indubbio e raro di cercare contatti con

l’antifascismo e l’antinazismo sudtirolese (con

Erich Amonn esponente dei Dableiber) per attivare

un gruppo di resistenza in condizioni proibitive,

di cui era ben conscio ma che emersero

potentemente nel dicembre 1944. A quella data

infatti la delazione di G. Foppa 8 di Livinallongo,

autista di corriera a Brunico, portò all’ arresto

di gran parte del gruppo del CLN di Bolzano


(Pedrotti, Dal Fabbro, don Longhi e Gilardi

compresi), oltre che alla detenzione di parte del

gruppo di appoggio “Val Cordevole” operante nel

bellunese. Il tentativo di azione armata, l’interruzione

della strada all’altezza presumibilmente

di Campodazzo, venne stroncato sul nascere, e

l’intera cellula operaia 9 deportata a Mauthausen

nell’ultimo viaggio dal Lager di Bolzano verso

i KZ d’Oltrebrennero; Longon, incarcerato

il 15 dicembre, fu spostato continuamente dal

Corpo d’Armata al carcere, ed infine al Blocco

Celle del Lager, e interrogato dalla bestia nera

della repressione nazista, l’SS-Sturmbannführer

August Schiffer, gregario del capo supremo del

KdS (Kommandeur der Sicherheitspolizei und

Sicherheitsdienst) Rudolf Thyrolf.

Schiffer era affiancato dagli ufficiali della

Gestapo H. Andergassen, H. Krones, P. Matzken,

M. Nickel e A. Storz. Longon fu strangolato

dopo sevizie, ucciso forse anche a causa di

un doppiogiochista, e venne simulato un suicidio

per impiccagione 10 . A quel punto rimanevano in

circolazione i singoli, che si muovevano tra sostegno

alla missione alleata Vital, sopra Molveno,

con una centrale di trasmissione; la missione Imperative,

con una base tra luglio e dicembre ’44 a

Bolzano, prima in case private (Angelucci, Turra,

Filippi, Bonvicini), e poi in via Torino a Bolzano,

presso l’asilo Cristo Re poi in ulteriori diversi

luoghi, venne invece compromessa anch’essa dagli

arresti di dicembre, e minata da un probabile

doppio gioco di uno dei protagonisti, Puecher.

Nel marzo del ’45 l’arresto di Visentin a Trento,

che aveva sempre lavorato in ospedale a stretto

contatto con figure straordinarie dell’antifascismo

quali il medico ravennate Mario Pasi 11 , chiudeva

praticamente quasi del tutto il cerchio attorno al

primo CLN bolzanino: rimaneva in libertà, del

nucleo storico, il solo “Corsi”, Mascagni, che

aveva evitato miracolosamente l’arresto mentre

si stava incontrando

con “Bezzi” Visentin.

Il cosiddetto “secondo

CLN” venne costituito,

nella primavera del ’45,

sotto la guida politica

di Bruno De Angelis 12 ,

inviato dal CLNAI

(Alta Italia) di Milano,

e quella militare di Libero

Montesi 13 , affiancati

da Luciano Bonvicini.

Vennero anche

avvicinati in aprile, col

fine di creare un presidio

“italiano” - in un

momento delicatissimo

di passaggio dei poteri

in una zona territorialmente

appetibile a

interessi diversi e opposti

– settori di formazione

nazionalista

inquadrati nel gruppo

della cosiddetta “Giovane Italia”, in cui probabilmente

si trovavano persone che avevano tenuto

precedentemente contatti con la Decima Mas

repubblichina di Junio Valerio Borghese 14 . Nel

“caos organizzato” della liberazione di Bolzano

e dell’intera provincia, che giunse più tardi che

nel resto d’Italia e in cui si erano concentrate le

massime autorità militari e politiche del nazismo

in Italia - tra cui spiccava il generale comandante

in capo delle SS Karl Wolff – avvennero però

degli scontri di tipo più o meno spontaneo che

causarono la morte di circa sessanta vittime, tra

partigiani e civili, tra cui spiccano i venti operai

della Lancia di Bolzano falciati in una vera e propria

esecuzione nazista, i nove fucilati di Lasa e il

massacro operato sulla manifestazione spontanea

di Merano, con nove morti e undici feriti.

La resistenza Sudtirolese

La resistenza attiva del gruppo di lingua tedesca

fu se possibile ancora più difficoltosa di

quella della comunità di lingua italiana: l’associazione

“Andreas Hofer-Bund”, che aveva

osteggiato la politica delle opzioni, fu falcidiata

dagli arresti seguiti all’otto settembre 1943. Friedl

Volgger, attivista cattolico antinazista e antifascista,

venne internato, fino a giungere a Dachau;

il segretario della Katholische Jegendbewegung

Josef Mayr-Nusser fu controllato a vista, assieme

a tutti i funzionari di spicco non tratti in arresto o

fuggiti (quali il canonico Michael Gamper, luminosa

personalità della chiesa antinazista) 15 .

Rimase latitante Hans Egarter, che cominciò

faticosamente a istituire contatti con i servizi

alleati operanti nella vicina Svizzera, guidati

da John McCaffery, e poi costituì in Val Passiria,

con l’apporto di Hans Pircher, un nucleo

armato; formato prevalentemente da renitenti

e disertori alla leva nazista, il gruppo della Val

storiae53


54 storiae

Passiria ebbe una figura di rilievo in Karl Gufler,

autentico ribelle sociale che dopo la diserzione

capeggiò atti di ritorsione antinazista e contro i

collaborazionisti della SOD (Sicherheits - und

OrdnungsDienst) 16 , che compivano rastrellamenti

ai danni dei disertori ma anche perseguitavano

gli ex “Dableiber”. A questa resistenza attiva,

fu rilasciato dagli Alleati il riconoscimento del

“diploma Alexander” in qualità di partigiani

– ma che Egarter rifiutò perché scritti in sola

lingua italiana e nei quali i sudtirolesi venivano

rubricati come “partigiani italiani” 17 . Oltre agli

armati operanti nel territorio della provincia di

Bolzano vanno considerati poi i sudtirolesi che

hanno affiancato la resistenza nelle località dove

si sono trovati inviati a seguito dell’arruolamento

forzato nelle truppe tedesche: tra questi, sia ex

optanti per la Germania, poi disertori consegnatisi

ai gruppi partigiani, che ex Dableiber. Basti ricordare

Ludwig Karl Ratschiller, “il compagno

Ludi”, combattente partigiano in Cadore, e Hans

Gasser, disertore e poi partigiano comunista in

Liguria 18 . Infine, la cosiddetta “resistenza passiva”,

che in più casi, soprattutto nella comunità

di lingua tedesca, assunse veri e propri caratteri di

disobbedienza civile: i casi più noti e importanti

furono quelli del presidente della Katholische

Jegendbewegung Josef Mayr-Nusser, intellettuale

e carismatico giovane leader politico, che

rifiutandosi di prestare giuramento al Führer per

l’arruolamento forzato nelle SS, venne lasciato

morire di fame ad Erlangen in un vagone il 24

febbraio 1945, verso Dachau; quello del giovane

contadino cattolico Franz Thaler, internato a

Dachau per essersi sottratto alla leva 19 ; ma anche

i numerosi disertori del II. Polizeiregiment

“Alpenvorland”, in gran parte formato di Dableiber,

in fuga nel bellunese nell’aprile ’45;

o ancora nel febbraio 1945 l’intero IV. Polizeiregiment

“Brixen”, che si rifiutò in massa di prestare

giuramento al III Reich, e venne pertanto

inviato al completo (2 battaglioni) sul fronte della

Slesia contro

le truppe

sovietiche,

“carne da macello”

– ma il

II battaglione

disertò in

massa e si

consegnò ai

sovietici. A

questi consistentiepisodi

vanno

aggiunte le

forme di resistenza

passiva

delle famiglie

dei disertori o

dei resistenti,

internate nel

Lager di Bolzano

o nei

campo satelliti, a condividere la sorte dei prigionieri

politici. La comunità di lingua italiana

espresse invece una forma di resistenza passiva

tramite l’appoggio diretto o indiretto fornito ai

deportati del Lager, e anche in ciò soprattutto

con un ruolo determinante del basso clero altoatesino,

ma anche della “zona” operaia, certamente

la fascia sociale più impermeabile al fascismo

o al nazismo della città italiana, in particolare a

Bolzano. Solo l’estrema difficoltà del territorio ed

il controllo capillare del nazismo in un’area così

importante anche dal punto di vista strategico per

le operazioni militari in Italia resero impossibile il

passaggio ad un attivismo militante diretto: nelle

prime giornate del maggio 1945 ci fu la conferma

dell’estrema pericolosità della situazione locale,

con l’eccidio di Merano, di Lasa e di Bolzano

già menzionati, in cui proprio la mobilitazione

popolare venne fermata dalle mitragliate naziste

e collaborazioniste.

NOTE

1 Sulla divisione territoriale si veda COLLOTTI E., L’amministrazione dell’Italia

occupata 1943-45, Lerici 1963; Istituto Veneto per la Storia della

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland,

Venezia, 1984.

2 STEURER L., L’atteggiamento della popolazione di lingua tedesca della provincia

di Bolzano durante il periodo 1943-45, in Istituto Veneto per la Storia della

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland, cit.,

pp. 146-147.

3 Oltre a ciò, cominciavano a circolare insistenti voci nei circoli degli

optanti per l’Italia di ispirazione cattolica, a partire dal 1940, di uccisioni

nei territori del III Reich dei malati psichici: era il programma nazista

di eutanasia “T4”, di cui caddero vittime alcuni innocenti di origine

sudtirolese; la deportazione colpì comunque circa 300 persone, ma la

stampa cattolica sudtirolese reagì denunciando il fatto; le gerarchie ecclesiastiche

non impedirono la chiusura nel 1941, anche per le pressioni

naziste sul governo fascista, dei giornali “Volksbote” e “Katholisches

Sonntagsblatt”.

4 A Trento nominato prefetto il liberale Adolfo de Bertolini, anche a Belluno

il prefetto di nomina fascista Foschi sostituito col designato da Hofer

Carlo Silvetti; a Cortina d’Ampezzo eletto come sindaco il non fascista

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Angelo De Zanna; così nei comuni minori di Brunico e Vipiteno.

5 Ferdinando Visco Gilardi “Giacomo”, legato al Cln di Milano, aveva

contatti diretti con Lelio Basso, ed era dirigente della fabbrica FRO a

Bolzano; nel dicembre ’44 cadde vittima del rastrellamento che portò alla

distruzione dell’intero primo CLN bolzanino, con la morte di Longon

e la deportazione della cellula comunista operaia; rimasto nel campo

come detenuto, riprese dall’interno l’attività di soccorso; l’assistenza

faceva ora capo alle straordinarie Ada Buffulini, Laura Conti, Franca

Turra, Mariuccia Gilardi.

6 Andrea Mascagni, laureato in chimica, musicista, nato a S. Miniato (Pisa)

nel 1917, figlio del fondatore del Conservatorio musicale “Monteverdi”

di Bolzano e cugino del compositore Pietro Mascagni, è la figura politicamente

più rilevante della resistenza locale, l’unico ad attraversare l’intera

esperienza senza interruzioni, e con una maturazione personale e politica

(iniziata già dal 1938) avvenuta soprattutto a fianco dell’amico e compagno

fraterno Senio “Bezzi” Visentin, e soprattutto tramite l’incontro determinante

con Mario Pasi, straordinaria figura di organizzatore politico della

resistenza in regione; sulla figura di quest’ultimo, si rimanda alla nota 12;

Mascagni, scomparso nel 2003, attende ancora un pieno riconoscimento

del suo ruolo storico per le sorti dell’autonomia locale e nella storia della

resistenza in Alto Adige.

7 In quell’occasione, venne fucilato a Bolzano

il partigiano Francesco Rella, operante anch’egli

in Val di Fiemme, cieco in seguito alle

ferite; Avio Emer sopravviverà nonostante le

terribile sevizie e l’invalidità provocata dalle

ferite - che i torturatori non lasciavano cicatrizzare.

Su Avio Emer, medaglia d’argento

al valor militare, si veda il profilo biografico

nell’intervista rilasciata a S. Kerschbamer e M.

Angelucci, 1996, a cura dell’ANPI di Bolzano,

depositata presso il Circolo Culturale ANPI di

Bolzano; anche in PERCHÉ? La lotta partigiana

in Alto Adige, Rovereto-Bolzano 1946, p. 83.

8 Sull’ambigua figura di Giovanni Foppa detto

“Bet”, di Livinallongo, si veda il resoconto del

processo in DELLE DONNE G. (a cura di), “Alto

Adige 1945-1947. Ricominciare”, Bolzano 2000,

pp. 130-136.

9 Tullio “Ivan” Degasperi è forse la figura più

rilevante del gruppo della cellula operaia, attivo

anche sul fronte dell’assistenza agli internati

del Lager di via Resia; lascerà un biglietto alla

famiglia, che costituisce uno dei documenti più

toccanti della moralità della resistenza, (secondo

la definizione dello storico Claudio Pavone),

riportata in PERCHÉ? La lotta partigiana in Alto

Adige, Rovereto-Bolzano, 1946, pp. 14-15; i sette

operai capicellula erano, oltre a Degasperi, Adolfo

Beretta, Erminio Ferrari, Decio Fratini, Walter Masetti,

Gerolamo Meneghini, Romeo Trevisan.

10 Il 31 dicembre 1944 gli SS Andergassen, Storz e

Matzken inscenarono il suicidio; nonostante gli atti

processuali del dopoguerra, non fu possibile chiarire

il ruolo del probabile doppiogiochista che Longon

sfortunatamente incrociò presso il Comando SS,

e che avrebbe potuto smascherare se fosse stato

lasciato in vita. Sull’argomento, AGOSTINI P., ROMEO

C., Trentino e Alto Adige Province del Reich, Trento

2002, p. 207; l’omicidio di Longon si incrocia con

quello dell’ufficiale americano Roderick S. Hall,

catturato nel bellunese nel gennaio ’45, strangolato

a Bolzano nella sede del Corpo d’Armata il

19 febbraio da Andergassen: Hall, paracadutato

in zona d’operazioni nell’estate ’44, era stato in

contatto con Longon; dopo la fine del conflitto,

nel maggio ’45 vi fu uno strascico violento, una

vendetta nei confronti dei presunti delatori che

avevano condotto all’arresto di Hall. Si veda per

una recente e innovativa ricostruzione del caso

Hall, la testimonianza riportata in DE DONÀ G.,

MEZZALIRA G. (a cura di), L. K. Ratschiller. Il compagno “Ludi”, autobiografia

di un partigiano, Quaderni della Memoria 3/04, Circolo Culturale ANPI,

Bolzano, 2005, pp. 184-196.

11 Mario Pasi, attivo a Trento e poi a Belluno, teneva anche attraverso

Mascagni i contatti con Bolzano. Nato a Ravenna nel 1913, esponente di

rilievo del Partito Comunista clandestino, medico a Trento, si diede alla

clandestinità dal febbraio ’44, dopo avere guidato una fase importante

della resistenza trentina; col nome di “Montagna” operò nel bellunese.

Arrestato il 10 novembre 1944 a Belluno in un rastrellamento, venne

riconosciuto dalle SS e torturato ininterrottamente, fino a provocargli la

cancrena in un ginocchio trapassato dal ferro rovente. Riuscì a passare ai

compagni un biglietto in cui chiedeva veleno per porre fine all’atrocità,

ma senza risultato: venne impiccato nel Bosco dei Castagni sopra Belluno

il 10 marzo 1945. Pasi attende ancora il pieno riconoscimento delle

sue qualità umane e politiche nella formazione dei gruppi attivi nella

resistenza locale: Andrea Mascagni ricordava il rigore morale unito ad

una apertura mentale rara – e non ideologica – di quello che considerò

sempre un maestro autentico. Su Pasi, si veda AGOSTINI P., ROMEO C.,

cit., pp. 140-143.

12 Bruno De Angelis, politicamente moderato, emissario delle Fiamme Verdi

monarchiche lombarde, divenne la figura guida del cosiddetto “secondo

storiae55


56 storiae

CLN”, e sostenne il ruolo di primo prefetto

del dopoguerra; abile mediatore, nell’aprile

1945 a Bolzano tenne i rapporti con le alte

leve dell’esercito e dei capi nazisti in ritirata

per trattare il passaggio dei poteri “in nome

del governo italiano”, e fu in contatto con i

Servizi segreti alleati .

13 Libero Montesi appare anch’egli orientato

nella stessa direzione di De Angelis,

che affiancò come responsabile militare; si

veda la sua testimonianza in “Alto Adige”,

25.4.1954; STEINACHER G., Per una dimostrazione

di italianità sul posto, in “Archivio

Trentino”, n. 1, 2001, pp. 135-150.

14 Contatti c’erano stati attraverso un ufficio

creato a Salò, che tentò inutilmente

di creare una “quinta colonna” fascista

in un territorio di fatto controllato solo

dal nazismo del Gauleiter Hofer: si veda

AGOSTINI P., ROMEO C., cit., p. 204.

15 BENVENUTI S., La chiesa in Alto Adige

nel periodo dell’Alpenvorland, pp.349-369, in

Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland,

cit..

16 In origine l’acronimo significava “Südtiroler

Ordnungsdienst”, ma nella sua istituzionalizzazione,

in rapporto comunque col regime di Salò, venne cambiato

il nome per aggirare eventuali rimostranze in merito all’adozione della

parola - in odio ai fascisti anche collaborazionisti! - Südtirol.

17 Inoltre non era indicato il loro collegamento con la resistenza antinazista

austriaca dell’organizzazione “Patria”; alla fine della guerra, il Gruppo

Egarter venne estromesso da qualunque riconoscimento istituzionale da

parte del partito di raccolta sudtirolese. Nel 1951 una ventina di appartenenti

alla banda Gufler vennero addirittura processati, con testimoni a carico

di parte ex fascista e nazista, per violenza privata e omicidio: ricorrendo

in appello contro l’assoluzione per insufficienza di prove, Hans Pircher fu

addirittura condannato poi a Trento a 30 anni di carcere! Detenuto con

l’ex partigiano ed avvocato Lazagna nel 1975, il suo caso tornò alla luce,

ed ottenne la grazia dal presidente della Repubblica Leone.

STEURER L., L’atteggiamento della popolazione di lingua tedesca della provincia

di Bolzano durante il periodo 1943-45, in Istituto Veneto per la Storia della

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland, cit.,

pp. 150-157.

LAZAGNA G.B., Il caso del partigiano Pircher, Milano 1975; STEURER L., VER-

DORFER M., PICHLER W., Verfolgt verfemt vergessen, Bolzano 1993; ROMEO C.,

Sulle tracce di Karl Gufler il bandito, Bolzano 1993.

18 DE DONÀ G., MEZZALIRA G. (a cura di), L. K. Ratschiller, Il compagno

“Ludi”. autobiografia di un partigiano, Quaderni della Memoria 3/04, Circolo

Culturale ANPI, Bolzano, 2005; su Gasser mancano a tutt’oggi

ricerche sistematiche, incartamenti presso il fondo di archivio dell’Anpi

di Bolzano.

19 Su J. Mayr Nusser, si veda IBLACKER R., Keinen Eid auf dieser Führer, Innbruck

1985 (traduzione italiana: Non giuro a questo Führer, Bolzano 1990);

COMINA F., Non giuro a Hitler, Torino 2000; su Franz Thaler, THALER F.,

Unvergessen, Bolzano 1988 (traduzione italiana: Dimenticare mai, Bolzano

1990); l’opera più ampia e accessibile in lingua italiana (e per l’ampia e

strutturata bibliografia) rimane AGOSTINI P., ROMEO C., Trentino e Alto Adige

Province del Reich, Trento (1975-2002); voce Alpenvorland (a cura di STEURER

L., ROMEO C.), in Dizionario della Resistenza, Torino, 2000; PERCHÉ? La

lotta partigiana in Alto Adige, Rovereto-Bolzano 1946; AAVV, Il Lager di

Bolzano. Testimonianze sulla resistenza in Alto Adige, Bolzano 1998; VADAGNINI

A., La resistenza degli italiani e degli altoatesini, in DELLE DONNE G., (a cura

di), Incontri sulla storia dell’Alto Adige, Bolzano 1994.

79. Bolzano, marzo 1943:

reduci dell’armata italiana

in Russia (ARMIR).

80. Bolzano, 9 settembre

1943: soldati italiani concentrati

nel campo sportivo

Druso, prima di essere

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