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RICERCHE<br />

70<br />

Resistenza e antifascismo<br />

in provincia<br />

di Bolzano<br />

1943-1945<br />

storiae<br />

di Andrea Felis<br />

70. Bolzano, 24 aprile 1921:<br />

Piazza delle Erbe dove nell’aggressione<br />

fascista al corteo della<br />

fiera fu assassinato il maestro<br />

Franz Innerhofer di Marlengo.<br />

71. Bressanone 1940: la partenza<br />

degli optanti per la Germania.<br />

72. Brunico, maggio 1944: il<br />

Gauleiter Hofer.<br />

73. Mario Longon<br />

74. Avviso di una fucilazione<br />

eseguita su ordine del Tribunale<br />

Speciale.<br />

75. Josef Mayr-Nusser<br />

76. Hans Egarter.<br />

77. Baracche del Lager di Bolzano.<br />

71<br />

La resistenza al nazismo ed al fascismo in provincia di<br />

Bolzano ha avuto una storia davvero particolare, rispetto<br />

ad altri Paesi dell’Europa occupata dal nazifascismo. Se<br />

infatti a partire dal settembre 1943 tutta l’Europa continentale<br />

occidentale appare attratta dentro la tela di ragno<br />

dell’occupazione militare nazista tedesca, con la sua<br />

appendice politica dei regimi collaborazionisti, mentre<br />

l’Europa orientale viene inglobata direttamente dentro<br />

il sistema politico nazista diventando zona di operazione<br />

del III Reich e divisa per Governatorati 1 , la sorte dell’Alto<br />

Adige – Südtirol diventa ancora più complicata. Annessa<br />

al territorio del Regno d’Italia dopo la fine della Grande<br />

Guerra, a seguito degli accordi parigini del 1919, la regione<br />

alpina aveva conosciuto nel corso degli anni Venti una<br />

politica fortemente avversa alla comunità di lingua tedesca,<br />

guidata ideologicamente dal sen. Ettore Tolomei, di formazione<br />

nazionalista. Dal 1926 il regime fascista diede il via<br />

ad una vera e propria “snazionalizzazione” delle popolazioni<br />

locali, in nome di una sempre più marcata “italianizzazione<br />

forzata”. L’apice di questo progetto fu l’accordo<br />

tra l’Italia fascista e la Germania nazista, nel 1939, per<br />

praticare dall’anno successivo una definitiva “soluzione”<br />

alla cosiddetta “questione altoatesina” con le “Opzioni”:<br />

chi voleva rimanere in provincia di Bolzano, mantenendo<br />

le proprietà di famiglia e le attività tradizionali (soprattutto<br />

di tipo agricolo, ma anche relative ai settori artigianali),<br />

avrebbe dovuto assumere una identità culturale e linguistica<br />

italiana, rinunciando completamente alle proprie radici<br />

culturali e tradizionali di lingua tedesca; il regime nazista<br />

avrebbe offerto, a chi non intendeva rinunciare alla propria<br />

identità culturale, nuove aree d’insediamento e forti aiuti<br />

finanziari, dentro i territori - appena “unificati” attraverso<br />

l’occupazione militare dell’Austria e poi dei Sudeti dell’ex<br />

Cecoslovacchia - del III Reich nazista.<br />

La popolazione Sudtirolese ed il Nazismo: Optanti<br />

e “Dableiber”<br />

Il risultato di questa doppia politica - repressiva dal<br />

lato del fascismo italiano, persuasiva e seduttiva dal lato<br />

del nazismo tedesco – fu ovviamente quello di favorire<br />

da una parte una sempre maggiore ostilità nei confronti<br />

della componente di lingua italiana che era giunta sempre<br />

più massicciamente a stabilirsi nelle città del fondovalle<br />

sudtirolese, e soprattutto affluita dalla metà degli anni<br />

Trenta verso la nuova zona industriale del capoluogo e,<br />

in precedenza, di Sinigo; dall’altra fu quello di spostare


silenziosamente il favore di buona parte della<br />

popolazione di lingua tedesca, prevalentemente<br />

legata ad una cultura tradizionale e rurale, verso<br />

la componente filo-nazista insediatasi stabilmente<br />

già a partire dal giugno 1933 nella società sudtirolese,<br />

attorno ai cosiddetti Völkischer Kampfring<br />

Südtirols clandestini. Questi circoli erano stati<br />

dapprima istituiti in funzione di disturbo verso<br />

la politica di snazionalizzazione forzata voluta<br />

dal fascismo, ma dal 1940 gli accordi nazifascisti<br />

avevano favorito la creazione dell’istituzione<br />

per le opzioni “Arbeitsgemeinschaft der Optanten<br />

für Deutschland” 2 guidata da Peter Hofer.<br />

Vennero create scuole - in lingua tedesca, dopo<br />

anni di divieto! - per le famiglie degli optanti<br />

per la Germania, furono sostenute le tradizioni<br />

locali precedentemente vietate dal fascismo, e<br />

via discorrendo: la breccia che l’ideologia nazista<br />

aveva prodotto nel compatto edificio della società<br />

e della popolazione sudtirolese risultò comunque<br />

non troppo ampia, a causa dell’atteggiamento non<br />

eccessivamente simpatizzante che l’ideologia<br />

nazista aveva suscitato nel clero locale e quindi<br />

in gran parte della popolazione rurale, tradizionalmente<br />

molto legata alla tradizione cattolica. Il<br />

nazismo presentava infatti un volto solo parzialmente<br />

accettabile per le componenti moderate, se<br />

non conservatrici, nel mondo rurale alpino: alla<br />

fine degli anni trenta i caratteri neopaganeggianti<br />

del mito razziale nazista, l’esaltazione di temi<br />

ideologici ben lontani dalla tradizione cattolica,<br />

risultavano ormai ben visibili, e non favorirono<br />

un inserimento più profondo e strutturale di tale<br />

ideologia 3 . È pur vero che però le massime gerarchie<br />

ecclesiastiche assunsero successivamente<br />

un atteggiamento apertamente “collaborativo”<br />

– sia il vescovo Geisler che soprattutto il vicario<br />

generale di origine ampezzana Pompanin - , ma<br />

sostanzialmente buona parte della popolazione<br />

sudtirolese, in seguito anche al fallimento della<br />

politica delle opzioni, provocato dall’inizio e dal<br />

perdurare della guerra dal 1940, rimase poco permeabile<br />

alle lusinghe dell’ideologia hitleriana.<br />

1943: l’inizio dell’occupazione<br />

e il Gauleiter Hofer<br />

La situazione cambiò bruscamente con l’8 settembre<br />

1943, con l’occupazione militare tedesca<br />

diretta del territorio sudtirolese, e l’inserimento<br />

nell’Operationszone Alpenvorland, la Zona di<br />

operazione Prealpi - guidata direttamente dal<br />

Gauleiter nazista Franz Hofer da Innsbruck - che<br />

unificava le province di Trento e Belluno insieme<br />

a quella di Bolzano. La politica del gerarca austriaco<br />

fu molto accorta: per aumentare o sostenere<br />

il consenso attorno alla presenza nazista nella<br />

provincia di Bolzano, venne immediatamente<br />

proibita la ricostituzione del partito fascista, ora<br />

diventato repubblicano, favorendo la nomina nel<br />

Trentino di prefetti e podestà generalmente non<br />

fascisti, soprattutto di area liberale autonomista 4 ,<br />

così talvolta anche nei territori annessi a Bolzano<br />

di Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina d’Ampezzo.<br />

Parallelamente venne rafforzata la politica<br />

precedentemente rappresentata dall’Arbeitsgemeinschaft<br />

der Optanten für Deutschland (ADO)<br />

di Peter Hofer, sostegno alla rinascita identitaria<br />

Volksdeutsch dei sudtirolesi: scuole e pubblicazioni<br />

in lingua tedesca, feste e apparati di consenso;<br />

sostituzione nell’apparato amministrativo<br />

di personale di lingua italiana con elementi di<br />

lingua tedesca, battaglia frontale contro i Dableiber,<br />

che avevano scelto di rimanere nel territorio<br />

italianizzato, attacco culturale e organizzativo<br />

alla chiesa di base che si era mostrata ostile alla<br />

politica filo-hitleriana del Völkischer Kampfring<br />

Südtirols. Nel frattempo, la piccola minoranza<br />

di lingua italiana - ancora formalmente dentro<br />

i confini dell’Italia di Salò ma di fatto staccata,<br />

con l’amministrazione tutta in mano direttamente<br />

ai nazisti – veniva tenuta calma con l’analogo<br />

divieto di costituzione del partito nazional-socialista,<br />

messa all’angolo e rigidamente controllata<br />

dall’incombente apparato repressivo e politico,<br />

collocato dietro la bandiera nazista sventolante<br />

sul Corpo d’armata e sul palazzo Ducale.<br />

Quale resistenza?<br />

Quale resistenza, dunque,<br />

con un panorama di questo<br />

tipo? Eppure si possono riconoscere<br />

almeno tre tipi di forme<br />

di opposizione al nazismo ed<br />

all’alleato fascista: 1) il primo<br />

di tipo attivo, collocato all’interno<br />

della ristretta comunità di<br />

lingua italiana, e caratterizzato<br />

dal protagonismo di una piccola<br />

classe operaia industriale con<br />

l’apporto fondamentale di gruppi<br />

intellettuali politicizzati; 2) il secondo<br />

ancora di tipo attivo nella<br />

comunità di lingua tedesca, con<br />

la limitata ma fortemente significativa<br />

esperienza dell’opposizione<br />

di ispirazione patriottica<br />

storiae51


52 storiae<br />

cattolica dell’Andreas Hofer – Bund, e poi del<br />

Gruppo Egarter con la attivazione di contatti<br />

con i servizi alleati attraverso la Svizzera, e con<br />

la presenza armata in Val Passiria della banda<br />

Gufler; 3) il terzo tipo di resistenza fu quello di<br />

tipo passivo, questo invece sempre più diffuso nel<br />

corso degli sviluppi bellici, e condiviso da una<br />

parte cospicua, anche se forse non maggioritaria,<br />

della popolazione residente: la chiesa cattolica,<br />

quella di base, fu la roccaforte di tale opposizione<br />

– spesso anche repressa dal regime – ma anche la<br />

rete di rapporti famigliari, affettivi, di coloro che<br />

avevano i propri congiunti detenuti o segregati<br />

per motivi politici o di renitenza alla leva.<br />

Il primo CLN<br />

La prima forma di resistenza, che tentò di<br />

strutturarsi anche in forma armata e militare,<br />

venne efficacemente incarnata dagli esponenti<br />

del primo Comitato di Liberazione Nazionale<br />

(CLN), facenti capo all’ing. Manlio Longon,<br />

dirigente dello stabilimento Magnesio di Bolzano,<br />

padovano, uomo di punta dell’antifascismo<br />

del Partito d’Azione. Tra novembre e dicembre<br />

1943 Longon strinse contatti con gruppi e persone<br />

presenti sul territorio fra Bolzano e Trento,<br />

e mantenne rapporti con il CLN padovano e con<br />

quello milanese; determinanti furono le personalità<br />

di Andrea Mascagni (esponente di primo<br />

piano del partito comunista clandestino), don<br />

Daniele Longhi (della Democrazia cristiana clandestina),<br />

Enrico Pedrotti, Rinaldo Dal Fabbro,<br />

Senio Visentin, Ferdinando Visco Gilardi (partito<br />

comunista). Il referente naturale di questo gruppo<br />

dirigente fu la “zona industriale” di Bolzano, ed<br />

in particolare il contatto con le cellule antifasciste,<br />

di ispirazione social-comunista, ben presenti<br />

tra la piccola ma battagliera classe operaia di recente<br />

immigrazione. Con l’istituzione del Polizeiliches<br />

Durchgangslager Bozen in via Resia a<br />

Bolzano, dal luglio 1944, si venne a costituire un<br />

ulteriore luogo di resistenza dentro le già difficili<br />

condizioni sudtirolesi: fu questo l’ambito in cui<br />

si esercitò l’opera prima di Ferdinando Visco Gilardi<br />

5 (affiancato da Pedrotti e Dal Fabbro), che<br />

organizzò fino al 19 dicembre 1944 l’assistenza<br />

ai detenuti - con l’apporto della cellula operaia ed<br />

in particolare di Tullio De Gasperi - e addirittura<br />

qualche fuga ed occultamento riusciti, e dopo la<br />

sua cattura soprattutto di Franca Turra. In quel<br />

contesto, operò un’intera struttura di sostegno e<br />

smistamento, guidata politicamente ma anche<br />

spontanea e diretta, forma straordinaria di resistenza<br />

civile: la casellante di Ponte Resia, le famiglie<br />

Pavan, Angeli e De Bona, Liberio e Mora;<br />

nell’ospedale di Bolzano un intero staff medico<br />

(F. Bailoni, B. Zanoni, Chiatellino e Rizzi). Il<br />

contatto e l’operato più significativo sul piano militare<br />

fu quello fornito alla costituzione di gruppi<br />

armati attivi nelle zone limitrofe alla provincia<br />

di Bolzano: il territorio trentino più significativo<br />

fu dapprima (gennaio ’44) la Val di Fiemme, con<br />

Cavalese come<br />

epicentro (e la<br />

notevole figura<br />

di padre Costantino<br />

Amort<br />

come referente<br />

), e la Val Cadino<br />

(una laterale<br />

della valle<br />

principale), e<br />

poi verso Moena.<br />

L’attività<br />

era coordinata<br />

tra Bolzano e<br />

Trento, dove<br />

erano però<br />

presenti figure<br />

di spicco della<br />

resistenza bolzanina:<br />

Andrea<br />

Mascagni 6 (“Corsi”), Senio Visentin (“Bezzi”) e<br />

Ariele Marangoni (“Spinella”). I primi caduti della<br />

resistenza in regione furono proprio le vittime<br />

dei rastrellamenti del maggio 1944: il gruppo, denominato<br />

“Cesare Battisti”, risultò in gran parte<br />

distrutto, con i primi caduti in combattimento e i<br />

catturati in armi condannati a morte dal Tribunale<br />

Speciale di Villa Brigl a Bolzano. A giugno la<br />

delazione invece della spia trentina Fiore Lutterotti<br />

porterà prima ad un eccidio mirato ai danni<br />

del nucleo partigiano di Riva, Arco e Rovereto,<br />

e poi all’arresto e trasporto a Bolzano di Gianantonio<br />

Manci, forse il più noto degli esponenti<br />

della resistenza trentina, che morirà gettandosi<br />

dall’ultimo piano del Corpo d’Armata, sede del<br />

Comando SS - KdS (Kommandeur der Sicherheitspolizei<br />

und Sicherheitsdienst), suicida . A<br />

ottobre, nuova retata a Cavalese, e arresto di Nella<br />

Lilli, fidanzata di Mascagni, portata col padre del<br />

partigiano nel Lager di via Resia, in ostaggio.Tra<br />

agosto e settembre intanto il battaglione partigiano<br />

“Filzi”- comandato dai bolzanini di adozione<br />

Luigi “Avio” Emer e Aldo “Cervo” Iseppi - che<br />

aveva ricevuto il battesimo di fuoco nel luglio<br />

a Mezzocorona, si dovette spostare dalla Val<br />

di Non alla Val di Fiemme, a sostituzione della<br />

“Battisti”. Nel settembre Emer cade gravemente<br />

ferito nelle mani nemiche in uno scontro a fuoco<br />

a Molina di Fiemme; successivamente tocca a<br />

Iseppi, deportato a Mauthausen, da cui riuscirà a<br />

tornare vivo 7 . Manlio Longon, importante figura<br />

dell’antifascismo azionista, ebbe invece - oltre al<br />

ruolo propulsivo per la organizzazione altoatesina<br />

- il merito indubbio e raro di cercare contatti con<br />

l’antifascismo e l’antinazismo sudtirolese (con<br />

Erich Amonn esponente dei Dableiber) per attivare<br />

un gruppo di resistenza in condizioni proibitive,<br />

di cui era ben conscio ma che emersero<br />

potentemente nel dicembre 1944. A quella data<br />

infatti la delazione di G. Foppa 8 di Livinallongo,<br />

autista di corriera a Brunico, portò all’ arresto<br />

di gran parte del gruppo del CLN di Bolzano


(Pedrotti, Dal Fabbro, don Longhi e Gilardi<br />

compresi), oltre che alla detenzione di parte del<br />

gruppo di appoggio “Val Cordevole” operante nel<br />

bellunese. Il tentativo di azione armata, l’interruzione<br />

della strada all’altezza presumibilmente<br />

di Campodazzo, venne stroncato sul nascere, e<br />

l’intera cellula operaia 9 deportata a Mauthausen<br />

nell’ultimo viaggio dal Lager di Bolzano verso<br />

i KZ d’Oltrebrennero; Longon, incarcerato<br />

il 15 dicembre, fu spostato continuamente dal<br />

Corpo d’Armata al carcere, ed infine al Blocco<br />

Celle del Lager, e interrogato dalla bestia nera<br />

della repressione nazista, l’SS-Sturmbannführer<br />

August Schiffer, gregario del capo supremo del<br />

KdS (Kommandeur der Sicherheitspolizei und<br />

Sicherheitsdienst) Rudolf Thyrolf.<br />

Schiffer era affiancato dagli ufficiali della<br />

Gestapo H. Andergassen, H. Krones, P. Matzken,<br />

M. Nickel e A. Storz. Longon fu strangolato<br />

dopo sevizie, ucciso forse anche a causa di<br />

un doppiogiochista, e venne simulato un suicidio<br />

per impiccagione 10 . A quel punto rimanevano in<br />

circolazione i singoli, che si muovevano tra sostegno<br />

alla missione alleata Vital, sopra Molveno,<br />

con una centrale di trasmissione; la missione Imperative,<br />

con una base tra luglio e dicembre ’44 a<br />

Bolzano, prima in case private (Angelucci, Turra,<br />

Filippi, Bonvicini), e poi in via Torino a Bolzano,<br />

presso l’asilo Cristo Re poi in ulteriori diversi<br />

luoghi, venne invece compromessa anch’essa dagli<br />

arresti di dicembre, e minata da un probabile<br />

doppio gioco di uno dei protagonisti, Puecher.<br />

Nel marzo del ’45 l’arresto di Visentin a Trento,<br />

che aveva sempre lavorato in ospedale a stretto<br />

contatto con figure straordinarie dell’antifascismo<br />

quali il medico ravennate Mario Pasi 11 , chiudeva<br />

praticamente quasi del tutto il cerchio attorno al<br />

primo CLN bolzanino: rimaneva in libertà, del<br />

nucleo storico, il solo “Corsi”, Mascagni, che<br />

aveva evitato miracolosamente l’arresto mentre<br />

si stava incontrando<br />

con “Bezzi” Visentin.<br />

Il cosiddetto “secondo<br />

CLN” venne costituito,<br />

nella primavera del ’45,<br />

sotto la guida politica<br />

di Bruno De Angelis 12 ,<br />

inviato dal CLNAI<br />

(Alta Italia) di Milano,<br />

e quella militare di Libero<br />

Montesi 13 , affiancati<br />

da Luciano Bonvicini.<br />

Vennero anche<br />

avvicinati in aprile, col<br />

fine di creare un presidio<br />

“italiano” - in un<br />

momento delicatissimo<br />

di passaggio dei poteri<br />

in una zona territorialmente<br />

appetibile a<br />

interessi diversi e opposti<br />

– settori di formazione<br />

nazionalista<br />

inquadrati nel gruppo<br />

della cosiddetta “Giovane Italia”, in cui probabilmente<br />

si trovavano persone che avevano tenuto<br />

precedentemente contatti con la Decima Mas<br />

repubblichina di Junio Valerio Borghese 14 . Nel<br />

“caos organizzato” della liberazione di Bolzano<br />

e dell’intera provincia, che giunse più tardi che<br />

nel resto d’Italia e in cui si erano concentrate le<br />

massime autorità militari e politiche del nazismo<br />

in Italia - tra cui spiccava il generale comandante<br />

in capo delle SS Karl Wolff – avvennero però<br />

degli scontri di tipo più o meno spontaneo che<br />

causarono la morte di circa sessanta vittime, tra<br />

partigiani e civili, tra cui spiccano i venti operai<br />

della Lancia di Bolzano falciati in una vera e propria<br />

esecuzione nazista, i nove fucilati di Lasa e il<br />

massacro operato sulla manifestazione spontanea<br />

di Merano, con nove morti e undici feriti.<br />

La resistenza Sudtirolese<br />

La resistenza attiva del gruppo di lingua tedesca<br />

fu se possibile ancora più difficoltosa di<br />

quella della comunità di lingua italiana: l’associazione<br />

“Andreas Hofer-Bund”, che aveva<br />

osteggiato la politica delle opzioni, fu falcidiata<br />

dagli arresti seguiti all’otto settembre 1943. Friedl<br />

Volgger, attivista cattolico antinazista e antifascista,<br />

venne internato, fino a giungere a Dachau;<br />

il segretario della Katholische Jegendbewegung<br />

Josef Mayr-Nusser fu controllato a vista, assieme<br />

a tutti i funzionari di spicco non tratti in arresto o<br />

fuggiti (quali il canonico Michael Gamper, luminosa<br />

personalità della chiesa antinazista) 15 .<br />

Rimase latitante Hans Egarter, che cominciò<br />

faticosamente a istituire contatti con i servizi<br />

alleati operanti nella vicina Svizzera, guidati<br />

da John McCaffery, e poi costituì in Val Passiria,<br />

con l’apporto di Hans Pircher, un nucleo<br />

armato; formato prevalentemente da renitenti<br />

e disertori alla leva nazista, il gruppo della Val<br />

storiae53


54 storiae<br />

Passiria ebbe una figura di rilievo in Karl Gufler,<br />

autentico ribelle sociale che dopo la diserzione<br />

capeggiò atti di ritorsione antinazista e contro i<br />

collaborazionisti della SOD (Sicherheits - und<br />

OrdnungsDienst) 16 , che compivano rastrellamenti<br />

ai danni dei disertori ma anche perseguitavano<br />

gli ex “Dableiber”. A questa resistenza attiva,<br />

fu rilasciato dagli Alleati il riconoscimento del<br />

“diploma Alexander” in qualità di partigiani<br />

– ma che Egarter rifiutò perché scritti in sola<br />

lingua italiana e nei quali i sudtirolesi venivano<br />

rubricati come “partigiani italiani” 17 . Oltre agli<br />

armati operanti nel territorio della provincia di<br />

Bolzano vanno considerati poi i sudtirolesi che<br />

hanno affiancato la resistenza nelle località dove<br />

si sono trovati inviati a seguito dell’arruolamento<br />

forzato nelle truppe tedesche: tra questi, sia ex<br />

optanti per la Germania, poi disertori consegnatisi<br />

ai gruppi partigiani, che ex Dableiber. Basti ricordare<br />

Ludwig Karl Ratschiller, “il compagno<br />

Ludi”, combattente partigiano in Cadore, e Hans<br />

Gasser, disertore e poi partigiano comunista in<br />

Liguria 18 . Infine, la cosiddetta “resistenza passiva”,<br />

che in più casi, soprattutto nella comunità<br />

di lingua tedesca, assunse veri e propri caratteri di<br />

disobbedienza civile: i casi più noti e importanti<br />

furono quelli del presidente della Katholische<br />

Jegendbewegung Josef Mayr-Nusser, intellettuale<br />

e carismatico giovane leader politico, che<br />

rifiutandosi di prestare giuramento al Führer per<br />

l’arruolamento forzato nelle SS, venne lasciato<br />

morire di fame ad Erlangen in un vagone il 24<br />

febbraio 1945, verso Dachau; quello del giovane<br />

contadino cattolico Franz Thaler, internato a<br />

Dachau per essersi sottratto alla leva 19 ; ma anche<br />

i numerosi disertori del II. Polizeiregiment<br />

“Alpenvorland”, in gran parte formato di Dableiber,<br />

in fuga nel bellunese nell’aprile ’45;<br />

o ancora nel febbraio 1945 l’intero IV. Polizeiregiment<br />

“Brixen”, che si rifiutò in massa di prestare<br />

giuramento al III Reich, e venne pertanto<br />

inviato al completo (2 battaglioni) sul fronte della<br />

Slesia contro<br />

le truppe<br />

sovietiche,<br />

“carne da macello”<br />

– ma il<br />

II battaglione<br />

disertò in<br />

massa e si<br />

consegnò ai<br />

sovietici. A<br />

questi consistentiepisodi<br />

vanno<br />

aggiunte le<br />

forme di resistenza<br />

passiva<br />

delle famiglie<br />

dei disertori o<br />

dei resistenti,<br />

internate nel<br />

Lager di Bolzano<br />

o nei<br />

campo satelliti, a condividere la sorte dei prigionieri<br />

politici. La comunità di lingua italiana<br />

espresse invece una forma di resistenza passiva<br />

tramite l’appoggio diretto o indiretto fornito ai<br />

deportati del Lager, e anche in ciò soprattutto<br />

con un ruolo determinante del basso clero altoatesino,<br />

ma anche della “zona” operaia, certamente<br />

la fascia sociale più impermeabile al fascismo<br />

o al nazismo della città italiana, in particolare a<br />

Bolzano. Solo l’estrema difficoltà del territorio ed<br />

il controllo capillare del nazismo in un’area così<br />

importante anche dal punto di vista strategico per<br />

le operazioni militari in Italia resero impossibile il<br />

passaggio ad un attivismo militante diretto: nelle<br />

prime giornate del maggio 1945 ci fu la conferma<br />

dell’estrema pericolosità della situazione locale,<br />

con l’eccidio di Merano, di Lasa e di Bolzano<br />

già menzionati, in cui proprio la mobilitazione<br />

popolare venne fermata dalle mitragliate naziste<br />

e collaborazioniste.<br />

NOTE<br />

1 Sulla divisione territoriale si veda COLLOTTI E., L’amministrazione dell’Italia<br />

occupata 1943-45, Lerici 1963; Istituto Veneto per la Storia della<br />

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland,<br />

Venezia, 1984.<br />

2 STEURER L., L’atteggiamento della popolazione di lingua tedesca della provincia<br />

di Bolzano durante il periodo 1943-45, in Istituto Veneto per la Storia della<br />

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland, cit.,<br />

pp. 146-147.<br />

3 Oltre a ciò, cominciavano a circolare insistenti voci nei circoli degli<br />

optanti per l’Italia di ispirazione cattolica, a partire dal 1940, di uccisioni<br />

nei territori del III Reich dei malati psichici: era il programma nazista<br />

di eutanasia “T4”, di cui caddero vittime alcuni innocenti di origine<br />

sudtirolese; la deportazione colpì comunque circa 300 persone, ma la<br />

stampa cattolica sudtirolese reagì denunciando il fatto; le gerarchie ecclesiastiche<br />

non impedirono la chiusura nel 1941, anche per le pressioni<br />

naziste sul governo fascista, dei giornali “Volksbote” e “Katholisches<br />

Sonntagsblatt”.<br />

4 A Trento nominato prefetto il liberale Adolfo de Bertolini, anche a Belluno<br />

il prefetto di nomina fascista Foschi sostituito col designato da Hofer<br />

Carlo Silvetti; a Cortina d’Ampezzo eletto come sindaco il non fascista<br />

76


Angelo De Zanna; così nei comuni minori di Brunico e Vipiteno.<br />

5 Ferdinando Visco Gilardi “Giacomo”, legato al Cln di Milano, aveva<br />

contatti diretti con Lelio Basso, ed era dirigente della fabbrica FRO a<br />

Bolzano; nel dicembre ’44 cadde vittima del rastrellamento che portò alla<br />

distruzione dell’intero primo CLN bolzanino, con la morte di Longon<br />

e la deportazione della cellula comunista operaia; rimasto nel campo<br />

come detenuto, riprese dall’interno l’attività di soccorso; l’assistenza<br />

faceva ora capo alle straordinarie Ada Buffulini, Laura Conti, Franca<br />

Turra, Mariuccia Gilardi.<br />

6 Andrea Mascagni, laureato in chimica, musicista, nato a S. Miniato (Pisa)<br />

nel 1917, figlio del fondatore del Conservatorio musicale “Monteverdi”<br />

di Bolzano e cugino del compositore Pietro Mascagni, è la figura politicamente<br />

più rilevante della resistenza locale, l’unico ad attraversare l’intera<br />

esperienza senza interruzioni, e con una maturazione personale e politica<br />

(iniziata già dal 1938) avvenuta soprattutto a fianco dell’amico e compagno<br />

fraterno Senio “Bezzi” Visentin, e soprattutto tramite l’incontro determinante<br />

con Mario Pasi, straordinaria figura di organizzatore politico della<br />

resistenza in regione; sulla figura di quest’ultimo, si rimanda alla nota 12;<br />

Mascagni, scomparso nel 2003, attende ancora un pieno riconoscimento<br />

del suo ruolo storico per le sorti dell’autonomia locale e nella storia della<br />

resistenza in Alto Adige.<br />

7 In quell’occasione, venne fucilato a Bolzano<br />

il partigiano Francesco Rella, operante anch’egli<br />

in Val di Fiemme, cieco in seguito alle<br />

ferite; Avio Emer sopravviverà nonostante le<br />

terribile sevizie e l’invalidità provocata dalle<br />

ferite - che i torturatori non lasciavano cicatrizzare.<br />

Su Avio Emer, medaglia d’argento<br />

al valor militare, si veda il profilo biografico<br />

nell’intervista rilasciata a S. Kerschbamer e M.<br />

Angelucci, 1996, a cura dell’ANPI di Bolzano,<br />

depositata presso il Circolo Culturale ANPI di<br />

Bolzano; anche in PERCHÉ? La lotta partigiana<br />

in Alto Adige, Rovereto-Bolzano 1946, p. 83.<br />

8 Sull’ambigua figura di Giovanni Foppa detto<br />

“Bet”, di Livinallongo, si veda il resoconto del<br />

processo in DELLE DONNE G. (a cura di), “Alto<br />

Adige 1945-1947. Ricominciare”, Bolzano 2000,<br />

pp. 130-136.<br />

9 Tullio “Ivan” Degasperi è forse la figura più<br />

rilevante del gruppo della cellula operaia, attivo<br />

anche sul fronte dell’assistenza agli internati<br />

del Lager di via Resia; lascerà un biglietto alla<br />

famiglia, che costituisce uno dei documenti più<br />

toccanti della moralità della resistenza, (secondo<br />

la definizione dello storico Claudio Pavone),<br />

riportata in PERCHÉ? La lotta partigiana in Alto<br />

Adige, Rovereto-Bolzano, 1946, pp. 14-15; i sette<br />

operai capicellula erano, oltre a Degasperi, Adolfo<br />

Beretta, Erminio Ferrari, Decio Fratini, Walter Masetti,<br />

Gerolamo Meneghini, Romeo Trevisan.<br />

10 Il 31 dicembre 1944 gli SS Andergassen, Storz e<br />

Matzken inscenarono il suicidio; nonostante gli atti<br />

processuali del dopoguerra, non fu possibile chiarire<br />

il ruolo del probabile doppiogiochista che Longon<br />

sfortunatamente incrociò presso il Comando SS,<br />

e che avrebbe potuto smascherare se fosse stato<br />

lasciato in vita. Sull’argomento, AGOSTINI P., ROMEO<br />

C., Trentino e Alto Adige Province del Reich, Trento<br />

2002, p. 207; l’omicidio di Longon si incrocia con<br />

quello dell’ufficiale americano Roderick S. Hall,<br />

catturato nel bellunese nel gennaio ’45, strangolato<br />

a Bolzano nella sede del Corpo d’Armata il<br />

19 febbraio da Andergassen: Hall, paracadutato<br />

in zona d’operazioni nell’estate ’44, era stato in<br />

contatto con Longon; dopo la fine del conflitto,<br />

nel maggio ’45 vi fu uno strascico violento, una<br />

vendetta nei confronti dei presunti delatori che<br />

avevano condotto all’arresto di Hall. Si veda per<br />

una recente e innovativa ricostruzione del caso<br />

Hall, la testimonianza riportata in DE DONÀ G.,<br />

MEZZALIRA G. (a cura di), L. K. Ratschiller. Il compagno “Ludi”, autobiografia<br />

di un partigiano, Quaderni della Memoria 3/04, Circolo Culturale ANPI,<br />

Bolzano, 2005, pp. 184-196.<br />

11 Mario Pasi, attivo a Trento e poi a Belluno, teneva anche attraverso<br />

Mascagni i contatti con Bolzano. Nato a Ravenna nel 1913, esponente di<br />

rilievo del Partito Comunista clandestino, medico a Trento, si diede alla<br />

clandestinità dal febbraio ’44, dopo avere guidato una fase importante<br />

della resistenza trentina; col nome di “Montagna” operò nel bellunese.<br />

Arrestato il 10 novembre 1944 a Belluno in un rastrellamento, venne<br />

riconosciuto dalle SS e torturato ininterrottamente, fino a provocargli la<br />

cancrena in un ginocchio trapassato dal ferro rovente. Riuscì a passare ai<br />

compagni un biglietto in cui chiedeva veleno per porre fine all’atrocità,<br />

ma senza risultato: venne impiccato nel Bosco dei Castagni sopra Belluno<br />

il 10 marzo 1945. Pasi attende ancora il pieno riconoscimento delle<br />

sue qualità umane e politiche nella formazione dei gruppi attivi nella<br />

resistenza locale: Andrea Mascagni ricordava il rigore morale unito ad<br />

una apertura mentale rara – e non ideologica – di quello che considerò<br />

sempre un maestro autentico. Su Pasi, si veda AGOSTINI P., ROMEO C.,<br />

cit., pp. 140-143.<br />

12 Bruno De Angelis, politicamente moderato, emissario delle Fiamme Verdi<br />

monarchiche lombarde, divenne la figura guida del cosiddetto “secondo<br />

storiae55


56 storiae<br />

CLN”, e sostenne il ruolo di primo prefetto<br />

del dopoguerra; abile mediatore, nell’aprile<br />

1945 a Bolzano tenne i rapporti con le alte<br />

leve dell’esercito e dei capi nazisti in ritirata<br />

per trattare il passaggio dei poteri “in nome<br />

del governo italiano”, e fu in contatto con i<br />

Servizi segreti alleati .<br />

13 Libero Montesi appare anch’egli orientato<br />

nella stessa direzione di De Angelis,<br />

che affiancò come responsabile militare; si<br />

veda la sua testimonianza in “Alto Adige”,<br />

25.4.1954; STEINACHER G., Per una dimostrazione<br />

di italianità sul posto, in “Archivio<br />

Trentino”, n. 1, 2001, pp. 135-150.<br />

14 Contatti c’erano stati attraverso un ufficio<br />

creato a Salò, che tentò inutilmente<br />

di creare una “quinta colonna” fascista<br />

in un territorio di fatto controllato solo<br />

dal nazismo del Gauleiter Hofer: si veda<br />

AGOSTINI P., ROMEO C., cit., p. 204.<br />

15 BENVENUTI S., La chiesa in Alto Adige<br />

nel periodo dell’Alpenvorland, pp.349-369, in<br />

Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland,<br />

cit..<br />

16 In origine l’acronimo significava “Südtiroler<br />

Ordnungsdienst”, ma nella sua istituzionalizzazione,<br />

in rapporto comunque col regime di Salò, venne cambiato<br />

il nome per aggirare eventuali rimostranze in merito all’adozione della<br />

parola - in odio ai fascisti anche collaborazionisti! - Südtirol.<br />

17 Inoltre non era indicato il loro collegamento con la resistenza antinazista<br />

austriaca dell’organizzazione “Patria”; alla fine della guerra, il Gruppo<br />

Egarter venne estromesso da qualunque riconoscimento istituzionale da<br />

parte del partito di raccolta sudtirolese. Nel 1951 una ventina di appartenenti<br />

alla banda Gufler vennero addirittura processati, con testimoni a carico<br />

di parte ex fascista e nazista, per violenza privata e omicidio: ricorrendo<br />

in appello contro l’assoluzione per insufficienza di prove, Hans Pircher fu<br />

addirittura condannato poi a Trento a 30 anni di carcere! Detenuto con<br />

l’ex partigiano ed avvocato Lazagna nel 1975, il suo caso tornò alla luce,<br />

ed ottenne la grazia dal presidente della Repubblica Leone.<br />

STEURER L., L’atteggiamento della popolazione di lingua tedesca della provincia<br />

di Bolzano durante il periodo 1943-45, in Istituto Veneto per la Storia della<br />

Resistenza (a cura di), Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland, cit.,<br />

pp. 150-157.<br />

LAZAGNA G.B., Il caso del partigiano Pircher, Milano 1975; STEURER L., VER-<br />

DORFER M., PICHLER W., Verfolgt verfemt vergessen, Bolzano 1993; ROMEO C.,<br />

Sulle tracce di Karl Gufler il bandito, Bolzano 1993.<br />

18 DE DONÀ G., MEZZALIRA G. (a cura di), L. K. Ratschiller, Il compagno<br />

“Ludi”. autobiografia di un partigiano, Quaderni della Memoria 3/04, Circolo<br />

Culturale ANPI, Bolzano, 2005; su Gasser mancano a tutt’oggi<br />

ricerche sistematiche, incartamenti presso il fondo di archivio dell’Anpi<br />

di Bolzano.<br />

19 Su J. Mayr Nusser, si veda IBLACKER R., Keinen Eid auf dieser Führer, Innbruck<br />

1985 (traduzione italiana: Non giuro a questo Führer, Bolzano 1990);<br />

COMINA F., Non giuro a Hitler, Torino 2000; su Franz Thaler, THALER F.,<br />

Unvergessen, Bolzano 1988 (traduzione italiana: Dimenticare mai, Bolzano<br />

1990); l’opera più ampia e accessibile in lingua italiana (e per l’ampia e<br />

strutturata bibliografia) rimane AGOSTINI P., ROMEO C., Trentino e Alto Adige<br />

Province del Reich, Trento (1975-2002); voce Alpenvorland (a cura di STEURER<br />

L., ROMEO C.), in Dizionario della Resistenza, Torino, 2000; PERCHÉ? La<br />

lotta partigiana in Alto Adige, Rovereto-Bolzano 1946; AAVV, Il Lager di<br />

Bolzano. Testimonianze sulla resistenza in Alto Adige, Bolzano 1998; VADAGNINI<br />

A., La resistenza degli italiani e degli altoatesini, in DELLE DONNE G., (a cura<br />

di), Incontri sulla storia dell’Alto Adige, Bolzano 1994.<br />

79. Bolzano, marzo 1943:<br />

reduci dell’armata italiana<br />

in Russia (ARMIR).<br />

80. Bolzano, 9 settembre<br />

1943: soldati italiani concentrati<br />

nel campo sportivo<br />

Druso, prima di essere

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