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femminile plurale

Certo che

sono grasso,

«La lingua hawaiana ha una sola parola per indicare il tempo e moltissime

per il cibo e il mangiare», scrive la linguista hawaiana Mary

Pukui: sono infatti numerose le parole composte dalla radice ai,

“mangiare”, a testimonianza della centralità del cibo nella vita

della popolazione nativa. Aihue, ad esempio, significa “ladro”, e

si compone di ai, cibo, e hue, dita delicate, a indicare che il ladro

per eccellenza era chi sottraeva cibo alla comunità. Allo stesso

modo, il “sentirsi stufo di qualcosa” si indica con la parola aikena,

composta da ai e da kena: “sazio di cibo”.

Autentico è tradizionale?

Nell’antica società hawaiana, l’aristocrazia si distingueva dal

resto della popolazione per un maggior accesso alle risorse alimentari

e tale disponibilità inevitabilmente segnava i loro corpi:

il corpo grasso era infatti un indicatore di appartenenza sociale

e di potere.

Tra gli alimenti base della dieta hawaiana si annoveravano: il

taro, tubero da cui secondo la mitologia ebbe origine l’essere

umano, che veniva cotto al vapore nel forno a terra, schiacciato

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collana terra madre

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a passeggio

nel lavaux

Un mare di isole

sono Hawaiano!

Testo e foto di Gaia Cottino

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editoriali

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Slowfood

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il racconto

e consumato in purea (detta poi); il frutto dell’albero del pane,

molto ricco di fibre e vitamina B; la patata dolce, della quale

esistevano più di 200 varietà; l’igname, che però cresceva solo

sulla secca isola di Ni’ihau; diverse specie di alghe, di pesce e di

frutta; e, infine, carne di cane e galline in modesta quantità (per

la sua scarsità e difficoltà di conservazione).

È attualmente in corso un dibattito tra studiosi di alimentazione

tradizionale riguardo a quali cibi possano essere considerati

parte della dieta hawaiana tradizionale. Secondo il dottor Akina

«la dieta tradizionale è da considerarsi la dieta degli hawaiani

prima del 1820 (anno in cui la regina Ka’ahumanu abolì il

complesso sistema dei tabù, kapu in hawaiano, che imponeva

regole sociali molto precise anche sull’alimentazione). Sono tre

i maggiori carboidrati complessi: taro, patata dolce e zucche.

Tutto il resto veniva dal mare: alghe, pesce e molluschi. (…) Gli

hawaiani non erano come i tahitiani, i samoani o i tongani che

usavano il latte di cocco. Essi avevano quasi lo zero percento di

colesterolo nella loro dieta».

In realtà la dieta nativa prima del 1820 era già a sua volta il risultato

di una stratificazione alimentare costruita nel tempo: dai

flussi migratori provenienti dalle altre isole polinesiane e dai

prodotti alimentari importati dai commercianti d’Oriente e d’Occidente.

L’associazione tra il concetto di tradizionalità e quello

di autenticità è dunque fuorviante nel contesto hawaiano, un po’

come gran parte degli alimenti oggi considerati autenticamente

parte della dieta mediterranea sono in realtà provenienti da luoghi

ben più remoti, come le Americhe.

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baby food

Pu’uhonua O Honaunau, Big Island. Luogo sacro dove sono sepolti i capi.

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ai confi ni della realtà #1

Il problema dell’obesità

della popolazione nativa

e dello sviluppo di gravi patologie

a essa collegate, si è imposto

con urgenza, a tal punto

da spingere l’Oms

a pubblicare un documento

in cui si denuncia una «epidemia

di obesità» e si specifi ca

che l’area maggiormente colpita

dal fenomeno è l’Oceania

Il quotidiano e la festa

I nativi hawaiani contemporanei hanno assunto uno

stile alimentare molto diverso da quanto descritto finora:

a partire dalla rottura dei kapu essi hanno iniziato

a nutrirsi di cibi provenienti dall’esterno; hanno poi

venduto, ceduto o sono state loro espropriate le terre

dai coloni europei, per cui la coltivazione dei “prodotti

tradizionali” è lentamente venuta meno, trasformando

l’economia di sussistenza in un’economia di piantagione

rivolta all’esportazione dei prodotti tropicali e all’importazione

dei prodotti base per l’alimentazione. Inoltre,

gli hawaiani vissero un periodo di grave povertà a

causa dell’isolamento della seconda guerra mondiale

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collana terra madre

Ballerine di hula sulla costa di Wai’anae.

che li ha portati all’assunzione di uno stile alimentare

basato sul cibo in scatola e sul riutilizzo dei grassi.

«Una cosa che i nativi hawaiani continuano a fare dai

tempi della guerra è di conservare il grasso del cibo:

l’olio che si è usato per friggere o il grasso disciolto

delle salsicce li serbano in un contenitore e li riusano

per cucinare» racconta Donna Polealakake, impiegata

del Dipartimento della Salute delle Hawaii. Infine è arrivata

l’America, con i suoi fast food e modelli alimentari

del big and fast.

Che tipo di alimenti si mangiano dunque nella quotidianità

e quali, invece, nelle occasioni di festa? Si cucina

e in quali quantità? A quale tipo di cibo ha accesso

la popolazione nativa (che rappresenta oggi la fascia

più povera)?

Il problema dell’alimentazione ruota prevalentemente

attorno alla povertà: le famiglie native, pressoché tutte

numerose, non possono permettersi di comprare cibo di

alta qualità e i prezzi dei fast food sono estremamente

competitivi. «Qui nessuno spende cinque o sei dollari per

un panino biologico! C’è il McDonald’s a 99 cent! Con 20

dollari sfami tutta la famiglia» si sente spesso asserire.

A questa situazione di povertà economica si aggiungono

altri fattori importanti: l’enormità delle porzioni,

il rifiuto della popolazione nativa di coltivare la poca

terra di cui dispone (sia a causa della perdita di abitudine

sia a causa della volontà di emanciparsi dallo stereotipo

dell’indigeno) e l’incapacità di cucinare. Pres-

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nel lavaux

soché nessuno degli abitanti nativi delle zone rurali ha infatti

una cucina, come la si intende in Europa: le cucine dispongono

mediamente di un paio di piastre elettriche per riscaldare il cibo

e di un microonde.

È tuttavia evidente uno scarto profondo tra la penuria che si

riscontra nella quotidianità delle famiglie native e l’abbondanza

del cibo nelle situazioni di festa: la festa sospende i corpi dalla

quotidianità e li alimenta di cibo raro. Girando le isole non è

infatti difficile imbattersi in ricchi banchetti, chiamati lu au. Essi

originariamente celebravano il primo anno di vita di un bambino

coinvolgendo tutta la comunità: veniva ucciso un grosso maiale,

tagliato a pezzetti, avvolto in foglie di taro e messo dentro l’imu

(forno interrato) a cuocere per una giornata.

La festa col tempo si è modificata: lu au e festa sono diventati

sinonimi. Se in città sono organizzate per offrire un pizzico di

tradizionalità hawaiana ai turisti o ai dipendenti, generalmente

L’associazione tra il concetto

di tradizionalità e quello di autenticità

è fuorviante nel contesto hawaiano,

un po’ come gran parte degli alimenti

oggi considerati autenticamente parte

della dieta mediterranea sono in realtà

provenienti da luoghi ben più remoti,

come le Americhe

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il racconto

non nativi, di grandi imprese, nelle zone rurali i lu au sono legati

a eventi diversi, quali matrimoni, compleanni e battesimi, e rappresentano

il frutto di un processo di “riscoperta” e reinvenzione

della tradizione locale. Chi organizza la festa, pur trovandosi

in difficili condizioni economiche, prepara enormi quantità di

cibo ostentando un pieno controllo delle risorse. Come testimoniato

da più fonti: «Se si aspettano 300 invitati si cucina per 500.

Sarebbe vergognoso non avere abbastanza cibo per tutti. La

gente così mangia molto di più di quanto sia ragionevole».

Epidemia di obesità

Che le abitudini alimentari siano cambiate e che si registri una

maggiore accessibilità al cibo è dunque indubbio, tuttavia non

sembra che esse abbiano subìto un miglioramento della qualità,

al contrario, l’attuale dieta costituisce uno dei fattori che contribuiscono

all’obesità.

In sostanza, oggi alle Hawaii non si muore di sottoalimentazione

quanto invece di malnutrizione.

I corpi infatti crescono e finiscono per pesare anche oltre i 300

chili: «Negli ospedali della comunità indigena i miei pazienti sono

di 150, 200, 250, 300 chili…» spiega il dottor Bradley. Il problema

Il problema

dell’alimentazione

ruota prevalentemente

attorno alla povertà:

le famiglie native,

pressoché tutte

numerose, non possono

permettersi di comprare

cibo di alta qualità

e i prezzi dei fast food

sono estremamente

competitivi.

«Qui nessuno spende

cinque o sei dollari

per un panino biologico!

C’è il McDonald’s a 99

cent! Con 20 dollari

sfami tutta la famiglia»

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un mare di isole

dell’obesità della popolazione nativa e dello sviluppo di gravi patologie

a essa collegate, si è infatti imposto con urgenza, a tal punto

da spingere l’Oms a pubblicare un documento (Who 2007) in cui

si denuncia una «epidemia di obesità», quasi a supporne un effetto

virale, e si specifica che l’area maggiormente colpita dal fenomeno

è l’Oceania: i primi sei paesi su 12 a maggior tasso di obesità sono

siti nell’oceano Pacifico e comprendono le Samoa, le Tonga, gli

Stati Confederati della Micronesia, le Cook, Nauru e Niue.

Pertanto è importante sottolineare quanto il fenomeno dell’obesità

sia da ricondurre a una molteplicità di cause, che vanno ben

oltre le spiegazioni genetico-alimentari date dal sistema biomedico

e che, invece, contemplano gli aspetti storici, culturali e

sociali delle comunità native. La letteratura antropologica attesta

ideali di bellezza espansi (e in alcune zone dell’Oceania

pratiche rituali d’ingrassamento) e una radicata corrispondenza

tra dimensioni del corpo e status sociale. Inoltre, dagli anni Settanta

in avanti, caratterizzati dalla nascita dei movimenti per la

sovranità nazionale e dal revival delle “tradizioni” locali, alle

isole Hawaii si è creato un profondo legame tra dimensione del

corpo e identità nativa. «Certo che sono grande e grosso, sono

hawaiano!» è facile sentirsi rispondere. .

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