Con la guerra all'Iraq è nato un secondo, potente esercito, quello dei ...

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Con la guerra all'Iraq è nato un secondo, potente esercito, quello dei ...

Poste Italiane SPA spedizione in abbonamento postale DL 353 / 2003 (Conv. In L 27/02/2004 N° 46) Art. 1 Comma 1 DCB Roma ISSN 1590-668X

Settimanale di politica e cultura 3Numero 163Giovedì 23 Aprile 2009 3€ 2,00 3www.larinascita.org

Una sporca

MISSION

Con n la guerra all’Iraq è nato un secondo, potente esercito, quello dei mercenari. Feroci,

disponibili ponibili atutto a tutto eaffamati e affamati di soldi soldi, sono gestiti da grandi società private statunitensi

che devono la loro fortuna all’amministrazione Bush e alla guerra al terrore

INCHIESTA DI MANUELA PALERMI DA PAGINA 5 A 9

Guarda che bella piazza!

ALLE PAGINE 2 E 3


FABIO GIOVANNINI

f.giovannini@larinascita.org

I

2

tempi della politica spesso sono

molto lunghi. Ma a sinistra

si sta sviluppando un processo

unitario nuovo che avanza velocemente.

Sono passati solo sei

mesi dalla grande manifestazione

dell’11 ottobre, dove anche visivamente

era chiara la richiesta di

unità e si chiedeva una stagione

nuova per i comunisti in Italia, un

riavvicinamento tra i due partiti,

Prc e Pdci. A sei mesi da quell’appuntamento,

i comunisti si sono

ritrovati in piazza, a Roma, per

avviare una campagna unitaria

difficile, ma segnata da un fatto

decisivo: i due partiti comunisti

sono di nuovo insieme, sotto un

unico simbolo.

La manifestazione di Piazza

Navona del 18 aprile ha avuto proprio

questo significato: ha sancito

un percorso unitario che non era

scontato né facile. Ho incontrato

in piazza compagni con i quali per

tanto tempo, in passato, ho condiviso

la stessa militanza. Prima nel

Pci, poi accanto a Rifondazione,

dopo aver lottato insieme contro la

svolta di Occhetto. Ma da dieci anni

le nostre strade si sono separate.

Dieci anni sono tanti. Alle europee,

però, daremo il voto alla stessa lista.

“Finalmente”, commentavamo

tutti.

Non dobbiamo sottovalutare

il successo politico di quanto sta

avvenendo. A sinistra da tempo

siamo abituati alle scissioni, mai ai

riavvicinamenti unitari. E’ un’inversione

di tendenza importante, la ritrovata

alleanza di Prc e Pdci sotto

lo stesso simbolo (insieme ad altre

forze anticapitaliste), un fatto che

dovrebbe “fare notizia”. E invece i

media hanno pressoché cancellato

l’evento. Ha ragione Oliviero Diliberto,

quando da Piazza Navona

segnala lo stato pietoso dell’informazione

in Italia, in «questo schifo

di Italia», come ripete più volte.

In Piazza Navona c’era gente

che viene da lontano, come si diceva

una volta: Massimo Rendina, il

partigiano che saluta la piazza dal

palco, Margherita Hack, che invia

un videomessaggio dove rivendica

il suo orgoglio di comunista. La

storia del passato risuona anche in

musica, con le canzoni popolari e

di lotta della BandaJorona, mentre

le battaglie più recenti rimbalzano

nelle note di Zulu dei 99 Posse e di

Enrico Capuano.

Giovedì 23 Aprile 2009

I comunisti finalmente

insieme per uscire dalla

“notte della Repubblica”

Non è uno sguardo rivolto

all’indietro, ma la consapevolezza

che senza memoria non si costruisce

nulla e soprattutto non si

cambia nulla. Lo sguardo è rivolto

al presente e al futuro, e non è uno

sguardo isolato. Lo testimoniano

gli interventi a Piazza Navona di

Paco Frutos, segretario del Partito

comunista spagnolo, Francis

Wurtz capogruppo del Gue al parlamento

europeo e Lothar Bisky,

presidente di Sinistra europea ed

esponente della Die Linke tedesca.

La loro presenza indica inoltre che

il progetto della lista anticapitalista

dei comunisti non è un progetto

solo italiano. Fa parte di una realtà

internazionale che non è affatto

scomparsa, proviene da una nobile

tradizione di lotte e anche di grandi

vittorie, e soprattutto è viva e attiva

nel mondo e nell’Europa di oggi.

E ci ricorda che quella di Rifondazione

e dei Comunisti italiani

è una lista che se porterà eletti al

parlamento europeo li vedrà collocati

tutti nello stesso gruppo, quello

della sinistra, e non separati in diversi

schieramenti come accadrà al

Pd e ad altre formazioni minori.

Certo, la piazza e gli oratori

del 18 aprile sono ben consapevoli

delle difficoltà. Viviamo una

vera e propria «notte della Repubblica»,

ha detto Diliberto, dove il

parlamento è svuotato di poteri,

la magistratura è sotto attacco, si

sferrano colpi mortali al contratto

nazionale e al diritto di sciopero.

Dove gli operai che rinunciano ai

propri diritti vengono assunti e chi

non si piega viene estromesso dal

posto di lavoro.

Di fronte a tutto questo, Paolo

Ferrero rivendica la storia dei co-

munisti, che hanno combattuto il

fascismo e poi sono sempre stati

alla testa sia delle battaglie per la

giustizia sociale, sia di quelle per i

diritti civili. Una storia alla quale

si riavvicinano anche persone come

Cesare Salvi, che aderisce alla

nostra lista con Socialismo 2000,

e che dal palco di Piazza Navona

si dichiara felice di ritrovarsi sotto

la falce e martello, come negli anni

della sua gioventù.

Il giorno dopo la nostra manifestazione

di Piazza Navona, Eugenio

Scalfari ha firmato un editoriale

su La Repubblica, dove ricorda

che i comunisti non sono estinti,

trova parole di apprezzamento per

il Pci che fu, invoca una sinistra che

ritrovi i valori di libertà, eguaglianza,

fraternità. Ma Scalfari non ha

il coraggio di constatare che è nata

una lista e un progetto politico che

si richiama alle idee dei comunisti

e che proprio poche ore prima

aveva portato in piazza migliaia di

persone.

Il silenzio di Scalfari fa parte

a sua volta di quell’inaccettabile

oscuramento delle iniziative dei

comunisti che accomuna il mondo

dell’informazione e gli “opinion

maker”. E’ il silenzio di chi si è illuso

di portare l’Italia al progresso

facendo sparire le insegne del Pci,

“modernizzando” la politica con

la sostituzione dei “militanti” con i

“manager”, e che ora si trova a vivere

in un paese berlusconizzato e

reazionario. Lo scenario dell’Italia

di oggi li ha smentiti. Ma non hanno

ancora il coraggio di prenderne

atto, perpetuano un atteggiamento

altezzoso e liquidatorio verso «chi

non si è pentito», per usare le parole

di Ferrero a Piazza Navona: quelli

di “Su la testa!” che non si tolgono

il cappello davanti ai padroni.

Le migliaia di persone che si

sono ritrovate a Piazza Navona

erano unite tra loro, si percepiva.

C’era consapevolezza delle difficoltà,

se vogliamo anche stanchezza

e fastidio di fronte a uno scenario

politico italiano sempre più

degradato. Ma non si coglievano

differenze tra le diverse anime che

si alleano sotto la falce, il martello

e la stella. Ancora una volta: finalmente!


Alcuni momenti della manifestazione

del 18 aprile scorso a Roma. In basso:

Diliberto, Salvi e Ferrero sul palco e,

sotto, Zulù ed Enrico Capuano che si

sono esibiti durante il pomeriggio;

nella pagina accanto: i giovani

della Fgci e, in basso,

gli interventi di una

compagna abruzzese

e di Massimo

Rendina

RAFFAELLA ANGELINO

rangelino@larinascita.net

C iò

che Gaetano ricorderà

con piacere del 18 aprile

2009 saranno gli abbracci

tra i compagni, quelli appena conosciuti

e quelli di sempre, quelli

con i quali ci si ritrova quasi ogni

sera in sezione, lavoro permettendo,

e quelli che non si vedevano da

tempo. Tutti “a testa alta” e sotto

ununica bandiera: falce, martello e

stella, la proposta politica di Pdci e

Prc. «Mi sono emozionato quando

ho rivisto alcuni compagni di

Rifondazione che avevo perso di

vista dopo la scissione». «Era ora»

di ritrovarsi «uniti, uniti, uniti...»,

come a più riprese incita la piazza

interrompendo gli interventi conclusivi

di Diliberto e Ferrero.

Gaetano, militante del Pdci,

è tra i primi ad arrivare, bandiera

rossa in spalla, all’apertura della

campagna elettorale della lista

anticapitalista promossa dai due

partiti comunisti con il sostegno

dei movimenti Socialismo

2000 e Consumatori uniti, insieme

a esponenti della sinistra,

del mondo del lavoro e sindacale,

del movimento femminista

e ambientalista, del movimento

“lgbtq” e pacifista. Perché quello

che si sta costruendo «non è un

fortilizio identitario - come dirà

più avanti Oliviero Diliberto -

ma un investimento politico». E

il patrimonio più grande è rappresentato

dall’entusiasmo di una

piazza Navona, divisa a metà un

sabato pomeriggio con una fiera

del libro, e disseminata qui e là

di ritrattisti che per venti euro o

poco più immortalano turisti immobili.

Ai comunisti arrivati da tutta

Italia per la prima manifestazione

unitaria dopo l’11 ottobre, questa

meravigliosa piazza restituisce

invece l’istantanea di un progetto

politico in movimento: «Un’opposizione

seria in cui i cittadini

possano riconoscersi», come dice

Gaetano. «Noi siamo anticapitalisti,

e da qui dobbiamo partire.

Certo, non è facile, la strada è

tutta in salita perché la sconfitta

alle politiche dell’anno scorso è

stata bruciante e ora dobbiamo

riconquistare la fiducia del nostro

popolo, di chi è rimasto deluso

dopo l’esperienza di governo finita

male». E in mezzo c’è stata

la catastrofe dell’Arcobaleno, un

fantasma che la manifestazione di

sabato scorso è riuscito a scacciare.

«Quanto a entusiasmo - dice

Stefania, giovanissima ligure, arrivata

a Roma con un mucchio

Giovedì 23 Aprile 2009 3

COMPAGNI

A testa alta sotto

ununica bandiera

Da tutta Italia in piazza Navona

per aprire la campagna elettorale

di amici - non c’è paragone con

quello che accadeva durante la

scorsa campagna elettorale, quando

le piazze erano spente. Ora

invece vedo grande entusiasmo».

Questo non ha impedito a tanti

compagni di rimanere a casa, un

po’ perché «non hanno capito che

questa volta ci giochiamo tutto»,

come dice Rocco, uno dei manifestanti

incontrati in piazza, e in

parte perché molti sono impegnati

nella campagna elettorale per le

amministrative. «E per chi lavora

nei territori, sarebbe stato pesante

perdere un fi-

ne settimana».

«C’è poi un

altro fattore da

non sottovalutare

- ci dice

Francesco, dalla

provincia di

Bari - ovvero

la recente manifestazione

della Cgil. E’

un sacrificio

per noi che

veniamo da

lontano maci-

«Quello

che si sta

costruendo

non è un

fortilizio

identitario

- ha detto il

segretario

del Pdci OlivieroDiliberto

- ma un

investimento

politico»

nare centinaia di chilometri in 24

ore. Alcuni compagni non hanno

potuto fare il “bis”. Detto questo,

per fortuna siamo in migliaia oggi

all’apertura della campagna elettorale

per le europee. In un’Italia

così disastrata, l’Europa potrebbe

essere un’ancora di salvezza».

A questo proposito, Valerio

ha apprezzato molto la presenza

dei rappresentanti esteri della Sinistra

europea e del gruppo Gue-

Ngl al parlamento di Strasburgo,

«è significativo che siano qui e

non altrove». E seppure in maniera

marginale, la loro presenza,

gli interventi nelle varie lingue, è

servita a rendere partecipe alcuni

dei turisti che normalmente

affollano piazza Navona, finiti a

ballare sotto le “nuove” bandiere

rosse sulle note di Enrico Capuano

e Luca “O Zulù”. «Dare una

prova di forza, seppur limitata -

dice Valerio - è importante. Ci

servirà anche ad avere maggiore

visibilità». E sulla lista comune

dice: «Finalmente!», ma aggiunge

«speriamo sia solo un passaggio

verso una maggiore unità: è quello

che chiede questa piazza in cui

l’ambiente è amichevole. Si lavora

bene insieme, insomma, la base è

pronta. Non a caso, tanti compagni

del Pdci e del Prc venuti da

lontano hanno fatto il viaggio

assieme». Centinaia di chilometri

per arrivare a piazza Navona li ha

fatti Viviana, da Varese. Si è particolarmente

commossa al messaggio

di Massimo Rendina (Anpi)

«che ha fatto un collegamento

tra la sua storia di partigiano e la

nostra presenza qui, tutti insieme,

uniti per costruire un paese che

lotti per i diritti di tutti e contro

i privilegi. Credo che sia importante

ripartire dopo la sconfitta,

lavorare assieme per tornare ad

essere nelle istituzioni e far valere

le nostre posizioni. E’ una strada

lunga, difficile, ma va fatta: la

volontà di esserci è forte». L’entusiasmo

è negli occhi di Dina, indaffarata

allo stand che raccoglie

fondi per i terremotati. Si ferma,

quando sente il coro spontaneo

di “Bandiera rossa”, e solleva il

pugno: «Sono iscritta al Prc dal

2000 e non conoscevo i militanti

del Pdci, ma credo che sarà una

bella esperienza. L’importante è

chiamarsi ancora compagni».


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CUBA

E OBAMA

LE REDAZIONI DI RINASCITA E RINASCITA ON LINE

Q uello

Giovedì 23 Aprile 2009

che succede a Cuba ci riguarda. Riguarda noi delle

redazioni di rinascita e di rinascita on line perché essa è

parte delle nostre battaglie politiche e della verità d’informazione

che il giornalismo dovrebbe sempre esercitare. E

perché questi due giornali sono stati gli unici - mentre altre

testate, anche di sinistra, si ostinavano ad esaminare i limiti e

gli errori di Cuba senza saperne leggere la grandezza - a difenderla,

a tenere in mente cosa rappresenti, in quale contesto sia

costretta a vivere senza rinnegare se stessa.

Il 13 aprile è una data importante. Quel giorno c’è stato

un primo passo, non trascurabile, di Obama verso Cuba: tutte

le restrizioni contro i cubani che vivono negli Usa saranno

finalmente abolite. Potranno tornare nell’isola come e quando

vorranno, spedire ai familiari lì rimasti un po’ di soldi senza

rischiare la galera e, fatto assai significativo ai fini dell’embargo

che strangola Cuba, le imprese statunitensi delle telecomunicazioni

potranno operare nell’isola.

Qualcosa di simile, anche se in misura minore, era già successo

nel settembre del 1977. Ma appena cinque anni dopo,

nell’aprile del 1982, Reagan aveva voluto che tutto tornasse

come prima, peggio di prima. Oggi Obama rispetta gli impegni

presi in campagna elettorale e risponde positivamente alle

pressioni di tutti i presidenti latinoamericani. E’ importante,

ma non sufficiente. Ci sono vicende che a Cuba hanno provocato,

e tuttora provocano, ferite difficilmente rimarginabili.

Vicende che Obama e gli Usa devono avere il coraggio di

correggere. Per un principio elementare: perché sia fatta giustizia.

Pensiamo ai cinque prigionieri politici cubani. Gerardo

Hernández Nordelo, Antonio Guerrero Rodríguez, Ramón

Labañino Salazar, René González Sehweret e Fernando

González Llort sono detenuti ingiustamente dal 1998, accusati

di cospirazione e spionaggio, condannati a 40 anni di

carcere. Che siano innocenti lo sanno tutti. Ci sono state testimonianze

d’eccezione a loro discolpa. Solo per citarne alcune,

ricordiamo Eugene Carroll, ammiraglio della Marina Usa,

Edward Breed Atkeson, generale dell’esercito, James R. Clapper,

tenente generale delle Forze Aeree. La Corte d’Appello

di Atlanta ha riconosciuto che l’accusa di spionaggio è stata

inventata di sana pianta, non sorretta da un minimo indizio.

Ora la parola è alla Corte Suprema.

C’è poi una seconda vicenda. Riguarda un criminale, un

terrorista internazionale, un assassino responsabile di centinaia

di omicidi, “mente” dell’attentato del 6 ottobre del 1976

contro l’aereo della Cubana de Aviación che costò la vita a

73 persone, colpevole di diversi attentati contro Fidel Castro,

assassino di funzionari cubani in Argentina, collaboratore dei

servizi segreti di Pinochet, colpevole della scomparsa di oppositori

politici. Il suo nome è Luis Posada Carriles. La richiesta

avanzata da tutto il mondo democratico è che quell’uomo,

finora impunito, sia sottoposto ad un processo.

Se Obama adotterà queste misure, l’animosità di Cuba

e dei cubani si stempererà, e inizierà a costruirsi il percorso

indispensabile per una normalizzazione dei rapporti. Il presidente

degli Usa ha di fronte a sé un’occasione storica: porre

fine a mezzo secolo di un conflitto insensato che ha provocato

morte e dolore; restituire fiducia ad un popolo che ha voluto

mantenere la sua dignità e la sua autonomia malgrado un embargo

feroce. In quest’ultimo periodo Obama ha impresso un

cambiamento significativo ai rapporti diplomatici con paesi

come la Cina, il Vietnam e persino l’Iran. E al summit latinoamericano

ha dichiarato che gli Usa nei confronti di Cuba

«hanno sbagliato per cinquant’anni». E’ una frase storica che

premia una piccola isola orgogliosa e dura che non ha mai

rinunciato a se stessa.

Perché quest’articolo firmato dalle due redazioni, quella

del settimanale e quella di rinascita on line? Perché siamo un

gruppo di compagne e compagni che non rinunciano ai propri

ideali e perché amiamo il giornalismo, quello vero, che

fa informazione, che ha il coraggio di denunciare soprusi e

abusi, che svolge correttamente la sua importante funzione

democratica. E perché detestiamo l’altro giornalismo, quello

dei “retroscena”, quello delle cose dette e non dette, quello che

cambia troppo spesso posizioni e principi. Quello che sale

sempre, per capirci, sul carro del vincitore.

Ci è capitato a volte di criticare Cuba, di avere discussioni

appassionate ed anche aspre. Ma mai ne abbiamo messo in

discussione il valore, mai abbiamo sottovalutato l’incredibile

forza di una piccola isola che è riuscita ad opporsi ed a resistere

alla più potente nazione del mondo.

editoriali

CHE PUZZA!

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GIAMPIERO CAZZATO

O vunque

ci si metta arriva la puzza, il

fetore opportunistico di questo referendum

sulla legge elettorale che tutti

e due i grandi partiti vorrebbero per fare terra

bruciata della democrazia, di quella poca che

è rimasta. Tutti lo vorrebbero ma ognuno in

date diverse, quella che più fa comodo alla

propria parte, quella che meglio garantisce

l’orticello inquinato che hanno recintato alla

meglio e che ora intendono rafforzare con temibili mura di

cinta. Stiamo parlando del quesito che assegnerebbe il premio di

maggioranza non già alle coalizioni, bensì al partito che prende

più voti. Anche se ha preso un solo miserabile voto in più. Una

porcata al cui confronto l’attuale legge elettorale pare uscita non

dalla mente di Calderoli ma da un consesso di illuminati giuristi

e politologi.

Ovunque ci si metta arriva la puzza di un bipartitismo che si

vorrebbe coatto per legge e per mascherarla si usano i deodoranti

più disparati. Il Pd, che fortissimamente lo vuole accorpare alle

europee – unico modo per superare il quorum – non esita ad

utilizzare la tragedia del sisma abruzzese. “Pensate quante cose

si potrebbero fare con quei 400 milioni di euro che si risparmierebbero”

dice contrito e in coro lo stato maggiore piddino. Argomentazione

che ha una sua solida presa in un elettorato nutrito

(suo malgrado) a cucchiaiate di antipolitica e che in larga parte,

se potesse, farebbe a meno pure di andare a votare per deputati,

senatori e giù giù fino al sindaco del piccolo comune, che “tanto

si fanno tutti i cazzi loro”.

Il cavaliere che con il referendum avrebbe tutto da guadagnare

invece non può. Non può, non ora, perché accorpare il referendum

alle europee significherebbe la fine dell’alleanza con Bossi.

E poi ha capito che gli basta un’altra emergenza nazionale per essere

eletto imperatore. “Facciamolo tra un anno, no, forse tra due,

vabbé vediamo l’aria che tira e poi decidiamo”. Insomma è una

guerra delle convenienze in cui l’unica convenienza per l’elettore

sarebbe quella di non votare i due “grandi” partiti. E allora – ci

potete scommettere - il giorno dopo li sentiremmo tutti a decantare

le virtù del proporzionale puro. Che puzza di rancido!

TERREMOTO: SCUSATE I RITARDI

di Domenico Giovinazzo

NEL PROFONDO NORD,

DOVE MORDE LA CRISI

Reportage di Alberto Visco Girardi

GAZA, PALESTINESI TRATTATI COME

SASSI. INTERVISTA A SEYMOUR HERSH

di Stefania Limiti

OCSE: FUTURO PRECARIO

di Susanna Bernabei

LE PAGINE DEI LIBRI

Recensioni di Luisa Ramundo, Diego Zandel e

Pierluigi Pedretti

CINEMA. LE TANTE VITE DEL “CHE”

di Maurzio Ermisino

APPUNTAMENTI, LETTERE

E INTERVENTI


l’inchiesta 5

Giovedì 23 Aprile 2009

NEL 1991 C’ERA UN CONTRACTOR OGNI

100 SOLDATI; NEL 2003 UNO OGNI 10; OGGI,

IN IRAQ, SONO IL 20% DELLE FORZE USA,

LA SECONDA FORZA DI OCCUPAZIONE

INCHIESTA DI MANUELA PALERMI

Se ogni guerra dovesse finire, se nel mondo scoppiasse la pace, loro se

ne andrebbero in rovina. Ma le guerre ci sono, e tante, alcune dimenticate

negli anni, altre perché c’è da rapinare un territorio di petrolio o

d’acqua o di gas o di minerali preziosi, altre per il controllo di confini

strategici. E così loro non se ne vanno affatto in rovina. Anzi, diventano ogni

giorno più grandi, più ricche, più potenti, perché le guerre hanno bisogno di

loro e loro delle guerre.

Si chiamano Mps, sono le società militari private.

Procurano ottimi servizi, ottimi materiali

e ottimi mercenari. Non sono sottoposte te

a controlli né pagano prezzo se oltrepassano ano

i limiti della legalità. Sono abilissime nel superare

ogni barriera tra pubblico e privato, ivato,realizzando il loro sporco lavoro fuori dal diritto e

dalla responsabilità politica.

La loro è una mission formidabile e incontestata: la

sicurezza delle grandi potenze. Chi potrebbe mai metterle

in discussione? Esistono da anni, ni, forse da sempre.

Ma con la guerra al terrore il mercato s’è fatto immenso

e loro con esso, fino a diventare un fenomeno destinato

a sostituirsi agli eserciti.

destinato SEGUE A PAGINA 6


6

SEGUE DA PAGINA 5

La terziarizzazione

Subito dopo la caduta di

Saddam Hussein, in Iraq c’erano

circa 20mila contractors. Oggi

qualcuno azzarda la cifra di

100mila. Sono arrivate in territorio

iracheno assieme alle potenti

multinazionali che fanno affari,

colonizzano risorse e sfruttano

mano d’opera. Loro, le Mps, le

proteggono, le aiutano, garantiscono

i loro interessi.

C’è un documento del Dipartimento

di Stato Usa, il “Security

Companies Doing Business in

Iraq”, che parla di ventiquattro

Mps, quasi tutte statunitensi,

qualcuna inglese. Volendo dare

un inizio al fenomeno, bisogna

risalire al periodo subito dopo la

Guerra Fredda.

Inizialmente s’è trattato di interventi

marginali. Poi, negli anni

dell’aggressione statunitense in

America latina, l’utilizzo è diventato

quasi smodato. Segreto, però,

segretissimo.

E’ da una ventina d’anni, non

di più, che in Usa s’è cominciato a

parlare, più o meno ufficialmente,

di “terziarizzazione” delle forze

armate. In un documento del Dipartimento

della Difesa del febbraio

del 2002, la questione viene

posta esplicitamente. La terziarizzazione,

c’è scritto, potrebbe

far risparmiare al paese, da qui

al 2005, undici milioni di dollari.

Ma quando, nell’ottobre del 2002,

l’esercito Usa annuncia che molte

“incombenze” delle forze armate

saranno “terziarizzate”, si levano

critiche durissime. La guerra si fa

per patriottismo e non per soldi,

titola a tutta pagina The New York

Times. E Robert Harnage, importante

sindacalista, presidente

della Federazione dei funzionari

federali, dichiara che la terziarizzazione

significherà la scomparsa

dell’etica della responsabilità.

Ma il processo di terziarizzazione

ha ormai subìto un’indubbia

accelerazione. Mentre gli Usa

si dividono tra favorevoli e contrari,

con le Mps vengono firmati

più di tremila contratti per una

cifra superiore ai 300mila milioni

di dollari. Ad accaparrarsi la fetta

maggiore sono inizialmente

DynCorp, Military Professional

Ressources Inc. (Mpri) e Kellogg

Brown and Root (Kbr).

Qualche dato

Nel 1991, durante la prima

Guerra del Golfo, il rapporto è di

un mercenario ogni cento soldati;

nel 2003 diventa di un mercenario

ogni dieci. Oggi, in Iraq, i

mercenari rappresentano il 20%

delle forze Usa, la seconda forza

di occupazione.

Il risparmio previsto dal Pentagono

non c’è stato. Il costo ha

superato di vari milioni di dollari

ogni previsione. La multinazionale

Halliburton, diretta da Richard

Cheney fino al 2000, ha ottenuto

nel 2003 una serie di contratti per

un valore superiore ai mille milioni

di dollari.

In realtà c’è un elemento

strategico che va al di là della

“razionalizzazione dei costi” e

della dimensione ideologica della

privatizzazione. Gli Usa sono

impegnati in tutto il mondo in

guerre contro il “terrorismo” e

contemporaneamente non possono

ritirarsi dalle aree di minore

Giovedì 23 Aprile 2009

GLI UOMINI

DELLA

GUERRA

AL TERRORE

importanza strategica. Le Mps

consentono alle forze armate Usa

di andarsene senza che le aree

interessate siano militarmente

abbandonate. E i mercenari delle

Mps sono una forza lavoro che

non dispiace affatto al Pentagono:

affamati di soldi, disponibili

ad azioni dell’ultima ora, senza

scrupoli né principi, fanno qualsiasi

cosa, basta pagarli. Azioni

clandestine che hanno il merito

di non far morire nessun militare

Usa. Perché i mercenari non

muoiono. I mercenari spariscono.

Con loro l’obiettivo politico di

“zero morti” è a portata di mano.

Un vantaggio non da poco per

il Pentagono che fra l’altro, affidando

le missioni alle Mps, non è

costretto a sottoporsi ai controlli

del Congresso né ai procedimenti

burocratici. Può fare operazioni

militari che contraddicono apertamente

le scelte ufficiali. Nessuno

ne saprà nulla.

Mentre dichiarava la sua

neutralità e l’impegno alla pace

in Bosnia tramite l’Implementation

Force (Ifor), il governo

Usa addestrava l’esercito della

Federazione croato-musulmana

per l’offensiva del 1994 in Krajina

e tramite Mpri trafficava in

armi, violando tranquillamente

GEORGE BUSH

E’ il presidente Usa della guerra contro

l’Irak, della lista degli “stati canaglia”, dello

scontro di civiltà contro i popoli musulmani

Provengono dalla Cia,

hanno servito l’Africa

dell’apartheid,

il Cile di Pinochet,

gli squadroni della

morte in America latina,

stuprano donne e bambine

Militari privati scortano un vip; a destra: un gruppo di contractors in azione;

a destra: la copertina del più famoso periodico dei mercenari americani

l’embargo dell’Onu. Negli anni

90, Vinnell Corp, Mprc, Cubic

e Logicon hanno segretamente

addestrato le forze armate di più

di quaranta paesi, hanno messo in

atto intermediazioni senza che la

politica ne sapesse nulla ed hanno

condotto azioni militari in America

latina, in Africa e in Medio

Oriente.

Oggi le Mps hanno assunto

un ruolo decisivo nel sistema

di difesa Usa. La spartizione di

compiti tra azioni ufficiali ed

azioni segrete è pratica quotidiana.

Il soccorso militare alle multinazionali

va dall’Iraq all’Africa,

dall’America latina all’Afghanistan.

Contemporaneamente

hanno avviato la conquista di

nuovi mercati: nei paesi del sud,

ma anche, e soprattutto, in Europa.

Conducono un formidabile

lavoro di lobbing: intessono

amicizie potenti, spartiscono

concreti interessi, condividono

le ideologie della più radicale destra

statunitense… E’ un lavoro

che frutta. Le Mps sono state

incredibilmente proposte come

interlocutrici nella gestione

delle operazioni di pace. La prima

conseguenza – ed è sotto gli

occhi di tutto il mondo – è una

confusione sempre più allarman-

DICK DEVOS

Proprietario della Anway Corporation, ha

finanziato la Rivoluzione Repubblicana,

manifesto del conservatorismo antistatalista

te tra aiuti per lo sviluppo, aiuti

umanitari e operazioni militari.

Prima della fase della privatizzazione,

nell’industria della

difesa Usa c’era stata una ristrutturazione

che aveva comportato

numerose fusioni e acquisizioni

in cui le Mps si erano abilmente

infilate. Oggi cominciano a

puntare anche su un altro settore,

considerato fortemente lucrativo:

quello dell’utilizzo delle tecnologie

dell’informazione e della

comunicazione per «dominare i

futuri campi di battaglia».

Frank Lanza, recentemente

scomparso, amministratore delegato

di L-3 Communications, uno

dei principali partner del gruppo

Finmeccanica e socio di Alenia

Aeronautica, decantava le lodi di

Mpri: «Un’ottima società molto

attiva sulla scena internazionale,

in piena espansione, con notevoli

margini di guadagno e vantaggi

competitivi che nessun’altra impresa

può eguagliare sul terreno

dell’addestramento di forze e di

servizi complementari».

Il Government Accountability

Office (Gao) ha più volte

denunciato «l’impossibilità di

controllare le Mps, perché nessun

sistema centralizzato riesce a seguire

i tanti contratti di terziariz-

l’inchiesta

ERIK PRINCE

Proprietario di Blackwater, plurimiliardario, è

stato in Afghanistan a combattere al fianco

dei mujaheddin contro l’esercito sovietico

zazione firmati dalle varie agenzie

statunitensi. E soprattutto non

esiste una regolamentazione internazionale

che possa evitare gli

eccessi delle società che offrono

contractors o vendono servizi militari.

Le norme attuali sono fatte

apposta per eludere la legislazione,

soprattutto per le operazioni

di intelligence e per le operazioni

speciali». Gli ha risposto, all’epoca,

l’amministrazione Bush: gli Stati

Uniti sono impegnati nella lotta

al terrore e mantenere i vuoti giuridici

va considerato un elemento

utile e saggio.

All’inizio del 2004, i contractors

delle Mps statunitensi Caci

Inc. e Titan Corporation rimasero

coinvolti nel scandalo delle

torture ad Abu Ghraib. Kenneth

Roth, di Human Rights

Watch, se la prese direttamente

col Pentagono: «Se il Pentagono

vuole utilizzare i contractors per

missioni militari o d’intelligence,

faccia in modo che essi siano

soggetti, come tutti, a restrizioni

e controlli legali, perché agire nel

vuoto giuridico è un invito agli

abusi». La stessa Università Nazionale

della Difesa, prestigiosa

e molto ascoltata, riconosceva in

un documento ufficiale: «La privatizzazione

è forse meno costo


l’inchiesta

GARY BAUER

Leader del movimento evangelico Usa,

fondatore del “Consiglio di Ricerca della

Famiglia”, ha posizioni di estrema destra

sa dell’intervento militare, ma la

qualità del risultato e il rispetto

dei diritti umani possono esserne

fortemente compromessi».

Ma dopo l’11 settembre, prudenze,

critiche e limiti sono stati

cancellati. In nome della guerra al

terrore, oggi in Iraq i contractors

svolgono lo stesso ruolo delle forze

armate. Alle Mps è stata anche

affidata la sicurezza dei siti sensibili.

La Erinys Iraq Ltd. si occupa

dell’addestramento di migliaia

di iracheni che devono vigilare

sull’oleodotto Kirkuk-Ceyhan,

obiettivo di continui attacchi.

I contractors

Arrivano a guadagnare anche

1.000 dollari al giorno. Tra loro vi

sono migliaia di ex militari. Gli

stipendi, dieci volte superiori a

quelli che percepiscono i militari

delle forze armate, rappresentano

una grande attrattiva e molti di

loro emigrano nel settore privato.

Per le forze armate la conseguenza

è un’emorragia di personale,

soprattutto specializzato, che provoca

serie difficoltà all’utilizzo di

sistemi sofisticati di armamento e

alla formazione dei piloti.

Nelle zone di guerra i sequestri

e gli assassinii di contractors

continuano ad aumentare. Sono

J. COFER BLACK

Per 30 anni nella Cia, inviato in Africa

e Sudan, lavora per la privatizzazione

dell’intelligence e offre servizi a 500 imprese

molti e molto frequenti, ma non

se ne sa quasi nulla. Una delle

poche eccezioni è stata quella dei

quattro contractors che a Fallujah

furono assaliti dalla folla, bruciati

e impiccati. Successe alla fine di

marzo del 2004. I quattro erano

contractors della Blackwater

Security, forse la più importante

delle Mps.

Pochi giorni fa il Pentagono

ha annunciato la firma di un contratto

di 48 milioni di dollari con

Vinnell Corp. per l’addestramento

del nuovo esercito iracheno, mentre

per quanto riguarda le forze di

polizia il Dipartimento di Stato si

è rivolto alla DynCorp. A sua volta

l’Usaid, l’Agenzia statunitense

per lo sviluppo internazionale, ha

scelto Kroll e Control Risks per la

sicurezza del personale diplomatico

e degli organismi inglesi di

cooperazione. A maggio 2004 è

stato firmato un contratto di 293

milioni di dollari con la Aegis

Defence Service (una Mps creata

nel 2003 e diretta dal colonnello

inglese Tim Spicer) che coordina

più di cinquanta imprese private

garantendo la sicurezza delle imprese

che gestiscono la ricostruzione.

MANUELA PALERMI

m.palermi@larinascita.org

J. DOBSON

Ha fondato il gruppo “Focus sulla Famiglia”,

ka rete evangelica più potente degli Stati

Uniti, i cosiddetti “guerrieri dell’orazione”

B lackwater

viene fondata e regolarmente registrata

nel 1996. Inizialmente si tratta solo di un appezzamento

di terreno di 20 chilometri quadrati

vicino a Great Dismal Swamp in Carolina del Nord. E’

proprietà privata di Erik Prince, uno degli uomini più

ricchi, se non il più ricco, che abbia servito tra le truppe

scelte dei marines. Proviene da una famiglia cristiana e

di destra di Holland, nel Michigan. Suo padre è Edgar

Prince, un capitalista che s’è fatto con le sue mani. Ha

costruito un impero che si chiama Prince Manufacturing

Corp., una fabbrica di pezzi per auto.

Il giovane Erik cresce in un’atmosfera inebriante

che mescola il vangelo del libero mercato al vangelo

cristiano. La famiglia è di stretta osservanza calvinista.

Erik adora il padre: lo considera un genio, una macchina

per fare soldi, un devotissimo uomo che quei soldi li

investe per finanziare la destra religiosa e la Rivoluzione

Repubblicana del 1994, per sostenere Gary Bauer, altro

devotissimo uomo che fonda il Consiglio di Ricerca

della Famiglia, per aiutare James Dobson, un ulteriore

devotissimo uomo che ha fondato il gruppo Focus sulla

Famiglia, la rete evangelica più potente

degli Usa, i “guerrieri dell’orazione”.

Betsy, la sorella di Erik, sposa

Dick DeVos, erede di una potente

famiglia del Michigan proprietaria

della Amway Corporation, finanziatrice

anch’essa della Rivoluzione

Repubblicana.

Erik Prince lavora per un certo

periodo alla Casa Bianca con Bush,

ma se ne va presto perché lo considera

troppo “liberal”, soprattutto sui temi

dell’omosessualità. Lavora poi con il

deputato conservatore della California,

Dana Rohrabacher, un uomo che

è stato a fianco di Reagan e che poi se

n’è andato in Afghanistan a combattere

i sovietici assieme ai mujaheddin.

Quando la famiglia decide di vendere Prince Manufacturing

per poco meno di 1.500 milioni di dollari,

Erik, forte dell’esperienza politica, dell’impegno religioso

e dell’insegnamento del padre, fonda Blackwater. E’

convinto che occorra anticipare l’inevitabile privatizzazione

dell’esercito.

Il 10 settembre 1997 Donald Rumsfeld, segretario

alla Difesa, “falco” dell’amministrazione Bush, riunisce

una masnada di dirigenti d’impresa eletti alle massime

cariche civili del Pentagono. Al Pentagono c’è la crema

del rampantismo neoconservatore, gente come Paul

Wolfowitz, manager, fabbricanti d’armi e di materiali

per la difesa. Rumsfeld è deciso ed ha con sé tutta l’amministrazione

Usa: bisogna dichiarare guerra alla burocrazia

del Pentagono. Inizierà così il suo discorso: «Non

sono venuto a distruggere il Pentagono ma a liberarlo, a

salvarlo da se stesso».

Nasce quel giorno la cosiddetta “Dottrina Rumsfeld”,

che si basa sull’utilizzo dell’alta tecnologia,

Giovedì 23 Aprile 2009 7

DICK CHENEY

Vicepresidente di Bush, si aggiudicò un

contratto miliardario per Halliburton, sua ex

azienda, per le forniture all’esercito in Iraq

DONALD RUMSFELD

Ministro della Difesa, esponente della destra

ultraconservatrice, è uno dei responsabili

della politica guerrafondaia

BLACKWATER

Evangelica e feroce

storia di famiglia

Tutti casa, chiesa, orazioni e guerre

delle forze di base e sull’uso crescente di contractors

per le guerre. Rumsfeld è convinto che vi siano

una serie di nazioni strategiche che hanno governi

non confacenti alle esigenze degli Usa, e quindi

bisognerà operare, con le buone o con le cattive,

per un cambiamento drastico di quei governi: o si

assoggettano o vi saranno colpi di stato e interventi

militari che li spazzeranno via.

Rumsfeld e Cheney sono i firmatari del “Progetto

per un Nuovo Secolo Usa”, che prevede una nuova

Pearl Harbor per affrettare la stabilizzazione del neoconservatorismo.

E’ la politica giusta per Blackwater,

quella in cui si destreggia alla grande. Tra gli uomini di

punta c’è J. Cofer Black, uno che è stato trent’anni nella

Cia, che ha cominciato la carriera in Africa quando

gli Usa appoggiavano l’apartheid e poi, negli anni 90,

è stato mandato in Sudan: aveva una copertura diplomatica,

ma era un uomo della Cia. E curiosamente,

mentre Black sta lì, c’è un giovane multimiliardario

saudita, chiamato Osama bin Laden, che costruisce

la sua rete internazionale. Più tardi Black viene mandato

in America latina e, poco prima

dell’11 del Settembre, viene messo a dirigere

rige il centro antiterrorismo della

Cia. Ci

Per conto di Blackwater, Cofer

Black Bl mette in piedi una nuova

impresa, im la Total Intelligence Solutions,

tio che lavora per la privatizzazione

zi delle operazioni di intelligen-

ce offrendo i suoi servizi ad oltre

cinquecento c imprese. Un altro del-

la

Cia che lavora per Blackwater,

è

Robert Richer, ex direttore delle

OOperazioni.

Si dice che in Iraq siano morti

780 contractors, ma in realtà la cifra

è assai più alta. Fonti credibili

parlano di più di 4000 morti. Le società mercenarie in

Iraq sono 180 e Blackwater è la leader. Operano tutte

nella più totale impunità.

L’uomo di Blackwater in America latina è un

individuo chiamato José Miguel Pizarro che ha una

doppia nazionalità, americana e cilena. E’ cresciuto

nel Cile di Pinochet, è stato nelle forze armate cilene

e poi ha lavorato come traduttore per il Comando

Sud degli Usa. Nel 1999 ha offerto i suoi servizi alla

General Dynamics, vendendo armi e prodotti militari

ai governi latinoamericani. Ha avuto un tale successo

che ha abbandonato General Dynamics e s’è aperto

una sua impresa. E’ nei fatti un commerciante di armi,

o meglio un intermediario tra le imprese di armi

statunitensi e i governi latinoamericani. Nel febbraio

del 2004 Pizarro va a Moyock, in Carolina del Nord,

e si fa garante con Blackwater della professionalità

militare di 750 contractors cileni. Sono le prime forze

internazionali che entrano in Blackwater.

M.P.


l’inchiesta

Il personale militare Usa è sottoposto al Codice

della Giustizia militare, ma questo non vale per gli

esterni, quelli che lavorano per il Pentagono come

civili. Nel 2000 il Congresso approvò la Legge di

Giurisdizione Militare Extraterritoriale (Meja) perché

i civili che lavorano al fianco o accompagnano le

forze armate possano essere processati. Ma la Meja

si può applicare solo agli impiegati civili che

hanno contratti col ministero della Difesa

e i crimini commessi all’estero meritano,

secondo la legge federale, sentenze leggerissime.

Attualmente si sta indagando su

ex militare diventato mercenario.

E’ morto in uno scontro con i

militari iracheni nella primavera

del 2004. Negli anni 80 era uno

specialista delle operazioni segrete

del governo sudafricano dell’apartheid.

Il “lavoro” di Branfield consisteva

nello spiare ed assassinare i

membri m del Congresso Naziona-

le Africano che risiedevano fuori

dal da Sudafrica. Richard Goldstone,

giudice gi della Corte Costituziona-

le del Sudafrica, dichiarò alla Cnn:

FUORILEGGE

Sul sito della Presidium, alla voce “chi siamo”,

c’ c’è scritto:

«La Presidium International Corporation è

uuna

società operante nei settori della sicurezza,

ddella

difesa, della protezione del business e della

ggestione

delle crisi in aree a medio e alto rischio. I

se servizi offerti in questi settori sono sviluppa-

ti

da uomini di provata esperienza che si

av avvalgono di tecnologie all’avanguardia

ccapaci

di risultati di altissimo livello.

LLa

consulenza è rivolta ai governi che

nnecessitano

di una rapida risoluzio-

nne

dei problemi di carattere militare,

ddi

difesa e sicurezza interna ed alle

az aziende mediante la fornitura di per-

so sonale specializzato fino al recupero di

ppersone

in difficoltà. (…) La Presidium

In International Corporation ha la sede nella

RRepubblica

delle Seychelles e mantiene uffici di

ra rappresentanza e filiali ad Hereford (Gb), Roma e

OOlbia

(Italia), Lagos ed Abuja (Nigeria)».

Più avanti viene specificata la “mission” della

alcuni prigionieri iracheni morti dopo essere stati

interrogati da contractors della Cia. Anche se riconosciuti

colpevoli, potrebbero rimanere impuniti:

lavoravano per la Cia, non per il Pentagono, come

richiede la Meja.

Ma allora sotto quale giurisdizione cadono questi

crimini? Il ministero della Difesa all’inizio dell’anno

ha proposto una nuova regolamentazione chiedendo

che i contractors del ministero stesso abbiano

l’obbligo di rispettare il Codice «quando questo sia

applicabile». Non è specificato in quali casi lo sia e

a chi spetta de- ciderlo. Il Pentagono ha già

risposto che non è suo compito stipulare

contratti nei quali si

“filtrino” i metodi

dei contractors.

«I mercenari lavorano per forze di

sicurezza che sono sinonimo di

assassinio e tortura». Una specialità,

quella di Gary Branfield, che

non appare nel curriculum in possesso

di Hart Gropup, la società

per cui lavorava.

Hart Gropup ebbe un contratto

dagli Usa per sorvegliare le

istallazioni energetiche irachene

e vigilare sulla ricostruzione della

rete elettrica. Titan Corporation,

invece, ha un contratto con gli Usa

Foto ricordo

di un gruppo

di aspiranti

contractors della

Blackwater;

in basso: un

contractor a

New Orleans,

in servizio

dopo l’uragano

Katrina; a destra:

foto ricordo

di un “soldato

di fortuna”; in

alto a sinistra:

un’auto distrutta

dai contractors a

Baghdad nel 2007

per fornire traduttori alla prigione

irachena di Abu Ghraib. L’indagine

su Abu Ghraib ha stabilito

che i contractors di Titan Corporation

hanno partecipato attivamente

agli abusi e alle torture. E’

curioso che i prigionieri di Abu

Ghraib, nell’unica azione legale

intentata contro Titan, abbiano

deciso di optare per una semplice

“class action”. Il processo va avanti

molto, molto lentamente.

M.P.

Presidium:

«(…) L’11 settembre 2001 ha diviso l’umanità

in due nuovi fronti. Il terrorismo ha dichiarato

guerra alla libertà. Il bene comune è

uno dei pilastri su cui bisogna lavorare affinché

il nostro mondo, ricco di contraddizioni,

possa progredire dando ai Paesi in via di

sviluppo quella possibilità di essere

protagonisti nel futuro. Una politica

di sviluppo, conforme alla visione

occidentale, passa attraverso la

consapevolezza che il concetto di

protezione è un elemento chiave

per la stessa sopravvivenza di tutto

ciò che tale politica rappresenta.

La Presidium lavora conformemente

al principio della protezione per lo

sviluppo nel nuovo millennio. Questa è la

nostra missione, sicuri di dare ai nostri clienti

anche l’ opportunità di essere protagonisti dello

sviluppo, in un futuro di benessere e libertà».

M. P.

A ttualmente

9

Giovedì 23 Aprile 2009

AFGHANISTAN

Obiettivo “zero morti”:

nessun contractor sarà Usa

in Afghanistan ci sono 36mila militari. A questi

se ne aggiungeranno altri 18mila che verranno smistati

nelle nuove basi in costruzione. Impossibile sapere quanto

costerà a quel punto la “missione”. Sicuramente molto di più dei 2

milioni di dollari sborsati fino ad oggi dai contribuenti statunitensi.

E non basta. Ai 54mila si aggiungerà un’“ondata civile” di centinaia

di tecnici statunitensi che si occuperanno dello sviluppo del paese al

fine di conquistare i cuori (e la cooperazione) degli afgani. Hanno

in animo di costruire una serie di infrastrutture (soprattutto strade

e scuole) e di creare un’alternativa o più alternative alla coltivazione

del papavero. C’è poi un altro progetto, ad uno stadio più che

avanzato, a cui lavora alacremente il Pentagono. Oltre all’ondata di

soldati e di civili, l’Afghanistan subirà un’ulteriore occupazione. Arriveranno

una marea di contractors che non entreranno a far parte

delle cifre ufficiali. La stessa cosa che è successa in Iraq, quando vi si

è rovesciato un vero e proprio esercito privato e segreto.

Oggi, in Afghanistan, di contractors ce ne sono già 71mila.

Aumenteranno a dismisura. Avranno, in un primo momento, il

compito di proteggere le basi e i convogli Usa. L’Iraq sembra non

aver insegnato nulla agli Usa. Molti e tremendi sono stati gli abusi

commessi dai mercenari. Violenze, stupri, sfruttamento, uccisioni.

Ma il capo del Pentagono continua a difenderli. Questo signore ha

appena inviato un’elegante lettera al Comitato dei servizi armati del

Senato in cui scrive: «Non abbiamo un servizio militare obbligatorio,

e non credo che i parenti dei senatori si presenteranno come

volontari a mettere il loro culo in prima linea; ci costerà un occhio

della testa trovare un po’ di avventurieri per proteggere l’esercito Usa

in quel paese inospitale».

C’è un aspetto inedito nella prossima ondata di mercenari che

invaderà l’Afghanistan. Nessuno di loro sarà statunitense. Per essere

esatti, dei 3.847 già pronti, stando all’Associated Press solo cinque

sono statunitensi. Sempre secondo l’Ap è il sintomo di un cambiamento

epocale: le guerre Usa arriveranno a coinvolgere sempre

meno i cittadini americani perché saranno gestite da eserciti privati

composti da stranieri. Le conseguenze saranno tutte vantaggiose:

l’impatto emotivo sulla popolazione sarà più blando perché nessuno

avrà familiari morti o feriti, la guerra apparrà più lontana ed estranea

e il pacifismo avrà meno ragioni di invadere le strade americane.

DynCorp ha una notevolissima presenza a Bagdad. E’ stata creata

alla fine degli anni 40 e ha avuto il suo boom quando Carter,

alla fine degli anni 70, dovette sostituire migliaia di uomini della

Cia che aveva licenziato. DynCorp ha una lunga storia e un intenso

passato. Ha gestito azioni segrete per conto della Cia in Colombia,

Perù, Kosovo, Albania e Afghanistan. Personale di DynCorp, sotto

contratto della polizia delle Nazioni Unite in Bosnia, è stato accusato

di traffico di prostitute, comprese bambine di dodici anni.

Quando alcuni vennero accusati di aver videoregistrato lo stupro

di una donna, un’impiegata, una certa Kathy Bolkovac, denunciò il

fatto. Venne immediatamente licenziata. DynCorp è uno dei primi

25 appaltatori del governo americano. Nel 2002 ha avuto proventi

per 2,3 miliardi di dollari. E’ lei che si occupa del servizio di sicurezza

del presidente afghano Hamid Karzai. E James Woolsey, il

potente ex direttore della Cia, è uno dei principali azionisti.

Dunque: DynCorp ha avuto nel 2006 quasi un milione di dollari

per addestrare la polizia afgana. Ha portato in Afghanistan una

montagna di istruttori statunitensi pagati fior di quattrini ma niente

affatto qualificati. Non avevano mai visto l’Afghanistan, nemmeno

su una cartina geografica. Hanno addestrato circa 70mila poliziotti:

meno della metà ha terminato il corso di otto settimane senza

alcun addestramento sul terreno. Esiste un rapporto statunitense,

uscito un po’ di tempo fa su alcuni giornali e poi scomparso nel

nulla, che li considera «incapaci di qualsiasi lavoro di routine per il

mantenimento dell’ordine». Ultimamente DynCorp ha ottenuto

un ulteriore contratto per la splendida cifra di 318 milioni di dollari:

continuerà ad addestrare le forze di polizia civile in Afghanistan.

M.P.


10

DOMENICO GIOVINAZZO

giovinazzod@larinascita.org

L’AQUILA

M entre

imperversava la

polemica mediatica

contro la trasmissione

Anno zero – “colpevole” di non

aver sospeso il diritto di cronaca,

di critica e di satira “neppure”

quando l’unità nazionale si

stringeva attorno al dramma del

terremoto abruzzese – rinascita

è tornata sui luoghi della tragedia

scegliendo di non piegarsi

sotto l’onda del pensiero unico

bipartisan, che pretenderebbe

gli occhi chiusi di fronte alla catastrofe,

in nome di un abbraccio

indistinto dell’Italia intera

alle popolazioni terremotate. A

quell’abbraccio, sentito, abbiamo

partecipato e partecipiamo

anche noi. Anche i nostri occhi

hanno pianto per le vittime, ma

non si sono chiusi. Anzi, in diverse

occasioni si sono spalancati

per lo stupore davanti alle

carenze della Protezione civile

(Prociv).

Ad esempio a Centi Colella,

nel Centro sportivo universitario

alla periferia ovest del capoluogo

abruzzese, dove sorge una

tendopoli allestita dalla Prociv.

«Martedì mattina (il 7 aprile,

ndr) questo è stato il primo

campo ad essere attivato», racconta

Massimo Tomassoli, volontario

della Protezione civile e

presidente di Pongo (Pompieri

non governativi). Per via del suo

grande cappello da cowboy, qui

Tomassoli è conosciuto come

“lo Sceriffo”. «Non sono il responsabile

del campo – afferma

– ma una sorta di capo villaggio:

se qual-

cuno ha un

problema si

rivolge a me».

Massimo è

uno di quei

preziosi volontari

esperti

(è il terzo terremoto

in cui

interviene) e

dotati di intraprendenza.

Quest’ultima

è una caratteristica

che in

Nei piccoli

centri più

isolati senza

i comunisti

non

sarebbero

arrivati

aiuti e servizi

per gli

abitanti

lasciati soli

ad auto-organizzarsi

situazioni del genere può essere

fondamentale per ovviare a lacune

organizzative.

Lo dimostra ciò che lo stesso

Tomassoli dice descrivendo

come è riuscito, «con una

“mandrakata”», a far riscaldare

le tende «dopo le prime due

notti di addiaccio» per gli ospiti

della tendopoli. «Il sottoscritto

sa che non sempre, anzi mai,

se stai ad attendere la centrale

operativa arriva tutto. Se aspetti

stai fresco. L’apparato operativo

della Protezione civile invia, ma

mai al cento per cento. Manca

sempre qualcosa». Così Massimo,

senza perdersi in burocratiche

attese, ha avvicinato una

squadra di Enel-gas che stava

chiudendo le forniture alla città

per evitare eventuali fughe nei

punti del gasdotto danneggiati

dal sisma. «Ho preso sottobraccio

il geometra della squadra

– racconta – e gli ho chiesto di

mandarci un bombolone di gas

da collegare alla rete del centro

sportivo, che era illesa. Il bombolone

è arrivato la mattina

Giovedì 23 Aprile 2009

L’AQUILA Nelle frazioni la Protezione civile ha mostrato carenze e lentezze

Scusate

i ritardi

Ad Aragno la cucina da campo

è arrivata dopo due settimane

Foto Fasan

dopo, e la sera abbiamo potuto

finalmente scaldare le tende».

Certo, se un piano adeguato

avesse previsto che con le tende

bisogna fornire anche un sistema

per riscaldarle, il problema

si sarebbe risolto più in fretta.

Ma è stata una fortuna per il

campo di Centi Colella poter

contare su un volontario così

intraprendente. In altre tendopoli

non è andata così.

Gli abitanti di Coppito, frazione

dell’Aquila, hanno passato

le prime due notti in macchina

o in due autobus che sono riusciti

a reperire grazie all’intervento

di una giornalista locale.

«Poi è arrivata la cucina da campo

e il tendone riscaldato messi

a disposizione dalla Cgil», dice

Gianfranco di Stefano, iscritto

al sindacato e al Pdci, e coinvolto

a Coppito nella duplice veste

di terremotato e soccorritore.

«Qui la Protezione civile ci ha

dato esclusivamente le tende

blu, peraltro arrivate solo tre

giorni dopo il sisma del 6 aprile»,

aggiunge Antonella Ettorre,


anche lei militante dei Comunisti

italiani e terremotata.

Mentre parliamo con Antonella

e Gianfranco, arrivano un

camion e un furgone di aiuti da

Teramo. A portarli sono Francesco

Antonini, segretario provinciale

del Pdci, con altri militanti

del partito e della Fgci. Tra loro

c’è Giorgio Parisse, testimone

diretto della difficoltà di portare

a destinazione perfino i viveri.

«Non so se adesso che hanno

finalmente aperto il centro di

raccolta e smistamento di Avezzano

le cose funzionino meglio

– dice Parisse – ma la mia esperienza

è negativa. Siamo andati

al comando operativo centrale

della Protezione civile per chiedere

dove potevamo scaricare

gli aiuti. Lì siamo stati rimpallati

da un funzionario all’altro

per quasi un’ora. Alla fine siamo

usciti ottenendo solo un numero

di fax. Non sapevamo che

farci, quindi abbiamo deciso di

bypassare la Prociv e portare gli

aiuti direttamente qui a Coppito,

dove sapevamo del cam-

po gestito dalla Cgil». Ancora

una volta, quando la burocrazia

organizzativa non riesce a dare

risposte, è l’iniziativa personale

a dover sopperire.

Camarda, frazione

dell’Aquila situata a est della

città, è uno degli esempi di come

l’arte di arrangiarsi sia necessaria

di fronte alla catastrofe,

soprattutto se chi dovrebbe assisterti

sembra essersi dimenticato

della tua esistenza. «A parte

un paio di volontari del posto,

qui i primi soccorsi “organizzati”,

se vogliamo chiamarli tali,

sono arrivati dopo due giorni»,

racconta Sandro Spagnoli, uno

degli abitanti del borgo devastato.

«Un’ora e mezza dopo il terremoto

eravamo tutti fuori dalle

macerie grazie soprattutto ai

giovani del paese. Le prime due

notti abbiamo dormito nelle

automobili – continua Spagnoli

– e per mangiare ci siamo arrangiati

da soli. Poi, siamo andati in

quindici al vicino campo che era

stato allestito a Paganica. Lì, dopo

le nostre richieste, insistenti,

siamo i riusciti i iti a “t “trafugare” f ” all

cune coperte e le prime tende

che abbiamo montato da soli».

Il terzo giorno è arrivato anche

il cibo. Pasti tiepidi mandati

dall’Aquila, perché la cucina

da campo è arrivata solo sabato

11 aprile, quando le Brigate

della solidarietà organizzate da

Rifondazione comunista hanno

portato la loro attrezzatura

e organizzato i magazzini per

le derrate. L’ingegnere Riccardo

Buffoni, dirigente della Prociv di

Arezzo coinvolta nella gestione

del campo fino a venerdì scorso,

racconta che «è stato molto difficile

cercare di dare un minimo

di organizzazione e funzionalità

a un campo nato spontaneamente»,

tanto più se si aggiunge

la lentezza con cui si sono reperiti

i materiali e le attrezzature

necessari. I bagni chimici sono

arrivati dopo

Il campo di

Camarda è

rimasto senzaresponsabile

per due

settimane.

Un’assenza

che nasconde

le “guerre”

per la

gestione dei

finanziamenti

cinque giorni,

le docce (tre

per circa duecentopersone)

dopo nove.

Quando

abbiamo visitato

il campo,

mercoledì 15

aprile, era appena

arrivata

la corrente

elettrica sufficiente

a illuminare

e scal-

dare tutte le tende. Infine, dopo

11 giorni dalla prima scossa

distruttiva, la Protezione civile

della Sardegna ha assunto la

gestione del campo, che fino ad

allora non ha avuto un responsabile

ufficiale.

«Senza un referente ufficiale

è difficile coordinare le attività

nel campo – spiega un volontario

della Prociv di Camarda

– per quanto tutti abbiamo

cercato di operare al meglio».

Perché il responsabile non è

stato nominato subito? Italo di

Sabato, volontario delle Brigate

di solidarietà, parlando con un

rappresentante del Comitato

esecutivo della Prociv si è fatto

un’idea sull’argomento. «C’è una

guerra tra le associazioni di volontariato

– sostiene – perché

chi viene nominato responsabile

gestirà i fondi per il mantenimento

del campo. Ti faccio

un esempio: se qui a Camarda

arriveranno 100mila euro, l’associazione

che li amministrerà

potrà permettersi 3-4 assunzioni.

E’ ovvio che che quello di

Giovedì 23 Aprile 2009

responsabile del campo diventa

un ruolo ambito».

Ma non per le Brigate, che

non essendo un’associazione

ufficialmente registrata tra

quelle di protezione civile, vengono

spostate di volta in volta

nelle zone più impervie (sono

presenti anche nello sperduto

campo di San Biagio). La loro

cucina da campo è arrivata

a Camarda dopo aver funzionato

a Tempera, altra frazione

ad est dell’Aquila. Poi, quando

venerdì scorso è arrivato nel

campo il gruppo della Regione

Sardegna con la propria cucina,

da Camarda si sono spostati

ad Aragno, un piccolo centro

ancor più isolato. Nel borgo di

montagna l’auto-organizzazione

fino ad allora era la norma,

vista l’assenza dell’apparato

della Prociv. E nel frattempo

Berlusconi si faceva fotografare

con i bambini aquilani intento a

inaugurare la presunta riapertura

delle scuole.

Così, stando ai giornali che

si dissetano attingendo acqua

dalle fonti ufficiali, la didattica

è ripresa dando un segnale del

rapido ritorno alla “normalità”.

Ma durante il nostro giro tra

le tendopoli, appena il giorno

prima del bagno di scolari immortalati

col premier, nessuno

sapeva dirci nulla su quando

sarebbero ricominciate le lezioni.

In alcuni campi, come a

Coppito, dove la comunità è

rimasta compatta, stavano provando

a organizzarsi in maniera

autonoma, non avendo ricevuto

alcuna indicazione dalle autorità.

In altri ci è stato detto che è

ancora troppo presto. Insomma,

il ritorno dei ragazzini a scuola

ha interessato un solo campo.

Più che l’emblema della ripresa

di una vita normale, sembra

essere l’ennesima vetrina propagandistica

organizzata ad arte

dal presidente del consiglio.

E la propaganda è un elemento

da sempre essenziale per

il capo del governo. Lo dimostra

la solerte reattività della Protezione

civile di fronte agli attacchi

di una informazione che

si è permessa di osservare criticamente

la gestione dell’emergenza.

Così, arrivati nel campo

di Tempera veniamo accolti da

una gentile scout dell’Agesci la

quale ci informa che «dobbiamo

avvisare il comando centrale

delle visite dei giornalisti,

e chiedere l’autorizzazione per

farli entrare nel campo».

Più tardi, un altro scout ci

spiega che deve seguirci nella visita

«per controllare che non siate

cattivi con le vostre domande»,

perché altri prima di noi hanno

messo in cattiva luce l’operato

della Prociv per screditare il governo.

Ribattiamo che indagare

sulla gestione dell’emergenza

dopo una calamità di queste dimensioni

non vuol dire cercare

a tutti i costi il pelo nell’uovo

per attaccare l’esecutivo (non ce

ne sarebbe alcun bisogno, visti

i tanti provvedimenti nefasti

adottati in meno di un anno).

Il nostro “guardiano” conviene

che un’osservazione critica può

aiutare a migliorare la gestione

di emergenze future. Un’ipotesi

che non sfiora neppure i pensieri

del premier.

11

IL CASO VAURO

LA CENSURA AI

TEMPI DEL SISMA

R ingraziasse

il cielo quel

brigante con la matita,

ché fosse stato per lui!!!

Già, fosse stato per tal

Giorgio Stracquadanio ben

altri provvedimenti avrebbe

conosciuto Vauro Senesi.

«Provvedimenti più duri»

dice il nostro, senza specif icare

quali. Una robusta dose di olio

di ricino, bastevole a tenerlo

impegnato in altre faccende?

No, probabilmente troppo poco.

Perché non seppellirlo vivo

utilizzando come materiale

le macerie abruzzesi, quel

cemento impastato con l’acqua

di mare che è la causa vera della

perdita di tante vite umane?

Stracquadanio Giorgio

Clelio, pur ignoto ai più, non

è il fruttivendolo sotto casa.

Parlamentare della Repubblica

per il Pdl, editorialista de Il

Tempo, consigliere politico del

ministro Gelmini, inventore

del quotidiano on line Il

predellino, e, pare, anche

ghostwriter del presidente del

Consiglio. Se dunque parla

sa quel che dice. E quel che

dice fa accapponare la pelle.

E’ il segno che questo paese

sta smottando. Un terremoto,

silenzioso, apparentemente

inoffensivo, ed invece micidiale

lo sta attraversando e rischia

di sbriciolare la Costituzione,

le regole, la libertà di

espressione e di critica.

Il centrodestra è tutto un

ululare, più o meno sguaiato,

contro Vauro e Santoro e, a

ben vedere, contro chi osa dire

qualcosa di diverso dal coro.

Intendiamoci, la vignetta

di Vauro sulle cubature dei

cimiteri era aspra, poteva

piacere o meno. Non è questo

il punto. Il punto è la censura

modello fascista. Vauro non ha

offeso nessuno come invece ha

detto il dg Rai Masi. E nella

sua irriverenza (ma cos’è la

satira se non è irriverente?)

ha messo il dito nella piaga,

in quella cialtroneria tutta

italiana (e ci guardiamo bene

dal dire berlusconiana, perché

sarebbe falso e riduttivo) che

permette di aggirare la legge,

di perpetrare legalissimi abusi

(un ossimoro?) con i “piani

casa”, di piangere e fottere

sulle sempiterne ricostruzioni.

Se c’è qualcuno che sta

offendendo gli italiani, tutti

gli italiani, è chi pretende di

propinargli i notiziari Luce.

Post scriptum: della

polemica Vespa-Santoro poco ci

interessa. Non tif iamo né per

l’uno né per l’altro. Tif iamo

per una informazione la

più pluralista possibile.

GIAMPIERO CAZZATO


ALBERTO VISCO GILARDI

«L

12

a verità è che la sinistra ha

smesso di ascoltare i lavorato-

ri». La frase, chiarissima nella

sua semplicità, arriva mentre ci fumiamo

una sigaretta fuori dalla sala riunioni

della Rsu della Parker Itr di Veniano in

provincia di Como. La sala è intitolata

a Ion Cazacu, operaio edile romeno di

quarant’anni morto nell’aprile del 2000

dopo un mese di terribile agonia con

ustioni sul 90% del corpo. Le ustioni le

aveva causate il suo padrone, Cosimo

Iannece, versando addosso a Cazacu una

tanica di benzina e poi dandogli fuoco. Il

motivo: Cazacu, stufo di lavorare in nero,

aveva chiesto un’assunzione regolare.

Il fatto era avvenuto a Gallarate, Varese,

a pochi chilometri da Veniano. Ed è

particolarmente significativo che questa

fabbrica, situata nel profondo nord al

confine tra le province di Como e Vare-

Giovedì 23 Aprile 2009

se dove la Lega spadroneggia, abbia una

Rsu che dedica la propria sala riunioni a

un lavoratore romeno.

Una fabbrica (e non solo) in crisi

Siamo venuti qui per farci raccontare

come è e come è cambiata in questi anni

la condizione dei lavoratori. Troviamo

una fabbrica in crisi, come tante nel nostro

Paese, nella quale, dall’inizio dell’anno,

sono più i giorni che i lavoratori hanno

passato a casa in cassa integrazione

che in azienda a lavorare. E, ovviamente,

partiamo da qui, dalla crisi.

La Parker è una multinazionale con

stabilimenti in vari Paesi, tra i quali, oltre

l’Italia, gli Stati Uniti, l’India e la Turchia,

con più di cinquantaseimila dipendenti

complessivamente. Di questi in Italia

erano circa milleseicento fino a gennaio,

da allora sono già stati persi duecentocinquanta

posti di lavoro, a cominciare,

ovviamente, dai lavoratori con contratti

a termine, che non sono stati confermati.

D’altronde, ci dice Giuseppe, «la riduzione

del lavoro e degli ordini è del 50%

in tutte le fabbriche del gruppo Parker

in Italia». E allora sono state avviate le

procedure di mobilità per il 30% dei lavoratori

nel sito di Corsico, dove avviene

la gestione amministrativa degli ordini,

è stato chiuso l’ufficio commerciale a

Bolzano, a Padova si vogliono accorpare

le vendite, ad Ortona è stata chiusa la sala

mescole, ma qui i lavoratori possono

considerarsi fortunati perché quasi tutti

sono stati trasferiti in uno stabilimento

vicino.

Veniano invece è uno stabilimento

che ha una storia un po’ complessa. In

principio erano due fabbriche, la Treg a

Veniano, che produceva tubi industriali, e

la Itala a Somma Lombardo, in provincia

di Varese, specializzata nella produzione

di tubi idraulici, entrambe di proprietà

della Pirelli. Nel ’90 le due aziende vengano

fuse in ununica società, che prende

il nome di Itr, la quale viene venduta alla

Saiag di Torino nel ’92. Pirelli vende per

problemi di cassa sopraggiunti in conseguenza

della fallita scalata alla Continental.

Nel ’96 l’azienda di Somma

Lombardo viene chiusa e la produzione,

insieme a tutti i lavoratori, trasferita

a Veniano. Circa trecento lavoratori (a

tutt’oggi sono ancora duecento) che al

normale orario di lavoro hanno dovuto

aggiungere un paio di ore al giorno per

il reportage

Nel profondo Nord,

dove morde la crisi

Viaggio alla Parker Itr

di Veniano. Da novembre

i lavoratori sono in cassa

integrazione. E dicono...

In principio

erano due

fabbriche,

la Treg a

Veniano,

che produceva

tubi

industriali,

e la Itala

a Somma

Lombardo,

in provincia

di Varese,

specializzata

nella produzione

di tubi

idraulici.

Nel ’90 le

due aziende

vengano fuse

in ununica

società,

che prende

il nome di Itr

In alto: alcune

immagini

della Parker Itr

di Veniano

i trasferimenti di andata e ritorno. Infine

nel ’98 l’Itr viene acquisita dalla Parker.

Ora a Veniano ci sono circa cinquecento

lavoratori, avendo perso dall’inizio

dell’anno una cinquantina di posti di lavoro,

ovviamente contratti a termine non

rinnovati. E questo a causa di un picco

negativo negli ordini e un conseguente

crollo nella produzione con una diminuzione

di più del 50% dei volumi.

Una Rsu molto variegata

Incontriamo una Rsu molto variegata

nella presenza di sigle sindacali:

cinque membri sono stati eletti nella

lista della Cgil, due della Cisl, due della

Cub e due di Alcobas (quest’ultimi non

presenti all’incontro). Una varietà di sigle

che riflette «una forte sindacalizzazione

dei lavoratori della fabbrica» (più

della metà sono iscritti a un sindacato,

centoventi alla Cgil, ottanta alla Cisl,

sessanta alla Cub), ci spiega Armando,

delegato della Cub, ma che non determina

problemi di divisione all’interno

delle assemblee dei lavoratori. Anzi, dice

Marco, «così i lavoratori non vedono un

solo punto di vista sindacale all’interno

delle assemblee».

Ludovico, il più giovane membro

della Rsu, da dieci anni lavoratore alla

Parker, si lamenta che la situazione dei

lavoratori, non solo come stipendio, «ma

anche come ritmi e condizione di lavoro,

è peggiorata invece che migliorare:

siamo tornati indietro». Ce lo conferma


il reportage 13

Giovedì 23 Aprile 2009

anche Gregorio, che abbiamo incontrato

fuori dai cancelli dalla fabbrica:

«L’azienda non ha fatto alcun rinnovamento

tecnologico, i macchinari su cui

lavoriamo sono vecchi. Non solo, non si

investe sul “materiale umano”, sulla manodopera.

Vengono sfruttati i lavoratori

con più anzianità aumentando i carichi

di lavoro ed in più si deve guardare i

giovani. E’ questo il problema: si tende

ad arraffare quello che c’è, quando c’è

qualcosa da arraffare, a scapito di tutti.

Ti faccio un altro esempio: due anni fa

le aziende del gruppo Parker hanno avuto

un utile di tre miliardi di dollari e gli

operai cosa hanno ricevuto? Niente. Ora

c’è la crisi. Chi paga? I lavoratori con la

cassa integrazione e con la paura della richiesta

di mobilità». Interviene Lorenzo

e rincara la dose: «L’azienda si lamenta

per le troppe assenze per malattia, ma i

lavoratori hanno paura per il rischio di

infortuni, perché si lavora male, troppo

in fretta. A questo aggiungi che la manutenzione

dei macchinari è a dir poco

scarsa. In più, con queste leggi che permettono

di assumere anche per tre mesi,

di cui uno dovrebbe essere di apprendistato,

si fa tutto troppo in fretta, c‘è poco

tempo per insegnare ai giovani. Perché

il lavoro di un operaio è fatto di malizia,

di esperienza, di attenzione. Invece ora

i giovani appena entrati dopo quindici

giorni sono già “in batteria”. E’ grave la

colpa di queste leggi». «Insomma – tira

le fila del ragionamento Mimmo, delegato

Cgil, il più votato tra i membri della

Rsu – per aumentare la produttività si

spinge sulle braccia dei lavoratori con

maggiori carichi di lavoro. Questo determina

usura e malattie professionali».

Veniano non è una fabbrica dove i

lavoratori hanno rinunciato a far sentire

le proprie ragioni. «Solo cinque o sei

anni fa – ci ricorda ancora Gregorio –

per il rinnovo del contratto d’azienda i

lavoratori erano stati compatti nella lotta.

Avevamo bloccato la fabbrica, c’erano

stati cortei in azienda. Alla fine abbiamo

ottenuto i risultati». Oppure quando, di

fronte alla richiesta dell’azienda di aumentare

i volumi di produzione, i lavoratori

hanno rifiutato la pratica dell’uso

dello straordinario e chiesto l’aumento

dei posti di lavoro, ottenuto attraverso

l’introduzione dei turni 6x6, perché se c’è

una torta la si deve dividere tra tutti. Ma

ora c’è la crisi e il 6x6 è stato abolito.

E sulla crisi torniamo ai membri della

Rsu. E forte è il sentimento di sospetto

sulle ragioni della crisi, su chi l’ha determinata

e ne tira le fila. «E’ un film già visto,

è già avvenuto in Argentina» dice Marco.

«La crisi è stata organizzata e pianificata

da anni. Perché la crisi determina paura

tra la gente e chi ha paura non lotta. La

paura è una delle cause della mancanza

di fiducia nel sindacato e nella politica».

Aggiunge Michele, delegato Cisl, che «la

crisi era prevista da tre anni, quindi è una

crisi programmata. E’ perché non siamo

più competitivi? E’ forse un caso che

il nostro governo dice che è tutto sotto

controllo?». E il ragionamento si allarga.

«In Italia e nel mondo il potere è nelle

mani di un ristretto numero di persone –

incalza Marco – in Italia si sta attuando il

piano della P2. Non sono ottimista, non

abbiamo ancora visto tutto».

Condizioni dei lavoratori e rappresentanza

politica: è qui che si è determinato

il cortocircuito. Ed è da qui che

bisogna ripartire se si vuole davvero risalire

la china. Questi operai ti dicono che

tutto inizia con la crisi dei grandi partiti

che ha determinato la crisi della cosiddetta

prima Repubblica («hanno tagliato

l’identità allo stato» si accalora Marco) e

contestualmente si è dato il via all’assalto

delle privatizzazioni: «Ma quali sono

i grandi imprenditori in Italia? – attacca

Armando – Prendiamo Tronchetti

Provera che ha acquisito Telecom senza

metterci una lira e l’ha riempita di debiti.

Lo stesso esempio lo potremmo fare per

l’Enel». Sono letteralmente imbufaliti

con questa imprenditoria cialtrona gli

operai della Parker. La vicenda recente

di Alitalia, regalata da Berlusconi a una

cordata di imprenditori amici suoi, e non

solo suoi, visto che uno è il padre di un

deputato del Pd, la svendita di un patrimonio

di cui alla collettività sono rimasti

solo i debiti è per loro la prova provata

della lotta di classe al contrario che questo

esecutivo sta praticando.

Per i lavoratori che cosa ha determinato

lo sconvolgimento politico determinato

dalla vittoria clamorosa della

destra? Che cosa significa la scomparsa

della sinistra dalle istituzioni? E’ ovvio, ci

rispondono in coro, «sono partiti all’attacco

delle pensioni. Più volte nel corso degli

anni, e ancora oggi parlano di rimetterci

mano». Interviene Salvatore, finora silenzioso:

«Con la legge del ’95 hanno solo

colpito i diritti dei lavoratori. Con i versamenti

dei lavoratori i conti dell’Inps per

la previdenza erano in attivo. Perché non

hanno mai separato l’assistenza dalla previdenza«

Per esempio le pensioni sociali

dovrebbero essere a carico della fiscalità

generale. In Italia sembra che l’unico

problema siano le pensioni». «Certo - interviene

Michele - ci fanno vedere Mike

Buongiorno come esempio di come si

possa lavorare anche fino a ottant’anni,

anzi è anche bello e divertente. Ma che

ne sanno loro di cosa vuol dire lavorare in

fabbrica, la fatica e l’usura, i ritmi massacranti

per portare a casa quattro soldi?».

E poi, dicono, c’è il problema dei fondi

pensioni, in particolare ora che c’è la crisi.

Chi governa i fondi pensioni? chiedono.

E, soprattutto, è un caso che siano partiti

sei mesi prima dell’inizio della crisi? La

pietra tombale di ciò che pensano i lavoratori

la posa Vincenzo: «Oggi nessun

lavoratore aderirebbe ai fondi pensione».

«D’altronde – aggiunge Marco – l’informazione

è manipolata perché è in mano

ai grandi poteri economici e le banche

finanziano i politici. Il cerchio si chiude».

I danni dell’accordo del 93

Ovviamente il ragionamento a questo

punto si sposta sul sindacato e poi

sulla politica. Inizia Armando: «Io parto

Ion Cazacu, quarantenne piastrellista rumeno, muore

il 16 aprile del 2000 dopo un mese di agonia

all’ospedale Sanpierdarena di Genova. Aveva gravi

ustioni sul 90% del corpo. Un mese prima, a Gallarate,

si era recato, insieme ad alcuni compagni di

lavoro, dal suo “padroncino”, il piccolo imprenditore

trentacinquenne Cosimo Iannece. Ion era stufo

di lavorare in nero e chiedeva di essere assunto.

La discussione diventò presto un brutto litigio. L’imprenditore

perse la testa, prese una tanica di benzina,

la versò addosso all’uomo e gli dette fuoco. I compagni

della vittima denunciarono immediatamente l’accaduto

alla polizia. Agli inquirenti Iannece raccontò

di averlo fatto per il timore che l’operaio chiedesse

di essere regolarizzato per “scippargli” un appalto.

In primo grado il “padroncino” venne condannato a

30 anni di galera e a risarcire i danni alle due figlie di

Cazacu, Alina e Florina: 400 milioni di lire a testa. La

sentenza venne successivamente confermata in appello.

La Cassazione rimandò il processo alla Corte

d’Assise d’Appello per un vizio procedurale.

Con un verdetto sconcertante, la Corte d’assise

d’appello (presidente Santo Belfiore) confermava

l’intento omicida ma dimezzava la condanna

cancellando l’unica aggravante rimasta a carico

dell’imprenditore: l’aver agito per futili motivi.

Esclusa quella, hanno potuto applicare la pena

Il delegato

Cub: «In dieci

anni abbiamo

eroso i diritti

conquistati

dai nostri

padri. I nostri

padri erano

più ignoranti

di noi perché

non hanno

avuto la nostrapossibilità

di studiare,

ma sapevano

per cosa lottare.

Infatti

hanno ottenuto

grandi

risultati nel

miglioramento

delle

condizioni dei

lavoratori»

LA SALA RSU INTITOLATA A ION CAZACU

dall’accordo del ’93 firmato dai sindacati

confederali. Molti danni sono partiti da

quell’accordo. Io ero un iscritto Cgil, poi

sono passato alla Cub perché quell’accordo

mandava un messaggio: non è più

necessario lottare. In dieci anni abbiamo

eroso i diritti conquistati dai nostri padri.

I nostri padri erano più ignoranti

di noi perché non hanno avuto la nostra

possibilità di studiare, ma sapevano

per cosa lottare. Infatti hanno ottenuto

grandi risultati nel miglioramento delle

condizioni dei lavoratori. Per me i sindacati

confederali sono dei pachidermi, è

la burocrazia che impedisce loro un vero

rapporto con i lavoratori. E il governo

capisce di chi si può fidare, su chi può

contare. Cisl, Uil e Ugl sono in realtà

degli affiliati governativi. La prova? La

firma sul libro bianco con il precedente

governo Berlusconi e l’accordo separato

sul modello contrattuale di qualche mese

fa». Risponde Michele: «Per me non

è questa la questione, il problema è la di-

massima prevista per l’omicidio volontario semplice,

24 anni, riducendola automaticamente di un

terzo come prevede il rito abbreviato: sedici anni.

La Procura Generale di Milano ricorreva in Cassazione

ma la sentenza veniva confermata. Alla vigilia

del processo la vedova di Ion scrisse al giudice:

«lo voglio che questo uomo resti in carcere, non

voglio contribuire a ridurre la sua pena e non è

solo la rabbia che c’è dentro di me, la disperazione,

l’impotenza, che mi fa dire queste cose. C’è anche

la consapevolezza che in un’epoca confusa come

la nostra le autorità dello Stato, almeno loro, devono

dare messaggi chiari, poiché la popolazione

non valuterebbe come grave ciò che è accaduto

a Ion se non dovesse essere sanzionato con una

pena adeguata, penserebbe che la morte di Ion,

così atroce e insensata, non ha in verità nessun

peso, perché Ion era uno straniero. Penserebbe

che i diritti degli stranieri non sono uguali a quelli

di un cittadino italiano... Non conosco le leggi italiane

e non ho mai avuto a che fare con i Tribunali,

ma mi chiedo: se basta pagare dei soldi per avere

uno sconto di pena, una persona ricca ha molti

più vantaggi di una povera, e questa che giustizia

è? La vita non è una merce che si può scambiare

con il denaro».

A. V. G.

visione tra di noi. Se il sindacato sbaglia

bisogna far sentire la nostra voce, bisogna

rompere i coglioni, ma dall’interno.

Negli ultimi quindici anni è cambiato

tutto, ci spacchiamo continuamente». E

Armando di rimando: «Va bene, ma noi

dei sindacati di base siamo in difficoltà

con la soglia del 5% per poter essere firmatari

dei contratti. E’ una questione di

democrazia, dovrebbe riguardare tutti».

E Michele, ancora: «Lo capisco, è come

le soglie di sbarramento per i partiti politici».

«Come vedi – interviene Mimmo

– ci sono e ci possono essere posizioni

e opinioni diverse all’interno di questa

Rsu, sia sulle politiche sindacali di carattere

nazionale, come è ovvio appartenendo

noi a sigle sindacali differenti,

che nelle scelte concrete che riguardano,

giorno per giorno, l’attività sindacale

all’interno della nostra fabbrica. La

nostra scommessa, a volte complicata,

riguarda proprio questo punto: riuscire

SEGUE A PAGINA 14


SEGUE DA PAGINA 13

14 Giovedì

a ridurre a unità di intenti la diversità di

opinioni mantenendo vivo il pluralismo

delle idee. E’ una questione di forma, la

democrazia e la rappresentanza sindacale,

ma anche di sostanza, perché credo

che un sindacato che non sappia essere

rappresentativo, democraticamente rappresentativo,

dei bisogni e delle istanze

dei lavoratori fallisce nella sua stessa ragione

d’essere. Io credo che questa debba

essere la barra, il timone che uniforma

l’attività sindacale sia a livello nazionale

che sul territorio. Quest’atteggiamento è

l’unico che ci consente di far sì che il lavoratore

non si senta isolato e abbandonato

a se stesso, evitando così che cresca

in lui risentimento e malcontento verso

il sindacato, malcontento che poi facilmente

degenera nel qualunquismo che

sta alla base del successo del leghismo

nei nostri territori. Per questo io penso

che Cisl e Uil abbiano sbagliato a firmare

senza e contro la Cgil l’accordo sulla

riforma del modello contrattuale, rifiutandosi

di sottoporlo a referendum tra i

lavoratori. Per questo, ancora, credo che

uno degli errori più grandi compiuto dai

governi di centrosinistra che si succeduti

in questi anni sia stato non avere fatto

una giusta ed equa legge sulla rappresentanza

sindacale. Per questo, infine, la

Cgil, in questa azienda ha rinunciato alla

quota del 33% nell’elezione della Rsu».

La sinistra troppo “integrata”

E la sinistra, cosa ne pensano della

sinistra le tute blu della Parker? Il commento

di Marco è lapidario: «Quello

che è successo con le elezioni politiche

dello scorso anno la sinistra se l’è cercato!

Perché non ha fatto opposizione

al potere economico. Anche quando è

stata al governo si è integrata». Ludovico

aggiunge che «i suoi messaggi, le sue

parole non sono stati comprensibili»,

mentre Giuseppe incalza: «La sinistra

non ha fatto niente di quello che aveva

promesso». Ma Armando invita a tenere

conto «delle condizioni di forza in cui si

è trovata ad operare la sinistra durante

l’esperienza del governo Prodi, la risicata

maggioranza numerica che lo sosteneva

e che, quindi, lo esponeva ai continui ricatti

dei poteri forti». Interviene Salvatore:

«Io sono in azienda da trentasei anni.

Ho visto cambiamenti enormi su queste

questioni dalla situazione che c’era negli

anni 70. Dagli anni 80 in poi non abbiamo

più avuto leader in grado di fare

proposte. I lavoratori si sono trovati da

soli a difendere i propri diritti. E ora i

lavoratori si sentono demoralizzati, non

hanno più voglia di politica e non hanno

più voglia di lottare». Ancora Ludovico:

«I lavoratori si sentono abbandonati, e

in più è intervenuta la crisi, della quale

faticano a capire le ragioni. Si chiedono

23 Aprile 2009

come mai a giugno scorso c’era la piena

produzione e ora c’è il crollo».

Territori di caccia per la Lega?

Gregorio, che abbiamo incontrato

fuori dalla fabbrica, la vede così: «Il lavoratore

non ha più il concetto di appartenenza

di classe, mentre il sindacato ha

perso forza per le sue divisioni, che sono

state determinate dalla politica. Io spero

che la crisi abbia almeno un effetto positivo,

e cioè che possa mettere d’accordo

le persone sui veri obiettivi. La crisi

aumenterà ancora di più le differenze

sociali e allora bisognerà ritornare alla

vecchia abitudine che la lotta si fa per

tutti, si fa per i diritti collettivi. E poi bisogna

andare a monte della questione: il

problema sono le leggi che hanno precarizzato

il lavoro. Non è possibile, non è

giusto dire a un lavoratore, a un giovane:

“ti prendo a gettone per sei mesi”. Tra

l’altro il malcontento non fa che aumentare

i sentimenti leghisti».

A proposito di sentimenti leghisti,

«sì certo anche qui c’è stato una parte

del voto operaio che è andato alla Lega»

ci dice Salvatore. «Ma attenzione - precisa

- non è un problema dell’oggi, una

questione che si è determinata solo con

le ultime elezioni. Per esempio alla Itala

di Somma Lombardo, una delle due

fabbriche che poi si sono fuse in quella

che ora è la Parker Itr di Veniano, nel

’94 nelle elezioni della Rsu aveva vinto

il Sal, il sindacato leghista, e, particolare

curioso, uno dei suoi delegati eletti allora

è ora delegato nella Rsu di Veniano

per Alcobas». Affrontiamo l’argomento

della presenza in fabbrica di lavoratori

immigrati, che sono più di un centinaio.

«Non ci sono grosse tensioni – ci dice

Armando – e, tra l’altro, i lavoratori extracomunitari

sono iscritti un po’ a tutti

i sindacati. Certo qualche frangia che

attacca su questa questione c’è. Ci sono

lavoratori italiani che pensano che gli extracomunitari

godano di maggiori diritti.

Io penso che sia anche conseguenza del

modello culturale che ci hanno imposto,

l’individualismo sfrenato ormai dilagante

che fa sì che un lavoratore se la prenda,

per rivendicare i propri diritti, con un altro

lavoratore e non con il padrone. D’altronde

in televisione o sui giornali non

si parla che di romeni, di stupri, di cani

randagi». Marco aggiunge che «quando

la Lega cavalca il problema della sicurezza,

cavalca anche il problema della

Lo sfogo

dell’operaio:

«Bisogna

andare a

monte della

questione:

il problema

sono le leggi

che hanno

precarizzato il

lavoro. Non è

possibile, non

è giusto dire a

un lavoratore,

a un giovane:

“ti prendo a

gettone per

sei mesi”.

Tra l’altro il

malcontento

non fa che

aumentare

i sentimenti

leghisti»

il reportage

sicurezza del posto di lavoro. Mi sembra

chiaro che c’è un disegno politico nella

gestione della questione immigrazione,

utilizzata per abbassare il livello dei diritti

di tutti». Mentre Gregorio sottolinea

«che un problema è determinato dal

fatto che i lavoratori immigrati vengono

da diversi Paesi, e quindi in fabbrica si

parlano tante lingue. C’è un’oggettiva

difficoltà a capirsi a volte», Lorenzo ci

spiega che «per lui a volte c’è un problema

di razzismo all’incontrario quando il

capo tende a riprendere di più il lavoratore

italiano rispetto a quello di origine

straniera. O quando gli stranieri vanno a

pregare fuori dai muri dello stabilimento

durante l’orario di lavoro. Non è giusto io

rispetto le regole della fabbrica, siamo in

Italia e ci sono leggi e regole italiane che

vanno rispettate. In genere i lavoratori

immigrati non scioperano, ma quando

io faccio una lotta la faccio anche per

loro. Anche questo non è giusto».

Lo spettro della mobilità

Lasciamo la sala della Rsu perché,

come spiega Mimmo, hanno problemi

importanti da affrontare. Prima di tutto

la questione della cassa integrazione.

La Parker di Veniano ha incominciato

a usufruire della cassa integrazione ordinaria

da novembre dello scorso anno,

se si continua a questo ritmo (e Salvatore

ci dice che «tra i lavoratori non si

crede che i volumi possano tornare alla

situazione precedente»), con gli ordini e

i volumi della produzione diminuiti di

più della metà, il monte-ore della cassa

integrazione ordinaria verrà esaurito entro

il prossimo novembre. Che fare allora?

Cosa si prospetta per i lavoratori? La

richiesta di messa in mobilità? E ancora,

per i lavoratori che nel mese fanno più

giorni a casa in cassa integrazione che al

lavoro c’è il problema del rateo che non

scatta (nel mese di marzo circa centottanta

persone non l’hanno maturato), e

questo vuol dire ulteriore decurtazione

di salario (oltre alla diminuzione determinata

dalla cassa integrazione), e giorni

di ferie che non maturano (anche l’organizzazione

delle ferie sarà un problema

complesso che dovranno affrontare nella

riunione che svolgeranno). Con una

famiglia da mantenere, spesso con le

rate di un mutuo da pagare. Ci viene in

mente quel bel tomo del Presidente del

Consiglio che consiglia a disoccupati e

cassaintegrati di trovarsi qualcosa da fare,

che lui nella loro situazione non se ne

starebbe con le mani in mano. E monta

la rabbia e la voglia di fare. Come? Ripartendo

dalla frase con cui è iniziato

questo racconto: «La verità è che la sinistra

ha smesso di ascoltare i lavoratori».

Facciamo in modo che non sia più così:

ci guadagneranno i lavoratori, la sinistra,

il Paese intero.


STEFANIA LIMITI

N on

è facile incontrare

Seymour Hersh ed

ascoltare il suo punto di

vista sulle cose del mondo. L’occasione

è stata offerta dal Festival

del giornalismo di Perugia

dove è stato invitato, tra gli

altri, il grande giornalista statunitense,

premio Pulitzer per

le sue inchieste: svelò nel 1969

il massacro di My Lai durante

la guerra del Vietnam, contribuendo

così all’esito di quella

occupazione e aggiudicandosi

l’ambìto riconoscimento, e più

recentemente, nel 2004, denunciò

con i suoi articoli gli abusi

e gli orrori del carcere di Abu

Ghraib.

Attualmente giornalista ed

autore del New Yorker, per il

quale si occupa di temi geopolitici,

e soprattutto vera e propria

star del giornalismo mondiale,

Hersh ha parlato a raffica davanti

ad un pubblico in gran

parte di giovanissimi, spiegando

come intende la professione

del reporter e le sue analisi sui

fatti più rilevanti dello scenario

internazionale. Ci ha concesso

qualche minuto e ha risposto

alle nostre domande con la

franchezza usuale, ancorché inconsueta

per il nostro panorama

di opinionisti e giornalisti.

Come giudica, soprattutto

dopo i fatti di Gaza, il

comportamento di Israele nei

confronti dei palestinesi dei

territori occupati?

Preferirei girare nudo per le

strade di New York piuttosto

che parlare di Israele: criticare

questo stato è estremamente

difficile, impossibile e praticamente

inutile. Non ti ascoltano.

Lei ha parlato di pulizia

15

Giovedì 23 Aprile 2009

L'intervista Seymour Hersh

GAZA, PALESTINESI

TRATTATI COME SASSI

Parla il premio Pulitzer che scoprì Abu Ghraib

etnica in Iraq, riferendosi alle

lotte fratricide tra sunniti e

sciiti scatenate in questo paese

dall’occupazione militare

di Bush e dei suoi alleati: non

crede che questo crimine sia lo

stesso che Israele compie nei

confronti dei palestinesi?

Pulizia

etnica? Sì, è

quello che è

accaduto a

Gaza, dove i

soldati di Tel

Aviv hanno

ridotto i palestinesi

ad

esseri subumani,praticamente

li

hanno trattati

come fossero

sassi. In

quella striscia di terra hanno

cercato di mettere in pratica

uno dei punti del programma

dei neocon, uno di quelli che

ha più affascinato i neocon che

loro hanno cercato davvero di

mettere in pratica. Lo so perché

alcuni di loro me ne hanno parlato

direttamente e si tratta di

questo: il loro sogno era quello

di scatenare la quarta guerra

punica in quei luoghi, di da-

re luogo allo scontro finale tra

Roma e Cartagine, un progetto

che prevedeva, come la storia

gli suggerisce, di gettare sale sul

Gaza. Questo è il sogno che li

ha attratti e questo è quello che

hanno cercato di fare a Gaza.

Cosa accadrà ora che è Barack

Obama a decidere la politica

della Casa Bianca?

Vuole sapere

cosa penso?

Io ho una

idea precisa e

cioè Obama

ha bisogno

di stabilizzare

l’Iraq, di portare

la pace in

tutta la regione,dialogando

con l’Iran,

la Turchia,

con la Siria

e così via. E’

quello che sta

tentando di fare, ma al contempo

dovrà offrire qualcosa ad

Israele e secondo me potrebbe

proporgli una cosa ben definita,

cioè di entrare nella Nato,

cercando così di rendere questo

stato completamente interno

agli interessi politici dell’Occidente.

IL RITRATTO

Uno straordinario giornalista che non cerca applausi

MANUELA PALERMI

m.palermi@larinascita.org

P er

un giornale come il nostro che

ama le inchieste, la ricerca della verità,

che denuncia gli accordi sottobanco,

le opacità del sistema, gli scandali

che in questo paese e nel mondo fanno

la regola, Seymour Hersh non è solo uno

straordinario giornalista che ha vinto il

premio Pulitzer. Seymour Hersh è un

mito. E’ lui che nel 1969, mentre era in

Vietnam, scoprì la strage di My Lai e la

rivelò al mondo: in quel villaggio, scriveva

Hersh, i soldati americani hanno massacrato

più di 550 persone, e quasi tutte

erano donne, bambini e anziani. E’ lui che

ha rivelato le torture inflitte ai prigionieri

di Abu Ghraib e di Guantanamo. Che

ha scritto nero su bianco sul New Yorker

che Abu Graib e Guantanamo non

erano nate per caso, non erano incidenti

di percorso. Abu Graib e Guantanamo

facevano parte di un programma, lo Special

Access Program, pensato, scritto ed

attuato da quel galantuomo di Donald

Rumsfeld.

Quando Stefania Limiti ci ha telefonato

per dirci che l’aveva incontrato

a Perugia, al Festival internazionale del

giornalismo, dove aveva tenuto una lectio

magistralis e che, sia pur con difficoltà,

era riuscita a fargli solo qualche domanda

perché era circondato da tanta di quella

gente che una lunga intervista era stata

impossibile, ne sono stata felice.

Seymour Hersh non è solo un grande

giornalista d’inchiesta. Cosa più unica

che rara di questi tempi, è un uomo severo

che rifiuta gli onori immeritati. Mentre il

mondo giornalistico inneggiava alle sue

qualità di segugio, ha detto che le torture

ad Abu Ghraib non erano state una sua

scoperta. Quelle cose gli erano state dette

da uomini della sicurezza, da politici, da

militari, da gente del Pentagono e della

Cia che, come lui, non ne potevano più

di Bush e di Rumsfeld e di Cheney, che

consideravano le loro politiche una follia

che avrebbe portato gli Usa e l’intero pianeta

alla rovina.

Racconta Seymour Hersh che le foto

di Abu Ghraib giravano nelle redazioni

dei giornali Usa già da un po’ di tempo.

La prima ad averle era stata la Cbs. Se

non le aveva pubblicate era perché il Pentagono

era intervenuto e, con le buone e

con le cattive, aveva fatto in modo che restassero

nei cassetti. Ad inviarle ad Hersh

fu un generale con un nome italoamericano,

Antonio M. Taguba. Ed oltre alle

foto gli aveva anche fatto avere un dossier

in cui le percosse, le umiliazioni, le atrocità

coammesse in quel carcere venivano

descritte nel dettaglio.

Racconta Seymour Hersh che chiamò

la Cbs. Gli disse che quelle foto ce

l’aveva anche lui: se loro avevano intenzione

di stare zitti, lui le avrebbe fatte

uscire sul New Yorker.

E infatti le cose andarono così, perché

la Cbs si guardò bene dal mettersi

contro Bush e il Pentagono. Lo scandalo

fu fragoroso. Il New Yorker tempestato di

lettere, mail, telefonate. «Qualcuno, pochi,

ci criticò – racconta Hersh – perché

per gli americani si trattò di una realtà

dura da affrontare». Ma per quelli che

di Bush non ne potevano più, che non

ne potevano più della guerra, per quelli

che non avevano dimenticato il Vietnam

e che consideravano i soldati Usa vittime

come le vittime che ammazzavano in

Iraq, quelle foto furono la conferma delle

loro ragioni: ripresero parola, uscirono

ISRAELE?

CRITICARLO

È DIFFICILE

E INUTILE: NON

TI ASCOLTANO

dall’isolamento sociale e politico in cui

l’amministrazione Bush li aveva cacciati.

Mi è capitato di ascoltare Seymour

Hersh a New York, un po’ di anni fa.

Teneva un’assemblea ad una platea di

studenti ed alcuni amici mi portarono ad

ascoltarlo. Ci andai quasi emozionata. Per

la mia generazione il giornalista di My

Lai era una leggenda. Hersh parlò per

un’ora di seguito, senza cercare applausi,

quasi senza prendere fiato, come un rigoroso

e schivo maestro di storia. Disse

dell’orrore della guerra, dei morti che fa

e di quelli che lascia vivi e senza più anima,

raccontò della madre di un veterano

del Vietnam, tornato paralizzato, che gli

aveva detto: «Gli ho dato un bravo ragazzo,

mi hanno restituito un assassino». Gli

studenti lo seguivano in silenzio, attenti.

Poi uno s’alzò e gli disse che sì, lui aveva

ragione, la guerra era brutta, ma non si

poteva negare che nei conflitti c’era chi

aveva ragione e chi torto. Lui dondolò un

po’ sul corpo magro e dinoccolato, s’aggiustò

gli occhiali e fissando il ragazzo

rispose: «Della guerra non s’impara nulla

dal passato e in guerra, alla fine di tutto,

nessuno è migliore degli altri».


SUSANNA BERNABEI

susannabernabei@yahoo.it

L o

16 Giovedì

spettro della disoccupazione

minaccia la pace sociale

dell’Occidente libero del self

made man. A cominciare dagli

Stati Uniti che con il mito della

conquista pionieristica di nuove

frontiere hanno dato legittimità

alla propria potenza economica e

al proprio dominio mondiale. Ma

non si tratta di un brusco risveglio,

solo della definitiva presa d’atto

che l’American dream è tramontato

sotto i colpi di una crisi che

mette in discussione il modello di

sviluppo su cui si fonda. In primo

luogo perché priva milioni di uomini

e donne di ogni prospettiva

di emancipazione economica e

sociale e riproduce ancora più

netta la divisione di classe tra chi

detiene la proprietà e chi no. Con

questa realtà si trovano oggi a fare

i conti gli Usa, con un tasso di

disoccupazione che nel Michigan

ha raggiunto l’11,6% e nel South

Carolina e Rhode Island ha sfiorato

la soglia del 10,4%. E che

non si è fermato neanche di fronte

all’Eldorado californiano, dove

si è toccata quota 10,1% a fronte

di oltre 1.500 imprese che hanno

già dichiarato migliaia di esuberi.

Dall’high-tech della Silicon

Valley alle industrie metalmeccaniche,

dalla filiera del settore

automobilistico alle finanziarie,

dai cantieri navali alle acciaierie,

dall’entertainment di Hollywood

alle catene alberghiere di lusso; in

ogni comparto la sovracapacità

produttiva del sistema ha mietuto

vittime. E al governatore Arnold

Schwarzenegger non resta altro

che obbligare le imprese con più

di 75 dipendenti a comunicare i

ridimensionamenti, se riguardano

oltre 50 persone, con almeno 60

giorni di anticipo.

Strumenti spuntati per unèlite

repubblicana, oggi scalzata dalle

stanze del potere e messa sotto

accusa per la sua fede assoluta nel

mercato, una bandiera ideologica

esportata in tutto il mondo anche

con la guerra preventiva e la lotta

al terrorismo. E che ora, priva di

una visione organica del presente

e soprattutto del futuro, si appiglia

a mezzi di fortuna nel tentativo di

tamponare l’incombente voragine

occupazionale. Ma a governare

questa fase di crisi, a ricomporre le

contraddizioni di questo modello

di sviluppo,

ad impedire

la pericolosa

frattura del

tessuto sociale

è chiamata

la leadership

democratica.

Secondo una

sana alternanza

bipartisan e un

saggio ricorso

al «politically

correct», adeguato interprete della

stagione in corso. Oggi spetta

al perbenismo messianico del

presidente Obama il compito di

«rabbonire» quell’esercito di lavoratori

espulsi dal ciclo produttivo

e condannati a condizioni materiali

di crescente sfruttamento,

allo scopo primario di preservare

i margini di profitto del capitale.

Assicurando uno sbocco catartico

- calibrato e pilotato nel e dal

sistema - non si rischia che rabbia

e disperazione si trasformino in

Giovedì 23 Aprile p 2009

OCSE Anche in Occidente si afferma l’involuzione del sistema di protezione sociale

Futuro

precario

coscienti ed organizzate forme di

lotta. Visto che assai poco confortanti

appaiono le proiezioni della

Federal Reserve che, a fronte di

un numero di licenziamenti attestatosi

negli ultimi mesi sulle 700

mila unità, mette in guardia sulla

possibilità che la perdita di posti

di lavoro sfondi la soglia del 10%

a livello nazionale.

Is Informal Normal?, verrebbe

da chiedersi, proprio come fa il

rapporto dell’Organizzazione per

la Cooperazione e lo Sviluppo

Economico (Ocse), che denuncia

i livelli record raggiunti dal lavoro

nero in tutto il mondo. Sono

solo 1,2 mld i lavoratori contrattualizzati

che hanno accesso agli

ammortizzatori sociali ed usufruiscono

di un sistema di welfare

che ne preserva diritti e condizioni

di vita materiali. Mentre circa

In forte crescita i lavoratori privi di

contratto, senza tutela sindacale né

diritti individuali e garanzie sociali

1,8 mld di persone non possono

avvalersi di un regolare contratto,

e quindi sono privi di garanzie

e forme di sicurezza sociale. Di

queste più di 700 milioni sopravvivono

con meno di 1,25 dollari

al giorno e circa 1,2 miliardi ne

guadagnano meno di 2. Si tratta

di coloro che svolgono i cosiddetti

«lavori informali», esenti da tutele

sindacali, con bassi salari, nessuna

protezione e anzi esposti ad una

gamma di rischi, anche fisici, che

troppo spesso producono mutilazioni,

malattie e decessi.

Questo processo di deregulation

non riguarda solo i Paesi

perennemente in via di sviluppo,

colonizzati dalle multinazionali

che depredano le risorse locali e

sfruttano manodopera a basso costo.

Ha contrassegnato, come una

sorta di peccato originale, e tuttora

li caratterizza, i nuovi mercati

emergenti del panorama asiatico,

già affermatesi come interlocuto-

ri e competitori mondiali. Dopo

secoli di lotte e conquiste, anche

la Vecchia Europa e in generale

l’Occidente dei diritti civili targato

Usa stanno conoscendo un’involuzione

del proprio sistema di

protezione e garanzia sociale. Il

cammino verso l’infinito miglioramento

delle condizioni di vita

di tutti, iniziato lo scorso secolo,

è stato bruscamente interrotto

dallo smantellamento del welfare

state, l’idea di progresso che

ha guidato milioni di uomini e

donne, di generazione in generazione,

si è infranta contro la

dura legge del profitto del capitale.

Nei paesi del Primo Mondo

- mette in guardia l’Ocse - si sta

radicalizzando la tendenza a non

formalizzare i rapporti di lavoro,

secondo una prassi che mira ad

eludere la normativa contrattuale

nei suoi requisiti legali. Ne è un

esempio il fenomeno della “falsa

auto-occupazione”, per cui ogni

giorno gli stessi individui offrono

lavoro in subappalto al medesimo

imprenditore; rimane da stabilire

se lo fanno volontariamente o

sotto coercizione.

Per il 2020 si prevede che gli

occupati irregolari ammonteranno

ai due terzi della forza lavoro

complessiva, un trend a cui contribuisce

in modo determinante

la situazione di recessione economica.

Una stima tutt’altro che

azzardata visto che nella sola India,

cresciuta nell’ultimo decennio

di oltre cinque punti percentuali

annui, ben 370 milioni di persone

- 9 occupati su 10 - non hanno

alcuna sicurezza. Attualmente,

escludendo il settore agricolo, si

registrano in nero tre quarti dei

posti di lavoro nell’Africa subsahariana,

più dei due terzi nell’Asia

meridionale, almeno la metà in

America Latina, Medio Oriente

e Nord Africa, e circa un quarto

nell’area ex sovietica. A questo


si aggiunge la condizione di 1,4

mld di poveri la cui sopravvivenza

dipende esclusivamente dalla fatalità

giornaliera di trovare un’occupazione.

Un contesto ben lontano

dai buoni propositi promossi

dalle Nazioni Unite nel settembre

2000 con i Millennium Development

Goals. Una dichiarazione

di intenti da parte della comunità

internazionale che fissava

otto obiettivi di sviluppo, tra cui

l’impegno a dimezzare la povertà

nel mondo entro il 2015, ad assicurare

un ciclo completo di istruzione

primaria a tutti i bambini,

a ridurre di due terzi la mortalità

infantile sotto i 5 anni di età.

Sottovalutare il peso che la

deregolamentazione del mercato

del lavoro può assumere oggi nel

pieno di una crisi strutturale del

sistema significa non comprendere

verso quali processi di ristrutturazione

si avvia l’organizzazione

del lavoro stessa. Per il capitale si

tratta di una strada obbligata, imposta

dall’inesorabile caduta dei

profitti a cui non può far altro che

rispondere ottimizzando la capacità

di sfruttamento della forza

lavoro. Anche se questo, come

sottolinea l’Ocse, mortifica il potenziale

di crescita dell’attività imprenditoriale,

conduce a rapporti

occupazionali meno produttivi e

qualificati ed inficia la contribuzione

al sistema di risorse pubbliche.

Con la diminuzione delle entrate

fiscali e l’evasione di tasse ed

oneri amministrativi, si riducono

infatti i servizi erogati dallo Stato

ai cittadini. Una prospettiva di sviluppo

di per sé contraddittoria si

profila all’oriz-

Spetta al

perbenismo

messianico

del

presidente

Obama il

compito di

«rabbonire»l’esercito

di lavoratori

espulsi

dal ciclo

produttivo

zonte. Da un

lato, si invita

ad investire in

infrastrutture,

finanziare la

formazione,

promuovere

riforme istituzionali

che

contrastino il

lavoro nero;

dall’altro, ci si

adopera per

dare accesso

al credito an-

che al business informale, legittimandolo

come realtà esistente.

È l’Ocse stessa ad ammettere che

l’abolizione del lavoro nero tout

court costerebbe troppo e quindi

l’unica via praticabile è quella del

miglioramento lì dove è possibile

ed attuabile. Ai Paesi a reddito più

basso la raccomandazione a creare

nuove opportunità di lavoro formale,

che consentano, aumentando

le competenze dei lavoratori,

maggiore mobilità sociale.

Nessuna ricetta salvifica viene

più fornita neanche da quegli organismi

sovranazionali preposti

a conseguire, seppur idealmente,

i valori liberali di liberté, egalité

e fraternité. Non solo debellare

lo sfruttamento di milioni di

uomini, donne e bambini non

è un obiettivo realizzabile ma

neanche combatterlo. Perché significherebbe

riconoscere a tutti

i lavoratori quei diritti individuali

e quelle garanzie sociali che oggi

non sono più convenienti al sistema.

O peggio che sono ideologicamente

demonizzati dalla classe

politica ed imprenditoriale come

impedimenti al libero sviluppo

delle forze produttive, «lacci e

lacciuoli» di cui doversi disfare al

più presto. La sicurezza, la salute,

la pensione diventano privilegi

di pochi e per pochi. È questa la

strada intrapresa anche in Italia

da Confindustria, con l’avvallo di

un governo compiacente e colluso

con gli interessi dei poteri forti.

Marginalizzare la contrattazione

collettiva e depotenziare così il

ruolo dei sindacati non significa

altro che frantumare l’unità della

classe lavoratrice nella sua capacità

di resistenza e di lotta, nella

consapevole rivendicazione di

migliori condizioni salariali.

Giovedì 23 Aprile 2009

17

CINA

Mercato del lavoro

in tempi di crisi

Un piano di investimenti da 600 miliardi di dollari in servizi sociali ed

infrastrutture per ammortizzare le ricadute della crisi mondiale. Un

impegno consistente quello messo in campo dal governo di Pechino

per rilanciare i ritmi di crescita economica interni, affossati dal calo

della domanda di beni e servizi, delle esportazioni, e dal rischioso

legame tra le riserve valutarie nazionali e il debito pubblico Usa.

Degli oltre 807,7 milioni lavoratori cinesi conosceranno la disoccupazione,

nel corso del 2009, dai 15 ai 50 milioni. Queste le previsioni

degli autorevoli istituti internazionali - dall’Ilo all’Ocse fino alla Banca

mondiale - che la Cina è chiamata a disattendere, contrastando

almeno per quel che le riguarda una contrazione dell’occupazione

mondiale prolungata fino al 2011.

Tutto dipende dalla capacità del Dragone di ripensare i termini industriali

e finanziari del proprio sviluppo, rimodulandoli rispetto alle

richieste del mercato, alle opportunità di investimento e soprattutto

ai margini di profitto garantiti dai diversi comparti produttivi. La sua

candidatura a potenza mondiale si misura nell’esercizio della sua

egemonia, nella capacità di competere ed imporre la propria ingerenza

nella spartizione delle risorse energetiche e minerarie sparse

per il mondo. Una sfida che la Cina accetta oggi mentre la recessione

si abbatte sui Paesi asiatici concorrenti e su quell’Occidente finora

dominante i cui livelli di crescita tradiscono condizioni occupazionali

drammatiche. Nell’area euro il tasso di disoccupazione ha raggiunto

una media dell’8,5%, sfiorando in Spagna e Irlanda rispettivamente il

15,5 e il 10%. La situazione è simile negli Stati Uniti (oltre 8,5%), in

Canada (7,7%), nel Regno Unito (6.5%) e in Giappone (4.4%).

In questo quadro un processo di ristrutturazione dell’organizzazione

del lavoro diviene un passaggio obbligato, necessario. E la Cina si

è adoperata, già da tempo, ad una ridefinizione interna del mercato

della forza lavoro che le consentisse di governare questa fase di

strutturale cambiamento degli asset produttivi. Dal 1° gennaio 2008

è entrata in vigore, in sostituzione alla normativa emanata nel 1994,

una nuova legge sul contratto di lavoro finalizzata a disciplinare il

contratto individuale secondo tipologie prestabilite (a termine, a

scadenza “aperta”, a progetto). Una sorta di legislazione quadro che

stabilisca i rapporti tra imprenditori e dipendenti

sulla base del principio della tutela dei ei lavoratori.

Nel tentativo di parificare le aree ree

rurali con le zone metropolitane, di

uniformare le condizioni salariali

e di garantire sicurezza e stabilità

occupazionale. Si tenga conto che

nel Paese non vige una regolamentazione

contrattuale collettiva

sul modello europeo, nonostante

l’esistenza di un unico sindacato di

Stato che intavola trattative e stipula la

accordi di categoria con le imprese. Intese

che riguardano settori industriali i specifici

- le costruzioni, il comparto minerario, i servizi alimentari,

ad esempio - ma che non hanno una valenza nazionale, visto che

possono coesisterne più di una a livello provinciale.

Determinante per l’applicazione di un qualsiasi regime contrattuale è

la sua formalizzazione per iscritto e la sottoscrizione da parte di entrambe

le parti. Prassi consuetudinariamente non perseguita, come

la regolamentazione del periodo di prova. Provvedimenti mirati sono

stati adottati a garanzia dei lavoratori assunti dalle agenzie di collocamento,

per disincentivare il ricorso a contratti a tempo determinato

e sanzionare i licenziamenti arbitrari. Vengono considerati tali se il

lavoratore subisce un infortunio, se è sotto osservazione medica o

può provare di aver perso la propria capacità lavorativa a causa di

un rischio o di una malattia legata alla sua occupazione. Misure di

tutela vengono previste per le donne durante i periodi di gravidanza,

degenza o allattamento e una specifica normativa copre coloro

che abbiano lavorato per almeno quindici anni consecutivi presso lo

stesso datore di lavoro ed ai quali manchino meno di cinque anni al

pensionamento. Per tutti i dipendenti sono stabilite liquidazione ed

indennità di compensazione dopo la scadenza dei contratti a tempo

determinato. Per un licenziamento giudicato ingiustificato il lavoratore

può rivendicare il diritto ad essere reintegrato oppure il riconoscimento

di un’ulteriore indennità a titolo di risarcimento.

Non mancano, in stretta connessione con le esigenze di un mercato

del lavoro specializzato, clausole di confidenzialità relative ai diritti

di proprietà intellettuale e agli obblighi di segretezza a carico del

dipendente per essere a conoscenza di informazioni sensibili della

società. Contemplato è anche l’obbligo di non concorrenza, per

impedire che un lavoratore passi ad un’azienda dello stesso ramo di

prodotti e settore, o addirittura investa autonomamente in quel business.

Cambia il mercato del lavoro nel mondo, e la Cina si adegua

ai tempi di crisi con una normativa che disciplina la sua manodopera

concorrenziale e flessibile nell’interesse del capitale.

S. B.


LUISA RAMUNDO

S ogni

18

all’alba di un ciclista

urbano, romanzo pubblicato

dall’autore Daniel

Galera a soli 26 anni con la

maggiore casa editrice brasiliana,

rappresenta il frutto di

un lavoro e un talento emersi

grazie a Internet e all’autoproduzione

editoriale. Galera

esordisce a 17 anni quando, nel

1996, inventa un sito letterario

e un’e-zine, inviata via e-mail

agli iscritti, in un’epoca in cui

l’uso dei blog non era ancora

diffuso. In Brasile era tuttavia

molto forte la curiosità verso

Internet e Galera coglie questo

fermento con la fanzine

elettronica in cui trova il primo

terreno di sperimentazione e

di confronto diretto con un

pubblico di lettori. L’assenza di

forti costi finanziari o di editing

gli ha permesso di sperimentare

in piena libertà contenuti, stili,

idee e modi di scrivere.

Nel 2001, poco dopo la

chiusura della fanzine elettronica,

Galera crea, insieme a due

amici, lo scrittore Daniel Pellizzari

e l’illustratore Guilherme

Pilla, la Livros do Mal, una casa

editrice indipendente. L’autoproduzione

consente al gruppo

la libertà di scegliere opere e

Giovedì 23 Aprile 2009

argomenti poco convenzionali

e commerciali. Questo gruppo

di giovani di Porto Alegre,

metropoli del sud industriale

del Paese, città dal clima e dalla

cultura molto prossime a quelle

europee, ripropone il linguaggio,

i disagi, le insoddisfazioni e

lo straniamento dei giovani di

una grande città. Livros do Mal

pubblica testi asciutti, opere di

narrativa urbana molto lontane

dagli stereotipi e dai luoghi comuni

abitualmente associati al

Brasile.

Sogni all’alba di un ciclista

urbano è una elaborazione

equilibrata e matura di questa

scelta adottata da Galera.

L’intreccio non offre ambientazioni

tropicali e neppure

ambizioni di impegno sociale,

così come evita emozioni forti

a base di violenza urbana, sesso

sfrenato o storie di narcotraffico.

La scrittura di Galera tocca

direttamente i temi della vita

dei giovanissimi. Curiosità e

impulso sessuale, sfide e prove

di forza raccontano il presente

di adolescenti in un mondo

ostile, i loro ‘riti di passaggio’

all’età adulta. Gli elementi forti,

i contrasti, il sangue e il sesso,

quando compaiono, non sono

nella trama per scioccare o per

stuzzicare la curiosità, ma sono

la molla della trama, il motivo

inconsapevole della ricerca esistenziale

del protagonista: come

riscattarsi e dare un senso

a comportamenti antichi e mai

sepolti che lasciano un dubbio

sulla propria identità?

In Sogni all’alba di un ciclista

urbano l’interrogativo scaturisce

dal racconto delle sfide che un

bambino in bicicletta e un giovane

medico appassionato di

scalate lanciano a se stessi. Si riuscirà

mai a superare quella barriera

di paura

I due personaggi

principali

sembrano

ansiosi di

gettarsi

allo sbaraglio,

cacciarsi in

situazioni

limite per

sfuggire

l’insicurezza

e indecisione

che impedisce

di emulare

l’amico tanto

ammirato,

protagonista

di tante avventure?

I due

personaggi

principali

sembrano ansiosi

di gettarsi

allo sbaraglio,

cacciarsi

in situazioni

limite per sfuggire l’insicurezza,

l’inadeguatezza accumulata nel

confronto con gli altri.

Dietro pericoli sfiorati e temerarie

esplorazioni emergono

libri

NARRATIVA BRASILIANA

Le sfide e i sogni

del bambino in bicicletta

Il passaggio all’età adulta secondo Daniel Galera

le esperienze di un adolescente

alle prese con scelte di lealtà o

di competizione in un gruppo

di amici, con la scoperta del

sesso, della droga, con la misura

dei propri limiti, delle proprie

capacità, del proprio coraggio.

Il romanzo ripercorre la disperata

e inconsapevole ricerca

di una nuova opportunità per

sciogliere un nodo irrisolto, per

raggiungere certezze intorno

alla propria identità. E’ la ricostruzione

di un percorso di fuga

da frustrazioni e delusioni, verso

dimostrazioni di coraggio,

verso prove capaci di liberare

da fallimenti segreti e riassegnare

una direzione al destino.

Con uno stile graffiante, incisivo,

scarno e non convenzionale

Galera fotografa le fragilità e le

emozioni scomposte, la realtà

quotidiana e le pulsioni segrete

dei suoi personaggi.

Il romanzo racconta la lotta,

lunga una vita, per ricongiungere

e riconciliare il proprio lato

di sé timoroso e pieno di limiti

e un io immaginato e maturo,

pieno di qualità, quello a cui si

aspira.

Sogni all’alba di un ciclista

urbano

Daniel Galera

Mondadori, pp. 216, euro 17

NOIR

Storia di un dio da marciapiede

Francisco Gonzàlez Ledesma

Giano, pp. 355, euro 17,50

Qualcuno l’ha definito il più

grande scrittore di romanzi criminali

dei nostri tempi, altri il padre

del noir spa- gnolo. FranciscoGonzàlez

Ledesma

(Barcellona,

1927) torna

nelle librerie

italiane con

il romanzo

Storia di un

dio da marciapiede.Protagonista

è l’ispet-

tore Méndez, che h abbiamo bbi già ià

conosciuto in Mistero di strada, Premio

Novela Negra 2007: un poliziotto

sui generis (ma questo ormai

è da tempo un luogo comune della

letteratura noir) che batte i luoghi

malfamati di Barcellona, tra donne

di malaffare e locali di terz’ordine.

Stavolta Méndez si imbatte,

per puro caso, nel cadavere di una

bambina ed inizia così un’indagine

che nessuno riuscirà a strappargli di

mano. Una storia narrata con stile

pungente ed ironico, a volte anche

troppo. Dietro il cinismo, c’è la speranza:

il romanzo è del 1991. Da

allora abbiamo sceso diversi altri

gradini e scoperto che spesso dietro

il cinismo c’è solo altro cinismo.

[Marco Minicangeli]

ROMANZO

Italia De Profundis

Giuseppe Genna

Minimum Fax, pp. 345, euro 15

Il De profundis è un salmo biblico,

una preghiera in forma di

poesia, una supplica dall’abisso, un

grido disperato e di speranza. Il

nuovo libro di Genna rimane fedele

al suo titolo e dispiega in ogni

pagina la sua preghiera laica, furiosa

e amorevole nei confronti del

nostro Paese.

Un

oggetto

na narrativo

no non identi-

fic ficabile, un

ro romanzo

in incompiu-

to to, perché

iincon

ccepibile

aappare

al

all’autore

il racconto lineare di una realtà

alienante e alienata come quella

dell’Italia di oggi. L’autobiografia

diventa auto-fiction, impossibilità

di definire la storia reale da quella

immaginaria. Una presenza spettrale

aleggia su tutto il racconto:

Pier Paolo Pasolini, l’intuizione di

una mutazione antropologica che

ha distrutto l’Italia. Genna cita

alcune scene di Petrolio e rimanda

allo stesso linguaggio saggistico e

poetico, anti-narrativo. Il protagonista

vive esperienze corporali

estreme e mistiche, in un proliferare

di rimandi interni e improvvise

divagazioni, citazioni e avvertimenti

al lettore. L’ultima parte,

quella che racconta in modo più

lineare l’esperienza in un villaggiovacanze,

delinea un ritratto grottesco

e a volte comico di quello

che siamo diventati: un’Italia che

è il «luogo che ho disimparato ad

amare». [Giuseppe Schillaci]


DIEGO ZANDEL

P er

anni giornalista al quotidiano

romano Paese Sera, Barbara

Minniti ha tentato l’avventura

con il romanzo, prima con

L’ombra della notte ed ora con Casa

Collins, sottotitolo Le memorie della

‘segretaria inglese’ di Garibaldi, edito

dalla fiorentina Polistampa.

A suo modo Casa Collins è un

romanzo politico, nel senso che

sposa in pieno le idee rivoluzionarie

socialiste, con venature anarchiche,

di Giuseppe Garibaldi, colto negli

ultimi anni della sua vita, isolato a

Caprera. Suo buen ritiro, ma anche

una sorta di confino, controllato a

vista da vedette della regia marina

per il timore che, dopo aver consegnato

l’Italia a Teano nelle mani di

ROMANZO

Il vecchio generale

e la sua segretaria

La storia di Garibaldi e di Emma

Vittorio Emanuele II, il generale

si organizzasse per la presa di Roma,

ancora in mani di quello che

egli considerava il peggior nemico

dell’umanità: il papato. Con il generale

Pescetto e Francesco

Crispi, che

erano stati mandati

da Rattazzi ad Alessandria

perché rinunciasse

alle sue mire di

liberazione di Roma,

era stato tutt’altro che

tenero: bestemmie e

imprecazioni.

Lui, tuttavia, sorvegliato

nella sua Casa

Bianca alla Maddalena,

ci pensava e ripensava al colpo

di mano, e ne parlava con i fedeli

che venivano a trovarlo. Con altri,

tipo Bakunin, preparava invece altre

rivolte, ad esempio quella della

Polonia contro i russi, dove già c’era

un manipolo di Camicie rosse, che

poi sarebbero state sconfitte e i pochi

sopravvissuti spediti in Siberia.

Ma, a dispetto di qualche mascherata,

nel tentativo di allontanarsi da

Caprera in barca a remi di notte, il

generale non era più l’uomo aitante

di una volta, minato com’era da

un’artrite che gli rendeva faticoso il

passo. Ciò non toglieva che continuasse

ad avere successo, per il suo

fascino personale e la sua storia, con

le donne che gli giravano intorno.

Una di queste è, appunto, Emma

Claire Collins, una donna inglese

vicina di casa che, a poco a

poco, avrebbe guadagnato la sua

fiducia. Donna ribelle per i tempi,

ruppe con la famiglia borghese, restando

incinta di colui che diven-

terà suo marito, Richard Collins,

ancor prima di sposarsi. Non solo.

Il marito, uomo di fiducia dello zio

di Emma, e forse amante, secondo

costumi “piuttosto diffu-

si nnella

buona società”,

sarà sarà accusato di furto

per

essersi appropriato

del della cassa dello stesso

zio zio. Poi, perdonato da

en entrambi, sarebbero

ven venuti a Caprera do-

ve

Richard sarebbe

mmorto.

E’ soprattutto la

Emma E vedova quel-

la che frequenta il

vecchio vec generale e ne

spia ogni istante della vita, con una

ricognizione storica di tanti fatti e

fatterelli, che sono la parte più interessante

di questo romanzo in cui

il mito cede il passo all’uomo. Ciò

non toglie che, secondo uno schema

di memorie a ritroso, troppo lunghe

per chiamarle flash-back, la narrazione

colga altri momenti della vita

del generale, così come di Emma, in

un continuum che è la cifra di questo

romanzo.

Il valore maggiore, ciò che ne

fa il perno, è proprio l’attenzione ai

retroscena, al dietro le quinte delle

pagine di storia più note, al dettaglio

privato, in una dimensione che giustifica

quel sottotitolo che definisce

Emma segretaria del generale. Non

un’invenzione dell’autrice, seppur

nell’uso della prima persona, ma

realmente vissuta come ben ricorda

nella prefazione al libro Annita

Garibaldi Jallet, pronipote del generale,

nipote del figlio di lui e di

Anita, Ricciotti, che ricorda quanto

«Garibaldi amò al punto di pensare

di sposarla» Emma, la quale poi «si

fece carico dell’infanzia del piccolo

Ricciotti».

Barbara Minniti, la cui madre –

come rivela in coda al romanzo – è

sepolta nel piccolo cimitero a La

Maddalena dove ritorna sempre, ha

compiuto in questo senso un’operazione

di immedesimazione particolarmente

significativa che dà luce e

soprattutto emozione e sensibilità

tutta femminile a un’autobiografia

altrimenti finta. Un’operazione, da

sottolineare, che può riuscire solo

grazie a un’ attenta e meticolosa

documentazione qual è stata quella

dell’autrice, che qui ha messo in

campo le migliori doti della sua

professione di origine, ovvero la

cronista.

Casa Collins

Barbara Minniti

Polistampa, pp. 189, euro 13

Giovedì 23 Aprile 2009 19

Donald Ray Pollock

RACCONTI

Uomini e donne

tristi nell’Ohio

PIERLUIGI PEDRETTI

E saminando

Winesburg, Ohio

di Sherwood Anderson, capolavoro

della narrativa statunitense

degli anni anteguerra,

scriveva Cesare Pavese: «Grandi

pianure, grigie di miseria e di lavoro,

piccole comunità di pettegolezzo e

di grettezza, artigiani che si danno

convegno al drugstore, la “censa”,

qualche particolare già ricco, il farmer;

molto grano, molta meliga e

molta frutta. Zuppa di cavoli e torta

di mele». Ora provate a sostituire il

drugstore con le stazioni di servizio

o i bar dove servono alcool a litri, al

posto del grano mettete puzzolenti

cartiere, il farmer fatelo diventare

operaio o disoccupato, la zuppa di

cavoli e le torte di mele trasforma-

tele in cibi untuosi come hamburger,

ger, hot dog e

patatine fritte. La

miseria, poi, ddiventata

meno evi-

dente, è più ra rabbiosa, incancrenita

dalla piaga del delle droghe. Vi trove-

rete, così, nell’America ne

di Donald Ray

Pollock.

«Alzai le coperte cope appe-

na un poco e passai le

dita sul tatuag tatuaggio che

faceva faceva sembra sembrare il cu-

lo ossuto di SSandy

un

cartello stradale: strada una

scritta bluast bluastra che

diceva ‘Knockemstiff,

Ohio’. Per me rimarrà

sempre un mistero il

motivo per cui a certe

gente serve l’inchiostro

per ricordare da dove viene». i

Benvenuti, dunque, a Knockemstiff,

il Buco, un agglomerato informe di

case, baracche, roulotte, attraversate

da strade e viottoli che si perdono

nell’immensità della campagna

più profonda d’America. Qui è

nato Pollock, il classico scrittore

dei mille mestieri, che si inserisce

nel grande solco della tradizione

americana delle short stories, con la

particolarità di esordire con il botto

a 50 anni passati grazie a un corso

universitario, cui si era iscritto per

ottenere una riduzione dell’orario

di lavoro. I personaggi della sua

Knockemstiff sono ignoranti, maschilisti,

omofobi, razzisti, parlano

poco, conducono un’esistenza miserabile,

fatta di espedienti, lattine

di birra, violenza gratuita, cibi grassi

e sporcizia. Fin da piccoli respirano

catrame e polvere, mangiano male,

bevono peggio, vivono tra la ruggine

e il fango in un luogo/non luogo,

dove scorre un fiume lurido e l’aria

è spesso irrespirabile. Passatempi?

Qualche drive-in, bar, caccia, sesso.

Droga, tanta: pillole, anfetamine,

crack, speed. Per dimenticare di

vivere nel culo del mondo. Sognano

di andare via, non ci riescono, e

quando lo fanno la violenza li riconduce

a casa.

Uomini e donne si muovono

spesso soli e disperati, ma anche

buffi, in vicende da humour nero,

a volte assurde, a volte esilaranti.

Sempre tristi, soprattutto quelle

che riguardano i giovani, educati

alla rissa da padri cazzuti o emarginati

per essersi rifiutati di servire il

proprio paese sotto le armi, costretti

all’incesto o allenati per divenire

campioni di body building e poi

morire per troppi steroidi, rapinatori

e involontari assassini o stuprati

da camionisti perversi nel tentativo

di lasciare la loro città.

Tanti T personaggi, ma

ununica un protagonista,

Knockemstiff, K che le-

ga le esistenze dei suoi

abitanti, ab le avvolge, le

incrocia, inc per comporre

un’opera un corale che va

al ddi

là della forma racconto.

con

Le diciotto storie,

scritte scrit con un linguaggio

duro e asciutto, virato

verso il tragico, ma con un

tono da commedia, si svolgono tra

i ’60 e i ’90 in un’America che non

è quella delle metropoli o delle villette

unifamiliari della middle class.

L’America di Pollock è quella dei

bianchi poveri e senza speranza.

Quella che abita le sperdute province

del Middle West, la Corn

Belt, la fascia del frumento, che negli

anni di Reagan declina, costringendo

migliaia di piccoli agricoltori

a chiudere le loro aziende. Dal sud

dell’Ohio l’America borghese appare

lontana e irraggiungibile, illude

con le sue mille luci, sempre cangianti,

e poi svela, dietro la facciata

seduttiva e rutilante, l’impossibilità

del sogno americano.

Knockemstiff

Donald Ray Pollock

Elliot, pp. 217, euro 16


FRANCESCO RESCIGNO

I t’s

20

musica

Giovedì 23 Aprile 2009

only rock and roll. Potrebbe iniziare e finire così un

articolo sugli Ac/Dc. La carriera dei cinque rocker,

così ben raccontata dalla biografia scritta da Murray

Engleheart e Arnaud Durieux (Arcana), risponde in

toto alla classica iconografia del gruppo rock. Il biglietto

da visita dei “canguri”, chiamati così

per la loro nascita artistica nella terra

dei simpatici marsupiali, riporta una

serie impressionante di record, a partire

dall’album più venduto della storia: Back

in Black con oltre 40 milioni di copie è

secondo solo a Thriller di Michael Jackson.

Il lavoro, datato luglio 1980, è da

considerarsi come spartiacque nella vita

artistica degli Ac/Dc.

Nel febbraio dello stesso anno Bon

Scott, voce della band, fu ritrovato privo

di vita all’interno di una macchina, una

Renault 5, in una strada di Londra. Gli eccessi di alcol e

droga chiesero il conto al già ampiamente corrotto corpo

del pur giovane cantante di origini scozzesi: 33 anni e

una gloriosa carriera ad un passo dal successo mondiale,

con un album record di vendite da poco pubblicato, un

tour appena concluso, un movie concert in uscita e i più

grandi canali di informazione musicali pronti a celebrarne

la grandezza. Highway to hell stava diventando il

trampolino di lancio del gruppo, le copie dell’album facevano

fatica a rimanere sugli scaffali dei negozi e le date

a supporto al disco cominciavano ad essere sold out. Angus

e Malcom Young, chitarristi e fondatori del “combo”

australiano, lavoravano già alla futura fatica artistica ed

erano in continuo contatto con il cantante che fino ad

allora era stato l’autore di tutti i testi targati Ac/Dc. I

giorni “off ” diventavano stupefacenti cavalcate etiliche

per Bon Scott, in giro per Londra e dintorni tra pub e

night club, in compagnia dei tanti esponenti di un movimento

rock che stava sopravvivendo all’ondata punk.

L’Aids era lontana dal farsi conoscere, gli eccessi

erano pane quotidiano per i figli delle droghe e del sesso

libero e l’attitudine del rocker maledetto ha sempre

segnato il successo di vere e proprie icone rock. Jagger,

Tyler, Osbourne, Bowie hanno la fortuna di poterlo raccontare,

altri figli del rock non sono riusciti a sopravvivere

al loro stesso successo e a uno stile di vita ai limiti

che sembra quasi doveroso vivere, conformandosi alle

Ac/Dc ovvero biografia, nuovo disco e tour sold out

A centro pagina:

Budapest,

marzo 2009. Un

momento del

“Black ice tour”

esigenze dello show. Agli occhi dei fan, Scott risulta però

essere un personaggio vero, poco incline a calcoli precostituiti.

La sua ingloriosa fine rafforza la convinzione che

il suo stile di vita sarebbe stato altrettanto drammatico

anche se non fosse stata una maledetta rockstar.

Sotto questi auspici, l’avvento di un nuovo cantante

sarebbe stato a dir poco complicato. Brian Johnson ha

avuto il pregio di non essersi mai messo in competizione

con lo sfortunato singer scozzese, ma ha avuto da sempre

un atteggiamento di grande rispetto. Il suo stile, fondamentalmente

diverso da quello del primo cantante,

è stato da subito accettato da tutti i fan del gruppo. Di

sicuro, un aiuto fondamentale alla velo-

ce integrazione in del nuovo componente

si ddeve

al giudizio positivo che proprio

Bo Bon Scott aveva dato sul suo conto, in

seg seguito ad un tour che gli Ac/Dc in-

tra trapresero p da h headliner con i Geordie, ,

gru gruppo uppo nel quale militava Johnson. Johnson.

NNel

el luglio del 1980 quindi esce

Ba Back ack in Black. Copertina

co completamente ompletamente nera, ed

una uuna

prima track

ch che he inizia con

tred tredici dici rintocchi

di campana a morto. Ma

i riferimenti al compagno

scomparso si fermano qui.

Per il nuovo cantante la

fortuna fu che il disco,

praticamente

composto all’indomani

della

morte del

singer

d’origgine

ine

tranne tranne

c h e

per due

brani in

fase embbriona

rion a -

le, venne

completamenteadattato

alle

grandi

presta

A quasi

30 anni

da “Back

in Black”,

l’album che

con 40 miloni

di copie

vendute

li consacrò,

i cinque

rocker sembranoinossidabili

zioni della nuova ugola.

Ed è la ragione per cui

si evitarono paragoni

ingombranti e fuori

luogo. Pur approfittando

del grande lavoro

del passato, sta di

fatto che il fenomeno

Ac/Dc ha assunto

proporzioni stratosferiche

anche grazie

all’apporto dell’attuale

cantante.

Nella storia della

band australiana l’avvicendamento

dei due cantanti ha un valore primario, ma

altrettanto ne assume la personalità e l’indiscussa bravura

del chitarrista solista. Angus g Young è universalmente

considerato uno tra i migliori musicisti music rock in circola-

zione. La sua vena artistica si esprim esprime al 100% on stage.

Il folletto scozzese ha da sempre prodotto pro delle incen-

diarie performance live, diventate fa famose anche grazie

al suo travestimento da scolaretto, nato na in contrapposi-

zione alla concezione quasi marziale

degli insegnamenti

subiti a scuola. Ancora oggi a

quasi 60 anni lo si

può vedere in pantaloni co corti, giacca, cravatta

e ginocchia sbucciate, correre c su e giù dai

palchi di tutto t il mondo, diventati

anno dopo

anno sempre più

ggrandi.

Il loro ultimo

disco Black Ice, pu pubblicato dopo otto

anni dal preceden precedente album di inediti,

è balzato prepote prepotentemente ai primi

posti delle classifiche classific di tutto il mon-

do. La tourneé iniziata iniz nei primi mesi

dell’anno è totalmente totalmen sold out, in alcuni

casi (vedi Italia), i biglietti big sono risultati

esauriti 50 minuti dop dopo la messa in ven-

dita. Il segreto è continuare cont a comporre

come se fosse il primo di disco. Gli Ac/Dc co-

minciarono a scrivere musica

a 17 anni per i di-

ciassettenni. Adesso sfiorano i 60, 60 ma la loro crescita

compositiva si è fermata agli esordi. esor Semplicemente

immaginano quale reazione pos possano avere le loro

canzoni ad una festa, con la gente

che batte il tempo

con i piedi. Il valore del brano è dirett direttamente proporzio-

nale al numero di birre scolate. It’s on only rock and roll...

Ac/Dc

Murray Engleheart, Arnaud Duri Durieux

Arcana, pagg. 411, euro 22,50


MAURIZIO ERMISINO

C he,

la monumentale opera di

Steven Soderbergh su Ernesto

Guevara, è divisa in due

parti. Per mostrarci le tante vite e i

tanti aspetti del Che. Che – L’argentino

racconta la rivoluzione cubana.

Ed è un vero e proprio manuale

di guerriglia. E’ un film complesso,

Che. Diviso in due (Che – L’argentino

è nelle sale, Che – Guerriglia è in

uscita il primo maggio). Perché è la

figura stessa di Ernesto “Che” Guevara

ad avere molte sfaccettature, ad

essere più persone in una. Ad avere

più di una storia.

Inizialmente doveva esserci solo

la seconda parte del film, quella

dedicata alla seconda rivoluzione

di Ernesto Guevara, in Bolivia, che

doveva essere l’inizio di una grande

rivoluzione sudamericana. Quella

sfortunata, perdente, in cui il Che

trovò la morte. Ma sia secondo lo

sceneggiatore che secondo il regista

Steven Soderbergh questa idea non

avrebbe funzionato: per lo spettatore

sarebbe stato come assistere

al finale tragico di una storia senza

conoscerne l’inizio. E sarebbe venuta

naturale l’esigenza di saperne di più,

di conoscere quello che era accaduto

prima. Di conoscere la personalità di

Ernesto Guevara. Una personalità

appunto complessa.

«Eravamo consapevoli di rappresentare

la speranza di un’America

irredenta e che tutti gli occhi

erano puntati su di noi»

Così la sceneggiatura di Che ha

seguito tre linee parallele: la rivoluzione

cubana, la caduta in Bolivia e il

viaggio a New York per il discorso alle

Nazioni Unite. Quest’ultima parte

compare a intervallare la narrazione

principale, quella della rivoluzione

La follia del regista

americano, diventata

un film da 40 milioni

di dollari e 268 minuti

di durata, divisa in due

parti. Ma la troppa fedeltà

alla materia pecca

di noia e ripetizioni

CHE - L’ARGENTINO

cubana, in Che – L’argentino. In cui

vediamo il Che, medico argentino,

“straniero” in terra straniera, a Città

del Messico nel 1955, incontrare

Raul Castro, il fratello di Fidel Castro,

e unirsi alla rivoluzione cubana,

con l’obiettivo di rovesciare il governo

di Batista. Con un salto temporale

arriviamo a Cuba nel 1957, e da

lì in poi seguiamo il Che durante la

rivoluzione. Che – L’argentino diventa

allora un “manuale di guerriglia”,

in cui le azioni pratiche di Guevara

si incrociano con le sue massime,

che ascoltiamo soprattutto durante

il suo viaggio a New York del 1965,

nei panni di ministro del governo di

Fidel Castro. Che – L’argentino, che

ci mostra un doppio Che. Ernesto

Guevara il combattente. Ed Ernesto

Guevara il politico.

Un film a cui sarà inevitabilmente

complementare la sua seconda parte,

proprio per capire come questo ruolo

più istituzionale non potesse che

stargli stretto. Guevara scomparirà

e tornerà, irriconoscibile, di nuovo

nei panni del rivoluzionario, in Bolivia.

«Lei non potrà mai smettere di

essere un rivoluzionario?». «Non ho

intenzione di andare in pensione»,

sentiamo dire in un botta e risposta

con una giornalista.

«La qualità più importante che

deve avere una rivoluzione è l’amore.

Amore per la gente e per la giustizia»

Per questo Soderbergh sceglie

due piani stilistici ben distinti. La

parte principale del racconto, è girata

a colori (con una macchina da presa

digitale che restituisce la qualità della

pellicola), in maniera “naturalistica”,

quasi sempre usando la luce naturale,

senza che la mano del regista si senta.

Ci troviamo in mezzo all’azione,

che osserviamo in maniera lineare. I

flashforward del Che a New York sono

invece girati in un bianco e nero

sgranato, uno dei marchi di fabbrica

del Soderbergh più virtuosistico

(vedi Intrigo a Berlino). E’ un tipo di

ripresa diversa, che usa gli zoom, che

usa primissimi piani a isolare alcuni

particolari, quasi a sezionare la figura

iconica di Guevara. Come l’immagine

che apre il film, un primo piano

del sigaro, uno dei simboli del Che.

Ci sono poi altri particolari, disseminati

lungo tutto il film. Gli anfibi,

calzature da guerriglia, la divisa militare

da usare anche nelle occasioni

ufficiali per non disperdere il messaggio

della rivoluzione. Il famoso

basco, immortalato in quella che è

l’immagine più famosa del Che, la

foto di Alberto Korda.

«La gente vive in una gabbia

dorata, crede nell’affermazione

personale, ma non capisce che la

riuscita di questa è governata da

forze più grandi»

Il bianco e nero delle scene simula

quello della ripresa televisiva di

quel tempo, come Soderbergh aveva

già fatto (in veste di produttore) nel

film di George Clooney Good Night,

and Good Luck, ambientato negli anni

Cinquanta, anni di bianco e nero

televisivo. E’ un bianco e nero che

serve a ricordarci la natura mediatica

e mediata di quelle immagini,

filtrate attraverso la visione e le domande

dei giornalisti occidentali. E

in un questo senso, Che – L’argentino

è un film a suo modo rivoluzionario,

scomodo come molti altri di

Soderbergh: Traffic, Siryana (da lui

prodotto). Perché, anche se regista

e sceneggiatori affermano di non

voler parlare della politica attuale,

lo scontro tra Cuba e gli Stati Uniti

Giovedì 23 Aprile 2009

Benicio Del Toro/Ernesto “Che” Guevara

in una scena del film

Le tante vite del “Che”

In sala la monumentale opera di Soderbergh

rappresentato nel film è ancora vivo

e presente. «Non odiamo il popolo

americano, ma il suo governo», è una

frase di Guevara pronunciata nel

1965. Ma che è risuonata più volte,

e da molti paesi del mondo, proprio

in questi ultimi anni di amministrazione

Bush. Lo dimostrano le dichiarazioni

decise di Guevara contro

il capitalismo, contro le forze che

governano l’affermazione personale

in cui crede la gente. Affermazioni

che non possono essere riportate

dall’autore del film senza che questo

possa sposarle. E che suonano anche

queste tremendamente attuali, e dure

come pugnalate, o grida di Cassandra,

in giorni di crisi profonda

come questi. Soderbergh ancora una

volta è un cineasta che non ha paura

di schierarsi contro il suo paese, di

farne venire fuori le contraddizioni,

i nervi scoperti. E, in questo senso,

quella sedia vuota nella postazione

degli Stati Uniti durante il discorso

di Guevara alle Nazioni Unite è un

messaggio chiarissimo.

«Non conta solo il numero di

soldati, ma lo spirito con cui combattono»

E’ il discorso che si conclude con

il proclama “Patria o morte” pronunciato

di fronte all’assemblea. Parole

forti, estreme, che oggi non si sentono

quasi più. Per questo il messaggio

di Ernesto “Che” Guevara è diventato

immortale, così seguito, riprodotto

e tramandato, al di là di un’immagine

riprodotta all’infinito su bandiere e

magliette. «A quarant’anni dalla sua

morte, sono molte le ragioni per cui il

Che resta un simbolo di grande forza

ancora oggi», afferma Laura Bickford,

una delle produttrici del film.

«Incarna l’immagine della ribellione

giovanile e dell’idealismo, due cose

21

cinema

che non hanno età, sono eterne».

Idealismo, fede all’idea senza mezze

misure. Si insiste più volte, durante il

film, sul non volere scendere a patti.

«E’ una rivoluzione, non un colpo di

stato», sentiamo dire al Che.

«Una buona dose di follia». C’è

stata anche questa nella rivoluzione

cubana, secondo le parole di Che

Guevara. La stessa che è servita a

Soderbergh per portare a termine

un’opera titanica. Ci sono voluti sette

anni di lavoro e di ricerca per preparare

il film. Sette anni di viaggi tra

Cuba, la Bolivia, Miami e Parigi, per

incontrare persone che la rivoluzione

cubana e quella boliviana l’avevano

vissuta in prima persona e potevano

raccontarla. Il lavoro è partito dalla

sua biografia, dalle parole scritte da

lui. E poi sono state studiate molte

foto, scattate dagli stessi rivoluzionari

per documentare la loro impresa.

La follia di Soderbergh è diventata

un film da 40 milioni di dollari

e 268 minuti di durata complessiva.

Soderbergh è un artista “bipolare”,

diviso tra entertainment (Ocean’s Eleven)

e cinema impegnato, che proprio

in quest’ultima veste finisce però

per essere tedioso. Forse la troppa

fedeltà alla materia ci regala un film

che spesso è ripetitivo e noioso, e che

solo a tratti ci trasmette il messaggio

del Che, la sua personalità. In

questo senso gli manca un po’ della

passione che aveva un’opera minore

come I diari della motocicletta, che ci

raccontava il giovane Ernesto. Per

conoscerlo sarebbe opportuno vedersi

anche quel film, come prequel

ideale di questo dittico. E ricordarci

che Che – L’argentino, è comunque

solo una parte della storia.

«Abbiamo vinto la guerra. La

rivoluzione comincia ora»


LEONARDO V. DISTASO

22 Giovedì

LOMBARDIA

CARATE BRIANZA (MI). 23

aprile ore 21. Sala

Grandi Riunioni,

Piazza Cesare Battisti,

“Per anni ci

hanno raccontato

la favola del libero

mercato, ma ora

abbiamo: più giovani

precari, più lavo-

23 Aprile 2009

TRAGEDIA ABRUZZESE, TRAGEDIA ITALIANA: UNA VITA IN LUTTO

Scriviamo queste note nei giorni successivi

in cui l’Italia si è fermata per

commemorare le vittime del terremoto

in Abruzzo. Un’Italia arcaica, vecchia,

arretrata a grandi passi su posizioni che

pensavamo oramai superate, un’Italia capace

solo di trovare giustificazioni a qualsiasi

cosa pur di salvare una coscienza civile che

non esiste più. Questo è un Paese in grado

di realizzare e sopportare funerali continui,

pubblici e privati. Gli italiani sanno

andare ai funerali, lo ha spiegato anche la

recente polemica sulla trasmissione Annozero:

la Protezione Civile, per chi non lo

avesse capito, serve solo a scavare e recuperare

una volta che il danno è fatto. Non

ci azzardiamo a parlare di prevenzione, di

evacuazione, di previsione: tutte cose che

non rientrano nella cultura e nell’organizzazione

dell’istituto. E chi non la pensa così

è considerato un crumiro, un disfattista, un

giornalista fazioso.

Questi avvenimenti dimostrano che

siamo un Paese arcaico, feudale, vecchio, in

cui il guelfismo della confessione giustifica

le coscienze che ricominciano dopo con lo

stesso impegno cialtronesco. Un Paese il cui

tessuto sociale è parcellizzato e dove l’interesse

privato, il profitto facile, l’arroganza

dei mediocri, la corruzione capillare, l’incompetenza

dominante, il pressappochismo

onnipresente sono caratteri imperanti

in una società che giorno per giorno fa finta

di non accorgersene. Situazioni drammatiche

come quelle verificatesi in Abruzzo li

fanno emergere dal piattume della quotidianità

e ce li sbattono in faccia col cinismo

della cruda realtà; gli italioti fanno finta di

continuare ad andare avanti essendo i campioni

del giustificazionismo a oltranza.

Abbiamo pianto le vittime di un disastro

naturale, ma che è stato tale non certo

E’ USCITO IL N. 2008/3 DI

In distribuzione agli abbonati e nelle librerie delle principali città

a causa della natura. Un Paese fatalista che

crede ancora al miraggio della provvidenza

e che recita i suoi funerali lisciandosi il

pelo della sua sporca coscienza. Diciamola

tutta: si sono costruite case pensando al

solo profitto, riducendo i costi e massimizzando

i guadagni. Guadagni di tutti:

degli speculatori edilizi che costruiscono

con materiali a basso costo e ad alto

rischio, delle banche che strozzano con i

loro mutui gente che ha salari e stipendi

fermi da decenni, di imprese di costruzione

che lavorano con orari massacranti e

utilizzano lavoratori in nero, sottopagati,

senza diritti, senza sicurezza: quanti operai

saranno morti sul lavoro in Italia per costruire

o ristrutturare case ed edifici come

quelli crollati a L’Aquila, fatti di sabbia e

di cemento armato che di armato aveva

solo il conto in banca dei padroni? Molti

aquilani sono morti perché vivevano in

case non sicure, vecchie come vecchio è il

modello sociale che le tiene in piedi, un

modello che non ha mai avuto una sola

idea decente per modernizzare l’Italia al di

là delle retoriche sui lavori pubblici, sulle

mazzette degli appalti, sul controllo mafioso

degli investimenti, sulle grandi opere

che non servono e che affossano la già

scricchiolante economia pubblica.

Il Paese è allo stremo tra l’indifferenza

dei più. Ma di cosa stiamo parlando quando

parliamo del terremoto in Abruzzo?

Chi ha costruito quelle case e quegli edifici

di cartone? Chi ci ha lavorato in maniera

dilettantesca e truffaldina? Chi si è fatto

costruire la casa aggirando le normative

di sicurezza per risparmiare qualche centesimo

sulle tasse per ritrovarsi poi con la

famiglia sotto le macerie? Chi ha fatto i

condoni di quelle abitazioni divenute trappole

di morte? Chi ha lavorato in nero per

padroni evasori fiscali? Chi ha preso tan-

ratori cassintegrati, pensionati

sempre più poveri. Le proposte

dei comunisti: più

diritti, più stato sociale,

più legalità”,

intervengono: Vittorio

Agnoletto,

Europarlamentare

Prc, Nicola Nicolosi,

Segreteria

nazionale Cgil e

SOMMARIO

EDITORIALE

INTERVENTI: Spe salvi facti sumus, di Tiziano Tussi; Sulla circolazione di Lukacs in Brasile e in

Argentina, di Miguel Vedda; Scuola pubblica e laicità: un rapporto sempre più compromesso, di

Maria Carla Baroni

SAGGI: Scienza, cultura e classi sociali, di Arturo Hermann

DOSSIER: In tema di finanze, intervento pubblico e crisi del mercato: Capitale e mercato

mondiale, di Antonino Barbagallo; La crisi attuale e il significato di Marx, di Istvan Mészaros;

Quando si scoperchia la pentola del capitalismo, di Georges Labica; Stato, attività finanziaria

pubblica e funzione impositiva: alcune riflessioni, di Mario Cermignani

DOCUMENTI: Quarant’anni fa a Praga: l’esperienza di un sovietico, di Aleksander Droban;

Quarant’anni fa a Tlatelolco: io c’ero, di Nunzia Augeri

ASTERISCHI LIBRARI – Schede a cura di Guido Oldrini

LETTERE - NOTIZIE DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE MARXISTA

Rivista quadrimestrale di cultura e politica della Associazione Culturale Marxista

“Marxismo oggi” – Direzione, redazione, amministrazione: Via Spallanzani 6, 20129 Milano. E-mail: ass.cultmarx@libero.it;

www.assculturalemarxista.org

Una copia euro 12 – Abbonamento annuo (tre fascicoli) euro 30 - Abbonamento con iscrizione all’Associazione culturale marxista: euro 36

– Ccp n. 24436206 intestato a Nicola Teti e C. Editore Srl – Servizio Abbonamenti Riviste Marxiste, Via Spallanzani 6, 20129 Milano

coordinatore nazionale “Lavoro

e società”, Gianni Pagliarini,

Responsabile nazionale Dipartimento

Lavoro Pdci.

FRIULI VENEZIA GIULIA

UDINE. 23 aprile ore 18,30. Sede

Pdci, Via Cisis 56, Comitato

regionale, partecipa Vincenzo

Calò, Direzione nazionale

Pdci.

LAZIO

LADISPOLI (RM). 25 aprile

ore 15,30.Piazza Rossellini, “Resistenza,

lotta di Liberazione,

nuovi diritti”, modera Vincenzo

Calò, Anpi, intervengono:

Furio Civitella, Prc, Francesco

Cosentino, Pdci, Ferdinando

De Leoni, Presidenza onoraria

Anpi, Bruno Steri, Direzione

nazionale Prc, Dino Tibaldi, Direzione

nazionale Pdci.

ROMA. 24 aprile ore 17,30. Arci

Malafronte, Via dei Monti di

Pietralata, “Il nucleare? … sono

pazzi o imbroglioni!”, intervengono:

Andrea Fasullo, Alternative

al nucleare, Massimo Serafini,

Nucleare Oggi, Angelo

Bonelli, Verdi, Maria Campese,

Responsabile nazionale Ambiente

Prc, Stefano Garzoli, Responsabile

regionale Ambiente

Pdci.

genti per lavori pubblici costati decine di

volte più dei preventivi? Chi ha costruito

villaggi e periferie in territori a rischio sismico,

su terreni idrogeologicamente inadeguati,

dimenticando le minime misure

di sicurezza per valorizzare terreni agricoli

trasformati in terreni edificabili lucrandoci

sopra? Chi non ha controllato le opere realizzate

e ha consentito che fossero abitate

e utilizzate come se niente fosse? Chi non

ha rispettato in questi casi le leggi e le normative

in vigore? Chi è andato ad abitare

in case di questo tipo senza minimamente

preoccuparsi delle loro condizioni? Chi ha

speculato sui piani di ristrutturazione edilizi

alzando e prezzi sull’onda degli sgravi

fiscali o impedendo la loro messa a norma?

Chi ha impostato un’edilizia privata basata

solo sul massimo profitto, nel gioco perverso

tra costruttori e banche, completamente

privo dell’attenzione ai reali bisogni abitativi

dei cittadini che trasmetteranno ai figli

i loro debiti? Chi non ha minimamente

pensato in questi anni a pianificare un’edilizia

popolare razionale in modo da trasformare

la questione della casa in un diritto e

non in un malsano profitto senza scrupoli?

Chi ha pensato che il Paese fosse diventato

moderno solo perché segni esteriori di

benessere hanno reso ciechi gli abitatori di

un feudalesimo con cellulari e Suv, pay-tv e

reality-show? Chi ha distrutto la coscienza,

il portafoglio e il prestigio di centinaia

di ricercatori, scienziati, intellettuali, gente

che pensa e produce, al punto che scuola,

università, ricerca sono diventati dei pesi

e dei fastidi per una società che ha il suo

dio nel denaro chiuso in scatole di cartone,

evaso dal fisco, inghiottito negli sprechi e

nei privilegi di pochi, e che continua a farsi

il segno della croce in chiesa con la stessa

ipocrisia con la quale vota per coloro che

li tengono in queste condizioni? Chi ha

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DIRETTORE

MANUELA PALERMI

VICEDIRETTORE

FABIO GIOVANNINI

DIRETTORE RESPONSABILE

GIANNI MONTESANO

DIRETTORE EDITORIALE

CORRADO PERNA

CAPOREDATTORE

RAFFAELLA ANGELINO

PROGETTO GRAFICO

GABRIELE FASAN

SEGRETARIA DI REDAZIONE

VALERIA RUSSO

CHIUSO IN TIPOGRAFIA IL 20 APRILE 2009 ALLE 17

QUESTA TESTATA FRUISCE DEI CONTRIBUTI

DI CUI ALLA LEGGE 22 DICEMBRE 1990 N°250 E S.M.

portato la ricerca scientifica a essere una

marionetta di se stessa al punto che le discussioni

sulla prevenzione dei terremoti

passano attraverso la mediocrità di operatori

e luminari la cui carriera accademica è

pari solo a quella dell’ineffabile professore

Brunetta? Chi pensa di arrivare un giorno a

prevedere scientificamente i terremoti e poi

non mette in piedi un sistema di prevenzione

e protezione civile che programmi piani

di evacuazione, sostengo preventivo alle

popolazioni, messa in sicurezza degli edifici

pubblici e privati? Chi sosterrà il peso

di una radicale e profonda trasformazione

culturale e politica della società italiana in

modo che il paradigma della nostra unità

nazionale non sia santificato dai funerali,

ma da una moderna e seria politica di

sviluppo e di convivenza civile che ci impegni

giorno per giorno tutti i giorni della

nostra vita? Chi spazzerà finalmente via

questa classe dirigente fatta di uomini vecchi

e corrotti e metterà al suo posto giovani

capaci, liberi e onesti in grado di pensare

un’Italia diversa e un diverso modo di stare

insieme e fare la società, liberi dall’idea che

il capitalismo possa risolvere tutti i problemi

dell’uomo contemporaneo?

Queste sono alcune domande che la

tragedia abruzzese ha messo in luce, non

le chiacchiere su come rimettere tutto

a posto e ricominciare come prima. La

questione morale è la questione del nostro

Paese: l’esigenza attuale di un primato

della politica passa attraverso la priorità

della questione morale che cade e innerva

ogni settore della vita pubblica e privata

dell’Italia. La diversità comunista è oggi

il carattere mancante nello scenario politico

nazionale. Per questo l’impegno dei

comunisti per il prossimo futuro è un elemento

inalienabile della rinascita sociale e

collettiva dell’Italia e degli italiani.

FUGA DA ONNA

Onna, Pasqua 2009. I volontari del Pdci che nei giorni di festa hanno

portato le uova ai bambini di Onna hanno fotografato un lenzuolo bianco

al balcone di un’abitazione. Era servito per fuggire la notte del sisma

LA RINASCITA DELLA SINISTRA

SETTIMANALE DI POLITICA E CULTURA

DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI, REGISTRATO AL TRIBUNALE

DI ROMA - N°46 IN DATA 27 GENNAIO 1999

IN REDAZIONE

GIAMPIERO CAZZATO, ANTONELLA DE BIASI, GABRIELE

FASAN, DOMENICO GIOVINAZZO, PAOLA MORONI,

SARA SORRENTINO, ALESSANDRA VALENTINI

REDAZIONE@LARINASCITA.NET

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presa visione ed accettazione implicita della

presente informativa.

Inviateci scritti brevi. Altrimenti

siamo costretti a tagliare,

cosa che non fa piacere a noi e

neanche a chi scrive.

SETTECENTO

PRIGIONIERI

Manganellati dalla polizia,

“senza pietà”. Per la prima volta,

parlano i detenuti del Centro

d’identificazione e espulsione

di Lampedusa. Sono più di

600 tunisini e un centinaio di

marocchini. Rinchiusi da oltre

tre mesi in condizioni inumane.

Denunciano pestaggi delle

forze dell’ordine per sedare la

rivolta il giorno dell’incendio,

lo scorso 18 febbraio. Ma anche

le indegne condizioni di

sovraffollamento, la diffusa

somministrazione di psicofarmaci

per sedare gli animi e la

convalida differita di provvedimenti

di trattenimento che

non hanno tenuto conto delle

settimane pregresse di detenzione.

Denunce che arrivano a

pochi giorni da un’importante

scadenza. Il 26 aprile infatti

scade il decreto 11/2009 che

aveva prolungato da due a sei

mesi il limite della detenzione

nei Cie. Senza un nuovo provvedimento,

i 700 non torneranno

in libertà.

GABRIELE DEL GRANDE,

OSSERVATORIO FORTRESS EUROPE

LA GESTIONE

OSCURA DELL’UE

Sono rimasto molto colpito

dall’inchiesta sui fondi neri

dell’Ue ed ho pensato che le

elezioni per il parlamento europeo

sono più importanti di

quanto pensassi, visto quello

che accade. Forse la soglia al 4%

l’hanno messa perché vogliono

continuare con una gestione

oscura ed è più comodo che i

comunisti stiano fuori. Io sono

di Milano, vivo in periferia e per

trovare il settimanale in edicola

devo andare al centro. Ma possibile

che non si riesca a stare

in tutte le edicole? Lo so che i

soldi sono pochi, ma il partito

dovrebbe investirne un po’ di

più per il suo settimanale. Ciao

a tutta la redazione.

ANTONIO, MILANO

TROPPO DIPLOMATICI

SANTORO E VAURO

Sono indignata per il trattamento

riservato a Santoro

e Vauro. E’ vero o non è vero

che erano quasi quattro mesi

che c’era lo sciame sismico e la

protezione civile non s’è fatta

né vedere né sentire? Se è vero,

Santoro e Vauro sono colpevoli

di aver detto troppo poco. Sono

morte troppe persone per essere

diplomatici. Si sente davvero

puzza di regime. Quando

giornali e televisioni si limitano

ad incensare quello che fa il governo,

vuole dire che le cose si

mettono male per noi.

MARIA ANDREOTTI

ANDREA GENOVALI

Il premio giornalistico-letterario “Marenostrum”

dedicato alla cultura migrante organizzato dalla

Associazione Puntocritico è alla sua quinta edizione.

Il prossimo 10 ottobre, come sempre, a Viareggio

si svolgerà la cerimonia di premiazione delle quattro

sezioni di cui si compone il premio.

“Marenostrum” da vari anni riceve il patrocinio

e il sostegno della Presidenza della Repubblica unitamente

alla Regione Toscana, la provincia di Lucca

e altre istituzioni toscane. Vogliamo evidenziare la

difficile scelta, anche dal punto di vista finanziario,

operata lo scorso anno quando abbiamo rifiutato il

patrocinio e il finanziamento del Comune di Viareggio,

in quanto quella giunta di destra esprime idee e

valori completamente opposti a quelli che noi proponiamo

con il nostro premio. Una scelta per la quale

abbiamo ricevuto moltissimi attestati di solidarietà e

di ringraziamento per aver evitato qualsiasi ambiguità

nei confronti della destra.

Noi cerchiamo di dare spazio e voce a quei migranti

che risiedono in Italia, e che si esprimono nella

nostra lingua, per sapere direttamente da loro le loro

emozioni, le loro storie, conoscere la loro cultura non

più veicolata dalla traduzione in italiano da altre lingue

ma direttamente nel nostro idioma.

E’ per noi questa una grande “rivoluzione”. Infatti,

la possibilità di leggere direttamente quello che

queste persone hanno da dirci è di straordinaria importanza

per non perdere le sfumature linguistiche

e le emozioni che, molto spesso, si perdono con le

traduzioni. Inoltre, la loro presenza sta arricchendo

la nostra lingua e sta contribuendo a farla tornare ad

essere viva. Si stanno formando nuovi neologismi,

come ad esempio quello coniato da Kossi Komla-

Ebri, fra l’altro membro della giuria del premio, di

“imbarazzismi”, dal titolo di due suoi libri, che nasce

dall’incontro del razzismo che esiste in Italia con

l’imbarazzo che molti italiani provano nei confronti

di queste persone migranti.

Un premio, dunque, che, in contro tendenza rispetto

alle politiche, razziste e xenofobe, del governo

Berlusconi e di molti, troppi, sindaci delle nostre

Giovedì 23 Aprile 2009

23

“MARENOSTRUM” È ALLA V° EDIZIONE

CIAO FABIO,

CI MANCHERAI

Fabio Croppi è mancato la

mattina del 9 gennaio, senza

terminare il lavoro, rimasto sul

tavolo della Federazione di Padova.

Una lettera agli iscritti per

motivarli ad affrontare con impegno

le elezioni della prossima

primavera. Si sentiva, come noi,

erede di quella grande scuola che

è stato il Pci.

Lo ricordiamo durante la fase

congressuale, a seguito della batosta

elettorale. Chiedeva di non

fare l’errore di sciogliere il partito:

né per un soggetto genericamente

di sinistra, né per una frettolosa

e impreparata fusione con altri

partiti comunisti, rilanciando la

proposta di confederazione. Per

Fabio mantenere la propria identità

rimaneva la cosa più logica.

Era un compagno di principi

saldissimi, ma poteva succedere

che all’interno di una riunione

delicata, lui sentisse la necessità

di riaprire discussioni che allontanavano

la chiusura dei lavori.

Poi si zittiva ad ascoltare gli altri:

aveva avuto bisogno di scaricare

l’amarezza. Anche questo faceva

parte del suo modo di essere.

Era schematico, fermo e risoluto

nel parlare. Poi però rifletteva e

non aveva bisogno di proclami o

repliche per spiegare come ammorbidiva

i suoi ragionamenti.

In maniera naturale lo ritrovavi

sempre su posizioni che erano

vicine alle sue idee. La sera dell’8

gennaio, chiudendo la porta della

Federazione, si è fermato a riflettere

su un’ipotesi del segretario, ha

lasciato correre un po’ di silenzio

Al popolo bue

non bisogna far

capire cosa e come

è successo.

L’importante

è mantenere

la grande

illusione

città, anche di centro-sinistra, non vuole alzare muri

per difendere la “fortezza” Italia ma “costruire solidi

ponti” necessari per dare vita ad una società interculturale,

solidale e accogliente. Noi riconosciamo nella

presenza di queste persone non solo un beneficio

economico per l’Italia, che non è secondario, ma,

soprattutto, un enorme beneficio culturale e sociale.

Un premio, dunque, non politicamente corretto come

si usa dire oggi, bensì fortemente schierato dalla

parte dei più deboli e per affermare gli ideali di solidarietà,

libertà e giustizia sociale.

La sezione più importante del premio è ovviamente

quella della letteratura e poesia, per la quale

è previsto un concorso con un premio di 500 euro,

e che sta già iniziando a ricevere i primi lavori. Il

premio ha anche altre tre sezioni dedicate al giornalismo,

sempre rivolto alle persone migranti, e due

sezioni aperte anche a personalità italiane inerenti

alla Solidarietà e i Diritti umani.

Il palmares delle passate edizione rappresenta

senza dubbio il fiore all’occhiello della manifestazione.

Nel corso delle quattro passate edizioni

sono venuti a Viareggio a ritirare uno di questi

riconoscimenti personalità, anche internazionali,

del calibro dello scrittore latinoamericano Eduardo

Galeano, Gianni Minà, don Andrea Gallo,

l’israeliano Uri Avnery premio Nobel alternativo

per la pace, la deputata afgana Malaly Joya, Tonio

Dell’Olio, Bruno Trentin, il comandante partigiano

Germano Nicolini (Comandante Diavolo) e

molti altri ancora.

L’edizione 2009 vede già la presenza di don

Ciotti che ha confermato la sua disponibilità ad essere

presente. Inoltre, vi sarà un ricordo, in occasione

del 50° anniversario della rivoluzione cubana, di Gino

Donè una persona straordinaria, che purtroppo

recentemente è mancata, che fu l’unico italiano, ed

europeo, a partecipare alla spedizione del Granma

che dette inizio all’epopea dei barbudos. In questa

occasione vogliamo invitare a Viareggio anche la

rappresentanza diplomatica cubana in Italia. Ma

sugli ospiti il lavoro è appena iniziato.

Per ulteriori informazioni: www.puntocritico.net

e ha detto semplicemente: “Così

si può fare”. Ci piace pensare che

ha voluto lasciarci un segno di

ottimismo, di speranza, di invito

a non dichiararci sconfitti. Abbiamo

perso un compagno, ci ha

lasciato un ricordo prezioso che

ci servirà da guida per un futuro

non facile. Ciao Fabio

FEDERAZIONE PDCI PADOVA

Italiùs


A N T I F A S C I S T I S E M P R E

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