Mi chiamo Edgar FreemanShort.pmd - ZONAcontemporanea.it

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Maurizio Sbordoni

MI CHIAMO

EDGAR FREEMAN

ZONA


© 2010 Editrice ZONA

È VIETATA

ogni riproduzione e condivisione

totale o parziale di questo file

senza formale autorizzazione dell’editore

Mi chiamo Edgar Freeman

romanzo di Maurizio Sbordoni

ISBN 978 88–6438-135-0

© 2010 Editrice ZONA, via dei Boschi 244/4 loc. Pieve al Toppo

52040 Civitella in Val di Chiana – Arezzo

tel/fax 0575.411049

www.editricezona.it – info@editricezona.it

ufficio stampa: Silvia Tessitore – sitessi@tin.it

Progetto grafico: Stefano Ferrari

Stampa: Digital Team – Fano (PU)

Finito di stampare nel mese di ottobre 2010


CAPITOLO UNO

Mi chiamo Edgar Freeman.

Sono nato ventisei anni fa in una camera spaziosa della clinica Edison, la

città si chiama Salem, lo stato si chiama Dakota, la nazione si chiama Stati

Uniti D’America.

Di tutti questi nomi sono certo, ma sono in dubbio sul nome della clinica.

Edison, Madison, o qualcosa che finisce in “on”.

Il finale è sicuramente in “on”.

Il nome del quartiere non lo ricordo – non lo ricordo proprio – mi sforzo

di ricordarmelo ma niente, nulla di più di ciò che ho detto (posso dire) sul

nome del quartiere.

Ricordo che è un quartiere con tante case, lunghe e basse allo stesso

tempo, quasi tutte bianche con grandi balconi stretti e affusolati, sparpagliate

senza criterio come i mobili da giardino dopo un uragano.

Quando penso al nome del quartiere, vedo solo un’enorme tela bianca.

Ragazzi, mi sto sforzando, ma niente.

Solo un’enorme tela bianca.

Per mia mamma sono una persona speciale.

Pioveva la notte che sono nato, pioveva tanto, e mia mamma era ingrassata

quasi trenta chili pur di potermi avere.

Ventinove chili e ottocento grammi per l’esattezza.

Lei diceva sempre che era ingrassata quasi trenta chili pur di potermi

avere, ma io volevo sapere il peso esatto.

«Quanti chili, mamma, quanti chili, ma precisa!»

«Mamma, quanti chili sei ingrassata?»

Lo chiedevo anche cento volte di seguito.

Mi piacciono le cose esatte.

Appena nato pesavo quasi sei chili, e i miei genitori quando mi hanno

visto attraverso la grande vetrata hanno pensato che potessi uscire dalla

sala parto con le mie gambe.

Sono pulite e pure e precise e mi fanno stare bene (le cose esatte).

Quando una cosa è precisa, non c’è bisogno di interpretazioni e di fare

giri di parole.

Mi piacciono le parole, ma non quando sono troppe.

Quelle che avanzano sono dannose e pericolose, come quando papà offende

mamma senza pesare le parole.


Pericolose come quando ho bevuto l’acido per lavare i pavimenti.

Ma state tranquilli, non mi capiterà mai più.

Da quel giorno in casa mia lavano tutto con acqua e bicarbonato.

A papà, forse, capiterà di nuovo di offendere la mamma, ma papà non

vuole, come io non volevo bere l’acido.

(Sei stupido o un aspirante suicida, per berlo, e io non sono nessuno dei

due).

Mamma ci soffre e papà non ha intenzione di offenderla.

È questo che intendo per parole di troppo.

Appena nato si accorsero subito che c’era “del marcio in Danimarca”.

L’espressione non è mia, ma la dice spesso papà, e anche se io non so

cosa voglia dire esattamente, mi fa molto ridere questa cosa che la Danimarca

puzza.

Avevo una testa grossa come un melone e mezzo, e a cinque anni, compiuti

da quasi un anno, non riuscivo ancora a parlare.

E vi assicuro che non è bello non riuscire a parlare quando davanti casa

tua c’è la fila di mamme pronte a elencare una sfilza di titoli e meriti dei figli.

Non l’ho mai detto ancora a nessuno – giuro siete i primi – ma davanti

all’uscio di casa volevo appendere un cartello grosso così con su scritto

Mamme è inutile che entriate.

Con mio figlio non c’è gara!

Mia mamma però continuava a dirmi che ero un bambino speciale.

Sono affetto dalla Sindrome di Down.

Non preoccupatevi, non è grave o perlomeno io penso che non lo sia.

Nella mia personale cesta dei numeri del Bingo il 21 è uscito una volta di

troppo.

È quel cromosoma in più a farmi fare le facce buffe.

Tutto qui.

Per il resto sei come gli altri (anzi per mia mamma sono migliore di tanti

altri) e puoi fare tutto quello che fanno gli altri, puoi mangiare i gelati e

ascoltare i CD.

e anche andare a vedere una partita di baseball ma, per quanto mi riguarda,

solo se hai già finito i compiti.

Edgar… niente compiti, niente campo con palle annesse!

Quella che sentite fuori campo, come una ribattuta riuscita, è la voce di

mia mamma.


La sentirete spesso e vi consiglio di ascoltarla attentamente.

Parla strano, ma ha molte cose da dire.

Faccio un esempio, magari mi spiego meglio e voi riuscite a capire che

sono un ragazzo normale.

Mi piacciono gli esempi e poi odio quando non mi capiscono.

È come il gelato tutto mischiato invece di quello dentro la formina, con la

faccia da rana e il corpo da topo; il primo è meno bello a vedersi, ma è buono

uguale.

È buono uguale perché è lo stesso gelato.

Avete capito? Spero di sì, odio quando qualcuno non mi capisce.

In questo momento non ricordo il nome di quel tipo di gelato con il corpo

da topo e la faccia da rana, ma appena sparisce dai miei occhi la tela bianca

ve lo dico immediatamente.

Io sono stato fortunato.

I signori con il camice, bianco come i palazzi del quartiere della clinica di

cui non ricordo il nome, lo dicevano spesso ai miei genitori.

«Suo figlio è stato fortunato, ha una forma lieve di quella cosa che ho

spiegato bene prima».

Quando lo dicevano a me, io rispondevo: «che culo!».

Mamma ridacchiava un po’, come quando era ragazza, ma era una risata

nervosa.

Era una risata di un bambino che ha ascoltato una barzelletta sporca

senza capirla del tutto.

Papà però mi sgridava, e diceva che non si dicono le parolacce.

Io non capivo come mai loro le parolacce le potevano dire, e io no, e

continuavo a ripetere... «Che culo! Davvero un gran culo!». Allora anche

papà rideva con mamma, e ridevamo tutti e tre insieme come matti.

Come matti.

Come una famiglia.

Per mio fratello Samuel era diverso.

Se era lui a dire le parolacce, lo sgridavano con la voce forte forte.

Forse voleva dire questo essere speciale.

Fare qualcosa di sbagliato senza essere sgridato.

Ma a volte mi perdo.

Non spesso, ma mi capita.

Beccuto cazzo se mi capita.

Mi perdo e non mi trovo, e hai voglia tu se non mi cerco!


Quando mi capita, mi metto le cuffie – quelle che vanno nelle orecchie

non quelle per farsi il bagno – e mi metto ad ascoltare i cd a tutto volume.

Mia mamma mi continua a dire che sono speciale, «sei unico!», mi dice

sempre.

Ma mi dice anche che se continuo ad ascoltare i CD a tutto volume

diventerò sordo, e allora mi leva le cuffie dalle orecchie.

«Edgar, ora basta!», e fa la faccia cattiva.

E io comincio a ridere.

Questa cosa mi fa molto ridere!

Adesso sono diventato grande.

Sono perlomeno un ragazzo, adesso.

All’epoca ero un bambino, ma con la stessa sindrome.

Ma sono tanti quelli che non si accorgono della differenza.

Mi dicevano che ero un bambino normale, che potevo fare tutto quello

che facevano i bambini della mia età.

Non sono stupido e l’avevo capito.

Per molti ero solo uno spastico.

Ero solo più sensibile.

Non trovate sia buffo?

Se la sensibilità avesse un viso, me lo immaginerei dai lineamenti e dal

sorriso dolci, ma con un fisico forte e muscoloso.

Un viso alla Derek Fisher, che quando entra per i Lakers segna il canestro

decisivo sul suono della campana.

Essere sensibili dovrebbe essere la cosa che fa la differenza, non un

limite ad una vita normale.

Mia mamma (ancora adesso) continua a dire che sono speciale.

Mamma ora sono grande e posso dirtelo.

Mi dispiace che non ridi più come prima, ma io volevo solo essere normale.

Ma se qualcuno mi leva le cuffie dalle orecchie comincio a ridere.

Ridere.

Rido così forte che ho paura che le guance mi schizzino via dalla faccia.

Rido di cuore.

Un tipo di risata alla portata di tutti, ma molto rara.

Un tipo di risata che mia mamma negli anni ha imparato a dimenticare.

Non è stato facile arrivare a ventisei anni e non è facile per niente raccontare

in giro di come ci sono arrivato.


Ma quello che state per ascoltare è il motivo attraverso il quale ho vissuto

una giornata così speciale.

Una giornata che ha spinto via l’altra come in una fila di domino.

La giornata perfetta.

Le noccioline sopra il caramello.

Una giornata di pioggia, e tu davanti al camino a non fare nient’altro che

quello.

La vittoria dei Lakers contro i merdosi.

Giornate quasi perfette, ma nulla al confronto di quello che ho provato

quel giorno.

Altro che normale.

Quel giorno sono stato a dir poco eccezionale.

Non devi aver paura.

Questa notte la paura è una corrida senza toro.

Il cielo è limpido ed è stata una giornata tranquilla.

E anche il tuo papà lo è.

Anche troppo per i miei gusti. L’estate è alle porte e non aprirgli

non gli eviterà di entrare lo stesso come tutti gli anni.

Mi piace l’estate, ma anche questo inverno non è stato male.

Tuo fratello andrà in quarta e il lavoro va bene. Non è così schifoso

lavorare in ditta, è un lavoro discreto.

Nulla a che vedere con i sogni dei miei, ma è comunque un lavoro.

Sono preoccupato per tua madre, è sempre più cupa e triste.

Non era così da ragazza. Era stupenda e io la chiamava “la mia

piccola picciotta”.

Ridevamo come matti per giorni, che ci fosse motivo per ridere o

meno. Durante i pranzi della domenica a Stantford, dai suoi genitori,

ridevamo durante tutta la strada del ritorno, magari per una battuta

detta a pranzo. C’erano dodici chilometri da casa dei suoceri alla nostra

casetta su due piani (di cui uno da ristrutturare completamente).

Una risata lunga dodici chilometri.

Giorgio Sermonti è sempre più odioso. Ti ho parlato di Giorgio, il

mio collega, quello precisino che crede che la sua cacca non puzzi.

A volte mi auguro che gli vadano a fuoco i baffi e gli esploda la

faccia, come in quei strani cartoni che ti piacciono tanto.

Mi guarda sempre con quell’aria di superiorità – di chi guida una

Hummer – che mi fa impazzire. Magari un giorno lo uccido.


Lo faccio a pezzi e poi lo faccio trovare in un sacco davanti la porta

di casa con sopra i baffi appiccicati come un’etichetta adesiva.

Sai che faccia farebbe la moglie? Un piccolo imprevisto nella loro

vita perfetta.

Un piccolo imprevisto trovato una mattina sul vialetto perfetto che

precede gardenie perfette di un giardino di casa perfetto.

Ma non sono un violento. E continuerò a sopportarlo. Tu lo sai che

non sono un violento, anche se a volte la neve è così fredda che la

sento fin dentro casa.

Il mio dolce bambino. Il mio beccuto bambino adorabile.

Com’è che ti chiamavo da piccolo? Il mio beccuto bambino con una

palla di gas per faccia.

Sai che non ti farei mai del male, vero?

L’infanzia non va dalla nascita a una certa età.

Quell’età in cui il bambino è cresciuto e mette da parte le cose infantili.

L’infanzia è il regno in cui nessuno muore.


CAPITOLO DUE

Nessuno mai mi ha chiesto che infanzia è stata la mia.

E anche se non so quanto vi possa interessare, considerato che non ci

conosciamo, è arrivato il momento di dirlo a qualcuno senza una richiesta

ufficiale in carta da bollo.

La mia è stata un’infanzia.

Non so se è stata felice, ma è comunque un’infanzia.

Un’infanzia felice non vuol dire che poi quando diventi grande devi essere

felice per forza.

Conosco tanti grandi che sono infelici e magari da bambini ridevano sempre.

Quello fanno i bambini, ridere (e io ridevo come un matto!) e giocare

sempre, ed essere capricciosi e piangere solo per ricordare a qualcuno che

tu esisti.

I bambini non hanno pensieri.

No, purtroppo questo sarebbe bello, ma non è sempre vero.

I bambini fortunati non hanno pensieri.

Sono i pensieri che ti levano la voglia di giocare.

Ma io rido anche adesso e non sono certo un bambino.

I grandi che da piccoli sono stati infelici diventano assassini o pazzi o

violenti o stupratori o maniaci o tutte queste cose insieme, non tristi.

Pazzo è il signor King che si rovina la giornata se vede le foglie sul prato.

Io glielo dico sempre, quando l’incontro, che due foglie due, non rovinano il

prato e si possono raccogliere con il beccuto raccogli foglie che vendono

anche da Harry’s in fondo alla strada (non mi ricordo quanto costa, forse 30

dollari, non sono sicuro, ma molto meglio darglieli contati perché ha problemi

con i resti).

Ma lui se la rovina lo stesso e se piove dopo che ha lavato la macchina si

rovina tutta la settimana e io non capisco il perché.

È il nostro vicino di casa e i miei genitori mi hanno insegnato che tra vicini

(quando si sta con il viso del vicino a poca distanza dal viso dell’altro vicino)

ci si sorride e si dice buongiorno, se il viso a viso è di mattina, e buonasera

se è dopo che ho fatto merenda.

Ma lui ogni volta che mi incontra mi mette le mani addosso.

Mi prende le guance e me le strizza come uno straccio bagnato e mi dice

«buongiorno, figliolo», ma non lo dice sorridendo.


Anche nostro nonno strizzava le guance di mio fratello, ma mio fratello

era piccolo e non poteva rispondergli perché non sapeva ancora parlare, e

quando ha cominciato a parlare era tardi per dirglielo o se lo era dimenticato.

Non mi piace quando mi toccano e non mi piace che a chiamarmi figliolo

sia qualcuno che non è mio padre.

Ma non è un uomo cattivo, perché gli piacciono i fiori.

Mia madre dice che se ti piacciono i fiori sei una persona buona.

Sensibile! È questa la beccuta parola che dice per definire le persone cui

piacciono i fiori, non buone ma “sensibili”.

Ah ah! Mia mamma sa sempre le parole, ne conosce tante anche se la

maggior parte non le usa e non è come me, io le voglio bene perché è mia

mamma e mi ha sempre voluto bene.

Forse solo all’inizio mi voleva meno bene che a mio fratello, perché (forse)

si doveva solo abituare alla caciara che facevo in casa mentre mio fratello

era sempre buono come se fosse finto.

Per me quando parlano piano, uno per volta, non capisco nulla e mi trovo

meglio quando c’è casino in casa.

Ma poi ha imparato a conoscermi e ha visto che anche se ho tanti difetti

non sono un bambino cattivo.

Ed era comodo avere in casa una persona che riconoscesse una pizzetta

con succo d’acero fritta a tre isolati da qui.

A volte certe parole sono come un serpente intorcinato intorno alle mie

orecchie, ma quando annuso qualcosa mi sento un gran fico.

È un gioco che facevamo spesso con mamma, lei dalla cucina mi chiamava

con la voce come per gridare, come quando parte l’allarme della macchina

della signora Hermann, e mi diceva:

«Edgar, questa è difficile... Che cosa sto cucinando?».

E io subito senza pensarci...

«Non è difficile mamma, sono le polpette di carne con i pomodori sgusciati!»

Io dalla camera mia non la vedevo, ma secondo me rideva.

A volte lei mi faceva le domande, ma io non sentivo perché avevo la

musica nelle orecchie, e allora dopo un po’ lei continuava a chiedere, e mio

padre e mio fratello – che con me non giocano mai – le dicevano che parlava

da sola.

Io non lo dicevo a mio padre, ma lo sapevo che mia mamma parlava con

me.


Beh, ad essere sinceri mi prendeva per il culo, ma se a prenderti per il

culo è tua madre secondo me è come giocare a nascondino sperando che

qualcuno prima o poi ti trovi.

Non è come a scuola.

Lì mi prendono per il culo, ma non lo fanno per giocare.

(Avrò mai il coraggio di raccontarvi di Sam, il mio compagno di banco

con una montatura di occhiali nera che solo una persona cattiva si sognerebbe

mai di comprare?)

Sì, mi sa che ve lo racconto tra un po’.

Ricordo, come se fosse cinque o sei anni fa non di più, massimo sette e

non i quasi venti che sono passati, il mio primo giorno alla Burney School.

Io la chiamavo la Bugs Bunny Burney School perché assomigliava alla

scuola dei personaggi dei cartoni, e io volevo andarci sempre con delle carote

avvolte nella carta stagnola, ma una ad una e non tutte insieme.

È importante che le carote siano incartate una ad una, perché così non si

toccano.

Mia mamma all’inizio non capiva, poi ha cominciato ad incartarle come

dicevo io.

«Se è importante per te, lo è per me», mi diceva, prima di incartarle.

«Ragazzi, che avete stamattina? È tardissimo…», disse mia mamma quella

mattina rivolta a me e mio fratello, ma pensando solo a me.

Ero sempre io quello in ritardo.

«La colazione è pronta», disse a mio fratello.

Mio fratello è sempre musone, soprattutto la mattina.

«Edgar, come le vuoi le uova?»

«Con il prosciutto sopra».

«E le vuoi girate o che ti guardano?»

«Che mi guardano».

Era sempre mamma che ci preparava la colazione e veramente lei faceva

tutto quello che c’era da fare in casa, e pulire e lavare e fare quella

beccuta cosa per rendere i vestiti lisci come un panno da biliardo (stirare,

Edgar, si chiama stirare… Crissimella! Possibile non mi ricordi mai di stirare?!)

Papà, invece, non faceva nulla in casa e stava sempre zitto.

Lui lavora fuori e quindi fa il suo dovere di papà e marito ed è per questo

che in casa non lavora e non parla quasi mai.

Lui dice che quando lavori in una ditta hai i pensieri che ti parlano tutto il


santo giorno, e quando torni la sera a casa e finalmente smettono di fare

caciara tu hai voglia soltanto di un po’ di silenzio.

Non ci crederete, ma in tanti anni che abbiamo vissuto sotto lo stesso

tetto non l’ho quasi mai sentito parlare. Se non fosse stato il marito di mamma

– e quindi per forza di cose avrebbe dovuto rispondere sì alla fatidica

domanda in chiesa – avrei senza remore sospettato che fosse muto.

«C’è la brina sul vetro, Edgar. E quindi?», mi chiese la mamma con la

faccia con gli occhi allargati come quando ti mettono le gocce.

«Quindi sciarpa e cappello», risposi io.

Non mi capita spesso, ma mi piace quando azzecco le risposte.

Quella mattina faceva un freddo becco, uno di quegli inverni che si gelavano

le palle pure alle statue.

Sarebbe durato per un altro mese buono.

La Bugs Bunny Burney School distava quattro miglia e mezzo da casa

nostra.

Quasi cinque miglia se prendevamo la sopraelevata per During, più lunga

ma meno trafficata.

Ogni mattina in macchina mettevamo ai voti quale strada prendere e io

votavo quasi sempre per la strada per During (più lunga di mezzo miglio, ma

meno trafficata).

Solo quando eravamo in ritardo o mamma era nervosa non si votava,

ingranava direttamente la marcia con la faccia scura – è incredibile come

sia veloce alle volte passare dalla democrazia all’oligarchia -.

L’oligarchia, mi ha spiegato una volta mio fratello, è quella forma di governo

nella quale i genitori decidono senza sentire i pareri dei figli.

Vi dicevo della Bugs Bunny Burney School.

Io la chiamo come quei famosi cartoni, ma dentro non era come stare su

una giostra.

Era un enorme edificio nero allungato verso il bosco, con le finestre bianche

e grandi, usate come bieco palliativo a guardare fuori.

Ma fuori c’era solo un enorme parcheggio, che con due canestri e un

po’di fantasia diventava un campo di basket.

Ma io non sono stupido e sapevo che quello era il posto dove parcheggiare

il pulmino e le macchine e le altre cose che si muovono, e quando la

signora Bellet ci diceva «ragazzi, andiamo a farci una partita?», io lo sapevo

che andavamo nel parcheggio.

Il mio primo giorno di scuola ero molto alberato.


Quando sono alberato mi gira tutto storto e non ho voglia di parlare con

nessuno.

I primi tempi quando mi sentivo così, mi definivo incazzato (nero, se fuori

nevicava). Poi mia mamma mi ha insegnato questa nuova parola, perché

uno incazzato è uno pure maleducato e mi ha detto – lentamente e scandendo

bene le parole, come quando hanno paura che io non capisca -

«Edgar, non si dice incazzato, quando ti senti arrabbiato puoi dirti inalberato…

è più carino… no?»

Me lo diceva talmente lentamente che sembrava me lo volesse mimare.

Quando sono arrabbiato dico inalberato, ma quando sono incazzato nero

preferisco alberato, senza in davanti, perché non sono dentro, ma fuori del

tutto.

Mamma quella mattina lo aveva capito e voleva accompagnarmi fino a

dentro l’edificio.

L’entrata era piena zeppa di mamme, con bambini che piangevano e

frignavano tutte le lacrime dell’infanzia e io pensai che avevo paura come

gli altri e quindi ero uguale agli altri.

Lo ricordo bene quel pensiero perché non mi capiterà tante altre volte in

vita mia di sentirmi uguale agli altri.

«Edgar, è normale che ti senti un po’ nervoso, è il primo giorno ed è tutto

nuovo, ma vedrai che presto sarai pieno di amici», disse la mamma.

Io non riuscivo ad individuarne uno, anche se non ero proprio solo.

C’era sempre Nick con me.

Nick non mi abbandona mai nei momenti del bisogno, figurati se si perdeva

il mio primo giorno di scuola.

«Non voglio amici che piangono, e visto che qui piangono tutti, non voglio

nuovi amici», dissi con la faccia piena di rughe come se fossi vecchio (almeno

quaranta anni di faccia).

«Piangono perché hanno paura, ma è umano aver paura, dovresti aver

paura di non averne. Quella è una cosa tremenda».

Io la guardai, come quando ti dicono che quello che hai bevuto al posto

del succo di mirtillo è una bevanda estratta dal fegato di capra.

Ma subito dopo.

«Mamma, mi vuoi bene vero?»

Mamma non rispose, ma mi fece un sorriso che sapeva di torta e mi

prese forte la mano senza lasciarmela fino alla porta della classe.

Vi ricordate quello che vi ho detto sulle parole di troppo?

A volte le parole ingombrano.


A volte, un sorriso basta e avanza.

Le aule erano grandi, e grandi erano le finestre quasi tutte bianche.

Non ricordo bene il primo anno, forse non è stato così male se non lo

ricordo. Ma il secondo anno mio fratello faceva la quarta e io la seconda e lo

ricordo bene.

Lo ricordo bene perché mio fratello si prese la malattia che ti vengono

tutti i puntini rossi sulla faccia, a me dispiaceva perché gli prudeva, ma mamma

diceva che non si doveva grattare sennò gli rimanevano i segni.

Ma forse sono cattivo perché un po’ero contento.

Ero contento che anche quello buono si potesse ammalare, ed ero felice

che anche quello buono si dovesse grattare, ed ero entusiasta che anche

quello buono si dovesse curare.

Mamma stava tutto il tempo appresso a lui e non giocavamo più e non

ridevamo più e non cantavamo più e addirittura mi lasciava sentire la musica

a tutto volume.

Mamma odia quando io ascolto la musica a tutto volume e quando me lo

permette vuol dire che è o esaurita o distratta.

Papà non parlava come al solito, perché lui è uno che lavora.

Nessuna tela bianca davanti agli occhi.

Tutto molto chiaro.

Era contento che mio fratello era ammalato, ma poi sono stato contento

quand’è guarito.

Sono geloso, ma non cattivo.

Ma quell’anno scolastico è stato fottutamente brutto.

Aricrissimella quanto me lo ricordo brutto!

E lento come la trama di Beautiful.

Per esempio ricordo che…


CAPITOLO TRE

C’era una professoressa di inglese, no rifaccio, non d’inglese ma di grammatica

inglese, che era la signora Samberry, signora non perché avesse

preso in comodato d’uso il cognome del marito, ma signora perché era una

vecchia e chiamarla signorina suonava quasi peggio.

La signora Samberry era una signora che aveva 53 anni, il prossimo

sette maggio sarà di nuovo il suo compleanno.

Vestiva sempre di scuro, con gonne sempre nere e scarpe nere e maglioni

a collo alto o neri o al massimo bordeaux.

Portava degli occhiali con la montatura sottile come le caviglie di una

modella, che le rendevano gli occhi ancora più piccoli di quelli che aveva.

Quando doveva interrogare, guardava il registro e guardava la classe e strizzava

gli occhi come se fosse stata miope (ma secondo me ci vedeva benissimo

perché beccava sempre qualcuno impreparato).

Continuava ad alzare lo sguardo, per poi ribassarlo come in un passaggio

a livello impazzito.

Sembrava una danza tribale che incuteva paura.

Diceva sempre, cioè non sempre ma solo quando gli veniva chiesto (precisione,

Edgar, è così che le persone possono capirti... precisione…),

che non si era mai sposata con un uomo perché lei era sposata al suo insegnamento.

Io, ancora adesso, quando mi chiedono come mai non sono fidanzato

rispondo che non sono piaciuto ancora a nessuno, ma non dispero perché in

fondo non sono così male.

È brutto stare da soli e a nessuno piace.

E anche in quarta elementare capivo che dire di essersi sposati all’inglese

era una gran cazzata.

Comunque la signora Samberry sembrava felice per essere un’adulta.

Era una brava donna che all’occorrenza sapeva anche difendermi.

Una volta, mi pare fossimo a metà anno più o meno, la signora doveva

interrogarci su una ricerca che aveva assegnato undici giorni prima.

Io non avevo potuto prepararla perché avevamo gli operai in casa (da più

di undici giorni).

Pioveva quella mattina, ma di una pioggia diversa.

Mi accorgo sempre se la pioggia è diversa perché io divento alberato, e

poi la pioggia si trasforma in neve e allora è mio padre che diventa alberato.


La signora Samberry era vestita con un completo nero.

Entrò in classe e il ticchettio della pioggia sui vetri delle finestre scandivano

il ritmo costante dei passi, piedi e scarpe.

Nere come il resto.

«Buongiorno, bambini», disse con il tono di voce come se ci stesse leggendo

tutte le postille e le clausole di una polizza assicurativa.

«Buongiorno, maestra!»

Rispondevano più o meno tutti – chi più e chi meno – ma Ralph James

rispondeva più forte.

Ralph era il primo della classe, ma ogni volta che si faceva ganzo con la

sua aria da so tutto io e se non lo so presto lo imparerò sapevo che presto

o tardi la scuola sarebbe finita e con essa gran parte degli applausi accumulati

tra i banchi.

Aveva un’aria da tonto come ti immagini uno con i capelli rossi.

Crescendo ho capito che ci sarà sempre qualcuno che risponde al professore

con la voce più forte, e quasi sempre ha i capelli rossi.

La signora Samberry, sola come un cane solo, cominciò l’odiata danza

tribale.

I suoi occhiali fini si fermarono per alcuni secondi a metà registro e io

maledì il mio beccuto maledetto cognome.

«Edgar, vuoi venire tu?», disse con la voce cattiva come un formaggio

francese (di quelli che quando li tagli ti colano da tutte le parti).

«Se è una domanda, no», risposi io.

La signora Samberry continuò come se non avessi mai fiatato.

«Vieni, Edgar, facci vedere quanto sei preparato».

Facci vedere, Edgar, facci vedere!

Le parole rimbombavano – che è una parola che, noto solo adesso mentre

la scrivo, rim-bom-ba lei stessa, divertente no? – e c’era un gran casino

nell’aula.

Ma forse era solo nella mia testa.

Erano le grida di mio fratello e di mio cugino quando mi incitavano a fare

la faccia tamponata.

Era una faccia tutta piena di bozzi e bitorzoli vari – come una macchina

dopo un tamponamento – che nelle giornate sì riuscivo a tenere per dieci

minuti buoni.

Li facevo divertire come matti, ma a me la sera tirava la pelle come dopo

una giornata di mare.


Io mi alzai dalla sedia lentamente e lentamente mi diressi verso la professoressa.

Mi sentivo tutti gli occhi addosso come se avessi un pezzo di insalata

ancorato saldamente tra i denti.

La prof. non alzò lo sguardo mai e continuò a guardare il registro.

Avrei potuto mandare un compagno al posto mio e lei non se ne sarebbe

accorta, almeno fino a quando non avessi iniziato a parlare.

Sono inconfondibile quando parlo.

«E allora, che ci dici Edgar, di Edgar Allan Poe?»

Mi chiamò per nome. Mi aveva riconosciuto.

Ma dell’altro nome che fece buio pesto.

Una tela così spessa davanti agli occhi da far pensare ad una pessima

imitazione dei cinesi originali.

«Professoressa, io non l’ho fatta la ricerca, ma posso parlarle per diverse

ore di Jim l’idraulico e di suo figlio, Mit il muratore».

Mit, il miglior muratore del Maine, c’era scritto a caratteri cubitali

dorati in rilievo sulla maglietta che indossava.

«E chi sarebbero, per grazia ricevuta, questi distinti signori?», disse la

prof. mettendola giù molto più dura del necessario (a modesto parere di chi

racconta).

«Sono i signori che mi stanno demolendo casa a pagamento»

«Jim è il capo e fa l’idraulico. È un omone grosso che sembra buono, ma

dice un sacco di bugie.

Io l’ho sentito parlare al telefono con la moglie e le ha detto che doveva

lavorare fino a tardi da noi, ma poi ha staccato alle cinque dicendo che c’era

stato un imprevisto».

Un imprevisto che non gli impediva di andare via da casa nostra per non

tornare dalla moglie e dall’orribile nome impronunciabile che indossa.

Edgar gli adulti sono bugiardi... ricordati sempre di dire la verità,

anche quando cresci! Ricordati, Edgar... Verità, amabilità e sincerità…

«Mit, invece, è il muratore bravo quasi come il padre».

I figli – se sono bravi – al massimo sono bravi quasi come i loro padri,

mai più bravi e se fanno lo stesso lavoro, allora, se la sono cercata perché

hanno perso in partenza.

«Mi racconta spesso – con il tono di voce di chi è certo che quello che

sta raccontando non interessa a nessuno – che non ha voluto fare l’idraulico

per non seguire le orme paterne, ma comunque stanno sempre insieme lo

stesso. Credo che si dica che sono soci quando si lavora insieme.


Anche quando sono padre e figlio, almeno credo.

La Jim & Mit Company! La prima volta che lo hanno detto in coro – con

un tempismo perfetto come frutto di anni di prove – brillavano ad entrambi

gli occhi e il padre ha dato una grossa pacca da dietro al figlio che è sobbalzato

in avanti con il corpo goffo e senza peso per quasi un metro, anche se

la Company è tutta racchiusa in un furgoncino Ford e un paio di cassette

per gli attrezzi con il manico di cuoio consumato», dissi tutto di un fiato come

in una gara di poesia.

«Storia interessante, ma capisci che Mit e il padre e tutti i contrasti generazionali

non stanno nel programma almeno per quest’anno?», disse la signora,

signorina, alzando per la prima volta lo sguardo piccolo verso di me.

Io capii che voleva essere una battuta di spirito anche se non rideva

nessuno.

È brutto quando fai una battuta di spirito e non ride nessuno.

Io – perlomeno io – rido sempre alle mie battute di spirito.

«Signora, lei è una donna simpatica e io l’avrei sposata solo se fossi stato

più grande o lei più piccola», dissi per consolarla.

La signora fece la preistoria di un sorriso, e io capii che, per il ruolo che

ricopriva, era il massimo gesto d’amore possibile.

E anche inaspettato, come una moglie che per il compleanno si aspetta

un mazzo di rose e il marito esce a comprargli una serra.

«Facciamo così, Edgar», concluse, «mi porterai la tua ricerca quando

saranno finiti i lavori a casa… Va bene, caro?»

Poi, senza aspettare una risposta scontata, visto la generosa offerta,

«E aggiornami su Jim e il figlio».

«Si chiama Mit, il figlio si chiama Mit».

Odio quando non si ricordano di Mit.

Odio quando si dimenticano di un figlio.

Odio quando non mi trattano come gli altri.

(Anche se quest’ultima cosa ho imparato ad odiarla con il tempo).

Ma non odio la signora Samberry che non mi sgrida se non faccio i

compiti.

Quando sei a scuola – e sei tu quello un po’ scemo e con una faccia

grande come una luna piena di gas – puoi tranquillamente derogare su alcuni

principi.

Tornai al banco molto più velocemente rispetto all’andata e mi sedetti al

mio posto.


Finita la lezione della signora era l’ora della ricreazione – che se fosse un

quadro per me sarebbe l’annunciazione alla Madonna – e a pensarci non

era un’ora, ma un quarto d’ora scarso che doveva servire a ricrearsi, a

riprendersi dalle noiose blaterazioni della signora Samberry o dalle prolisse

dissertazioni del signor Hermont.

Nota bene – blaterazioni viene dall’albero di cui vi parlerò più tardi,

mentre prolisse non so con certezza cosa significhi, ma so con certezza che

per le lezioni del signor Hermont calza a pennello.

Quasi tutti i miei professori avevano il cognome che finiva in “ermont”

ed è buffo pensare che non avrebbero potuto accettare una cattedra in una

scuola del Vermont – se non ad alto rischio di sonore risate.

“Il professor Hermont che insegna nel Vermont al suono triste di un

carillon.”

(Non mi vedete, ma sto ridendo piano).

Ma così mi perdo (divago, avrebbe detto mia mamma).

Il mio quarto d’ora scarso poteva tranquillamente chiamarsi “insultazione”.

Uscimmo tutti insieme compostamente dalla classe al suono squillante

della campanella fino a quando uscimmo dalla visuale della prof e…


CAPITOLO QUATTRO

Percorso il lungo corridoio che portava in giardino, come formichine rese

quasi mute dalla raucedine, quelli che pochi secondi prima erano i miei compagni

di classe divennero all’improvviso israeliani di mezza età che avevano

diritto di parola per la prima volta ad una riunione di condominio di loro

coetanei palestinesi, in un condominio mezzo sfasciato al centro della Striscia

di Gaza.

«Il solito raccomandato faccione culone!», gridò Marius, terzo banco da

sinistra, seconda fila, vedendola dalla visuale che si ha dalla cattedra.

«Lui non può fare la ricerca come tutti gli altri!», gli fece eco Johnny con

la voce in falsetto, suo dirimpettaio di banco e amico del cuore.

«No… Cicciabomba culone faccione ha gli operai per casa», secondo

banco in prima fila, con la voce inconfondibile di Valerio, – Valerio, il violento

violentatore di violino – lo chiamavo io per come strapazzava il delicato

strumento durante l’ora di musica.

Poi cominciarono a spingermi con una cattiveria che non riconoscerò

mai più neanche negli adulti che lavorano in ditta con mio padre (che sono gli

adulti più cattivi che conosco).

Mi strattonavano da una parte e dall’altra – come una ragazza contesa

per il ballo di fine anno – e mi tiravano i capelli.

Ma quel giorno non alzarono le mani.

Mi piace specificarlo perché un giorno raccontai ai miei genitori che

alcuni ragazzi mi menarono e non era vero, ma le volte che in seguito sono

stato coricato di botte, e non l’ho raccontato a nessuno, hanno di gran lunga

compensato la bugia di quel giorno.

Continuarono a ridere fino all’arrivo del parcheggio, dove si dispersero

all’improvviso come in una coreografia, e non mi curarono più di uno

sguardo.

Io non dissi nulla, niente, neanche una parola.

Avevo la testa ingarbugliata come un’enorme matassa di cui si è perso il

filo d’inizio, ma le parole accumulate e non dette in quegli anni so che usciranno

prima o poi, e alcune di queste sono quelle che sono precedute a

queste e quelle che seguiranno.

Senza una logica e fuori tempo massimo.

Ma quel giorno non dissi nulla.

Neanche Nick fiatò.


Era troppo complesso spiegare a dei bambini vocianti che mi insultavano

chi io fossi.

Troppo complicato discolparsi da qualcosa che non si è fatto, mentre

degli adulti nani ti strattonano da una parte all’altra.

Troppo umiliante spiegare loro che ero quasi più di loro – come loro.

Ero loro.

E forse completamente inutile.

La vita è come uno specchio.

Ti sorride, se la guardi sorridendo.


CAPITOLO CINQUE

La nostra grande casa, con il tetto giallo e le finestre di una tonalità di

marrone che mamma aveva previsto durante la tinteggiatura, aveva un

portico in mattoni grezzi che era il preludio scontato – come i vestiti durante

i saldi – a un grande patio (grande quando io ero piccolo, poi crescendo

si è rimpicciolito), dove durante l’estate cenavamo e pranzavamo e facevamo

colazione e merenda, ed era situata a Stantford una cittadina a 60

chilometri dalla capitale del Maine che – se non l’hanno cambiata da poco

– è Augusta.

È una cittadina all’apparenza tranquilla, dove non succede mai nulla se

non le cose che succedono in tutte le piccole province.

Secondo me è, invece, una cittadina violenta e cattiva e pericolosa e

eccitante, almeno per come la vedo io.

Ho sempre pensato che fosse per colpa della pubblicità.

In una grande città lo dicono se succede qualcosa di eclatante, perché

sono tanti e allora può capitare che uno ruba o vada a letto con la moglie del

professore del figlio o truffi ignari risparmiatori. Invece in provincia siamo

pochi e allora non dovrebbe capitare.

Se capita – anche se non dovrebbe capitare – è più grave e quindi nessuno

ha interesse a dirlo.

Anzi tutti, TV, giornali e radio fanno a gara a chi riesce a dirlo prima.

Una volta lessi sul Maine Post una pubblicità a tutta pagina che diceva

“la pubblicità è l’anima del commercio”.

Lo so che è un modo di dire (non sono stupido), ma vi giuro che era

anche una pagina del giornale.

E precisamente una pagina intera del Maine Post. Quindi se l’anima è

corrotta o impura, molto meglio non pubblicizzarla.

Prima in classifica – e con enorme anticipo sulla fine del campionato –

nel torneo denominato le cose che mi hanno detto più spesso è la frase

Edgar, hai sempre una fantasia così fervida”.

È vero che ho fantasia, ma non sono un bugiardo.

E non so perché ogni volta che io dicevo la verità su qualcosa mi rispondevano

così.

Non vedevo l’ora di crescere, perché era troppo facile per gli adulti colpevolizzare

i bambini di non essere adulti.


Io vedevo che il signor Sammet e la signora Ginger si baciavano bocca

con bocca dietro il garage, e lo dicevo, e lì partiva il ritornello Edgar

fantasia… bugia …

Mi accorgevo che mio fratello prendeva dei soldi dalla scatola di biscotti

a forma di bottone sul secondo ripiano della cucina sopra il forno (non era un

segreto per nessuno), e lo dicevo alla mamma, e lì il ritornello, secondo in

classifica, ma in rimonta nello stesso campionato descritto prima Edgar

fantasia… spia…

E ho sentito nitido con le mie grandi orecchie le bugie che diceva il padre

di Henry alla moglie e subito dopo Edgar… fantasia… tra moglie e marito

non mettere il dito (Aha ah ah, questa me la sono inventata di sana pianta!).

Ogni cosa riportata da me veniva sempre etichettata, ma mai come dovrebbe

essere, per una cosa positiva come dire la verità.

Non si capisce niente, ma lo lascio così (io ho capito).

È per questo che non ho mai raccontato a nessuno di Nick.

Nick è un mio amico di infanzia, mio e di mio fratello Samuel, ma crescendo

è rimasto solo amico mio.

Mio fratello da qualche anno se gli parlo di Nick mi risponde con un

«non ho tempo per queste stronzate», detta con la faccia da sei.

Nota bene.

Davo il voto a ogni faccia che facevano le persone quando parlavo, e la

faccia da sei era la famosa faccia “di sufficienza”, da un paio di miei parenti

– mia mamma e mia nonna – chiamata anche “faccia da schiaffi”.

Lui non ha tempo per un amico affidabile e sincero, ma perde il suo

tempo in stronzate di stronzi – Edgar! Ancora? Basta parolacce! E il

bagno è pronto da quasi un’ora! – che portano i nomi di Henry più forfora

che capelli, Bill mezza palla, Arturo tutto cionco e il resto della combriccola

della quale adesso non mi vengono in mente tutti i nomi, ma anonimi

rimangono comunque stronzi – scusate, scemi, anche se non rende l’idea –

e quasi tutti con l’aria da tonti come se avessero i capelli rossi.

Nick l’ho conosciuto quando ero molto piccolo, perché mi veniva a trovare

tutte le sere, appena dopo che mi addormentavo, ed era bello fare il

punto della giornata con chi non può che ascoltare.

Mi veniva a trovare tutte le sere e io sentivo che stava arrivando dall’odore

del suo respiro. Non saprei descriverlo, ma a me venivano le fossette

sulle guance quando tiravo su con il naso.


Per tantissimi anni io, Nick e Samuel siamo andati a chiacchierare sotto

una grossa quercia che sta in fondo al promontorio che domina la vallata,

nella cui cavità si trova la casa nostra con il tetto giallo.

Davanti a casa nostra c’era un grosso prato, che non era tutto nostro, ma

noi lo guardavamo e ci andavamo come se lo fosse, e che finiva su una

collinetta dietro la quale c’era il nostro albero.

Dall’entrata di casa nostra sembrava di vivere nella casa nella prateria,

tanto era il verde che ci si prostrava davanti – anche se al posto della cieca

bionda Mary ci abitava un ragazzo un po’ down – ma la vista dal retro

assomigliava di più a una periferia, con tutte le case uguali e un po’ ammassate

che si davano fastidio l’una con l’altra.

Il promontorio visto dalle nostre finestre disegnava una sagoma di un

enorme dromedario con tre gobbe tozze e una diversa dall’altra.

Le tre gobbe le avevamo ribattezzate Dario, Dro e Me, e io, mio fratello

e mamma ci scegliemmo una gobba per uno.

Prima scelse Samuel che si prese Dario, mamma optò per Dro, e io che

ero arrivato per terzo scelsi quello rimasto che era la mia prima scelta e

gridai «Me... è mio!».

Era una scenetta che ripetevamo ogni volta che ci sedevamo sul patio a

guardare la vallata, e ogni volta ridevamo come matti.

Ora che sono più grande, mi rendo conto che forse lo facevano più per

me che altro, ma mi dispiace un po’ che è tanto tempo che non gridiamo più

a squarciagola Dario, Dro (certo, come no), ma Me è mio!

È dietro al dromedario c’era il nostro albero.

Io e mio fratello l’avevamo ribattezzato l’Albero Bla Bla.

Ci andavamo al calar della sera ed era il nostro posto speciale.

Speciale perché tutti noi potevamo essere noi stessi e dire tutto quello

che ci passava per la testa e gridare e piangere e ridere e non in questo

ordine, e sia che ce ne fosse motivo o meno di fare tutte queste cose.

Sotto l’Albero Bla Bla tutto era permesso, tutto era magico.

Soprattutto mio fratello lì era diverso.

Era sorridente e comprensivo, mi parlava e mi spiegava le cose, con

pazienza e sempre con la faccia da nove (quella che ti viene quando vedi il

nove bello stampato in neretto sulla tua pagella) e io sentivo dalle sue parole,

ma soprattutto dal suo tono, che mi voleva bene.

Non badate troppo alle parole, non le pesate come dicono quelli che

erano bravi a scuola. Il tono è importante.


Non cosa si dice, ma come.

Poi siamo cresciuti e la cameretta dove dormivamo è diventata all’improvviso

piccola, e gli abiti ci stavano stretti, e dovevamo comprarne dei

nuovi, e non ci siamo più andati e mio fratello è cambiato.

Da quando non andiamo più sotto il grande Albero Bla Bla, è scontroso e

frettoloso e burbero e nervoso (nervoso un po’ lo era anche prima).

Non ha più tanta pazienza e ogni cosa che gli chiedo, lui mi risponde

«Chiedilo a mamma, lei lo sa...»

Per anni ho pensato che mio fratello all’improvviso si fosse rincoglionito

e si fosse dimenticato di tutte le risposte, mentre che mamma sapeva tutto

l’ho sempre saputo.

Ma tutte le mamme – non solo la mia – sanno tutto di tutto.

Abbiamo smesso di andare sotto l’albero e sono cambiate molte cose.

È cambiato il giorno con la notte, il cielo si è intristito, impregnato di un

colore triste, il tetto di casa è diventato di un giallo sbiadito come la senape

annacquata e il marrone previsto da mamma è diventato il colore paventato

da papà.

Mamma non ride più e papà – che non ha mai riso che io mi ricordi –

continua a non parlare.

Ma quello che è peggio è che Samuel, pur avendo gli stessi occhi da

quando è nato, mi guarda in maniera diversa.

O peggio mi guarda fino ad un certo punto. Più o meno all’altezza dei

polpacci, e non più dritto negli occhi.

Neanche a dire che ho bei polpacci (salsicce affumicate essiccate al

sole).

Abbassa lo sguardo.

Non chiedetemi perché, non sono stupido, ma non posso sapere tutto.

Da quando non andiamo più a chiacchierare sotto l’Albero Bla Bla tante

cose sono cambiate.

Troppe per pensare ad una semplice coincidenza.

Ne volete sapere una?

La volete sapere subito o dopo la merenda?

Io non vi ho sentito rispondere e voi non potete vedermi, ma sto spalmando

per orizzontale burro di noccioline su di un panino tarchiato duro, ma

senza crosta.

Ho riso tanto in vita mia, ma ho avuto anche cose brutte.


Credo che tutte le persone abbiamo avuto giorni felici immersi in un

mare di calma piatta, e con qualche cavallone triste che accennava di tanto

in tanto un po’ di schiuma.

Uno di questi giorni ve lo sto per raccontare, ma ad un patto. Che mentre

leggerete, che nessuno – dico nessuno! – faccia la faccia triste della compassione.

Quella che si fa quando qualcuno sfigato ti racconta della sfiga che ha.

Quella faccia che in fondo al mento finisce con le parole “poverino, non se lo

merita proprio”.

Odio quando qualcuno mi dice “poverino”.

Perché la gente deve sempre giudicare? Se io racconto qualcosa, è solo

per condividerla, non per metterla ai voti al sempre florido gioco Vediamo –

chi – è – più – sfigato – di – me. Nessuno è più sfigato di me? Si

aggiudica il premio il signore all’ultima fila con le stampelle e una vita

vuota accanto.

Una giornata così triste da influenzare tutte quelle venute prima, e tutte

quelle dopo.

Una giornata così triste da non riuscire a versare neanche una lacrima.

Neanche una.

E ricordatevi la promessa della faccia.

Io non vi posso vedere, ma voi sì.

Crescere un figlio è come camminare sulla neve.


RINGRAZIAMENTI (PIÙ O MENO)

Di solito i libri normali, quelli veri, finiscono la loro storia con una intera

pagina dedicata ai ringraziamenti. Frasi tipo “un libro non lo scrive una persona

sola, questo libro non ci sarebbe stato senza l’aiuto di”. Ho sempre

pensato che se avessi avuto in dono il miracolo di una pubblicazione, non

avrei ringraziato nessuno.

Non credo dipenda dalla ingratitudine – anche se non sono pochi quelli

che mi hanno gridato in faccia Ingrato! ma la gente è strana, si sa –

La verità è che io odio quel tipo di cose, i falsi perbenismi di chi si nutre

dei rapporti di facciata, la vanesia ostentazione di un merito altrui. Cose

così.

Se ci fosse qualcuno da ringraziare, ed in verità più di qualcuno ci sarebbe,

preferirei ringraziare te che mi stai leggendo in questo momento.

Senza di te, caro lettore, chiunque scriva è una voce che blatera nel

vuoto.

Ma questa che vedete è una pagina A5, lunga nella versione non tascabile

all’incirca 21 centimetri, che comunque devo occupare da contratto.

Allora, quasi, quasi, la sfrutto per citare le persone che non devo ringraziare

per la pubblicazione del libro che tieni per le mani.

C’è chi colleziona cerini, chi soldatini, chi orologi preziosi. Io colleziono

rancori.

Non devo ringraziare il mio professore d’italiano delle medie, professor

Emiliano Michetti, che stroncò un mio godibilissimo tema sul fenomeno dell’immigrazione

con le seguenti ed ironiche testuali parole “Sconclusionato,

affrettato nelle conclusioni. Temo gli sia preclusa la carriera di scrittore”.

Non ringrazio la signora Paola Emidi, mia vicina di casa prossima all’immortalità,

che dopo aver letto il manoscritto di Edgar mi ha guardato fisso

negli occhi – pensavo volesse baciarmi – e mi ha sussurrato: “Non ti piace

proprio il lavoro di tuo padre?

Non ringrazio Giuseppe Molinari, amico di sole parole, che dopo aver

insistito tanto (ti prego, ci terrei tanto a leggerlo!) non mi ha fatto sapere più

nulla. Sono passati quattordici mesi.

Non ringrazio la casa editrice Longanesi, che ha avuto la gentile premura

di farmi sapere che “il suo pregevole e brillante lavoro non rientra nei nostri

attuali piani editoriali”. “Pregevole e brillante” Una lettera di rifiuto.


Diffidate sempre di chi vi sorride per primo.

Ne ho ricevute molte poche di lettere di rifiuto.

Quelle sono appannaggio esclusivo degli scrittori dall’indiscusso talento.

Infine, non ringrazio Alessandro per una miriade di motivi.

Lui li conosce tutti.


SOMMARIO

Capitolo uno

Capitolo due

Capitolo tre

Capitolo quattro

Capitolo cinque

Capitolo sei

Capitolo sette

Capitolo otto (le cose tra parenti)

Capitolo nove. L’amicizia – quella vera – è fantastica

Capitolo dieci

Capitolo undici. Dio è una brava persona

Capitolo dodici

Capitolo tredici

Capitolo quattordici

Capitolo quindici

Capitolo sedici

Capitolo diciassette. L’amore non è un sentimento. È una capacità

Capitolo diciotto

Capitolo diciannove. Chi ha paura dell’acqua calda,

teme anche quella fredda

Capitolo venti

Capitolo ventuno

Capitolo ventidue. Lunga vita al nemico, affinché possa

assistere al mio successo

Capitolo ventit

Capitolo ventiquattro

Capitolo venticinque

Capitolo ventisei

Capitolo ventisette

Capitolo ventotto

Capitolo ventinove

Capitolo trenta

Capitolo trentuno

Capitolo trentadue

Capitolo trentatré

Capitolo trentaquattro

Capitolo trentacinque

Capitolo trentasei

Ringraziamenti (più o meno)

3

9

15

20

22

27

31

32

36

49

67

74

76

86

88

92

98

101

104

108

123

135

146

148

157

158

165

180

196

205

211

216

225

239

341

254

257


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