Mi chiamo Edgar FreemanShort.pmd - ZONAcontemporanea.it

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CAPITOLO DUE

Nessuno mai mi ha chiesto che infanzia è stata la mia.

E anche se non so quanto vi possa interessare, considerato che non ci

conosciamo, è arrivato il momento di dirlo a qualcuno senza una richiesta

ufficiale in carta da bollo.

La mia è stata un’infanzia.

Non so se è stata felice, ma è comunque un’infanzia.

Un’infanzia felice non vuol dire che poi quando diventi grande devi essere

felice per forza.

Conosco tanti grandi che sono infelici e magari da bambini ridevano sempre.

Quello fanno i bambini, ridere (e io ridevo come un matto!) e giocare

sempre, ed essere capricciosi e piangere solo per ricordare a qualcuno che

tu esisti.

I bambini non hanno pensieri.

No, purtroppo questo sarebbe bello, ma non è sempre vero.

I bambini fortunati non hanno pensieri.

Sono i pensieri che ti levano la voglia di giocare.

Ma io rido anche adesso e non sono certo un bambino.

I grandi che da piccoli sono stati infelici diventano assassini o pazzi o

violenti o stupratori o maniaci o tutte queste cose insieme, non tristi.

Pazzo è il signor King che si rovina la giornata se vede le foglie sul prato.

Io glielo dico sempre, quando l’incontro, che due foglie due, non rovinano il

prato e si possono raccogliere con il beccuto raccogli foglie che vendono

anche da Harry’s in fondo alla strada (non mi ricordo quanto costa, forse 30

dollari, non sono sicuro, ma molto meglio darglieli contati perché ha problemi

con i resti).

Ma lui se la rovina lo stesso e se piove dopo che ha lavato la macchina si

rovina tutta la settimana e io non capisco il perché.

È il nostro vicino di casa e i miei genitori mi hanno insegnato che tra vicini

(quando si sta con il viso del vicino a poca distanza dal viso dell’altro vicino)

ci si sorride e si dice buongiorno, se il viso a viso è di mattina, e buonasera

se è dopo che ho fatto merenda.

Ma lui ogni volta che mi incontra mi mette le mani addosso.

Mi prende le guance e me le strizza come uno straccio bagnato e mi dice

«buongiorno, figliolo», ma non lo dice sorridendo.

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