12.06.2013 Views

scarica il catalogo in pdf - Grafique Art Gallery

scarica il catalogo in pdf - Grafique Art Gallery

scarica il catalogo in pdf - Grafique Art Gallery

SHOW MORE
SHOW LESS

Do you know the secret to free website traffic?

Use this trick to increase the number of new potential customers.

LUCA BELLANDI MILLE VOLTE LONTANO

a cura di Chiara Argenteri


LUCA BELLANDI MILLE VOLTE LONTANO

ANGELA MEMOLA

A CURA DI CHIARA ARGENTERI


MILLE VOLTE LONTANO DI CHIARA ARGENTERI

Con il simbolo della matita, che si muove lasciando

una traccia sullo schermo del computer, disegno il

contorno di una figura. Poi, dalla barra degli

strumenti scelgo la modalità di riempimento del

colore, simboleggiata da un minuscolo secchiello

inclinato che versa pittura dall'orlo. Seleziono una

tinta sulla tavolozza e coloro la mia figura: basta

cliccare. Ma il colore, con mio disappunto, deborda

dalla forma che volevo riempire, copre lo spazio

intorno. Allaga le porzioni adiacenti del disegno,

finché non trova un argine che lo fermi, qualcosa di

più grande che racchiuda quella figura. Se non trova

alcun contorno contenitore, invece, il colore ricopre

tutto il resto, divora lo sfondo. Esistono dunque

argini che sono chiusi male, oppure sono troppo

deboli per contenere una forma. Ed esistono colori

dalla forza contratta, che non aspettano altro che di

esplodere erompendo fuori dai contorni che li

trattengono. I soggetti di Luca Bellandi sembrano

calmi. L'equilibrio è stato raggiunto, la tensione fra

le porzioni interne che strutturano una figura è stata

risolta, ogni elemento ha raggiunto la sua uniformità.

Non c'è più niente da discutere, l'abbondanza di

particolari che nel resto del mondo convivono

all'interno delle superfici è stata zittita, l'omogeneità

si è dispiegata, il colore ha steso il suo velo di

purezza. Anche se le immagini hanno raggiunto

questa pace in seguito a brutalità e sopraffazioni:

ogni colore ha vinto su tutti gli altri debordando dai

suoi contorni, e si è accampato imperialisticamente

fino alla frontiera della tinta confinante che non gli

ha permesso di invadere (o quasi) il proprio

territorio. Bellandi racconta storie lontane, con toni

accesi e finale a sorpresa. Quelle del pittore

livornese sono rappresentazioni sceniche del mondo,

amplificazioni del ricordo, ricerca ancestrale delle

proprie origini, metafore della vita (e delle sue

origini) fatte di simboli, icone (come fantasmi

dell'esistenza) e oggetti armonicamente incastonati

tra loro. Ma sono anche piene zeppe di stipi, segreti,

di meccanismi e cassetti nascosti: paesaggi che

come scrigni racchiudono misteri accessibili solo a

chi ha la voglia e la costanza di entrarci, e che

custodiscono a loro volta oggetti, simboli, ricordi

ancestrali. Scandagliare la poetica di Bellandi è un

po' come sfogliare i capitoli di un libro. Segni, colori

e, soprattutto, un volere artistico ricco di sorprese,

dove ogni incastro svela un significato nascosto:

figure mitologiche, donne con la testa da cavallo in

attesa che la giostra della vita ricominci a girare,

cani solitari che sembrano contemplare l'orizzonte,

vestiti da mille e una notte che aspettano di essere

indossati, e intanto conservano il ricordo di chi li ha

indossati prima di allora. E poi, ancora, mazzi di

rose rosse, cuori ex-voto, essenza della devozione,

pappagalli e pesci rossi, e poi fiori. Bellandi spinge

lo spettatore ad attraversare un universo visivo di

grande portata, proprio come nelle favole. Il

riferimento è alla natura, ma a una natura

completamente reinventata alla luce dei miti, delle

leggende, delle fiabe, del ricordo delle origini. Come

un troubadour del XXI secolo, con forte spirito

romantico e un occhio alla pittura dell'Ottocento,

l'artista porta in giro le sue ballate, storie che

parlano di luoghi lontani, magici e ancestrali, che

sollecitano l'immaginario e la fantasia. Senza

dichiararlo apertamente, nelle tele fonde insieme

tempi successivi e consequenziali, unifica in una

sola visione i processi di causa ed effetto. A volte lo

fa nella stessa opera, in altri casi sviluppa gli

argomenti in serie e cicli complementari, da leggere

in un serrato confronto. L'impianto iconografico

spesso si ripete, ma si rinnova l'approccio

all'immagine: la medesima situazione viene cioè

interpretata e descritta da diverse angolazioni (le più

improbabili e differenti tra loro), le stesse figure

inserite in differenti contesti. Che non si dichiarano

con immediatezza, e si svelano solo dopo un'attenta

visione. L'abilità di Luca è tenere sotto controllo i

vari passaggi, riuscire a far convivere i ricordi sulla

tela senza lasciarli deflagrare, dare vita – nella

stessa sperimentazione – a un lavoro sul miraggio e

la realtà, la proiezione e l'assorbimento,

l'impalpabilità e la consistenza, la fissità e il


movimento. Bellandi obbedisce all'evidenza e alla

corposità della materia, la stessa che suggerisce le

forme e guida la rappresentazione. E si affida a una

pittura gestuale, istintiva e immediata, con

un'organizzazione dello spazio atemporale, quasi

astratta, basata sul ricordo dell'immagine e sulla

scrittura automatica. Niente bozzetti preparatori,

Luca traduce direttamente sulla tela il ricordo di

fantasmi lontani, mille volte lontani: veri elementi

pulsanti di umanità, alla cui luce tutto acquista

valore affrancandosi dal neutro (più spesso nero) dei

fondi. Fondi eterni, solenni ma vuoti, da cui

emergono le figure, stilizzate nelle loro tensioni

essenziali (ed esistenziali). L'artista affronta la luce

concentrandosi sulla sua proiezione e il suo

assorbimento, ma non gli basta descrivere le fonti

luminose, raccontare il loro impatto in un ambiente,

evocare le atmosfere giocate su ombre e splendori.

Vuole immortalare il processo d'illuminazione,

identificare e catturare l'attimo e i modi in cui un

raggio parte e gli oggetti o un paesaggio ne sono

colpiti. Desidera seguire, in ogni fase, il miracolo

della formazione di una forma, quel momento che

permette alla luce di disegnare una silhouette, far

comparire un oggetto, creare dal niente

un'immagine. Accarezzandola o violentandola,

plasmandola con delicatezza o cancellandola con la

sua troppa forza, l'artista, in lavori complementari,

sembra aver voluto inquadrare lo stesso istante da

angolazioni diverse, pare aver costruito un discorso

pittorico con le tecniche cinematografiche del campo

e del controcampo. A volte punta contro la fonte

luminosa, e i raggi esplodono fuori, in uno splendore

puro e intenso che il quadro sembra non riuscire a

trattenere. La luce attende che lo spettatore si

avvicini alla tela e lo assale, si avventa su di lui con

una foga incontrollabile. Altre volte capita che i raggi

si spengano, colpiscono il bersaglio e terminano la

loro corsa. L'artista ha dato le spalle alla fonte

luminosa e guarda adesso il paesaggio come se

potesse vederlo dal sole. La luce non investe più lo

spettatore, non invade la sala fuoriuscendo dalla

tela, non brucia più i contorni degli ambienti

descritti. Anzi, dalla stanza s'infila nel quadro,

sparisce nelle sue profondità, si perde nei panorami

– appena rubati ad atmosfere impastate – dipinti

con vocazione alchemica e intimista dall'artista. Una

tela proietta, l'altra risucchia. E in mezzo, ci sono i

sogni dell'autore e quelli dello spettatore, che

possono vedere la luce partire e giungere a

destinazione. Non c'è inflazione di luci, mancano le

folle e gli schiamazzi, tutto è natura e silenzio,

contemplazione di un orizzonte da percorrere in

lungo e largo con lo sguardo: un viaggio alla ricerca

dell'essenza e delle origini, che le pennellate

trasformano in sogni, in memorie, in apparizioni

magari destinati a scomparire di lì a poco. Ogni

elemento è destinato a galleggiare in una

dimensione illogica e sospesa, in un magma onirico

e impalpabile, ma anche alquanto reale, sognato ma

terribilmente concreto. Quando inquadra un punto

luminoso, Bellandi si concentra sul suo

ondeggiamento, sulle vibrazioni dei raggi,

sull'impossibilità di bloccare e definire la forma, e

l'impressione dello spettatore è quella di essere

davanti a una sequenza, tradita proprio dalle

vibrazioni delle luci, a una lentissima panoramica o

all'istante rubato a una zoomata progressiva. Nelle

mani dell'artista simboli e icone s'infittiscono e

moltiplicano fino a sembrare un brulicante formicaio

di concetti e di rimandi, s'ingigantiscono fino a farsi

memento mori per un intero popolo, si fissano sulla

tela fino a diventare imponenti come vessilli, e

sempre sottintendono la capacità di catturare,

convincere, trasportare mille volte lontano.


MILES AND MILES AWAY BY CHIARA ARGENTERI

Moving the pencil symbol over the computer screen

where it leaves a line, I draw the outline of a figure.

Then, from the toolbar, I choose the method of filling

in the colour, symbolized by a tiny bucket leaning

over and pouring paint from its rim. I select a shade

from the palette and colour in my figure: all I do is

click on the mouse. But, to my displeasure, the

colour overflows from the shape I wanted to fill and

covers the space around it. It spreads over the parts

adjacent to the drawing until it finds a border that

will stop it - something larger that can contain the

figure. If it does not find any other containing

boundaries, however, the colour covers everything,

devouring the background. Thus there are borders

that are not properly closed, or are too weak to hold

in a shape. And there are colours with a contracted

strength, which lie in wait only to explode by

bursting forth from the outlines that hold them in.

Luca Bellandi's subjects appear calm. A balance has

been reached, the tension between the internal parts

that make up the structure of a figure has been

resolved and each element has reached its state of

uniformity. There is nothing more to be disputed, the

abundance of details that in the rest of the world

exist together within the surfaces has been silenced,

homogeneity is displayed and the colour has spread

its veil of purity. Nonetheless, the images have

reached this state of tranquillity following episodes

of brutality and oppression: each colour has gained

the upper hand over all the others by overflowing its

borders, and has imperialistically advanced right up

to the frontier of the neighbouring colour, which has

not (or not quite) allowed it to invade its own

territory. Bellandi narrates stories from far away,

with bright colour tones and surprise endings. The

scenes created by this painter from Livorno are

scenic representations of the world, amplifications of

memories, ancestral research into his own origins,

metaphors of life (and of its origins) made up of

symbols, icons (like ghosts of existence) and objects

that are harmonically inserted alongside each other.

However, they are also full to the brim with votive

offerings, secrets, hidden mechanisms and

concealed drawers: landscapes that, like treasurechests,

contain mysteries that are accessible only to

those who have the will and the constancy to get

into them, and that enclose in their turn objects,

symbols and souvenirs of the past. Sounding the

depths of Bellandi's poetic output is rather like

leafing through the chapters of a book. There are

symbols, colours and, above all, an artistic intent

rich in surprises, where each groove in the image

reveals a hidden meaning: mythological figures,

women with horses' heads waiting for the

roundabout of life to start up again, solitary dogs

that seem to contemplate the horizon, dresses from

the Arabian Nights waiting to be worn while in the

meantime they keep the memory of those who have

worn them before now. And then there are also

bouquets of red roses, hearts like votive offerings,

the essence of devotion, parrots and goldfish and

then flowers. Bellandi forces the viewer to pass

through a large-scale visual universe, as in fairytales.

The reference is to nature, but to a nature that

has been completely reinvented in the light of

myths, legends, fairytales and the memory of a far-

st

off past. Like a 21 -century troubadour with a strong

romantic spirit looking back towards 19th century

painting, the artist goes out to display his ballads;

these stories talk of far-off, magic, ancestral places

that appeal to the imagination and fantasy. Without

openly stating it, he merges on his canvases both

subsequent and consequential times, and unifies the

processes of cause and effect into one single vision.

He sometimes does this in the same work and in

other cases he develops the subjects in

complementary series and cycles, to be read in close

comparison. The iconographic system often repeats

itself, but the approach to the image is continually

renewed: the same situation is therefore interpreted

and described from different angles (most

improbable ones and different from each other) and

the same figures are inserted in different contexts.

These do not declare themselves immediately but

reveal themselves after careful inspection. Luca

Bellandi's skill lies in keeping the various passages

under control and managing to bring alive the


memories on the canvas without allowing them to

explode. He is able to give life – in the same

experimentation – to a work dealing with mirage

and reality, projection and absorption, impalpability

and consistency, fixity and movement. Bellandi

works together with the clearness and the impasto

quality of the material, which is what suggests the

shapes and guides the representation. And he relies

on gestural, instinctive and immediate painting, with

an almost abstract organization of timeless space

based on a remembrance of the image and on

automatic writing. Luca Bellandi makes no

preparatory sketches, he translates directly onto the

canvas the memory of far-off ghosts, miles and

miles away. These are the real pulsating elements of

humanity, in the light of which everything acquires

value, freeing itself from the neutral (or more often,

the black) of the backgrounds. These are eternal

backgrounds - solemn but empty - from which the

figures emerge stylised in their essential (and

existential) tensions. The artist deals with the light

by concentrating on its projection and its absorption,

but it is not enough for him to describe light sources

and to recount their impact in an environment, or

evoke the atmospheres created by the play on shade

and bright light. He wants to immortalise the

lighting process, identify and capture the moment

and the ways in which a ray starts out and the

objects or a landscape are struck by it. He wants to

follow the miracle of a shape being formed - that

moment when the light is allowed to draw a

silhouette; he wants to make an object appear,

create an image from nothing. Caressing it or

coercing it, moulding it delicately or rubbing it out

with his overriding force, the artist, in

complementary works, seems to have wanted to

frame the same instant from different angles and he

appears to have constructed a painterly discourse

with the cinematographic techniques of long shots

and reverse angle. At times he directs his aim

against the light source and the rays explode

outwards in a pure, intense display of light that the

picture seems unable to hold back. The light waits

until the viewer comes near the canvas and attacks

him, pouncing on him with an uncontrollable

passion. At other time it may be that the rays are

extinguished; they hit their target and come to the

end of their path. The artist has turned his back on

the light source and is now looking at the landscape

as it he could see it from the sun. The light no longer

strikes the viewer: it does not come out of the

canvas to invade the room and does not burn the

outlines of the described environments. On the

contrary, it slips from the room into the picture and

disappears into its depths, losing itself in the

panoramas – lightly created from impasto areas –

painted with the artist's vocation as an intimist and

alchemist. One canvas projects while another

swallows up. And in between, there are the dreams

of the painter and those of the viewer, who can see

the light starting out and reaching its destination.

There is no inflation of lights: the crowds and the

noises are missing, and all is nature and silence, the

contemplation of a horizon for one's gaze to run back

and forth over. This is a journey in search of essence

and origins, which the brush-strokes transform into

dreams, memoriesand apparitions maybe destined

to disappear very soon. Each element is designed to

float in an illogical, suspended dimension, in an

oneiric, impalpable magma, but one that is also

quite real – dreamt but terribly concrete. When he

depicts a light point, Bellandi concentrates on its

flickering quality, on the vibrations of the rays, and

on the impossibility of fixing and defining the shape.

The impression the viewer has is of being in front of

a sequence that is seen in the vibrations of the lights

- a very slow panoramic shot or one that has been

momentarily taken from a progressive zoom. In the

hands of the artist symbols and icons become more

and more dense and multiply until they appear as a

swarming anthill of concepts and references; they

become enlarged until they become a memento mori

for a whole population, they fix themselves on the

canvas until they become as grand as banners, and

they always have as their underlying meaning the

ability to capture, convince and transport you miles

and miles away.


OPERE WORKS


SANTO RAIN TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60

TESTA DI NUVOLA TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60


OH MY DEAR 3 TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60

VAIESTAITECNICA

MISTA SU TELA CM.60X60


MILLE VOLTE LONTANO TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150


ISLAND POSTCARD TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150

ETRUSCO TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150


RES IPOTESI DI RESURREZIONE TECNICA MISTA SU TELA CM.150X180


MITH E GHOST TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60

HYPOTESIS TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150

SHADOWS TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60


WIZARD TECNICA MISTA SU TELA CM.150X180


LITTLE WIZARD TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60


NIGHT RES TECNICA MISTA SU TELA CM.180X180

ALMOST GHOST TECNICA MISTA SU TELA CM.180X150

INSIDER TECNICA MISTA SU TELA CM.180X150

HASSLE

TECNICA MISTA SU TELA CM.180X150


SIRENETTA TECNICA MISTA SU TELA CM.60X60

PASION TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150


SABOR ROJO TECNICA MISTA SU TELA CM.150X150

SPANISH KITSCH TECNICA MISTA SU TELA CM.180X180


LOST IN SPACE 7 TECNICA MISTA SU TELA CM.100X100 (COLLEZIONE PRIVATA)

LOST IN SPACE 8 TECNICA MISTA SU TELA CM.100X100 (COLLEZIONE PRIVATA)


LUCA BELLANDI È NATO A LIVORNO DOVE LAVORA. LA RECENTE PERSONALE AL MUSEO MICHETTI, LO HA CONSACRATO ARTISTA DI RIFERIMENTO NEL PANORAMA

ARTISTICO NAZIONALE.

LUCA BELLANDI WAS BORN IN LIVORNO, WHERE HE WORKS. THE RECENT SOLO EXHIBITION AT THE MUSEO MICHETTI ESTABLISHES HIM AS A LEADING ARTIST ON THE

NATIONAL SCENE.


COORDINAMENTO E CATALOGO A CURA DI / EDITED BY ANGELA MEMOLA TESTO / TEXT BY CHIARA ARGENTERI FOTOGRAFIE / PHOTOGRAPHS ALESSANDRO RUGGERI - CLAUDIO BOARINI

PROGETTO GRAFICO / DESIGN ARTI GRAFICHE DELLA TORRE

FINITO DI STAMPARE NEL SETTEMBRE 2008

TRADUZIONI / TRANSLATIONS EUROTRAD STAMPA / PRINTED BY ARTI GRAFICHE DELLA TORRE

ANGELA MEMOLA

GRAFIQUE ART GALLERY VIA FERRARESE, 57 - 40128 BOLOGNA - TEL. 051 363880 - WWW.GRAFIQUE.IT - GRAFIQUE@GRAFIQUE.IT

Hooray! Your file is uploaded and ready to be published.

Saved successfully!

Ooh no, something went wrong!