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LIBRARY ofthe

UNIVERSITY OF TORONTO

by

syoi3J.e Pantazzi


(

POESIE

DI

^ ^-


L' EDITORE

ADEMPIUTI I DOVERI

ESERCITERÀ I DIRITTI SANCITI DALLE LEGGI


POESIE

DI

ENRICO NENCIONI

LO SPEDALE

UN PARADISO PERDUTO - VARIE

BOLOGNA

NICOLA ZANICHELLI

MDCCCLXXX


^

1985

'\. . :j


Nencioni.

LO SPEDALE


J_/ra l'alma stagion dei miti soli;

Quando la fronda timida s' infiora,

E le giovani donne ad ogni suono

Di lontane armonie porgon

1' orecchio;

E il davanzal de' poveri, contento

Di molto fiore in picciol vase accolto,

11 marmoreo balcon più non invidia:

Quando il fervido giovine depone

La nativa baldanza, e trema e plora

Dell'amata fanciulla in un amplesso.

Era il mese dell' anno in cui pili bello

E d'Italia il bel Fior, la patria mia.


Per le odorate cittadine vie

Io vagava solingo, in un pensiero

.Acerbo, antico e dominante assorto,

Che mi sviava dalle allegre piazze

Inondate di popol che si scalda

Dopo i geli recenti al novo sole,

E, tocca, (mi dicea) tocca, o poeta,

Le vive piaghe onde tu gemi. E sacro

Del popolo ai dolori un vasto' tempio.

Entra, interroga, fremi, maledici,

E adora insieme. Arma il tuo verso, e grida

Una storia di martiri alle genti.

Corsi a quel tempio. Ne varcai le soglie,

E fui dentro le lunghe gallerie

Dove sempre si geme. Intorno intornio

Suonavan pianti e respiri affannati,

E rantolo di molti agonizzanti,

E preghiere interrotte, ardenti e fioche;

E tratto tratto la soave nota

D' una mesta canzon che una bambina

Cieca cantava.

Ai due prossimi letti

M'accostai. Sovra l'uno, addormentato

Era un fanciullo. Sovra 1' altro, accanto.

Una bambina riposava in pace.

E assisa iu faccia a' letti era una donna


Che il simulacro del supremo affanno

Veramente parea. Nere le vesti,

Pallidissimo il volto, abbandonate

Sui ginocchi le mani, e vitreo, inerte,

Stupido il guardo, sui due letti fisso.

Giammai non vidi occhi simili. Il fuoco

Delle lacrime ardenti ivi era spento,

Ma lasciato v'avea tracce profonde.

Lividi, è ad or ad or, per convulsivo

Respiro, aperti i labbri. Corrugata

La fronte. Un volto che i vestigi incerti

Di sfiorata beltà serbava appena;

Pili sublime che bello.

Il sonno eterno

Dormiano i due fanciulli. Eran fratelli,

A un parto nati, — e quella era la madre

Che sedea lor di contro, e li guardava.

Oh, come belli mi appariste, o morti

Pargoletti del povero ! Simili

Di volto, d' atto, e di beata pace.

Nere le chiome del bambino, — nere

Della bambina le fluenti chiome.

Ambedue resupini eran distesi,

E colla destra picciolina e fredda

Si stringevano al cuor che non battea

Una rosa freschissima.


poesie.

Le pure

Vostre fronti toccai di doppio bacio:

11 più puro, il più santo, il più gentile

Bacio che queste labbra abbian mai dato:

Appo cui son profani i sospirati

Baci che in fronte alla Bellezza imprime

Amor tremando.

All'atto pio, l'afflitta

Madre levossi, e mi abbracciò, dicendo:

— Che tu sia benedetto! — e in concitate

Parole, a me che la pregai commosso,

Raccontò la sua storia e quella insieme

Dei morti figli.

— Come tu mi vedi,

10 son la donna più infelice; io sono,

Come la Vergin dei dolor, trafitta

Da sette spade ... e un di vissi beata . .

E d'allegrezza' io pianai un di... Ti narro.

Come posso, la mia storia. Raccolta

Fui da mani pietose in su la via,

E i genitori non conobbi mai.

Straniera donna sugger diemmi a prezzo

La sua piena mammella, e in un ospizio,

Senz' amor, senza speme, i miei primi «nni

Monotoni, malati, io trassi a stento.

A quindici anni — in quell' età che piace

11 bel verde;, il bel sole, e s' apre il fiore

.


Della giovine vita, — a quindici anni,

io fui posta a servir Servii fedele.

A diciott'anni ebbi un amante: un buono,

Abile, industre, laborioso fabbro

Che mi fé sposa e libera a vent'anni.

Era un perpetuo canto il viver mio! .

Non canta tanto un rosignol. Tre nette

Piccole stanze erano il nostro nido,

Edavan su' giardini, ed eran sempre

Piene di sole; e mentre io preparavo

11 desinare poveretto, oh quanto

Mi consolava veder sempre il verde 1

Fra tanta pace non contento appieno

Era il nostro desir. Nessun figliolo

Ci sorridea: sfruttati eran finora

I nostri affettuosi abbracciamenti. .

Un di sentii come agitarmi il seno

Qualche cosa di vivo — e sui ginocchi '•'

Caddi — e piansi di gioia — e praìisi tanto

Che il singhiozzo mi prese... e per un'ora

Singhiozzando pregai con fede ardente.

Non ti 4i''ó con quanto amor, con quanto

Scrupolo delicato, e con qual volto,

lo preparassi un nitido corredo ^'

Al bambino da nascere:" con quanto ••

Risparmio ragunassi un po' d'argento


Pel giorno del battesimo: son cose

Che fan pianger le madri, e non han senso

Quasi per voi . .

.

Dopo li acuti e cari

Patimenti materni, io diedi al sole

Non un, ma due figlioli: — due gemelli

Vaghi come due stelle a un tempo apparse,

Come due fiori d' uno stesso stelo

Ch' ebbero eguali la rugiada e il sole.

Tu li vedi qui morti — e sempre belli!

Ne fui beata! Me li strinsi al seno

Con un grido di gioia. Avevo accese

Dalla febbre le guance, e mi battea

Visibilmente il cuore. — Ecco, m' ha dato

Un sol parto il bambino e la bambina. —

Battezzati mi fur nei dolci nomi

Di Raffaello e di Maria. Due fonti

Èran le mie mammelle — e tutt'e due

Si satollaron del materno latte

I pargoletti. Era il mio vanto. Avevo

Un' allegra superbia, ed il mio latte

Cangiato non avrei con mille troni.

Come descriver que'bei giorni? Pensa

Che i cari figli balbettare udii

Mamma, ad un tempo; pensa che ad un tempo

Impararono a muoversi segnando


POESIE,

Di non sorretto passo il pavimento;

Pensa che a tutl' e due crebbero in brune

Folte anella i capelli: ed allorquando

Li lasciavo soletti, eran quieti,

Assennatini, e d'ogni oggetto un gioco

Sapean fare innocente, e contentarsi.

11 padre lor sudava e vigilava

Spesso le notti, a mantener provvista

Di pan, di vesti, la famiglia. Sola

La sua famiglia eragli a cuor: non gioco,

Non crapule l'avean preso giammai

Nelle perfide reti. Era un sereno

Martire del lavoro — e troppo tardi

Del suo lento martìr, lassa! m' addicdi.

I miei figJi crescean sani e fiorenti

Siccome piante dal natio terreno

Non rimosse dall' uomo, e benedette

Di tepido meriggio e di fresca onda.

Oh le feste, le feste! — Il primo raggio

Del sol mi sorprendea sempre levata;

E i lini preparavo e i panni eletti

Pel marito e pei figli: e con un bacio

Poi li svegliavo, e aprivo al sol le imposte

Gridando : — Oggi è domenica, vedete

Com'è più bello il sole! — E seguitavo

A dir cent' altre cose, e tutte liete,

Nencioni.

''


(10

AI mio marito, ai miei figliuoli... Intanto

Spiegavo lor dinanzi, ad uno ad uno,

Gli abiti belli che di gai colori

Consolavano gli occhi. — Ecco, siam tutti,

Tutti e quattro per via. Presso la casa

V'è la. nostra parrocchia. — Eh via, si vada

A più lontana chiesa. Hanno bisogno

I bambini di moto, e vo' che tutti

Veggan per la città come son belli

Questi angioli. Vo'far splendida mostra

Di quest'azzurra gonna, ultimo dono,

E il più bello, del mio dolce marito. —

Vanno innanzi i fanciulli, e mille cose

Si dicon per istrada, e gravemente

De' lor casi ragionano. Son dietro,

Giovanissima coppia, i genitori.

Non men d'essi loquaci...

Ah I sventurata,

Io mi oblio nel passato. — Ecco, son dessi,

Questi che innanzi agli occhi ora mi veggo,

Irrigiditi, muti, e che non hanno

Per la povera madre una parola,

Uno sguardo, un sorriso, una carezza...

Son dessi che già fur pieni di vita

Siccome un vase che trabocca !

Sai

Che al povero seconda Provvidenza


È la salute. — Iddio la tolse all' uomo

Che il pan ci dava.

Era una fredda sera

Di novembre. Continua, gelata,

Fitta scendea la pioggia; e un cimitero

In suo silenzio la città parea.

Il monotono suon delle grondaie

Mrttea sonno, con tedio; e la lucerna

Scarso, fioco mandava, e color sangue,

Crepitando, il suo lume. Una parola

Non aveano i bambini; e uno sgomento.

Una voglia di piangere, un fastidio

Pesante m'opprimea. L'ago mi cadde

Dalle gelide mani: al sen mi strinsi

Quei due cari innocenti, e mi provai

Di scherzare con essi ... — inutil prova.

— Avran sonno — mi dissi. E a' letticcioli

Traendoli per man, gli dispogliai.

Gli coricai, la cantilena usata

Mormorai su' giacenti, e addormentati

Presto gli vidi. Allor m' assisi, e piansi.

Né di pianto cagione io certo avea:

Ma r anima sa tutto, — e tutti abbiamo

Un terzo onniveggente occhio divino.

Sento salir le scale... il noto canto

Del marito non odo, ed al rumore

M'avveggo ben che una persona sola


»

Non è che monta. Ecco, son giunti all' uscio

Del mio tetto solingo... Ahimè, la chiave

Girar non sento, sospirato indizio

Della presenza di colui che adoro...

A forti colpi picchiano... Che debbo

Far? chi sarà che in queste ore notturne

Le mie stanze ricerca? — Apri! — una voce

Intinìa, prepotente, mi dicea.

Ed apersi la porta, e vidi... oh vidi

Da strane man sorretto, il giovin padre

Di, RafTaello e di Maria. Piegato

Sul petto il volto, — la camicia intrisa

Dì fresco sangue che dall' imo petto

Micidialmente alle sua labbra asceso

Era pur dianzi. Mi cercò d' un guardo

Ineffabile, grave, e, poi mi disse:

— Son venuto a morir ! —

Tanta energia

Non ebbi mai come in quell'ora. Tutte

Mi bolli van le vene, e mi battca

Doppia ne' polsi la commossa vita.

Confortare il morente, coricarlo,

E i due pietosi sconosciuti, in nome

Delle Jor madri, supplicar che tosto

M'inviassero un medico, — son cose

Che in un afìimo io feci: e poi mi assisi

Presso il già lieto maritai mio letto,


Di dolor folle. Una tremenda calma

Occupava il giacente, e non parola,

E non moto facea. Lo credei morto.

E le finestre spalancai furente

Ed urlai forsennata... — Se, com'ora

Morti qui son, fossero stati morti

I figli miei, di pili sicuro sonno

Non avrebber dormito, in quell'atroce

Ora dell'agonia...

Ma respirava

Sempre il mio sposo. Respirava sempre

Le tepid'aure della dolce stanza

Che fu già testimone a' nostri amori:

Ma non vivea^ ma non senti'a: più morto

Era che vivo, — e il medico non anco

Giungea. La pioggia seguitava. Udii

Batter

1' ora terribile de' morti,

Mezzanotte. Chiamai, presso l'orecchio

Accostandogli i labbri, il moribondo

Coi più soavi nomi, e non rispose.

Una luce rifulse alla mia mente,

E sperai di destarlo. — I suoi figliuoli

Gli porrò presso il cuore!., e già volavo

Presso il letto de' figli... Ahimè, non ebbi

Cuor di svegliarli. Sorridean felici

Nei rosei sogni, e avean le guancie accese,

Roride, belle...

tS


u

Ritornai gemendo

Presso il Ietto funereo: riscosso

Dal sopore letale in queir istante

S' era il mio sposo. Mi conobbe, strinse

La mia destra, e parlò: — Ti raccomando

L'anima de' figliuoli, e la tua vita.

In un abisso di miseria il mio

Morir vi getta; ma coraggio e speme

Vi darà Dio pietoso ... e in questo nome

Spirò.

Quel ch'io dicessi e quel che allora

Io facessi, lo ignoro, e sol mi resta

La memoria d'aver raccomandata

L'anima del mio caro al Salvatore,

Con quell'accento che va dritto al Cielo.

Dalla tragica notte eran già scorsi

Quindici giorni, e i conscii pargoletti,

Come la madre, eran vestiti a bruno.

Cangiato avevo già con poco argento

Tutto che al viver quotidiano e magro

Necessario non fosse; e già deserto

Era il mio tetto d' ogni cesa bella,

D' ogni addobbo gentil. .. — Ma, consumata

Questa tenue moneta?.. — ecco il pensiero

Che assiduo il core mi rodea, che spesso

Mi facea maledir 1' ora fatale


In cui m'incinsi... — Alla paterna tomba

Domandiamo consiglio — un di mi dissi.

Presi per mano i figli, e la campagna

Cercai, movendo i trepidanti passi

All'albergo de' morti, a quel tremendo

Cerchio di terra che Trespiano ha nome.

Era un freddo mattino. Azzurro il cielo,

E il poco verde combattuto e chiuso

Tutto da stille condensate in ghiaccio.

Ma il bel sol tutto abbella, — e sotto il sole

Ogni lista di ghiaccio era una gemma

Sciqtillante dei piii vivi colori;

E tutta. la campagna era una luce

D'arcobaleno; e alle lor mille braccia

Gli alberi appeso avean mille monili:

Che la natura liberal non vuole

Povertà nei suoi figli.

E i figli miei

Non avevan sorriso, e alla mia gonna

Si stringean freddolosi, abbrividiti.

Pure, a vicenda raccogliendo al seno

I due piccoli martiri, raggiunsi

II cimitero.

« — Dove dorme il nostro

Babbo? — (mi domandarono i fanciulli).

Son pur tante le croci ed è pur vasto

i5


i6

Questo terreno ... » — « Dove dorme, il tuo

Stanco marito? » — una inquieta voce

M' avea, prima de' figli, addimandato.

Io taceva. A me presso, alzando il curvo

Ferro, spezzava sacrilegamente,

Nel rivolger le zolle, e crani e coste

Di violati scheletri, — una donna!

Più lunge un uomo preparava il letto

A novelli cadaveri, e turbava

L'ossa recenti anch' egli, — Inorridii:

E fatti inginocchiar presso una croce

I figli, dissi: « Non la pioggia e il vento,

Che una scintilla di pietà pur hanno;

Ma ti sia lieve la feroce umana

Destra, o invan ricercato ultimo asilo

Del mio povero sposo !» E in cor fremendo.

Presi per mano i pargoletti, e ratta

Da quel loco fuggii. Tempo né cuore

D' interrogar non ebbi i sacrosanti

Oracoli de' morti, ove la pace

Del sonno eterno non e lor concessa.

E passaron due mesi; e piii non ebbi

Di che comprare un pane, e piii non ebbi

Di che pagare la diletta stanza

Che m' avea vista partorir. Lavoro


Chiesi a Dio, chiesi agli uomini — e lavoro

Non trovai. Carità vera e fiorita

Quella mi parve d' un canuto fabbro

Che ci diede una stanza, ove raccorre

E le membra e le lacrime; — una stanza

Umida, senza luce, un' annerita

Prigione, che a' figlioli ed a me parve,

In quell'ore terribili e supreme.

Un braccio steso per serrarci al cuore.

Già avean perduto le vermiglie rose

Del volto, avean perduto i gai sorrisi,

l.a facile loquela, i lieti sguardi.

La vivace salute avean perduto

I figli miei. Passarono tre giorni

D'agonia per noi tre. Morir di fame

Credei fosse il mio fato, e quel dei figli.

Gli vedevo languir come due fiori

Dallo stelo schiantati, e sotto i piedi

D' indifferente passeggiero infranti.

La bambina piangeva. Eran coltelli

AI mio cor quelle lacrime, ne modo

Era in me d'asciugarle... In quell'atroce

Momento, io per un pane avrei venduto

(Mi perdoni Gesù che in cor mi vede)

La salute dell'anima...

Pensai

All' antico mio stato, — e tornar serva

Nencioni.

17


I8

Per campar i miei pargoli soffersi ^

I miei bambini, li orfanelli miei,

Conducevo da mane in uno asilo ;

E l'opra mia fornita, in sul tramonto,

Gli radducevo al povero ricetto.

Poi, diviso con loro un magro pasto.

Sul mio cuor gli addormivo, e gli scaldavo

Del febbrile caler che m'ardea tutta.

Ma insufficienti esser vedendo ormai

I miei pochi guadagni al tenue vitto,

Dall' angiol delle tenebre istigata,

Tolsi all'asilo i figli miei: robusti

E. lieti collocai questi innocenti

In un'ampia officina; e per mercede,

10 le forze vendei, vendei le braccia,

*La salute vendei del sangue mio.

Già d'un cieco strumento affaticati

Servi son fatti, e il giornaliero sforzo

Sventurata ! mi tacciono, e contenti

Tornan la sera alle materne braccia.

La bambina, più gracile, s'ammala

Prima, il fratello dcpo — e un forte affanno

11 picciol petto d'ambedue solleva,

E la febbre continua li smunge

Come acceso lucignolo la cera.

Per comperare i farmachi a lenire

I patimenti lor, vendei l'anello


Delle mie nozze — 1' unico vestito

Invernale vendei per dar un prezzo

Alla povera donna che le mie

Servili opre facea nelle diurne

Ore, quando tremante io vigilavo

Presso la coltre dei malati figli.

Non guarivano i miseri, denaro

Più non avevo, un' ultima risorsa

Non mi restava, alle faccende usate

Mi chiamava il dover. — Lascerò soli

Per dieci ore del giorno, i moribondi

Figli delle mie viscere?

— Alla mente

In questo estremo, in questa ardua salita

Del mio Calvario, ignudo s'affacciò

Un pensiero, — il pensier dello Spedale!

Al truce balenar di quest' idea,

Iscapigliata mi drizzai... volai

A un vicino palazzo, e la felice

Madre che v'abitava, immantinente

Di veder chiesi, e, strano a dir, I' ottenni.

Caddi ai suoi piedi genuflessa, e stretta

Fra le mie man la renitente mano

Di quella madre fortunata, dissi,

Singhiozzando, fremendo, e supplicando :

— « Dio che t'ha dato queste sale, e queste

Vesti, e il molt' oro che ti fa beata

tg


Di quotidiane voluttà, m' ha stretta

Me con due figli a un parto nati, belli,

Innocenti, festevoli, — m' ha stretta

In un cerchio di foco ! Io non ho pane

Né per me, né pei figli: acuta febbre

Gli possiede infelici I e se mi tarda

Un soccorso prontissimo, non resta

Che lo scegliere a me fra questi abissi:

O la morte de' figli, — o lo Spedale!

Un po' d'oro mi salva: una moneta

La salute de' miei figli mi torna.

Per la voce del tuo primo figliolo,

Per r anima del tuo padre, per l' anima

Tua, per l'eterna tua salute, oh salva.

Salva dallo Spedale i miei bambini! • —

S'arretrò spaventata, — e chiamò i servi

La ricca madre; — e con villani modi

Fui cacciata per folle... — ed ero folle,

Piovea dirotto

Ma di sommo dolor ! —

Quando respinta fui da quelle soglie,

Nuda la testa, abbandonati al vento

Diaccio i capelli. .,

— L' alba del domani

Nello Spedai vide i miei figli, — ed io

In casa estranea, per merce, sudavo.

Ogni ventjquattr' ore un'ora sola

M' era concesso visitarli : e sempre


Pensare ad essi, e in ogni suono udire

La lor voce chiamarmi^ e in ogni pianto

Infantile, ascoltare i lor singhiozzi,

E non poter più dire: « Ecco il mio petto,

Piangete qui, son io, la madre vostra,

Che sta con voi, né piii vi lascia... » oh questo

Fu martirio ineffabile. — Dovere

Faticar colle braccia, e accompagnarne

Colla mente ogni moto, colla mente

Da si atroci pensieri combattuta.

Colla mente che, rotto ogni suggello,

Della immortai pupilla sua col raggio.

Qua frugava incessante, ed ostinata

Sopra due letti si fissava; oh questo

Fu martirio ineffabile. — La donna

Più infelice sapersi, e soffogato

Da una piena di lacrime irrompenti

Il respiro sentirsi, e tempo e loco

Non avere ove piangere abbondante

E libero dal cuore... oh questo ancora

Fu martirio ineffabile!...

— La ti se

De' figli miei le pargolette membra

Tormentava e suggeva. Ambo dai labbri

Siccome il padre avean versato sangue.

Lenta e assidua la tosse d' ambedue

Dilaniava i gracili polmoni...


Eran sacri alla Morte. E più vicina

Lor si facea la Morte, e più raggiante

Più soave, più schietto, era lo sguardo

Degli occhi loro; e i volti estenuati

Si tingean d' un pallor quasi di cielo,

Diafano, bellissimo... — Tu vedi

li pallor de' cadaveri, tu vedi

Com' è queto e sereno e come spicca

Sotto le ciocche delle nere chiome.

Eran sacri alia Morte. Ed ambedue

Amavano i fior lieti, — i più giocondi

Simboli della vita; ed ogni giorno

Una rosa volean...

Fosser le rose

Delle rupi selvagge un fior nativo.

Superate ogni giorno avrei le rupi,

A soddisfar la delicata voglia

De' figli miei!

Cadde a Maria di mano

La rosa un di sul vespero: ne modo

L'inferma fanciulletta avea trovato

Di raccorla da terra, e inutilmente

Invocava una man che le rendesse

Il diletto suo fior. Molto ne pianse,

E cosi afflitta s'addormì. — Fu allora

Che in un sogno mandato alla figliuola,

Dio consolò la madre.


Il fior perduto

Vide in sogno Maria. Vide nel fango

D' angusta strada il suo bel fior sommerso,

E volea raccattarlo, e non potea.

Ma ecco splender la via di nuova luce,

E comparirle un Angelo che avea

L'ali color di rosa. In pietoso atto

Sovra il povero fior I' Angiol si china,

Lo raccoglie, lo bacia, Io deterge,

Se lo pon fra le chiome, — e fra le chiome

Del Serafino il fior brilla più chiaro

D'una stella del Ciel. Ma scuote l'ali,

E col redento fior l'Angel s'inalza.

Lo seguita Maria che d' improvvise

Rosee penne si sente agile il corpo,

E vola e vola e vola... 11 Serafino

E in Paradiso. Con Maria, che a tergo

Desiosa gli viene, entra le soglie

D' un orto armonioso, ed in un calice

Di madreperla la salvata rosa

Con amore depone, e la rinfresca

Di purissime linfe. — Indi, rivolto

A Maria: — Torna per brev' ora in terra,

(Le dice) e cògli sulle fredde labbra

L' ultimo bacio di tua madre. Al fine

Volge il tuo pianto. Dal tuo fral disciolta,

Per sempre a questo fior dritta verrai :

23


24

E con questo sul petto, a! Re del Cielo

Parrai più bella; e il Re del Ciel commosso

Ti chiuderà nel cuore, e sarai santa! —

Si destò la fanciulla e la persona

Nel desiderio di morir le ardea.

A Raffaello il suo sogno descrisse

Che ne pianse di gioia. (Egual destino

Promettcano a queir anima innocente

Eguali patimenti, eguale amore).

Lo descrisse a me pure — e nella morte

Prossima de' figlioli io m'allegrai:

Tanto acuto coltello era al mio seno

11 vedergli languir fra queste mura!

Oggi, suir alba, in uno stesso giorno,

Quasi allo stesso istante, i fiyli miei,

Di materno alvo, di patire iniquo,

E di morte consorti, — ecco son corsi

All'amplesso del padre. Io fui presente

Alla loro agonìa — colle mie mani

Ho deterso il sudor freddo, scorrente

Dalle bianche lor fronti ... E quando il viso

Più non conobber della madre, e quando

Già li occupava il gelo ultimo, in faccia

Ai moribondi pargoli m' assisi.

Pria di spirar 1' ultimo (iato, il volto


Materno ricercarono d' un guardo

Lungo, pietoso... e s' incontraro i nostri

Occhi 1' ultima voltai —

— Tal fin diede

Quella madre al suo dir. Come una santa

Immagine si bacia, e con più fede,

Io baciai la sua fronte, e d' un accesa

Stilla di pianto le rigai la gota.

Spesso cosi, per simpatìa divina,

L' affettiiosa Poesia s' accosta

Al fratello Dolore; e gli s'appende

Al collo desiosa, e in fronte il bacia.

Nencioni.

25


UN PARADISO PERDUTO


JL ra r Impruneta e San Casciano, un colle

Boscoso alza su gli, altri il rosseggiante

Capo, e l'asconde fra le nebbie ai primi

l'reddi d'autunno. Esposto a' venti e al sole

Aperto, ha poche caset Sulla vetta

Ultima, due capanne (Jve riposano

Poche e brevi ore i carbonai solerti

Che han de' boschi nativi il fiero aspetto

E il rubesto vigore. — A' pie del colle,

Grano, viti, ci olivi si distendono


3o

roEsiE.

In vallata ridente ed irrigata

D'acque sonanti. Tra'l colle e la valle,

Vedi una chiesa e una modesta villa;

E attorno pochi iugeri di terra

A vigna coltivati ed a granturco,

E poco bosco. — N' era un di padrone

Don "Filippo Cortesi, un sacerdote

Fiorentino, uomo schietto, onesto, alacre,

Umil d' ingegno, di cuor grande. A lui

Steso avresti, o Gian Giacomo, la mano

Tu che" seri ve vi — il cuore è tutto — Egli era

Un degli ignoti apostoli che sono

Il puro sale della Terra. — Insieme .

Con lui, vivea da quindici anni un sesvo;

Già contadino, or servo, e finalmente,

A lungo andar, da lui trattato come .

Un vecchio amico, anzi un fratello. I fiori

Coltivavano insieme ed i legumi

Dell'orto; insieme a' campi, insieme al bosco.

E mentre Don Filippo ai sacri riti,

E ad uffici evangelici attendea.

Agostino Falciani avea dappresso;

E portava con lui pane, e parole

Più del pan dolci, ai poveri. Ma quando

Qualche rito ed ufilcio la presenza

Escludeva d' un laico, Agostino

Sulla poi;tà di casa vigilando.


Come il can da pastori accanto al gregge,

Attendea con fiss' occhio e orecchie intente

11 padrone: attendea talor per lunghe

Ore di fila, paziente, immoto;

Lo sentiva da lungi, e gli era incontro,

E di lontano con sonora voce

Lo salutava, e l' accoglieva a tese

Braccia, quasi l' oceano gli avesse

Per lunghi anni divisi...

II.

Una sera di marzo (era coperta

Dalla neve recente la campagna,

Sventurato I

E il ciel bianco e quieto e, benché ascosa.

Indovinavi, pel candor riflesso

Dalle nubi diafane, la luna).

Affaticato da una lunga gita

Don Filippo tornò. Si lamentava.

Insolita querela, del gran freddo

Per la strada patito, e al focolare

S'assideva tremando. Il fido servo

Notò che il volto del padrone acceso

Era di vannpa inusitata, e gli occhi

Iniettati di sangue. Aveva appena .


33

Questi segni osservati, e dar voleva

Salutari consigli, allor che, il capo

Reclinando, e le braccia abbandonate

Lungo la sedia, — Il Medico! — esclamò

-

Con fioca voce Don Filijspo — io muoio !

E fulminato resupino cadde,

Pria che

1' amico suo, delle sue braccia,

E tempo e modo a sostenerlo avesse.

Le disperate lacrime, le cure

Materne adoperate attorno al freddo

Adorato cadavere,

1' orrenda

Agonia d' Agostino in quella notte,

Io descriver non tento . .

.

— Erano scorsi

Tre giorni appena, e fresca era la fossa

Dove in pace composto era il defunto,

E non anco interrotte le correnti

Lacrime in viso all'infelice servo,

Che i nipoti del morto in dura e turpe

Maniera il congedare. -^ Testamento

Non esisteva — e di cotanto affetto,

D'una ventenne servitù compenso,

Pegno, e memoria, a lui restò la ciocca

Di capelli che avea dal capo amato

Con man tremante recisa, e baciata,

E bagnata di lacrime deposta

Sul' suo cor desolato.


Affranto e solo,

III.

Che farà l'infelice? A qual mestiero,

A qual fatica, domandare un pane?

Tornerà contadino? A dieci e dieci

Porte invan si diresse — Offrirà il braccio

Ad opre comunali, andrà Tra i geli

E '1 vento, e l'acqua, e i fieri sol di luglio

Onde fuman le gialle erbe ne' campi

A spezzar sassi sulla via maestra?

Vi andrà: vi andò. Durò tre mesi: il quarto

Egli languiva della vita in forse

Nello spedai della città.

Firenze

Un mese dopo, lo vedea seduto

Dietro carrozza gentilizia. Indosso

ya la livrea, ed un gallon d'argento

L' addolorata sua fronte circonda.

Lo spasimo moral, le divoranti

Febbri, la fame, avean domato in quella

Naturalmente altera anima e forte

Il viril sentimento e la costanza..

In membra attive ancor, ma mosse quasi

Da meccanica forza, ora albergava

Un anima che sol delle memorie

Nencioni.

-33


34

Sue si pasceva, e torturava insieme.

Esatto, scrupoloso ai più minuti

Uffici suoi, presente egli non v'era

Colla miglior parte di sé, giamn:ai.

Sempre questa volava ai noti colli,

Rivedea noti campi e noti volti.

L'antica chiesa, la villetta; il passo

Sentia di Don Filippo, n'ascoltava

La simpatica voce...

IV.

Oh, quante volte

Dietro un carro ricolmo di fiorite

Erbe recenti e di odorate fronde

Ei seguitò pensoso, e in suo cammino

Senti montare su dal cor profondo

Calde lacrime agli occhi, e la tremante

Mano distese e fra quell' erbe immerse,

E ritirata ne aspirò l' odore

Campestre con aperte avide nari!

Oh, quante volte tra le vie frequenti

Il lamentoso canto d' un uccello

Appeso in gabbia a povera finestra

D'un' immensa pietà gli strinse il cuore

E se neir ora mattutina, ai primi


. E

Raggi di Sole, il cantico esultante

D' una lodola udia da qualche chiuso

Orto, quel canto gli pingea con vivi

Colori il suo passato, ed ih un tratto

Rivedeva i suoi colli, udiva i cani,

Sull'orme della lepre affacendati.

Incessanti latrare in mezzo al bosco;

E sentiva l'odor delle bagnate

Ginestre; e l'orticel tutto inondato

Dal lume della luna ei rivedea;

rischiarati dagli erranti fuochi

Delle tacite lucciole affollate.

Noti campi di canape e di grano.

Poi degli allegri grilli la diffusa

Cantilena per tutta la campagna

Risentiva, e a quel canto ei s' addormia

Nel noto letto della nota stanza,

Agricoltore e cacciatcr di nuovo.

V.

Un giorno (erano i di che l'esultante

Chiesa festeggia 1' Ascension di Cristo)

Egli ottenne un congedo; ed in quell' ore

Rivisitar volendo il suo perduto

Paradiso, con palpiti di gioia

35


36

Traversò la città, passò la porta,

E non risté finche non fu coperto

Dalla grande quieta ombra de' rami,

E mosse il pie tra la fiorita ed alta

Erba di Giugno. — Allor trasse dall'imo

Petto un sospiro, e, sorridendo, a terra

Si gettò resupino, e la beata

Voluttà risentì del sole aperto.

11 suon dell'acque vive discorrenti

Su monde pietre, il pieno aereo coro

Degli uccelli, il ronzio delle dorate

Api, il fitto aliar delle farfalle,

Lo fé pianger dirotto. — Indi, levato,

S' avviò trepidando a quell' antico

Suo dolce nido. V arrivò : fermossi.

Pallido, innanzi all'adorata soglia,

E non pianse: ma, calmo, attorno attorno

Alla villa, alla chiesa, all' orto, ai campi,

Lento moveva, riveder volendo

Tutto, e tutte assaggiar le sue memorie.

VL

E prima visitar volle la tomba

Del padrone — fratello : e scese a basso

Nel Cimitero della Chiesa al piede.


Quella tomba rivide — eppur non pianse.

Ma, colla man premendo il lato manco,

Camminava pensoso. A un tratto il passo

Deviando, evitò di calpestare

La zolla che le amate ossa racchiude:

Sacrilego gli parve il porre i piedi

Sulla faccia e sul cuor del caro estinto.

Poi mormorò, li presso inginocchiato.

Una fervida prece, e mosse altrove.

VII.

l padron nuovi erano assenti ; chiusa

Era la villa e la chiesetta; 1' orto

Chiuso ancor esso: ma sul basso muro

Invan conteso dal fiorito rovo

Che lo protegge, ei rampicò. — Rivide

Quel giocondo giardino ed orto insieme

Dove Giugno spandea prodigamente

I colori, gli odori, gli splendori,

La musica e la vita. A destra, a manca.

In alto, in basso,, dappertutto fiori.

•E non soltanto in ordinati vasi

Lor bellezze dispiegano, ed attorno

Di fiammanti farfalle hanno una schiera,

Ma fra 1' erba alta, e tra le fronde, e in mezzo

37


38

Ai vecchi rami, allegri fior sorridono

Vari d'odore e di colore. Ovunque

Ha una fessura il vecchio muro, ovunque

Posò il tepido vento un po' di terra.

Quivi germoglia un fior. L' erba è stellata

Di roseo — suffuse margherite.

E qua e là, qual desiderio intenso

Di passionate voluttà, fiammeggia

Lo scarlatto papavero tra '1 verde.

Come vivi topazi al sol brillando,

A due, a tre, fra l'ellera del muro

Affaccian la sottil testa elegante

Le Incerte; e da grande estasi oppressa,

Può appena modular le forti note

La lodola che sa le vie del cielo.

A destra, a manca, insegna a tutti i colli

Il cuculo il suo nome, — come un flauto

Dolce sospira il filunguello, — ed empie

La calda aria di sue magiche note

Il rosignol, quasi obliando un tratto

Che son sacri alla Notte i suoi concenti.

Discese : —

Vili.

e al campo, al suo diletto campo.

S'indirizzò. Grano ed olivi e viti


Là visitò minutamente. Alcune

Piante innestate dalla man solerte

Del padrone, o da lui, con rapid' occhio

Distinse ed osservò: di certe viti

Dall' uva peregrina, e di più vivo

Piropo tinta, e nettare più dolce

Pregna, studiò nei giovani racemi;

Quasi a volerne indovinar la forma

Futura ed il sapore. Eran le viti

Ond'ei coglieva in più felici giorni

Grappoli eletti a farne eletto vino

Per le mistiche ampolle. E gli sovenne,

E rivide coli' occhio della mente.

Le trascorse vendemmie. — Oh lieti giorni I

Quando alla fine di Settembre, in folla.

Con paniere e canestri, a cor dell' uva

Si spargono pe' campi le giulive

Contadine, e fra i pampani dorati,

tinti in rosso dal morente estate,

Brillar vedi d' ingenuo sorriso

1 neri occhi, e agitarsi sulle brune

Fronti i cappel di paglia. I vecchi stessi

Traggono a' campi, e con tremanti mani

Colgono qualche grappolo, beati

Della nova vendemmia. — Ei la contempla

Questa patriarcal scena, e se stesso

Vede, confuso ai gruppi affaccendati.

-9


40

Parar, con ceste e bigonce, la fitta

Pioggia dell' uva.

Poi rivide un tratto

Quel campo e tutti i circostanti colli

Sparsi di gelo scintillante al sole

Del sereno geqnaio. Dalle ignuda

Pendon braccia degli alberi monili

Di sfolgoranti gemme, che ogni lista

Di ghiaccio sotto il sol gemma diventa;

E tutta la campagna è accesa in luce

D' arcobaleno — ; vision gioconda !

IX.

Tornò presso la chiesa, e sotto l' ombra

D' un vecchio gelso assiso, amaramente

Ei meditava sul (Conteso ingresso

Di quella soglia. — Non poter là dentro

Pregar Dio per il morto! e il noto' altare

Abbracciare adorando! — oh, con che gioia

Rivisto avrebbe quell'affresco, ov'òra

Sant'Antonio al deserto, e nelle ossute

Mani stringe le magre e gialle tempia,

E legge, attento intensamente, un grande

Libro posato sul macigno ... e, dietro,

Satana che sogghigna, e che lo chiamai


Oh come si ricorda dell' orrenda

Notte in che il cielo, come un mar di foco,

Saettava incessante, e cento querci

Scoscese, e nelle stalle armenti interi

Inceneri. Poi sulla chiesa il fulmine

S' abbatté- violento, e i sacri arredi

Strusse, e dell' oro e degli ornati un misto

Iride fece, e al bianco muro impresse

Nella forma d'un fior — d'un tulipano

Magnifico ! Quel fior, quel tulipano

Or non poterlo rivedere, e a lungo.

Agiatamente contemplarlo 1 . .

Sulla soglia contesa, egli rimembra

Abitudiui antiche, e familiari

.

Oh, come,

Volti, e cogniti obbietti. Oh, come torna

Viva e reale al suo pensier la Messa .

Delle Feste in estate! — Ei la servia,

E Don Filippo, in aurea pianeta,

Nella lingua de' santi offriva a Dio

L'ostia senza peccato. Era afiollata

La Chiesa, eppur v'era silenzio. L'alto

Recitar degli Oremus era il solo

Rumor, — tranne il ronzio dell'inquieta

Vespa che in alto aggirasi. La porta

E spalancata, e la diffusa luce

Penetra dentro coli' odor dei fiori.

Nencioni.



X.

11 giorno era inoltrato, — e di sereno,

Nuvolo a poco a poco si facea

Da tutte parti il cielo. Ogni aura tare,

Non si move una foglia, e più non odi

La canzon degli uccelli. A volo basso

E irrequieto, la rondine striscia

Sopra le spighe immobili, e levando

La lesta, a nari dilatate, aspira

L' elettric' aria il bove, e il pasto oblia.

Agostino si mosse, ed alla volta

Del suo career drizzcssi. Ma la strada

Ora sceglie del bosco, e quivi intende

Raccorre, viandando, altre memorie.

E le raccolse. — E ripensò, calcando

Le crepitanti frasche, ed ammirato

Dei selvatici fior gialli ed azzurri.

Alle cacce d' Autunno, ai can latranti,

Alle lepri per lunghe ore appostate,

Alle allegre merende a mezzogiorno,

Sotto l'ombra de' pini, o in un capanno

D'uccellatori. — Ricordò la cerca

De' funghi, ai primi sol, dopo le piogge


Recenti, quando egli e il padrone a gara

Frugavan tra' virgulti, e fra la smossa

Umida terra. — Era d' ottobre — quando

E più soave la quiete e 1' ombra

Del bosco, e regna altissimo silenzio,

Rotto sol dal cader delle spinose

Castagne, o dal volar di ramo in ramo

D'un solitario uccello...

— Avea varcato

Di poco il bosco : e stanco e il cuor£ affranto

Sedè sull' erba, e il pan che seco avea

Solo e triste mangiò, presso una polla

Di limpid' acqua ove a gran sorsi bevve.

E riprese la via. Si senti dentro

Or più di prima desolato, — e pianse.

XI.

Luna non parve. Non un tenue raggio

Di stella penetrò la fitta e bassa

Tenda di nnbi. Morta era la Vita,

Spenta la luce. Non una scintilla

D'ascoso bruco, ne un brillar d'errante

Lucciola. I grilli avean cessato il canto

Ad un tratto, e la Terra affaticata

Dormia penosamente oppressa e chiusa

Dall' afosa atmosfera. Qualche lampo,


44

Poche gocce di pioggia, rare e calde,

Come goccie di sangue; ed iiiterroiii

Buffi di vento, da rumori arcani

Seguiti.

• xir.

II su» dolor crebbe fra questa

Minacciosa Natura . .

.

Ritornato

A gran fatica alla città, corcossi

Nel suo povero letto; — ed una voce

Intima', inappellabile, gli disse:

— Agostino, morrai.! — Ma con un palpito

D'immensa gioia ei l'ascoltò.

— Tre giorni

Dopo, era morto.

Chiusa sul cuor, fu aperta : —

Cadde una ciocca di capelli...

Io fra me penso : —

La sua destra mano,

e sul suo cuore

XIII.

Miracolosamente intemerate

Dall' oro e

— Ed ora

Poche anime elette,

'1 fango delle gran cittadi,


Intenderanno ed ameran quest'uomo:

Ai più tema di riso e di superbo

Dispregio egli sarà.

Umane creature, un ora sola

Mille e più mila

Non levar gli occhi a contemplar l'azzurro

Cielo stellato, e. la virginea Luna.

Quanti non vider mai sorgere il Sole!

E guardano con muto e stupid' occhio

Il Mare e le Foreste. A lor nessuna

Cosa insegnaro in lor linguaggio i Venti.

E i colori d' Autunno, e le quiete ,

Nevi, e le grazie del nascente Aprile

Nulla dissero mai. D'artificiose

Passion miseri schiavi, ogni legame

Con te rupper Natura ; e in faticosi

Piaceri e in vili lacrime consunti,

Passan la breve irrevocabil vita.

Nel corso avviluppato, irrequieto

De' loro di, non trova tempo il Dubbio,

Non ne trova la Fede. 11 gran pensiero

Di Dio non gli riscote: ed ai doveri,

. Ai destini dell'anima immortale,

Mai non drizzar la pervertita mente.

A'men basso caduti, Anima e Dio,

Natura e Verità, son fatti come

Un'eco illanguidita, una lontana

45


Reminiscenza, che il fragor del mondo

Copre e cancella...

— Ma, (sian Iodi eterne

A Lui che a tutto, e sol da sé, provvede,)

Fra tanta turba, ancor vivono, sparsi

Qua e là sulla Terra uomini veri.

Uomini veri, e del celeste soffio

Memori ancora e testimoni. Volti

Schietti, ed anime pure: in membra attive,

Spiriti alacri e vigilanti. Ancora,

Fra i segregati monti, -al ciel solleva

Qualche degno figliol d' Adamo antico

La maschia fronte immacolata, e assorbe

Per tutti i pori delle sciolte membra

L'aer salubre, e l'abbronzata al Sole

Onesta faccia ai freddi Venti espone.

Uomini veri, a cui simbolo e cifra

Son gli alberi e le stelle, i fiori e l' acque,

La verde Terra, ed il cangiante ognora

Volto de' Cieli; il cui cor batte al raggio

D' un improvviso arcobaleno. Erranti

Pastori e cacciator; parchi e animosi,

Austen, ingenui, giusti; — anime grandi

D' una grandezza che Dio sol misura,

E che Dio solo, Ei che li sa, compensa.


POESIE VARIE


A UN ROSIGNOLO

O Rosignol che solo alla foresta

Tanta versi armonia dal gracil petto,

Quando alla stella più vicina e mesta

Vai confidando il tuo segreto affetto;

Io come te, l' alta quiete aspetto

Che gli estri malinconici ridesta,

E al raggio delle stelle il mio concetto

Ritmico vola, e la mia gioia è questa.

Gioia che nasce d' infinito duolo,

E coli 'oblio confina e colla speme,

Virtù, mistero, e naturai preghiera.

Deh conserviamo, armonico usignolo.

Questo tesoro ed inneggiamo insieme,

Finché il Cielo abbia stelle, ombre la Sera !

Nencioni.


INNO AJ FIORI

— « A thijìg of beauty is ajoyfor ever. »

— Keats —

TV

l—J ( nde uscirò, o Natura, i milioni

Di fior che in una notte hai prodigati

A prati e tiepi e boschi? In ogni occulto

Angolo brilla un fior. L'aria impregnata

E dei misti profumi; ed ogni vento

Che passa accoglie sulle tepide ali •

I sospiri d' amor di mille rose.

Sulle chiome, e sul petto alle fanciulle.

Sugli aitar, sulle mense, e sulle tombe.

Sul davanzal di povere finestre,

Sulle terrazze de' palagi, — ovunque

Mazzi e ghirlande e bei rami fioriti

Spargon fragranza. O giovinette, i gravi

Abiti deponete. Il maggio nuovo

5i


52

Vuol leggere le vesti, e 1' alme allegre.

Candidissimi lini e aerei veli

E rosee gonne a zefiro cedenti

Vuol quest'aura soave. Aprite al sole

I tepenti cristalli, ed inondate

Ogni stanza di luce e di salute!

Fiori, — effluvio gentil del primo-Amore

Che in voi sempre sorride; o cose belle;

O delicate fantasie del grande

Artefice celeste; oh quanto invidio

La vostra breve, pura, amante e bella

Vita, o Fiori soavi 1

Uman sospiro,

Sia pur di donna giovinetta e mesta,

Comparare oso appena al molle e casto

Alito vostro. In qual vaga pupilla

Pose Iddio tanto amor, quanto nel grembo

Rorido, semichiuso, e come incerto

D'aprirsi all'avide aure, d'una Rosa?

La fronte inchina di sposa novella,

Nelle recenti voluttà d'amore

E nel pensier de' nuovi baci immersa,

E men bella del tuo lene abbandono

Sovra il gracile stelo, o fior pensoso.

Cara Giunchiglia! — Nò virtù romita


Di virginea beltà vince la santa

Solitudine tua, Mammola umile,

Tra '1 verde musco nata, e al mite odore

Sol conosciuta. — Antichi tempi, antichi

Venerandi costumi, e parco vitto,

E semplici piaceri, e faci] vita.

Tu ridici al mio cuor, roseo-stellata

Margherita de' prati. — E voi. Giacinti,

E Tuberosi, e candidi Mughetti,

Siete cari a quest' anima.

Te sola.

Sol te, priva d' odor, fredda bellezza,

Marmorea, preziosa, e alle superbe

Figlie del lusso prediletta, io taccio.

Insipida Camelia, e quasi escludo

Dei Fior dall' adorabile famiglia.

Quand' io morrò, sulla compianta bara

Componimi, o sorella, una ghirlanda

De' più negletti fiori.* 1 più gentili

Son essi, e i più odorosi. Odio quei serti

Che i teatri ricordano, e le calde

Atmosfere dei balli, ove si sfoglia

E sotto gli ebbri piedi si calpesta

Colle vizze camelie il pudor vinto.


IL FIUME DELLA VITA

MEDITAZIONE POETICA

EJTa queta, dolce, limpida,

Tutta in giro costellata,

Quella notte che nel memore

Mio cuor vive eterna. — Oh, quante,

Quante lacrime, da lunghi

Anni dentro congelate,

Si disciolsero — ed effusero

Abbondanti sul mio volto,

Nel durar di quella notte I

Appoggiati sulla sponda

D' un antico ponte i gomiti,

E raccolta nelle palme

55


56

La mia faccia lacrimosa,

lo seguiva in ciel le Pleiadi,

Io seguiva il grande Orione,

E la Luna che in silenzio

Navigava la- cerulea

Onda tepida dell'aere

Infinito. — E senza requie,

Senza tregua, senza sonno.

Sotto il ponte succedeansi

Cupe, rapide, sinistre,

Le grandi onde; ed i grand' alberi

Della riva protendeano

Lunghe l'ombre sovra l'acque

Che, correndo, le rompeano.

IL

li lamento di quell'acque

Mi parea singhiozzo umano.

Mi paveva un'eco a' gemiti

Del mio cuor che palpitando

Rispondeva ai miei pensieri.

Meditavo — oh, meditavo

Sulla fede intemerata,

Sulla speme inebriante

Del mattìn della mia vita.



Nencioni.

Ripensavo ai giorni candidi

Quando al fianco in pria mi vidi

Bella Vergine velata

La divina Poesia ;

E la man raggiante al cuore .

Mi poneva — ed affluivano

Dal cor, vivi, al labbro i carmi.

Ripensavo agli innocenti

Primi sogni, alle solinghe

Passeggiate pe' Toscani

Boschi, ingombri di cadute

Foglie, rosse, gialle, o pallide

Come d' etico pallore ;

Quando il vento alto piangea

Fra i nudati rami, e un suono

Malinconico, soave.

Sotto il piede viandante

Emettean le smosse foglie ;

Poi taceva il vento, — e allora

Scintillava sull'azzurro

11 Sol puro, e la diurna

Tenue Luna nel profondo

Cielo usciva anch'essa, come

Un' angelica melode

Che accompagna un divin carme:

E parca vegliar, con languidi

Occhi, gli ultimi sorrisi

5?


»8

Di Natura — mentre attorno ,

Sovra tutta la campagna

Una calma si stcndea

Ineffabile, suprema,

Come d'uom che in pace muore.

III.

Ripensavo ai desiderii

Tanto belli, e tanto inutili, .

D' amor vero e queti studii.

Presso il cor di donna amata.

Presso il cor di vecchi amici:

E le sere, sopra 1' erba

Del domestic' orto assisi.

Favellar di poesia,

O goder nelle vaglie estasi

Dei silenzii affettiiosi '

Quando i cuor si parlan meglio.

— Ma le ardenti mie speranze

Mentir tutte; — ed or quei sogni

Comparando alla feroce

'Realtà dei lunghi pianti,

i)i se' stesso il cor sentia

Una nova, alta pleiade.

— Cosi spesso, in su 1' aurora.


D'un zaffiro intenso e schietto

Ride il cielo, e il sol s'affaccia

Senza veli all'oriente;

Poi si leva d' improvviso

Lo Scirocco e d'afTollate

Nubi il ciel fascia, ed in pioggia

Incessante le risolve

Che indomata i campi allaga,

E di fango empie ogni lido.

IV.

Ma la faccia reclinando

Su quell'onde irrequiete,

Di me stesso a poco a poco

Mi scordavo — e contemplandole

Con un fisso e triste sguardo.

Io vedeva in lor l'immagine

Del vogare affaticato

Delle umane créature

Verso un porto che le inghiotte.

Meditavo, oh meditavo

Sulla lunga processione

Dei vecchiardi estenuati,

Delle donne giovinette,

Degl'infanti e degli adulti,

^


Co

Che succedonsi, e s' avviano

•All'abisso della Morte

Pel calvario della Vita.

Ogni flutto che trascorre

Ha una voce, — e ogni alma un gemito

Come un organo che 1' ampia

Cattedrale d' un gran rivo

D- armonie funebri inonda,

Quando un fèretr'o è nel mezzo,

E abbrunato il sacerdote;

Il funereo coro umano

Di lamenti inascoltati

Empie tutta la Natura.

L' infinita onda de' poveri

Dalla fame logorati,

Dalle notti di dicembre

Senza letto e senza foco .

Vigilate, illividiti.

Passa e piange. — E piange e passa

11 gran flutto ognor crescente,

11 gran flutto minaccioso

Degli esanimi operai

Da lunghi anni impalliditi

Tra le ferree, diacce macchine,

Per un pan che è duro e poco.

Sorridendo fra le lacrime,

E cogli occhi all' Oriente,


Rari — passano i poeti.

Quanta folla, e quanto pianto!

E v'hann'urla, e strida, e fremiti,

E sommesse e quete lacrime

Interrotte di preghiera.

Ma il gran Coro è un pianto eterno:

1 ianto amaro e pianto antico

Come quello deli' Ocèano.

'o\

-^

6i


NOTE FUNEBRI

V^uando il diaccio sudor, come dal rotto

Muro d' atra prigione acqua che stilla,

La inia livida fronte abbia bagnato;

Ed il convulso anelito che scuote

Nell'affranto polmon l'ultima vita

Le ineffabili note abbassi, e Sordo

E raro esca il respiro, e il sacerdote

A segnarmi del santo olio s'affretti,

E s' inginocchi la famiglia intera

Al mio funebre letto, e nella coltre

I singhiozzi a frenar chiudali la faccia,

— Che vedrete, occhi miei?

63


64

li.

— Hai contemplato

L' uom che da un' ora è morto ? Egli ha raccolte

Sopra il petto le braccia, ed ha una pace

Ineffabil sui labbri, figli è composto

Nel riposo supremo, e più noi tocca

Cosa veruna. Il suo nemico or venga

E lo percota sulla faccia, — un atto

Sol non farà. Conceda, al suo cospetto,

II vergin corpo alle straniere voglie

La figlia sua, — non moverà le diacce'

Irrigidite membra, e la contratta

Mano non leverà per maledirla.

Sul cadavere muto un raggio amico

Spanda il sole, o lo bagni una scrosciante

Pioggia, — non aprirà gli occhi ormai chiusi

Dal dito della Morte e suggellati.

• HI.

Oggi il sole e il sereno arco de' cieli,

E l'iridi fiammanti, e l'infinite

Tremule stelle, e la quieta Luna,


POESIE. 65

E il bel verde de' campi, e le raggianti

Nevi de' monli, e il sonito dell'acque

Cadenti e discorrenti entro i fioriti

Letti, e il curvo Oceàn che s'alza e abbassa

Come un uman petto commosso: ed oggi

Delle bianche fanciulle il verginale

Sorriso, e le rosate aeree gonne

Folleggianti tra' fior del maggio novo:

E le cittadi rumorose e il Foro,

E le chiese, e i teatri, e le officine,

E r amore, e la gloria, e il pianto, e il riso.

— doman, sotto la nera umida terra.

Cadavere sepolto, eternamente

Immobile, e alla luce, alla parola.

Al sorriso dei vivi eternamente

Straniero ed obliato.

IV.

— Oh quando fia,

Quando fia che morrem? Quando alla turpe

Scena del mondo chiuderem per sempre

Le stancate pupille? Oh, quando alfine

Più non Tedrem sul gelido selciato

1 fratelli morenti, ed in catene

Negli umidi antri seppelliti, i giusti?

Nencioni.


66

Quando morrem, Signor, quando morremo?

Quando vedremo, sotto i pie leggieri,

Flettersi i belli arcobaleni, e in giro

Roteare le stelle, e i fior divini

Spontanei odorar del Paradiso?

Ed aure nuove spirerem, dov' apre

li giardino di Dio le sfolgoranti

Sue corolle fra gli astri e gl'inni eterni;

E r arpe d' oro toccherem, poeti ?

Quando avrem l'ali rapide, e i sereni

Campi celesti tratterem securi?

Quando fia che saremo angioli, e lievi

Spiriti, e fantasie libere e sciolte.

Inneggianti, volanti, e a Dio dilette?

Oli, troppo stanco io son ! . . . Non mi parlate

D'altre vite future; e non aprite

Allo stupito mio pensier le accese

Bolge di Dante, o la magion raggiante

Che in Padmo vide un'Aquila romita.

Oltre la Tomba l'oblio spero. In questa

Di sangue e fango commista materia

Che noi Terra chiamiam, dentro quest'erma

Prigion che nuota, orror perenne agli astri,


Neil' infinito spazio, — ogni uman cuore

Misero è sempre, e ovunque, infin che abbracci

Morte, in cui sola il fatai pianto ha tregua.

Morremo ed avrem pace. — Un duolo arcano,

Un brivido angoscioso, ecco, mi prende.

Batte nel freddo della nova febbre

La convulsa mascella, e le supreme

Ore m' aspettan sul funebre letto.

Come fatui fantasimi da scena

Passan dinanzi al vitreo sguardo i casi

E le vicende umane; e questa forma

Dell'infinita materia ch'io vidi

Per pochi 'istanti, e un'invisibil punto

Atomo impercettibil ne albergai.

Si dilegua ancor ella. — Un breve istante,

Ed io son cosa inanimata. Allora

Qualche lacrima umana il freddo corpo

Bagna, e la negra bara indi l' accoglie.

Crescano i fior sulla mia fossa, e l' erba 1

E vi pascan gli armenti, e passi il vento

E l'umana famigliai Io, fredda polve.

Là sotto io dormirò. — Nel cuor d'inverno

Voi gelerete, o poveri, e alle nude

Illividite membra insulteranno

I tepidi velluti, ed i dorati

Cocchi del ricco — io noi saprò. L' onore

Per un tozzo di pan voi venderete

67


68

Dopo una lunga, disperata, e vana

Lotta, o plebee fanciulle; e inorridita

Voi fuggirà la cortigiana infame

Che fra seriche coltri i quotidiani

Adulteri commette — io, fredda polve,

Io noi saprò. Morrà d' amor, di lise.

La vergine tradita ; e il paziente

Merito languirà su marcia paglia.

Ed adipe pasciuto, ed arrogante

Lingua avrà l'ignoranza in soglio assisa..

— Io noi saprò. Dormirò in pace, alfine!

VL

O fatuo re dell'Universo, pensa:

A te la terra necessaria, — ad essa

Non necessario tu! — Rivi di luce

Pioverebber dal Sole almo, te spento.

E, te sparito, in egual metro i fiori

Succederiano a' dissoluti ghiacci,

E le spighe alle rose, e 1' uve al grano.

Se r umana famiglia, d' improvvisa

Morte colpita, disparisse tutta ;

E non un picciol mandrian restasse

A guidar poche pecore; e d' un solo

Accento uman più non sonasser l' ampie


Piazze di Londra e di Parigi ; e tutta

Una gran solitudine la China

E la Russia; e sui mar non una vela,

Non un aratro sui quieti campi . .

Ebben, — la Terra seguirebbe in Cielo

La consueta via: niun cangiamento

Vedriano in essa i cittadin di Giove

O d'altre stelle: e sull'affaticata

Sua superfice cancellate affatto,

Le picciole vantate opere nostre, —

Le gran foreste verdi e i giganteschi

Liberi rami tornerian sicuro

Nido ai fulvi leoni e alle saltanti

Maculate pantere.

vn.

Un ostinato

Ed atroce pensier sempre s' affaccia

A intorbidar ogni mia gioia. Io penso

Alla mia tomba. E sotto il freddo peso

Di nera terra soffogato io sento

Questo cor, questo petto ora inondato

D' aria salubre e d' affluente sangue.

Sento I' umide selci in sulle stanche

Mie palpebre gravar, sento le vive

.

69


70

Radici de' beati alberi aprirsi

Nelle mie carni un lento varco, e panni

Sentire il tarlo roditor dell'ossa...

Tutto ignoriamo. Ma l' angusta bara,

Ma il supremo viatico, e l'aperta

Fossa e poi chiusa suU' accolto corpo,

Chiusa per sempre e suggellata, è orrendo

A pensarsi ; e cui spesso o sempre il guardo

In questa fiera vision s' ostina,

Mai più non ride, e a lui sul fosco ciglio

Siede una prematura ombra di Morte.

Ah, piuttosto che selci e putridume

E vermi eterni — il fuoco — il sacro fuoco

Che divora in un attimo, e le bianche

Ceneri serba alla domestic' urna.

Meglio la fiamma crepitante, e intorno

Alla pira che fuma, i mesti amici.


SAN SIMONE STILITA

s ul bianco cranio del divin vecchiardo

Piove il sole a torrenti — il sol d' agosto,

Onde fuman le gialle erbe ne' campi:

Ei dell' ardua colonna in su la cima

Drizzasi, statua viva, ed animata

Dall'alito di Dio ferrea compage.

IL

Nel Sagittario è il sol. Fiocca dal cielo

In sulla terra desolata, e nuda

Come la man d' un mendicante, in larga

Copia la neve. Ogni animai d'un tetto

71


V'

Si fa schermo, e sol erra il boreale

Orso... ma dritto là sulla colonna

Il divino vecchiardo ancor m' appare.

III.

Dall' indomita pioggia ecco allagati

I campi — e in ogni solco ecco un ruscello.

Dal monotono ciel grigio si versa

Continua l'ostinata acqua — e grondante

Siccome un' alber solitario, in cima

Della fatai colonna eccoti ancora,

O re dei Santi — Martiri, Simone!

IV.

O Santo, io tremo a te pensando. E credo

Che il sol, le stelle, ed i vaganti uccelli

Che quarant' anni contemplar nei campi

Dall'aria il magro tuo profilo, e i venti

Che ti agitar la veneranda barba

Come spuma di mar canuta, — e tutta

La Natura tremasse al tuo cospetto.

J^'^


DOl'O UNA SINFONIA DI BEETHOVEN.

n \Jbe non vidi e sentii? Pianto e sorrisi,

E fremiti e tripudi, e vive grida

Di gioia, ed urla disperate; e il lento

Mormorare dei laghi, ed il solenne

Rumor delle foreste affaticate

In autunno da' Vepti; e il suon che manda

Il campanello dell'errante capra

Sui gioghi Tirolesi, e il pieno canto

Degli organi devoti in Chiesa Ispana.

Ecco — le note argentee, fresche, pure,

S' accoppiano, s' inseguono, e la danza

Figuran di soavi giovinette

Bianco — vestite su novello prato.

Ecco il silenzio precursor del vasto

Nencioni.

73


71

Scoppiar della bufera, — ecco l' orrendo

Scrosciare della pioggia, e il lampo e il tuono,

E crepitar la grandine sui tetti

E contro i vetri indomita. — Silenzio !

Tutto passò. Già il sol ritorna, e brilla

La cintura di un Iride improvvisa.

Ma chi piange? chi piange? Odo una nota

Come di voce che si raccomanda . .

Desdemona Sei tu? — Fu un sogno. R tutta

Rose la Vita, — Anacreonte è vero, —

Colmatemi la tazza, e Iole arrida 1

^w^

.


UN GIARDINO ABBANDONATO

G.rigio-giallastro^ di lunghe' strisele,

Di larghe macchie d' umido, sordido,

Tutt' orlato di folte gramigne,

Di selvatici fiori, di musco;

Alto, remoto d' ogni frequente

Strada, ermo, tacito, inaccessibile

Qual di rigido chiostro ove chiude

Il Carmelo sue sacre colombe,

E il vecchio muro. Largo cancello

A cui sormonta 1' arme Medicea,

Colle palle di pietra consunte

E verdastre dal musco di secoli.

75


76

Di punte armato, sui ferrei cardini

Aspro-girante, rosso di ruggine,

Apre il varco a un antico giardino,

A un antico vial fiancheggiato

Da verde-cupi alti cipressi,

Che, come lunghi diti di scheletri.

Sopra il cielo d'autunno disegnano

Le lor file monotone e triste.

Vecchi sedili di pietra appaiono

Fra pianta e pianta. Laggiù nel fondo

E una vasca con acqua stagnante

Dove foglie ingiallite galleggiano

Fitte, ed i morti rami s' affollano

Presso le sponde. Tremante Naiade

Su dal mezzo si leva marmorea,

Obliato l'antico zampillo

Che un dì slancìavasi alto, e l'antico

Murmurc, e i vispi- pesci dorati

Che guizzavan fra l' acque purissime,

Sorridendo i fanciulli alla sponda.


Oh! come in folla tornano, accorrono,

E il petto m' agitan care memorie ! •

Qui mia madre, allor giovine donna,

Conducevami spesso fanciullo.

Su quel muscoso banco la vedo

Lunghe ore assisa col suo ricamo,

Mentr'io lieto gridando, correndo,

A lei porto le colte viole.

Sovra il pensoso magro tuo viso

Rideva, o madre, il sol di maggio;

Ti cantavan sul capo gli uccelli,

Ridea l' erba stellata di fiori.

Ed ora, o madre, di qualche argentea

Riga ho il crin sparso; tu sottoterra

Sei distesa recente cadavere.

Ne un tuo bacio piìi asciuga il mio pianto.

Poi, quando i primi rosei fantasimi

Al guardo attonito risero, e l' anima

§enti il verso de' grandi poeti,

Senti il palpito primo d'amore;

77


78

Col cuore gonfio di dolci lacrime,

Venni romito, triste, felice,

O giardino, alla tua solitudine,

Per gustarvi i miei sogni e il mio pianto.

Eri pur bello, ridente e splendido.

Vecchio giardino! — In ordinate

Vaghe file i tuoi vasi di fiori '

Dardeggia van colori e profumi.

Sopra ogni fiore, fitte farfalle 1

Tra i verdi rami, cantici e nidi!

E di fresche salubri fontane

Eri tutto animato e sonante.

Più di vent'anni scorsero: e i provvidi

Tuoi cultor sparvero, vecchio giardino I

E cogli anni, l'aspetto tuo primo

Sparve; ed oggi un orror ti circonda.

Dove le rose, dove i .garofani

Rossi fiorivano, ora si mischiano

Lunghi steli di- livide piante,

Larghe foglie macchiate e polpose.


Là sotto, pullulati tra 'j putridume

Fradicio, rosei funghi venefici ;

Strane forme di gelidi insetti

Lente strisciano in quei labirinti.

Dove la giovine erba spargevasi

Di margherite dal seno d'oro,

Popolosa famiglia d' ortiche

Gravi esala miasmi d'attorno.

Poi quando abbuia Novembre torbido,

Il pluvioso vento si leva

Ed aggira le morte tue foglie

Come l'alme del cerchio ov'è Dido.

Rossastre, gialle, grigie, violacee,

Luride, pallide di pallor etico, .

Ei le accumula in funebri mucchii

Cui cementan la pioggia e la neve.

Ma quando ai primi tepidi soli

Di marzo il verde ramarro scaldasi,

E sull'orme di neve recente

La pervinca fiorisce e la mammola ;

79


8o

Nelle prim' ore pomeridiane,

Ai tuoi viali queti s'avviano

Malinconici visitatori

Che sol cercan la pace e il silenzio.

Convalescenti pallidi seggono

Un' ora al sole, taciti, immobili :

Lunghe file di bimbe precedono

Una Suora dal niveo cappello.

E a rivederti, vecchio giardino,

Anch'io ritorno; torno diverso

Come te da quel ch'ero, e dai casi

Assai più che dagli anni, prostrato.

Siam due ruine, vecchio giardino,

Siam due ruine sacre alla morte.

Ma se brilla su te gualche raggio,

E fra i cardi in te spunta un sol fiore;

Se a me fra i gemiti dal cuore esala

Un delicato sospir d' affetto ;

Se un umano pensiero io rivesto

Di un accento che i cuori comraova ;


POESIE.

O malinconico vecchio giardino,

O vecchio muro, vecchi viali,

Nencioni.

Non morremo incompianti o esecrati.

Non avrem sempre indarno vissuto!


A CATERINA PERTUSIO

NATA DE-GORI

D.'unque il voto, il desio con si vivaci

Palpiti in cuor nudrito, oggi divenne

Realtà, Caterina: e in sen tu pieghi

Al tuo Vittorio r adorato viso

D' un bel rossor cosparso, e al sen ti stringe

Egli — felice! — e sposa sua ti chiama.

Ed io che ti conobbi, e teco vissi

Sotto uno stesso tetto, e ad una stessa

Mensa nutrito fui sì lungamente,

Come alle nozze di minor sorella,

Del tuo gioire, o giovinetta, esulto.

Tre volte sole dei novelli fiori

Di primavera avevi ornato il nero

83


Crine ondeggiante, — e nei grand' occhi neri

Tre volte t' avea riso il sol d' aprile,

Quand' io prima ti vidi — e fieramente

Tu mi guardasti di traverso, e ratta

Ti riparavi alla materna gonna,

Piccoletta selvaggia!.. Or son vent'anni,

E par cosa di jeri ! .

.

— Oggi, appoggiata

Al braccio amato, visitando vai,

Pellegrina gentil le più divine

Gemme ond'Arte e Natura Italia abbellano.

E ti seguo coli' occhio della mente

Là dove su le brune e rilucenti

Acque, spiega Venezia i suoi palagi

Marmorei dal sol gialli, e dal tempo:

E i rosei edifizi, e le dorate

Cupole, e r eleganti aeree trine

Dei campanili spiccan sul diafano

Cielo periato. Errar ti vedo, o fida

Coppia d'amanti sposi, in bruna gondola,

A tarda sera, sotto il nero cielo

D'argentee stelle seminato. — E in faccia

Al Duomo di Milano, che solleva

Mille guglie di marmo al puro azzurro

Come braccia di popolo levate

In concorde preghiera al Creatore,

Estatici vi veggo. E se all'eccelse


Guglie saliste dove intorno ai nivei

Marmi stridon volando i neri falchi;

Qual gloriosa vision, v'apparve

La magnifica scena: ed ammiraste

Con palpitanti cuori il monte Rosa

Che le bianche sue cime in un ciel d' oro

Confonde, e veglia sul!' immenso piano

Lombardo, ricco di famiglie e d'opre

E di messi e d'armenti...

E a' vostri sguarii

La magia dei colori e delie forme

Raddoppia Amor, che l'anima vi scalda

E il pensiero v'esalta. O di felici!

Soli in cui r uomo della vita il pregio

Meglio sente ed impara. Amor possente,

Passionato, poetico, e dal Cielo

Benedetto e dall' uomo, di serena

Gioventù forte, e di salute lieto,

Felicitade, in terra, unica parmi.

O ineffabili giorni 1 Un

riso, un solo

Accennar della mano amata, un solo

Sguardo, un sospiro, son di nuove, arcane

Gioie sorgente. E pura

11 pensiero e il desir.

1' alma, è puro

E il sacro fuoco

Che alimento ha nell'alma, eterno dura.

85


Né vicenda di casi, o volger d'anni,

Può soffogarlo. E nei capelli bianchi,

Nell'appassito volto, e nei velati

Occhi di vecchi affettuosi sposi,

Spira un'aura celeste che rispetto

Anche al cinico impone...

— Oltre la tomba

Vive l'amor che l'anime matria.

Maggio, i8yg.


^

INDICE

Lo Spedale. .....".., Pag. i

Un Paradiso perduto » 27

A un rosignolo » 49-

Inno ai fiori » 5i

Il fiume della vita • 55

Note funebri

San Simone Stilila » 71

Dopo una sinfonia di Beethoven » 73

Un Giardino abbandonato » 75

A Caterina Pertusio 83

63


Jinito di stampare

il dì 5 Q/lprile mDCCCLXXX

nella tipografia di Ricala Zanichelli

in ^Modena.

^


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