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WWW.SPEECHLESSMAGAZINE.COM<br />

© Luis Royo


disclaimer 02<br />

Speechless è una rivista<br />

culturale sperimentale senza<br />

scopo di lucro, pertanto non<br />

rappresenta una testata<br />

giornalistica in quanto i<br />

contenuti vengono aggiornati<br />

senza alcuna periodicità. Non<br />

può pertanto considerarsi un<br />

prodotto editoriale ai sensi della<br />

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Speechless is licensed<br />

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in cui si voglia visualizzare il<br />

contenuto sullo schermo del<br />

computer e stamparne una copia<br />

qualsiasi, solo per uso privato,<br />

senza scopo di profitto o altro<br />

autorizzato dalla legge.<br />

© Luis Royo


03<br />

REDAZIONE<br />

direttore<br />

Alessandra Zengo<br />

creative designer<br />

Petra Zari<br />

cover artist<br />

Luis Royo<br />

redazione<br />

Marina Albamonte<br />

Giovanni Arduino<br />

Stefania Auci<br />

Valentina Bettio<br />

Sergio Bevilacqua<br />

Alexia Bianchini<br />

Elena Bigoni<br />

Elisabetta Bricca<br />

Andrea Cattaneo<br />

Valentina Coluccelli<br />

Claudio Cordella<br />

Pia Ferrara<br />

Carlo Lanna<br />

Barbara Maio<br />

Miriam Mastrovito<br />

Leni Remedios<br />

Gabriella Parisi<br />

Selene Pascarella<br />

Alessandra Penna<br />

Marco Piva-Dittrich<br />

Sara Rattaro<br />

Elisabetta Ossimoro<br />

Francesca Rossi<br />

Manuela Salvi<br />

Massimo Soumaré<br />

Roberta de Tomi<br />

Federica Urso<br />

si ringraziano<br />

Scott Eagan<br />

Alessia Gazzola<br />

Elizabeth Hand<br />

Eleonora Mazzoni<br />

Chiara Palazzolo<br />

Luis Royo<br />

Dario Tonani<br />

correzione Bozze<br />

Cristiana Melis<br />

Maila Daniela Tritto<br />

Seguici online<br />

www.speechlessmagazine.com<br />

redazione@speechlessmagazine.com<br />

Portale dedicato al Fantastico<br />

www.urban-fantasy.it<br />

Blog Letterario Collettivo<br />

www.diariodipensieripersi.com


sommario<br />

08< editoriaLe<br />

Alessandra Zengo<br />

10 < cover artist<br />

Introduzione all’arte di Luis Royo<br />

INTERVISTA Luis Royo<br />

24 < editoria<br />

04<br />

RUBRICA Pixel Rubati<br />

INTERVISTA Scott Eagan<br />

Tradurre, Non Tradire<br />

RUBRICA Lettori e "Lettori"<br />

RUBRICA West Egg, Vaghezie dell'Editor<br />

INTERVISTA Jo March Agenzia Letteraria<br />

RUBRICA Il Sottoscala<br />

INTERVISTA Fabio di Pietro<br />

SHOOTING IN A BARREL>84<br />

>24<br />

INTERVISTA<br />

JO MARCH>40<br />

98<br />

THOMAS PyNCHON>96<br />

ELEONORA MAZZONI<br />

LE dIFETTOSE>52<br />

FABIO dI PIETRO>48<br />

LO yEMEN NEL CUORE>150


LUIS ROyO>10<br />

52 < LetteratUra<br />

NUMEROUNO<br />

La ricerca della maternità: Le difettose di Eleonora Mazzoni<br />

SPECIALE Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile<br />

rimosso della civiltà<br />

Romanzi e Modernità a confronto<br />

RACCONTO I Fratellastri di Elizabeth Gaskell<br />

SPECIALE Shooting in a Barrel: amore, morte e dinamiche<br />

generazionali nella Horror Fiction per teen ager<br />

Il ritorno di Alice Allevi<br />

L’affascinante mistero di Thomas Pynchon<br />

Dieci Lune, Anime buie in un'antologia a tinte noir<br />

RACCONTO Ragazza che passa di Chiara Palazzolo<br />

Il Labirinto di Durrenmatt<br />

La penultima verità su Philip K. Dick<br />

RACCONTO Cardio Ok di Dario Tonani<br />

RUBRICA I Luoghi dell'Immaginario<br />

L’esordio sci-fi di George R.R. Martin<br />

La Chimera di Praga: sogni, magia, dolore e speranza<br />

Il successo letterario di Suzanne Collins<br />

RACCONTO Zio Lou di Elizabeth Hand<br />

05


UN METOdO PERICOLOSO>58<br />

IL FANTASy ORIENTALE>144<br />

>126<br />

TSUTOMU NIHEI>154<br />

ALESSIA GA


ZZOLA>92<br />

144 < nUovi orizzonti<br />

Il Fantasy Orientale: una frontiera ancora ignota<br />

Lo Yemen nel cuore<br />

L’immagine e la parola in Tsutomu Nihei<br />

162 < cineMa e tv<br />

sommario<br />

American Horror Story: L’orrore della porta accanto<br />

Quella casa nel bosco: Alle radici dell’Horror<br />

07


editoriale<br />

di aLessandra zengo<br />

Sono passati alcuni mesi dal nostro esordio. E l’emozione non<br />

è ancora scemata. Siamo impazienti, entusiasti, felici per il riscontro<br />

più che positivo avuto dai lettori della nostra rivista, dagli autori e dagli<br />

addetti ai lavori.<br />

Inaspettato è stato l’ampio e sincero interesse verso il nostro<br />

progetto, che speriamo possa crescere e ampliarsi nei mesi a<br />

venire. Elaboriamo idee, provochiamo, anticipiamo — per citare<br />

Richard Brautigan — e continueremo a farlo con la passione che ci<br />

contraddistingue.<br />

Siamo un gruppo affiatato che non si accontenta, che tende<br />

sempre a migliorarsi e rinnovarsi. E che sono contenta di coordinare,<br />

perché la Redazione di Speechless, ci tengo a sottolinearlo, oltre<br />

che professionale e preparata, è composta da persone simpatiche<br />

e meravigliose che hanno contribuito al piccolo successo del<br />

magazine. Siamo un gruppo in divenire, se così possiamo dire. E ci<br />

piace. E Speechless è lo sfaccettato mosaico che viene a formarsi<br />

dall’unione di tessere piccole ma indispensabili che insieme riescono<br />

a creare qualcosa di unico, eterogeneo e particolare. Un po’ geek, un<br />

po’ nerd, un po’ freak, ma caratterizzato da un linguaggio semplice e<br />

diretto condito dall’eleganza della grafica di Petra.<br />

King è un evergreen. Va bene sempre e in qualunque situazione.<br />

Anche durante la torrida stagione estiva tra le pagine macchiate<br />

(metaforicamente) d’inchiostro di una rivista culturale. E quindi lo ricitiamo<br />

anche stavolta tanto per non perdere le buone abitudini.<br />

«Scrivere non significa far soldi, diventare famoso, scoparsi<br />

un sacco di donne o farsi amici. Scrivere è arricchire la vita<br />

di chi ti legge, e di conseguenza la tua. Alzarti, star bene,<br />

chiudere in bellezza. Essere felice, okay? Essere felice.»<br />

Non facciamo soldi — anzi, ci mancano! — e non scopiamo<br />

migliaia di donne, anche se immagino che gli ometti non avrebbero<br />

di che lamentarsi alla prospettiva. Viceversa, rinunciamo, ma non<br />

a malincuore, a un piccolo frammento della nostra vita quotidiana<br />

per condividere con gli altri i nostri interessi e le nostre passioni: la<br />

letteratura e la cinematografia. E siamo felici di farlo. E ne usciamo<br />

arricchiti, inevitabile. Non è questa la cosa più bella della scrittura,<br />

che sia essa narrativa, saggistica o di divulgazione?<br />

So, now, dear readers enjoy being Speechless!<br />

Potete scrivermi a: alessandrazengo@yahoo.it<br />

Puoi arrivare da qualsiasi parte,<br />

nello spazio e nel tempo,<br />

dovunque tu desideri.<br />

Il gabbiano Jonathan Livingston<br />

[Richard Bach]


09<br />

COVER ARTIST<br />

LUIS ROYO >>


cover artist<br />

di cLaUdio cordeLLa<br />

Introduzione<br />

all’arte di Luis Royo<br />

Donne bellissime, generalmente<br />

nude o seminude, stupefacenti creature<br />

fantastiche, come angeli, demoni o<br />

cyborg. Questi sono alcuni dei temi più<br />

diffusi che ritroviamo all’interno delle<br />

tavole di LUIS ROYO, uno dei più importanti<br />

illustratori contemporanei.<br />

Le figure femminili sono quasi sempre<br />

al centro nelle sue composizioni, sensuali<br />

e magnifiche assumono in genere le<br />

fattezze di letali guerriere che impugnano<br />

delle spade gigantesche. Queste combattenti,<br />

sexy e al tempo stesso temibili, forti<br />

e sicure di sé, sono ormai diventate un<br />

suo personale marchio di fabbrica. Non a<br />

caso di recente, venendo ad aggiungersi<br />

allo già sterminato merchandising legato<br />

al nome di Royo, è stata creata una linea<br />

di dettagliatissime action-figures dedicata<br />

a queste eroine.<br />

L’influsso di Royo sull’arte popolare<br />

contemporanea, come il fumetto e<br />

l’illustrazione, è del resto indubitabile.<br />

Nato nel 1954 ad Olalla, nella provincia<br />

spagnola di Teruel, il nostro ha alle spalle<br />

una carriera pluridecennale ricca di successi<br />

e soddisfazioni. Da giovane studia<br />

delineazione tecnica, pittura, decorazione<br />

e design d’interni nella Escuela Industrial<br />

y la Escuela de Artes Aplicadas<br />

(Scuola di Maestria Industriale e la Scuola<br />

di Arti Applicate) a Saragozza mentre<br />

LUIS


www.luisroyo.com<br />

ROYO<br />

11<br />

al tempo stesso, tra il ‘70 e il ‘71, lavora<br />

presso alcuni studi di disegno di interni<br />

e decorazione. Negli stessi anni, influenzato<br />

dalla contro-cultura e dalle contestazioni<br />

tipiche di quel periodo, realizza<br />

delle opere di grande formato: tutte a<br />

carattere sociale. Verranno presentate<br />

prima in esposizioni collettive tra il ‘72<br />

e il ‘76, poi individuali a partire dal ‘77.<br />

L’anno successivo, influenzato dai fumettisti<br />

francesi Enki Bilal (autore della celebre<br />

Trilogia Nikopol) e Moebius (1938<br />

– 2012), inizia la sua carriera nel mondo<br />

del fumetto collaborando a diverse<br />

fanzine. Effettivamente l’uso del colore<br />

da parte di Royo, nonché una certa tetraggine<br />

mista a uno spiccato senso per<br />

il grottesco, lo apparentano in un certo<br />

qual modo al franco-serbo Bilal, creatore<br />

di fumetti fantastici dal sapore distopico<br />

di notevole spessore. Invece da Moebius,<br />

pseudonimo di Jean Giraud, geniale artista<br />

della “letteratura disegnata” recentemente<br />

scomparso, creatore di numerosi<br />

capolavori come Arzach o de L’Incal, nato<br />

da una collaborazione con Alejandro Jodorowsky,<br />

Royo sembra averne assorbito<br />

il gusto per il surreale e l’onirico.<br />

Già nel 1980, nel corso del Salone<br />

del Fumetto di Angoulème, ha modo di<br />

poter esporre le sue opere. Proprio all’inizio<br />

del nuovo decennio, dopo la nascita<br />

del figlio Romulo, si dedica completamente<br />

alla pubblicazione su diverse riviste<br />

professionali abbandonando qualsiasi<br />

altra attività. Soprattutto Comix International<br />

e Rambla, ma sporadicamente an-


LUIS ROYO<br />

che su El Vibora e Heavy Metal, ospitano i frutti della sua arte. Su richiesta di Rafael<br />

Martinez della Norma Editorial, incontrato da Royo nel corso dell’edizione del<br />

1983 del Salone del Fumetto di Saragozza, realizza cinque illustrazioni per questa<br />

casa editrice spagnola. In tal modo ha inizio la sua sfolgorante carriera di illustratore<br />

che lo porterà a realizzare copertine per libri, videocassette (il mercato del<br />

VHS all’epoca in pieno boom) e per i neonati videogames. Riesce a farsi conoscere<br />

anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svezia dove ha modo di lasciare il suo<br />

segno. Realizza, inoltre, degli importanti lavori su commissione per le statunitensi<br />

Warner Books, Tor Books, Berkley Books, Avon, Batman Book e National Lampoon<br />

e per le europee Cimoc, Fumetto Art, Ere Comprimée. Nel 1986, a cura della casa<br />

editrice ispanica Ikusager Ediciones, esce Desfase (Sfasamento), singolare fumetto<br />

sperimentale da lui realizzato in collaborazione con Antonio Altarriba.<br />

Gli anni ‘90 vedono la fama di Royo crescere ancora di più e consolidarsi a<br />

livello internazionale. L’art-book Women, una raccolta antologica che riunisce 8<br />

anni di illustrazioni scaturite dalla sfrenata fantasia di questo talentuoso autore,<br />

viene dapprima pubblicata in Spagna nel 1992; per poi essere subito dopo riproposta<br />

in Francia dalla Soleil Productions e in Germania dalla Edition Comic Forum.<br />

12


13<br />

L’anno seguente, a cura della Comic<br />

Images, esce From Fantasy To<br />

Reality, una serie di trading cards<br />

(carte collezionabili) da lui disegnate.<br />

Nel 1994 è la volta di Malefic,<br />

un secondo libro di illustrazioni che<br />

appare sul suolo francese sempre<br />

per Soleil.<br />

Intanto Women, di cui esce<br />

una ristampa, attira su di sé l’attenzione<br />

di Penthouse Magazine, una<br />

pubblicazione per “soli uomini”.<br />

Tale rivista nel 1996 giunge persino<br />

– per l’edizione francese e tedesca<br />

– a sostituire la tradizionale foto di<br />

copertina con una tavola di Royo.<br />

Per di più una ex-modella di Penthouse,<br />

la bruna Julie Strain, diventa<br />

la fonte d’ispirazione primaria per<br />

la creazione del famoso character<br />

F.A.K.K., di cui riprende le fattezze.<br />

Il fumettista Kevin Eastman, marito<br />

della Strain e direttore di Heavy<br />

Metal, chiede a Royo di realizzare<br />

una cover per il ventennale della<br />

sua rivista, assieme a una serie<br />

di illustrazioni dedicate a F.A.K.K.:<br />

una guerriera seducente e pesantamente<br />

armata. Sempre nel ‘96 riceve<br />

il Silver Award SPECTRUM III,<br />

prestigioso premio assegnato agli<br />

artisti fantasy mentre diversi giornali,<br />

tra cui La Stampa, gli dedicano<br />

diversi articoli. Il successo di Royo è<br />

inarrestabile e numerose case editrici<br />

di prestigio, come la Ballantine,<br />

la Doubleay, la Harper Paperback<br />

e tante altre, vanno a bussare alla<br />

cover artist


15<br />

cover artist<br />

sua porta. Per la Pocket Books e per la Marvel offre la<br />

sua interpretazione di notissimi franchising come Star<br />

Trek e X-Men.<br />

Verso la fine del secolo scorso fanno anche la<br />

loro apparizione l’art-book III Millennium e la serie di<br />

tarocchi The black tarot; tra le pubblicazioni del periodo<br />

segnaliamo pure Prohibited Book, sorta di summa<br />

delle illustrazioni erotiche di quest’artista.<br />

Numerose le raccolte antologiche di carattere<br />

fantastico di Royo uscite negli ultimi anni, come Tatoos,<br />

i tre volumi di Conceptions, Visions o Fantastic Art.<br />

Rendere conto di una simile mole di lavoro è un’autentica<br />

impresa. Personalmente considero degni di menzione<br />

Dome, Dead Moon e Dead Moon Epilogue. Il<br />

primo, Dome, è un artbook dalla genesi singolare: in<br />

esso è stata riversata una performance artistica, consistente<br />

nella realizzazione dell’affresco della cupola di<br />

un castello di Mosca, eseguita a quattro mani con il figlio<br />

Romulo. I due volumi della serie Dead Moon sono<br />

invece due romanzi illustrati, una saga fantasy orientaleggiante<br />

ricca di passione, al tempo stesso sensuale<br />

e sanguinosa. Nel nostro paese sono stati pubblicati<br />

dalla Rizzoli Lizard. Sempre grazie a quest’ultima, il<br />

pubblico italiano ha potuto godere dei frutti della più<br />

recente fatica dell’artista spagnolo: il primo volume di<br />

Malefic Time. Apocalypse. Un altro romanzo illustrato,<br />

creato assieme al figlio Romulo, che ci conduce per<br />

mano in un universo post-apocalittico. Per l’esattezza<br />

in una New York ridotta in macerie dove la giovane Luz,<br />

figlia della Luna e di Lucifero, dovrà fare la differenza<br />

nella lotta tra il Bene e il Male.<br />

Come si può ben vedere la carriera di Royo, assurto<br />

al rango di patriarca di una dinastia di artisti, continua<br />

ininterrotta a tutt’oggi trattando con abilità temi<br />

legati alla fantasia, alla sessualità e al bisogno di libertà<br />

dello spirito umano.<br />

www.luisroyo.com<br />

segue<br />

’INTERVISTA


cover artist<br />

L’INTERVISTA<br />

LUIS ROYO<br />

Speechless: Il pubblico di Speechless<br />

è molto curioso: dunque, chi<br />

è Luis Royo e come riassumerebbe il<br />

suo percorso artistico?<br />

Luis Royo: Forse la forma migliore<br />

per definirmi sarebbe: qualcuno<br />

che fin da piccolo amava vivere in<br />

mondi immaginari più che nel mondo<br />

quotidiano che vedevano i suoi<br />

occhi. Questo è ciò che mi ha portato<br />

al disegno, a tentare, fin da piccolo,<br />

di plasmare quei mondi personali e a<br />

trasformare quell’ossessione in una<br />

forma di vita. Ancora oggi, molte vol-<br />

"dead Moon'<br />

16<br />

di eLena Bigoni<br />

te penso al fatto che passo più tempo<br />

in quei mondi a due dimensioni<br />

che in quello che vedo davanti a me.<br />

S: Le sue opere, note e apprezzate<br />

in tutto il mondo, rappresentano<br />

soprattutto donne molto femminili<br />

ma, al contempo, forti e indipendenti.<br />

Perché la scelta di questi soggetti<br />

e come nascono questi progetti<br />

creativi?<br />

LR: Sì, quasi tutti i miei personaggi<br />

principali sono donne. Trovo<br />

più sfumature, possibilità e<br />

varianti nell’universo femminile.<br />

Mi attrae unire, in<br />

una stessa scena, gli opposti.<br />

La delicatezza e l’aggressività. La<br />

bellezza e l’aridità. La dolcezza e la<br />

perversione. L’universo femminile è<br />

molto più completo e offre più risor-


www.luisroyo.com<br />

se per ottenerlo, tanto in argomenti<br />

quanto in immagini. Un semplice<br />

sguardo femminile può riunire vari<br />

messaggi opposti, anche contraddittori.<br />

Per quanto riguarda i progetti,<br />

generalmente nascono molto lentamente.<br />

Mentre lavoro ad altre cose<br />

si formano idee che lascio abbozzate<br />

in appunti o brevi scritti. Molti di essi<br />

rimangono là, custoditi e dimenticati;<br />

quelli che mi paiono più attraenti,<br />

li riprendo finché formano un’idea<br />

di unità. Dunque, si verifica quando,<br />

stesi su di un tavolo gli uni accanto<br />

agli altri, si pianifica un progetto.<br />

S: Quali sono le sue influenze<br />

artistiche e le sue fonti di ispirazione?<br />

LR: Io sono un amante<br />

dei classici – Rembrandt,<br />

Michelangelo, Caravaggio,<br />

Velazquez, Goya, Repin, Toulouse<br />

Lautrec ecc. – e sono anche<br />

curioso rispetto ai movimenti<br />

pittorici più recenti. Questi possono<br />

avere un’influenza minore per quanto<br />

riguarda la luce o la composizione,<br />

però possono ispirarmi per quanto<br />

riguarda il colore o il concetto di impatto.<br />

Opere tanto diverse come può<br />

essere la pittura astratta di Tapies, ad<br />

esempio. Ancora un contemporaneo,<br />

nel mondo della pittura: Giger è un<br />

artista che ammiro.<br />

S: Le sue opere, il suo stile, sono<br />

ormai riconoscibili da un pubblico<br />

internazionale. Cosa, della sua arte<br />

17<br />

particolare, pensa possa aver influenzato<br />

l'immaginario generale?<br />

LR: Credo che sia quello di cui<br />

parlavo prima. Il dedicarmi tanto<br />

all’interpretazione della femminilità<br />

e all’immagine femminile, potente e<br />

delicata al tempo stesso. Allo stesso<br />

tempo credo che quei mondi immaginari<br />

di cui parlavo all’inizio siano in<br />

gran parte universi e fantasie con<br />

messaggi in comune con l’immaginario<br />

collettivo e che condivido con<br />

il pubblico che segue la mia opera.<br />

S: Quali strumenti e tecniche<br />

artistiche predilige?<br />

LR: Sono amante delle tecniche<br />

miste, e mi piace che in uno stesso<br />

lavoro possano entrare acquarello,<br />

tempera, colori acrilici e a olio etc.<br />

È l’opera che ci sta di fronte che,<br />

mentre si va componendo, richiede<br />

la tecnica da utilizzare. Anche se c’è<br />

un’idea iniziale per quanto riguarda il<br />

soggetto, le dimensioni o per il grado<br />

di freschezza che si vuole imprimere<br />

al lavoro, nel corso della realizzazione<br />

si stabilisce con essa un dialogo<br />

che ti fa prendere decisioni sulla<br />

direzione da prendere. Voglio dire<br />

che mi lascio trascinare abbastanza<br />

dall’intuizione. Per non evitare la domanda<br />

semplificando: le tecniche più<br />

frequenti sono l’aerografo con colori<br />

acrilici liquidi per ottenere nella tela<br />

delle atmosfere e olio a pennello per<br />

la coloritura finale e le sfumature.<br />

Queste due sono le più utilizzate ed<br />

è raro che non entrino in ogni lavoro.


18<br />

S: Cosa rappresenta per Lei, la<br />

tela bianca?<br />

LR: Prima di tutto, uno spazio che<br />

mi chiama a immergermi in un sogno.<br />

A vivere un’avventura che non ha luogo<br />

nel mondo nella dimensione in cui<br />

vivo quotidianamente.<br />

S: Quali sono le opere e i soggetti<br />

ai quali è maggiormente legato?<br />

LR: Questa è una domanda difficile:<br />

quando un’opera è finita la si scannerizza<br />

e fotografa in vista del suo ingresso<br />

sul mercato. A partire da quel<br />

momento, perde tutto il legame che<br />

ho mantenuto con essa, le soddisfazione<br />

e ansie che mi ha provocato nel realizzarla.<br />

Si trova in un luogo nebuloso<br />

del passato. Quella che conta è quella<br />

che sta di nuovo, incompleta, davanti a<br />

te. Dall’altra parte, quando vedo l’originale<br />

di un’opera realizzata tempo<br />

addietro, finisco sempre per prendere<br />

un pennello per ritoccare questa o<br />

quella cosa che non mi piace o di cui<br />

non mi ero reso conto nel farla. Infatti,<br />

quando vedo un lavoro vecchio in<br />

un atelier, o durante la preparazione<br />

di un’esposizione o qualsiasi altra casa,<br />

cerco di non avvicinarmici.<br />

S: Negli ultimi anni la sua produzione<br />

si è spostata verso la “graphic<br />

novel”. Cosa ha originato questa scelta<br />

e come è nata la serie Dead Moon?<br />

LR: I progetti personali, che non<br />

erano lavori su commissione, diventavano<br />

sempre più complessi man mano<br />

che passavano gli anni. È accaduto<br />

"Malefic time" - rizzoli Lizard


cover artist<br />

questo con il lavoro su commissione<br />

che diventava sempre di più un’opera<br />

densa, come DOME. E i libri pubblicati,<br />

nati da un lavoro personale, appartenevano<br />

sempre di più a un progetto<br />

chiuso, per esempio, per quanto riguarda<br />

l’erotismo come PROHIBITED o una<br />

bellezza provocante come SURBVERSI-<br />

VE BEAUTY. DEAD MOON era un passo<br />

più avanti. Il racconto, le illustrazioni,<br />

i disegni e anche le grandi immagini<br />

dovevano avere lo stesso peso nell’insieme<br />

dell’opera. Per questo motivo<br />

ho chiesto anche la collaborazione di<br />

Romulo Royo per questa opera, che è<br />

culminata nei due libri che si allacciano<br />

con il lavoro attuale di Malefic Time.<br />

DEAD MOON è una storia di fantasia<br />

che si è ispirata agli antichi racconti<br />

orientali. Narra la leggenda straziante<br />

e drammatica del suo personaggio<br />

principale Luna, cercando di plasmare<br />

la delicatezza e allo stesso tempo la<br />

crudezza del gusto orientale, perfino<br />

cercando nelle immagini quell’aroma,<br />

senza perdere di vista però che è stato<br />

realizzato con la mano e la mente occidentale.<br />

S: Parliamo del suo ultimo progetto<br />

nato in collaborazione con suo<br />

figlio Romulo: Malefic Time, di cui<br />

Apocalypse (pubblicato in Italia di Rizzoli<br />

Lizard – NdR) rappresenta il primo<br />

“albo”. Come e perché è nato?<br />

LR: È partita dall’idea di fondere<br />

pittura e immagini in un libro, anche<br />

di fare l’occhiolino al fumetto, con il<br />

testo a margine dell'immagine come<br />

avevamo cominciato a fare con Dead 19


Malefic TiMe - apocalypse Vol. 1<br />

20<br />

L’idea iniziale nasce nel 1993 ma solo ora, a quasi venti anni di distanza, il Progetto Malefic<br />

Time vede la luce. Dopo le graphic novel Dead Moon e Dead Moon epilogue, nelle quali si vedono<br />

i germogli di un'idea ambiziosa, ecco apparire Malefic Time che certamente lascerà il segno<br />

non solo nell’arte illustrata ma anche in quella letteraria.<br />

Attraverso leggende, mitologie e antichi saperi, Luis e Romulo Royo intrecciano i meandri del<br />

conoscibile, delle emozioni e delle paure umane, in una nuova dimensione dalla forte potenza evocativa<br />

e allegorica.<br />

In un mondo post-apocalittico in cui gli uomini ormai hanno dimenticato il passato, nuovi<br />

esseri dalle antiche vestigia lottano per dare una svolta all’intera umanità. I celesti, figli<br />

del Sole, e i caduti, proseliti della Luna e della Terra, si muovono tra ricordi e sanguinose<br />

battaglie. L’uomo è soltanto spettatore.<br />

In questo scenario incontriamo Luz, un essere che non appartiene a questo mondo, eppure ne è<br />

la sua massima espressione. Una giovane che deve prendere in mano il suo destino traboccante di<br />

incertezze e trovare la strada per compiere la sua – ancora sconosciuta – missione.<br />

Malefic Time è un progetto solo agli albori e molto più vasto, che prevede dei crossover fumettistici<br />

che analizzeranno le figure secondarie che ruotano attorno alla protagonista Luz e un libro,<br />

Malefic Time – Codex Apocalypse, scritto da Jesus Vilches che narrerà la genesi di questo nuovo<br />

mondo. Un opera imperdibile che saprà conquistare sin nel profondo.


21<br />

Moon. Qui, con Malefic Time, siamo<br />

ritornati ai tempi in cui lavoravamo<br />

insieme, Romulo e io, in quei tempi in<br />

cui avevamo realizzato appunti e testi<br />

sciolti per il personaggio Luz–Malefic.<br />

Questo lavoro è stato dimenticato in<br />

un cassetto per quasi vent’anni, mentre<br />

ciascuno di noi lavorava in uffici e<br />

città diverse, ma, mentre lavoravamo<br />

insieme su Dead Moon, decidemmo<br />

di riprenderlo. L'idea era fondere totalmente<br />

le due arti e che il risultato<br />

andasse a finire in un libro, come una<br />

saga. La storia era troppo complessa<br />

per svilupparla in un solo libro ed è<br />

finita nel progetto di una trilogia.<br />

S: Malefic Time è un progetto<br />

trasversale che investe altre forme<br />

d’arte: la Letteratura, l’Arte e la Musica.<br />

Perché questa particolare scelta?<br />

LR: Una volta che abbiamo incominciato<br />

Malefic Time nel laboratorio,<br />

l'idea di fondere le arti andò<br />

crescendo. La storia era breve per<br />

plasmarla solo nei tre libri di illustrazione<br />

e decidemmo di creare un<br />

romanzo dove si potevano approfondire<br />

maggiormente personaggi.<br />

Facemmo molto appoggio sul mondo<br />

apocalittico di Malefic e, ritornando<br />

all'idea di fusione, pensammo che la<br />

musica sarebbe stata un grande elemento<br />

per arricchire questo mondo.<br />

Presto decidemmo che il manga poteva<br />

offrire una prospettiva differente,<br />

e che avrebbe arricchito il progetto...<br />

e anche figure... giochi... Tutto<br />

ciò ha fatto sì che il progetto Malefic<br />

cover artist<br />

Time sia un progetto multimediale<br />

dove si sommano arti e artisti differenti<br />

che apportano e arricchiscono<br />

l'universo Malefic. Jesús Vilches<br />

si è incaricato di plasmare con<br />

parole la storia di Malefic in CODEX<br />

APOCALYPSE. Il gruppo Avalanch ha<br />

creato un cd musicale APOCALYPSE,<br />

Kenny Ruiz sta realizzando il manga<br />

di SOUM... E ci sono ancora altri collaboratori:<br />

come Miguel Mesas che<br />

sta realizzando dei video. Rebeca Saray<br />

sta preparando un lavoro fotografico.<br />

Metalhead, con una linea di<br />

vestiti in progetto. Yamato con figure<br />

3F... etc.<br />

S: Al Comicon di Barcellona,<br />

siete stati protagonisti di una performance<br />

di Live Painting dedicata<br />

a Malefic Time, durante il concerto<br />

degli Avanlach. Vuole raccontarci<br />

qualcosa di questa esperienza decisamente<br />

particolare?<br />

LR: Da quando è nato il progetto<br />

Malefic Time e con esso l'idea ambiziosa<br />

che si riflettesse attraverso differenti<br />

discipline artistiche, abbiamo<br />

pensato di arrivare il più lontano possibile.<br />

I concerti del disco APOCALYP-<br />

SE col gruppo Avalanch hanno aperto<br />

la strada a quella nuova esperienza<br />

di dipingere grandi formati in diretta.<br />

È stato realmente un'esperienza dipingere,<br />

incoraggiati delle voci del<br />

pubblico.<br />

S: Quando si parla di Arte in tutte<br />

le sue declinazioni, esistono due<br />

correnti di pensiero: chi pensa che


"Malefic time'<br />

L’INTERVISTA<br />

LUIS ROYO<br />

la tecnica sia necessaria a un artista<br />

per esprimere al meglio il suo<br />

mondo interiore, chi, invece, pensa<br />

che gli studi imbriglino le possibilità<br />

creative. Lei con chi si schiera e cosa<br />

pensa a riguardo?<br />

LR: Ho creduto sempre che la<br />

tecnica sia il grande attrezzo per potere<br />

plasmare un'idea. Quanto più si<br />

hanno conoscenze tecniche tanto<br />

più sarà fedele a quell'idea mentre<br />

la si plasma. Di fatto così è stato durante<br />

la storia.<br />

In questi ultimi cento anni si è posta<br />

la questione in alcuni movimenti<br />

artistici. Ma una volta sperimentate<br />

queste disubbidienze artistiche, che<br />

furono un buon repellente per molti<br />

vizi dell'arte, non ha senso, oggigiorno,<br />

ripetere questi movimenti perché<br />

i suoi messaggi circolano già tra<br />

noi e nel mio caso i suoi concetti non<br />

hanno oramai niente di inaspettato e<br />

provocatore e mi annoiano.<br />

S: Se dovesse consigliare i giovani<br />

artisti che si affacciano per la<br />

prima volta nel mondo dell'Arte,<br />

quali suggerimenti darebbe loro?<br />

LR: È difficile consigliare. Direi di<br />

immergersi nel proprio io, e cercare<br />

di realizzare qualcosa che sia coerente<br />

con se stessi. Un'opera che rifletta<br />

la propria visione personale, più che<br />

quello che chiede il mercato, perché<br />

quest’ultimo è mutevole e si accoppia<br />

a mode che passano.<br />

22


23<br />

S: Quando non è impegnato nel<br />

suo laboratorio, cosa le piace fare?<br />

Quali sono i generi musicali, i libri e i<br />

film che apprezza maggiormente?<br />

LR: Tanti libri, musica, cinema e<br />

altre arti sono le cose che più mi piacciono,<br />

è normale nel nostro ambiente.<br />

Non sono un seguace di una linea in<br />

concreto di nessuna di queste, voglio<br />

dire che posso star leggendo un libro<br />

sull’occultismo e passare in seguito a<br />

un romanzo poliziesco o, in musica,<br />

posso stare ascoltando heavy e dopo<br />

mettermi un cd di blues. Un film sentimentale<br />

e dopo una superproduzione<br />

di Sf. Commento spesso che è come<br />

riempire il cervello di dati per dopo<br />

vomitare ciò che si è formato dentro<br />

sotto una prospettiva personale.<br />

S: Quali saranno i suoi progetti<br />

futuri? Qualche anticipazione sulle<br />

prossime collaborazioni?<br />

LR: Attualmente sono sommerso<br />

con Romulo nella seconda parte di<br />

Malefic Time, 110 KATANAS. In questa<br />

seconda parte si scopre la relazione<br />

che esiste tra la storia di Malefic<br />

Time e Dead Moon.<br />

S: Per concludere l'intervista,<br />

chiediamo sempre all'artista ospite<br />

una citazione o un frase personale<br />

che condensi la propria idea di Arte.<br />

Vuole dirci la Sua?<br />

LR: Una finestra aperta che ci<br />

fa immergere in un altro mondo. Sia<br />

solo per alcune note musicali, alcune<br />

pennellate, alcune parole, spazi, pixel<br />

o quello che volete.<br />

cover artist<br />

"Malefic time'


PIXEL<br />

RUBATI<br />

di giovanni ardUino<br />

Cari amici,<br />

al mio indirizzo<br />

giovanniarduino@gmail.com<br />

è arrivata questa bozza<br />

di scheda di valutazione<br />

scritta di getto da una<br />

lettrice di paranormal romance<br />

per una casa editrice<br />

di discreta importanza:<br />

non posso fare il nome né<br />

della prima né della seconda,<br />

ma offro volentieri<br />

il parto agli occhi belli<br />

dei lettori di Speechless.<br />

L’anonima lettrice mi ha<br />

assicurato che poi la scheda<br />

è stata opportunamente<br />

cambiata e corretta, come<br />

già si può intuire dalle<br />

indicazioni in corsivo.<br />

Alla prossima & statemi<br />

sani, come sempre.


editoria<br />

25<br />

Titolo xxx<br />

Autore xxx<br />

Editore/Agente xxx<br />

Pagg. xxx<br />

Allora, la storia funziona così, c’è questa tipa che è un’investigatrice delle fate (lei è una mezza fata<br />

o qualcosa del genere o non so) nel mondo delle fate e dove tutto è molto fatato (ma la tipa è anche<br />

un po’ vampira in un mondo di vampiri dove tutto è molto vampiresco – o vampirico, controllare e correggere).<br />

Comunque, nel mondo fatato/vampiresco (o vampirico, controllare) alla nostra investigatrice<br />

fatata/vampiresca (mi sono scocciata di aggiungere come opzione vampirica, controllo poi una volta<br />

per tutte ma adesso diamola per buona) viene assegnato un compito dal Grande Re, che si capisce<br />

che è il Grande Re (G maiuscola e R maiuscola, ricordare; andrebbe bene anche Sommo Sovrano,<br />

ma l’acronimo farebbe SS ed è politicamente scorretto) perché il Grande Re parla con tono aulico,<br />

insomma, un po’ come ti immagini parlerebbe re Artù in un cartone animato anni Settanta, del tipo:<br />

“Secondo me sei capace di accollarti ‘sto cazzo di missione e vedi di sgamartela” (okay, non così, devo<br />

avere fatto confusione con Una notte da leoni 2 che ho scaricato ieri sera tardi, dopo metto a posto).<br />

L’investigatrice a questo punto (questo punto nel senso che parliamo del diciottesimo capitolo di una<br />

saga dove i cambiamenti sono minimi, a parte la descrizione dei vestiti, del meteo, dei tramonti, degli<br />

alberi, degli organi sessuali maschili/femminili – vedi sotto – e degli orgasmi) capisce che:<br />

a) è stato rubato qualcosa al Grande Re e lei deve recuperarlo;<br />

b) è stato rapito qualcuno/a caro/a al Grande Re e lei deve recuperarlo/a;<br />

c) è stato commesso un crimine gravissimo per il Grande Re e lei deve recuperare il colpevole;<br />

d) si è spostato l’asse temporominchiaspazialdimensionale (cancellare minchia) e tutto il mondo<br />

fatato/vampiresco rischia di andare a carte quarantotto e il Grande Re vuole che lei recuperi la<br />

situazione (NB: le ripetizioni, vedi RECUPERARE, sono sacrosante per mantenersi in linea con lo<br />

stile del romanzo).<br />

Ora, questo è quanto. L’importante è che l’investigatrice delle fate, nel suo cammino e nel portare a<br />

termine la sua missione, trombi (sostituire trombi) un numero x di volte con persone/cose/animali/<br />

nomi di città corrispondenti a certe caratteristiche e solo a quelle: peni puntuti, peni tentacolari, peni<br />

cornuti, peni di pietra, peni con la pinna tipo squalo, peni medusa, peni con scaglie da varano, peni<br />

a punto interrogativo, peni a parabolica, peni in latex giallo fluo e peni-quello-che-volete (sostituite<br />

“pene” con “vagina” e il risultato sarà lo stesso).<br />

Riassumendo, in ordine: missione, trombate (modificare trombate), risoluzione del caso, almeno in<br />

parte, perché ci vuole il cliffhanger che ti fa venire i palpiti di cuore (sééé, di cuore: cancellare questa<br />

considerazione) e ti spinge all’acquisto del trumone successivo, e in più introduzione di un nuovo<br />

personaggio mai coperto prima (in questo diciottesimo capitolo un brucolaco di Mykonos mutaforma,<br />

priapico, preveggente e con il sovramorso) che si aggiungerà alla schiera di amici/nemici/amanti/<br />

sodali/schiavi bondage&disciplina dell’investigatrice delle fate.<br />

Stile: piano, semplice. Lunghezza: media/nella norma. Pubblico: femminile, giovane e non solo. Acquisto<br />

diritti: consigliato, nonostante sovraffollamento proposte simili per ornitoprive (cancellare ornitoprive).


editoria<br />

SCOTT EAGAN<br />

and Greyhaus Literary Agency: Quando il rosa si tinge di grigio<br />

di eLisaBetta Bricca<br />

Qualsiasi idea vi siate fatti degli agenti<br />

letterari americani e della realtà editoriale<br />

d’oltreoceano, sappiate che lavorare con loro<br />

e per loro rappresenta un’esperienza altamente<br />

formativa. Esiste un denominatore comune,<br />

da cui non si può prescindere, e che verte su<br />

due punti fondamentali: la professionalità e la<br />

puntualità.<br />

Ho incontrato Mister Eagan, per la prima<br />

volta, al Women’s Fiction Festival di<br />

Matera al panel Harlequin. Sì, perché in<br />

quanto agente letterario, Scott si occupa principalmente<br />

di rappresentare autrici di romance<br />

e di women’s fiction.<br />

È uno degli agenti letterari più temuti.<br />

Tiene un blog, seguitissimo, di “consigli” per<br />

aspiranti scrittori, e non ama i giri di parole.<br />

Arriva sempre dritto al punto, ha una solida<br />

preparazione letteraria alle spalle, e può vantare<br />

una scuderia di autrici di tutto rispetto.<br />

E, naturalmente, Speechless non poteva<br />

farsi sfuggire l’occasione di una chiacchie-<br />

rata con lui, per buttare l’occhio a un mercato,<br />

quello della narrativa al femminile americana,<br />

in continua crescita e trasformazione, e da cui<br />

arrivano i maggiori trend da seguire.<br />

SPEECHLESS: Ciao, Scott, e benvenuto<br />

a bordo. Ti va col cominciare col dirci<br />

qualcosa in più su di te? Come hai cominciato<br />

il tuo percorso di agente letterario?<br />

Scott: Grazie per avermi voluto con voi,<br />

oggi! Sinceramente non credo di essere così<br />

“temuto” come agente. Credo solo di essere<br />

abbastanza diretto su cosa mi piace e cosa non<br />

mi piace nel campo della letteratura romance<br />

e della women’s fiction. Ritengo che possiamo<br />

solo migliorare il nostro modo di scrivere, guardando<br />

in faccia la verità nuda e cruda.<br />

Ho fondato la Greyhaus nel 2003, dopo<br />

un’esperienza di dodici anni quale insegnante<br />

di Inglese nel sistema scolastico pubblico. Mi<br />

sembrava fosse estremamente appropriato,<br />

possedendo un dottorato in Letteratura Inglese,<br />

una laurea di secondo livello in Scrittura<br />

Creativa e in Competenze Alfabetiche Funzionali.<br />

Di fatto, vivevo a Firenze quando presi la<br />

decisione di diventare agente letterario. Lavorare<br />

come agente e continuare il mio lavoro di<br />

docente aggregato di Inglese mi garantivano<br />

l’opportunità di essere un padre presente in<br />

casa. Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere<br />

romance (mia moglie<br />

legge tantissimo)<br />

e mi sembrava<br />

calzasse a pennello.<br />

SL: Cosa<br />

cerchi in un romanzo?<br />

E qual è la metodologia di lavoro<br />

che segui con le autrici che scegli di rappresentare?<br />

S: Dato che i generi romance e women’s<br />

27


28<br />

fiction prendono spunto da rapporti reali e<br />

da reali emozioni umane, mi sento immediatamente<br />

catapultato nella credibilità dei<br />

personaggi e delle loro relazioni. Cerco storie<br />

con le quali il lettore possa identificarsi<br />

e relazionarsi. Allo stesso tempo, sono in<br />

cerca progetti che possano davvero non<br />

solo obbedire ad un genere ed adattarcisi,<br />

bensì che offrano anche qualcosa di nuovo<br />

ai lettori. Da quello che è il mercato,<br />

non basta che le storie siano soltanto<br />

buone o che la premessa della storia<br />

possa essere “solo OK”. Le storie devono<br />

vivere oltre, in mezzo a tutte le<br />

altre.<br />

Quando leggo una presentazione,<br />

ritengo che un libro possa essere<br />

migliore di un altro da quanto la storia<br />

mi coinvolge. Se mi accorgo che voglio<br />

andare avanti nella lettura, e ho voglia<br />

di parlarne ad altri, è sempre un buon<br />

segno.<br />

Penso che un modo per spiegare<br />

cosa cerco in un romanzo possa essere<br />

compreso maggiormente in base al tempo<br />

che vi dedico. Troppo spesso ho a che fare<br />

con storie che mi sembra di aver già letto:<br />

in altre parole, l’autrice sembra non fare<br />

altro che riprendere schemi, personaggi e<br />

situazioni stereotipate. Nonostante non ci<br />

sia niente di male nel portare avanti temi<br />

comuni, è fondamentale che un’autrice cerchi<br />

qualcosa di unico per la sua storia.<br />

SL: Su quale base scegli un’autrice?<br />

Cosa deve avere “in più”, rispetto<br />

alle altre?<br />

S: È strano come agenti e scrittori finiscano<br />

col lavorare insieme. Si inizia con<br />

una storia ed è quello l’elemento dal quale<br />

gli agenti decidono se gli piace o meno un<br />

progetto. Eppure, in realtà, è l’autrice che fa<br />

la differenza. Come agente, sono alla ricerca<br />

di qualcuno che sia veramente una “scrittrice<br />

professionista”. Ciò significa qualcuno<br />

che non consideri scrivere un semplice o ca-<br />

SCOTT EAGAN<br />

sualepass<br />

a t e m p o ,<br />

bensì qualcuno<br />

che ci si dedichi<br />

anima e corpo considerandolo<br />

come una<br />

futura pubblicazione e<br />

che sia pronta ad imparare<br />

e crescere come autrice.<br />

Il rapporto tra autore<br />

e agente è anche un lavoro di<br />

team. Ciò vuol dire che ognuno<br />

deve essere in grado di essere<br />

sulla stessa lunghezza d’onda – o<br />

pagina – quando accade che l’autore<br />

capisce dove vuole arrivare con la<br />

propria scrittura e come vuole arrivarci.<br />

Bisogna essere in grado di comunicare


costantemente l’uno con<br />

l’altro. Questo permette<br />

all’agente non solo di sapere<br />

a che punto sta l’autrice<br />

con un determinato progetto,<br />

ma anche di conoscerne altri<br />

potenziali. Ad esempio, capita<br />

spesso che mentre parlo con un<br />

editore viene fuori un nuovo progetto.<br />

Se so cosa stanno facendo i<br />

miei clienti, posso sempre, di volta in<br />

volta, farli “incontrare” con quel determinato<br />

editore.<br />

Lavorare con un cliente è davvero su<br />

base individuale. Molte delle mie autrici<br />

necessitano di parecchio feedback per i<br />

loro progetti. Vogliono tenermi aggiornato<br />

su tutto quello che fanno ed avere riscontro<br />

su quanto scrivono durante la<br />

lavorazione. Altre autrici necessitano<br />

di molti consigli editoriali. Ad<br />

altre piace discutere di nuovi<br />

progetti e nuove idee per le<br />

storie. Quando firmo un<br />

contratto con un’autrice,<br />

parto sempre<br />

dal discutere su<br />

ciò che vuole<br />

davvero da<br />

questo<br />

t i p o<br />

d i<br />

editoria<br />

rapporto e di come si possa ottemperare al<br />

meglio alle sue necessità di scrittura.<br />

SL: Un paio di consigli per chi vuole<br />

cominciare col scrivere romance e<br />

women’s fiction.<br />

S: Relativamente al genere, direi che<br />

un autore debba necessariamente imparare<br />

e capire la tipologia di lavoro e il genere<br />

stesso. Più un autore capisce come<br />

un romanzo si guadagna la sua strada dal<br />

proprio computer al mercato, migliore sarà<br />

l’autore. E deve anche comprendere cosa<br />

stia scrivendo e la propria voce interiore.<br />

Se lo scrivere è ancora in una fase embrionale,<br />

lo scrittore farà troppa fatica. In altre<br />

parole, se lo scrittore si trova ancora a<br />

combattere con argomenti del tipo “dove<br />

inserisco il dialogo?” o “devo scoprire quale<br />

sia lo Scopo, la Motivazione e i Conflitti<br />

dei miei personaggi” vuol dire che non è<br />

ancora pronto. Scrivere deve fluire in maniera<br />

naturale.<br />

Anche agli autori che vogliano scrivere<br />

per il mercato americano suggerisco<br />

di acquisire quell’unicum interiore. Nonostante<br />

i temi dei quali trattiamo nella letteratura<br />

romance e nella women’s fiction,<br />

siano relativamente condivisi, il modo di<br />

affrontarli per il mercato americano è leggermente<br />

differente rispetto a quello europeo.<br />

Ad esempio, se guardiamo al romance<br />

di stampo storico, vediamo che in Europa si<br />

è più attenti alla ricostruzione del mondo e<br />

dello scenario storico relativo al racconto, e<br />

meno ad elementi personali ed intrinsechi.<br />

Una volta ancora, questa è una modalità<br />

per mettere a fuoco il racconto.<br />

SL: Cosa, invece, proprio non<br />

sopporti? Insomma, quali sono quegli<br />

elementi di un manoscritto che ti portano<br />

a decidere di rifiutarlo?<br />

S: Già ho accennato a questo prima.<br />

Quando mi rendo conto che un manoscritto<br />

è simile ad un qualsiasi altro, tendo ad<br />

29


editoria 303<br />

accantonarlo.Propendo davvero ad avere un<br />

rifiuto per progetti dove l’autore sembra aver<br />

passato più tempo a scegliere la “frase giusta”<br />

o “una scena o un evento entusiasmante” ma<br />

non ha avuto uno sguardo d’insieme sulla realtà<br />

della storia. Succede spesso, relativamente<br />

all’elemento suspence. Gli autori inseriscono<br />

una scena di grande passione tra l’eroe e<br />

l’eroina nel bel mezzo di un inseguimento da<br />

parte del cattivo. Nella realtà, se ci troviamo in<br />

pericolo di vita, non pensiamo certo a quello!<br />

Rifiuto anche ciò che manifesta evidentemente<br />

una povertà di scrittura. Ce n’è molta<br />

nelle lettere di richiesta e nelle sinossi. Se ci<br />

sono problemi di grammatica, organizzazione e<br />

modulazione in questi documenti, ce ne saranno<br />

anche nel racconto.<br />

SL: Quali sono i nuovi trend negli<br />

USA, parlando di romance e women’s fiction?<br />

S: Normalmente non rispondo a domande<br />

del genere. Troppo spesso gli scrittori tendono<br />

ad informarsi su quali siano le tendenze e ad<br />

uniformarvisi piuttosto che concentrarsi sullo<br />

sfruttare al meglio le proprie capacità autoriali.<br />

E tenete a mente anche che ciò che troviamo<br />

in libreria è frutto di una pianificazione di almeno<br />

tre anni prima.<br />

Mi rendo conto che il mercato sta realmente<br />

cambiando. La cosa più eclatante è<br />

cosa cerchiamo ora in un progetto iniziale per<br />

uno scrittore. Nel passato, anche un progetto<br />

mediocre sarebbe stato pubblicato sperando<br />

che facesse da traino all’autrice e la potesse<br />

portare a produrre cose migliori e più importanti.<br />

Ora invece siamo in cerca di progetti che<br />

siano più autorevoli fin dall’inizio.<br />

Ho anche visionato parecchi progetti che<br />

ultimamente tendono a sviare dalle caratteristiche<br />

del romance ponendole in un plot secondario.<br />

Ecco perché abbiamo assistito a una<br />

crescita della cosiddetta “Fiction con elementi<br />

di romance”. Personalmente non credo avrà<br />

lunga vita.<br />

Sono fermamente convinto che assisteremo<br />

ad un grande incremento della letteratura<br />

romanzesca contemporanea. Credo che ci<br />

sia una grande richiesta da parte degli autori di<br />

storie vere su gente vera e romance vero. Basta<br />

con i trucchi fuori dal cilindro: dateci solo<br />

degli ottimi romanzi.<br />

Secondo me, l’ultima cosa che occorre a<br />

scrittori che sappiano produrre in tempi brevi,<br />

sia una tendenza. Lo riscontriamo anche negli<br />

autori più affermati. In passato, riuscivano a<br />

scrivere una storia all’anno. Ora, grazie al formato<br />

e-book, i lettori riescono ad avere di più<br />

dai propri autori favoriti senza dover aspettare<br />

un anno per un libro.<br />

SL: Cosa rende un’esordiente uno<br />

scrittore professionista?<br />

S: Farò una piccola lista delle cose che<br />

occorrono:<br />

• Visione costante di dove si voglia arrivare<br />

con la scrittura e consapevolezza di come<br />

ci si debba arrivare;<br />

SCOTT EAGAN


1<br />

• Volontà di crescere ed imparare;<br />

• Consapevolezza che c’è ancora tanta<br />

strada da fare;<br />

• Visione realistica dei propri limiti. In altre<br />

parole, non sentirsi come il più prestigioso<br />

autore del New York Times;<br />

• Non pensare allo scrivere come ad un<br />

hobby, bensì come a un secondo lavoro;<br />

• Supporto totale di amici e famiglia.<br />

SL: Cosa consiglieresti a quelle autrici<br />

romance italiane che abbiano il desiderio<br />

di venir prese in considerazione dal<br />

mercato americano?<br />

S: Ci sono due cose da considerare, ma<br />

credo possano essere comuni per tutti i mercati<br />

stranieri. Primo: conoscere quel mercato.<br />

Come ho precisato prima, esistono delle differenze<br />

in termini di atteggiamento ed approccio<br />

nello scrivere romance e women’s fiction.<br />

Quello che funziona in un paese non è detto<br />

debba funzionare in un altro. È per questo che<br />

alcuni autori americani vendono i propri libri<br />

tradotti di più in alcuni paesi piuttosto che in<br />

altri. Un ottimo esempio è fornito da una delle<br />

mie autrici, Brownyn Scott. I suoi libri vendono<br />

molto in Europa e moltissimo con Mondadori,<br />

ma questo è dovuto dalla profondità delle<br />

ricerche storiche e dalla complessità delle<br />

trame. Secondo: assicurarsi che le traduzioni<br />

siano precise. Il mercato americano non supplirà<br />

a questo. Al contrario, bisogna che niente<br />

venga perso nella traduzione. Come è noto nel<br />

campo delle lingue, non esiste una traduzione<br />

“esatta”. Molto spesso, una traduzione letterale<br />

potrebbe non funzionare.<br />

SL: Parliamo di ebook: pensi che sostituiranno<br />

totalmente il cartaceo? Qual è<br />

la tua posizione riguardo l’editoria digitale?<br />

S: Nessun e-book potrà sostituire i libri<br />

cartacei. Si tratta soltanto di un nuovo formato<br />

di libro disponibile per i lettori. Bisogna tener<br />

presente che solo il 25/30 % delle persone è<br />

in grado di leggere un e-book. Le vendite sono<br />

incrementate, ma ciò significa che c’è ancora<br />

una grande maggioranza della popolazione<br />

che apprezza il contatto con un libro. Mi rendo<br />

veramente conto dell’importanza del nuovo<br />

tipo di formato. Per molti autori rappresenta il<br />

modo di estendere la durata della presenza di<br />

un libro che potrebbe, nella normalità, uscire di<br />

stampa. Esistono anche una serie di autori affermati<br />

(e sono quelli che sappiamo essere in<br />

auge con gli e-book e con le auto pubblicazioni)<br />

che lo utilizzano come sistema per creare il<br />

proprio catalogo. La Greyhouse, per esempio,<br />

ha fatto uscire 13 libri fuori stampa di un autore<br />

in formato e-book, ma i lettori continuavano<br />

a richiedere il libro cartaceo.<br />

L’editoria digitale non passerà di moda,<br />

ma attualmente siamo ancora in una fase iniziale<br />

e di apprendimento. Dobbiamo aspettare<br />

che passi ancora un po’ di tempo e vedere<br />

come andranno le cose.


32 Tradurre, non tradire<br />

di Marco Piva-dittricH<br />

Tradurre, lo ripeto ogni volta che mi<br />

viene chiesto, è come suonare il basso in<br />

una band rock: il traduttore, come il bassista,<br />

si notano solo se non sono all’altezza.<br />

O se vogliono fare troppo i protagonisti<br />

nel momento sbagliato.<br />

Come si fa a tradurre un libro?<br />

Non ci sono delle regole ferree, l’unica<br />

cosa davvero necessaria è conoscere la<br />

lingua. Di sicuro alcuni colleghi hanno<br />

esperienze e opinioni diverse dalle mie,<br />

magari cose che non mi sono mai nemmeno<br />

venute in mente. Comunque, vediamo<br />

come traduce un romanzo Marco<br />

Piva-Dittrich.<br />

Prima di tutto io il libro lo leggo.<br />

Ci sono traduttori che preferiscono<br />

non sapere come finisce il romanzo, e<br />

penso che questo possa aiutarli a tradurre<br />

con più gusto e, chissà, forse anche più in<br />

fretta. Ma io preferisco sapere chi sono i<br />

personaggi principali, cos’hanno in testa,<br />

come andranno a finire. Solo così, secondo<br />

me, è possibile dare loro una voce personale<br />

fin dall’inizio, senza dovere tornare<br />

troppo indietro alla fine del lavoro. Poi<br />

mi scrivo un brevissimo riassunto della<br />

storia sottolineando i personaggi e le scene<br />

principali, in modo da sapere su chi mi<br />

devo concentrare di più.<br />

Infine, prendo la copia elettronica<br />

del romanzo, che di solito chiedo per facilitare<br />

il mio lavoro, e incollo il tutto su<br />

un documento di Word. Vedo quante pagine<br />

sono, conto quanti giorni ho prima<br />

della scadenza, mi stabilisco un termine<br />

qualche giorno prima da quello fissatomi<br />

dall’editore per rileggere, ma anche in<br />

caso non riesca a mantenermi in tabella<br />

di marcia per qualunque motivo e decido<br />

quante pagine devo tradurre ogni giorno.<br />

Inserisco dei simboli nel documento (se<br />

a qualcuno interessa, è la stringa ###!!!)<br />

nel punto che mi prefiggo di raggiungere<br />

entro fine giornata in modo da avere un<br />

punto di riferimento. Poi mi preparo un<br />

té caldo o, se fa già caldo, mi preparo un<br />

bicchierone di succo di frutta e comincio<br />

a tradurre, un CD nel lettore e un paio di<br />

dizionari on-line aperti e pronti da consultare.<br />

Una volta tradotto un paragrafo,<br />

cancello dal documento il corrispondente<br />

in lingua originale. Ovviamente tengo<br />

sempre aperto il testo in inglese, in caso<br />

debba tornare indietro per qualunque<br />

motivo. E vado avanti finché il libro non<br />

è finito. Poi, se c’è tempo, lo lascio stare<br />

per un paio di giorni e poi lo rileggo. A<br />

quel punto correggo gli errori di battitura,<br />

aggiusto le frasi per renderle più naturali...<br />

tutti quei ritocchi che sono necessari<br />

a rendere il romanzo scorrevole. E poi, finalmente,<br />

lo mando all’editore e aspetto<br />

che mi dica se va bene.<br />

La cosa più difficile ma anche più<br />

interessante nel lavoro di traduzione è<br />

capire cosa vuole dire l’autore. Il traduttore<br />

non deve interpretare il testo o filtrarlo<br />

attraverso la sua sensibilità: il traduttore<br />

deve essere la voce dell’autore in<br />

una lingua diversa da quella nella quale<br />

l’originale è stato scritto. E questo a volte<br />

costringe a ritoccare un po’ il testo. Per<br />

esempio, i personaggi del grandissimo<br />

Victor Gischler, del quale ho avuto il piacere<br />

di tradurre Shotgun Opera (Sinfonia<br />

di piombo – Revolver BD), sono spesso<br />

estremamente sboccati. In inglese gli insulti<br />

sono di base tre o quattro, in caso<br />

combinati tra loro. In italiano siamo più<br />

creativi. E quindi bisogna scegliere l’in-


sulto più adatto alla situazione cercando<br />

di pensare a quale parola suona più naturale<br />

nel contesto. Lo stesso in realtà si<br />

applica per tutti i dialoghi: è necessario<br />

immaginarsi la scena come se fosse un<br />

film e far parlare i vari personaggi come<br />

delle persone reali. Tante volte, per tornare<br />

agli insulti che sono l’esempio più<br />

eclatante, si leggono nei romanzi conversazioni<br />

nelle quali i protagonisti si attaccano<br />

l’un l’altro a suon di “fottuto” questo<br />

e “fottuto” quello. Ma chi dice “ fottuto” in<br />

Italia? Io definisco termini come “fottuto”<br />

tipici del traduttorese o, se si preferisce,<br />

dell’italiese, traduzioni magari letterali<br />

ma estremamente artificiali.<br />

Un traduttore che preferisco non<br />

nominare ha dichiarato una volta che il<br />

dizionario è un “accessorio inutile”. Io,<br />

personalmente, ritengo il dizionario<br />

fondamentale. Certo, l’italiano deve essere<br />

fruibile senza problemi, a meno che<br />

non ci sia un personaggio che usa un linguaggio<br />

astruso e contorto, ma è sempre<br />

utile avere la possibilità di raffinare<br />

la lingua della traduzione. O cercare un<br />

supporto per assicurarsi di avere davvero<br />

capito bene...<br />

editoria<br />

Un altro problema da affrontare è<br />

il dialetto. Quando un autore usa termini<br />

specifici di una certa zona del suo Paese,<br />

ad esempio gli scozzesismi di Allan<br />

Guthrie del quale ho tradotto Slammer<br />

(Dietro le sbarre – Revolver BD), cosa fa<br />

il traduttore, italiano o di una qualunque<br />

lingua? Usa un dialetto specifico? Io ho<br />

scelto di no e piuttosto uso termini della<br />

lingua comune che magari non sono perfettamente<br />

corretti, per far capire che il<br />

personaggio non sta parlando in maniera<br />

forbita. So che altri colleghi invece preferiscono<br />

usare termini dialettali facilmente<br />

riconoscibili da chiunque, ma questo<br />

non mi trova d’accordo: non voglio paragonare<br />

la parlata di Edimburgo, tanto<br />

per rimanere con Guthrie, a quella di una<br />

regione o città italiana specifica, perché<br />

penso che creerebbe una serie di associazioni<br />

di idee probabilmente non corrette.<br />

Per esempio in “I Simpson” Willie il giardiniere<br />

è doppiato in italiano con un accento<br />

sardo; Willie nella serie originale è<br />

appunto scozzese, anzi viene da Kirkwall<br />

sulle Orcadi che, guarda caso, è anche<br />

dove è nato Allan Guthrie. Cosa rende la<br />

Scozia simile alla Sardegna, a parte il fatto<br />

che l’allevamento di pecore è piuttosto diffuso?<br />

Secondo me, assolutamente niente.<br />

Ma dopo oltre vent’anni di Willie il giardiniere,<br />

probabilmente molti fanno il collegamento.<br />

Comunque sia, mi sono creato un<br />

motto grazie a un errore linguistico di<br />

mia moglie, che è tedesca e sta imparando<br />

l’italiano: il traduttore deve tradurre,<br />

non tradire.<br />

Il mio lavoro non è raccontare la<br />

storia creata da Victor Gischler piuttosto<br />

che da Allan Guthrie con le mie parole,<br />

ma fare in modo che gli autori parlino<br />

italiano.<br />

33


editoria<br />

Cari Lettori e ormai non più così cari<br />

(sotto i 100, senza darsi troppo da fare con Shenzen,<br />

cioè la Cina, ove vengono prodotti quasi<br />

tutti) “lettori” (di ebook, l’avevate capito, eh?),<br />

chi vi parla è un EDITORE.<br />

Mi rivolgo a entrambi, quasi supponendo<br />

uno spiritello degustativo di lettere nelle macchinette<br />

informatiche di cui sopra, perché così aumento<br />

la possibilità di essere capito. M’illudo, lo<br />

so, ma insieme con la contemporary art (cercate<br />

Massimo Antonaci sulla rete, e leggete di lui!)<br />

voglio fare ugualmente questo sforzo esoterico,<br />

alchemico per farmi leggere ancora di<br />

più. Notoriamente, i “lettori” non frequentano<br />

autonomamente la rete, ma i loro orgogliosi portatori<br />

sì…<br />

Mi farò accompagnare nel mio percorso<br />

da alcune presenze: Giulio Einuadi, Gianni<br />

Scheiwiller, Elido Fazi e ilmiolibro.it.<br />

Perché da loro? Perché per dare il meglio<br />

come editore ci vuole un bravo genitore (Giulio<br />

Einaudi), uno zio caro (Vanni Scheiwiller), un<br />

fratello maggiore (Elido Fazi) e un esempio di<br />

quello che non vuoi diventare (ilmiolibro.it).<br />

Cosa mi ha insegnato il padre (G. Einaudi).<br />

Un editore è prima di tutto il PRIMO<br />

di sergio BeviLacQUa<br />

LETTORE e l’ULTIMO SCRITTORE di ogni<br />

opera pubblicata. Lesa maestà? Di chi? Del<br />

lettore? Oddio, proprio non riuscirei a incolpare<br />

il lettore (umano, eh) di alcunché: è un essere di<br />

generosità infinita, nel processo editoriale. Proprio<br />

infinita quanto infinito è l’intrattenimento<br />

letterario, che è suo e soltanto suo. Lui produce<br />

il testo, il lettore, lui fa esplodere nella sua mente<br />

miliardi di segni da quelle (almeno) 100.000<br />

parole che un buon romanzo presenta. Eppure,<br />

sempre lui adora lo scrittore e ringrazia, ringrazia…<br />

Cosa devo a mio zio (V. Scheiwiller).<br />

La profonda partecipazione alla produzione<br />

di un fatto culturale (letterario) meritevole<br />

di attenzione, l’innata generosità che lo ha<br />

fatto riconoscere ai suoi tempi come il migliore<br />

amico dello scrittore (e quanto bisogno abbiano<br />

di amici questi esseri prigionieri di lemmi e locuzioni,<br />

grammatiche e sintassi, solo loro lo sanno,<br />

quando non ci hanno già rinunciato…) e il gentile<br />

gioielliere che porge 10 euro di pietre preziose<br />

a quel particolarissimo Re Mida, il lettore, che le<br />

moltiplica esponenzialmente, e che magari rammenta<br />

di chi sono i tipi…<br />

Cosa devo a mio fratello maggiore (E. Fazi).


34<br />

Il coraggio di aver sfidato un mondo editoriale<br />

che aveva intuito incartarsi in mano<br />

ai potentati, acido della cultura. E quando,<br />

da uomo poliedrico di grande coltivazione e sensibilità,<br />

ha visto che non si sarebbe salvato dalla<br />

dissoluzione mafiosa nel suddetto solvente, e ha<br />

capito che al momento anche altri drammi avvenivano<br />

nella nostra società malata, ha pensato<br />

bene di orientarsi dove poteva continuare a produrre<br />

validissimi contributi per quella sua società.<br />

La nostra, italiana. Prima che europea, prima che<br />

mediterranea, prima che occidentale, prima che<br />

umana senza dimenticarne nessuna.<br />

Che cosa devo a ilmiolibro.it.<br />

Il risparmio di notevoli energie per<br />

spiegar che un testo non è finito se non c’è<br />

qualcuno che ci crede e che, quanto più<br />

esperto è questo qualcuno, tanto più ci sarà<br />

lettore (sempre umano). Che purtroppo non<br />

significa lettori (in numero). Perché il numero è<br />

comandato dall’alto e il testo non c’entra quasi<br />

nulla. Poi, gli devo l’evidenza di vedere dei testi<br />

mandati allegramente al disastro, senza premere<br />

come dovrebbero sull’anoressica (quanto a italiani…)<br />

oligarchia del cartello dominante nell’editoria<br />

italiana.<br />

Che ha capito che si guadagna con gli stranieri,<br />

anche se li si traduce in modo orrendo.<br />

La questione è anche più complessa di così, ma<br />

avremo modo di approfondire… Se siete scrittori<br />

e non stupidi vanesi, via da lì. Meglio la consapevolezza<br />

tragica del difficilissimo e martirizzante<br />

processo editoriale in italiano, che il salto nel<br />

vuoto. O, comunque, prima di suicidarvi in quel<br />

modo ridicolo, scrivetemi su queste colonne a<br />

redazione@speechlessmagazine.com.<br />

In attesa di lettere e commenti da parte<br />

vostra, vi ricordo ancora un fatto centrale che riguarda<br />

voi lettori e voi scrittori. Il vostro libro,<br />

elettronico o meno, richiede due macrofasi<br />

produttive:<br />

La fase creativa. In Italia questa fase<br />

è competenza delle aziende editoriali, come era<br />

nell’antichità del settore, prima che diventasse in-<br />

dustriale e di massa; nei mercati evoluti delle altre<br />

lingue (inglese, spagnolo, francese, portoghese,<br />

tedesco per parlare solo delle lingue occidentali)<br />

detta fase è invece delle “agenzie letterarie”. Ma<br />

attenzione! Non è rivolgendosi alle nostrane, cosiddette<br />

agenzie letterarie che si risolve il problema.<br />

Lo si aumenta, invece! Perché si dimezzano i<br />

diritti d’autore e le stesse non sono altro che operatori<br />

astuti o illusi che ti fanno fare magari 2000<br />

copie per il tuo lavoro di 2 anni, come ogni pessimo<br />

editore, mangiandosi però metà del bambino<br />

denutrito. Il cartello vuole che sia così, in Italia!<br />

La fase industriale: tipografia, distribuzione,<br />

vendita e promozione/pubblicità. Anche<br />

questa in Italia è in capo alle case editrici. Altrove<br />

invece è il lavoro dei “publisher”, che prendono<br />

in mano un prodotto artisticamente finito e lo<br />

diffondono e promuovono. Industriali qualunque,<br />

insomma, che corrono i loro rischi imprenditoriali<br />

avendo prima regolato i loro conti con la fase<br />

creativa (e i relativi soggetti, le agenzie letterarie<br />

dietro cui stanno gli autori).<br />

Insomma, in capo agli editori italiani<br />

stanno due attività tanto diverse da richiedere<br />

costosissime emulsioni continue per<br />

stare insieme, così distogliendo dal necessario<br />

lavoro verso l’esterno e sul versante pubblicitario<br />

dei mezzi di comunicazione di massa, con i quali<br />

soltanto si fanno le decine di migliaia di copie che<br />

rendono uno scrittore un vero professionista, perché<br />

può campare di scrittura.<br />

Costringete insieme queste due attività in<br />

un settore controllato, ma che dico!, colonizzato,<br />

imprigionato da quattro oligopolisti ben sintonizzati<br />

per fare i loro brutali affari (senza preoccuparsi<br />

se rovinano scrittura e lettura in italiano, la<br />

lingua italiana, patrimonio di settanta milioni di<br />

persone!) e capirete bene che Einaudi e Scheiwiller<br />

si rigirano nella tomba, e anche perché il<br />

bravo Fazi se l’è data a gambe.<br />

Intanto si faccia chiarezza. E si smetta<br />

di promuovere dannose illusioni e sinistri<br />

suoni di piffero. Per un’editoria italiana<br />

rampante, il libro in una mano e la spada<br />

nell’altra!<br />

35


editoria<br />

rubrica<br />

di aLessandra Penna<br />

fiera<br />

fiera<br />

delle mie brame<br />

Qualche notizia<br />

per i NON addetti ai lavori<br />

(da un’addetta ai lavori)<br />

Londra, 15-18 aprile 2012, e a seguire<br />

Torino, 10-14 maggio 2012.<br />

LBF, London Book Fair, e Salone<br />

del Libro: i due più recenti e importanti<br />

appuntamenti per gli addetti ai lavori<br />

dell’editoria (cui si aggiunge quello che<br />

si è svolto pochi giorni fa a New York, la<br />

BEA).<br />

Sono importanti queste fiere, o<br />

sono solo l’occasione, per chi lavora<br />

nel settore, di incontrarsi?<br />

La quantità del lavoro, i ritmi serrati<br />

che ormai caratterizzano anche il settore<br />

editoriale in quanto “industria”, difficilmente<br />

consentono frequenti scambi personali.<br />

Nell’era digitale, il flusso delle informazioni,<br />

costante e incessante, è veicolato<br />

Io abitavo<br />

a West Egg,<br />

nella parte...<br />

bÈ, quella<br />

meno alla moda<br />

delle due<br />

da internet.<br />

Non<br />

p o t r e b b e<br />

essere altrimenti,<br />

in fondo.<br />

Chi lavora nel settore, occupandosi<br />

sia del mercato italiano che di quello<br />

estero, si trova a gestire quotidianamente<br />

quantità di email in cui case editrici estere,<br />

agenti esteri, subagenti o agenti italiani<br />

(e singoli privati scrittori) presentano<br />

libri in uscita, proposal da sviluppare,<br />

manoscritti in fase di lavorazione, ma già<br />

valutabili.<br />

L’occhio del bravo editor deve riuscire<br />

a vedere cosa è buono e cosa lo<br />

è meno, cosa è adatto alla propria linea<br />

editoriale, cosa potrebbe aggiungersi,<br />

cosa ha il carattere dell’originalità.<br />

Non è sempre facile, perché una<br />

comunicazione via mail non potrà mai


3637<br />

sostituire del tutto lo scambio vis-à-vis e<br />

la qualità delle informazioni che si acquisiscono<br />

quando due persone hanno occasione<br />

di parlare.<br />

Ecco perché le fiere sono importanti<br />

ed entusiasmanti. Perché finalmente<br />

l’editoria esce dalle stanze di una casa<br />

editrice e ha modo di sbirciare fuori dalla<br />

propria porta, di annusare altre realtà,<br />

dove le tendenze e gli interessi possono<br />

essere diversi da quelli del nostro Paese,<br />

ha modo di “confrontarsi”, quindi di capire,<br />

assorbire, crescere. Le fiere non sono<br />

solo informazioni, ma stimoli, idee,<br />

rapporti che si stringono e<br />

durano.<br />

Le giornate<br />

trascorse alle fiere<br />

sono fitte, Londra<br />

in particolare. Si inizia<br />

alle 9.30 e si finisce alle 18.30. Ogni<br />

mezz’ora un incontro. Che avviene o al<br />

piano terra, pieno di padiglioni delle gran-<br />

di case editrici, che espongono i libri al<br />

momento più forti, o al piano superiore,<br />

l’International Rights Centre, spazio<br />

sia per agenti che per i responsabili dei<br />

diritti esteri delle case editrici.<br />

Da editor, il mio obiettivo è cercare,<br />

fiutare ciò che ogni catalogo<br />

che mi viene presentato ha di meglio<br />

(per la mia casa editrice). Si potrebbe<br />

pensare dunque che per chi, come me, fa<br />

questo, si tratti soprattutto di ascoltare.<br />

Ma non è così. Quanto più si è in grado<br />

di presentare la propria casa editrice, i<br />

propri obiettivi e ciò che si sta cercando,<br />

tanto più efficace sarà lo scambio con chi<br />

propone, selettiva la scelta dei titoli, probabile<br />

una convergenza di intenti.<br />

A Torino mi è capitato un incontro<br />

con una collega di una casa editrice olandese<br />

che occupava il mio stesso ruolo:<br />

non seller-buyer quindi, ma buyer-buyer.<br />

Desiderava sapere quali fossero i libri che<br />

consideravo più interessanti tra quelli let-


ti e pubblicati, non solo italiani ma<br />

anche stranieri: una sorta di scouting<br />

tramite un altro editore.<br />

Le fiere sono belle anche<br />

per questo: il mercato editoriale<br />

“mondiale” può diventare<br />

accessibile. Volendo si possono<br />

incontrare editori di ogni parte<br />

del mondo. Questo vale per Londra,<br />

Francoforte, Torino… Poi, per<br />

chi cerca anche altro, il Salone di<br />

Torino – così come l’ultimo giorno<br />

a Francoforte – hanno qualcosa<br />

di diverso: il pubblico. Vedere<br />

file all’ingresso del Lingotto, vedere<br />

intere scolaresche aggirarsi<br />

nei vari padiglioni, osservare le<br />

tante persone che riempiono gli<br />

stand, riuscire a volte ad avvicinarli,<br />

consigliarli, parlare di un libro<br />

che magari – se il caso vuole<br />

– hai seguito, curato, anche scelto<br />

e voluto personalmente, questo è<br />

un valore in più. Irrinunciabile.<br />

Se invece devo considerare<br />

un altro aspetto affascinante<br />

di una fiera, senza dubbio è la<br />

chiusura di una trattativa durante<br />

quei giorni. Un libro di cui<br />

ci si invaghisce e che si riesce ad<br />

acquistare al volo, o un accordo<br />

che si chiude dopo che il libro era<br />

stato a lungo corteggiato. O – ed è<br />

altrettanto entusiasmante – sapere<br />

che un libro della propria casa<br />

editrice viene richiesto, desiderato<br />

e infine acquistato già durante la<br />

fiera.<br />

Ma una fiera non vive soltanto<br />

per il tempo della sua durata.<br />

C’è un prima e c’è un poi.<br />

38


Il prima è la preparazione: lo studio dei cataloghi<br />

e l’individuazione dei titoli migliori.<br />

E il poi è il lavoro di lettura dei libri scelti e<br />

richiesti.<br />

Personalmente credo che le fiere<br />

siano un modo, per chi lavora nell’editoria,<br />

di mettersi in gioco. Sono il momento<br />

dello scouting, della ricerca ma anche dello<br />

scambio e del confronto: di un dare e ricevere<br />

che avrà una cifra sempre diversa rispetto<br />

a ciò che passa per la rete. Perché, che sia a<br />

un tavolo, faccia a faccia, per il tempo di un<br />

appuntamento, oppure a una cena, davanti a<br />

39<br />

editoria<br />

un caffè o nelle occasioni di incontro in chiusura<br />

di giornata, poter parlare con colleghi<br />

provenienti da tutto il mondo permette di capire<br />

meglio e più a fondo le scelte editoriali<br />

altrui e le proposte che ci vengono fatte. Da<br />

meditare, con calma e strumenti che a ogni<br />

fiera si affinano, una volta tornati a casa.<br />

Per capire quanto di quel mercato estero ci<br />

assomiglia, può essere adatto a noi, come<br />

possiamo assorbirne o rielaborarne degli<br />

input che consentano a noi singoli, in<br />

quanto editor, o alla casa editrice che<br />

rappresentiamo, di crescere.


editoria<br />

INTERVISTA<br />

Jo March<br />

Agenzia Letteraria<br />

Da Agenti Letterarie<br />

a Editrici di capolavori dimenticati<br />

Nata nel 2009 come Agenzia Letteraria,<br />

la JO MARCH è diventata anche<br />

Casa Editrice nel novembre 2011. E la prima<br />

pubblicazione, con cui le due fondatrici<br />

— Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni<br />

— si sono cimentate, non è stata una<br />

sfida facile. Con un progetto ambizioso e<br />

oneroso, infatti, la Jo March ha deciso di<br />

tradurre il capolavoro di Elizabeth Gaskell,<br />

North and South, un romanzo in<br />

cui i temi sociali dell’industrializzazione e<br />

del progresso dell’Inghilterra vittoriana si<br />

intrecciano a quelli meno vicini a noi delle<br />

crisi spirituali nella chiesa anglicana e a<br />

una bellissima storia d’amore e di crescita.<br />

Pubblicato per la prima volta a puntate<br />

da settembre 1854 a gennaio 1855 su Household<br />

Words — il periodico settimanale<br />

edito da Charles Dickens —, North and<br />

South venne poi compendiato dalla Gaskell<br />

e pubblicato in due volumi nel 1855.<br />

Finora questo bellissimo romanzo<br />

non era mai stato tradotto in italiano — se<br />

si eccettua un’edizione ridotta del 1960 —<br />

e, dopo che la BBC ha realizzato nel 2004<br />

una riuscitissima trasposizione televisiva,<br />

una miniserie in quattro puntate con<br />

Richard Armitage e Daniela Denby-Ashe,<br />

si sono moltiplicate le richieste sul web<br />

di chi avrebbe voluto leggere il romanzo<br />

in italiano. Finalmente, l’attesa — lunga<br />

quasi 150 anni — si è conclusa felicemente<br />

di gaBrieLLa Parisi<br />

grazie a Jo March.<br />

Volevo innanzi tutto fare le congratulazioni<br />

a Lorenza e Valeria per aver raggiunto<br />

un obiettivo così ambizioso e così<br />

importante come la traduzione di un classico<br />

della letteratura inglese qual è North<br />

and South di Elizabeth Gaskell che — vergognosamente<br />

— mancava di un'edizione<br />

italiana. Un'edizione che, pur essendo il<br />

primo prodotto di Jo March, è curata nei<br />

minimi dettagli. Davvero un traguardo<br />

ammirevole, complimenti ancora e grazie<br />

per averci concesso questa intervista.<br />

Speechless: Il vostro sodalizio nasce<br />

nel 2009. Come è nata questa collaborazione<br />

e perché? E soprattutto, perché avete<br />

scelto il nome dell’eroina di Piccole Donne<br />

a rappresentarvi?<br />

Jo March: Ci siamo conosciute nella<br />

redazione di una Casa Editrice perugina nel<br />

2008, dove io lavoravo da un anno quando<br />

Valeria è entrata come stagista. Il nostro è<br />

stato un sodalizio prima di tutto umano, poi<br />

letterario. Insieme all’amicizia così è cresciuta<br />

la voglia di costruire un progetto culturale<br />

tutto nostro, dove mettere alla prova un’idea<br />

di editoria diversa da quella con cui facevamo<br />

i conti tutti i giorni. Il nome “Jo March”<br />

è l’evidente e romantico omaggio all’eroina<br />

di Piccole Donne, il personaggio in cui entrambe<br />

ci riconoscevamo da piccole.<br />

40


41<br />

S: La Jo March nasce come Agenzia<br />

Letteraria. Come mai la svolta, la decisione<br />

di diventare anche Casa Editrice? Qual<br />

è il vostro ruolo?<br />

JM: In realtà non c’è stata una vera e<br />

propria svolta, da sempre cerchiamo quegli<br />

scrittori capaci di dar vita a storie che<br />

sappiano parlare del mondo e della natura<br />

umana con originalità, che ci stimolino<br />

a riflettere, a mettere in discussione, a far<br />

emergere emozioni sopite. Non importa<br />

se di oggi o se di secoli fa. Quindi l’obiettivo<br />

è sempre stato lo stesso.<br />

Però c’è una differenza sostanziale<br />

nella possibilità di divulgazione dei testi,<br />

nella capacità di questi scrittori di raggiungere<br />

il pubblico, i classici in qualche<br />

maniera vanno solo riscoperti, mentre<br />

i nuovi autori devono essere “imposti”<br />

all’attenzione dei lettori, e per far sì che<br />

ciò accada occorre una struttura finalizzata<br />

e dedita soltanto a questo.<br />

S: Parlateci del motivo che vi ha spinte<br />

a scegliere North and South come vostra<br />

prima pubblicazione.<br />

JM: North and South era un esempio<br />

eclatante di quella letteratura sommersa<br />

che non è mai stata pubblicata in italiano.<br />

Un testo di straordinaria importanza da<br />

un punto di vista letterario e sociale.<br />

L’abbiamo scelto proprio per la sua<br />

qualità, perché la prima uscita della collana<br />

doveva essere emblematica e farsi<br />

portavoce del nostro intero progetto editoriale.<br />

S: Quali credete possano essere stati<br />

i motivi che ne hanno impedito la traduzione/pubblicazione<br />

fino ad oggi? (sebbene<br />

esistesse una traduzione — in versione<br />

ridotta — del 1960 di Ada Borrelli pubblicata<br />

dalla Casa Editrice Giuseppe Principato).<br />

JM: I motivi che si possono addur-<br />

re sono molti e nessuno. La corposità e la<br />

complessità linguistica e tematica del testo<br />

inglese sicuramente erano degli scogli<br />

non semplici da superare, ma questa a mio<br />

avviso rimane una motivazione parziale.<br />

La verità è che la memoria di una cultura<br />

è come un setaccio, alcuni testi passano<br />

l’esame e altri finiscono nel dimenticatoio.<br />

In Italia nessuno si era posto il pro-<br />

Lorenza ricci e valeria Mastroianni<br />

blema della grande lacuna della mancata<br />

traduzione di North and South, o forse,<br />

qualcuno può anche essersi posto il problema,<br />

ma poi si deve essere spaventato di<br />

fronte all’arduo compito.<br />

Sì, è vero, la Casa Editrice Principato aveva<br />

realizzato una “riduzione” di North and<br />

South, in passato: aveva presentato parti del<br />

romanzo, sempre in lingua inglese, riducendone<br />

il corpo a un quarto circa del totale, e<br />

corredando il testo di note in italiano che aiutassero<br />

la comprensione dei passaggi più difficili<br />

e delle espressioni dialettali. Anche noi<br />

abbiamo consultato questa edizione, ancora<br />

reperibile in biblioteca, e devo dire che ci è stata<br />

di grande aiuto per sciogliere alcuni nodi.


scheda<br />

del Libro<br />

Titolo: Nord e Sud<br />

Tit. Or.: North and South<br />

Autrice: Elizabeth Gaskell<br />

Casa Editrice: Jo March<br />

Pubblicazione: 2011<br />

Collana: Atlantide<br />

Traduzione: Laura Pecoraro<br />

Pagine: 560<br />

Formato: 14x21, brossura<br />

Prezzo: € 15,00<br />

ISBN: 978-88-906076-0-8<br />

42<br />

43


4342<br />

S: Una volta deciso di tradurre questo<br />

romanzo, come vi siete mosse? Quali<br />

passi avete intrapreso?<br />

JM: È cominciato tutto con una lettera.<br />

Abbiamo scritto a Marisa Sestito,<br />

professore ordinario di Letteratura inglese<br />

presso l’Ateneo di Udine, che era stata<br />

la prima a tradurre Elizabeth Gaskell in<br />

Italia: sue sono le traduzioni di Cranford<br />

e di Storie di donne, di bimbe e di streghe.<br />

Si è subito interessata al nostro progetto e<br />

ci ha proposto Laura Pecoraro come possibile<br />

traduttrice, restandoci poi sempre a<br />

fianco nel corso della redazione e scrivendo<br />

la bellissima Introduzione che apre il<br />

volume.<br />

S: Quali sono le difficoltà che si incontrano<br />

a voler pubblicare un classico<br />

così importante e famoso?<br />

JM: Eravamo certamente spaventate<br />

all’idea di misurarci con un’opera così<br />

importante e con una scrittrice raffinata<br />

e profonda come la Gaskell, ma i nostri timori<br />

sono d’altro canto stati anche i perni<br />

dell’entusiasmo e della convinzione con<br />

cui abbiamo affrontato questa avventura.<br />

Ci è voluta una buona dose di incoscienza,<br />

senza la quale non ci saremmo<br />

mai buttate, ma soprattutto impegno,<br />

costanza, dedizione e la convinzione che<br />

sarebbe stata un’occasione irripetibile.<br />

Anche se eravamo consapevoli che saremmo<br />

in qualche modo finite sotto esame,<br />

l’esame dei tanti lettori che attendevano<br />

Nord e Sud da anni e quello degli accademici,<br />

quindi non potevamo permetterci di<br />

sbagliare.<br />

A volte penso – sono una delle ultime<br />

romantiche – che questo straordinario capolavoro<br />

sia rimasto in silenzio per oltre<br />

centocinquanta anni solo per attendere<br />

noi, per affidarsi alla nostra cura. E così<br />

è stato, si è creato un rapporto veramente<br />

unico fra noi e questo libro, si è intreccia-<br />

editoria<br />

to alle nostre vite inestricabilmente.<br />

S: Quanto ha influito sulla vostra<br />

scelta la petizione del pubblico italiano<br />

che ne chiedeva la pubblicazione e come<br />

— in seguito al vostro annuncio della<br />

pubblicazione dell’opera — siete state<br />

condizionate/pressate dall’interazione col<br />

pubblico?<br />

JM: Sulla scelta nulla, infatti siamo<br />

venute a conoscenza della petizione solo<br />

dopo aver programmato la traduzione. In<br />

seguito, non direi che siamo state “condizionate”,<br />

ma sostenute e incoraggiate dai<br />

messaggi che in pratica quotidianamente<br />

arrivavano sulla nostra casella di posta.<br />

S: Quanto la serie televisiva della<br />

BBC del 2004 ha agevolato, ostacolato o<br />

comunque influito sull’impegno che vi<br />

eravate prefisse?<br />

JM: Anche qui, direi che la produzione<br />

televisiva ha solo agevolato il nostro<br />

lavoro, moltissimi dei nostri lettori<br />

hanno conosciuto il romanzo attraverso<br />

la serie, quindi non possiamo che essere<br />

grate alla BBC e a Richard Armitage.<br />

S: Sono passati circa sei mesi dalla<br />

pubblicazione di Nord e Sud. Avete avuto<br />

il riscontro che vi aspettavate?<br />

JM: Da una parte sì e da una no. I<br />

nostri lettori sono soprattutto coloro che<br />

vengono a conoscenza del libro attraverso<br />

la rete; fatichiamo di più a farci conoscere<br />

in libreria: i librai sono in qualche<br />

maniera diffidenti nei confronti di una<br />

nuova Casa Editrice, quindi non tutti<br />

hanno accolto i nostri libri sugli scaffali.<br />

E ancora più diffidenti, o meglio “non attenti”,<br />

sono i giornalisti che non scrivono<br />

recensioni su un libro straordinario che<br />

ne meriterebbe. Quindi grazie a voi per<br />

l’opportunità che ci date.<br />

S: Avete annunciato la vostra prossima<br />

pubblicazione: The Romance of a<br />

Shop di Amy Levy. Come mai la vostra


editoria<br />

scelta è caduta su quest’opera?<br />

JM: Amy Levy è un’autrice poco conosciuta,<br />

ma ciò non toglie che fosse una<br />

scrittrice brillante e moderna, capace di<br />

cogliere i cambiamenti della sua epoca<br />

e di raccontarli con uno stile giovane e<br />

frizzante. Le quattro sorelle protagoniste<br />

di The Romance of the Shop ci hanno conquistato<br />

all’istante con la loro simpatia e<br />

il loro tentativo di essere indipendenti e<br />

libere di decidere per la propria vita.<br />

S: Al di là di un capolavoro com’è<br />

Nord e Sud, quali sono i requisiti che cercate<br />

in un’opera perché attragga la vostra<br />

attenzione e consideriate la possibilità di<br />

pubblicarla? Avete intenzione di pubblicare<br />

altre opere di Elizabeth Gaskell ancora<br />

inedite in italiano?<br />

JM: Gli stessi requisiti per cui in libreria<br />

scegliamo un libro fra milioni di<br />

altri, perché crediamo che possa regalarci<br />

pensieri, spunti critici e sentimenti nuovi.<br />

Siamo legate alla Gaskell e ci piacerebbe<br />

pubblicare altre sue opere in futuro. La<br />

nostra Collana Atlantide procederà con<br />

un ritmo disteso, due-tre uscite all’anno,<br />

e per il momento abbiamo programmato<br />

testi di altri autori.<br />

S: E che ne pensate di opere totalmente<br />

inedite in italiano? Punterete in<br />

futuro su promettenti firme italiane? In<br />

fondo nascete come Agenzia Letteraria.<br />

JM: Come ho in parte detto rispondendo<br />

a una delle prime domande, per<br />

promuovere un nuovo autore nel mercato<br />

editoriale di oggi ci vuole una Casa Editrice<br />

che sia costruita e organizzata ad hoc<br />

per questo fine e noi non lo siamo. Non si<br />

può far tutto, già portare avanti Atlantide<br />

in parallelo all’attività di Agenzia è molto<br />

impegnativo. Preferiamo continuare il<br />

nostro lavoro di “ricerca” di nuovi autori<br />

e poi lasciare che siano Case Editrici con<br />

il giusto profilo a pubblicarli.<br />

S: Quanto siete aperte ai suggerimenti<br />

e alle richieste del vostro pubblico?<br />

JM: Apertissime. Teniamo sempre in<br />

conto i titoli che ci suggeriscono i nostri<br />

lettori, non a caso abbiamo creato un’apposita<br />

sezione per i consigli sul nostro sito<br />

web. Certo, non possiamo accogliere ogni<br />

richiesta, dobbiamo capire quale testo fa<br />

per noi e quale no e, cosa non secondaria,<br />

cercare di capire anche cosa pubblicheranno<br />

gli altri editori, per non trovarci a<br />

lavorare sulla stessa opera.<br />

S: Dopo The Romance of a Shop quali<br />

sono i vostri progetti futuri?<br />

JM: Ci misureremo con un grandissimo<br />

maestro, Charles Dickens.<br />

Sito web: www.jomarch.eu<br />

44


INVIA<br />

il tuo racconto<br />

e le tue generalità<br />

alla Redazione:<br />

redazione@speechlessmagazine.com<br />

IL PROSSIMO<br />

RACCONTO<br />

POTREBBE ESSERE<br />

PROPRIO IL TUO!<br />

Hai un<br />

racconto<br />

inedito che<br />

vorresti veder<br />

pubblicato?<br />

SPEECHLESS<br />

VUOLE TE!


editoria<br />

Ci dormiva Harry Potter, nel sottoscala.<br />

E se sbirciate tra il contatore della<br />

luce, i vecchi barattoli e le scope spelacchiate,<br />

troverete anche dei libri. Vengono<br />

chiamati libri per ragazzi, e sono quasi sempre<br />

destinati a starsene nell’angolo più buio<br />

e dimenticato dell’immenso tempio dorato<br />

della Letteratura Seria (italiana o in italiano<br />

tradotta), relegati nella sezione "Fiabe e<br />

Favolette" dell’immaginaria biblioteca collettiva.<br />

Oh, ma poco male.<br />

I cacciatori di tesori sanno che i sottoscala<br />

– e le cantine, e le soffitte – sono i posti<br />

migliori per fare scoperte straordinarie e incontri<br />

che possono cambiare la vita.<br />

Siamo pronti ad accoglierli questi avventurieri<br />

della parola stampata, con mappe<br />

ingiallite, navi sbilenche e bandiere piratesche.<br />

In particolare, ci sarò io qui a far da<br />

guida, e domanderò la parola d’ordine quando<br />

busserete alla nostra porta.<br />

Vi chiederò: siete pronti a riporre<br />

per un momento quel vestito cucito in<br />

serie chiamato “adultità”?<br />

Voi risponderete: sì! – e poi dovrete reggervi<br />

forte. Perché nel sottoscala c’è<br />

solo gente coraggiosa. Scrittori che pronunciano<br />

la parola “infantile” con orgoglio e<br />

zero vergogna. Editori che resistono brillantemente<br />

alla crisi, in tutto il mondo. Lettori<br />

piccoli che combattono mostri spaventosi<br />

Rubrica<br />

di ManUeLa saLvi<br />

senza vacillare. E lettori grandi che ricordano.<br />

Ricordano quanto i sogni possano essere<br />

a portata di mano. Ricordano cosa vuol<br />

dire correre senza una ragione. E di quando<br />

si sapeva tutto senza sapere niente.<br />

Questa è la Letteratura per Ragazzi.<br />

Letteratura col fiatone e i capelli al vento.<br />

Pagine come porte, parole come ciottoli da<br />

far rimbalzare.<br />

Non è per tutti, mi rendo conto. Perciò<br />

vi lascio con un compito, facile, per scaldarsi.<br />

Leggete: Il mio mondo a testa in giù<br />

di Bernard Friot (Edizioni Il Castoro). E cominciate<br />

a ricordare.<br />

BERNARD FRIOT non ha peli sulla<br />

lingua e in questa esilarante raccolta di<br />

racconti dedicati all’infanzia meno politically<br />

correct, con uno stile fulminante, dimostra<br />

che gli insegnanti sanno ascoltare.<br />

Lui ha ascoltato. E ha raccolto frammenti di<br />

vite piccole fatte di cose immense: paure,<br />

ansie, conquiste, avventure – e il rapporto<br />

con gli adulti, eternamente conflittuale. Si<br />

parla di ribelli in miniatura in un libro che è<br />

il “the best” delle Histoires Pressées di<br />

Friot: storie stampate, ma anche storie di<br />

fretta. Si parla di come la quotidianità riservi<br />

meraviglie inaspettate, e ricorda ai lettori<br />

grandi come si fa a non lasciarsele scappare,<br />

inosservate.<br />

46


scheda<br />

del Libro<br />

47<br />

Titolo: Il mio mondo a testa in giù<br />

Autore: Bernard Friot<br />

Casa Editrice: Il Castoro<br />

Pubblicazione: 2008<br />

Illustrazioni: Silvia Bonanni<br />

Pagine: 106<br />

Prezzo: € 13,50<br />

ISBN: 9788880334729


editoria<br />

intervista<br />

È stato l'argomento principale dell'ultima<br />

Fiera del libro di Torino. Primavera<br />

Digitale, così è stata chiamato il rinnovato<br />

interesse verso l'e-book e il digitale, in crescita<br />

anche in Italia. I dati parlano chiaro, anche<br />

se le cifre e i guadagni sono ancora irrisori<br />

rispetto a mercati esteri – emblematico il caso<br />

americano: dal suolo statunitense, infatti, abbiamo<br />

importato successi "digitali" da milioni<br />

di copie in e-book come Amanda Hocking,<br />

John Locke e E. L. James, solo per citarne<br />

alcuni.<br />

Speechless ha deciso di parlarne con<br />

Fabio di Pietro, editor Digital & Paperback<br />

di uno dei più grandi editori italiani,<br />

Giangiacomo Feltrinelli Editore, che ha<br />

deciso di puntare proprio recentemente<br />

sul digitale con il progetto Zoom. Domande<br />

talvolta scomode, cui Di Pietro ha risposto con<br />

grande chiarezza.<br />

Il mercato dell’e-book è destinato a cambiare<br />

in maniera netta la stessa concezione della<br />

lettura e del prodotto-libro: non solo incidendo<br />

sui costi e sulle modalità di azione all’interno<br />

della filiera produttiva, ma anche nelle<br />

nuove modalità espressive con cui gli autori<br />

sono chiamati a confrontarsi. Ciò è testimoniato<br />

dall’esperienza di Banduna, il romanzo a<br />

di eLena Bigoni<br />

Fabio Di Pietro<br />

48<br />

puntate di Alessandro Mari: una rivisitazione<br />

della classica modalità di fidelizzazione del<br />

lettore, come ben sapevano i lettori di feuilleton<br />

del secolo scorso.<br />

Dunque, viviamo una fase di passaggio<br />

in cui l’habitus mentale del lettore subirà<br />

un drastico cambiamento, sia per quanto<br />

concerne i costi del bene-libro che per<br />

quanto riguarda la distribuzione.<br />

La Feltrinelli si sta dimostrando attenta ai<br />

rapidissimi cambiamenti del mercato editoriale<br />

e, secondo quanto si evince da quest’intervista,<br />

la collana Zoom sembra essere solo<br />

la prima dimostrazione di un nuovo modo di<br />

concepire il “mestiere” di editore.<br />

Speechless: Benvenuto su Speechless,<br />

Fabio. Ti va di presentarti ai nostri lettori?<br />

Qual è stato il percorso che ti ha portato a divertare<br />

editor per Feltrinelli Editore?<br />

Fabio di Pietro: Grazie a voi per l'ospitalità!<br />

Solitamente la strada per diventare<br />

editor passa per una solida esperienza<br />

redazionale. Io ho imboccato un sentiero<br />

laterale: dopo laurea in comunicazione, diploma<br />

in pianoforte e master in marketing, sono<br />

entrato in editoria tramite Mondadori, dove<br />

sono rimasto per otto anni. Nel 2010 sono fe-


Fabio di Pietro<br />

licemente approdato in Feltrinelli, dove sono<br />

responsabile della collana di tascabili Universale<br />

Economica e dei nuovi progetti di<br />

editoria digitale.<br />

S: Come è nato il progetto editoriale di<br />

Zoom e quali sono i presupposti su cui si<br />

basa?<br />

F: Zoom nasce dall’entusiasmo. Entusiasmo<br />

per le nuove frontiere che il digitale<br />

mette a disposizione di autori e editori, entusiasmo<br />

per il nuovo impulso che può dare alla<br />

forma breve, entusiasmo per le nuove occasioni<br />

di lettura nate grazie a eReader, tablet<br />

e smartphone. Abbiamo voluto fare i libri<br />

che finora non si potevano fare.<br />

S: Come avviene la selezione dei testi da<br />

pubblicare? Quali prodotti letterari vengono<br />

inseriti nella Collana?<br />

F: Ogni Zoom è una piccola opera d’arte<br />

compiuta in se stessa, così come lo è<br />

un valzer di Chopin. Per questo tutti i testi<br />

pubblicati all’interno di Zoom devono rispondere<br />

a un doppio criterio: essere di assoluta<br />

qualità e, allo stesso tempo, essere pienamente<br />

autonomi. Gli Zoom sono veri e<br />

propri libri, anche se piccoli. Quello che<br />

vogliamo è donare alla forma breve l’autonomia<br />

che finora, per i limiti ineludibili<br />

della filiera della carta, non ha potuto<br />

avere. È una sorta di guerra di indipendenza<br />

della forma breve, all'urlo di “mai più serva<br />

d'altri”, nè raccolta nè rivista. Nell'editoria<br />

digitale i testi brevi sono maturi per essere<br />

considerati libri e non tranci di libro.<br />

S: La collana è nata a dicembre 2011, quali<br />

sono stati i riscontri dei lettori?<br />

F: I riscontri sono stati entusiasmanti per<br />

noi! Abbiamo a lungo occupato completamente<br />

il podio della classifica generale ebook di<br />

Amazon. Su iTunes abbiamo occupato più<br />

volte il primo posto, con Saviano, Bukowski,<br />

De Luca e Benni. Su tutti gli altri store, da<br />

laFeltrinelli.it a Bookrepublic, passando<br />

per IBS e BOL, abbiamo avuto ottimi riscontri<br />

sia di vendite che, non meno importante,<br />

nei commenti dei lettori. Anche sul neonato<br />

store italiano di Google Play ci siamo subito<br />

ritrovati nelle prime posizioni. Insomma: non<br />

ci possiamo lamentare.<br />

S: Scegliere di pubblicare solo on-line alcuni<br />

titoli inediti non rischia di allontanare<br />

quella fetta di lettori, che rappresenta ancora<br />

la maggioranza, che non si vuole affidare agli<br />

e-book?<br />

F: Nel nostro caso no, nessun rischio. Perché<br />

gli inediti che abbiamo pubblicato (da Erri<br />

De Luca a Amos Oz, da Cristina Comencini<br />

a Stefano Benni, passando per nomi<br />

come Nicola Lagioia, Salvatore Niffoi,<br />

Benedetta Cibrario, Sandrone Dazieri...)<br />

sono opere particolari, pensate per sfruttare<br />

questo formato. Non c’è reale cannibalizzazione.<br />

In secondo luogo, la nostra scommessa<br />

riguarda anche il fatto che i lettori più forti e<br />

appassionati siano fra i più interessati a sperimentare<br />

la rivoluzione dell’ebook. Chi ama<br />

la lettura ama il libro ma ama, prima di<br />

ogni altra cosa, il testo. Il resto è collezionismo.<br />

49


S: Promuovete con Zoom "una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole". E<br />

sono proprio questi i pregi dell'ebook, che ormai in America, per fare un esempio scontato, raggiunge<br />

vendite elevatissime. Perché in Italia, nonostante l'incremento degli ultimi mesi, i lettori sono<br />

diffidenti verso questo nuovo mezzo di lettura?<br />

F: Più che di diffidenza parlerei di arretratezza tecnologica: tendenzialmente noi arriviamo sempre<br />

un po’ dopo al contatto di massa con innovazioni come l’ebook. Il bello però è che, quando partiamo,<br />

partiamo con decisione. L’Italia sul versante culturale tende sempre a essere conservatrice<br />

e legata al “buon profumo del passato”. Ma i segnali della crescita della lettura<br />

digitale iniziano già a vedersi. Senza contare che i dispositivi abilitati alla lettura di ebook si<br />

stanno diffondendo a macchia d’olio, e un dispositivo vuoto è un dispositivo triste… una volta che<br />

hai un lettore è difficile resistere alla tentazione di riempirlo di contenuti.<br />

S: All'interno della collana Zoom avete promosso il progetto di serializzazione Banduna. Perchè<br />

la scelta di un romanzo a puntate, figlio della tradizione del romanzo d'appendice, solo in formato<br />

digitale? Quali sono i pregi di questa scelta?<br />

F: Alessandro Mari aveva nel cuore questo progetto da tempo e Zoom ci è parsa l’occasione<br />

d’oro per passare all’azione. I vantaggi sono presto detti: distribuzione facilitata e indipendente.<br />

Non si è più legati, come nel passato, all’uscita del giornale che incorporava le<br />

puntate. La flessibilità della distribuzione digitale è perfetta per la serializzazione. Ci è<br />

piaciuto il contrasto che nasce dall’abbinare la rinascita di una forma antica come il feuilleton a una<br />

nuova possibilità tecnologica.<br />

S: Sveliamo alcuni retroscena. Come avviene la realizzazione di un romanzo a puntate in ebook?<br />

Avete in tenzione di riproporre un progetto simile?<br />

F: Una puntata dopo l’altra. Semplicemente. Alessandro sapeva da dove il viaggio sarebbe cominciato<br />

e quale sarebbe stato il più probabile traguardo, ma il percorso è nato settimana dopo settimana.<br />

Una scrittura live nel senso più pieno del termine. Sul sito dedicato al progetto, banduna.feltrinelli.it,<br />

l’autore ha dialogato dal primo momento con i lettori, ascoltando le loro voci e<br />

interagendo con loro, tastando il polso della narrazione direttamente dalle braccia che giravano le<br />

pagine, per così dire. Ed essendo lo straordinario talento (e il narratore generoso) che è, la fluvialità<br />

del racconto ne è stata ulteriormente irrobustita. Se ci riproveremo? Ci abbiamo già<br />

riprovato, in un certo senso. Recentemente abbiamo infatti pubblicato un<br />

altro magnifico testo “a puntate”, La vita moderna è rumenta<br />

di Marco Drago, un'esplorazione letteraria e antropologica<br />

dell'Italia di provincia e di campagna – scritta da<br />

chi ne è figlio. Un'Italia che sembra non esserci<br />

più, ma c'è ancora eccome.<br />

S: In generale come mai i costi del formato<br />

digitale, che si affianca all'uscita del<br />

cartaceo, rimangono sorprendentemente<br />

alti? Per la riduzione del prezzo, potrebbe<br />

aiutare la riduzione dell'iva come è<br />

successo in Francia (attualmente l'iva<br />

sull'ebook in Francia è al 7% contro il 21%<br />

nel bel paese)?<br />

50


editoria<br />

F: Troppo spesso si pensa che il grosso del costo dei libri sia dovuto alla stampa e alla carta.<br />

Non è così. O meglio, è così solo in parte. Buona parte del costo finale è dovuto al lavoro di tutte le<br />

persone che contribuiscono con la loro professionalità alla buona riuscita del libro: editor, redattori,<br />

correttori di bozze, grafici… Insomma l’ebook elimina una parte di costi (stampa, distribuzione e<br />

stoccaggio), ma se si vuole avere un prodotto di qualità non si può fare a meno del lavoro<br />

e della professionalità di molte persone. Detto questo, l'IVA al 21% sugli eBook è ormai grottesca:<br />

è finita da un pezzo l'epoca in cui potevamo permetterci il lusso di distinguere fra “digitale”<br />

e “culturale”, i libri devono avere tutti lo stesso livello di tassazione, a prescindere dalla forma in cui<br />

si incarnano. Speriamo in un adeguamento in tempi ragionevoli.<br />

S: Nel dicembre del 2011 Amazon ha distribuito anche in Italia il Kindle a un prezzo decisamente<br />

competitivo. In che mondo il suo arrivo in Italia ha influenzato le vendite del vostro catalogo e-book?<br />

F: Le ha accelerate, sicuramente. In particolare sul versante Zoom. Amazon è un retailer straordinario,<br />

vivace e attentissimo alle novità. Certo, allo stesso tempo può essere anche una minaccia<br />

per alcuni aspetti, in primis il quasi monopolio che, nei mercati dove è più forte, ha imposto grazie<br />

alla diffusione del Kindle, dispositivo basato su un sistema DRM proprietario. Ma se sono arrivati<br />

ai risultati attuali è grazie alla loro capacità innovativa. L’innovazione nel retail che loro portano<br />

avanti, unita all’innovazione nel publishing che è la nostra bandiera, possono fare<br />

grandi cose insieme.<br />

S: L'avvento degli ebook potrà aiutare ad incrementare il numero di lettori – davvero esiguo in<br />

Italia – e magari avvicinare anche i giovani alla lettura?<br />

F: Sicuramente ci contiamo. I giovani leggono più di quanto non pensiamo. Il punto è che<br />

non sempre leggono libri: leggono blog, social network, articoli trovati in rete, magari visualizzandoli<br />

grazie a Flipboard, Zite, Currents o Google Reader. La convergenza digitale – sperabilmente<br />

attorno a formati condivisi e aperti – credo possa essere un potentissimo incentivo alla<br />

lettura e alla scoperta di nuovi autori, nuovi testi, nuove conoscenze.<br />

S: Quale sarà il futuro degli e-book nell'editoria italiana e quali saranno le tendenze di mercato<br />

a tuo parere? L'ebook soppianterà definitivamente il cartaceo o questi due supporti di lettura "conviveranno<br />

felicemente"?<br />

F: L’ebook probabilmente soppianterà la carta in alcuni, specifici settori.<br />

Che, guarda caso, sono quelli dove i vantaggi specifici<br />

della carta si sentono meno e si sentono invece moltissimo<br />

tutti i limiti di questo formato. L’ebook si diffonderà<br />

maggiormente anche in Italia, non ci sono<br />

dubbi, affiancandosi alla carta – in fondo carta e<br />

tablet hanno punti di forza (e spesso occasioni<br />

d’uso) differenti. Tuttavia, un formato non<br />

sopravvive per secoli se non possiede molte<br />

frecce al proprio arco: la carta è qui<br />

per restare e non ha bisogno di avvocati,<br />

si difende benissimo da sola.<br />

51


Letteratura<br />

La ricerca della maternità:<br />

LE DIFETTOSE<br />

di eLisaBetta ossiMoro<br />

Ci sono libri che ti chiamano dagli scaffali<br />

con le loro copertine ruffiane, si lasciano divorare<br />

e in pochi giorni scompaiono dalla mente, con la<br />

stessa fulminea rapidità con cui vi erano entrati.<br />

Poi ci sono libri che ti colpiscono alle spalle,<br />

con le loro copertine evocative, con la loro trama<br />

scarna e dura, che ti conquistano palmo a palmo,<br />

frase dopo frase, fino a spingerti verso il fondo,<br />

cui arrivi quasi senza accorgertene, alla fine di un<br />

viaggio interiore che, ineffabilmente, è diventato<br />

anche il tuo.<br />

Le difettose è uno di questi.<br />

La storia di Carla, latinista e docente universitaria,<br />

che alle soglie dei quaranta combatte<br />

la sua natura recalcitrante per avere un figlio, per<br />

afferrare e fare proprio il miracolo della vita, ti<br />

entra dentro, ti scava voragini, anche se, come<br />

me, hai 25 anni e vedi la maternità come un’ipotesi<br />

nebulosa e remota, finanche un pochino demodé.<br />

Sì, perché questo libro ci insegna che il<br />

desiderio di maternità ci trafigge quando<br />

meno ce lo aspettiamo, quando crediamo di<br />

essere diventate delle donne autonome e compiute<br />

che hanno rifiutato orgogliosamente il cliché<br />

che indica nel matrimonio e nella procreazione<br />

le sole occasioni di realizzazione femminile. Sì,<br />

questo desiderio trafigge, e se non trova una sua<br />

risoluzione “naturale”, si può tentare una strada<br />

alternativa, che dirotta il luogo della procreazione,<br />

come scrive Eleonora, dai letti caldi d’amore,<br />

tra i sentori dell’orgasmo, lenzuola sfatte e luci<br />

soffuse alle pratiche della Pma (Procreazione<br />

52<br />

di Eleonora Mazzoni<br />

INTERVISTA


53<br />

Medicalmente Assistita): formaldeide,<br />

neon, prelievi, iniezioni, medicinali,<br />

anestesie, bisturi, provette.<br />

Le difettose è un romanzo che<br />

ci accompagna nella vita di Carla,<br />

che ha preso un anno di congedo<br />

dall’Università e muove passi sofferti<br />

sulla strada di una maternità<br />

inseguita con una determinazione<br />

che, piano piano, si trasforma in nevrosi<br />

ossessiva, che arriva a compromettere<br />

i fondamenti più profondi<br />

del suo essere: nel suo cammino la<br />

accompagnano il compagno Marco,<br />

un uomo solido e concreto che tuttavia,<br />

inevitabilmente, non riesce<br />

a comprendere fino in fondo il suo<br />

calvario, la compagna di tentativi di<br />

“incicognamento” Katia — precoce<br />

e spumeggiante aspirante madre<br />

—, il suo lunatico tesista Lucio, la<br />

madre orgogliosa e poco affettuosa<br />

– con cui Carla ha un rapporto<br />

problematico e a tratti conflittuale<br />

– e il ricordo dell’amatissima nonna<br />

Rina. Ma anche una lunga sfilata di<br />

esperti o sedicenti tali, ginecologi,<br />

chiropratici, naturopati, professionisti<br />

di medicina alternativa, perché<br />

quando l’obiettivo è avere un figlio,<br />

ogni strada può essere quella buona.<br />

E soprattutto le altre “difettose”,<br />

le cui storie trapuntano il romanzo,<br />

che passano e vanno, lasciandoci<br />

giusto un coriandolo volante delle<br />

loro storie, una parola di sfida, di<br />

impegno o di rassegnazione: sono<br />

le voci incontrate da Carla nelle sale<br />

d’attesa “reali” degli ospedali, ma<br />

anche nelle sale d’attesa “virtuali”<br />

che sono i forum, dove le aspiranti<br />

mamme si incontrano per raccontarsi<br />

comuni esperienze di vita (Cub<br />

– acronimo per Cerco Un Bimbo).<br />

Il romanzo racconta, con uno<br />

stile evocativo e profondamente puntuale,<br />

la parabola interiore di Carla<br />

che, metaforicamente ma anche<br />

clinicamente, cerca la vita e trova in<br />

essa la morte, per poi tornare in vita.<br />

Un’opera prima che colpisce per la<br />

bellezza dello stile, che non inficia<br />

sulla sua immediatezza, e per la sincerità<br />

della storia che vi è narrata, in<br />

cui tutti, ma proprio tutti, non possono<br />

che sentirsi coinvolti.<br />

E oggi noi di Speechless abbiamo<br />

l’onore di avere con noi l’autrice<br />

di questo gioiellino di vita e bella<br />

scrittura: Eleonora Mazzoni, nata<br />

a Forlì e residente a Roma, è laureata<br />

in Lettere Moderne e diplomata<br />

alla Scuola di Teatro; di professione<br />

è attrice di teatro, cinema e fiction<br />

televisive. Io, lo confesso, la ricordo<br />

con grande affetto per il ruolo di<br />

Margherita Maffei, una donna forte<br />

e tormentata, che interpretava con<br />

grande intensità nella serie televisiva<br />

Elisa di Rivombrosa. Eleonora è<br />

madre di due gemelli concepiti in<br />

provetta.<br />

Speechless: Carissima Eleonora,<br />

benvenuta su Speechless e<br />

grazie per averci accordato questa<br />

intervista. Si dice spesso che scrivere<br />

e pubblicare un romanzo sia un autentico<br />

“parto”, ma per la prima volta<br />

mi trovo a colloquiare con un’autrice<br />

per cui il motore propulsivo che<br />

l’ha portata verso la scrittura è stato<br />

un “parto biologico”, inseguito e<br />

infine raggiunto. Raccontaci dell’intersezione<br />

tra il parto biologico e il<br />

parto letterario: quando e come dalla<br />

tua esperienza di vita è nato il desiderio<br />

di mettere per iscritto e poi<br />

di pubblicare la storia di una ricerca<br />

di maternità?<br />

Eleonora: Diciamo che l'in-<br />

tersezione è avvenuta in medias res.<br />

Ancora non sapevo come sarebbe<br />

finita la mia ricerca di un figlio ma<br />

ero già ben avviata per la strada<br />

delle fecondazioni artificiali, abbastanza<br />

per avere maturato anche<br />

un certo indispensabile distacco.<br />

Per sollecitare la memoria emotiva<br />

dell'attore, Strasberg suggeriva di<br />

usare solo ricordi che avessero almeno<br />

7 anni, cioè non evanescenti<br />

e ben sedimentati. Anche se per me<br />

ne erano passati solo la metà, sentivo<br />

che quella materia era entrata<br />

nelle mie fibre così profondamente<br />

da poter essere utilizzata con una<br />

certa disinvoltura e senza paura che<br />

mi sfuggisse dalle mani. In più mi<br />

sembrava una materia molto interessante<br />

da raccontare. Come se mi<br />

fosse capitato di aprire una porta su<br />

un mondo fino a quel momento sconosciuto,<br />

eppure reale, anzi realissimo,<br />

sommerso ma vivo, poliedrico e<br />

sfaccettato, che mi chiedeva di venire<br />

a galla. E che mi permetteva di indagare<br />

temi importanti: i desideri<br />

che non si realizzano, il nostro<br />

rapporto con il destino e con il<br />

tempo, la potenza e il mistero<br />

della vita e della morte. Poi inconsciamente<br />

sentivo che il parto<br />

letterario poteva essere un modo<br />

per surrogare quello biologico che<br />

faticava ad arrivare.<br />

SL: La tua protagonista, Carla,<br />

è una docente di letteratura latina,<br />

che vive di latinità e ha in Seneca<br />

un maestro di vita che riesce a confortarla<br />

nei momenti di maggiore<br />

afflizione, meglio di un fratello. Credi<br />

che i classici e, in generale, la letteratura<br />

riesca a rendere più lieve e<br />

consapevole la nostra vita? Come riesce<br />

Seneca ad aiutare Carla e come


Letteratura<br />

e quali sono stati i libri che hanno aiutato te<br />

nel corso della tua vita, magari fornendoti risposte<br />

inaspettate?<br />

EM: Credo che la letteratura e forse<br />

in genere la cultura debba “servire” la vita.<br />

Mi è sempre capitato, anche quando ero molto<br />

giovane, di innamorarmi degli scrittori che mi<br />

piacevano. Mi appassionavo talmente tanto da<br />

immaginare di uscire, parlare, viaggiare con<br />

loro, come se fossero miei fidanzati. All'inizio<br />

del romanzo Seneca è per Carla solo l'autore<br />

preferito. Mano a mano che va avanti le sue<br />

parole cominciano a risuonarle in maniera diversa,<br />

fino a contaminare la sua quotidianità.<br />

Al punto da cambiare, ad esempio, il rapporto<br />

con Lucio, il suo studente del cuore. Rapporto<br />

che da scontato e meccanico, quasi asettico,<br />

seppur venato di sensualità, visto che Carla è<br />

convinta che lui abbia un debole per lei, diventa<br />

reale. Il dolore che Carla prova ingravida le<br />

parole e pulisce il suo sguardo. E finalmente<br />

vede Lucio per quello che è, non più solo una<br />

proiezione dei suoi bisogni. Capendo che “non<br />

basta mai ripetere, sia pure in modo sapiente,<br />

la lezione”. Come a Carla, anche a me “da<br />

bambina i libri mi hanno salvata dalla<br />

noia e, quando nell'adolescenza l'angoscia<br />

era una condizione abituale, dalla<br />

disperazione”. Sono stati un conforto, la possibilità<br />

di capirci qualcosa, dentro e fuori di me,<br />

di amplificare la vita. E di sentirmi meno sola.<br />

Elencare i libri importanti sarebbe impossibile.<br />

Ne cito solo qualcuno. “Piccole donne” nell'infanzia.<br />

Moravia e “I promessi sposi” nell'adolescenza,<br />

Dostoevskij e Montale al liceo. La letteratura<br />

francese dell'800 all'Università, Genet,<br />

Stanislavskij, e “Il cinema secondo Hitchcock” di<br />

Truffaut nel mio periodo attoriale, la letteratura<br />

americana degli ultimi 20 anni ora.<br />

S: Uno dei temi dominanti di Le difettose<br />

è la “tardività” con cui esplode il<br />

desiderio di maternità: è innegabile che<br />

nella nostra società le donne (ma anche gli uomini)<br />

si affaccino alla volontà di costruirsi una<br />

famiglia sempre più tardi. Per chi intraprende<br />

studi universitari è anche peggio, perché, dopo<br />

tanti anni di studio, il mondo del lavoro tende<br />

a bloccare i giovani in un precariato sempre più<br />

lungo, inibendo la loro volontà di fare progetti<br />

a lungo termine. Non parliamo poi di chi, come<br />

Carla, intraprende la strada della carriera universitaria.<br />

Secondo te in che misura, dunque,<br />

l’attuale situazione di precarietà lavorativa influisce<br />

sulla dilazione del desiderio di costruirsi<br />

una famiglia? E quanto, invece, può essere collegata<br />

alla “precarietà emotiva” e quindi alla<br />

sempre più attuale e diffusa “liquidità” delle<br />

relazioni sentimentali?<br />

EM: La precarietà lavorativa fa vivere<br />

una continua ansia, un senso di insufficienza<br />

per ciò che potremmo e vorremmo fare e non<br />

riusciamo. In questa “non riuscita” mette radici<br />

la mancanza di valore che ci attribuiamo. È<br />

come se la società sfrenasse le ambizioni e ti<br />

costringesse, con il dilagare della tecnologia, a<br />

un continuo confronto con il mondo intero (un<br />

confronto in cui risultiamo sempre in difetto,<br />

visto che ci saranno sempre moltissime persone<br />

che hanno fatto più di noi) ma non avesse<br />

cure per le inevitabili frustrazioni. Questo<br />

sentimento di perenne insoddisfazione<br />

facilmente si travasa nei rapporti, diventando<br />

precarietà emotiva, incapacità di<br />

costruire. C'è anche un terzo elemento. Siamo<br />

pionieri di una ridefinizione delle relazioni<br />

familiari. La famiglia borghese, centrale anche<br />

nella nostra cultura cattolica, non affascina<br />

più. Non è percepita come il traguardo che si<br />

vorrebbe raggiungere. In Italia ci si sposa ormai<br />

molto meno che in Europa ma si divorzia<br />

con la stessa percentuale degli altri paesi. In<br />

più siamo i primi nella lista per quanto riguarda<br />

la violenza e gli omicidi all'interno delle<br />

mura domestiche (non solo il marito che ammazza<br />

la moglie ma la moglie che ammazza<br />

i figli o i figli che ammazzano i genitori). Non<br />

so dare risposte. Ma sicuramente un modello<br />

che fino a 35 anni fa ancora funzionava ora ha<br />

messo delle crepe.<br />

S: Parliamo di Carla e del rapporto con le<br />

54


55<br />

donne della sua famiglia: con sua madre ha un<br />

legame problematico, perché alla grande stima<br />

reciproca è sempre stata contestuale una<br />

sofferta carenza d’affetto. Con la nonna Rina,<br />

invece, è costante una profonda connessione<br />

di spirito e una forte condivisione d’intenti,<br />

fin da quando Carla quindicenne fu da lei accompagnata<br />

ad abortire, dopo essere rimasta<br />

inavvertitamente incinta del fidanzatino. In<br />

che modo la tua protagonista fa propri gli insegnamenti<br />

delle donne della sua famiglia? In<br />

particolare, quanto è necessario fare pace con<br />

il proprio passato per accogliere con serenità il<br />

futuro?<br />

EM: Secondo me è fondamentale<br />

un'accettazione attiva del proprio passato.<br />

Carla ha un rapporto di madre-figlia con<br />

la nonna, perché la nonna, dopo essere stata,<br />

a causa della depressione, una cattiva madre<br />

con sua figlia, la madre di Carla, ad un certo<br />

punto, grazie all'amore di un uomo, è rinata<br />

(“Lei diceva che ogni persona nasce due volte.<br />

Quando trova il suo posto nel mondo è la<br />

nascita più vera”) e solo a quel punto è diventata<br />

genitrice. Madre si diventa. Non si è.<br />

È un'operazione culturale, non un frutto<br />

della natura. Anche Carla alla fine, aldilà del<br />

figlio che non arriva, diventa genitrice. Di sua<br />

madre, di cui capisce il dolore e i conformismi<br />

che l'hanno ingabbiata. Dei suoi studenti. Di se<br />

stessa. E capisce le ricette di sua nonna Rina,<br />

ad esempio quel suo “ci vuole un pizzico di ambizione,<br />

un pizzico di allegria e uno di pigrizia”.<br />

Vuole dire che il principio che trasforma, corregge<br />

e migliora le cose deve essere miscelato<br />

con quello che le accoglie e le accetta.<br />

S: Il desiderio di maternità rischia pericolosamente<br />

di condurre Carla verso l’autodistruzione<br />

e mina, oltre che la sua stabilità fisica<br />

ed emotiva, anche quella della relazione con<br />

il compagno Marco. Fino a che punto ci si può<br />

spingere? Qual è il momento in cui, appunto, ci<br />

si accorge che combattere per avere un figlio e<br />

vivere in funzione di questo desiderio può dare<br />

dipendenza e compromettere tutto ciò che si è<br />

faticosamente conquistato?<br />

EM: Ci si può spingere fino a perdersi. Te<br />

ne accorgi perché il desiderio scava un vuoto.<br />

Niente ha più sapore. Interesse. A volte è più<br />

evidente. Ho parlato con donne che hanno vissuto<br />

una vera e propria disperazione. Anch'io<br />

l'ho provata. Addirittura nasce l'idea del suicidio.<br />

Dentro a quel fallimento (così primordiale)<br />

è come se convogliassero tutti gli altri<br />

fallimenti della nostra vita, e fossero capaci<br />

di risucchiarci in una terra desolata, dove si rinuncia<br />

alla lotta e non ci sono più né scopi né<br />

direzioni.<br />

S: Immagina di dialogare a tu per tu con<br />

un’aspirante madre che, a seguito di tanti tentativi<br />

“naturali” di avere un figlio, comincia a<br />

prendere in considerazione la Pma: che cosa le<br />

consiglieresti? Quali sono i primi passi di questo<br />

viaggio? E soprattutto: quali sono le parole<br />

che avresti voluto sentire quando hai cominciato?<br />

EM: Le direi di trovarsi delle compagne<br />

di viaggio. Siamo tante. Tantissime. Sapere<br />

questo rende meno sole. Le consiglierei di stare<br />

ancorata al presente e di partire da quello<br />

che ha. Il rapporto col compagno, ad esempio.<br />

La scienza può aiutarti molto ma non garantisce<br />

i risultati. Occorre saperlo. Occorre prepararsi,<br />

come suggeriva Seneca. Io consiglierei<br />

anche una psicoterapia. In molti centri ormai è<br />

prevista. Comunicare è il primo modo per non<br />

subire la realtà, per scrollarsi di dosso la vergogna<br />

e i giudizi altrui, per dare più valore al percorso<br />

che ai risultati. Sapendo che un figlio<br />

non cambia mai nulla, perché è dentro di<br />

noi il campo di battaglia.<br />

S: Nel tuo libro ci sono continui riferimenti<br />

alla situazione italiana relativa alla Pma,<br />

specie se messa a confronto con gli altri paesi<br />

europei: in che cosa sarebbe sperabile che<br />

l’Italia si aprisse? Che cosa si può fare all’estero<br />

che, invece, in Italia non è consentito?<br />

EM: La nostra legge 40 sulla procrea-


Letteratura<br />

zione medicalmente assistita è la più<br />

restrittiva al mondo. Molto meglio la<br />

Turchia. O addirittura l'Irlanda (dove<br />

non si può nemmeno abortire). Io<br />

credo che vietare non serva. Se<br />

non a discriminare chi non ha soldi.<br />

Chi ce li ha, aggira la legge andando<br />

all'estero. Per fare l'eterologa,<br />

ad esempio. O crioconservare gli<br />

embrioni e fare la diagnosi preimpianto<br />

(anche se negli ultimi 2<br />

anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti<br />

in Corte Costituzionale, queste due<br />

pratiche sono permesse anche in Italia,<br />

a discrezione del medico). Credo<br />

che per una cosa così intima come<br />

il voler diventare genitori lo stato<br />

non possa dettare regole ferree. Ci<br />

deve essere una normativa (tutti i<br />

paesi ce l'hanno, anche la progressista<br />

Spagna che ci ha lasciato, per<br />

ora, Zapatero) ma una rigidità come<br />

abbiamo noi proprio no, è inaccettabile,<br />

è quasi ottusa. Alcuni tirano<br />

fuori lo spauracchio dell'eugenetica<br />

o delle mamme-nonne. A parte che<br />

se una coppia ha una patologia grave<br />

che potrebbe trasmettere ai figli,<br />

rischiando di farli morire pochi anni<br />

dopo averli fatti nascere, mi sembra<br />

crudele non utilizzare le opportunità<br />

della scienza. Non si cercano figli<br />

perfetti, solo figli sani. Non c'è<br />

nulla di male, mi pare. Per quanto<br />

riguarda le mamme sessantenni, in<br />

6 anni di ricerca di un figlio, avendo<br />

incontrato nella vita e in chat migliaia<br />

di donne, non ne ho conosciuta<br />

neppure mezza. Sono casi marginali,<br />

come in natura la cinquantanovenne<br />

russa che un anno fa ha naturalmente<br />

partorito un bimbo. Piuttosto<br />

occorrerebbe allenare la coscienza.<br />

Per capire cosa fare e cosa no, cosa<br />

si desidera veramente, fino a che<br />

56<br />

punto conviene spingersi. Ma con<br />

uno sguardo umano, rispettoso<br />

della vita ma totalmente laico<br />

e antropocentrico come quello di<br />

Seneca. Per questo ho scelto proprio<br />

lui. Flaubert diceva: “Quando gli dèi<br />

non c’erano più e Cristo non ancora,<br />

tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato<br />

un momento unico in cui è esistito<br />

l’uomo, solo”. Seneca rappresenta<br />

proprio quel periodo e quella condizione.<br />

S: Ora una panoramica sul<br />

“parto letterario”: com’è stato il percorso<br />

che ha portato il dattiloscritto<br />

di Le difettose dal tuo computer alle<br />

scrivanie di Einaudi? Com’è stato<br />

confrontarsi da subito con una grande<br />

e importante casa editrice? Come<br />

si è svolto il lavoro di editing e revisione<br />

del tuo testo? E, più in generale,<br />

come stai vivendo l’esperienza<br />

della pubblicazione?<br />

EM: E' stato tutto semplice<br />

e pieno di fortuna. La dea mi ha<br />

messo i bastoni tra le ruote per<br />

diventare madre ma mi ha spianato<br />

la strada come scrittrice. Ci<br />

ho visto una specie di compensazione.<br />

Appena finito di scrivere la<br />

prima versione accettabile (era più o<br />

meno la mia terza), ho fatto contemporaneamente<br />

2 cose. Ho trovato<br />

su internet la mail di un'importante<br />

agente. Le ho inviato la sinossi. Lei si<br />

è mostrata interessata e mi ha chiesto<br />

il manoscritto. Nello stesso tempo<br />

il mio più caro amico, uno sceneggiatore,<br />

ha fatto leggere 2 capitoli a<br />

una sua amica scrittrice, Mariolina<br />

Venezia. Lei si è appassionata e mi ha<br />

chiesto il resto. Dopo 20 giorni mi ha<br />

contattato Daniela Bernabò per dirmi<br />

che mi prendeva in scuderia. Qualche<br />

giorno dopo Dalia Oggero dell'Ei-<br />

naudi, che aveva avuto il libro da<br />

Mariolina. Non ci potevo credere: 2 sì<br />

prestigiosi senza aver praticamente<br />

fatto nulla. Il rapporto con l'Einaudi è<br />

stato disinvolto e sereno. Tranquillo.<br />

A parte il giorno che sono salita a Torino<br />

per conoscere Dalia e Paola Gallo<br />

e davanti alla stanza del mercoledì<br />

(dove si riunivano Ginzburg, Pavese,<br />

Calvino, Vittorini) volevo svenire. Anche<br />

il lavoro di editing è stato breve<br />

e leggero. Non ho vissuto quello che<br />

a volte si sente dire: “Hanno stravolto<br />

il romanzo”. No. Strutturalmente<br />

non è stato toccato nulla. C'è stata<br />

solo un'asciugatura. Piccoli tagli, direi<br />

(qualche frase, qualche parola).<br />

La pubblicazione è stata emozionante.<br />

Come un debutto teatrale. Sei lì<br />

sul palco, con tutti quegli occhi che<br />

intravedi e che ti guardano. Temevo<br />

che, vista la quantità di libri che<br />

esce ogni settimana, non avrei avuto<br />

la minima attenzione, invece per<br />

essere un'esordiente non mi posso<br />

lamentare.<br />

S: Sei una scrittrice esordiente,<br />

hai una formazione letteraria, ma<br />

nasci attrice: ti piacerebbe che Le difettose<br />

diventasse un film? E saresti<br />

disposta a dare il tuo volto a Carla<br />

sullo schermo, se ne avessi la possibilità?<br />

EM: Il romanzo potrebbe<br />

diventare un film, dal momento<br />

che sono già stati opzionati i<br />

diritti cinematografici. Io però<br />

non voglio interpretare Carla.<br />

Sarebbe un'occasione ghiotta. In Italia<br />

non ci sono ruoli da quarantenne<br />

così belli. Ma no. Odio la dismisura.<br />

Sarebbe troppo. Lavorerò di sicuro<br />

alla sceneggiatura e alla composizione<br />

del cast. Ma resterò dietro.


Letteratura<br />

SPECIALE<br />

un metodo pericoloso:<br />

saBina sPieLrein<br />

e il femminile rimosso della civiltà<br />

“Ogni uomo<br />

porta in sé<br />

la forma intera<br />

dell ’umana<br />

condizione”<br />

Michel de Montaigne 1<br />

di Leni reMedios<br />

Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso<br />

Istituto di Psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti.<br />

Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano<br />

Aldo Carotenuto.<br />

Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre<br />

soggetti: il padre della Psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in<br />

seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria, e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed<br />

autrice del diario.<br />

Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche<br />

dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno<br />

di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una<br />

lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, “Un metodo<br />

pericoloso”, rappresenta solo l’ultima appendice.<br />

Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein — dimenticata, rimossa, incompresa<br />

— emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato<br />

così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.<br />

Sabina Spielrein è il perturbante<br />

2 della storia della psicoanalisi.<br />

Il primo dei lavori a lei dedicato è<br />

naturalmente il libro di Carotenuto Diario<br />

di una segreta simmetria. Sabina Spielrein<br />

tra Jung e Freud: uscito nel 1980 e<br />

presto tradotto in numerose lingue. Esso<br />

contiene le lettere scambiate fra i tre 3 ,<br />

quanto ritrovato del diario ed ovviamente<br />

la propria visione critica dell’intera vicenda.<br />

Fondamentalmente su questo testo si<br />

basa il film di Roberto Faenza “Prendimi<br />

l’anima”, uscito nel 2002.<br />

Ma chi era Sabina Spielrein? E<br />

la sua testimonianza parla a noi, uomini<br />

e donne della civiltà contemporanea? A<br />

malincuore essa rimane per i più “l’amante<br />

di Jung”.<br />

58


59<br />

"Prendimi l'anima'<br />

Aldo Carotenuto riporta con profondo<br />

rammarico come la principale preoccupazione<br />

del pubblico, ad ogni sua presentazione del libro,<br />

fosse se Jung e la Spielrein avessero<br />

avuto rapporti sessuali. Intendiamoci: quello a<br />

cui si rivolgeva Carotenuto non era un pubblico<br />

generico, egli si rivolgeva ad intellettuali, principalmente<br />

psicologi e psicanalisti. ”Dobbiamo<br />

domandarci perché gli analisti sembrano<br />

ossessionati da questo punto che delle<br />

volte sembra essere non un problema, ma<br />

il problema per eccellenza 4 ”. Non è questo<br />

il punto, dice Carotenuto. E infatti l’eventualità<br />

non avrebbe aggiunto o tolto nulla ad un rapporto<br />

che di sicuro aveva la dimensione totalizzante<br />

dei grandi amori, in cui le due personalità erano<br />

in una simbiosi animica sorprendente. Senza<br />

contare che da un pubblico di intellettuali ci si<br />

aspetta di indagare a fondo sulle ripercussioni<br />

teoriche che una personalità come Spielrein<br />

abbia avuto sui fondatori rispettivamente della<br />

psicoanalisi e della psicologia analitica. Delle<br />

discipline in cui, lo puntualizzo per il lettore non<br />

avvezzo a certi temi, sussiste un corto circuito<br />

assente in tutte le altre scienze: il soggetto e<br />

l’oggetto dell’indagine sono lo stesso, è l’uomo<br />

che indaga l’uomo.<br />

Il film di Cronenberg – per inciso, non certo<br />

uno dei suoi migliori – prende spunto da un<br />

libro uscito nel 1993 A most dangerous method<br />

scritto da<br />

John Kerr, uno<br />

psicologo clinico<br />

americano. Christopher<br />

Hampton,<br />

sceneggiatore di<br />

Cronenberg, ne<br />

trasse una pièce<br />

teatrale che il regista<br />

canadese volle<br />

in seguito portare<br />

sul grande schermo.<br />

Il testo di<br />

Kerr, che appone<br />

al titolo una sottile<br />

differenza enfatica<br />

rispetto al<br />

film (“Un metodo molto pericoloso”, tratto da<br />

un’espressione di William James), parte dalla<br />

scoperta di Carotenuto per avventurarsi in una<br />

favolosa opera di contestualizzazione storica<br />

del materiale ritrovato, e già qui si rivela una<br />

differenza fondamentale fra il testo e il film: il<br />

lettore sappia che si tratta di due cose profondamente<br />

diverse e forse, nella leggera modifica<br />

del titolo, Cronenberg intende già manifestarlo.<br />

Il film prende il triangolo Jung-Spielrein-Freud<br />

e lo isola completamente dal<br />

contesto. I pochi altri personaggi che compaiono<br />

nella scena, come la moglie di Jung oppure<br />

Otto Gross, che mise seriamente in crisi Jung<br />

sulle proprie inclinazioni poligame, sono delle<br />

mere tangenti rispetto a quel che interessa della<br />

storia. Il testo di Kerr, al contrario, è corale:<br />

esso esamina tutti gli attori che hanno movimentato<br />

le scene di quegli anni fatidici per la<br />

storia delle dottrine psicologiche e, osiamo dire,<br />

per la storia della civiltà occidentale. Il pregio di<br />

questo testo risiede nel ricostruire dettagliatamente<br />

e scientificamente i fatti di quegli anni<br />

con la resa narrativa di un romanzo.<br />

Una delle scene chiave del film, che<br />

manifesta l’intento del regista, è quella<br />

in cui Freud sviene dinanzi a Jung (secondo<br />

svenimento, il primo avvenne alla vigilia del<br />

viaggio in America): qui Cronenberg sceglie di<br />

ambientare la scena alla fine di un imprecisato<br />

incontro fra studiosi, dove, nell’atto di raccogliere<br />

le proprie carte, tutti se ne vanno lasciando<br />

soli Freud e Jung a discutere. Potrebbero<br />

essere delle macchie indistinte ad andarsene,<br />

sarebbe la stessa cosa. Nella realtà si trattò<br />

di una riunione molto vivace che si tenne in un<br />

hotel di Monaco, dove tutti presero la parola,<br />

soprattutto in merito alla figura egizia del faraone<br />

Amenhotep, che secondo Freud covava


Letteratura<br />

desideri parricidi. Alla fine della discussione la<br />

tensione sfocia nello svenimento. Freud fece ovviamente<br />

di tutto, nell’occasione, per rimarcare<br />

l’ingratitudine del “figlio ed erede” Jung, sempre<br />

più orientato verso una propria nuova teoria;<br />

i dietro le quinte di questa riunione sono anche<br />

più interessanti al riguardo.<br />

Una metafora efficace per far capire la dinamica<br />

della storia di Sabina Spielrein all’interno<br />

di questa coralità, è quella del telaio: dobbiamo<br />

immaginare la Spielrein come la navetta<br />

che si muove fra le trame e gli orditi, ovvero<br />

fra i fili tenuti assieme dal telaio. Ogni trama<br />

ed ogni ordito – i singoli protagonisti – vengono<br />

accuratamente esaminati e sviluppati da Kerr.<br />

Non solo Freud e Jung: Bleuler, Forel, Flournoy,<br />

Riklin, Abraham e molti altri... tutti vengono in<br />

qualche modo solcati dalla navetta che li attraversa<br />

e che, fino alla fine degli anni ’70, sarà<br />

relegata nel buio, costringendo a lasciare una<br />

matassa di fili non del tutto decifrabile 5 .<br />

Moltissimi aspetti potrebbero essere esaminati<br />

nella storia (nelle storie) che Sabina Spielrein<br />

riporta nel suo diario. Di questi ne scelgo<br />

due, riassumendoli simbolicamente in due parole<br />

cariche di significato: silenzio e femminile.<br />

“Il silenzio che così a lungo ha atteso<br />

la sua storia è emblematico di un silenzio<br />

ancora più insidioso che gradualmente ha<br />

sorpreso la psicoanalisi durante questo<br />

tempo 6 ”.<br />

“...Sabina, pioniera della psicoanalisi,<br />

figura fino a poco tempo fa negata, rimossa<br />

o fraintesa... 7 ”<br />

Ed è proprio la parola “rimossa”, evocata<br />

da Lella Ravasi Bellocchio nel suo bel libro<br />

sulle madri, il termine più appropriato in merito<br />

alla figura di Sabina Spielrein, ma soprattutto in<br />

merito a quel che essa incarna e simboleggia.<br />

Sembra un paradosso per la psicoanalisi, no?<br />

Prima di avventurarmi nelle mie speculazioni<br />

vorrei richiamare l’attenzione del lettore,<br />

soprattutto di quello digiuno di nozioni psicoanalitiche<br />

e della contestualizzazione storica in<br />

cui esse nacquero, ricordando come la vicenda<br />

documentata da Kerr e ritratta da Cronenberg si<br />

svolga all’inizio del ventesimo secolo, un periodo<br />

in cui i rapporti e i costumi familiari in seno<br />

alla borghesia – in primis quelli matrimoniali –<br />

non sono molto dissimili da quelli descritti pochi<br />

decenni prima negli ottocenteschi romanzi di<br />

Thomas Hardy.<br />

Mi piace iniziare la mia riflessione sulla<br />

psicanalisi e il femminile prendendo in considerazione<br />

non certo le parole di una femminista<br />

militante, tutt’altro. Scrive Romano Màdera in<br />

relazione a Freud:<br />

“La femminilità, insieme all’infantile,<br />

all’arcaico, allo psicopatologico, designa<br />

il territorio, ancora non bonificato, che<br />

si estende oltre le dighe sullo Zuidersee: il<br />

mondo dell’inconscio. La metafora scelta da<br />

Freud per parlare dell’oscurità che la femminilità<br />

oppone alla ricerca psicoanalitica,<br />

il “continente nero”, condensa, ben al di là<br />

di una attenta disamina critica, il pregiudizio<br />

che accomuna l’intellettualià euroamericana<br />

maschile della prima metà del Novecento 8 ”.<br />

vincent cassel<br />

60


61<br />

Riporto inoltre<br />

le parole dello stesso<br />

John Kerr riguardo<br />

all’epoca in cui vivono<br />

i tre protragonisti principali:<br />

accanto ai lati<br />

oscuri, alle ipocrisie,<br />

alle falsità<br />

“Era parimenti un<br />

mondo di grandezza<br />

immaginata, di importanti destini che aspettavano<br />

di essere esauditi (...) Ovunque, dai caffè<br />

di Vienna ai club degli ufficiali dell’esercito del<br />

Kaiser, gli uomini immaginavano di poter diventare<br />

il prossimo Darwin o il prossimo Bismarck<br />

o il prossimo Nietzsche. Nell’avere il suo proprio<br />

destino eroico da esaudire, Spielrein era figlia<br />

del suo tempo. L’unica differenza era che era<br />

una donna9 ”.<br />

UNA RAGAZZA QUALUNQUE?<br />

Sabina Spielrein giunge dalla nativa<br />

Russia all’ospedale Burgözli di Zurigo, Svizzera,<br />

nell’agosto del 1904. È appena diciannovenne,<br />

ma è malata già da diversi anni. La diagnosi<br />

del medico che la prende in cura, Carl Gustav<br />

Jung, è di isteria psicotica. Nel giugno<br />

del 1905 viene dimessa, continuando la terapia<br />

da esterna. Vive da sola in un appartamento a<br />

Zurigo, in seguito all’iscrizione alla Facoltà di<br />

Medicina.<br />

Considerando i tempi lunghi della malattia<br />

e la sua gravità, la guarigione è stata straordinariamente<br />

veloce ed efficace: “L’avvenimento<br />

più significativo nella giovane vita della Spielrein<br />

fu che, qualsiasi cosa fosse avvenuta nel<br />

corso della terapia con Jung al Burghölzli, questa<br />

la guarì 10 "a dangerous Method'<br />

”.<br />

La malattia di Sabina affonda le sue<br />

radici nell’atteggiamento punitivo del padre,<br />

il quale usava percuoterle il sedere nudo<br />

(particolare che Jung censurerà nella sua lettera<br />

a Freud, dicendo che la ragazza fu traumatizzata<br />

nel vedere il fratello percosso). Ciò probabilmente<br />

ingenera strane fantasie anali nella ragazzina,<br />

la quale non può sedersi a tavola senza<br />

immaginare i familiari al tavolo con lei nell’atto<br />

di defecare. Cerca inoltre bizzarramente di stimolare<br />

e al contempo bloccare la propria defecazione<br />

rannicchiandosi e puntando il tallone<br />

sull’ano. In età adolescenziale non riuscirà più a<br />

guardare le persone negli occhi e la situazione<br />

si aggraverà con ripetuti atti masturbatori accompagnati<br />

da un pesante senso di colpa. Ma<br />

è degno di nota anche l’atteggiamento perverso<br />

di una madre anaffettiva, la quale, per<br />

di più, sfogò la propria rabbia verso il mondo<br />

maschile sulla figlia, entrando in competizione<br />

con i suoi corteggiatori e vietando nel modo più<br />

assoluto qualsiasi tipo di educazione sessuale,<br />

tanto da intervenire segretamente presso le autorità<br />

scolastiche russe per far evitare alla figlia<br />

la lezione di biologia sulla riproduzione umana.<br />

Sabina arriva quindi adulta a non sapere<br />

nulla della sessualità, e di questo particolare<br />

fondamentale, unito al rapporto malsano con<br />

la madre, non vi è sorprendentemente alcuna<br />

menzione nella diagnosi di Jung, né nelle sue<br />

lettere a Freud.<br />

L’altro dettaglio determinante è che<br />

Sabina è una ragazza colta: nella Russia<br />

dell’epoca l’emancipazione femminile era molto<br />

più all’avanguardia di alcuni paesi europei,<br />

permettendo alle donne di frequentare il liceo<br />

(anziché accontentarsi di un tutore privato) e di<br />

iscriversi all’università.<br />

Le pazienti del Burghölzli vengono da famiglie<br />

povere o della medio/bassa borghesia,<br />

hanno generalmente un’educazione minima. La<br />

paziente venuta dalla Russia è quindi molto più<br />

acculturata delle coetanee svizzere e oltre a ciò<br />

rivela fin da subito un’intelligenza e un’intuizio-


Letteratura<br />

ne non comuni. Insomma, si capisce subito che<br />

Sabina Spielrein non è una ragazza qualunque.<br />

Tanto che sarà lo stesso Jung ad incoraggiarla<br />

sulla strada della carriera scientifica<br />

come psicoanalista. Il giovane Jung, dunque,<br />

pensa bene di coinvolgere questa straordinaria<br />

paziente come assistente nei suoi esperimenti<br />

col reattivo verbale, in cui ha modo di verificare<br />

le teorie freudiane.<br />

Dopo la dimissione, Sabina continuerà<br />

la terapia con Jung, recandosi settimanalmente<br />

nel suo studio: probabilmente è<br />

lì che queste due sensibilità straordinarie<br />

entreranno in un più profondo rapporto<br />

animico, in cui non è improprio nominare<br />

la parola amore. In Sabina Spielrein Jung<br />

rintraccia molte parti di se stesso. E se, in alcuni<br />

suoi passaggi giovanili, si nota un certo<br />

atteggiamento e una posa<br />

di superiorità maschile verso<br />

la mente femminile più<br />

facilmente impressionabile,<br />

Kerr sottolinea quelli che<br />

erano i fantasmi di Jung: le<br />

fantasie anali di Spielrein<br />

erano ben poca cosa rispetto alle fantasie del<br />

giovanissimo Jung, in cui Dio defecava spudoratamente<br />

sul tetto della cattedrale di Basilea<br />

e un enorme fallo compariva all’interno di<br />

un’oscura caverna 11 . In entrambi vi è inoltre un<br />

forte anelito spirituale assolutamente collegato,<br />

non sganciato, alle immagini oscene scatenate<br />

dalla loro fantasia.<br />

Ma naturalmente il rapporto fra i due<br />

nasce sbilanciato, asimmetrico 12 : non bisogna<br />

dimenticare che, per quanto abbia<br />

avuto un’evoluzione, è pur sempre un rapporto<br />

medico-paziente, in cui il primo deve<br />

tenere saldamente in mano le redini e far<br />

sì che l’emotività e le dinamiche affettive<br />

del paziente non travolgano entrambi. Non<br />

è questo, però, che accadde e Jung decide di<br />

chiedere aiuto a colui che ha designato come<br />

padre e maestro: Sigmund Freud.<br />

LA MEDIAZIONE<br />

Jung chiede aiuto a Freud, ma in maniera<br />

62<br />

alquanto contorta: un po’ confessa e un po’ no,<br />

un po’ mente, un po’ omette e lo fa comunque<br />

molto tardi (la prima lettera è del 1906, la “quasi<br />

confessione” solo nel 1909!). Freud dal canto<br />

suo lascia capire che ha intuito la situazione, ma<br />

cerca di muoversi in maniera diplomatica, suggerendo<br />

alla Spielrein di lasciar perdere la faccenda<br />

per il bene di tutti: “le ho suggerito una<br />

dignitosa liquidazione, per cosí dire, endopsichica<br />

di tutta la faccenda 13 ” e soprattutto cerca di<br />

assolvere Jung il più possibile, adducendo la responsabilità<br />

del problema alle giovani pazienti:<br />

“la capacità di queste donne di mettere in moto<br />

come stimoli tutte le astuzie psichiche immaginabili,<br />

finché non abbiano raggiunto il loro scopo,<br />

costituisce uno dei più grandiosi spettacoli della<br />

natura 14 ”. Insomma, oltre alla relegazione del<br />

femminile nella sfera del primitivo, siamo<br />

alla mentalità della donna come Eva tentatrice.<br />

In questo frangente, prima della rottura,<br />

bisogna ricordarsi che il rapporto Freud-Jung si<br />

può scindere in due parti: una parte contrassegnata<br />

da una forte carica affettiva, dove i due si


compiacciono genuinamente dei ruoli di padre<br />

e figlio; e una parte schiettamente utilitarista.<br />

A Freud, Jung appare come l’erede ideale<br />

del suo impero teorico per una miriade di<br />

ragioni, si potrebbe dire brutalmente che<br />

Jung gli serva: non è ebreo, come tutti i suoi<br />

seguaci viennesi, e a Freud serve un psicanalista<br />

“ariano” che dia una più vasta risonanza alle<br />

sue teorie. Ed è geniale. Freud non ha una grande<br />

stima dei suoi seguaci viennesi: nello svizzero<br />

Jung, giovane, intraprendente e con una<br />

formidabile capacità intuitiva, vede una grande<br />

speranza, forse, viene azzardato, una proiezione<br />

di quel che avrebbe voluto essere da giovane.<br />

Da parte di Jung: è all’inizio della sua<br />

carriera e Freud gli serve per lanciarsi nel<br />

mondo scientifico. Le teorie freudiane da subito<br />

destano la sua sincera attenzione, tanto da<br />

applicarle in ambito clinico sui pazienti del Burghölzli.<br />

Ma Jung, come sottolineano sia Kerr sia<br />

Carotenuto, era consapevole sin dall’inizio delle<br />

proprie divergenze dal maestro, soprattutto<br />

sul concetto freudiano di libido, spiegato come<br />

sabina spielrein<br />

63<br />

mera energia sessuale, cosa che Jung considera<br />

fortemente riduttiva rispetto ad altre istanze<br />

dell’essere umano, legate al proprio destino e<br />

di natura spirituale. Un po’ per la sua propria<br />

confusione interiore (“Io ero pieno di dubbi! 15 ”),<br />

un po’ perché, appunto, Freud gli serve, persevera<br />

nel mantenere un atteggiamento di venerazione<br />

verso il maestro, a tratti sembra quasi<br />

servile: ogni volta che Freud lo redarguisce assume<br />

un atteggiamento remissivo, scusandosi<br />

e premurandosi di ribadire quanto il rimprovero<br />

sia stato per lui prezioso.<br />

Quindi c’è questa dinamica fra i due,<br />

che oscilla fra i contenziosi padre/figlio e<br />

il mantenimento dei rapporti diplomatici<br />

perché si servono l’uno dell’altro. Logico<br />

che un rapporto così non può essere genuino<br />

fino in fondo, schietto. Per quanto forte e viscerale<br />

avrà inevitabilmente<br />

dei coni d’ombra.<br />

Sabina Spielrein non<br />

si pone nessuno di questi<br />

problemi. Non si lascia raggirare<br />

dalle parole dei due<br />

psicanalisti, che cercano di<br />

“liquidare” il suo caso in maniera affrettata e<br />

maldestra. Certo: né Freud aveva bisogno di uno<br />

scandalo riguardante il suo erede designato, né<br />

tantomeno Jung aveva bisogno di rovinarsi una<br />

carriera appena iniziata.<br />

Il grosso errore che fanno Freud e<br />

Jung è quello di non aver mai smesso di<br />

considerare la Spielrein una paziente e di<br />

averne grossolanamente sottovalutato le<br />

doti intuitive.<br />

Sentiamo un po’ come redarguisce Freud<br />

ad un certo punto della vicenda: “Ma anche lei<br />

è astuto, Professore. (...) Si desidera però evitare<br />

un momento sgradevole, no? Neppure il grande<br />

‘Freud’ riesce sempre a rendersi conto delle Sue<br />

debolezze 16 ”<br />

Non è necessaria una laurea in psicologia<br />

per intuire l’effetto dell’ammonimento della studentessa<br />

Spielrein, giustamente impertinente e<br />

che punta dritto alla verità, su un uomo della<br />

statura di Freud: un uomo che considerava le


Letteratura<br />

donne alla stregua della dimensione primitiva,<br />

infantile, non del tutto sviluppata. La scossa<br />

deve essere arrivata pungente, anche perché<br />

si insinuava dritta dritta fra le pieghe di un assordante<br />

silenzio fra lui e Jung.<br />

E non sarà l’unica volta in cui Sabina Spielrein<br />

si dimostrerà molto più perspicace dei due.<br />

LA NON-CONVERSAZIONE<br />

John Kerr, con una efficace espressione,<br />

afferma che accanto alle lettere e al rapporto<br />

ufficiale, fra Freud e Jung si sviluppò negli<br />

anni una non-conversazione 17 . Il peso del nondetto<br />

verrà squisitamente rimosso fino<br />

all’estremo, quando si farà strada da sé e<br />

imploderà tragicamente nel frangente che<br />

porterà poi alla definitiva rottura fra i due.<br />

Uno dei non-detti riguarda direttamente<br />

lo scambio di lettere di cui sopra: solo anni<br />

dopo Freud darà quella “risposta mancata 18 ”,<br />

in Osservazioni sull’amore di traslazione del<br />

1914. Qui ammetterà la totale responsabilità<br />

dell’analista nel cadere in un eventuale errore,<br />

laddove prima, come si è visto, spostava tutto<br />

sulla “diabolicità della paziente che induce<br />

in tentazione l’analista, cercando di far leva sui<br />

nodi conflittuali e irrisolti 19 ”.<br />

È un non-detto che riguarda Jung molto<br />

da vicino e che permette a Freud di assolvere<br />

il suo “erede” per tutta la durata del loro idillio.<br />

Lo assolve in quello che fu senz’altro un errore<br />

umano commesso maldestramente, confuso<br />

dall’emotività, ma pur sempre un errore. Chiariamo<br />

una volta per tutte: lo sbaglio di Jung<br />

non fu certo quello di innamorarsi di Sabina<br />

Spielrein. Per quanto un analista debba evitare<br />

il più possibile il coinvolgimento emotivo, esso<br />

è un essere umano come gli altri, succede. Bisogna<br />

inoltre tener presente, come ben puntualizza<br />

Carotenuto, che gli analisti di quest’epoca<br />

(della psicoanalisi nel suo nascere) non erano<br />

sufficientemente preparati ad affrontare qualcosa<br />

di così potente come il transfert e soprattutto<br />

il contro-transfert, ovvero il coacervo di<br />

emozioni che il paziente proietta sul medico e,<br />

specularmente, i nodi emotivi irrisolti che il paziente<br />

può risvegliare a sua volta nell’analista.<br />

L ’ e r r o -<br />

re di Jung fu<br />

in come gestì<br />

questa sua vicenda<br />

emotiva<br />

in relazione al<br />

mondo esterno.<br />

Sono tanti gli<br />

episodi, in questo<br />

frangente, che<br />

ritraggono il giovane<br />

Jung comportarsi<br />

davvero in maniera poco onorevole.<br />

Bisogna ricordarsi che qui stiamo parlando di<br />

uno Jung trentenne, molto ambizioso e al contempo<br />

emotivamente instabile. Poco dopo la<br />

rottura con Freud e il distacco da Sabina Spielrein<br />

(due delle persone più importanti della sua<br />

vita!) avrà un tracollo psicologico che lo porterà<br />

ad affrontare per parecchi anni i suoi fantasmi<br />

interiori, la cosiddetta nekya20 .<br />

Ma un altro clamoroso non-detto riguarda<br />

molto da vicino Freud, e su questo la comunità<br />

scientifica degli psicoterapeuti e degli studiosi<br />

ha dimostrato una forte, incredibile resistenza.<br />

IL TRIANGOLO<br />

Nel 1957, durante un incontro in casa sua<br />

con il professore americano John Billinsky,<br />

Jung fa un’esternazione che sconvolge non poco<br />

la comunità psicanalitica: rivela di essere a conoscenza<br />

di un rapporto extra matrimoniale che<br />

Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con<br />

la cognata e segretaria, Minna Bernays. Successivamente<br />

parlerà di questo particolare ad<br />

altre due persone, guadagnandosi l’appellativo<br />

di “pettegolo”. Io non sono proprio di questo<br />

avviso. Una persona che si dica pettegola non<br />

aspetta certo cinquantanni prima di sbarazzarsi<br />

di un segreto. Jung si tiene dentro questa cosa<br />

per un periodo considerevole. Poi, finalmente,<br />

sbotta. È come se si fosse liberato da un peso.<br />

Ora può parlarne liberamente anche con altri21 sigmund Freud<br />

.<br />

Esaminiamo più da vicino la vicenda:<br />

nell’estate del 1909 Freud e Jung vengono invitati<br />

a tenere delle conferenze in America, dove<br />

troveranno ad accoglierli un pubblico entusia-<br />

64


sta. Ma la rottura<br />

si stava già consumando,<br />

come<br />

una ruggine che<br />

erode silenziosamente<br />

e inesorabilmente<br />

un<br />

pezzo di metallo.<br />

carl Jung<br />

Il seguente aneddoto<br />

rappresenta<br />

proprio il punto di<br />

rottura: durante il viaggio di andata Jung, Freud<br />

e Ferenczi si analizzano vicendevolmente i<br />

propri sogni. Freud racconta del suo sogno in<br />

cui compaiono lui, la moglie e la cognata. Jung<br />

chiede maggiori delucidazioni ma Freud si rifiuta,<br />

adducendo la giustificazione che ne avrebbe<br />

perso in autorità. Questo simboleggia per Jung<br />

l’inizio della fine: per lui è inconcepibile che la<br />

verità venga sacrificata nel nome di una autorità<br />

personale.<br />

Jung, che sapeva del triangolo amoroso<br />

di Freud dalla stessa Minna, in realtà si aspettò<br />

sempre una confessione, che avrebbe reso<br />

da una parte l’amicizia più genuina, dall’altra<br />

avrebbe contribuito a chiudere correttamente la<br />

cerniera fra biografia e teoria, così fondamentale<br />

in queste discipline (Jung ne farà una bandiera<br />

del suo impianto teorico, tanto che Màdera<br />

parla di mitobiografia). Sotto sotto forse si augurava<br />

che le sue mezze confessioni su Sabina<br />

Spielrein aiutassero a suscitare una confidenza<br />

dall’altra parte. Ma la confessione non arrivò<br />

mai.<br />

La cosa curiosa è il silenzio e l’imbarazzo<br />

degli studiosi quando Billinsky riportò le rivelazioni<br />

di Jung. C’è chi minimizzò la vicenda,<br />

sottolineando l’inutilità di questo dettaglio. Chi<br />

non ne accennò nemmeno nelle proprie pubblicazioni,<br />

pur occupandosi dettagliatamente della<br />

biografia di Freud. Per la cronaca: nemmeno nel<br />

film di Cronenberg si accenna sia pur minimamente<br />

a questo. Insomma: il mondo degli studiosi<br />

applicò fino in fondo quella preservazione<br />

dell’autorità che Freud aveva evocato come una<br />

65<br />

barriera nei confronti di Jung. Continuò anche<br />

in questo frangente a difendere la persona, non<br />

le idee 22 , portando avanti quel tragico dogmatismo<br />

che purtroppo contraddistinse in senso<br />

negativo la nascita della psicoanalisi e che le<br />

procurò dure e giuste critiche sin dalla sua nascita<br />

23 .<br />

Non bisogna dimenticare due cose: che<br />

l’amore per la verità non ha nulla a che vedere<br />

con la predisposizione al pettegolezzo; e che<br />

stiamo parlando del padre della psicoanalisi,<br />

colui che ha fondato il suo impero sulla teoria<br />

della sessualità. Faccio mie le parole di Carotenuto,<br />

dedicate al caso Spielrein ma valide anche<br />

qui: “(...) i documenti non avevano a che fare<br />

con gente comune, che ha il diritto a conservare<br />

l’anonimato e la riservatezza della propria vita,<br />

ma con persone le cui idee hanno cercato di<br />

cambiare il mondo, offrendo dei paradigmi per<br />

interpretarlo 24 ”.<br />

I silenzi e le omertà fra i due grandi<br />

della psicologia hanno, secondo Kerr, inficiato<br />

al massimo grado la pericolosità<br />

già insita nel “metodo”, e ciò in un periodo<br />

così delicato come la sua origine 25 . La<br />

pericolosità, a cui allude primariamente il titolo,<br />

risiede nel fatto che in realtà quello psicanalitico<br />

non sia un metodo, poiché Freud non<br />

ha mai fornito gli strumenti necessari al resto<br />

della comunità scientifica per applicare le sue<br />

teorie in ambito clinico. L’ha sempre promesso<br />

ma non l’ha mai fatto, implicando che chi volesse<br />

utilizzare le sue teorie dovesse prima di<br />

tutto rivolgersi all’origine, cioè a se stesso. Un<br />

atteggiamento fortemente anti-scientifico, che<br />

lasciò spazio a numerose ambiguità e margini<br />

interpretativi.<br />

SABINA PSICOANALISTA FREUDIANA<br />

Quel che manca prepotentemente nel<br />

film di Cronenberg è una visione prospettica<br />

della storia: il film si chiude con la separazione<br />

definitiva di Sabina Spielrein da Jung<br />

e sembra che la parabola di vita importante di<br />

Spielrein si concluda lì. In comparazione il film<br />

del nostro Faenza ha questo pregio: svilup-


Letteratura<br />

pare la parabola di Spielrein in quasi tutta<br />

la sua interezza, compreso l’esperimento<br />

dell’asilo bianco in Russia, dove ella applicò<br />

i principi freudiani fino a che la<br />

cecità e la stoltezza dello<br />

stalinismo non mise<br />

al bando la psicanalisi.<br />

Nel<br />

1911<br />

"a dangerous Method'<br />

66<br />

Sabina Spielrein si laurea e nel 1912 esce un<br />

suo importante lavoro, forse il più importante:<br />

La distruzione come causa del venire all’essere,<br />

testo comunemente ritenuto precursore del<br />

concetto freudiano di pulsione di morte. In realtà,<br />

precisa John Kerr, in questo c’è una grande<br />

miscomprensione culturale e sembra tuttora<br />

esserci abbastanza confusione su questo punto,<br />

complice lo stesso Freud. Quando pubblicó<br />

Al di là del principio di piacere nominò in<br />

nota la Spielrein (l’unico riconoscimento che<br />

lei ebbe: una citazione in una nota a piè pagina),<br />

ammettendo di non aver ben compreso<br />

del tutto le sue teorie. Almeno in questo Freud<br />

è onesto. Però intanto, dopo aver inizialmente<br />

opposto resistenze alla tesi della Spielrein, la<br />

fa sua. In realtà non è la prima volta che Freud<br />

adopera questo meccanismo, opporsi o dimostrarsi<br />

indifferente all’idea di un altro per poi<br />

rielaborarla e farla propria 26 . Ma è interessante<br />

vedere – e aiuterà a capire la natura di questa<br />

miscomprensione – come le idee di Spielrein furono<br />

accolte la prima volta in cui le presentò a<br />

Vienna presso l’Associazione psicanalitica. Ciò<br />

ci illuminerà ulteriormente sul rapporto distorto<br />

col femminile che aveva quel che Màdera definisce<br />

“l’intellettualità euroamericana<br />

maschile della prima metà del Novecento”.<br />

LA FALSITà ORGANICA DELLA DONNA<br />

Come si evince anche dal film, Sabina<br />

Spielrein, dopo aver assimilato gli insegnamenti<br />

junghiani, inizierà il suo percorso come psicanalista<br />

freudiana.<br />

John Kerr ricostruisce abilmente,<br />

grazie ai verbali dell’epoca, l’atmosfera dei<br />

famosi incontri del mercoledì, inizialmente<br />

tenutisi in casa di Freud, poi nei caffè di<br />

Vienna.<br />

Spilrein, seconda donna ad entrare nella<br />

società psicoanalitica viennese, viene introdotta<br />

nel circolo l’11 ottobre 1911, in una delle


parentesi più miserabili della storia della psicoanalisi:<br />

sul piatto è la posizione di Adler e la sua<br />

“gang”, ritenuti colpevoli di allontanarsi dalla<br />

strada maestra e quindi meritevoli di ostracismo.<br />

Ma non è l’unica evenienza della serata.<br />

Per un soffio non si ripete ciò che si verificò circa<br />

un anno prima con Margarete<br />

Hilferding, prima<br />

donna membro<br />

del gruppo,<br />

la qua-<br />

le provocò un acceso dibattito sull’opportunità<br />

o meno che le donne entrassero nella società;<br />

la cosa fu messa ai voti27 . Ciò la dice lunga sul<br />

maschilismo imperante del mondo intellettuale<br />

dell’epoca, più di qualsiasi dissertazione filosofica.<br />

Ma non sorprende considerando che pochi<br />

anni prima, nel 1903, Otto Weininger aveva<br />

pubblicato uno scritto, intitolato Sesso e carattere,<br />

in cui ritraeva le peculiarità del maschile<br />

e del femminile: il primo contraddistinto dal<br />

poteri intellettuali, moralità, genio, etc; la seconda<br />

contraddistinta da amoralità, impulsività,<br />

desiderio sessuale. Una delle sue conclusioni è<br />

che l’isteria sia “la crisi organica dell’organica<br />

falsità della donna 28 67<br />

”. Complice anche il clamo-<br />

re suscitato dal suicidio dell’autore poco dopo<br />

l’uscita del libro, Sesso e carattere vendette<br />

moltissimo ed ebbe una vasta diffusione.<br />

Al lettore non sfuggirà che gli stessi uomini<br />

i quali inquadravano in questo modo il<br />

femminile (abbiamo visto come Freud, con la<br />

“diabolicità della donna” non discostasse molto<br />

dalle tesi estremiste di Waininger) non mancassero<br />

essi stessi di numerose nevrosi<br />

e nodi conflittuali. Ma Sabina Spielrein<br />

è una che cerca di cogliere<br />

il meglio anche dalle situazioni<br />

più penose, o meglio: cerca<br />

di depurare le persone e le<br />

situazioni positive dalla<br />

componente negativa,<br />

come dimostra<br />

un bel passaggio<br />

del suo<br />

diario, dopo il vergognoso e traditore comportamento<br />

di Jung nei suoi confronti: “(...) volevo togliere<br />

dalla sua anima ciò che aveva giustificato<br />

il suo brutto comportamento nei confronti miei<br />

e di mia madre 29 ”. Perciò non si lascia tramortire<br />

e continua imperterrita i suoi studi, perché<br />

vuole perseguire quel “grandioso destino” a lei<br />

riservato, come i suoi antenati le avevano comunicato<br />

in sogno.<br />

Ma la sera in cui presenta il suo importante<br />

lavoro, La distruzione come causa della<br />

venuta all’essere, è forse ancora più penosa e<br />

sintomatica: il suo concetto di componente<br />

distruttiva della sessualità viene spiegato<br />

come una parte intrinseca dell’istinto ses-


Letteratura<br />

Keira Knightley e Michael Fassbender 68<br />

suale, il cui apice è la fusione con l’altro;<br />

da qui le resistenze dell’Io, che si oppone<br />

all’istinto sessuale in quanto può appunto<br />

portare alla dissoluzione/distruzione<br />

dell’Io in nome della fusione. Tutto questo<br />

viene completamente travisato e incasellato<br />

dagli uditori in una dinamica masochista, tipica<br />

dell’atteggiamento femminile, di contro alla<br />

componente sadica eminentemente maschile,<br />

che il caso vuole esposta da Tausk poco prima<br />

dell’intervento di Spielrein. Ma Spielrein non voleva<br />

dire questo.<br />

Successivamente Freud e Jung inoltre sosterranno,<br />

in via epistolare, che le teorie di Spielrein<br />

risentono dei suoi propri complessi 30 : come<br />

se la cosa non fosse vera applicata a se stessi!<br />

“Talvolta una persona non è sentita perché<br />

non viene ascoltata” afferma John Kerr“(...) la<br />

sua incapacità di ottenere il riconoscimento della<br />

sua intuizione nel tema della repressione non<br />

fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung.<br />

Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati<br />

l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non<br />

si fermarono persino per capire le idee di questa<br />

giovane collega lasciata da sola a chiedere<br />

aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo<br />

pensiero 31 ”.<br />

È bene sottolineare, come fa John Kerr,<br />

che nell’ambito della sua vita Sabina Spielrein<br />

conobbe personalmente e collaborò con un nu-<br />

mero considerevole di personalità chiave della<br />

scienza e civiltà occidentale: dopo essere stata<br />

allieva di Jung e Freud (ed aver contribuito allo<br />

sviluppo delle loro teorie), collaborò col giovane<br />

Jean Piaget, che fu in analisi con lei negli<br />

anni passati presso l’istituto di Ginevra. Quando<br />

tornò in Russia nel 1923 portò naturalmente in<br />

patria le migliori intuizioni e teorie europee nel<br />

campo, offrendo spunti importanti a personalità<br />

chiave della psicologia come Luria e Vygotsky:<br />

se la parola “saccheggiare” può risultare<br />

eccessiva, bisogna dire però che alcune loro<br />

idee erano straordinariamente simili a quelle<br />

“importate” da Sabina Spielrein 32 . Insomma, in<br />

finale, il grande destino a cui l’avevano chiamata<br />

i suoi antenati dal profondo del suo inconscio<br />

in un certo modo si avverò. Il giusto riconoscimento<br />

da parte della compagine umana a lei<br />

contemporanea invece no. In ogni caso, dopo la<br />

sua partenza per la Russia, la figura di Sabina<br />

Spielrein cade definitivamente nell’oblio.<br />

Dopo questa esposizione purtroppo non<br />

esauriente dei fatti ma sufficiente, si potrebbe<br />

asserire che l’intelligentia maschile euroamericana<br />

applicò sul femminile categorie<br />

di comodo per esercitare la propria dominanza,<br />

confermata ulteriormente dal fatto che<br />

dei prodotti intellettuali migliori del femminile<br />

si servì abbondantemente appropriandosene. È<br />

l’atteggiamento inclusivo dell’invasore, del colo-


69<br />

nialista che dimostra di disprezzare lo straniero<br />

e di considerarlo inferiore, tranne poi invaderne<br />

i territori e impossessarsi delle materie prime33 .<br />

Prima di concludere con delle domande che rivolgo<br />

al lettore/spettatore, torno sulla mia perplessità<br />

iniziale e mi vien da concludere che le<br />

vicende qui sopra descritte non siano affatto<br />

paradossali rispetto alla psicologia del profondo,<br />

tutt’altro: esse sono l’ulteriore riprova e conferma<br />

di quelle geniali teorie.<br />

Bisogna fare come Spielrein: depurare<br />

l’impianto teorico dal dogmatismo e dal<br />

sessismo di Freud o dalla spavalderia giovanile<br />

di Jung, trattenendo invece le perle<br />

preziose. Bisogna ricordarsi anche che, per<br />

quanto l’essere umano sia educato e allenato<br />

a tenere un distacco verso le passioni, parlare<br />

sulle emozioni umane ed esserne direttamente<br />

coinvolti sono due cose profondamente diverse.<br />

La prima domanda, che “rubo” da un intervento<br />

di una giornalista americana, è la seguente: il<br />

film di Cronenberg rende giustizia alla figura<br />

di Sabina Spielrein?<br />

La risposta è evidentemente negativa,<br />

ma bisogna anche distinguere un approccio<br />

storico-documentaristico effettuato da un<br />

esperto rispetto ad un’opera artistica che, oltre<br />

a fornire informazioni su una storia, punta anche<br />

alla resa estetica. Da questo punto di vista<br />

il film di Cronenberg è quasi perfetto nella<br />

ricostruzione di fatti e ambientazioni: l’unico<br />

appunto è l’assenza di pathos, di emozione,<br />

nonostante tutti gli sforzi di Keira Knightley di<br />

rendere plausibili gli isterismi di Spielrein e gli<br />

viggo Mortensen e Michael Fassbender<br />

sforzi di Fassbender di essere credibile come<br />

Jung. Ho trovato intrigante invece la recitazione<br />

“flemmatica” di Viggo Mortensen nei panni di<br />

Freud, un attore che cresce sempre di più e Cronenberg<br />

se n’è reso ben conto, “utilizzandolo”<br />

in ben tre film. Piacevole anche la prestazione<br />

di Vincent Cassel, mai eccessivo in un ruolo,<br />

quello di Otto Gross, che poteva facilmente<br />

sfuggire di mano.<br />

Al contrario il film di Roberto Faenza,<br />

pur peccando d’ingenuità rispetto a certe<br />

scelte stilistiche, offre diversi momenti che<br />

coinvolgono emozionalmente lo spettatore.<br />

A confronto con quest’opera “Un metodo<br />

pericoloso” è un film “freddo”.<br />

Il merito che hanno entrambe le opere, tuttavia,<br />

è quello di aprire una breccia: esse hanno<br />

portato al grande pubblico una storia che<br />

altrimenti sarebbe rimasta appannaggio<br />

dei soli addetti ai lavori e hanno messo per<br />

esempio la sottoscritta nelle condizioni di interessarsi<br />

ed approfondire la storia di Sabina<br />

Spielrein 35 .<br />

La domanda che pongo in finale e che lascio<br />

aperta è questa: stando al fatto che la<br />

psicoanalisi ha condizionato fortemente<br />

la civiltà occidentale – nelle sue espressioni<br />

culturali, ma anche nell’analisi spicciola<br />

dei comportamenti umani – quanto<br />

la mentalità dipinta agli albori di queste<br />

teorie è lontana dalla contemporaneità?<br />

Il lettore non si lasci condizionare dalle oggettive<br />

conquiste della civiltà in ambito di diritti<br />

umani, parità, etc. Qui parliamo di dinamiche


Letteratura<br />

profonde della psiche, e tutti noi sappiamo,<br />

se non dalle teorie di Jung per esperienza personale,<br />

che nella nostra vita quotidiana, le consuetudini<br />

consolidate e le convinzioni razionali<br />

intersechino meccanismi ancestrali, che affondano<br />

le radici in un passato remoto ed irrazionale.<br />

Le conquiste delle donne sul piano legislativo<br />

e del diritto, non sempre collimano<br />

col nostro modo profondo di pensare e<br />

di sentire – in una parola vivere – il maschi-<br />

NOTE<br />

[1] Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1996,<br />

p. 1068.<br />

[2] Si veda Sigmund Freud, Il Perturbante, 1919 (“Il perturbante<br />

è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è<br />

noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”).<br />

[3] A parte le lettere scritte da Jung, di cui si hanno al<br />

momento solo alcuni frammenti per via del veto posto dai<br />

discendenti.<br />

[4] A. Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina<br />

Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma, 1980, pag.<br />

34<br />

[5] Nel 1974 era già stato pubblicato il carteggio fra Freud<br />

e Jung, in cui emergeva saltuariamente il nome della<br />

Spielrein.<br />

[6] J. Kerr, op.cit., pag. 13.<br />

[7] Lella Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra, Arnoldo<br />

Mondadori Editore, Milano, 2012, edizione Kindle.<br />

[8] R. Màdera, Carl Gustav Jung. Biografia e teoria, Bruno<br />

Mondadori Editore, Milano, 1998.<br />

[9] J. Kerr, op. Cit, pag. 479.<br />

[10] Bruno Bettelheim, Scandalo in famiglia, contenuto in<br />

A. Carotenuto, op. Cit., pag. 29.<br />

[11] Si veda Ricordi sogni riflessioni, a cura di A. Jaffè,<br />

pagg. 37, 64 e seguenti.<br />

[12] “Ora, nella situazione analitica non puó esistere, in<br />

particolar modo all’inizio, alcuna simmetria” A. Carotenuto,<br />

op. Cit., pag. 101.<br />

[13] Lettere fra Freud e Jung, Boringhieri, Torino, 1974,<br />

pag. 252.<br />

[14] Ibid., pag. 248.<br />

[15] Si veda l’intervista di John Freeman per la tv americana<br />

“Face to face”, 1959, video rintracciabile su youtube.<br />

[16] Lettera di Sabina Spielrein a Freud del 20 giugno<br />

1909, in A. Carotenuto, op. Cit., pagg. 120 e 242.<br />

[17] J. Kerr, op. Cit., pag. 409.<br />

[18] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 20.<br />

le e il femminile.<br />

In questo senso, come e quanto ci<br />

parla la storia di Sabina?<br />

La mia risposta è già parzialmente nell’analisi<br />

qui sopra, ma in realtà la mia intenzione è<br />

lanciare un sasso nello stagno e riproporre<br />

ad libitum quel sano stupore e catena di riflessioni<br />

che ha suscitato la comparsa dei suoi documenti.<br />

Dal sottosuolo della civiltà occidentale.<br />

[19] Ibid., pag. 121.<br />

[20] Discesa agl’Inferi. Termine mutuato dall’Odissea.<br />

[21] J. Kerr, op. Cit, pag. 135 e seguenti.<br />

[22] Si veda A. Carotenuto, op. Cit., pag. 32<br />

[23] Molteplici furono gli episodi di “intolleranza” verso<br />

coloro che mossero un minimo di critica alle teorie del<br />

maestro, tanto da spingerlo a creare una Commissione<br />

Segreta volta unicamente ad individuare coloro che ne<br />

mettessero in crisi i presupposti.<br />

[24] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 33.<br />

[25] Si vedano le ultimissime battute del libro, J. Kerr, op.<br />

Cit., pag 511.<br />

[26] Il caso più clamoroso fu quello di Fliess, riguardo<br />

alla teoria della bisessualità, non certo farina del sacco<br />

di Freud. La vicenda, che coinvolse altra gente, finí con<br />

processi e la rottura dell’amicizia con Freud.<br />

[27] J. Kerr, op. Cit., pagg. 353-354.<br />

[28] Citato in J. Kerr, op. Cit., pag. 75.<br />

[29] Diario di Sabina Spielrein, 11 settembre 1910, contenuto<br />

in A. Carotenuto, op.cit., pagg. 293-294.<br />

[30] Argomentazione di bassa caratura a cui Freud ricorse<br />

spesso per liquidare teorie o persone con cui non concordava,<br />

definendoli di volta in volta paranoici o nevrotici<br />

(vedi il caso Fliess).<br />

[31] J. Kerr, op. Cit., pag. 405.<br />

[32] Ibid., pag. 498.<br />

[33] Il parallelo con la mentalità colonialista viene introdotto<br />

da Romano Màdera qui: “non era il continente nero<br />

della geopolitica il terreno di conquista al quale il colonialismo<br />

europeo portava i doni della civiltà?” si veda R.<br />

Màdera, op. Cit, pag 130.<br />

[34] Margaret Wheeler Johnson in:<br />

www.huffingtonpost.com<br />

[35] Esiste anche una terza opera del 2002, un documentario<br />

della regista svedese Elizabeth Marton, intitolato<br />

Mi chiamavo Sabina Spielrein.


Keira Knightley<br />

71


Romanzi&modernità<br />

a confronto<br />

come la narrativa affronta i temi di attualità<br />

di sara rattaro<br />

La Letteratura spesso nasce da piccole<br />

cose quotidiane. Abitudini, manie, routine, idee<br />

convenzionali o il semplice costume riempiono<br />

le pagine che leggiamo. Le utilizzo anch’io e poi le<br />

stravolgo, le rompo e le rovino. Così in modo sfacciato<br />

provo a raccontare cosa accade dopo che la<br />

tempesta ha rovesciato la nostra vita, quando non<br />

si può far finta di nulla, quando non si può tornare<br />

indietro e quello che resta, sono solo i cocci di un<br />

vaso rotto.<br />

Negli ultimi anni, una decina a questa parte,<br />

il nostro modo di comunicare ha subito dei cambiamenti.<br />

Li abbiamo accettati e accolti perché spesso<br />

non li abbiamo nemmeno compresi, non tutti, non<br />

subito.<br />

È arrivato internet che come ogni amante giovane,<br />

dinamica e seducente ha attirato senza troppa<br />

fatica il pubblico. Sembra libera, sconfinata e divertente,<br />

e lo è. Così in poco tempo la vecchia moglie<br />

tradita, la televisione, prima unica e indiscussa fonte<br />

d’informazione, ha dichiarato la sua guerra, a colpi<br />

di casi mediatici, di madri straziate dal dolore e ragazzini<br />

vittime di orrendi soprusi. Ci lamentiamo ma<br />

non riusciamo a cambiare canale, critichiamo ma<br />

ci lasciamo soddisfare da ogni particolare, magari<br />

di poco conto, discutiamo sulle prove perché le indagini<br />

ci piacciono da morire e dimentichiamo. Sì,<br />

dimentichiamo Sara, Yara, Melania e tutte le altre.<br />

Confondiamo i fatti, i luoghi e i volti, ma ricordiamo i<br />

dettagli, i più avidi, i più inutili.<br />

Sulla sedia sbagliata, il mio primo romanzo,<br />

racconta l’attualità più spietata, quella che si legge<br />

sui giornali, quella che ti fa iniziare un articolo e arrivare<br />

in fondo provando disagio, quella che ti fa arrabbiare<br />

ma da cui non riesci ad allontanarti.<br />

È la storia di Andrea un ragazzo come tanti,<br />

ma che un giorno decide di fare qualcosa di orribile,<br />

senza un vero perché, e finirà sul giornale come un<br />

mostro. Ma Andrea non è solo. Sarà la voce di sua<br />

Letteratura<br />

madre a raccontarci tutto. La madre di un carnefice,<br />

una madre come tante altre che passa la sua esistenza<br />

a fare del suo meglio e che un giorno viene<br />

trascinata via, insieme a tutti quei “perché” a cui non<br />

riesce a trovare risposta. Sono loro che mi interessano,<br />

sono i veri attori di storie come queste,<br />

sono i volti muti che ruotano intorno ai protagonisti,<br />

sono quelli che occupano il posto in prima<br />

fila, che vedono cose a noi nascoste. Sono le<br />

vere vittime senza sepoltura.<br />

Lo faccio ancora: mi guardo intorno e provo a<br />

raccontare sentimenti forti come la paura e lo smarrimento<br />

perché parlo d’amore, il più forte di questi,<br />

spesso il più crudele. Perché chiunque abbia amato<br />

sa quanto dolore provoca avvicinarsi al sole. Impossibile<br />

non bruciarsi.<br />

Così arriva Viola che scotta più del fuoco, che<br />

ama solo a modo suo. In una folle confessione lei lo<br />

fa. Ci racconta tutto, come vorremmo saper fare noi<br />

stessi. Ci racconta i suoi tradimenti, inganni e bugie.<br />

Parla con voce tremante e sottovoce come chi è<br />

stato scoperto e non ha più nulla da perdere e ci fa<br />

venire in mente tutti i nostri segreti. Lo fa trascinandosi<br />

dietro chi la ama più della sua vita. Perché chi<br />

sa amare oltre se stesso, nonostante tutto e tutti,<br />

esiste davvero, peccato che sia sempre nel nostro<br />

cono d’ombra, altrimenti lo avremmo visto, capito e<br />

magari amato a nostra volta. Ma lui resta lì, dove noi<br />

non riusciamo mai ad arrivare. Ci ama da lontano<br />

e lo dimostra con l’attesa. Perché amare significa<br />

saper aspettare e avere pazienza.<br />

I miei romanzi nascono così da un filo sottile<br />

che si scrive quasi da solo perché i sentimenti<br />

esplodono, girano, volano e tornano ai loro<br />

legittimi proprietari, tutti noi. L’amore, la rabbia,<br />

la voglia di scappare, di abbandonarsi, di essere<br />

felici, di piangere compongono la nostra anima,<br />

perché se la pelle, i capelli e gli occhi possono<br />

essere diversi il cuore no e tutti coloro che amano,<br />

sognano e si arrendono si assomigliano.


Letteratura<br />

traduzione di gaBrieLLa Parisi<br />

I fratellastri<br />

di Elizabeth Gaskell<br />

Nella tetra e gelida campagna del Cumberland,<br />

nell'Inghilterra nord-occidentale, in epoca vittoriana, si<br />

svolge questo racconto di Elizabeth Gaskell, The Half-<br />

Brothers (I fratellastri), che fu pubblicato per la prima<br />

volta sul Dublin University Magazine nel Novembre 1859.<br />

ia madre si sposò due volte. Non parlava<br />

mai del suo primo marito ed è solo da<br />

altre persone che sono venuto a conoscenza<br />

di quel poco che so sul suo conto. Credo<br />

che mia madre avesse appena diciassette anni<br />

quando lo sposò e lui a malapena ventuno.<br />

Egli affittò una piccola fattoria nel Cumberland,<br />

in qualche luogo prossimo alla costa, ma<br />

probabilmente era troppo giovane e inesperto per<br />

essere responsabile di una proprietà e di capi di<br />

bestiame: comunque sia, i suoi affari non prosperavano,<br />

inoltre si ammalò e morì di consunzione<br />

prima che fossero marito e moglie da tre anni,<br />

lasciando mia madre vedova a vent’anni, con una<br />

figlia piccola appena capace di camminare e la<br />

fattoria, in locazione per altri quattro anni, nelle<br />

sue mani, con metà del bestiame ormai morto<br />

o venduto capo a capo per pagare i debiti più<br />

urgenti e senza denaro per acquistarne altro, neanche<br />

per comprare le provviste necessarie per<br />

il piccolo consumo giornaliero.<br />

C’era anche un altro figlio in arrivo e credo<br />

che mia madre fosse triste e addolorata al pensiero.<br />

Deve aver trascorso un inverno tetro nella<br />

sua dimora solitaria, senza nessuno vicino per<br />

miglia nei dintorni. Sua sorella arrivò per farle<br />

compagnia e le due donne programmarono e organizzarono<br />

un modo per far durare ogni penny<br />

che riuscivano a recuperare il più a lungo possibile.<br />

Non so dirvi come accadde che la mia sorellina,<br />

che non ho mai conosciuto, si ammalò e<br />

morì, ma, come se le disgrazie della mia povera<br />

madre non fossero abbastanza, appena due settimane<br />

prima della nascita di Gregory, la fanciulla<br />

si ammalò di scarlattina e una settimana dopo<br />

era morta. Credo che mia madre rimase scioccata<br />

da quest’ultimo colpo.<br />

Mia zia mi disse che non pianse: zia Fanny<br />

sarebbe stata sollevata se lo avesse fatto, ma ella<br />

si limitava a sedere tenendo la mano della sua<br />

piccolina e a guardare il suo bel viso pallido,<br />

esanime, senza versare una lacrima. Lo stesso<br />

accadde quando la portarono via per seppellirla.<br />

Baciò semplicemente la figlia e sedette davanti<br />

alla finestra per guardare la piccola processione<br />

scura — composta da vicini, da mia zia e da un<br />

lontano cugino, che erano i soli amici che esse<br />

fossero riuscite a radunare — che si snodava tra<br />

la neve caduta finemente sul paese la notte precedente.<br />

Quando mia zia fece ritorno dal funerale, trovò<br />

mia madre nello stesso posto, con gli occhi<br />

74


75<br />

più asciutti che mai. E continuò così fino alla nascita<br />

di Gregory. In qualche modo, il suo arrivo<br />

sembrò far sciogliere le lacrime: piangeva giorno<br />

e notte, finché mia zia e gli altri osservatori non<br />

si guardavano fra loro costernati; l’avrebbero fatta<br />

smettere volentieri, se avessero saputo come<br />

fare. Ma ella chiedeva di essere lasciata da sola<br />

e di non stare troppo in ansia, perché ogni lacrima<br />

versata leniva la sua mente, già terribilmente<br />

provata dalla sua incapacità di piangere fino a<br />

quel momento.<br />

In seguito sembrò non pensare ad altro che<br />

al suo nuovo bambino; sembrava che a malapena<br />

ricordasse sia il marito che la figlioletta che<br />

giacevano morti nel camposanto di Brigham —<br />

per lo meno, così diceva zia Fanny, ma lei era<br />

una chiacchierona, mentre mia madre era invece<br />

molto silenziosa per natura, cosicché credo che<br />

zia Fanny si debba essere sbagliata nel credere<br />

che mia madre non pensasse mai al marito<br />

e alla figlia solo perché non ne parlava mai.<br />

La zia era più grande di mia madre e la trattava<br />

come se fosse una bambina ma, malgrado tutto,<br />

era una creatura gentile e cordiale, che pensava<br />

maggiormente al benessere della sorella che al<br />

proprio. Esse vivevano principalmente delle sue<br />

piccole somme di denaro e di ciò che le due donne<br />

riuscivano a guadagnare cucendo per i commercianti<br />

all’ingrosso di Glasgow.<br />

Ma a poco a poco la vista di mia madre cominciò<br />

a venir meno. Non che fosse diventata<br />

completamente cieca, poiché poteva vedere abbastanza<br />

da riuscire a muoversi per casa e fare<br />

una discreta quantità di lavori domestici, ma,<br />

purtroppo, non poteva più eseguire lavori di<br />

cucito precisi per guadagnare denaro. Forse fu<br />

a causa del troppo piangere, dal momento che<br />

era ancora molto giovane all’epoca e anche una<br />

fanciulla molto graziosa — per quanto ho sentito<br />

dire — come lo può essere una ragazza di<br />

provincia. Ella prese tristemente a cuore il problema<br />

di non poter più guadagnare per il mantenimento<br />

suo e del suo bambino. Mia zia Fanny<br />

l’avrebbe volentieri convinta che aveva già lavoro<br />

a sufficienza occupandosi della gestione del cottage<br />

e badando a Gregory, ma mia madre sapeva<br />

RACCONTO<br />

che si trovavano in difficoltà e che la stessa zia<br />

Fanny non aveva da mangiare quel poco che le<br />

sarebbe bastato, neanche il genere di cibo più<br />

semplice. Riguardo a Gregory, non era un ragazzo<br />

forte ed aveva bisogno non di più cibo — dal<br />

momento che ne aveva a sufficienza, chiunque<br />

fosse a dovervi rinunciare — ma di una miglior<br />

alimentazione e di più carne animale.<br />

Un giorno — è stata zia Fanny a dirmi tutto<br />

questo riguardo alla mia povera madre, molto<br />

tempo dopo la sua morte — mentre le sorelle<br />

erano sedute insieme, mia zia si dedicava al<br />

cucito e mia madre placava Gregory per farlo<br />

dormire, entrò in casa William Preston, che in<br />

seguito divenne mio padre. Era considerato un<br />

vecchio scapolo — credo che avesse superato i<br />

quarant’anni da parecchio — ed era uno degli<br />

agricoltori più ricchi dei dintorni. Inoltre aveva<br />

conosciuto bene mio nonno e anche mia madre<br />

e mia zia in un periodo più prospero. Sedette<br />

e iniziò a roteare il cappello per apparire ben<br />

disposto; mia zia Fanny parlava, mentre lui la<br />

ascoltava guardando mia madre. Ma egli disse<br />

molto poco, sia in quella visita che nelle numerose<br />

che si susseguirono, prima che esprimesse<br />

quello che era lo scopo reale delle sue frequenti<br />

visite, scopo che si era prefisso fin dalla prima<br />

volta che aveva messo piede nella loro casa.<br />

Ad ogni modo, una domenica zia Fanny non<br />

andò in chiesa, ma rimase in casa a prendersi<br />

cura del bambino e mia madre andò da sola.<br />

Quando ritornò ella corse dritta di sopra, senza<br />

passare dalla cucina per dare un’occhiata a Gregory<br />

o per dire qualche parola alla sorella e zia<br />

Fanny la udì piangere come se le si stesse spezzando<br />

il cuore. Così zia Fanny salì e la redarguì<br />

ben bene attraverso la porta chiusa, finché non<br />

la costrinse ad aprirla. Così mia madre si gettò<br />

al collo della zia e le disse che William Preston<br />

le aveva chiesto di sposarlo e le aveva promesso<br />

di assumersi la tutela del ragazzo, facendo sì che<br />

non gli mancasse nulla, né per il suo sostentamento,<br />

né per la sua educazione e che lei aveva<br />

acconsentito. Zia Fanny fu parecchio turbata<br />

dalla notizia, perché — come ho detto — aveva<br />

spesso pensato che mia madre avesse dimenti-


Letteratura<br />

cato il suo primo marito molto rapidamente e ora<br />

questa ne era la prova concreta, dal momento<br />

che riusciva a pensare di risposarsi così presto.<br />

Inoltre, come zia Fanny soleva dire, lei stessa sarebbe<br />

stata molto più adatta a un uomo dell’età<br />

di William Preston rispetto a mia madre che —<br />

sebbene fosse già vedova — non aveva ancora<br />

visto ventiquattro primavere. Comunque essi non<br />

avevano chiesto il suo parere, come diceva zia<br />

Fanny, e c’era molto da dire se si guardava il problema<br />

sotto un altro aspetto. La vista di Helen<br />

non sarebbe mai più tornata in buone condizioni,<br />

invece, come moglie di William Preston, non<br />

avrebbe mai avuto bisogno di far niente, se avesse<br />

deciso di star seduta con le mani in mano. Inoltre<br />

un ragazzo era un grande impegno per una madre<br />

vedova, mentre ora ci sarebbe stato un uomo<br />

serio e con una solida posizione che si sarebbe<br />

occupato di lui. Pertanto, in linea di massima,<br />

zia Fanny sembrò avere un’idea più allegra del<br />

matrimonio di quanto l’avesse mia madre, che a<br />

malapena alzava lo sguardo e non sorrideva più<br />

dal momento in cui aveva promesso a William<br />

Preston di diventare sua moglie. Ma per quanto<br />

avesse amato Gregory fino a quel momento, da<br />

allora sembrò amarlo ancora di più. Gli parlava<br />

in continuazione quando erano da soli, sebbene<br />

egli fosse ancora troppo piccolo per comprendere<br />

le sue parole lamentose o per fornirle qualsiasi<br />

genere di conforto, a parte le sue carezze.<br />

Infine ella sposò William Preston e divenne<br />

padrona di una casa ben ammobiliata, a meno di<br />

mezz’ora di cammino dall’abitazione di zia Fanny.<br />

Credo che lei facesse tutto ciò che era in suo<br />

potere per far piacere a mio padre: ho sentito egli<br />

stesso dire che non c’era mai stata una moglie<br />

più rispettosa di lei. Ma non lo amava ed egli lo<br />

scoprì presto. Mia madre amava Gregory, ma non<br />

mio padre. Forse l’amore sarebbe giunto in seguito,<br />

se egli fosse stato abbastanza paziente da<br />

aspettare, ma lo inaspriva vedere come gli occhi<br />

di lei brillassero e il suo colorito si accendesse<br />

alla vista del figlioletto, mentre per lui, che pure<br />

le aveva dato così tanto, aveva solo parole gentili,<br />

ma fredde come il gelo.<br />

Mio padre cominciò a rimproverarla per il diverso<br />

comportamento, come se questo avrebbe<br />

potuto portare amore. Inoltre cominciò a nutrire<br />

una decisa antipatia nei confronti di Gregory: era<br />

geloso per l’amore immediato che sempre sgorgava<br />

come una sorgente di acqua fresca quando il<br />

fanciullo si avvicinava. Mio padre avrebbe voluto<br />

che ella lo amasse di più e forse questo era una<br />

cosa buona e giusta; ma egli desiderava che ella<br />

amasse di meno suo figlio, e questo era un desiderio<br />

malvagio.<br />

Un giorno diede sfogo alla sua collera maledicendo<br />

e imprecando contro Gregory, che aveva<br />

fatto una qualche marachella, come capita di solito<br />

ai bambini. Mia madre cercò di scusarlo ma<br />

mio padre disse che era già abbastanza arduo<br />

prendersi cura del figlio di un altro uomo, senza<br />

che questi fosse perpetuamente sostenuto nella<br />

sua disobbedienza da sua moglie, che invece<br />

avrebbe dovuto sempre avere le stesse opinioni<br />

del marito. Da un piccolo screzio si passò a qualcosa<br />

di più grande e il risultato fu che mia madre<br />

fu confinata a letto prima del tempo e io nacqui<br />

quello stesso giorno.<br />

Mio padre fu allo stesso tempo contento, orgoglioso<br />

e dispiaciuto: contento e orgoglioso che<br />

gli fosse nato un figlio, desolato per le condizioni<br />

della sua povera moglie e al pensiero di ciò che<br />

le sue parole irate avevano causato. Ma egli era<br />

un uomo che preferiva essere in collera anziché<br />

spiacente, così presto ne attribuì tutta la colpa<br />

a Gregory ed ebbe nei suoi confronti un nuovo<br />

motivo di risentimento per aver affrettato la mia<br />

nascita. Ben presto ebbe verso di lui un ulteriore<br />

motivo di rancore: mia madre aveva cominciato a<br />

deperire dal giorno della mia nascita.<br />

Mio padre mandò a chiamare i medici a Carlisle<br />

e avrebbe trasformato in oro il suo stesso sangue<br />

per salvarla, se fosse stato possibile, ma non<br />

lo fu. Zia Fanny soleva dire a volte che credeva<br />

che Helen non avesse alcun desiderio di vivere<br />

e così si lasciò morire senza neanche provare a<br />

tenersi stretta alla vita, ma quando la interrogavo,<br />

riconosceva che mia madre aveva fatto tutto<br />

ciò che i dottori le avevano raccomandato, con lo<br />

stesso genere di pazienza rassegnata che la aveva<br />

accompagnata per tutta la vita.<br />

76


77<br />

RACCONTO<br />

Una delle sue ultime richieste fu di avere Gregory<br />

nel suo letto accanto a me e poi fece sì che<br />

mi prendesse la mano. Suo marito arrivò mentre<br />

ella ci osservava in questo atteggiamento e quando<br />

egli si piegò teneramente su di lei per chiederle<br />

come si sentisse, guardando noi due piccoli<br />

fratellini con uno sguardo che sembrava serio e<br />

gentile, ella lo guardò in viso e gli sorrise: era<br />

quasi il primo sorriso che gli rivolgeva — e che<br />

sorriso dolce! — come più avanti disse zia Fanny.<br />

Un’ora dopo era morta. La zia venne a vivere<br />

con noi: era la miglior cosa da fare.<br />

Mio padre avrebbe gradito ritornare alla sua<br />

vecchia vita da scapolo ma cosa poteva fare con<br />

due figli piccoli? Aveva bisogno di una donna<br />

che si prendesse cura di loro e chi meglio della<br />

sorella maggiore di sua moglie? Cosicché fui<br />

affidato a lei fin dalla nascita e per un certo periodo<br />

fui debole come era naturale che fosse; ella<br />

mi era sempre accanto, sorvegliandomi notte e<br />

giorno e anche mio padre era preoccupato quasi<br />

quanto lei. Le sue terre erano state trasmesse da<br />

padre in figlio per più di trecento anni, pertanto<br />

gli stavo a cuore semplicemente in quanto sua<br />

carne e sangue a cui passare in eredità la terra<br />

alla sua morte. Ma egli aveva bisogno di qualcosa<br />

da amare, malgrado tutto: per molti era un<br />

uomo grave e rigido, ma si affezionò a me — mi<br />

piace pensare — come non si era mai affezionato<br />

a nessun essere umano in precedenza — come<br />

avrebbe potuto fare con mia madre, se ella non<br />

avesse avuto una vita precedente di cui essere<br />

geloso. Corrispondevo il suo amore con grande<br />

calore: amavo tutto ciò che mi stava intorno, credo,<br />

dal momento che tutti erano gentili con me.<br />

In seguito superai la mia debolezza di costituzione<br />

e divenni un ragazzo robusto e vigoroso che<br />

tutti i passanti notavano quando mio padre mi<br />

portava con sé nella città più vicina.<br />

A casa ero il tesoro della zia, il cocco<br />

adorato di mio padre, il diletto e il trastullo della<br />

servitù e il “giovane padrone” dei contadini,<br />

davanti ai quali affettavo numerosi atteggiamenti<br />

altezzosi, simulando una sorta di autorità che<br />

appariva alquanto stravagante, senza dubbio, per<br />

un bambino quale io ero.<br />

Gregory era tre anni più grande di me. Zia<br />

Fanny era sempre gentile con lui nei fatti e nelle<br />

azioni, ma non pensava spesso a lui; infatti era<br />

totalmente abituata ad essere assorbita da me,<br />

dal momento in cui ero stato affidato a lei come<br />

un bambino cagionevole. Mio padre non aveva<br />

mai superato la sua risentita antipatia verso il<br />

figliastro, che aveva innocentemente combattuto<br />

contro di lui la battaglia per il possesso del cuore<br />

di mia madre. Sospetto anche che mio padre continuasse<br />

a considerare ancora lui come la causa<br />

della morte di mia madre e della mia delicatezza<br />

da piccolo e — sebbene sembri totalmente assurdo<br />

— credo che egli quasi proteggesse il suo<br />

sentimento di alienazione nei confronti di mio<br />

fratello come se lo ritenesse un dovere, piuttosto<br />

che sforzarsi di reprimerlo. Eppure per niente<br />

al mondo mio padre gli avrebbe negato qualcosa<br />

che il denaro potesse procurargli: quello era,<br />

come stabilito, l’obbligo contratto quando aveva<br />

sposato mia madre.<br />

Gregory era corpulento, rozzo, maldestro e<br />

goffo: guastava tutto ciò in cui era coinvolto e<br />

più di una mala parola e di un aspro rimprovero<br />

gli venivano rivolti dalle persone della fattoria,<br />

che a malapena aspettavano che mio padre<br />

fosse andato via, prima di giudicare il figliastro.<br />

Provo vergogna: il mio cuore è addolorato a pensare<br />

come avessi ceduto alla tendenza di famiglia<br />

nell’offendere il mio povero fratello orfano.<br />

Credo che non tentai neanche di conoscerlo né<br />

ero deliberatamente malvagio nei suoi confronti,<br />

ma l’abitudine di venire considerato in ogni cosa<br />

e di essere trattato come unico e superiore, mi<br />

rese insolente nella mia situazione privilegiata,<br />

pretendendo più di quanto Gregory fosse mai disposto<br />

a dare e poi, irritato, ripetevo a volte le<br />

parole di disprezzo che avevo sentito usare agli<br />

altri nei suoi confronti, senza comprenderne interamente<br />

il significato. Non so se egli lo comprendesse<br />

o meno, ma temo di sì. Soleva andare<br />

in giro calmo e silenzioso, cupo e imbronciato.<br />

Mio padre pensava che fosse stupido; zia Fanny<br />

lo chiamava così, ma tutti credevano che fosse<br />

ottuso e apatico e la sua stupidità e indolenza<br />

aumentavano sempre più. A volte sedeva senza


Letteratura<br />

dire una sola parola per ore, quindi mio padre<br />

lo invitava ad alzarsi e a fare un qualche lavoro,<br />

probabilmente, nella fattoria, ma ci volevano tre<br />

o quattro richiami prima che si muovesse. Quando<br />

ci mandarono a scuola fu lo stesso. Non c’era<br />

modo che memorizzasse le lezioni, il maestro si<br />

stancava a rimproverarlo e fustigarlo e alla fine<br />

consigliò mio padre di portarlo via e di affidargli<br />

qualche lavoro che non fosse al di sopra delle<br />

sue capacità. Credo che, dopo ciò, divenne più<br />

depresso e stupido che mai, eppure non era un<br />

tipo irascibile: era paziente<br />

e di buon carattere e cercava<br />

di rivolgersi gentilmente<br />

a chiunque, anche a coloro<br />

che lo avevano rimproverato<br />

o colpito fino a un attimo<br />

prima. Ma molto spesso i<br />

suoi tentativi di gentilezza<br />

si trasformavano in danni<br />

proprio per le persone a<br />

cui cercava di essere utile a<br />

causa dei suoi modi goffi e<br />

sgraziati.<br />

Suppongo che fossi un<br />

ragazzo intelligente; ad ogni<br />

modo ricevevo una gran<br />

quantità di elogi ed ero —<br />

come si diceva da noi — il<br />

galletto della scuola. L’insegnante<br />

diceva che potevo<br />

imparare tutto ciò che volevo,<br />

ma mio padre che, dal<br />

canto suo, non era troppo<br />

istruito, vedeva poca utilità in un eccesso di insegnamento<br />

e talvolta mi portava via e mi conduceva<br />

con sé in giro per la fattoria. Gregory fu<br />

trasformato in una sorta di pastore e ricevette<br />

l’addestramento dal vecchio Adam, che era ormai<br />

quasi giunto alla fine del suo lavoro. Credo<br />

che il vecchio Adam fosse quasi la prima persona<br />

che avesse una buona opinione di Gregory.<br />

Faceva del suo meglio perché a mio fratello<br />

fossero riconosciute le sue qualità, sebbene non<br />

sapesse come fare per farle spiccare; in quanto<br />

poi all’orientamento nelle Alture, diceva che non<br />

aveva mai visto un ragazzo come lui. Mio padre<br />

cercava di convincere Adam a parlare dei difetti<br />

e delle manchevolezze di Gregory, invece Adam,<br />

non appena scopriva l’obiettivo di mio padre, lo<br />

elogiava doppiamente.<br />

Un inverno, quando avevo circa sedici anni e<br />

Gregory diciannove, fui mandato da mio padre<br />

a sbrigare una commissione in un luogo a sei<br />

miglia di distanza se si andava dalla strada, ma<br />

all’incirca solo quattro attraversando le Alture.<br />

Mi raccomandò di tornare indietro percorrendo<br />

la strada, qualunque tragitto avessi scelto all’andata,<br />

dal momento che stava<br />

calando la sera, che spesso<br />

era fitta e nebbiosa; inoltre,<br />

il vecchio Adam — ormai<br />

paralitico e costretto a letto<br />

— aveva preannunciato una<br />

precipitazione nevosa di lì<br />

a poco. Arrivai presto alla<br />

fine del mio viaggio e svolsi<br />

il mio compito in anticipo di<br />

un’ora — pensai — rispetto<br />

alle previsioni di mio padre;<br />

cosicché presi io la decisione<br />

del percorso da intraprendere<br />

e mi misi in cammino verso<br />

le Alture, mentre le prime<br />

ombre della sera cominciavano<br />

a scendere. Sembrava<br />

abbastanza buio e tetro, ma<br />

era tutto così tranquillo che<br />

immaginai di avere parecchio<br />

tempo per arrivare a<br />

casa prima che cadesse la<br />

neve.<br />

Mi incamminai a passo svelto, ma la notte<br />

scendeva sempre più velocemente. Il percorso<br />

giusto era piuttosto chiaro alla luce del giorno,<br />

sebbene in diversi punti due o tre sentieri simili<br />

divergevano dallo stesso luogo. Ma quando c’era<br />

la giusta luce, il viaggiatore era guidato dalla vista<br />

di lontani punti di riferimento, un pezzo di<br />

roccia, una frana, che in quel momento non riuscivo<br />

proprio a vedere. Comunque presi coraggio<br />

e intrapresi quella che mi sembrava la strada<br />

giusta. Non lo era, tuttavia, e mi condusse dove<br />

78


79<br />

non lo so, ma in qualche selvaggia brughiera paludosa<br />

dove la solitudine sembrava dolorosa, intensa,<br />

come se mai passo d’uomo si fosse posato<br />

in quei luoghi a spezzarne il silenzio.<br />

Cercai di gridare — con la più tenue speranza<br />

di essere udito — più che altro per rassicurare<br />

me stesso con il rumore della mia voce, ma il<br />

suono ne uscì roco e scarso e mi sgomentò: sembrava<br />

così strano e sconosciuto in quella silenziosa<br />

distesa di nera oscurità. Improvvisamente<br />

l’aria fu riempita da fitti fiocchi cupi, il mio viso<br />

e le mie mani erano bagnati di neve. Essa mi isolò<br />

dalla già debole consapevolezza della mia posizione,<br />

infatti persi qualunque cognizione della<br />

direzione da cui ero arrivato, cosicché non avrei<br />

potuto nemmeno ripercorrere i miei passi; mi<br />

circondava, sempre più fitta, con un’oscurità che<br />

si poteva percepire. Il suolo paludoso su cui mi<br />

trovavo sciaguattava sotto di me se rimanevo a<br />

lungo in un posto, eppure non osavo allontanarmi<br />

troppo. Tutto il mio ardore giovanile sembrava<br />

avermi abbandonato di colpo. Ero sul punto<br />

di piangere e solo una gran vergogna sembrava<br />

trattenermi. Per cercare di non versare lacrime,<br />

urlavo — urla terribili e selvagge, poiché erano<br />

urla per la sopravvivenza. Quando mi fermai<br />

in ascolto mi sentii male: non giungeva nessun<br />

suono di risposta tranne un’eco spietata. Solo la<br />

neve silenziosa e crudele continuava a cadere<br />

sempre più fitta e sempre più rapida! Cominciavo<br />

ad essere intorpidito e assonnato. Cercavo di<br />

muovermi, ma non osavo spostarmi troppo per<br />

timore degli strapiombi che, lo sapevo, abbondavano<br />

in alcune zone delle Alture. Di tanto in<br />

tanto restavo immobile e urlavo ancora, ma la<br />

mia voce iniziava ad essere soffocata dalle lacrime,<br />

al pensiero della morte desolata e impotente<br />

che mi sarebbe toccata e quanto poco coloro<br />

che erano a casa, seduti intorno al calore rosso<br />

e brillante del fuoco, avrebbero saputo cosa ne<br />

era stato di me — e quanto il mio povero padre<br />

si sarebbe afflitto per me: di sicuro ne sarebbe<br />

morto, gli avrebbe spezzato il cuore, povero<br />

vecchio! Anche zia Fanny: era questa dunque la<br />

fine delle sue preoccupazioni per me? Cominciai<br />

a rivedere la mia vita in una sorta di vivido sogno<br />

nel quale le varie scene dei miei pochi anni di<br />

RACCONTO<br />

ragazzo mi passavano davanti come visioni. In<br />

una fitta di angoscia, causata da tali rimembranze<br />

della mia breve vita, raccolsi tutte le mie forze<br />

e urlai una volta ancora un lungo grido lamentoso<br />

di disperazione al quale non mi aspettavo di<br />

ottenere alcuna risposta, eccetto gli echi intorno,<br />

smorzati dall’aria densa.<br />

Con mia sorpresa udii un urlo — prolungato<br />

e selvaggio quasi quanto il mio — così selvaggio<br />

da sembrare soprannaturale, e quasi pensai che<br />

potesse essere la voce di qualcuno degli spiritelli<br />

beffardi delle Alture, sui quali avevo sentito raccontare<br />

tante storie. All’improvviso il mio cuore<br />

cominciò a battere più veloce e più forte. Non riuscii<br />

a rispondere per un attimo o due. Quasi immaginai<br />

di aver perso la capacità di esprimermi.<br />

Proprio in quel momento un cane si mise<br />

ad abbaiare.<br />

Non era forse il latrato di Lassie — il cane<br />

di mio fratello? — una bestia piuttosto brutta<br />

con il muso bianco e malfatto, a cui mio padre<br />

assestava un calcio ogni volta che la vedeva, in<br />

parte per i suoi demeriti e in parte perché era<br />

di mio fratello. In tali occasioni, Gregory richiamava<br />

con un fischio Lassie, uscendo e andandosi<br />

a sedere in qualche edificio esterno con lei.<br />

Una volta o due mio padre si era vergognato di<br />

se stesso, quando il povero collie aveva ululato<br />

per il dolore fulmineo, ma si era risollevato scaricando<br />

la colpa su mio fratello che — diceva<br />

— non sapeva come si addestrasse un cane ed<br />

era capace di viziare ogni collie della Cristianità<br />

con la sua stolta abitudine di permettergli di<br />

stendersi davanti al fuoco della cucina. Gregory<br />

non profferiva risposta a tutto ciò: sembrava che<br />

non sentisse nemmeno, continuando ad apparire<br />

assente e lunatico.<br />

Sì! Eccolo di nuovo! Era l’abbaiare di Lassie!<br />

Ora o mai più! Alzai la voce e gridai: “Lassie!<br />

Lassie! Per amor di Dio, Lassie!” Un altro attimo<br />

e la grossa Lassie dal muso bianco si curvava e<br />

saltellava con gioia intorno ai miei piedi e alle<br />

mie gambe, guardando tuttavia verso il mio viso<br />

con occhi apprensivi e intelligenti, per timore<br />

che potessi salutarla con un colpo, come spesso<br />

avevo fatto in precedenza. Ma io gridai di con-


Letteratura<br />

tentezza mentre mi chinavo e la accarezzavo. La<br />

mia mente condivideva la debolezza del mio corpo,<br />

per cui non riuscivo a ragionare, ma sapevo<br />

che l’aiuto era prossimo. Una figura grigia usciva<br />

sempre più distintamente dall’oscurità fitta e opprimente:<br />

era Gregory, avvolto nel suo plaid.<br />

“Oh, Gregory!” dissi, gettandomi al suo collo,<br />

incapace di profferir parola. Egli non aveva mai<br />

parlato molto e non disse niente per un po’ di<br />

tempo. Quindi mi disse che dovevamo muoverci:<br />

dovevamo camminare per mantenerci in vita; se<br />

possibile dovevamo trovare la strada verso casa,<br />

ma comunque ci dovevamo muovere o saremmo<br />

morti congelati.<br />

“Non sai qual è la strada verso casa?” gli<br />

chiesi.<br />

“Credevo di sì, quando sono partito, ma ora<br />

ho dei dubbi. La neve mi acceca e temo che spostandoci<br />

come abbiamo appena fatto, ho perso il<br />

cammino verso casa.”<br />

Aveva con sé il suo bastone da pastore e affondandolo<br />

prima di ogni nostro passo — aggrappandoci<br />

l’uno all’altro — procedemmo piuttosto<br />

sicuri almeno quanto bastava per non cadere giù<br />

da una roccia scoscesa, ma fu un lavoro lento e<br />

desolato. Mio fratello — vedevo — si lasciava<br />

guidare più da Lassie e dal percorso che sceglieva<br />

che da altro, fidandosi del suo istinto. Era<br />

troppo buio per vedere davanti a noi in lontananza,<br />

ma lui la richiamava di continuo, notando<br />

da quale parte provenisse, e determinando i nostri<br />

lenti passi di conseguenza. Ma il movimento<br />

monotono a malapena evitò che il mio stesso<br />

sangue si congelasse. Ogni osso, ogni fibra del<br />

mio corpo sembrava dapprima dolermi, quindi<br />

gonfiarsi, infine divenire insensibile a causa del<br />

freddo intenso. Mio fratello lo sopportava meglio<br />

di me, essendo stato più di me sulle colline. Egli<br />

non parlava, tranne che per chiamare Lassie. Mi<br />

sforzavo di essere coraggioso e non mi lamentavo,<br />

ma sentivo il sonno fatale che furtivamente<br />

allungava la sua mano su di me.<br />

“Non riesco a proseguire” dissi con tono assonnato.<br />

Ricordo che all’improvviso ero diventato ca-<br />

RACCONTO<br />

parbio e risoluto. Avrei dormito, fosse stato anche<br />

solo per cinque minuti. Anche se la conseguenza<br />

fosse stata la morte, avrei dormito. Gregory rimase<br />

immobile. Suppongo che avesse riconosciuto<br />

quella particolare fase della sofferenza alla quale<br />

ero stato condotto dal freddo.<br />

“Non serve a niente”, disse, come parlando a<br />

se stesso. “Non siamo più vicini a casa di quanto<br />

lo fossimo quando siamo partiti, per quanto<br />

ne so. La nostra unica possibilità è Lassie. Qui!<br />

Avvolgiti nel mio plaid, ragazzo, e stenditi da<br />

questa parte riparata da questa roccia. Avvicinati<br />

scivolando lì sotto, ragazzo, e mi stenderò<br />

accanto a te, cercando di mantenere il calore fra<br />

di noi. Aspetta! Hai niente con te che possano<br />

riconoscere a casa?”<br />

Mi sembrò che fosse crudele a trattenermi dal<br />

sonno, ma quando ripeté la domanda, tirai fuori<br />

il mio fazzoletto, con una fantasia vistosa, che zia<br />

Fanny aveva orlato per me, e Gregory lo prese e<br />

lo legò attorno al collo di Lassie.<br />

“Corri, Lassie, corri a casa!” E la bestia dal<br />

muso bianco, indesiderata, partì come un colpo<br />

nell’oscurità. Ora mi potevo distendere — potevo<br />

dormire. Nel mio sonnolento torpore sentii che<br />

venivo coperto teneramente da mio fratello, ma<br />

con cosa non lo sapevo, né mi interessava: ero<br />

troppo stanco, troppo egoista, troppo intorpidito<br />

per pensare e ragionare o mi sarei reso conto che<br />

in quel luogo brullo e desolato non c’era nulla in<br />

cui avvolgermi, a meno che qualcun altro non se<br />

ne fosse privato. Fui abbastanza contento quando<br />

smise le sue attenzioni e si stese accanto a<br />

me. Presi la sua mano.<br />

“Tu non puoi ricordarlo, ragazzo, come eravamo<br />

stesi nello stesso modo accanto alla mamma<br />

mentre moriva. Mise la tua manina nella mia —<br />

penso che ci veda adesso e forse presto saremo<br />

con lei. Comunque, sia fatta la volontà di Dio.”<br />

“Caro Gregory,” biascicai e scivolai più vicino<br />

a lui in cerca di calore. Parlava ancora, di nuovo<br />

di nostra madre, quando mi addormentai.<br />

Un attimo dopo — o così mi parve — sentii molte<br />

voci intorno a me — molti visi sospesi intorno a me<br />

— il piacere lussuoso del calore che si diffondeva<br />

80


81<br />

Biografia dell'Autrice><br />

i n<br />

ogni parte del mio corpo. Ero nel mio lettino a<br />

casa. Sono grato di aver detto come mia prima<br />

parola “Gregory?”<br />

I presenti si scambiarono uno sguardo: il vecchio<br />

viso rigido di mio padre cercava invano di<br />

mantenere il suo rigore, le sue labbra tremarono,<br />

i suoi occhi si riempirono lentamente di inconsuete<br />

lacrime.<br />

“Avrei dato metà delle mie terre — l’avrei<br />

benedetto come un figlio — oh, Dio! Mi sarei<br />

inginocchiato ai suoi piedi e gli avrei chiesto di<br />

perdonare la durezza del mio cuore.”<br />

Non udii più nulla: un turbine roteò nel mio<br />

cervello, trascinandomi ancora verso la morte.<br />

Ripresi lentamente conoscenza settimane<br />

dopo. Quando mi ripresi i capelli di mio padre<br />

erano diventati bianchi e mentre guardava il mio<br />

viso le sue mani tremavano.<br />

Non parlammo più di Gregory. Non riuscivamo<br />

a parlare di lui, ma egli era stranamente<br />

nei nostri pensieri. Lassie andava e veniva senza<br />

mai una parola di biasimo; anzi, mio padre provava<br />

a colpirla, ma lei si ritraeva ed egli, come<br />

se fosse stato rimproverato dalla stupida bestia,<br />

sospirava e poi restava in silenzio e assente per<br />

un po’.<br />

Zia Fanny — sempre chiacchierona — mi<br />

disse tutto. Come in quella notte fatale mio padre<br />

— irritato per la mia prolungata assenza e<br />

probabilmente più ansioso di quanto volesse far<br />

vedere, era stato violento e imperioso — anche<br />

più del solito — verso Gregory. Gli aveva rinfacciato<br />

la povertà di suo padre e la sua stupidità,<br />

che rendeva i suoi servizi inutili: infatti, tali —<br />

nonostante il vecchio pastore — mio padre aveva<br />

sempre scelto di considerarli.<br />

Infine Gregory si era alzato ed aveva fischiato<br />

a Lassie perché uscisse con lui — povera Lassie,<br />

che si acquattava sotto alla sua sedia per<br />

timore di un calcio o un colpo. Qualche momento<br />

prima c’era stata una discussione fra mio padre<br />

e mia zia riguardo al mio ritorno e, quando<br />

zia Fanny mi raccontò tutta la storia, mi disse<br />

che credeva che Gregory potesse aver notato la<br />

tempesta in arrivo e fosse uscito in silenzio per<br />

venirmi incontro. Tre ore dopo, quando tutti cor-<br />

ELIzabETh GaSkELL (Londra 1810 – Holybourne 1865) crebbe<br />

nel piccolo centro di Knutsford a cui si ispirò per l’ambientazione<br />

di molte sue opere letterarie, e dopo il matrimonio si stabilì a<br />

Manchester. Nel 1845 la morte dell’unico figlio maschio la spinse a<br />

cercar sollievo nella scrittura del primo romanzo, Mary Barton. Fra<br />

le sue molte opere narrative, Ruth e North and South descrivono la<br />

drammatica vita del proletariato urbano inglese, mentre Cranford,<br />

considerato il suo capolavoro, rappresenta la vita in un villaggio<br />

rurale sorpassato ed emarginato dal convulso sviluppo industriale<br />

di metà Ottocento. Protagoniste dei bellissimi racconti di Storie di<br />

bimbe, di donne e di streghe sono donne che hanno patito fino<br />

alla morte, amato fino a odiare. Le asprezze della vita le hanno<br />

spinte a reprimere le passioni per non infrangere il loro ferreo<br />

codice morale. Sole e indomabili, ossessionate dalla vendetta o<br />

perseguitate da eterne maledizioni, queste donne assumono agli<br />

occhi della comunità i tratti inquietanti della strega, l’evanescenza<br />

dello spettro. Custodi silenziose di enigmi familiari e saperi antichi,<br />

sono personaggi indimenticabili anche per i lettori di oggi.<br />

revano di qua e di là agitandosi selvaggiamente<br />

non sapendo dove venirmi a cercare — e senza<br />

sentire la mancanza di Gregory, anzi, senza<br />

neanche accorgersi che era sparito, povero caro<br />

— povero, povero caro! — Lassie era arrivata a<br />

casa con il mio fazzoletto legato attorno al collo.<br />

Allora capirono e l’intera energia della fattoria<br />

venne dispiegata per seguirla con scialli coperte<br />

e brandy e qualsiasi cosa a cui riuscissero<br />

a pensare. Io giacevo in un sonno gelato, ma ero<br />

ancora vivo sotto alla roccia dove li aveva condotti<br />

Lassie. Ero ricoperto con il plaid di mio<br />

fratello e il suo folto giaccone da pastore era avvolto<br />

attorno ai miei piedi. Egli era in maniche<br />

di camicia — le braccia intorno a me — con un<br />

sorriso quieto — raramente egli aveva sorriso<br />

durante la sua vita — sul suo viso freddo e immobile.<br />

Le ultime parole di mio padre furono: “Dio<br />

perdona la durezza del mio cuore verso il povero<br />

figlio senza padre!”<br />

E ciò che evidenziò la profondità del suo pentimento,<br />

forse più di ogni cosa — considerato<br />

l’amore appassionato nei confronti di mia madre<br />

— fu questo: trovammo un documento con<br />

indicazioni, dopo la sua morte, in cui diceva che<br />

desiderava giacere ai piedi della tomba in cui —<br />

per suo desiderio — il povero Gregory era stato<br />

deposto con NOSTRA MADRE.


Letteratura<br />

Postfazione di Gabriella Parisi<br />

Questo racconto, che parla di legami familiari<br />

e di piccole e grandi gelosie e crudeltà,<br />

vede nella figura di Gregory, il fratello<br />

più grande, il cui padre è morto prima che<br />

questi vedesse la luce, il personaggio più generoso,<br />

il più disinteressato, che si sacrifica<br />

per salvare il fratello più amato, colui che è<br />

considerato più importante per la famiglia,<br />

sia dal punto di vista affettivo che dal punto<br />

di vista intellettivo. Esattamente dieci anni<br />

dopo, nel 1869, Florence Montgomery<br />

sfrutterà lo stesso tema per il suo romanzo<br />

"Incompreso".<br />

La parzialità dei genitori nei confronti<br />

dei figli ci richiama due figure<br />

del Vecchio Testamento, i fratelli Giacobbe<br />

ed Esaù. Essi erano gemelli, ma il<br />

primo a vedere la luce fu Esaù, eppure Giacobbe<br />

tentò con ogni espediente di sottrarre<br />

la primogenitura al fratello, invidioso della<br />

preferenza che il padre Isacco gli riservava.<br />

Analogamente alla storia dei due gemelli<br />

biblici, anche questa è una storia di gelosia<br />

molto sofferta e di sofferta riconciliazione.<br />

Il narratore è il fratello più giovane, il<br />

prediletto della famiglia, del quale viviamo<br />

via via gli stati d'animo e la partecipazione<br />

alle vicende in un crescendo di pathos. Infatti,<br />

mentre la narrazione iniziale sembra<br />

quasi piatta, impersonale — nonostante le<br />

vicende raccontate siano altamente drammatiche<br />

quanto e forse più delle successive<br />

— in quanto viene riportata per "sentito<br />

dire", in base a quello che è stato raccontato<br />

al narratore dalla zia, quando la storia<br />

entra nel vivo, con gli episodi vissuti dal<br />

protagonista in prima persona, cogliamo le<br />

sfumature dei suoi sentimenti, le emozioni,<br />

l'angoscia, quasi a voler restituire retroattivamente<br />

al fratello un sentimento che in verità<br />

non esisteva durante lo svolgimento dei<br />

fatti.<br />

La Natura — come spesso avviene nelle<br />

opere della Gaskell e nel Romanticismo<br />

ottocentesco — collabora, è coprotagonista,<br />

intensificando le emozioni dei<br />

personaggi e le loro sofferenze. Essa è<br />

crudele, infida, ingannatrice sembra voler<br />

redarguire il protagonista, facendolo riflettere<br />

e pentire del suo atteggiamento sprezzante<br />

nei confronti del fratellastro.<br />

Una particolare attenzione va infine riservata<br />

alla figura del cane, Lassie, la<br />

compagna più fidata di Gregory, pronta ad<br />

ubbidire al suo padrone nonostante i trattamenti<br />

ricevuti da coloro che infine beneficeranno<br />

dei suoi servigi — atteggiamenti<br />

che non cambieranno neanche dopo la morte<br />

di Gregory —, che si rivela l'unico essere<br />

vivente (quasi "cristiano", se riflettiamo<br />

sulle parole che il patrigno utilizza ad un<br />

certo punto della narrazione rivolgendosi a<br />

Gregory: "non sapeva come si addestrasse<br />

un cane ed era capace di viziare ogni collie<br />

della Cristianità con la sua stolta abitudine<br />

di permettergli di stendersi davanti al fuoco<br />

della cucina") su cui il povero giovane può<br />

fare davvero affidamento.<br />

82


WRITER'S DREAM<br />

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Letteratura<br />

Shooting in a barrel<br />

Perché Edward Cullen non sarà mai uno zombie…<br />

«Questa cosa di avere un’anima l’ho iniziata io.<br />

Prima che cominciasse ad andare di moda.»<br />

Angelus<br />

«Grazie per aver fatto smettere di sognare ai miei figli<br />

un futuro che mai, mai, avrei potuto dargli.»<br />

H.J.Simpson<br />

Per un vampiro sedurre<br />

gli adolescenti è come cacciare<br />

pesci rossi in un barile.<br />

È stato così fin da quando le<br />

ragazze portavano sottogonne e<br />

corsetti e i signori della notte avevano<br />

l’aspetto di splendidi, eterni,<br />

quarantenni. I succhiasangue<br />

sono morti ma non sono vittime<br />

dei segni del tempo che passa, vivono<br />

tra noi eppure rifiutano ogni<br />

regola sociale, legale, morale che<br />

abbiamo eretto per contenerli e<br />

per contenerci. Sono mentalmente<br />

e fisicamente superiori. La longevità<br />

li rende dotti, disincantati,<br />

decadenti.<br />

Vecchi come Matusalemme<br />

e capofila della lotta ai matusa.<br />

Quando i vampiri hanno iniziato a<br />

essere adolescenti la questione si<br />

è fatta intra-generazionale. Mostri<br />

teenager hanno popolato<br />

la fiction horror-fantasy, ma,<br />

invece di produrre una ventata<br />

di ribellione si sono fatti por-<br />

84<br />

tatori di un’ondata di moralizzazione<br />

della specie. Vampiri<br />

“vegetariani”, monogami, dediti<br />

all’astinenza sessuale. Infilati in<br />

rigide organizzazioni gerarchiche,<br />

ossessionati dal «fai la cosa giusta»,<br />

incarnazione di un codice<br />

pseudo cavalleresco fondato su<br />

una ferrea divisione dei ruoli a<br />

base sessuale. Da un lato il maschio,<br />

che può essere, a scelta,<br />

eroe senza macchia, nemico sanguinario<br />

o sodale-zerbino segretamente<br />

innamorato. Dall’altro la<br />

femmina, che si muove tra classici<br />

senza tempo come la donzella in<br />

pericolo, la guerriera nobile o la<br />

strega cattiva. La saga di Twilight<br />

costruisce il paradigma di<br />

questo meccanismo di moralizzazione<br />

e autocensura di cui i revenantes<br />

sono, allo stesso tempo,<br />

oggetto e strumento.<br />

La storia d’amore tra Bella<br />

ed Edward è un raro esempio<br />

di trasmissione delle re-<br />

SPECIALE<br />

di seLene PascareLLa


gole sociali alle nuove generazioni. Attraverso la testa<br />

di ponte del fantastico, spalmata su personaggi epidermicamente<br />

controversi, passa l’irreggimentazione delle pulsioni e<br />

delle istanze d’autonomia dei ragazzi. Edward e Bella rispettano<br />

tutti i passaggi formativi di due giovani adulti per bene,<br />

con tanto di benedizione dei sacramenti e rispetto del diktat<br />

del sesso a fine riproduttivo. Naturalmente agli occhi di se<br />

stessi e del lettore tutti questi passaggi sono motivati da una<br />

scelta di rottura e di trasgressione, quale l’amore che può ogni<br />

cosa, ma il risultato finale è proprio quello di confermare che,<br />

al di fuori degli schemi tradizionali, il sentimento non trova<br />

modo di esprimere il suo reale potenziale.<br />

Il vero romanticismo sta nel saper aspettare,<br />

nel saper piegare il capriccio (di cui la passione<br />

e il sesso fanno parte) a sentimenti più maturi e<br />

più profondi, come la fedeltà coniugale e l’amore<br />

materno.<br />

Non tragga in inganno la serie di battaglie con i<br />

vampiri “cattivi” che punteggia la storia. Ogni forma<br />

di rottura, tanto nella vita di coppia che nelle relazioni<br />

con il resto della comunità (sia essa costituita da<br />

umani, vampiri o licantropi) viene ricomposta attraverso<br />

forme di compromesso e di mediazione volte a<br />

creare una forma di pacificazione sociale.<br />

Succede nelle tensioni tra licantropi e vampiri<br />

e tra il clan Cullen e i Volturi per la nascita della<br />

figlia di Edward e Bella.<br />

Sembrano passati secoli da quando la giovane<br />

cacciatrice di vampiri Buffy Summers scopriva la<br />

gioia del sesso assieme al suo fidanzato non morto<br />

Angel nella strepitosa serie tv firmata da Joss<br />

Whedon. Come Bella ed Edward, Buffy e Angel<br />

vivono le incertezze di una relazione tabù. Non<br />

solo perché sono una giovane umana e un vampiro<br />

“adulto”, ma perché Buffy ha come missione sterminare<br />

tutti quelli come Angel. Anche se Angel<br />

non è un vampiro come gli altri: una maledizione<br />

gli ha restituito anima e coscienza condannandolo<br />

a convivere per l’eternità con il senso di colpa legato<br />

alla sua natura di non morto.<br />

Sarà Buffy a spezzare questa tortura. Il primo<br />

rapporto sessuale tra i due regala ad Angel la<br />

«vera felicità» annullando il sortilegio. Una vera<br />

85


Letteratura<br />

felicità che nessun trasporto romantico era<br />

stato in grado di creare.<br />

È quindi la linea narrativa romantica<br />

la Maginot di una buona storia di vampiri?<br />

Il ridimensionamento del nosferatu a<br />

giovinotto pallido e trendy è il prezzo da<br />

pagare per l’estensione della figura del<br />

mostro a nuovi terreni della fiction rispetto<br />

a quelli (horror e fantastico) di provenienza?<br />

È lecito, dunque, attendersi il medesimo<br />

destino per gli zombie, nuovi<br />

eroi non morti dell’industria culturale? I<br />

teen-zombie spazzeranno via i walking<br />

dead romeriani?<br />

Per molto tempo questa eventualità è<br />

sembrata quanto mai remota. I morti viventi<br />

sono decisamente più refrattari dei cugini<br />

vampiri a rielaborazioni romance. Non<br />

parlano, non pensano, non sono in grado<br />

di provare empatia né tanto meno affetto<br />

o amore. Senza contare che, tranne poche<br />

eccezioni casuali, sono decomposti, guasti,<br />

privi di parti anatomiche, insostenibilmente<br />

puzzolenti. E metto queste motivazioni solo in<br />

second’ordine non a caso.<br />

Esiste, come sappiamo, una fetta (non<br />

così sottile) di pubblico che non vede alcun ossimoro<br />

nella diade sesso e cadavere. Ma qui<br />

stiamo parlando della possibilità di sdoganare<br />

una love story con undead al pubblico generalista<br />

e a quello young adult e giovanilistico<br />

in particolare. E, allo stesso tempo, dell’eventualità<br />

che il meme zombie si dimostri, ancora<br />

una volta, talmente vorace e forte da<br />

inglobare la propria versione romantica senza<br />

compromettere la natura di predatore.<br />

Partiamo dal principio. Come si trasforma<br />

un cadavere putrido in un principe<br />

azzurro della notte?<br />

Eliminare o limitare lo stigma fisico<br />

86<br />

del mostro è il passo più facile verso la<br />

normalizzazione dello zombie a fini sentimentali.<br />

In Abel di Claudia Salvatori è la<br />

scoperta di un farmaco, in grado di cristallizzare<br />

lo zombie nello stato di decomposizione in<br />

cui si trova al momento della somministrazione,<br />

a fare da spartiacque.<br />

Ci sono non morti malconci, ma anche<br />

undead che potrebbero tranquillamente<br />

rientrare in standard di avvenenza più che accettabili.<br />

Abel, il protagonista, è addirittura<br />

una specie di Kennedy-zombie: bello, carismatico,<br />

intelligente. Un idolo delle ragazzine che<br />

lascerebbe in panchina il giovane Cullen. Ciò<br />

non implica né che gli zombie siano realmente<br />

inseriti nella società degli uomini, né che siano<br />

immortali. Non c’è parità nel rapporto con gli<br />

umani e anche per loro arriva l’inverno, ovvero<br />

uno stato di lenta consunzione che si conclude<br />

con la scomparsa definitiva. Permette però,<br />

anche ai più sbrindellati, di avere relazioni fisiche<br />

con gli umani.<br />

Gli zombie sono, però, sex toys particolarmente<br />

ricercati. Il passaggio attraverso<br />

la morte li ha resi docili, privi di bisogni e alieni<br />

all’aggressività. Amanti a bassissimo mantenimento<br />

per uomini e donne che non vogliono<br />

condividere energie materiali ed emotive con<br />

chicchessia. Oggetti sessuali più che protagonisti<br />

romantici. Anche per i non Breathers di<br />

Scott G. Browne c’è un rimedio al decadimento,<br />

ma un rimedio decisamente zombie,<br />

cioè consumare carne umana. Il protagonista<br />

Andy e i suoi amici dell’anonima zombie lo<br />

scoprono per caso, dando via a un percorso di<br />

autocoscienza dove privato e pubblico coincidono.<br />

Quando Andy scopre di poter superare la<br />

sua condizione di non morto allo stesso tempo<br />

decide di essere davvero uno zombie. Amerà<br />

come uno zombie, scoperà (con la sua ragazza<br />

zombie) come uno zombie, vivrà nella società<br />

come uno zombie con diritti e riconoscimento.


O perlomeno combatterà per<br />

questo.<br />

Una soluzione che viene<br />

rovesciata completamente<br />

in Warm Bodies di Isaac<br />

Marion.<br />

Dalla dimensione collettiva<br />

di zombie biologicamente<br />

accettabili si passa<br />

a quella individuale di R.,<br />

uno zombie che ignora tutto<br />

del suo passato umano ma è<br />

un passo avanti rispetto alla<br />

media dei suoi simili. R. non<br />

è terribile da vedere, ama la<br />

buona vecchia musica e si<br />

pone domande sulla propria<br />

condizione. Vive in un mondo<br />

distrutto dal ritorno dei morti<br />

sulla terra, fa parte di una<br />

comunità zombie che si raggruppa<br />

in un aeroporto e ha le<br />

sue regole interne. Gli adulti si<br />

occupano della sopravvivenza<br />

dei bambini, hanno coniugi e<br />

figli affidatari da educare alla<br />

sopravvivenza e alla caccia.<br />

Si accoppiano come e quando<br />

possono, con frenesia e senza<br />

inibizioni.<br />

Ma anche senza l’amore<br />

con la “A” maiuscola.<br />

Il loro è l’unico mondo<br />

zombie possibile. Eppure R.<br />

vuole di più.<br />

Quando si imbatte in una<br />

biondina avvenente e coraggiosa<br />

e, invece di mangiarla,<br />

le mette su un classico del<br />

jazz capisce cosa sia questo<br />

qualcosa. La biondina in que-<br />

88<br />

stione proviene da un’enclave<br />

di sopravvissuti umani, asserragliati<br />

in un ex stadio da football.<br />

Incontra R. durante una<br />

missione all’esterno del campo.<br />

R. uccide il suo fidanzato e<br />

ne trattiene la parte migliore,<br />

il cervello, folgorato da una visione.<br />

Assaggiando la massa<br />

cerebrale del ragazzo è riuscito<br />

a percepirne i pensieri<br />

e ricordi. Ha avuto, per un<br />

breve attimo, una vera coscienza.<br />

Una bella sensazione,<br />

tanto da spingerlo a centellinare<br />

la materia grigia della<br />

vittima per vivere attraverso<br />

di lui e stabilire un legame con<br />

la sua ragazza (Come a dire<br />

che avere la coscienza non ti<br />

impedisce di essere un gran<br />

bastardo…). Lei si chiama Julie<br />

e nei confronti di R. segue<br />

tutte le classiche fasi del rapporto<br />

tra la “bella & la bestia”.<br />

Quando, stringi stringi, si trova<br />

a dover scegliere davvero<br />

se vuole stare con qualcuno<br />

che produce larve e bile arriva<br />

il miracolo. L’Ammore sta guarendo<br />

R. che recupera le sue<br />

facoltà ed è ogni giorno meno<br />

morto e più vivente. Persino la<br />

fame di carne umana sta sparendo.<br />

E se la rivelazione (all<br />

they need is love…) che l’apocalisse<br />

può essere redenta<br />

da un bacio di vero amore è<br />

smaccatamente favolistica e<br />

persino irritante, è interessan-<br />

te notare cosa racconta della<br />

realtà che è destinata a cambiare.<br />

R. e Julie vivono in un<br />

mondo brutto. Non brutto<br />

perché loro sono adolescenti,<br />

la provincia è<br />

claustrofobica, la vita è<br />

complicata e i genitori non<br />

possono capirli. Brutto per<br />

davvero. Come lo è vivere<br />

in una gabbia col terrore<br />

di essere divorati vivi, costruire<br />

ogni giorno sul sangue<br />

e la violenza. Nell’esperienza<br />

adolescenziale di Julie<br />

i mostri e le creature soprannaturali<br />

non vengono a coprire<br />

una mancanza di opzioni<br />

(Bella arriva a Forks dalla città<br />

e si annoia a morte…), ma<br />

potrebbero ragionevolmente<br />

giustificare un ripiegamento<br />

all’individualismo e all’apatia.<br />

Un ripiegamento che Julie<br />

rifiuta ad ogni costo, cercando<br />

di agire sulla aberrante<br />

realtà in cui è calata nonostante<br />

vincoli, divieti e ostacoli.<br />

Certo R. è tecnicamente<br />

un adulto, ma la sua ri-nascita<br />

zombie lo rende giovane quanto<br />

Julie e i vissuti dei due sono<br />

piuttosto simili.<br />

Entrambi cercano di restare<br />

nel mondo (in quello che<br />

ne resta) e rifiutano ogni via di<br />

fuga che si basi sull’alienazione<br />

dalla realtà. Julie non passerebbe<br />

come Bella le giornate<br />

a saltare dai dirupi per<br />

recuperare il fantasma del suo


grande amore. Ha avuto il suo<br />

grande amore (quello divorato<br />

da R.) e ha capito bene che<br />

non esaurisce gli orizzonti di<br />

una donna.<br />

L’obiettivo di R. e Julie<br />

non è di essere una bella<br />

famiglia felice ma di trovare,<br />

attraverso uno strano<br />

collettivo di umani e<br />

zombie, la via per un nuovo<br />

mondo possibile. Il nemico<br />

è per loro, come per Bella ed<br />

Edward, la struttura di potere<br />

delle rispettive comunità, cioè<br />

gli Ossuti (i Volturi zombie) e i<br />

militari. Ma essere lasciati liberi<br />

di vivere il proprio amore<br />

non è abbastanza. Se l’amore<br />

è la risposta questa costruita<br />

socialmente. Una<br />

differenza non da poco.<br />

Del resto la spiegazione<br />

di Marion alla guarigione zombie<br />

non è molto dissimile da<br />

quella della Salvatori alla trasformazione<br />

in non morto. Se<br />

in Abel è possibile fabbricare<br />

zombie sottoponendo esseri<br />

umani a una sequela intollerabile<br />

(e fatale) di traumi psicofisici,<br />

Warm Bodies trova nella<br />

speranza condivisa e nella<br />

messa in comune di esperienze<br />

un antivirale in grado di fermare<br />

il contagio zombie.<br />

Per quanto il romanzo<br />

si stato presentato come il<br />

«Twilight zombie», siamo in<br />

un altro campionato rispetto<br />

alla Meyer.<br />

Il secondo modo per<br />

Letteratura<br />

creare il terreno a una liaison<br />

tra umani e zombie è<br />

disinnescare la loro funzione<br />

apocalittica. Privato<br />

dell’aura negativa di minaccia<br />

globale, lo zombie può divenire,<br />

al pari del vampiro, un<br />

nemico individuale. E con un<br />

nemico individuale si apre lo<br />

spazio della contrattazione.<br />

Soprattutto se alla dimensione<br />

non di massa si accompagna<br />

lo sviluppo di qualità intellettive<br />

e fisiche superiori.<br />

Thomas Plischke gioca<br />

entrambe le carte nel suo I<br />

morti viventi sono tra noi.<br />

Plischke usa la padronanza dei<br />

miti su i morti che ritornano (di<br />

ogni provenienza e datazione)<br />

per costruire un romanzo dove<br />

la figura dello zombie viene rielaborata<br />

fino a divenire quasi<br />

sovrapponibile a quella del<br />

vampiro.<br />

I suoi zombie convivono<br />

con gli uomini ovunque<br />

e da sempre, possono<br />

tenere sotto controllo la<br />

fame di carne umana attraverso<br />

la pratica e l‘uso<br />

di cibi palliativi, hanno<br />

un’organizzazione gerarchica<br />

e si dividono in cellule.<br />

La loro esistenza è legata<br />

a filo doppio a forze oscure<br />

provenienti dal cuore della<br />

terra, origine della loro fame.<br />

Da secoli vengono cacciati da<br />

uomini e donne a conoscenza<br />

della loro esistenza; guerrieri<br />

volti al loro sterminio e “sen-<br />

sitivi” in grado di percepirne<br />

l’arrivo attraverso i mutamenti<br />

della forza del pianeta. Braccati<br />

dall’uomo, gli zombie non<br />

hanno alcun interesse a palesarsi<br />

né a diffondersi su scala<br />

globale anche se il loro morso<br />

equivale al contagio assicurato.<br />

Lavorando a una tesi in<br />

antropologia culturale sul mito<br />

degli zombie una bella studentessa<br />

inglese, Lily, scopre,<br />

senza volerlo, che essi sono reali.<br />

Viene morsa e trasformata<br />

per volontà di uno zombie potente<br />

e fascinoso (Victor) che<br />

la vuole come sua compagna.<br />

Verrà salvata dal suo “amico<br />

di letto” (Gottlieb, che la ama<br />

da sempre, ricambiato) che appartiene<br />

a un’antica e segreta<br />

stirpe di ammazza-zombie.<br />

Un doppio incastro sentimentale<br />

tra coppia endogamica,<br />

Lily e il suo mentore Victor,<br />

entrambi zombie, e una esogamica,<br />

la Lily trasformata e<br />

l’umano Gottlieb. La prima finisce<br />

molto male. Lily e Victor<br />

fanno scintille a letto, ma la<br />

fanciulla si tira indietro quando<br />

si rende conto che i modi<br />

gentili e un vestiario elegante<br />

celano un mostro sanguinario.<br />

Per la stessa ragione è probabile<br />

che finisca male anche la<br />

seconda. Il libro si chiude con<br />

Lily e Gottlieb in fuga insieme.<br />

Lui è ferito e lei cerca ad ogni<br />

costo di non cibarsene per colazione.<br />

89


Letteratura<br />

Come a dire che l’amore può molte<br />

cose ma l’antropofagia sa mettere seriamente<br />

a rischio una relazione. Anche<br />

nella versione “nobiluomo magnetico” lo<br />

zombie resta un principe azzurro assai<br />

problematico.<br />

Fin qui ci siamo concentrati sulle storie<br />

d’amore tra zombie e tra zombie ed esseri viventi.<br />

Cosa accade quando la trama rosa<br />

riguarda solo la controparte umana?<br />

Ancora una volta è la dimensione apocalittica<br />

a fare la differenza. Portare avanti un<br />

rapporto d’amore mentre si dà la caccia o si è<br />

cacciati dai vampiri, è arduo; ma in caso di attacco<br />

zombie di massa è quasi impossibile.<br />

Costretti a fughe continue, laceri, affamati<br />

e spaventati, i sopravvissuti umani<br />

hanno ben poche energie per l’amore.<br />

Ma se la vita continua, allora anche il<br />

sentimento trova spazio, come componente<br />

incancellabile dell’esistenza.<br />

In ogni storia zombie i protagonisti<br />

perdono la quasi totalità degli<br />

affetti. Mogli, compagni, fidanzate e<br />

figli o sono morti o sono stati trasformati.<br />

Qualsiasi nuovo legame nasce<br />

dal trauma, dal vuoto e dalla sofferenza.<br />

E nel migliore dei casi può andare a<br />

finire molto male, visto la condizione di<br />

perenne emergenza.<br />

Narrativamente parlando una miniera<br />

d’oro. Che può essere sfruttata o gettata via.<br />

Partiamo dalla seconda eventualità.<br />

Rhiannon Frater nel suo Il primo<br />

giorno (primo volume della trilogia L’era del<br />

mondo morto) non rinuncia a punteggiare la<br />

lotta per la sopravvivenza dei protagonisti con<br />

un articolato e ridondante discorso amoroso.<br />

Sospiri, palpitazioni e schermaglie che<br />

non alleggeriscono la tensione quanto<br />

dovrebbero e non offrono maggiore profondità<br />

ai personaggi.<br />

Adulti che guardano in faccia la morte<br />

ogni momento e precipitano allo stadio di sviluppo<br />

emotivo di un tredicenne.<br />

Coinvolgimenti sentimentali che complicano<br />

la situazione ma non permettono di<br />

approfondire. In mancanza di adolescenti<br />

sono gli adulti a<br />

mettere in scena<br />

la versione<br />

over 35<br />

di The<br />

Secret Life of<br />

the American Teenager.<br />

Lui ama lei, lei non vuole ferire l’amica<br />

che ha una cotta per lui, ma anche un debole<br />

per il bel macho latino che la insulta perché in<br />

realtà la desidera... e via così…<br />

Vediamo cosa succede quando il tema<br />

“amore al tempo della pandemia zombie” arriva<br />

nelle mani di Robert Kirkman e Jay Bonansinga.<br />

Passiamo da Il primo giorno a The<br />

90


91<br />

Walking Dead — L’ascesa del Governatore.<br />

C’è un uomo in viaggio con tre adulti e<br />

una bimba piccola, sua figlia. Un uomo duro<br />

del sud che dal ritorno (dal mondo?) dei morti<br />

ha fatto tutto quello che andava fatto<br />

per proteggere la sua<br />

famiglia. L’uomo<br />

con il fucile<br />

incon-<br />

t r a<br />

una bellezza<br />

delle<br />

sue parti. Lei ha<br />

capelli biondi, modi gentili e<br />

una splendida voce. Canta, o meglio cantava,<br />

in un gruppo country assieme al vecchio<br />

padre e alla sorella.<br />

È coraggiosa ma anche materna. Si<br />

prende cura della bimba e ospita gli adulti che<br />

l’accompagnano. Si apre così per tutti i fuggiaschi,<br />

una parentesi di ritrovata tranquillità.<br />

Un palazzo abbandonato nel cuore di Atlanta<br />

sembra trasformarsi in un rifugio sicuro e una<br />

convivenza forzata pare germogliare in una<br />

famiglia.<br />

Poi lui e lei vanno in missione da soli,<br />

insieme. Non c’è nessuna minaccia vicina, la<br />

notte è limpida, lo spazio libero da intrusi. Tutto<br />

sembra suggerire al lettore che sia giunto<br />

per loro il momento dell’amore; non come risultato<br />

di lunghe descrizioni di stati interiori,<br />

ma per effetto dell’abile costruzione dei dialoghi<br />

e del sapiente innescarsi degli eventi.<br />

È l’illusione di un attimo. La lieve sospensione<br />

di attese verso il primo bacio si infrange<br />

sull’inequivocabile inizio di uno stupro.<br />

Una violenza tragica e triste che segna<br />

per sempre il divorzio emotivo tra chi<br />

la compie e il lettore. Un distacco necessario<br />

alla costruzione del più grande villain<br />

della saga TWD, il Governatore, ma<br />

soprattutto un memorandum dell’apocalisse.<br />

Amore fa rima con cuore, ma<br />

anche con orrore. Dire che l’amore<br />

può ogni cosa equivale a dire che<br />

non è in grado di metterci a riparo da<br />

nulla.<br />

Adolescenti o meno nascondiamo sotto<br />

l’ombrello del sentimento anche il peggio di<br />

noi. Ammetterlo equivale a marciare in direzione<br />

opposta alla Meyer.<br />

Innestare un racconto zombie con<br />

una storia d’amore funziona veramente<br />

a patto di sfruttare al massimo le potenzialità<br />

di entrambe le linee narrative. Che<br />

può voler dire giocare con tutti i significati<br />

dell’apocalisse, tanto sociopolitici che emotivi<br />

(Warm Bodies), oppure rinunciare del tutto a<br />

essa (I morti viventi sono tra noi), ma soprattutto<br />

sapere quando e come parlare di sentimenti<br />

(L’ascesa del Governatore) senza scadere<br />

nel sentimentalismo.<br />

Quello sì un mostro senza rimedio.


Letteratura<br />

esame necroscopico<br />

di una morte letteraria:<br />

il ritorno di Alice Allevi<br />

Alice Allevi è tornata. Ed è più sicura di<br />

sé, meno, pasticciona, sempre pronta a cogliere<br />

le sfumature che si nascondono nelle<br />

pieghe dell’animo umano.<br />

Anche Alessia Gazzola è tornata, con il<br />

suo stile brillante, i dialoghi arguti e il tocco magico<br />

con cui riesce a mescolare humour, giallo e<br />

femminilità. E in Un segreto non è per sempre<br />

segna un deciso passo avanti nel suo percorso di<br />

autrice.<br />

Alice continua la sua vita nel Dipartimento<br />

di Medicina Legale a Roma. Ha ancora una relazione<br />

a distanza con Arthur Malcomess; c’è<br />

Yukino, la coinquilina giapponese che adora; vive<br />

un rapporto molto complicato con Mr. Cinismo &<br />

Saccenza, al secolo Claudio Conforti, suo responsabile<br />

e insieme sua personale croce. Ma ci<br />

sono anche molte new entry: una nuova collega,<br />

Beatrice; una cognata e una nipotina; e un cane,<br />

raccattato da Yuki.<br />

Al centro delle indagini “atipiche” di Alice ci<br />

sono uno scrittore, Konrad Azais, e la sua famiglia:<br />

Selina, la figlia che si prende cura di lui;<br />

Oscar, pittore scialacquatore e donnaiolo; Enrico,<br />

uno scrittore dalle alte ambizioni e dalle scarse<br />

capacità. Accanto ad Alice, il buon ispettore<br />

Calligaris, che ha intuito come la dottoressa Allevi<br />

– con la sua frangetta e le intuizioni folli – sia<br />

un’osservatrice acuta e una collaboratrice prezio-<br />

78<br />

di steFania aUci<br />

sa. Sono queste doti ad aiutare Alice in un caso<br />

estremamente nebuloso che inizia con una perizia<br />

per un’interdizione.<br />

Konrad Azais è uno scrittore che non<br />

è riuscito a farsi amare dalla sua famiglia, e<br />

a ragione. Rabbioso, irascibile, offensivo, ha castrato<br />

i sogni di gloria sia del figlio, sia del genero.<br />

Non ha alcun affetto per altri, se non per se<br />

stesso e per la sua carriera, peraltro abbastanza<br />

altalenante. L’uomo ha accessi d’ira e comportamenti<br />

talmente anomali agli occhi dei figli da costringerli<br />

a chiedere la sua interdizione. Alice fa<br />

parte della commissione medica che deve decidere<br />

sull’accoglimento dell’istanza ed è in questo<br />

modo che entra in contatto con Azais.<br />

Pochi giorni dopo, però, il vecchio patriarca<br />

viene trovato morto dall’adorata nipote Clara,<br />

una quindicenne seria e dura. Alice comprende<br />

subito che la ragazza sa più di ciò che afferma<br />

e che la morte di Azais è, solo apparentemente,<br />

una morte naturale. A complicare la faccenda, il<br />

92


93<br />

testamento del vecchio scrittore: in esso si lascia<br />

il patrimonio degli Azais a una sconosciuta donna<br />

di origine francese che, a sua volta, finirà sul tavolo<br />

dell’obitorio di Alice.<br />

Ma la dottoressa Allevi ha anche molti pensieri<br />

che le rubano il sonno e la lucidità: non sa – o<br />

non vuole – scegliere tra una relazione a distanza<br />

con lo sfuggente, perennemente insoddisfatto (e<br />

fascinoso) Arthur, e la sensuale, elettrica attrazione<br />

che prova per Claudio. Un bivio che le si<br />

apre dinanzi e che le lascerà il cuore a pezzi,<br />

qualunque sia la sua scelta. A complicare la<br />

situazione ci si mettono di mezzo il vino bianco,<br />

Cordelia con le sue relazioni fallimentari, le battute<br />

di Beatrice, la nuova collega e regina del cuore<br />

di Claudio, e la sparizione di Ambra… et voilà,<br />

il gioco è fatto. Si tratta di un mix freschissimo<br />

e deliziosamente intrigante che conferma<br />

l’exploit di questa talentuosa scrittrice siciliana.<br />

Un segreto non è per sempre è un libro<br />

di svolta. Si sente e si percepisce. Alessia<br />

Gazzola ha lasciato il registro del chick lit<br />

che aveva permeato il precedente romanzo<br />

– L’Allieva – per passare una uno stile<br />

più sobrio e sicuro ma non per questo meno<br />

brillante. Ciò che colpisce maggiormente in Un<br />

segreto è proprio la maggiore padronanza<br />

degli strumenti stilistici da parte dell’Autrice<br />

rispetto all’esordio. Pagine di grande sensibilità,<br />

quasi liriche – come quelle che descrivono Parigi<br />

–, si alternano a momenti di humour vivace, come<br />

ad esempio, nel “menage” che vede Claudio, Alice<br />

e un cadavere puzzolente rinchiusi insieme in<br />

un ascensore. Un uso sapiente dei dialoghi –<br />

grande punto di forza del romanzo – dà brio<br />

e ritmo a una storia particolare, basata su<br />

sfumature, sulle frasi non dette, sui silenzi<br />

pesanti.<br />

Vi è una maturità personale nuova dietro<br />

questo romanzo, oltre che una crescita<br />

professionale. Alice Allevi ne esce arricchita:<br />

eliminati i tratti adolescenziali che estremizzavano<br />

alcuni aspetti del personaggio, esso<br />

ha acquistato tridimensionalità e una dolcezza<br />

empatica, fatta di compassione e intuito. Non ha<br />

alessia gazzola<br />

perso quell’aria naif e un po’ svagata che aveva<br />

nel primo volume e che ha conquistato decine di<br />

migliaia di lettori, ma questa è stata temperata<br />

dalla consapevolezza di sé e del proprio valore<br />

che, almeno in una certa misura, la protagonista<br />

condivide con la sua creatrice.<br />

Il romanzo è maggiormente equilibrato<br />

anche dal punto di vista della struttura. Una<br />

delle maggiori obiezioni che era stata mossa a<br />

L'Allieva era quella di aver creato un chick lit con<br />

una vaga coloritura da medical thriller. Ebbene, Un<br />

segreto non è per sempre è a tutti gli effetti<br />

un giallo, dove l’elemento delittuoso si mescola<br />

e si nasconde abilmente in una rete di parole non<br />

dette, di invidia familiare, di risentimenti e di pura,<br />

semplice cupidigia. L’introspezione psicologica<br />

dei personaggi è curata e approfondita,<br />

e il grande merito della Gazzola risiede nella<br />

capacità di aver ricreato in maniera efficace<br />

un quadro familiare compromesso da veleni<br />

e rancori. Le dinamiche familiari degli Azais sono<br />

descritte con tocco leggero, pieno di umanità, ma<br />

nello stesso tempo tagliente e lasciano nel lettore<br />

una sensazione di disagio e di amarezza che si<br />

stempera nei patemi di Alice.<br />

La scrittura è fluida, brillante e incalzante;<br />

il passaggio tra le parti medical alle<br />

scene romantiche o drammatiche è sciolto,<br />

privo di scarti. Le competenze tecniche in materia<br />

di medicina legale, lungi dall’essere invasive e<br />

fredde – come spesso accade nei romanzi di genere<br />

–, sono intessute nella tramatura del roman


zo senza essere pesanti. È un libro maturo,<br />

con personaggi dotati di una caratterizzazione<br />

efficace e con un background<br />

coerente, tali da far affezionare il lettore<br />

e far desiderare di continuare a leggere<br />

per sapere come andrà a finire…<br />

L'INTERVISTA<br />

Speechless: Ciao Alessia. E’ passato<br />

molto tempo dalla pubblicazione de L'Allieva.<br />

Oggi, a quasi tre mesi dall’uscita, cosa vuoi dirci<br />

di Un segreto non è per sempre?<br />

Alessia: Dico che ne sono fiera, perché<br />

sta riscuotendo un gradimento inaspettato, superiore<br />

anche a quello de L'Allieva. Mi sta portando<br />

molta fortuna e molta gioia. Cosa posso<br />

volere di più?<br />

SL: Come è cambiata Alice? E come è<br />

cambiata Alessia?<br />

A: Alice ha fatto qualche passo avanti nel<br />

suo percorso di maturazione emotiva e professionale.<br />

Ha fatto tesoro delle esperienze ed è un<br />

po' più matura e concentrata sul suo lavoro. Sul<br />

piano sentimentale al contrario è sempre più pasticciona<br />

e confusa. Io mi sento arricchita dallo<br />

scambio con i lettori, dai viaggi che ha fatto<br />

in giro per l'Italia per promuovere il libro, dalla<br />

stesura di un nuovo romanzo, quindi sì, diversa da<br />

com'ero un anno fa.<br />

SL: In quest’ultimo anno hai collezionato<br />

successi straordinari per un’autrice italiana. L’Allieva<br />

è stato venduto all’estero, i diritti del personaggio<br />

e della serie ceduti alla Endemol. Qual è<br />

stata la cosa che più ti ha dato soddisfazione? E<br />

quale l’evento o l’occasione che ti ha dato la tensione<br />

maggiore?<br />

A: Sicuramente sbarcare in altri paesi europei<br />

è stata la soddisfazione più grande. Ricevere le<br />

copie francese e tedesca mi ha riempita di felicità<br />

e ora fremo in attesa delle altre tre (spagnola, turca<br />

e serba). La tensione invece è un po' costante,<br />

deriva dall'ansia da prestazione, dalla paura<br />

che il libro non vada bene, o non piaccia.<br />

SL: Una netta crescita dei tuoi personaggi. È<br />

la prima sensazione che si avverte nelle prime pagine<br />

di Un segreto. Arthur, Alice, Claudio e tutti gli altri<br />

94<br />

Speechless intervi<br />

AleSSiA GAZZ


sta<br />

OlA<br />

Letteratura<br />

hanno una tridimensionalità che era<br />

solamente in nuce nel tuo romanzo<br />

d’esordio. Come ti sei accostata<br />

alla stesura di questa nuova (dis)<br />

avventura di Alice?<br />

A: Probabilmente è dipeso<br />

dal fatto che sono cresciuta di<br />

età (tre anni non sono pochi) e<br />

quindi, spero, anche come autrice.<br />

Di certo, in questo libro ho<br />

approfondito tutti gli aspetti<br />

caratteriali che avevo immaginato<br />

ne L'Allieva. Mi<br />

sembra in effetti di aver scolpito<br />

meglio i personaggi, sono<br />

meno grezzi e ne sono felice.<br />

SL: Ciò che colpisce nel<br />

tuo romanzo è il mescolarsi<br />

dei registri linguistici. Passi<br />

dall’ironia del chick lit alla<br />

poeticità lirica, dalla pulizia<br />

del linguaggio medico a dialoghi<br />

brillanti e coinvolgenti.<br />

Come sei riuscita ad ottenere<br />

questo mix così originale?<br />

Quali letture ti hanno<br />

aiutato o suggerito spunti<br />

interessanti?<br />

A: Confesso di non<br />

aver profuso uno sforzo<br />

particolare nel realizzare<br />

questo mix, nel senso che<br />

è il mio naturale modo di<br />

scrivere. Dipende molto<br />

dall'umore della giornata,<br />

in realtà! Senz'altro<br />

leggere molto mi aiuta<br />

a perfezionarmi. Devo<br />

lo stile delle parti più<br />

brillanti alla chick lit,<br />

nei confronti della<br />

quale mi sento<br />

debitrice. Il resto è<br />

home made.<br />

SL: La vita e<br />

le opere di Konrad<br />

Azais permeano e scandiscono<br />

l’esistenza di un uomo torturato<br />

dalla propria rabbia e insieme dal<br />

bisogno spasmodico di affermarsi<br />

nel mondo della letteratura. Ti sei<br />

ispirata a qualcuno per questa figura<br />

così scomoda o hai lavorato di<br />

fantasia?<br />

A: Volevo esplorare il lato<br />

oscuro della scrittura, l'ambizione<br />

smaniosa e acritica di<br />

pubblicare la propria storia, di<br />

diventare uno scrittore con la S<br />

maiuscola. A questo si è abbinato<br />

il desiderio di ispirarmi agli autori<br />

slavi, così abissali, voraginosi. Penso<br />

alla Kristof, a Marai, a Kundera,<br />

all'immensità indiscutibile delle loro<br />

opere, che però non ho amato.<br />

SL: Le dinamiche familiari degli<br />

Azais sono descritte in maniera<br />

sottile, con grande verismo. Hai attinto<br />

dalla tua esperienza professionale?<br />

O hai avuto dei modelli, anche<br />

letterari, che ti hanno ispirato o da<br />

cui hai tratto spunto?<br />

A: No, tutta fantasia e voglia<br />

di inventare la storia e i personaggi<br />

di un nucleo familiare fatto di geni,<br />

riconosciuti e incompresi, di tipi bizzarri,<br />

ma forti e intriganti. E poi, su<br />

tutti, volevo concentrarmi sulla figura<br />

di Clara, la nipotina quindicenne<br />

di Azais, ruvida e meravigliosamente<br />

inquieta.<br />

SL: Ambra è scomparsa, quindi<br />

significa che...? E poi: hai altri<br />

progetti in cantiere oltre la serie di<br />

Alice Allevi?<br />

Due progetti: uno sarà in<br />

libreria entro l'anno, riguarda<br />

Alice e non posso dire di più. Il<br />

seguito, incentrato sul mistero<br />

della scomparsa di Ambra, lo<br />

sto scrivendo e uscirà l'anno<br />

prossimo.<br />

95


Letteratura<br />

Thomas<br />

L’affascinante mistero di<br />

Pynchon<br />

di BarBara Maio<br />

Gli appassionati di pop culture probabilmente<br />

associano il nome di Pynchon a un<br />

uomo con un sacchetto di carta in testa con<br />

un grosso punto interrogativo. È così, infatti,<br />

che il noto scrittore statunitense viene rappresentato<br />

ne I Simpson in una delle sue<br />

rare “apparizioni” in pubblico.<br />

Molto si è discusso di Pynchon, spesso<br />

in relazione alla sua “assenza”, interpretata<br />

come mossa promozionale, ma dichiarata<br />

dall’autore come voglia di interagire con il<br />

lettore solo attraverso i suoi libri e senza l’interferenza<br />

di nessun altro medium. Le sue<br />

foto si contano sulle dita di una mano,<br />

la sua biografia è nota ma avvolta nel<br />

mito, come il fatto che è stato addirittura<br />

identificato con J.D. Salinger.<br />

Nato a Long Island nel 1937, Pynchon<br />

ha pubblicato poco ma ogni suo libro<br />

è un cult: sette romanzi dal<br />

1963 al 2011 e una raccolta<br />

di racconti da lui quasi disconosciuti.<br />

V. del 1963 è il suo<br />

esordio nella narrativa e<br />

lo porta subito all’attenzione<br />

della critica. La storia<br />

si compone come un puzzle<br />

tra passato e presente, storie<br />

parallele, flashback e continui<br />

rimandi tra realtà e fantasia.<br />

E infatti questo romanzo è<br />

uno dei lavori che segnano la<br />

nascita del postmodernismo<br />

96<br />

letterario. Stile che<br />

viene ripreso due<br />

anni dopo anche<br />

nel successivo<br />

L’incanto del lotto<br />

49, misterioso e meta-referenziale.<br />

Nel 1973 arriva il suo capolavoro, L’arcobaleno<br />

della gravità, romanzo quasi<br />

impossibile da seguire nelle sue infinite storie<br />

che tracciano un percorso a ritroso, tra<br />

guerra e amore, distruzione e nascita, Guerra<br />

Fredda e Nazismo. Dopo una lunga pausa,<br />

nel 1990 arriva Vineland, ambientato nel<br />

1984 (omaggio a Orwell, uno degli scrittori<br />

preferiti da Pynchon insieme a Don DeLillo),<br />

una riflessione sugli anni Ottanta segnati in<br />

America dalla figura di Reagan.<br />

Nel 1997 Pynchon spiazza tutti pubblicando<br />

Mason & Dixon, romanzo storico ambientato<br />

appena prima della<br />

Rivoluzione Americana e<br />

scritto in stile Settecentesco.<br />

L’epopea dei due protagonisti<br />

è, però, a ben vedere, quella<br />

di tanti suoi personaggi precedenti<br />

e si fa metafora della<br />

nascita della globalizzazione<br />

riprendendo temi cari allo<br />

scrittore come il razzismo e<br />

il colonialismo. Anche il successivo<br />

Contro il giorno del<br />

2006 è ambientato a cavallo<br />

tra Ottocento e Novecento, e


anche qui l’autore si diverte a tessere<br />

storie parallele che si intrecciano<br />

e si allontanano.<br />

Pynchon è un autore complicato,<br />

spesso osannato ma ancora<br />

più spesso poco compreso. La sua<br />

narrativa è spiazzante, onirica,<br />

psichedelica e frammentata, eppure<br />

i suoi personaggi – spesso<br />

accusati di essere poco realistici<br />

– entrano nella pelle del lettore<br />

e si fanno amare o odiare, non<br />

passano mai inosservati. E per non<br />

tradire la sua voglia di stupire, nel 2011<br />

arriva Vizio di Forma (Einaudi), ultimo<br />

suo romanzo che ancora una volta si<br />

presenta come un gioco ed una sfida.<br />

Il protagonista è Larry “Doc” Sportello,<br />

investigatore privato sulla falsariga<br />

dei classici della letteratura americana, con<br />

l’abitudine di investigare sempre strafatto,<br />

mescolando realtà e vivida immaginazione.<br />

Si muove in una California tra fine anni Sessanta<br />

e inizio anni Settanta, raccontandone<br />

la fine del sogno lisergico. Donne fatali, sbirri<br />

corrotti, prostitute adolescenti, mafiosi e<br />

delinquenti di ogni tipo, George Manson, in<br />

una trama che si sviluppa come il più<br />

classico dei gialli per poi mescolarsi e<br />

inventarsi di nuovo, ad ogni pagina.<br />

Dialoghi deliranti e divertenti, insieme<br />

a una trama non propriamente lineare<br />

ma abbastanza facile da seguire,<br />

ne hanno decretato finalmente anche<br />

il successo di pubblico, facendo però<br />

storcere il naso ai pynchioniani più puri che<br />

hanno letto questo libro come “il voler venire<br />

incontro ad un pubblico diverso dal solito”.<br />

Resta comunque il fatto che Vizio di forma<br />

è un romanzo estremamente godibile ma<br />

che, a parere di chi scrive, non tradisce l’autorialità<br />

di Pynchon ma, semmai, l’arricchisce<br />

97<br />

giocando con il genere noir, piegandolo alla<br />

sua voglia di esplorare linee narrative multiple,<br />

tipico del postmodernismo.<br />

La chiave di lettura è sempre la nostalgia<br />

per un periodo in cui tutto sembrava<br />

possibile e, al contempo, tutto<br />

stava finendo. Ed è in questa ottica che la<br />

figura ricorrente di Manson aleggia dopo la<br />

strage di Bel Air, come un fantasma che decreta<br />

la fine di un periodo di grandi sogni e<br />

speranze.<br />

Si mormora sul web che il romanzo potrebbe<br />

essere adattato per il grande schermo<br />

(forse da quel Paul Thomas Anderson<br />

regista di Magnolia e Il Petroliere) a dimostrazione<br />

di come questo libro sia comunque<br />

più interpretabile dei suoi precedenti. Sarebbe<br />

interessante vederlo al cinema anche<br />

perchè potrebbe essere un’occasione per avvicinare<br />

a Pynchon anche lettori distratti che<br />

nel passato hanno perso i suoi capolavori.


Letteratura<br />

di roBerta de toMi<br />

98<br />

“Anime buie” che affiorano per la prima volta da una superficie<br />

solo apparentemente blanda, mostrano nodi irrisolti di<br />

esistenze spezzate o calate in un antro di misteri a facili apparenze.<br />

I nodi spesso non si sciolgono, anzi, restano avviluppati,<br />

lasciando nel lettore ombre di dubbio.<br />

Nei racconti che compongono l’antologia sono proprio le<br />

zone d’ombra che emergono. Dieci autori, ciascuno con<br />

un proprio, personale stile e un peculiare background<br />

culturale. Stili e tecniche diverse restituiscono frammenti di un<br />

mondo composito, di cui si svelano le tensioni latenti e non, e le<br />

ipocrisie che si connettono a una società che chiede l’immagine<br />

perfetta, sempre e comunque.<br />

È uno specchio che riflette il sistema italiano, il dialogo<br />

serrato di Nomi e cognomi. Con un ritmo sostenuto e incalzante,<br />

Armando Barone traspone sulla carta una telefonata<br />

da cui emergono vizi sociali, tra raccomandazioni e logiche di<br />

conoscenza che motivano l’esercizio di poteri non sempre limpidi.<br />

“Dieci<br />

In Quando ti vedo torno ragazzo il torbido, associato al<br />

tragico di un gesto che odora di vendetta, tra droga, perbenismo<br />

e crimine silente, emerge dalla penna di Vincenzo Barone<br />

Lumaga, che riallaccia un’azione presente a motivazioni<br />

passate. Luigi Brasili, invece, rovescia una fiaba classica, con<br />

CR e il lupo, avvalendosi di un linguaggio semplice ma ricco<br />

di analogie, che trafiggono il cuore, insieme alla tragedia in cui<br />

la follia s’intreccia all’innocenza di una bambina affetta da un<br />

ritardo mentale, travolta dall’orrore della violenza.<br />

Un titolo che richiama un successo – tra l’altro cupo e denso<br />

di tensioni – di Nicolò Ammaniti: Come zio comanda di<br />

Adriano Cantagallo si svolge in una Paperopoli allucinata,<br />

in cui Qui Quo Qua, coinvolti in un incidente stradale, sono<br />

l’evoluzione criminale di tre piccole pesti alle prese con un gioco<br />

di tradimenti.<br />

Giulia, aspirante attrice che non è riuscita a sfondare, è collocata<br />

dall’autrice Valeria Caristia in un contesto apocalittico<br />

in fase di manifestazione, come una catarsi annunciata, nel<br />

momento in cui la donna torna casa per la morte della madre,<br />

l’unica che ha sempre accettato la sua inclinazione e natura.


Le facili apparenze emergono in Face book mon amour di<br />

Luisa Gasbarri. Una rimpatriata fra vecchi compagni di classe<br />

diventa occasione di svelamento rispetto a vissuti disonesti o al limite<br />

della disperazione. Dinamica di disvelamento simile anche<br />

per Piccoli omicidi in famiglia di Biancamaria Massaro,<br />

dove le questioni ereditarie tra due fratelli diventano il fulcro attorno<br />

al quale ruotano azioni caratterizzate dall’avidità, stessa<br />

predisposizione che porta a un sorprendente capovolgimento sul<br />

finale. Cita "La finestra sul cortile di Hitchcock", Nero come<br />

le formiche di Roberto Santini, anche se protagonista del<br />

racconto è un bambino appassionato di entomologia, che sospetta<br />

che il vicino sia autore di un omicidio e dell’occultamento di<br />

un cadavere.<br />

È una conturbante dark lady la protagonista de Il cuore di<br />

San Lorenzo di Francesco Stefanacci, che affida una missione<br />

a un detective. L’arnese protagonista è un coltello, oggetto<br />

archetipico, che nella vicenda viene calato nella dimensione<br />

lune”<br />

Anime buie<br />

in un'antologia<br />

a tinte noir<br />

magica del mito delle Anguane. E la risoluzione conduce su<br />

una via sovrannaturale diversa dalle soluzioni tipiche del noir. È<br />

invece calato in una dimensione introspettiva Memorie di un<br />

senso di colpa. Nera Zen scava in un vecchio senso di colpa,<br />

in una coazione a ripetere che, tuttavia, non cancella la paura<br />

del passato.<br />

Ogni racconto è un frammento a sé che non vuole comporre<br />

una visione unitaria. Le voci si esprimono in storie compiute,<br />

strutturate secondo dinamiche diverse. Per alcune – Luisa Gasbarri,<br />

Roberto Santini, Francesco Stefanacci – lo stile<br />

è maggiormente affinato, ma in ogni penna si esprime una vocazione<br />

noir personale, a volte più conforme al genere – Piccoli<br />

omicidi in famiglia, è uno dei più classici in tal senso –, altre<br />

virate in chiave ironica, al limite della parodia, – Nomi e cognomi<br />

– o del grottesco – Come zio comanda.<br />

C’è una vocazione ad accendere una luce sulle anime<br />

buie, che, tuttavia, si mostrano evanescenti come<br />

inafferrabili fantasmi. E proprio per questo più intriganti<br />

o crudelmente o tragicamente veri, in base alle<br />

vicende.<br />

99


100<br />

Letteratura<br />

Ragazza che passa<br />

racconto di cHiara PaLazzoLo<br />

La moglie di Giampiero è ancora in piedi a<br />

capotavola. E’ per via del bambino. Non capisco<br />

perché ha portato questa cosa grottesca e urlante.<br />

Non riesco neanche a concentrami sulla pizza<br />

con lei in piedi. Indaffarata intorno a questo<br />

bambino semipazzo che sta distruggendo tutto<br />

quello che gli capita davanti. Mi piacerebbe<br />

mangiare con calma la pizza, chiacchierando<br />

tra un boccone e l’altro. Ma c’è troppo disordine.<br />

La tizia in piedi. Il bambino che sputa cibo rimasticato<br />

su tutto quello che si muove. Josepha<br />

parla dentro il telefonino. Alza gli occhi verso<br />

RACCONTO<br />

di me. Le sorrido. Penso che adesso parliamo.<br />

Posa una mano sul ricevitore. Mi chiede a bassa<br />

voce se posso ordinarle una coca. Faccio cenno<br />

di sì. Lei sorride e ricomincia a parlare dentro<br />

il telefonino. Vorrei chiacchierare con Josepha.<br />

Mi piace Josepha. Sempre piaciuta. Morbida ma<br />

vigorosa, con le braccia pienotte e abbronzate.<br />

Un sogno biondo, pastoso. Ma le linee del viso<br />

asciutte e decise. Continua a parlare dentro il<br />

telefonino. Ride anche dentro il telefonino. Poi<br />

dice: no! Si porta una mano alla bocca, e di<br />

nuovo: no! e giù una risata scrosciante. E allora


tu che gli ha detto? dice. Quando ho conosciuto<br />

Josepha, mi è piaciuta subito. Bionda, morbida<br />

eppure risoluta. Come dovrebbero essere tutte<br />

le donne. Le sorrido, ma non mi vede. Guarda<br />

il telefonino, parla nel telefonino, sorride al telefonino.<br />

Agguanta la coca che le ho ordinato e<br />

sorride un momento al cameriere. A me, non mi<br />

guarda neppure.<br />

Mia figlia scivola via dal bordo pista, dal<br />

lato degli ulivi. Mi raggiunge al tavolo. E’ sudata<br />

e imbronciata. Mi dice che vuole andare<br />

via. Perché vuoi andare via, le chiedo. Sbuffa.<br />

Ho il telefonino scarico, dice. E allora? Ma non<br />

capisci, papà, la serata è sprecata col telefonino<br />

scarico. Stavi ballando, le dico. Chi se ne frega<br />

di ballare, risponde, voglio andare a casa. Devo<br />

finire la pizza, le dico. Ma quanto sei lento!<br />

Si alza un urlo. La moglie di Giampiero.<br />

Sempre in piedi. E adesso, anche urlante. Con<br />

101<br />

le mani in bocca al cosiddetto bambino. Tira<br />

fuori un tovagliolino a brandelli, perfino un tappo<br />

di bottiglia. Il bambino strilla. Visto che ha<br />

sputato qualsiasi altra cosa commestibile, questi<br />

devono essere i suoi gusti. Carta e sughero.<br />

Perché questa pazza non lo lascia mangiare in<br />

pace?<br />

Me ne voglio andare, hai capito o no?<br />

sbuffa mia figlia. Ha i capelli che le ricadono a<br />

ciocche sudate sulle guance. Una vena pulsante<br />

alla tempia destra. Gli occhi in tempesta. Dillo<br />

a tua madre, le dico, fatti accompagnare a casa<br />

da lei, non vedi che devo ancora finire la pizza?<br />

Con quella non ci parlo, dice lei soffiando via<br />

una ciocca appiccicaticcia dalla fronte. E’ una<br />

stronza, e pure tu sei uno stronzo, anzi sai che<br />

ti dico, vaffanculo!<br />

Lotto per inghiottire il pezzo di pizza che<br />

ho in bocca, ridotto a un bolo informe. Vorrei


tornare indietro. Indietro. A quei tempi oscuri<br />

in cui un padre aveva il diritto di prendere a<br />

schiaffi una figlia anche per molto meno. Anzi,<br />

vorrei tornare molto più indietro. All’epoca delle<br />

caverne. Quando un uomo, di fronte a una<br />

megera adolescente in questo stato, levava in<br />

alto la clava. E la bastonava. O la buttava giù<br />

dalla prima rupe. O la dava in pasto ai porci.<br />

Ma mi trovo in questo bailamme insensato.<br />

Cose urlanti a capotavola. Musica che massacra<br />

i timpani. Josepha che leva un momento gli<br />

occhi dal telefonino e mi fa segno con la mano,<br />

come a far scattare un accendino immaginario.<br />

Mia moglie che parla all’altro lato del tavolo<br />

con Giampiero, tutta sfavillante. Di bigiotteria,<br />

di fard, di mèches, di pailletes, di abbronzatura<br />

unta d’olio. Quindi infilo una mano in tasca e<br />

pesco il mio telefonino. Prendi il mio, dico a<br />

mia figlia, usa il mio.<br />

A che mi serve, sibila lei, è il mio che<br />

voglio, aspetto un milione di messaggi, e tutti<br />

mi devono chiamare entro le undici, per sapere<br />

dove sto. Non posso richiamarli tutti. Resterò<br />

sola come una sfigata!<br />

Josepha mi guarda interrogativamente.<br />

Dice: aspetta un momento, dentro il telefonino.<br />

Nuovamente fa scattare l’accendino immaginario<br />

di fronte a me. Ho capito, ho capito, le dico.<br />

Mi sorride. E via dentro il telefonino. Mia figlia<br />

arraffa il mio. Lo guarda con disprezzo. Sbuffa.<br />

Poi inizia a pigiare sui tasti. Sono io, dice, e<br />

subito si allontana verso il bordo pista. Mollo le<br />

posate e mi guardo intorno. In fondo al tavolo<br />

il marito di Josepha fuma. Faccio un segno di<br />

assenso a Josepha, che non se accorge neppure,<br />

e mi alzo. Vado da suo marito. Ti rubo un attimo<br />

l’accendino, gli dico. Lui ride, dice: cosa, e<br />

continua a parlottare con la sua vicina di tavolo.<br />

Roberta. Che ci trova mai in Roberta, quando<br />

ha già una come Josepha.<br />

Faccio scattare la fiammella e l’avvicino<br />

al viso di Josepha. Lei si riscuote un momento<br />

dalla conversazione, sfila una sigaretta dal<br />

pacchetto e la mette tra le labbra. Protende il<br />

viso, la sigaretta, quelle labbra verso di me.<br />

RACCONTO<br />

Gliela accendo. Lei mi sbuffa il fumo in faccia,<br />

mi sorride con due occhi liquidi come cristallo,<br />

bisbiglia grazie e si rituffa nel telefonino. Vorrei<br />

essere quel telefonino. Stretto tra la sua mano e<br />

quelle labbra. Annidato nel suo biondo calore.<br />

Sergio! urla il marito di Josepha. Che ti sei<br />

fregato tu il mio accendino! Mi alzo di nuovo,<br />

inciampando nella sedia e trascinandomi dietro<br />

il bicchiere di vino. Mia moglie si volta paonazza.<br />

Guarda che mi hai bagnato la gonna, dice<br />

con gli occhi cattivi. Vuoi stare attento o no?<br />

Calpesto i vetri rotti del bicchiere, il tovagliolo<br />

scivolato per terra e raggiungo il marito di<br />

Josepha, di nuovo immerso nei suoi conversari<br />

robertiani. Poso l’accendino, gli chiedo scusa,<br />

dice: cosa.<br />

Quando torno al tavolo, manca un pezzo<br />

di pizza. Guardo mia moglie, che subito storna<br />

lo sguardo da me. Poi Giampiero. Il suo piatto.<br />

Gli dico: hai preso tu? Se la devi lasciare, dice<br />

Giampiero, masticando la mia pizza. Josepha<br />

ha un’aria sconvolta. Sembra non poter credere<br />

a quello che il telefonino le sta sussurrando.<br />

Diodiodio, continua a ripetere. Perfino una lacrima.<br />

Le scende solitaria lungo una guancia.<br />

Mormora: come puoi farmi questo, come.<br />

Mi concentro sulla pizza rimasta. Giampiero<br />

ha tirato via quasi tutta la mozzarella<br />

nel tagliare il suo pezzo. La pizza è gommosa,<br />

il coltello stride sul piatto. Cerco il bicchiere,<br />

dimenticando che giace a pezzi sotto il tavolo.<br />

Dovrei chiedere un altro bicchiere al cameriere.<br />

Un altro tovagliolo. Un’altra pizza. Un’altra vita.<br />

Alzo lo sguardo verso la pista, dove i corpi si<br />

accalcano gli uni sugli altri, invasati. E la vedo.<br />

Scivola come una nuvola tra i corpi accaldati.<br />

Non balla. Ha qualcosa di bianco addosso.<br />

Un manto di capelli neri. Guarda dalla mia parte.<br />

Mi vede. Siamo a una decina di metri l’uno<br />

dall’altra. La sua sagoma tremola, confusa alla<br />

massa dei corpi pigiati. Come, come ti chiami,<br />

vorrei chiederle. Nefes, formulano le sue labbra,<br />

di rimando. Sbatto le palpebre, incredulo, e non<br />

c’è più. Perduta nella poltiglia compatta che ancheggia<br />

sotto il rimbombo infernale.<br />

102


103<br />

Guardo di nuovo la pista. I corpi seminudi<br />

e abbronzati che si contorcono. Lei è bianca<br />

come la luna. Composta come una statua.<br />

Aguzzo lo sguardo. Nulla. Riesco a individuare<br />

solo mia figlia, sulla destra. Balla da selvaggia,<br />

il mio telefonino stretto in mano, un tizio pieno<br />

di anelli in faccia al suo fianco. Guardo di<br />

nuovo, confuso. Comincio a pensare di averla<br />

immaginata. Nefes. Solo un’allucinazione può<br />

darsi questo nome. Nefes. In ebraico, l’anima. Il<br />

soffio. L’altro nome della vita. Neanche difficile<br />

da immaginare, per un povero insegnante di filosofia<br />

come me.<br />

Invece me la vedo di nuovo di fronte, quasi<br />

a bordo pista. Scivola leggera tra la folla. Alza<br />

gli occhi e mi guarda. E’ l’unica cosa viva in<br />

questo mondo morto. L’ultima possibilità di questa<br />

estate demente. Mi alzo a precipizio, quasi<br />

travolgendo mia moglie. Ho ancora le posate in<br />

mano. Corro verso la pista, brandendo coltello e<br />

forchetta. Non la vedo più, ma non importa. La<br />

ritroverò. Mi mescolo alla calca, pestando piedi<br />

e rifilando spintoni. Mi trovo di fronte mia figlia.<br />

Le dico: la ragazza vestita di bianco, la conosci?<br />

Lei strilla: il telefonino ormai me lo tengo! La<br />

ragazza, insisto. Cazzo vuoi, questa è mia, urla<br />

nel clamore il tizio con gli anelli, mettendomi<br />

una mano sul petto. Mia figlia dice: è solo mio<br />

padre, lascialo stare, vattene papà non rompere.<br />

La ragazza, insisto. Cerco la ragazza vestita di<br />

bianco, urlo nella confusione a chiunque voglia<br />

ascoltarmi. Saugh, dice il tizio con gli anelli.<br />

Cosa. La ragazza, dico ancora, sfiatato. Saugh,<br />

dice una ragazza pestandomi un piede. Chiedi a<br />

Saugh. Chi è Saugh. Tutti dicono Saugh. Saugh<br />

sa tutto. Conosce tutti. Va’ da Saugh. Spingo via<br />

la gente, vengo spinto via. Saugh. Bisogna trovare<br />

Saugh. Saugh sa tutto. Conosce tutti. Chi<br />

è Saugh, chiedo a una bambina di pochi anni,<br />

che balla a lato della pista. Lassù, dice lei.<br />

Punta il dito verso il cielo. Ma poi capisco che<br />

fa segno verso una torretta che domina la pista,<br />

quasi nascosta tra le fronde degli alberi. Chi c’è<br />

lassù? le chiedo, inginocchiandomi quasi fino a<br />

terra. E’ una bambina così piccola. DJ Saugh,<br />

dice lei. E mi fa la linguaccia.<br />

Letteratura<br />

Getto un ultimo sguardo tra la folla. Nessuna<br />

traccia di Nefes. Dall’altra parte della pista<br />

scorgo il mio tavolo, in lontananza, come<br />

un’isola che ho abbandonato per attraversare<br />

un mare in tempesta. La moglie di Giampiero<br />

sempre in piedi, intorno al lattante urlante. Addio,<br />

Josepha. Volto le spalle all’isola, al mare<br />

tempestoso della pista, e mi inoltro sotto gli alberi.<br />

La strada è spianata. Ho perfino coltello e<br />

forchetta, per difendermi dai pericoli in agguato.<br />

Raggiungo una scala di legno che porta alla<br />

torretta. Monto sulla scala, passo dopo passo.<br />

Gli ultimi più spediti, quasi di corsa. Una porta.<br />

La spingo.<br />

Il clamore si dilegua di botto. Insonorizzata.<br />

La torretta è insonorizzata. Saugh, o chiunque<br />

sia, è seduto di spalle, di fronte a quella<br />

che sembra la consolle di un jet. Mi schiarisco<br />

la voce. Dico: scusi. Mi rendo conto che non può<br />

sentirmi. La cuffia sulle orecchie. Una grande<br />

testa calva. Un corpo massiccio. Mi faccio animo,<br />

gli busso sulla spalla. Che diamine, comincia<br />

lui, voltandosi di scatto. Mi scusi, dico a<br />

precipizio. Che c’è, sbraita strappandosi la cuffia<br />

dalle orecchie, non vedi che sto lavorando.<br />

Solo sapere… arretro di due passi, di<br />

fronte al gran corpo che adesso si erge di fronte<br />

a me. Che vuoi, sbrigati, una canzone per la<br />

morosa, dice lui in fretta. O una dedica?<br />

Solo sapere, la ragazza vestita di bianco,<br />

dico a precipizio. Non volevo disturbare. Ma mi<br />

hanno detto che lei conosce tutti. Solo sapere<br />

chi è la ragazza vestita di bianco. Con una manto<br />

di capelli neri. Lui dice: cosa. Sbarra gli occhi.<br />

E di nuovo: cosa, tu vuoi sapere cosa. La<br />

ragazza vestita, comincio. La che, dice lui, e di<br />

colpo scoppia a ridere. Come un folle, dandosi<br />

manate sulle cosce. Nefes, dico io. Si chiama<br />

Nefes. Me l’ha detto lei, ma l’ho persa di vista<br />

nella confusione. La prego, per me è molto importante.<br />

Sono una persona seria, non voglio<br />

dar fastidio a nessuno. Solo sapere chi è, e se<br />

posso rivederla. Parlarle un momento.<br />

La ragazza che passa, dice lui. Si è un po’<br />

calmato, ma ancora scuote la testa. Si siede.


Letteratura<br />

RACCONTO<br />

Aspetta un momento, dice, devo<br />

mettere su un altro pezzo. Si piazza<br />

la cuffia sulle orecchie, dice: incredibile,<br />

e armeggia con i suoi inimmaginabili<br />

comandi. Scuote ancora<br />

la testa. Con una manata butta<br />

giù della roba da uno sgabello e mi<br />

fa cenno di sedere accanto a lui.<br />

La ragazza che passa, ripete scuotendo<br />

la testa. E poi, come riprendendosi:<br />

non è che stai scherzando.<br />

Faccio segno di no, lui mi guarda<br />

negli occhi. Incredibile, dice ancora,<br />

non sta neppure scherzando.<br />

Sotto di noi la pista si agita<br />

come un animale vivo, al comando<br />

invisibile di DJ Saugh, la divinità<br />

della torretta, che conosce<br />

tutti. Anche Nefes. La ragazza che<br />

passa. E’ così tranquillo qui. Forse<br />

tra poco lui la chiamerà con gli<br />

altoparlanti. Lei entrerà. Scivolerà<br />

come una nuvola verso di me. Dirà:<br />

ciao. Dirà: ti ho riconosciuto. Dirà,<br />

non lo so che cosa dirà. Mi basta<br />

vederla di nuovo. Bianca e palpitante.<br />

L’unico essere vivo in un<br />

mondo di ombre.<br />

Come hai detto che si chiama,<br />

dice all’improvviso Saugh,<br />

riscuotendomi dal sogno. Nefes!<br />

quasi urlo. Il suo nome è Nefes!<br />

Mah, dice lui. Muove qualcosa sul<br />

quadro comandi. Sulla pista che<br />

si muove a sobbalzi vedo qualcosa<br />

che scivola come fumo. Bianca.<br />

Esile. Un manto di capelli neri. La<br />

guardo. La guardo e la guardo, e di<br />

nuovo la guardo, e poi balzo in piedi,<br />

senza comprendere. Perché non<br />

può muoversi in quel modo, non<br />

sulle loro teste, e poi sulle schiene,<br />

e di nuovo scivolare sul fondo,<br />

come un pesce alla ricerca di buie<br />

profondità marine. Ma cosa? bia-<br />

104<br />

scico, il coltello puntato contro Nefes<br />

che cresce alta contro gli alberi,<br />

le nuvole, il cielo. Grido e grido,<br />

portandomi le mani al viso.<br />

Scusa, dice Saugh. Pensavo<br />

stessi scherzando. Pensavo lo sapessi.<br />

Alcuni lo sanno. Altri non<br />

ci badano neppure. Ma non hai capito?<br />

La ragazza che passa, la mia<br />

creazione più riuscita. La che, mormoro.<br />

E’ una specie di ologramma,<br />

dice lui in tono didattico, un’immagine<br />

virtuale insomma. Caspita, se<br />

t’è sembrata vera, ho superato me<br />

stesso. Guarda, ti faccio vedere,<br />

aggiunge eccitato, muovendo i comandi.<br />

Ci lavoro da anni. Sono immagini<br />

digitalizzate e proiettate in<br />

determinate condizioni sulla pista.<br />

La ragazza che passa è la più riuscita.<br />

Finora. Molto realistica. Ma<br />

sogno una tigre che ruggisce tra<br />

la gente. Un branco di cavalli impazziti.<br />

Una squadra di tornado in<br />

picchiata. Ed è tutto qui, in questa<br />

consolle. Le immagini, voglio dire.<br />

Nefes, dico. Ha detto di chiamarsi<br />

Nefes. Lui mi guarda, mi fa<br />

l’occhiolino. Sbotta a ridere e dice:<br />

non si sa mai, con quello che si<br />

combina. Chissà. E chiamiamola<br />

Nefer. Nefes, lo correggo. Nefes,<br />

ripete lui. La vuoi rivedere, chiede<br />

poi a bassa voce, insinuante.<br />

Sì, dico. Virtuale. Digitalizzata.<br />

Proiettata. Nefes. Amore di estati<br />

insensate, di tempi dementi. Nefes.<br />

Un fascio di bytes. Un’onda corpuscolata<br />

di fotoni.<br />

E’ bella la ragazza che passa,<br />

dice piano Saugh, mentre Nefes<br />

scivola tra la massa che si scuote<br />

forsennata sotto gli ulivi. Sì, dico,<br />

fammela rivedere ancora, ti prego.<br />

E ancora.


Chiara Palazzolo<br />

Nata in Sicilia ma romana d’adozione, ha esordito nel 2000 con il romanzo La<br />

casa della festa (Marsilio), pubblicando quindi per Piemme I bambini sono tornati<br />

(2003). Con la Trilogia di Mirta-Luna, affascinante eroina dark di Non mi uccidere<br />

(2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007), ha ottenuto un<br />

grandissimo successo di pubblico e critica. Da Non mi uccidere è in preparazione<br />

l’omonimo film. Appena edito Nel bosco di Aus, un inquietante romanzo di altissima<br />

suspense in cui nulla è quello che sembra.


What else?<br />

www.speechles


smagazine.com


108<br />

Letteratura<br />

Illabirinto di Durrenmatt<br />

Questa breve ma intensa opera di<br />

Dürrenmatt ha una tale potenza lirica<br />

e semantica da lasciare, nel momento<br />

del commiato, la mente indaffarata a<br />

rincorrere collegamenti, interpretazioni<br />

e reminiscenze di tipo storico, filosofico<br />

e mitopoietico, e l’anima in subbuglio,<br />

perché confusa e al contempo<br />

illuminata dalla poesia di ogni singolo<br />

brano e ferita dalla verità che il racconto<br />

vuole rivelare e dal suo tragico<br />

finale – se pur già le fosse noto e, quindi,<br />

non potesse che essere atteso.<br />

Il labirinto – e il racconto mitologico<br />

di Teseo e del Minotauro che gli è inestricabilmente<br />

connesso – è una delle maggiori<br />

e più antiche immagini archetipiche, metafora<br />

del viaggio dell’uomo nella propria<br />

anima (per vincere se stesso e il proprio<br />

dualismo in una sorta di iter perfectionis,<br />

in quanto il Minotauro rappresenta simbolicamente<br />

la duplicità dell’essere umano,<br />

al contempo istinto e bestialità, ragione e<br />

ordine, carnefice e vittima) e dell’anima<br />

stessa verso la luce e l’immortalità (perché<br />

l’iter perfectionis attraverso il labirinto, che<br />

conduce l’eroe nel regno delle tenebre per<br />

poi tornare vittorioso in quello della luce,<br />

rappresenta “sia la vittoria della natura<br />

razionale su quella ferina, che la vittoria<br />

della vita sulla morte” 1 ).<br />

«Il centro del labirinto contiene<br />

sempre una mutazione: di ciò che noi<br />

chiamiamo vita e di ciò che chiamia-<br />

di vaLentina coLUcceLLi<br />

Luogo della segnalazione dell’alterità<br />

e del riconoscimento della solitudine<br />

mo morte, e il passaggio da una vita<br />

all’altra, dal mondo delle apparenze<br />

a quello delle essenze, dalla carnalità<br />

bestiale (il Minotauro) all’umanità spiritualizzata<br />

(Teseo)». Brion<br />

Quella di Dürrenmatt, pubblicata nel<br />

1985, è solo una delle più recenti delle innumerevoli<br />

riletture e interpretazioni di<br />

questa metafora così ricca e stratificata. Il<br />

suo cambio di prospettiva, che pone come<br />

protagonista della vicenda il Minotauro<br />

invece del coraggioso e sfrontato Teseo o<br />

della premurosa e scaltra Arianna, non è<br />

poi originale (corre ad esempio subito alla<br />

memoria il meraviglioso brano di Borges<br />

del 1949 “La casa di Asterione”). Ma la<br />

rilettura di Dürrenmatt possiede una singolare<br />

profondità e una destabilizzante e lucida<br />

capacità di fare del Minotauro il simbolo<br />

del solipsismo cui è inesorabilmente destinato<br />

l’uomo, che arricchisce la vicenda di<br />

una dimensione universale 2 : il labirinto di<br />

specchi, in cui la bestia si riflette in infinite<br />

immagini di se stessa, diventa luogo della<br />

segnalazione e del riconoscimento dell’alterità,<br />

che si propone però come insuperabile<br />

– se non artificiosamente.<br />

Ma sarebbe forse andare contro il volere<br />

dell’autore tentare di spiegare e analizzare<br />

la sua opera affidandosi a raziocinio e<br />

categorie, come tentare di spiegare e analizzare<br />

il mito da cui prende le mosse; lui<br />

stesso, afferma, nell’ acuta, brillante e ironica<br />

Prefazione a Il Minotauro, “nes-


suna metafora ha un significato univoco,<br />

altrimenti essa sarebbe un’allegoria, una<br />

massima mascherata […]. Ogni interpretazione<br />

distrugg[e] il senso di una metafora,<br />

perché questo senso è tutt’uno con la metafora<br />

stessa, perché esso si rispecchia nella<br />

sua interezza soltanto nella metafora”.<br />

Meglio dunque lasciarsi trascinare<br />

dalla poesia – anche violenta – delle immagini<br />

che Dürrenmatt crea con le parole<br />

e dal ritmo cadenzato e poi improvvisamente<br />

concitato che accompagna quello<br />

che, più che un mero racconto ragionato,<br />

pare una danza dettata dall’istintualità<br />

spontanea del suo protagonista (non a caso,<br />

alcune edizioni intitolano questo testo “Il<br />

Minotauro, una ballata” 3 ). Ecco allora<br />

che, più potenti di mille ragionamenti, saranno<br />

i linguaggi immediati, connaturati,<br />

istintivi della poesia e della danza a filtrare<br />

nell’inconscio gli echi senza voce dei significati<br />

profondi della narrazione, che si<br />

trasformeranno poi in consapevolezza, lentamente,<br />

mentre emergeranno in superficie<br />

dopo aver albergato nell’anima il tempo ne-<br />

cessario per scuoterla e farla fremere.<br />

Il Minotauro di Dürrenmatt, inconsapevole<br />

di sé e del mondo come un bimbo<br />

mostruoso o come un mostro con l’innocenza<br />

di un bambino, “si trovò, dopo<br />

lunghi anni di un sonno confuso […] sul<br />

pavimento del labirinto che era stato costruito<br />

da Dedalo per proteggere gli uomini<br />

da quell’essere e l’essere dagli uomini, d’un<br />

impianto […] le cui innumerevoli intricate<br />

pareti erano di vetro, tanto che l’essere stava<br />

accovacciato non solo di fronte alla sua<br />

immagine, ma anche all’immagine delle<br />

sue immagini: vide davanti a sé un’infinità<br />

di esseri fatti com’era lui, e come si girò per<br />

non vederli più, un’altra infinità di esseri<br />

uguali a lui”. Non sapendo cosa sia sogno<br />

e cosa sia realtà, non distinguendo cosa sia<br />

parte di lui e cosa sia altro, al Minotauro,<br />

vedendo che tutte quelle immagini intorno<br />

a lui ripetevano ogni suo gesto, “parve<br />

d’essere come un capo, anzi di più, come un<br />

dio, se avesse saputo cos’è un dio”. E danzò.<br />

Danzò insieme agli infiniti riflessi di lui<br />

stesso, convinto di non essere solo. Poi d’un<br />

tratto, tra le immagini identiche di uomini<br />

con teste di toro, ne comparve una – con i<br />

suoi infiniti riflessi – che non ubbidiva ai<br />

suoi comandi e differente nell’aspetto: una<br />

fanciulla nuda, con lunghi capelli neri,<br />

immobile e con lo sguardo spaurito. E la<br />

bestia capì. Capì che esiste qualcos’altro<br />

oltre ai minotauri; non solo nella forma, ma<br />

anche nella sostanza, perché questa nuova<br />

presenza era calda e cedevole al tatto,<br />

109


dove le altre erano fredde e piatte. “Il suo<br />

mondo si era raddoppiato”. E, per la felicità<br />

della scoperta e della liberazione, l’uomo<br />

toro danzò e la fanciulla con lui, in uno dei<br />

passi più toccanti dell’intero libro:<br />

“Lui danzò la sua deformità, lei danzò<br />

la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla<br />

trovata, lei danzò la paura di essere stata<br />

trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei<br />

danzò il suo destino, lui danzò la sua smania,<br />

e lei danzò la sua curiosità, lui danzò<br />

il suo addossarsi, lei danzò la sua ripulsa,<br />

lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo<br />

avvinghiare. Danzarono, e danzarono le<br />

loro immagini, e lui non seppe di prendere<br />

la fanciulla, non poteva sapere nemmeno<br />

che l’uccideva, perché non sapeva cos’era<br />

vita e cos’era morte. In lui non c’era altro<br />

che incontenibile felicità fusa con incontenibile<br />

piacere.”<br />

110<br />

La sua danza, espressione di un’ingenuità<br />

inconsapevole e di una spensieratezza<br />

infantile, candida, si ripeté festosa all’incontro<br />

con un nuovo essere; ma “la gioia<br />

di non esser più solo […] e la speranza<br />

d’incontrare gli altri minotauri, le fanciulle<br />

e gli esseri uguali a quello con cui ora<br />

danzava” furono turbate e poi spazzate via<br />

dal colpo della spada che questi gli affondò<br />

nel petto. Nella confusione per quel gesto<br />

inatteso e sconosciuto, il Minotauro uccise<br />

il portatore della spada e i suoi compagni,<br />

e poi trasformò la sua danza in una scarica<br />

di pugni contro la parete e contro le proprie<br />

immagini nella rabbia dell’abbandono e del<br />

rifiuto, della vendetta e della paura. E qui<br />

l’essere, scagliandosi contro l’immagine di<br />

se stesso, avvertendo l’impossibilità di toccarla<br />

davvero, la sua intangibilità, avvertì<br />

per la prima volta che non esistevano tanti<br />

esseri come lui intorno a lui, ma di essere<br />

1


11<br />

di fronte sempre e solo a se stesso. Insieme<br />

arrivò anche la consapevolezza di essere<br />

unico. E diverso. E, infine, la comprensione<br />

della cagione dell’esistenza del labirinto,<br />

necessario affinché il mondo conservi il<br />

proprio ordine tenendo segregato e celato<br />

agli occhi quel che non dovrebbe essere,<br />

ma che è. E allora a colui che aveva danzato,<br />

inconsapevole e ingenuo, e che poi aveva<br />

colpito, perché ferito e tradito, scoprendosi<br />

solo e non amato, non rimane che sognare:<br />

“Sognò un linguaggio, sognò fratellanza,<br />

sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò<br />

amore, vicinanza, calore, e contemporaneamente<br />

seppe, sognando, di essere un<br />

anormale cui non sarebbe mai stato concesso<br />

un linguaggio, mai fratellanza, mai<br />

amicizia, mai amore, mai vicinanza, mai<br />

calore, sognò come gli esseri umani sognano<br />

gli dèi, con tristezza d’uomo l’uomo, con<br />

tristezza d’animale il minotauro.”<br />

È la comparsa di un secondo minotauro,<br />

uguale a lui ma dissimile, indipendente<br />

dai suoi movimenti e concreto,<br />

a esaudire una preghiera che<br />

non sperava avrebbe mai potuto essere<br />

ascoltata, a realizzare un desiderio che<br />

non credeva avrebbe mai potuto essere accolto,<br />

da celebrare con una danza alla vita<br />

e alla completezza che solo un altro essere<br />

uguale e diverso da noi può offrire:<br />

“[…] c’era un secondo minotauro, non<br />

soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro<br />

cominciò a danzare. Danzò la danza<br />

della fratellanza, la danza dell’amicizia, la<br />

danza della sicurezza, la danza dell’amore,<br />

la danza della vicinanza, la danza del<br />

calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua<br />

dualità, danzò la sua liberazione, danzò il<br />

tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso<br />

di pareti e specchi nella terra…”<br />

Questo sprofondare del labirinto<br />

è il crollare delle pareti che separano<br />

Letteratura<br />

l’Altro dall’Io, lo scacco matto a quella<br />

solitudine ingannata con i fasulli<br />

“altri” riflessi, aggirata con la violenza<br />

bramosa sulla fanciulla dai capelli<br />

neri, sfidata con l’uccisione rabbiosa<br />

del gruppo del portatore di spada, compresa<br />

con la scoperta di essere unico,<br />

diverso, rinchiuso. Ma per un crudele<br />

piano del destino l’unico “Altro” reale, nel<br />

senso più pieno del termine, è anche l’unico<br />

ad essere volontariamente un inganno.<br />

Il Minotauro, nell’estasi della felicità, nella<br />

brama di abbracciare l’abbraccio del suo<br />

Altro, gli corre incontro festante e fiducioso.<br />

E da questi viene ucciso. Lo scacco matto,<br />

quella speranza di poter superare il<br />

solipsismo e la solitudine, è l’illusione<br />

più grande. Quella fatale.<br />

Difficile non commuoversi per la fine<br />

desolata e desolante dell’uomo toro, barbaramente<br />

ucciso in un atto di amore, in uno<br />

slancio di fiducia. Il Minotauro muore, solo.<br />

Colpevole solo per natura e non per scelta.<br />

Vittima forse per necessità, ma non per giustizia.<br />

NOTE<br />

1 “Labirinti”, Pier Giorgio Viberti,<br />

ed. Demetra 2000; meraviglioso e ricchissimo<br />

saggio cui questo commento<br />

è fortemente debitore.<br />

2 Laddove, invece, per Borges il labirinto<br />

rappresenta la figura archetipica<br />

del tentativo dell’uomo di comprendere<br />

se stesso, quell’infinito oscuro e<br />

impenetrabile.<br />

3 E non a caso, si intitola La Ballata<br />

del Minotauro la serie di disegni,<br />

particolarmente intensa e comunicativa,<br />

che arricchisce l’edizione Marcos<br />

Y Marcos, opera di Dürrenmatt stesso.


Letteratura di andrea cattaneo<br />

La penultima verità su<br />

Philip K. Dick<br />

112<br />

Trent’anni senza Philip K. Dick sono<br />

pochi per sperare di capire il suo lavoro, ce<br />

ne servirebbero ancora diverse decine di migliaia.<br />

La cifra tonda però è un’ottima scusa<br />

per ricordare, o conoscere, un autore così importante.<br />

Ma perché celebrare Dick proprio<br />

trent’anni dopo la sua morte e non trentadue,<br />

o trentatré, o trentanove? È una<br />

stranezza che di certo non gli sarebbe sfuggita<br />

e che l’avrebbe insospettito. Il più sospetto<br />

di tutti i partecipanti a questa celebrazione è<br />

l’editore Fanucci che, per l’occasione, ripropone<br />

tutte le traduzioni dei suoi lavori. Poi ci<br />

sono tutti i loschi figuri che si dedicano a lui<br />

scartabellando tra le note della sua biografia.<br />

Tra i tanti si prendano le loro responsabilità<br />

Matteuzzi e Ongarato, penne al soldo<br />

dell’editore Beccogiallo (Philip K. Dick, la<br />

biografia a fumetti).<br />

In vita Dick ha sofferto la frustrazione<br />

di non essere considerato un “vero”<br />

scrittore. A dirla tutta, nemmeno lui era<br />

certo di meritare più attenzione di quella<br />

che riceveva. Secondo Emmanuel Carrère<br />

(Io sono vivo, voi siete morti, un viaggio<br />

nella mente di Philip K. Dick, Hobby<br />

& Work), Dick si vedeva come un povero<br />

diavolo un po’ tocco che sbarcava il lunario<br />

scrivendo storie per ragazzini e per adulti mai<br />

cresciuti.<br />

La svastica sul sole. Nel 1950 scoppia<br />

la guerra in Corea e l’esercito americano<br />

interviene. A Phil e agli studenti di Berkley è<br />

richiesta la partecipazione a un corso di ad-<br />

destramento per l’esercito. Phil si presenta<br />

imbracciando una scopa.<br />

Calma, facciamo un passo indietro.<br />

Edgar, suo padre, era un sergente maggiore<br />

dell’esercito decorato in Europa. Alla<br />

fine della guerra aveva trovato lavoro nel<br />

dipartimento dell’Agricoltura, il suo compito<br />

era controllare che gli allevatori non facessero<br />

i furbi. Sul fatto che il suo fosse un ottimo<br />

impiego lui e Phil avevano pareri contrastanti.<br />

Non andavano molto d’accordo nemmeno<br />

sulla questione delle atomiche sul Giappone.<br />

La vittoria nella Seconda Guerra Mondiale<br />

aveva creato un po’ di confusione negli americani,<br />

sotto sotto sembravano pensare che i<br />

violenti si dividessero in due categorie: i vincitori<br />

e i vinti. Ai primi, che si erano conquistati<br />

l’ultima parola, era concesso il diritto di<br />

menare le mani.<br />

Nella testa di Dick deve essere scattato<br />

un meccanismo, agli americani bisognava<br />

spiegare due o tre cosette sulla guerra. Ci<br />

voleva la lezione di un saggio, di un uomo<br />

super-partes che guarda dall’alto del suo<br />

castello. Sembrerà bizzarro ma l’idea di essere<br />

una specie di profeta non è la cosa più<br />

strana che Phil abbia pensato di se stesso.<br />

A onor del vero va detto che The Man<br />

in the High Castle è uno di quei rari casi in<br />

cui la traduzione italiana del titolo (La svastica<br />

sul sole) è decisamente meglio dell’originale.<br />

L’occhio nel cielo. Un bel giorno Phil<br />

decide di scrivere una lettera ad Alexandre<br />

Tochev dell’Accademia sovietica delle<br />

scienze. Tenta di carpire i segreti scientifici


dei russi per scriverne storie di fantascienza.<br />

Gli scienziati Oltrecortina però stranamente<br />

non vogliono collaborare, e questo è l’unico<br />

contatto tra Phil e l’Unione Sovietica. Non è<br />

mai stato un pericoloso comunista, ma la sua<br />

seconda moglie Kleo Apostolides, iscritta<br />

al Partito Socialista, per l’Fbi e Nixon è da<br />

tenere sotto stretto controllo.<br />

Un giorno l’antispionaggio decide che<br />

bisogna affrontare il<br />

nemico di petto e manda<br />

due agenti Fbi a bussare<br />

alla porta dei Dick.<br />

Phil li fa entrare, è solo,<br />

sta lavorando, Kleo è<br />

fuori. Gli chiedono come<br />

sbarca il lunario, lui dice<br />

di essere uno scrittore<br />

di fantascienza. Gli<br />

chiedono dell’attività<br />

politica di Kleo, cercano<br />

di convincerlo a diventare<br />

un informatore. Lui<br />

rifiuta e uno dei due gli<br />

chiede se sia comunista.<br />

«No», risponde<br />

Phil. «Non ho alcuna<br />

simpatia per il Partito<br />

Comunista. Ma lei sa<br />

bene che, se ne avessi,<br />

le risponderei la stessa<br />

cosa».<br />

Le visite dell’Fbi si fanno frequenti, si<br />

presentano con questionari a risposta chiusa<br />

da compilare. Una delle domande dice: “Il più<br />

grande nemico del mondo libero è la Russia,<br />

il nostro livello di vita elevato o gli elementi<br />

infiltrati fra noi”. Phil e Kleo, che si sentono<br />

pericolosi ribelli, stanno al gioco finché l’Fbi<br />

non si stufa e smette di controllarli.<br />

Uno dei due agenti, George Scruggs,<br />

diventa amico di Phil, gli dà lezioni di guida e<br />

l’aiuta a prendere la patente. Phil, che adorava<br />

confonderlo, tenta di convincerlo che gli<br />

infiltrati comunisti andrebbero cercati tra gli<br />

insospettabili. Nasce così l’idea per L’occhio<br />

nel cielo, un romanzo in cui il vero<br />

comunista non è la persona accusata,<br />

ma il delatore che la accusava. Phil regala<br />

una copia del libro a Scruggs che però non<br />

coglie il messaggio tra<br />

le righe. È interessato<br />

solo alla verosimiglianza<br />

dell’espediente tecnologico<br />

usato nella storia.<br />

Phil, lusingato<br />

dalla stima di Scruggs<br />

nei confronti delle sue<br />

competenze tecnologiche,<br />

fa lo spaccone e<br />

si inventa di essere in<br />

contatto costante con il<br />

professor Tochev.<br />

«Sì, lo so», gli confessa<br />

Scruggs senza<br />

scomporsi.<br />

Le tre stimmate<br />

di Palmer Eldritch.<br />

Nei primi anni sessanta,<br />

con tre divorzi alle spalle,<br />

un curriculum di stranezze,<br />

paranoie e dipendenza<br />

dalle anfetamine,<br />

Dick è nel bel mezzo dello zeitgeist riassunto<br />

da Bob Dylan nella celebre frase: «The times,<br />

they are a-changing».<br />

Chiusa l’ultima parentesi matrimoniale,<br />

torna a vivere a Berkley e sembra rinato. Ha<br />

capito che non sarà mai un leccapiedi degli<br />

zombi incravattati dell’establishment letterario,<br />

ha tentato e ha fallito. È diventato un fan<br />

dei Grateful Dead, si fa crescere la barba, ha<br />

compreso che il suo ruolo è quello del genia-<br />

113


Philip K. dick


le balordo della letteratura. Ha paura della<br />

sua ex moglie, sospetta che lo stia controllando,<br />

cerca i microfoni persino nella lettiera<br />

del gatto, non trovandoli si convince che il<br />

telefono è intercettato. Costringe chiunque<br />

lo chiami a delle verifiche che provino la sua<br />

identità.<br />

Nel 1965 la pubblicazione di Le tre stimmate<br />

di Palmer Eldritch lo rende famoso<br />

tra gli stessi ragazzi che ammirano Timothy<br />

Leary e Aldous Huxley. Anche Phil, benché<br />

non abbia ancora provato l’acido lisergico, è<br />

considerato un profeta dell’Lsd.<br />

Leary e John Lennon un giorno<br />

lo chiamano al telefono. Lennon vuole<br />

confessargli che è rimasto sconvolto dal<br />

suo libro, che sarà la base per il disco<br />

dei Beatles in preparazione: Sgt. Pepper's<br />

Lonely Hearts Club Band.<br />

Phil non gli crede, pensa sia uno scherzo.<br />

Spinto dagli amici, prova l’Lsd e si ritrova<br />

nell’antica Roma: è un martire cristiano<br />

in balìa dei pagani. Riemerge dall’allucinazione<br />

ancora più strano e si mette a fare il<br />

cascamorto con tutte le mogli dei suoi amici.<br />

I tentativi di seduzione sono inconcludenti e<br />

imbarazzanti per tutti i coinvolti.<br />

Nel 1967, i Beatles pubblicano Sgt.<br />

Pepper's Lonely Hearts Club Band, si può facilmente<br />

immaginare come ci sia rimasto…<br />

Io sono vivo e voi siete morti. Phil<br />

aveva una sorella gemella che si chiamava<br />

Jane, morta per malnutrizione il 26 gennaio<br />

del 1928. La convinzione di Phil di essere<br />

un sopravvissuto riemerge nel suo capolavoro<br />

Ubik. Nel romanzo Joe, un bambino<br />

mantenuto in uno stato di semi-vita,<br />

divora le coscienze dei protagonisti confinati<br />

con lui in una specie di aldilà. Il mortorium,<br />

che compare nel romanzo, è un luogo in cui<br />

Letteratura<br />

i defunti come Joe sono tenuti in coma per<br />

permettere ai loro cari di mantenere un contatto<br />

con loro.<br />

L’impressione che Phil abbia voluto<br />

stabilire, attraverso il romanzo, un contatto<br />

con Jane è forte, ma forse è solo<br />

una speculazione. Del resto, in un certo<br />

senso, anche noi abbiamo appena cercato di<br />

stabilire un contatto con lui visitando il mortorium<br />

di carta e inchiostro in cui è confinato.<br />

Ora, per maggiore sicurezza, andate in<br />

bagno e controllate accanto allo sciacquone<br />

del water, se qualcuno ha scritto “Io sono<br />

vivo e voi siete morti” vuole dire che dovete<br />

assolutamente procurarvi un atomizzatore<br />

Ubik nuovo modello. È più economico e più<br />

efficace che mai!<br />

115


Letteratura<br />

CardioDetective<br />

racconto di dario tonani<br />

Neve appiccicosa, sporca. Che strazia il panorama.<br />

Corro (perché questo fa parte del mio lavoro). Pompo sangue<br />

al muscolo cardiaco. In dosi che per qualsiasi adulto non allenato<br />

equivarrebbero a rimetterci le penne.<br />

Corro perché solo così vedo… ciò che vedo. Tra le 170 e le 185<br />

pulsazioni al minuto.<br />

Fotogrammi. Immagini. Visioni.<br />

Il futuro. Il Passato.<br />

Sfilo ansimando accanto alla rete del cantiere abbandonato; una<br />

sottile ragnatela di scacchi glassati s’inerpica per quasi tre metri lasciando<br />

trapelare dall’altra parte il profilo dei mezzi<br />

coperti di neve: un caterpillar che sembra un<br />

mammut collassato nel bianco, i tralicci coricati di<br />

una gru smantellata, una betoniera che trabocca<br />

quella che sembra spuma di meringa.<br />

Si gela qui fuori, e il respiro mi si condensa<br />

in una nuvola grigia.<br />

Doppio l’angolo rischiando di scivolare sul ghiaccio. Da quella parte<br />

il marciapiede è ingombro di neve lurida, calpestato da orme frettolose.<br />

Sette e ventisei del mattino. Il traffico ancora assonnato della città indugia<br />

nelle arterie principali, laggiù invece a quest’ora non c’è quasi nessuno.<br />

Ci vado sempre per il mio jogging dell’alba, ma non lo consiglio alle donne<br />

sole, come me (e neppure agli uomini disarmati, se è per questo). Dall’angolo<br />

del cantiere in disuso si dipana un labirinto di casermoni abbandonati:<br />

scuole, palestre, supermercati che furono. Alveari di cinque o sei piani, fatiscenti<br />

e gelati. Appartamenti spolpati, che ora abitano tossici e clandestini.<br />

Scale.<br />

È quella la mia palestra per far salire i battiti fino al livello che mi permette<br />

di vedere il futuro. Le salgo sempre di corsa, tre gradini alla volta. Rasente<br />

ai muri, guardandomi le spalle, pistola in pugno aderente alla coscia.<br />

Sudore, cuore e spirito di sacrificio.<br />

Sì, sono un poliziotto. Sezione Omega. CardioDetective Monica Liberti!<br />

116


Il cuore delle donne batte più<br />

rapidamente, ci hanno insegnato<br />

al corso. Per questo la nostra è<br />

un’unità tutta al femminile…<br />

Un cane mi si affianca ai<br />

polpacci. Trotta al passo il bastardello,<br />

abbaiandomi incarognito<br />

a due dita dalle<br />

caviglie.<br />

Mi sfianco e qualche<br />

volta quasi mi uccido per<br />

strizzare fuori dalla testa<br />

un’immagine. Un indizio.<br />

I cani non mi piacciono. Interferiscono<br />

col mio (sporco) lavoro.<br />

Lo scalcio via, non forte,<br />

il giusto perché non mi si appiccichi<br />

di nuovo.<br />

Presto entrerò in uno<br />

dei portoni bui e inforcherò<br />

le scale della mia<br />

destinazione. Quinto<br />

piano, interno 9. Ma<br />

prima sfilerò la calibro<br />

22 dalla fondinaascellare<br />

sotto il<br />

k-way.<br />

Sto lavorando<br />

a quello<br />

c h e ha tutta l’aria di<br />

essere un regolamento di conti nel<br />

mondo dello spaccio. Omicidio volontario<br />

aggravato dalla crudeltà,<br />

ragazzina di quattordici anni uccisa<br />

con ventinove coltellate. Viste quasi<br />

tutte. Appartamento vuoto, sangue<br />

dappertutto, il barlume di un’immagine<br />

scura e incappucciata che mena<br />

fendenti col braccio sinistro.<br />

RACCONTO<br />

È lì che sto andando. Ogni mattina,<br />

da ventiquattro giorni. E altrettante<br />

coltellate.<br />

***<br />

Sara non va a scuola. O almeno<br />

non nel senso che siamo soliti attribuire<br />

alla frase. Spaccia. E i suoi<br />

clienti sono i compagni d’istituto che<br />

potrebbe avere se frequentasse le<br />

quattro mura in fondo alla strada.<br />

Spaccia e consuma. Fatta 100 la<br />

somma delle due attività, si ritaglia il<br />

5 per la seconda. Tendente, di questi<br />

tempi, al 6 e all’8. Troppi!<br />

Le hanno già detto di andarci<br />

piano, ma lei niente. Non sente ragioni.<br />

È una donna in un guscio di<br />

ragazzina, il che significa una cosa<br />

soltanto: i lupi là fuori hanno il doppio<br />

delle ragioni per metterle gli occhi<br />

addosso.<br />

Sale di corsa le scale fino all’appartamento<br />

del quinto piano, armeggia<br />

con la chiave nella serratura<br />

e si chiude la porta alle spalle. Tripla<br />

mandata.<br />

Il mazzo vola in un cestino a forma<br />

di pagoda. Le hanno insegnato<br />

a toglierla sempre dalla toppa. E lei<br />

che vive da sola, ascolta e impara.<br />

Due stanze, un cucinino, un cesso.<br />

Una reggia senza acqua calda.<br />

Con un frigo recuperato in discarica.<br />

Squilla il telefonino. È il ping di<br />

un messaggio in arrivo.<br />

Alza l’apparecchio: SONO QUI<br />

FUORI APRI.<br />

Scuote la testa, è Carlos. Non<br />

lo aspettava, ma loro sono sempre<br />

imprevedibili nelle consegne, è così<br />

117


RACCONTO<br />

che funziona. Lei non è parte della<br />

musica, è soltanto un tasto della pianola.<br />

Un tasto con le tette, e una franchigia<br />

del 4 per cento non negoziabile…<br />

***<br />

Lancio un’occhiata al cardiofrequenzimetro<br />

che porto al polso (capitolato<br />

di Polizia, come pistola e distintivo).<br />

Ho detto che vedo il futuro, ma<br />

non è completamente esatto. Le mie<br />

visioni non hanno tempo, galleggiano<br />

sopra un mare che non ha alcuna<br />

profondità temporale. La mia mente<br />

è carta moschicida, si appiccica al<br />

male e non se ne stacca più, ovunque<br />

abbia deciso di annidarsi. Ieri,<br />

oggi, domani.<br />

È per questo che visito i luoghi<br />

dei delitti irrisolti.<br />

Ho però bisogno di uno slancio,<br />

di un trampolino da cui buttarmi:<br />

adrenalina, pulsazioni, ossigeno…<br />

Motivo per il quale, corro. Altre della<br />

mia sezione ingurgitano farmaci<br />

— norepinefrina soprattutto — o si<br />

ammazzano sulla cyclette. Oppure si<br />

danno al sesso con caparbio senso<br />

del dovere.<br />

Io no, corro.<br />

Nude pulsazioni portate alla soglia<br />

critica di 185 al minuto.<br />

Sono quasi arrivata.<br />

Attraverso la strada nel paciugo<br />

di neve marcia. Aggiro il furgone<br />

bianco di una ditta di pulizie, fermo<br />

a ridosso del marciapiede. Quasi mi<br />

stampo contro uno degli addetti —<br />

un marcantonio senza un pelo in testa<br />

— che sta scaricando dal pianale<br />

una manciata di scope.<br />

“Ehi, troia!” mi grida dietro.<br />

Lo ignoro.<br />

Trotto rasente al palazzo, dove<br />

non corro il rischio di scivolare nel<br />

pantano di neve. Il cane mi è di nuovo<br />

addosso, carico come una molla.<br />

Salta i cumuli marci, è un fenomeno.<br />

A un tratto… vedo!<br />

***<br />

La porta si spalanca di colpo.<br />

“Ehi troia!”.<br />

L’uomo sghignazza avanzando<br />

dietro il braccio steso. “Daaadàn!”.<br />

Impugna un coltello serramanico. Ha<br />

il telefonino di Carlos, ma non è Carlos.<br />

Sara arretra, inciampa, viene<br />

strattonata per il bavero del giaccone.<br />

Schizzi di saliva sulle guance.<br />

Il tipo continua a sogghignare,<br />

fatto come una pigna. Le torce il<br />

braccio dietro la schiena puntandole<br />

il coltello alla gola. “Carlos non se l’è<br />

sentita. Io sì! Ma ti manda i suoi saluti”.<br />

Le sfila il cellulare dalla tasca e<br />

lo fa sparire nel retro dei jeans.<br />

Ansimando rumorosamente la<br />

sospinge per il corridoio fino alla minuscola<br />

camera da letto.<br />

***<br />

Per un istante sono completamente<br />

cieca. Incespico, sbando, scivolo.<br />

Rallento.<br />

118<br />

Una coltellata, due coltellate…<br />

Arranco con le braccia sul muro.<br />

Mi fermo.<br />

La figura incappucciata: “Ehi,<br />

troia!”.


Letteratura<br />

Mi piego in avanti, le mani sulle ginocchia.<br />

Volto adagio la testa, boccheggiando.<br />

Il bastardello si accanisce sulle gambe della mia tuta da jogging. Ma ormai<br />

niente mi può distrarre.<br />

Il tipo è tornato al furgone. Forse dovrei chiamare la Centrale e chiedere<br />

rinforzi. Ma non posso lasciarmelo scappare.<br />

Mi raddrizzo, estraggo la pistola. “Fermo!”.<br />

Il marcantonio alza la testa, trasalisce.<br />

Scatta. Di là dalla strada.<br />

Nuove immagini, una caterva. Mi rallentano!<br />

Neve, ghiaccio, il traffico che si è fatto improvvisamente nervoso.<br />

Vedo la povera ragazzina spalmata sui riflessi dei parabrezza, il volto che<br />

sbianca, il sangue che inzuppa i cofani…<br />

Caracollo tra una macchina e l’altra, cercando di guadagnare il marciapiede<br />

opposto. Avrei bisogno di rallentare il cuore, di togliermi queste visioni<br />

di torno. E invece…<br />

Stendo il braccio, allineo la mira. “FERMO!”.<br />

“Ehi, troia!”.<br />

Uno scooter sbanda, scoda, s’intraversa sbalzandomi a metri di distanza.<br />

Le immagini si spengono.<br />

Buio.<br />

***<br />

“Come si sente?”.<br />

C’è un volto che galleggia nel mio cielo. Sbatto le palpebre cercando di<br />

metterlo a fuoco. Che posto è questo?<br />

Sono immersa nel bianco, ma quello che ho intorno non è neve. Un letto.<br />

E di fianco il trespolo con una flebo.<br />

Il volto si ritrae. “Ricorda qualcosa, agente?”.<br />

Lo guardo come se fossi nuda, inorridita dalle implicazioni della domanda.<br />

Il tipo porta una divisa e ha l’aria di essere stato in attesa a lungo. “Qualsiasi<br />

cosa” m’incalza.<br />

“Da quanto sono qui?”.<br />

“Due giorni. Allora c’è qualcosa che ricorda?”.<br />

Volto la testa sul cuscino. “Nulla...”<br />

119


Letteratura<br />

di MiriaM Mastrovito<br />

Sospeso tra sogno e realtà, il Circo è per<br />

definizione un microcosmo intriso di magia.<br />

Con i suoi suoni, colori, odori esso dischiude<br />

le porte all’incanto trascinando adulti e bambini<br />

in una dimensione che invita a sospendere<br />

l’incredulità e ad abbandonarsi alla meraviglia.<br />

Un’esplorazione dei luoghi dell’immaginario<br />

che si rispetti non potrebbe rinunciare a<br />

una simile tappa, ragion per cui sarà proprio<br />

questa la seconda meta del nostro viaggio.<br />

Quello di cui voglio raccontarvi però non<br />

è un Circo qualsiasi, fra tutti, probabilmente,<br />

è il più straordinario. Arriva senza preavviso<br />

rubrica<br />

e senza fare rumore, come fosse sbucato dal<br />

nulla. I tendoni a strisce bianche e nere svettano<br />

in uno spazio delimitato da una recinzione<br />

in ferro battuto mentre un’insegna, anch’essa<br />

bianca e nera, informa i visitatori:<br />

Apre al Crepuscolo<br />

Chiude all’Aurora.<br />

Tutto sembra immobile e trasmette un<br />

senso di abbandono fino a che, al calar del<br />

sole, un intenso profumo di caramello non comincia<br />

a librarsi nell’aria e finalmente accade.<br />

Piccoli bagliori, simili a lucciole in volo, iniziano<br />

a correre lungo i tendoni e in quel confuso<br />

gioco di luci in movimento appare la scritta: le<br />

Cirque des Rêves.<br />

Varcati i cancelli, il vostro tempo verrà<br />

scandito dall’orologio danzante e sarete proiettati<br />

in un labirintico mondo da fiaba. Vi ritroverete<br />

smarriti tra una miriade di tendoni<br />

perché la peculiarità di questo circo è proprio<br />

quella di non averne uno solo. Ce n’è uno per<br />

ogni attrazione e sempre di nuovi se ne aggiungono.<br />

Il visitatore è libero di lasciarsi sedurre<br />

dall’insegna che più lo ammalia tracciando<br />

così il suo personale percorso alla scoperta<br />

delle meraviglie che in ogni anfratto si celano.<br />

Gli spettacoli a cui potrete assistere non<br />

hanno nulla a che vedere con le solite esibizioni<br />

di clown e animali ammaestrati. Il giardino<br />

d’inverno, la giostra, il dedalo della nube, la<br />

pozza delle lacrime e perfino l’albero dei desideri<br />

sono alcune delle strabilianti attrazioni in<br />

cui potrete imbattervi.<br />

Tuttavia non è solamente questo a ren-<br />

120


121<br />

dere il Circo della notte tanto speciale. Le sue<br />

immagini in bianco e nero, dei sogni non hanno<br />

solo la tradizionale bicromia ma sono fatte della<br />

loro stessa sostanza. Esso non è solo illusione<br />

ma è magia che sopravvive in un mondo sempre<br />

più restio a riconoscerla, forse è proprio<br />

per questo che non si annuncia con volantini o<br />

manifesti e preferisce farsi trovare da chi è ancora<br />

capace di udirne il richiamo. Sono i rêveurs<br />

a rappresentare il suo pubblico di affezionati:<br />

uomini e donne che lo seguono in giro per il<br />

mondo, in perfetta sintonia con la sua atmosfera<br />

onirica tanto che, quasi ne fossero parte<br />

integrante, vestono abiti degli stessi colori dei<br />

tendoni distinguendosi dagli artisti unicamente<br />

per piccole note di rosso, rintracciabili in una<br />

sciarpa, una coccarda, un fiore all’occhiello.<br />

Non vi inganni però la sua atmosfera festosa<br />

perché questo luogo fiabesco nasconde<br />

anche un volto oscuro. Dietro le sue quinte sta<br />

per consumarsi infatti una grande sfida tra due<br />

persone inconsapevoli, due allievi particolar-<br />

mente dotati scelti e allenati allo scopo. Celia<br />

e Marco sono votati sin da bambini a fronteggiarsi<br />

in una sorta di duello magico il cui vincitore<br />

sarà il solo a poter sopravvivere. Quel che<br />

inizialmente appare come il bizzarro divertissement<br />

di due potenti maghi, pian piano si rivela<br />

essere un gioco perverso destinato a complicarsi<br />

quando i due giovani protagonisti si innamoreranno<br />

andando contro ogni regola.<br />

Il delicato equilibrio su cui si regge il circo<br />

sopravvivrà all’imprevisto? L’amore alimenterà<br />

o infrangerà l’incanto?<br />

Per scoprirlo potrete unirvi ai rêveurs o<br />

più semplicemente tuffarvi tra le pagine de<br />

Il Circo della notte di Erin Morgenstern.<br />

Che scegliate l’una o l’altra via, vivrete<br />

un’esperienza unica e quando al sopraggiungere<br />

dell’aurora tornerete a casa, avrete difficoltà<br />

a comprendere da quale parte stia davvero<br />

il sogno.


L'esordio sci-fi di<br />

GEORGE R. R. MARTIN<br />

il papà di Game of Thrones<br />

Quando si parla di George R.R. Martin<br />

le aspettative sono alte, un nome una<br />

garanzia si potrebbe quasi dire: il grande<br />

successo della sua saga fantasy Le Cronache<br />

del Ghiaccio e del Fuoco e della serie<br />

TV della HBO, A Game of Thrones, ad<br />

essa ispirata parlano da soli. Ma la bibliografia<br />

di Martin è ricca e vasta, caratterizzata<br />

da uno stile che si è evoluto nel tempo,<br />

e che fin dagli esordi ha saputo convincere<br />

il pubblico.<br />

In fondo il buio è la sua prima opera<br />

di vaLentina Bettio<br />

122<br />

di genere Science Fiction (SciFi) – Dying of<br />

the light è il titolo originale, ma il primo<br />

titolo fu “After the festival” ("dopo il festival",<br />

ndr), poi cambiato nella seconda versione<br />

dopo la prima pubblicazione, uscita<br />

nel lontano 1977, ricevendo nomination per<br />

l’Ugo Award e il British Fantasy Award,<br />

ora riproposta dalla casa editrice Gargoyle.<br />

Assolutamente lontano dalle atmosfere<br />

fantasy-medievali de Il trono<br />

di spade, In fondo il buio è ambienta-


to su un pianeta morente, Worlorn; un<br />

pianeta vagabondo che per un certo periodo<br />

è stato abitabile ed ha ospitato il “Festival”,<br />

una lunga festa durante la quale ogni<br />

popolo dei mondi conosciuti ha edificato<br />

la sua città, importando non solo la propria<br />

cultura ma tutto ciò che caratterizza<br />

l’ecosistema del pianeta di origine. Un Festival<br />

in onore di tutte le civiltà, che ormai<br />

è arrivato al termine: giunto alla fine della<br />

propria peregrinazione attorno alla Ruota<br />

di Fuoco, Worlorn sta tornando nel buio e<br />

nel gelo e tutto ciò che è stato creato sul<br />

suo suolo sta per scomparire, destinato ad<br />

essere dimenticato. Un mondo da studiare<br />

per l’originale ed assolutamente unico<br />

equilibrio ambientale che si è creato, ma<br />

che sta esalando gli ultimi respiri.<br />

Perché questa era la cosiddetta<br />

foresta primigenia, il bosco che l’uomo<br />

aveva portato con sé da un sole all’altro<br />

[…]. Su tutti i nuovi pianeti l’umanità<br />

trovava […] piante ed alberi subito<br />

capaci di diventare parte integrante<br />

della linfa di quelli importati da casa<br />

da principio. […] Gli abitanti dei mondi<br />

esterni li avevano portati qui […] per<br />

aggiungere una nota che ricordasse<br />

casa, ovunque essa fosse.<br />

Su questo scenario fantascientifico,<br />

caratterizzato da notti tristi e<br />

permeato di desolazione, si dipanano<br />

gli eventi che vedono come protagonisti<br />

Dirk, Jenny, Jaan e il tuo teyn<br />

Garse, in un intricato susseguirsi di<br />

eventi il cui climax, sempre dietro<br />

l’angolo ma al contempo irraggiungibile,<br />

logora i nervi.<br />

123<br />

Con uno stile forse ancora da<br />

Letteratura<br />

affinare ma assolutamente vivido e apprezzabile<br />

nella sua chiarezza e fluidità,<br />

Martin crea un universo complesso<br />

e articolato, senza scendere in dettagli<br />

inutili ma lasciando piccole briciole<br />

sufficienti a capire che ciò che ci sta<br />

mostrando è solo la punta dell’iceberg<br />

di una realtà troppo complessa, un<br />

piccolo scorcio di per sé sufficiente ai<br />

fini della narrazione. La galassia da lui<br />

creata è ricca di popoli e pianeti dai nomi<br />

pittoreschi – Tober-nel-Velo, Darkdawn,<br />

di-Emerel e così via –, ognuno con i propri<br />

costumi, che interagiscono tra loro senza<br />

però influenzare in modo significativo il nucleo<br />

di credenze e tradizioni che li contraddistingue.<br />

Niente fattezze bizzarre, niente<br />

fantasia che corre a briglie sciolte per disegnare<br />

razze singolari: tutti i popoli introdotti<br />

da Martin sono umanoidi – anche<br />

se vengono poi citate creature come “mutaforma”,<br />

lupi mannari ecc. che, però, non<br />

recitano alcuna parte in questo racconto.<br />

L’unica cultura descritta è quella dei<br />

Kavalar, rude e violenta, che è trattata<br />

approfonditamente in modo da fornire al<br />

lettore le basi necessarie a capire le azioni<br />

e i ragionamenti che muovono gran parte<br />

dei personaggi che si incontrano nella storia,<br />

per la maggior parte Kavalar per l’ap-


Letteratura<br />

punto. Un popolo guidato da una serie di<br />

rigide regole e schemi di comportamento,<br />

che si basano sulla violenza e sulla guerra,<br />

così lontani dal pensiero comune da risultare<br />

grotteschi e difficili da assimilare. Violenza<br />

sì, ma anche un forte codice d’onore,<br />

che pizzica le corde più profonde dell’animo<br />

umano.<br />

Un esordio dai toni deliziosamente<br />

fantascientifici, cupo e intriso di descrizioni<br />

sanguinose accostate a triste<br />

poesia, in un connubio affascinante e<br />

ambizioso, a tratti ombroso ma di sicuro<br />

effetto, che trova la sua massima<br />

espressione in Kryne Lamiya, la città<br />

sirena dei Darkdawn – uno dei popoli<br />

al contempo più inquietanti e affascinanti<br />

descritti –, che suona all’infinito<br />

la propria musica di pazzia e morte.<br />

Titolo: IN FONDO IL BUIO<br />

Autore: George R.R. Martin<br />

Titolo originale: Dying of the light<br />

Editore: Gargoyle Books<br />

Collana: Gargoyle Extra<br />

Traduzione: Tarallo&Tintori<br />

Pagine: 376<br />

Prezzo: € 16.90<br />

EAN: 978-88-89541-67-8<br />

“È una canzone del crepuscolo e della<br />

notte che scende, avverte che non ci sarà<br />

mai più un’altra alba, mai più.”<br />

Ed è l’atmosfera di questa città che<br />

riempie il cuore e meglio descrive Worlorn<br />

morente che, lentamente ma inesorabilmente,<br />

sta tornando nell’ombra da cui è<br />

emerso.<br />

Insomma, un Martin a cui non siamo<br />

abituati, ma che ci stupisce e delizia<br />

cimentandosi in un genere non facile da<br />

trattare, senza scadere nello scontato e<br />

nel banale, riuscendo a narrarci una storia<br />

completa che non necessita di aggiunte<br />

accessorie per essere apprezzata e goduta.<br />

Una piccola chicca da gustare con<br />

calma.<br />

124


La chimera di Praga<br />

opera di Max rambaldi ispirata a "La chimera di Praga"


Letteratura<br />

la chimera di Praga<br />

tra sogni, magia, dolore e speranza<br />

I sogni sono veramente desideri,<br />

come cantava la Cenerentola disneyana?<br />

A riprendere un tema-archetipo è<br />

Laini Taylor, autrice de La chimera di<br />

Praga (Fazi Editore), capitolo primo<br />

della trilogia Young Adult Daughter<br />

of Smoke and Bone, nelle librerie italiane<br />

da inizio maggio.<br />

Un romanzo costruito sul contrasto<br />

“angeli-demoni”, in cui l’autrice<br />

attua in maniera originale il rovesciamento<br />

di diversi cliché, nell’atmosfera<br />

di una Praga che, nel suo essere già città<br />

esoterica di ispirazione a molte penne<br />

fantasy, si carica di atmosfere oniriche<br />

dark.<br />

Centrale è il ruolo della magia. Se<br />

nella tradizione è una dote, naturale o<br />

acquisita — in base alla natura di chi<br />

la detiene —, che è indice di potere e di<br />

possibilità di cambiare le cose, spesso<br />

in positivo, in questo romanzo la magia<br />

è vincolata al dolore e a una visione<br />

sostanzialmente tetra. Non c’è magia<br />

senza dolore, così come la realizzazione<br />

di un desiderio ha più la parvenza<br />

di un contrappasso dantesco o di un<br />

patto faustiano. L’unico momento in<br />

cui la magia può rivelarsi come valore<br />

positivo è in rapporto alla speranza.<br />

E non a caso è il significato del nome<br />

della protagonista, Karou, studentessa<br />

alla scuola d’arte di Praga dalla doppia<br />

vita, cresciuta da una famiglia di Chimere.<br />

126<br />

di roBerta de toMi<br />

Karou compie commissioni per<br />

Sulphurus, una sorta di “padre adottivo”<br />

dedito a “strani” commerci. La<br />

giovane va in giro per il mondo, accedendo<br />

ai luoghi designati da porte magiche,<br />

un po’ come avviene ai giovanissimi<br />

protagonisti di Narnia, romanzo<br />

che, alla lettura, sembra aver fornito la<br />

maggiore ispirazione all’autrice. Proprio<br />

mentre sta svolgendo una delle sue<br />

commissioni, Karou incontra un Serafino,<br />

nemico giurato delle Chimere.<br />

Da questo incontro nasce una passione<br />

travolgente, che le svelerà gli esiti tragici<br />

di un amore proibito del passato e<br />

che ha connessioni con il presente; ma<br />

a differenza delle tragedie più note, e<br />

come avviene ad esempio nel finale della<br />

fiaba del Soldatino di stagno innamorato<br />

della Ballerina, tra le ceneri di<br />

questo sentimento restano residui che<br />

ne decretano la vittoria sulla morte.<br />

Nel romanzo della Taylor, il “residuo”,<br />

come già detto, è la speranza,<br />

personificata da Karou, personaggio<br />

chiave. Non è un caso se si tratta di una<br />

ragazza creativa. La creatività è infatti<br />

uno degli strumenti attraverso cui la<br />

speranza può realizzarsi, poiché consente<br />

di plasmare soluzioni, nel caso<br />

del romanzo, a una guerra che prosegue<br />

da secoli.


Scheda del Libro<br />

Titolo: La Chimera di Praga<br />

Tit. Or.: Daughter of Smoke and Bone<br />

Autrice: Laini Taylor<br />

Casa Editrice: Fazi Editore<br />

Collana: Lain<br />

Traduzione: Donatella Rezzati<br />

Prezzo: € 16,50<br />

ISBN: 978-88-7625-133-7<br />

I desideri sono una finzione.<br />

La speranza è vera.<br />

La speranza compie la sua magia.<br />

In questo, avvalendosi di un forte<br />

simbolismo, si possono ravvisare<br />

molte affinità con l’epoca attuale,<br />

contraddistinta da una crisi profonda,<br />

a più livelli. Solo la speranza, attraverso<br />

strumenti creativi, può portare<br />

un rinnovamento, la pace tra<br />

Chimere e Serafini. Personaggi questi<br />

che hanno tutti i difetti e i vizi degli<br />

umani, soggiogati da invidie, bramosie,<br />

pregiudizi e voluttà.<br />

Onirica, evocativa e d’atmosfera<br />

è la scrittura della Taylor, che alla<br />

penna alterna il pennello. L’autrice<br />

erige un ottimo edificio, strutturato a<br />

incastri e a rivelazioni che si palesano<br />

gradualmente. Non mancano citazioni<br />

dirette e indirette, tra letteratura,<br />

arti visive e mitologia, rese da uno<br />

stile che, pur avendo una lucidità di<br />

fondo, si tende tra il surreale, il gotico<br />

e l’impressionistico. Il racconto sembra<br />

fatto da una sognatrice disincantata,<br />

che sa stare con i piedi per terra.<br />

127


Letteratura<br />

Il successo letterario di<br />

S u z a n n e<br />

Coll ins<br />

Il “fenomeno Hunger Games”,<br />

diffusosi soprattutto in<br />

America anche grazie alla recente<br />

uscita della trasposizione cinematografica<br />

a cura di Gary Ross, si<br />

fregia di una nomea che vuole categoricamente<br />

distaccarsi dai soliti<br />

romanzi per giovani adulti – primo<br />

tra tutti, Twilight – in cui l’amore<br />

adolescenziale, sempre in primo<br />

piano, lascia il posto a tematiche<br />

più cruente e importanti, che<br />

richiamano alla coscienza problematiche<br />

attuali quali l’oppressione<br />

dei popoli e il valore<br />

della libertà.<br />

Non che Hunger Games sia<br />

propriamente un romanzo cruento:<br />

appositamente diluita nei dettagli<br />

più impressionabili, tagliata sui<br />

suoi giovani lettori con uno stile<br />

asettico, breve ed essenziale, se<br />

non scialbo in alcuni punti, la trilogia<br />

di Suzanne Collins lascia a<br />

desiderare sotto molti aspetti, pur<br />

centrando quasi del tutto quella<br />

pretesa di differenziazione che si<br />

spera coinvolga sempre più i romanzi<br />

dal target a cui è destinata.<br />

La storia, ormai abbastanza<br />

nota al pubblico, è ambientata<br />

in un futuro distopico controllato<br />

suzanne collins<br />

di Federica Urso<br />

128


129<br />

dall’egemonia della città di Capitol City,<br />

dove il lusso sfrenato incontra le abitudini<br />

viziose e depravate dei suoi abitanti. La<br />

protagonista, Katniss Erverdeen, una<br />

diciassettenne schietta e introversa<br />

provata dalla morte prematura del<br />

padre, ha un solo obiettivo: mantenere<br />

in vita la madre medico e la sorella<br />

appena dodicenne, Prim. Per questo<br />

motivo si offre volontaria quando quest’ultima,<br />

contro ogni aspettativa, viene sorteggiata<br />

per i terribili Hunger Games, i<br />

giochi inumani creati settantaquattro<br />

anni prima allo scopo di terrorizzare<br />

la popolazione – suddivisa in dodici distretti<br />

– e indurla all’obbedienza. Comincerà<br />

quindi la disavventura che la porterà<br />

da anonima ragazza a stella di<br />

Capitol City, aiutata dalla fittizia<br />

storia d’amore con il compagno<br />

di distretto Peeta, anche lui costretto<br />

a partecipare.<br />

Con un gesto di ribellione<br />

verso il sistema oppressivo e<br />

terroristico riuscirà infatti ad<br />

uscire, insieme al compagno,<br />

indenne dai giochi. Un esito<br />

non previsto dalla tirannia del<br />

presidente Snow, che le costerà<br />

la vita di molte persone a lei<br />

care e accenderà la rivolta nei<br />

vari distretti. Una ribellione che<br />

porterà il suo volto, strumentalizzato<br />

dalla televisione e dagli<br />

stessi ribelli al fine di creare un<br />

nuovo mondo che, forse, non si<br />

discosterà di molto da quello<br />

che si sta tentando di distruggere.<br />

Tematiche non nuove,<br />

quindi, già note nella letteratura<br />

dalla seconda metà del Novecento<br />

in poi e, in particolare, nel best<br />

seller datato 1999 Battle Royale di Koushuen<br />

Takami o, andando ancora più indietro,<br />

in romanzi come L’uomo in fuga di<br />

Stephen King. L’unica novità sembra,<br />

in effetti, la destinazione alla fascia di<br />

lettori più giovani, che ha decretato il<br />

successo stellare della saga. E, se nel<br />

primo episodio questo appare abbastanza<br />

giustificato da un prodotto tutto sommato<br />

buono e appassionante, i seguiti – usciti in<br />

Italia con il titolo La ragazza di fuoco e<br />

Il canto della rivolta – non soddisfano le<br />

alte aspettative dei lettori più pretenziosi.<br />

In particolare La ragazza di fuoco palesa<br />

l’esigenza editoriale di compensare lo


Letteratura


131<br />

scarto verso la fine, decisamente mal gestito dall’autrice, che sembra girare<br />

intorno, dilungandosi su dettagli insignificanti, al punto cruciale: la rivolta.<br />

A questa cattiva gestione della trama si aggiunge una malsana<br />

fretta per il finale, di cui risente l’intera economia della narrazione:<br />

nel secondo volume, su 375 pagine, soltanto 150 sono destinate ad un’altra<br />

edizione degli Hunger Games, laddove, nella prima parte, particolari inutili<br />

si sommano a forzature piuttosto evidenti. Ancora più evidenti sono, però, i<br />

deus ex machina che la Collins adopera per tagliare la descrizione di eventi<br />

importanti, e di cui farà sempre maggiore uso fino a renderli castranti nel<br />

finale della trilogia.<br />

Katniss, frustrata da dolorosi eventi, si ridurrà all’ombra di se stessa,<br />

oscurandosi completamente dai destini del suo paese: ritroverà la speranza<br />

in un futuro migliore solo grazie all’amore per uno dei due ragazzi che se la<br />

contendevano.<br />

Un ritratto debilitante, quindi – seppur molto verosimile, salvo<br />

dai moralisti eroismi su cui rischiava di inciampare la saga – e un<br />

fallimento che fa sentire l’eco di un pessimismo più adulto ma non<br />

meno deludente. Ciò si riflette, in particolare, nell’involuzione dei personaggi,<br />

regressi ad uno stato di egoistica dissennatezza, nel caso di Katniss,<br />

o di calcolata ambizione, nel caso di Gale. Poco coerenti ma – o forse proprio<br />

per questo – umani: una piega del tutto inaspettata per un romanzo che prometteva<br />

essere un faro all’interno del genere grazie ad un’eroina coraggiosa<br />

e fuori dagli schemi, ma che finisce per essere vittima sconfitta di un sistema<br />

pseudo-totalitarista che non ha mai volontariamente tentato di annientare.<br />

Redenta o forse definitivamente affondata da questa parvenza<br />

di realismo, la saga di Hunger Games si apprezza entro i limiti di una<br />

storia con molto potenziale vanamente sciupato, e un retrogusto finale<br />

soggettivamente amaro.


Letteratura<br />

Zio Lou<br />

traduzione di Marina aLBaMonte<br />

Lo zio di Nina, zio Lou, viveva ad Hampstead,<br />

in una frondosa stradina secondaria<br />

dalla quale si godeva una magnifica<br />

vista di Hampstead Heath – in apparenza<br />

una sconfinata distesa verde costellata di<br />

vecchie querce dove i corvi schiamazzavano<br />

e le ghiande piovevano dagli alberi<br />

per essere raccolte dai bimbi e, talvolta,<br />

dai cani famelici, portati a spasso senza<br />

guinzaglio. Nina ricordava che anche lei,<br />

da piccola, non molto più grande di un cagnolino,<br />

aveva raccolto le ghiande assieme<br />

ai suoi genitori, mettendole minuziosamente<br />

in fila per gli scoiattoli.<br />

Ora che era tornata aveva percepito<br />

in questa zona di Londra un non so che<br />

di sinistro. Forse gli alberi, così contorti<br />

e immensi, vago ricordo di un’immagine<br />

inquietante in uno dei suoi libri illustrati.<br />

Ben sapeva che oramai quella era diventata<br />

una zona d’élite super esclusiva: gli<br />

ultimi modelli di auto ibride, Lotus e Volvo<br />

parcheggiate nei viali, balie irlandesi<br />

e polacche con passeggini trendy, donne<br />

filiformi come aironi e i loro microscopici<br />

terrier che avrebbero potuto benissimo<br />

stare nel palmo della mano di Nina. Era<br />

ragazzina e Hampstead era già considerata<br />

una zona d’élite ma, a quei tempi, le<br />

case dai mattoncini color rame e i recinti<br />

in ferro battuto avevano un’aria losca,<br />

come se terribili criminali stessero ordendo<br />

qualche sporco affare nella rimessa.<br />

di Elizabeth Hand<br />

Nina aveva quattordici anni quando<br />

capì che era zio Lou, non Hampstead, a<br />

sprigionare una certa aura modaiola: i<br />

lunghi capelli, gli abiti su misura di Dougie<br />

Millings, le babbucce dorate con la punta<br />

all’insù, come quelle del genio della lampada.<br />

Era il suo zio preferito, a dire il vero<br />

unico zio e unico parente, se si tralasciava<br />

una pro prozia centenaria, probabilmente<br />

rinchiusa in una casa di riposo in Costa del<br />

Sol. Nina era figlia unica, nessun cugino di<br />

primo grado e nonni ormai morti da un<br />

pezzo.<br />

Anche i genitori, divorziati, erano<br />

morti anni addietro, quando Nina frequentava<br />

ancora l’università. Da allora,<br />

aveva avuto la buona abitudine di far visita<br />

a zio Lou una volta al mese o giù di lì,<br />

quando lui tornava dai suoi viaggi. Spariva<br />

per mesi, lo zio, ad un certo punto e – al<br />

suo ritorno – rispondeva alle domande di<br />

Nina del tipo “dove fosse stato” facendo<br />

segno con un dito sulle labbra: segreto.<br />

Negli ultimi dieci anni la vita da giramondo<br />

dello zio aveva perso colpi e così Nina<br />

ora lo andava a trovare più spesso. Scriveva<br />

libri di viaggio e aveva ideato la famosa<br />

serie World by Night. Budapest by Night<br />

era stato, a sorpresa, il suo primo best<br />

seller, seguito a ruota da Parigi by Night,<br />

Londra by Night, Marsiglia by Night, Vienna<br />

by Night e così via all’infinito. Tutto ciò<br />

accadeva negli anni ’60 e agli inizi degli<br />

anni ’70 quando il mondo era decisamen-<br />

132


133<br />

te più vasto e molto più esotico. Il turismo<br />

bohémien stava facendo capolino nell’industria<br />

turistica, alimentato com’era da<br />

voci sul pellegrinaggio a Jakarta di Bryon<br />

Gysin e Brian Jones, lì per vedere i dervisci<br />

rotanti e da quelle sulle orde di figli<br />

dei fiori che scappavano a Katmandu e si<br />

nutrivano di burro di yak intanto che facevano<br />

affari con la droga.<br />

Non importa quanto sconosciuto o<br />

remoto fosse il luogo, zio Lou vi era stato<br />

e tornato a casa prima di voi per stupirvi<br />

con una cronaca su dove trovare il miglior<br />

negozio di spaghetti di Bangkok aperto<br />

anche di notte; o un chiosco di funghi al<br />

mercato nero nelle catacombe di Roma; o<br />

ancora un locale per voyeur di Stoccolma,<br />

spacciato per un cineclub specializzato in<br />

film dell’ormai dimenticata star del cinema<br />

muto Sigrid Blau.<br />

“Ma non si sente mai in colpa?” le<br />

aveva chiesto una volta sua madre. Lou<br />

era il fratello di suo marito, il maggiore;<br />

aveva partecipato alla Seconda Guerra<br />

Mondiale e in seguito aveva trascorso diversi<br />

anni nell’Europa dell’est; non si sa<br />

bene di cosa si occupasse a quei tempi e<br />

spesso questo argomento era stato oggetto<br />

dei discorsi dei suoi genitori. Era poi<br />

ritornato a Londra sfoggiando una lunga<br />

chioma all’ultimo grido e, ogni tanto, la<br />

barba. Infatti, zio Lou andava in giro bello<br />

sbarbato prima della guerra ma, in seguito,<br />

era diventato decisamente irsuto e si<br />

sbarbava almeno una o, talvolta, due volte<br />

al giorno. Tuttavia, aveva continuato a<br />

portare i suoi neri capelli lunghi, un vero<br />

e proprio segno distintivo nelle foto che<br />

lo ritraevano in qualità di scrittore. Sua<br />

madre lo aveva sempre trovato alquanto<br />

appariscente, un aggettivo tutto suo per<br />

indicare gli omosessuali, sebbene zio Lou<br />

fosse notoriamente un gran donnaiolo.<br />

RACCONTO<br />

Nina aveva aggrottato le sopracciglia<br />

alla domanda della madre. “In colpa? E<br />

per cosa?”<br />

“Per la promozione di attività illecite”.<br />

“Ma di quali attività illecite parli?”<br />

replicò Nina. “Le cose di cui scrive danno<br />

una mano alle economie locali”.<br />

“Ora si chiamano così?” sua madre<br />

tirò su col naso e rivolse nuovamente la<br />

sua attenzione alla pianta di delfinio. Quel<br />

pomeriggio il sole di ottobre inondava<br />

con i suoi raggi il vialetto di ciottoli che<br />

conduceva a Pallis Mews. La Aston Martin<br />

DB4 d’epoca dello zio era parcheggiata<br />

di fronte, coperta da un telone cerato<br />

verde impiastricciato da escrementi di uccelli,<br />

il che faceva supporre che l’auto non<br />

era stata usata da un pezzo. Cumuli di foglie<br />

gialle si erano ammucchiate contro la<br />

porta d’entrata; Nina tirò via una lacera<br />

busta di plastica dall’edera e dalle clematidi<br />

rampicanti che ricoprivano il muro di<br />

mattoni.<br />

Non aveva mai fatto visita a zio Lou<br />

senza una sua telefonata di invito o – più<br />

di recente – un’e-mail. L’invito era sempre<br />

preciso, nel tardo pomeriggio o nella<br />

prima serata, il che, tradotto, voleva semplicemente<br />

dire giovedì 19, arrivo per le<br />

17,15. In cucina lo zio aveva un grande calendario<br />

da parete con le fasi lunari, una<br />

sorta di pergamena con miriadi di brevi<br />

annotazioni scritte con una minuscola<br />

grafia e che indicavano esattamente l’ora<br />

e i minuti dei vari appuntamenti in programma.<br />

Riceveva un ospite alla volta; il<br />

suo era un lavoro di tipo solitario e notturno.<br />

Una volta, era ancora ragazzina, era<br />

arrivata in anticipo di dieci minuti. Sapeva<br />

che zio Lou era in casa, lo sentiva lavare i


RACCONTO<br />

piatti e – in sottofondo – la radio sintonizzata<br />

su Radio2. Lo aveva scorto passare<br />

dietro la finestra mentre abbassava il volume<br />

della musica. E la porta non si aprì<br />

che all’orario stabilito.<br />

Stavolta la porta si era aperta prima<br />

che Nina avesse bussato.<br />

“Nina cara.” Lo zio le sorrise e le fece<br />

cenno di accomodarsi in casa. “Sei stupenda.<br />

Oh, quelli! non ho ancora avuto<br />

modo di disfarmene”.<br />

Chiuse la porta e Nina schivò una<br />

pila di giornali. Zio Lou era sempre stato<br />

un tipo meticoloso, persino schizzinoso.<br />

Aveva assunto una donna delle pulizie<br />

che, una volta a settimana, ripuliva dalle<br />

macchie il tappeto delle Fær Øer, metteva<br />

in ordine i cuscini Kilim sul divano bianco,<br />

risistemava le sedie, raddrizzava il quadro<br />

di Hockey e riponeva i piatti di porcellana<br />

danesi nella credenza.<br />

Elizabeth<br />

Hand<br />

Anni addietro la donna delle pulizie<br />

si era dovuta trasferire a Brighton per<br />

stare più vicino ai nipotini. Zio Lou non si<br />

era preoccupato di rimpiazzarla e la casa<br />

aveva assunto quell’aria provocatoriamente<br />

trascurata, come quella di un’entraîneuse<br />

da night club che, ben conscia<br />

– data l’età – di non poter più permettersi<br />

di indossare camicette trasparenti in<br />

acetato, seppur con una canottina sotto,<br />

continua imperterrita a presentarsi con<br />

la stessa mise di sempre. “Lo so, è un<br />

macello”. Zio Lou sospirò e si piegò per<br />

prendere un giornale vagante che tentava<br />

la fuga, riponendolo, con mano leggermente<br />

tremolante, in cima alla pila. I<br />

piedi ossuti ballavano nelle babbucce con<br />

la punta all’insù, le nappe dorate consunte<br />

e le dita ricurve ora erano tristemente<br />

appiattite. “Al giorno d’oggi, avere qualcuno<br />

che si occupi della casa costa piuttosto<br />

caro. Ma entra tesoro. Qualcosa da<br />

bere?”<br />

Si divide fra Londra e lo stato di<br />

New York, e all'università ha studiato<br />

spettacolo e antropologia. Una donna<br />

eclettica, dunque, tanto da passare<br />

dalla scrittura di romanzi basati<br />

sull'universo di Guerre Stellari (i cosiddetti<br />

EU, Expanded Universe) alla<br />

sceneggiatura di episodi di X-Files, al<br />

fantasy storico Mortal Love. Passando,<br />

ovviamente, per il thriller, di cui La<br />

Luce naturale della morte è solo un<br />

esempio. Insomma, Elizabeth Hand<br />

è una donna dal multiforme ingegno,<br />

tanto che il racconto Echo, del 2006,<br />

si è conquistato il Nebula Award.<br />

Il suo sito web è<br />

www.elizabethhand.com<br />

1341


35<br />

“No grazie. Oh, ma sì, certo, se anche<br />

tu prendi qualcosa.”<br />

Zio Lou si chinò e le sfiorò la guancia<br />

con un bacio. Non si era sbarbato e notò<br />

sul collo una preoccupante vescica bluastra<br />

– ma in realtà non era che uno schizzo<br />

di dentifricio.<br />

“La mia piccina” disse e si spostò in<br />

cucina.<br />

Mentre lo zio preparava da bere<br />

Nina diede uno sguardo al suo studio, uno<br />

spazio delimitato da muri di mattoni nascosto<br />

da una libreria con dozzine – forse<br />

centinaia – di copie della serie By Night in<br />

varie traduzioni. Vi erano altre pile alla<br />

rinfusa di posta ancora chiusa e mai arrivata<br />

sulla scrivania dello zio.<br />

Diede uno sguardo furtivo a una delle<br />

buste. Il timbro postale riportava la data<br />

di un mese addietro. Si guardò alle spalle,<br />

si mise a scartabellare tra la posta in<br />

fretta e furia e trovò della corrispondenza<br />

con il timbro della primavera passata. Udì<br />

i passi dello zio appressarsi nell’ingresso<br />

e si voltò immediatamente andandogli incontro.<br />

“Grazie.” Prese il bicchiere di Martini<br />

che le aveva offerto – era pulito, almeno<br />

– e lo alzò per fare un brindisi.<br />

“Cin cin”, disse lo zio.<br />

Si incamminarono verso la sala da<br />

pranzo che si affacciava su un cortile piuttosto<br />

ampio. Anni addietro zio Lou aveva<br />

fatto in modo che lo spazio esterno tornasse<br />

ad essere un groviglio di cespugli di<br />

more, con platani scoloriti dall’assenza di<br />

luce ed edera terrestre. Sarebbe stato il<br />

luogo ideale per far scorrazzare un cane,<br />

ma zio Lou non ne aveva mai posseduto<br />

uno. C’erano in giro segni di animali – forse<br />

volpi – il che, ad Hampstead, era cosa<br />

Letteratura<br />

comune, sebbene Nina non avesse mai<br />

percepito il loro tipico olezzo muschiato.<br />

Si misero a tavola. Zio Lou aveva preparato<br />

un piattino di olive e alcuni biscotti<br />

un po’ stantii. Bevvero e parlarono di un<br />

articolo sui viaggi apparso sul Guardian la<br />

settimana precedente, del cane rumoroso<br />

dei vicini di Nina e di persone di loro<br />

conoscenza.<br />

“Notizie di Valerie Minton?” chiese<br />

Nina. Finì il suo drink e mordicchiò un’oliva.<br />

“È da un po’ che non ne parli”.<br />

Lo zio sospirò. “Oh cara, triste storia.<br />

Ma non te ne ho parlato? È morta a marzo.<br />

Roba di cuore – una vera benedizione.<br />

Aveva un inizio di Morbo di Alzheimer.”<br />

Tracannò il Martini e posò il bicchiere<br />

vuoto accanto al suo. “Lo vuoi un consiglio?<br />

Non invecchiare.”<br />

“Oh zio Lou.” Nina lo abbracciò. “Ma<br />

tu non sei vecchio.”<br />

Non era vero, ovviamente. Sapeva<br />

bene quanto lo zio fosse diventato esile<br />

e fragile. E mandare avanti la casa stava<br />

diventando – decisamente – un vero fardello.<br />

Gli prese la mano e lo fissò negli occhi.<br />

I capelli erano bianchi, più radi di una<br />

volta. Il volto era solcato da rughe ma una<br />

vita spesa a fare le ore piccole lo aveva<br />

preservato dagli effetti dannosi degli ultravioletti,<br />

il che gli permetteva di sfoggiare<br />

ancora una pelle piuttosto elastica.<br />

Zigomi alti, un severo profilo del naso e<br />

una fossetta sul mento, sembrava un attore<br />

in tarda età; negli occhi un’incredibile<br />

sfumatura color ambra che, sotto una<br />

luce intensa, apparivano estremamente<br />

pallidi, quasi incolore. L’effetto teatrale<br />

era accentuato dal suo modo di vestire<br />

che, quel pomeriggio, consisteva in una<br />

maglietta a stampa con motivi indiani su


Letteratura<br />

pantaloni molto ampi di velluto a coste,<br />

una volta gialli canarino ma oramai sbiaditi,<br />

quasi bianchi come i noccioli di un limone<br />

e l’immancabile anellone d’argento<br />

all’indice della mano destra.<br />

L’anello tremolò non appena mosse il<br />

dito per rimproverarla. “Nina, Nina, sono<br />

più che anziano, più vecchio di Matusalemme<br />

e Dio non me lo perdona.”<br />

Nina rise e lo zio si voltò lanciando<br />

uno sguardo malinconico al cortile. Ma<br />

quanti anni aveva zio Lou? Almeno un’ottantina.<br />

Molti dei suoi amici erano morti;<br />

altri si erano trasferiti per essere più vicini<br />

ai figli o vivevano in case di riposo. La casa<br />

di Nina era troppo piccola per ospitare<br />

un’altra persona; avrebbe potuto trasferirsi<br />

lei a casa dello zio, ma sapeva bene<br />

che lui non ne avrebbe voluto sapere.<br />

Alcuni anni fa aveva venduto il marchio<br />

e il catalogo della serie By Night per una<br />

somma considerevole a un imprenditore<br />

del web. Forse avrebbe potuto essere<br />

incoraggiato a cercare una sistemazione<br />

in quelle strutture da fifì in cui vengono<br />

ospitati anziani benestanti. Non avrebbe<br />

aperto questo discorso proprio ora ma,<br />

mentalmente, ne aveva preso nota; magari<br />

avrebbe trovato qualcosa del genere<br />

vicino ad Hampstead.<br />

Zio Lou le strinse la mano. “Ti andrebbe<br />

una passeggiata al parco?”<br />

Nina annuì. “Buon’idea!”<br />

Si incamminarono lungo un sentiero<br />

che serpeggiava dolcemente in salita, dominato<br />

in fondo da una vecchia quercia.<br />

La zona era frequentata da famiglie con<br />

bambini e cani che scorrazzavano senza<br />

guinzaglio.<br />

“Oh, oh” Nina disse. Un setter irlandese<br />

dal manto di seta arrivò trotterel-<br />

lando verso di loro. La ragazza si portò<br />

al fianco dello zio, in cerca di protezione.<br />

“Eccolo che arriva…”<br />

Il cane si comportava con lo zio in<br />

modo curioso, come se lo conoscesse da<br />

tempo: avvicinatosi si acquattò zampe<br />

in avanti e ventre a terra; poi cominciò a<br />

strisciare lentamente verso di lui con flebili<br />

guaiti, scodinzolando all’impazzata.<br />

Anche altri cani si comportavano<br />

con lo zio in modo bizzarro: abbaiavano<br />

o ringhiavano, orecchie all’indietro e coda<br />

bassa; poi fuggivano, prima che lo zio potesse<br />

accarezzarli e tentasse di rassicurarli<br />

facendo dei versi appena percettibili.<br />

“Ciao”. Zio Lou si fermò e – sorridendo<br />

– fissò il cane. Si piegò lievemente<br />

sulle ginocchia e, accarezzando la fronte<br />

della bestiola, sentì un fremito.<br />

“Tu sei Conor, nevvero? Ma che bravo<br />

cucciolotto.”<br />

Al tocco del vecchio il setter si alzò in<br />

modo goffo e incominciò a danzargli intorno,<br />

scuotendo le orecchie.<br />

”Scusi, scusi!” un uomo arrivò di corsa<br />

e afferrò il cane dal collare agganciandogli<br />

il guinzaglio “Non vorrei che la facesse<br />

cadere!”<br />

Zio Lou scrollò la testa. “Oh, ma non<br />

lo farebbe mai, vero Conor?”<br />

Lui si chinò, prese la testa del cane<br />

fra le mani e lo guardò fisso negli occhi.<br />

Il setter si immobilizzò, come se avesse<br />

percepito lì attorno la presenza della selvaggina;<br />

poi si accucciò ventre a terra, la<br />

testa inclinata da un lato e gli occhi fissi<br />

su zio Lou.<br />

“Oh, bene, le va a genio”. L’uomo accarezzò<br />

la testa del setter e sorrise.<br />

“Su Conor, andiamo!”<br />

1361


37<br />

RACCONTO<br />

Nina fece un cenno di saluto con la<br />

mano mentre l’uomo si incamminava a<br />

passo svelto trascinato dal setter al guinzaglio.<br />

Lo zio le stava accanto mentre<br />

guardava le due sagome scomparire fra<br />

gli alberi. Si rivolse alla nipote annuendo<br />

come se quella circostanza non fosse capitata<br />

per caso.<br />

“Mi piacerebbe che mi accompagnassi<br />

a una serata.” E indicò il sentiero,<br />

sottintendendo che avrebbero dovuto<br />

incamminarsi verso casa. “Sempre che tu<br />

non abbia troppi impegni”.<br />

“Ma certamente” Nina replicò.<br />

“Dove?”<br />

“Allo zoo.”<br />

“Allo zoo?” Nina gli lanciò un’occhiata<br />

di sorpresa. Sarebbe, infatti stato molto<br />

più plausibile un invito dello zio ad un incontro<br />

clandestino notturno di dissidenti<br />

politici o di artisti, ma non una visita allo<br />

zoo.<br />

“Sì, lo zoo di Whipsnade, non quello<br />

di Regent’s Park, dovremo raggiungere<br />

Dunstable in macchina. È una raccolta<br />

fondi per la costruzione di un nuovo edificio,<br />

mi pare, per i pipistrelli della frutta in<br />

via di estinzione o per i kiwi. Comunque,<br />

è in notturna. Ci saranno giornalisti, qualche<br />

altolocato della zona e alcuni insignificanti<br />

VIP. Sai, cose del genere. Qualche PR<br />

ha pensato bene che sarebbe divertente<br />

se ci fossi anche io e tu potresti farmi da<br />

dama per la serata.“<br />

Fece scivolare la mano in quella di lei<br />

e Nina rise. “Ma certo, mi sembra divertente.<br />

Quando? Devo vestirmi elegante?”<br />

“Mercoledì prossimo. Credo che sia<br />

richiesto un abbigliamento formale, senza<br />

stramberie, ma tu sarai comunque bellissima,<br />

tesoro.”<br />

Arrivarono alla casa di Pallis Mews e<br />

zio Lou si fermò. Strappò un fiore di clematide<br />

dal muretto ricoperto di edera e si<br />

voltò per fissarlo all’occhiello della giacca<br />

di lei. “Ecco fatto, il viola è il tuo colore<br />

preferito, vero? Grazie per essere passata<br />

a trovarmi.”<br />

La baciò sulla guancia e Nina lo abbracciò<br />

stretto a sé. “Alla prossima settimana.”<br />

Zio Lou, i lunghi capelli bianchi svolazzanti<br />

nella brezza della sera, annuì e – con<br />

andatura incerta – entrò in casa.<br />

La settimana seguente Nina si presentò<br />

puntuale all’orario concordato, le<br />

16.45, in abbondante anticipo per le abitudini<br />

dello zio, ma volevano così evitare<br />

il traffico dell’ora di punta sull’autostrada<br />

M1. Fuori, di fronte a casa, il telone era<br />

stato rimosso e ora, la Aston Martin, riluceva<br />

come oro al sole.<br />

“Ciao cara, stai benissimo!” esclamò<br />

lo zio mentre lei entrava in casa. “Vestito<br />

nuovo? Delizioso.”<br />

La baciò sulla guancia e lei notò le<br />

gote di lui avvampare e un luccichio nei<br />

suoi occhi fulvi.<br />

“Anche tu stai benissimo” disse lei<br />

ridendo. “Ma questa serata cela un altro<br />

motivo? Non mi starai mica usando come<br />

copertura per un tuo appuntamento?<br />

Per un istante lo zio sembrò allarmato<br />

ma poi, facendo segno con la mano, disse<br />

“no”. Fece finta di sistemarsi la logora<br />

giacca di velluto nero a disegno cashmere<br />

con ricami argentati. “È da un pezzo che<br />

non faccio vita mondana, tutto qui. E, ovviamente,<br />

devo essere alla tua altezza.”<br />

Aspettò in casa mentre lo zio racimolava<br />

le chiavi, gli inviti, un bustone di<br />

plastica da spedizioniere dei supermercati<br />

Sainsburys e un ombrello.


RACCONTO<br />

“Sarà una bella serata” Nina disse,<br />

squadrando l’ombrello.<br />

“Hai ragione.” Zio Lou posò l’ombrello<br />

sul tavolo dell’entrata e si fermò, riprendendo<br />

fiato. Dopo un po’ fece scivolare<br />

la mano in tasca e tirò fuori un mazzo<br />

di chiavi.<br />

“Ecco”. Posò le chiavi nel palmo della<br />

mano di Nina richiudendole le dita. “Voglio<br />

che la guidi tu.”<br />

“Io?” gli occhi di Nina spalancati. “La<br />

tua macchina?”<br />

Zio Lou annuì. “Sì. È che non mi fido<br />

più di me stesso. Una volta vedevo meglio<br />

di notte che di giorno ma ora…” abbozzò<br />

una smorfia. L’ultima volta che l’ho guidata<br />

sono finito sul cordolo vicino ai magazzini<br />

Tesco. Sai guidare un’auto col cambio<br />

manuale?<br />

“Sì , certo, ma…”<br />

“Te la regalo.” Si voltò e afferrò una<br />

busta da lettere dal tavolo di fianco. “È<br />

tutto qui, ho già preparato i documenti.<br />

Libretto di circolazione e passaggio di<br />

proprietà. È tua. Ci sono altri documenti<br />

qui dentro. Puoi darci uno sguardo con<br />

più calma.<br />

Nina osservò le chiavi nella mano.<br />

“Ma, zio Lou, sei sicuro?”<br />

“Sicurissimo. Così fai colpo su quel<br />

ragazzo che lavora nel tuo studio legale.<br />

Posso sempre chiedertela in prestito se<br />

mi servirà. Bene, faremmo meglio ad andare.<br />

Non vorrei arrivassimo in ritardo.”<br />

Infilò la busta sotto il braccio e una<br />

volta in macchina la fece scivolare nel<br />

vano portaoggetti. “Ricordati che l’ho<br />

messa qui dentro” disse, e sprofondò nel<br />

sedile di pelle.<br />

Correvano – direzione nord – nel traf-<br />

fico intenso che cominciò a smorzarsi nei<br />

pressi di Dunstables. Lo zoo era in campagna,<br />

a pochi chilometri dalla città, all’interno<br />

di un’area verde che si stagliava in netto<br />

contrasto con il deprimente agglomerato<br />

urbano alle sue spalle.<br />

Zio Lou abbassò il finestrino e fece<br />

entrare il profumo delle foglie d’autunno<br />

e del fumo. Sul verde fianco di una collina<br />

si scorgeva, in distanza, l’enorme scultura<br />

di un leone. La luna stava sorgendo sulla<br />

collina, macchiando d’argento il cielo blu<br />

pervinca.<br />

“Guarda”, disse Nina. “Non è magnifico?”<br />

“Magnifico”, rispose lo zio stringendole<br />

la mano sul cambio.<br />

Arrivarono all’entrata dello zoo poco<br />

dopo l’inizio del ricevimento.<br />

“Non parcheggiare lì”, disse zio Lou<br />

quando Nina mise la freccia per entrare nel<br />

parcheggio principale. “Vai avanti, lì, sulla<br />

sinistra. È molto meno affollato e dopo potrai<br />

uscire più facilmente.”<br />

La Aston Martin imboccò allora uno<br />

stretto cancello che dava accesso a un parcheggio<br />

molto più piccolo dove c’era soltanto<br />

una manciata di veicoli, per la maggior<br />

parte camion e furgoni dello zoo.<br />

“Ma si può parcheggiare qui?” gli chiese<br />

dopo aver parcheggiato l’auto sotto una<br />

grande quercia dietro indicazione dello zio.<br />

“Oh, ma certo. Non si riempie mai. È<br />

un segreto.” Si tirò fuori dall’abitacolo con<br />

una certa difficoltà tenendosi ben fermo<br />

contro la capote, sospirando. “Giuro che<br />

questa macchina si rimpicciolisce ogni volta<br />

che vi entro” e puntò dritto verso un<br />

varco in mezzo ad una siepe cresciuta a<br />

dismisura. “Da questa parte”.<br />

138


139<br />

“Ma come fai a sapere tutte queste<br />

cose?” chiese Nina saltando con una certa<br />

cautela fra la siepe.<br />

“Oh, beh, ogni tanto vengo qui a trovare<br />

degli amici. Ah, credo di aver trovato<br />

il posto che cerchiamo…”<br />

Lo zoo assomigliava più a un parco<br />

che non allo zoo di Londra; più simile a un<br />

podere con palazzo monumentale aperto<br />

al pubblico. Solo che non c’era il palazzo,<br />

ma elefanti, orici e altri enormi animali<br />

selvatici. Il crepuscolo sempre più buio<br />

aveva lasciato il posto alla sera, il cielo blu<br />

come un lapislazzuli, la luna sospesa su di<br />

loro e lo scintillìo di poche timide stelle.<br />

Rumori sinistri echeggiavano nella notte:<br />

acuti cinguettii; un fiutare rumoroso che<br />

diventava un muggito; uno strano suono<br />

sempre più forte e cupo.<br />

“Tarabuso”, disse zio Lou, tendendo<br />

il capo in direzione del suono.<br />

Nina strizzò gli occhi nella luce che<br />

scoloriva. “E tu come lo sai?”<br />

“Sono una fonte inesauribile di informazioni<br />

inutili. Vi ho costruito una carriera.”<br />

Il sentiero li condusse in una vasta<br />

area dove la folla si accalcava all’entrata di<br />

un tendone bianco. Alcuni addetti alla sicurezza<br />

e diversi uomini e donne in divisa<br />

identificabili come custodi si mescolavano<br />

fra la gente in abiti che – con l’eleganza<br />

– avevano solo un lontana parentela.<br />

Accanto al tendone, in una piccola<br />

biglietteria, una signora di mezza età in<br />

una mantellina di pelliccia ecologica esaminò<br />

l’invito di zio Lou.<br />

“Ma io la conosco” disse, rivolgendogli<br />

un sorriso smagliante. “Per colpa di<br />

Atene by Night ho incontrato mio marito.<br />

È sua figlia?”<br />

Letteratura<br />

“Mia nipote.” Zio Lou prese la mano<br />

di Nina nella sua.<br />

La donna smarcò i loro nomi sulla lista<br />

e fece un cenno in direzione del tendone.<br />

“Potete andare a prendere dello<br />

champagne. E buon divertimento!”<br />

Il ricevimento era stato organizzato<br />

a favore di un nuovo rifugio – del tutto<br />

all’avanguardia – per i gufi comuni, gufi a<br />

rischio di estinzione come il gufo reale eurasiatico<br />

e il gufo nano. Sotto il tendone,<br />

tavolini apparecchiati in bianco e argento,<br />

ospitavano vassoi di tartine e antipasti<br />

elaborati che ricordavano, nella forma,<br />

gufi, lune piene e pipistrelli. In un angolo,<br />

un grande gufo con una catena sottile attaccata<br />

alla zampetta era appollaiato sulla<br />

mano di un ragazzo alto e biondo che<br />

indossava un guanto di pelle per proteggerla<br />

e la livrea degli addetti del parco.<br />

Molti ospiti si erano radunati intorno al<br />

gufo che li guardava con minacciosa alterigia<br />

arruffando ogni tanto le penne e<br />

chiudendo il becco con fare rumoroso.<br />

Dopo una puntatina diritto al bar, Nina e<br />

zio Lou ora gironzolavano sotto il tendone<br />

e – sorseggiando lo champagne – ammiravano<br />

il plastico in 3D della futura Casa<br />

del Gufo. Alcune persone si avvicinarono<br />

a zio Lou, gli strinsero la mano e lo salutarono<br />

chiamandolo per nome, compresa<br />

Miranda Eccles, un’anziana scrittrice di<br />

una certa fama. Nina aveva sempre sentito<br />

dire in giro di una storia d’amore tra<br />

i due. Mentre parlavano, la ragazza sgattaiolò<br />

per andare a prendere altri due bicchieri<br />

di champagne ma quando tornò, la<br />

donna non c’era più.<br />

“Andiamo a salutare il gufo”, disse<br />

zio Lou.<br />

Mollò il suo bicchiere vuoto a un cameriere<br />

che passava e prese quello pieno


Letteratura<br />

da Nina. Procedettero lentamente verso<br />

il gruppo di fronte, facendo attenzione a<br />

non versare lo champagne. Il gufo dava le<br />

spalle agli spettatori.<br />

“Non trovi che assomigli a Miranda?”<br />

osservò zio Lou. Il gufo ruotò la testa bruscamente<br />

disegnando uno sconcertante<br />

angolo di 260 gradi. Gli occhi gialli fissarono<br />

zio Lou, le pupille grandi come una<br />

moneta da una sterlina. Senza alcun preavviso<br />

aprì le ali agitandole con fare minaccioso<br />

e schiuse il becco per emettere<br />

uno stridio assordante.<br />

Nina rimase senza fiato, altri gridarono<br />

per poi scoppiare in una risata nervosa<br />

non appena l’addetto pose velocemente<br />

un cappuccio di tela sul volatile.<br />

“È irrequieto,” spiegò, sistemando il<br />

cappuccio. “Luna piena, vuole andare a<br />

caccia. E non è abituato a tanta gente.”<br />

“Mi sento anch’io così.” Zio Lou prese<br />

Nina per il gomito e la condusse verso<br />

l’uscita. “Andiamo fuori a fare due passi.”<br />

Si sbarazzarono dei bicchieri vuoti e<br />

si incamminarono nella notte. Sembrava<br />

che lo champagne avesse dato a zio Lou<br />

nuovo vigore: si voltò indietro, fissò la<br />

luna; rise e puntò verso un nero groviglio<br />

di alberi in lontananza.<br />

Disse “Qui.”<br />

Cominciò a correre così velocemente<br />

che Nina riusciva a malapena a stargli<br />

dietro. Quando lo raggiunse lui le prese la<br />

mano e rallentò.<br />

“Sei stata davvero una brava nipote.”<br />

Abbassò lo sguardo su di lei. Nina notò<br />

per la prima volta che aveva dimenticato<br />

di sbarbarsi, forse non lo faceva da giorni.<br />

Una barba grigia, corta e ispida gli ricopriva<br />

la mascella e il mento. “Mi chiedo<br />

come mio fratello e tua madre abbiano<br />

potuto fare una figlia così meravigliosa,<br />

ma sono felice che ti abbiano fatta.”<br />

“Oh, zio Lou.” Gli occhi di Nina pieni<br />

di lacrime. “Anch’io.”<br />

“Lo so. Ecco”. Si fermò e con non poco<br />

sforzo si sfilò l’anellone d’argento. Afferrò<br />

il polso di Nina e glielo infilò all’indice della<br />

mano destra. “Voglio che lo abbia tu.”<br />

Lei lo guardò stupita. “Mi va! Mi è<br />

sempre sembrato così grande!” Un raggio<br />

di luna fece risplendere il ciuffo bianco<br />

di zio Lou; si portò l’anello alle labbra e<br />

le baciò le nocche, i capelli bianchi, soffici<br />

sul mento le sfiorarono la punta delle<br />

dita.<br />

“Ma certo che ti va. Abbiamo le stesse<br />

mani,” disse e lasciò la presa. “Andiamo.”<br />

Attraversarono con facilità habitat<br />

modificati. Si imbatterono in cartelli che<br />

– nascosti dietro fossati o recinzioni abilmente<br />

progettati per sembrare rampicanti,<br />

canne o alte graminacee – segnalavano<br />

la presenza in quei luoghi di antilopi e<br />

cammelli battriani. Sbucarono in una strada<br />

aperta al solo transito dei mezzi dello<br />

zoo alla quale si accedeva da un cancello<br />

che conduceva ad una savana artificiale<br />

dove cacciavano leoni e ghepardi.<br />

Nina non scorgeva la presenza di<br />

animali sebbene, ogni tanto, percepiva il<br />

puzzo di sterco o muschio, l’aspro odore<br />

di fango di uno stagno artificiale o di una<br />

palude. Grugniti e stridii si erano affievoliti<br />

in un buio sempre più fitto e le creature<br />

tutte si disponevano per la notte<br />

o, se predatori, diventavano silenziosi e<br />

guardinghi.<br />

Ma ecco che, dagli alberi, risuonò un<br />

grido incerto e solitario per poi dissolversi<br />

bruscamente così come era nato. Nina si<br />

sentì raggelare.<br />

1401


41<br />

“Cosa è stato?” sussurrò. Ma zio Lou<br />

non rispose. Si avvicinarono alla zona alberata,<br />

nel punto in cui il vialetto di ghiaia<br />

si biforcava. Senza esitazione alcuna zio<br />

Lou prese a sinistra.<br />

Lungo il sentiero si profilavano ancora<br />

più alberi, i rami si intrecciavano in<br />

un boschetto ribelle, in una boscaglia di<br />

piante spinose. Ghiande e faggine scricchiolavano<br />

sotto i loro piedi, sembrava<br />

che stessero entrando in una foresta. Vi<br />

era un odore pungente di felce e poi un<br />

altro ancora, che non riuscì a distinguere<br />

ma che sapeva, di certo, di animale.<br />

Zio Lou si fermò dopo alcuni minuti.<br />

Lanciò uno sguardo dietro di sé e – per un<br />

istante – rimase fermo, in ascolto.<br />

“Per di qua” disse chinando la testa<br />

sotto gli alberi.<br />

“Ma possiamo stare qui?” gli chiese<br />

Nina con un filo di voce insistente, ma lo<br />

zio le fece eco. “Di notte, tutto è possibile.<br />

Shhh!”<br />

Lei farfugliò qualcosa cercando di<br />

sbirciare nonostante la folta vegetazione.<br />

Riuscì finalmente a piegare la testa e<br />

a farsi largo facendosi scudo con le mani<br />

sul volto. Le more erano dappertutto<br />

sul vestito e quando un rovo le graffiò la<br />

gamba, trasalì. Poi il sottobosco si diradò<br />

e Nina si ritrovò in una radura coperta da<br />

foglie secche. Enormi alberi si stagliavano<br />

minacciosi contro il cielo illuminato dal<br />

bagliore della luna. Zio Lou stava lì, sotto<br />

un albero, respirava affannosamente, lo<br />

sguardo fisso verso una collinetta a qualche<br />

centinaia di metri di distanza, alberi<br />

sul pendio tra rocce e viti selvatiche.<br />

“Zio Lou?”<br />

Fece per andargli incontro ma si raggelò<br />

appena scorse una figura scura che<br />

RACCONTO<br />

ondeggiava fra i massi; poi scomparve.<br />

Prima che riuscisse ad emetter suono udì<br />

la dolce voce di zio Lou.<br />

“C’è una recinzione.”<br />

Deglutì, e battendo le palpebre cercò<br />

di guardare nella direzione da lui indicata;<br />

scorse una tralicciatura, appena visibile,<br />

di rete metallica attorcigliata. Attese che<br />

il battito del cuore tornasse alla normalità,<br />

poi si precipitò al suo fianco.<br />

E ora, sì, riusciva bene a scorgere dietro<br />

alla rete metallica, un profondo fossato<br />

in cemento largo 6 metri – o giù di lì –<br />

che si estendeva nell’oscurità in entrambe<br />

le direzioni. La vite era cresciuta qua e là<br />

sui bordi ricoperti da strati di muschio e<br />

foglie secche.<br />

Si trovavano alle spalle di uno dei recinti,<br />

un posto assolutamente vietato ai<br />

visitatori.<br />

“Zio Lou,” Nina sussurrò con una nervosa<br />

voce stridula.<br />

Ma non appena ebbe aperto bocca<br />

si materializzò nuovamente quella figura<br />

indistinta, immobile, sul lato più lontano<br />

del fossato, proprio di fronte a loro. Chinò<br />

il capo mostrando il dorso massiccio;<br />

raggi di luna rilucevano nei suoi occhi così<br />

che – per un istante – si tinsero di rosso,<br />

poi distese le zampe anteriori e si acquattò.<br />

Un lupo.<br />

Nina lo osservava attentamente, lacerata<br />

tra un senso di sconcerto e le sue<br />

ataviche paure, per nulla rassicurata dalla<br />

presenza del fossato. Ma quando una seconda<br />

sagoma guizzò affianco alla prima<br />

trasalì.<br />

“Sono buoni,” le sussurrò zio Lou.<br />

Un terzo lupo sbucò dagli alberi trotterellando,<br />

e un altro, e un altro ancora


finché, alla fine, ai piedi della collina se ne<br />

schierarono sette. Fissavano il vecchio, la<br />

lingua a penzoloni fra le lunghe fauci. Si<br />

accovacciarono sull’erba uno alla volta, in<br />

posizione guardinga.<br />

“Cosa fanno?”, sussurrò Nina.<br />

“Quello che facciamo noi,” rispose<br />

zio Lou. “Scusami un secondo – la natura<br />

mi chiama…”<br />

Le diede una pacca sulla spalla e si<br />

diresse a passo svelto dietro un altro albero.<br />

Nina si voltò per educazione – a volte<br />

capitava che lo zio si allontanasse nel bel<br />

mezzo di una lunga passeggiata nel parco<br />

vicino a casa e ritornasse, scuotendo la<br />

testa borbottando “vescica da vecchio.”<br />

Rivolse nuovamente lo sguardo ai<br />

lupi che ora sembravano alquanto irrequieti.<br />

Il lupo più grande rizzò il capo.<br />

Stava scrutando qualcosa su in alto poi si<br />

alzò in modo goffo. Nello stesso istante<br />

Nina udì un fruscìo tra le cime degli alberi<br />

seguito da uno scricchiolìo.<br />

“Zio Lou?” Lanciò un’occhiata all’albero<br />

dietro il quale lo zio era andato a<br />

liberarsi.<br />

“Tutto bene?”<br />

Il fruscìo divenne più forte. Nina alzò<br />

lo sguardo e vide uno dei rami più alti piegarsi<br />

pericolosamente tanto che la punta<br />

lambiva il fossato. Un grosso animale<br />

biancastro stava scendendo dal grande<br />

ramo precipitando foglie secche e detriti<br />

sul terreno di sotto. Un raggio di luna<br />

illuminò il ramo e Nina portò la mano alla<br />

bocca: zio Lou nudo procedeva a passo<br />

lento, il ramo, sotto il peso, si fletteva<br />

sempre più. I lupi sussultarono e si misero<br />

in fila lungo la recinzione, gli occhi fissi<br />

RACCONTO<br />

sulla figura sopra di loro. Il grosso ramo<br />

si spezzò con un fragoroso schianto. Nello<br />

stesso istante zio Lou fece un balzo, la<br />

sua pallida forma si attenuò nell’oscurità,<br />

atterrò sull’erba e rotolò fra quelle creature.<br />

Nina lanciò un urlo e avanzò, poi si<br />

fermò; faceva fatica a riconoscere suo zio<br />

– in quella immagine indistinta frammista<br />

di foglie e polvere, ricoperta di pelo<br />

– dall’altro lato del fossato. I lupi gli danzavano<br />

intorno, code basse, teste alte,<br />

poi – quando uno dei lupi fece per alzarsi<br />

– indietreggiarono. Aveva quasi la stessa<br />

mole del lupo più grande. Il muso bianco e<br />

grigio-piombo e la punta argentata. Scrollò<br />

il capo sollevando un turbine di foglie<br />

e rametti, impietrito mentre l’altro grande<br />

maschio gli si avvicinava per annusargli<br />

prima il posteriore e poi il collo. Infine<br />

sfiorò il muso bianco del nuovo arrivato,<br />

con un ringhio giocoso, come in una finta<br />

battaglia e gli altri lupi, con un guizzo, si<br />

unirono al gioco menando la coda. Nina<br />

osservava, era troppo sconvolta, non riusciva<br />

a fare un passo. Solo quando i lupi si<br />

voltarono e cominciarono a fluire nel buio<br />

riuscì a urlare.<br />

“Aspettate!”<br />

Il lupo più grande si fermò e – voltatosi<br />

– le lanciò un’occhiata, poi scomparve<br />

nel sottobosco assieme agli altri. Solo<br />

il lupo grigiastro si attardò a guardare<br />

Nina. Sostenne lo sguardo di lei a lungo,<br />

gli occhi fulvi e il muso chiaro si rivestirono<br />

d’oro al chiarore lunare. Poi, anche lui<br />

andò incontro al buio.<br />

Nina scosse la testa cercando di riprendere<br />

fiato. Lo stupore si fece più<br />

denso – era terrorizzata pensando al ricevimento<br />

che si stava svolgendo non lonta-<br />

1421


no da lì. Corse all’albero che aveva scalato<br />

zio Lou e lì sotto trovò la busta di plastica<br />

dei supermercati Sainsbury. Dentro erano<br />

i suoi abiti, la giacca di velluto e i pantaloni<br />

a coste, le calze e l’intimo e per ultime, le<br />

logore babbucce con la punta all’insù. Nel<br />

vederle scoppiò a piangere, ma si asciugò<br />

prontamente le lacrime. Afferrò la busta<br />

e portandola al petto, si catapultò in direzione<br />

degli alberi e del ricco sottobosco<br />

finché raggiunse nuovamente il sentiero.<br />

Riuscì, in qualche modo, a ritrovare<br />

la strada che conduceva al parcheggio<br />

dove aveva lasciato la Aston Martin. Non<br />

incontrò anima viva. Camminava a passo<br />

svelto, ma poi incominciò a correre man<br />

mano che si appressava alla siepe che limitava<br />

il parcheggio. La luna era tramontata<br />

dietro gli alberi. I suoni provenienti<br />

dal ricevimento erano scemati da un pezzo<br />

nel lontano ronzio delle auto che andavano<br />

via.<br />

Mise in moto la Aston Martin guidandola<br />

con cautela nel viale di accesso.<br />

Il cuore era a mille e cominciò a calmarsi<br />

soltanto quando imboccò l’autostrada.<br />

Ora singhiozzava senza freni, ma riusciva<br />

ancora a tener d’occhio il contachilometri<br />

per non superare il limite di velocità. Finalmente<br />

era arrivata a casa. Parcheggiò<br />

l’auto nel garage sottostante e lasciò un<br />

biglietto sul parabrezza per il guardiano;<br />

in questo modo non avrebbero rimosso<br />

l’auto forzatamente. Recuperò la busta<br />

dal vano portaoggetti, racimolò gli effetti<br />

personali di zio Lou e andò di sopra. Si servì<br />

qualcosa di forte – un Martini – lo trangugiò<br />

tutto d’un fiato e, con mano tremolante,<br />

aprì la busta. Vi trovò una lunga<br />

e affettuosa lettera dello zio, il certificato<br />

di proprietà della Aston Martin, istruzioni<br />

molto dettagliate su come disfarsi de-<br />

43<br />

Letteratura<br />

gli abiti e le risposte alle inevitabili strane<br />

domande che sarebbero ben presto sorte<br />

riguardo alla sua scomparsa. Trovò anche<br />

i recapiti dello storico commercialista dello<br />

zio e del suo avvocato. Naturalmente,<br />

una copia del testamento.<br />

Oltre alla macchina, Nina ereditava<br />

l’appartamento di Pallis Mews e tutto<br />

quanto in esso contenuto insieme ad azioni<br />

della By Night. E c’era pure un generoso<br />

lascito per lo zoo di Whipsnade, con una<br />

clausola indicante una cospicua somma<br />

da destinare, per sempre, alla salvaguardia<br />

dell’habitat del lupo bianco.<br />

Nina vendette la Aston Martin. Costava<br />

caro mantenerla e poi si preoccupava<br />

che potesse essere danneggiata o<br />

rubata. Sei mesi dopo si trasferì nell’appartamento<br />

di Pallis Mews, non prima di<br />

aver provveduto ad alcuni lavoretti di ristrutturazione<br />

e aver regalato gli abiti ancora<br />

buoni dello zio ad un organizzazione<br />

umanitaria, tenendo per sé, però, le babbucce<br />

con la punta all’insù.<br />

Va ancora a trovare zio Lou, ogni settimana.<br />

Prende il treno per Luton e il bus<br />

che porta allo zoo. Raramente il settore<br />

in cui sono ospitati i lupi è affollato, neppure<br />

di domenica e Nina spesso se li gode<br />

sola soletta. A volte, il vecchio lupo grigio<br />

si accuccia sul bordo della recinzione e la<br />

osserva attentamente con quegli occhi<br />

fulvi e – di tanto in tanto – atteggia il bianco<br />

muso all’insù e ulula, quasi gorgheggia<br />

come un tirolese. Ma molto più spesso lo<br />

trova sdraiato su di un masso ricoperto di<br />

muschio, respiro lento, occhi chiusi. Dorme,<br />

nel pomeriggio assolato: una vera goduria<br />

da lupi.


nUOVI ORIZZONTI<br />

Il fantasy<br />

orie nta le<br />

Sebbene il fantasy orientale abbia<br />

destato in Europa e USA la curiosità di molte<br />

persone grazie soprattutto ad anime, manga<br />

e ad alcune pellicole cinematografiche, bisogna<br />

riconoscere che allo stato attuale nella sua versione<br />

letteraria rimane ancora pressoché sconosciuto.<br />

Soprattutto per quanto riguarda le<br />

particolarità che lo contraddistinguono.<br />

copyright © Kurodahan Press<br />

di MassiMo soUMarÉ<br />

una frontiera<br />

ancora ignota<br />

Esso si compone di opere differenti da<br />

quelle che siamo abituati a leggere dove mancano,<br />

sostituiti da altri, parecchi degli elementi<br />

caratteristici presenti nei testi occidentali di<br />

questo filone. Sono assenti, ad esempio, le creature<br />

sovrannaturali del mondo nord europeo<br />

che cedono invece il passo a quelle del folklore<br />

cinese, giapponese e di altri paesi asiatici.<br />

Sono storie concettualmente assai diverse<br />

dai racconti d’ambientazione orientale degli<br />

scrittori americani ed europei.<br />

Nello specifico, nel fantasy giapponese<br />

e cinese possiamo distinguere due<br />

filoni principali. Uno che si ricollega strettamente<br />

alle tipologie occidentali di questo<br />

genere fantastico e un altro che basa<br />

le sue radici su miti, leggende e religioni<br />

dell’Estremo Oriente.<br />

Nel secondo caso, i protagonisti sono<br />

spesso guerrieri solitari che ricordano le figure<br />

degli scontrosi rônin del medioevo nipponico o<br />

i wuxia, i cavalieri erranti cinesi. Spesso sono<br />

dei paria senza compagni, appena tollerati dalle<br />

rigide caste delle società costituite.<br />

D’altra parte, nel caso della produzione<br />

giapponese, dobbiamo considerare che ci troviamo<br />

di fronte ad una società in cui è il gruppo<br />

ad assumere importanza rispetto al singolo.<br />

Ecco quindi che il concetto della compagnia<br />

d’avventura presente in molte opere americane<br />

ed europee diviene meno importante e sostituito<br />

dall’opposto motivo, del singolo che agisce<br />

individualmente. Ovviamente l’eroe ha<br />

degli amici che lo aiutano, ma spesso si tratta


144<br />

copyright © Kurodahan Press<br />

d’individui che decidonosemplicemente<br />

di agire per un<br />

tempo limitato o per<br />

un particolare scopo<br />

con il protagonista il<br />

cui senso di solitudine<br />

continua a permanere.<br />

Tale caratteristica<br />

la troviamo,<br />

per citare solo alcune<br />

tra le molte opere<br />

esistenti, sia nel<br />

ciclo di Seirei no<br />

moribito (Il guardiano<br />

dello spirito) di<br />

Nahoko Uehashi<br />

composto di dieci<br />

romanzi il cui primo<br />

volume, inaspettatamente,<br />

è stato tradotto e pubblicato anche in<br />

italiano con il titolo di Moribito - Il guardiano<br />

dello spirito da Salani Editore nel 2009, diventando<br />

il primo libro di «fantasy orientale»<br />

scritto da un giapponese a essere edito<br />

nel nostro paese; sia nel ciclo di Jûnikokuki<br />

(I dodici regni), undici volumi per un totale<br />

di oltre sette milioni e mezzo di copie vendute<br />

nel solo Giappone illustrati magistralmente da<br />

Akihiro Yamada, di Fuyumi Ono tradotto<br />

anche in inglese e che introduce stilemi al di<br />

fuori di quelli canonici quale l’idea della quest<br />

classica che qui viene ampiamente modificata.<br />

In entrambe le due serie, scritte per un<br />

pubblico di adolescenti ma lette da un notevole<br />

numero di adulti egualmente a quanto è avvenuto<br />

con Harry Potter di J. K. Rowling, i toni<br />

cupi e a volte la crudezza psicologica e fisica di<br />

alcune scene possono lasciare turbati i lettori.<br />

Tuttavia esse contribuiscono a conferire una<br />

grande realtà e un profondo pathos drammatico<br />

ed emotivo alla storia.<br />

In Moribito,<br />

Nahoko Uehashi,<br />

antropologa che insegna<br />

alla Kawamura<br />

Gakuen Women’s<br />

University<br />

e che ha vissuto tra<br />

gli aborigeni australiani,<br />

riesce a infondere<br />

nelle pagine dei<br />

suoi romanzi ciò che<br />

ha imparato dalle<br />

sue esperienze personali<br />

descrivendo,<br />

ad esempio, in che<br />

modo si concia una<br />

pelle o come si caccia.<br />

Lo stesso vale<br />

per i combattimenti<br />

e gli scontri. La<br />

Uehashi, infatti, ha<br />

fatto ampiamente tesoro delle sue conoscenze<br />

nelle arti marziali.<br />

Per Balsa, la volitiva e battagliera protagonista<br />

della storia, il passaggio da una vita<br />

tranquilla a una sanguinosa genera un desiderio<br />

di morte parossistico. La conseguente ricerca<br />

di un equilibrio, che è l’accettazione<br />

della propria parte di luce e tenebre, costituisce<br />

un elemento importante.<br />

Elemento ripetuto del fantasy orientale e<br />

che ritroviamo pure nel personaggio di Yôko di<br />

Jûnikokuki. Anch’esso ambientato in un mondo<br />

fantastico ma con regole e una concezione<br />

del mondo fortemente legata al concetto e alla<br />

filosofia di governo degli imperatori cinesi, a<br />

differenza di Moribito che invece si fonda sul<br />

modello del Giappone medioevale. Jûnikokuki,<br />

che da luglio del 2012 passerà dall’editore<br />

Kôdansha alla Shinchôsha e sarà interamente<br />

riedito in una nuova veste grafica, per di più<br />

mette in evidenza un aspetto che invece non<br />

viene praticamente mai trattato nelle opere<br />

145


di fantasy orientale di autori occidentali, cioè<br />

quello della scrittura (considerato il diverso<br />

background culturale degli scrittori non c’è da<br />

stupirsi; in Giappone, Cina e Corea è data grande<br />

importanza alla calligrafia). Nell’universo<br />

dove Yôko viene catapultata esiste un sistema<br />

di caratteri simili a quelli cinesi e giapponesi,<br />

ma con caratteristiche del tutto originali e<br />

Fuyumi Ono dedica vari brani ad approfondire<br />

il concetto di questa scrittura. Un tocco che<br />

contribuisce ad affascinare il lettore.<br />

Un notevole successo, inoltre, ha conosciuto<br />

la serie Saiunkoku monogatari (Storia<br />

del paese delle nubi colorate) di Sai Yukino<br />

destinata a un pubblico di ragazze, ma anche<br />

molto amata dagli adulti, modellata sulla struttura<br />

dell’antico sistema amministrativo della<br />

Cina della dinastia Tang (618-907 d.C.) e sui<br />

classici della letteratura cinese I briganti, attribuito<br />

a Shi Nai’an (1296-1372 d.C.), e Il romanzo<br />

dei tre regni scritto da Luo Guanzhong (1330-<br />

1400 d.C.).<br />

Anche i primi due racconti della serie del<br />

monaco zen Ikkyû Sôjun, misto di horror e dark<br />

fantasy collocato storicamente nel Giappone tra<br />

il XIV e il XV secolo, dello scrittore Ken Asamatsu<br />

(noto internazionalmente anche per le<br />

antologie da lui curate pubblicate dalla Kurodahan<br />

Press) editi in Italia nelle antologie ALIA3 e<br />

ALIA Giappone della CS_libri sono preziosi per<br />

vedere quanto complesso e diverso dal contesto<br />

americano e europeo sia stato lo sviluppo<br />

del fantastico nell’Estremo Oriente.<br />

Il filone del fantasy d’impronta occidentale<br />

è, invece, rappresentato da titoli<br />

quali il monumentale ciclo di Guin sâga (La<br />

saga di Guin, edito in Italia dalla Editrice Nord<br />

nella traduzione condotta sulla versione inglese)<br />

di Kaoru Kurimoto (1953-2009), da Arusurân<br />

senki (La leggenda di Arslan) di vaga<br />

ispirazione persiana di Yoshiki Tanaka, che<br />

dimostra come gli autori nipponici sappiano<br />

muoversi in ogni ambientazione, da Rôdosutô<br />

146<br />

senki (Cronache della guerra di Lodoss) di Ryô<br />

Mizuno, dal romanzo Gin’iro no Shanûn<br />

(Shanoon l’argenteo) e dalla trilogia Âsâô<br />

kyûtei monogatari (Storia della corte di re<br />

Artù) di Reiko Hikawa.<br />

Guin, il muscoloso eroe di La saga di<br />

Guin dalla maschera di leopardo, riunisce in


nUOVI ORIZZONTI<br />

sé le figure di diversi eroi classici della Sword<br />

and sorcery. Deve molto al personaggio di<br />

Conan di R.E. Howard, possedendone la medesima<br />

forza e furbizia, ma è molto più freddo<br />

e ha conoscenze decisamente maggiori, tratti<br />

che, insieme con una certa aurea da eroe maledetto,<br />

lo avvicinano pure al Kane di K. E. Wagner<br />

e in misura minore a Elric di Melniboné<br />

di M. Moorcock in quanto possessore di capacità<br />

«magiche» come quella che gli consente<br />

di poter comprendere ogni tipo di linguaggio.<br />

Eppure, anche qui riscontriamo delle particolarità<br />

giapponesi osservabili, più che nei temi<br />

trattati, nelle descrizioni degli ambienti e dei<br />

personaggi e nell’atmosfera.<br />

In Ôkami to kôshinryô (Il lupo e le spezie),<br />

Isuna Hasekura crea una vicenda costruita<br />

sulla dimensione commerciale dell’Europa<br />

del medioevo/Rinascimento dando vita a un<br />

fantasy originale dove, a parte alcuni elementi<br />

magici, la vicenda si concentra sulle attività di<br />

compravendita con il tipico amore nipponico<br />

quasi manualistico ed enciclopedico per il dettaglio<br />

della vita di tutti i giorni e sulle professioni<br />

unito a una grande abilità nel tratteggio dei<br />

personaggi.<br />

Reiko Hikawa, specializzata particolarmente<br />

nel fantasy di tipo occidentale, nell’interessante<br />

saggio scritto a quattro mani con Davide<br />

Mana Amici immaginari - L’Occidente<br />

nel fantasy giapponese e il Giappone nel<br />

fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri<br />

e samurai (incluso nella rivista Porti di<br />

Magnin n° 73, 2011), nota come nel suo libro<br />

Gin’iro no Shanûn, in cui descrive cavalieri<br />

occidentali, abbia involontariamente inserito<br />

un elemento che non dovrebbe apparire in<br />

un’opera fantastica ispirata alla storia medievale<br />

europea. La reincarnazione. E ancora, ammette<br />

che in Âsâô kyûtei monogatari, trilogia<br />

che riprende il mito arturiano, pur sforzandosi<br />

di non apportare modifiche ai temi principali<br />

della leggenda, la parte su cui ha riscontrato<br />

maggiori problemi nella stesura è stata quella<br />

sul Santo Graal perché faticava a comprendere<br />

il significato profondo della coppa che aveva<br />

raccolto il sangue di Cristo. Dal suo punto di<br />

vista, la leggenda di Artù e il Santo Graal<br />

sono argomenti esotici e difficilmente<br />

comprensibili. Non per nulla, nonostante i<br />

numerosi riferimenti che troviamo nei manga,<br />

copyright © Kurodahan Press 147


nUOVI ORIZZONTI<br />

anime e videogiochi giapponesi a re Artù (un<br />

titolo per tutti il bel Fate/stay night), la letteratura<br />

fantastica nipponica all’opposto ha<br />

prodotto pochissimo riguardo al suo mito e<br />

per trovare un altro testo ispirato al leggendario<br />

re inglese dobbiamo addirittura risalire<br />

a un racconto del grande romanziere Sôseki<br />

Natsume (1867-1916).<br />

Le riflessioni di Hikawa ci portano a<br />

domandarci anche quanto ci sia in realtà<br />

di pensiero, filosofia e storia occidentali<br />

nei lavori degli autori americani ed europei<br />

che scrivono fantasy di ambientazione<br />

orientale.<br />

Intendiamoci, libri come La leggenda<br />

di Otori di Lian Hearn o Kizu no kuma<br />

di Francesca Angelinelli sono narrativamente<br />

ben scritti e curati nelle ricerche, ma<br />

indubbiamente esiste una differenza fondamentale,<br />

che è sempre bene tenere presente,<br />

tra il fantasy orientale prodotto da autori<br />

occidentali e quello da orientali. Il primo può<br />

essere pensato come un’elaborazione di un<br />

Oriente visto attraverso i filtri della cultura<br />

occidentale, così come il fantasy occidentale<br />

degli scrittori orientali che è invece modificato<br />

attraverso il sentire della cultura in cui<br />

sono cresciuti.<br />

Indiscutibile è la popolarità raggiunta<br />

nel Sol Levante da alcune opere fantasy,<br />

tra le quali spicca il grande successo di The<br />

Slayers di Hajime Kanzaka (il cartone animato<br />

è stato trasmesso anche nel nostro paese)<br />

arrivato a superare la sbalorditiva cifra<br />

di venti milioni di copie vendute, piazzandosi<br />

così alle spalle del popolarissimo La saga di<br />

Guin con i suoi oltre trenta milioni di copie.<br />

Se esiste un fantasy giapponese rivolto<br />

a un pubblico più adulto, in questi ultimi anni,<br />

ugualmente alla fantascienza, i maggiori<br />

successi tra i lettori sono però nati nel<br />

genere delle «light novels», una specie<br />

di corrispettivo della letteratura «young<br />

adult» americana, illustrati da disegni in stile<br />

manga e anime. Assistiamo, poi, a un forte<br />

sincretismo tra i vari generi del fantastico,<br />

a ragione del quale frequentemente non<br />

è così semplice catalogare i diversi lavori, e<br />

che raggiunge vette estreme in una serie di<br />

grande successo quale To aru majutsu no<br />

indekkusu (A certain magical Index) di Kazuma<br />

Kamachi, perfetto equilibrio tra SF e<br />

fantasy, con personaggi dotati di poteri ESP<br />

contrapposti a maghi.<br />

È inoltre da considerare come il<br />

fantasy cinese, molto più di quello nipponico,<br />

sembri mostrare una predilezione<br />

per le storie basate sulla tradizione<br />

autoctona. Haitian Pan, ex-architetto e<br />

scrittore, nel 2002 con alcuni amici, ha creato<br />

un mondo alternativo fantastico di stampo<br />

orientale denominato Jiuzhou (Nove terre) e<br />

dal 2004 è capo editor della rivista Odyssey<br />

of China Fantasy nella quale sono pubblicati<br />

storie lì ambientate e la cui prima edizione<br />

ha venduto oltre ottantamila copie. Il suo racconto<br />

Yongheng de cheng (La città eterna)<br />

facente parte, per l’appunto, del ciclo della<br />

saga delle Nove terre è stato edito anche<br />

in Italia nell’antologia ALIA storie, CS_libri,<br />

e la sua lettura è utile per incominciare ad<br />

accostarsi al tipo di fantasy oggi prodotto in<br />

Cina.<br />

Il genere è molto attivo anche in Taiwan<br />

e in Corea, dove alle numerose pubblicazioni<br />

in traduzione dei romanzi giapponesi<br />

si affianca l’ampia e ormai matura produzione<br />

degli scrittori locali sviluppando una dimensione<br />

letteraria del fantasy proveniente<br />

dall’Oriente, estremamente estesa ed importante,<br />

che meriterebbe di essere maggiormente<br />

tradotta e conosciuta sia in America<br />

che in Europa.<br />

148


omanzo di Fuyumi ono/illustrazione di akihiro Yamada/editore shincho Bunko


nUOVI ORIZZONTI<br />

Si leggono libri nello Yemen? Ci sono<br />

scrittori laggiù? Hanno dei giornali da leggere?<br />

Di cosa scrivono? La risposta è ovvia:<br />

nello Yemen esiste una letteratura, giornali<br />

di ogni genere fanno capolino dalle piccole<br />

edicole e gli stili degli autori sono di ottima<br />

qualità. L’unico ostacolo, come appare<br />

dalle domande suddette, è la conoscenza,<br />

lo studio e la diffusione, in Occidente, di<br />

questo tipo di letteratura. Se ne parla<br />

troppo poco. Un vero peccato se pensiamo<br />

al grande patrimonio culturale che perdiamo<br />

e alla possibilità di venire a contatto e conoscere<br />

un mondo diverso ma ricco.<br />

La storia della narrativa yemenita è piuttosto<br />

giovane e strettamente legata ai cambiamenti<br />

storici e sociali avvenuti nel Paese.<br />

Inutile negare che la piaga più dolorosa è,<br />

ancora oggi, quella dell’analfabetismo e che<br />

in certi luoghi della regione lo stile di vita è<br />

ancora arcaico. L’unificazione avvenuta nel<br />

1990 ha rappresentato una “data spartiacque”<br />

nella società yemenita, avvicinando il<br />

Nord conservatore al Sud più aperto.<br />

La letteratura è stata fortemente influenzata<br />

da tutti questi stravolgimenti,<br />

ma ha saputo trovare una strada propria<br />

e molto particolare, a metà fra modernismo<br />

e tradizione, per un motivo ben<br />

preciso: un lungo isolamento rispetto agli<br />

altri Paesi arabi, dove il risveglio culturale,<br />

cioè la nahdah è arrivato prima, e una forte<br />

emarginazione rispetto all’Occidente.<br />

150


la letteratura<br />

di Francesca rossi<br />

tra voglia di cambiamento,<br />

malinconia e rivendicazioni politiche<br />

I temi ricorrenti nelle produzioni degli<br />

autori yemeniti sono molteplici: l’emigrazione<br />

è il più sentito, dal momento che<br />

molti uomini, per continuare gli studi o lavorare,<br />

sono costretti a partire verso l’Europa,<br />

gli Stati Uniti, o altri Paesi arabi; la poligamia,<br />

strettamente connessa alla questione<br />

dell’emigrazione, poiché gli uomini che<br />

espatriano spesso si rifanno una vita nella<br />

nazione che li ospita e, al loro ritorno, sono<br />

accompagnati dalle nuove mogli; la solitudine<br />

delle donne che restano da sole ad attendere<br />

mariti e fidanzati; il diritto allo studio<br />

ed il problema dell’analfabetismo,<br />

soprattutto femminile, che non consente alle<br />

giovani di essere veramente libere; i matrimoni<br />

combinati, consuetudine nello Yemen,<br />

che spezzano per sempre i sogni di molte<br />

ragazze; la questione delle spose bambine,<br />

di drammatica attualità; l’emancipazione<br />

della donna; le dure condizioni di vita,<br />

soprattutto nelle zone rurali, a cui sono collegati<br />

i temi della povertà, delle malattie e<br />

dell’ignoranza; il difficile rapporto uomo/<br />

donne; il nazionalismo ed il desiderio di<br />

vivere all’interno di uno Stato che sancisca<br />

uguali diritti e doveri.<br />

La figura della donna è la più sfaccettata:<br />

è madre, moglie, giovane sposa<br />

che attende il ritorno del marito, simbolo<br />

di una condizione e di una nazione,<br />

figlia che obbedisce o si ribella pur sapendo<br />

che può costarle la vita, eroina o<br />

derisa senza pietà.<br />

151


152<br />

Gli autori yemeniti hanno saputo<br />

raccontare tutto questo cercando<br />

di fondere contenuti profondi e complessi<br />

con uno stile e generi d’avanguardia,<br />

di sperimentazione e con un<br />

gusto estetico in continua evoluzione.<br />

Nonostante la “giovane età” di<br />

questa letteratura, vi sono già due<br />

generazioni di scrittori che si distinguono<br />

non solo per l’evidente fattore<br />

cronologico, ma anche per le scelte<br />

stilistiche.<br />

In cosi poco spazio non è possibile<br />

menzionarli tutti, ma dovremo<br />

accontentarci di analizzare solo qualche<br />

esempio tra i più rappresentativi:<br />

Zayd Muti Dammag (1943-2000) è<br />

uno dei più noti romanzieri yemeniti<br />

sia in patria che all’estero. La sua<br />

attività letteraria si è sempre fusa in<br />

modo eccellente con l’impegno politico.<br />

Appartiene alla prima generazione<br />

di autori ed il suo romanzo L’Ostaggio<br />

(Al-Rahinah), del 1984, è considerato<br />

uno degli esempi più alti della<br />

narrativa araba del XX secolo. Nelle<br />

sue opere è forte la critica all’ingiustizia<br />

sociale, alla triste condizione della<br />

donna e alla situazione di arretratezza<br />

sociale e culturale vissuta per anni<br />

dal Paese.<br />

Tra i pionieri non mancano di


nUOVI ORIZZONTI<br />

certo le donne; Ramziyyah Abbas<br />

Al-Iriyani (1955) è una delle intellettuali<br />

più celebri nello Yemen. Consigliere<br />

al Ministero dei Diritti Umani<br />

e Presidentessa dell’Unione delle<br />

Donne del Paese, Ramziyyah è ricordata<br />

come la prima donna yemenita<br />

ad aver pubblicato un romanzo: La<br />

vittima dell’avidità (Dahiyyat Al<br />

Giasa) del 1970.<br />

Per quanto riguarda la nuova generazione<br />

di autori, tra le stelle di prima<br />

grandezza troviamo Muhammad<br />

Al Garbi Amran (1958), capace<br />

di incantare i lettori con il suo stile<br />

diretto, scarno ma, al tempo stesso,<br />

brillante.<br />

Tra le donne possiamo ricordare<br />

Afrah Al-Sadiq (1965). Autrice talentuosa<br />

e vivace, Afrah ha scritto il<br />

romanzo Lo Specchio (Al-Mir’ah),<br />

incentrato sulle donne in carriera alle<br />

prese con il loro corpo e le pretese di<br />

perfezione imposte dalla società e da<br />

stereotipi femminili dilaganti.<br />

Questi esempi sono solo la punta<br />

dell’iceberg di una letteratura vicina,<br />

per certi temi e per le tecniche narrative,<br />

a quella occidentale.<br />

In questo articolo si è deciso di<br />

privilegiare la produzione in prosa.<br />

La poesia yemenita, però, possiede<br />

altrettanto fascino ed altrettanta<br />

vivacità, che rappresentano l’eredità<br />

della tradizione araba classi-<br />

153<br />

ca e della cultura orale locale. Versi<br />

politici, sociali, ma anche d’amore,<br />

come dimostrano quelli di Nabilah<br />

Al-Zubayr:<br />

“Tra la terra e le pleiadi<br />

Lì, ti amo<br />

Tra le tue qualità è ciò che<br />

non sopporto<br />

E tra la partenza senza … non<br />

c’è via Tra il mio pianto per te<br />

E il trepidare.”<br />

(Testo in traduzione tratto dal volume “Lo<br />

Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli<br />

scrittori”, a cura di Isabella Camera d’Afflitto,<br />

editrice Orientalia, 2010)


nUOVI ORIZZONTI<br />

L'immagine e la parola di<br />

Tsutomu Nihei<br />

di cLaUdio cordeLLa<br />

Tsutomu Nihei, classe 1971, laurea in architettura,<br />

dopo aver lavorato per un certo periodo<br />

in uno studio di New York si è dedicato a<br />

tempo pieno al lavoro di mangaka. Non tardando<br />

a distinguersi in campo fumettistico grazie al<br />

suo indiscutibile talento.<br />

Se oggi possiamo dire che sia un fatto comune<br />

per i sensei della “letteratura disegnata”<br />

del Giappone essere tradotti all'estero, dato il<br />

successo riscosso dai manga negli altri paesi, al<br />

contrario non sembra esserci da parte degli artisti<br />

nipponici una pari curiosità verso gli autori<br />

stranieri. In genere pare che siano solo gli artisti<br />

più celebri e culturalmente preparati, come Jirō<br />

Taniguchi o Katsushiro Ōtomo ad esempio,<br />

a essere in grado di guardare oltre i confini del<br />

loro arcipelago natale. Personaggi di questo calibro,<br />

celebri di livello internazionale, arrivano a<br />

stringere fruttuose collaborazioni con firme importanti<br />

della “letteratura disegnata” occidentale.<br />

D'altra parte è pur vero che l'industria editoriale<br />

giapponese è un colosso dalle dimensioni<br />

impressionanti, tale da lasciare ben poco spazio<br />

a infiltrazioni estere presso il già saturo mercato<br />

locale. Quindi risulta essere degna di nota<br />

l'apertura di Nihei alle influenze fumettistiche<br />

della Bande dessinée francese, in particolare<br />

del franco-serbo Enki Bilal.<br />

Il primo lavoro di questo architettofumettista<br />

in qualità di esordiente è Buramu<br />

(Blame), un racconto breve ambientato<br />

in una megalopoli claustrofobica, incentrato<br />

sulle indagini di un poliziotto di nome Kirii (Killy).<br />

Apparso nel 1995 all'interno del magazine<br />

Afternoon, Blame presenta due elementi<br />

154<br />

caratterizzanti della futura produzione di<br />

Nihei: le opere di macro-ingegneria architettonica,<br />

gli esseri mostruosi nati da una<br />

scienza fuori controllo, a sua volta frutto<br />

di un'ingegneria genetica e di una bionica<br />

che hanno ridefinito il concetto di umano.<br />

Simili tematiche sono tratte dagli stilemi più tipici<br />

del cyberpunk: non a caso gli scenari urbani<br />

degradati, dominati da una tecnologia pervasiva<br />

e pericolosa, si ritrovano nel romanzo Neuromancer<br />

(Neuromante) di William Gibson,<br />

l'opera cardine di questo genere.<br />

In particolare a noi pare evidente la parentela<br />

della produzione fumettistica “niheiana”<br />

con il ciclo di Schismatrix (Matrice spezzata)<br />

di Bruce Sterling, incentrato sulla lotta tra<br />

due specie post-umane, senza dimenticare altre<br />

opere similari della più moderna fantascienza<br />

tecnologica; ad esempio Vacuum Flowers<br />

(L'intrigo Wetware) di Michael Swanwick oppure<br />

i romanzi della The Confluence Series di<br />

Paul J. McAuley. Inoltre, poiché la manipolazione<br />

della carne vivente è uno dei temi cardine<br />

di questo mangaka, non ci pare improprio accostare<br />

i suoi manga alla cinematografia fantahorror<br />

di David Cronenberg. Per di più a livello<br />

iconografico Nihei si mostra affascinato dalle<br />

opere di Hans Ruedi Giger; il geniale artista<br />

svizzero che ha concepito l'aspetto dello xenomorfo<br />

del film Alien di Ridley Scott. Quest'ultima<br />

è un'autentica pellicola cult, non per niente<br />

assieme al leggendario Blade Runner, sempre<br />

dello stesso Scott, ha definito i canoni del cyberpunk<br />

cinematografico. Tutte queste suggestioni<br />

verranno nel corso degli anni filtrate, rimescolate<br />

e riplasmate da questo autore di fumetti per<br />

creare qualcosa di nuovo.


“Questo misero mondo<br />

elettronico organizza la<br />

realtà oggettiva grazie<br />

alla Rete”.<br />

Tsutomu Nihei,<br />

Buramu!


156<br />

Per leggere un manga di ampio respiro di<br />

questo mangaka si deve però attendere Buramu!<br />

(Blame!), pubblicato prima a puntate<br />

sulla rivista Afternoon e poi in una serie di 10<br />

volumi tra il 1998 ed il 2003. In Italia questi<br />

ultimi sono usciti, dal 2000 al 2004, sotto l'etichetta<br />

della casa editrice Panini. È a questa<br />

prima versione che noi faremo riferimento.<br />

Segnaliamo, tuttavia, come di recente sia iniziata<br />

la distribuzione di una nuova edizione:<br />

diversa per numero e formato degli albi editi,<br />

oltre che per una diversa traduzione dal giapponese.<br />

Il protagonista di Blame!, omonimo<br />

del poliziotto della novella del '95 e fisicamente<br />

simile a lui, è un eroe solitario, armato<br />

di una potente pistola a onde gravitazionali.<br />

Il compito di Killy è quello di cercare<br />

i geni che compongono la cosiddetta “Rete<br />

dei geni terminali”, all'interno di una<br />

sconfinata megalopoli. Durante il suo<br />

peregrinare per livelli, cunicoli e<br />

mega-strutture architettoniche,<br />

il nostro eroe si scontra con alcuni<br />

esseri artificiali: gli Esseri di<br />

silicio e le Safeguard. I primi appartengono<br />

a una specie post-umana, basata sul silicio e<br />

non sul carbonio, che considera gli Homo<br />

sapiens come degli inutili insetti da<br />

sopprimere alla prima occasione.<br />

Ugualmente minacciosi sono i<br />

secondi, legati a una non ben<br />

specificata Safenet, i quali<br />

vedono gli esseri umani<br />

che vagano in questa<br />

città senza nome, privi<br />

della “Rete dei geni<br />

terminali”, come degli<br />

intrusi da massacrare.<br />

Lo stesso Killy non sarebbe<br />

nient'altro che una Safeguard,<br />

appartenente a una<br />

generazione precedente di<br />

questi esseri. Il che potrebbe<br />

farci meglio comprendere<br />

perché nel corso<br />

del suo viaggio egli si<br />

allei con delle Safeguard<br />

speciali,


nUOVI ORIZZONTI<br />

come Dhomochevski e Iko, intente anch'esse a<br />

lottare contro i misteriosi Esseri di silicio.<br />

Nei capitoli finali di questo manga Killy<br />

rincontra la Safeguard Sakan; la guerriera,<br />

presentatici al principio come una sua nemica<br />

e una sterminatrice di innocenti, ora si fa viva<br />

per chiederne l'aiuto e non per combatterlo. Costei<br />

in grado di beneficiare di più di un corpo,<br />

dopo essersi reincarnata in un nuovo involucro,<br />

contatta Killy e lo incarica di una nuova missione:<br />

preservare un misterioso oggetto sferico, il<br />

Corpo Centrale. Si tratta molto probabilmente di<br />

una nuova forma di vita, proveniente dall'ultimo<br />

avatar di una scienziata di nome Tsubo, un'alleata<br />

di antica data del nostro eroe. Le ultime<br />

tavole di Blame! dedicate a un Killy ferito, privo<br />

di una gamba ed esausto, ci mostrano la sua<br />

risalita verso lo spazio aperto.<br />

Dobbiamo infine sottolineare che sino al<br />

termine del secondo volume di Blame!, laddove<br />

avviene l'incontro tra Killy e Tsubo, Nihei tenti<br />

di seguire una sceneggiatura, seppur abbozzata<br />

e assai vaga, per poi perdere il filo della scarna<br />

trama sin lì intessuta negli albi successivi. Da<br />

qui in poi l'autore punta unicamente sulle<br />

suggestioni delle sue tavole, via via sempre<br />

più spettacolari e immaginifiche. L'autore<br />

mostra in tal modo di avere un approccio<br />

all'arte fumettistica diverso da quello di<br />

Bilal, di cui imita il “tratto sporco”, avvicinandosi<br />

piuttosto alle idee di Jean Giraud,<br />

alias Moebius: un altro grande del fumetto<br />

francese, recentemente scomparso (proprio<br />

quest'anno). Nelle sue opere più rivoluzionarie<br />

e innovative, come Le Garage Hermétique (Il<br />

Garage Ermetico), il testo diventa un ornamento<br />

surreale e incomprensibile delle tavole mentre<br />

l'idea di seguire qualsivoglia canovaccio narrativo<br />

viene abbandonata sin dall'inizio. In Arzach<br />

Moebius, analogamente a quanto possiamo riscontrare<br />

nella maggior parte dei capitoli di Blame!,<br />

la parola scritta viene tralasciata in favore<br />

della pura immagine. Le morti e le resurrezioni<br />

di Tsubo, la quale cambierà più di un corpo passando<br />

da un avatar all'altro, protagonista come<br />

Sakan di stupefacenti metamorfosi, senza contare<br />

l'incontro con enigmatici personaggi dagli<br />

scopi incomprensibili, contribuiscono a dar vita<br />

a una nerissima odissea hi-tech. Lo scenario in<br />

cui si muovono le creature di Nihei è un'inconcepibile<br />

costruzione iper-tecnologica,<br />

una mostruosità al cui confronto gli esseri<br />

che la abitano appaiono simili a minuscoli<br />

insetti, moscerini che si agitano in un ambiente<br />

che non comprendono.<br />

Delle avventure di Killy esiste pure una<br />

sorta di prequel, Noise, edito in Giappone nel<br />

2000 e pubblicato in Italia nel 2009, uscito nelle<br />

fumetterie nostrane in un'edizione speciale assieme<br />

al vol. 9 di Blame!. Quest'ultimo, aldilà di<br />

una trama da fanta-thriller, imperniata su atroci<br />

esperimenti condotti su cavie umane, ha il pregio<br />

di svelarci la reale natura della città multilivello<br />

di Killy. Qui, per la prima volta, assistiamo<br />

alla nascita di una megastruttura che ingloba<br />

sia la Terra sia il suo satellite. La metropoli vista<br />

in Blame! sarebbe allora un'opera di macro-ingegneria<br />

su scala cosmica. Si aggiunga poi che<br />

nel successivo artbook Blame! And So On<br />

157


nUOVI ORIZZONTI<br />

158<br />

del 2003, è lo stesso Nihei,<br />

intenzionato a chiarire le<br />

idee ai suoi fans, a fornire<br />

un diametro dell'ordine di<br />

grandezza di 32.675 Unità<br />

Astronomiche (UA), equivalenti<br />

a 4,901,250,000 Km,<br />

per questa “città”. In un sequel<br />

di Blame!, Net Sphere<br />

Engeener, la discendente<br />

di un Essere di silicio<br />

di nome Pcell, uno dei tanti<br />

avversari incontrati da Killy<br />

durante il suo cammino,<br />

esce dalla megastruttura<br />

per poi lanciarsi nel vuoto<br />

interstellare.<br />

Dopo Blame! Nihei<br />

ha occasione di offrire<br />

la personale reinterpretazione<br />

del personaggio<br />

di Wolverine, uno dei più<br />

celebri characters della<br />

casa editrice statunitense<br />

Marvel. Nel fanta-horror<br />

Wolverine: Snikt! il noto<br />

mutante, caratterizzato da<br />

un incredibile potere di guarigione,<br />

da uno scheletro<br />

composto dall'indistruttibile<br />

adamantio e dagli artigli<br />

retrattili sulle mani, viene<br />

trasportato nel futuro per<br />

aiutare una popolazione decimata<br />

da un batterio carnivoro<br />

chiamato Mandate.<br />

In seguito per il nostro<br />

artista è la volta dei due volumi<br />

di Abara, una miniserie<br />

dalla trama incomprensibile<br />

ma caratterizzata da un<br />

tratto che raggiunge nuove<br />

vette di maturità artistica,<br />

capace di delineare con maestria<br />

un paesaggio urbano


sporco, marcio, sospeso tra antico e moderno.<br />

Qui si consuma la lotta tra due mitiche creature:<br />

il Gauna nero e la sua controparte bianca; mostri<br />

“alla Giger”, come già lo erano stati sia gli Esseri<br />

di silicio o gli altri esseri artificiali di Blame!.<br />

Per attendere un'altra opera di una certa<br />

lunghezza da parte del nostro bisogna attendere<br />

l'uscita dei 6 volumi di Biomega, editi tra il<br />

2004 e il 2009. Tutto ha inizio con l'apparizione<br />

di un virus, l'N5S, che trasforma le persone in<br />

una sorta di zombie, i Droni. Un essere umano<br />

sintetico, Zoichi Kanoe, viene allora incaricato<br />

dalle Industrie Pesanti dell'Estremo Oriente di<br />

proteggere una fanciulla immune alla malattia,<br />

Ion Green. Intanto due potenti organizzazioni, la<br />

CEU (Compulsory Execution Unit) e la DRF (Data<br />

Recovery Foundation), sono ben decise a voler<br />

sfruttare l'epidemia per i loro loschi fini.<br />

Peccato che, proprio negli ultimi due<br />

albi, Nihei si lasci, per l'ennesima volta,<br />

sfuggire la mano: la Terra subisce un'inconcepibile<br />

metamorfosi, mutando in un<br />

incomprensibile artefatto: il Ricreatore. Anche<br />

in questo caso, analogamente alla “città” di<br />

Killy, abbiamo a che fare con un manufatto dalle<br />

dimensioni cosmiche. Anzi, ci pare che Nihei abbia<br />

voluto superarsi in fatto di trovate surreali,<br />

avendo immaginato questa volta una struttura<br />

tubolare del diametro di 100 km, lunga ben quattro<br />

miliardi e ottocento milioni di km. Tra scene<br />

d'azione, meraviglie e orrori bio-tecnologici,<br />

compresa la ricomparsa dei Droni, per Zoichi<br />

e i suoi alleati giunge il momento dell'agognata<br />

sconfitta di Nyaldee. Costei è un’immortale<br />

dotata di poteri paranormali, leader indiscussa<br />

della DRF e responsabile della distruzione del<br />

nostro mondo, desiderosa di ottenere il controllo<br />

del Ricreatore.<br />

Attualmente questo mangaka è a lavoro<br />

su una cupa space-opera, The Sidonia no<br />

Kishi (Knight of Sidonia), la cui traduzione e<br />

pubblicazione dei diversi volumi è iniziata anche<br />

in Italia. Si tratta della prima incursione dell’autore<br />

nell'avventura spaziale, a cui in preceden-<br />

155<br />

159<br />

za si era avvicinato solo con due racconti brevi:<br />

Zeb-Noid e Insetti alati corazzati da combattimento<br />

– Sphingidae, entrambi realizzati<br />

a colori e costituiti da poche pagine. Il primo<br />

racconta dell'incontro/scontro tra l'umanità con<br />

una temibile specie insettoide mentre il secondo<br />

contiene “in nuce” alcuni elementi che ritroveremo<br />

in seguito in Knight of Sidonia. Se in Zeb-<br />

Noid un pilota umano e una guerriera aliena,<br />

dopo aver reciprocamente distrutto i rispettivi<br />

veicoli militari, si scoprono simili, suggellando<br />

con la loro unione una nuova era di pace, invece<br />

in Sphingidae assistiamo alla gloriosa missione<br />

di un possente vascello militare. Un pianeta, la<br />

Terra molto probabilmente, è stato distrutto e<br />

per rappresaglia viene organizzata una spedizione<br />

in grande stile: non mancano né i robot giganti,<br />

bizzarri costrutti tecno-organici, simili a quelli<br />

già visti in Zeb-Noid, né gli eroici soldati capaci<br />

di qualsiasi impresa. Tutti impegnati, in una lotta<br />

senza quartiere, contro i pericolosi alieni Gauna.<br />

Simili ingredienti, adeguatamente modificati e<br />

ampliati, gli ritroveremo successivamente nel<br />

ben più elaborato plot di Knight of Sidonia.<br />

Bisogna dire che Nihei, affrontando<br />

temi caratteristici della space-opera, come<br />

le invasioni aliene e le arche interstellari,<br />

sembri apprezzare questa volta l'appoggio<br />

di una robusta sceneggiatura. La Terra<br />

è scomparsa, devastata da una specie aliena<br />

incomprensibile e potente: i Gauna. Adesso solo<br />

un grande vascello, la Sidonia, rappresenta la<br />

salvezza per il genere umano. Il protagonista del<br />

manga, Nagata Tanikaze, dopo aver vissuto<br />

per molti anni in completo isolamento in un settore<br />

deserto della nave, viene scoperto e accetta<br />

di diventare un pilota, salendo a bordo di uno<br />

dei robot giganti usati per la difesa della Sidonia.<br />

Questi ultimi, a differenza dei mezzi robotici<br />

apparsi in Zeb-Noid e in Sphingidae, sono realizzati<br />

con grande accuratezza e realismo; studiati<br />

nei minimi particolari e privi di qualsivoglia linea<br />

tecno-organica. Gli episodi relativi ai misteri della<br />

vera identità di Tanikaze e al passato di questa<br />

colossale astronave, in viaggio nello spazio


nUOVI ORIZZONTI<br />

da diversi secoli, sono alternati<br />

con le scene d'azione degli<br />

scontri con gli extraterrestri.<br />

Le preoccupazioni di carattere<br />

bioetico di Nihei, riguardo<br />

a una scienza generatrice di<br />

orrori, ricompaiono ancora una<br />

volta anche in Knight of Sidonia.<br />

Non solo i Gauna, chiamati<br />

con lo stesso nome delle aberrazioni<br />

bio-genetiche di Abara<br />

e degli extraterrestri di Sphingidae,<br />

ricordano nell'aspetto le<br />

consuete mostruosità che popolano<br />

tutti i manga “niheiani”,<br />

ma ci viene fatto pure cenno<br />

di atroci esperimenti compiuti<br />

sui corpi di ibridi umano-alieni.<br />

Anche un Gauna catturato, il<br />

quale ha assunto l'aspetto del<br />

pilota umano che ha ucciso,<br />

viene trattato come una cavia<br />

priva del benché minimo diritto.<br />

Senza contare la presenza di un<br />

personaggio che sembra esser<br />

tenuto in vita, quale punizione<br />

per un crimine da lui commesso,<br />

come parte integrante del<br />

computer della Sidonia. Si aggiunga<br />

a questo l'esistenza di<br />

un gruppo segreto di immortali,<br />

una cricca che guida da secoli<br />

questo mondo viaggiante, una<br />

élite di privilegiati a cui forse<br />

appartiene lo stesso Tanikaze.<br />

D'altronde gli stessi abitanti<br />

della Sidonia non sono dei<br />

semplici umani, tutti quanti mostrano<br />

di possedere capacità<br />

post-umane; ad esempio, eseguendo<br />

la fotosintesi come le<br />

piante possono economizzare<br />

le risorse disponibili, rimanendo<br />

per giorni senza mangiare.<br />

Inoltre, hanno svincolato la ri-<br />

produzione dai vincoli della natura<br />

e alcuni di loro appartengono<br />

a un terzo sesso neutro, in<br />

quanto né maschi né femmine.<br />

Il solo Tanikaze, il quale però<br />

molto probabilmente è un immortale,<br />

non un semplice Homo<br />

sapiens, non sembra possedere<br />

tali caratteristiche. Il poveretto<br />

per questo motivo viene deriso,<br />

visto da molti come uno sgradevole<br />

mangione, se non addirittura<br />

quale una sorta di barbaro,<br />

rozzo e primitivo.<br />

Nemmeno a dirlo la Sidonia,<br />

pur non avendo le dimensioni<br />

inconcepibili di un<br />

Ricreatore o della “città” di Blame!,<br />

è anch'essa un incredibile<br />

labirinto, con le sue meraviglie<br />

e i suoi orrori, accuratamente<br />

celati alla vista dei più. Assai<br />

singolare è la scelta di Nihei di<br />

citare esplicitamente la raccolta<br />

di stampe Ukiyo — e Cento<br />

vedute del Monte Fuji,<br />

notissima opera incompiuta del<br />

pittore e incisore Katsushika<br />

Hokusai (1760 – 1849). Tra un<br />

capitolo e l'altro di Knight of Sidonia<br />

sono state inserite delle<br />

apposite illustrazioni, chiamate<br />

Le Cento vedute della Sidonia;<br />

queste ultime aprono degli interessanti<br />

squarci su questo<br />

universo chiuso, condannato<br />

a un viaggio che pare essere<br />

eterno. La trovata dell'astronave<br />

gigante, con tanto di case e<br />

civili ospitati nel suo ventre metallico,<br />

protetta dagli attacchi<br />

alieni da squadriglie “robottoni”<br />

è un chiaro richiamo all'anime<br />

Chōjikū yōsai Makurosu<br />

(Fortezza superdimensionale<br />

Macross).<br />

Invece l'ibridazione del<br />

cyberpunk con la fantascienza<br />

spaziale deriva da quegli autori<br />

emersi negli anni '80, ad esempio<br />

come i già citati Sterling,<br />

McAuley e Swanwick, che sono<br />

da annoverare tra i pionieri di<br />

simili esperimenti letterari. Effettivamente<br />

Knight of Sidonia,<br />

più che a qualsiasi altra cosa,<br />

assomiglia ai più recenti esiti<br />

della space-opera dimostrando<br />

che Nihei non solo è stato<br />

capace di raggiungere nuove<br />

vette di bravura nell'impostazione<br />

delle tavole ma anche<br />

nell'elaborazione dei suoi testi.<br />

Un fumettista, come a buon ragione<br />

sosteneva Moebius, può<br />

svincolarsi se lo desidera dalla<br />

gabbia della parola scritta ma,<br />

aggiungiamo noi, solo a un patto:<br />

che egli si dimostri capace<br />

di padroneggiarla. Soprattutto<br />

se decide di intraprendere la<br />

strada, coraggiosa, di abbandonarla.<br />

Insomma, prima di abbandonare<br />

l'idea di seguire una<br />

trama, bisognerebbe imparare<br />

a scriverne una e solo adesso<br />

ci pare che il nostro sia riuscito<br />

nell'impresa.<br />

In buona sostanza, dopo il<br />

termine di Knight of Sidonia, le<br />

scelte in tal senso di Nihei, pro<br />

o contro l'impiego di una sceneggiatura<br />

in un manga, saranno<br />

senz'altro maggiormente più<br />

ponderate che in passato.<br />

160


CINEMA E TV<br />

AMERICAN HOR<br />

Nata dalla mente dei produttori<br />

di Glee Ryan Murphy<br />

e Greg Falchuk, American<br />

Horror Story è una serie televisiva<br />

statunitense andata<br />

in onda con successo negli<br />

States su FX e trasmessa in<br />

Italia da Fox.<br />

La prima peculiarità<br />

di AHS che balza all’occhio<br />

dello spettatore è la<br />

sua natura antologica: il<br />

progetto prevede infatti una<br />

storia diversa per ogni stagione<br />

del serial, in modo da<br />

non obbligare lo spettatore a<br />

seguirle tutte e non logorare<br />

troppo una vicenda che, dopo<br />

le prime stagioni, rischierebbe<br />

di perdere lo smalto (dice<br />

niente Heroes?). Un altro<br />

aspetto interessante è che<br />

AHS era già nella mente di<br />

Murphy & Falchuk prima<br />

ancora di Glee, ma sarebbe<br />

stato proprio il successo ottenuto<br />

in America da quest’ultimo<br />

progetto a far ottenere il<br />

disco verde ad AHS, che tratta<br />

tematiche senza dubbio più<br />

adulte e sensibili.<br />

La prima stagione di<br />

American Horror Story è<br />

ambientata a Los Angeles, in<br />

quella che, come più volte viene<br />

definita nel serial, è “una tipica<br />

villa vittoriana di L.A. anni<br />

Venti”. Puntata dopo puntata,<br />

scopriremo che la villa è una<br />

vera e propria “monster house”,<br />

inserita in un tour appositamente<br />

dedicato alle case<br />

stregate. Una scia di sangue<br />

attraversa tutta la storia della<br />

magione sin dalla sua costruzione...<br />

Sembra che tutto abbia<br />

avuto origine a causa dei<br />

primi inquilini della villa: l’ex<br />

medico di grido di Hollywood<br />

Charles Montgomery, che<br />

praticava aborti clandestini<br />

nello scantinato, sua moglie<br />

Nora e il figlioletto neonato<br />

Thaddeus. Negli anni Sessanta<br />

fu la volta di alcune studentesse<br />

di infermeria morte<br />

nella villa a causa di un gruppo<br />

di emulatori di Charles Manson.<br />

Dieci anni dopo, due gemelli<br />

entrati per caso nella<br />

villa persero tragicamente la<br />

vita in circostanze sospette.<br />

162


163<br />

ROR STORY<br />

Negli anni Ottanta una nostra<br />

vecchia conoscenza uccise il<br />

marito fedifrago e la cameriera<br />

con cui lui la tradiva. Negli<br />

anni Novanta fu un giovanotto<br />

a farsi uccidere assediato dalla<br />

squadra SWAT in camera sua,<br />

colpevole di aver compiuto una<br />

strage a scuola sotto l’effetto<br />

di droghe. In tempi molto più<br />

recenti morì nella villa la coppia<br />

di restauratori che l’aveva<br />

acquistata per rinnovarla e rivenderla<br />

a prezzo maggiorato.<br />

La lunga serie di tragici<br />

eventi non scoraggia i coniugi<br />

Harmon dal trasferirsi nella<br />

casa. Ben, psicologo, e Vivian<br />

(Dylan McDermott e Connie<br />

Britton) hanno bisogno di un<br />

cambiamento radicale dopo<br />

che lui l’ha tradita in seguito a<br />

un aborto spontaneo di lei. La<br />

giovane figlia Violet (Taissa<br />

Farmiga) adora la sua nuova<br />

casa, ma fatica a inserirsi a<br />

scuola e intreccia una morbosa<br />

relazione con un paziente di suo<br />

padre, Tate Langdon (Evan<br />

Peters), che sogna di uccide-<br />

di Pia Ferrara<br />

re i suoi compagni di scuola<br />

vestito da cavaliere della morte.<br />

Man mano altri personaggi<br />

si aggiungono al cast: la cameriera<br />

Moira, che le donne vedono<br />

come una vecchia triste<br />

e tetra (Frances Conroy) e gli<br />

uomini come una giovane seducente<br />

e ammiccante (Alex<br />

Breckenridge); Larry, il misterioso<br />

individuo con metà<br />

volto sfigurato dal fuoco (Denis<br />

O’Hare); Hayden (Kate<br />

Mara), l’ex amante di Ben,<br />

che lo segue da Boston perché<br />

incinta; l’inquietante vicina di<br />

casa Constance (il Premio<br />

Oscar Jessica Lange) con<br />

una figlia affetta da sindrome<br />

di Down di nome Adelaide<br />

(Jamie Brewer) che cerca in<br />

ogni modo di sgattaiolare in<br />

casa; una misteriosa presenza<br />

nota come “Rubber Man” vestita<br />

solo di una tuta di lattice<br />

si aggira inoltre nei corridoi,<br />

seducendo Vivian, che crede<br />

che sotto la tuta sia nascosto<br />

suo marito Ben.


American Horror Story riesce a<br />

giocare abilmente sulle paure recondite<br />

dello spettatore mantenendo un<br />

livello costante di tensione in chi assiste<br />

anche solo a uno stralcio di episodio.<br />

Le storie dei personaggi e le loro vite si<br />

intrecciano in un mosaico che si svela pian<br />

piano, mostrandosi nella sua completezza<br />

solamente negli ultimi episodi, ma mantenendo<br />

il segreto su alcuni tasselli che potrebbero<br />

tornare nelle serie successive. Oltre<br />

a chiedersi chi è malvagio e chi non lo è,<br />

approcciando American Horror Story occorre<br />

chiedersi prima di tutto chi è morto<br />

e chi non lo è, perché il velo che separa<br />

vivi e defunti è più sottile e diafano di quanto<br />

si pensi. A una sceneggiatura e una regia<br />

perfette si unisce la capacità di catturare lo<br />

spettatore senza ricorrere a mezzi di fidelizzazione<br />

sempliciotti (chiudere la puntata<br />

sul più bello… dice niente Lost?). Ryan<br />

Glee Murphy riesce al contempo a<br />

inserire una colonna sonora di<br />

tutto rispetto che va da oscuri<br />

brani ripescati dagli anni Cinquanta<br />

(Tonight You Belong<br />

To Me di Patience<br />

& Prudence) al Twisted<br />

Nerve tanto caro a<br />

Quentin Tarantino, a<br />

canzoni più recenti<br />

come Special<br />

Death<br />

di Mirah e<br />

numerosi<br />

brani di<br />

Carina<br />

CINEMA E TV<br />

Round (Do You, For Everything a Reason).<br />

La serie attualmente si compone di<br />

un’unica stagione di dodici episodi, tuttavia<br />

è stato già confermato un rinnovo per l’annata<br />

2012/13. Per venire incontro alla natura<br />

antologica del progetto, sarà modificata<br />

l’ambientazione spazio-temporale nonché,<br />

seppur parzialmente, il cast. Al momento si<br />

sa solo che la vicenda si svolgerà in un istituto<br />

di igiene mentale dell’East Coast diretto<br />

da Jessica Lange (Constance nella prima<br />

stagione) e che l’azione avrà luogo negli<br />

anni Sessanta. D’altra parte, già nella prima<br />

stagione del serial abbiamo potuto apprezzare<br />

una perfetta ricostruzione di epoche<br />

passate, che si trattasse degli anni Venti,<br />

Quaranta, Sessanta, Settanta, Ottanta o<br />

Novanta.<br />

Oltre a Jessica Lange, altri volti noti<br />

del cast della prima stagione sono stati<br />

confermati per la seconda: Evan Peters, che<br />

in AHS 1 interpretava lo psicopatico Tate<br />

Langdon, tornerà come regular; Zachary<br />

Quinto, uno dei precedenti proprietari della<br />

villa maledetta, sarà promosso a regular;<br />

promozione anche per Lily Rabe, che nella<br />

prima stagione era Nora Montgomery e per<br />

Sarah Paulson, la medium Billy Dean Howard.<br />

Niente conferma invece per i protagonisti,<br />

la “felice” famigliola Harmon: il marito<br />

fedifrago Ben (Dylan McDermott), la moglie<br />

depressa Vivien (Connie Britton) e l’inquieta<br />

e autolesionista figlia Violet (Taissa Farmiga).<br />

Ryan Murphy si è tuttavia lasciato<br />

sfuggire che anche alcuni membri del cast<br />

della prima stagione che non hanno firmato<br />

il rinnovo potrebbero comparire di tanto in<br />

tanto sul set, come guest star.<br />

165


Oltre alle novità sulle presenze e<br />

sulle assenze nel cast, fioccano aggiornamenti<br />

sulle new entries: nel momento in<br />

cui scriviamo sappiamo che Adam Levine,<br />

il frontman dei Maroon 5, interpreterà<br />

la metà di una coppia nota come “The<br />

Lovers”. È attualmente ignota l’identità<br />

dell’altra metà del suo cielo. Confermata<br />

invece la presenza di Chloe Savigny che<br />

interpreterà “Shelly la ninfomane”, nemica<br />

di Jessica Lange. Lizzie Brocheré<br />

sarà un’ulteriore avversaria per la Lange,<br />

Gia, un personaggio che, all’avvio dei casting,<br />

era stato descritto come ispirato al<br />

ruolo di Angelina Jolie in Ragazze Interrotte<br />

(che ricordiamo, valse alla bella Angelina<br />

un Oscar come Miglior attrice non<br />

protagonista). Anche James Cromwell<br />

si unirà al cast della seconda stagione,<br />

tuttavia al momento è ancora ignoto quale<br />

sarà il suo ruolo. Tra i vari personaggi femminili<br />

ce ne sarà inoltre uno, non sappiamo<br />

se Gia, Shelly o un altro ancora, magari interpretato<br />

dalla Rabe o dalla Paulson, che<br />

è stato internato a causa della sua omosessualità,<br />

tematica cara a Ryan Murphy,<br />

già presente nella prima stagione di<br />

AHS e uno dei temi cardine di Glee. Come<br />

si intuisce, il personaggio interpretato da<br />

Jessica Lange sarà positivo, a differenza<br />

di quanto accadeva nella prima stagione<br />

con l’ambigua Constance. Ryan Murphy<br />

ha annunciato che ognuno degli attori<br />

confermati per la seconda stagione<br />

avrebbe interpretato un ruolo<br />

opposto rispetto a quello ricoperto<br />

nella prima. Evan Peters, che nella prima<br />

stagione era stato definito da Murphy<br />

“ultimate badass bad boy” (che non traduciamo<br />

perché l’espressione perderebbe<br />

qualcosa), nella seconda sarà l’eroe del 166


167<br />

serial. Murphy ha inoltre dichiarato che gli attori saranno<br />

truccati in modo da risultare diversi anche fisicamente dai<br />

personaggi interpretati nella prima stagione. Vi lasciamo<br />

con un’ultima novità: Ryan Murphy si è lasciato<br />

sfuggire di avere già alcune idee in mente per una<br />

terza stagione di American Horror Story, nella quale<br />

potrebbe tornare una casa stregata a fare da sfondo<br />

alla vicenda. In fondo, secondo le parole dello stesso produttore,<br />

“di case stregate nella tradizione americana ce ne<br />

sono così tante…”.<br />

Consigliamo, dunque, la visione di AHS 1 prima<br />

che parta la seconda stagione, ma ribadiamo che le<br />

due storyline dovrebbero essere indipendenti. Anche<br />

per chi non ha visto la prima serie appuntamento con<br />

American Horror Story 2 per il prossimo autunno!


CINEMA E TV<br />

Quella casa<br />

di carLo Lanna<br />

Non ci sono più i film horror di una<br />

volta; ora sono fin troppo artefatti, senza<br />

mordente e pieni zeppi di cliché. In Quella<br />

casa nel bosco, invece, l’accoppiata Joss<br />

Whedon e Drew Goddard ha ridato nuova<br />

linfa ad un genere cinematografico che<br />

sembrava essere morto e sepolto, riuscendo<br />

a miscelare sapientemente horror e humour.<br />

Nonostante il film fosse già pronto da<br />

più di un anno, la casa di produzione ha deciso<br />

di posticiparne l’uscita poiché non credeva<br />

nel successo della pellicola. Pare che<br />

nessuno abbia ancora capito che lo sceneggiatore<br />

Joss Whedon è una tra le menti<br />

più geniali di Hollywood. Sfruttando quindi<br />

il successo di The Avengers, il film è arrivato<br />

nelle sale, e in poco tempo ha scalato<br />

la vetta dei botteghini. Un successo del tutto<br />

meritato. Whedon e Goddard, infatti,<br />

rimaneggiando i tòpoi dell'horror anni ’80,<br />

riescono a creare una pellicola davvero intrigante,<br />

emozionante e splatter quanto basta.<br />

Un lungometraggio pieno di cliché e di citazioni,<br />

certo, ma è l’idea di fondo che ha<br />

reso questo film quasi un cult di nuova<br />

generazione.<br />

Tutto ha inizio quando Curt il belloccio<br />

di turno, interpretato da un altrettanto aitante<br />

Chris Hemsworth, organizza un week-end<br />

di puro relax e divertimento in una<br />

sperduta casa nel bosco. Il ragazzo coinvolge<br />

in questa “avventura” la sua fidanzata<br />

nel bosco<br />

alle radici dell’horror<br />

168<br />

Jules e lo stralunato Marty. A loro si unisce<br />

il classico bravo ragazzo Holden e per<br />

ultima la titubante Dana. Nessuno poteva<br />

immaginare che, in poco tempo, il loro viaggio<br />

si sarebbe trasformato in un incubo. La<br />

pittoresca e alquanto spettrale casetta nel<br />

bosco nasconde mille segreti che i ragazzi<br />

scopriranno quasi casualmente. Dana, infatti,<br />

tramite la lettura di un diario risveglierà<br />

una famiglia di voraci zombi. Inizierà quindi<br />

una terribile corsa contro il tempo, per uscire<br />

vivi da questo incubo. I ragazzi non sanno<br />

che la casa è il frutto di un esperimento<br />

messo in atto da alcuni loschi individui, per<br />

mettere a tacere la fame di alcune potenti<br />

divinità infernali.<br />

Il palese richiamo alla saga di Sam<br />

Raimi, La casa, ricorre come un eco in<br />

tutto il film; eppure quel genio di Joss Whedon<br />

riesce a creare una vicenda elettrizzante<br />

ed innovativa. La scrittura è lucida,<br />

ironica, dissacrante e riassume quei<br />

temi tanto cari allo sceneggiatore. Con<br />

la complicità degli effetti speciali, di<br />

una doppia linea narrativa ultra-citazionista<br />

e meta-cinematografica, e con<br />

un mix di sangue, azione, paura e risate,<br />

emerge la vera essenza del film: un<br />

racconto sulle ragioni di una società<br />

consumista che spinge lo spettatore a<br />

nutrirsi di follie sanguinarie e humour<br />

nero.


Una pellicola che riesce a “bucare” lo<br />

schermo, non solo grazie a un'ottima sceneggiatura,<br />

a dialoghi graffianti e ad una<br />

regia incisiva, ma anche grazie ad altri tre<br />

punti di forza: le atmosfere, le citazioni<br />

televisive e i personaggi. Quella casa<br />

nel bosco, infatti, ha ripreso le atmosfere<br />

gotiche e malsane di Venerdì 13, riadattandole<br />

con una buona dose di violenza gratuita<br />

e di sangue a fiumi. È un viaggio tra<br />

quelli che sono stati i film horror più<br />

famosi degli anni ‘80 e ’90, ma soprattutto<br />

Joss Whedon trae spunto da alcuni suoi<br />

script televisivi per creare un’ottima vicenda<br />

di fondo.<br />

Per chi ha avuto modo di seguire le<br />

vicende televisive del vampiro senz’anima,<br />

Angel, leggerà tra le righe molte similitudini<br />

tra il film e la serie tv. Il mito dello studio<br />

legale della Wolfram & Hart, infatti, come<br />

satira sociale e sadico consumismo, fa da<br />

eco nella produzione cinematografica; infine<br />

i personaggi fanno da collante al resto<br />

della pellicola. Nonostante non manchino i<br />

cliché, i produttori sono riusciti a sfatare<br />

il mito “dell’eroe” nei film horror: non è<br />

più il classico belloccio o ragazza impacciata<br />

e innamorata del protagonista a sopravvivere<br />

al massacro, ma sono ben due i personaggi<br />

che non ti aspetti a sopravvivere e<br />

scoprire cosa c’è in fondo all’incubo di cui<br />

sono stati partecipi.<br />

Quella casa nel bosco è horror<br />

atipico che trascende la sua stessa<br />

natura. L’inventiva sta proprio nel mischiare<br />

le carte, e sbalordire fino alla<br />

fine il pubblico.<br />

Pensate quindi di sapere tutto sui film<br />

horror? Quando vedrete questa pellicola,<br />

le vostre certezze verranno letteralmente<br />

stravolte, perché siamo di fronte davvero<br />

un capolavoro incompreso, di uno dei<br />

registi e sceneggiatori nerd più famosi dello<br />

showbiz.<br />

169


Speechless Magazine ©2012 - numero uno - www.speechlessmagazine.com<br />

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