S - Altervista
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© Luis Royo
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scopo di lucro, pertanto non<br />
rappresenta una testata<br />
giornalistica in quanto i<br />
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© Luis Royo
03<br />
REDAZIONE<br />
direttore<br />
Alessandra Zengo<br />
creative designer<br />
Petra Zari<br />
cover artist<br />
Luis Royo<br />
redazione<br />
Marina Albamonte<br />
Giovanni Arduino<br />
Stefania Auci<br />
Valentina Bettio<br />
Sergio Bevilacqua<br />
Alexia Bianchini<br />
Elena Bigoni<br />
Elisabetta Bricca<br />
Andrea Cattaneo<br />
Valentina Coluccelli<br />
Claudio Cordella<br />
Pia Ferrara<br />
Carlo Lanna<br />
Barbara Maio<br />
Miriam Mastrovito<br />
Leni Remedios<br />
Gabriella Parisi<br />
Selene Pascarella<br />
Alessandra Penna<br />
Marco Piva-Dittrich<br />
Sara Rattaro<br />
Elisabetta Ossimoro<br />
Francesca Rossi<br />
Manuela Salvi<br />
Massimo Soumaré<br />
Roberta de Tomi<br />
Federica Urso<br />
si ringraziano<br />
Scott Eagan<br />
Alessia Gazzola<br />
Elizabeth Hand<br />
Eleonora Mazzoni<br />
Chiara Palazzolo<br />
Luis Royo<br />
Dario Tonani<br />
correzione Bozze<br />
Cristiana Melis<br />
Maila Daniela Tritto<br />
Seguici online<br />
www.speechlessmagazine.com<br />
redazione@speechlessmagazine.com<br />
Portale dedicato al Fantastico<br />
www.urban-fantasy.it<br />
Blog Letterario Collettivo<br />
www.diariodipensieripersi.com
sommario<br />
08< editoriaLe<br />
Alessandra Zengo<br />
10 < cover artist<br />
Introduzione all’arte di Luis Royo<br />
INTERVISTA Luis Royo<br />
24 < editoria<br />
04<br />
RUBRICA Pixel Rubati<br />
INTERVISTA Scott Eagan<br />
Tradurre, Non Tradire<br />
RUBRICA Lettori e "Lettori"<br />
RUBRICA West Egg, Vaghezie dell'Editor<br />
INTERVISTA Jo March Agenzia Letteraria<br />
RUBRICA Il Sottoscala<br />
INTERVISTA Fabio di Pietro<br />
SHOOTING IN A BARREL>84<br />
>24<br />
INTERVISTA<br />
JO MARCH>40<br />
98<br />
THOMAS PyNCHON>96<br />
ELEONORA MAZZONI<br />
LE dIFETTOSE>52<br />
FABIO dI PIETRO>48<br />
LO yEMEN NEL CUORE>150
LUIS ROyO>10<br />
52 < LetteratUra<br />
NUMEROUNO<br />
La ricerca della maternità: Le difettose di Eleonora Mazzoni<br />
SPECIALE Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile<br />
rimosso della civiltà<br />
Romanzi e Modernità a confronto<br />
RACCONTO I Fratellastri di Elizabeth Gaskell<br />
SPECIALE Shooting in a Barrel: amore, morte e dinamiche<br />
generazionali nella Horror Fiction per teen ager<br />
Il ritorno di Alice Allevi<br />
L’affascinante mistero di Thomas Pynchon<br />
Dieci Lune, Anime buie in un'antologia a tinte noir<br />
RACCONTO Ragazza che passa di Chiara Palazzolo<br />
Il Labirinto di Durrenmatt<br />
La penultima verità su Philip K. Dick<br />
RACCONTO Cardio Ok di Dario Tonani<br />
RUBRICA I Luoghi dell'Immaginario<br />
L’esordio sci-fi di George R.R. Martin<br />
La Chimera di Praga: sogni, magia, dolore e speranza<br />
Il successo letterario di Suzanne Collins<br />
RACCONTO Zio Lou di Elizabeth Hand<br />
05
UN METOdO PERICOLOSO>58<br />
IL FANTASy ORIENTALE>144<br />
>126<br />
TSUTOMU NIHEI>154<br />
ALESSIA GA
ZZOLA>92<br />
144 < nUovi orizzonti<br />
Il Fantasy Orientale: una frontiera ancora ignota<br />
Lo Yemen nel cuore<br />
L’immagine e la parola in Tsutomu Nihei<br />
162 < cineMa e tv<br />
sommario<br />
American Horror Story: L’orrore della porta accanto<br />
Quella casa nel bosco: Alle radici dell’Horror<br />
07
editoriale<br />
di aLessandra zengo<br />
Sono passati alcuni mesi dal nostro esordio. E l’emozione non<br />
è ancora scemata. Siamo impazienti, entusiasti, felici per il riscontro<br />
più che positivo avuto dai lettori della nostra rivista, dagli autori e dagli<br />
addetti ai lavori.<br />
Inaspettato è stato l’ampio e sincero interesse verso il nostro<br />
progetto, che speriamo possa crescere e ampliarsi nei mesi a<br />
venire. Elaboriamo idee, provochiamo, anticipiamo — per citare<br />
Richard Brautigan — e continueremo a farlo con la passione che ci<br />
contraddistingue.<br />
Siamo un gruppo affiatato che non si accontenta, che tende<br />
sempre a migliorarsi e rinnovarsi. E che sono contenta di coordinare,<br />
perché la Redazione di Speechless, ci tengo a sottolinearlo, oltre<br />
che professionale e preparata, è composta da persone simpatiche<br />
e meravigliose che hanno contribuito al piccolo successo del<br />
magazine. Siamo un gruppo in divenire, se così possiamo dire. E ci<br />
piace. E Speechless è lo sfaccettato mosaico che viene a formarsi<br />
dall’unione di tessere piccole ma indispensabili che insieme riescono<br />
a creare qualcosa di unico, eterogeneo e particolare. Un po’ geek, un<br />
po’ nerd, un po’ freak, ma caratterizzato da un linguaggio semplice e<br />
diretto condito dall’eleganza della grafica di Petra.<br />
King è un evergreen. Va bene sempre e in qualunque situazione.<br />
Anche durante la torrida stagione estiva tra le pagine macchiate<br />
(metaforicamente) d’inchiostro di una rivista culturale. E quindi lo ricitiamo<br />
anche stavolta tanto per non perdere le buone abitudini.<br />
«Scrivere non significa far soldi, diventare famoso, scoparsi<br />
un sacco di donne o farsi amici. Scrivere è arricchire la vita<br />
di chi ti legge, e di conseguenza la tua. Alzarti, star bene,<br />
chiudere in bellezza. Essere felice, okay? Essere felice.»<br />
Non facciamo soldi — anzi, ci mancano! — e non scopiamo<br />
migliaia di donne, anche se immagino che gli ometti non avrebbero<br />
di che lamentarsi alla prospettiva. Viceversa, rinunciamo, ma non<br />
a malincuore, a un piccolo frammento della nostra vita quotidiana<br />
per condividere con gli altri i nostri interessi e le nostre passioni: la<br />
letteratura e la cinematografia. E siamo felici di farlo. E ne usciamo<br />
arricchiti, inevitabile. Non è questa la cosa più bella della scrittura,<br />
che sia essa narrativa, saggistica o di divulgazione?<br />
So, now, dear readers enjoy being Speechless!<br />
Potete scrivermi a: alessandrazengo@yahoo.it<br />
Puoi arrivare da qualsiasi parte,<br />
nello spazio e nel tempo,<br />
dovunque tu desideri.<br />
Il gabbiano Jonathan Livingston<br />
[Richard Bach]
09<br />
COVER ARTIST<br />
LUIS ROYO >>
cover artist<br />
di cLaUdio cordeLLa<br />
Introduzione<br />
all’arte di Luis Royo<br />
Donne bellissime, generalmente<br />
nude o seminude, stupefacenti creature<br />
fantastiche, come angeli, demoni o<br />
cyborg. Questi sono alcuni dei temi più<br />
diffusi che ritroviamo all’interno delle<br />
tavole di LUIS ROYO, uno dei più importanti<br />
illustratori contemporanei.<br />
Le figure femminili sono quasi sempre<br />
al centro nelle sue composizioni, sensuali<br />
e magnifiche assumono in genere le<br />
fattezze di letali guerriere che impugnano<br />
delle spade gigantesche. Queste combattenti,<br />
sexy e al tempo stesso temibili, forti<br />
e sicure di sé, sono ormai diventate un<br />
suo personale marchio di fabbrica. Non a<br />
caso di recente, venendo ad aggiungersi<br />
allo già sterminato merchandising legato<br />
al nome di Royo, è stata creata una linea<br />
di dettagliatissime action-figures dedicata<br />
a queste eroine.<br />
L’influsso di Royo sull’arte popolare<br />
contemporanea, come il fumetto e<br />
l’illustrazione, è del resto indubitabile.<br />
Nato nel 1954 ad Olalla, nella provincia<br />
spagnola di Teruel, il nostro ha alle spalle<br />
una carriera pluridecennale ricca di successi<br />
e soddisfazioni. Da giovane studia<br />
delineazione tecnica, pittura, decorazione<br />
e design d’interni nella Escuela Industrial<br />
y la Escuela de Artes Aplicadas<br />
(Scuola di Maestria Industriale e la Scuola<br />
di Arti Applicate) a Saragozza mentre<br />
LUIS
www.luisroyo.com<br />
ROYO<br />
11<br />
al tempo stesso, tra il ‘70 e il ‘71, lavora<br />
presso alcuni studi di disegno di interni<br />
e decorazione. Negli stessi anni, influenzato<br />
dalla contro-cultura e dalle contestazioni<br />
tipiche di quel periodo, realizza<br />
delle opere di grande formato: tutte a<br />
carattere sociale. Verranno presentate<br />
prima in esposizioni collettive tra il ‘72<br />
e il ‘76, poi individuali a partire dal ‘77.<br />
L’anno successivo, influenzato dai fumettisti<br />
francesi Enki Bilal (autore della celebre<br />
Trilogia Nikopol) e Moebius (1938<br />
– 2012), inizia la sua carriera nel mondo<br />
del fumetto collaborando a diverse<br />
fanzine. Effettivamente l’uso del colore<br />
da parte di Royo, nonché una certa tetraggine<br />
mista a uno spiccato senso per<br />
il grottesco, lo apparentano in un certo<br />
qual modo al franco-serbo Bilal, creatore<br />
di fumetti fantastici dal sapore distopico<br />
di notevole spessore. Invece da Moebius,<br />
pseudonimo di Jean Giraud, geniale artista<br />
della “letteratura disegnata” recentemente<br />
scomparso, creatore di numerosi<br />
capolavori come Arzach o de L’Incal, nato<br />
da una collaborazione con Alejandro Jodorowsky,<br />
Royo sembra averne assorbito<br />
il gusto per il surreale e l’onirico.<br />
Già nel 1980, nel corso del Salone<br />
del Fumetto di Angoulème, ha modo di<br />
poter esporre le sue opere. Proprio all’inizio<br />
del nuovo decennio, dopo la nascita<br />
del figlio Romulo, si dedica completamente<br />
alla pubblicazione su diverse riviste<br />
professionali abbandonando qualsiasi<br />
altra attività. Soprattutto Comix International<br />
e Rambla, ma sporadicamente an-
LUIS ROYO<br />
che su El Vibora e Heavy Metal, ospitano i frutti della sua arte. Su richiesta di Rafael<br />
Martinez della Norma Editorial, incontrato da Royo nel corso dell’edizione del<br />
1983 del Salone del Fumetto di Saragozza, realizza cinque illustrazioni per questa<br />
casa editrice spagnola. In tal modo ha inizio la sua sfolgorante carriera di illustratore<br />
che lo porterà a realizzare copertine per libri, videocassette (il mercato del<br />
VHS all’epoca in pieno boom) e per i neonati videogames. Riesce a farsi conoscere<br />
anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svezia dove ha modo di lasciare il suo<br />
segno. Realizza, inoltre, degli importanti lavori su commissione per le statunitensi<br />
Warner Books, Tor Books, Berkley Books, Avon, Batman Book e National Lampoon<br />
e per le europee Cimoc, Fumetto Art, Ere Comprimée. Nel 1986, a cura della casa<br />
editrice ispanica Ikusager Ediciones, esce Desfase (Sfasamento), singolare fumetto<br />
sperimentale da lui realizzato in collaborazione con Antonio Altarriba.<br />
Gli anni ‘90 vedono la fama di Royo crescere ancora di più e consolidarsi a<br />
livello internazionale. L’art-book Women, una raccolta antologica che riunisce 8<br />
anni di illustrazioni scaturite dalla sfrenata fantasia di questo talentuoso autore,<br />
viene dapprima pubblicata in Spagna nel 1992; per poi essere subito dopo riproposta<br />
in Francia dalla Soleil Productions e in Germania dalla Edition Comic Forum.<br />
12
13<br />
L’anno seguente, a cura della Comic<br />
Images, esce From Fantasy To<br />
Reality, una serie di trading cards<br />
(carte collezionabili) da lui disegnate.<br />
Nel 1994 è la volta di Malefic,<br />
un secondo libro di illustrazioni che<br />
appare sul suolo francese sempre<br />
per Soleil.<br />
Intanto Women, di cui esce<br />
una ristampa, attira su di sé l’attenzione<br />
di Penthouse Magazine, una<br />
pubblicazione per “soli uomini”.<br />
Tale rivista nel 1996 giunge persino<br />
– per l’edizione francese e tedesca<br />
– a sostituire la tradizionale foto di<br />
copertina con una tavola di Royo.<br />
Per di più una ex-modella di Penthouse,<br />
la bruna Julie Strain, diventa<br />
la fonte d’ispirazione primaria per<br />
la creazione del famoso character<br />
F.A.K.K., di cui riprende le fattezze.<br />
Il fumettista Kevin Eastman, marito<br />
della Strain e direttore di Heavy<br />
Metal, chiede a Royo di realizzare<br />
una cover per il ventennale della<br />
sua rivista, assieme a una serie<br />
di illustrazioni dedicate a F.A.K.K.:<br />
una guerriera seducente e pesantamente<br />
armata. Sempre nel ‘96 riceve<br />
il Silver Award SPECTRUM III,<br />
prestigioso premio assegnato agli<br />
artisti fantasy mentre diversi giornali,<br />
tra cui La Stampa, gli dedicano<br />
diversi articoli. Il successo di Royo è<br />
inarrestabile e numerose case editrici<br />
di prestigio, come la Ballantine,<br />
la Doubleay, la Harper Paperback<br />
e tante altre, vanno a bussare alla<br />
cover artist
15<br />
cover artist<br />
sua porta. Per la Pocket Books e per la Marvel offre la<br />
sua interpretazione di notissimi franchising come Star<br />
Trek e X-Men.<br />
Verso la fine del secolo scorso fanno anche la<br />
loro apparizione l’art-book III Millennium e la serie di<br />
tarocchi The black tarot; tra le pubblicazioni del periodo<br />
segnaliamo pure Prohibited Book, sorta di summa<br />
delle illustrazioni erotiche di quest’artista.<br />
Numerose le raccolte antologiche di carattere<br />
fantastico di Royo uscite negli ultimi anni, come Tatoos,<br />
i tre volumi di Conceptions, Visions o Fantastic Art.<br />
Rendere conto di una simile mole di lavoro è un’autentica<br />
impresa. Personalmente considero degni di menzione<br />
Dome, Dead Moon e Dead Moon Epilogue. Il<br />
primo, Dome, è un artbook dalla genesi singolare: in<br />
esso è stata riversata una performance artistica, consistente<br />
nella realizzazione dell’affresco della cupola di<br />
un castello di Mosca, eseguita a quattro mani con il figlio<br />
Romulo. I due volumi della serie Dead Moon sono<br />
invece due romanzi illustrati, una saga fantasy orientaleggiante<br />
ricca di passione, al tempo stesso sensuale<br />
e sanguinosa. Nel nostro paese sono stati pubblicati<br />
dalla Rizzoli Lizard. Sempre grazie a quest’ultima, il<br />
pubblico italiano ha potuto godere dei frutti della più<br />
recente fatica dell’artista spagnolo: il primo volume di<br />
Malefic Time. Apocalypse. Un altro romanzo illustrato,<br />
creato assieme al figlio Romulo, che ci conduce per<br />
mano in un universo post-apocalittico. Per l’esattezza<br />
in una New York ridotta in macerie dove la giovane Luz,<br />
figlia della Luna e di Lucifero, dovrà fare la differenza<br />
nella lotta tra il Bene e il Male.<br />
Come si può ben vedere la carriera di Royo, assurto<br />
al rango di patriarca di una dinastia di artisti, continua<br />
ininterrotta a tutt’oggi trattando con abilità temi<br />
legati alla fantasia, alla sessualità e al bisogno di libertà<br />
dello spirito umano.<br />
www.luisroyo.com<br />
segue<br />
’INTERVISTA
cover artist<br />
L’INTERVISTA<br />
LUIS ROYO<br />
Speechless: Il pubblico di Speechless<br />
è molto curioso: dunque, chi<br />
è Luis Royo e come riassumerebbe il<br />
suo percorso artistico?<br />
Luis Royo: Forse la forma migliore<br />
per definirmi sarebbe: qualcuno<br />
che fin da piccolo amava vivere in<br />
mondi immaginari più che nel mondo<br />
quotidiano che vedevano i suoi<br />
occhi. Questo è ciò che mi ha portato<br />
al disegno, a tentare, fin da piccolo,<br />
di plasmare quei mondi personali e a<br />
trasformare quell’ossessione in una<br />
forma di vita. Ancora oggi, molte vol-<br />
"dead Moon'<br />
16<br />
di eLena Bigoni<br />
te penso al fatto che passo più tempo<br />
in quei mondi a due dimensioni<br />
che in quello che vedo davanti a me.<br />
S: Le sue opere, note e apprezzate<br />
in tutto il mondo, rappresentano<br />
soprattutto donne molto femminili<br />
ma, al contempo, forti e indipendenti.<br />
Perché la scelta di questi soggetti<br />
e come nascono questi progetti<br />
creativi?<br />
LR: Sì, quasi tutti i miei personaggi<br />
principali sono donne. Trovo<br />
più sfumature, possibilità e<br />
varianti nell’universo femminile.<br />
Mi attrae unire, in<br />
una stessa scena, gli opposti.<br />
La delicatezza e l’aggressività. La<br />
bellezza e l’aridità. La dolcezza e la<br />
perversione. L’universo femminile è<br />
molto più completo e offre più risor-
www.luisroyo.com<br />
se per ottenerlo, tanto in argomenti<br />
quanto in immagini. Un semplice<br />
sguardo femminile può riunire vari<br />
messaggi opposti, anche contraddittori.<br />
Per quanto riguarda i progetti,<br />
generalmente nascono molto lentamente.<br />
Mentre lavoro ad altre cose<br />
si formano idee che lascio abbozzate<br />
in appunti o brevi scritti. Molti di essi<br />
rimangono là, custoditi e dimenticati;<br />
quelli che mi paiono più attraenti,<br />
li riprendo finché formano un’idea<br />
di unità. Dunque, si verifica quando,<br />
stesi su di un tavolo gli uni accanto<br />
agli altri, si pianifica un progetto.<br />
S: Quali sono le sue influenze<br />
artistiche e le sue fonti di ispirazione?<br />
LR: Io sono un amante<br />
dei classici – Rembrandt,<br />
Michelangelo, Caravaggio,<br />
Velazquez, Goya, Repin, Toulouse<br />
Lautrec ecc. – e sono anche<br />
curioso rispetto ai movimenti<br />
pittorici più recenti. Questi possono<br />
avere un’influenza minore per quanto<br />
riguarda la luce o la composizione,<br />
però possono ispirarmi per quanto<br />
riguarda il colore o il concetto di impatto.<br />
Opere tanto diverse come può<br />
essere la pittura astratta di Tapies, ad<br />
esempio. Ancora un contemporaneo,<br />
nel mondo della pittura: Giger è un<br />
artista che ammiro.<br />
S: Le sue opere, il suo stile, sono<br />
ormai riconoscibili da un pubblico<br />
internazionale. Cosa, della sua arte<br />
17<br />
particolare, pensa possa aver influenzato<br />
l'immaginario generale?<br />
LR: Credo che sia quello di cui<br />
parlavo prima. Il dedicarmi tanto<br />
all’interpretazione della femminilità<br />
e all’immagine femminile, potente e<br />
delicata al tempo stesso. Allo stesso<br />
tempo credo che quei mondi immaginari<br />
di cui parlavo all’inizio siano in<br />
gran parte universi e fantasie con<br />
messaggi in comune con l’immaginario<br />
collettivo e che condivido con<br />
il pubblico che segue la mia opera.<br />
S: Quali strumenti e tecniche<br />
artistiche predilige?<br />
LR: Sono amante delle tecniche<br />
miste, e mi piace che in uno stesso<br />
lavoro possano entrare acquarello,<br />
tempera, colori acrilici e a olio etc.<br />
È l’opera che ci sta di fronte che,<br />
mentre si va componendo, richiede<br />
la tecnica da utilizzare. Anche se c’è<br />
un’idea iniziale per quanto riguarda il<br />
soggetto, le dimensioni o per il grado<br />
di freschezza che si vuole imprimere<br />
al lavoro, nel corso della realizzazione<br />
si stabilisce con essa un dialogo<br />
che ti fa prendere decisioni sulla<br />
direzione da prendere. Voglio dire<br />
che mi lascio trascinare abbastanza<br />
dall’intuizione. Per non evitare la domanda<br />
semplificando: le tecniche più<br />
frequenti sono l’aerografo con colori<br />
acrilici liquidi per ottenere nella tela<br />
delle atmosfere e olio a pennello per<br />
la coloritura finale e le sfumature.<br />
Queste due sono le più utilizzate ed<br />
è raro che non entrino in ogni lavoro.
18<br />
S: Cosa rappresenta per Lei, la<br />
tela bianca?<br />
LR: Prima di tutto, uno spazio che<br />
mi chiama a immergermi in un sogno.<br />
A vivere un’avventura che non ha luogo<br />
nel mondo nella dimensione in cui<br />
vivo quotidianamente.<br />
S: Quali sono le opere e i soggetti<br />
ai quali è maggiormente legato?<br />
LR: Questa è una domanda difficile:<br />
quando un’opera è finita la si scannerizza<br />
e fotografa in vista del suo ingresso<br />
sul mercato. A partire da quel<br />
momento, perde tutto il legame che<br />
ho mantenuto con essa, le soddisfazione<br />
e ansie che mi ha provocato nel realizzarla.<br />
Si trova in un luogo nebuloso<br />
del passato. Quella che conta è quella<br />
che sta di nuovo, incompleta, davanti a<br />
te. Dall’altra parte, quando vedo l’originale<br />
di un’opera realizzata tempo<br />
addietro, finisco sempre per prendere<br />
un pennello per ritoccare questa o<br />
quella cosa che non mi piace o di cui<br />
non mi ero reso conto nel farla. Infatti,<br />
quando vedo un lavoro vecchio in<br />
un atelier, o durante la preparazione<br />
di un’esposizione o qualsiasi altra casa,<br />
cerco di non avvicinarmici.<br />
S: Negli ultimi anni la sua produzione<br />
si è spostata verso la “graphic<br />
novel”. Cosa ha originato questa scelta<br />
e come è nata la serie Dead Moon?<br />
LR: I progetti personali, che non<br />
erano lavori su commissione, diventavano<br />
sempre più complessi man mano<br />
che passavano gli anni. È accaduto<br />
"Malefic time" - rizzoli Lizard
cover artist<br />
questo con il lavoro su commissione<br />
che diventava sempre di più un’opera<br />
densa, come DOME. E i libri pubblicati,<br />
nati da un lavoro personale, appartenevano<br />
sempre di più a un progetto<br />
chiuso, per esempio, per quanto riguarda<br />
l’erotismo come PROHIBITED o una<br />
bellezza provocante come SURBVERSI-<br />
VE BEAUTY. DEAD MOON era un passo<br />
più avanti. Il racconto, le illustrazioni,<br />
i disegni e anche le grandi immagini<br />
dovevano avere lo stesso peso nell’insieme<br />
dell’opera. Per questo motivo<br />
ho chiesto anche la collaborazione di<br />
Romulo Royo per questa opera, che è<br />
culminata nei due libri che si allacciano<br />
con il lavoro attuale di Malefic Time.<br />
DEAD MOON è una storia di fantasia<br />
che si è ispirata agli antichi racconti<br />
orientali. Narra la leggenda straziante<br />
e drammatica del suo personaggio<br />
principale Luna, cercando di plasmare<br />
la delicatezza e allo stesso tempo la<br />
crudezza del gusto orientale, perfino<br />
cercando nelle immagini quell’aroma,<br />
senza perdere di vista però che è stato<br />
realizzato con la mano e la mente occidentale.<br />
S: Parliamo del suo ultimo progetto<br />
nato in collaborazione con suo<br />
figlio Romulo: Malefic Time, di cui<br />
Apocalypse (pubblicato in Italia di Rizzoli<br />
Lizard – NdR) rappresenta il primo<br />
“albo”. Come e perché è nato?<br />
LR: È partita dall’idea di fondere<br />
pittura e immagini in un libro, anche<br />
di fare l’occhiolino al fumetto, con il<br />
testo a margine dell'immagine come<br />
avevamo cominciato a fare con Dead 19
Malefic TiMe - apocalypse Vol. 1<br />
20<br />
L’idea iniziale nasce nel 1993 ma solo ora, a quasi venti anni di distanza, il Progetto Malefic<br />
Time vede la luce. Dopo le graphic novel Dead Moon e Dead Moon epilogue, nelle quali si vedono<br />
i germogli di un'idea ambiziosa, ecco apparire Malefic Time che certamente lascerà il segno<br />
non solo nell’arte illustrata ma anche in quella letteraria.<br />
Attraverso leggende, mitologie e antichi saperi, Luis e Romulo Royo intrecciano i meandri del<br />
conoscibile, delle emozioni e delle paure umane, in una nuova dimensione dalla forte potenza evocativa<br />
e allegorica.<br />
In un mondo post-apocalittico in cui gli uomini ormai hanno dimenticato il passato, nuovi<br />
esseri dalle antiche vestigia lottano per dare una svolta all’intera umanità. I celesti, figli<br />
del Sole, e i caduti, proseliti della Luna e della Terra, si muovono tra ricordi e sanguinose<br />
battaglie. L’uomo è soltanto spettatore.<br />
In questo scenario incontriamo Luz, un essere che non appartiene a questo mondo, eppure ne è<br />
la sua massima espressione. Una giovane che deve prendere in mano il suo destino traboccante di<br />
incertezze e trovare la strada per compiere la sua – ancora sconosciuta – missione.<br />
Malefic Time è un progetto solo agli albori e molto più vasto, che prevede dei crossover fumettistici<br />
che analizzeranno le figure secondarie che ruotano attorno alla protagonista Luz e un libro,<br />
Malefic Time – Codex Apocalypse, scritto da Jesus Vilches che narrerà la genesi di questo nuovo<br />
mondo. Un opera imperdibile che saprà conquistare sin nel profondo.
21<br />
Moon. Qui, con Malefic Time, siamo<br />
ritornati ai tempi in cui lavoravamo<br />
insieme, Romulo e io, in quei tempi in<br />
cui avevamo realizzato appunti e testi<br />
sciolti per il personaggio Luz–Malefic.<br />
Questo lavoro è stato dimenticato in<br />
un cassetto per quasi vent’anni, mentre<br />
ciascuno di noi lavorava in uffici e<br />
città diverse, ma, mentre lavoravamo<br />
insieme su Dead Moon, decidemmo<br />
di riprenderlo. L'idea era fondere totalmente<br />
le due arti e che il risultato<br />
andasse a finire in un libro, come una<br />
saga. La storia era troppo complessa<br />
per svilupparla in un solo libro ed è<br />
finita nel progetto di una trilogia.<br />
S: Malefic Time è un progetto<br />
trasversale che investe altre forme<br />
d’arte: la Letteratura, l’Arte e la Musica.<br />
Perché questa particolare scelta?<br />
LR: Una volta che abbiamo incominciato<br />
Malefic Time nel laboratorio,<br />
l'idea di fondere le arti andò<br />
crescendo. La storia era breve per<br />
plasmarla solo nei tre libri di illustrazione<br />
e decidemmo di creare un<br />
romanzo dove si potevano approfondire<br />
maggiormente personaggi.<br />
Facemmo molto appoggio sul mondo<br />
apocalittico di Malefic e, ritornando<br />
all'idea di fusione, pensammo che la<br />
musica sarebbe stata un grande elemento<br />
per arricchire questo mondo.<br />
Presto decidemmo che il manga poteva<br />
offrire una prospettiva differente,<br />
e che avrebbe arricchito il progetto...<br />
e anche figure... giochi... Tutto<br />
ciò ha fatto sì che il progetto Malefic<br />
cover artist<br />
Time sia un progetto multimediale<br />
dove si sommano arti e artisti differenti<br />
che apportano e arricchiscono<br />
l'universo Malefic. Jesús Vilches<br />
si è incaricato di plasmare con<br />
parole la storia di Malefic in CODEX<br />
APOCALYPSE. Il gruppo Avalanch ha<br />
creato un cd musicale APOCALYPSE,<br />
Kenny Ruiz sta realizzando il manga<br />
di SOUM... E ci sono ancora altri collaboratori:<br />
come Miguel Mesas che<br />
sta realizzando dei video. Rebeca Saray<br />
sta preparando un lavoro fotografico.<br />
Metalhead, con una linea di<br />
vestiti in progetto. Yamato con figure<br />
3F... etc.<br />
S: Al Comicon di Barcellona,<br />
siete stati protagonisti di una performance<br />
di Live Painting dedicata<br />
a Malefic Time, durante il concerto<br />
degli Avanlach. Vuole raccontarci<br />
qualcosa di questa esperienza decisamente<br />
particolare?<br />
LR: Da quando è nato il progetto<br />
Malefic Time e con esso l'idea ambiziosa<br />
che si riflettesse attraverso differenti<br />
discipline artistiche, abbiamo<br />
pensato di arrivare il più lontano possibile.<br />
I concerti del disco APOCALYP-<br />
SE col gruppo Avalanch hanno aperto<br />
la strada a quella nuova esperienza<br />
di dipingere grandi formati in diretta.<br />
È stato realmente un'esperienza dipingere,<br />
incoraggiati delle voci del<br />
pubblico.<br />
S: Quando si parla di Arte in tutte<br />
le sue declinazioni, esistono due<br />
correnti di pensiero: chi pensa che
"Malefic time'<br />
L’INTERVISTA<br />
LUIS ROYO<br />
la tecnica sia necessaria a un artista<br />
per esprimere al meglio il suo<br />
mondo interiore, chi, invece, pensa<br />
che gli studi imbriglino le possibilità<br />
creative. Lei con chi si schiera e cosa<br />
pensa a riguardo?<br />
LR: Ho creduto sempre che la<br />
tecnica sia il grande attrezzo per potere<br />
plasmare un'idea. Quanto più si<br />
hanno conoscenze tecniche tanto<br />
più sarà fedele a quell'idea mentre<br />
la si plasma. Di fatto così è stato durante<br />
la storia.<br />
In questi ultimi cento anni si è posta<br />
la questione in alcuni movimenti<br />
artistici. Ma una volta sperimentate<br />
queste disubbidienze artistiche, che<br />
furono un buon repellente per molti<br />
vizi dell'arte, non ha senso, oggigiorno,<br />
ripetere questi movimenti perché<br />
i suoi messaggi circolano già tra<br />
noi e nel mio caso i suoi concetti non<br />
hanno oramai niente di inaspettato e<br />
provocatore e mi annoiano.<br />
S: Se dovesse consigliare i giovani<br />
artisti che si affacciano per la<br />
prima volta nel mondo dell'Arte,<br />
quali suggerimenti darebbe loro?<br />
LR: È difficile consigliare. Direi di<br />
immergersi nel proprio io, e cercare<br />
di realizzare qualcosa che sia coerente<br />
con se stessi. Un'opera che rifletta<br />
la propria visione personale, più che<br />
quello che chiede il mercato, perché<br />
quest’ultimo è mutevole e si accoppia<br />
a mode che passano.<br />
22
23<br />
S: Quando non è impegnato nel<br />
suo laboratorio, cosa le piace fare?<br />
Quali sono i generi musicali, i libri e i<br />
film che apprezza maggiormente?<br />
LR: Tanti libri, musica, cinema e<br />
altre arti sono le cose che più mi piacciono,<br />
è normale nel nostro ambiente.<br />
Non sono un seguace di una linea in<br />
concreto di nessuna di queste, voglio<br />
dire che posso star leggendo un libro<br />
sull’occultismo e passare in seguito a<br />
un romanzo poliziesco o, in musica,<br />
posso stare ascoltando heavy e dopo<br />
mettermi un cd di blues. Un film sentimentale<br />
e dopo una superproduzione<br />
di Sf. Commento spesso che è come<br />
riempire il cervello di dati per dopo<br />
vomitare ciò che si è formato dentro<br />
sotto una prospettiva personale.<br />
S: Quali saranno i suoi progetti<br />
futuri? Qualche anticipazione sulle<br />
prossime collaborazioni?<br />
LR: Attualmente sono sommerso<br />
con Romulo nella seconda parte di<br />
Malefic Time, 110 KATANAS. In questa<br />
seconda parte si scopre la relazione<br />
che esiste tra la storia di Malefic<br />
Time e Dead Moon.<br />
S: Per concludere l'intervista,<br />
chiediamo sempre all'artista ospite<br />
una citazione o un frase personale<br />
che condensi la propria idea di Arte.<br />
Vuole dirci la Sua?<br />
LR: Una finestra aperta che ci<br />
fa immergere in un altro mondo. Sia<br />
solo per alcune note musicali, alcune<br />
pennellate, alcune parole, spazi, pixel<br />
o quello che volete.<br />
cover artist<br />
"Malefic time'
PIXEL<br />
RUBATI<br />
di giovanni ardUino<br />
Cari amici,<br />
al mio indirizzo<br />
giovanniarduino@gmail.com<br />
è arrivata questa bozza<br />
di scheda di valutazione<br />
scritta di getto da una<br />
lettrice di paranormal romance<br />
per una casa editrice<br />
di discreta importanza:<br />
non posso fare il nome né<br />
della prima né della seconda,<br />
ma offro volentieri<br />
il parto agli occhi belli<br />
dei lettori di Speechless.<br />
L’anonima lettrice mi ha<br />
assicurato che poi la scheda<br />
è stata opportunamente<br />
cambiata e corretta, come<br />
già si può intuire dalle<br />
indicazioni in corsivo.<br />
Alla prossima & statemi<br />
sani, come sempre.
editoria<br />
25<br />
Titolo xxx<br />
Autore xxx<br />
Editore/Agente xxx<br />
Pagg. xxx<br />
Allora, la storia funziona così, c’è questa tipa che è un’investigatrice delle fate (lei è una mezza fata<br />
o qualcosa del genere o non so) nel mondo delle fate e dove tutto è molto fatato (ma la tipa è anche<br />
un po’ vampira in un mondo di vampiri dove tutto è molto vampiresco – o vampirico, controllare e correggere).<br />
Comunque, nel mondo fatato/vampiresco (o vampirico, controllare) alla nostra investigatrice<br />
fatata/vampiresca (mi sono scocciata di aggiungere come opzione vampirica, controllo poi una volta<br />
per tutte ma adesso diamola per buona) viene assegnato un compito dal Grande Re, che si capisce<br />
che è il Grande Re (G maiuscola e R maiuscola, ricordare; andrebbe bene anche Sommo Sovrano,<br />
ma l’acronimo farebbe SS ed è politicamente scorretto) perché il Grande Re parla con tono aulico,<br />
insomma, un po’ come ti immagini parlerebbe re Artù in un cartone animato anni Settanta, del tipo:<br />
“Secondo me sei capace di accollarti ‘sto cazzo di missione e vedi di sgamartela” (okay, non così, devo<br />
avere fatto confusione con Una notte da leoni 2 che ho scaricato ieri sera tardi, dopo metto a posto).<br />
L’investigatrice a questo punto (questo punto nel senso che parliamo del diciottesimo capitolo di una<br />
saga dove i cambiamenti sono minimi, a parte la descrizione dei vestiti, del meteo, dei tramonti, degli<br />
alberi, degli organi sessuali maschili/femminili – vedi sotto – e degli orgasmi) capisce che:<br />
a) è stato rubato qualcosa al Grande Re e lei deve recuperarlo;<br />
b) è stato rapito qualcuno/a caro/a al Grande Re e lei deve recuperarlo/a;<br />
c) è stato commesso un crimine gravissimo per il Grande Re e lei deve recuperare il colpevole;<br />
d) si è spostato l’asse temporominchiaspazialdimensionale (cancellare minchia) e tutto il mondo<br />
fatato/vampiresco rischia di andare a carte quarantotto e il Grande Re vuole che lei recuperi la<br />
situazione (NB: le ripetizioni, vedi RECUPERARE, sono sacrosante per mantenersi in linea con lo<br />
stile del romanzo).<br />
Ora, questo è quanto. L’importante è che l’investigatrice delle fate, nel suo cammino e nel portare a<br />
termine la sua missione, trombi (sostituire trombi) un numero x di volte con persone/cose/animali/<br />
nomi di città corrispondenti a certe caratteristiche e solo a quelle: peni puntuti, peni tentacolari, peni<br />
cornuti, peni di pietra, peni con la pinna tipo squalo, peni medusa, peni con scaglie da varano, peni<br />
a punto interrogativo, peni a parabolica, peni in latex giallo fluo e peni-quello-che-volete (sostituite<br />
“pene” con “vagina” e il risultato sarà lo stesso).<br />
Riassumendo, in ordine: missione, trombate (modificare trombate), risoluzione del caso, almeno in<br />
parte, perché ci vuole il cliffhanger che ti fa venire i palpiti di cuore (sééé, di cuore: cancellare questa<br />
considerazione) e ti spinge all’acquisto del trumone successivo, e in più introduzione di un nuovo<br />
personaggio mai coperto prima (in questo diciottesimo capitolo un brucolaco di Mykonos mutaforma,<br />
priapico, preveggente e con il sovramorso) che si aggiungerà alla schiera di amici/nemici/amanti/<br />
sodali/schiavi bondage&disciplina dell’investigatrice delle fate.<br />
Stile: piano, semplice. Lunghezza: media/nella norma. Pubblico: femminile, giovane e non solo. Acquisto<br />
diritti: consigliato, nonostante sovraffollamento proposte simili per ornitoprive (cancellare ornitoprive).
editoria<br />
SCOTT EAGAN<br />
and Greyhaus Literary Agency: Quando il rosa si tinge di grigio<br />
di eLisaBetta Bricca<br />
Qualsiasi idea vi siate fatti degli agenti<br />
letterari americani e della realtà editoriale<br />
d’oltreoceano, sappiate che lavorare con loro<br />
e per loro rappresenta un’esperienza altamente<br />
formativa. Esiste un denominatore comune,<br />
da cui non si può prescindere, e che verte su<br />
due punti fondamentali: la professionalità e la<br />
puntualità.<br />
Ho incontrato Mister Eagan, per la prima<br />
volta, al Women’s Fiction Festival di<br />
Matera al panel Harlequin. Sì, perché in<br />
quanto agente letterario, Scott si occupa principalmente<br />
di rappresentare autrici di romance<br />
e di women’s fiction.<br />
È uno degli agenti letterari più temuti.<br />
Tiene un blog, seguitissimo, di “consigli” per<br />
aspiranti scrittori, e non ama i giri di parole.<br />
Arriva sempre dritto al punto, ha una solida<br />
preparazione letteraria alle spalle, e può vantare<br />
una scuderia di autrici di tutto rispetto.<br />
E, naturalmente, Speechless non poteva<br />
farsi sfuggire l’occasione di una chiacchie-<br />
rata con lui, per buttare l’occhio a un mercato,<br />
quello della narrativa al femminile americana,<br />
in continua crescita e trasformazione, e da cui<br />
arrivano i maggiori trend da seguire.<br />
SPEECHLESS: Ciao, Scott, e benvenuto<br />
a bordo. Ti va col cominciare col dirci<br />
qualcosa in più su di te? Come hai cominciato<br />
il tuo percorso di agente letterario?<br />
Scott: Grazie per avermi voluto con voi,<br />
oggi! Sinceramente non credo di essere così<br />
“temuto” come agente. Credo solo di essere<br />
abbastanza diretto su cosa mi piace e cosa non<br />
mi piace nel campo della letteratura romance<br />
e della women’s fiction. Ritengo che possiamo<br />
solo migliorare il nostro modo di scrivere, guardando<br />
in faccia la verità nuda e cruda.<br />
Ho fondato la Greyhaus nel 2003, dopo<br />
un’esperienza di dodici anni quale insegnante<br />
di Inglese nel sistema scolastico pubblico. Mi<br />
sembrava fosse estremamente appropriato,<br />
possedendo un dottorato in Letteratura Inglese,<br />
una laurea di secondo livello in Scrittura<br />
Creativa e in Competenze Alfabetiche Funzionali.<br />
Di fatto, vivevo a Firenze quando presi la<br />
decisione di diventare agente letterario. Lavorare<br />
come agente e continuare il mio lavoro di<br />
docente aggregato di Inglese mi garantivano<br />
l’opportunità di essere un padre presente in<br />
casa. Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere<br />
romance (mia moglie<br />
legge tantissimo)<br />
e mi sembrava<br />
calzasse a pennello.<br />
SL: Cosa<br />
cerchi in un romanzo?<br />
E qual è la metodologia di lavoro<br />
che segui con le autrici che scegli di rappresentare?<br />
S: Dato che i generi romance e women’s<br />
27
28<br />
fiction prendono spunto da rapporti reali e<br />
da reali emozioni umane, mi sento immediatamente<br />
catapultato nella credibilità dei<br />
personaggi e delle loro relazioni. Cerco storie<br />
con le quali il lettore possa identificarsi<br />
e relazionarsi. Allo stesso tempo, sono in<br />
cerca progetti che possano davvero non<br />
solo obbedire ad un genere ed adattarcisi,<br />
bensì che offrano anche qualcosa di nuovo<br />
ai lettori. Da quello che è il mercato,<br />
non basta che le storie siano soltanto<br />
buone o che la premessa della storia<br />
possa essere “solo OK”. Le storie devono<br />
vivere oltre, in mezzo a tutte le<br />
altre.<br />
Quando leggo una presentazione,<br />
ritengo che un libro possa essere<br />
migliore di un altro da quanto la storia<br />
mi coinvolge. Se mi accorgo che voglio<br />
andare avanti nella lettura, e ho voglia<br />
di parlarne ad altri, è sempre un buon<br />
segno.<br />
Penso che un modo per spiegare<br />
cosa cerco in un romanzo possa essere<br />
compreso maggiormente in base al tempo<br />
che vi dedico. Troppo spesso ho a che fare<br />
con storie che mi sembra di aver già letto:<br />
in altre parole, l’autrice sembra non fare<br />
altro che riprendere schemi, personaggi e<br />
situazioni stereotipate. Nonostante non ci<br />
sia niente di male nel portare avanti temi<br />
comuni, è fondamentale che un’autrice cerchi<br />
qualcosa di unico per la sua storia.<br />
SL: Su quale base scegli un’autrice?<br />
Cosa deve avere “in più”, rispetto<br />
alle altre?<br />
S: È strano come agenti e scrittori finiscano<br />
col lavorare insieme. Si inizia con<br />
una storia ed è quello l’elemento dal quale<br />
gli agenti decidono se gli piace o meno un<br />
progetto. Eppure, in realtà, è l’autrice che fa<br />
la differenza. Come agente, sono alla ricerca<br />
di qualcuno che sia veramente una “scrittrice<br />
professionista”. Ciò significa qualcuno<br />
che non consideri scrivere un semplice o ca-<br />
SCOTT EAGAN<br />
sualepass<br />
a t e m p o ,<br />
bensì qualcuno<br />
che ci si dedichi<br />
anima e corpo considerandolo<br />
come una<br />
futura pubblicazione e<br />
che sia pronta ad imparare<br />
e crescere come autrice.<br />
Il rapporto tra autore<br />
e agente è anche un lavoro di<br />
team. Ciò vuol dire che ognuno<br />
deve essere in grado di essere<br />
sulla stessa lunghezza d’onda – o<br />
pagina – quando accade che l’autore<br />
capisce dove vuole arrivare con la<br />
propria scrittura e come vuole arrivarci.<br />
Bisogna essere in grado di comunicare
costantemente l’uno con<br />
l’altro. Questo permette<br />
all’agente non solo di sapere<br />
a che punto sta l’autrice<br />
con un determinato progetto,<br />
ma anche di conoscerne altri<br />
potenziali. Ad esempio, capita<br />
spesso che mentre parlo con un<br />
editore viene fuori un nuovo progetto.<br />
Se so cosa stanno facendo i<br />
miei clienti, posso sempre, di volta in<br />
volta, farli “incontrare” con quel determinato<br />
editore.<br />
Lavorare con un cliente è davvero su<br />
base individuale. Molte delle mie autrici<br />
necessitano di parecchio feedback per i<br />
loro progetti. Vogliono tenermi aggiornato<br />
su tutto quello che fanno ed avere riscontro<br />
su quanto scrivono durante la<br />
lavorazione. Altre autrici necessitano<br />
di molti consigli editoriali. Ad<br />
altre piace discutere di nuovi<br />
progetti e nuove idee per le<br />
storie. Quando firmo un<br />
contratto con un’autrice,<br />
parto sempre<br />
dal discutere su<br />
ciò che vuole<br />
davvero da<br />
questo<br />
t i p o<br />
d i<br />
editoria<br />
rapporto e di come si possa ottemperare al<br />
meglio alle sue necessità di scrittura.<br />
SL: Un paio di consigli per chi vuole<br />
cominciare col scrivere romance e<br />
women’s fiction.<br />
S: Relativamente al genere, direi che<br />
un autore debba necessariamente imparare<br />
e capire la tipologia di lavoro e il genere<br />
stesso. Più un autore capisce come<br />
un romanzo si guadagna la sua strada dal<br />
proprio computer al mercato, migliore sarà<br />
l’autore. E deve anche comprendere cosa<br />
stia scrivendo e la propria voce interiore.<br />
Se lo scrivere è ancora in una fase embrionale,<br />
lo scrittore farà troppa fatica. In altre<br />
parole, se lo scrittore si trova ancora a<br />
combattere con argomenti del tipo “dove<br />
inserisco il dialogo?” o “devo scoprire quale<br />
sia lo Scopo, la Motivazione e i Conflitti<br />
dei miei personaggi” vuol dire che non è<br />
ancora pronto. Scrivere deve fluire in maniera<br />
naturale.<br />
Anche agli autori che vogliano scrivere<br />
per il mercato americano suggerisco<br />
di acquisire quell’unicum interiore. Nonostante<br />
i temi dei quali trattiamo nella letteratura<br />
romance e nella women’s fiction,<br />
siano relativamente condivisi, il modo di<br />
affrontarli per il mercato americano è leggermente<br />
differente rispetto a quello europeo.<br />
Ad esempio, se guardiamo al romance<br />
di stampo storico, vediamo che in Europa si<br />
è più attenti alla ricostruzione del mondo e<br />
dello scenario storico relativo al racconto, e<br />
meno ad elementi personali ed intrinsechi.<br />
Una volta ancora, questa è una modalità<br />
per mettere a fuoco il racconto.<br />
SL: Cosa, invece, proprio non<br />
sopporti? Insomma, quali sono quegli<br />
elementi di un manoscritto che ti portano<br />
a decidere di rifiutarlo?<br />
S: Già ho accennato a questo prima.<br />
Quando mi rendo conto che un manoscritto<br />
è simile ad un qualsiasi altro, tendo ad<br />
29
editoria 303<br />
accantonarlo.Propendo davvero ad avere un<br />
rifiuto per progetti dove l’autore sembra aver<br />
passato più tempo a scegliere la “frase giusta”<br />
o “una scena o un evento entusiasmante” ma<br />
non ha avuto uno sguardo d’insieme sulla realtà<br />
della storia. Succede spesso, relativamente<br />
all’elemento suspence. Gli autori inseriscono<br />
una scena di grande passione tra l’eroe e<br />
l’eroina nel bel mezzo di un inseguimento da<br />
parte del cattivo. Nella realtà, se ci troviamo in<br />
pericolo di vita, non pensiamo certo a quello!<br />
Rifiuto anche ciò che manifesta evidentemente<br />
una povertà di scrittura. Ce n’è molta<br />
nelle lettere di richiesta e nelle sinossi. Se ci<br />
sono problemi di grammatica, organizzazione e<br />
modulazione in questi documenti, ce ne saranno<br />
anche nel racconto.<br />
SL: Quali sono i nuovi trend negli<br />
USA, parlando di romance e women’s fiction?<br />
S: Normalmente non rispondo a domande<br />
del genere. Troppo spesso gli scrittori tendono<br />
ad informarsi su quali siano le tendenze e ad<br />
uniformarvisi piuttosto che concentrarsi sullo<br />
sfruttare al meglio le proprie capacità autoriali.<br />
E tenete a mente anche che ciò che troviamo<br />
in libreria è frutto di una pianificazione di almeno<br />
tre anni prima.<br />
Mi rendo conto che il mercato sta realmente<br />
cambiando. La cosa più eclatante è<br />
cosa cerchiamo ora in un progetto iniziale per<br />
uno scrittore. Nel passato, anche un progetto<br />
mediocre sarebbe stato pubblicato sperando<br />
che facesse da traino all’autrice e la potesse<br />
portare a produrre cose migliori e più importanti.<br />
Ora invece siamo in cerca di progetti che<br />
siano più autorevoli fin dall’inizio.<br />
Ho anche visionato parecchi progetti che<br />
ultimamente tendono a sviare dalle caratteristiche<br />
del romance ponendole in un plot secondario.<br />
Ecco perché abbiamo assistito a una<br />
crescita della cosiddetta “Fiction con elementi<br />
di romance”. Personalmente non credo avrà<br />
lunga vita.<br />
Sono fermamente convinto che assisteremo<br />
ad un grande incremento della letteratura<br />
romanzesca contemporanea. Credo che ci<br />
sia una grande richiesta da parte degli autori di<br />
storie vere su gente vera e romance vero. Basta<br />
con i trucchi fuori dal cilindro: dateci solo<br />
degli ottimi romanzi.<br />
Secondo me, l’ultima cosa che occorre a<br />
scrittori che sappiano produrre in tempi brevi,<br />
sia una tendenza. Lo riscontriamo anche negli<br />
autori più affermati. In passato, riuscivano a<br />
scrivere una storia all’anno. Ora, grazie al formato<br />
e-book, i lettori riescono ad avere di più<br />
dai propri autori favoriti senza dover aspettare<br />
un anno per un libro.<br />
SL: Cosa rende un’esordiente uno<br />
scrittore professionista?<br />
S: Farò una piccola lista delle cose che<br />
occorrono:<br />
• Visione costante di dove si voglia arrivare<br />
con la scrittura e consapevolezza di come<br />
ci si debba arrivare;<br />
SCOTT EAGAN
1<br />
• Volontà di crescere ed imparare;<br />
• Consapevolezza che c’è ancora tanta<br />
strada da fare;<br />
• Visione realistica dei propri limiti. In altre<br />
parole, non sentirsi come il più prestigioso<br />
autore del New York Times;<br />
• Non pensare allo scrivere come ad un<br />
hobby, bensì come a un secondo lavoro;<br />
• Supporto totale di amici e famiglia.<br />
SL: Cosa consiglieresti a quelle autrici<br />
romance italiane che abbiano il desiderio<br />
di venir prese in considerazione dal<br />
mercato americano?<br />
S: Ci sono due cose da considerare, ma<br />
credo possano essere comuni per tutti i mercati<br />
stranieri. Primo: conoscere quel mercato.<br />
Come ho precisato prima, esistono delle differenze<br />
in termini di atteggiamento ed approccio<br />
nello scrivere romance e women’s fiction.<br />
Quello che funziona in un paese non è detto<br />
debba funzionare in un altro. È per questo che<br />
alcuni autori americani vendono i propri libri<br />
tradotti di più in alcuni paesi piuttosto che in<br />
altri. Un ottimo esempio è fornito da una delle<br />
mie autrici, Brownyn Scott. I suoi libri vendono<br />
molto in Europa e moltissimo con Mondadori,<br />
ma questo è dovuto dalla profondità delle<br />
ricerche storiche e dalla complessità delle<br />
trame. Secondo: assicurarsi che le traduzioni<br />
siano precise. Il mercato americano non supplirà<br />
a questo. Al contrario, bisogna che niente<br />
venga perso nella traduzione. Come è noto nel<br />
campo delle lingue, non esiste una traduzione<br />
“esatta”. Molto spesso, una traduzione letterale<br />
potrebbe non funzionare.<br />
SL: Parliamo di ebook: pensi che sostituiranno<br />
totalmente il cartaceo? Qual è<br />
la tua posizione riguardo l’editoria digitale?<br />
S: Nessun e-book potrà sostituire i libri<br />
cartacei. Si tratta soltanto di un nuovo formato<br />
di libro disponibile per i lettori. Bisogna tener<br />
presente che solo il 25/30 % delle persone è<br />
in grado di leggere un e-book. Le vendite sono<br />
incrementate, ma ciò significa che c’è ancora<br />
una grande maggioranza della popolazione<br />
che apprezza il contatto con un libro. Mi rendo<br />
veramente conto dell’importanza del nuovo<br />
tipo di formato. Per molti autori rappresenta il<br />
modo di estendere la durata della presenza di<br />
un libro che potrebbe, nella normalità, uscire di<br />
stampa. Esistono anche una serie di autori affermati<br />
(e sono quelli che sappiamo essere in<br />
auge con gli e-book e con le auto pubblicazioni)<br />
che lo utilizzano come sistema per creare il<br />
proprio catalogo. La Greyhouse, per esempio,<br />
ha fatto uscire 13 libri fuori stampa di un autore<br />
in formato e-book, ma i lettori continuavano<br />
a richiedere il libro cartaceo.<br />
L’editoria digitale non passerà di moda,<br />
ma attualmente siamo ancora in una fase iniziale<br />
e di apprendimento. Dobbiamo aspettare<br />
che passi ancora un po’ di tempo e vedere<br />
come andranno le cose.
32 Tradurre, non tradire<br />
di Marco Piva-dittricH<br />
Tradurre, lo ripeto ogni volta che mi<br />
viene chiesto, è come suonare il basso in<br />
una band rock: il traduttore, come il bassista,<br />
si notano solo se non sono all’altezza.<br />
O se vogliono fare troppo i protagonisti<br />
nel momento sbagliato.<br />
Come si fa a tradurre un libro?<br />
Non ci sono delle regole ferree, l’unica<br />
cosa davvero necessaria è conoscere la<br />
lingua. Di sicuro alcuni colleghi hanno<br />
esperienze e opinioni diverse dalle mie,<br />
magari cose che non mi sono mai nemmeno<br />
venute in mente. Comunque, vediamo<br />
come traduce un romanzo Marco<br />
Piva-Dittrich.<br />
Prima di tutto io il libro lo leggo.<br />
Ci sono traduttori che preferiscono<br />
non sapere come finisce il romanzo, e<br />
penso che questo possa aiutarli a tradurre<br />
con più gusto e, chissà, forse anche più in<br />
fretta. Ma io preferisco sapere chi sono i<br />
personaggi principali, cos’hanno in testa,<br />
come andranno a finire. Solo così, secondo<br />
me, è possibile dare loro una voce personale<br />
fin dall’inizio, senza dovere tornare<br />
troppo indietro alla fine del lavoro. Poi<br />
mi scrivo un brevissimo riassunto della<br />
storia sottolineando i personaggi e le scene<br />
principali, in modo da sapere su chi mi<br />
devo concentrare di più.<br />
Infine, prendo la copia elettronica<br />
del romanzo, che di solito chiedo per facilitare<br />
il mio lavoro, e incollo il tutto su<br />
un documento di Word. Vedo quante pagine<br />
sono, conto quanti giorni ho prima<br />
della scadenza, mi stabilisco un termine<br />
qualche giorno prima da quello fissatomi<br />
dall’editore per rileggere, ma anche in<br />
caso non riesca a mantenermi in tabella<br />
di marcia per qualunque motivo e decido<br />
quante pagine devo tradurre ogni giorno.<br />
Inserisco dei simboli nel documento (se<br />
a qualcuno interessa, è la stringa ###!!!)<br />
nel punto che mi prefiggo di raggiungere<br />
entro fine giornata in modo da avere un<br />
punto di riferimento. Poi mi preparo un<br />
té caldo o, se fa già caldo, mi preparo un<br />
bicchierone di succo di frutta e comincio<br />
a tradurre, un CD nel lettore e un paio di<br />
dizionari on-line aperti e pronti da consultare.<br />
Una volta tradotto un paragrafo,<br />
cancello dal documento il corrispondente<br />
in lingua originale. Ovviamente tengo<br />
sempre aperto il testo in inglese, in caso<br />
debba tornare indietro per qualunque<br />
motivo. E vado avanti finché il libro non<br />
è finito. Poi, se c’è tempo, lo lascio stare<br />
per un paio di giorni e poi lo rileggo. A<br />
quel punto correggo gli errori di battitura,<br />
aggiusto le frasi per renderle più naturali...<br />
tutti quei ritocchi che sono necessari<br />
a rendere il romanzo scorrevole. E poi, finalmente,<br />
lo mando all’editore e aspetto<br />
che mi dica se va bene.<br />
La cosa più difficile ma anche più<br />
interessante nel lavoro di traduzione è<br />
capire cosa vuole dire l’autore. Il traduttore<br />
non deve interpretare il testo o filtrarlo<br />
attraverso la sua sensibilità: il traduttore<br />
deve essere la voce dell’autore in<br />
una lingua diversa da quella nella quale<br />
l’originale è stato scritto. E questo a volte<br />
costringe a ritoccare un po’ il testo. Per<br />
esempio, i personaggi del grandissimo<br />
Victor Gischler, del quale ho avuto il piacere<br />
di tradurre Shotgun Opera (Sinfonia<br />
di piombo – Revolver BD), sono spesso<br />
estremamente sboccati. In inglese gli insulti<br />
sono di base tre o quattro, in caso<br />
combinati tra loro. In italiano siamo più<br />
creativi. E quindi bisogna scegliere l’in-
sulto più adatto alla situazione cercando<br />
di pensare a quale parola suona più naturale<br />
nel contesto. Lo stesso in realtà si<br />
applica per tutti i dialoghi: è necessario<br />
immaginarsi la scena come se fosse un<br />
film e far parlare i vari personaggi come<br />
delle persone reali. Tante volte, per tornare<br />
agli insulti che sono l’esempio più<br />
eclatante, si leggono nei romanzi conversazioni<br />
nelle quali i protagonisti si attaccano<br />
l’un l’altro a suon di “fottuto” questo<br />
e “fottuto” quello. Ma chi dice “ fottuto” in<br />
Italia? Io definisco termini come “fottuto”<br />
tipici del traduttorese o, se si preferisce,<br />
dell’italiese, traduzioni magari letterali<br />
ma estremamente artificiali.<br />
Un traduttore che preferisco non<br />
nominare ha dichiarato una volta che il<br />
dizionario è un “accessorio inutile”. Io,<br />
personalmente, ritengo il dizionario<br />
fondamentale. Certo, l’italiano deve essere<br />
fruibile senza problemi, a meno che<br />
non ci sia un personaggio che usa un linguaggio<br />
astruso e contorto, ma è sempre<br />
utile avere la possibilità di raffinare<br />
la lingua della traduzione. O cercare un<br />
supporto per assicurarsi di avere davvero<br />
capito bene...<br />
editoria<br />
Un altro problema da affrontare è<br />
il dialetto. Quando un autore usa termini<br />
specifici di una certa zona del suo Paese,<br />
ad esempio gli scozzesismi di Allan<br />
Guthrie del quale ho tradotto Slammer<br />
(Dietro le sbarre – Revolver BD), cosa fa<br />
il traduttore, italiano o di una qualunque<br />
lingua? Usa un dialetto specifico? Io ho<br />
scelto di no e piuttosto uso termini della<br />
lingua comune che magari non sono perfettamente<br />
corretti, per far capire che il<br />
personaggio non sta parlando in maniera<br />
forbita. So che altri colleghi invece preferiscono<br />
usare termini dialettali facilmente<br />
riconoscibili da chiunque, ma questo<br />
non mi trova d’accordo: non voglio paragonare<br />
la parlata di Edimburgo, tanto<br />
per rimanere con Guthrie, a quella di una<br />
regione o città italiana specifica, perché<br />
penso che creerebbe una serie di associazioni<br />
di idee probabilmente non corrette.<br />
Per esempio in “I Simpson” Willie il giardiniere<br />
è doppiato in italiano con un accento<br />
sardo; Willie nella serie originale è<br />
appunto scozzese, anzi viene da Kirkwall<br />
sulle Orcadi che, guarda caso, è anche<br />
dove è nato Allan Guthrie. Cosa rende la<br />
Scozia simile alla Sardegna, a parte il fatto<br />
che l’allevamento di pecore è piuttosto diffuso?<br />
Secondo me, assolutamente niente.<br />
Ma dopo oltre vent’anni di Willie il giardiniere,<br />
probabilmente molti fanno il collegamento.<br />
Comunque sia, mi sono creato un<br />
motto grazie a un errore linguistico di<br />
mia moglie, che è tedesca e sta imparando<br />
l’italiano: il traduttore deve tradurre,<br />
non tradire.<br />
Il mio lavoro non è raccontare la<br />
storia creata da Victor Gischler piuttosto<br />
che da Allan Guthrie con le mie parole,<br />
ma fare in modo che gli autori parlino<br />
italiano.<br />
33
editoria<br />
Cari Lettori e ormai non più così cari<br />
(sotto i 100, senza darsi troppo da fare con Shenzen,<br />
cioè la Cina, ove vengono prodotti quasi<br />
tutti) “lettori” (di ebook, l’avevate capito, eh?),<br />
chi vi parla è un EDITORE.<br />
Mi rivolgo a entrambi, quasi supponendo<br />
uno spiritello degustativo di lettere nelle macchinette<br />
informatiche di cui sopra, perché così aumento<br />
la possibilità di essere capito. M’illudo, lo<br />
so, ma insieme con la contemporary art (cercate<br />
Massimo Antonaci sulla rete, e leggete di lui!)<br />
voglio fare ugualmente questo sforzo esoterico,<br />
alchemico per farmi leggere ancora di<br />
più. Notoriamente, i “lettori” non frequentano<br />
autonomamente la rete, ma i loro orgogliosi portatori<br />
sì…<br />
Mi farò accompagnare nel mio percorso<br />
da alcune presenze: Giulio Einuadi, Gianni<br />
Scheiwiller, Elido Fazi e ilmiolibro.it.<br />
Perché da loro? Perché per dare il meglio<br />
come editore ci vuole un bravo genitore (Giulio<br />
Einaudi), uno zio caro (Vanni Scheiwiller), un<br />
fratello maggiore (Elido Fazi) e un esempio di<br />
quello che non vuoi diventare (ilmiolibro.it).<br />
Cosa mi ha insegnato il padre (G. Einaudi).<br />
Un editore è prima di tutto il PRIMO<br />
di sergio BeviLacQUa<br />
LETTORE e l’ULTIMO SCRITTORE di ogni<br />
opera pubblicata. Lesa maestà? Di chi? Del<br />
lettore? Oddio, proprio non riuscirei a incolpare<br />
il lettore (umano, eh) di alcunché: è un essere di<br />
generosità infinita, nel processo editoriale. Proprio<br />
infinita quanto infinito è l’intrattenimento<br />
letterario, che è suo e soltanto suo. Lui produce<br />
il testo, il lettore, lui fa esplodere nella sua mente<br />
miliardi di segni da quelle (almeno) 100.000<br />
parole che un buon romanzo presenta. Eppure,<br />
sempre lui adora lo scrittore e ringrazia, ringrazia…<br />
Cosa devo a mio zio (V. Scheiwiller).<br />
La profonda partecipazione alla produzione<br />
di un fatto culturale (letterario) meritevole<br />
di attenzione, l’innata generosità che lo ha<br />
fatto riconoscere ai suoi tempi come il migliore<br />
amico dello scrittore (e quanto bisogno abbiano<br />
di amici questi esseri prigionieri di lemmi e locuzioni,<br />
grammatiche e sintassi, solo loro lo sanno,<br />
quando non ci hanno già rinunciato…) e il gentile<br />
gioielliere che porge 10 euro di pietre preziose<br />
a quel particolarissimo Re Mida, il lettore, che le<br />
moltiplica esponenzialmente, e che magari rammenta<br />
di chi sono i tipi…<br />
Cosa devo a mio fratello maggiore (E. Fazi).
34<br />
Il coraggio di aver sfidato un mondo editoriale<br />
che aveva intuito incartarsi in mano<br />
ai potentati, acido della cultura. E quando,<br />
da uomo poliedrico di grande coltivazione e sensibilità,<br />
ha visto che non si sarebbe salvato dalla<br />
dissoluzione mafiosa nel suddetto solvente, e ha<br />
capito che al momento anche altri drammi avvenivano<br />
nella nostra società malata, ha pensato<br />
bene di orientarsi dove poteva continuare a produrre<br />
validissimi contributi per quella sua società.<br />
La nostra, italiana. Prima che europea, prima che<br />
mediterranea, prima che occidentale, prima che<br />
umana senza dimenticarne nessuna.<br />
Che cosa devo a ilmiolibro.it.<br />
Il risparmio di notevoli energie per<br />
spiegar che un testo non è finito se non c’è<br />
qualcuno che ci crede e che, quanto più<br />
esperto è questo qualcuno, tanto più ci sarà<br />
lettore (sempre umano). Che purtroppo non<br />
significa lettori (in numero). Perché il numero è<br />
comandato dall’alto e il testo non c’entra quasi<br />
nulla. Poi, gli devo l’evidenza di vedere dei testi<br />
mandati allegramente al disastro, senza premere<br />
come dovrebbero sull’anoressica (quanto a italiani…)<br />
oligarchia del cartello dominante nell’editoria<br />
italiana.<br />
Che ha capito che si guadagna con gli stranieri,<br />
anche se li si traduce in modo orrendo.<br />
La questione è anche più complessa di così, ma<br />
avremo modo di approfondire… Se siete scrittori<br />
e non stupidi vanesi, via da lì. Meglio la consapevolezza<br />
tragica del difficilissimo e martirizzante<br />
processo editoriale in italiano, che il salto nel<br />
vuoto. O, comunque, prima di suicidarvi in quel<br />
modo ridicolo, scrivetemi su queste colonne a<br />
redazione@speechlessmagazine.com.<br />
In attesa di lettere e commenti da parte<br />
vostra, vi ricordo ancora un fatto centrale che riguarda<br />
voi lettori e voi scrittori. Il vostro libro,<br />
elettronico o meno, richiede due macrofasi<br />
produttive:<br />
La fase creativa. In Italia questa fase<br />
è competenza delle aziende editoriali, come era<br />
nell’antichità del settore, prima che diventasse in-<br />
dustriale e di massa; nei mercati evoluti delle altre<br />
lingue (inglese, spagnolo, francese, portoghese,<br />
tedesco per parlare solo delle lingue occidentali)<br />
detta fase è invece delle “agenzie letterarie”. Ma<br />
attenzione! Non è rivolgendosi alle nostrane, cosiddette<br />
agenzie letterarie che si risolve il problema.<br />
Lo si aumenta, invece! Perché si dimezzano i<br />
diritti d’autore e le stesse non sono altro che operatori<br />
astuti o illusi che ti fanno fare magari 2000<br />
copie per il tuo lavoro di 2 anni, come ogni pessimo<br />
editore, mangiandosi però metà del bambino<br />
denutrito. Il cartello vuole che sia così, in Italia!<br />
La fase industriale: tipografia, distribuzione,<br />
vendita e promozione/pubblicità. Anche<br />
questa in Italia è in capo alle case editrici. Altrove<br />
invece è il lavoro dei “publisher”, che prendono<br />
in mano un prodotto artisticamente finito e lo<br />
diffondono e promuovono. Industriali qualunque,<br />
insomma, che corrono i loro rischi imprenditoriali<br />
avendo prima regolato i loro conti con la fase<br />
creativa (e i relativi soggetti, le agenzie letterarie<br />
dietro cui stanno gli autori).<br />
Insomma, in capo agli editori italiani<br />
stanno due attività tanto diverse da richiedere<br />
costosissime emulsioni continue per<br />
stare insieme, così distogliendo dal necessario<br />
lavoro verso l’esterno e sul versante pubblicitario<br />
dei mezzi di comunicazione di massa, con i quali<br />
soltanto si fanno le decine di migliaia di copie che<br />
rendono uno scrittore un vero professionista, perché<br />
può campare di scrittura.<br />
Costringete insieme queste due attività in<br />
un settore controllato, ma che dico!, colonizzato,<br />
imprigionato da quattro oligopolisti ben sintonizzati<br />
per fare i loro brutali affari (senza preoccuparsi<br />
se rovinano scrittura e lettura in italiano, la<br />
lingua italiana, patrimonio di settanta milioni di<br />
persone!) e capirete bene che Einaudi e Scheiwiller<br />
si rigirano nella tomba, e anche perché il<br />
bravo Fazi se l’è data a gambe.<br />
Intanto si faccia chiarezza. E si smetta<br />
di promuovere dannose illusioni e sinistri<br />
suoni di piffero. Per un’editoria italiana<br />
rampante, il libro in una mano e la spada<br />
nell’altra!<br />
35
editoria<br />
rubrica<br />
di aLessandra Penna<br />
fiera<br />
fiera<br />
delle mie brame<br />
Qualche notizia<br />
per i NON addetti ai lavori<br />
(da un’addetta ai lavori)<br />
Londra, 15-18 aprile 2012, e a seguire<br />
Torino, 10-14 maggio 2012.<br />
LBF, London Book Fair, e Salone<br />
del Libro: i due più recenti e importanti<br />
appuntamenti per gli addetti ai lavori<br />
dell’editoria (cui si aggiunge quello che<br />
si è svolto pochi giorni fa a New York, la<br />
BEA).<br />
Sono importanti queste fiere, o<br />
sono solo l’occasione, per chi lavora<br />
nel settore, di incontrarsi?<br />
La quantità del lavoro, i ritmi serrati<br />
che ormai caratterizzano anche il settore<br />
editoriale in quanto “industria”, difficilmente<br />
consentono frequenti scambi personali.<br />
Nell’era digitale, il flusso delle informazioni,<br />
costante e incessante, è veicolato<br />
Io abitavo<br />
a West Egg,<br />
nella parte...<br />
bÈ, quella<br />
meno alla moda<br />
delle due<br />
da internet.<br />
Non<br />
p o t r e b b e<br />
essere altrimenti,<br />
in fondo.<br />
Chi lavora nel settore, occupandosi<br />
sia del mercato italiano che di quello<br />
estero, si trova a gestire quotidianamente<br />
quantità di email in cui case editrici estere,<br />
agenti esteri, subagenti o agenti italiani<br />
(e singoli privati scrittori) presentano<br />
libri in uscita, proposal da sviluppare,<br />
manoscritti in fase di lavorazione, ma già<br />
valutabili.<br />
L’occhio del bravo editor deve riuscire<br />
a vedere cosa è buono e cosa lo<br />
è meno, cosa è adatto alla propria linea<br />
editoriale, cosa potrebbe aggiungersi,<br />
cosa ha il carattere dell’originalità.<br />
Non è sempre facile, perché una<br />
comunicazione via mail non potrà mai
3637<br />
sostituire del tutto lo scambio vis-à-vis e<br />
la qualità delle informazioni che si acquisiscono<br />
quando due persone hanno occasione<br />
di parlare.<br />
Ecco perché le fiere sono importanti<br />
ed entusiasmanti. Perché finalmente<br />
l’editoria esce dalle stanze di una casa<br />
editrice e ha modo di sbirciare fuori dalla<br />
propria porta, di annusare altre realtà,<br />
dove le tendenze e gli interessi possono<br />
essere diversi da quelli del nostro Paese,<br />
ha modo di “confrontarsi”, quindi di capire,<br />
assorbire, crescere. Le fiere non sono<br />
solo informazioni, ma stimoli, idee,<br />
rapporti che si stringono e<br />
durano.<br />
Le giornate<br />
trascorse alle fiere<br />
sono fitte, Londra<br />
in particolare. Si inizia<br />
alle 9.30 e si finisce alle 18.30. Ogni<br />
mezz’ora un incontro. Che avviene o al<br />
piano terra, pieno di padiglioni delle gran-<br />
di case editrici, che espongono i libri al<br />
momento più forti, o al piano superiore,<br />
l’International Rights Centre, spazio<br />
sia per agenti che per i responsabili dei<br />
diritti esteri delle case editrici.<br />
Da editor, il mio obiettivo è cercare,<br />
fiutare ciò che ogni catalogo<br />
che mi viene presentato ha di meglio<br />
(per la mia casa editrice). Si potrebbe<br />
pensare dunque che per chi, come me, fa<br />
questo, si tratti soprattutto di ascoltare.<br />
Ma non è così. Quanto più si è in grado<br />
di presentare la propria casa editrice, i<br />
propri obiettivi e ciò che si sta cercando,<br />
tanto più efficace sarà lo scambio con chi<br />
propone, selettiva la scelta dei titoli, probabile<br />
una convergenza di intenti.<br />
A Torino mi è capitato un incontro<br />
con una collega di una casa editrice olandese<br />
che occupava il mio stesso ruolo:<br />
non seller-buyer quindi, ma buyer-buyer.<br />
Desiderava sapere quali fossero i libri che<br />
consideravo più interessanti tra quelli let-
ti e pubblicati, non solo italiani ma<br />
anche stranieri: una sorta di scouting<br />
tramite un altro editore.<br />
Le fiere sono belle anche<br />
per questo: il mercato editoriale<br />
“mondiale” può diventare<br />
accessibile. Volendo si possono<br />
incontrare editori di ogni parte<br />
del mondo. Questo vale per Londra,<br />
Francoforte, Torino… Poi, per<br />
chi cerca anche altro, il Salone di<br />
Torino – così come l’ultimo giorno<br />
a Francoforte – hanno qualcosa<br />
di diverso: il pubblico. Vedere<br />
file all’ingresso del Lingotto, vedere<br />
intere scolaresche aggirarsi<br />
nei vari padiglioni, osservare le<br />
tante persone che riempiono gli<br />
stand, riuscire a volte ad avvicinarli,<br />
consigliarli, parlare di un libro<br />
che magari – se il caso vuole<br />
– hai seguito, curato, anche scelto<br />
e voluto personalmente, questo è<br />
un valore in più. Irrinunciabile.<br />
Se invece devo considerare<br />
un altro aspetto affascinante<br />
di una fiera, senza dubbio è la<br />
chiusura di una trattativa durante<br />
quei giorni. Un libro di cui<br />
ci si invaghisce e che si riesce ad<br />
acquistare al volo, o un accordo<br />
che si chiude dopo che il libro era<br />
stato a lungo corteggiato. O – ed è<br />
altrettanto entusiasmante – sapere<br />
che un libro della propria casa<br />
editrice viene richiesto, desiderato<br />
e infine acquistato già durante la<br />
fiera.<br />
Ma una fiera non vive soltanto<br />
per il tempo della sua durata.<br />
C’è un prima e c’è un poi.<br />
38
Il prima è la preparazione: lo studio dei cataloghi<br />
e l’individuazione dei titoli migliori.<br />
E il poi è il lavoro di lettura dei libri scelti e<br />
richiesti.<br />
Personalmente credo che le fiere<br />
siano un modo, per chi lavora nell’editoria,<br />
di mettersi in gioco. Sono il momento<br />
dello scouting, della ricerca ma anche dello<br />
scambio e del confronto: di un dare e ricevere<br />
che avrà una cifra sempre diversa rispetto<br />
a ciò che passa per la rete. Perché, che sia a<br />
un tavolo, faccia a faccia, per il tempo di un<br />
appuntamento, oppure a una cena, davanti a<br />
39<br />
editoria<br />
un caffè o nelle occasioni di incontro in chiusura<br />
di giornata, poter parlare con colleghi<br />
provenienti da tutto il mondo permette di capire<br />
meglio e più a fondo le scelte editoriali<br />
altrui e le proposte che ci vengono fatte. Da<br />
meditare, con calma e strumenti che a ogni<br />
fiera si affinano, una volta tornati a casa.<br />
Per capire quanto di quel mercato estero ci<br />
assomiglia, può essere adatto a noi, come<br />
possiamo assorbirne o rielaborarne degli<br />
input che consentano a noi singoli, in<br />
quanto editor, o alla casa editrice che<br />
rappresentiamo, di crescere.
editoria<br />
INTERVISTA<br />
Jo March<br />
Agenzia Letteraria<br />
Da Agenti Letterarie<br />
a Editrici di capolavori dimenticati<br />
Nata nel 2009 come Agenzia Letteraria,<br />
la JO MARCH è diventata anche<br />
Casa Editrice nel novembre 2011. E la prima<br />
pubblicazione, con cui le due fondatrici<br />
— Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni<br />
— si sono cimentate, non è stata una<br />
sfida facile. Con un progetto ambizioso e<br />
oneroso, infatti, la Jo March ha deciso di<br />
tradurre il capolavoro di Elizabeth Gaskell,<br />
North and South, un romanzo in<br />
cui i temi sociali dell’industrializzazione e<br />
del progresso dell’Inghilterra vittoriana si<br />
intrecciano a quelli meno vicini a noi delle<br />
crisi spirituali nella chiesa anglicana e a<br />
una bellissima storia d’amore e di crescita.<br />
Pubblicato per la prima volta a puntate<br />
da settembre 1854 a gennaio 1855 su Household<br />
Words — il periodico settimanale<br />
edito da Charles Dickens —, North and<br />
South venne poi compendiato dalla Gaskell<br />
e pubblicato in due volumi nel 1855.<br />
Finora questo bellissimo romanzo<br />
non era mai stato tradotto in italiano — se<br />
si eccettua un’edizione ridotta del 1960 —<br />
e, dopo che la BBC ha realizzato nel 2004<br />
una riuscitissima trasposizione televisiva,<br />
una miniserie in quattro puntate con<br />
Richard Armitage e Daniela Denby-Ashe,<br />
si sono moltiplicate le richieste sul web<br />
di chi avrebbe voluto leggere il romanzo<br />
in italiano. Finalmente, l’attesa — lunga<br />
quasi 150 anni — si è conclusa felicemente<br />
di gaBrieLLa Parisi<br />
grazie a Jo March.<br />
Volevo innanzi tutto fare le congratulazioni<br />
a Lorenza e Valeria per aver raggiunto<br />
un obiettivo così ambizioso e così<br />
importante come la traduzione di un classico<br />
della letteratura inglese qual è North<br />
and South di Elizabeth Gaskell che — vergognosamente<br />
— mancava di un'edizione<br />
italiana. Un'edizione che, pur essendo il<br />
primo prodotto di Jo March, è curata nei<br />
minimi dettagli. Davvero un traguardo<br />
ammirevole, complimenti ancora e grazie<br />
per averci concesso questa intervista.<br />
Speechless: Il vostro sodalizio nasce<br />
nel 2009. Come è nata questa collaborazione<br />
e perché? E soprattutto, perché avete<br />
scelto il nome dell’eroina di Piccole Donne<br />
a rappresentarvi?<br />
Jo March: Ci siamo conosciute nella<br />
redazione di una Casa Editrice perugina nel<br />
2008, dove io lavoravo da un anno quando<br />
Valeria è entrata come stagista. Il nostro è<br />
stato un sodalizio prima di tutto umano, poi<br />
letterario. Insieme all’amicizia così è cresciuta<br />
la voglia di costruire un progetto culturale<br />
tutto nostro, dove mettere alla prova un’idea<br />
di editoria diversa da quella con cui facevamo<br />
i conti tutti i giorni. Il nome “Jo March”<br />
è l’evidente e romantico omaggio all’eroina<br />
di Piccole Donne, il personaggio in cui entrambe<br />
ci riconoscevamo da piccole.<br />
40
41<br />
S: La Jo March nasce come Agenzia<br />
Letteraria. Come mai la svolta, la decisione<br />
di diventare anche Casa Editrice? Qual<br />
è il vostro ruolo?<br />
JM: In realtà non c’è stata una vera e<br />
propria svolta, da sempre cerchiamo quegli<br />
scrittori capaci di dar vita a storie che<br />
sappiano parlare del mondo e della natura<br />
umana con originalità, che ci stimolino<br />
a riflettere, a mettere in discussione, a far<br />
emergere emozioni sopite. Non importa<br />
se di oggi o se di secoli fa. Quindi l’obiettivo<br />
è sempre stato lo stesso.<br />
Però c’è una differenza sostanziale<br />
nella possibilità di divulgazione dei testi,<br />
nella capacità di questi scrittori di raggiungere<br />
il pubblico, i classici in qualche<br />
maniera vanno solo riscoperti, mentre<br />
i nuovi autori devono essere “imposti”<br />
all’attenzione dei lettori, e per far sì che<br />
ciò accada occorre una struttura finalizzata<br />
e dedita soltanto a questo.<br />
S: Parlateci del motivo che vi ha spinte<br />
a scegliere North and South come vostra<br />
prima pubblicazione.<br />
JM: North and South era un esempio<br />
eclatante di quella letteratura sommersa<br />
che non è mai stata pubblicata in italiano.<br />
Un testo di straordinaria importanza da<br />
un punto di vista letterario e sociale.<br />
L’abbiamo scelto proprio per la sua<br />
qualità, perché la prima uscita della collana<br />
doveva essere emblematica e farsi<br />
portavoce del nostro intero progetto editoriale.<br />
S: Quali credete possano essere stati<br />
i motivi che ne hanno impedito la traduzione/pubblicazione<br />
fino ad oggi? (sebbene<br />
esistesse una traduzione — in versione<br />
ridotta — del 1960 di Ada Borrelli pubblicata<br />
dalla Casa Editrice Giuseppe Principato).<br />
JM: I motivi che si possono addur-<br />
re sono molti e nessuno. La corposità e la<br />
complessità linguistica e tematica del testo<br />
inglese sicuramente erano degli scogli<br />
non semplici da superare, ma questa a mio<br />
avviso rimane una motivazione parziale.<br />
La verità è che la memoria di una cultura<br />
è come un setaccio, alcuni testi passano<br />
l’esame e altri finiscono nel dimenticatoio.<br />
In Italia nessuno si era posto il pro-<br />
Lorenza ricci e valeria Mastroianni<br />
blema della grande lacuna della mancata<br />
traduzione di North and South, o forse,<br />
qualcuno può anche essersi posto il problema,<br />
ma poi si deve essere spaventato di<br />
fronte all’arduo compito.<br />
Sì, è vero, la Casa Editrice Principato aveva<br />
realizzato una “riduzione” di North and<br />
South, in passato: aveva presentato parti del<br />
romanzo, sempre in lingua inglese, riducendone<br />
il corpo a un quarto circa del totale, e<br />
corredando il testo di note in italiano che aiutassero<br />
la comprensione dei passaggi più difficili<br />
e delle espressioni dialettali. Anche noi<br />
abbiamo consultato questa edizione, ancora<br />
reperibile in biblioteca, e devo dire che ci è stata<br />
di grande aiuto per sciogliere alcuni nodi.
scheda<br />
del Libro<br />
Titolo: Nord e Sud<br />
Tit. Or.: North and South<br />
Autrice: Elizabeth Gaskell<br />
Casa Editrice: Jo March<br />
Pubblicazione: 2011<br />
Collana: Atlantide<br />
Traduzione: Laura Pecoraro<br />
Pagine: 560<br />
Formato: 14x21, brossura<br />
Prezzo: € 15,00<br />
ISBN: 978-88-906076-0-8<br />
42<br />
43
4342<br />
S: Una volta deciso di tradurre questo<br />
romanzo, come vi siete mosse? Quali<br />
passi avete intrapreso?<br />
JM: È cominciato tutto con una lettera.<br />
Abbiamo scritto a Marisa Sestito,<br />
professore ordinario di Letteratura inglese<br />
presso l’Ateneo di Udine, che era stata<br />
la prima a tradurre Elizabeth Gaskell in<br />
Italia: sue sono le traduzioni di Cranford<br />
e di Storie di donne, di bimbe e di streghe.<br />
Si è subito interessata al nostro progetto e<br />
ci ha proposto Laura Pecoraro come possibile<br />
traduttrice, restandoci poi sempre a<br />
fianco nel corso della redazione e scrivendo<br />
la bellissima Introduzione che apre il<br />
volume.<br />
S: Quali sono le difficoltà che si incontrano<br />
a voler pubblicare un classico<br />
così importante e famoso?<br />
JM: Eravamo certamente spaventate<br />
all’idea di misurarci con un’opera così<br />
importante e con una scrittrice raffinata<br />
e profonda come la Gaskell, ma i nostri timori<br />
sono d’altro canto stati anche i perni<br />
dell’entusiasmo e della convinzione con<br />
cui abbiamo affrontato questa avventura.<br />
Ci è voluta una buona dose di incoscienza,<br />
senza la quale non ci saremmo<br />
mai buttate, ma soprattutto impegno,<br />
costanza, dedizione e la convinzione che<br />
sarebbe stata un’occasione irripetibile.<br />
Anche se eravamo consapevoli che saremmo<br />
in qualche modo finite sotto esame,<br />
l’esame dei tanti lettori che attendevano<br />
Nord e Sud da anni e quello degli accademici,<br />
quindi non potevamo permetterci di<br />
sbagliare.<br />
A volte penso – sono una delle ultime<br />
romantiche – che questo straordinario capolavoro<br />
sia rimasto in silenzio per oltre<br />
centocinquanta anni solo per attendere<br />
noi, per affidarsi alla nostra cura. E così<br />
è stato, si è creato un rapporto veramente<br />
unico fra noi e questo libro, si è intreccia-<br />
editoria<br />
to alle nostre vite inestricabilmente.<br />
S: Quanto ha influito sulla vostra<br />
scelta la petizione del pubblico italiano<br />
che ne chiedeva la pubblicazione e come<br />
— in seguito al vostro annuncio della<br />
pubblicazione dell’opera — siete state<br />
condizionate/pressate dall’interazione col<br />
pubblico?<br />
JM: Sulla scelta nulla, infatti siamo<br />
venute a conoscenza della petizione solo<br />
dopo aver programmato la traduzione. In<br />
seguito, non direi che siamo state “condizionate”,<br />
ma sostenute e incoraggiate dai<br />
messaggi che in pratica quotidianamente<br />
arrivavano sulla nostra casella di posta.<br />
S: Quanto la serie televisiva della<br />
BBC del 2004 ha agevolato, ostacolato o<br />
comunque influito sull’impegno che vi<br />
eravate prefisse?<br />
JM: Anche qui, direi che la produzione<br />
televisiva ha solo agevolato il nostro<br />
lavoro, moltissimi dei nostri lettori<br />
hanno conosciuto il romanzo attraverso<br />
la serie, quindi non possiamo che essere<br />
grate alla BBC e a Richard Armitage.<br />
S: Sono passati circa sei mesi dalla<br />
pubblicazione di Nord e Sud. Avete avuto<br />
il riscontro che vi aspettavate?<br />
JM: Da una parte sì e da una no. I<br />
nostri lettori sono soprattutto coloro che<br />
vengono a conoscenza del libro attraverso<br />
la rete; fatichiamo di più a farci conoscere<br />
in libreria: i librai sono in qualche<br />
maniera diffidenti nei confronti di una<br />
nuova Casa Editrice, quindi non tutti<br />
hanno accolto i nostri libri sugli scaffali.<br />
E ancora più diffidenti, o meglio “non attenti”,<br />
sono i giornalisti che non scrivono<br />
recensioni su un libro straordinario che<br />
ne meriterebbe. Quindi grazie a voi per<br />
l’opportunità che ci date.<br />
S: Avete annunciato la vostra prossima<br />
pubblicazione: The Romance of a<br />
Shop di Amy Levy. Come mai la vostra
editoria<br />
scelta è caduta su quest’opera?<br />
JM: Amy Levy è un’autrice poco conosciuta,<br />
ma ciò non toglie che fosse una<br />
scrittrice brillante e moderna, capace di<br />
cogliere i cambiamenti della sua epoca<br />
e di raccontarli con uno stile giovane e<br />
frizzante. Le quattro sorelle protagoniste<br />
di The Romance of the Shop ci hanno conquistato<br />
all’istante con la loro simpatia e<br />
il loro tentativo di essere indipendenti e<br />
libere di decidere per la propria vita.<br />
S: Al di là di un capolavoro com’è<br />
Nord e Sud, quali sono i requisiti che cercate<br />
in un’opera perché attragga la vostra<br />
attenzione e consideriate la possibilità di<br />
pubblicarla? Avete intenzione di pubblicare<br />
altre opere di Elizabeth Gaskell ancora<br />
inedite in italiano?<br />
JM: Gli stessi requisiti per cui in libreria<br />
scegliamo un libro fra milioni di<br />
altri, perché crediamo che possa regalarci<br />
pensieri, spunti critici e sentimenti nuovi.<br />
Siamo legate alla Gaskell e ci piacerebbe<br />
pubblicare altre sue opere in futuro. La<br />
nostra Collana Atlantide procederà con<br />
un ritmo disteso, due-tre uscite all’anno,<br />
e per il momento abbiamo programmato<br />
testi di altri autori.<br />
S: E che ne pensate di opere totalmente<br />
inedite in italiano? Punterete in<br />
futuro su promettenti firme italiane? In<br />
fondo nascete come Agenzia Letteraria.<br />
JM: Come ho in parte detto rispondendo<br />
a una delle prime domande, per<br />
promuovere un nuovo autore nel mercato<br />
editoriale di oggi ci vuole una Casa Editrice<br />
che sia costruita e organizzata ad hoc<br />
per questo fine e noi non lo siamo. Non si<br />
può far tutto, già portare avanti Atlantide<br />
in parallelo all’attività di Agenzia è molto<br />
impegnativo. Preferiamo continuare il<br />
nostro lavoro di “ricerca” di nuovi autori<br />
e poi lasciare che siano Case Editrici con<br />
il giusto profilo a pubblicarli.<br />
S: Quanto siete aperte ai suggerimenti<br />
e alle richieste del vostro pubblico?<br />
JM: Apertissime. Teniamo sempre in<br />
conto i titoli che ci suggeriscono i nostri<br />
lettori, non a caso abbiamo creato un’apposita<br />
sezione per i consigli sul nostro sito<br />
web. Certo, non possiamo accogliere ogni<br />
richiesta, dobbiamo capire quale testo fa<br />
per noi e quale no e, cosa non secondaria,<br />
cercare di capire anche cosa pubblicheranno<br />
gli altri editori, per non trovarci a<br />
lavorare sulla stessa opera.<br />
S: Dopo The Romance of a Shop quali<br />
sono i vostri progetti futuri?<br />
JM: Ci misureremo con un grandissimo<br />
maestro, Charles Dickens.<br />
Sito web: www.jomarch.eu<br />
44
INVIA<br />
il tuo racconto<br />
e le tue generalità<br />
alla Redazione:<br />
redazione@speechlessmagazine.com<br />
IL PROSSIMO<br />
RACCONTO<br />
POTREBBE ESSERE<br />
PROPRIO IL TUO!<br />
Hai un<br />
racconto<br />
inedito che<br />
vorresti veder<br />
pubblicato?<br />
SPEECHLESS<br />
VUOLE TE!
editoria<br />
Ci dormiva Harry Potter, nel sottoscala.<br />
E se sbirciate tra il contatore della<br />
luce, i vecchi barattoli e le scope spelacchiate,<br />
troverete anche dei libri. Vengono<br />
chiamati libri per ragazzi, e sono quasi sempre<br />
destinati a starsene nell’angolo più buio<br />
e dimenticato dell’immenso tempio dorato<br />
della Letteratura Seria (italiana o in italiano<br />
tradotta), relegati nella sezione "Fiabe e<br />
Favolette" dell’immaginaria biblioteca collettiva.<br />
Oh, ma poco male.<br />
I cacciatori di tesori sanno che i sottoscala<br />
– e le cantine, e le soffitte – sono i posti<br />
migliori per fare scoperte straordinarie e incontri<br />
che possono cambiare la vita.<br />
Siamo pronti ad accoglierli questi avventurieri<br />
della parola stampata, con mappe<br />
ingiallite, navi sbilenche e bandiere piratesche.<br />
In particolare, ci sarò io qui a far da<br />
guida, e domanderò la parola d’ordine quando<br />
busserete alla nostra porta.<br />
Vi chiederò: siete pronti a riporre<br />
per un momento quel vestito cucito in<br />
serie chiamato “adultità”?<br />
Voi risponderete: sì! – e poi dovrete reggervi<br />
forte. Perché nel sottoscala c’è<br />
solo gente coraggiosa. Scrittori che pronunciano<br />
la parola “infantile” con orgoglio e<br />
zero vergogna. Editori che resistono brillantemente<br />
alla crisi, in tutto il mondo. Lettori<br />
piccoli che combattono mostri spaventosi<br />
Rubrica<br />
di ManUeLa saLvi<br />
senza vacillare. E lettori grandi che ricordano.<br />
Ricordano quanto i sogni possano essere<br />
a portata di mano. Ricordano cosa vuol<br />
dire correre senza una ragione. E di quando<br />
si sapeva tutto senza sapere niente.<br />
Questa è la Letteratura per Ragazzi.<br />
Letteratura col fiatone e i capelli al vento.<br />
Pagine come porte, parole come ciottoli da<br />
far rimbalzare.<br />
Non è per tutti, mi rendo conto. Perciò<br />
vi lascio con un compito, facile, per scaldarsi.<br />
Leggete: Il mio mondo a testa in giù<br />
di Bernard Friot (Edizioni Il Castoro). E cominciate<br />
a ricordare.<br />
BERNARD FRIOT non ha peli sulla<br />
lingua e in questa esilarante raccolta di<br />
racconti dedicati all’infanzia meno politically<br />
correct, con uno stile fulminante, dimostra<br />
che gli insegnanti sanno ascoltare.<br />
Lui ha ascoltato. E ha raccolto frammenti di<br />
vite piccole fatte di cose immense: paure,<br />
ansie, conquiste, avventure – e il rapporto<br />
con gli adulti, eternamente conflittuale. Si<br />
parla di ribelli in miniatura in un libro che è<br />
il “the best” delle Histoires Pressées di<br />
Friot: storie stampate, ma anche storie di<br />
fretta. Si parla di come la quotidianità riservi<br />
meraviglie inaspettate, e ricorda ai lettori<br />
grandi come si fa a non lasciarsele scappare,<br />
inosservate.<br />
46
scheda<br />
del Libro<br />
47<br />
Titolo: Il mio mondo a testa in giù<br />
Autore: Bernard Friot<br />
Casa Editrice: Il Castoro<br />
Pubblicazione: 2008<br />
Illustrazioni: Silvia Bonanni<br />
Pagine: 106<br />
Prezzo: € 13,50<br />
ISBN: 9788880334729
editoria<br />
intervista<br />
È stato l'argomento principale dell'ultima<br />
Fiera del libro di Torino. Primavera<br />
Digitale, così è stata chiamato il rinnovato<br />
interesse verso l'e-book e il digitale, in crescita<br />
anche in Italia. I dati parlano chiaro, anche<br />
se le cifre e i guadagni sono ancora irrisori<br />
rispetto a mercati esteri – emblematico il caso<br />
americano: dal suolo statunitense, infatti, abbiamo<br />
importato successi "digitali" da milioni<br />
di copie in e-book come Amanda Hocking,<br />
John Locke e E. L. James, solo per citarne<br />
alcuni.<br />
Speechless ha deciso di parlarne con<br />
Fabio di Pietro, editor Digital & Paperback<br />
di uno dei più grandi editori italiani,<br />
Giangiacomo Feltrinelli Editore, che ha<br />
deciso di puntare proprio recentemente<br />
sul digitale con il progetto Zoom. Domande<br />
talvolta scomode, cui Di Pietro ha risposto con<br />
grande chiarezza.<br />
Il mercato dell’e-book è destinato a cambiare<br />
in maniera netta la stessa concezione della<br />
lettura e del prodotto-libro: non solo incidendo<br />
sui costi e sulle modalità di azione all’interno<br />
della filiera produttiva, ma anche nelle<br />
nuove modalità espressive con cui gli autori<br />
sono chiamati a confrontarsi. Ciò è testimoniato<br />
dall’esperienza di Banduna, il romanzo a<br />
di eLena Bigoni<br />
Fabio Di Pietro<br />
48<br />
puntate di Alessandro Mari: una rivisitazione<br />
della classica modalità di fidelizzazione del<br />
lettore, come ben sapevano i lettori di feuilleton<br />
del secolo scorso.<br />
Dunque, viviamo una fase di passaggio<br />
in cui l’habitus mentale del lettore subirà<br />
un drastico cambiamento, sia per quanto<br />
concerne i costi del bene-libro che per<br />
quanto riguarda la distribuzione.<br />
La Feltrinelli si sta dimostrando attenta ai<br />
rapidissimi cambiamenti del mercato editoriale<br />
e, secondo quanto si evince da quest’intervista,<br />
la collana Zoom sembra essere solo<br />
la prima dimostrazione di un nuovo modo di<br />
concepire il “mestiere” di editore.<br />
Speechless: Benvenuto su Speechless,<br />
Fabio. Ti va di presentarti ai nostri lettori?<br />
Qual è stato il percorso che ti ha portato a divertare<br />
editor per Feltrinelli Editore?<br />
Fabio di Pietro: Grazie a voi per l'ospitalità!<br />
Solitamente la strada per diventare<br />
editor passa per una solida esperienza<br />
redazionale. Io ho imboccato un sentiero<br />
laterale: dopo laurea in comunicazione, diploma<br />
in pianoforte e master in marketing, sono<br />
entrato in editoria tramite Mondadori, dove<br />
sono rimasto per otto anni. Nel 2010 sono fe-
Fabio di Pietro<br />
licemente approdato in Feltrinelli, dove sono<br />
responsabile della collana di tascabili Universale<br />
Economica e dei nuovi progetti di<br />
editoria digitale.<br />
S: Come è nato il progetto editoriale di<br />
Zoom e quali sono i presupposti su cui si<br />
basa?<br />
F: Zoom nasce dall’entusiasmo. Entusiasmo<br />
per le nuove frontiere che il digitale<br />
mette a disposizione di autori e editori, entusiasmo<br />
per il nuovo impulso che può dare alla<br />
forma breve, entusiasmo per le nuove occasioni<br />
di lettura nate grazie a eReader, tablet<br />
e smartphone. Abbiamo voluto fare i libri<br />
che finora non si potevano fare.<br />
S: Come avviene la selezione dei testi da<br />
pubblicare? Quali prodotti letterari vengono<br />
inseriti nella Collana?<br />
F: Ogni Zoom è una piccola opera d’arte<br />
compiuta in se stessa, così come lo è<br />
un valzer di Chopin. Per questo tutti i testi<br />
pubblicati all’interno di Zoom devono rispondere<br />
a un doppio criterio: essere di assoluta<br />
qualità e, allo stesso tempo, essere pienamente<br />
autonomi. Gli Zoom sono veri e<br />
propri libri, anche se piccoli. Quello che<br />
vogliamo è donare alla forma breve l’autonomia<br />
che finora, per i limiti ineludibili<br />
della filiera della carta, non ha potuto<br />
avere. È una sorta di guerra di indipendenza<br />
della forma breve, all'urlo di “mai più serva<br />
d'altri”, nè raccolta nè rivista. Nell'editoria<br />
digitale i testi brevi sono maturi per essere<br />
considerati libri e non tranci di libro.<br />
S: La collana è nata a dicembre 2011, quali<br />
sono stati i riscontri dei lettori?<br />
F: I riscontri sono stati entusiasmanti per<br />
noi! Abbiamo a lungo occupato completamente<br />
il podio della classifica generale ebook di<br />
Amazon. Su iTunes abbiamo occupato più<br />
volte il primo posto, con Saviano, Bukowski,<br />
De Luca e Benni. Su tutti gli altri store, da<br />
laFeltrinelli.it a Bookrepublic, passando<br />
per IBS e BOL, abbiamo avuto ottimi riscontri<br />
sia di vendite che, non meno importante,<br />
nei commenti dei lettori. Anche sul neonato<br />
store italiano di Google Play ci siamo subito<br />
ritrovati nelle prime posizioni. Insomma: non<br />
ci possiamo lamentare.<br />
S: Scegliere di pubblicare solo on-line alcuni<br />
titoli inediti non rischia di allontanare<br />
quella fetta di lettori, che rappresenta ancora<br />
la maggioranza, che non si vuole affidare agli<br />
e-book?<br />
F: Nel nostro caso no, nessun rischio. Perché<br />
gli inediti che abbiamo pubblicato (da Erri<br />
De Luca a Amos Oz, da Cristina Comencini<br />
a Stefano Benni, passando per nomi<br />
come Nicola Lagioia, Salvatore Niffoi,<br />
Benedetta Cibrario, Sandrone Dazieri...)<br />
sono opere particolari, pensate per sfruttare<br />
questo formato. Non c’è reale cannibalizzazione.<br />
In secondo luogo, la nostra scommessa<br />
riguarda anche il fatto che i lettori più forti e<br />
appassionati siano fra i più interessati a sperimentare<br />
la rivoluzione dell’ebook. Chi ama<br />
la lettura ama il libro ma ama, prima di<br />
ogni altra cosa, il testo. Il resto è collezionismo.<br />
49
S: Promuovete con Zoom "una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole". E<br />
sono proprio questi i pregi dell'ebook, che ormai in America, per fare un esempio scontato, raggiunge<br />
vendite elevatissime. Perché in Italia, nonostante l'incremento degli ultimi mesi, i lettori sono<br />
diffidenti verso questo nuovo mezzo di lettura?<br />
F: Più che di diffidenza parlerei di arretratezza tecnologica: tendenzialmente noi arriviamo sempre<br />
un po’ dopo al contatto di massa con innovazioni come l’ebook. Il bello però è che, quando partiamo,<br />
partiamo con decisione. L’Italia sul versante culturale tende sempre a essere conservatrice<br />
e legata al “buon profumo del passato”. Ma i segnali della crescita della lettura<br />
digitale iniziano già a vedersi. Senza contare che i dispositivi abilitati alla lettura di ebook si<br />
stanno diffondendo a macchia d’olio, e un dispositivo vuoto è un dispositivo triste… una volta che<br />
hai un lettore è difficile resistere alla tentazione di riempirlo di contenuti.<br />
S: All'interno della collana Zoom avete promosso il progetto di serializzazione Banduna. Perchè<br />
la scelta di un romanzo a puntate, figlio della tradizione del romanzo d'appendice, solo in formato<br />
digitale? Quali sono i pregi di questa scelta?<br />
F: Alessandro Mari aveva nel cuore questo progetto da tempo e Zoom ci è parsa l’occasione<br />
d’oro per passare all’azione. I vantaggi sono presto detti: distribuzione facilitata e indipendente.<br />
Non si è più legati, come nel passato, all’uscita del giornale che incorporava le<br />
puntate. La flessibilità della distribuzione digitale è perfetta per la serializzazione. Ci è<br />
piaciuto il contrasto che nasce dall’abbinare la rinascita di una forma antica come il feuilleton a una<br />
nuova possibilità tecnologica.<br />
S: Sveliamo alcuni retroscena. Come avviene la realizzazione di un romanzo a puntate in ebook?<br />
Avete in tenzione di riproporre un progetto simile?<br />
F: Una puntata dopo l’altra. Semplicemente. Alessandro sapeva da dove il viaggio sarebbe cominciato<br />
e quale sarebbe stato il più probabile traguardo, ma il percorso è nato settimana dopo settimana.<br />
Una scrittura live nel senso più pieno del termine. Sul sito dedicato al progetto, banduna.feltrinelli.it,<br />
l’autore ha dialogato dal primo momento con i lettori, ascoltando le loro voci e<br />
interagendo con loro, tastando il polso della narrazione direttamente dalle braccia che giravano le<br />
pagine, per così dire. Ed essendo lo straordinario talento (e il narratore generoso) che è, la fluvialità<br />
del racconto ne è stata ulteriormente irrobustita. Se ci riproveremo? Ci abbiamo già<br />
riprovato, in un certo senso. Recentemente abbiamo infatti pubblicato un<br />
altro magnifico testo “a puntate”, La vita moderna è rumenta<br />
di Marco Drago, un'esplorazione letteraria e antropologica<br />
dell'Italia di provincia e di campagna – scritta da<br />
chi ne è figlio. Un'Italia che sembra non esserci<br />
più, ma c'è ancora eccome.<br />
S: In generale come mai i costi del formato<br />
digitale, che si affianca all'uscita del<br />
cartaceo, rimangono sorprendentemente<br />
alti? Per la riduzione del prezzo, potrebbe<br />
aiutare la riduzione dell'iva come è<br />
successo in Francia (attualmente l'iva<br />
sull'ebook in Francia è al 7% contro il 21%<br />
nel bel paese)?<br />
50
editoria<br />
F: Troppo spesso si pensa che il grosso del costo dei libri sia dovuto alla stampa e alla carta.<br />
Non è così. O meglio, è così solo in parte. Buona parte del costo finale è dovuto al lavoro di tutte le<br />
persone che contribuiscono con la loro professionalità alla buona riuscita del libro: editor, redattori,<br />
correttori di bozze, grafici… Insomma l’ebook elimina una parte di costi (stampa, distribuzione e<br />
stoccaggio), ma se si vuole avere un prodotto di qualità non si può fare a meno del lavoro<br />
e della professionalità di molte persone. Detto questo, l'IVA al 21% sugli eBook è ormai grottesca:<br />
è finita da un pezzo l'epoca in cui potevamo permetterci il lusso di distinguere fra “digitale”<br />
e “culturale”, i libri devono avere tutti lo stesso livello di tassazione, a prescindere dalla forma in cui<br />
si incarnano. Speriamo in un adeguamento in tempi ragionevoli.<br />
S: Nel dicembre del 2011 Amazon ha distribuito anche in Italia il Kindle a un prezzo decisamente<br />
competitivo. In che mondo il suo arrivo in Italia ha influenzato le vendite del vostro catalogo e-book?<br />
F: Le ha accelerate, sicuramente. In particolare sul versante Zoom. Amazon è un retailer straordinario,<br />
vivace e attentissimo alle novità. Certo, allo stesso tempo può essere anche una minaccia<br />
per alcuni aspetti, in primis il quasi monopolio che, nei mercati dove è più forte, ha imposto grazie<br />
alla diffusione del Kindle, dispositivo basato su un sistema DRM proprietario. Ma se sono arrivati<br />
ai risultati attuali è grazie alla loro capacità innovativa. L’innovazione nel retail che loro portano<br />
avanti, unita all’innovazione nel publishing che è la nostra bandiera, possono fare<br />
grandi cose insieme.<br />
S: L'avvento degli ebook potrà aiutare ad incrementare il numero di lettori – davvero esiguo in<br />
Italia – e magari avvicinare anche i giovani alla lettura?<br />
F: Sicuramente ci contiamo. I giovani leggono più di quanto non pensiamo. Il punto è che<br />
non sempre leggono libri: leggono blog, social network, articoli trovati in rete, magari visualizzandoli<br />
grazie a Flipboard, Zite, Currents o Google Reader. La convergenza digitale – sperabilmente<br />
attorno a formati condivisi e aperti – credo possa essere un potentissimo incentivo alla<br />
lettura e alla scoperta di nuovi autori, nuovi testi, nuove conoscenze.<br />
S: Quale sarà il futuro degli e-book nell'editoria italiana e quali saranno le tendenze di mercato<br />
a tuo parere? L'ebook soppianterà definitivamente il cartaceo o questi due supporti di lettura "conviveranno<br />
felicemente"?<br />
F: L’ebook probabilmente soppianterà la carta in alcuni, specifici settori.<br />
Che, guarda caso, sono quelli dove i vantaggi specifici<br />
della carta si sentono meno e si sentono invece moltissimo<br />
tutti i limiti di questo formato. L’ebook si diffonderà<br />
maggiormente anche in Italia, non ci sono<br />
dubbi, affiancandosi alla carta – in fondo carta e<br />
tablet hanno punti di forza (e spesso occasioni<br />
d’uso) differenti. Tuttavia, un formato non<br />
sopravvive per secoli se non possiede molte<br />
frecce al proprio arco: la carta è qui<br />
per restare e non ha bisogno di avvocati,<br />
si difende benissimo da sola.<br />
51
Letteratura<br />
La ricerca della maternità:<br />
LE DIFETTOSE<br />
di eLisaBetta ossiMoro<br />
Ci sono libri che ti chiamano dagli scaffali<br />
con le loro copertine ruffiane, si lasciano divorare<br />
e in pochi giorni scompaiono dalla mente, con la<br />
stessa fulminea rapidità con cui vi erano entrati.<br />
Poi ci sono libri che ti colpiscono alle spalle,<br />
con le loro copertine evocative, con la loro trama<br />
scarna e dura, che ti conquistano palmo a palmo,<br />
frase dopo frase, fino a spingerti verso il fondo,<br />
cui arrivi quasi senza accorgertene, alla fine di un<br />
viaggio interiore che, ineffabilmente, è diventato<br />
anche il tuo.<br />
Le difettose è uno di questi.<br />
La storia di Carla, latinista e docente universitaria,<br />
che alle soglie dei quaranta combatte<br />
la sua natura recalcitrante per avere un figlio, per<br />
afferrare e fare proprio il miracolo della vita, ti<br />
entra dentro, ti scava voragini, anche se, come<br />
me, hai 25 anni e vedi la maternità come un’ipotesi<br />
nebulosa e remota, finanche un pochino demodé.<br />
Sì, perché questo libro ci insegna che il<br />
desiderio di maternità ci trafigge quando<br />
meno ce lo aspettiamo, quando crediamo di<br />
essere diventate delle donne autonome e compiute<br />
che hanno rifiutato orgogliosamente il cliché<br />
che indica nel matrimonio e nella procreazione<br />
le sole occasioni di realizzazione femminile. Sì,<br />
questo desiderio trafigge, e se non trova una sua<br />
risoluzione “naturale”, si può tentare una strada<br />
alternativa, che dirotta il luogo della procreazione,<br />
come scrive Eleonora, dai letti caldi d’amore,<br />
tra i sentori dell’orgasmo, lenzuola sfatte e luci<br />
soffuse alle pratiche della Pma (Procreazione<br />
52<br />
di Eleonora Mazzoni<br />
INTERVISTA
53<br />
Medicalmente Assistita): formaldeide,<br />
neon, prelievi, iniezioni, medicinali,<br />
anestesie, bisturi, provette.<br />
Le difettose è un romanzo che<br />
ci accompagna nella vita di Carla,<br />
che ha preso un anno di congedo<br />
dall’Università e muove passi sofferti<br />
sulla strada di una maternità<br />
inseguita con una determinazione<br />
che, piano piano, si trasforma in nevrosi<br />
ossessiva, che arriva a compromettere<br />
i fondamenti più profondi<br />
del suo essere: nel suo cammino la<br />
accompagnano il compagno Marco,<br />
un uomo solido e concreto che tuttavia,<br />
inevitabilmente, non riesce<br />
a comprendere fino in fondo il suo<br />
calvario, la compagna di tentativi di<br />
“incicognamento” Katia — precoce<br />
e spumeggiante aspirante madre<br />
—, il suo lunatico tesista Lucio, la<br />
madre orgogliosa e poco affettuosa<br />
– con cui Carla ha un rapporto<br />
problematico e a tratti conflittuale<br />
– e il ricordo dell’amatissima nonna<br />
Rina. Ma anche una lunga sfilata di<br />
esperti o sedicenti tali, ginecologi,<br />
chiropratici, naturopati, professionisti<br />
di medicina alternativa, perché<br />
quando l’obiettivo è avere un figlio,<br />
ogni strada può essere quella buona.<br />
E soprattutto le altre “difettose”,<br />
le cui storie trapuntano il romanzo,<br />
che passano e vanno, lasciandoci<br />
giusto un coriandolo volante delle<br />
loro storie, una parola di sfida, di<br />
impegno o di rassegnazione: sono<br />
le voci incontrate da Carla nelle sale<br />
d’attesa “reali” degli ospedali, ma<br />
anche nelle sale d’attesa “virtuali”<br />
che sono i forum, dove le aspiranti<br />
mamme si incontrano per raccontarsi<br />
comuni esperienze di vita (Cub<br />
– acronimo per Cerco Un Bimbo).<br />
Il romanzo racconta, con uno<br />
stile evocativo e profondamente puntuale,<br />
la parabola interiore di Carla<br />
che, metaforicamente ma anche<br />
clinicamente, cerca la vita e trova in<br />
essa la morte, per poi tornare in vita.<br />
Un’opera prima che colpisce per la<br />
bellezza dello stile, che non inficia<br />
sulla sua immediatezza, e per la sincerità<br />
della storia che vi è narrata, in<br />
cui tutti, ma proprio tutti, non possono<br />
che sentirsi coinvolti.<br />
E oggi noi di Speechless abbiamo<br />
l’onore di avere con noi l’autrice<br />
di questo gioiellino di vita e bella<br />
scrittura: Eleonora Mazzoni, nata<br />
a Forlì e residente a Roma, è laureata<br />
in Lettere Moderne e diplomata<br />
alla Scuola di Teatro; di professione<br />
è attrice di teatro, cinema e fiction<br />
televisive. Io, lo confesso, la ricordo<br />
con grande affetto per il ruolo di<br />
Margherita Maffei, una donna forte<br />
e tormentata, che interpretava con<br />
grande intensità nella serie televisiva<br />
Elisa di Rivombrosa. Eleonora è<br />
madre di due gemelli concepiti in<br />
provetta.<br />
Speechless: Carissima Eleonora,<br />
benvenuta su Speechless e<br />
grazie per averci accordato questa<br />
intervista. Si dice spesso che scrivere<br />
e pubblicare un romanzo sia un autentico<br />
“parto”, ma per la prima volta<br />
mi trovo a colloquiare con un’autrice<br />
per cui il motore propulsivo che<br />
l’ha portata verso la scrittura è stato<br />
un “parto biologico”, inseguito e<br />
infine raggiunto. Raccontaci dell’intersezione<br />
tra il parto biologico e il<br />
parto letterario: quando e come dalla<br />
tua esperienza di vita è nato il desiderio<br />
di mettere per iscritto e poi<br />
di pubblicare la storia di una ricerca<br />
di maternità?<br />
Eleonora: Diciamo che l'in-<br />
tersezione è avvenuta in medias res.<br />
Ancora non sapevo come sarebbe<br />
finita la mia ricerca di un figlio ma<br />
ero già ben avviata per la strada<br />
delle fecondazioni artificiali, abbastanza<br />
per avere maturato anche<br />
un certo indispensabile distacco.<br />
Per sollecitare la memoria emotiva<br />
dell'attore, Strasberg suggeriva di<br />
usare solo ricordi che avessero almeno<br />
7 anni, cioè non evanescenti<br />
e ben sedimentati. Anche se per me<br />
ne erano passati solo la metà, sentivo<br />
che quella materia era entrata<br />
nelle mie fibre così profondamente<br />
da poter essere utilizzata con una<br />
certa disinvoltura e senza paura che<br />
mi sfuggisse dalle mani. In più mi<br />
sembrava una materia molto interessante<br />
da raccontare. Come se mi<br />
fosse capitato di aprire una porta su<br />
un mondo fino a quel momento sconosciuto,<br />
eppure reale, anzi realissimo,<br />
sommerso ma vivo, poliedrico e<br />
sfaccettato, che mi chiedeva di venire<br />
a galla. E che mi permetteva di indagare<br />
temi importanti: i desideri<br />
che non si realizzano, il nostro<br />
rapporto con il destino e con il<br />
tempo, la potenza e il mistero<br />
della vita e della morte. Poi inconsciamente<br />
sentivo che il parto<br />
letterario poteva essere un modo<br />
per surrogare quello biologico che<br />
faticava ad arrivare.<br />
SL: La tua protagonista, Carla,<br />
è una docente di letteratura latina,<br />
che vive di latinità e ha in Seneca<br />
un maestro di vita che riesce a confortarla<br />
nei momenti di maggiore<br />
afflizione, meglio di un fratello. Credi<br />
che i classici e, in generale, la letteratura<br />
riesca a rendere più lieve e<br />
consapevole la nostra vita? Come riesce<br />
Seneca ad aiutare Carla e come
Letteratura<br />
e quali sono stati i libri che hanno aiutato te<br />
nel corso della tua vita, magari fornendoti risposte<br />
inaspettate?<br />
EM: Credo che la letteratura e forse<br />
in genere la cultura debba “servire” la vita.<br />
Mi è sempre capitato, anche quando ero molto<br />
giovane, di innamorarmi degli scrittori che mi<br />
piacevano. Mi appassionavo talmente tanto da<br />
immaginare di uscire, parlare, viaggiare con<br />
loro, come se fossero miei fidanzati. All'inizio<br />
del romanzo Seneca è per Carla solo l'autore<br />
preferito. Mano a mano che va avanti le sue<br />
parole cominciano a risuonarle in maniera diversa,<br />
fino a contaminare la sua quotidianità.<br />
Al punto da cambiare, ad esempio, il rapporto<br />
con Lucio, il suo studente del cuore. Rapporto<br />
che da scontato e meccanico, quasi asettico,<br />
seppur venato di sensualità, visto che Carla è<br />
convinta che lui abbia un debole per lei, diventa<br />
reale. Il dolore che Carla prova ingravida le<br />
parole e pulisce il suo sguardo. E finalmente<br />
vede Lucio per quello che è, non più solo una<br />
proiezione dei suoi bisogni. Capendo che “non<br />
basta mai ripetere, sia pure in modo sapiente,<br />
la lezione”. Come a Carla, anche a me “da<br />
bambina i libri mi hanno salvata dalla<br />
noia e, quando nell'adolescenza l'angoscia<br />
era una condizione abituale, dalla<br />
disperazione”. Sono stati un conforto, la possibilità<br />
di capirci qualcosa, dentro e fuori di me,<br />
di amplificare la vita. E di sentirmi meno sola.<br />
Elencare i libri importanti sarebbe impossibile.<br />
Ne cito solo qualcuno. “Piccole donne” nell'infanzia.<br />
Moravia e “I promessi sposi” nell'adolescenza,<br />
Dostoevskij e Montale al liceo. La letteratura<br />
francese dell'800 all'Università, Genet,<br />
Stanislavskij, e “Il cinema secondo Hitchcock” di<br />
Truffaut nel mio periodo attoriale, la letteratura<br />
americana degli ultimi 20 anni ora.<br />
S: Uno dei temi dominanti di Le difettose<br />
è la “tardività” con cui esplode il<br />
desiderio di maternità: è innegabile che<br />
nella nostra società le donne (ma anche gli uomini)<br />
si affaccino alla volontà di costruirsi una<br />
famiglia sempre più tardi. Per chi intraprende<br />
studi universitari è anche peggio, perché, dopo<br />
tanti anni di studio, il mondo del lavoro tende<br />
a bloccare i giovani in un precariato sempre più<br />
lungo, inibendo la loro volontà di fare progetti<br />
a lungo termine. Non parliamo poi di chi, come<br />
Carla, intraprende la strada della carriera universitaria.<br />
Secondo te in che misura, dunque,<br />
l’attuale situazione di precarietà lavorativa influisce<br />
sulla dilazione del desiderio di costruirsi<br />
una famiglia? E quanto, invece, può essere collegata<br />
alla “precarietà emotiva” e quindi alla<br />
sempre più attuale e diffusa “liquidità” delle<br />
relazioni sentimentali?<br />
EM: La precarietà lavorativa fa vivere<br />
una continua ansia, un senso di insufficienza<br />
per ciò che potremmo e vorremmo fare e non<br />
riusciamo. In questa “non riuscita” mette radici<br />
la mancanza di valore che ci attribuiamo. È<br />
come se la società sfrenasse le ambizioni e ti<br />
costringesse, con il dilagare della tecnologia, a<br />
un continuo confronto con il mondo intero (un<br />
confronto in cui risultiamo sempre in difetto,<br />
visto che ci saranno sempre moltissime persone<br />
che hanno fatto più di noi) ma non avesse<br />
cure per le inevitabili frustrazioni. Questo<br />
sentimento di perenne insoddisfazione<br />
facilmente si travasa nei rapporti, diventando<br />
precarietà emotiva, incapacità di<br />
costruire. C'è anche un terzo elemento. Siamo<br />
pionieri di una ridefinizione delle relazioni<br />
familiari. La famiglia borghese, centrale anche<br />
nella nostra cultura cattolica, non affascina<br />
più. Non è percepita come il traguardo che si<br />
vorrebbe raggiungere. In Italia ci si sposa ormai<br />
molto meno che in Europa ma si divorzia<br />
con la stessa percentuale degli altri paesi. In<br />
più siamo i primi nella lista per quanto riguarda<br />
la violenza e gli omicidi all'interno delle<br />
mura domestiche (non solo il marito che ammazza<br />
la moglie ma la moglie che ammazza<br />
i figli o i figli che ammazzano i genitori). Non<br />
so dare risposte. Ma sicuramente un modello<br />
che fino a 35 anni fa ancora funzionava ora ha<br />
messo delle crepe.<br />
S: Parliamo di Carla e del rapporto con le<br />
54
55<br />
donne della sua famiglia: con sua madre ha un<br />
legame problematico, perché alla grande stima<br />
reciproca è sempre stata contestuale una<br />
sofferta carenza d’affetto. Con la nonna Rina,<br />
invece, è costante una profonda connessione<br />
di spirito e una forte condivisione d’intenti,<br />
fin da quando Carla quindicenne fu da lei accompagnata<br />
ad abortire, dopo essere rimasta<br />
inavvertitamente incinta del fidanzatino. In<br />
che modo la tua protagonista fa propri gli insegnamenti<br />
delle donne della sua famiglia? In<br />
particolare, quanto è necessario fare pace con<br />
il proprio passato per accogliere con serenità il<br />
futuro?<br />
EM: Secondo me è fondamentale<br />
un'accettazione attiva del proprio passato.<br />
Carla ha un rapporto di madre-figlia con<br />
la nonna, perché la nonna, dopo essere stata,<br />
a causa della depressione, una cattiva madre<br />
con sua figlia, la madre di Carla, ad un certo<br />
punto, grazie all'amore di un uomo, è rinata<br />
(“Lei diceva che ogni persona nasce due volte.<br />
Quando trova il suo posto nel mondo è la<br />
nascita più vera”) e solo a quel punto è diventata<br />
genitrice. Madre si diventa. Non si è.<br />
È un'operazione culturale, non un frutto<br />
della natura. Anche Carla alla fine, aldilà del<br />
figlio che non arriva, diventa genitrice. Di sua<br />
madre, di cui capisce il dolore e i conformismi<br />
che l'hanno ingabbiata. Dei suoi studenti. Di se<br />
stessa. E capisce le ricette di sua nonna Rina,<br />
ad esempio quel suo “ci vuole un pizzico di ambizione,<br />
un pizzico di allegria e uno di pigrizia”.<br />
Vuole dire che il principio che trasforma, corregge<br />
e migliora le cose deve essere miscelato<br />
con quello che le accoglie e le accetta.<br />
S: Il desiderio di maternità rischia pericolosamente<br />
di condurre Carla verso l’autodistruzione<br />
e mina, oltre che la sua stabilità fisica<br />
ed emotiva, anche quella della relazione con<br />
il compagno Marco. Fino a che punto ci si può<br />
spingere? Qual è il momento in cui, appunto, ci<br />
si accorge che combattere per avere un figlio e<br />
vivere in funzione di questo desiderio può dare<br />
dipendenza e compromettere tutto ciò che si è<br />
faticosamente conquistato?<br />
EM: Ci si può spingere fino a perdersi. Te<br />
ne accorgi perché il desiderio scava un vuoto.<br />
Niente ha più sapore. Interesse. A volte è più<br />
evidente. Ho parlato con donne che hanno vissuto<br />
una vera e propria disperazione. Anch'io<br />
l'ho provata. Addirittura nasce l'idea del suicidio.<br />
Dentro a quel fallimento (così primordiale)<br />
è come se convogliassero tutti gli altri<br />
fallimenti della nostra vita, e fossero capaci<br />
di risucchiarci in una terra desolata, dove si rinuncia<br />
alla lotta e non ci sono più né scopi né<br />
direzioni.<br />
S: Immagina di dialogare a tu per tu con<br />
un’aspirante madre che, a seguito di tanti tentativi<br />
“naturali” di avere un figlio, comincia a<br />
prendere in considerazione la Pma: che cosa le<br />
consiglieresti? Quali sono i primi passi di questo<br />
viaggio? E soprattutto: quali sono le parole<br />
che avresti voluto sentire quando hai cominciato?<br />
EM: Le direi di trovarsi delle compagne<br />
di viaggio. Siamo tante. Tantissime. Sapere<br />
questo rende meno sole. Le consiglierei di stare<br />
ancorata al presente e di partire da quello<br />
che ha. Il rapporto col compagno, ad esempio.<br />
La scienza può aiutarti molto ma non garantisce<br />
i risultati. Occorre saperlo. Occorre prepararsi,<br />
come suggeriva Seneca. Io consiglierei<br />
anche una psicoterapia. In molti centri ormai è<br />
prevista. Comunicare è il primo modo per non<br />
subire la realtà, per scrollarsi di dosso la vergogna<br />
e i giudizi altrui, per dare più valore al percorso<br />
che ai risultati. Sapendo che un figlio<br />
non cambia mai nulla, perché è dentro di<br />
noi il campo di battaglia.<br />
S: Nel tuo libro ci sono continui riferimenti<br />
alla situazione italiana relativa alla Pma,<br />
specie se messa a confronto con gli altri paesi<br />
europei: in che cosa sarebbe sperabile che<br />
l’Italia si aprisse? Che cosa si può fare all’estero<br />
che, invece, in Italia non è consentito?<br />
EM: La nostra legge 40 sulla procrea-
Letteratura<br />
zione medicalmente assistita è la più<br />
restrittiva al mondo. Molto meglio la<br />
Turchia. O addirittura l'Irlanda (dove<br />
non si può nemmeno abortire). Io<br />
credo che vietare non serva. Se<br />
non a discriminare chi non ha soldi.<br />
Chi ce li ha, aggira la legge andando<br />
all'estero. Per fare l'eterologa,<br />
ad esempio. O crioconservare gli<br />
embrioni e fare la diagnosi preimpianto<br />
(anche se negli ultimi 2<br />
anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti<br />
in Corte Costituzionale, queste due<br />
pratiche sono permesse anche in Italia,<br />
a discrezione del medico). Credo<br />
che per una cosa così intima come<br />
il voler diventare genitori lo stato<br />
non possa dettare regole ferree. Ci<br />
deve essere una normativa (tutti i<br />
paesi ce l'hanno, anche la progressista<br />
Spagna che ci ha lasciato, per<br />
ora, Zapatero) ma una rigidità come<br />
abbiamo noi proprio no, è inaccettabile,<br />
è quasi ottusa. Alcuni tirano<br />
fuori lo spauracchio dell'eugenetica<br />
o delle mamme-nonne. A parte che<br />
se una coppia ha una patologia grave<br />
che potrebbe trasmettere ai figli,<br />
rischiando di farli morire pochi anni<br />
dopo averli fatti nascere, mi sembra<br />
crudele non utilizzare le opportunità<br />
della scienza. Non si cercano figli<br />
perfetti, solo figli sani. Non c'è<br />
nulla di male, mi pare. Per quanto<br />
riguarda le mamme sessantenni, in<br />
6 anni di ricerca di un figlio, avendo<br />
incontrato nella vita e in chat migliaia<br />
di donne, non ne ho conosciuta<br />
neppure mezza. Sono casi marginali,<br />
come in natura la cinquantanovenne<br />
russa che un anno fa ha naturalmente<br />
partorito un bimbo. Piuttosto<br />
occorrerebbe allenare la coscienza.<br />
Per capire cosa fare e cosa no, cosa<br />
si desidera veramente, fino a che<br />
56<br />
punto conviene spingersi. Ma con<br />
uno sguardo umano, rispettoso<br />
della vita ma totalmente laico<br />
e antropocentrico come quello di<br />
Seneca. Per questo ho scelto proprio<br />
lui. Flaubert diceva: “Quando gli dèi<br />
non c’erano più e Cristo non ancora,<br />
tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato<br />
un momento unico in cui è esistito<br />
l’uomo, solo”. Seneca rappresenta<br />
proprio quel periodo e quella condizione.<br />
S: Ora una panoramica sul<br />
“parto letterario”: com’è stato il percorso<br />
che ha portato il dattiloscritto<br />
di Le difettose dal tuo computer alle<br />
scrivanie di Einaudi? Com’è stato<br />
confrontarsi da subito con una grande<br />
e importante casa editrice? Come<br />
si è svolto il lavoro di editing e revisione<br />
del tuo testo? E, più in generale,<br />
come stai vivendo l’esperienza<br />
della pubblicazione?<br />
EM: E' stato tutto semplice<br />
e pieno di fortuna. La dea mi ha<br />
messo i bastoni tra le ruote per<br />
diventare madre ma mi ha spianato<br />
la strada come scrittrice. Ci<br />
ho visto una specie di compensazione.<br />
Appena finito di scrivere la<br />
prima versione accettabile (era più o<br />
meno la mia terza), ho fatto contemporaneamente<br />
2 cose. Ho trovato<br />
su internet la mail di un'importante<br />
agente. Le ho inviato la sinossi. Lei si<br />
è mostrata interessata e mi ha chiesto<br />
il manoscritto. Nello stesso tempo<br />
il mio più caro amico, uno sceneggiatore,<br />
ha fatto leggere 2 capitoli a<br />
una sua amica scrittrice, Mariolina<br />
Venezia. Lei si è appassionata e mi ha<br />
chiesto il resto. Dopo 20 giorni mi ha<br />
contattato Daniela Bernabò per dirmi<br />
che mi prendeva in scuderia. Qualche<br />
giorno dopo Dalia Oggero dell'Ei-<br />
naudi, che aveva avuto il libro da<br />
Mariolina. Non ci potevo credere: 2 sì<br />
prestigiosi senza aver praticamente<br />
fatto nulla. Il rapporto con l'Einaudi è<br />
stato disinvolto e sereno. Tranquillo.<br />
A parte il giorno che sono salita a Torino<br />
per conoscere Dalia e Paola Gallo<br />
e davanti alla stanza del mercoledì<br />
(dove si riunivano Ginzburg, Pavese,<br />
Calvino, Vittorini) volevo svenire. Anche<br />
il lavoro di editing è stato breve<br />
e leggero. Non ho vissuto quello che<br />
a volte si sente dire: “Hanno stravolto<br />
il romanzo”. No. Strutturalmente<br />
non è stato toccato nulla. C'è stata<br />
solo un'asciugatura. Piccoli tagli, direi<br />
(qualche frase, qualche parola).<br />
La pubblicazione è stata emozionante.<br />
Come un debutto teatrale. Sei lì<br />
sul palco, con tutti quegli occhi che<br />
intravedi e che ti guardano. Temevo<br />
che, vista la quantità di libri che<br />
esce ogni settimana, non avrei avuto<br />
la minima attenzione, invece per<br />
essere un'esordiente non mi posso<br />
lamentare.<br />
S: Sei una scrittrice esordiente,<br />
hai una formazione letteraria, ma<br />
nasci attrice: ti piacerebbe che Le difettose<br />
diventasse un film? E saresti<br />
disposta a dare il tuo volto a Carla<br />
sullo schermo, se ne avessi la possibilità?<br />
EM: Il romanzo potrebbe<br />
diventare un film, dal momento<br />
che sono già stati opzionati i<br />
diritti cinematografici. Io però<br />
non voglio interpretare Carla.<br />
Sarebbe un'occasione ghiotta. In Italia<br />
non ci sono ruoli da quarantenne<br />
così belli. Ma no. Odio la dismisura.<br />
Sarebbe troppo. Lavorerò di sicuro<br />
alla sceneggiatura e alla composizione<br />
del cast. Ma resterò dietro.
Letteratura<br />
SPECIALE<br />
un metodo pericoloso:<br />
saBina sPieLrein<br />
e il femminile rimosso della civiltà<br />
“Ogni uomo<br />
porta in sé<br />
la forma intera<br />
dell ’umana<br />
condizione”<br />
Michel de Montaigne 1<br />
di Leni reMedios<br />
Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso<br />
Istituto di Psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti.<br />
Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano<br />
Aldo Carotenuto.<br />
Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre<br />
soggetti: il padre della Psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in<br />
seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria, e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed<br />
autrice del diario.<br />
Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche<br />
dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno<br />
di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una<br />
lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, “Un metodo<br />
pericoloso”, rappresenta solo l’ultima appendice.<br />
Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein — dimenticata, rimossa, incompresa<br />
— emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato<br />
così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.<br />
Sabina Spielrein è il perturbante<br />
2 della storia della psicoanalisi.<br />
Il primo dei lavori a lei dedicato è<br />
naturalmente il libro di Carotenuto Diario<br />
di una segreta simmetria. Sabina Spielrein<br />
tra Jung e Freud: uscito nel 1980 e<br />
presto tradotto in numerose lingue. Esso<br />
contiene le lettere scambiate fra i tre 3 ,<br />
quanto ritrovato del diario ed ovviamente<br />
la propria visione critica dell’intera vicenda.<br />
Fondamentalmente su questo testo si<br />
basa il film di Roberto Faenza “Prendimi<br />
l’anima”, uscito nel 2002.<br />
Ma chi era Sabina Spielrein? E<br />
la sua testimonianza parla a noi, uomini<br />
e donne della civiltà contemporanea? A<br />
malincuore essa rimane per i più “l’amante<br />
di Jung”.<br />
58
59<br />
"Prendimi l'anima'<br />
Aldo Carotenuto riporta con profondo<br />
rammarico come la principale preoccupazione<br />
del pubblico, ad ogni sua presentazione del libro,<br />
fosse se Jung e la Spielrein avessero<br />
avuto rapporti sessuali. Intendiamoci: quello a<br />
cui si rivolgeva Carotenuto non era un pubblico<br />
generico, egli si rivolgeva ad intellettuali, principalmente<br />
psicologi e psicanalisti. ”Dobbiamo<br />
domandarci perché gli analisti sembrano<br />
ossessionati da questo punto che delle<br />
volte sembra essere non un problema, ma<br />
il problema per eccellenza 4 ”. Non è questo<br />
il punto, dice Carotenuto. E infatti l’eventualità<br />
non avrebbe aggiunto o tolto nulla ad un rapporto<br />
che di sicuro aveva la dimensione totalizzante<br />
dei grandi amori, in cui le due personalità erano<br />
in una simbiosi animica sorprendente. Senza<br />
contare che da un pubblico di intellettuali ci si<br />
aspetta di indagare a fondo sulle ripercussioni<br />
teoriche che una personalità come Spielrein<br />
abbia avuto sui fondatori rispettivamente della<br />
psicoanalisi e della psicologia analitica. Delle<br />
discipline in cui, lo puntualizzo per il lettore non<br />
avvezzo a certi temi, sussiste un corto circuito<br />
assente in tutte le altre scienze: il soggetto e<br />
l’oggetto dell’indagine sono lo stesso, è l’uomo<br />
che indaga l’uomo.<br />
Il film di Cronenberg – per inciso, non certo<br />
uno dei suoi migliori – prende spunto da un<br />
libro uscito nel 1993 A most dangerous method<br />
scritto da<br />
John Kerr, uno<br />
psicologo clinico<br />
americano. Christopher<br />
Hampton,<br />
sceneggiatore di<br />
Cronenberg, ne<br />
trasse una pièce<br />
teatrale che il regista<br />
canadese volle<br />
in seguito portare<br />
sul grande schermo.<br />
Il testo di<br />
Kerr, che appone<br />
al titolo una sottile<br />
differenza enfatica<br />
rispetto al<br />
film (“Un metodo molto pericoloso”, tratto da<br />
un’espressione di William James), parte dalla<br />
scoperta di Carotenuto per avventurarsi in una<br />
favolosa opera di contestualizzazione storica<br />
del materiale ritrovato, e già qui si rivela una<br />
differenza fondamentale fra il testo e il film: il<br />
lettore sappia che si tratta di due cose profondamente<br />
diverse e forse, nella leggera modifica<br />
del titolo, Cronenberg intende già manifestarlo.<br />
Il film prende il triangolo Jung-Spielrein-Freud<br />
e lo isola completamente dal<br />
contesto. I pochi altri personaggi che compaiono<br />
nella scena, come la moglie di Jung oppure<br />
Otto Gross, che mise seriamente in crisi Jung<br />
sulle proprie inclinazioni poligame, sono delle<br />
mere tangenti rispetto a quel che interessa della<br />
storia. Il testo di Kerr, al contrario, è corale:<br />
esso esamina tutti gli attori che hanno movimentato<br />
le scene di quegli anni fatidici per la<br />
storia delle dottrine psicologiche e, osiamo dire,<br />
per la storia della civiltà occidentale. Il pregio di<br />
questo testo risiede nel ricostruire dettagliatamente<br />
e scientificamente i fatti di quegli anni<br />
con la resa narrativa di un romanzo.<br />
Una delle scene chiave del film, che<br />
manifesta l’intento del regista, è quella<br />
in cui Freud sviene dinanzi a Jung (secondo<br />
svenimento, il primo avvenne alla vigilia del<br />
viaggio in America): qui Cronenberg sceglie di<br />
ambientare la scena alla fine di un imprecisato<br />
incontro fra studiosi, dove, nell’atto di raccogliere<br />
le proprie carte, tutti se ne vanno lasciando<br />
soli Freud e Jung a discutere. Potrebbero<br />
essere delle macchie indistinte ad andarsene,<br />
sarebbe la stessa cosa. Nella realtà si trattò<br />
di una riunione molto vivace che si tenne in un<br />
hotel di Monaco, dove tutti presero la parola,<br />
soprattutto in merito alla figura egizia del faraone<br />
Amenhotep, che secondo Freud covava
Letteratura<br />
desideri parricidi. Alla fine della discussione la<br />
tensione sfocia nello svenimento. Freud fece ovviamente<br />
di tutto, nell’occasione, per rimarcare<br />
l’ingratitudine del “figlio ed erede” Jung, sempre<br />
più orientato verso una propria nuova teoria;<br />
i dietro le quinte di questa riunione sono anche<br />
più interessanti al riguardo.<br />
Una metafora efficace per far capire la dinamica<br />
della storia di Sabina Spielrein all’interno<br />
di questa coralità, è quella del telaio: dobbiamo<br />
immaginare la Spielrein come la navetta<br />
che si muove fra le trame e gli orditi, ovvero<br />
fra i fili tenuti assieme dal telaio. Ogni trama<br />
ed ogni ordito – i singoli protagonisti – vengono<br />
accuratamente esaminati e sviluppati da Kerr.<br />
Non solo Freud e Jung: Bleuler, Forel, Flournoy,<br />
Riklin, Abraham e molti altri... tutti vengono in<br />
qualche modo solcati dalla navetta che li attraversa<br />
e che, fino alla fine degli anni ’70, sarà<br />
relegata nel buio, costringendo a lasciare una<br />
matassa di fili non del tutto decifrabile 5 .<br />
Moltissimi aspetti potrebbero essere esaminati<br />
nella storia (nelle storie) che Sabina Spielrein<br />
riporta nel suo diario. Di questi ne scelgo<br />
due, riassumendoli simbolicamente in due parole<br />
cariche di significato: silenzio e femminile.<br />
“Il silenzio che così a lungo ha atteso<br />
la sua storia è emblematico di un silenzio<br />
ancora più insidioso che gradualmente ha<br />
sorpreso la psicoanalisi durante questo<br />
tempo 6 ”.<br />
“...Sabina, pioniera della psicoanalisi,<br />
figura fino a poco tempo fa negata, rimossa<br />
o fraintesa... 7 ”<br />
Ed è proprio la parola “rimossa”, evocata<br />
da Lella Ravasi Bellocchio nel suo bel libro<br />
sulle madri, il termine più appropriato in merito<br />
alla figura di Sabina Spielrein, ma soprattutto in<br />
merito a quel che essa incarna e simboleggia.<br />
Sembra un paradosso per la psicoanalisi, no?<br />
Prima di avventurarmi nelle mie speculazioni<br />
vorrei richiamare l’attenzione del lettore,<br />
soprattutto di quello digiuno di nozioni psicoanalitiche<br />
e della contestualizzazione storica in<br />
cui esse nacquero, ricordando come la vicenda<br />
documentata da Kerr e ritratta da Cronenberg si<br />
svolga all’inizio del ventesimo secolo, un periodo<br />
in cui i rapporti e i costumi familiari in seno<br />
alla borghesia – in primis quelli matrimoniali –<br />
non sono molto dissimili da quelli descritti pochi<br />
decenni prima negli ottocenteschi romanzi di<br />
Thomas Hardy.<br />
Mi piace iniziare la mia riflessione sulla<br />
psicanalisi e il femminile prendendo in considerazione<br />
non certo le parole di una femminista<br />
militante, tutt’altro. Scrive Romano Màdera in<br />
relazione a Freud:<br />
“La femminilità, insieme all’infantile,<br />
all’arcaico, allo psicopatologico, designa<br />
il territorio, ancora non bonificato, che<br />
si estende oltre le dighe sullo Zuidersee: il<br />
mondo dell’inconscio. La metafora scelta da<br />
Freud per parlare dell’oscurità che la femminilità<br />
oppone alla ricerca psicoanalitica,<br />
il “continente nero”, condensa, ben al di là<br />
di una attenta disamina critica, il pregiudizio<br />
che accomuna l’intellettualià euroamericana<br />
maschile della prima metà del Novecento 8 ”.<br />
vincent cassel<br />
60
61<br />
Riporto inoltre<br />
le parole dello stesso<br />
John Kerr riguardo<br />
all’epoca in cui vivono<br />
i tre protragonisti principali:<br />
accanto ai lati<br />
oscuri, alle ipocrisie,<br />
alle falsità<br />
“Era parimenti un<br />
mondo di grandezza<br />
immaginata, di importanti destini che aspettavano<br />
di essere esauditi (...) Ovunque, dai caffè<br />
di Vienna ai club degli ufficiali dell’esercito del<br />
Kaiser, gli uomini immaginavano di poter diventare<br />
il prossimo Darwin o il prossimo Bismarck<br />
o il prossimo Nietzsche. Nell’avere il suo proprio<br />
destino eroico da esaudire, Spielrein era figlia<br />
del suo tempo. L’unica differenza era che era<br />
una donna9 ”.<br />
UNA RAGAZZA QUALUNQUE?<br />
Sabina Spielrein giunge dalla nativa<br />
Russia all’ospedale Burgözli di Zurigo, Svizzera,<br />
nell’agosto del 1904. È appena diciannovenne,<br />
ma è malata già da diversi anni. La diagnosi<br />
del medico che la prende in cura, Carl Gustav<br />
Jung, è di isteria psicotica. Nel giugno<br />
del 1905 viene dimessa, continuando la terapia<br />
da esterna. Vive da sola in un appartamento a<br />
Zurigo, in seguito all’iscrizione alla Facoltà di<br />
Medicina.<br />
Considerando i tempi lunghi della malattia<br />
e la sua gravità, la guarigione è stata straordinariamente<br />
veloce ed efficace: “L’avvenimento<br />
più significativo nella giovane vita della Spielrein<br />
fu che, qualsiasi cosa fosse avvenuta nel<br />
corso della terapia con Jung al Burghölzli, questa<br />
la guarì 10 "a dangerous Method'<br />
”.<br />
La malattia di Sabina affonda le sue<br />
radici nell’atteggiamento punitivo del padre,<br />
il quale usava percuoterle il sedere nudo<br />
(particolare che Jung censurerà nella sua lettera<br />
a Freud, dicendo che la ragazza fu traumatizzata<br />
nel vedere il fratello percosso). Ciò probabilmente<br />
ingenera strane fantasie anali nella ragazzina,<br />
la quale non può sedersi a tavola senza<br />
immaginare i familiari al tavolo con lei nell’atto<br />
di defecare. Cerca inoltre bizzarramente di stimolare<br />
e al contempo bloccare la propria defecazione<br />
rannicchiandosi e puntando il tallone<br />
sull’ano. In età adolescenziale non riuscirà più a<br />
guardare le persone negli occhi e la situazione<br />
si aggraverà con ripetuti atti masturbatori accompagnati<br />
da un pesante senso di colpa. Ma<br />
è degno di nota anche l’atteggiamento perverso<br />
di una madre anaffettiva, la quale, per<br />
di più, sfogò la propria rabbia verso il mondo<br />
maschile sulla figlia, entrando in competizione<br />
con i suoi corteggiatori e vietando nel modo più<br />
assoluto qualsiasi tipo di educazione sessuale,<br />
tanto da intervenire segretamente presso le autorità<br />
scolastiche russe per far evitare alla figlia<br />
la lezione di biologia sulla riproduzione umana.<br />
Sabina arriva quindi adulta a non sapere<br />
nulla della sessualità, e di questo particolare<br />
fondamentale, unito al rapporto malsano con<br />
la madre, non vi è sorprendentemente alcuna<br />
menzione nella diagnosi di Jung, né nelle sue<br />
lettere a Freud.<br />
L’altro dettaglio determinante è che<br />
Sabina è una ragazza colta: nella Russia<br />
dell’epoca l’emancipazione femminile era molto<br />
più all’avanguardia di alcuni paesi europei,<br />
permettendo alle donne di frequentare il liceo<br />
(anziché accontentarsi di un tutore privato) e di<br />
iscriversi all’università.<br />
Le pazienti del Burghölzli vengono da famiglie<br />
povere o della medio/bassa borghesia,<br />
hanno generalmente un’educazione minima. La<br />
paziente venuta dalla Russia è quindi molto più<br />
acculturata delle coetanee svizzere e oltre a ciò<br />
rivela fin da subito un’intelligenza e un’intuizio-
Letteratura<br />
ne non comuni. Insomma, si capisce subito che<br />
Sabina Spielrein non è una ragazza qualunque.<br />
Tanto che sarà lo stesso Jung ad incoraggiarla<br />
sulla strada della carriera scientifica<br />
come psicoanalista. Il giovane Jung, dunque,<br />
pensa bene di coinvolgere questa straordinaria<br />
paziente come assistente nei suoi esperimenti<br />
col reattivo verbale, in cui ha modo di verificare<br />
le teorie freudiane.<br />
Dopo la dimissione, Sabina continuerà<br />
la terapia con Jung, recandosi settimanalmente<br />
nel suo studio: probabilmente è<br />
lì che queste due sensibilità straordinarie<br />
entreranno in un più profondo rapporto<br />
animico, in cui non è improprio nominare<br />
la parola amore. In Sabina Spielrein Jung<br />
rintraccia molte parti di se stesso. E se, in alcuni<br />
suoi passaggi giovanili, si nota un certo<br />
atteggiamento e una posa<br />
di superiorità maschile verso<br />
la mente femminile più<br />
facilmente impressionabile,<br />
Kerr sottolinea quelli che<br />
erano i fantasmi di Jung: le<br />
fantasie anali di Spielrein<br />
erano ben poca cosa rispetto alle fantasie del<br />
giovanissimo Jung, in cui Dio defecava spudoratamente<br />
sul tetto della cattedrale di Basilea<br />
e un enorme fallo compariva all’interno di<br />
un’oscura caverna 11 . In entrambi vi è inoltre un<br />
forte anelito spirituale assolutamente collegato,<br />
non sganciato, alle immagini oscene scatenate<br />
dalla loro fantasia.<br />
Ma naturalmente il rapporto fra i due<br />
nasce sbilanciato, asimmetrico 12 : non bisogna<br />
dimenticare che, per quanto abbia<br />
avuto un’evoluzione, è pur sempre un rapporto<br />
medico-paziente, in cui il primo deve<br />
tenere saldamente in mano le redini e far<br />
sì che l’emotività e le dinamiche affettive<br />
del paziente non travolgano entrambi. Non<br />
è questo, però, che accadde e Jung decide di<br />
chiedere aiuto a colui che ha designato come<br />
padre e maestro: Sigmund Freud.<br />
LA MEDIAZIONE<br />
Jung chiede aiuto a Freud, ma in maniera<br />
62<br />
alquanto contorta: un po’ confessa e un po’ no,<br />
un po’ mente, un po’ omette e lo fa comunque<br />
molto tardi (la prima lettera è del 1906, la “quasi<br />
confessione” solo nel 1909!). Freud dal canto<br />
suo lascia capire che ha intuito la situazione, ma<br />
cerca di muoversi in maniera diplomatica, suggerendo<br />
alla Spielrein di lasciar perdere la faccenda<br />
per il bene di tutti: “le ho suggerito una<br />
dignitosa liquidazione, per cosí dire, endopsichica<br />
di tutta la faccenda 13 ” e soprattutto cerca di<br />
assolvere Jung il più possibile, adducendo la responsabilità<br />
del problema alle giovani pazienti:<br />
“la capacità di queste donne di mettere in moto<br />
come stimoli tutte le astuzie psichiche immaginabili,<br />
finché non abbiano raggiunto il loro scopo,<br />
costituisce uno dei più grandiosi spettacoli della<br />
natura 14 ”. Insomma, oltre alla relegazione del<br />
femminile nella sfera del primitivo, siamo<br />
alla mentalità della donna come Eva tentatrice.<br />
In questo frangente, prima della rottura,<br />
bisogna ricordarsi che il rapporto Freud-Jung si<br />
può scindere in due parti: una parte contrassegnata<br />
da una forte carica affettiva, dove i due si
compiacciono genuinamente dei ruoli di padre<br />
e figlio; e una parte schiettamente utilitarista.<br />
A Freud, Jung appare come l’erede ideale<br />
del suo impero teorico per una miriade di<br />
ragioni, si potrebbe dire brutalmente che<br />
Jung gli serva: non è ebreo, come tutti i suoi<br />
seguaci viennesi, e a Freud serve un psicanalista<br />
“ariano” che dia una più vasta risonanza alle<br />
sue teorie. Ed è geniale. Freud non ha una grande<br />
stima dei suoi seguaci viennesi: nello svizzero<br />
Jung, giovane, intraprendente e con una<br />
formidabile capacità intuitiva, vede una grande<br />
speranza, forse, viene azzardato, una proiezione<br />
di quel che avrebbe voluto essere da giovane.<br />
Da parte di Jung: è all’inizio della sua<br />
carriera e Freud gli serve per lanciarsi nel<br />
mondo scientifico. Le teorie freudiane da subito<br />
destano la sua sincera attenzione, tanto da<br />
applicarle in ambito clinico sui pazienti del Burghölzli.<br />
Ma Jung, come sottolineano sia Kerr sia<br />
Carotenuto, era consapevole sin dall’inizio delle<br />
proprie divergenze dal maestro, soprattutto<br />
sul concetto freudiano di libido, spiegato come<br />
sabina spielrein<br />
63<br />
mera energia sessuale, cosa che Jung considera<br />
fortemente riduttiva rispetto ad altre istanze<br />
dell’essere umano, legate al proprio destino e<br />
di natura spirituale. Un po’ per la sua propria<br />
confusione interiore (“Io ero pieno di dubbi! 15 ”),<br />
un po’ perché, appunto, Freud gli serve, persevera<br />
nel mantenere un atteggiamento di venerazione<br />
verso il maestro, a tratti sembra quasi<br />
servile: ogni volta che Freud lo redarguisce assume<br />
un atteggiamento remissivo, scusandosi<br />
e premurandosi di ribadire quanto il rimprovero<br />
sia stato per lui prezioso.<br />
Quindi c’è questa dinamica fra i due,<br />
che oscilla fra i contenziosi padre/figlio e<br />
il mantenimento dei rapporti diplomatici<br />
perché si servono l’uno dell’altro. Logico<br />
che un rapporto così non può essere genuino<br />
fino in fondo, schietto. Per quanto forte e viscerale<br />
avrà inevitabilmente<br />
dei coni d’ombra.<br />
Sabina Spielrein non<br />
si pone nessuno di questi<br />
problemi. Non si lascia raggirare<br />
dalle parole dei due<br />
psicanalisti, che cercano di<br />
“liquidare” il suo caso in maniera affrettata e<br />
maldestra. Certo: né Freud aveva bisogno di uno<br />
scandalo riguardante il suo erede designato, né<br />
tantomeno Jung aveva bisogno di rovinarsi una<br />
carriera appena iniziata.<br />
Il grosso errore che fanno Freud e<br />
Jung è quello di non aver mai smesso di<br />
considerare la Spielrein una paziente e di<br />
averne grossolanamente sottovalutato le<br />
doti intuitive.<br />
Sentiamo un po’ come redarguisce Freud<br />
ad un certo punto della vicenda: “Ma anche lei<br />
è astuto, Professore. (...) Si desidera però evitare<br />
un momento sgradevole, no? Neppure il grande<br />
‘Freud’ riesce sempre a rendersi conto delle Sue<br />
debolezze 16 ”<br />
Non è necessaria una laurea in psicologia<br />
per intuire l’effetto dell’ammonimento della studentessa<br />
Spielrein, giustamente impertinente e<br />
che punta dritto alla verità, su un uomo della<br />
statura di Freud: un uomo che considerava le
Letteratura<br />
donne alla stregua della dimensione primitiva,<br />
infantile, non del tutto sviluppata. La scossa<br />
deve essere arrivata pungente, anche perché<br />
si insinuava dritta dritta fra le pieghe di un assordante<br />
silenzio fra lui e Jung.<br />
E non sarà l’unica volta in cui Sabina Spielrein<br />
si dimostrerà molto più perspicace dei due.<br />
LA NON-CONVERSAZIONE<br />
John Kerr, con una efficace espressione,<br />
afferma che accanto alle lettere e al rapporto<br />
ufficiale, fra Freud e Jung si sviluppò negli<br />
anni una non-conversazione 17 . Il peso del nondetto<br />
verrà squisitamente rimosso fino<br />
all’estremo, quando si farà strada da sé e<br />
imploderà tragicamente nel frangente che<br />
porterà poi alla definitiva rottura fra i due.<br />
Uno dei non-detti riguarda direttamente<br />
lo scambio di lettere di cui sopra: solo anni<br />
dopo Freud darà quella “risposta mancata 18 ”,<br />
in Osservazioni sull’amore di traslazione del<br />
1914. Qui ammetterà la totale responsabilità<br />
dell’analista nel cadere in un eventuale errore,<br />
laddove prima, come si è visto, spostava tutto<br />
sulla “diabolicità della paziente che induce<br />
in tentazione l’analista, cercando di far leva sui<br />
nodi conflittuali e irrisolti 19 ”.<br />
È un non-detto che riguarda Jung molto<br />
da vicino e che permette a Freud di assolvere<br />
il suo “erede” per tutta la durata del loro idillio.<br />
Lo assolve in quello che fu senz’altro un errore<br />
umano commesso maldestramente, confuso<br />
dall’emotività, ma pur sempre un errore. Chiariamo<br />
una volta per tutte: lo sbaglio di Jung<br />
non fu certo quello di innamorarsi di Sabina<br />
Spielrein. Per quanto un analista debba evitare<br />
il più possibile il coinvolgimento emotivo, esso<br />
è un essere umano come gli altri, succede. Bisogna<br />
inoltre tener presente, come ben puntualizza<br />
Carotenuto, che gli analisti di quest’epoca<br />
(della psicoanalisi nel suo nascere) non erano<br />
sufficientemente preparati ad affrontare qualcosa<br />
di così potente come il transfert e soprattutto<br />
il contro-transfert, ovvero il coacervo di<br />
emozioni che il paziente proietta sul medico e,<br />
specularmente, i nodi emotivi irrisolti che il paziente<br />
può risvegliare a sua volta nell’analista.<br />
L ’ e r r o -<br />
re di Jung fu<br />
in come gestì<br />
questa sua vicenda<br />
emotiva<br />
in relazione al<br />
mondo esterno.<br />
Sono tanti gli<br />
episodi, in questo<br />
frangente, che<br />
ritraggono il giovane<br />
Jung comportarsi<br />
davvero in maniera poco onorevole.<br />
Bisogna ricordarsi che qui stiamo parlando di<br />
uno Jung trentenne, molto ambizioso e al contempo<br />
emotivamente instabile. Poco dopo la<br />
rottura con Freud e il distacco da Sabina Spielrein<br />
(due delle persone più importanti della sua<br />
vita!) avrà un tracollo psicologico che lo porterà<br />
ad affrontare per parecchi anni i suoi fantasmi<br />
interiori, la cosiddetta nekya20 .<br />
Ma un altro clamoroso non-detto riguarda<br />
molto da vicino Freud, e su questo la comunità<br />
scientifica degli psicoterapeuti e degli studiosi<br />
ha dimostrato una forte, incredibile resistenza.<br />
IL TRIANGOLO<br />
Nel 1957, durante un incontro in casa sua<br />
con il professore americano John Billinsky,<br />
Jung fa un’esternazione che sconvolge non poco<br />
la comunità psicanalitica: rivela di essere a conoscenza<br />
di un rapporto extra matrimoniale che<br />
Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con<br />
la cognata e segretaria, Minna Bernays. Successivamente<br />
parlerà di questo particolare ad<br />
altre due persone, guadagnandosi l’appellativo<br />
di “pettegolo”. Io non sono proprio di questo<br />
avviso. Una persona che si dica pettegola non<br />
aspetta certo cinquantanni prima di sbarazzarsi<br />
di un segreto. Jung si tiene dentro questa cosa<br />
per un periodo considerevole. Poi, finalmente,<br />
sbotta. È come se si fosse liberato da un peso.<br />
Ora può parlarne liberamente anche con altri21 sigmund Freud<br />
.<br />
Esaminiamo più da vicino la vicenda:<br />
nell’estate del 1909 Freud e Jung vengono invitati<br />
a tenere delle conferenze in America, dove<br />
troveranno ad accoglierli un pubblico entusia-<br />
64
sta. Ma la rottura<br />
si stava già consumando,<br />
come<br />
una ruggine che<br />
erode silenziosamente<br />
e inesorabilmente<br />
un<br />
pezzo di metallo.<br />
carl Jung<br />
Il seguente aneddoto<br />
rappresenta<br />
proprio il punto di<br />
rottura: durante il viaggio di andata Jung, Freud<br />
e Ferenczi si analizzano vicendevolmente i<br />
propri sogni. Freud racconta del suo sogno in<br />
cui compaiono lui, la moglie e la cognata. Jung<br />
chiede maggiori delucidazioni ma Freud si rifiuta,<br />
adducendo la giustificazione che ne avrebbe<br />
perso in autorità. Questo simboleggia per Jung<br />
l’inizio della fine: per lui è inconcepibile che la<br />
verità venga sacrificata nel nome di una autorità<br />
personale.<br />
Jung, che sapeva del triangolo amoroso<br />
di Freud dalla stessa Minna, in realtà si aspettò<br />
sempre una confessione, che avrebbe reso<br />
da una parte l’amicizia più genuina, dall’altra<br />
avrebbe contribuito a chiudere correttamente la<br />
cerniera fra biografia e teoria, così fondamentale<br />
in queste discipline (Jung ne farà una bandiera<br />
del suo impianto teorico, tanto che Màdera<br />
parla di mitobiografia). Sotto sotto forse si augurava<br />
che le sue mezze confessioni su Sabina<br />
Spielrein aiutassero a suscitare una confidenza<br />
dall’altra parte. Ma la confessione non arrivò<br />
mai.<br />
La cosa curiosa è il silenzio e l’imbarazzo<br />
degli studiosi quando Billinsky riportò le rivelazioni<br />
di Jung. C’è chi minimizzò la vicenda,<br />
sottolineando l’inutilità di questo dettaglio. Chi<br />
non ne accennò nemmeno nelle proprie pubblicazioni,<br />
pur occupandosi dettagliatamente della<br />
biografia di Freud. Per la cronaca: nemmeno nel<br />
film di Cronenberg si accenna sia pur minimamente<br />
a questo. Insomma: il mondo degli studiosi<br />
applicò fino in fondo quella preservazione<br />
dell’autorità che Freud aveva evocato come una<br />
65<br />
barriera nei confronti di Jung. Continuò anche<br />
in questo frangente a difendere la persona, non<br />
le idee 22 , portando avanti quel tragico dogmatismo<br />
che purtroppo contraddistinse in senso<br />
negativo la nascita della psicoanalisi e che le<br />
procurò dure e giuste critiche sin dalla sua nascita<br />
23 .<br />
Non bisogna dimenticare due cose: che<br />
l’amore per la verità non ha nulla a che vedere<br />
con la predisposizione al pettegolezzo; e che<br />
stiamo parlando del padre della psicoanalisi,<br />
colui che ha fondato il suo impero sulla teoria<br />
della sessualità. Faccio mie le parole di Carotenuto,<br />
dedicate al caso Spielrein ma valide anche<br />
qui: “(...) i documenti non avevano a che fare<br />
con gente comune, che ha il diritto a conservare<br />
l’anonimato e la riservatezza della propria vita,<br />
ma con persone le cui idee hanno cercato di<br />
cambiare il mondo, offrendo dei paradigmi per<br />
interpretarlo 24 ”.<br />
I silenzi e le omertà fra i due grandi<br />
della psicologia hanno, secondo Kerr, inficiato<br />
al massimo grado la pericolosità<br />
già insita nel “metodo”, e ciò in un periodo<br />
così delicato come la sua origine 25 . La<br />
pericolosità, a cui allude primariamente il titolo,<br />
risiede nel fatto che in realtà quello psicanalitico<br />
non sia un metodo, poiché Freud non<br />
ha mai fornito gli strumenti necessari al resto<br />
della comunità scientifica per applicare le sue<br />
teorie in ambito clinico. L’ha sempre promesso<br />
ma non l’ha mai fatto, implicando che chi volesse<br />
utilizzare le sue teorie dovesse prima di<br />
tutto rivolgersi all’origine, cioè a se stesso. Un<br />
atteggiamento fortemente anti-scientifico, che<br />
lasciò spazio a numerose ambiguità e margini<br />
interpretativi.<br />
SABINA PSICOANALISTA FREUDIANA<br />
Quel che manca prepotentemente nel<br />
film di Cronenberg è una visione prospettica<br />
della storia: il film si chiude con la separazione<br />
definitiva di Sabina Spielrein da Jung<br />
e sembra che la parabola di vita importante di<br />
Spielrein si concluda lì. In comparazione il film<br />
del nostro Faenza ha questo pregio: svilup-
Letteratura<br />
pare la parabola di Spielrein in quasi tutta<br />
la sua interezza, compreso l’esperimento<br />
dell’asilo bianco in Russia, dove ella applicò<br />
i principi freudiani fino a che la<br />
cecità e la stoltezza dello<br />
stalinismo non mise<br />
al bando la psicanalisi.<br />
Nel<br />
1911<br />
"a dangerous Method'<br />
66<br />
Sabina Spielrein si laurea e nel 1912 esce un<br />
suo importante lavoro, forse il più importante:<br />
La distruzione come causa del venire all’essere,<br />
testo comunemente ritenuto precursore del<br />
concetto freudiano di pulsione di morte. In realtà,<br />
precisa John Kerr, in questo c’è una grande<br />
miscomprensione culturale e sembra tuttora<br />
esserci abbastanza confusione su questo punto,<br />
complice lo stesso Freud. Quando pubblicó<br />
Al di là del principio di piacere nominò in<br />
nota la Spielrein (l’unico riconoscimento che<br />
lei ebbe: una citazione in una nota a piè pagina),<br />
ammettendo di non aver ben compreso<br />
del tutto le sue teorie. Almeno in questo Freud<br />
è onesto. Però intanto, dopo aver inizialmente<br />
opposto resistenze alla tesi della Spielrein, la<br />
fa sua. In realtà non è la prima volta che Freud<br />
adopera questo meccanismo, opporsi o dimostrarsi<br />
indifferente all’idea di un altro per poi<br />
rielaborarla e farla propria 26 . Ma è interessante<br />
vedere – e aiuterà a capire la natura di questa<br />
miscomprensione – come le idee di Spielrein furono<br />
accolte la prima volta in cui le presentò a<br />
Vienna presso l’Associazione psicanalitica. Ciò<br />
ci illuminerà ulteriormente sul rapporto distorto<br />
col femminile che aveva quel che Màdera definisce<br />
“l’intellettualità euroamericana<br />
maschile della prima metà del Novecento”.<br />
LA FALSITà ORGANICA DELLA DONNA<br />
Come si evince anche dal film, Sabina<br />
Spielrein, dopo aver assimilato gli insegnamenti<br />
junghiani, inizierà il suo percorso come psicanalista<br />
freudiana.<br />
John Kerr ricostruisce abilmente,<br />
grazie ai verbali dell’epoca, l’atmosfera dei<br />
famosi incontri del mercoledì, inizialmente<br />
tenutisi in casa di Freud, poi nei caffè di<br />
Vienna.<br />
Spilrein, seconda donna ad entrare nella<br />
società psicoanalitica viennese, viene introdotta<br />
nel circolo l’11 ottobre 1911, in una delle
parentesi più miserabili della storia della psicoanalisi:<br />
sul piatto è la posizione di Adler e la sua<br />
“gang”, ritenuti colpevoli di allontanarsi dalla<br />
strada maestra e quindi meritevoli di ostracismo.<br />
Ma non è l’unica evenienza della serata.<br />
Per un soffio non si ripete ciò che si verificò circa<br />
un anno prima con Margarete<br />
Hilferding, prima<br />
donna membro<br />
del gruppo,<br />
la qua-<br />
le provocò un acceso dibattito sull’opportunità<br />
o meno che le donne entrassero nella società;<br />
la cosa fu messa ai voti27 . Ciò la dice lunga sul<br />
maschilismo imperante del mondo intellettuale<br />
dell’epoca, più di qualsiasi dissertazione filosofica.<br />
Ma non sorprende considerando che pochi<br />
anni prima, nel 1903, Otto Weininger aveva<br />
pubblicato uno scritto, intitolato Sesso e carattere,<br />
in cui ritraeva le peculiarità del maschile<br />
e del femminile: il primo contraddistinto dal<br />
poteri intellettuali, moralità, genio, etc; la seconda<br />
contraddistinta da amoralità, impulsività,<br />
desiderio sessuale. Una delle sue conclusioni è<br />
che l’isteria sia “la crisi organica dell’organica<br />
falsità della donna 28 67<br />
”. Complice anche il clamo-<br />
re suscitato dal suicidio dell’autore poco dopo<br />
l’uscita del libro, Sesso e carattere vendette<br />
moltissimo ed ebbe una vasta diffusione.<br />
Al lettore non sfuggirà che gli stessi uomini<br />
i quali inquadravano in questo modo il<br />
femminile (abbiamo visto come Freud, con la<br />
“diabolicità della donna” non discostasse molto<br />
dalle tesi estremiste di Waininger) non mancassero<br />
essi stessi di numerose nevrosi<br />
e nodi conflittuali. Ma Sabina Spielrein<br />
è una che cerca di cogliere<br />
il meglio anche dalle situazioni<br />
più penose, o meglio: cerca<br />
di depurare le persone e le<br />
situazioni positive dalla<br />
componente negativa,<br />
come dimostra<br />
un bel passaggio<br />
del suo<br />
diario, dopo il vergognoso e traditore comportamento<br />
di Jung nei suoi confronti: “(...) volevo togliere<br />
dalla sua anima ciò che aveva giustificato<br />
il suo brutto comportamento nei confronti miei<br />
e di mia madre 29 ”. Perciò non si lascia tramortire<br />
e continua imperterrita i suoi studi, perché<br />
vuole perseguire quel “grandioso destino” a lei<br />
riservato, come i suoi antenati le avevano comunicato<br />
in sogno.<br />
Ma la sera in cui presenta il suo importante<br />
lavoro, La distruzione come causa della<br />
venuta all’essere, è forse ancora più penosa e<br />
sintomatica: il suo concetto di componente<br />
distruttiva della sessualità viene spiegato<br />
come una parte intrinseca dell’istinto ses-
Letteratura<br />
Keira Knightley e Michael Fassbender 68<br />
suale, il cui apice è la fusione con l’altro;<br />
da qui le resistenze dell’Io, che si oppone<br />
all’istinto sessuale in quanto può appunto<br />
portare alla dissoluzione/distruzione<br />
dell’Io in nome della fusione. Tutto questo<br />
viene completamente travisato e incasellato<br />
dagli uditori in una dinamica masochista, tipica<br />
dell’atteggiamento femminile, di contro alla<br />
componente sadica eminentemente maschile,<br />
che il caso vuole esposta da Tausk poco prima<br />
dell’intervento di Spielrein. Ma Spielrein non voleva<br />
dire questo.<br />
Successivamente Freud e Jung inoltre sosterranno,<br />
in via epistolare, che le teorie di Spielrein<br />
risentono dei suoi propri complessi 30 : come<br />
se la cosa non fosse vera applicata a se stessi!<br />
“Talvolta una persona non è sentita perché<br />
non viene ascoltata” afferma John Kerr“(...) la<br />
sua incapacità di ottenere il riconoscimento della<br />
sua intuizione nel tema della repressione non<br />
fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung.<br />
Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati<br />
l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non<br />
si fermarono persino per capire le idee di questa<br />
giovane collega lasciata da sola a chiedere<br />
aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo<br />
pensiero 31 ”.<br />
È bene sottolineare, come fa John Kerr,<br />
che nell’ambito della sua vita Sabina Spielrein<br />
conobbe personalmente e collaborò con un nu-<br />
mero considerevole di personalità chiave della<br />
scienza e civiltà occidentale: dopo essere stata<br />
allieva di Jung e Freud (ed aver contribuito allo<br />
sviluppo delle loro teorie), collaborò col giovane<br />
Jean Piaget, che fu in analisi con lei negli<br />
anni passati presso l’istituto di Ginevra. Quando<br />
tornò in Russia nel 1923 portò naturalmente in<br />
patria le migliori intuizioni e teorie europee nel<br />
campo, offrendo spunti importanti a personalità<br />
chiave della psicologia come Luria e Vygotsky:<br />
se la parola “saccheggiare” può risultare<br />
eccessiva, bisogna dire però che alcune loro<br />
idee erano straordinariamente simili a quelle<br />
“importate” da Sabina Spielrein 32 . Insomma, in<br />
finale, il grande destino a cui l’avevano chiamata<br />
i suoi antenati dal profondo del suo inconscio<br />
in un certo modo si avverò. Il giusto riconoscimento<br />
da parte della compagine umana a lei<br />
contemporanea invece no. In ogni caso, dopo la<br />
sua partenza per la Russia, la figura di Sabina<br />
Spielrein cade definitivamente nell’oblio.<br />
Dopo questa esposizione purtroppo non<br />
esauriente dei fatti ma sufficiente, si potrebbe<br />
asserire che l’intelligentia maschile euroamericana<br />
applicò sul femminile categorie<br />
di comodo per esercitare la propria dominanza,<br />
confermata ulteriormente dal fatto che<br />
dei prodotti intellettuali migliori del femminile<br />
si servì abbondantemente appropriandosene. È<br />
l’atteggiamento inclusivo dell’invasore, del colo-
69<br />
nialista che dimostra di disprezzare lo straniero<br />
e di considerarlo inferiore, tranne poi invaderne<br />
i territori e impossessarsi delle materie prime33 .<br />
Prima di concludere con delle domande che rivolgo<br />
al lettore/spettatore, torno sulla mia perplessità<br />
iniziale e mi vien da concludere che le<br />
vicende qui sopra descritte non siano affatto<br />
paradossali rispetto alla psicologia del profondo,<br />
tutt’altro: esse sono l’ulteriore riprova e conferma<br />
di quelle geniali teorie.<br />
Bisogna fare come Spielrein: depurare<br />
l’impianto teorico dal dogmatismo e dal<br />
sessismo di Freud o dalla spavalderia giovanile<br />
di Jung, trattenendo invece le perle<br />
preziose. Bisogna ricordarsi anche che, per<br />
quanto l’essere umano sia educato e allenato<br />
a tenere un distacco verso le passioni, parlare<br />
sulle emozioni umane ed esserne direttamente<br />
coinvolti sono due cose profondamente diverse.<br />
La prima domanda, che “rubo” da un intervento<br />
di una giornalista americana, è la seguente: il<br />
film di Cronenberg rende giustizia alla figura<br />
di Sabina Spielrein?<br />
La risposta è evidentemente negativa,<br />
ma bisogna anche distinguere un approccio<br />
storico-documentaristico effettuato da un<br />
esperto rispetto ad un’opera artistica che, oltre<br />
a fornire informazioni su una storia, punta anche<br />
alla resa estetica. Da questo punto di vista<br />
il film di Cronenberg è quasi perfetto nella<br />
ricostruzione di fatti e ambientazioni: l’unico<br />
appunto è l’assenza di pathos, di emozione,<br />
nonostante tutti gli sforzi di Keira Knightley di<br />
rendere plausibili gli isterismi di Spielrein e gli<br />
viggo Mortensen e Michael Fassbender<br />
sforzi di Fassbender di essere credibile come<br />
Jung. Ho trovato intrigante invece la recitazione<br />
“flemmatica” di Viggo Mortensen nei panni di<br />
Freud, un attore che cresce sempre di più e Cronenberg<br />
se n’è reso ben conto, “utilizzandolo”<br />
in ben tre film. Piacevole anche la prestazione<br />
di Vincent Cassel, mai eccessivo in un ruolo,<br />
quello di Otto Gross, che poteva facilmente<br />
sfuggire di mano.<br />
Al contrario il film di Roberto Faenza,<br />
pur peccando d’ingenuità rispetto a certe<br />
scelte stilistiche, offre diversi momenti che<br />
coinvolgono emozionalmente lo spettatore.<br />
A confronto con quest’opera “Un metodo<br />
pericoloso” è un film “freddo”.<br />
Il merito che hanno entrambe le opere, tuttavia,<br />
è quello di aprire una breccia: esse hanno<br />
portato al grande pubblico una storia che<br />
altrimenti sarebbe rimasta appannaggio<br />
dei soli addetti ai lavori e hanno messo per<br />
esempio la sottoscritta nelle condizioni di interessarsi<br />
ed approfondire la storia di Sabina<br />
Spielrein 35 .<br />
La domanda che pongo in finale e che lascio<br />
aperta è questa: stando al fatto che la<br />
psicoanalisi ha condizionato fortemente<br />
la civiltà occidentale – nelle sue espressioni<br />
culturali, ma anche nell’analisi spicciola<br />
dei comportamenti umani – quanto<br />
la mentalità dipinta agli albori di queste<br />
teorie è lontana dalla contemporaneità?<br />
Il lettore non si lasci condizionare dalle oggettive<br />
conquiste della civiltà in ambito di diritti<br />
umani, parità, etc. Qui parliamo di dinamiche
Letteratura<br />
profonde della psiche, e tutti noi sappiamo,<br />
se non dalle teorie di Jung per esperienza personale,<br />
che nella nostra vita quotidiana, le consuetudini<br />
consolidate e le convinzioni razionali<br />
intersechino meccanismi ancestrali, che affondano<br />
le radici in un passato remoto ed irrazionale.<br />
Le conquiste delle donne sul piano legislativo<br />
e del diritto, non sempre collimano<br />
col nostro modo profondo di pensare e<br />
di sentire – in una parola vivere – il maschi-<br />
NOTE<br />
[1] Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1996,<br />
p. 1068.<br />
[2] Si veda Sigmund Freud, Il Perturbante, 1919 (“Il perturbante<br />
è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è<br />
noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”).<br />
[3] A parte le lettere scritte da Jung, di cui si hanno al<br />
momento solo alcuni frammenti per via del veto posto dai<br />
discendenti.<br />
[4] A. Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina<br />
Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma, 1980, pag.<br />
34<br />
[5] Nel 1974 era già stato pubblicato il carteggio fra Freud<br />
e Jung, in cui emergeva saltuariamente il nome della<br />
Spielrein.<br />
[6] J. Kerr, op.cit., pag. 13.<br />
[7] Lella Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra, Arnoldo<br />
Mondadori Editore, Milano, 2012, edizione Kindle.<br />
[8] R. Màdera, Carl Gustav Jung. Biografia e teoria, Bruno<br />
Mondadori Editore, Milano, 1998.<br />
[9] J. Kerr, op. Cit, pag. 479.<br />
[10] Bruno Bettelheim, Scandalo in famiglia, contenuto in<br />
A. Carotenuto, op. Cit., pag. 29.<br />
[11] Si veda Ricordi sogni riflessioni, a cura di A. Jaffè,<br />
pagg. 37, 64 e seguenti.<br />
[12] “Ora, nella situazione analitica non puó esistere, in<br />
particolar modo all’inizio, alcuna simmetria” A. Carotenuto,<br />
op. Cit., pag. 101.<br />
[13] Lettere fra Freud e Jung, Boringhieri, Torino, 1974,<br />
pag. 252.<br />
[14] Ibid., pag. 248.<br />
[15] Si veda l’intervista di John Freeman per la tv americana<br />
“Face to face”, 1959, video rintracciabile su youtube.<br />
[16] Lettera di Sabina Spielrein a Freud del 20 giugno<br />
1909, in A. Carotenuto, op. Cit., pagg. 120 e 242.<br />
[17] J. Kerr, op. Cit., pag. 409.<br />
[18] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 20.<br />
le e il femminile.<br />
In questo senso, come e quanto ci<br />
parla la storia di Sabina?<br />
La mia risposta è già parzialmente nell’analisi<br />
qui sopra, ma in realtà la mia intenzione è<br />
lanciare un sasso nello stagno e riproporre<br />
ad libitum quel sano stupore e catena di riflessioni<br />
che ha suscitato la comparsa dei suoi documenti.<br />
Dal sottosuolo della civiltà occidentale.<br />
[19] Ibid., pag. 121.<br />
[20] Discesa agl’Inferi. Termine mutuato dall’Odissea.<br />
[21] J. Kerr, op. Cit, pag. 135 e seguenti.<br />
[22] Si veda A. Carotenuto, op. Cit., pag. 32<br />
[23] Molteplici furono gli episodi di “intolleranza” verso<br />
coloro che mossero un minimo di critica alle teorie del<br />
maestro, tanto da spingerlo a creare una Commissione<br />
Segreta volta unicamente ad individuare coloro che ne<br />
mettessero in crisi i presupposti.<br />
[24] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 33.<br />
[25] Si vedano le ultimissime battute del libro, J. Kerr, op.<br />
Cit., pag 511.<br />
[26] Il caso più clamoroso fu quello di Fliess, riguardo<br />
alla teoria della bisessualità, non certo farina del sacco<br />
di Freud. La vicenda, che coinvolse altra gente, finí con<br />
processi e la rottura dell’amicizia con Freud.<br />
[27] J. Kerr, op. Cit., pagg. 353-354.<br />
[28] Citato in J. Kerr, op. Cit., pag. 75.<br />
[29] Diario di Sabina Spielrein, 11 settembre 1910, contenuto<br />
in A. Carotenuto, op.cit., pagg. 293-294.<br />
[30] Argomentazione di bassa caratura a cui Freud ricorse<br />
spesso per liquidare teorie o persone con cui non concordava,<br />
definendoli di volta in volta paranoici o nevrotici<br />
(vedi il caso Fliess).<br />
[31] J. Kerr, op. Cit., pag. 405.<br />
[32] Ibid., pag. 498.<br />
[33] Il parallelo con la mentalità colonialista viene introdotto<br />
da Romano Màdera qui: “non era il continente nero<br />
della geopolitica il terreno di conquista al quale il colonialismo<br />
europeo portava i doni della civiltà?” si veda R.<br />
Màdera, op. Cit, pag 130.<br />
[34] Margaret Wheeler Johnson in:<br />
www.huffingtonpost.com<br />
[35] Esiste anche una terza opera del 2002, un documentario<br />
della regista svedese Elizabeth Marton, intitolato<br />
Mi chiamavo Sabina Spielrein.
Keira Knightley<br />
71
Romanzi&modernità<br />
a confronto<br />
come la narrativa affronta i temi di attualità<br />
di sara rattaro<br />
La Letteratura spesso nasce da piccole<br />
cose quotidiane. Abitudini, manie, routine, idee<br />
convenzionali o il semplice costume riempiono<br />
le pagine che leggiamo. Le utilizzo anch’io e poi le<br />
stravolgo, le rompo e le rovino. Così in modo sfacciato<br />
provo a raccontare cosa accade dopo che la<br />
tempesta ha rovesciato la nostra vita, quando non<br />
si può far finta di nulla, quando non si può tornare<br />
indietro e quello che resta, sono solo i cocci di un<br />
vaso rotto.<br />
Negli ultimi anni, una decina a questa parte,<br />
il nostro modo di comunicare ha subito dei cambiamenti.<br />
Li abbiamo accettati e accolti perché spesso<br />
non li abbiamo nemmeno compresi, non tutti, non<br />
subito.<br />
È arrivato internet che come ogni amante giovane,<br />
dinamica e seducente ha attirato senza troppa<br />
fatica il pubblico. Sembra libera, sconfinata e divertente,<br />
e lo è. Così in poco tempo la vecchia moglie<br />
tradita, la televisione, prima unica e indiscussa fonte<br />
d’informazione, ha dichiarato la sua guerra, a colpi<br />
di casi mediatici, di madri straziate dal dolore e ragazzini<br />
vittime di orrendi soprusi. Ci lamentiamo ma<br />
non riusciamo a cambiare canale, critichiamo ma<br />
ci lasciamo soddisfare da ogni particolare, magari<br />
di poco conto, discutiamo sulle prove perché le indagini<br />
ci piacciono da morire e dimentichiamo. Sì,<br />
dimentichiamo Sara, Yara, Melania e tutte le altre.<br />
Confondiamo i fatti, i luoghi e i volti, ma ricordiamo i<br />
dettagli, i più avidi, i più inutili.<br />
Sulla sedia sbagliata, il mio primo romanzo,<br />
racconta l’attualità più spietata, quella che si legge<br />
sui giornali, quella che ti fa iniziare un articolo e arrivare<br />
in fondo provando disagio, quella che ti fa arrabbiare<br />
ma da cui non riesci ad allontanarti.<br />
È la storia di Andrea un ragazzo come tanti,<br />
ma che un giorno decide di fare qualcosa di orribile,<br />
senza un vero perché, e finirà sul giornale come un<br />
mostro. Ma Andrea non è solo. Sarà la voce di sua<br />
Letteratura<br />
madre a raccontarci tutto. La madre di un carnefice,<br />
una madre come tante altre che passa la sua esistenza<br />
a fare del suo meglio e che un giorno viene<br />
trascinata via, insieme a tutti quei “perché” a cui non<br />
riesce a trovare risposta. Sono loro che mi interessano,<br />
sono i veri attori di storie come queste,<br />
sono i volti muti che ruotano intorno ai protagonisti,<br />
sono quelli che occupano il posto in prima<br />
fila, che vedono cose a noi nascoste. Sono le<br />
vere vittime senza sepoltura.<br />
Lo faccio ancora: mi guardo intorno e provo a<br />
raccontare sentimenti forti come la paura e lo smarrimento<br />
perché parlo d’amore, il più forte di questi,<br />
spesso il più crudele. Perché chiunque abbia amato<br />
sa quanto dolore provoca avvicinarsi al sole. Impossibile<br />
non bruciarsi.<br />
Così arriva Viola che scotta più del fuoco, che<br />
ama solo a modo suo. In una folle confessione lei lo<br />
fa. Ci racconta tutto, come vorremmo saper fare noi<br />
stessi. Ci racconta i suoi tradimenti, inganni e bugie.<br />
Parla con voce tremante e sottovoce come chi è<br />
stato scoperto e non ha più nulla da perdere e ci fa<br />
venire in mente tutti i nostri segreti. Lo fa trascinandosi<br />
dietro chi la ama più della sua vita. Perché chi<br />
sa amare oltre se stesso, nonostante tutto e tutti,<br />
esiste davvero, peccato che sia sempre nel nostro<br />
cono d’ombra, altrimenti lo avremmo visto, capito e<br />
magari amato a nostra volta. Ma lui resta lì, dove noi<br />
non riusciamo mai ad arrivare. Ci ama da lontano<br />
e lo dimostra con l’attesa. Perché amare significa<br />
saper aspettare e avere pazienza.<br />
I miei romanzi nascono così da un filo sottile<br />
che si scrive quasi da solo perché i sentimenti<br />
esplodono, girano, volano e tornano ai loro<br />
legittimi proprietari, tutti noi. L’amore, la rabbia,<br />
la voglia di scappare, di abbandonarsi, di essere<br />
felici, di piangere compongono la nostra anima,<br />
perché se la pelle, i capelli e gli occhi possono<br />
essere diversi il cuore no e tutti coloro che amano,<br />
sognano e si arrendono si assomigliano.
Letteratura<br />
traduzione di gaBrieLLa Parisi<br />
I fratellastri<br />
di Elizabeth Gaskell<br />
Nella tetra e gelida campagna del Cumberland,<br />
nell'Inghilterra nord-occidentale, in epoca vittoriana, si<br />
svolge questo racconto di Elizabeth Gaskell, The Half-<br />
Brothers (I fratellastri), che fu pubblicato per la prima<br />
volta sul Dublin University Magazine nel Novembre 1859.<br />
ia madre si sposò due volte. Non parlava<br />
mai del suo primo marito ed è solo da<br />
altre persone che sono venuto a conoscenza<br />
di quel poco che so sul suo conto. Credo<br />
che mia madre avesse appena diciassette anni<br />
quando lo sposò e lui a malapena ventuno.<br />
Egli affittò una piccola fattoria nel Cumberland,<br />
in qualche luogo prossimo alla costa, ma<br />
probabilmente era troppo giovane e inesperto per<br />
essere responsabile di una proprietà e di capi di<br />
bestiame: comunque sia, i suoi affari non prosperavano,<br />
inoltre si ammalò e morì di consunzione<br />
prima che fossero marito e moglie da tre anni,<br />
lasciando mia madre vedova a vent’anni, con una<br />
figlia piccola appena capace di camminare e la<br />
fattoria, in locazione per altri quattro anni, nelle<br />
sue mani, con metà del bestiame ormai morto<br />
o venduto capo a capo per pagare i debiti più<br />
urgenti e senza denaro per acquistarne altro, neanche<br />
per comprare le provviste necessarie per<br />
il piccolo consumo giornaliero.<br />
C’era anche un altro figlio in arrivo e credo<br />
che mia madre fosse triste e addolorata al pensiero.<br />
Deve aver trascorso un inverno tetro nella<br />
sua dimora solitaria, senza nessuno vicino per<br />
miglia nei dintorni. Sua sorella arrivò per farle<br />
compagnia e le due donne programmarono e organizzarono<br />
un modo per far durare ogni penny<br />
che riuscivano a recuperare il più a lungo possibile.<br />
Non so dirvi come accadde che la mia sorellina,<br />
che non ho mai conosciuto, si ammalò e<br />
morì, ma, come se le disgrazie della mia povera<br />
madre non fossero abbastanza, appena due settimane<br />
prima della nascita di Gregory, la fanciulla<br />
si ammalò di scarlattina e una settimana dopo<br />
era morta. Credo che mia madre rimase scioccata<br />
da quest’ultimo colpo.<br />
Mia zia mi disse che non pianse: zia Fanny<br />
sarebbe stata sollevata se lo avesse fatto, ma ella<br />
si limitava a sedere tenendo la mano della sua<br />
piccolina e a guardare il suo bel viso pallido,<br />
esanime, senza versare una lacrima. Lo stesso<br />
accadde quando la portarono via per seppellirla.<br />
Baciò semplicemente la figlia e sedette davanti<br />
alla finestra per guardare la piccola processione<br />
scura — composta da vicini, da mia zia e da un<br />
lontano cugino, che erano i soli amici che esse<br />
fossero riuscite a radunare — che si snodava tra<br />
la neve caduta finemente sul paese la notte precedente.<br />
Quando mia zia fece ritorno dal funerale, trovò<br />
mia madre nello stesso posto, con gli occhi<br />
74
75<br />
più asciutti che mai. E continuò così fino alla nascita<br />
di Gregory. In qualche modo, il suo arrivo<br />
sembrò far sciogliere le lacrime: piangeva giorno<br />
e notte, finché mia zia e gli altri osservatori non<br />
si guardavano fra loro costernati; l’avrebbero fatta<br />
smettere volentieri, se avessero saputo come<br />
fare. Ma ella chiedeva di essere lasciata da sola<br />
e di non stare troppo in ansia, perché ogni lacrima<br />
versata leniva la sua mente, già terribilmente<br />
provata dalla sua incapacità di piangere fino a<br />
quel momento.<br />
In seguito sembrò non pensare ad altro che<br />
al suo nuovo bambino; sembrava che a malapena<br />
ricordasse sia il marito che la figlioletta che<br />
giacevano morti nel camposanto di Brigham —<br />
per lo meno, così diceva zia Fanny, ma lei era<br />
una chiacchierona, mentre mia madre era invece<br />
molto silenziosa per natura, cosicché credo che<br />
zia Fanny si debba essere sbagliata nel credere<br />
che mia madre non pensasse mai al marito<br />
e alla figlia solo perché non ne parlava mai.<br />
La zia era più grande di mia madre e la trattava<br />
come se fosse una bambina ma, malgrado tutto,<br />
era una creatura gentile e cordiale, che pensava<br />
maggiormente al benessere della sorella che al<br />
proprio. Esse vivevano principalmente delle sue<br />
piccole somme di denaro e di ciò che le due donne<br />
riuscivano a guadagnare cucendo per i commercianti<br />
all’ingrosso di Glasgow.<br />
Ma a poco a poco la vista di mia madre cominciò<br />
a venir meno. Non che fosse diventata<br />
completamente cieca, poiché poteva vedere abbastanza<br />
da riuscire a muoversi per casa e fare<br />
una discreta quantità di lavori domestici, ma,<br />
purtroppo, non poteva più eseguire lavori di<br />
cucito precisi per guadagnare denaro. Forse fu<br />
a causa del troppo piangere, dal momento che<br />
era ancora molto giovane all’epoca e anche una<br />
fanciulla molto graziosa — per quanto ho sentito<br />
dire — come lo può essere una ragazza di<br />
provincia. Ella prese tristemente a cuore il problema<br />
di non poter più guadagnare per il mantenimento<br />
suo e del suo bambino. Mia zia Fanny<br />
l’avrebbe volentieri convinta che aveva già lavoro<br />
a sufficienza occupandosi della gestione del cottage<br />
e badando a Gregory, ma mia madre sapeva<br />
RACCONTO<br />
che si trovavano in difficoltà e che la stessa zia<br />
Fanny non aveva da mangiare quel poco che le<br />
sarebbe bastato, neanche il genere di cibo più<br />
semplice. Riguardo a Gregory, non era un ragazzo<br />
forte ed aveva bisogno non di più cibo — dal<br />
momento che ne aveva a sufficienza, chiunque<br />
fosse a dovervi rinunciare — ma di una miglior<br />
alimentazione e di più carne animale.<br />
Un giorno — è stata zia Fanny a dirmi tutto<br />
questo riguardo alla mia povera madre, molto<br />
tempo dopo la sua morte — mentre le sorelle<br />
erano sedute insieme, mia zia si dedicava al<br />
cucito e mia madre placava Gregory per farlo<br />
dormire, entrò in casa William Preston, che in<br />
seguito divenne mio padre. Era considerato un<br />
vecchio scapolo — credo che avesse superato i<br />
quarant’anni da parecchio — ed era uno degli<br />
agricoltori più ricchi dei dintorni. Inoltre aveva<br />
conosciuto bene mio nonno e anche mia madre<br />
e mia zia in un periodo più prospero. Sedette<br />
e iniziò a roteare il cappello per apparire ben<br />
disposto; mia zia Fanny parlava, mentre lui la<br />
ascoltava guardando mia madre. Ma egli disse<br />
molto poco, sia in quella visita che nelle numerose<br />
che si susseguirono, prima che esprimesse<br />
quello che era lo scopo reale delle sue frequenti<br />
visite, scopo che si era prefisso fin dalla prima<br />
volta che aveva messo piede nella loro casa.<br />
Ad ogni modo, una domenica zia Fanny non<br />
andò in chiesa, ma rimase in casa a prendersi<br />
cura del bambino e mia madre andò da sola.<br />
Quando ritornò ella corse dritta di sopra, senza<br />
passare dalla cucina per dare un’occhiata a Gregory<br />
o per dire qualche parola alla sorella e zia<br />
Fanny la udì piangere come se le si stesse spezzando<br />
il cuore. Così zia Fanny salì e la redarguì<br />
ben bene attraverso la porta chiusa, finché non<br />
la costrinse ad aprirla. Così mia madre si gettò<br />
al collo della zia e le disse che William Preston<br />
le aveva chiesto di sposarlo e le aveva promesso<br />
di assumersi la tutela del ragazzo, facendo sì che<br />
non gli mancasse nulla, né per il suo sostentamento,<br />
né per la sua educazione e che lei aveva<br />
acconsentito. Zia Fanny fu parecchio turbata<br />
dalla notizia, perché — come ho detto — aveva<br />
spesso pensato che mia madre avesse dimenti-
Letteratura<br />
cato il suo primo marito molto rapidamente e ora<br />
questa ne era la prova concreta, dal momento<br />
che riusciva a pensare di risposarsi così presto.<br />
Inoltre, come zia Fanny soleva dire, lei stessa sarebbe<br />
stata molto più adatta a un uomo dell’età<br />
di William Preston rispetto a mia madre che —<br />
sebbene fosse già vedova — non aveva ancora<br />
visto ventiquattro primavere. Comunque essi non<br />
avevano chiesto il suo parere, come diceva zia<br />
Fanny, e c’era molto da dire se si guardava il problema<br />
sotto un altro aspetto. La vista di Helen<br />
non sarebbe mai più tornata in buone condizioni,<br />
invece, come moglie di William Preston, non<br />
avrebbe mai avuto bisogno di far niente, se avesse<br />
deciso di star seduta con le mani in mano. Inoltre<br />
un ragazzo era un grande impegno per una madre<br />
vedova, mentre ora ci sarebbe stato un uomo<br />
serio e con una solida posizione che si sarebbe<br />
occupato di lui. Pertanto, in linea di massima,<br />
zia Fanny sembrò avere un’idea più allegra del<br />
matrimonio di quanto l’avesse mia madre, che a<br />
malapena alzava lo sguardo e non sorrideva più<br />
dal momento in cui aveva promesso a William<br />
Preston di diventare sua moglie. Ma per quanto<br />
avesse amato Gregory fino a quel momento, da<br />
allora sembrò amarlo ancora di più. Gli parlava<br />
in continuazione quando erano da soli, sebbene<br />
egli fosse ancora troppo piccolo per comprendere<br />
le sue parole lamentose o per fornirle qualsiasi<br />
genere di conforto, a parte le sue carezze.<br />
Infine ella sposò William Preston e divenne<br />
padrona di una casa ben ammobiliata, a meno di<br />
mezz’ora di cammino dall’abitazione di zia Fanny.<br />
Credo che lei facesse tutto ciò che era in suo<br />
potere per far piacere a mio padre: ho sentito egli<br />
stesso dire che non c’era mai stata una moglie<br />
più rispettosa di lei. Ma non lo amava ed egli lo<br />
scoprì presto. Mia madre amava Gregory, ma non<br />
mio padre. Forse l’amore sarebbe giunto in seguito,<br />
se egli fosse stato abbastanza paziente da<br />
aspettare, ma lo inaspriva vedere come gli occhi<br />
di lei brillassero e il suo colorito si accendesse<br />
alla vista del figlioletto, mentre per lui, che pure<br />
le aveva dato così tanto, aveva solo parole gentili,<br />
ma fredde come il gelo.<br />
Mio padre cominciò a rimproverarla per il diverso<br />
comportamento, come se questo avrebbe<br />
potuto portare amore. Inoltre cominciò a nutrire<br />
una decisa antipatia nei confronti di Gregory: era<br />
geloso per l’amore immediato che sempre sgorgava<br />
come una sorgente di acqua fresca quando il<br />
fanciullo si avvicinava. Mio padre avrebbe voluto<br />
che ella lo amasse di più e forse questo era una<br />
cosa buona e giusta; ma egli desiderava che ella<br />
amasse di meno suo figlio, e questo era un desiderio<br />
malvagio.<br />
Un giorno diede sfogo alla sua collera maledicendo<br />
e imprecando contro Gregory, che aveva<br />
fatto una qualche marachella, come capita di solito<br />
ai bambini. Mia madre cercò di scusarlo ma<br />
mio padre disse che era già abbastanza arduo<br />
prendersi cura del figlio di un altro uomo, senza<br />
che questi fosse perpetuamente sostenuto nella<br />
sua disobbedienza da sua moglie, che invece<br />
avrebbe dovuto sempre avere le stesse opinioni<br />
del marito. Da un piccolo screzio si passò a qualcosa<br />
di più grande e il risultato fu che mia madre<br />
fu confinata a letto prima del tempo e io nacqui<br />
quello stesso giorno.<br />
Mio padre fu allo stesso tempo contento, orgoglioso<br />
e dispiaciuto: contento e orgoglioso che<br />
gli fosse nato un figlio, desolato per le condizioni<br />
della sua povera moglie e al pensiero di ciò che<br />
le sue parole irate avevano causato. Ma egli era<br />
un uomo che preferiva essere in collera anziché<br />
spiacente, così presto ne attribuì tutta la colpa<br />
a Gregory ed ebbe nei suoi confronti un nuovo<br />
motivo di risentimento per aver affrettato la mia<br />
nascita. Ben presto ebbe verso di lui un ulteriore<br />
motivo di rancore: mia madre aveva cominciato a<br />
deperire dal giorno della mia nascita.<br />
Mio padre mandò a chiamare i medici a Carlisle<br />
e avrebbe trasformato in oro il suo stesso sangue<br />
per salvarla, se fosse stato possibile, ma non<br />
lo fu. Zia Fanny soleva dire a volte che credeva<br />
che Helen non avesse alcun desiderio di vivere<br />
e così si lasciò morire senza neanche provare a<br />
tenersi stretta alla vita, ma quando la interrogavo,<br />
riconosceva che mia madre aveva fatto tutto<br />
ciò che i dottori le avevano raccomandato, con lo<br />
stesso genere di pazienza rassegnata che la aveva<br />
accompagnata per tutta la vita.<br />
76
77<br />
RACCONTO<br />
Una delle sue ultime richieste fu di avere Gregory<br />
nel suo letto accanto a me e poi fece sì che<br />
mi prendesse la mano. Suo marito arrivò mentre<br />
ella ci osservava in questo atteggiamento e quando<br />
egli si piegò teneramente su di lei per chiederle<br />
come si sentisse, guardando noi due piccoli<br />
fratellini con uno sguardo che sembrava serio e<br />
gentile, ella lo guardò in viso e gli sorrise: era<br />
quasi il primo sorriso che gli rivolgeva — e che<br />
sorriso dolce! — come più avanti disse zia Fanny.<br />
Un’ora dopo era morta. La zia venne a vivere<br />
con noi: era la miglior cosa da fare.<br />
Mio padre avrebbe gradito ritornare alla sua<br />
vecchia vita da scapolo ma cosa poteva fare con<br />
due figli piccoli? Aveva bisogno di una donna<br />
che si prendesse cura di loro e chi meglio della<br />
sorella maggiore di sua moglie? Cosicché fui<br />
affidato a lei fin dalla nascita e per un certo periodo<br />
fui debole come era naturale che fosse; ella<br />
mi era sempre accanto, sorvegliandomi notte e<br />
giorno e anche mio padre era preoccupato quasi<br />
quanto lei. Le sue terre erano state trasmesse da<br />
padre in figlio per più di trecento anni, pertanto<br />
gli stavo a cuore semplicemente in quanto sua<br />
carne e sangue a cui passare in eredità la terra<br />
alla sua morte. Ma egli aveva bisogno di qualcosa<br />
da amare, malgrado tutto: per molti era un<br />
uomo grave e rigido, ma si affezionò a me — mi<br />
piace pensare — come non si era mai affezionato<br />
a nessun essere umano in precedenza — come<br />
avrebbe potuto fare con mia madre, se ella non<br />
avesse avuto una vita precedente di cui essere<br />
geloso. Corrispondevo il suo amore con grande<br />
calore: amavo tutto ciò che mi stava intorno, credo,<br />
dal momento che tutti erano gentili con me.<br />
In seguito superai la mia debolezza di costituzione<br />
e divenni un ragazzo robusto e vigoroso che<br />
tutti i passanti notavano quando mio padre mi<br />
portava con sé nella città più vicina.<br />
A casa ero il tesoro della zia, il cocco<br />
adorato di mio padre, il diletto e il trastullo della<br />
servitù e il “giovane padrone” dei contadini,<br />
davanti ai quali affettavo numerosi atteggiamenti<br />
altezzosi, simulando una sorta di autorità che<br />
appariva alquanto stravagante, senza dubbio, per<br />
un bambino quale io ero.<br />
Gregory era tre anni più grande di me. Zia<br />
Fanny era sempre gentile con lui nei fatti e nelle<br />
azioni, ma non pensava spesso a lui; infatti era<br />
totalmente abituata ad essere assorbita da me,<br />
dal momento in cui ero stato affidato a lei come<br />
un bambino cagionevole. Mio padre non aveva<br />
mai superato la sua risentita antipatia verso il<br />
figliastro, che aveva innocentemente combattuto<br />
contro di lui la battaglia per il possesso del cuore<br />
di mia madre. Sospetto anche che mio padre continuasse<br />
a considerare ancora lui come la causa<br />
della morte di mia madre e della mia delicatezza<br />
da piccolo e — sebbene sembri totalmente assurdo<br />
— credo che egli quasi proteggesse il suo<br />
sentimento di alienazione nei confronti di mio<br />
fratello come se lo ritenesse un dovere, piuttosto<br />
che sforzarsi di reprimerlo. Eppure per niente<br />
al mondo mio padre gli avrebbe negato qualcosa<br />
che il denaro potesse procurargli: quello era,<br />
come stabilito, l’obbligo contratto quando aveva<br />
sposato mia madre.<br />
Gregory era corpulento, rozzo, maldestro e<br />
goffo: guastava tutto ciò in cui era coinvolto e<br />
più di una mala parola e di un aspro rimprovero<br />
gli venivano rivolti dalle persone della fattoria,<br />
che a malapena aspettavano che mio padre<br />
fosse andato via, prima di giudicare il figliastro.<br />
Provo vergogna: il mio cuore è addolorato a pensare<br />
come avessi ceduto alla tendenza di famiglia<br />
nell’offendere il mio povero fratello orfano.<br />
Credo che non tentai neanche di conoscerlo né<br />
ero deliberatamente malvagio nei suoi confronti,<br />
ma l’abitudine di venire considerato in ogni cosa<br />
e di essere trattato come unico e superiore, mi<br />
rese insolente nella mia situazione privilegiata,<br />
pretendendo più di quanto Gregory fosse mai disposto<br />
a dare e poi, irritato, ripetevo a volte le<br />
parole di disprezzo che avevo sentito usare agli<br />
altri nei suoi confronti, senza comprenderne interamente<br />
il significato. Non so se egli lo comprendesse<br />
o meno, ma temo di sì. Soleva andare<br />
in giro calmo e silenzioso, cupo e imbronciato.<br />
Mio padre pensava che fosse stupido; zia Fanny<br />
lo chiamava così, ma tutti credevano che fosse<br />
ottuso e apatico e la sua stupidità e indolenza<br />
aumentavano sempre più. A volte sedeva senza
Letteratura<br />
dire una sola parola per ore, quindi mio padre<br />
lo invitava ad alzarsi e a fare un qualche lavoro,<br />
probabilmente, nella fattoria, ma ci volevano tre<br />
o quattro richiami prima che si muovesse. Quando<br />
ci mandarono a scuola fu lo stesso. Non c’era<br />
modo che memorizzasse le lezioni, il maestro si<br />
stancava a rimproverarlo e fustigarlo e alla fine<br />
consigliò mio padre di portarlo via e di affidargli<br />
qualche lavoro che non fosse al di sopra delle<br />
sue capacità. Credo che, dopo ciò, divenne più<br />
depresso e stupido che mai, eppure non era un<br />
tipo irascibile: era paziente<br />
e di buon carattere e cercava<br />
di rivolgersi gentilmente<br />
a chiunque, anche a coloro<br />
che lo avevano rimproverato<br />
o colpito fino a un attimo<br />
prima. Ma molto spesso i<br />
suoi tentativi di gentilezza<br />
si trasformavano in danni<br />
proprio per le persone a<br />
cui cercava di essere utile a<br />
causa dei suoi modi goffi e<br />
sgraziati.<br />
Suppongo che fossi un<br />
ragazzo intelligente; ad ogni<br />
modo ricevevo una gran<br />
quantità di elogi ed ero —<br />
come si diceva da noi — il<br />
galletto della scuola. L’insegnante<br />
diceva che potevo<br />
imparare tutto ciò che volevo,<br />
ma mio padre che, dal<br />
canto suo, non era troppo<br />
istruito, vedeva poca utilità in un eccesso di insegnamento<br />
e talvolta mi portava via e mi conduceva<br />
con sé in giro per la fattoria. Gregory fu<br />
trasformato in una sorta di pastore e ricevette<br />
l’addestramento dal vecchio Adam, che era ormai<br />
quasi giunto alla fine del suo lavoro. Credo<br />
che il vecchio Adam fosse quasi la prima persona<br />
che avesse una buona opinione di Gregory.<br />
Faceva del suo meglio perché a mio fratello<br />
fossero riconosciute le sue qualità, sebbene non<br />
sapesse come fare per farle spiccare; in quanto<br />
poi all’orientamento nelle Alture, diceva che non<br />
aveva mai visto un ragazzo come lui. Mio padre<br />
cercava di convincere Adam a parlare dei difetti<br />
e delle manchevolezze di Gregory, invece Adam,<br />
non appena scopriva l’obiettivo di mio padre, lo<br />
elogiava doppiamente.<br />
Un inverno, quando avevo circa sedici anni e<br />
Gregory diciannove, fui mandato da mio padre<br />
a sbrigare una commissione in un luogo a sei<br />
miglia di distanza se si andava dalla strada, ma<br />
all’incirca solo quattro attraversando le Alture.<br />
Mi raccomandò di tornare indietro percorrendo<br />
la strada, qualunque tragitto avessi scelto all’andata,<br />
dal momento che stava<br />
calando la sera, che spesso<br />
era fitta e nebbiosa; inoltre,<br />
il vecchio Adam — ormai<br />
paralitico e costretto a letto<br />
— aveva preannunciato una<br />
precipitazione nevosa di lì<br />
a poco. Arrivai presto alla<br />
fine del mio viaggio e svolsi<br />
il mio compito in anticipo di<br />
un’ora — pensai — rispetto<br />
alle previsioni di mio padre;<br />
cosicché presi io la decisione<br />
del percorso da intraprendere<br />
e mi misi in cammino verso<br />
le Alture, mentre le prime<br />
ombre della sera cominciavano<br />
a scendere. Sembrava<br />
abbastanza buio e tetro, ma<br />
era tutto così tranquillo che<br />
immaginai di avere parecchio<br />
tempo per arrivare a<br />
casa prima che cadesse la<br />
neve.<br />
Mi incamminai a passo svelto, ma la notte<br />
scendeva sempre più velocemente. Il percorso<br />
giusto era piuttosto chiaro alla luce del giorno,<br />
sebbene in diversi punti due o tre sentieri simili<br />
divergevano dallo stesso luogo. Ma quando c’era<br />
la giusta luce, il viaggiatore era guidato dalla vista<br />
di lontani punti di riferimento, un pezzo di<br />
roccia, una frana, che in quel momento non riuscivo<br />
proprio a vedere. Comunque presi coraggio<br />
e intrapresi quella che mi sembrava la strada<br />
giusta. Non lo era, tuttavia, e mi condusse dove<br />
78
79<br />
non lo so, ma in qualche selvaggia brughiera paludosa<br />
dove la solitudine sembrava dolorosa, intensa,<br />
come se mai passo d’uomo si fosse posato<br />
in quei luoghi a spezzarne il silenzio.<br />
Cercai di gridare — con la più tenue speranza<br />
di essere udito — più che altro per rassicurare<br />
me stesso con il rumore della mia voce, ma il<br />
suono ne uscì roco e scarso e mi sgomentò: sembrava<br />
così strano e sconosciuto in quella silenziosa<br />
distesa di nera oscurità. Improvvisamente<br />
l’aria fu riempita da fitti fiocchi cupi, il mio viso<br />
e le mie mani erano bagnati di neve. Essa mi isolò<br />
dalla già debole consapevolezza della mia posizione,<br />
infatti persi qualunque cognizione della<br />
direzione da cui ero arrivato, cosicché non avrei<br />
potuto nemmeno ripercorrere i miei passi; mi<br />
circondava, sempre più fitta, con un’oscurità che<br />
si poteva percepire. Il suolo paludoso su cui mi<br />
trovavo sciaguattava sotto di me se rimanevo a<br />
lungo in un posto, eppure non osavo allontanarmi<br />
troppo. Tutto il mio ardore giovanile sembrava<br />
avermi abbandonato di colpo. Ero sul punto<br />
di piangere e solo una gran vergogna sembrava<br />
trattenermi. Per cercare di non versare lacrime,<br />
urlavo — urla terribili e selvagge, poiché erano<br />
urla per la sopravvivenza. Quando mi fermai<br />
in ascolto mi sentii male: non giungeva nessun<br />
suono di risposta tranne un’eco spietata. Solo la<br />
neve silenziosa e crudele continuava a cadere<br />
sempre più fitta e sempre più rapida! Cominciavo<br />
ad essere intorpidito e assonnato. Cercavo di<br />
muovermi, ma non osavo spostarmi troppo per<br />
timore degli strapiombi che, lo sapevo, abbondavano<br />
in alcune zone delle Alture. Di tanto in<br />
tanto restavo immobile e urlavo ancora, ma la<br />
mia voce iniziava ad essere soffocata dalle lacrime,<br />
al pensiero della morte desolata e impotente<br />
che mi sarebbe toccata e quanto poco coloro<br />
che erano a casa, seduti intorno al calore rosso<br />
e brillante del fuoco, avrebbero saputo cosa ne<br />
era stato di me — e quanto il mio povero padre<br />
si sarebbe afflitto per me: di sicuro ne sarebbe<br />
morto, gli avrebbe spezzato il cuore, povero<br />
vecchio! Anche zia Fanny: era questa dunque la<br />
fine delle sue preoccupazioni per me? Cominciai<br />
a rivedere la mia vita in una sorta di vivido sogno<br />
nel quale le varie scene dei miei pochi anni di<br />
RACCONTO<br />
ragazzo mi passavano davanti come visioni. In<br />
una fitta di angoscia, causata da tali rimembranze<br />
della mia breve vita, raccolsi tutte le mie forze<br />
e urlai una volta ancora un lungo grido lamentoso<br />
di disperazione al quale non mi aspettavo di<br />
ottenere alcuna risposta, eccetto gli echi intorno,<br />
smorzati dall’aria densa.<br />
Con mia sorpresa udii un urlo — prolungato<br />
e selvaggio quasi quanto il mio — così selvaggio<br />
da sembrare soprannaturale, e quasi pensai che<br />
potesse essere la voce di qualcuno degli spiritelli<br />
beffardi delle Alture, sui quali avevo sentito raccontare<br />
tante storie. All’improvviso il mio cuore<br />
cominciò a battere più veloce e più forte. Non riuscii<br />
a rispondere per un attimo o due. Quasi immaginai<br />
di aver perso la capacità di esprimermi.<br />
Proprio in quel momento un cane si mise<br />
ad abbaiare.<br />
Non era forse il latrato di Lassie — il cane<br />
di mio fratello? — una bestia piuttosto brutta<br />
con il muso bianco e malfatto, a cui mio padre<br />
assestava un calcio ogni volta che la vedeva, in<br />
parte per i suoi demeriti e in parte perché era<br />
di mio fratello. In tali occasioni, Gregory richiamava<br />
con un fischio Lassie, uscendo e andandosi<br />
a sedere in qualche edificio esterno con lei.<br />
Una volta o due mio padre si era vergognato di<br />
se stesso, quando il povero collie aveva ululato<br />
per il dolore fulmineo, ma si era risollevato scaricando<br />
la colpa su mio fratello che — diceva<br />
— non sapeva come si addestrasse un cane ed<br />
era capace di viziare ogni collie della Cristianità<br />
con la sua stolta abitudine di permettergli di<br />
stendersi davanti al fuoco della cucina. Gregory<br />
non profferiva risposta a tutto ciò: sembrava che<br />
non sentisse nemmeno, continuando ad apparire<br />
assente e lunatico.<br />
Sì! Eccolo di nuovo! Era l’abbaiare di Lassie!<br />
Ora o mai più! Alzai la voce e gridai: “Lassie!<br />
Lassie! Per amor di Dio, Lassie!” Un altro attimo<br />
e la grossa Lassie dal muso bianco si curvava e<br />
saltellava con gioia intorno ai miei piedi e alle<br />
mie gambe, guardando tuttavia verso il mio viso<br />
con occhi apprensivi e intelligenti, per timore<br />
che potessi salutarla con un colpo, come spesso<br />
avevo fatto in precedenza. Ma io gridai di con-
Letteratura<br />
tentezza mentre mi chinavo e la accarezzavo. La<br />
mia mente condivideva la debolezza del mio corpo,<br />
per cui non riuscivo a ragionare, ma sapevo<br />
che l’aiuto era prossimo. Una figura grigia usciva<br />
sempre più distintamente dall’oscurità fitta e opprimente:<br />
era Gregory, avvolto nel suo plaid.<br />
“Oh, Gregory!” dissi, gettandomi al suo collo,<br />
incapace di profferir parola. Egli non aveva mai<br />
parlato molto e non disse niente per un po’ di<br />
tempo. Quindi mi disse che dovevamo muoverci:<br />
dovevamo camminare per mantenerci in vita; se<br />
possibile dovevamo trovare la strada verso casa,<br />
ma comunque ci dovevamo muovere o saremmo<br />
morti congelati.<br />
“Non sai qual è la strada verso casa?” gli<br />
chiesi.<br />
“Credevo di sì, quando sono partito, ma ora<br />
ho dei dubbi. La neve mi acceca e temo che spostandoci<br />
come abbiamo appena fatto, ho perso il<br />
cammino verso casa.”<br />
Aveva con sé il suo bastone da pastore e affondandolo<br />
prima di ogni nostro passo — aggrappandoci<br />
l’uno all’altro — procedemmo piuttosto<br />
sicuri almeno quanto bastava per non cadere giù<br />
da una roccia scoscesa, ma fu un lavoro lento e<br />
desolato. Mio fratello — vedevo — si lasciava<br />
guidare più da Lassie e dal percorso che sceglieva<br />
che da altro, fidandosi del suo istinto. Era<br />
troppo buio per vedere davanti a noi in lontananza,<br />
ma lui la richiamava di continuo, notando<br />
da quale parte provenisse, e determinando i nostri<br />
lenti passi di conseguenza. Ma il movimento<br />
monotono a malapena evitò che il mio stesso<br />
sangue si congelasse. Ogni osso, ogni fibra del<br />
mio corpo sembrava dapprima dolermi, quindi<br />
gonfiarsi, infine divenire insensibile a causa del<br />
freddo intenso. Mio fratello lo sopportava meglio<br />
di me, essendo stato più di me sulle colline. Egli<br />
non parlava, tranne che per chiamare Lassie. Mi<br />
sforzavo di essere coraggioso e non mi lamentavo,<br />
ma sentivo il sonno fatale che furtivamente<br />
allungava la sua mano su di me.<br />
“Non riesco a proseguire” dissi con tono assonnato.<br />
Ricordo che all’improvviso ero diventato ca-<br />
RACCONTO<br />
parbio e risoluto. Avrei dormito, fosse stato anche<br />
solo per cinque minuti. Anche se la conseguenza<br />
fosse stata la morte, avrei dormito. Gregory rimase<br />
immobile. Suppongo che avesse riconosciuto<br />
quella particolare fase della sofferenza alla quale<br />
ero stato condotto dal freddo.<br />
“Non serve a niente”, disse, come parlando a<br />
se stesso. “Non siamo più vicini a casa di quanto<br />
lo fossimo quando siamo partiti, per quanto<br />
ne so. La nostra unica possibilità è Lassie. Qui!<br />
Avvolgiti nel mio plaid, ragazzo, e stenditi da<br />
questa parte riparata da questa roccia. Avvicinati<br />
scivolando lì sotto, ragazzo, e mi stenderò<br />
accanto a te, cercando di mantenere il calore fra<br />
di noi. Aspetta! Hai niente con te che possano<br />
riconoscere a casa?”<br />
Mi sembrò che fosse crudele a trattenermi dal<br />
sonno, ma quando ripeté la domanda, tirai fuori<br />
il mio fazzoletto, con una fantasia vistosa, che zia<br />
Fanny aveva orlato per me, e Gregory lo prese e<br />
lo legò attorno al collo di Lassie.<br />
“Corri, Lassie, corri a casa!” E la bestia dal<br />
muso bianco, indesiderata, partì come un colpo<br />
nell’oscurità. Ora mi potevo distendere — potevo<br />
dormire. Nel mio sonnolento torpore sentii che<br />
venivo coperto teneramente da mio fratello, ma<br />
con cosa non lo sapevo, né mi interessava: ero<br />
troppo stanco, troppo egoista, troppo intorpidito<br />
per pensare e ragionare o mi sarei reso conto che<br />
in quel luogo brullo e desolato non c’era nulla in<br />
cui avvolgermi, a meno che qualcun altro non se<br />
ne fosse privato. Fui abbastanza contento quando<br />
smise le sue attenzioni e si stese accanto a<br />
me. Presi la sua mano.<br />
“Tu non puoi ricordarlo, ragazzo, come eravamo<br />
stesi nello stesso modo accanto alla mamma<br />
mentre moriva. Mise la tua manina nella mia —<br />
penso che ci veda adesso e forse presto saremo<br />
con lei. Comunque, sia fatta la volontà di Dio.”<br />
“Caro Gregory,” biascicai e scivolai più vicino<br />
a lui in cerca di calore. Parlava ancora, di nuovo<br />
di nostra madre, quando mi addormentai.<br />
Un attimo dopo — o così mi parve — sentii molte<br />
voci intorno a me — molti visi sospesi intorno a me<br />
— il piacere lussuoso del calore che si diffondeva<br />
80
81<br />
Biografia dell'Autrice><br />
i n<br />
ogni parte del mio corpo. Ero nel mio lettino a<br />
casa. Sono grato di aver detto come mia prima<br />
parola “Gregory?”<br />
I presenti si scambiarono uno sguardo: il vecchio<br />
viso rigido di mio padre cercava invano di<br />
mantenere il suo rigore, le sue labbra tremarono,<br />
i suoi occhi si riempirono lentamente di inconsuete<br />
lacrime.<br />
“Avrei dato metà delle mie terre — l’avrei<br />
benedetto come un figlio — oh, Dio! Mi sarei<br />
inginocchiato ai suoi piedi e gli avrei chiesto di<br />
perdonare la durezza del mio cuore.”<br />
Non udii più nulla: un turbine roteò nel mio<br />
cervello, trascinandomi ancora verso la morte.<br />
Ripresi lentamente conoscenza settimane<br />
dopo. Quando mi ripresi i capelli di mio padre<br />
erano diventati bianchi e mentre guardava il mio<br />
viso le sue mani tremavano.<br />
Non parlammo più di Gregory. Non riuscivamo<br />
a parlare di lui, ma egli era stranamente<br />
nei nostri pensieri. Lassie andava e veniva senza<br />
mai una parola di biasimo; anzi, mio padre provava<br />
a colpirla, ma lei si ritraeva ed egli, come<br />
se fosse stato rimproverato dalla stupida bestia,<br />
sospirava e poi restava in silenzio e assente per<br />
un po’.<br />
Zia Fanny — sempre chiacchierona — mi<br />
disse tutto. Come in quella notte fatale mio padre<br />
— irritato per la mia prolungata assenza e<br />
probabilmente più ansioso di quanto volesse far<br />
vedere, era stato violento e imperioso — anche<br />
più del solito — verso Gregory. Gli aveva rinfacciato<br />
la povertà di suo padre e la sua stupidità,<br />
che rendeva i suoi servizi inutili: infatti, tali —<br />
nonostante il vecchio pastore — mio padre aveva<br />
sempre scelto di considerarli.<br />
Infine Gregory si era alzato ed aveva fischiato<br />
a Lassie perché uscisse con lui — povera Lassie,<br />
che si acquattava sotto alla sua sedia per<br />
timore di un calcio o un colpo. Qualche momento<br />
prima c’era stata una discussione fra mio padre<br />
e mia zia riguardo al mio ritorno e, quando<br />
zia Fanny mi raccontò tutta la storia, mi disse<br />
che credeva che Gregory potesse aver notato la<br />
tempesta in arrivo e fosse uscito in silenzio per<br />
venirmi incontro. Tre ore dopo, quando tutti cor-<br />
ELIzabETh GaSkELL (Londra 1810 – Holybourne 1865) crebbe<br />
nel piccolo centro di Knutsford a cui si ispirò per l’ambientazione<br />
di molte sue opere letterarie, e dopo il matrimonio si stabilì a<br />
Manchester. Nel 1845 la morte dell’unico figlio maschio la spinse a<br />
cercar sollievo nella scrittura del primo romanzo, Mary Barton. Fra<br />
le sue molte opere narrative, Ruth e North and South descrivono la<br />
drammatica vita del proletariato urbano inglese, mentre Cranford,<br />
considerato il suo capolavoro, rappresenta la vita in un villaggio<br />
rurale sorpassato ed emarginato dal convulso sviluppo industriale<br />
di metà Ottocento. Protagoniste dei bellissimi racconti di Storie di<br />
bimbe, di donne e di streghe sono donne che hanno patito fino<br />
alla morte, amato fino a odiare. Le asprezze della vita le hanno<br />
spinte a reprimere le passioni per non infrangere il loro ferreo<br />
codice morale. Sole e indomabili, ossessionate dalla vendetta o<br />
perseguitate da eterne maledizioni, queste donne assumono agli<br />
occhi della comunità i tratti inquietanti della strega, l’evanescenza<br />
dello spettro. Custodi silenziose di enigmi familiari e saperi antichi,<br />
sono personaggi indimenticabili anche per i lettori di oggi.<br />
revano di qua e di là agitandosi selvaggiamente<br />
non sapendo dove venirmi a cercare — e senza<br />
sentire la mancanza di Gregory, anzi, senza<br />
neanche accorgersi che era sparito, povero caro<br />
— povero, povero caro! — Lassie era arrivata a<br />
casa con il mio fazzoletto legato attorno al collo.<br />
Allora capirono e l’intera energia della fattoria<br />
venne dispiegata per seguirla con scialli coperte<br />
e brandy e qualsiasi cosa a cui riuscissero<br />
a pensare. Io giacevo in un sonno gelato, ma ero<br />
ancora vivo sotto alla roccia dove li aveva condotti<br />
Lassie. Ero ricoperto con il plaid di mio<br />
fratello e il suo folto giaccone da pastore era avvolto<br />
attorno ai miei piedi. Egli era in maniche<br />
di camicia — le braccia intorno a me — con un<br />
sorriso quieto — raramente egli aveva sorriso<br />
durante la sua vita — sul suo viso freddo e immobile.<br />
Le ultime parole di mio padre furono: “Dio<br />
perdona la durezza del mio cuore verso il povero<br />
figlio senza padre!”<br />
E ciò che evidenziò la profondità del suo pentimento,<br />
forse più di ogni cosa — considerato<br />
l’amore appassionato nei confronti di mia madre<br />
— fu questo: trovammo un documento con<br />
indicazioni, dopo la sua morte, in cui diceva che<br />
desiderava giacere ai piedi della tomba in cui —<br />
per suo desiderio — il povero Gregory era stato<br />
deposto con NOSTRA MADRE.
Letteratura<br />
Postfazione di Gabriella Parisi<br />
Questo racconto, che parla di legami familiari<br />
e di piccole e grandi gelosie e crudeltà,<br />
vede nella figura di Gregory, il fratello<br />
più grande, il cui padre è morto prima che<br />
questi vedesse la luce, il personaggio più generoso,<br />
il più disinteressato, che si sacrifica<br />
per salvare il fratello più amato, colui che è<br />
considerato più importante per la famiglia,<br />
sia dal punto di vista affettivo che dal punto<br />
di vista intellettivo. Esattamente dieci anni<br />
dopo, nel 1869, Florence Montgomery<br />
sfrutterà lo stesso tema per il suo romanzo<br />
"Incompreso".<br />
La parzialità dei genitori nei confronti<br />
dei figli ci richiama due figure<br />
del Vecchio Testamento, i fratelli Giacobbe<br />
ed Esaù. Essi erano gemelli, ma il<br />
primo a vedere la luce fu Esaù, eppure Giacobbe<br />
tentò con ogni espediente di sottrarre<br />
la primogenitura al fratello, invidioso della<br />
preferenza che il padre Isacco gli riservava.<br />
Analogamente alla storia dei due gemelli<br />
biblici, anche questa è una storia di gelosia<br />
molto sofferta e di sofferta riconciliazione.<br />
Il narratore è il fratello più giovane, il<br />
prediletto della famiglia, del quale viviamo<br />
via via gli stati d'animo e la partecipazione<br />
alle vicende in un crescendo di pathos. Infatti,<br />
mentre la narrazione iniziale sembra<br />
quasi piatta, impersonale — nonostante le<br />
vicende raccontate siano altamente drammatiche<br />
quanto e forse più delle successive<br />
— in quanto viene riportata per "sentito<br />
dire", in base a quello che è stato raccontato<br />
al narratore dalla zia, quando la storia<br />
entra nel vivo, con gli episodi vissuti dal<br />
protagonista in prima persona, cogliamo le<br />
sfumature dei suoi sentimenti, le emozioni,<br />
l'angoscia, quasi a voler restituire retroattivamente<br />
al fratello un sentimento che in verità<br />
non esisteva durante lo svolgimento dei<br />
fatti.<br />
La Natura — come spesso avviene nelle<br />
opere della Gaskell e nel Romanticismo<br />
ottocentesco — collabora, è coprotagonista,<br />
intensificando le emozioni dei<br />
personaggi e le loro sofferenze. Essa è<br />
crudele, infida, ingannatrice sembra voler<br />
redarguire il protagonista, facendolo riflettere<br />
e pentire del suo atteggiamento sprezzante<br />
nei confronti del fratellastro.<br />
Una particolare attenzione va infine riservata<br />
alla figura del cane, Lassie, la<br />
compagna più fidata di Gregory, pronta ad<br />
ubbidire al suo padrone nonostante i trattamenti<br />
ricevuti da coloro che infine beneficeranno<br />
dei suoi servigi — atteggiamenti<br />
che non cambieranno neanche dopo la morte<br />
di Gregory —, che si rivela l'unico essere<br />
vivente (quasi "cristiano", se riflettiamo<br />
sulle parole che il patrigno utilizza ad un<br />
certo punto della narrazione rivolgendosi a<br />
Gregory: "non sapeva come si addestrasse<br />
un cane ed era capace di viziare ogni collie<br />
della Cristianità con la sua stolta abitudine<br />
di permettergli di stendersi davanti al fuoco<br />
della cucina") su cui il povero giovane può<br />
fare davvero affidamento.<br />
82
WRITER'S DREAM<br />
Perché scrivere non è solo un sogno<br />
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Letteratura<br />
Shooting in a barrel<br />
Perché Edward Cullen non sarà mai uno zombie…<br />
«Questa cosa di avere un’anima l’ho iniziata io.<br />
Prima che cominciasse ad andare di moda.»<br />
Angelus<br />
«Grazie per aver fatto smettere di sognare ai miei figli<br />
un futuro che mai, mai, avrei potuto dargli.»<br />
H.J.Simpson<br />
Per un vampiro sedurre<br />
gli adolescenti è come cacciare<br />
pesci rossi in un barile.<br />
È stato così fin da quando le<br />
ragazze portavano sottogonne e<br />
corsetti e i signori della notte avevano<br />
l’aspetto di splendidi, eterni,<br />
quarantenni. I succhiasangue<br />
sono morti ma non sono vittime<br />
dei segni del tempo che passa, vivono<br />
tra noi eppure rifiutano ogni<br />
regola sociale, legale, morale che<br />
abbiamo eretto per contenerli e<br />
per contenerci. Sono mentalmente<br />
e fisicamente superiori. La longevità<br />
li rende dotti, disincantati,<br />
decadenti.<br />
Vecchi come Matusalemme<br />
e capofila della lotta ai matusa.<br />
Quando i vampiri hanno iniziato a<br />
essere adolescenti la questione si<br />
è fatta intra-generazionale. Mostri<br />
teenager hanno popolato<br />
la fiction horror-fantasy, ma,<br />
invece di produrre una ventata<br />
di ribellione si sono fatti por-<br />
84<br />
tatori di un’ondata di moralizzazione<br />
della specie. Vampiri<br />
“vegetariani”, monogami, dediti<br />
all’astinenza sessuale. Infilati in<br />
rigide organizzazioni gerarchiche,<br />
ossessionati dal «fai la cosa giusta»,<br />
incarnazione di un codice<br />
pseudo cavalleresco fondato su<br />
una ferrea divisione dei ruoli a<br />
base sessuale. Da un lato il maschio,<br />
che può essere, a scelta,<br />
eroe senza macchia, nemico sanguinario<br />
o sodale-zerbino segretamente<br />
innamorato. Dall’altro la<br />
femmina, che si muove tra classici<br />
senza tempo come la donzella in<br />
pericolo, la guerriera nobile o la<br />
strega cattiva. La saga di Twilight<br />
costruisce il paradigma di<br />
questo meccanismo di moralizzazione<br />
e autocensura di cui i revenantes<br />
sono, allo stesso tempo,<br />
oggetto e strumento.<br />
La storia d’amore tra Bella<br />
ed Edward è un raro esempio<br />
di trasmissione delle re-<br />
SPECIALE<br />
di seLene PascareLLa
gole sociali alle nuove generazioni. Attraverso la testa<br />
di ponte del fantastico, spalmata su personaggi epidermicamente<br />
controversi, passa l’irreggimentazione delle pulsioni e<br />
delle istanze d’autonomia dei ragazzi. Edward e Bella rispettano<br />
tutti i passaggi formativi di due giovani adulti per bene,<br />
con tanto di benedizione dei sacramenti e rispetto del diktat<br />
del sesso a fine riproduttivo. Naturalmente agli occhi di se<br />
stessi e del lettore tutti questi passaggi sono motivati da una<br />
scelta di rottura e di trasgressione, quale l’amore che può ogni<br />
cosa, ma il risultato finale è proprio quello di confermare che,<br />
al di fuori degli schemi tradizionali, il sentimento non trova<br />
modo di esprimere il suo reale potenziale.<br />
Il vero romanticismo sta nel saper aspettare,<br />
nel saper piegare il capriccio (di cui la passione<br />
e il sesso fanno parte) a sentimenti più maturi e<br />
più profondi, come la fedeltà coniugale e l’amore<br />
materno.<br />
Non tragga in inganno la serie di battaglie con i<br />
vampiri “cattivi” che punteggia la storia. Ogni forma<br />
di rottura, tanto nella vita di coppia che nelle relazioni<br />
con il resto della comunità (sia essa costituita da<br />
umani, vampiri o licantropi) viene ricomposta attraverso<br />
forme di compromesso e di mediazione volte a<br />
creare una forma di pacificazione sociale.<br />
Succede nelle tensioni tra licantropi e vampiri<br />
e tra il clan Cullen e i Volturi per la nascita della<br />
figlia di Edward e Bella.<br />
Sembrano passati secoli da quando la giovane<br />
cacciatrice di vampiri Buffy Summers scopriva la<br />
gioia del sesso assieme al suo fidanzato non morto<br />
Angel nella strepitosa serie tv firmata da Joss<br />
Whedon. Come Bella ed Edward, Buffy e Angel<br />
vivono le incertezze di una relazione tabù. Non<br />
solo perché sono una giovane umana e un vampiro<br />
“adulto”, ma perché Buffy ha come missione sterminare<br />
tutti quelli come Angel. Anche se Angel<br />
non è un vampiro come gli altri: una maledizione<br />
gli ha restituito anima e coscienza condannandolo<br />
a convivere per l’eternità con il senso di colpa legato<br />
alla sua natura di non morto.<br />
Sarà Buffy a spezzare questa tortura. Il primo<br />
rapporto sessuale tra i due regala ad Angel la<br />
«vera felicità» annullando il sortilegio. Una vera<br />
85
Letteratura<br />
felicità che nessun trasporto romantico era<br />
stato in grado di creare.<br />
È quindi la linea narrativa romantica<br />
la Maginot di una buona storia di vampiri?<br />
Il ridimensionamento del nosferatu a<br />
giovinotto pallido e trendy è il prezzo da<br />
pagare per l’estensione della figura del<br />
mostro a nuovi terreni della fiction rispetto<br />
a quelli (horror e fantastico) di provenienza?<br />
È lecito, dunque, attendersi il medesimo<br />
destino per gli zombie, nuovi<br />
eroi non morti dell’industria culturale? I<br />
teen-zombie spazzeranno via i walking<br />
dead romeriani?<br />
Per molto tempo questa eventualità è<br />
sembrata quanto mai remota. I morti viventi<br />
sono decisamente più refrattari dei cugini<br />
vampiri a rielaborazioni romance. Non<br />
parlano, non pensano, non sono in grado<br />
di provare empatia né tanto meno affetto<br />
o amore. Senza contare che, tranne poche<br />
eccezioni casuali, sono decomposti, guasti,<br />
privi di parti anatomiche, insostenibilmente<br />
puzzolenti. E metto queste motivazioni solo in<br />
second’ordine non a caso.<br />
Esiste, come sappiamo, una fetta (non<br />
così sottile) di pubblico che non vede alcun ossimoro<br />
nella diade sesso e cadavere. Ma qui<br />
stiamo parlando della possibilità di sdoganare<br />
una love story con undead al pubblico generalista<br />
e a quello young adult e giovanilistico<br />
in particolare. E, allo stesso tempo, dell’eventualità<br />
che il meme zombie si dimostri, ancora<br />
una volta, talmente vorace e forte da<br />
inglobare la propria versione romantica senza<br />
compromettere la natura di predatore.<br />
Partiamo dal principio. Come si trasforma<br />
un cadavere putrido in un principe<br />
azzurro della notte?<br />
Eliminare o limitare lo stigma fisico<br />
86<br />
del mostro è il passo più facile verso la<br />
normalizzazione dello zombie a fini sentimentali.<br />
In Abel di Claudia Salvatori è la<br />
scoperta di un farmaco, in grado di cristallizzare<br />
lo zombie nello stato di decomposizione in<br />
cui si trova al momento della somministrazione,<br />
a fare da spartiacque.<br />
Ci sono non morti malconci, ma anche<br />
undead che potrebbero tranquillamente<br />
rientrare in standard di avvenenza più che accettabili.<br />
Abel, il protagonista, è addirittura<br />
una specie di Kennedy-zombie: bello, carismatico,<br />
intelligente. Un idolo delle ragazzine che<br />
lascerebbe in panchina il giovane Cullen. Ciò<br />
non implica né che gli zombie siano realmente<br />
inseriti nella società degli uomini, né che siano<br />
immortali. Non c’è parità nel rapporto con gli<br />
umani e anche per loro arriva l’inverno, ovvero<br />
uno stato di lenta consunzione che si conclude<br />
con la scomparsa definitiva. Permette però,<br />
anche ai più sbrindellati, di avere relazioni fisiche<br />
con gli umani.<br />
Gli zombie sono, però, sex toys particolarmente<br />
ricercati. Il passaggio attraverso<br />
la morte li ha resi docili, privi di bisogni e alieni<br />
all’aggressività. Amanti a bassissimo mantenimento<br />
per uomini e donne che non vogliono<br />
condividere energie materiali ed emotive con<br />
chicchessia. Oggetti sessuali più che protagonisti<br />
romantici. Anche per i non Breathers di<br />
Scott G. Browne c’è un rimedio al decadimento,<br />
ma un rimedio decisamente zombie,<br />
cioè consumare carne umana. Il protagonista<br />
Andy e i suoi amici dell’anonima zombie lo<br />
scoprono per caso, dando via a un percorso di<br />
autocoscienza dove privato e pubblico coincidono.<br />
Quando Andy scopre di poter superare la<br />
sua condizione di non morto allo stesso tempo<br />
decide di essere davvero uno zombie. Amerà<br />
come uno zombie, scoperà (con la sua ragazza<br />
zombie) come uno zombie, vivrà nella società<br />
come uno zombie con diritti e riconoscimento.
O perlomeno combatterà per<br />
questo.<br />
Una soluzione che viene<br />
rovesciata completamente<br />
in Warm Bodies di Isaac<br />
Marion.<br />
Dalla dimensione collettiva<br />
di zombie biologicamente<br />
accettabili si passa<br />
a quella individuale di R.,<br />
uno zombie che ignora tutto<br />
del suo passato umano ma è<br />
un passo avanti rispetto alla<br />
media dei suoi simili. R. non<br />
è terribile da vedere, ama la<br />
buona vecchia musica e si<br />
pone domande sulla propria<br />
condizione. Vive in un mondo<br />
distrutto dal ritorno dei morti<br />
sulla terra, fa parte di una<br />
comunità zombie che si raggruppa<br />
in un aeroporto e ha le<br />
sue regole interne. Gli adulti si<br />
occupano della sopravvivenza<br />
dei bambini, hanno coniugi e<br />
figli affidatari da educare alla<br />
sopravvivenza e alla caccia.<br />
Si accoppiano come e quando<br />
possono, con frenesia e senza<br />
inibizioni.<br />
Ma anche senza l’amore<br />
con la “A” maiuscola.<br />
Il loro è l’unico mondo<br />
zombie possibile. Eppure R.<br />
vuole di più.<br />
Quando si imbatte in una<br />
biondina avvenente e coraggiosa<br />
e, invece di mangiarla,<br />
le mette su un classico del<br />
jazz capisce cosa sia questo<br />
qualcosa. La biondina in que-<br />
88<br />
stione proviene da un’enclave<br />
di sopravvissuti umani, asserragliati<br />
in un ex stadio da football.<br />
Incontra R. durante una<br />
missione all’esterno del campo.<br />
R. uccide il suo fidanzato e<br />
ne trattiene la parte migliore,<br />
il cervello, folgorato da una visione.<br />
Assaggiando la massa<br />
cerebrale del ragazzo è riuscito<br />
a percepirne i pensieri<br />
e ricordi. Ha avuto, per un<br />
breve attimo, una vera coscienza.<br />
Una bella sensazione,<br />
tanto da spingerlo a centellinare<br />
la materia grigia della<br />
vittima per vivere attraverso<br />
di lui e stabilire un legame con<br />
la sua ragazza (Come a dire<br />
che avere la coscienza non ti<br />
impedisce di essere un gran<br />
bastardo…). Lei si chiama Julie<br />
e nei confronti di R. segue<br />
tutte le classiche fasi del rapporto<br />
tra la “bella & la bestia”.<br />
Quando, stringi stringi, si trova<br />
a dover scegliere davvero<br />
se vuole stare con qualcuno<br />
che produce larve e bile arriva<br />
il miracolo. L’Ammore sta guarendo<br />
R. che recupera le sue<br />
facoltà ed è ogni giorno meno<br />
morto e più vivente. Persino la<br />
fame di carne umana sta sparendo.<br />
E se la rivelazione (all<br />
they need is love…) che l’apocalisse<br />
può essere redenta<br />
da un bacio di vero amore è<br />
smaccatamente favolistica e<br />
persino irritante, è interessan-<br />
te notare cosa racconta della<br />
realtà che è destinata a cambiare.<br />
R. e Julie vivono in un<br />
mondo brutto. Non brutto<br />
perché loro sono adolescenti,<br />
la provincia è<br />
claustrofobica, la vita è<br />
complicata e i genitori non<br />
possono capirli. Brutto per<br />
davvero. Come lo è vivere<br />
in una gabbia col terrore<br />
di essere divorati vivi, costruire<br />
ogni giorno sul sangue<br />
e la violenza. Nell’esperienza<br />
adolescenziale di Julie<br />
i mostri e le creature soprannaturali<br />
non vengono a coprire<br />
una mancanza di opzioni<br />
(Bella arriva a Forks dalla città<br />
e si annoia a morte…), ma<br />
potrebbero ragionevolmente<br />
giustificare un ripiegamento<br />
all’individualismo e all’apatia.<br />
Un ripiegamento che Julie<br />
rifiuta ad ogni costo, cercando<br />
di agire sulla aberrante<br />
realtà in cui è calata nonostante<br />
vincoli, divieti e ostacoli.<br />
Certo R. è tecnicamente<br />
un adulto, ma la sua ri-nascita<br />
zombie lo rende giovane quanto<br />
Julie e i vissuti dei due sono<br />
piuttosto simili.<br />
Entrambi cercano di restare<br />
nel mondo (in quello che<br />
ne resta) e rifiutano ogni via di<br />
fuga che si basi sull’alienazione<br />
dalla realtà. Julie non passerebbe<br />
come Bella le giornate<br />
a saltare dai dirupi per<br />
recuperare il fantasma del suo
grande amore. Ha avuto il suo<br />
grande amore (quello divorato<br />
da R.) e ha capito bene che<br />
non esaurisce gli orizzonti di<br />
una donna.<br />
L’obiettivo di R. e Julie<br />
non è di essere una bella<br />
famiglia felice ma di trovare,<br />
attraverso uno strano<br />
collettivo di umani e<br />
zombie, la via per un nuovo<br />
mondo possibile. Il nemico<br />
è per loro, come per Bella ed<br />
Edward, la struttura di potere<br />
delle rispettive comunità, cioè<br />
gli Ossuti (i Volturi zombie) e i<br />
militari. Ma essere lasciati liberi<br />
di vivere il proprio amore<br />
non è abbastanza. Se l’amore<br />
è la risposta questa costruita<br />
socialmente. Una<br />
differenza non da poco.<br />
Del resto la spiegazione<br />
di Marion alla guarigione zombie<br />
non è molto dissimile da<br />
quella della Salvatori alla trasformazione<br />
in non morto. Se<br />
in Abel è possibile fabbricare<br />
zombie sottoponendo esseri<br />
umani a una sequela intollerabile<br />
(e fatale) di traumi psicofisici,<br />
Warm Bodies trova nella<br />
speranza condivisa e nella<br />
messa in comune di esperienze<br />
un antivirale in grado di fermare<br />
il contagio zombie.<br />
Per quanto il romanzo<br />
si stato presentato come il<br />
«Twilight zombie», siamo in<br />
un altro campionato rispetto<br />
alla Meyer.<br />
Il secondo modo per<br />
Letteratura<br />
creare il terreno a una liaison<br />
tra umani e zombie è<br />
disinnescare la loro funzione<br />
apocalittica. Privato<br />
dell’aura negativa di minaccia<br />
globale, lo zombie può divenire,<br />
al pari del vampiro, un<br />
nemico individuale. E con un<br />
nemico individuale si apre lo<br />
spazio della contrattazione.<br />
Soprattutto se alla dimensione<br />
non di massa si accompagna<br />
lo sviluppo di qualità intellettive<br />
e fisiche superiori.<br />
Thomas Plischke gioca<br />
entrambe le carte nel suo I<br />
morti viventi sono tra noi.<br />
Plischke usa la padronanza dei<br />
miti su i morti che ritornano (di<br />
ogni provenienza e datazione)<br />
per costruire un romanzo dove<br />
la figura dello zombie viene rielaborata<br />
fino a divenire quasi<br />
sovrapponibile a quella del<br />
vampiro.<br />
I suoi zombie convivono<br />
con gli uomini ovunque<br />
e da sempre, possono<br />
tenere sotto controllo la<br />
fame di carne umana attraverso<br />
la pratica e l‘uso<br />
di cibi palliativi, hanno<br />
un’organizzazione gerarchica<br />
e si dividono in cellule.<br />
La loro esistenza è legata<br />
a filo doppio a forze oscure<br />
provenienti dal cuore della<br />
terra, origine della loro fame.<br />
Da secoli vengono cacciati da<br />
uomini e donne a conoscenza<br />
della loro esistenza; guerrieri<br />
volti al loro sterminio e “sen-<br />
sitivi” in grado di percepirne<br />
l’arrivo attraverso i mutamenti<br />
della forza del pianeta. Braccati<br />
dall’uomo, gli zombie non<br />
hanno alcun interesse a palesarsi<br />
né a diffondersi su scala<br />
globale anche se il loro morso<br />
equivale al contagio assicurato.<br />
Lavorando a una tesi in<br />
antropologia culturale sul mito<br />
degli zombie una bella studentessa<br />
inglese, Lily, scopre,<br />
senza volerlo, che essi sono reali.<br />
Viene morsa e trasformata<br />
per volontà di uno zombie potente<br />
e fascinoso (Victor) che<br />
la vuole come sua compagna.<br />
Verrà salvata dal suo “amico<br />
di letto” (Gottlieb, che la ama<br />
da sempre, ricambiato) che appartiene<br />
a un’antica e segreta<br />
stirpe di ammazza-zombie.<br />
Un doppio incastro sentimentale<br />
tra coppia endogamica,<br />
Lily e il suo mentore Victor,<br />
entrambi zombie, e una esogamica,<br />
la Lily trasformata e<br />
l’umano Gottlieb. La prima finisce<br />
molto male. Lily e Victor<br />
fanno scintille a letto, ma la<br />
fanciulla si tira indietro quando<br />
si rende conto che i modi<br />
gentili e un vestiario elegante<br />
celano un mostro sanguinario.<br />
Per la stessa ragione è probabile<br />
che finisca male anche la<br />
seconda. Il libro si chiude con<br />
Lily e Gottlieb in fuga insieme.<br />
Lui è ferito e lei cerca ad ogni<br />
costo di non cibarsene per colazione.<br />
89
Letteratura<br />
Come a dire che l’amore può molte<br />
cose ma l’antropofagia sa mettere seriamente<br />
a rischio una relazione. Anche<br />
nella versione “nobiluomo magnetico” lo<br />
zombie resta un principe azzurro assai<br />
problematico.<br />
Fin qui ci siamo concentrati sulle storie<br />
d’amore tra zombie e tra zombie ed esseri viventi.<br />
Cosa accade quando la trama rosa<br />
riguarda solo la controparte umana?<br />
Ancora una volta è la dimensione apocalittica<br />
a fare la differenza. Portare avanti un<br />
rapporto d’amore mentre si dà la caccia o si è<br />
cacciati dai vampiri, è arduo; ma in caso di attacco<br />
zombie di massa è quasi impossibile.<br />
Costretti a fughe continue, laceri, affamati<br />
e spaventati, i sopravvissuti umani<br />
hanno ben poche energie per l’amore.<br />
Ma se la vita continua, allora anche il<br />
sentimento trova spazio, come componente<br />
incancellabile dell’esistenza.<br />
In ogni storia zombie i protagonisti<br />
perdono la quasi totalità degli<br />
affetti. Mogli, compagni, fidanzate e<br />
figli o sono morti o sono stati trasformati.<br />
Qualsiasi nuovo legame nasce<br />
dal trauma, dal vuoto e dalla sofferenza.<br />
E nel migliore dei casi può andare a<br />
finire molto male, visto la condizione di<br />
perenne emergenza.<br />
Narrativamente parlando una miniera<br />
d’oro. Che può essere sfruttata o gettata via.<br />
Partiamo dalla seconda eventualità.<br />
Rhiannon Frater nel suo Il primo<br />
giorno (primo volume della trilogia L’era del<br />
mondo morto) non rinuncia a punteggiare la<br />
lotta per la sopravvivenza dei protagonisti con<br />
un articolato e ridondante discorso amoroso.<br />
Sospiri, palpitazioni e schermaglie che<br />
non alleggeriscono la tensione quanto<br />
dovrebbero e non offrono maggiore profondità<br />
ai personaggi.<br />
Adulti che guardano in faccia la morte<br />
ogni momento e precipitano allo stadio di sviluppo<br />
emotivo di un tredicenne.<br />
Coinvolgimenti sentimentali che complicano<br />
la situazione ma non permettono di<br />
approfondire. In mancanza di adolescenti<br />
sono gli adulti a<br />
mettere in scena<br />
la versione<br />
over 35<br />
di The<br />
Secret Life of<br />
the American Teenager.<br />
Lui ama lei, lei non vuole ferire l’amica<br />
che ha una cotta per lui, ma anche un debole<br />
per il bel macho latino che la insulta perché in<br />
realtà la desidera... e via così…<br />
Vediamo cosa succede quando il tema<br />
“amore al tempo della pandemia zombie” arriva<br />
nelle mani di Robert Kirkman e Jay Bonansinga.<br />
Passiamo da Il primo giorno a The<br />
90
91<br />
Walking Dead — L’ascesa del Governatore.<br />
C’è un uomo in viaggio con tre adulti e<br />
una bimba piccola, sua figlia. Un uomo duro<br />
del sud che dal ritorno (dal mondo?) dei morti<br />
ha fatto tutto quello che andava fatto<br />
per proteggere la sua<br />
famiglia. L’uomo<br />
con il fucile<br />
incon-<br />
t r a<br />
una bellezza<br />
delle<br />
sue parti. Lei ha<br />
capelli biondi, modi gentili e<br />
una splendida voce. Canta, o meglio cantava,<br />
in un gruppo country assieme al vecchio<br />
padre e alla sorella.<br />
È coraggiosa ma anche materna. Si<br />
prende cura della bimba e ospita gli adulti che<br />
l’accompagnano. Si apre così per tutti i fuggiaschi,<br />
una parentesi di ritrovata tranquillità.<br />
Un palazzo abbandonato nel cuore di Atlanta<br />
sembra trasformarsi in un rifugio sicuro e una<br />
convivenza forzata pare germogliare in una<br />
famiglia.<br />
Poi lui e lei vanno in missione da soli,<br />
insieme. Non c’è nessuna minaccia vicina, la<br />
notte è limpida, lo spazio libero da intrusi. Tutto<br />
sembra suggerire al lettore che sia giunto<br />
per loro il momento dell’amore; non come risultato<br />
di lunghe descrizioni di stati interiori,<br />
ma per effetto dell’abile costruzione dei dialoghi<br />
e del sapiente innescarsi degli eventi.<br />
È l’illusione di un attimo. La lieve sospensione<br />
di attese verso il primo bacio si infrange<br />
sull’inequivocabile inizio di uno stupro.<br />
Una violenza tragica e triste che segna<br />
per sempre il divorzio emotivo tra chi<br />
la compie e il lettore. Un distacco necessario<br />
alla costruzione del più grande villain<br />
della saga TWD, il Governatore, ma<br />
soprattutto un memorandum dell’apocalisse.<br />
Amore fa rima con cuore, ma<br />
anche con orrore. Dire che l’amore<br />
può ogni cosa equivale a dire che<br />
non è in grado di metterci a riparo da<br />
nulla.<br />
Adolescenti o meno nascondiamo sotto<br />
l’ombrello del sentimento anche il peggio di<br />
noi. Ammetterlo equivale a marciare in direzione<br />
opposta alla Meyer.<br />
Innestare un racconto zombie con<br />
una storia d’amore funziona veramente<br />
a patto di sfruttare al massimo le potenzialità<br />
di entrambe le linee narrative. Che<br />
può voler dire giocare con tutti i significati<br />
dell’apocalisse, tanto sociopolitici che emotivi<br />
(Warm Bodies), oppure rinunciare del tutto a<br />
essa (I morti viventi sono tra noi), ma soprattutto<br />
sapere quando e come parlare di sentimenti<br />
(L’ascesa del Governatore) senza scadere<br />
nel sentimentalismo.<br />
Quello sì un mostro senza rimedio.
Letteratura<br />
esame necroscopico<br />
di una morte letteraria:<br />
il ritorno di Alice Allevi<br />
Alice Allevi è tornata. Ed è più sicura di<br />
sé, meno, pasticciona, sempre pronta a cogliere<br />
le sfumature che si nascondono nelle<br />
pieghe dell’animo umano.<br />
Anche Alessia Gazzola è tornata, con il<br />
suo stile brillante, i dialoghi arguti e il tocco magico<br />
con cui riesce a mescolare humour, giallo e<br />
femminilità. E in Un segreto non è per sempre<br />
segna un deciso passo avanti nel suo percorso di<br />
autrice.<br />
Alice continua la sua vita nel Dipartimento<br />
di Medicina Legale a Roma. Ha ancora una relazione<br />
a distanza con Arthur Malcomess; c’è<br />
Yukino, la coinquilina giapponese che adora; vive<br />
un rapporto molto complicato con Mr. Cinismo &<br />
Saccenza, al secolo Claudio Conforti, suo responsabile<br />
e insieme sua personale croce. Ma ci<br />
sono anche molte new entry: una nuova collega,<br />
Beatrice; una cognata e una nipotina; e un cane,<br />
raccattato da Yuki.<br />
Al centro delle indagini “atipiche” di Alice ci<br />
sono uno scrittore, Konrad Azais, e la sua famiglia:<br />
Selina, la figlia che si prende cura di lui;<br />
Oscar, pittore scialacquatore e donnaiolo; Enrico,<br />
uno scrittore dalle alte ambizioni e dalle scarse<br />
capacità. Accanto ad Alice, il buon ispettore<br />
Calligaris, che ha intuito come la dottoressa Allevi<br />
– con la sua frangetta e le intuizioni folli – sia<br />
un’osservatrice acuta e una collaboratrice prezio-<br />
78<br />
di steFania aUci<br />
sa. Sono queste doti ad aiutare Alice in un caso<br />
estremamente nebuloso che inizia con una perizia<br />
per un’interdizione.<br />
Konrad Azais è uno scrittore che non<br />
è riuscito a farsi amare dalla sua famiglia, e<br />
a ragione. Rabbioso, irascibile, offensivo, ha castrato<br />
i sogni di gloria sia del figlio, sia del genero.<br />
Non ha alcun affetto per altri, se non per se<br />
stesso e per la sua carriera, peraltro abbastanza<br />
altalenante. L’uomo ha accessi d’ira e comportamenti<br />
talmente anomali agli occhi dei figli da costringerli<br />
a chiedere la sua interdizione. Alice fa<br />
parte della commissione medica che deve decidere<br />
sull’accoglimento dell’istanza ed è in questo<br />
modo che entra in contatto con Azais.<br />
Pochi giorni dopo, però, il vecchio patriarca<br />
viene trovato morto dall’adorata nipote Clara,<br />
una quindicenne seria e dura. Alice comprende<br />
subito che la ragazza sa più di ciò che afferma<br />
e che la morte di Azais è, solo apparentemente,<br />
una morte naturale. A complicare la faccenda, il<br />
92
93<br />
testamento del vecchio scrittore: in esso si lascia<br />
il patrimonio degli Azais a una sconosciuta donna<br />
di origine francese che, a sua volta, finirà sul tavolo<br />
dell’obitorio di Alice.<br />
Ma la dottoressa Allevi ha anche molti pensieri<br />
che le rubano il sonno e la lucidità: non sa – o<br />
non vuole – scegliere tra una relazione a distanza<br />
con lo sfuggente, perennemente insoddisfatto (e<br />
fascinoso) Arthur, e la sensuale, elettrica attrazione<br />
che prova per Claudio. Un bivio che le si<br />
apre dinanzi e che le lascerà il cuore a pezzi,<br />
qualunque sia la sua scelta. A complicare la<br />
situazione ci si mettono di mezzo il vino bianco,<br />
Cordelia con le sue relazioni fallimentari, le battute<br />
di Beatrice, la nuova collega e regina del cuore<br />
di Claudio, e la sparizione di Ambra… et voilà,<br />
il gioco è fatto. Si tratta di un mix freschissimo<br />
e deliziosamente intrigante che conferma<br />
l’exploit di questa talentuosa scrittrice siciliana.<br />
Un segreto non è per sempre è un libro<br />
di svolta. Si sente e si percepisce. Alessia<br />
Gazzola ha lasciato il registro del chick lit<br />
che aveva permeato il precedente romanzo<br />
– L’Allieva – per passare una uno stile<br />
più sobrio e sicuro ma non per questo meno<br />
brillante. Ciò che colpisce maggiormente in Un<br />
segreto è proprio la maggiore padronanza<br />
degli strumenti stilistici da parte dell’Autrice<br />
rispetto all’esordio. Pagine di grande sensibilità,<br />
quasi liriche – come quelle che descrivono Parigi<br />
–, si alternano a momenti di humour vivace, come<br />
ad esempio, nel “menage” che vede Claudio, Alice<br />
e un cadavere puzzolente rinchiusi insieme in<br />
un ascensore. Un uso sapiente dei dialoghi –<br />
grande punto di forza del romanzo – dà brio<br />
e ritmo a una storia particolare, basata su<br />
sfumature, sulle frasi non dette, sui silenzi<br />
pesanti.<br />
Vi è una maturità personale nuova dietro<br />
questo romanzo, oltre che una crescita<br />
professionale. Alice Allevi ne esce arricchita:<br />
eliminati i tratti adolescenziali che estremizzavano<br />
alcuni aspetti del personaggio, esso<br />
ha acquistato tridimensionalità e una dolcezza<br />
empatica, fatta di compassione e intuito. Non ha<br />
alessia gazzola<br />
perso quell’aria naif e un po’ svagata che aveva<br />
nel primo volume e che ha conquistato decine di<br />
migliaia di lettori, ma questa è stata temperata<br />
dalla consapevolezza di sé e del proprio valore<br />
che, almeno in una certa misura, la protagonista<br />
condivide con la sua creatrice.<br />
Il romanzo è maggiormente equilibrato<br />
anche dal punto di vista della struttura. Una<br />
delle maggiori obiezioni che era stata mossa a<br />
L'Allieva era quella di aver creato un chick lit con<br />
una vaga coloritura da medical thriller. Ebbene, Un<br />
segreto non è per sempre è a tutti gli effetti<br />
un giallo, dove l’elemento delittuoso si mescola<br />
e si nasconde abilmente in una rete di parole non<br />
dette, di invidia familiare, di risentimenti e di pura,<br />
semplice cupidigia. L’introspezione psicologica<br />
dei personaggi è curata e approfondita,<br />
e il grande merito della Gazzola risiede nella<br />
capacità di aver ricreato in maniera efficace<br />
un quadro familiare compromesso da veleni<br />
e rancori. Le dinamiche familiari degli Azais sono<br />
descritte con tocco leggero, pieno di umanità, ma<br />
nello stesso tempo tagliente e lasciano nel lettore<br />
una sensazione di disagio e di amarezza che si<br />
stempera nei patemi di Alice.<br />
La scrittura è fluida, brillante e incalzante;<br />
il passaggio tra le parti medical alle<br />
scene romantiche o drammatiche è sciolto,<br />
privo di scarti. Le competenze tecniche in materia<br />
di medicina legale, lungi dall’essere invasive e<br />
fredde – come spesso accade nei romanzi di genere<br />
–, sono intessute nella tramatura del roman
zo senza essere pesanti. È un libro maturo,<br />
con personaggi dotati di una caratterizzazione<br />
efficace e con un background<br />
coerente, tali da far affezionare il lettore<br />
e far desiderare di continuare a leggere<br />
per sapere come andrà a finire…<br />
L'INTERVISTA<br />
Speechless: Ciao Alessia. E’ passato<br />
molto tempo dalla pubblicazione de L'Allieva.<br />
Oggi, a quasi tre mesi dall’uscita, cosa vuoi dirci<br />
di Un segreto non è per sempre?<br />
Alessia: Dico che ne sono fiera, perché<br />
sta riscuotendo un gradimento inaspettato, superiore<br />
anche a quello de L'Allieva. Mi sta portando<br />
molta fortuna e molta gioia. Cosa posso<br />
volere di più?<br />
SL: Come è cambiata Alice? E come è<br />
cambiata Alessia?<br />
A: Alice ha fatto qualche passo avanti nel<br />
suo percorso di maturazione emotiva e professionale.<br />
Ha fatto tesoro delle esperienze ed è un<br />
po' più matura e concentrata sul suo lavoro. Sul<br />
piano sentimentale al contrario è sempre più pasticciona<br />
e confusa. Io mi sento arricchita dallo<br />
scambio con i lettori, dai viaggi che ha fatto<br />
in giro per l'Italia per promuovere il libro, dalla<br />
stesura di un nuovo romanzo, quindi sì, diversa da<br />
com'ero un anno fa.<br />
SL: In quest’ultimo anno hai collezionato<br />
successi straordinari per un’autrice italiana. L’Allieva<br />
è stato venduto all’estero, i diritti del personaggio<br />
e della serie ceduti alla Endemol. Qual è<br />
stata la cosa che più ti ha dato soddisfazione? E<br />
quale l’evento o l’occasione che ti ha dato la tensione<br />
maggiore?<br />
A: Sicuramente sbarcare in altri paesi europei<br />
è stata la soddisfazione più grande. Ricevere le<br />
copie francese e tedesca mi ha riempita di felicità<br />
e ora fremo in attesa delle altre tre (spagnola, turca<br />
e serba). La tensione invece è un po' costante,<br />
deriva dall'ansia da prestazione, dalla paura<br />
che il libro non vada bene, o non piaccia.<br />
SL: Una netta crescita dei tuoi personaggi. È<br />
la prima sensazione che si avverte nelle prime pagine<br />
di Un segreto. Arthur, Alice, Claudio e tutti gli altri<br />
94<br />
Speechless intervi<br />
AleSSiA GAZZ
sta<br />
OlA<br />
Letteratura<br />
hanno una tridimensionalità che era<br />
solamente in nuce nel tuo romanzo<br />
d’esordio. Come ti sei accostata<br />
alla stesura di questa nuova (dis)<br />
avventura di Alice?<br />
A: Probabilmente è dipeso<br />
dal fatto che sono cresciuta di<br />
età (tre anni non sono pochi) e<br />
quindi, spero, anche come autrice.<br />
Di certo, in questo libro ho<br />
approfondito tutti gli aspetti<br />
caratteriali che avevo immaginato<br />
ne L'Allieva. Mi<br />
sembra in effetti di aver scolpito<br />
meglio i personaggi, sono<br />
meno grezzi e ne sono felice.<br />
SL: Ciò che colpisce nel<br />
tuo romanzo è il mescolarsi<br />
dei registri linguistici. Passi<br />
dall’ironia del chick lit alla<br />
poeticità lirica, dalla pulizia<br />
del linguaggio medico a dialoghi<br />
brillanti e coinvolgenti.<br />
Come sei riuscita ad ottenere<br />
questo mix così originale?<br />
Quali letture ti hanno<br />
aiutato o suggerito spunti<br />
interessanti?<br />
A: Confesso di non<br />
aver profuso uno sforzo<br />
particolare nel realizzare<br />
questo mix, nel senso che<br />
è il mio naturale modo di<br />
scrivere. Dipende molto<br />
dall'umore della giornata,<br />
in realtà! Senz'altro<br />
leggere molto mi aiuta<br />
a perfezionarmi. Devo<br />
lo stile delle parti più<br />
brillanti alla chick lit,<br />
nei confronti della<br />
quale mi sento<br />
debitrice. Il resto è<br />
home made.<br />
SL: La vita e<br />
le opere di Konrad<br />
Azais permeano e scandiscono<br />
l’esistenza di un uomo torturato<br />
dalla propria rabbia e insieme dal<br />
bisogno spasmodico di affermarsi<br />
nel mondo della letteratura. Ti sei<br />
ispirata a qualcuno per questa figura<br />
così scomoda o hai lavorato di<br />
fantasia?<br />
A: Volevo esplorare il lato<br />
oscuro della scrittura, l'ambizione<br />
smaniosa e acritica di<br />
pubblicare la propria storia, di<br />
diventare uno scrittore con la S<br />
maiuscola. A questo si è abbinato<br />
il desiderio di ispirarmi agli autori<br />
slavi, così abissali, voraginosi. Penso<br />
alla Kristof, a Marai, a Kundera,<br />
all'immensità indiscutibile delle loro<br />
opere, che però non ho amato.<br />
SL: Le dinamiche familiari degli<br />
Azais sono descritte in maniera<br />
sottile, con grande verismo. Hai attinto<br />
dalla tua esperienza professionale?<br />
O hai avuto dei modelli, anche<br />
letterari, che ti hanno ispirato o da<br />
cui hai tratto spunto?<br />
A: No, tutta fantasia e voglia<br />
di inventare la storia e i personaggi<br />
di un nucleo familiare fatto di geni,<br />
riconosciuti e incompresi, di tipi bizzarri,<br />
ma forti e intriganti. E poi, su<br />
tutti, volevo concentrarmi sulla figura<br />
di Clara, la nipotina quindicenne<br />
di Azais, ruvida e meravigliosamente<br />
inquieta.<br />
SL: Ambra è scomparsa, quindi<br />
significa che...? E poi: hai altri<br />
progetti in cantiere oltre la serie di<br />
Alice Allevi?<br />
Due progetti: uno sarà in<br />
libreria entro l'anno, riguarda<br />
Alice e non posso dire di più. Il<br />
seguito, incentrato sul mistero<br />
della scomparsa di Ambra, lo<br />
sto scrivendo e uscirà l'anno<br />
prossimo.<br />
95
Letteratura<br />
Thomas<br />
L’affascinante mistero di<br />
Pynchon<br />
di BarBara Maio<br />
Gli appassionati di pop culture probabilmente<br />
associano il nome di Pynchon a un<br />
uomo con un sacchetto di carta in testa con<br />
un grosso punto interrogativo. È così, infatti,<br />
che il noto scrittore statunitense viene rappresentato<br />
ne I Simpson in una delle sue<br />
rare “apparizioni” in pubblico.<br />
Molto si è discusso di Pynchon, spesso<br />
in relazione alla sua “assenza”, interpretata<br />
come mossa promozionale, ma dichiarata<br />
dall’autore come voglia di interagire con il<br />
lettore solo attraverso i suoi libri e senza l’interferenza<br />
di nessun altro medium. Le sue<br />
foto si contano sulle dita di una mano,<br />
la sua biografia è nota ma avvolta nel<br />
mito, come il fatto che è stato addirittura<br />
identificato con J.D. Salinger.<br />
Nato a Long Island nel 1937, Pynchon<br />
ha pubblicato poco ma ogni suo libro<br />
è un cult: sette romanzi dal<br />
1963 al 2011 e una raccolta<br />
di racconti da lui quasi disconosciuti.<br />
V. del 1963 è il suo<br />
esordio nella narrativa e<br />
lo porta subito all’attenzione<br />
della critica. La storia<br />
si compone come un puzzle<br />
tra passato e presente, storie<br />
parallele, flashback e continui<br />
rimandi tra realtà e fantasia.<br />
E infatti questo romanzo è<br />
uno dei lavori che segnano la<br />
nascita del postmodernismo<br />
96<br />
letterario. Stile che<br />
viene ripreso due<br />
anni dopo anche<br />
nel successivo<br />
L’incanto del lotto<br />
49, misterioso e meta-referenziale.<br />
Nel 1973 arriva il suo capolavoro, L’arcobaleno<br />
della gravità, romanzo quasi<br />
impossibile da seguire nelle sue infinite storie<br />
che tracciano un percorso a ritroso, tra<br />
guerra e amore, distruzione e nascita, Guerra<br />
Fredda e Nazismo. Dopo una lunga pausa,<br />
nel 1990 arriva Vineland, ambientato nel<br />
1984 (omaggio a Orwell, uno degli scrittori<br />
preferiti da Pynchon insieme a Don DeLillo),<br />
una riflessione sugli anni Ottanta segnati in<br />
America dalla figura di Reagan.<br />
Nel 1997 Pynchon spiazza tutti pubblicando<br />
Mason & Dixon, romanzo storico ambientato<br />
appena prima della<br />
Rivoluzione Americana e<br />
scritto in stile Settecentesco.<br />
L’epopea dei due protagonisti<br />
è, però, a ben vedere, quella<br />
di tanti suoi personaggi precedenti<br />
e si fa metafora della<br />
nascita della globalizzazione<br />
riprendendo temi cari allo<br />
scrittore come il razzismo e<br />
il colonialismo. Anche il successivo<br />
Contro il giorno del<br />
2006 è ambientato a cavallo<br />
tra Ottocento e Novecento, e
anche qui l’autore si diverte a tessere<br />
storie parallele che si intrecciano<br />
e si allontanano.<br />
Pynchon è un autore complicato,<br />
spesso osannato ma ancora<br />
più spesso poco compreso. La sua<br />
narrativa è spiazzante, onirica,<br />
psichedelica e frammentata, eppure<br />
i suoi personaggi – spesso<br />
accusati di essere poco realistici<br />
– entrano nella pelle del lettore<br />
e si fanno amare o odiare, non<br />
passano mai inosservati. E per non<br />
tradire la sua voglia di stupire, nel 2011<br />
arriva Vizio di Forma (Einaudi), ultimo<br />
suo romanzo che ancora una volta si<br />
presenta come un gioco ed una sfida.<br />
Il protagonista è Larry “Doc” Sportello,<br />
investigatore privato sulla falsariga<br />
dei classici della letteratura americana, con<br />
l’abitudine di investigare sempre strafatto,<br />
mescolando realtà e vivida immaginazione.<br />
Si muove in una California tra fine anni Sessanta<br />
e inizio anni Settanta, raccontandone<br />
la fine del sogno lisergico. Donne fatali, sbirri<br />
corrotti, prostitute adolescenti, mafiosi e<br />
delinquenti di ogni tipo, George Manson, in<br />
una trama che si sviluppa come il più<br />
classico dei gialli per poi mescolarsi e<br />
inventarsi di nuovo, ad ogni pagina.<br />
Dialoghi deliranti e divertenti, insieme<br />
a una trama non propriamente lineare<br />
ma abbastanza facile da seguire,<br />
ne hanno decretato finalmente anche<br />
il successo di pubblico, facendo però<br />
storcere il naso ai pynchioniani più puri che<br />
hanno letto questo libro come “il voler venire<br />
incontro ad un pubblico diverso dal solito”.<br />
Resta comunque il fatto che Vizio di forma<br />
è un romanzo estremamente godibile ma<br />
che, a parere di chi scrive, non tradisce l’autorialità<br />
di Pynchon ma, semmai, l’arricchisce<br />
97<br />
giocando con il genere noir, piegandolo alla<br />
sua voglia di esplorare linee narrative multiple,<br />
tipico del postmodernismo.<br />
La chiave di lettura è sempre la nostalgia<br />
per un periodo in cui tutto sembrava<br />
possibile e, al contempo, tutto<br />
stava finendo. Ed è in questa ottica che la<br />
figura ricorrente di Manson aleggia dopo la<br />
strage di Bel Air, come un fantasma che decreta<br />
la fine di un periodo di grandi sogni e<br />
speranze.<br />
Si mormora sul web che il romanzo potrebbe<br />
essere adattato per il grande schermo<br />
(forse da quel Paul Thomas Anderson<br />
regista di Magnolia e Il Petroliere) a dimostrazione<br />
di come questo libro sia comunque<br />
più interpretabile dei suoi precedenti. Sarebbe<br />
interessante vederlo al cinema anche<br />
perchè potrebbe essere un’occasione per avvicinare<br />
a Pynchon anche lettori distratti che<br />
nel passato hanno perso i suoi capolavori.
Letteratura<br />
di roBerta de toMi<br />
98<br />
“Anime buie” che affiorano per la prima volta da una superficie<br />
solo apparentemente blanda, mostrano nodi irrisolti di<br />
esistenze spezzate o calate in un antro di misteri a facili apparenze.<br />
I nodi spesso non si sciolgono, anzi, restano avviluppati,<br />
lasciando nel lettore ombre di dubbio.<br />
Nei racconti che compongono l’antologia sono proprio le<br />
zone d’ombra che emergono. Dieci autori, ciascuno con<br />
un proprio, personale stile e un peculiare background<br />
culturale. Stili e tecniche diverse restituiscono frammenti di un<br />
mondo composito, di cui si svelano le tensioni latenti e non, e le<br />
ipocrisie che si connettono a una società che chiede l’immagine<br />
perfetta, sempre e comunque.<br />
È uno specchio che riflette il sistema italiano, il dialogo<br />
serrato di Nomi e cognomi. Con un ritmo sostenuto e incalzante,<br />
Armando Barone traspone sulla carta una telefonata<br />
da cui emergono vizi sociali, tra raccomandazioni e logiche di<br />
conoscenza che motivano l’esercizio di poteri non sempre limpidi.<br />
“Dieci<br />
In Quando ti vedo torno ragazzo il torbido, associato al<br />
tragico di un gesto che odora di vendetta, tra droga, perbenismo<br />
e crimine silente, emerge dalla penna di Vincenzo Barone<br />
Lumaga, che riallaccia un’azione presente a motivazioni<br />
passate. Luigi Brasili, invece, rovescia una fiaba classica, con<br />
CR e il lupo, avvalendosi di un linguaggio semplice ma ricco<br />
di analogie, che trafiggono il cuore, insieme alla tragedia in cui<br />
la follia s’intreccia all’innocenza di una bambina affetta da un<br />
ritardo mentale, travolta dall’orrore della violenza.<br />
Un titolo che richiama un successo – tra l’altro cupo e denso<br />
di tensioni – di Nicolò Ammaniti: Come zio comanda di<br />
Adriano Cantagallo si svolge in una Paperopoli allucinata,<br />
in cui Qui Quo Qua, coinvolti in un incidente stradale, sono<br />
l’evoluzione criminale di tre piccole pesti alle prese con un gioco<br />
di tradimenti.<br />
Giulia, aspirante attrice che non è riuscita a sfondare, è collocata<br />
dall’autrice Valeria Caristia in un contesto apocalittico<br />
in fase di manifestazione, come una catarsi annunciata, nel<br />
momento in cui la donna torna casa per la morte della madre,<br />
l’unica che ha sempre accettato la sua inclinazione e natura.
Le facili apparenze emergono in Face book mon amour di<br />
Luisa Gasbarri. Una rimpatriata fra vecchi compagni di classe<br />
diventa occasione di svelamento rispetto a vissuti disonesti o al limite<br />
della disperazione. Dinamica di disvelamento simile anche<br />
per Piccoli omicidi in famiglia di Biancamaria Massaro,<br />
dove le questioni ereditarie tra due fratelli diventano il fulcro attorno<br />
al quale ruotano azioni caratterizzate dall’avidità, stessa<br />
predisposizione che porta a un sorprendente capovolgimento sul<br />
finale. Cita "La finestra sul cortile di Hitchcock", Nero come<br />
le formiche di Roberto Santini, anche se protagonista del<br />
racconto è un bambino appassionato di entomologia, che sospetta<br />
che il vicino sia autore di un omicidio e dell’occultamento di<br />
un cadavere.<br />
È una conturbante dark lady la protagonista de Il cuore di<br />
San Lorenzo di Francesco Stefanacci, che affida una missione<br />
a un detective. L’arnese protagonista è un coltello, oggetto<br />
archetipico, che nella vicenda viene calato nella dimensione<br />
lune”<br />
Anime buie<br />
in un'antologia<br />
a tinte noir<br />
magica del mito delle Anguane. E la risoluzione conduce su<br />
una via sovrannaturale diversa dalle soluzioni tipiche del noir. È<br />
invece calato in una dimensione introspettiva Memorie di un<br />
senso di colpa. Nera Zen scava in un vecchio senso di colpa,<br />
in una coazione a ripetere che, tuttavia, non cancella la paura<br />
del passato.<br />
Ogni racconto è un frammento a sé che non vuole comporre<br />
una visione unitaria. Le voci si esprimono in storie compiute,<br />
strutturate secondo dinamiche diverse. Per alcune – Luisa Gasbarri,<br />
Roberto Santini, Francesco Stefanacci – lo stile<br />
è maggiormente affinato, ma in ogni penna si esprime una vocazione<br />
noir personale, a volte più conforme al genere – Piccoli<br />
omicidi in famiglia, è uno dei più classici in tal senso –, altre<br />
virate in chiave ironica, al limite della parodia, – Nomi e cognomi<br />
– o del grottesco – Come zio comanda.<br />
C’è una vocazione ad accendere una luce sulle anime<br />
buie, che, tuttavia, si mostrano evanescenti come<br />
inafferrabili fantasmi. E proprio per questo più intriganti<br />
o crudelmente o tragicamente veri, in base alle<br />
vicende.<br />
99
100<br />
Letteratura<br />
Ragazza che passa<br />
racconto di cHiara PaLazzoLo<br />
La moglie di Giampiero è ancora in piedi a<br />
capotavola. E’ per via del bambino. Non capisco<br />
perché ha portato questa cosa grottesca e urlante.<br />
Non riesco neanche a concentrami sulla pizza<br />
con lei in piedi. Indaffarata intorno a questo<br />
bambino semipazzo che sta distruggendo tutto<br />
quello che gli capita davanti. Mi piacerebbe<br />
mangiare con calma la pizza, chiacchierando<br />
tra un boccone e l’altro. Ma c’è troppo disordine.<br />
La tizia in piedi. Il bambino che sputa cibo rimasticato<br />
su tutto quello che si muove. Josepha<br />
parla dentro il telefonino. Alza gli occhi verso<br />
RACCONTO<br />
di me. Le sorrido. Penso che adesso parliamo.<br />
Posa una mano sul ricevitore. Mi chiede a bassa<br />
voce se posso ordinarle una coca. Faccio cenno<br />
di sì. Lei sorride e ricomincia a parlare dentro<br />
il telefonino. Vorrei chiacchierare con Josepha.<br />
Mi piace Josepha. Sempre piaciuta. Morbida ma<br />
vigorosa, con le braccia pienotte e abbronzate.<br />
Un sogno biondo, pastoso. Ma le linee del viso<br />
asciutte e decise. Continua a parlare dentro il<br />
telefonino. Ride anche dentro il telefonino. Poi<br />
dice: no! Si porta una mano alla bocca, e di<br />
nuovo: no! e giù una risata scrosciante. E allora
tu che gli ha detto? dice. Quando ho conosciuto<br />
Josepha, mi è piaciuta subito. Bionda, morbida<br />
eppure risoluta. Come dovrebbero essere tutte<br />
le donne. Le sorrido, ma non mi vede. Guarda<br />
il telefonino, parla nel telefonino, sorride al telefonino.<br />
Agguanta la coca che le ho ordinato e<br />
sorride un momento al cameriere. A me, non mi<br />
guarda neppure.<br />
Mia figlia scivola via dal bordo pista, dal<br />
lato degli ulivi. Mi raggiunge al tavolo. E’ sudata<br />
e imbronciata. Mi dice che vuole andare<br />
via. Perché vuoi andare via, le chiedo. Sbuffa.<br />
Ho il telefonino scarico, dice. E allora? Ma non<br />
capisci, papà, la serata è sprecata col telefonino<br />
scarico. Stavi ballando, le dico. Chi se ne frega<br />
di ballare, risponde, voglio andare a casa. Devo<br />
finire la pizza, le dico. Ma quanto sei lento!<br />
Si alza un urlo. La moglie di Giampiero.<br />
Sempre in piedi. E adesso, anche urlante. Con<br />
101<br />
le mani in bocca al cosiddetto bambino. Tira<br />
fuori un tovagliolino a brandelli, perfino un tappo<br />
di bottiglia. Il bambino strilla. Visto che ha<br />
sputato qualsiasi altra cosa commestibile, questi<br />
devono essere i suoi gusti. Carta e sughero.<br />
Perché questa pazza non lo lascia mangiare in<br />
pace?<br />
Me ne voglio andare, hai capito o no?<br />
sbuffa mia figlia. Ha i capelli che le ricadono a<br />
ciocche sudate sulle guance. Una vena pulsante<br />
alla tempia destra. Gli occhi in tempesta. Dillo<br />
a tua madre, le dico, fatti accompagnare a casa<br />
da lei, non vedi che devo ancora finire la pizza?<br />
Con quella non ci parlo, dice lei soffiando via<br />
una ciocca appiccicaticcia dalla fronte. E’ una<br />
stronza, e pure tu sei uno stronzo, anzi sai che<br />
ti dico, vaffanculo!<br />
Lotto per inghiottire il pezzo di pizza che<br />
ho in bocca, ridotto a un bolo informe. Vorrei
tornare indietro. Indietro. A quei tempi oscuri<br />
in cui un padre aveva il diritto di prendere a<br />
schiaffi una figlia anche per molto meno. Anzi,<br />
vorrei tornare molto più indietro. All’epoca delle<br />
caverne. Quando un uomo, di fronte a una<br />
megera adolescente in questo stato, levava in<br />
alto la clava. E la bastonava. O la buttava giù<br />
dalla prima rupe. O la dava in pasto ai porci.<br />
Ma mi trovo in questo bailamme insensato.<br />
Cose urlanti a capotavola. Musica che massacra<br />
i timpani. Josepha che leva un momento gli<br />
occhi dal telefonino e mi fa segno con la mano,<br />
come a far scattare un accendino immaginario.<br />
Mia moglie che parla all’altro lato del tavolo<br />
con Giampiero, tutta sfavillante. Di bigiotteria,<br />
di fard, di mèches, di pailletes, di abbronzatura<br />
unta d’olio. Quindi infilo una mano in tasca e<br />
pesco il mio telefonino. Prendi il mio, dico a<br />
mia figlia, usa il mio.<br />
A che mi serve, sibila lei, è il mio che<br />
voglio, aspetto un milione di messaggi, e tutti<br />
mi devono chiamare entro le undici, per sapere<br />
dove sto. Non posso richiamarli tutti. Resterò<br />
sola come una sfigata!<br />
Josepha mi guarda interrogativamente.<br />
Dice: aspetta un momento, dentro il telefonino.<br />
Nuovamente fa scattare l’accendino immaginario<br />
di fronte a me. Ho capito, ho capito, le dico.<br />
Mi sorride. E via dentro il telefonino. Mia figlia<br />
arraffa il mio. Lo guarda con disprezzo. Sbuffa.<br />
Poi inizia a pigiare sui tasti. Sono io, dice, e<br />
subito si allontana verso il bordo pista. Mollo le<br />
posate e mi guardo intorno. In fondo al tavolo<br />
il marito di Josepha fuma. Faccio un segno di<br />
assenso a Josepha, che non se accorge neppure,<br />
e mi alzo. Vado da suo marito. Ti rubo un attimo<br />
l’accendino, gli dico. Lui ride, dice: cosa, e<br />
continua a parlottare con la sua vicina di tavolo.<br />
Roberta. Che ci trova mai in Roberta, quando<br />
ha già una come Josepha.<br />
Faccio scattare la fiammella e l’avvicino<br />
al viso di Josepha. Lei si riscuote un momento<br />
dalla conversazione, sfila una sigaretta dal<br />
pacchetto e la mette tra le labbra. Protende il<br />
viso, la sigaretta, quelle labbra verso di me.<br />
RACCONTO<br />
Gliela accendo. Lei mi sbuffa il fumo in faccia,<br />
mi sorride con due occhi liquidi come cristallo,<br />
bisbiglia grazie e si rituffa nel telefonino. Vorrei<br />
essere quel telefonino. Stretto tra la sua mano e<br />
quelle labbra. Annidato nel suo biondo calore.<br />
Sergio! urla il marito di Josepha. Che ti sei<br />
fregato tu il mio accendino! Mi alzo di nuovo,<br />
inciampando nella sedia e trascinandomi dietro<br />
il bicchiere di vino. Mia moglie si volta paonazza.<br />
Guarda che mi hai bagnato la gonna, dice<br />
con gli occhi cattivi. Vuoi stare attento o no?<br />
Calpesto i vetri rotti del bicchiere, il tovagliolo<br />
scivolato per terra e raggiungo il marito di<br />
Josepha, di nuovo immerso nei suoi conversari<br />
robertiani. Poso l’accendino, gli chiedo scusa,<br />
dice: cosa.<br />
Quando torno al tavolo, manca un pezzo<br />
di pizza. Guardo mia moglie, che subito storna<br />
lo sguardo da me. Poi Giampiero. Il suo piatto.<br />
Gli dico: hai preso tu? Se la devi lasciare, dice<br />
Giampiero, masticando la mia pizza. Josepha<br />
ha un’aria sconvolta. Sembra non poter credere<br />
a quello che il telefonino le sta sussurrando.<br />
Diodiodio, continua a ripetere. Perfino una lacrima.<br />
Le scende solitaria lungo una guancia.<br />
Mormora: come puoi farmi questo, come.<br />
Mi concentro sulla pizza rimasta. Giampiero<br />
ha tirato via quasi tutta la mozzarella<br />
nel tagliare il suo pezzo. La pizza è gommosa,<br />
il coltello stride sul piatto. Cerco il bicchiere,<br />
dimenticando che giace a pezzi sotto il tavolo.<br />
Dovrei chiedere un altro bicchiere al cameriere.<br />
Un altro tovagliolo. Un’altra pizza. Un’altra vita.<br />
Alzo lo sguardo verso la pista, dove i corpi si<br />
accalcano gli uni sugli altri, invasati. E la vedo.<br />
Scivola come una nuvola tra i corpi accaldati.<br />
Non balla. Ha qualcosa di bianco addosso.<br />
Un manto di capelli neri. Guarda dalla mia parte.<br />
Mi vede. Siamo a una decina di metri l’uno<br />
dall’altra. La sua sagoma tremola, confusa alla<br />
massa dei corpi pigiati. Come, come ti chiami,<br />
vorrei chiederle. Nefes, formulano le sue labbra,<br />
di rimando. Sbatto le palpebre, incredulo, e non<br />
c’è più. Perduta nella poltiglia compatta che ancheggia<br />
sotto il rimbombo infernale.<br />
102
103<br />
Guardo di nuovo la pista. I corpi seminudi<br />
e abbronzati che si contorcono. Lei è bianca<br />
come la luna. Composta come una statua.<br />
Aguzzo lo sguardo. Nulla. Riesco a individuare<br />
solo mia figlia, sulla destra. Balla da selvaggia,<br />
il mio telefonino stretto in mano, un tizio pieno<br />
di anelli in faccia al suo fianco. Guardo di<br />
nuovo, confuso. Comincio a pensare di averla<br />
immaginata. Nefes. Solo un’allucinazione può<br />
darsi questo nome. Nefes. In ebraico, l’anima. Il<br />
soffio. L’altro nome della vita. Neanche difficile<br />
da immaginare, per un povero insegnante di filosofia<br />
come me.<br />
Invece me la vedo di nuovo di fronte, quasi<br />
a bordo pista. Scivola leggera tra la folla. Alza<br />
gli occhi e mi guarda. E’ l’unica cosa viva in<br />
questo mondo morto. L’ultima possibilità di questa<br />
estate demente. Mi alzo a precipizio, quasi<br />
travolgendo mia moglie. Ho ancora le posate in<br />
mano. Corro verso la pista, brandendo coltello e<br />
forchetta. Non la vedo più, ma non importa. La<br />
ritroverò. Mi mescolo alla calca, pestando piedi<br />
e rifilando spintoni. Mi trovo di fronte mia figlia.<br />
Le dico: la ragazza vestita di bianco, la conosci?<br />
Lei strilla: il telefonino ormai me lo tengo! La<br />
ragazza, insisto. Cazzo vuoi, questa è mia, urla<br />
nel clamore il tizio con gli anelli, mettendomi<br />
una mano sul petto. Mia figlia dice: è solo mio<br />
padre, lascialo stare, vattene papà non rompere.<br />
La ragazza, insisto. Cerco la ragazza vestita di<br />
bianco, urlo nella confusione a chiunque voglia<br />
ascoltarmi. Saugh, dice il tizio con gli anelli.<br />
Cosa. La ragazza, dico ancora, sfiatato. Saugh,<br />
dice una ragazza pestandomi un piede. Chiedi a<br />
Saugh. Chi è Saugh. Tutti dicono Saugh. Saugh<br />
sa tutto. Conosce tutti. Va’ da Saugh. Spingo via<br />
la gente, vengo spinto via. Saugh. Bisogna trovare<br />
Saugh. Saugh sa tutto. Conosce tutti. Chi<br />
è Saugh, chiedo a una bambina di pochi anni,<br />
che balla a lato della pista. Lassù, dice lei.<br />
Punta il dito verso il cielo. Ma poi capisco che<br />
fa segno verso una torretta che domina la pista,<br />
quasi nascosta tra le fronde degli alberi. Chi c’è<br />
lassù? le chiedo, inginocchiandomi quasi fino a<br />
terra. E’ una bambina così piccola. DJ Saugh,<br />
dice lei. E mi fa la linguaccia.<br />
Letteratura<br />
Getto un ultimo sguardo tra la folla. Nessuna<br />
traccia di Nefes. Dall’altra parte della pista<br />
scorgo il mio tavolo, in lontananza, come<br />
un’isola che ho abbandonato per attraversare<br />
un mare in tempesta. La moglie di Giampiero<br />
sempre in piedi, intorno al lattante urlante. Addio,<br />
Josepha. Volto le spalle all’isola, al mare<br />
tempestoso della pista, e mi inoltro sotto gli alberi.<br />
La strada è spianata. Ho perfino coltello e<br />
forchetta, per difendermi dai pericoli in agguato.<br />
Raggiungo una scala di legno che porta alla<br />
torretta. Monto sulla scala, passo dopo passo.<br />
Gli ultimi più spediti, quasi di corsa. Una porta.<br />
La spingo.<br />
Il clamore si dilegua di botto. Insonorizzata.<br />
La torretta è insonorizzata. Saugh, o chiunque<br />
sia, è seduto di spalle, di fronte a quella<br />
che sembra la consolle di un jet. Mi schiarisco<br />
la voce. Dico: scusi. Mi rendo conto che non può<br />
sentirmi. La cuffia sulle orecchie. Una grande<br />
testa calva. Un corpo massiccio. Mi faccio animo,<br />
gli busso sulla spalla. Che diamine, comincia<br />
lui, voltandosi di scatto. Mi scusi, dico a<br />
precipizio. Che c’è, sbraita strappandosi la cuffia<br />
dalle orecchie, non vedi che sto lavorando.<br />
Solo sapere… arretro di due passi, di<br />
fronte al gran corpo che adesso si erge di fronte<br />
a me. Che vuoi, sbrigati, una canzone per la<br />
morosa, dice lui in fretta. O una dedica?<br />
Solo sapere, la ragazza vestita di bianco,<br />
dico a precipizio. Non volevo disturbare. Ma mi<br />
hanno detto che lei conosce tutti. Solo sapere<br />
chi è la ragazza vestita di bianco. Con una manto<br />
di capelli neri. Lui dice: cosa. Sbarra gli occhi.<br />
E di nuovo: cosa, tu vuoi sapere cosa. La<br />
ragazza vestita, comincio. La che, dice lui, e di<br />
colpo scoppia a ridere. Come un folle, dandosi<br />
manate sulle cosce. Nefes, dico io. Si chiama<br />
Nefes. Me l’ha detto lei, ma l’ho persa di vista<br />
nella confusione. La prego, per me è molto importante.<br />
Sono una persona seria, non voglio<br />
dar fastidio a nessuno. Solo sapere chi è, e se<br />
posso rivederla. Parlarle un momento.<br />
La ragazza che passa, dice lui. Si è un po’<br />
calmato, ma ancora scuote la testa. Si siede.
Letteratura<br />
RACCONTO<br />
Aspetta un momento, dice, devo<br />
mettere su un altro pezzo. Si piazza<br />
la cuffia sulle orecchie, dice: incredibile,<br />
e armeggia con i suoi inimmaginabili<br />
comandi. Scuote ancora<br />
la testa. Con una manata butta<br />
giù della roba da uno sgabello e mi<br />
fa cenno di sedere accanto a lui.<br />
La ragazza che passa, ripete scuotendo<br />
la testa. E poi, come riprendendosi:<br />
non è che stai scherzando.<br />
Faccio segno di no, lui mi guarda<br />
negli occhi. Incredibile, dice ancora,<br />
non sta neppure scherzando.<br />
Sotto di noi la pista si agita<br />
come un animale vivo, al comando<br />
invisibile di DJ Saugh, la divinità<br />
della torretta, che conosce<br />
tutti. Anche Nefes. La ragazza che<br />
passa. E’ così tranquillo qui. Forse<br />
tra poco lui la chiamerà con gli<br />
altoparlanti. Lei entrerà. Scivolerà<br />
come una nuvola verso di me. Dirà:<br />
ciao. Dirà: ti ho riconosciuto. Dirà,<br />
non lo so che cosa dirà. Mi basta<br />
vederla di nuovo. Bianca e palpitante.<br />
L’unico essere vivo in un<br />
mondo di ombre.<br />
Come hai detto che si chiama,<br />
dice all’improvviso Saugh,<br />
riscuotendomi dal sogno. Nefes!<br />
quasi urlo. Il suo nome è Nefes!<br />
Mah, dice lui. Muove qualcosa sul<br />
quadro comandi. Sulla pista che<br />
si muove a sobbalzi vedo qualcosa<br />
che scivola come fumo. Bianca.<br />
Esile. Un manto di capelli neri. La<br />
guardo. La guardo e la guardo, e di<br />
nuovo la guardo, e poi balzo in piedi,<br />
senza comprendere. Perché non<br />
può muoversi in quel modo, non<br />
sulle loro teste, e poi sulle schiene,<br />
e di nuovo scivolare sul fondo,<br />
come un pesce alla ricerca di buie<br />
profondità marine. Ma cosa? bia-<br />
104<br />
scico, il coltello puntato contro Nefes<br />
che cresce alta contro gli alberi,<br />
le nuvole, il cielo. Grido e grido,<br />
portandomi le mani al viso.<br />
Scusa, dice Saugh. Pensavo<br />
stessi scherzando. Pensavo lo sapessi.<br />
Alcuni lo sanno. Altri non<br />
ci badano neppure. Ma non hai capito?<br />
La ragazza che passa, la mia<br />
creazione più riuscita. La che, mormoro.<br />
E’ una specie di ologramma,<br />
dice lui in tono didattico, un’immagine<br />
virtuale insomma. Caspita, se<br />
t’è sembrata vera, ho superato me<br />
stesso. Guarda, ti faccio vedere,<br />
aggiunge eccitato, muovendo i comandi.<br />
Ci lavoro da anni. Sono immagini<br />
digitalizzate e proiettate in<br />
determinate condizioni sulla pista.<br />
La ragazza che passa è la più riuscita.<br />
Finora. Molto realistica. Ma<br />
sogno una tigre che ruggisce tra<br />
la gente. Un branco di cavalli impazziti.<br />
Una squadra di tornado in<br />
picchiata. Ed è tutto qui, in questa<br />
consolle. Le immagini, voglio dire.<br />
Nefes, dico. Ha detto di chiamarsi<br />
Nefes. Lui mi guarda, mi fa<br />
l’occhiolino. Sbotta a ridere e dice:<br />
non si sa mai, con quello che si<br />
combina. Chissà. E chiamiamola<br />
Nefer. Nefes, lo correggo. Nefes,<br />
ripete lui. La vuoi rivedere, chiede<br />
poi a bassa voce, insinuante.<br />
Sì, dico. Virtuale. Digitalizzata.<br />
Proiettata. Nefes. Amore di estati<br />
insensate, di tempi dementi. Nefes.<br />
Un fascio di bytes. Un’onda corpuscolata<br />
di fotoni.<br />
E’ bella la ragazza che passa,<br />
dice piano Saugh, mentre Nefes<br />
scivola tra la massa che si scuote<br />
forsennata sotto gli ulivi. Sì, dico,<br />
fammela rivedere ancora, ti prego.<br />
E ancora.
Chiara Palazzolo<br />
Nata in Sicilia ma romana d’adozione, ha esordito nel 2000 con il romanzo La<br />
casa della festa (Marsilio), pubblicando quindi per Piemme I bambini sono tornati<br />
(2003). Con la Trilogia di Mirta-Luna, affascinante eroina dark di Non mi uccidere<br />
(2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007), ha ottenuto un<br />
grandissimo successo di pubblico e critica. Da Non mi uccidere è in preparazione<br />
l’omonimo film. Appena edito Nel bosco di Aus, un inquietante romanzo di altissima<br />
suspense in cui nulla è quello che sembra.
What else?<br />
www.speechles
smagazine.com
108<br />
Letteratura<br />
Illabirinto di Durrenmatt<br />
Questa breve ma intensa opera di<br />
Dürrenmatt ha una tale potenza lirica<br />
e semantica da lasciare, nel momento<br />
del commiato, la mente indaffarata a<br />
rincorrere collegamenti, interpretazioni<br />
e reminiscenze di tipo storico, filosofico<br />
e mitopoietico, e l’anima in subbuglio,<br />
perché confusa e al contempo<br />
illuminata dalla poesia di ogni singolo<br />
brano e ferita dalla verità che il racconto<br />
vuole rivelare e dal suo tragico<br />
finale – se pur già le fosse noto e, quindi,<br />
non potesse che essere atteso.<br />
Il labirinto – e il racconto mitologico<br />
di Teseo e del Minotauro che gli è inestricabilmente<br />
connesso – è una delle maggiori<br />
e più antiche immagini archetipiche, metafora<br />
del viaggio dell’uomo nella propria<br />
anima (per vincere se stesso e il proprio<br />
dualismo in una sorta di iter perfectionis,<br />
in quanto il Minotauro rappresenta simbolicamente<br />
la duplicità dell’essere umano,<br />
al contempo istinto e bestialità, ragione e<br />
ordine, carnefice e vittima) e dell’anima<br />
stessa verso la luce e l’immortalità (perché<br />
l’iter perfectionis attraverso il labirinto, che<br />
conduce l’eroe nel regno delle tenebre per<br />
poi tornare vittorioso in quello della luce,<br />
rappresenta “sia la vittoria della natura<br />
razionale su quella ferina, che la vittoria<br />
della vita sulla morte” 1 ).<br />
«Il centro del labirinto contiene<br />
sempre una mutazione: di ciò che noi<br />
chiamiamo vita e di ciò che chiamia-<br />
di vaLentina coLUcceLLi<br />
Luogo della segnalazione dell’alterità<br />
e del riconoscimento della solitudine<br />
mo morte, e il passaggio da una vita<br />
all’altra, dal mondo delle apparenze<br />
a quello delle essenze, dalla carnalità<br />
bestiale (il Minotauro) all’umanità spiritualizzata<br />
(Teseo)». Brion<br />
Quella di Dürrenmatt, pubblicata nel<br />
1985, è solo una delle più recenti delle innumerevoli<br />
riletture e interpretazioni di<br />
questa metafora così ricca e stratificata. Il<br />
suo cambio di prospettiva, che pone come<br />
protagonista della vicenda il Minotauro<br />
invece del coraggioso e sfrontato Teseo o<br />
della premurosa e scaltra Arianna, non è<br />
poi originale (corre ad esempio subito alla<br />
memoria il meraviglioso brano di Borges<br />
del 1949 “La casa di Asterione”). Ma la<br />
rilettura di Dürrenmatt possiede una singolare<br />
profondità e una destabilizzante e lucida<br />
capacità di fare del Minotauro il simbolo<br />
del solipsismo cui è inesorabilmente destinato<br />
l’uomo, che arricchisce la vicenda di<br />
una dimensione universale 2 : il labirinto di<br />
specchi, in cui la bestia si riflette in infinite<br />
immagini di se stessa, diventa luogo della<br />
segnalazione e del riconoscimento dell’alterità,<br />
che si propone però come insuperabile<br />
– se non artificiosamente.<br />
Ma sarebbe forse andare contro il volere<br />
dell’autore tentare di spiegare e analizzare<br />
la sua opera affidandosi a raziocinio e<br />
categorie, come tentare di spiegare e analizzare<br />
il mito da cui prende le mosse; lui<br />
stesso, afferma, nell’ acuta, brillante e ironica<br />
Prefazione a Il Minotauro, “nes-
suna metafora ha un significato univoco,<br />
altrimenti essa sarebbe un’allegoria, una<br />
massima mascherata […]. Ogni interpretazione<br />
distrugg[e] il senso di una metafora,<br />
perché questo senso è tutt’uno con la metafora<br />
stessa, perché esso si rispecchia nella<br />
sua interezza soltanto nella metafora”.<br />
Meglio dunque lasciarsi trascinare<br />
dalla poesia – anche violenta – delle immagini<br />
che Dürrenmatt crea con le parole<br />
e dal ritmo cadenzato e poi improvvisamente<br />
concitato che accompagna quello<br />
che, più che un mero racconto ragionato,<br />
pare una danza dettata dall’istintualità<br />
spontanea del suo protagonista (non a caso,<br />
alcune edizioni intitolano questo testo “Il<br />
Minotauro, una ballata” 3 ). Ecco allora<br />
che, più potenti di mille ragionamenti, saranno<br />
i linguaggi immediati, connaturati,<br />
istintivi della poesia e della danza a filtrare<br />
nell’inconscio gli echi senza voce dei significati<br />
profondi della narrazione, che si<br />
trasformeranno poi in consapevolezza, lentamente,<br />
mentre emergeranno in superficie<br />
dopo aver albergato nell’anima il tempo ne-<br />
cessario per scuoterla e farla fremere.<br />
Il Minotauro di Dürrenmatt, inconsapevole<br />
di sé e del mondo come un bimbo<br />
mostruoso o come un mostro con l’innocenza<br />
di un bambino, “si trovò, dopo<br />
lunghi anni di un sonno confuso […] sul<br />
pavimento del labirinto che era stato costruito<br />
da Dedalo per proteggere gli uomini<br />
da quell’essere e l’essere dagli uomini, d’un<br />
impianto […] le cui innumerevoli intricate<br />
pareti erano di vetro, tanto che l’essere stava<br />
accovacciato non solo di fronte alla sua<br />
immagine, ma anche all’immagine delle<br />
sue immagini: vide davanti a sé un’infinità<br />
di esseri fatti com’era lui, e come si girò per<br />
non vederli più, un’altra infinità di esseri<br />
uguali a lui”. Non sapendo cosa sia sogno<br />
e cosa sia realtà, non distinguendo cosa sia<br />
parte di lui e cosa sia altro, al Minotauro,<br />
vedendo che tutte quelle immagini intorno<br />
a lui ripetevano ogni suo gesto, “parve<br />
d’essere come un capo, anzi di più, come un<br />
dio, se avesse saputo cos’è un dio”. E danzò.<br />
Danzò insieme agli infiniti riflessi di lui<br />
stesso, convinto di non essere solo. Poi d’un<br />
tratto, tra le immagini identiche di uomini<br />
con teste di toro, ne comparve una – con i<br />
suoi infiniti riflessi – che non ubbidiva ai<br />
suoi comandi e differente nell’aspetto: una<br />
fanciulla nuda, con lunghi capelli neri,<br />
immobile e con lo sguardo spaurito. E la<br />
bestia capì. Capì che esiste qualcos’altro<br />
oltre ai minotauri; non solo nella forma, ma<br />
anche nella sostanza, perché questa nuova<br />
presenza era calda e cedevole al tatto,<br />
109
dove le altre erano fredde e piatte. “Il suo<br />
mondo si era raddoppiato”. E, per la felicità<br />
della scoperta e della liberazione, l’uomo<br />
toro danzò e la fanciulla con lui, in uno dei<br />
passi più toccanti dell’intero libro:<br />
“Lui danzò la sua deformità, lei danzò<br />
la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla<br />
trovata, lei danzò la paura di essere stata<br />
trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei<br />
danzò il suo destino, lui danzò la sua smania,<br />
e lei danzò la sua curiosità, lui danzò<br />
il suo addossarsi, lei danzò la sua ripulsa,<br />
lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo<br />
avvinghiare. Danzarono, e danzarono le<br />
loro immagini, e lui non seppe di prendere<br />
la fanciulla, non poteva sapere nemmeno<br />
che l’uccideva, perché non sapeva cos’era<br />
vita e cos’era morte. In lui non c’era altro<br />
che incontenibile felicità fusa con incontenibile<br />
piacere.”<br />
110<br />
La sua danza, espressione di un’ingenuità<br />
inconsapevole e di una spensieratezza<br />
infantile, candida, si ripeté festosa all’incontro<br />
con un nuovo essere; ma “la gioia<br />
di non esser più solo […] e la speranza<br />
d’incontrare gli altri minotauri, le fanciulle<br />
e gli esseri uguali a quello con cui ora<br />
danzava” furono turbate e poi spazzate via<br />
dal colpo della spada che questi gli affondò<br />
nel petto. Nella confusione per quel gesto<br />
inatteso e sconosciuto, il Minotauro uccise<br />
il portatore della spada e i suoi compagni,<br />
e poi trasformò la sua danza in una scarica<br />
di pugni contro la parete e contro le proprie<br />
immagini nella rabbia dell’abbandono e del<br />
rifiuto, della vendetta e della paura. E qui<br />
l’essere, scagliandosi contro l’immagine di<br />
se stesso, avvertendo l’impossibilità di toccarla<br />
davvero, la sua intangibilità, avvertì<br />
per la prima volta che non esistevano tanti<br />
esseri come lui intorno a lui, ma di essere<br />
1
11<br />
di fronte sempre e solo a se stesso. Insieme<br />
arrivò anche la consapevolezza di essere<br />
unico. E diverso. E, infine, la comprensione<br />
della cagione dell’esistenza del labirinto,<br />
necessario affinché il mondo conservi il<br />
proprio ordine tenendo segregato e celato<br />
agli occhi quel che non dovrebbe essere,<br />
ma che è. E allora a colui che aveva danzato,<br />
inconsapevole e ingenuo, e che poi aveva<br />
colpito, perché ferito e tradito, scoprendosi<br />
solo e non amato, non rimane che sognare:<br />
“Sognò un linguaggio, sognò fratellanza,<br />
sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò<br />
amore, vicinanza, calore, e contemporaneamente<br />
seppe, sognando, di essere un<br />
anormale cui non sarebbe mai stato concesso<br />
un linguaggio, mai fratellanza, mai<br />
amicizia, mai amore, mai vicinanza, mai<br />
calore, sognò come gli esseri umani sognano<br />
gli dèi, con tristezza d’uomo l’uomo, con<br />
tristezza d’animale il minotauro.”<br />
È la comparsa di un secondo minotauro,<br />
uguale a lui ma dissimile, indipendente<br />
dai suoi movimenti e concreto,<br />
a esaudire una preghiera che<br />
non sperava avrebbe mai potuto essere<br />
ascoltata, a realizzare un desiderio che<br />
non credeva avrebbe mai potuto essere accolto,<br />
da celebrare con una danza alla vita<br />
e alla completezza che solo un altro essere<br />
uguale e diverso da noi può offrire:<br />
“[…] c’era un secondo minotauro, non<br />
soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro<br />
cominciò a danzare. Danzò la danza<br />
della fratellanza, la danza dell’amicizia, la<br />
danza della sicurezza, la danza dell’amore,<br />
la danza della vicinanza, la danza del<br />
calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua<br />
dualità, danzò la sua liberazione, danzò il<br />
tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso<br />
di pareti e specchi nella terra…”<br />
Questo sprofondare del labirinto<br />
è il crollare delle pareti che separano<br />
Letteratura<br />
l’Altro dall’Io, lo scacco matto a quella<br />
solitudine ingannata con i fasulli<br />
“altri” riflessi, aggirata con la violenza<br />
bramosa sulla fanciulla dai capelli<br />
neri, sfidata con l’uccisione rabbiosa<br />
del gruppo del portatore di spada, compresa<br />
con la scoperta di essere unico,<br />
diverso, rinchiuso. Ma per un crudele<br />
piano del destino l’unico “Altro” reale, nel<br />
senso più pieno del termine, è anche l’unico<br />
ad essere volontariamente un inganno.<br />
Il Minotauro, nell’estasi della felicità, nella<br />
brama di abbracciare l’abbraccio del suo<br />
Altro, gli corre incontro festante e fiducioso.<br />
E da questi viene ucciso. Lo scacco matto,<br />
quella speranza di poter superare il<br />
solipsismo e la solitudine, è l’illusione<br />
più grande. Quella fatale.<br />
Difficile non commuoversi per la fine<br />
desolata e desolante dell’uomo toro, barbaramente<br />
ucciso in un atto di amore, in uno<br />
slancio di fiducia. Il Minotauro muore, solo.<br />
Colpevole solo per natura e non per scelta.<br />
Vittima forse per necessità, ma non per giustizia.<br />
NOTE<br />
1 “Labirinti”, Pier Giorgio Viberti,<br />
ed. Demetra 2000; meraviglioso e ricchissimo<br />
saggio cui questo commento<br />
è fortemente debitore.<br />
2 Laddove, invece, per Borges il labirinto<br />
rappresenta la figura archetipica<br />
del tentativo dell’uomo di comprendere<br />
se stesso, quell’infinito oscuro e<br />
impenetrabile.<br />
3 E non a caso, si intitola La Ballata<br />
del Minotauro la serie di disegni,<br />
particolarmente intensa e comunicativa,<br />
che arricchisce l’edizione Marcos<br />
Y Marcos, opera di Dürrenmatt stesso.
Letteratura di andrea cattaneo<br />
La penultima verità su<br />
Philip K. Dick<br />
112<br />
Trent’anni senza Philip K. Dick sono<br />
pochi per sperare di capire il suo lavoro, ce<br />
ne servirebbero ancora diverse decine di migliaia.<br />
La cifra tonda però è un’ottima scusa<br />
per ricordare, o conoscere, un autore così importante.<br />
Ma perché celebrare Dick proprio<br />
trent’anni dopo la sua morte e non trentadue,<br />
o trentatré, o trentanove? È una<br />
stranezza che di certo non gli sarebbe sfuggita<br />
e che l’avrebbe insospettito. Il più sospetto<br />
di tutti i partecipanti a questa celebrazione è<br />
l’editore Fanucci che, per l’occasione, ripropone<br />
tutte le traduzioni dei suoi lavori. Poi ci<br />
sono tutti i loschi figuri che si dedicano a lui<br />
scartabellando tra le note della sua biografia.<br />
Tra i tanti si prendano le loro responsabilità<br />
Matteuzzi e Ongarato, penne al soldo<br />
dell’editore Beccogiallo (Philip K. Dick, la<br />
biografia a fumetti).<br />
In vita Dick ha sofferto la frustrazione<br />
di non essere considerato un “vero”<br />
scrittore. A dirla tutta, nemmeno lui era<br />
certo di meritare più attenzione di quella<br />
che riceveva. Secondo Emmanuel Carrère<br />
(Io sono vivo, voi siete morti, un viaggio<br />
nella mente di Philip K. Dick, Hobby<br />
& Work), Dick si vedeva come un povero<br />
diavolo un po’ tocco che sbarcava il lunario<br />
scrivendo storie per ragazzini e per adulti mai<br />
cresciuti.<br />
La svastica sul sole. Nel 1950 scoppia<br />
la guerra in Corea e l’esercito americano<br />
interviene. A Phil e agli studenti di Berkley è<br />
richiesta la partecipazione a un corso di ad-<br />
destramento per l’esercito. Phil si presenta<br />
imbracciando una scopa.<br />
Calma, facciamo un passo indietro.<br />
Edgar, suo padre, era un sergente maggiore<br />
dell’esercito decorato in Europa. Alla<br />
fine della guerra aveva trovato lavoro nel<br />
dipartimento dell’Agricoltura, il suo compito<br />
era controllare che gli allevatori non facessero<br />
i furbi. Sul fatto che il suo fosse un ottimo<br />
impiego lui e Phil avevano pareri contrastanti.<br />
Non andavano molto d’accordo nemmeno<br />
sulla questione delle atomiche sul Giappone.<br />
La vittoria nella Seconda Guerra Mondiale<br />
aveva creato un po’ di confusione negli americani,<br />
sotto sotto sembravano pensare che i<br />
violenti si dividessero in due categorie: i vincitori<br />
e i vinti. Ai primi, che si erano conquistati<br />
l’ultima parola, era concesso il diritto di<br />
menare le mani.<br />
Nella testa di Dick deve essere scattato<br />
un meccanismo, agli americani bisognava<br />
spiegare due o tre cosette sulla guerra. Ci<br />
voleva la lezione di un saggio, di un uomo<br />
super-partes che guarda dall’alto del suo<br />
castello. Sembrerà bizzarro ma l’idea di essere<br />
una specie di profeta non è la cosa più<br />
strana che Phil abbia pensato di se stesso.<br />
A onor del vero va detto che The Man<br />
in the High Castle è uno di quei rari casi in<br />
cui la traduzione italiana del titolo (La svastica<br />
sul sole) è decisamente meglio dell’originale.<br />
L’occhio nel cielo. Un bel giorno Phil<br />
decide di scrivere una lettera ad Alexandre<br />
Tochev dell’Accademia sovietica delle<br />
scienze. Tenta di carpire i segreti scientifici
dei russi per scriverne storie di fantascienza.<br />
Gli scienziati Oltrecortina però stranamente<br />
non vogliono collaborare, e questo è l’unico<br />
contatto tra Phil e l’Unione Sovietica. Non è<br />
mai stato un pericoloso comunista, ma la sua<br />
seconda moglie Kleo Apostolides, iscritta<br />
al Partito Socialista, per l’Fbi e Nixon è da<br />
tenere sotto stretto controllo.<br />
Un giorno l’antispionaggio decide che<br />
bisogna affrontare il<br />
nemico di petto e manda<br />
due agenti Fbi a bussare<br />
alla porta dei Dick.<br />
Phil li fa entrare, è solo,<br />
sta lavorando, Kleo è<br />
fuori. Gli chiedono come<br />
sbarca il lunario, lui dice<br />
di essere uno scrittore<br />
di fantascienza. Gli<br />
chiedono dell’attività<br />
politica di Kleo, cercano<br />
di convincerlo a diventare<br />
un informatore. Lui<br />
rifiuta e uno dei due gli<br />
chiede se sia comunista.<br />
«No», risponde<br />
Phil. «Non ho alcuna<br />
simpatia per il Partito<br />
Comunista. Ma lei sa<br />
bene che, se ne avessi,<br />
le risponderei la stessa<br />
cosa».<br />
Le visite dell’Fbi si fanno frequenti, si<br />
presentano con questionari a risposta chiusa<br />
da compilare. Una delle domande dice: “Il più<br />
grande nemico del mondo libero è la Russia,<br />
il nostro livello di vita elevato o gli elementi<br />
infiltrati fra noi”. Phil e Kleo, che si sentono<br />
pericolosi ribelli, stanno al gioco finché l’Fbi<br />
non si stufa e smette di controllarli.<br />
Uno dei due agenti, George Scruggs,<br />
diventa amico di Phil, gli dà lezioni di guida e<br />
l’aiuta a prendere la patente. Phil, che adorava<br />
confonderlo, tenta di convincerlo che gli<br />
infiltrati comunisti andrebbero cercati tra gli<br />
insospettabili. Nasce così l’idea per L’occhio<br />
nel cielo, un romanzo in cui il vero<br />
comunista non è la persona accusata,<br />
ma il delatore che la accusava. Phil regala<br />
una copia del libro a Scruggs che però non<br />
coglie il messaggio tra<br />
le righe. È interessato<br />
solo alla verosimiglianza<br />
dell’espediente tecnologico<br />
usato nella storia.<br />
Phil, lusingato<br />
dalla stima di Scruggs<br />
nei confronti delle sue<br />
competenze tecnologiche,<br />
fa lo spaccone e<br />
si inventa di essere in<br />
contatto costante con il<br />
professor Tochev.<br />
«Sì, lo so», gli confessa<br />
Scruggs senza<br />
scomporsi.<br />
Le tre stimmate<br />
di Palmer Eldritch.<br />
Nei primi anni sessanta,<br />
con tre divorzi alle spalle,<br />
un curriculum di stranezze,<br />
paranoie e dipendenza<br />
dalle anfetamine,<br />
Dick è nel bel mezzo dello zeitgeist riassunto<br />
da Bob Dylan nella celebre frase: «The times,<br />
they are a-changing».<br />
Chiusa l’ultima parentesi matrimoniale,<br />
torna a vivere a Berkley e sembra rinato. Ha<br />
capito che non sarà mai un leccapiedi degli<br />
zombi incravattati dell’establishment letterario,<br />
ha tentato e ha fallito. È diventato un fan<br />
dei Grateful Dead, si fa crescere la barba, ha<br />
compreso che il suo ruolo è quello del genia-<br />
113
Philip K. dick
le balordo della letteratura. Ha paura della<br />
sua ex moglie, sospetta che lo stia controllando,<br />
cerca i microfoni persino nella lettiera<br />
del gatto, non trovandoli si convince che il<br />
telefono è intercettato. Costringe chiunque<br />
lo chiami a delle verifiche che provino la sua<br />
identità.<br />
Nel 1965 la pubblicazione di Le tre stimmate<br />
di Palmer Eldritch lo rende famoso<br />
tra gli stessi ragazzi che ammirano Timothy<br />
Leary e Aldous Huxley. Anche Phil, benché<br />
non abbia ancora provato l’acido lisergico, è<br />
considerato un profeta dell’Lsd.<br />
Leary e John Lennon un giorno<br />
lo chiamano al telefono. Lennon vuole<br />
confessargli che è rimasto sconvolto dal<br />
suo libro, che sarà la base per il disco<br />
dei Beatles in preparazione: Sgt. Pepper's<br />
Lonely Hearts Club Band.<br />
Phil non gli crede, pensa sia uno scherzo.<br />
Spinto dagli amici, prova l’Lsd e si ritrova<br />
nell’antica Roma: è un martire cristiano<br />
in balìa dei pagani. Riemerge dall’allucinazione<br />
ancora più strano e si mette a fare il<br />
cascamorto con tutte le mogli dei suoi amici.<br />
I tentativi di seduzione sono inconcludenti e<br />
imbarazzanti per tutti i coinvolti.<br />
Nel 1967, i Beatles pubblicano Sgt.<br />
Pepper's Lonely Hearts Club Band, si può facilmente<br />
immaginare come ci sia rimasto…<br />
Io sono vivo e voi siete morti. Phil<br />
aveva una sorella gemella che si chiamava<br />
Jane, morta per malnutrizione il 26 gennaio<br />
del 1928. La convinzione di Phil di essere<br />
un sopravvissuto riemerge nel suo capolavoro<br />
Ubik. Nel romanzo Joe, un bambino<br />
mantenuto in uno stato di semi-vita,<br />
divora le coscienze dei protagonisti confinati<br />
con lui in una specie di aldilà. Il mortorium,<br />
che compare nel romanzo, è un luogo in cui<br />
Letteratura<br />
i defunti come Joe sono tenuti in coma per<br />
permettere ai loro cari di mantenere un contatto<br />
con loro.<br />
L’impressione che Phil abbia voluto<br />
stabilire, attraverso il romanzo, un contatto<br />
con Jane è forte, ma forse è solo<br />
una speculazione. Del resto, in un certo<br />
senso, anche noi abbiamo appena cercato di<br />
stabilire un contatto con lui visitando il mortorium<br />
di carta e inchiostro in cui è confinato.<br />
Ora, per maggiore sicurezza, andate in<br />
bagno e controllate accanto allo sciacquone<br />
del water, se qualcuno ha scritto “Io sono<br />
vivo e voi siete morti” vuole dire che dovete<br />
assolutamente procurarvi un atomizzatore<br />
Ubik nuovo modello. È più economico e più<br />
efficace che mai!<br />
115
Letteratura<br />
CardioDetective<br />
racconto di dario tonani<br />
Neve appiccicosa, sporca. Che strazia il panorama.<br />
Corro (perché questo fa parte del mio lavoro). Pompo sangue<br />
al muscolo cardiaco. In dosi che per qualsiasi adulto non allenato<br />
equivarrebbero a rimetterci le penne.<br />
Corro perché solo così vedo… ciò che vedo. Tra le 170 e le 185<br />
pulsazioni al minuto.<br />
Fotogrammi. Immagini. Visioni.<br />
Il futuro. Il Passato.<br />
Sfilo ansimando accanto alla rete del cantiere abbandonato; una<br />
sottile ragnatela di scacchi glassati s’inerpica per quasi tre metri lasciando<br />
trapelare dall’altra parte il profilo dei mezzi<br />
coperti di neve: un caterpillar che sembra un<br />
mammut collassato nel bianco, i tralicci coricati di<br />
una gru smantellata, una betoniera che trabocca<br />
quella che sembra spuma di meringa.<br />
Si gela qui fuori, e il respiro mi si condensa<br />
in una nuvola grigia.<br />
Doppio l’angolo rischiando di scivolare sul ghiaccio. Da quella parte<br />
il marciapiede è ingombro di neve lurida, calpestato da orme frettolose.<br />
Sette e ventisei del mattino. Il traffico ancora assonnato della città indugia<br />
nelle arterie principali, laggiù invece a quest’ora non c’è quasi nessuno.<br />
Ci vado sempre per il mio jogging dell’alba, ma non lo consiglio alle donne<br />
sole, come me (e neppure agli uomini disarmati, se è per questo). Dall’angolo<br />
del cantiere in disuso si dipana un labirinto di casermoni abbandonati:<br />
scuole, palestre, supermercati che furono. Alveari di cinque o sei piani, fatiscenti<br />
e gelati. Appartamenti spolpati, che ora abitano tossici e clandestini.<br />
Scale.<br />
È quella la mia palestra per far salire i battiti fino al livello che mi permette<br />
di vedere il futuro. Le salgo sempre di corsa, tre gradini alla volta. Rasente<br />
ai muri, guardandomi le spalle, pistola in pugno aderente alla coscia.<br />
Sudore, cuore e spirito di sacrificio.<br />
Sì, sono un poliziotto. Sezione Omega. CardioDetective Monica Liberti!<br />
116
Il cuore delle donne batte più<br />
rapidamente, ci hanno insegnato<br />
al corso. Per questo la nostra è<br />
un’unità tutta al femminile…<br />
Un cane mi si affianca ai<br />
polpacci. Trotta al passo il bastardello,<br />
abbaiandomi incarognito<br />
a due dita dalle<br />
caviglie.<br />
Mi sfianco e qualche<br />
volta quasi mi uccido per<br />
strizzare fuori dalla testa<br />
un’immagine. Un indizio.<br />
I cani non mi piacciono. Interferiscono<br />
col mio (sporco) lavoro.<br />
Lo scalcio via, non forte,<br />
il giusto perché non mi si appiccichi<br />
di nuovo.<br />
Presto entrerò in uno<br />
dei portoni bui e inforcherò<br />
le scale della mia<br />
destinazione. Quinto<br />
piano, interno 9. Ma<br />
prima sfilerò la calibro<br />
22 dalla fondinaascellare<br />
sotto il<br />
k-way.<br />
Sto lavorando<br />
a quello<br />
c h e ha tutta l’aria di<br />
essere un regolamento di conti nel<br />
mondo dello spaccio. Omicidio volontario<br />
aggravato dalla crudeltà,<br />
ragazzina di quattordici anni uccisa<br />
con ventinove coltellate. Viste quasi<br />
tutte. Appartamento vuoto, sangue<br />
dappertutto, il barlume di un’immagine<br />
scura e incappucciata che mena<br />
fendenti col braccio sinistro.<br />
RACCONTO<br />
È lì che sto andando. Ogni mattina,<br />
da ventiquattro giorni. E altrettante<br />
coltellate.<br />
***<br />
Sara non va a scuola. O almeno<br />
non nel senso che siamo soliti attribuire<br />
alla frase. Spaccia. E i suoi<br />
clienti sono i compagni d’istituto che<br />
potrebbe avere se frequentasse le<br />
quattro mura in fondo alla strada.<br />
Spaccia e consuma. Fatta 100 la<br />
somma delle due attività, si ritaglia il<br />
5 per la seconda. Tendente, di questi<br />
tempi, al 6 e all’8. Troppi!<br />
Le hanno già detto di andarci<br />
piano, ma lei niente. Non sente ragioni.<br />
È una donna in un guscio di<br />
ragazzina, il che significa una cosa<br />
soltanto: i lupi là fuori hanno il doppio<br />
delle ragioni per metterle gli occhi<br />
addosso.<br />
Sale di corsa le scale fino all’appartamento<br />
del quinto piano, armeggia<br />
con la chiave nella serratura<br />
e si chiude la porta alle spalle. Tripla<br />
mandata.<br />
Il mazzo vola in un cestino a forma<br />
di pagoda. Le hanno insegnato<br />
a toglierla sempre dalla toppa. E lei<br />
che vive da sola, ascolta e impara.<br />
Due stanze, un cucinino, un cesso.<br />
Una reggia senza acqua calda.<br />
Con un frigo recuperato in discarica.<br />
Squilla il telefonino. È il ping di<br />
un messaggio in arrivo.<br />
Alza l’apparecchio: SONO QUI<br />
FUORI APRI.<br />
Scuote la testa, è Carlos. Non<br />
lo aspettava, ma loro sono sempre<br />
imprevedibili nelle consegne, è così<br />
117
RACCONTO<br />
che funziona. Lei non è parte della<br />
musica, è soltanto un tasto della pianola.<br />
Un tasto con le tette, e una franchigia<br />
del 4 per cento non negoziabile…<br />
***<br />
Lancio un’occhiata al cardiofrequenzimetro<br />
che porto al polso (capitolato<br />
di Polizia, come pistola e distintivo).<br />
Ho detto che vedo il futuro, ma<br />
non è completamente esatto. Le mie<br />
visioni non hanno tempo, galleggiano<br />
sopra un mare che non ha alcuna<br />
profondità temporale. La mia mente<br />
è carta moschicida, si appiccica al<br />
male e non se ne stacca più, ovunque<br />
abbia deciso di annidarsi. Ieri,<br />
oggi, domani.<br />
È per questo che visito i luoghi<br />
dei delitti irrisolti.<br />
Ho però bisogno di uno slancio,<br />
di un trampolino da cui buttarmi:<br />
adrenalina, pulsazioni, ossigeno…<br />
Motivo per il quale, corro. Altre della<br />
mia sezione ingurgitano farmaci<br />
— norepinefrina soprattutto — o si<br />
ammazzano sulla cyclette. Oppure si<br />
danno al sesso con caparbio senso<br />
del dovere.<br />
Io no, corro.<br />
Nude pulsazioni portate alla soglia<br />
critica di 185 al minuto.<br />
Sono quasi arrivata.<br />
Attraverso la strada nel paciugo<br />
di neve marcia. Aggiro il furgone<br />
bianco di una ditta di pulizie, fermo<br />
a ridosso del marciapiede. Quasi mi<br />
stampo contro uno degli addetti —<br />
un marcantonio senza un pelo in testa<br />
— che sta scaricando dal pianale<br />
una manciata di scope.<br />
“Ehi, troia!” mi grida dietro.<br />
Lo ignoro.<br />
Trotto rasente al palazzo, dove<br />
non corro il rischio di scivolare nel<br />
pantano di neve. Il cane mi è di nuovo<br />
addosso, carico come una molla.<br />
Salta i cumuli marci, è un fenomeno.<br />
A un tratto… vedo!<br />
***<br />
La porta si spalanca di colpo.<br />
“Ehi troia!”.<br />
L’uomo sghignazza avanzando<br />
dietro il braccio steso. “Daaadàn!”.<br />
Impugna un coltello serramanico. Ha<br />
il telefonino di Carlos, ma non è Carlos.<br />
Sara arretra, inciampa, viene<br />
strattonata per il bavero del giaccone.<br />
Schizzi di saliva sulle guance.<br />
Il tipo continua a sogghignare,<br />
fatto come una pigna. Le torce il<br />
braccio dietro la schiena puntandole<br />
il coltello alla gola. “Carlos non se l’è<br />
sentita. Io sì! Ma ti manda i suoi saluti”.<br />
Le sfila il cellulare dalla tasca e<br />
lo fa sparire nel retro dei jeans.<br />
Ansimando rumorosamente la<br />
sospinge per il corridoio fino alla minuscola<br />
camera da letto.<br />
***<br />
Per un istante sono completamente<br />
cieca. Incespico, sbando, scivolo.<br />
Rallento.<br />
118<br />
Una coltellata, due coltellate…<br />
Arranco con le braccia sul muro.<br />
Mi fermo.<br />
La figura incappucciata: “Ehi,<br />
troia!”.
Letteratura<br />
Mi piego in avanti, le mani sulle ginocchia.<br />
Volto adagio la testa, boccheggiando.<br />
Il bastardello si accanisce sulle gambe della mia tuta da jogging. Ma ormai<br />
niente mi può distrarre.<br />
Il tipo è tornato al furgone. Forse dovrei chiamare la Centrale e chiedere<br />
rinforzi. Ma non posso lasciarmelo scappare.<br />
Mi raddrizzo, estraggo la pistola. “Fermo!”.<br />
Il marcantonio alza la testa, trasalisce.<br />
Scatta. Di là dalla strada.<br />
Nuove immagini, una caterva. Mi rallentano!<br />
Neve, ghiaccio, il traffico che si è fatto improvvisamente nervoso.<br />
Vedo la povera ragazzina spalmata sui riflessi dei parabrezza, il volto che<br />
sbianca, il sangue che inzuppa i cofani…<br />
Caracollo tra una macchina e l’altra, cercando di guadagnare il marciapiede<br />
opposto. Avrei bisogno di rallentare il cuore, di togliermi queste visioni<br />
di torno. E invece…<br />
Stendo il braccio, allineo la mira. “FERMO!”.<br />
“Ehi, troia!”.<br />
Uno scooter sbanda, scoda, s’intraversa sbalzandomi a metri di distanza.<br />
Le immagini si spengono.<br />
Buio.<br />
***<br />
“Come si sente?”.<br />
C’è un volto che galleggia nel mio cielo. Sbatto le palpebre cercando di<br />
metterlo a fuoco. Che posto è questo?<br />
Sono immersa nel bianco, ma quello che ho intorno non è neve. Un letto.<br />
E di fianco il trespolo con una flebo.<br />
Il volto si ritrae. “Ricorda qualcosa, agente?”.<br />
Lo guardo come se fossi nuda, inorridita dalle implicazioni della domanda.<br />
Il tipo porta una divisa e ha l’aria di essere stato in attesa a lungo. “Qualsiasi<br />
cosa” m’incalza.<br />
“Da quanto sono qui?”.<br />
“Due giorni. Allora c’è qualcosa che ricorda?”.<br />
Volto la testa sul cuscino. “Nulla...”<br />
119
Letteratura<br />
di MiriaM Mastrovito<br />
Sospeso tra sogno e realtà, il Circo è per<br />
definizione un microcosmo intriso di magia.<br />
Con i suoi suoni, colori, odori esso dischiude<br />
le porte all’incanto trascinando adulti e bambini<br />
in una dimensione che invita a sospendere<br />
l’incredulità e ad abbandonarsi alla meraviglia.<br />
Un’esplorazione dei luoghi dell’immaginario<br />
che si rispetti non potrebbe rinunciare a<br />
una simile tappa, ragion per cui sarà proprio<br />
questa la seconda meta del nostro viaggio.<br />
Quello di cui voglio raccontarvi però non<br />
è un Circo qualsiasi, fra tutti, probabilmente,<br />
è il più straordinario. Arriva senza preavviso<br />
rubrica<br />
e senza fare rumore, come fosse sbucato dal<br />
nulla. I tendoni a strisce bianche e nere svettano<br />
in uno spazio delimitato da una recinzione<br />
in ferro battuto mentre un’insegna, anch’essa<br />
bianca e nera, informa i visitatori:<br />
Apre al Crepuscolo<br />
Chiude all’Aurora.<br />
Tutto sembra immobile e trasmette un<br />
senso di abbandono fino a che, al calar del<br />
sole, un intenso profumo di caramello non comincia<br />
a librarsi nell’aria e finalmente accade.<br />
Piccoli bagliori, simili a lucciole in volo, iniziano<br />
a correre lungo i tendoni e in quel confuso<br />
gioco di luci in movimento appare la scritta: le<br />
Cirque des Rêves.<br />
Varcati i cancelli, il vostro tempo verrà<br />
scandito dall’orologio danzante e sarete proiettati<br />
in un labirintico mondo da fiaba. Vi ritroverete<br />
smarriti tra una miriade di tendoni<br />
perché la peculiarità di questo circo è proprio<br />
quella di non averne uno solo. Ce n’è uno per<br />
ogni attrazione e sempre di nuovi se ne aggiungono.<br />
Il visitatore è libero di lasciarsi sedurre<br />
dall’insegna che più lo ammalia tracciando<br />
così il suo personale percorso alla scoperta<br />
delle meraviglie che in ogni anfratto si celano.<br />
Gli spettacoli a cui potrete assistere non<br />
hanno nulla a che vedere con le solite esibizioni<br />
di clown e animali ammaestrati. Il giardino<br />
d’inverno, la giostra, il dedalo della nube, la<br />
pozza delle lacrime e perfino l’albero dei desideri<br />
sono alcune delle strabilianti attrazioni in<br />
cui potrete imbattervi.<br />
Tuttavia non è solamente questo a ren-<br />
120
121<br />
dere il Circo della notte tanto speciale. Le sue<br />
immagini in bianco e nero, dei sogni non hanno<br />
solo la tradizionale bicromia ma sono fatte della<br />
loro stessa sostanza. Esso non è solo illusione<br />
ma è magia che sopravvive in un mondo sempre<br />
più restio a riconoscerla, forse è proprio<br />
per questo che non si annuncia con volantini o<br />
manifesti e preferisce farsi trovare da chi è ancora<br />
capace di udirne il richiamo. Sono i rêveurs<br />
a rappresentare il suo pubblico di affezionati:<br />
uomini e donne che lo seguono in giro per il<br />
mondo, in perfetta sintonia con la sua atmosfera<br />
onirica tanto che, quasi ne fossero parte<br />
integrante, vestono abiti degli stessi colori dei<br />
tendoni distinguendosi dagli artisti unicamente<br />
per piccole note di rosso, rintracciabili in una<br />
sciarpa, una coccarda, un fiore all’occhiello.<br />
Non vi inganni però la sua atmosfera festosa<br />
perché questo luogo fiabesco nasconde<br />
anche un volto oscuro. Dietro le sue quinte sta<br />
per consumarsi infatti una grande sfida tra due<br />
persone inconsapevoli, due allievi particolar-<br />
mente dotati scelti e allenati allo scopo. Celia<br />
e Marco sono votati sin da bambini a fronteggiarsi<br />
in una sorta di duello magico il cui vincitore<br />
sarà il solo a poter sopravvivere. Quel che<br />
inizialmente appare come il bizzarro divertissement<br />
di due potenti maghi, pian piano si rivela<br />
essere un gioco perverso destinato a complicarsi<br />
quando i due giovani protagonisti si innamoreranno<br />
andando contro ogni regola.<br />
Il delicato equilibrio su cui si regge il circo<br />
sopravvivrà all’imprevisto? L’amore alimenterà<br />
o infrangerà l’incanto?<br />
Per scoprirlo potrete unirvi ai rêveurs o<br />
più semplicemente tuffarvi tra le pagine de<br />
Il Circo della notte di Erin Morgenstern.<br />
Che scegliate l’una o l’altra via, vivrete<br />
un’esperienza unica e quando al sopraggiungere<br />
dell’aurora tornerete a casa, avrete difficoltà<br />
a comprendere da quale parte stia davvero<br />
il sogno.
L'esordio sci-fi di<br />
GEORGE R. R. MARTIN<br />
il papà di Game of Thrones<br />
Quando si parla di George R.R. Martin<br />
le aspettative sono alte, un nome una<br />
garanzia si potrebbe quasi dire: il grande<br />
successo della sua saga fantasy Le Cronache<br />
del Ghiaccio e del Fuoco e della serie<br />
TV della HBO, A Game of Thrones, ad<br />
essa ispirata parlano da soli. Ma la bibliografia<br />
di Martin è ricca e vasta, caratterizzata<br />
da uno stile che si è evoluto nel tempo,<br />
e che fin dagli esordi ha saputo convincere<br />
il pubblico.<br />
In fondo il buio è la sua prima opera<br />
di vaLentina Bettio<br />
122<br />
di genere Science Fiction (SciFi) – Dying of<br />
the light è il titolo originale, ma il primo<br />
titolo fu “After the festival” ("dopo il festival",<br />
ndr), poi cambiato nella seconda versione<br />
dopo la prima pubblicazione, uscita<br />
nel lontano 1977, ricevendo nomination per<br />
l’Ugo Award e il British Fantasy Award,<br />
ora riproposta dalla casa editrice Gargoyle.<br />
Assolutamente lontano dalle atmosfere<br />
fantasy-medievali de Il trono<br />
di spade, In fondo il buio è ambienta-
to su un pianeta morente, Worlorn; un<br />
pianeta vagabondo che per un certo periodo<br />
è stato abitabile ed ha ospitato il “Festival”,<br />
una lunga festa durante la quale ogni<br />
popolo dei mondi conosciuti ha edificato<br />
la sua città, importando non solo la propria<br />
cultura ma tutto ciò che caratterizza<br />
l’ecosistema del pianeta di origine. Un Festival<br />
in onore di tutte le civiltà, che ormai<br />
è arrivato al termine: giunto alla fine della<br />
propria peregrinazione attorno alla Ruota<br />
di Fuoco, Worlorn sta tornando nel buio e<br />
nel gelo e tutto ciò che è stato creato sul<br />
suo suolo sta per scomparire, destinato ad<br />
essere dimenticato. Un mondo da studiare<br />
per l’originale ed assolutamente unico<br />
equilibrio ambientale che si è creato, ma<br />
che sta esalando gli ultimi respiri.<br />
Perché questa era la cosiddetta<br />
foresta primigenia, il bosco che l’uomo<br />
aveva portato con sé da un sole all’altro<br />
[…]. Su tutti i nuovi pianeti l’umanità<br />
trovava […] piante ed alberi subito<br />
capaci di diventare parte integrante<br />
della linfa di quelli importati da casa<br />
da principio. […] Gli abitanti dei mondi<br />
esterni li avevano portati qui […] per<br />
aggiungere una nota che ricordasse<br />
casa, ovunque essa fosse.<br />
Su questo scenario fantascientifico,<br />
caratterizzato da notti tristi e<br />
permeato di desolazione, si dipanano<br />
gli eventi che vedono come protagonisti<br />
Dirk, Jenny, Jaan e il tuo teyn<br />
Garse, in un intricato susseguirsi di<br />
eventi il cui climax, sempre dietro<br />
l’angolo ma al contempo irraggiungibile,<br />
logora i nervi.<br />
123<br />
Con uno stile forse ancora da<br />
Letteratura<br />
affinare ma assolutamente vivido e apprezzabile<br />
nella sua chiarezza e fluidità,<br />
Martin crea un universo complesso<br />
e articolato, senza scendere in dettagli<br />
inutili ma lasciando piccole briciole<br />
sufficienti a capire che ciò che ci sta<br />
mostrando è solo la punta dell’iceberg<br />
di una realtà troppo complessa, un<br />
piccolo scorcio di per sé sufficiente ai<br />
fini della narrazione. La galassia da lui<br />
creata è ricca di popoli e pianeti dai nomi<br />
pittoreschi – Tober-nel-Velo, Darkdawn,<br />
di-Emerel e così via –, ognuno con i propri<br />
costumi, che interagiscono tra loro senza<br />
però influenzare in modo significativo il nucleo<br />
di credenze e tradizioni che li contraddistingue.<br />
Niente fattezze bizzarre, niente<br />
fantasia che corre a briglie sciolte per disegnare<br />
razze singolari: tutti i popoli introdotti<br />
da Martin sono umanoidi – anche<br />
se vengono poi citate creature come “mutaforma”,<br />
lupi mannari ecc. che, però, non<br />
recitano alcuna parte in questo racconto.<br />
L’unica cultura descritta è quella dei<br />
Kavalar, rude e violenta, che è trattata<br />
approfonditamente in modo da fornire al<br />
lettore le basi necessarie a capire le azioni<br />
e i ragionamenti che muovono gran parte<br />
dei personaggi che si incontrano nella storia,<br />
per la maggior parte Kavalar per l’ap-
Letteratura<br />
punto. Un popolo guidato da una serie di<br />
rigide regole e schemi di comportamento,<br />
che si basano sulla violenza e sulla guerra,<br />
così lontani dal pensiero comune da risultare<br />
grotteschi e difficili da assimilare. Violenza<br />
sì, ma anche un forte codice d’onore,<br />
che pizzica le corde più profonde dell’animo<br />
umano.<br />
Un esordio dai toni deliziosamente<br />
fantascientifici, cupo e intriso di descrizioni<br />
sanguinose accostate a triste<br />
poesia, in un connubio affascinante e<br />
ambizioso, a tratti ombroso ma di sicuro<br />
effetto, che trova la sua massima<br />
espressione in Kryne Lamiya, la città<br />
sirena dei Darkdawn – uno dei popoli<br />
al contempo più inquietanti e affascinanti<br />
descritti –, che suona all’infinito<br />
la propria musica di pazzia e morte.<br />
Titolo: IN FONDO IL BUIO<br />
Autore: George R.R. Martin<br />
Titolo originale: Dying of the light<br />
Editore: Gargoyle Books<br />
Collana: Gargoyle Extra<br />
Traduzione: Tarallo&Tintori<br />
Pagine: 376<br />
Prezzo: € 16.90<br />
EAN: 978-88-89541-67-8<br />
“È una canzone del crepuscolo e della<br />
notte che scende, avverte che non ci sarà<br />
mai più un’altra alba, mai più.”<br />
Ed è l’atmosfera di questa città che<br />
riempie il cuore e meglio descrive Worlorn<br />
morente che, lentamente ma inesorabilmente,<br />
sta tornando nell’ombra da cui è<br />
emerso.<br />
Insomma, un Martin a cui non siamo<br />
abituati, ma che ci stupisce e delizia<br />
cimentandosi in un genere non facile da<br />
trattare, senza scadere nello scontato e<br />
nel banale, riuscendo a narrarci una storia<br />
completa che non necessita di aggiunte<br />
accessorie per essere apprezzata e goduta.<br />
Una piccola chicca da gustare con<br />
calma.<br />
124
La chimera di Praga<br />
opera di Max rambaldi ispirata a "La chimera di Praga"
Letteratura<br />
la chimera di Praga<br />
tra sogni, magia, dolore e speranza<br />
I sogni sono veramente desideri,<br />
come cantava la Cenerentola disneyana?<br />
A riprendere un tema-archetipo è<br />
Laini Taylor, autrice de La chimera di<br />
Praga (Fazi Editore), capitolo primo<br />
della trilogia Young Adult Daughter<br />
of Smoke and Bone, nelle librerie italiane<br />
da inizio maggio.<br />
Un romanzo costruito sul contrasto<br />
“angeli-demoni”, in cui l’autrice<br />
attua in maniera originale il rovesciamento<br />
di diversi cliché, nell’atmosfera<br />
di una Praga che, nel suo essere già città<br />
esoterica di ispirazione a molte penne<br />
fantasy, si carica di atmosfere oniriche<br />
dark.<br />
Centrale è il ruolo della magia. Se<br />
nella tradizione è una dote, naturale o<br />
acquisita — in base alla natura di chi<br />
la detiene —, che è indice di potere e di<br />
possibilità di cambiare le cose, spesso<br />
in positivo, in questo romanzo la magia<br />
è vincolata al dolore e a una visione<br />
sostanzialmente tetra. Non c’è magia<br />
senza dolore, così come la realizzazione<br />
di un desiderio ha più la parvenza<br />
di un contrappasso dantesco o di un<br />
patto faustiano. L’unico momento in<br />
cui la magia può rivelarsi come valore<br />
positivo è in rapporto alla speranza.<br />
E non a caso è il significato del nome<br />
della protagonista, Karou, studentessa<br />
alla scuola d’arte di Praga dalla doppia<br />
vita, cresciuta da una famiglia di Chimere.<br />
126<br />
di roBerta de toMi<br />
Karou compie commissioni per<br />
Sulphurus, una sorta di “padre adottivo”<br />
dedito a “strani” commerci. La<br />
giovane va in giro per il mondo, accedendo<br />
ai luoghi designati da porte magiche,<br />
un po’ come avviene ai giovanissimi<br />
protagonisti di Narnia, romanzo<br />
che, alla lettura, sembra aver fornito la<br />
maggiore ispirazione all’autrice. Proprio<br />
mentre sta svolgendo una delle sue<br />
commissioni, Karou incontra un Serafino,<br />
nemico giurato delle Chimere.<br />
Da questo incontro nasce una passione<br />
travolgente, che le svelerà gli esiti tragici<br />
di un amore proibito del passato e<br />
che ha connessioni con il presente; ma<br />
a differenza delle tragedie più note, e<br />
come avviene ad esempio nel finale della<br />
fiaba del Soldatino di stagno innamorato<br />
della Ballerina, tra le ceneri di<br />
questo sentimento restano residui che<br />
ne decretano la vittoria sulla morte.<br />
Nel romanzo della Taylor, il “residuo”,<br />
come già detto, è la speranza,<br />
personificata da Karou, personaggio<br />
chiave. Non è un caso se si tratta di una<br />
ragazza creativa. La creatività è infatti<br />
uno degli strumenti attraverso cui la<br />
speranza può realizzarsi, poiché consente<br />
di plasmare soluzioni, nel caso<br />
del romanzo, a una guerra che prosegue<br />
da secoli.
Scheda del Libro<br />
Titolo: La Chimera di Praga<br />
Tit. Or.: Daughter of Smoke and Bone<br />
Autrice: Laini Taylor<br />
Casa Editrice: Fazi Editore<br />
Collana: Lain<br />
Traduzione: Donatella Rezzati<br />
Prezzo: € 16,50<br />
ISBN: 978-88-7625-133-7<br />
I desideri sono una finzione.<br />
La speranza è vera.<br />
La speranza compie la sua magia.<br />
In questo, avvalendosi di un forte<br />
simbolismo, si possono ravvisare<br />
molte affinità con l’epoca attuale,<br />
contraddistinta da una crisi profonda,<br />
a più livelli. Solo la speranza, attraverso<br />
strumenti creativi, può portare<br />
un rinnovamento, la pace tra<br />
Chimere e Serafini. Personaggi questi<br />
che hanno tutti i difetti e i vizi degli<br />
umani, soggiogati da invidie, bramosie,<br />
pregiudizi e voluttà.<br />
Onirica, evocativa e d’atmosfera<br />
è la scrittura della Taylor, che alla<br />
penna alterna il pennello. L’autrice<br />
erige un ottimo edificio, strutturato a<br />
incastri e a rivelazioni che si palesano<br />
gradualmente. Non mancano citazioni<br />
dirette e indirette, tra letteratura,<br />
arti visive e mitologia, rese da uno<br />
stile che, pur avendo una lucidità di<br />
fondo, si tende tra il surreale, il gotico<br />
e l’impressionistico. Il racconto sembra<br />
fatto da una sognatrice disincantata,<br />
che sa stare con i piedi per terra.<br />
127
Letteratura<br />
Il successo letterario di<br />
S u z a n n e<br />
Coll ins<br />
Il “fenomeno Hunger Games”,<br />
diffusosi soprattutto in<br />
America anche grazie alla recente<br />
uscita della trasposizione cinematografica<br />
a cura di Gary Ross, si<br />
fregia di una nomea che vuole categoricamente<br />
distaccarsi dai soliti<br />
romanzi per giovani adulti – primo<br />
tra tutti, Twilight – in cui l’amore<br />
adolescenziale, sempre in primo<br />
piano, lascia il posto a tematiche<br />
più cruente e importanti, che<br />
richiamano alla coscienza problematiche<br />
attuali quali l’oppressione<br />
dei popoli e il valore<br />
della libertà.<br />
Non che Hunger Games sia<br />
propriamente un romanzo cruento:<br />
appositamente diluita nei dettagli<br />
più impressionabili, tagliata sui<br />
suoi giovani lettori con uno stile<br />
asettico, breve ed essenziale, se<br />
non scialbo in alcuni punti, la trilogia<br />
di Suzanne Collins lascia a<br />
desiderare sotto molti aspetti, pur<br />
centrando quasi del tutto quella<br />
pretesa di differenziazione che si<br />
spera coinvolga sempre più i romanzi<br />
dal target a cui è destinata.<br />
La storia, ormai abbastanza<br />
nota al pubblico, è ambientata<br />
in un futuro distopico controllato<br />
suzanne collins<br />
di Federica Urso<br />
128
129<br />
dall’egemonia della città di Capitol City,<br />
dove il lusso sfrenato incontra le abitudini<br />
viziose e depravate dei suoi abitanti. La<br />
protagonista, Katniss Erverdeen, una<br />
diciassettenne schietta e introversa<br />
provata dalla morte prematura del<br />
padre, ha un solo obiettivo: mantenere<br />
in vita la madre medico e la sorella<br />
appena dodicenne, Prim. Per questo<br />
motivo si offre volontaria quando quest’ultima,<br />
contro ogni aspettativa, viene sorteggiata<br />
per i terribili Hunger Games, i<br />
giochi inumani creati settantaquattro<br />
anni prima allo scopo di terrorizzare<br />
la popolazione – suddivisa in dodici distretti<br />
– e indurla all’obbedienza. Comincerà<br />
quindi la disavventura che la porterà<br />
da anonima ragazza a stella di<br />
Capitol City, aiutata dalla fittizia<br />
storia d’amore con il compagno<br />
di distretto Peeta, anche lui costretto<br />
a partecipare.<br />
Con un gesto di ribellione<br />
verso il sistema oppressivo e<br />
terroristico riuscirà infatti ad<br />
uscire, insieme al compagno,<br />
indenne dai giochi. Un esito<br />
non previsto dalla tirannia del<br />
presidente Snow, che le costerà<br />
la vita di molte persone a lei<br />
care e accenderà la rivolta nei<br />
vari distretti. Una ribellione che<br />
porterà il suo volto, strumentalizzato<br />
dalla televisione e dagli<br />
stessi ribelli al fine di creare un<br />
nuovo mondo che, forse, non si<br />
discosterà di molto da quello<br />
che si sta tentando di distruggere.<br />
Tematiche non nuove,<br />
quindi, già note nella letteratura<br />
dalla seconda metà del Novecento<br />
in poi e, in particolare, nel best<br />
seller datato 1999 Battle Royale di Koushuen<br />
Takami o, andando ancora più indietro,<br />
in romanzi come L’uomo in fuga di<br />
Stephen King. L’unica novità sembra,<br />
in effetti, la destinazione alla fascia di<br />
lettori più giovani, che ha decretato il<br />
successo stellare della saga. E, se nel<br />
primo episodio questo appare abbastanza<br />
giustificato da un prodotto tutto sommato<br />
buono e appassionante, i seguiti – usciti in<br />
Italia con il titolo La ragazza di fuoco e<br />
Il canto della rivolta – non soddisfano le<br />
alte aspettative dei lettori più pretenziosi.<br />
In particolare La ragazza di fuoco palesa<br />
l’esigenza editoriale di compensare lo
Letteratura
131<br />
scarto verso la fine, decisamente mal gestito dall’autrice, che sembra girare<br />
intorno, dilungandosi su dettagli insignificanti, al punto cruciale: la rivolta.<br />
A questa cattiva gestione della trama si aggiunge una malsana<br />
fretta per il finale, di cui risente l’intera economia della narrazione:<br />
nel secondo volume, su 375 pagine, soltanto 150 sono destinate ad un’altra<br />
edizione degli Hunger Games, laddove, nella prima parte, particolari inutili<br />
si sommano a forzature piuttosto evidenti. Ancora più evidenti sono, però, i<br />
deus ex machina che la Collins adopera per tagliare la descrizione di eventi<br />
importanti, e di cui farà sempre maggiore uso fino a renderli castranti nel<br />
finale della trilogia.<br />
Katniss, frustrata da dolorosi eventi, si ridurrà all’ombra di se stessa,<br />
oscurandosi completamente dai destini del suo paese: ritroverà la speranza<br />
in un futuro migliore solo grazie all’amore per uno dei due ragazzi che se la<br />
contendevano.<br />
Un ritratto debilitante, quindi – seppur molto verosimile, salvo<br />
dai moralisti eroismi su cui rischiava di inciampare la saga – e un<br />
fallimento che fa sentire l’eco di un pessimismo più adulto ma non<br />
meno deludente. Ciò si riflette, in particolare, nell’involuzione dei personaggi,<br />
regressi ad uno stato di egoistica dissennatezza, nel caso di Katniss,<br />
o di calcolata ambizione, nel caso di Gale. Poco coerenti ma – o forse proprio<br />
per questo – umani: una piega del tutto inaspettata per un romanzo che prometteva<br />
essere un faro all’interno del genere grazie ad un’eroina coraggiosa<br />
e fuori dagli schemi, ma che finisce per essere vittima sconfitta di un sistema<br />
pseudo-totalitarista che non ha mai volontariamente tentato di annientare.<br />
Redenta o forse definitivamente affondata da questa parvenza<br />
di realismo, la saga di Hunger Games si apprezza entro i limiti di una<br />
storia con molto potenziale vanamente sciupato, e un retrogusto finale<br />
soggettivamente amaro.
Letteratura<br />
Zio Lou<br />
traduzione di Marina aLBaMonte<br />
Lo zio di Nina, zio Lou, viveva ad Hampstead,<br />
in una frondosa stradina secondaria<br />
dalla quale si godeva una magnifica<br />
vista di Hampstead Heath – in apparenza<br />
una sconfinata distesa verde costellata di<br />
vecchie querce dove i corvi schiamazzavano<br />
e le ghiande piovevano dagli alberi<br />
per essere raccolte dai bimbi e, talvolta,<br />
dai cani famelici, portati a spasso senza<br />
guinzaglio. Nina ricordava che anche lei,<br />
da piccola, non molto più grande di un cagnolino,<br />
aveva raccolto le ghiande assieme<br />
ai suoi genitori, mettendole minuziosamente<br />
in fila per gli scoiattoli.<br />
Ora che era tornata aveva percepito<br />
in questa zona di Londra un non so che<br />
di sinistro. Forse gli alberi, così contorti<br />
e immensi, vago ricordo di un’immagine<br />
inquietante in uno dei suoi libri illustrati.<br />
Ben sapeva che oramai quella era diventata<br />
una zona d’élite super esclusiva: gli<br />
ultimi modelli di auto ibride, Lotus e Volvo<br />
parcheggiate nei viali, balie irlandesi<br />
e polacche con passeggini trendy, donne<br />
filiformi come aironi e i loro microscopici<br />
terrier che avrebbero potuto benissimo<br />
stare nel palmo della mano di Nina. Era<br />
ragazzina e Hampstead era già considerata<br />
una zona d’élite ma, a quei tempi, le<br />
case dai mattoncini color rame e i recinti<br />
in ferro battuto avevano un’aria losca,<br />
come se terribili criminali stessero ordendo<br />
qualche sporco affare nella rimessa.<br />
di Elizabeth Hand<br />
Nina aveva quattordici anni quando<br />
capì che era zio Lou, non Hampstead, a<br />
sprigionare una certa aura modaiola: i<br />
lunghi capelli, gli abiti su misura di Dougie<br />
Millings, le babbucce dorate con la punta<br />
all’insù, come quelle del genio della lampada.<br />
Era il suo zio preferito, a dire il vero<br />
unico zio e unico parente, se si tralasciava<br />
una pro prozia centenaria, probabilmente<br />
rinchiusa in una casa di riposo in Costa del<br />
Sol. Nina era figlia unica, nessun cugino di<br />
primo grado e nonni ormai morti da un<br />
pezzo.<br />
Anche i genitori, divorziati, erano<br />
morti anni addietro, quando Nina frequentava<br />
ancora l’università. Da allora,<br />
aveva avuto la buona abitudine di far visita<br />
a zio Lou una volta al mese o giù di lì,<br />
quando lui tornava dai suoi viaggi. Spariva<br />
per mesi, lo zio, ad un certo punto e – al<br />
suo ritorno – rispondeva alle domande di<br />
Nina del tipo “dove fosse stato” facendo<br />
segno con un dito sulle labbra: segreto.<br />
Negli ultimi dieci anni la vita da giramondo<br />
dello zio aveva perso colpi e così Nina<br />
ora lo andava a trovare più spesso. Scriveva<br />
libri di viaggio e aveva ideato la famosa<br />
serie World by Night. Budapest by Night<br />
era stato, a sorpresa, il suo primo best<br />
seller, seguito a ruota da Parigi by Night,<br />
Londra by Night, Marsiglia by Night, Vienna<br />
by Night e così via all’infinito. Tutto ciò<br />
accadeva negli anni ’60 e agli inizi degli<br />
anni ’70 quando il mondo era decisamen-<br />
132
133<br />
te più vasto e molto più esotico. Il turismo<br />
bohémien stava facendo capolino nell’industria<br />
turistica, alimentato com’era da<br />
voci sul pellegrinaggio a Jakarta di Bryon<br />
Gysin e Brian Jones, lì per vedere i dervisci<br />
rotanti e da quelle sulle orde di figli<br />
dei fiori che scappavano a Katmandu e si<br />
nutrivano di burro di yak intanto che facevano<br />
affari con la droga.<br />
Non importa quanto sconosciuto o<br />
remoto fosse il luogo, zio Lou vi era stato<br />
e tornato a casa prima di voi per stupirvi<br />
con una cronaca su dove trovare il miglior<br />
negozio di spaghetti di Bangkok aperto<br />
anche di notte; o un chiosco di funghi al<br />
mercato nero nelle catacombe di Roma; o<br />
ancora un locale per voyeur di Stoccolma,<br />
spacciato per un cineclub specializzato in<br />
film dell’ormai dimenticata star del cinema<br />
muto Sigrid Blau.<br />
“Ma non si sente mai in colpa?” le<br />
aveva chiesto una volta sua madre. Lou<br />
era il fratello di suo marito, il maggiore;<br />
aveva partecipato alla Seconda Guerra<br />
Mondiale e in seguito aveva trascorso diversi<br />
anni nell’Europa dell’est; non si sa<br />
bene di cosa si occupasse a quei tempi e<br />
spesso questo argomento era stato oggetto<br />
dei discorsi dei suoi genitori. Era poi<br />
ritornato a Londra sfoggiando una lunga<br />
chioma all’ultimo grido e, ogni tanto, la<br />
barba. Infatti, zio Lou andava in giro bello<br />
sbarbato prima della guerra ma, in seguito,<br />
era diventato decisamente irsuto e si<br />
sbarbava almeno una o, talvolta, due volte<br />
al giorno. Tuttavia, aveva continuato a<br />
portare i suoi neri capelli lunghi, un vero<br />
e proprio segno distintivo nelle foto che<br />
lo ritraevano in qualità di scrittore. Sua<br />
madre lo aveva sempre trovato alquanto<br />
appariscente, un aggettivo tutto suo per<br />
indicare gli omosessuali, sebbene zio Lou<br />
fosse notoriamente un gran donnaiolo.<br />
RACCONTO<br />
Nina aveva aggrottato le sopracciglia<br />
alla domanda della madre. “In colpa? E<br />
per cosa?”<br />
“Per la promozione di attività illecite”.<br />
“Ma di quali attività illecite parli?”<br />
replicò Nina. “Le cose di cui scrive danno<br />
una mano alle economie locali”.<br />
“Ora si chiamano così?” sua madre<br />
tirò su col naso e rivolse nuovamente la<br />
sua attenzione alla pianta di delfinio. Quel<br />
pomeriggio il sole di ottobre inondava<br />
con i suoi raggi il vialetto di ciottoli che<br />
conduceva a Pallis Mews. La Aston Martin<br />
DB4 d’epoca dello zio era parcheggiata<br />
di fronte, coperta da un telone cerato<br />
verde impiastricciato da escrementi di uccelli,<br />
il che faceva supporre che l’auto non<br />
era stata usata da un pezzo. Cumuli di foglie<br />
gialle si erano ammucchiate contro la<br />
porta d’entrata; Nina tirò via una lacera<br />
busta di plastica dall’edera e dalle clematidi<br />
rampicanti che ricoprivano il muro di<br />
mattoni.<br />
Non aveva mai fatto visita a zio Lou<br />
senza una sua telefonata di invito o – più<br />
di recente – un’e-mail. L’invito era sempre<br />
preciso, nel tardo pomeriggio o nella<br />
prima serata, il che, tradotto, voleva semplicemente<br />
dire giovedì 19, arrivo per le<br />
17,15. In cucina lo zio aveva un grande calendario<br />
da parete con le fasi lunari, una<br />
sorta di pergamena con miriadi di brevi<br />
annotazioni scritte con una minuscola<br />
grafia e che indicavano esattamente l’ora<br />
e i minuti dei vari appuntamenti in programma.<br />
Riceveva un ospite alla volta; il<br />
suo era un lavoro di tipo solitario e notturno.<br />
Una volta, era ancora ragazzina, era<br />
arrivata in anticipo di dieci minuti. Sapeva<br />
che zio Lou era in casa, lo sentiva lavare i
RACCONTO<br />
piatti e – in sottofondo – la radio sintonizzata<br />
su Radio2. Lo aveva scorto passare<br />
dietro la finestra mentre abbassava il volume<br />
della musica. E la porta non si aprì<br />
che all’orario stabilito.<br />
Stavolta la porta si era aperta prima<br />
che Nina avesse bussato.<br />
“Nina cara.” Lo zio le sorrise e le fece<br />
cenno di accomodarsi in casa. “Sei stupenda.<br />
Oh, quelli! non ho ancora avuto<br />
modo di disfarmene”.<br />
Chiuse la porta e Nina schivò una<br />
pila di giornali. Zio Lou era sempre stato<br />
un tipo meticoloso, persino schizzinoso.<br />
Aveva assunto una donna delle pulizie<br />
che, una volta a settimana, ripuliva dalle<br />
macchie il tappeto delle Fær Øer, metteva<br />
in ordine i cuscini Kilim sul divano bianco,<br />
risistemava le sedie, raddrizzava il quadro<br />
di Hockey e riponeva i piatti di porcellana<br />
danesi nella credenza.<br />
Elizabeth<br />
Hand<br />
Anni addietro la donna delle pulizie<br />
si era dovuta trasferire a Brighton per<br />
stare più vicino ai nipotini. Zio Lou non si<br />
era preoccupato di rimpiazzarla e la casa<br />
aveva assunto quell’aria provocatoriamente<br />
trascurata, come quella di un’entraîneuse<br />
da night club che, ben conscia<br />
– data l’età – di non poter più permettersi<br />
di indossare camicette trasparenti in<br />
acetato, seppur con una canottina sotto,<br />
continua imperterrita a presentarsi con<br />
la stessa mise di sempre. “Lo so, è un<br />
macello”. Zio Lou sospirò e si piegò per<br />
prendere un giornale vagante che tentava<br />
la fuga, riponendolo, con mano leggermente<br />
tremolante, in cima alla pila. I<br />
piedi ossuti ballavano nelle babbucce con<br />
la punta all’insù, le nappe dorate consunte<br />
e le dita ricurve ora erano tristemente<br />
appiattite. “Al giorno d’oggi, avere qualcuno<br />
che si occupi della casa costa piuttosto<br />
caro. Ma entra tesoro. Qualcosa da<br />
bere?”<br />
Si divide fra Londra e lo stato di<br />
New York, e all'università ha studiato<br />
spettacolo e antropologia. Una donna<br />
eclettica, dunque, tanto da passare<br />
dalla scrittura di romanzi basati<br />
sull'universo di Guerre Stellari (i cosiddetti<br />
EU, Expanded Universe) alla<br />
sceneggiatura di episodi di X-Files, al<br />
fantasy storico Mortal Love. Passando,<br />
ovviamente, per il thriller, di cui La<br />
Luce naturale della morte è solo un<br />
esempio. Insomma, Elizabeth Hand<br />
è una donna dal multiforme ingegno,<br />
tanto che il racconto Echo, del 2006,<br />
si è conquistato il Nebula Award.<br />
Il suo sito web è<br />
www.elizabethhand.com<br />
1341
35<br />
“No grazie. Oh, ma sì, certo, se anche<br />
tu prendi qualcosa.”<br />
Zio Lou si chinò e le sfiorò la guancia<br />
con un bacio. Non si era sbarbato e notò<br />
sul collo una preoccupante vescica bluastra<br />
– ma in realtà non era che uno schizzo<br />
di dentifricio.<br />
“La mia piccina” disse e si spostò in<br />
cucina.<br />
Mentre lo zio preparava da bere<br />
Nina diede uno sguardo al suo studio, uno<br />
spazio delimitato da muri di mattoni nascosto<br />
da una libreria con dozzine – forse<br />
centinaia – di copie della serie By Night in<br />
varie traduzioni. Vi erano altre pile alla<br />
rinfusa di posta ancora chiusa e mai arrivata<br />
sulla scrivania dello zio.<br />
Diede uno sguardo furtivo a una delle<br />
buste. Il timbro postale riportava la data<br />
di un mese addietro. Si guardò alle spalle,<br />
si mise a scartabellare tra la posta in<br />
fretta e furia e trovò della corrispondenza<br />
con il timbro della primavera passata. Udì<br />
i passi dello zio appressarsi nell’ingresso<br />
e si voltò immediatamente andandogli incontro.<br />
“Grazie.” Prese il bicchiere di Martini<br />
che le aveva offerto – era pulito, almeno<br />
– e lo alzò per fare un brindisi.<br />
“Cin cin”, disse lo zio.<br />
Si incamminarono verso la sala da<br />
pranzo che si affacciava su un cortile piuttosto<br />
ampio. Anni addietro zio Lou aveva<br />
fatto in modo che lo spazio esterno tornasse<br />
ad essere un groviglio di cespugli di<br />
more, con platani scoloriti dall’assenza di<br />
luce ed edera terrestre. Sarebbe stato il<br />
luogo ideale per far scorrazzare un cane,<br />
ma zio Lou non ne aveva mai posseduto<br />
uno. C’erano in giro segni di animali – forse<br />
volpi – il che, ad Hampstead, era cosa<br />
Letteratura<br />
comune, sebbene Nina non avesse mai<br />
percepito il loro tipico olezzo muschiato.<br />
Si misero a tavola. Zio Lou aveva preparato<br />
un piattino di olive e alcuni biscotti<br />
un po’ stantii. Bevvero e parlarono di un<br />
articolo sui viaggi apparso sul Guardian la<br />
settimana precedente, del cane rumoroso<br />
dei vicini di Nina e di persone di loro<br />
conoscenza.<br />
“Notizie di Valerie Minton?” chiese<br />
Nina. Finì il suo drink e mordicchiò un’oliva.<br />
“È da un po’ che non ne parli”.<br />
Lo zio sospirò. “Oh cara, triste storia.<br />
Ma non te ne ho parlato? È morta a marzo.<br />
Roba di cuore – una vera benedizione.<br />
Aveva un inizio di Morbo di Alzheimer.”<br />
Tracannò il Martini e posò il bicchiere<br />
vuoto accanto al suo. “Lo vuoi un consiglio?<br />
Non invecchiare.”<br />
“Oh zio Lou.” Nina lo abbracciò. “Ma<br />
tu non sei vecchio.”<br />
Non era vero, ovviamente. Sapeva<br />
bene quanto lo zio fosse diventato esile<br />
e fragile. E mandare avanti la casa stava<br />
diventando – decisamente – un vero fardello.<br />
Gli prese la mano e lo fissò negli occhi.<br />
I capelli erano bianchi, più radi di una<br />
volta. Il volto era solcato da rughe ma una<br />
vita spesa a fare le ore piccole lo aveva<br />
preservato dagli effetti dannosi degli ultravioletti,<br />
il che gli permetteva di sfoggiare<br />
ancora una pelle piuttosto elastica.<br />
Zigomi alti, un severo profilo del naso e<br />
una fossetta sul mento, sembrava un attore<br />
in tarda età; negli occhi un’incredibile<br />
sfumatura color ambra che, sotto una<br />
luce intensa, apparivano estremamente<br />
pallidi, quasi incolore. L’effetto teatrale<br />
era accentuato dal suo modo di vestire<br />
che, quel pomeriggio, consisteva in una<br />
maglietta a stampa con motivi indiani su
Letteratura<br />
pantaloni molto ampi di velluto a coste,<br />
una volta gialli canarino ma oramai sbiaditi,<br />
quasi bianchi come i noccioli di un limone<br />
e l’immancabile anellone d’argento<br />
all’indice della mano destra.<br />
L’anello tremolò non appena mosse il<br />
dito per rimproverarla. “Nina, Nina, sono<br />
più che anziano, più vecchio di Matusalemme<br />
e Dio non me lo perdona.”<br />
Nina rise e lo zio si voltò lanciando<br />
uno sguardo malinconico al cortile. Ma<br />
quanti anni aveva zio Lou? Almeno un’ottantina.<br />
Molti dei suoi amici erano morti;<br />
altri si erano trasferiti per essere più vicini<br />
ai figli o vivevano in case di riposo. La casa<br />
di Nina era troppo piccola per ospitare<br />
un’altra persona; avrebbe potuto trasferirsi<br />
lei a casa dello zio, ma sapeva bene<br />
che lui non ne avrebbe voluto sapere.<br />
Alcuni anni fa aveva venduto il marchio<br />
e il catalogo della serie By Night per una<br />
somma considerevole a un imprenditore<br />
del web. Forse avrebbe potuto essere<br />
incoraggiato a cercare una sistemazione<br />
in quelle strutture da fifì in cui vengono<br />
ospitati anziani benestanti. Non avrebbe<br />
aperto questo discorso proprio ora ma,<br />
mentalmente, ne aveva preso nota; magari<br />
avrebbe trovato qualcosa del genere<br />
vicino ad Hampstead.<br />
Zio Lou le strinse la mano. “Ti andrebbe<br />
una passeggiata al parco?”<br />
Nina annuì. “Buon’idea!”<br />
Si incamminarono lungo un sentiero<br />
che serpeggiava dolcemente in salita, dominato<br />
in fondo da una vecchia quercia.<br />
La zona era frequentata da famiglie con<br />
bambini e cani che scorrazzavano senza<br />
guinzaglio.<br />
“Oh, oh” Nina disse. Un setter irlandese<br />
dal manto di seta arrivò trotterel-<br />
lando verso di loro. La ragazza si portò<br />
al fianco dello zio, in cerca di protezione.<br />
“Eccolo che arriva…”<br />
Il cane si comportava con lo zio in<br />
modo curioso, come se lo conoscesse da<br />
tempo: avvicinatosi si acquattò zampe<br />
in avanti e ventre a terra; poi cominciò a<br />
strisciare lentamente verso di lui con flebili<br />
guaiti, scodinzolando all’impazzata.<br />
Anche altri cani si comportavano<br />
con lo zio in modo bizzarro: abbaiavano<br />
o ringhiavano, orecchie all’indietro e coda<br />
bassa; poi fuggivano, prima che lo zio potesse<br />
accarezzarli e tentasse di rassicurarli<br />
facendo dei versi appena percettibili.<br />
“Ciao”. Zio Lou si fermò e – sorridendo<br />
– fissò il cane. Si piegò lievemente<br />
sulle ginocchia e, accarezzando la fronte<br />
della bestiola, sentì un fremito.<br />
“Tu sei Conor, nevvero? Ma che bravo<br />
cucciolotto.”<br />
Al tocco del vecchio il setter si alzò in<br />
modo goffo e incominciò a danzargli intorno,<br />
scuotendo le orecchie.<br />
”Scusi, scusi!” un uomo arrivò di corsa<br />
e afferrò il cane dal collare agganciandogli<br />
il guinzaglio “Non vorrei che la facesse<br />
cadere!”<br />
Zio Lou scrollò la testa. “Oh, ma non<br />
lo farebbe mai, vero Conor?”<br />
Lui si chinò, prese la testa del cane<br />
fra le mani e lo guardò fisso negli occhi.<br />
Il setter si immobilizzò, come se avesse<br />
percepito lì attorno la presenza della selvaggina;<br />
poi si accucciò ventre a terra, la<br />
testa inclinata da un lato e gli occhi fissi<br />
su zio Lou.<br />
“Oh, bene, le va a genio”. L’uomo accarezzò<br />
la testa del setter e sorrise.<br />
“Su Conor, andiamo!”<br />
1361
37<br />
RACCONTO<br />
Nina fece un cenno di saluto con la<br />
mano mentre l’uomo si incamminava a<br />
passo svelto trascinato dal setter al guinzaglio.<br />
Lo zio le stava accanto mentre<br />
guardava le due sagome scomparire fra<br />
gli alberi. Si rivolse alla nipote annuendo<br />
come se quella circostanza non fosse capitata<br />
per caso.<br />
“Mi piacerebbe che mi accompagnassi<br />
a una serata.” E indicò il sentiero,<br />
sottintendendo che avrebbero dovuto<br />
incamminarsi verso casa. “Sempre che tu<br />
non abbia troppi impegni”.<br />
“Ma certamente” Nina replicò.<br />
“Dove?”<br />
“Allo zoo.”<br />
“Allo zoo?” Nina gli lanciò un’occhiata<br />
di sorpresa. Sarebbe, infatti stato molto<br />
più plausibile un invito dello zio ad un incontro<br />
clandestino notturno di dissidenti<br />
politici o di artisti, ma non una visita allo<br />
zoo.<br />
“Sì, lo zoo di Whipsnade, non quello<br />
di Regent’s Park, dovremo raggiungere<br />
Dunstable in macchina. È una raccolta<br />
fondi per la costruzione di un nuovo edificio,<br />
mi pare, per i pipistrelli della frutta in<br />
via di estinzione o per i kiwi. Comunque,<br />
è in notturna. Ci saranno giornalisti, qualche<br />
altolocato della zona e alcuni insignificanti<br />
VIP. Sai, cose del genere. Qualche PR<br />
ha pensato bene che sarebbe divertente<br />
se ci fossi anche io e tu potresti farmi da<br />
dama per la serata.“<br />
Fece scivolare la mano in quella di lei<br />
e Nina rise. “Ma certo, mi sembra divertente.<br />
Quando? Devo vestirmi elegante?”<br />
“Mercoledì prossimo. Credo che sia<br />
richiesto un abbigliamento formale, senza<br />
stramberie, ma tu sarai comunque bellissima,<br />
tesoro.”<br />
Arrivarono alla casa di Pallis Mews e<br />
zio Lou si fermò. Strappò un fiore di clematide<br />
dal muretto ricoperto di edera e si<br />
voltò per fissarlo all’occhiello della giacca<br />
di lei. “Ecco fatto, il viola è il tuo colore<br />
preferito, vero? Grazie per essere passata<br />
a trovarmi.”<br />
La baciò sulla guancia e Nina lo abbracciò<br />
stretto a sé. “Alla prossima settimana.”<br />
Zio Lou, i lunghi capelli bianchi svolazzanti<br />
nella brezza della sera, annuì e – con<br />
andatura incerta – entrò in casa.<br />
La settimana seguente Nina si presentò<br />
puntuale all’orario concordato, le<br />
16.45, in abbondante anticipo per le abitudini<br />
dello zio, ma volevano così evitare<br />
il traffico dell’ora di punta sull’autostrada<br />
M1. Fuori, di fronte a casa, il telone era<br />
stato rimosso e ora, la Aston Martin, riluceva<br />
come oro al sole.<br />
“Ciao cara, stai benissimo!” esclamò<br />
lo zio mentre lei entrava in casa. “Vestito<br />
nuovo? Delizioso.”<br />
La baciò sulla guancia e lei notò le<br />
gote di lui avvampare e un luccichio nei<br />
suoi occhi fulvi.<br />
“Anche tu stai benissimo” disse lei<br />
ridendo. “Ma questa serata cela un altro<br />
motivo? Non mi starai mica usando come<br />
copertura per un tuo appuntamento?<br />
Per un istante lo zio sembrò allarmato<br />
ma poi, facendo segno con la mano, disse<br />
“no”. Fece finta di sistemarsi la logora<br />
giacca di velluto nero a disegno cashmere<br />
con ricami argentati. “È da un pezzo che<br />
non faccio vita mondana, tutto qui. E, ovviamente,<br />
devo essere alla tua altezza.”<br />
Aspettò in casa mentre lo zio racimolava<br />
le chiavi, gli inviti, un bustone di<br />
plastica da spedizioniere dei supermercati<br />
Sainsburys e un ombrello.
RACCONTO<br />
“Sarà una bella serata” Nina disse,<br />
squadrando l’ombrello.<br />
“Hai ragione.” Zio Lou posò l’ombrello<br />
sul tavolo dell’entrata e si fermò, riprendendo<br />
fiato. Dopo un po’ fece scivolare<br />
la mano in tasca e tirò fuori un mazzo<br />
di chiavi.<br />
“Ecco”. Posò le chiavi nel palmo della<br />
mano di Nina richiudendole le dita. “Voglio<br />
che la guidi tu.”<br />
“Io?” gli occhi di Nina spalancati. “La<br />
tua macchina?”<br />
Zio Lou annuì. “Sì. È che non mi fido<br />
più di me stesso. Una volta vedevo meglio<br />
di notte che di giorno ma ora…” abbozzò<br />
una smorfia. L’ultima volta che l’ho guidata<br />
sono finito sul cordolo vicino ai magazzini<br />
Tesco. Sai guidare un’auto col cambio<br />
manuale?<br />
“Sì , certo, ma…”<br />
“Te la regalo.” Si voltò e afferrò una<br />
busta da lettere dal tavolo di fianco. “È<br />
tutto qui, ho già preparato i documenti.<br />
Libretto di circolazione e passaggio di<br />
proprietà. È tua. Ci sono altri documenti<br />
qui dentro. Puoi darci uno sguardo con<br />
più calma.<br />
Nina osservò le chiavi nella mano.<br />
“Ma, zio Lou, sei sicuro?”<br />
“Sicurissimo. Così fai colpo su quel<br />
ragazzo che lavora nel tuo studio legale.<br />
Posso sempre chiedertela in prestito se<br />
mi servirà. Bene, faremmo meglio ad andare.<br />
Non vorrei arrivassimo in ritardo.”<br />
Infilò la busta sotto il braccio e una<br />
volta in macchina la fece scivolare nel<br />
vano portaoggetti. “Ricordati che l’ho<br />
messa qui dentro” disse, e sprofondò nel<br />
sedile di pelle.<br />
Correvano – direzione nord – nel traf-<br />
fico intenso che cominciò a smorzarsi nei<br />
pressi di Dunstables. Lo zoo era in campagna,<br />
a pochi chilometri dalla città, all’interno<br />
di un’area verde che si stagliava in netto<br />
contrasto con il deprimente agglomerato<br />
urbano alle sue spalle.<br />
Zio Lou abbassò il finestrino e fece<br />
entrare il profumo delle foglie d’autunno<br />
e del fumo. Sul verde fianco di una collina<br />
si scorgeva, in distanza, l’enorme scultura<br />
di un leone. La luna stava sorgendo sulla<br />
collina, macchiando d’argento il cielo blu<br />
pervinca.<br />
“Guarda”, disse Nina. “Non è magnifico?”<br />
“Magnifico”, rispose lo zio stringendole<br />
la mano sul cambio.<br />
Arrivarono all’entrata dello zoo poco<br />
dopo l’inizio del ricevimento.<br />
“Non parcheggiare lì”, disse zio Lou<br />
quando Nina mise la freccia per entrare nel<br />
parcheggio principale. “Vai avanti, lì, sulla<br />
sinistra. È molto meno affollato e dopo potrai<br />
uscire più facilmente.”<br />
La Aston Martin imboccò allora uno<br />
stretto cancello che dava accesso a un parcheggio<br />
molto più piccolo dove c’era soltanto<br />
una manciata di veicoli, per la maggior<br />
parte camion e furgoni dello zoo.<br />
“Ma si può parcheggiare qui?” gli chiese<br />
dopo aver parcheggiato l’auto sotto una<br />
grande quercia dietro indicazione dello zio.<br />
“Oh, ma certo. Non si riempie mai. È<br />
un segreto.” Si tirò fuori dall’abitacolo con<br />
una certa difficoltà tenendosi ben fermo<br />
contro la capote, sospirando. “Giuro che<br />
questa macchina si rimpicciolisce ogni volta<br />
che vi entro” e puntò dritto verso un<br />
varco in mezzo ad una siepe cresciuta a<br />
dismisura. “Da questa parte”.<br />
138
139<br />
“Ma come fai a sapere tutte queste<br />
cose?” chiese Nina saltando con una certa<br />
cautela fra la siepe.<br />
“Oh, beh, ogni tanto vengo qui a trovare<br />
degli amici. Ah, credo di aver trovato<br />
il posto che cerchiamo…”<br />
Lo zoo assomigliava più a un parco<br />
che non allo zoo di Londra; più simile a un<br />
podere con palazzo monumentale aperto<br />
al pubblico. Solo che non c’era il palazzo,<br />
ma elefanti, orici e altri enormi animali<br />
selvatici. Il crepuscolo sempre più buio<br />
aveva lasciato il posto alla sera, il cielo blu<br />
come un lapislazzuli, la luna sospesa su di<br />
loro e lo scintillìo di poche timide stelle.<br />
Rumori sinistri echeggiavano nella notte:<br />
acuti cinguettii; un fiutare rumoroso che<br />
diventava un muggito; uno strano suono<br />
sempre più forte e cupo.<br />
“Tarabuso”, disse zio Lou, tendendo<br />
il capo in direzione del suono.<br />
Nina strizzò gli occhi nella luce che<br />
scoloriva. “E tu come lo sai?”<br />
“Sono una fonte inesauribile di informazioni<br />
inutili. Vi ho costruito una carriera.”<br />
Il sentiero li condusse in una vasta<br />
area dove la folla si accalcava all’entrata di<br />
un tendone bianco. Alcuni addetti alla sicurezza<br />
e diversi uomini e donne in divisa<br />
identificabili come custodi si mescolavano<br />
fra la gente in abiti che – con l’eleganza<br />
– avevano solo un lontana parentela.<br />
Accanto al tendone, in una piccola<br />
biglietteria, una signora di mezza età in<br />
una mantellina di pelliccia ecologica esaminò<br />
l’invito di zio Lou.<br />
“Ma io la conosco” disse, rivolgendogli<br />
un sorriso smagliante. “Per colpa di<br />
Atene by Night ho incontrato mio marito.<br />
È sua figlia?”<br />
Letteratura<br />
“Mia nipote.” Zio Lou prese la mano<br />
di Nina nella sua.<br />
La donna smarcò i loro nomi sulla lista<br />
e fece un cenno in direzione del tendone.<br />
“Potete andare a prendere dello<br />
champagne. E buon divertimento!”<br />
Il ricevimento era stato organizzato<br />
a favore di un nuovo rifugio – del tutto<br />
all’avanguardia – per i gufi comuni, gufi a<br />
rischio di estinzione come il gufo reale eurasiatico<br />
e il gufo nano. Sotto il tendone,<br />
tavolini apparecchiati in bianco e argento,<br />
ospitavano vassoi di tartine e antipasti<br />
elaborati che ricordavano, nella forma,<br />
gufi, lune piene e pipistrelli. In un angolo,<br />
un grande gufo con una catena sottile attaccata<br />
alla zampetta era appollaiato sulla<br />
mano di un ragazzo alto e biondo che<br />
indossava un guanto di pelle per proteggerla<br />
e la livrea degli addetti del parco.<br />
Molti ospiti si erano radunati intorno al<br />
gufo che li guardava con minacciosa alterigia<br />
arruffando ogni tanto le penne e<br />
chiudendo il becco con fare rumoroso.<br />
Dopo una puntatina diritto al bar, Nina e<br />
zio Lou ora gironzolavano sotto il tendone<br />
e – sorseggiando lo champagne – ammiravano<br />
il plastico in 3D della futura Casa<br />
del Gufo. Alcune persone si avvicinarono<br />
a zio Lou, gli strinsero la mano e lo salutarono<br />
chiamandolo per nome, compresa<br />
Miranda Eccles, un’anziana scrittrice di<br />
una certa fama. Nina aveva sempre sentito<br />
dire in giro di una storia d’amore tra<br />
i due. Mentre parlavano, la ragazza sgattaiolò<br />
per andare a prendere altri due bicchieri<br />
di champagne ma quando tornò, la<br />
donna non c’era più.<br />
“Andiamo a salutare il gufo”, disse<br />
zio Lou.<br />
Mollò il suo bicchiere vuoto a un cameriere<br />
che passava e prese quello pieno
Letteratura<br />
da Nina. Procedettero lentamente verso<br />
il gruppo di fronte, facendo attenzione a<br />
non versare lo champagne. Il gufo dava le<br />
spalle agli spettatori.<br />
“Non trovi che assomigli a Miranda?”<br />
osservò zio Lou. Il gufo ruotò la testa bruscamente<br />
disegnando uno sconcertante<br />
angolo di 260 gradi. Gli occhi gialli fissarono<br />
zio Lou, le pupille grandi come una<br />
moneta da una sterlina. Senza alcun preavviso<br />
aprì le ali agitandole con fare minaccioso<br />
e schiuse il becco per emettere<br />
uno stridio assordante.<br />
Nina rimase senza fiato, altri gridarono<br />
per poi scoppiare in una risata nervosa<br />
non appena l’addetto pose velocemente<br />
un cappuccio di tela sul volatile.<br />
“È irrequieto,” spiegò, sistemando il<br />
cappuccio. “Luna piena, vuole andare a<br />
caccia. E non è abituato a tanta gente.”<br />
“Mi sento anch’io così.” Zio Lou prese<br />
Nina per il gomito e la condusse verso<br />
l’uscita. “Andiamo fuori a fare due passi.”<br />
Si sbarazzarono dei bicchieri vuoti e<br />
si incamminarono nella notte. Sembrava<br />
che lo champagne avesse dato a zio Lou<br />
nuovo vigore: si voltò indietro, fissò la<br />
luna; rise e puntò verso un nero groviglio<br />
di alberi in lontananza.<br />
Disse “Qui.”<br />
Cominciò a correre così velocemente<br />
che Nina riusciva a malapena a stargli<br />
dietro. Quando lo raggiunse lui le prese la<br />
mano e rallentò.<br />
“Sei stata davvero una brava nipote.”<br />
Abbassò lo sguardo su di lei. Nina notò<br />
per la prima volta che aveva dimenticato<br />
di sbarbarsi, forse non lo faceva da giorni.<br />
Una barba grigia, corta e ispida gli ricopriva<br />
la mascella e il mento. “Mi chiedo<br />
come mio fratello e tua madre abbiano<br />
potuto fare una figlia così meravigliosa,<br />
ma sono felice che ti abbiano fatta.”<br />
“Oh, zio Lou.” Gli occhi di Nina pieni<br />
di lacrime. “Anch’io.”<br />
“Lo so. Ecco”. Si fermò e con non poco<br />
sforzo si sfilò l’anellone d’argento. Afferrò<br />
il polso di Nina e glielo infilò all’indice della<br />
mano destra. “Voglio che lo abbia tu.”<br />
Lei lo guardò stupita. “Mi va! Mi è<br />
sempre sembrato così grande!” Un raggio<br />
di luna fece risplendere il ciuffo bianco<br />
di zio Lou; si portò l’anello alle labbra e<br />
le baciò le nocche, i capelli bianchi, soffici<br />
sul mento le sfiorarono la punta delle<br />
dita.<br />
“Ma certo che ti va. Abbiamo le stesse<br />
mani,” disse e lasciò la presa. “Andiamo.”<br />
Attraversarono con facilità habitat<br />
modificati. Si imbatterono in cartelli che<br />
– nascosti dietro fossati o recinzioni abilmente<br />
progettati per sembrare rampicanti,<br />
canne o alte graminacee – segnalavano<br />
la presenza in quei luoghi di antilopi e<br />
cammelli battriani. Sbucarono in una strada<br />
aperta al solo transito dei mezzi dello<br />
zoo alla quale si accedeva da un cancello<br />
che conduceva ad una savana artificiale<br />
dove cacciavano leoni e ghepardi.<br />
Nina non scorgeva la presenza di<br />
animali sebbene, ogni tanto, percepiva il<br />
puzzo di sterco o muschio, l’aspro odore<br />
di fango di uno stagno artificiale o di una<br />
palude. Grugniti e stridii si erano affievoliti<br />
in un buio sempre più fitto e le creature<br />
tutte si disponevano per la notte<br />
o, se predatori, diventavano silenziosi e<br />
guardinghi.<br />
Ma ecco che, dagli alberi, risuonò un<br />
grido incerto e solitario per poi dissolversi<br />
bruscamente così come era nato. Nina si<br />
sentì raggelare.<br />
1401
41<br />
“Cosa è stato?” sussurrò. Ma zio Lou<br />
non rispose. Si avvicinarono alla zona alberata,<br />
nel punto in cui il vialetto di ghiaia<br />
si biforcava. Senza esitazione alcuna zio<br />
Lou prese a sinistra.<br />
Lungo il sentiero si profilavano ancora<br />
più alberi, i rami si intrecciavano in<br />
un boschetto ribelle, in una boscaglia di<br />
piante spinose. Ghiande e faggine scricchiolavano<br />
sotto i loro piedi, sembrava<br />
che stessero entrando in una foresta. Vi<br />
era un odore pungente di felce e poi un<br />
altro ancora, che non riuscì a distinguere<br />
ma che sapeva, di certo, di animale.<br />
Zio Lou si fermò dopo alcuni minuti.<br />
Lanciò uno sguardo dietro di sé e – per un<br />
istante – rimase fermo, in ascolto.<br />
“Per di qua” disse chinando la testa<br />
sotto gli alberi.<br />
“Ma possiamo stare qui?” gli chiese<br />
Nina con un filo di voce insistente, ma lo<br />
zio le fece eco. “Di notte, tutto è possibile.<br />
Shhh!”<br />
Lei farfugliò qualcosa cercando di<br />
sbirciare nonostante la folta vegetazione.<br />
Riuscì finalmente a piegare la testa e<br />
a farsi largo facendosi scudo con le mani<br />
sul volto. Le more erano dappertutto<br />
sul vestito e quando un rovo le graffiò la<br />
gamba, trasalì. Poi il sottobosco si diradò<br />
e Nina si ritrovò in una radura coperta da<br />
foglie secche. Enormi alberi si stagliavano<br />
minacciosi contro il cielo illuminato dal<br />
bagliore della luna. Zio Lou stava lì, sotto<br />
un albero, respirava affannosamente, lo<br />
sguardo fisso verso una collinetta a qualche<br />
centinaia di metri di distanza, alberi<br />
sul pendio tra rocce e viti selvatiche.<br />
“Zio Lou?”<br />
Fece per andargli incontro ma si raggelò<br />
appena scorse una figura scura che<br />
RACCONTO<br />
ondeggiava fra i massi; poi scomparve.<br />
Prima che riuscisse ad emetter suono udì<br />
la dolce voce di zio Lou.<br />
“C’è una recinzione.”<br />
Deglutì, e battendo le palpebre cercò<br />
di guardare nella direzione da lui indicata;<br />
scorse una tralicciatura, appena visibile,<br />
di rete metallica attorcigliata. Attese che<br />
il battito del cuore tornasse alla normalità,<br />
poi si precipitò al suo fianco.<br />
E ora, sì, riusciva bene a scorgere dietro<br />
alla rete metallica, un profondo fossato<br />
in cemento largo 6 metri – o giù di lì –<br />
che si estendeva nell’oscurità in entrambe<br />
le direzioni. La vite era cresciuta qua e là<br />
sui bordi ricoperti da strati di muschio e<br />
foglie secche.<br />
Si trovavano alle spalle di uno dei recinti,<br />
un posto assolutamente vietato ai<br />
visitatori.<br />
“Zio Lou,” Nina sussurrò con una nervosa<br />
voce stridula.<br />
Ma non appena ebbe aperto bocca<br />
si materializzò nuovamente quella figura<br />
indistinta, immobile, sul lato più lontano<br />
del fossato, proprio di fronte a loro. Chinò<br />
il capo mostrando il dorso massiccio;<br />
raggi di luna rilucevano nei suoi occhi così<br />
che – per un istante – si tinsero di rosso,<br />
poi distese le zampe anteriori e si acquattò.<br />
Un lupo.<br />
Nina lo osservava attentamente, lacerata<br />
tra un senso di sconcerto e le sue<br />
ataviche paure, per nulla rassicurata dalla<br />
presenza del fossato. Ma quando una seconda<br />
sagoma guizzò affianco alla prima<br />
trasalì.<br />
“Sono buoni,” le sussurrò zio Lou.<br />
Un terzo lupo sbucò dagli alberi trotterellando,<br />
e un altro, e un altro ancora
finché, alla fine, ai piedi della collina se ne<br />
schierarono sette. Fissavano il vecchio, la<br />
lingua a penzoloni fra le lunghe fauci. Si<br />
accovacciarono sull’erba uno alla volta, in<br />
posizione guardinga.<br />
“Cosa fanno?”, sussurrò Nina.<br />
“Quello che facciamo noi,” rispose<br />
zio Lou. “Scusami un secondo – la natura<br />
mi chiama…”<br />
Le diede una pacca sulla spalla e si<br />
diresse a passo svelto dietro un altro albero.<br />
Nina si voltò per educazione – a volte<br />
capitava che lo zio si allontanasse nel bel<br />
mezzo di una lunga passeggiata nel parco<br />
vicino a casa e ritornasse, scuotendo la<br />
testa borbottando “vescica da vecchio.”<br />
Rivolse nuovamente lo sguardo ai<br />
lupi che ora sembravano alquanto irrequieti.<br />
Il lupo più grande rizzò il capo.<br />
Stava scrutando qualcosa su in alto poi si<br />
alzò in modo goffo. Nello stesso istante<br />
Nina udì un fruscìo tra le cime degli alberi<br />
seguito da uno scricchiolìo.<br />
“Zio Lou?” Lanciò un’occhiata all’albero<br />
dietro il quale lo zio era andato a<br />
liberarsi.<br />
“Tutto bene?”<br />
Il fruscìo divenne più forte. Nina alzò<br />
lo sguardo e vide uno dei rami più alti piegarsi<br />
pericolosamente tanto che la punta<br />
lambiva il fossato. Un grosso animale<br />
biancastro stava scendendo dal grande<br />
ramo precipitando foglie secche e detriti<br />
sul terreno di sotto. Un raggio di luna<br />
illuminò il ramo e Nina portò la mano alla<br />
bocca: zio Lou nudo procedeva a passo<br />
lento, il ramo, sotto il peso, si fletteva<br />
sempre più. I lupi sussultarono e si misero<br />
in fila lungo la recinzione, gli occhi fissi<br />
RACCONTO<br />
sulla figura sopra di loro. Il grosso ramo<br />
si spezzò con un fragoroso schianto. Nello<br />
stesso istante zio Lou fece un balzo, la<br />
sua pallida forma si attenuò nell’oscurità,<br />
atterrò sull’erba e rotolò fra quelle creature.<br />
Nina lanciò un urlo e avanzò, poi si<br />
fermò; faceva fatica a riconoscere suo zio<br />
– in quella immagine indistinta frammista<br />
di foglie e polvere, ricoperta di pelo<br />
– dall’altro lato del fossato. I lupi gli danzavano<br />
intorno, code basse, teste alte,<br />
poi – quando uno dei lupi fece per alzarsi<br />
– indietreggiarono. Aveva quasi la stessa<br />
mole del lupo più grande. Il muso bianco e<br />
grigio-piombo e la punta argentata. Scrollò<br />
il capo sollevando un turbine di foglie<br />
e rametti, impietrito mentre l’altro grande<br />
maschio gli si avvicinava per annusargli<br />
prima il posteriore e poi il collo. Infine<br />
sfiorò il muso bianco del nuovo arrivato,<br />
con un ringhio giocoso, come in una finta<br />
battaglia e gli altri lupi, con un guizzo, si<br />
unirono al gioco menando la coda. Nina<br />
osservava, era troppo sconvolta, non riusciva<br />
a fare un passo. Solo quando i lupi si<br />
voltarono e cominciarono a fluire nel buio<br />
riuscì a urlare.<br />
“Aspettate!”<br />
Il lupo più grande si fermò e – voltatosi<br />
– le lanciò un’occhiata, poi scomparve<br />
nel sottobosco assieme agli altri. Solo<br />
il lupo grigiastro si attardò a guardare<br />
Nina. Sostenne lo sguardo di lei a lungo,<br />
gli occhi fulvi e il muso chiaro si rivestirono<br />
d’oro al chiarore lunare. Poi, anche lui<br />
andò incontro al buio.<br />
Nina scosse la testa cercando di riprendere<br />
fiato. Lo stupore si fece più<br />
denso – era terrorizzata pensando al ricevimento<br />
che si stava svolgendo non lonta-<br />
1421
no da lì. Corse all’albero che aveva scalato<br />
zio Lou e lì sotto trovò la busta di plastica<br />
dei supermercati Sainsbury. Dentro erano<br />
i suoi abiti, la giacca di velluto e i pantaloni<br />
a coste, le calze e l’intimo e per ultime, le<br />
logore babbucce con la punta all’insù. Nel<br />
vederle scoppiò a piangere, ma si asciugò<br />
prontamente le lacrime. Afferrò la busta<br />
e portandola al petto, si catapultò in direzione<br />
degli alberi e del ricco sottobosco<br />
finché raggiunse nuovamente il sentiero.<br />
Riuscì, in qualche modo, a ritrovare<br />
la strada che conduceva al parcheggio<br />
dove aveva lasciato la Aston Martin. Non<br />
incontrò anima viva. Camminava a passo<br />
svelto, ma poi incominciò a correre man<br />
mano che si appressava alla siepe che limitava<br />
il parcheggio. La luna era tramontata<br />
dietro gli alberi. I suoni provenienti<br />
dal ricevimento erano scemati da un pezzo<br />
nel lontano ronzio delle auto che andavano<br />
via.<br />
Mise in moto la Aston Martin guidandola<br />
con cautela nel viale di accesso.<br />
Il cuore era a mille e cominciò a calmarsi<br />
soltanto quando imboccò l’autostrada.<br />
Ora singhiozzava senza freni, ma riusciva<br />
ancora a tener d’occhio il contachilometri<br />
per non superare il limite di velocità. Finalmente<br />
era arrivata a casa. Parcheggiò<br />
l’auto nel garage sottostante e lasciò un<br />
biglietto sul parabrezza per il guardiano;<br />
in questo modo non avrebbero rimosso<br />
l’auto forzatamente. Recuperò la busta<br />
dal vano portaoggetti, racimolò gli effetti<br />
personali di zio Lou e andò di sopra. Si servì<br />
qualcosa di forte – un Martini – lo trangugiò<br />
tutto d’un fiato e, con mano tremolante,<br />
aprì la busta. Vi trovò una lunga<br />
e affettuosa lettera dello zio, il certificato<br />
di proprietà della Aston Martin, istruzioni<br />
molto dettagliate su come disfarsi de-<br />
43<br />
Letteratura<br />
gli abiti e le risposte alle inevitabili strane<br />
domande che sarebbero ben presto sorte<br />
riguardo alla sua scomparsa. Trovò anche<br />
i recapiti dello storico commercialista dello<br />
zio e del suo avvocato. Naturalmente,<br />
una copia del testamento.<br />
Oltre alla macchina, Nina ereditava<br />
l’appartamento di Pallis Mews e tutto<br />
quanto in esso contenuto insieme ad azioni<br />
della By Night. E c’era pure un generoso<br />
lascito per lo zoo di Whipsnade, con una<br />
clausola indicante una cospicua somma<br />
da destinare, per sempre, alla salvaguardia<br />
dell’habitat del lupo bianco.<br />
Nina vendette la Aston Martin. Costava<br />
caro mantenerla e poi si preoccupava<br />
che potesse essere danneggiata o<br />
rubata. Sei mesi dopo si trasferì nell’appartamento<br />
di Pallis Mews, non prima di<br />
aver provveduto ad alcuni lavoretti di ristrutturazione<br />
e aver regalato gli abiti ancora<br />
buoni dello zio ad un organizzazione<br />
umanitaria, tenendo per sé, però, le babbucce<br />
con la punta all’insù.<br />
Va ancora a trovare zio Lou, ogni settimana.<br />
Prende il treno per Luton e il bus<br />
che porta allo zoo. Raramente il settore<br />
in cui sono ospitati i lupi è affollato, neppure<br />
di domenica e Nina spesso se li gode<br />
sola soletta. A volte, il vecchio lupo grigio<br />
si accuccia sul bordo della recinzione e la<br />
osserva attentamente con quegli occhi<br />
fulvi e – di tanto in tanto – atteggia il bianco<br />
muso all’insù e ulula, quasi gorgheggia<br />
come un tirolese. Ma molto più spesso lo<br />
trova sdraiato su di un masso ricoperto di<br />
muschio, respiro lento, occhi chiusi. Dorme,<br />
nel pomeriggio assolato: una vera goduria<br />
da lupi.
nUOVI ORIZZONTI<br />
Il fantasy<br />
orie nta le<br />
Sebbene il fantasy orientale abbia<br />
destato in Europa e USA la curiosità di molte<br />
persone grazie soprattutto ad anime, manga<br />
e ad alcune pellicole cinematografiche, bisogna<br />
riconoscere che allo stato attuale nella sua versione<br />
letteraria rimane ancora pressoché sconosciuto.<br />
Soprattutto per quanto riguarda le<br />
particolarità che lo contraddistinguono.<br />
copyright © Kurodahan Press<br />
di MassiMo soUMarÉ<br />
una frontiera<br />
ancora ignota<br />
Esso si compone di opere differenti da<br />
quelle che siamo abituati a leggere dove mancano,<br />
sostituiti da altri, parecchi degli elementi<br />
caratteristici presenti nei testi occidentali di<br />
questo filone. Sono assenti, ad esempio, le creature<br />
sovrannaturali del mondo nord europeo<br />
che cedono invece il passo a quelle del folklore<br />
cinese, giapponese e di altri paesi asiatici.<br />
Sono storie concettualmente assai diverse<br />
dai racconti d’ambientazione orientale degli<br />
scrittori americani ed europei.<br />
Nello specifico, nel fantasy giapponese<br />
e cinese possiamo distinguere due<br />
filoni principali. Uno che si ricollega strettamente<br />
alle tipologie occidentali di questo<br />
genere fantastico e un altro che basa<br />
le sue radici su miti, leggende e religioni<br />
dell’Estremo Oriente.<br />
Nel secondo caso, i protagonisti sono<br />
spesso guerrieri solitari che ricordano le figure<br />
degli scontrosi rônin del medioevo nipponico o<br />
i wuxia, i cavalieri erranti cinesi. Spesso sono<br />
dei paria senza compagni, appena tollerati dalle<br />
rigide caste delle società costituite.<br />
D’altra parte, nel caso della produzione<br />
giapponese, dobbiamo considerare che ci troviamo<br />
di fronte ad una società in cui è il gruppo<br />
ad assumere importanza rispetto al singolo.<br />
Ecco quindi che il concetto della compagnia<br />
d’avventura presente in molte opere americane<br />
ed europee diviene meno importante e sostituito<br />
dall’opposto motivo, del singolo che agisce<br />
individualmente. Ovviamente l’eroe ha<br />
degli amici che lo aiutano, ma spesso si tratta
144<br />
copyright © Kurodahan Press<br />
d’individui che decidonosemplicemente<br />
di agire per un<br />
tempo limitato o per<br />
un particolare scopo<br />
con il protagonista il<br />
cui senso di solitudine<br />
continua a permanere.<br />
Tale caratteristica<br />
la troviamo,<br />
per citare solo alcune<br />
tra le molte opere<br />
esistenti, sia nel<br />
ciclo di Seirei no<br />
moribito (Il guardiano<br />
dello spirito) di<br />
Nahoko Uehashi<br />
composto di dieci<br />
romanzi il cui primo<br />
volume, inaspettatamente,<br />
è stato tradotto e pubblicato anche in<br />
italiano con il titolo di Moribito - Il guardiano<br />
dello spirito da Salani Editore nel 2009, diventando<br />
il primo libro di «fantasy orientale»<br />
scritto da un giapponese a essere edito<br />
nel nostro paese; sia nel ciclo di Jûnikokuki<br />
(I dodici regni), undici volumi per un totale<br />
di oltre sette milioni e mezzo di copie vendute<br />
nel solo Giappone illustrati magistralmente da<br />
Akihiro Yamada, di Fuyumi Ono tradotto<br />
anche in inglese e che introduce stilemi al di<br />
fuori di quelli canonici quale l’idea della quest<br />
classica che qui viene ampiamente modificata.<br />
In entrambe le due serie, scritte per un<br />
pubblico di adolescenti ma lette da un notevole<br />
numero di adulti egualmente a quanto è avvenuto<br />
con Harry Potter di J. K. Rowling, i toni<br />
cupi e a volte la crudezza psicologica e fisica di<br />
alcune scene possono lasciare turbati i lettori.<br />
Tuttavia esse contribuiscono a conferire una<br />
grande realtà e un profondo pathos drammatico<br />
ed emotivo alla storia.<br />
In Moribito,<br />
Nahoko Uehashi,<br />
antropologa che insegna<br />
alla Kawamura<br />
Gakuen Women’s<br />
University<br />
e che ha vissuto tra<br />
gli aborigeni australiani,<br />
riesce a infondere<br />
nelle pagine dei<br />
suoi romanzi ciò che<br />
ha imparato dalle<br />
sue esperienze personali<br />
descrivendo,<br />
ad esempio, in che<br />
modo si concia una<br />
pelle o come si caccia.<br />
Lo stesso vale<br />
per i combattimenti<br />
e gli scontri. La<br />
Uehashi, infatti, ha<br />
fatto ampiamente tesoro delle sue conoscenze<br />
nelle arti marziali.<br />
Per Balsa, la volitiva e battagliera protagonista<br />
della storia, il passaggio da una vita<br />
tranquilla a una sanguinosa genera un desiderio<br />
di morte parossistico. La conseguente ricerca<br />
di un equilibrio, che è l’accettazione<br />
della propria parte di luce e tenebre, costituisce<br />
un elemento importante.<br />
Elemento ripetuto del fantasy orientale e<br />
che ritroviamo pure nel personaggio di Yôko di<br />
Jûnikokuki. Anch’esso ambientato in un mondo<br />
fantastico ma con regole e una concezione<br />
del mondo fortemente legata al concetto e alla<br />
filosofia di governo degli imperatori cinesi, a<br />
differenza di Moribito che invece si fonda sul<br />
modello del Giappone medioevale. Jûnikokuki,<br />
che da luglio del 2012 passerà dall’editore<br />
Kôdansha alla Shinchôsha e sarà interamente<br />
riedito in una nuova veste grafica, per di più<br />
mette in evidenza un aspetto che invece non<br />
viene praticamente mai trattato nelle opere<br />
145
di fantasy orientale di autori occidentali, cioè<br />
quello della scrittura (considerato il diverso<br />
background culturale degli scrittori non c’è da<br />
stupirsi; in Giappone, Cina e Corea è data grande<br />
importanza alla calligrafia). Nell’universo<br />
dove Yôko viene catapultata esiste un sistema<br />
di caratteri simili a quelli cinesi e giapponesi,<br />
ma con caratteristiche del tutto originali e<br />
Fuyumi Ono dedica vari brani ad approfondire<br />
il concetto di questa scrittura. Un tocco che<br />
contribuisce ad affascinare il lettore.<br />
Un notevole successo, inoltre, ha conosciuto<br />
la serie Saiunkoku monogatari (Storia<br />
del paese delle nubi colorate) di Sai Yukino<br />
destinata a un pubblico di ragazze, ma anche<br />
molto amata dagli adulti, modellata sulla struttura<br />
dell’antico sistema amministrativo della<br />
Cina della dinastia Tang (618-907 d.C.) e sui<br />
classici della letteratura cinese I briganti, attribuito<br />
a Shi Nai’an (1296-1372 d.C.), e Il romanzo<br />
dei tre regni scritto da Luo Guanzhong (1330-<br />
1400 d.C.).<br />
Anche i primi due racconti della serie del<br />
monaco zen Ikkyû Sôjun, misto di horror e dark<br />
fantasy collocato storicamente nel Giappone tra<br />
il XIV e il XV secolo, dello scrittore Ken Asamatsu<br />
(noto internazionalmente anche per le<br />
antologie da lui curate pubblicate dalla Kurodahan<br />
Press) editi in Italia nelle antologie ALIA3 e<br />
ALIA Giappone della CS_libri sono preziosi per<br />
vedere quanto complesso e diverso dal contesto<br />
americano e europeo sia stato lo sviluppo<br />
del fantastico nell’Estremo Oriente.<br />
Il filone del fantasy d’impronta occidentale<br />
è, invece, rappresentato da titoli<br />
quali il monumentale ciclo di Guin sâga (La<br />
saga di Guin, edito in Italia dalla Editrice Nord<br />
nella traduzione condotta sulla versione inglese)<br />
di Kaoru Kurimoto (1953-2009), da Arusurân<br />
senki (La leggenda di Arslan) di vaga<br />
ispirazione persiana di Yoshiki Tanaka, che<br />
dimostra come gli autori nipponici sappiano<br />
muoversi in ogni ambientazione, da Rôdosutô<br />
146<br />
senki (Cronache della guerra di Lodoss) di Ryô<br />
Mizuno, dal romanzo Gin’iro no Shanûn<br />
(Shanoon l’argenteo) e dalla trilogia Âsâô<br />
kyûtei monogatari (Storia della corte di re<br />
Artù) di Reiko Hikawa.<br />
Guin, il muscoloso eroe di La saga di<br />
Guin dalla maschera di leopardo, riunisce in
nUOVI ORIZZONTI<br />
sé le figure di diversi eroi classici della Sword<br />
and sorcery. Deve molto al personaggio di<br />
Conan di R.E. Howard, possedendone la medesima<br />
forza e furbizia, ma è molto più freddo<br />
e ha conoscenze decisamente maggiori, tratti<br />
che, insieme con una certa aurea da eroe maledetto,<br />
lo avvicinano pure al Kane di K. E. Wagner<br />
e in misura minore a Elric di Melniboné<br />
di M. Moorcock in quanto possessore di capacità<br />
«magiche» come quella che gli consente<br />
di poter comprendere ogni tipo di linguaggio.<br />
Eppure, anche qui riscontriamo delle particolarità<br />
giapponesi osservabili, più che nei temi<br />
trattati, nelle descrizioni degli ambienti e dei<br />
personaggi e nell’atmosfera.<br />
In Ôkami to kôshinryô (Il lupo e le spezie),<br />
Isuna Hasekura crea una vicenda costruita<br />
sulla dimensione commerciale dell’Europa<br />
del medioevo/Rinascimento dando vita a un<br />
fantasy originale dove, a parte alcuni elementi<br />
magici, la vicenda si concentra sulle attività di<br />
compravendita con il tipico amore nipponico<br />
quasi manualistico ed enciclopedico per il dettaglio<br />
della vita di tutti i giorni e sulle professioni<br />
unito a una grande abilità nel tratteggio dei<br />
personaggi.<br />
Reiko Hikawa, specializzata particolarmente<br />
nel fantasy di tipo occidentale, nell’interessante<br />
saggio scritto a quattro mani con Davide<br />
Mana Amici immaginari - L’Occidente<br />
nel fantasy giapponese e il Giappone nel<br />
fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri<br />
e samurai (incluso nella rivista Porti di<br />
Magnin n° 73, 2011), nota come nel suo libro<br />
Gin’iro no Shanûn, in cui descrive cavalieri<br />
occidentali, abbia involontariamente inserito<br />
un elemento che non dovrebbe apparire in<br />
un’opera fantastica ispirata alla storia medievale<br />
europea. La reincarnazione. E ancora, ammette<br />
che in Âsâô kyûtei monogatari, trilogia<br />
che riprende il mito arturiano, pur sforzandosi<br />
di non apportare modifiche ai temi principali<br />
della leggenda, la parte su cui ha riscontrato<br />
maggiori problemi nella stesura è stata quella<br />
sul Santo Graal perché faticava a comprendere<br />
il significato profondo della coppa che aveva<br />
raccolto il sangue di Cristo. Dal suo punto di<br />
vista, la leggenda di Artù e il Santo Graal<br />
sono argomenti esotici e difficilmente<br />
comprensibili. Non per nulla, nonostante i<br />
numerosi riferimenti che troviamo nei manga,<br />
copyright © Kurodahan Press 147
nUOVI ORIZZONTI<br />
anime e videogiochi giapponesi a re Artù (un<br />
titolo per tutti il bel Fate/stay night), la letteratura<br />
fantastica nipponica all’opposto ha<br />
prodotto pochissimo riguardo al suo mito e<br />
per trovare un altro testo ispirato al leggendario<br />
re inglese dobbiamo addirittura risalire<br />
a un racconto del grande romanziere Sôseki<br />
Natsume (1867-1916).<br />
Le riflessioni di Hikawa ci portano a<br />
domandarci anche quanto ci sia in realtà<br />
di pensiero, filosofia e storia occidentali<br />
nei lavori degli autori americani ed europei<br />
che scrivono fantasy di ambientazione<br />
orientale.<br />
Intendiamoci, libri come La leggenda<br />
di Otori di Lian Hearn o Kizu no kuma<br />
di Francesca Angelinelli sono narrativamente<br />
ben scritti e curati nelle ricerche, ma<br />
indubbiamente esiste una differenza fondamentale,<br />
che è sempre bene tenere presente,<br />
tra il fantasy orientale prodotto da autori<br />
occidentali e quello da orientali. Il primo può<br />
essere pensato come un’elaborazione di un<br />
Oriente visto attraverso i filtri della cultura<br />
occidentale, così come il fantasy occidentale<br />
degli scrittori orientali che è invece modificato<br />
attraverso il sentire della cultura in cui<br />
sono cresciuti.<br />
Indiscutibile è la popolarità raggiunta<br />
nel Sol Levante da alcune opere fantasy,<br />
tra le quali spicca il grande successo di The<br />
Slayers di Hajime Kanzaka (il cartone animato<br />
è stato trasmesso anche nel nostro paese)<br />
arrivato a superare la sbalorditiva cifra<br />
di venti milioni di copie vendute, piazzandosi<br />
così alle spalle del popolarissimo La saga di<br />
Guin con i suoi oltre trenta milioni di copie.<br />
Se esiste un fantasy giapponese rivolto<br />
a un pubblico più adulto, in questi ultimi anni,<br />
ugualmente alla fantascienza, i maggiori<br />
successi tra i lettori sono però nati nel<br />
genere delle «light novels», una specie<br />
di corrispettivo della letteratura «young<br />
adult» americana, illustrati da disegni in stile<br />
manga e anime. Assistiamo, poi, a un forte<br />
sincretismo tra i vari generi del fantastico,<br />
a ragione del quale frequentemente non<br />
è così semplice catalogare i diversi lavori, e<br />
che raggiunge vette estreme in una serie di<br />
grande successo quale To aru majutsu no<br />
indekkusu (A certain magical Index) di Kazuma<br />
Kamachi, perfetto equilibrio tra SF e<br />
fantasy, con personaggi dotati di poteri ESP<br />
contrapposti a maghi.<br />
È inoltre da considerare come il<br />
fantasy cinese, molto più di quello nipponico,<br />
sembri mostrare una predilezione<br />
per le storie basate sulla tradizione<br />
autoctona. Haitian Pan, ex-architetto e<br />
scrittore, nel 2002 con alcuni amici, ha creato<br />
un mondo alternativo fantastico di stampo<br />
orientale denominato Jiuzhou (Nove terre) e<br />
dal 2004 è capo editor della rivista Odyssey<br />
of China Fantasy nella quale sono pubblicati<br />
storie lì ambientate e la cui prima edizione<br />
ha venduto oltre ottantamila copie. Il suo racconto<br />
Yongheng de cheng (La città eterna)<br />
facente parte, per l’appunto, del ciclo della<br />
saga delle Nove terre è stato edito anche<br />
in Italia nell’antologia ALIA storie, CS_libri,<br />
e la sua lettura è utile per incominciare ad<br />
accostarsi al tipo di fantasy oggi prodotto in<br />
Cina.<br />
Il genere è molto attivo anche in Taiwan<br />
e in Corea, dove alle numerose pubblicazioni<br />
in traduzione dei romanzi giapponesi<br />
si affianca l’ampia e ormai matura produzione<br />
degli scrittori locali sviluppando una dimensione<br />
letteraria del fantasy proveniente<br />
dall’Oriente, estremamente estesa ed importante,<br />
che meriterebbe di essere maggiormente<br />
tradotta e conosciuta sia in America<br />
che in Europa.<br />
148
omanzo di Fuyumi ono/illustrazione di akihiro Yamada/editore shincho Bunko
nUOVI ORIZZONTI<br />
Si leggono libri nello Yemen? Ci sono<br />
scrittori laggiù? Hanno dei giornali da leggere?<br />
Di cosa scrivono? La risposta è ovvia:<br />
nello Yemen esiste una letteratura, giornali<br />
di ogni genere fanno capolino dalle piccole<br />
edicole e gli stili degli autori sono di ottima<br />
qualità. L’unico ostacolo, come appare<br />
dalle domande suddette, è la conoscenza,<br />
lo studio e la diffusione, in Occidente, di<br />
questo tipo di letteratura. Se ne parla<br />
troppo poco. Un vero peccato se pensiamo<br />
al grande patrimonio culturale che perdiamo<br />
e alla possibilità di venire a contatto e conoscere<br />
un mondo diverso ma ricco.<br />
La storia della narrativa yemenita è piuttosto<br />
giovane e strettamente legata ai cambiamenti<br />
storici e sociali avvenuti nel Paese.<br />
Inutile negare che la piaga più dolorosa è,<br />
ancora oggi, quella dell’analfabetismo e che<br />
in certi luoghi della regione lo stile di vita è<br />
ancora arcaico. L’unificazione avvenuta nel<br />
1990 ha rappresentato una “data spartiacque”<br />
nella società yemenita, avvicinando il<br />
Nord conservatore al Sud più aperto.<br />
La letteratura è stata fortemente influenzata<br />
da tutti questi stravolgimenti,<br />
ma ha saputo trovare una strada propria<br />
e molto particolare, a metà fra modernismo<br />
e tradizione, per un motivo ben<br />
preciso: un lungo isolamento rispetto agli<br />
altri Paesi arabi, dove il risveglio culturale,<br />
cioè la nahdah è arrivato prima, e una forte<br />
emarginazione rispetto all’Occidente.<br />
150
la letteratura<br />
di Francesca rossi<br />
tra voglia di cambiamento,<br />
malinconia e rivendicazioni politiche<br />
I temi ricorrenti nelle produzioni degli<br />
autori yemeniti sono molteplici: l’emigrazione<br />
è il più sentito, dal momento che<br />
molti uomini, per continuare gli studi o lavorare,<br />
sono costretti a partire verso l’Europa,<br />
gli Stati Uniti, o altri Paesi arabi; la poligamia,<br />
strettamente connessa alla questione<br />
dell’emigrazione, poiché gli uomini che<br />
espatriano spesso si rifanno una vita nella<br />
nazione che li ospita e, al loro ritorno, sono<br />
accompagnati dalle nuove mogli; la solitudine<br />
delle donne che restano da sole ad attendere<br />
mariti e fidanzati; il diritto allo studio<br />
ed il problema dell’analfabetismo,<br />
soprattutto femminile, che non consente alle<br />
giovani di essere veramente libere; i matrimoni<br />
combinati, consuetudine nello Yemen,<br />
che spezzano per sempre i sogni di molte<br />
ragazze; la questione delle spose bambine,<br />
di drammatica attualità; l’emancipazione<br />
della donna; le dure condizioni di vita,<br />
soprattutto nelle zone rurali, a cui sono collegati<br />
i temi della povertà, delle malattie e<br />
dell’ignoranza; il difficile rapporto uomo/<br />
donne; il nazionalismo ed il desiderio di<br />
vivere all’interno di uno Stato che sancisca<br />
uguali diritti e doveri.<br />
La figura della donna è la più sfaccettata:<br />
è madre, moglie, giovane sposa<br />
che attende il ritorno del marito, simbolo<br />
di una condizione e di una nazione,<br />
figlia che obbedisce o si ribella pur sapendo<br />
che può costarle la vita, eroina o<br />
derisa senza pietà.<br />
151
152<br />
Gli autori yemeniti hanno saputo<br />
raccontare tutto questo cercando<br />
di fondere contenuti profondi e complessi<br />
con uno stile e generi d’avanguardia,<br />
di sperimentazione e con un<br />
gusto estetico in continua evoluzione.<br />
Nonostante la “giovane età” di<br />
questa letteratura, vi sono già due<br />
generazioni di scrittori che si distinguono<br />
non solo per l’evidente fattore<br />
cronologico, ma anche per le scelte<br />
stilistiche.<br />
In cosi poco spazio non è possibile<br />
menzionarli tutti, ma dovremo<br />
accontentarci di analizzare solo qualche<br />
esempio tra i più rappresentativi:<br />
Zayd Muti Dammag (1943-2000) è<br />
uno dei più noti romanzieri yemeniti<br />
sia in patria che all’estero. La sua<br />
attività letteraria si è sempre fusa in<br />
modo eccellente con l’impegno politico.<br />
Appartiene alla prima generazione<br />
di autori ed il suo romanzo L’Ostaggio<br />
(Al-Rahinah), del 1984, è considerato<br />
uno degli esempi più alti della<br />
narrativa araba del XX secolo. Nelle<br />
sue opere è forte la critica all’ingiustizia<br />
sociale, alla triste condizione della<br />
donna e alla situazione di arretratezza<br />
sociale e culturale vissuta per anni<br />
dal Paese.<br />
Tra i pionieri non mancano di
nUOVI ORIZZONTI<br />
certo le donne; Ramziyyah Abbas<br />
Al-Iriyani (1955) è una delle intellettuali<br />
più celebri nello Yemen. Consigliere<br />
al Ministero dei Diritti Umani<br />
e Presidentessa dell’Unione delle<br />
Donne del Paese, Ramziyyah è ricordata<br />
come la prima donna yemenita<br />
ad aver pubblicato un romanzo: La<br />
vittima dell’avidità (Dahiyyat Al<br />
Giasa) del 1970.<br />
Per quanto riguarda la nuova generazione<br />
di autori, tra le stelle di prima<br />
grandezza troviamo Muhammad<br />
Al Garbi Amran (1958), capace<br />
di incantare i lettori con il suo stile<br />
diretto, scarno ma, al tempo stesso,<br />
brillante.<br />
Tra le donne possiamo ricordare<br />
Afrah Al-Sadiq (1965). Autrice talentuosa<br />
e vivace, Afrah ha scritto il<br />
romanzo Lo Specchio (Al-Mir’ah),<br />
incentrato sulle donne in carriera alle<br />
prese con il loro corpo e le pretese di<br />
perfezione imposte dalla società e da<br />
stereotipi femminili dilaganti.<br />
Questi esempi sono solo la punta<br />
dell’iceberg di una letteratura vicina,<br />
per certi temi e per le tecniche narrative,<br />
a quella occidentale.<br />
In questo articolo si è deciso di<br />
privilegiare la produzione in prosa.<br />
La poesia yemenita, però, possiede<br />
altrettanto fascino ed altrettanta<br />
vivacità, che rappresentano l’eredità<br />
della tradizione araba classi-<br />
153<br />
ca e della cultura orale locale. Versi<br />
politici, sociali, ma anche d’amore,<br />
come dimostrano quelli di Nabilah<br />
Al-Zubayr:<br />
“Tra la terra e le pleiadi<br />
Lì, ti amo<br />
Tra le tue qualità è ciò che<br />
non sopporto<br />
E tra la partenza senza … non<br />
c’è via Tra il mio pianto per te<br />
E il trepidare.”<br />
(Testo in traduzione tratto dal volume “Lo<br />
Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli<br />
scrittori”, a cura di Isabella Camera d’Afflitto,<br />
editrice Orientalia, 2010)
nUOVI ORIZZONTI<br />
L'immagine e la parola di<br />
Tsutomu Nihei<br />
di cLaUdio cordeLLa<br />
Tsutomu Nihei, classe 1971, laurea in architettura,<br />
dopo aver lavorato per un certo periodo<br />
in uno studio di New York si è dedicato a<br />
tempo pieno al lavoro di mangaka. Non tardando<br />
a distinguersi in campo fumettistico grazie al<br />
suo indiscutibile talento.<br />
Se oggi possiamo dire che sia un fatto comune<br />
per i sensei della “letteratura disegnata”<br />
del Giappone essere tradotti all'estero, dato il<br />
successo riscosso dai manga negli altri paesi, al<br />
contrario non sembra esserci da parte degli artisti<br />
nipponici una pari curiosità verso gli autori<br />
stranieri. In genere pare che siano solo gli artisti<br />
più celebri e culturalmente preparati, come Jirō<br />
Taniguchi o Katsushiro Ōtomo ad esempio,<br />
a essere in grado di guardare oltre i confini del<br />
loro arcipelago natale. Personaggi di questo calibro,<br />
celebri di livello internazionale, arrivano a<br />
stringere fruttuose collaborazioni con firme importanti<br />
della “letteratura disegnata” occidentale.<br />
D'altra parte è pur vero che l'industria editoriale<br />
giapponese è un colosso dalle dimensioni<br />
impressionanti, tale da lasciare ben poco spazio<br />
a infiltrazioni estere presso il già saturo mercato<br />
locale. Quindi risulta essere degna di nota<br />
l'apertura di Nihei alle influenze fumettistiche<br />
della Bande dessinée francese, in particolare<br />
del franco-serbo Enki Bilal.<br />
Il primo lavoro di questo architettofumettista<br />
in qualità di esordiente è Buramu<br />
(Blame), un racconto breve ambientato<br />
in una megalopoli claustrofobica, incentrato<br />
sulle indagini di un poliziotto di nome Kirii (Killy).<br />
Apparso nel 1995 all'interno del magazine<br />
Afternoon, Blame presenta due elementi<br />
154<br />
caratterizzanti della futura produzione di<br />
Nihei: le opere di macro-ingegneria architettonica,<br />
gli esseri mostruosi nati da una<br />
scienza fuori controllo, a sua volta frutto<br />
di un'ingegneria genetica e di una bionica<br />
che hanno ridefinito il concetto di umano.<br />
Simili tematiche sono tratte dagli stilemi più tipici<br />
del cyberpunk: non a caso gli scenari urbani<br />
degradati, dominati da una tecnologia pervasiva<br />
e pericolosa, si ritrovano nel romanzo Neuromancer<br />
(Neuromante) di William Gibson,<br />
l'opera cardine di questo genere.<br />
In particolare a noi pare evidente la parentela<br />
della produzione fumettistica “niheiana”<br />
con il ciclo di Schismatrix (Matrice spezzata)<br />
di Bruce Sterling, incentrato sulla lotta tra<br />
due specie post-umane, senza dimenticare altre<br />
opere similari della più moderna fantascienza<br />
tecnologica; ad esempio Vacuum Flowers<br />
(L'intrigo Wetware) di Michael Swanwick oppure<br />
i romanzi della The Confluence Series di<br />
Paul J. McAuley. Inoltre, poiché la manipolazione<br />
della carne vivente è uno dei temi cardine<br />
di questo mangaka, non ci pare improprio accostare<br />
i suoi manga alla cinematografia fantahorror<br />
di David Cronenberg. Per di più a livello<br />
iconografico Nihei si mostra affascinato dalle<br />
opere di Hans Ruedi Giger; il geniale artista<br />
svizzero che ha concepito l'aspetto dello xenomorfo<br />
del film Alien di Ridley Scott. Quest'ultima<br />
è un'autentica pellicola cult, non per niente<br />
assieme al leggendario Blade Runner, sempre<br />
dello stesso Scott, ha definito i canoni del cyberpunk<br />
cinematografico. Tutte queste suggestioni<br />
verranno nel corso degli anni filtrate, rimescolate<br />
e riplasmate da questo autore di fumetti per<br />
creare qualcosa di nuovo.
“Questo misero mondo<br />
elettronico organizza la<br />
realtà oggettiva grazie<br />
alla Rete”.<br />
Tsutomu Nihei,<br />
Buramu!
156<br />
Per leggere un manga di ampio respiro di<br />
questo mangaka si deve però attendere Buramu!<br />
(Blame!), pubblicato prima a puntate<br />
sulla rivista Afternoon e poi in una serie di 10<br />
volumi tra il 1998 ed il 2003. In Italia questi<br />
ultimi sono usciti, dal 2000 al 2004, sotto l'etichetta<br />
della casa editrice Panini. È a questa<br />
prima versione che noi faremo riferimento.<br />
Segnaliamo, tuttavia, come di recente sia iniziata<br />
la distribuzione di una nuova edizione:<br />
diversa per numero e formato degli albi editi,<br />
oltre che per una diversa traduzione dal giapponese.<br />
Il protagonista di Blame!, omonimo<br />
del poliziotto della novella del '95 e fisicamente<br />
simile a lui, è un eroe solitario, armato<br />
di una potente pistola a onde gravitazionali.<br />
Il compito di Killy è quello di cercare<br />
i geni che compongono la cosiddetta “Rete<br />
dei geni terminali”, all'interno di una<br />
sconfinata megalopoli. Durante il suo<br />
peregrinare per livelli, cunicoli e<br />
mega-strutture architettoniche,<br />
il nostro eroe si scontra con alcuni<br />
esseri artificiali: gli Esseri di<br />
silicio e le Safeguard. I primi appartengono<br />
a una specie post-umana, basata sul silicio e<br />
non sul carbonio, che considera gli Homo<br />
sapiens come degli inutili insetti da<br />
sopprimere alla prima occasione.<br />
Ugualmente minacciosi sono i<br />
secondi, legati a una non ben<br />
specificata Safenet, i quali<br />
vedono gli esseri umani<br />
che vagano in questa<br />
città senza nome, privi<br />
della “Rete dei geni<br />
terminali”, come degli<br />
intrusi da massacrare.<br />
Lo stesso Killy non sarebbe<br />
nient'altro che una Safeguard,<br />
appartenente a una<br />
generazione precedente di<br />
questi esseri. Il che potrebbe<br />
farci meglio comprendere<br />
perché nel corso<br />
del suo viaggio egli si<br />
allei con delle Safeguard<br />
speciali,
nUOVI ORIZZONTI<br />
come Dhomochevski e Iko, intente anch'esse a<br />
lottare contro i misteriosi Esseri di silicio.<br />
Nei capitoli finali di questo manga Killy<br />
rincontra la Safeguard Sakan; la guerriera,<br />
presentatici al principio come una sua nemica<br />
e una sterminatrice di innocenti, ora si fa viva<br />
per chiederne l'aiuto e non per combatterlo. Costei<br />
in grado di beneficiare di più di un corpo,<br />
dopo essersi reincarnata in un nuovo involucro,<br />
contatta Killy e lo incarica di una nuova missione:<br />
preservare un misterioso oggetto sferico, il<br />
Corpo Centrale. Si tratta molto probabilmente di<br />
una nuova forma di vita, proveniente dall'ultimo<br />
avatar di una scienziata di nome Tsubo, un'alleata<br />
di antica data del nostro eroe. Le ultime<br />
tavole di Blame! dedicate a un Killy ferito, privo<br />
di una gamba ed esausto, ci mostrano la sua<br />
risalita verso lo spazio aperto.<br />
Dobbiamo infine sottolineare che sino al<br />
termine del secondo volume di Blame!, laddove<br />
avviene l'incontro tra Killy e Tsubo, Nihei tenti<br />
di seguire una sceneggiatura, seppur abbozzata<br />
e assai vaga, per poi perdere il filo della scarna<br />
trama sin lì intessuta negli albi successivi. Da<br />
qui in poi l'autore punta unicamente sulle<br />
suggestioni delle sue tavole, via via sempre<br />
più spettacolari e immaginifiche. L'autore<br />
mostra in tal modo di avere un approccio<br />
all'arte fumettistica diverso da quello di<br />
Bilal, di cui imita il “tratto sporco”, avvicinandosi<br />
piuttosto alle idee di Jean Giraud,<br />
alias Moebius: un altro grande del fumetto<br />
francese, recentemente scomparso (proprio<br />
quest'anno). Nelle sue opere più rivoluzionarie<br />
e innovative, come Le Garage Hermétique (Il<br />
Garage Ermetico), il testo diventa un ornamento<br />
surreale e incomprensibile delle tavole mentre<br />
l'idea di seguire qualsivoglia canovaccio narrativo<br />
viene abbandonata sin dall'inizio. In Arzach<br />
Moebius, analogamente a quanto possiamo riscontrare<br />
nella maggior parte dei capitoli di Blame!,<br />
la parola scritta viene tralasciata in favore<br />
della pura immagine. Le morti e le resurrezioni<br />
di Tsubo, la quale cambierà più di un corpo passando<br />
da un avatar all'altro, protagonista come<br />
Sakan di stupefacenti metamorfosi, senza contare<br />
l'incontro con enigmatici personaggi dagli<br />
scopi incomprensibili, contribuiscono a dar vita<br />
a una nerissima odissea hi-tech. Lo scenario in<br />
cui si muovono le creature di Nihei è un'inconcepibile<br />
costruzione iper-tecnologica,<br />
una mostruosità al cui confronto gli esseri<br />
che la abitano appaiono simili a minuscoli<br />
insetti, moscerini che si agitano in un ambiente<br />
che non comprendono.<br />
Delle avventure di Killy esiste pure una<br />
sorta di prequel, Noise, edito in Giappone nel<br />
2000 e pubblicato in Italia nel 2009, uscito nelle<br />
fumetterie nostrane in un'edizione speciale assieme<br />
al vol. 9 di Blame!. Quest'ultimo, aldilà di<br />
una trama da fanta-thriller, imperniata su atroci<br />
esperimenti condotti su cavie umane, ha il pregio<br />
di svelarci la reale natura della città multilivello<br />
di Killy. Qui, per la prima volta, assistiamo<br />
alla nascita di una megastruttura che ingloba<br />
sia la Terra sia il suo satellite. La metropoli vista<br />
in Blame! sarebbe allora un'opera di macro-ingegneria<br />
su scala cosmica. Si aggiunga poi che<br />
nel successivo artbook Blame! And So On<br />
157
nUOVI ORIZZONTI<br />
158<br />
del 2003, è lo stesso Nihei,<br />
intenzionato a chiarire le<br />
idee ai suoi fans, a fornire<br />
un diametro dell'ordine di<br />
grandezza di 32.675 Unità<br />
Astronomiche (UA), equivalenti<br />
a 4,901,250,000 Km,<br />
per questa “città”. In un sequel<br />
di Blame!, Net Sphere<br />
Engeener, la discendente<br />
di un Essere di silicio<br />
di nome Pcell, uno dei tanti<br />
avversari incontrati da Killy<br />
durante il suo cammino,<br />
esce dalla megastruttura<br />
per poi lanciarsi nel vuoto<br />
interstellare.<br />
Dopo Blame! Nihei<br />
ha occasione di offrire<br />
la personale reinterpretazione<br />
del personaggio<br />
di Wolverine, uno dei più<br />
celebri characters della<br />
casa editrice statunitense<br />
Marvel. Nel fanta-horror<br />
Wolverine: Snikt! il noto<br />
mutante, caratterizzato da<br />
un incredibile potere di guarigione,<br />
da uno scheletro<br />
composto dall'indistruttibile<br />
adamantio e dagli artigli<br />
retrattili sulle mani, viene<br />
trasportato nel futuro per<br />
aiutare una popolazione decimata<br />
da un batterio carnivoro<br />
chiamato Mandate.<br />
In seguito per il nostro<br />
artista è la volta dei due volumi<br />
di Abara, una miniserie<br />
dalla trama incomprensibile<br />
ma caratterizzata da un<br />
tratto che raggiunge nuove<br />
vette di maturità artistica,<br />
capace di delineare con maestria<br />
un paesaggio urbano
sporco, marcio, sospeso tra antico e moderno.<br />
Qui si consuma la lotta tra due mitiche creature:<br />
il Gauna nero e la sua controparte bianca; mostri<br />
“alla Giger”, come già lo erano stati sia gli Esseri<br />
di silicio o gli altri esseri artificiali di Blame!.<br />
Per attendere un'altra opera di una certa<br />
lunghezza da parte del nostro bisogna attendere<br />
l'uscita dei 6 volumi di Biomega, editi tra il<br />
2004 e il 2009. Tutto ha inizio con l'apparizione<br />
di un virus, l'N5S, che trasforma le persone in<br />
una sorta di zombie, i Droni. Un essere umano<br />
sintetico, Zoichi Kanoe, viene allora incaricato<br />
dalle Industrie Pesanti dell'Estremo Oriente di<br />
proteggere una fanciulla immune alla malattia,<br />
Ion Green. Intanto due potenti organizzazioni, la<br />
CEU (Compulsory Execution Unit) e la DRF (Data<br />
Recovery Foundation), sono ben decise a voler<br />
sfruttare l'epidemia per i loro loschi fini.<br />
Peccato che, proprio negli ultimi due<br />
albi, Nihei si lasci, per l'ennesima volta,<br />
sfuggire la mano: la Terra subisce un'inconcepibile<br />
metamorfosi, mutando in un<br />
incomprensibile artefatto: il Ricreatore. Anche<br />
in questo caso, analogamente alla “città” di<br />
Killy, abbiamo a che fare con un manufatto dalle<br />
dimensioni cosmiche. Anzi, ci pare che Nihei abbia<br />
voluto superarsi in fatto di trovate surreali,<br />
avendo immaginato questa volta una struttura<br />
tubolare del diametro di 100 km, lunga ben quattro<br />
miliardi e ottocento milioni di km. Tra scene<br />
d'azione, meraviglie e orrori bio-tecnologici,<br />
compresa la ricomparsa dei Droni, per Zoichi<br />
e i suoi alleati giunge il momento dell'agognata<br />
sconfitta di Nyaldee. Costei è un’immortale<br />
dotata di poteri paranormali, leader indiscussa<br />
della DRF e responsabile della distruzione del<br />
nostro mondo, desiderosa di ottenere il controllo<br />
del Ricreatore.<br />
Attualmente questo mangaka è a lavoro<br />
su una cupa space-opera, The Sidonia no<br />
Kishi (Knight of Sidonia), la cui traduzione e<br />
pubblicazione dei diversi volumi è iniziata anche<br />
in Italia. Si tratta della prima incursione dell’autore<br />
nell'avventura spaziale, a cui in preceden-<br />
155<br />
159<br />
za si era avvicinato solo con due racconti brevi:<br />
Zeb-Noid e Insetti alati corazzati da combattimento<br />
– Sphingidae, entrambi realizzati<br />
a colori e costituiti da poche pagine. Il primo<br />
racconta dell'incontro/scontro tra l'umanità con<br />
una temibile specie insettoide mentre il secondo<br />
contiene “in nuce” alcuni elementi che ritroveremo<br />
in seguito in Knight of Sidonia. Se in Zeb-<br />
Noid un pilota umano e una guerriera aliena,<br />
dopo aver reciprocamente distrutto i rispettivi<br />
veicoli militari, si scoprono simili, suggellando<br />
con la loro unione una nuova era di pace, invece<br />
in Sphingidae assistiamo alla gloriosa missione<br />
di un possente vascello militare. Un pianeta, la<br />
Terra molto probabilmente, è stato distrutto e<br />
per rappresaglia viene organizzata una spedizione<br />
in grande stile: non mancano né i robot giganti,<br />
bizzarri costrutti tecno-organici, simili a quelli<br />
già visti in Zeb-Noid, né gli eroici soldati capaci<br />
di qualsiasi impresa. Tutti impegnati, in una lotta<br />
senza quartiere, contro i pericolosi alieni Gauna.<br />
Simili ingredienti, adeguatamente modificati e<br />
ampliati, gli ritroveremo successivamente nel<br />
ben più elaborato plot di Knight of Sidonia.<br />
Bisogna dire che Nihei, affrontando<br />
temi caratteristici della space-opera, come<br />
le invasioni aliene e le arche interstellari,<br />
sembri apprezzare questa volta l'appoggio<br />
di una robusta sceneggiatura. La Terra<br />
è scomparsa, devastata da una specie aliena<br />
incomprensibile e potente: i Gauna. Adesso solo<br />
un grande vascello, la Sidonia, rappresenta la<br />
salvezza per il genere umano. Il protagonista del<br />
manga, Nagata Tanikaze, dopo aver vissuto<br />
per molti anni in completo isolamento in un settore<br />
deserto della nave, viene scoperto e accetta<br />
di diventare un pilota, salendo a bordo di uno<br />
dei robot giganti usati per la difesa della Sidonia.<br />
Questi ultimi, a differenza dei mezzi robotici<br />
apparsi in Zeb-Noid e in Sphingidae, sono realizzati<br />
con grande accuratezza e realismo; studiati<br />
nei minimi particolari e privi di qualsivoglia linea<br />
tecno-organica. Gli episodi relativi ai misteri della<br />
vera identità di Tanikaze e al passato di questa<br />
colossale astronave, in viaggio nello spazio
nUOVI ORIZZONTI<br />
da diversi secoli, sono alternati<br />
con le scene d'azione degli<br />
scontri con gli extraterrestri.<br />
Le preoccupazioni di carattere<br />
bioetico di Nihei, riguardo<br />
a una scienza generatrice di<br />
orrori, ricompaiono ancora una<br />
volta anche in Knight of Sidonia.<br />
Non solo i Gauna, chiamati<br />
con lo stesso nome delle aberrazioni<br />
bio-genetiche di Abara<br />
e degli extraterrestri di Sphingidae,<br />
ricordano nell'aspetto le<br />
consuete mostruosità che popolano<br />
tutti i manga “niheiani”,<br />
ma ci viene fatto pure cenno<br />
di atroci esperimenti compiuti<br />
sui corpi di ibridi umano-alieni.<br />
Anche un Gauna catturato, il<br />
quale ha assunto l'aspetto del<br />
pilota umano che ha ucciso,<br />
viene trattato come una cavia<br />
priva del benché minimo diritto.<br />
Senza contare la presenza di un<br />
personaggio che sembra esser<br />
tenuto in vita, quale punizione<br />
per un crimine da lui commesso,<br />
come parte integrante del<br />
computer della Sidonia. Si aggiunga<br />
a questo l'esistenza di<br />
un gruppo segreto di immortali,<br />
una cricca che guida da secoli<br />
questo mondo viaggiante, una<br />
élite di privilegiati a cui forse<br />
appartiene lo stesso Tanikaze.<br />
D'altronde gli stessi abitanti<br />
della Sidonia non sono dei<br />
semplici umani, tutti quanti mostrano<br />
di possedere capacità<br />
post-umane; ad esempio, eseguendo<br />
la fotosintesi come le<br />
piante possono economizzare<br />
le risorse disponibili, rimanendo<br />
per giorni senza mangiare.<br />
Inoltre, hanno svincolato la ri-<br />
produzione dai vincoli della natura<br />
e alcuni di loro appartengono<br />
a un terzo sesso neutro, in<br />
quanto né maschi né femmine.<br />
Il solo Tanikaze, il quale però<br />
molto probabilmente è un immortale,<br />
non un semplice Homo<br />
sapiens, non sembra possedere<br />
tali caratteristiche. Il poveretto<br />
per questo motivo viene deriso,<br />
visto da molti come uno sgradevole<br />
mangione, se non addirittura<br />
quale una sorta di barbaro,<br />
rozzo e primitivo.<br />
Nemmeno a dirlo la Sidonia,<br />
pur non avendo le dimensioni<br />
inconcepibili di un<br />
Ricreatore o della “città” di Blame!,<br />
è anch'essa un incredibile<br />
labirinto, con le sue meraviglie<br />
e i suoi orrori, accuratamente<br />
celati alla vista dei più. Assai<br />
singolare è la scelta di Nihei di<br />
citare esplicitamente la raccolta<br />
di stampe Ukiyo — e Cento<br />
vedute del Monte Fuji,<br />
notissima opera incompiuta del<br />
pittore e incisore Katsushika<br />
Hokusai (1760 – 1849). Tra un<br />
capitolo e l'altro di Knight of Sidonia<br />
sono state inserite delle<br />
apposite illustrazioni, chiamate<br />
Le Cento vedute della Sidonia;<br />
queste ultime aprono degli interessanti<br />
squarci su questo<br />
universo chiuso, condannato<br />
a un viaggio che pare essere<br />
eterno. La trovata dell'astronave<br />
gigante, con tanto di case e<br />
civili ospitati nel suo ventre metallico,<br />
protetta dagli attacchi<br />
alieni da squadriglie “robottoni”<br />
è un chiaro richiamo all'anime<br />
Chōjikū yōsai Makurosu<br />
(Fortezza superdimensionale<br />
Macross).<br />
Invece l'ibridazione del<br />
cyberpunk con la fantascienza<br />
spaziale deriva da quegli autori<br />
emersi negli anni '80, ad esempio<br />
come i già citati Sterling,<br />
McAuley e Swanwick, che sono<br />
da annoverare tra i pionieri di<br />
simili esperimenti letterari. Effettivamente<br />
Knight of Sidonia,<br />
più che a qualsiasi altra cosa,<br />
assomiglia ai più recenti esiti<br />
della space-opera dimostrando<br />
che Nihei non solo è stato<br />
capace di raggiungere nuove<br />
vette di bravura nell'impostazione<br />
delle tavole ma anche<br />
nell'elaborazione dei suoi testi.<br />
Un fumettista, come a buon ragione<br />
sosteneva Moebius, può<br />
svincolarsi se lo desidera dalla<br />
gabbia della parola scritta ma,<br />
aggiungiamo noi, solo a un patto:<br />
che egli si dimostri capace<br />
di padroneggiarla. Soprattutto<br />
se decide di intraprendere la<br />
strada, coraggiosa, di abbandonarla.<br />
Insomma, prima di abbandonare<br />
l'idea di seguire una<br />
trama, bisognerebbe imparare<br />
a scriverne una e solo adesso<br />
ci pare che il nostro sia riuscito<br />
nell'impresa.<br />
In buona sostanza, dopo il<br />
termine di Knight of Sidonia, le<br />
scelte in tal senso di Nihei, pro<br />
o contro l'impiego di una sceneggiatura<br />
in un manga, saranno<br />
senz'altro maggiormente più<br />
ponderate che in passato.<br />
160
CINEMA E TV<br />
AMERICAN HOR<br />
Nata dalla mente dei produttori<br />
di Glee Ryan Murphy<br />
e Greg Falchuk, American<br />
Horror Story è una serie televisiva<br />
statunitense andata<br />
in onda con successo negli<br />
States su FX e trasmessa in<br />
Italia da Fox.<br />
La prima peculiarità<br />
di AHS che balza all’occhio<br />
dello spettatore è la<br />
sua natura antologica: il<br />
progetto prevede infatti una<br />
storia diversa per ogni stagione<br />
del serial, in modo da<br />
non obbligare lo spettatore a<br />
seguirle tutte e non logorare<br />
troppo una vicenda che, dopo<br />
le prime stagioni, rischierebbe<br />
di perdere lo smalto (dice<br />
niente Heroes?). Un altro<br />
aspetto interessante è che<br />
AHS era già nella mente di<br />
Murphy & Falchuk prima<br />
ancora di Glee, ma sarebbe<br />
stato proprio il successo ottenuto<br />
in America da quest’ultimo<br />
progetto a far ottenere il<br />
disco verde ad AHS, che tratta<br />
tematiche senza dubbio più<br />
adulte e sensibili.<br />
La prima stagione di<br />
American Horror Story è<br />
ambientata a Los Angeles, in<br />
quella che, come più volte viene<br />
definita nel serial, è “una tipica<br />
villa vittoriana di L.A. anni<br />
Venti”. Puntata dopo puntata,<br />
scopriremo che la villa è una<br />
vera e propria “monster house”,<br />
inserita in un tour appositamente<br />
dedicato alle case<br />
stregate. Una scia di sangue<br />
attraversa tutta la storia della<br />
magione sin dalla sua costruzione...<br />
Sembra che tutto abbia<br />
avuto origine a causa dei<br />
primi inquilini della villa: l’ex<br />
medico di grido di Hollywood<br />
Charles Montgomery, che<br />
praticava aborti clandestini<br />
nello scantinato, sua moglie<br />
Nora e il figlioletto neonato<br />
Thaddeus. Negli anni Sessanta<br />
fu la volta di alcune studentesse<br />
di infermeria morte<br />
nella villa a causa di un gruppo<br />
di emulatori di Charles Manson.<br />
Dieci anni dopo, due gemelli<br />
entrati per caso nella<br />
villa persero tragicamente la<br />
vita in circostanze sospette.<br />
162
163<br />
ROR STORY<br />
Negli anni Ottanta una nostra<br />
vecchia conoscenza uccise il<br />
marito fedifrago e la cameriera<br />
con cui lui la tradiva. Negli<br />
anni Novanta fu un giovanotto<br />
a farsi uccidere assediato dalla<br />
squadra SWAT in camera sua,<br />
colpevole di aver compiuto una<br />
strage a scuola sotto l’effetto<br />
di droghe. In tempi molto più<br />
recenti morì nella villa la coppia<br />
di restauratori che l’aveva<br />
acquistata per rinnovarla e rivenderla<br />
a prezzo maggiorato.<br />
La lunga serie di tragici<br />
eventi non scoraggia i coniugi<br />
Harmon dal trasferirsi nella<br />
casa. Ben, psicologo, e Vivian<br />
(Dylan McDermott e Connie<br />
Britton) hanno bisogno di un<br />
cambiamento radicale dopo<br />
che lui l’ha tradita in seguito a<br />
un aborto spontaneo di lei. La<br />
giovane figlia Violet (Taissa<br />
Farmiga) adora la sua nuova<br />
casa, ma fatica a inserirsi a<br />
scuola e intreccia una morbosa<br />
relazione con un paziente di suo<br />
padre, Tate Langdon (Evan<br />
Peters), che sogna di uccide-<br />
di Pia Ferrara<br />
re i suoi compagni di scuola<br />
vestito da cavaliere della morte.<br />
Man mano altri personaggi<br />
si aggiungono al cast: la cameriera<br />
Moira, che le donne vedono<br />
come una vecchia triste<br />
e tetra (Frances Conroy) e gli<br />
uomini come una giovane seducente<br />
e ammiccante (Alex<br />
Breckenridge); Larry, il misterioso<br />
individuo con metà<br />
volto sfigurato dal fuoco (Denis<br />
O’Hare); Hayden (Kate<br />
Mara), l’ex amante di Ben,<br />
che lo segue da Boston perché<br />
incinta; l’inquietante vicina di<br />
casa Constance (il Premio<br />
Oscar Jessica Lange) con<br />
una figlia affetta da sindrome<br />
di Down di nome Adelaide<br />
(Jamie Brewer) che cerca in<br />
ogni modo di sgattaiolare in<br />
casa; una misteriosa presenza<br />
nota come “Rubber Man” vestita<br />
solo di una tuta di lattice<br />
si aggira inoltre nei corridoi,<br />
seducendo Vivian, che crede<br />
che sotto la tuta sia nascosto<br />
suo marito Ben.
American Horror Story riesce a<br />
giocare abilmente sulle paure recondite<br />
dello spettatore mantenendo un<br />
livello costante di tensione in chi assiste<br />
anche solo a uno stralcio di episodio.<br />
Le storie dei personaggi e le loro vite si<br />
intrecciano in un mosaico che si svela pian<br />
piano, mostrandosi nella sua completezza<br />
solamente negli ultimi episodi, ma mantenendo<br />
il segreto su alcuni tasselli che potrebbero<br />
tornare nelle serie successive. Oltre<br />
a chiedersi chi è malvagio e chi non lo è,<br />
approcciando American Horror Story occorre<br />
chiedersi prima di tutto chi è morto<br />
e chi non lo è, perché il velo che separa<br />
vivi e defunti è più sottile e diafano di quanto<br />
si pensi. A una sceneggiatura e una regia<br />
perfette si unisce la capacità di catturare lo<br />
spettatore senza ricorrere a mezzi di fidelizzazione<br />
sempliciotti (chiudere la puntata<br />
sul più bello… dice niente Lost?). Ryan<br />
Glee Murphy riesce al contempo a<br />
inserire una colonna sonora di<br />
tutto rispetto che va da oscuri<br />
brani ripescati dagli anni Cinquanta<br />
(Tonight You Belong<br />
To Me di Patience<br />
& Prudence) al Twisted<br />
Nerve tanto caro a<br />
Quentin Tarantino, a<br />
canzoni più recenti<br />
come Special<br />
Death<br />
di Mirah e<br />
numerosi<br />
brani di<br />
Carina<br />
CINEMA E TV<br />
Round (Do You, For Everything a Reason).<br />
La serie attualmente si compone di<br />
un’unica stagione di dodici episodi, tuttavia<br />
è stato già confermato un rinnovo per l’annata<br />
2012/13. Per venire incontro alla natura<br />
antologica del progetto, sarà modificata<br />
l’ambientazione spazio-temporale nonché,<br />
seppur parzialmente, il cast. Al momento si<br />
sa solo che la vicenda si svolgerà in un istituto<br />
di igiene mentale dell’East Coast diretto<br />
da Jessica Lange (Constance nella prima<br />
stagione) e che l’azione avrà luogo negli<br />
anni Sessanta. D’altra parte, già nella prima<br />
stagione del serial abbiamo potuto apprezzare<br />
una perfetta ricostruzione di epoche<br />
passate, che si trattasse degli anni Venti,<br />
Quaranta, Sessanta, Settanta, Ottanta o<br />
Novanta.<br />
Oltre a Jessica Lange, altri volti noti<br />
del cast della prima stagione sono stati<br />
confermati per la seconda: Evan Peters, che<br />
in AHS 1 interpretava lo psicopatico Tate<br />
Langdon, tornerà come regular; Zachary<br />
Quinto, uno dei precedenti proprietari della<br />
villa maledetta, sarà promosso a regular;<br />
promozione anche per Lily Rabe, che nella<br />
prima stagione era Nora Montgomery e per<br />
Sarah Paulson, la medium Billy Dean Howard.<br />
Niente conferma invece per i protagonisti,<br />
la “felice” famigliola Harmon: il marito<br />
fedifrago Ben (Dylan McDermott), la moglie<br />
depressa Vivien (Connie Britton) e l’inquieta<br />
e autolesionista figlia Violet (Taissa Farmiga).<br />
Ryan Murphy si è tuttavia lasciato<br />
sfuggire che anche alcuni membri del cast<br />
della prima stagione che non hanno firmato<br />
il rinnovo potrebbero comparire di tanto in<br />
tanto sul set, come guest star.<br />
165
Oltre alle novità sulle presenze e<br />
sulle assenze nel cast, fioccano aggiornamenti<br />
sulle new entries: nel momento in<br />
cui scriviamo sappiamo che Adam Levine,<br />
il frontman dei Maroon 5, interpreterà<br />
la metà di una coppia nota come “The<br />
Lovers”. È attualmente ignota l’identità<br />
dell’altra metà del suo cielo. Confermata<br />
invece la presenza di Chloe Savigny che<br />
interpreterà “Shelly la ninfomane”, nemica<br />
di Jessica Lange. Lizzie Brocheré<br />
sarà un’ulteriore avversaria per la Lange,<br />
Gia, un personaggio che, all’avvio dei casting,<br />
era stato descritto come ispirato al<br />
ruolo di Angelina Jolie in Ragazze Interrotte<br />
(che ricordiamo, valse alla bella Angelina<br />
un Oscar come Miglior attrice non<br />
protagonista). Anche James Cromwell<br />
si unirà al cast della seconda stagione,<br />
tuttavia al momento è ancora ignoto quale<br />
sarà il suo ruolo. Tra i vari personaggi femminili<br />
ce ne sarà inoltre uno, non sappiamo<br />
se Gia, Shelly o un altro ancora, magari interpretato<br />
dalla Rabe o dalla Paulson, che<br />
è stato internato a causa della sua omosessualità,<br />
tematica cara a Ryan Murphy,<br />
già presente nella prima stagione di<br />
AHS e uno dei temi cardine di Glee. Come<br />
si intuisce, il personaggio interpretato da<br />
Jessica Lange sarà positivo, a differenza<br />
di quanto accadeva nella prima stagione<br />
con l’ambigua Constance. Ryan Murphy<br />
ha annunciato che ognuno degli attori<br />
confermati per la seconda stagione<br />
avrebbe interpretato un ruolo<br />
opposto rispetto a quello ricoperto<br />
nella prima. Evan Peters, che nella prima<br />
stagione era stato definito da Murphy<br />
“ultimate badass bad boy” (che non traduciamo<br />
perché l’espressione perderebbe<br />
qualcosa), nella seconda sarà l’eroe del 166
167<br />
serial. Murphy ha inoltre dichiarato che gli attori saranno<br />
truccati in modo da risultare diversi anche fisicamente dai<br />
personaggi interpretati nella prima stagione. Vi lasciamo<br />
con un’ultima novità: Ryan Murphy si è lasciato<br />
sfuggire di avere già alcune idee in mente per una<br />
terza stagione di American Horror Story, nella quale<br />
potrebbe tornare una casa stregata a fare da sfondo<br />
alla vicenda. In fondo, secondo le parole dello stesso produttore,<br />
“di case stregate nella tradizione americana ce ne<br />
sono così tante…”.<br />
Consigliamo, dunque, la visione di AHS 1 prima<br />
che parta la seconda stagione, ma ribadiamo che le<br />
due storyline dovrebbero essere indipendenti. Anche<br />
per chi non ha visto la prima serie appuntamento con<br />
American Horror Story 2 per il prossimo autunno!
CINEMA E TV<br />
Quella casa<br />
di carLo Lanna<br />
Non ci sono più i film horror di una<br />
volta; ora sono fin troppo artefatti, senza<br />
mordente e pieni zeppi di cliché. In Quella<br />
casa nel bosco, invece, l’accoppiata Joss<br />
Whedon e Drew Goddard ha ridato nuova<br />
linfa ad un genere cinematografico che<br />
sembrava essere morto e sepolto, riuscendo<br />
a miscelare sapientemente horror e humour.<br />
Nonostante il film fosse già pronto da<br />
più di un anno, la casa di produzione ha deciso<br />
di posticiparne l’uscita poiché non credeva<br />
nel successo della pellicola. Pare che<br />
nessuno abbia ancora capito che lo sceneggiatore<br />
Joss Whedon è una tra le menti<br />
più geniali di Hollywood. Sfruttando quindi<br />
il successo di The Avengers, il film è arrivato<br />
nelle sale, e in poco tempo ha scalato<br />
la vetta dei botteghini. Un successo del tutto<br />
meritato. Whedon e Goddard, infatti,<br />
rimaneggiando i tòpoi dell'horror anni ’80,<br />
riescono a creare una pellicola davvero intrigante,<br />
emozionante e splatter quanto basta.<br />
Un lungometraggio pieno di cliché e di citazioni,<br />
certo, ma è l’idea di fondo che ha<br />
reso questo film quasi un cult di nuova<br />
generazione.<br />
Tutto ha inizio quando Curt il belloccio<br />
di turno, interpretato da un altrettanto aitante<br />
Chris Hemsworth, organizza un week-end<br />
di puro relax e divertimento in una<br />
sperduta casa nel bosco. Il ragazzo coinvolge<br />
in questa “avventura” la sua fidanzata<br />
nel bosco<br />
alle radici dell’horror<br />
168<br />
Jules e lo stralunato Marty. A loro si unisce<br />
il classico bravo ragazzo Holden e per<br />
ultima la titubante Dana. Nessuno poteva<br />
immaginare che, in poco tempo, il loro viaggio<br />
si sarebbe trasformato in un incubo. La<br />
pittoresca e alquanto spettrale casetta nel<br />
bosco nasconde mille segreti che i ragazzi<br />
scopriranno quasi casualmente. Dana, infatti,<br />
tramite la lettura di un diario risveglierà<br />
una famiglia di voraci zombi. Inizierà quindi<br />
una terribile corsa contro il tempo, per uscire<br />
vivi da questo incubo. I ragazzi non sanno<br />
che la casa è il frutto di un esperimento<br />
messo in atto da alcuni loschi individui, per<br />
mettere a tacere la fame di alcune potenti<br />
divinità infernali.<br />
Il palese richiamo alla saga di Sam<br />
Raimi, La casa, ricorre come un eco in<br />
tutto il film; eppure quel genio di Joss Whedon<br />
riesce a creare una vicenda elettrizzante<br />
ed innovativa. La scrittura è lucida,<br />
ironica, dissacrante e riassume quei<br />
temi tanto cari allo sceneggiatore. Con<br />
la complicità degli effetti speciali, di<br />
una doppia linea narrativa ultra-citazionista<br />
e meta-cinematografica, e con<br />
un mix di sangue, azione, paura e risate,<br />
emerge la vera essenza del film: un<br />
racconto sulle ragioni di una società<br />
consumista che spinge lo spettatore a<br />
nutrirsi di follie sanguinarie e humour<br />
nero.
Una pellicola che riesce a “bucare” lo<br />
schermo, non solo grazie a un'ottima sceneggiatura,<br />
a dialoghi graffianti e ad una<br />
regia incisiva, ma anche grazie ad altri tre<br />
punti di forza: le atmosfere, le citazioni<br />
televisive e i personaggi. Quella casa<br />
nel bosco, infatti, ha ripreso le atmosfere<br />
gotiche e malsane di Venerdì 13, riadattandole<br />
con una buona dose di violenza gratuita<br />
e di sangue a fiumi. È un viaggio tra<br />
quelli che sono stati i film horror più<br />
famosi degli anni ‘80 e ’90, ma soprattutto<br />
Joss Whedon trae spunto da alcuni suoi<br />
script televisivi per creare un’ottima vicenda<br />
di fondo.<br />
Per chi ha avuto modo di seguire le<br />
vicende televisive del vampiro senz’anima,<br />
Angel, leggerà tra le righe molte similitudini<br />
tra il film e la serie tv. Il mito dello studio<br />
legale della Wolfram & Hart, infatti, come<br />
satira sociale e sadico consumismo, fa da<br />
eco nella produzione cinematografica; infine<br />
i personaggi fanno da collante al resto<br />
della pellicola. Nonostante non manchino i<br />
cliché, i produttori sono riusciti a sfatare<br />
il mito “dell’eroe” nei film horror: non è<br />
più il classico belloccio o ragazza impacciata<br />
e innamorata del protagonista a sopravvivere<br />
al massacro, ma sono ben due i personaggi<br />
che non ti aspetti a sopravvivere e<br />
scoprire cosa c’è in fondo all’incubo di cui<br />
sono stati partecipi.<br />
Quella casa nel bosco è horror<br />
atipico che trascende la sua stessa<br />
natura. L’inventiva sta proprio nel mischiare<br />
le carte, e sbalordire fino alla<br />
fine il pubblico.<br />
Pensate quindi di sapere tutto sui film<br />
horror? Quando vedrete questa pellicola,<br />
le vostre certezze verranno letteralmente<br />
stravolte, perché siamo di fronte davvero<br />
un capolavoro incompreso, di uno dei<br />
registi e sceneggiatori nerd più famosi dello<br />
showbiz.<br />
169
Speechless Magazine ©2012 - numero uno - www.speechlessmagazine.com<br />
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