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03

REDAZIONE

direttore

Alessandra Zengo

creative designer

Petra Zari

cover artist

Luis Royo

redazione

Marina Albamonte

Giovanni Arduino

Stefania Auci

Valentina Bettio

Sergio Bevilacqua

Alexia Bianchini

Elena Bigoni

Elisabetta Bricca

Andrea Cattaneo

Valentina Coluccelli

Claudio Cordella

Pia Ferrara

Carlo Lanna

Barbara Maio

Miriam Mastrovito

Leni Remedios

Gabriella Parisi

Selene Pascarella

Alessandra Penna

Marco Piva-Dittrich

Sara Rattaro

Elisabetta Ossimoro

Francesca Rossi

Manuela Salvi

Massimo Soumaré

Roberta de Tomi

Federica Urso

si ringraziano

Scott Eagan

Alessia Gazzola

Elizabeth Hand

Eleonora Mazzoni

Chiara Palazzolo

Luis Royo

Dario Tonani

correzione Bozze

Cristiana Melis

Maila Daniela Tritto

Seguici online

www.speechlessmagazine.com

redazione@speechlessmagazine.com

Portale dedicato al Fantastico

www.urban-fantasy.it

Blog Letterario Collettivo

www.diariodipensieripersi.com


sommario

08< editoriaLe

Alessandra Zengo

10 < cover artist

Introduzione all’arte di Luis Royo

INTERVISTA Luis Royo

24 < editoria

04

RUBRICA Pixel Rubati

INTERVISTA Scott Eagan

Tradurre, Non Tradire

RUBRICA Lettori e "Lettori"

RUBRICA West Egg, Vaghezie dell'Editor

INTERVISTA Jo March Agenzia Letteraria

RUBRICA Il Sottoscala

INTERVISTA Fabio di Pietro

SHOOTING IN A BARREL>84

>24

INTERVISTA

JO MARCH>40

98

THOMAS PyNCHON>96

ELEONORA MAZZONI

LE dIFETTOSE>52

FABIO dI PIETRO>48

LO yEMEN NEL CUORE>150


LUIS ROyO>10

52 < LetteratUra

NUMEROUNO

La ricerca della maternità: Le difettose di Eleonora Mazzoni

SPECIALE Un metodo pericoloso: Sabina Spielrein e il femminile

rimosso della civiltà

Romanzi e Modernità a confronto

RACCONTO I Fratellastri di Elizabeth Gaskell

SPECIALE Shooting in a Barrel: amore, morte e dinamiche

generazionali nella Horror Fiction per teen ager

Il ritorno di Alice Allevi

L’affascinante mistero di Thomas Pynchon

Dieci Lune, Anime buie in un'antologia a tinte noir

RACCONTO Ragazza che passa di Chiara Palazzolo

Il Labirinto di Durrenmatt

La penultima verità su Philip K. Dick

RACCONTO Cardio Ok di Dario Tonani

RUBRICA I Luoghi dell'Immaginario

L’esordio sci-fi di George R.R. Martin

La Chimera di Praga: sogni, magia, dolore e speranza

Il successo letterario di Suzanne Collins

RACCONTO Zio Lou di Elizabeth Hand

05


UN METOdO PERICOLOSO>58

IL FANTASy ORIENTALE>144

>126

TSUTOMU NIHEI>154

ALESSIA GA


ZZOLA>92

144 < nUovi orizzonti

Il Fantasy Orientale: una frontiera ancora ignota

Lo Yemen nel cuore

L’immagine e la parola in Tsutomu Nihei

162 < cineMa e tv

sommario

American Horror Story: L’orrore della porta accanto

Quella casa nel bosco: Alle radici dell’Horror

07


editoriale

di aLessandra zengo

Sono passati alcuni mesi dal nostro esordio. E l’emozione non

è ancora scemata. Siamo impazienti, entusiasti, felici per il riscontro

più che positivo avuto dai lettori della nostra rivista, dagli autori e dagli

addetti ai lavori.

Inaspettato è stato l’ampio e sincero interesse verso il nostro

progetto, che speriamo possa crescere e ampliarsi nei mesi a

venire. Elaboriamo idee, provochiamo, anticipiamo — per citare

Richard Brautigan — e continueremo a farlo con la passione che ci

contraddistingue.

Siamo un gruppo affiatato che non si accontenta, che tende

sempre a migliorarsi e rinnovarsi. E che sono contenta di coordinare,

perché la Redazione di Speechless, ci tengo a sottolinearlo, oltre

che professionale e preparata, è composta da persone simpatiche

e meravigliose che hanno contribuito al piccolo successo del

magazine. Siamo un gruppo in divenire, se così possiamo dire. E ci

piace. E Speechless è lo sfaccettato mosaico che viene a formarsi

dall’unione di tessere piccole ma indispensabili che insieme riescono

a creare qualcosa di unico, eterogeneo e particolare. Un po’ geek, un

po’ nerd, un po’ freak, ma caratterizzato da un linguaggio semplice e

diretto condito dall’eleganza della grafica di Petra.

King è un evergreen. Va bene sempre e in qualunque situazione.

Anche durante la torrida stagione estiva tra le pagine macchiate

(metaforicamente) d’inchiostro di una rivista culturale. E quindi lo ricitiamo

anche stavolta tanto per non perdere le buone abitudini.

«Scrivere non significa far soldi, diventare famoso, scoparsi

un sacco di donne o farsi amici. Scrivere è arricchire la vita

di chi ti legge, e di conseguenza la tua. Alzarti, star bene,

chiudere in bellezza. Essere felice, okay? Essere felice.»

Non facciamo soldi — anzi, ci mancano! — e non scopiamo

migliaia di donne, anche se immagino che gli ometti non avrebbero

di che lamentarsi alla prospettiva. Viceversa, rinunciamo, ma non

a malincuore, a un piccolo frammento della nostra vita quotidiana

per condividere con gli altri i nostri interessi e le nostre passioni: la

letteratura e la cinematografia. E siamo felici di farlo. E ne usciamo

arricchiti, inevitabile. Non è questa la cosa più bella della scrittura,

che sia essa narrativa, saggistica o di divulgazione?

So, now, dear readers enjoy being Speechless!

Potete scrivermi a: alessandrazengo@yahoo.it

Puoi arrivare da qualsiasi parte,

nello spazio e nel tempo,

dovunque tu desideri.

Il gabbiano Jonathan Livingston

[Richard Bach]


09

COVER ARTIST

LUIS ROYO >>


cover artist

di cLaUdio cordeLLa

Introduzione

all’arte di Luis Royo

Donne bellissime, generalmente

nude o seminude, stupefacenti creature

fantastiche, come angeli, demoni o

cyborg. Questi sono alcuni dei temi più

diffusi che ritroviamo all’interno delle

tavole di LUIS ROYO, uno dei più importanti

illustratori contemporanei.

Le figure femminili sono quasi sempre

al centro nelle sue composizioni, sensuali

e magnifiche assumono in genere le

fattezze di letali guerriere che impugnano

delle spade gigantesche. Queste combattenti,

sexy e al tempo stesso temibili, forti

e sicure di sé, sono ormai diventate un

suo personale marchio di fabbrica. Non a

caso di recente, venendo ad aggiungersi

allo già sterminato merchandising legato

al nome di Royo, è stata creata una linea

di dettagliatissime action-figures dedicata

a queste eroine.

L’influsso di Royo sull’arte popolare

contemporanea, come il fumetto e

l’illustrazione, è del resto indubitabile.

Nato nel 1954 ad Olalla, nella provincia

spagnola di Teruel, il nostro ha alle spalle

una carriera pluridecennale ricca di successi

e soddisfazioni. Da giovane studia

delineazione tecnica, pittura, decorazione

e design d’interni nella Escuela Industrial

y la Escuela de Artes Aplicadas

(Scuola di Maestria Industriale e la Scuola

di Arti Applicate) a Saragozza mentre

LUIS


www.luisroyo.com

ROYO

11

al tempo stesso, tra il ‘70 e il ‘71, lavora

presso alcuni studi di disegno di interni

e decorazione. Negli stessi anni, influenzato

dalla contro-cultura e dalle contestazioni

tipiche di quel periodo, realizza

delle opere di grande formato: tutte a

carattere sociale. Verranno presentate

prima in esposizioni collettive tra il ‘72

e il ‘76, poi individuali a partire dal ‘77.

L’anno successivo, influenzato dai fumettisti

francesi Enki Bilal (autore della celebre

Trilogia Nikopol) e Moebius (1938

– 2012), inizia la sua carriera nel mondo

del fumetto collaborando a diverse

fanzine. Effettivamente l’uso del colore

da parte di Royo, nonché una certa tetraggine

mista a uno spiccato senso per

il grottesco, lo apparentano in un certo

qual modo al franco-serbo Bilal, creatore

di fumetti fantastici dal sapore distopico

di notevole spessore. Invece da Moebius,

pseudonimo di Jean Giraud, geniale artista

della “letteratura disegnata” recentemente

scomparso, creatore di numerosi

capolavori come Arzach o de L’Incal, nato

da una collaborazione con Alejandro Jodorowsky,

Royo sembra averne assorbito

il gusto per il surreale e l’onirico.

Già nel 1980, nel corso del Salone

del Fumetto di Angoulème, ha modo di

poter esporre le sue opere. Proprio all’inizio

del nuovo decennio, dopo la nascita

del figlio Romulo, si dedica completamente

alla pubblicazione su diverse riviste

professionali abbandonando qualsiasi

altra attività. Soprattutto Comix International

e Rambla, ma sporadicamente an-


LUIS ROYO

che su El Vibora e Heavy Metal, ospitano i frutti della sua arte. Su richiesta di Rafael

Martinez della Norma Editorial, incontrato da Royo nel corso dell’edizione del

1983 del Salone del Fumetto di Saragozza, realizza cinque illustrazioni per questa

casa editrice spagnola. In tal modo ha inizio la sua sfolgorante carriera di illustratore

che lo porterà a realizzare copertine per libri, videocassette (il mercato del

VHS all’epoca in pieno boom) e per i neonati videogames. Riesce a farsi conoscere

anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svezia dove ha modo di lasciare il suo

segno. Realizza, inoltre, degli importanti lavori su commissione per le statunitensi

Warner Books, Tor Books, Berkley Books, Avon, Batman Book e National Lampoon

e per le europee Cimoc, Fumetto Art, Ere Comprimée. Nel 1986, a cura della casa

editrice ispanica Ikusager Ediciones, esce Desfase (Sfasamento), singolare fumetto

sperimentale da lui realizzato in collaborazione con Antonio Altarriba.

Gli anni ‘90 vedono la fama di Royo crescere ancora di più e consolidarsi a

livello internazionale. L’art-book Women, una raccolta antologica che riunisce 8

anni di illustrazioni scaturite dalla sfrenata fantasia di questo talentuoso autore,

viene dapprima pubblicata in Spagna nel 1992; per poi essere subito dopo riproposta

in Francia dalla Soleil Productions e in Germania dalla Edition Comic Forum.

12


13

L’anno seguente, a cura della Comic

Images, esce From Fantasy To

Reality, una serie di trading cards

(carte collezionabili) da lui disegnate.

Nel 1994 è la volta di Malefic,

un secondo libro di illustrazioni che

appare sul suolo francese sempre

per Soleil.

Intanto Women, di cui esce

una ristampa, attira su di sé l’attenzione

di Penthouse Magazine, una

pubblicazione per “soli uomini”.

Tale rivista nel 1996 giunge persino

– per l’edizione francese e tedesca

– a sostituire la tradizionale foto di

copertina con una tavola di Royo.

Per di più una ex-modella di Penthouse,

la bruna Julie Strain, diventa

la fonte d’ispirazione primaria per

la creazione del famoso character

F.A.K.K., di cui riprende le fattezze.

Il fumettista Kevin Eastman, marito

della Strain e direttore di Heavy

Metal, chiede a Royo di realizzare

una cover per il ventennale della

sua rivista, assieme a una serie

di illustrazioni dedicate a F.A.K.K.:

una guerriera seducente e pesantamente

armata. Sempre nel ‘96 riceve

il Silver Award SPECTRUM III,

prestigioso premio assegnato agli

artisti fantasy mentre diversi giornali,

tra cui La Stampa, gli dedicano

diversi articoli. Il successo di Royo è

inarrestabile e numerose case editrici

di prestigio, come la Ballantine,

la Doubleay, la Harper Paperback

e tante altre, vanno a bussare alla

cover artist


15

cover artist

sua porta. Per la Pocket Books e per la Marvel offre la

sua interpretazione di notissimi franchising come Star

Trek e X-Men.

Verso la fine del secolo scorso fanno anche la

loro apparizione l’art-book III Millennium e la serie di

tarocchi The black tarot; tra le pubblicazioni del periodo

segnaliamo pure Prohibited Book, sorta di summa

delle illustrazioni erotiche di quest’artista.

Numerose le raccolte antologiche di carattere

fantastico di Royo uscite negli ultimi anni, come Tatoos,

i tre volumi di Conceptions, Visions o Fantastic Art.

Rendere conto di una simile mole di lavoro è un’autentica

impresa. Personalmente considero degni di menzione

Dome, Dead Moon e Dead Moon Epilogue. Il

primo, Dome, è un artbook dalla genesi singolare: in

esso è stata riversata una performance artistica, consistente

nella realizzazione dell’affresco della cupola di

un castello di Mosca, eseguita a quattro mani con il figlio

Romulo. I due volumi della serie Dead Moon sono

invece due romanzi illustrati, una saga fantasy orientaleggiante

ricca di passione, al tempo stesso sensuale

e sanguinosa. Nel nostro paese sono stati pubblicati

dalla Rizzoli Lizard. Sempre grazie a quest’ultima, il

pubblico italiano ha potuto godere dei frutti della più

recente fatica dell’artista spagnolo: il primo volume di

Malefic Time. Apocalypse. Un altro romanzo illustrato,

creato assieme al figlio Romulo, che ci conduce per

mano in un universo post-apocalittico. Per l’esattezza

in una New York ridotta in macerie dove la giovane Luz,

figlia della Luna e di Lucifero, dovrà fare la differenza

nella lotta tra il Bene e il Male.

Come si può ben vedere la carriera di Royo, assurto

al rango di patriarca di una dinastia di artisti, continua

ininterrotta a tutt’oggi trattando con abilità temi

legati alla fantasia, alla sessualità e al bisogno di libertà

dello spirito umano.

www.luisroyo.com

segue

’INTERVISTA


cover artist

L’INTERVISTA

LUIS ROYO

Speechless: Il pubblico di Speechless

è molto curioso: dunque, chi

è Luis Royo e come riassumerebbe il

suo percorso artistico?

Luis Royo: Forse la forma migliore

per definirmi sarebbe: qualcuno

che fin da piccolo amava vivere in

mondi immaginari più che nel mondo

quotidiano che vedevano i suoi

occhi. Questo è ciò che mi ha portato

al disegno, a tentare, fin da piccolo,

di plasmare quei mondi personali e a

trasformare quell’ossessione in una

forma di vita. Ancora oggi, molte vol-

"dead Moon'

16

di eLena Bigoni

te penso al fatto che passo più tempo

in quei mondi a due dimensioni

che in quello che vedo davanti a me.

S: Le sue opere, note e apprezzate

in tutto il mondo, rappresentano

soprattutto donne molto femminili

ma, al contempo, forti e indipendenti.

Perché la scelta di questi soggetti

e come nascono questi progetti

creativi?

LR: Sì, quasi tutti i miei personaggi

principali sono donne. Trovo

più sfumature, possibilità e

varianti nell’universo femminile.

Mi attrae unire, in

una stessa scena, gli opposti.

La delicatezza e l’aggressività. La

bellezza e l’aridità. La dolcezza e la

perversione. L’universo femminile è

molto più completo e offre più risor-


www.luisroyo.com

se per ottenerlo, tanto in argomenti

quanto in immagini. Un semplice

sguardo femminile può riunire vari

messaggi opposti, anche contraddittori.

Per quanto riguarda i progetti,

generalmente nascono molto lentamente.

Mentre lavoro ad altre cose

si formano idee che lascio abbozzate

in appunti o brevi scritti. Molti di essi

rimangono là, custoditi e dimenticati;

quelli che mi paiono più attraenti,

li riprendo finché formano un’idea

di unità. Dunque, si verifica quando,

stesi su di un tavolo gli uni accanto

agli altri, si pianifica un progetto.

S: Quali sono le sue influenze

artistiche e le sue fonti di ispirazione?

LR: Io sono un amante

dei classici – Rembrandt,

Michelangelo, Caravaggio,

Velazquez, Goya, Repin, Toulouse

Lautrec ecc. – e sono anche

curioso rispetto ai movimenti

pittorici più recenti. Questi possono

avere un’influenza minore per quanto

riguarda la luce o la composizione,

però possono ispirarmi per quanto

riguarda il colore o il concetto di impatto.

Opere tanto diverse come può

essere la pittura astratta di Tapies, ad

esempio. Ancora un contemporaneo,

nel mondo della pittura: Giger è un

artista che ammiro.

S: Le sue opere, il suo stile, sono

ormai riconoscibili da un pubblico

internazionale. Cosa, della sua arte

17

particolare, pensa possa aver influenzato

l'immaginario generale?

LR: Credo che sia quello di cui

parlavo prima. Il dedicarmi tanto

all’interpretazione della femminilità

e all’immagine femminile, potente e

delicata al tempo stesso. Allo stesso

tempo credo che quei mondi immaginari

di cui parlavo all’inizio siano in

gran parte universi e fantasie con

messaggi in comune con l’immaginario

collettivo e che condivido con

il pubblico che segue la mia opera.

S: Quali strumenti e tecniche

artistiche predilige?

LR: Sono amante delle tecniche

miste, e mi piace che in uno stesso

lavoro possano entrare acquarello,

tempera, colori acrilici e a olio etc.

È l’opera che ci sta di fronte che,

mentre si va componendo, richiede

la tecnica da utilizzare. Anche se c’è

un’idea iniziale per quanto riguarda il

soggetto, le dimensioni o per il grado

di freschezza che si vuole imprimere

al lavoro, nel corso della realizzazione

si stabilisce con essa un dialogo

che ti fa prendere decisioni sulla

direzione da prendere. Voglio dire

che mi lascio trascinare abbastanza

dall’intuizione. Per non evitare la domanda

semplificando: le tecniche più

frequenti sono l’aerografo con colori

acrilici liquidi per ottenere nella tela

delle atmosfere e olio a pennello per

la coloritura finale e le sfumature.

Queste due sono le più utilizzate ed

è raro che non entrino in ogni lavoro.


18

S: Cosa rappresenta per Lei, la

tela bianca?

LR: Prima di tutto, uno spazio che

mi chiama a immergermi in un sogno.

A vivere un’avventura che non ha luogo

nel mondo nella dimensione in cui

vivo quotidianamente.

S: Quali sono le opere e i soggetti

ai quali è maggiormente legato?

LR: Questa è una domanda difficile:

quando un’opera è finita la si scannerizza

e fotografa in vista del suo ingresso

sul mercato. A partire da quel

momento, perde tutto il legame che

ho mantenuto con essa, le soddisfazione

e ansie che mi ha provocato nel realizzarla.

Si trova in un luogo nebuloso

del passato. Quella che conta è quella

che sta di nuovo, incompleta, davanti a

te. Dall’altra parte, quando vedo l’originale

di un’opera realizzata tempo

addietro, finisco sempre per prendere

un pennello per ritoccare questa o

quella cosa che non mi piace o di cui

non mi ero reso conto nel farla. Infatti,

quando vedo un lavoro vecchio in

un atelier, o durante la preparazione

di un’esposizione o qualsiasi altra casa,

cerco di non avvicinarmici.

S: Negli ultimi anni la sua produzione

si è spostata verso la “graphic

novel”. Cosa ha originato questa scelta

e come è nata la serie Dead Moon?

LR: I progetti personali, che non

erano lavori su commissione, diventavano

sempre più complessi man mano

che passavano gli anni. È accaduto

"Malefic time" - rizzoli Lizard


cover artist

questo con il lavoro su commissione

che diventava sempre di più un’opera

densa, come DOME. E i libri pubblicati,

nati da un lavoro personale, appartenevano

sempre di più a un progetto

chiuso, per esempio, per quanto riguarda

l’erotismo come PROHIBITED o una

bellezza provocante come SURBVERSI-

VE BEAUTY. DEAD MOON era un passo

più avanti. Il racconto, le illustrazioni,

i disegni e anche le grandi immagini

dovevano avere lo stesso peso nell’insieme

dell’opera. Per questo motivo

ho chiesto anche la collaborazione di

Romulo Royo per questa opera, che è

culminata nei due libri che si allacciano

con il lavoro attuale di Malefic Time.

DEAD MOON è una storia di fantasia

che si è ispirata agli antichi racconti

orientali. Narra la leggenda straziante

e drammatica del suo personaggio

principale Luna, cercando di plasmare

la delicatezza e allo stesso tempo la

crudezza del gusto orientale, perfino

cercando nelle immagini quell’aroma,

senza perdere di vista però che è stato

realizzato con la mano e la mente occidentale.

S: Parliamo del suo ultimo progetto

nato in collaborazione con suo

figlio Romulo: Malefic Time, di cui

Apocalypse (pubblicato in Italia di Rizzoli

Lizard – NdR) rappresenta il primo

“albo”. Come e perché è nato?

LR: È partita dall’idea di fondere

pittura e immagini in un libro, anche

di fare l’occhiolino al fumetto, con il

testo a margine dell'immagine come

avevamo cominciato a fare con Dead 19


Malefic TiMe - apocalypse Vol. 1

20

L’idea iniziale nasce nel 1993 ma solo ora, a quasi venti anni di distanza, il Progetto Malefic

Time vede la luce. Dopo le graphic novel Dead Moon e Dead Moon epilogue, nelle quali si vedono

i germogli di un'idea ambiziosa, ecco apparire Malefic Time che certamente lascerà il segno

non solo nell’arte illustrata ma anche in quella letteraria.

Attraverso leggende, mitologie e antichi saperi, Luis e Romulo Royo intrecciano i meandri del

conoscibile, delle emozioni e delle paure umane, in una nuova dimensione dalla forte potenza evocativa

e allegorica.

In un mondo post-apocalittico in cui gli uomini ormai hanno dimenticato il passato, nuovi

esseri dalle antiche vestigia lottano per dare una svolta all’intera umanità. I celesti, figli

del Sole, e i caduti, proseliti della Luna e della Terra, si muovono tra ricordi e sanguinose

battaglie. L’uomo è soltanto spettatore.

In questo scenario incontriamo Luz, un essere che non appartiene a questo mondo, eppure ne è

la sua massima espressione. Una giovane che deve prendere in mano il suo destino traboccante di

incertezze e trovare la strada per compiere la sua – ancora sconosciuta – missione.

Malefic Time è un progetto solo agli albori e molto più vasto, che prevede dei crossover fumettistici

che analizzeranno le figure secondarie che ruotano attorno alla protagonista Luz e un libro,

Malefic Time – Codex Apocalypse, scritto da Jesus Vilches che narrerà la genesi di questo nuovo

mondo. Un opera imperdibile che saprà conquistare sin nel profondo.


21

Moon. Qui, con Malefic Time, siamo

ritornati ai tempi in cui lavoravamo

insieme, Romulo e io, in quei tempi in

cui avevamo realizzato appunti e testi

sciolti per il personaggio Luz–Malefic.

Questo lavoro è stato dimenticato in

un cassetto per quasi vent’anni, mentre

ciascuno di noi lavorava in uffici e

città diverse, ma, mentre lavoravamo

insieme su Dead Moon, decidemmo

di riprenderlo. L'idea era fondere totalmente

le due arti e che il risultato

andasse a finire in un libro, come una

saga. La storia era troppo complessa

per svilupparla in un solo libro ed è

finita nel progetto di una trilogia.

S: Malefic Time è un progetto

trasversale che investe altre forme

d’arte: la Letteratura, l’Arte e la Musica.

Perché questa particolare scelta?

LR: Una volta che abbiamo incominciato

Malefic Time nel laboratorio,

l'idea di fondere le arti andò

crescendo. La storia era breve per

plasmarla solo nei tre libri di illustrazione

e decidemmo di creare un

romanzo dove si potevano approfondire

maggiormente personaggi.

Facemmo molto appoggio sul mondo

apocalittico di Malefic e, ritornando

all'idea di fusione, pensammo che la

musica sarebbe stata un grande elemento

per arricchire questo mondo.

Presto decidemmo che il manga poteva

offrire una prospettiva differente,

e che avrebbe arricchito il progetto...

e anche figure... giochi... Tutto

ciò ha fatto sì che il progetto Malefic

cover artist

Time sia un progetto multimediale

dove si sommano arti e artisti differenti

che apportano e arricchiscono

l'universo Malefic. Jesús Vilches

si è incaricato di plasmare con

parole la storia di Malefic in CODEX

APOCALYPSE. Il gruppo Avalanch ha

creato un cd musicale APOCALYPSE,

Kenny Ruiz sta realizzando il manga

di SOUM... E ci sono ancora altri collaboratori:

come Miguel Mesas che

sta realizzando dei video. Rebeca Saray

sta preparando un lavoro fotografico.

Metalhead, con una linea di

vestiti in progetto. Yamato con figure

3F... etc.

S: Al Comicon di Barcellona,

siete stati protagonisti di una performance

di Live Painting dedicata

a Malefic Time, durante il concerto

degli Avanlach. Vuole raccontarci

qualcosa di questa esperienza decisamente

particolare?

LR: Da quando è nato il progetto

Malefic Time e con esso l'idea ambiziosa

che si riflettesse attraverso differenti

discipline artistiche, abbiamo

pensato di arrivare il più lontano possibile.

I concerti del disco APOCALYP-

SE col gruppo Avalanch hanno aperto

la strada a quella nuova esperienza

di dipingere grandi formati in diretta.

È stato realmente un'esperienza dipingere,

incoraggiati delle voci del

pubblico.

S: Quando si parla di Arte in tutte

le sue declinazioni, esistono due

correnti di pensiero: chi pensa che


"Malefic time'

L’INTERVISTA

LUIS ROYO

la tecnica sia necessaria a un artista

per esprimere al meglio il suo

mondo interiore, chi, invece, pensa

che gli studi imbriglino le possibilità

creative. Lei con chi si schiera e cosa

pensa a riguardo?

LR: Ho creduto sempre che la

tecnica sia il grande attrezzo per potere

plasmare un'idea. Quanto più si

hanno conoscenze tecniche tanto

più sarà fedele a quell'idea mentre

la si plasma. Di fatto così è stato durante

la storia.

In questi ultimi cento anni si è posta

la questione in alcuni movimenti

artistici. Ma una volta sperimentate

queste disubbidienze artistiche, che

furono un buon repellente per molti

vizi dell'arte, non ha senso, oggigiorno,

ripetere questi movimenti perché

i suoi messaggi circolano già tra

noi e nel mio caso i suoi concetti non

hanno oramai niente di inaspettato e

provocatore e mi annoiano.

S: Se dovesse consigliare i giovani

artisti che si affacciano per la

prima volta nel mondo dell'Arte,

quali suggerimenti darebbe loro?

LR: È difficile consigliare. Direi di

immergersi nel proprio io, e cercare

di realizzare qualcosa che sia coerente

con se stessi. Un'opera che rifletta

la propria visione personale, più che

quello che chiede il mercato, perché

quest’ultimo è mutevole e si accoppia

a mode che passano.

22


23

S: Quando non è impegnato nel

suo laboratorio, cosa le piace fare?

Quali sono i generi musicali, i libri e i

film che apprezza maggiormente?

LR: Tanti libri, musica, cinema e

altre arti sono le cose che più mi piacciono,

è normale nel nostro ambiente.

Non sono un seguace di una linea in

concreto di nessuna di queste, voglio

dire che posso star leggendo un libro

sull’occultismo e passare in seguito a

un romanzo poliziesco o, in musica,

posso stare ascoltando heavy e dopo

mettermi un cd di blues. Un film sentimentale

e dopo una superproduzione

di Sf. Commento spesso che è come

riempire il cervello di dati per dopo

vomitare ciò che si è formato dentro

sotto una prospettiva personale.

S: Quali saranno i suoi progetti

futuri? Qualche anticipazione sulle

prossime collaborazioni?

LR: Attualmente sono sommerso

con Romulo nella seconda parte di

Malefic Time, 110 KATANAS. In questa

seconda parte si scopre la relazione

che esiste tra la storia di Malefic

Time e Dead Moon.

S: Per concludere l'intervista,

chiediamo sempre all'artista ospite

una citazione o un frase personale

che condensi la propria idea di Arte.

Vuole dirci la Sua?

LR: Una finestra aperta che ci

fa immergere in un altro mondo. Sia

solo per alcune note musicali, alcune

pennellate, alcune parole, spazi, pixel

o quello che volete.

cover artist

"Malefic time'


PIXEL

RUBATI

di giovanni ardUino

Cari amici,

al mio indirizzo

giovanniarduino@gmail.com

è arrivata questa bozza

di scheda di valutazione

scritta di getto da una

lettrice di paranormal romance

per una casa editrice

di discreta importanza:

non posso fare il nome né

della prima né della seconda,

ma offro volentieri

il parto agli occhi belli

dei lettori di Speechless.

L’anonima lettrice mi ha

assicurato che poi la scheda

è stata opportunamente

cambiata e corretta, come

già si può intuire dalle

indicazioni in corsivo.

Alla prossima & statemi

sani, come sempre.


editoria

25

Titolo xxx

Autore xxx

Editore/Agente xxx

Pagg. xxx

Allora, la storia funziona così, c’è questa tipa che è un’investigatrice delle fate (lei è una mezza fata

o qualcosa del genere o non so) nel mondo delle fate e dove tutto è molto fatato (ma la tipa è anche

un po’ vampira in un mondo di vampiri dove tutto è molto vampiresco – o vampirico, controllare e correggere).

Comunque, nel mondo fatato/vampiresco (o vampirico, controllare) alla nostra investigatrice

fatata/vampiresca (mi sono scocciata di aggiungere come opzione vampirica, controllo poi una volta

per tutte ma adesso diamola per buona) viene assegnato un compito dal Grande Re, che si capisce

che è il Grande Re (G maiuscola e R maiuscola, ricordare; andrebbe bene anche Sommo Sovrano,

ma l’acronimo farebbe SS ed è politicamente scorretto) perché il Grande Re parla con tono aulico,

insomma, un po’ come ti immagini parlerebbe re Artù in un cartone animato anni Settanta, del tipo:

“Secondo me sei capace di accollarti ‘sto cazzo di missione e vedi di sgamartela” (okay, non così, devo

avere fatto confusione con Una notte da leoni 2 che ho scaricato ieri sera tardi, dopo metto a posto).

L’investigatrice a questo punto (questo punto nel senso che parliamo del diciottesimo capitolo di una

saga dove i cambiamenti sono minimi, a parte la descrizione dei vestiti, del meteo, dei tramonti, degli

alberi, degli organi sessuali maschili/femminili – vedi sotto – e degli orgasmi) capisce che:

a) è stato rubato qualcosa al Grande Re e lei deve recuperarlo;

b) è stato rapito qualcuno/a caro/a al Grande Re e lei deve recuperarlo/a;

c) è stato commesso un crimine gravissimo per il Grande Re e lei deve recuperare il colpevole;

d) si è spostato l’asse temporominchiaspazialdimensionale (cancellare minchia) e tutto il mondo

fatato/vampiresco rischia di andare a carte quarantotto e il Grande Re vuole che lei recuperi la

situazione (NB: le ripetizioni, vedi RECUPERARE, sono sacrosante per mantenersi in linea con lo

stile del romanzo).

Ora, questo è quanto. L’importante è che l’investigatrice delle fate, nel suo cammino e nel portare a

termine la sua missione, trombi (sostituire trombi) un numero x di volte con persone/cose/animali/

nomi di città corrispondenti a certe caratteristiche e solo a quelle: peni puntuti, peni tentacolari, peni

cornuti, peni di pietra, peni con la pinna tipo squalo, peni medusa, peni con scaglie da varano, peni

a punto interrogativo, peni a parabolica, peni in latex giallo fluo e peni-quello-che-volete (sostituite

“pene” con “vagina” e il risultato sarà lo stesso).

Riassumendo, in ordine: missione, trombate (modificare trombate), risoluzione del caso, almeno in

parte, perché ci vuole il cliffhanger che ti fa venire i palpiti di cuore (sééé, di cuore: cancellare questa

considerazione) e ti spinge all’acquisto del trumone successivo, e in più introduzione di un nuovo

personaggio mai coperto prima (in questo diciottesimo capitolo un brucolaco di Mykonos mutaforma,

priapico, preveggente e con il sovramorso) che si aggiungerà alla schiera di amici/nemici/amanti/

sodali/schiavi bondage&disciplina dell’investigatrice delle fate.

Stile: piano, semplice. Lunghezza: media/nella norma. Pubblico: femminile, giovane e non solo. Acquisto

diritti: consigliato, nonostante sovraffollamento proposte simili per ornitoprive (cancellare ornitoprive).


editoria

SCOTT EAGAN

and Greyhaus Literary Agency: Quando il rosa si tinge di grigio

di eLisaBetta Bricca

Qualsiasi idea vi siate fatti degli agenti

letterari americani e della realtà editoriale

d’oltreoceano, sappiate che lavorare con loro

e per loro rappresenta un’esperienza altamente

formativa. Esiste un denominatore comune,

da cui non si può prescindere, e che verte su

due punti fondamentali: la professionalità e la

puntualità.

Ho incontrato Mister Eagan, per la prima

volta, al Women’s Fiction Festival di

Matera al panel Harlequin. Sì, perché in

quanto agente letterario, Scott si occupa principalmente

di rappresentare autrici di romance

e di women’s fiction.

È uno degli agenti letterari più temuti.

Tiene un blog, seguitissimo, di “consigli” per

aspiranti scrittori, e non ama i giri di parole.

Arriva sempre dritto al punto, ha una solida

preparazione letteraria alle spalle, e può vantare

una scuderia di autrici di tutto rispetto.

E, naturalmente, Speechless non poteva

farsi sfuggire l’occasione di una chiacchie-

rata con lui, per buttare l’occhio a un mercato,

quello della narrativa al femminile americana,

in continua crescita e trasformazione, e da cui

arrivano i maggiori trend da seguire.

SPEECHLESS: Ciao, Scott, e benvenuto

a bordo. Ti va col cominciare col dirci

qualcosa in più su di te? Come hai cominciato

il tuo percorso di agente letterario?

Scott: Grazie per avermi voluto con voi,

oggi! Sinceramente non credo di essere così

“temuto” come agente. Credo solo di essere

abbastanza diretto su cosa mi piace e cosa non

mi piace nel campo della letteratura romance

e della women’s fiction. Ritengo che possiamo

solo migliorare il nostro modo di scrivere, guardando

in faccia la verità nuda e cruda.

Ho fondato la Greyhaus nel 2003, dopo

un’esperienza di dodici anni quale insegnante

di Inglese nel sistema scolastico pubblico. Mi

sembrava fosse estremamente appropriato,

possedendo un dottorato in Letteratura Inglese,

una laurea di secondo livello in Scrittura

Creativa e in Competenze Alfabetiche Funzionali.

Di fatto, vivevo a Firenze quando presi la

decisione di diventare agente letterario. Lavorare

come agente e continuare il mio lavoro di

docente aggregato di Inglese mi garantivano

l’opportunità di essere un padre presente in

casa. Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere

romance (mia moglie

legge tantissimo)

e mi sembrava

calzasse a pennello.

SL: Cosa

cerchi in un romanzo?

E qual è la metodologia di lavoro

che segui con le autrici che scegli di rappresentare?

S: Dato che i generi romance e women’s

27


28

fiction prendono spunto da rapporti reali e

da reali emozioni umane, mi sento immediatamente

catapultato nella credibilità dei

personaggi e delle loro relazioni. Cerco storie

con le quali il lettore possa identificarsi

e relazionarsi. Allo stesso tempo, sono in

cerca progetti che possano davvero non

solo obbedire ad un genere ed adattarcisi,

bensì che offrano anche qualcosa di nuovo

ai lettori. Da quello che è il mercato,

non basta che le storie siano soltanto

buone o che la premessa della storia

possa essere “solo OK”. Le storie devono

vivere oltre, in mezzo a tutte le

altre.

Quando leggo una presentazione,

ritengo che un libro possa essere

migliore di un altro da quanto la storia

mi coinvolge. Se mi accorgo che voglio

andare avanti nella lettura, e ho voglia

di parlarne ad altri, è sempre un buon

segno.

Penso che un modo per spiegare

cosa cerco in un romanzo possa essere

compreso maggiormente in base al tempo

che vi dedico. Troppo spesso ho a che fare

con storie che mi sembra di aver già letto:

in altre parole, l’autrice sembra non fare

altro che riprendere schemi, personaggi e

situazioni stereotipate. Nonostante non ci

sia niente di male nel portare avanti temi

comuni, è fondamentale che un’autrice cerchi

qualcosa di unico per la sua storia.

SL: Su quale base scegli un’autrice?

Cosa deve avere “in più”, rispetto

alle altre?

S: È strano come agenti e scrittori finiscano

col lavorare insieme. Si inizia con

una storia ed è quello l’elemento dal quale

gli agenti decidono se gli piace o meno un

progetto. Eppure, in realtà, è l’autrice che fa

la differenza. Come agente, sono alla ricerca

di qualcuno che sia veramente una “scrittrice

professionista”. Ciò significa qualcuno

che non consideri scrivere un semplice o ca-

SCOTT EAGAN

sualepass

a t e m p o ,

bensì qualcuno

che ci si dedichi

anima e corpo considerandolo

come una

futura pubblicazione e

che sia pronta ad imparare

e crescere come autrice.

Il rapporto tra autore

e agente è anche un lavoro di

team. Ciò vuol dire che ognuno

deve essere in grado di essere

sulla stessa lunghezza d’onda – o

pagina – quando accade che l’autore

capisce dove vuole arrivare con la

propria scrittura e come vuole arrivarci.

Bisogna essere in grado di comunicare


costantemente l’uno con

l’altro. Questo permette

all’agente non solo di sapere

a che punto sta l’autrice

con un determinato progetto,

ma anche di conoscerne altri

potenziali. Ad esempio, capita

spesso che mentre parlo con un

editore viene fuori un nuovo progetto.

Se so cosa stanno facendo i

miei clienti, posso sempre, di volta in

volta, farli “incontrare” con quel determinato

editore.

Lavorare con un cliente è davvero su

base individuale. Molte delle mie autrici

necessitano di parecchio feedback per i

loro progetti. Vogliono tenermi aggiornato

su tutto quello che fanno ed avere riscontro

su quanto scrivono durante la

lavorazione. Altre autrici necessitano

di molti consigli editoriali. Ad

altre piace discutere di nuovi

progetti e nuove idee per le

storie. Quando firmo un

contratto con un’autrice,

parto sempre

dal discutere su

ciò che vuole

davvero da

questo

t i p o

d i

editoria

rapporto e di come si possa ottemperare al

meglio alle sue necessità di scrittura.

SL: Un paio di consigli per chi vuole

cominciare col scrivere romance e

women’s fiction.

S: Relativamente al genere, direi che

un autore debba necessariamente imparare

e capire la tipologia di lavoro e il genere

stesso. Più un autore capisce come

un romanzo si guadagna la sua strada dal

proprio computer al mercato, migliore sarà

l’autore. E deve anche comprendere cosa

stia scrivendo e la propria voce interiore.

Se lo scrivere è ancora in una fase embrionale,

lo scrittore farà troppa fatica. In altre

parole, se lo scrittore si trova ancora a

combattere con argomenti del tipo “dove

inserisco il dialogo?” o “devo scoprire quale

sia lo Scopo, la Motivazione e i Conflitti

dei miei personaggi” vuol dire che non è

ancora pronto. Scrivere deve fluire in maniera

naturale.

Anche agli autori che vogliano scrivere

per il mercato americano suggerisco

di acquisire quell’unicum interiore. Nonostante

i temi dei quali trattiamo nella letteratura

romance e nella women’s fiction,

siano relativamente condivisi, il modo di

affrontarli per il mercato americano è leggermente

differente rispetto a quello europeo.

Ad esempio, se guardiamo al romance

di stampo storico, vediamo che in Europa si

è più attenti alla ricostruzione del mondo e

dello scenario storico relativo al racconto, e

meno ad elementi personali ed intrinsechi.

Una volta ancora, questa è una modalità

per mettere a fuoco il racconto.

SL: Cosa, invece, proprio non

sopporti? Insomma, quali sono quegli

elementi di un manoscritto che ti portano

a decidere di rifiutarlo?

S: Già ho accennato a questo prima.

Quando mi rendo conto che un manoscritto

è simile ad un qualsiasi altro, tendo ad

29


editoria 303

accantonarlo.Propendo davvero ad avere un

rifiuto per progetti dove l’autore sembra aver

passato più tempo a scegliere la “frase giusta”

o “una scena o un evento entusiasmante” ma

non ha avuto uno sguardo d’insieme sulla realtà

della storia. Succede spesso, relativamente

all’elemento suspence. Gli autori inseriscono

una scena di grande passione tra l’eroe e

l’eroina nel bel mezzo di un inseguimento da

parte del cattivo. Nella realtà, se ci troviamo in

pericolo di vita, non pensiamo certo a quello!

Rifiuto anche ciò che manifesta evidentemente

una povertà di scrittura. Ce n’è molta

nelle lettere di richiesta e nelle sinossi. Se ci

sono problemi di grammatica, organizzazione e

modulazione in questi documenti, ce ne saranno

anche nel racconto.

SL: Quali sono i nuovi trend negli

USA, parlando di romance e women’s fiction?

S: Normalmente non rispondo a domande

del genere. Troppo spesso gli scrittori tendono

ad informarsi su quali siano le tendenze e ad

uniformarvisi piuttosto che concentrarsi sullo

sfruttare al meglio le proprie capacità autoriali.

E tenete a mente anche che ciò che troviamo

in libreria è frutto di una pianificazione di almeno

tre anni prima.

Mi rendo conto che il mercato sta realmente

cambiando. La cosa più eclatante è

cosa cerchiamo ora in un progetto iniziale per

uno scrittore. Nel passato, anche un progetto

mediocre sarebbe stato pubblicato sperando

che facesse da traino all’autrice e la potesse

portare a produrre cose migliori e più importanti.

Ora invece siamo in cerca di progetti che

siano più autorevoli fin dall’inizio.

Ho anche visionato parecchi progetti che

ultimamente tendono a sviare dalle caratteristiche

del romance ponendole in un plot secondario.

Ecco perché abbiamo assistito a una

crescita della cosiddetta “Fiction con elementi

di romance”. Personalmente non credo avrà

lunga vita.

Sono fermamente convinto che assisteremo

ad un grande incremento della letteratura

romanzesca contemporanea. Credo che ci

sia una grande richiesta da parte degli autori di

storie vere su gente vera e romance vero. Basta

con i trucchi fuori dal cilindro: dateci solo

degli ottimi romanzi.

Secondo me, l’ultima cosa che occorre a

scrittori che sappiano produrre in tempi brevi,

sia una tendenza. Lo riscontriamo anche negli

autori più affermati. In passato, riuscivano a

scrivere una storia all’anno. Ora, grazie al formato

e-book, i lettori riescono ad avere di più

dai propri autori favoriti senza dover aspettare

un anno per un libro.

SL: Cosa rende un’esordiente uno

scrittore professionista?

S: Farò una piccola lista delle cose che

occorrono:

• Visione costante di dove si voglia arrivare

con la scrittura e consapevolezza di come

ci si debba arrivare;

SCOTT EAGAN


1

• Volontà di crescere ed imparare;

• Consapevolezza che c’è ancora tanta

strada da fare;

• Visione realistica dei propri limiti. In altre

parole, non sentirsi come il più prestigioso

autore del New York Times;

• Non pensare allo scrivere come ad un

hobby, bensì come a un secondo lavoro;

• Supporto totale di amici e famiglia.

SL: Cosa consiglieresti a quelle autrici

romance italiane che abbiano il desiderio

di venir prese in considerazione dal

mercato americano?

S: Ci sono due cose da considerare, ma

credo possano essere comuni per tutti i mercati

stranieri. Primo: conoscere quel mercato.

Come ho precisato prima, esistono delle differenze

in termini di atteggiamento ed approccio

nello scrivere romance e women’s fiction.

Quello che funziona in un paese non è detto

debba funzionare in un altro. È per questo che

alcuni autori americani vendono i propri libri

tradotti di più in alcuni paesi piuttosto che in

altri. Un ottimo esempio è fornito da una delle

mie autrici, Brownyn Scott. I suoi libri vendono

molto in Europa e moltissimo con Mondadori,

ma questo è dovuto dalla profondità delle

ricerche storiche e dalla complessità delle

trame. Secondo: assicurarsi che le traduzioni

siano precise. Il mercato americano non supplirà

a questo. Al contrario, bisogna che niente

venga perso nella traduzione. Come è noto nel

campo delle lingue, non esiste una traduzione

“esatta”. Molto spesso, una traduzione letterale

potrebbe non funzionare.

SL: Parliamo di ebook: pensi che sostituiranno

totalmente il cartaceo? Qual è

la tua posizione riguardo l’editoria digitale?

S: Nessun e-book potrà sostituire i libri

cartacei. Si tratta soltanto di un nuovo formato

di libro disponibile per i lettori. Bisogna tener

presente che solo il 25/30 % delle persone è

in grado di leggere un e-book. Le vendite sono

incrementate, ma ciò significa che c’è ancora

una grande maggioranza della popolazione

che apprezza il contatto con un libro. Mi rendo

veramente conto dell’importanza del nuovo

tipo di formato. Per molti autori rappresenta il

modo di estendere la durata della presenza di

un libro che potrebbe, nella normalità, uscire di

stampa. Esistono anche una serie di autori affermati

(e sono quelli che sappiamo essere in

auge con gli e-book e con le auto pubblicazioni)

che lo utilizzano come sistema per creare il

proprio catalogo. La Greyhouse, per esempio,

ha fatto uscire 13 libri fuori stampa di un autore

in formato e-book, ma i lettori continuavano

a richiedere il libro cartaceo.

L’editoria digitale non passerà di moda,

ma attualmente siamo ancora in una fase iniziale

e di apprendimento. Dobbiamo aspettare

che passi ancora un po’ di tempo e vedere

come andranno le cose.


32 Tradurre, non tradire

di Marco Piva-dittricH

Tradurre, lo ripeto ogni volta che mi

viene chiesto, è come suonare il basso in

una band rock: il traduttore, come il bassista,

si notano solo se non sono all’altezza.

O se vogliono fare troppo i protagonisti

nel momento sbagliato.

Come si fa a tradurre un libro?

Non ci sono delle regole ferree, l’unica

cosa davvero necessaria è conoscere la

lingua. Di sicuro alcuni colleghi hanno

esperienze e opinioni diverse dalle mie,

magari cose che non mi sono mai nemmeno

venute in mente. Comunque, vediamo

come traduce un romanzo Marco

Piva-Dittrich.

Prima di tutto io il libro lo leggo.

Ci sono traduttori che preferiscono

non sapere come finisce il romanzo, e

penso che questo possa aiutarli a tradurre

con più gusto e, chissà, forse anche più in

fretta. Ma io preferisco sapere chi sono i

personaggi principali, cos’hanno in testa,

come andranno a finire. Solo così, secondo

me, è possibile dare loro una voce personale

fin dall’inizio, senza dovere tornare

troppo indietro alla fine del lavoro. Poi

mi scrivo un brevissimo riassunto della

storia sottolineando i personaggi e le scene

principali, in modo da sapere su chi mi

devo concentrare di più.

Infine, prendo la copia elettronica

del romanzo, che di solito chiedo per facilitare

il mio lavoro, e incollo il tutto su

un documento di Word. Vedo quante pagine

sono, conto quanti giorni ho prima

della scadenza, mi stabilisco un termine

qualche giorno prima da quello fissatomi

dall’editore per rileggere, ma anche in

caso non riesca a mantenermi in tabella

di marcia per qualunque motivo e decido

quante pagine devo tradurre ogni giorno.

Inserisco dei simboli nel documento (se

a qualcuno interessa, è la stringa ###!!!)

nel punto che mi prefiggo di raggiungere

entro fine giornata in modo da avere un

punto di riferimento. Poi mi preparo un

té caldo o, se fa già caldo, mi preparo un

bicchierone di succo di frutta e comincio

a tradurre, un CD nel lettore e un paio di

dizionari on-line aperti e pronti da consultare.

Una volta tradotto un paragrafo,

cancello dal documento il corrispondente

in lingua originale. Ovviamente tengo

sempre aperto il testo in inglese, in caso

debba tornare indietro per qualunque

motivo. E vado avanti finché il libro non

è finito. Poi, se c’è tempo, lo lascio stare

per un paio di giorni e poi lo rileggo. A

quel punto correggo gli errori di battitura,

aggiusto le frasi per renderle più naturali...

tutti quei ritocchi che sono necessari

a rendere il romanzo scorrevole. E poi, finalmente,

lo mando all’editore e aspetto

che mi dica se va bene.

La cosa più difficile ma anche più

interessante nel lavoro di traduzione è

capire cosa vuole dire l’autore. Il traduttore

non deve interpretare il testo o filtrarlo

attraverso la sua sensibilità: il traduttore

deve essere la voce dell’autore in

una lingua diversa da quella nella quale

l’originale è stato scritto. E questo a volte

costringe a ritoccare un po’ il testo. Per

esempio, i personaggi del grandissimo

Victor Gischler, del quale ho avuto il piacere

di tradurre Shotgun Opera (Sinfonia

di piombo – Revolver BD), sono spesso

estremamente sboccati. In inglese gli insulti

sono di base tre o quattro, in caso

combinati tra loro. In italiano siamo più

creativi. E quindi bisogna scegliere l’in-


sulto più adatto alla situazione cercando

di pensare a quale parola suona più naturale

nel contesto. Lo stesso in realtà si

applica per tutti i dialoghi: è necessario

immaginarsi la scena come se fosse un

film e far parlare i vari personaggi come

delle persone reali. Tante volte, per tornare

agli insulti che sono l’esempio più

eclatante, si leggono nei romanzi conversazioni

nelle quali i protagonisti si attaccano

l’un l’altro a suon di “fottuto” questo

e “fottuto” quello. Ma chi dice “ fottuto” in

Italia? Io definisco termini come “fottuto”

tipici del traduttorese o, se si preferisce,

dell’italiese, traduzioni magari letterali

ma estremamente artificiali.

Un traduttore che preferisco non

nominare ha dichiarato una volta che il

dizionario è un “accessorio inutile”. Io,

personalmente, ritengo il dizionario

fondamentale. Certo, l’italiano deve essere

fruibile senza problemi, a meno che

non ci sia un personaggio che usa un linguaggio

astruso e contorto, ma è sempre

utile avere la possibilità di raffinare

la lingua della traduzione. O cercare un

supporto per assicurarsi di avere davvero

capito bene...

editoria

Un altro problema da affrontare è

il dialetto. Quando un autore usa termini

specifici di una certa zona del suo Paese,

ad esempio gli scozzesismi di Allan

Guthrie del quale ho tradotto Slammer

(Dietro le sbarre – Revolver BD), cosa fa

il traduttore, italiano o di una qualunque

lingua? Usa un dialetto specifico? Io ho

scelto di no e piuttosto uso termini della

lingua comune che magari non sono perfettamente

corretti, per far capire che il

personaggio non sta parlando in maniera

forbita. So che altri colleghi invece preferiscono

usare termini dialettali facilmente

riconoscibili da chiunque, ma questo

non mi trova d’accordo: non voglio paragonare

la parlata di Edimburgo, tanto

per rimanere con Guthrie, a quella di una

regione o città italiana specifica, perché

penso che creerebbe una serie di associazioni

di idee probabilmente non corrette.

Per esempio in “I Simpson” Willie il giardiniere

è doppiato in italiano con un accento

sardo; Willie nella serie originale è

appunto scozzese, anzi viene da Kirkwall

sulle Orcadi che, guarda caso, è anche

dove è nato Allan Guthrie. Cosa rende la

Scozia simile alla Sardegna, a parte il fatto

che l’allevamento di pecore è piuttosto diffuso?

Secondo me, assolutamente niente.

Ma dopo oltre vent’anni di Willie il giardiniere,

probabilmente molti fanno il collegamento.

Comunque sia, mi sono creato un

motto grazie a un errore linguistico di

mia moglie, che è tedesca e sta imparando

l’italiano: il traduttore deve tradurre,

non tradire.

Il mio lavoro non è raccontare la

storia creata da Victor Gischler piuttosto

che da Allan Guthrie con le mie parole,

ma fare in modo che gli autori parlino

italiano.

33


editoria

Cari Lettori e ormai non più così cari

(sotto i 100, senza darsi troppo da fare con Shenzen,

cioè la Cina, ove vengono prodotti quasi

tutti) “lettori” (di ebook, l’avevate capito, eh?),

chi vi parla è un EDITORE.

Mi rivolgo a entrambi, quasi supponendo

uno spiritello degustativo di lettere nelle macchinette

informatiche di cui sopra, perché così aumento

la possibilità di essere capito. M’illudo, lo

so, ma insieme con la contemporary art (cercate

Massimo Antonaci sulla rete, e leggete di lui!)

voglio fare ugualmente questo sforzo esoterico,

alchemico per farmi leggere ancora di

più. Notoriamente, i “lettori” non frequentano

autonomamente la rete, ma i loro orgogliosi portatori

sì…

Mi farò accompagnare nel mio percorso

da alcune presenze: Giulio Einuadi, Gianni

Scheiwiller, Elido Fazi e ilmiolibro.it.

Perché da loro? Perché per dare il meglio

come editore ci vuole un bravo genitore (Giulio

Einaudi), uno zio caro (Vanni Scheiwiller), un

fratello maggiore (Elido Fazi) e un esempio di

quello che non vuoi diventare (ilmiolibro.it).

Cosa mi ha insegnato il padre (G. Einaudi).

Un editore è prima di tutto il PRIMO

di sergio BeviLacQUa

LETTORE e l’ULTIMO SCRITTORE di ogni

opera pubblicata. Lesa maestà? Di chi? Del

lettore? Oddio, proprio non riuscirei a incolpare

il lettore (umano, eh) di alcunché: è un essere di

generosità infinita, nel processo editoriale. Proprio

infinita quanto infinito è l’intrattenimento

letterario, che è suo e soltanto suo. Lui produce

il testo, il lettore, lui fa esplodere nella sua mente

miliardi di segni da quelle (almeno) 100.000

parole che un buon romanzo presenta. Eppure,

sempre lui adora lo scrittore e ringrazia, ringrazia…

Cosa devo a mio zio (V. Scheiwiller).

La profonda partecipazione alla produzione

di un fatto culturale (letterario) meritevole

di attenzione, l’innata generosità che lo ha

fatto riconoscere ai suoi tempi come il migliore

amico dello scrittore (e quanto bisogno abbiano

di amici questi esseri prigionieri di lemmi e locuzioni,

grammatiche e sintassi, solo loro lo sanno,

quando non ci hanno già rinunciato…) e il gentile

gioielliere che porge 10 euro di pietre preziose

a quel particolarissimo Re Mida, il lettore, che le

moltiplica esponenzialmente, e che magari rammenta

di chi sono i tipi…

Cosa devo a mio fratello maggiore (E. Fazi).


34

Il coraggio di aver sfidato un mondo editoriale

che aveva intuito incartarsi in mano

ai potentati, acido della cultura. E quando,

da uomo poliedrico di grande coltivazione e sensibilità,

ha visto che non si sarebbe salvato dalla

dissoluzione mafiosa nel suddetto solvente, e ha

capito che al momento anche altri drammi avvenivano

nella nostra società malata, ha pensato

bene di orientarsi dove poteva continuare a produrre

validissimi contributi per quella sua società.

La nostra, italiana. Prima che europea, prima che

mediterranea, prima che occidentale, prima che

umana senza dimenticarne nessuna.

Che cosa devo a ilmiolibro.it.

Il risparmio di notevoli energie per

spiegar che un testo non è finito se non c’è

qualcuno che ci crede e che, quanto più

esperto è questo qualcuno, tanto più ci sarà

lettore (sempre umano). Che purtroppo non

significa lettori (in numero). Perché il numero è

comandato dall’alto e il testo non c’entra quasi

nulla. Poi, gli devo l’evidenza di vedere dei testi

mandati allegramente al disastro, senza premere

come dovrebbero sull’anoressica (quanto a italiani…)

oligarchia del cartello dominante nell’editoria

italiana.

Che ha capito che si guadagna con gli stranieri,

anche se li si traduce in modo orrendo.

La questione è anche più complessa di così, ma

avremo modo di approfondire… Se siete scrittori

e non stupidi vanesi, via da lì. Meglio la consapevolezza

tragica del difficilissimo e martirizzante

processo editoriale in italiano, che il salto nel

vuoto. O, comunque, prima di suicidarvi in quel

modo ridicolo, scrivetemi su queste colonne a

redazione@speechlessmagazine.com.

In attesa di lettere e commenti da parte

vostra, vi ricordo ancora un fatto centrale che riguarda

voi lettori e voi scrittori. Il vostro libro,

elettronico o meno, richiede due macrofasi

produttive:

La fase creativa. In Italia questa fase

è competenza delle aziende editoriali, come era

nell’antichità del settore, prima che diventasse in-

dustriale e di massa; nei mercati evoluti delle altre

lingue (inglese, spagnolo, francese, portoghese,

tedesco per parlare solo delle lingue occidentali)

detta fase è invece delle “agenzie letterarie”. Ma

attenzione! Non è rivolgendosi alle nostrane, cosiddette

agenzie letterarie che si risolve il problema.

Lo si aumenta, invece! Perché si dimezzano i

diritti d’autore e le stesse non sono altro che operatori

astuti o illusi che ti fanno fare magari 2000

copie per il tuo lavoro di 2 anni, come ogni pessimo

editore, mangiandosi però metà del bambino

denutrito. Il cartello vuole che sia così, in Italia!

La fase industriale: tipografia, distribuzione,

vendita e promozione/pubblicità. Anche

questa in Italia è in capo alle case editrici. Altrove

invece è il lavoro dei “publisher”, che prendono

in mano un prodotto artisticamente finito e lo

diffondono e promuovono. Industriali qualunque,

insomma, che corrono i loro rischi imprenditoriali

avendo prima regolato i loro conti con la fase

creativa (e i relativi soggetti, le agenzie letterarie

dietro cui stanno gli autori).

Insomma, in capo agli editori italiani

stanno due attività tanto diverse da richiedere

costosissime emulsioni continue per

stare insieme, così distogliendo dal necessario

lavoro verso l’esterno e sul versante pubblicitario

dei mezzi di comunicazione di massa, con i quali

soltanto si fanno le decine di migliaia di copie che

rendono uno scrittore un vero professionista, perché

può campare di scrittura.

Costringete insieme queste due attività in

un settore controllato, ma che dico!, colonizzato,

imprigionato da quattro oligopolisti ben sintonizzati

per fare i loro brutali affari (senza preoccuparsi

se rovinano scrittura e lettura in italiano, la

lingua italiana, patrimonio di settanta milioni di

persone!) e capirete bene che Einaudi e Scheiwiller

si rigirano nella tomba, e anche perché il

bravo Fazi se l’è data a gambe.

Intanto si faccia chiarezza. E si smetta

di promuovere dannose illusioni e sinistri

suoni di piffero. Per un’editoria italiana

rampante, il libro in una mano e la spada

nell’altra!

35


editoria

rubrica

di aLessandra Penna

fiera

fiera

delle mie brame

Qualche notizia

per i NON addetti ai lavori

(da un’addetta ai lavori)

Londra, 15-18 aprile 2012, e a seguire

Torino, 10-14 maggio 2012.

LBF, London Book Fair, e Salone

del Libro: i due più recenti e importanti

appuntamenti per gli addetti ai lavori

dell’editoria (cui si aggiunge quello che

si è svolto pochi giorni fa a New York, la

BEA).

Sono importanti queste fiere, o

sono solo l’occasione, per chi lavora

nel settore, di incontrarsi?

La quantità del lavoro, i ritmi serrati

che ormai caratterizzano anche il settore

editoriale in quanto “industria”, difficilmente

consentono frequenti scambi personali.

Nell’era digitale, il flusso delle informazioni,

costante e incessante, è veicolato

Io abitavo

a West Egg,

nella parte...

bÈ, quella

meno alla moda

delle due

da internet.

Non

p o t r e b b e

essere altrimenti,

in fondo.

Chi lavora nel settore, occupandosi

sia del mercato italiano che di quello

estero, si trova a gestire quotidianamente

quantità di email in cui case editrici estere,

agenti esteri, subagenti o agenti italiani

(e singoli privati scrittori) presentano

libri in uscita, proposal da sviluppare,

manoscritti in fase di lavorazione, ma già

valutabili.

L’occhio del bravo editor deve riuscire

a vedere cosa è buono e cosa lo

è meno, cosa è adatto alla propria linea

editoriale, cosa potrebbe aggiungersi,

cosa ha il carattere dell’originalità.

Non è sempre facile, perché una

comunicazione via mail non potrà mai


3637

sostituire del tutto lo scambio vis-à-vis e

la qualità delle informazioni che si acquisiscono

quando due persone hanno occasione

di parlare.

Ecco perché le fiere sono importanti

ed entusiasmanti. Perché finalmente

l’editoria esce dalle stanze di una casa

editrice e ha modo di sbirciare fuori dalla

propria porta, di annusare altre realtà,

dove le tendenze e gli interessi possono

essere diversi da quelli del nostro Paese,

ha modo di “confrontarsi”, quindi di capire,

assorbire, crescere. Le fiere non sono

solo informazioni, ma stimoli, idee,

rapporti che si stringono e

durano.

Le giornate

trascorse alle fiere

sono fitte, Londra

in particolare. Si inizia

alle 9.30 e si finisce alle 18.30. Ogni

mezz’ora un incontro. Che avviene o al

piano terra, pieno di padiglioni delle gran-

di case editrici, che espongono i libri al

momento più forti, o al piano superiore,

l’International Rights Centre, spazio

sia per agenti che per i responsabili dei

diritti esteri delle case editrici.

Da editor, il mio obiettivo è cercare,

fiutare ciò che ogni catalogo

che mi viene presentato ha di meglio

(per la mia casa editrice). Si potrebbe

pensare dunque che per chi, come me, fa

questo, si tratti soprattutto di ascoltare.

Ma non è così. Quanto più si è in grado

di presentare la propria casa editrice, i

propri obiettivi e ciò che si sta cercando,

tanto più efficace sarà lo scambio con chi

propone, selettiva la scelta dei titoli, probabile

una convergenza di intenti.

A Torino mi è capitato un incontro

con una collega di una casa editrice olandese

che occupava il mio stesso ruolo:

non seller-buyer quindi, ma buyer-buyer.

Desiderava sapere quali fossero i libri che

consideravo più interessanti tra quelli let-


ti e pubblicati, non solo italiani ma

anche stranieri: una sorta di scouting

tramite un altro editore.

Le fiere sono belle anche

per questo: il mercato editoriale

“mondiale” può diventare

accessibile. Volendo si possono

incontrare editori di ogni parte

del mondo. Questo vale per Londra,

Francoforte, Torino… Poi, per

chi cerca anche altro, il Salone di

Torino – così come l’ultimo giorno

a Francoforte – hanno qualcosa

di diverso: il pubblico. Vedere

file all’ingresso del Lingotto, vedere

intere scolaresche aggirarsi

nei vari padiglioni, osservare le

tante persone che riempiono gli

stand, riuscire a volte ad avvicinarli,

consigliarli, parlare di un libro

che magari – se il caso vuole

– hai seguito, curato, anche scelto

e voluto personalmente, questo è

un valore in più. Irrinunciabile.

Se invece devo considerare

un altro aspetto affascinante

di una fiera, senza dubbio è la

chiusura di una trattativa durante

quei giorni. Un libro di cui

ci si invaghisce e che si riesce ad

acquistare al volo, o un accordo

che si chiude dopo che il libro era

stato a lungo corteggiato. O – ed è

altrettanto entusiasmante – sapere

che un libro della propria casa

editrice viene richiesto, desiderato

e infine acquistato già durante la

fiera.

Ma una fiera non vive soltanto

per il tempo della sua durata.

C’è un prima e c’è un poi.

38


Il prima è la preparazione: lo studio dei cataloghi

e l’individuazione dei titoli migliori.

E il poi è il lavoro di lettura dei libri scelti e

richiesti.

Personalmente credo che le fiere

siano un modo, per chi lavora nell’editoria,

di mettersi in gioco. Sono il momento

dello scouting, della ricerca ma anche dello

scambio e del confronto: di un dare e ricevere

che avrà una cifra sempre diversa rispetto

a ciò che passa per la rete. Perché, che sia a

un tavolo, faccia a faccia, per il tempo di un

appuntamento, oppure a una cena, davanti a

39

editoria

un caffè o nelle occasioni di incontro in chiusura

di giornata, poter parlare con colleghi

provenienti da tutto il mondo permette di capire

meglio e più a fondo le scelte editoriali

altrui e le proposte che ci vengono fatte. Da

meditare, con calma e strumenti che a ogni

fiera si affinano, una volta tornati a casa.

Per capire quanto di quel mercato estero ci

assomiglia, può essere adatto a noi, come

possiamo assorbirne o rielaborarne degli

input che consentano a noi singoli, in

quanto editor, o alla casa editrice che

rappresentiamo, di crescere.


editoria

INTERVISTA

Jo March

Agenzia Letteraria

Da Agenti Letterarie

a Editrici di capolavori dimenticati

Nata nel 2009 come Agenzia Letteraria,

la JO MARCH è diventata anche

Casa Editrice nel novembre 2011. E la prima

pubblicazione, con cui le due fondatrici

— Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni

— si sono cimentate, non è stata una

sfida facile. Con un progetto ambizioso e

oneroso, infatti, la Jo March ha deciso di

tradurre il capolavoro di Elizabeth Gaskell,

North and South, un romanzo in

cui i temi sociali dell’industrializzazione e

del progresso dell’Inghilterra vittoriana si

intrecciano a quelli meno vicini a noi delle

crisi spirituali nella chiesa anglicana e a

una bellissima storia d’amore e di crescita.

Pubblicato per la prima volta a puntate

da settembre 1854 a gennaio 1855 su Household

Words — il periodico settimanale

edito da Charles Dickens —, North and

South venne poi compendiato dalla Gaskell

e pubblicato in due volumi nel 1855.

Finora questo bellissimo romanzo

non era mai stato tradotto in italiano — se

si eccettua un’edizione ridotta del 1960 —

e, dopo che la BBC ha realizzato nel 2004

una riuscitissima trasposizione televisiva,

una miniserie in quattro puntate con

Richard Armitage e Daniela Denby-Ashe,

si sono moltiplicate le richieste sul web

di chi avrebbe voluto leggere il romanzo

in italiano. Finalmente, l’attesa — lunga

quasi 150 anni — si è conclusa felicemente

di gaBrieLLa Parisi

grazie a Jo March.

Volevo innanzi tutto fare le congratulazioni

a Lorenza e Valeria per aver raggiunto

un obiettivo così ambizioso e così

importante come la traduzione di un classico

della letteratura inglese qual è North

and South di Elizabeth Gaskell che — vergognosamente

— mancava di un'edizione

italiana. Un'edizione che, pur essendo il

primo prodotto di Jo March, è curata nei

minimi dettagli. Davvero un traguardo

ammirevole, complimenti ancora e grazie

per averci concesso questa intervista.

Speechless: Il vostro sodalizio nasce

nel 2009. Come è nata questa collaborazione

e perché? E soprattutto, perché avete

scelto il nome dell’eroina di Piccole Donne

a rappresentarvi?

Jo March: Ci siamo conosciute nella

redazione di una Casa Editrice perugina nel

2008, dove io lavoravo da un anno quando

Valeria è entrata come stagista. Il nostro è

stato un sodalizio prima di tutto umano, poi

letterario. Insieme all’amicizia così è cresciuta

la voglia di costruire un progetto culturale

tutto nostro, dove mettere alla prova un’idea

di editoria diversa da quella con cui facevamo

i conti tutti i giorni. Il nome “Jo March”

è l’evidente e romantico omaggio all’eroina

di Piccole Donne, il personaggio in cui entrambe

ci riconoscevamo da piccole.

40


41

S: La Jo March nasce come Agenzia

Letteraria. Come mai la svolta, la decisione

di diventare anche Casa Editrice? Qual

è il vostro ruolo?

JM: In realtà non c’è stata una vera e

propria svolta, da sempre cerchiamo quegli

scrittori capaci di dar vita a storie che

sappiano parlare del mondo e della natura

umana con originalità, che ci stimolino

a riflettere, a mettere in discussione, a far

emergere emozioni sopite. Non importa

se di oggi o se di secoli fa. Quindi l’obiettivo

è sempre stato lo stesso.

Però c’è una differenza sostanziale

nella possibilità di divulgazione dei testi,

nella capacità di questi scrittori di raggiungere

il pubblico, i classici in qualche

maniera vanno solo riscoperti, mentre

i nuovi autori devono essere “imposti”

all’attenzione dei lettori, e per far sì che

ciò accada occorre una struttura finalizzata

e dedita soltanto a questo.

S: Parlateci del motivo che vi ha spinte

a scegliere North and South come vostra

prima pubblicazione.

JM: North and South era un esempio

eclatante di quella letteratura sommersa

che non è mai stata pubblicata in italiano.

Un testo di straordinaria importanza da

un punto di vista letterario e sociale.

L’abbiamo scelto proprio per la sua

qualità, perché la prima uscita della collana

doveva essere emblematica e farsi

portavoce del nostro intero progetto editoriale.

S: Quali credete possano essere stati

i motivi che ne hanno impedito la traduzione/pubblicazione

fino ad oggi? (sebbene

esistesse una traduzione — in versione

ridotta — del 1960 di Ada Borrelli pubblicata

dalla Casa Editrice Giuseppe Principato).

JM: I motivi che si possono addur-

re sono molti e nessuno. La corposità e la

complessità linguistica e tematica del testo

inglese sicuramente erano degli scogli

non semplici da superare, ma questa a mio

avviso rimane una motivazione parziale.

La verità è che la memoria di una cultura

è come un setaccio, alcuni testi passano

l’esame e altri finiscono nel dimenticatoio.

In Italia nessuno si era posto il pro-

Lorenza ricci e valeria Mastroianni

blema della grande lacuna della mancata

traduzione di North and South, o forse,

qualcuno può anche essersi posto il problema,

ma poi si deve essere spaventato di

fronte all’arduo compito.

Sì, è vero, la Casa Editrice Principato aveva

realizzato una “riduzione” di North and

South, in passato: aveva presentato parti del

romanzo, sempre in lingua inglese, riducendone

il corpo a un quarto circa del totale, e

corredando il testo di note in italiano che aiutassero

la comprensione dei passaggi più difficili

e delle espressioni dialettali. Anche noi

abbiamo consultato questa edizione, ancora

reperibile in biblioteca, e devo dire che ci è stata

di grande aiuto per sciogliere alcuni nodi.


scheda

del Libro

Titolo: Nord e Sud

Tit. Or.: North and South

Autrice: Elizabeth Gaskell

Casa Editrice: Jo March

Pubblicazione: 2011

Collana: Atlantide

Traduzione: Laura Pecoraro

Pagine: 560

Formato: 14x21, brossura

Prezzo: € 15,00

ISBN: 978-88-906076-0-8

42

43


4342

S: Una volta deciso di tradurre questo

romanzo, come vi siete mosse? Quali

passi avete intrapreso?

JM: È cominciato tutto con una lettera.

Abbiamo scritto a Marisa Sestito,

professore ordinario di Letteratura inglese

presso l’Ateneo di Udine, che era stata

la prima a tradurre Elizabeth Gaskell in

Italia: sue sono le traduzioni di Cranford

e di Storie di donne, di bimbe e di streghe.

Si è subito interessata al nostro progetto e

ci ha proposto Laura Pecoraro come possibile

traduttrice, restandoci poi sempre a

fianco nel corso della redazione e scrivendo

la bellissima Introduzione che apre il

volume.

S: Quali sono le difficoltà che si incontrano

a voler pubblicare un classico

così importante e famoso?

JM: Eravamo certamente spaventate

all’idea di misurarci con un’opera così

importante e con una scrittrice raffinata

e profonda come la Gaskell, ma i nostri timori

sono d’altro canto stati anche i perni

dell’entusiasmo e della convinzione con

cui abbiamo affrontato questa avventura.

Ci è voluta una buona dose di incoscienza,

senza la quale non ci saremmo

mai buttate, ma soprattutto impegno,

costanza, dedizione e la convinzione che

sarebbe stata un’occasione irripetibile.

Anche se eravamo consapevoli che saremmo

in qualche modo finite sotto esame,

l’esame dei tanti lettori che attendevano

Nord e Sud da anni e quello degli accademici,

quindi non potevamo permetterci di

sbagliare.

A volte penso – sono una delle ultime

romantiche – che questo straordinario capolavoro

sia rimasto in silenzio per oltre

centocinquanta anni solo per attendere

noi, per affidarsi alla nostra cura. E così

è stato, si è creato un rapporto veramente

unico fra noi e questo libro, si è intreccia-

editoria

to alle nostre vite inestricabilmente.

S: Quanto ha influito sulla vostra

scelta la petizione del pubblico italiano

che ne chiedeva la pubblicazione e come

— in seguito al vostro annuncio della

pubblicazione dell’opera — siete state

condizionate/pressate dall’interazione col

pubblico?

JM: Sulla scelta nulla, infatti siamo

venute a conoscenza della petizione solo

dopo aver programmato la traduzione. In

seguito, non direi che siamo state “condizionate”,

ma sostenute e incoraggiate dai

messaggi che in pratica quotidianamente

arrivavano sulla nostra casella di posta.

S: Quanto la serie televisiva della

BBC del 2004 ha agevolato, ostacolato o

comunque influito sull’impegno che vi

eravate prefisse?

JM: Anche qui, direi che la produzione

televisiva ha solo agevolato il nostro

lavoro, moltissimi dei nostri lettori

hanno conosciuto il romanzo attraverso

la serie, quindi non possiamo che essere

grate alla BBC e a Richard Armitage.

S: Sono passati circa sei mesi dalla

pubblicazione di Nord e Sud. Avete avuto

il riscontro che vi aspettavate?

JM: Da una parte sì e da una no. I

nostri lettori sono soprattutto coloro che

vengono a conoscenza del libro attraverso

la rete; fatichiamo di più a farci conoscere

in libreria: i librai sono in qualche

maniera diffidenti nei confronti di una

nuova Casa Editrice, quindi non tutti

hanno accolto i nostri libri sugli scaffali.

E ancora più diffidenti, o meglio “non attenti”,

sono i giornalisti che non scrivono

recensioni su un libro straordinario che

ne meriterebbe. Quindi grazie a voi per

l’opportunità che ci date.

S: Avete annunciato la vostra prossima

pubblicazione: The Romance of a

Shop di Amy Levy. Come mai la vostra


editoria

scelta è caduta su quest’opera?

JM: Amy Levy è un’autrice poco conosciuta,

ma ciò non toglie che fosse una

scrittrice brillante e moderna, capace di

cogliere i cambiamenti della sua epoca

e di raccontarli con uno stile giovane e

frizzante. Le quattro sorelle protagoniste

di The Romance of the Shop ci hanno conquistato

all’istante con la loro simpatia e

il loro tentativo di essere indipendenti e

libere di decidere per la propria vita.

S: Al di là di un capolavoro com’è

Nord e Sud, quali sono i requisiti che cercate

in un’opera perché attragga la vostra

attenzione e consideriate la possibilità di

pubblicarla? Avete intenzione di pubblicare

altre opere di Elizabeth Gaskell ancora

inedite in italiano?

JM: Gli stessi requisiti per cui in libreria

scegliamo un libro fra milioni di

altri, perché crediamo che possa regalarci

pensieri, spunti critici e sentimenti nuovi.

Siamo legate alla Gaskell e ci piacerebbe

pubblicare altre sue opere in futuro. La

nostra Collana Atlantide procederà con

un ritmo disteso, due-tre uscite all’anno,

e per il momento abbiamo programmato

testi di altri autori.

S: E che ne pensate di opere totalmente

inedite in italiano? Punterete in

futuro su promettenti firme italiane? In

fondo nascete come Agenzia Letteraria.

JM: Come ho in parte detto rispondendo

a una delle prime domande, per

promuovere un nuovo autore nel mercato

editoriale di oggi ci vuole una Casa Editrice

che sia costruita e organizzata ad hoc

per questo fine e noi non lo siamo. Non si

può far tutto, già portare avanti Atlantide

in parallelo all’attività di Agenzia è molto

impegnativo. Preferiamo continuare il

nostro lavoro di “ricerca” di nuovi autori

e poi lasciare che siano Case Editrici con

il giusto profilo a pubblicarli.

S: Quanto siete aperte ai suggerimenti

e alle richieste del vostro pubblico?

JM: Apertissime. Teniamo sempre in

conto i titoli che ci suggeriscono i nostri

lettori, non a caso abbiamo creato un’apposita

sezione per i consigli sul nostro sito

web. Certo, non possiamo accogliere ogni

richiesta, dobbiamo capire quale testo fa

per noi e quale no e, cosa non secondaria,

cercare di capire anche cosa pubblicheranno

gli altri editori, per non trovarci a

lavorare sulla stessa opera.

S: Dopo The Romance of a Shop quali

sono i vostri progetti futuri?

JM: Ci misureremo con un grandissimo

maestro, Charles Dickens.

Sito web: www.jomarch.eu

44


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il tuo racconto

e le tue generalità

alla Redazione:

redazione@speechlessmagazine.com

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SPEECHLESS

VUOLE TE!


editoria

Ci dormiva Harry Potter, nel sottoscala.

E se sbirciate tra il contatore della

luce, i vecchi barattoli e le scope spelacchiate,

troverete anche dei libri. Vengono

chiamati libri per ragazzi, e sono quasi sempre

destinati a starsene nell’angolo più buio

e dimenticato dell’immenso tempio dorato

della Letteratura Seria (italiana o in italiano

tradotta), relegati nella sezione "Fiabe e

Favolette" dell’immaginaria biblioteca collettiva.

Oh, ma poco male.

I cacciatori di tesori sanno che i sottoscala

– e le cantine, e le soffitte – sono i posti

migliori per fare scoperte straordinarie e incontri

che possono cambiare la vita.

Siamo pronti ad accoglierli questi avventurieri

della parola stampata, con mappe

ingiallite, navi sbilenche e bandiere piratesche.

In particolare, ci sarò io qui a far da

guida, e domanderò la parola d’ordine quando

busserete alla nostra porta.

Vi chiederò: siete pronti a riporre

per un momento quel vestito cucito in

serie chiamato “adultità”?

Voi risponderete: sì! – e poi dovrete reggervi

forte. Perché nel sottoscala c’è

solo gente coraggiosa. Scrittori che pronunciano

la parola “infantile” con orgoglio e

zero vergogna. Editori che resistono brillantemente

alla crisi, in tutto il mondo. Lettori

piccoli che combattono mostri spaventosi

Rubrica

di ManUeLa saLvi

senza vacillare. E lettori grandi che ricordano.

Ricordano quanto i sogni possano essere

a portata di mano. Ricordano cosa vuol

dire correre senza una ragione. E di quando

si sapeva tutto senza sapere niente.

Questa è la Letteratura per Ragazzi.

Letteratura col fiatone e i capelli al vento.

Pagine come porte, parole come ciottoli da

far rimbalzare.

Non è per tutti, mi rendo conto. Perciò

vi lascio con un compito, facile, per scaldarsi.

Leggete: Il mio mondo a testa in giù

di Bernard Friot (Edizioni Il Castoro). E cominciate

a ricordare.

BERNARD FRIOT non ha peli sulla

lingua e in questa esilarante raccolta di

racconti dedicati all’infanzia meno politically

correct, con uno stile fulminante, dimostra

che gli insegnanti sanno ascoltare.

Lui ha ascoltato. E ha raccolto frammenti di

vite piccole fatte di cose immense: paure,

ansie, conquiste, avventure – e il rapporto

con gli adulti, eternamente conflittuale. Si

parla di ribelli in miniatura in un libro che è

il “the best” delle Histoires Pressées di

Friot: storie stampate, ma anche storie di

fretta. Si parla di come la quotidianità riservi

meraviglie inaspettate, e ricorda ai lettori

grandi come si fa a non lasciarsele scappare,

inosservate.

46


scheda

del Libro

47

Titolo: Il mio mondo a testa in giù

Autore: Bernard Friot

Casa Editrice: Il Castoro

Pubblicazione: 2008

Illustrazioni: Silvia Bonanni

Pagine: 106

Prezzo: € 13,50

ISBN: 9788880334729


editoria

intervista

È stato l'argomento principale dell'ultima

Fiera del libro di Torino. Primavera

Digitale, così è stata chiamato il rinnovato

interesse verso l'e-book e il digitale, in crescita

anche in Italia. I dati parlano chiaro, anche

se le cifre e i guadagni sono ancora irrisori

rispetto a mercati esteri – emblematico il caso

americano: dal suolo statunitense, infatti, abbiamo

importato successi "digitali" da milioni

di copie in e-book come Amanda Hocking,

John Locke e E. L. James, solo per citarne

alcuni.

Speechless ha deciso di parlarne con

Fabio di Pietro, editor Digital & Paperback

di uno dei più grandi editori italiani,

Giangiacomo Feltrinelli Editore, che ha

deciso di puntare proprio recentemente

sul digitale con il progetto Zoom. Domande

talvolta scomode, cui Di Pietro ha risposto con

grande chiarezza.

Il mercato dell’e-book è destinato a cambiare

in maniera netta la stessa concezione della

lettura e del prodotto-libro: non solo incidendo

sui costi e sulle modalità di azione all’interno

della filiera produttiva, ma anche nelle

nuove modalità espressive con cui gli autori

sono chiamati a confrontarsi. Ciò è testimoniato

dall’esperienza di Banduna, il romanzo a

di eLena Bigoni

Fabio Di Pietro

48

puntate di Alessandro Mari: una rivisitazione

della classica modalità di fidelizzazione del

lettore, come ben sapevano i lettori di feuilleton

del secolo scorso.

Dunque, viviamo una fase di passaggio

in cui l’habitus mentale del lettore subirà

un drastico cambiamento, sia per quanto

concerne i costi del bene-libro che per

quanto riguarda la distribuzione.

La Feltrinelli si sta dimostrando attenta ai

rapidissimi cambiamenti del mercato editoriale

e, secondo quanto si evince da quest’intervista,

la collana Zoom sembra essere solo

la prima dimostrazione di un nuovo modo di

concepire il “mestiere” di editore.

Speechless: Benvenuto su Speechless,

Fabio. Ti va di presentarti ai nostri lettori?

Qual è stato il percorso che ti ha portato a divertare

editor per Feltrinelli Editore?

Fabio di Pietro: Grazie a voi per l'ospitalità!

Solitamente la strada per diventare

editor passa per una solida esperienza

redazionale. Io ho imboccato un sentiero

laterale: dopo laurea in comunicazione, diploma

in pianoforte e master in marketing, sono

entrato in editoria tramite Mondadori, dove

sono rimasto per otto anni. Nel 2010 sono fe-


Fabio di Pietro

licemente approdato in Feltrinelli, dove sono

responsabile della collana di tascabili Universale

Economica e dei nuovi progetti di

editoria digitale.

S: Come è nato il progetto editoriale di

Zoom e quali sono i presupposti su cui si

basa?

F: Zoom nasce dall’entusiasmo. Entusiasmo

per le nuove frontiere che il digitale

mette a disposizione di autori e editori, entusiasmo

per il nuovo impulso che può dare alla

forma breve, entusiasmo per le nuove occasioni

di lettura nate grazie a eReader, tablet

e smartphone. Abbiamo voluto fare i libri

che finora non si potevano fare.

S: Come avviene la selezione dei testi da

pubblicare? Quali prodotti letterari vengono

inseriti nella Collana?

F: Ogni Zoom è una piccola opera d’arte

compiuta in se stessa, così come lo è

un valzer di Chopin. Per questo tutti i testi

pubblicati all’interno di Zoom devono rispondere

a un doppio criterio: essere di assoluta

qualità e, allo stesso tempo, essere pienamente

autonomi. Gli Zoom sono veri e

propri libri, anche se piccoli. Quello che

vogliamo è donare alla forma breve l’autonomia

che finora, per i limiti ineludibili

della filiera della carta, non ha potuto

avere. È una sorta di guerra di indipendenza

della forma breve, all'urlo di “mai più serva

d'altri”, nè raccolta nè rivista. Nell'editoria

digitale i testi brevi sono maturi per essere

considerati libri e non tranci di libro.

S: La collana è nata a dicembre 2011, quali

sono stati i riscontri dei lettori?

F: I riscontri sono stati entusiasmanti per

noi! Abbiamo a lungo occupato completamente

il podio della classifica generale ebook di

Amazon. Su iTunes abbiamo occupato più

volte il primo posto, con Saviano, Bukowski,

De Luca e Benni. Su tutti gli altri store, da

laFeltrinelli.it a Bookrepublic, passando

per IBS e BOL, abbiamo avuto ottimi riscontri

sia di vendite che, non meno importante,

nei commenti dei lettori. Anche sul neonato

store italiano di Google Play ci siamo subito

ritrovati nelle prime posizioni. Insomma: non

ci possiamo lamentare.

S: Scegliere di pubblicare solo on-line alcuni

titoli inediti non rischia di allontanare

quella fetta di lettori, che rappresenta ancora

la maggioranza, che non si vuole affidare agli

e-book?

F: Nel nostro caso no, nessun rischio. Perché

gli inediti che abbiamo pubblicato (da Erri

De Luca a Amos Oz, da Cristina Comencini

a Stefano Benni, passando per nomi

come Nicola Lagioia, Salvatore Niffoi,

Benedetta Cibrario, Sandrone Dazieri...)

sono opere particolari, pensate per sfruttare

questo formato. Non c’è reale cannibalizzazione.

In secondo luogo, la nostra scommessa

riguarda anche il fatto che i lettori più forti e

appassionati siano fra i più interessati a sperimentare

la rivoluzione dell’ebook. Chi ama

la lettura ama il libro ma ama, prima di

ogni altra cosa, il testo. Il resto è collezionismo.

49


S: Promuovete con Zoom "una nuova idea di libro: economico, veloce e maneggevole". E

sono proprio questi i pregi dell'ebook, che ormai in America, per fare un esempio scontato, raggiunge

vendite elevatissime. Perché in Italia, nonostante l'incremento degli ultimi mesi, i lettori sono

diffidenti verso questo nuovo mezzo di lettura?

F: Più che di diffidenza parlerei di arretratezza tecnologica: tendenzialmente noi arriviamo sempre

un po’ dopo al contatto di massa con innovazioni come l’ebook. Il bello però è che, quando partiamo,

partiamo con decisione. L’Italia sul versante culturale tende sempre a essere conservatrice

e legata al “buon profumo del passato”. Ma i segnali della crescita della lettura

digitale iniziano già a vedersi. Senza contare che i dispositivi abilitati alla lettura di ebook si

stanno diffondendo a macchia d’olio, e un dispositivo vuoto è un dispositivo triste… una volta che

hai un lettore è difficile resistere alla tentazione di riempirlo di contenuti.

S: All'interno della collana Zoom avete promosso il progetto di serializzazione Banduna. Perchè

la scelta di un romanzo a puntate, figlio della tradizione del romanzo d'appendice, solo in formato

digitale? Quali sono i pregi di questa scelta?

F: Alessandro Mari aveva nel cuore questo progetto da tempo e Zoom ci è parsa l’occasione

d’oro per passare all’azione. I vantaggi sono presto detti: distribuzione facilitata e indipendente.

Non si è più legati, come nel passato, all’uscita del giornale che incorporava le

puntate. La flessibilità della distribuzione digitale è perfetta per la serializzazione. Ci è

piaciuto il contrasto che nasce dall’abbinare la rinascita di una forma antica come il feuilleton a una

nuova possibilità tecnologica.

S: Sveliamo alcuni retroscena. Come avviene la realizzazione di un romanzo a puntate in ebook?

Avete in tenzione di riproporre un progetto simile?

F: Una puntata dopo l’altra. Semplicemente. Alessandro sapeva da dove il viaggio sarebbe cominciato

e quale sarebbe stato il più probabile traguardo, ma il percorso è nato settimana dopo settimana.

Una scrittura live nel senso più pieno del termine. Sul sito dedicato al progetto, banduna.feltrinelli.it,

l’autore ha dialogato dal primo momento con i lettori, ascoltando le loro voci e

interagendo con loro, tastando il polso della narrazione direttamente dalle braccia che giravano le

pagine, per così dire. Ed essendo lo straordinario talento (e il narratore generoso) che è, la fluvialità

del racconto ne è stata ulteriormente irrobustita. Se ci riproveremo? Ci abbiamo già

riprovato, in un certo senso. Recentemente abbiamo infatti pubblicato un

altro magnifico testo “a puntate”, La vita moderna è rumenta

di Marco Drago, un'esplorazione letteraria e antropologica

dell'Italia di provincia e di campagna – scritta da

chi ne è figlio. Un'Italia che sembra non esserci

più, ma c'è ancora eccome.

S: In generale come mai i costi del formato

digitale, che si affianca all'uscita del

cartaceo, rimangono sorprendentemente

alti? Per la riduzione del prezzo, potrebbe

aiutare la riduzione dell'iva come è

successo in Francia (attualmente l'iva

sull'ebook in Francia è al 7% contro il 21%

nel bel paese)?

50


editoria

F: Troppo spesso si pensa che il grosso del costo dei libri sia dovuto alla stampa e alla carta.

Non è così. O meglio, è così solo in parte. Buona parte del costo finale è dovuto al lavoro di tutte le

persone che contribuiscono con la loro professionalità alla buona riuscita del libro: editor, redattori,

correttori di bozze, grafici… Insomma l’ebook elimina una parte di costi (stampa, distribuzione e

stoccaggio), ma se si vuole avere un prodotto di qualità non si può fare a meno del lavoro

e della professionalità di molte persone. Detto questo, l'IVA al 21% sugli eBook è ormai grottesca:

è finita da un pezzo l'epoca in cui potevamo permetterci il lusso di distinguere fra “digitale”

e “culturale”, i libri devono avere tutti lo stesso livello di tassazione, a prescindere dalla forma in cui

si incarnano. Speriamo in un adeguamento in tempi ragionevoli.

S: Nel dicembre del 2011 Amazon ha distribuito anche in Italia il Kindle a un prezzo decisamente

competitivo. In che mondo il suo arrivo in Italia ha influenzato le vendite del vostro catalogo e-book?

F: Le ha accelerate, sicuramente. In particolare sul versante Zoom. Amazon è un retailer straordinario,

vivace e attentissimo alle novità. Certo, allo stesso tempo può essere anche una minaccia

per alcuni aspetti, in primis il quasi monopolio che, nei mercati dove è più forte, ha imposto grazie

alla diffusione del Kindle, dispositivo basato su un sistema DRM proprietario. Ma se sono arrivati

ai risultati attuali è grazie alla loro capacità innovativa. L’innovazione nel retail che loro portano

avanti, unita all’innovazione nel publishing che è la nostra bandiera, possono fare

grandi cose insieme.

S: L'avvento degli ebook potrà aiutare ad incrementare il numero di lettori – davvero esiguo in

Italia – e magari avvicinare anche i giovani alla lettura?

F: Sicuramente ci contiamo. I giovani leggono più di quanto non pensiamo. Il punto è che

non sempre leggono libri: leggono blog, social network, articoli trovati in rete, magari visualizzandoli

grazie a Flipboard, Zite, Currents o Google Reader. La convergenza digitale – sperabilmente

attorno a formati condivisi e aperti – credo possa essere un potentissimo incentivo alla

lettura e alla scoperta di nuovi autori, nuovi testi, nuove conoscenze.

S: Quale sarà il futuro degli e-book nell'editoria italiana e quali saranno le tendenze di mercato

a tuo parere? L'ebook soppianterà definitivamente il cartaceo o questi due supporti di lettura "conviveranno

felicemente"?

F: L’ebook probabilmente soppianterà la carta in alcuni, specifici settori.

Che, guarda caso, sono quelli dove i vantaggi specifici

della carta si sentono meno e si sentono invece moltissimo

tutti i limiti di questo formato. L’ebook si diffonderà

maggiormente anche in Italia, non ci sono

dubbi, affiancandosi alla carta – in fondo carta e

tablet hanno punti di forza (e spesso occasioni

d’uso) differenti. Tuttavia, un formato non

sopravvive per secoli se non possiede molte

frecce al proprio arco: la carta è qui

per restare e non ha bisogno di avvocati,

si difende benissimo da sola.

51


Letteratura

La ricerca della maternità:

LE DIFETTOSE

di eLisaBetta ossiMoro

Ci sono libri che ti chiamano dagli scaffali

con le loro copertine ruffiane, si lasciano divorare

e in pochi giorni scompaiono dalla mente, con la

stessa fulminea rapidità con cui vi erano entrati.

Poi ci sono libri che ti colpiscono alle spalle,

con le loro copertine evocative, con la loro trama

scarna e dura, che ti conquistano palmo a palmo,

frase dopo frase, fino a spingerti verso il fondo,

cui arrivi quasi senza accorgertene, alla fine di un

viaggio interiore che, ineffabilmente, è diventato

anche il tuo.

Le difettose è uno di questi.

La storia di Carla, latinista e docente universitaria,

che alle soglie dei quaranta combatte

la sua natura recalcitrante per avere un figlio, per

afferrare e fare proprio il miracolo della vita, ti

entra dentro, ti scava voragini, anche se, come

me, hai 25 anni e vedi la maternità come un’ipotesi

nebulosa e remota, finanche un pochino demodé.

Sì, perché questo libro ci insegna che il

desiderio di maternità ci trafigge quando

meno ce lo aspettiamo, quando crediamo di

essere diventate delle donne autonome e compiute

che hanno rifiutato orgogliosamente il cliché

che indica nel matrimonio e nella procreazione

le sole occasioni di realizzazione femminile. Sì,

questo desiderio trafigge, e se non trova una sua

risoluzione “naturale”, si può tentare una strada

alternativa, che dirotta il luogo della procreazione,

come scrive Eleonora, dai letti caldi d’amore,

tra i sentori dell’orgasmo, lenzuola sfatte e luci

soffuse alle pratiche della Pma (Procreazione

52

di Eleonora Mazzoni

INTERVISTA


53

Medicalmente Assistita): formaldeide,

neon, prelievi, iniezioni, medicinali,

anestesie, bisturi, provette.

Le difettose è un romanzo che

ci accompagna nella vita di Carla,

che ha preso un anno di congedo

dall’Università e muove passi sofferti

sulla strada di una maternità

inseguita con una determinazione

che, piano piano, si trasforma in nevrosi

ossessiva, che arriva a compromettere

i fondamenti più profondi

del suo essere: nel suo cammino la

accompagnano il compagno Marco,

un uomo solido e concreto che tuttavia,

inevitabilmente, non riesce

a comprendere fino in fondo il suo

calvario, la compagna di tentativi di

“incicognamento” Katia — precoce

e spumeggiante aspirante madre

—, il suo lunatico tesista Lucio, la

madre orgogliosa e poco affettuosa

– con cui Carla ha un rapporto

problematico e a tratti conflittuale

– e il ricordo dell’amatissima nonna

Rina. Ma anche una lunga sfilata di

esperti o sedicenti tali, ginecologi,

chiropratici, naturopati, professionisti

di medicina alternativa, perché

quando l’obiettivo è avere un figlio,

ogni strada può essere quella buona.

E soprattutto le altre “difettose”,

le cui storie trapuntano il romanzo,

che passano e vanno, lasciandoci

giusto un coriandolo volante delle

loro storie, una parola di sfida, di

impegno o di rassegnazione: sono

le voci incontrate da Carla nelle sale

d’attesa “reali” degli ospedali, ma

anche nelle sale d’attesa “virtuali”

che sono i forum, dove le aspiranti

mamme si incontrano per raccontarsi

comuni esperienze di vita (Cub

– acronimo per Cerco Un Bimbo).

Il romanzo racconta, con uno

stile evocativo e profondamente puntuale,

la parabola interiore di Carla

che, metaforicamente ma anche

clinicamente, cerca la vita e trova in

essa la morte, per poi tornare in vita.

Un’opera prima che colpisce per la

bellezza dello stile, che non inficia

sulla sua immediatezza, e per la sincerità

della storia che vi è narrata, in

cui tutti, ma proprio tutti, non possono

che sentirsi coinvolti.

E oggi noi di Speechless abbiamo

l’onore di avere con noi l’autrice

di questo gioiellino di vita e bella

scrittura: Eleonora Mazzoni, nata

a Forlì e residente a Roma, è laureata

in Lettere Moderne e diplomata

alla Scuola di Teatro; di professione

è attrice di teatro, cinema e fiction

televisive. Io, lo confesso, la ricordo

con grande affetto per il ruolo di

Margherita Maffei, una donna forte

e tormentata, che interpretava con

grande intensità nella serie televisiva

Elisa di Rivombrosa. Eleonora è

madre di due gemelli concepiti in

provetta.

Speechless: Carissima Eleonora,

benvenuta su Speechless e

grazie per averci accordato questa

intervista. Si dice spesso che scrivere

e pubblicare un romanzo sia un autentico

“parto”, ma per la prima volta

mi trovo a colloquiare con un’autrice

per cui il motore propulsivo che

l’ha portata verso la scrittura è stato

un “parto biologico”, inseguito e

infine raggiunto. Raccontaci dell’intersezione

tra il parto biologico e il

parto letterario: quando e come dalla

tua esperienza di vita è nato il desiderio

di mettere per iscritto e poi

di pubblicare la storia di una ricerca

di maternità?

Eleonora: Diciamo che l'in-

tersezione è avvenuta in medias res.

Ancora non sapevo come sarebbe

finita la mia ricerca di un figlio ma

ero già ben avviata per la strada

delle fecondazioni artificiali, abbastanza

per avere maturato anche

un certo indispensabile distacco.

Per sollecitare la memoria emotiva

dell'attore, Strasberg suggeriva di

usare solo ricordi che avessero almeno

7 anni, cioè non evanescenti

e ben sedimentati. Anche se per me

ne erano passati solo la metà, sentivo

che quella materia era entrata

nelle mie fibre così profondamente

da poter essere utilizzata con una

certa disinvoltura e senza paura che

mi sfuggisse dalle mani. In più mi

sembrava una materia molto interessante

da raccontare. Come se mi

fosse capitato di aprire una porta su

un mondo fino a quel momento sconosciuto,

eppure reale, anzi realissimo,

sommerso ma vivo, poliedrico e

sfaccettato, che mi chiedeva di venire

a galla. E che mi permetteva di indagare

temi importanti: i desideri

che non si realizzano, il nostro

rapporto con il destino e con il

tempo, la potenza e il mistero

della vita e della morte. Poi inconsciamente

sentivo che il parto

letterario poteva essere un modo

per surrogare quello biologico che

faticava ad arrivare.

SL: La tua protagonista, Carla,

è una docente di letteratura latina,

che vive di latinità e ha in Seneca

un maestro di vita che riesce a confortarla

nei momenti di maggiore

afflizione, meglio di un fratello. Credi

che i classici e, in generale, la letteratura

riesca a rendere più lieve e

consapevole la nostra vita? Come riesce

Seneca ad aiutare Carla e come


Letteratura

e quali sono stati i libri che hanno aiutato te

nel corso della tua vita, magari fornendoti risposte

inaspettate?

EM: Credo che la letteratura e forse

in genere la cultura debba “servire” la vita.

Mi è sempre capitato, anche quando ero molto

giovane, di innamorarmi degli scrittori che mi

piacevano. Mi appassionavo talmente tanto da

immaginare di uscire, parlare, viaggiare con

loro, come se fossero miei fidanzati. All'inizio

del romanzo Seneca è per Carla solo l'autore

preferito. Mano a mano che va avanti le sue

parole cominciano a risuonarle in maniera diversa,

fino a contaminare la sua quotidianità.

Al punto da cambiare, ad esempio, il rapporto

con Lucio, il suo studente del cuore. Rapporto

che da scontato e meccanico, quasi asettico,

seppur venato di sensualità, visto che Carla è

convinta che lui abbia un debole per lei, diventa

reale. Il dolore che Carla prova ingravida le

parole e pulisce il suo sguardo. E finalmente

vede Lucio per quello che è, non più solo una

proiezione dei suoi bisogni. Capendo che “non

basta mai ripetere, sia pure in modo sapiente,

la lezione”. Come a Carla, anche a me “da

bambina i libri mi hanno salvata dalla

noia e, quando nell'adolescenza l'angoscia

era una condizione abituale, dalla

disperazione”. Sono stati un conforto, la possibilità

di capirci qualcosa, dentro e fuori di me,

di amplificare la vita. E di sentirmi meno sola.

Elencare i libri importanti sarebbe impossibile.

Ne cito solo qualcuno. “Piccole donne” nell'infanzia.

Moravia e “I promessi sposi” nell'adolescenza,

Dostoevskij e Montale al liceo. La letteratura

francese dell'800 all'Università, Genet,

Stanislavskij, e “Il cinema secondo Hitchcock” di

Truffaut nel mio periodo attoriale, la letteratura

americana degli ultimi 20 anni ora.

S: Uno dei temi dominanti di Le difettose

è la “tardività” con cui esplode il

desiderio di maternità: è innegabile che

nella nostra società le donne (ma anche gli uomini)

si affaccino alla volontà di costruirsi una

famiglia sempre più tardi. Per chi intraprende

studi universitari è anche peggio, perché, dopo

tanti anni di studio, il mondo del lavoro tende

a bloccare i giovani in un precariato sempre più

lungo, inibendo la loro volontà di fare progetti

a lungo termine. Non parliamo poi di chi, come

Carla, intraprende la strada della carriera universitaria.

Secondo te in che misura, dunque,

l’attuale situazione di precarietà lavorativa influisce

sulla dilazione del desiderio di costruirsi

una famiglia? E quanto, invece, può essere collegata

alla “precarietà emotiva” e quindi alla

sempre più attuale e diffusa “liquidità” delle

relazioni sentimentali?

EM: La precarietà lavorativa fa vivere

una continua ansia, un senso di insufficienza

per ciò che potremmo e vorremmo fare e non

riusciamo. In questa “non riuscita” mette radici

la mancanza di valore che ci attribuiamo. È

come se la società sfrenasse le ambizioni e ti

costringesse, con il dilagare della tecnologia, a

un continuo confronto con il mondo intero (un

confronto in cui risultiamo sempre in difetto,

visto che ci saranno sempre moltissime persone

che hanno fatto più di noi) ma non avesse

cure per le inevitabili frustrazioni. Questo

sentimento di perenne insoddisfazione

facilmente si travasa nei rapporti, diventando

precarietà emotiva, incapacità di

costruire. C'è anche un terzo elemento. Siamo

pionieri di una ridefinizione delle relazioni

familiari. La famiglia borghese, centrale anche

nella nostra cultura cattolica, non affascina

più. Non è percepita come il traguardo che si

vorrebbe raggiungere. In Italia ci si sposa ormai

molto meno che in Europa ma si divorzia

con la stessa percentuale degli altri paesi. In

più siamo i primi nella lista per quanto riguarda

la violenza e gli omicidi all'interno delle

mura domestiche (non solo il marito che ammazza

la moglie ma la moglie che ammazza

i figli o i figli che ammazzano i genitori). Non

so dare risposte. Ma sicuramente un modello

che fino a 35 anni fa ancora funzionava ora ha

messo delle crepe.

S: Parliamo di Carla e del rapporto con le

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55

donne della sua famiglia: con sua madre ha un

legame problematico, perché alla grande stima

reciproca è sempre stata contestuale una

sofferta carenza d’affetto. Con la nonna Rina,

invece, è costante una profonda connessione

di spirito e una forte condivisione d’intenti,

fin da quando Carla quindicenne fu da lei accompagnata

ad abortire, dopo essere rimasta

inavvertitamente incinta del fidanzatino. In

che modo la tua protagonista fa propri gli insegnamenti

delle donne della sua famiglia? In

particolare, quanto è necessario fare pace con

il proprio passato per accogliere con serenità il

futuro?

EM: Secondo me è fondamentale

un'accettazione attiva del proprio passato.

Carla ha un rapporto di madre-figlia con

la nonna, perché la nonna, dopo essere stata,

a causa della depressione, una cattiva madre

con sua figlia, la madre di Carla, ad un certo

punto, grazie all'amore di un uomo, è rinata

(“Lei diceva che ogni persona nasce due volte.

Quando trova il suo posto nel mondo è la

nascita più vera”) e solo a quel punto è diventata

genitrice. Madre si diventa. Non si è.

È un'operazione culturale, non un frutto

della natura. Anche Carla alla fine, aldilà del

figlio che non arriva, diventa genitrice. Di sua

madre, di cui capisce il dolore e i conformismi

che l'hanno ingabbiata. Dei suoi studenti. Di se

stessa. E capisce le ricette di sua nonna Rina,

ad esempio quel suo “ci vuole un pizzico di ambizione,

un pizzico di allegria e uno di pigrizia”.

Vuole dire che il principio che trasforma, corregge

e migliora le cose deve essere miscelato

con quello che le accoglie e le accetta.

S: Il desiderio di maternità rischia pericolosamente

di condurre Carla verso l’autodistruzione

e mina, oltre che la sua stabilità fisica

ed emotiva, anche quella della relazione con

il compagno Marco. Fino a che punto ci si può

spingere? Qual è il momento in cui, appunto, ci

si accorge che combattere per avere un figlio e

vivere in funzione di questo desiderio può dare

dipendenza e compromettere tutto ciò che si è

faticosamente conquistato?

EM: Ci si può spingere fino a perdersi. Te

ne accorgi perché il desiderio scava un vuoto.

Niente ha più sapore. Interesse. A volte è più

evidente. Ho parlato con donne che hanno vissuto

una vera e propria disperazione. Anch'io

l'ho provata. Addirittura nasce l'idea del suicidio.

Dentro a quel fallimento (così primordiale)

è come se convogliassero tutti gli altri

fallimenti della nostra vita, e fossero capaci

di risucchiarci in una terra desolata, dove si rinuncia

alla lotta e non ci sono più né scopi né

direzioni.

S: Immagina di dialogare a tu per tu con

un’aspirante madre che, a seguito di tanti tentativi

“naturali” di avere un figlio, comincia a

prendere in considerazione la Pma: che cosa le

consiglieresti? Quali sono i primi passi di questo

viaggio? E soprattutto: quali sono le parole

che avresti voluto sentire quando hai cominciato?

EM: Le direi di trovarsi delle compagne

di viaggio. Siamo tante. Tantissime. Sapere

questo rende meno sole. Le consiglierei di stare

ancorata al presente e di partire da quello

che ha. Il rapporto col compagno, ad esempio.

La scienza può aiutarti molto ma non garantisce

i risultati. Occorre saperlo. Occorre prepararsi,

come suggeriva Seneca. Io consiglierei

anche una psicoterapia. In molti centri ormai è

prevista. Comunicare è il primo modo per non

subire la realtà, per scrollarsi di dosso la vergogna

e i giudizi altrui, per dare più valore al percorso

che ai risultati. Sapendo che un figlio

non cambia mai nulla, perché è dentro di

noi il campo di battaglia.

S: Nel tuo libro ci sono continui riferimenti

alla situazione italiana relativa alla Pma,

specie se messa a confronto con gli altri paesi

europei: in che cosa sarebbe sperabile che

l’Italia si aprisse? Che cosa si può fare all’estero

che, invece, in Italia non è consentito?

EM: La nostra legge 40 sulla procrea-


Letteratura

zione medicalmente assistita è la più

restrittiva al mondo. Molto meglio la

Turchia. O addirittura l'Irlanda (dove

non si può nemmeno abortire). Io

credo che vietare non serva. Se

non a discriminare chi non ha soldi.

Chi ce li ha, aggira la legge andando

all'estero. Per fare l'eterologa,

ad esempio. O crioconservare gli

embrioni e fare la diagnosi preimpianto

(anche se negli ultimi 2

anni e mezzo, grazie ai ricorsi vinti

in Corte Costituzionale, queste due

pratiche sono permesse anche in Italia,

a discrezione del medico). Credo

che per una cosa così intima come

il voler diventare genitori lo stato

non possa dettare regole ferree. Ci

deve essere una normativa (tutti i

paesi ce l'hanno, anche la progressista

Spagna che ci ha lasciato, per

ora, Zapatero) ma una rigidità come

abbiamo noi proprio no, è inaccettabile,

è quasi ottusa. Alcuni tirano

fuori lo spauracchio dell'eugenetica

o delle mamme-nonne. A parte che

se una coppia ha una patologia grave

che potrebbe trasmettere ai figli,

rischiando di farli morire pochi anni

dopo averli fatti nascere, mi sembra

crudele non utilizzare le opportunità

della scienza. Non si cercano figli

perfetti, solo figli sani. Non c'è

nulla di male, mi pare. Per quanto

riguarda le mamme sessantenni, in

6 anni di ricerca di un figlio, avendo

incontrato nella vita e in chat migliaia

di donne, non ne ho conosciuta

neppure mezza. Sono casi marginali,

come in natura la cinquantanovenne

russa che un anno fa ha naturalmente

partorito un bimbo. Piuttosto

occorrerebbe allenare la coscienza.

Per capire cosa fare e cosa no, cosa

si desidera veramente, fino a che

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punto conviene spingersi. Ma con

uno sguardo umano, rispettoso

della vita ma totalmente laico

e antropocentrico come quello di

Seneca. Per questo ho scelto proprio

lui. Flaubert diceva: “Quando gli dèi

non c’erano più e Cristo non ancora,

tra Cicerone e Marco Aurelio c’è stato

un momento unico in cui è esistito

l’uomo, solo”. Seneca rappresenta

proprio quel periodo e quella condizione.

S: Ora una panoramica sul

“parto letterario”: com’è stato il percorso

che ha portato il dattiloscritto

di Le difettose dal tuo computer alle

scrivanie di Einaudi? Com’è stato

confrontarsi da subito con una grande

e importante casa editrice? Come

si è svolto il lavoro di editing e revisione

del tuo testo? E, più in generale,

come stai vivendo l’esperienza

della pubblicazione?

EM: E' stato tutto semplice

e pieno di fortuna. La dea mi ha

messo i bastoni tra le ruote per

diventare madre ma mi ha spianato

la strada come scrittrice. Ci

ho visto una specie di compensazione.

Appena finito di scrivere la

prima versione accettabile (era più o

meno la mia terza), ho fatto contemporaneamente

2 cose. Ho trovato

su internet la mail di un'importante

agente. Le ho inviato la sinossi. Lei si

è mostrata interessata e mi ha chiesto

il manoscritto. Nello stesso tempo

il mio più caro amico, uno sceneggiatore,

ha fatto leggere 2 capitoli a

una sua amica scrittrice, Mariolina

Venezia. Lei si è appassionata e mi ha

chiesto il resto. Dopo 20 giorni mi ha

contattato Daniela Bernabò per dirmi

che mi prendeva in scuderia. Qualche

giorno dopo Dalia Oggero dell'Ei-

naudi, che aveva avuto il libro da

Mariolina. Non ci potevo credere: 2 sì

prestigiosi senza aver praticamente

fatto nulla. Il rapporto con l'Einaudi è

stato disinvolto e sereno. Tranquillo.

A parte il giorno che sono salita a Torino

per conoscere Dalia e Paola Gallo

e davanti alla stanza del mercoledì

(dove si riunivano Ginzburg, Pavese,

Calvino, Vittorini) volevo svenire. Anche

il lavoro di editing è stato breve

e leggero. Non ho vissuto quello che

a volte si sente dire: “Hanno stravolto

il romanzo”. No. Strutturalmente

non è stato toccato nulla. C'è stata

solo un'asciugatura. Piccoli tagli, direi

(qualche frase, qualche parola).

La pubblicazione è stata emozionante.

Come un debutto teatrale. Sei lì

sul palco, con tutti quegli occhi che

intravedi e che ti guardano. Temevo

che, vista la quantità di libri che

esce ogni settimana, non avrei avuto

la minima attenzione, invece per

essere un'esordiente non mi posso

lamentare.

S: Sei una scrittrice esordiente,

hai una formazione letteraria, ma

nasci attrice: ti piacerebbe che Le difettose

diventasse un film? E saresti

disposta a dare il tuo volto a Carla

sullo schermo, se ne avessi la possibilità?

EM: Il romanzo potrebbe

diventare un film, dal momento

che sono già stati opzionati i

diritti cinematografici. Io però

non voglio interpretare Carla.

Sarebbe un'occasione ghiotta. In Italia

non ci sono ruoli da quarantenne

così belli. Ma no. Odio la dismisura.

Sarebbe troppo. Lavorerò di sicuro

alla sceneggiatura e alla composizione

del cast. Ma resterò dietro.


Letteratura

SPECIALE

un metodo pericoloso:

saBina sPieLrein

e il femminile rimosso della civiltà

“Ogni uomo

porta in sé

la forma intera

dell ’umana

condizione”

Michel de Montaigne 1

di Leni reMedios

Nel 1977, in uno scantinato del Palais Wilson di Ginevra, vecchia sede di un prestigioso

Istituto di Psicologia, viene ritrovato uno scatolone colmo di documenti.

Il ritrovamento è il frutto casuale di un paziente lavoro di ricerca capeggiato dall’analista italiano

Aldo Carotenuto.

Di cosa si tratta? Lo scatolone contiene frammenti di diario e un carteggio importante fra tre

soggetti: il padre della Psicanalisi Sigmund Freud, il suo discepolo Carl Gustav Jung, in

seguito allontanatosi per fondare una nuova teoria, e una certa Sabina Spielrein, psicanalista ed

autrice del diario.

Il materiale porta ad emersione particolari finora sconosciuti sulle vicende storico-biografiche

dei tre personaggi, vicende che hanno inciso in maniera inequivocabile sugli sviluppi teorici di ognuno

di loro. Ciò che viene alla luce turba e sconvolge talmente il mondo intellettuale da stimolare una

lunga serie di saggi, opere teatrali e cinematografiche, di cui il film di Cronenberg, “Un metodo

pericoloso”, rappresenta solo l’ultima appendice.

Insomma, anche figurativamente parlando, Sabina Spielrein — dimenticata, rimossa, incompresa

— emerge dal sottosuolo della civiltà, dall’inconscio della storia della psicologia, simboleggiato

così bene dallo scantinato del palazzo ginevrino, per rivendicare la sua verità.

Sabina Spielrein è il perturbante

2 della storia della psicoanalisi.

Il primo dei lavori a lei dedicato è

naturalmente il libro di Carotenuto Diario

di una segreta simmetria. Sabina Spielrein

tra Jung e Freud: uscito nel 1980 e

presto tradotto in numerose lingue. Esso

contiene le lettere scambiate fra i tre 3 ,

quanto ritrovato del diario ed ovviamente

la propria visione critica dell’intera vicenda.

Fondamentalmente su questo testo si

basa il film di Roberto Faenza “Prendimi

l’anima”, uscito nel 2002.

Ma chi era Sabina Spielrein? E

la sua testimonianza parla a noi, uomini

e donne della civiltà contemporanea? A

malincuore essa rimane per i più “l’amante

di Jung”.

58


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"Prendimi l'anima'

Aldo Carotenuto riporta con profondo

rammarico come la principale preoccupazione

del pubblico, ad ogni sua presentazione del libro,

fosse se Jung e la Spielrein avessero

avuto rapporti sessuali. Intendiamoci: quello a

cui si rivolgeva Carotenuto non era un pubblico

generico, egli si rivolgeva ad intellettuali, principalmente

psicologi e psicanalisti. ”Dobbiamo

domandarci perché gli analisti sembrano

ossessionati da questo punto che delle

volte sembra essere non un problema, ma

il problema per eccellenza 4 ”. Non è questo

il punto, dice Carotenuto. E infatti l’eventualità

non avrebbe aggiunto o tolto nulla ad un rapporto

che di sicuro aveva la dimensione totalizzante

dei grandi amori, in cui le due personalità erano

in una simbiosi animica sorprendente. Senza

contare che da un pubblico di intellettuali ci si

aspetta di indagare a fondo sulle ripercussioni

teoriche che una personalità come Spielrein

abbia avuto sui fondatori rispettivamente della

psicoanalisi e della psicologia analitica. Delle

discipline in cui, lo puntualizzo per il lettore non

avvezzo a certi temi, sussiste un corto circuito

assente in tutte le altre scienze: il soggetto e

l’oggetto dell’indagine sono lo stesso, è l’uomo

che indaga l’uomo.

Il film di Cronenberg – per inciso, non certo

uno dei suoi migliori – prende spunto da un

libro uscito nel 1993 A most dangerous method

scritto da

John Kerr, uno

psicologo clinico

americano. Christopher

Hampton,

sceneggiatore di

Cronenberg, ne

trasse una pièce

teatrale che il regista

canadese volle

in seguito portare

sul grande schermo.

Il testo di

Kerr, che appone

al titolo una sottile

differenza enfatica

rispetto al

film (“Un metodo molto pericoloso”, tratto da

un’espressione di William James), parte dalla

scoperta di Carotenuto per avventurarsi in una

favolosa opera di contestualizzazione storica

del materiale ritrovato, e già qui si rivela una

differenza fondamentale fra il testo e il film: il

lettore sappia che si tratta di due cose profondamente

diverse e forse, nella leggera modifica

del titolo, Cronenberg intende già manifestarlo.

Il film prende il triangolo Jung-Spielrein-Freud

e lo isola completamente dal

contesto. I pochi altri personaggi che compaiono

nella scena, come la moglie di Jung oppure

Otto Gross, che mise seriamente in crisi Jung

sulle proprie inclinazioni poligame, sono delle

mere tangenti rispetto a quel che interessa della

storia. Il testo di Kerr, al contrario, è corale:

esso esamina tutti gli attori che hanno movimentato

le scene di quegli anni fatidici per la

storia delle dottrine psicologiche e, osiamo dire,

per la storia della civiltà occidentale. Il pregio di

questo testo risiede nel ricostruire dettagliatamente

e scientificamente i fatti di quegli anni

con la resa narrativa di un romanzo.

Una delle scene chiave del film, che

manifesta l’intento del regista, è quella

in cui Freud sviene dinanzi a Jung (secondo

svenimento, il primo avvenne alla vigilia del

viaggio in America): qui Cronenberg sceglie di

ambientare la scena alla fine di un imprecisato

incontro fra studiosi, dove, nell’atto di raccogliere

le proprie carte, tutti se ne vanno lasciando

soli Freud e Jung a discutere. Potrebbero

essere delle macchie indistinte ad andarsene,

sarebbe la stessa cosa. Nella realtà si trattò

di una riunione molto vivace che si tenne in un

hotel di Monaco, dove tutti presero la parola,

soprattutto in merito alla figura egizia del faraone

Amenhotep, che secondo Freud covava


Letteratura

desideri parricidi. Alla fine della discussione la

tensione sfocia nello svenimento. Freud fece ovviamente

di tutto, nell’occasione, per rimarcare

l’ingratitudine del “figlio ed erede” Jung, sempre

più orientato verso una propria nuova teoria;

i dietro le quinte di questa riunione sono anche

più interessanti al riguardo.

Una metafora efficace per far capire la dinamica

della storia di Sabina Spielrein all’interno

di questa coralità, è quella del telaio: dobbiamo

immaginare la Spielrein come la navetta

che si muove fra le trame e gli orditi, ovvero

fra i fili tenuti assieme dal telaio. Ogni trama

ed ogni ordito – i singoli protagonisti – vengono

accuratamente esaminati e sviluppati da Kerr.

Non solo Freud e Jung: Bleuler, Forel, Flournoy,

Riklin, Abraham e molti altri... tutti vengono in

qualche modo solcati dalla navetta che li attraversa

e che, fino alla fine degli anni ’70, sarà

relegata nel buio, costringendo a lasciare una

matassa di fili non del tutto decifrabile 5 .

Moltissimi aspetti potrebbero essere esaminati

nella storia (nelle storie) che Sabina Spielrein

riporta nel suo diario. Di questi ne scelgo

due, riassumendoli simbolicamente in due parole

cariche di significato: silenzio e femminile.

“Il silenzio che così a lungo ha atteso

la sua storia è emblematico di un silenzio

ancora più insidioso che gradualmente ha

sorpreso la psicoanalisi durante questo

tempo 6 ”.

“...Sabina, pioniera della psicoanalisi,

figura fino a poco tempo fa negata, rimossa

o fraintesa... 7 ”

Ed è proprio la parola “rimossa”, evocata

da Lella Ravasi Bellocchio nel suo bel libro

sulle madri, il termine più appropriato in merito

alla figura di Sabina Spielrein, ma soprattutto in

merito a quel che essa incarna e simboleggia.

Sembra un paradosso per la psicoanalisi, no?

Prima di avventurarmi nelle mie speculazioni

vorrei richiamare l’attenzione del lettore,

soprattutto di quello digiuno di nozioni psicoanalitiche

e della contestualizzazione storica in

cui esse nacquero, ricordando come la vicenda

documentata da Kerr e ritratta da Cronenberg si

svolga all’inizio del ventesimo secolo, un periodo

in cui i rapporti e i costumi familiari in seno

alla borghesia – in primis quelli matrimoniali –

non sono molto dissimili da quelli descritti pochi

decenni prima negli ottocenteschi romanzi di

Thomas Hardy.

Mi piace iniziare la mia riflessione sulla

psicanalisi e il femminile prendendo in considerazione

non certo le parole di una femminista

militante, tutt’altro. Scrive Romano Màdera in

relazione a Freud:

“La femminilità, insieme all’infantile,

all’arcaico, allo psicopatologico, designa

il territorio, ancora non bonificato, che

si estende oltre le dighe sullo Zuidersee: il

mondo dell’inconscio. La metafora scelta da

Freud per parlare dell’oscurità che la femminilità

oppone alla ricerca psicoanalitica,

il “continente nero”, condensa, ben al di là

di una attenta disamina critica, il pregiudizio

che accomuna l’intellettualià euroamericana

maschile della prima metà del Novecento 8 ”.

vincent cassel

60


61

Riporto inoltre

le parole dello stesso

John Kerr riguardo

all’epoca in cui vivono

i tre protragonisti principali:

accanto ai lati

oscuri, alle ipocrisie,

alle falsità

“Era parimenti un

mondo di grandezza

immaginata, di importanti destini che aspettavano

di essere esauditi (...) Ovunque, dai caffè

di Vienna ai club degli ufficiali dell’esercito del

Kaiser, gli uomini immaginavano di poter diventare

il prossimo Darwin o il prossimo Bismarck

o il prossimo Nietzsche. Nell’avere il suo proprio

destino eroico da esaudire, Spielrein era figlia

del suo tempo. L’unica differenza era che era

una donna9 ”.

UNA RAGAZZA QUALUNQUE?

Sabina Spielrein giunge dalla nativa

Russia all’ospedale Burgözli di Zurigo, Svizzera,

nell’agosto del 1904. È appena diciannovenne,

ma è malata già da diversi anni. La diagnosi

del medico che la prende in cura, Carl Gustav

Jung, è di isteria psicotica. Nel giugno

del 1905 viene dimessa, continuando la terapia

da esterna. Vive da sola in un appartamento a

Zurigo, in seguito all’iscrizione alla Facoltà di

Medicina.

Considerando i tempi lunghi della malattia

e la sua gravità, la guarigione è stata straordinariamente

veloce ed efficace: “L’avvenimento

più significativo nella giovane vita della Spielrein

fu che, qualsiasi cosa fosse avvenuta nel

corso della terapia con Jung al Burghölzli, questa

la guarì 10 "a dangerous Method'

”.

La malattia di Sabina affonda le sue

radici nell’atteggiamento punitivo del padre,

il quale usava percuoterle il sedere nudo

(particolare che Jung censurerà nella sua lettera

a Freud, dicendo che la ragazza fu traumatizzata

nel vedere il fratello percosso). Ciò probabilmente

ingenera strane fantasie anali nella ragazzina,

la quale non può sedersi a tavola senza

immaginare i familiari al tavolo con lei nell’atto

di defecare. Cerca inoltre bizzarramente di stimolare

e al contempo bloccare la propria defecazione

rannicchiandosi e puntando il tallone

sull’ano. In età adolescenziale non riuscirà più a

guardare le persone negli occhi e la situazione

si aggraverà con ripetuti atti masturbatori accompagnati

da un pesante senso di colpa. Ma

è degno di nota anche l’atteggiamento perverso

di una madre anaffettiva, la quale, per

di più, sfogò la propria rabbia verso il mondo

maschile sulla figlia, entrando in competizione

con i suoi corteggiatori e vietando nel modo più

assoluto qualsiasi tipo di educazione sessuale,

tanto da intervenire segretamente presso le autorità

scolastiche russe per far evitare alla figlia

la lezione di biologia sulla riproduzione umana.

Sabina arriva quindi adulta a non sapere

nulla della sessualità, e di questo particolare

fondamentale, unito al rapporto malsano con

la madre, non vi è sorprendentemente alcuna

menzione nella diagnosi di Jung, né nelle sue

lettere a Freud.

L’altro dettaglio determinante è che

Sabina è una ragazza colta: nella Russia

dell’epoca l’emancipazione femminile era molto

più all’avanguardia di alcuni paesi europei,

permettendo alle donne di frequentare il liceo

(anziché accontentarsi di un tutore privato) e di

iscriversi all’università.

Le pazienti del Burghölzli vengono da famiglie

povere o della medio/bassa borghesia,

hanno generalmente un’educazione minima. La

paziente venuta dalla Russia è quindi molto più

acculturata delle coetanee svizzere e oltre a ciò

rivela fin da subito un’intelligenza e un’intuizio-


Letteratura

ne non comuni. Insomma, si capisce subito che

Sabina Spielrein non è una ragazza qualunque.

Tanto che sarà lo stesso Jung ad incoraggiarla

sulla strada della carriera scientifica

come psicoanalista. Il giovane Jung, dunque,

pensa bene di coinvolgere questa straordinaria

paziente come assistente nei suoi esperimenti

col reattivo verbale, in cui ha modo di verificare

le teorie freudiane.

Dopo la dimissione, Sabina continuerà

la terapia con Jung, recandosi settimanalmente

nel suo studio: probabilmente è

lì che queste due sensibilità straordinarie

entreranno in un più profondo rapporto

animico, in cui non è improprio nominare

la parola amore. In Sabina Spielrein Jung

rintraccia molte parti di se stesso. E se, in alcuni

suoi passaggi giovanili, si nota un certo

atteggiamento e una posa

di superiorità maschile verso

la mente femminile più

facilmente impressionabile,

Kerr sottolinea quelli che

erano i fantasmi di Jung: le

fantasie anali di Spielrein

erano ben poca cosa rispetto alle fantasie del

giovanissimo Jung, in cui Dio defecava spudoratamente

sul tetto della cattedrale di Basilea

e un enorme fallo compariva all’interno di

un’oscura caverna 11 . In entrambi vi è inoltre un

forte anelito spirituale assolutamente collegato,

non sganciato, alle immagini oscene scatenate

dalla loro fantasia.

Ma naturalmente il rapporto fra i due

nasce sbilanciato, asimmetrico 12 : non bisogna

dimenticare che, per quanto abbia

avuto un’evoluzione, è pur sempre un rapporto

medico-paziente, in cui il primo deve

tenere saldamente in mano le redini e far

sì che l’emotività e le dinamiche affettive

del paziente non travolgano entrambi. Non

è questo, però, che accadde e Jung decide di

chiedere aiuto a colui che ha designato come

padre e maestro: Sigmund Freud.

LA MEDIAZIONE

Jung chiede aiuto a Freud, ma in maniera

62

alquanto contorta: un po’ confessa e un po’ no,

un po’ mente, un po’ omette e lo fa comunque

molto tardi (la prima lettera è del 1906, la “quasi

confessione” solo nel 1909!). Freud dal canto

suo lascia capire che ha intuito la situazione, ma

cerca di muoversi in maniera diplomatica, suggerendo

alla Spielrein di lasciar perdere la faccenda

per il bene di tutti: “le ho suggerito una

dignitosa liquidazione, per cosí dire, endopsichica

di tutta la faccenda 13 ” e soprattutto cerca di

assolvere Jung il più possibile, adducendo la responsabilità

del problema alle giovani pazienti:

“la capacità di queste donne di mettere in moto

come stimoli tutte le astuzie psichiche immaginabili,

finché non abbiano raggiunto il loro scopo,

costituisce uno dei più grandiosi spettacoli della

natura 14 ”. Insomma, oltre alla relegazione del

femminile nella sfera del primitivo, siamo

alla mentalità della donna come Eva tentatrice.

In questo frangente, prima della rottura,

bisogna ricordarsi che il rapporto Freud-Jung si

può scindere in due parti: una parte contrassegnata

da una forte carica affettiva, dove i due si


compiacciono genuinamente dei ruoli di padre

e figlio; e una parte schiettamente utilitarista.

A Freud, Jung appare come l’erede ideale

del suo impero teorico per una miriade di

ragioni, si potrebbe dire brutalmente che

Jung gli serva: non è ebreo, come tutti i suoi

seguaci viennesi, e a Freud serve un psicanalista

“ariano” che dia una più vasta risonanza alle

sue teorie. Ed è geniale. Freud non ha una grande

stima dei suoi seguaci viennesi: nello svizzero

Jung, giovane, intraprendente e con una

formidabile capacità intuitiva, vede una grande

speranza, forse, viene azzardato, una proiezione

di quel che avrebbe voluto essere da giovane.

Da parte di Jung: è all’inizio della sua

carriera e Freud gli serve per lanciarsi nel

mondo scientifico. Le teorie freudiane da subito

destano la sua sincera attenzione, tanto da

applicarle in ambito clinico sui pazienti del Burghölzli.

Ma Jung, come sottolineano sia Kerr sia

Carotenuto, era consapevole sin dall’inizio delle

proprie divergenze dal maestro, soprattutto

sul concetto freudiano di libido, spiegato come

sabina spielrein

63

mera energia sessuale, cosa che Jung considera

fortemente riduttiva rispetto ad altre istanze

dell’essere umano, legate al proprio destino e

di natura spirituale. Un po’ per la sua propria

confusione interiore (“Io ero pieno di dubbi! 15 ”),

un po’ perché, appunto, Freud gli serve, persevera

nel mantenere un atteggiamento di venerazione

verso il maestro, a tratti sembra quasi

servile: ogni volta che Freud lo redarguisce assume

un atteggiamento remissivo, scusandosi

e premurandosi di ribadire quanto il rimprovero

sia stato per lui prezioso.

Quindi c’è questa dinamica fra i due,

che oscilla fra i contenziosi padre/figlio e

il mantenimento dei rapporti diplomatici

perché si servono l’uno dell’altro. Logico

che un rapporto così non può essere genuino

fino in fondo, schietto. Per quanto forte e viscerale

avrà inevitabilmente

dei coni d’ombra.

Sabina Spielrein non

si pone nessuno di questi

problemi. Non si lascia raggirare

dalle parole dei due

psicanalisti, che cercano di

“liquidare” il suo caso in maniera affrettata e

maldestra. Certo: né Freud aveva bisogno di uno

scandalo riguardante il suo erede designato, né

tantomeno Jung aveva bisogno di rovinarsi una

carriera appena iniziata.

Il grosso errore che fanno Freud e

Jung è quello di non aver mai smesso di

considerare la Spielrein una paziente e di

averne grossolanamente sottovalutato le

doti intuitive.

Sentiamo un po’ come redarguisce Freud

ad un certo punto della vicenda: “Ma anche lei

è astuto, Professore. (...) Si desidera però evitare

un momento sgradevole, no? Neppure il grande

‘Freud’ riesce sempre a rendersi conto delle Sue

debolezze 16 ”

Non è necessaria una laurea in psicologia

per intuire l’effetto dell’ammonimento della studentessa

Spielrein, giustamente impertinente e

che punta dritto alla verità, su un uomo della

statura di Freud: un uomo che considerava le


Letteratura

donne alla stregua della dimensione primitiva,

infantile, non del tutto sviluppata. La scossa

deve essere arrivata pungente, anche perché

si insinuava dritta dritta fra le pieghe di un assordante

silenzio fra lui e Jung.

E non sarà l’unica volta in cui Sabina Spielrein

si dimostrerà molto più perspicace dei due.

LA NON-CONVERSAZIONE

John Kerr, con una efficace espressione,

afferma che accanto alle lettere e al rapporto

ufficiale, fra Freud e Jung si sviluppò negli

anni una non-conversazione 17 . Il peso del nondetto

verrà squisitamente rimosso fino

all’estremo, quando si farà strada da sé e

imploderà tragicamente nel frangente che

porterà poi alla definitiva rottura fra i due.

Uno dei non-detti riguarda direttamente

lo scambio di lettere di cui sopra: solo anni

dopo Freud darà quella “risposta mancata 18 ”,

in Osservazioni sull’amore di traslazione del

1914. Qui ammetterà la totale responsabilità

dell’analista nel cadere in un eventuale errore,

laddove prima, come si è visto, spostava tutto

sulla “diabolicità della paziente che induce

in tentazione l’analista, cercando di far leva sui

nodi conflittuali e irrisolti 19 ”.

È un non-detto che riguarda Jung molto

da vicino e che permette a Freud di assolvere

il suo “erede” per tutta la durata del loro idillio.

Lo assolve in quello che fu senz’altro un errore

umano commesso maldestramente, confuso

dall’emotività, ma pur sempre un errore. Chiariamo

una volta per tutte: lo sbaglio di Jung

non fu certo quello di innamorarsi di Sabina

Spielrein. Per quanto un analista debba evitare

il più possibile il coinvolgimento emotivo, esso

è un essere umano come gli altri, succede. Bisogna

inoltre tener presente, come ben puntualizza

Carotenuto, che gli analisti di quest’epoca

(della psicoanalisi nel suo nascere) non erano

sufficientemente preparati ad affrontare qualcosa

di così potente come il transfert e soprattutto

il contro-transfert, ovvero il coacervo di

emozioni che il paziente proietta sul medico e,

specularmente, i nodi emotivi irrisolti che il paziente

può risvegliare a sua volta nell’analista.

L ’ e r r o -

re di Jung fu

in come gestì

questa sua vicenda

emotiva

in relazione al

mondo esterno.

Sono tanti gli

episodi, in questo

frangente, che

ritraggono il giovane

Jung comportarsi

davvero in maniera poco onorevole.

Bisogna ricordarsi che qui stiamo parlando di

uno Jung trentenne, molto ambizioso e al contempo

emotivamente instabile. Poco dopo la

rottura con Freud e il distacco da Sabina Spielrein

(due delle persone più importanti della sua

vita!) avrà un tracollo psicologico che lo porterà

ad affrontare per parecchi anni i suoi fantasmi

interiori, la cosiddetta nekya20 .

Ma un altro clamoroso non-detto riguarda

molto da vicino Freud, e su questo la comunità

scientifica degli psicoterapeuti e degli studiosi

ha dimostrato una forte, incredibile resistenza.

IL TRIANGOLO

Nel 1957, durante un incontro in casa sua

con il professore americano John Billinsky,

Jung fa un’esternazione che sconvolge non poco

la comunità psicanalitica: rivela di essere a conoscenza

di un rapporto extra matrimoniale che

Freud avrebbe intrattenuto per molti anni con

la cognata e segretaria, Minna Bernays. Successivamente

parlerà di questo particolare ad

altre due persone, guadagnandosi l’appellativo

di “pettegolo”. Io non sono proprio di questo

avviso. Una persona che si dica pettegola non

aspetta certo cinquantanni prima di sbarazzarsi

di un segreto. Jung si tiene dentro questa cosa

per un periodo considerevole. Poi, finalmente,

sbotta. È come se si fosse liberato da un peso.

Ora può parlarne liberamente anche con altri21 sigmund Freud

.

Esaminiamo più da vicino la vicenda:

nell’estate del 1909 Freud e Jung vengono invitati

a tenere delle conferenze in America, dove

troveranno ad accoglierli un pubblico entusia-

64


sta. Ma la rottura

si stava già consumando,

come

una ruggine che

erode silenziosamente

e inesorabilmente

un

pezzo di metallo.

carl Jung

Il seguente aneddoto

rappresenta

proprio il punto di

rottura: durante il viaggio di andata Jung, Freud

e Ferenczi si analizzano vicendevolmente i

propri sogni. Freud racconta del suo sogno in

cui compaiono lui, la moglie e la cognata. Jung

chiede maggiori delucidazioni ma Freud si rifiuta,

adducendo la giustificazione che ne avrebbe

perso in autorità. Questo simboleggia per Jung

l’inizio della fine: per lui è inconcepibile che la

verità venga sacrificata nel nome di una autorità

personale.

Jung, che sapeva del triangolo amoroso

di Freud dalla stessa Minna, in realtà si aspettò

sempre una confessione, che avrebbe reso

da una parte l’amicizia più genuina, dall’altra

avrebbe contribuito a chiudere correttamente la

cerniera fra biografia e teoria, così fondamentale

in queste discipline (Jung ne farà una bandiera

del suo impianto teorico, tanto che Màdera

parla di mitobiografia). Sotto sotto forse si augurava

che le sue mezze confessioni su Sabina

Spielrein aiutassero a suscitare una confidenza

dall’altra parte. Ma la confessione non arrivò

mai.

La cosa curiosa è il silenzio e l’imbarazzo

degli studiosi quando Billinsky riportò le rivelazioni

di Jung. C’è chi minimizzò la vicenda,

sottolineando l’inutilità di questo dettaglio. Chi

non ne accennò nemmeno nelle proprie pubblicazioni,

pur occupandosi dettagliatamente della

biografia di Freud. Per la cronaca: nemmeno nel

film di Cronenberg si accenna sia pur minimamente

a questo. Insomma: il mondo degli studiosi

applicò fino in fondo quella preservazione

dell’autorità che Freud aveva evocato come una

65

barriera nei confronti di Jung. Continuò anche

in questo frangente a difendere la persona, non

le idee 22 , portando avanti quel tragico dogmatismo

che purtroppo contraddistinse in senso

negativo la nascita della psicoanalisi e che le

procurò dure e giuste critiche sin dalla sua nascita

23 .

Non bisogna dimenticare due cose: che

l’amore per la verità non ha nulla a che vedere

con la predisposizione al pettegolezzo; e che

stiamo parlando del padre della psicoanalisi,

colui che ha fondato il suo impero sulla teoria

della sessualità. Faccio mie le parole di Carotenuto,

dedicate al caso Spielrein ma valide anche

qui: “(...) i documenti non avevano a che fare

con gente comune, che ha il diritto a conservare

l’anonimato e la riservatezza della propria vita,

ma con persone le cui idee hanno cercato di

cambiare il mondo, offrendo dei paradigmi per

interpretarlo 24 ”.

I silenzi e le omertà fra i due grandi

della psicologia hanno, secondo Kerr, inficiato

al massimo grado la pericolosità

già insita nel “metodo”, e ciò in un periodo

così delicato come la sua origine 25 . La

pericolosità, a cui allude primariamente il titolo,

risiede nel fatto che in realtà quello psicanalitico

non sia un metodo, poiché Freud non

ha mai fornito gli strumenti necessari al resto

della comunità scientifica per applicare le sue

teorie in ambito clinico. L’ha sempre promesso

ma non l’ha mai fatto, implicando che chi volesse

utilizzare le sue teorie dovesse prima di

tutto rivolgersi all’origine, cioè a se stesso. Un

atteggiamento fortemente anti-scientifico, che

lasciò spazio a numerose ambiguità e margini

interpretativi.

SABINA PSICOANALISTA FREUDIANA

Quel che manca prepotentemente nel

film di Cronenberg è una visione prospettica

della storia: il film si chiude con la separazione

definitiva di Sabina Spielrein da Jung

e sembra che la parabola di vita importante di

Spielrein si concluda lì. In comparazione il film

del nostro Faenza ha questo pregio: svilup-


Letteratura

pare la parabola di Spielrein in quasi tutta

la sua interezza, compreso l’esperimento

dell’asilo bianco in Russia, dove ella applicò

i principi freudiani fino a che la

cecità e la stoltezza dello

stalinismo non mise

al bando la psicanalisi.

Nel

1911

"a dangerous Method'

66

Sabina Spielrein si laurea e nel 1912 esce un

suo importante lavoro, forse il più importante:

La distruzione come causa del venire all’essere,

testo comunemente ritenuto precursore del

concetto freudiano di pulsione di morte. In realtà,

precisa John Kerr, in questo c’è una grande

miscomprensione culturale e sembra tuttora

esserci abbastanza confusione su questo punto,

complice lo stesso Freud. Quando pubblicó

Al di là del principio di piacere nominò in

nota la Spielrein (l’unico riconoscimento che

lei ebbe: una citazione in una nota a piè pagina),

ammettendo di non aver ben compreso

del tutto le sue teorie. Almeno in questo Freud

è onesto. Però intanto, dopo aver inizialmente

opposto resistenze alla tesi della Spielrein, la

fa sua. In realtà non è la prima volta che Freud

adopera questo meccanismo, opporsi o dimostrarsi

indifferente all’idea di un altro per poi

rielaborarla e farla propria 26 . Ma è interessante

vedere – e aiuterà a capire la natura di questa

miscomprensione – come le idee di Spielrein furono

accolte la prima volta in cui le presentò a

Vienna presso l’Associazione psicanalitica. Ciò

ci illuminerà ulteriormente sul rapporto distorto

col femminile che aveva quel che Màdera definisce

“l’intellettualità euroamericana

maschile della prima metà del Novecento”.

LA FALSITà ORGANICA DELLA DONNA

Come si evince anche dal film, Sabina

Spielrein, dopo aver assimilato gli insegnamenti

junghiani, inizierà il suo percorso come psicanalista

freudiana.

John Kerr ricostruisce abilmente,

grazie ai verbali dell’epoca, l’atmosfera dei

famosi incontri del mercoledì, inizialmente

tenutisi in casa di Freud, poi nei caffè di

Vienna.

Spilrein, seconda donna ad entrare nella

società psicoanalitica viennese, viene introdotta

nel circolo l’11 ottobre 1911, in una delle


parentesi più miserabili della storia della psicoanalisi:

sul piatto è la posizione di Adler e la sua

“gang”, ritenuti colpevoli di allontanarsi dalla

strada maestra e quindi meritevoli di ostracismo.

Ma non è l’unica evenienza della serata.

Per un soffio non si ripete ciò che si verificò circa

un anno prima con Margarete

Hilferding, prima

donna membro

del gruppo,

la qua-

le provocò un acceso dibattito sull’opportunità

o meno che le donne entrassero nella società;

la cosa fu messa ai voti27 . Ciò la dice lunga sul

maschilismo imperante del mondo intellettuale

dell’epoca, più di qualsiasi dissertazione filosofica.

Ma non sorprende considerando che pochi

anni prima, nel 1903, Otto Weininger aveva

pubblicato uno scritto, intitolato Sesso e carattere,

in cui ritraeva le peculiarità del maschile

e del femminile: il primo contraddistinto dal

poteri intellettuali, moralità, genio, etc; la seconda

contraddistinta da amoralità, impulsività,

desiderio sessuale. Una delle sue conclusioni è

che l’isteria sia “la crisi organica dell’organica

falsità della donna 28 67

”. Complice anche il clamo-

re suscitato dal suicidio dell’autore poco dopo

l’uscita del libro, Sesso e carattere vendette

moltissimo ed ebbe una vasta diffusione.

Al lettore non sfuggirà che gli stessi uomini

i quali inquadravano in questo modo il

femminile (abbiamo visto come Freud, con la

“diabolicità della donna” non discostasse molto

dalle tesi estremiste di Waininger) non mancassero

essi stessi di numerose nevrosi

e nodi conflittuali. Ma Sabina Spielrein

è una che cerca di cogliere

il meglio anche dalle situazioni

più penose, o meglio: cerca

di depurare le persone e le

situazioni positive dalla

componente negativa,

come dimostra

un bel passaggio

del suo

diario, dopo il vergognoso e traditore comportamento

di Jung nei suoi confronti: “(...) volevo togliere

dalla sua anima ciò che aveva giustificato

il suo brutto comportamento nei confronti miei

e di mia madre 29 ”. Perciò non si lascia tramortire

e continua imperterrita i suoi studi, perché

vuole perseguire quel “grandioso destino” a lei

riservato, come i suoi antenati le avevano comunicato

in sogno.

Ma la sera in cui presenta il suo importante

lavoro, La distruzione come causa della

venuta all’essere, è forse ancora più penosa e

sintomatica: il suo concetto di componente

distruttiva della sessualità viene spiegato

come una parte intrinseca dell’istinto ses-


Letteratura

Keira Knightley e Michael Fassbender 68

suale, il cui apice è la fusione con l’altro;

da qui le resistenze dell’Io, che si oppone

all’istinto sessuale in quanto può appunto

portare alla dissoluzione/distruzione

dell’Io in nome della fusione. Tutto questo

viene completamente travisato e incasellato

dagli uditori in una dinamica masochista, tipica

dell’atteggiamento femminile, di contro alla

componente sadica eminentemente maschile,

che il caso vuole esposta da Tausk poco prima

dell’intervento di Spielrein. Ma Spielrein non voleva

dire questo.

Successivamente Freud e Jung inoltre sosterranno,

in via epistolare, che le teorie di Spielrein

risentono dei suoi propri complessi 30 : come

se la cosa non fosse vera applicata a se stessi!

“Talvolta una persona non è sentita perché

non viene ascoltata” afferma John Kerr“(...) la

sua incapacità di ottenere il riconoscimento della

sua intuizione nel tema della repressione non

fu un suo errore; fu l’errore di Freud e di Jung.

Preoccupati con le proprie teorie e preoccupati

l’uno dell’altro, i due uomini semplicemente non

si fermarono persino per capire le idee di questa

giovane collega lasciata da sola a chiedere

aiuto nel trovare un’espressione più felice al suo

pensiero 31 ”.

È bene sottolineare, come fa John Kerr,

che nell’ambito della sua vita Sabina Spielrein

conobbe personalmente e collaborò con un nu-

mero considerevole di personalità chiave della

scienza e civiltà occidentale: dopo essere stata

allieva di Jung e Freud (ed aver contribuito allo

sviluppo delle loro teorie), collaborò col giovane

Jean Piaget, che fu in analisi con lei negli

anni passati presso l’istituto di Ginevra. Quando

tornò in Russia nel 1923 portò naturalmente in

patria le migliori intuizioni e teorie europee nel

campo, offrendo spunti importanti a personalità

chiave della psicologia come Luria e Vygotsky:

se la parola “saccheggiare” può risultare

eccessiva, bisogna dire però che alcune loro

idee erano straordinariamente simili a quelle

“importate” da Sabina Spielrein 32 . Insomma, in

finale, il grande destino a cui l’avevano chiamata

i suoi antenati dal profondo del suo inconscio

in un certo modo si avverò. Il giusto riconoscimento

da parte della compagine umana a lei

contemporanea invece no. In ogni caso, dopo la

sua partenza per la Russia, la figura di Sabina

Spielrein cade definitivamente nell’oblio.

Dopo questa esposizione purtroppo non

esauriente dei fatti ma sufficiente, si potrebbe

asserire che l’intelligentia maschile euroamericana

applicò sul femminile categorie

di comodo per esercitare la propria dominanza,

confermata ulteriormente dal fatto che

dei prodotti intellettuali migliori del femminile

si servì abbondantemente appropriandosene. È

l’atteggiamento inclusivo dell’invasore, del colo-


69

nialista che dimostra di disprezzare lo straniero

e di considerarlo inferiore, tranne poi invaderne

i territori e impossessarsi delle materie prime33 .

Prima di concludere con delle domande che rivolgo

al lettore/spettatore, torno sulla mia perplessità

iniziale e mi vien da concludere che le

vicende qui sopra descritte non siano affatto

paradossali rispetto alla psicologia del profondo,

tutt’altro: esse sono l’ulteriore riprova e conferma

di quelle geniali teorie.

Bisogna fare come Spielrein: depurare

l’impianto teorico dal dogmatismo e dal

sessismo di Freud o dalla spavalderia giovanile

di Jung, trattenendo invece le perle

preziose. Bisogna ricordarsi anche che, per

quanto l’essere umano sia educato e allenato

a tenere un distacco verso le passioni, parlare

sulle emozioni umane ed esserne direttamente

coinvolti sono due cose profondamente diverse.

La prima domanda, che “rubo” da un intervento

di una giornalista americana, è la seguente: il

film di Cronenberg rende giustizia alla figura

di Sabina Spielrein?

La risposta è evidentemente negativa,

ma bisogna anche distinguere un approccio

storico-documentaristico effettuato da un

esperto rispetto ad un’opera artistica che, oltre

a fornire informazioni su una storia, punta anche

alla resa estetica. Da questo punto di vista

il film di Cronenberg è quasi perfetto nella

ricostruzione di fatti e ambientazioni: l’unico

appunto è l’assenza di pathos, di emozione,

nonostante tutti gli sforzi di Keira Knightley di

rendere plausibili gli isterismi di Spielrein e gli

viggo Mortensen e Michael Fassbender

sforzi di Fassbender di essere credibile come

Jung. Ho trovato intrigante invece la recitazione

“flemmatica” di Viggo Mortensen nei panni di

Freud, un attore che cresce sempre di più e Cronenberg

se n’è reso ben conto, “utilizzandolo”

in ben tre film. Piacevole anche la prestazione

di Vincent Cassel, mai eccessivo in un ruolo,

quello di Otto Gross, che poteva facilmente

sfuggire di mano.

Al contrario il film di Roberto Faenza,

pur peccando d’ingenuità rispetto a certe

scelte stilistiche, offre diversi momenti che

coinvolgono emozionalmente lo spettatore.

A confronto con quest’opera “Un metodo

pericoloso” è un film “freddo”.

Il merito che hanno entrambe le opere, tuttavia,

è quello di aprire una breccia: esse hanno

portato al grande pubblico una storia che

altrimenti sarebbe rimasta appannaggio

dei soli addetti ai lavori e hanno messo per

esempio la sottoscritta nelle condizioni di interessarsi

ed approfondire la storia di Sabina

Spielrein 35 .

La domanda che pongo in finale e che lascio

aperta è questa: stando al fatto che la

psicoanalisi ha condizionato fortemente

la civiltà occidentale – nelle sue espressioni

culturali, ma anche nell’analisi spicciola

dei comportamenti umani – quanto

la mentalità dipinta agli albori di queste

teorie è lontana dalla contemporaneità?

Il lettore non si lasci condizionare dalle oggettive

conquiste della civiltà in ambito di diritti

umani, parità, etc. Qui parliamo di dinamiche


Letteratura

profonde della psiche, e tutti noi sappiamo,

se non dalle teorie di Jung per esperienza personale,

che nella nostra vita quotidiana, le consuetudini

consolidate e le convinzioni razionali

intersechino meccanismi ancestrali, che affondano

le radici in un passato remoto ed irrazionale.

Le conquiste delle donne sul piano legislativo

e del diritto, non sempre collimano

col nostro modo profondo di pensare e

di sentire – in una parola vivere – il maschi-

NOTE

[1] Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano, 1996,

p. 1068.

[2] Si veda Sigmund Freud, Il Perturbante, 1919 (“Il perturbante

è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è

noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”).

[3] A parte le lettere scritte da Jung, di cui si hanno al

momento solo alcuni frammenti per via del veto posto dai

discendenti.

[4] A. Carotenuto, Diario di una segreta simmetria. Sabina

Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma, 1980, pag.

34

[5] Nel 1974 era già stato pubblicato il carteggio fra Freud

e Jung, in cui emergeva saltuariamente il nome della

Spielrein.

[6] J. Kerr, op.cit., pag. 13.

[7] Lella Ravasi Bellocchio, L’amore è un’ombra, Arnoldo

Mondadori Editore, Milano, 2012, edizione Kindle.

[8] R. Màdera, Carl Gustav Jung. Biografia e teoria, Bruno

Mondadori Editore, Milano, 1998.

[9] J. Kerr, op. Cit, pag. 479.

[10] Bruno Bettelheim, Scandalo in famiglia, contenuto in

A. Carotenuto, op. Cit., pag. 29.

[11] Si veda Ricordi sogni riflessioni, a cura di A. Jaffè,

pagg. 37, 64 e seguenti.

[12] “Ora, nella situazione analitica non puó esistere, in

particolar modo all’inizio, alcuna simmetria” A. Carotenuto,

op. Cit., pag. 101.

[13] Lettere fra Freud e Jung, Boringhieri, Torino, 1974,

pag. 252.

[14] Ibid., pag. 248.

[15] Si veda l’intervista di John Freeman per la tv americana

“Face to face”, 1959, video rintracciabile su youtube.

[16] Lettera di Sabina Spielrein a Freud del 20 giugno

1909, in A. Carotenuto, op. Cit., pagg. 120 e 242.

[17] J. Kerr, op. Cit., pag. 409.

[18] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 20.

le e il femminile.

In questo senso, come e quanto ci

parla la storia di Sabina?

La mia risposta è già parzialmente nell’analisi

qui sopra, ma in realtà la mia intenzione è

lanciare un sasso nello stagno e riproporre

ad libitum quel sano stupore e catena di riflessioni

che ha suscitato la comparsa dei suoi documenti.

Dal sottosuolo della civiltà occidentale.

[19] Ibid., pag. 121.

[20] Discesa agl’Inferi. Termine mutuato dall’Odissea.

[21] J. Kerr, op. Cit, pag. 135 e seguenti.

[22] Si veda A. Carotenuto, op. Cit., pag. 32

[23] Molteplici furono gli episodi di “intolleranza” verso

coloro che mossero un minimo di critica alle teorie del

maestro, tanto da spingerlo a creare una Commissione

Segreta volta unicamente ad individuare coloro che ne

mettessero in crisi i presupposti.

[24] A. Carotenuto, op. Cit., pag. 33.

[25] Si vedano le ultimissime battute del libro, J. Kerr, op.

Cit., pag 511.

[26] Il caso più clamoroso fu quello di Fliess, riguardo

alla teoria della bisessualità, non certo farina del sacco

di Freud. La vicenda, che coinvolse altra gente, finí con

processi e la rottura dell’amicizia con Freud.

[27] J. Kerr, op. Cit., pagg. 353-354.

[28] Citato in J. Kerr, op. Cit., pag. 75.

[29] Diario di Sabina Spielrein, 11 settembre 1910, contenuto

in A. Carotenuto, op.cit., pagg. 293-294.

[30] Argomentazione di bassa caratura a cui Freud ricorse

spesso per liquidare teorie o persone con cui non concordava,

definendoli di volta in volta paranoici o nevrotici

(vedi il caso Fliess).

[31] J. Kerr, op. Cit., pag. 405.

[32] Ibid., pag. 498.

[33] Il parallelo con la mentalità colonialista viene introdotto

da Romano Màdera qui: “non era il continente nero

della geopolitica il terreno di conquista al quale il colonialismo

europeo portava i doni della civiltà?” si veda R.

Màdera, op. Cit, pag 130.

[34] Margaret Wheeler Johnson in:

www.huffingtonpost.com

[35] Esiste anche una terza opera del 2002, un documentario

della regista svedese Elizabeth Marton, intitolato

Mi chiamavo Sabina Spielrein.


Keira Knightley

71


Romanzi&modernità

a confronto

come la narrativa affronta i temi di attualità

di sara rattaro

La Letteratura spesso nasce da piccole

cose quotidiane. Abitudini, manie, routine, idee

convenzionali o il semplice costume riempiono

le pagine che leggiamo. Le utilizzo anch’io e poi le

stravolgo, le rompo e le rovino. Così in modo sfacciato

provo a raccontare cosa accade dopo che la

tempesta ha rovesciato la nostra vita, quando non

si può far finta di nulla, quando non si può tornare

indietro e quello che resta, sono solo i cocci di un

vaso rotto.

Negli ultimi anni, una decina a questa parte,

il nostro modo di comunicare ha subito dei cambiamenti.

Li abbiamo accettati e accolti perché spesso

non li abbiamo nemmeno compresi, non tutti, non

subito.

È arrivato internet che come ogni amante giovane,

dinamica e seducente ha attirato senza troppa

fatica il pubblico. Sembra libera, sconfinata e divertente,

e lo è. Così in poco tempo la vecchia moglie

tradita, la televisione, prima unica e indiscussa fonte

d’informazione, ha dichiarato la sua guerra, a colpi

di casi mediatici, di madri straziate dal dolore e ragazzini

vittime di orrendi soprusi. Ci lamentiamo ma

non riusciamo a cambiare canale, critichiamo ma

ci lasciamo soddisfare da ogni particolare, magari

di poco conto, discutiamo sulle prove perché le indagini

ci piacciono da morire e dimentichiamo. Sì,

dimentichiamo Sara, Yara, Melania e tutte le altre.

Confondiamo i fatti, i luoghi e i volti, ma ricordiamo i

dettagli, i più avidi, i più inutili.

Sulla sedia sbagliata, il mio primo romanzo,

racconta l’attualità più spietata, quella che si legge

sui giornali, quella che ti fa iniziare un articolo e arrivare

in fondo provando disagio, quella che ti fa arrabbiare

ma da cui non riesci ad allontanarti.

È la storia di Andrea un ragazzo come tanti,

ma che un giorno decide di fare qualcosa di orribile,

senza un vero perché, e finirà sul giornale come un

mostro. Ma Andrea non è solo. Sarà la voce di sua

Letteratura

madre a raccontarci tutto. La madre di un carnefice,

una madre come tante altre che passa la sua esistenza

a fare del suo meglio e che un giorno viene

trascinata via, insieme a tutti quei “perché” a cui non

riesce a trovare risposta. Sono loro che mi interessano,

sono i veri attori di storie come queste,

sono i volti muti che ruotano intorno ai protagonisti,

sono quelli che occupano il posto in prima

fila, che vedono cose a noi nascoste. Sono le

vere vittime senza sepoltura.

Lo faccio ancora: mi guardo intorno e provo a

raccontare sentimenti forti come la paura e lo smarrimento

perché parlo d’amore, il più forte di questi,

spesso il più crudele. Perché chiunque abbia amato

sa quanto dolore provoca avvicinarsi al sole. Impossibile

non bruciarsi.

Così arriva Viola che scotta più del fuoco, che

ama solo a modo suo. In una folle confessione lei lo

fa. Ci racconta tutto, come vorremmo saper fare noi

stessi. Ci racconta i suoi tradimenti, inganni e bugie.

Parla con voce tremante e sottovoce come chi è

stato scoperto e non ha più nulla da perdere e ci fa

venire in mente tutti i nostri segreti. Lo fa trascinandosi

dietro chi la ama più della sua vita. Perché chi

sa amare oltre se stesso, nonostante tutto e tutti,

esiste davvero, peccato che sia sempre nel nostro

cono d’ombra, altrimenti lo avremmo visto, capito e

magari amato a nostra volta. Ma lui resta lì, dove noi

non riusciamo mai ad arrivare. Ci ama da lontano

e lo dimostra con l’attesa. Perché amare significa

saper aspettare e avere pazienza.

I miei romanzi nascono così da un filo sottile

che si scrive quasi da solo perché i sentimenti

esplodono, girano, volano e tornano ai loro

legittimi proprietari, tutti noi. L’amore, la rabbia,

la voglia di scappare, di abbandonarsi, di essere

felici, di piangere compongono la nostra anima,

perché se la pelle, i capelli e gli occhi possono

essere diversi il cuore no e tutti coloro che amano,

sognano e si arrendono si assomigliano.


Letteratura

traduzione di gaBrieLLa Parisi

I fratellastri

di Elizabeth Gaskell

Nella tetra e gelida campagna del Cumberland,

nell'Inghilterra nord-occidentale, in epoca vittoriana, si

svolge questo racconto di Elizabeth Gaskell, The Half-

Brothers (I fratellastri), che fu pubblicato per la prima

volta sul Dublin University Magazine nel Novembre 1859.

ia madre si sposò due volte. Non parlava

mai del suo primo marito ed è solo da

altre persone che sono venuto a conoscenza

di quel poco che so sul suo conto. Credo

che mia madre avesse appena diciassette anni

quando lo sposò e lui a malapena ventuno.

Egli affittò una piccola fattoria nel Cumberland,

in qualche luogo prossimo alla costa, ma

probabilmente era troppo giovane e inesperto per

essere responsabile di una proprietà e di capi di

bestiame: comunque sia, i suoi affari non prosperavano,

inoltre si ammalò e morì di consunzione

prima che fossero marito e moglie da tre anni,

lasciando mia madre vedova a vent’anni, con una

figlia piccola appena capace di camminare e la

fattoria, in locazione per altri quattro anni, nelle

sue mani, con metà del bestiame ormai morto

o venduto capo a capo per pagare i debiti più

urgenti e senza denaro per acquistarne altro, neanche

per comprare le provviste necessarie per

il piccolo consumo giornaliero.

C’era anche un altro figlio in arrivo e credo

che mia madre fosse triste e addolorata al pensiero.

Deve aver trascorso un inverno tetro nella

sua dimora solitaria, senza nessuno vicino per

miglia nei dintorni. Sua sorella arrivò per farle

compagnia e le due donne programmarono e organizzarono

un modo per far durare ogni penny

che riuscivano a recuperare il più a lungo possibile.

Non so dirvi come accadde che la mia sorellina,

che non ho mai conosciuto, si ammalò e

morì, ma, come se le disgrazie della mia povera

madre non fossero abbastanza, appena due settimane

prima della nascita di Gregory, la fanciulla

si ammalò di scarlattina e una settimana dopo

era morta. Credo che mia madre rimase scioccata

da quest’ultimo colpo.

Mia zia mi disse che non pianse: zia Fanny

sarebbe stata sollevata se lo avesse fatto, ma ella

si limitava a sedere tenendo la mano della sua

piccolina e a guardare il suo bel viso pallido,

esanime, senza versare una lacrima. Lo stesso

accadde quando la portarono via per seppellirla.

Baciò semplicemente la figlia e sedette davanti

alla finestra per guardare la piccola processione

scura — composta da vicini, da mia zia e da un

lontano cugino, che erano i soli amici che esse

fossero riuscite a radunare — che si snodava tra

la neve caduta finemente sul paese la notte precedente.

Quando mia zia fece ritorno dal funerale, trovò

mia madre nello stesso posto, con gli occhi

74


75

più asciutti che mai. E continuò così fino alla nascita

di Gregory. In qualche modo, il suo arrivo

sembrò far sciogliere le lacrime: piangeva giorno

e notte, finché mia zia e gli altri osservatori non

si guardavano fra loro costernati; l’avrebbero fatta

smettere volentieri, se avessero saputo come

fare. Ma ella chiedeva di essere lasciata da sola

e di non stare troppo in ansia, perché ogni lacrima

versata leniva la sua mente, già terribilmente

provata dalla sua incapacità di piangere fino a

quel momento.

In seguito sembrò non pensare ad altro che

al suo nuovo bambino; sembrava che a malapena

ricordasse sia il marito che la figlioletta che

giacevano morti nel camposanto di Brigham —

per lo meno, così diceva zia Fanny, ma lei era

una chiacchierona, mentre mia madre era invece

molto silenziosa per natura, cosicché credo che

zia Fanny si debba essere sbagliata nel credere

che mia madre non pensasse mai al marito

e alla figlia solo perché non ne parlava mai.

La zia era più grande di mia madre e la trattava

come se fosse una bambina ma, malgrado tutto,

era una creatura gentile e cordiale, che pensava

maggiormente al benessere della sorella che al

proprio. Esse vivevano principalmente delle sue

piccole somme di denaro e di ciò che le due donne

riuscivano a guadagnare cucendo per i commercianti

all’ingrosso di Glasgow.

Ma a poco a poco la vista di mia madre cominciò

a venir meno. Non che fosse diventata

completamente cieca, poiché poteva vedere abbastanza

da riuscire a muoversi per casa e fare

una discreta quantità di lavori domestici, ma,

purtroppo, non poteva più eseguire lavori di

cucito precisi per guadagnare denaro. Forse fu

a causa del troppo piangere, dal momento che

era ancora molto giovane all’epoca e anche una

fanciulla molto graziosa — per quanto ho sentito

dire — come lo può essere una ragazza di

provincia. Ella prese tristemente a cuore il problema

di non poter più guadagnare per il mantenimento

suo e del suo bambino. Mia zia Fanny

l’avrebbe volentieri convinta che aveva già lavoro

a sufficienza occupandosi della gestione del cottage

e badando a Gregory, ma mia madre sapeva

RACCONTO

che si trovavano in difficoltà e che la stessa zia

Fanny non aveva da mangiare quel poco che le

sarebbe bastato, neanche il genere di cibo più

semplice. Riguardo a Gregory, non era un ragazzo

forte ed aveva bisogno non di più cibo — dal

momento che ne aveva a sufficienza, chiunque

fosse a dovervi rinunciare — ma di una miglior

alimentazione e di più carne animale.

Un giorno — è stata zia Fanny a dirmi tutto

questo riguardo alla mia povera madre, molto

tempo dopo la sua morte — mentre le sorelle

erano sedute insieme, mia zia si dedicava al

cucito e mia madre placava Gregory per farlo

dormire, entrò in casa William Preston, che in

seguito divenne mio padre. Era considerato un

vecchio scapolo — credo che avesse superato i

quarant’anni da parecchio — ed era uno degli

agricoltori più ricchi dei dintorni. Inoltre aveva

conosciuto bene mio nonno e anche mia madre

e mia zia in un periodo più prospero. Sedette

e iniziò a roteare il cappello per apparire ben

disposto; mia zia Fanny parlava, mentre lui la

ascoltava guardando mia madre. Ma egli disse

molto poco, sia in quella visita che nelle numerose

che si susseguirono, prima che esprimesse

quello che era lo scopo reale delle sue frequenti

visite, scopo che si era prefisso fin dalla prima

volta che aveva messo piede nella loro casa.

Ad ogni modo, una domenica zia Fanny non

andò in chiesa, ma rimase in casa a prendersi

cura del bambino e mia madre andò da sola.

Quando ritornò ella corse dritta di sopra, senza

passare dalla cucina per dare un’occhiata a Gregory

o per dire qualche parola alla sorella e zia

Fanny la udì piangere come se le si stesse spezzando

il cuore. Così zia Fanny salì e la redarguì

ben bene attraverso la porta chiusa, finché non

la costrinse ad aprirla. Così mia madre si gettò

al collo della zia e le disse che William Preston

le aveva chiesto di sposarlo e le aveva promesso

di assumersi la tutela del ragazzo, facendo sì che

non gli mancasse nulla, né per il suo sostentamento,

né per la sua educazione e che lei aveva

acconsentito. Zia Fanny fu parecchio turbata

dalla notizia, perché — come ho detto — aveva

spesso pensato che mia madre avesse dimenti-


Letteratura

cato il suo primo marito molto rapidamente e ora

questa ne era la prova concreta, dal momento

che riusciva a pensare di risposarsi così presto.

Inoltre, come zia Fanny soleva dire, lei stessa sarebbe

stata molto più adatta a un uomo dell’età

di William Preston rispetto a mia madre che —

sebbene fosse già vedova — non aveva ancora

visto ventiquattro primavere. Comunque essi non

avevano chiesto il suo parere, come diceva zia

Fanny, e c’era molto da dire se si guardava il problema

sotto un altro aspetto. La vista di Helen

non sarebbe mai più tornata in buone condizioni,

invece, come moglie di William Preston, non

avrebbe mai avuto bisogno di far niente, se avesse

deciso di star seduta con le mani in mano. Inoltre

un ragazzo era un grande impegno per una madre

vedova, mentre ora ci sarebbe stato un uomo

serio e con una solida posizione che si sarebbe

occupato di lui. Pertanto, in linea di massima,

zia Fanny sembrò avere un’idea più allegra del

matrimonio di quanto l’avesse mia madre, che a

malapena alzava lo sguardo e non sorrideva più

dal momento in cui aveva promesso a William

Preston di diventare sua moglie. Ma per quanto

avesse amato Gregory fino a quel momento, da

allora sembrò amarlo ancora di più. Gli parlava

in continuazione quando erano da soli, sebbene

egli fosse ancora troppo piccolo per comprendere

le sue parole lamentose o per fornirle qualsiasi

genere di conforto, a parte le sue carezze.

Infine ella sposò William Preston e divenne

padrona di una casa ben ammobiliata, a meno di

mezz’ora di cammino dall’abitazione di zia Fanny.

Credo che lei facesse tutto ciò che era in suo

potere per far piacere a mio padre: ho sentito egli

stesso dire che non c’era mai stata una moglie

più rispettosa di lei. Ma non lo amava ed egli lo

scoprì presto. Mia madre amava Gregory, ma non

mio padre. Forse l’amore sarebbe giunto in seguito,

se egli fosse stato abbastanza paziente da

aspettare, ma lo inaspriva vedere come gli occhi

di lei brillassero e il suo colorito si accendesse

alla vista del figlioletto, mentre per lui, che pure

le aveva dato così tanto, aveva solo parole gentili,

ma fredde come il gelo.

Mio padre cominciò a rimproverarla per il diverso

comportamento, come se questo avrebbe

potuto portare amore. Inoltre cominciò a nutrire

una decisa antipatia nei confronti di Gregory: era

geloso per l’amore immediato che sempre sgorgava

come una sorgente di acqua fresca quando il

fanciullo si avvicinava. Mio padre avrebbe voluto

che ella lo amasse di più e forse questo era una

cosa buona e giusta; ma egli desiderava che ella

amasse di meno suo figlio, e questo era un desiderio

malvagio.

Un giorno diede sfogo alla sua collera maledicendo

e imprecando contro Gregory, che aveva

fatto una qualche marachella, come capita di solito

ai bambini. Mia madre cercò di scusarlo ma

mio padre disse che era già abbastanza arduo

prendersi cura del figlio di un altro uomo, senza

che questi fosse perpetuamente sostenuto nella

sua disobbedienza da sua moglie, che invece

avrebbe dovuto sempre avere le stesse opinioni

del marito. Da un piccolo screzio si passò a qualcosa

di più grande e il risultato fu che mia madre

fu confinata a letto prima del tempo e io nacqui

quello stesso giorno.

Mio padre fu allo stesso tempo contento, orgoglioso

e dispiaciuto: contento e orgoglioso che

gli fosse nato un figlio, desolato per le condizioni

della sua povera moglie e al pensiero di ciò che

le sue parole irate avevano causato. Ma egli era

un uomo che preferiva essere in collera anziché

spiacente, così presto ne attribuì tutta la colpa

a Gregory ed ebbe nei suoi confronti un nuovo

motivo di risentimento per aver affrettato la mia

nascita. Ben presto ebbe verso di lui un ulteriore

motivo di rancore: mia madre aveva cominciato a

deperire dal giorno della mia nascita.

Mio padre mandò a chiamare i medici a Carlisle

e avrebbe trasformato in oro il suo stesso sangue

per salvarla, se fosse stato possibile, ma non

lo fu. Zia Fanny soleva dire a volte che credeva

che Helen non avesse alcun desiderio di vivere

e così si lasciò morire senza neanche provare a

tenersi stretta alla vita, ma quando la interrogavo,

riconosceva che mia madre aveva fatto tutto

ciò che i dottori le avevano raccomandato, con lo

stesso genere di pazienza rassegnata che la aveva

accompagnata per tutta la vita.

76


77

RACCONTO

Una delle sue ultime richieste fu di avere Gregory

nel suo letto accanto a me e poi fece sì che

mi prendesse la mano. Suo marito arrivò mentre

ella ci osservava in questo atteggiamento e quando

egli si piegò teneramente su di lei per chiederle

come si sentisse, guardando noi due piccoli

fratellini con uno sguardo che sembrava serio e

gentile, ella lo guardò in viso e gli sorrise: era

quasi il primo sorriso che gli rivolgeva — e che

sorriso dolce! — come più avanti disse zia Fanny.

Un’ora dopo era morta. La zia venne a vivere

con noi: era la miglior cosa da fare.

Mio padre avrebbe gradito ritornare alla sua

vecchia vita da scapolo ma cosa poteva fare con

due figli piccoli? Aveva bisogno di una donna

che si prendesse cura di loro e chi meglio della

sorella maggiore di sua moglie? Cosicché fui

affidato a lei fin dalla nascita e per un certo periodo

fui debole come era naturale che fosse; ella

mi era sempre accanto, sorvegliandomi notte e

giorno e anche mio padre era preoccupato quasi

quanto lei. Le sue terre erano state trasmesse da

padre in figlio per più di trecento anni, pertanto

gli stavo a cuore semplicemente in quanto sua

carne e sangue a cui passare in eredità la terra

alla sua morte. Ma egli aveva bisogno di qualcosa

da amare, malgrado tutto: per molti era un

uomo grave e rigido, ma si affezionò a me — mi

piace pensare — come non si era mai affezionato

a nessun essere umano in precedenza — come

avrebbe potuto fare con mia madre, se ella non

avesse avuto una vita precedente di cui essere

geloso. Corrispondevo il suo amore con grande

calore: amavo tutto ciò che mi stava intorno, credo,

dal momento che tutti erano gentili con me.

In seguito superai la mia debolezza di costituzione

e divenni un ragazzo robusto e vigoroso che

tutti i passanti notavano quando mio padre mi

portava con sé nella città più vicina.

A casa ero il tesoro della zia, il cocco

adorato di mio padre, il diletto e il trastullo della

servitù e il “giovane padrone” dei contadini,

davanti ai quali affettavo numerosi atteggiamenti

altezzosi, simulando una sorta di autorità che

appariva alquanto stravagante, senza dubbio, per

un bambino quale io ero.

Gregory era tre anni più grande di me. Zia

Fanny era sempre gentile con lui nei fatti e nelle

azioni, ma non pensava spesso a lui; infatti era

totalmente abituata ad essere assorbita da me,

dal momento in cui ero stato affidato a lei come

un bambino cagionevole. Mio padre non aveva

mai superato la sua risentita antipatia verso il

figliastro, che aveva innocentemente combattuto

contro di lui la battaglia per il possesso del cuore

di mia madre. Sospetto anche che mio padre continuasse

a considerare ancora lui come la causa

della morte di mia madre e della mia delicatezza

da piccolo e — sebbene sembri totalmente assurdo

— credo che egli quasi proteggesse il suo

sentimento di alienazione nei confronti di mio

fratello come se lo ritenesse un dovere, piuttosto

che sforzarsi di reprimerlo. Eppure per niente

al mondo mio padre gli avrebbe negato qualcosa

che il denaro potesse procurargli: quello era,

come stabilito, l’obbligo contratto quando aveva

sposato mia madre.

Gregory era corpulento, rozzo, maldestro e

goffo: guastava tutto ciò in cui era coinvolto e

più di una mala parola e di un aspro rimprovero

gli venivano rivolti dalle persone della fattoria,

che a malapena aspettavano che mio padre

fosse andato via, prima di giudicare il figliastro.

Provo vergogna: il mio cuore è addolorato a pensare

come avessi ceduto alla tendenza di famiglia

nell’offendere il mio povero fratello orfano.

Credo che non tentai neanche di conoscerlo né

ero deliberatamente malvagio nei suoi confronti,

ma l’abitudine di venire considerato in ogni cosa

e di essere trattato come unico e superiore, mi

rese insolente nella mia situazione privilegiata,

pretendendo più di quanto Gregory fosse mai disposto

a dare e poi, irritato, ripetevo a volte le

parole di disprezzo che avevo sentito usare agli

altri nei suoi confronti, senza comprenderne interamente

il significato. Non so se egli lo comprendesse

o meno, ma temo di sì. Soleva andare

in giro calmo e silenzioso, cupo e imbronciato.

Mio padre pensava che fosse stupido; zia Fanny

lo chiamava così, ma tutti credevano che fosse

ottuso e apatico e la sua stupidità e indolenza

aumentavano sempre più. A volte sedeva senza


Letteratura

dire una sola parola per ore, quindi mio padre

lo invitava ad alzarsi e a fare un qualche lavoro,

probabilmente, nella fattoria, ma ci volevano tre

o quattro richiami prima che si muovesse. Quando

ci mandarono a scuola fu lo stesso. Non c’era

modo che memorizzasse le lezioni, il maestro si

stancava a rimproverarlo e fustigarlo e alla fine

consigliò mio padre di portarlo via e di affidargli

qualche lavoro che non fosse al di sopra delle

sue capacità. Credo che, dopo ciò, divenne più

depresso e stupido che mai, eppure non era un

tipo irascibile: era paziente

e di buon carattere e cercava

di rivolgersi gentilmente

a chiunque, anche a coloro

che lo avevano rimproverato

o colpito fino a un attimo

prima. Ma molto spesso i

suoi tentativi di gentilezza

si trasformavano in danni

proprio per le persone a

cui cercava di essere utile a

causa dei suoi modi goffi e

sgraziati.

Suppongo che fossi un

ragazzo intelligente; ad ogni

modo ricevevo una gran

quantità di elogi ed ero —

come si diceva da noi — il

galletto della scuola. L’insegnante

diceva che potevo

imparare tutto ciò che volevo,

ma mio padre che, dal

canto suo, non era troppo

istruito, vedeva poca utilità in un eccesso di insegnamento

e talvolta mi portava via e mi conduceva

con sé in giro per la fattoria. Gregory fu

trasformato in una sorta di pastore e ricevette

l’addestramento dal vecchio Adam, che era ormai

quasi giunto alla fine del suo lavoro. Credo

che il vecchio Adam fosse quasi la prima persona

che avesse una buona opinione di Gregory.

Faceva del suo meglio perché a mio fratello

fossero riconosciute le sue qualità, sebbene non

sapesse come fare per farle spiccare; in quanto

poi all’orientamento nelle Alture, diceva che non

aveva mai visto un ragazzo come lui. Mio padre

cercava di convincere Adam a parlare dei difetti

e delle manchevolezze di Gregory, invece Adam,

non appena scopriva l’obiettivo di mio padre, lo

elogiava doppiamente.

Un inverno, quando avevo circa sedici anni e

Gregory diciannove, fui mandato da mio padre

a sbrigare una commissione in un luogo a sei

miglia di distanza se si andava dalla strada, ma

all’incirca solo quattro attraversando le Alture.

Mi raccomandò di tornare indietro percorrendo

la strada, qualunque tragitto avessi scelto all’andata,

dal momento che stava

calando la sera, che spesso

era fitta e nebbiosa; inoltre,

il vecchio Adam — ormai

paralitico e costretto a letto

— aveva preannunciato una

precipitazione nevosa di lì

a poco. Arrivai presto alla

fine del mio viaggio e svolsi

il mio compito in anticipo di

un’ora — pensai — rispetto

alle previsioni di mio padre;

cosicché presi io la decisione

del percorso da intraprendere

e mi misi in cammino verso

le Alture, mentre le prime

ombre della sera cominciavano

a scendere. Sembrava

abbastanza buio e tetro, ma

era tutto così tranquillo che

immaginai di avere parecchio

tempo per arrivare a

casa prima che cadesse la

neve.

Mi incamminai a passo svelto, ma la notte

scendeva sempre più velocemente. Il percorso

giusto era piuttosto chiaro alla luce del giorno,

sebbene in diversi punti due o tre sentieri simili

divergevano dallo stesso luogo. Ma quando c’era

la giusta luce, il viaggiatore era guidato dalla vista

di lontani punti di riferimento, un pezzo di

roccia, una frana, che in quel momento non riuscivo

proprio a vedere. Comunque presi coraggio

e intrapresi quella che mi sembrava la strada

giusta. Non lo era, tuttavia, e mi condusse dove

78


79

non lo so, ma in qualche selvaggia brughiera paludosa

dove la solitudine sembrava dolorosa, intensa,

come se mai passo d’uomo si fosse posato

in quei luoghi a spezzarne il silenzio.

Cercai di gridare — con la più tenue speranza

di essere udito — più che altro per rassicurare

me stesso con il rumore della mia voce, ma il

suono ne uscì roco e scarso e mi sgomentò: sembrava

così strano e sconosciuto in quella silenziosa

distesa di nera oscurità. Improvvisamente

l’aria fu riempita da fitti fiocchi cupi, il mio viso

e le mie mani erano bagnati di neve. Essa mi isolò

dalla già debole consapevolezza della mia posizione,

infatti persi qualunque cognizione della

direzione da cui ero arrivato, cosicché non avrei

potuto nemmeno ripercorrere i miei passi; mi

circondava, sempre più fitta, con un’oscurità che

si poteva percepire. Il suolo paludoso su cui mi

trovavo sciaguattava sotto di me se rimanevo a

lungo in un posto, eppure non osavo allontanarmi

troppo. Tutto il mio ardore giovanile sembrava

avermi abbandonato di colpo. Ero sul punto

di piangere e solo una gran vergogna sembrava

trattenermi. Per cercare di non versare lacrime,

urlavo — urla terribili e selvagge, poiché erano

urla per la sopravvivenza. Quando mi fermai

in ascolto mi sentii male: non giungeva nessun

suono di risposta tranne un’eco spietata. Solo la

neve silenziosa e crudele continuava a cadere

sempre più fitta e sempre più rapida! Cominciavo

ad essere intorpidito e assonnato. Cercavo di

muovermi, ma non osavo spostarmi troppo per

timore degli strapiombi che, lo sapevo, abbondavano

in alcune zone delle Alture. Di tanto in

tanto restavo immobile e urlavo ancora, ma la

mia voce iniziava ad essere soffocata dalle lacrime,

al pensiero della morte desolata e impotente

che mi sarebbe toccata e quanto poco coloro

che erano a casa, seduti intorno al calore rosso

e brillante del fuoco, avrebbero saputo cosa ne

era stato di me — e quanto il mio povero padre

si sarebbe afflitto per me: di sicuro ne sarebbe

morto, gli avrebbe spezzato il cuore, povero

vecchio! Anche zia Fanny: era questa dunque la

fine delle sue preoccupazioni per me? Cominciai

a rivedere la mia vita in una sorta di vivido sogno

nel quale le varie scene dei miei pochi anni di

RACCONTO

ragazzo mi passavano davanti come visioni. In

una fitta di angoscia, causata da tali rimembranze

della mia breve vita, raccolsi tutte le mie forze

e urlai una volta ancora un lungo grido lamentoso

di disperazione al quale non mi aspettavo di

ottenere alcuna risposta, eccetto gli echi intorno,

smorzati dall’aria densa.

Con mia sorpresa udii un urlo — prolungato

e selvaggio quasi quanto il mio — così selvaggio

da sembrare soprannaturale, e quasi pensai che

potesse essere la voce di qualcuno degli spiritelli

beffardi delle Alture, sui quali avevo sentito raccontare

tante storie. All’improvviso il mio cuore

cominciò a battere più veloce e più forte. Non riuscii

a rispondere per un attimo o due. Quasi immaginai

di aver perso la capacità di esprimermi.

Proprio in quel momento un cane si mise

ad abbaiare.

Non era forse il latrato di Lassie — il cane

di mio fratello? — una bestia piuttosto brutta

con il muso bianco e malfatto, a cui mio padre

assestava un calcio ogni volta che la vedeva, in

parte per i suoi demeriti e in parte perché era

di mio fratello. In tali occasioni, Gregory richiamava

con un fischio Lassie, uscendo e andandosi

a sedere in qualche edificio esterno con lei.

Una volta o due mio padre si era vergognato di

se stesso, quando il povero collie aveva ululato

per il dolore fulmineo, ma si era risollevato scaricando

la colpa su mio fratello che — diceva

— non sapeva come si addestrasse un cane ed

era capace di viziare ogni collie della Cristianità

con la sua stolta abitudine di permettergli di

stendersi davanti al fuoco della cucina. Gregory

non profferiva risposta a tutto ciò: sembrava che

non sentisse nemmeno, continuando ad apparire

assente e lunatico.

Sì! Eccolo di nuovo! Era l’abbaiare di Lassie!

Ora o mai più! Alzai la voce e gridai: “Lassie!

Lassie! Per amor di Dio, Lassie!” Un altro attimo

e la grossa Lassie dal muso bianco si curvava e

saltellava con gioia intorno ai miei piedi e alle

mie gambe, guardando tuttavia verso il mio viso

con occhi apprensivi e intelligenti, per timore

che potessi salutarla con un colpo, come spesso

avevo fatto in precedenza. Ma io gridai di con-


Letteratura

tentezza mentre mi chinavo e la accarezzavo. La

mia mente condivideva la debolezza del mio corpo,

per cui non riuscivo a ragionare, ma sapevo

che l’aiuto era prossimo. Una figura grigia usciva

sempre più distintamente dall’oscurità fitta e opprimente:

era Gregory, avvolto nel suo plaid.

“Oh, Gregory!” dissi, gettandomi al suo collo,

incapace di profferir parola. Egli non aveva mai

parlato molto e non disse niente per un po’ di

tempo. Quindi mi disse che dovevamo muoverci:

dovevamo camminare per mantenerci in vita; se

possibile dovevamo trovare la strada verso casa,

ma comunque ci dovevamo muovere o saremmo

morti congelati.

“Non sai qual è la strada verso casa?” gli

chiesi.

“Credevo di sì, quando sono partito, ma ora

ho dei dubbi. La neve mi acceca e temo che spostandoci

come abbiamo appena fatto, ho perso il

cammino verso casa.”

Aveva con sé il suo bastone da pastore e affondandolo

prima di ogni nostro passo — aggrappandoci

l’uno all’altro — procedemmo piuttosto

sicuri almeno quanto bastava per non cadere giù

da una roccia scoscesa, ma fu un lavoro lento e

desolato. Mio fratello — vedevo — si lasciava

guidare più da Lassie e dal percorso che sceglieva

che da altro, fidandosi del suo istinto. Era

troppo buio per vedere davanti a noi in lontananza,

ma lui la richiamava di continuo, notando

da quale parte provenisse, e determinando i nostri

lenti passi di conseguenza. Ma il movimento

monotono a malapena evitò che il mio stesso

sangue si congelasse. Ogni osso, ogni fibra del

mio corpo sembrava dapprima dolermi, quindi

gonfiarsi, infine divenire insensibile a causa del

freddo intenso. Mio fratello lo sopportava meglio

di me, essendo stato più di me sulle colline. Egli

non parlava, tranne che per chiamare Lassie. Mi

sforzavo di essere coraggioso e non mi lamentavo,

ma sentivo il sonno fatale che furtivamente

allungava la sua mano su di me.

“Non riesco a proseguire” dissi con tono assonnato.

Ricordo che all’improvviso ero diventato ca-

RACCONTO

parbio e risoluto. Avrei dormito, fosse stato anche

solo per cinque minuti. Anche se la conseguenza

fosse stata la morte, avrei dormito. Gregory rimase

immobile. Suppongo che avesse riconosciuto

quella particolare fase della sofferenza alla quale

ero stato condotto dal freddo.

“Non serve a niente”, disse, come parlando a

se stesso. “Non siamo più vicini a casa di quanto

lo fossimo quando siamo partiti, per quanto

ne so. La nostra unica possibilità è Lassie. Qui!

Avvolgiti nel mio plaid, ragazzo, e stenditi da

questa parte riparata da questa roccia. Avvicinati

scivolando lì sotto, ragazzo, e mi stenderò

accanto a te, cercando di mantenere il calore fra

di noi. Aspetta! Hai niente con te che possano

riconoscere a casa?”

Mi sembrò che fosse crudele a trattenermi dal

sonno, ma quando ripeté la domanda, tirai fuori

il mio fazzoletto, con una fantasia vistosa, che zia

Fanny aveva orlato per me, e Gregory lo prese e

lo legò attorno al collo di Lassie.

“Corri, Lassie, corri a casa!” E la bestia dal

muso bianco, indesiderata, partì come un colpo

nell’oscurità. Ora mi potevo distendere — potevo

dormire. Nel mio sonnolento torpore sentii che

venivo coperto teneramente da mio fratello, ma

con cosa non lo sapevo, né mi interessava: ero

troppo stanco, troppo egoista, troppo intorpidito

per pensare e ragionare o mi sarei reso conto che

in quel luogo brullo e desolato non c’era nulla in

cui avvolgermi, a meno che qualcun altro non se

ne fosse privato. Fui abbastanza contento quando

smise le sue attenzioni e si stese accanto a

me. Presi la sua mano.

“Tu non puoi ricordarlo, ragazzo, come eravamo

stesi nello stesso modo accanto alla mamma

mentre moriva. Mise la tua manina nella mia —

penso che ci veda adesso e forse presto saremo

con lei. Comunque, sia fatta la volontà di Dio.”

“Caro Gregory,” biascicai e scivolai più vicino

a lui in cerca di calore. Parlava ancora, di nuovo

di nostra madre, quando mi addormentai.

Un attimo dopo — o così mi parve — sentii molte

voci intorno a me — molti visi sospesi intorno a me

— il piacere lussuoso del calore che si diffondeva

80


81

Biografia dell'Autrice>

i n

ogni parte del mio corpo. Ero nel mio lettino a

casa. Sono grato di aver detto come mia prima

parola “Gregory?”

I presenti si scambiarono uno sguardo: il vecchio

viso rigido di mio padre cercava invano di

mantenere il suo rigore, le sue labbra tremarono,

i suoi occhi si riempirono lentamente di inconsuete

lacrime.

“Avrei dato metà delle mie terre — l’avrei

benedetto come un figlio — oh, Dio! Mi sarei

inginocchiato ai suoi piedi e gli avrei chiesto di

perdonare la durezza del mio cuore.”

Non udii più nulla: un turbine roteò nel mio

cervello, trascinandomi ancora verso la morte.

Ripresi lentamente conoscenza settimane

dopo. Quando mi ripresi i capelli di mio padre

erano diventati bianchi e mentre guardava il mio

viso le sue mani tremavano.

Non parlammo più di Gregory. Non riuscivamo

a parlare di lui, ma egli era stranamente

nei nostri pensieri. Lassie andava e veniva senza

mai una parola di biasimo; anzi, mio padre provava

a colpirla, ma lei si ritraeva ed egli, come

se fosse stato rimproverato dalla stupida bestia,

sospirava e poi restava in silenzio e assente per

un po’.

Zia Fanny — sempre chiacchierona — mi

disse tutto. Come in quella notte fatale mio padre

— irritato per la mia prolungata assenza e

probabilmente più ansioso di quanto volesse far

vedere, era stato violento e imperioso — anche

più del solito — verso Gregory. Gli aveva rinfacciato

la povertà di suo padre e la sua stupidità,

che rendeva i suoi servizi inutili: infatti, tali —

nonostante il vecchio pastore — mio padre aveva

sempre scelto di considerarli.

Infine Gregory si era alzato ed aveva fischiato

a Lassie perché uscisse con lui — povera Lassie,

che si acquattava sotto alla sua sedia per

timore di un calcio o un colpo. Qualche momento

prima c’era stata una discussione fra mio padre

e mia zia riguardo al mio ritorno e, quando

zia Fanny mi raccontò tutta la storia, mi disse

che credeva che Gregory potesse aver notato la

tempesta in arrivo e fosse uscito in silenzio per

venirmi incontro. Tre ore dopo, quando tutti cor-

ELIzabETh GaSkELL (Londra 1810 – Holybourne 1865) crebbe

nel piccolo centro di Knutsford a cui si ispirò per l’ambientazione

di molte sue opere letterarie, e dopo il matrimonio si stabilì a

Manchester. Nel 1845 la morte dell’unico figlio maschio la spinse a

cercar sollievo nella scrittura del primo romanzo, Mary Barton. Fra

le sue molte opere narrative, Ruth e North and South descrivono la

drammatica vita del proletariato urbano inglese, mentre Cranford,

considerato il suo capolavoro, rappresenta la vita in un villaggio

rurale sorpassato ed emarginato dal convulso sviluppo industriale

di metà Ottocento. Protagoniste dei bellissimi racconti di Storie di

bimbe, di donne e di streghe sono donne che hanno patito fino

alla morte, amato fino a odiare. Le asprezze della vita le hanno

spinte a reprimere le passioni per non infrangere il loro ferreo

codice morale. Sole e indomabili, ossessionate dalla vendetta o

perseguitate da eterne maledizioni, queste donne assumono agli

occhi della comunità i tratti inquietanti della strega, l’evanescenza

dello spettro. Custodi silenziose di enigmi familiari e saperi antichi,

sono personaggi indimenticabili anche per i lettori di oggi.

revano di qua e di là agitandosi selvaggiamente

non sapendo dove venirmi a cercare — e senza

sentire la mancanza di Gregory, anzi, senza

neanche accorgersi che era sparito, povero caro

— povero, povero caro! — Lassie era arrivata a

casa con il mio fazzoletto legato attorno al collo.

Allora capirono e l’intera energia della fattoria

venne dispiegata per seguirla con scialli coperte

e brandy e qualsiasi cosa a cui riuscissero

a pensare. Io giacevo in un sonno gelato, ma ero

ancora vivo sotto alla roccia dove li aveva condotti

Lassie. Ero ricoperto con il plaid di mio

fratello e il suo folto giaccone da pastore era avvolto

attorno ai miei piedi. Egli era in maniche

di camicia — le braccia intorno a me — con un

sorriso quieto — raramente egli aveva sorriso

durante la sua vita — sul suo viso freddo e immobile.

Le ultime parole di mio padre furono: “Dio

perdona la durezza del mio cuore verso il povero

figlio senza padre!”

E ciò che evidenziò la profondità del suo pentimento,

forse più di ogni cosa — considerato

l’amore appassionato nei confronti di mia madre

— fu questo: trovammo un documento con

indicazioni, dopo la sua morte, in cui diceva che

desiderava giacere ai piedi della tomba in cui —

per suo desiderio — il povero Gregory era stato

deposto con NOSTRA MADRE.


Letteratura

Postfazione di Gabriella Parisi

Questo racconto, che parla di legami familiari

e di piccole e grandi gelosie e crudeltà,

vede nella figura di Gregory, il fratello

più grande, il cui padre è morto prima che

questi vedesse la luce, il personaggio più generoso,

il più disinteressato, che si sacrifica

per salvare il fratello più amato, colui che è

considerato più importante per la famiglia,

sia dal punto di vista affettivo che dal punto

di vista intellettivo. Esattamente dieci anni

dopo, nel 1869, Florence Montgomery

sfrutterà lo stesso tema per il suo romanzo

"Incompreso".

La parzialità dei genitori nei confronti

dei figli ci richiama due figure

del Vecchio Testamento, i fratelli Giacobbe

ed Esaù. Essi erano gemelli, ma il

primo a vedere la luce fu Esaù, eppure Giacobbe

tentò con ogni espediente di sottrarre

la primogenitura al fratello, invidioso della

preferenza che il padre Isacco gli riservava.

Analogamente alla storia dei due gemelli

biblici, anche questa è una storia di gelosia

molto sofferta e di sofferta riconciliazione.

Il narratore è il fratello più giovane, il

prediletto della famiglia, del quale viviamo

via via gli stati d'animo e la partecipazione

alle vicende in un crescendo di pathos. Infatti,

mentre la narrazione iniziale sembra

quasi piatta, impersonale — nonostante le

vicende raccontate siano altamente drammatiche

quanto e forse più delle successive

— in quanto viene riportata per "sentito

dire", in base a quello che è stato raccontato

al narratore dalla zia, quando la storia

entra nel vivo, con gli episodi vissuti dal

protagonista in prima persona, cogliamo le

sfumature dei suoi sentimenti, le emozioni,

l'angoscia, quasi a voler restituire retroattivamente

al fratello un sentimento che in verità

non esisteva durante lo svolgimento dei

fatti.

La Natura — come spesso avviene nelle

opere della Gaskell e nel Romanticismo

ottocentesco — collabora, è coprotagonista,

intensificando le emozioni dei

personaggi e le loro sofferenze. Essa è

crudele, infida, ingannatrice sembra voler

redarguire il protagonista, facendolo riflettere

e pentire del suo atteggiamento sprezzante

nei confronti del fratellastro.

Una particolare attenzione va infine riservata

alla figura del cane, Lassie, la

compagna più fidata di Gregory, pronta ad

ubbidire al suo padrone nonostante i trattamenti

ricevuti da coloro che infine beneficeranno

dei suoi servigi — atteggiamenti

che non cambieranno neanche dopo la morte

di Gregory —, che si rivela l'unico essere

vivente (quasi "cristiano", se riflettiamo

sulle parole che il patrigno utilizza ad un

certo punto della narrazione rivolgendosi a

Gregory: "non sapeva come si addestrasse

un cane ed era capace di viziare ogni collie

della Cristianità con la sua stolta abitudine

di permettergli di stendersi davanti al fuoco

della cucina") su cui il povero giovane può

fare davvero affidamento.

82


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Letteratura

Shooting in a barrel

Perché Edward Cullen non sarà mai uno zombie…

«Questa cosa di avere un’anima l’ho iniziata io.

Prima che cominciasse ad andare di moda.»

Angelus

«Grazie per aver fatto smettere di sognare ai miei figli

un futuro che mai, mai, avrei potuto dargli.»

H.J.Simpson

Per un vampiro sedurre

gli adolescenti è come cacciare

pesci rossi in un barile.

È stato così fin da quando le

ragazze portavano sottogonne e

corsetti e i signori della notte avevano

l’aspetto di splendidi, eterni,

quarantenni. I succhiasangue

sono morti ma non sono vittime

dei segni del tempo che passa, vivono

tra noi eppure rifiutano ogni

regola sociale, legale, morale che

abbiamo eretto per contenerli e

per contenerci. Sono mentalmente

e fisicamente superiori. La longevità

li rende dotti, disincantati,

decadenti.

Vecchi come Matusalemme

e capofila della lotta ai matusa.

Quando i vampiri hanno iniziato a

essere adolescenti la questione si

è fatta intra-generazionale. Mostri

teenager hanno popolato

la fiction horror-fantasy, ma,

invece di produrre una ventata

di ribellione si sono fatti por-

84

tatori di un’ondata di moralizzazione

della specie. Vampiri

“vegetariani”, monogami, dediti

all’astinenza sessuale. Infilati in

rigide organizzazioni gerarchiche,

ossessionati dal «fai la cosa giusta»,

incarnazione di un codice

pseudo cavalleresco fondato su

una ferrea divisione dei ruoli a

base sessuale. Da un lato il maschio,

che può essere, a scelta,

eroe senza macchia, nemico sanguinario

o sodale-zerbino segretamente

innamorato. Dall’altro la

femmina, che si muove tra classici

senza tempo come la donzella in

pericolo, la guerriera nobile o la

strega cattiva. La saga di Twilight

costruisce il paradigma di

questo meccanismo di moralizzazione

e autocensura di cui i revenantes

sono, allo stesso tempo,

oggetto e strumento.

La storia d’amore tra Bella

ed Edward è un raro esempio

di trasmissione delle re-

SPECIALE

di seLene PascareLLa


gole sociali alle nuove generazioni. Attraverso la testa

di ponte del fantastico, spalmata su personaggi epidermicamente

controversi, passa l’irreggimentazione delle pulsioni e

delle istanze d’autonomia dei ragazzi. Edward e Bella rispettano

tutti i passaggi formativi di due giovani adulti per bene,

con tanto di benedizione dei sacramenti e rispetto del diktat

del sesso a fine riproduttivo. Naturalmente agli occhi di se

stessi e del lettore tutti questi passaggi sono motivati da una

scelta di rottura e di trasgressione, quale l’amore che può ogni

cosa, ma il risultato finale è proprio quello di confermare che,

al di fuori degli schemi tradizionali, il sentimento non trova

modo di esprimere il suo reale potenziale.

Il vero romanticismo sta nel saper aspettare,

nel saper piegare il capriccio (di cui la passione

e il sesso fanno parte) a sentimenti più maturi e

più profondi, come la fedeltà coniugale e l’amore

materno.

Non tragga in inganno la serie di battaglie con i

vampiri “cattivi” che punteggia la storia. Ogni forma

di rottura, tanto nella vita di coppia che nelle relazioni

con il resto della comunità (sia essa costituita da

umani, vampiri o licantropi) viene ricomposta attraverso

forme di compromesso e di mediazione volte a

creare una forma di pacificazione sociale.

Succede nelle tensioni tra licantropi e vampiri

e tra il clan Cullen e i Volturi per la nascita della

figlia di Edward e Bella.

Sembrano passati secoli da quando la giovane

cacciatrice di vampiri Buffy Summers scopriva la

gioia del sesso assieme al suo fidanzato non morto

Angel nella strepitosa serie tv firmata da Joss

Whedon. Come Bella ed Edward, Buffy e Angel

vivono le incertezze di una relazione tabù. Non

solo perché sono una giovane umana e un vampiro

“adulto”, ma perché Buffy ha come missione sterminare

tutti quelli come Angel. Anche se Angel

non è un vampiro come gli altri: una maledizione

gli ha restituito anima e coscienza condannandolo

a convivere per l’eternità con il senso di colpa legato

alla sua natura di non morto.

Sarà Buffy a spezzare questa tortura. Il primo

rapporto sessuale tra i due regala ad Angel la

«vera felicità» annullando il sortilegio. Una vera

85


Letteratura

felicità che nessun trasporto romantico era

stato in grado di creare.

È quindi la linea narrativa romantica

la Maginot di una buona storia di vampiri?

Il ridimensionamento del nosferatu a

giovinotto pallido e trendy è il prezzo da

pagare per l’estensione della figura del

mostro a nuovi terreni della fiction rispetto

a quelli (horror e fantastico) di provenienza?

È lecito, dunque, attendersi il medesimo

destino per gli zombie, nuovi

eroi non morti dell’industria culturale? I

teen-zombie spazzeranno via i walking

dead romeriani?

Per molto tempo questa eventualità è

sembrata quanto mai remota. I morti viventi

sono decisamente più refrattari dei cugini

vampiri a rielaborazioni romance. Non

parlano, non pensano, non sono in grado

di provare empatia né tanto meno affetto

o amore. Senza contare che, tranne poche

eccezioni casuali, sono decomposti, guasti,

privi di parti anatomiche, insostenibilmente

puzzolenti. E metto queste motivazioni solo in

second’ordine non a caso.

Esiste, come sappiamo, una fetta (non

così sottile) di pubblico che non vede alcun ossimoro

nella diade sesso e cadavere. Ma qui

stiamo parlando della possibilità di sdoganare

una love story con undead al pubblico generalista

e a quello young adult e giovanilistico

in particolare. E, allo stesso tempo, dell’eventualità

che il meme zombie si dimostri, ancora

una volta, talmente vorace e forte da

inglobare la propria versione romantica senza

compromettere la natura di predatore.

Partiamo dal principio. Come si trasforma

un cadavere putrido in un principe

azzurro della notte?

Eliminare o limitare lo stigma fisico

86

del mostro è il passo più facile verso la

normalizzazione dello zombie a fini sentimentali.

In Abel di Claudia Salvatori è la

scoperta di un farmaco, in grado di cristallizzare

lo zombie nello stato di decomposizione in

cui si trova al momento della somministrazione,

a fare da spartiacque.

Ci sono non morti malconci, ma anche

undead che potrebbero tranquillamente

rientrare in standard di avvenenza più che accettabili.

Abel, il protagonista, è addirittura

una specie di Kennedy-zombie: bello, carismatico,

intelligente. Un idolo delle ragazzine che

lascerebbe in panchina il giovane Cullen. Ciò

non implica né che gli zombie siano realmente

inseriti nella società degli uomini, né che siano

immortali. Non c’è parità nel rapporto con gli

umani e anche per loro arriva l’inverno, ovvero

uno stato di lenta consunzione che si conclude

con la scomparsa definitiva. Permette però,

anche ai più sbrindellati, di avere relazioni fisiche

con gli umani.

Gli zombie sono, però, sex toys particolarmente

ricercati. Il passaggio attraverso

la morte li ha resi docili, privi di bisogni e alieni

all’aggressività. Amanti a bassissimo mantenimento

per uomini e donne che non vogliono

condividere energie materiali ed emotive con

chicchessia. Oggetti sessuali più che protagonisti

romantici. Anche per i non Breathers di

Scott G. Browne c’è un rimedio al decadimento,

ma un rimedio decisamente zombie,

cioè consumare carne umana. Il protagonista

Andy e i suoi amici dell’anonima zombie lo

scoprono per caso, dando via a un percorso di

autocoscienza dove privato e pubblico coincidono.

Quando Andy scopre di poter superare la

sua condizione di non morto allo stesso tempo

decide di essere davvero uno zombie. Amerà

come uno zombie, scoperà (con la sua ragazza

zombie) come uno zombie, vivrà nella società

come uno zombie con diritti e riconoscimento.


O perlomeno combatterà per

questo.

Una soluzione che viene

rovesciata completamente

in Warm Bodies di Isaac

Marion.

Dalla dimensione collettiva

di zombie biologicamente

accettabili si passa

a quella individuale di R.,

uno zombie che ignora tutto

del suo passato umano ma è

un passo avanti rispetto alla

media dei suoi simili. R. non

è terribile da vedere, ama la

buona vecchia musica e si

pone domande sulla propria

condizione. Vive in un mondo

distrutto dal ritorno dei morti

sulla terra, fa parte di una

comunità zombie che si raggruppa

in un aeroporto e ha le

sue regole interne. Gli adulti si

occupano della sopravvivenza

dei bambini, hanno coniugi e

figli affidatari da educare alla

sopravvivenza e alla caccia.

Si accoppiano come e quando

possono, con frenesia e senza

inibizioni.

Ma anche senza l’amore

con la “A” maiuscola.

Il loro è l’unico mondo

zombie possibile. Eppure R.

vuole di più.

Quando si imbatte in una

biondina avvenente e coraggiosa

e, invece di mangiarla,

le mette su un classico del

jazz capisce cosa sia questo

qualcosa. La biondina in que-

88

stione proviene da un’enclave

di sopravvissuti umani, asserragliati

in un ex stadio da football.

Incontra R. durante una

missione all’esterno del campo.

R. uccide il suo fidanzato e

ne trattiene la parte migliore,

il cervello, folgorato da una visione.

Assaggiando la massa

cerebrale del ragazzo è riuscito

a percepirne i pensieri

e ricordi. Ha avuto, per un

breve attimo, una vera coscienza.

Una bella sensazione,

tanto da spingerlo a centellinare

la materia grigia della

vittima per vivere attraverso

di lui e stabilire un legame con

la sua ragazza (Come a dire

che avere la coscienza non ti

impedisce di essere un gran

bastardo…). Lei si chiama Julie

e nei confronti di R. segue

tutte le classiche fasi del rapporto

tra la “bella & la bestia”.

Quando, stringi stringi, si trova

a dover scegliere davvero

se vuole stare con qualcuno

che produce larve e bile arriva

il miracolo. L’Ammore sta guarendo

R. che recupera le sue

facoltà ed è ogni giorno meno

morto e più vivente. Persino la

fame di carne umana sta sparendo.

E se la rivelazione (all

they need is love…) che l’apocalisse

può essere redenta

da un bacio di vero amore è

smaccatamente favolistica e

persino irritante, è interessan-

te notare cosa racconta della

realtà che è destinata a cambiare.

R. e Julie vivono in un

mondo brutto. Non brutto

perché loro sono adolescenti,

la provincia è

claustrofobica, la vita è

complicata e i genitori non

possono capirli. Brutto per

davvero. Come lo è vivere

in una gabbia col terrore

di essere divorati vivi, costruire

ogni giorno sul sangue

e la violenza. Nell’esperienza

adolescenziale di Julie

i mostri e le creature soprannaturali

non vengono a coprire

una mancanza di opzioni

(Bella arriva a Forks dalla città

e si annoia a morte…), ma

potrebbero ragionevolmente

giustificare un ripiegamento

all’individualismo e all’apatia.

Un ripiegamento che Julie

rifiuta ad ogni costo, cercando

di agire sulla aberrante

realtà in cui è calata nonostante

vincoli, divieti e ostacoli.

Certo R. è tecnicamente

un adulto, ma la sua ri-nascita

zombie lo rende giovane quanto

Julie e i vissuti dei due sono

piuttosto simili.

Entrambi cercano di restare

nel mondo (in quello che

ne resta) e rifiutano ogni via di

fuga che si basi sull’alienazione

dalla realtà. Julie non passerebbe

come Bella le giornate

a saltare dai dirupi per

recuperare il fantasma del suo


grande amore. Ha avuto il suo

grande amore (quello divorato

da R.) e ha capito bene che

non esaurisce gli orizzonti di

una donna.

L’obiettivo di R. e Julie

non è di essere una bella

famiglia felice ma di trovare,

attraverso uno strano

collettivo di umani e

zombie, la via per un nuovo

mondo possibile. Il nemico

è per loro, come per Bella ed

Edward, la struttura di potere

delle rispettive comunità, cioè

gli Ossuti (i Volturi zombie) e i

militari. Ma essere lasciati liberi

di vivere il proprio amore

non è abbastanza. Se l’amore

è la risposta questa costruita

socialmente. Una

differenza non da poco.

Del resto la spiegazione

di Marion alla guarigione zombie

non è molto dissimile da

quella della Salvatori alla trasformazione

in non morto. Se

in Abel è possibile fabbricare

zombie sottoponendo esseri

umani a una sequela intollerabile

(e fatale) di traumi psicofisici,

Warm Bodies trova nella

speranza condivisa e nella

messa in comune di esperienze

un antivirale in grado di fermare

il contagio zombie.

Per quanto il romanzo

si stato presentato come il

«Twilight zombie», siamo in

un altro campionato rispetto

alla Meyer.

Il secondo modo per

Letteratura

creare il terreno a una liaison

tra umani e zombie è

disinnescare la loro funzione

apocalittica. Privato

dell’aura negativa di minaccia

globale, lo zombie può divenire,

al pari del vampiro, un

nemico individuale. E con un

nemico individuale si apre lo

spazio della contrattazione.

Soprattutto se alla dimensione

non di massa si accompagna

lo sviluppo di qualità intellettive

e fisiche superiori.

Thomas Plischke gioca

entrambe le carte nel suo I

morti viventi sono tra noi.

Plischke usa la padronanza dei

miti su i morti che ritornano (di

ogni provenienza e datazione)

per costruire un romanzo dove

la figura dello zombie viene rielaborata

fino a divenire quasi

sovrapponibile a quella del

vampiro.

I suoi zombie convivono

con gli uomini ovunque

e da sempre, possono

tenere sotto controllo la

fame di carne umana attraverso

la pratica e l‘uso

di cibi palliativi, hanno

un’organizzazione gerarchica

e si dividono in cellule.

La loro esistenza è legata

a filo doppio a forze oscure

provenienti dal cuore della

terra, origine della loro fame.

Da secoli vengono cacciati da

uomini e donne a conoscenza

della loro esistenza; guerrieri

volti al loro sterminio e “sen-

sitivi” in grado di percepirne

l’arrivo attraverso i mutamenti

della forza del pianeta. Braccati

dall’uomo, gli zombie non

hanno alcun interesse a palesarsi

né a diffondersi su scala

globale anche se il loro morso

equivale al contagio assicurato.

Lavorando a una tesi in

antropologia culturale sul mito

degli zombie una bella studentessa

inglese, Lily, scopre,

senza volerlo, che essi sono reali.

Viene morsa e trasformata

per volontà di uno zombie potente

e fascinoso (Victor) che

la vuole come sua compagna.

Verrà salvata dal suo “amico

di letto” (Gottlieb, che la ama

da sempre, ricambiato) che appartiene

a un’antica e segreta

stirpe di ammazza-zombie.

Un doppio incastro sentimentale

tra coppia endogamica,

Lily e il suo mentore Victor,

entrambi zombie, e una esogamica,

la Lily trasformata e

l’umano Gottlieb. La prima finisce

molto male. Lily e Victor

fanno scintille a letto, ma la

fanciulla si tira indietro quando

si rende conto che i modi

gentili e un vestiario elegante

celano un mostro sanguinario.

Per la stessa ragione è probabile

che finisca male anche la

seconda. Il libro si chiude con

Lily e Gottlieb in fuga insieme.

Lui è ferito e lei cerca ad ogni

costo di non cibarsene per colazione.

89


Letteratura

Come a dire che l’amore può molte

cose ma l’antropofagia sa mettere seriamente

a rischio una relazione. Anche

nella versione “nobiluomo magnetico” lo

zombie resta un principe azzurro assai

problematico.

Fin qui ci siamo concentrati sulle storie

d’amore tra zombie e tra zombie ed esseri viventi.

Cosa accade quando la trama rosa

riguarda solo la controparte umana?

Ancora una volta è la dimensione apocalittica

a fare la differenza. Portare avanti un

rapporto d’amore mentre si dà la caccia o si è

cacciati dai vampiri, è arduo; ma in caso di attacco

zombie di massa è quasi impossibile.

Costretti a fughe continue, laceri, affamati

e spaventati, i sopravvissuti umani

hanno ben poche energie per l’amore.

Ma se la vita continua, allora anche il

sentimento trova spazio, come componente

incancellabile dell’esistenza.

In ogni storia zombie i protagonisti

perdono la quasi totalità degli

affetti. Mogli, compagni, fidanzate e

figli o sono morti o sono stati trasformati.

Qualsiasi nuovo legame nasce

dal trauma, dal vuoto e dalla sofferenza.

E nel migliore dei casi può andare a

finire molto male, visto la condizione di

perenne emergenza.

Narrativamente parlando una miniera

d’oro. Che può essere sfruttata o gettata via.

Partiamo dalla seconda eventualità.

Rhiannon Frater nel suo Il primo

giorno (primo volume della trilogia L’era del

mondo morto) non rinuncia a punteggiare la

lotta per la sopravvivenza dei protagonisti con

un articolato e ridondante discorso amoroso.

Sospiri, palpitazioni e schermaglie che

non alleggeriscono la tensione quanto

dovrebbero e non offrono maggiore profondità

ai personaggi.

Adulti che guardano in faccia la morte

ogni momento e precipitano allo stadio di sviluppo

emotivo di un tredicenne.

Coinvolgimenti sentimentali che complicano

la situazione ma non permettono di

approfondire. In mancanza di adolescenti

sono gli adulti a

mettere in scena

la versione

over 35

di The

Secret Life of

the American Teenager.

Lui ama lei, lei non vuole ferire l’amica

che ha una cotta per lui, ma anche un debole

per il bel macho latino che la insulta perché in

realtà la desidera... e via così…

Vediamo cosa succede quando il tema

“amore al tempo della pandemia zombie” arriva

nelle mani di Robert Kirkman e Jay Bonansinga.

Passiamo da Il primo giorno a The

90


91

Walking Dead — L’ascesa del Governatore.

C’è un uomo in viaggio con tre adulti e

una bimba piccola, sua figlia. Un uomo duro

del sud che dal ritorno (dal mondo?) dei morti

ha fatto tutto quello che andava fatto

per proteggere la sua

famiglia. L’uomo

con il fucile

incon-

t r a

una bellezza

delle

sue parti. Lei ha

capelli biondi, modi gentili e

una splendida voce. Canta, o meglio cantava,

in un gruppo country assieme al vecchio

padre e alla sorella.

È coraggiosa ma anche materna. Si

prende cura della bimba e ospita gli adulti che

l’accompagnano. Si apre così per tutti i fuggiaschi,

una parentesi di ritrovata tranquillità.

Un palazzo abbandonato nel cuore di Atlanta

sembra trasformarsi in un rifugio sicuro e una

convivenza forzata pare germogliare in una

famiglia.

Poi lui e lei vanno in missione da soli,

insieme. Non c’è nessuna minaccia vicina, la

notte è limpida, lo spazio libero da intrusi. Tutto

sembra suggerire al lettore che sia giunto

per loro il momento dell’amore; non come risultato

di lunghe descrizioni di stati interiori,

ma per effetto dell’abile costruzione dei dialoghi

e del sapiente innescarsi degli eventi.

È l’illusione di un attimo. La lieve sospensione

di attese verso il primo bacio si infrange

sull’inequivocabile inizio di uno stupro.

Una violenza tragica e triste che segna

per sempre il divorzio emotivo tra chi

la compie e il lettore. Un distacco necessario

alla costruzione del più grande villain

della saga TWD, il Governatore, ma

soprattutto un memorandum dell’apocalisse.

Amore fa rima con cuore, ma

anche con orrore. Dire che l’amore

può ogni cosa equivale a dire che

non è in grado di metterci a riparo da

nulla.

Adolescenti o meno nascondiamo sotto

l’ombrello del sentimento anche il peggio di

noi. Ammetterlo equivale a marciare in direzione

opposta alla Meyer.

Innestare un racconto zombie con

una storia d’amore funziona veramente

a patto di sfruttare al massimo le potenzialità

di entrambe le linee narrative. Che

può voler dire giocare con tutti i significati

dell’apocalisse, tanto sociopolitici che emotivi

(Warm Bodies), oppure rinunciare del tutto a

essa (I morti viventi sono tra noi), ma soprattutto

sapere quando e come parlare di sentimenti

(L’ascesa del Governatore) senza scadere

nel sentimentalismo.

Quello sì un mostro senza rimedio.


Letteratura

esame necroscopico

di una morte letteraria:

il ritorno di Alice Allevi

Alice Allevi è tornata. Ed è più sicura di

sé, meno, pasticciona, sempre pronta a cogliere

le sfumature che si nascondono nelle

pieghe dell’animo umano.

Anche Alessia Gazzola è tornata, con il

suo stile brillante, i dialoghi arguti e il tocco magico

con cui riesce a mescolare humour, giallo e

femminilità. E in Un segreto non è per sempre

segna un deciso passo avanti nel suo percorso di

autrice.

Alice continua la sua vita nel Dipartimento

di Medicina Legale a Roma. Ha ancora una relazione

a distanza con Arthur Malcomess; c’è

Yukino, la coinquilina giapponese che adora; vive

un rapporto molto complicato con Mr. Cinismo &

Saccenza, al secolo Claudio Conforti, suo responsabile

e insieme sua personale croce. Ma ci

sono anche molte new entry: una nuova collega,

Beatrice; una cognata e una nipotina; e un cane,

raccattato da Yuki.

Al centro delle indagini “atipiche” di Alice ci

sono uno scrittore, Konrad Azais, e la sua famiglia:

Selina, la figlia che si prende cura di lui;

Oscar, pittore scialacquatore e donnaiolo; Enrico,

uno scrittore dalle alte ambizioni e dalle scarse

capacità. Accanto ad Alice, il buon ispettore

Calligaris, che ha intuito come la dottoressa Allevi

– con la sua frangetta e le intuizioni folli – sia

un’osservatrice acuta e una collaboratrice prezio-

78

di steFania aUci

sa. Sono queste doti ad aiutare Alice in un caso

estremamente nebuloso che inizia con una perizia

per un’interdizione.

Konrad Azais è uno scrittore che non

è riuscito a farsi amare dalla sua famiglia, e

a ragione. Rabbioso, irascibile, offensivo, ha castrato

i sogni di gloria sia del figlio, sia del genero.

Non ha alcun affetto per altri, se non per se

stesso e per la sua carriera, peraltro abbastanza

altalenante. L’uomo ha accessi d’ira e comportamenti

talmente anomali agli occhi dei figli da costringerli

a chiedere la sua interdizione. Alice fa

parte della commissione medica che deve decidere

sull’accoglimento dell’istanza ed è in questo

modo che entra in contatto con Azais.

Pochi giorni dopo, però, il vecchio patriarca

viene trovato morto dall’adorata nipote Clara,

una quindicenne seria e dura. Alice comprende

subito che la ragazza sa più di ciò che afferma

e che la morte di Azais è, solo apparentemente,

una morte naturale. A complicare la faccenda, il

92


93

testamento del vecchio scrittore: in esso si lascia

il patrimonio degli Azais a una sconosciuta donna

di origine francese che, a sua volta, finirà sul tavolo

dell’obitorio di Alice.

Ma la dottoressa Allevi ha anche molti pensieri

che le rubano il sonno e la lucidità: non sa – o

non vuole – scegliere tra una relazione a distanza

con lo sfuggente, perennemente insoddisfatto (e

fascinoso) Arthur, e la sensuale, elettrica attrazione

che prova per Claudio. Un bivio che le si

apre dinanzi e che le lascerà il cuore a pezzi,

qualunque sia la sua scelta. A complicare la

situazione ci si mettono di mezzo il vino bianco,

Cordelia con le sue relazioni fallimentari, le battute

di Beatrice, la nuova collega e regina del cuore

di Claudio, e la sparizione di Ambra… et voilà,

il gioco è fatto. Si tratta di un mix freschissimo

e deliziosamente intrigante che conferma

l’exploit di questa talentuosa scrittrice siciliana.

Un segreto non è per sempre è un libro

di svolta. Si sente e si percepisce. Alessia

Gazzola ha lasciato il registro del chick lit

che aveva permeato il precedente romanzo

– L’Allieva – per passare una uno stile

più sobrio e sicuro ma non per questo meno

brillante. Ciò che colpisce maggiormente in Un

segreto è proprio la maggiore padronanza

degli strumenti stilistici da parte dell’Autrice

rispetto all’esordio. Pagine di grande sensibilità,

quasi liriche – come quelle che descrivono Parigi

–, si alternano a momenti di humour vivace, come

ad esempio, nel “menage” che vede Claudio, Alice

e un cadavere puzzolente rinchiusi insieme in

un ascensore. Un uso sapiente dei dialoghi –

grande punto di forza del romanzo – dà brio

e ritmo a una storia particolare, basata su

sfumature, sulle frasi non dette, sui silenzi

pesanti.

Vi è una maturità personale nuova dietro

questo romanzo, oltre che una crescita

professionale. Alice Allevi ne esce arricchita:

eliminati i tratti adolescenziali che estremizzavano

alcuni aspetti del personaggio, esso

ha acquistato tridimensionalità e una dolcezza

empatica, fatta di compassione e intuito. Non ha

alessia gazzola

perso quell’aria naif e un po’ svagata che aveva

nel primo volume e che ha conquistato decine di

migliaia di lettori, ma questa è stata temperata

dalla consapevolezza di sé e del proprio valore

che, almeno in una certa misura, la protagonista

condivide con la sua creatrice.

Il romanzo è maggiormente equilibrato

anche dal punto di vista della struttura. Una

delle maggiori obiezioni che era stata mossa a

L'Allieva era quella di aver creato un chick lit con

una vaga coloritura da medical thriller. Ebbene, Un

segreto non è per sempre è a tutti gli effetti

un giallo, dove l’elemento delittuoso si mescola

e si nasconde abilmente in una rete di parole non

dette, di invidia familiare, di risentimenti e di pura,

semplice cupidigia. L’introspezione psicologica

dei personaggi è curata e approfondita,

e il grande merito della Gazzola risiede nella

capacità di aver ricreato in maniera efficace

un quadro familiare compromesso da veleni

e rancori. Le dinamiche familiari degli Azais sono

descritte con tocco leggero, pieno di umanità, ma

nello stesso tempo tagliente e lasciano nel lettore

una sensazione di disagio e di amarezza che si

stempera nei patemi di Alice.

La scrittura è fluida, brillante e incalzante;

il passaggio tra le parti medical alle

scene romantiche o drammatiche è sciolto,

privo di scarti. Le competenze tecniche in materia

di medicina legale, lungi dall’essere invasive e

fredde – come spesso accade nei romanzi di genere

–, sono intessute nella tramatura del roman


zo senza essere pesanti. È un libro maturo,

con personaggi dotati di una caratterizzazione

efficace e con un background

coerente, tali da far affezionare il lettore

e far desiderare di continuare a leggere

per sapere come andrà a finire…

L'INTERVISTA

Speechless: Ciao Alessia. E’ passato

molto tempo dalla pubblicazione de L'Allieva.

Oggi, a quasi tre mesi dall’uscita, cosa vuoi dirci

di Un segreto non è per sempre?

Alessia: Dico che ne sono fiera, perché

sta riscuotendo un gradimento inaspettato, superiore

anche a quello de L'Allieva. Mi sta portando

molta fortuna e molta gioia. Cosa posso

volere di più?

SL: Come è cambiata Alice? E come è

cambiata Alessia?

A: Alice ha fatto qualche passo avanti nel

suo percorso di maturazione emotiva e professionale.

Ha fatto tesoro delle esperienze ed è un

po' più matura e concentrata sul suo lavoro. Sul

piano sentimentale al contrario è sempre più pasticciona

e confusa. Io mi sento arricchita dallo

scambio con i lettori, dai viaggi che ha fatto

in giro per l'Italia per promuovere il libro, dalla

stesura di un nuovo romanzo, quindi sì, diversa da

com'ero un anno fa.

SL: In quest’ultimo anno hai collezionato

successi straordinari per un’autrice italiana. L’Allieva

è stato venduto all’estero, i diritti del personaggio

e della serie ceduti alla Endemol. Qual è

stata la cosa che più ti ha dato soddisfazione? E

quale l’evento o l’occasione che ti ha dato la tensione

maggiore?

A: Sicuramente sbarcare in altri paesi europei

è stata la soddisfazione più grande. Ricevere le

copie francese e tedesca mi ha riempita di felicità

e ora fremo in attesa delle altre tre (spagnola, turca

e serba). La tensione invece è un po' costante,

deriva dall'ansia da prestazione, dalla paura

che il libro non vada bene, o non piaccia.

SL: Una netta crescita dei tuoi personaggi. È

la prima sensazione che si avverte nelle prime pagine

di Un segreto. Arthur, Alice, Claudio e tutti gli altri

94

Speechless intervi

AleSSiA GAZZ


sta

OlA

Letteratura

hanno una tridimensionalità che era

solamente in nuce nel tuo romanzo

d’esordio. Come ti sei accostata

alla stesura di questa nuova (dis)

avventura di Alice?

A: Probabilmente è dipeso

dal fatto che sono cresciuta di

età (tre anni non sono pochi) e

quindi, spero, anche come autrice.

Di certo, in questo libro ho

approfondito tutti gli aspetti

caratteriali che avevo immaginato

ne L'Allieva. Mi

sembra in effetti di aver scolpito

meglio i personaggi, sono

meno grezzi e ne sono felice.

SL: Ciò che colpisce nel

tuo romanzo è il mescolarsi

dei registri linguistici. Passi

dall’ironia del chick lit alla

poeticità lirica, dalla pulizia

del linguaggio medico a dialoghi

brillanti e coinvolgenti.

Come sei riuscita ad ottenere

questo mix così originale?

Quali letture ti hanno

aiutato o suggerito spunti

interessanti?

A: Confesso di non

aver profuso uno sforzo

particolare nel realizzare

questo mix, nel senso che

è il mio naturale modo di

scrivere. Dipende molto

dall'umore della giornata,

in realtà! Senz'altro

leggere molto mi aiuta

a perfezionarmi. Devo

lo stile delle parti più

brillanti alla chick lit,

nei confronti della

quale mi sento

debitrice. Il resto è

home made.

SL: La vita e

le opere di Konrad

Azais permeano e scandiscono

l’esistenza di un uomo torturato

dalla propria rabbia e insieme dal

bisogno spasmodico di affermarsi

nel mondo della letteratura. Ti sei

ispirata a qualcuno per questa figura

così scomoda o hai lavorato di

fantasia?

A: Volevo esplorare il lato

oscuro della scrittura, l'ambizione

smaniosa e acritica di

pubblicare la propria storia, di

diventare uno scrittore con la S

maiuscola. A questo si è abbinato

il desiderio di ispirarmi agli autori

slavi, così abissali, voraginosi. Penso

alla Kristof, a Marai, a Kundera,

all'immensità indiscutibile delle loro

opere, che però non ho amato.

SL: Le dinamiche familiari degli

Azais sono descritte in maniera

sottile, con grande verismo. Hai attinto

dalla tua esperienza professionale?

O hai avuto dei modelli, anche

letterari, che ti hanno ispirato o da

cui hai tratto spunto?

A: No, tutta fantasia e voglia

di inventare la storia e i personaggi

di un nucleo familiare fatto di geni,

riconosciuti e incompresi, di tipi bizzarri,

ma forti e intriganti. E poi, su

tutti, volevo concentrarmi sulla figura

di Clara, la nipotina quindicenne

di Azais, ruvida e meravigliosamente

inquieta.

SL: Ambra è scomparsa, quindi

significa che...? E poi: hai altri

progetti in cantiere oltre la serie di

Alice Allevi?

Due progetti: uno sarà in

libreria entro l'anno, riguarda

Alice e non posso dire di più. Il

seguito, incentrato sul mistero

della scomparsa di Ambra, lo

sto scrivendo e uscirà l'anno

prossimo.

95


Letteratura

Thomas

L’affascinante mistero di

Pynchon

di BarBara Maio

Gli appassionati di pop culture probabilmente

associano il nome di Pynchon a un

uomo con un sacchetto di carta in testa con

un grosso punto interrogativo. È così, infatti,

che il noto scrittore statunitense viene rappresentato

ne I Simpson in una delle sue

rare “apparizioni” in pubblico.

Molto si è discusso di Pynchon, spesso

in relazione alla sua “assenza”, interpretata

come mossa promozionale, ma dichiarata

dall’autore come voglia di interagire con il

lettore solo attraverso i suoi libri e senza l’interferenza

di nessun altro medium. Le sue

foto si contano sulle dita di una mano,

la sua biografia è nota ma avvolta nel

mito, come il fatto che è stato addirittura

identificato con J.D. Salinger.

Nato a Long Island nel 1937, Pynchon

ha pubblicato poco ma ogni suo libro

è un cult: sette romanzi dal

1963 al 2011 e una raccolta

di racconti da lui quasi disconosciuti.

V. del 1963 è il suo

esordio nella narrativa e

lo porta subito all’attenzione

della critica. La storia

si compone come un puzzle

tra passato e presente, storie

parallele, flashback e continui

rimandi tra realtà e fantasia.

E infatti questo romanzo è

uno dei lavori che segnano la

nascita del postmodernismo

96

letterario. Stile che

viene ripreso due

anni dopo anche

nel successivo

L’incanto del lotto

49, misterioso e meta-referenziale.

Nel 1973 arriva il suo capolavoro, L’arcobaleno

della gravità, romanzo quasi

impossibile da seguire nelle sue infinite storie

che tracciano un percorso a ritroso, tra

guerra e amore, distruzione e nascita, Guerra

Fredda e Nazismo. Dopo una lunga pausa,

nel 1990 arriva Vineland, ambientato nel

1984 (omaggio a Orwell, uno degli scrittori

preferiti da Pynchon insieme a Don DeLillo),

una riflessione sugli anni Ottanta segnati in

America dalla figura di Reagan.

Nel 1997 Pynchon spiazza tutti pubblicando

Mason & Dixon, romanzo storico ambientato

appena prima della

Rivoluzione Americana e

scritto in stile Settecentesco.

L’epopea dei due protagonisti

è, però, a ben vedere, quella

di tanti suoi personaggi precedenti

e si fa metafora della

nascita della globalizzazione

riprendendo temi cari allo

scrittore come il razzismo e

il colonialismo. Anche il successivo

Contro il giorno del

2006 è ambientato a cavallo

tra Ottocento e Novecento, e


anche qui l’autore si diverte a tessere

storie parallele che si intrecciano

e si allontanano.

Pynchon è un autore complicato,

spesso osannato ma ancora

più spesso poco compreso. La sua

narrativa è spiazzante, onirica,

psichedelica e frammentata, eppure

i suoi personaggi – spesso

accusati di essere poco realistici

– entrano nella pelle del lettore

e si fanno amare o odiare, non

passano mai inosservati. E per non

tradire la sua voglia di stupire, nel 2011

arriva Vizio di Forma (Einaudi), ultimo

suo romanzo che ancora una volta si

presenta come un gioco ed una sfida.

Il protagonista è Larry “Doc” Sportello,

investigatore privato sulla falsariga

dei classici della letteratura americana, con

l’abitudine di investigare sempre strafatto,

mescolando realtà e vivida immaginazione.

Si muove in una California tra fine anni Sessanta

e inizio anni Settanta, raccontandone

la fine del sogno lisergico. Donne fatali, sbirri

corrotti, prostitute adolescenti, mafiosi e

delinquenti di ogni tipo, George Manson, in

una trama che si sviluppa come il più

classico dei gialli per poi mescolarsi e

inventarsi di nuovo, ad ogni pagina.

Dialoghi deliranti e divertenti, insieme

a una trama non propriamente lineare

ma abbastanza facile da seguire,

ne hanno decretato finalmente anche

il successo di pubblico, facendo però

storcere il naso ai pynchioniani più puri che

hanno letto questo libro come “il voler venire

incontro ad un pubblico diverso dal solito”.

Resta comunque il fatto che Vizio di forma

è un romanzo estremamente godibile ma

che, a parere di chi scrive, non tradisce l’autorialità

di Pynchon ma, semmai, l’arricchisce

97

giocando con il genere noir, piegandolo alla

sua voglia di esplorare linee narrative multiple,

tipico del postmodernismo.

La chiave di lettura è sempre la nostalgia

per un periodo in cui tutto sembrava

possibile e, al contempo, tutto

stava finendo. Ed è in questa ottica che la

figura ricorrente di Manson aleggia dopo la

strage di Bel Air, come un fantasma che decreta

la fine di un periodo di grandi sogni e

speranze.

Si mormora sul web che il romanzo potrebbe

essere adattato per il grande schermo

(forse da quel Paul Thomas Anderson

regista di Magnolia e Il Petroliere) a dimostrazione

di come questo libro sia comunque

più interpretabile dei suoi precedenti. Sarebbe

interessante vederlo al cinema anche

perchè potrebbe essere un’occasione per avvicinare

a Pynchon anche lettori distratti che

nel passato hanno perso i suoi capolavori.


Letteratura

di roBerta de toMi

98

“Anime buie” che affiorano per la prima volta da una superficie

solo apparentemente blanda, mostrano nodi irrisolti di

esistenze spezzate o calate in un antro di misteri a facili apparenze.

I nodi spesso non si sciolgono, anzi, restano avviluppati,

lasciando nel lettore ombre di dubbio.

Nei racconti che compongono l’antologia sono proprio le

zone d’ombra che emergono. Dieci autori, ciascuno con

un proprio, personale stile e un peculiare background

culturale. Stili e tecniche diverse restituiscono frammenti di un

mondo composito, di cui si svelano le tensioni latenti e non, e le

ipocrisie che si connettono a una società che chiede l’immagine

perfetta, sempre e comunque.

È uno specchio che riflette il sistema italiano, il dialogo

serrato di Nomi e cognomi. Con un ritmo sostenuto e incalzante,

Armando Barone traspone sulla carta una telefonata

da cui emergono vizi sociali, tra raccomandazioni e logiche di

conoscenza che motivano l’esercizio di poteri non sempre limpidi.

“Dieci

In Quando ti vedo torno ragazzo il torbido, associato al

tragico di un gesto che odora di vendetta, tra droga, perbenismo

e crimine silente, emerge dalla penna di Vincenzo Barone

Lumaga, che riallaccia un’azione presente a motivazioni

passate. Luigi Brasili, invece, rovescia una fiaba classica, con

CR e il lupo, avvalendosi di un linguaggio semplice ma ricco

di analogie, che trafiggono il cuore, insieme alla tragedia in cui

la follia s’intreccia all’innocenza di una bambina affetta da un

ritardo mentale, travolta dall’orrore della violenza.

Un titolo che richiama un successo – tra l’altro cupo e denso

di tensioni – di Nicolò Ammaniti: Come zio comanda di

Adriano Cantagallo si svolge in una Paperopoli allucinata,

in cui Qui Quo Qua, coinvolti in un incidente stradale, sono

l’evoluzione criminale di tre piccole pesti alle prese con un gioco

di tradimenti.

Giulia, aspirante attrice che non è riuscita a sfondare, è collocata

dall’autrice Valeria Caristia in un contesto apocalittico

in fase di manifestazione, come una catarsi annunciata, nel

momento in cui la donna torna casa per la morte della madre,

l’unica che ha sempre accettato la sua inclinazione e natura.


Le facili apparenze emergono in Face book mon amour di

Luisa Gasbarri. Una rimpatriata fra vecchi compagni di classe

diventa occasione di svelamento rispetto a vissuti disonesti o al limite

della disperazione. Dinamica di disvelamento simile anche

per Piccoli omicidi in famiglia di Biancamaria Massaro,

dove le questioni ereditarie tra due fratelli diventano il fulcro attorno

al quale ruotano azioni caratterizzate dall’avidità, stessa

predisposizione che porta a un sorprendente capovolgimento sul

finale. Cita "La finestra sul cortile di Hitchcock", Nero come

le formiche di Roberto Santini, anche se protagonista del

racconto è un bambino appassionato di entomologia, che sospetta

che il vicino sia autore di un omicidio e dell’occultamento di

un cadavere.

È una conturbante dark lady la protagonista de Il cuore di

San Lorenzo di Francesco Stefanacci, che affida una missione

a un detective. L’arnese protagonista è un coltello, oggetto

archetipico, che nella vicenda viene calato nella dimensione

lune”

Anime buie

in un'antologia

a tinte noir

magica del mito delle Anguane. E la risoluzione conduce su

una via sovrannaturale diversa dalle soluzioni tipiche del noir. È

invece calato in una dimensione introspettiva Memorie di un

senso di colpa. Nera Zen scava in un vecchio senso di colpa,

in una coazione a ripetere che, tuttavia, non cancella la paura

del passato.

Ogni racconto è un frammento a sé che non vuole comporre

una visione unitaria. Le voci si esprimono in storie compiute,

strutturate secondo dinamiche diverse. Per alcune – Luisa Gasbarri,

Roberto Santini, Francesco Stefanacci – lo stile

è maggiormente affinato, ma in ogni penna si esprime una vocazione

noir personale, a volte più conforme al genere – Piccoli

omicidi in famiglia, è uno dei più classici in tal senso –, altre

virate in chiave ironica, al limite della parodia, – Nomi e cognomi

– o del grottesco – Come zio comanda.

C’è una vocazione ad accendere una luce sulle anime

buie, che, tuttavia, si mostrano evanescenti come

inafferrabili fantasmi. E proprio per questo più intriganti

o crudelmente o tragicamente veri, in base alle

vicende.

99


100

Letteratura

Ragazza che passa

racconto di cHiara PaLazzoLo

La moglie di Giampiero è ancora in piedi a

capotavola. E’ per via del bambino. Non capisco

perché ha portato questa cosa grottesca e urlante.

Non riesco neanche a concentrami sulla pizza

con lei in piedi. Indaffarata intorno a questo

bambino semipazzo che sta distruggendo tutto

quello che gli capita davanti. Mi piacerebbe

mangiare con calma la pizza, chiacchierando

tra un boccone e l’altro. Ma c’è troppo disordine.

La tizia in piedi. Il bambino che sputa cibo rimasticato

su tutto quello che si muove. Josepha

parla dentro il telefonino. Alza gli occhi verso

RACCONTO

di me. Le sorrido. Penso che adesso parliamo.

Posa una mano sul ricevitore. Mi chiede a bassa

voce se posso ordinarle una coca. Faccio cenno

di sì. Lei sorride e ricomincia a parlare dentro

il telefonino. Vorrei chiacchierare con Josepha.

Mi piace Josepha. Sempre piaciuta. Morbida ma

vigorosa, con le braccia pienotte e abbronzate.

Un sogno biondo, pastoso. Ma le linee del viso

asciutte e decise. Continua a parlare dentro il

telefonino. Ride anche dentro il telefonino. Poi

dice: no! Si porta una mano alla bocca, e di

nuovo: no! e giù una risata scrosciante. E allora


tu che gli ha detto? dice. Quando ho conosciuto

Josepha, mi è piaciuta subito. Bionda, morbida

eppure risoluta. Come dovrebbero essere tutte

le donne. Le sorrido, ma non mi vede. Guarda

il telefonino, parla nel telefonino, sorride al telefonino.

Agguanta la coca che le ho ordinato e

sorride un momento al cameriere. A me, non mi

guarda neppure.

Mia figlia scivola via dal bordo pista, dal

lato degli ulivi. Mi raggiunge al tavolo. E’ sudata

e imbronciata. Mi dice che vuole andare

via. Perché vuoi andare via, le chiedo. Sbuffa.

Ho il telefonino scarico, dice. E allora? Ma non

capisci, papà, la serata è sprecata col telefonino

scarico. Stavi ballando, le dico. Chi se ne frega

di ballare, risponde, voglio andare a casa. Devo

finire la pizza, le dico. Ma quanto sei lento!

Si alza un urlo. La moglie di Giampiero.

Sempre in piedi. E adesso, anche urlante. Con

101

le mani in bocca al cosiddetto bambino. Tira

fuori un tovagliolino a brandelli, perfino un tappo

di bottiglia. Il bambino strilla. Visto che ha

sputato qualsiasi altra cosa commestibile, questi

devono essere i suoi gusti. Carta e sughero.

Perché questa pazza non lo lascia mangiare in

pace?

Me ne voglio andare, hai capito o no?

sbuffa mia figlia. Ha i capelli che le ricadono a

ciocche sudate sulle guance. Una vena pulsante

alla tempia destra. Gli occhi in tempesta. Dillo

a tua madre, le dico, fatti accompagnare a casa

da lei, non vedi che devo ancora finire la pizza?

Con quella non ci parlo, dice lei soffiando via

una ciocca appiccicaticcia dalla fronte. E’ una

stronza, e pure tu sei uno stronzo, anzi sai che

ti dico, vaffanculo!

Lotto per inghiottire il pezzo di pizza che

ho in bocca, ridotto a un bolo informe. Vorrei


tornare indietro. Indietro. A quei tempi oscuri

in cui un padre aveva il diritto di prendere a

schiaffi una figlia anche per molto meno. Anzi,

vorrei tornare molto più indietro. All’epoca delle

caverne. Quando un uomo, di fronte a una

megera adolescente in questo stato, levava in

alto la clava. E la bastonava. O la buttava giù

dalla prima rupe. O la dava in pasto ai porci.

Ma mi trovo in questo bailamme insensato.

Cose urlanti a capotavola. Musica che massacra

i timpani. Josepha che leva un momento gli

occhi dal telefonino e mi fa segno con la mano,

come a far scattare un accendino immaginario.

Mia moglie che parla all’altro lato del tavolo

con Giampiero, tutta sfavillante. Di bigiotteria,

di fard, di mèches, di pailletes, di abbronzatura

unta d’olio. Quindi infilo una mano in tasca e

pesco il mio telefonino. Prendi il mio, dico a

mia figlia, usa il mio.

A che mi serve, sibila lei, è il mio che

voglio, aspetto un milione di messaggi, e tutti

mi devono chiamare entro le undici, per sapere

dove sto. Non posso richiamarli tutti. Resterò

sola come una sfigata!

Josepha mi guarda interrogativamente.

Dice: aspetta un momento, dentro il telefonino.

Nuovamente fa scattare l’accendino immaginario

di fronte a me. Ho capito, ho capito, le dico.

Mi sorride. E via dentro il telefonino. Mia figlia

arraffa il mio. Lo guarda con disprezzo. Sbuffa.

Poi inizia a pigiare sui tasti. Sono io, dice, e

subito si allontana verso il bordo pista. Mollo le

posate e mi guardo intorno. In fondo al tavolo

il marito di Josepha fuma. Faccio un segno di

assenso a Josepha, che non se accorge neppure,

e mi alzo. Vado da suo marito. Ti rubo un attimo

l’accendino, gli dico. Lui ride, dice: cosa, e

continua a parlottare con la sua vicina di tavolo.

Roberta. Che ci trova mai in Roberta, quando

ha già una come Josepha.

Faccio scattare la fiammella e l’avvicino

al viso di Josepha. Lei si riscuote un momento

dalla conversazione, sfila una sigaretta dal

pacchetto e la mette tra le labbra. Protende il

viso, la sigaretta, quelle labbra verso di me.

RACCONTO

Gliela accendo. Lei mi sbuffa il fumo in faccia,

mi sorride con due occhi liquidi come cristallo,

bisbiglia grazie e si rituffa nel telefonino. Vorrei

essere quel telefonino. Stretto tra la sua mano e

quelle labbra. Annidato nel suo biondo calore.

Sergio! urla il marito di Josepha. Che ti sei

fregato tu il mio accendino! Mi alzo di nuovo,

inciampando nella sedia e trascinandomi dietro

il bicchiere di vino. Mia moglie si volta paonazza.

Guarda che mi hai bagnato la gonna, dice

con gli occhi cattivi. Vuoi stare attento o no?

Calpesto i vetri rotti del bicchiere, il tovagliolo

scivolato per terra e raggiungo il marito di

Josepha, di nuovo immerso nei suoi conversari

robertiani. Poso l’accendino, gli chiedo scusa,

dice: cosa.

Quando torno al tavolo, manca un pezzo

di pizza. Guardo mia moglie, che subito storna

lo sguardo da me. Poi Giampiero. Il suo piatto.

Gli dico: hai preso tu? Se la devi lasciare, dice

Giampiero, masticando la mia pizza. Josepha

ha un’aria sconvolta. Sembra non poter credere

a quello che il telefonino le sta sussurrando.

Diodiodio, continua a ripetere. Perfino una lacrima.

Le scende solitaria lungo una guancia.

Mormora: come puoi farmi questo, come.

Mi concentro sulla pizza rimasta. Giampiero

ha tirato via quasi tutta la mozzarella

nel tagliare il suo pezzo. La pizza è gommosa,

il coltello stride sul piatto. Cerco il bicchiere,

dimenticando che giace a pezzi sotto il tavolo.

Dovrei chiedere un altro bicchiere al cameriere.

Un altro tovagliolo. Un’altra pizza. Un’altra vita.

Alzo lo sguardo verso la pista, dove i corpi si

accalcano gli uni sugli altri, invasati. E la vedo.

Scivola come una nuvola tra i corpi accaldati.

Non balla. Ha qualcosa di bianco addosso.

Un manto di capelli neri. Guarda dalla mia parte.

Mi vede. Siamo a una decina di metri l’uno

dall’altra. La sua sagoma tremola, confusa alla

massa dei corpi pigiati. Come, come ti chiami,

vorrei chiederle. Nefes, formulano le sue labbra,

di rimando. Sbatto le palpebre, incredulo, e non

c’è più. Perduta nella poltiglia compatta che ancheggia

sotto il rimbombo infernale.

102


103

Guardo di nuovo la pista. I corpi seminudi

e abbronzati che si contorcono. Lei è bianca

come la luna. Composta come una statua.

Aguzzo lo sguardo. Nulla. Riesco a individuare

solo mia figlia, sulla destra. Balla da selvaggia,

il mio telefonino stretto in mano, un tizio pieno

di anelli in faccia al suo fianco. Guardo di

nuovo, confuso. Comincio a pensare di averla

immaginata. Nefes. Solo un’allucinazione può

darsi questo nome. Nefes. In ebraico, l’anima. Il

soffio. L’altro nome della vita. Neanche difficile

da immaginare, per un povero insegnante di filosofia

come me.

Invece me la vedo di nuovo di fronte, quasi

a bordo pista. Scivola leggera tra la folla. Alza

gli occhi e mi guarda. E’ l’unica cosa viva in

questo mondo morto. L’ultima possibilità di questa

estate demente. Mi alzo a precipizio, quasi

travolgendo mia moglie. Ho ancora le posate in

mano. Corro verso la pista, brandendo coltello e

forchetta. Non la vedo più, ma non importa. La

ritroverò. Mi mescolo alla calca, pestando piedi

e rifilando spintoni. Mi trovo di fronte mia figlia.

Le dico: la ragazza vestita di bianco, la conosci?

Lei strilla: il telefonino ormai me lo tengo! La

ragazza, insisto. Cazzo vuoi, questa è mia, urla

nel clamore il tizio con gli anelli, mettendomi

una mano sul petto. Mia figlia dice: è solo mio

padre, lascialo stare, vattene papà non rompere.

La ragazza, insisto. Cerco la ragazza vestita di

bianco, urlo nella confusione a chiunque voglia

ascoltarmi. Saugh, dice il tizio con gli anelli.

Cosa. La ragazza, dico ancora, sfiatato. Saugh,

dice una ragazza pestandomi un piede. Chiedi a

Saugh. Chi è Saugh. Tutti dicono Saugh. Saugh

sa tutto. Conosce tutti. Va’ da Saugh. Spingo via

la gente, vengo spinto via. Saugh. Bisogna trovare

Saugh. Saugh sa tutto. Conosce tutti. Chi

è Saugh, chiedo a una bambina di pochi anni,

che balla a lato della pista. Lassù, dice lei.

Punta il dito verso il cielo. Ma poi capisco che

fa segno verso una torretta che domina la pista,

quasi nascosta tra le fronde degli alberi. Chi c’è

lassù? le chiedo, inginocchiandomi quasi fino a

terra. E’ una bambina così piccola. DJ Saugh,

dice lei. E mi fa la linguaccia.

Letteratura

Getto un ultimo sguardo tra la folla. Nessuna

traccia di Nefes. Dall’altra parte della pista

scorgo il mio tavolo, in lontananza, come

un’isola che ho abbandonato per attraversare

un mare in tempesta. La moglie di Giampiero

sempre in piedi, intorno al lattante urlante. Addio,

Josepha. Volto le spalle all’isola, al mare

tempestoso della pista, e mi inoltro sotto gli alberi.

La strada è spianata. Ho perfino coltello e

forchetta, per difendermi dai pericoli in agguato.

Raggiungo una scala di legno che porta alla

torretta. Monto sulla scala, passo dopo passo.

Gli ultimi più spediti, quasi di corsa. Una porta.

La spingo.

Il clamore si dilegua di botto. Insonorizzata.

La torretta è insonorizzata. Saugh, o chiunque

sia, è seduto di spalle, di fronte a quella

che sembra la consolle di un jet. Mi schiarisco

la voce. Dico: scusi. Mi rendo conto che non può

sentirmi. La cuffia sulle orecchie. Una grande

testa calva. Un corpo massiccio. Mi faccio animo,

gli busso sulla spalla. Che diamine, comincia

lui, voltandosi di scatto. Mi scusi, dico a

precipizio. Che c’è, sbraita strappandosi la cuffia

dalle orecchie, non vedi che sto lavorando.

Solo sapere… arretro di due passi, di

fronte al gran corpo che adesso si erge di fronte

a me. Che vuoi, sbrigati, una canzone per la

morosa, dice lui in fretta. O una dedica?

Solo sapere, la ragazza vestita di bianco,

dico a precipizio. Non volevo disturbare. Ma mi

hanno detto che lei conosce tutti. Solo sapere

chi è la ragazza vestita di bianco. Con una manto

di capelli neri. Lui dice: cosa. Sbarra gli occhi.

E di nuovo: cosa, tu vuoi sapere cosa. La

ragazza vestita, comincio. La che, dice lui, e di

colpo scoppia a ridere. Come un folle, dandosi

manate sulle cosce. Nefes, dico io. Si chiama

Nefes. Me l’ha detto lei, ma l’ho persa di vista

nella confusione. La prego, per me è molto importante.

Sono una persona seria, non voglio

dar fastidio a nessuno. Solo sapere chi è, e se

posso rivederla. Parlarle un momento.

La ragazza che passa, dice lui. Si è un po’

calmato, ma ancora scuote la testa. Si siede.


Letteratura

RACCONTO

Aspetta un momento, dice, devo

mettere su un altro pezzo. Si piazza

la cuffia sulle orecchie, dice: incredibile,

e armeggia con i suoi inimmaginabili

comandi. Scuote ancora

la testa. Con una manata butta

giù della roba da uno sgabello e mi

fa cenno di sedere accanto a lui.

La ragazza che passa, ripete scuotendo

la testa. E poi, come riprendendosi:

non è che stai scherzando.

Faccio segno di no, lui mi guarda

negli occhi. Incredibile, dice ancora,

non sta neppure scherzando.

Sotto di noi la pista si agita

come un animale vivo, al comando

invisibile di DJ Saugh, la divinità

della torretta, che conosce

tutti. Anche Nefes. La ragazza che

passa. E’ così tranquillo qui. Forse

tra poco lui la chiamerà con gli

altoparlanti. Lei entrerà. Scivolerà

come una nuvola verso di me. Dirà:

ciao. Dirà: ti ho riconosciuto. Dirà,

non lo so che cosa dirà. Mi basta

vederla di nuovo. Bianca e palpitante.

L’unico essere vivo in un

mondo di ombre.

Come hai detto che si chiama,

dice all’improvviso Saugh,

riscuotendomi dal sogno. Nefes!

quasi urlo. Il suo nome è Nefes!

Mah, dice lui. Muove qualcosa sul

quadro comandi. Sulla pista che

si muove a sobbalzi vedo qualcosa

che scivola come fumo. Bianca.

Esile. Un manto di capelli neri. La

guardo. La guardo e la guardo, e di

nuovo la guardo, e poi balzo in piedi,

senza comprendere. Perché non

può muoversi in quel modo, non

sulle loro teste, e poi sulle schiene,

e di nuovo scivolare sul fondo,

come un pesce alla ricerca di buie

profondità marine. Ma cosa? bia-

104

scico, il coltello puntato contro Nefes

che cresce alta contro gli alberi,

le nuvole, il cielo. Grido e grido,

portandomi le mani al viso.

Scusa, dice Saugh. Pensavo

stessi scherzando. Pensavo lo sapessi.

Alcuni lo sanno. Altri non

ci badano neppure. Ma non hai capito?

La ragazza che passa, la mia

creazione più riuscita. La che, mormoro.

E’ una specie di ologramma,

dice lui in tono didattico, un’immagine

virtuale insomma. Caspita, se

t’è sembrata vera, ho superato me

stesso. Guarda, ti faccio vedere,

aggiunge eccitato, muovendo i comandi.

Ci lavoro da anni. Sono immagini

digitalizzate e proiettate in

determinate condizioni sulla pista.

La ragazza che passa è la più riuscita.

Finora. Molto realistica. Ma

sogno una tigre che ruggisce tra

la gente. Un branco di cavalli impazziti.

Una squadra di tornado in

picchiata. Ed è tutto qui, in questa

consolle. Le immagini, voglio dire.

Nefes, dico. Ha detto di chiamarsi

Nefes. Lui mi guarda, mi fa

l’occhiolino. Sbotta a ridere e dice:

non si sa mai, con quello che si

combina. Chissà. E chiamiamola

Nefer. Nefes, lo correggo. Nefes,

ripete lui. La vuoi rivedere, chiede

poi a bassa voce, insinuante.

Sì, dico. Virtuale. Digitalizzata.

Proiettata. Nefes. Amore di estati

insensate, di tempi dementi. Nefes.

Un fascio di bytes. Un’onda corpuscolata

di fotoni.

E’ bella la ragazza che passa,

dice piano Saugh, mentre Nefes

scivola tra la massa che si scuote

forsennata sotto gli ulivi. Sì, dico,

fammela rivedere ancora, ti prego.

E ancora.


Chiara Palazzolo

Nata in Sicilia ma romana d’adozione, ha esordito nel 2000 con il romanzo La

casa della festa (Marsilio), pubblicando quindi per Piemme I bambini sono tornati

(2003). Con la Trilogia di Mirta-Luna, affascinante eroina dark di Non mi uccidere

(2005), Strappami il cuore (2006) e Ti porterò nel sangue (2007), ha ottenuto un

grandissimo successo di pubblico e critica. Da Non mi uccidere è in preparazione

l’omonimo film. Appena edito Nel bosco di Aus, un inquietante romanzo di altissima

suspense in cui nulla è quello che sembra.


What else?

www.speechles


smagazine.com


108

Letteratura

Illabirinto di Durrenmatt

Questa breve ma intensa opera di

Dürrenmatt ha una tale potenza lirica

e semantica da lasciare, nel momento

del commiato, la mente indaffarata a

rincorrere collegamenti, interpretazioni

e reminiscenze di tipo storico, filosofico

e mitopoietico, e l’anima in subbuglio,

perché confusa e al contempo

illuminata dalla poesia di ogni singolo

brano e ferita dalla verità che il racconto

vuole rivelare e dal suo tragico

finale – se pur già le fosse noto e, quindi,

non potesse che essere atteso.

Il labirinto – e il racconto mitologico

di Teseo e del Minotauro che gli è inestricabilmente

connesso – è una delle maggiori

e più antiche immagini archetipiche, metafora

del viaggio dell’uomo nella propria

anima (per vincere se stesso e il proprio

dualismo in una sorta di iter perfectionis,

in quanto il Minotauro rappresenta simbolicamente

la duplicità dell’essere umano,

al contempo istinto e bestialità, ragione e

ordine, carnefice e vittima) e dell’anima

stessa verso la luce e l’immortalità (perché

l’iter perfectionis attraverso il labirinto, che

conduce l’eroe nel regno delle tenebre per

poi tornare vittorioso in quello della luce,

rappresenta “sia la vittoria della natura

razionale su quella ferina, che la vittoria

della vita sulla morte” 1 ).

«Il centro del labirinto contiene

sempre una mutazione: di ciò che noi

chiamiamo vita e di ciò che chiamia-

di vaLentina coLUcceLLi

Luogo della segnalazione dell’alterità

e del riconoscimento della solitudine

mo morte, e il passaggio da una vita

all’altra, dal mondo delle apparenze

a quello delle essenze, dalla carnalità

bestiale (il Minotauro) all’umanità spiritualizzata

(Teseo)». Brion

Quella di Dürrenmatt, pubblicata nel

1985, è solo una delle più recenti delle innumerevoli

riletture e interpretazioni di

questa metafora così ricca e stratificata. Il

suo cambio di prospettiva, che pone come

protagonista della vicenda il Minotauro

invece del coraggioso e sfrontato Teseo o

della premurosa e scaltra Arianna, non è

poi originale (corre ad esempio subito alla

memoria il meraviglioso brano di Borges

del 1949 “La casa di Asterione”). Ma la

rilettura di Dürrenmatt possiede una singolare

profondità e una destabilizzante e lucida

capacità di fare del Minotauro il simbolo

del solipsismo cui è inesorabilmente destinato

l’uomo, che arricchisce la vicenda di

una dimensione universale 2 : il labirinto di

specchi, in cui la bestia si riflette in infinite

immagini di se stessa, diventa luogo della

segnalazione e del riconoscimento dell’alterità,

che si propone però come insuperabile

– se non artificiosamente.

Ma sarebbe forse andare contro il volere

dell’autore tentare di spiegare e analizzare

la sua opera affidandosi a raziocinio e

categorie, come tentare di spiegare e analizzare

il mito da cui prende le mosse; lui

stesso, afferma, nell’ acuta, brillante e ironica

Prefazione a Il Minotauro, “nes-


suna metafora ha un significato univoco,

altrimenti essa sarebbe un’allegoria, una

massima mascherata […]. Ogni interpretazione

distrugg[e] il senso di una metafora,

perché questo senso è tutt’uno con la metafora

stessa, perché esso si rispecchia nella

sua interezza soltanto nella metafora”.

Meglio dunque lasciarsi trascinare

dalla poesia – anche violenta – delle immagini

che Dürrenmatt crea con le parole

e dal ritmo cadenzato e poi improvvisamente

concitato che accompagna quello

che, più che un mero racconto ragionato,

pare una danza dettata dall’istintualità

spontanea del suo protagonista (non a caso,

alcune edizioni intitolano questo testo “Il

Minotauro, una ballata” 3 ). Ecco allora

che, più potenti di mille ragionamenti, saranno

i linguaggi immediati, connaturati,

istintivi della poesia e della danza a filtrare

nell’inconscio gli echi senza voce dei significati

profondi della narrazione, che si

trasformeranno poi in consapevolezza, lentamente,

mentre emergeranno in superficie

dopo aver albergato nell’anima il tempo ne-

cessario per scuoterla e farla fremere.

Il Minotauro di Dürrenmatt, inconsapevole

di sé e del mondo come un bimbo

mostruoso o come un mostro con l’innocenza

di un bambino, “si trovò, dopo

lunghi anni di un sonno confuso […] sul

pavimento del labirinto che era stato costruito

da Dedalo per proteggere gli uomini

da quell’essere e l’essere dagli uomini, d’un

impianto […] le cui innumerevoli intricate

pareti erano di vetro, tanto che l’essere stava

accovacciato non solo di fronte alla sua

immagine, ma anche all’immagine delle

sue immagini: vide davanti a sé un’infinità

di esseri fatti com’era lui, e come si girò per

non vederli più, un’altra infinità di esseri

uguali a lui”. Non sapendo cosa sia sogno

e cosa sia realtà, non distinguendo cosa sia

parte di lui e cosa sia altro, al Minotauro,

vedendo che tutte quelle immagini intorno

a lui ripetevano ogni suo gesto, “parve

d’essere come un capo, anzi di più, come un

dio, se avesse saputo cos’è un dio”. E danzò.

Danzò insieme agli infiniti riflessi di lui

stesso, convinto di non essere solo. Poi d’un

tratto, tra le immagini identiche di uomini

con teste di toro, ne comparve una – con i

suoi infiniti riflessi – che non ubbidiva ai

suoi comandi e differente nell’aspetto: una

fanciulla nuda, con lunghi capelli neri,

immobile e con lo sguardo spaurito. E la

bestia capì. Capì che esiste qualcos’altro

oltre ai minotauri; non solo nella forma, ma

anche nella sostanza, perché questa nuova

presenza era calda e cedevole al tatto,

109


dove le altre erano fredde e piatte. “Il suo

mondo si era raddoppiato”. E, per la felicità

della scoperta e della liberazione, l’uomo

toro danzò e la fanciulla con lui, in uno dei

passi più toccanti dell’intero libro:

“Lui danzò la sua deformità, lei danzò

la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla

trovata, lei danzò la paura di essere stata

trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei

danzò il suo destino, lui danzò la sua smania,

e lei danzò la sua curiosità, lui danzò

il suo addossarsi, lei danzò la sua ripulsa,

lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo

avvinghiare. Danzarono, e danzarono le

loro immagini, e lui non seppe di prendere

la fanciulla, non poteva sapere nemmeno

che l’uccideva, perché non sapeva cos’era

vita e cos’era morte. In lui non c’era altro

che incontenibile felicità fusa con incontenibile

piacere.”

110

La sua danza, espressione di un’ingenuità

inconsapevole e di una spensieratezza

infantile, candida, si ripeté festosa all’incontro

con un nuovo essere; ma “la gioia

di non esser più solo […] e la speranza

d’incontrare gli altri minotauri, le fanciulle

e gli esseri uguali a quello con cui ora

danzava” furono turbate e poi spazzate via

dal colpo della spada che questi gli affondò

nel petto. Nella confusione per quel gesto

inatteso e sconosciuto, il Minotauro uccise

il portatore della spada e i suoi compagni,

e poi trasformò la sua danza in una scarica

di pugni contro la parete e contro le proprie

immagini nella rabbia dell’abbandono e del

rifiuto, della vendetta e della paura. E qui

l’essere, scagliandosi contro l’immagine di

se stesso, avvertendo l’impossibilità di toccarla

davvero, la sua intangibilità, avvertì

per la prima volta che non esistevano tanti

esseri come lui intorno a lui, ma di essere

1


11

di fronte sempre e solo a se stesso. Insieme

arrivò anche la consapevolezza di essere

unico. E diverso. E, infine, la comprensione

della cagione dell’esistenza del labirinto,

necessario affinché il mondo conservi il

proprio ordine tenendo segregato e celato

agli occhi quel che non dovrebbe essere,

ma che è. E allora a colui che aveva danzato,

inconsapevole e ingenuo, e che poi aveva

colpito, perché ferito e tradito, scoprendosi

solo e non amato, non rimane che sognare:

“Sognò un linguaggio, sognò fratellanza,

sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò

amore, vicinanza, calore, e contemporaneamente

seppe, sognando, di essere un

anormale cui non sarebbe mai stato concesso

un linguaggio, mai fratellanza, mai

amicizia, mai amore, mai vicinanza, mai

calore, sognò come gli esseri umani sognano

gli dèi, con tristezza d’uomo l’uomo, con

tristezza d’animale il minotauro.”

È la comparsa di un secondo minotauro,

uguale a lui ma dissimile, indipendente

dai suoi movimenti e concreto,

a esaudire una preghiera che

non sperava avrebbe mai potuto essere

ascoltata, a realizzare un desiderio che

non credeva avrebbe mai potuto essere accolto,

da celebrare con una danza alla vita

e alla completezza che solo un altro essere

uguale e diverso da noi può offrire:

“[…] c’era un secondo minotauro, non

soltanto il suo Io, ma anche un Tu. Il minotauro

cominciò a danzare. Danzò la danza

della fratellanza, la danza dell’amicizia, la

danza della sicurezza, la danza dell’amore,

la danza della vicinanza, la danza del

calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua

dualità, danzò la sua liberazione, danzò il

tramonto del labirinto, lo sprofondare fragoroso

di pareti e specchi nella terra…”

Questo sprofondare del labirinto

è il crollare delle pareti che separano

Letteratura

l’Altro dall’Io, lo scacco matto a quella

solitudine ingannata con i fasulli

“altri” riflessi, aggirata con la violenza

bramosa sulla fanciulla dai capelli

neri, sfidata con l’uccisione rabbiosa

del gruppo del portatore di spada, compresa

con la scoperta di essere unico,

diverso, rinchiuso. Ma per un crudele

piano del destino l’unico “Altro” reale, nel

senso più pieno del termine, è anche l’unico

ad essere volontariamente un inganno.

Il Minotauro, nell’estasi della felicità, nella

brama di abbracciare l’abbraccio del suo

Altro, gli corre incontro festante e fiducioso.

E da questi viene ucciso. Lo scacco matto,

quella speranza di poter superare il

solipsismo e la solitudine, è l’illusione

più grande. Quella fatale.

Difficile non commuoversi per la fine

desolata e desolante dell’uomo toro, barbaramente

ucciso in un atto di amore, in uno

slancio di fiducia. Il Minotauro muore, solo.

Colpevole solo per natura e non per scelta.

Vittima forse per necessità, ma non per giustizia.

NOTE

1 “Labirinti”, Pier Giorgio Viberti,

ed. Demetra 2000; meraviglioso e ricchissimo

saggio cui questo commento

è fortemente debitore.

2 Laddove, invece, per Borges il labirinto

rappresenta la figura archetipica

del tentativo dell’uomo di comprendere

se stesso, quell’infinito oscuro e

impenetrabile.

3 E non a caso, si intitola La Ballata

del Minotauro la serie di disegni,

particolarmente intensa e comunicativa,

che arricchisce l’edizione Marcos

Y Marcos, opera di Dürrenmatt stesso.


Letteratura di andrea cattaneo

La penultima verità su

Philip K. Dick

112

Trent’anni senza Philip K. Dick sono

pochi per sperare di capire il suo lavoro, ce

ne servirebbero ancora diverse decine di migliaia.

La cifra tonda però è un’ottima scusa

per ricordare, o conoscere, un autore così importante.

Ma perché celebrare Dick proprio

trent’anni dopo la sua morte e non trentadue,

o trentatré, o trentanove? È una

stranezza che di certo non gli sarebbe sfuggita

e che l’avrebbe insospettito. Il più sospetto

di tutti i partecipanti a questa celebrazione è

l’editore Fanucci che, per l’occasione, ripropone

tutte le traduzioni dei suoi lavori. Poi ci

sono tutti i loschi figuri che si dedicano a lui

scartabellando tra le note della sua biografia.

Tra i tanti si prendano le loro responsabilità

Matteuzzi e Ongarato, penne al soldo

dell’editore Beccogiallo (Philip K. Dick, la

biografia a fumetti).

In vita Dick ha sofferto la frustrazione

di non essere considerato un “vero”

scrittore. A dirla tutta, nemmeno lui era

certo di meritare più attenzione di quella

che riceveva. Secondo Emmanuel Carrère

(Io sono vivo, voi siete morti, un viaggio

nella mente di Philip K. Dick, Hobby

& Work), Dick si vedeva come un povero

diavolo un po’ tocco che sbarcava il lunario

scrivendo storie per ragazzini e per adulti mai

cresciuti.

La svastica sul sole. Nel 1950 scoppia

la guerra in Corea e l’esercito americano

interviene. A Phil e agli studenti di Berkley è

richiesta la partecipazione a un corso di ad-

destramento per l’esercito. Phil si presenta

imbracciando una scopa.

Calma, facciamo un passo indietro.

Edgar, suo padre, era un sergente maggiore

dell’esercito decorato in Europa. Alla

fine della guerra aveva trovato lavoro nel

dipartimento dell’Agricoltura, il suo compito

era controllare che gli allevatori non facessero

i furbi. Sul fatto che il suo fosse un ottimo

impiego lui e Phil avevano pareri contrastanti.

Non andavano molto d’accordo nemmeno

sulla questione delle atomiche sul Giappone.

La vittoria nella Seconda Guerra Mondiale

aveva creato un po’ di confusione negli americani,

sotto sotto sembravano pensare che i

violenti si dividessero in due categorie: i vincitori

e i vinti. Ai primi, che si erano conquistati

l’ultima parola, era concesso il diritto di

menare le mani.

Nella testa di Dick deve essere scattato

un meccanismo, agli americani bisognava

spiegare due o tre cosette sulla guerra. Ci

voleva la lezione di un saggio, di un uomo

super-partes che guarda dall’alto del suo

castello. Sembrerà bizzarro ma l’idea di essere

una specie di profeta non è la cosa più

strana che Phil abbia pensato di se stesso.

A onor del vero va detto che The Man

in the High Castle è uno di quei rari casi in

cui la traduzione italiana del titolo (La svastica

sul sole) è decisamente meglio dell’originale.

L’occhio nel cielo. Un bel giorno Phil

decide di scrivere una lettera ad Alexandre

Tochev dell’Accademia sovietica delle

scienze. Tenta di carpire i segreti scientifici


dei russi per scriverne storie di fantascienza.

Gli scienziati Oltrecortina però stranamente

non vogliono collaborare, e questo è l’unico

contatto tra Phil e l’Unione Sovietica. Non è

mai stato un pericoloso comunista, ma la sua

seconda moglie Kleo Apostolides, iscritta

al Partito Socialista, per l’Fbi e Nixon è da

tenere sotto stretto controllo.

Un giorno l’antispionaggio decide che

bisogna affrontare il

nemico di petto e manda

due agenti Fbi a bussare

alla porta dei Dick.

Phil li fa entrare, è solo,

sta lavorando, Kleo è

fuori. Gli chiedono come

sbarca il lunario, lui dice

di essere uno scrittore

di fantascienza. Gli

chiedono dell’attività

politica di Kleo, cercano

di convincerlo a diventare

un informatore. Lui

rifiuta e uno dei due gli

chiede se sia comunista.

«No», risponde

Phil. «Non ho alcuna

simpatia per il Partito

Comunista. Ma lei sa

bene che, se ne avessi,

le risponderei la stessa

cosa».

Le visite dell’Fbi si fanno frequenti, si

presentano con questionari a risposta chiusa

da compilare. Una delle domande dice: “Il più

grande nemico del mondo libero è la Russia,

il nostro livello di vita elevato o gli elementi

infiltrati fra noi”. Phil e Kleo, che si sentono

pericolosi ribelli, stanno al gioco finché l’Fbi

non si stufa e smette di controllarli.

Uno dei due agenti, George Scruggs,

diventa amico di Phil, gli dà lezioni di guida e

l’aiuta a prendere la patente. Phil, che adorava

confonderlo, tenta di convincerlo che gli

infiltrati comunisti andrebbero cercati tra gli

insospettabili. Nasce così l’idea per L’occhio

nel cielo, un romanzo in cui il vero

comunista non è la persona accusata,

ma il delatore che la accusava. Phil regala

una copia del libro a Scruggs che però non

coglie il messaggio tra

le righe. È interessato

solo alla verosimiglianza

dell’espediente tecnologico

usato nella storia.

Phil, lusingato

dalla stima di Scruggs

nei confronti delle sue

competenze tecnologiche,

fa lo spaccone e

si inventa di essere in

contatto costante con il

professor Tochev.

«Sì, lo so», gli confessa

Scruggs senza

scomporsi.

Le tre stimmate

di Palmer Eldritch.

Nei primi anni sessanta,

con tre divorzi alle spalle,

un curriculum di stranezze,

paranoie e dipendenza

dalle anfetamine,

Dick è nel bel mezzo dello zeitgeist riassunto

da Bob Dylan nella celebre frase: «The times,

they are a-changing».

Chiusa l’ultima parentesi matrimoniale,

torna a vivere a Berkley e sembra rinato. Ha

capito che non sarà mai un leccapiedi degli

zombi incravattati dell’establishment letterario,

ha tentato e ha fallito. È diventato un fan

dei Grateful Dead, si fa crescere la barba, ha

compreso che il suo ruolo è quello del genia-

113


Philip K. dick


le balordo della letteratura. Ha paura della

sua ex moglie, sospetta che lo stia controllando,

cerca i microfoni persino nella lettiera

del gatto, non trovandoli si convince che il

telefono è intercettato. Costringe chiunque

lo chiami a delle verifiche che provino la sua

identità.

Nel 1965 la pubblicazione di Le tre stimmate

di Palmer Eldritch lo rende famoso

tra gli stessi ragazzi che ammirano Timothy

Leary e Aldous Huxley. Anche Phil, benché

non abbia ancora provato l’acido lisergico, è

considerato un profeta dell’Lsd.

Leary e John Lennon un giorno

lo chiamano al telefono. Lennon vuole

confessargli che è rimasto sconvolto dal

suo libro, che sarà la base per il disco

dei Beatles in preparazione: Sgt. Pepper's

Lonely Hearts Club Band.

Phil non gli crede, pensa sia uno scherzo.

Spinto dagli amici, prova l’Lsd e si ritrova

nell’antica Roma: è un martire cristiano

in balìa dei pagani. Riemerge dall’allucinazione

ancora più strano e si mette a fare il

cascamorto con tutte le mogli dei suoi amici.

I tentativi di seduzione sono inconcludenti e

imbarazzanti per tutti i coinvolti.

Nel 1967, i Beatles pubblicano Sgt.

Pepper's Lonely Hearts Club Band, si può facilmente

immaginare come ci sia rimasto…

Io sono vivo e voi siete morti. Phil

aveva una sorella gemella che si chiamava

Jane, morta per malnutrizione il 26 gennaio

del 1928. La convinzione di Phil di essere

un sopravvissuto riemerge nel suo capolavoro

Ubik. Nel romanzo Joe, un bambino

mantenuto in uno stato di semi-vita,

divora le coscienze dei protagonisti confinati

con lui in una specie di aldilà. Il mortorium,

che compare nel romanzo, è un luogo in cui

Letteratura

i defunti come Joe sono tenuti in coma per

permettere ai loro cari di mantenere un contatto

con loro.

L’impressione che Phil abbia voluto

stabilire, attraverso il romanzo, un contatto

con Jane è forte, ma forse è solo

una speculazione. Del resto, in un certo

senso, anche noi abbiamo appena cercato di

stabilire un contatto con lui visitando il mortorium

di carta e inchiostro in cui è confinato.

Ora, per maggiore sicurezza, andate in

bagno e controllate accanto allo sciacquone

del water, se qualcuno ha scritto “Io sono

vivo e voi siete morti” vuole dire che dovete

assolutamente procurarvi un atomizzatore

Ubik nuovo modello. È più economico e più

efficace che mai!

115


Letteratura

CardioDetective

racconto di dario tonani

Neve appiccicosa, sporca. Che strazia il panorama.

Corro (perché questo fa parte del mio lavoro). Pompo sangue

al muscolo cardiaco. In dosi che per qualsiasi adulto non allenato

equivarrebbero a rimetterci le penne.

Corro perché solo così vedo… ciò che vedo. Tra le 170 e le 185

pulsazioni al minuto.

Fotogrammi. Immagini. Visioni.

Il futuro. Il Passato.

Sfilo ansimando accanto alla rete del cantiere abbandonato; una

sottile ragnatela di scacchi glassati s’inerpica per quasi tre metri lasciando

trapelare dall’altra parte il profilo dei mezzi

coperti di neve: un caterpillar che sembra un

mammut collassato nel bianco, i tralicci coricati di

una gru smantellata, una betoniera che trabocca

quella che sembra spuma di meringa.

Si gela qui fuori, e il respiro mi si condensa

in una nuvola grigia.

Doppio l’angolo rischiando di scivolare sul ghiaccio. Da quella parte

il marciapiede è ingombro di neve lurida, calpestato da orme frettolose.

Sette e ventisei del mattino. Il traffico ancora assonnato della città indugia

nelle arterie principali, laggiù invece a quest’ora non c’è quasi nessuno.

Ci vado sempre per il mio jogging dell’alba, ma non lo consiglio alle donne

sole, come me (e neppure agli uomini disarmati, se è per questo). Dall’angolo

del cantiere in disuso si dipana un labirinto di casermoni abbandonati:

scuole, palestre, supermercati che furono. Alveari di cinque o sei piani, fatiscenti

e gelati. Appartamenti spolpati, che ora abitano tossici e clandestini.

Scale.

È quella la mia palestra per far salire i battiti fino al livello che mi permette

di vedere il futuro. Le salgo sempre di corsa, tre gradini alla volta. Rasente

ai muri, guardandomi le spalle, pistola in pugno aderente alla coscia.

Sudore, cuore e spirito di sacrificio.

Sì, sono un poliziotto. Sezione Omega. CardioDetective Monica Liberti!

116


Il cuore delle donne batte più

rapidamente, ci hanno insegnato

al corso. Per questo la nostra è

un’unità tutta al femminile…

Un cane mi si affianca ai

polpacci. Trotta al passo il bastardello,

abbaiandomi incarognito

a due dita dalle

caviglie.

Mi sfianco e qualche

volta quasi mi uccido per

strizzare fuori dalla testa

un’immagine. Un indizio.

I cani non mi piacciono. Interferiscono

col mio (sporco) lavoro.

Lo scalcio via, non forte,

il giusto perché non mi si appiccichi

di nuovo.

Presto entrerò in uno

dei portoni bui e inforcherò

le scale della mia

destinazione. Quinto

piano, interno 9. Ma

prima sfilerò la calibro

22 dalla fondinaascellare

sotto il

k-way.

Sto lavorando

a quello

c h e ha tutta l’aria di

essere un regolamento di conti nel

mondo dello spaccio. Omicidio volontario

aggravato dalla crudeltà,

ragazzina di quattordici anni uccisa

con ventinove coltellate. Viste quasi

tutte. Appartamento vuoto, sangue

dappertutto, il barlume di un’immagine

scura e incappucciata che mena

fendenti col braccio sinistro.

RACCONTO

È lì che sto andando. Ogni mattina,

da ventiquattro giorni. E altrettante

coltellate.

***

Sara non va a scuola. O almeno

non nel senso che siamo soliti attribuire

alla frase. Spaccia. E i suoi

clienti sono i compagni d’istituto che

potrebbe avere se frequentasse le

quattro mura in fondo alla strada.

Spaccia e consuma. Fatta 100 la

somma delle due attività, si ritaglia il

5 per la seconda. Tendente, di questi

tempi, al 6 e all’8. Troppi!

Le hanno già detto di andarci

piano, ma lei niente. Non sente ragioni.

È una donna in un guscio di

ragazzina, il che significa una cosa

soltanto: i lupi là fuori hanno il doppio

delle ragioni per metterle gli occhi

addosso.

Sale di corsa le scale fino all’appartamento

del quinto piano, armeggia

con la chiave nella serratura

e si chiude la porta alle spalle. Tripla

mandata.

Il mazzo vola in un cestino a forma

di pagoda. Le hanno insegnato

a toglierla sempre dalla toppa. E lei

che vive da sola, ascolta e impara.

Due stanze, un cucinino, un cesso.

Una reggia senza acqua calda.

Con un frigo recuperato in discarica.

Squilla il telefonino. È il ping di

un messaggio in arrivo.

Alza l’apparecchio: SONO QUI

FUORI APRI.

Scuote la testa, è Carlos. Non

lo aspettava, ma loro sono sempre

imprevedibili nelle consegne, è così

117


RACCONTO

che funziona. Lei non è parte della

musica, è soltanto un tasto della pianola.

Un tasto con le tette, e una franchigia

del 4 per cento non negoziabile…

***

Lancio un’occhiata al cardiofrequenzimetro

che porto al polso (capitolato

di Polizia, come pistola e distintivo).

Ho detto che vedo il futuro, ma

non è completamente esatto. Le mie

visioni non hanno tempo, galleggiano

sopra un mare che non ha alcuna

profondità temporale. La mia mente

è carta moschicida, si appiccica al

male e non se ne stacca più, ovunque

abbia deciso di annidarsi. Ieri,

oggi, domani.

È per questo che visito i luoghi

dei delitti irrisolti.

Ho però bisogno di uno slancio,

di un trampolino da cui buttarmi:

adrenalina, pulsazioni, ossigeno…

Motivo per il quale, corro. Altre della

mia sezione ingurgitano farmaci

— norepinefrina soprattutto — o si

ammazzano sulla cyclette. Oppure si

danno al sesso con caparbio senso

del dovere.

Io no, corro.

Nude pulsazioni portate alla soglia

critica di 185 al minuto.

Sono quasi arrivata.

Attraverso la strada nel paciugo

di neve marcia. Aggiro il furgone

bianco di una ditta di pulizie, fermo

a ridosso del marciapiede. Quasi mi

stampo contro uno degli addetti —

un marcantonio senza un pelo in testa

— che sta scaricando dal pianale

una manciata di scope.

“Ehi, troia!” mi grida dietro.

Lo ignoro.

Trotto rasente al palazzo, dove

non corro il rischio di scivolare nel

pantano di neve. Il cane mi è di nuovo

addosso, carico come una molla.

Salta i cumuli marci, è un fenomeno.

A un tratto… vedo!

***

La porta si spalanca di colpo.

“Ehi troia!”.

L’uomo sghignazza avanzando

dietro il braccio steso. “Daaadàn!”.

Impugna un coltello serramanico. Ha

il telefonino di Carlos, ma non è Carlos.

Sara arretra, inciampa, viene

strattonata per il bavero del giaccone.

Schizzi di saliva sulle guance.

Il tipo continua a sogghignare,

fatto come una pigna. Le torce il

braccio dietro la schiena puntandole

il coltello alla gola. “Carlos non se l’è

sentita. Io sì! Ma ti manda i suoi saluti”.

Le sfila il cellulare dalla tasca e

lo fa sparire nel retro dei jeans.

Ansimando rumorosamente la

sospinge per il corridoio fino alla minuscola

camera da letto.

***

Per un istante sono completamente

cieca. Incespico, sbando, scivolo.

Rallento.

118

Una coltellata, due coltellate…

Arranco con le braccia sul muro.

Mi fermo.

La figura incappucciata: “Ehi,

troia!”.


Letteratura

Mi piego in avanti, le mani sulle ginocchia.

Volto adagio la testa, boccheggiando.

Il bastardello si accanisce sulle gambe della mia tuta da jogging. Ma ormai

niente mi può distrarre.

Il tipo è tornato al furgone. Forse dovrei chiamare la Centrale e chiedere

rinforzi. Ma non posso lasciarmelo scappare.

Mi raddrizzo, estraggo la pistola. “Fermo!”.

Il marcantonio alza la testa, trasalisce.

Scatta. Di là dalla strada.

Nuove immagini, una caterva. Mi rallentano!

Neve, ghiaccio, il traffico che si è fatto improvvisamente nervoso.

Vedo la povera ragazzina spalmata sui riflessi dei parabrezza, il volto che

sbianca, il sangue che inzuppa i cofani…

Caracollo tra una macchina e l’altra, cercando di guadagnare il marciapiede

opposto. Avrei bisogno di rallentare il cuore, di togliermi queste visioni

di torno. E invece…

Stendo il braccio, allineo la mira. “FERMO!”.

“Ehi, troia!”.

Uno scooter sbanda, scoda, s’intraversa sbalzandomi a metri di distanza.

Le immagini si spengono.

Buio.

***

“Come si sente?”.

C’è un volto che galleggia nel mio cielo. Sbatto le palpebre cercando di

metterlo a fuoco. Che posto è questo?

Sono immersa nel bianco, ma quello che ho intorno non è neve. Un letto.

E di fianco il trespolo con una flebo.

Il volto si ritrae. “Ricorda qualcosa, agente?”.

Lo guardo come se fossi nuda, inorridita dalle implicazioni della domanda.

Il tipo porta una divisa e ha l’aria di essere stato in attesa a lungo. “Qualsiasi

cosa” m’incalza.

“Da quanto sono qui?”.

“Due giorni. Allora c’è qualcosa che ricorda?”.

Volto la testa sul cuscino. “Nulla...”

119


Letteratura

di MiriaM Mastrovito

Sospeso tra sogno e realtà, il Circo è per

definizione un microcosmo intriso di magia.

Con i suoi suoni, colori, odori esso dischiude

le porte all’incanto trascinando adulti e bambini

in una dimensione che invita a sospendere

l’incredulità e ad abbandonarsi alla meraviglia.

Un’esplorazione dei luoghi dell’immaginario

che si rispetti non potrebbe rinunciare a

una simile tappa, ragion per cui sarà proprio

questa la seconda meta del nostro viaggio.

Quello di cui voglio raccontarvi però non

è un Circo qualsiasi, fra tutti, probabilmente,

è il più straordinario. Arriva senza preavviso

rubrica

e senza fare rumore, come fosse sbucato dal

nulla. I tendoni a strisce bianche e nere svettano

in uno spazio delimitato da una recinzione

in ferro battuto mentre un’insegna, anch’essa

bianca e nera, informa i visitatori:

Apre al Crepuscolo

Chiude all’Aurora.

Tutto sembra immobile e trasmette un

senso di abbandono fino a che, al calar del

sole, un intenso profumo di caramello non comincia

a librarsi nell’aria e finalmente accade.

Piccoli bagliori, simili a lucciole in volo, iniziano

a correre lungo i tendoni e in quel confuso

gioco di luci in movimento appare la scritta: le

Cirque des Rêves.

Varcati i cancelli, il vostro tempo verrà

scandito dall’orologio danzante e sarete proiettati

in un labirintico mondo da fiaba. Vi ritroverete

smarriti tra una miriade di tendoni

perché la peculiarità di questo circo è proprio

quella di non averne uno solo. Ce n’è uno per

ogni attrazione e sempre di nuovi se ne aggiungono.

Il visitatore è libero di lasciarsi sedurre

dall’insegna che più lo ammalia tracciando

così il suo personale percorso alla scoperta

delle meraviglie che in ogni anfratto si celano.

Gli spettacoli a cui potrete assistere non

hanno nulla a che vedere con le solite esibizioni

di clown e animali ammaestrati. Il giardino

d’inverno, la giostra, il dedalo della nube, la

pozza delle lacrime e perfino l’albero dei desideri

sono alcune delle strabilianti attrazioni in

cui potrete imbattervi.

Tuttavia non è solamente questo a ren-

120


121

dere il Circo della notte tanto speciale. Le sue

immagini in bianco e nero, dei sogni non hanno

solo la tradizionale bicromia ma sono fatte della

loro stessa sostanza. Esso non è solo illusione

ma è magia che sopravvive in un mondo sempre

più restio a riconoscerla, forse è proprio

per questo che non si annuncia con volantini o

manifesti e preferisce farsi trovare da chi è ancora

capace di udirne il richiamo. Sono i rêveurs

a rappresentare il suo pubblico di affezionati:

uomini e donne che lo seguono in giro per il

mondo, in perfetta sintonia con la sua atmosfera

onirica tanto che, quasi ne fossero parte

integrante, vestono abiti degli stessi colori dei

tendoni distinguendosi dagli artisti unicamente

per piccole note di rosso, rintracciabili in una

sciarpa, una coccarda, un fiore all’occhiello.

Non vi inganni però la sua atmosfera festosa

perché questo luogo fiabesco nasconde

anche un volto oscuro. Dietro le sue quinte sta

per consumarsi infatti una grande sfida tra due

persone inconsapevoli, due allievi particolar-

mente dotati scelti e allenati allo scopo. Celia

e Marco sono votati sin da bambini a fronteggiarsi

in una sorta di duello magico il cui vincitore

sarà il solo a poter sopravvivere. Quel che

inizialmente appare come il bizzarro divertissement

di due potenti maghi, pian piano si rivela

essere un gioco perverso destinato a complicarsi

quando i due giovani protagonisti si innamoreranno

andando contro ogni regola.

Il delicato equilibrio su cui si regge il circo

sopravvivrà all’imprevisto? L’amore alimenterà

o infrangerà l’incanto?

Per scoprirlo potrete unirvi ai rêveurs o

più semplicemente tuffarvi tra le pagine de

Il Circo della notte di Erin Morgenstern.

Che scegliate l’una o l’altra via, vivrete

un’esperienza unica e quando al sopraggiungere

dell’aurora tornerete a casa, avrete difficoltà

a comprendere da quale parte stia davvero

il sogno.


L'esordio sci-fi di

GEORGE R. R. MARTIN

il papà di Game of Thrones

Quando si parla di George R.R. Martin

le aspettative sono alte, un nome una

garanzia si potrebbe quasi dire: il grande

successo della sua saga fantasy Le Cronache

del Ghiaccio e del Fuoco e della serie

TV della HBO, A Game of Thrones, ad

essa ispirata parlano da soli. Ma la bibliografia

di Martin è ricca e vasta, caratterizzata

da uno stile che si è evoluto nel tempo,

e che fin dagli esordi ha saputo convincere

il pubblico.

In fondo il buio è la sua prima opera

di vaLentina Bettio

122

di genere Science Fiction (SciFi) – Dying of

the light è il titolo originale, ma il primo

titolo fu “After the festival” ("dopo il festival",

ndr), poi cambiato nella seconda versione

dopo la prima pubblicazione, uscita

nel lontano 1977, ricevendo nomination per

l’Ugo Award e il British Fantasy Award,

ora riproposta dalla casa editrice Gargoyle.

Assolutamente lontano dalle atmosfere

fantasy-medievali de Il trono

di spade, In fondo il buio è ambienta-


to su un pianeta morente, Worlorn; un

pianeta vagabondo che per un certo periodo

è stato abitabile ed ha ospitato il “Festival”,

una lunga festa durante la quale ogni

popolo dei mondi conosciuti ha edificato

la sua città, importando non solo la propria

cultura ma tutto ciò che caratterizza

l’ecosistema del pianeta di origine. Un Festival

in onore di tutte le civiltà, che ormai

è arrivato al termine: giunto alla fine della

propria peregrinazione attorno alla Ruota

di Fuoco, Worlorn sta tornando nel buio e

nel gelo e tutto ciò che è stato creato sul

suo suolo sta per scomparire, destinato ad

essere dimenticato. Un mondo da studiare

per l’originale ed assolutamente unico

equilibrio ambientale che si è creato, ma

che sta esalando gli ultimi respiri.

Perché questa era la cosiddetta

foresta primigenia, il bosco che l’uomo

aveva portato con sé da un sole all’altro

[…]. Su tutti i nuovi pianeti l’umanità

trovava […] piante ed alberi subito

capaci di diventare parte integrante

della linfa di quelli importati da casa

da principio. […] Gli abitanti dei mondi

esterni li avevano portati qui […] per

aggiungere una nota che ricordasse

casa, ovunque essa fosse.

Su questo scenario fantascientifico,

caratterizzato da notti tristi e

permeato di desolazione, si dipanano

gli eventi che vedono come protagonisti

Dirk, Jenny, Jaan e il tuo teyn

Garse, in un intricato susseguirsi di

eventi il cui climax, sempre dietro

l’angolo ma al contempo irraggiungibile,

logora i nervi.

123

Con uno stile forse ancora da

Letteratura

affinare ma assolutamente vivido e apprezzabile

nella sua chiarezza e fluidità,

Martin crea un universo complesso

e articolato, senza scendere in dettagli

inutili ma lasciando piccole briciole

sufficienti a capire che ciò che ci sta

mostrando è solo la punta dell’iceberg

di una realtà troppo complessa, un

piccolo scorcio di per sé sufficiente ai

fini della narrazione. La galassia da lui

creata è ricca di popoli e pianeti dai nomi

pittoreschi – Tober-nel-Velo, Darkdawn,

di-Emerel e così via –, ognuno con i propri

costumi, che interagiscono tra loro senza

però influenzare in modo significativo il nucleo

di credenze e tradizioni che li contraddistingue.

Niente fattezze bizzarre, niente

fantasia che corre a briglie sciolte per disegnare

razze singolari: tutti i popoli introdotti

da Martin sono umanoidi – anche

se vengono poi citate creature come “mutaforma”,

lupi mannari ecc. che, però, non

recitano alcuna parte in questo racconto.

L’unica cultura descritta è quella dei

Kavalar, rude e violenta, che è trattata

approfonditamente in modo da fornire al

lettore le basi necessarie a capire le azioni

e i ragionamenti che muovono gran parte

dei personaggi che si incontrano nella storia,

per la maggior parte Kavalar per l’ap-


Letteratura

punto. Un popolo guidato da una serie di

rigide regole e schemi di comportamento,

che si basano sulla violenza e sulla guerra,

così lontani dal pensiero comune da risultare

grotteschi e difficili da assimilare. Violenza

sì, ma anche un forte codice d’onore,

che pizzica le corde più profonde dell’animo

umano.

Un esordio dai toni deliziosamente

fantascientifici, cupo e intriso di descrizioni

sanguinose accostate a triste

poesia, in un connubio affascinante e

ambizioso, a tratti ombroso ma di sicuro

effetto, che trova la sua massima

espressione in Kryne Lamiya, la città

sirena dei Darkdawn – uno dei popoli

al contempo più inquietanti e affascinanti

descritti –, che suona all’infinito

la propria musica di pazzia e morte.

Titolo: IN FONDO IL BUIO

Autore: George R.R. Martin

Titolo originale: Dying of the light

Editore: Gargoyle Books

Collana: Gargoyle Extra

Traduzione: Tarallo&Tintori

Pagine: 376

Prezzo: € 16.90

EAN: 978-88-89541-67-8

“È una canzone del crepuscolo e della

notte che scende, avverte che non ci sarà

mai più un’altra alba, mai più.”

Ed è l’atmosfera di questa città che

riempie il cuore e meglio descrive Worlorn

morente che, lentamente ma inesorabilmente,

sta tornando nell’ombra da cui è

emerso.

Insomma, un Martin a cui non siamo

abituati, ma che ci stupisce e delizia

cimentandosi in un genere non facile da

trattare, senza scadere nello scontato e

nel banale, riuscendo a narrarci una storia

completa che non necessita di aggiunte

accessorie per essere apprezzata e goduta.

Una piccola chicca da gustare con

calma.

124


La chimera di Praga

opera di Max rambaldi ispirata a "La chimera di Praga"


Letteratura

la chimera di Praga

tra sogni, magia, dolore e speranza

I sogni sono veramente desideri,

come cantava la Cenerentola disneyana?

A riprendere un tema-archetipo è

Laini Taylor, autrice de La chimera di

Praga (Fazi Editore), capitolo primo

della trilogia Young Adult Daughter

of Smoke and Bone, nelle librerie italiane

da inizio maggio.

Un romanzo costruito sul contrasto

“angeli-demoni”, in cui l’autrice

attua in maniera originale il rovesciamento

di diversi cliché, nell’atmosfera

di una Praga che, nel suo essere già città

esoterica di ispirazione a molte penne

fantasy, si carica di atmosfere oniriche

dark.

Centrale è il ruolo della magia. Se

nella tradizione è una dote, naturale o

acquisita — in base alla natura di chi

la detiene —, che è indice di potere e di

possibilità di cambiare le cose, spesso

in positivo, in questo romanzo la magia

è vincolata al dolore e a una visione

sostanzialmente tetra. Non c’è magia

senza dolore, così come la realizzazione

di un desiderio ha più la parvenza

di un contrappasso dantesco o di un

patto faustiano. L’unico momento in

cui la magia può rivelarsi come valore

positivo è in rapporto alla speranza.

E non a caso è il significato del nome

della protagonista, Karou, studentessa

alla scuola d’arte di Praga dalla doppia

vita, cresciuta da una famiglia di Chimere.

126

di roBerta de toMi

Karou compie commissioni per

Sulphurus, una sorta di “padre adottivo”

dedito a “strani” commerci. La

giovane va in giro per il mondo, accedendo

ai luoghi designati da porte magiche,

un po’ come avviene ai giovanissimi

protagonisti di Narnia, romanzo

che, alla lettura, sembra aver fornito la

maggiore ispirazione all’autrice. Proprio

mentre sta svolgendo una delle sue

commissioni, Karou incontra un Serafino,

nemico giurato delle Chimere.

Da questo incontro nasce una passione

travolgente, che le svelerà gli esiti tragici

di un amore proibito del passato e

che ha connessioni con il presente; ma

a differenza delle tragedie più note, e

come avviene ad esempio nel finale della

fiaba del Soldatino di stagno innamorato

della Ballerina, tra le ceneri di

questo sentimento restano residui che

ne decretano la vittoria sulla morte.

Nel romanzo della Taylor, il “residuo”,

come già detto, è la speranza,

personificata da Karou, personaggio

chiave. Non è un caso se si tratta di una

ragazza creativa. La creatività è infatti

uno degli strumenti attraverso cui la

speranza può realizzarsi, poiché consente

di plasmare soluzioni, nel caso

del romanzo, a una guerra che prosegue

da secoli.


Scheda del Libro

Titolo: La Chimera di Praga

Tit. Or.: Daughter of Smoke and Bone

Autrice: Laini Taylor

Casa Editrice: Fazi Editore

Collana: Lain

Traduzione: Donatella Rezzati

Prezzo: € 16,50

ISBN: 978-88-7625-133-7

I desideri sono una finzione.

La speranza è vera.

La speranza compie la sua magia.

In questo, avvalendosi di un forte

simbolismo, si possono ravvisare

molte affinità con l’epoca attuale,

contraddistinta da una crisi profonda,

a più livelli. Solo la speranza, attraverso

strumenti creativi, può portare

un rinnovamento, la pace tra

Chimere e Serafini. Personaggi questi

che hanno tutti i difetti e i vizi degli

umani, soggiogati da invidie, bramosie,

pregiudizi e voluttà.

Onirica, evocativa e d’atmosfera

è la scrittura della Taylor, che alla

penna alterna il pennello. L’autrice

erige un ottimo edificio, strutturato a

incastri e a rivelazioni che si palesano

gradualmente. Non mancano citazioni

dirette e indirette, tra letteratura,

arti visive e mitologia, rese da uno

stile che, pur avendo una lucidità di

fondo, si tende tra il surreale, il gotico

e l’impressionistico. Il racconto sembra

fatto da una sognatrice disincantata,

che sa stare con i piedi per terra.

127


Letteratura

Il successo letterario di

S u z a n n e

Coll ins

Il “fenomeno Hunger Games”,

diffusosi soprattutto in

America anche grazie alla recente

uscita della trasposizione cinematografica

a cura di Gary Ross, si

fregia di una nomea che vuole categoricamente

distaccarsi dai soliti

romanzi per giovani adulti – primo

tra tutti, Twilight – in cui l’amore

adolescenziale, sempre in primo

piano, lascia il posto a tematiche

più cruente e importanti, che

richiamano alla coscienza problematiche

attuali quali l’oppressione

dei popoli e il valore

della libertà.

Non che Hunger Games sia

propriamente un romanzo cruento:

appositamente diluita nei dettagli

più impressionabili, tagliata sui

suoi giovani lettori con uno stile

asettico, breve ed essenziale, se

non scialbo in alcuni punti, la trilogia

di Suzanne Collins lascia a

desiderare sotto molti aspetti, pur

centrando quasi del tutto quella

pretesa di differenziazione che si

spera coinvolga sempre più i romanzi

dal target a cui è destinata.

La storia, ormai abbastanza

nota al pubblico, è ambientata

in un futuro distopico controllato

suzanne collins

di Federica Urso

128


129

dall’egemonia della città di Capitol City,

dove il lusso sfrenato incontra le abitudini

viziose e depravate dei suoi abitanti. La

protagonista, Katniss Erverdeen, una

diciassettenne schietta e introversa

provata dalla morte prematura del

padre, ha un solo obiettivo: mantenere

in vita la madre medico e la sorella

appena dodicenne, Prim. Per questo

motivo si offre volontaria quando quest’ultima,

contro ogni aspettativa, viene sorteggiata

per i terribili Hunger Games, i

giochi inumani creati settantaquattro

anni prima allo scopo di terrorizzare

la popolazione – suddivisa in dodici distretti

– e indurla all’obbedienza. Comincerà

quindi la disavventura che la porterà

da anonima ragazza a stella di

Capitol City, aiutata dalla fittizia

storia d’amore con il compagno

di distretto Peeta, anche lui costretto

a partecipare.

Con un gesto di ribellione

verso il sistema oppressivo e

terroristico riuscirà infatti ad

uscire, insieme al compagno,

indenne dai giochi. Un esito

non previsto dalla tirannia del

presidente Snow, che le costerà

la vita di molte persone a lei

care e accenderà la rivolta nei

vari distretti. Una ribellione che

porterà il suo volto, strumentalizzato

dalla televisione e dagli

stessi ribelli al fine di creare un

nuovo mondo che, forse, non si

discosterà di molto da quello

che si sta tentando di distruggere.

Tematiche non nuove,

quindi, già note nella letteratura

dalla seconda metà del Novecento

in poi e, in particolare, nel best

seller datato 1999 Battle Royale di Koushuen

Takami o, andando ancora più indietro,

in romanzi come L’uomo in fuga di

Stephen King. L’unica novità sembra,

in effetti, la destinazione alla fascia di

lettori più giovani, che ha decretato il

successo stellare della saga. E, se nel

primo episodio questo appare abbastanza

giustificato da un prodotto tutto sommato

buono e appassionante, i seguiti – usciti in

Italia con il titolo La ragazza di fuoco e

Il canto della rivolta – non soddisfano le

alte aspettative dei lettori più pretenziosi.

In particolare La ragazza di fuoco palesa

l’esigenza editoriale di compensare lo


Letteratura


131

scarto verso la fine, decisamente mal gestito dall’autrice, che sembra girare

intorno, dilungandosi su dettagli insignificanti, al punto cruciale: la rivolta.

A questa cattiva gestione della trama si aggiunge una malsana

fretta per il finale, di cui risente l’intera economia della narrazione:

nel secondo volume, su 375 pagine, soltanto 150 sono destinate ad un’altra

edizione degli Hunger Games, laddove, nella prima parte, particolari inutili

si sommano a forzature piuttosto evidenti. Ancora più evidenti sono, però, i

deus ex machina che la Collins adopera per tagliare la descrizione di eventi

importanti, e di cui farà sempre maggiore uso fino a renderli castranti nel

finale della trilogia.

Katniss, frustrata da dolorosi eventi, si ridurrà all’ombra di se stessa,

oscurandosi completamente dai destini del suo paese: ritroverà la speranza

in un futuro migliore solo grazie all’amore per uno dei due ragazzi che se la

contendevano.

Un ritratto debilitante, quindi – seppur molto verosimile, salvo

dai moralisti eroismi su cui rischiava di inciampare la saga – e un

fallimento che fa sentire l’eco di un pessimismo più adulto ma non

meno deludente. Ciò si riflette, in particolare, nell’involuzione dei personaggi,

regressi ad uno stato di egoistica dissennatezza, nel caso di Katniss,

o di calcolata ambizione, nel caso di Gale. Poco coerenti ma – o forse proprio

per questo – umani: una piega del tutto inaspettata per un romanzo che prometteva

essere un faro all’interno del genere grazie ad un’eroina coraggiosa

e fuori dagli schemi, ma che finisce per essere vittima sconfitta di un sistema

pseudo-totalitarista che non ha mai volontariamente tentato di annientare.

Redenta o forse definitivamente affondata da questa parvenza

di realismo, la saga di Hunger Games si apprezza entro i limiti di una

storia con molto potenziale vanamente sciupato, e un retrogusto finale

soggettivamente amaro.


Letteratura

Zio Lou

traduzione di Marina aLBaMonte

Lo zio di Nina, zio Lou, viveva ad Hampstead,

in una frondosa stradina secondaria

dalla quale si godeva una magnifica

vista di Hampstead Heath – in apparenza

una sconfinata distesa verde costellata di

vecchie querce dove i corvi schiamazzavano

e le ghiande piovevano dagli alberi

per essere raccolte dai bimbi e, talvolta,

dai cani famelici, portati a spasso senza

guinzaglio. Nina ricordava che anche lei,

da piccola, non molto più grande di un cagnolino,

aveva raccolto le ghiande assieme

ai suoi genitori, mettendole minuziosamente

in fila per gli scoiattoli.

Ora che era tornata aveva percepito

in questa zona di Londra un non so che

di sinistro. Forse gli alberi, così contorti

e immensi, vago ricordo di un’immagine

inquietante in uno dei suoi libri illustrati.

Ben sapeva che oramai quella era diventata

una zona d’élite super esclusiva: gli

ultimi modelli di auto ibride, Lotus e Volvo

parcheggiate nei viali, balie irlandesi

e polacche con passeggini trendy, donne

filiformi come aironi e i loro microscopici

terrier che avrebbero potuto benissimo

stare nel palmo della mano di Nina. Era

ragazzina e Hampstead era già considerata

una zona d’élite ma, a quei tempi, le

case dai mattoncini color rame e i recinti

in ferro battuto avevano un’aria losca,

come se terribili criminali stessero ordendo

qualche sporco affare nella rimessa.

di Elizabeth Hand

Nina aveva quattordici anni quando

capì che era zio Lou, non Hampstead, a

sprigionare una certa aura modaiola: i

lunghi capelli, gli abiti su misura di Dougie

Millings, le babbucce dorate con la punta

all’insù, come quelle del genio della lampada.

Era il suo zio preferito, a dire il vero

unico zio e unico parente, se si tralasciava

una pro prozia centenaria, probabilmente

rinchiusa in una casa di riposo in Costa del

Sol. Nina era figlia unica, nessun cugino di

primo grado e nonni ormai morti da un

pezzo.

Anche i genitori, divorziati, erano

morti anni addietro, quando Nina frequentava

ancora l’università. Da allora,

aveva avuto la buona abitudine di far visita

a zio Lou una volta al mese o giù di lì,

quando lui tornava dai suoi viaggi. Spariva

per mesi, lo zio, ad un certo punto e – al

suo ritorno – rispondeva alle domande di

Nina del tipo “dove fosse stato” facendo

segno con un dito sulle labbra: segreto.

Negli ultimi dieci anni la vita da giramondo

dello zio aveva perso colpi e così Nina

ora lo andava a trovare più spesso. Scriveva

libri di viaggio e aveva ideato la famosa

serie World by Night. Budapest by Night

era stato, a sorpresa, il suo primo best

seller, seguito a ruota da Parigi by Night,

Londra by Night, Marsiglia by Night, Vienna

by Night e così via all’infinito. Tutto ciò

accadeva negli anni ’60 e agli inizi degli

anni ’70 quando il mondo era decisamen-

132


133

te più vasto e molto più esotico. Il turismo

bohémien stava facendo capolino nell’industria

turistica, alimentato com’era da

voci sul pellegrinaggio a Jakarta di Bryon

Gysin e Brian Jones, lì per vedere i dervisci

rotanti e da quelle sulle orde di figli

dei fiori che scappavano a Katmandu e si

nutrivano di burro di yak intanto che facevano

affari con la droga.

Non importa quanto sconosciuto o

remoto fosse il luogo, zio Lou vi era stato

e tornato a casa prima di voi per stupirvi

con una cronaca su dove trovare il miglior

negozio di spaghetti di Bangkok aperto

anche di notte; o un chiosco di funghi al

mercato nero nelle catacombe di Roma; o

ancora un locale per voyeur di Stoccolma,

spacciato per un cineclub specializzato in

film dell’ormai dimenticata star del cinema

muto Sigrid Blau.

“Ma non si sente mai in colpa?” le

aveva chiesto una volta sua madre. Lou

era il fratello di suo marito, il maggiore;

aveva partecipato alla Seconda Guerra

Mondiale e in seguito aveva trascorso diversi

anni nell’Europa dell’est; non si sa

bene di cosa si occupasse a quei tempi e

spesso questo argomento era stato oggetto

dei discorsi dei suoi genitori. Era poi

ritornato a Londra sfoggiando una lunga

chioma all’ultimo grido e, ogni tanto, la

barba. Infatti, zio Lou andava in giro bello

sbarbato prima della guerra ma, in seguito,

era diventato decisamente irsuto e si

sbarbava almeno una o, talvolta, due volte

al giorno. Tuttavia, aveva continuato a

portare i suoi neri capelli lunghi, un vero

e proprio segno distintivo nelle foto che

lo ritraevano in qualità di scrittore. Sua

madre lo aveva sempre trovato alquanto

appariscente, un aggettivo tutto suo per

indicare gli omosessuali, sebbene zio Lou

fosse notoriamente un gran donnaiolo.

RACCONTO

Nina aveva aggrottato le sopracciglia

alla domanda della madre. “In colpa? E

per cosa?”

“Per la promozione di attività illecite”.

“Ma di quali attività illecite parli?”

replicò Nina. “Le cose di cui scrive danno

una mano alle economie locali”.

“Ora si chiamano così?” sua madre

tirò su col naso e rivolse nuovamente la

sua attenzione alla pianta di delfinio. Quel

pomeriggio il sole di ottobre inondava

con i suoi raggi il vialetto di ciottoli che

conduceva a Pallis Mews. La Aston Martin

DB4 d’epoca dello zio era parcheggiata

di fronte, coperta da un telone cerato

verde impiastricciato da escrementi di uccelli,

il che faceva supporre che l’auto non

era stata usata da un pezzo. Cumuli di foglie

gialle si erano ammucchiate contro la

porta d’entrata; Nina tirò via una lacera

busta di plastica dall’edera e dalle clematidi

rampicanti che ricoprivano il muro di

mattoni.

Non aveva mai fatto visita a zio Lou

senza una sua telefonata di invito o – più

di recente – un’e-mail. L’invito era sempre

preciso, nel tardo pomeriggio o nella

prima serata, il che, tradotto, voleva semplicemente

dire giovedì 19, arrivo per le

17,15. In cucina lo zio aveva un grande calendario

da parete con le fasi lunari, una

sorta di pergamena con miriadi di brevi

annotazioni scritte con una minuscola

grafia e che indicavano esattamente l’ora

e i minuti dei vari appuntamenti in programma.

Riceveva un ospite alla volta; il

suo era un lavoro di tipo solitario e notturno.

Una volta, era ancora ragazzina, era

arrivata in anticipo di dieci minuti. Sapeva

che zio Lou era in casa, lo sentiva lavare i


RACCONTO

piatti e – in sottofondo – la radio sintonizzata

su Radio2. Lo aveva scorto passare

dietro la finestra mentre abbassava il volume

della musica. E la porta non si aprì

che all’orario stabilito.

Stavolta la porta si era aperta prima

che Nina avesse bussato.

“Nina cara.” Lo zio le sorrise e le fece

cenno di accomodarsi in casa. “Sei stupenda.

Oh, quelli! non ho ancora avuto

modo di disfarmene”.

Chiuse la porta e Nina schivò una

pila di giornali. Zio Lou era sempre stato

un tipo meticoloso, persino schizzinoso.

Aveva assunto una donna delle pulizie

che, una volta a settimana, ripuliva dalle

macchie il tappeto delle Fær Øer, metteva

in ordine i cuscini Kilim sul divano bianco,

risistemava le sedie, raddrizzava il quadro

di Hockey e riponeva i piatti di porcellana

danesi nella credenza.

Elizabeth

Hand

Anni addietro la donna delle pulizie

si era dovuta trasferire a Brighton per

stare più vicino ai nipotini. Zio Lou non si

era preoccupato di rimpiazzarla e la casa

aveva assunto quell’aria provocatoriamente

trascurata, come quella di un’entraîneuse

da night club che, ben conscia

– data l’età – di non poter più permettersi

di indossare camicette trasparenti in

acetato, seppur con una canottina sotto,

continua imperterrita a presentarsi con

la stessa mise di sempre. “Lo so, è un

macello”. Zio Lou sospirò e si piegò per

prendere un giornale vagante che tentava

la fuga, riponendolo, con mano leggermente

tremolante, in cima alla pila. I

piedi ossuti ballavano nelle babbucce con

la punta all’insù, le nappe dorate consunte

e le dita ricurve ora erano tristemente

appiattite. “Al giorno d’oggi, avere qualcuno

che si occupi della casa costa piuttosto

caro. Ma entra tesoro. Qualcosa da

bere?”

Si divide fra Londra e lo stato di

New York, e all'università ha studiato

spettacolo e antropologia. Una donna

eclettica, dunque, tanto da passare

dalla scrittura di romanzi basati

sull'universo di Guerre Stellari (i cosiddetti

EU, Expanded Universe) alla

sceneggiatura di episodi di X-Files, al

fantasy storico Mortal Love. Passando,

ovviamente, per il thriller, di cui La

Luce naturale della morte è solo un

esempio. Insomma, Elizabeth Hand

è una donna dal multiforme ingegno,

tanto che il racconto Echo, del 2006,

si è conquistato il Nebula Award.

Il suo sito web è

www.elizabethhand.com

1341


35

“No grazie. Oh, ma sì, certo, se anche

tu prendi qualcosa.”

Zio Lou si chinò e le sfiorò la guancia

con un bacio. Non si era sbarbato e notò

sul collo una preoccupante vescica bluastra

– ma in realtà non era che uno schizzo

di dentifricio.

“La mia piccina” disse e si spostò in

cucina.

Mentre lo zio preparava da bere

Nina diede uno sguardo al suo studio, uno

spazio delimitato da muri di mattoni nascosto

da una libreria con dozzine – forse

centinaia – di copie della serie By Night in

varie traduzioni. Vi erano altre pile alla

rinfusa di posta ancora chiusa e mai arrivata

sulla scrivania dello zio.

Diede uno sguardo furtivo a una delle

buste. Il timbro postale riportava la data

di un mese addietro. Si guardò alle spalle,

si mise a scartabellare tra la posta in

fretta e furia e trovò della corrispondenza

con il timbro della primavera passata. Udì

i passi dello zio appressarsi nell’ingresso

e si voltò immediatamente andandogli incontro.

“Grazie.” Prese il bicchiere di Martini

che le aveva offerto – era pulito, almeno

– e lo alzò per fare un brindisi.

“Cin cin”, disse lo zio.

Si incamminarono verso la sala da

pranzo che si affacciava su un cortile piuttosto

ampio. Anni addietro zio Lou aveva

fatto in modo che lo spazio esterno tornasse

ad essere un groviglio di cespugli di

more, con platani scoloriti dall’assenza di

luce ed edera terrestre. Sarebbe stato il

luogo ideale per far scorrazzare un cane,

ma zio Lou non ne aveva mai posseduto

uno. C’erano in giro segni di animali – forse

volpi – il che, ad Hampstead, era cosa

Letteratura

comune, sebbene Nina non avesse mai

percepito il loro tipico olezzo muschiato.

Si misero a tavola. Zio Lou aveva preparato

un piattino di olive e alcuni biscotti

un po’ stantii. Bevvero e parlarono di un

articolo sui viaggi apparso sul Guardian la

settimana precedente, del cane rumoroso

dei vicini di Nina e di persone di loro

conoscenza.

“Notizie di Valerie Minton?” chiese

Nina. Finì il suo drink e mordicchiò un’oliva.

“È da un po’ che non ne parli”.

Lo zio sospirò. “Oh cara, triste storia.

Ma non te ne ho parlato? È morta a marzo.

Roba di cuore – una vera benedizione.

Aveva un inizio di Morbo di Alzheimer.”

Tracannò il Martini e posò il bicchiere

vuoto accanto al suo. “Lo vuoi un consiglio?

Non invecchiare.”

“Oh zio Lou.” Nina lo abbracciò. “Ma

tu non sei vecchio.”

Non era vero, ovviamente. Sapeva

bene quanto lo zio fosse diventato esile

e fragile. E mandare avanti la casa stava

diventando – decisamente – un vero fardello.

Gli prese la mano e lo fissò negli occhi.

I capelli erano bianchi, più radi di una

volta. Il volto era solcato da rughe ma una

vita spesa a fare le ore piccole lo aveva

preservato dagli effetti dannosi degli ultravioletti,

il che gli permetteva di sfoggiare

ancora una pelle piuttosto elastica.

Zigomi alti, un severo profilo del naso e

una fossetta sul mento, sembrava un attore

in tarda età; negli occhi un’incredibile

sfumatura color ambra che, sotto una

luce intensa, apparivano estremamente

pallidi, quasi incolore. L’effetto teatrale

era accentuato dal suo modo di vestire

che, quel pomeriggio, consisteva in una

maglietta a stampa con motivi indiani su


Letteratura

pantaloni molto ampi di velluto a coste,

una volta gialli canarino ma oramai sbiaditi,

quasi bianchi come i noccioli di un limone

e l’immancabile anellone d’argento

all’indice della mano destra.

L’anello tremolò non appena mosse il

dito per rimproverarla. “Nina, Nina, sono

più che anziano, più vecchio di Matusalemme

e Dio non me lo perdona.”

Nina rise e lo zio si voltò lanciando

uno sguardo malinconico al cortile. Ma

quanti anni aveva zio Lou? Almeno un’ottantina.

Molti dei suoi amici erano morti;

altri si erano trasferiti per essere più vicini

ai figli o vivevano in case di riposo. La casa

di Nina era troppo piccola per ospitare

un’altra persona; avrebbe potuto trasferirsi

lei a casa dello zio, ma sapeva bene

che lui non ne avrebbe voluto sapere.

Alcuni anni fa aveva venduto il marchio

e il catalogo della serie By Night per una

somma considerevole a un imprenditore

del web. Forse avrebbe potuto essere

incoraggiato a cercare una sistemazione

in quelle strutture da fifì in cui vengono

ospitati anziani benestanti. Non avrebbe

aperto questo discorso proprio ora ma,

mentalmente, ne aveva preso nota; magari

avrebbe trovato qualcosa del genere

vicino ad Hampstead.

Zio Lou le strinse la mano. “Ti andrebbe

una passeggiata al parco?”

Nina annuì. “Buon’idea!”

Si incamminarono lungo un sentiero

che serpeggiava dolcemente in salita, dominato

in fondo da una vecchia quercia.

La zona era frequentata da famiglie con

bambini e cani che scorrazzavano senza

guinzaglio.

“Oh, oh” Nina disse. Un setter irlandese

dal manto di seta arrivò trotterel-

lando verso di loro. La ragazza si portò

al fianco dello zio, in cerca di protezione.

“Eccolo che arriva…”

Il cane si comportava con lo zio in

modo curioso, come se lo conoscesse da

tempo: avvicinatosi si acquattò zampe

in avanti e ventre a terra; poi cominciò a

strisciare lentamente verso di lui con flebili

guaiti, scodinzolando all’impazzata.

Anche altri cani si comportavano

con lo zio in modo bizzarro: abbaiavano

o ringhiavano, orecchie all’indietro e coda

bassa; poi fuggivano, prima che lo zio potesse

accarezzarli e tentasse di rassicurarli

facendo dei versi appena percettibili.

“Ciao”. Zio Lou si fermò e – sorridendo

– fissò il cane. Si piegò lievemente

sulle ginocchia e, accarezzando la fronte

della bestiola, sentì un fremito.

“Tu sei Conor, nevvero? Ma che bravo

cucciolotto.”

Al tocco del vecchio il setter si alzò in

modo goffo e incominciò a danzargli intorno,

scuotendo le orecchie.

”Scusi, scusi!” un uomo arrivò di corsa

e afferrò il cane dal collare agganciandogli

il guinzaglio “Non vorrei che la facesse

cadere!”

Zio Lou scrollò la testa. “Oh, ma non

lo farebbe mai, vero Conor?”

Lui si chinò, prese la testa del cane

fra le mani e lo guardò fisso negli occhi.

Il setter si immobilizzò, come se avesse

percepito lì attorno la presenza della selvaggina;

poi si accucciò ventre a terra, la

testa inclinata da un lato e gli occhi fissi

su zio Lou.

“Oh, bene, le va a genio”. L’uomo accarezzò

la testa del setter e sorrise.

“Su Conor, andiamo!”

1361


37

RACCONTO

Nina fece un cenno di saluto con la

mano mentre l’uomo si incamminava a

passo svelto trascinato dal setter al guinzaglio.

Lo zio le stava accanto mentre

guardava le due sagome scomparire fra

gli alberi. Si rivolse alla nipote annuendo

come se quella circostanza non fosse capitata

per caso.

“Mi piacerebbe che mi accompagnassi

a una serata.” E indicò il sentiero,

sottintendendo che avrebbero dovuto

incamminarsi verso casa. “Sempre che tu

non abbia troppi impegni”.

“Ma certamente” Nina replicò.

“Dove?”

“Allo zoo.”

“Allo zoo?” Nina gli lanciò un’occhiata

di sorpresa. Sarebbe, infatti stato molto

più plausibile un invito dello zio ad un incontro

clandestino notturno di dissidenti

politici o di artisti, ma non una visita allo

zoo.

“Sì, lo zoo di Whipsnade, non quello

di Regent’s Park, dovremo raggiungere

Dunstable in macchina. È una raccolta

fondi per la costruzione di un nuovo edificio,

mi pare, per i pipistrelli della frutta in

via di estinzione o per i kiwi. Comunque,

è in notturna. Ci saranno giornalisti, qualche

altolocato della zona e alcuni insignificanti

VIP. Sai, cose del genere. Qualche PR

ha pensato bene che sarebbe divertente

se ci fossi anche io e tu potresti farmi da

dama per la serata.“

Fece scivolare la mano in quella di lei

e Nina rise. “Ma certo, mi sembra divertente.

Quando? Devo vestirmi elegante?”

“Mercoledì prossimo. Credo che sia

richiesto un abbigliamento formale, senza

stramberie, ma tu sarai comunque bellissima,

tesoro.”

Arrivarono alla casa di Pallis Mews e

zio Lou si fermò. Strappò un fiore di clematide

dal muretto ricoperto di edera e si

voltò per fissarlo all’occhiello della giacca

di lei. “Ecco fatto, il viola è il tuo colore

preferito, vero? Grazie per essere passata

a trovarmi.”

La baciò sulla guancia e Nina lo abbracciò

stretto a sé. “Alla prossima settimana.”

Zio Lou, i lunghi capelli bianchi svolazzanti

nella brezza della sera, annuì e – con

andatura incerta – entrò in casa.

La settimana seguente Nina si presentò

puntuale all’orario concordato, le

16.45, in abbondante anticipo per le abitudini

dello zio, ma volevano così evitare

il traffico dell’ora di punta sull’autostrada

M1. Fuori, di fronte a casa, il telone era

stato rimosso e ora, la Aston Martin, riluceva

come oro al sole.

“Ciao cara, stai benissimo!” esclamò

lo zio mentre lei entrava in casa. “Vestito

nuovo? Delizioso.”

La baciò sulla guancia e lei notò le

gote di lui avvampare e un luccichio nei

suoi occhi fulvi.

“Anche tu stai benissimo” disse lei

ridendo. “Ma questa serata cela un altro

motivo? Non mi starai mica usando come

copertura per un tuo appuntamento?

Per un istante lo zio sembrò allarmato

ma poi, facendo segno con la mano, disse

“no”. Fece finta di sistemarsi la logora

giacca di velluto nero a disegno cashmere

con ricami argentati. “È da un pezzo che

non faccio vita mondana, tutto qui. E, ovviamente,

devo essere alla tua altezza.”

Aspettò in casa mentre lo zio racimolava

le chiavi, gli inviti, un bustone di

plastica da spedizioniere dei supermercati

Sainsburys e un ombrello.


RACCONTO

“Sarà una bella serata” Nina disse,

squadrando l’ombrello.

“Hai ragione.” Zio Lou posò l’ombrello

sul tavolo dell’entrata e si fermò, riprendendo

fiato. Dopo un po’ fece scivolare

la mano in tasca e tirò fuori un mazzo

di chiavi.

“Ecco”. Posò le chiavi nel palmo della

mano di Nina richiudendole le dita. “Voglio

che la guidi tu.”

“Io?” gli occhi di Nina spalancati. “La

tua macchina?”

Zio Lou annuì. “Sì. È che non mi fido

più di me stesso. Una volta vedevo meglio

di notte che di giorno ma ora…” abbozzò

una smorfia. L’ultima volta che l’ho guidata

sono finito sul cordolo vicino ai magazzini

Tesco. Sai guidare un’auto col cambio

manuale?

“Sì , certo, ma…”

“Te la regalo.” Si voltò e afferrò una

busta da lettere dal tavolo di fianco. “È

tutto qui, ho già preparato i documenti.

Libretto di circolazione e passaggio di

proprietà. È tua. Ci sono altri documenti

qui dentro. Puoi darci uno sguardo con

più calma.

Nina osservò le chiavi nella mano.

“Ma, zio Lou, sei sicuro?”

“Sicurissimo. Così fai colpo su quel

ragazzo che lavora nel tuo studio legale.

Posso sempre chiedertela in prestito se

mi servirà. Bene, faremmo meglio ad andare.

Non vorrei arrivassimo in ritardo.”

Infilò la busta sotto il braccio e una

volta in macchina la fece scivolare nel

vano portaoggetti. “Ricordati che l’ho

messa qui dentro” disse, e sprofondò nel

sedile di pelle.

Correvano – direzione nord – nel traf-

fico intenso che cominciò a smorzarsi nei

pressi di Dunstables. Lo zoo era in campagna,

a pochi chilometri dalla città, all’interno

di un’area verde che si stagliava in netto

contrasto con il deprimente agglomerato

urbano alle sue spalle.

Zio Lou abbassò il finestrino e fece

entrare il profumo delle foglie d’autunno

e del fumo. Sul verde fianco di una collina

si scorgeva, in distanza, l’enorme scultura

di un leone. La luna stava sorgendo sulla

collina, macchiando d’argento il cielo blu

pervinca.

“Guarda”, disse Nina. “Non è magnifico?”

“Magnifico”, rispose lo zio stringendole

la mano sul cambio.

Arrivarono all’entrata dello zoo poco

dopo l’inizio del ricevimento.

“Non parcheggiare lì”, disse zio Lou

quando Nina mise la freccia per entrare nel

parcheggio principale. “Vai avanti, lì, sulla

sinistra. È molto meno affollato e dopo potrai

uscire più facilmente.”

La Aston Martin imboccò allora uno

stretto cancello che dava accesso a un parcheggio

molto più piccolo dove c’era soltanto

una manciata di veicoli, per la maggior

parte camion e furgoni dello zoo.

“Ma si può parcheggiare qui?” gli chiese

dopo aver parcheggiato l’auto sotto una

grande quercia dietro indicazione dello zio.

“Oh, ma certo. Non si riempie mai. È

un segreto.” Si tirò fuori dall’abitacolo con

una certa difficoltà tenendosi ben fermo

contro la capote, sospirando. “Giuro che

questa macchina si rimpicciolisce ogni volta

che vi entro” e puntò dritto verso un

varco in mezzo ad una siepe cresciuta a

dismisura. “Da questa parte”.

138


139

“Ma come fai a sapere tutte queste

cose?” chiese Nina saltando con una certa

cautela fra la siepe.

“Oh, beh, ogni tanto vengo qui a trovare

degli amici. Ah, credo di aver trovato

il posto che cerchiamo…”

Lo zoo assomigliava più a un parco

che non allo zoo di Londra; più simile a un

podere con palazzo monumentale aperto

al pubblico. Solo che non c’era il palazzo,

ma elefanti, orici e altri enormi animali

selvatici. Il crepuscolo sempre più buio

aveva lasciato il posto alla sera, il cielo blu

come un lapislazzuli, la luna sospesa su di

loro e lo scintillìo di poche timide stelle.

Rumori sinistri echeggiavano nella notte:

acuti cinguettii; un fiutare rumoroso che

diventava un muggito; uno strano suono

sempre più forte e cupo.

“Tarabuso”, disse zio Lou, tendendo

il capo in direzione del suono.

Nina strizzò gli occhi nella luce che

scoloriva. “E tu come lo sai?”

“Sono una fonte inesauribile di informazioni

inutili. Vi ho costruito una carriera.”

Il sentiero li condusse in una vasta

area dove la folla si accalcava all’entrata di

un tendone bianco. Alcuni addetti alla sicurezza

e diversi uomini e donne in divisa

identificabili come custodi si mescolavano

fra la gente in abiti che – con l’eleganza

– avevano solo un lontana parentela.

Accanto al tendone, in una piccola

biglietteria, una signora di mezza età in

una mantellina di pelliccia ecologica esaminò

l’invito di zio Lou.

“Ma io la conosco” disse, rivolgendogli

un sorriso smagliante. “Per colpa di

Atene by Night ho incontrato mio marito.

È sua figlia?”

Letteratura

“Mia nipote.” Zio Lou prese la mano

di Nina nella sua.

La donna smarcò i loro nomi sulla lista

e fece un cenno in direzione del tendone.

“Potete andare a prendere dello

champagne. E buon divertimento!”

Il ricevimento era stato organizzato

a favore di un nuovo rifugio – del tutto

all’avanguardia – per i gufi comuni, gufi a

rischio di estinzione come il gufo reale eurasiatico

e il gufo nano. Sotto il tendone,

tavolini apparecchiati in bianco e argento,

ospitavano vassoi di tartine e antipasti

elaborati che ricordavano, nella forma,

gufi, lune piene e pipistrelli. In un angolo,

un grande gufo con una catena sottile attaccata

alla zampetta era appollaiato sulla

mano di un ragazzo alto e biondo che

indossava un guanto di pelle per proteggerla

e la livrea degli addetti del parco.

Molti ospiti si erano radunati intorno al

gufo che li guardava con minacciosa alterigia

arruffando ogni tanto le penne e

chiudendo il becco con fare rumoroso.

Dopo una puntatina diritto al bar, Nina e

zio Lou ora gironzolavano sotto il tendone

e – sorseggiando lo champagne – ammiravano

il plastico in 3D della futura Casa

del Gufo. Alcune persone si avvicinarono

a zio Lou, gli strinsero la mano e lo salutarono

chiamandolo per nome, compresa

Miranda Eccles, un’anziana scrittrice di

una certa fama. Nina aveva sempre sentito

dire in giro di una storia d’amore tra

i due. Mentre parlavano, la ragazza sgattaiolò

per andare a prendere altri due bicchieri

di champagne ma quando tornò, la

donna non c’era più.

“Andiamo a salutare il gufo”, disse

zio Lou.

Mollò il suo bicchiere vuoto a un cameriere

che passava e prese quello pieno


Letteratura

da Nina. Procedettero lentamente verso

il gruppo di fronte, facendo attenzione a

non versare lo champagne. Il gufo dava le

spalle agli spettatori.

“Non trovi che assomigli a Miranda?”

osservò zio Lou. Il gufo ruotò la testa bruscamente

disegnando uno sconcertante

angolo di 260 gradi. Gli occhi gialli fissarono

zio Lou, le pupille grandi come una

moneta da una sterlina. Senza alcun preavviso

aprì le ali agitandole con fare minaccioso

e schiuse il becco per emettere

uno stridio assordante.

Nina rimase senza fiato, altri gridarono

per poi scoppiare in una risata nervosa

non appena l’addetto pose velocemente

un cappuccio di tela sul volatile.

“È irrequieto,” spiegò, sistemando il

cappuccio. “Luna piena, vuole andare a

caccia. E non è abituato a tanta gente.”

“Mi sento anch’io così.” Zio Lou prese

Nina per il gomito e la condusse verso

l’uscita. “Andiamo fuori a fare due passi.”

Si sbarazzarono dei bicchieri vuoti e

si incamminarono nella notte. Sembrava

che lo champagne avesse dato a zio Lou

nuovo vigore: si voltò indietro, fissò la

luna; rise e puntò verso un nero groviglio

di alberi in lontananza.

Disse “Qui.”

Cominciò a correre così velocemente

che Nina riusciva a malapena a stargli

dietro. Quando lo raggiunse lui le prese la

mano e rallentò.

“Sei stata davvero una brava nipote.”

Abbassò lo sguardo su di lei. Nina notò

per la prima volta che aveva dimenticato

di sbarbarsi, forse non lo faceva da giorni.

Una barba grigia, corta e ispida gli ricopriva

la mascella e il mento. “Mi chiedo

come mio fratello e tua madre abbiano

potuto fare una figlia così meravigliosa,

ma sono felice che ti abbiano fatta.”

“Oh, zio Lou.” Gli occhi di Nina pieni

di lacrime. “Anch’io.”

“Lo so. Ecco”. Si fermò e con non poco

sforzo si sfilò l’anellone d’argento. Afferrò

il polso di Nina e glielo infilò all’indice della

mano destra. “Voglio che lo abbia tu.”

Lei lo guardò stupita. “Mi va! Mi è

sempre sembrato così grande!” Un raggio

di luna fece risplendere il ciuffo bianco

di zio Lou; si portò l’anello alle labbra e

le baciò le nocche, i capelli bianchi, soffici

sul mento le sfiorarono la punta delle

dita.

“Ma certo che ti va. Abbiamo le stesse

mani,” disse e lasciò la presa. “Andiamo.”

Attraversarono con facilità habitat

modificati. Si imbatterono in cartelli che

– nascosti dietro fossati o recinzioni abilmente

progettati per sembrare rampicanti,

canne o alte graminacee – segnalavano

la presenza in quei luoghi di antilopi e

cammelli battriani. Sbucarono in una strada

aperta al solo transito dei mezzi dello

zoo alla quale si accedeva da un cancello

che conduceva ad una savana artificiale

dove cacciavano leoni e ghepardi.

Nina non scorgeva la presenza di

animali sebbene, ogni tanto, percepiva il

puzzo di sterco o muschio, l’aspro odore

di fango di uno stagno artificiale o di una

palude. Grugniti e stridii si erano affievoliti

in un buio sempre più fitto e le creature

tutte si disponevano per la notte

o, se predatori, diventavano silenziosi e

guardinghi.

Ma ecco che, dagli alberi, risuonò un

grido incerto e solitario per poi dissolversi

bruscamente così come era nato. Nina si

sentì raggelare.

1401


41

“Cosa è stato?” sussurrò. Ma zio Lou

non rispose. Si avvicinarono alla zona alberata,

nel punto in cui il vialetto di ghiaia

si biforcava. Senza esitazione alcuna zio

Lou prese a sinistra.

Lungo il sentiero si profilavano ancora

più alberi, i rami si intrecciavano in

un boschetto ribelle, in una boscaglia di

piante spinose. Ghiande e faggine scricchiolavano

sotto i loro piedi, sembrava

che stessero entrando in una foresta. Vi

era un odore pungente di felce e poi un

altro ancora, che non riuscì a distinguere

ma che sapeva, di certo, di animale.

Zio Lou si fermò dopo alcuni minuti.

Lanciò uno sguardo dietro di sé e – per un

istante – rimase fermo, in ascolto.

“Per di qua” disse chinando la testa

sotto gli alberi.

“Ma possiamo stare qui?” gli chiese

Nina con un filo di voce insistente, ma lo

zio le fece eco. “Di notte, tutto è possibile.

Shhh!”

Lei farfugliò qualcosa cercando di

sbirciare nonostante la folta vegetazione.

Riuscì finalmente a piegare la testa e

a farsi largo facendosi scudo con le mani

sul volto. Le more erano dappertutto

sul vestito e quando un rovo le graffiò la

gamba, trasalì. Poi il sottobosco si diradò

e Nina si ritrovò in una radura coperta da

foglie secche. Enormi alberi si stagliavano

minacciosi contro il cielo illuminato dal

bagliore della luna. Zio Lou stava lì, sotto

un albero, respirava affannosamente, lo

sguardo fisso verso una collinetta a qualche

centinaia di metri di distanza, alberi

sul pendio tra rocce e viti selvatiche.

“Zio Lou?”

Fece per andargli incontro ma si raggelò

appena scorse una figura scura che

RACCONTO

ondeggiava fra i massi; poi scomparve.

Prima che riuscisse ad emetter suono udì

la dolce voce di zio Lou.

“C’è una recinzione.”

Deglutì, e battendo le palpebre cercò

di guardare nella direzione da lui indicata;

scorse una tralicciatura, appena visibile,

di rete metallica attorcigliata. Attese che

il battito del cuore tornasse alla normalità,

poi si precipitò al suo fianco.

E ora, sì, riusciva bene a scorgere dietro

alla rete metallica, un profondo fossato

in cemento largo 6 metri – o giù di lì –

che si estendeva nell’oscurità in entrambe

le direzioni. La vite era cresciuta qua e là

sui bordi ricoperti da strati di muschio e

foglie secche.

Si trovavano alle spalle di uno dei recinti,

un posto assolutamente vietato ai

visitatori.

“Zio Lou,” Nina sussurrò con una nervosa

voce stridula.

Ma non appena ebbe aperto bocca

si materializzò nuovamente quella figura

indistinta, immobile, sul lato più lontano

del fossato, proprio di fronte a loro. Chinò

il capo mostrando il dorso massiccio;

raggi di luna rilucevano nei suoi occhi così

che – per un istante – si tinsero di rosso,

poi distese le zampe anteriori e si acquattò.

Un lupo.

Nina lo osservava attentamente, lacerata

tra un senso di sconcerto e le sue

ataviche paure, per nulla rassicurata dalla

presenza del fossato. Ma quando una seconda

sagoma guizzò affianco alla prima

trasalì.

“Sono buoni,” le sussurrò zio Lou.

Un terzo lupo sbucò dagli alberi trotterellando,

e un altro, e un altro ancora


finché, alla fine, ai piedi della collina se ne

schierarono sette. Fissavano il vecchio, la

lingua a penzoloni fra le lunghe fauci. Si

accovacciarono sull’erba uno alla volta, in

posizione guardinga.

“Cosa fanno?”, sussurrò Nina.

“Quello che facciamo noi,” rispose

zio Lou. “Scusami un secondo – la natura

mi chiama…”

Le diede una pacca sulla spalla e si

diresse a passo svelto dietro un altro albero.

Nina si voltò per educazione – a volte

capitava che lo zio si allontanasse nel bel

mezzo di una lunga passeggiata nel parco

vicino a casa e ritornasse, scuotendo la

testa borbottando “vescica da vecchio.”

Rivolse nuovamente lo sguardo ai

lupi che ora sembravano alquanto irrequieti.

Il lupo più grande rizzò il capo.

Stava scrutando qualcosa su in alto poi si

alzò in modo goffo. Nello stesso istante

Nina udì un fruscìo tra le cime degli alberi

seguito da uno scricchiolìo.

“Zio Lou?” Lanciò un’occhiata all’albero

dietro il quale lo zio era andato a

liberarsi.

“Tutto bene?”

Il fruscìo divenne più forte. Nina alzò

lo sguardo e vide uno dei rami più alti piegarsi

pericolosamente tanto che la punta

lambiva il fossato. Un grosso animale

biancastro stava scendendo dal grande

ramo precipitando foglie secche e detriti

sul terreno di sotto. Un raggio di luna

illuminò il ramo e Nina portò la mano alla

bocca: zio Lou nudo procedeva a passo

lento, il ramo, sotto il peso, si fletteva

sempre più. I lupi sussultarono e si misero

in fila lungo la recinzione, gli occhi fissi

RACCONTO

sulla figura sopra di loro. Il grosso ramo

si spezzò con un fragoroso schianto. Nello

stesso istante zio Lou fece un balzo, la

sua pallida forma si attenuò nell’oscurità,

atterrò sull’erba e rotolò fra quelle creature.

Nina lanciò un urlo e avanzò, poi si

fermò; faceva fatica a riconoscere suo zio

– in quella immagine indistinta frammista

di foglie e polvere, ricoperta di pelo

– dall’altro lato del fossato. I lupi gli danzavano

intorno, code basse, teste alte,

poi – quando uno dei lupi fece per alzarsi

– indietreggiarono. Aveva quasi la stessa

mole del lupo più grande. Il muso bianco e

grigio-piombo e la punta argentata. Scrollò

il capo sollevando un turbine di foglie

e rametti, impietrito mentre l’altro grande

maschio gli si avvicinava per annusargli

prima il posteriore e poi il collo. Infine

sfiorò il muso bianco del nuovo arrivato,

con un ringhio giocoso, come in una finta

battaglia e gli altri lupi, con un guizzo, si

unirono al gioco menando la coda. Nina

osservava, era troppo sconvolta, non riusciva

a fare un passo. Solo quando i lupi si

voltarono e cominciarono a fluire nel buio

riuscì a urlare.

“Aspettate!”

Il lupo più grande si fermò e – voltatosi

– le lanciò un’occhiata, poi scomparve

nel sottobosco assieme agli altri. Solo

il lupo grigiastro si attardò a guardare

Nina. Sostenne lo sguardo di lei a lungo,

gli occhi fulvi e il muso chiaro si rivestirono

d’oro al chiarore lunare. Poi, anche lui

andò incontro al buio.

Nina scosse la testa cercando di riprendere

fiato. Lo stupore si fece più

denso – era terrorizzata pensando al ricevimento

che si stava svolgendo non lonta-

1421


no da lì. Corse all’albero che aveva scalato

zio Lou e lì sotto trovò la busta di plastica

dei supermercati Sainsbury. Dentro erano

i suoi abiti, la giacca di velluto e i pantaloni

a coste, le calze e l’intimo e per ultime, le

logore babbucce con la punta all’insù. Nel

vederle scoppiò a piangere, ma si asciugò

prontamente le lacrime. Afferrò la busta

e portandola al petto, si catapultò in direzione

degli alberi e del ricco sottobosco

finché raggiunse nuovamente il sentiero.

Riuscì, in qualche modo, a ritrovare

la strada che conduceva al parcheggio

dove aveva lasciato la Aston Martin. Non

incontrò anima viva. Camminava a passo

svelto, ma poi incominciò a correre man

mano che si appressava alla siepe che limitava

il parcheggio. La luna era tramontata

dietro gli alberi. I suoni provenienti

dal ricevimento erano scemati da un pezzo

nel lontano ronzio delle auto che andavano

via.

Mise in moto la Aston Martin guidandola

con cautela nel viale di accesso.

Il cuore era a mille e cominciò a calmarsi

soltanto quando imboccò l’autostrada.

Ora singhiozzava senza freni, ma riusciva

ancora a tener d’occhio il contachilometri

per non superare il limite di velocità. Finalmente

era arrivata a casa. Parcheggiò

l’auto nel garage sottostante e lasciò un

biglietto sul parabrezza per il guardiano;

in questo modo non avrebbero rimosso

l’auto forzatamente. Recuperò la busta

dal vano portaoggetti, racimolò gli effetti

personali di zio Lou e andò di sopra. Si servì

qualcosa di forte – un Martini – lo trangugiò

tutto d’un fiato e, con mano tremolante,

aprì la busta. Vi trovò una lunga

e affettuosa lettera dello zio, il certificato

di proprietà della Aston Martin, istruzioni

molto dettagliate su come disfarsi de-

43

Letteratura

gli abiti e le risposte alle inevitabili strane

domande che sarebbero ben presto sorte

riguardo alla sua scomparsa. Trovò anche

i recapiti dello storico commercialista dello

zio e del suo avvocato. Naturalmente,

una copia del testamento.

Oltre alla macchina, Nina ereditava

l’appartamento di Pallis Mews e tutto

quanto in esso contenuto insieme ad azioni

della By Night. E c’era pure un generoso

lascito per lo zoo di Whipsnade, con una

clausola indicante una cospicua somma

da destinare, per sempre, alla salvaguardia

dell’habitat del lupo bianco.

Nina vendette la Aston Martin. Costava

caro mantenerla e poi si preoccupava

che potesse essere danneggiata o

rubata. Sei mesi dopo si trasferì nell’appartamento

di Pallis Mews, non prima di

aver provveduto ad alcuni lavoretti di ristrutturazione

e aver regalato gli abiti ancora

buoni dello zio ad un organizzazione

umanitaria, tenendo per sé, però, le babbucce

con la punta all’insù.

Va ancora a trovare zio Lou, ogni settimana.

Prende il treno per Luton e il bus

che porta allo zoo. Raramente il settore

in cui sono ospitati i lupi è affollato, neppure

di domenica e Nina spesso se li gode

sola soletta. A volte, il vecchio lupo grigio

si accuccia sul bordo della recinzione e la

osserva attentamente con quegli occhi

fulvi e – di tanto in tanto – atteggia il bianco

muso all’insù e ulula, quasi gorgheggia

come un tirolese. Ma molto più spesso lo

trova sdraiato su di un masso ricoperto di

muschio, respiro lento, occhi chiusi. Dorme,

nel pomeriggio assolato: una vera goduria

da lupi.


nUOVI ORIZZONTI

Il fantasy

orie nta le

Sebbene il fantasy orientale abbia

destato in Europa e USA la curiosità di molte

persone grazie soprattutto ad anime, manga

e ad alcune pellicole cinematografiche, bisogna

riconoscere che allo stato attuale nella sua versione

letteraria rimane ancora pressoché sconosciuto.

Soprattutto per quanto riguarda le

particolarità che lo contraddistinguono.

copyright © Kurodahan Press

di MassiMo soUMarÉ

una frontiera

ancora ignota

Esso si compone di opere differenti da

quelle che siamo abituati a leggere dove mancano,

sostituiti da altri, parecchi degli elementi

caratteristici presenti nei testi occidentali di

questo filone. Sono assenti, ad esempio, le creature

sovrannaturali del mondo nord europeo

che cedono invece il passo a quelle del folklore

cinese, giapponese e di altri paesi asiatici.

Sono storie concettualmente assai diverse

dai racconti d’ambientazione orientale degli

scrittori americani ed europei.

Nello specifico, nel fantasy giapponese

e cinese possiamo distinguere due

filoni principali. Uno che si ricollega strettamente

alle tipologie occidentali di questo

genere fantastico e un altro che basa

le sue radici su miti, leggende e religioni

dell’Estremo Oriente.

Nel secondo caso, i protagonisti sono

spesso guerrieri solitari che ricordano le figure

degli scontrosi rônin del medioevo nipponico o

i wuxia, i cavalieri erranti cinesi. Spesso sono

dei paria senza compagni, appena tollerati dalle

rigide caste delle società costituite.

D’altra parte, nel caso della produzione

giapponese, dobbiamo considerare che ci troviamo

di fronte ad una società in cui è il gruppo

ad assumere importanza rispetto al singolo.

Ecco quindi che il concetto della compagnia

d’avventura presente in molte opere americane

ed europee diviene meno importante e sostituito

dall’opposto motivo, del singolo che agisce

individualmente. Ovviamente l’eroe ha

degli amici che lo aiutano, ma spesso si tratta


144

copyright © Kurodahan Press

d’individui che decidonosemplicemente

di agire per un

tempo limitato o per

un particolare scopo

con il protagonista il

cui senso di solitudine

continua a permanere.

Tale caratteristica

la troviamo,

per citare solo alcune

tra le molte opere

esistenti, sia nel

ciclo di Seirei no

moribito (Il guardiano

dello spirito) di

Nahoko Uehashi

composto di dieci

romanzi il cui primo

volume, inaspettatamente,

è stato tradotto e pubblicato anche in

italiano con il titolo di Moribito - Il guardiano

dello spirito da Salani Editore nel 2009, diventando

il primo libro di «fantasy orientale»

scritto da un giapponese a essere edito

nel nostro paese; sia nel ciclo di Jûnikokuki

(I dodici regni), undici volumi per un totale

di oltre sette milioni e mezzo di copie vendute

nel solo Giappone illustrati magistralmente da

Akihiro Yamada, di Fuyumi Ono tradotto

anche in inglese e che introduce stilemi al di

fuori di quelli canonici quale l’idea della quest

classica che qui viene ampiamente modificata.

In entrambe le due serie, scritte per un

pubblico di adolescenti ma lette da un notevole

numero di adulti egualmente a quanto è avvenuto

con Harry Potter di J. K. Rowling, i toni

cupi e a volte la crudezza psicologica e fisica di

alcune scene possono lasciare turbati i lettori.

Tuttavia esse contribuiscono a conferire una

grande realtà e un profondo pathos drammatico

ed emotivo alla storia.

In Moribito,

Nahoko Uehashi,

antropologa che insegna

alla Kawamura

Gakuen Women’s

University

e che ha vissuto tra

gli aborigeni australiani,

riesce a infondere

nelle pagine dei

suoi romanzi ciò che

ha imparato dalle

sue esperienze personali

descrivendo,

ad esempio, in che

modo si concia una

pelle o come si caccia.

Lo stesso vale

per i combattimenti

e gli scontri. La

Uehashi, infatti, ha

fatto ampiamente tesoro delle sue conoscenze

nelle arti marziali.

Per Balsa, la volitiva e battagliera protagonista

della storia, il passaggio da una vita

tranquilla a una sanguinosa genera un desiderio

di morte parossistico. La conseguente ricerca

di un equilibrio, che è l’accettazione

della propria parte di luce e tenebre, costituisce

un elemento importante.

Elemento ripetuto del fantasy orientale e

che ritroviamo pure nel personaggio di Yôko di

Jûnikokuki. Anch’esso ambientato in un mondo

fantastico ma con regole e una concezione

del mondo fortemente legata al concetto e alla

filosofia di governo degli imperatori cinesi, a

differenza di Moribito che invece si fonda sul

modello del Giappone medioevale. Jûnikokuki,

che da luglio del 2012 passerà dall’editore

Kôdansha alla Shinchôsha e sarà interamente

riedito in una nuova veste grafica, per di più

mette in evidenza un aspetto che invece non

viene praticamente mai trattato nelle opere

145


di fantasy orientale di autori occidentali, cioè

quello della scrittura (considerato il diverso

background culturale degli scrittori non c’è da

stupirsi; in Giappone, Cina e Corea è data grande

importanza alla calligrafia). Nell’universo

dove Yôko viene catapultata esiste un sistema

di caratteri simili a quelli cinesi e giapponesi,

ma con caratteristiche del tutto originali e

Fuyumi Ono dedica vari brani ad approfondire

il concetto di questa scrittura. Un tocco che

contribuisce ad affascinare il lettore.

Un notevole successo, inoltre, ha conosciuto

la serie Saiunkoku monogatari (Storia

del paese delle nubi colorate) di Sai Yukino

destinata a un pubblico di ragazze, ma anche

molto amata dagli adulti, modellata sulla struttura

dell’antico sistema amministrativo della

Cina della dinastia Tang (618-907 d.C.) e sui

classici della letteratura cinese I briganti, attribuito

a Shi Nai’an (1296-1372 d.C.), e Il romanzo

dei tre regni scritto da Luo Guanzhong (1330-

1400 d.C.).

Anche i primi due racconti della serie del

monaco zen Ikkyû Sôjun, misto di horror e dark

fantasy collocato storicamente nel Giappone tra

il XIV e il XV secolo, dello scrittore Ken Asamatsu

(noto internazionalmente anche per le

antologie da lui curate pubblicate dalla Kurodahan

Press) editi in Italia nelle antologie ALIA3 e

ALIA Giappone della CS_libri sono preziosi per

vedere quanto complesso e diverso dal contesto

americano e europeo sia stato lo sviluppo

del fantastico nell’Estremo Oriente.

Il filone del fantasy d’impronta occidentale

è, invece, rappresentato da titoli

quali il monumentale ciclo di Guin sâga (La

saga di Guin, edito in Italia dalla Editrice Nord

nella traduzione condotta sulla versione inglese)

di Kaoru Kurimoto (1953-2009), da Arusurân

senki (La leggenda di Arslan) di vaga

ispirazione persiana di Yoshiki Tanaka, che

dimostra come gli autori nipponici sappiano

muoversi in ogni ambientazione, da Rôdosutô

146

senki (Cronache della guerra di Lodoss) di Ryô

Mizuno, dal romanzo Gin’iro no Shanûn

(Shanoon l’argenteo) e dalla trilogia Âsâô

kyûtei monogatari (Storia della corte di re

Artù) di Reiko Hikawa.

Guin, il muscoloso eroe di La saga di

Guin dalla maschera di leopardo, riunisce in


nUOVI ORIZZONTI

sé le figure di diversi eroi classici della Sword

and sorcery. Deve molto al personaggio di

Conan di R.E. Howard, possedendone la medesima

forza e furbizia, ma è molto più freddo

e ha conoscenze decisamente maggiori, tratti

che, insieme con una certa aurea da eroe maledetto,

lo avvicinano pure al Kane di K. E. Wagner

e in misura minore a Elric di Melniboné

di M. Moorcock in quanto possessore di capacità

«magiche» come quella che gli consente

di poter comprendere ogni tipo di linguaggio.

Eppure, anche qui riscontriamo delle particolarità

giapponesi osservabili, più che nei temi

trattati, nelle descrizioni degli ambienti e dei

personaggi e nell’atmosfera.

In Ôkami to kôshinryô (Il lupo e le spezie),

Isuna Hasekura crea una vicenda costruita

sulla dimensione commerciale dell’Europa

del medioevo/Rinascimento dando vita a un

fantasy originale dove, a parte alcuni elementi

magici, la vicenda si concentra sulle attività di

compravendita con il tipico amore nipponico

quasi manualistico ed enciclopedico per il dettaglio

della vita di tutti i giorni e sulle professioni

unito a una grande abilità nel tratteggio dei

personaggi.

Reiko Hikawa, specializzata particolarmente

nel fantasy di tipo occidentale, nell’interessante

saggio scritto a quattro mani con Davide

Mana Amici immaginari - L’Occidente

nel fantasy giapponese e il Giappone nel

fantasy occidentale: streghe e miko, cavalieri

e samurai (incluso nella rivista Porti di

Magnin n° 73, 2011), nota come nel suo libro

Gin’iro no Shanûn, in cui descrive cavalieri

occidentali, abbia involontariamente inserito

un elemento che non dovrebbe apparire in

un’opera fantastica ispirata alla storia medievale

europea. La reincarnazione. E ancora, ammette

che in Âsâô kyûtei monogatari, trilogia

che riprende il mito arturiano, pur sforzandosi

di non apportare modifiche ai temi principali

della leggenda, la parte su cui ha riscontrato

maggiori problemi nella stesura è stata quella

sul Santo Graal perché faticava a comprendere

il significato profondo della coppa che aveva

raccolto il sangue di Cristo. Dal suo punto di

vista, la leggenda di Artù e il Santo Graal

sono argomenti esotici e difficilmente

comprensibili. Non per nulla, nonostante i

numerosi riferimenti che troviamo nei manga,

copyright © Kurodahan Press 147


nUOVI ORIZZONTI

anime e videogiochi giapponesi a re Artù (un

titolo per tutti il bel Fate/stay night), la letteratura

fantastica nipponica all’opposto ha

prodotto pochissimo riguardo al suo mito e

per trovare un altro testo ispirato al leggendario

re inglese dobbiamo addirittura risalire

a un racconto del grande romanziere Sôseki

Natsume (1867-1916).

Le riflessioni di Hikawa ci portano a

domandarci anche quanto ci sia in realtà

di pensiero, filosofia e storia occidentali

nei lavori degli autori americani ed europei

che scrivono fantasy di ambientazione

orientale.

Intendiamoci, libri come La leggenda

di Otori di Lian Hearn o Kizu no kuma

di Francesca Angelinelli sono narrativamente

ben scritti e curati nelle ricerche, ma

indubbiamente esiste una differenza fondamentale,

che è sempre bene tenere presente,

tra il fantasy orientale prodotto da autori

occidentali e quello da orientali. Il primo può

essere pensato come un’elaborazione di un

Oriente visto attraverso i filtri della cultura

occidentale, così come il fantasy occidentale

degli scrittori orientali che è invece modificato

attraverso il sentire della cultura in cui

sono cresciuti.

Indiscutibile è la popolarità raggiunta

nel Sol Levante da alcune opere fantasy,

tra le quali spicca il grande successo di The

Slayers di Hajime Kanzaka (il cartone animato

è stato trasmesso anche nel nostro paese)

arrivato a superare la sbalorditiva cifra

di venti milioni di copie vendute, piazzandosi

così alle spalle del popolarissimo La saga di

Guin con i suoi oltre trenta milioni di copie.

Se esiste un fantasy giapponese rivolto

a un pubblico più adulto, in questi ultimi anni,

ugualmente alla fantascienza, i maggiori

successi tra i lettori sono però nati nel

genere delle «light novels», una specie

di corrispettivo della letteratura «young

adult» americana, illustrati da disegni in stile

manga e anime. Assistiamo, poi, a un forte

sincretismo tra i vari generi del fantastico,

a ragione del quale frequentemente non

è così semplice catalogare i diversi lavori, e

che raggiunge vette estreme in una serie di

grande successo quale To aru majutsu no

indekkusu (A certain magical Index) di Kazuma

Kamachi, perfetto equilibrio tra SF e

fantasy, con personaggi dotati di poteri ESP

contrapposti a maghi.

È inoltre da considerare come il

fantasy cinese, molto più di quello nipponico,

sembri mostrare una predilezione

per le storie basate sulla tradizione

autoctona. Haitian Pan, ex-architetto e

scrittore, nel 2002 con alcuni amici, ha creato

un mondo alternativo fantastico di stampo

orientale denominato Jiuzhou (Nove terre) e

dal 2004 è capo editor della rivista Odyssey

of China Fantasy nella quale sono pubblicati

storie lì ambientate e la cui prima edizione

ha venduto oltre ottantamila copie. Il suo racconto

Yongheng de cheng (La città eterna)

facente parte, per l’appunto, del ciclo della

saga delle Nove terre è stato edito anche

in Italia nell’antologia ALIA storie, CS_libri,

e la sua lettura è utile per incominciare ad

accostarsi al tipo di fantasy oggi prodotto in

Cina.

Il genere è molto attivo anche in Taiwan

e in Corea, dove alle numerose pubblicazioni

in traduzione dei romanzi giapponesi

si affianca l’ampia e ormai matura produzione

degli scrittori locali sviluppando una dimensione

letteraria del fantasy proveniente

dall’Oriente, estremamente estesa ed importante,

che meriterebbe di essere maggiormente

tradotta e conosciuta sia in America

che in Europa.

148


omanzo di Fuyumi ono/illustrazione di akihiro Yamada/editore shincho Bunko


nUOVI ORIZZONTI

Si leggono libri nello Yemen? Ci sono

scrittori laggiù? Hanno dei giornali da leggere?

Di cosa scrivono? La risposta è ovvia:

nello Yemen esiste una letteratura, giornali

di ogni genere fanno capolino dalle piccole

edicole e gli stili degli autori sono di ottima

qualità. L’unico ostacolo, come appare

dalle domande suddette, è la conoscenza,

lo studio e la diffusione, in Occidente, di

questo tipo di letteratura. Se ne parla

troppo poco. Un vero peccato se pensiamo

al grande patrimonio culturale che perdiamo

e alla possibilità di venire a contatto e conoscere

un mondo diverso ma ricco.

La storia della narrativa yemenita è piuttosto

giovane e strettamente legata ai cambiamenti

storici e sociali avvenuti nel Paese.

Inutile negare che la piaga più dolorosa è,

ancora oggi, quella dell’analfabetismo e che

in certi luoghi della regione lo stile di vita è

ancora arcaico. L’unificazione avvenuta nel

1990 ha rappresentato una “data spartiacque”

nella società yemenita, avvicinando il

Nord conservatore al Sud più aperto.

La letteratura è stata fortemente influenzata

da tutti questi stravolgimenti,

ma ha saputo trovare una strada propria

e molto particolare, a metà fra modernismo

e tradizione, per un motivo ben

preciso: un lungo isolamento rispetto agli

altri Paesi arabi, dove il risveglio culturale,

cioè la nahdah è arrivato prima, e una forte

emarginazione rispetto all’Occidente.

150


la letteratura

di Francesca rossi

tra voglia di cambiamento,

malinconia e rivendicazioni politiche

I temi ricorrenti nelle produzioni degli

autori yemeniti sono molteplici: l’emigrazione

è il più sentito, dal momento che

molti uomini, per continuare gli studi o lavorare,

sono costretti a partire verso l’Europa,

gli Stati Uniti, o altri Paesi arabi; la poligamia,

strettamente connessa alla questione

dell’emigrazione, poiché gli uomini che

espatriano spesso si rifanno una vita nella

nazione che li ospita e, al loro ritorno, sono

accompagnati dalle nuove mogli; la solitudine

delle donne che restano da sole ad attendere

mariti e fidanzati; il diritto allo studio

ed il problema dell’analfabetismo,

soprattutto femminile, che non consente alle

giovani di essere veramente libere; i matrimoni

combinati, consuetudine nello Yemen,

che spezzano per sempre i sogni di molte

ragazze; la questione delle spose bambine,

di drammatica attualità; l’emancipazione

della donna; le dure condizioni di vita,

soprattutto nelle zone rurali, a cui sono collegati

i temi della povertà, delle malattie e

dell’ignoranza; il difficile rapporto uomo/

donne; il nazionalismo ed il desiderio di

vivere all’interno di uno Stato che sancisca

uguali diritti e doveri.

La figura della donna è la più sfaccettata:

è madre, moglie, giovane sposa

che attende il ritorno del marito, simbolo

di una condizione e di una nazione,

figlia che obbedisce o si ribella pur sapendo

che può costarle la vita, eroina o

derisa senza pietà.

151


152

Gli autori yemeniti hanno saputo

raccontare tutto questo cercando

di fondere contenuti profondi e complessi

con uno stile e generi d’avanguardia,

di sperimentazione e con un

gusto estetico in continua evoluzione.

Nonostante la “giovane età” di

questa letteratura, vi sono già due

generazioni di scrittori che si distinguono

non solo per l’evidente fattore

cronologico, ma anche per le scelte

stilistiche.

In cosi poco spazio non è possibile

menzionarli tutti, ma dovremo

accontentarci di analizzare solo qualche

esempio tra i più rappresentativi:

Zayd Muti Dammag (1943-2000) è

uno dei più noti romanzieri yemeniti

sia in patria che all’estero. La sua

attività letteraria si è sempre fusa in

modo eccellente con l’impegno politico.

Appartiene alla prima generazione

di autori ed il suo romanzo L’Ostaggio

(Al-Rahinah), del 1984, è considerato

uno degli esempi più alti della

narrativa araba del XX secolo. Nelle

sue opere è forte la critica all’ingiustizia

sociale, alla triste condizione della

donna e alla situazione di arretratezza

sociale e culturale vissuta per anni

dal Paese.

Tra i pionieri non mancano di


nUOVI ORIZZONTI

certo le donne; Ramziyyah Abbas

Al-Iriyani (1955) è una delle intellettuali

più celebri nello Yemen. Consigliere

al Ministero dei Diritti Umani

e Presidentessa dell’Unione delle

Donne del Paese, Ramziyyah è ricordata

come la prima donna yemenita

ad aver pubblicato un romanzo: La

vittima dell’avidità (Dahiyyat Al

Giasa) del 1970.

Per quanto riguarda la nuova generazione

di autori, tra le stelle di prima

grandezza troviamo Muhammad

Al Garbi Amran (1958), capace

di incantare i lettori con il suo stile

diretto, scarno ma, al tempo stesso,

brillante.

Tra le donne possiamo ricordare

Afrah Al-Sadiq (1965). Autrice talentuosa

e vivace, Afrah ha scritto il

romanzo Lo Specchio (Al-Mir’ah),

incentrato sulle donne in carriera alle

prese con il loro corpo e le pretese di

perfezione imposte dalla società e da

stereotipi femminili dilaganti.

Questi esempi sono solo la punta

dell’iceberg di una letteratura vicina,

per certi temi e per le tecniche narrative,

a quella occidentale.

In questo articolo si è deciso di

privilegiare la produzione in prosa.

La poesia yemenita, però, possiede

altrettanto fascino ed altrettanta

vivacità, che rappresentano l’eredità

della tradizione araba classi-

153

ca e della cultura orale locale. Versi

politici, sociali, ma anche d’amore,

come dimostrano quelli di Nabilah

Al-Zubayr:

“Tra la terra e le pleiadi

Lì, ti amo

Tra le tue qualità è ciò che

non sopporto

E tra la partenza senza … non

c’è via Tra il mio pianto per te

E il trepidare.”

(Testo in traduzione tratto dal volume “Lo

Yemen raccontato dalle scrittrici e dagli

scrittori”, a cura di Isabella Camera d’Afflitto,

editrice Orientalia, 2010)


nUOVI ORIZZONTI

L'immagine e la parola di

Tsutomu Nihei

di cLaUdio cordeLLa

Tsutomu Nihei, classe 1971, laurea in architettura,

dopo aver lavorato per un certo periodo

in uno studio di New York si è dedicato a

tempo pieno al lavoro di mangaka. Non tardando

a distinguersi in campo fumettistico grazie al

suo indiscutibile talento.

Se oggi possiamo dire che sia un fatto comune

per i sensei della “letteratura disegnata”

del Giappone essere tradotti all'estero, dato il

successo riscosso dai manga negli altri paesi, al

contrario non sembra esserci da parte degli artisti

nipponici una pari curiosità verso gli autori

stranieri. In genere pare che siano solo gli artisti

più celebri e culturalmente preparati, come Jirō

Taniguchi o Katsushiro Ōtomo ad esempio,

a essere in grado di guardare oltre i confini del

loro arcipelago natale. Personaggi di questo calibro,

celebri di livello internazionale, arrivano a

stringere fruttuose collaborazioni con firme importanti

della “letteratura disegnata” occidentale.

D'altra parte è pur vero che l'industria editoriale

giapponese è un colosso dalle dimensioni

impressionanti, tale da lasciare ben poco spazio

a infiltrazioni estere presso il già saturo mercato

locale. Quindi risulta essere degna di nota

l'apertura di Nihei alle influenze fumettistiche

della Bande dessinée francese, in particolare

del franco-serbo Enki Bilal.

Il primo lavoro di questo architettofumettista

in qualità di esordiente è Buramu

(Blame), un racconto breve ambientato

in una megalopoli claustrofobica, incentrato

sulle indagini di un poliziotto di nome Kirii (Killy).

Apparso nel 1995 all'interno del magazine

Afternoon, Blame presenta due elementi

154

caratterizzanti della futura produzione di

Nihei: le opere di macro-ingegneria architettonica,

gli esseri mostruosi nati da una

scienza fuori controllo, a sua volta frutto

di un'ingegneria genetica e di una bionica

che hanno ridefinito il concetto di umano.

Simili tematiche sono tratte dagli stilemi più tipici

del cyberpunk: non a caso gli scenari urbani

degradati, dominati da una tecnologia pervasiva

e pericolosa, si ritrovano nel romanzo Neuromancer

(Neuromante) di William Gibson,

l'opera cardine di questo genere.

In particolare a noi pare evidente la parentela

della produzione fumettistica “niheiana”

con il ciclo di Schismatrix (Matrice spezzata)

di Bruce Sterling, incentrato sulla lotta tra

due specie post-umane, senza dimenticare altre

opere similari della più moderna fantascienza

tecnologica; ad esempio Vacuum Flowers

(L'intrigo Wetware) di Michael Swanwick oppure

i romanzi della The Confluence Series di

Paul J. McAuley. Inoltre, poiché la manipolazione

della carne vivente è uno dei temi cardine

di questo mangaka, non ci pare improprio accostare

i suoi manga alla cinematografia fantahorror

di David Cronenberg. Per di più a livello

iconografico Nihei si mostra affascinato dalle

opere di Hans Ruedi Giger; il geniale artista

svizzero che ha concepito l'aspetto dello xenomorfo

del film Alien di Ridley Scott. Quest'ultima

è un'autentica pellicola cult, non per niente

assieme al leggendario Blade Runner, sempre

dello stesso Scott, ha definito i canoni del cyberpunk

cinematografico. Tutte queste suggestioni

verranno nel corso degli anni filtrate, rimescolate

e riplasmate da questo autore di fumetti per

creare qualcosa di nuovo.


“Questo misero mondo

elettronico organizza la

realtà oggettiva grazie

alla Rete”.

Tsutomu Nihei,

Buramu!


156

Per leggere un manga di ampio respiro di

questo mangaka si deve però attendere Buramu!

(Blame!), pubblicato prima a puntate

sulla rivista Afternoon e poi in una serie di 10

volumi tra il 1998 ed il 2003. In Italia questi

ultimi sono usciti, dal 2000 al 2004, sotto l'etichetta

della casa editrice Panini. È a questa

prima versione che noi faremo riferimento.

Segnaliamo, tuttavia, come di recente sia iniziata

la distribuzione di una nuova edizione:

diversa per numero e formato degli albi editi,

oltre che per una diversa traduzione dal giapponese.

Il protagonista di Blame!, omonimo

del poliziotto della novella del '95 e fisicamente

simile a lui, è un eroe solitario, armato

di una potente pistola a onde gravitazionali.

Il compito di Killy è quello di cercare

i geni che compongono la cosiddetta “Rete

dei geni terminali”, all'interno di una

sconfinata megalopoli. Durante il suo

peregrinare per livelli, cunicoli e

mega-strutture architettoniche,

il nostro eroe si scontra con alcuni

esseri artificiali: gli Esseri di

silicio e le Safeguard. I primi appartengono

a una specie post-umana, basata sul silicio e

non sul carbonio, che considera gli Homo

sapiens come degli inutili insetti da

sopprimere alla prima occasione.

Ugualmente minacciosi sono i

secondi, legati a una non ben

specificata Safenet, i quali

vedono gli esseri umani

che vagano in questa

città senza nome, privi

della “Rete dei geni

terminali”, come degli

intrusi da massacrare.

Lo stesso Killy non sarebbe

nient'altro che una Safeguard,

appartenente a una

generazione precedente di

questi esseri. Il che potrebbe

farci meglio comprendere

perché nel corso

del suo viaggio egli si

allei con delle Safeguard

speciali,


nUOVI ORIZZONTI

come Dhomochevski e Iko, intente anch'esse a

lottare contro i misteriosi Esseri di silicio.

Nei capitoli finali di questo manga Killy

rincontra la Safeguard Sakan; la guerriera,

presentatici al principio come una sua nemica

e una sterminatrice di innocenti, ora si fa viva

per chiederne l'aiuto e non per combatterlo. Costei

in grado di beneficiare di più di un corpo,

dopo essersi reincarnata in un nuovo involucro,

contatta Killy e lo incarica di una nuova missione:

preservare un misterioso oggetto sferico, il

Corpo Centrale. Si tratta molto probabilmente di

una nuova forma di vita, proveniente dall'ultimo

avatar di una scienziata di nome Tsubo, un'alleata

di antica data del nostro eroe. Le ultime

tavole di Blame! dedicate a un Killy ferito, privo

di una gamba ed esausto, ci mostrano la sua

risalita verso lo spazio aperto.

Dobbiamo infine sottolineare che sino al

termine del secondo volume di Blame!, laddove

avviene l'incontro tra Killy e Tsubo, Nihei tenti

di seguire una sceneggiatura, seppur abbozzata

e assai vaga, per poi perdere il filo della scarna

trama sin lì intessuta negli albi successivi. Da

qui in poi l'autore punta unicamente sulle

suggestioni delle sue tavole, via via sempre

più spettacolari e immaginifiche. L'autore

mostra in tal modo di avere un approccio

all'arte fumettistica diverso da quello di

Bilal, di cui imita il “tratto sporco”, avvicinandosi

piuttosto alle idee di Jean Giraud,

alias Moebius: un altro grande del fumetto

francese, recentemente scomparso (proprio

quest'anno). Nelle sue opere più rivoluzionarie

e innovative, come Le Garage Hermétique (Il

Garage Ermetico), il testo diventa un ornamento

surreale e incomprensibile delle tavole mentre

l'idea di seguire qualsivoglia canovaccio narrativo

viene abbandonata sin dall'inizio. In Arzach

Moebius, analogamente a quanto possiamo riscontrare

nella maggior parte dei capitoli di Blame!,

la parola scritta viene tralasciata in favore

della pura immagine. Le morti e le resurrezioni

di Tsubo, la quale cambierà più di un corpo passando

da un avatar all'altro, protagonista come

Sakan di stupefacenti metamorfosi, senza contare

l'incontro con enigmatici personaggi dagli

scopi incomprensibili, contribuiscono a dar vita

a una nerissima odissea hi-tech. Lo scenario in

cui si muovono le creature di Nihei è un'inconcepibile

costruzione iper-tecnologica,

una mostruosità al cui confronto gli esseri

che la abitano appaiono simili a minuscoli

insetti, moscerini che si agitano in un ambiente

che non comprendono.

Delle avventure di Killy esiste pure una

sorta di prequel, Noise, edito in Giappone nel

2000 e pubblicato in Italia nel 2009, uscito nelle

fumetterie nostrane in un'edizione speciale assieme

al vol. 9 di Blame!. Quest'ultimo, aldilà di

una trama da fanta-thriller, imperniata su atroci

esperimenti condotti su cavie umane, ha il pregio

di svelarci la reale natura della città multilivello

di Killy. Qui, per la prima volta, assistiamo

alla nascita di una megastruttura che ingloba

sia la Terra sia il suo satellite. La metropoli vista

in Blame! sarebbe allora un'opera di macro-ingegneria

su scala cosmica. Si aggiunga poi che

nel successivo artbook Blame! And So On

157


nUOVI ORIZZONTI

158

del 2003, è lo stesso Nihei,

intenzionato a chiarire le

idee ai suoi fans, a fornire

un diametro dell'ordine di

grandezza di 32.675 Unità

Astronomiche (UA), equivalenti

a 4,901,250,000 Km,

per questa “città”. In un sequel

di Blame!, Net Sphere

Engeener, la discendente

di un Essere di silicio

di nome Pcell, uno dei tanti

avversari incontrati da Killy

durante il suo cammino,

esce dalla megastruttura

per poi lanciarsi nel vuoto

interstellare.

Dopo Blame! Nihei

ha occasione di offrire

la personale reinterpretazione

del personaggio

di Wolverine, uno dei più

celebri characters della

casa editrice statunitense

Marvel. Nel fanta-horror

Wolverine: Snikt! il noto

mutante, caratterizzato da

un incredibile potere di guarigione,

da uno scheletro

composto dall'indistruttibile

adamantio e dagli artigli

retrattili sulle mani, viene

trasportato nel futuro per

aiutare una popolazione decimata

da un batterio carnivoro

chiamato Mandate.

In seguito per il nostro

artista è la volta dei due volumi

di Abara, una miniserie

dalla trama incomprensibile

ma caratterizzata da un

tratto che raggiunge nuove

vette di maturità artistica,

capace di delineare con maestria

un paesaggio urbano


sporco, marcio, sospeso tra antico e moderno.

Qui si consuma la lotta tra due mitiche creature:

il Gauna nero e la sua controparte bianca; mostri

“alla Giger”, come già lo erano stati sia gli Esseri

di silicio o gli altri esseri artificiali di Blame!.

Per attendere un'altra opera di una certa

lunghezza da parte del nostro bisogna attendere

l'uscita dei 6 volumi di Biomega, editi tra il

2004 e il 2009. Tutto ha inizio con l'apparizione

di un virus, l'N5S, che trasforma le persone in

una sorta di zombie, i Droni. Un essere umano

sintetico, Zoichi Kanoe, viene allora incaricato

dalle Industrie Pesanti dell'Estremo Oriente di

proteggere una fanciulla immune alla malattia,

Ion Green. Intanto due potenti organizzazioni, la

CEU (Compulsory Execution Unit) e la DRF (Data

Recovery Foundation), sono ben decise a voler

sfruttare l'epidemia per i loro loschi fini.

Peccato che, proprio negli ultimi due

albi, Nihei si lasci, per l'ennesima volta,

sfuggire la mano: la Terra subisce un'inconcepibile

metamorfosi, mutando in un

incomprensibile artefatto: il Ricreatore. Anche

in questo caso, analogamente alla “città” di

Killy, abbiamo a che fare con un manufatto dalle

dimensioni cosmiche. Anzi, ci pare che Nihei abbia

voluto superarsi in fatto di trovate surreali,

avendo immaginato questa volta una struttura

tubolare del diametro di 100 km, lunga ben quattro

miliardi e ottocento milioni di km. Tra scene

d'azione, meraviglie e orrori bio-tecnologici,

compresa la ricomparsa dei Droni, per Zoichi

e i suoi alleati giunge il momento dell'agognata

sconfitta di Nyaldee. Costei è un’immortale

dotata di poteri paranormali, leader indiscussa

della DRF e responsabile della distruzione del

nostro mondo, desiderosa di ottenere il controllo

del Ricreatore.

Attualmente questo mangaka è a lavoro

su una cupa space-opera, The Sidonia no

Kishi (Knight of Sidonia), la cui traduzione e

pubblicazione dei diversi volumi è iniziata anche

in Italia. Si tratta della prima incursione dell’autore

nell'avventura spaziale, a cui in preceden-

155

159

za si era avvicinato solo con due racconti brevi:

Zeb-Noid e Insetti alati corazzati da combattimento

– Sphingidae, entrambi realizzati

a colori e costituiti da poche pagine. Il primo

racconta dell'incontro/scontro tra l'umanità con

una temibile specie insettoide mentre il secondo

contiene “in nuce” alcuni elementi che ritroveremo

in seguito in Knight of Sidonia. Se in Zeb-

Noid un pilota umano e una guerriera aliena,

dopo aver reciprocamente distrutto i rispettivi

veicoli militari, si scoprono simili, suggellando

con la loro unione una nuova era di pace, invece

in Sphingidae assistiamo alla gloriosa missione

di un possente vascello militare. Un pianeta, la

Terra molto probabilmente, è stato distrutto e

per rappresaglia viene organizzata una spedizione

in grande stile: non mancano né i robot giganti,

bizzarri costrutti tecno-organici, simili a quelli

già visti in Zeb-Noid, né gli eroici soldati capaci

di qualsiasi impresa. Tutti impegnati, in una lotta

senza quartiere, contro i pericolosi alieni Gauna.

Simili ingredienti, adeguatamente modificati e

ampliati, gli ritroveremo successivamente nel

ben più elaborato plot di Knight of Sidonia.

Bisogna dire che Nihei, affrontando

temi caratteristici della space-opera, come

le invasioni aliene e le arche interstellari,

sembri apprezzare questa volta l'appoggio

di una robusta sceneggiatura. La Terra

è scomparsa, devastata da una specie aliena

incomprensibile e potente: i Gauna. Adesso solo

un grande vascello, la Sidonia, rappresenta la

salvezza per il genere umano. Il protagonista del

manga, Nagata Tanikaze, dopo aver vissuto

per molti anni in completo isolamento in un settore

deserto della nave, viene scoperto e accetta

di diventare un pilota, salendo a bordo di uno

dei robot giganti usati per la difesa della Sidonia.

Questi ultimi, a differenza dei mezzi robotici

apparsi in Zeb-Noid e in Sphingidae, sono realizzati

con grande accuratezza e realismo; studiati

nei minimi particolari e privi di qualsivoglia linea

tecno-organica. Gli episodi relativi ai misteri della

vera identità di Tanikaze e al passato di questa

colossale astronave, in viaggio nello spazio


nUOVI ORIZZONTI

da diversi secoli, sono alternati

con le scene d'azione degli

scontri con gli extraterrestri.

Le preoccupazioni di carattere

bioetico di Nihei, riguardo

a una scienza generatrice di

orrori, ricompaiono ancora una

volta anche in Knight of Sidonia.

Non solo i Gauna, chiamati

con lo stesso nome delle aberrazioni

bio-genetiche di Abara

e degli extraterrestri di Sphingidae,

ricordano nell'aspetto le

consuete mostruosità che popolano

tutti i manga “niheiani”,

ma ci viene fatto pure cenno

di atroci esperimenti compiuti

sui corpi di ibridi umano-alieni.

Anche un Gauna catturato, il

quale ha assunto l'aspetto del

pilota umano che ha ucciso,

viene trattato come una cavia

priva del benché minimo diritto.

Senza contare la presenza di un

personaggio che sembra esser

tenuto in vita, quale punizione

per un crimine da lui commesso,

come parte integrante del

computer della Sidonia. Si aggiunga

a questo l'esistenza di

un gruppo segreto di immortali,

una cricca che guida da secoli

questo mondo viaggiante, una

élite di privilegiati a cui forse

appartiene lo stesso Tanikaze.

D'altronde gli stessi abitanti

della Sidonia non sono dei

semplici umani, tutti quanti mostrano

di possedere capacità

post-umane; ad esempio, eseguendo

la fotosintesi come le

piante possono economizzare

le risorse disponibili, rimanendo

per giorni senza mangiare.

Inoltre, hanno svincolato la ri-

produzione dai vincoli della natura

e alcuni di loro appartengono

a un terzo sesso neutro, in

quanto né maschi né femmine.

Il solo Tanikaze, il quale però

molto probabilmente è un immortale,

non un semplice Homo

sapiens, non sembra possedere

tali caratteristiche. Il poveretto

per questo motivo viene deriso,

visto da molti come uno sgradevole

mangione, se non addirittura

quale una sorta di barbaro,

rozzo e primitivo.

Nemmeno a dirlo la Sidonia,

pur non avendo le dimensioni

inconcepibili di un

Ricreatore o della “città” di Blame!,

è anch'essa un incredibile

labirinto, con le sue meraviglie

e i suoi orrori, accuratamente

celati alla vista dei più. Assai

singolare è la scelta di Nihei di

citare esplicitamente la raccolta

di stampe Ukiyo — e Cento

vedute del Monte Fuji,

notissima opera incompiuta del

pittore e incisore Katsushika

Hokusai (1760 – 1849). Tra un

capitolo e l'altro di Knight of Sidonia

sono state inserite delle

apposite illustrazioni, chiamate

Le Cento vedute della Sidonia;

queste ultime aprono degli interessanti

squarci su questo

universo chiuso, condannato

a un viaggio che pare essere

eterno. La trovata dell'astronave

gigante, con tanto di case e

civili ospitati nel suo ventre metallico,

protetta dagli attacchi

alieni da squadriglie “robottoni”

è un chiaro richiamo all'anime

Chōjikū yōsai Makurosu

(Fortezza superdimensionale

Macross).

Invece l'ibridazione del

cyberpunk con la fantascienza

spaziale deriva da quegli autori

emersi negli anni '80, ad esempio

come i già citati Sterling,

McAuley e Swanwick, che sono

da annoverare tra i pionieri di

simili esperimenti letterari. Effettivamente

Knight of Sidonia,

più che a qualsiasi altra cosa,

assomiglia ai più recenti esiti

della space-opera dimostrando

che Nihei non solo è stato

capace di raggiungere nuove

vette di bravura nell'impostazione

delle tavole ma anche

nell'elaborazione dei suoi testi.

Un fumettista, come a buon ragione

sosteneva Moebius, può

svincolarsi se lo desidera dalla

gabbia della parola scritta ma,

aggiungiamo noi, solo a un patto:

che egli si dimostri capace

di padroneggiarla. Soprattutto

se decide di intraprendere la

strada, coraggiosa, di abbandonarla.

Insomma, prima di abbandonare

l'idea di seguire una

trama, bisognerebbe imparare

a scriverne una e solo adesso

ci pare che il nostro sia riuscito

nell'impresa.

In buona sostanza, dopo il

termine di Knight of Sidonia, le

scelte in tal senso di Nihei, pro

o contro l'impiego di una sceneggiatura

in un manga, saranno

senz'altro maggiormente più

ponderate che in passato.

160


CINEMA E TV

AMERICAN HOR

Nata dalla mente dei produttori

di Glee Ryan Murphy

e Greg Falchuk, American

Horror Story è una serie televisiva

statunitense andata

in onda con successo negli

States su FX e trasmessa in

Italia da Fox.

La prima peculiarità

di AHS che balza all’occhio

dello spettatore è la

sua natura antologica: il

progetto prevede infatti una

storia diversa per ogni stagione

del serial, in modo da

non obbligare lo spettatore a

seguirle tutte e non logorare

troppo una vicenda che, dopo

le prime stagioni, rischierebbe

di perdere lo smalto (dice

niente Heroes?). Un altro

aspetto interessante è che

AHS era già nella mente di

Murphy & Falchuk prima

ancora di Glee, ma sarebbe

stato proprio il successo ottenuto

in America da quest’ultimo

progetto a far ottenere il

disco verde ad AHS, che tratta

tematiche senza dubbio più

adulte e sensibili.

La prima stagione di

American Horror Story è

ambientata a Los Angeles, in

quella che, come più volte viene

definita nel serial, è “una tipica

villa vittoriana di L.A. anni

Venti”. Puntata dopo puntata,

scopriremo che la villa è una

vera e propria “monster house”,

inserita in un tour appositamente

dedicato alle case

stregate. Una scia di sangue

attraversa tutta la storia della

magione sin dalla sua costruzione...

Sembra che tutto abbia

avuto origine a causa dei

primi inquilini della villa: l’ex

medico di grido di Hollywood

Charles Montgomery, che

praticava aborti clandestini

nello scantinato, sua moglie

Nora e il figlioletto neonato

Thaddeus. Negli anni Sessanta

fu la volta di alcune studentesse

di infermeria morte

nella villa a causa di un gruppo

di emulatori di Charles Manson.

Dieci anni dopo, due gemelli

entrati per caso nella

villa persero tragicamente la

vita in circostanze sospette.

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ROR STORY

Negli anni Ottanta una nostra

vecchia conoscenza uccise il

marito fedifrago e la cameriera

con cui lui la tradiva. Negli

anni Novanta fu un giovanotto

a farsi uccidere assediato dalla

squadra SWAT in camera sua,

colpevole di aver compiuto una

strage a scuola sotto l’effetto

di droghe. In tempi molto più

recenti morì nella villa la coppia

di restauratori che l’aveva

acquistata per rinnovarla e rivenderla

a prezzo maggiorato.

La lunga serie di tragici

eventi non scoraggia i coniugi

Harmon dal trasferirsi nella

casa. Ben, psicologo, e Vivian

(Dylan McDermott e Connie

Britton) hanno bisogno di un

cambiamento radicale dopo

che lui l’ha tradita in seguito a

un aborto spontaneo di lei. La

giovane figlia Violet (Taissa

Farmiga) adora la sua nuova

casa, ma fatica a inserirsi a

scuola e intreccia una morbosa

relazione con un paziente di suo

padre, Tate Langdon (Evan

Peters), che sogna di uccide-

di Pia Ferrara

re i suoi compagni di scuola

vestito da cavaliere della morte.

Man mano altri personaggi

si aggiungono al cast: la cameriera

Moira, che le donne vedono

come una vecchia triste

e tetra (Frances Conroy) e gli

uomini come una giovane seducente

e ammiccante (Alex

Breckenridge); Larry, il misterioso

individuo con metà

volto sfigurato dal fuoco (Denis

O’Hare); Hayden (Kate

Mara), l’ex amante di Ben,

che lo segue da Boston perché

incinta; l’inquietante vicina di

casa Constance (il Premio

Oscar Jessica Lange) con

una figlia affetta da sindrome

di Down di nome Adelaide

(Jamie Brewer) che cerca in

ogni modo di sgattaiolare in

casa; una misteriosa presenza

nota come “Rubber Man” vestita

solo di una tuta di lattice

si aggira inoltre nei corridoi,

seducendo Vivian, che crede

che sotto la tuta sia nascosto

suo marito Ben.


American Horror Story riesce a

giocare abilmente sulle paure recondite

dello spettatore mantenendo un

livello costante di tensione in chi assiste

anche solo a uno stralcio di episodio.

Le storie dei personaggi e le loro vite si

intrecciano in un mosaico che si svela pian

piano, mostrandosi nella sua completezza

solamente negli ultimi episodi, ma mantenendo

il segreto su alcuni tasselli che potrebbero

tornare nelle serie successive. Oltre

a chiedersi chi è malvagio e chi non lo è,

approcciando American Horror Story occorre

chiedersi prima di tutto chi è morto

e chi non lo è, perché il velo che separa

vivi e defunti è più sottile e diafano di quanto

si pensi. A una sceneggiatura e una regia

perfette si unisce la capacità di catturare lo

spettatore senza ricorrere a mezzi di fidelizzazione

sempliciotti (chiudere la puntata

sul più bello… dice niente Lost?). Ryan

Glee Murphy riesce al contempo a

inserire una colonna sonora di

tutto rispetto che va da oscuri

brani ripescati dagli anni Cinquanta

(Tonight You Belong

To Me di Patience

& Prudence) al Twisted

Nerve tanto caro a

Quentin Tarantino, a

canzoni più recenti

come Special

Death

di Mirah e

numerosi

brani di

Carina

CINEMA E TV

Round (Do You, For Everything a Reason).

La serie attualmente si compone di