Le orchidee spontanee del piacentino - Osservatorio Trebbia

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Le orchidee spontanee del piacentino - Osservatorio Trebbia

Luciano Bongiorni

Le orchidee

spontanee

del Piacentino


Ringrazio il prof. Paolo Grünanger per i preziosi consigli e il

determinante supporto bibliografico. Ringrazio Romina Bongiorni

e Sandra Pareti per la battitura del testo.

Ringrazio infine Adalgisa Torselli, Elena Schiavi e Fausta Casadei

della Provincia di Piacenza per il sostegno nella pubblicazione

dell’opera.

Testo e fotografie di Luciano Bongiorni

Disegni di Loredana Bongiorni

Grafica e impaginazione: Luca Gilli

Coordinamento redazionale: Lisa Berté

Planorbis editore

ISBN 88-901385-2-1

Studio

Luciano B.

LA PROVINCIA DI PIACENZA 7

INQUADRAMENTO GEOLOGICO 8

IL CLIMA DELLA PROVINCIA DI PIACENZA 10

FLORA E VEGETAZIONE DEL PIACENTINO 12

PREMESSA 16

LE ORCHIDEE 17

L’apparto radicale 17

Il fusto 18

Le foglie e le brattee 19

Il fiore 19

La resupinazione 20

Le variazioni di colore 21

Le anomalie di forma 21

Gli organi riproduttivi 22

L’impollinazione 23

L’autoimpollinazione 23

La germinazione 25

Il ciclo vitale 25

PROTEZIONE E CAUSE DI RAREFAZIONE 26

Situazione nel piacentino

ed eventuali forme di prevenzione 27

I GENERI PRESENTI NELLA

PROVINCIA DI PIACENZA 29

SISTEMA PER DETERMINARE I GENERI

PRESENTI NEL PIACENTINO 39

LE SCHEDE DELLE SPECIE 41

Epipactis atrorubens 42

E. distans 44

E. gracilis 46

E. helleborine 48

E. leptochila 50

E. microphylla 52

E. muelleri 54

E. palustris 56

E. placentina 58

E. viridiflora 60

Cephalanthera damasonium 62

C. longifolia 64

C. rubra 66

Limodorum abortivum 68

Neottia nidus-avis 70

Epipogium aphyllum 72

Corallorhiza trifida 74

Listeria cordata 76

L. ovata 78

Spiranthes spiralis 80

Goodyera repens 82

Platanthera bifolia 84

P. chlorantha 86

Gymnadenia conopsea 88

G. odoratissima 90

Pseudorchis albida 92

Nigritella rhellicani 94

INDICE

Coeloglossum viride 96

Dactylorhiza incarnata 98

D. lapponica 100

D. maculata 102

D. majalis 104

D. sambucina 106

Traunsteinera globosa 108

Orchis anthropophora 110

O. coriophora subsp. fragrans 112

O. laxiflora 114

O. mascula 116

O. militaris 118

O. morio 120

O. pallens 122

O. papilionacea 124

O. provincialis 126

O. purpurea 128

O. simia 130

O. tridentata 132

O. ustulata 134

Himantoglossum adriaticum 136

H. hircinum 138

Anacamptis pyramidalis 140

Serapias neglecta 142

S. vomeracea 144

Ophrys apifera 146

O. benacensis 148

O. fuciflora 150

O. fuciflora subsp. elatior 152

O. fusca 154

O. insectifera 156

O. sphegodes 158

IBRIDAZIONE 160

GLOSSARIO 162

BIBLIOGRAFIA 163


Ad un anno dall’uscita del volume “Le orchidee spontanee del Piacentino” di Luciano

Bongiorni, che tanto interesse ha suscitato tra botanici, appassionati e semplici

cittadini, è con soddisfazione che mi accingo a presentare questa nuova edizione

del volume, stampata in un nuovo formato, più pratico, maggiormente adatto ad un

uso di campagna. D’altronde, ritengo che la funzione che più si addica ad un libro di

botanica sia quella di accompagnare e guidare l’appassionato o il ricercatore nelle

sue escursioni nell’ambiente naturale.

Per quanto riguarda i contenuti, questa nuova edizione riporta fedelmente i testi e

le immagini della precedente che, mi preme ricordarlo, vide la stampa per iniziativa

di colei che mi ha preceduto all’Assessorato Ambiente della Provincia di Piacenza: la

professoressa Adriana Bertoni. E proprio dalla presentazione che scrisse allora Adriana,

ho tratto alcune considerazioni che non posso non fare mie:

“… Fiori dalle forme molteplici e dai colori sgargianti, che ci affascinano per la bellezza

e la rarità, suscitano grande interesse per il valore scientifico e naturalistico.

Tutelati dalla legislazione comunitaria e regionale, sono minacciati dalle trasformazioni

ambientali in atto (su tutto, la distruzione delle aree umide); dall’abbandono

delle pratiche agricole e pastorali tradizionali (ad esempio il mancato sfalcio delle

praterie montane); dall’incursione di alcuni animali selvatici (i cinghiali ne mangiano

i tuberi).

Le orchidee selvatiche costituiscono una parte di questo patrimonio naturale di

cui la provincia di Piacenza è ancora ricca. Agli amministratori in primis il compito e la

responsabilità di salvaguardarlo e valorizzarlo con la collaborazione e la cura di quanti

ancora abitano, frequentano e amano questi ambienti così delicati e così importanti

per il mantenimento della biodiversità. Che, non scordiamolo, è l’assicurazione che

abbiamo sulla vita e sul futuro.”

Un sentito ringraziamento va naturalmente all’autore del libro, il signor Luciano

Bongiorni, esperto “orchidofilo”, che tanta passione e tanto tempo della sua vita

dedica allo studio ed alla protezione della flora piacentina. Un ringraziamento anche

ai dipendenti del Servizio Ambiente della Provincia di Piacenza che hanno collaborato

a questa nuova edizione.

L’ASSESSORE ALL’AMBIENTE

DELLA PROVINCIA DI PIACENZA

Gianluigi Ziliani

4 5


LA PROVINCIA DI PIACENZA

La provincia di Piacenza è collocata nel

settore più occidentale della regione

Emilia-Romagna con la quale ha in

comune anche i confini ad eccezione di

quello orientale. Il confine settentrionale

è delimitato dalle anse del Fiume Po che

la separano dalla Lombardia e quindi

dalle province di Pavia, Lodi, Cremona

(procedendo da ovest verso est). La

provincia di Pavia delimita poi tutto il

confine occidentale fino a raggiungere

il settore montano ove solo un piccolo

lembo confina con il Piemonte (provincia

di Alessandria). A sud troviamo la Liguria

con la provincia di Genova che le contrappone

la dorsale appenninica che si

affaccia sul mare Tirreno; ad est, invece,

troviamo la provincia di Parma.

Il territorio provinciale si estende su

circa 2.590 Kmq di superficie suddivisi

in tre settori: pianura (27,3%), collina

(36,7%), montagna (36%). Il settore

pianeggiante è il meno rappresentato

e termina approssimativamente sui 100

metri di quota, mentre i rilievi interessano

la maggior parte del territorio (73%).

Nella zona di transizione tra l’alta e la

bassa pianura sono presenti fenomeni di

risorgenza che in provincia interessano

soprattutto i comuni di Fiorenzuola

d’Arda, Pontenure e Castelsangiovanni.

Evidenti terrazzi fluviali, lembi dell’antica

pianura, emergono dall’attuale area

pianeggiante costituendo una fascia

altocollinare-pedemontana. La collina

inizia intorno ai 100 metri sul livello del

mare e si spinge fino a circa 600-800

metri, dove inizia il settore montano. Le

vette più alte si trovano nell’alta Val Nure

(M. Ragola 1.771 m, M. Nero 1.753 m,

M. Bue 1.777 m) e nell’alta Val Trebbia

(M. Alfeo 1.650 m, M. Lesima 1.724 m,

M. Carmo 1.640 m). Le quote più alte

della Val Nure sono state interessate da

imponenti fenomeni glaciali che hanno

caratterizzato gran parte di questi territori

con la presenza di circhi glaciali,

laghetti e morene. La presenza di laghi

naturali infatti è concentrata principalmente

in questa valle: Lago Nero, Lago

Bino, Lago Moo.

La provincia presenta quattro corsi d’ac-

di Lisa Berté, naturalista

qua principali che procedendo da ovest

verso est sono: il Torrente Tidone, il Fiume

Trebbia, il Torrente Nure e il Torrente

Arda. Il Tidone nasce lungo le pendici del

Monte Penice (1.460 m) e sfocia nel Po

presso Rottofreno. Lungo il suo corso

riceve le acque dei torrenti Tidoncello

e Luretta. Il Fiume Trebbia nasce dal M.

Prelà, in provincia di Genova e dopo

circa 114 km sfocia nel Po vicino alla città

di Piacenza. Suoi principali affluenti sono

i torrenti Brugneto, Pesca e Cassingheno

in provincia di Genova; l’Avagnone in

territorio pavese; l’Aveto e il Boreca in

territorio piacentino. Il Torrente Nure

nasce alle pendici del M. Ragola (1.771

m) e del M. Nero (1.753 m) e dopo

circa 60 km sfocia nel Po nei pressi di

Roncaglia. Riceve le acque dei torrenti

Lavaiana, Lardana e Grondana. L’Arda

invece nasce di Monti Lama (1.335 m) e

Menegosa (1.356 m) e prima di gettarsi

nel Po nei pressi di Villanova si unisce al

torrente Ongina.

Il Tidone e l’Arda sono caratterizzati

dalla presenza di due invasi artificiali:

rispettivamente il lago di Trebecco e il

lago di Mignano.

6 7


INQUADRAMENTO GEOLOGICO

Le rocce del piacentino possono essere

suddivise, in base alla loro area di origine,

in tre grandi “insiemi” geologici:

il “Substrato Alloctono”, i “Depositi

Neoautoctoni” e la “Copertura Autoctona”.

Il SUBSTRATO ALLOCTONO, che comprende

le “Unità Liguri” e le “Successioni

Epiliguri”, è prevalentemente formato:

- da rocce magmatiche, più o meno

alterate da processi chimico-fisici

e qui riferibili a serpentiniti (brandelli

del “mantello” semifuso su cui

galleggia la crosta terrestre), gabbri

(derivanti dalla lenta solidificazione

di lave all’interno della crosta terrestre)

e basalti (prodotti dalla rapida

solidificazione di lave in ambienti

subacquei);

- da rocce sedimentarie,e per lo più costituite

da estese formazioni argillose

e da “flysch” (ritmiche alternanze

di arenarie, calcari e marne derivanti

dall’accumulo di materiali mobilitati

da eventi franosi sottomarini).

Nell’arco degli ultimi 140 milioni di

anni queste rocce, che si formarono

nell’antico oceano Tetide ubicato

in corrispondenza dell’attuale

area Tirrenica, sono state traslate

e sollevate sino alla posizione attuale

(da cui il termine “alloctone”)

dalle forze compressive che hanno

portato alla formazione (orogenesi)

dell’appennino.

Mentre nelle aree di crinale ai

confini con il Parmense e la Liguria

predominano le rocce magmatiche

(note come ofioliti, dal greco

ofio=serpente e litos=pietra, per il

loro colore verde-scuro screziato di

chiaro che ricorda la pelle di alcuni

serpenti), nelle zone comprese tra

il crinale ed il margine appenninico

abbondano i flysch ed i grandi

complessi argillosi alloctoni, da cui

emergono per maggior resistenza

all’erosione le ofioliti di Monte Tre

Abati, M. S.Agostino, M. Capra, M.

Pradegna, Pietra Parcellara, Pietra

Perduca, Castello di Gropparello

di Gianluca Raineri, Riserva Naturale Geologica del Piacenziano

ed altre ancora; queste ultime, a

differenza dei complessi di crinale,

sono “sradicate” dal loro substrato

originario ed inglobate nei complessi

argillosi alloctoni.

I DEPOSITI NEOAUTOCTONI sono in

genere costituiti da potenti successioni

di argille, limi e sabbie accumulatisi sui

fondali dell’ampio golfo marino che,

tra circa 5,3 e 1,2 milioni di anni fa,

dall’Adriatico si estendeva verso Ovest

occupando l’attuale pianura padana.

La scarsa traslazione subita da questi

sedimenti rispetto al luogo d’origine

è sintetizzata nell’appellativo “neoautoctoni”;

fanno parte di essi i depositi

fossiliferi affioranti sul margine appenninico

compreso tra la valle del Vezzeno

e la valle dell’Ongina, le cui peculiarità

geo-paleontologiche ben documentano

l’evoluzione ambientale di questo settore

del territorio piacentino tra 5,3 e 1,4

milioni di anni fa (Pliocene – Pleistocene

inferiore).

La zona compresa tra Castell’Arquato

e Lugagnano V. Arda in particolare è

sede dello stratotipo storico del Piacenziano,

quel periodo di storia della

Terra compreso tra 3,6 e 2,6 milioni di

anni fa, e costituisce da oltre due secoli

un punto di riferimento fondamentale

per coloro che studiano il Pliocene del

Mediterraneo e le variazioni climatiche

che hanno accompagnato il progressivo

raffreddamento del nostro emisfero;

non a caso quindi questa porzione del

territorio piacentino, definibile a pieno

titolo come “culla del Pliocene”, è oggi

sede della Riserva Naturale Geologica

del Piacenziano.

La COPERTURA AUTOCTONA, è principalmente

costituita da ghiaie, sabbie

e fanghi di origine alluvionale, fluviale o

lacustre, accumulatisi nello stesso luogo

(“autoctoni”) in cui oggi si rinvengono ed

organizzati in successioni sedimentarie,

o meglio in Sequenze Deposizionali, note

come Sintemi.

Questi ultimi sono tra loro suddivisi da

evidenti discordanze riferibili a cicliche

fasi di avanzamento (trasgressione) o

arretramento (regressione) del mare

rispetto alle terre emerse, riconducibili

a sollevamenti della catena appenninica

e/o ad approfondimenti del bacino

padano e/o alle marcate variazioni

del livello di base del mare che hanno

accompagnato le fasi glaciali (aumento

dei ghiacci sulle terre emerse

abbassamento del livello del mare

incremento delle terre emerse) ed

interglaciali (scioglimento dei ghiacci

innalzamento del livello del mare

riduzione delle terre emerse) del

Pleistocene medio-superiore (tra circa

800.000 e 10.000 anni fa).

L’accumulo di questi depositi, i più

recenti in ordine di tempo, ha contribuito

in modo determinante al definitivo

colmamento del golfo marino padano

ed alla formazione dell’attuale Pianura

Padana.

Le rocce di questi tre grandi raggruppamenti

possono a loro volta essere

suddivise in unità di rango inferiore in

funzione della loro genesi, composizione

mineralogica, età, ecc. Assegnando ad

ogni insieme roccioso un colore e riportando

su base topografica la relativa

estensione territoriale si ottiene uno

strumento di fondamentale importanza

per la gestione e la programmazione

territoriale: la “Carta Geologica”.

La Carta Geologica qui proposta ben evidenzia la distribuzione provinciale dei tre

grandi insiemi rocciosi menzionati: il substrato alloctono si estende dalle cime più

alte dell’appennino sino ai contrafforti collinari dove affiorano i soprastanti depositi

neoautoctoni che a loro volta sono ricoperti, da qui sino al fiume Po, dai sedimenti

della copertura autoctona.

8 9


IL CLIMA DELLA PROVINCIA DI PIACENZA

Il clima del territorio piacentino può essere

descritto come un clima temperato o di

tipo “C” secondo Köppen (temperatura

media del mese più freddo compresa

tra -3°C e +18°C); più in particolare

il territorio di pianura e collina risulta

caratterizzato da un clima temperato subcontinentale

(temperatura media annua

compresa tra 10°C e 14,4°C, temperatura

media del mese più freddo compresa tra

-1°C e +3,9°C, da uno a tre mesi con

temperatura media >20°C, escursione

annua superiore a 19°C), mentre il territorio

di montagna è caratterizzato da

un clima temperato fresco (temperatura

media annua compresa tra 6°C e 10°C,

temperatura media del mese più freddo

compresa tra 0°C e +3°C, media mese

più caldo tra 15 e 20°C, escursione annua

tra 18 e 20°C). Con riferimento alla

serie di osservazioni dal 1958 al 1983

pubblicata da Istat, la temperatura media

annuale è di 12.2°C a Piacenza, scende

a 11.5-12°C nelle località di media collina

e di fondovalle (Bettola, Bobbio) e

scende a 8.5°C nelle stazioni più elevate

di fondovalle (Losso, comune di Ottone,

416 m). Il mese più freddo è Gennaio, che

fa registrare una media mensile di 0.8°C

a Piacenza e di –1.1°C a Losso; il mese

più caldo è Luglio, con una temperatura

media di 22.9°C a Piacenza e di 18.1°C

a Losso.

I fattori geografici che contribuiscono

maggiormente a determinare le caratteristiche

termiche del clima del territorio

piacentino sono essenzialmente due:

la sua collocazione nel cuore della Val

Padana occidentale (lontano dalle masse

d’acqua mediterranee) che determina

soprattutto il carattere di continentalità

(elevate escursioni termiche giornaliere e

annuali); e la presenza del rilievo appenninico

il quale, come confine meridionale

della Val Padana, contribuisce a fornire

alla collina le caratteristiche climatiche di

“versante”, mentre come spartiacque con

il versante ligure fa giungere alla fascia più

alta della montagna piacentina l’influenza

del clima sublitoraneo e temperato caldo

della Liguria.

Le conseguenze climatiche di questi

di Paolo Lega, Servizio Programmazione Territoriale e Urbanistica

Amministrazione Provinciale di Piacenza

fattori geografici, assieme alla configurazione

orografica più generale della Valle

Padana, sono estremamente rilevanti

per il territorio piacentino: il carattere di

continentalità è infatti accentuato nella

fascia di pianura (a Piacenza si registra

un’escursione annua media di 22.1°C e

un’escursione giornaliera media in Luglio

di 13.0°C), ma si riduce con la diminuzione

della latitudine e con l’avvicinamento

al crinale ligure (a Losso escursione annua

media di 19.2°C e giornaliera in Luglio di

11.6°C); le valli piacentine più prossime

alla regione ligure godono pertanto di

un clima decisamente più temperato e

meno continentale. Si può inoltre ben

osservare che la fascia di media collina,

indicativamente compresa tra i 150 e i

400 m di altitudine, collocata al di sopra

della sommità media delle inversioni

termiche della Valle Padana, gode di un

regime termico più temperato e mite sia

di quello della pianura che di quello della

montagna. In questa fascia infatti si hanno

escursioni termiche annuali più ridotte

(19.3°C a Castellana di Gropparello, con

temperature invernali più elevate rispetto

alla pianura, e temperature estive più

basse) e più basse escursioni giornaliere

medie (9.4°C in Luglio).

Sotto il profilo pluviometrico, il clima del

territorio piacentino è caratterizzato dal

tipico regime sublitoraneo appenninico o

padano, che presenta due valori massimi

delle precipitazioni mensili in primavera

e in autunno, e due minimi in inverno e

in estate: di questi, il massimo autunnale

e il minimo estivo sono più accentuati

degli altri due. L’altezza totale annua delle

precipitazioni è pari a circa 850-900

mm nella fascia della pianura piacentina

distribuiti su 80-85 giorni piovosi, mentre

sale a 1000-1500 mm nella fascia della

media collina su circa 100 giorni piovosi,

subendo un incremento mediamente

proporzionale all’aumento di altitudine;

a partire da questa fascia (intorno ai

400-600 m di quota), l’altezza delle

precipitazioni subisce, a parità di quota,

un incremento inverso alla latitudine,

in quanto fortemente influenzata dai

sistemi frontali che traggono origine

dalle depressioni che si vanno formando

con elevata frequenza sul Mar Ligure e

sull’alto Tirreno. Con riferimento al periodo

1958-1983, Luglio è il mese meno

piovoso dell’anno, con 45 mm a Piacenza

distribuiti su 4.5 giorni piovosi, e 67 mm

a Losso su 6.3 giorni piovosi; per contro,

Ottobre risulta il mese più piovoso con

107 mm su 7.8 giorni piovosi a Piacenza,

e 187 mm su 9 giorni piovosi a Losso, seguito

però a brevissima distanza dal mese

di Novembre. Negli ultimi due decenni

tuttavia il regime pluviometrico sembra

essersi progressivamente modificato, a

favore di una riduzione delle precipitazioni

invernali (in particolare Febbraio) e di un

aumento di quelle autunnali (in particolare

Ottobre).

Le intensità giornaliere medie di precipitazione

vanno da valori minimi di 8-15

mm/g in pianura, fino a 25 mm/g e oltre

nelle zone più interne della fascia di montagna;

i valori massimi assoluti di pioggia

giornaliera vanno invece dai 100-120

mm/g registrati in pianura tra Agosto e

Settembre, ai 100-170 mm/g della media

collina registrati in Agosto (temporali

convettivi estivi), fino ai 150-220 mm/g

registrati in montagna tra Settembre e

Novembre (prodotti dai fronti freddi

autunnali in transito da Ovest).

Il bilancio idrico teorico annuale (precipitazioni

meno evapotraspirazione

potenziale) si chiude con un debole surplus

nella fascia di pianura (30-60 mm),

mentre raggiunge un saldo positivo di

700-1000 mm nella fascia di montagna

(Losso); in pianura il primo mese in cui il

saldo del bilancio teorico risulta negativo

è Aprile, mentre in montagna è Maggio;

viceversa, dopo i mesi estivi in cui il

bilancio mensile risulta costantemente

deficitario, il primo mese in cui ritorna

eccedentario è Settembre in montagna

e Ottobre in pianura.

10 11


FLORA E VEGETAZIONE DEL PIACENTINO

Il patrimonio floristico della provincia

di Piacenza conta circa 1600 specie

censite, comprese felci ed equiseti, con

una spiccata diversificazione nelle diverse

fasce altitudinali, da ricondurre sia alle

variazioni dei parametri climatici, sia alla

diversa incidenza dell’azione dell’uomo sul

paesaggio e sugli ecosistemi naturali.

L’attuale assetto vegetazionale e floristico

del nostro territorio va fatto risalire alla

fine dell’ultimo periodo glaciale, circa

10.000 anni fa. Gli sconvolgimenti

climatici del Quaternario, noti come glaciazioni,

hanno letteralmente spazzato

via dal continente europeo la flora del

Terziario, lasciando solo poche ma significative

testimonianze: fra queste specie

relitte ricordiamo, per il nostro territorio,

l’Agrifoglio (Ilex aquifolium), la Felcetta

lanosa (Notholaena marantae), esclusiva

delle ofioliti, e il raro Astragalus sirinicus,

piccolo arbusto spinoso presente, con

un piccolo popolamento, sulla cima di

Monte Lesima.

Con l’aumento della temperatura ed il ritiro

dei ghiacciai, presenti anche sul nostro

Appennino, diverse piante dei climi freddi

(alpine ed artico-alpine) hanno trovato

degli ambienti rifugio in poche stazioni

in prossimità dei crinali più alti: è il caso

ad esempio del Pino uncinato di Monte

Nero, stretto parente del Pino mugo delle

Alpi, che è riuscito a sopravvivere sino ai

nostri giorni colonizzando i ghiaioni più

scoscesi ed esposti.

Durante il postglaciale, l’alternarsi di

periodi più freddi e più caldi ha portato

alla graduale sostituzione della vegetazione

microterma con quella attuale; in

particolare un numeroso contingente di

specie mediterranee è penetrato in diverse

ondate, corrispondenti alle fasi più calde,

nel nostro territorio e ne caratterizza

tuttora la flora (circa il 14% delle specie),

soprattutto nella fascia collinare. Fra le

più tipiche specie stenomediterranee

ricordiamo il Timo (Thymus vulgaris) e la

Valeriana rossa (Centranthus ruber), diffusi

sui versanti rocciosi della Val Trebbia.

Sull’Appennino uno degli aspetti più significativi

è dato dalla relativamente recente

(circa 400 anni fa) espansione del Faggio,

di Enrico Romani, Museo Civico di Storia Naturale di Piacenza

che oggi domina il paesaggio forestale fra

i 1000 ed i 1700 m.

Ma è stata soprattutto l’azione dell’uomo

a caratterizzare il nostro attuale paesaggio

vegetale, sia direttamente, con la

messa a coltura dei suoli e le bonifiche,

sia indirettamente, con l’introduzione,

spesso involontaria, di specie esotiche.

L’impronta dell’attività umana è massima

nella pianura: già a partire dalla

colonizzazione romana ha preso avvio la

lenta ma inesorabile opera di distruzione

della foresta primigenia, dominata dalla

Farnia (Quercus robur), che ricopriva l’intera

pianura dal Piemonte all’Adriatico. Ad

epoche ancor più remote va fatta risalire

l’introduzione, dalle steppe del vicino

oriente, delle colture di cereali (grano,

orzo, segale): ad esse si accompagnava

una ricca flora commensale (archeofite),

in cui spiccavano Papaveri e Fiordalisi,

oggi in buona parte relegata alla fascia

collinare e della bassa montagna a causa

del massiccio uso di diserbanti.

Attualmente sono pochi gli ambienti di

pianura caratterizzati da un buon grado

di naturalità, per lo più circoscritti agli

alvei dei torrenti e alle poche aree golenali

del Po non ancora alterate da opere di

bonifica e regimazione. Fra i più interessanti

ricordiamo gli ambienti dei conoidi

dei nostri corsi d’acqua appenninici, e

in particolare le ampie fasce di greto

stabilizzato, su cui si insediano popolamenti

xerici di erbe e piccoli arbusti,

spesso provenienti dai versanti collinari e

montani: riescono così a penetrare nella

pianura piante diffuse a quote maggiori,

come la Santoreggia (Satureja montana),

l’Issopo (Hyssopus officinalis), l’Eliantemo

(Helianthemum nummularium), il Salice

ripaiolo (Salix eleagnos) e alcune orchidee

selvatiche.

Le incisioni dei conoidi separano le propaggini

collinari, i pianalti terrazzati,

che si protendono sulla pianura e che

in alcuni casi (La Bastardina, Bosco di

Croara, Bosco Verani) ospitano estese

coperture forestali, costituite da querceti

più o meno termofili provvisti di un ricco

ed interessante corteggio floristico.

Il paesaggio collinare, ancora pesante-

mente segnato dall’impronta antropica, si

presenta come un complesso mosaico di

ambienti artificiali (diffusi sono i vigneti,

ma anche colture di cereali e foraggere) e

naturali (boschetti, siepi, praterie postcolturali,

alvei di torrenti, pendii scoscesi,

zone franose); la diversificazione ambientale

viene ulteriormente accentuata dalla

presenza diffusa di incolti, aree marginali

e fasce di transizione (ecotoni). La flora

ne risulta arricchita rispetto alla pianura, e

più termofila, almeno alle basse quote, soprattutto

per l’incidenza di un significativo

contingente di specie mediterranee.

In alcune vallate (Val d’Arda, Valle Ongina)

i versanti sono spesso contraddistinti da

estese formazioni calanchive: qui l’instabilità

e l’ostilità del substrato hanno

impedito non solo la sua messa a coltura,

ma anche l’affermarsi della copertura

vegetale naturale. L’ambiente presenta

però aspetti di estremo interesse, sia per

la presenza di specie caratteristiche, come

la Scorzonera delle argille (Podospermum

canum), sia per la diffusione, sui suoli

un po’ più stabilizzati e meno acclivi, di

lembi più o meno estesi di pratelli xerici

ricchi di specie termofile e in cui crescono

numerose orchidee. Le creste calanchive

e le testate dei canaloni sono colonizzati

dalla Ginestra (Spartium junceum), che

con le sue vistose fioriture caratterizza il

paesaggio primaverile di queste vallate.

Salendo di quota i coltivi si fanno sempre

più radi, lasciando sempre più spazio

alla copertura forestale, qui rappresentata

dal bosco misto caducifoglio, in

cui predominano diversi tipi di Querce

(Quercus pubescens e Q. cerris), il Carpino

nero (Ostrya carpinifolia), l’Orniello

(Fraxinus ornus), il Ciavardello (Sorbus

torminalis) e l’Acero opalo (Acer opulifolium).

Il querceto misto si presenta con

diverse varianti, che dipendono dalla

tipologia del substrato e dalle condizioni

climatiche stazionali, ma tutte hanno in

comune la modalità di sfruttamento da

parte dell’uomo: la ceduazione. Questa

forma di governo consente un utilizzo

più intensivo del bosco, soprattutto per

la produzione di legna da ardere, ma se i

tagli sono troppo ravvicinati può portare

ad un loro degrado, e comunque tende

a favorire l’espansione di quelle essenze

forestali, come il Carpino nero, in grado di

ricacciare più vigorosamente, a discapito

delle Querce e di altri alberi.

Nel querceto troviamo un ricco corteggio

floristico, con numerosi arbusti e piante

erbacee; fra queste ultime ricordiamo

le geofite, provviste di organi di riserva

sotterranei e in grado di fiorire molto

precocemente, prima che la volta delle

chiome si chiuda; fra le più significative

ricordiamo: le Anemoni (Anemone

nemorosa e A. trifolia), il Dente di cane

(Erythronium dens-canis), il Bucaneve

(Galanthus nivalis), la Scilla (Scilla bifolia)

e l’Erba trinità (Hepatica nobilis). Alcune

specie consentono poi di caratterizzare

meglio la tipologia del querceto: così la

Felce aquilina (Pteridium aquilinum) e il

Brugo (Calluna vulgaris) indicano un substrato

acido, mentre il Pungitopo (Ruscus

aculeatus), specie termofila, è limitato ai

boschi collinari.

Già dalla bassa collina e fino alla fascia

montana sono molto diffusi i castagneti.

Nonostante il Castagno (Castanea sativa)

accompagni da sempre la storia delle

nostre popolazioni montane, e per diversi

secoli abbia costituito una risorsa preziosa

per il loro sostentamento, occorre

ricordare come la diffusione di questa

pianta sia avvenuta ad opera dell’uomo,

che già al tempo dei Romani la reintrodusse

un po’ ovunque lungo tutta la penisola.

Il Castagno è infatti una di quelle specie

che vennero spazzate via dall’Europa nel

corso dell’ultima glaciazione, e sopravvisse

solo in alcune stazioni rifugio nei

Balcani e forse nell’Italia meridionale. La

coltura del Castagno ha subito da noi un

drastico regresso, sia per lo spopolamento

delle zone montane, sia per l’attacco

di parassiti fungini. I castagneti da frutto

sono divenuti piuttosto rari (ricordiamo

quello di Castagnola, in Val d’Aveto) e

sono stati sostituiti anch’essi dal ceduo.

Dal punto di vista floristico e vegetazionale,

il Castagno si sovrappone alla fascia

dei querceti, fino a penetrare in quella

delle faggete, prediligendo suoli profondi

e sciolti, e mal tollerando quelli calcarei,

argillosi e troppo umidi.

Fra le zone di particolare interesse naturalistico

spicca, nella fascia dei querceti,

l’area di Rocca d’Olgisio, in Val Tidone:

si tratta di una vera e propria “isola termofila”,

caratterizzata da una orografia

tormentata, in cui i boschi termofili di

Roverella, Cerro e Castagno si alternano

a dirupi rocciosi, forre, cespuglieti e coltivi,

e in cui l’insediamento umano, molto

antico, ha lasciato traccia anche nella

flora, per la presenza di specie sfuggite

12 13


alla coltivazione e completamente naturalizzate:

fra queste ricordiamo il Fico

d’India nano (Opuntia compressa), diversi

Narcisi e lo Zafferanastro giallo (Sterbergia

lutea); significativa è anche la presenza di

specie molto rare come l’Asplenio maggiore

(Asplenium onopteris), la Speronella

lacerata (Delphinium fissum) e la Ballerina

(Aceras antropophorum), orchidacea a

distribuzione stenomediterranea.

Uno degli elementi caratterizzanti il paesaggio

collinare e montano della nostra

provincia è dato dalla diffusione degli

affioramenti ofiolitici; queste rocce costituiscono

un substrato particolarmente

selettivo per le piante, sia per la composizione

chimica che per le condizioni fisiche

che vi si riscontrano (forte irraggiamento

solare, accentuate escursioni termiche,

carenza d’acqua, ecc.). La loro superficie

è colonizzata da estesi popolamenti di

licheni epilitici; essi contribuiscono alla

formazione di quel minimo di terra fine

che consente la crescita di poche piante

specializzate; alcune sono esclusive di

questo substrato, come la Felcetta lanosa

(Notholaena marantae), l’Asplenio del serpentino

(Asplenium cuneifolium) e l’Alisso

di Bertoloni (Alyssum bertolonii); altre, pur

non essendo esclusive, si presentano da

noi solo su queste rocce: il Lino a campanelle

(Linum campanulatum, in regione

presente solo nella nostra provincia),

l’Euforbia spinosa (Euphorbia spinosa

ssp. ligustica), la Costolina appenninica

(Robertia taraxacoides), la Linajola dei

serpentini (Linaria supina) e, in alta Val

Nure (uniche stazioni regionali) la Reseda

pigmea (Sesamoides pygmaea).

Dall’alta collina e fino a ridosso del crinale

appenninico sono abbastanza frequenti i

boschi di conifere, aghifoglie sempreverdi

che spiccano con il loro verde cupo

nel brullo paesaggio invernale; sono tutti

impianti artificiali che hanno sostituito

la copertura forestale naturale. Le principali

specie utilizzate sono il Pino nero

(Pinus nigra), soprattutto sui substrati

rocciosi, l’Abete bianco (Abies alba) e

l’Abete rosso (Picea excelsa), tutte specie

estranee alla nostra flora, ad eccezione

dell’Abete bianco, presente con una piccola

popolazione autoctona sul Monte

Nero; l’utilizzo di queste piante fuori dal

loro areale è ormai stato abbandonato

grazie ai nuovi indirizzi della selvicoltura.

La massiccia intrusione delle conifere nei

nostri ambienti forestali ha comportato

diversi effetti negativi (sostituzione della

vegetazione autoctona, maggior suscettibilità

agli incendi, diffusione di parassiti

come la Processionaria, alterazione delle

caratteristiche dell’humus forestale), ma

anche l’introduzione di alcune specie

nuove, strettamente legate ai boschi di

conifere e probabilmente giunte da noi

con il materiale vivaistico; fra queste

ricordiamo due rare orchidee: la Godiera

(Goodiera repens) e la Listera minore (Listera

cordata), quest’ultima recentemente

scoperta in Val Nure.

Sopra i 900-1000 m d’altitudine e fino

alle quote maggiori, la copertura forestale

è dominata dal Faggio. Questa pianta ha

esigenze particolari in fatto di clima (predilige

un ambiente fresco e con precipitazioni

ben distribuite nell’arco dell’anno, ed è

molto sensibile alle gelate primaverili), ma

si adatta bene ai diversi substrati; si presenta

con diverse varianti, che si differenziano

soprattutto per il corteggio floristico. Alle

quote inferiori abbondanti sono le specie

provenienti dalla fascia dei querceti, sia

legnose (Carpino nero, Acero campestre,

Orniello, Corniolo) che erbacee (Primula,

Erba trinità, Anemoni, Ellebori); nel suo

aspetto più tipico, sopra i 1200-1300 m

(fascia subatlantica) troviamo specie più

spiccatamente montane, come il Sorbo

degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e

l’Acero montano (Acer pseudoplatanus),

ed una flora ebacea caratteristica; fra le

specie più significative ricordiamo il Sigillo

di Salomone (Polygonatum verticillatum), la

piccola Moscatella (Adoxa moschatellina),

la Dentaria (Cardamine heptaphylla), la

Mercorella (Mercurialis perennis), l’Orchide

macchiata (Dactylorhiza maculata), la

Veronica (Veronica urticifolia), la Lattuga

montana (Prenanthes purpurea), la Coralloriza

(Corallorhiza trifida), la Felce maschio

(Dryopteris filix-mas) e la Felce femmina

(Athyrium filix-foemina); solo in un paio di

stazioni è presente il rarissimo Epipogium

aphyllum, orchidea saprofita dalla fioritura

incostante. Sui suoli acidificati ed impoveriti

è spesso molto abbondante il Mirtillo

(Vaccinium myrtillus).

Nelle radure e nelle superfici di recente

ceduazione si sviluppa una rigogliosa

vegetazione, ad indicare la presenza di un

terreno ricco di nutrienti: qui spiccano le

fioriture estive del Garofanino maggiore

(Epilobium angustifolium), del Botton d’oro

(Trollius europaeus), del Giglio martagone

(Lilium martagon), le rosse bacche del Lam-

pone (Rubus idaeus) ed isolati alberelli di

Sambuco rosso (Sambucus racemosa).

Lungo le forre dei versanti più acclivi

della Val Boreca, la vegetazione dei boschi

mesofili arriva fino a lambire il greto del

torrente; questi ambienti freschi e umidi,

quasi perennemente in ombra, sono il

luogo elettivo per alcune rare felci, come

il Capelvenere (Adiantum capillus-veneris),

la Lingua cervina (Phyllitis scolopendrium)

e l’Asplenio delle fonti (Asplenium fontanum).

Nella fascia montana vasti settori di

territorio, per lo più lungo i crinali, nelle

aree meno acclivi e meglio esposte, sono

stati disboscati fin da tempi remoti per

fare spazio a praterie da destinare al

pascolo. Questi prati, tutti originatisi

grazie all’azione dell’uomo e per questo

chiamate “praterie secondarie”, sono

caratterizzati da un cotico erboso dominato

da graminacee perenni (Festuca,

Poa, Brachypodium, Phleum, Anthoxanthum,

Dactylis, Cynosurus, ecc.) ed ospitano una

flora molto ricca e dalle vistose fioriture;

esse iniziano quando il manto nevoso

non è ancora del tutto scomparso, con

lo schiudersi delle corolle dei Crochi

(Crocus spp.) e delle Genziane (Gentiana

kochiana), per raggiungere il loro culmine

con l’estate: fra le specie più significative

e vistose ricordiamo numerose orchidee

(soprattutto Dactylorhiza sambucina, Orchis

mascula, Traunsteinera globosa), diversi

Trifogli, Garofani selvatici, Ranuncoli e

Potentille, le Poligale (Polygala nicaeensis

e P. vulgaris), l’Eliantemo (Helianthemo

nummularium), alcune Viole (Viola tricolor

e V. calcarata), la Vulneraria (Anthyllis vulneraria),

la Pelosella (Hieracium pilosella),

il Tulipano montano (Tulipa australis) e,

circoscritta alla Val Trebbia, la Primula

odorosa (Primula veris).

Nei pascoli alle quote maggiori troviamo

una flora particolarmente interessante, soprattutto

dal punto di vista fitogeografico:

sui crinali della Val Boreca fioriscono la

Nigritella (Nigritella rhellicani) e l’Orchide

candida (Pseudorchis albida), la Genziana

maggiore (Gentiana lutea), l’Arnica (Arnica

montana); in alta Val Nure è possibile osservare

il Garofano a pennacchio (Dianthus

superbus), il Lino celeste (Linum alpinum),

la Pulsatilla alpina e la rarissima Crotonella

alpina (Lychnis alpina).

Abbastanza diffusi sul nostro Appennino

sono anche gli ambienti umidi; la loro tipologia

è molto varia: si va dai veri e propri

laghetti, come Lago Bino (ove è presente

una abbondante popolazione di Nannufaro

– Nuphar lutea) o Lago Nero, fino ad

arrivare, passando attraverso i vari stati di

interrimento (Lago Moo, Lago di Averaldi),

ai prati umidi e più o meno torbosi (come

Pramollo, in alta Val Nure). Flora e vegetazione

si diversificano in relazione ai diversi

stadi evolutivi di questi ecosistemi; poco

comuni e frammentarie sono le torbiere

vere e proprie, che ospitano specie molto

rare, come la Drosera rotundifolia e la Viola

palustris; più comuni sono i prati umidi

e gli stagni con acque basse, con i loro

densi popolamenti di Ciperacee (Carex,

Eleocharis, Scirpus, Eriophorum, ecc.) che

possono sfumare da una parte in canneti

a Phragmites, dall’altra in specchi d’acqua

con densi popolamenti a Trifoglio fibrino

(Menyanthes trifoliata). Fra le specie più

tipiche di questi ambienti ricordiamo

alcune Orchidacee, come Dactylorhiza

incarnata ed Epipactis palustris, la Genziana

mettimborsa (Gentiana pneumonanthe),

l’Angelica (Angelica sylvestris), la Salvastrella

(Sanguisorba officinalis), la Saxifragacea

Parnassia palustris, il Giuncastrello

(Triglochin palustre) ed il rarissimo Salix

rosmarinifolia, presente al Lago di Averaldi

con l’unica stazione regionale.

Le quote maggiori dei nostri monti superano

raramente la quota di 1700 m

(M. Lesima, M. Nero, M. Bue, M. Ragola),

corrispondente al limite superiore di

diffusione della faggeta: la fascia culminale,

quella oltre il “limite degli alberi”,

viene così ad essere nella nostra provincia

estremamente ridotta (pochi ettari) e

frammentata. Il suo aspetto vegetazionale

più tipico, quello dei Vaccinieti a Vaccinium

gaultherioides e Hypericum richeri, è però

relativamente diffuso e si spinge anche

a quote più basse, presentandosi come

fase evolutiva delle praterie secondarie.

Due delle nostre cime più alte, M. Nero e

M. Ragola, consistono in imponenti massicci

ofiolitici, dove hanno trovato rifugio

diversi relitti graciali, oltre alla flora tipica

degli ambienti rocciosi e delle praterie

d’altitudine, come il Pino uncinato, il

Ginepro nano, il Bupleuro ranuncoloide

(Bupleurum ranunculoides) e la Ginestra

stellata (Genista radiata). Questi lembi

di vegetazione culminale sono talmente

circoscritti e così interessanti dal punto

di vista fitogeografico, da meritare

senz’altro il massimo dell’attenzione e

della salvaguardia.

14 15


PREMESSA

Questa seconda edizione del mio libro (la

prima edizione uscì nel 1989) è il frutto

di una ricerca (inizialmente inserita nel

censimento della flora spontanea protetta

dell’Emilia Romagna) da me intrapresa

circa 20 anni fa e si propone gli stessi

scopi della prima, cioè fornire un contributo

alla conoscenza delle orchidee

spontanee del Piacentino, ma soprattutto

far conoscere il grave stato di degrado

degli ambienti in cui queste piante vivono.

Essa, inoltre, deriva dalla consultazione

delle maggiori pubblicazioni specifiche

italiane ed europee, da cui ho appreso

numerosissime informazioni sulla vita

misteriosa di queste piante. Una sintesi

sull’ecologia delle orchidee viene fornita

nella parte iniziale. Tuttavia si rimanda

alla bibliografia finale chi intendesse

approfondire tale argomento.

Nel corso di questi ultimi anni ho raccolto

numerosi dati. Al fine di avere il quadro

della situazione provinciale e per dare

a questi dati una sistemazione di facile

consultazione, essi sono stati inseriti nel

reticolo della cartografia floristica dell’Europa

Centrale. Tale sistema è stato tratto

da “Materiali per una cartografia floristica

dell’Emilia Romagna” di A. Alessandrini e

C. Ferrari. L’intervallo della reticolazione

è di 6’ di latitudine e di 10’ di longitudine.

Questo modulo cartografico viene

denominato area di base ed è identificato

da due numeri relativi alla riga e da due

numeri relativi alla colonna.

Ogni area di base è suddivisa a sua volta

in quattro quadranti (1.2.3.4) di 3’ di

latitudine per 5’ di longitudine. I dati

sono stati inseriti nel reticolo, usando

tre simboli:

un bollino nero per evidenziare le

situazioni normali;

un cerchietto rosso per evidenziare

le situazioni dove

la rarefazione ha assunto dimensioni

preoccupanti;

una croce rossa per evidenziare

quelle specie che

non vengono più ritrovate da diversi

anni.

Per la rappresentazione del territorio

provinciale, è stata utilizzata l’ombreggiatura

orografica elaborata dal Servizio

Programmazione territoriale – urbanistica

dell’Amministrazione provinciale

di Piacenza.

Per poter ottenere questo quadro ho

eseguito numerosissimi controlli in vari

periodi delle stagioni. È bene comunque

precisare che questi dati non possono

considerarsi definitivi, ma saranno sicuramente

soggetti ad integrazioni nei

prossimi anni.

D’altronde, in una situazione complessa

e variabile come l’ambiente di collina

e di montagna, sarebbe pura utopia

pensare di aver visto e controllato tutto.

La nomenclatura si rifà a: “Orchidacee

d’Italia” (Grünanger, 2001), salvo alcune

varianti di cui mi sono servito per cercare

di identificare meglio la situazione

provinciale: di ciò ho dato spiegazioni

all’interno delle Note relative alle varie

specie. La descrizione di queste ultime è

stata corredata il più possibile da misure,

le quali non devono essere ritenute assolute,

ma possono variare sensibilmente da

un autore all’altro. A volte sono il frutto

di medie, su cui può influire il luogo o

l’andamento stagionale. La scheda è stata

quasi sempre completata da una Nota

e da uno Status; nella prima fornisco

notizie tecnico-scientifiche di carattere

generale o miei punti di vista sulla pianta

descritta; nel secondo fornisco notizie

sulla salute della specie, inerenti al territorio

provinciale.

E stato escluso l’uso dei nomi volgari per

diverse ragioni. Quasi sempre questi nomi

non trovano riscontro nei dialetti locali e

il più delle volte sono traduzioni fantasiose

dal latino all’italiano. Altro motivo di

questa scelta è stato quello di non creare

confusione in coloro che si avvicinano per

la prima volta al mondo della botanica.

Ho invece riportato, quando esistente,

almeno un sinonimo.

Per quanto riguarda le notizie riportate

nelle schede (escluse quelle di carattere

generale), esse sono tutte dedotte da osservazioni

fatte sul territorio piacentino.

LE ORCHIDEE

Parlando di orchidee, subito balza alla

mente l’immagine di grandi e vistosi fiori

che con le loro molteplici forme e con i

loro vividi colori sono sempre presenti

nelle grandi occasioni. Queste specie

vengono attualmente coltivate industrialmente

nelle serre. Allo stato spontaneo

vivono nelle foreste tropicali. Essendo il

suolo di tali foreste immerso nelle tenebre

eterne a causa della vegetazione molto

fitta, queste orchidee (epifite) si sono

adattate a vivere sulle chiome degli alberi

o nelle forcelle dei rami.

Più modeste nella forma, ma non meno

belle ed interessanti sono le orchidee

nostrane. Si tratta di piante terricole

(geofite), che solo in alcuni casi superano

i 50 cm di altezza. Nella maggioranza dei

casi i loro fiori sono piccoli e bisogna

osservarli da vicino per apprezzare tutta

la loro bellezza.

Si possono trovare un po’ dappertutto,

purché non siano troppo pressanti le

attività umane. I loro ambienti di elezione

restano comunque i luoghi aridi e soleggiati,

poveri di sostanza organica, su

terreno prevalentemente calcareo.

Fin dai tempi antichi queste piante hanno

affascinato l’uomo, tanto da attribuirgli

poteri magici e medicinali.

Le orchidee sembra siano apparse sulla

terra verso la fine dell’era terziaria, nel

Pliocene Superiore. In quei tempi anche

l’uomo muoveva i suoi primi passi verso

l’evoluzione.

Sono quindi piante molto giovani; l’enorme

variabilità presente nella famiglia andrebbe

pertanto messa in relazione ad un

fenomeno evolutivo ancora in atto.

La famiglia delle orchidee annovera approssimativamente

25.000 specie, divise

in circa 700 generi. Si parla inoltre di

moltissime specie ancora da classificare.

Fra le piante con fiori (fanerogame spermatofite)

è la seconda famiglia in ordine

di grandezza dopo le composite.

A seguito di forti cambiamenti di clima,

all’inizio dell’era glaciale, furono costrette

ad arretrare verso zone più calde. Le

condizioni climatiche diverse, ristabilitesi

nei periodi successivi alle glaciazioni,

permisero soltanto a poche specie di

riconquistare il terreno perduto. Pertanto

la grande maggioranza di queste piante

vive nelle zone caldo-umide della terra,

pur essendo presenti in tutte le parti del

globo, escluse le zone più fredde.

Morfologia

L’apparato radicale

Tutte le orchidee europee sono terrestri,

vengono perciò comunemente chiamate

“terricole” o “geofite”, al contrario delle

specie esotiche che sono “epifite” vivono

cioè nelle biforcazione degli alberi (le

radici di queste piante hanno la primaria

capacità di captare l’umidità dell’aria oltre

che di assorbire le sostanze nutritizie accumulate

in queste biforcazioni). Tuttavia

non mancano le eccezioni: una di queste

è rappresentata dai generi che appartengono

alla tribù delle Lipariane (Liparis,

Malaxis, Hammarbya), le quali vivono in

luoghi solitamente umidi, fra cuscini di

muschi, sfagni o aghi di abete; il loro apparato

radicale è formato da pseudobulbi.

Queste piante possono essere considerate

epifite. Altra eccezione è rappresentata

da Goodyera repens, specie considerata

emicriptofita: infatti le sue gemme foliari,

che si diramano dagli stoloni radicali, sono

visibili tutto l’anno.

Le radici delle specie terrestri svolgono

principalmente due azioni fondamentali

al fine di assicurare la sopravvivenza per

via vegetativa delle specie. La prima è

quella di ancorare saldamente la pianta al

terreno opponendosi all’azione meccanica

degli agenti atmosferici. La seconda ha

certamente più importanza nell’ecologia

di queste piante: è quella di permettere

l’accumulo di notevoli quantità di sostanze

di riserva.

Le orchidee, per loro natura, sono da

considerare piante pioniere perchè vivono

per lo più in terreni dove le condizioni di

vita ideali sono ristrette a brevi periodi

dell’anno. L’apparato radicale, pertanto, è

strutturato in modo da poter accumulare

nel più breve tempo possibile sostanze

provenienti dalla costante elaborazione,

16 17


Particolare della radice di Neottia nidus-avis

nelle foglie, di materiali organici, durante

il periodo vegetativo.

Se prendiamo, ad esempio, l’apparato

radicale di una Orchis o di una Ophrys a

fine fioritura, si noterà che è formato da

due tuberi. Uno scuro e raggrinzito, che

ha dato origine alla pianta dell’annata.

L’altro, chiaro e turgido, darà vita ad una

nuova pianta, l’anno successivo. All’inizio

dell’autunno, epoca in cui molte orchidee

emettono i primi abbozzi, con un attento

esame si potrà notare in questi la struttura

delle foglie, del fusto e dei fiori già formati.

A questo punto si può certamente

affermare che gran parte della vita delle

orchidee avviene sottoterra. Le capacità

delle radici non finiscono qui. Quando

le condizioni ambientali sono sfavorevoli,

possono sopravvivere per anni e anni senza

o quasi tradire la loro presenza. Quando

le condizioni di normalità vengono ristabilite

(es. il bosco viene tagliato e i raggi

del sole tornano a risplendervi), ecco che

il ciclo normale riprende e si hanno abbondanti

fioriture. Questi fenomeni sono

dovuti alla scarsa quantità di sostanze di

riserva accumulate. Si manifestano tutte le

volte che qualche agente esterno agisce

negativamente sul loro ciclo vitale.

Le forme sono più o meno rotondeggianti

nei generi Orchis, Ophrys, Himantoglossum,

Serapias, Anacamptis, Platanthera e

Traunsteinera; digitati o suddivisi in due

Particolare della radice di Dactylorhiza maculata

Particolare della radice di Corallorhiza trifida

o quattro parti nei generi Dactylorhiza,

Gymnadenia, Nigritella e Coeloglossum.

Sono fusiformi nei generi Spiranthes e

Pseudorchis. Nei generi Epipactis, Listera,

Cephalanthera e Limodorum, le radici sono

dei rizomi disposti orizzontalmente nel

terreno con numerose radici carnose. Il

rizoma in Corallorhiza e Epipogium è a

forma di corallo.

La forma certamente più curiosa è data

dall’apparato radicale del genere Neottia.

Esso infatti è costituito da numerose radici

carnose fittamente intrecciate.

Nell’antichità i tuberi di queste piante venivano

mangiati e gli si attribuivano poteri

magici. La presenza dei tuberi ovaliformi

delle specie del genere Orchis ha suggerito

originariamente il nome Orchis (dal greco

= testicolo), da cui deriva anche il nome

dell’intera famiglia.

Il fusto

Le orchidee sono piante erbacee perenni,

pertanto il loro fusto alla fine di ogni ciclo

vegetativo si dissecca e muore.

In alcuni casi bastano meno di due mesi

perché tale ciclo inizi, si sviluppi, si completi

e sparisca senza lasciare tracce in superficie.

Non è comunque raro osservare fusti

rinsecchiti di annate precedenti accanto a

nuovi individui in piena fioritura.

Il fusto non è ramificato e si presenta

costantemente eretto, cilindrico o angoloso.

L’altezza è molto variabile, va dai 5

ai 20 cm nelle specie alpine, dai 30-40

ai 60-70 nelle altre specie. In alcuni casi,

abbastanza rari, può superare il metro.

Questo è il caso di Epipactis helleborine

e di Gymnadenia conopsea var. densi flora.

Il colore è generalmente verde o leggermente

arrossato tranne che nelle specie

mico-saprofite; in questo caso il colore è

giallastro o bruno-violaceo. A volte è cavo,

come ad esempio in Dactylorhiza majalis.

Le foglie e le brattee

Nelle orchidee, come in tutte le piante

verdi, le foglie adempiono alla fondamentale

funzione della sintesi clorofilliana che

consente, mediante l’energia della luce

solare, la trasformazione di sostanze semplici,

quali l’acqua e l’anidride carbonica,

in sostanze organiche complesse utili allo

sviluppo del ciclo vitale. Pur mantenendosi

nelle caratteristiche generali delle monocotiledoni

a cui appartengono, le foglie

delle orchidacee hanno una morfologia

piuttosto variabile. La forma è sottile ed allungata

nelle specie alpine, ovale e lanceolata

nelle altre specie. Sono sempre intere

e glabre e, a seconda della posizione che

occupano sul fusto, si distinguono in basali

o caulinari. Le prime sono generalmente

più grandi, le seconde sono più piccole e

decrescono in grandezza dal basso verso

l’alto. Il colore varia, dal verde più o meno

scuro, al verde glauco delle Ophrys, al verde

con macchie nerastre o bruno-violacee

(es. Dactylorhiza maculata, Dactylorhiza

majalis e Orchis provincialis).

Fanno eccezione le foglie delle specie

micotrofiche le quali sono ridotte a scaglie

o guaine di colore violaceo o giallicce o

grigiastre. Se si osserva con una certa

attenzione una pianta di orchidea in fiore,

si può notare che, in corrispondenza dell’ascella

del peduncolo fiorale, vi è sempre

una specie di fogliolina, a volte più lunga

dello stesso fiore, a volte ridotta a piccola

scaglia: si chiama brattea. Questo organo,

apparentemente insignificante, ha una

funzione esclusivamente protettiva nei

confronti del fiore, soprattutto quando

questi è in boccio.

La sua forma rapportata a quella dei fiori

e degli ovari costitui-sce un importante

elemento diagnostico al fine di determinare

la specie.

18 19

e

b

h

Apparato radicale di: a-Epipogium aphyllum,

b-Orchis ustulata, c-Dactyloriza maculata,

d-Goodyera repens, e-Oprhys fuciflora,

f-Corallorhiza trifida, g-Epipactis helleborine,

h-Spirantes spiralis.

a

d

f

g

c

Il fiore

I fiori delle orchidee sono ermafroditi, cioè

sono formati da organi che producono

polline e organi che producono cellule uovo.

La struttura è di forma esclusiva, non ha

riscontri infatti in altre famiglie del Regno

Vegetale. L’involucro florale o perigonio

è costituito da sei pezzi disposti su due

piani di inserzione, in gruppi di tre. Tali

elementi vengono chiamati tepali; esterni

o interni a seconda della posizione che

occupano. Per semplicità alcuni autori usano

chiamare sepali i tepali esterni e petali

quelli interni. Il tepalo mediano interno è

sempre diverso e rappresenta la parte più

vistosa e più grande dell’intero fiore. Esso

si chiama labello e può essere intero o più

o meno lobato, come ad esempio nei generi

Dactylorhiza, Orchis, Anacamptis, ecc.

Può avere delle gibbosità e raffigurare le


sembianze di un insetto (es. nelle Ophrys)

oppure ricordare la forma di un corpo

umano (Aceras anthropophorum) o avere

una forma allungata anche di diversi cm

(Himantoglossum).

La colorazione è quasi sempre diversa dagli

altri tepali e può portare delle macchie o

disegni più o meno complicati. Tali disegni

concorrono ad accrescere la vistosità del

fiore ed una conseguente più facile individuazione

da parte degli insetti impollinatori.

Il labello infine è di primaria importanza

per la identificazione della specie.

a

c

e

b

d

Forme delle foglie: a-lineare, b-oblunga,

c-lanceolata, d-ellittica, e-ovata,

f-obovata.

f

6

2

9

8

Epipactis

1-Sepalo mediano; 2-Sepalo laterale;

3-Petalo; 4-Antera; 5-Rostello; 6-Stimma;

7-Ipochilo; 8-Epichilo; 9-Pollinio.

8

4

3

6

10

9

1

Orchis

1-Brattea; 2-Ovario; 3-Sperone; 4-Fauce

dello sperone; 5-Sepalo mediano; 6-Sepalo

laterale; 7-Petalo; 8-Lobo laterale del labello;

9-Lobo centrale del labello; 10-Ginostemio.

La resupinazione

Quando il fiore è in boccio, esso è parallelo

al fusto e orientato verso l’alto, ma appena

l’infiorescenza comincia ad allungarsi, il peduncolo

o l’ovario si orientano in modo più

o meno obliquo e nel contempo subiscono

una torsione di 180° da sinistra verso

destra, portando il fiore nella posizione

che ci è più familiare, ossia con il labello

girato verso il basso.

Tale fenomeno si chiama resupinazione;

tuttavia non avviene in tutte le specie. In

Nigritella nigra e in Epipogium aphyllum,

per esempio, il labello rimane girato verso

l’alto. In Malaxis monophyllos, orchidea

presente sulle Alpi, la rotazione è di 360°.

Dei meccanismi che fanno scattare questa

torsione non si sa ancora niente di preci-

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3

1

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Ophrys

1-Sepalo mediano; 2-Sepalo laterale;

3-Petalo; 4-Connettivo; 5-Becco; 6-Base

del labello; 7-Disegno; 8-Lobo laterale del

labello; 9-Lobo centrale del labello;

10-Appendice; 11-Stimma

Serapias

1-Casco perigoniale; 2-Ipochilo; 3-Epichilo;

4-Pelosità del labello; 5-Brattea; 6-Ovario

so, tuttavia è abbastanza evidente che la

posizione assunta dal labello è certamente

più comoda per gli insetti impollinatori e

facilita le operazioni di tale funzione.

Si può dire che funziona come sorta di

pista d’atterraggio. Va comunque ricordato

che anche nelle specie in cui non avviene la

torsione (es. Nigritella) le visite degli insetti

sono altrettanto abbondanti.

Le variazioni di colore

Se si osserva, ad esempio, una popolazione

di Orchis morio o di Orchis purpurea, si

potrà notare una sensibile variazione di

colore tra i vari esemplari. Queste diverse

intensità cromatiche sono dovute alla

diversa concentrazione di pigmenti (antociani)

e possono variare a causa di fattori

esterni, quali l’intensità di luce o il tipo

di substrato o anche per cause interne,

di origine genetica; possono interessare

solo parte del fiore (es. il labello) oppure

tutto il perianzio.

Si possono trovare esemplari completamente

decolorati, bianchi o con qualche

venatura giallastra o verdastra, dovuta alla

presenza della clorofilla. Anche le logge

polliniche sono depigmentate e lasciano

trasparire il colore dei pollinii.

Questo caso di albinismo prende il nome

di Apocromia e può interessare anche

le foglie: ad esempio possono sparire le

macule fogliari in Dactylorhiza fuchsii.

Si possono trovare inoltre esemplari con

colorazioni più intense di quella tipica

della specie: in questo caso il fenomeno

è chiamato ipercromia. Un tempo queste

forme, soprattutto quelle apocrome,

venivano descritte come vere e proprie

sottospecie o varietà e ricevevano nomi

latini quali: alba, albiflora, nivea, viridis o

virescens. Attualmente i ricercatori tendono

ad attribuire scarsa importanza sistematica

a tali fenomeni.

Le anomalie di forma

Altri fenomeni più rari, ma molto interessanti,

sono le anomalie di forma: si trovano

infatti individui in possesso di anomalie

genetiche in grado di originare individui

mostruosi detti lusus. Tali alterazioni si

possono manifestare su alcune o su tutte

le parti del fiore. Ad esempio, ogni parte

del fiore può essere mancante o molti-

Variazioni di colore: a-Epipactis muelleri depigmentata,

b-Dactylorhiza maculata con colorazione

più intensa rispetto alla forma tipica.

a b

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1

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a

b

c

d

plicata, saldata con altre o deformata. Le

cause di tali fenomeni sono da ricercarsi

in fattori genetici interni, oppure sono

originati da elementi esterni, quali una

gelata tardiva, una malattia o danni provocati

dall’inquinamento. Attualmente questi

fenomeni vengono studiati attentamente

dagli esperti perchè possono fornire importanti

dati sulle tappe evolutive delle

specie.

Gli organi riproduttivi

Come tutti i fiori delle angiosperme, anche

quelli delle orchidee contengono gli

organi riproduttivi maschili (androceo) e

femminili (gineceo).

Tali organi sono fusi assieme (caratteristica

unica delle orchidee), assumono una posizione

colonnare centrale rispetto all’asse

fiorale e sono collocati sopra il labello. Tale

insieme è chiamato ginostemio (o ginostegio

o ginandro). Quasi tutte le orchidee

italiane appartengono alla sottofamiglia

delle Monandre, quelle specie cioè che a

seguito dell’evoluzione si sono ridotte ad

avere un solo stame fertile. L’unica orchidea

italiana ad avere due stami fertili è la

ben nota Cypripedium calceolus o Scarpetta

di Venere e appartiene alla sottofamiglia

delle Diandre.

I grani di polline anziché pulverulenti sono

agglutinati (salvo alcuni casi) e formano

due piccole masse dette pollinii. Tali organi

sono posti nelle logge dell’antera e sono

collegati ad una ghiandola vischiosa detta

viscidio o retinacolo, tramite due piccoli

filamenti chiamati caudicole.

Il viscidio ha lo scopo di fare aderire i

pollinii al capo degli insetti, quando questi

si posano sul fiore per succhiare il nettare.

Il rostello, presente in quasi tutte le orchidee,

ha il compito di impedire che i pollinii

vengano a contatto con lo stimma evitando

in questo modo l’autoimpollinazione.

In certe specie autogame, il rostello è assente

o rudimentale (es. in alcune specie

di Epipactis). Lo stimma è una specie di

fossetta posta alla base del ginostemio.

L’ovario è intero, posto cioè alla base degli

organi fiorali e può essere scambiato per

un peduncolo; è monoculare, gli ovuli

sono numerosissimi e sono fissi su tre

placente; reca all’esterno da 3 a 6 costole

longitudinali e per mezzo della spaccatura

di queste costole si ha la fuoriuscita dei

semi maturi.

Anomalie di forma in: a-Serapias vomeracea, b-

Ophrys benacensis, c-Nigritella rhellicani, d-Himantoglossum

adriaticum, e-Oprhys fuciflora.

L’impollinazione

Come si è già accennato, l’impollinazione

avviene nella stragrande maggioranza dei

casi per via entomofila. Gli insetti interessati

a questo sono lepidotteri, imenotteri

e ditteri. Per attirare tali insetti le orchidee,

nel corso dei millenni, evolvendosi, hanno

messo a punto dei meccanismi altamente

specializzati; infatti questo compito viene

demandato, a seconda dei generi o delle

specie, a uniche o a poche specie di in-

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e

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11

Ginostemio di Orchis

1-Connettivo; 2-Antera; 3-Loggia dell’antera;

4-Pollinio; 5-Piega del rostello; 6-Caudicola;

7-Retinacolo; 8-Bursicula; 9-Rostello;

10-Stimma; 11-Fauce dello sperone.

1

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5

6

setti. Ad esempio nei generi Anacamptis,

Gymnadenia, Platanthera, certe farfalle

in possesso di una lunga proboscide

(spiritromba) nel tentativo di succhiare il

nettare che si trova in fondo al lungo sperone,

fanno pressione con il capo contro i

retinacoli; questi faranno aderire i pollinii

al capo dell’insetto.

Dopo aver terminato la sua azione predatrice,

l’insetto volerà via con i pollinii

attaccati rivolti verso l’alto. Pochi secondi

dopo le caudicole perdono di rigidità e

si piegano in avanti portando i pollinii in

posizione orizzontale; in questo modo

entreranno facilmente in contatto con lo

stimma di un altro fiore della stessa specie,

quando l’insetto tenterà di succhiare

il nettare. Il metodo di attirare gli insetti

con la produzione di sostanze zuccherine

(nettare) o con la colorazione più o meno

vistosa o con lo stesso profumo del fiore

è un fenomeno assai diffuso anche in altre

specie del Regno Vegetale.

Un metodo invece estremamente interessante

è quello messo a punto dalle specie

del genere Ophrys. Tali specie, non avendo

nettare, attuano un vero e proprio inganno

ai danni di certi insetti.

Il labello assomiglia nella forma, nella colorazione

ed anche nell’odore emesso dal

fiore, all’addome della femmina di certe

specie di imenotteri.

I maschi, attirati da questa falsa femmina,

ma soprattutto dall’odore emesso, tentano

di accoppiarsi. Durante questo falso

accoppiamento (pseudo-copulazione),

il capo dell’insetto viene a contatto con

i pollinii e avrà così inizio il meccanismo

del trasporto dei pollinii che permetterà

l’impollinazione di un nuovo fiore.

Il merito di aver chiarito il fenomeno dell’impollinazione

incrociata delle orchidee,

va al grande naturalista inglese C. Darwin

(1800-1882) padre dell’evoluzionismo.

L’autoimpollinazione

In certe specie di Epipactis (es. E. muelleri),

l’impollinazione avviene con il polline

prodotto dallo stesso fiore (autoimpollinazione).

Queste specie sono caratterizzate

dalla mancanza o dalla riduzione del

rostello; i pollinii inoltre, anzichè essere

compatti, sono pulverulenti: in tal modo

possono cadere sullo stimma.

Altra specie dove può avvenire l’autoimpollinazione

è Ophrys apifera; quando i


fiori sono aperti, se non vengono visitati

dagli insetti in un tempo piuttosto breve,

le caudicole, essendo molto sottili, si

seccano e si ripiegano, facendo uscire i

pollinii dalle loro logge; a seguito di questo

ripiegamento i pollinii andranno a toccare

lo stimma.

Osservare questo fenomeno da noi non

è molto comune: infatti questa specie

viene spesso visitata dagli insetti. Sembra

tuttavia che tale fenomeno sia l’unico a

garantire l’impollinazione degli individui

presenti a nord delle Alpi, dove mancano

gli insetti pronubi.

In Neottia nidus-avis l’impollinzione entomofila

può avvenire soltanto nei primi

giorni dell’apertura del fiore, dopo di che

la ghiandola vischiosa perde la sua capacità

adesiva. A questo punto i pollinii si

ripiegano fino a toccare lo stimma.

Sempre in Neottia nidus-avis e in Epipogium

aphyllum, specie micotrofiche, l’autoimpollinazione

può avvenire in condizioni

estreme. Queste orchidee, in presenza di

condizioni avverse, possono svolgere il

loro ciclo vitale completamente sotto terra

e conseguentemente fiorire, autoimpollinarsi

e fruttificare.

Infine, in certe specie di Epipactis, Cephalanthera,

Limodorum, la fecondazione può

avvenire quando i fiori sono ancora chiusi;

in questo caso si ha il fenomeno della

cleistogamia. Una volta avvenuta la fecon-

a-Fiore di Gymnadenia conopsea con insetto

impollinatore, b-fiore di Ophrys insectifera

con insetto impollinatore, c-fiore di Orchis

coriophora con insetto impollinatore, d-fiore

di Epipactis con insetto impollinatore.

a b

Impollinazione: a-Insetto impollinatore su Orchis coriophora fragrans, b-Farfalla su Nigritella

rhellicani.

dazione, i tepali possono seccare senza

essersi aperti. Trovare infatti esemplari di

queste specie con i fiori completamente

aperti è un evento assai raro.

d

c

a

b

La germinazione

A seguito della fecondazione si ha una

notevole produzione di semi. Darwin in

un ovario maturo di Dactylorhiza maculata

contò 6.200 semi. Se germinassero tutti i

semi di una D. maculata (sempre secondo

Darwin), basterebbero solo quattro generazioni

per coprire tutte le terre emerse.

Ma un così alto numero di semi compensa,

in parte, le difficoltà di germinazione. Essi

infatti sono piccolissimi e leggerissimi:

facilmente trasportati dal vento, non

contengono o quasi sostanze di riserva.

Pertanto, per poter germinare, hanno bisogno

di un apporto di sostanze nutritizie

che provenga dall’esterno: questo apporto

avviene grazie alla simbiosi con minuscoli

funghi endoparassiti, appartenenti per lo

più al genere Rhizoctonia.

Dall’incontro tra seme e fungo si apre una

fase nella quale i due contendenti cercano

di avere il sopravvento. Se il seme riesce

a fagocitare completamente il fungo,

morirà per mancanza di nutrimento; vi

sarà comunque la morte del seme, anche

se è il fungo ad avere il sopravvento. Un

certo equilibrio si ha soltanto se il seme,

per mezzo del fungicida che contiene,

riesce a limitare la presenza del fungo a

sue certe parti. In questa fase ha inizio

la germinazione e si origina un rapporto

che avvantaggia entrambi i contendenti.

Inizia così per questa compagnia un lungo

e difficile periodo verso la formazione di

una nuova pianta: per certe specie infatti

occorrono 6-7 o persino 15 anni prima

che la nuova pianta sia in grado di portare

a fioritura i primi fiori. Rimangono a tutt’oggi

numerosi lati oscuri sul fenomeno

della simbiosi, tuttavia sembra che per le

orchidee a foglie verdi tale simbiosi duri

per il periodo necessario alla formazione

di un piccolo tubercolo e alla conseguente

formazione di foglie. Una volta in grado

di fotosintetizzare, la pianta è in grado di

svilupparsi da sola.

Nelle specie micotrofiche (Limodorum

abortivum, Neottia nidus-avis, Epipogium

aphyllum, Corallorhiza trifida) non avviene

la fotosintesi, pertanto si serviranno per

tutta la loro vita dell’apporto nutritizio

dato da questi funghi.

La scoperta di questo particolare sistema

di germinazione si è avuta soltanto

all’inizio di questo secolo, per merito del

botanico francese Noël Bernard, il quale,

osservando al microscopio dei semi di

Neottia in fase di germinazione raccolti

accanto alla pianta madre, scoprì che

questi erano inframmezzati da minuscoli

filamenti fungini.

A seguito di questa scoperta, la scienza

moderna ha messo a punto dei sistemi di

germinazione artificiale che trovano largo

impiego industriale nella produzione di

piante ornamentali. Tali tecniche vengono

per lo più applicate alle specie esotiche,

le quali, essendo più vistose, sono più

appetite dal mercato.

Oltre alla propagazione per mezzo dei

semi esse hanno messo a punto sistemi

vegetativi per consentire la propagazione

della specie (fenomeno comune anche a

molte altre specie del Regno Vegetale).

Alcune producono due tuberi anzichè uno,

come per esempio nel genere Serapias. In

Goodyera repens si ha l’emissione di stoloni

radicanti. Altre specie (es. Epipactis) si

moltiplicano producendo germogli per

mezzo dei rizoma.

24 25

7

8

Il ciclo vitale

1) Apertura delle capsule a maturazione;

2) Dispersione dei minutissimi semi; 3)

Semi fortemente ingranditi; 4) I semi

giunti nel terreno ricevono l’apporto nutrizionale

dal fungo micorizzico, fino alla

formazione delle prime foglie verdi; 5-6)

Prima che abbia luogo la fioritura la nuova

pianta si rafforza per alcuni anni, secondo

il ciclo annuale; 7) Fioritura; 8) Insetto

impollinatore.

1

6

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4

Ciclo vitale

3

5


PROTEZIONE E CAUSE DI RAREFAZIONE

Con l’avvento dell’era moderna ed

industrializzata e con il conseguente

fenomeno dell’inquinamento e degrado

ambientale si è andata formando in un

parte sempre più vasta della popolazione

mondiale, una mentalità di protezione

della natura in generale e in special modo

di parte di essa.

Questa mentalità è stata recepita da alcuni

governi che hanno legiferato in merito.

Purtroppo sono ancora pochi gli Stati

che si sono dati queste misure di protezione.

Per quanto riguarda l’Europa, nella

protezione della flora e delle orchidee in

particolar modo vi è un enorme ritardo

nella legislazione nazionale dei paesi del

sud rispetto a quelli del nord.

Negli stati del nord la protezione è totale

o parziale a seconda delle specie. Nei

paesi dell’area mediterranea non vi sono

ancora leggi specifiche in merito. La mancanza

è tanto più grave se si pensa che

per alcune specie gli esperti prevedono

non più di 10 o 20 anni di vita. In certi

Stati del Medio Oriente i tuberi delle

orchidee vengono essiccati al sole e se

ne trae una farina chiamata “salep” che

serve per aromatizzare ed addensare il

latte. Questi fatti sembrano, per fortuna,

in regresso; tuttavia hanno portato molte

specie sull’orlo dell’estinzione. In Italia la

tutela in materia floristica è demandata

alle Regioni.

La situazione italiana rispecchia a tutt’oggi

l’andamento appena descritto. Diverse

Regioni e alcune Province, in modo autonomo,

da più di un ventennio hanno

affrontato il problema, anche se in modo

difforme da regione a regione. Questo,

tutto sommato, può essere un fatto positivo

perché, nel formulare le proposte

di legge, si sarà certamente tenuto conto

delle varie situazioni locali, cosa che non

sarebbe stata possibile con una legge a

livello nazionale. Alcune Regioni del sud

non hanno ancora provveduto ad emanare

leggi di protezione, forse perchè in

quei luoghi l’agricoltura intensiva è meno

praticata che nel nord Italia e i centri industrializzati,

con i conseguenti fenomeni

di inquinamento, sono meno presenti; ma

soprattutto perchè al sud la pastorizia è

ancora un’attività sufficientemente diffusa.

Sembra infatti paradossale, ma proprio là

dove è presente il pascolo, vi è la maggior

presenza di orchidacee, proprio perchè

il manto erboso viene mantenuto rasato

e le piante arbustive sono contenute in

spazi limitati. Le orchidee non vengono

mangiate dagli animali al pascolo. Un

certo danno può derivare dal calpestio,

laddove il carico di animali è eccessivo;

tuttavia il calpestio non provoca quasi mai

la morte delle piante e, comunque, questo

fatto ha scarsissima incidenza agli effetti

della rarefazione.

Per quanto riguarda la nostra Regione, nel

1977 è stata emanata una legge (L.R. n. 2

del 24-1-1977) che tutela integralmente

tutta la famiglia delle orchidee.

Un’altra causa, oltre a quelle già citate,

della sparizione e della rarefazione di

molte specie è senz’altro l’abbandono

da parte dell’uomo di certe attività agropastorali

che per centinaia e centinaia di

anni avevano mantenuto in uno stato di

semi-naturalità la montagna e vaste zone

della collina.

La pulizia dei boschi, il taglio annuale

dei prati, lo sfruttamento dei canneti, la

transumanza, il pascolo estensivo sono

tutte attività a cui è legata la vita delle

orchidee: in un bosco troppo fitto non

possono vivere perchè non vi penetra

luce sufficiente; un prato abbandonato si

trasforma in breve tempo in un ammasso

di sterpaglie dove le orchidee vengono

soffocate.

Le specie più gravemente minacciate sono

quelle che hanno come loro biotopo

naturale le zone umide (torbiere); questi

luoghi sono stati quasi totalmente distrutti

ad opera dell’uomo con prosciugamenti

per far posto all’agricoltura o con la deviazione

dell’acqua delle sorgenti per immetterla

negli acquedotti. In questo modo, ad

esempio, è stata completamente distrutta

negli ultimi 40-50 anni la popolazione

orchidacea presente in Val Padana.

L’era motorizzata ha portato con sè

la moda della gita in campagna, della

riscoperta della natura. Purtroppo, per

molti di questi “naturalisti estemporanei”

che si riversano ogni fine settimana sulle

colline e in montagna, natura significa

abbandonare i propri rifiuti e fare dei bei

mazzi di fiori, fra cui molte orchidee, da

portarsi a casa.

Situazione nel Piacentino ed eventuali

forme di prevenzione

Prendendo in esame i dati di questa ricerca

e confrontandoli con la situazione

esistente in altre parti d’Italia (per esempio

in vaste zone della Liguria), ci si rende

conto che a tutt’oggi la situazione della

popolazione orchidacea del Piacentino,

tutto sommato, può definirsi soddisfacente.

Sull’Appennino, attorno ai 1000

m, si trovano specie rarissime, tipicamente

alpine, come Dactylorhiza traunsteineri,

D. majalis e Nigritella rhellicani. Nelle

vallate dove si incanalano correnti di aria

calda provenienti dal vicino mar Ligure, si

trovano specie tipicamente mediterranee

come, ad esempio, Orchis papilionacea

e O. anthropophorum. Tuttavia, se c’è

da essere soddisfatti per il numero di

specie trovate, qualche preoccupazione

sorge analizzando i dati caso per caso.

Si può notare che parecchie di queste

specie sono presenti in poche o in uniche

stazioni e, in alcuni casi, con pochissimi

esemplari.

Benchè la situazione attuale, come si è

detto, sia abbastanza buona, si notano

segnali molto preoccupanti di un costante

e repentino regresso. In numerose

stazioni con popolazioni ancora in buono

stato, si può notare come alcune specie,

soprattutto le più basse, abbiano difficoltà

a sbucare in mezzo all’alto strato di graminacee

secche e appressate al terreno dalle

nevicate. In molti casi le infiorescenze

rimangono aggrovigliate e pertanto non

riescono a portare a maturazione i semi.

Si può quindi affermare che anche nel Piacentino

le orchidee abbiano ormai perso

quasi completamente i loro amici naturali

e il fenomeno regressivo stia diventando,

pertanto, irreversibile.

La pastorizia è un’attività quasi ovunque

abbandonata e ristretta solo a poche zone

dell’Appennino. L’abbandono da parte

dell’uomo di vaste zone della montagna

appenninica, fenomeno cominciato già

prima della seconda guerra mondiale e

proseguito sino ai giorni nostri, è ancora

in atto. Pertanto in queste zone non

vengono più eseguite le attività atte a

contenere l’avanzata delle sterpaglie. Un

altro fatto negativo è stata l’introduzione,

o comunque la proliferazione in vaste zone

del nostro territorio, del cinghiale. Questo

animale, nel tentativo di procurarsi il

cibo, stravolge con la sua proboscide la

cotica erbosa delle praterie di montagna,

sradicando conseguentemente tutti i bulbi

che vi si trovano. In particolare, si è notato

che i tuberi di alcune specie (Dactylorhiza

sambucina, Traunsteinera globosa) vengono

costantemente mangiati.

A 14 anni di distanza dalla mia precedente

pubblicazione sulle orchidee, sono in

grado di fare dei raffronti e di trarre delle

conclusioni.

Rispetto al 1989, novità, riguardanti le

orchidee, ce ne sono state: per esempio,

alcune specie hanno cambiato nome:

Nigritella non si chiama più Nigra, ma

Rhellicani; Dactylorhiza latifolia è ritornata

a chiamarsi Sambucina; il genere Aceras è

sparito, perché l’unica specie del genere,

A. anthropophorum è stata reinserita nel

genere Orchis; è stata descritta una nuova

specie per la scienza, Epipactis placentina.

Ho segnalato il ritrovamento in provincia

di dieci nuove specie, tra le quali spiccano

Epipactis gracilis, Epipactis viridiflora,

Himantoglossum hircinum, che con la presenza

sul nostro territorio segnano il loro

limite settentrionale.

Accanto a queste poche buone notizie,

ce ne sono tante altre tutte, purtroppo,

negative. Da anni non trovo più Orchis

laxiflora, O. anthropophora, Pseudoorchis

albida. Inoltre O. papilionacea era presente,

nel 2001, con un solo esemplare.

Nigritella rhellicani ha visto ridurre la sua

presenza a poche decine di esemplari.

Dactylorhiza sambucina e O. morio, specie

che solo 14-15 anni fa erano ancora presenti

in modo decisamente abbondante,

oggi sono a rischio estinzione, a causa

di una sempre più massiccia presenza

del cinghiale. Quest’ultimo, che fino a

pochi anni fa si cibava soltanto di bulbi

di una certa consistenza (orchidee, lilium,

ornitogalum), non trovando di meglio da

mangiare, è tornato di nuovo a scavare

negli stessi luoghi, non per mangiare

orchidee (non ce ne sono più), ma per

cibarsi di quello che è rimasto: bulbi di

Tulipa sylvestris subsp. australis, crocus

sp., lasciando, dopo queste ultime scorribande,

un manto erboso che non riesce

più a ricostituirsi. Al suo posto, crescono

26 27


igogliose, forse avvantaggiate da mutate

condizioni climatiche, certe piante definite

specie ruderali (ortiche, bardane,

ecc), creando quelle condizioni che gli

esperti definiscono “banalizzazione del

territorio”: poche specie che crescono a

dismisura a scapito della normale diversità

biologica.

Nel corso di questi anni, ho spesso elencato

quali sono stati i disastri compiuti

dai cinghiali; tuttavia anche se questo è

stato e rimane un gravissimo problema,

sarebbe disonesto addossare a questo

animale tutte le colpe. Infatti la trasformazione

del territorio con l’avvento dell’era

industriale, lo spopolamento sempre più

evidente di vaste zone, la conseguente

mancanza di animali al pascolo, il mancato

sfalcio dell’erba e la mancanza di pulizia

nei boschi sono le cause che, al pari del

cinghiale se non di più, contribuiscono a

portare all’estinzione tantissime specie e

non solo di orchidee.

Questi problemi erano a me ben noti già

verso la metà degli anni Ottanta, quando,

con dei piccoli esperimenti, mi accorsi che

bastava tagliare arbusti ed erba da una

determinata area per veder rispuntare

rigogliose, nel giro di pochi d’anni, specie

che altrimenti sarebbero rimaste soffocate.

Forte di queste convinzioni, mi attivai

per dimostrare all’opinione pubblica che i

problemi di rarefazione non dipendevano

dalla raccolta, come allora si pensava o

come probabilmente qualcuno pensa

ancora, ma dai problemi sopra elencati.

Porto due esempi.

Dopo aver individuato una zona altamente

a rischio, ma con una presenza ancora

straordinaria di biodiversità, situata a

Nord dei Groppi di Lavezzera (Ferriere),

ho raccolto il consenso dei proprietari

(non è stato facile perché sono numerosi,

nonostante l’area sia estenda per poche

migliaia di metri quadrati) per mantenere

la zona sgombra da erbe ed arbusti infestanti.

Già il primo anno di intervento

si sono notati i primi risultati: le specie

sono ritornate ad assumere la loro forma

abituale, mentre prima risultavano alterate

nelle loro caratteristiche abituali a causa

dell’enorme accumulo di erba. Il secondo

e terzo anno si è notato un sensibile aumento

di esemplari a fiore.

In una stazione dove vivevano in condizioni

estreme non più di 10 esemplari a

fiore di Himantoglossum adriaticum, ci si era

accorti che sotto alle macchie di ginestre

e sterpaglie varie vi erano numerose foglie

molto allungate e di colore innaturale,

sintomo di mancanza di luce. Dopo un intervento

di pulizia, mirato all’asportazione

dei rovi e di alcune macchie di ginestre,

oggi si può notare la magnifica fioritura

di oltre 150 esemplari.

Dopo aver fatto il quadro della situazione,

positivo da una parte ma estremamente

drammatico dall’altra, occorre

urgentemente pensare al da farsi. Molte

volte, nell’affrontare i problemi, si rimane

arroccati dietro una mentalità ormai

superata, favorita però da carenze legislative.

In questo caso sarebbe auspicabile

un’incentivazione del pascolo che oltre

ad essere redditizio, concorrerebbe a

mantenere inalterato l’ambiente. Sarebbe

senz’altro importante l’opera di gruppi di

volontari che, con modesti e mirati sacrifici,

darebbero un contributo notevole

soprattutto nel mantenere pulite le zone

di maggior interesse.

Questa modesta esposizione della situazione

provinciale non ha certamente la

pretesa di offrire spiegazioni definitive a

tutti i problemi; probabilmente esistono

altri sistemi per rallentare la rarefazione.

Quello che più conta, però, è agire e agire

subito, qui da noi come in tante altre parti.

In caso contrario, all’uomo tecnologico

non rimarrà che prendere atto, anno dopo

anno, di questa o di quella sparizione.

Così diventeremo ogni giorno sempre

più poveri, poveri di quello straordinario

patrimonio genetico datoci in prestito da

madre natura, prestito che noi non saremo

riusciti a tramandare ai nostri figli.

In conclusione, se si vorrà salvare una

testimonianza floristica e tramandarla

alle future generazioni, si dovranno individuare

le aree più interessanti (questo è

già possibile grazie ai censimenti floristici

fatti nel decennio scorso) e provvedere,

senza indugi, a tagliarvi annualmente

l’erba e a contenere l’avanzata di arbusti

(tutto ciò, naturalmente, andrà fatto nel

periodo di riposo di queste piante: fine

agosto, settembre). Inoltre, si dovrà

affrontare la questione cinghiale: non

risolvere questo problema, renderebbe

vana qualsiasi altra azione. Dopo quanto

sopra esposto, mi sembra chiaro che non

vi è più tempo da perdere: la sparizione

certa di O. laxiflora, O. anthropophora e

forse di P. albida, sono un segno tangibile

delle nostre inadempienze.

I G E N E R I

P R E S E N T I

N E L L A

P R O V I N C I A

28 29

D I

P I A C E N Z A


EPIPACTIS ZINN 1757

Il nome generico Epipactis è di origine incerta. Secondo alcuni autori Epipactis era il

nome che i greci davano ad una specie di elleboro. Da ciò è stato tratto il nome di un

nuovo genere di orchidee chiamato Helleborine per la somiglianza delle foglie con quelle

dell’elleboro bianco o veratro. Genere essenzialmente euroasiatico, ma con alcune

presenze in Africa e in America. Secondo gli esperti il genere sarebbe arretrato, nel

corso dell’ultima glaciazione, pressappoco al di sotto della linea del 40° parallelo. Con

l’arretramento dei ghiacci cominciato circa 12 o 13 mila anni fa, la faggeta con le sue

consociazioni vegetali comincia una lenta risalita verso nord: fra queste specie vi sono

anche le Epipactis, che riconquistano praticamente quasi tutta l’Europa. Attualmente

questo genere viene ritenuto in piena evoluzione; ciò giustifica la grande variabilità

presente. Il genere si suddivide in 2 sezioni; la prima sezione (Arthochilium Irmisch) si

contraddistingue per la forma del labello articolato in 2 parti: ipochilo con lobi laterali;

epichilo mobile. Appartengono a questa sezione 2 sole specie di cui una sola è

presente in Italia (E. palustris (L.) Crants.). La seconda sezione (Euepipactis Irmisch) si

contraddistingue per avere l’ipochilo a forma di coppa senza lobi laterali e l’epichilo non

articolato, ma ben fissato all’ipochilo, e vi appartengono tutte le altre specie. Queste

specie vengono definite autogame o allogame a secondo del tipo di impollinazione che

attuano: le prime si contraddistinguono per la mancanza di un rostello efficace, privo

cioè di quell’elemento utile per far aderire il polline al capo dell’insetto vettore (viscidio) e

pertanto il polline sarà disgregato, polverulento e cadrà liberamente sulla parte femminile

del fiore (stimma), dando vita all’autoimpollinazione, come avviene per esempio in E.

muelleri; le seconde si contraddistinguono per avere un rostello efficace. In queste ultime

l’impollinazione avviene per allogamia: il polline viene trasportato da un fiore all’altro da

insetti, come avviene solitamente in E. helleborine. Avviene non di rado che anche in specie

attrezzate perfettamente per l’impollinazione incrociata, in condizioni estreme, il polline

si disgreghi e cada sullo stimma; questo evento può avvenire ancora quando il fiore è

in boccio (cleistogamia). La valutazione errata di questi fenomeni ha portato nel corso

di questi anni a segnalazioni di specie poi rivelatesi errate. Credo che al fine di una più

attenta determinazione sia necessario tenere maggiormente in considerazione la forma

del ginostemio anzichè il modo in cui esso funziona. Queste forme di impollinazione

e la scarsa specializzazione dei fiori, visitati da innumerevoli specie di insetti, portano a

un’altissima produzione di semi. Il genere si caratterizza per avere la parte ipogea a forma

di rizoma verticale o orizzontale con numerose radichette secondarie; brattee fogliacee ±

allungate; ovari peduncolati; fiori ± penduli; sepali generalmente verdi un po’ più lunghi

dei petali; labello diviso in 2 parti, ipochilo emisferico solitamente nettarifero, epichilo

a forma generalmente cordata terminante con punta dritta o ribattuta. Questo genere

ha attirato su di sé, negli ultimi 20 anni, l’attenzione di molti studiosi al punto che le 9

specie riportate nella “Flora europea” (Moore, 1980) sono diventate oggi più di 65 tra

specie e sottospecie, di cui circa una quindicina sono segnalate per l’Italia. Numero per

altro destinato ad aumentare visto alcuni lavori in avanzata fase di studio. In provincia

di Piacenza sono presenti 10 entità.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Fiori rosso violacei, foglie distiche .................................................................. E. atrorubens

Fusto robusto, foglie piccole, eretti abbraccianti il fusto .......................... E. distans

Foglie da 2 a 5, piccole inserite nella parte alta del fusto,

ovario fusiforme con pedicello arquato ............................................... E. gracilis

Pianta allogama, fiori aperti, foglie piane ovale-rotondeggianti ............. E. helleborine

Fiori allogami, foglie verde chiaro, epichilo generalmente

piegato all’indietro .................................................................................... E. leptochila

Pianta per lo più esile, foglie disposte a spirale non più

lunghe di 3 cm, labello biancastro ........................................................ E. microphilla

Fiori verde-giallicci, foglie coriacee con margine ondulato,

ipochilo rosso o marroncino all’interno ............................................... E. muelleri

Ipochilo munito di 2 lobi laterali, epichilo mobile ....................................... E. palustris

Fiori rosei o rosso magenta, epichilo a forma triangolare piano

o con bordi rialzati .................................................................................... E. placentina

Foglie piccole sfumate di viola soprattutto nella pagina inferiore ........... E. viridiflora

CEPHALANTHERA L.C.M. RICHARD 1817

Il nome generico Cephalanthera è di origine greca e sembra sia stato ispirato dalla

forma globosa dell’antera. Si tratta di uno dei generi più primitivi. E’ piuttosto affine

al genere Epipactis per alcuni caratteri: la struttura dell’apparato radicale formato da

un rizoma ± robusto; la forma del labello diviso in 2 parti (ipochilo-epichilo); l’impollinazione

che può avvenire sia per via allogama che autogama. Differisce dal genere

Epipactis per l’ovario subcilindrico non peduncolato e per la colonna più allungata.

Genere principalmente euro-asiatico, comprende 15 specie. In Italia sono presenti 3

specie, tutte presenti anche in provincia di Piacenza:

C. damasonium (Miller) Druce

C. longifolia (L.) Fritsch

C. rubra (L.) L.C.M. Richard

Nota

I fiori di queste specie restano generalmente socchiusi o comunque raramente aperti.

Tali fiori sono perfettamente attrezzati per la fecondazione incrociata, tuttavia solo

raramente vengono visitati da insetti pronubi. Spesso il polline cade sullo stimma

quando il fiore è ancora in boccio, prima che gli insetti impollinatori possano accedervi.

Pertanto vanno ritenute specie tendenzialmente autogame. Certi autori ritengono

trattarsi di specie avviate per evoluzione verso la cleistogamia.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Fiore bianco-giallastro, infiorescenza pauciflora, foglie ovali............ C. damasonium

Fiore bianco puro, foglie strette e rigide, brattee molto corte......... C. longifolia

Fiori rosa, ovario pubescente, epichilo appuntito .............................. C. rubra

Epipactis placentina

Bongiorni & Grünanger 1993

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LIMODORUM BOEHMER 1760

Per quanto riguarda la derivazione del nome vi sono opinioni e pareri contrastanti.

Limodorum deriverebbe dal nome greco leimodoron che significa dono del prato. Questo

genere comprende tre sole specie: L. abortivum (L.) Swarts; L. trabutianum Battandier;

L. brulloi Bartolo & Pulvirenti. In provincia è presente solo L. abortivum. Si tratta di

una specie micotrofica. Per sviluppare il ciclo vitale la pianta vive in simbiosi con un

fungo endotrofico. La clorofilla è ridotta al minimo. Non sono ancora chiari i rapporti

troficonutrizionali che intercorrono tra questa specie e le specie arboree. L’apparato

radicale è formato da un breve rizoma con numerose radici carnose.

NEOTTIA GUETTARD 1750

Il genere Neottia è formato da un numero esiguo di specie (8). L’unica conosciuta in

Europa e in Italia è N. nidus-avis (L.) L.C.M. Richard. Il nome Neottia viene dal greco

e significa “nido”; esso trova riscontro nella forma delle radici: queste infatti sono

intrecciate a forma di “nido”. Si tratta di specie micotrofica, si nutre per via eterotrofa,

consumando sostanze organiche presenti nel terreno e traendo inoltre alimento da

un fungo (Rhizomorpha neottiae). Tale fungo è presente vicino a radici marcescenti.

La pianta è in grado di diffondersi per via vegetativa.

EPIPOGIUM GMELIN EX BORCKHAUSEN 1792

Il nome generico Epipogium deriva dalle parole greche epi, sopra e pogon, barba e

fa riferimento alla posizione del labello che, non essendo resupinato, si trova girato

in alto. Infatti dai botanici antichi il labello veniva chiamato barba. Al genere sono

assegnate due sole specie di cui una sola è presente in Europa: E. aphyllum Swartz. Si

tratta di una specie micotrofica. La parte sotterranea è formata da un rizoma coralliforme

munito di stoIoni filiformi, per mezzo dei quali avviene la propagazione per via

vegetativa. All’apice di questi si formano dei bulbilli che staccandosi daranno vita ad

un nuovo rizoma. Prima che da questo nuovo rizoma possa scaturire un fusto fiorifero

dovrà passare molto tempo, circa 10 anni. La specie è in grado di svolgere il suo ciclo

vitale completamente sottoterra. Intere popolazioni possono sparire completamente

e ricomparire dopo parecchi anni. Questi fenomeni sono probabilmente da attribuire

a fattori climatici.

CORALLORHIZA CHATELAIN 1760

Il nome generico Corallorhiza significa “radice a forma di corallo”. Questo infatti è

l’aspetto del suo rizoma. Fanno parte di questo genere circa 12 specie diffuse in Europa,

in Asia tropicale e nell’America del Nord. Una sola specie è presente in Europa: C.

trifida Chatel. Per la sua struttura assai gracile, è specie che passa sovente inosservata.

Diventa più visibile a fine fioritura quando gli ovari (verdi) si ingrossano creando più

contrasto con l’ambiente circostante. È specie micotrofica.

LISTERA R. BROWN 1813

Il nome Listera è stato usato per la prima volta dal botanico Brown nel 1813 per ricordare

M. Lister, naturalista inglese che visse nel XVII secolo. Esistono sulla terra circa

25 specie distribuite prevalentemente nelle regioni temperate dell’Asia e dell’America

settentrionale. Le uniche due specie europee, L. ovata (L.) R.BR. e L. cordata (L.) R.BR.

sono presenti anche in Italia. Entrambe sono presenti in provincia. Queste due specie

si caratterizzano per la presenza di sole 2 foglie opposte, fiori privi di sperone, labello

notevolmente più lungo delle altre parti fiorali, colonna breve, rostello presente, viscidii

e borsicole assenti. La parte sotterranea di questa specie è costituita da un rizoma

disposto orizzontalmente nel terreno con numerose radici filiformi.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Pianta piccola, gracile, con 2 foglie piccole, opposte, cordate .... L. cordata

Pianta robusta con 2 grandi foglie opposte, ovali con apice

ottuso ............................................................................................... L. ovata

SPIRANTHES L.C.M. RICHARD 1817

Spiranthes deriva dalle parole greche speira, spira e anthos, fiore. Tale genere è stato

istituito nel 1818 dal botanico Richard. Questa denominazione è indubbiamente molto

appropriata, in quanto fa riferimento ad uno dei rari esempi che la natura ci offre di

infiorescenza spiralata. Sono circa 80 le specie diffuse sulla terra. Principalmente

in America del Nord, Australia, Nuova Zelanda. Alla flora europea appartengono

le seguenti 3 specie: S. spiralis (L.) Chevall, S. aestivalis (Poiret) L.C.M. Richard, S.

romanzoffiana Cham. Una quarta specie S. sinensis (Pers.) Ames è probabilmente presente

in Russia nella zona degli Urali centrali. Fanno parte della flora italiana soltanto

le prime due specie citate, di cui solo della prima attualmente è accertata la presenza

in provincia.

GOODYERA R. BROWN 1813

Il nome generico è in onore del botanico inglese J. Goodyer vissuto nel XVII secolo. A

questo genere appartengono circa 80 specie localizzate in America del Nord e Centrale,

in Australia Settentrionale e in Asia. L’unica specie europea è G. repens (L.) R.Br. Fino a

pochi anni fa si pensava che questa orchidea fosse presente solo nelle regioni dell’arco

alpino. La presenza sul nostro Appennino è dovuta all’opera dell’uomo. Attualmente

infatti la si trova in quasi tutti gli impianti forestali di conifere che abbiano raggiunto

un certo numero di anni e dove sia presente un soffice strato di aghi marcescenti.

Si propaga molto facilmente per via vegetativa. L’apparato radicale è formato da un

rizoma superficiale provvisto di stoloni che producono delle rosette di foglie; da queste

solo al secondo anno si svilupperà uno stelo fiorifero. Con questo rapido sistema

di propagazione si possono formare vaste colonie di individui. Ma come è veloce la

colonizzazione, altrettanto veloce è la sua sparizione: tra le cause c’è l’avanzamento

dello strato arbustivo, formato prevalentemente da rovi, rosa canina, prunus, ecc., ma

soprattutto dal brachipodium, una graminacea che invade velocemente i sottoboschi

radi e luminosi, dove di solito G. repens vive.

32 33


PLATANTHERA L.C.M. RICHARD 1817

Platanthera deriva da due termini greci: platys, piatto e anthera, antera: questa si

presenta a due logge parallele nella P. bifolia, divaricate in basso nella P. chlorantha.

Linneo comprendeva questo genere in Orchis, in quanto queste specie sono provviste di

sperone. Solo più tardi Richard, dopo aver evidenziato alcune differenze strutturali nei

fiori, separò i due generi. Appartengono a questo genere circa un centinaio di specie

distribuite in tutte le zone temperate dell’emisfero settentrionale e dell’America meridionale.

In Italia le due specie presenti sono P. bifolia (L.) L.C.M. Richard e P. chlorantha

(Custer) Reichenb. L’apparato radicale è formato da tuberi ovali o fusiformi.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Logge dell’antera parallele e ravvicinate ....................................... P. bifolia

Logge dell’antera distanziate, convergenti verso l’alto ............. P. chlorantha

GYMNADENIA R. BROWN 1813

Il nome di questo genere (battezzato dal botanico scozzese Robert Brown) prende

origine dalle parole greche gymnos e aden e significa “ghiandola nuda”. I fiori delle specie

appartenenti a questo genere hanno infatti i retinacoli che sono privi di borsicole.

Sono circa l0 le specie di Gymnadenia distribuite nell’Asia temperata e in Europa. In

Europa e in Italia due sono le specie presenti: G. conopsea (L.) R.Br. e G. odoratissima

(L.) L.C.M. Richard. Entrambe le specie sono presenti in provincia. Certi autori antichi

e moderni inseriscono in questo genere anche Nigritella e Pseudorchis. Va ricordato

comunque che le differenze strutturali fra queste specie sono notevoli. L’apparato

radicale è formato da due tuberi palmati, con apici allungati.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Sperone lungo da 12 a 22 mm, arcuato, molto più lungo

dell’ovario, lobi del labello pressappoco uguali ................... G. conopsea

Sperone lungo da 3 a 6 mm, più corto o raramente lungo

quanto l’ovario, lobo mediano del labello nettamente più

lungo dei laterali ......................................................................... G. odoratissima

PSEUDORCHIS SEGUIER 1754

Le specie appartenenti a questo genere presenti in Europa sono due: P. albida (L.) A. et

D. Love e P. frivaldii (Hampe ex Griseb). Appartiene alla flora italiana soltanto la prima.

Il nome Pseudorchis è di origine greca: pseudos, falso e orchis, probabilmente per la

somiglianza con le specie del genere Orchis. Di più facile interpretazione è il sinonimo

Leuchorchis: leuchos significa bianco e fa riferimento al colore dei fiori che variano dal

bianco al bianco-gialliccio. L’apparato radicale è formato da più tuberi fusiformi.

NIGRITELLA L.C.M. RICHARD 1817

Il nome Nigritella deriva dal latino niger, nero e fa riferimento al colore bruno scuro,

quasi nero dei fiori. Alcuni autori (come si è già riferito nella trattazione del genere

Gymnadenia) riuniscono Nigritella sotto il genere Gymnadenia; va ricordato, però, che

se i due generi possiedono alcuni caratteri in comune (tuberi palmati, foglie strettamente

lineari), differiscono in modo netto in altri, quali la forma dell’ovario, i fiori non

resupinati e la struttura complessiva della pianta. La vicinanza tra questi due generi è

confermata anche dalla facilità con cui avvengono le ibridazioni. In provincia il genere

è rappresentato da un’unica specie: N. rhellicani.

COELOGLOSSUM HARTMAN 1820

Appartengono a questo genere tre diverse specie. L’unica presente in Europa è il C.

viride (L.) Hartman. Il nome scientifico deriva dal greco koilos, vuoto e glossa, lingua, e fa

riferimento alla forma dello sperone che è rigonfio, sacciforme. Nei luoghi dove questa

orchidea vive, forma spesso delle ricche colonie che passano sovente inosservate a

causa della bassa statura della pianta e del colore dei fiori che riesce a mimetizzarsi

con l’ambiente circostante. L’apparato radicale è formato da due tuberi palmati con

alcune radici secondarie. Recenti studi effettuati con marcatori molecolari (Pridgeon

et al., 1997) hanno evidenziato una stupefacente vicinanza tra i generi Coeloglossum

e Dactylorhiza.

DACTYLORHIZA NECKER EX NEVSKI 1937

In un primo tempo a questo nuovo genere fu imposto il nome Dactylorchis. In seguito è

stato preferito il termine Dactylorhiza, scelta etimologica sicuramente più appropriata.

Tale nome prende forma dalle parole greche dactylos, dito e rhiza, radice, con riferimento

alla forma digitiforme dell’apparato radicale. Il primo ad usare questo termine

fu N.J.V.Necker nel 1970. Si tratta di un genere istituito di recente e riunisce specie

un tempo ricomprese in Orchis. Ad operare questa separazione è stato il botanico P.

Vermeulen ed è fondata su importanti caratteri morfologici:

1) Tuberi allungati, incisi o digitati.

2) Brattee generalmente più lunghe dell’ovario, non membranacee.

3) Infiorescenza, prima della fioritura, non avvolta da una guaina.

Se è abbastanza facile distinguere le specie che appartengono ai due generi citati,

più problematica diventa la classificazione delle specie che appartengono al genere

Dactylorhiza, soprattutto quelle che vivono in ambiente paludoso. Va fatto notare

che, fino ad ora, i più famosi studiosi in materia non sono riusciti a dare esaurienti

spiegazioni. Il motivo di questa confusione deriva dal fatto che tali specie sono in

possesso di una variabilità sconcertante e in più si ibridano facilmente fra di loro; tali

ibridi oltre a presentare caratteristiche intermedie tra i due genitori, sono in grado

a loro volta di ibridarsi con altre specie, o con altri ibridi di diversa provenienza.

Pertanto ci si trova di fronte a numerosi esemplari o ad intere popolazioni ai quali

tentare di dare un nome diventa difficile se non addirittura impossibile. Nonostante

queste problematiche, in questi anni sono state fatte in provincia alcune scoperte,

nuove nella catena appenninica.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Pianta robusta, labello stretto, allungato .................................................... D. incarnata

Fiori di colore porpora ± scuro, biancastri alla fauce dello sperone .... D. lapponica

Pianta slanciata, foglie maculate, fiori con labello trilobo, con lobi

profondamente incisi ....................................................... D. maculata subsp fuchsii

Pianta slanciata, fusto cavo ............................................................................ D. majalis

Pianta con fiori aventi due tipi di colorazione: giallo, rosso ................... D. sambucina

TRAUNSTEINERA REICHENBACH 1842

Questo genere prende il nome dal farmacista-botanico austriaco Joseph Traunsteiner

(1798-1850). A questo genere appartengono due sole specie: T. sphaerica (M.- Bieb.)

Schlechter, specie tipica del Caucaso e dell’Anatolia; T. globosa (L.) Reichenbach. In Italia

è presente la sola T. globosa. Un tempo questa specie veniva inserita nel genere Orchis

col nome di O. globosa. La separazione di tale genere si fonda su alcune caratteristiche

morfologiche evidenziabili nella forma globosa dell’infiorescenza e per la disposizione

delle foglie, per la forma rudimentale della borsicula. L’apparato radicale è formato da

due tuberi interi, oblunghi, con alcune radichette uscenti alla base del fusto.

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ORCHIS LINNEO 1753

Il termine Orchis, già usato dagli antichi greci, fa riferimento alla somiglianza dei tuberi

radicali con i testicoli umani. Dall’antichità sono giunte fino a noi numerose leggende,

alcune delle quali attribuivano a questi tuberi favolosi poteri afrodisiaci. La scienza

moderna ha cancellato queste illusioni. Infatti, dato l’alto contenuto di mucillagine,

l’unico uso a cui possono essere destinati è contro le infiammazioni dell’apparato

digerente. Genere essenzialmente euromediterraneo, comprendente una sessantina

di specie. In Italia sono segnalate 23 entità (P. Grünanger 2001). Un tempo questo

genere era ben più ricco; successivamente è stato smembrato, con l’istituzione di

numerosi generi minori, tra i quali Aceras, Anacamptis, Barlia, Comperia, Dactylorhiza,

Neotinea, Traunsteinera. Recentemente è stato proposto (Bateman et al., 1997) una

revisione tassonomica che prevede la scissione del vecchio genere Orchis in tre generi

monofiletici; tale proposta è conseguente a risultati di analisi su materiale genetico. Pur

ritenendo interessante questa proposta, gli esperti la giudicano un po’ troppo radicale;

pertanto necessita di ulteriori conferme, meglio se provenienti da metodologie diverse.

In attesa di tali conferme, mi sono attenuto ai vecchi parametri. Sempre seguendo tale

metodo, ho inserito in questo genere O. anthropophora (ex Aceras anthropophorum),

come ormai universalmente accettato. L’unica specie italiana di Orchis a possedere

nettare è O. coriophora, la quale viene frequentemente visitata da insetti, per lo più

apidi. Le altre specie, che ne sono sprovviste, sembra adottino una sorta di “mimetismo

fiorale”; inoltre alcune sembrano beneficiare di un’attrazione olfattiva. Tutte le specie

del genere Orchis possiedono alcuni caratteri distintivi comuni:

- apparato radicale formato da due tubercoli ovoidi, rotondi o elissoidali;

- foglie caulinari, le inferiori spesso riunite in rosetta, le superiori inguainano strettamente

l’infiorescenza prima dell’antesi;

- brattee membranacee, lunghe ± quanto l’ovario, o molto più corte;

- fiori, policromi con predominanza delle tonalità porpora, quasi sempre muniti di sperone;

- ginostemio corto e retto;

- antera, munita lateralmente di due auricole;

- ovario sessile, glabro. Per mezzo della sua torsione si ha una rotazione dei fiori di 180°.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Labello privo di sperone .......................................................... O. anthropophora

Foglie sottili, allungate, fiori gradevolmente

profumati ................................................................................ O. coriophora subsp fragrans

Labello con parte centrale bianca, più largo che lungo O. laxiflora

Foglie verdi per lo più macchiate o spruzzate di

nerastro o viola molto scuro .............................................. O. mascula

Lobuli del lobo centrale più larghi dei lobi laterali ............ O. militaris

Labello rosso-violaceo, avente la parte centrale

più chiara, cosparso da una macchiettatura

irregolarmente più marcata ............................................... O. morio

Labello giallo, più o meno carico, senza macchie .............. O. pallens

Sperone sottile e lungo, quasi quanto l’ovario .................. O. papilionacea

Foglie maculate, fiori giallo-pallidi, con

macchiette rosse al centro .................................................. O. provincialis

Pianta robusta, labello trilobo, con lobo centrale a

sua volta bilobo, con un piccolo dente centrale .......... O. purpurea

Pianta con fioritura che inizia dall’alto ................................. O. simia

Pianta con infiorescenza semisferica .................................... O. tridentata

Pianta tozza con sepali porpora nerastri esternamente .. O. ustulata

HIMANTOGLOSSUM W.D.J. KOCH 1837

La parola Himantoglossum è di origine greca ed è formata dalle voci himas, himantos che

significa “cinghia, correggia” e glossa, “lingua”. Riassumendo, dunque, lingua a forma

di cinghia; fa naturalmente riferimento alla forma molto allungata, nastriforme del

labello delle specie appartenenti a questo genere. L’apparato radicale è composto da

due grossi tuberi ovoidi, con alcune radichette secondarie. Sono 5 le specie presenti

in Europa di cui 2 sono presenti in Italia; H. adriaticum H. Baumann; H. hircinum (L.)

Sprengel. Entrambe queste specie sono presenti in provincia.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Infiorescenza ± lassa; labello con lobo mediano profondamente

bifido largo mediamente da 2 a 2.5 mm .......................................... H. adriaticum

Infiorescenza molto densa; labello con lobo mediano allargato

in punta brevemente bifido, largo da 2 a 3.5 mm .......................... H. hircinum

ANACAMPTIS L.C.M. RICHARD 1817

Il nome deriva dalla parola greca anacamptein, e significa “ripiegare”: sarebbe da attribuire

alla posizione divergente dei sepali. Questo genere veniva incluso dai botanici

del passato nel vasto genere Orchis. La separazione è avvenuta sulla base di alcuni dati

morfologici poco appariscenti, ma comunque validi: il labello con lobi poco pronunciati,

alla cui base vi sono due lamelle verticali, più o meno parallele e lo sperone molto lungo,

circa il doppio dell’ovario. Si tratta di un genere monospecifico, essendo costituito

dalla sola specie A. pyramidalis (L.) L.C.M. Richard. L’apparato radicale è costituito

da due tuberi ovoidi con alcune radichette secondarie. I fiori di questa specie sono

perfettamente adattati all’impollinazione da parte di alcune specie di farfalle, diurne

o notturne, le quali sono facilitate nell’introdurre la loro spiritromba nello sperone,

da due lamelle convergenti poste simmetricamente alla base del labello.

SERAPIAS LINNEO 1753

L’origine della denominazione Serapias viene da Serapis (Serapide) divinità dell’antico

Egitto. Secondo altre fonti, tale nome deriverebbe da Serafius, medico arabo dell’antichità,

uno dei padri della botanica.

La descrizione di questo genere è stata fatta da Linneo nel 1753. Vi appartiene

una decina di specie, sette delle quali fanno parte della flora italiana. Il suo areale è

esclusivamente limitato alla regione mediterranea. L’apparato radicale è formato da

due piccoli tuberi ovoidi. Per l’Italia vengono riportate ben 7 specie e 4 sottospecie

(Grünanger, 2001). In provincia la presenza è limitata a sole 2 specie: S. vomeracea

(N. L. Burman) Briquet e S. neglecta De notaris 1858.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Pianta robusta, labello con callosità basali parallele ................................ S. neglecta

Pianta slanciata, fiore grande, epichilo stretto piegato a vomere .......... S. vomeracea

36 37


OPHRYS LINNEO 1753

Il genere Ophrys, introdotto da Linneo, ha una denominazione di origine greca e

significa “sopracciglio”. Tale significato non trova riscontri precisi nelle caratteristiche

strutturali del fiore o della pianta, pertanto ha dato origine, da parte di vari autori,

a interpretazioni diverse. Secondo alcuni si ricollega all’uso che gli antichi facevano

di queste piante per ottenere una tintura per sopracciglia. Secondo altri, più verosimilmente,

farebbe riferimento al labello peloso e cigliato di alcune specie. Trattasi di

genere monofiletico, cioè tante specie che si sono sviluppate da un’unica forma antica.

Nettamente distante da altri generi, tant’è che non sono mai stati descritti ibridi intergenerici;

tuttavia il fenomeno dell’ibridazione è assai diffuso tra le varie specie. Questa

facilità di ibridarsi porta a processi di introgressione, che favoriscono un alto livello di

variabilità all’interno delle specie medesime. L’intensificarsi della ricerca sul campo, da

un lato, e la tendenza a riconoscere il rango di specie a popolamenti con differenze

minime, dall’altro, ha portato nell’ultimo ventennio ad un enorme aumento di entità

descritte. Si è passati da circa 20/25 tra specie e sottospecie agli inizi degli anni ’80,

alle circa 80 entità attuali. Le specie di Ophrys rimangono molto simili tra loro nell’apparato

radicale, formato da tuberi indivisi, globosi e oblunghi, talvolta brevemente

peduncolati, nella parte vegetativa e nella forma dei sepali e dei petali. Esistono invece

enormi differenze nel labello: questo infatti assume le forme più strane a seconda delle

specie. Si tratta di orchidee che non hanno nettare; pertanto, per attirare l’attenzione

degli insetti, hanno escogitato, evolvendosi nei millenni, dei meccanismi sorprendenti.

Il labello imita nella forma e pelosità l’addome delle femmine di certi bombi, calabroni,

api, vespe. Nel contempo vi è un’emissione di sostanze volatili (feromoni) di richiamo

sessuale, così il maschio viene tratto in inganno e tenta un vero e proprio accoppiamento

(pseudo-copulazione). In questo modo il capo dell’insetto viene a contatto

con le masse polliniche che vi si attaccano e verranno cedute al fiore successivo. A

seconda delle specie, l’insetto può posizionarsi sul labello in due modi:

1. col capo rivolto verso il ginostemio, così i pollinii andranno ad aderire al capo

dell’insetto, come succede ad esempio in O. fuciflora,

2. l’insetto si posiziona con l’addome rivolto verso il ginostemio, così i pollinii aderiranno

alla parte terminale dell’addome, come succede di solito in O. fusca.

Questo laborioso sistema risulta alquanto complicato: di solito, infatti, si ha una

fruttificazione piuttosto bassa. Le tecniche affascinanti messe in atto per la fecondazione

incrociata sono, in linea di massima, note da diversi decenni; tuttavia ci si trova

di fronte a piante in possesso di uno straordinario polimorfismo. Non è raro infatti

trovare fiori di una stessa pianta con caratteristiche diverse tra di loro. Parimenti non

è raro trovare vere e proprie stazioni con numerosi individui (è il caso di O. fuciflora)

con caratteristiche completamente diverse da altre stazioni dislocate a poca distanza

tra di loro. La provincia di Piacenza, pur avendo una posizione geografica piuttosto

a nord, ospita sul suo territorio una discreta diffusione di queste entità, risentendo

infatti dell’azione mitigante delle correnti d’aria calda provenienti dal vicino Mar Ligure.

Non a caso la valle dove la presenza è più massiccia è la Val Trebbia.

Caratteri per identificare le specie presenti in provincia

Apice della colonna a forma di S, labello con apicolo rivolto in basso... O. apifera

Labello piano o piegato a sella, con macchia centrale lucida ................... O. benacensis

Sepali bianchi o rosa, con apicolo ± convesso, disegno

generalmente a forma di H ........................................................................... O. fuciflora

Pianta slanciata, fiori piccoli, labello con colorazioni marcate,

fioritura tardiva ................................................................................ O. fuciflora subs. elatior

Labello trilobo, senza appendice, con macchia blu-grigiastro ................. O. fusca

Petali molto stretti, filiformi; labello allungato, trilobo, con lobo

mediano inciso, con macchia centrale bluastra o grigiastra ................. O. insectifera

Gibbosità basali del labello assenti o poco pronunciate ........................... O. sphegodes

SISTEMA PER DETERMINARE I GENERI DEL PIACENTINO

38 39


40 41

L E

S C H E D E

D E L L E

S P E C I E


EPIPACTIS ATRORUBENS (G.F.HOFFMANN ex

BERNHARDI) BESSER 1809

Serapias latifolia var. atrorubens Hoffm.

Atrorubens deriva dal latino e signifi ca “scuro e

rosseggiante”, con evidente riferimento al colore

di questa splendida orchidea.

Pianta

Da 15 a 60 (80) cm. Fusto generalmente

sinuoso, di colore variabile

a seconda delle stazioni: verde

violaceo o rossastro, lievemente

pubescente.

Fioritura

Da Luglio ad Agosto

Foglie

Da 5 a 11 lunghe da 4 a 11 cm, larghe da 1 a 5 cm, alterne, distiche,

carenate, con bordo ondulato, ripiegate a doccia. Forma varia a seconda

dell’altezza: quasi rotonde le prime, poi via via sempre più lanceolate fi no

a diventare bratteiformi.

Infiorescenza

Da l0 a 25 cm. Lassa, con 9 o 50 (60) fi ori penduli disposti unilateralmente

profumati di vaniglia. Brattee: le inferiori più lunghe dei fi ori, le superiori

lunghe quanto o più dell’ovario.

Fiori

Allogami, da pendenti a suborizzontali, campanulati, di colore rosso porpora

o rosso violaceo; sepali e petali lunghi da 6 a 10 mm, larghi da 2.5 a

4.5 mm; labello più corto dei sepali; ipochilo lungo da 4 a 6 mm, a forma

incavata contenente nettare, brunastro; epichilo a forma cordata, lungo

da 3 a 4 mm, largo 4.5 mm, con bordo cordato e punta ribattuta, munito

di 2 vistose increspature alla base; ginostemio biancastro, corto e tozzo;

antera gialla; polline giallo in masse compatte; rostello con viscidio effi cace;

clinandrio sviluppato; stimma a forma quadrangolare; ovario brunastro o

verde-grigiastro, pubescente, piriforme con pedicello arquato lungo da 3

a 5 mm. 2n=40

Status

In considerazione degli ambienti

assai inospitali dove

questa pianta vive, la competizione

con altre essenze,

sia erbacee che arbustive, è

piuttosto scarsa, pertanto la

specie mantiene la sua presenza

con una certa facilità.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: è presente

in tutto il territorio escluso la Puglia e

le isole maggiori. In provincia: dai 150

ai 1500 m.s.l.m.

Ambiente

Su suolo calcareo, in stazioni soleggiate,

pietrose, aride, ma anche in ambienti

più chiusi (es. boschi di conifere o

faggete rade).

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è distribuita sul territorio in

modo abbastanza omogeneo. E’ specie

legata all’ambiente luminoso e asciutto.

Tuttavia nel territorio del Comune di Coli

era presente in una stazione ombrosa e

molto umida, frammista a Gymnadenia

conopsea e alle congeneri E. helleborine

e E. muelleri. Nel corso di osservazioni

fatte in questa stazione negli ultimi anni

si è infi ne scoperto che, a seguito di un

movimento franoso, era cambiato il corso

di una sorgente. Il fenomeno spiega la

presenza della specie in questi luoghi.

Da alcuni anni, tuttavia, la stazione è

scomparsa.

42 43


EPIPACTIS DISTANS ARVET-TOUVET 1872

Epipactis helleborine subsp. orbicolaris (K. Richt.) E. Klein

Il nome specifi co va messo in relazione

alla distanza che intercorre tra una

foglia e l’altra.

Pianta

Da 5 a 60 cm, fusto molto robusto,

frequentemente riunito in

gruppi, verde pallido, leggermente

peloso verso l’alto.

Fioritura

Da metà Giugno a metà Luglio.

Foglie

Da 3 a 6 generalmente più corte degli internodi, lunghe da 4 a 6.5 cm,

larghe da 2.5 a 4 cm, per lo più distiche da ovali a ovale-lanceolate, verde

chiaro, con una parte più chiara vicino all’altezza dell’inserzione con il fusto,

erette-patenti di solito concave con bordo ondulato.

Infiorescenza

Da lassa a fortemente densa, con 10-50 (70) fi ori distribuiti unilateralmente.

Brattee più lunghe dei fi ori in basso, lunghe uguali in alto.

Fiori

Allogami o facoltativamente autogami, verdi e biancastri o giallastri, con una

leggera velatura rosea riguardante i petali, aperti da orizzontali a pendenti;

sepali lunghi da 10 a 14 mm, larghi da 5 a 8 mm, carenati; petali subeguali,

lunghi da 8 a 10 mm, larghi da 5 a 6.5 mm; ipochilo concavo nettarifero

biancastro esternamente, marroncino lucente internamente; epichilo lungo

da 4 a 4.5 mm, largo da 4 a 4.6 mm, alla base sono presenti 2 protuberanze

verrucose poco sviluppate, biancastre, brunastre o soffuse di rosa e una

cresta centrale più marcatamente colorata; ginostemio biancastro; glandula

rostellare poco sviluppata, tuttavia mantiene a lungo la sua effi cacia; polline

assai friabile a volte si disgrega già nel bocciolo; clinandrio incavato e largo;

ovario con costolature marcate, munito di pedicello arcuato violetto alla

base. 2n=40

Status

la condizione essenziale per

la sopravvivenza di questa

pianta è che venga mantenuto

inalterato il suo ambiente

vitale. Purtroppo gli esemplari

presenti in provincia vivono

per lo più in ambienti ormai

fortemente compromessi.

Diffusione

Endemica alpica. In Italia è presente

sporadica lungo la catena alpina, dalla

Valle d’Aosta alla Carnia, sicuramente

nell’Oltrepo’ pavese. In provincia almeno

5 stazioni tra i 1000 e i 1200 m s.l.m.

Ambiente

Scarpate aride e assolate, spesso anche

in pinete, rade, artificiali, sempre in

piena luce, su suoli calcarei o debolmente

acidi.

G F M A M G L A S O N D

Note

Nel corso di questi anni attorno a questa

entità è andata sviluppandosi una certa confusione:

questo a mio avviso avviene quando si

osserva la pianta in un ambiente alterato e non

più tipico per la specie. Un caso esemplare è

quello di un bosco impiantato artifi cialmente:

se prima dell’impianto questo luogo, arido

e assolato, era ideale per la specie, con il

progredire del bosco sopraggiungono ombra,

maggiore umidità e più sostanze nutritive nel

terreno. Si comincerà allora a notare una lenta

ma decisa trasformazione della forma e del

portamento delle foglie, tanto da confonderle

con quelle di E. helleborine, mentre le caratteristiche

dei fi ori rimangono pressoché inalterate.

Questi sono processi lenti e richiedono del

tempo; ma se si avrà la pazienza di osservare

quest’evento per almeno una decina di anni,

meglio ancora se per più tempo, si noterà che

le piante, dopo essersi trasformate, tendono

lentamente a sparire fi no all’estinzione completa

da quella stazione. Ho avuto modo di

notare questi fenomeni in fase ± avanzata sia

nel piacentino che in Val Brenta (Trentino)

e in Francia, nelle vicinanze di Aussois (valle

dell’Arc, dipartimento delle Hautes-Alpes). In

condizioni normali E. distans ha caratteristiche

tali che non può essere confusa in alcun

modo con altre specie né tanto meno con E.

helleborine. Questa diversità viene accentuata

quando i fi ori ormai appassiti lasciano il posto

agli ovari rigonfi di semi: questi sono talmente

grossi da assomigliare, per dimensioni, più a

quelli di E. atrorubens o a quelli di E. microphilla

che non a quelli di E. helleborine.

44 45


EPIPACTIS GRACILIS B. BAUMAN & H. BAUMAN 1988

Epipactis persica subsp. gracilis (B. & H. Bauman) W. Rossi

Gracilis fa riferimento alla taglia solitamente

esile della pianta.

Pianta

Da 10 a 45 (60) cm, fusto piuttosto

esile, verde chiaro, glabro alla

base. Leggermente pubescente

verso l’alto.

Fioritura

Luglio

Foglie

Ridotte a guaine le 2 o 3 basali; da 2 a 4 caulinari raccolte nella parte

superiore del fusto, lunghe da 2 a 4.5 cm, larghe da 0.8 a 3 cm, ovatoellittiche

le inferiori, lanceolate, falciformi le superiori, con bordo munito di

una denticolatura irregolare vista alla lente.

Infiorescenza

Lassa, con fi ori posti unilateralmente lungo il fusto, in numero variabile da

3 a 15. Brattee lunghe ± quanto l’ovario.

Fiori

Autogami, di colore verde pallido o verdastri, o con leggerissime sfumature

rosa che interessano i petali e l’epichilo, generalmente campanulati, pendenti

o suborizzontali; sepali lunghi da 8 a 10 mm, larghi da 3 a 4.5 mm,

ovali e lanceolati; sepali lievemente carenati con una nervatura centrale

più marcatamente verdastra; petali pressappoco uguali ai sepali, con apice

leggermente più rifl esso; labello lungo da 7 a 8 mm; ipochilo a forma di

coppa contenente nettare; epichilo a forma cordata munito alla base di 2

gibbosità piuttosto evidenti divise da un solco centrale; antera giallo-pallida

stretta; clinandrio presente; stimma biancastro; viscidio ineffi cace; polline

polverulento; ovario fusiforme, glabro, munito di pedicello corto.

Status

La specie condivide la stessa nicchia ecologica di E. viridifl ora.

Le problematiche riguardanti il futuro sono simili.

Diffusione

Subendemica. In Italia la reale presenza è

ancora in fase di determinazione, tuttavia

è segnalata in quasi tutta la penisola

dall’Emilia in giù. In provincia la sua presenza

è accertata solo in Val d’Arda.

Ambiente

Faggete su substrato preferibilmente

calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è rarissima: è stata trovata

nel 1989 sul versante nord del monte

Menegosa, nel quadrante 1324-1. In

questi anni la presenza è stata accertata

lungo la dorsale nord che va dal Groppo

di Gora, nel quadrante 1324-1, al monte

Penna, nel quadrante 1223-4, passando

per il monte Santa Franca, nel quadrante

1223-4, dove si conta il maggior numero

di esemplari. In quest’area raggiunge il

limite settentrionale del suo areale.

46 47


EPIPACTIS HELLEBORINE (L.) CRANTZ 1769

Serapias helleborine var. latifolia L.

Helleborine deriva dalla somiglianza delle

sue foglie con quelle del verato o elleboro.

Il binomio latifolia fa ovviamente

riferimento alla forma piuttosto ampia

delle foglie.

Pianta

Da 15 a 80 cm. Fusto eretto, verdognolo,

spesso rosato alla base.

Foglie

Status

Fioritura

Da metà Giugno ai primi di Settembre.

Da 3 a 10, caulinari, spiralate, più lunghe degli internodi, attaccate orizzontalmente

al fusto, molli, da ovato-lanceolate a lanceolate. Le mediane

lunghe da 6 a 16 cm, larghe da 4 a 10 cm con bordo fi nemente denticolato,

di colore verde scuro; le superiori da 1 a 4, strettamente lanceolate poi

bratteiformi per lo più pendenti.

Infiorescenza

Rada o compatta, lunga fi no a 40 cm, con più di 50 fi ori. Brattee verdi,

lanceolate; le inferiori lunghe fi no a 6 cm, gradualmente decrescenti verso

l’alto.

Fiori

Allogami, orizzontali o leggermente penduli, aperti, verdastri o rosati o più

intensamente brunastri o violetti. Sepali lunghi da 9 a 15 mm, larghi da 5

a 9 mm, ovati, ristretti all’apice, generalmente verdastri, soffusi di rosa internamente;

petali pressappoco uguali e più colorati dei sepali. Labello più

corto delle altre divisioni fi orali. Ipochilo concavo, scuro, nettarifero. Epichilo

lungo da 3 a 5 mm, largo da 4 a 6 mm, di forma cordata, da bianco-verdastro

a viola intenso, con apice ribattuto, la base munita di 2 protuberanze

± marcate separate da un solco longitudinale; antera giallastra; clinandrio

sviluppato; rostello con viscidio effi cace; polline in masse compatte; ovario

verde, piriforme, munito di una pelosità corta e densa; pedicello corto e

peloso, sovente tinto di violetto. 2n=38,40

Status

La specie occupa una notevole

varietà di ambienti: forse

anche per questo, sembra

risentire in misura minore

dell’enorme trasformazione

ambientale in atto.

Diffusione

Paleo-temperata. In Italia: in tutto il

territorio, rara nella Pianura Padana. In

provincia: dai boschi della pianura al

limite superiore delle faggete.

Ambiente

Boschi di latifoglie e di aghifoglie, macchie

e radure, su terreni freschi, ricchi

di sostanze nutritive, o aridi, poveri,

assolati, da moderatamente acidi a debolmente

basici.

G F M A M G L A S O N D

Note

Il giorno 11-7-85, in località Monte Pillerone sono

stati osservati due esemplari probabilmente generati

dallo stesso rizoma, alti un metro e 22 cm. Tali

esemplari sono ritornati a fi orire anche nelle annate

successive ma con altezze leggermente inferiori. E.

helleborine è nota per essere una specie dotata di

notevole polimorfi smo: questo carattere a volte per

la scarsa conoscenza ma spesso per la voglia di

trarre conclusioni affrettate ha generato in passato

e continua a generare, non poca confusione. In

particolare vorrei soffermarmi sulla presenza reale o

presunta di E. h. subsp tremolsi in Italia. Nelle stagioni

1995-96 assieme al prof. P. Grünanger segnalammo

la presenza di quest’entità per alcune località del

territorio piacentino. Per la verità senza troppo

entrare nel merito della questione, “fotografammo”

la situazione non solo nel piacentino ma anche lungo

tutta la dorsale appenninica. La nostra segnalazione

arrivava dopo che l’entità era già stata segnalata in

altre località italiane: H. Daiss, C. Delprete, H. Tichy

(1989-90) e A. Scrugli (1990) per l’Inglesiente

(Sardegna sud-occidentale); alcune segnalazioni in

Liguria senza l’indicazione della località (P. Liverani

1991); ancora segnalazioni per la Sardegna centroorientale

(C. Giotta & M. Picitto 1993). Nel corso di

questi anni osservazioni più attente, ma soprattutto

condotte sul lungo periodo e a più vasto raggio lungo

la dorsale nord-appenninica e in parte in Toscana,

hanno rafforzato l’idea che almeno in questi luoghi

E. h. subsp tremolsi di fatto non esiste. Si può notare

che esemplari con le forme tipiche di questa entità

(cioè foglie semi erette molto coriacee, ondulate e

abbraccianti il fusto), se messi in ombra dalla crescita

di piante o arbusti, modifi cano anno dopo anno

la forma delle foglie che tende a rilassarsi fi no a

diventare piana e, nel contempo, anche più morbida

e fl essuosa, assumendo la tipicità di E. helleborine.

D’altra parte un confi ne netto tra queste 2 entità non

è mai stato rilevato. Dai colloqui avuti con M. Picitto,

posso concludere che la stessa situazione sia, con

tutta probabilità, presente anche in Sardegna.

48 49


EPIPACTIS LEPTOCHILA subsp. NEGLECTA

H. KÜMPEL 1982

Epipactis neglecta (H. Kümpel) H. Kümpel

Pianta Fioritura

Verde chiaro, singola o prevalen- Metà Luglio, metà Agosto

temente cespitosa, con cespi che

possono superare i 10 steli. Fusto

robusto, fi nemente pubescente verso

l’alto, peluria che conferisce al

fusto, all’altezza dell’infi orescenza,

una colorazione ± biancastra. Alto

tra i 20/60 cm.

Foglie

Da 3 - 4 a 5-6, verdi-giallastre da giovani, tendenzialmente più scure, man

mano che la pianta invecchia. Poste a 8/10 cm dal suolo; irregolarmente

spiralate; ovali e piane le prime, presentano un’attaccatura biancastra lunga

anche 8/10 mm (caratteristica questa presente anche in altre specie del

genere); ovale-lanceolate, leggermente ricurve verso il basso le mediane;

lanceolate, bratteiformi, pendenti le superiori.

Infiorescenza

± lassa, alta da 10 a 25 cm, con 8/10 o 20/25 fi ori, posti unilateralmente,

tuttavia quando la luce è particolarmente carente, tendono a girarsi verso

il lato più illuminato. Brattee lunghe da 4 a 8 cm, larghe da 0.8 a 2.5 cm

le prime, lanceolate-pendenti; decrescenti verso l’alto, ma mai più corte

dell’ovario.

Fiori

Sempre allogami, ± penduli, quasi sempre ben aperti, verde chiaro esternamente,

da verde-biancastro a giallastro internamente; sepali lanceolati,

acuminati, carenati, glabri, lunghi da 15 a19 mm, larghi 6.5 mm; petali lanceolati,

con punte che tendono a voltarsi leggermente verso l’esterno, lunghi

da 10.5 a 11.5 mm, larghi da 5.8 a 6.5 mm; ipochilo con coppa nettarifera,

internamente marroncino o rossastro, lungo 5.5 mm, largo 5.5 mm; epichilo

con una gibbosità piuttosto marcata nella parte centrale a forma cordata,

divisa in due alla base; lungo da 5.2 a 6 mm, largo da 4.8 a 5.2 mm. Dopo

che il fi ore si è completamente aperto, l’epichilo può subire (quasi sempre)

un ripiegamento all’indietro, fi no a toccare la coppetta dell’ipochilo. Questo

ripiegamento può avvenire in modo ± irregolare. La strozzatura tra ipochilo ed

epichilo è piuttosto regolare, parallela, larga un po’ più di 1 mm. Antera non

peduncolata, larga, giallastra; clinandrio ben sviluppato; polline in masse ben

agglutinate; rostello munito di viscidio effi cace (sempre); ovario fusiforme,

munito di pedicello arcuato, verde anche alla base.

Diffusione

Areale in fase di determinazione. In Italia

è stata fi nora trovata in provincia di Brescia,

in Trentino, in provincia di Pistoia. In

provincia è presente in tre stazioni.

Ambiente

Faggeta ± umida.

G F M A M G L A S O N D

Note

La storia nomenclaturale di questa entità

è piuttosto complessa. Essa infatti è stata

defi nita in vari modi: E. leptochila (Godfery)

Godfery, E. l. subsp neglecta H. Kümpel,

E. neglecta (H. Kümpel) H. Kümpel, E.

l. var. neglecta (H. Kümpel) A. Gevaudan,

E. futakii Mered’a fi l. & Potucek. Nell’esposizione

di questa specie ho scelto,

provvisoriamente, l’epiteto che va per la

maggiore, anche se penso che nessuna di

queste defi nizioni sia soddisfacente per i

popolamenti che osservo ormai dal 1987.

Stazioni con caratteristiche simili ai ritrovamenti

piacentini sono state segnalate

in varie parti del Nord Italia: nell’Appennino

pistoiese al confi ne con la provincia

di Modena, nelle Prealpi bresciane e in

Trentino. Confrontando direttamente

i nostri esemplari con quelli del locus

classicus in Turingia, si può notare che,

tra i popolamenti di E. leptochila subsp.

neglecta tedeschi (anche nelle forme più

variabili), vi è sempre un netto legame con

E. leptochila, legami che non esistono tra

i nostri esemplari e la stessa E. leptochila.

Personalmente penso che i presupposti

per dare una collocazione più esatta ai

popolamenti italiani vadano ricercati più

nella complessità di E. helleborine che non

altrove. Da diversi anni sto lavorando in

questo senso; sui risultati rimando ad un

intervento più diretto prossimamente.

50 51


EPIPACTIS MICROPHYLLA (EHRHART) SWARTZ 1800

Serapias microphilla Ehrh.

L’aggettivo microphylla si riferisce alle

foglie, che sono brevissime.

Pianta

Da 15 a 40 (55) cm. Fusto tomentoso

verso l’alto, grigiastro in alto,

violaceo in basso.

Fioritura

Da metà Maggio a metà Agosto.

Foglie

Da 3 a 10, lunghe da 2 a 2.5 cm, larghe da 0.5 a 2 cm, piccole, lanceolate,

piane, lievemente carenate, più brevi degli internodi, disposte a spirale, di

colore verde-grigiastro, di lunghezza decrescente verso l’alto.

Infiorescenza

Lunga da 5 a 25 cm, rada, allungata, con pochi fi ori; brattee pubescenti,

grigiastre, in basso più lunghe degli ovari, in alto più corte.

Fiori

Piccoli, profumati, campanulati o suborizzontali o penduli, bianco-verdastri,

talvolta sfumati di rosa internamente, verde-grigiastro esternamente;

sepali e petali lunghi da 6 a 9 cm, larghi da 3 a 5.5 mm, ovale-lanceolati,

carenati, pubescenti all’esterno; ipochilo con coppa nettarifera, verde-ulivo;

epichilo lungo e largo da 3 a 5 mm, a forma cordata con margine ondulato

o crenulato, munito alla base di 2 increspature laterali e di una centrale più

allungata; ginostemio biancastro; antera giallo-verdastra; rostello con viscidio

già ben sviluppato prima dell’antesi, ma perde effi cacia rapidamente; polline

prima in masse ben agglutinate, poi polverulento; clinandrio presente; ovario

piriforme munito di un corto pedicello.

Status

Data l’esiguità dei popolamenti diventa diffi cile valutare i livelli di rischio,

tuttavia si possono fare delle ragionevoli ipotesi: non dovrebbe avere particolari

problemi nei boschi di alta quota (castagneti-faggete), mentre il

progressivo avanzare dei cespugli nei boschi caldi a bassa quota, alla lunga,

potrebbe essergli fatale.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia è presente

in tutte le regioni. In provincia dai boschi

caldi dalla media collina al limite superiore

della faggeta.

Ambiente

Boschi radi, scarpate sassose su terreno

calcareo, anche in faggeta ombrosa.

G F M A M G L A S O N D

Note

In questi ultimi anni è andata delineandosi

la sua reale consistenza sul territorio.

Pur essendo una specie rarissima (i suoi

popolamenti sono quasi sempre ristretti a

pochi o unici esemplari) la si può trovare

in una serie infi nita di ambienti. Il periodo

di fi oritura inoltre rappresenta indubbiamente

un record per quanto riguarda

le orchidee presenti in provincia: inizia

infatti nella prima decade di maggio nei

boschetti caldi dell’alta Val Dorba, quadrante

1122-2 in comune di Travo (dato

rilevato il 10/05/2001) e fi nisce dopo la

metà di agosto nelle faggete dell’alta Val

Nure, in prossimità del monte Zovallo nel

quadrante 1423-1 in comune di Ferriere

(dato rilevato il 18/08/2000).

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EPIPACTIS MUELLERI GODFERY 1921

Epipactis viridifl ora (Rchb.) sensu Müller

Prende il nome dal botanico tedesco

H. Müller (1829-1883).

Pianta

Le caratteristiche generali della

pianta differiscono da quelle di

Epipactis helleborine, dall’habitus

generalmente più gracile, anche se

non vanno dimenticati esemplari di

ragguardevoli dimensioni (60-70

cm Monte Nero, 14-8-1987).

Fioritura

Da metà Giugno a metà Agosto.

Foglie

Da 5 a 10, lunghe da 4.5 a 12 cm, larghe da 1.5 a 4 cm, distiche, ovale-lanceolate

o strettamente lanceolate, piane o carenate, con margine

generalmente ondulato, di colore generalmente verde chiaro con nervature

evidenti ± coriacee a seconda se sono ± esposte alla luce, da 1 a 3 foglie

superiori bratteiformi.

Infiorescenza

Lunga da 5 a 30 cm, generalmente rada, composta da 4 o 5 a 40 fi ori,

orientati per lo più su un solo lato del fusto. Brattee più lunghe dei fi ori

nella parte bassa, un po’ meno nella parte alta.

Fiori

Lunghi da 8 a 12 mm, larghi da 3.5 a 5 mm, ovale-lanceolati, leggermente

carenati; petali ± uguali ai sepali, ovale-acuminati, biancastri o raramente

rosei; giuntura tra ipochilo ed epichilo larga; ipochilo incavato contenente

sostanze zuccherine, brunastro o rossastro internamente; epichilo lungo

da 4 a 5 mm, largo da 3 a 4 mm, cordato, ottuso con punta dritta in avanti

o leggermente piegata all’indietro, sono presenti 2 piccole protuberanze

basali divise da un solco centrale; antera giallastra, sormontante lo stimma;

clinandrio assente; viscidio assente o presente in forma rudimentale nel

bocciolo; masse polliniche appoggiate direttamente sopra lo stimma; ovario

verde, peduncolato, piriforme, ± glabro. 2n=38,40

Status

Le problematiche di rare-fazione di questa pianta sono legate all’infoltirsi

degli ambienti dove vive.

Diffusione

L’areale è da ritenersi europeo-centroccidentale,

anche se i suoi effettivi confi ni sono ancora imprecisati,

essendo stata confusa con la congenere

E. helleborine (di cui, da molti autori, è considerata

sottospecie). In Italia la prima segnalazione è dovuta

a L. Poldini (1981) per l’Italia nord-orientale.

In provincia è stata trovata per la prima volta

nel corso delle mie ricerche, nel 1983, nel quadrante

1023-3 nella località Poggio Balestrino.

Ambiente

Boscaglie termofi le, pinete, faggete, spesso sui

bordi stradali.

G F M A M G L A S O N D

Note

Contrariamente a quanto succede in

altre specie, la fi oritura di E. muelleri è

velocissima: questo fatto va messo in

relazione al fenomeno dell’autogamia in

cui il polline maturo (polverulento) cade

sullo stimma. Così il fi ore ha adempiuto

al suo compito senza dover attendere

l’insetto impollinatore: perciò in breve

tempo avvizzisce. Inoltre all’interno di

questa specie non è raro osservare fenomeni

di cleistogamia: ciò signifi ca che

il fi ore in particolari condizioni riesce ad

autoimpollinarsi senza doversi aprire.

Questa caratteristica la si può riscontrare,

sempre in condizioni estreme, in quasi

tutte le specie del genere.

Nelle annate successive al 1983 si è potuto

notare un andamento irregolare nella

fi oritura: pochi individui a fi ore nell’84

e 85; addirittura nulla o quasi nell’86,

per arrivare nell’87 e 88 ad una fi oritura

abbondante. Fenomeno, questo, assai

frequente nella famiglia delle orchidacee

e da mettere in relazione all’andamento

stagionale e alla conseguente capacità

della pianta di accumulare sostanze di

riserva, utili quest’ultime a produrre la

fi oritura dell’anno successivo.

54 55


EPIPACTIS PALUSTRIS (L.) CRANTZ 1769

Helleborine palustris (L.) Crantz

L’aggettivo palustris indica chiaramente

l’ambiente in cui questa specie vive. Un

tempo era sicuramente presente anche in

pianura; attualmente, essendo sparite per

mano dell’uomo le zone umide planiziali,

la si ritrova solo nelle torbiere e nei luoghi

umidi di montagna.

Pianta

Da 10 a 60 (96) cm. Fusto eretto,

leggermente angoloso; colorazione

verde con screziature rossastre.

Fioritura

Da fi ne Giugno ad Agosto.

Foglie

In numero variabile da 4 a 10, lunghe da 6 a 19 cm, larghe da 1 a 4.5 cm,

abbraccianti, disposte a spirale; a forma oblungo-lanceolata o strettamente

lanceolate, carenate con nervature evidenti nella parte inferiore, lanceolatoacute

e più piccole nella parte superiore dello scapo.

Infiorescenza

Generalmente lassa, alta da 5 a 22 cm, con 4-5 o oltre 20 fi ori penduli.

Brattee inferiori più lunghe dell’ovario, decrescenti verso l’alto.

Fiori

Allogami grandi da penduli a orizzontali, aperti a forma di due triangoli contrapposti;

sepali lunghi da 9 a 13 mm, larghi da 3 a 5.5 mm, pelosi e brunoverdastri

all’esterno, rosa ± carico con linee più marcate all’interno; petali lunghi

da 9 a 13 mm, larghi da 3 a 5 mm, bianco-rosei, rossastri o brunastri alla base,

glabri; labello lungo da 10 a 13.5 mm privo da sperone; ipochilo lungo da 5

a 7 mm a forma di coppa contenente sostanze zuccherine, bianco striato di

rosso o porpora, munito ai lati di 2 lobetti triangolari; epichilo lungo da 7.5 a

8.5 mm, mobile, elastico, a forma rotondeggiante cordata, bianco, con bordo

increspato, munito di 2 creste alla base gialle; ginostemio verde giallastro,

stretto alla base; antera giallastra; clinandrio e viscidio ben sviluppati; stimma

subovale; polline in masse ben agglutinato; ovario pubescente non ritorto, la

resupinazione avviene mediante la torsione di 180° del peduncolo. 2n=40

Status

La pianta, oltre che per seme,

si propaga anche attraverso

gemme avventizie generate

dal rizoma, dando così origine,

quando vi sono le condizioni

ottimali, a ricchissimi popolamenti.

Nonostante ciò, E.

palustris è la specie del genere

che corre i maggiori rischi di

estinzione, causati dall’alterazione

o dalla distruzione del

suo ambiente vitale.

Diffusione

Circumboreale. In Italia: in tutte le regioni.

In provincia: dagli 800 ai 1500

m s.l.m.

Ambiente

Paludi, praterie umide, torbiere, su suolo

preferibilmente calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Il giorno 19-7-87 nel quadrante 1322-2,

all’interno di una vasta stazione, sono stati

osservati diversi esemplari di notevoli

dimensioni con altezza media tra gli 80

e i 96 cm.

L’insetto, nella fase di partenza, dopo essersi

appoggiato per prendere il nettare,

riceve una sorta di spinta dall’epichilo:

ciò è dovuto all’elasticità che esiste nella

strozzatura ipochilo-epichilo. A seguito

di questa spinta l’insetto va a sbattere

con il capo verso la parte alta del fi ore

dove è posto il rostello con viscidio, il

quale all’urto farà aderire i pollini al capo

dell’insetto. In tal modo l’insetto, nel

tentativo di prendere altro nettare da un

altro fi ore, avrà modo di far aderire quei

pollini posti in posizione favorevole allo

stimma del nuovo fi ore, stimma che si

trova opportunamente nella parte bassa

dell’apparato riproduttivo.

56 57


EPIPACTIS PLACENTINA

BONGIORNI & GRÜNANGER 1993

Dedicato alla flora della Provincia di

Piacenza

Pianta

Da (16) 20-40 (60) cm. Fusto per lo più

solitario, robusto, eretto o leggermente

fl essuoso all’altezza del secondo internodo;

leggermente rosato nella parte bassa, verde

nella parte media e alta; glabro in basso,

pubescente in alto.

Fioritura

Da fi ne Giugno a Ottone Soprano a fi ne

Luglio a Pertuso. Intermedie le altre stazioni.

Foglie

Da (3) 4 a 7 (8), sessili, amplessicauli, erette o semierette, lunghe da 1 a 2.7 cm,

larghe da 1 a 2.2 cm le prime, ovato-lanceolato con margine leggermente ondulato,

lunghe da 5.2 a 6.3 cm, larghe da 3.2 a 3 cm, le seconde. Lanceolate fi no

a diventare bratteiformi, lunghe da 5.5 a 3.1 cm, larghe da 2.5 a 1 cm le terze.

Infiorescenza

Cilindrica, allungata, densa, multifl ora. Brattee lanceolato-allungate, più lunghe del

fi ore le prime, decrescenti verso l’alto, ma mai più corte dell’ovario.

Fiori

Leggermente profumati, medi, autogami, aperti o sovente socchiusi, penduli; sepali

lunghi da 7 a 9 mm, larghi da 3 a 4 mm, ovato-lanceolati, verdastri con margini

arrossati, nervature poco evidenti; petali lunghi da 6.5 a 9 mm, larghi da 3 a 4.5

mm, rosa, tendenzialmente più carico verso l’apice, con nervature poco evidenti.

Labello lungo da 6 a 8 mm, piccolo; ipochilo, lungo da 2.5 a 4.5 mm, largo da 3.4

a 4.3 mm, semigloboso, saccato, contiene nettare; roseo esternamente, purpureo

internamente. Epichilo lungo quanto largo (3 - 4 mm), a forma triangolare, apice

mai defl esso, bordi leggermente revoluti, rosa ± intenso. Ginostemio biancastro,

glandula rostellare assente o rudimentale, visibile solamente quando il fi ore è in

boccio. Clinandrio assente; antera allungata; polline giallo, disgregato; stigma

biancastro; ovario a forma di clava con breve pedicello arcuato e ritorto. 2n=38

Status

Nel corso di questi anni,

in provincia, ho rilevato la

presenza di altri tre piccoli

popolamenti. Purtroppo la

stazione di Pertuso (locus

classicus) è in forte arretramento,

dovuto all’avanzata

di cespugli di erica (Erica

carnea).

Diffusione

Areale in fase di definizione, trovata

fi nora in Francia, Svizzera e Slovacchia.

In Italia è presente in Liguria, in Emilia-

Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel

Lazio e in Calabria. In provincia in sei piccole

stazioni da 800 a 1200 m s.l.m.

Ambiente

Per lo più in impianti di conifere artifi ciali

maturi (Pinus nigra).

G F M A M G L A S O N D

Note

Nel corso di osservazioni fatte in altre

parti d’Italia si è notato che i popolamenti

dell’Aspromonte e delle Serre

presentano una colorazione atipica:

bianco-rosata.

58 59


EPIPACTIS VIRIDIFLORA HOFFMAN ex KROCKER

Epipactis purpurata J. E. Smith

Il termine viridifl ora fa riferimento al

colore verde o presunto tale dei fi ori,

più azzeccato mi sembra l’epiteto del

sinonimo purpurata.

Pianta

Da 20 a 70 (100) cm, fusto robusto

grigio-verdastro, soffuso di violetto,

munito di una peluria grigiastra all’altezza

dell’infi orescenza.

Fioritura

Fine Luglio, inizio Agosto.

Foglie

Da 4 a 12 lunghe da 4 a 10 cm, larghe da 1 a 3 cm, più lunghe degli internodi,

disposte lungo il fusto, ± spiralate, rigide. Carenate, con bordo ondulato, di

colore verde-brunastro, o soffuse di rosa-violaceo, più marcato da giovane;

da 2 a 3 superiori strettamente lanceolate, bratteiformi.

Infiorescenza

Densa, lunga da 10 a 50 cm, con 5-10 o 50 (100) fi ori. Brattee più lunghe

dei fi ori.

Fiori

Leggermente profumati, allogami, ben aperti, da pendenti a suborizzontali,

verdastri esternamente, verde-biancastro internamente, una leggera velatura

rosa interessa i petali, una colorazione più marcata di rosa o violaceo

interessa la parte centrale dell’epichilo; sepali lunghi da 9 a 13 mm, larghi

da 4 a 6 mm, ovali-lanceolato, pelosi esternamente; petali ± uguali ai sepali;

ipochilo a forma di coppa contenente nettare, bruno-violaceo internamente;

epichilo lungo da 4 a 5 mm, largo da 4 a 5-6 mm, a forma cordata con bordi

increspati e ondulati e punta piegata all’indietro, alla base sono presenti 2

protuberanze piuttosto marcate e verrucose divise da una callosità centrale;

ginostemio biancastro; antera giallastra; clinandrio sviluppato; rostello con

viscidio funzionante; ovario fusiforme, verdastro con costolature più evidenti,

con pedicello lungo da 2 a 2.5 mm, pubescente, violaceo. 2n=40

Status

Se si avviassero programmi seri di riconversione del bosco da ceduo ad

alto fusto, la specie potrebbe aumentare notevolmente; in caso contrario

bisognerà sperare che non vengano abbattute quelle centinaia di faggi che

consentono vitalità a questa piccola stazione.

Diffusione

Subatlantica. In Italia oltre all’Emilia Romagna,

è presente in Lombardia, Toscana,

Marche, Abruzzo, Basilicata, Calabria

e Puglia Garganica. In provincia una sola

stazione di pochissimi esemplari.

Ambiente

Faggeta matura su suolo calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Lungamente data per possibile lungo la

catena alpina, al contrario oggi si registra

essere più presente lungo tutta la dorsale

appenninica verso sud; ma è soprattutto

nell’area del Pollino che si sono visti in

questi anni popolamenti veramente abbondanti.

Nell’unica stazione piacentina,

quadrante 1223-4, a nord-est del monte

Santa Franca osservo questa pianta da

quando l’ho trovata per la prima volta

nel 1994. Nelle annate migliori fi oriscono

6-7 piante, 3-4 in quelle scarse. Un

fatto curioso: ho notato che le piante

non fi oriscono quasi mai per 2 annate

di seguito, il fenomeno fa pensare che

il numero degli esemplari sia maggiore e

fa anche ragionevolmente ipotizzare che

la pianta rimanga dormiente oppure che

riesca a sviluppare qualche forma di ciclo

vitale sottoterra. Ricerche in tal senso

non ne ho mai fatte, per non rischiare di

perdere anche uno solo di questi preziosi

esemplari.

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CEPHALANTHERA DAMASONIUM (MILLER) DRUCE 1906

Cephalanthera pallens (S.B. Jundzill) L.C.M. Rich.

Il nome specifi co damasonium è parola

latina e signifi ca “Alisma”, ad indicare la

somiglianza delle foglie di questa specie

con quelle di una pianta acquatica:

l’Alisma plantago-aquatica.

Pianta

Fusto glabro, alto tra i 10 e i 60

cm.

Fioritura

Da Maggio ai primi di Luglio.

Foglie

Da 2 a 5 lunghe da 4 a 8 cm, larghe da 1.5 a 3.5 cm, ovali, ellittiche, con

apice acuto o anche lanceolate; quelle basali ridotte a guaine che abbracciano

il fusto, quelle di maggiore dimensione poste nella parte centrale del

fusto e decrescenti di dimensione verso l’alto fi no a diventare bratteiformi.

Infiorescenza

Lassa e povera (da 2 a 12 fi ori). Brattee: quelle più in basso sono del tutto

simili a una foglia lunghe 5 cm; le superiori, lineare-lanceolate, decrescenti

e più lunghe degli ovari.

Fiori

Lunghi da 11 a 20 mm, larghi da 5 a 9. Da bianco-avorio a bianco-giallastro,

rivolti verso l’alto, quasi chiusi, raramente aperti. Sepali di forma oblungolanceolata

e un po’ più lunghi dei petali. Labello lungo da 11 a 14 mm, non

speronato, di colore giallo. Ipochilo carenato biancastro concavo; epichilo

più largo che lungo, provvisto internamente di 3-5 creste parallele, gialloarancione,

ondulato ai margini con apice rifl esso. Ovario glabro, resupinato.

2n=36

Status

L’apparato radicale non rappresenta fonte di cibo per i cinghiali perciò non

viene danneggiato. Tuttavia le radure dove questa pianta per lo più vive

sono sempre più spesso infestate da rovi e da arbusti vari, con conseguente

riduzione dei suoi spazi vitali.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: su tutto il

territorio. In provincia: dai 200 ai 1500

m s.l.m.

Ambiente

Su suolo preferibilmente calcareo, in

boschi freschi, spesso ai margini del

bosco, nei prati abbandonati.

G F M A M G L A S O N D

Note

Mentre nel bosco la specie si trova quasi

sempre con esemplari singoli e prevalentemente

di modeste proporzioni, nelle

radure e nei margini non è raro trovarla

in gruppi di 3-5 fi no a l0 steli generati

da un unico apparto radicale. È appunto

in questo ambiente che si trovano anche

gli esemplari più vigorosi e alti. In questa

specie è molto frequente l’autoimpollinazione.

Molti fi ori non si aprono mai.

62 63


CEPHALANTHERA LONGIFOLIA (L.) K. FRITSCH 1888

Cephalanthera ensifolia (Murr) L.C.M. Rich.

Longifolia deriva dall’unione delle parole

latine longa e folia che signifi ca appunto

“lunga foglia”. Questo è il carattere che

contribuisce maggiormente a distinguerla

da C. damasonium.

Pianta

Da 15 a 50 (60) cm. Fusto foglioso,

leggermente fl essuoso.

Fioritura

Da Maggio a Giugno.

Foglie

Da 4 a 12, lunghe fi no a 18 cm, larghe fi no 4 cm. Verde chiaro, distiche,

strettamente lanceolate, o lineari-lanceolate, con nervature evidenti, più

lunghe quelle basali, progressivamente più corte quelle superiori.

Infiorescenza

Lassa, da 5 a 20 o 30 fi ori. Brattee: le inferiori fogliacee, le altre molto

piccole o squamiformi, più corte dell’ovario, ad eccezione di quella inferiore

che è più lunga dell’ovario.

Fiori

Profumati, bianchi, più o meno eretti, socchiusi, tendenti ad aprirsi nelle

ore più calde del giorno. Sepali lunghi da 13 a 18 mm, larghi da 4 a 6 mm,

lanceolato-acuti. Petali più corti ed ottusi conniventi con il sepalo mediano.

Labello lungo da 8 a 10 mm; ipochilo biancastro, concavo con lobi laterali

dritti attorno al ginostemio; epichilo più largo che lungo, cordato, concavo,

con all’interno da 4 a 7 creste longitudinali, giallo-aranciate. Sperone non

presente o appena abbozzato. Ovario glabro, resupinato. 2n=32

Status

La situazione ecologica di questa pianta è simile a quella di C. damasonium.

Diffusione

Euro-asiatica. In Italia: in tutto il territorio,

meno frequente all’estremo sud. In

provincia: dai 120 ai 1400 m.

Ambiente

Vario: querceti, faggete, pinete, preferibilmente

aperti e luminosi, su terreno

calcareo o debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Specie prevalentemente entomofila,

tuttavia in mancanza di insetti impollinatori

la fecondazione avviene per

autoimpollinazione.

64 65


CEPHALANTHERA RUBRA (L.) L.C.M. RICHARD 1817

Serapias rubra L.

Il nome specifi co rubra è senz’altro appropriato

per questa orchidea. In latino

rubra signifi ca “rossa” e coglie l’aspetto

più appariscente di questa specie.

Pianta

Da 20 a 60 cm. Fusto peloso, glanduloso,

di colore verde-violaceo,

ondulato nella parte superiore.

Fioritura

Giugno

Foglie

Lunghe da 5 a 14 cm, larghe da 1 a 3.5 cm, da 3 a 8, lanceolate o linearelanceolate;

quelle inferiori ridotte a guaine che abbracciano il fusto.

Infiorescenza

Lassa, composta da 3 a 15 fi ori. Brattee inferiori più lunghe dei fi ori, decrescenti

verso l’alto.

Fiori

Grandi, da rosa a rosso porpora, abbastanza aperti. Sepali lunghi da 15 a

25 mm, larghi da 6 a 8 mm, pubescenti, oblungo-lanceolati, patenti; sepalo

mediano connivente con i petali; petali più corti, ad apice ritorto. Labello

lungo da 15 a 23 mm; ipochilo concavo con i margini laterali rialzati attorno

al ginostemio, bianco; epichilo cordato, acuto, concavo, bianco con margine

rosato, ornato da 7 a 15 creste longitudinali giallastre; ovario subsessile

lineare, pubescente. Sperone non presente.

Status

Questa entità sembra risentire meno, rispetto ad altre specie, dei problemi

legati alla rarefazione.

Diffusione

Euro-asiatica. In Italia: in tutte le regioni.

In provincia: dalla prima collina a oltre i

1000 m s.l.m.

Ambiente

Boscaglie rade e soleggiate, querceti,

frassineti, carpineti, meno frequente nei

castagneti, su terreno preferibilmente

calcareo; è presente anche nelle faggete

aperte.

G F M A M G L A S O N D

Note

Il 12 Giugno 1985 nel quadrante 1123-

1 ho trovato un esemplare di notevoli

dimensioni: a fi ne fi oritura raggiungeva

l’altezza di 74 cm, con infi orescenza di

32 fi ori; è rifi orito anche nelle annate

successive con dimensioni più o meno

uguali.

Alcuni ricercatori sostengono che di

questa pianta non si osservano piantine

nate da seme e comunque il fenomeno

sarebbe rarissimo. Più facile sarebbe la

riproduzione vegetativa: la pianta infatti

emette gemme avventizie dalle radici. In

alcune parti della provincia si notano differenze

anche notevoli sulla percentuale

di ovari fecondati: probabilmente ciò è

dovuto alla presenza o meno di insetti

pronubi.

66 67


LIMODORUM ABORTIVUM (L.) SWARTZ 1799

Orchis abortiva L.

Abortivum da abortus, aborto, probabilmente

per le foglie ridotte a scaglie

o comunque dall’impressione che dà di

pianta non completa.

Pianta

Da 20 a 60 cm. Fusto peloso, Da

20 a 80 cm. Robusta e di colore

vario: marroncino, violetto o verdeviolaceo.

Allo stadio di germoglio la

pianta assomiglia ad un turione di

asparago., di colore verde-violaceo,

ondulato nella parte superiore.

Fioritura

Maggio, Giugno

Foglie

Membranacee, avvolgenti il fusto e dello stesso colore.

Infiorescenza

Lassa, composta generalmente da 4 a 20 fi ori. Brattee ovale-lanceolate,

più lunghe dell’ovario.

Fiori

Piuttosto grandi (circa 4 cm), viola porpora, con sfumature giallastre internamente.

Sepali lanceolati, patenti, lunghi da 16 a 25 mm, larghi da 6 a 12

mm, il sepalo mediano forma una sorta di nicchia sopra il ginostemio; petali

più sottili e più piccoli. Labello biarticolato, lungo da 15 a 22 mm; ipochilo

leggermente concavo lungo e largo da 5 a 7 mm, di colore rosa-violaceo;

epichilo ovale o cordato, lungo da 11 a 15 mm, largo da 8 a 12 mm, con

bordo revoluto e crenulato, di colore bianco con nervature e bordo violaceo.

Sperone fi liforme, discendente e lungo quasi quanto l’ovario. Ovario

non ritorto, ma attaccato al fusto per mezzo di un lungo peduncolo, alla cui

torsione è legata la resupinazione del fi ore. 2n=56,64

Status

Questa specie sembra non risentire di particolari

problemi.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: dai 150 ai 1000

m s.l.m.

Ambiente

Su suolo calcareo, quasi sempre nelle

boscaglie asciutte e soleggiate, spesso

assieme a Epipactis helleborine e a Cephalanthera

rubra.

G F M A M G L A S O N D

Note

Pur essendo una pianta solitamente rara,

in alcune occasioni mi è capitato di osservare

stazioni con oltre 100 esemplari

in pochi metri quadrati.

68 69


NEOTTIA NIDUS-AVIS (L.) L.C.M. RICHARD 1817

Ophrys nidus-avis L.

La denominazione specifi ca nidus-avis

che signifi ca “nido d’uccello” conferma il

signifi cato del nome generico Neottia.

Pianta

Da 15 a 40 cm. Fusto robusto, eretto,

di colore bruno-giallastro.

Fioritura

Fine Aprile inizio Luglio.

Foglie

Assenti, sostituite da guaine che abbracciano il fusto. Brattee membranacee

lesiformi, 2 o 3 cm le inferiori, molto più brevi le superiori.

Infiorescenza

Ha spiga densa, ad eccezione dei fi ori (2 o 3) più in basso a volte distanziati.

Fiori

Color miele, del quale emanano anche il profumo. Sepali e petali lunghi

da 4 a 6 mm, ovali-ellittici, ottusi, riuniti a cappuccio sopra il ginostemio.

Labello lungo da 9 a 12 mm, bilobato, lobi talvolta con margine fi nemente

denticolato. Alla base del labello è presente una piccola cavità dove si trova

il nettare. Ovario peduncolato. Sperone assente. 2n=36

Status

L’unico grave problema per

questa pianta è rappresentato

dal rapido diffondersi

dell’edera (Edera elix) la quale

tappezza completamente il

terreno, rendendo impossibile

la sopravvivenza di tutte

le piante erbacee.

Diffusione

Euro-asiatica. In Italia: in tutto il territorio.

In provincia: dai 300 a 1500

m s.l.m.

Ambiente

Boschi di latifoglie e impianti di conifere;

luoghi ombrosi e freschi su terreno

calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

L’impollinazione entomofi la avviene in

modo abbastanza complicato. Appena

i fi ori sono dischiusi, il rostello emette

al minimo contatto una piccola quantità

di sostanza vischiosa, che si attacca ai

pollini e al capo dell’insetto vettore. Nel

giro di pochi giorni il rostello perde la

capacità di emettere tale sostanza. Se

nel frattempo il fi ore non è ancora stato

impollinato, il polline pulverulento cade

sullo stimma e si avrà così l’autoimpollinazione.

In certi casi il ciclo vitale completo

di questa pianta può avvenire completamente

sotto terra.

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EPIPOGIUM APHYLLUM SWARTZ 1814

Satyrium epipogium L.

L’aggettivo aphyllum signifi ca “senza foglie”.

Pianta

Da 10 a 25 cm. Fusto rigonfi o alla

base, cavo, glabro, giallastro in basso,

rosso violetto verso l’alto.

Fioritura

Fine Luglio, Agosto.

Foglie

Ridotte a piccole scaglie membranacee inguainanti il fusto e dello stesso

colore di quest’ultimo.

Infiorescenza

Povera, da 1 a 4 fi ori. Brattee ridotte a piccole membrane.

Fiori

Piuttosto grandi, lunghi da 10 a 15 mm, odoranti delicatamente di banana.

Sepali e petali più o meno uguali, lineari e lanceolati, di colore giallastro.

Labello lungo da 6 a 14 mm, rivolto verso l’alto trilobato, di colore biancorosato;

lobo mediano di forma navicolare e provvisto internamente di alcune

creste (4-6) papillose per lo più di colore rosso. Ginostemio lungo da 4 a

7 mm. Sperone largo, sacciforme, di colore uguale al labello. Ovario ovale,

peduncolato. 2n=68

Status

In altre parti d’Italia mi è capitato di vedere fi oriture abbondantissime,

con cespi formati da decine di esemplari. Da noi, non si riesce a

trovarne mai più di qualche esemplare singolo. Nell’annata 2000 ho

trovato una nuova stazione sul versante nord del monte Carevolo:

sempre pochissimi esemplari, sempre in faggeta, ma in questo caso il

bosco è piuttosto asciutto. Dato l’ambiente in cui vive, questa pianta

non sembra avere particolari problemi.

Diffusione

Euro-siberiana. In Italia: in poche località

delle Alpi e degli Appennini; ovunque

molto rara. In provincia: in tre sole località

da 1300 a 1400 m s.l.m.

Ambiente

Faggete ombrose, molto umide o anche

asciutte.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è stata trovata per la prima

volta in provincia il 3-8-1986. Nello

stesso luogo non era più presente nel

1987, ma comunque nello stesso anno è

stata trovata a qualche Km di distanza,

sempre nello stesso ambiente e sempre in

pochi esemplari. Un paio di questi erano

bianco-latte: sicuramente si tratta della

varietà lacteum Keller.

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CORALLORHIZA TRIFIDA CHATELAIN 1760

Corallorhiza innata R.BR.

L’aggettivo trifi da signifi ca “diviso in tre”.

Si riferisce forse alla posizione assunta dalle

parti fi orali durante la fi oritura: il sepalo

mediano e i petali formano un gruppo di 3,

rivolti più o meno verso l’alto, i sepali laterali

e il petalo mediano (labello) formano un

altro gruppo di 3 rivolto verso il basso.

Pianta

Da 8 a 25 (30) cm. Fusto eretto,

glabro, di colore verde chiaro o

giallastro.

Fioritura

Giugno, inizio Luglio.

Foglie

Da 2 a 4, ridotte a scaglie membranacee, abbraccianti il fusto.

Infiorescenza

Lassa e povera (da 2 a 10-15 fi ori). Brattee minuscole, più corte del peduncolo

dell’ovario.

Fiori

Poco appariscenti, odoranti leggermente di muschio. Sepali lunghi circa

4-6 mm; petali più stretti, verde-giallicci, spesso con apici leggermente

arrossati. Labello bianco, appena trilobato, solcato da due callosità centrali

con alcune macchie rosse alla base. Ovario peduncolato. Sperone non

presente. 2n=42

Status

Si tratta di solito di una pianta piuttosto rara, si trovano quasi sempre pochi

e isolati esemplari. In certe annate e in condizioni particolarmente favorevoli

non è raro trovare decine e decine di esemplari in pochi metri quadrati

e sovente riuniti in cespi. Date le sue esigenze ecologiche, questa pianta

sembra non correre particolari pericoli.

Diffusione

Circumboreale. In Italia: sulle Alpi e sugli

Appennini fi no in Campania. In provincia:

al di sopra dei 1200 m s.l.m.

Ambiente

Faggete ombrose, su suolo neutro o

debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie pratica esclusivamente l’autoimpollinazione:

infatti all’osservazione

si nota che il dispositivo che consente

l’adesione delle masse polliniche al capo

degli insetti è atrofi co.

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LISTERA CORDATA (L.) R. BROWN 1813

Ophrys cordata L.

Il nome cordata, a forma di cuore, in relazione

alla forma delle foglie.

Pianta

Esile, alta da 5 a 20 cm, fusto fi ne,

bruno-rossastro al di sopra dell’inserzione

delle foglie, verde chiaro

e glabro al di sotto, pubescente

verso l’alto.

Fioritura

Giugno

Foglie

2 opposte, cordiformi o romboidali, con bordo ondulato, lunghe da 1 a 3 cm,

inserite un po’ sotto la metà del fusto, verde lucente nella pagina superiore,

verde grigiastro su quella inferiore. A volte è presente una terza fogliolina

al di sopra delle 2 più grandi.

Infiorescenza

Lassa, generalmente composta da 5-6 a 15 piccoli fi ori. Brattee di forma

triangolare lunghe circa 1 mm.

Fiori

Minuscoli, da verde chiaro a rosso-brunastro; sepali lunghi da 2 a 3 mm,

larghi 1 mm, ovati, patenti; petali ellittici, lunghi circa quanto i sepali; labello

senza sperone, nettarifero alla base, pendente, lungo circa il doppio dei

sepali, trilobo, con lobi laterali piccoli e posti alla base, lobo centrale a sua

volta diviso in 2 lobuli stretti, acuti, divergenti. 2n=36,38,40,42

Status

In conseguenza dell’esiguità del popolamento e del periodo troppo breve

di osservazione, risulta diffi cile trarre conclusioni o fare previsioni sulle condizioni

di questa entità. Tuttavia credo che l’enorme quantità di piantine di

abete presenti alla lunga fi niranno per alterare in modo negativo l’equilibrio

di questa piccola zona.

Diffusione

Circumboreale. In Italia è presente al

nord fi no alla Toscana, esclusa la Valle

d’Aosta. In provincia una sola stazione

in Val Nure.

Ambiente

Nel sottobosco di un’abetaia artifi ciale

(Abies alba) frammista ad arbusti di

mirtillo, su cuscini di muschio.

G F M A M G L A S O N D

Note

Ho trovato questa pianta verso la metà

di giugno del 1999 sul versante nordest

del monte Carevolo nel quadrante

1322-4 (comune di Ferriere). La piccola

stazione si trova al margine di un’abetaia

artifi ciale piuttosto matura: il terreno

umido risultava ricoperto di muschio,

con presenza di cespugli di mirtillo e

numerosissime plantule di abete bianco.

Il popolamento contava al momento del

ritrovamento una decina di esemplari a

fi ore e innumerevoli plantule che spuntavano

qua e là dal muschio.

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LISTERA OVATA (L.) R. BROWN 1813

Ophrys ovata L.

La denominazione ovata fa riferimento alla

forma ovale-rotondeggiante delle foglie.

Pianta

Da 20 a 50(70) cm. Fusto fl essuoso,

pubescente, verde-giallastro.

Fioritura

Da Maggio a Luglio.

Foglie

Due, lunghe da 5 a 15 cm, larghe da 0.3 a 8 cm, opposte, inserite a circa

un terzo del fusto, lucide nella pagina superiore, con evidenti nervature.

Raramente presenti anche altre foglie notevolmente più piccole, inserite

sempre al di sopra delle due principali.

Infiorescenza

Cilindrica, allungata, stretta, lunga da 6 a 36 cm, con numerosi piccoli fi ori.

Brattee ridotte a scaglie lunghe da 3 a 5 mm.

Fiori

Verdognoli, piccoli. Sepali ovali, smussati, formanti insieme ai petali (più

piccoli) una specie di cappuccio sopra al ginostemio giallo-verde. Labello

profondamente bilobato, percorso longitudinalmente da una callosità più

verde e lucida per la presenza di una sostanza vischiosa (nettare). Sperone

mancante. Ovario globoso sorretto da un pedicello. Per mezzo della torsione

di questo organo si ha la resupinazione del fi ore. 2n=32,34,38,42

Status

Questa specie sembra, al momento, non avere grandi problemi: è presente

in tutto il territorio con un discreto numero di esemplari. Il motivo di questa

favorevole situazione risiede probabilmente nella varietà di ambienti in cui

questa pianta si è adattata a vivere.

Diffusione

Euro-asiatica. In Italia: in tutto il territorio.

In provincia: dai greti stabilizzati

dei fi umi fi no al limite delle praterie. Più

frequente nelle zone intermedie.

Ambiente

Preferibilmente luoghi freschi e umidi,

oppure, raramente, aridi. Terreno vario:

da calcareo a debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Non è raro vedere ovari che già disperdono

semi maturi e notare che, attaccati ad

essi, il labello e le altre parti fi orali sono

ancora ben distinguibili, pur essendo

diventati un po’ marroncini.

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SPIRANTHES SPIRALIS (L.) CHEVALLIER 1827

Spiranthes autunnalis Rich.

Spiralis rafforza il signifi cato della denominazione

Spiranthes. Spesso viene usato il

sinonimo S. autumnalis L.C.M. Richard che si

riferisce al periodo di fi oritura che avviene a

fi ne Estate inizio Autunno. La parte radicale

è costituita da due tuberi affusolati; il più

vecchio, che ha dato origine allo stelo fi orifero

dell’annata, è più grinzoso.

Pianta

Da 8 a 30 cm. Fusto afi llo, coperto

verso l’alto da peli glandulosi.

Fioritura

Da metà Settembre ai primi di

Novembre.

Foglie

Da 4 a 6, ovato-ellittiche, acute, glaucescenti, riunite in rosetta, appressate

al terreno. Le foglie che si trovano vicino allo stelo fi orifero non appartengono

a quest’ultimo, produrranno lo stelo fi orifero dell’anno successivo e

seccheranno prima che si sia sviluppato un nuovo stelo fi orifero.

Infiorescenza

Lunga, sottile, ricca di piccoli fi ori disposti a spirale. Brattee più lunghe

dell’ovario, lanceolate, coperte di numerosi peli glandolosi.

Fiori

Con parti fi orali riunite a formare una specie di campanula, lunga da 0.5 a

8 mm; bianchi o bianco-verdastri lievemente profumati di vaniglia. Sepali

protesi in avanti, discosti all’apice. Petali lanceolato-ottusi. Labello scanalato,

curvato verso il basso all’apice, con margine dentellato, sperone assente.

Ovario pubescente. 2n=30

Status

S. spiralis è una specie molto rara soprattutto nei popolamenti della Val

Trebbia ridotti a pochissimi esemplari. Soffre notevolmente l’aumento di

erbe infestanti.

Il periodo di fi oritura può variare di molto a seconda che l’annata sia stata

± piovosa.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: in tutte le

regioni. In provincia: rara nella fascia

collinare dai 300 ai 450 m s.l.m.

Ambiente

Su terreno calcareo. Tende a situarsi

in piccoli avvallamenti, dove, per un

periodo più lungo dell’anno, il terreno

rimane intriso di acqua.

G F M A M G L A S O N D

Note

S. aestivalis, era presente sicuramente

in provincia nel passato. Attualmente la

sua presenza non è più stata accertata.

Questa sparizione va messa in relazione

alla totale distruzione del suo ambiente

(i prati umidi di pianura).

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GOODYERA REPENS (L.) R. BROWN 1813

Satyrium repens L.

Repens dal latino repere, signifi ca “strisciare”

proprio per la capacità del rizoma di emettere

stoloni radicanti.

Pianta

Da l0 a 30 cm. Fusto ascendente,

peloso specialmente nella parte

alta.

Fioritura

Luglio.

Foglie

Lunghe da 1 a 3.5 cm, larghe da 0.5 a 2 cm, a nervatura reticolata (unica fra

tutte le orchidee europee), da 3 a 6 riunite in rosetta basale, ovate, acute, di

colore verde scuro, con nervature più chiare; 2 o 3 piccole foglie caulinari,

lineari-lanceolate, bratteiformi, avvolgenti il fusto.

Infiorescenza

Da 5 a l0 cm, composta da una ventina di fi ori orientati unilateralmente o

a spirale. Brattee uguali o più lunghe dell’ovario.

Fiori

Profumati, bianchi, piccoli, ricoperti esternamente di peli glandulosi. Sepali

lunghi da 3 a 5 mm, concavi, conniventi, ovati, ottusi; petali oblunghi; sepalo

mediano e petali conniventi a casco. Labello con la parte basale concava,

contenente nettare e la parte anteriore ovato-triangolare, rivolto all’ingiù.

Sperone mancante: ovario peloso. 2n=30(28-32)

Status

La specie è legata indissolubilmente allo strato marcescente di aghi di

pino.

Diffusione

Circumboreale. In Italia: Alpi e Appennino

settentrionale e centrale. In provincia:

attualmente in diverse stazioni tra i 1000

e i1250 m s.l.m.

Ambiente

Boschi di conifere (Pino nero, Pino

silvestre).

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è stata segnalata per la prima

volta nell’Appennino piacentino

da A. Alessandrini nel 1984.

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PLATANTHERA BIFOLIA (L.) L.C.M. RICHARD 1817

Orchis bifolia L.

Bifolia proviene dal latino e signifi ca

“a due foglie” e si riferisce al fatto

che nella maggioranza dei casi questa

orchidea si presenta con due grandi

foglie basali.

Pianta

Da 20 a 60 cm. Fusto angoloso

nella parte alta.

Fioritura

Da Maggio a Luglio.

Foglie

Lunghe da 5-6 a 20 cm, larghe da 2 a 6 cm; generalmente due (raramente

tre o quattro), opposte, ovali, allungate, più strette verso la base, con margine

ondulato; sul fusto alcune foglie bratteiformi, lanceolato-acute.

Infiorescenza

Spiga allungata, cilindrica, lassa, a volte densa. Brattee: le inferiori più lunghe

dell’ovario, le superiori più corte.

Fiori

Profumati. Sepali laterali lunghi da 8 a 12 mm, larghi da 5 a 6 mm, biancastri;

divergenti, lanceolati, con apice ottuso; il mediano più largo e un po’ più

corto, piegato in avanti; petali bianco-verdastri o giallo-verdastri, stretti,

lanceolati, conniventi. Labello lungo da 9 a 15 mm, largo da 2.4 a 4.2 mm,

lineare, linguiforme, giallo-verdastro. Sperone claviforme, lungo da 20 a 30

mm. Ovario contorto. 2n=42

Status

La specie mantiene ancora un discreto numero di esemplari, distribuita su

una notevole varietà di ambienti, dai castagneti alle faggete, ai boschi misti,

alle praterie più o meno umide, ma i luoghi che maggiormente predilige sono

le frane ad argilla scagliosa, semi assestate o in movimento.

Diffusione

Paleotemperata. In Italia: in tutte le

regioni, più raramente nelle isole. In

provincia: dai primi boschi pedecollinari

alle massime altitudini.

Ambiente

Vario, da boschi di aghifoglie e di latifoglie

a praterie montane su suoli calcarei,

o debolmente acidi, da poveri a ricchi di

sostanze nutritizie.

G F M A M G L A S O N D

Note

Da taluni autori sono indicate alcune varietà

di scarso valore sistematico. Comunque

esemplari corrispondenti a queste

varietà si trovano anche in provincia: var.

carducciana Goiran, con foglie basali

molto ampie e brattee fi no al doppio

dell’ovario e var. trifoliata Thielens con

tre foglie basali.

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PLATANTHERA CHLORANTHA (CUSTER)

REICHENBACH 1828

Orchis chlorantha Custer

L’aggettivo chlorantha trae origine dalle parole

greche Khloros, verde e anthos, fi ore. Infatti i fi ori

di questa orchidea sono piuttosto verdi. Specie

molto simile a P. bifolia: da questa si differenzia

principalmente per alcune caratteristiche del

fi ore e per la struttura generale della pianta, più

robusta.

Pianta

Da 20 a 60 cm. Fusto robusto

e con angolature molto evidenti

verso l’alto.

Fioritura

Giugno, Luglio.

Foglie

Due (raramente 3 o 4), lunghe da 6 a 21 cm, larghe da 1.5 a 8 cm, opposte

alla base, grandi, ovali, ed allungate; lungo il fusto, alcune piccole foglie

sessili, bratteiformi.

Infiorescenza

Lassa; spiga cilindrica lunga fi no a 25 cm. Brattee con numerose nervature

lunghe quanto l’ovario.

Fiori

Biancastri o verdastri, più grandi che in P. bifolia e, a differenza di questa,

inodori, con le logge dell’antera divergenti e lo sperone, lungo da 2 a 42

mm, rivolto in alto e rigonfi o all’apice. 2n=42

Status

Specie meno abbondante di P. bifolia, tuttavia con quest’ultima condivide ±

gli stessi ambienti; tende a sparire nei prati dove il manto erboso è troppo

invadente.

Diffusione

Euro-siberiana. In Italia: in tutto il territorio.

In provincia: dai 600 ai 1500

m s.l.m.

Ambiente

Boschi misti, pascoli, radure, su terreni

calcarei, basici o acidi.

G F M A M G L A S O N D

Note

Si segnalano alcune varietà che sicuramente

fanno parte anche della nostra

fl ora: P. chlorantha var. lancifolia Reichenb.

con foglie molto strette e lanceolate. P.

chlorantha var. media Peitz. con fi ori bianchi

tranne il labello che è verde.

P. bifolia e P. chlorantha si ibridano facilmente,

essendo molto vicine morfologicamente;

tali ibridi sono quanto mai

diffi cili da riconoscersi.

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GYMNADENIA CONOPSEA (L.) R. BROWN 1813

Orchis conopsea L.

Conopsea deriva dal greco konops =

“zanzara”, forse per la rassomiglianza del

fi ore all’insetto.

Pianta

Da 10 a 50 (100) cm. Fusto slanciato,

sottile, sovente bruno-rossastro

verso l’alto.

Fioritura

Da fi ne Maggio a Luglio.

Foglie

Le inferiori (da 3 a 13), lunghe da 6 a 25 cm, larghe da 0.6 a 4 cm, lineari,

lanceolate, carenate nella pagina inferiore; le superiori (da 2 a 5) bratteiformi.

Infiorescenza

Stretta, cilindrica, allungata, con numerosi fi ori. Brattee lanceolate, acute,

subeguali all’ovario.

Fiori

Da rosa a rosa chiaro (raramente bianchi), odoranti intensamente. Sepali

laterali, lunghi da 4 a 7 mm, orizzontali; il mediano riunito a casco insieme

ai petali. Labello profondamente trilobo, più largo che lungo, lungo da 4 a

6 mm; lobi generalmente uguali, con margini interi. Ginostemio corto; antera

dritta a logge parallele, munite lateralmente da due piccole orecchiette; il

rostello forma una piega dentro la loggia dell’antera; stimma con lobi laterali

assai divaricati. Sperone fi liforme, riempito fi no a metà di nettare, arcuato

verso il basso, lungo da una volta e mezza a due volte l’ovario. 2n=40

Status

E’ ancora una delle orchidee

maggiormente presenti in

provincia, grazie alla sua

statura piuttosto alta che

le permette di sopportare

meglio la competizione con

altre erbe. Nel corso dell’ultimo

decennio ha risentito

pesantemente della presenza

del cinghiale.

Diffusione

Euro-asiatica. In Italia: Alpi, Prealpi,

Appennino fi no in Campania e Basilicata.

In provincia: dai 250 m fi no al

limite delle praterie.

Ambiente

Praterie, radure, scarpate, su terreno

piuttosto fresco.

G F M A M G L A S O N D

Note

Saltuariamente si trovano individui a fi ori

bianchi, ascrivibili alla var. albifl ora Zapal.

Di particolare interesse è la varietà densi

fl ora (Wahlenb.) Lindleyo secondo alcuni

autori subsp. densi fl ora (Wahlenb.) R.

Richter. Questa varietà ha una fi oritura

un po’ più tardiva rispetto a G. conopsea.

Può raggiungere una statura notevole, ha

un’infi orescenza molto lunga e appressata

e vive in ambienti ricchi di acqua, su

terreni calcarei.

Il giorno 10-6-1985 nel quadrante 1122-

2 in una zona franosa è stata trovata una

stazione di G. conopsea var. densifl ora

con circa un migliaio di individui molto

robusti, alcuni dei quali superavano a fi ne

fi oritura i 110 cm con una infi orescenza di

40 cm circa. Anche nelle annate successive

la fi oritura si è ripetuta con dimensioni

pressappoco uguali.

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GYMNADENIA ODORATISSIMA (L.) L.C.M.

RICHARD 1817

Orchis odoratissima L.

L’aggettivo specifi co odoratissima si

addice certamente a questa orchidea,

in quanto i suoi fi ori emanano un forte

profumo di vaniglia.

Pianta

Da 15 a 40 (50) cm. Il fusto in genere

è più esile che in G. conopsea:

cilindrico inferiormente, angoloso

nella parte superiore. L’apparato radicale

è pressoché uguale a quello

della specie affi ne.

Fioritura

Giugno, Luglio

Foglie

Le caulinari sono lineari o lineari-lanceolate, ripiegate a doccia, patenti

o più larghe nella metà inferiore, larghe da 4 a 10 mm; le superiori sono

bratteiformi, inguainanti il fusto.

Infiorescenza

Cilindrica, alta da 2-3 a 10 cm, densa o paucifl ora. Brattee lanceolate, lunghe

circa quanto l’ovario.

Fiori

Piccoli, da rosa ± carico a porpora, non sono rari gli esemplari albini; sepali

laterali lunghi da 4 a 5 mm, oblunghi, arrotondati in punta, orizzontali o

leggermente patenti. Il mediano forma un cappuccio insieme ai petali; labello

leggermente trilobo (raramente intero), più largo che lungo, lobi laterali

arrotondati, lobo centrale più largo, ottuso, più lungo dei laterali; sperone

lungo da 5 a 7 mm, ovario ritorto. 2n=40

Status

Attualmente la specie sembra non correre grossi pericoli.

Diffusione

L’areale di questa specie è costituito da

un’ampia superfi cie dell’Europa centrale;

tuttavia esistono diverse stazioni localizzate

al di fuori di questa area. In Italia è concentrata

per lo più sulle Alpi, è inoltre presente

sulle Apuane. In provincia è localizzata in

due sole stazioni.

Ambiente

Lungo i margini dei torrenti, pascoli montani,

radure dei boschi.

G F M A M G L A S O N D

Note

Specie già segnalata per la vetta del

Monte Lesima (Pirola 1967), ma non

più osservata. Nel 1989 ne ho trovato

un’abbondante stazione situata in una

zona franosa, ± assestata, nei pressi di un

torrentello, affl uente di sinistra del Torrente

Lardana (Val Nure), nel quadrante

1323-2-4, vicino al paese di Fornelli (Pianazze),

nel comune di Farini. Nel 1992

Enrico Romani ne segnala una nuova

stazione, situata sul crinale a Nord-Ovest

di Mont’Osero, nel quadrante 1223-1, in

comune di Bettola. Queste due stazioni

a tutt’oggi devono essere considerate le

uniche per la regione.

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PSEUDORCHIS ALBIDA (L.) A. &. D. LÖVE 1969

Leucorchis albida (L.) E. Meyer

L’aggettivo albida proviene dal latino

e signifi ca “biancastra”.

Pianta

Da 15 a 20 cm. Fusto striato, fl essuoso,

con alla base alcune guaine

appuntite.

Fioritura

Giugno, Luglio.

Foglie

4 o 5, da oblungo a oblungo-lanceolate, lunghe da 3 a 8 cm, larghe da 1 a

2.5 cm, decrescenti verso l’alto fi no a diventare bratteiformi.

Infiorescenza

Densa, cilindrica, formata da numerosi piccoli fi ori. Brattee lanceolato-acuminate,

lunghe uguali o un po’ più dell’ovario.

Fiori

Facoltativamente autogami o cleistogami, bianchi o bianco-giallicci, rivolti

all’ingiù, leggermente profumati. Sepali e petali lunghi da 2 a 3 mm, ovatooblunghi,

riuniti a cappuccio. Labello lungo da 2.5 a 4 mm, largo da 2 a 3

mm, trilobo; lobo mediano più lungo e più largo dei laterali. Sperone a sacco

leggermente ricurvo, lungo circa la metà dell’ovario. 2n=40 (42)

Status

Da alcuni anni, questa pianta non viene più ritrovata nelle stazioni in cui

precedentemente veniva segnalata. Affermare che sia ormai estinta è probabilmente

azzardato; tuttavia un dato certo è che i suoi ambienti vitali si

stanno alterando in modo preoccupante.

Diffusione

Artico-alpina. In Italia: Alpi, Appennino

settentrionale, centrale e campano. In

provincia: estremamente rara, al di sopra

dei 1400 m.

Ambiente

Praterie di vetta su terreni debolmente

acidi o decalcifi cati. La si trova spesso

assieme a Nigritella nigra, Traunsteinera

globosa e Gymnadenia conopsea.

G F M A M G L A S O N D

Note

A causa della diffi cile individuazione dei

suoi caratteri morfologici, storicamente

le sono stati attribuiti diversi sinonimi ed

una diversa collocazione nell’ambito della

famiglia: Gymnadenia albida (L.) Rich.,

Orchis albida (L.) Scop., Bicchia albida

Parl., Satyrium albidum L. e come si è già

accennato Leucorchis albida.

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NIGRITELLA RHELLICANI TEPPNER & KLEIN 1990

Nigritella nigra (L.) Rchb. F. P.P.

Dedicato a Johannes Müller, detto

Rhellicanus, naturalista svizzero

Pianta

Da 8 a 25 cm. Fusto rigoglioso e angoloso

verso l’alto, con angolature

a volte spruzzate di rosso.

Fioritura

Fine Giugno, Luglio.

Foglie

Da 7 a 11, per lo più raggruppate

alla base, molto strette, graminiformi;

foglie caulinari sessili, bratteiformi,

con bordi spesso arrossati.

Infiorescenza

Compatta, conica, allungata. Brattee lesiniformi, verdi, lavate di porpora sul

bordo.

Fiori

Allogami, bruno-scuri, con gli apici delle divisioni fi orali quasi neri e odoranti

di vaniglia. Sepali lunghi da 5 a 7.5 mm, lanceolati, acuti, della stessa lunghezza

dei petali; petali larghi circa la metà degli esterni. Labello cuoriforme.

Sperone corto, sacciforme. Ovario non ritorto. 2n=40

Bordo della brattea

visto al microscopio ottico

Status

A causa dell’abbandono dei pascoli

questa specie, di piccole dimensioni,

risente negativamente della competizione

con le erbe di maggiore statura;

pertanto è in via di progressiva rarefazione.

Questa situazione si è pericolosamente

aggravata negli ultimi anni,

tanto da ridurre la presenza di questa

specie sul territorio piacentino a

poche decine di esemplari. Migliore,

anche se di poco, è la situazione nel

confi nante territorio pavese, dove,

vicino a Cima Colletta, vengono effettuati

degli sfalci periodici.

Diffusione

Artico-alpina. In Italia: Alpi e Appennino

genovese, pavese, alessandrino,

piacentino.

Ambiente

Praterie di vetta dai 1400 m in su;

terreni calcarei, ma anche in altri tipi

di substrato.

G F M A M G L A S O N D

Note

Non essendo i fi ori resupinati, questi si

presentano capovolti; trovandosi le masse

polliniche nella parte bassa rispetto

allo stimma, l’autoimpollinazione sembra

non possa aver luogo. Le prime brattee

osservate al microscopio, forniscono

attraverso la denticolatura del bordo

importanti elementi diagnostici. Riguardo

all’eventuale presenza di N. corneliana

(Beauverd) Gölz & Reinhard, di cui avevo

menzionato il ritrovamento (1989) di

alcuni esemplari nel quadrante 1322-2,

nonostante accurate osservazioni negli

anni successivi, tali esemplari non sono

più stati trovati. La presenza di questa

specie sul nostro Appennino rappresenta

un fatto importante in quanto segna il suo

limite meridionale.

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COELOGLOSSUM VIRIDE (L.) HARTMAN 1820

Orchis viridis Crantz

Viride proviene dal latino viridis, verde e

si riferisce al colore dei fi ori; questi infatti

dopo l’impollinazione inverdiscono e

rimangono attaccati all’ovario per molto

tempo.

Pianta

Da 5 a 25 cm. Fusto striato, foglioso

fi no a 3/4.

Fioritura

Da fi ne Maggio a Luglio.

Foglie

Da 3 a 6, lunghe da 2 a 10 cm, larghe da 1 a 5 cm, disposte lungo il fusto,

quelle basali ovali; lungo il fusto lanceolato-acute.

Infiorescenza

Piuttosto densa; con 5-20 fi ori. Brattee lineare-Ianceolate, decrescenti

verso l’alto.

Fiori

Non profumati. Sepali, lunghi da 3.5 a 6.5 mm, larghi da 2 a 3 mm e petali,

lunghi da 4 a 6.5 mm, verdi o verde-giallastri, conniventi a formare un cappuccio

sopra il ginostemio. Labello rossastro, poi verde-giallastro, lungo da

6 a 10 mm, largo da 4 a 5 mm, pendulo e retrofl esso fi no a toccare l’ovario,

trilobato all’apice, con i lobi laterali più lunghi del mediano, munito alla base

di una depressione con due fossette nettarifere. Sperone nettarifero breve e

sacciforme, lungo da 2 a 3 mm. Ovario verde-giallastro. 2n=40

Status

Si tratta di una pianta prevalentemente esile, pertanto passa sovente inosservata.

Tuttavia l’eccessivo accumulo di erba in decomposizione, ne sta

provocando la sparizione.

Diffusione

Circumboreale, Alpi e Prealpi, Appennini,

fi no in Calabria; in provincia: al di sopra

dei 1000 m.

Ambiente

Radure, praterie, su suoli sia acidi che

basici, terreni freschi, umidi o asciutti.

G F M A M G L A S O N D

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DACTYLORHIZA INCARNATA (L.) SOO’ 1962

Orchis incarnata L.

Incarnata è un nome certamente indovinato:

i suoi fi ori infatti hanno una colorazione

carnicina.

Pianta

Da 20 a 80 cm. Fusto molto robusto,

cavo internamente, angoloso

verso l’alto.

Fioritura

Fine Maggio, inizio Luglio.

Foglie

Da 4 a 7, lineare-Ianceolate, con apice a cappuccio, lunghe da 8 a 15 cm.

L’ultima foglia raggiunge o supera l’infi orescenza.

Infiorescenza

Ovoide, poi cilindrica, densa, lunga da 5 a 20 cm. Brattee lanceolate-acute,

spesso sfumate di bruno-rossastro, molto più lunghe dei fi ori.

Fiori

Rosei, a volte anche piuttosto rossi. Sepali laterali divergenti, obliqui, concavi,

lunghi da 6 a 9 mm, larghi da 2.5 a 4 mm; il mediano, insieme ai petali, è

piegato in avanti a formare un cappuccio sopra al ginostemio. Labello piccolo,

di forma romboidale lungo da 5 a 9 mm, lievemente trilobato o terminante

con una punta centrale pronunciata. Il disegno posto nella pagina superiore

è formato da piccole linee più scure. Sperone robusto, generalmente rivolto

all’ingiù lungo da 5 a 9 mm, leggermente più corto dell’ovario. 2n=40

D. incarnata f. ochrantha

Status

Questa specie è una delle

orchidee più tipiche delle

torbiere. Attualmente è in

forte arretramento, per l’eccessivo

infoltimento di questi

luoghi.

Diffusione

Euro-siberiana. In Italia: regioni del

nord e del centro. In provincia: dai 900

ai 1500 m.

Ambiente

Limitato a luoghi paludosi o torbiere.

In questi ambienti è presente in buon

numero.

G F M A M G L A S O N D

Note

Gli esemplari bianco-giallastri che si trovano

nell’ambito di questa specie e che

sono stati attribuiti in un primo tempo a

D. incarnata subsp ochroleuca (Boll.) P.F.

Hunt & Summerhayes, sono sicuramente

da assegnare a D. incarnata f. ochrantha

Landwehr. Gli esemplari attribuiti a D. incarnata

subsp hyphaematodes (Reichemb.

Fil.) Soò da alcuni anni non sono più

reperibili. Questo è un dato che si è già

riscontrato in altri generi: quando una

specie è in diffi coltà per motivi dovuti

alla forte competizione con altre erbe,

gli esemplari variabili o atipici tendono a

sparire per primi.

98 99


DACTYLORHIZA LAPPONICA (LAESTAD

ex REICHENBACH FIL.) SOO’ 1962

Orchis lapponica Laest. ex Rchb. F.

Questa specie trae il nome dalla Lapponia,

dove è stata descritta per la prima volta.

Pianta

Robusta, altezza media di circa

15-25 cm (esemplari molto più alti

presenti nelle stazioni sono sicuramente

ibridi naturali). Fusto cavo

internamente nella parte bassa,

rossastro in alto.

Fioritura

Giugno, Luglio.

Foglie

Da 2 a 5, lunghe da 4 a 10 cm, larghe da 0.5 a 2.5 cm, verde nella parte

superiore, con macule nerastre presenti solo nella metà apicale, verdebiancastro

nella parte inferiore, con le nervature più evidentemente scure,

ovali, leggermente lanceolate, eretto-arcuate . Le macchie tendono a sparire

quando la pianta invecchia.

Infiorescenza

Paucifl ora. Brattee rossastre; le inferiori più lunghe dei fi ori.

Fiori

Rosso-porporino, non molto grandi. Sepali laterali lunghi da 7 a 10 mm,

larghi da 3 a 4 mm, eretti o patenti; il sepalo mediano e i petali, lunghi da

5 a 8 mm, sono conniventi a formare un cappuccio sopra il ginostemio.

Labello lungo da 5 a 9 mm, largo da 7 a 11 mm, obovale, defl esso, intero o

appena dentellato nella parte apicale, chiaro alla base con disegno formato

da alcune venature più vivacemente porporine. Sperone conico, parallelo o

appena piegato verso il basso, lungo circa la metà dell’ovario. 2n=80

Status

La specie, presente fi no a qualche anno fa con un numero notevole di

esemplari, sembra ora risentire pesantemente della competizione con altre

e più vigorose specie erbacee. Per salvaguardare questa ed altre specie che

vivono in ambiente umido è assolutamente necessario effettuare sfalci nel

periodo di riposo di queste piante (settembre-ottobre).

Diffusione

Artico-alpina. In Italia: in poche stazioni

della cerchia alpina. In provincia: le

sette stazioni trovate fi no ad ora sono

da ritenersi le uniche per la catena

appenninica.

Ambiente

G F M A M G L A S O N D

100 101

Torbiere.

Note

La scelta di cambiare nome a questa

specie è dovuta al fatto che nel corso

di questi anni si è scoperto che, tra gli

esemplari piacentini in precedenza attribuiti

a D. traunsteineri , vi è una maggiore

vicinanza dal punto di vista morfologico

con D. lapponica, piuttosto che con D.

traunsteineri.


DACTYLORHIZA MACULATA subsp. FUCHSII

(DRUCE) HYLANDER 1966

Orchis maculata L.

Maculata deriva dal latino macula e

trae signifi cato dalla macchiettatura

nerastra che di solito (salvo rare

eccezioni) si trova sulle foglie.

Fuchsii in onore del botanico

Leonhart Fuchs (1501-1566).

Pianta

Da (l0) 20-50 (60) cm. Fusto

eretto, non cavo internamente con

costolature verso la sommità di

colore verde o sovente brunastro.

Fioritura

Da fi ne Maggio ad Agosto.

Foglie

Da 5 a 11; densamente maculate sulla pagina superiore, verde grigiastro con

nervature più scure in quella inferiore; le basali ovale-lanceolate lunghe da

4-5 a 20 cm, larghe da 2 a 5 cm; con apice ± ottuso; le cauline, allungate,

bratteiformi.

Infiorescenza

Spiga conica a inizio fi oritura, poi cilindrica, con numerosi fi ori accostati.

Brattee più lunghe dell’ovario, sfumate, di colore bruno-rossastro.

Fiori

Generalmente rosa-violaceo. Sepali laterali lanceolati, divergenti, lunghi da 8

a 11 mm; il centrale connivente con i petali, a formare un cappuccio sopra al

ginostemio. Labello lungo da 6 a 10 mm, largo da 9 a 15 mm profondamente

trilobo con lobo mediano più acuto e lungo dei laterali. I disegni sul labello

hanno una colorazione più marcata rispetto a quella del fi ore. Sperone lungo

da 6 a 10 mm più corto o lungo quanto l’ovario. 2n=40

Status

Anche questa specie, negli ultimi tempi, è stata decimata

dal cinghiale.

Diffusione

Euro-siberiana. L’areale italiano non è

ancora ben defi nito, tuttavia sembrerebbe

limitato alle regioni del nord e del

centro. In provincia è presente, dai 350

m fi no alle più alte cime.

Ambiente

È possibile trovarla in diversi ambienti,

con terreno prevalentemente calcareo o

debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Francamente devo dire che sul nome da

attribuire a questa specie permangono

non pochi dubbi. Lo scenario che va

delineandosi nell’ambito degli specialisti

di Dactylorhiza è quello di raggruppare

varie entità, segnalate per l’Italia, sotto

un’unica specie: Dactylorhiza maculata. A

mio avviso, tuttavia, vi sono forti perplessità

che D. maculata in senso stretto sia

presente sul territorio provinciale. I pochi

esemplari esistenti in luoghi umidi, hanno

caratteri poco stabili e c’è quindi il forte

dubbio che si tratti di forme ibridogene.

Da qui la scelta di questa forma nomenclaturale

è quasi obbligata, in quanto la

quasi totalità degli esemplari provinciali

combaciano con la forma fuchsii.

102 103


DACTYLORHIZA MAJALIS (REICHENB)

P.F. HUNT & SUMMERHAYES 1965

Orchis majalis Rchb.

Etimologicamente majalis deriva dal latino

e signifi ca “di maggio”. Fa presumibilmente

riferimento al periodo di fi oritura, anche se

per quel che riguarda il territorio

piacentino questa avviene in Giugno.

Pianta

(15-20) 30-50 cm. Fusto fl essuoso,

cavo, striato, di colore porpora

verso l’alto.

Fioritura

Giugno.

Foglie

Da 4 a 6, vistosamente macchiate di scuro nella pagina superiore, lunghe da

3-4 a 16 cm, larghe da 1.5-2 a 4 cm; le prime in basso oblungo-lanceolate,

leggermente carenate, da 1 a 3 foglie superiori, bratteiformi. L’ultima, a inizio

fi oritura, raggiunge l’infi orescenza.

Infiorescenza

Densa, multifl ora, cilindrica. Brattee più lunghe dei fi ori, decrescenti verso

l’alto, di colore brunastro.

Fiori

Rosso-violacei, con macchioline e linee più scure sul labello. Sepali laterali

eretti, ovale-lanceolato, lunghi da 7 a 12 mm, larghi da 3.5 a 5 mm; il mediano

e i petali sono conniventi a forma di cappuccio, lunghi da 6 a 9 mm.

Labello lungo da 7 a 10 mm, largo da 10 a 14 mm, trilobo, con lobi laterali

arrotondati; il mediano, piccolo, con punta ottusa. Sperone conico, più corto

dell’ovario, leggermente piegato verso il basso.

Status

La stazione nel quadrante 1322-2 situata a Nord dei Groppi di Lavezzera è

stata soffocata dall’avanzata di arbusti e rovi. Sempre per gli stessi motivi,

la stazione situata sul Monte Osero perde esemplari anno dopo anno.

Diffusione

Centro-europea. In Italia è presente nelle

regioni dell’arco alpino. In provincia:

una sola stazione sul versante Ovest,

Sud-Ovest del Monte Osero.

Ambiente

G F M A M G L A S O N D

104 105

Torbiere

Note

La specie è nuova per il Piacentino; la

presenza è stata accertata nel mese

di Giugno 1986. Attualmente questi

ritrovamenti devono ritenersi gli unici

dell’Appennino. Gli esemplari presenti

sul M. Osero si discostano notevolmente

da quelli presenti sulle Alpi: secondo il

parere di alcuni esperti si tratterebbe di

popolamenti di origine ibridogena.


DACTYLORHIZA SAMBUCINA (L.) SOO’ 1962

Orchis sambucina L.

Sambucina allude all’odore del sambuco,

che secondo alcuni autori emanerebbero

i suoi fi ori.

Pianta

Da l0 a 35 cm. Fusto vigoroso, cavo

internamente, scanalato verso la

sommità.

Fioritura

Maggio, Giugno.

Foglie

Verde-chiaro, distribuite lungo il fusto, distanziate, piegate a doccia o erette;

le inferiori oblungo-obovate, con apice ottuso; le superiori lanceolate, con

apice acuto.

Infiorescenza

Densa e ricca, da lunga e cilindrica a corta e ovata. Brattee più lunghe dei

fiori, lanceolato-acute; verde-chiaro negli esemplari gialli, rossastre in quelli

rossi.

Fiori

Giallo-chiari con alcune macchioline rosse sul labello oppure rosso-violacei,

con la base del labello leggermente gialla. Tepali laterali esterni eretti;

il mediano curvato in avanti, talvolta connivente a cappuccio con i tepali

laterali interni. Labello debolmente trilobo ed intero, con margine ondulato

e irregolarmente dentellato. Sperone grosso, rigonfi o, conico, rivoltato verso

il basso, lungo uguale o più dell’ovario.

Status

Si tratta certamente dell’orchidea più diffusa fra quelle che vivono in

montagna; tuttavia in certe zone, soprattutto nella parte occidentale della

provincia, subisce delle vere e proprie decimazioni ad opera dei cinghiali,

che si nutrono dei suoi tuberi.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: in tutte le

regioni tranne in Sardegna. In provincia:

al di sopra degli 800 m. Esemplari isolati

anche a quote molto più basse.

Ambiente

Praterie, boscaglie rade, su terreno

calcareo o debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Il tubero di questa pianta contrariamente

alle altre specie di Dactylorhiza, è poco

diviso, e ha una conformazione assai vicina

ai tuberi del genere Orchis. Questo

fatto viene visto da qualche autore come

una forma di passaggio tra i due generi.

Di questa specie si trovano esemplari

con colorazione completamente gialla e

esemplari rossi; i due tipi convivono, con

leggera prevalenza dell’uno o dell’altro

tipo a seconda delle stazioni. Raramente

si trovano individui con colorazione

intermedia.

106 107


TRAUNSTEINERA GLOBOSA (L.) REICHENBACH 1842

Orchis globosa L.

Il termine globosa fa riferimento alla

forma sferica dell’infi orescenza.

Pianta

Da 15 a 60 cm. Fusto glabro, slanciato,

leggermente fl essuoso, con

nervature prominenti nella parte

superiore.

Fioritura

Da fi ne Maggio a Luglio.

Foglie

Da 4 a 6, verde-glauco, lunghe da 5 a 13 cm, larghe da 1 a 3.5 cm, tutte

caulinari, distribuite nella metà inferiore del fusto, di forma lineare-lanceolata

o oblungo-lanceolata, più o meno erette, man mano più corte verso l’alto,

fi no a diventare bratteiformi.

Infiorescenza

Corta e densa, alta da 1.5 a 6 cm, larga da 1.5 a 5 cm, a inizio fi oritura

conica, poi globoso-cilindrica. Brattee lunghe uguali o più dell’ovario, verdechiaro,

bordate di porporino.

Fiori

Rosa-lilla. Sepali lunghi da 4 a 8 mm, orientati in avanti, poi patenti, larghi

alla base, terminanti all’apice con punte spatolate; petali lunghi da 3 a 6.5

mm, ravvicinati a casco, terminanti con punte ottuse e divaricate. Labello

cuneiforme, lungo da 3 a 6 mm, trilobo, generalmente bianco-rosato o rosa

carico, con punteggiatura porporina; lobi laterali di forma più o meno triangolare;

il mediano più lungo e terminante con una punta acuminata. Sperone

conico, più corto dell’ovario, rivolto verso il basso. Ovario sessile. 2n=42

Status

Anche questa specie, avendo un apparato radicale tuberoso, viene spesso

mangiata dai cinghiali. Il segreto della sua sopravvivenza sta nella sua rada

ma omogenea distribuzione nell’ambiente; pertanto qualche esemplare si

salva sempre.

Diffusione

Sud-Europa. In Italia: nelle regioni alpine

e nell’Appennino tosco-emiliano

e abruzzese. In provincia: sopra i 1000

m s.l.m.

Ambiente

Praterie montane, in pieno sole, su

terreno debolmente acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie condivide prevalentemente

la stessa nicchia ecologica di Nigritella

rhellicani, ma, contrariamente a questa,

T. globosa riesce ancora a mantenere un

discreto numero di esemplari. Probabilmente

ciò è dovuto alla statura piuttosto

alta della pianta; anche le foglie sono posizionate

ad una certa altezza dal suolo.

Questo le consente di reggere meglio la

competizione con altre erbe.

108 109


ORCHIS ANTHROPOPHORA (L.) ALLIONI 1753

Aceras anthropophorum (L.) W.T. Aiton

Pianta

Da 15 a 40 cm. Fusto diritto scanalato

all’altezza dell’infi orescenza.

Apparato radicale formato da due

bulbi ovoidi con alcune radichette

secondarie.

Fioritura

Fine Maggio.

Foglie

Da 5 a 10. Le inferiori in rosetta basale da lanceolate a sub-spatolate con

apice acuto, erette o patenti, lunghe da 6 a 15 cm, larghe da 1 a 4 cm; le

superiori avvolgenti strettamente il fusto, l’ultima bratteiforme.

Infiorescenza

Spiga lineare, densa, con molti fi ori. Brattee membranacee più corte dell’ovario.

Fiori

Verde-giallicci, orlati di bruno-porporino o violaceo, sepali e petali riuniti a

casco, lunghi da 11 a 15 mm, larghi da 3 a 4 mm. Labello lungo da 12 a 20

mm, trilobo, giallastro, con i bordi e i lobi arrossati; lobo mediano stretto

ed allungato, diviso a sua volta in due lobi, a volte separati centralmente

da un piccolo dente. Alla base del labello due callosità chiare formanti una

fossetta contenente il nettare. Sperone assente. 2n=42

Status

Questa specie è stata rilevata per la prima volta nel 1987 in comune di

Pianello (Rocca d’Olgisio), successivamente in comune di Bobbio e, poi,

in comune di Travo, in tre piccolissimi popolamenti. In questi luoghi non la

rivedo più da almeno 6 o 7 anni. Salvo ormai improbabili piacevoli sorprese,

quest’entità deve ritenersi estinta nel territorio provinciale.

Diffusione

Steno-atlantico-mediterranea. In Italia:

nelle regioni litoranee, rara al nord, assente

nel Trentino. In provincia: in luoghi

particolarmente soleggiati.

Ambiente

Praterie anche sassose, più o meno

aride, su suoli calcarei.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è stata segnalata per la prima

volta in Provincia nel corso di questa

ricerca nel 1987 . Quest’entità è meglio

conosciuta come Aceras anthropophorum:

fi no a poco tempo fa, infatti, era l’unica

specie che dava origine al genere Aceras.

Recenti ricerche genetiche (W. Rossi et

al., 1994; Pridgeon et al., 1997) hanno

stabilito al di là di ogni dubbio che questa

specie appartiene al genere Orchis.

110 111


ORCHIS CORIOPHORA L. subsp. FRAGRANS

(POLLINI) SUDRE 1890

Orchis fragrans Pollini

Etimologicamente il nome coriophora deriva dalle parole

greche koris, cimice e phero, porto e signifi cherebbe

portatrice di cimici; naturalmente con le cimici ha a che

fare soltanto per quanto riguarda il profumo sgradevole

che emanano i suoi fi ori. I fi ori della sottospecie fragrans

invece, emanano un intenso e gradevole profumo da cui

trae origine il nome.

Pianta

Da 15 a 25 (35) cm. Fusto foglioso,

cilindrico, leggermente scanalato

in alto.

Fioritura

Maggio, Giugno.

Foglie

Da 3 a 5, lunghe da 4 a 8 cm, larghe da 0.4 a 1 cm le inferiori riunite in rosetta

basale, lineare-lanceolate, carenate, da 2 a 3 le superiori fi nemente linearilanceolate,

lunghe da 3 a 8 cm, bratteiformi, di colore verde-biancastro. Le

foglie basali, quando la pianta è in fi ore, sono quasi sempre già secche.

Infiorescenza

Densa, multifl ora, ovoide a inizio fi oritura, poi cilindrica. Brattee lanceolate,

più lunghe generalmente dell’ovario.

Fiori

Verdognoli o purpurei. Piccoli, profumati. Sepali lunghi da 8 a 12 mm,

petali lunghi da 6 a 9 mm, conniventi a formare un cappuccio allungato a

forma di becco, di colore verdognolo purpureo. Labello trilobo, con lobo

mediano lanceolato, più lungo e sottile dei laterali, ripiegato all’indietro,

generalmente con colorazione più chiara centralmente, con punteggiature

più marcatamente purpuree. Sperone conico, più corto dell’ovario, rivolto

verso il basso. 2n=38

Status

Nella nostra provincia, questa pianta vive, salvo una piccola eccezione nel

comune di Bettola, lungo i maggiori corsi d’acqua, sui greti stabilizzati. In

questi luoghi, poco ospitali, vi è meno competizione, pertanto la specie

mantiene, a grandi linee, la sua presenza. Tuttavia, alcuni anni fa, è stata

distrutta quasi totalmente la stazione che rappresentava circa l’80% della

presenza provinciale. La distruzione è avvenuta a seguito della costruzione

di baracche per il ricovero di animali e del conseguente calpestio di questi.

La stazione si trova nel comune di Gazzola, nel quadrante 1023-4, lungo il

Trebbia, all’altezza di Rivalta.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: lungo il tratto pianeggiante

dei maggiori corsi d’acqua.

Ambiente

Prati aridi e greti dei fi umi stabilizzati.

G F M A M G L A S O N D

Note

Diversi autori trattano quest’entità col

nome specifi co perché ritengono poco

evidenti o molto variabili le caratteristiche

tra specie e sottospecie. Personalmente

ritengo che trattare questa pianta col

termine sottospecifi co rispecchi meglio

la situazione provinciale. La pianta è

infatti piuttosto slanciata, ha, rispetto

alla specie, meno foglie e più strette,

quasi graminiformi. I fiori hanno una

colorazione, sì variabile, ma mai troppo

marcata e, soprattutto, profumano in

modo gradevole.

112 113


ORCHIS LAXIFLORA LAMARCK 1779

Orchis ensifolia Vill.

Laxifl ora è di origine latina e fa riferimento

all’infi orescenza a fi ori distanziati.

Pianta

Da 30 a 60 cm. Fusto eretto verso

l’alto, angoloso e rosso scuro.

Fioritura

Maggio, Giugno.

Foglie

Lunghe da 6 a 14 cm, larghe da 1 a 2.5 cm; distribuite lungo tutto il fusto,

da lineari a lineare-lanceolate, carenate, acute, con evidenti nervature nella

pagina inferiore; le superiori avvolgenti lungamente il fusto.

Infiorescenza

Lunga, cilindrica, molto lassa. Brattee membranacee, lanceolate, acute, porporine,

più lunghe dell’ovario; più o meno uguali nella parte alta.

Fiori

Di colore porpora-violaceo, più o meno intenso, con una parte bianca al centro

del labello. Sepali lunghi da 10 a 14 mm, larghi da 4 a 6 mm, ovali, ottusi,

i laterali eretti, il mediano ricurvo in avanti e ± connivente a formare un casco

con i petali che sono leggermente più corti: lunghi da 6 a 9 mm, larghi da 4

a 5 mm; labello lungo da 9 a 12 mm, largo da 14 a 18, cuneiforme, trilobato,

col lobo centrale più corto dei laterali, decisamente piegati all’indietro, con

margine irregolarmente inciso. Sperone un pò più corto dell’ovario, rivolto

verso l’alto, molto sottile, ottuso o dilatato all’apice. 2n=36,42

Status

La previsione pessimistica del 1989 si è purtroppo rilevata esatta: da diversi

anni non trovo più questa specie nella stazione originaria. Alcuni anni fa una

grossa frana ha distrutto l’unica radura umida dove questa pianta viveva.

Pertanto O. laxifl ora va ritenuta estinta dalla provincia di Piacenza.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: una sola stazione,

in Val Trebbia.

Ambiente

Margini di zone umide.

G F M A M G L A S O N D

Note

Nella stagione ’88 si è avuta la riconferma

della presenza sul territorio piacentino

di questa specie. In precedenza

era stata segnalata nel secolo scorso

(Bracciforti A. 1877).

114 115


ORCHIS MASCULA (L.) LINNEO 1755

L’aggettivo mascula deriva dal latino masculus,

fa riferimento alle parti sotterranee e allo

sperone.

Pianta

Di aspetto robusto, da 20 a 60

(70) cm. Fusto con punteggiatura

porporina, nella parte bassa; nella

parte alta quasi sempre brunoarrossato.

Fioritura

Da Aprile a inizio Giugno.

Foglie

Da 4 a 8, quasi tutte riunite a formare una rosetta basale, lunghe da 6 a

21-23 cm, larghe da 1.5 a 4 cm di forma oblungo-lanceolate, verdi non

maculate o verdi maculate da larghe o piccole chiazze viola o brunastro,

eretto-patenti, con apice ottuso; da 2 a 4 foglie superiori lanceolate, piccole,

guainanti il fusto.

Infiorescenza

Con 6-7 o 60 (70) fi ori, piuttosto densa, di forma dapprima conica, poi

cilindrico-allungata. Brattee membranacee, lanceolate, di colore violaceo; le

inferiori lunghe come l’ovario, le superiori la metà.

Fiori

Di colore variante dal porpora chiaro al rosso-violetto, oppure rosa. Sepali

laterali ovali lunghi da 7 a 15 mm, eretti e spesso con apici arrotondati o

acuminati e a volte rivolti all’indietro; il centrale piegato in avanti con l’apice

rivolto in alto connivente con i petali a formare un cappuccio sopra al ginostemio.

Labello nettamente trilobo lungo da 8 a 15 mm, largo da 7 a 18 mm;

lobi dentellati al margine; lobo mediano a sua volta bilobo. Parte centrale

del labello più chiara, con alcune macchie porporine. Sperone orizzontale

o piegato leggermente verso l’alto, talvolta a forma di clava all’apice, lungo

quanto l’ovario. 2n=42

Status

La stazione di O. mascula segnalata a suo tempo

alla Rocca d’Olgisio a fi oritura precoce, deve ritenersi

estinta in quanto il bosco dove essa viveva è

stato invaso dall’edera (Edera elix), cancellando ogni

traccia di questa e di altre orchidacee. O. mascula,

pur mantenendo ancora una certa presenza sul

territorio, ha subito in questi ultimi anni una forte

contrazione, dovuta all’avanzata di arbusti infestanti

sui pascoli, ma soprattutto alla vorace presenza dei

cinghiali.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: in tutte le

regioni. In provincia: dai 450 m s.l.m. fi no

alle massime altitudini.

Ambiente

Molto vario: boschi radi o densi, praterie

umide.

G F M A M G L A S O N D

Note

La variabilità della specie è notevole. Nel

Piacentino si trovano esemplari isolati o

vere e proprie ricche stazioni, con sepali

acutissimi e labello allungato, corrispondenti

alla descrizione di Orchis mascula

subsp. signifera (Est) Soò oppure O.

ovalis F.W. Schmidt ex Mayer. Da diversi

anni trovo piccole stazioni di piante molto

interessanti: esse infatti sono di taglia

medio-piccola ed anche i fi ori sono più

piccoli e stretti, di colore uguale a quelli

della specie tipo.Tutto il resto della pianta

ha una colorazione rosso-violaceo scuro.

Trovo queste piante in alta Val Trebbia

e più spesso in provincia di Genova, su

terreno siliceo. I fi ori possono emanare

un profumo, a volte gradevole a volte

decisamente fetido; spesso sono inodore.

O. mascula si ibrida piuttosto facilmente

con O. pallens e O. provincialis.

116 117


ORCHIS MILITARIS LINNEO 1753

Orchis rivini Gouan

Il termine militaris deriva dal latino e trae

spunto dalla forma di elmo del casco

tepalico.

Pianta

Robusta, alta da 20 a 50 (65) cm,

fusto verde in basso, violaceo nella

parte alta.

Fioritura

Da metà Aprile a inizio Maggio.

Foglie

Verde brillante, da 3 a 6 basali, lunghe da 6 a 18 cm, larghe da 1.5 a 5

cm, oblungo-lanceolate, acute; da 1 a 4 caulinari, più piccole, inguainati il

fusto, bratteiformi.

Infiorescenza

Lunga da 6-7 a 15-20 cm, a inizio fi oritura ovale poi cilindrica, densa o

lassa con 10 o 40 fi ori. Brattee violacee e membranacee, lunghe da 1.5 a

5 mm.

Fiori

Sepali lunghi da 9 a 14 mm, larghi da 4 a 6 mm; petali lunghi da 8 a 10

mm, larghi circa 2 mm, conniventi a formare un casco, biancastri o grigiastri,

con sfumature rosa esternamente, ed evidenti striature violacee all’interno;

labello lungo da 11 a 15 mm, largo da 9 a 12 mm, con bordi porpora-violacei,

biancastro centralmente, munito centralmente di numerosi ciuffi di

peli porporini, pendente o proiettato in avanti, profondamente trilobo, con

lobi laterali lineari lunghi circa 4 mm, arcuati in avanti; lobo centrale a sua

volta diviso all’apice da due lobi divergenti, più corti, ma più larghi dei lobi

laterali, separati da un piccolo dente centrale; sperone lungo da 6 a 7 mm,

biancastro, cilindrico, ottuso, discendente; ovario ritorto. 2n=42

Status

I luoghi in cui ho trovato questa pianta sono stati invasi dalla ginestra:

pertanto non è più reperibile da diversi anni.

Diffusione

Euro-siberiana. In Italia: dal Centro a

tutto il Nord. In provincia: trovata in sole

due località una quindicina di anni fa.

Ambiente

Scarpate per lo più infestate dalla Ginestra

di Spagna (Spartium junceum), su

terreno calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Trovata in due piccoli popolamenti nel

1989: uno vicino a Bobbio nel quadrante

1222-1, l’altro vicino a Confi ente, nel

quadrante 1322-1.

118 119


ORCHIS MORIO LINNEO 1753

Orchis morio subsp. picta (Loisel.) K. Richt.

Il nome morio è di dubbia derivazione:

dal greco moros, che signifi ca “pazzo”, o

dall’italiano morrione che signifi ca elmo

o da altri termini che comunque sembra

facciano tutti riferimento alla screziatura

sgargiante del casco tepalico.

Pianta

Da 5 a 25 (40) cm. Fusto angoloso

nella parte alta, spruzzato di

violetto.

Fioritura

Aprile, Maggio.

Foglie

Da 5 a 10, riunite in rosetta basale, lunghe da 3 a 12 cm, larghe da 0.5 a

1.5 cm, di forma lineare-lanceolate, ripiegate a doccia o qualcuna eretta;

da 2 a 4 caulinari, lungamente abbraccianti il fusto.

Infiorescenza

Subcilindrica, da corta e lassa a corta e densa, con 5 o 25 fi ori. Brattee

mediamente lunghe quanto l’ovario, con colorazione verdastra, violetto o

porpora scuro.

Fiori

Dal rosso-violetto, al porpora chiaro, con nervature più scure longitudinali

sui sepali laterali. Sepali e petali riuniti a formare un cappuccio; sepali lunghi

da 7.5 a 10.5 mm, larghi da 3 a 5.5 mm, ovali-oblunghi; sepalo mediano e

petali subeguali, lunghi da 6 a 8 mm. Labello più o meno profondamente

trilobato, più largo che lungo; lobi laterali più grandi del centrale e spesso

ripiegati all’indietro, con margini dentellati. Parte centrale del labello più

chiara, punteggiata da piccole macchie violette. Sperone più corto dell’ovario,

troncato all’apice, disposto orizzontalmente o leggermente rivolto

verso l’alto. 2n=36

Status

Fino a pochi anni fa, questa specie, insieme a poche

altre, deteneva il primato di orchidea più numerosa

presente in provincia. Oggi, pur mantenendo la presenza

in quasi tutte le stazioni segnalate nel 1989, è

andata rarefacendosi a tal punto che, laddove erano

presenti migliaia di esemplari, oggi a malapena se ne

trova qualche esemplare qua e là. Il motivo di tutto

questo è da attribuire, in parte, alle continue razzie

da parte del cinghiale e in parte al restringimento

degli ambienti di vita, dovuto all’avanzare di arbusti,

rovi e graminacee varie.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: presente in tutto

il territorio.

Ambiente

Praterie più o meno aride, soprattutto

in zone franose.

G F M A M G L A S O N D

Note

Raramente si trovano individui a fi ori rosa

o completamente bianchi.

120 121


ORCHIS PALLENS LINNEO 1771

Orchis sulphurea Sims

L’aggettivo pallens signifi ca “pallido” e si

riferisce ai fi ori che sono giallo pallidi.

Pianta

Da 15 a 35 cm. Fusto robusto, cilindrico

all’altezza dell’infi orescenza

e leggermente angoloso.

Fioritura

Da Aprile a Giugno.

Foglie

Lunghe da 6 a 13 cm, larghe da 1.5 a 5 cm, basali, in numero da 3 a 5,

ampie, oblunghe od ovali, senza macchie; le superiori, una o raramente due,

abbraccianti il fusto.

Infiorescenza

Da 5 a 15 cm densa, cilindrica. Brattee membranacee, lanceolate, lunghe

circa quanto l’ovario.

Fiori

Piuttosto grandi, giallo-pallidi o giallo-sulfurei, emananti profumo di sambuco.

Sepali esterni lunghi da 6.5 a 9 mm, larghi da 3 a 5 mm, ovali, ottusi,

piegati all’indietro; il mediano esterno lungo da 5.5 a 7.5 mm e i petali

conniventi a formare un cappuccio. Labello lungo da 8 a 11.5 mm, largo

da 9 a 14 mm, debolmente trilobo, con margini solitamente interi ripiegati

all’indietro. Sperone lungo da 7 a 14 mm, orizzontale o debolmente rivolto

in alto, cilindrico o a forma di clava, lungo circa quanto l’ovario. 2n=40

Status

Nelle praterie montane convive con O. mascula e con D. sambucina e con

queste divide anche la sorte: viene spesso mangiata dai cinghiali.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: sulle Alpi

e Prealpi, sull’Appennino settentrionale

e centrale e in Calabria nel gruppo del

Pollino. In provincia: sia in collina che

in montagna, in stazioni quasi sempre

formate da pochi esemplari.

Ambiente

Boschi radi, praterie montane, castagneti,

su suolo calcareo o acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Questa entità è piuttosto rara, a quote

basse si trova quasi esclusivamente nei

castagneti.

122 123


ORCHIS PAPILIONACEA LINNEO 1759

Orchis rubra Jacq.

L’aggettivo specifi co papilionacea è di

origine latina e fa riferimento alla forma

del labello che può vagamente ricordare

la forma di ala di farfalla.

Pianta

Da 20 a 30 cm. Fusto robusto,

rigido, angoloso e rossastro nella

parte superiore.

Fioritura

Aprile, Maggio.

Foglie

Da 3 a 9, riunite in rosetta basale, lunghe da 4 a 15 cm, larghe da 0.5 a 2

cm, lineare-lanceolate; da 2 a 5 cauline guainanti, di grandezza decrescente

verso l’alto; le ultime, bratteiformi e sfumate di porpora all’apice.

Infiorescenza

Lassa, con pochi fi ori (3-10); brattee membranacee, oblungo-lanceolate, più

lunghe dell’ovario, di colore porpora, con nervature rosse.

Fiori

Dal rosso brunastro al porpora. Sepali lunghi da 8 a 19 mm, larghi da 4 a 7

mm, lineare-lanceolati, conniventi con i petali a formare un cappuccio semi

aperto sopra il ginostemio; gli esterni più grandi degli interni, entrambi con

striature di colore più intenso. Labello lungo da 9 a 24 mm, largo da 7 a

18 mm, pendente, intero, allargato a ventaglio, ristretto alla base, concavo,

con bordo dentellato, di colore rosa più o meno intenso; quasi sempre sono

presenti venature più scure. Sperone conico più corto dell’ovario, orientato

verso il basso, leggermente arcuato. 2n=32

Status

Dei 30-40 esemplari trovati nel 1988, a seguito del rimboschimento da

parte, soprattutto, di cespugli infestanti, nella stagione 2002 ne sono rimasti

solo un paio di esemplari.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: principalmente

nell’area mediterranea. In provincia:

una sola stazione in Val Trebbia

a quota 250 m s.l.m.

Ambiente

Su suolo calcareo. Praterie aride e ben

soleggiate.

G F M A M G L A S O N D

Note

La presenza sul territorio piacentino

è stata accertata nel corso di questa

ricerca, nel 1988, nel quadrante 1122-4,

vicino a Mezzano Scotti.

124 125


ORCHIS PROVINCIALIS BALBIS 1806

Orchis cyrilli Ten.

L’aggettivo specifi co provincialis deriva

da Provenza, regione della Francia

sud-orientale.

Pianta

Da 15 a 35 cm. Fusto gracile e

flessuoso.

Fioritura

Aprile, Maggio.

Foglie

Lunghe da 5 a 15 cm, larghe da 1.5 a 2.6 cm; cosparse nella pagina superiore

da grosse macchie bruno-violacee o nere, da 3 a 8 le inferiori, raccolte in

rosetta basale, oblungo-lanceolate, patenti od erette, da 2 a 3 le superiori,

piccole, aderenti al fusto, lanceolate.

Infiorescenza

Lassa, con massimo 15-20 fi ori. Brattee membranacee, più corte dell’ovario.

Fiori

Di colore giallo o giallo pallido. Sepali laterali patenti, irregolarmente ovati,

lunghi da 10 a 14 mm, larghi da 4 a 6 mm; il mediano lungo da 6 a 7.5 mm,

solitamente piegato in avanti, connivente con i petali. Labello punteggiato

centralmente da macchie rosso-chiaro, lungo da 9 a 14 mm, largo da 10 a

18 mm, trilobato, con lobi laterali ripiegati all’indietro, margine dentellato

irregolarmente. Sperone lungo, uguale o più dell’ovario, arcuato verso l’alto,

spatolato o leggermente bifi do all’apice. 2n=42

Status

Il pascolamento saltuario di ovini, in queste stazioni,

infl uisce favorevolmente su tutte le specie di orchidee

presenti e sull’ambiente circostante.

Diffusione

Steno-mediterranea. In Italia: in tutte le

regioni. In provincia: presente in quasi

tutte le valli, con pochi esemplari per

stazione, dai 400 agli 800 m.

Ambiente

Pascoli e praterie. Tende a spostarsi in

prossimità di piccoli canaletti o vallette,

dove, per un certo periodo dell’anno

c’è ristagno di acqua, su suolo preferibilmente

calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Specie assai rara in provincia. Nell’annata

2001, tuttavia, nel territorio del comune

di Morfasso, nel quadrante 1224-3, da

quota 400 a quota 450 m s.l.m., ho trovato

3 stazioni con più di 100 esemplari

in totale. Almeno una decina di questi

avevano una colorazione rosso-violacea.

Escludo si tratti di ibridi con O. mascula,

peraltro presente nelle stazioni. Esemplari

di questa forma sono già stati da

me ritrovati sulla riviera ligure, presso

Lavagna. Con ogni probabilità si tratta

della variante rubra, come viene riportato

a pag. 228 del libro della S.F.O. (Societè

Française d’Orchidophilie del 1988),

anche se gli esemplari che ho trovato

in provincia e in Liguria sono molto più

carichi di colore.

126 127


ORCHIS PURPUREA HUDSON 1762

Orchis fusca Jacq.

Si tratta sicuramente di una delle orchidee più

comuni ed appariscenti della fascia mediocollinare.

Purpurea deriva dal latino purpurens

e signifi ca ”color porpora”. La denominazione

si riferisce al colore bruno-porpora dei tepali

riuniti a cappuccio. La specie è conosciuta nel

Piacentino col nome di Vacca Mora.

Pianta

Robusta, da 25 a 60 (80) cm.

Fusto nudo, macchiato di porpora

e scanalato verso l’alto.

Fioritura

Da fi ne Marzo a inizio Giugno.

Foglie

Da 3 a 8, lunghe da 6 a 23 cm, larghe da 2 a 7 cm, verde brillante, quasi

tutte in rosetta basale, ovali, erette o patenti, oblunghe o largamente lanceolate;

le superiori, lanceolate, avvolgenti il fusto. Nelle annate con condizioni

climatiche normali compaiono già all’inizio dell’autunno.

Infiorescenza

Densa, dapprima conica, poi cilindrica, lunga da 5 a 25 cm, con 5-6 o 200

fi ori. Brattee lunghe da 1 a 3 mm, squamiformi, violacee, molto più corte

dell’ovario.

Fiori

Grandi. Sepali e petali lunghi da 8 a 13 mm, larghi da 5 a 7 mm, conniventi

a formare un cappuccio di colore variabile, bruno porpora, per lo più, o

verdastro con punteggiatura porporina. Labello lungo da 9 a 21 mm, largo

da 10 a 22 mm, trilobo, di forma e di colore piuttosto variabile: per lo più

rosa chiaro, con bordi più scuri e macchioline centrali formate da papille

porporine; lobi laterali stretti e divergenti; il centrale più lungo e più largo,

diviso a sua volta in due lobi, separati centralmente da un’appendice

dentiforme. Sperone lungo circa la metà dell’ovario, curvato verso il basso,

bilobato all’apice. 2n=42

Status

La specie, pur non essendo

più così abbondante, mantiene

ancora la sua presenza in

tutte le stazioni dov’era stata

segnalata.

Diffusione

Euro-Asiatica. In Italia: al nord e al

centro, assente all’estremo sud. In

provincia: dai primi boschi della collina

fi no ai 1000 m.

Ambiente

Vario: boschi radi, praterie, pascoli, su

terreno prevalentemente calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie si ibrida piuttosto facilmente

con O. simia.

128 129


ORCHIS SIMIA LAMARCK 1779

Orchis tephrosanthos Vill.

Il suo labello rappresenta la forma di una scimmietta

a penzoloni da cui trae origine il nome. È

specie comune in provincia, dà origine localmente

a stazioni con numerosissimi individui, convive

spesso con Orchis purpurea con cui si ibrida

abbastanza facilmente.

Pianta

Da 15 a 40 (60) cm. Fusto eretto,

cilindrico; arrossato e lievemente

scanalato verso l’alto.

Fioritura

Aprile, Maggio.

Foglie

Da 3 a 7, lunghe da 6 a 20 cm, larghe da 1.5 a 5 cm. Le basali riunite in

rosetta di colore verde-biancastro brillante, oblungo-lanceolate, leggermente

canaliculate, erette o patenti; da 1 a 4 foglie caulinari, più piccole

avvolgenti il fusto.

Infiorescenza

Incomincia a fi orire dall’alto; densa, a forma di cono rovesciato a inizio

fi oritura, poi brevemente cilindrica. Brattee molto piccole, lunghe da 1 a 4

mm, squamiformi, bianco-giallastre o sfumate di rosa.

Fiori

Bianco-rosei o grigio-lilla con sfumature o tratti roseo-purpurei. Sepali

strettamente lanceolati, lunghi da 10.5 a 15 mm, larghi da 3 a 4 mm,

riuniti assieme ai petali a forma di casco sopra il ginostemio. Petali linearilanceolati

lunghi da 9 a 12 mm. Labello lungo da 10 a 20 mm, proteso in

avanti a circa 45°, nettamente trilobo con lobi laterali lineari molto lunghi

e divergenti, con l’apice arrotondato, incurvato verso l’alto; lobo mediano

a sua volta trilobo, con lobulo centrale piccolissimo; lobuli laterali lunghi e

sottili, ripiegati verso l’alto, bianco rosato nella parte centrale con numerose

piccole papille porporine; lobi con apici arrossati. Sperone rosa e lungo circa

la metà dell’ovario. 2n=42

Status

Pur essendo ancora presente in tutte le stazioni segnalate, la sua presenza

sta lentamente ma inesorabilmente calando, anno dopo anno, in termini

di esemplari; ma ciò che più preoccupa è che è sempre più diffi cile trovare

esemplari vigorosi, alti anche 50-60 cm, come si trovavano 15 o 20 anni

fa. Questo indica che la pianta sta ormai risentendo troppo la competizione

con altre erbe più vigorose che non vengono ormai più falciate o brucate

da animali al pascolo.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutte le

regioni continentali. In provincia: nella

fascia collinare.

Ambiente

Luoghi abbandonati, bordi dei boschi,

su terreno calcareo, in pieno sole o

mezz’ombra.

G F M A M G L A S O N D

130 131


ORCHIS TRIDENTATA SCOPOLI 1772

Orchis commutata Tod.

La denominazione tridentata fa riferimento

alla posizione dei tepali esterni che sono

ravvicinati in basso a formare un cappuccio

e distaccati in alto a formare tre punte ben

distanziate.

Pianta

Da 15 a 30 (45) cm. Fusto eretto,

più o meno robusto, scanalato

verso l’alto.

Fioritura

Da fi ne Aprile a Giugno.

Foglie

Da 3 a 11, lunghe da 3 a 10 cm, larghe da 1.5 a 3 cm, verde glaucescente,

riunite in rosetta, da lineari e oblungo-lanceolate, leggermente canaliculate,

patenti o erette; da 2 a 3 foglie lungamente abbraccianti il fusto.

Infiorescenza

Più o meno densa a inizio fi oritura e conico-emisferica, poi ovale-arrotondata.

Brattee membranacee, lanceolate, uguali o più corte dell’ovario.

Fiori

Lunghi da 7 a 13 mm, larghi da 1.5 a 5 mm, di colore bianco-roseo con

strie violette. Sepali ovato-lanceolati, saldati alla base, divergenti all’apice;

petali più piccoli e completamente nascosti dagli esterni. Labello lungo da

8 a 12 mm nettamente trilobo, piano, orientato obliquamente in avanti; lobi

laterali dilatati all’apice, con bordi dentellati irregolarmente; lobo mediano

bilobo, più lungo e più largo dei laterali, dentellato ai bordi. Sperone lungo

quanto l’ovario o più corto, orientato verso il basso. 2n=42

Status

Specie in forte calo in termine di numero di esemplari nelle stazioni lungo i

principali corsi d’acqua. I ritrovamenti più in quota erano già ridotti a pochi

esemplari all’epoca dei primi ritrovamenti, verso la fi ne degli anni ‘80.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: maggiormente

lungo il corso del medio Trebbia.

Ambiente

Prati piuttosto aridi, sassosi, su terreno

calcareo.

132 133

Note

G F M A M G L A S O N D


ORCHIS USTULATA LINNEO 1753

Orchis parvifl ora Willd.

Ustulata deriva dal latino ustulare,

bruciacchiare e fa riferimento al colore

porpora scuro dei fi ori ancora in boccio.

Danno infatti la sensazione di essere

bruciacchiati.

Pianta

Da l0 a 25-30 cm. Fusto rigido,

lievemente scanalato verso l’alto.

Fioritura

Da fi ne Aprile a inizio Agosto.

Foglie

Da 5 a 10, riunite in rosetta basale, da lanceolate ad oblungo-lanceolate,

con apice acuto od ottuso, patenti o eretto-patenti, lunghe da 3 a 15 cm,

larghe da 1 a 3 cm; da 2 a 3 caulinari, erette, abbraccianti il fusto; l’ultima

foglia bratteiforme.

Infiorescenza

Densa, conica e porpora-nerastra alla sommità a inizio fi oritura, poi cilindrica.

Brattee ovato-lanceolate, lunghe circa quanto l’ovario, di colore porpora più

o meno intenso.

Fiori

Piccoli, profumati, lunghi da 3.5 a 4.5 mm, larghi da 2 a 3.5 mm. Sepali

lunghi da 4 a 8 mm, porpora-nerastri all’esterno, verdastri internamente,

con nervature purpuree, ovato-ottusi, saldati alla base, liberi alle estremità,

a formare un piccolo casco emisferico; petali lunghi da 3 a 3.5 mm, rosati.

Labello piccolo, profondamente trilobo, con lobo mediano bilobo più lungo

dei laterali, bianco con punteggiature purpuree. Sperone molto corto,

conico-arcuato verso il basso. 2n=42

Status

Specie abbastanza rara, alcune stazioni sono scomparse a seguito dell’eccessivo

inerbimento dei luoghi.

Diffusione

Europeo-caucasica. In Italia: in tutta la

penisola. In provincia: dai 300 ai 1500

m s.l.m.

Ambiente

Prati per lo più aridi e sassosi. Terreno

preferibilmente calcareo o debolmente

acido.

G F M A M G L A S O N D

Note

Orchis ustulata subsp aestivalis (Kümpel)

Kümpel & Mrkuika.

A proposito di questo nuovo taxa descritto

nel 1990, rimane da accertare

se le piccole differenze riportate, quali

l’infi orescenza più allungata e appuntita

a fi ne fi oritura o il periodo di fi oritura più

tardivo, siano valide per una separazione

o se invece si tratti di eco-variabilità dovute

al fatto di vivere in luoghi più elevati.

In attesa di ulteriori chiarimenti posso

confermare che 2 stazioni con tali caratteristiche

sono state trovate entrambe

nel comune di Ferriere, rispettivamente

nel quadrante 1423-1, vicino al paese di

Pertuso nel 1988, e nel quadrante 1422-

2, vicino al paese di Torrio nel 1994.

134 135


HIMANTOGLOSSUM ADRIATICUM H. BAUMANN 1978

Himantoglossum hircinum subsp. adriaticum (H. Baumann) H. Sund.

Adriaticum fa riferimento all’areale della

specie, centrato nell’area Adriatica.

Pianta

Da 30 a 80 cm. Fusto robusto alla

base, assottigliato e fl essuoso in

alto, tinto più o meno intensamente

di bruno-porpora nella metà superiore

del fusto.

Fioritura

Maggio, Giugno.

Foglie

Lunghe da 8 a 16 cm, larghe da 1.5 a 3.5 cm. Le inferiori, da ovale-lanceolate

a oblungo-lanceolate; le superiori, distribuite lungo il fusto, strette,

abbraccianti, acute, od acuminate; l’ultima, bratteiforme. Foglie tendenti a

seccare alla fi oritura.

Infiorescenza

Lassa, con molti fi ori. Brattee: lineare-lanceolate, rosate o porporine, più

lunghe dell’ovario in basso, più corte in alto.

Fiori

Lievemente profumati; sepali e petali lunghi da 7 a 9 mm, larghi da 4 a 6 mm,

ovali, ottusi all’apice, conniventi o saldati tra di loro a formare un cappuccio

emisferico bianco-verdastro, soffuso di porpora sopra il ginostemio. Labello

di colore bruno-rossastro, biancastro alla base, con macchiettature porporine,

trilobo con lobo mediano lungo fi no a 6-7 cm; piano o leggermente

spiralato, più o meno bifi do all’apice; lobi laterali più stretti, lunghi da 11 a

26 mm, ondulati, leggermente divergenti. Sperone conico, lungo da 2.5 a

3.5 mm. 2n=36

Status

Negli ambienti dove questa specie vive non esiste

più alcuna cura da parte dell’uomo: è scomparsa

anche la pratica del pascolo. Pertanto arbusti

infestanti di ogni genere possono avanzare incontrastati,

mettendo a dura prova l’esistenza di questa

e di tante altre specie pregiate.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia nella fascia

nord-orientale e centrale. In provincia

dai 150 ai 1200 m s.l.m..

Ambiente

Scarpate, coltivi abbandonati, per lo più

aridi, su suolo calcareo in piena luce.

G F M A M G L A S O N D

Note

Le segnalazioni di H. hircinum nel secolo

scorso (Bracciforti) sono probabilmente

da attribuire a questa entità descritta

dal tedesco H. Baumann solo di recente

(1978). La sua presenza in provincia è

stata accertata nel 1983. Le stazioni ad

altimetria più elevata sono sempre formate

da pochi o unici esemplari isolati.

136 137


HIMANTOGLOSSUM HIRCINUM (L.) SPRENGEL 1826

Satyrium hircinum L.

L’aggettivo hircinum in latino signifi ca “di

capra” e fa senz’altro riferimento all’odore

sgradevole che emanano i suoi fi ori.

Pianta

Da 20 a 90 cm; fusto robusto,

eretto, verdastro, a volte soffuso

di rosso-brunastro.

Fioritura

Giugno.

Foglie

Sbocciano già in autunno ripartite lungo il fusto, decrescenti e abbraccianti

il fusto verso l’alto, da 4 a 6 riunite in rosetta basale, ellittico-lanceolate,

lunghe da 6 a 16 cm, larghe da 3 a 5 cm.

Infiorescenza

Cilindrica, densa, multifl ora, con 40-90 (120) fi ori. Brattee: le inferiori,

nettamente più lunghe dei fi ori, decrescono verso l’alto fi no a diventare

lunghe quanto i fi ori.

Fiori

Di solito odorano in modo sgradevole. Sepali laterali ovali, larghi da 4.5

a 6.5 mm; il mediano lungo da 7 a 10 mm; petali lunghi da 9 a 12.5 mm,

lineari; labello orientato verso il basso trilobo, a base biancastra guarnito

di papille rossastre, lobo mediano nastriforme, lungo da 35 a 65 mm, largo

da 2.5 a 3 mm, verdastro o rosso brunastro, disteso o fortemente ondulato,

spiralato, con apice allargato e appena bifi do; lobi laterali lungamente

acuminati, con lobo superiore fortemente ondulato, lunghi da 5 a 20 mm;

sperone sacciforme, lungo da 2.5 a 6 mm; ovario brevemente pedicellato,

ritorto. 2n=36

Status

Data l’esiguità del ritrovamento non è possibile fare valutazioni.

Diffusione

Mediterraneo-atlantica. In Italia è

presente al sud. In provincia un solo

ritrovamento nel quadrante 1321-2 a

circa 600 m s.l.m.

Ambiente

Scarpate, boscaglie rade, su terreno

calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Ho trovato questa specie il 15/06/2003:

si tratta probabilmente della prima segnalazione

fatta a nord dello spartiacque

appenninico. Purtroppo si trattava di un

solo esemplare, alto circa 70 cm con

un’ottantina di fi ori. Nel periodo immediatamente

successivo il ritrovamento,

aiutato anche da amici, sono stati esplorati

i dintorni in cerca di altri esemplari,

ma invano. Una curiosità: i fi ori emanavano

sì un profumo, ma non particolarmente

sgradevole. Sovente le foglie tendono

a seccare quando ancora la pianta è in

fi ore. Le foglie basali possono essere

danneggiate dalle gelate invernali.

138 139


ANACAMPTIS PYRAMIDALIS (L.) L.C.M. RICHARD 1817

Orchis pyramidalis L.

Pyramidalis trae signifi cato dalla forma

dell’infi orescenza: questa infatti, all’inizio

della fi oritura, ha la forma piramidata.

Pianta

Da 20 a 60 (75) cm. Fusto gracile,

spesso fl essuoso.

Fioritura

Da fi ne Aprile a Luglio.

Foglie

Da 4 a 12 lunghe da 7 a 26 cm, larghe da 0.5 a 2 cm. Le inferiori carenate,

da lanceolate a lineare-lanceolate, erette o debolmente ricadenti; le superiori

avvolgenti il fusto, progressivamente più piccole verso l’alto, fi no a diventare,

le ultime, bratteiformi.

Infiorescenza

Molto densa, breve dapprima conica, poi ovale e allungata. Alta da 2.5

a 12 cm. Brattee strette, acuminate, lunghe ± quanto l’ovario, sfumate di

violetto.

Fiori

A volte debolmente profumati, rosa più o meno intenso (rarissimi bianchi).

Sepali laterali lunghi da 5 a 8 mm, sepalo mediano, dritto in avanti connivente

con i petali a formare un casco sopra il ginostemio, lungo da 4 a 6 mm;

sepali e petali ovato-lanceolati brevemente carenati. Labello lungo da 7 a

10 mm, cuneiforme, trilobo, più largo che lungo, con lobi pressochè uguali

o debolmente più stretto il centrale, provvisto alla base di due lamelle che

si protendono verso l’alto. Ginostemio ottuso con pollini verdastri uniti da

un solo retinacolo. Stimma bilobato con lobi disposti lateralmente in basso.

Sperone fi liforme, volto verso il basso, lungo come o più dell’ovario. Ovario

subsessile, ritorto. 2n = 36, (54,63),72.

Status

Questa specie mantiene ancora un discreto numero di esemplari. Ciò è probabilmente

dovuto all’ambiente in cui vive, solitamente sassoso e arido: in tali

ambienti arbusti ed erbe infestanti non riescono ad essere così aggressivi.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: dagli argini del

Po fi no a 1500 m s.l.m.

Ambiente

Praterie per lo più sassose e aride, su

terreno preferibilmente calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

Nella stagione ’87 è stata notata una

abbondante fi oritura di questa specie su

un terreno che soli 4 anni prima aveva subito

profondi lavori di sbancamento, con

mezzi meccanici. Evidentemente questa

orchidea è in possesso di una capacità

germinativo-vegetativa molto veloce. Nel

caso di altre orchidee spontanee italiane,

invece, possono passare dai 10 ai 15 anni

prima che da un seme germinato possa

spuntare una pianta a fi ore. Il dato si riferisce

al quadrante 1023-3. Nel quadrante

1323-2 a quota 1000 m ho osservato

una stazione piuttosto abbondante con

fi ori insolitamente molto rossi. Dopo attenti

controlli, ho potuto verifi care che le

differenze riguardano solo il colore, mentre

il labello e lo sperone non evidenziano

differenze: pertanto posso escludere che

si tratti della sottospecie A. pyramidalis

subsp. tanayensis (Chenevard) Quentin

1993, come ipotizzato da qualcuno.

140 141


SERAPIAS NEGLECTA DE NOTARIS 1858 G F M A M G L A S O N D

Il nome specifi co deriva dal latino

neglectus e signifi ca “trascurata, mal

conosciuta” e allude al fatto che per lungo

tempo è stata sottovalutata dai botanici;

veniva infatti considerata una varietà di

S. cordigera L.

Pianta

Da 10 a 30 (35) cm, fusto robusto

con base non maculata.

Fioritura

Maggio.

Foglie

Da 4 a 8, lunghe da 6 a 12 cm, da dritte a pendenti, lanceolate, canaliculate;

le superiori abbraccianti, bratteiformi, l’ultima arriva o supera di poco

la base dell’infi orescenza.

Infiorescenza

Densa, con 3 o 12 (15) fi ori. Brattee un po’ più corte del fi ore quando è in

boccio, dello stesso colore del casco tepalico, grigio-rossastro, con nervature

marcatamente più scure.

Fiori

Grandi, lievemente profumati; sepali lunghi da 19 a 28 mm, larghi da 5 a

7 mm, petali un po’ più corti, larghi da 4 a 7 mm, molto scuri, con base

orbicolare; labello trilobo, lungo da 28 a 45 mm, di colore variabilissimo,

da rosso porporino a rosso mattone, rosa salmone, giallastro; base munita

di due callosità separate, parallele, fauce con una densa pelosità biancastra;

ipochilo lungo da 3 a 19 mm, largo da 21 a 26 mm, con lobi laterali

generalmente più scuri, incurvati verso l’alto, sporgenti dal casco tepalico;

epichilo lungo da 19 a 30 mm, largo da 14 a 22 mm, ovale, cordato-acuto,

con bordi rialzati, un po’ ondulati, piegato in basso o rifl esso; ginostemio

con pollini verdastri. 2n=36

Status

Data l’esiguità dei ritrovamenti, non è possibile fare valutazioni. Si può però

rilevare come gli ambienti in cui sono stati fatti questi ritrovamenti stiano

scomparendo, fagocitati da arbusti infestanti.

Diffusione

Endemica tirrenica, diffusa per lo più in

Toscana, Liguria. In Francia lungo la costa,

per un breve tratto, e in Corsica. Alcuni

piccoli popolamenti sono presenti anche

in Piemonte, nelle Langhe e in Emilia. In

provincia due ritrovamenti.

Ambiente

Da 350 a 450 m s.l.m., in pieno sole o

mezz’ombra, prati abbandonati, scarpate, su

terreno calcareo. Questo dato è in contrasto

con quanto viene riportato dalle maggiori

pubblicazioni, secondo le quali la specie vive

su terreni basici o debolmente acidi.

Note

Ho trovato questa specie il 15.5.1990,

in Val Luretta, nel quadrante 1122-2, in

una zona franosa presso Case Colombani,

nel comune di Piozzano. Nello stesso

periodo i sigg. Remo Schiavi e Giovanni

Zanchieri ne segnalavano un’altra stazione

in Val d’Arda, nel quadrante 1224-2,

in una zona incolta, appena a monte del

Lago di Mignano, comune di Morfasso.

Nella stessa stagione, si è poi saputo di

altri ritrovamenti fatti in altre parti della

regione: si trattava di ritrovamenti singoli

o di pochissimi esemplari, così come nel

caso dei due ritrovamenti piacentini. La

fi oritura non si è più ripetuta nelle annate

successive. Di fronte a questa situazione,

il parere degli esperti è che la specie raggiungerebbe,

nei primi rilievi appenninici,

il limite Nord del suo areale: la pianta

sarebbe sempre presente almeno a livello

fogliaceo, ma riuscirebbe a produrre uno

stelo fi orifero solo nelle annate particolarmente

favorevoli.

142 143


SERAPIAS VOMERACEA (N.L. BURMAN) BRIQUET 1910

Serapias longipetala (Ten.) Pollini

Vomeracea deriva dal latino vomer, simile al

vomere; si riferisce alla forma leggermente

piegata che assume il labello a fi ne fi oritura.

Pianta

Da 10 a 40 (55) cm. Fusto verde

chiaro con punteggiatura rossa in

basso, rosso-porporino in alto.

Fioritura

Maggio, Giugno.

Foglie

Da 4 a 8 lunghe da 7 a 20 cm. Le inferiori lineare-lanceolate, erette o ricadenti,

canaliculate-carenate; da 1 a 3 foglie caulinari, avvolgenti, bratteiformi.

Infiorescenza

Lassa e allungata, composta da 3-8 (10) fi ori. Brattee acuminate superanti

in lunghezza i fi ori di colore grigio-violaceo o rosso-porporino, con striature

longitudinali scure, lunghe fi no a 70 mm, larghe 20 mm, simili nell’aspetto

ai sepali.

Fiori

Grandi sepali lunghi da 18 a 20 mm, larghi da 4 a 8 mm, lanceolati, saldati

tra loro a formare un casco diretto obliquamente in avanti; petali lunghi da

18 a 28 mm, larghi da 4 a 8 mm, lineare-acuminati, nascosti completamente

dagli esterni. Il labello lungo da 27 a 45 mm, di colore rosso scuro, trilobo

e articolato in due parti. Ipochilo lungo da 11.5 a 17 mm, largo da 16 a

25 mm, quasi completamente racchiuso nel casco tepalico e provvisto alla

base di due callosità lineari e parallele con bordi arrotondati, rivolti verso

l’alto; epichilo lungo da 17 a 30 mm, largo da 7 a 13.5 mm, provvisto di una

peluria chiara al centro, rivolto verso il basso o rifl esso all’indietro. Sperone

assente. 2n = 36

Status

Questa specie risente delle stesse problematiche che investono specie di

altri generi. E’ in arretramento a causa dell’avanzata di arbusti infestanti.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutte le

regioni, escluse Valle d’Aosta e Sardegna,

più rara al nord. In provincia: più

comune nella parte est.

Ambiente

Luoghi incolti, più o meno aridi.

G F M A M G L A S O N D

Note

All’interno dei popolamenti rinvenuti in

provincia sono presenti parecchi esemplari

esili, bassi, con l’infi orescenza piuttosto

lassa; queste piante corrispondono

alla descrizione di S. vomeracea subsp

laxifl ora (Soò) Gölz & H.R. Reinhard.

144 145


OPHRYS APIFERA HUDSON 1762

Ophrys arachnites Mill.

L’aggettivo specifi co deriva dalle parole latine apis, apis

ape e fero, porto: portatrice di api. Si tratta della

specie di Ophrys con i caratteri più stabili o

comunque poco variabili. In questa specie avviene,

non di rado, l’autoimpollinazione: essendo l’antera

molto piegata in avanti, i pollinii, giunti a maturazione

si piegano, mediante il rilassamento delle caudicole e

si appoggiano allo stimma.

Pianta

Da 20 a 60 cm.

Foglie

Di colore verde chiaro, le basali riunite in rosetta, lunghe da 5 a 12 cm, larghe

da 0.6 a 1.6 cm, da ovato-lanceolate a oblunghe, talvolta con margini

ondulati; le superiori guainanti il fusto.

Infiorescenza

Lassa, da 2 a l0 fi ori, lunga fi no a 25 cm. Brattee anche più lunghe dei

fi ori.

Fiori

Sepali lunghi da 10 a 17 mm, larghi da 6 a 9 mm, ovale-ottusi, patenti o

ribattuti; il colore va dal rosa più o meno carico con venature verdi, al bianco,

sempre con venature verdi; petali lunghi da 1 a 3 mm, larghi 1 mm, di forma

subtriangolare, acuti all’apice, auricolati alla base, pubescenti, verdastri

o rosati. Labello trilobo lungo da 9 a 15 mm; lobi laterali formati da due

gibbosità basali, prolungantisi in avanti, molto pelose; lobo mediano molto

bombato, di forma ovale; appendice terminale quasi sempre poco visibile

per la forte rifl essione del lobo stesso. Colorazione del labello marrone più

o meno intenso; disegno formato da una macchia ovoidale rossastra, posta

nella parte basale, bordata da due linee spesso irregolari, bianche o giallastre;

spesso presenti alcune macchie chiare anche nella parte inferiore del

labello. Ginostemio con connettivo lungo, acuto piegato ad “S”. Ovario non

ritorto di forma lineare-allungata, piegato in avanti. 2n=36

O. a. var. botteroni O. a. var. chlorantha

Fioritura

Maggio, Giugno.

Status

I luoghi dove questa specie

vive sono sempre più spesso

infestati dall’edera: quando

questo accade non resta che

registrarne la sparizione.

O. a. var. aurita

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto il

territorio. In provincia: rara, sporadica,

dai primi rilievi fi no ai 1200 m s.l.m.

Ambiente

Su terreno calcareo, praterie, pascoli

anche molto umidi.

G F M A M G L A S O N D

Note

La specie è prevalentemente autogama.

Non si rileva la variabilità che c’è, ad

esempio, in altre specie del genere;

tuttavia vengono segnalate numerose

varietà, tre delle quali, posso confermare,

presenti in provincia:

- O. apifera var. aurita Moggridge. Si

caratterizza per avere i petali lunghi

la metà dei sepali, verdastri, stretti,

ricoperti da una fi tta peluria; è la più

comune delle tre.

- O. apifera var. chlorantha (Hegestschw)

Ricter. Caratterizzata dal

labello completamente giallo e dai

sepali bianchi.

Di questa entità, fi no ad una decina

di anni fa, ne conoscevo almeno

4 stazioni con numerosi esemplari

frammisti ad esemplari della specie

tipo; attualmente in queste stazioni è

presente soltanto qualche esemplare

della specie tipo.

- O. apifera var. botteroni (Chodat)

Ascherson & Graiebner. Ha i petali

grandi quasi come i sepali. Di questa

entità posso segnalare pochissimi

ritrovamenti in provincia: non più di

tre esemplari.

146 147


OPHRYS BENACENSIS (REISIGL)

O. & E. DANESCH & EHREND 1972

Ophrys bertolonii Moretti

Benacensis deriva da Benacus: Lago di Garda.

Pianta

Da 8-10 a 35 cm. Fusto robusto in

basso, fl essuoso verso l’alto.

Fioritura

Da metà Aprile a Giugno.

Foglie

Lunghe da 3 a 12 cm, larghe da 0.7 a 2.5 cm; da 6 a 12 inferiori, riunite in

rosetta, piuttosto piccole e lanceolate; le cauline abbraccianti il fusto.

Infiorescenza

Con 3-8 fi ori molto distanziati. Brattee più lunghe e uguali all’ovario.

Fiori

Grandi e vistosi. Sepali lunghi da 10 a 18 mm, larghi da 4 a 8 mm, oblunghi

o oblungo-ovati, di colore variabile da rosa a rosso più o meno carico o

bianco con venature verdi; petali lunghi da 8 a 13 mm, larghi da 2.5 a 4

mm, lanceolato-lineari, un po’ auricolati alla base con bordo leggermente

ondulato di colorazione più marcata rispetto ai sepali. Labello lungo da 14

a 20 mm, a forma di sella, intero o leggermente trilobo, di colore marroneporporino

scuro, ricoperto da folta peluria; specchio di forma piuttosto

variabile, posto nella metà distale di colore bluastro, lucido. Munito alla base

di due piccole protuberanze e di un’appendice ben sviluppata rivolta in su e

posta in una smarginatura del bordo, all’apice. Cavità stigmatica arrotondata

più larga che alta con due ocelli basali nerastri, brillanti. Ginostemio lungo,

acuto; connettivo munito di rostro. 2n=36

Status

La specie, pur mantenendo ancora una discreta

presenza, è in calo, a causa della riduzione degli

ambienti vitali.

Diffusione

Subendemica. In Italia: in tutte le regioni

del nord, esclusa la Valle d’Aosta. In

provincia: nella bassa, lungo i greti stabilizzati

dei fi umi e dei torrenti; in collina,

poco oltre i 600 m s.l.m.

Ambiente

Praterie, prati incolti, pascoli sassosi, su

suoli calcarei.

G F M A M G L A S O N D

Note

Entità più conosciuta col nome di O.

bertolonii, in realtà questa specie è presente

nel centro-sud Italia: si differenzia

da O. benacensis principalmente per

avere il labello piegato a sella e per la

cavità stigmatica che anziché essere

arrotondata è quadrangolare, più alta

che larga. I popolamenti del territorio

piacentino devono ritenersi una forma di

passaggio tra le due specie: pur essendo

sicuramente più vicini ad O. benacensis,

tuttavia, si deve rilevare che una buona

percentuale di questi esemplari ha il

labello piegato a sella, mentre un po’

più raro è trovare esemplari con la cavità

stigmatica rialzata.

148 149


OPHRYS FUCIFLORA (F. W. SCHMIDT) MOENCH 1802

Ophrys holoserica (N.L. Burmüller) W. Greuter

Il nome fucifl ora è di origine latina, ed è

composto da fucus, fuco e fl os, fl oris, fi ore:

fi ore a forma di ape; si riferisce alla forma del

labello. Trattasi di specie molto poliforma. Si

rimane stupiti di fronte a esemplari o a vere

stazioni con caratteristiche totalmente

diverse rispetto alla forma tipica.

Pianta

Da 10 a 40 (50) cm. Fusto robusto.

Fioritura

Da metà Aprile a metà Giugno.

Foglie

Lunghe da 4 a 8 cm, larghe da 0.8 a 2.8 cm, di colore verde chiaro con

sfumature grigiastre, riunite in rosetta basale ovato-oblunga, patenti o più

o meno erette; una o due foglie cauline acuminate, abbraccianti.

Infiorescenza

Lassa, formata generalmente da 2 a 5 (12) fi ori. Brattee più lunghe degli

ovari.

Fiori

Più o meno grandi. Sepali lunghi da 9 a 14 mm, larghi da 5 a 9 mm, ovali,

roseo-rossastri o bianchi con venatura centrale verde; i laterali da patenti

a rifl essi, il mediano incurvato in avanti; petali lunghi meno della metà dei

sepali, di colore generalmente più intenso, di forma triangolare. Labello lungo

da 9 a 14 mm, largo da 13 a 18 mm, variabilissimo, di forma più o meno

rettangolare, molto allargata in basso, da piano a concavo; gibbosità basali

quasi assenti o molto lunghe, fi no a 5 mm ed appuntite. Colore variabile:

dal marrone più o meno intenso al rosso molto scuro, talvolta bordato da

una larga banda gialla. Disegno per lo più a forma di “H”, bordato da linee

o macchie bianche, giallastre o giallo-verdastre. Appendice intera o trifi da,

glabra, rivolta generalmente in avanti. Cavità stigmatica ampia, con alla base

due ocelli nerastri. Ginostemio con connettivo corto e acuto. 2n=36

Status

Pur mantenendo una discreta

presenza, la specie sta subendo

un forte arretramento

dovuto ai soliti problemi:

aumento degli infestanti e

notevole presenza del cinghiale.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia è presente

in tutte le regioni. In provincia comune

in collina. Alcuni esemplari ritrovati

oltre i 1000 m (Monte Albareto 1257

m s.l.m.).

Ambiente

Praterie aride e sassose, anche in boschi

soleggiati.

G F M A M G L A S O N D

Note

Specie assai variabile. Nel corso degli ultimi

vent’anni, si è riscontrato la presenza

di individui o vere e proprie stazioni con

caratteristiche verso O. scolopax cavenilles

(labello molto convesso, gibbosità molto

pronunciate). Nell’ultimo decennio si è

avuta la percezione di una tendenza, già

notata in altre specie: le forme variabili

tendono a sparire e i popolamenti si

presentano sempre più puri.

150 151


OPHRYS FUCIFLORA subsp. ELATIOR

(GÜMPRECHT ex H.F. PAULUS) ENGEL & QUENTIN 1997

Ophrys elatior Gümprecht ex H.F. Paulus

Elatior deriva dal latino e signifi ca “più grande”

e fa riferimento all’altezza della pianta,

nettamente più alta di O. fucifl ora.

Pianta

Da 25 a 55 (60) cm, fusto esile.

Fioritura

Mediamente 15 giorni dopo O.

fucifl ora

Foglie

Generalmente un po’ più piccole che in O. fucifl ora, verde glaucescente. A

seconda dell’andamento stagionale, possono essere già secche al momento

della fi oritura. Si è notato che questo succede nelle stagioni in cui avvengono

forti rialzi di temperatura.

Infiorescenza

Lassa, con 3 o 12 fi ori piuttosto piccoli; brattee, le prime superanti i fi ori in

lunghezza, poi più corte, ma mai più dell’ovario.

Fiori

Sepali lunghi da 9 a 13 mm, larghi da 4.5 a 5 mm, bianchi o rosa ± carico, con

nervatura centrale ± verde, ovali, concavi, piegati in avanti; sepalo mediano

dritto o sovente piegato in avanti, sopra il ginostemio; petali lunghi da 4 a

6 mm, larghi da 2 a 3.5 mm, da rosa ± carico a bianco o roseo, vellutati, di

forma ± triangolare; labello lungo da 7 a 11 mm, largo da 8.5 a 13.5 mm,

intero, quadrangolare-arrotondato, con gibbosità sottili e aguzze, poco pronunciate

o sovente assenti; da piano, con apici laterali rialzati, a ± convesso,

munito di una leggera peluria, soprattutto al margine, di colorazione molto

variabile, ± simile a O. fucifl ora, ma con tonalità più accentuate; disegno ±

semplice, a forma di “H”, o più complesso ed elaborato, che a volte interessa

anche la faccia interna delle gibbosità; apicolo arrotondato o trifi do, piegato

± in avanti, giallo o giallo-verdastro; cavità stigmatica ampia, dello stesso

colore del campo basale, munita di due ocelli nerastri, brillanti; ginostemio

corto, appuntito. 2n=72

Status

Nella località del primo ritrovamento,

se pur a fasi

alterne, le popolazioni sono

andate aumentando: da 5-6

piante a fi ore nei primi anni

si è passati a oltre 35 nelle

annate migliori. Purtroppo

la stazione è minacciata

da arbusti infestanti, la cui

avanzata ho ritenuto opportuno

contenere effettuando,

all’occorrenza, dei tagli.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia la distribuzione

è ancora incerta. In provincia tre

stazioni, due nel quadrante 1023-3, a

quota 450 m s.l.m., l’altra nel quadrante

1224-1, a quota 750 m s.l.m.

Ambiente

Terreni abbandonati, piuttosto asciutti,

calcarei.

G F M A M G L A S O N D

Note

Entità la cui posizione sistematica è

alquanto incerta. I dati da me raccolti

dal 1985 (anno del ritrovamento), propendono

in linea di massima per questa

scelta sottospecifi ca, anche se gli esemplari

da me trovati sono notevolmente

più bassi e il periodo di fi oritura non è

mai così tardivo. Inoltre questa scelta

sottospecifi ca è motivata dal fatto che, a

mio parere, pur esistendo delle diversità

rispetto a O. fucifl ora, non sono tali da

giustifi carne la riconduzione ad un’entità

specifi ca, a se stante.

152 153


OPHRYS FUSCA LINK 1800

Fusca deriva dal latino fuscus e signifi ca

“scura”: il termine si riferisce alla

colorazione del labello.

Pianta

Da 8-20 (25) cm. Fusto esile e

fl essuoso.

Fioritura

Maggio, inizio Giugno.

Foglie

Da 3 a 4, verde chiaro con sfumature glauche, lunghe da 3 a 6 cm, le basali

riunite in rosetta, oblungo-lanceolate, ottuse, sormontate da una o due

foglie, lanceolato-acute, avvolgenti il fusto.

Infiorescenza

Lassa o addensata, formata da 2 a 10 fi ori. Brattee larghe, piegate a doccia,

con apice ottuso, più lungo dell’ovario.

Fiori

Sepali lunghi da 10 a 13 mm, larghi da 5 a 6.5 mm, verde-giallastri, ovali,

con apice ottuso, concavi, con margine revoluto, patenti i laterali; curvo

nettamente in avanti il mediano, con apice arrotondato. Petali lunghi da 7 a

8 mm, larghi da 1 a 2.5 mm, di colore verde-giallastro o giallo brunastro,

spesso ondulati ai margini, con apice tronco od ottuso. Labello lungo da 10

a 14 mm, largo da 9 a 11 mm, vellutato, di colore bruno porporino scuro,

con specchio grigio o azzurro, con zone più scure; margini revoluti e bordati

di giallo; trilobo, con lobi laterali indistinti o più o meno incisi; lobo mediano

più lungo, diviso a sua volta (non sempre) in due lobuli. Cavità stigmatica

ampia, ginostemio coperto dal tepalo mediano connettivo, con rostro corto

ad apice ottuso. 2n=36

Status

Pianta di statura assai bassa. La stragrande maggioranza degli esemplari non

supera i 15 cm; questa sua caratteristica la rende molto vulnerabile nei confronti

di erbe che, non essendo più tagliate dall’uomo o pascolate da animali,

anno dopo anno, creano una sorta di materasso inestricabile. Non a caso le

zone dove questa specie è più abbondante si trovano nei quadranti 1124-4

e 1224-2: in quest’area vi pascola saltuariamente un gregge di ovini.

Diffusione

Steno-mediterranea. In Italia: in tutte

le regioni a sud dell’Emilia-Romagna,

limite settentrionale della specie. In

provincia: in tutte le maggiori valli fi no

ai 600 m s.l.m.

Ambiente

Pascoli più o meno aridi e sassosi, su

suolo basico o argille scagliose.

G F M A M G L A S O N D

Note

Questa specie è stata trovata per la prima

volta in provincia nel 1985 nel quadrante

1122-2, vicino alla località Termine Grosso.

Negli anni a seguire, i ritrovamenti

sono avvenuti un po’ ovunque nella fascia

collinare che va dai 350 ai 600 m s.l.m.

I popolamenti più consistenti si trovano

nella parte est della provincia.

154 155


OPHRYS INSECTIFERA LINNEO 1753

Ophrys muscifera Huds.

Il nome insectifera, portarice di insetti,

è certamente indovinato; infatti ad

un’occhiata disattenta, i suoi fi ori si

possono facilmente scambiare per

grossi insetti.

Pianta

Da 15 a 50 (60) cm. Fusto esile,

diritto.

Fioritura

Aprile, Maggio.

Foglie

Da 3 a 5, glaucescenti, le inferiori patenti oblungo-lanceolate, da 2 a 3 le

superiori, strettamente lanceolate, avvolgenti il fusto.

Infiorescenza

Lunga fi no a 20 cm. Lassa con 2 o 20 fi ori, più o meno addensata verso

l’alto. Brattee lanceolato-acute; le inferiori più lunghe dell’ovario, decrescenti

verso l’alto.

Fiori

Più piccoli che nelle altre specie di Ophrys. Sepali lunghi da 6 a 10 mm, larghi

da 3 a 4.5 mm, di colore verde chiaro, con nervature più evidenti, lanceolati,

ottusi, con margini ripiegati lievemente in avanti, leggermente concavi;

patenti i laterali; petali di colore bruno-scuro, lunghi da 5 a 8 mm, dritti,

fi liformi, pubescenti, solitamente dritti in avanti. Labello lungo da 9 a 13

mm, largo da 5 a 11, di colore variabile: da bruno-porporino a bruno-scuro

con al centro una macchia cinerina o blu-grigiastra; di aspetto vellutato,

pendente; trilobo, leggermente convesso, base munita di due ocelli lucenti,

emisferici; lobi laterali stretti e corti; lobo mediano nettamente più lungo

e più largo dei laterali, a sua volta bilobo. Cavità stigmatica stretta, senza

pareti laterali. Ginostemio con connettivo privo di rostro; logge polliniche

rossastre. 2n=36

Status

Probabilmente per la sua presenza sporadica sul territorio, sembra risentire

meno di altre specie dei cambiamenti ambientali.

Diffusione

Europea. In Italia: nelle regioni del nord

e del centro. In provincia: sporadica, dai

boschi pedecollinari ai 1200 m s.l.m., più

comune nella fascia intermedia.

Ambiente

Prati magri, anche sassosi, boschi radi e

luminosi per lo più querceti.

G F M A M G L A S O N D

Note

Specie assai discreta, presente in vari

ambienti, ma mai in abbondanza: si

rinvengono per lo più esemplari isolati.

Solo eccezionalmente si possono trovare

gruppi di oltre 10 piante, raggruppate

assieme.

156 157


OPHRYS SPHEGODES MILLER 1768

Ophrys aranifera Hudson

Etimologicamente sphegodes deriva dal greco

sphex, sphekos, e si riferisce al labello: signifi ca

infatti simile a vespa. I fi ori di questa specie,

subito dopo l’antesi, tendono a perdere vivacità

nei colori. Inoltre le piante vengono spesso

danneggiate dalle gelate tardive.

Pianta

Da 10 a 45-50 cm. Fusto esile.

Fioritura

Da fi ne Febbraio ad Aprile.

Foglie

Da 3 a 6, di colore verde chiaro, con sfumature grigiastre, le basali riunite in

rosetta, oblungo-lanceolate, con apice mucronato; le superiori, strettamente

lanceolate, avvolgenti il fusto.

Infiorescenza

Lassa. Brattee più lunghe dell’ovario, le inferiori; le superiori, mai più corte

dell’ovario.

Fiori

Sepali lunghi da 9 a 14 mm, larghi da 4 a 6 mm, generalmente verde-chiaro,

talvolta sfumati di bruno, concavi, ovale-oblunghi, con bordo revoluto;

laterali patenti; il mediano eretto o piegato obliquamente in avanti; petali

lunghi da 4 a 10 mm, larghi da 3 a 5 mm, di colore giallastro o brunastro,

lineare-lanceolati, ottusi, con margine ondulato. Labello lungo da 10 a 16

mm, largo da 9 a 15 mm, munito di una fi tta pelosità marginale, variabilissimo

per colorazione e forma, intero, raramente trilobo, convesso, con gibbosità

basali più o meno pronunciate, vellutato, di colore bruno o bruno-rossastro.

Disegno a forma di “H” o talvolta di forma più complicata, di colore

brunastro, blu scuro o blu violetto. Spesso presente una piccola appendice

apicale. Cavità stigmatica ampia, arrotondata, munita di due ocelli lucenti.

Ginostemio con connettivo corto, da acuto a ottuso. Ovario verde chiaro,

cilindrico, leggermente ritorto. 2n=36

Status

Questa entità è quella che, nel genere Ophrys, ha subito

la più drastica perdita di esemplari da vent’anni

a questa parte. I motivi sono presumibilmente i

soliti: perdita di ambienti a causa di infestanti,

presenza massiccia del cinghiale.

Diffusione

Euro-mediterranea. In Italia: in tutto

il territorio; in provincia: nella fascia

collinare.

Ambiente

Terreni incolti, frane più o meno assestate

su suolo preferibilmente calcareo.

G F M A M G L A S O N D

Note

In una stazione in Val Tidone (Rocca d’Olgisio),

dove esiste un particolare microclima

di tipo mediterraneo, la fi oritura inizia

di solito già a fi ne febbraio. E’ specie

dotata di un notevole polimorfi smo: ad

essa vengono attribuite numerose sottospecie

e varietà, alcune delle quali, fi no a

pochi anni fa, erano presenti all’interno

dei normali popolamenti:

- O. sphegodes subsp. sphegodes Miller.

- O. sphegodes subsp. litigiosa (Camus)

Bechereri

- O. sphegodes subsp. garganica Nelson

La presenza, sul territorio provinciale, di

sottospecie e varietà non era un tempo

affatto rara. Nella fase di rarefazione che

sta subendo la specie, però, queste varianti

sembrano essere le più vulnerabili,

tant’è che, anno dopo anno, i popolamenti

si presentano sempre più puri, privi

della consueta variabilità.

158 159


IBRIDAZIONE

Benchè in natura siano abbastanza rigide

le barriere che impediscono lo scambio

genetico tra specie diverse, l’ibridazione

naturale nell’ambito della famiglia delle

orchidee è un fenomeno abbastanza

frequente e può avvenire sia tra specie

diverse, sia tra generi diversi, anche se in

quest’ultimo caso il fenomeno è meno

frequente. Ciò significa che anche se

ci troviamo di fronte a due specie morfologicamente

diverse, i loro patrimoni

genetici sono altamente compatibili. Di

solito per ibrido si intende un individuo

che presenta caratteristiche intermedie

tra le specie genitrici e questo in linea di

massima è sicuramente vero, anche se a

volte può capitare che i caratteri di una

specie prevalgano sull’altra. Le orchidee

nel corso dell’evoluzione hanno messo a

punto dei meccanismi di isolamento, per

impedire cioè il flusso dei geni da una

specie all’altra, basandosi soprattutto

sulla specificità degli insetti impollinatori

che però, si sa, non è assoluta. È proprio

grazie alla visita accidentale di questi

insetti ed al conseguente trasporto dei

pollinidi da una specie all’altra, che si innesca

il processo dell’ibridazione. In certi

casi gli ibridi, detti occasionali, sono sterili

e sono presenti in zone dove vivono le

specie genitrici. In altri casi sono fecondi

e danno vita a numerose popolazioni, con

la possibilità di reincrociarsi non solo tra

di loro, ma anche con le specie parentali.

Si hanno quindi popolazioni ibridogene

che con il continuo reincrociarsi possono

soppiantare più o meno completamente

i genitori. Queste popolazioni sono in

possesso di una notevole variabilità

morfologica e pertanto sono difficilmente

classificabili con precisione. Esempi in tal

senso si hanno in provincia nei generi

Ophrys e soprattutto Dactylorhiza.

Gli ibridi vengono indicati secondo il

Codice Internazionale di Nomenclatura

Botanica. Se si tratta di ibrido interspecifico

viene aggiunto un segno di

moltiplicazione tra il nome del genere e

il nome imposto (es. ibrido fra O. pallens

e O. provincialis = Orchis x plessidiaca

Renz). Se invece si tratta di ibrido intergenerico

il segno di moltiplicazione

viene posto davanti al nuovo nome

formato dall’unione di parte di ciascuno

dei due generi parentali (es. ibrido fra

Nigritella nigra e Gymnadenia conopsea

= x Gymnigritella suaveolens Wettstein).

Data la complessità del problema, mi

sono limitato in questa pubblicazione a

riportare le forme di ibrido più evidenti,

tralasciando tutte quelle forme su cui non

vi è assoluta certezza.

Ibridi: a-Orchis coriophora subsp. fragrans x

Orchis morio = Orchis x olida Breb. 1936,

b-Ophrys fuciflora x Ophrys apifera = Ophrys

x albertiana Cam. 1891, c-Ophrys insectifera

x Orchis benacensis = Ophrys x daneschiana

Schrenk 1981, d-Cephalanthera damasonium

x Cephalanthera longifolia = Cephalanthera

x schulzei Cam. et Ber. 1908, e-Dactylorhiza

incarnata x Gymnadenia conopsea = x

Dactylodenia vollmannii (Schulze) Peitz 1972,

f-Orchis mascula x Orchis provincialis = Orchis

x penzigiana Cam. 1929, g-Nigritella rhellicani

x Pseudorchis albida = Pseudadenia micrantha

Kern, h-Orchis purpurea x Orchis simia =

Orchis x angusticruris Franch. Ap. Humiki

1907, i-Dactylorhiza maculata x Gymnadenia

conopsea = x Dactylodenia legrandiana (Cam.)

Peitz 1972, l-Ophrys fuciflora x Ophrys benacensis

= Ophrys x baldensis Delforge 1989,

m-Orchis tridentata x Orchis ustulata = Orchis

x dietrichiana Bogenh, n-Gymnadenia conopsea

x Nigritella rhellicani = x Gymnigritella suaveolens

Wettstein.

a b

160 161

h

d

e

c f

i

l

g

m

n


GLOSSARIO GLOSSARIO BIBLIOGRAFIA

ACUMINATA Terminante con una lunga punta

ACUTA Terminante a punta

AFILLO Fusto privo di foglie

AGAMICA Lo è la propagazione per mezzo di bulbi,

stoloni radicanti, ecc.

ALLOGAMIA Fecondazione incrociata fra gameti di

due fiori distinti

ANTERA Parte terminale di uno stame dove si trova

raccolto il polline

ANTOCIANO Pigmento azzurro rosso o violetto

APOCRONIA Fiori con colorazione scarsa

APPENDICE Escrescenza all’apice del labello, in

alcune specie di orchidee (es. Ophrys)

ASCENDENTE Fusto alla base orizzontale, poi

piegato verso l’alto

ATROFICO Organo che non è più in grado di svolgere

le sue funzioni

AUTOFECONDAZIONE È l’opposto della fecondazione

incrociata (una pianta feconda i propri

ovari col suo stesso polline)

AUTOGAMA Di una specie che pratica l’autoimpollinazione

AUTOTROFIA Capacità che hanno le piante di costruire

le sostanze organiche proprie, partendo

da sostanze inorganiche

AVVENTIZIO Un organo che si forma lontano

dall’apice vegetativo di un asse e quindi su

parti adulte

BASALE Situato alla base del fusto (es. rosetta

basale)

BRATTEA Piccola foglia situata alla base del peduncolo

fiorale

BRATTEIFORME Che ha forma di brattea

BULBILLO Piccolo bulbo che permette la riproduzione

asessuata della pianta

CALLOSITA’ Sorta di rigonfiamento presente sulla

superficie del labello di alcune orchidee (es.

Serapias)

CAPSULAFrutto secco, contenente numerosissimi

semi

CASCO L’insieme dei tepali esterni e dei laterali

interni che possono essere riavvicinati o saldati

a forma di cappuccio

CAUDICOLA Il pedicello dei pollinii

CAULINARE Es. foglie inserite sul fusto

CRENULATO Bordo che presenta piccole increspature

DIGITATO Disposto come le dita di una mano

ENTOMOFILIA Impollinazione ad opera degli

insetti

EPICHILO La parte distale del labello di certe orchidee

(es. Epipactis, Serapias) separato dalla

parte basale da una strozzatura.

EPIFITA Si dice di pianta che cresce appoggiandosi

ad un’altra

EPIGEI Le parti delle piante che sono fuori dal

terreno

ETEROTROFIA Le proprietà di costruire le sostanze

organiche del proprio corpo partendo da sostanze

organiche già elaborate da organi autotrofi

GEOFITA Pianta con apparato radicale sotterraneo

GIBBOSITA’ Protuberanza più o meno accentuata

GINOSTEMIO Insieme degli organi maschili e

femminili nelle orchidee

GLABRO Senza peli

IBRIDO Prodotto dall’incrocio di due specie

diverse

INFERO Si dice di un ovario situato internamente

sotto il perianzio

IPOCHILO Parte basale del labello di alcune orchidee

(es. Epipactis, Serapias, Cephalanthera)

IPOGEI Le parti sotterranee delle piante

LABELLO Tepalo mediano interno che differisce dagli

altri per forma, dimensione e colore

LASSA (Infiorescenza lassa), cioè con fiori piuttosto

distanziati

LOBATO Provvisto di lobi

LOGGIA Cavità dell’antera contenente i pollini

MASSA POLLINICA Formata dall’insieme dei

granuli pollinici

MICORRIZA È l’associazione di microscopici funghi

radicali e delle radici delle orchidee

MICOTROFA Pianta che vive in simbiosi con un

fungo in ogni fase del suo ciclo vitale, dipendendone

almeno parzialmente per il nutrimento

MONOFILETICO Organismo che si suppone sviluppato

da una sola forma primitiva

NETTARE Sostanza dolciastra che serve ai fiori per

attirare gli insetti

PAPILLA Piccola rugosità o protuberanza presente

in ciuffetti sul labello di alcune orchidee (es.

Orchis purpurea)

PATENTE Organo che forma con il supporto sul

quale è inserito un angolo quasi retto

PAUCIFLORA Infiorescenza che in confronto con

altre analoghe ha una scarsa quantità di fiori

POLIFORMA Che può assumere forme diverse

PUBESCENTE Organo coperto di morbida e

minuta peluria

RIZOMA Fusto sotterraneo simile ad una radice

disposto orizzontalmente od obliquamente

nel terreno

SACCIFORMEA forma di sacco

SAPROFITA Pianta priva o quasi di clorofilla, che

si nutre a spese delle sostanze organiche del

suolo

SESSILE Organo sprovvisto di picciolo ben differenziato

SINONIMO Indica la stessa entità

SOTTOSPECIE Suddivisione della specie che raggruppa

individui ben distinti morfologicamente

dai rappresentanti tipici della specie e che a

volte occupano aree diverse di distribuzione

SPERMATOFITE Piante caratterizzate dalla presenza

di fiori, sono considerate le più evolute del

Regno Vegetale

STENOCORO Di una specie ristretta ad una determinata

zona

SUBSP. Sottospecie

TERMOFILA Che ama il calore

TRILOBO Con tre lobi

TUBERO Organo sotterraneo ingrossato nel quale

si accumulano sostanze di riserva

VARIETA’ Gruppo nel quale si riuniscono popolazioni

di una specie, differenti dalle popolazioni

tipiche per caratteri particolari, non sempre ben

definiti

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Dal 1994 opera in Italia l’Associazione Orchidofila

G.I.R.O.S. (Gruppo Italiano per la Ricerca di Orchidee

Spontanee): Segreteria – Via Rosi 21, 55100 Lucca (Tel.

0583-492169).

Questo gruppo, oltre a riunire qualche centinaio tra

esperti e appassionati, pubblica regolarmente un

notiziario.

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Finito di stampare nel mese di febbraio 2005 da

GRAFITALIA Industrie Grafiche

Via Raffaello, 9 - Reggio Emilia

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