Catalogo Lubrina Editore con testo di Mauro Zanchi - Galleria Marelia

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Catalogo Lubrina Editore con testo di Mauro Zanchi - Galleria Marelia

O.A. F ERRARIOFRÈRES

O.A.

FERRARIOFRÈRES

LUBRINA EDITORE


a Orlando


O.A.

FERRARIOFRÈRES

a cura di

Mauro Zanchi

LUBRINA EDITORE


Fratelli de Limbourg, Les Très Riches Heures du duc de Berry (XV secolo), Musée Condé, Chantilly.

Oscillazioni Armoniche

Mauro Zanchi

O.

Nelle fotografie della serie “O. A.” la parte superiore sembrerebbe

aprire a un viaggio attraverso un mondo illimitato – dentro

l’individuo o nei cieli – mentre nella parte inferiore vengono

evocati luoghi delle periferie e isole della Natura.

Come se fossero in azione oscillazioni fra un infinito perduto

del paesaggio e l’infinito sconosciuto dell’anima. Ovviamente con

tutti i limiti legati all’idea dell’infinito. Tutto è posto in un rapporto

di corrispondenze, oltre la Storia che si impadronisce degli

uomini e dei territori. Gli individui affissi in cielo - nella loro illusione

di essere simulacri di un essere divino o dell’unicità insostituibile

– paiono come sospesi in un non tempo, all’interno di una

cosmologia personale, a sostituire costellazioni o a giustapporsi

a immagini zodiacali. I loro corpi denudati divengono mappe di

pelle, percorse da nebulose o da idre di luce. Richiamano immagini

di matrice ermetica, pleiadi dell’immaginazione umanistica,

proiezioni astrologiche del Rinascimento, ma anche “paradossi

terminali”: come hanno mostrato i migliori romanzi della tradizione

letteraria di ogni periodo storico, tutte le categorie esistenziali

cambiano continuamente di senso attraverso i

“paradossi terminali”. Siamo quindi al confine tra proiezione del

pensiero e realtà della materia, per estendere lo sguardo e la memoria

personali al grande enigma del tempo collettivo. Qui, lo

spirito della complessità desidera toccare l’essenza, attraverso la

forza profonda della leggerezza e della sospensione, per percepire

anche solo un frammento di ciò che viene chiamato “mistero

della verità”.

Ferrariofreres utilizza la metafora delle Oscillazioni Armoniche

per indurre lo spettatore a soffermarsi di più su ciò che viene de-


Robert Fludd, Utriusque cosmi... historia, tomo I (XVII secolo).

finito “realtà”, suggerendo di fatto che le cose sono sempre più

complesse (nella loro apparenza di superficie) di quanto si pensi.

Indaga quindi l’enigma dell’io, poiché “in ogni azione, l’intenzione

prima di colui che agisce è di rivelare la propria immagine”

(Dante Alighieri). In seconda istanza si accorge, però, che questa

immagine non gli assomiglia, e quindi tutto si volge al mondo

invisibile della vita interiore, un viaggio esplorativo in qualcosa

che è più inafferrabile di ogni altra cosa: l’attimo presente. E questa

calata nell’attimo presente diviene inevitabilmente un’esperienza

di qualcosa che sfugge in modo totale, un “tempo

perduto” continuo, uno stuolo di sensazioni e di idee, che viene

irrimediabilmente dimenticato e sostituito da altri piccoli universi

degli istanti futuri.

Memore di Joyce, Ferrariofreres cerca di scomporre l’anima in

atomi, osserva l’illusione dell’io, la sua paura di scomparire. Sottopone

l’uomo a un rapporto di spostamenti ultrasottili, frequenze,

porta l’attimo presente in una proiezione cosmica. Il

paradossale inappagamento dell’io, di fronte al tempo e al limite

della morte individuale, respira mostrando la frustrazione legata

all’attimo fuggente.

Gioca la sua installazione sulla frizione che si viene a creare tra

il desiderio illusorio di essere in una dimensione eterna e la presa

di coscienza del vuoto e della scomparsa. Gli individui sono sospesi

nel cielo dell’attimo presente, all’infinito, o nel grande vuoto

di ciò che non si conosce? Intanto mutano gli scenari, scorrono

presenze animali, trapassano corpi e fisionomie. I nati senza

averlo chiesto sono crocifissi in corpi che non hanno scelto: destinati

a scomparire o a mutare continuamente, atomo dopo

atomo, nello spazio del mondo.

Sospesi nel desiderio consolatorio, nella proiezione fideistica,

nell’eterno del divenire o intrappolati dall’esistenza?

La dimensione del cielo offre una possibilità permanente di

evasione: per ricominciare la vita da un’altra parte, per lasciare un

segno nel tempo umano, per entrare in una dimensione della

quarta dimensione.

L’artista afferma anche: tutto ciò che accade nel mondo non

sarà mai solo una faccenda locale.


A.

Il titolo della mostra negli spazi espositivi della basilica è da leggere

anche in forma cifrata. Le due lettere puntate vogliono evocare

l’omega e l’alfa della tradizione occidentale. La loro

posizione invertita suggerisce un viaggio a ritroso, dalla fine all’inizio

delle cose. È evocato un (eterno?) ritorno alla fonte della

vita; un superamento delle barriere che tengono la vitalità nel limite

temporale di un corpo destinato a invecchiare e a dipartire.

La coppia maschio/femmina è qui in uno stato di sospensione, in

uno spazio dove l’individualità fluttua tra magia astrologica di

stampo neoplatonico e le architetture della società industriale e

tecnologica. Le immagini dei corpi nudi sono tracce della tradizione

pittorica di stampo umanistico. Il sapore delle fotografie in

bianco e nero denuncia una sorta di nostalgia reazionaria all’interno

di una ricerca al passo con la contemporaneità. C’è un nostos

di matrice greca, un desiderio odisseo di ritornare nella

pienezza immaginata di una patria delle origini, dentro la potenza

degli archetipi. Un ritorno alla luce degli astri. Come nella

mitologia greca, quando gli uomini trapassavano dalla fine del

corpo alla luce, tramutandosi in costellazioni.

Il processo di deificazione dell’uomo è, ancora una volta, una

derivazione del processo messo in moto dai primi slanci mitologizzanti.

Ferrariofreres indaga sulle “cause nascoste” e sui “segreti

delle cose” presenti nella dicotomia terra/cielo. Dà sfondo

a una visionarietà magico-vitalistica. Cerca gli effluvia materiali,

le oscillazioni impercettibili, le forze magnetiche, le correnti dello

spirito cosmico, la forma primitiva, radicale, astrale, che è in ogni

dove e in ognuno. La sostanza del cielo è mater communis, nel

cui utero si formano le origini delle vite. La coppia uomo-donna

permane in sospensione e si carica della forza astrale, alimentando

l’impulso all’autoconservazione della specie. La donna si

svuota per accogliere la proiezione della forza maschile; l’uomo

si svuota per ospitare tutti gli aspetti fluidi della potenza femminile:

il distacco dall’ego dispone l’anima a svuotarsi completamente,

per accogliere il tutto dell’esistenza, come se il corpo

fosse un contenitore vuoto che desidera attrarre a sé tutto quello

che è fluido nella vita. “Essere nessuno e nessuno è la più grande

rivelazione per cogliere l’essenza del nostro essere”. E questo avviene

come fosse un respiro, con il suo naturale ritmo in accordo

con le frequenze dell’universo.

Rifacendosi ai temi della letteratura solare ed ermetica del

Quattrocento e del Cinquecento, ogni individuo qui è “Sole del

microcosmo”, dove battono all’unisono eliocentrismo astronomico

e cardiocentrismo fisiologico. Le figure umane sono in posizione

per cogliere le oscillazioni armoniche. Attendono,

svuotate, di farsi colmare da tutte le potenzialità dell’essere. Si lasciano

medicare dalle frequenze dei cieli. Ostendono la loro più

preziosa intimità e si lasciano permeare dall’inconoscibile.

Le opere di Ferrariofreres mostrano con chiarezza che “la scelta

fra pensiero magico e pensiero razionale non è ancora conclusa”

(Ernesto De Martino): “Anche dopo la grande scelta storica degli

inizi dell’età moderna, il magico tende continuamente a riaffiorare

in alcune forme della vita religiosa, nella mistica del capo carismatico,

nel culto della personalità, nella superstiziosa potenza

attribuita alla tecnologia, nella figura dello scienziato onnipotente

che effettua, in segreto, esperimenti di effetto decisivo per

le sorti dell’umanità. La magia e la tradizione ermetica (e la visione

del mondo e dell’uomo che a esse è collegata) non sono

state cancellate dalla storia a opera della rivoluzione scientifica:

sopravvivono in forme diverse e a differenti livelli (Paolo Rossi, La

magia naturale del Rinascimento, Torino 1989, pp. 31-32).

Ed è per questa ragione che i nostri artisti, nella cupola di Santa

Maria Maggiore, spettacolarizzano teatralmente la presenza di

una coltre luminosa, una moderna nube della non conoscenza,

che aleggia in sospensione alla base del tiburio: una presenza

magica o un trucco ricavato per mezzo di macchine tecnologiche,

un flusso di vapore che nasconde – con la forza della luce, della

brezza e della bruma – il confine tra il visibile e l’invisibile.


Hildegard von Bingen, Liber Divinorum Operum (XIII secolo), Biblioteca Statale, Lucca.

Sul confine dei cieli neri

… Volevo spostare il discorso dall’autore delle Belye noči, tuffate

nel tempo della rappresentazione di un romanzo, breve

regno di visioni incatenate a psicologie esasperate, a una persona

che queste notti le ha vissute all’opposto per sfuggire la

mera rappresentazione che nasconde il vuoto.

Questa persona ha vissuto questi luoghi nel secolo scorso,

quasi tre quarti di secolo fa: è padre Pavel che qui ha subito il

suo martirio. E lo ha subito come evento ineluttabile, andandogli

incontro e trovando qui le vestigia desacralizzate dall’empietà

del materialismo. Monasteri e chiese come fantasmi, le belle architetture

ormai mute al sacro, cattedrali diventate dormitori e altari

trasformati da mistero inaccessibile a latrine. Per lui le notti

erano veglia per placare i fantasmi, le false visioni, le immagini

diaframma del nulla e trovare le finestre da cui accedere nel

mondo invisibile ai più.

Parlavamo del paesaggio di queste isole sacre: a volte uno

sfondo continuo in cui sono fusi cielo e mare e gli scogli di granito,

di poco affioranti dalle acque, sembrano galleggiare senza

profondità, mentre altre volte una luce diffusa all’orizzonte che

tenta di dare forma al cielo, al mare e alla terra immersi nell’oscurità.

Penso che abbia influito sulla scelta di fondazione del monastero

da parte dei due monaci dell’Assunzione di Kirillov, un paesaggio

che nella predominanza della luce segna la via dello

spirito.

La luce che si irradia da dietro l’orizzonte, una volta calato il

sole, è un’altra caratteristica di questi luoghi. Pervade lo spazio,

nelle notti del solstizio di giugno, diventando un interminabile

crepuscolo che ti lascia nel limine tra veglia e sonno: qui il reale

si affaccia nei territori del sogno, dando luogo ai fraintendimenti

da cui lo spirito deve guardarsi. È la luce delle veglie, quella che


delimita i contorni delle cose che dovrebbero, secondo naturalezza,

abbandonarsi alla notte, all’indistinto che sfuma nel nero.

Ma questa luce che ha dietro sé il mondo invisibile, i territori

dello spirito, viene catturata come immagine di rappresentazione,

piace agli eyeless che raccolgono fotografie, sottili pellicole in cui

ci si illude di catturare il mondo reale, mentre si raccolgono fantasmi.

… È questa la luce delle Belye noči, le luci che nell’Oblast di

Arkhanghelsk accompagnano le nostre estati di notti insonni, in

cui lo spirito lotta contro le visioni prive di realtà, ancora intrise

dalle apparenze dei fenomeni, dai resti di immagini. Notti generate

dal giro mancato del sole che s’adagia all’orizzonte e lì

aspetta con te l’alba ventura.

Sono questi i paesaggi della tragica esistenza, calice amaro,

dello z k n. 386, il più caro a tutti noi. Parlo di quelli sicuramente

intravisti dal camion e dalle barche usate per il suo ultimo viaggio,

da qui ai boschi di Sandormoch partendo da Solovki e attraversando

la baia di Onega, e lasciandosi alle spalle il villaggio

di Lavlia.

Questo viaggio trascorre tra le latitudini N 65°05’ e N 59° 56’,

in un paesaggio che prepara il viaggiatore al bianco circolo polare,

al nord del gelo perpetuo. Qui tutto diventa essenziale, dalle

forme del granito al colore rosso dell’abete, al bruno delle alghe,

su cui Pavel esercitò, in abito talare, le sue azioni di scienziato

frammiste alla dura fatica del kanalostroitel, come i suoi e tra i

suoi compagni di prigionia.

Parlavo delle notti bianche e già pensavo a quelle di veglia di

padre Pavel in questo spoglio monastero, trasformato in carcere

insieme alle sue chiese, piombato nell’opacità, alla luce spirituale

in cui il sacro si era nuovamente proiettato sulla natura: gusci

vuoti in cui risuonava il respiro greve del sonno degli ammazzati

dalla gratuita fatica…

Ecco mi piace immaginarlo vegliare su queste povere anime

con la luce di un orizzonte traslucido, lievemente pervasiva, quasi

un riflesso del fondo dorato di una antica icona.

… Queste apparizioni di santi – di cui sono pieni i racconti delle

genti che abitano questo oblast, alte su questi cieli neri, siderei

come minerali, sopra i boschi, i laghi e il mare di Onega abitati

da insoliti animali – potrebbero essere lo sguardo da cui riverbera

la luce del mondo spirituale, ultime figure sul confine tra visibile

e invisibile. Oppure abbagli della superbia degli artisti, che a volte

appaiono come visioni, immagini irreali, larve delle nostre percezioni

che aleggiano su paesaggi abitati da forme uscite dalla

mente sconvolta di un poeta.

… Un’opposizione di alto e basso, di spirituale e mondano in

cui si susseguono le salite e le discese degli illuminati. Mi ricollego

al fenomeno del sole che non tramonta tra perfezione e

imperfezione. Le armonie che riusciamo a intuire nelle salite e discese

dal mondo allo spirito sono analogie dei movimenti armonici,

proiezioni di moti circolari dei cieli, che proiettati nei

territori della logica, diventano irregolarità che si ripetono con

cadenza perfetta.

Ecco questa è la cosa che ho come più cara, l’immagine del

documento di prigionia di Pavel, come ogni fotografia conserva

l’impronta della forma esteriore sul nostro occhio, impedendoci

di conoscere la persona e la sua realtà.

Eppure nulla di noi andrà perduto.

Colloquio tra FerrarioFrères e Padre Sergej

Solovetskiye Ostrova, 8 dicembre 2007


Eppure nulla di noi andrà perduto.


O.A.

FERRARIOFRÈRES

BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE

Una iniziativa di

progetto promosso da

Giuseppe Pezzoni

Federico Elzi

a cura di

Mauro Zanchi

fotografie

Ferrariofrères

elaborazione video

Angelo Viscardi

catalogo

Lubrina Editore

stampa

Print Srl

© Lubrina Editore, 2009

ISBN 978 88 7766

Orari sabato e domenica dalle 15 alle 18

dal lunedì al venerdì visite su richiesta

Prenotazioni tel. 035 223327

Con il contributo di

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