Biblioteca Vaticana - Biblioteca Apostolica Vaticana
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Le origini della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong> tra Umanesimo e Rinascimento (1447-1534), a<br />
cura di Antonio Manfredi, Città del Vaticano, <strong>Biblioteca</strong> <strong>Apostolica</strong> <strong>Vaticana</strong> 2010 (Storia<br />
della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Apostolica</strong> <strong>Vaticana</strong>, I)<br />
Il volume, che principalmente per le molte riproduzioni è anche molto bello, è il primo<br />
di un’opera che con questo consterà di sette volumi, intesi a presentare la storia della <strong>Biblioteca</strong><br />
<strong>Apostolica</strong> <strong>Vaticana</strong> dalle origini ai giorni nostri. Come informa nell’Introduzione il Prefetto<br />
della <strong>Biblioteca</strong>, mons. Cesare Pasini, l’iniziativa era stata assunta nel 2008 perché l’opera<br />
cominciasse ad apparire quando, dopo i tre anni in cui era stata chiusa, la <strong>Biblioteca</strong><br />
avrebbe riaperto le sue sale agli studiosi e così è avvenuto. La riapertura, annunciata da mons.<br />
Pasini nella Bibliofilia del 2010, fu per così dire solennizzata con un importante convegno e<br />
con la ricchissima mostra Conoscere la <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong>, ma non c’è dubbio che di queste<br />
iniziative quella che meglio sfiderà il tempo e verosimilmente con frutti più copiosi sia quella<br />
a cui questo volume comincia a dare corpo.<br />
L’idea di una storia della biblioteca non è di per sé una novità e a qualcuno, tra quanti<br />
frequentavano la <strong>Vaticana</strong> negli anni sessanta del secolo passato, quando le ricerche di Leonard<br />
Boyle e di Antonio Manfredi erano di là da venire, tornerà in mente madame Bignami<br />
Odier, mentre compulsa i registri dell’Archivio della <strong>Biblioteca</strong>, e mons. José Ruysschaert,<br />
che spiega animatamente perché non Niccolò V, ma Sisto IV, debba considerarsi il fondatore<br />
della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong>.<br />
Tale è la quantità di notizie per vari motivi interessanti di cui si legge in questo libro, in<br />
particolare ma non solo nei contributi centrali di Manfredi e Andreina Rita, che è impossibile<br />
render conto di tutto in questa nota, sicché, quanto verrò esponendo altro non può essere che<br />
un invito alla lettura. Del resto, alcuni accorgimenti rendono il libro notevolmente fruibile: in<br />
primo luogo l’abbondanza delle riproduzioni, che non conta solo per la decorazione, ma, e<br />
forse principalmente, conta per l’utilità del libro, perché di fatto nulla aiuta tanto a capire<br />
quanto il vedere; in secondo luogo, la scansione della storia della biblioteca e la scelta delle<br />
angolature sotto cui è qui illustrata, che contribuiscono a una conoscenza più concreta e completa<br />
di essa storia; e, infine, l’espediente delle schede su singoli personaggi o su determinati<br />
argomenti, che giovano ad alleggerire il dettato articolandolo più incisivamente, anche rendendolo<br />
nello stesso tempo più facilmente consultabile. Queste schede, che in alcuni casi sono<br />
vere e proprie monografie, sono state per lo più redatte da Christine Grafinger e da William<br />
Sheehan per il saggio di Antonio Manfredi e quello di Andreina Rita, mentre si devono per lo<br />
più Sheehan per il saggio di Assunta di Sante.<br />
Dopo la Premessa di sua Eminenza Raffaele Farina, cardinale archivista e bibliotecario<br />
di Santa Romana Chiesa, che è «davvero lieto di accogliere e incoraggiare […] lo sforzo che<br />
questo libro compie e gli obiettivi che si propone», e dopo l’Introduzione di mons. Pasini, che<br />
anche ricorda per così dire dall’interno i singoli contributi e di cui qualche cenno farò anche<br />
più avanti, ecco il contributo di Marco Buonocore, che scrive su La biblioteca dei pontefici<br />
dall’Età antica all’Alto Medioevo. Lo studioso comincia ricapitolando le prime righe dell’imponente<br />
epigrafe voluta da Sisto V nel 1538 per la nuova biblioteca e scrive: «La biblioteca<br />
dei pontefici, avviata parallelamente e necessariamente al nascere della Chiesa, venne istituita<br />
nel Laterano all’indomani della pax Constantiniana, per trovare, solo in seguito e dopo la parentesi<br />
avignonese, la sua definitiva e stabile sede in Vaticano a stretto e naturale contatto con<br />
le necessità proprie dell’attività della Santa Sede» (p. 25). Con la sua ben nota competenza<br />
storica e archeologica, dopo uno sguardo alla Chiesa delle origini nella sua interezza, Chiesa<br />
greca e Chiesa latina, Buonocore volge naturalmente l’attenzione su Roma, raccoglie e vaglia<br />
le non poche e spesso non univoche testimonianze sul patrimonio librario, sulla documentazione<br />
archivistica prodotta via via e sulla sede in cui libri e documenti furono custoditi. Sono<br />
secoli notoriamente duri anche per gli addetti ai lavori e fa piacere trovare ricordati qui con un<br />
discorso piano uomini e fatti per lo più poco noti, come, per non dir altro, la cosiddetta biblioteca<br />
di Agapito, o Anastasio bibliotecario, o Lupo di Ferrières che chiede a papa Benedetto III
alcuni manoscritti in prestito per trarne copia, o Gerberto d’Aurillac, più tardi egli stesso papa<br />
col nome di Silvestro II, che chiede anch’egli al papa alcune opere in prestito. È naturale che<br />
in una tale precaria situazione documentale nascano e resistano i fantasmi penso al problematico<br />
epitaffio di papa Damaso, dove, com’è noto, la lezione archibis all’inizio del quinto verso<br />
ha dato luogo all’ipotesi secondo cui avremmo qui una menzione degli archivi papali. Buonocore<br />
ricorda le varie congetture e conseguenti prese di posizione degli studiosi moderni, propendendo<br />
però, e, per quel che io posso giudicare, a ragione, per una spiegazione che risale al<br />
Settecento, e chiarendo comunque che nessuno più oggi ritiene che con archibis si abbia qui<br />
una menzione di archiva, né che la costruzione damasiana sia stata mai lo scrinium della<br />
Chiesa.<br />
Non sappiamo quanto in questi secoli sia andato perduto in seguito a dispersioni e a distruzioni,<br />
tra le quali devastante quell’autentica vastatio scrinii et bibliothecae, come la chiama<br />
lo studioso, verificatasi agli inizi del secondo millennio, per la quale un tempo si citava il<br />
crollo della Turris chartularia, e con la quale Buonocore conclude il suo saggio. In queste pagine<br />
si tocca con mano come il percorso con cui libri e documenti sono giunti fino a noi sia<br />
stato spesso molto accidentato e non sorprende che di qualche libro ci siano pervenuti solo<br />
frustuli e per vie imprevedibili. Ricordo come esempio, perché è ben più che una curiosità, e<br />
concludo su questo punto, il caso ben noto di quei fogli di un Livio in onciale del IV-V secolo,<br />
tagliati in quattro, o comunque in modo da ottenere dei foglietti che ora sono riuniti nel<br />
Vat. lat. 10696, ma che tra la fine del sec. VIII e l’inizio del sec. IX erano stati usati, come sopra<br />
ciascuno di essi si legge (opportunamente ne è qui fornita la fotografia: fig. 6a e 6b alle<br />
pp. 31 e 32) per custodire e certificare come reliquia qualche po’di terra proveniente dalla Terra<br />
santa. Gli involucri sono stati trovati nell’arca di legno collocata sotto l’altare principale del<br />
Sancta Sanctorum e quindi è naturale pensare che quel codice provenisse dalla biblioteca del<br />
Laterano. Habent sua fata libelli. Poiché, a quanto so, non pare che altri fogli di quel codice<br />
siano stati identificati, si può pensare che proprio la devozione alla terra santa ce ne abbia<br />
conservato questi frammenti. Veramente, di quanto è arrivato fino a noi nulla può essere trascurato.<br />
Articolato in due parti, La biblioteca di età gotica tra Innocenzo III, Bonifacio VIII e<br />
Benedetto XI la prima, La biblioteca papale ad Avignone (1350-1377) la seconda, segue quindi<br />
il contributo La biblioteca papale nel Duecento e nel Trecento, di quel conoscitore sommo<br />
della storia pontificia di tal periodo che è Agostino Paravicini Bagliani. Il quale, escluso,<br />
come ha escluso Buonocore, che la perdita del patrimonio librario e archivistico del papato da<br />
lui datata agli inizi del Duecento abbia a che fare con il crollo della Turris chartularia, deve<br />
ammettere che «è forse paradossale, ma su circostanze e cronologia di una così clamorosa distruzione<br />
non possediamo informazioni esplicite» (p. 75). Certo è che, come egli ancora scrive<br />
(ivi):<br />
La biblioteca che Bonifacio VIII farà inventariare nel primo anno del suo pontificato (1295) è<br />
sostanzialmente una biblioteca recente, contenente soltanto alcuni sparsi codici antichi, una situazione<br />
che non riflette certo secoli di storia libraria e documentaria!<br />
D’altronde, anche scrive, «tra il 1198 e il 1304, la corte papale è assente da Roma per<br />
quasi il 60% (59,10%) del periodo corrispondente al totale dei singoli pontificati» (p. 78).<br />
Fornendo varie precisazioni, osserva che, seppure a fasi alterne, la persistente itineranza della<br />
curia si estende a tutto il secolo XIII. Scrive in particolare: «Nel corso del Duecento, la Curia<br />
romana ha compiuto all’incirca duecento trasferimenti all’interno delle provincie dello Stato<br />
pontificio» (ivi). E quindi la domanda e la risposta inevitabili: «Quali furono le conseguenze<br />
di una così frequente e regolare mobilità sul tesoro librario dei papi del Duecento? Non lo<br />
sappiamo» (ivi). Anche per i papi antecedenti Bonifacio VIII, dal 1277 al 1292, ossia da Niccolò<br />
III a Niccolò IV la Camera apostolica aveva fatto redigere inventari dei libri ma non può<br />
sorprendere che non ci siano pervenuti.
Quanto mai opportune sono la scheda nr. 2 (p. 80), nella quale sono indicati i manoscritti<br />
riconosciuti nell’inventario del 1295 come tuttora esistenti (sono per lo più nella <strong>Biblioteca</strong><br />
<strong>Vaticana</strong>). E le schede nr. 3 e nr. 4 (pp. 90 e 91), nelle quali sono indicati i codici tuttora esistenti<br />
identificabili tra quelli elencati nell’inventario redatto a Perugia nel 1311. In questo inventario,<br />
nota lo studioso, sono elencati 645 libri, 200 in più rispetto all’inventario del 1295 (p.<br />
88) entrati per lo più, come è da credere, durante il pontificato di Bonifacio VIII: e tra questi<br />
manoscritti egli identifica alcuni trattati sulla questione della rinuncia al papato (non sarà un<br />
arbitrio ricordare Celestino V), due codici liturgici con uffizi e leggende anonime su s. Luigi,<br />
canonizzato da papa Caetani nel 1297 (p. 90), e vari libri che testimoniano l’interesse della<br />
curia duecentesca e in particolare di Bonifacio VIII per la medicina e le scienze della natura.<br />
Questo secondo inventario era stato redatto a Perugia perché a Perugia il 7 luglio 1304<br />
era morto il successore di Bonifacio VIII, cioè Benedetto XI, al secolo Niccolò Boccasini, e a<br />
Perugia meno di un anno dopo era stato eletto il suo successore, Bertrando di Got che si trovava<br />
a Bordeaux, della cui diocesi era arcivescovo. Bertrando di Got prese il nome di Clemente<br />
V, nel 1308 decise di stabilirsi ad Avignone, non mise mai piede in Italia. Il tesoro rimase intanto<br />
a Perugina, ma quando Enrico VII di Lussenburgo valicò le Alpi, il papa ordinò che il<br />
tesoro fosse inventariato perché intendeva portarne una parte ad Avignone.<br />
A esemplificare come si possano presentare queste ricerche, sarà utile ricordare che sia<br />
nell’inventario del 1295, sia in quello del 1311, figura una collezione di manoscritti greci<br />
straordinariamente omogenea: per lo più commenti a trattati di Aristotele e opere di scienziati<br />
greci. «Si trattava – scrive Paravicini Bagliani – della più ricca collezione di manoscritti greci<br />
che l’Occidente avesse avuto a sua disposizione nel Medioevo prima del Quattrocento» (p.<br />
95). Ma non che in proposito almeno un problema non si ponga, perché sui codici greci, benché<br />
non proprio su tutti, figura un titolo in latino, e nel secondo inventario, in corrispondenza<br />
di 19 codici greci, il titolo è seguito da tre lettere da intendere evidentemente come una abbreviazione,<br />
che però, siccome è difficile decidere se la seconda lettera sia una n o una u, è stata<br />
intesa ora come And, ora come Aud., poi in tempi relativamente a noi vicini sono stati trovati<br />
6 codici greci con l’abbreviazione And a seguito del titolo, e 5 di essi sono stati identificati<br />
con altrettanti items dei due inventari papali, e tutto ciò ha dato luogo a una situazione complicatissima,<br />
tuttora non del tutto chiarita. Secondo il Pelzer, e la sua spiegazione, evidentemente<br />
suggestiva, non è ancora da tutti abbandonata, l’abbreviazione And sta per Andegavensis<br />
che significa angioino e sta a contrassegnare i codici che avrebbero fatto parte del bottino<br />
ottenuto da Carlo I d’Angiò in occasione della battaglia di Benevento (1266), che l’angioino<br />
donò a papa Clemente IV per ringraziarlo dell’aiuto ricevuto. L’ipotesi avrebbe un interesse<br />
culturale di grande rilievo, perché spiegherebbe bene come il grande domenicano traduttore<br />
dal greco Guglielmo di Moerbeke, arrivato alla corte papale all’incirca in contemporanea con<br />
la battaglia di Benevento, lì in curia abbia potuto consultare codici greci. Ma Paravicini Bagliani<br />
fa osservare che questa ipotesi lascia senza risposta troppe domande e che, insomma,<br />
quale sia il significato dell’abbreviazione And resta tuttora da sapere.<br />
Impossibile seguire qui dettagliatamente la movimentatissima storia, come lo studioso<br />
stesso la definisce, della biblioteca papale del Duecento. Libri furono trasportati ad Avignone<br />
da Lucca e da Assisi, dove tesoro e libri erano stati portati al riparo contro i saccheggi ma dove<br />
pur non mancarono depredazioni: da Assisi furono trasportati nel 1322, nel 1327 e nel 1339,<br />
procedendosi ogni volta a redigere un inventario, e da Lucca un trasporto avvenne nel 1322.<br />
Notizie, peraltro non del tutto certe, sull’ubicazione della biblioteca nel primo palazzo<br />
dei papi ad Avignone, non si hanno prima del 1335. Clemente V (Bertrando di Got) non pare<br />
avesse particolare interesse per la lettura (del resto, Paravicini ricorda almeno un paio di volte<br />
come prima di pensare a trasportare ad Avignone i libri, e si capisce, la Camera apostolica<br />
pensasse ad avere ad Avignone il tesoro). Giovanni XXII, anche perché le biblioteche di Bonifacio<br />
VIII e di Benedetto XI erano allora in Italia, ordinò che si copiassero opere e si procedesse<br />
ad acquisti regolari. Francesco Petrarca, fin dal 1326 ad Avignone come cappellano del<br />
card. romano Giovanni Colonna, disse che Giovanni XXII «aveva sete di lettura» (p. 102), ap-
prezzava particolarmente i florilegi, le tabulae e i repertori. I successori di Giovanni XXII<br />
continuarono la politica di incrementare la biblioteca, ma ricorrendo maggiormente al diritto<br />
di spoglio. Quando nel 1369 Urbano V decise di tornare a Roma, nella prospettiva del viaggio<br />
fece compilare il primo inventario generale della biblioteca del palazzo di Avignone. Vi sono<br />
descritti più di 2000 volumi, verosimilmente tutti i libri che erano nelle varie stanze e cappelle<br />
del palazzo. Sei anni dopo, nel 1375, il suo successore Gregorio XI riprese ab initio l’inventario<br />
della biblioteca papale e questo inventario è molto più ordinato e pratico del precedente:<br />
un inventario generale destinato al bibliotecario (non si dimentichi che gli inventari documentano<br />
un controllo patrimoniale) e gli elenchi dei singoli armadi per gli utenti.<br />
Com’è noto, il grande scisma che si aprì il 20 settembre 1378 con l’elezione dell’antipapa<br />
Clemente VII ebbe poi ripercussioni non lievi sulla storia della biblioteca papale di Avignone.<br />
Seguendo lo studioso, ricorderò qui Pedro de Luna, eccellente professore di diritto canonico<br />
a Montpellier, che, eletto (antipapa) nel 1394 prese il nome di Benedetto XIII: amante<br />
dei libri, prestò molta attenzione al patrimonio librario del palazzo. Nella sua biblioteca personale,<br />
che fece inventariare nel 1408, erano molti libri di storia, non mancavano classici, tra cui<br />
Virgilio, Servio, Terenzio, e opere di umanisti italiani, Petrarca, Boccaccio, Coluccio Salutati.<br />
Nel 1411 si ritirò a Peñiscola, l’isolotto roccioso a più di cento km da Valenza, e lì fece portare<br />
gran parte della Magna libraria che era ad Avignone. Il suo successore, l’antipapa Clemente<br />
VIII, fece nuovamente inventariare la biblioteca di Peñiscola che era diventata una delle più<br />
importanti raccolte di libri dell’epoca. Ma con lui cominciò anche la dispersione. Molti codici<br />
furono venduti o dati come compenso. Quando nel 1439 Clemente VIII fece obbedienza a<br />
Martino V, nel castello di Peñiscola erano rimasti solo 561 volumi che il card. Pietro di Foix<br />
legato del papa in Aragona, fece trasportare ad Avignone. Vari codici furono rubati o perduti.<br />
Sono stati identificati 161 volumi nella Bibliothèque Nationale de France, mentre nella <strong>Biblioteca</strong><br />
<strong>Vaticana</strong> 220 sono nel fondo Borghese, un’altra sessantina è dispersa in altri fondi.<br />
Fin qui, per quanto consentito dalla documentazione, la storia delle grandi o piccole biblioteche<br />
papali, in alcuni casi chiaramente proprietà personale del papa, di norma possesso<br />
della Sede <strong>Apostolica</strong> per le occorrenze istituzionali. Nulla a che vedere con quella biblioteca<br />
che oggi si chiama <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong>, ma, come dice nella sua Introduzione mons. Pasini, in<br />
una doverosa prospettiva storica, ricordo indispensabile del contesto in cui la nuova istituzione<br />
poté nascere.<br />
E nella consapevolezza che ogni evento vuole essere compreso nel proprio contesto storico,<br />
il Viceprefetto della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong>, Ambrogio Piazzoni, scrivendo su Roma e papato<br />
in epoca umanistica e rinascimentale delinea appunto il contesto storico e culturale in<br />
cui si colloca il ritorno a Roma del papato e soprattutto l’iniziativa di Niccolò V e il suo sviluppo<br />
fino al pontificato di Clemente VII, vale a dire lungo tutto il periodo a cui pertengono i<br />
saggi che seguono nel volume.<br />
Arricchiscono queste pagine 7 corpose schede relative a particolari problemi e a particolari<br />
personalità di quei decenni che sono, nell’ordine, il conciliarismo, la questione del Filioque<br />
e l’unione con la Chiesa greca, i papi del periodo, Maometto il conquistatore e la caduta<br />
di Costantinopoli, una biblioteca contemporanea, cioè la corviniana di re Mattia, ‘Amore et<br />
studio’, le 95 tesi di Martin Lutero e infine Lanzichenecchi tedeschi e le guardie svizzere. Ma<br />
del contributo, che sarà richiamato anche più avanti, non sfugga una non comune attenzione<br />
alle peculiarità delle persone, come là dove di Niccolò V si legge (e trattandosi di Niccolò V<br />
mi si perdonerà la lettura di qualche riga: p. 120):<br />
L’idea che il papato dovesse porsi alla guida della civilizzazione si coniugò in lui con un inusitato<br />
per l’epoca atteggiamento di avversione alla guerra e di apertura mentale che lo spinse a sostenere<br />
ripetutamente la tolleranza religiosa nei confronti degli Ebrei, che pure riteneva fermamente dovessero<br />
convertirsi. Papa Niccolò ebbe anche una personale disponibilità all’incontro con le persone e molto<br />
più spesso dei suoi predecessori concedeva udienze senza troppe formalità.
Il nocciolo duro e ampio del volume è costituito dal saggio La nascita della <strong>Vaticana</strong> in<br />
età umanistica: da Niccolò V a Sisto IV, di Antonio Manfredi, e da quello che immediatamente<br />
segue di Andreina Rita, Per la storia della <strong>Vaticana</strong> nel primo Rinascimento, sulla storia<br />
della biblioteca dalla morte di Sisto IV all’inventario del 1533, il primo dopo il sacco di<br />
Roma. Nocciolo duro, dicevo, perché nessun altro, credo, conosce l’attività di Niccolò V, i<br />
suoi libri, gli inventari che li riguardano quanto Antonio Manfredi, e nocciolo ampio, perché<br />
nell’insieme i due saggi occupano 161 pagine, che, quantunque abbondino anche qui, come in<br />
tutto il volume, le riproduzioni fotografiche, costituirebbero una mole più che sufficiente per<br />
un volume. E forse, si può azzardare una previsione, un volume non tarderà a venire, una volta<br />
che siano ultimate le ricerche in corso di cui fa qui menzione Manfredi.<br />
Come si sa, non si conosce un atto fondativo della nuova biblioteca e il primo documento<br />
a noi noto in cui si menziona esplicitamente il progetto è il breve del 30 aprile 1451 con cui<br />
Niccolò V presentava Enoch d’Ascoli inviato a cercare nuovi manoscritti nelle terre del Nord<br />
(e si veda anche, più avanti, M. G. Cerri, p 368 e p. 372). Nella traduzione italiana qui fornita<br />
da Manfredi l’incipit del documento suona: «Abbiamo stabilito per decreto e stiamo operando<br />
con ogni impegno per avere a disposizione una biblioteca degna del pontefice e delle sede<br />
apostolica, per utilità e interesse comune degli uomini di scienza» (p. 159, scheda 1). E, ricordava<br />
Piazzoni (p. 120), tale destinazione della biblioteca («pro communi virorum doctorum<br />
commodo») è stata recepita nel primo articolo dello Statuto attuale della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Vaticana</strong>.<br />
La decisione di creare una tale biblioteca è a dir poco mirabile, ma non miracolosa,<br />
come, a distanza di secoli, potrebbe anche sembrare. Manfredi riprende con specifici particolari<br />
il discorso di Paravicini Bagliani sulle conseguenze che il grande scisma provocò alla biblioteca<br />
papale e scrive(p. 149):<br />
Il grande scisma d’Occidente è uno spartiacque decisivo nella storia delle biblioteche dei papi.<br />
All’avvio del concilio di Costanza, le collezioni che potevano definirsi pontificie erano tre, in corrispondenza<br />
con le obbedienze in cui si divideva la Chiesa, e la loro storia scorre in parallelo alle vicissitudini<br />
delle rispettive curie.<br />
E a proposito delle biblioteche di Martino V (che, eletto nel concilio di Costanza nel<br />
1417, chiuse il grande scisma) e poi di Eugenio IV (1431-1447) ricorda come proprio durante<br />
il pontificato di Eugenio IV, in occasione del concilio per l’unione delle Chiese latina e greca,<br />
che si svolse a Ferrara e Firenze tra il 1437 e il 1441, si avvertì la necessità che la Santa Sede<br />
disponesse di un patrimonio librario solido e aggiornato. Manoscritti da portare in aula e utilizzare<br />
nelle discussioni filosofiche e teologiche con la controparte greca furono cercati nelle<br />
antiche raccolte specialmente dell’Italia settentrionale, in primo luogo a Pomposa e a Verona,<br />
e furono coinvolti uomini di Chiesa aperti alla nuova cultura. Non mancò tra essi il sarzanese<br />
Tommaso Parentucelli, dal 1421 a Bologna presso il vescovo Niccolò Albergati di cui divenne<br />
il più fido collaboratore (e di cui, si noti, diventato papa assunse il nome di battesimo), imponendosi<br />
nel frattempo per la sua abilità nel recupero di codici antichi e per la sua acuta sensibilità<br />
per la prisca theologia, che oggi chiamiamo patristica. Ma in concomitanza con questi<br />
movimenti culturali, ricorda ancora Manfredi, Cosimo de’ Medici rispolverò il progetto che<br />
era stato di Petrarca e Salutati, forte del lascito di Niccolò Niccoli che, morendo nel 1437,<br />
aveva vincolato per eredità la propria importante raccolta libraria all’istituzione di una biblioteca<br />
pubblica. Portati i manoscritti nel convento domenicano di San Marco, Cosimo affidò<br />
l’impostazione della biblioteca a quell’amico e allievo del Niccoli e del Traversari, che era appunto<br />
il Parentucelli, il quale all’uopo elaborò il famoso canone bibliografico. Non sono in discussione<br />
la ricchezza intellettuale e l’apertura mentale di Niccolò V, ma forse, precisando un<br />
poco il giudizio di Manfredi, si può dire che la sua iniziativa maturò in tempore opportuno.<br />
Non si può seguire qui, punto per punto la densa, spesso minuta esposizione di Manfredi,<br />
il quale ricorda come naturalmente del progetto della biblioteca parlino i due principali
iografi di Niccolò, cioè Giannozzo Manetti e Vespasiano da Bisticci l’uno e l’altro secondo<br />
le rispettive competenze anche coinvolti nel progetto. È ben noto che il progetto, avviato in<br />
connessione con il giubileo del 1450, prevedeva una serie di codici latini e una di codici greci<br />
ed era aperto alle traduzioni dal greco tanto care al Parentucelli, che la gestione fu affidata a<br />
un umanista come Giovanni Tortelli, l’autore dell’Orthographia, e che il progetto subì la battuta<br />
d’arresto con la morte di Niccolò V nel 1455; meno noto è che per questo suo progetto i<br />
due biografi paragonarono Niccolò V a Tolomeo II Filadelfo, fondatore dell’antica biblioteca<br />
di Alessandria: «un accostamento solenne, che ebbe notevole fortuna» (p. 162). Sempre attento<br />
all’esito concreto delle sue indagini, Manfredi non può non domandarsi: «Quanto di ciò che<br />
riferiscono le fonti coeve fu effettivamente realizzato? Che cosa resta del progetto niccolino e<br />
quale influenza ha avuto nello sviluppo della <strong>Vaticana</strong>?» e subito non può che proseguire:<br />
«Una risposta a queste domande e insieme una verifica delle fonti coeve si può trarre dallo<br />
studio sistematico, ancora in corso, dei fondi antichi della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Apostolica</strong> e dei suoi primi<br />
inventari» (p. 165). Intanto, però, la consistenza della collezione fatta allestire da Nicolò V<br />
risulta dall’inventario compilato nel 1455 da Cosimo di Monserrato, che fu datario, confessore<br />
e, destituito il Tortelli, bibliotecario di Callisto III. In questo inventario la lista dei codici<br />
latini (in cui è anche il gruppo di codici latini già inventariati a parte perché trovati in cubiculo<br />
del defunto papa) conta 824 manoscritti conservati in una sala dentro 8 armaria e di essi<br />
circa 550 sono stati identificati nel fondo vaticano antico, mentre per i codici greci abbiamo<br />
quattro liste: una con 353 codici presenti in biblioteca, una con 30 voci in prestito a Isidoro di<br />
Kiev, una seconda con 21 voci in prestito al medesimo, una quarta con 11 voci di prestiti al<br />
Bessarione. E come è notevole l’impostazione, che nelle due sezioni, greca e latina, prevede,<br />
semplificando, teologia, diritto e studia humanitatis, cioè filosofia, storia, poesia, grammatica<br />
e retorica, di grande rilievo è la consistenza della sezione greca, alla quale Manfredi dedica un<br />
apposito paragrafo. Di grande interesse ciò che egli scrive sulle provenienze del gruppo latino,<br />
in cui, per la maggior parte dei manoscritti distingue una duplice provenienza: quelli posseduti<br />
e postillati dal Parentucelli prima di essere papa e quelli commissionati da lui durante il<br />
pontificato. E in particolare (p. 177):<br />
Su cinquecentocinquanta manoscritti latini finora identificati come appartenenti alla raccolta<br />
niccolina, solo cinquantanove codici risalgono ai secc. IX-XII: poco più del dieci per cento; prevalgono<br />
invece nettamente i libri moderni e le editiones umanistiche, molte delle quali curate direttamente e<br />
fittamente annotate dal papa.<br />
Pochi i codici antichi perché il Parentucelli mirò sempre a restituire i codici che nelle<br />
sue ricerche aveva trovato nelle biblioteche romaniche.<br />
Del canonista spagnolo che succedette a Niccolò V con il nome di Callisto III in passato<br />
è stato detto addirittura che disperse quanto raccolto dal predecessore, ma, come ricordano sia<br />
Piazzoni che Manfredi e ricorderà a suo luogo Francesca Pasut (pp. 123, 185 e 442), la notizia<br />
non corrisponde al vero, anche se è vero che durante il suo pontificato la biblioteca non fu incrementata:<br />
ma del resto nessun incremento ebbe, come pure è notorio, da parte del senese Pio<br />
II, scrittore tra i più eminenti del Quattrocento, e del veneziano Paolo II, a ciascuno dei quali<br />
Manfredi dedica specifica attenzione, essendo ben note dell’uno e dell’altro, del primo specialmente,<br />
le biblioteche personali.<br />
Alla morte di Niccolò V, dunque, la biblioteca da lui voluta era stata sì istituita e impostata<br />
secondo il suo orientamento di studioso, ma toccò a un francescano dell’obbedienza tradizionale<br />
non riformata, dotto teologo di impostazione scolastica, cioè a Francesco Della Rovere,<br />
papa col nome di Sisto IV, consolidarla. E uno dei primi atti in merito fu la nomina a bibliotecario<br />
di Giovanni Andrea Bussi, vescovo di Aleria, a Roma curatore di varie edizioni a stampa,<br />
il quale aveva dedicato a Sisto IV l’edizione del commentario biblico del francescano Niccolò<br />
da Lira da lui curata e nell’introduzione l’aveva pregato di riprendere il progetto di Niccolò V.
È storia nota che alla morte del Bussi, nel 1475, Sisto IV nominò bibliotecario Bartolomeo<br />
Sacchi, nato a Piadena in provincia di Cremona e perciò detto comunemente Platina, il<br />
quale l’anno prima gli aveva dedicato la sua Storia dei papi. Di lui, nell’affresco un tempo<br />
nella sala latina della biblioteca, ora ai Musei Vaticani, Melozzo da Forlì ha immortalato i lineamenti,<br />
e su di lui non occorrerà insistere. Prese servizio già come «bibliotecario di Sua<br />
Santità» il 28 febbraio 1475, dunque prima della prima edizione della Ad decorem militantis<br />
ecclesiae, il documento di riforma della biblioteca che è del 15 giugno successivo. Della sua<br />
gestione vanno ricordati in special modo, e sono ben noti agli studiosi, i due registri di prestito,<br />
gli attuali codici Vat. lat. 3954 e 3966, quasi settant’anni fa egregiamente pubblicati da<br />
Maria Bertòla, miniera di autografi degli uomini di quel tempo e di notizie sul loro conto. Si<br />
ricordi che con la bolla Officii nostri debitum del luglio 1475 Sisto IV imponeva la restituzione<br />
dei libri ottenuti in comodato pena la scomunica.<br />
Non sfuggano le pagine sull’ordinamento delle quattro sale della biblioteca e sui lavori<br />
commissionati ai vari artigiani, tra cui il contratto con Giovannino Dolci a cui è attribuita la<br />
decorazione della spalliera nella sala degli Scriptores (fig. 12 a p. 397), un elemento della<br />
quale è riportato a decorare il frontespizio del nostro volume e dei singoli contributi. Sono<br />
menzionate qui anche le spese per le catene, che ovviamente col tempo sono andate perdute.<br />
Non sarà male ricordare che, sempre a proposito della custodia dei manoscritti, con le catene<br />
si fermavano i codici ai banchi, come ancora oggi si può vedere a Cesena nella Malatestiana,<br />
la biblioteca umanistica più accuratamente conservata nell’assetto originario. Né, s’intende,<br />
meno importanti sono i due inventari voluti dal Platina, quello del 1475 e quello, che egli non<br />
poté vedere ultimato, del 1481 (morto in quell’anno il Platina, l’inventario fu portato a termine<br />
da Demetrio Guazzelli da Lucca). Si aggiungano il poemetto di argomento inventariale<br />
scritto nel 1477 dal notaio Antonio de Thomeis, e, come in appendice agli inventari del Platina,<br />
quello del 1484. Scrive Manfredi che «l’inventariazione avviata dal Platina è senza dubbio<br />
una delle esperienze catalografiche più importanti di tutto il secolo umanistico» (p. 217).<br />
Andreina Rita, Per la storia della <strong>Vaticana</strong> nel primo Rinascimento, inizia il suo saggio<br />
ricordando che già nel 1481, cioè alla morte del Platina, e più chiaramente alla morte di Sisto<br />
IV (1484), il consolidamento istituzionale della biblioteca era giunto a compimento. Importanti<br />
alcune precisazioni su particolari poco noti. Cito (p. 239):<br />
La raccolta libraria era affidata a un bibliotecario coadiuvato da due custodes, che si occupavano<br />
delle attività quotidiane e dell’allestimento degli inventari e che probabilmente avevano l’obbligo<br />
di risiedere in biblioteca. Le tre nomine erano riservate al papa e, nel caso del bibliotecario, l’ufficio<br />
decadeva alla morte del pontefice.<br />
Ciò, spiega la studiosa, forse perché il bibliotecario aveva in custodia anche la biblioteca<br />
personale del pontefice, spesso disgiunta dalla biblioteca palatii o palatina, come con accezione<br />
istituzionale piuttosto che topografica veniva chiamata la <strong>Vaticana</strong>. E comunque è quanto<br />
avviene almeno fino a Leone X. Quanto alle quattro sale, precisa la studiosa (ivi): «Due<br />
sale, la latina e la graeca erano aperte al pubblico; le altre due, la secreta, poi parva secreta, e<br />
la pontificia, voluta da Sisto IV e realizzata dal Platina, erano invece ad uso esclusivo del personale.<br />
Raramente vi si ammettevano persone esterne e per visite molto brevi.<br />
Al lettore tornerà in mente l’affresco dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, in cui si<br />
vede appunto Sisto IV in visita alla biblioteca mentre in primo piano due persone stanno sedute<br />
a un banco con un libro aperto davanti.<br />
Il contributo si articola in tre sezioni: prima, La <strong>Vaticana</strong> della fine del quindicesimo secolo:<br />
Innocenzo VIII e Alessandro VI; seconda, Giulio II tra biblioteca di palazzo e biblioteca<br />
privata (si ricordi che il francescano Giuliano Della Rovere, poi Giulio II, era stato il nipote<br />
prediletto di Sisto IV); terza, la <strong>Vaticana</strong> sotto i pontificati medicei: da Leone X a Clemente<br />
VII.<br />
Tra gli uomini che si succedettero nel governo e nella gestione della biblioteca, sono<br />
più noti il romagnolo Bartolomeo Aristofilo Manfredi che Sisto IV nominò gubernator e cu-
stos della biblioteca subito dopo la morte del Platina, ma che, forse anche per qualche sua leggerezza,<br />
non ebbe fortuna, e Cristoforo Persona, priore del monastero di Santa Balbina sull’Aventino,<br />
che Innocenzo VIII, pochi mesi dopo essere stato eletto, nominò al posto del Manfredi,<br />
ma che morì il 25 novembre 1485, esattamente un anno dopo la nomina. Merita di esser rilevato<br />
come con molte notizie di generi diversi siano costruite qui figure non libresche, ma<br />
per così dire parlanti, quasi uomini alle cui vicende potrebbe succedere di dover partecipare.<br />
Penso in particolare alla triste vicenda del veneziano Giovanni Lorenzi, comunemente noto<br />
come segretario del card. Marco Barbo, ma succeduto al Persona nel ruolo di bibliotecario,<br />
ruolo che con l’elezione di Alessandro VI lasciò a Pere Garcia Triste vicenda, perché morì a<br />
Viterbo forse avvelenato, dopo che i suoi beni erano stati confiscati, pare ingiustamente.<br />
Della biblioteca rinascimentale attraverso i suoi inventari scrive Assunta Di Sante, ed è<br />
questa la prima delle particolari angolature a cui accennavo all’inizio, che consentono particolari<br />
approfondimenti. A prima vista l’argomento può apparire singolare, ma mostra la sua importanza<br />
se si riflette che solo l’inventario manifesta la consistenza della biblioteca, e la serie<br />
degli inventari consente di constatarne la crescita, la stasi o il deperimento (la studiosa stessa<br />
connette l’assenza di nuovi inventari ufficiali tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento<br />
a quella situazione per cui il 24 agosto 1513, solo 5 mesi dopo che era stato eletto,<br />
Leone X intervenne denunciando il rilassamento nella gestione della <strong>Biblioteca</strong>). A proposito<br />
della <strong>Vaticana</strong> constata la studiosa(ivi):<br />
Otto campagne generali di catalogazione, tra loro omogenee, coprono tutto il primo secolo e<br />
mezzo di vita della <strong>Biblioteca</strong> […]: dal nucleo iniziale di Niccolò V fino al nuovo catalogo completo<br />
dei fondi librari riorganizzati nella sede voluta da Sisto V» (p. 311); e più avanti commenta: «Ne risulta<br />
dunque un corpus che per ampiezza e per complessità di dati è unico in tutta Europa per quei tempi:<br />
unico, anche perché agevolmente confrontabile con i libri che vi furono descritti.<br />
A parte le informazioni generali sulla stratificazione del fondo antico, notevolissima mi<br />
sembra l’idea relativa al primo banco della sala latina di cui (scheda 4 e scheda 5, pp. 318 e<br />
319), la studiosa pubblica l’inventario del 1481 e quello del 1533, nel caso di codici identificati<br />
facendo seguire alla voce dell’inventario la segnatura attuale (del primo inventario, nel<br />
Vat. lat. 3947, f. 29r, è data anche la riproduzione fotografica: fig. 1 a p. 310). Senza entrare<br />
dei dettagli, mi preme osservare come, anche con l’aiuto delle riproduzioni fotografiche di pagine<br />
autografe, il lettore è messo per così dire a contatto con il lavoro dei vari bibliotecari, in<br />
particolare Tommaso Fedra Inghirami e Zanobi Acciaioli e dei custodi, dei quali basti ricordare<br />
Romolo Mammacini e Lorenzo Parmenio. Senza dire dell’inventario allestito forse per proprio<br />
uso personale da Fabio Vigili.<br />
Ma il ricco e complesso contributo riguarda anche il posseduto stampato e il materiale<br />
archivistico. L’ultima parte è addirittura intitolata Dati a confronto. La biblioteca prima e<br />
dopo il sacco di Roma. Anche narrativamente interessanti le catastrofiche notizie sull’operato<br />
dei Lanzichenecchi. Cito solo da una lettera del cardinale di Como Scaramuccia Trivulzio scritta<br />
al suo segretario venti giorni dopo il Sacco: «Tutti li registri et libri di supplicazione et scritture<br />
di Camera apostolica saccheggiate, stracciate et parte brusate, che non se ne trova pezzo<br />
insieme. Quante bolle hanno trovato tagliato il piombo e fatte ballotte d’archibusi!» (p. 342).<br />
In realtà pare che le perdite siano state relativamente contenute, molto minori di quanto si<br />
scriveva in preda all’emozione per quanto s’era visto o sentito raccontare. Perdute naturalmente,<br />
oltre al piombo delle bolle, le serrature e gli ornamenti d’argento delle legature dei codici<br />
di lusso.<br />
All’importanza della documentazione richiama Maria Giuseppina Cerri, che si è impegnata<br />
a raccogliere, come recita il titolo del suo intervento, I documenti pontifici per la nuova<br />
istituzione. Sono 65 testimonianze, di cui è dato regesto, segnatura attuale e bibliografia. Si<br />
tratta di documenti nella stragrande maggioranza noti agli studiosi, ma la rassegna, oltre che<br />
di correggere qualche errore nella segnatura, ha consentito di mettere in rilievo eventuali diverse<br />
redazioni, eventuali note di registrazione del documento, eventuali annotazioni comple-
mentari aggiunte, da cui possono emergere notizie sulla prassi di nomina del bibliotecario e<br />
dei custodi. Si noti che il saggio, come scrive la studiosa, «intende in ogni caso essere un resoconto<br />
iniziale di un lavoro più approfondito e completo di ricerca e di edizione delle fonti<br />
documentarie relative al primo periodo della grande istituzione» (p. 353).<br />
Come ricorda Flavia Cantatore, La biblioteca vaticana nel palazzo di Niccolò V, a proposito<br />
delle propensioni di papa Parentucelli Vespasiano da Bisticci scriveva: «che dua cose<br />
farebbe s’egli mai potessi ispendere, ch’era in libri et in murare; et l’una et l’altra fece nel suo<br />
pontificato» (p. 386). La studiosa illustra qui la sede della biblioteca voluta da Niccolò V affrontando<br />
insieme un percorso complesso perché, come lei scrive(ivi):<br />
Non appare possibile parlare della biblioteca senza considerarne la relazione simbiotica con il<br />
palazzo, sia dal punto di vista strutturale sia per esigenze funzionali. Tale rapporto, a sua volta, costi -<br />
tuisce la chiave di lettura delle trasformazioni legate alla realizzazione dei corpi di fabbrica e degli<br />
spazi contigui. Sarà pertanto indispensabile tracciare la storia architettonica degli ambienti destinati<br />
alla collezione libraria entro il quadro più ampio di quella della dimora pontificia e delle costruzioni<br />
che delimitano il Belvedere.<br />
E prosegue osservando giustamente che le considerazioni che ne derivano devono essere<br />
confrontate con le testimonianze iconografiche e con la varia documentazione scritta: disposizioni<br />
papali, libri di spesa e così via. Aiutano a seguire l’esposizione alcune piante della<br />
zona e di singoli edifici vaticani, fotografie di interni ed esterni degli edifici di cui si tratta.<br />
Ricco di illustrazioni è anche il contributo di Francesca Pasut, Libri, miniatori e artisti<br />
alle origini della <strong>Vaticana</strong>: tra Niccolò V e Sisto IV. Benché, come la studiosa stessa scrive,<br />
l’attribuzione delle decorazioni sia non di rado tutt’altro che sicura, il saggio è di singolare interesse,<br />
perché si presenta come un panorama della miniatura a Roma, nelle sue componenti e<br />
nel suo mutare, e tali furono i cambiamenti che, come si legge alla fine del saggio. «All’altezza<br />
cronologica del pontificato sistino, il mondo dell’illustrazione libraria è radicalmente mutato e<br />
l’epoca di Niccolò V sembra lontanissima» (p. 457). Merita rilievo la constatazione che Niccolò<br />
V, amante dei libri belli, oltre che dei libri in quanto tali da studiare e postillare, come<br />
Manfredi ha mostrato, non abbia provveduto a procurarsi (né risulta che ci abbia pensato), a<br />
procurarsi, dicevo, una Bibbia di lusso, quali sono la Bible Historiale, in francese, miniata da<br />
Belbello di Pavia per Niccolò III d’Este, o la Bibbia di Borso d’Este o quella di Federico da<br />
Montefeltro, «Bibbie dei ricchi», come giustamente le chiama la studiosa. È una constatazione<br />
che a giudizio di molti, credo, rende ancor più mirabile la figura del papa e dello studioso.<br />
Dei libri orientali, manoscritti e anche stampati, ebraici e in minor misura cristiani copti e<br />
islamici, posseduti dalla biblioteca in questo tempo scrive Delio Vania Proverbio, Alle origini<br />
delle collezioni librarie orientali, il quale spiega in parte la presenza di questi libri con l’interesse<br />
per l’esoterismo, la cabala, l’astronomia e l’astrologia, un interesse generalmente meno<br />
considerato nei nostri studi, ma molto vivo nella cultura umanistico rinascimentale e, s’intende,<br />
non solo sul suolo italiano. Di fatto, come lo studioso rileva, solo due codici ebraici figurano<br />
negli inventari della biblioteca del 1481 e del 1484, e per l’appunto figurano tra gli<br />
astrologica, come egli scrive (p. 469, l’edizione uscì a Roma presso Marcello Silber nel 1525):<br />
Con ogni evidenza per il solo fatto di essere scritti nella lingua esoterica per eccellenza e indipendentemente<br />
dal loro contenuto, del tutto estraneo al contesto. Certamente interessato all’esoterismo<br />
- egli prosegue – fu Clemente VII, che promulgò un motu proprio per sopperire alle spese di stampa<br />
del celeberrimo trattato di Alchimia dello Pseudo-Geber (cum alia Hermetica), riedizione “emendatissima”<br />
e pretesamente ricollazionata su fonti vaticane dai custodi della <strong>Biblioteca</strong> Fausto Sabeo e Romolo<br />
Mammacini.<br />
Neppure per i libri ebraici è possibile riferire minutamente, ma va almeno ricordata la<br />
nota erratica forse di un notaio della Cancelleria o della Camera <strong>Apostolica</strong> incaricato di un’ispezione<br />
straordinaria, che Giovanni Mercati riteneva posteriore al 1518 e certamente anteriore<br />
al 1533, e che Leonard Boyle propendeva a datare al 1525. Il suo testo è: «Libri hebraici in
Cam(er)a parva bibliothece secrete numero ducenta septuaginta septem» (p. 471) . E nell’Index<br />
omnium librorum dei custodi Fausto Sabeo e Niccolò Maiorano datato settembre 1533,<br />
oltre a quattro libri ebraici descritti con qualche dettaglio e ai due manoscritti ebraici presenti<br />
negli inventari del 1481 e 1484, sono ricordati «multi alii libri armeni Greci Arabi et hebraici<br />
in folio 4 et 8. libri nr. 61» (p. 471). Particolarmente interessante la notazione di Fausto Sabeo<br />
in calce a questo elenco: «[…] suprascripti libri […] non sunt nobis custodibus assignati quia<br />
sunt hebrei et caldei […]». E la spiegazione è che poco tempo dopo è documentata la presenza<br />
di uno scriptor hebraicus designato ex professo. Restando tra le collezioni orientali minori, un<br />
cenno va fatto sulle origini della collezione etiopica, oggi una delle più ricche del mondo e a<br />
proposito delle quali Proverbio ricorda come chierici abissini siano testimoniati a Roma già<br />
nel 1403. Si apprende dai registri di prestito che il 10 novembre 1487 l’imolese, Giovan Battista<br />
Brocchi, ben noto agente politico e diplomatico e viaggiatore, chiese in prestito «librum<br />
unum in lingua indiana» (p. 478) da identificarsi con il Vat. et. 20, codice richiesto poi il 28<br />
ottobre 1511 da Johann Potken (c. 1470-1525) che, come lo studioso ricorda, «fu pioniere degli<br />
studi e della tipografia etiopica in Europa» (ivi).<br />
Segue l’agile contributo di Massimo Ceresa su Le origini della <strong>Vaticana</strong> nella bibliografia.<br />
Se non erro, questa impostazione non è molto comune, ma il fatto è che, come l’autore<br />
scrive all’inizio, l’argomento «ha occupato le penne di un notevole numero di eruditi» (p.<br />
489). Di qui, si può chiosare, l’utilità di una guida bibliografica sui singoli aspetti e momenti<br />
di quell’evento. Si aggiunga che il contributo opportunamente comprende l’elenco ordinato<br />
alfabeticamente dei titoli bibliografici citati, e ciò, considerato il rigoglio bibliografico dei nostri<br />
giorni, può essere utile anche in contesti altri.<br />
E prima degli Indici, curati da Maria Elena Bertoldi, vale a dire l’Indice dei manoscritti<br />
e degli esemplari a stampa, l’Indice dei nomi e dei luoghi, e l’Indice dei contenuti, cioè l’indice<br />
circostanziato del volume, Filippo Sassòli, I primi quattro custodi della <strong>Biblioteca</strong> <strong>Apostolica</strong><br />
<strong>Vaticana</strong>. Galleria di ritratti, pubblica la riproduzione dei ritratti dei primi quattro custodi<br />
della <strong>Biblioteca</strong>, Salvato di Antonio da Cagli, Pietro Demetrio Guazzelli da Lucca, Lorenzo<br />
Parmenio da San Genesio e Fausto Sabeo da Chiari (solo l’ultimo di essi delineato sulla base<br />
di un antico disegno). Dalla presentazione (p. 498) si impara che essi sono i primi di una serie<br />
di ritratti dei primi custodi e dei prefetti dalla fine del secolo XV a oggi che si accompagnerà<br />
a quella dei ritratti a olio dei cardinali bibliotecari, una serie che Filippo Sassòli realizzerà «a<br />
inchiostro nero su carta Fabriano (cotone 100%), applicando la tecnica detta a puntinato, con<br />
stesure anche a pennello di inchiostro diluito: una tecnica, questa, che si ispira alla tradizione<br />
incisoria, in particolare all’acquaforte» (ivi).<br />
Piace immaginare che essi quattro custodi vogliano solo salutarci e ringraziarci per essere<br />
stati con loro e in questo modo aver conosciuto meglio la loro opera, quasi evocando con<br />
la loro presenza e idealmente facendo proprie le parole di chi oggi, sia pur con ben altra autorità,<br />
è istituzionalmente dalla loro parte. Alludo ovviamente al Prefetto della <strong>Biblioteca</strong>, mons.<br />
Pasini, il quale conclude la sua Introduzione ringraziando i lettori di questo volume e augurandosi<br />
che essi, come egli scrive, «ci accompagnino nel lavoro intrapreso, di volume in volume,<br />
e che fin d’ora – anche grazie a questa pubblicazione – possano condividere con noi la<br />
missione culturale che da quelle origini giunge sino alla <strong>Vaticana</strong> di oggi» (p. 22). Una chiamata<br />
garbatissima ma chiara a una condivisa ricerca della verità, per la quale ogni studioso gli<br />
deve gratitudine.<br />
Rino Avesani