il paesaggio “archeologico” - Ministero per i Beni e le Attività Culturali

beniculturali.it

il paesaggio “archeologico” - Ministero per i Beni e le Attività Culturali

IL PAESAGGIO

“ARCHEOLOGICO”

Resti e contesti:

prospettive

di condivisione

su tutela

e valorizzazione

X BORSA MEDITERRANEA

DEL TURISMO ARCHEOLOGICO

Paestum

15 -18 Novembre 2007

Edizioni MP MIRABILIA srl

Direzione Generale per l’Innovazione

Tecnologica e la Promozione


IL PAESAGGIO

“ARCHEOLOGICO”

Resti e contesti:

prospettive

di condivisione

su tutela

e valorizzazione


Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione

Direttore Generale Antonia Pasqua Recchia

Il programma di partecipazione

alla X Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico

Paestum 15-18 novembre 2007 è stato organizzato dal:

Servizio II - Comunicazione, Promozione e Marketing

Unità Organica I - Comunicazione, Grandi Eventi e

Manifestazioni Fieristiche

Progettazione e realizzazione opuscolo, materiali grafici e stand

Organizzazione convegno e incontri allo stand

Responsabile Antonella Mosca

con Monica Bartocci, Antonella Corona, Eleonora Isola,

Maria Cristina Manzetti, Maria Tiziana Natale, Amadeo Natoli, Alessio Noè,

Simona Pantella, Susanna Puccio, Maria Siciliano, Laura Simionato

Comunicazione multimediale

Alberto Bruni, Renzo De Simone, Francesca Lo Forte, Emilio Volpe

Segreteria Amministrativa

Cristina Brugiotti, Annarita De Gregorio, Mauro De Santis,

Loredana Nanni, Laura Petracci, Rosaria Pollina, Silvia Schifini,

Teresa Sebastiani, Fabiana Vinella

Rapporti con i media

Fernanda Bruno,

con Vassili Casula, Consuelo Di Tamassi, Marta Pepe, Marina Ricci

Rapporti Internazionali

Anna Conticello

con Alessia De Simone

Supporto logistico

Edoardo Cicciotto, Maurizio Scrocca

Supporto operativo allo stand

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Salerno,

Avellino e Benevento

Museo Archeologico Nazionale di Paestum

CCTPC - Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Call Center - Omnianetwork S.p.A.

Sponsor

Ales S.p.A.

Reply

iGuzzini illuminazione S.p.A.

BBS software S.r.l.


La Borsa del turismo archeologico di Paestum è diventato un appuntamento fisso

per il Ministero, segnatamente per le Soprintendenze archeologiche. È diventata

un’occasione per riflettere, in un contesto di grande vivacità logistica ma anche di

fermento intellettuale, sulle tematiche di maggiore attualità che riguardano soprattutto,

ma non solo, il settore archeologico.

Il Tema del 2007, Paesaggio: resti e contesti è assai suggestivo, stimolante e attuale,

ma anche complesso e difficile perché tocca la sostanza dell’operare degli Istituti nel

territorio, ma anche il governo stesso del territorio, quindi i rapporti tra diversi livelli

istituzionali, diverse aree di competenze e i rapporti tra tutela/conservazione e trasformazione/sviluppo,

letti e vissuti quasi sempre come momenti antinomici.

È anche un tema strettamente connesso alla valorizzazione del territorio, quindi vicino

alla finalità della manifestazione di Paestum.

È infine un tema molto sentito dalle strutture del Ministero, e lo si rileva dal taglio coerente

che è stato dato dalle Soprintendenze ai rispettivi contributi, che peraltro vengono

ampiamente documentati nello stand.

In una riflessione del 1999, nell’ambito della prima Conferenza nazionale per il paesaggio,

si apprezzava analogamente la vasta e convinta partecipazione delle strutture

del Ministero, pur constatando una certa frustrazione derivante dall’impossibilità di

entrare al momento giusto nei processi decisionali riguardanti il paesaggio che fatalmente

si era trasformata nella sottovalutazione della rilevanza sociale e culturale della

tutela paesaggistica.

Il sostanziale fallimento della politica di pianificazione paesistica realizzata fino ad

allora, che sola avrebbe potuto e dovuto garantire il funzionamento fisiologico e non

patologico della tutela, se si fosse realizzata nei tempi prefissati e non con l’enorme

ritardo con cui si stava attuando, aveva comportato la sottovalutazione della “cultura

del paesaggio” come sistema complesso con la conseguente affermazione del principio

riduttivo di una valutazione di compatibilità strettamente confinata all’ambito visivo-percettivo

delle componenti del paesaggio, anzi, ancor più limitatamente, ai famosi

“coni visuali”.

Quella cultura del paesaggio, si riteneva allora, avrebbe dovuto rafforzarsi attraverso

l’individuazione e l’esplicitazione di elementi propositivi ai fini della progettazione,

che andassero ad arricchire ed integrare il quadro delle prescrizioni e dei dinieghi.

I Resti e i Contesti certamente coincidono con tali elementi propositivi, proprio nel

modo in cui vengono intesi e analizzati dagli archeologi, in una prospettiva di interrelazioni

ben più ricche e progettualmente stimolanti di quelle derivanti da una semplice

collocazione dei resti nei contesti, che si avrebbe qualora si intendessero i primi

solo come emergenze accertate e visibili – contenuti – e i secondi solo come aree circostanti

– contenenti –.

Tutto questo assume una rilevanza notevole in una fase, come quella attuale, di maggiore

attenzione alla tutela del paesaggio, non limitata ai dibattiti scientifici e accademici

ma estesa anche alla componente normativa, considerato che nella revisione del

Codice dei beni culturali e del paesaggio, in via di completamento, si intende rafforzare

la tutela paesaggistica.


I contributi delle Soprintendenze archeologiche e delle altre strutture del MiBAC alla

Borsa di Paestum non si limitano però a questo aspetto, sia pur assai rilevante.

Viene infatti trattata con ampiezza, nelle presentazioni allo stand e nei convegni, la

componente direi quasi complementare a quella fisico-territoriale del paesaggio

archeologico, ossia la componente immateriale propria dell’archeologia virtuale.

Nelle passate edizioni si erano presentati numerosi progetti: quest’anno si espongono

i risultati, i prodotti ricchi e complessi di questi progetti: siti web di musei e di aree

archeologiche, ricostruzioni in 3D di monumenti, siti e paesaggi, ricostruzioni virtuali

di percorsi reali e virtuali, ma anche applicazioni tecnologiche innovative per il controllo

del territorio e l’esercizio della tutela. Anche se l’obiettivo principale di tali prodotti

resta quello della promozione-valorizzazione, essi presentano un indubbio interesse

scientifico e di ricerca.

Nel complesso a Paestum possiamo osservare un esempio significativo, reiterato nelle

diverse sedi e nei diversi territori, di come si possa utilmente coniugare tutela e trasformazioni,

conservazione e sviluppo e di come l’archeologia non sia un “rischio” ma una

straordinaria risorsa.

Antonia Pasqua Recchia

Direttore Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione


Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica

e la Promozione

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Ufficio di Direzione

Direttore Generale

Antonia Pasqua Recchia

Via del Collegio Romano, 27

00186 Roma

Ufficio di Direzione

Tel. 06 67232648

Fax 06 67232209

aconticello@beniculturali.it

Nuove tecnologie per una migliore fruizione

dei beni archeologici

Anna Conticello

La Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la

Promozione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

(MiBAC) espone, in occasione della X Borsa Mediterranea del

Turismo Archeologico di Paestum, i progetti realizzati con l’utilizzo,

in ambito archeologico, di nuove tecnologie, come servizio per

il miglioramento dell’offerta culturale.

Siti web di musei ed aree archeologiche, visite archeologiche virtuali,

ricostruzioni in 3D di monumenti e del paesaggio circostante,

archeoguide visibili su palmare e gameboy, sono disponibili sia per

adulti che per ragazzi, nei vari musei archeologici.

Tutti i progetti indicati rientrano nel programma di “Archeologia online”,

avviato dalla Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica

e la Promozione al fine di produrre benefici positivi sull’intero sistema

del patrimonio archeologico delle aree coinvolte. La fruizione del

bene – mediante la tecnologia informatica intesa come nuovo

mezzo di promozione nel settore del turismo culturale – attraverso

l’utilizzo di sistemi multimediali e postazioni mobili, ha due finalità:

il riscontro positivo sulla conoscenza del sito archeologico interessato

e un incremento del sistema economico dovuto ai benefici ottenuti

dall’intera area che conserva il bene storico-artistico.

Alcuni dei prodotti esposti presso lo stand del MiBAC, come i siti

web realizzati con i fondi del progetto – finanziato dal CIPE – sono

in fase di attuazione e saranno presentati insieme a nuovi siti web

archeologici.

In quest’ambito rientrano il sito del Museo Nazionale di Arte

Orientale di Roma, il sito del Museo Archeologico Nazionale di

Cagliari, le reti di musei ed aree archeologiche della Calabria, della

Campania e della Puglia, le visite archeologiche virtuali con la ricostruzione

dei siti di Velia e Paestum. Fra i progetti l’ArcheoAtlante in

3D – visibile sul web – ovvero un atlante virtuale di alcuni siti archeologici

– inseriti nel loro contesto temporale, territoriale e paesaggistico

– a cui hanno aderito la Direzione Regionale per i Beni Culturali

e Paesaggistici della Campania con il progetto del tratto della Via

Appia da Sinuessa a Benevento comprese le diramazioni delle Vie

Minturnum-Suessa Aurunca, Teanum – Cales e la via Pueteolis-Capuam

e la ricostruzione del Teatro Romano di Cassino realizzata dalla

Soprintendenza dei Beni Archeologici del Lazio.

La visita virtuale nel paesaggio antico dell’ArcheoAtlante in 3D avviene

attraverso la costruzione di un GIS (Geographical Information

System) e di un sistema di realtà virtuale di tipo desktop; il risultato

finale consente al visitatore di navigare – tramite una postazione visiva

– in tempo reale nel territorio attuale (spazio) e in quello antico

(tempo). L’utente si muove all’interno del paesaggio interagendo col

mondo virtuale, con l’impressione di trovarsi effettivamente immerso

nello spazio tridimensionale.


Si accede anche a percorsi di visite personalizzati, attraverso la visualizzazione

di itinerari che guidano l’utente alla visita o ad acquisire

informazioni storiche – attraverso un’interrogazione interattiva.

Infine l’utente può attivare vari livelli informativi relativi al paesaggio

storico-archeologico ricostruito: da un menù si può decidere in

quale epoca storica muoversi e visualizzare i siti ricostruiti.

L’Archeoguida diffonde, invece, un modello di fruizione archeologica

dei siti attraverso l’utilizzo di postazioni mobili. Il progetto, iniziato

in via sperimentale con Villa Adriana a Tivoli, si è poi diffuso in

alcune delle regioni interessate dal programma di “Archeologia online”,

come Umbria, Puglia, Sardegna e Basilicata. Le Archeoguide –

realizzate per ragazzi ed adulti su palmare e per bambini su gameboy

– accompagnano gli utenti durante il percorso di visita all’area

archeologica; le informazioni sono modulate a seconda delle varie

fasce di età. Sono visibili vere e proprie ricostruzioni virtuali che illustrano

momenti essenziali della storia del luogo e racconti per bambini

– ideati con personaggi immaginari – che ne stimolano l’attenzione,

la curiosità e la comprensione attraverso la divulgazione delle

principali notizie inerenti al sito e semplici quesiti.

Il MiBAC è presente nell’esposizione “Archeovirtual” con ricostruzioni

in 3D già realizzate, in via di realizzazione o ancora in fase di studio,

e nel convegno “Archeologia Virtuale in Italia e il Programma

Archeologia online” durante il quale si parlerà di linee guida per un

3D di qualità e di alcune realizzazioni frutto di una stretta collaborazione

fra archeologi del MiBAC e delle università ed esperti nel settore

della tecnologia applicata ai beni culturali.

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Sommario

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Il Parco Culturale del Sangro Aventino.

Modello di sistema integrato per lo sviluppo sostenibile di aree interne

Sandra Lapenna

Il patrimonio archeologico della Basilicata: un’occasione di sviluppo per il

territorio

Elvira Pica

La ricostruzione del paesaggio antico attraverso l’archeologia: il caso di

Torre di Satriano

Massimo Osanna

Ricostruzione virtuale della Villa della Regina di Boscoreale

Lorena Jannelli

Il villaggio di Oliva Torricella

Il vallone di Positano

Il paesaggio centuriato in Emilia Romagna

Renata Curina

Conoscere e tutelare il paesaggio antico: il caso del Friuli Venezia Giulia

Paola Ventura

Il Parco Archeologico Ambientale di Vulci

Anna Maria Moretti

Paesaggi antichi della Piana di Alvito in Valle di Comino

Giovanna Rita Bellini

Il Parco Naturalistico Archeologico di Ostia

Proposta di convivenza tra monumenti e vegetazione

L’archeologia tra ricerca scientifica e tecnologia quale occasione

di sviluppo territoriale

Marina Mengarelli, Michela Mengarelli

Un promontorio, il suo popolamento e la sua storia

Maurizio Landolfi

Il parco archeologico di Saepinum-Altilia (CB)

e il circuito delle mura romane

Mario Pagano

Liliana Pittarello

Il paesaggio archeologico dell’Alta Valsessera (Biella).

Un progetto in divenire

Gabriella Pantò

Il progetto di recupero del Pulo di Molfetta fra erosioni, terrazzamenti e

testimonianze archeologiche

Francesca Radina, Maria Cioce

Le concessioni d’uso

Paolo Scarpellini

Tuvixeddu. Al di là

Giovanni Azzena, Donatella Salvi

Il Paesaggio archeologico nell’agro di Sinnai

Maria Rosaria Manunza

Villa Tigellio, la rinascita

Società Anamnesys


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Il Sistema Informativo Territoriale per i Beni Culturali della Sardegna

Alberto Bruni, Andrea Doria, Franco Fabrizzi

Paesaggio da scoprire, paesaggio da eleggere

Antonietta Boninu

Sorgono. L’area monumentale di Biru ‘e Concas

Patrizia Tomassetti

Il paesaggio archeologico in Alta Valtiberina

Monica Salvini

Il paesaggio archeologico di Spoletium

Liliana Costamagna

Nasce dal mare una nuova Soprintendenza

Angela Accardi

I cantieri archeologici nella città di Aosta: tutela e valorizzazione

Alessia Fave

Iter progettuale per il Sito Archeologico di Tusculum

Maria Elena Marani

CCTPC Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Call Center

ALES Arte Lavoro e Servizi S.p.A.

Reply

iGuzzini illuminazione S.p.A.

BBS software S.r.l.


Direzione Generale per i Beni Archeologici

10

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali e

Paesaggistici dell’Abruzzo

Direttore Regionale

Anna Maria Reggiani

Coordinamento per la comunicazione

Paola Carfagnini

Via Portici di San Bernardino, 3

67100 L’Aquila

Tel. 0862 487248

Fax 0862 420882

dr-abr@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici dell’Abruzzo

Soprintendente

Giuseppe Andreassi

Via dei Tintori, 1

66100 Chieti

Tel. 0871 331668

Fax 0871 330946

sba-abr@beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Abruzzo

ABRUZZO

Il Parco Culturale del Sangro Aventino.

Modello di sistema integrato per sviluppo

sostenibile di aree interne

Sandra Lapenna

La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo condivide

da tempo l’impegno alla tutela, valorizzazione e comunicazione

del patrimonio archeologico con Enti e Amministrazioni locali.

Le province di Chieti e dell’Aquila, quattro Comunità Montane e 27

Comuni hanno così compartecipato a uno studio di fattibilità promosso

dalla Soprintendenza per la creazione del Parco Culturale del

Sangro Aventino e degli Altipiani maggiori, che ha come “componenti”

territoriali i parchi nazionali d’Abruzzo e della Maiella e il sistema

fluviale fino alla linea di costa adriatica.

L’ambito d’intervento – il bacino fluviale del Sangro-Aventino – costituisce

un’area paesistica omogenea con caratteri propri di identità in

termini morfologico-naturali e soprattutto storico-culturali.

La valle fluviale attraversa l’Abruzzo in senso ovest-est, e si contraddistingue

per la presenza di un patrimonio culturale e naturale diffuso

di enorme valore, non tanto come singola emergenza ma nel suo

insieme.

L’ottica d’intervento deve valorizzare questa peculiarità, arricchendo

l’offerta turistica di qualità, destagionalizzando i flussi turistici, al

momento più legati al mare e alla montagna, attivando finanziamenti

mirati alla riorganizzazione, rivitalizzazione e utilizzazione del ricco

patrimonio archeologico esistente nell’area.

Obiettivo prioritario e di più ampia scala è quello di creare un sistema

di “Parco Culturale” in cui tutte le componenti, perfettamente

integrate tra loro, inneschino la fruizione “turistica” e culturale dell’area

e lo sviluppo economico dell’intero territorio.

Nell’ambito della struttura “Parco Culturale” si sono individuate tre reti

principali: quella “culturale”, in cui rientra il settore Parchi ed Aree

archeologiche, quella “ambientale” e quella “infrastrutturale”. Questa

ripartizione non è una struttura rigida e non esclude attraversamenti

trasversali di relazione tra settori apparentemente differenti, legati

invece da elementi significativi.


È il caso dei siti archeologici, che vanno considerati in relazione al

sistema delle Vie verdi e dei Percorsi pedonali che riprendono,

come i tratturi, itinerari storici, ma anche in rapporto con il Patrimonio

Monumentale, Architettonico ed Artistico, e con il contesto naturalistico-paesaggistico

di riferimento.

La fattibilità del Progetto Parco Culturale del Sangro-Aventino dal

punto di vista di sostenibilità finanziaria, di validità economica e

d’impatto è stata ampiamente accertata, e il Ministero per i Beni e le

Attività Culturali e il Ministero per l’Economia e le Finanze lo avevano

assunto come proprio, ritenendolo valido ed innovativo e pertanto

da finanziare con una quota premiale, ma nel frattempo, mutate le

condizioni politiche, non sono più state disponibili le risorse economiche

per le aree depresse.

Nonostante ciò, le sinergie createsi non si sono disperse e nell’ambito

dell’APQ della Regione Abruzzo l’Associazione dei Comuni del

Sangro Aventino ha elaborato un Progetto Integrato Territoriale

ambito Lanciano, promosso dalla Provincia di Chieti, la cui idea guida

è stata “Tra memoria e natura: il Parco Culturale del Sangro –

Aventino”.

Contemporaneamente la Soprintendenza ha beneficiato di finanziamenti

Cipe, ai quali ha compartecipato con risorse ordinarie, intervenendo

in tre importanti siti archeologici: a Monte Pallano ha costituito

il parco archeologico, nel Parco Archeologico di Iuvanum ha aperto

nel 2006 il Museo Archeologico, la cui gestione nel 2007 è stata

affidata ad una associazione, grazie ad un protocollo d’intesa con la

Provincia di Chieti, la Comunità Montana “Medio Sangro” e il Comune

di Montenerodomo; Quadri avrà a breve il parco archeologico con

percorso visita attrezzato all’area sacra sannitica e all’anfiteatro romano,

destinato anche a spettacoli e rappresentazioni.

Infine, con la creazione della Sangro-Aventino Card, un progetto

pilota e un modello di attuazione delle sinergie territoriali, si sta sperimentando

l’integrazione a sistema delle ricchezze del patrimonio

culturale, ambientale, antropologico ed enogastronomico.

Il territorio così ha assunto una connotazione sua propria, fortemente

identitaria, che può essere comunicata in modo organico attraverso

il progetto “Informazione e promozione risorse del territorio”,

proposto dalla Società Consortile Sangro Aventino e al quale hanno

aderito la Soprintendenza, le Amministrazioni Comunali e gli Enti

gestori.

Tale progetto si prefigge di presentare nell’immagine e nella sostanza

un territorio che si offre al fruitore con una rete organica ed omogenea

di proposte, di accrescere la qualità dell’offerta del sistema

Sangro Aventino, di fornire una dimensione “multimediale” dei siti.

Ulteriore step del progetto, oltre la card, sperimentata già da un paio

d’anni con buon successo, sarà l’ideazione e installazione di una cartellonistica

adeguata.

Lo stesso modello è stato recentemente avviato nel Trigno – Sinello,

valle fluviale più a sud, che separa l’Abruzzo dal Molise, e che presenta

le medesime caratteristiche del Sangro-Aventino.

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Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici

della Basilicata

Direttore Regionale

Alfredo Giacomazzi

Coordinamento per la comunicazione

Elvira Pica

Massimo Carriero

Corso XVIII Agosto 1860, 84

85100 Potenza

Tel. 0971 328111

Fax 0971 328220

dr-bas@beniculturali.it

www.basilicata.beniculturali.it

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Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata

BASILICATA

Il patrimonio archeologico della Basilicata:

un’occasione di sviluppo per il territorio

Elvira Pica

La Direzione Regionale della Basilicata, nel recepire le aspettative

rappresentate sul territorio dagli enti locali, ha cercato di contemperare

le obiettive esigenze di tutela con la necessità di sviluppo

del territorio stesso, svolgendo un’azione che consenta di

coniugare le naturali aspettative della cittadinanza con la salvaguardia,

il recupero e la fruibilità delle testimonianze del passato. Si è

pertanto affiancata alle attività della Soprintendenza per i Beni

Archeologici della Basilicata, sviluppando con essa un coerente

quadro di interventi che rispettino pienamente le aspettative dei

cittadini: da un lato la necessità di sviluppo di un territorio come

quello lucano, che sta scontando, e attivamente recuperando, ritardi

derivanti dal passato; dall’altro la presa di coscienza dell’importanza

del proprio patrimonio archeologico come risorsa di sviluppo

da valorizzare e far conoscere.

Va sottolineato che la Regione e gli stessi Comuni hanno pienamente

compreso che uno sviluppo sostenibile della comunità è legato

non soltanto alla realizzazione di opere pubbliche e di infrastrutture,

ma anche alla valorizzazione e fruizione delle eccezionali testimonianze

della propria storia e cultura. Ciò è tanto più significativo

in Basilicata, crocevia di popoli e culture che si sono avvicendati

attraverso i secoli. Il continuo scambio di valori e di segni ha restituito

straordinarie attestazioni archeologiche, documentate e vivibili

non solo attraverso il sistema dei musei archeologici nazionali

della regione – Potenza, Matera, Melfi, Venosa, Muro Lucano,

Grumento, Metaponto e Policoro – ma anche grazie ai parchi

archeologici aperti al pubblico – Vaglio, Venosa, Grumento,

Metaponto, Policoro.


Altre realtà si stanno costituendo proprio grazie ai rapporti in corso

con la Regione e gli Enti locali: ne siano soltanto un esempio il

Museo delle antiche genti di Lucania a Vaglio e il Centro di documentazione

archeologica a Baragiano, entrambi realizzati grazie ad

una proficua collaborazione con le amministrazioni comunali, le

comunità montane e le associazioni presenti sul territorio.

Occorre evidenziare, in relazione al tema del paesaggio archeologico

affrontato quest’anno dalla Borsa di Paestum, che i parchi archeologici

della Basilicata restituiscono ancora oggi una piena fruibilità del

paesaggio nella sua complessità e suggestività di ambiente naturale

e antropico essendo in gran parte ubicati in aree extraurbane di grande

valore ambientale e paesaggistico in cui la natura rappresenta una

risorsa per lo svolgimento delle attività quotidiane (grazie anche alla

presenza di sorgenti, di boschi, di terreni particolarmente fertili),

oltre che un elemento di pura godibilità.

Non a caso, quindi la Soprintendenza per i Beni Archeologici della

Basilicata presenta in questa occasione, il progetto realizzato in

uno dei siti più suggestivi della regione dal punto di vista paesaggistico:

quello della Torre di Satriano, tutelato fin dal 1970 con

decreto di vincolo archeologico e dal 1997 con decreto di vincolo

ambientale proprio per le elevate valenze che ne fanno un luogo

privilegiato dal punto di vista paesaggistico e culturale. Il sito ha

restituito una serie di evidenze archeologiche e conserva i resti dell’abitato

altomedievale, emergenti sul terrazzo roccioso, che

segnano incisivamente la fisionomia dei luoghi in un’immagine storicamente

consolidata. La maestosa torre medievale focalizza l’interesse

visivo e richiama l’attenzione sull’ampio quadro paesaggistico

in cui si coglie appieno ancora oggi l’antico rapporto e la profonda

integrazione tra uomo e natura.

13


Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali e

Paesaggistici della Basilicata

Corso XVIII Agosto 1860, 84

85100 Potenza

Tel. 0971 328111

Fax 0971 328220

dr-bas@beniculturali.it

www.basilicata.beniculturali.it

Soprintendenza

per i Beni Archeologici

della Basilicata

Soprintendente

Massimo Osanna

Via A. Serrao, 11

Palazzo Loffredo

Tel. 0971 323111

Fax 0971 323261

85100 Potenza

archeopz@arti.beniculturali.it

www.archeobasi.it

14

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata

La ricostruzione del paesaggio antico attraverso

l’archeologia: il caso di Torre di Satriano

Massimo Osanna

altura di Torre di Satriano, ubicata a circa venti chilometri a sud-

L’ ovest di Potenza, tra il fiume Melandro e l’alta valle del Basento,

con la sua elevata cima che raggiunge quasi i 1000 metri di altezza,

è il cuore di un importante insediamento antico.

Le indagini condotte nel territorio hanno permesso di leggere consistenti

tracce della frequentazione risalenti alla media età del bronzo

(XIV sec. a.C.) e riferibili ad un villaggio di capanne.

Per le epoche successive non abbiamo testimonianze significative

almeno fino alla fine del VII secolo a.C., quando si assiste ad una vera

e propria esplosione demografica, con un’intensa occupazione dell’area

per nuclei sparsi di abitazioni e sepolture disposti intorno

all’altura. Sul versante sud-orientale del pianoro si sviluppa nel corso

del VI secolo a.C. una grande capanna a pianta absidata, identificabile,

per le eccezionali dimensioni e per la presenza di materiale

ceramico fine a decorazione subgeometrica, quale residenza di un

esponente di rango elevato.


Nel corso delle recenti attività archeologiche è stato avviato un programma

di ricerca sulla ricostruzione del paleoambiente. Sulla base

dei dati archeobotanici è stato possibile ricostruire un paesaggio

intensamente sfruttato. Le abetine ed il bosco misto costituivano la

popolazione arborea prevalente e fungevano da aree di approvvigionamento

del materiale legnoso, utile a soddisfare esigenze

domestiche e tecniche, per la costruzione sia delle strutture abitative

sia delle casse per le deposizioni funerarie. L’abete bianco (Abies

alba) è la specie arborea più attestata, associato alla quercia a foglie

decidue (Quercus tipo cerris), seguita da altre piante quali il pioppo

o il salice (Populus/Salix).

Carboni di Abete bianco (Abies cfr. alba)

da Torre di Satriano

1

2

Alberi di cerro

3

Alberi di abete bianco

1: Sezione tangenziale (100%)

2: Sezione trasversale (100%)

3: Sezione radiale (200%)

Carboni di Quercus tipo cerris

da Torre di Satriano

2: Sezione trasversale

(100%)

1: Sezione tangenziale

(100%)

15


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Documentato è anche il castagno (Castanea sativa), un’essenza

importante per l’utilizzo del legname oltre che dei suoi frutti a scopi

alimentari.

Ai boschi si alternavano i campi aperti destinati all’agricoltura e, verosimilmente,

al pascolo. Dalle analisi condotte ricostruiamo per l’età

arcaica un tipo di agricoltura fondata sulla coltivazione di quei cereali

che Plinio (NH XVIII,10) considera “invernali”, ovvero il farro

(Triticum dicoccum) e l’orzo, e di leguminose (fave, lenticchie e

piselli) che dovevano rivestire un ruolo di primo piano nella paleodieta

degli abitanti del sito.

Carporesti da Torre di Satriano

Cariossidi di farro (Triticum dicoccum)

Fava (Vicia faba)

Nel corso del IV secolo a.C. si registrano le trasformazioni più significative,

da mettere in relazione con le nuove presenze di genti lucane.

Intorno alla metà del secolo, infatti, si registra un cambiamento

nelle modalità insediative: l’altura viene cinta da mura di fortificazione

e nel territorio sorgono insediamenti che possono essere interpretati

come fattorie, che definiscono un articolato paesaggio agrario.

Sulle pendici sud-occidentali dell’altura, in prossimità di sorgenti, si

sviluppa un santuario legato al culto delle acque e di una divinità

femminile.

Tra fine III e inizio II secolo a.C. anche questo assetto insediativo è

destinato a trasformarsi: lo scontro con Roma determina il declino

di interi centri e la trasformazione di grandi aree territoriali che probabilmente

ricadono nell’ager publicus romano. Nel territorio

sembra realizzarsi un forte spopolamento in conseguenza delle

profonde trasformazioni che seguono i drammatici eventi della

guerra annibalica.

Nel corso dell’età imperiale (I-II sec. d.C.) nascono nuovi insediamenti,

alcuni dei quali continuano ad essere frequentati fino all’epoca

tardo antica: si tratta di pochi siti di medie e grandi dimensioni

che fanno pensare alla presenza di fattorie e ville rivolte alla coltivazione

cerealicola intensiva e alla pastorizia.


Con l’età normanna si assiste ad una concentrazione della frequentazione

sulla sommità dell’altura, dove a partire dal IX-X secolo d.C. è

documentata la presenza dell’abitato fortificato di Satrianum destinato

a diventare una importante sede vescovile. Nel territorio, invece,

le tracce di occupazione appaiono piuttosto labili. Le recentissime

indagini archeologiche documentano nel dettaglio la forma urbana

della città fortificata che, tra XII e XV secolo occupa l’altura.

All’interno della lunga cinta muraria, la sequenza di case, magazzini

e aree produttive culmina, sulla sommità, negli edifici di carattere

pubblico. Qui si individuano, ben distinti uno dall’altro, lo spazio

religioso con la chiesa cattedrale a tre navate absidate, edificata alla

fine dell’XI secolo, e lo spazio civile, rappresentato dalla monumentale

torre che segna ancora oggi in modo tangibile il paesaggio.

Direzione Scientifica:

Massimo Osanna

Collaborazione:

Scuola di specializzazione

in Archeologia

Università degli Studi della

Basilicata

Coordinamento attività sul campo:

Lucia Colangelo

In collaborazione con:

Ilaria Battiloro

Gianfranco Carollo

Donatella Novellis

Barbara Serio

17


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici

della Campania

Direttore Regionale

Vittoria Garibaldi

Coordinamento per la comunicazione

Maria Rosaria Nappi

Via Eldorado, 1

80132 Napoli

Tel. 081 2464209

Fax 081 76453205

dirregcampania@beniculturali.it

Direzione scientifica:

Stefano De Caro

Pietro Giovanni Guzzo

Coordinamento:

Lorena Jannelli

Consulenza scientifica:

Grete Stefani

Consulenza tecnicaInfobyte s.p.a.

18

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania

CAMPANIA

Ricostruzione virtuale della Villa della Regina

di Boscoreale

Lorena Jannelli

Nell’ambito del Programma Nazionale Archeologia on line, promosso

dalla Direzione per l’Innovazione Tecnologica e la

Promozione del MiBAC, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e

Paesaggistici della Campania è stata beneficiaria di un finanziamento

per la realizzazione di un itinerario virtuale sul tematismo dell’enogastronomia

antica.

Si è scelto di sviluppare un percorso tematico sulla civiltà del vino,

incentrato sulla valorizzazione di un sito antico fortemente connotato

in tal senso, com’è la Villa della Regina di Boscoreale, una fattoria

rustica impiantata nel fertile territorio vesuviano tra tarda

repubblica e prima età imperiale per la produzione del rinomato

vino pompeiano.

In collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Pompei e

con la consulenza tecnica della Infobyte S.p.a., si è elaborata la ricostruzione

in grafica 3D dell’impianto di Villa Regina, contestualizzata

nel territorio circostante, la cui visita virtuale è arricchita da approfondimenti

multimediali tematici specifici sulla civiltà del vino (storia

della viticoltura; consumo del vino; produzione e commercio del

vino).

Il prodotto è concepito per una fruizione differenziata, dalla visione

passiva dei filmati su DVD alla più attiva partecipazione alla scelta dei

percorsi tramite strumentazione informatica (PC-CD Rom), mentre la

proiezione in ambienti immersivi (“teatri virtuali”) può potenziare la

percezione di coinvolgimento nella ricostruzione virtuale del paesaggio

antico.

L’intervento si inserisce nel più ampio progetto, attualmente allo stato

di fattibilità, di qualificazione di Villa Regina come centro tematico

sulla civiltà del vino, allo scopo di farne un punto di innesto di itinerari

fisici che si snodino lungo le moderne strade del vino del comprensorio

vesuviano, nell’ambito territoriale del Parco Nazionale del

Vesuvio che racchiude antichi e recenti centri di produzione vinicola.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania

Il villaggio di Oliva Torricella

Maria Antonietta Iannelli

Il versante orientale del comune di Salerno risulta essere un territorio

particolarmente ricco di tracce della più antica frequentazione

antropica in Campania. Il susseguirsi pressoché continuo di aree frequentate

dall’uomo preistorico conferma l’importanza rivestita,

almeno dal Neolitico al Bronzo Antico, della fascia costiera compresa

tra il torrente Fuorni ed il torrente Mercatello.

L’importanza dei ritrovamenti salernitani risulta ancora più evidente se

inserita nella straordinaria estensione areale e temporale della frequentazione

che supera i cinque Km lungo l’antica linea di costa.

La frequentazione antropica neolitica, alla luce del dato archeologico,

è caratterizzata da piccoli insediamenti posti lungo orli di terrazzi

marini, con una linea di costa consistentemente più arretrata di

quella attuale. Una delle aree meglio indagate è quella del villaggio

di Oliva Torricella che ha documentato almeno dieci capanne con

pianta absidata e orientamento pressoché concorde (asse maggiore

orientato N-S) L’apertura principale delle capanne guardava verso

Sud, era rivolta, quindi, verso mare. La pavimentazione interna era

realizzata in battuto costituito da terra piroclastica mista a pomici

bianche e sabbia quarzosa oltre a grumi di concotto.

A monte della prima capanna indagata sono stati riconosciuti tre

recinti di forma circolare o semicircolare. Le strutture sono in relazione

con numerosi punti di cottura. Diverse tipologie di forni e piani di

cottura attestano la pratica di differenti attività produttive ed artigianali.

Il rinvenimento di scorie di bronzo è da collegare ad attività

fusorie. Il villaggio viene seppellito dall’arrivo di una successione di

sabbie miste a prodotti piroclastici, deposte in fase fluida attribuite

ad uno tsunami. Le capanne infatti sono invase dall’arrivo delle sabbie,

con spostamento dei materiali e conservazione sia di reperti che

di impronte umane e di animali. Tale fenomeno disastroso, la cui origine

potrebbe essere ricondotta alla nota presenza di un gran numero

di apparati vulcanici nell’area tirrenica, è stato documentato in vari

punti della costa salernitana. Successivamente tutta l’area è investita

da fenomenologie di sovralluvionamento. I paleosuoli preistorici

vengono erosi e attraversati da profondi valloni. La frequentazione

successiva risulta ridotta.

I lembi dei terrazzi marini apparentemente non saranno più frequentati

e i siti più recenti (media età del Bronzo) attestano un arretramento

sulle alture collinari, poste a ridosso della costa.

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province

di Salerno, Avellino e Benevento

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici

per le province di Salerno,

Avellino e Benevento

Soprintendente ad interim

Angelo Maria Ardovino

Via Trotula de Ruggiero, 6-7

84100 Salerno

Tel. 089 5647201

Fax 089 252075

archeosa@arti.beniculturali.it

www.archeosa.beniculturali.it

Direzione scientifica:

Maria Antonietta Iannelli

Collaborazione:

Suor Orsola Benincasa,

Università degli Studi di Napoli

Federico II,

Università di Roma La Sapienza

Documentazione scientifica:

Geomed s.r.l.

Direzione tecnica:

Bauen Studio

19


Direzione Generale per i Beni Archeologici

20

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province

di Salerno, Avellino e Benevento

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele. 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici

per le province di Salerno,

Avellino e Benevento

Soprintendente ad interim

Angelo Maria Ardovino

Via Trotula de Ruggiero, 6-7

84100 Salerno

Tel. 089 5647201

Fax 089 252075

archeosa@arti.beniculturali.it

www.archeosa.beniculturali.it

Direzione scientifica:

Maria Antonietta Iannelli

Collaborazione:

Università degli Studi di Napoli

Federico II - C.I.Be.C.

Documentazione:

Geomed s r l

Restauro:

Adele Cecchini, Walter Tuccino, ICR

Laboratorio fotografico:

Leonardo Vitola

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania

Il vallone di Positano

Maria Antonietta Iannelli

Il complesso residenziale che, tra la seconda metà del sec. I a.C. ed

il 79 d. C., occupa il fondo del Vallone Pozzo, piccolo bacino che

drena il versante meridionale della cima più alta dei Monti Lattari

(Monte Sant’Angelo a tre Pizzi 1444 m. s.l.m.), si ispira al tipo della

villa vesuviana a peristilio.

Verso il lido, in sinistra orografica del rivo, è stato individuato il portico

d’ingresso del quartiere marittimo.Sul retro, verso monte (nord)

si sviluppa un lungo corridoio coperto relativo ad un criptoportico.

Un ambiente mosaicato, sottoposto al sagrato della Chiesa Madre,

per la presenza di tubuli di rivestimento, è da mettere in relazione

con gli ambienti termali della villa.

A breve distanza dal campanile si segnalano, fin dal 1758, pilastri,

colonne, mosaici a tessere bianche, privi di decorazioni, ambienti

affrescati, condotti d’acqua, giardini, portici, forse ninfei dotati di

fistole in piombo.

Già il Maiuri nel 1955 attribuiva il seppellimento della villa a fenomenologie

di colata vulcanoclastica connesse con l’eruzione del 79

d.C.. “Evidentemente ... il seppellimento si doveva ad una massa

liquida o semidensa che era penetrata dalle finestre, dalle porte e

dalle scale, colmando e riempiendo ogni vacuo così come era avvenuto

ad Ercolano... La villa più che sepolta appare sommersa entro

un banco di tufo grigio e compatto di circa 8 metri di altezza colato

e rappreso tra le pareti di quel vallone”.

La catastrofe arrestò per sempre la vita della villa inglobandola in una

coltre fangosa dello spessore a tratti superiore anche ai 16 metri.

Attualmente i reperti risultano completamente inglobati all’interno

della vulcanoclastite consolidatasi.

La messa in posto della coltre vulcanoclastica modificò profondamente

l’andamento dell’antica linea di costa.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna

EMILIA-ROMAGNA

Il paesaggio centuriato in Emilia Romagna

Renata Curina

Il patrimonio archeologico territoriale costituisce in Italia un elemento

ed una presenza che caratterizzano in modo determinante il

paesaggio; il paesaggio che può essere considerato come ambiente

naturale ma modificato dall’attività produttiva e costruttiva dell’uomo,

risultanza fisica e geografica quindi di questo cambiamento e un

“bene” in continua trasformazione. In Italia la densità degli avvenimenti

storici umani che hanno lasciato traccia sul terreno è molto rilevante

proprio per la quantità di vicende che si sono succedute, ma

la loro incidenza sul territorio è ancor più consistente rispetto ad altri

paesi proprio per la sua struttura fisica; da ciò deriva una maggiore

correlazione fra fatti storici umani e fatti naturalistici e geografici.

Se si valuta pertanto questo aspetto del paesaggio la disciplina

archeologica, in uno degli aspetti che essa riveste, può essere considerata

come un ottimo strumento di interpretazione dell’ambiente,

volto a documentare i fenomeni di continuità o di trasformazione,

tracce lasciate dalle comunità umane nel corso delle varie epoche

storiche, fino a determinare la forma attuale. L’archeologia possiede

infatti alcuni strumenti diagnostici che permettono di verificare e

riconoscere l’uso che l’uomo ha fatto del paesaggio attraverso le attività

estrattive, agricole intensive che possono aver creato fenomeni

di dissesto idrogeologico, attività di disboscamento, di bonifica

delle zone paludose, tutte pratiche che hanno lasciato un segno sul

territorio.

La stretta interdipendenza tra uomo e ambiente è particolarmente

importante ed evidente soprattutto per il periodo romano in cui pur

essendoci una considerevole capacità di trasformare il territorio, tale

capacità mantiene una situazione di parità tra la componente umana

e quella fisiomorfologica; le modifiche e le profonde trasformazioni

attuate nel paesaggio in questo periodo storico hanno sempre infatti

tenuto conto della geografia fisica del territorio in cui si veniva ad

intervenire, legando strettamente l’intervento umano alle caratteristiche

morfologiche del terreno.

L’esempio più evidente delle trasformazioni che in età romana hanno

interessato il territorio è senza dubbio fornito dal sistema della centuriazione;

la sua realizzazione ha infatti trasformato in maniera radicale

il paesaggio con l’abbattimento del bosco, il prosciugamento e

la bonifica di ampie zone paludose attraverso un sistema capillare di

scolo delle acque adattato alla morfologia del terreno, la regimazione

dei corsi d’acqua; il regolare disegno della centuriazione, scandito

dalla presenza di un reticolo di strade poderali o di lunga percorrenza

che definiscono gli spazi agricoli, è arricchito dalla presenza di

impianti produttivi, edifici rurali isolati di varia volumetria e piccoli

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni

Culturali e Paesaggistici

dell’Emilia-Romagna

Direttore Regionale

Maddalena Ragni

Coordinamento per la comunicazione

Paola Monari

Via S. Isaia, 20

40123 Bologna

Tel. 051 3397024

Fax 051 339 7077

dirregemilia@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici dell’Emilia-Romagna

Soprintendente

Luigi Malnati

Via Belle Arti, 52

40126 Bologna

Tel. 051 223773

Fax 051 227170

sba-ero@beniculturali.it

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22

agglomerati che si distribuiscono in maniera organica sul territorio. Al

paesaggio prettamente agricolo e così bonificato, dove le zone

incolte si riducono sempre più alle fasce golenali o alle aree topograficamente

più depresse, si salda, in uno stretto e imprescindibile

binomio, lo spazio urbano e la fondazione delle città può essere

considerata uno degli aspetti più importanti e significativi della romanizzazione.

La pianura emiliana conserva ancora ben visibili ampi tratti del sistema

centuriato, che si sviluppa tra la metà del III ed il I secolo a.C.e il

cui scopo principale era quello di assicurare lo scorrimento delle

acque di superficie attraverso una serie di canali di scolo e di drenaggio

necessari alla bonifica e all’irrigazione del territorio. Proprio

per la natura stessa del sistema così strettamente legato alla morfologia

del territorio, i reticoli centuriali conservati in Emilia Romagna e

che interessano ampi areali sono quasi tutti orientati secundum naturam,

ad eccezione di quello riminese-cesenate che segue l’orientamento

celeste. Accanto però alla scelta dell’orientamento anche la

geografia sembra aver in parte condizionato l’impianto della centuriazione;

limitati settori territoriali, quali ad esempio i pianori separati

da profonde incisioni distribuiti nei territorio di Fidenza e

Fiorenzuola, alcune fasce di territorio costiero o fasce distribuite

lungo l’asta fluviale del Po, sembrano presentare, infatti, moduli propri

ed un proprio orientamento.

Nel complesso si può ritenere che nella regione emiliano-romagnola,

come peraltro in buona parte della pianura padana, è ancora ben

visibile il disegno centuriale, testimonianza dello stretto rapporto tra

l’uomo e l’ambiente e dello sfruttamento razionale di un territorio,

ancora oggi attuale. Nello stesso tempo la conoscenza di questo

rapporto uomo/ambiente spinge ad approfondire la conoscenza

del territorio anche da un punto di vista storico, e quindi riconoscere

il paesaggio come opera dell’uomo e della natura, come un palinsesto

ricco di tracce; proprio tale conoscenza può diventare inoltre

uno strumento fattivo di pianificazione urbanistica e del paesaggio,

strumento che ha avuto e riveste sempre di più un importante ruolo

per la tutela; proprio dalla possibilità di leggere il rapporto che i

manufatti archeologici hanno avuto con il paesaggio, infatti, può

essere possibile valutare tali presenze all’interno di relazioni di sistema

e creare un’occasione di uso e di valorizzazione di vaste parti di

territorio, formando percorsi articolati e complessi. Attraverso una

pianificazione territoriale, per la quale si dovrebbe auspicare il coinvolgimento

degli Enti rappresentativi del Territorio e in cui la scienza

archeologica può essere proposta come strumento diagnostico

di conoscenza sempre più approfondita, sarebbe possibile una

tutela dei resti archeologici emergenti, di quelli accertati ma non

emergenti o di quelli non accertati ma potenziali, più mirata e più

completa.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Friuli Venezia Giulia

FRIULI VENEZIA GIULIA

Conoscere e tutelare il paesaggio antico:

il caso del Friuli Venezia Giulia

Paola Ventura

esperienza – tuttora in corso – che qui si presenta da parte della

L’ Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia

vuole essere un esempio del continuo aggiornamento degli strumenti

di tutela del patrimonio archeologico in conseguenza dell’adeguamento

della normativa, che tuttavia si intreccia necessariamente con

il recepimento di metodi di ricerca affermatisi negli ultimi decenni

grazie a diversi progetti di ricerca nel territorio, ma finora non applicati

sistematicamente su scala regionale.

L’impellenza di un riesame complessivo, in una differente prospettiva,

delle conoscenze sul patrimonio archeologico regionale si è

posta all’inizio del 2007, in seguito alla sottoscrizione nel novembre

2006 di un accordo fra il MiBAC e la Regione Friuli Venezia Giulia:

nella nuova legge urbanistica da quest’ultima varata (L.R. 5/2007), è

infatti prevista la redazione di un nuovo piano territoriale regionale

(articolato su cinque “risorse”, dall’ambiente alle infrastrutture), con

valenza paesaggistica. Per conferirgli il valore di piano paesaggistico

è stato deciso pertanto di sperimentare la redazione congiunta –

limitatamente al tema paesaggio – fra Regione, MiBAC e Ministero

dell’Ambiente, come previsto dall’art. 143 D.Lgs. 42/2004 e succ.

mod. (Codice dei beni culturali e del paesaggio), al fine di dare

piena applicazione allo snellimento delle procedure di autorizzazione

conseguente ad una elaborazione condivisa.

Per garantire tuttavia un’adeguata tutela dei valori paesaggistici – che

non possono essere sacrificati alla semplificazione amministrativa –

viene richiesto uno straordinario sforzo di conoscenza e regolamentazione,

per il quale sono stati chiamati a concorrere il gruppo di

lavoro della Regione e gli organi periferici del Ministero

(Soprintendenze di settore SBA e SBAPPSAE, sulla base delle indicazioni

fornite dalla Direzione Regionale). Ciò ha costituito da un lato

un’innovazione nel metodo di lavoro, che non si limita all’esame per

l’approvazione di documenti già redatti, ma prevede la scrittura a più

mani, a seguito di sopralluoghi, di raccolta dati, di uniformazione dei

criteri e della normativa; dall’altro ha costretto gli archeologi, lavorando

a stretto contatto con architetti e urbanisti, ad imparare a vedere

ma soprattutto a far vedere le tracce dell’azione antropica antica

sopravvissute nel paesaggio attuale, tali da essere ritenute meritevoli

di riconoscimento e tutela.

L’individuazione dei siti (per riportarsi a terminologia archeologica) da

includere nel piano paesaggistico – rispondenti a criteri quali la visibilità,

l’appartenenza a complessi tipologicamente definiti, in ambiti con

valore anche ambientale – presuppone tuttavia una conoscenza adeguata

ed esaustiva quale fornita di solito dalle carte archeologiche o

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni

Culturali e Paesaggistici

del Friuli Venezia Giulia

Direttore Regionale

Roberto di Paola

Coordinamento per la comunicazione

Claudio Barberi

P.zza della Libertà, 7

34132 Trieste

Tel. 040 4194814

Fax 040 43634

dirregfriuli@beniculturali.it

Soprintendenza

per i Beni Archeologici

del Friuli Venezia Giulia

Soprintendente

Fulvia Lo Schiavo

Piazza della Libertà, 7

34135 Trieste

Tel. 040 4194711

Fax 040 43634

sba-fvg@beniculturali.it

23


24

carte del rischio (di cui purtroppo la nostra regione è attualmente

ancora sprovvista); non è stato nemmeno possibile utilizzare la lista dei

beni archeologici definiti ai sensi dell’ex Legge Galasso (L. 431/81, art.

1 lett. m): ciò ha costituito quindi il primo serio ostacolo ad una valutazione

ragionata e con parametri oggettivi delle evidenze cui riconoscere

valenza paesaggistica. D’altra parte – pur nella ristrettezza dei

tempi a disposizione, condizionati essenzialmente dalle scadenze

amministrative e politiche – ciò ha costituito un indubbio stimolo sia

per la ricognizione dei numerosissimi dati in nostro possesso ai fini di

una loro riorganizzazione nella carta archeologica regionale, sia –

come accennato all’inizio – per focalizzare le tematiche di maggiore

incidenza sul paesaggio, sulle orme della landscape archaeology e dei

metodi da essa utilizzati (analisi della cartografia storica e attuale, lettura

delle fotografie aeree e da satellite, studio dell’evoluzione geomorfologica,

ove possibile survey, etc.).

Premesso che si tratta di una ricerca intrinsecamente diacronica, ci si

limita qui – solo a titolo esemplificativo – al paesaggio agrario di

epoca romana, in quanto gli interventi di pianificazione, conseguenti

alla colonizzazione della regione a partire dalla fondazione di

Aquileia nel 181 a.C., sono quelli che hanno lasciato le tracce più evidenti.

Pur non tralasciando (ai fini della tutela) le singole evidenze

isolate, si sono infatti innanzitutto privilegiati i sistemi infrastrutturali,

che coincidono essenzialmente con la viabilità antica e con le centuriazioni.

Fra le prime, sono ancora ben riconoscibili sul terreno le

principali vie della romanizzazione, ovvero l’Annia (153 a.C.) e la

Postumia (148 a.C.), provenienti rispettivamente da sud (è discusso

il terminale, che forse coincideva con Adria) e da ovest (Genova),

senza trascurare i percorsi di penetrazione verso nord (Norico, attuale

Austria) ed est (Slovenia e centro Europa). Emblematico il caso

dell’Annia, che viene ricalcata per un lungo tratto dalla strada statale

14 della Venezia Giulia, ma che altrove è ancora leggibile al di sotto

delle attuali parcellizzazioni; più problematico quello della

Postumia, di cui proprio nella nostra regione si discute se coincidesse

con il tracciato della cosiddetta Stradalta (altro asse portante della

viabilità moderna) oppure con un percorso più meridionale – al di là


tuttavia dell’eventuale identificazione con le denominazioni delle

fonti, è evidente che si ripropone comunque la continuità fino ad

epoca moderna di un itinerario romano.

La difficoltà di ricondurre le tracce sul terreno alle opere di sistemazione

territoriale note delle fonti è resa ancor più evidente dalla difficile

attribuzione delle diverse centuriazioni riconosciute dai ricercatori

già da svariati decenni; gran parte della regione attuale apparteneva

infatti all’agro di Aquileia, al quale tuttavia non pare corrispondere

un’unica parcellizzazione: infatti oltre a quella aquileiese “classica”

sono riconoscibili almeno altre quattro centuriazioni (note

come “nord-sud di Tricesimo”, “di San Daniele”, “della bassa pianura”,

“di Manzano”), forse solo con cronologia differenziata, forse

riconducibili ad altre divisioni amministrative. La fascia orientale è

caratterizzata poi dalla centuriazione di Forum Iulii (Cividale) a nord,

mentre non è mai stata individuata una centuriazione pertinente alla

colonia di Tergeste (Trieste), per le stesse caratteristiche geomorfologiche

del suo circondario.

Il settore occidentale, al di là del Tagliamento, è viceversa occupato

dalla centuriazione di Iulia Concordia, che si estende principalmente

in Veneto. Proprio in relazione a quest’ultima e alla definizione del

suo confine orientale con l’agro aquileiese, si evidenzia l’importanza

della preliminare contestualizzazione dell’intervento antropico in

quello che era il paesaggio “naturale” antico – peraltro già alterato da

millenni di frequentazione umana:

il fiume Tagliamento, che costituisce oggi il confine fra le due regioni

(Veneto e Friuli Venezia Giulia), era in passato diviso in due rami,

il principale dei quali (Tiliaventum maius), più occidentale dell’attuale,

era presumibilmente anche allora il limite fra gli agri di Concordia

ed Aquileia;

studi anche recenti sull’evoluzione geomorfologica della bassa pianura

friulana ci offrono oggi un quadro del sistema idrografico utile a

definire questioni finora irrisolte sulla base dei dati storici.

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Direzione Generale per i Beni Archeologici

26

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici del Lazio

Direttore Regionale

Luciano Marchetti

Coordinamento per la comunicazione

Anna Maria Romano

Piazza di Porta Portese, 1

00153 Roma

Tel. 06 5843/5441/5434

Fax 06 5810700

dirreglazio@beniculturali.it

www.laziobeniculturali.it

Soprintendenza

per i Beni Archeologici

dell’Etruria Meridionale

Soprintendente

Anna Maria Moretti

Piazzale di Villa Giulia, 9

00196 Roma

Tel. 06 3226571

Fax 06 3202010

sba-em@beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio

LAZIO

Il Parco Archeologico Ambientale di Vulci

Anna Maria Moretti

antica Vulci, uno dei complessi archeologici più imponenti ed

L’ importanti dell’intero Mediterraneo, che dall’età del Bronzo Finale

raggiunge l’VIII sec. d. C., sorge presso la sponda destra del fiume

Fiora, nel cuore di una vasta pianura, che, dislocata ai margini meridionali

del comprensorio della Maremma, risulta geologicamente

caratterizzata da depositi continentali fluvio-lacustri.

Favorita da un clima sostanzialmente mediterraneo, questa vasta porzione

di terreno appena mossa da lievi e dolci rilievi risulta definita a

nord-ovest dai monti di Pitigliano, a nord-est da quelli di Canino, a

sud-est dai rilievi di Tarquinia, a sud-ovest dal mare Tirreno.

Il pianoro scelto quale sede dell’antica città dista circa venti chilometri

dal litorale. Noto nella letteratura archeologica con il nome di Pian di

Voce o Pian dè Voci, esso si eleva alla modesta altezza di circa settanta

metri sul livello del mare. Di forma articolata e per lo più naturalmente

difeso da pendici scoscese, risulta delimitato a nord dal Fosso

Fontanile o Fosso della Città, ad est dal Fiora, a sud dal Fosso di Pian di

Voce o Fosso di Giano mentre ad ovest il dislivello del terreno si attenua

collegando Pian di Voce al più piccolo pianoro di Pozzatella, oramai

decisamente compreso nell’area della città etrusca.

Esplorata archeologicamente a partire dall’800, Vulci è nota nelle

fonti con il nome di Velzna e appare come una delle metropoli

dell’Etruria marittima.

Il centro, sorto con il Bronzo Finale e l’età del Ferro, fiorisce e si sviluppa

fino alla conquista romana del 280 a. C., a seguito della quale

si trasforma in modesta città di provincia, la cui vita prosegue fino ad

età tardo antica; successivamente all’abbandono della città l’insediamento

continua, al di là del fiume Fiora, con l’abbazia benedettina

fortificata di S. Mamiliano, della quale resta traccia, oltre che nei

documenti archivistici, anche nel Castello della Badia, una struttura

attestata fin dal IX secolo che oggi ospita il museo di Vulci.

La fase etrusca è documentata soprattutto dalle necropoli, dislocate

a corona intorno alla zona urbana mentre la città vera e propria conserva

soprattutto resti di epoca romana.


Il comprensorio dell’antica città ricade oggi nell’ambito di competenza

di due diversi comuni: in quello di Montalto di Castro rientrano

infatti l’area urbana e le necropoli settentrionali, in quello di

Canino ricadono invece le estesissime necropoli orientali ubicate

lungo la sponda sinistra del Fiora, che assolve a funzioni di confine

tra i due comuni.

Nell’Etruria Meridionale i complessi archeologici si collocano quasi

sempre in ambienti di grandissimo valore ambientale e Vulci non fa

eccezione alla regola. Naturalmente il paesaggio attuale non è quello

della città etrusca ma piuttosto quello che si è venuto sedimentando

dopo la fine dell’Impero Romano e la scomparsa del complesso sistema

di gestione del territorio e delle acque che avevano garantito nei

secoli precedenti la fertilità del suolo e la ricchezza delle comunità

umane. L’abbandono dei sistemi di drenaggio provocò la stagnazione

delle acque e rese il terreno acquitrinoso: dunque l’attuale è il paesaggio

della Maremma ottocentesca, desolato e solitario come lo descrisse

George Dennis quando nel 1842 percorreva la campagna di Vulci

alla ricerca di testimonianze del centro etrusco. Analoga era l’impressione

che ne trasse D. H. Lawrence, che nel 1927 parlava della

Maremma come di “una delle regioni più abbandonate e selvagge

d’Italia” ma in quegli anni la campagna era già stata bonificata dalla

malaria e ampie zone di terreno erano coltivate, restavano però ancora

vasti pascoli ed un generale senso di solitudine e abbandono.

Nel suo complesso l’area della Città e delle circostanti necropoli si

presenta ancora oggi sostanzialmente inalterata dal tempo tanto che,

malgrado le massicce opere di bonifica attuate al principio degli

anni ’50 del secolo scorso, resta per essa ancor oggi valida la descrizione

che ne fecero quei celebri viaggiatori. Questo paesaggio è animato

da una componente che rafforza la sensazione di ammirare un

luogo antico, si tratta degli animali tenuti semibradi al pascolo, cavalli

e buoi dalle lunghe corna, grazie ai quali più volte si è parlato del

paesaggio di Vulci come paradigma delle visioni che in passato si

avevano delle rovine archeologiche.

In questo contesto naturale e culturale si collocano i pochi resti

monumentali della città antica che connotano lo skyline del pianoro,

rimasto inalterato anche dopo l’esecuzione delle ricerche archeologiche

condotte a partire dagli anni ‘50 del 900.

Questa area, che è una delle più caratteristiche dell’Alta Maremma

Laziale, è stata da sempre oggetto di grande attenzione da parte dello

Stato, la cui azione si è sviluppata su due linee, l’una di tutela, avviata

fin dal 1916, mediante vincoli sia archeologici che paesaggistici e l’altra

di acquisizione dei terreni di proprietà privata compresi nella area

occupata dalla città. In questa prospettiva si è nel tempo esplicata l’attività

della Soprintendenza Archeologica, impedendo l’attuazione di

quella frenetica attività edilizia che purtroppo ha sconvolto altre aree

della regione: valga per tutte l’esempio della costa a nord di Roma.

Per parte sua la Regione Lazio ha condiviso questo atteggiamento:

infatti individua già nel Piano Territoriale Paesistico, approvato con la

legge regionale n. 24 del 6.7.1998, l’area del parco archeologico di

27


Hanno partecipato al progetto:

Dott.ssa Anna Maria Moretti

Dott.ssa Patrizia Petitti

Dott.ssa Laura Ricciardi

Dott.ssa Clementina Sforzini

Arch. Egidio Corso

I Comuni di Montalto di Castro

e Canino per il tramite

della Soc. Mastarna

28

Vulci, all’interno del quale – così come perimetrato dai PTP, zona D1

parco archeologico – insistono zone di particolare interesse ambientale.

Su questa base, di generale consenso circa il valore dell’area e la

necessità di proteggerla, si imposta la creazione del Parco

Archeologico Ambientale di Vulci, che nasce il 12 7 1999 grazie ad

una convenzione sottoscritta dal Ministero per i Beni Culturali ed

Ambientali e dagli Enti Locali interessati, cioè la Regione Lazio ed i

due Comuni di Canino e Montalto di Castro (VT). La convenzione raccoglieva

la positiva eredità del progetto, molto complesso e quindi

difficilmente sintetizzabile in breve, denominato “Scuola cantiere

archeologica nel territorio di Vulci e Montalto di Castro” realizzato tra

il 1994 ed il 1996 grazie alla legge 160 del 1988, che si poneva come

obiettivo il riassorbimento della disoccupazione anche attraverso

programmi di formazione.

La convenzione, che nel 1999 si configurava come un primo esperimento

per la gestione integrata dei beni culturali e ambientali, prevede

il conferimento al Parco dei beni demaniali di proprietà statale

mentre gli enti locali si impegnano in particolare alla realizzazione

delle opere mancanti; la gestione del complesso è affidata ad una

società mista pubblico – privata creata dal Comune di Montalto di

Castro anche per questo obiettivo.

(1) Vincoli: ai sensi della legge 1497/1939 DM 21.9.1984, DM 22.5.1985, DM 19.01.1977, DM

21.09.1984, DGR 7802 del 17.9.1991; l’area è inoltre tutelata dalla legge 431/85 art.1, punti C ed

M ed infine la zona è in gran parte protetta dalla legge 1089/1939.

(2) Zona D3 parco fluviale, zona B2 agricola ad alto valore paesistico tutela paesaggistica, zona B3

sistema idromorfologico vegetazionale tutela orientata, zona C5 riqualificazione e salvaguardia

dei caratteri vegetazionali e geomorfologici tutela orientata.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio

Paesaggi antichi della Piana di Alvito

in Valle di Comino

Giovanna Rita Bellini

Quella che oggi è definita “ Piana di Alvito”, estesa tra le pendici

dei rilievi su cui sorgono Vicalvi , Alvito, Atina, Casalvieri, attraversata

dalla via detta Sferracavalli (SP della Vandra), nella Carta di Delisle

(1745) è detta “ Piano di Cominate”, con evidente richiamo a

Cominium, il centro sannita teatro della battaglia decisiva che determinò

la conquista della valle da parte di Roma, identificato da molti con

la collina di Vicalvi e con la sua cinta apicale in opera poligonale.

Il Santuario di Casale Pescarolo

L’area sacra preromana e le terme di età augustea

Fulcro della valle e del sistema di organizzazione territoriale preromano

è il santuario di Casale Pescarolo in territorio di Casalvieri, che

gli scavi e gli studi condotti in particolare tra l’ultimo decennio del

secolo scorso ed i primi anni dell’attuale hanno riportato in luce nella

sua valenza di crocevia di commerci e di culture.

Il santuario, nato nell’VIII sec. a.C. come semplice culto in uno specchio

d’acqua dove i pellegrini gettavano gli ex voto e forse si immergevano

con l’aiuto di una passerella lignea, fu monumentalizzato in

età ellenistica con un recinto sacro, un tempio, un altare. In età tardo

repubblicana, quando il laghetto era ormai parzialmente interrato, ed

il culto probabilmente in declino, sull’area sacra venne costruito un

impianto termale, successivamente rimaneggiato e adeguato forse in

relazione a nuove esigenze.

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici del Lazio

Direttore Regionale

Luciano Marchetti

Coordinamento per la comunicazione

Anna Maria Romano

Piazza di Porta Portese, 1

00153 Roma

Tel. 06 5843/5441/5434

Fax 06 5810700

dirreglazio@beniculturali.it

www.laziobeniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici del Lazio

Soprintendente

Marina Sapelli Ragni

Via Pompeo Magno, 2

00192 Roma

Tel. 06 3265961

Fax 06 3214447

archeolz@arti.beniculturali.it

29


30

Il santuario si colloca su una importante arteria nata come via di transumanza,

ma divenuta ben presto via commerciale, collegata ai percorsi

trasversali di comunicazione con il Sannio interno e con l’area

medio-adriatica.

La monumentalizzazione del tempio in età ellenistica, i reperti votivi

e le caratteristiche generali dell’area sacra richiamano il santuario di

Marica alla foce del Liris.

E come il santuario alla foce del Liris si configura, per la sua particolare

posizione su una importante via di comunicazione commerciale

quale quella fluviale,come santuario emporico, così anche il santuario

di Casale Pescarolo, posto su rotte commerciali che attraversano

e collegano l’Italia antica, si configura come santuario emporico al

confine del Sannio, difeso dal vicino centro di avvistamento sulla

collina di Vicalvi.

Con la romanizzazione, decaduto il culto originario, il fatto che il santuario

non venga abbandonato come accade per altri, come Fontana

del Fico di Satricum Volscorum o Mefete di Aquinum, ma si trasformi

in impianto termale, conferma l’importanza della strada cui è correlato.

Il sovrapporsi ed il sostituirsi al santuario di terme alimentate

dalle stesse acque che avevano originato il culto è infatti un fenomeno

ampiamente attestato sulle arterie stradali principali, come nella

stazione di sosta con impianto termale in loc.Colle Pelliccione a

Valmontone, o nelle stesse terme di Suio.

Le terme di Casale Pescarolo saranno progressivamente abbandonate

con il decadere dei traffici e con la trasformazione socio-economica

della Valle nei primi secoli dell’Impero.

La sistematizzazione della conoscenza

La necessità di sistematizzare i dati storici, archeologici e topografici

raccolti nella ordinaria attività di tutela e negli scavi effettuati nell’area

di Casale Pescarolo ha condotto nell’anno 2004 ad uno studio territoriale

il cui obiettivo era quello di verificare le ipotesi avanzate circa

le origini del santuario e del culto, di focalizzare altre aree limitrofe,

ad esso connesse, per indirizzare scavi futuri, di ricostruire la griglia

insediamentale successiva alla romanizzazione, in cui si inserisce

l’impianto termale impostatosi sull’area sacra. Il lavoro è stato organizzato

in una schedatura per siti dell’edito; nella verifica mediante

ricognizione degli stessi siti; nell’acquisizione di nuovi dati da ricognizione;

nello studio geomorfologico sia bibliografico che di

campo; nell’analisi della cartografia storica e militare, con particolare

riguardo ad oronimi, idronimi e toponimi; nello studio delle foto

aeree storiche. Il monitoraggio archeologico ha portato alla piena

conoscenza delle dinamiche insediamentali ed evolutive del territorio,

la “Piana di Alvito”, di cui il santuario e le successive terme sono

il fulcro.


Resti e contesti

Nella visione di un paesaggio come simbolo attivo nelle trasformazioni

sociali, la visibilità delle testimonianze gioca un ruolo essenziale.

È indubbio infatti che al di fuori dei grandi centri storici caratterizzati

da agglomerati di resti monumentali, la percezione del passato

tenda ad appiattirsi per la mancanza di visibilità, sia per gli studiosi,

sia per il pubblico dei non specialisti.

La Piana di Alvito è uno di questi luoghi, nei quali l’elusività di gran

parte delle testimonianze, eloquenti per gli specialisti ma avvertite

come elementi isolati dagli altri, impone la ricostruzione di uno schema

di insieme necessario per far rivivere scenari oggi scomparsi

Da qui deriva dunque la necessità di tradurre gli elementi archeologici

(tombe, ville, tracce di centuriazione, ecc) isolati per la percezione

comune, in un insieme coerente, in una sintesi tra i siti e la

topografia della zona , tra resti e contesti che correlati formano il

paesaggio archeologico.

Le conclusioni dello studio territoriale sono la base scientifica per

una proposta di ricostruzione del paesaggio quale verosimilmente

doveva essere in età preromana e poi in età romana.

La ricostruzione in grafica 3D

La grafica 3D ha consentito di collocare in un coerente schema d’insieme

le testimonianze in nostro possesso.

Sia per l’età preromana che per quella romana base per la ricostruzione

del paesaggio è stata la conformazione geomorfologica del

territorio, rimasta sostanzialmente invariata fino ad oggi, nella quale

sono stati inseriti i dati desunti dallo studio geologico, idrografico e

da quello dei toponimi, relativamente al reticolo di corsi d’acqua ed

alle sorgenti che determinano e motivano l’impiantarsi del culto delle

acque in prossimità di quello che le modalità di rinvenimento dei

votivi e i risultati di una serie di carotaggi consentono di ricostruire

come piccolo lago correlato al santuario.

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Progettazione e coordinamento:

Giovanna Rita Bellini

Gruppo di ricerca:

Rosangela Donnici

Massimo Lauria

Raffaele Leonardi

Antonella Molinaro

Stefano Pracchia

Gloria Sgrigna

Simon Luca Trigona

Cristina Villani

Ricostruzioni grafiche 3D e filmato:

Paolo Berardinelli

Dario Lanari

Stefano Pracchia

32

Per l’età preromana gli elementi archeologici (passerella lignea, struttura

templare, altare, portico), la cui presenza è indiziata dai dati di

scavo, sono stati riproposti nelle forme dell’età in cui essi probabilmente

coesistevano, e ricostruiti attraverso confronti etnografici (la

passerella lignea) e architettonici (il tempio, l’altare, il portico) con

esempi coevi. Per l’età romana all’ossatura costituita dall’orografia e

dall’idrografia desunte dagli studi geologici è stata aggiunta l’immagine

della centuriazione scandita da siepi, alberi e fossati, proposta

attraverso la raccolta di modelli reali di paesaggi che ripropongono,

oggi, gli stessi caratteri geologici e vegetazionali. La neve, coerente

con le ipotesi climatiche avanzate per l’età romana, è stata utilizzata

per coprire porzioni di territorio ove il monitoraggio archeologico

non aveva fornito indizi al di fuori di un generico richiamo al paesaggio

agrario.


La struttura delle terme (coperture, proporzione degli alzati) rinvenute

a livello poco più che planimetrico, come pure le ville rustiche

testimoniate da muri di sostruzione in opera poligonale puntualmente

collocate e coerenti con la maglia centuriale, sono state

riproposte sulla base di confronti di edifici coevi con uguale destinazione

d’uso.

Le aree sepolcrali sono state contestualizzate sulla scorta delle presenze

monumentali o di quelle di materiale pertinente come iscrizioni

funerarie ed elementi architettonici o scultorei sicuramente ascrivibili

a monumenti funerari.

Il filmato in DVD

Le singole immagini ricostruite attraverso l’inserimento dei dati

archeologici sulla base geomorfologica sono state successivamente

animate in un filmato il cui obiettivo è una fruizione più consapevole

del patrimonio culturale, offrendo una concezione di paesaggio

non solo come contenitore di storia ma come storia esso stesso; paesaggio

in parte ancora sepolto, ma che può risultare visibile prevedendone

la possibile presenza. L’aspetto fortemente evocativo scelto

per comunicare la complessità dei paesaggi antichi che hanno

caratterizzato la Piana di Alvito in età preromana e romana è stato

consapevolmente voluto come stimolo per una più matura coscienza

dei valori nascosti di un territorio.

33


Direzione Generale per i Beni Archeologici

34

Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici del Lazio

Direttore Regionale

Luciano Marchetti

Coordinamento per la comunicazione

Anna Maria Romano

Piazza di Porta Portese, 1

00153 Roma

Tel. 06 5843/5441/5434

Fax 06 5810700

dirreglazio@beniculturali.it

www.laziobeniculturali.it

Soprintendenza per i

Beni Archeologici di Ostia

Soprintendente

Maria Antonietta Fugazzola

Via dei Romagnoli, 717

00119 Ostia Antica

Tel. 06 56358099

Fax 06 5651500

segreteria.ostia@arti.beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio

Il Parco Naturalistico Archeologico di Ostia

Proposta di convivenza tra monumenti e vegetazione

La tutela dell’area archeologica di Ostia Antica è fortemente connotata

dalla notevole presenza arborea e vegetale che ne caratterizza

il paesaggio. La sua vicinanza alla costa e alla foce del fiume comporta

l’esistenza di un clima particolarmente umido e fortemente

salino (il sale peraltro è stato la ragione della nascita della colonia);

tutto ciò non può non ripercuotersi sui monumenti e d’altronde la

vicinanza dell’Aereoporto internazionale di Fiumicino contribuisce,

ulteriormente, ad appesantire l’atmosfera.

A queste problematiche bisogna legare gli aspetti che scaturiscono

da un intenso traffico turistico che, presentando in determinati

periodi dell’anno picchi notevoli di frequentazione, rendono

necessario il risanamento delle strutture e la corretta gestione dei

flussi di visita.

È quasi superfluo fare riferimento come cause di degrado delle strutture

murarie, alla loro millenaria esposizione ai diversi agenti atmosferici

ed all’individuazione, nella presenza della vegetazione infestante,

di uno dei maggiori sintomi di usura. Le strutture, infatti, avviluppate

da una fitta coltre vegetale subiscono inesorabilmente danneggiamenti

all’interno dei nuclei murari provocando nel contempo i

distacchi degli apparati decorativi-pittorici e delle superfici pavimentali.

Da qui la necessità di cercare una risoluzione al problema

individuando sistemi e metodi che garantiscano interventi di diserbo

e di successivi restauri con risultati relativamente durevoli nel tempo

a costi contenuti.

Il lavoro interdisciplinare deve prevedere una attività lavorativa

d’equipe in cui la figura dell’archeologo si affianchi a quella del tecnico

di restauro, a quella dell’architetto del paesaggio e a quelle

imprescindibili del botanico e dell’agronomo esperti conoscitori

delle problematiche dell’area in gestione.


Se in anni passati l’eliminazione incondizionata del verde è apparsa

come un’azione insensata, al contrario sembra indispensabile ora

ripensare ad un intervento mirato e disciplinato sulle varie essenze

vegetali e arboree infestanti, intervenendo con accorgimenti tecnici

di possibile precisione, affinché le strutture antiche non abbiano a

patire ulteriormente nel loro delicato equilibrio strutturale.

Rovine e verde sono un felice binomio che incontra il favore dei frequentatori

delle aree archeologiche: si dà per scontato che queste

vengano “arredate con piantumazioni”, talvolta scelte con approssimazione

e dilettantismo.

È evidente che per un’esatta valutazione di un intervento di restauro

e di sistemazione di un’area archeologica non si può prescindere

dallo studio dell’ambiente antico nella sua interezza per affrontare al

meglio la progettazione e la conseguente valutazione di indicazioni

propositive. Si deve sottolineare che studi mirati sulle essenze antiche

(specie spontanee, specie introdotte, specie medicinali, specie

alimentari, piante coronarie ecc.): sono stati compiuti quasi esclusivamente

nell’area vesuviana e in particolare a Pompei.

35


36

Allo stato attuale, ad esempio, niente del genere in maniera sistematica

è stato approntato ad Ostia Antica.

La sensibilità verso questa forma di conoscenza, tuttavia, sta certamente

aumentando e fornirà indicazioni di restauro nell’area di Ostia

anche in questo senso, restauro quindi del paesaggio e dell’ambiente

antico e non solo dei monumenti. Un ausilio importante dovrebbe

venire, con il supporto di un esperto, dall’esame della vegetazione

spontanea attuale in considerazione del fatto che si può parlare di

casi di continuità di essenze erbacee e arbustive di un sito antico da

integrare filologicamente con la lettura delle fonti letterarie e di altri

strumenti di documentazione (pitture, rilievi ecc.).

Sono tutti questi atti necessari per avviare una corretta gestione e salvaguardia

del Parco Archeologico.

Nei giardini dell’area degli Scavi di Ostia si è proceduto, ad esempio,

ad una nuova sistemazione dei marmi di cava provenienti dal

dragaggio del canale di Fiumicino e dall’Isola Sacra.

Nel corso degli anni ’90 sono state, infatti, allestite 15 piazzole in

cemento che supportano blocchi e fusti marmorei, ordinati per singole

qualità di marmo e disposti in maniera tale da creare un percorso

di visita che ne faciliti la comprensione, tramite l’apposizione di

pannelli didattici.

L’esperimento di musealizzazione all’aperto, a distanza di un decennio,

ha incontrato il gradimento del pubblico e ha permesso di

rispondere ad una esigenza prettamente scientifica funzionale all’attività

di inventariazione: l’elenco dei blocchi, dei fusti e di altri frammenti

architettonici, ha permesso di registrare i cambiamenti intervenuti

e di poter definire lo stato attuale dei ritrovamenti.

È in via di definizione uno studio mirato ad individuare un’area da

destinare a “zona ristoro” e al ripensamento di un nuovo punto di

approdo per lo sbarco dei battelli fluviali provenienti da Roma, rendendo

il medesimo più sicuro e allestendo nuove aree a verde

attrezzate con viottoli, pannelli esplicativi da situare sull’argine, al

fine di riqualificare l’aspetto tiberino dell’antica città che vede nella

presenza del fiume l’elemento costitutivo e significativo della sua

storia e, da sempre, del suo paesaggio.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche

MARCHE

L’archeologia tra ricerca scientifica e tecnologia

quale occasione di sviluppo territoriale

Marina Mengarelli, Michela Mengarelli

Parlando di tutela del paesaggio la mente corre inevitabilmente al

concetto di tutela architettonica quando, in realtà, molteplici sono

le sfaccettature di cui essa si compone, tra le quali emerge quella del

paesaggio archeologico, elemento fondamentale di quello storico

che ha visto mutare il suo significato con il progredire della scienza

archeologica. E con esso è mutato anche l’immaginario collettivo che

ha visto estendere il concetto di patrimonio archeologico dal semplice

paesaggio con rovine a quella di aree e parchi archeologici.

Attualmente non esiste uno strumento normativo a livello nazionale

che consenta la istituzione di un parco archeologico, in quanto la

creazione o l’ampliamento di un’area archeologica avviene grazie ad

un provvedimento di esproprio. Esiste quindi il problema di valutare

se gli attuali strumenti normativi sono sufficienti alla tutela del territorio

e del suo patrimonio archeologico inteso come elemento

essenziale per la conoscenza della storia dell’uomo.

Quello che è certo è che anche in materia archeologica la concertazione

degli interventi tra tutti i livelli interessati delle pubbliche amministrazioni,

deve diventare lo strumento ordinario di azione, da formalizzare

attraverso opportune procedure come, ad esempio, l’accordo di programma.

Ma accanto alla tutela, come evidenziato negli sforzi profusi

negli ultimi anni dal MiBAC, fondamentale è la conoscenza del patrimonio

archeologico che altrimenti rimarrebbe relegato all’interesse di una

ristretta cerchia di studiosi ed appassionati. In tale ottica, la Direzione

Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche prosegue il

progetto di valorizzazione territoriale finanziato con fondi CIPE, iniziato

due anni or sono, denominato “La vallata del Potenza dalla via Flaminia

al mare” che ha già portato alla creazione di un itinerario archeologico,

alla realizzazione di un catalogo dei siti, di un DVD divulgativo, di un

sito internet e di un volumetto didattico per le scuole.

Il progetto finanziato con Delibera CIPE 17/2003 prevede iniziative di

studio, comunicazione e diffusione delle attività svolte, nonché di

valorizzazione e promozione dei beni culturali e dei siti della Vallata.

Come per il progetto in corso, la realizzazione delle attività verrà concretizzata

anche con il contributo della Provincia di Macerata, dei

Comuni interessati, di Istituti di cultura e Università, di circoli scolastici e

di alcuni Istituti superiori (Ist. Statale d’Arte di Ancona e Macerata).

Il progetto vede come beneficiari diretti dell’iniziativa, la popolazione

e gli Enti della Provincia di Macerata ed in particolar modo della

Vallata del Potenza, che vedranno studiati e valorizzati i beni culturali

e siti della stessa, con presumibili ricadute di tipo culturale, turistico

ed occupazionale. Gli aspetti culturali, “tecnologici” ed innovati-

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici

delle Marche

Direttore Regionale

Paolo Carini

Coordinamento per la comunicazione

Marina Mengarelli

Michela Mengarelli

Via Birarelli, 35

60121 Ancona

Tel. 071 502941

Fax 071 50294240

dirregmarche@beniculturali.it

37


38

vi del progetto riguarderanno però, anche per l’utilizzo di infrastrutture

informatiche, prodotti multimediali, supporti digitali e diffusione

sul web, un’utenza turistica e culturale almeno di respiro nazionale.

L’iniziativa è finalizzata ad un complesso di attività volte alla creazione

di un “polo culturale”: dalla valorizzazione del macrosistema territoriale

della Vallata, al completamento dell’allestimento del museo

archeologico del Castello Svevo di Porto Recanati (MC), alla realizzazione

di apparati espositivi che utilizzino supporti digitali e multimediali

per la didattica e la comunicazione museale. Verranno inoltre

realizzati DVD multimediali per i più importanti insediamenti di

epoca romana della Vallata.

Il progetto prevede il completamento e la pubblicazione nel web

del sito internet www.vallatadelpotenza.it, che verrà installato nel

web server del Castello Svevo. Con la realizzazione di una rete wi fi

per consentire l’accesso ai contenuti multimediali e ad internet, in

wireless (senza fili), all’interno del centro storico di Porto Recanati e

nel perimetro del sito archeologico di Potentia potranno essere utilizzate

apparecchiature wireless quali palmari, notebook, ecc. La

rete wireless potrà, nel tempo, essere estesa all’intera Vallata. Si può

senza alcun dubbio definire il progetto, in cui si è riusciti a contemperare

la rigorosa ricerca scientifica e la catalogazione dei dati

archeologici con la didattica e le nuove tecnologie comunicative,

esempio di “buona pratica” in grado di offrire un’occasione di contatto

e confronto tra Pubblica Amministrazione, Università e mondo

della scuola, in cui le nuove tecnologie costituiscono veicolo di

conoscenza e formazione. La Direzione regionale per i Beni Culturali

e Paesaggistici delle Marche, nell’ambito del progetto di promozione

di luoghi e siti di gran pregio ma poco noti alla gran parte dei cittadini

realizzato dal MiBAC con il Sistema Cultura e Mirabilia, ha preferito

privilegiare, al momento della individuazione dei luoghi di cultura

presenti nella regione, nell’ambito dell’innumerevole numero di

siti da far conoscere, quelli archeologici rispetto a quelli monumentali

o storico-artistici necessitando questi di maggiore attenzione e

sensibilizzazione. Senza alcun dubbio di enorme valore è il progetto

della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche “Un

tetto per i piceni antichi e moderni di Numana e Sirolo” nel quale, in

collaborazione con i Comuni interessati e il Parco del Conero, si è

cercato di fare il punto sulla ricerca archeologica in un territorio che

ne vanta una enorme ricchezza ma che, a fronte di ciò, presenta una

mancanza di mezzi, risorse economiche ed umane nonché di un’armonico

piano urbanistico, elementi tutti necessari ad una doverosa

tutela e valorizzazione del patrimonio storico ed archeologico in

grado anche di garantire lo sviluppo edilizio sostenibile, dovere istituzionale,

oltre che morale, di tutti i soggetti cointeressati.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche

Un promontorio, il suo popolamento e la sua storia

Maurizio Landolfi

Nel contesto territoriale dell’Italia centrale l’area gravitante intorno

al Promontorio del Conero costituisce un comprensorio di notevole

interesse ambientale, paesaggistico e storico-culturale. Per le

sue caratteristiche geomorfologiche e ambientali e per la sua felice

posizione geografica, il Conero fin dalle epoche più antiche è stato

un’area particolarmente adatta ad ospitare comunità umane. Vi è

attestata, dall’evidenza archeologica, una continuità di frequentazione

umana del tutto eccezionale, che dal Paleolitico, senza significative

interruzioni, arriva sino ai nostri giorni, conoscendo periodi di

straordinaria fortuna e prosperità, come in età preistorica e soprattutto

in età picena (IX-III sec. a.C.), a partire dall’età arcaica con particolare

riferimento ai secoli VI, V e IV a.C.

Aperte a contatti e influssi sia transadriatici e transappenninici, le

varie comunità umane che nel tempo si sono succedute nell’area del

Conero hanno occupato il territorio con forme di insediamento e con

cultura materiale che si adattano di volta in volta alle caratteristiche

delle fasi culturali cui si riferiscono.

Al giacimento del Paleolitico inferiore e medio, individuato presso la

cima del Monte conero, seguono gli insediamenti di età neolitica

messi in luce a Portonovo di Ancona, a Montecolombo di Sirolo e

quello recentemente individuato a S. Lorenzo di Sirolo.

Nella successiva età Eneolitica si segnala il sepolcreto con tombe a

grotticella di Camerano che con l’inserimento del Conero conferma

come nelle Marche la cultura Eneolitica ha avuto una prevalente diffusione

paracostiera con preferenza per le zone più interne, senza

escludere però quelle più prossime al litorale.

Anche nella successiva età del Bronzo il Conero continua ad essere

frequentato da diverse comunità umane che sembrano evitare

comunque posizioni a diretto contatto con il mare come evidenziato

dagli stanziamenti di Ancarano di Sirolo del Bronzo antico e

medio e di Massignano di Ancona, del Bronzo medio e finale unitamente

agli stanziamenti appena individuati da rinvenimenti di superficie

a S. Lorenzo di Sirolo e sul colle di Monte Albano di Numana.

A questa fase è ascrivibile l’importante insediamento individuato

sulla sommità della collina del Montagnolo di Ancona che chiude

verso sud-ovest la rada anconitana da cui provengono ceramiche di

tipo egeo.

È soprattutto nel corso dell’Età del Ferro, nell’ambito della civil

picena, che il comprensorio del Conero vede esaltata la sua importante

funzione di testa di ponte nei collegamenti tra il Mediterraneo

e il Nord Europa. In questo periodo, come sopraricordato, Numana,

a tutto svantaggio della vicina e contrapposta Ancona, si configura

come il principale emporio del medio Adriatico attivamente inserito

tra la fine del VI e il IV sec. a.C. in una rete di traffici sistematici tra

l’Attica e il Delta padano.

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici delle Marche

Direttore Regionale

Paolo Carini

Coordinamento per la comunicazione

Marina Mengarelli

Michela Mengarelli

Via Birarelli, 35

60121 Ancona

Tel. 071 502941

Fax 071 50294240

dirregmarche@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici delle Marche

Soprintendente

Giuliano de Marinis

Via Birarelli, 18

60121 Ancona

Tel. 071 5029811

Fax 071 202134

soprint@archeomarche.it

39


40

In età arcaica e classica, tra VI e V sec. a.C., Numana rappresentò uno

dei principali centri dell’antico Piceno, quando il suo approdo naturale,

ricavato ai piedi di uno sperone delle estreme propaggini sudorientali

del Conero, costituiva un crocevia marittimo di non secondaria

importanza, all’interno dei flussi commerciali che coinvolgevano

tutto l’Adriatico nell’ambito dei rapporti tra Mediterraneo

Orientale, Penisola Balcanica e Nord Europa.

L’importanza di Numana in questa fase storica è nota sulla base di

una ricca documentazione archeologica raccolta a partire dalla fine

dell’8oo e costituita dalle associazioni funerarie di oltre 2000 corredi

databili dal I al III sec. d.C. Altri materiali interessanti si sono avuti in

anni recenti a seguito dell’azione di tutela assicurata sempre e

comunque dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche

pur tra difficoltà non lievi, per controllare e disciplinare la massiccia

espansione edilizia autorizzata dagli Enti Locali competenti.

Oltre alla scoperta di un nuovo sepolcreto piceno (1978), individuato

in località I Pini, in cui è stata riportata alla luce (1989) l’eccezionale

sepoltura monumentale della regina picena della fine del VI

sec. a.C., tumulata con ricchissima associazione con due carri, si

sono verificate altre interessanti acquisizioni, con l’individuazione

in via Peschiera di Sirolo (2004-2005) di un esteso settore dell’attigua

necropoli Quagliotti-Davanzali (scavi 1958-1965, 1976, 1982-

1984) e di un’altra necropoli in località Monte Albano di Numana,

nella zona dell’attuale cimitero e nelle aree ad esso vicine (Colle

Sereno 2005).


Un’ulteriore conferma della straordinaria importanza goduta da

Numana in età picena viene fornita dall’evidenza archeologica, frutto

di questi interventi che in molti casi vedono la partecipazione attiva

dei privati che, d’intesa con la Soprintendenza per i Beni

Archeologici, finanziano le necessarie ed opportune indagini e ricerche

al fine del rilascio dell’autorizzazione a costruire in quelle aree

che risultino di non interesse archeologico. Lo sforzo congiunto degli

Enti, delle istituzioni e dei soggetti interessati è quello di armonizzare

le diverse esigenze, assicurando sempre e comunque l’azione di

tutela mirando anche a una razionale valorizzazione in piena armonia

con uno sviluppo edilizio sostenibile.

Le difficoltà sono notevoli, viste la ricchezza e la complessità della

realtà archeologica effettuale, in mancanza di mezzi, di risorse economiche

e di personale e in assenza di un armonico e integrato progetto

comune tra i soggetti interessati, nonostante una dichiarata

disponibilità che, perché generica, non produce gli effetti auspicati.

I risultati ottenuti sono di estremo interesse e, a causa della ricchezza

e della varietà tipologica dei materiali recuperati, pongono non

pochi problemi in relazione a questi ultimi in merito alla loro conservazione,

al loro restauro, studio e musealizzazione.

Servono a tale scopo ambienti idonei e capienti insieme ad adeguati

mezzi e personale per il loro restauro, studio e pubblicazione.

In queste motivazioni è da ricercare la necessità e l’opportunità del

progetto in parola.

Assicurare una doverosa e necessaria tutela e valorizzazione di un

eccezionale patrimonio storico-archeologico e permettere uno sviluppo

edilizio sostenibile è un dovere di tutti i soggetti cointeressati.

Far coabitare gli antichi con i moderni deve essere il nostro obiettivo

primario.

41


Direzione Generale per i Beni Archeologici

42

Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici del Molise

Direttore Regionale

Ruggero Pentrella

Coordinamento per la comunicazione

Brunella Pavone

Piazza Vittorio Emanuele, 9

86100 Campobasso

Tel. 0874 43131

Fax 0874 412403

dirregmolise@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici del Molise

Soprintendente

Mario Pagano

Via A. Chiarizia, 14

86100 Campobasso

Tel. 0874 4271

Fax 0874 427352

archeocb@arti.beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise

MOLISE

Il parco archeologico di Saepinum-Altilia (CB)

e il circuito delle mura romane

Mario Pagano

Il parco archeologico della città romana di Saepinum (Sepino loc.

Altilia-CB), facilmente accessibile dalla superstrada Benevento-

Campobasso), che si caratterizza per la buona conservazione del

tessuto urbano romano e della cerchia delle mura di età augustea (4

a. C.-2 d. C.), realizzata da Tiberio e da Druso col bottino di guerra,

costituisce uno degli esempi meglio conservati di paesaggio

“archeologico”. Posto nel valico di Vinchiaturo, ai piedi dei monti del

Matese, è attraversato da uno dei principali tratturi, integro perché

utilizzato fino agli anni ’50 del Novecento, quello Pescasseroli-

Candela, e da un percorso trasversale che, valicando il Matese, raggiungeva

la Campania. Alcune delle strutture romane rimasero frequentate

nel corso del Medioevo e fino ad anni recenti.

La Soprintendenza, dopo aver acquisito e restaurato una gran parte

dell’area della città antica, è impegnata in un vasto programma di valorizzazione,

che vede lo scavo e la sistemazione dell’intero circuito

della cinta muraria, in alcuni punti lasciando visibili i numerosi crolli da

terremoto, con la realizzazione di un percorso ciclabile intorno ad

esso, che metta in valore anche le specie botaniche presenti nell’area.

Il punto di partenza è stato individuato nella casa settecentesca che

ingloba una delle torri di porta Terravecchia, dove è stata realizzata

una mostra permanente sulle mura romane di Sepino.

La mostra intende anche dare un’idea immediata e precisa della funzionalità

militare delle mura stesse, e dei perché della loro progettazione

(torri a distanza regolare, presenza del fossato, struttura delle porte).

A tal fine, sono stati ricostruiti modelli al vero di una catapulta (che,

nel linguaggio del tempo, era la macchina che scagliava dardi, cambiando

di significato solo in epoca tarda), che era ospitata nella

camera inferiore delle torri, e di una balista (che scagliava grandi pietre

a 400 m. di distanza), che era ospitata alla sommità delle torri


stesse, per coprire il semicerchio completo di tiro. Le ricostruzioni

fedeli, sulla base dei ritrovamenti coevi, sono realizzate per la prima

volta in Europa, e permettono di comprendere facilmente come l’incrocio

dei tiri delle varie torri permettesse una difesa efficace dagli

assalitori e di tenere lontane le macchine obsidionali.

Una tappa di questo percorso è prevista con la risistemazione del

plesso museale nelle casette di porta Benevento.

Le catapulte sono basate su un progetto ricostruttivo e un accurato

studio tecnologico delle varie componenti meccaniche, e sono state

realizzate, con materiali tradizionali e con componenti meccaniche

in bronzo e in ferro, che necessitavano di un’altissima precisione già

all’epoca, realizzate presso un’industria di componenti per l’aeronautica.

È in corso di realizzazione, inoltre, lungo il tratturo, che coincide col

decumano, una esposizione museale e un percorso sulla transumanza:

si tratterà di un museo narrante, con analoghi criteri museografici

che permetteranno al visitatore un’immersione completa nel passato,

adatto a differenti livelli di utente, che, partendo dalla grande iscrizione

della seconda metà del II secolo d. C. di porta Boiano, riguardante

il passaggio delle greggi imperiali, partirà dalle recenti scoperte

riguardanti la pastorizia in Molise per l’età del bronzo, attraverso le

importanti scoperte del santuario di Mefite a S. Pietro di Cantoni a

breve distanza dalla città e di quello di Ercole a Campochiaro, ripercorrerà

le vicende di quei fondamentali aspetto di storia economica

e sociale che caratterizzano l’età romana, il Medioevo e l’età moderna

fin quasi ai nostri giorni.

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44

I percorsi archeologici-naturalistici saranno integrati da un circuito

turistico-culturale che comprenderà una serie di importanti siti

archeologici gravitanti intorno al grande attrattore rappresentato dalla

città romana: le cinte murarie in poligonale di Terravecchia di Sepino

e di Monteverde, il santuario di Ercole e il museo di S. Bernardino a

Campochiaro, celebre anche per le due grandi necropoli longobarde,

il santuario di Mefite con la chiesa paleocristiana di S. Pietro di

Cantoni, la gigantesca villa romana dei Fufidii e dei Neratii in località

S. Margherita di S. Giuliano del Sannio, l’abitato medioevale di

Redole nello stesso comune, e la dominante cinta sannitica in opera

poligonale di monte Saraceno di Cercemaggiore, per la quale è in

corso il progetto di valorizzazione denominato “La sentinella dei

Sanniti”, anche qui con la realizzazione di appositi percorsi archeologico-naturalistici,

dotati di idonei e durevoli pannelli in pietrarsa

porcellanata.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte

PIEMONTE

Paesaggio e archeologia post medievale in Piemonte

Liliana Pittarello

Il tema proposto quest’anno per la X Borsa mediterranea del turismo

archeologico “Il paesaggio ‘archeologico’. Resti e contesti: prospettive

di condivisione su tutela e valorizzazione” è stimolante ed attuale,

strettamente connesso agli importanti compiti che le Direzioni

regionali per i Beni Culturali e Paesaggistici si trovano ad affrontare a

seguito della ratifica ed esecuzione della Convenzione Europea sul

paesaggio, fatta a Firenze il 20 ottobre 2000 (L. 9 gennaio 2006, n.14)

e le “Disposizioni correttive ed integrative al D.L. 22 gennaio 2004,

n.42, in relazione al paesaggio” (D.L. 24 marzo 2006, n.157).

La prima individuazione degli ambiti paesaggistici proposta dalla

Regione Piemonte nell’ambito dei lavori preparatori per il Piano

Paesaggistico evidenzia la presenza di settori territoriali omogenei in

dipendenza da una forte matrice geomorfologica. In Piemonte sono

quindi ambiti di paesaggio le vallate alpine e prealpine, oppure i territori

strutturati su di una rete di insediamenti rurali come si registra in

collina e in parte della pianura, oppure le aree urbane distribuite

lungo la fascia pedemontana o pedecollinare.

Questo processo di individuazione e di riconoscimento, una volta

completato per gli aspetti caratterizzanti e qualificanti, concorrerà

alla definizione degli aspetti di maggior rilievo connotanti il territorio

e le sue “caratteristiche di valore”.

Il fattore identitario, molto radicato nelle popolazioni, è strettamente

legato ai beni culturali, ad iniziare dai beni archeologici, compresa

l’archeologia post medievale ed industriale. Una regione che ha

conosciuto a varie riprese fenomeni di spopolamento massicci come

il Piemonte conserva un patrimonio di resti materiali sui quali non è

mai stato fatto un ragionamento complessivo. La migliore conoscenza

di questo patrimonio sta permettendo ora di valorizzare in modo

nuovo aree che sono rimaste intatte nei loro valori culturali e paesaggistici.

Direzione Regionale per i Beni Culturali

e Paesaggistici del Piemonte

Direttore Regionale

Liliana Pittarello

Coordinamento per la comunicazione

Emanuela Zanda

Piazza San Giovanni, 2

10122 Torino

Tel. 011 5220/457

Fax 011 5220/433

dr-pie.comunicazione@beniculturali.it

dr-pie.stampa@beniculturali.it

www.piemonte.beniculturali.it

45


Direzione Generale per i Beni Archeologici

46

Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte

e del Museo Antichità Egizie

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici del Piemonte

e del Museo Antichità Egizie

Soprintendente ad interim

Marina Sapelli Ragni

Piazza San Giovanni, 2

19122 Torino

Tel. 011 5213323

Fax 011 5213145

soprarch@yahoo.it

Il paesaggio archeologico dell’Alta Valsessera (Biella).

Un progetto in divenire

Gabriella Pantò

La dorsale montana che cinge l’alta valle del torrente Sessera

(Biella), raggiungendo nel settore occidentale la massima elevazione

con il monte Bo, la cui cima si attesta a 2556 metri, demarca una

ragguardevole porzione di territorio disabitato e selvaggio, ma ricco

di risorse naturali e per molti secoli oggetto di attenzione e sfruttamento.

Per l’alta valle le scelte insediative, documentabili almeno fin

dal basso Medioevo, sono state determinate da un complesso

intreccio di interessi che spaziavano dall’economia pastorale estensiva,

alla casearia, alla coltivazione del castagno finalizzata alla produzione

di frutti e legna, ma soprattutto vertevano sull’attività estrattiva

con lo sfruttamento dei grandi giacimenti minerari. Il fondo valle

non sembra aver avuto una densità abitativa maggiore nell’antichità,

e la frequentazione fin dall’età romana è attestata solo da ritrovamenti

fortuiti avvenuti lungo la direttrice viaria che conduceva alla Val

Sesia e ai valichi transalpini.

Le testimonianze archeologiche di età bassomedievale sono legate a

particolari eventi storici di carattere eccezionale o temporaneo, come

per i siti coinvolti nelle vicende legate alla presenza sull’impervio monte

Rubello dell’eretico fra Dolcino e degli apostolici nell’inverno tra il 1306

e il 1307. Com’è noto la fonte contemporanea dell’Anonimo Sincrono

nell’Historia fratris Dulcini heresiarche riferisce della costruzione da

parte delle milizie vescovili impegnate nella lotta all’eresia, di strutture

fortificate sulle alture poste a corona del Rubello, dalle quali sarebbe

stato possibile tenere sotto controllo le vie di comunicazione. Le indagini

archeologiche condotte sulle cime dei monti Rovella, Colmetto,

Sant’Eurosia e Tirlo hanno consentito di documentare le “bastite” ipotizzate

quali fortilizi delle milizie vescovili, costruite con l’utilizzo di strutture

lignee e pietre, fossati e terrapieni. Nel caso della Rovella è stato

anche possibile portare in luce e restaurare i resti della cappella terminale

del Sacro Monte del santuario mariano di Banchette, costruita sui

resti dell’accampamento delle milizie vescovili, il cui grandioso progetto

di “Nuova Gerusaemme” non è mai stato portato a compimento. Le

“bastite” sono oggi visitabili in un percorso didattico archeologico che

si snoda in una cornice ambientale incontaminata, proposto con gli

“Itinerari dolciniani” dal DocBi fin dal 1990.

L’attenzione alla tutela dei resti archeologici di età medievale e successiva,

attuata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del

Piemonte, ha consentito, attraverso una serie di interventi archeologici

anche di piccola entità, di valorizzare i beni culturali del territorio.

Il “Progetto Alta Valsessera”, avviato nel 1991 nell’ambito del più

ampio programma “Alpi e Cultura”, promosso dalla Regione

Piemonte, si propone di focalizzare scientificamente e indagare tutti

gli aspetti che contribuiscono a delineare la storia di un sito, siano

essi di rilevanza naturalistica, ambientale, etnografica o archeologica.


In quest’ottica si colloca la valorizzazione dei siti minerari sfruttati

nell’antichità per le attività estrattive di rame, ferro e argento, già

oggetto di sistematiche indagini archeologiche condotte sulle installazioni

produttive, le cui testimonianze materiali sussistevano sui versanti

rocciosi a picco sul Sessera e nell’area naturalistica afferente

all’Oasi Zegna. Le ricerche hanno prodotto una cospicua messe di

informazioni provenienti dalle fonti scritte, che integrate dai risultati

delle indagini archeologiche hanno potuto ricostruire l’assetto degli

impianti estrattivi e produttivi. Le indagini sono ancora in corso, ma

grazie all’impegno finanziario della Comunità Montana Valle di

Mosso, è stato possibile presentare al pubblico nel 2005 il sito di

Rondolere a conclusione degli scavi e dei restauri conservativi condotti

sull’altoforno e sulle strutture che lo affiancavano. Il sito è ora

visitabile percorrendo un sentiero attrezzato con installazioni didattiche

e piattaforme lignee panoramiche, che si snoda tra le gore in

parte scavate e in parte costruite, che convogliavano l’acqua del

Sessera necessaria al funzionamento del maglio e delle macchine

soffianti costruite nell’ultimo quarto del XVIII secolo. Attualmente è in

corso l’ultimazione dell’indagine e del restauro sugli imponenti ruderi

dell’Opificio sorto nel XVIII secolo per il trattamento della galena

argentifera, localizzati sulla costa dell’Argentera.

La Valsessera è stata inserita tra i “Siti di importanza comunitaria” e delle

zone di protezione speciale proposte dall’Unione Europea per la

costituzione della rete Natura 2000 e i risultati delle ricerche condotte

negli ultimi quindici anni, comprendenti aspetti multidisciplinari, tra i

quali quelli naturalistici, con nuove segnalazioni faunistiche in particolare

per quanto riguarda la fauna ipogea degli ambienti di miniera di

interesse biospeleologico, sono stati presentati nell’anno in corso nella

mostra Aquile, argento, carbone. Indagine sull’Alta Valsessera, curata

dal DocBi, tenutasi alla Fabbrica della Ruota di Pray Biellese. La valorizzazione

dei beni culturali di un territorio montano di considerevole

valore ambientale e naturalistico, quale quello dell’Alta Valsessera, può

generare una molteplicità di benefici diretti e assicurare un potente sviluppo

economico, concorrendo a ricostruire la memoria collettiva

attraverso la condivisione del valore storico-culturale del patrimonio

archeologico e dei diversi aspetti che hanno interessato il territorio

determinandone le trasformazioni nel tempo.

47


Direzione Generale per i Beni Archeologici

48

Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici della Puglia

Direttore Regionale

Ruggero Martines

Coordinamento per la comunicazione

Emilia Simone

Strada dei Dottula Isolato, 49

70122 Bari

Tel. 080 5281111

Fax 080 5281114

dirregpuglia@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici della Puglia

Soprintendente

Giuseppe Andreassi

Via Duomo, 33

74100 Taranto

Tel. 099 4713511

Fax 099 4600126

archeologica.taranto@libero.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia

PUGLIA

Il progetto di recupero del Pulo di Molfetta

fra erosioni, terrazzamenti e testimonianze

archeologiche

Francesca Radina, Maria Cioce

Natura, archeologia e storia rappresentano per il Pulo di

Molfetta, proprietà della Provincia di Bari, un unicum inscindibile

all’interno di quel particolare contesto geo-territoriale che è

l’altopiano murgiano, caratterizzato da dolci ripiani progressivamente

digradanti verso le azzurre acque del mare Adriatico. La

dolina, formazione tipica del paesaggio carsico delle Murge, si

presenta come una larga voragine , con una perimetrazione di ben

600 metri, tra la campagna verdeggiante di ulivi e mandorli, a 3 Km

dalla periferia di Molfetta.

Il paesaggio preistorico

La presenza dell’uomo in questo sito ha origini molto antiche, risalendo

a più di 7000 anni fa, quando la grande dolina era inserita in un

ambiente forestato con larghi spazi aperti.

La cavità a quel tempo doveva essere più stretta e più profonda,

con uno specchio d’acqua raccolto sul fondo. Tutto intorno, sui

vasti terrazzi superiori si sviluppò con alterne vicende tra 7000 e

4000 anni fa, dunque fino all’età del Bronzo, un insediamento con

capanne, recinto da una muratura imponente già nelle fasi più antiche

del Neolitico, con annesse aree di attività funzionali all’economia

agricola e alle produzioni artigianali dell’abitato. Numerose

sepolture del Neolitico ben documentano nel contempo gli aspetti

dei rituali funerari delle antiche comunità. La fertilità del suolo,

favorita da terreni ben drenati dall’incessante opera modellante

dell’uomo sulla natura, come anche la comoda disponibilità di

riserve idriche favorì sin da subito l’attecchimento dell’insediamento

umano che proprio in tale sito si distinse per la produzione di

un tipo di ceramica, l’impressa “tipo Molfetta”, tra le più arcaiche

del Mediterraneo preistorico.

Le suggestive grotte che numerose si aprono nelle pareti sub-verticali

della dolina, interrompendo la imponente sequenza degli strati di

roccia calcarea in cui si legge ancora oggi la “storia geologica” della

Terra di Bari, costituirono il paesaggio di sfondo per la frequentazione

preistorica: fra tutte si distingue la ben nota “Grotta del Pilastro”,

con un diramato sistema di caverne sovrapposte e intercomunicanti,

dove non è difficile immaginare riti, processioni e più in generale

tutte quelle pratiche funerario-cultuali che rappresentano la proiezione

diretta sull’ambiente ipogeico del complesso mondo ideologico

delle genti preistoriche.


Il Pulo luogo di preghiera e meditazione nel 1500

Risale al pieno ‘500 la costruzione del convento dei Capuccini che

sovrasta maestoso lo spettacolare strapiombo del ciglio sud-occidentale

della dolina. Certamente la particolare conformazione della

cavità naturale, con fitta e rigogliosa vegetazione e ripari in grotta,

esercitò anche sugli umili frati un forte e primordiale richiamo per

tutte quelle attività connesse alla vita conventuale (colture di erbe e

piante medicamentose, meditazione, etc.).

La presenza poi in una cavità, la Grotta 1, di un ossario ancora integro,

alloggiato in un incavo nel banco roccioso che le ricerche effettuate

ritengono di poter riferire alla sepoltura di componenti della

comunità dei Capuccini del soprastante convento, conferma la vocazione

del Pulo quale sosta ideale per la devozione religiosa e la

riflessione spirituale.

Il paesaggio minerario: una fabbrica regia di fine settecento

La singolare dedicazione di due grotte ai regnanti borbonici Carolina

e Ferdinando apre per il Pulo il capitolo di storia forse più controverso:

già da tempo era stata motivo di interesse per i naturalisti. Ma la

scoperta di efflorescenze di nitrati all’interno delle grotte determina

un nuovo interesse, tant’è che i Borboni sostengono la costruzione

una fabbrica in loco per la produzione della polvere da sparo.

Le ricerche e le operazioni di restauro, avviate dalla Soprintendenza

per i Beni Archeologici della Puglia su finanziamento della Provincia

di Bari sin dal 1997 e terminate nel 2003 con risultati particolarmente

proficui per l’approccio metodologico di tipo rigorosamente interdisciplinare

del progetto di recupero e valorizzazione (geologia,

botanica, storia, archeologia, restauro, sentieristica naturale) hanno

messo in atto un esempio possibile di tutela integrata tra ambiente e

archeologia, raccogliendo la sfida del primo grande scavo di archeologia

industriale nel panorama pugliese.

Grazie alle diverse professionalità specialistiche coinvolte a vario

titolo nel progetto, infatti, sono riemerse dall’oblio vaste testimonianze

monumentali di un articolato impianto industriale. Ubicato subito

al disotto del complesso religioso il cd. “Corpo di Guardia”, piccolo

edificio in pietra con portale ad arco, costituisce l’inizio di un affascinante

viaggio “verso il centro della terra”, verso un armonioso

equilibrio, cioè, tra natura, archeologia e storia. Dopo aver percorso

sentieri naturalistici, immersi nel fitto e verde patrimonio boschivo e

vegetale reso ancora più speciale per la ricca biodiversità osservabile,

ecco succedersi un elaborato sistema di muri di terrazzamento in

pietrame calcareo a secco, in alcuni punti ricoperti da cascanti piante

di edere, che riflettono qui come altrove secolari processi di

antropizzazione del pesaggio murgiano costiero. Si giunge così sul

grande terrazzo intermedio, dove sotto ombrosi boschi di alloro,

campeggiano l’Opificio-distilleria e il Magazzino della Nitriera borbonica:

il primo destinato alla cottura delle terre nitrose e l’altro allo

49


Ricerche archeologiche:

Francesca Radina

(direzione scientifica)

Iole Caramuta

Maria Cioce

Italo Muntoni

Francesco Sanseverino

Aspetti geologici:

Michele Maggiore

Aspetti botanici:

Antonio Bernardoni

Restauro:

Consorzio ICONOS Bari

Impresa ai lavori:

A.T.I. Imprese Volpe e Lacitignola

di Taranto

Progetto promosso e finanziato

dalla Provincia di Bari

(Ufficio Tecnico – Sergio Fanelli)

a cura di Nicola Martinelli

Riferimenti bibliografici:

Natura Archeologia e Storia

del Pulo di Molfetta

a cura di F. Radina, Bari 2007

50

stoccaggio del prodotto semi-finito per la produzione della polvere

da sparo e da mina. Imponente si sviluppa sul fondo della dolina

l’impianto di vasche, canali, pozzi e cisterne, ovvero prima tappa del

ciclo produttivo della fabbrica, con specifica funzione di lavaggio e

decantazione delle terre nitrose rinvienenti dallo svuotamento delle

grotte. Il processo di estrazione dei nitrati, particolarmente ricercati

durante il Regno di Napoli, fece sì che ai piedi della suggestiva parete

nord si concentrassero, fra alberi di fichi, melograni e ulivi, enormi

cumuli di terra circoscritti da cinture di contenimento in muretti a

secco, secondo il ben noto sistema costruttivo delle Specchie che

costellano numerose le assolate campagne pugliesi.

Tutto questo concorre dunque a definire il Pulo come uno dei luoghi-simboli

delle millennarie dinamiche insediative della Puglia centrale

strettamente legate, quasi in rapporto simbiotico, a quel noto

fenomeno geologico del carsismo di superficie che incide così profondamente

il paesaggio basso-murgiano con doline, lame e grotte.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

SARDEGNA

Le concessioni d’uso

Paolo Scarpellini

In Sardegna esistono numerosissimi siti archeologici di proprietà statale,

ovvero musei locali contenenti reperti archeologici provenienti

da scavo e dunque di proprietà dello Stato. Prevalentemente siti e

reperti sono stati dati in concessione agli Enti Locali i quali, a loro

volta, fruendo anche di contributi finanziari della Regione, hanno affidato

la gestione dei monumenti e dei musei a società private.

La Regione Autonoma della Sardegna, che si è dotata di una apposita

normativa sui Beni Culturali (L.R. 14/2006), mira a ridurre i contributi

finanziari alla gestione dei luoghi della cultura, ovvero a concentrarli

su quelli che mostrano caratteristiche di qualità.

Allo stato attuale i monumenti e i musei, che beneficiano del contributo

regionale sono circa duecento su un totale complessivo di un

migliaio di luoghi di interesse culturale effettivamente visitabili ed

aperti al pubblico.

Gli atti che disciplinano le concessioni d’uso a Comuni di beni culturali

statali, in consegna alle Soprintendenze, sono eterogenei ed in

massima parte precedenti al Decreto Legislativo n. 42 del 2004

(Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio), che, al Capo II, detta

disposizioni innovative in materia di valorizzazione e gestione.

Pertanto la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici

della Sardegna ha da tempo intrapreso una trattativa con la Regione

per elaborare congiuntamente una intesa quadro generale finalizzata

alla valorizzazione dei beni culturali di proprietà pubblica, nonché

uno schema tipo dell’atto di concessione da utilizzare per trasferire

al Comune la disponibilità di uso del bene statale.

Si propone qui di seguito una rassegna degli elementi e dei requisiti

che devono caratterizzare, a giudizio di chi scrive, il contenuto

degli atti di concessione, allo scopo di assicurare il perseguimento

dei diversi obiettivi della tutela, della salvaguardia, della ricerca,

della pubblica fruizione, della convenienza e della sicurezza.

Innanzitutto l’atto di concessione d’uso del bene culturale statale

dalla Soprintendenza al Comune deve essere stipulato in forma scritta

e registrato nel repertorio interno dell’Istituto anche quando sussista

un precedente accordo scaduto, che non è opportuno considerare

tacitamente rinnovato.

Oltre alle prioritarie finalità della tutela e della pubblica fruizione del

patrimonio culturale statale, sussiste la necessità di rendere conveniente

per lo Stato concedere in uso al Comune un singolo bene

ovvero una raccolta di beni che la Soprintendenza statale detiene in

consegna. In tal senso il Comune, nella sua qualità di concessionario

ovvero di soggetto titolare della disponibilità del bene statale, avrà

l’obbligo di pagare allo Stato un corrispettivo pecuniario ovvero un

equivalente corrispettivo in attività finalizzate ad assicurare la cura e

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici

della Sardegna

Direttore Regionale

Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

09126 Cagliari

Tel. 070 34281

Fax 070 3428209

dirregsardegna@beniculturali.it

51


52

la salvaguardia del bene stesso. Inoltre occorrerà precisare che gli

interventi di pulizia, di manutenzione ordinaria, e di adeguamento

alle norme di sicurezza, sono a carico del Comune concessionario. E

la Soprintendenza dovrà redigere e fornire al Comune un “manuale di

uso del bene”, recante tutti gli interventi da compiere e tutte le cautele

da impiegare, per una corretta conservazione del bene stesso.

In linea generale, gli interventi finalizzati alla valorizzazione, alla fruizione

e alla promozione del patrimonio culturale e ambientale devono

rispettare al massimo l’assetto storico e naturale del sito e del contesto

interessati, evitando modifiche o inserimenti che possano alterare

il paesaggio e l’ambiente in cui i beni culturali sono situati.

Eventuali elementi che introducano alla fruizione del sito di interesse

culturale (manufatti, edifici, pannelli, segnali, ecc.) dovranno essere

collocati in luoghi idonei, in maniera tale da non interferire visivamente

con i monumenti e con il loro contesto ambientale.

Gli interventi di manutenzione, restauro, recupero e adeguamento di

fabbricati storici, finalizzati all’allocazione di funzioni e attività di

valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale (ovvero ad altre

funzioni e attività turistiche, commerciali e ricettive, collegate

comunque alla fruizione) dovranno avere carattere conservativo, salvaguardando

e ripristinando gli elementi costruttivi (murature, solai,

coperture) e i corredi architettonici (pavimenti, serramenti, intonaci,

tinteggiature e decorazioni) originari e tradizionali, ed escludendo

l’inserimento di elementi estranei e stridenti.

Gli interventi di nuova costruzione di edifici o manufatti finalizzati

all’allocazione di funzioni e attività di valorizzazione e fruizione del

patrimonio culturale (ovvero ad altre funzioni e attività turistiche,

commerciali e ricettive comunque collegate al progetto), da prevedersi

solamente se ritenuti strettamente indispensabili, dovranno

avere collocazione defilata, contenuta dimensione, semplicità di

forme e caratteri coerenti con la tradizione costruttiva locale e con il

contesto paesaggistico.

Anche gli interventi destinati a favorire l’accessibilità e la fruizione dei

siti archeologici, sempre da ridurre al minimo indispensabile,

dovranno rispettare la tradizione costruttiva locale ed il contesto

naturale e paesaggistico. La segnaletica in elevato (cartelli su palo)

dovrà essere circoscritta alle strade carrabili mentre semplici targhe

illustrative e direzionali, robuste e durevoli, potranno essere più

opportunamente posizionate su massi lapidei naturali, poste ad una

altezza non superiore ai cm 100 dal suolo, senza comunque interferire

con la visibilità e la prospettiva dei manufatti antichi e dell’area

archeologica il cui assetto dovrà conservare integri i propri caratteri

di storicità e naturalità. Le pavimentazioni dei sentieri potranno essere

ripristinate o rifatte secondo la tecnica esecutiva tradizionale

(impietrato o selciato posato a secco su terra). Deve escludersi la

realizzazione di nuove strade carrabili o di parcheggi in prossimità

dei siti di interesse culturale ed archeologico, evitando in ogni caso

sbancamenti e rimodellamenti del terreno. Le piazzole di sosta per

automobili, in zona rurale, potranno essere allocate in posizione


defilata rispetto all’area di interesse, e non saranno comunque pavimentate,

se non con pietre posate a secco. Le recinzioni potranno

essere realizzate in muretto a secco (da eseguirsi secondo la specifica

tecnica locale, differente da zona a zona), ovvero con l’ausilio di

arbusti autoctoni, escludendo l’impiego di staccionate in legno, di

reti plastificate, di muretti in cemento o di ringhiere metalliche.

L’eventuale impianto di illuminazione, qualora sia ritenuto strettamente

indispensabile alla fruizione del sito, sarà costituito da corpi illuminanti

posti a meno di 50 cm dal suolo tali da irradiare esclusivamente

luce diffusa diretta verso il basso.

Eventuali lavori di scavo e restauro di strutture o reperti archeologici,

dovranno essere eseguiti, previa approvazione del relativo progetto

da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici, sotto la direzione

scientifica di un archeologo e sotto la vigilanza della

Soprintendenza stessa.

Per tutti gli interventi che coinvolgano luoghi o manufatti di interesse

culturale, ovvero posti in contesti di interesse paesaggistico ambientale,

i relativi progetti preliminari ed esecutivi dovranno essere sottoposti

alla preventiva approvazione della competente Soprintendenza per

i Beni Architettonici e/o Archeologici ed eseguiti sotto la vigilanza della

medesima Soprintendenza.

Altro aspetto essenziale della concessione è quello della individuazione

precisa e inequivocabile del bene o dei beni concessi in uso.

Per quanto concerne i beni immobili, quali antichi monumenti o aree

archeologiche, se ne deve dare nell’atto di concessione una definizione

completa indicandone la denominazione toponomastica, i

riferimenti di mappa catastale, la posizione ed il perimetro in maniera

georeferenziata. Per le raccolte di oggetti o di reperti archeologici,

se ne dovrà redigere un elenco recante, per ciascuno di essi,

descrizione, fotografia, materiale, misure, datazione, provenienza.

I beni statali concessi in disponibilità al Comune restano comunque

soggetti alle disposizioni fissate dal Codice in materia di riprese filmate,

televisive, fotografiche. I Comuni dovranno pertanto acquisire

il parere obbligatorio della Soprintendenza, competente per territorio,

che dovrà valutare la compatibilità del prodotto da realizzarsi

con le esigenze di tutela ed il carattere storico artistico del bene.

Anche in tal senso la Direzione Regionale ha in corso la definizione

di un accordo con la Regione per agevolare le società di produzioni

cinematografiche e televisive, che intendono utilizzare i luoghi

della cultura statali come location per le riprese, redigendo un

regolamento che consenta di uniformare le procedure su tutto il

territorio regionale.

53


Direzione Generale per i Beni Archeologici

54

Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale per

i Beni Culturali e Paesaggistici

della Sardegna

Direttore Regionale

Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

09126 Cagliari

Tel. 070 34281

Fax 070 3428209

dirregsardegna@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Soprintendente ad interim

Giovanni Azzena

Piazza Indipendenza, 7

09100 Cagliari

Tel. 070 605181

Fax 070 658871

archeoca@beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Tuvixeddu. Al di là

Giovanni Azzena, Donatella Salvi

Tuvixeddu è Aldilà. Gli antichi parenti dei cittadini contemporanei

che “dormono sulla collina”, sono stati già in antico disturbati

da cave, costruzioni, infrastrutture... La città moderna non li ha scacciati,

né coperti, ma circondandoli da ogni lato ha restituito loro, in

qualche modo, la pace. Una pace che adesso sembra eccessiva,

perché sa di abbandono, ma che, forse, è il primo passo per tentare

un approccio diverso al problema Tuvixeddu.

Tuvixeddu al di là dei problemi, delle polemiche, degli errori, delle

contrapposizioni. Perché Tuvixeddu è stato ed è ancora – per i media,

per la gente, per la politica – essenzialmente un problema. E niente,

nella sua lunga storia, ha nuociuto tanto a questo luogo fragile e prezioso

di questo lungo periodo di problematicità. Il secondo passo è

accordo, coordinamento: perché nessuno, da solo, può riuscire.

Tuvixeddu al di là dei recinti. Perché il grande colle dei morti, come

ogni cimitero, come ogni luogo di margine, come ogni “terzo paesaggio

rimasto intatto nella maglia stretta dei quartieri moderni, è

proprietà di tutti. Tuvixeddu permeabile alla vita, proprietà della

gente, eredità da condividere. Il terzo passo è condivisione, perché

non esiste forma di tutela più perfetta del far capire a tutti e a ciascuno

che ciò che vede, usa, percorre, è roba sua.

Tuvixeddu al di là del paesaggio. Perché la collina solcata da cave,

punteggiata da tombe, che sembra campagna, brulla e polverosa, è

però certamente anche città. È un grande quartiere stranamente urbano,

forse non periferico ma certamente di margine. Il quarto passo è

guardare Tuvixeddu come se fosse città, perché si possa “sentire”

urbano e come tale rispondere.

Tuvixeddu al di là dell’urbano. Perché è vero anche l’esatto contrario.

Tuvixeddu è un frammento di campagna, un meteorite pregnante

storia piombato nel mezzo di un quartiere di Cagliari. Non si può

imbellettarlo troppo, non si può caricarlo di orpelli: è la severa campagna

sarda, paesaggio di cronodiversità evidente, che chiede

attenzione e cura, ma non sopporterebbe interventi pesanti. Occorre

ascoltare il silenzio triste di Tuvixeddu con rispetto e, forse, fare tutti

un passo indietro. Il quinto passo è l’addio? Forse, ma in questo caso

è certamente un addio positivo.

Oggi compresa nel tessuto urbano di Cagliari, ma a lungo periferica

rispetto alla città moderna, la collina di Tuvixeddu è stata utilizzata nell’antichità,

e per molti secoli, come necropoli. Città dei morti, prima, in

età punica, contrapposta, nella sua estesa compattezza, alla città dei vivi

che si apriva sulla laguna di Santa Gilla; scenografica composizione di

colombari e tombe a camera, più tardi, in età romana quando, alle pendici

della collina, esterna ormai alla città, le sepolture si affacciano lungo

la principale strada che da Cagliari si dirige verso l’interno dell’isola.

Progressivamente, e per settori, venuta meno la funzione funeraria,


quello stesso calcare che aveva agevolato lo scavo delle sepolture,

divenne risorsa: numerosi fronti di cava furono aperti per ricavare

pietra da taglio e da calce, aprendo lacerazioni profonde su tutti i

versanti del colle. A valle, affiancate o addossate alle tombe romane,

con disposizione irregolare, molte case basse e poche più importanti

ville posero le basi per una periferia staccata che tendeva a congiungersi

con la città, mentre le stesse tombe a camera, come è attestato

fin dal Cinquecento, costituivano abitazioni di fortuna o magazzini

annessi ad attività commerciali. In questo quadro, ricavabile dal

catasto ottocentesco, dalle fotografie di Desselert o dalle descrizioni

dei primi del Novecento del Taramelli che vi vede povere case “di

pescatori e panattare”, si muove la ricerca archeologica, attenta alla

scoperta delle prime tombe che apparivano allora, per la particolare

struttura a pozzo e per i monili così simili a quelli egiziani, di incerta

attribuzione, meno curata nell’analisi dei contesti romani, dei quali si

apprezzavano le architetture e le iscrizioni ma non si descrivevano né

le urne – ancora in posto, – né i corredi. La grandiosità della necropoli

è però percepita dagli studiosi ed è soprattutto nelle parole di

Francesco Elena, nel 1861, che ne emergono tutte le potenzialità: non

solo l’avvocato-archeologo ne coglie l’unicità nell’estensione e nella

quantità di sepolture, ma ne auspica lo scavo integrale che, mettendone

in luce i tagli, avrebbe formato un “monumento”privo di confronti.

Per quanto altri, sempre più ampi, fronti di cava siano stati

aperti nel tempo, distruggendo o sezionando i pozzi delle tombe

puniche, ed anche se l’espansione edilizia ha ormai raggiunto e pressoché

inglobato i margini della collina, oggi l’auspicio di Francesco

Elena sta diventando realtà. Ai cantieri non contigui, e talvolta ripetuti,

che avevano consentito indagini d’urgenza o di breve periodo, è

finalmente subentrato un cantiere che, con la durata, ha garantito lo

scavo in estensione. Stanno emergendo così, disposte in un tessuto

fitto e per lo più regolare, i pozzi verticali, più o meno profondi, che

immettono alle celle, aperte sul lato corto, nel quale era deposto il

defunto. In molti casi pozzo e cella sono risultati già scavati in un

passato più o meno recente e riempiti con terra o con rifiuti di vario

genere. Con una certa frequenza, però, la lastra in pietra posta a chiusura

della porta di accesso alla cella è risultata ancora in posto e nella

cella sono stati ritrovati i corredi ed i resti scheletrici. La conoscenza

delle tecniche e dei rituali dell’età punica è stata notevolmente

ampliata: da un lato la possibilità di cogliere la distribuzione delle

tombe, il loro andamento interno e l’attenzione posta ad evitare danneggiamenti

fra tomba e tomba, – talvolta sollevando le quote, talvolta

realizzando dei dislivelli nella cella o nel pozzo, – ha consentito

di comprendere i criteri di espansione della necropoli; dall’altra

l’analisi dei corredi, costituiti da ceramiche d’uso comune ma anche

da non pochi oggetti di particolare pregio, ha favorito la lettura delle

consuetudini della morte, l’attenzione per il particolare, il rapporto

fra i vivi ed i loro defunti in un arco di tempo che va dal VI al IV secolo

a.C. A ciò si aggiunge che in alcune porzioni è possibile apprezzare

come per qualche tempo, già in età romana, la collina fu interes-

55


Foto di:

Giovanni Alvito Teravista

56

sata da tagli di cava e come più tardi, nel II secolo d.C., tutta l’area fu

percorsa dal tracciato dell’acquedotto che, da 40 chilometri di

distanza, riforniva Cagliari di acqua corrente. Tutti questi dati si aggiungono

a quelli già acquisiti negli scavi condotti più a valle, laddove la

roccia calcarea è ricoperta da un suolo compatto e a tratti argilloso nel

quale, con modifiche percepibili in tutto il mondo punico fra il IV ed

il III secolo a.C., l’inumazione dei defunti non è più ospitata nelle celle

delle tombe scavate, ma in semplici tombe a fossa. È qui, inoltre, che

con l’arrivo di genti latine, si coglie, nettissimo, l’ulteriore cambiamento

delle forme del rituale con il passaggio dall’inumazione alla cremazione

diretta nei cd. busta e, più tardi, a quello della cremazione indiretta:

i resti combusti sono ospitati nelle urne, a loro volta deposte

nella terra o nei colombari, nuova forma architettonica delle sepolture

a camera ancora una volta scavate nella roccia ma questa volta

accessibili direttamente da una porta aperta sul costone. Alla verticalità

delle tombe a pozzo, interamente contenute nel banco roccioso,

subentra la frontalità delle tombe romane, come case ricche di stucchi,

nel caso della Tomba con pesci, spighe ed altri fregi, o come

simulazione di templi: “Ciò che tu credi un tempio, viandante...” recita

infatti una delle iscrizioni della Grotta della Vipera, la più famosa

delle tombe a camera, che il marito dedicò ad Attilia Pomptilla.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Il Paesaggio archeologico nell’agro di Sinnai

Maria Rosaria Manunza

Il Progetto di valorizzazione del Paesaggio archeologico di Sinnai è

partito dalla identificazione delle risorse archeologiche presenti nel

territorio, per ricavare gli elementi di conoscenza che ci consentissero

di fare ipotesi sui modi di vita delle popolazioni antiche.

Il lavoro di Censimento Archeologico della scrivente sotto la direzione

scientifica della scrivente, è stato finanziato dal Comune di Sinnai.

Il risultato della ricerca è stato pubblicato nel volume “Indagini

archeologiche a Sinnai” a cura della medesima.

Il primo compito del cantiere archeologico è stato quello di acquisire

la maggior quantità possibile di dati sul territorio. Si è fatto un preliminare

esame del materiale cartografico, sulle carte I.G.M. 1:25000

ed 1:10000. Per la ricerca dei monumenti ci si è basati inoltre sulla

raccolta delle notizie bibliografiche e, soprattutto, sulla raccolta

delle testimonianze orali. Alla raccolta dei dati è seguita una capillare

indagine sul territorio. Una volta posizionato il punto di riferimento

con il GPS si è proceduto alla misurazione del monumento con i

tradizionali sistemi di rilevamento: triangolazioni etc. I monumenti

sono stati quindi inseriti nelle nuove carte I.G.M. e nelle carte catastali.

Una volta accertata la natura, l’estensione, lo stato delle emergenze

archeologiche, si è proceduto al rilievo delle strutture visibili e alla

loro documentazione mediante foto e diapositive che sono state

allegate alle schede descrittive.

I lavori hanno evidenziato una ricchezza di siti e di monumenti di notevole

interesse. Per quanto allo stato attuale delle ricerche non si abbiano

rinvenimenti riferibili al Paleolitico, al Mesolitico, e ai periodi più antichi

del Neolitico, non si può escludere, in assenza di scavi stratigrafici,

che gli uomini in quei periodi fossero assenti in questo territorio. La cul-

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Direttore Generale

Stefano De Caro

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e Paesaggistici della Sardegna

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Archeologici delle province

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Fax 070 658871

archeoca@beniculturali.it

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58

tura più antica finora attestata nel territorio è quella Ozieri (neolitico

recente-inizi eneolitico: circa 3800-2900 avanti Cristo) documentata da

domus de janas, menhirs, da ceramiche decorate e da strumenti litici. Il

periodo nuragico è quello meglio documentato. La maggior parte dei

nuraghi si trova ubicata su alture rocciose, a guardia dei campi e dei

pascoli e, soprattutto, delle vie di comunicazione lungo i corsi d’acqua.

Strutture e reperti documentano insediamenti nella piana ad Est di

Sinnai che restituisce anche molti pozzi. I numerosi reperti litici: asce

scanalate, teste di mazza, macine, macinelli e pestelli, riportati in superficie

dalle arature, documentano attività agricole. Recentissima la scoperta

di un pozzo nell’entroterra di Solanas chiamato Mitza Cropetta, la

cui architettura rientra nei canoni dei templi a pozzo nuragici. Si sono

inoltre censite diverse tombe di giganti, rinvenute isolate o più frequentemente

in gruppo di due, tutte costruite con blocchi disposti a filari,

secondo una tipologia tipica della Sardegna Meridionale. L’età storica è

rappresentata da aree di insediamento e di necropoli, mentre mancano,

per ora, rinvenimenti di monumenti.


Il sistema di presentazione delle risorse culturali del territorio di Sinnai

parte dal Centro Culturale di via Colletta a Sinnai, dove hanno sede il

Museo Archeologico, la Pinacoteca, una sala per le conferenze e per

le mostre temporanee.

Da qui partono le azioni di comunicazione e commercializzazione dei

luoghi turistici con componente culturale. Gestire il Centro Culturale di

via Colletta, organizzare attività didattica nelle scuole, organizzare

eventi, mostre, convegni, proporre itinerari diversificati per un pubblico

differenziato, questi sono i compiti dei Gestori della Sede Museale

e delle Aree Archeologiche comunali.

Dall’identificazione delle risorse si è passati alla pianificazione territoriale

con l’inserimento di tutte le aree censite nelle zone H4 del

Piano Urbanistico Comunale.

È seguita poi la fase di divulgazione delle conoscenze acquisite: si è

allestita la sala archeologica del Centro Culturale “La Colletta” con una

mostra permanente dei reperti archeologici provenienti dal territorio

comunale.

59


60

Si è realizzata, inoltre, una mostra fotografica a tema sui beni archeologici

della località Solanas. Si sono pubblicate, sui Quaderni della

Soprintendenza di Cagliari e su Riviste Specializzate, diverse relazioni

scientifiche.

Il Cantiere Archeologico proseguirà il lavoro con l’attività di scavo per

rendere fruibili i monumenti prescelti, con la consapevolezza che per

la valorizzazione di un monumento non è sufficiente metterlo in luce:

occorre assicurargli continua sorveglianza, manutenzione, occorre

gestirlo in maniera che si trasformi in un prodotto turistico e in risorsa

economica. E perché questo accada, perché la risorsa culturale assuma

valore aggiunto, occorre anche che sia integrata nella risorsa

ambientale (foreste, itinerari del C.A.I., spiaggia di Solanas, etc.), e che

sia supportata dalla risorsa territoriale (Piano Urbanistico Comunale, viabilità,

trasporti etc.), dalla risorsa sociale (servizi, sicurezza sociale,

sicurezza contro gli incendi nei boschi etc.) nonché dall’economia

turistica (alberghi, agriturismo, ristoranti, artigianato, commercio tradizionale,

etc.). Tutto il territorio è dunque chiamato ad effettuare quest’operazione

di valorizzazione delle risorse culturali.

Il volume “Indagini archeologiche a Sinnai”, che si apre con una finestra

sugli aspetti geomorfologici del territorio, cui segue una breve

nota sulla storia degli studi, offre due diverse letture: una cronologica,

l’altra topografica.

Nella prima parte i dati sono esposti in ordine cronologico: i monumenti

e i materiali vengono collocati ciascuno nel contesto culturale

che l’ha prodotto. Particolarmente significativo, in questa prima

parte, l’articolo sul periodo orientalizzante, dedicato ai risultati delle

prime campagne di scavo archeologico effettuate nel tempietto di

Bruncu Mogumu. La seconda parte è organizzata in ordine topografico:

i monumenti vengono catalogati in ordine da Nord a Sud, con

riferimento al numero d’ordine della Carta Archeologica allegata.

La terza parte comprende alcuni articoli specifici sul Museo: una nota

sul Progetto Culturale dell’Esposizione, due studi sui reperti fuori

contesto provenienti rispettivamente da Collezioni Private e da

Sequestro.


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Villa Tigellio, la rinascita

Società Anamnesys

Il prodotto multimediale, realizzato dalla società Anamnesys s.r.l., è

stato realizzato con tecnologia di visualizzazione real-time che

offre allo spettatore non solo la possibilità di godere della ricostruzione

virtuale degli ambienti della famosa area archeologica ubicata

nel cuore di Cagliari, completi di affreschi ed arredi del periodo, ma

di poter navigare liberamente all’interno della residenza e interrogare

i punti di maggiore interesse grazie ad un sistema informativo a

schede complete di tutte le informazioni utili a scoprire la bellezza

del sito all’inizio del I sec. d.C.

“Villa Tigellio, la rinascita” è un prodotto unico nel panorama della

valorizzazione dei beni culturali in Sardegna e nel suo genere, che

accosta la profondità di uno studio storico-archeologico del sito,

condotto dagli archeologi dell’Anamnesys in collaborazione con la

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e

Oristano, alle potenzialità offerte dalla computer grafica e dalle tecnologie

di visualizzazione in tempo reale.

Attraverso la possibilità di una conoscenza visiva più approfondita,

offerta dal prodotto multimediale, è possibile godere in maniera

nuova e più coinvolgente il fascino della visita reale presso la c.d.

Villa di Tigellio.

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

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Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici della Sardegna

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Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

09126 Cagliari

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Fax 070 3428209

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Soprintendenza per i Beni

Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Soprintendente ad interim

Giovanni Azzena

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09100 Cagliari

Tel. 070 605181

Fax 070 658871

archeoca@beniculturali.it

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Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

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Direzione Regionale per

i Beni Culturali e Paesaggistici

della Sardegna

Direttore Regionale

Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

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Tel. 070 34281

Fax 070 3428209

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Soprintendenza per i Beni

Archeologici delle province

di Cagliari e Oristano

Soprintendente ad interim

Giovanni Azzena

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Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Il Sistema Informativo Territoriale

per i Beni Culturali della Sardegna

Alberto Bruni, Andrea Doria, Franco Fabrizi

Creazione e messa a punto

Il Progetto GIS è stato finanziato, per un importo totale di 500.000

Euro dal CIPE con delibera n. 17/2003 ed è la naturale prosecuzione

del processo di informatizzazione avviato dal Ministero per i Beni e

le Attività Culturali – Servizi Informativi Automatizzati – consistente

nell’implementazione della rete locale e programmi di gestione

documentale (denominato progetto WOAG).

L’obiettivo del progetto è la creazione e messa a punto di un Sistema

Informativo Territoriale Integrato a livello regionale che vede interessate,

secondo le singole competenze: la Soprintendenza per i Beni

Archeologici per le province di CA e OR, la Soprintendenza per i

Beni Archeologici per le province di SS e NU, la Soprintendenza

B.A.P.P.S.A.E. per le province di CA e OR, la Soprintendenza

B.A.P.P.S.A.E. per le province di SS e NU, la Direzione Regionale per

la Sardegna, il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio

Culturale con sede a Sassari località Li Punti.

Linee guida

Ferma restando l’impostazione generale del progetto, così come

presentata al CIPE, si evidenziano le linee guida che lo caratterizzano

in termini di approccio metodologlco:

- viene esclusivamente utilizzato il metodo che il MIBAC ha seguito

per la realizzazione di “CULTURA ON LINE” di cui il presente progetto

può considerarsi una diretta conseguenza;

- la banca Dati del Sistema GIS (che assume particolare importanza

in quanto costitusce il cuore del sistema stesso, dovendo gestire

tutte le informazioni necessarie al suo corretto funzionamento) sarà

progettata, in modo che nel tempo sia in grado di accogliere tutte le

istanze informative che i singoli Enti coinvolti dovessero richiedere.

Tenuto conto che gran parte dei dati del sistema GIS saranno “estrapolatl”

da archivi di proprietà del MIBAC, dovrà contenere i Iinks, collegamenti

per accedere alle informazioni, relativi ai dati statici quali:

idrografta, curve di livello, aree vulcaniche, toponomastica, cartografia

raster, IGM e quant’altro.

Obiettivi

Obiettivo del progetto è mettere a disposizione dell’utenza la maggior

parte delle informazioni sul territorio che permettano di portare

ad una reale conoscenza dello stesso, in termini di interrelazioni finalizzate

alla salvaguardia del patrimonio culturale supportando, ove

possibile, le attività di pianificazone territoriale portate avanti dagli

Uffici periferici del MIBAC (direzione regionale e soprintendenze) e

dagli Enti locali coinvolti (Regione, province, comuni, ecc.). In tale

ottica riveste particolare importanza la costituzione della Banca Dati

intesa come informazioni da memorizzare e intercorrelare.

È quindi necessario impostare in modo preciso e puntuale le varie

attività di “popolamento” della Banca Dati.


Presso le strutture del MIBAC Sardegna sono presenti, in formato cartaceo,

informazioni inerenti il patrimonio culturale quali, a solo titolo

di esempio, schede catalografiche, decreti di vincolo, ecc. Un caricamento

più consistente e articolato, comprensivo di georeferenziazione

del sito, sarà effettuato nell’ambito dell’Accordo di Programma

Quadro tra MIBAC e Regione Sardegna.

Cartografia

Parte rilevante di un sistema G.I.S. è la cartografia. Una volta acquisita

questa costituirà la base sulla quale andranno inseriti i dati rilevati

attraverso campagne di ricognizione e rilievo mediante l’utilizzo di

strumenti ad alta tecnologia (Penna Digitale) e/o apparecchlature GPS

che consentono una puntuale “georefernzlazlone” dei siti.

Le varie fasi lavorative possono essere schematizzate in:

Responsabile del procedimento:

Elena Romoli

Progettisti e Direttore dei Lavori:

Alberto Bruni, Andrea Doria

Franco Fabrizi

Operatori GIS:

Andrea Agus, Pietro Matta

Marco Piras

Consulente:

Antonio Colucci

Ditta appaltatrice:

Servizi d’Azienda S.p.a.

63


64

I FASE

Lavoro di campagna. Rilievo dell’area interessata sia tramite l’utilizzo

di strumentazione ottica classica, sia attraverso l’utilizzo di strumenti

di ultima generazione quali i G.P.S. topografici.

II FASE

Il trattamento dei dati avviene in ufficio tramite l’utilizzo di software

applicativi specifici.

III FASE

Il sistema permette di produrre elaborati in grado di soddisfare una

vasta gamma di necessità.

Alcuni esempi sono: la stampa o il plotaggio degli elaborati; la creazione

di schede tematiche quali le monografie dei punti di riferimento;

l’inserimento dati in sistemi informativi al fine di favorirne la fruizione

da parte di varie categorie di utenti


Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Paesaggio da scoprire, paesaggio da eleggere

Antonietta Boninu

identità di un popolo è tema di grande interesse e di notevole

L’ significato, ma anche di ardua esemplificazione. Nel prediligere il

legame tra l’ambiente, il territorio e l’uomo si percorre un’analisi per

individuare letture attraverso dati riscontrabili. Il fattore natura ed il

fattore storia interagiscono tra di loro con modalità ininterrotta sia nel

passato e sia nel presente. Per il futuro la costruzione dell’interazione

è affidata all’attuale rapporto dell’uomo con il territorio, la storia,

ed il paesaggio ereditato.

Le trasformazioni, connaturate alla vita e alle sue articolazioni, creano

modifiche ineluttabili, anche involontarie. L’esito di un equilibrio,

proporzionato al rispetto delle risorse, comporta la partecipazione

consapevole dell’uomo in un circuito di crescita culturale, e verifica

da affidare alla collettività.

L’apporto delle scienze che offrono strumenti di conoscenza del territorio,

da sezionare virtualmente lunga la diacronia stratificatasi, e

oggi rilevabile in forme troppo sincopate, giustapposte, talvolta

capovolte e sovvertite, si manifesta in un contributo di confronto e di

coinvolgimento con le popolazioni residenti, proponendo itinerari

di indagine comune.

In terra di Sardegna ben si adatta la definizione di paesaggio, quale

stato d’animo che incamera immagini di luoghi, filtra sentimenti e li

rielabora nella percezione, con ritorni, profumi, ed esplorazioni, per

attivare circuiti di immagini e di sensazioni. Il richiamo forte per ripercorrere

passaggi, impressioni, nelle città, nelle campagne, nei santuari,

nei monumenti, riconduce ad una aspirazione di conoscenza per

poter radicare il sentimento dei luoghi. La ricerca contemporanea sul

paesaggio, anche con discussioni vivaci, affronta il tema con il centrale

obiettivo di coinvolgere i cittadini in azioni e comportamenti di

rispetto.

Nell’indagine sul rapporto tra uomo e spazio, tra cultura e natura, l’archeologia

dispone di mezzi e riserve adeguati, e offre sul piano

metodologico, risorse singolarmente stimolanti.

La ricerca interessa sostanzialmente la storia delle idee e della

scienza; nello specifico la ricerca archeologica analizza le testimonianze

materiali dell’uomo nelle epoche antiche, che partecipano

con formule e quantità molto complesse della vita dell’uomo contemporaneo.

La giustapposizione e/o l’integrazione tra gli uomini del passato e gli

uomini del momento presente si leggono attraverso il paesaggio ereditato

e il paesaggio che si modifica nell’evolversi della vita nel territorio.

La percezione dei valori, sensazioni, segni del territorio è l’esito

di una costruzione antecedente e di una mutazione che si registra

in termini razionali, diretti, con consapevolezza, e partecipazione,

anche non volontaria. Il rapporto tra uomo e territorio, tra idee e

ambiente suscita discussioni, e propone quesiti anche all’interprete

Direzione Generale per i Beni Archeologici

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici della Sardegna

Direttore Regionale

Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

09126 Cagliari

Tel. 070 34281

Fax 070 3428209

dirregsardegna@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici per le province

di Sassari e Nuoro

Soprintendente

Giovanni Azzena

Piazza Sant’Agostino, 2

07100 Sassari

Tel. 079 206741

Fax 079 232666

segreteria.generale@archeossnu.it

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66

della scienza archeologica, che costituisce un elemento della società,

ed in quanto tale chiamato a contribuire allo sviluppo culturale.

Un’Isola nella mente umana è luogo distante, relativamente lontano,

da raggiungere con impegno, con atto di decisione per superare

l’elemento acqua che la circonda; per essa l’uomo ha necessità di

strumenti e mezzi costruiti, adattati alla funzione, che con i propri

mezzi fisici non è assolvibile.

Anche la Sardegna, isola per chi arriva, isola per chi parte, è terra di

incontro, di comunicazione, di scambio, di creazione, sia fisici, sia

culturali. Ha tesaurizzato le vicende passate, ha conservato, ha modificato,

e progetta per il futuro, indaga ciò che è accaduto, scruta ciò

che può accadere. Il presente le può riservare potenzialità da individuare

con il concorso degli intelletti che guardano all’interesse

comune, nell’ottica di contribuire per l’interpretazione dei segni, che

permangono nel territorio, visibili e ascosi.

La metodologia archeologica contempla lo scavo fra le attività che

scoprono nella terra documenti di articolate dimensioni, dai millimetri

ai metri, che compongono pagine della storia dell’uomo, anche

nelle scelte di intervento. La scoperta che l’arrivo in un approdo

comporta si sviluppa e si approfondisce nel percorso lungo la costa,

che mantiene il visivo rapporto con il mare, e si ingigantisce nell’itinerario

che conduce all’interno.

L’uomo che è giunto nelle grotte per ripararsi dalle intemperie naturali,

che ha appreso e affinato l’arte dell’agricoltura, della caccia,

della pesca, che ha costruito capanne, che ha sperimentato leggi di

fisica e principi di statica con l’empiria, che ha confermato le

prove, che ha edificato ardite architetture con impegno ingegneristico,

che si è rivolto alla divinità per affidarle i proprî cari per l’aldilà

e per richiederle la protezione e la cura sovrannaturale delle

imprese, le assicura riconoscimento con opere espressive per

significato e per efficacia di pensiero, tradotte con forme raffinate,

instaura rapporti e scambi di materie prime e di prodotti, consegna

l’esperienza in una tradizione ininterrotta, è sempre presente, è fortemente

radicato, ancorché non sempre platealmente visibile e

percepibile. Suscita grande interesse pensare di poter mettere in

campo energie perché la scoperta coopti menti e mani per disvelare

elementi, per far espandere la conoscenza. L’archeologia e lo

scavo archeologico assommano strumenti da rendere disponibili,

da perfezionare e da utilizzare per l’opera scientifica, con prospettiva

sociale e culturale. Identificare un percorso che garantisca fondamento

e funzionalità per applicare i principi dello scavo con

costanza e ampia partecipazione è in programmi e disegni, che

particolari concomitanze ed eclatanti situazioni offrono per misurarsi

con interventi innovativi, che salvaguardino gli interessi del

patrimonio culturale fisico e dell’uomo che con esso coabita.

L’archeologia può lanciare una sfida: procedere in uno scavo senza

terra, in uno scavo virtuale, che individui gli elementi costitutivi del

paesaggio, rimuovendo i veli della conoscenza ricomponendo

pagine per una nuova lettura.


Le tracce lasciate dall’uomo, prepotenti o modeste, coesistono, rinserrano

dati, si modificano, si degradano, unite ai fattori della natura,

anch’essi modificatesi nel corso dei millenni, permangono in un contesto

individuale, ma soltanto parzialmente o settorialmente noto.

Indirizzare la ricerca in un ambito definito, anche per convenzionali

confini, articolarne le finalità, strutturare il processo delle conoscenze,

in una prospettiva di un progetto nuovo, garantisce l’indagine sul

paesaggio storico. Il rilevamento dello stato dei luoghi, la comprensione

degli elementi antropici e degli elementi naturali, la ricostruzione

dei frammenti, la tessitura dei rapporti tra cittadini e risorse, la

comparazione dei dati, l’informazione diffusa, compongono il progetto.

La redazione stessa del progetto intende superare i limiti dell’equiparazione

ed omologazione di interventi conclusi nella rispondenza

procedimentale. L’investimento culturale di un progetto di

ricerca sul paesaggio attraversa la fase di scomposizione dei fattori,

per identificarli, classificarli, estrarne i valori, renderli comprensibili,

tradurli in patrimonio di consapevolezza, rinsaldare i rapporti tra

l’uomo del passato e l’uomo del presente, assicurare un filo continuo

tra i beni culturali e naturali del territorio e i cittadini, in un processo

di riappropriazione e di legame fra le parti, che scelgono di stare

insieme, perché sono stati già insieme. Il monumento più evidente,

la minuta traccia ad esso connesso, il luogo ove è stato edificato, il

luogo ove si sono cavati i materiali per la costruzione, i campi che

sono stati coltivati, il luogo per le sepolture, il substrato che li ha

accolti, l’ambiente che li ha nutriti, coesistono ancora oggi, ancorché

mutati e trasformati.

Tutti gli elementi dell’uomo e della natura costituiscono contesto irripetibile,

riconoscibile nel paesaggio che oggi si percepisce, assimilabile

ad un cantiere della conoscenza.

Ma allora il percorso dello scavo virtuale ha scoperto il passato che

appartiene all’uomo che vive nel luogo, e quindi agli uomini che

vivono in quei luoghi, traducendo anche nel paesaggio conosciuto

espressioni di identità di popolo?

La Sardegna procede nel tracciare le linee del proprio futuro, dispone

di un patrimonio culturale notevole; il paesaggio dalla costa all’interno,

negli itinerari pluritematici, presenta e nasconde monumenti

eccezionali, invita alla ricerca, e restituisce i risultati di imprese compiute

ed in corso d’opera. Momenti favorevoli e progetti eccellenti

possono mettere in movimento emozioni e condurre letture nuove

del paesaggio anche con le ricostruzioni del passato, che appartengono

alle comunità che partecipano con ruoli da protagonisti.

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Direzione Generale per i Beni Archeologici

68

Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

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Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale per

i Beni Culturali e Paesaggistici

della Sardegna

Direttore Regionale

Paolo Scarpellini

Coordinamento

Sandra Violante

Via dei Salinieri, 20-22

09126 Cagliari

Tel. 070 34281

Fax 070 3428209

dirregsardegna@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici per le province

di Sassari e Nuoro

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Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna

Sorgono (NU). L’area monumentale di Biru ‘e Concas

Patrizia Luciana Tomassetti

area oggetto dell’intervento è riportata nella cartografia con il

L’ toponimo di Coa ‘e sa Mandara, ed è denominata Biru ‘e Concas,

così come alcune emergenze all’interno di essa. La regione storica è

quella del Mandrolisai, versante ovest del Gennargentu, e si estende

per circa 40 ettari. Vi si accede dalla provinciale che collega Sorgono

ad Ortueri in corrispondenza dell’incrocio per Austis, non distante

dall’importante complesso del santuario monumentale di San Mauro.

Dal punto di vista naturalistico l’area collinare è caratterizzata dalla

presenza predominante di lecci secolari da sughero. Tra le essenze

ad alto fusto si rileva la presenza di perastri, bagolari, querce e roverelle.

Le essenze arbustive ed erbacee sono quelle classiche del sottobosco

mediterraneo.

Le emergenze archeologiche sono costituite da una eccezionale

concentrazione di menhirs, isolati ed in allineamento, da strutture

abitative riconoscibili dall’affioramento degli elementi murari e dal

nuraghe denominato Biru ‘e Concas sul confine dell’area acquisita.

In tutta l’area sono riconoscibili sentieri naturali che si sono formati

con l’uso antropico, soprattutto legato all’allevamento del bestiame,

che hanno segnato il percorso ottimale. Percorrendo l’area si aprono

splendidi scorci di paesaggio, sulla valle sottostante, sulle cime di

monti su orizzonti vastissimi, sul vicino santuario di san Mauro, sui

vigneti; scorci così diversificati e suggestivi da caratterizzare l’area a

volte anche più delle stesse emergenze antropiche.

Infatti, da un primo impatto visivo e veloce dell’area nella sua globalità,

non traspare l’importanza delle emergenze archeologiche che vi

sono ubicate. La scala del paesaggio naturale predomina sulla scala

del manufatto umano e quest’ultimo nasce quasi in totale simbiosi

con l’ambiente che lo circonda e lo accoglie.

Il contesto ambientale dai connotati così spiccatamente naturalistici,

ha imposto lo studio di un intervento di valorizzazione calibrato, tale

da non compromettere le componenti del paesaggio ed in particolare

le componenti naturalistiche, storiche, archeologiche e più in

generale culturali.

Biru ‘e Concas, infatti, rappresenta un’area di grande interesse per

l’evidente semantizzazione del paesaggio stesso, cioè l’attribuzione

di significati simbolici al territorio, attuata dalle popolazioni preistoriche

con l’erezione dei menhir, e per la stratificazione della presenza

umana continua fino all’età storica.

Dentro “il luogo” odierno, percorrendolo e scrutandolo, si scoprono

i significati dell’uomo preistorico, con gli eccezionali monumenti

pervenuti alla società odierna in eredità.

Il progetto enfatizza i tre aspetti peculiari fortemente caratterizzanti

questo ambiente, che possono essere riassunti in archeologia, paesaggio,

natura, portandoli all’attenzione del visitatore che potrà

godere di questi aspetti ricevendo impulso e stimoli lungo i sentieri


adeguatamente attrezzati, si propongono tre percorsi tematici denominati:

il cammino delle pietre

il cammino delle sensazioni

il cammino della natura

che avranno tra loro punti di intersezione o tratti in comune. Il sistema

informativo enfatizzerà i tre aspetti rispettivamente dell’archeologia,

del paesaggio e della natura, sottolineando soprattutto i reciproci

condizionamenti. Lungo i percorsi saranno posizionati pannelli

esplicativi che intendono illustrare gli aspetti peculiari in aree specifiche

e significanti. È evidente che i temi individuati avranno punti

importanti di sovrapposizione in cui ognuno di loro partecipa alla

creazione dell’altro, così come l’emergenza archeologica e le essenze

arboree hanno determinato aspetti specifici del paesaggio così

quest’ultimo ha certamente condizionato le scelte nelle costruzioni

preistoriche oggi visibili.

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Direzione Generale per i Beni Archeologici

70

Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici della Toscana

Direttore Regionale

Mario Lolli Getti

Coordinamento per la comunicazione

Rosalba Tucci

Lungarno A.M. Luisa de’ Medici, 4

50122 Firenze

Tel. 055 27189750

Fax 055 27189700

dirregtoscana@beniculturali.it

Soprintendenza per i Beni

Archeologici della Toscana

Soprintendente

Fulvia Lo Schiavo

Via della Pergola, 65

50121 Firenze

Tel. 055 23575

Fax 055 242213

sba-tos@beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana

TOSCANA

Il paesaggio archeologico in Alta Valtiberina

Monica Salvini

All’origine del Progetto stanno la redazione di una Carta del

Rischio Archeologico e uno scavo stratigrafico.

La prima è stata elaborata per il Piano Strutturale del Comune di

Anghiari dalla Cooperativa Archeologia di Firenze, sotto la Direzione

Scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della

Toscana, che ha disposto anche le prescrizioni per le Norme attuative

del Piano; il secondo, condotto dalla stessa Soprintendenza e

situato in località Le Vignacce ad Anghiari, interessa un complesso di

epoca romana, impostato tra I secolo a.C. e I d.C. con continuità di

vita fino al V secolo d.C.

La possibilità di disporre di una carta di distribuzione dei ritrovamenti

archeologici e di un scavo stratigrafico permetterà di tentare

di ricostruire la forma e le potenzialità economiche del territorio,

trovando i due strumenti tra loro stessi motivazione e spiegazione.

Per questo settore della lunga valle del Tevere la particolarità di non

poco conto è la qualità del Paesaggio come, già nel I secolo d.C., ci

testimoniava Plinio.

C. PLINIUS DOMITIO APOLLINARI SUO S.

“[...] Regionis forma pulcherrima. Imaginare

amphitheatrum aliquod immensum, et quale

sola rerum natura possit effingere. Lata et

diffusa planities montibus cingitur, montes

summa sui parte procera nemora et antiqua

habent. […] Prata florida et gemmea trifolium

aliasque herbas teneras semper et molles

et quasi novas alunt. Cuncta enim

perennibus rivis nutriuntur; [...]”

PLINIO A DOMIZIO APOLLINARE

“[...] L’aspetto della zona è bellissimo. Immagina

una sorta di anfiteatro immenso, quale solo la

natura può creare. Una valle ampia e pianeggiante

cinta da monti che recano sulle loro

sommità alte e antiche foreste. Prati pieni di fiori

fanno crescere di continuo le gemme del trifoglio

ed altre erbe tenere e sempre fresche. Tutti

essi infatti sono alimentati da corsi d’acqua

perenni; [...]” (Plinio, Epist. V, VI)


Ancora oggi, salvo qualche impianto industriale e una sistemazione

agraria che ha solo in parte modificato l’ordinamento agrario, il paesaggio

è rimasto integro e confrontabile con quello antico. Si possono,

infatti, ancora leggere sul terreno i ‘segni’ lasciati dal passaggio

dell’uomo, dagli avvenimenti storici, dall’uso del suolo, ma anche

quelli lasciati dagli eventi naturali, come le variazioni climatiche o le

alluvioni, spesso causate, di nuovo, dall’uomo che deforestò le montagne

o, a causa dell’abbandono in epoca tardoromana dei territori

di pianura, sospese le operazioni di regimazione delle acque provenienti

dalle alture che circondano la piana tiberina.

Si è pensato di procedere con un progetto-quadro più generale e

con un progetto-pilota da svolgere su un settore del territorio più

limitato.

Il progetto-quadro si articola in una serie di insiemi, espressione dei

temi che, per ciascuna epoca, possono essere affrontati. La necessità

di porsi, preliminarmente e ‘a priori’ dei temi di ricerca deriva dalla

necessità di comprendere, sulla base dei dati ad oggi a noi noti, il

contesto nel quale ciascun ritrovamento trova posto e di leggere diacronicamente

il territorio. D’altra parte, è quasi certo che la ricerca

aprirà problemi e mostrerà aspetti oggi impensabili, ma che potranno

essere esaminati in corso d’opera.

Gli insiemi ruotano attorno al tema dominante che è l’ambiente e il

paesaggio storico-archeologico. Il tema è, nello stesso tempo, base

di partenza e di arrivo del progetto che prende spunto e troverà

esito anche nel Piano Paesaggistico in corso di approvazione tra

MiBAC e Regione Toscana.

Si utilizza il mito di Ercole per studiare e seguire i movimenti delle

popolazioni locali e allogene che, seguendo tragitti montani e vallivi,

percorrevano la Penisola lungo la dorsale appenninica, in direzione

Nord Sud, e l’attraversavano raggiungendo i due mari.

Il mito greco: Eracle

italico: Ercole

I percorsi trans-apenninici

La transumanza

I santuari legati alle risorse idriche e alla viabilità

I toponimi

Gli oggetti

I depositi votivi

I santuari

I materiali dispersi

La ricerca delle risorse

I monti Rognosi (ferro, rame)

IL PAESAGGIO ARCHEOLOGICO IN ALTA VALTIBERINA

EPOCA PRE-ROMANA

PREISTORIA

L’AMBIENTE E IL PAESAGGIO

Se l’ambiente è l’aspetto naturale dei luoghi, prima che l’uomo

iniziasse a intervenire modificandolo, il paesaggio è il risultato

dell’azione e dell’industria umana. Ciò avviene, in particolare,

con l’avvento dell’agricoltura che, in Alta Valtiberina, può essere

documentata dalle fasi tarde del Neolitico.

Le risorse

Il clima

La pianura

Il Tevere e il suo corso

Gli spostamenti dell’alveo

Le alluvioni e i sedimenti

I Monti Rognosi

I metalli

Le miniere

Le officine e le industrie

EPOCA MODERNA

EPOCA ROMANA

In assenza di un quadro esatto della sistemazione territoriale in

epoca romana per l’alta Alta Valtiberina, si prende avvio dai materiali

dispersi sul territorio per tentare di ricostruire la centuriazione tra I

secolo a.C. e I secolo d.C. nella piana. Lo scavo presso Le Vignacce

focalizza l’attenzione sul sistema di ville e insediamenti pedemontani

della Valtiberina.

I limiti del municipium di Tifernum Tiberinum

I limiti della Regio VI (Umbria) e VII (Etruria)

Le tracce della centuriazione

I toponimi

La viabilità

I confini

Gli oggetti come ‘segni’ del paesaggio costruito

Gli insediamenti e le necropoli dalla Carta Archelogica

La Carta del Rischio Archeologico

Le risorse

Il paesaggio archeologico in relazione al corso del Tevere e agli altri

fiumi/torrenti non più esistenti

Lo scavo delle Vignacce

Il sistema delle ville e degli insediamenti produttivi

L’attività di scavo

EPOCA TARDOANTICA-ALTOMEDIOEVALE

I materiali dispersi (oggetti, sculture) sul terreno e raccolti presso

chiese e provati, ma anche le chiese con le loro dedicazioni

distribuite sul territorio dell’Alta Valtiberina parlano del confronto

e coesistenza di Bizantini (arroccati a Tifernum/Città di Castello)

e dei Longobardi, ad Arezzo. Il successivo confine tra le due

diocesi testimoniava fino agli inizi del XVI secolo (quando viene

creata la Diocesi di Sansepolcro) la presenza dei due gruppi che

si scontrarono nel VI e VII secolo per il predominio sull’Italia.

I confini della loro presenza

I confini della Diocesi

Le testimonianze

I toponimi

I documenti

La scultura

Gli oggetti

I modelli di popolamento tra epoca tardoantica e altomedievale

Il paesaggio archeologico in rapporto col Tevere e gli altri fiumi,

anche non più esistenti

Le risorse

EPOCA A MEDIOEVALE

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72

Dallo studio dell’ambiente naturale (o perlomeno come oggi si percepisce),

caratterizzato in Valtiberina da più unità territoriali (ad

esmpio, le valli fluviali più o meno ampie a carattere torrentizio, i

sistemi montuosi e collinari con caratteristiche proprie, tra le quali la

presenza di valichi agevoli o la ricchezza di minerali utili all’industria

umana sui Monti Rognosi, o le prime pendici della dorsale appenninica

centrale), è possibile formulare uno studio dell’ambiente

umano, attraverso la raccolta di testimonianze letterarie, storiche,

archeologiche necessarie alla ricostruzione del paesaggio storicoarcheologico,

così come si è venuto configurando a seguito della

presenza dell’uomo, testimoniata sui Monti Rognosi e sui residui fossili

della valle pleistocenica – riconoscibili nella dorsale compresa tra

le valli del Tevere e del Sovara, fin dal Paleolitico Inferiore. Sebbene

l’agricoltura e l’allevamento dovettero essere praticati in Valtiberina e

lungo il corso superiore del Tevere fin dalle fasi tarde del Neolitico, la

prima sistemazione agraria della piana avvenne in epoca tardo-repubblicana

e, poi, imperiale romana. Le coltivazioni di vite e olivo dovettero

incidere sulla produzione locale, come ci attestano fossili-guida,

quali le anfore ritrovate presso la c.d. Villa di Plinio a San Giustino.

Forse la compresenza in quest’area di Bizantini e Longobardi non

comportò alcun intervento sul paesaggio (passava, infatti, da questa

valle il confine tra le due posizioni contrapposte), mentre, sicuramente,

le bonifiche e le sistemazioni agrarie condotte in occasione

delle prime occupazioni monastiche (Vallombrosani ad Anghiari)

dovettero influire sul paesaggio. Nel Medioevo, tra XII e XIII secolo,

si assistè anche alla deviazione del corso del Tevere tra i Comuni di

Anghiari e Sansepolcro; tale variazione è, oggi, assai influente sulla

lettura delle tracce archeologiche e sul paesaggio storico che, naturalmente,

doveva presentarsi ben diverso fino a tale epoca. Si pensi

soltanto al sistema dei mulini che, oggi, è rimasto come memoria

concreta dell’antico corso del fiume posto sul Fosso di Rimaggio,

forse residuo dell’antico Tevere.

Già fermandosi a quest’epoca, senza voler procedere fino alle sistemazioni

granducali, appare evidente come lo studio delle tracce

archeologiche, associate alle fonti storiche e alle prospezioni geologiche,

possono contribuire alla lettura del paesaggio di fondovalle.

Tuttavia, la Valtiberina non esaurisce le sue peculiarità nella fertile e

amena pianura. Essa, probabilmente, ebbe vocazione di area di transiti

e scambi fin dalla preistoria, proprio in considerazione della sua

posizione al centro della Penisola, dall’essere percorsa dall’importante

via d’acqua del Tevere in direzione nord-sud, dal trovarsi sulla

direttrice che, attraversando gli Appennini ai passi di Viamaggio,

Bocca Serriola e Bocca Trabaria, poneva in collegamento i versanti tirrenico

e adriatico, e possedendo nel suo territorio ricchezze minerarie

(ferro, rame, in piccolissima percentuale oro) provenienti dai

Monti Rognosi. Le prime testimonianze in tal senso risalgono all’

Eneolitico; fu attraversata, poi, in epoca preromana da percorsi

appenninici utilizzati come collegamenti commerciali e culturali; fu

via di penetrazione per gli eserciti (forse, già i Galli nel IV secolo per


giungere da Arezzo a Roma e durante la Seconda Guerra Punica); fu

solcata da grandi vie romane consolari (per tutte la via Ariminiensis

che collegava Arezzo a Rimini); fu, infine, divisa tra Bizantini e

Longobardi.

All’interno del progetto-quadro si pone un primo progetto riguardante

l’area nord-orientale della Alta Valtiberina ricadente interamente

nel territorio del Comune di Anghiari; esso è ancora in corso di

definizione tra la Soprintendenza, gli Enti locali, le strutture private e

cooperative operanti sul territorio e alcuni Istituti Universitari, ma già

si configura come progetto pilota interattivo e multidisciplinare il cui

scopo sarà quello di ricostruire la stratificazione del paesaggio attraverso

i dati storici, archeologici, paleoambientali, cartografici, e suo

compito porre in relazione tra loro tutti coloro che variamente investono

sul progetto al fine della tutela, valorizzazione, fruizione e

gestione del territorio, anche con un approccio innovativo che tenga

conto dei nuovi mezzi di comunicazione, i quali saranno utilizzati

per presentare non solo alla comunità locale, ma anche al più vasto

pubblico disponibile, il progetto e le fasi di realizzazione in corso

d’opera.

I due obbiettivi avranno una prima verifica con una mostra degli

oggetti recuperati sul territorio e con la gestione aperta a contributi

esterni, nell’ottica della creazione di una serie di aree archeologiche

all’aperto da dare in gestione all’esterno.

La lettura del paesaggio antico, oltre che un valido supporto alla

comprensione dei mutamenti idro-geologici e agrari-storici, si pone

nell’ottica della migliore comprensione della realtà ambientale odierna

e, ai fini della tutela archeologica, per predisporre delle linee

guida di uso del territorio nei Piani strutturali comunali e sovracomunali.

L’indicazione di una gerarchia di rischio archeologico per chi

deve concedere i permessi urbanistici, se inserita in un quadro paesaggistico

storico, sarà, forse, meglio accettata e condivisa. La ricostruzione

del paesaggio archeologico, senza niente togliere alla

necessità di sviluppo urbano e industriale, aiuta, inoltre, a disporre

del territorio in un momento che, a seguito del declinare della crescita

industriale, dovrà trovare una nuova vocazione.

73


Direzione Generale per i Beni Archeologici

74

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria

Direttore Generale

Stefano De Caro

Via di San Michele, 22

00153 Roma

Tel. 06 58434600

Fax 06 58434750

infoarcheo@archeologia.beniculturali.it

Direzione Regionale

per i Beni Culturali

e Paesaggistici dell’Umbria

Direttore Regionale

Francesco Scoppola

Coordinamento per la comunicazione

Silvana Tommasoni

Piazza IV Novembre, 36

06121 Perugia

Tel. 075 5750631

Fax 075 5720966

dirregumbria.info@beniculturali.it

Soprintendenza per i

Beni Archeologici dell’Umbria

Soprintendente

Mariarosaria Salvatore

Piazza Partigiani, 9

06121 Perugia

archeopg@arti.beniculturali.it

Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria

UMBRIA

Il paesaggio archeologico di Spoletium

Liliana Costamagna

La Regione Umbria ha avviato negli ultimi anni attività di studio e

ricerca allo scopo di definire le linee guida per la verifica e l’adeguamento

degli strumenti di pianificazione paesaggistica PUT e PTCP,

ed in generale per la gestione del paesaggio ai diversi livelli di governo

del territorio. È stato definito un percorso metodologico che ha

condotto ad una definizione dei caratteri identitari del paesaggio

umbro seguito da una sperimentazione operativa degli indirizzi

metodologici su ambiti territoriali locali.

Il territorio del Comune di Spoleto è stato individuato come sede di

sperimentazione locale del metodo di lettura, valutazione e definizione

degli obiettivi per il paesaggio e della possibile disciplina del

paesaggio nella pianificazione ordinaria.

Il vasto territorio compreso amministrativamente nel Comune di

Spoleto rappresenta un esempio straordinariamente articolato e

completo di paesaggio archeologico. L’esperienza di pianificazione

legata alla fondazione della colonia latina di Spoletium nel 241 a.C.

ha indelebilmente connotato questo territorio attraverso le tracce

materiali di un progetto organico la cui valenza territoriale è dimostrata

dal suo perpetuarsi attraverso i secoli. Le gravi manomissioni

subite negli ultimi decenni impongono di definire strategie di tutela

e di consapevole considerazione della sua validità.

Il carattere qualificante e specifico di questo territorio è la relazione

inscindibile tra i boschi sacri e la campagna coltivata, tra le aree “marginali”

e quelle “a forte pressione antropica”.

La presenza di boschi sacri in epoca romana nel territorio di

Spoletium è ben nota grazie in primo luogo alle eccezionali testimonianze

epigrafiche che vi sono state rinvenute.


Nel mondo romano il lucus (in latino arcaico: loucos) era un bosco

a cui veniva attribuito un carattere sacro e che come tale era dedicato

a una divinità ed era soggetto a particolare tutela. Il riconoscimento

della sacralità di un bosco era strettamente correlato alla percezione

collettiva della sua importanza, compresa la necessità di salvaguardarlo

dal disboscamento dissennato al fine di mantenere l’equilibrio

idrogeologico complessivo del territorio.Ma il ricordo dei

molti luci che proteggevano e marginavano le risorse agrarie dell’antica

colonia latina di Spoletium è giunto a noi attraverso i nomi evocativi

mantenuti dai luoghi. Con il Cristianesimo gli antichi culti sono

sostituiti da santi che nel loro nome tradiscono il sovrapporsi su luoghi

sacri precristiani. Le tracce degli antichi luci intorno a Spoleto

sopravvivono nella toponomastica: Monteluco e Madonna di Lugo in

primo luogo, ma anche le ripetute attestazioni di S. Silvestro, S.

Silvano e S. Quirico, e ancora Madonna della Selvetta e Selva Santa.

Nel nome di San Quirico, associato presso Morgnano a San Silvestro,

traspare il nome stesso della quercia (quercus) sacra a Giove.

Il carattere sacro del fitto bosco che riveste il Monteluco, la montagna

che domina Spoleto, si è perpetuato attraverso l’età medievale fino ad

oggi nei vari eremi situati alle pendici e nella presenza francescana tuttora

presente. La dedica a San Silvestro di due chiesette, erette sui due

versanti della montagna, entrambe in relazione a strutture risalenti ed

epoca romana, sembra provare che questo bosco ebbe una connotazione

sacra già in antico e non solo in età più tarda, in relazione agli

insediamenti eremitici che caratterizzarono la montagna.

Una testimonianza eccezionale della presenza di boschi sacri e delle

norme che ne regolavano la conduzione sono i due famosi cippi rin-

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venuti ai margini settentrionali del territorio spoletino dall’archeologo

Giuseppe Sordini (1853-1914). I due cippi, come è noto, riportano

in lingua latina arcaica e in due versioni, tra loro molto simili, il testo

di una legge promulgata per difendere da manomissioni i boschi

sacri dedicati a Giove. La trascrizione della legge su un cippo di pietra

apposto verticalmente sul limitare del bosco la rendeva di pubblica

conoscenza, scongiurando la profanazione del luogo sacro.

Entrambi i cippi, oggi esposti nel Museo Archeologico di Spoleto,

sono semplici parallelepipedi di calcare rosato di provenienza locale.

L’iscrizione occupa entrambi i lati principali e nel cippo A le lettere

terminali di alcune righe risvoltano anche sui lati brevi. Il cippo A

venne rinvenuto murato in una proprietà dello stesso Sordini, ubicata

in località San Quirico, sui colli a NW di Spoleto. Il cippo B fu scoperto,

sempre dal Sordini, nel 1913, murato nella parte superiore

dell’antica chiesa di Santo Stefano delle Picciche. Per le caratteristiche

epigrafiche e glottologiche le iscrizioni sono riferibili alla seconda

metà del III sec. a.C. In ogni caso devono essere collocate dopo

il 241 a.C., anno in cui nel sito dell’antico centro umbro i Romani fondarono

la colonia di diritto latino di Spoletium.

In entrambe le iscrizioni la tutela del bosco è affidata ad un magistrato

incaricato di vigilare sui sacrifici di espiazione e di riscuotere le

multe previste dalla legge per i trasgressori. Il magistrato (dicator) è

probabilmente uno dei due praetores che costituivano le massime

autorità della colonia e che avevano dedicato il bosco alla divinità.

La dedica di boschi sacri sulle pendici montane intorno a Spoleto

entro pochi anni dalla fondazione della colonia è da mettere certamente

in rapporto con il progetto generale di pianificazione territoriale

e di ripartizione agraria della piana coltivabile, effettuato contestualmente

alla fondazione della colonia.

La piana spoletina, già sede di un grande bacino lacustre in età pliocenica,

è particolarmente ricca di acque che defluiscono nel torrente

Marroggia e nei suoi affluenti. Per l’elevato apporto detritico di

questi torrenti la piana tende all’impaludamento qualora non si inter-


venga con una oculata gestione della copertura boschiva delle pendici

montane e con opere di bonifica e di regimazione delle acque.

Lo scrittore latino Cassiodoro riferisce di un intervento di bonifica

promosso dal re ostrogoto Teodorico (inizi del VI secolo), intervento

che viene tradizionalmente localizzato a Madonna di Lugo dove,

al centro di una depressione, è un piccolo stagno perfettamente circolare

con un canale di deflusso che corre in parte sotterraneo, in

una conduttura coperta a volta.

L’assetto idrografico della piana spoletina fu chiaramente percepito

dai Romani i quali con la fondazione della colonia nel 241 a.C., intesero

sfruttare al meglio le risorse agricole offerte da questo territorio

e provvidero pertanto a pianificarne lucidamente la gestione.

Attraverso le tracce residue individuabili ancora oggi nelle suddivisioni

dei campi è possibile riconoscere il vasto progetto di assegnazione

ai coloni del territorio acquisito, che venne suddiviso in poderi

di dimensioni regolari e prestabilite. La suddivisione fu basata su

alcuni assi principali, regolari e paralleli individuabili come decumani,

orientati NE/SW e scanditi da serie di assi ortogonali, definiti in

maniera meno sistematica. Il progetto unitario e omogeneo di pianificazione

risulta esteso da Poreta (al limite NE) a Santo Chiodo (al

limite SW) per una lunghezza complessiva di quasi 10 km.

L’orientamento fu dettato dalla scelta ottimale delle linee di pendenza

per assicurare il migliore deflusso delle acque, individuando al

contempo l’impostazione progettuale che meglio si adattava alla

conformazione del territorio da suddividere. La suddivisione sembra

rispondere a quella definita dagli autori latini per strigas et scamna,

dove le partizioni dei campi non sono segnate da strade, muri ecc.,

ma con rigores, linee ideali congiungenti i cippi confinari, destinate

per ciò stesso a conservarsi meno nel tempo. Le partizioni ancora

leggibili corrispondono a multipli di 70,96 m, corrispondenti a 2

actus, la misura base delle partizioni agrarie romane, e rappresentano

quindi multipli del singolo podere assegnato, che era di 4 actus

quadrati, cioè di 1 heredium (pari a 0,504 ettari). L’asse principale

del progetto, probabilmente il decumanus maximus, sembra

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potersi individuare nella lunga strada rettilinea che da Poreta giunge

presso San Giacomo, al quale corrisponde, al limite Sud del progetto,

un asse parallelo che dalla sponda sinistra del torrente Tessino si

incunea nella valle del Marroggia e arriva fino alla vecchia fermata ferroviaria

di Morgnano. Questo progetto di suddivisione agraria non

tenne conto del ventaglio di percorsi stradali, di origine preromana,

che si dipartivano da Spoleto, ma si sovrappose ad essi e la definizione

dei limiti dei poderi assegnati ne fu condizionata in minima

parte. Solo nel settore a Nord di Protte e a Ovest del lungo rettifilo

della Flaminia antica, che da Spoleto muove in direzione Nord, le

partizioni dei campi, scandite da strade in senso Est/Ovest, sembrano

presupporre l’esistenza di questo tracciato.

La suddivisione agraria si materializzò sul terreno sia nei limiti dei

poderi assegnati, sia nelle necessarie strade di distribuzione e di

accesso, alcune delle quali ancora in uso, orlate di lunghi filari di

splendide querce che costituiscono il tratto caratteristico della campagna

spoletina.


SICILIA

Nasce dal mare una nuova Soprintendenza

Angela Accardi

La Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, nata nel 2004, è

un caso unico in Italia ed è stata creata sul modello della Ephoria

Archeologica greca, il solo esempio esistente in Europa. Ma la

Soprintendenza del Mare non è stata destinata ad occuparsi unicamente

degli aspetti archeologici: temi come l’ambiente e l’antropologia

legati al patrimonio culturale marino siciliano sono obiettivi di ricerca

assolutamente nuovi, che la pongono in una situazione di primato europeo.

I suoi compiti istituzionali sono di ricerca, protezione e valorizzazione

del patrimonio sommerso della Sicilia: oltre ai reperti archeologici,

sono oggetto di studio rotte e commerci antichi e moderni, riti e credenze,

superstizioni e mestieri del mare, paesaggi costieri e sottomarini.

La Soprintendenza è costituita da operatori subacquei, archeologi,

etnoantropologi, naturalisti, ingegneri, architetti, geologi, ricercatori

bibliografici, geometri, fotografi e video-operatori, informatici e disegnatori,

ed ha già effettuato numerose ricerche recuperando reperti di

epoche diverse, ed istituendo aree protette in situ. Uno dei primi progetti

è il “Progetto Egadi”, ideato con lo scopo di raggiungere un

importante risultato scientifico: la ricerca e lo studio delle navi partecipanti

alla battaglia delle Egadi (241 a.C.) durante la 1° guerra punica.

L’esplorazione dei siti, realizzata con sommozzatori ed altre tecnologie

d’avanguardia – ROV, Side Scan Sonar, Multibeam, Sub Bottom Profiler

– ha permesso di ottenere dati per la ricerca scientifica utili anche per

l’istituzione di itinerari subacquei guidati. A nord di Capo Grosso a

Levanzo è stato individuato il luogo dove le navi romane sferrarono l’attacco

finale contro la flotta cartaginese: numerose ancore giacciono

nella loro posizione originale e costituiscono un interessante itinerario

sottomarino guidato. Poco distante un altro percorso guidato è disponibile

a Cala Minnola, dove si si può visitare un antico relitto con il suo

carico di anfore. Qui è stato installato il primo sistema di telecontrollo:

i turisti che non si immergono possono effettuare una visita virtuale

grazie ad un sistema di telecamere che trasmettono le immagini dal

fondo del mare sullo schermo situato presso il Comune di Favignana.

Assessorato Beni Culturali e Ambientali e P.I.

Dipartimento Beni Culturali ed E.P - Soprintendenza del mare

Soprintendenza del mare

Soprintendente

Sebastiano Tusa

Palazzetto Mirto

Via Lungarini, 9

90133 Palermo

Tel. 091 455142

Fax 091 6230821

urp.sopmare@regione.sicilia.it

79


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A Pantelleria, nella Cala Gadir, è stato installato un altro sistema di telecontrollo

sul percorso archeologico: le telecamere mobili mandano le

immagini ad un sito Internet dedicato, ed un più vasto pubblico,

comodamente seduto davanti al proprio PC, può effettuare la visita virtuale

24 ore su 24. Altri itinerari subacquei sono stati realizzati lungo

le coste della Sicilia e nelle isole minori, e delle apposite guide plastificate

sono state realizzate per guidare i subacquei sui siti. L’attività

culturale della Soprintendenza prevede la partecipazione alle più

importanti esposizioni nazionali ed internazionali nei settori dell’archeologia

e delle attività subacquee, e l’organizzazione di conferenze,

seminari e workshops. Due importanti conferenze, organizzate

a Palermo e Siracusa nel 2001 e nel 2003, hanno contribuito al

dibattito sulla Convenzione UNESCO per la Protezione del

Patrimonio culturale sottomarino del Mediterraneo, firmata a Parigi nel

novembre 2001. Nel quadro della protezione del patrimonio culturale

mediterraneo, è stata avviata una campagna di ricerca archeologica

in Libia, nelle acque di Ras al Hilal, dove è stato rinvenuto il relitto

di una fregata veneziana armata di 31 cannoni perduta durante la

guerra di successione di Spagna (1702); in Turchia è iniziato lo studio

del porto sommerso dell’antica città greca di Kyme Eolica. Il

programma didattico della Soprintendenza si realizza in corsi di formazione

destinati ai professori ed ai loro alunni su temi archeologici ed

antropologici. Gli archeologi spiegano la storia e le tecniche dell’archeologia

subacquea, poi le classi partecipano alla simulazione di un cantiere

sottomarino allestito in acque protette. Guardando il fondo del

mare dalla barca attraverso batiscopio i ragazzi assistono alle varie fasi

dello scavo, oppure direttamente dalla superficie del mare – con

opportuna assistenza e la protezione di muta, maschera e pinne – vivono

un’esperienza diretta osservando il lavoro dei subacquei. Il corso

antropologico prevede invece la partecipazione delle classi a laboratori

di mestieri tradizionali del mare: decorazione di barche da

pesca, fabbricazione di corde, cerimonie, riti e credenze dei pescatori

e dei marinai. Una maniera semplice ed efficace di insegnare alle

nuove generazioni la conoscenza, il rispetto e la salvaguardia del

patrimonio culturale sottomarino della Sicilia. Campi-scuola di

archeologia subacquea sono inoltre organizzati annualmente a livello

universitario per studenti e laureati, che sono ammessi a partecipare

a scavi selezionati (Pantelleria Scauri, Ustica, S.Vito Lo Capo).


VALLE D’AOSTA

I cantieri archeologici nella città di Aosta:

tutela e valorizzazione

Alessia Favre

Nell’ambito della attività istituzionali di tutela e valorizzazione del

Dipartimento Soprintendenza per i beni e le attività culturali,

sono stati programmati i lavori di indagini archeologiche su due piazze

cittadine di Aosta, Piazza Giovanni XXIII e Piazza Roncas. Le indagini

attualmente in corso, suddivise in lotti successivi secondo una

programmazione pluriennale e finalizzate alla ricerca scientifica,

hanno permesso di documentare e ricostruire i processi formativi dei

depositi archeologici stratificati che dall’epoca romana giungono

fino ai giorni nostri, confermando che l’importanza del contesto

urbano si è mantenuta inalterata nel corso dei secoli. L’area corrispondente

all’attuale Piazza Giovanni XXIII infatti si connotava in

epoca romana come parte integrante del complesso forense di

Augusta Praetoria, fulcro della vita della città antica, e si è successivamente

trasformata in area funzionale al principale edificio di culto

cristiano della città, il complesso episcopale. A poche centinaia di

metri di distanza si trova Piazza Roncas, sede di una della porte urbiche

che in epoca romana davano accesso alla colonia. Va sottolineato

che oltre alla finalità principale della tutela, gli interventi in questione

si pongono anche l’obbiettivo di acquisire i dati necessari a formulare

un progetto di riqualificazione urbanistica completo ed esaustivo

che tenga conto delle testimonianze archeologiche presenti nel

sottosuolo e dell’importanza storica delle due piazze, finalizzato alla

valorizzazione e alla promozione turistico-culturale dell’intera zona

cittadina. L’archeologia si delinea quindi quale risorsa al servizio dei

cittadini, forma di conoscenza e tutela del proprio patrimonio culturale,

necessaria per giungere successivamente alla valorizzazione e

alla fruizione pubblica. In quest’ottica di pensiero, all’interno di un

più articolato discorso sulla necessità di dialogo tra tutela e valorizzazione,

sono stati proposti dalla Direzione restauro e valorizzazione,

nell’estate 2007, i cosiddetti cantieri evento, iniziativa finalizzata

a favorire la presa di coscienza da parte della cittadinanza dell’attivi-

Assessorato Istruzione e Cultura

Soprintendenza per i Beni e le attività Culturali

Direzione restauro e valorizzazione

Direzione restauro

e valorizzazione

Direttore

Gaetano De Gattis

Piazza Roncas, 12

11100 Aosta

Tel. 0165 275904

Fax 0165 275948

g.degattis@regione.vda.it

Soprintendenza

per i Beni e le Attività Culturali

Soprintendente

Roberto Domaine

Piazza Narbonne, 3

11100 Aosta

Tel. 0165 272708

Fax 0165 272666

r.domaine@regione.vda.it

81


Ideazione e coordinamento

del progetto:

Gaetano De Gattis

Alessia Favre

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tà svolta dalla Soprintendenza e a ingenerare spunti di riflessione nei

confronti di una tematica, finora oggettivamente poco conosciuta ai

non addetti ai lavori, come quella dei beni archeologici. Entrando

nello specifico del progetto il cantiere archeologico di piazza

Roncas è stato reso fruibile attraverso un percorso di visita sicuro

dove un gruppo di archeologi, gli stessi incaricati delle attività di

ricerca, ha fornito ai visitatori, con l’aiuto di un apparato divulgativo

predisposto in loco, costituito da pannelli didattici, gli strumenti per

comprendere la metodologia propria dell’indagine archeologica,

con particolare riferimento allo scavo eseguito in contesto urbano e

illustrato quanto emerso dalle indagini archeologiche in corso. Nella

seconda piazza invece è stata proposta una performance teatrale,

che rivisitando un’opera della tradizione classica, il Simposio di

Platone, ha visto coinvolti giovani artisti locali di differente formazione

ed esperienza nell’intento di valorizzare il patrimonio letterario e

archeologico attraverso l’interazione di teatro, immagini e musica nel

contesto dello scavo archeologico. Entrambe le attività sono state

condotte per un fine settimana (2 giorni) e hanno registrato la presenza

di circa 2000 persone in ogni sito. Questa iniziativa risulta particolarmente

adatta a testimoniare la possibilità di fruizione turistica del

patrimonio archeologico, in modo ancora più particolare trattandosi,

nel caso specifico di patrimonio archeologico in corso di studio.

Azzardiamo il termine di fruizione in corso d’opera. Questo progetto

testimonia come le due attività proprie di una Soprintendenza

archeologica, la tutela e la valorizzazione, possano coesistere in termini

non reciprocamente limitativi, ma assolutamente complementari,

l’una rivolta alla tutela in ambito conservativo, l’altra finalizzata ad

una fruizione pubblica più consapevole ed allargata del patrimonio

culturale. Senza dimenticare che la mission della Soprintendenza è la

tutela, si è resa la popolazione partecipe delle operazioni scientifiche

svolte, comunicando ciò che l’istituzione sta facendo. Nella consapevolezza

che uno scavo in contesto urbano è il più delle volte

inteso dalla comunità come dispendioso e inutile ai fini del pubblico

godimento, si sono forniti gli strumenti culturali per comprendere

non solo le logiche che portano dalla tutela alla valorizzazione, ma

l’importanza del paesaggio nascosto. Il cantiere evento garantisce il

dialogo con la maggior parte dei cittadini con i quali altrimenti un dialogo

non sarebbe possibile. Fruire un sito archeologico permette alla

comunità di riappropriarsi di un passato nascosto, fruire un sito in

corso d’opera garantisce al pubblico di sentirsi parte in causa nei lenti

processi di tutela del bene culturale. Allora la diffidenza di trasforma

in voglia di sapere e la voglia di sapere in consapevolezza dell’unicità

e irriproducibilità del proprio patrimonio. La tutela diventa indiretta e

dialoga con la valorizzazione. Ecco perché attività di tipo divulgativo

(supporti didattici, visite guidate, fino a giungere a performance teatrali

e allestimenti divulgativi e ricostruzioni virtuali) sebbene comportino

sforzi economici notevoli, rientrano nei compiti degli istituti

culturali: la diffusione della cultura è un obbligo etico oltre che istituzionale.


Iter progettuale per il Sito Archeologico

di Tusculum

Maria Elena Marani

Il Restauro come Finalità e Metodo

Il restauro del paesaggio ripercorre le fasi e le ritmiche colturali avvicendatesi

nel tempo (analisi catastale) ricomponendo l’identità dei

luoghi nelle epoche (verde antropico e verde naturale).

La reintegrazione deve essere minimale, ma riconoscibile e con il

rispetto dei valori coloristico, formale (trame e tessiture), dimensionale

(portamento) e di caratterizzazione dei luoghi.

Iter progettuale

L’ elemento ordinatore

Esemplifica l’effetto antropico sul paesaggio, ma dove il luogo conserva

la sua caratteristica di naturalità, si deve lasciare che la natura

irrompa generando un proprio ordine apparentemente casuale ma

dominante. In presenza dei ruderi, la natura si frammenta e ne evoca

la caducità, mentre per contro, il rudero accoglie in se la natura e

confluisce in essa.

Finalità

Il restauro del paesaggio di Tusculum è proposto con:

l’individuazione del perimetro del parco, la localizzazione di accessi,

percorsi e punti panoramici; nonché visioni ed immagini esemplificative

dell’assetto e delle sistemazione delle aree verdi.

Sviluppo

Lettura del paesaggio: si articola su un arco temporale che va dal

1818 allo stato attuale, abbracciando le analisi catastale, paesaggistica

ed archeologica.

Sintesi

Studio del paesaggio fisiografico suddiviso in: inquadramenti elementari

di paesaggio, sue unità elementari e zone di omogeneità.

Studio della realtà percettiva del territorio, storicamente riguardate.

Il tutto fra il 1818 e lo stato attuale.

Università di Roma “La Sapienza”

Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”

Tesi di laurea del corso

di Restauro dei Monumenti

Prof. Paolo Francelli

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METODI

Aspetto archeologico

Esso s’incentra sull’impatto indotto sul rudero e proponendone la conservazione

sia delle rovine sia dei siti su cui queste insistono; il “Parco

archeologico” ha l’estensione di quasi 70 ettari; cronologicamente

abbraccia gli anni dal 1500 al 1994. Si segnalano: 1500 - A. da Sangallo

il Giovane; 1800 - L. Bonaparte; 1825 - L. Biondi e successivamente L.

Canina; 1859 - Campana; 1867 1887 - ancora il Canina; 1900 - F. Grossi

Gondi, Th. Ashby, T. Garnier, L. Reina; 1930 - G. Tomassetti e Mac

Gracken; 1952/1957 - M.Borda; 1994 - La Scuola Spagnola.

Aspetto naturalistico

Aspetto geo-morfologico e geognostico

L’aspetto tuscolano è la risultante della vegetazione dei Colli Albani,

delle sue ville storiche e della morfologia del vulcanismo laziale.

Aspetti idrologeologici

L’idrologia è distinguibile per aree: l’area orientale (l’Aniene); i fossi

dell’apparato laziale.

Aspetto antropico

Antiche colture agricole ed agresti; residui di privilegi storici e

medievali; piccole proprietà.

Le specie vegetali caratteristiche del paesaggio sono: essenze indigene

di valore ornamentale;

essenze di frutto di valore ornamentale; essenze acclimatate nel paesaggio

agrario ed urbano;

essenze allogene (etniche) di valore ornamentale.

Cartografia ed elaborati grafici

Analisi catastale dal 1818 allo stato attuale (proprietà, costruito, frazionamenti,

contrade, colture).

Analisi paesaggistica (alternanza delle stagioni dal 1818 all’attualità).

Analisi archeologica (aspetti storici del sito archeologico; carta

archeologica; tavola della percezione visiva e cioè individuazione

dello skyline del sito archeologico, in relazione agli scavi ed all’incuria).

Tavola sull’antico percorso dell’acqua e tavola comparativa con altri

siti archeologici.


Vincoli

Vincoli archeologici (ex lege 1089/39); vincoli paesistico/ambientali

(ex lege 1497/39); vincoli paesistico ambientali (ai sensi del D.M. di

Galassini 219/84); vincoli conservativi sul patrimonio castellano del

Lazio (ai sensi della L.R. 68/83).

Piano Territoriale Paesistico (ex lege 431/85), suddiviso in: tutela integrale

per paesaggi; tutela orientata per zone degradate; tutela paesaggistica

per il tessuto agrario; tutela limitata (processi di urbanizzazione).

Proposte progettuali

Delimitazione del perimetro del “Parco archeologico” e delle aree

contigue. Localizzazione accessi e punti singolari panoramici. Visioni

ed esempi di immagini. Sistemazione delle aree verdi.

Nell’elaborazione delle proposte progettuali per il restauro del paesaggio,

va tenuto presente che l’“elemento ordinatore” è legato

all’impronta antropica concretatasi sul sito da restaurare, quindi, è

connesso al momento storico nel quale la proposta viene formulata,

ma anche alla percezione che il progettista coglie dai fatti reali e che

egli traduce nelle sue proposte. Nel caso di Tusculum, si persegue

la linea guida del “minimo intervento”, enfatizzato attraverso l’elemento

vegetale, che disegna una trama più o meno fitta, adagiata

sulla morfologia dei luoghi alternanti crinali e gole. Il progetto ripropone

in parte la ritmica colturale storica, ma prevede anche l’introduzione

di nuovi allineamenti vegetali e artificiali evocativi del connubio

fra rudero e natura, legame frammentato dall’alterno predominio

reciproco. Essenziale è la ricucitura dei margini e la valorizzazione

delle radure, nonché il tracciamento di corridoi naturali e di direttrici

che individuano i singoli siti archeologici all’interno del bosco. Gli

allineamenti vegetali confluiscono, a partire dal percorso di crinale

sviluppato sull’area archeologica, su panoramici belvedere aperti su

visuali che si stagliano all’orizzonte.

85


CCTPC

Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Comandante

Gen. Giovanni Nistri

Piazza Sant’Ignazio, 152

00186 Roma

Tel. 06 6920301

Fax 06 69203069

www.carabinieri.it

tcp@carabinieri.it

86

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale è stato istituito nel

1969, precedendo in tal modo di un anno la Convenzione UNESCO

di Parigi del 1970, con la quale si invitavano tra l’altro gli Stati Membri

ad adottare le opportune misure per impedire l’acquisizione di beni

illecitamente esportati e favorire il recupero di quelli trafugati, nonché

a istituire uno specifico servizio a ciò finalizzato.

Il Comando, inserito funzionalmente nell’ambito del Ministero per i

Beni e le Attività Culturali, svolge compiti concernenti la sicurezza e la

salvaguardia del patrimonio culturale nazionale, attraverso la prevenzione

e la repressione delle connesse, molteplici attività delittuose.

Il particolare settore di tutela è un comparto di specialità che è stato

affidato all’Arma con Decreto del Ministero dell’Interno del 12 febbraio

1992; con successivo decreto del 28 aprile 2006, il medesimo

Dicastero ha confermato il ruolo di preminenza attribuito all’Arma,

con ciò individuando il Comando CC T.P.C. quale polo di gravitazione

informativa e di analisi a favore di tutte le Forze di Polizia.

Il Comando è composto da circa 300 militari che hanno una preparazione

specializzata acquisita attraverso la frequenza di appositi

corsi in “Tutela del Patrimonio Culturale”, organizzati periodicamente

dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

L’attuale articolazione prevede a livello centrale un Ufficio Comando,

organo di staff, un Reparto Operativo per le indagini di polizia giudiziaria

(a sua volta suddiviso nelle sezioni Antiquariato, Archeologia,

Falsificazione e Arte Contemporanea) e a livello territoriale in 12

nuclei con competenza regionale o interregionale, ubicati a Bari,

Bologna, Cosenza, Firenze, Genova, Monza, Napoli, Palermo, Sassari,

Torino, Venezia ed Ancona.

Reparto

Comando CC

TPC Roma

Reparto CC TPC

Roma

Nucleo CC TPC

Torino

Nucleo CC TPC

Monza

Nucleo CC TPC

Venezia

Nucleo CC TPC

Genova

Nucleo CC TPC

Bologna

Nucleo CC TPC

Ancona

Indirizzo

Roma

Piazza di

Sant’Ignazio, 152

Roma,

Via Anicia, 24

Torino,

Tel.011.5215636

Via XX Settembre, 88 Fax 011.5170000

Monza,

Via Brianza, 2

Venezia

P.zza S. Marco, 63

Genova,

Via S. Chiara, 8

Bologna,

Via Castiglione, 7

Ancona,

Via Pio II

Pal. Bonarelli

Telefono/Fax

Tel.06.6920301

Fax 06.69203069

Tel.06.585631

Fax 06.58563200

Tel.039.2303997

Fax 039.2304606

Tel.041.5222054

Fax 041.5222475

Tel.010.5955488

Fax 010.5954841

Tel.051.261385

Fax 051.230961

Tel.071/201322

Fax 071/2076959

e-mail

tpc@carabinieri.it

tpcro@carabinieri.it

tpctonu@carabinieri.it

tpcmznu@carabinieri.it

tpcvenu@carabinieri.it

tpcgenu@carabinieri.it

tpcbonu@carabinieri.it

tpcannu@carabinieri.it

Competenze

territoriali

Lazio

Abruzzo

Piemonte

Valle D’Aosta

Lombardia

Veneto

Trentino A.A.

F.V.Giulia

Liguria

Emilia

Romagna

Marche


Nucleo CC TPC

Firenze

Nucleo CC TPC

Napoli

Nucleo CC TPC

Bari

Nucleo CC TPC

Cosenza

Nucleo CC TPC

Palermo

Nucleo CC TPC

Sassari

Firenze,

Via Romana, 37/a

Napoli,

Via Tito Angelici, 20

Bari,

P.zza Federico II, 2

Cosenza,

Via Colletriglio, 4

Palermo,

C.so Calatafimi, 213

Sassari,

Strada Prov.le La

Crucca, 3

Tel.055.295330

Fax.055.295359

Tel.081.5568291

Fax.081.5784274

Tel.080.5213038

Fax.080.5218244

Tel.0984.795548

Fax.0984.784161

Tel.091.422825

Fax.091.422452

Tel.079.3961005

Fax.079.395654

tpcfinu@carabinieri.it

tpcnanu@carabinieri.it

tpcbanu@carabinieri.it

tpccsnu@carabinieri.it

tpcpanu@carabinieri.it

tpcssnu@carabinieri.it

Toscana

Umbria

Campania

Puglia

Molise

Basilicata

Calabria

Sicilia

Sardegna

Il Comando CC TPC espleta i suoi compiti per la protezione e la salvaguardia

del patrimonio culturale attraverso la predisposizione di

peculiari attività preventive e repressive. Le stesse possono riassumersi

in:

- prevenzione dei reati contro il patrimonio culturale;

- attività investigativa specialistica;

- recupero di beni culturali e oggetti d’arte;

- gestione della Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti

(art.85 D.Lgs. 42/2004);

- consulenza specialistica a favore del Ministero per i Beni e le Attività

Culturali e dei suoi organi territoriali.

L’attività operativa consiste principalmente nel:

- individuare i responsabili dei reati concernenti beni culturali (principalmente

furti, ricettazioni, scavi archeologici illegali, falsificazioni)

e deferirli all’Autorità Giudiziaria;

- recuperare i beni culturali sottratti o esportati illecitamente dal territorio

nazionale, estendendone le ricerche anche all’estero, nei

limiti stabiliti dalle differenti convenzioni e nell’ambito della cooperazione

giudiziaria tra gli Stati, attraverso i Ministeri degli Affari

Esteri e della Giustizia, nonché attraverso l’INTERPOL, con le Forze

di Polizia delle altre Nazioni;

- collaborare nella repressione di violazioni alle norme di tutela paesaggistica;

- effettuare controlli in occasione di mostre, mercati d’antiquariato,

sui cataloghi delle più importanti case d’asta, anche on-line, nonché

presso antiquari, nei laboratori dei restauratori e degli altri operatori

del settore;

- svolgere servizi finalizzati alla prevenzione dei reati in aree archeologiche

particolarmente sensibili, anche in cooperazione con il

Raggruppamento Elicotteri, le pattuglie a cavallo ed altri mezzi

dell’Arma dei Carabinieri.

Il Comando CC TPC conduce attività all’estero, non solo nell’ambito

della cooperazione internazionale di polizia, ma anche per:

87


88

- supporto specialistico a operazioni di Peace-Keeping, come in

Iraq dal 2003 al 2006;

- attività di formazione di operatori di polizia e delle dogane di Stati

che lo richiedano;

- consulenza al Ministero per i Beni e le Attività Culturali per le attività

volte alla restituzione di reperti archeologici appartenenti al patrimonio

nazionale ed esposti in Musei e collezioni private stranieri.

Sin dagli anni ’80, il Comando si avvale di un potente strumento di

ausilio alle indagini di polizia giudiziaria: la “Banca Dati dei beni culturali

illecitamente sottratti”, prevista da ultimo dall’art. 85 del

Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, che contiene informazioni

sui beni da ricercare di provenienza sia italiana sia estera ed informazioni

circa gli eventi delittuosi collegati: in essa sono informatizzati

oltre 118.000 eventi, oltre 2.870.000 oggetti, con oltre 318.000

immagini.

Essa costituisce, grazie anche all’utilizzo di sofisticata tecnologia

informatica, punto di riferimento per tutta l’Arma e per le altre Forze

di Polizia italiane ed estere e consente, tra l’altro, di compiere una

attenta analisi del fenomeno “furti delle opere d’arte”, così come di

altre tipologie delittuose, fornendo indicazioni specifiche idonee ad

indirizzare con maggiore precisione l’attività preventiva e investigativa

dei vari reparti.

La stessa, alimentata giornalmente:

- è strutturata in moduli che consentono da un lato, l’inserimento e la

ricerca di eventi, persone, oggetti e le loro relazioni, dall’altro l’elaborazione

di statistiche;

- impostata su interfaccia WEB e supporto multilingua, consente

modalità di ricerca visuale e capacità di georeferenziazione degli

eventi;

- interagisce in tempo reale con palmari e personal computer portatili,

agevolando la redazione di rapporti/schede sul luogo dell’intervento

e la consultazione e l’alimentazione diretta.

Per quanto attiene specificatamente alla funzione di comparazione

delle immagini, un software di indicizzazione le analizza assegnando

loro un’“impronta” sulla base di definite informazioni, quali il

colore, il contrasto, la forma e la trama.

Relativamente alla georeferenziazione degli eventi, un apposito programma

consente:

il posizionamento delle entità sul territorio in base al collegamento

tra dati alfanumerici e geografici, nonché l’individuazione di zone a

rischio e dei percorsi legati alla criminalità;

la rappresentazione grafica di tutte le connessioni logiche tra le

informazioni censite, integrandole con dati locali e remoti attinti per

fini investigativi e tabulati telefonici (società italiane).

Tale efficace strumento consente altresì una concreta interoperabilità

con le altre Forze di Polizia e altri Istituti, quali le Soprintendenze e

gli Uffici Esportazione, che potranno a breve consultare alcuni campi

del database e pertanto usufruire di un più ampio e specifico servi-


zio, e la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che ha concesso un

utilissimo accesso privilegiato al suo database informatizzato, a integrazione

degli items inseriti nella Banca Dati del Comando.

Lo sviluppo dell’attività investigativa, l’abbattimento delle barriere

doganali nell’ambito dell’Unione Europea, nonché una sempre maggiore

facilità di movimento di persone e merci a livello transnazionale,

ha suggerito al Comando di utilizzare le eccezionali potenzialità

offerte dalla rete Internet per diffondere in qualsiasi parte del mondo

le informazioni relative ai beni culturali sottratti, così che da tempo

vengono monitorati i principali siti di “e-commerce” dedicati ai beni

culturali. La stessa rete è infine utilizzata per la diffusione di informazioni

utili alla cittadinanza.

Il Comando cura la pubblicazione del bollettino “Arte in Ostaggio”

contenente le riproduzioni fotografiche dei più importanti beni da

ricercare, corredate dei dati necessari per l’individuazione. Distribuito

gratuitamente in Italia ed all’estero, con la venticinquesima edizione

ne è terminata la stampa, poiché, a vantaggio di un più rapido e tempestivo

aggiornamento, le medesime informazioni sono ora facilmente

consultabili on-line sul sito istituzionale (www.carabinieri.it), raggiungibile

anche attraverso il sito del Ministero per i Beni e le Attività

Culturali. Sul sito infatti è presente un ben strutturato motore di ricerca

attraverso il quale possono essere consultati circa 14.000 beni culturali

di valenza artistica tra beni archeologici, dipinti, sculture, oggetti

chiesastici, beni librari, estratti dalla Banca Dati del Comando.

Peraltro nello stesso database i cittadini possono accedere ad un

cospicuo elenco di immagini e di descrizioni di beni archeologici

saccheggiati durante i due conflitti bellici avvenuti negli ultimi anni in

IRAQ, oltre che avvalersi di “link” diretti sul sito UNESCO dedicato

alle “Red list” di Paesi a rischio.

Per facilitare la consultazione di tali informazioni e favorire il recupero

dei beni culturali da ricercare, il data-base e le pagine web del

Comando sono in corso di duplicazione in lingua inglese, nonché è

in atto una loro ulteriore implementazione per offrire al cittadino e

alle associazioni di categoria la possibilità di consultare un sempre

maggior numero di beni culturali.

Nell’apposita sezione tematica del sito www.carabinieri.it (Beni

d’interesse culturale) sono disponibili “consigli” per orientare gli

utenti che intendano avvicinarsi al mercato dell’arte (tra cui un “decalogo”

contro gli incauti acquisti di opere d’arte contemporanea,

redatto con la collaborazione della Galleria Nazionale d’Arte

Moderna) o che subiscano furti di beni culturali.

Dal sito è inoltre possibile scaricare un modulo “Documento dell’opera

d’arte - Object ID” (vedasi foto) che peraltro può essere

richiesto presso qualsiasi comando dell’Arma. Compilando questa

“scheda preventiva”, ciascuno può costituirsi un archivio fotografico

89


90

e descrittivo dei propri beni culturali, determinante in caso di furto,

poiché ne consente l’agevole informatizzazione nella Banca Dati, in

modo da favorire la costante comparazione con quanto giornalmente

sia oggetto di controllo. Un’opera rubata, infatti, se fotografata ed

adeguatamente descritta, può essere recuperata più facilmente.

Inoltre, per evitare di acquistare un bene culturale trafugato, ovvero

per conoscere l’eventuale illecita provenienza di uno posseduto, il

cittadino può richiedere al Comando o ai Nuclei dislocati sul territorio

un controllo presso la Banca Dati dei beni culturali illecitamente

sottratti. In caso di riscontro negativo il Comando rilascerà un’attestazione

in cui è indicato che in quel momento il bene controllato

non risulta segnalato tra le opere da ricercare presenti in Banca Dati.

Un eventuale esito positivo dell’accertamento darà luogo ai dovuti

riscontri di polizia giudiziaria.

Esempio di modello

“Documento dell’opera d’arte” - Object iD


Nell’ambito delle competenze del Ministero per i Beni e le Attività

Culturali si colloca il servizio di call center atto a migliorare l’accesso

alla fruizione del patrimonio culturale nazionale da parte dei cittadini

italiani e stranieri nonché dei turisti in visita nel nostro Paese,

per fornire informazioni (in lingua italiana, inglese e spagnola) inerenti

le attività di pertinenza del Ministero, su musei, mostre temporanee,

archivi, biblioteche attraverso il numero verde 800 99 11 99.

Il Servizio è interamente affidato alla Società Omnia Network*, che

gestisce le chiamate tramite il numero verde attivo tutti i giorni, compreso

i festivi, dalle 9 alle 19. L’operatore di front office, mediante la

consultazione di Banche Dati ed un costante collegamento al sito

Internet del Ministero, è in grado di fornire tutte le informazioni

richieste, ivi comprese quelle relative alla struttura organizzativa del

Ministero ed alle competenze istituzionali dello stesso.

L’operatore ha a disposizione anche un banca dati integrata curata

dal personale di back office di Omnia Network contenente le informazioni

relative a manifestazioni, beni, musei, eventi di pertinenza

non statale (comunali, privati, etc.).

Nello specifico, il front office svolge:

un servizio di ricezione reclami da parte del Cittadino e di segnalazione

all’Amministrazione;

un servizio di supporto all’Ufficio Relazione con il Pubblico (URP);

un servizio di supporto al Servizio II Comunicazione, promozione e

Marketing della direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e

la promozione.

un servizio di segnalazioni al Comando dei Carabinieri per la Tutela

del Patrimonio Culturale;

L’attività di back office consiste in:

attività di verifica e segnalazioni delle necessità di aggiornamento dei

dati presenti sul sito del Ministero dei Beni Culturali;

acquisizione di informazioni sulle iniziative culturali in essere su tutto

il territorio nazionale con partecipazione diretta o indiretta del

Ministero;

acquisizione di informazioni al servizio del cittadino sui principali siti

non statali mediante la creazione di un Data Base interno a favore del

Front office;

diffusione di informazioni mirate nei confronti di soggetti terzi quali

scuole, università, organismi culturali secondo valutazioni di opportunità

da parte del Ministero. Tali informazioni sono fornite sul numero

complessivo di 10.000 contatti annui.

A fronte delle suddette attività, vengono prodotti periodicamente

report statistici quantitativi e qualitativi, che consentono una continua

analisi e monitoraggio dei servizi resi.

*Omnia Network s.p.a., gestore del servizio, è uno dei principali

operatori italiani nel settore della progettazione, realizzazione e

gestione dei servizi di outsourcing alle imprese.

Call Center

Omnia Network S.p.A

Referente

Stefania Subinaghi

Via Cristoforo Colombo, 6

20094 Corsico (MI)

Tel. 335 7742381

Fax 02 784417333

91


ALES - Arte Lavoro e Servizi S.p.A

ALES S.p.A.

Via Cristoforo Colombo, 98

00147 Roma

Tel. 06 70450922

Fax 06 77591514

Via S. Brigida, 51

80133 Napoli

Tel. 081 7810701

Fax 081 5511518

Via Toledo, 153

80132 Napoli

Tel. 081 19562115

Fax 081 4206001

www.ales-spa.it

92

ALES Arte Lavoro e Servizi S.p.A è una società a capitale pubblico

partecipata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Svolge servizi finalizzati alla conservazione, valorizzazione e fruizione

dei beni culturali per strutture centrali e periferiche del MiBAC.

Attiva dal 1999 ALES fornisce numerosi servizi all’interno di parchi,

aree archeologiche, musei, aree espositive, edifici e giardini storici,

biblioteche, archivi e uffici nel Lazio e nella Campania.

Il costante intervento sul territorio da parte di personale qualificato e

la particolare attenzione alla formazione continua dei lavoratori, ha

permesso ad ALES di imporsi come importante realtà nella progettazione

e realizzazione di attività relative alla tutela e alla promozione

dei beni culturali.

ALES ha ottenuto la Certificazione di Qualità ISO 9001:2000 e l’attestazione

SOA per le categorie OG1, OG2, OS24.

Esperienze significative

Manutenzione architettonica ordinaria degli edifici.

Manutenzione delle strutture archeologiche.

Manutenzione del verde.

Supporto tecnico-amministrativo agli uffici del MiBAC.

Supporto al funzionamento di biblioteche ed archivi.

Servizi per la gestione di musei ed aree archeologiche (sorveglianza,

biglietteria, accoglienza al pubblico).

Attività di monitoraggio.


La veloce evoluzione dei mezzi di comunicazione unita all’affermarsi

di una economia digitale hanno imposto nuove modalità di

comunicazione, interazione e lavoro, fondate sulla capacità di scambiare

dati ed informazioni in tempo reale con tutti gli attori coinvolti

nella catena del valore.

Reply mette al servizio della Pubblica Amministrazione le proprie

competenze sulle nuove tecnologie integrando sistemi multimediali

ed interattivi, progettando piattaforme applicative composte con

“servizi configurabili” e abilitando tecnologie di comunicazione sempre

più complesse e differenziate.

Tra le più recenti attività sviluppate da da Reply in tali ambiti vi sono

il progetto Leonardo per il Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio

Culturale e l’attuale sviluppo del nuovo portale del Ministero per i

Beni e le Attività Culturali.

Il Progetto Leonardo ha visto Reply lavorare con il Comando Generale

dell’Arma dei Carabinieri, in un processo di adeguamento tecnologico

e potenziamento del sistema informatico attualmente in uso presso

il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (CCTPC), per

supportare i processi di investigazione e di pianificazione degli

interventi a salvaguardia delle opere d’arte.

Il risultato è la realizzazione di un nuovo sistema informativo,

“Leonardo”, che introduce nuove tecnologie emergenti per consentire

di interagire con la banca dati in tempo reale attraverso apparecchiature

di ultima generazione ed eseguire ricerche ed analisi su tutto

il patrimonio informativo raccolto in oltre venti anni di attività.

La nuova piattaforma alla base del Progetto Leonardo è dotata di una

interfaccia multilingue e rende accessibili funzionalità avanzate quali

la gestione documentale, la ricerca e l’analisi di tipo geografico e l’integrazione

con un prodotto leader di mercato per l’analisi di tipo

investigativo.

Grazie al nuovo sistema informativo il personale dell’Arma, operativo

sul territorio, può interagire con la banca dati in tempo reale attraverso

una applicazione wireless e apparecchiature di ultima generazione,

come palmari e personal computer portatili.

Ciò consente, ad esempio durante una operazione di controllo, di

avere a disposizione direttamente sul posto tutte le informazioni utili

all’attività operativa, richiedendo eventualmente al sistema di verificare

la lecita provenienza dell’opera d’arte a partire da una foto,

scattata sul momento con apparecchiature digitali. Inoltre, dal luogo

dell’intervento, l’operatore del Comando Carabinieri Tutela

Patrimonio Culturale può compilare un verbale su supporto elettronico

e inviarlo al sistema centrale per successive operazioni di verifi ca

e analisi investigativa.

A livello centrale, ogni informazione inviata dal luogo dell’intervento

da parte dei Carabinieri, o proveniente da segnalazioni di altre Forze

di Polizia, è sotto il controllo della Sezione Elaborazione Dati del

Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Qui personale altamente specializzato, utilizzando un complesso

software di classificazione (basato su un database iconografico), cura

www.reply.it

Reply

Corso Francia, 110

10143 Torino

Tel. 011 7711594

Fax 0117495416

info@reply.it

www.reply.it

93


94

l’inserimento di ogni caratteristica peculiare del bene artistico di interesse,

come ad esempio la sua tipologia (dipinto, scultura, libro antico,

ecc...), il soggetto raffigurato, gli autori, i materiali e la tecnica di

esecuzione. Tali informazioni vengono ulteriormente arricchite attraverso

la consultazione di banche dati esterne, integrate nel sistema.

Il punto di forza del nuovo sistema si esprime nelle evolute capacità

di ricerca, in grado non soltanto di verifi care e ritrovare termini lessicali

utilizzati per la descrizione dell’opera, ma anche di confrontare

“immagini” o porzioni di immagini sulla base delle sue caratteristiche

grafi che, nonché di utilizzare come chiavi di ricerca “concetti” contenuti

nel contesto da ricercare.

Il Portale Cultura Italia, principale punto di riferimento per la comunicazione

sul canale Internet in ambito di Beni Culturali, vede Reply

impegnata come il partner scelto dell’Amministrazione con la

responsabilità tecnica e grafica della soluzione.

Il portale, online a partire dalla fine del 2007, renderà disponibili

contenuti informativi ricercabili sia per area geografica sia per tematica:

archeologia, architettura e monumenti, arti visive, design, cinema

e multimedia, musica, spettacoli, tradizioni e folclore, cultura e

scienze umane, cultura scientifica, formazione e ricerca, biblioteche,

letteratura, archivi, mostre e musei.

Tramite questo nuovo punto di contatto il Ministero per i Beni e le

Attività Culturali renderà disponibile, ai citttadini, un gran numero di

servizi tra cui: accesso all’indice delle risorse in ambito dei Beni

Culturali, forum tematici, newsletter, piattaforma di e-commerce,

indice dei monumenti.

Il portale, grazie alla ricchezza di informazioni contenute e alla facilità

di navigazione svolgerà inoltre un importante ruolo per la promozione

turistica di località di interesse culturale grazie alla possibilità

di costruire “viste digitali” di percorsi ed itinerari personalizzati.


Appartenente alla Finanziaria Fimag, a cui fanno capo le aziende

del Gruppo Guzzini (Teuco Guzzini, F.lli Guzzini), la iGuzzini

illuminazione è nata nel 1958. Ha 17 agenzie commerciali in Italia, 11

filiali, in Germania, Francia, Spagna, Regno Unito, Norvegia, Svizzera,

Danimarca, Benelux, Cina, Singapore, Hong Kong, e distributori

esclusivi in tutti i paesi del mondo. Nel 1995 è stato creato il centro

Studi e Ricerca la cui attività vuole contribuire al dibattito culturale

approfondendo molteplici aspetti della luce; sia quelli inerenti la sua

natura di fenomeno fisico, sia quelli ancor più vasti e complessi che

sono alla base della percezione umana. La iGuzzini, azienda certificata

ISO 9001, è oggi la prima azienda italiana del settore illuminotecnico

e si colloca fra le prime 5 aziende europee. Il suo fatturato

consolidato del 2006 è stato di 197,3 milioni di euro. Il numero dei

dipendenti è pari a 1.039 unità.

L’attività: progettare l’uso efficace della luce.

La missione de iGuzzini non è solo quella di produrre apparecchi di

illuminazione al massimo livello di qualità, ma anche di studiare,

capire, far capire la luce e renderne migliore l’integrazione con l’architettura,

attraverso l’industrial design. Un’attività produttiva fondata,

nel corso degli anni, su investimenti in ricerca, sull’innovazione

tecnologico-produttiva, sulla collaborazione con prestigiosi designer

ed architetti internazionali come Luigi Massoni, Giò Ponti,

Rodolfo Bonetto prima, Bruno Gecchelin, Renzo Piano, Gae Aulenti,

Piero Castiglioni, Lord Norman Foster, Massimiliano Fuksas poi.

Gli apparecchi iGuzzini trovano applicazione in vari settori: arredo

urbano, musei, spazi commerciali, alberghi. Nel mondo sono illuminati

da apparecchi iGuzzini: il Beaubourg di Parigi, il Museo della

Galleria Borghese e il nuovo Palazzo delle Esposizioni a Roma, il

Museo Egizio di Torino, il Tempio di Luxor in Egitto, il Museo

dell’Ermitage e la Chiesa della Resurrezione a San Pietroburgo, il

Museo de Bellas Artes a L’Havana, l’Oriental Arts Centre di Shanghai,

la nuova sede della National Assembly for Wales nel Galles, il Centro

Design della Mercedes di Stoccarda, la nuova sede della Triennale

Bovisa, di Milano. Nel 1997 la iGuzzini ha adottato, come prima

azienda privata, il Museo della Galleria Borghese a Roma nel quadro

della Convenzione Veltroni-Fossa. La stessa procedura è stata utilizzata

anche per il Beaubourg di Parigi. Numerosi i premi assegnati

all’azienda, dal Compasso d’Oro 1989 all’apparecchio Shuttle di

Bruno Gecchelin, a quello del 1991 assegnato al Gruppo Guzzini

per aver sviluppato nel tempo una filosofia progettuale e produttiva

di grande coerenza in cui la cultura del Design ha rappresentato un

comune denominatore ed un elemento di distinzione” al Compasso

d’Oro 1998 al prodotto Nuvola di Piano Design Workshop, fino al

recentissimo Premio iF promosso dall’International Forum Design di

Hannover, ai prodotti Glim Cube (design Piero Castiglioni), i24

(design Piano Design) e Radial (design Foster & Partners).

Nel 1998 la iGuzzini ha ricevuto il Premio Guggenheim quale riconoscimento

al suo costante impegno nel campo della cultura.

iGuzzini illuminazione SpA

Contact | Italy

iGuzzini illuminazione SpA

Via Mariano Guzzini, 37

62019 Recanati (MC)

Italy

Tel. +39 071 758 81

Fax +39 071 758 82 95

Video +39 071 758 84 35

iguzzini@iguzzini.it

www.iguzzini.com

95


BBS software Srl

BBS software s.r.l.

Via del Bettolino, 3

25050 Paderno Franciacorta (BR)

www.bbsitalia.com

www.companytv.it

96

BBS Software ha realizzato il progetto Company TV, una innovativa

televisione d’attesa in grado di fornire informazioni TV on demand

grazie all’utilizzo di codici a barre.

Questa tecnologia, realizzata nell’ambito di un progetto di ricerca

finanziato dalla Regione Lombardia, permette ad Enti ed Aziende di

fornire informazioni aggiuntive on demand a visitatori e clienti, in

modo semplice, interattivo, immediato e multilingua.

Infatti grazie al codice a barre posizionato sulla documentazione cartacea

a corredo di un servizio o un prodotto, il sistema e’ in grado di

fornire tutte le informazioni necessarie per approfondire i singoli

argomenti. Grazie ad un lettore ottico e ad una pulsantiera per la

selezione della lingua, con un semplice e facile testo, l’utente puo’

facilmente interrogare il palinsesto TV per approfondire gli argomenti

di suo interesse con filmati, video, immagini e testi animando la

documentazione cartacea esposta. Turismo, prodotti tipici e servizi

sono i primi settori nei quali la tecnologia Company TV e’ gia’ stata

applicata con successo in oltre 190 installazioni in Italia e all’estero.

Nell’ambito dei beni culturali la tecnologia permette di costruire e

divulgare palinsesti TV sui siti archeologici, musei, monumenti e rendere

fruibili in modo semplificato all’utente visitatore nella propria

lingua di consultazione tutte le informazioni disponibili sul luogo che

si sta visitando e su quelle ad esso collegate.

La forza della soluzione Company TV si manifesta nella realizzazione

di circuiti culturali nei quali più Company TV vengono posizionate

all’ingresso di siti archeologici, musei e monumenti non solo per

fornire informazioni sul luogo che si sta vistando ma su tutta l’offerta

museale dell’intero circuito, accattivando il visitatore con immagini e

filmati forniti dalla Company TV.

La realizzazione di circuiti museali Company TV permette inoltre

all’Ente di recuperare risorse finanziarie da sponsor fortemente interessati

a divulgare la propria immagine attraverso questo nuovo e originale

media, facilmente personalizzabile in occasione di manifestazioni

ed eventi.

L’utilizzo della tecnologia Company TV permette di ridurre la quantità

di carta stampata, riducendo il numero di pagine di guide e opuscoli,

favorendo la fruizione dell’informazione via Company TV.

Il contenuto delle Company TV viene preconfezionato fornendo

all’Ente cliente una Company TV già riempita di contenuti nel palinsesto

principale; in automatico e in totale autonomia, l’utente può

aggiornare semplicemente i singoli contenuti decidendo di inviare i

dati alla Company TV desiderata attraverso una connessione internet

ad un sistema di gestione dei contenuti fornito col sistema.

Orari, servizi aggiuntivi, informazioni sempre aggiornate: tutto questo

facilmente e in modo diretto può essere immesso dal gestore del

museo. In automatico i dati inseriti si distribuiscono sulle Company Tv

del circuito fornendo le informazioni aggiornate agli utenti.

Infine per rendere il palinsesto più accattivante ed interessante, la

tecnologia Company TV viene fornita con Notizie Ansa aggiornate

ogni ora e Previsioni meteo aggiornate quotidianamente.


Il Patrimonio Culturale italiano, unico al mondo, è costituito da beni archeologici, architettonici, archivistici,

artistici e storici, librari e paesaggistici, nonché dalle diverse attività culturali promosse dallo spettacolo dal

vivo, con riferimento al cinema, al teatro, alla musica, alla danza, allo spettacolo viaggiante e alle tradizioni

popolari.

Il MiBAC, amministra e promuove la conoscenza di questo imponente patrimonio storico, artistico e

culturale di cui è custode con l’obiettivo di salvaguardarlo e valorizzarlo.

Alla Direzione per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione, una delle novità della riforma del 2004, spetta

il compito nodale e impegnativo di attuare la modernizzazione dell’Amministrazione attraverso linee di

indirizzo e interventi operativi basati sulle più nuove e sofisticate tecnologie e su strategie di comunicazione

e marketing.

Nell’ambito di queste attività, la Direzione Generale partecipa annualmente, insieme a tutti gli Istituti centrali

e territoriali, ad una serie di manifestazioni fieristiche che sono un veicolo efficace per diffondere ad un

pubblico differenziato le attività ed i progetti più innovativi realizzati negli ultimi anni ed in corso d’opera.

Tali manifestazioni rappresentano anche un momento molto importante di incontro tra le realtà territoriali,

gli Enti locali, i settori delle imprese ed il privato.

Le fiere a cui partecipare vengono programmate in base alla tipologia delle attività istituzionali del MiBAC

– Tutela, Restauro, Comunicazione – e agli interessi di settore (Monumenti, Archivi, Biblioteche, Patrimonio

Storico-Artistico, Cinema, Teatro, Spettacoli, Paesaggio) che ogni anno si vogliono evidenziare.

Programmazione 2007

22-25 Marzo FERRARA

Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei beni culturali

21-25 Maggio ROMA

FORUM P.A. Forum della Pubblica Amministrazione

6-8 Novembre BOLOGNA

COM.PA Salone Europeo della Comunicazione Pubblica dei servizi al cittadino e alle imprese

15-16 Novembre LUCCA

LU.BE.C. Digital Tecnology 2007

15-18 Novembre PAESTUM

X Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico

29 Nov-1 Dic. VENEZIA

XI Salone dei Beni e delle attività culturali

Via del Collegio Romano, 27

00186 Roma

Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione

Servizio II - Comunicazione, Promozione e Marketing

Unità Organica I - Comunicazione, Grandi Eventi e Manifestazioni Fieristiche

Tel. 06.6723.2851-2927 - Fax 06.6723.2358

eventi@beniculturali.it

URP - Ufficio Relazioni con il Pubblico

Tel. 06.6723.2980-2990 - Fax 06.6798.441

urp@beniculturali.it

www.beniculturali.it

numero verde 800 99 11 99

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