Giulia

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Giulia

Tommaso Mainenti

Giulia

Estratto distribuito da Biblet

Excerpt of the full publication

labirinti

collana di nar rativa per l a scuola media


Estratto distribuito da Biblet

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A mia madre

Sorridenti

percorriamo la stessa strada.

Gli occhiali

non nascondono

le rughe


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Tommaso Mainenti

Giulia

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labirinti

collana di nar rativa per l a scuola media

®


Copyright © 2005 Esselibri S.p.A.

Via F. Russo 33/D

80123 Napoli

Azienda con sistema qualità certificato ISO 14001 : 2003

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e con qualsiasi mezzo senza l’autorizzazione

scritta dell’editore.

Per citazioni e illustrazioni di competenza altrui, riprodotte in questo libro,

l’editore è a disposizione degli aventi diritto. L’editore provvederà, altresì, alle

opportune correzioni nel caso di errori e/o omissioni a seguito della segnalazione

degli interessati.

Prima edizione: aprile 2005

ISBN 88-244-8351-8

S285 - Giulia

Ristampe

8 7 6 5 4 3 2006 2007 2008

Questo volume è stato stampato presso

«Officina Grafica Iride»

Via Prov.le Arzano-Casandrino, VII Trav., 24 - 80022 Arzano (NA)

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Copertina: Gianfranco De Angelis

Illustrazione di copertina: Aldo Amati

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Giulia

Estratto distribuito da Biblet


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CAPITOLO 1

Dai, svegliati, stamattina devi andare a scuola, non puoi fare tardi il

primo giorno.

– Che c’è, chi è – rispose Giulia sbarrando gli occhi e fissando

terrorizzata la madre che l’aveva delicatamente scossa con una

mano.

– Sono io, la mamma, non mi riconosci? Ti ho svegliata perché devi

prepararti per raggiungere la scuola. Sono finite le vacanze. Come mai

mi guardi con quegli occhi impauriti?

Giulia per un attimo continuò a fissarla poi le buttò le braccia al collo

e scoppiò a piangere.

– Che ti succede? Tremi tutta. Non vuoi andare a scuola?– le chiese la

madre stringendola a sé.

– No, mamma, ho trascorso una notte insonne, piena di incubi. Stavo

facendo un brutto sogno. Non mi lasciare.

– Ma non ho nessuna intenzione di lasciarti. Dai, non ti preoccupare.

Sarà stata l’agitazione per il primo giorno di scuola. Adesso è tutto

finito. Fai una bella colazione e poi andiamo.

– Tu mi accompagni, però.

– Certo che vengo con te.

– Papà è già uscito?

– Sì, lo sai che per andare in centro la mattina c’è molto traffico… Ti

accompagnerà nei prossimi giorni.

– Ma poi torna stasera?

– Certo che torna! Che ti passa per la testa?

– Ieri sera vi ho sentiti litigare e ho capito che non è contento di stare

con noi.

– Ma sono cose che si dicono. È stata una piccola discussione, come se

ne fanno tante. Nulla d’importante. Papà ti vuole molto bene, perché

dovrebbe andare via?

– Non lo so. Ho sognato che mi diceva di non riuscire più a sopportarmi

e non voleva più avermi tra i piedi. Io piangevo e l’imploravo di

non andare via e lui con un sorriso beffardo sulle labbra mi ha dato

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Giulia

una spinta facendomi rotolare a terra, ha aperto la porta di casa ed è

scomparso senza voltarsi.

Ricordando quella scena riprese a piangere e a tremare. Poi si staccò

per un attimo dall’abbraccio della madre.

– Tu non permetterai che vada via, vero? – disse tutta d’un fiato guardandola

fissa negli occhi.

– Stai tranquilla – rispose la mamma. – Non ci pensare più.

– Giurami che non lo lascerai mai andare via – insistette Giulia, poco

convinta della risposta.

– Noi ci vogliamo molto bene e tu sei la nostra vita – cercò di calmarla

la madre, carezzandole i capelli lisci e scostandoli dal viso arrossato

e bagnato di pianto. – Desideriamo che tu sia felice. Ora, però, prepariamoci

per andare a scuola. Non ti va di conoscere i tuoi nuovi

compagni?

– Sì, – rispose Giulia, tentando di asciugare con un lembo del lenzuolo

il suo viso. – Mi mancheranno, però, quelli dello scorso anno.

– A poco a poco conoscerai anche i nuovi e ti accorgerai che sono

bravi come gli altri.

– Ma non troverò più le mie amiche – insistette Giulia.

– Quelle più care, comunque, continui a frequentarle fuori dalla scuola…

le senti sempre al telefono.

– Sì, però, Serena mi aiutava quando non capivo la lezione, Rosy mi

spiegava la matematica.

– Capisco, ma sarebbe stato per noi difficile accompagnarti la mattina.

Abbiamo scelto di cambiare casa per stare meglio. Ci abitueremo

al nuovo ambiente e tu alla nuova scuola, dove troverai dei compagni

simpatici che ti aiuteranno e diventeranno tuoi amici. Adesso, però,

alzati e mettiti in ordine.

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CAPITOLO 2

Il rientro dalle vacanze era stato per Giulia sempre faticoso, ma quell’anno

lo era ancora di più.

Triste al fianco della mamma, guardava fuori dal finestrino della macchina,

mentre insieme raggiungevano la scuola.

– Lasciami davanti all’ingresso e vai via – disse improvvisamente alla

madre.

– Aspetterò il suono della campana. Non ho fretta, mi piace vedere i

ragazzi entrare a scuola il primo giorno. Mi ricordo quando, tanti anni

fa, anch’io ero come loro, quando mio padre aspettava che varcassi il

portone d’ingresso e mi salutava sorridente. Mi manca molto…

Giulia si girò verso la madre e lesse sul suo volto tanta tristezza. Anche

a lei in quel momento mancava molto il padre.

Da tanto tempo non si soffermava a guardare più il volto della madre.

Scorse al lato degli occhi qualche lieve ruga e ricordò quando da piccola,

con la testa della madre sulle gambe giocava a pettinarla come

una bambola e la madre tranquilla si lasciava truccare, poi insieme si

addormentavano serene l’una nelle braccia dell’altra.

– Ti prego, mamma, – insistette in modo accorato, – fammi scendere

un po’ prima e non aspettare che suoni la campana.

– Va bene. Ci vedremo all’uscita. In classe stai attenta e non agitarti.

Giulia giunse davanti all’istituto con largo anticipo. Non c’era ancora

nessuno. Il cancello era chiuso. Il grande edificio si protendeva verso

il cielo, come se volesse sfidarla. Le tante finestre erano tutte uguali,

l’ingresso monumentale, Giulia si sentiva piccola piccola. Con nostalgia

ripensò ancora una volta alla scuola che aveva lasciato. Conosceva

tutti i compagni e i professori. La bidella Maria, sorridente, ogni

giorno accoglieva tutti con qualche battuta scherzosa e Giulia si sentiva

come protetta.

Era cresciuta, ma la paura era sempre la stessa. Le mani incominciarono

a sudarle e fu tentata di scappare via.

Si fece forza. Per distrarsi iniziò a contare le numerose finestre. Si accorse

di non essere più sola. Erano sopraggiunte due ragazze con gli

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Giulia

zainetti nuovi sulle spalle, una mingherlina, bionda con gli occhi celesti,

l’altra più robusta, con una gonna larga che le arrivava sotto le

ginocchia, e una treccia nera che finiva con un fiocco rosso. Ridevano,

cercando di nascondere la tensione del primo giorno di scuola. Discutevano

animatamente del Grande Fratello.

– Sì, comodi loro, rinchiusi in una casa finta! Quali pericoli possono

correre? Poi sono in dieci, io invece qui davanti sono sola e non conosco

nessuno. Perché ho lasciato andar via mia madre? – pensò sconsolata.

– Sei anche tu in anticipo? – si sentì dire.

Si girò e si accorse di un ragazzo che era giunto silenziosamente alle

sue spalle, infreddolito per l’aria pungente del primo mattino, esile

nel suo giacchettino di mezza stagione, con i jeans a cavallo basso che

sembravano calargli sulle scarpe da un momento all’altro. Fu tentata

di rigirarsi, ma il viso sorridente che nascondeva un’insolita eccitazione

la rincuorò.

– Sì, sono arrivata da qualche minuto, è ancora presto, non c’è nessuno.

– Pure tu sei stata buttata giù dal letto?

– Sì, che barba! Mia madre non voleva che facessi tardi.

– A volte questi genitori non li sopporto proprio. Sei venuta da sola?

– Sì, anzi no, mi ha accompagnato mio padre che ha proseguito per

l’ufficio – mentì spudoratamente.

– Sei nuova di questo quartiere? Non ti ho mai visto prima – continuò

il ragazzo.

– Sì, abito da poco qui. I miei genitori qualche mese fa, stanchi del

traffico del centro, hanno comprato un appartamento nuovo in questa

zona, per stare più tranquilli. Mio padre quando va a lavorare passa

sempre qui davanti. È comodo per lui la mattina accompagnarmi,

anche se io penso che in seguito verrò da sola a piedi – rispose Giulia,

mostrando una inconsueta sicurezza. – È venuto a visitarla l’anno scorso

e gli è piaciuta. Ha visto che è tranquilla, pur essendo molto grande

e non ha avuto dubbi sulla scelta... Ha deciso così... – concluse con

una scrollatina di spalle, mostrando quanto poco ci tenesse.

– Io abito, invece, a poche decine di metri da scuola. Ho frequentato

nell’edificio di fronte anche le elementari e conosco un po’ tutti.

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Capitolo secondo

– Guarda, stanno aprendo i cancelli! – l’interruppe tutta agitata Giulia.

Era arrivato il custode, un uomo piccolo, sulla cinquantina, con il giornale

sotto il braccio. Tutti i ragazzi si avvicinarono per entrare. Sorridendo,

con garbo li fece scostare, rispondendo che era ancora presto,

bisognava attendere l’arrivo dei professori e l’appello della preside.

Giuseppe, da anni, il primo giorno di scuola sentiva sempre le stesse

domande e dava le medesime risposte, senza mostrare stanchezza, a

studenti timidi e disorientati che per la prima volta frequentavano

l’istituto. Quanti ne erano passati per quel cancello, con le paure, le

trepidazioni, le ansie della loro giovane età!

Leggeva spesso che in quegli anni gli adolescenti erano cambiati, più

consapevoli e capaci di fare delle scelte. Egli li vedeva sempre uguali,

timidi, insicuri, tristi per un’interrogazione andata male, felici per un

sentimento nuovo che nasceva, in crisi per un amore non corrisposto.

Sentiva gli stessi discorsi sulla scuola, secondo loro, inutile. Ascoltava

le critiche feroci sugli insegnanti intransigenti e autoritari, gli apprezzamenti

piccanti su un compagno o una compagna e sorrideva.

Aveva cominciato la sua carriera di custode negli anni settanta, era

ormai vicino alla pensione, ma ogni anno gli sembrava il primo. Non

rifiutava mai un consiglio; con pazienza ascoltava genitori, studenti,

professori. Viveva il suo lavoro con entusiasmo, era molto apprezzato

per i suoi modi gentili, per quel viso incoraggiante e sempre sorridente.

Era un uomo semplice, di altri tempi.

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CAPITOLO 3

Finalmente suonò la campanella. Tutti i ragazzi salirono in modo confuso

l’ampia scala, affollandosi davanti alla vetrata dell’entrata.

Si spintonavano, si calpestavano i piedi, ondeggiavano come mossi

dal vento, rumoreggiando come un fiume in piena che da un momento

all’altro avrebbe potuto rompere gli argini.

I più scalmanati da dietro spingevano per farsi largo, sorridenti, euforici,

incuranti delle grida di quelli più piccoli che urlavano di non spingere,

dal momento che rischiavano di restare soffocati.

Qualcuno chiamava l’amico che nella ressa era rimasto indietro, qualcun

altro sgomitava a destra e a manca per scrollarsi di dosso i più

appiccicosi e fastidiosi.

– Hai visto qualcuno dei nostri compagni dell’anno scorso? – urlava

un ragazzo alto e ricciuto, a un altro più basso e paffutello.

– Saranno indietro nella calca – gli rispondeva l’altro, cercando di

non perderlo.

– Ho incontrato Mattia davanti al cancello, è diventato proprio un bel

figo – diceva con un sorriso malizioso una ragazza dagli occhi verdi e

i capelli castano chiari a una compagna con un cappellino in testa dei

colori della squadra del cuore e una maglietta attillata sotto un giubbotto

di jeans.

– Siamo stati in vacanza insieme con i nostri genitori in Sardegna.

Tutte le ragazze gli facevano la corte…

– Sei stata proprio fortunata! – esclamava l’altra, con un sorriso d’intesa.

– Non pensare male. Non mi ha proprio filata. Un pomeriggio siamo

rimasti da soli sulla spiaggia. Niente da fare. Ha preferito giocare

a beach–volley con gli amici, fregandosene della mia presenza.

Avevo anche un bel costume rosso e un’abbronzatura da favola…

– A te è sempre piaciuto, non è vero? – chiese curiosa.

– Sfido io! – rispose elettrizzata. – È il più bello della classe!

– Silenzio, ragazzi – urlò Giuseppe, – sta per arrivare la preside.

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Giulia

Dopo qualche secondo apparve una donna alta, sulla cinquantina,

bionda ossigenata, con il viso ben curato e un vestito rosso sul quale

spiccava una sciarpetta di seta molto delicata. Inforcò degli occhialini

d’oro e incominciò, dopo aver pregato i ragazzi di fare ulteriore silenzio,

a leggere su dei fogli che erano apparsi come d’incanto nelle sue

mani, i nomi degli studenti e le classi d’appartenenza. Giulia, essendo

abbastanza alta, riusciva a vederne la testa e una parte del busto. L’onda

si era fermata e tutti ascoltavano in silenzio in un’atmosfera diventata

irreale e carica di tensione.

Anche lei, dopo un po’, fu chiamata. Sentì le gambe tremarle. Si fece

forza, chiese permesso a quelli che la precedevano e andò incontro

alla donna che l’accolse con aria cordiale e rassicurante. Abbassò gli

occhi per il timore di essere fermata e si ritrovò nell’atrio con altri

compagni sconosciuti che avrebbero fatto parte della sua classe.

Erano più ragazze che ragazzi: chiassosi, sorridenti, vestiti alla

moda, piuttosto disinvolti. Solo qualcuno aveva l’aria di un cane bastonato

e subiva gli abbracci, i saluti di quelli più vivaci. Alcune ragazze

avevano messo la cipria sul viso, s’erano truccate col rimmel e

altre avevano usato solo il lucida labbra. Una andava fiera del suo

piercing al naso, un’altra lo mostrava in maniera ostentata all’ombelico

lasciato scoperto da una maglietta troppo corta. I ragazzi sembravano

più a disagio. Alcuni avevano i capelli cementati dal gel,

uno gli stravaganti dread. Tutti vestivano jeans a vita bassa con cinture

grosse e borchiate.

Si avvicinò al suo gruppo un professore più giovane della preside. Vestiva

in modo sportivo, su un pantalone di cotone blu aveva una camicia

a righine e un gilet smanicato con tante tasche.

Aveva un viso dai contorni nitidi, ridente e colorito con due occhi azzurri

e luminosi che emanavano un’allegria contagiosa.

– Voi della terza C, venite con me – disse con voce decisa ma gradevole,

e si avviò con passo lungo verso le scale che conducevano ai piani

superiori. Tutti lo seguirono, cercando di stargli il più possibile dietro.

Raggiunsero il secondo piano, percorsero una parte del corridoio. A

destra le finestre si affacciavano nel cortile della scuola, a sinistra una

lunga fila di porte si apriva su aule ancora vuote. Su ogni porta era

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Capitolo terzo

indicato il nome della classe. Quasi in fondo al corridoio il professore

si fermò.

– Entrate, prego, questa è la vostra aula – e attese che tutti si accomodassero.

La stanza era ampia, con tre file di banchi doppi. La luce giungeva da

una lunga vetrata che occupava tutta la parete alla destra della cattedra.

Gli alberi del parco arrivavano fino all’altezza delle finestre. Due

palazzi grigi in lontananza emergevano come funghi dal verde. Alle

pareti bianche erano attaccate due carte geografiche, una dell’Italia e

un’altra dell’Europa.

Il professore si avvicinò alla cattedra e si sedette, mentre tutti i ragazzi

prendevano posto in maniera molto rumorosa, cercando di occupare

i banchi in fondo.

Giulia entrò tra le ultime e andò a sedersi nel primo banco lasciato

libero vicino alla finestra. Tirò fuori dallo zaino il diario, un quaderno,

l’astuccio con le penne e guardò il professore che nel frattempo

aveva aperto il registro di classe e scorreva i nomi degli studenti stampati

sulla prima pagina. Nessun compagno si sedette al suo fianco.

Il trambusto iniziale si attenuò e dopo un po’ tutti fecero silenzio.

Il professore alzò la testa e li guardò con attenzione.

– Sono il professor Perissi, di italiano e storia – esordì all’improvviso

e fece una pausa.

Giulia teneva lo sguardo basso sul banco, aveva aperto il diario e faceva

finta di leggere, timorosa di incontrare gli occhi del professore, che

nel frattempo incominciò a fare l’appello. Quando pronunziò il suo

nome divenne rossa e riuscì con fatica a rispondere presente.

Il professore, avvertendo il suo disagio, con un sorriso benevolo e incoraggiante

cercò di tranquillizzarla.

– Perché stai da sola? – le chiese, dopo averla osservata in silenzio per

pochi secondi.

– Era uno dei pochi posti liberi quando sono entrata – rispose con

voce tremante. – Tanto sono abituata, non mi peserà – aggiunse, sperando

di chiudere lì la conversazione che le provocava un senso di

angoscia.

– Se ti va bene così, per oggi non c’e problema. Poi vedremo…

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CAPITOLO 4

Quel primo giorno passò molto in fretta. Il professore, dopo le presentazioni,

illustrò, come fanno tutti, i programmi e cercò dal primo

momento di creare un’atmosfera di complicità con gli studenti, mostrandosi

disponibile ad ascoltare e a dialogare.

La ragazza con il piercing al naso che era seduta nel primo banco della

fila centrale, cercò subito di mettersi in mostra, alzando spesso la

mano per intervenire. Alcuni ragazzi in fondo, invece, dopo pochi

minuti di attenzione, incominciarono a parlare tra di loro. Il professore

li richiamò con tono sempre più risoluto. Alla terza ora arrivò la

professoressa di matematica, una donna giovane e attraente con non

più di trent’anni. Elegante in un vestito scuro, sopra una camicetta

bianca, calzava delle scarpe con il tacco alto che la slanciavano conferendole

autorevolezza. Dichiarò subito con energia di esigere un impegno

costante e uno studio regolare, necessari per non correre il rischio

di restare indietro.

– Uffa! – pensò Giulia infastidita. – I soliti discorsi… ma a che mi serve

studiare? Un bel voto sul registro forse cambia qualcosa in me? Conoscere

i nomi dei sette re di Roma e sapere se siamo discendenti dalle

scimmie o da altri animali perché mi dovrebbe far crescere meglio?

La scuola per lei era stata sempre un peso insopportabile, quell’anno

a maggior ragione, perché non conosceva nessuno e doveva frequentare

un ambiente nuovo.

Durante la ricreazione si formarono i soliti gruppi consolidati gli anni

precedenti.

Erano trascorsi solo tre mesi dalla fine del passato anno scolastico, si

ritrovarono, però, tutti più grandi, con tanti sogni e molte speranze.

I ragazzi guardavano con occhi attenti le ragazze che rispondevano

con risolini alle loro occhiate, facevano commenti sotto voce, si lasciavano

ammirare mentre camminavano sottobraccio per il corridoio,

coscienti di non passare inosservate.

Giulia cercava di avvicinarsi ai vari gruppi ma si sentiva come una

palla da ping pong che rimbalza da una racchetta all’altra senza fer-

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Giulia

marsi. Non riusciva a trovare un argomento interessante che la coinvolgesse.

Alcuni ragionamenti le sembravano stupidi e certi atteggiamenti

oltremodo infantili.

I giorni seguenti in classe si presentarono tutti gli insegnanti, vecchi e

nuovi.

Il professor Perissi si mostrò subito ben disposto a concordare con

gli studenti i ritmi di lavoro, a spiegare quali comportamenti avrebbe

accettato e quali disapprovato, la professoressa di matematica,

invece, nonostante l’aspetto gradevole, mostrò dal primo giorno di

essere intransigente e intollerante a qualsiasi comportamento fuori

dalle regole stabilite, diventando subito antipatica sia a Giulia che

agli altri studenti.

Nei giorni seguenti Perissi incominciò ad assegnare compiti e ad interrogare.

– Hai fatto il riassunto del brano di antologia? – chiese una mattina a

Stefano, un ragazzo, alto e con i capelli rasati, che occupava l’ultimo

banco.

– No, professore, non sono riuscito. Non ho capito bene come si svolgeva.

Potrebbe rispiegarlo?

– Abituati a dire prima dell’interrogazione che non hai capito un argomento.

Per questa volta ti giustifico – lo ammonì, – la prossima

volta non lo farò. E questo vale per te e per gli altri. Stai comunque

attento quando spiego e parla meno con il tuo compagno di banco, sei

uno dei più chiacchieroni.

In quel momento squillò il cellulare di Alessia, la ragazza con il piercing

al naso.

Tutti si girarono verso di lei che immediatamente arrossì.

– Perché non rispondi? – l’invitò Perissi irritato e ironico.

– Professore, pensavo di averlo spento, mi scusi – rispose Alessia contristata,

cercando nello zaino il maledetto cellulare che continuava a

suonare la sigla di Un medico in famiglia.

– Dovete spegnere i cellulari quando siete in classe. Non vi servono.

Se la vostra famiglia ha bisogno di mettersi in contatto urgente con

voi può farlo tramite il telefono della scuola.

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Capitolo quarto

Un giorno Perissi, mentre spiegava, si accorse che Giulia, invece di prendere

appunti, riempiva pagine intere con quadratini tutti uguali come

tante sbarre di una prigione.

– Cosa fai? – le chiese perplesso.

– Niente, niente – rispose Giulia, arrossendo come un peperone e richiudendo

in fretta il quaderno, che ripose sotto il banco.

– Perché hai chiuso quel quaderno? – le chiese sorridendo, senza avere

l’intenzione di rimproverarla. – Di che hai paura?

– Non ho paura di niente – rispose dopo un imbarazzante momento

di silenzio. – E poi sono cose mie. Ascolto quello che spiega, non si

preoccupi – continuò con tono sempre più arrogante che meravigliò

molto il professore.

– Capisco che non sono affari miei – proseguì Perissi, – ma ho l’impressione

che tu ti distragga facilmente e concluda poco.

– Le ripeto, non mi distraggo – rispose con voce sempre più irritata.

– Perché vuole contraddirmi? Non sono mica una bambina! So quello

che faccio.

– Va bene, va bene, stai calma, non è il caso di agitarsi più di tanto,

– tagliò corto il professore. – Ora continuerò la spiegazione, stai

attenta.

Qualche giorno dopo, toccò a Giulia essere interrogata.

Cercò nella cartella il quaderno dei compiti ma non lo trovò. Incominciò

ad innervosirsi quando il professore si avvicinò al suo banco

cercando di aiutarla.

– Non li ho fatti i compiti – si decise a confessare.

– Hai avuto qualche motivo serio? – le chiese mantenendo la

calma.

– No, ieri non mi andava. Avevo mal di testa – rispose con gli occhi

bassi sul banco, sfuggendo lo sguardo del professore.

Perissi da quel giorno incominciò ad osservare con maggiore attenzione

i comportamenti di Giulia e a controllare i suoi quaderni.

Giulia, sapresti ripetermi quello che ho spiegato? – le chiese un giorno

in cui la vide particolarmente agitata e distratta.

– Manzoni…

– Brava! Cos’ha scritto? – l’incoraggiò Perissi.

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Leggere per conoscere

nuovi mondi e per riflettere

su cose già conosciute.

Leggere per perdersi

nei labirinti dell’immaginazione

e, attraverso la

finzione letteraria, capire

i problemi del mondo che

ci circonda. Leggere per

Giulia

Giulia è una ragazza timida,

chiusa e scontrosa. Quando

cambia quartiere, capita in

una nuova scuola e in una

classe in cui i rapporti tra gli

studenti sono già fortemente

consolidati. I compagni non

favoriscono il suo inserimento,

considerandola una “diversa”

da tenere fuori dal gruppo.

Solo quando la situazione diventa

esasperata i ragazzi si

rendono conto che non si può

scherzare con la vita delle per-

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“sentirsi convinti che ogni

libro degno di questo nome

rappresenta una concentrazione,

un compendio

e una forte semplificazione

di cose complicate”.

(H. Hesse)

sone, mostrando maturità e

coerenza nell’aiutarla a uscire

dal suo isolamento.

I problemi degli adolescenti,

le gioie, le ansie, le paure, la

solitudine, l’emarginazione,

la solidarietà, i primi amori,

la vita scolastica con tutti i

suoi aspetti positivi e negativi

sono al centro della trama. Il

romanzo è corredato di un

apparato didattico costituito

da schede di comprensione,

analisi e riflessione.

Tommaso Mainenti nasce a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno.

Compie gli studi universitari a Napoli, dove si laurea in Lettere. Trascorre

alcuni anni a Bergamo, prima di trasferirsi definitivamente a Roma.

Attualmente insegna in una scuola superiore. Responsabile dei programmi

di “Educazione alla Salute”, s’interessa da anni di questioni legate al

mondo dei ragazzi. Ha pubblicato il romanzo Ce l’ho fatta, nel quale

affronta problematiche riguardanti i giovani, il loro rapporto con gli

adulti, il pericolo droga. Ha curato per varie case editrici edizioni

scolastiche di opere di autori italiani: Cuore di Edmondo De Amicis,

Pinocchio di Collodi, C’era una volta… fiabe di Capuana, una scelta

di novelle di Verga e Pirandello. Ha scritto, inoltre, Umori, una raccolta

di poesie in cui è protagonista l’universo femminile.

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