Marzo 2012 - n.3 - anno I - Get a Free Blog

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EIDO S

Marzo 2012 - n.3 - anno I


eidos

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REDAZIONE

Fondatori

Luca Traversa

Jacopo Bellarosa

Mattia W. Volpi

Giorgio Fontana

Federico Berneche

Collaboratori

Edoardo Corradi

Emanuele Pavoni

Francesco Sale-Musio

G. Camilla severino

Direttore Grafico

Francesco Sale-Musio

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contributo:

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“Eidos: l’uomo come

fine”

SOMMARIO

Attualità

Καλώς ήλθατε στην Ελλάδα: BENVENUTI IN GRECIA!

Edoardo Corradi......................................pag. 4

Corretti, non corrotti

Luca Traversa...............................Pag. 5

Lo scacco alle regine del marchese arancione

Nicolò Fuccaro...............................Pag. 7

Movimento dei forconi cos’è realmente

Edoardo Corradi...............................Pag. 10

La politica agli occhi dei giovani

Luca Andreol, Giorgio Righetti...............................Pag. 11

Storia

Se è necessaria la memoria storica

Mattia W. Volpi...............................pag. 12

Un’imperatrice romantica

Emanuele Pavoni.........................................Pag. 14

Enrico VIII d’Inghilterra

G. Camilla Severino................................Pag. 16

Lettere e Filosofia

Il dimenticato nulla

Federico Bernechè...............................Pag. 20

Dialogo in ricerca su spiritualità e fede

Pietro mensi, Giocomo D’Alessandro...........................Pag. 21

Costume e societa’

libera

Luca Traversa..............................Pag. 23

Whit...

Jacopo Bellarosa......................................Pag. 25

Motori in crisi

Francesco Sale-Musio................................Pag. 28


Pag 20.............

Pag 23......

Pag 25.............

EIDOSEIDOS

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eidos

El pueblo unido jamás será

vencido!

“C’è una sola violenza che posso

accettare / lotta di classe contro

potere / violenza dettata da

necessità / necessità oggettiva

quella di poter campare /

campare liberato dal lavoro

salariato / (…)”. Anno 1993,

la band raggamuffin 99 Posse

faceva uscire il suo disco “Curre

curre guagliò” dove è presente la

canzone “Rigurgito antifascista”

dalla quale ho estrapolato l’incipit

per questa riflessione. Riflessione

su cosa? Su quello che, vicino

alla penisola italica, tanti altri

compagni, ragazzi, madri, padri e

anziani stanno vivendo ad Atene

e nelle altre città greche.

La crisi economica creata ad hoc

dai capi dell’economia mondiale,

per poter in seguito arricchirsi ancor

di più mettendo come Premier il

fidato Papademos, ha scatenato

nella capitale e nelle altre grosse

città manifestazioni di violenza

che sono culminate in scontri a

lacrimogeni e bombe molotov.

4

Questa violenza ha provocato

la morte di tre impiegati di una

banca dopo che questa era stata

data alle fiamme.

Ma questa violenza è giusta?

Arrivati ad una situazione critica,

l’istinto per la sopravvivenza, che

l’uomo, essendo un animale,

nonostante che la “civiltà” l’abbia

relegato negli angoli più bui e

nascosti dell’interiorità umana,

ha ancora, si fa vedere. Quando

non una, non due, ma milioni di

persone si trovano senza un futuro,

senza un lavoro, senza il mangiare

per loro e per i propri figli, allora

sì, si aggrappano all’istinto di

sopravvivenza contro il pericolo

che li sta minacciando.

Questo pericolo, chiamato

incertezza, è stato creato dai

potenti della terra. Allora si scende

in piazza, si manifesta, si cerca di

dare un segnale forte, un segnale

che il popolo è ancora vivo e sa

ancora lottare per i suoi diritti. Ma

che segnale possiamo dare se si

sfila cantando cori? Che paura

possiamo instillare nei potenti

facendo delle semplici marce?

Non è più utile se si dimostra che

il popolo, da sempre sfruttato dai

poteri forti, è in grado di dare

segnali evidenti alle classi dirigenti

di quella che è la sua rabbia, la

sua voglia di cambiare realmente

qualcosa? L’unico modo per far

questo è usare la violenza. Fino

a quando ci si limita a cantare e

passeggiare per le vie del centro,

chi sta al potere non si spaventa,

anzi ride di queste sfilate. Ma

quando la rabbia del popolo si

fa palese agli occhi di tutti, allora

sì che le teste iniziano a cadere,

come dimostrato dalle recenti

dimissioni di 5 membri del governo

Papademos: Makis Voridis (Ministro

dei Trasporti), Georges Georgiou

(vice-ministro della Difesa), Asterios

Rodoulis (Segretario di Stato

all’Agricoltura), Adonis Georgiadis

(Segretario di Stato alla Marina)

e Mariliza Xenoyannalopoulou

(vice-ministro degli Affari Esteri).

Questa è la violenza da

condividere, una violenza

necessaria per cercare di

cambiare le cose in uno Stato

dove il cosiddetto programma

di austerity sta massacrando il

popolo greco.

DO di Edoardo Corradi

Pochi giorni fa è stato votato il

piano di austerity dal parlamento

greco, mentre fuori dai palazzi

del potere centinaia di migliaia

di cittadini dimostravano il

loro dissenso. Si è arrivati a una

situazione paradossale. Un danno

economico causato da una

classe politica inadeguata verrà

pagato non da loro stessi, ma dai

semplici cittadini; la manovra che

ieri è stata approvata per ottenere

i finanziamenti europei prevede

tagli da 3,3 miliardi di euro, che

verranno presi dalla riduzione di

circa 150000 posti di lavoro agli

uffici pubblici e una diminuzione

del 22% dei salari minimi.

Come può il popolo greco

rimanere remissivo davanti

a queste misure? Come gli si

può chiedere di continuare a

manifestare pacificamente?

La situazione ormai ha superato

ogni limite: televisioni occupate,

gente che non ha più uno

stipendio da 9-10 mesi, magari

con figli al seguito. Da rimarcare

la nuova tassa per la casa:

arriva in concomitanza con la

bolletta dell’elettricità e se non

viene pagata per mancanza di

liquidi viene staccata la corrente

elettrica. Chi ha la fortuna di

non avere la casa di proprietà si

vede staccare solo l’elettricità.

Diversamente, qualora si

possegga lo stabile, lo sfortunato

dovrà cercarsi un nuovo posto

dove dormire.

E ricordiamoci che queste misure

sono simili a quelle italiane.

Il 2011 è stato l’anno delle rivolte

in Nord Africa e Medio Oriente;

speriamo che il 2012 sia quello

delle rivolte europee contro un

sistema capitalistico che non fa

che mettere l’uno contro l’altro

i cittadini, senza accorgerci che

tutti stanno sprofondando assieme

in un baratro dal quale risalire sarà

difficile. E non credete a questi finti

sinistroidi che stanno nei governi

mondiali: non esiste un capitalismo

dal volto buono, un capitalismo

migliore. Non lo si può cambiare,

lo si può abbattere. Come stanno

provando a fare in Grecia.

Benvenuti in Grecia, Benvenuti

all’Inferno!

“Καλώς ήλθατε στην Ελλάδα, Καλώς

ήρθατε στην κόλαση!” DO


Avevo promesso che mi sarei

occupato, tra le altre cose, di

cultura alla legalità. Un tema

senz’altro spinoso, vastissimo,

difficile da affrontare.

Potremmo definire la legalità,

molto semplicemente, come

“attitudine a rispettare le norme

del nostro ordinamento”; fare

cultura della legalità significa

dunque diffondere senso

del dovere, rispetto per la

legge, amore per la giustizia.

Infondere una credenza in

un gruppo di persone implica

un lavoro faticoso, lungo

e continuo. Vi sono uomini

che attraversano l’Italia da

anni con questo obiettivo; mi

sembra doveroso ricordarne

alcuni. Innanzitutto, Antonino

Caponnetto, ex magistrato,

capo del pool antimafia di

Palermo dal 1983 al 1990. Egli,

una volta andato in pensione,

ha raccontato la propria

esperienza straordinaria di vita e

di lavoro ai giovani della nostra

penisola, fino alla fine della

sua parabola umana nel 2002.

Oppure potremmo ricordare

Gherardo Colombo, anch’egli

ex magistrato (membro del

pool di Mani Pulite), che tuttora

visita scuole, licei, università per

diffondere l’amore per il diritto.

DO

di Luca Traversa

Ancora, mi piace sottolineare

l’opera di Nando Dalla Chiesa,

figlio del Generale Carlo

Alberto, trucidato dalla mafia,

a Palermo, nel 1982.

Dovendo parlare di questo

tema su carta, in uno spazio

ristretto, ho pensato che

il modo più efficace per

contribuire, nel mio piccolo, a

questa “cultura della legalità”

fosse mostrare degli exempla.

La vicenda storica di un uomo

è senza dubbio di immediata

comprensione e sovente

genera emulazione o quanto

meno ammirazione.

In questo numero ho deciso di

raccontarvi la storia di Raphael

Rossi, forse non a tutti nota.

Egli, nato nel 1974 a Torino, si

è occupato sin da giovane di

gestione dei rifiuti, divenendo

un esperto di sistemi di

compostaggio, prevenzione

e raccolta differenziata. Già

nel 2002 infatti fu selezionato

come “tecnico” per attivare

i primi programmi di raccolta

differenziata “porta a porta”

nella Provincia di Torino, con

ottimi risultati (60% di raccolta

differenziata in vari comuni, in

poco tempo). Nel 2004 Sergio

Chiamparino, candidato

sindaco al Comune di Torino,

decise di inserire i programmi

di raccolta differenziata nel

suo programma elettorale,

volendoli estendere al

capoluogo piemontese in toto.

Raphael Rossi fu nominato

membro del Cda dell’Amiat,

(l’Azienda Multiservizi Igiene

Ambientale di Torino) e nel

contempo fondò una società

di ingegneria, la ESPER, che

estese i programmi “Pap”

(raccolta porta a porta) nelle

città di Trento, Roma, Bari e poi

anche a Napoli. Nel 2006 la sua

vita inizia a cambiare. L’Amiat

Attualità

era intenzionata a comprare

un costoso macchinario per il

trattamento dei rifiuti. Raphael

Rossi, divenuto vicepresidente,

si oppose, sostenendo l’inutilità

di tale spesa, che ammontava

a 4,2 milioni di euro (di soldi

pubblici naturalmente).

Egli contestava l’eccessivo

rischio di tale investimento

ed il metodo con cui si era

aggiudicato l’appalto per

la produzione di questo

macchinario (affidamento

diretto alla società VM Press

anziché gara ad evidenza

pubblica). L’ex Presidente

dell’Amiat Giordano, passato

nel frattempo ad altro

incarico, era desideroso di

concludere l’affare: tentò

perciò di comprare l’assenso

di Rossi offrendogli una

tangente: 50.000 all’inizio, poi

la proposta salì sino a 125.000.

Una bella somma, non c’è

che dire. Rossi tuttavia non

solo non accettò, ma contattò

immediatamente il suo legale

e iniziò a collaborare con la

Procura della Repubblica di

5


eidos

Torino.

Nell’autunno del 2008

Giordano e due dirigenti della

VM Press sono stati arrestati, in

seguito rilasciati e imputati per

corruzione e turbativa d’asta.

Tutto è bene quel che finisce

bene, parrebbe. E invece

non è così. Nel 2010, tutti i

membri del Cda dell’Amiat

vengono riconfermati nel loro

incarico, perché nel frattempo

la raccolta differenziata PaP

procedeva con successo e

aveva raggiunto il 60% a Torino.

Tutti tranne uno: Raphael

Rossi. Proprio lui, che aveva

fatto risparmiare una spesa

inutile ai suoi cittadini e aveva

smascherato un tentativo di

corruzione.

Rossi, nel 2009, ha chiesto al

Comune di Torino di costituirsi

parte civile nel processo

contro Giordano e di aiutarlo

a sostenere le spese legali. Per

un anno ciò non è avvenuto,

finché la trasmissione Report,

condotta da Milena Gabanelli,

ha raccontato la vicenda. Solo

allora il Comune ha deciso

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di intervenire, annunciando

la costituzione dell’ Amiat

nel processo per “turbativa

d’asta” contro Giordano. E la

corruzione? Nel comunicato,

scarno, del Comune, non

compare questa parola.

Dimenticanza? Lapsus?

Durante l’udienza preliminare,

Giorgio Giordano ha

riconosciuto le propr––ie

responsabilità e ha ottenuto

il patteggiamento; è stato

condannato a un anno di

reclusione, con sospensione

condizionale della pena

(niente carcere). Gli altri tre

imputati sono stati tutti rinviati a

giudizio. Il processo è in corso.

La vicenda di Rossi ha portato

alla nascita di un’associazione

di volontari, i “signori rossi”, che

aiutano i lavoratori italiani a

denunciare la corruzione nelle

proprie aziende.

Luigi De Magistris, una volta

eletto sindaco di Napoli,

ha voluto Raphael Rossi a

presiedere la Asia, l’omologa

partenopea dell’Amiat

torinese, interrompendo

decenni di nomine “politiche”

e “concordate” (conosciamo

il problema della gestione dei

rifiuti a Napoli). In breve tempo

egli ha attivato la raccolta dei

rifiuti PaP raccogliendo grandi

risultati anche nei quartieri

più difficili; inoltre, ha stretto

un importante accordo con

l’Olanda per lo smaltimento dei

rifiuti, ad un costo sostenibile,

facendo risparmiare milioni

di euro alla città. Con

dispiacere e stupore abbiamo

appreso poche settimane

fa dell’avvicendamento

di Rossi al vertice dell’Asia,

forse causato da dissapori

con alcuni assessori. Ci

conforta sapere però che egli

continuerà ad occuparsi di

rifiuti come consulente, in varie

città di Italia, compresa Napoli,

mettendo al servizio della

collettività la sua straordinaria

competenza in materia e,

soprattutto, la sua onestà.

Visti i tempi che corrono, c’è

da rallegrarsi.

DO


LO SCACCO ALLE REGINE

DEL MARCHESE ARANCIONE

“Paolo, ormai è fatta. Preparati

chè andiamo!”. Provavo un

misto di sorpresa, stupore e

grandissimo entusiasmo, anche

se ancora un po’ incredulo. Alle

22 di domenica 12 febbraio,

circa un’ora dopo la chiusura

delle primarie democratiche,

si era già capito con chiarezza

come sarebbe finita. I risultati che

andavano profilandosi, così come

già annunciati dagli exit poll,

spegnevano ogni speranza nelle

due candidate del Pd. Marco

Doria, il professore indipendente

sostenuto da Sinistra Ecologia

e Libertà, stava per tagliare il

traguardo delle consultazioni

interne al centrosinistra per la

scelta del candidato per la corsa

a Palazzo Tursi, primeggiando

(46%) su tutti e cinque gli avversari,

con la sindaco uscente Marta

Vincenzi (27,5%) e la senatrice

Roberta Pinotti (23,6%) che,

assieme, raccoglievano poco più

della metà dei consensi.

Siamo partiti di corsa, sull’onda

di quell’entusiasmo che ti

trascina nei momenti più sentiti,

vissuti, partecipati, per andare

a festeggiare il vincitore, al suo

punto di incontro (non sopporta

il diffuso inglesismo “point”).

Avevamo vissuto la campagna

elettorale di Marco Doria fin

da subito, credendoci, ma

rimanendo con i piedi per terra,

perchè sapevamo che sarebbe

stata un’impresa non da poco.

All’inizio non lo conoscevo di

persona; mi ero informato su chi

fosse, sulle sue idee, sulla sua bozza

di programma. Cercavo una

persona alternativa alle gerarchie

di partito, al cosiddetto apparato.

Era appena scoppiata la faida

sotterranea, tutta interna al Pd, per

la scelta della candidatura ufficiale.

Quella che non è mai giunta, in

seguito all’ufficializzazione della

candidatura di Roberta Pinotti:

era l’occasione cruciale per la

cinquantenne senatrice, da quasi

11 anni in parlamento, per dare

una svolta alla sua carriera politica.

La sindaco Marta Vincenzi, a quel

punto, ha accettato la sfida delle

primarie, seppur mal digerendole

e lamentando che la prassi fino

ad allora seguita era quella di

ricandidare i sindaci uscenti per

il secondo (ed ultimo) mandato,

evitando le consultazioni interne.

In questo stato di cose, invitato

e sollecitato da un gruppo di

intellettuali genovesi, con a

capofila il prof. Silvio Ferrari,

Doria ha annunciato di aver

accolto la proposta e ha iniziato

con serietà ed umiltà il lungo

percorso che avrebbe portato al

12 febbraio. Subito gli è arrivato

il sostegno di Sel e quello di Don

Andrea Gallo, il quale ha messo

a disposizione del suo prescelto i

locali della libreria della Comunità

di San Benedetto al Porto, in

DO

Attualità

di Nicolò Fuccaro

salita Santa Caterina. Il professore

si è, dunque, circondato di un

piccolo ma attivo staff, formato

prevalentemente da giovani, tra

cui molte donne. Insieme hanno

iniziato a raccogliere in giro per i

quartieri le 1500 firme previste dallo

statuto del Pd per presentare la

candidatura. Ne ha consegnato

ben 3500 circa. Era un segnale

da non trascurare, soprattutto

per una persona non molto nota

alla cittadinanza, pur essendo

stato alcuni anni consigliere

comunale per un breve mandato

(1990-1993) e per l’appartenenza

alla (fu) nobile famiglia Doria –

sebbene suo padre Giorgio, detto

“il marchese rosso”, fu diseredato

per la sua fede comunista e la

militanza nel Pci.

L’impegno profuso fin da subito

stava raccogliendo i primi

frutti, ma era stato fatto solo il

primo passo. La partecipazione

cresceva giorno dopo giorno, col

7


eidos

susseguirsi dei numerosi incontri

con cittadini, lavoratori, giovani,

studenti, pensionati. Al mattino al

lavoro in facoltà, come sempre;

i pomeriggi e le sere erano,

invece, dedicati alla campagna

elettorale. Quartiere per quartiere,

si è spostato in lungo e in largo per

tutta la città, rigorosamente con i

mezzi pubblici o a piedi, come ha

tenuto a sottolineare, anche nelle

zone periferiche, tradizionalmente

– e a torto – meno tenute in

considerazione. Ha parlato di

lui, dei suoi valori, delle sue idee,

ha esposto il suo programma – in

costruzione, grazie al contributo

dei suoi concittadini – ma non

si è mai sottratto alle domande,

al confronto pubblico. Si è

fermato per strada, soprattutto

per ascoltare, per comprendere

i problemi della gente, dai più

complessi ai più contingenti: dal

precariato alle buche nelle strade,

dall’ambiente al prezzo del biglietto

del bus. Diversi, certamente, ma

che fanno tutti parte della vita

e della quotidianità di ciascuno

di noi. Si è fatto conoscere e

ha costruito una fiducia, quella

di cui necessita chiunque si

sottoponga al giudizio popolare,

con il contatto quotidiano, con la

costante presenza. Ha coinvolto

persone di ogni età parlando

la loro lingua, la lingua della

politica e non del politichese,

la lingua della semplicità ma

della concretezza e non delle

alchimie partitiche. Ha preferito

il rapporto interpersonale diretto

ai canali telematici, di cui pur si

è avvalso. Infatti, parallelamente,

ha saputo sfruttare al meglio

le forme di comunicazione

più all’avanguardia, dai social

network (Twitter e Facebook) al

suo sito internet, dove “amici” e

“followers”, chi poneva un quesito

o chi semplicemente gli faceva un

in bocca al lupo, hanno sempre

ricevuto un chiarimento o una

risposta. In questo campo è stato

fondamentale l’aiuto del suo staff,

perché, per usare un eufemismo,

ha sempre avuto poca simpatia

e dimestichezza con i mezzi

tecnologici di ultima generazione

(ama raccontare sorridendo un

aneddoto: un giorno un signore

incontrato per strada lo ha salutato

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e lui, non ricordando di averlo

mai visto prima, gli ha chiesto

come si conoscono. Si è sentito

rispondere: “sono tuo amico su

Facebook!”). Pensare che non

aveva un telefono cellulare fino a

un paio d’anni fa (“non mi serviva,

tutti sanno dove trovarmi: o sono

all’università o sono a casa”) dice

tutto sulla sua persona, alla mano

e un po’ anticonformista.

Il Partito democratico, sull’altro

fronte, si è perso in un bicchier

d’acqua. Aveva dietro di sé

un’organizzazione e una struttura

molto più consolidata e capillare

di quella del professore. Senza

nulla togliere alla meritoria scelta di

indire le primarie, senza le quali un

(presunto) outsider non avrebbe

mai potuto ambire a diventare il

portabandiera di una coalizione

che si presenta alle elezioni, come

ha riconosciuto Doria.

Ma sbaglia chi dice che proprio

il Pd abbia perso le sue primarie.

Chi ne è uscito sconfitto sono i suoi

candidati, non tanto il partito per

non essere riuscito a far eleggere

un proprio tesserato. Che senso

e che utilità avrebbero, allora,

delle consultazioni in cui deve, a

tutti i costi, vincere una persona

in particolare? Cos’avrebbe

a che fare con la democrazia

partecipata un’investitura

popolare controllata e indirizzata

sul candidato previamente

designato dalla dirigenza di

partito? Non saprebbe di una

bella e buona presa in giro del

proprio elettorato, sempre meno

entusiasta dei suoi rappresentanti

(dato emerso anche dal calo

dell’affluenza di 10.000 elettori

circa, rispetto alle precedenti

primarie che incoronarono Marta

Vincenzi)? C’è chi parla, invece,

di restringere la competizione,

di rendere le candidature più

selettive, di fare delle “preprimarie”

per scegliere il

candidato di partito. Siamo alla

follia. Il segretario Bersani addebita

la sconfitta alla divisione interna

nel sostegno alle due esponenti,

dimenticando che in alcune

città (Torino) la vittoria è andata

ad un candidato Pd quando in

gara c’erano più militanti dello

stesso partito, mentre la sconfitta

è stata sonante in altre (Cagliari,

Milano) in cui il partito sosteneva

unitariamente un solo uomo. Più

che le opposte fazioni interne

in sé, hanno pesato invece le

questioni personali, il clima da

regolamento di conti che vedeva

opposte la sindaco uscente che

rivendicava i successi della sua

amministrazione, dimenticando

però diversi errori ed omissioni,

e la senatrice che insisteva sul

rinnovamento e sulla discontinuità,

non avendo colto che questi non

erano certo incarnati da chi è

presente sulla scena politica da

tempo e siede in parlamento da

più di un decennio. Non si è avuto il

coraggio di ammettere la sconfitta

e di addebitarla prima di tutto alle

candidate, alle loro candidature

evidentemente non apprezzate. Il

popolo, questa espressione sociale


che viene sempre invocata per

compiacere i suoi appartenenti,

spesso facendosi poi beffe delle

loro istanze, ha manifestato una

forte esigenza di cambiamento,

di volti freschi, di facce pulite, di

storie nuove. Questo popolo si è

stufato delle promesse retoriche

dei professionisti della politica, ha

gettato il cuore oltre l’ostacolo

e ha deciso di dare fiducia a

una persona meno nota, ma

che percepiva più vicina, più in

sintonia con il proprio mondo,

con la propria quotidianità. È

forse una manifestazione della

celebre antipolitica? Tutt’altro.

Marco Doria ha parlato di Politica

(quella con la P maiuscola, come

si suol dire), più e meglio delle

rivali, distratte da beghe personali,

interessi di bottega, calcoli di

piccolo cabotaggio. Tra chi si

crogiolava per quanto già fatto

e chi flirtava con Enrico Musso –

uno dei principali avversari alle

amministrative – e l’Udc, Doria

ha trovato spazio per inserire

i suoi contenuti, per imporli

all’attenzione di chi era interessato

ai progetti di amministrazione

della propria città. Ha parlato

di lavoro, infrastrutture, servizi

pubblici e assistenziali, spazi verdi,

cultura, integrazione, turismo

e altro ancora. Ha dialogato

con la cittadinanza, per trovare

nuovi spunti e perfezionare il

programma.

Ha sentito dietro di sé una spinta,

un entusiasmo popolare che lo ha

incoraggiato a perseverare, ad

andare avanti con determinazione

e con una sempre maggiore

convinzione, conscio del fatto che

in una competizione elettorale

tutto (o quasi) è possibile. Era partito

contro i favori della critica, contro

ogni pronostico. Era considerato

l’outsider che poteva soltanto

valorizzare la democraticità di

queste primarie, ma senza alcuna

chance di vittoria. E invece ce l’ha

fatta, surclassando gli avversari.

Quell’entusiasmo popolare – una

delle chiavi del suo successo

– si è man a mano diffuso

trasversalmente, tra giovani e

meno giovani, tra ceti popolari

e borghesi e ha rappresentato il

sintomo della straordinaria voglia

di una svolta, la percezione di una

novità, di qualcosa che si stava

muovendo nel panorama politico

locale (e non solo) in risposta alle

istanze sociali di rinnovamento. Il

colore arancione, scelto all’inizio

della campagna per le primarie,

stava a marcare questa diversità.

Proprio quell’arancione che

aveva contraddistinto la proposta

di Giuliano Pisapia a Milano e di

Luigi De Magistris a Napoli, artefici

e protagonisti di una nuova

stagione politica, iniziata l’anno

passato con quel ciclo di elezioni

amministrative e proseguita con la

vittoria popolare dei referendum,

a favore della gestione pubblica

dei servizi, contro il nucleare,

e per ristabilire il principio

dell’uguaglianza di tutti i cittadini

davanti alla legge.

Se Marco Doria riuscirà a diventare

sindaco, dovrà essere disposto

a dialogare con i partiti che

lo sosterranno, stando attento

a non farsi dettare l’agenda,

rifiutando l’imposizione di nomi

da “sistemare” e di scelte da

seguire, ma senza intestardirsi

ottusamente per mero orgoglio

personale. Deve respingere con

forza, fin da principio, le accuse

di essere legato a qualche Solone

della politica, che in qualche

modo riuscirebbe a manovrarlo,

come ha fatto con quella recente

di essere “un uomo di Burlando”.

Dovrà rifiutare compromessi

immorali o, comunque, contrari

al suo programma e all’idea

di amministrazione che ha

sottoposto all’approvazione


Attualità

della cittadinanza; non dovrà

impuntarsi solo sui “no”, ma al

contempo costruire una proposta

alternativa e più convincente.

Dovrà impegnarsi in una gestione

trasparente della cosa pubblica,

partecipata e attenta alle reali

esigenze dei cittadini, a partire

dai più bisognosi di tutele e

di attenzioni. A volte sarà una

battaglia dura, che gli potrà

pesare e gli sembrerà più grande di

lui e delle sue forze. La strada sarà

lunga e perigliosa, non illudiamoci

(mai definizione fu più appropriata

di quella di Rino Formica, il quale

diceva che “la politica è sangue

e merda”). Sarà fatta di vittorie

ma anche di sconfitte, di lunghe

mediazioni e di scelte importanti.

Ma non potrà permettersi di

scoraggiarsi, di arrendersi. Sarà

troppo importante vincere questa

sfida e non deludere le aspettative,

che sono alte ma costruite con

fatica, perchè la disillusione sta

dietro l’angolo.

Adesso è il momento (“se non

ora, quando?” dice il grintoso

slogan del movimento femminile)

di impegnarsi tutti per dare fiducia

e assecondare questa onda di

entusiasmo e di rinnovamento.

Affichè continui la sua corsa, sarà

fondamentale il nostro contributo,

per aiutare questo vento di

cambiamento a non cessare, a

non affievolirsi, ma a continuare

a spirare forte in quella direzione.

E il lungo cammino verso di essa

passa per l’elezione di Marco

Doria a Palazzo Tursi. DO

Perché le idee sono come farfalle

che non puoi togliergli le ali

perché le idee sono come le stelle

che non le spengono i temporali

perché le idee sono voci di madre

che credevano di avere perso

e sono come il sorriso di Dio

in questo sputo di universo


Roberto Vecchioni, “Chiamami ancora amore”

9


eidos

“MOVIMENTO DEI FORCONI”:

Fino a qualche giorno fa

rimbalzava la notizia su tutti i

media di questo fantomatico

“Movimento dei forconi” che

stava paralizzando tutto il Sud

Italia. Una lodevole iniziativa

di protesta contro un governo

ritenuto eccessivamente

“severo” e una situazione

economica che stava

mandando verso il degrado

l’intera società italiana. A prima

vista sembrava che il popolo

italiano, contrariamente a

quanto dimostrato nella sua

centocinquantennale storia,

escludendo la parentesi

partigiana (che secondo il mio

modesto parere è il periodo

più bello e patriottico che

l’Italia abbia mai visto), avesse

finalmente preso coscienza di sé

e si fosse ribellato alle decisioni

politico-economiche che per

nulla giovavano al Paese.

Andiamo però ad analizzare

a fondo questo movimento:

chi sono i suoi capi? Come

disse Ernesto “Che” Guevara

de la Serna, tutte le rivoluzioni,

o i movimenti che si ritengono

in grado di fare qualcosa di

simile, hanno dei capi, hanno

una minoranza organizzata che

sfrutta la massa per raggiungere

l’obiettivo prefissato (si può

vedere nella Rivoluzione

Francese o Russa, o nel sistema

del “foco” cubano, durante

cui la rivoluzione partì da pochi

guerriglieri, prima di espandersi

grazie alla presa di coscienza di

gran parte della popolazione).

Quello che si ritiene capo e

10

COS’È REALMENTE?

DO di Edoardo Corradi

fondatore di questo movimento

è un tal Martino Morsello (lo si

può notare da alcune interviste.

Insieme alla figlia, gestisce

la pagina ufficiale sul social

network “Facebook”). Questo

personaggio abbastanza

sconosciuto è molto vicino agli

ambienti della destra estrema

che si ritrova nel partito di

Forza Nuova, partito da lui

stesso esaltato nel discorso

pronunciato al Congresso

partitico del 10 dicembre 2011.

La figlia, Antonella Morsello,

autodichiaratasi “portavoce

del Movimento dei Forconi”,

è anch’essa dipendente dal

partito Forza Nuova Terni.

Semplice coincidenza, o, forse,

nei piani alti del movimento,

l’estrema destra si trova al

comando? Sono stati eletti i

primi referenti regionali qualche

tempo fa, eccone i nomi:

Umberto Mellino (Forza Nuova

Calabria), Antonio Mariani

(responsabile Agricoltura Forza

Nuova Frosinone) e Fabiano

Fabio (Forza Nuova Foggia).

Pare quindi che le infiltrazioni

fasciste siano ben più ampie, sia ai

piani alti che nella massa. Come

si può evincere dal sito internet

www.atuttadestra.net (nome

abbastanza inequivocabile,

non trovate?) nel grosso corteo

che si è sviluppato per le vie

di Catania il 15 gennaio era

presente una delegazione di

Forza Nuova Catania assieme

al referente messinese di

Lotta Studentesca (collettivo

fascista studentesco). Alcune

ricerche in rete sostengono

questa tesi: il volantinaggio di

Forza Nuova Palermo a favore

del Movimento; la presenza,

sempre nel corteo di Catania,

di Gaetano Bonanno (Forza

Nuova Catania) che ha pure

tenuto un discorso pubblico

davanti ai manifestanti. Stessa

cosa si può dire sempre a

riguardo di Morsello, che ha

tenuto un discorso al dibattito

organizzato a Ragusa sempre

dal solito partito, Forza Nuova.

Anche nel corteo di Messina era

presente un troncone del corteo

composto da soli membri del

partito dichiarato fascista.

Ecco a voi il comunicato che

Forza Nuova Palermo ha redatto

il 19 gennaio:

“I militanti forzanovisti di

Palermo, che saranno presto

seguiti dagli altri nuclei

presenti in Sicilia hanno affisso,

dopo aver incontrato alcuni

esponenti dei movimenti in

lotta, nei pressi dell’ingresso

dell’autostrada per Catania,

alcuni eloquenti striscioni per

esprimere il proprio sostegno

alla lotta di popolo in atto”

Non sapevo che, per esprimere la

propria solidarietà, ci si mettesse

d’accordo con gli esponenti

dei movimenti in lotta, con cui

decidere di comune accordo

gli striscioni da affiggere.

Ma non dovrebbe essere una

rivolta popolare, apolitica e

apartitica?

DO


LA POLITICA AGLI OCCHI DEI GIOVANI

LA FAVOLA di Luca Andreol, PDL DO

Finalmente dopo mesi di agonia e

di tenebre il nostro bel paese esce

a riveder le stelle: acclamato dall’

opposizione ed osannato da alcuni

membri della stessa maggioranza

convertitisi in responsabili

patrioti, giunge in soccorso dei

poveri elettori italiani il professor

Mario Monti! Squilli di trombe e

tutti vestiti a festa per un esecutivo

privo di politici di professione,

pronto a fare del rigore e della

trasparenza la sua arma vincente

e capace di ottenere persino i piu

alti riconoscimenti dalla ue! Tutto

questo è fantastico; sto vivendo

una favola dove il reame incantato

è stato liberato dal cattivo

Cavaliere di Arcore e si appresta

a vivere la sua epoca di splendore

guidato dal serio paladino

dell’ economia. Poco importa se

quella stessa persona che dice

di essere pronto a salvarmi dal

baratro della recessione è dipendente

di una delle banche che

piu di tutte è stata causa della

crisi; lui è Mario Monti rettore della

Bocconi e nostro salvatore.

Ad un certo punto però accade

la tragedia: i più importanti siti di

informazione annunciano che

la caduta dello spread risulta

molto più lenta e incerta del previsto

e le agenzie di rating internazionali

iniziano ad annunciare

la recessione italiana nel 2012.

Inizio a tormentarmi con domande

assurde cercando di capire cosa

accadrà nell’ immediato futuro e

cosa ci sarà di così sbagliato nel

mio paese da rendere inarrestabile

la corsa verso la recessione. La

risposta mi giunge a chiare lettere

dal paragone con altri governi europei:

LA STABILITA’. Questa parola

in Italia spesso è accomunata all’

idea di dittatura, portata avanti

da una sinistra incapace di raggruppare

la moltitudine di partiti e

partitelli sotto un’ unica bandiera

e che quindi, come accade nella

celebre storia della “volpe e l’

uva”, preferisce sminuirla piuttosto

che puntare ad ottenerla. La triste

verità che ognuno di noi cerca

di ignorare è che per avere uno

stato forte capace di sopportare

CAUTO OTTIMISMO di Giorgio Righetti, PD DO

Mi è stato chiesto, in qualità di

giovane del Pd, di commentare

brevemente l’appoggio che il

mio partito sta fornendo al nuovo

governo Monti. Prima di tutto è

doveroso affermare che questo

governo NON è una sospensione

della democrazia né tantomeno

un golpe di professori e uomini della

finanza come spesso preteso da

alcune forze politiche. Il governo

Monti è nato e rimane un governo

politico, perché dalla politica è

stato legittimato e con questa detiene

il rapporto dialettico e di sintesi

che non potrà mai estinguersi.

Non a caso il decreto “Salva Italia”,

una volta votato dal Consiglio

del Ministri, è stato sì votato ma

anche discusso, modificato e ampliato

dalla politica eletta dai cittadini.

Come non definir “politico”

il lavoro di mediazione tra i partiti,

in special modo il PD, e il ministro

Fornero, che ha portato l’adeguamento

inflazionistico delle pensioni

oltre il doppio della minima fino al

triplo ( 1400 euro). Finché in Parlamento

saranno presenti forze

elette democraticamente nulla

bisognerà recriminare ai partiti

che appoggiano questo governo,

una squadra di tecnici scelti non

in base a logiche di alleanza o di

convenienza, ma in base al merito

e alla propria vita professionale.

Trovo giusto poi criticare nel merito

certe scelte compiute da questo

governo: la mancata presa di posizione

(fino ad ora… poi domani

chissà) sull’assegnazione gratuita

delle frequenze TV, il voler proseguire

la compravendita di 131

F-35, caccia bombardiere dell’industria

Lockheed Martin, per la

modica cifra di 15 miliardi di euro

(200 milioni a velivolo) e la mancata

soglia di tracciabilità del denaro

sotto i 500 euro, come auspicato

tra l’altro da Confindustria.

Detto questo dò merito a questo

governo di aver riportato serietà

dentro i palazzi del potere di

Roma. Abituati per anni alla peggior

politica del governo Berlusconi,

al qualunquismo e alla volgarità

dilagante, rimaniamo forse

scioccati da quell’uomo distinto,

sui settant’anni, che in tono pacato

ma chiaro e non altezzoso

Attualità

pressioni economiche e politiche

bisogna che l’ esecutivo sia stabile

e si basi su un ampio consenso;

esso gli deve consentire di muoversi

in sicurezza tra le riforme, e

per fare questo la leadership all’

interno della coalizione/partito di

governo è fondamentale. Io non

ho problemi a dichiarare la mia

appartenenza politica al Popolo

delle Libertà, e contemporaneamente

non ho paura di dire che

Silvio Berlusconi come primo ministro

ha fatto anche errori gravi ed

ha avuto comportamenti sconvenienti,

ma sono allo stesso modo

sicuro quando affermo che nel

panorama politico attuale non ci

sia una persona capace di rivaleggiare

con il Cavaliere nel dare

stabilità ad un governo. La situazione

è molto triste e mi dispiace

che dopo anni di berlusconismo

non vi sia traccia di giovani di destra

o di sinistra capaci prendere

in mano la situazione, ma non disperate,

se la cosa vi sembra insostenibile

potete sempre ripiegare

sulla “favola”.

DO

illustra leggi e provvedimenti, motivandoli

seriamente senza aver

bisogno di populismi e frasi ad

effetto, utili solo ad abbindolare

cittadini stanchi della politica. Emblematica

è la battuta di Luciana

Littizzetto a “Che tempo che fa”

di due settimane fa: “ Prima nei

corridoi è passata una ballerina;

Monti anziché guardarle il culo le

ha chiesto il 740”. A parte il sorriso

che ci suscita l’immaginarci la

scena, forse questo governo può

ancora riportare in Italia un vero

esempio di vera Politica, intesa

come lavoro per il bene comune.

Pertini diceva che i giovani non

ascoltano i discorsi, ma piuttosto

cercano esempi di onestà. Penso

che questo governo possa, passo

dopo passo, aiutarci a riscoprire la

politica e la bellezza del lavorare

per la res pubblica, a discapito di

ricchezze e interessi personali, con

a cuore soltanto la volontà di essere

trasparenti verso i cittadini e di

poter contribuire al miglioramento

effettivo di questo mondo che, ricordo,

lo abbiamo in prestito dai

nostri figli.

DO

11


eidos

SE È NECESSARIA LA MEMORIA STORICA

DO

di Mattia W. Volpi

La dimensione della memoria

costituisce una parte fondamentale

della natura umana;

la sua rilevanza ha, in due millenni

e mezzo di storia del pensiero

occidentale, suscitato

l’encomio e destato le speculazioni

di tutti i maggiori pensatori:

da Platone a Bergson,

passando per S. Agostino.

Essa è stata suffragata dalla

scienza, tanto che, ad oggi,

a buon titolo pare impensabile

metterla in discussione.

D’altro canto, se la riflessione

costituisce l’elemento principe

per il raggiungimento

dell’autocoscienza dell’individuo,

senza dubbio anche la

memoria stessa (intendendo

per essa il ricordo compiuto,

definito ed edotto del passato)

favorisce tale processo,

conferendo ad ogni soggetto

la consapevolezza delle cose

e la contezza del senso della

storia. Riflessione e memoria,

unitamente all’intelligenza,

sono gli ingredienti fondanti

una vita autocosciente.

Questa breve digressione,

all’apparenza fine a se stessa,

12

è un doveroso preambolo (oltre

ad assurgere ad epitomico

encomio della memoria)

alla riflessione che vado introducendo

intorno alle due

importanti ricorrenze che,

come ogni anno, si presentano

a pochi giorni di distanza,

l’una il 27 Gennaio e l’altra il

10 Febbraio. Lungi da me il

raffrontarle sostanzialmente

e, se l’enumerazione entro

il medesimo periodo favorisce

questo effetto, non tardo

a smentirne la corrispon-

denza alle mie intenzioni.

La prima data, come (spero)

tutti sanno, rappresenta

la Giornata della Memoria:

un ossequioso rispetto e cordoglio

per le vittime dell’Olocausto

(sei milioni di ebrei,

centinaia di migliaia di disabili,

zingari, omosessuali), sterminati

dall’orrore nazionalsocialista.

Alla fine del primo mese

del ‘45, infatti, l’Armata Rossa

aprì i cancelli di Auschwitz ed

il Mondo intero conobbe l’inferno

che si era consumato.

Il 10 Febbraio, come tutti dovrebbero

sapere (ed è amaro

constatare che solo un terzo

degli italiani è a conoscenza

del motivo di tale ricorrenza),

si celebra la Giornata nazionale

del Ricordo. Di recente

istituzionalizzazione (per mezzo

della legge n°92 del 30

Marzo 2004), essa commemora

la medesima data dell’anno

1947, quando fu siglata la

clausola del Trattato di Parigi

sancente la cessione alla Iugoslavia

dei territori italiani di

Istria e Dalmazia, legittimando

e riconoscendo i risultati

dell’eccidio dei nostri connazionali

istriani, dalmati e giuliani,

perpetrato dal Maresciallo

Josip Broz, alias Tito.

In questa vicenda, drammatica

attuazione di un disegno

politico ben definito, si contestualizzano

le “Foibe”: esse

sono cavità carsiche, crepacci,

pozzi naturali profondi

alcune decine di metri, in

cui i titini gettavano non solo

gli oppositori al proprio regime

constituendo, ma anche

tutti coloro “colpevoli per il

solo fatto di essere italiani”.

Controverso è il numero di vittime:

fonti riportano 5-10 mila,

altre parlano del doppio. Oltre

trecentomila italiani dovettero

emigrare, rifugiandosi

nella Penisola.

Due date paradigmatiche; la

prima teste non solamente del

genocidio di più vaste proporzioni

che la storia annoveri, ma

anche della più viva e drammatica

applicazione della

logica follia di un solo uomo.

La seconda suggella un eccidio,

efferata barbarie sottesa

ad opportunismo politico ed

ideologia totalitaria; uno sterminio

di innocenti che, financo

ammettendone la contestualizzazione,

non pare meno


ingiusto, laido e deprecabile.

Due date, parzialmente

convenzionali, che, attraverso

il filo del tempo, instillano

nelle coscienze il sempiterno

ricordo di ciò che è

stato ed urlano al presente

dilanianti sibili di dolore.

Due date, pretesti per “meditare

che questo è stato”, stimoli

per riflettere, per superare

la stretta barriera della sterile

informazione per mirare dritti

al passato, instaurando quel

legame di umana empatia

tra esseri, in quanto umani, e

alimentando la compassione,

nell’accezione più nobile

e dignitosa, del dolore e delle

sofferenze di chi è trapassato.

Ma è necessario ricordare?

Se, in astratto, la risposta affermativa

sembra non poter

ricevere smentite, de facto,

“scivolando” nella pratica,

polemiche, contestazioni

politiche ed ipocrisie perbenistiche

hanno costellato le

due ricorrenze, mettendo in

discussione il valore, ancorchè

simbolico, del ricordo.

Mi riferisco, in particolare, alle

stucchevoli critiche circa la

presunta ipocrita formalità di

circoscrivere il ricordo dell’Olocausto

ad un solo giorno

dell’anno e, per converso, alla

pretesa faziosità politica della

memoria degli eccidi delle

foibe (propinata da alcuni

partiti di sinistra del secondo

Dopoguerra e, tutt’oggi, da

taluni ciechi negazionisti). Pur

senza abbracciare l’ironica

visione tocquevilliana, secondo

la quale nessuno è innocente

in quanto prosegue

la storia, di sapore mosaico,

non v’è dubbio che il ricordo

di quanto è accaduto (in

ispecie se eclatante, tragico

o folle) costituisca sostanzialmente

un dovere morale, oltre

ad un atto formale di civiltà.

E, la memoria storica,

prima di manifestarsi sotto

forma di ricordo, intendendo

con esso lo strato manifesto,

“superficiale”, cerimoniale

della memoria, si costituisce

come sapere, quale sostrato

culturale necessario alla formazione

(nel senso tedesco di

“Bildung”) dello spirito e della

personalità. In virtù del sapere

storico il singolo matura la

propria collocazione nella realtà

e accresce la consapevolezza

di sé. Solo attraverso

di esso il ricordo formale trae

piena legittimazione e doverosità,

assurgendo a cerimonia

non soltanto sensibilizzante,

ma anche affrancante.

Il vincolo formale del ricordo,

sebbene nella prassi possa risultare

nulla più di uno scarno

ed ufficioso rito, se supportato

dalla viva e sentita conoscenza

e dal fervore etico di

chi si sente parte del divenire

storico, assurge ad assolvimento

di un debito per il fatto

stesso di essere partecipi

della natura umana. Il ricordo

consapevole della follia,

precipuamente, diviene esorcizzazione

della stessa, in cui

il singolo, attraverso di esso,

ribadisce il superamento e

lo sradicamento del male.

Se, dunque, ricordare nella

giusta misura tra la convenzione

formale, il rituale purificatorio

e l’immersione nel dolore

degli esseri (secondo il proprio

coinvolgimento dettato dalla

propria sensibilità), è atto necessario,

non è tuttavia sufficiente,

allo stesso modo per

cui alla bella facciata non

corrisponde, necessariamente,

il ricco e venusto palazzo.

Le giornate dedicate alla memoria

debbono rappresentare

il coronamento di un processo

conoscitivo e formativo,

avente solo quale sbocco

convenzionale il formale atto

di rispetto e compassione.

Due date, che stigmatizzano

indelebilmente il superamento

del risentimento da parte

della progenie delle vittime,

SToRIA

mediante l’espiazione onorifica

della colpa da parte degli

innocenti discendenti dei

carnefici. Due giornate che,

ancorché simboliche, suggellano

il risanamento di odi atavici,

ricomponendo l’armonico

tutto delle relazioni tra

esseri umani, affermando, al

cospetto di fatti cotanto eccezionali,

l’assoluta irrilevanza

dell’ideologia politica di

appartenenza, e ribadendo il

rispetto dell’uomo e della natura

umana in quanto tale, al

di là di ogni contingenza.

Sebbene, dato il ricambio generazionale,

i “cantori della

memoria”, à la Levi, andranno

scomparendo, il nostro

ruolo, piccolo fondamentale

compito etico, è coltivare

deditamente e coscienziosamente

la rievocazione

dei fatti, al fine di travalicare

la didattica narrazione del

passato (scongiurando, per

converso, l’idolatria del fatto

hegeliana), per comprenderlo

entro parametri etici, per

mezzo della critica. In definitiva,

se la sostanzialità della

memoria è un dovere verso

se stessi, la sua formalità è sia

un obbligo nei confronti della

coscienza collettiva sia, soprattutto,

una manifestazione

di rispetto per le vittime della

storia. DO

13


eidos

UN’ IMPERATRICE ROMANTICA

DO di Emanuele Pavoni

Questi bellissimi versi

compongono solo una delle

tante poesie, che nel corso della

sua vita scrisse l’imperatrice

Elisabetta di Baviera più

comunemente nota come

Sissi, e forse rappresentano

al meglio l’indole artistica e

i sentimenti travagliatamente

forti di questa straordinaria

donna, che il destino volle

inopportunamente sovrana del

grande e decadente Impero

Asburgico.

Sissi, infatti, per quasi tutta la

sua vita dimenticò i suoi doveri

e le responsabilità istituzionali

per provare a scappare da un

mondo che non sentiva suo:

in fuga da una grigia società

moderna e da una corte che,

con i suoi complessi cerimoniali,

opprimeva il suo desiderio

smodato e indefinibile di libertà;

per lunghi periodi abbandonò

patria, marito e famiglia per

vagabondare in svariati e

lunghissimi viaggi in Europa

e nel Mediterraneo o per

ritornare nella sua amata terra

natia, la Baviera, che con i suoi

boschi e la sua bellezza aveva

profondamente segnato la sua

immaginazione. Così per la sua

vita d’inquietudine interiore

e per la sua straordinaria

bellezza, Sissi incantò L’Europa

di allora, fino a diventare un

mito vivo ancora oggi.

Sissi nacque la vigilia di Natale

del 1837, figlia del duca

Max di Baviera, a sua volta

imparentato con la famiglia

reale dei Wittelsbach, che

con il suo carattere allegro

e spensierato (e del tutto

14

“Quella libertà che volevano rubarmi

quella libertà l’ho trovata nell’acqua

il mio cuore ha preferito fermarsi

piuttosto che uscirne in una cella”

avulso dagli affari politici)

crebbe la bambina e i suoi

fratelli tra la capitale Monaco

e il castello di Possenhofen. In

questa residenza estiva i figli

del duca Max crebbero liberi

dalle costrizioni della corte

di Monaco e impararono,

soprattutto Sissi, ad amare la

natura e il senso di libertà e

di bellezza che trasmetteva.

Certo, i bambini erano

pur sempre dei principi e

conseguentemente ricevettero

anche una solida educazione

umanistica , che formò la

giovane Elisabetta al culto

della civiltà classica (rafforzata

nella sua fantasia dal fatto

che un suo parente, Ottone

di Baviera, fosse divenuto re

della Grecia, appena liberata

dal giogo ottomano) e alla

moderna sensibilità romantica,

che dava ai sentimenti e alla

libertà un valore nuovo e

straordinario.

Arriviamo così all’agosto del

1853, data in cui la sua vita

mutò improvvisamente: in quei

giorni infatti Sissi, la madre

Ludovica e la sorella Elena si

erano recate nella residenza

di Bad Ischl , per ufficializzare il

fidanzamento fra quest’ultima

e il ventitreenne Francesco

Giuseppe, da poco diventato

Imperatore d’Austria; ma

appena costui vide la

sedicenne Sissi s’innamorò

immediatamente di lei e, fra lo

sconcerto generale, si fidanzò

con lei il 18 agosto.

Fu veramente amore a prima

vista e un anno dopo, il 20

aprile 1854, i due giovani

si sposarono a Vienna in

una fastosa cerimonia a

cui seguirono numerosi

festeggiamenti; ma ben presto

il sogno si rivelò più ambiguo del

previsto. Sissi infatti era ancora

giovanissima e in realtà non

era pronta all’importante ruolo

d’imperatrice di un Impero

sterminato, che contava più

di 40 milioni di abitanti; inoltre

il tipo di fanciullezza che

aveva trascorso nell’idilliaca

Possenhofen e la sua indole

romantica e ribelle la portarono

a sentirsi schiacciata, se non

addirittura imprigionata, dal

formale e severo cerimoniale

della corte di Vienna.

E nonostante Francesco

Giuseppe si dimostrasse un

marito sensibile e affettuoso,

Sissi cominciò a scontrarsi fin

da subito con la suocera , l’

arciduchessa Sofia, la quale si

intestardiva a voler educare,

anche con le maniere forti,

la giovane nuora alla rigidità

della corte.

Nella solitudine in cui si ritrovò a

Vienna, la giovane imperatrice

cercò di trovare un po’ di

conforto nel perseguimento e

nel culto della bellezza: Sissi

spesso si rivelava paranoica e

rasentò l’anoressia pur di restare

slanciata e di mantenere i

suoi 55 cm di girovita , tanto

che arrivò a farsi costruire una

vera e propria palestra in un’

ala della Hofburg di Vienna

e a seguire strane diete, che

in realtà erano dei digiuni. Il

culmine di questa ossessione

per la propria immagine si

raggiungeva quando stava


due o tre ore, al mattino, a

farsi pettinare i lunghi capelli,

che, se sciolti, arrivavano a

toccare il pavimento.

Presto la coppia imperiale

ebbe dei figli: nel 1855

nacque la primogenita Sofia

(che morirà due anni dopo) ,

seguita nel 1856 da Gisella e

nel 1858 dall’agognato erede

al trono, Rodolfo; la morte

della figlioletta Sofia segnerà

profondamente Sissi, la quale

in seguito non riuscirà ad

essere una madre presente e

affettuosa nei confronti degli

altri suoi figli (solo con la quarta

figlia, Maria Valeria, nata nel

1868, avrà un rapporto più

diretto e vicino).

Neanche la nascita di

Rodolfo riuscì a ridurre il suo

malessere e a dissuaderla

dall’abbandonare Impero e

famiglia, tanto che iniziò una

serie di viaggi nel Mediterraneo,

prima a Madera, poi a Cadice,

Siviglia, Gibilterra, Majorca,

Malta e infine Corfù. Qui trovò

un po’ di pace, e si fece

costruire un piccolo palazzo

sull’ isola.

Le sue continue assenze e

le sue stravaganze fecero

soffrire l’Imperatore e delusero

il popolo austriaco, che in

quei fatidici anni d’intensa

politica e di pesanti sconfitte

militari avrebbe tanto voluto

poter contare su una sovrana

presente e responsabile.

Quando nel 1862 tornò a

Vienna ritrovò lo stesso clima

soffocante e tedioso degli anni

passati, anche se ebbe modo

di rinsaldare il legame con

due delle poche persone con

cui condivideva gli stessi sogni

e le stesse angosce: con il

cugino Ludwig II, re di Baviera,

sognatore e avulso dalla

realtà come lei, e il fratello

dell’Imperatore , l’ arciduca

Massimiliano (futuro imperatore

del Messico), che con Sissi

condivideva una sensibilità

romantica e poetica.

In quegli stessi anni Sissi

si appassionò alla causa

ungherese : l’anima ribelle e

indomabile dell’Imperatrice

si era infatti innamorata

dell’Ungheria, paese da

troppi secoli schiacciato dagli

Austriaci e che recentemente,

anche grazie alla diffusione

degli ideali romantici e

nazionali, si stava sollevando

contro il governo di Vienna.

Nell’Ungheria Sissi rivedeva sé

stessa e il proprio anelito di

libertà troppo spesso oppresso

e, apprendendone la lingua e

instaurando un fitto epistolario

con importanti personalità

ungheresi (tra cui artisti e

politici come il celebre conte

Gyula Andràssy), decise di

perorarne la causa davanti al

marito Imperatore, che alla

fine nel 1867, acconsentirà a

riconoscere larghe autonomie

all’ Ungheria e a farsi

incoronare re d’Ungheria a

Budapest insieme a Sissi, che

diventò regina. In questo modo

l’Impero Asburgico divenne

una duplice monarchia, con

le corone unite di Austria e

Ungheria.

Però la salute psicofisica

dell’Imperatrice cominciò

a deteriorarsi velocemente,

anche a causa delle stravaganti

diete a cui continuava a

sottoporsi e al trauma e al

dolore della morte misteriosa

del cugino Ludwig di Baviera

nel 1886 e del suicidio del

figlio Rodolfo nel 1889.

Da qui in avanti Sissi non sarà

più la stessa, tanto da decidere

SToRIA

di vestire solo di nero e di non

farsi più fotografare. Non smise

però di viaggiare per l’Europa,

fino a quando il 10 settembre

1898 venne tragicamente

assassinata a Ginevra da un

anarchico italiano di nome

Luigi Lucheni.

Appena Francesco Giuseppe

venne a sapere della terribile

notizia scoppiò in lacrime e

piangendo mormorò: “in questa

vita non mi è stato risparmiato

proprio nulla”. L’esistenza

di Francesco Giuseppe fu

effettivamente lunga e triste,

vissuta all’insegna del servizio

verso i suoi popoli e il suo

Impero, ma sfortunatamente

segnata dalle ripetute

sconfitte politiche e militari

e soprattutto dalla tragica

perdita dei suoi famigliari: il

fratello Massimiliano, giustiziato

dai rivoltosi messicani, il

figlio Rodolfo suicidatosi a

Mayerling e infine l’amata

sposa uccisa da un anarchico

(nel 1914 gli morirà anche il

nipote Francesco Ferdinando

assassinato da un cospiratore

serbo a Sarajevo).

La vita fu matrigna anche

con Sissi, le donò una grande

bellezza e un animo nobile e

ribelle, libero e romantico, ma

la costrinse anche a vivere

lontana dalle sue fantasie

e dal mondo che sognava.

Con la sua morte si affermò

definitivamente il suo mito,

simbolo di una generazione di

uomini e donne romantici e

liberi e di un grande e felice

Impero, dove vi si regnava

con giustizia e responsabilità.

Perfino oggi ci è ancora

familiare immaginare Sissi che

corre a cavallo fra i boschi

della Baviera in comunione

con la natura, o che scrive

versi poetici nei soggiorni a

Possenhofen, versi come questi:

“un tempo cavalcavo senza tregua su questa terra

nemmeno la bianca sabbia

della Puszta era abbastanza infinita” DO

15


eidos

ENRICO VIII D’INGHILTERRA

16

il re, l’uomo, il personaggio

DO

di G.Camilla Severino

“Dieu et mon droit”

Cosa fa grande un uomo? Cosa

lo rende degno di imperitura

fama, consacrandone il nome

all’immortalità? Ad alcuni il

fato ha concesso la gloria, ad

altri l’oblio e non sempre le

cause di tale differente fortuna

sono riconducibili ad imprese

particolarmente mirabili o

rivoluzionarie. In effetti spesso

la storia viene rammentata

dai più con un delizioso, ma

talvolta deleterio, amore per

eventi di secondaria importanza

che, mantenuti vivi per secoli

e deformati in un’imprecisa

memoria collettiva, divengono

pian piano elementi caratterizzanti

personalità esistite in tale guisa

soltanto in una favolistica

concezione del reale, che ha poco

da spartire con la verità. Fantasia

e giudizi oggettivi si confondono

in una catena di informazioni

dal sapore romanzesco, sempre

più spesso estranee alla storia, la

quale pare destinata a risplendere

nella cangiante immensità delle

proprie sfaccettature solamente

in polverose biblioteche e negli

atenei che ad essa si dedicano.

La storia non piace? No, non

credo, eppure le sue vesti talvolta

troppo austere spaventano (o

annoiano?) la maggior parte di

noi, che tende perciò a rifugiarsi

in più accattivanti raccolte

aneddotiche o in dati fuorvianti.

Il problema cui ci troviamo

innanzi è dunque quello di

comprendere quando una

determinata personalità si sia

mutata nel teatrale riflesso di

se stessa, quando l’uomo (o la

donna, s’intende) sia diventato

personaggio. Facile e piacevole è

infatti immaginare la storia come

un variopinto palcoscenico, sul

quale si succedono differenti

maschere, in una confusa e

chiassosa pantomima, capace

di ridestare l’interesse di un

pubblico ormai assopito. Ma

quale arricchimento è possibile

trarne? Quanto vi è, in queste

macchiette, degli uomini che ne

sono inconsapevoli interpreti?

Si potrebbe pensare che all’origine

di tali errate convinzioni vi siano

conoscenze abbozzate e un

generale disinteresse per la storia,

ma credo invece che il nemico da

combattere sia più insidioso, un

veleno versato goccia a goccia

e capace di mutarla per sempre

in un agonizzante simulacro del

nostro passato.

La morte violenta, l’amore con

Cleopatra… questo è dunque

Cesare? O è forse alle sole Termopili

che i Greci affrontarono i Persiani?

E quanta importanza ebbe mai

l’altezza di Napoleone, imperatore

dei Francesi, e quale il colore della

sua celebre redingote? Troppo

l’amore per il pettegolezzo e lo

scandalo, troppo poco quello per

la verità. Chi furono realmente?

Quali pensieri attanagliavano

menti nate per plasmare le sorti

del proprio tempo?

Certamente lo studio approfondito

di anche una soltanto di queste

personalità si rivela arduo, e più

ci addentriamo in un passato

lontano, più la scarsità di fonti

e la loro dubbia attendibilità ci

conducono su sentieri impervi;

tuttavia l’impresa non è utopica

e si è diffusamente discusso

riguardo alle personalità di uomini

quali Pericle, Filippo il Macedone,

Alessandro, Cesare… imponenti

e circondati da un’aurea

leggendaria, ma tuttavia uomini.

Se il mondo antico è afflitto da

indiscutibili difficoltà di analisi

per una quantità, cospicua

ma ugualmente limitante, di

informazioni certe, la storia

moderna si presenta più

accessibile, anche se non immune

da banalizzazioni e travisamenti.

Il 28 giugno 1491, nel palazzo

di Greenwich, venne alla

luce il terzogenito di Enrico VII

d’Inghilterra, un bambino bello

e robusto destinato non solo

al trono ma anche e (dovrei

dire soprattutto?) ad una vita

matrimoniale del tutto singolare,

che ne avrebbe caratterizzato

l’immagine presso i posteri. Chi è

infatti Enrico VIII se non il re che

ebbe sei mogli ed un numero

imprecisato di amanti?

E’ impossibile negare che Enrico,

dichiarata non valida l’unione

con Caterina d’Aragona, abbia

sposato prima Anna Bolena, poi

Jane Seymour, Anna di Cleves,

Catherine Howard ed infine

Catherine Parr, ed altrettanto

innegabile è che di queste

mogli due siano state ripudiate

(Caterina d’Aragona e Anna di

Cleves), due giustiziate (Anna


Bolena e Catherine Howard),

una morta di parto (Jane

Seymour) e solo una sopravvissuta

(Catherine Parr), e non stupisce

che tali singolari vicende abbiano

suscitato scalpore e siano

ancora oggi ampliamente note.

Nonostante siano informazioni

importanti al fine di delineare

la personalità di Enrico, troppo

spesso ne deformano l’immagine,

mutando un re in un ciclopico

mostro sanguinario, mietitore di

vite ed instancabile seduttore.

Raramente si parla del profondo

amore del sovrano inglese per i

tre figli legittimi, Maria, Elisabetta

ed Edoardo, e per Henry Fitzroy,

nato dalla relazione di Enrico con

la giovane Bessie Blount, né della

dedizione agli studi chimici e

teologici. Egli crebbe a contatto

con personalità straordinarie

come Erasmo da Rotterdam e

Thomas More, solo per citare i

più celebri, e la sua esistenza fu

profondamente influenzata da

coloro che lo circondavano.

Dopo la morte del principe Arturo,

erede al trono, Enrico VII divenne

una figura di sempre crescente

importanza nella vita del figlio

minore che, è bene ricordarlo,

perse l’adorata madre, Elisabetta

di York, a soli dodici anni. La

prematura scomparsa della

regina determinò un’intromissione

sempre più pungente di

Margaret Beaufort, madre del

re, nell’educazione di Enrico ed

il carattere forte e dominante

della nonna segnò per sempre

il nipote, incapace di liberarsi

da quell’opprimente fantasma

perfino dopo la di lei morte nel

1509.

Questo spesso ignorato

frammento della gioventù del

celebre sovrano si dimostra

determinante nel comprendere

le ragioni del suo problematico

rapporto con le donne; le mogli

di Enrico, come si è detto, furono

sei ma con poche di loro egli riuscì

ad avere un rapporto sincero e

profondo.

Caterina d’Aragona fu regina

per oltre vent’anni e tenne Enrico

per mano nella faticosa ascesa

al potere; gli fu sempre devota e

fedele ma non poté donargli ciò

che bramava sopra ogni cosa:

un figlio maschio, un erede per

l’Inghilterra. Alcuni sostengono

che Caterina sia stata l’unica ad

amare davvero Enrico e, pur non

potendo conoscere i segreti del

suo cuore, certo è che ella pregò

anche in punto di morte per quel

marito che l’aveva abbandonata

e destinata a morire in disgrazia

e in solitudine, privata persino del

conforto della figlia Maria.

Con Caterina Enrico fu crudele ma

la rottura con il papato, la passione

per Anna Bolena e il timore che la

prima moglie potesse turbare una

felicità che egli stava tentando

di ricostruire (nella vana speranza

di avere da Anna un principe)

lo condussero a tradire l’antico

affetto per Caterina e a colpirla

laddove il suo cuore avrebbe

ceduto. La figlia di Ferdinando ed

Isabella, dedita alla preghiera con

sincero fervore, udì proclamare

dalle labbra del suo stesso marito,

che la loro unione doveva essere

considerata vergognosa e non

valida davanti a Dio, a causa

del precedente matrimonio di

Caterina con il fratello di Enrico,

Arturo.

Anna Bolena è forse la più

celebre delle regine di Enrico VIII

e certamente la più carismatica;

educata in Francia, alla frivola

corte di Francesco I, Anna

tornò in Inghilterra e si circondò

di un velo di magia e mistero,

sfoggiando un temperamento

deciso, accompagnato da grazia

e bellezza. Enrico, sofferente per

la sterilità di Caterina, cadde ai

suoi piedi e se ne innamorò così

perdutamente da convincersi,

in seguito, che tale stato non

SToRIA

potesse essere altro che l’effetto

dei sortilegi di una strega.

Considerando la profonda

religiosità del re, i numerosi aborti

della nuova regina dopo la nascita

della principessa Elisabetta, e le

dilaganti voci su un segreto amore

di Anna con il fratello George,

si può comprendere perché

la sua mente, troppo a lungo

ottenebrata dal sentimento, si

fosse improvvisamente risvegliata,

tramutando in paure e tormenti

gli entusiasmi di un tempo.

Enrico amava Anna, l’amava

con trasporto e le lettere a noi

giunte sono lo specchio di un

animo sinceramente devoto. “Vi

scongiuro con tutto il mio cuore

di lasciarmi conoscere appieno le

vostre intenzioni sul nostro amore;”

le scrisse nel 1528 “la necessità

mi costringe a pietire da voi una

risposta, essendo stato colpito

da più di un anno dal dardo

dell’amore, e non sapendo se

ho fallito oppure ho trovato un

posto nel vostro cuore e nei vostri

affetti[…]vi prego di dare una

risposta completa a questa goffa

lettera, di dirmi fino a che punto

e in che cosa posso sperare; e se

non vi piacesse rispondermi per

iscritto, di indicarmi qualche luogo

dove io possa avere una risposta

a voce, luogo che io cercherò

con tutto il mio cuore.”

Da queste poche righe affiorano

l’ insicurezza e la fragilità che il

re tentò a lungo di celare sotto

le sontuose e raffinatissime vesti

che facevano risplendere la sua

imponente corporatura, lodata in

ogni angolo d’Europa. Nonostante

17


eidos

le più note immagini ritraggano un

Enrico rubicondo ed appesantito

dagli anni, egli fu per molto tempo

atletico, forte e decisamente

bello e la riluttanza di Anna Bolena

nel concedersi a lui, mise a nudo

le debolezze dell’aitante sovrano.

Anna era la prima che non gli

cedeva, rifiutandosi di cadere tra

le sue braccia come avevano

fatto Bessie Blount o Maria Bolena,

temporaneamente amate da

Enrico, ma inevitabili prede di un

monotono oblio in favore di amanti

più degne. Anna infatti non volle

mai divenire amante di Enrico e

la determinazione con la quale

seppe opporsi alle consuetudini

delle proprie coetanee la pose sul

trono d’Inghilterra.

La condanna dell’affascinante

regina turbò profondamente

Enrico e lo mutò in quell’uomo

timoroso ed insoddisfatto che

18

segnò a poco a poco il tramonto

dell’ammirato condottiero

d’Inghilterra e ne assopì l’ormai

celebre vigore. Un’insperata

gioia squarciò soltanto per breve

tempo le tenebre per lo sfortunato

sovrano che, pochi giorni dopo

la nascita del principe Edoardo,

dovette seppellire Jane Seymour,

sua terza moglie.

Enrico, a quarantasei anni, era

di nuovo vedovo ma aveva

finalmente un erede per il proprio

regno; il quarto matrimonio, con

Anna di Cleves, si rivelò deludente

ed il re non fu capace di

permettere agli interessi politici che

lo avevano spinto a quell’unione

di acquietare i tormenti del suo

animo. Anna era ciò che Enrico

più detestava: goffa, poco

elegante ed incapace di adattarsi

all’Inghilterra. Non era che il riflesso

antitetico di ciò che aveva amato

nella sua più affascinante regina,

quella con la quale la giovane

non condivideva che il nome.

Nonostante Enrico avesse

tentato quasi ossessivamente di

cancellare la memoria di Anna

Bolena, della Strega, come

usava chiamarla, la presenza di

Elisabetta, la più bella e vivace

delle sue figlie, non poteva che

rammentargli quello che era stato

il sentimento più travolgente ma

anche il più rovinoso della sua

intera esistenza.

Il re si trascinò fuori dall’insignificante

unione con Anna di Cleves e

si gettò in un’anacronistica e

folle ricerca di una giovinezza

ormai perduta, poiché se egli

appariva appesantito nel corpo,

il turbamento che gli premeva sul

cuore era di ben più ingente mole.

Tuttavia Enrico si illuse di poter

ritrovare la serenità di un tempo


nella freschezza della “Rosa

d’Inghilterra”, la bella Catherine

Howard, neppure ventenne. In

Catherine rivide lo splendore del

proprio passato, la spensieratezza

e la civettuola leggerezza delle

fanciulle di cui amava circondarsi

nel fiore degli anni, e con lei

credette di poter sanare ferite

troppo profonde. Purtroppo

però Catherine, cugina di Anna

Bolena, mal sopportava l’anziano

marito e, pur sottoponendosi

diligentemente ai doveri coniugali,

trovò presto conforto tra le braccia

di Thomas Culpepper, grazie al

quale sperava di poter dare al re

un altro erede.

La gioventù e l’inesperienza resero

in breve tempo note le avventure

galanti della regina e l’ira di Enrico,

umiliato e colpito dall’ennesimo

crollo della propria felicità,

fu inarrestabile; rivedendo in

Catherine i misfatti di Anna Bolena

e riconoscendo nell’attuale

consorte le colpe della cugina

la condannò alla medesima

fine, facendola decapitare nella

Torre di Londra il 13 febbraio

1542. Il re versò lacrime di rabbia

e dolore, piangendo non solo

per il tradimento della sua rosa

ma anche per l’incessante e

pungente ricordo di Anna.

E’ indubbio che tali eventi,

collegati all’uccisione di

Culpepper, inasprirono l’immagine

del re agli occhi dei suoi sudditi

e dei posteri, ma è assai facile

giudicare gli atti di un uomo senza

tentare di comprendere quali

ragioni lo abbiano spinto a tanto.

Dopo le terribili accuse mosse ad

Anna Bolena, la morte improvvisa

di Jane Seymour e il fallimento del

matrimonio con Anna di Cleves, la

graziosa Howard era sicuramente

divenuta, nell’immaginario di

Enrico, l’àncora di salvezza di una

nave ormai alla deriva, ed in lei

egli aveva riposto ogni speranza.

Obbligato a fronteggiare gli

incombenti problemi politici,

militari ed economici del paese,

quale necessario servigio alla

propria corona, Enrico si ritrovò

a combattere anche contro i

fantasmi del passato, schierandosi

non soltanto contro coloro che

lo circondavano, ma soprattutto

contro l’immagine di ciò che

era stato, che si stagliava fiera

dinnanzi a lui. Il Grande Enrico,

contro il vecchio Enrico. Che

ne era del campione della

Cristianità? Dov’era finito il giovane

risplendente di vigore e ricchezza,

che cavalcava fiero accanto

ad una principessa di Spagna,

rimirandone il ventre rigonfio ed

apprestandosi ad affrontare la

Francia, per espandere i confini

del proprio regno? Le sorti di Enrico

erano mutate. Il popolo, che lo

aveva osannato come un dio,

era ormai diffidente e timoroso e

non lo venerava che per paura

di essere trascinato entro i tetri

bastioni della Torre. Caterina

d’Aragona, sua più devota e

fedele compagna, era ormai

sepolta, e con lei l’unico leale

sostegno che Enrico avesse mai

ricevuto. E tutto questo perché? A

causa degli incanti di una Strega,

che tuttavia non dava requie a

quel regale cuore afflitto, conscio

di averla perduta. Nonostante le

numerosi mogli e la scalpitante

folla di cortigiani, Enrico si sentiva

solo, un uomo invecchiato ed

impaurito, imprigionato nelle cupe

stanze che un tempo avevano

traboccato di risa e danze. Uno dei

pochi amici che gli rimase sempre

accanto fu Charles Brandon, ma

egli certo non aveva l’acume di

Caterina, nata infanta di Spagna

da Ferdinando d’Aragona ed

Isabella di Castiglia, né possedeva

l’intelligenza del cardinale Wolsey,

Lord Cancelliere fino al 1530. Solo

e tormentato Enrico non poté

che gettarsi nel sesto ed ultimo

matrimonio con Catherine Parr, la

quale lo accudì e consigliò con

sincero affetto fino alla morte.

Nonostante sia forse la moglie

di Enrico meno celebre, ella fu

donna di vasta cultura e ferme

convinzioni religiose, e fu inoltre

responsabile del riavvicinamento

di Enrico alle due figlie maggiori,

Maria ed Elisabetta.

La mia decisione di trattare

piuttosto diffusamente dei

numerosi matrimoni di Enrico

è indubbia prova del fatto

che anche io ritengo rivestano

un’importanza significativa nella

vita del re; tuttavia credo che

da ciò si debba estrapolare una

conclusione differente da quella

canonica e che possa dunque

risultare utile al fine di scindere il

personaggio di Enrico VIII dal vero

Enrico. Fu un folle sanguinario?

Fece decapitare due regine,

è innegabile, (e non solo loro,

basti pensare a Buckingham,

More o Cromwell), ma non fu un

SToRIA

maniacale desiderio di spargere

sangue innocente ad ordinare al

boia di liberare la crudele lama,

quanto un timore ormai ossessivo

per il tradimento e l’infedeltà,

in un’epoca che ammetteva

la pena di morte con estrema

disinvoltura. Caddero teste

durante il regno di Enrico, certo,

ma che dire del tempo di Maria, di

Elisabetta, o di Enrico VII? Il valore

di una vita umana era considerato

con maggior leggerezza rispetto

ad oggi, conducendo a risultati

per noi terribili ed esecrabili. Ma

quanti, uomini, donne e persino

bambini, si affollavano intorno

al patibolo! Chi mai, tra i nostri

contemporanei, riterrebbe tale

pena degna di essere osservata?

Spero vivamente nessuno.

Enrico VIII ebbe una vita singolare,

e dopo la morte di Anna Bolena

fu trascinato in un vortice di

menzogne e sospetti che lo

condusse in un’oscurità senza

ritorno. C’è chi la chiama follia,

ma ritengo che un pazzo non

avrebbe potuto reggere le sorti

dell’Inghilterra come fece Enrico;

tuttavia la sua vista si annebbiò,

e la razionalità della gioventù fu

soppiantata da un’indomabile

irrequietezza e l’entusiasmo venne

soffocato nel dubbio.

Vi sono dunque due re: il primo

è appunto un personaggio,

che riveste la maschera di

cinquecentesco seduttore e

temibile assassino, il secondo è un

sovrano che amò profondamente

il proprio paese, lo allontanò per

sempre dalla Chiesa di Roma, lo

difese e rafforzò con ogni mezzo,

per dimostrarsi degno dell’eredità

lasciatagli dal padre, colui nelle

cui mani le due rose d’Inghilterra

avevano cessato di combattersi e

si erano fuse in un’unica potente

famiglia. Enrico VIII si fece capo

della propria Chiesa, gettò le

basi per il florido regno della

sua secondogenita, Elisabetta

(destinata a divenire la più

splendente gemma della dinastia

Tudor) ed abitò i più sontuosi palazzi

d’Inghilterra. Egli divenne uno dei

monarchi più celebri del paese,

commissionò dipinti, sculture

ed opere letterarie; impreziosì

la sua corte con intellettuali di

inestimabile talento, e, sì… ebbe

anche sei mogli! DO

19


eidos

IL DIMENTICATO NULLA

DO di Federico Berneche

Ogni essere vivente, umano,

vegetale, animale che sia, ha

una propria vita o storia organiconaturale

dettata e caratterizzata

da due estremi: nascita e morte.

All’interno di essi è presente una

vita biografica caratterizzata, per

esempio, dalla rete di relazioni

che instaura con altri uomini,

animali o natura. Occupandomi

specificamente degli esseri umani,

cui questo articolo e questa rivista

sono rivolti, intendo concentrarmi

sulla vita biografica: quindi su

quella storia personale che ogni

uomo possiede da quando nasce

a quando muore.

L’uomo conosce e crea la cultura,

attraverso questa vive e dà senso

alla propria esistenza. C’è chi

studia e c’è chi lavora, chi pratica

sport e chi governa le città e

l’elenco dei modi per impiegare

la propria esistenza potrebbe

proseguire. L’uomo è un grande

donatore di senso a tutto ciò che

crea e che distrugge.

Astraendo il discorso, su un piano

metafisico, potremmo chiederci,

perché l’uomo si comporta così?

Tutto questo ha davvero un senso?

E qui mi sarebbe piaciuto ribaltare

la storia dell’uomo e anche

della sua filosofia, partendo da

Parmenide che ha dato le basi di

quel modus cogitandi occidentale

basato “sull’essere che è e sul non

essere che non è” confrontando

questa idea con quella dei suoi

grandi oppositori, ovvero i sofisti, in

particolare Gorgia.

Si potrebbe dire che il motto

parmenideo ponga le basi della

conoscenza dell’essere, ovvero

di ciò che è, escludendo quindi

il non-essere dalla sfera della

conoscenza, in ambito scientifico

come nella vita di tutti i giorni. Solo

l’essere è pensabile, e, come tale,

conoscibile. Ci proverà Platone

a pensare il non-essere, ma si

limiterà a dire che il non-essere

rappresenta la molteplicità,

non compiendo appieno quel

“parmenicidio” che si era

prefissato.

Gorgia invece nell’opera “Sul non

20

essere” esprime l’essere come

qualcosa di esistente, per cui il

non-essere è, di conseguenza,

qualcosa che non esiste, come

aveva ritenuto Parmenide,

insomma. Ma se l’essere è

essere, questo dovrebbe essere

infinito e INgenerato, allo stesso

tempo. Ma qual è il suo luogo?

Se è infinito nessun luogo può

contenere l’essere, e se non è

in nessun luogo non esiste. Se

l’essere è generato, non può

essere generato dal non-essere,

perché quest’ultimo non-è e non

può nemmeno essere generato

dall’essere perché se così fosse

esisterebbe già. Secondo Gorgia

allora sia l’essere che il non-essere

non esistono e, paradossalmente,

solo il nulla esisterebbe. Essere

e non-essere si annullano

vicendevolmente, prevalendo su

questi il vero nulla dell’esistenzanon-esistenza,

del reale-irreale:

il nulla come fondamento del

Tutto dunque, non più l’essere. Per

”Tutto” intendo la cultura, inteso

nell’antico verbo latino colere –

coltivare-; l’uomo che coltiva se

stesso e dà quel senso al nulla che

è l’origine della sua esistenza.

Questa presa di posizione si

allontana dalle concezioni

classiche filosofiche occidentali

e dalla Scienza Moderna, erede,

in parte, del detto parmenideo,

”essere è, non-essere non è”. La

scienza si occupa e si pre-occupa

solo dell’essere, tralasciando il nonessere,

riducendo e semplificando

quindi la conoscenza,

dimentica dell’insegnamento

di Gorgia. L’uomo sopravvive

costantemente e fugge da quel

nulla, rifugiandosi in quei prodotti

culturali chiamati filosofia, scienza,

religione. Intendendo la filosofia

come la scienza delle scienze,

questa dà il fondamento ad ogni

scienza-disciplina, che altro non è

se non il Pensiero. La religione, a

sua volta, influenzata dalle filosofie

classiche occidentali, crea quel

Dio che è causa e necessità di

tutte le cose e dà alla luce quella

misteriosa fede dentro gli uomini.

Scienza e religione hanno la stessa

finalità, lenire all’uomo il dolore

esistenziale. Diversi sono i mezzi con

cui tendono al proprio fine: l’una

attraverso la il progresso teorico

(coronato dall’avanzamento

tecnico), fine primario della

dialettica metodologica, e l’altra

mediante la promessa della

salvezza e la garanzia di una vita

ultra-terrena, ottenibile per mezzo

della preghiera e previa fede in

Dio.

Filosofia, scienza e religione,

quindi, cercando di allontanare

quel sentimento di angoscia,

quell’ansietà per il nulla, cadono

nell’errore millenario di non

considerare che a fondamento di

tutto v’è proprio il nulla. Ma l’uomo,

intrinsecamente permeato da

quel bisogno di certezza, forse

dettato dalla ragione calcolatrice,

si adopera per allontanare il nulla

a vantaggio della conoscenza.

E’ qui che si ritrova l’uomo che

conosce, che specula sull’atomo,

l’universo, Dio, il mondo, la natura;

l’uomo che è sintesi tra finito e

infinito, grande creatore di cultura

e donatore di senso alla vita.

Nel linguaggio comune si suol dire:

“non c’è niente”; il niente, invece,

c’è! Tuttavia siamo abituati da

millenni a vivere di cultura, in

qualunque sua forma, tanto che,

illudendosi che tutto abbia una

causa o che tutto abbia un fine,

siamo riusciti ad obnubilare quel

nulla.. L’uomo, naturalmente in

tensione verso il trascendente,

straziato tra finito e infinito, diviene

un ente in continua ricerca di

senso e di verità. Questa difesa

sortisce l’auspicato effetto di

allontanarlo dal nulla da sempre

rifuggito.

Ma se tale nulla, dipinto fin da

sempre come coacervo di ogni

negatività, celasse un inaspettato

arricchimento, se non una

salvezza, per la vita biografica?

Se fosse così sarebbe l’inizio di

una nuova scienza che avrebbe

come oggetto di studio il nulla: il

grande rimosso della filosofia e

della scienza occidentale. DO


Premessa. Dopo più di due anni

di discussione politica e sulle problematiche

sociali e storiche del

nostro tempo, da semplici ragazzi

e studenti con percorsi ed esperienze

diverse ci siamo messi a

chiacchierare di fede, spiritualità

e Chiesa. E abbiamo pensato di

mettere per iscritto l’inizio di questo

dialogo che è anche un cammino

comune, dove a vicenda

troviamo arricchimento. Chissà

che non siano temi nei quali altre

persone possano interrogarsi, confrontarsi,

iniziare una loro ricerca.

Genova, Centro Storico, 20 gennaio

2012

Pietro Sono in crisi spirituale.

Giacomo Come esce fuori questa

cosa?

P. E’ causata da una mostra che

ho visto, sulla condizione del carcerato

e sui problemi del sistema

penitenziario italiano.

G. E cosa ha suscitato in te? Cosa

non andava?

P. Il tema, che io reputo laico, è

stato interpretato in chiave confessionale.

G. Cosa vuol dire per te trattare in

maniera confessionale?

P. Significa non fare distinzione tra

ciò che riguarda il divino e il mondano,

correndo il rischio di dare

spiegazioni aprioristiche e non

fondate sulla ragione ma sulla

fede!

G. Perché ti sembra dannoso questo

approccio?

P. Nel corso della storia questo

metodo è stato usato per reprimere

il dialogo e ottenebrare il ragionamento;

a volte per controllare

le persone in modo oppressivo…

Lo reputo molto pericoloso!

G. E’ un approccio di opinione, è

concepibile, così come nei dialoghi

si incontrano opinioni diverse.

P. Sì, ma solo se c’è una pluralità

di voci. In quel caso non c’era.

Però non volevo parlare del caso

specifico…

G. Perché ti ha messo in crisi?

Cosa ha mosso dentro di te?

P. Ho sentito in chi parlava una forza,

una convinzione di fede che

da laico non posso avere. E mi

chiedo come posso avere questa

stessa passione senza rischiare di

annichilire il confronto e precludere

il dialogo.

G. Ti sei posto il problema se tu riesci

a capire questa dimensione

della fede? Senti di avere gli strumenti

necessari?

P. Non posso riuscirci se è fondata

su dogmi e non sul confronto.

G. Però, vedere che - al di là

dell’origine che ha in ciascuno -

questa forza della fede è grande,

ti interroga?

P. La voglio, la cerco.

G. Anche io. Lo sai questo?

P. Come?

G. Per esempio attraverso le relazioni.

Far crescere la fiducia in

una relazione è già un principio

di fede, qualcosa che c’è senza

prove scientifiche, che non è funzionale,

però cavolo se c’è ed è

forte. E poi attraverso le testimonianze

di vite vissute a favore del

bene, fino a dare la vita.

P. Quello che dici mi stimola più

di un quesito. Primo: quanti fanno

così, e quanti invece la vivono in

modo contraddittorio?

G. Attenzione: io vivo così la ricer-

Lettere e Filosofia

DIALOGO IN RICERCA SU

SPIRITUALITA’ E FEDE

di Pietro Mensi & Giacomo D’Alessandro

DO

ca. La fede non è un pacchetto

unico, la sua ricerca è in ogni minuto,

ogni secondo. Anche perché

dire “io ho fede, sempre” è

superbia, per chiunque. Posso dire

“ora ho fiducia in te”, e posso impegnarmi

per tutta la vita a curarla,

ad agire in coerenza con ciò.

La questione delle contraddizioni

è umana, quindi. I dubbi sono

connaturati alla fede, così come

alla scienza se pensiamo all’approccio

introdotto da Einstein.

P. Se la tua fede è ricerca e dubbio,

come puoi accettare i dogmi?

G. Apriamo questo capitolo in una

prossima conversazione, perché è

un argomento esteso e delicato,

che richiede tempo. Ti dico che

per me la fede ha in sé – certo -

dubbio e ricerca, ma anche delle

luci, grandi o piccole, che sono le

testimonianze che ricevo da chi

vive in un certo modo.

P. Come posso io vivere la forza

della fede? E allo stesso tempo

continuare a pormi dubbi e a ricercare?

La risposta secondo me

sta nel confronto. Nella relazione.

G. Stavo per dirlo io. E aggiungo,

nell’esperienza. E allora, quello

che mi domando sempre è: come

posso fare esperienza di fede?

P. Come fai a farla incontrando

le contraddizioni della Chiesa?

Perché io non voglio più definirmi

ateo per il fatto di riscontrare queste

contraddizioni. Io voglio una

fede, ma sana.

G. Ti posso rispondere semplicemente

che se la Chiesa letteralmente

è assemblea di uomini,

l’umanità presenta in se stessa

sempre delle contraddizioni. Ma il

punto per me non è questo. Partiamo

dall’esperienza personale

della fede, poi arriveremo a valutare

il buono e il cattivo delle sue

manifestazioni tra gli uomini.

21


eidos

Io credo nella mia vita di avere

fatto esperienza di fede, in alcuni

momenti. Di avere sperimentato,

grazie a persone che con la vita

lo hanno dimostrato, che credere

a qualcosa di preciso faccia il mio

bene, e il bene del mondo, nonostante

impegni tutta la propria

vita. Poi, viverla davvero, questa

fede, è un’altra cosa.

P. Quindi tu non hai una ricetta

pronta.

G. No, perché sono una persona

diversa da te. Però posso offrirti

quello che ho, in esperienze, ragionamenti,

scambi, dialogo…

Ma non sostituisce la tua ricerca.

Cerco con il mio vivere quotidiano

di instaurare una relazione di

fiducia con te. E dovrei farlo con

tutti, soprattutto con chi mi considera

“nemico” o con chi ha più

bisogno.

P. Condivido in pieno le tue parole

e mi stupisce molto constatare

che una persona di fede possa

cosi serenamente accettare l’idea

di confrontarsi con chi gli è

ostile.

22

G. Beh, tu mi sembri ben poco

ostile e invece molto aperto e

curioso di confronto. Però hai ragione,

spesso l’approccio è molto

più estremo da entrambe le parti.

Più…polarizzato.

P. Moltissime persone con cui ho

parlato dell’argomento infine si

sono sempre rivelate poco convincenti.

Le loro idee erano spesso

il frutto di un “arroccarsi”, il prodotto

di un irrigidimento...non il

risultato di una seria apertura al

dialogo. E parlo sopratutto di chi

si professa ateo. Io stesso prima

di queste mie recenti riflessioni mi

definivo laico e anticlericale senza

però davvero tentare di capire

nel profondo chi mi si presentava

come credente; senza provare a

fare distinzione tra ciò che delle

fedi moderne è male e ciò che

invece è bene. Ma adesso sai

che cosa ti dico, dico che chi si

fa chiamare ateo, spinto dalla fiducia

nella ragione, dovrebbe

dialogare con chi invece è fedele..

ne varrebbe la pena..in fondo

non è quello che stiamo facendo

io e te?

G. E’ così, anche se non amo le

etichette né di “ateo” né di “credente”…siamo

persone in ricerca,

come tanti, ciascuno a suo modo.

P. Credo sia giunto il momento

per mettere da parte le polarizzazioni,

l’attestarsi ad ogni costo dietro

una bandiera ma al contrario

provare ad aprire un dialogo sincero,

intellettualmente onesto e

produttivo...

G. Credo che se abbiamo fiducia

di fare insieme questo cammino

di conoscenza e incontro, ne

usciremo ben più arricchiti che

leggendo qualunque trattato o

sventolando qualsiasi bandiera.

E però… Dovremmo sempre tentare

di condividere questo confronto,

non di arroccarci a nostra

volta su di esso, tra noi soli.

P. Sai qual è il paradosso? Che io

vorrei coinvolgere in questa riflessione

quelli che si dicono ciecamente

atei e non credenti.

G. E io quelli che si dicono ciecamente

cattolici o credenti. DO


La mafia, lo ripeto ancora una

volta, non è un cancro proliferato

per caso su un tessuto sano. Vive

in perfetta simbiosi con la miriade

di protettori, complici, informatori,

debitori di ogni tipo, grandi e piccoli

maestri cantori, gente intimidita

o ricattata che appartiene a

tutti gli strati della società. Questo

è il terreno di coltura di Cosa Nostra

con tutto quello che comporta

di implicazioni dirette o indirette,

consapevoli o no, volontarie

o obbligate, che spesso godono

del consenso della popolazione.

Giovanni Falcone

Libera è un’associazione che nasce

nel 1995, su iniziativa di un

prete torinese, don Luigi Ciotti. E’

apartitica e aconfessionale, senza

scopo di lucro. La sua genesi è

intimamente connessa a una straordinaria

raccolta di firme con la

quale si chiedeva che i beni confiscati

alle mafie fossero riassegnati,

tramite bando, ad enti di “utilità

sociale”. Fin dal 1982 infatti (legge

Rognoni-La Torre) è presente nel

nostro ordinamento lo strumento

della confisca, con cui è possibile

aggredire i patrimoni dei condannati

per 416 bis, associazione per

delinquere di stampo mafioso.

Una volta acquisiti questi beni, è

fondamentale riutilizzarli nel migliore

dei modi. Libera nacque

per imporre il requisito dell’utilità

sociale alle associazioni interessate

alla riassegnazione. Questo

lavoro contribuì alla promulgazione

della legge 109 del 1996, che

recepiva le istanze di più di un

milione di cittadini. Da quel momento

in avanti, Libera si è diffusa

sul territorio italiano e ha portato

avanti numerosi progetti. Essa è

a tutti gli effetti un’associazione

di associazioni (ad esempio aderiscono

a Libera Agesci, Arci, Unipol,

ACLI, FUCI, Legambiente ecc

ecc), con un Ufficio di Presidenza

e numerosi coordinamenti regionali

o provinciali. Nelle singole

città sono presenti uno o più Presidi.

Io sono membro del Presidio

di Genova, che è stato rifondato

lo scorso settembre, intitolato a

Francesca Morvillo (la moglie del

giudice Giovanni Falcone, morta

al suo fianco il 23 maggio 1992).

Le attività che Libera svolge sono

essenzialmente quattro:

1.

SOSTEGNO ALLE VITTIME DI MA-

FIA: si tratta di aiuto psicologico,

legale ed economico, ove necessario.

Libera ricorda ogni anno

circa 907 vittime innocenti di mafia,

i cui parenti hanno costante

bisogno di supporto. Il 21 marzo,

primo giorno di primavera, Libera

organizza la giornata nazionale

della memoria e dell’impegno,

per non dimenticare le tragedie

del passato e le singole biografie

delle vittime. Quest’anno la giornata

si è tenuta a Genova (vedi

infra), per accendere i riflettori sulla

situazione-mafia in Liguria.

2.

INFORMAZIONE-FORMAZIONE:

è un’attività fondamentale

dell’associazione. Diffondere la

DO

Costume e Società

di Luca Traversa

cultura della legalità attraverso

il ricordo dei mala exempla del

passato e il monitoraggio costante

di un presente difficile. Come

Presidio genovese, per esempio,

stiamo partecipando alle assemblee

d’istituto di vari licei, per far

conoscere la nostre attività e le

ultime indagini di mafia. Solo in Liguria,

nella indifferenza generale,

i Comuni di Bordighera e Ventimiglia

sono stati sciolti per condizionamento

mafioso. Inoltre dalle

ultimi indagini (Il Crimine, Maglio

3) è emerso un preoccupante radicamento

della ’ndrangheta sul

nostro territorio. Voto di scambio,

estorsioni, appalti truccati, traffico

illecito di rifiuti, slot machines sono

le piaghe dei nostri tempi. In più,

soprattutto nel Ponente, sono frequenti

le intimidazioni, gli incendi

dolosi, le buste con proiettili.

3.

LIBERA TERRA:

Libera, attraverso una serie di

cooperative, partecipa ai bandi

pubblici per la riassegnazione dei

beni confiscati alle mafie. Spesso

si tratta di terreni, che vengono

coltivati da queste realtà e dai

quali si ricavano prodotti di vario

genere: vini, pasta, marmellate,

olio ecc ecc. Questo è un lavoro

duro e costante, ed estremamente

significativo: è il segnale più

tangibile della vittoria dello Stato

sulla criminalità organizzata. Non

a caso queste cooperative sono

sottoposte a vessazioni quotidiane

(incendi dolosi, danneggiamenti

di attrezzi, taglio degli alberi..).

Occorre sostenere queste

iniziative acquistando innanzitutto

23


eidos

i loro prodotti alimentari, reperibili

alle Coop, alla Bottega solidale e

in altri spazi, oltre che su internet.

D’estate peraltro si organizzano

campi estivi aperti a tutti in questi

territori, ottima occasione per

contribuire alla rinascita di quei

luoghi

4.

COLLABORAZIONE CON LE ISTITU-

ZIONI:

Libera, attraverso i suoi rappresentanti,

collabora a vari livelli con

gli organi dello Stato, suggerendo

iniziative (anche legislative) e fornendo

informazioni dirette sul fenomeno

della criminalità organizzata.

La lotta alle mafie si compie

tutti insieme, istituzioni, associazioni

e cittadini, fianco a fianco. Per

esempio, in Liguria, alcuni membri

di Libera sono stati ascoltati in

Consiglio Regionale per discutere

la legge regionale antimafia, da

poco approvata all’unanimità.

Quando si parla di mafia, occorre

tenere sempre presenti alcuni

dati, che testimoniano in modo

lapidario l’importanza del fenomeno:

150 miliardi di euro circa di fatturato

all’anno.

Migliaia di vittime, dalla fine del

1800 sino ad oggi. Difficile stimarle

con precisione, più di 5000 probabilmente,

contando anche quelle

derivanti dalle faide interne alle

cosche. E soprattutto centinaia e

centinaia di cittadini comuni, magistrati,

forze dell’ordine, giornalisti,

imprenditori, politici, familiari di

“pentiti”.

Nell’ultimo ventennio, tuttavia, le

mafie hanno sempre meno utilizzato

il tritolo, e sempre più indossato

la cravatta. La criminalità organizzata

dei giorni nostri è spesso

invisibile; tuttavia si insinua nelle

principali attività economiche

del Paese coi suoi uomini, sottraendo

ricchezze alla collettività e

riciclando fiumi di denaro “sporco”

(ricavato da traffici di stupefacenti

per esempio). Tutto ciò è

reso possibile dai legami che essa

stringe con la politica, al Nord

come al Sud.

24

In Liguria le recenti indagini hanno

dimostrato il radicamento della

‘ndrangheta nelle quattro “locali”

di Sarzana, Lavagna, Genova

e Ventimiglia; inoltre, sono già

stati confiscati 32 beni immobili e

8 aziende. E’ emersa, tra le altre,

la figura di Domenico Gangemi,

boss calabrese che possedeva

un negozio di ortofrutta nel quartiere

di S.Fruttuoso. Le intercettazioni

telefoniche testimoniano il

suo appoggio elettorale ad alcuni

politici liguri, quali in consigliere

regionale Saso e quello comunale

Praticò (indagati entrambi). In

un’altra conversazione dialoga

invece con il Presidente del Consiglio

Regionale della Liguria, Rosario

Monteleone.

Non è un caso dunque che Libera

abbia scelto Genova per ospitare

la consueta giornata nazionale

della memoria e dell’impegno;

sabato 17 marzo la cittadinanza

ha risposto in modo straordinario,

realizzando un folto corteo di oltre

100000 persone, che ha riempito

Corso Aurelio Saffi e raggiunto il

Porto Antico. Da tutta Italia sono

giunti i pullman dei vari presidi di

Libera; soprattutto, Genova ha

accolto circa 500 familiari di vittime

di mafia. Notevole è stata la

partecipazione dei giovani, degli

scout e di varie associazioni.

Al termine del corteo sono stati

scanditi i nomi di tutte le vittime

e don Luigi Ciotti è intervenuto

con un toccante discorso. Ha ricordato

le pagine buie della storia

dell’antimafia, ha sottolineato

l’importanza di non abbassare la

guardia ancora oggi, ha rilevato

le difficoltà che si incontrano nel

contrasto alla cosiddetta “zona

grigia”, la vera sfida dei nostri giorni.

Come Presidio di Genova, abbiamo

organizzato una “settimana

della legalità” in preparazione

al 17 marzo. Una sette giorni di

eventi, che si è tenuta da sabato

25 febbraio a sabato 3 marzo, in

cui abbiamo approfondito insieme

ad esperti il tema delle mafie.

Insieme a molti giovani, abbiamo

realizzato vari eventi:

• Proiezione del documentario

Toxic Europe “Italia, crocevia

di traffici di rifiuti tossici”

• Proiezione del documentario

“In un altro paese”.

• Presentazione del “Dossier sulle

mafie in Liguria” in collaborazione

con FdS.

• Presentazione del libro di Angela

Lanza “Ho fame di giustizia”

• Proiezione del film “La Siciliana

Ribelle”

• Conferenza sulla “Mafia in Liguria”

: ospiti Dottoressa Anna

Canepa (Direzione Nazionale

Antimafia) / Matteo Lupi (coordinatore

regionale Libera)/

Pierfranco Pellizzetti (Il Fatto

quotidiano e MicroMega)

Marco Pelissero ( docente di

diritto penale)

• Concerto della legalità

• Flash Mob

Ora l’urgenza dell’appuntamento

è terminata, ma le mafie non

smetteranno di infiltrarsi nell’economia

del nostro Paese per incrementare

i propri profitti. Il percorso

di Libera non si arresta con la

sua festa nazionale, bensì trae da

essa nuova linfa per continuare

il proprio lavoro di informazione

e di lotta al fenomeno mafioso.

Per rimanere informati sulle attività

della nostra associazione ed in

particolare sul presidio genovese

“Francesca Morvillo”, vi invito a

consultare periodicamente la pagina

Facebook “Libera Liguria”,

il gruppo “Libera, presidio Francesca

Morvillo” oltre al sito www.

libera.it

Concludo citando una frase di

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto

a Palermo, che deve sempre

risuonare nella nostra mente e

alimentare il nostro impegno:

Abbiamo oggi una mafia più civile

e una società più mafiosa.

Una mafia sempre più in giacca

e cravatta e una società che

cambiandosi abito troppe volte

al giorno sceglie il travestimento.

Insomma, abbiamo interi pezzi di

società che hanno ormai introiettato

i modelli comportamentali

dei mafiosi. E lo si vede in tutti i

campi. DO


Era senz’altro baciata dalla fortuna.

Dotata di una bellezza regale

che ammaliava, di un fascino

da diva che ammutoliva, di

un’eleganza di altri tempi che la

rendeva senza pari: sin dalla tenera

età Whitney mostrava tutti

i crismi della leggenda, donna

di imperitura grandezza che è

destinata ad essere resa immortale.

E poi, quella voce che sapeva

schiudere a chiunque la

ascoltasse nuove prospettive era

pura perfezione che, mista ad

un timbro caldo eppure potente,

forte, ma mai ingombrante,

sapeva lanciarsi vibrante in sequenze

e scale di note che, di

rara difficoltà, se cantate da lei,

acquisivano naturalezza, splendido

automatismo che è dono

di pochi e che non sconfinava

mai nel manierismo virtuosistico.

Con Whitney l’arte diveniva contemplazione,

maestosa riunione

vocale di sensazioni e stereotipi

emotivi cui solo Shelley e Keats

avevano saputo dare carta e

corpo: l’allodola notturna per il

primo, l’usignolo per il secondo.

I have nothing. Una donna che

aveva tutto. Eppure, una donna

che non aveva nulla. Un misero

nulla che, se invidiabile dai più,

è stato per lei artefice del suo

straordinario successo così come

determinante della sua stessa

fine. Che fama, bellezza, talento

e tutti i riconoscimenti, nel suo

caso unanimi, che spesso vi si accompagnano,

siano sufficienti a

garantire felicità e serenità è un

teorema di cui è facile dare dimostrazione

contraria: forse per

mancata consapevolezza della

sua estrema fortuna, forse per gli

eccessi cui la grande notorietà

spesso conduce, in lei, fama, bellezza,

talento sono stati tristi compagni

di sventura, anticipatori di

una fine prematura che è giunta

troppo presto, quando ancora

quello stesso talento, quella stessa

fama e quella stessa bellezza

che l’avevano resa grande una

volta potevano regalarle, e regalarci,

qualcosa. Ironico scherzo

del destino, forse frutto di quella

sorte beffarda che sempre vede

e provvede, esattamente così, i

have nothing, cantava Whitney

nel 1992, quando nel suo fortunato

esordio cinematografico

aveva prestato voce e corpo nel

ruolo di Rachel Marron, diva di

Hollywood all’apice del successo,

che, per sfuggire alle grinfie di

un estimatore psicopatico che la

perseguita, ricorre alla protezione

dell’esperto di sicurezza Farmer,

alias Kevin Costner. Che la

pellicola sia di modesta fattura

poco importa: Whitney vi ha reso

prestazioni canore memorabili

che hanno scalato le vette delle

classifiche mondiali delle colonne

sonore più vendute di sempre,

e la sua “I will always love

you” è entrata nella storia. Motivo

musicale che tutti conoscono,

ma pochi riescono realmente a

intonare: canzone delle canzoni

d’amore, talmente legata all’interprete

originaria da non ammettere

tentativi di rifacimenti,

l’ha consacrata fra i grandi della

musica di tutti i tempi, consegnandola

a quell’olimpo della

soul music ai cui abitanti, Etta James,

Stevie Wonder, la zia Dionne

Warwick fra gli altri, lei aveva

guardato, capo rivolto all’alto,

sin da giovanissima con ammirazione.

Da giovanissima, quando

nel coro gospel in cui cantava la

Costume e Società

WHIT...di DO Jacopo Bellarosa

madre, Cissy Houston, Whitney

aveva già imparato a prendere

dimestichezza con il mondo della

musica spirituals, canto ad alto

tasso emotivo e contenutistico

che, facendo leva sul coinvolgimento

piuttosto che sulla linearità

della tecnica asettica del bel

canto, le ha permesso nel tempo

di commistionare del genere gospel

la musica pop, sino a spingere

le propaggini della propria

influenza ai generi del country e

del dance, prima di allora poco

visitati dalle cantanti afroamericane.

The greatest love of all. Whitney

cantava l’amore e d’amore: le

sue erano ballate che, checché

ne abbiano detto i critici

improvvisatisi musicisti e i finti

esperti dell’ultima ora, centravano

diritte il bersaglio, colpivano

nel segno e si ficcavano nella

mente dell’ascoltatore anche

meno attento. Il banale trinomio

sole-cuore-amore cui tanto

la neomelodica italiana ci ha

reso avvezzi, sintomatico della

pochezza della canzone nostrana

e della scarsa inventiva della

maggior parte degli autori, lasciava

il posto con lei a contenuti

semplici perché comuni eppure

mai banali, poiché sinceri. Quasi

a sostanziare la teoria, dai più

rigettata, della forma come indicativa

della sostanza, con Whitney

la perfezione tecnica che le

ha permesso di divenire pressocchè

infallibile nel tempo non era

sterile manifestazione di abilità

vocale, ma spontanea espressione

di una forte emotività, la sua,

che, sorgiva eppure controllata,

muoveva al vibrare delle sue

corde vocali. Lo scarto fra etica

25


eidos

ed estetica che sempre dovrebbe

essere minimo in qualsiasi manifestazione

artistica che si rispetti

era con lei del tutto colmato,

un unicum che non conosceva

soluzione di continuità.

All the men that I need. Ancora

ironico scherzo del destino, profetico

presagio che recava con

sé molte verità del futuro, così

cantava nel 1990. Che Whtiney

avesse bisogno di molti uomini,

vanesia pretesa che è propria di

quasi tutte le dive del passato e

del presente, è fuor di discussione,

così come è altrettanto indiscutibile

che il suo divismo, accentuatosi

nel corso degli anni

parallelamente alla crescita della

popolarità, la rendesse soven-

26

te insopportabile, stella incontentabile

e capricciosa. A Whitney

si era però disposti a perdonare

anche questo; è una vecchia

storia, tipica della costellazione

delle luci di Hollywood e non

solo: brillarono in vita perché vi fu

chi era disposto a mantenerne

viva la grandezza e a renderne

immortale lo splendore. E poco

importa se al talento si accompagnavano

difetti caratteriali

macroscopici o temperamenti

difficilmente trattabili. L’effimera

pretesa di avere infinite stole

di uomini disposti ai suoi servigi,

di essere amata da tutti e quindi

di non amare nessuno, tipico

cliché della star infelice, è stata

la ragione della sua sofferenza,

triste anticipazione della sua fine.

Una fine che affonda le proprie

origini nel lontano 1989, quando

Whitney, che ancora conservava

l’immagine della pulita ragazza

di chiesa, conobbe Bobby

Brown, uomo dal passato burrascoso

e dalle turbolente vicende

giudiziarie: pure osteggiata dalla

famiglia, vi si sposò nel 1992 e fu,

forse, l’inizio del declino, il preludio

di un lungo viale del tramonto

che farebbe impallidire anche

la migliore Gloria Swanson, alias

Norma Desmond. La Houston fu

travolta da un turbine di indiscrezioni

che la vedevano coinvolta

in affaire di droga, violenze domestiche

e depressione. Se le

luci della ribalta si erano accese

su lei nel risalente 1985 quando,

con il suo album di debutto,


“Whitney”, aveva incantato il

mondo per le sue prodezze vocali,

quegli stessi riflettori che su

di lei erano stati puntati prima,

per celebrarla e mitizzarla, avevano

ora lasciato spazio a quelli

dei tabloid, dei giornali scandalistici,

delle riviste della-spettacolarizzazione-del-dolore-adogni-costo,

che non perdevano

occasione di ritrarre una Houston

irriconoscibile, smunta, magra,

imbruttita. E la voce, strumento

musicale che necessita di essere

continuamente monitorato e tenuto

sotto controllo per evitarne

alterazioni, ne risentì incredibilmente:

tappe di concerto annullate,

interi tour cancellati e l’ira e

la delusione dei milioni di fan che

ne seguirono, quasi per una sorta

di profezia che si auto adempia,

non fecero altro che accrescere

il suo stato di depressione, prima

latente, ora manifesto. Dopo

scandali per infedeltà, arresti per

consumo di alcol e sostanze stupefacenti,

nel 2006 Whitney si separò

dal marito per disintossicarsi.

Ma la cantante che negli anni

del fulgore della sua carriera

cantava il proprio bisogno di uomini

dovette, fra il 2002 e il 2004,

scontrarsi con un altro uomo, il

primo della sua vita: coinvolta

in una causa legale con il padre

e manager, John Houston, che

rivendicava per sé la somma di

cento milioni di dollari affermandone

la spettanza per aver dato

sostegno alla figlia nella propria

carriera, Whitney ottenne solo

nel 2004 l’emissione di una sentenza

a suo favore. Solo un anno

prima, il padre era morto, una

scomparsa che aveva gettato

la cantante in un deserto di

sconforto e desolazione, in cui

solitudine e depressione erano

acuiti da rimorsi e sensi di colpa.

Whitney si circondava di uomini

fantocci che la venerassero,

che ne implementassero l’ego di

proporzioni già titaniche e che la

convincessero di essere la migliore.

Peccato. Essendolo già, non

avrebbe affatto avuto bisogno

di qualcuno accanto a sé che la

idolatrasse quale personificazio-

ne in chiave musicale dell’arte.

Sarebbe bastato qualcuno che

l’amasse.

One moment in time. Quel momento

cui anelava un tempo,

e nel tempo, le fu concesso ancora

una volta, pochi anni fa,

quando nel 2009 il suo nuovo

album, “I look to you”, balzò in

vetta alle classifiche musicali sin

dalla prima settimana. Ma non

erano più i tempi d’oro di “All at

once” e di “I wanna dance with

somebody”: un abbaglio, una

fugace illusione, la possibilità che

si fosse affrancata da quella lunga

parentesi di declino e autodistruzione

era pura astrazione,

speranza effimera e desiderio

di vana gloria, ulteriore, per lei.

E sebbene taluni critici avessero

segnalato come, a seguito delle

tue vicende personali, la sua

voce fosse diventata più trasmissiva,

rafforzando la potenza sulle

note medio-alte, la flessione che

la sua voce di soprano drammatico

registrava era innegabile,

oramai lontani i tempi in cui si

esprimeva con la sua consueta

limpidità, pienezza ed estensione.

Ma quel momento rimarrà.

Ora il momento è un altro, quello

del ricordo, delle rincorse ai tributi

di chi la aveva conosciuta,

di chi con lei aveva collaborato.

Chi ha chiuso gli occhi dinnanzi

al suo declino, li tenga serrati anche

oggi per non lasciare scorrere

inutili lacrime di coccodrillo. La

notizia della sua morte ha polarizzato

l’attenzione per una giornata

intera, il 12 febbraio scorso:

poi, come la sua vita, anche

l’annunzio della sua fine è migrato

via, lontano, sotto la disattenzione

di chi ha liquidato Whit al

misero ricordo di una star lontana

che, macchiata da alcol e droga,

è stata famosa per un po’. Di

lei hanno detto “La disintossicazione

di Whitney esisteva solo a

livello mediatico: nella realtà di

tutti i giorni, soprattutto quando

era in tour, lei era un fantasma,

un morto che cammina. Non ci

Costume e Società

voleva molto a prevedere che

non avrebbe ancora potuto reggere

a lungo. L’incubo dei suoi

collaboratori era farle trovare le

sostanze che chiedeva all’orario

convenuto. Fino a quando non

arrivava la busta tutto lo staff era

come paralizzato dal timore di

una sua scenata. Era solo la pallida

copia della diva che tutto il

mondo aveva amato negli anni

Ottanta e Novanta”.

When you believe. Alla tromba

il grande Miles Davis, al piano il

padre del soul, Ray, al primo gradino

della scala che conduce

all’Olimpo dei grandi della Musica

cantata, tua musa ispiratrice,

Ella Fitzgerald che intona “My

funny Valentine”: ironizzando la

indirizza a te, pronunciando il tuo

nome al posto di quello del suo

Valentino. Salendo pian piano, di

gradino in gradino, la grande Etta

James, che in ultimo, at last, sei

riuscita a raggiungere. E poi Elvis:

per lui avevi, già da piccolissima,

fornito la tua voce da supporto;

se non era talento il tuo. E ancora

Luther Vandross: insieme a lui,

Elton, tua zia Dionne e l’amico

Stevie cantasti, ancorché semisconosciuta,

una splendida versione

dell’indimenticata “That’s

what friends are for”. Già, perché

cantasti anche d’amicizia:

con Cece Winans, regina della

gospel music, cantavi “count

on me through thick and thin, a

friendship that will never end…”

Quando poi, progredendo nella

salita che nessuno dei grandi ti

negherà, stanne certa, arriverai

al Suo cospetto, non avere timore.

Canta e, come ha detto il tuo

partner Kevin Costner quando,

alla tua cerimonia funebre, ti ha

ricordata, voce strozzata in gola,

“you’ll be good enough”, “sarai

brava abbastanza”, “you’re the

voice”.

Resterai, Whit. Così come sempre

resterà il rimpianto che non ci sia

stato qualcuno, una guardia del

corpo, lì per te, nel momento in

cui forse ne avresti avuto maggiore

bisogno. If i should stay…DO

27


eidos

MOTORI IN CRISI

di Francesco Sale-Musio DO

Il 2012 è arrivato. Fine del mondo?

Secondo Maya e co. sì, ma intanto

mancano ancora dieci mesi al

count down, che per gli appassionati

di competizioni a due o

quattro ruote vuol dire un’intera

stagione ancora da seguire.

La prima ad aprire le danze è stata

la SBK a fine febbraio, seguita

dalla Formula 1 a metà marzo,

mentre bisognerà avere ancora

un po di pazienza per vedere

spegnersi i semafori sulle piste della

MotoGP. Cosa dobbiamo dunque

aspettarci da questo 2012?

Sviluppo tecnico e talento dei piloti

hanno da sempre infiammato

tifosi e giornalisti pronti a lanciarsi

in azzardati pronostici sul futuro

campione. Ma in tempi di crisi

economica anche le corse devono

fare i conti con la dura realtà

e con case auto/motociclistiche

sempre meno disposte ad elargire

lauti budget ai reparti corse.

Così tra una modifica di regolamento

e l’altra si cerca di portare

nei box un po’ di quell’austerity

di cui si sente tanto parlare, senza

per questo compromettere lo

spettacolo. A minacciare l’eccezionalità

delle gare è proprio un

progresso tecnologico portato

all’esasperazione e che ha visto

le case più danarose primeggiare

sulla concorrenza non solo per

la qualità del progetto, ma

soprattutto per la maggiore

disponibilità

28

economica. In questo scenario

molti lamentano un ritorno alle

origini, con meno elettronica,

meno aereodinamica e costi più

abbordabili per tutti.

“ Oggi assistiamo

per certi versi ad

una netta prevalenza

del mezzo

sul pilota ”

Nella MotoGP di questi ultimi anni

è progressivamente cresciuta

l’importanza dei sistemi elettronici

(controllo di trazione, antiwheelling,

riduzione del chattering)

grande sostegno per una

guida più facile e omogenea,

ma meno divertente da vedere.

Oggi assistiamo per certi versi a

una certa prevalenza del mezzo

sul pilota, come conferma la pessima

annata di un Valentino Rossi

che, seppur invecchiato, difficilmente

in sella a una Yamaha

avrebbe subito i pesanti distacchi

del 2011.Per quanto piloti e addetti

ai lavori vedano il ritorno alla

cilindrata 1000 come un possibile

ritorno al passato, sembra evidente

che queste “nuove” 1000

saranno profondamente

diverse dalle “pensionate”

del 2006

e più simili

nel

com-

portamento alle scorse 800.

Questi continui cambiamenti portano

ad aumenti nei già ingenti

costi di progettazione e produzione

che uniti alle sempre maggiori

difficoltà di trovare finanziatori

privati, hanno costretto grandi

costruttori come la Suzuki ad abbandonare

il mondiale, mentre

altri, tra cui Honda e il team satellite

Sancarlo Gresini, hanno ridotto

il numero di moto in pista.

Se poi pensiamo che anche un

colosso come Yahama è stato

abbandonato dal suo principale

sponsor Petronas (ora rimpiazzato

da JX Nippon Oil & Energy Corporation)

allora possiamo avere

un’idea di come la crisi economica

si faccia sentire anche in

questi ambienti, dove solo Honda,

Yamaha e Ducati riescono a

sopravvivere con team ufficiali.

Proprio gli ottimi successi di vendite

della casa italiana (fortemente

in attivo e forza motrice dell’economia

italiana nel settore) hanno

permesso a Borgo Panigale di

partorire un progetto tutto nuovo

per questo 2012 che, per i più

ottimisti, sembra avere buone

potenzialità. Le leggi del mercato

finiscono così per condizionare

anche le gare e nella ricerca di

nuovi sponsor la parola d’ordine

è visibilità. Ducati ha così preferito

concentrare le forze nella sola

MotoGP abbandonando nello

scorso 2011 la meno seguita SBK

e attirando una forte attenzione

mediatica con l’acquisto del pluricampione

Valentino Rossi. Desta

scalpore la scelta del team di

Moto2 QMMF Racing team di far

partecipare Elena Rossell come

prima pilota donna full time nonostante

la poco brillante performance

dell’anno scorso ad

Aragon (33° alla bandiera a

scacchi). Chissà che un giorno

non si riesca a vedere la piccola

Alessandra Stoner (figlia di un certo

Casey) battere il padre sulla pi


sta. D’altronde se gli astri hanno

ragione il 16 Febbraio sembra essere

un buon giorno per nascere

pilota, almeno a detta di Valentino

Rossi.

Gli sforzi delle case costruttrici comunque

rimangono insufficienti

per una griglia di partenza 2012

degna di un campionato mondiale.

La Dorna (organizzatrice

del motomondiale) è stata così

costretta a proporre le cosiddette

CRT (claiming rule team) con

lo scopo di abbassare i costi.

Queste nuove moto hanno creato

una profonda spaccatura tra

case produttrici ostili al progetto

e altre che vedono nelle CRT la

naturale evoluzione delle costo-

“ L’Unione Europea

ha autorizzato

l’acquisto ai

sensi del regolamento

UE sulle

concentrazioni,

concludendo che

non sussistono

problemi di concorrenza


sissime MotoGP. Se da una parte

lo scopo dell’abbattimento dei

costi, con l’introduzione di motori

derivati dalla serie, desta commenti

favorevoli dall’altra allontana

le aziende dal loro scopo

primario, ovvero la ricerca di prestazioni

massime da poter adattare

poi ai loro modelli stradali. I

risultati di questa cura si vedranno

solamente a stagione avviata;

indubbiamente l’introduzione

delle CRT ha attirato nuovi team,

ma i test di questi mesi hanno

anche dimostrato un gap con le

MotoGP originali che rimarrà difficilissimo

da colmare.

Lontano dai circuiti, ma inesora-

bilmente legato al mondo delle

corse si è conclusa a fine Settembre

una trattativa per l’acquisto

della SBK da parte di Bridgepoint,

fondo già proprietario della Dorna

(e quindi della MotoGP). L’Unione

Europea ha autorizzato

l’acquisto ai sensi del regolamento

UE sulle concentrazioni,

concludendo che non sussistono

problemi di concorrenza. Ora,

che tra i due più grandi campionati

mondiali di corse motociclistiche

non sussista concorrenza

può suonare strano anche ai più

ottimisti, ma in tempi di crisi grandi

manovre finanziarie sono indubbiamente

accolte con maggiore

flessibilità. Il timore è che

essendo sotto lo stesso controllo

economico uno dei due campionati

finisca per essere preferito a

discapito dell’altro. In una visione

più ottimistica invece, questa

concentrazione monopolistica,

anziché portare ad una minore

concorrenza, potrebbe migliorare

entrambe le categorie grazie

ad una comune esperienza. A

questo proposito Bridgepoint si è

già impegnata a mantenere separate

le gestioni organizzative

e manageriali di Dorna e Infront

Motor Sports. L’auspicio è di vedere

una MotoGP dai costi più

accessibili, mantenendo alta la

possibilità di sperimentazione dei

propri prototipi, e una SBK che,

contrariamente all’attuale orientamento,

schieri moto meno personalizzabili

e più simili alla produzione

di serie.

Questi cambiamenti affliggono

box, moto, addetti ai lavori e

primi fra tutti, i piloti. L’incertezza

economica induce le case a dedicare

risorse preziose solo ai piloti

che reputano top-rider, lasciano

inesorabilmente minori possibilità

a chi ha ancora tanto da dimostrare

e sempre meno mezzi per

farlo. Il problema era già stato sollevato

nel 2010 da Marco Melandri

che dopo una poco fortunata

stagione in MotoGP aveva deciso

di passare in Superbike dove

le differenze tra moto si sentono

meno e impegno e talento pagano

di più. Un trattamento simile

Costume e Società

tra piloti diversi permette, a parità

di prestazioni, una maggiore

possibilità di esprimere il proprio

potenziale e allo stesso tempo un

maggior divertimento per lo spettatore.

Con questo non si vuole

certo intendere che tutti i piloti

debbano essere messi sullo stesso

piano, è giusto che chi porta

a casa buoni risultati sia premiato

con mezzi e possibilità maggiori.

Oggi però emerge subito,

dati alla mano, un divario troppo

ampio tra sportivi super-pagati e

non. Secondo la classifica stilata

dal network ESPN Rossi con i suoi

14,3 milioni di euro annui di stipendio

Ducati (senza quindi tener

conto degli sponsor) è il Paperone

degli sportivi tricolori. Non da

meno la Formula 1 che con i 15

milioni di euro che la casa del cavallino

paga a Fernando Alonso,

detiene il world record per il pilota

meglio retribuito.

Proprio in Formula 1 sono di recente

sorte molte critiche riguardo

alla scelta dei piloti. L’ultimo

caso riguarda il team Caterham,

dove anche l’ultimo baluardo italiano,

costituito dal trentottenne

Jarno Trulli, è caduto sconfitto dal

supporto economico di Vitaly Pedrov.

Il russo si è infatti candidato

come pilota ufficiale portando in

dote ben 10 milioni di euro, cifra

che non poteva lasciare indifferente

il team principal Tony Fer-

Fernando Alonso, con i 15 milioni di euro di

stipendio Ferrari è il pilota meglio retribuito

al mondo

29


eidos

nandes. Altro caso simile vede

al centro della vicenda un pilota

d’esperienza come Barrichello

(19 anni di attivo in Formula 1)

scalzato da un giovane Bruno

Senna, che oltre ad un’importante

eredità sportiva, sinonimo di

visibilità, ha portato alla Williams

anche un munifico sponsor brasiliano

capace sostituire la perdita

del gigante delle telecomunicazioni

AT&T, precedente finanziatore

della scuderia inglese. Con

un occhio realistico al momento

di crisi dell’economia globale

portare in squadra nuove “forze”

risulta essere una carta vincente

per più della metà dei volanti in

griglia; insomma, per correre si

deve prima pagare. Solo cinque

le squadre in grado di vivere in

autonomia (Red Bull, il suo satellite

Toro Rosso, McLaren, Ferrari

e Mercedes) e solo dieci i piloti

ingaggiati e stipendiati regolarmente.

A fare da confine il team

Lotus che con l’arrivo dell’ex-ferrarista

Raikkonen spera di attirare

nuovi investimenti esterni. Le altre

30

hanno motivo ad abbandonare

la Formula 1 che, nel bene e nel

male, riesce sempre a produrre

un buon dividendo a fine anno

(frutto anche della spartizione dei

diritti TV), poco importa se a risentirne

è l’integrità di questo sport.

I nuovi assetti dell’economia globale

hanno determinato cambiamenti

non solo indirettamente

per mezzi e piloti, ma anche direttamente

per tradizionali punti

fermi come le storiche location

dei Gran Premi. Crescendo l’importanza

dei Paesi Emergenti crescono

anche i circuiti che vanno

a sostituire i GP del vecchio continente,

osservatore incapace di

reagire efficacemente alla diminuzione

degli spettatori e profitti.

Nel 2012 la Formula 1 è stata ospitata

per la prima volta in India e

nuovi progetti sono stati avviati

in Asia, Texas e New York. Certo

per noi europei questi cambiamenti

non rappresentano una

svolta positiva, ma da un punto

di vista globale non si può non

novato interesse per i motori e le

competizioni. L’altra faccia della

medaglia sta nel fatto che ad un

allargamento del pubblico non

corrisponda un allargamento

della varietà di utenze. Assistere

a competizioni sportive di questo

genere rimane spesso proibitivo

per gli appassionati e non incoraggia

la massa degli indecisi,

specchio di una crescente spaccatura

sociale tra ricchi e poveri.

In definitiva anche il mondo delle

corse risente di una crisi globale

che le associazioni organizzatrici

dei mondiali stanno affrontando

a viso aperto, allo scopo di

mantenere alti i profitti e tutelare

così il settore e i suoi lavoratori,

senza paura di affrontare

anche scelte coraggiose e facilmente

impopolari perché contro

la tradizione di questi sport.

In questo quadro generale aspettiamo

con impazienza l’inizio della

stagione augurando tutto il

meglio alle rosse d’Italia. DO

Singapore 2012, Gran Premio in notturna.

squadre nonostante la crisi non essere contenti di notare un rin-

1500 i proiettori utilizzati dotati di lampade alogene da 2000 watt, circa quattro volte l’illuminazione prodotta in uno stadio da calcio


vico dei caprettari 14-16, centro storico

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