Rapporto Annuale Federculture 2012

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Rapporto Annuale Federculture 2012

Estratto distribuito da Biblet

RAPPORTO ANNUALE FEDERCULTURE 2012

CULTURA E SVILUPPO

LA SCELTA PER SALVARE L’ITALIA

Estratto della pubblicazione

a cura di Roberto Grossi

24 ORE Cultura


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Estratto della pubblicazione


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RAPPORTO ANNUALE FEDERCULTURE 2012

CULTURA E SVILUPPO

LA SCELTA PER SALVARE L’ITALIA

a cura di Roberto Grossi

con il sostegno di

24 ORE Cultura


In copertina e nelle aperture

Alessandro Mendini, Architetture per Domus

(intero e particolari), 2000.

© Atelier Mendini / Courtesy Biblioteca del Progetto.

Fondazione la Triennale di Milano

Realizzazione editoriale

24 ORE Cultura srl

© 2012 24 ORE Cultura srl, Pero (Milano)

Fedcerculture e l’Editore ringraziano gli autori dei testi

per la gentile concessione

Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi.

Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata.

Prima edizione maggio 2012

Edizione eBook maggio 2012

ISBN 978-88-6648-113-3

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FEDERCULTURE

ORGANI DIRETTIVI

presidente

Roberto Grossi

Fondazione maxxi - Vice Presidente

tesoriere

Carlo Fuortes

Fondazione Musica per Roma - Amministratore Delegato

presidente onorario

Maurizio Barracco

segretario generale

Roberto Grossi

consiglio direttivo

Andrea Arcai

Comune di Brescia - Assessore Cultura, Turismo, Pubblica

Istruzione

Luca Borzani

Fondazione Palazzo Ducale di Genova - Presidente

Maurizio Braccialarghe

Comune di Torino - Assessore Cultura, Turismo

e Promozione della Città

Antonio Centi

Istituzione Sinfonica Abruzzese - Presidente

Andrea Colasio

Comune di Padova - Assessore Cultura

Domenico De Masi

S 3 Studium s.r.l. - Presidente

Sergio Escobar

Fondazione Piccolo Teatro di Milano -

Teatro d’Europa - Direttore

Marcello Foti

Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografi a -

Direttore Generale

Umberto Croppi

Fondazione Valore Italia - Direttore Generale

Carlo Fuortes

Fondazione Musica per Roma - Amministratore Delegato

Giorgio Galvagno

Comune di Asti - Sindaco

Dino Gasperini

Comune di Roma - Assessore Politiche Culturali

e Centro Storico

Carmelo Grassi

Consorzio Teatro Pubblico Pugliese - Presidente

Pietro Marcolini

Regione Marche - Assessore Beni ed Attività Culturali

Albino Ruberti

Zetema Progetto Cultura s.r.l. - Amministratore Delegato

Fabiana Santini

Regione Lazio – Assessore Cultura, Arte e Sport

Angelo Tabaro

Regione Veneto – Segretario alla Cultura

Giuseppe Tota

Lazio Service spa – Direttore Generale ad interim

giunta esecutiva

Roberto Grossi

Marcello Foti

Carlo Fuortes


presentazione

la cultura come motore della crescita italiana 7

Roberto Napoletano

prefazione 11

Lorenzo Ornaghi

tre ministri in campo per la cultura 13

Lorenzo Ornaghi, Corrado Passera, Francesco Profumo

la cultura dall’emergenza allo sviluppo 15

Roberto Grossi

parte prima

scenari internazionali. strategie e politiche tra recessione e crescita

culture and creativity in the european union 55

Androulla Vassiliou

cultura, diversità ed economia creativa in brasile 61

Ana de Hollanda

parte seconda

la cultura nell’italia che cambia

sommario |

il contributo dei privati allo sviluppo della cultura 71

Ilaria Borletti Buitoni

per una ricostruzione della cultura in italia 77

Andrea Carandini

carmina non dant panem? 85

Pier Luigi Celli

progettare il futuro: la competitività degli enti locali 95

Graziano Delrio

Estratto della pubblicazione


la misura del benessere e il ruolo della cultura 99

Enrico Giovannini

un’opportunità per la crescita 115

Renzo Iorio

lo spettacolo risorsa fondamentale del sistema paese 119

Paolo Protti

parte terza

l’industria creativa per lo sviluppo. opinioni a confronto

l’industria creativa per lo sviluppo. opinioni a confronto 127

Roberto Grossi a colloquio con Gianluca Comin, Umberto Croppi, Sergio Escobar,

Fabrizio Grifasi, Alessandro Massarenti, Alberto Vanelli, Dario Edoardo Viganò

parte quarta

esperienze per lo sviluppo territoriale

l’italia che funziona: esperienze e idee nuove per la competitività 151

Flavia Camaleonte

l’esperienza e i programmi della regione marche 157

Pietro Marcolini

la fondazione di venezia per la riqualificazione urbana di mestre 165

Giuliano Segre, Giuliano Gargano

la cultura nelle politiche europee di sviluppo territoriale 169

Claudio Bocci

dati e ricerche

la cultura nelle città: analisi dei bilanci 177

delle amministrazioni comunali e delle aziende culturali

Ludovico Solima

cultura e comunicazione d’impresa in tempo di crisi 183

Francesco Moneta, Laura Cantoni

la cultura per lo sviluppo dell’economia romana 195

Giancarlo Cremonesi

dati e analisi sulle dinamiche del settore cultura - turismo 199

Emanuela Berna Berionni

contenuti extra in formato e-book

dossier legislativo

Daniela La Marca

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la cultura come motore della crescita italiana*

Roberto Napoletano**

Una rivoluzione copernicana. Per ricollocare il sapere – tutti i saperi: quelli storico-artistici

e scientifi ci, la ricerca delle università e delle imprese così come l’attività quotidiana

della scuola, di ogni ordine e grado – al centro dell’attenzione pubblica in Italia. E farne

una leva poderosa di sviluppo sociale, civile ed economico. Senza cultura non si genera

sviluppo: lo ha scritto «Il Sole 24 Ore» lanciando domenica 19 febbraio il Manifesto per

la Costituente della cultura. Lo evidenzia con grande forza la scelta di Federculture di

dedicare questo suo Rapporto annuale proprio al binomio cultura-sviluppo, in coerenza

con l’impegno istituzionale di mettere in sinergia tutte le competenze che nel nostro

Paese operano su questo campo.

Abbiamo un tesoro immenso non solo da salvare, ma soprattutto da valorizzare: il

nostro patrimonio artistico, la bellezza del paesaggio, la tradizione, una presenza diff usa

di conoscenze, know how e innovazione. E non possiamo più subire passivamente la

sindrome del declino, lo spreco di risorse, le sovrapposizioni di energie e competenze

o le ferite quotidiane che il degrado infl igge ai nostri monumenti. C’è oggi un’energia

nuova, un desiderio diff uso di riscattare la nostra inestimabile ricchezza culturale, un

* Domenica 19 febbraio 2012 «Il Sole 24 Ore» ha pubblicato il Manifesto per la Costituente della cultura:

Niente cultura, niente sviluppo, cinque punti per far rinascere la cultura in Italia, ripreso da Roberto

Napoletano nel presente articolo. All’intenso dibattito che ne è seguito tra i principali esponenti della

cultura e dell’economia, sia italiani che internazionali, hanno partecipato anche i tre Ministri Lorenzo

Ornaghi, Corrado Passera e Francesco Profumo, rispondendo alle sollecitazioni del Manifesto con una

lettera aperta che riportiamo a seguito della Prefazione del Ministro Ornaghi.

** Direttore «Il Sole 24 Ore»

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8 | rapporto annuale federculture 2012

invito sempre più pressante per un profondo cambiamento di mentalità. L’appello rivolto

dalle pagine del nostro giornale ha ricevuto, infatti, una risposta entusiasmante, con

migliaia di adesioni da parte di ministri, esponenti del mondo della cultura italiana e

internazionale, manager, docenti universitari, insegnanti e soprattutto tanti, tantissimi,

cittadini. Una richiesta corale e appassionata perché l’investimento del Paese nella

cultura venga fi nalmente considerato in tutte le sue potenzialità, come il vero motore

della crescita italiana.

La cultura deve entrare a far parte dell’agenda del Governo. E non si tratta soltanto

di dare qualche fi nanziamento in più per la tutela del patrimonio, di proteggere un

paesaggio profondamente martoriato, di aumentare la platea dei programmi di ricerca

da sovvenzionare. Interventi non disprezzabili, e comunque fondamentali, ma di corto

respiro. Ciò che occorre è un rovesciamento di prospettiva e sensibilità. Impegno ancora

più diffi cile in tempi di crisi, ma ineludibile. Bisogna avere il coraggio di pensare la cultura

come orizzonte di sviluppo. Non si può fare altrimenti.

Rinunciare a una simile sfi da, relegare la cultura all’evento occasionale, alla visita di un

museo, all’intervento spot, mettersi in una posizione conservativa e rinunciataria, sarebbe

un grave pericolo. Ne va della nostra identità, del collante sociale, delle eccellenze con cui

il mondo ci conosce. È a queste eccellenze che si richiama «Il Sole 24 Ore» con il suo

stile, assai concreto, di investire in cultura attraverso il supplemento culturale «Domenica»

e le iniziative di 24Ore Cultura.

Economia e cultura, sotto questa prospettiva, non possono che esaltarsi a vicenda, come

sottolinea l’impegno di Federculture. Il made in Italy ha dietro di sé secoli d’intelligenza

e creatività. I manufatti dei nostri artigiani, i prodotti dell’alta moda, le idee imprenditoriali,

sono anche il risultato del “bello” diff uso che ognuno di noi può respirare nella

grande città come nel centro storico di un piccolo Comune, nell’attraversare paesaggi

ineguagliabili così come nel visitare una chiesa o un museo.

Il Belpaese non è solo uno slogan. Viviamo in un territorio ricchissimo di storia e d’arte

che, nonostante la diff usa e perpetua incuria, continua a richiamare milioni di visitatori

stranieri. La prima mossa è arrestare l’improvvisazione che da tempo contraddistingue

la gestione della cultura. Fare in modo che non ci siano più monumenti che cadono a

pezzi o cervelli che fuggono oltreconfi ne.

Ma questa azione difensiva non basta. Finora abbiamo vissuto di rendita grazie all’enorme

patrimonio di sapere e reperti che il passato ci ha tramandato, senza essere neanche

in grado di tutelarlo a dovere. Non riusciamo più, però, a produrre cultura. Questo è il

secondo passo: tornare a creare, a scrivere, a progettare. Fare in modo che il made in Italy

si alimenti di nuova linfa.

Due mosse che possono contare su segnali confortanti. Negli ultimissimi anni, dopo

un periodo di contrazione, la domanda di cultura è cresciuta: i visitatori dei musei sono

aumentati, le mostre registrano migliaia di presenze, la spesa delle famiglie per cinema,

musica e libri ha ripreso un po’ fi ato nonostante i tempi diffi cili.

La rivoluzione copernicana è, insomma, a portata di mano. Occorre crederci e studiare,

con intelligenza e decisione, politiche che chiamino la pubblica amministrazione e i

privati a collaborare, ognuno secondo le proprie competenze.

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i cinque punti del manifesto

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la cultura come motore della crescita italiana | 9

Sintesi del Manifesto per la Costituente della cultura pubblicato dal «Sole 24 Ore-

Domenica» il 19 febbraio 2012

1. Una Costituente per la cultura

Niente cultura, niente sviluppo. Cultura e ricerca secondo l’articolo 9 della Costituzione

sono i capisaldi che vanno salvaguardati e procedono insieme.

2. Strategia di lungo periodo

Pensare a un’ottica di medio-lungo periodo, simile alla ricostruzione economica che sancì

la svolta del Dopoguerra

3. Cooperazione tra ministeri

La funzione dello sviluppo sia al centro dell’azione di Governo. Collaborazione tra i

ministri competenti.

4. L’arte a scuola e la cultura scientifi ca

A tutti i livelli educativi

5. Pubblico-privato, sgravi ed equità fi scale

Pratica e cultura del merito, intervento dei privati nel patrimonio per una cultura diff usa.

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prefazione

Lorenzo Ornaghi*

Cresce ed è sempre più forte – in larghe fasce della società, particolarmente nelle sue élite

intellettuali e dirigenti – la volontà di favorire una diretta, effi cace e trasparente collaborazione

con le istituzioni dello Stato, al fi ne di tradurre in atto e praticare nel miglior

modo possibile quell’imprescindibile valore rappresentato per il nostro Paese dalla cultura.

È un’espressione di volontà da cui nascono motivi non solo di grande soddisfazione,

ma anche di incoraggiamento. Il Rapporto Annuale Federculture – strumento prezioso

e ormai consolidato nel panorama del pubblico dibattito – va esattamente in questa

direzione. E signifi cativamente, quest’anno, si è scelto di declinare il tema della cultura

in rapporto a quello, altrettanto decisivo per l’Italia di oggi e per i suoi cittadini, dello

sviluppo. In questa stagione storica, segnata dall’incertezza e dalla diffi coltà di guardare

oltre le nebbie che avvolgono il futuro, Cultura e Sviluppo si intrecciano indissolubilmente.

Dentro lo scenario globale, lo stato di ‘crisi’ sembra diventare una realtà permanente,

anziché una pur rischiosa fase puntuale. Le dolorose conseguenze della crisi economicofi

nanziaria sull’esistenza delle persone e delle comunità sono sempre più accompagnate

da una grave forma di consunzione dei legami collettivi, da un preoccupante logoramento

delle relazioni interpersonali e degli obblighi intergenerazionali. Le società si rannicchiano

nella conservazione del presente e nella difesa, per quanto possibile, dei singoli tornaconti

individuali o di gruppo. Al declinare della speranza in un domani migliore dell’oggi, si

alimentano e diff ondono inquietudini e invidia sociale.

Per oltrepassare le mal ferme e pericolose condizioni in cui da troppo tempo versano il

nostro Paese e gran parte dell’Europa, è sempre più indispensabile recuperare e rinnovare

* Ministro per i Beni e le Attività Culturali

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12 | rapporto annuale federculture 2012

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una solida e profonda visione culturale, capace di interpretare e orientare adeguatamente

le odierne accelerazioni tecnico-scientifi che e i rapidi spostamenti degli assi geo-politici

planetari. Il ruolo della cultura, intesa anche come conoscenza e ricerca, diventa sempre

più cruciale nel determinare gli equilibri socio-economici delle nazioni e nel costruire

il benessere duraturo delle società. Molti sono gli esempi di popoli che, proprio sugli

investimenti in cultura e conoscenza, stanno ottenendo il loro riscatto, così da off rire ai

propri cittadini opportunità più giuste di crescita.

Cultura e Sviluppo sono i due pilastri su cui dev’essere edifi cato il progresso dell’Italia:

la dimensione spirituale e intellettuale, con quella economico-produttiva, sono – insieme

– la chiave per conseguire un reale incremento della complessiva qualità della vita

di singoli e aggregazioni.

Alla luce di un tale convincimento, insieme con Corrado Passera e Francesco Profumo,

ministri rispettivamente dello Sviluppo Economico e dell’Istruzione, Università e Ricerca,

abbiamo scritto una lettera a «Il Sole 24 Ore», a proposito del Manifesto per la Costituente

della cultura che il quotidiano ha lanciato nel febbraio scorso. E abbiamo così ribadito

l’intenzione di lavorare in modo coeso e senza esitazioni, proprio perché la cultura e la

conoscenza chiedono attenzione e partecipazione da parte dell’intera comunità. Lo Stato,

lungi dall’arretrare di fronte alle crescenti diffi coltà di produrre e assicurare il benessere

dei cittadini, deve assumere un ruolo di coordinamento e garanzia in ogni iniziativa che

enti pubblici e privati intraprendano in quella direzione.

Nel nostro Paese, in particolare, dobbiamo far tesoro delle profonde radici e dei meravigliosi

frutti di una cultura che continua a vivere grazie a un’eredità plurimillenaria

su cui si fonda anche il continente europeo. La nostra tradizione culturale – umanistica

e scientifi ca, laica e religiosa, con il contributo di letteratura e poesia, storia e geografi a,

fi losofi a e arti, insieme con le scienze ‘esatte’, talvolta ‘dure’, ciascuna secondo le proprie

specifi cità disciplinari – ci consente di guardare al futuro con la serena consapevolezza di

chi può costruirlo su fondamenta ben salde. Poiché, come ha osservato Johan Huizinga,

esiste «un’irrefragabile verità: se vogliamo conservare la cultura dobbiamo continuare a

creare cultura». Adesso tocca a noi.

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tre ministri in campo per la cultura

Lorenzo Ornaghi, Corrado Passera, Francesco Profumo*

Gentile Direttore, ringraziamo «Il Sole 24 Ore» per l’articolo di domenica. I cinque punti

«per una costituente della cultura» off rono elementi di rifl essione non convenzionali e, per

questo, fortemente degni di attenzione. Riteniamo meritevole ogni iniziativa che sappia

riportare al centro del dibattito pubblico il valore della cultura, della ricerca scientifi ca,

dell’innovazione e dell’educazione a vantaggio del progresso nel nostro Paese. Potrebbe

sembrare paradossale cercare di mettere la cultura al centro del dibattito politico in un

momento n cui l’Italia è sottoposta a tensioni di natura fi nanziaria e si trova nel bel

mezzo di una nuova recessione, con un disagio occupazionale in crescita. ll Sole 24 Ore

ha lanciato un Manifesto in cinque punti e una Costituente affi nché la cultura diventi

un motore per lo sviluppo Eppure oggi, come in altre occasioni della storia del Paese,

le prospettive di ripresa e di tenuta della coesione sociale sono legate a processi virtuosi

di cambiamento che scaturiscono e sono guidati, se vogliono farsi fondamenta solide di

sviluppo duraturo, soprattutto da una spinta di natura culturale: spinta che interessa le

nostre prospettive, il nostro civismo, il nostro senso di responsabilità, il contenuto della

nostra democrazia, il nostro rapporto con la cosa pubblica e il bene comune.

Assai suggestivo e appropriato appare il richiamo al discorso di De Gasperi alla Scala

di Milano. Lo spirito che caratterizzò l’Italia e le sue leadership nel secondo dopoguerra

va oggi arricchito ancora una volta da una illuminata visione culturale. L’investimento

in cultura, ricerca ed educazione nel nostro Paese è insuffi ciente, se confrontato su scala

* Lorenzo Ornaghi, Ministro Ministro per i Beni e le Attività Culturali; Corrado Passera, Ministro dello

Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti; Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione

Estratto della pubblicazione


14 | rapporto annuale federculture 2012

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internazionale. Di fronte alle scelte di spending review,che comporteranno una rivisitazione

del mix della nostra spesa pubblica, la componente impiegata nella sfera della

conoscenza non può essere considerata un costo da tagliare, ma rappresenta uno dei

bacini in cui spendere di più e meglio creando sviluppo e occupazione. In quest’ambito,

lo Stato è chiamato a svolgere un’imprescindibile funzione pubblica, non a caso sancita

e garantita dalla nostra stessa Costituzione.

Un investimento che deve interessare lo straordinario patrimonio culturale italiano,

inteso non solo come risorsa da tutelare e preservare, ma da animare e valorizzare sempre

di più, perché elemento costitutivo dell’identità del Paese, della sua storia, della sua civiltà,

del suo “saper fare”, della sua stessa competitività. La conoscenza è fattore dinamico e

generativo, è il terreno comune per la convivenza civile, fondamentale mezzo di promozione

sociale: la prima responsabilità della politica è la cura della “Repubblica della

conoscenza”. È questa la condizione per una società aperta e moderna.


1. una rivoluzione culturale

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la cultura dall’emergenza allo sviluppo

Roberto Grossi

Le domande per cambiare

Serve una rivoluzione culturale. È ormai evidente che un progetto per il Paese, che

guardi davvero in avanti, aff rontando le emergenze dell’economia e delle fi nanze ma in

una prospettiva di sviluppo complessivo della società, deve portare a scelte coraggiose e

imprimere cambiamenti radicali. L’Italia sta attraversando una crisi economica, politica

e sociale che non ha precedenti, almeno nella storia recente degli ultimi cinquant’anni.

In uno scenario europeo e mondiale nel quale vengono scompaginati gli stili di vita,

la produzione e i consumi e messi in crisi gli equilibri economici tra i Paesi. Anche la

mappa delle competitività territoriali, i livelli d’innovazione dei sistemi, il peso dei diversi

comparti produttivi non sono e non potranno più essere quelli che hanno dominato il

ciclo degli ultimi decenni. Ma entrano in gioco altri elementi che non possono essere

trascurati. I profondi cambiamenti demografi ci, tra cui l’invecchiamento della popolazione

nella società italiana, gli inarrestabili fl ussi migratori e il fermento nei Paesi del

nord Africa, l’esplosione della bolla speculativa fi nanziaria che ha messo a nudo i limiti

dell’economia reale, la crisi di fi ducia nella politica, l’aumento delle diff erenze sociali e

delle povertà, l’assenza di prospettive per le giovani generazioni. Per progettare il futuro

occorre, dunque, comprendere i grandi mutamenti in atto e dare le risposte giuste. Forse

la gravità del momento storico rimette in moto idee ed energie nuove, sradica logiche e

convinzioni superate, può aprire a orizzonti lunghi di riforma. Perché ciò accada serve

una rifl essione ampia che superi luoghi comuni e approfondisca alcune questioni centrali.

«Giudica un uomo dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte» diceva Voltaire.


16 | rapporto annuale federculture 2012

Il dibattito aperto recentemente da «Il Sole 24 Ore», con il Manifesto per la Costituente

della cultura: Niente cultura, niente sviluppo conferma che l’arte può farsi reddito senza

perdere l’anima. Qualche mese fa Federculture con le sue aziende, l’anci e il fai hanno

lanciato un appello al Governo per ottenere le riforme indispensabili a valorizzare un

settore vitale e favorire la ripresa. Emerge, dunque, un forte movimento d’idee che pone

domande essenziali e avanza proposte. Siamo tutti d’accordo che un Paese come l’Italia

non può programmare il proprio futuro e non potrà presentarsi nel confronto internazionale

senza un profondo rinnovamento delle politiche, che siano fondate sul valore della

propria vocazione artistica e culturale. Sgombriamo allora il campo da alcuni equivoci.

Di quale ricchezza parliamo?

La cultura non è il petrolio. La cultura è un’altra cosa. Ancora ricorre nel dibattito recente

l’aff ermazione che la cultura è il nostro petrolio. Per favore, lasciamo stare i pozzi. Le

suggestioni di ricchezze improvvise in Kuwait, nel Kazakistan o in Arabia Saudita sono

fi glie di una società industriale basata sul consumo dell’ambiente, che ha accentuato le

disparità tra poveri e ricchi, e aperto nel mondo terribili confl itti per il possesso di questa

materia prima inquinante, ma tuttora indispensabile nel modello di sviluppo fordista,

non ancora del tutto superato. E, per favore, mettiamo da parte anche il concetto dei

“giacimenti culturali” – lanciato negli anni Settanta e Ottanta soprattutto con riferimento

al Sud – che, pur avendo avuto il merito di far comprendere il valore, anche economico,

del nostro patrimonio abbandonato, non è bastato a far evolvere la diaspora tra tutela

dei nostri beni culturali e valorizzazione in una visione più moderna e dinamica dell’industria

culturale e creativa. I giacimenti evocano luoghi e cose (oro, diamanti, petrolio,

carbone, marmo) che sono lì, statici, il cui valore è dato solo dal mercato, cioè dalla loro

richiesta nel circuito produttivo e nei consumi. Così il carbone quando era utilizzato

per le locomotive a vapore e per riscaldare le case nell’inverno, poi caduto in disgrazia e

soppiantato dalle nuove fonti energetiche. E per la conquista di questi giacimenti, nella

storia dell’umanità si sono consumate distruzioni e stragi come la corsa all’El Dorado in

Perù o la competizione per i fi loni d’oro nel Klondike, diventata un classico nella storia

degli Stati Uniti e raccontata anche dai personaggi di Walt Disney.

La cultura di cui parliamo e sulla quale richiamiamo l’attenzione è un’altra ricchezza e

porta in sé altri valori. È stratifi cata nel tempo – dai dipinti nelle caverne preistoriche alla

lingua contemporanea – ed è diff usa ovunque, perché accompagna il percorso dell’uomo

nella storia. Ha a che fare con la religione e con la visione dell’essere umano nella natura

e nell’universo, con la scienza e lo sviluppo delle tecnologie, con l’identità e i legami di un

popolo e di una nazione, con la costruzione delle città (le case, i templi, i teatri, le scuole),

con le regole sociali e le leggi. Insomma la cultura, anche quando non ce ne rendiamo

conto, determina tutto ciò che è intorno a noi. Nel bene e nel male. Dalle nostre scelte

individuali, alle azioni quotidiane, ai comportamenti collettivi. E crea quel fl usso continuo

e inarrestabile all’interno della storia, tra tradizione e progresso. Il genio di Leonardo da

Vinci, pittore, scienziato, astrologo, ingegnere può essere l’emblema di quanto sia stretto

il rapporto tra ricerca, arte, scienza, tecnologia. Cioè tra umanesimo e sviluppo.

Quindi il problema che abbiamo davanti non è solo quello di trovare i soldi necessari

per restaurare i monumenti che cadono o per tenere aperti teatri e musei. Una rivoluzione

culturale è necessaria per riaff ermare che nella società del XXI secolo, in piena recessione

Estratto della pubblicazione


la cultura dall’emergenza allo sviluppo | 17

economica, occorre davvero voltare pagina puntando a un cambiamento di mentalità e a

una nuova idea di progresso, che ricongiunga il benessere economico alla qualità della vita,

il mercato a un sistema di maggiore uguaglianza delle opportunità, l’interesse generale alla

facoltà di esercitare la libera espressione di ogni individuo. In fondo il declino del XX secolo

altro non è stato che la dissociazione tra progresso scientifi co e progresso morale. L’idea

stessa di progresso che dal 1700 alimenta la cultura del pensiero umanistico e scientifi co –

libertà, giustizia, pace e benessere che nemmeno Auschwitz aveva fatto venir meno – oggi

sembra rattrappita. Secondo Norberto Bobbio con la fi ne della civiltà moderna ha inizio

l’età post moderna. Ma la domanda è: cos’è il “post”? Qualcosa che viene dopo ma della cui

essenza ancora non sappiamo nulla. Sappiamo solo che nel nostro Paese ci sono più telefoni

cellulari che abitanti. Assistiamo a una caduta di ottimismo verso il futuro e al radicamento

di un confuso senso di timore per il presente e per il domani. Il cittadino sembra diventato

un consumatore di detersivi, di ideologie o di leader politici “usa e getta”. Alle paure per

il terrorismo, a quelle ecologiche e per le migrazioni incontrollate si aggiungono dal 2009

l’ansia economica e i timori di perdere il proprio status al crollo dell’occupazione, sopratutto

giovanile, all’impoverimento reale delle famiglie e alla benzina che arriva a costare 2 euro al

litro. In questo quadro, in l’Italia come in gran parte dell’Europa la disoccupazione strutturale

va di pari passo con le crepe dello Stato sociale e con la inadeguatezza concorrenziale nei

settori avanzati. La sfi ducia nella capacità dei professionisti della politica di governare gli

eventi e di assicurare l’anelito di un futuro migliore è perché a essi si correla il desiderio di

mantenere le cose come sono, in una visione antistorica del cambiamento necessario, anche

quando vengono agitati gli spettri di antichi orrori per mantenere il consenso. Non agitano

più le sette trombe, la grandine, le cavallette o la bestia che esce dal mare, ma nuove paure,

degli stranieri o dei nemici di partito, per alimentare odio e insicurezza. Sono come Capitan

Uncino che odia Peter Pan perché rifi uta di crescere, cioè di ammettere che l’attuale è il

migliore dei mondi possibili. E non intende rinunciare al sogno.

Verso un nuovo modello di società

Cultura – e con essa etica – e sviluppo possono e devono marciare insieme. Per ritrovare

nuove strade e nuovi orizzonti del progresso nella società della conoscenza. Nell’era di

internet e della tecnologia che stravolgono la produzione e l’esistenza di ciascuno, la poesia,

l’arte, la lingua non vanno in naftalina. Non solo non sono in contrasto con l’economia e

con i meccanismi fi nanziari, ma sulla cultura – non certo i monumenti in sé – cioè sulle

espressioni dell’arte e dei saperi si pongono le basi per ricostruire un modello di società.

Quando l’Imperatore di Bisanzio, convertitosi, ordinò la chiusura dei templi e proibì i

riti pagani, la città di Efeso decadde, i commerci languirono, la cultura e la tecnologia

andarono perse. Al contrario la grandezza di Persepolis, di Luxor con la compresenza di

templi e chiese di tutte le grandi religioni, dell’antica Roma e oggi di città come Berlino o

Barcellona è interamente legata a un intreccio tra culture diverse che spingono in avanti.

Buone pratiche scaturite, è bene ricordarlo, da classi dirigenti responsabili e intelligenti

che hanno inserito la “spina” dello sviluppo nella “presa” della cultura, capace di generare

ricchezza, occupazione, una nuova mentalità.

D’altronde la grande recessione, la paura tremenda di un “eff etto domino” per il default

della Grecia hanno mandato defi nitivamente in soffi tta la sfi da Est-Ovest, cioè una lotta

Estratto della pubblicazione


18 | rapporto annuale federculture 2012

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tra due modelli di società per l’egemonia del cielo e della terra. Le missioni spaziali o

i carri armati per il dominio delle fonti energetiche ora sembrano lasciare il posto ad

altri problemi. Ma anche la sfi da tra nord (la visione del successo) e sud (emblema del

fallimento) va del tutto riconsiderata. L’india e la Cina crescono a ritmi vertiginosi, così

come il Brasile. Gli Stati Uniti e l’Europa, con la maggior parte dei Paesi che fanno parte

del G8, arrancano.

L’India supera l’Italia. Si modifi cano gli equilibri dell’economia e dello sviluppo nel

mondo. Siamo dentro un processo storico. Fino al 2009 quella italiana era la settima

economia al mondo. Dall’anno scorso ci ha sorpassato il Brasile. Nei prossimi mesi il

fatturato totale dell’India sarà sopra quello dell’Italia. Noi siamo in recessione, l’India

cresce di circa l’8%; anche se oltre 500 milioni di persone vivono con meno di due dollari

al giorno, vi sono gruppi industriali come Tata e Infosys e Reliance che competono con

eni e enel. Produce più auto e ha dieci volte più miliardari. Il punto è che le locomotive

di alcuni Paesi lontani dall’Europa camminano molto di più e supereranno a breve le

antiche potenze coloniali di Londra, Parigi, Roma. Nelle previsioni di metà decennio

solo la Germania sarà, tra i Paesi europei, nella classifi ca delle prime sei economie al

mondo. Gli imperi dove non tramontava mai il sole rimangono nei libri di storia. Come

il tavolo del G7, nel quale si decidevano i destini del pianeta, nato tra uomini cresciuti

leggendo Dante, Voltaire, Adam Smith, Shakespeare o ascoltando Beethoven e Verdi.

Allora la domanda: è possibile recuperare competitività? E come?

Anche i singoli sistemi territoriali frantumano i vecchi stereotipi. La città di Salerno,

prima simbolo di bruttezza e degrado, in poco tempo è totalmente cambiata e nei prossimi

anni, grazie a un piano straordinario di interventi, diventerà uno dei luoghi più dinamici e

innovativi del Mediterraneo. Contemporaneamente le delocalizzazioni industriali creano

città fantasma. Occorre allora identifi care, in una visione che guardi ai prossimi decenni,

i contenuti della società che vogliamo. In che tipo di città intendiamo vivere. Il piccolo

borgo medievale, bello, tranquillo ma senza vita né lavoro, o una delle stupende città d’arte,

magari sito unesco, invasa da turisti, rumorosa, con gli spazi, le piazze, i vicoli occupati

da tavolini o da autobus? Oppure cittadine dinamiche solo nel riempire di cemento i

litorali e le colline e che sostituiscono negozi di qualità, librerie, bar storici con fast food

e catene commerciali? C’è un’altra strada possibile? Qualcosa di diverso dal conoscere il

signifi cato dello “spread” o rifugiarsi nella fi losofi a del “vivere sani e belli”. Porsi queste

domande sarebbe già un passo avanti, uno sforzo culturale straordinariamente diffi cile,

anche se indispensabile. Ma non basta. Di fronte all’eclissi della classe operaia, che ha

contribuito ai grandi cambiamenti del secolo scorso, e allo sfi lacciamento di una politica

che ha perso autorevolezza, sembra che le reazioni e le spinte vengano solo dalle corporazioni

di interessi specifi ci come i taxisti, gli autotrasportatori o i “no tav”. Il Paese Italia

invece mostra segnali di rifi uto di un’accettazione passiva della realtà e prefi gura l’entrata

in campo di nuove intelligenze ed energie per provare a cambiare. Per cogliere i molti

malesseri della società italiana e aprire un orizzonte nuovo. Cominciando col guardare la

vita reale, conoscere davvero il Paese per interpretarne le esigenze, scongiurando tuttavia

che la nuova quotidianità possa apparire come l’unico dei mondi possibili. Allora «che

fare?» chiedeva Gramsci nel 1923. E la risposta era combattere «l’indiff erenza che è il

peso morto della storia… è la palude che recinge la vecchia città». Far crescere uomini

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Estratto distribuito da Biblet

la cultura dall’emergenza allo sviluppo | 19

che non siano estranei alla città, cioè al bene comune, e che siano attivi e responsabili:

la capacità della classe politica deve essere illuminata da «un’attività fantastica e da una

forza morale». Serve cioè un pensiero etico e spirituale profondo, una simpatia verso la

condizione umana, che abbia la forza di immaginare e di costruire il futuro. Il carattere

italiano più malefi co per l’effi cienza della vita pubblica del nostro Paese è, infatti, la

mancanza di fantasia drammatica; quella capace di armonizzare gli elementi della vita

reale (lavoro, gioia, soff erenza) innanzitutto nel pensiero, traducendoli poi in previsioni di

cambiamento e in azioni. È il contrario di una visione retorica. O di quella cinica di molti

politici e intellettuali che, con travestito realismo, hanno abdicato al loro ruolo critico.

Aff rontare l’emergenza educativa per contrastare incuria e indiff erenza

Gli educatori – il maestro Abreu in Venezuela, i parroci nelle frontiere dei quartieri

malavitosi di Napoli e di paesini siciliani, molti insegnanti e genitori – sanno che la

bellezza è un valore morale. L’ex vescovo di Locri, Mons. Giancarlo Maria Bregantini,

nella sua pubblicazione «Non possiamo tacere» ripete con forza che «i paesi più brutti

e trascurati sono quelli segnati dalla mafi a». L’apertura di un teatro illumina le strade

nella notte, anima le attività economiche del quartiere, fa acquistare valore alle proprietà

immobiliari. Stimola alla cura delle strade e dei giardini. Ma soprattutto è un centro

di incontro tra le persone, trasmette signifi cati e messaggi culturali, fa ridere, piangere,

pensare. E intorno a un luogo culturale vivo, non a una rovina abbandonata, si vince

l’incuria e l’indiff erenza. È la storia di tutti i giorni. I bambini che crescono nel degrado

e nella bruttezza sanno aff rontare di meno la corruzione e la violenza. Viceversa, il bello

e la diff usione della cultura aiutano a considerare il rispetto degli altri e delle cose e a

proiettarsi verso l’innovazione. La scuola di musica Al Kamandjati di Ramallah è uno

straordinario esempio di superamento dell’odio tra giovani israeliani e palestinesi che,

suonando insieme, traggono consistenza nelle ragioni della comprensione e dell’amicizia.

Sconfi ggendo l’odio ideologico e razziale. Le bande musicali, per rimanere a casa

nostra, che ancora oggi accompagnano la vita nei paesi, le ricorrenze civili e le cerimonie

religiose, compresi i funerali dei compaesani, sono le più attuali forme d’integrazione

e di partecipazione sociale. Tramandano le tradizioni della musica locale e avvicinano

alle popolazioni i suoni e le parole degli inni sacri e patriottici. Peraltro i nostri tecnici

della pubblicità, gli stilisti, gli artigiani hanno assorbito le bellezze dei paesaggi, i colori

delle piazze, gli aff reschi dei palazzi storici, i marmi variopinti nelle basiliche romane

passeggiandovi tutti i giorni. Da questa osmosi hanno prodotto linee grafi che, scarpe,

abiti, forme di lampade, profi li e colori di mobili. Anche questo è il capitale culturale.

Anche questo crea sviluppo.

Serve una visione della storia, della società, del progresso. Se Gobetti vivesse oggi,

lui che negli anni Venti sognava per l’Italia un capitalismo industriale d’avanguardia

sull’idea della rivoluzione liberale, penso che sposerebbe l’idea di un nuovo fondamento

basato sull’industria culturale e creativa. Dunque, un altro grande problema è

identifi care un nuovo soggetto della trasformazione. Non può che essere il cittadino

stesso che si riappropria dell’esercizio del pensiero, degli strumenti della formazione

umana, delle modalità di espressione della propria libertà e del proprio essere. Come

non pensare al coraggio di Prometeo, nella tragedia di Eschilo, che rubò il fuoco a

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20 | rapporto annuale federculture 2012

Estratto distribuito da Biblet

Zeus per donarlo agli uomini e per questo fu incatenato a una roccia e costretto al

supplizio? Nella dichiarazione “fu mia, quella scelta”, “io non mi piegherò”, rivolta al

Dio dell’Olimpo, Prometeo aff erma la sua decisione cosciente, autonoma e irriducibile.

È proprio questa la forza drammaturgica che ha reso mito eterno un personaggio eroico

rappresentato nelle arti fi gurative, nella cultura popolare e nella musica, da Beethoven

a Lizst. Simboleggia ancora oggi il desiderio del progresso, la spinta a un’evoluzione

culturale che aff ronta la volontà di dominio del potere, sfi da i cambiamenti, riaff erma

la dignità dell’individuo e il senso di giustizia. Per questo, in piena recessione, il grande

regista Ridley Scott ha deciso di realizzare “Prometheus”, kolossal fantascientifi co di

straordinario valore simbolico anche oggi. Dice Ermanno Olmi: «Il consumo come

propulsore di ricchezze è stato un inganno. L’economia dei grandi numeri un abbaglio.

Cresce la voce di quanti, nelle piazze o nelle reti sono pronti ad aff rontare la sfi da per

una nuova idea di società, un nuovo concetto di vita».

La cultura, dunque, è come la vecchia fontana del villaggio. Luogo di incontro e di

conoscenza, capace di dissetare generazioni e trasformare la storia. Noi cambiamo, la

fontana resta. A questa visione di Ivan Sergeevič Turgenev, il grande scrittore drammaturgo

russo, qualcuno potrebbe obiettare che è ottocentesca e che tanto la vecchia fontana

che il villaggio oggi non esistono più. Che l’unico villaggio è ormai quello globale. Ma

al di là della metafora è evidente che il legame tra l’identità e la promessa di futuro è

davvero indispensabile per l’uomo, tanto quanto l’acqua per la sopravvivenza. Allora di

fronte all’indiff erenza e all’ignoranza, madri del degrado e del declino, occorre resistere.

Per difendere quei beni preziosi che si scoprono, come la salute e la felicità, solo quando

si perdono e se ne comprende il valore.

E allora serve una rivoluzione culturale per risalire la china e aff ermare un modello di

sviluppo che faccia stare meglio gli italiani, premi la qualità e il lavoro, ridia l’orgoglio a

una Nazione raff orzando il senso d’appartenenza dei cittadini. Per sfuggire alla morsa

che attanaglia le imprese, deprime l’innovazione e la creatività, ci allontana dall’estetica e

dall’etica. Quella morsa dell’incultura e dell’incuria che pone al centro della scena clientele

e nepotismi, comitati di aff ari che riempiono di cemento abusivo i luoghi e i paesaggi

più belli, aff ermando così la dittatura dell’indiff erenza e del brutto. Insomma, Gomorra.

Allora dobbiamo aggiungere alle emergenze del Paese, oltre a quella del lavoro e della

riduzione del debito pubblico, l’emergenza educativa. Che, potremmo dire, è l’emergenza

delle emergenze. È quell’ambito della vita delle famiglie che, se non viene aff rontato,

rischia di limitare o rendere asfi ttica ogni soluzione ai tanti problemi che abbiamo. Come

si può essere bravi operatori turistici senza amare la propria storia e conoscere Michelangelo?

Come si può essere buoni imprenditori se non si acquisiscono le metodologie

dell’analisi scientifi ca e gli enzimi della creatività? Come si può svolgere bene il mandato

di sindaco, parlamentare o amministratore regionale se non si conosce e non si è capaci

di interpretare il bene comune? L’ultima indagine censis mostra un’Italia divisa in due

tra Palazzo e Paese. Il primo ci porta verso un Paese più triste, barbaro, brutto. La deriva

dell’impoverimento, anche economico, verso comportamenti della classe politica che sono

purtroppo nelle cronache di tutti i giorni. L’Italia delle persone punta invece al riscatto

attraverso la bellezza (la famosa frase pronunciata dal principe Myškin, nell’Idiota di

Dostoevskij, secondo una categoria più etica che estetica, è più che mai attuale), la cul-

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