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il mensile della strada

Minori

numero 152

anno 16

giugno 2011

3 00€

de’tenis

www.scarpdetenis.it - www.blogdetenis.it

ventuno Made in Italy, ombre cinesi

Il bivio dei “fuori famiglia”

Sono trentamila, in Italia. Ragazzi con disagi, abusi e abbandoni alle spalle. I comuni premono

per ridurre gli invii in comunità: costano. Ma l’affido non è semplice. Forse la strada è prevenire...

Milano Ti ricordi Triboniano? Torino Fame di case Genova Aziz in paradiso Vicenza Pallanuova,

crescere in acqua Modena I rivoli dell’accoglienza Rimini Kcal, trafficante di libri Firenze In morte

di Giancarlo Napoli La Stella si commuove Catania Siamo tutti turisti Palermo Decidi se hai le ali


Tu abiti,

tu esisti

Roberto Davanzo

direttore Caritas Ambrosiana

“A

bito, dunque sono”. Si intitolava

così un recente convegno, dedicato

a riflettere sull’abitare delle per-

sone disabili. Ma il pensiero è subito andato al

mondo di chi vive in strada, privo di una possibilità

abitativa dignitosa. Il titolo a effetto è la citazione

di un grande filosofo tedesco, Martin Heidegger,

che scriveva: «Io sono significa io abito». Se

sta il binomio essere-abitare, allora significa che la

casa è il luogo antropologico per eccellenza, dove l’uomo

si manifesta per ciò che è, non per ciò che pensa o

crede di essere. È nella casa che l’uomo può essere “nudo”,

cioè privo di quelle maschere che invece mettiamo

addosso quando andiamo in giro. Una nudità che è la

possibilità di mettere in mostra tutto di noi stessi, compresi

i nostri limiti, le nostre miserie.

Così la casa è il luogo dove finalmente non devo dimostrare

nulla, dove non devo più difendermi. Diventa

dunque il luogo dell’accoglienza totale, dove posso attendermi

di essere accolto e accettato nella mia totalità

da chi mi vuole bene. Qualcuno dice che la stanza

dell’albergo è il luogo degli amanti, la casa è il luogo

degli innamorati.

Vivere per strada significa essere privati di tutto

questo. È non avere un luogo dove appartarsi, dove

difendersi, dove avere sicurezza.

Operare con il mondo della grave emarginazione,

con i senza dimora, è adoperarsi per qualcosa di

più che il solidarismo. È una questione di verità dell’umano.

E far sì che ogni uomo abbia una casa significa

salvare l’uomo da un non-essere, da un annullamento,

che nessuna colpa potrebbe giustificare.

Dare casa a chi non ce l’ha è quasi un continuare

l’opera del Creatore. E dire a un essere umano: «Tu abiti.

Dunque tu esisti»..

Zingaropoli al capolinea,

la rivincita dei buonisti

Paolo Brivio

editoriali

Dunque Zingaropoli chiude i battenti. Coloro che hanno coniato la formula

credevano di seppellire gli avversari politici, per l’ennesima volta,

sotto le paure dei cittadini. Invece non sapevano di avere vergato l’epitaffio,

oltre che dei propri candidati, di una stagione amministrativa. E – forse,

prima ancora – politica. Se non addirittura culturale.

Conviene parlar chiaro: Milano non sarà (speriamo, verificheremo), ma è

stata Zingaropoli. Lo è stata per un decennio, se non addirittura un quindicennio.

Il periodo in cui un problema delicato e via via più diffuso (ma non prioritario,

in una metropoli segnata da forme di impoverimento, disagio e solitudine

sempre più radicali) è assurto a oggetto e simbolo di un incattivimento delle

relazioni e di un indurimento dello spirito che producevano premio politico.

Sulla questione rom, per anni all’ombra della Madunina sono divampati

allarmi incendiari e polemiche infuocate. Il gioco era cinico assai. Consisteva

nel suscitare fantasmi, nell’ingigantire numeri, nell’esasperare sentimenti,

e nel non cimentarsi concretamente con la realtà sottostante. Se un nodo

fruttava, elettoralmente parlando, perché affannarsi a scioglierlo?

Scarp fu tra i primi giornali, un decennio fa, a raccontare il propagarsi

delle “microfavela” nel tessuto urbano, e a denunciare l’inutilità, l’ottusità,

talora l’inumanità della “giostra degli sgomberi”. Lo sgomento, il

disagio e le apprensioni dei milanesi erano evidenti. I diritti di uomini

e donne e bambini rom, e il carattere irriducibile e anarchico, colorato

e ostico della loro cultura e dei loro stili di vita, lo erano al-

trettanto. Ciò che appariva solare, sin d’allora, era un fatto: affidare

la pratica alle sole polizie sarebbe stato, a lungo andare,

uno spreco di tempo, di attese, di soldi. Il cortocircuito tra media

e politica urlanti produceva domanda di ordine pubblico.

Invece ci sarebbero volute medicine dolci, somministrate infine

quasi controvoglia, e tra mille frenate, solo dall’ultima

giunta comunale: sono la mediazione sociale e l’impegno

educativo, con la loro capacità di aderire alla complessità delle

questioni e delle persone, a fruttare legalità, sicurezza e

coesione sociale, in certi contesti spinosi.

Scarp non è né sinistra né destra né centro né sopra né

sotto. Osserverà e analizzerà le scelte sociali dei nuovi amministratori

di Milano, e se non saranno credibili ed efficaci, nel

dare risposte ai poveri e alla comunità dei cittadini, lo racconterà

tranquillamente. Ci accontentiamo, per ora, di goderci una

piccola rivincita. La rivincita dei buonisti. La rivincita di quelli che

lavorano con i rom, gli emarginati, gli homeless e con ogni genere

di vulnerabili, partendo non da un’accusa, un’avversione, una volontà

di esclusione, ma da un presupposto empatico, etico, per alcuni

religioso: l’umanità che tutti condividiamo, e i diritti (umani, sociali

e di cittadinanza) che spettano a ognuno in pari misura. Su

questa base si sviluppano relazioni che consentono di dire dei no,

di porre dei limiti, di mostrarsi severi. Solo i “buoni” sono credibili,

quando chiedono rispetto delle regole e ottemperanza dei doveri.

A Zingaropoli comandavano (invano) gli sceriffi. Nella Milano

e nell’Italia che verranno, speriamo tornino di moda l’educatore,

il mediatore culturale, l’assistente sociale, con

la loro paziente e aperta intelligenza. .


cos’è

È un giornale di strada non profit. È un’impresa

sociale che vuole dar voce e opportunità di reinserimento

a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione

di lavoro e un progetto di comunicazione. È il primo passo

per recuperare la dignità. In vendita agli inizi del mese.

come leggerci

Scarp de’ tenis è una tribuna per i pensieri e i racconti

di chi vive sulla strada. È uno strumento di analisi

delle questioni sociali e dei fenomeni di povertà.

Nella prima parte, articoli e storie di portata nazionale.

Nella sezione Scarp città, spazio alle redazioni locali.

Ventuno si occupa di economia solidale, stili di vita

e globalizzazione. Infine, caleidoscopio: vetrina

di appuntamenti, recensioni e rubriche... di strada!

dove vanno i vostri 3 euro

Vendere il giornale significa lavorare, non fare

accattonaggio. Il venditore trattiene una quota

sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali

li prende in carico l’editore. Quanto

resta è destinato a progetti di solidarietà.

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e chiedere di vendere

Redazione centrale - milano

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Caritas Palermo, vicolo San Carlo 62

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sommario

Fotoreportage

(Doppi) profili fragili p.6

scarp Italia

Inchiesta

Piccoli uomini fuori famiglia p.12

Inchiesta

Il pacchetto ha fatto flop p.21

L’intervista

Erri De Luca: «In tempi di fuga vedo ali spezzate» p.26

Testimonianze

Rino Gaetano, genio marginale p.28

scarp città

Milano

Te se regordet Triboniano? p.30

Sacra Famiglia, storia di duplice carità p.34

Torino

Diritto alla casa, serve una svolta p.38

Genova

Aziz in paradiso: «Ma dov’è il lavoro?» p.40

Vicenza

Pallanuova: in acqua mi conosco meglio p.42

Modena

I tanti rivoli dell’accoglienza p.44

Rimini

Ostinato Kcal, trafficante di libri p.46

Firenze

In morte di Giancarlo, idee per bus solidali p.48

Napoli

Talento alla ribalta, lavoro nascosto p.50

Catania

Non tutti uguali, ma tutti turisti p.52

Palermo

Solo se hai le ali decidi dove arrivare p.54

scarp ventuno

Dossier

Ombre cinesi sul made in Italy p.58

Stili di vita

Equo, solidale e resistente alla crisi p.64

caleidoscopio

Rubriche e notizie in breve p.69

scarp de’ tenis

Il mensile della strada

Da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe - anno 16 n. 152 giugno 2011 - costo di una copia: 3 euro

Per abbonarsi a un anno di Scarp: versamento di 25 €

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Direttore responsabile Paolo Brivio Redazione Stefano Lampertico, Ettore Sutti, Francesco Chiavarini Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale

Max Montecorboli Redazione di strada Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Tiziana Boniforti, Roberto Guaglianone, Alessandro Pezzoni Sito web Roberto Monevi, Paolo Riva

Hanno collaborato Mario Agostino, Ambrogio, Andrea Barolini, Marta Bellingreri, Damiano Beltrami, Simona Brambilla, Roberto Capuano, Berenice Cimirro, Liliana Copia, Stefania

Culurgioni, Giuseppe Del Giudice, DRDV, Massimiliano Giaconella, Silvia Giavarotti, Maria Chiara Grandis, Gaetano “Toni” Grieco, Laura Guerra, Michele La Rosa, Bruno Limone,

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Nemesi, Marianna Palma, Daniela Palumbo, Cinzia Rasi, Letizia Rossi, Cristina Salviati, Paolo Seghedoni, Claudio Sottocornola, Roberto Stramonio, Antonio Vanzillotta, Gabriella

Virgillito, Yamada, Maurizio Zerboni Foto di copertina Romano Siciliani Foto Archivio Scarp Disegni Claudia Ferraris, Silva Nesi, Psichedelio, Luigi Zetti

Progetto grafico Francesco Camagna e Simona Corvaia Editore Oltre Società Cooperativa, via S. Bernardino 4, 20122 Milano Presidente Luciano

Gualzetti Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Tiber, via della Volta 179, 24124 Brescia.

Consentita la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 11 giugno al 15 luglio 2011.

Associato

all’Unione

Stampa

Periodica

Italiana


( Doppi)

profili

fragili

Gli sguardi complementari

di due giovani studenti universitari.

Divenuti reportage notturno sulle

condizioni di estrema fragilità

delle persone senza dimora,

a Firenze. Il bianco e nero

racconta il freddo, l’emarginazione,

la solitudine, l’abbandono

di chi è costretto a vivere in strada.

Mette a nudo l’indifferenza a cui

molti sono condannati dalla città,

che come tutte le città va di fretta e

ha appreso l’arte di voltare la faccia,

orientando altrove lo sguardo.

Gli obiettivi di Marco e Paolo

fissano profili fragili. E doppi.

Perchè doppie sono le inquadrature

che i due giovani fotografi hanno

riservato al medesimo soggetto.

Squarci di notti fragili. Dentro

le quali dobbiamo sempre di nuovo

imparare a scorgere l’uomo.

6. scarp de’ tenis giugno 2011

Le immagini, gli autori

La mostra “Profili Fragili a Firenze” è stata allestita e presentata in occasione

del 20° anniversario di apertura del centro d’ascolto per stranieri della Caritas

diocesana. La mostra utilizza il bianco e nero degli scatti di due giovani

fotografi. E lavora sui contrasti: non solo quelli che segnano la vita, ma anche

quello con i “colori dell’accoglienza” che caratterizzano i servizi di accoglienza

di Caritas Firenze, ritratti qualche anno prima dalla fotografa Alessandra

Zucconi, le cui immagini sono state accostate a quelle dei due giovani autori.

Info sulla mostra zucconi@caritasfirenze.it - tel.055.26.77.02.47

Marco Bevilacqua Cordoba (Argentina), 1988. Appassionato di fotografia

da quando aveva 18 anni, oggi si definisce “fotografo di strada” e lavora

nel campo del fotogiornalismo, specializzato in reportage a carattere sociale

Paolo Crobu Oristano (Sardegna), 1986. La passione per la fotografia,

maturata da adolescente, si è sviluppata all’università. Laureando in disegno

industriale a Firenze, oggi è freelance e fotografo per l’agenzia La Sfinge


fotoreportage

giugno 2011 scarp de’ tenis .7


(Doppi) profili fragili

8. scarp de’ tenis giugno 2011

La fragilità e la totale

mancanza di protezione

che caratterizzano le persone

senza dimora, così come

l’indifferenza che li circonda,

sono sconvolgenti.

Vuoti come bottiglie,

sdraiati come cartoni,

sporchi come pavimenti.

Eppure fratelli, che meritano

e attendono il risveglio

dalla condanna della solitudine


fotoreportage

giugno 2011 scarp de’ tenis .9


Non è un miracolo, è tutto il vostro aiuto.

Cosa facciamo

Con il vostro aiuto Opera San Francesco in un anno

riesce a dare 690.000 pasti caldi, 58.000 ingressi alle

docce e 33.000 visite mediche. In più accoglie, aiuta e

ascolta come fratelli tutti i bisognosi.

Il vostro aiuto

Usate le nostre mani per aiutare chi ha bisogno. Basta

una donazione, un po’ del vostro tempo o ancora più

semplicemente il 5 per mille del vostro gettito Irpef: un

gesto che non vi costerà nulla ma aiuterà molti.

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Opera San Francesco

per i Poveri

Una mano all’uomo. Tutti i giorni.

Viale Piave, 2 - 20129 Milano ccp n. 456202

Per informazioni tel. 02.771.22.400

www.operasanfrancesco.it


Aforismi

di Merafina

IL PRESIDENTE

Il presidente accoglie

tutti con strette di mano

e promette ai cittadini

che per risolvere

i problemi

del nostro Paese

ci vogliono

persone pulite

e bucato fresco

di stagione

Orizzonti

Cerco e ricerco

la serenità

ma non mi accorgo

che nel mio caos

c’è tutta la mia felicità.

Gioie e dolori

si mescolano

riempiendo la mia vita

di attimi

indimenticabili.

La strada

è ancora lunga

lotterò per poterla

percorrere con grinta,

soddisfazioni

e sempre a testa alta..

DRDV

Ogni volta

Anche se non ti conoscevo

sapevo che c’era un posto

nel mio cuore per te.

Una persona speciale

è così che la mia mente

ti dipingeva.

Nel sogno spesso mi apparivi

e al mio risveglio sentivo già

quella visione

invadere la mia anima.

Mentre il tempo scorreva

speravo d’incontrarti

sul mio cammino

senza premura alcuna

ti aspettavo

ogni volta che ti pensavo

un sussulto scuoteva

il mio cuore.

Hai colorato i miei sogni

eri pura essenza dell’amore..

Cinzia Rasi

anticamera

Mezzanotte

con il sole

Chitarra canta

una canzone.

Dormo sopra

la montagna di Valeso

con Valeria e Tiziano.

Un sonno profondo

e rilassante.

Il vento ci fa le carezze,

gli uccelli cinguettano.

Tutto è serenità.

Dormiamo

sognando Dio.

Si riverberano le luci

come nel buio

di una sera di pioggia,

mentre in silenzio

ci perdiamo

fra le rocce.

Maurizio Zerboni

Calura

d’estate

Le finestre

erano aperte,

un caldo torrido,

l’afa faceva

mancare il respiro

sudavo, sudavo.

Parole volavano

in mezzo ai tavoli

tra scrivanie e sedie,

chiamate, messaggi,

sorrisi e risate.

Bottigliette d’acqua

per ridurre la calura.

Ma era l’occhio

che seguiva ipnotizzato

il rosso vestito

di Maria Grazia.

Ambrogio

giugno 2011 scarp de’ tenis

.11


Minori in comunità. O affidati. In Italia, trentamila. Come vivono?

Piccoli uomini

fuori famiglia

di disagio, abusi,

abbandono. Per i minori

in difficoltà si aprono

due strade: comunità

o affido. Secondo

i comuni, le prime

costano troppo.

Ma nessuno punta

sulla prevenzione

Numeri e costi

dell’accoglienza

30.700

i minorenni fuori dalla propria

famiglia in Italia

15.200

i minori in affidamento

15.700

i minori in comunità d’accoglienza

470 milioni di euro

la spesa complessiva dei comuni

per i minori fuori dalla propria

famiglia (spese affidamento

e comunità anno 2006)

1.100 euro al mese

stipendio medio di un educatore

di comunità

56 euro al giorno

la retta che gli enti pubblici

dovrebbero pagare per ognuno

dei minori ospiti in comunità

4 su 10

i minori per cui gli enti pubblici

non pagano la retta stabilita

400 euro al mese

rimborso medio da parte di

un comune di un progetto di affido

FONTE: ISTUTUTO DEGLI INNOCENTI, ISTAT Alle spalle, storie

12. scarp de’ tenis giugno 2011

di Ettore Sutti

La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (Crc) compie in Italia

vent’anni. Si tratta della più importante carta per la tutela di bambini e adolescenti,

ratificata dal nostro paese con la legge 176 del 27 maggio 1991. Vent’anni sono

tanti, ma resta ancora molta strada da fare, per garantire i diritti di tutti i minori, in

particolare dei cosiddetti Out of family children, “minori fuori dalla famiglia”.

Questo accade non solo perché le loro storie sono obiettivamente dolorose e

difficili. Ma anche a causa dei tagli sempre più drammatici cui è soggetto il nostro

sistema di welfare. Le cifre sono impietose: le risorse rese disponibili dal governo

centrale per lo stato sociale sono passate

dai 2,5 miliardi di euro, stanziati nel

2008, ai 344 milioni previsti per il 2012.

Una vera e propria dismissione, che penalizza

tutte le politiche sociali.

Il rischio è che a pagare il conto più

salato di questi tagli siano, anche in futuro,

proprio le categorie più deboli, e

quindi formalmente meno tutelate. Come

i minori fuori famiglia. Ed esiste una

corrente di pensiero che considera

troppo elevati per i comuni i costi da

pagare per le comunità di accoglienza

per minori. Tanto che, spesso, si arriva

a promuovere l’affido familiare non

tanto come strumento complementare

rispetto alle comunità, ma come alternativa

meno costosa. Come se i bisogni

di un minore in difficoltà si potessero

standardizzare. O come se, ancor peggio,

le comunità traessero profitti nel tenersi

i minori il più a lungo possibile. E

poi non sono pochi quelli che si immaginano

le comunità come luoghi di costrizione,

fatti di camerate spoglie e

buie, in cui persone armate di buona

volontà e poco altro cercano di fare del

bene a ragazzi che provengono da famiglie

che, in fondo, un po’ se la sono

cercata, in buona parte straniere...

«Le nostre comunità, e parlo di tutte

quelle del Cnca (Coordinamento nazionale

comunità di accoglienza), sono

“case tra case” – attacca Liviana Marelli

coordinatrice dell’area infanzia, adolescenza

e famiglie del Cnca, nonchè presidente

della cooperativa sociale “La

Grande Casa” di Sesto San Giovanni –.

Questo vuol dire che sono delle realtà

molto piccole (in Lombardia la legge regionale

dice massimo 10 ospiti, ma noi

abbiamo scelto di non andare oltre gli

8), che ospitano una famiglia un po’

particolare. L’idea è ricreare una normale

situazione familiare, in cui i ragazzi

vanno a scuola, fanno i compiti, frequentano

gli amici e praticano attività

sportive. Si tratta di luoghi aperti alle comunità

in cui sono inseriti. A molti sarà

capitato di incontrare un ragazzi ospite

di comunità nella vita di tutti i giorni,

senza accorgersi di nulla».

Un lavoro che non si fa per soldi

La professionalità di chi opera nelle comunità

è una condizione fondamentale

per il loro buon andamento. «Esistono

due tipi di comunità – spiega Liviana

Marelli –: quelle educative, in cui operano

educatori professionali, e quelle

familiari, in cui c’è la presenza effettiva

e permanente di una famiglia. Gli educatori

sono figure altamente qualificate

(laureati in scienze dell’educazione) e

lavorano a stretto contatto con servizi

sociali e psicologi, per affrontare un’attività

impegnativa, come lo è l’acco


glienza di bambini o ragazzi che provengono

da realtà maltrattanti, abusanti

o caratterizzate da grave incuria. Le

comunità, aperte 24 ore su 24 per 365

giorni all’anno, prevedono la presenza

costante di un educatore – spesso il rapporto

è di un operatore a un ospite –;

specie nelle ore diurne, vi sono anche

momenti di comprensenza. Un’educatore

professionista, che fa le notti, guadagna

dai 1.000 ai 1.200 euro al mese:

non si tratta certo di un lavoro che si

sceglie per fare soldi».

Permanenze brevi

Ma quanto spendono i comuni per i

minori in comunità? Secondo le rilevazioni

Istat, la spesa sociale dei comuni

nel 2006 (ultimo dato disponibile) riconducibile

all’esercizio dell’affidamento

familiare e dei collocamenti in

comunità assommava a circa 470 milioni

di euro. Cifra elevata, ma alla quale

corrisponde un servizio oneroso per

chi lo realizza. Eppure non sono pochi i

comuni che lamentano il fatto che i costi

per le strutture di accoglienza sono

una voce troppo onerosa per i propri bilanci.

«Si tratta di un problema non imputabile

alle comunità – spiega Matteo

Zappa, responsabile dell’are minori di

Caritas Ambrosiana –. Il tempo di permanenza

dei minori non lo decidono

gli operatori. Essi si limitano a fare una

relazione sulla situazione di ogni ragazzo,

ma la decisione finale (se far rientrare

il minore in famiglia o prevedere un

periodo in affido) tocca ai servizi sociali

dei comuni, in accordo col Tribunale

dei minori. Il vero problema, semmai, è

che i tagli nel sociale rischiano di condizionare

le scelte che si compio-

no nell’interesse del minore. É indubbio

che i costi per un comune, soprattutto

se piccolo, sono ingenti. Ma è altrettanto

vero che in questo campo si paga il

“deserto” di welfare che creatosi, negli

anni, in materia di prevenzione».

Oggi si tende a intervenire, separando

un minore dalla famiglia, quasi sempre

in situazioni-limite, quando cioè

non esiste alternativa. «Ciò incide sul lavoro

da fare in comunità – osserva Zappa

–: dover “ricostruire” una relazione

gravemente danneggiata impone tempi

lunghi. Che si potrebbero notevolmente

ridurre se si lavorasse in maniera

importante sull’affiancamento alle famiglie

prima che il problema deflagri in

tutta la sua drammaticità. Nonostante

ciò, i tempi di permanenza nelle comunità

di recupero sono relativamente

brevi: tra due anni e

due anni e mezzo».

C’è chi pensa che il

ricorso all’affido famigliare

possa essere una

buona alternativa alla

comunità di accoglienza.

«Un progetto

di affido –

c o n t i n u a

Matteo Zappa

– costa meno

rispetto a un inserimento

in comu-

l’inchiesta

nità (350-400 euro al mese, contro i 2

mila euro medi di una comunità), ma in

questo campo le scelte economicamente

più vantaggiose non è detto siano

le migliori. Anzi, si rischia di innescare

un’involuzione pericolosa, che

mette il benessere dei minori in secondo

piano rispetto allo strumento da utilizzare».

I genitori non scompaiono

«L’allontamento di un minore dalla sua

famiglia – conferma Liviana Marelli –è

un atto pensato nel suo solo ed esclusivo

interesse. I ragazzi che arrivano da

noi hanno un provvedimento del tribunale

dei minori che stabilisce che quel

minore, in quel momento, ha bisogno

di un periodo di accompagnamento in

un contesto comunitario. Uscire dalla

famiglia non significa che questa scompare:

la maggioranza dei nostri ospiti

continua a incontrare i genitori, o altri

membri della famiglia, per ricostruire i

legami che si sono spezzati o ingarbugliati

nel corso degli anni. E tale lavoro è

portato avanti, ancora una volta, dagli

educatori. L’obiettivo finale è sempre lo

stesso: favorire il rientro nella famiglia

d’origine, oppure, quando non è possibile,

predisporre progetti di affido o di

autonomia. In questo campo non esistono

regole definite. E, soprattutto, non

è mai l’équipe educativa della comunità

a decidere».

giugno 2011 scarp de’ tenis .13


Piccoli uomini fuori famiglia

Impostare l’autonomia

Impossibile generalizzare, dunque. Come

è impossibile decidere sulla semplice

base dei costi quale sia l’intervento

migliore per il benessere del minore.

«L’affido è un risorsa importante – spiega

Matteo Zappa – e lo sanno bene le

comunità stesse, che nel corso degli anni

e in maniera del tutto autonoma (ovvero

a proprie spese) hanno investito

tempo e risorse per creare una rete di famiglie

accoglienti. Ma l’affido non può e

non deve essere l’unica risorsa “in uscita”:

ci sono casi in cui il minore ha la necessità

di rimanere in un luogo neutro

senza doverlo immediatamente “ingaggiare”

in legami che per lui, in quel momento,

sarebbero insostenibili. Allora si

lavora a un progetto in comunità, per

poi poterlo inserire in una famiglia affidataria

in un secondo momento. C’è

poi il problema dei ragazzi adolescenti:

le famiglie disposte ad accogliere ragazzi

di 15-16 anni in affido si possono contare

sulla dita di una mano. Le difficoltà

ci sono: non sono pochi i casi di minori

accolti in comunità, provenienti da affidi

andati male».

In questi casi bisogna lavorare su

La villetta delle ragazze in cerca

Un’ambiente famigliare. I poster, le canzoni e i compiti. È la “casa” di cinque adolescenti.

di Ettore Sutti

14. scarp de’ tenis giugno 2011

«Costi insostenibili per i piccoli comuni»

«La situazione è preoccupante – spiega Stefano Bazzoni della commissione

welfare nazionale Anci, l’Associazione nazionale dei comuni d’Italia –.

Soprattutto per il 2012, dato che per la sola Lombardia, per esempio, lo stato

ridurrà gli stanziamenti da 53 a 25 milioni di euro. Per il 2011, la regione ha

deciso di rifinanziare con 63 milioni di euro il fondo sociale regionale, ma resta

da capire cosa succederà nell’anno successo. Quanto alla questione specifica

delle comunità per minori, è evidente che i comuni non possono sottrarsi

alle proprie responsabilità. Ma è altrettanto evidente che per i piccoli comuni –

per i quali esiste però un fondo di riequlibrio delle spese, almeno per quelli

sotto i 5 mila abitanti – spesso si tratta di costi insostenibili. Specie se

non preventivati. Oggi accade spesso che il Tribunale dei minorenni assegni

dei ragazzi alle comunità senza avvertire preventivamente il comune da cui

questi ragazzi provengono. In questo modo le spese necessarie alla copertura

emergono solo dopo qualche mese, con inevitabili problemi per i bilanci

dell’ente locale».

percorsi che siano in grado di rafforzare

le competenze dei ragazzi, per impostare

con loro percorsi di autonomia:

tutt’altro che semplice. «Ma a 18 anni –

dice ancora Liviana Marelli – questi ragazzi

mica possono essere buttati nella

vita adulta. Fuori dalla comunità: tanti

saluti e grazie. Allora bisogna costruire

una via d’uscita: se permangono gravi

difficoltà in famiglia, per permettere al

A vederla è una casa come le altre. Una villetta su

due piani in mezzo a tante altre villette. Una cucina, una sala

con un bel tavolo, una zona relax con televisore e stereo, divisa

da una libreria che dà su un cortiletto. Al piano di sopra due

bagni e due camere. Sui mobili poster, adesivi, fotografie, poesie,

testi di canzoni. Insomma, l’armamentario classico di

ogni adolescente. Tutto a posto. Tutto normale. Se non fosse

che questa non è una semplice abitazione, ma in una delle

comunità di accoglienza gestite da “La Grande Casa” a Sesto

San Giovanni.

«L’idea – spiega Monica Porrini educatrice

e coordinatrice – è ricreare una

casa in cui, al posto dei genitori, ci sono

educatori. Qui accogliamo ragazze, al

massimo cinque, dai 14 ai 21 anni. Il

rapporto tra educatori e ospiti é uno a

uno, non solo per garantire la presenza

costante di uno di noi – la comunità

non chiude mai – ma anche per prevedere

più presenze educative soprattutto

nel pomeriggio, quando cioè le ragazze

rientrano da scuola. Noi cerchiamo

di garantire a tutte loro la normale

giovane di finire gli studi o di affrontare

un percorso che lo porti alla completa

autonomia, è previsto l’inserimento volontario

in comunità per maggiorenni,

il cosiddetto “prosieguo amministrativo”,

fino al compimento dei 21 anni.

Però molti comuni, per scelta, non concedono

il proseguo, quindi sono le comunità

a doversi accollare le spese necessarie

per l’accoglienza dei neomag-

vita di un’adolescente moderna: la mattina

scuola o lavoro, il rientro a casa per

pranzo o nel pomeriggio, i compiti, lo

sport, le uscite con gli amici o il fidanzato,

la cena tutti insieme... La differenza

con i coetanei è che queste ragazze

hanno alle spalle storie, anche pesantissime,

di abusi fisici o sessuali, di grandi

privazioni fisiche o psicologiche. E

che non vivono con la famiglia, anche

se molte di loro nei week end rientrano

a casa, o incontrano i propri familiari in

ambiente neutro».

Adolescenti che spaventano

Il tempo di permanenza medio delle ragazze

è di circa due anni. Poi il ritorno

in famiglia, o l’avvio di una vita in autonomia.

«Negli ultimi anni – dice ancora

Monica Porrini – stanno arrivando situzioni

sempre più compromesse: ragazze

con problemi familiari molto pesanti

e, soprattutto, molto protratti nel tem-


giorenni, che spesso continua anche dopo

i 21 anni, tramite progetti specifici. Lo

facciamo perchè ci crediamo. Non perchè

qualcuno paga. Il futuro che abbiamo

davanti, però, appare sempre più

drammatico: i tagli progressivi del fondo

politiche sociali e del fondo per la famiglia

portano verso l’azzeramento delle

risorse economiche per il 2012. Disinvestimento

incomprensibile, dato che la

tutela dei minori è una precisa responsabilità

pubblica. E non si intravedono

spazi di mediazione: è come se questi

ragazzi fossero figli di nessuno». .

di futuro

Tra accoglienza e autonomia

po. Ma anche ragazze grandi, che si rivolgono

ai servizi sociali per chiedere di

essere allontanate dalla famiglia con cui

non riescono più a convivere. Il problema

è che ormai gli interventi avvengono

quasi sempre quando la situazione

è precipitata e non esiste alternativa».

Così diventa tutto più difficile. Difficile

trovare famiglie affidatarie per ragazzi

adolescenti che spaventano, per la

complessità dei loro problemi. Difficile

anche iniziare a lavorare fin da subito su

un progetto di reinserimento, dato che

prima occorre far decantare situazioni

arrivate al limite. In questo modo di

spendono risorse che si sarebbero potute

risparmiare lavorando in anticipo

con tutta la famiglia.

Non lo chiediamo ai nostri figli

Altro obbietivo della comunità è accompagnarle

le ragazze verso l’autonomia

dato che, dopo i 21 anni, devono

I dati

Molto aumentati gli affidi,

stabili le presenze in comunità

Ma quanti sono i ragazzi negli istituti in Italia? E quanti

quelli ospitati da famiglie affidatarie? Gli ultimi dati ufficiali (risalenti

al 31 dicembre 2008), resi disponibili dal Centro nazionale

di documentazione che ha sede allo storico “Istituto degli

Innocenti” di Firenze, dicono che i minorenni fuori dalla propria

famiglia, in affidamento familiare o accolti da servizi residenziali,

ammontano a 30.700, di cui 15.200 in affidamento e 15.500

accolti in servizi residenziali. Proprio l’affidamento familiare ha fatto

registrare un inequivocabile incremento negli ultimi anni: secondo la

precedente indagine censuaria sul tema, realizzata al 1999, gli

affidamenti erano 10.200, ben 5 mila in meno. Quanto

all’accoglienza nei servizi residenziali per minori, la prima

indagine del Centro nazionale si svolse nel 1998: allora si

contavano 14.945 bambini ospiti di servizi residenziali per

minori. Dunque, in questo caso emerge una sostanziale

stabilità del fenomeno nel tempo. Del tutto simile è il

rapporto fra affidamento e accoglienza nelle case-famiglia. I

bambini e i ragazzi fuori dalla famiglia (sempre al 31 dicembre

2008) erano pari a tre minorenni ogni mille fra 0 e 17 anni. Sono le

fasce estreme di età (quella dei bambini da 0 a 2 anni e quella dei

bambini a ridosso della maggiore età) a presentare una più alta

incidenza di ricorso all’inserimento nei servizi residenziali, invece

che all’affidamento familiare (il 60% tra 0 e 2 anni, il 58% dai 15 ai

17 anni).

L’approdo di Ilaria, in fuga dalla rigidità:

università e lavoro, è tutta un’altra vita

Ilaria, il nome vero è un altro, arriva in comunità insieme alla sorella più piccola.

I genitori non sono italiani, ma entrambe sono nate qui e sono italianissime.

La mamma è ammalata gravemente e il papà, culturalmente, è molto

autoritario. Non maltrattante né abusante, ma rigido. La coppia è in crisi

da tempo e Ilaria, 16 anni, cerca di fare la donna di casa, mediando tra i genitori

e prendendosi cura della sorella. Poi, un giorno, si rischia la tragedia.

La madre, provata dalla malattia, perde la testa e cerca di dar fuoco alla casa.

Intervengono carabinieri e ambulanza, che portano i genitori in ospedale

lasciando le ragazze da sole a casa. La cosa va avanti per una settimana, finchè

i servizi sociali intervengono. La mamma viene ricoverata in un servizio sanitario

assistito, il padre torna a casa e le due sorelle messe in comunità. Dopo due

anni e mezzo, la più piccola decide di tornare a casa con il padre, mentre Ilaria,

da sempre in contrasto con l’uomo, chiede di rimanere in comunità fino ai

21 anni. Finita la scuola superiore, si è iscritta all’università: grazie a

un progetto di “La Grande Casa”, finanziato dalla Fondazione Cariplo, è riuscita

ad avere una sua abitazione e un lavoro con cui mantenersi agli studi. Oggi

cerca di costruirsi una vita senza ombre. Ovvero un futuro di normalità, che

per le ragazze come Ilaria rappresenta un approdo eccezionale.

andarsene. «Noi chiediamo a queste ragazze

– continua Monica Porrini – una

cosa che non chiediamo ai nostri figli:

essere assolutamente in grado di badare

a se stesse a 21 anni. E nonostante il

loro passato. Per questo abbiamo atti-

l’inchiesta

vato progetti che continuano anche dopo

la conclusione del “prosieguo amministrativo”.

Noi educatori siamo indissolubilmente

legati a queste ragazze.

Siamo spesso la cosa più vicina a una

famiglia che hanno mai conosciuto». .

giugno 2011 scarp de’ tenis. .15


Piccoli uomini fuori famiglia

Il giudice: «Per ogni bimbo, una soluzione diversa. Ma un solo obiettivo...»

Comunità o affido?

Contano i legami originari

di Stefania Culurgioni

La mamma e il papà. Quelli “veri”, se così si può dire, ovvero i genitori

biologici. Quando un Tribunale decide quale sarà il destino di un bimbo che vive in

una famiglia con gravi problemi di accudimento, quando insomma deve prendere

quella delicatissima risoluzione per il suo bene, scegliendo se mandarlo in una

comunità oppure in affido a una famiglia, perché i suoi genitori in quel momento

non sono in grado di occuparsi di lui, la prima cosa a cui pensa è, in realtà, a come

recuperare il suo legame originario, quello di sangue, con la mamma e il papà da cui

è nato. Perché questo è semplicemente quello che dice la legge, articolo XX della

149/2001: “Le condizioni di indigenza

dei genitori o del genitore esercente la

potestà genitoriale non possono essere

di ostacolo all’esercizio del diritto del

minore alla propria famiglia. A tal fine, a

favore della famiglia sono disposti interventi

di sostegno e di aiuto”. Ritornare

alla propria famiglia, insomma, nel

momento in cui sarà di nuovo pronta

per prenderlo con sé, è un diritto di ogni

bambino. E finché non lo sarà, le alternative

saranno o la comunità o l’affido:

due situazioni molto diverse, e che vanno

bene o male a seconda della storia

personale di quel bambino.

Sfatare i luoghi comuni

Susanna Galli è un giudice onorario del

Tribunale dei minori di Milano, oltre che

segretario nazionale dei giudici minorili.

Ci ha aiutato ad orientarci nel dedalo

di leggi e disposizioni che stanno dietro

a un procedimento giuridico su un minore.

Dandoci linee guida, spiegandoci

come funziona, sfatando anche alcuni

luoghi comuni secondo cui bisognerebbe

«fare attenzione ai servizi sociali, perché

quando ti levano il figlio poi non te

lo danno più», oppure «i bambini che

sono mandati in comunità, poi non ne

usciranno mai». Nulla di tutto ciò.

Al contrario, dietro ogni fascicolo

aperto sul caso di un bimbo la cui storia

arriva in tribunale ci sono passaggi cadenzati,

riunioni e confronti con un ca-

16. scarp de’ tenis giugno 2011

lendario ben stabilito, e decisioni di volta

in volta rinnovate, modificate, rimesse

in discussione e rivalutate, con il massimo

della coscienza possibile, da parte

dei giudici che prendono le decisioni.

Ma partiamo dall’inizio: chi attiva la

segnalazione che qualcosa non sta andando

bene nella situazione familiare

di un bambino, chiedendo l’intervento

dei tribunale dei minori, possono essere

le scuole, le forze dell’ordine, i volontari

o i parenti. Chiunque, insomma, conosce

bene la sua storia può andare alla

Procura della repubblica presso il Tribunale

dei minori per fare la sua

segnalazione. «La procura – spiega poi

Susanna Galli – apre un fascicolo e inizia

la sua indagine. Non si tratta, certamente,

di un’indagine di polizia, ma solo

di un percorso per acquisire maggiori

informazioni. Prima di tutto, infatti,

bisogna capire se esiste un reale pregiudizio

per il bambino, se insomma è

esposto a condizioni di vita che mettono

in discussione non solo la sua sopravvivenza

fisica ma anche una sua

equilibrata crescita psicologica, e se

queste condizioni sono consistenti e ricorrenti

nel tempo. Il primo obiettivo è

verificare se è possibile sostenere e tutelare

l’interesse di quel bambino alla

vita e alle relazioni dentro la sua situazione

familiare originaria. Nel caso non

sia possibile, è in quel momento che si

pensa a quale può essere l’alternativa. E

di solito sono due: o una comunità, o

una famiglia in affido».

Tornare con mamma e papà

La decisione viene presa da due giudici

togati e da due onorari, che si riuniscono

in camera di consiglio. Hanno in

mano le relazioni fatte da chi ha preparato

il fascicolo e valutano tutto: le patologie

psichiatriche dei genitori, se ci

sono maltrattamenti fisici e psicologici,

se sono tossicodipendenti, se c’è una

grave situazione di incuria e trascuratezza

del minore, o se c’è una grande

conflittualità familiare. «Ogni bambino

ha una storia a sé – spiega il giudice –;

bisogna essere in grado di valutare bene

tutto e soprattutto considerare come si

può lavorare per recuperare quella si-


tuazione di pregiudizio con i genitori

d’origine. Perché quando un bimbo viene

allontanato e mandato in comunità

o in affido, non è che le relazioni si interrompono.

Il lavoro con la mamma e

il papà continua, perché l’obiettivo finale

è che il minore ritorni con loro».

Periodo di decantazione

Ma, appunto, come scegliere tra le due

tipologie di intervento? «Ci sono bambini

– continua Susanna Galli – che attraversano

situazioni di gravissimo dolore

e maltrattamento. Hanno imparato

fin da piccoli che il rapporto con la

mamma o il papà è solo di quel tipo e

non hanno idea che, invece, può esistere

anche un altro modo, positivo, di

amore e cura. Per loro quindi è meglio

la comunità: hanno bisogno di un periodo

di decantazione, in cui imparare

da zero che una relazione di affetto

può basarsi anche su presupposti di fiducia,

rispetto e amore, e non necessariamente

su ciò che loro hanno vissuto.

Devono insomma ripartire da zero, e

se fossero messi subito in un’altra famiglia,

per loro sarebbe nocivo. Al contrario,

per altri minori un passaggio in

comunità sarebbe troppo forte, reciderebbe

troppo violentemente il legame

emotivo che hanno sperimentato, e

una comunità sarebbe troppo impoverente.

Per loro quindi il percorso è diverso:

i loro stessi genitori naturali li

accompagnano dalla famiglia affidata-

Il comune

Costi pesanti? Bisogna prevenire

E l’accoglienza si fa “leggera”

l’inchiesta

Piccolo bimbo quanto mi

costi. Quando una famiglia non sta

bene e i bambini vengono presi in

carico dai servizi sociali, e poi un

giudice decide di mandarli in

comunità, a pagare sono sempre e

solo i comuni di residenza.

Tocca a loro, secondo quando stabilito

dalla legge. E in un periodo di magra

per le casse pubbliche, come l’attuale,

le difficoltà non sono poche. Ma c’è

qualcuno che sta cercando di affrontare il problema studiando soluzioni

alternative. Prendiamo l’esempio del comune di Cinisello Balsamo, in provincia

di Milano: «Su una popolazione di 73 mila abitanti – spiega l’assessore ai

servizi sociali, Siria Trezzi – abbiamo 49 minori collocati in comunità. Il bilancio

complessivo del comune è di circa 53 milioni di euro, di cui la metà vanno per

spese dovute di amministrazione, affitti, manutenzioni, eccetera. Di questi, 7

milioni sono destinati ai servizi sociali. All’interno di questo budget, per

mantenere i bimbi che abbiamo in carico in comunità, dobbiamo tirare fuori un

milione di euro all’anno».

Non poco, insomma. Se infatti a una famiglia affidataria si danno ogni mese

circa 400 euro, il costo di mantenimento di un bambino in comunità varia

dai 120 ai 170 euro al giorno. Un salasso che spesso è difficile da onorare.

«Noi dobbiamo rispettare i provvedimenti del Tribunale, e quelle sono spese

obbligatorie – chiarisce l’assessore –, ma i fondi che abbiamo a disposizione

sono sempre meno, e il prossimo anno la situazione sarà molto problematica.

Se continuiamo così, mi vedrò costretta a tagliare altri servizi importanti

ma non obbligatori, come l’assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili,

o il sostegno ai disabili nelle scuole, o chissà che altro. Dobbiamo trovare un

modo per sopravvivere, e qualcosa in tutta onestà noi lo stiamo già facendo».

Se è vero, insomma, che è il giudice che decide, è anche vero che un comune

può agire e lavorare sulla prevenzione. «Ben prima che un provvedimento

arrivi in tribunale – spiega Trezzi – i servizi sociali del comune possono

lavorare sulla situazione familiare per migliorarla, affinché non degeneri e

non arrivi davanti a un giudice. Come? Suggerendo ai genitori di mandare

i figli in una comunità “leggera”, ovvero non residenziale, diurna. Un centro,

insomma, che li porta a scuola, segue i ragazzini durante la giornata, senza

tenerli per tutto il tempo. Al comune, questo, costerebbe meno. Un altra via da

percorrere è potenziare il servizio delle famiglie affidatarie. Oggi abbiamo 12

bambini in famiglia, rispetto all’anno scorso questa disponibilità nel nostro

territorio è duplicata grazie all’impegno che ci abbiamo messo per cercare

e formare le famiglie disponibili».

Infine c’è l’alternativa delle case-famiglia, soluzione ancora poco diffusa

ma sui cui i comuni potrebbero puntare: pensate a un complesso di

appartamenti, tutti in un unico edificio, in cui vivono normali famiglie che

decidono di prendere in affido bimbi provenienti da nuclei in difficoltà. Vivono

ognuno nella propria casa, ma in un contesto unito. E si danno una mano.

Una via di mezzo, insomma, tra una comunità e una famiglia. Anche questo

peserebbe meno sul bilancio familiare, e comunale, ma darebbe ai piccoli

bisognosi di accoglienza una chance di una vita più serena.

S.C.

giugno 2011 scarp de’ tenis .17


Piccoli uomini fuori famiglia

ria, con la quale resteranno per un periodo».

Che sia una comunità o una famiglia,

i costi sono comunque e sempre

sostenuti dal comune di residenza, che

deve “obbedire” alla disposizione del

giudice facendosi carico delle spese. E,

certamente, le strutture di accoglienza

dei minori sono ben più costose rispetto

all’affidamento in famiglia: «È vero,

c’è stato un taglio pesante dei finanziamenti

alle politiche sociali dei comuni

– ammette la giudice Galli – e avrà conseguenze

soprattutto nel 2012, mettendo

in difficoltà molte amministrazioni.

Il Tribunale decide sempre nell’interesse

dei minori e non sulla base di quanto

costa l’una o l’altra soluzione, ma certo

non si può non tenerne conto. La regione

Lombardia, comunque, è molto

“forte” in questo ambito. Abbiamo una

grande cultura dell’accoglienza, ci sono

moltissime associazioni di volontariato

che lavorano bene e in modo qualificato,

il sistema funziona bene e non si resta

impantanati. Non si può dire la stessa

cosa per molte altre regioni, dove

spesso si hanno le mani legate e la man-

Educative o familiari

lessico di comunità

COMUNITÀ EDUCATIVA. È una struttura

educativa residenziale in cui

l’azione educativa viene svolta

da educatori professionali che

esercitano la loro professione

in forma di attività lavorativa.

Si caratterizza per un numero

elevato di ospiti, comunque mai

superiore a 10-12.

COMUNITÀ FAMILIARE. Struttura

educativa residenziale che prevede

la convivenza di un piccolo gruppo

di minori con due o più adulti, che

assumono funzioni genitoriali.

ABITAZIONI PER GIOVANI O NUCLEO

MAMMA-BIMBO. Strutture dedicate

a persone per cui è necessario

un piccolo sostegno per

il raggiugimento della completa

autonomia.

CENTRO O COMUNITÀ TERAPEUTICA.

Struttura educativa residenziale

che accoglie ospiti con bisogni

particolari.

canza di soldi e strutture di appoggio

condiziona il lavoro di tutti».

Pochi oltre i 18 anni

In Lombardia il tempo medio di permanenza

in comunità, comunque, va

da due mesi a due anni. Il luogo comune

che vuole che i ragazzi siano dimenticati

lì dentro non corrisponde al

vero: «Di solito dopo quel periodo, che

serve a ricostruire i legami con mamma

e papà, il bimbo esce dall’istituto e

torna con loro – conclude la giudice –.

Se va male, viene affidato a un’altra famiglia

per un altro periodo, in attesa

del rientro a casa. E se va peggio, la soluzione

finale è l’adozione nazionale,

solo quando è dichiarata caduta la potestà

dei genitori veri. I ragazzi che restano

in comunità fino ai 18 anni, insomma,

sono pochi, soprattutto adolescenti

stranieri non accompagnati o

casi molto particolari. Ma l’idea è sempre

tirarli fuori: il Tribunale sa bene che

dopo due anni inizia una curva discendente,

per cui se il bimbo continua

a rimanere in comunità, sono più

i danni che i benefici». .


I diritti degli Innocenti

oltre abusi e sofferenze

L’Istituto fiorentino opera da sei secoli a favore dell’infanzia e delle famiglie.

Storie e bisogni evolvono con i tempi. E altrettanto i servizi e le risposte

di Mario Agostino

L’Istituto degli Innocenti di Firenze opera da quasi sei secoli a favore

della famiglia e dell’infanzia. Sorto nella prima metà del 1400, ancora oggi ha sede

in piazza della Santissima Annunziata, nell’edificio dell’ospedale progettato e

realizzato da Filippo Brunelleschi. L’impegno per la tutela dei bambini e dei loro

diritti non si è mai interrotto, ma si è aggiornato con l’evolversi della cultura e

della società. Basti pensare che, mentre ancora all’inizio degli anni Sessanta l’Istituto

era esclusivamente dedicato all’accoglienza (ospitava circa 300 bambini

in stato di abbandono), oggi è un centro di servizi e attività diversificate: casa di

accoglienza per minori e case di accoglienza per gestanti e madri con figlio; nidi

e servizi educativi integrativi; centro di documentazione, ricerca e analisi, for-

mazione in materia di infanzia, adolescenza,

famiglia. Il ruolo di istituzione

di riferimento nazionale ed europeo

per la promozione della cultura dei diritti

dell’infanzia si è consolidato e ampliato,

con l’affidamento all’Istituto, da

parte del governo italiano, delle attività

del Centro nazionale di documentazione

e analisi sull’infanzia e l’adolescenza.

***

«Un dei casi tipici che dobbiamo affrontare

– spiega Laura Targetti, responsabile

accoglienza per l’Istituto degl’Innocenti

– è quello degli abusi sessuali in

famiglia. Mi ricordo il caso di una mamma

che si era accorta che la figlia aveva

subito abusi da parte di un parente e

quindi aveva bisogno di essere sostenuta

psicologicamente, come del resto anche

la bambina. Ci siamo rivolti al centro

Artemisia di Firenze, con cui l’Istituto

degli Innocenti collabora per questo

tipo di situazioni. È prassi dell’Istituto,

infatti, rivolgersi ai servizi del territorio

per affrontare i casi specifici. Passata

prima dalla struttura di accoglienza

temporanea “Casa Madre” e poi a “Casa

Rondini”, sempre in Istituto, la mamma

è stata sostenuta, fino alla dimissione,

quando abbiamo trovato un alloggio

comunale. Essendo rimasta sola non

poteva però occuparsi della bambina,

dunque è stato iniziato un percorso di

affido consensuale della bimba, che ora

è cresciuta e rientrata a casa con la madre,

anche se continua

l’azione di sostegno».

Altro caso simile

ha rigurdato una

bambina di 4 anni vittima

di abusi da parte

del padre. La minore è

stata seguita anche in

questo caso dal centro

Artemisia, come la

stessa madre che,

avendo orari di lavoro

fissi, ha capito l’opportunità

di un affido.

Il caso era delicato, la mamma vedeva

la bambina non solo come vittima ma

anche come rivale, meccanismo psichico

complesso. Tuttavia, dopo l’ospitalità

a “Casa Madre” e un percorso di sostegno

psicologico e psichiatrico, la

mamma è andata a vivere con il fratello,

dove poi è stata raggiunta anche dalla

bambina.

Psichiatrici e “inadeguati”

«Altro caso abbastanza frequente riguarda

genitori con problema psichiatrici

– osserva ancora Laura Targetti –.

Ricordo la storia di una madre che, presa

in cura, ha dato comunque segni di

disponibilità a collaborare. Dopo un periodo

piuttosto lungo ha dimostrato di

poter stabilire un buon rapporto con la

bambina. Anche in questo caso, durante

il percorso di cura, che continua, si è

pensato all’affidamento consensuale: la

madre ha accettato l’affido come un

aiuto alla bambina e a sé stessa. Ha cominciato

a seguire percorsi lavorativi e

ha capito che la famiglia affidataria

avrebbe dato un contesto adeguato alla

figlia, permettendo a lei di costruirsi,

intanto, una maggiore autonomia e sicurezza

economica. È

stata la stessa mamma

naturale a presentare la

bambina alla famiglia

affidataria. La bambina,

rassicurata, si è naturalmente

fidata dei

“nuovi” genitori».

In molti casi, infine,

ci si misura con l’inadeguatezza

dei genitori.

«A “Casa Bambini”,

struttura che accoglie

minore con situazioni

di rischio, affidati per decreto del tribunale

– conclude Laura Targetti –, è stata

accolta, dopo la morte della nonna, una

bambina affidata inizialmente alle cure

di nonni. Ora è in affido e chi l’ha accolta

sta lavorando molto sul mantenimento

dei rapporti con madre e padre

naturali, per quanto “inadeguati”. La

bambina sa che i genitori hanno problemi

ed è seguita da uno psicologo, ma

è accolta amorevolmente. L’affido le assicura

equilibrio e attenzione. E lei ce la

mette tutta, per conquistarsi una vita

“normale”»..

l’inchiesta

giugno 2011 scarp de’ tenis .19


20.

scarp de’ tenis giugno 2011

la testimonianza

Prevenire educando: un asilo nido, a Genova, aiuta famiglie a disagio

Le baby sitter di Oasis

«Sostegno, non tappabuchi»

di Paola Malaspina

«R

Ci sono casi che

danno soddisfazione

enorme. Spesso tra

le madri straniere c’è

grande solidarietà.

Il successo di una

aiuta molto le altre

IESCI A SENTIRMI, O DEVO PARLARTI PIÙ FORTE?», mi chiede Cristina nel suo piccolo ufficio, mentre dall’altra

stanza si sente un vociare di bambini in attesa della merenda. Siamo a Genova, in pieno centro storico,

in uno degli asili nido del circolo Oasis, di cui Cristina è responsabile. Una realtà fuori dal comune,

perché la finalità che Oasis persegue dal 1994 è offrire aiuto a minori, soprattutto stranieri, in situazione

di disagio: i bambini provengono da famiglie in difficoltà o da strutture di accoglienza, cui Oasis si

affianca nel progetto di sostegno al minore. Creato per offrire un servizio di “babysitteraggio” alle famiglie

di lavoratori che faticavano ad accedere agli asili nido comunali, il circolo nel tempo si è evoluto

per ottenere l’accreditamento dal comune come struttura convenzionata. In questo contesto, anche

la professionalità degli operatori ha conosciuto un adeguamento: «Il mio titolo di maturità classica non

andava più bene – ci racconta Cristina – e così ho dovuto prendere un secondo diploma, a indirizzo pedagogico.

Ho studiato insieme alle mie figlie, mi sono ridiplomata con loro». Ha un grande sorriso nel

riferirci questo episodio della sua esistenza. Come dire che non si è trattato solo di un’esigenza professionale,

ma di una scelta di vita.

La paura di essere inutili. Lavorare nel settore socioeducativo significa farsi carico di grandi difficoltà

e problemi complessi. L’obiettivo è progettare percorsi nei quali le condizioni di vita del bambino

migliorino, consentendo loro l’uscita dalla “istituzione protetta”. «Questo riesce con buona probabilità

se il minore non è abbandonato – spiega Cristina –. In queste situazioni, spesso ci sentiamo trattati

dalle istituzioni come “tappabuchi” nel compito di accudimento. E la cosa peggiore è che, non di

rado, il minore viene sballottato da una struttura all’altra con una serie di trasferimenti inutili e dolorosi.

Noi ne perdiamo le tracce e non possiamo più fare nulla». C’è in queste parole molta frustrazione,

la delusione di non essere riusciti a costruire qualcosa di utile. Eppure, nonostante le difficoltà, sono

molti i casi in cui gli operatori di Oasis riescono a dare un sostegno prezioso ai loro piccoli utenti.

Il progetto educativo. Il servizio che la struttura offre prevede anche un progetto educativo, nel

quale rientrano colloqui individuali e collettivi sui temi dell’educazione, dell’igiene, dell’alimentazione.

Il lavoro non è privo di problemi, perché le mamme straniere spesso non accettano indicazioni.

Inoltre, in caso di particolari fattori di disagio, la struttura si prende carico dell’accompagnamento

a servizi pubblici o privati competenti per il sostegno del

bambino e della famiglia: «È importante – spiega ancora Cristina – avere un

rapporto diretto con una rete ampia di interlocutori, perché trovare aiuto è difficile

e non sempre la strada è quella giusta».

Conti che non tornano mai. L’impressione è che chi lavora in questo settore

si misuri ogni giorno con conti difficili da far tornare. La sopravvivenza delle

strutture appare come una sorta di tela di Penelope, la cui tessitura si fa sempre

più faticosa. «Lavoriamo tutti molte più ore di quelle “ufficiali” – dice ancora

Cristina – e molti devono trovare altre collaborazioni lavorative, per riuscire

ad avere una vita dignitosa. Senza contare che i fondi del comune coprono solo

una parte delle spese. E non sempre le famiglie sono in grado di provvedere.

Per fortuna abbiamo dei sostenitori, la diocesi ci dà una mano e noi stessi abbiamo

predisposto attività di raccolta fondi. È sempre una nuova sfida».

Come dire: la sopravvivenza della struttura non è garantita dall’aiuto pubblico. E ogni giorno bisogna

inventarsi qualcosa in proposito. Un quadro non proprio confortante. «Eppure ci sono casi che

danno una soddisfazione enorme – spiega Cristina –. Spesso tra le madri straniere c’è grandissima solidarietà.

Il successo di una aiuta molto le altre. L’anno scorso ho seguito una madre nigeriana: non

parlava italiano, era senza lavoro, aveva davvero grandi difficoltà. Oggi è in Spagna, con suo marito e il

bambino, lavora e ha aiutato molte ragazze come lei. Ci sentiamo ancora via mail».

Una nota di speranza. Un passo piccolo, come lo sono quelli dei bambini: la direzione pare ancora

incerta e difficile da scegliere. Eppure, il sorriso di Cristina al termine di questo racconto sembra mostrarcela

possibile, oltre che giusta. .


Sicurezza: la legge che doveva risanare l’Italia, smontata pezzo a pezzo

Il Pacchetto

ha fatto flop

« Nel 2009, su

oltre 52 mila

irregolari

fermati,

solo il 34,7%

sono stati

effettivamente

rimpatriati: il

dato più basso

dal 1999»

di Francesco Chiavarini

Tanto rumore per nulla. Il “Pacchetto sicurezza”, fortissimamente voluto

dal governo Berlusconi, e soprattutto dalla Lega, a due anni dalla sua approvazione

è carta straccia. Il provvedimento inchiodò l’Italia a lunghissimi mesi di dibattiti,

scontri, polemiche. Convertito in legge (numero 94) nell’estate 2009, raccoglieva

una serie di norme volte, teoricamente, a riportare ordine nelle città e nei

quartieri, dipinti come presi d’assalto da senza dimora, clandestini, prostitute, graffitari,

accattoni. Prometteva di incidere profondamente sulle vite, spesso disordinate,

di tante persone ai margini. E di restaurare – appunto – il regno della tanto in-

vocata sicurezza. Ma è stato smontato

pezzo dopo pezzo. Da tribunali di ogni

ordine e grado. E prima ancora dai fatti.

«Anzi – commenta sarcastico Maurizio

Ambrosini, sociologo dell’immigrazione

all’Università Statale di Milano – le

sentenze sono politicamente un favore

a chi aveva voluto la legge. Diventano

un alibi dietro il quale nascondere l’inefficacia

delle norme…».

Bilancio magrissimo, insomma, per

il Pacchetto. I provvedimenti che ha introdotto,

infatti, o non sono stati applicati,

spesso per mancanza di mezzi e risorse

o interpreti (vedi le discussissime

ronde); oppure, quando si sono tradotti

in pratica, in genere per poco tempo,

non hanno prodotto i risultati auspicati.

Il ministro dell’interno, Roberto Maroni,

non demorde e appare pronto a rilanciare

molti dei contenuti del Pacchetto.

Ma il bilancio, per ora, è un clamoroso

flop. A conti fatti si può dire che

il Pacchetto sicurezza sia stata un’operazione

d’immagine. Più utile ai politici

che ai cittadini, che con alcune forme di

degrado sociale e urbano hanno continuato

a convivere, loro malgrado.

Clandestini, cioè rei

Ma andiamo con ordine. E cominciamo

dalla punta di diamante del Pacchetto:

l’introduzione del reato di clandestinità.

Una serie di pronunciamenti, a luglio

2010 della Corte costituzionale e a gen-

l’inchiesta

naio 2011 del Tribunale di Milano, avevano

già smantellato alcuni dei principi

su cui si reggeva, in materia, l’impalcatura

della legge 94. Ma la pietra tombale

è stata messa, alla fine di aprile, dalla

Corte di Giustizia dell’Unione europea.

I giudici continentali hanno contestato

in particolare la parte del Pacchetto sicurezza

che prevede la reclusione da

uno a quattro anni per lo straniero che

non rispetta l’ordine di allontanamento

del questore. «L’Europa ci ha detto

che non potevamo tenere in carcere i

clandestini che, in quanto tali, dovevamo

espellere – semplifica l’avvocato Alberto

Guariso, che a Milano ha difeso

con successo molti immigrati nelle loro

battaglie legali –. Se ci si pensa bene la

sentenza è la dimostrazione evidente

che, al contrario di quanto sostenevano

i suoi propugnatori, il Pacchetto non è

servito a far ritornare in patria gli immigrati

irregolari. Per rimandare a casa un

irregolare non basta scrivere in una legge

che costui è un clandestino e chiuderlo

in cella, ma bisogna avere gli

agenti di sicurezza per fermarlo, gli aerei

pronti a partire, il paese di provenienza

d’accordo a riprenderselo. Condizioni

che il nostro stato è sempre riuscito difficilmente

a garantire, sia prima che dopo

il varo del famoso Pacchetto». Per capirlo,

d’altra parte, non bisognava

aspettare che qualche togato in un pa-

giugno 2011 scarp de’ tenis .21


il Pacchetto ha fatto flop

lazzo del Lussemburgo ce lo suggerisse;

era sufficiente guardare dentro il sito del

Viminale. Un esempio? Nel 2009, su oltre

52 mila irregolari fermati, solo 18 mila

(il 34,7%) sono stati effettivamente

rimpatriati: il dato più basso dal 1999.

Il reato di clandestinità non ha spostato

di una virgola questa situazione;

ha invece intasato le aule di giustizia che

hanno dovuto, per legge, dare precedenza

a questi casi, e riempito i centri di

identificazioni ed espulsione, i Cie. Con

il risultato che quando nei mesi scorsi

dalla Tunisia sono arrivati nuovi migranti

irregolari, il governo non ha saputo

più dove metterli e ha dovuto ricorre

all’escamotage del permesso di

soggiorno temporaneo pur di toglierseli

di torno, facendo però arrabbiare la

Francia e mezza Europa.

Le “grida” dei sindaci sceriffo

L’altra novità, introdotta con il Pacchetto

sicurezza, è stato l’ampliamento dei

poteri dei sindaci, invitati a scatenare la

loro creatività per riportare ordine e decoro

nelle loro città e allontanare coloro

che li minacciavano. Il “cattivismo” al

potere ha avuto esiti anche inconsapevolmente

esilaranti: si vietò a Viareggio

di poggiare piedi sulle panchine della

passeggiata sul lungomare, a Novara di

sedersi in più di due su quelle dei parchi

pubblici, da quelle di Voghera bisognava

alzarsi dopo le 23. A rimettere le

cose al loro posto ci ha pensato recentemente

la Corte Costituzionale, che ha

cancellato con un colpo di spugna il diluvio

di ordinanze autorizzato dalla

nuova normativa ed espressamente sollecitato

dal ministro. I giudici dell’alta

corte si sono appellati al principio di

uguaglianza: il cliente di una prostituta

non può essere multato se abborda una

ragazza di vita a Torino e farla franca se

si ferma con un’altra lungo la strada per

Pizzighettone. «Il punto – osserva Guariso

– è che i sindaci non possono punire

comportamenti che non costituiscono

reato, come la prostituzione o l’accattonaggio,

a meno che una legge non

lo preveda. Ma, almeno per ora, il potere

di legiferare non spetta ai primi cittadini,

bensì al parlamento».

La mania dell’ordinanza facile pare

si sia diffusa soprattutto in Lombardia.

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IDEE E PROGETTI A FAVORE DEI SENZA DIMORA


Nella regione dove è nata la Lega Nord,

i sindaci sceriffo (di ogni colore politico)

sono stati 141, il numero più alto, secondo

uno studio realizzato dal dipartimento

di sociologia dell’Università

Milano-Bicocca. I ricercatori si sono

chiesti se le ordinanze hanno avuto un

potere deterrente, partendo dal presupposto,

noto dai tempi di Cesare Beccaria,

che una pena per essere efficace deve

essere certa. Principio che tradotto

nel caso specifico, significa che se si prevede

una multa, occorre che qualcuno

la elevi e che qualcun altro la paghi. Ebbene,

gli autori dell’indagine, restringendo

il campo a Milano, anzitutto

hanno osservato che il 90% delle infrazioni

registrate tra novembre 2008 e settembre

2010 ha riguardato il divieto di

prostituzione su strada (ordinanza

29/2008), solo il 6,9% le misure anti-accattonaggio

(ordinanza 26 del 2008),

mentre sono state statisticamente irrilevanti

le violazioni contestate sulle altre

quattro disposizioni (acquisto di sostanze

stupefacenti, abuso di bevande

alcoliche, danneggiamento al patrimonio,

pubblico decoro). «La disparità tra

le diverse ordinanze prese in considerazione»

non essendo «giustificabile dalla

maggiore propensione a una specifica

tipologia di comportamento messa in

atto dai cittadini milanesi», è ipotizzabile

che dipenda, secondo i ricercatori

della Bicocca, «da una correlazione diretta

tra violazione di una specifica norma

e attività di controllo da parte degli

organi competenti».

Tradotto: i vigili urbani e le forze di

sicurezza sono stati più attenti alle prostitute

sulla strada e agli accattoni (che

guarda caso sono per lo più stranieri)

che ai writer, ai forzati dell’happy hour o

agli interpreti estremi della movida (in

genere italiani e votanti). Con quale risultato?

Anche qui, numeri clamorosi:

l’85% delle multe contro clienti e prostitute,

il 93,4% contro i questuanti non

sono state mai pagate. Dunque è come

se non fossero mai esistite. Cosa tra l’altro

facilmente prevedibile. Ve l’immaginate

una nigeriana irregolare che chiede

i soldi alla maman per pagare la contravvenzione?

O il senza dimora che per

regolare i conti con i ghisa sacrifica i

quattro spiccioli necessari per il dormitorio?

Se le ordinanze, dunque, almeno

questo lo studio, non sono riuscite nel

loro intento dissuasivo («hanno avuto

una scarsa efficacia amministrativa»),

quali effetti concreti hanno prodotto?

Le ordinanze anti-lucciole

«Quello che abbiamo potuto constatare

– spiega Ornella Obert, responsabile

dello sportello giuridico del Gruppo

Abele di Torino – è che le ragazze sono

entrate sempre più nel

giro della prostituzione

al chiuso, nei locali a luci

rosse, nei night, negli

appartamenti privati

segnalati dagli annunci

via internet. Quelle che

non ce l’hanno fatta, in

genere le più derelitte e indifese, sono

rimaste sulla strada, ma trasferite dalle

organizzazioni criminali nei luoghi più

periferici delle città, nelle zone meno illuminate,

quelle dove davano meno

nell’occhio. Dopo pochi mesi, però, tutto

è tornato come prima o quasi. Ma nel

frattempo la violenza contro le donne è

aumentata, sia da parte degli sfruttatori

che dei clienti. Basti pensare all’accanimento

contro i viados a Roma, scatenatosi

dopo il caso Marrazzo».

L’ansia da divieto ha preso un po’ tutti.

Sindaci di destra e di sinistra. Il cattivi-

smo è diventato pensiero unico trasversale

alle appartenenze politiche.

Ne è stata influenzata anche la rossa

Reggio Emilia, dove si è tentato un

compromesso ideologico: via libera

al giro di vite sulle strade, ma le multe

sarebbero servite a finanziare un

fondo per le vittime di tratta. «Gli amministratori

locali – osserva Obert – si

sono trovati tra due fuochi: da un lato

un mercato del sesso effettivamente

pervasivo e disturbante, dall’altra

un’opinione pubblica che premeva

per provvedimenti urgenti e immediatamente

visibili. Così molti primi

cittadini hanno scelto la via breve dell’ordinanza,

ottenendo i titoli dei

giornali. Ma dopo pochi mesi, si sono

ritrovati con un pugno di mosche in

mano».

l’inchiesta

La lista nera dei senza dimora

Infine dentro le maglie del pacchetto

sicurezza erano finiti anche i senza

dimora, gli ultimi degli ultimi. Fortunatamente,

però, anche grazie alla

campagna “Il Residente della Repubblica”,

promossa da Fiopsd (la federazione

che riunisce le organizzazioni

non profit che di loro si occupano) e

dai giornali di strada, tra cui Scarp, i

danni sono stati limitati. Il registro dei

senza dimora, inizialmente concepito

come una schedatura dei senza casa

a disposizione delle forze dell’ordine,

è diventato una più cauta e generica

registrazione anagrafica, con modalità

e scopi ed esiti

ancora incerti. Resta in

piedi, tuttavia, il principio

per cui in mancanza di un

domicilio con requisiti

igienici e sanitari ritenuti

minimi, chi lo occupa può

vedersi negata la residenza:

questione non di poco conto, perché

senza l’iscrizione all’anagrafe del

comune, non si può chiedere aiuto ai

servizi sociali, e si perde ogni altro diritto.

«In teoria, se la norma venisse

applicata alla lettera, soprattutto al

sud, molte famiglie che abitano case

abusive, si troverebbero senza alcuna

protezione. Ma non abbiamo notizia

che questo stia effettivamente avvenendo»,

afferma Davide Boldrini, vicepresidente

Fio.psd. Insomma, ancora

una volta (e fortunatamente):

tanto rumore per nulla...». .

giugno 2011 scarp de’ tenis .23


il Pacchetto ha fatto flop

L’integrazione?

Mica si può “ordinare”…

In via Padova, quartiere multietnico di Milano, coprifuoco per i locali e ordinanza

sugli affitti non hanno avuto esiti. Cittadini e associazioni lavorano su altri percorsi

di Maria Chiara Grandis

Domenica pomeriggio, via Padova. La pattuglia dei militari va avanti e

indietro, mentre i ragazzi passeggiano sui marciapiedi. Al parco Trotter l’auto dei

carabinieri incrocia i bambini che giocano e gli anziani a braccetto. Ecco quel che

rimane delle ordinanze emesse poco più di un anno fa dal comune per uno dei cosiddetti

Bronx di Milano, quartiere multietnico di circa 30 mila abitanti, dove – non

senza problemi e tensioni, ma in una quotidianità tutto sommato creativa – i migranti

provenienti dal Sudamerica vivono accanto agli africani del Maghreb, agli

arabi mediorientali e ai cinesi che hanno aperto ristoranti e saloni di bellezza. E agli

italiani, molti dei quali arrivati dal sud negli anni Sessanta.

Il coprifuoco in via Padova era scattato il 25 marzo 2010, dopo una rissa fra ban-

de sfociata nella morte di un diciannovenne

egiziano. Erano seguite ore di

guerriglia urbana: auto date alle fiamme

e vetrine sfondate da parte di chi voleva

vendicare l’amico ucciso. Così il sindaco

Letizia Moratti emise un’ordinanza per

garantire la sicurezza nel quartiere: bar e

ristoranti chiusi a mezzanotte, saracinesca

abbassata all’una di notte per take

away e venditori di kebab, chiusura alle

3 per le discoteche e anticipata anche

per phone center e centri massaggi.

Ma il coprifuoco, in via Padova, si è

rivelato un provvedimento fallimentare,

revocato all’inizio del 2011 per tutti

gli esercizi commerciali e durato meno

di un mese per chi nel frattempo ha fatto

– e vinto – ricorso al tribunale amministrativo.

Una marcia indietro che, per

molte persone che in via Padova ci abitano

o ci lavorano, significa solo una cosa:

l’ordinanza non è servita. A cominciare

dai gestori dei locali. «Per noi è durata

un mese – dicono i proprietari di

un’enoteca dopo il ponte della ferrovia,

verso la periferia della città –. Nel frattempo

le multe non sono mancate, se

tenevamo aperto il locale. Gli altri negozianti

della via si trovavano da noi per

discuterne, nessuno era d’accordo,

nemmeno chi vota a destra. E poi la sicurezza

si ottiene solo se le persone sono

libere di girare per la strada, non

24. scarp de’ tenis giugno 2011

chiudendo tutti in casa dopo la mezzanotte».

Chi può permettersi l’affitto?

Dello stesso parere sono le insegnanti

delle elementari di via Russo, dove molti

dei bambini di via Padova vanno a

scuola. In occasione della festa del quartiere

hanno esposto per strada i lavori

degli alunni: per il 50% sono stranieri

che frequentano più o meno regolarmente

le lezioni. «Per noi che viviamo

qui, che ci sia o no il coprifuoco, poco

cambia. Il problema resta il fatto che,

dopo le 9 di sera, non c’è in giro nessuno».

Perfino un partito come la Lega

Nord si è accorto che il provvedimento,

imposto in alcuni quartieri difficili di

Milano, non era la soluzione al proble-

ma della criminalità urbana, tanto che

nel corso dell’ultima campagna elettorale

per le amministrative i candidati

hanno promesso una città “accesa” di

notte, proprio a favore della sicurezza.

Ma la chiusura anticipata dei locali

non è l’unica ordinanza che ha fatto seguito

ai disordini di via Padova, un quartiere

con molti dormitori abusivi: monolocali

affittati a migranti che ci abita-

no in dieci, dodici alla volta. Ecco perché

il secondo provvedimento deciso

dalla giunta comunale – e tutt'oggi in vigore

– è l’ordinanza sugli affitti. In pratica

chi cede oppure prende in locazione

un appartamento in zona, deve depositare

al comando dei vigili un’autocertificazione,

presentando un contratto regolare

e dichiarando quante sono le

persone che occupano l’appartamento,

e anche in questo caso chi non lo fa viene

multato.

«Ma la Corte costituzionale ha bocciato

l’ordinanza – ricorda Dario Paladini,

giornalista e reporter del quartiere

per il progetto “Rane volanti”, finanziato

da Fondazione Cariplo, uno fra i tanti

attivati sul territorio –. Anche questa è

fallita. Pochissime sono state le dichia-


azioni compilate, così sono state colpite

solo le situazioni più difficili. Il problema

dei dormitori abusivi esiste, basta

dare un’occhiata ai cortili di via Padova,

però non si risolve in questo modo.

Vedremo cosa succederà con il

cambio di giunta, ma il punto è un altro:

se sei straniero non trovi un lavoro regolare

e vero, così non puoi pagare un

affitto, anche perché per 30 metri quadrati

i prezzi sfiorano gli 800 euro al mese.

Chi può permetterseli?».

Un'analisi confermata anche dall'Università

Cattolica che da poco ha

presentato una ricerca proprio su via

Padova. Della stessa opinione è anche

don Piero Cecchi, parroco di San Crisostomo,

chiesa del quartiere. «Le regole

vanno rispettate ma devono essere realistiche

– spiega –. Se c'è una cosa sulla

quale la politica dovrebbe investire, soprattutto

qui, è l’emergenza-case. Il vero

problema di questo quartiere, e non

solo per i migranti, ma anche per molti

residenti italiani, è quello della povertà».

Non è un canguro

Don Piero è critico anche sull’aumento

delle forze dell’ordine e sull’introduzione

di militari. «Poco più di un mese sono

iniziati i festeggiamenti per i miei 50

anni di sacerdozio. Ho ancora negli occhi

la camminata che abbiamo fatto

con i fedeli: mamme e bambini da un

lato, carabinieri in assetto anti-sommossa

dall'altro. Cosa pensavano che

accadesse? Qui servono presenze educative,

non repressive».

Per favorire l’integrazione fra le comunità,

in via Padova oggi lavorano più

di sessanta associazioni. Dagli amici del

parco Trotter all’associazione di Villa

Pallavicini alla Comin, che si occupa

dei minori. Per tutti le ordinanze sono

solo un’operazione di facciata: il coprifuoco

per i locali e i militari con il mitra

alimentano la paura, non la sicurezza.

«La realtà è che, poco a poco, l’integrazione

sta avvenendo. Ora però deve essere

sostenuta – è il sigillo di don Piero,

la cui parrocchia fa molto, in questa direzione.

Un detto spiega che la natura

non è un canguro che salta, ma che cresce

avanzando a piccoli passi. In 15 anni,

in questo quartiere, ho visto iniziare

un cammino di rispetto e conoscenza,

e ora il tessuto positivo c’è. Vogliamo

continuare a lavorare per costruire un

futuro»..

Verona e Vicenza

Panini, lucciole e accattoni

Ma la mediazione dov’è?

l’inchiesta

Verona e Vicenza, due amministrazioni di segno politico opposto.

Nella città scaligera governano Lega e centro-destra, nel capoluogo berico Pd e

centro-sinistra. Eppure sulla sicurezza entrambe le città hanno sposato una

linea analoga, affidandosi alle ordinanze dei sindaci. Dopo la sentenza della

Corte costituzionale, che ne ha reso illegittime una buona parte, il sindaco

veronese Flavio Tosi, ha incontrato il ministro Maroni, chiedendo a gran voce

che il «governo metta i sindaci in condizione di proteggere i propri cittadini,

scrivendo subito una nuova legge». La nuova proposta dovrebbe essere pronta

in giugno. All’incontro dei sindaci con il ministro, c’era anche il vicentino Achille

Variati, che ha al suo attivo 900 multe elevate per mendicità molesta, e che

all’indomani della sentenza ha varato due nuove ordinanze su prostituzione e

accattonaggio di tipo temporaneo. «Molti vengono da fuori città a chiedere

l’elemosina come fossero pendolari – ha dichiarato di recente l’assessore

Antonio Dalla Pozza –. Molto probabilmente dietro di loro ci sono organizzazioni

che li sfruttano». Tra le ordinanze del sindaco Tosi, ci sono iniziative fantasiose,

come l’ordinanza cosiddetta “antipanino”, in grado di mettere in difficoltà anche

il turista più rispettoso, nel caso venga beccato a sfamarsi in code per

l’ingresso in Arena, o come quelle “anti alcolici” e “anti strumenti musicali”.

Ma a Verona il giro di vite sembra aver avuto effetti sulla presenza di

mendicanti. «La situazione sembra sotto controllo – racconta Michele Righetti,

direttore del ricovero notturno “Il Samaritano” della Caritas diocesana –. Lo

dico da cittadino, per quello che posso constatare nei percorsi che compio in

città. Da operatore sociale non posso però non rammaricarmi per il fatto che

accanto a questi provvedimenti non si è fatta un’azione di sostegno sociale».

Sul fronte del contrasto alla prostituzione, nelle due città i provvedimenti sono

speculari. Antonio Pietrogrande, dell’associazione Mimosa di Padova, gestisce

l’unità di strada in zona Ponte Alto a Vicenza. «Un’ordinanza può cambiare

le cose, non eliminare il fenomeno: c’è chi cambia zona ma continua

a prostituirsi in strada, c’è chi decide di esercitare nella propria abitazione.

Infine c’è chi si limita a cambiare orario. Nessuna, però, cambia vita in seguito

a un’ordinanza. In questo modo si può solo regolare la presenza sulle strade,

in modo da distribuire il fenomeno ed evitare che alcuni quartieri diventino

invivibili. In uno scenario complesso, composto da fattori di sfruttamento, tratta

e violenza, le soluzioni non possono essere regole generali».

L’unità di strada padovana intrattiene rapporti con gli abitanti dei quartieri dove

opera, oltre che con le donne che “usufruiscono” del servizio: «I clienti sono i

cittadini – considera Pietrogrande –: da un lato c’è chi si lamenta, dall’altro c’è

chi (assicuro: non pochi) è ben contento di incontrare le prostitute per strada.

Fra gli abitanti svolgiamo progetti di mediazione: quando il fenomeno si riduce e

si mantiene entro i limiti ragionevoli, i cittadini smettono di protestare».

Giorgio Malaspina, operatore sociale della sede di Verona della comunità Papa

Giovanni XXIII, vede la questione dai due versanti: infatti è anche sindaco di un

piccolo comune del veronese, San Petro Morubio: «Le ordinanze servono solo a

fare pubblicità alle amministrazioni o a fare cassa con le multe. Ma in realtà ci

vorrebbero molti più vigili urbani e operatori sociali di quelli che un comune può

permettersi. Emessa l’ordinanza, si fanno controlli a raffica e per un po’ la

situazione cambia. Subito dopo, però, si torna alla situazione precedente.

Verona ha fatto scuola con le ordinanze antibivacco, che mettono in difficoltà

chiunque sosti su una panchina un po’ più di cinque-dieci minuti. Invece

servirebbe politiche di intervento sui mali che portano all’indigenza. Questi

dovrebbero essere i temi delle ordinanze…». Cristina Salviati

giugno 2011 scarp de’ tenis .25


In tempi di fuga

vedo ali spezzate

Lo straniero, l’esodo, il lavoro secondo Erri De Luca. E l’attivo dell’ombra

« Salire in

montagna

è un modo per

allontanarsi

dal nostro

brulichio.

Per ubriacarsi

di spazio.

Lassù la parte

ingombrante

di noi

non sale»

26. scarp de’ tenis maggio 2011

di Daniela Palumbo

«La solitudine come esperienza di fuga. La diversità come rivendicazione

del rifiuto di ogni terrena (e celeste) appartenenza forte, simbiotica». È questa la

cifra dell’identità di Erri De Luca. O, almeno, del suo ultimo libro, E disse, che racconta

l’ardita salita di Mosè al monte Sinai, preludio e simbolo di un popolo in perenne

esilio. Scrive Erri De Luca nelle ultime pagine: «Scegliessi un dove e un come di nascita

ribadirei gli stessi: al Sinai da straniero. Non devo appartenere, sto con i tredicesimi,

estranei alla dozzina convocata. Mio titolo di viaggio è seguire in disparte».

In disparte, da straniero: gher, in ebraico antico. È lo stesso Erri De Luca a raccontarci

subito di sentirsi «estraneo a tutte le convocazioni». Tranne, forse, a quella della montagna.

Lassù, da lontano, tutto quello che è sotto diventa straniero, gher: «Quello so-

no», ribadisce lo scrittore. In un mondo

dove si gioca sporco pur di essere convocati,

pur di rientrare nella dozzina fortunata,

Erri De Luca sceglie l’esilio, straniero

alle logiche che muovono il pianeta.

Il tema della fuga nasce da qui, lo ha

ribadito anche al Trento Film Festival, a

inizio maggio, dove ha dialogato col

pubblico sull’arte della fuga.

Cos’è la montagna per Erri De Luca?

Salire in montagna è solo un modo per

allontanarsi dal nostro brulichio, come

chi beve per dimenticare. Let me forget

about today until tomorrow (“Fammi

scordare di oggi fino a domani”), canta

Bob Dylan in Mr. Tambourine Man, la

canzone dei drogati. Salgo in montagna

per ubriacarmi di spazio. Lassù il resto

di noi, ingombrante, non sale: e il resto

di noi sono anche io, un rimasuglio di

molte cose usate, una soffitta ingombra

di scartoffie e di fantasmi.

La passione per le arrampicate: ha

detto che “l’impresa maggiore sta

nell’essere all’altezza della terra. Del

compito assegnato di abitarla”.

Ma noi siamo decisamente al di sotto

dell’impresa di abitare la terra. La terra è

un meccanismo vivente, ma viene considerato

un deposito da cui estrarre e in

cui scaricare. Niente di più.

L’attualità ci consegna immagini di

esodo di biblica memoria, attraverso

il Mediterraneo. Non siamo più

in grado di guardare al prossimo

senza numeri chiusi?

L’economia elevata a governo e non a

servizio della politica riduce lo scambio

umano a una partita doppia dare-avere.

E dare è un verbo che soffre di crampi.

I cosiddetti “barboni” sono in fuga

dal mondo? O la loro è una fuga telecomandata,

di cui farebbero a meno?

Chi non ha casa adesso, non l'avrà. Chi

è solo, a lungo solo dovrà stare: questo

paio di versi di Rilke mi hanno tenuto

compagnia nel tempo in cui ero ospite,

infilato in alloggi altrui. Ho conosciuto

molti operai e nessuno faceva quel mestiere

per scelta. Ho conosciuto esiliati e

nessuno per scelta. Siamo in epoche di

fughe all’impazzata, di imbarchi e sbarchi

d’azzardo. Non vedo profughi, vedo

ali spezzate che arrivano sfinite su una

sponda.

Cos’è il bene comune per Erri De Luca?

Tutto quello che non è privato: l’acqua,

l’aria, la salute, la giustizia.

In E disse ha scritto: “una donna ri-


produce il mondo con il grembo. A

un uomo spetta ricordare, questo è

il suo contributo alle generazioni”.

Scrivere è fare memoria?

La scrittura mi tiene compagnia e mi ha

dato la sorpresa di poter tenere compagnia

anche ad altre persone. La scrittura

può giocare con la memoria ma non

con la pretesa del testimone; può invece

giocare con l’intenzione del nonno che

racconta al nipote. Basta già a ricordare.

Cosa vale la pena ricordare?

Non sono il padrone della mia memoria,

non scelgo io cosa ricordare. Non mi

piace la memoria prescritta come una

medicina. Dimenticare, innanzitutto i

torti subiti, è la migliore igiene, per chi

non è capace di perdono come me.

Si dichiara non credente, eppure in

molti suoi romanzi la Bibbia è un riferimento

costante. Perché si sente

così prossimo alla Parola sacra?

Mi infilo nella scrittura sacra non per vicinanza

ma per la sua distanza abissale

da me. La seguo nella sua pista deserta

dove la divinità si rivolge a una persona

e quella s’imbatte nella divinità. Mi interessa

la lingua iniziale di quell’avventura

remota. Quella lingua è un fiume

alla sorgente, ancora intero, non suddiviso

in rami, affluenti, paludi. L’ebraico

antico contiene l’integrità di quell’annuncio,

finito poi in religioni.

Ha fatto tanti mestieri, ha frequentato

il lavoro come fatica. Cosa augura

ai giovani in fuga perché il lavoro

latita?

Ho fatto mestieri operai, ho del lavoro

una notizia fisica esauriente. Ma pure

il peggiore dei miei era migliore della

disoccupazione altrui. Credo che una

persona giovane debba gettarsi in

qualunque lavoro, fatica, anche gratis,

pur di non restare inerte a subire l’oltraggio

di una società che non sa che

farsene di te.

Quando è in alto, con accanto il

vuoto, come guarda a se stesso?

Niente fuga in cima,

nessuno mi insegue là

sopra. Sono a mio

agio, il vuoto fa parte

della mia vita.

Fuggire non è rassegnare

le dimissioni

verso la responsabilità

del

cambiamento?

Abito la terra, ho un

campo, ci ho piantato

alberi. Ho fatto la mia

parte allargando al

suolo un po’ di ombra

che prima non c’era.

Ho questo al mio attivo:

l’ombra. .

La scheda

l’intervista

Lo scrittore

del decennio

Erri De Luca,

napoletano, ha 61 anni:

recentemente è stato definito

“lo scrittore del decennio” dal

critico letterario del Corriere

della Sera, Giorgio De Rienzo; è

anche poeta e traduttore.

Dopo le ribellioni del 1968 (è

stato in Lotta Continua, senza

però entrare in clandestinità) e

l’addio alla politica militante,

ha svolto numerosi mestieri

in Italia e all’estero: operaio,

magazziniere, muratore,

camionista (durante la guerra

nella ex Jugoslavia ha guidato

convogli umanitari).

Ha studiato da autodidatta

diverse lingue, tra cui lo yiddish

e l’ebraico antico,

dal quale traduce alcuni

testi della Bibbia.

Ha pubblicato il suo primo

romanzo a quasi 40 anni:

Non ora, non qui, rievocazione

dell’infanzia a Napoli, città

che ama e difende con forza.

Con la stessa convinzione

ama anche la montagna e

occasionalmente ne scrive,

ma soprattutto la vive.

Tradotto in francese, spagnolo,

inglese, ha ricevuto numerosi

premi letterari in Italia e

all’estero:

il premio France

Culture per Aceto,

arcobaleno;

il premio Laure

Bataillon per

Tre Cavalli;

il Femina

Etranger

per Montedidio.

Nel suo ultimo

libro, E disse,

protagonista è

ancora la Parola

sacra dell’Antico

Testamento.

giugno 2011 scarp de’ tenis .27


Le note di Rino,

genio marginale

Trent’anni fa moriva Gaetano, menestrello e uomo della strada. La sua

musica era anche denuncia sociale. Mai mancata nella canzone italiana…

di Claudio Sottocornola

«Io sono un poco di buono / lasciami in pace perché / sono un ragazzo

di strada»… cantavano I Corvi nel lontano 1966, realizzando, con la celebre versione

italiana di I ain’t no miracle worker, il primo inno alla marginalità del beat italiano.

Non erano i soli, perché dai Nomadi di Come potete giudicar ai Rokes di Che colpa

abbiamo noi, le rock band dei mitici Sixties fecero proliferare cover inneggianti

alla diversità, sia essa generazionale che sociale. Del resto, a inizio decennio, ci avevano

pensato i teen-idol, come Rita Pavone, figlia di operai, a divulgare il mito di una

“ribellione senza causa” che partiva dal lontano James Dean e che sarebbe arrivata

al 1968 e a Woodstock, acquisendo sempre più consapevolezza e obiettivi.

In mezzo a quel decennio c’erano stati, per l’Italia, i cantautori della scuola genove-

se e milanese, perché la canzone non è

solo un testo, una melodia o un arrangiamento,

ma una maschera, quella

dell’autore-interprete che incarna una

condizione umana. Così è stato per l’anticonformista

Gino Paoli, con la sua dichiarata

marginalità esistenziale rispetto

ai grandi temi del boom economico

e del nascente consumismo di massa;

così è stato per l’“inadatto” Luigi Tenco,

28. scarp de’ tenis giugno 2011

che non temeva di affrontare anche il

tema della protesta generazionale. Così,

soprattutto, è stato per un cantautore

come Fabrizio de André, di estrazione

borghese e colta, che con un lessico

aulico e irriverente ha celebrato un suo

“vangelo laico”, alla luce del quale i perdenti

e gli ultimi (ladri, assassini, sconfitti

della vita) incarnano purezza e va-

Elenchi scottanti e caimani distratti

era il principe del “nonsense”

Gennaio 1978. Lo vinsero i Matia Bazar quel festival di Sanremo. Con ...E dirsi

ciao, una canzone che oggi in pochi ricordano. Gianna invece... la fischiettano

ancora tutti. Fu lui la sorpresa del Festival. Quel tipo stralunato, con il frac e la

tuba neri, le scarpe da ginnastica bianche, il papillon e sul petto la grande croce

al valore del nonsense. Rino Gaetano conquistò il pubblico dell’Ariston e il

grande pubblico, con quella ballata così orecchiabile. E conquistò anche me, con

quelle note. E con le parole. Sì, perchè a Rino è sempre piaciuto giocare con le

parole. Nonsense, si diceva, e però graffiante, capace di provocare, di toccare i

nervi aperti di una società capace di indignarsi di fronte al lungo elenco di

potenti, snocciolato in quel capolavoro senza tempo che è Nuntereggae più. E

sorrido al pensiero dell’indignazione che si è provata solo qualche anno più tardi,

di fronte a elenchi ancora più scottanti. Ma tra le canzoni di Rino, quelle che

meno fanno parte dell’imamginario collettivo, ce n’è una che mi sta a cuore

e che davvero considero come la “regina” del gioco di parole. Una canzone del

1979, Ahi Maria. Una ironica storia d’amore giocata sul filo dell’ironia. Una strofa

che racchiude il genio di Rino: “Il caimano distratto imitava il gatto e faceva baubau,

perchè studiava le lingue e voleva alle cinque il suo tè”. Era il 1979.

E Rino avrebbe cantato e scritto, purtroppo, solo per pochi mesi ancora. (sl)

lore, perché “Dai diamanti non nasce

niente/ dal letame nascono i fiori”. E così

è stata l’intera biografia del “maledetto”

e nomade Piero Ciampi.

Fra ermetismo e melodia

Anche Milano ha stravolto la canzone,

per esempio con gli eroi marginali del

primo Giorgio Gaber, che si muovono

fra nebbie urbane e cadenti bar sport, e

ancor più con gli sbilenchi funamboli di

Enzo Jannacci, che non troveranno mai

riscatto perché non ne hanno la più elementare

sintassi. Al femminile, è stata

Patty Pravo, con le sue trasgressioni, a

tracciare la strada di una femminilità

Omaggio di parole e note

Claudio Sottocornola ricorda

Rino Gaetano durante una

delle sue lezioni-concerto


più libera e inquieta (Oggi qui, domani

là / io vado e vivo così / Qui e là, io amo

la libertà/e nessuno me la toglierà

mai…).

Ma intanto erano arrivati gli anni

Settanta, quelli del rock progressivo, della

canzone politica, del neo-folk, del

“concerto gratis”, della “musica autogestita”,

e si è rimesso in discussione lo

stesso rapporto dell’artista con il pubblico,

la sua commercializzazione, la sua

capacità di esprimere l’anima popolare.

La scuola bolognese, soprattutto con

Francesco Guccini, Pierangelo Bertoli

e Lucio Dalla, è risultata la più caustica

nel saldare il rapporto fra memoria, affetti

e risentita denuncia di ingiustizie e

ipocrisie. E l’Osteria delle Dame, a Bologna,

divenne l’equivalente di quello che

fu il Santa Tecla a Milano.

La vera novità degli anni Settanta,

però, è stato il costituirsi nella capitale,

attorno al Folkstudio, di una scuola romana

che, risentendo più che mai delle

istanze legate al movimento studentesco,

ne ha affrontato le tematiche, anche

sociali, elaborando una poetica fra ermetismo,

melodia e folk-rock. È il caso

di Francesco De Gregori, profondamente

influenzato da Bob Dylan, che,

oltre ai sofisticati non-sense di brani come

Alice e Non c’è niente da capire, ha

La proposta

Le lezioni-concerto

del “filosofo del pop”

Claudio Sottocornola è ordinario di filosofia e storia, giornalista

pubblicista e docente di Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza

Università di Bergamo. Ha pubblicato su varie testate italiane, servizi, studi e

interviste relativi ai fenomeni della musica e della cultura pop, di cui è un

attento indagatore. Dagli anni Novanta ha affiancato alla ricerca scientifica in

tale ambito, una ricerca estetica e creativa che lo ha portato in studio di

registrazione per indagare origini e nuove modalità interpretative dei classici

della canzone, pubblicando tre cd (L’appuntamento 1, 2, 3) e un dvd

(L’appuntamento - The video). Come scrittore ha pubblicato Giovinezza… addio.

Diario di fine ’900 in versi e Nugae, nugellae e lampi, sillogi di poesie dal 1974

al 2008, oltre al saggio The gift e alla trilogia Il pane e i pesci, che affronta

il tema del sacro e della sua crisi nella società contemporanea.

L’approccio interdisciplinare che caratterizza l’attività di Sottocornola è

evidente nelle sue lezioni-concerto, che propone in scuole, teatri e centri

culturali: mix di canzoni, analisi storico-sociale, immagini, poesie. Nel 2011,

con Una notte in Italia, ciclo di quattro lezioni-concerto all’Auditorium della

provincia di Bergamo, ha celebrato i 150 anni dell’unificazione nazionale,

coinvolgendo studenti liceali e universitari a livello critico e performativo.

Il prossimo appuntamento è il 5 agosto a Siderno (Reggio Calabria), nella

libreria Mondadori, dove il “filosofo del pop” proporrà uno dei suoi eventi

multidisciplinari: la presentazione al pubblico del cofanetto Il pane e i pesci.

In programma anche la proposta live di alcuni classici della canzone d’autore.

elaborato una poetica del “perdente”,

come in Buffalo Bill, dove l’epopea del

famoso eroe del West è colta nel momento

del declino, quando si lascia assoldare

da un circo per girare l’Europa. Il

declino è tema caro anche ad Antonello

Venditti che, come Guccini, ha contrapposto

a lungo le speranze giovanili

legate agli anni del liceo, al grigio inserimento

nella vita adulta.

Profeta del nonsense

In questo ambiente si è mosso Rino

Gaetano, grande profeta del nonsense e

antesignano della canzone demenziale

(che avrà celebri emuli, come Elio e le

Storie Tese). Nel breve decennio che lo

ha visto protagonista della scena nazionale

prima della prematura scomparsa,

avvenuta trent’anni fa, questo malinconico

clown ha inanellato un milione di

copie vendute del singolo Berta filava,

sei lp di successo, un terzo posto a Sanremo

con Gianna nel 1978. Ma soprattutto,

giocando su assonanze, iterazioni,

contrapposizioni, è riuscito a esprimere

una sintesi fra denuncia sociale e lirismo

dei sentimenti, dimensione ludica e impegno,

come nelle celebri Ma il cielo è

testimoni

sempre più blu e Nun te reggae più, dove

a una serrata elencazione dei vizi italici

(corruzione, perbenismo, ipocrisia…) fa

da contrasto una gioiosa e solare dichiarazione

della propria autenticità, da uomo

della strada, che si arrabatta per sopravvivere

con dignità e coraggio in un

mondo dove la bellezza viene meno. La

sua condizione di calabrese emigrato, di

marginale, anche nel mondo della musica,

la sua spericolata ricerca, priva di

filtri e mediazioni, hanno segnato una

breve ma indelebile esperienza nel panorama

musicale italiano.

Il 1981 è stato, come detto, l’anno

della scomparsa di quel geniale menestrello

(in un incidente d’auto a Roma,

come era accaduto vent’anni prima a

un suo lontano precursore, Fred Buscaglione).

Ed è stato anche l’inizio di un

decennio completamente nuovo: terrorismo

e riflusso orientano a un ripiegamento

nel privato, generando sfiducia

verso i temi del sociale e dell’impegno,

mentre l’apoteosi del mercato e le ideologie

del nuovo edonismo sembrano celebrare

un’era in cui non c’è più posto

per la marginalità e la differenza. Ma

questa è un’altra canzone….

giugno 2011 scarp de’ tenis .29


Te se regordet

Triboniano?

30. scarp de’ tenis giugno 2011

milano

Il gigantesco campo rom, un po’ regolare un po’ no, ha segnato

un decennio della città. Convivenza faticosa, politica latitante

Torino

Si costruisce molto,

ma il diritto alla casa

resta un miraggio

Genova

Tunisini all’Auxilium:

Aziz in paradiso

cerca un posto di lavoro

Vicenza

Progetto Pallanuova,

in acqua i ragazzi

si conoscono meglio

Modena

I rivoli dell’accoglienza,

la crescente sfiducia

di chi cade in povertà

Rimini

Ostinato Kcal,

storia e documentario

di un trafficante di libri

Firenze

In morte di Giancarlo,

idee per rendere

più solidali gli autobus

Napoli

Talento più lavoro:

a teatro con Valentina,

Stella che si commuove

Catania

Viaggi “accessibili”:

non tutti uguali,

ma tutti turisti

Palermo

Approdi a Lampedusa:

solo se hai le ali

puoi decidere dove andare

di Simona Brambilla

IIl 29 aprile 2011 le ruspe hanno smantellato via Triboniano. Per anni

l’area era stata una terra di nessuno, una grandissima cava chiusa, alla periferia

estrema di Milano, situata tra il cimitero Maggiore e la ferrovia in zona Certosa. Un

posto tranquillo e isolato, dove gli ultimi pastori portavano le pecore. Un luogo dimenticato,

trasformato nell’ultimo decennio, per ben 12 anni, nel più grande campo

rom di Milano. Una situazione altamente problematica, ignorata per anni dal comune,

solo nell’ultimo periodo teatro di un esperimento sociale complesso. La storia

del luogo è una cartina di tornasole: vi si possono leggere le contraddizioni di

Milano e della sua cattiva politica verso i rom. Ma partiamo dall’inizio della storia.

L’area di via Triboniano si popola dal 1999, anno in cui arrivano profughi rom in

fuga dalla guerra in Kosovo e Serbia.

Sorgono così baracche di fortuna. Dal

2000 fanno la loro comparsa rom di altre

nazionalità. Il campo viene così suddiviso

spontaneamente in più quartieri:

quello abitato dai kosovari, il macedone,

il bosniaco, il romeno. Intanto in seguito

a un intervento del prefetto, a Milano

nel 2000 nascono due campi regolari:

quello di via Novara 523, dove si trasferiscono

rom kosovari e macedoni, e l’altro,

più grande, di via Triboniano-Barzaghi,

in cui vivono bosniaci e romeni. Pur

essendo entrambi gestiti dal comune,

sono sempre stati sovraffollati e degradati.

Ma è a Triboniano che fin dall’inizio

si vivono i disagi maggiori.

«Era terribile abitare in via Triboniano

in quegli anni – racconta Antonietta

Spinelli, una residente del quartiere e

presidentessa del comitato di quartiere

il Lago dei Tigli –. Gli abitanti del campo

lasciavano escrementi davanti a casa

mia, posteggiavano le macchine in doppia

fila, rubavano. Noi chiamavamo polizia

e vigili, ma ormai gli agenti nemmeno

uscivano più, davano per scontato

che la situazione non si sarebbe risolta.

Eravamo obbligati a controllare le

nostre proprietà da soli con ronde notturne,

organizzandoci in turni».

La maggioranza dei cittadini del

quartiere, esasperati dai disagi quotidia-

ni, si rivolge così a istituzioni e forze

dell’ordine per trovare soluzioni. Il primo

intervento del comune risale al 2006,

sette anni dopo i primi insediamenti.

L’occasione è un incendio, a marzo: le

autorità decidono di attrezzare un’area,

spostando l’insediamento a poche centinaia

di metri di distanza. Ma per creare

il campo vero e proprio, con servizi igienici

e fognatura, bisogna aspettare di

nuovo le fiamme, che arrivano il 31 dicembre

2006, poco prima che la Romania

entri nell’Unione europea.

Fuori controllo

Il 1 gennaio 2007 inizia l’epoca dell’“ultimo

Triboniano”, conclusasi il 29 aprile

2011. In quattro anni, l’area è stata divisa

in quattro quartieri, tre molto grandi, in

cui abitavano i romeni, uno piccolo,

quello dei bosniaci: in totale 110 famiglie,

con circa 290 minori. Il campo era

un villaggio di 600 persone assegnatarie,

ma Triboniano, diventato un punto di

riferimento per tutti i romeni che arrivavano

in Italia, ha sempre ospitato

molte più persone del dichiarato.

«La convivenza è stata molto faticosa

– riassume oggi Fiorenzo Bemolli, operatore

della Casa della Carità, fondazione

incaricata dal comune, nell’ultimo

quadriennio, di gestire gli interventi so-


ciali a Triboniano –. Il campo, pur essendo

regolare, era fuori controllo. In questi

anni i cittadini intorno hanno sempre

protestato, ma non contro i rom, bensì

contro la latitanza del comune. Sono

sempre stati precisi nell’evidenziare alle

istituzioni i nodi problematici. Erano rispettosi

dei rom, capivano bene che la

situazione era impossibile tanto per loro

quanto per gli stessi rom. Io non ho mai

visto razzismo; ho visto rabbia, delusione

e avvilimento».

Il patto di legalità

A partire dal 2007 il comune di Milano

ha sottoscritto infatti con le famiglie

rom il famoso “patto di legalità”: le persone

censite nell’ultima rilevazione (ottobre

2006) si dovevano impegnare a seguire

regole di civile convivenza, in

cambio il comune concedeva i container

in cui abitare. I bambini dovevano

andare a scuola, la spazzatura doveva

essere messa nei cassonetti, non dovevano

più verificarsi comportamenti illegali,

non si potevano accogliere persone

non autorizzate a dormire nei container,

bisognava seguire una serie di altre

regole prima rispettate solo in parte.

«Sì, è vero, venne firmato l’accordo,

ma nessuno lo prese sul serio, abituati

com’erano da molti anni a fare quello

che volevano nell’impunità», obietta la

signora Spinelli. Tuttavia, con quel patto,

è iniziato l’intervento sociale. «Convincemmo

le famiglie a mandare i bimbi a

scuola; oggi qualcuno fa le superiori o

lavora in modo autonomo, nonostante

Archiviato

Vita al campo di via Triboniano,

prima della chiusura di fine aprile

scarpmilano

I venditori di Scarp

L’improvviso trasloco degli Aflat

quattro case per quattro famiglie

«Avete due ore di tempo per andarvene». Era da sei mesi che

Marcel Aflat aspettava di trasferirsi nella casa assegnatagli dal comune.

Quell’appartamento, per lui e la famiglia (la moglie Lia, i figli Fabio, 13 anni,

e Marius, 12), significava poter mettere una pietra sopra l’esperienza nella

braccopoli più grande d’Europa, il campo rom di via Triboniano, dove per

dieci anni aveva vissuto suo malgrado. Alla fine l’ordine di sgombero è

arrivato perentorio e praticamente senza preavviso. Come se la lunga attesa

fosse dipesa da lui e non dall’incredibile empasse in cui si erano cacciati

con le loro mani ministro, sindaco e prefetto, nella vicenda dei 25 alloggi

popolari prima promessi poi negati. Storia iniziata male e finita peggio, di cui

il trasloco di Aflat è stato epilogo emblematico. «È la dimostrazione della

noncuranza della politica, che per anni a Milano ha nascosto la testa sotto

la sabbia, lasciando che i problemi diventassero cancrena, salvo intervenire

d’urgenza quando era tradi e i germi della xenofobia avevano già intossicato

la convivenza civile», commenta suor Claudia Biondi, di Caritas Ambrosiana.

«Sono venuti alle 4 del pomeriggio e ci hanno detto che prima di sera

dovevamo raccogliere le nostre quattro cose e lasciare il campo», racconta

dunque Aflat, che quella sera prende due materassi, quattro cuscini, li carica

in auto e se ne va da Triboniano, teatro di un caotico sgombero “elettorale”.

Ma quando i vicini lo vedono arrivare in via Gentile Bellini, con le coperte

sulle spalle e i borsoni nelle mani, vanno in fibrillazione. E c’è chi si agita

più degli altri. «Appena ci ha visti sul marciapiede, una signora dal balcone

si è messa a gridare di andarcene. Urlava che di sporchi zingari, di ladri

di bambini, il quartiere non ne aveva bisogno. Gridava tanto che mio figlio

più piccolo si è spaventato e si è messo a piangere», racconta Lia.

Qualcuno pensa a un’occupazione abusiva e chiama la polizia. I vigili urbani

intervengono, controllano i documenti e quando costatano che la famiglia

Aflat sta facendo quello che gli è stato chiesto dai colleghi, non possono

fare altro che scusarsi e tentare di calmare gli animi. Riuscendoci in parte.

Nei giorni successivi compaiono fuori dal caseggiato volantini contro i rom,

arrivano i giornalisti, monta il caso. Poi le cose si

aggiustano. «Oggi gli unici a non averci accettati sono

la signora che urlava e una coppia di anziani. Gli altri

hanno capito che siamo persone nomali con i problemi

di tutti: il lavoro, i figli da mandare a scuola, i conti da

far tornare a fine mese», sintetizza Aflat.

«Di avere qualche problema con i condomini può

capitare, ma in questo caso si sarebbero potuti

risparmiare almeno gli insulti e i controlli della polizia.

E sarebbe stato possibile, se si fosse trovato il tempo

di preparare il quartiere», spiega Antonio Mininni,

coordinatore dei venditori di Scarp e presidente

dell’associazione Amici di Scarp de’ tenis. La famiglia

degli Aflat è uno dei quattro nuclei rom rumeni, i cui

adulti vendono il giornale. Tutti, oggi, attraverso vie

diverse, dopo intensi percorsi di responsabilizzazione,

hanno casa. In quattro punti di Milano. Le donne

lavorano anche per Taivé, laboratorio Caritas di cucito

e stireria. Non si registrano attriti con i vicini, si

pagano affitti e bollette, si prepara un futuro stabile.

Se questa è Zingaropoli, ben venga Zingaropoli.

giugno 2011 scarp de’ tenis .31


scarpmilano

il contesto culturale e lo stile di vita non

favorevoli – fa osservare Bemolli, cha ha

lavorato al campo dal 2007 al 2011 –: abbiamo

visto ragazzine non fare l’esame

di terza media perché dovevano sposarsi,

o già mamme a 13 anni...».

Alla fine è arrivato l’Expò. Il 30 settembre

2009 il comune comunicò che

bisognava chiudere il campo perché da

lì doveva passare una strada importante

per il nuovo polo fieristico e Triboniano

era incompatibile con l’assetto della

città futura. Parallelamente il decreto sicurezza

del ministro Maroni ha previsto

finanziamenti per la questione nomadi.

E a maggio 2010 è stata stipulata una

convenzione tra prefettura e comune

per favorire la fuoriuscita dal campo. Le

famiglie assegnatarie avrebbero potuto

percorrere tre vie alternative, con il sostegno

delle istituzioni stesse: trovare

una casa in affitto, comprare una casa

nuova, tornare in Romania. Il piano ha

avuto un varo faticoso, causa veti politici

incrociati all’interno della maggioranza

che governava la città, lasciando famiglie

e operatori sociali in mezzo al guado.

L’assegnazione di 25 case popolari

fuori dalle liste Aler, perché troppo rovinate

per essere assegnate a chiunque, è

diventata nel 2010 una questione di stato.

Il ministro Maroni ha scaricato la patata

bollente agli enti locali, la regione

l’ha rimbalzata al sindaco Moratti. Risultato;

famiglie rom, operatori e residenti

del quartiere non sapevano più cosa

pensare. E soprattutto che fare.

Sono rimasti i topi

«Qui in Casa della Carità abbiamo iniziato

a incontrare le famiglie di Triboniano

da maggio 2010 e abbiamo ipotizzato

con loro diversi percorsi – continua Bemolli

–. Poi la polemica politica sulla

questione delle case popolari date ai

rom tramite noi e altre realtà non profit,

che le avevamo ricevute dalla regione,

ha bloccato tutto, fino a quando il tribunale

ha dato ragione alle famiglie rom

che avevano sottoscritto l’accordo con

comune e prefettura. Ma da settembre

2010 a febbraio 2011 nessuna soluzione

si è profilata. Si è ripreso a lavorare con

le famiglie solo nel 2011, fino alla chiusura

definitiva del campo, il 29 aprile».

Le famiglie che vivevano in Tribonia-

no oggi hanno preso strade diverse. Circa

la metà hanno deciso di tornare in

Romania, nell’ambito di un progetto di

rimpatrio assistito da una onlus locale.

Venti famiglie vivono nelle case popolari

sparse in tutta Milano. Dodici nuclei sono

riusciti a comprarsi una casa propria,

per lo più fuori Milano, dove i prezzi sono

più bassi. Alcune associazioni, in accordo

con il comune, hanno offerto alloggi

a tre famiglie. Solo in un caso è stato

stipulato un mutuo trentennale, ma

rimangono ancora circa sette situazioni

critiche di cui si sta occupando il privato

sociale.

Insomma, il campo di Triboniano è

chiuso, ma le persone rimangono e bisogna

seguirle, sostenerle e non lasciarle

sole. Oggi, nell’area non c’è più nulla: solo

spazzatura, baracche vuote e centraline

dell’elettricità distrutte. Sono rimasti

ovviamente anche i residenti milanesi,

alle prese con vari disagi. Primo tra tutti,

il problema dei topi: prima vivevano

mangiando la spazzatura proveniente

dal campo, oggi vanno a sfamarsi nei

giardini condominiali. L’ultima beffa di

un decennio da dimenticare..


Il paradosso di una famiglia peruviana: figlia e nipote cambiano casa

Per rimanere uniti

hanno dovuto dividersi

di Generoso Simeone

U

Tra i requisiti della “coesione

famigliare” c’è l’idoneità della

casa. Così, quando arriva

il neonato, il nucleo si separa

www.casadellacarita.org

testimoni

NA FAMIGLIA, PER RESTARE UNITA, DEVE DIVIDERSI. È la storia, paradossale, di due genitori

e dei loro tre figli. Loro sono peruviani, vivono in Italia da sei anni. Sono arrivati

col visto turistico e non se ne sono più andati, diventando clandestini. I genitori

hanno sempre lavorato, in nero, mentre i figli sono sempre andati a scuola. Quella

più grande, nel frattempo, è diventata maggiorenne. Poco prima che compisse i

18 anni, la scuola professionale che frequentava, anche in vista del futuro tirocinio,

si è posta il problema del suo permesso di soggiorno. I suoi insegnanti si sono rivolti

allo sportello di tutela legale della Casa della carità.

I docenti hanno esposto il caso. La ragazza è risultata portatrice di un disturbo

psichico, per cui si è deciso di chiedere un permesso per motivi umanitari. Le è

stato riconosciuto il ritardo mentale e concesso il documento. A quel punto è stata

avviata la pratica di regolarizzazione anche per i genitori, chiedendo al tribunale

dei minori l’applicazione dell’ex articolo 31, comma 3, norma che prevede la concessione

del permesso di soggiorno ai genitori per rimanere accanto ai figli disabili

(e in questo caso anche agli altri due minori, che frequentavano le scuole). Quando

giungono i nullaosta, la famiglia non è più clandestina.

Successivamente, la mamma ricorre alla sanatoria delle badanti e ottiene un

permesso di soggiorno. Così si svincola dal tribunale

dei minori, al quale avrebbe dovuto chiedere periodicamente

il rinnovo del permesso. La legge le consente

di regolarizzare anche il marito, utilizzando la

pratica definita di “coesione famigliare”. In pratica, si

tratta di un ricongiungimento a tutti gli effetti, con la

differenza che il coniuge da sistemare si trova già sul

territorio italiano e non deve arrivare dall’estero. Anche in questo caso, la Casa

della Carità avvia le pratiche e anche in questo caso tutto sembra procedere per

il meglio. ma a un certo punto la situazione cambia.

La primogenita, infatti, rimane incinta. Il padre del nascituro pare non ne voglia

sapere e così, quando il bambino viene alla luce, il nucleo famigliare aumenta

di un’unità. Il fatto costituisce un problema, perché tra i requisiti che la legge richiede

per la pratica della coesione famigliare c’è quello di un’abitazione idonea.

La casa della famiglia peruviana non è molto grande, cinque persone possono

anche starci, ma la presenza di un neonato, oltre che quella di una giovanissima

madre con un handicap, mutano la situazione. Le tabelle che incrociano metri

quadri e numero di persone sono inesorabili. La neomamma e il più piccolo devono

andarsene, altrimenti salta la coesione famigliare. Si cerca per loro un piccolo

appartamento: le cose si sistemano, in qualche modo. Ma la famiglia per restare

unita si è dovuta dividere. Morale: è corretto prevedere un’idoneità abitativa per i

nuclei famigliari, però questo tipo di tabelle non sono richieste per i cittadini italiani.

O, per lo meno, non per concedere un permesso per rimanere a vivere accanto

alla propria famiglia. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .33


scarpmilano

Un parroco di campagna, 115 anni fa, fondò un ospizio per

i derelitti. Oggi l’istituto è tra i più avanzati d’Italia per i disabili

Sacra Famiglia,

storia di duplice carità

di Stefania Culurgioni

C’era una volta un paesino di 1.300 persone in mezzo alla campagna

che circondava Milano. Era la fine del 1800 e in quel borgo abitavano braccianti

agricoli, pochi tra loro possedevano il loro pezzo di terra. Un giorno arrivò una notizia

che suscitò curiosità e una certa fibrillazione: sarebbe arrivato un parroco nuovo,

il suo nome era don Domenico Pogliani. La storia della Fondazione Sacra Famiglia

onlus potrebbe cominciare così. Oggi l’ente è uno dei più grandi in Italia in

un settore delicato: con la sua sede centrale a Cesano Boscone (il paesino d’allora,

oggi uno dei tanti centri-satellite di Milano) e le filiali sparse tra Liguria, Lombardia

e Piemonte, si prende cura di persone con disabilità psicofisica grave e gravissima,

e di anziani non autosufficienti. L’ente assiste ogni giorno oltre duemila utenti in

forma residenziale, diurna, ambulatoriale

e domiciliare. E continua a migliorare

la qualità dei suoi servizi, avvalendosi

del lavoro di circa duemila operatori

sanitari, sociosanitari e tecnico-amministrativi.

Ma le radici sono lontane.

La storia è lunga e vale la pena ricordarla

perché proprio quest’anno, il 2 giugno,

cade il 115° anniversario di nascita.

L’idea di un parroco di campagna

Torniamo, allora, a quel prete che alla fine

del 1800 venne mandato a prestare

la sua opera a Cesano Boscone. A quei

tempi, avere in casa un disabile o un

minorato mentale era motivo di vergogna

e si preferiva tenere la cosa nascosta.

Quella persona fragile, però, segregata

e isolata dalla vita comune e trattata

con poca attenzione, restava una

bocca da sfamare. E la cosa non era facile,

perché per gli abitanti della campagna

milanese non esisteva nulla, solo

tanta miseria. Don Domenico Pogliani

conosceva bene questa situazione.

Quando arrivò a Cesano Boscone

aveva 45 anni e trovò intorno a sé ignoranza

e povertà. E questa divenne la sua

principale preoccupazione: agire per gli

altri, occuparsi dei più disgraziati tra gli

esseri umani, dei più derelitti, abbando-

34. scarp de’ tenis giugno 2011

nati, discriminati tra i poveri che lo circondavano.

Accogliere, seguire, prendersi

cura di poveri, vecchi, infermi, ciechi,

storpi, dementi e di tutte quelle persone

che non avevano nessuno che si

prendesse cura di loro.

Così nel 1896 fondò l’Ospizio Sacra

Famiglia. Il sacerdote milanese scrisse:

“Scopo di questa casa sia la carità. Carità

corporale. Venire in aiuto e sollievo

a questi infelici fisicamente disgraziati

per imperfezioni, infermità, vecchiaia.

Carità spirituale: questa essere tenuta di

mira come la più preziosa. Istruire dunque

gli ignoranti, dare quelle cognizioni

possibili di Dio agli scemi affinché essi

pure lo lodino e lo amino”.

All’inizio dell’avventura la Sacra Famiglia

ospitava una trentina di persone,

nel giro di pochi mesi le persone raddoppiarono.

La retta era di una lira al

giorno e veniva pagata dai comuni o da

ricchi benefattori. I momenti difficili furono

davvero tanti, ma don Domenico

tenne sempre duro e quando morì la

Sacra Famiglia aveva già 25 ospiti e diventò

chiaro che questa opera non si sarebbe

più fermata. La prese in mano

monsignor Luigi Moneta che la fece

crescere ancora di più: creò 18 nuovi reparti,

aprì le sedi di Intra e Premeno, le

case di Cocquio Trevisago (Varese) e

Andora (Savona), fece costruire il teatro

e la lavanderia, ampliò la chiesa e organizzò

i primi soggiorni estivi al mare.

Nel 1955 gli ospiti assistiti erano quasi

3.500 e a prendersi cura di loro c’erano

le cento suore dell’ordine di Maria

Bambina, alle quali si aggiunsero le ancelle

della congregazione della Divina

Provvidenza. Cinque di loro vivono ancora

nell’istituto, memoria storica dell’ente.

Gli anni dopo la guerra

Il successore di monsignor Moneta alla

guida della Sacra Famiglia fu, nel 1955,

monsignor Piero Rampi. A partire dagli

anni Settanta l’istituto realizzò una vera

e propria riconversione: con la legge 118

del 1971, diventò centro interregionale

di riabilitazione e si dotò di tecnici, palestre,

strutture e servizi, sviluppando

un servizio ospedaliero, quella che oggi

è diventata la Casa di cura Ambrosiana.

Arriviamo quindi alla fine degli anni

Settanta: l’istituto sceglie di occuparsi

prevalentemente di persone con handicap

gravi e gravissimi, e di anziani

non autosufficienti. È un’epoca socialmente

e culturalmente critica: le istituzioni

sono spesso accusate di essere

chiuse e totalizzanti nei confronti dei

propri ospiti. I laici entrano in numero

massiccio nella struttura, affiancando

ancelle e suore.

Sul piano edilizio, nell’ultimo trentennio

si creano infrastrutture a Cesano

Boscone (laboratori, il reparto San Vincenzo,

la cucina centrale), vengono rinnovate

le filiali di Regoledo di Perledo e

Cocquio, la struttura di vacanza ad Andora

mare e il servizio diurno ad Abbia-


tegrasso. Nel 1977 viene emanato il decreto

legge n. 616: gli “enti inutili” (così

vengono semplicemente definite, a

priori, tutte le Ipab – Istituzioni pubbliche

di assistenza e beneficenza – come

la Sacra Famiglia) vengono sottoposti a

un esame, al termine del quale possono

essere soggetti a soppressione.

Sono quattro anni di vera e propria

“ibernazione” per la Sacra Famiglia; la

direzione dell’istituto ha soprattutto la

preoccupazione di garantire il servizio

e i posti di lavoro. Finalmente, nel 1981,

viene approvato il decreto di “non assoggettabilità”:

l’Istituto Sacra Famiglia

resta vivo e mantiene la propria autonomia

amministrativa e operativa. Il

1981 è anche l’anno dell’ingresso dei

padri cappuccini nell’istituto; l’attività

religiosa viene distinta dalla gestione.

Dopo monsignor Rampi l’istituto è presieduto

da monsignor Attilio Nicora, il

quale nel 1989 lascia la presidenza a

monsignor Enrico Colombo.

Nel 1997 la Sacra Famiglia diventa

Fondazione onlus. Dopo oltre 115 anni

di vita, la Fondazione è oggi riconosciuta

come gestore plurimo di una rete variegata

di servizi sanitari e assistenziali

e garantisce cure continuative alle disabilità

cognitive di bambini, adulti e anziani

in regime residenziale, diurno,

ambulatoriale e domiciliare. L’ente è oggi

accreditato in tre regioni (Lombardia,

Piemonte, Liguria).

I nostri giorni

Le novità hanno continuato a succedersi,

negli ultimi anni. Dopo il rinnovo

della struttura di Regoledo (154 posti

letto totali), a Intra è stato completato

l’edificio San Francesco e sono stati costruiti

l’edificio San Domenico, la sala

polivalente, la casa suore, e ampliato il

reparto San Giorgio. Ultimamente si è

costruito il nuovo reparto San Giuseppe

mentre sono ancora in corso i lavori per

rinnovare il reparto Santa Maria Bambina.

Ad Andora è stata rifatta la struttura

Mare, è stato costruito il nuovo reparto

Andora Monte e acquistata e rinnovata

la residenza per disabili Villa Tibaldi.

Nel 2000 ha avuto inizio l’attività

di due nuove strutture: un centro residenziale

per giovani con handicap gravi

a Fagnano di Gaggiano (Mi) e un centro

diurno integrato per anziani a Cesano

Boscone, a Villa Sormani. Parallelamente

è stato dato nuovo impulso alla for-

Dalla parte dei vulnerabili

Un’immagine sorridente di un’operatrice

e un ospite della Sacra Famiglia

mazione permanente del personale,

con l’apertura nel 1997 del centro di formazione

permanente “Monsignor Luigi

Moneta”, costituitosi nel 1997.

È proprio nella sede di Cesano Boscone

che si è realizzato il più grande lavoro

di rinnovo delle strutture: prima i

reparti San Giuseppe, San Carlo e San

Luigi (che ospita persone anziane non

autosufficienti), poi nel 2001 sono state

realizzate le “5 Stelle”, complesso di cinque

unità residenziali che accolgono 300

ospiti e offrono percorsi innovativi di assistenza

e riabilitazione. Per alleggerire

le presenze a Cesano Boscone, sono

inoltre nate le comunità alloggio di Settimo

Milanese, Buccinasco, Albairate.

Nel 2008 ha avuto inizio il piano di

delocalizzazione della Fondazione; l’idea

è aprire la “cittadella della disabilità”

avvicinandosi ai luoghi dove i bisogni

si manifestano, garantendo vicinanza

territoriale tra gli ospiti e la loro rete

scarpmilano

relazionale. Nell’ottobre 2008 è stata

inaugurata la filiale di Settimo Milanese,

che accoglie oggi 170 persone, struttura

nuova, moderna, che ha rappresentato

un miglioramento per la qualità di vita

degli ospiti. Sempre nel 2008 è iniziata

la collaborazione con le suore del Cottolengo,

che ha portato all’acquisizione

della struttura di Varese Casbeno. Anche

la filiale di Cocquio ha subito un notevole

cambiamento, con l’inaugurazione

del nuovo edificio dedicato al fondatore

monsignor Pogliani.

Nel 2009 la Sacra Famiglia ha iniziato

a collaborare con la Fondazione Lism

(Lega italiana sclerosi multipla) per realizzare

e gestire una struttura dedicata

ai malati di sclerosi multipla a Inzago

(Mi); nel maggio 2009 è entrata in funzione

la residenza “Simona Sorge”, pensata

per situazioni di disagio di persone

adulte (18-65 anni) con disabilità fisica

conseguente a sclerosi multipla e patologie

affini o come esito di trauma. Tempi,

competenze e risposte cambiano.

L’intento resta sempre quello: dare corpo

alla carità, corporale e spirituale. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .35


Progetto

creativo

a cur cura a di: DC CComunicazione

omunicazione - - CC

Comune omune di MMilano

ilano

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l’altra milano

In fabbrica. Poi in negozio. Oggi in strada. Ma tiene duro. Col furgoncino

Ambulante “fuori le mura”,

Sabino si reinventa sempre

di Antonio Vanzillotta

S

La crisi ha ribaltato più volte

la sua vita. Ma lui non s’è

dato per vinto. Vende borse,

cambiando posto ogni due ore

ABINO È NATO A BARI 50 ANNI FA, MA LUI SI RITIENE MILANESE, dato che suo padre è stato

un operaio all’Alfa di Arese. Dal 1987 al 2000 è stato responsabile di reparto nella

ditta di rubinetterie dove lavorava insieme alla moglie. E insieme sono rimasti

senza lavoro nel momento in cui l’azienda ha chiuso. Si sono rimboccati le maniche

aprendo un negozio d’abbigliamento e borse; ma con la crisi questa attività

non ha avuto i successi sperati. Sabino però non si è abbattuto. Si è iscritto alla

Camera di commercio come ambulante con la licenza “B”, ha aperto la partita

Iva e investito i risparmi che gli sono rimasti in un furgoncino, diventando così

“ambulante itinerante” di borse, sempre in compagnia della moglie.

«A Milano – spiega Sabino – gli ambulanti itineranti non possono entrare nella

cerchia dei bastioni. Di conseguenza devo circumnavigare la città e cercare il posto

più adatto che, però, non deve essere fisso: dobbiamo spostarci ogni due ore

e possiamo sostare soltanto dove non si ostruisce il traffico. Quindi ci spostiamo

continuamente tra corso XXII marzo, Città studi e Porta Genova».

Una situazione tutt’altro che agevole, dopo una vita di lavoro regolare (nel

senso, anche, di abitudinario). «Non c’è alternativa – spiega ancora Sabino –. Se

per caso dovessi accedere nel centro di Milano mi sequestrerebbero subito il camioncino.

Per fortuna con i vigili urbani non ho mai avuto problemi. Solo una

volta, all’inizio, quando avevo appena cominciato a vendere. Non sapevo che dovevo

stare fuori dalle mura e mi ero avvicinato al centro città: un vigile si è avvicinato

e ci ha trattato malissimo. Erano i primi giorni di lavoro dopo tutte le traversie

che avevamo passato. Non è stato facile: mia moglie quella scena se la ricorderà

per tutta la vita».

Difficile e pesante, il lavoro che si è scelto Sabino non ammette turni di riposo.

«Il prodotto che vendiamo è di qualità – racconta Sabino –, tutto realizzato in Italia.

Ggrazie ai contatti con i vecchi fornitori, sono in grado di soddisfare le richie-

ste dei clienti. Però i margini di guadagno sono davvero

risicati...».

Sabino e la moglie vendono quasi sempre al pomeriggio,

al mattino sistemano il campionario oppure,

tramite internet, cercano fiere e feste di quartiere

a cui partecipare con il loro camioncino. «Questo lavoro

è così – ammette Sabino –, le soddisfazioni ci sono ma non puoi mai fermarti

un attimo. Sennò il guadagno non c’è più». Chiediamo se da ragazzo immaginava

di fare l’ambulante e Sabino rivela che dopo le scuole dell’obbligo ha sempre lavorato,

svolgendo diverse mansioni: «Ho iniziato come cameriere fino a gestire

da solo un bar. Il lavoro che ho svolto con più passione, prima di entrare in fabbrica,

è stato il bagnino alla piscina comunale Solari: era bellissimo perché facevo

le mie ore e mi tenevo in forma, adesso invece devo correre senza fermarmi un

minuto e riusciamo appena a sopravvivere. I pochi soldi che si guadagnano entrano

da una tasca ed escono dall’altra. Che bisogna fa pe’ campà...». .

giugno 2011 scarp de’ tenis

.37


38. scarp de’ tenis giugno 2011

torino

A Torino 13 mila richieste di sostegno all’affitto, 3 mila sfratti

nel 2010 e 10 mila famiglie in attesa di un alloggio popolare

Diritto alla casa,

serve una svolta

« A Torino la

contraddizione

sta nel fatto

che si

costruisce

molto,

ma per fare

soldi, non

per rispondere

ai bisogni

delle

famiglie»

Errata corrige

A causa di alcuni inconvenienti

redazionali, nel numero 147

a pagina 56 la poesia “Non è giusto”

è stata erroneamente attribuita

a Gheorghe Mateciuc,

nel numero 149 all’articolo

“Opportunanda ospita in stage

gli alunni dell’istituto Federico”

manca la firma di Gheorghe Mateciuc,

nel numero 151 la poesia

“Chiesa di San Luca” porta

la firma Massimiliano Giaconella

ma l’autore è Gheorghe Mateciuc.

Ce ne scusiamo con l’interessato

e con i lettori.

Precisiamo inoltre che la dottoressa

Francesca Pecorari, di cui si parla

nel numero 151 in un articolo

alle pagine 44-45, non ha ancora

ottenuto il titolo di avvocato,

erroneamente attribuitole,

essendo ancora in attesa

degli esiti dell’esame

di abilitazione alla professione.

di Massimiliano Giaconella

Come trasformare il diritto alla casa in un diritto essenziale? Che politiche

mettere in campo per garantire un tetto a tutti, anche alle fasce più povere

della popolazione? Sono queste alcune delle domande a cui si è cercato di rispondere

in “Pochi alloggi e sempre più cari: dove è finito il diritto alla casa?”, incontro

con Giovanni Baratta, esponente del sindacato inquilini della Cisl, organizzato dall’associazione

Opportunanda. «In Italia – ha ribadito Baratta – c’è stata un’incentivazione

alla proprietà rispetto all’affitto. Ma se a livello nazionale la percentuale dei

proprietari è dell’80%, nelle grandi città il rapporto è diverso: a Torino, nello specifico,

siamo intorno al 40% di famiglie in locazione, costrette quindi a pagare il canone.

Dal dopoguerra a oggi il problema della casa non è cambiato molto. Nel 2007

in Italia sono stati eseguiti 20 mila sfratti.

La questione abitativa non riguarda

chi non trova casa, ma chi non riesce

più a permettersi quella in cui abita».

Oltre 3 milioni vivono in affitto

In Italia le famiglie che vivono in affitto

sono 3.200.000. Gli affitti, il cui costo dal

2000 è in media raddoppiato, sottraggono

reddito alle famiglie e di conseguenza

contibuiscono ad avvicinarle alla soglia

di povertà. Alla scadenza del Piano

Casa nel 1988, e per tutti gli anni Novanta,

la questione casa è divenuta un’emergenza

sociale, tanto che è esploso il

numero di occupazioni a scopo abitativo.

«Oggi – dice ancora Baratta – la maggior

parte delle famiglie possiede la casa

in cui vive, un fenomeno spiegato dalla

ridottissima offerta di affitti sociali. L’offerta

del libero mercato determina l’aumento

dei canoni, e di conseguenza la

propensione all’acquisto, elemento favorito

anche dal facile accesso ai mutui.

Il fatto preoccupante è che la casa oggi è

molto spesso concepita in una logica di

rendita (ci sono 500 mila unità abitative

a Torino, a fronte di 442 mila famiglie residenti).

La ristretta immissione sul mercato

fa sì che il costo degli affitti cresca

moltissimo, mentre non altrettanto avviene

al reddito della popolazione, che

fatica ad arrivare a fine mese».

Immagine

riflessa

Il gioco della vita a volte cambia,

non sei più tu a manovrare i fili.

Come si sta nella veste

del burattino?

Ti vedo pieno di paure,

chiedi a me se ce la farai.

Potrei dirti: no.

Di solito ciò che si è dato

viene reso.

Se sarai abbastanza forte

sopravviverai nella giungla.

Altrimenti sceglierai

di lasciarti vivere.

Guarda lo specchio,

sfumature venate,

intrecci,

mosaici.

Leggi bene dentro,

butta via rabbia

e vendetta,

guarda oltre,

indossa corazze.

Maschere

che imparerai a togliere.

Nemesi


Gli aiuti pubblici risolvono poco, in

questo scenario. Dal 2000 al 2009 il contributo

erogato dal fondo nazionale per

il sostegno degli affitti è diminuito: era

1.430 euro annui per famiglia, oggi è 734

euro. Intanto a Torino le domande di

questo sostegno sono passate dalle 5

mila del 2000 alle 13 mila attuali (bando

chiuso qualche mese fa). Sul fronte degli

sfratti le notizie non sono certo migliori:

nel 2010 a Torino sono stati più di

3 mila. E le domande di casa popolare,

in città, ammontano a 10 mila, mentre

il comune riesce a garantire l’assegnazione

di sole 500 case all’anno.

Servono affitti calmierati

«Oggi sarebbe necessario costruire case

destinate ad affitti calmierati (circa 250

euro al mese) per tante famiglie – ha

continuato Baratta –. Invece nel piano

regolatore di Torino è prevista la costruzione

di migliaia di appartamenti che

saranno destinati alla rendita. Dal momento

che la popolazione torinese è

stabile sotto il milione di persone e nessuno

prevede alcun grande incremento,

a chi giova costruire? La contraddizione

sta nel fatto che si costruisce molto, ma

per fare soldi e non per rispondere ai bisogni.

Una risposta possibile potrebbe

essere quella di incentivare l’edilizia

pubblica e coinvolgere anche i privati

(per ogni edificio costruito, un certo numero

di appartamenti destinati all’edilizia

popolare). Inoltre bisogna sconfiggere

l’idea che le case popolari “vanno

bene ma non vicino a casa mia”: trovo

assurdo che la vicinanza di una casa popolare

finisca per deprezzare il valore di

altri immobili. E bisogna ripristinare le

sovvenzioni e gli aiuti agli inquilini pensantemente

tagliati dall’attuale governo».

.

scarptorino

Homeless alle urne/1

In pochi hanno votato:

«Sì alla tassa sulla ricchezza»

Nel contesto sociale di Torino sono aumentati i problemi per

le persone in difficoltà, specialmente per le persone senza dimora. Il nuovo

sindaco dovrà tenere conto di questo aspetto. Molte persone sono

disoccupate o senza un lavoro sicuro, altre hanno perso la casa, il prezzo

dell’affitto è aumentato e le bollette sono schiaccianti. Molte persone sono

costrette a dormire nei dormitori e non riescono a rialzarsi in piedi per

riavere una vita normale e la dignità. La necessità di risolvere i problemi di

queste persone deve affiancarsi ad altre priorità, come la sicurezza dei

cittadini e la qualità dell’ambiente. Cercando di capire l’interesse dei

cittadini senza dimora per le elezioni comunali, ho fatto un sondaggio tra

alcune decine di persone che frequentano i dormitori, sia pubblici che

privati. E il risultato è stato sorprendente: la maggior parte non si è

presentata a votare, altri pensano che non cambierà nulla, infine alcuni di

loro rifiutano di cooperare. Tuttavia questi ultimi alla fine si dicono

rassegnati per i loro problemi e credono che dovranno rimanere in “lista di

attesa” per sempre. Ci sono persone che non hanno potuto votare per aver

perso la residenza ma che avrebbero voluto farlo. Oltre che con i senza

dimora ho parlato con alcuni operatori delle cooperative che gestiscono i

dormitori. Anche loro fanno molti sforzi per tirare avanti ogni mese e

garantire un minimo di servizi. Inventano un po’ di tutto per sostenere le

loro attività e cercano di procurarsi i fondi per sopravvivere, aggiudicandosi

bandi a budget sempre più bassi. Personalmente sono d’accordo con chi,

come si propone in alcuni paesi europei, vorrebbe istituire una “tassa sulla

ricchezza”: c’è bisogno di maggior redistribuzione, magari partendo proprio

dal nostro comune. Gheorghe Mateciuc

Homeless alle urne/2

Vasile, stanco della strada

«Sindaco, ascolta chi ha bisogno»

Frequento i giardini di fronte alla stazione di Porta Nuova, qui

incontro persone e ascolto molte storie. Nei giorni prima delle elezioni

comunali ho parlato con diversi amici di cosa voglia dire la vita in strada.

Ho scelto di raccontarvi la storia di Vasile (il nome è di fantasia). È sbarcato

a Bari dalla Romania ed è arrivato a Torino perché i suoi paesani gli avevano

detto c’era lavoro. Un sabato ha preso il treno per Torino, è arrivato alla

stazione di Porta Nuova, ma i suoi amici non c’erano più. Così è rimasto

solo a girare per Torino, in cerca di un lavoro. Da circa quattro mesi vive in

strada e dorme sui treni. Va a mangiare alla mensa della parrocchia di

Sant’Antonio. Per la colazione si appoggia all’associazione Oppurtunanda,

dove rimedia caffè, latte, tè e biscotti. Inoltre lì può trovare persone che gli

danno informazioni utili. Per vivere va a chiedere soldi alle parrocchie, ma

spesso gli dicono che non danno più offerte. Ci rimane molto male, ma dice

che con l’aiuto di Dio andrà avanti lo stesso. La domenica va a prendere i

panini in via Belfiore, la fila è lunga e bisogna aspettare il proprio turno.

Vasile è stanco di fare questa vita, vorrebbe cambiare ma non sa come fare.

Capisco le sue difficoltà e quelle di coloro che sono in strada, le ho provate

in prima persona: il sentirsi abbandonati dalle istituzioni, la mancanza di un

rifugio sicuro, la possibilità di guadagnare qualche soldo. Speriamo che il

nuovo sindaco sia più attento ai bisogni delle persone in difficoltà.

Roberto Capuano

giugno 2011 scarp de’ tenis

.39


40. scarp de’ tenis giugno 2011

genova

Dodici ragazzi tunisini accolti dalla Fondazione Auxilium.

Dodici storie di giovani, che sperano in un futuro migliore

Aziz in paradiso

«Ma dov’è il lavoro?»

di Mirco Mazzoli

Hakram ha 27 anni e cammina in modo irregolare: una gamba è ancora

debole, sta recuperando i postumi di una pistolettata. È successo a Tunisi, nei giorni

delle rivolte contro il presidente Ben Ali. Insieme ad altri dodici giovani tunisini, è

ospite della Fondazione Auxilium – nella struttura di via Asilo Garbarino, a Genova

–, che con la Caritas diocesana sta partecipando al piano nazionale di accoglienza

dei migranti, nel quadro della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”. Sotto la visiera

del berretto scucito ad arte, come vanno ora, Hakram ha lo sguardo stanco e teso.

Chiede se questa intervista lo aiuterà a trovare un lavoro. Aziz, il nostro interprete,

gli spiega che no, non si erano capiti, è un’altra questione, qui si tratta di far conoscere

ai genovesi le storie di chi è arrivato dall’Africa, di far capire che sono persone

e non solo un problema da gestire.

Hakram è confuso, poi a sorpresa

accetta di proseguire. «Sono scappato

perché mi vogliono ammazzare».

Chi?

Un poliziotto, un maresciallo. È lui che

mi ha sparato. Ero alla manifestazione

contro il governo, a Tunisi.

Sei di Tunisi?

No, vengo da un’altra provincia.

E sei andato in capitale a protestare?

Certo. Ci siamo andati tutti. Il maresciallo

sa chi sono, mi ha conosciuto in

carcere.

Che ci facevi in carcere?

Mi sono scontrato con un bourgeois, un

borghese, un ricco, che aveva raggirato

la mia famiglia. La corruzione è ovunque.

E anche l’ingiustizia. Mio padre ha

lavorato 17 anni al porto e oggi ha una

pensione di 120 dinari, 60 euro. Non basta

a nulla. L’ultima bolletta della luce

era di 110 dinari. Siamo un paese ricco

di gas naturale e a noi tunisini una

bombola per l’uso di casa costa 7 dinari.

In più, non ci sono possibilità di lavorare.

Metterò tutte le mie forze per trovare

un lavoro qui.

Cosa si dice del lavoro in Italia, nel

vostro paese?

Che c’è chi lo trova e chi no.

Per lavorare Hakram ha lasciato la

famiglia, ha pagato 750 euro per un po-

sto su una vecchia barca con altre 200

persone. Gli chiediamo se ha parenti in

Italia o in Francia. «Non ho nessuno,

non mi serve nessuno. Credo in Dio».

Abdul invece ha 32 anni, la faccia

paffuta ed espressioni forti e pulite.

«Ho sette sorelle e due fratelli. Lavoravamo

solo io e una sorella, ma poco.

Io facevo la stagione turistica ad Hammamet.

Nel barcone eravamo in 220.

Uno sull’altro. Durante la traversata ho

visto molti cadaveri in mare».

Cosa pensi della situazione nel tuo

paese?

Che non c’è libertà. Se non hai soldi non

hai diritti; se non hai qualcosa da passare

sottobanco, anche solo un pacchetto

di sigarette o una bottiglia d’acqua,

non ottieni nulla. E se sei nato povero

resti povero.

Tutto in Tunisia è iniziato per il suicidio

di un dottore, costretto a far il venditore

ambulante «perché senza agganci

non emergi». Esasperato da richieste

e multe che riteneva ingiuste, è andato

davanti al municipio e si è dato fuoco.

«Da noi c’è un detto – fa notare Aziz, l’interprete

–: se vivi nobile, muori nobile.

L’esempio di quell’uomo e la fede in Dio

ci hanno spinti a scendere in piazza».

Non avevi paura di morire?

No. Sono morto già molti anni fa.

Hai speranze per il tuo paese?

È facile demolire una casa ma per ricostruirla

ci vuole molto tempo. Noi

aspettiamo qualcosa di nuovo che ci

aiuti a ricostruire il nostro futuro. Per il

momento, cerco di aiutare la mia famiglia,

sperando in un domani migliore

per poter rientrare in Tunisia.

«Dobbiamo ripartire dal basso – aggiunge

Aziz – ma serve molta fatica. La

nostra generazione deve trovare la forza

di abbandonare corruzione e violenza».

Anche Makram è scappato con la

speranza di rifarsi una vita, parla appoggiando

i gomiti sulle ginocchia, affaticato.

«A casa ho i genitori e sei fratelli

maschi. Uno è sposato, uno è malato, gli

altri sono troppo piccoli. Così sono partito

io. Sapevo che avrei rischiato la vita

nel viaggio. Credo in Dio e mi sono messo

nelle sue mani».

Come ti hanno accolto in Italia?

A Lampedusa ho avuto una buona accoglienza,

ci sono rimasto quattro giorni,

poi ci hanno trasferiti a Catania, per

una settimana e mezza. Infine a Genova.

Come ti trovi qui?

Bene. Ma devo trovare un lavoro. Senza

lavoro si sta male. Anche in paradiso. .


Io non

credo

Io non credo / ma prego

e prego che ciò in cui non credo sia

vero. / Prego che ci sia qualcuno,

qualcosa / che il mare lasci

così com’è / e che invece salvi

quei bambini e quelle madri

ai barconi aggrappati /

che il vento lasci spirare / per dove vuole

ma non lasci al freddo

gli sfortunati / e i barboni /

che al sole lasci dare

il suo giusto calore / e non il troppo

che l’uomo ha inventato /

che a madre terra lasci fare /

i suoi veri frutti /

e non i mostri velenosi /

dal nulla pompati /

che il tutto sia il tutto /

e il niente, niente. /

Prego che: /

una passeggiata /

sia una passeggiata /

che dormire /

sia un sogno /

che mangiare /

sia un nutrire l’anima /

che volere bene /

sia un piacevole dovere. /

Che sia l’uomo a cambiare /

non con medicine /

o con l’imposizione / ma con

l’amore / che da dentro

si è dato /

quando si è fatto lui /

padrone del creato.

Michele La Rosa

Destinazione Paradiso

Giovani africani

e magrebini in arrivo

a Lampedusa su

un’imbarcazione di fortuna

scarpgenova

Rifugiati

Le Caritas liguri in prima fila

«Faticoso gestire il problema»

C’è una porta di entrata, Lampedusa, e una di uscita, o meglio di

tentata uscita: Ventimiglia. In Liguria, anche tra le istituzioni, c’è chi ha voluto

paragonare la gravità delle due situazioni: il confronto nei numeri ancora non

regge, ma il tenore e i protagonisti dell’emergenza sono gli stessi. Nell’ultima

cittadina di frontiera i giovani nordafricani cercano l’inizio improbabile di una

nuova storia. E intanto, finché non finiscono la speranza, di giorno si fermano

nelle vie del centro, di notte chiedono un letto al centro di accoglienza da 38

posti gestito dalla Croce rossa militare nell’ex caserma dei vigili del fuoco

(ancora attivo mentre andiamo in stampa). Chi arriva tardi, dorme in stazione o

in spiaggia. L’ambizione è rimanere a Ventimiglia il tempo necessario a ottenere

il permesso di soggiorno temporaneo e qualche euro. Poi via, verso la Francia:

ma passare al di là non è facile, i casi di respingimento sono quotidiani. E ci

sono già quelli che rientrano in Italia con le pive nel sacco.

In un mese oltre mille cittadini tunisini hanno sostato nel centro di accoglienza,

dove Caritas Ventimiglia-Sanremo è stata sempre presente

con quattro volontari, a supporto della distribuzione della cena. Da gennaio,

inoltre, la Caritas ha consegnato più di 4.500 pacchi viveri e compiuto 1.300

interventi per assicurare vestiario e scarpe. Aiuti anche dalle Caritas di Nizza e

del principato di Monaco. Per aggiornarsi e condividere i dati, le Caritas liguri si

sono incontrate a Chiavari. «Ventimiglia inizia a soffrire la situazione –

commenta il direttore della Caritas diocesana, Maurizio Marmo –. Non sono

pochi i tunisini che chiedono l’elemosina per mettere insieme il denaro

necessario a entrare in Francia. Resta massiccia la presenza di forze

dell’ordine. Il nostro impegno é quello di potenziare il servizio di informazioni per

aiutare i tunisini a capire il da farsi». Anche a Sanremo il problema maggiore è

la presenza dei migranti in strada: qui si sono registrati anche alcuni disordini e

qualche caso di spaccio. «Occorre agire su più fronti – spiega Marmo –:

sostenere il rientro in Tunisia di tutti coloro che lo desiderano, collaborando con

l’Organizzazione internazionale delle migrazioni che, grazie a fondi europei, paga

il volo da Roma a Tunisi e consegna 200 euro a chi rientra nel proprio paese;

inserire quanti rimangono in Italia nei piani di accoglienza nazionali; fornire

ulteriori informazioni sulla prospettive reali per chi vuole raggiungere altri paesi

europei».

Savona vive invece il ritorno di quanti si allontanano dalla frontiera: «Per alcune

settimane, il tempo necessario all’ottenimento del permesso di soggiorno,

abbiamo avuto in città 300 immigrati che hanno dormito sui cartoni in stazione

– riferisce don Adolfo Macchioli, direttore Caritas –.

Caritas e Croce Rossa si sono attivate per accogliere degnamente queste

persone, trovando 80 posti: abbiamo aperto anche le canoniche. La fase acuta

è passata, ottenuto il permesso la maggior parte dei tunisini è ripartita». A

Genova 12 tunisini sono stati accolti dalla Fondazione Auxilium.

«Questa emergenza ne sta generando altre – ha fatto notare la Caritas

diocesana del capoluogo ligure –: un’emergenza dei diritti dei migranti,

di fronte a un’organizzazione dell’accoglienza non perfetta, e per contro

un’emergenza della paura e del sospetto che si diffondono nella popolazione

locale, di fronte a questo tipo di immigrazione».

La gestione faticosa dell’emergenza è in effetti un problema registrato da tutte

le Caritas: specie nelle prime settimane ha tenuto banco una certa confusione

sui numeri di migranti in arrivo e sul loro status, sull’autorità competente, sui

siti pubblici e del privato sociale destinati all’accoglienza, sulle regole entro le

quali muoversi.

giugno 2011 scarp de’ tenis .41


«L’acqua mi ha spiegato che quando sono teso e mostro la parte dura

di me rimango piantato lì, non vado avanti. Ma quando divento morbido e disteso

mi fa avanzare, e questo appartiene alla vita». È questo il commento di uno dei dieci

ragazzi che hanno fatto parte della squadra di Pallanuova, un progetto di prevenzione

del disagio dedicato ai giovani, giunto ormai alla sua quinta edizione.

Voluto dalla Caritas diocesana vicentina, dai comuni di Dueville, Monticello

Conte Otto e Vicenza, e appoggiato dal Coni, il progetto è sviluppato dalla cooperativa

“Il Mosaico” e dagli psicologi Emanuele Goldin e Giorgia Bogoni – responsabili

per l’ambito giovani del Progetto Dialogo della Caritas – e da Alfredo D’Ilario, di

Alma Studio, psicologo, ex giocatore di pallanuoto ed esperto di conduzione di

42. scarp de’ tenis giugno 2011

vicenza

Un progetto originale. Per prevenire il disagio tra i giovani.

La pallanuoto, come esperienza di confronto e aggregazione

Pallanuova: in acqua

mi conosco meglio

di Cristina Salviati

gruppi. «Il tema di quest’anno – racconta

D’Ilario – era la sfida. In un mondo

che macina, che corre troppo, spesso

non si pensa ai giovani e alle difficoltà

che trovano a crescere in una società

« Giocando

in acqua

si impara

a conoscere

e a rispettare

gli altri,

anche se

ci attaccano e

ci colpiscono,

naturalmente

per gioco»

Nuotando si impara

I protagonisti del progetto

Pallanuova prima di una partita

che non sembra fatta a loro misura».

E così a un gruppo di ragazzi, otto

italiani e due stranieri, tra i 19 e i 27 anni,

si è proposto di sfidarsi, dentro l’acqua,

giocando a pallanuoto. Durante un’intera

settimana di convivenza i membri

del gruppo hanno imparato a conoscersi

e ad apprezzarsi, partendo dalla presa

di coscienza di sé.

Così esprimono il loro disagio

«Con gli esercizi di body feeling – spiega

ancora D’Ilario – e con i dialoghi facciamo

sì che i ragazzi immaginino il proprio

mondo interiore e riescano a espri-


mere agi e disagi. Giocando in acqua,

poi, si impara a conoscere e a rispettare

gli altri, anche se ci attaccano e ci colpiscono,

naturalmente per gioco».

I risultati sembrano dargli ragione:

«Uno dell’altra squadra mi stava addosso

– racconta un altro protaginista del

progetto –. Era sopra di me, in un’altra

occasione avrei dato di matto e non l’avrei

fatto fare. Invece è il gioco: mi sono

sentito più forte, provando a giocare».

I risultati del progetto sono esaltanti.

«La riuscita – sintetizza lo spicologo

– la si misura da quanto si sono combinate

le differenze culturali tra chi è vicentino

di origine e chi proviene da altre

parti d’Italia o altri paesi. C’è chi ha

superato l’imbarazzo di condividere la

quotidianità tra maschi e femmine, chi

ha riflettuto sull’inutilità del bullismo

per farsi rispettare, chi ha rivisto regole

familiari tradizionali in nome di una

nuova libertà: ci si può innamorare anche

se i tuoi genitori hanno già stabilito

il tuo matrimonio da quand’eri piccolo,

e l'amore cambia tante cose...».

Il 7 maggio conclusione del progetto

con una “partitona”: «Ora so che anche

quando penso di non farcela più,

se ci credo, posso dare di più», ha commentato

uno dei protagonisti. .

Il caso

Badanti che maltrattano,

televisione che disinforma...

scarpvicenza

Ecco come la televisione può disinformare

con un semplice programma di intrattenimento. Nella

puntata del 26 marzo scorso della Vita in diretta,

condotta da Mara Venier, si è trattato l’argomento

“badanti”. L’inizio era un breve documentario, collage

di filmati realizzati dai parenti con telecamere

nascoste, nell’atto di riprendere maltrattamenti da

parte delle assistenti ai danni degli anziani. A questo è seguito l’intervento

di una signora che accusava la badante bulgara di averle “rubato il marito”

e di aver avuto un figlio da lui. Durante il racconto la parola “bulgara” era

continuamente ripetuta, soprattutto dalla conduttrice. Poi è arrivato il turno

della “rumena”, un’altra assistente accusata, stavolta da due fratelli,

di aver non solo rubato, ma addirittura aggredito la madre, che sarebbe

morta a causa dei maltrattamenti. Anche qui, la badante era rumena,

rumena, rumena… Finalmente è arrivato il turno della presidente nazionale

di un’Associazione badanti, che avrebbe dovuto spiegare le molteplici

difficoltà di lavoro e inquadramento di queste lavoratrici, riportando il quadro

a dati più reali: è pur vero che casi di sopruso avvengono in questo come

in tutti i lavori, ma intanto non sono solo gli stranieri a delinquere, inoltre

la maggior parte di questi rapporti di lavoro funzionano, al punto che le

badanti sono elemento fondamentale, in Italia, per l’assistenza degli anziani.

Il tempo per la replica della presidente però non c’è stato, con una scusa

la Venier l’ha rimandata a casa senza permetterle di parlare. E neanche

una parola sulle tante storie orrende vissute di persona dalle badanti che

finiscono in cura psichiatrica o si ammalano gravemente fino a suicidarsi, a

causa di condizioni di vita e lavoro disumane. Nessun accenno ai “contratti”

tutt’altro che legali e nemmeno alle tante badanti costrette ad accettare

di lavorare in nero senza diritti né garanzie. Maya Mihaylova

Le storie di Nestor

La bellezza non è un merito:

bisogna rispettare tutti

C’era una volta una ragazza troppo elegante, troppo, troppo

elegante: per parlare con lei dovevi come minimo avere l’auto, altrimenti se

osavi fermarla ti rispondeva male. Un giorno un uomo esperto di medicina

tradizionale, che aveva sentito parlare di quella ragazza, volle incontrarla,

ma appena lo vide quella cominciò a gridare: «Cosa ho a che fare io con te?

Non posso parlarti». L’uomo allora si infuriò molto e, tornato a casa, preparò una

pozione: ogni volta che la ragazza si coricava le scappava la pipì. Ogni notte

bagnava il letto e in breve rimase sola. Come fare? La ragazza si consigliò con il

padre, che la accompagnò a casa dell’uomo di medicina: lei aveva molta paura,

perché non aveva detto tutta la verità al padre. L’uomo di medicina disse: «Ti

devi fermare a casa mia per quattro notti; ti dovrò bagnare continuamente con

questa medicina e vedere se il problema scompare. Non potrai andartene da

casa mia prima di questa scadenza». Così la ragazza fu costretta a passare

quattro notti in casa di una persona che aveva offeso e trattato male. Questa

storia è successa davvero in Burkina Faso ed è stata rielaborata come fiaba da

Nestor Malgoubri, per ricordare alle ragazze belle ed eleganti che devono

rispettare chi le avvicina gentilmente, anche se è povero.

giugno 2011 scarp de’ tenis .43


I tanti rivoli

dell’accoglienza

44. scarp de’ tenis giugno 2011

modena

Il territorio di Modena ha organizzato piccoli nuclei, per ospitare

158 persone dal Nord Africa. Il contributo di Caritas e diocesi

di Paolo Seghedoni

Anche a Modena sono arrivati, e sono in arrivo, profughi e rifugiati dal

Nord Africa. O comunque persone che sono partite da quell'area per raggiungere

il nostro paese.

Da subito anche la chiesa modenese si è detta disponibile ad accogliere alcune

di queste persone, ed è stato lo stesso arcivescovo, monsignor Antonio Lanfranchi,

a dare questo input. E così tramite la Caritas diocesana, la chiesa di Modena è già

in campo da tempo, con gesti di accoglienza e solidarietà concreta.

In particolare la diocesi di Modena-Nonantola si è detta disponibile ad accogliere

17 persone, delle 158 destinate alla provincia di Modena in questa prima

tornata. La situazione è fluida e in continua evoluzione: ai primi dieci arrivati (un

gruppo di tunisini con il permesso di soggiorno temporaneo, di cui quattro sono

rimasti per il momento nel centro di accoglienza modenese) se ne sono aggiunti

altri di altre nazionalità. In particolare

a Modena è arrivato un gruppo di profughi

della Costa d’Avorio, passati per il

Nord Africa: il gruppo, composto da

dieci persone, è stato poi trasferito al

centro stranieri del comune di Modena

e accolto da strutture comunali.

Poi è stata la volta di un gruppo di

sei profughi originari del Bangladesh,

che però vivevano e lavoravano in Libia:

fuggiti dal paese di Gheddafi in seguito

al conflitto armato, queste persone ora

sono accolte dal centro Porta Aperta.

«Anche quando non vi saranno permanenze

prolungate, Porta Aperta –

spiega il direttore, Giorgio Bonini – farà

da filtro nei primi giorni di soggiorno,

prima dello spostamento in altre realtà,

proprio per fornire una accoglienza migliore.

All’inizio, quando arrivavano i tunisini,

di fatto non abbiamo registrato

una vera emergenza. Ora invece stanno

arrivando nuove persone, che hanno

storie e requisiti da profughi, che fuggono

da situazioni molto pesanti».

Insomma, mentre all'inizio a Modena

sono arrivati migranti che usufruiscono

del permesso temporaneo di

soggiorno, ora è la volta di individui

che, fuggendo da guerre o da povertà

assoluta (come gli ivoriani e i bengalesi

citati), hanno i titoli, almeno sulla carta,

per richiedere e ottenere lo status di

rifugiati.

Da Lampedusa e Manduria

Ma Modena, ovviamente, è impegnata

nell’accoglienza non soltanto attraverso

i centri della diocesi (la Caritas, con Porta

Aperta, è in prima linea e ha ricavato

altri sette posti presso parrocchie e altre

realtà collegate alla chiesa locale).

A fine maggio in provincia erano arrivati

un centinaio di migranti: dopo la

prima ondata, tutta composta da tunisini

con permesso di soggiorno temporaneo

(parte dei quali provenienti dai

Cie, centri di identificazione ed espulsione)

e quasi tutti poi partiti verso altre

zone del paese e altri paesi esteri, è stata

la volta di gruppi di persone di varie

nazionalità che, non essendo riusciti o

non potendo rientrare nei paesi di origine

dalla Libia, sono fuggiti via mare.

Si tratta di persone provenienti, oltre

che Costa d’Avorio e Bangladesh, anche

da Mali, Nigeria e Somalia. Tutti sono

arrivati nella provincia di Modena

attraverso i centri di Lampedusa o di

Manduria e tutti hanno le caratteristiche

di rifugiati, quindi per queste per-

sone è scattata la procedura di protezione

umanitaria.

In mezzo ai contendenti

La maggioranza dei migranti arrivati

sono analfabeti (anche nella loro lingua

originaria) e non possiedono competenze

particolari. Questo fa pensare

che lavorassero in Libia in condizioni

precarie e che la fuga sia stata precipitosa:

anche perché molti africani, in Libia,

si trovano in mezzo alle parti combattenti.

I nigeriani, per esempio, sono

sospettati di essere miliziani di Gheddafi,

e sono quindi a rischio di essere

catturati e fatti oggetto di violenza da

parte delle forze avverse al regime. In

ogni caso, è necessario seguire i migranti

con pazienza: il loro numero è

tutt’altro che impattante, ma tarare la


fase di prima accoglienza sulle loro caratteristiche

ed esigenze richiede un

impegno piuttosto importante.

In provincia, come detto, il piano di

accoglienza ha attivato 158 posti, un

po’ in tutti i distretti, per ospitare i profughi

e i migranti dal Nord Africa, che

avrebbero dovuto arrivare, inizialmente,

in numero di 135. In prevalenza – ha

comunicato l’amministrazione provinciale

di Modena – si tratta di accoglienze

di piccoli nuclei in strutture individuate

dai servizi sociali dei comuni,

con il supporto tecnico-logistico della

protezione civile.

Sbarchi e povertà

Approdo di nordafricani a Lampedusa

A destra, la presentazione

del Rapporto povertà 2010

Una sottolineatura particolare è stata

riservata, dalla provincia, alla positiva

collaborazione che si è instaurata con le

organizzazioni di volontariato e, in particolare,

con le Caritas diocesane (oltre

a quella di Modena, anche quella di

Carpi), per tutte le fasi dell’accoglienza:

dall’individuazione e messa a disposizione

delle strutture, fino all’attività di

accompagnamento e mediazione culturale.

Il piano di accoglienza prevede

il coinvolgimento anche dell’Azienda

sanitaria, mentre sarà l’Agenzia regionale

di protezione civile a verificare e

valutare le strutture adeguate all'accoglienza..

scarpmodena

Rapporto Caritas

I poveri bussano sempre più

«E con meno fiducia nel domani»

Qual è il volto della povertà nella ancora benestante provincia

modenese? Lo rivela il Rapporto sulle povertà 2010, prodotto dalla Caritas

diocesana in collaborazione con il centro culturale “Francesco Luigi Ferrari”

di Modena. L’indagine restituisce una fotografia precisa della situazione,

basata sui dati delle persone incontrate dai centri di ascolto della rete

costituita dalle 13 Caritas parrocchiali.

Sono state 2.765, di cui 1.836 nuovi utenti, le persone che l’anno scorso si

sono rivolte almeno una volta ai centri d’ascolto modenesi. Prevalentemente

si tratta di maschi, anche se le donne sono in costante aumento; anzi, otto

centri (cinque a Modena, più quelli di Pavullo, Soliera e Formigine) si

caratterizzano per ricevere un’utenza prevalentemente femminile con punte

che arrivano, in montagna, all’85% e all’84%, nella parrocchia di San Faustino.

Le persone incontrate sono prevalentemente di nazionalità straniera: 2.262,

contro 503 italiani. La fascia di età più rappresentata è quella adulta: quasi

il 60%, seguita dai giovani (38,6%) e dagli anziani (2,6%). Quasi 7 persone su

10, tra coloro che si presentano ai centri d’ascolto, sono coniugate e vivono

con la propria famiglia (60,7%). Questo dato dice che, spesso, dietro alla

persona che si reca ai centri di ascolto di Modena e provincia esistono altre

persone in difficoltà; si può quindi affermare che il numero di persone in

qualche modo assistite dalla Caritas modenese si aggiri sulle 8 mila unità. I

bisogni più impellenti riguardano la condizione economica e lavorativa (quasi

7 persone su 10): la mancanza d’occupazione è la variabile più rappresentata,

con percentuali più alte (8 persone su 10) nei centri di Corlo e Modena.

«Un dato molto preoccupante – afferma la direttrice della Caritas diocesana

modenese, Giuseppina Caselli – è

l’aumento, del 10-20% rispetto al 2009, dei

ritorni. Ci sono cioè persone che non

vedevamo da anni, qualcuno anche da dieci

anni, e che, avendo perso il lavoro e avendo

la consapevolezza che la loro precarietà

è molto vicina a scivolare nello stato di

povertà, vengono ai centri di ascolto e

chiedono aiuto a volte per tutto, altre volte

per il pagamento dell’affitto, delle bollette o delle rate di un elettrodomestico.

Se, però, qualche anno fa chi veniva da noi aveva la speranza e la fiducia

che lavorando sodo e risparmiando poteva, nel tempo, guadagnare posizioni

di sicurezza, oggi questa percezione e questa attesa sono state spazzate via:

tutto è appiattito sull’oggi e non si fanno più progetti di lunga durata».

Tra gli stranieri, i problemi abitativi colpiscono maggiormente gli uomini

rispetto alle donne (17,1% i primi, 9,1% le seconde), mentre queste ultime

sono più esposte verso i problemi di tipo familiare. Gli italiani, invece, si

caratterizzano per una percentuale maggiore di problemi legati alla

dipendenza e a situazioni varie di carattere familiare. «Il sogno più grande che

abbiamo come Chiesa – ha sintetizzato l’arcivescovo di Modena-Nonantola,

monsignor Antonio Lanfranchi, nel commentare i dati del rapporto – è che in

ogni comunità non ci sia più nessuno che si sente abbandonato. Ciò non può

accadere senza la fiducia che in ogni persona c’è un cuore buono che va

riconosciuto e valorizzato. Il divario tra ricchi e poveri è cresciuto. È la

conseguenza del fallimento delle politiche monetarie, del neoliberalismo, del

collettivismo, ma anche dello sganciamento di dimensioni che vanno, al

contrario, tenute insieme, che sono sussidiarie, come l’etica, l’economia, la

finanza». Stefano Malagoli

giugno 2011 scarp de’ tenis .45


46. scarp de’ tenis giugno 2011

rimini

Storia di un uomo comune, che da 15 anni diffonde cultura tra

i bimbi delle favela di Recife. Il suo progetto in un documentario

Ostinato Kcal,

trafficante di libri

di Letizia Rossi

C’è un trafficante di libri nelle favela di Recife, Nord Est del Brasile. Da

quindici anni lotta per sollevare la sua gente dall’ignoranza, dalla noia, dalla malavita

che dilagano nel suo quartiere. Alto, magro, di carnagione scura, ha 38 anni. Il

suo nome è Riccardo Gomes Ferraz, per gli amici Kcal. Otto fratelli, ognuno con un

padre diverso: questa è la famiglia di origine, dalla quale è fuggito all’età di 16 anni.

Il primo libro che legge, Kcal lo trova in un sacco di immondizia. Si intitola A

mao a luva, di Machado de Assis, uno dei maggiori scrittori della letteratura brasiliana.

Tornato a casa, quella sera di quindici anni fa, Kcal comincia la sua lettura, a

lume di candela: l’intreccio con i tre protagonisti lo appassiona e ha su di lui un effetto

positivo. In un posto come la favela, dove la preoccupazione principale non è

di certo la cultura, Kcal capisce che con

la poesia è possibile fare grandi cose –

soprattutto per i più piccoli –; bisogna

solo trovare il modo per realizzarle.

Grazie a quel libro il giovane scopre

dunque la passione per la letteratura e

la poesia, per le quali ha una predisposizione

innata. È un’attitudine che non

vuole tenere per sé, ma mettere al servizio

degli altri. Con determinazione, e

nonostante l’etichetta negativa che gli è

stata data in un primo momento dagli

abitanti del villaggio, Kcal decide di realizzare

un progetto per la sua comunità:

aprire una biblioteca, in modo da togliere

i ragazzi dalla strada e avvicinarli

alla cultura. Vuole mostrare ai più piccoli

che al di fuori della favela e dei clan

che la governano esiste un mondo che

non è fatto solo di violenza.

I primi acquisti a 20 centesimi

Definito il suo obiettivo, Kcal avvia la ricerca

dei libri: nessuno nelle favela ne

possiede uno. Cominciano i viaggi in

città, dove si imbatte in una bancarella

dalla quale acquista i suoi primi volumi,

al prezzo di un real (la moneta brasiliana,

20 centesimi di euro di oggi).

Kcal ha sofferto molto la mancanza

del padre come figura di riferimento,

che nella sua vita si è invece rivelata la

nonna, una sarta, grazie alla quale ha

conosciuto anche la letteratura. Nonostante

le difficoltà Kcal, con la forza di un

affetto smisurato per i bambini e l’umanità,

è andato dritto al suo scopo: dare ai

Mano e guanto

Kcal (a sinistra) insieme al regista

Roberto Orazi (a destra), autore del

documentario sulla sua esperienza

ragazzi quel qualcosa che a lui è mancato.

Si è proposto come guida per aiutarli

a far diventare la cultura un elemento

della vita quotidiana, come le altre

esigenze primarie.

Dopo il primo fatale, incontro con

un libro, Kcal ha sprigionato tutta la fantasia

che possedeva, nella realizzazione

del progetto. In una palafitta-biblioteca,

acquistata da un trafficante di droga,

una volta alla settimana ha cominciato

a radunare i bambini del quartiere, ai

quali raccontava favole. Giorno dopo

giorno, la palafitta è diventata un doposcuola,

un’occasione di incontro, una


piacevole ed educativa abitudine per i

più piccoli. In una realtà sociale molto

dura, dove vedere uomini morti per

strada è all’ordine del giorno, grazie a

Kcal i bambini hanno potuto sognare.

Anche alcuni figli di trafficanti hanno

iniziato a frequentare il centro, ora un

riferimento per tutta la favela. È un luogo

di ritrovo, di cultura, ma anche di ristoro:

la merenda non manca mai.

Un’esperienza che è diventata anche un

servizio educativo-pedagogico per tutta

la comunità: i bambini, grazie a questo

aiuto, hanno fatto grossi miglioramenti

pure a scuola.

Una biblioteca di 20 mila volumi

Dai 600 libri, che erano presenti nella

palafitta, oggi la biblioteca che Kcal ha

costruito ospita 20 mila volumi, frutto

di donazioni da parte di istituzioni governative

e privati. La sede è una struttura

all’interno del quartiere di Bode. La

biblioteca è aperta ogni giorno e accoglie

bambini dai 6 ai 12 anni, che una

volta la settimana vanno anche a teatro

– gratuitamente – insieme a Kcal e che,

grazie a una collaborazione con il consolato

del Venezuela, frequentano le lezioni

di spagnolo.

Tutto questo è stato reso possibile

anche dai forti sacrifici personali. Non

sono state poche le volte che Kcal è tornato

a casa a piedi, perché non aveva

Libri e sorrisi

Il regista Orazi con alcuni dei tanti

bambini che frequentano

la Livroteca Brincante do Pina, a Recife

più soldi per i mezzi di trasporto, spesi

tutti nei libri. Ma anche le giornate passate

a discutere con la moglie, alla quale

non è mai piaciuto leggere. Kcal, però,

è ostinato: sa che sta regalando ai bambini

qualcosa che lui non ha avuto.

Storia di un uomo normale

Per il suo impegno sociale e la sua attenzione

all’insegnamento, a Kcal è stato

conferito il premio Faz diferença, già assegnato

nel 2003 all’ex presidente del

Brasile, Luiz Inàcio Lula da Silva. E nel

2009 il ministero della cultura del Brasile

ha riconosciuto l’importanza socio-culturare

della sua attività, permettendone

la diffusione in tutto il paese, dove oggi

si contano 500 biblioteche nate sull’esempio

del lavoro di Kcal.

Tutto questo avrebbe potuto cambiare

anche economicamente la vita di

Kcal, ma lui non ha mai accettato compromessi.

Il suo stipendio è un salario

minino del Brasile, che equivale a circa

200 euro mensili. La sua sfida è stata recentemente

seguita con passione dalle

telecamere del regista italiano Roberto

scarprimini

Orazi, che sul giovane “trafficante di libri”

ha girato il documentario A mao a

luva – La mano e il guanto, presentato

a Rimini in occasione della quinta edizione

di “Doc in tour. Documentari in

Emilia Romagna”. L’amicizia tra Kcal e il

regista è nata quasi per caso nel 2008.

Roberto si trovava in Brasile per lavorare

al suo precedente documentario (H.O.T.

human organ traffic), dato che il Brasile

è territorio di donatori e di traffico illegale

di organi. Kcal era guida di Roberto

alla conoscenza delle favela di Recife e,

tra una baracca e l’altra, suonava la chitarra;

una musica con la quale ha condotto

il regista fino alla palafitta che oggi

porta il nome di Livroteca Brincante do

Pina, sulle rive del fiume Capibaribe.

Così è venuto naturale, mettere in

immagini la storia di pace, umanità e

solidarietà che da quindici anni lo ha

per protagonista. E che ha sempre nuovi

obiettivi. Il fiume che scorre nella baraccopoli

di Recife è fonte di sostentamento

per gli abitanti, ma sta diventando

sempre di più una discarica. Kcal sta organizzando

una settimana dedicata

all’ambiente, per ripulire il fiume e riciclare

gli oggetti recuperati tra i suoi argini.

È la storia di Kcal: un uomo normale,

che con una smisurata forza di volontà

è riuscito a fare, e sta facendo tanto

per la sua comunità. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .47


48. scarp de’ tenis giugno 2011

firenze

Affettuoso commiato dal “grande puffo” dell’arco di S. Pierino.

Troppe multe sui mezzi ai senza dimora. L’alternativa esiste...

In morte di Giancarlo,

idee per bus solidali

di Roberto Stramonio

« Sarebbe

a vostro

giudizio

possibile

per esempio

presentare

la tessera

della mensa

popolare

della Caritas

come motivo

d’esenzione

dal biglietto

almeno

negli orari

dei pasti? »

Salve beneamatissimi lettori, come va? Io proseguo nella mia personale

odissea e quindi evito di farvi partecipi delle mie attuali speranze, nel timore

che, come più volte é avvenuto, si rivelino miraggi. Gli ultimi due mesi si sono rivelati

fonte di stress in misura maggiore del solito, ma per ora resisto. Sarà per questo

che il presente articolo, rispetto agli altri, è un po’ scisso, ma tant’è. E rileggendolo

mi è anche piaciuto. Buona lettura.

Una prece per Giancarlino

È notte e non riesco a dormire, come

spesso mi succede quando qualcuno mi

ospita (in questo caso Claudio, nel suo

appartamento nel profondo centro di

Firenze). Dopo due anni e più passati a

dormire prevalentemente all’aperto,

una stanza impone almeno un minimo

di riabitutine. Ne approfitto per scrivere

quello che in linguaggio giornalistico si

suole chiamare “coccodrillo”, qualche riga

per commemorare un amico, facente

parte della “tribù” di cui vi ho parlato

nella mia ultima apparizione su queste

pagine (nel numero di novembre). Se

avete letto l’articolo di cui sopra, dove

parlavo del celeberrimo “Arco di San

Pierino”, luogo storico del centro di Firenze

e dei cambiamenti intervenuti negli

ultimi decenni, posso dirvi che l’ambiente

è lo stesso, e il protagonista di

queste righe, il fu Giancarlo Casagrande,

ne è stato uno dei più apprezzati personaggi

per molti, molti anni.

Tra quelli della mia generazione, un

po’ più giovani di lui, un tempo scherzavamo

chiamandolo “Grande Puffo”, attenti

a non farci troppo sentire, avendo

imparato ad apprezzare sia la sua disponibilità,

sia i suoi scatti d’ira. Era in pratica

l’esponente più anziano di tutto

quel giro di persone, prevalentemente

dedite al rapporto con tutti i tipi di droga,

che vi ho descritto a novembre.

Basso di statura, occhi verdi, capello

lunghetto stile anni Settanta, sempre ve-

stito decorosamente, Giancarlino

(questo il nome al quale rispondeva)

era veramente un pezzo dell’arredamento

dell’arco di San Piero e immediate

vicinanze. Arrivare in zona

e cercare la sua sagoma era abitudine

consolidata: il bastone in una

mano (spesso), una birra nell’altra

(ancora più spesso), si aggirava per

quello che lui considerava il suo territorio,

cioè il quadrilatero formato

da piazza del Duomo, piazza Santa

Croce, piazza San Firenze e piazza

Ghiberti, dove ha speso, sia per motivi

abitativi che di “lavoro”, la maggior

parte della sua vita.

Arrivato dal sud a 18 anni, studi

di architettura mai terminati, una

militanza (addirittura) negli “Indiani

metropolitani”, vale a dire l’ala più

creativa del “movimento” degli anni

Settanta, travolto dalla scoperta-conoscenza

e conseguente passione

per gli stupefacenti, eroina e hashish

soprattutto, per lui il passaggio dallo


status di studente a quello di spacciatore

deve essere stato quasi naturale.

C’è chi fa lo spacciatore per arricchirsi

e chi perché attratto dal prodotto.

Giancarlo era senza dubbio del secondo

tipo e, pur passando periodi di relativa

tranquillità economica, ha accettato tutti

gli inconvenienti del “mestiere” che si

era scelto, non pochi (come gli anni di

galera che si è fatto senza chiamare in

causa altri, accollandosi le sue responsabilità).

Per un lungo periodo ha avuto

un piccolo Yorkshire, Chicco, a tenergli

compagnia, acerrimo nemico dei piccioni

della zona. Con cane o senza, la

sua caratteristica principale era l’essere

lì, tutti ma proprio tutti i giorni al punto

che, se non lo vedevi prima di sera, ti

informavi se si fosse ammalato o peggio.

Di lui ho apprezzato se non altro l’ironia,

le notevoli letture, la curiosità intellettuale,

i racconti dell’infanzia in Sila,

il suo amore per la libertà, e conosciuto

per lo meno la sua sincerità anche e soprattutto

nel dire: «Faccio lo spacciatore,

ho scelto io questa vita nei suoi lati belli

e in quelli meno belli e accetto tutto il

pacchetto». Senza cercare finte scuse,

giustificazioni o chissà quali amenità.

Il 2 febbraio non si è fatto vedere, influenza?

Il 4 era morto, lasciando nella

sorpresa e nella tristezza perlomeno la

parte più avanti negli anni della “tribù”.

Negli ultimi anni aveva avuto problemi

di salute e un paio di operazioni ne avevano

limitato l’autonomia negli spostamenti,

ma se lo prendevi prima dell’ennesima

birra, c’erano momenti nei quali

potevi sederti sulle panchine e fare quattro

chiacchiere piacevoli. Adesso non si

può più. Nonostante vari tentativi, per

motivi squisitamente burocratici, il suo

desiderio di essere cremato non ha potuto

essere esaudito.Quindi ti sia lieve la

terra, Giancarlo, vivrai nei nostri ricordi,

ormai una mancanza, come la tua inconfondibile

figura manca dal panorama

di San Piero.

Una modesta proposta

Gentile presidente dell’Ataf (Azienda

trasporti dell’area fiorentina), siete ricomparsi

sui “media”, dopo un periodo

incentrato soprattutto sulle dispute sulla

tramvia, con un programma di tagli e riduzioni

dei servizi. Ecco mi chiedo: anziché

riciclare gli autisti in esubero per

la diminuzione delle corse e la loro lunghezza

come “controllori” degli utenti,

E chi non può?

Bus cittadini a Firenze:

il biglietto va pagato, ma servono

misure per i totalmente indigenti

perché non riportare in auge la figura del

bigliettaio? Questo porterebbe vantaggi

sia all’azienda che all’utenza.Ci sarebbe

senza dubbio un incremento nella vendita

di biglietti e abbonamenti: se non

fai il biglietto non sali. Avremmo più

controllo e sicurezza sulle vetture, si produrrebbero

posti di lavoro (e ce n’è un

grande bisogno), presumibilmente finanziati

dalla vendita dei biglietti. Ma

soprattutto si porrebbe fine a una fondamentale

stortura nel servizio dei controllori,

cioè il verificarsi di multe a tutte

le persone che rientrano nell’ambito degli

effettivi nullatenenti o quasi.

Pur facendo parte attualmente di

questa categoria, cerco sempre di fare il

biglietto, come ho fatto nei 40 anni precedenti

nella mia vita, ma a volte proprio

non ne ho, di denaro, eppure mi devo

spostare anche fosse per mangiare. In

teoria, se beccato nello specifico caso, rischierei

una multa di 57 euro e poi, secondo

la legge, via via ad aumentare, se

non la pagassi entro 5 giorni, in modo

quasi esponenziale (ma come farei a pagarla

non avendo il giorno prima i soldi

per il biglietto?). Il risultato è che se anche

un disoccupato in grave disagio

economico trovasse un lavoro normale

e provasse a ricostruirsi una vita, per i

termini di legge gli piomberebbe addosso

la mannaia delle multe arretrate, per

cui si vedrebbe rispogliato del poco che

gli dovrebbe servire per vivere. Mia proposta

personale: sarebbe possibile per

esempio presentare la tessera della

mensa popolare della Caritas come motivo

d’esenzione dal biglietto, almeno

scarpfirenze

negli orari dei pasti? Non fa assolutamente

piacere essere costretto, per nutrirsi,

a rivolgersi alla mensa Caritas della

SS. Annunziata, come non farebbe piacere

dormire la maggior parte delle notti

all’aperto, ma dato che so bene cosa significhi

questa situazione, a mio parere

sarebbe quantomeno opportuno non

renderla ulteriormente opprimente. È

noto infatti il grande numero di multe

eseguite sulle linee 29, 30 e 35 negli orari

della mensa Caritas di via Baracca. Avete

controllato questo dato? Non è pensabile

che quella massa di persone (circa

cinquecento al giorno, domenica compresa)

debba andare a piedi pur di fare

un pasto: perché pretendere di fatto di

limitarne le già scarsissime capacità di

movimento?

So che esiste un abbonamento”Basic”

a 150 euro, ma per la maggior parte

degli indigenti è quasi impossibile, problemi

burocratici a parte, metterli da

parte, per motivi di sopravvivenza spicciola.

Gentile Presidente dell’Ataf, io

penso che, se si operasse qualche taglio

ad alcuni emolumenti annuali, tutti all’Ataf

avrebbero sicuramente di che vivere

più largamente di ciascuno di noi.

Per favore prendete in considerazione

questo problema: Lei e l’Azienda ne

trarreste certamente un beneficio di immagine

e probabilmente anche economico.

Grazie per l’attenzione.

PS: Come giudicate i fatti recenti di

Genova, ovvero l’autorganizzazione degli

utenti al fine di utilizzare i biglietti fino

alla fine del loro tempo? A me sembra

una buona idea..

giugno 2011 scarp de’ tenis .49


50. scarp de’ tenis giugno 2011

napoli

La redazione di Scarp Napoli al teatro Bellini: una bellissima

serata, con l’ultimo spettacolo dell’“amica” Valentina Stella

Talento alla ribalta,

lavoro nascosto

di Laura Guerra

Una bella serata, un momento diverso, nato da un inaspettato invito di

un’amica. Un’amica di Scarp Napoli, che fa con passione un mestiere da ribalta. La

cantante e l’attrice. La sua ultima fatica, Il ritorno del Gran Varietà, regia di Gabriele

Russo, ha avuto un gran successo al teatro Bellini. E per l’occasione ha voluto invitare

i redattori di strada a teatro.

E così Maria e Domenico, Maria e Sergio, Massimo e Umberto, Marianna e Berenice,

Antonio e Giuseppe, Bruno e Massimo e Marianna sono andati per la prima

volta al Bellini, bomboniera in stile Liberty nel cuore della città.

Esserci per passare due ore in spensieratezza e in allegria, nel rutilante ritmo di

musica coinvolgente, bei costumi, scenografie accattivanti, luci magiche. E una voce.

La voce di Valentina Stella (nella foto). La quale sta un po’ alla volta diventando

una voce per noi amica, anche quando

non canta, perché ci parla del suo impegno

per gli ultimi, per i poveri, per chi

resta indietro. O ci racconta un po’ di sé.

Ma sentirla cantare dal vivo è davvero

una bella emozione. Nella sua interpretazione

c’è mestiere, passione. E un’energia

grande, che arriva al pubblico

con l’immediatezza dell’arte verace.

Ma esserci ha significato anche assistere

a un bel lavoro di gruppo e vedere

come tanti artisti, ognuno con la sua

individualità e il suo talento, lavorano in

armonia per un obiettivo comune, che

è quello di fare bene per far divertire il

pubblico, che deve tornare a casa conservando

il ricordo di una bella energia.

Lavorare in gruppo ha un gran valore

in una compagnia teatrale come in

una redazione; significa darsi un obiettivo,

guardare tutti nella stessa direzione,

darsi una mano gli uni gli altri, sentire

che le frustrazioni lavorative, così

come i risultati positivi, appartengono

a tutti. Senza colpevoli nè vincitori. E

poi c’è il lavoro che non si vede: nascosto

eppure prezioso, quello che in tutti i

team si esprime in seconda fila, in uno

spettacolo teatrale come in una redazione;

l’addetto alle luci come la segretaria

di redazione.

Esserci in quella platea ha significato

dunque tante cose: divertirsi e stare

insieme, prima di tutto, ma anche apprezzare

il valore del lavoro e saperlo riconoscere.

.

Lo spettacolo

Luci fosforescenti come stelle,

poi una Stella che si commuove

Dato che siamo di Scarp de’ Tenis, l’altra sera siamo stati invitati

allo spettacolo di Valentina Stella al Teatro Bellini di Napoli. È stato un giorno

che ricorderò per tutta la vita: non mi aspettavo un invito dalla mia cantante

preferita. Ho tutti i suoi cd e ho passato due ore benissimo, mi sono divertita

molto. Lo spettacolo era ambientato negli anni Trenta, c’erano numeri di can

can, di charleston, i comici, i balletti con belle coreografie; insomma un varietà

completo di tutto. Appena entrata nel teatro mi sono molto emozionata,

mi ha ricordato il San Carlo avendo fatto io danza classica da bambina.

Le luci, durante lo spettacolo cambiavano un colore al secondo, per illuminare

la scena incominciando dal bianco, al viola, al blu, tutto fosforescente come

delle stelle. Proprio come Valentina Stella. I costumi poi, incantevoli, mi hanno

ricordato i film western con saloon, carrozzoni, trampolieri e clown, e mi sono

sentita di nuovo bambina. Lei poi, Valentina, non pensavo che dal vivo avesse

un voce così potente, cantava senza microfono e senza amplificatore e per

giunta ha interpretato anche una canzone in francese; è stata grande come

una grande stella, giusto abbinamento al suo nome. Finito lo spettacolo

ci ha invitato nel camerino per salutarci e fare foto insieme e chiederci se ci

era piaciuto lo spettacolo. Le abbiamo fatto i complimenti e lei s’è commossa.

Non immaginavo si emozionasse tanto, una donna come lei, che ha calcato le

scene da bambina: sembrava volesse piangere e che le facesse effetto avere

il nostro riconoscimento sincero. Lei è una donna in gamba e una vera artista.

Grazie Stella: ci hai regalato due ore straordinarie. Berenice Cimirro


L’incontro

Un finale per noi nel camerino

Grazie Valentina, amica vera

Ma che bello. Finalmente, dopo un proseguire continuo di stress

giornaliero e di vita monotona, senza mai un po’ di relax, insieme alla

redazione di Scarp, e grazie alla nostra amica Valentina Stella, abbiamo avuto

l’onore di assistere al suo ultimo spettacolo, al Teatro Bellini di Napoli. Per me

è stata importante questa uscita insieme ai miei colleghi; quando sei sola e

non hai un’amica e la vita non ti sorride affatto, anzi è sempre e solo pensieri.

Quindi non sempre riesci a risollevarti e a cambiare umore. Questa è la vita.

La musica napoletana la amo molto, mi carica, mi porta a vivere ricordi belli

e brutti, è la mia fonte. E Valentina è una cantante che mi regala emozioni.

Siamo andati a teatro in due gruppi, con me c’erano la mia amica Maria

e il suo compagno Mimmo, Bruno, Umberto, Giuseppe insieme a Luca

il coordinatore del progetto e Antonella la segretaria di redazione. Entrare

nel teatro Bellini che sembra una bomboniera ed era tutto illuminato è stato

emozionante. Ero molto emozionata, mi guardavo intorno e mi sentivo

energica, notavo che il mio umore cambiava e più lo spettacolo andava avanti

più io mi sentivo coinvolta e contenta.

C’erano i balletti con le ragazze carine e semplici con bei costumi, i comici,

i giocolieri che mi hanno ricordato l’atmosfera del circo. E poi c’era lei,

Valentina Stella, che è stata eccezionale nella sua umile semplicità e

ha interpretato alcune canzoni stupende. Canzoni che ti emozionano.

Ma quella che per poco mi ha fatto piangere, perché mi sono

trattenuta,

è stata quella finale, suo brano inedito. L’ha cantata con calore

e slancio e, si sentiva, per l’emozione che trasmetteva l’ha

interpretata con tutta l’anima.

Artisti così, capaci di trasmettere sensazioni che non so

descrivere con le parole, ce ne sono pochi. E dopo il finale sul

palco, c’è stato un finale inaspettato, tutto per noi: siamo stati

invitati nel suo camerino perché lei voleva salutarci e noi

eravamo contentissimi di salutare lei. Valentina, non ho avuto

il coraggio di dirtelo da vicino perché ero troppo emozionata:

sei una persona speciale, una vera amica di cui ci si può fidare.

Grazie di cuore, Stella. Marianna Palma

Il varietà

A teatro sono tornato bambino,

ricordo le gomitate di papà...

Il varietà? Bello il varietà; allegro anzi comico, leggero ma

pungente, ingenuo forse, ma simpatico, un po’ ruspante, come l’Italia del

dopoguerra, quando era l’unico spettacolo che la gente poteva permettersi.

Il presentatore tuttofare, il comico, la soubrette, la cantante un po’ sciantosa,

le ballerine più belle che brave, tanto il pubblico questo vuole. E io questo

volevo, e ora ve lo dico: ero ragazzino, avevo 11 o 12 anni, quando mio papà,

buono come il pane ma un po’ stordito dall’arteriosclerosi, ogni tanto decideva

di portarmi a teatro. E mica al San Carlo, che pure era vicino casa; no no,

al Salone Margherita in Galleria. Niente opere noiose come mamma voleva,

ma battute irriverenti, satira politica e ballerine bellissime, almeno per me, ma

date le gomitate di papà, anche per lui. Ci divertivamo come pazzi, lui tornava

ragazzo e io ero felice. Il Ritorno del Gran Varietà, lo spettacolo che abbiamo

visto l’altra sera, questo è stato per me: un tuffo nell’infanzia, a quei momenti

di complicità con mio padre, momenti di crescita e scoperte. Bruno Limone

scarpnapoli

La serata

Emozioni

e doni naturali

Come passare una sera

diversa dal solito? Ci sono tanti modi.

Uno è veramente particolare: andare a

teatro. Appena si entra si è coinvolti

dallo spettacolo dal vivo.

Gli artisti sul palco trasmettono

emozioni che il cinema non può

trasmettere. Sono persone particolari

con un dono naturale: la capacità di

recitare.

La settimana scorsa sono stato con il

gruppo di Scarp a vedereIl ritorno del

gran varietà, uno spettacolo fedele

al titolo. Monologhi, dialoghi, balletti,

canzoni. Una ventina di persone

veramente brave. Siamo stati invitati

dalla cantante Valentina Stella, che

abbiamo conosciuto in redazione

qualche mese fa. Nello spettacolo

svetta la sua magnifica voce. Fa

vibrare

il teatro.

Applausi

scroscianti

per lei

veramente

meritati.

I costumi

dello

spettacolo,

ma

soprattutto le

musiche, mi

sono piaciuti particolarmente.

L’arte è arte e quando è solamente

accennata si capisce subito.

Ho visto artisti veri, che hanno saputo

coinvolgere il pubblico: alla fine hanno

raccolto i meritati applausi che sono

durati alcuni minuti.

Anche noi di Scarp dopo lo spettacolo

eravamo tutti contenti della piacevole

serata: siamo poi andati in camerino

per salutare

e ringraziare Valentina che è sempre

contenta di vederci, glielo si leggeva

negli occhi. Le ho detto che aspetto

un suo concerto;

è brava a recitare ma quando canta è

veramente irresistibile.

Giuseppe Del Giudice

giugno 2011 scarp de’ tenis .51


52. scarp de’ tenis giugno 2011

catania

Il turismo in Sicilia? Non è ancora davvero “accessibile”.

Eppure l’attenzione alle esigenze dei disabili gioverebbe a tutti

Non tutti uguali,

ma tutti turisti

di Gabriella Virgillito

Viaggiare è un diritto di tutti, un diritto fissato dalla Convenzione Onu

sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro paese a febbraio. In Italia

esiste la “Commissione per la promozione e il sostegno del turismo accessibile”

a cura del ministero del turismo, nata dall’esigenza di mettere ogni persona con i

suoi bisogni al centro del sistema turistico. Non sempre però l’accessibilità ai luoghi

che ospitano attività turistiche e ai servizi forniti dagli operatori è realmente

possibile a tutti. Sono circa 36 milioni in tutta Europa le persone disabili disposte a

viaggiare, di cui il circa il 3% in Italia: il profilo tipo del turista con esigenze speciali

è donna, di età medio-alta e lavoratore dipendente, con necessità ricorrenti che

vanno dal campo dietetico (43% dei casi) agli ambienti ana-ipoallergenici, da esi-

genze motorie (8%) a disturbi sensoriali.

La qualità dei servizi e delle strutture

condiziona tutte queste categorie con

esigenze speciali, soprattutto gli anziani,

il gruppo più numeroso.

Cresce, in ogni caso, la domanda di

“turismo accessibile”. E cresce, di conseguenza,

la necessità di un’offerta adeguata.

La Sicilia, nonostante la propria

vocazione turistica di eccellenza, non risponde

ancora adeguatamente a questa

domanda: sono pochi, infatti, gli stabilimenti

balneari e i siti di interesse culturale

privi delle famigerate “barriere architettoniche”,

che ne impediscono la

fruibilità a tutti indiscriminatamente. I

dati più recenti (fonte Istat) dicono che

dei 2 milioni 824 mila disabili (circa il 5%

della popolazione totale) che vivono nel

nostro paese, in Sicilia sono circa 110

mila, con un’età compresa tra i 6 e i 64

anni. Il turismo accessibile potrebbe

quindi rappresentare un’importante risorsa

per la regione; un’adeguata offerta

di servizi e ospitalità, aperta a tutti, farebbe

aumentare la presenza di turisti.

Natura autentica, l’accoglienza

Anche solo per questioni di marketing,

considerata la domanda del mercato, ci

si aspetta dagli operatori turistici che

sappiano coniugare le ragioni dell’impresa

turistica con la risposta a una esi-

genza di “ospitalità” che richiede attenzioni,

dialogo e conoscenze tecniche.E

questo è vero per tutti, e non soltanto

per le persone con disabilità. Un migliore

standard di qualità, un’informazione

attendibile, una migliore accessibilità,

personale ricco di formazione, in grado

di prestare attenzione ai bisogni che ma-

Esigenze speciali

Due ragazze down

durante una

vacanza

sulle coste

catanesi

nifestano i clienti: sono questi alcuni degli

aspetti chiave per un turismo davvero

accessibile. «Quello del “turismo accessibile”

è un segmento di mercato in

crescita – afferma Nico Torrisi, presidente

Uras-Federalberghi Sicilia –. Puntando

sulla maggiore qualità delle strutture,

sulla destagionalizzazione, particolarmente

vantaggiosa per la nostra regione,

e sulla formazione di personale qualificato,

che è ancora carente, potremo ottenere

un positivo riscontro, in termini

sociali ed economici, rimanendo in linea

con le altre regioni d’Italia». Spesso l’errore

è pensare alla disabilità come a una

malattia e non vederla per quello che è,

una condizione di vita, che aiuta a svelare

ciò che il turismo è per sua natura:

accoglienza. .


Le proposte

Un mare diverso e aperto,

in bici lungo il fiume e le gole

Ci avviciniamo alla stagione estiva e le famiglie si stanno

organizzando per le vacanze. Quando si organizza un viaggio, dopo aver deciso la

meta, si pensa a scegliere itinerari, monumenti da visitare, dove mangiare e dove

dormire. Per un disabile non è così semplice: deve pensare ai monumenti

accessibili e a cercare strutture adeguate. Buone notizie da Catania: un disabile

che decidesse di visitare il territorio catanese, infatti, potrà scegliere tra diverse

opportunità, ideate della cooperativa sociale Fenice. Anzitutto il progetto “Mare

diverso”: grazie a imbarcazioni dotate di attrezzature adeguate, e alla presenza a

bordo di personale specializzato, le persone diversamente abili possono conoscere

le bellezze marine del territorio grazie a un “Open Sea”, percorso itinerante lungo

la costa e nei fondali marini pensato per i disabili, principalmente con difficoltà

motorie. Per chi ama le immersioni, in località Acicastello, nell’area protetta delle

Isole Ciclopi, è invece attivo un percorso archeologico subacqueo per disabili fisici

e sensoriali, attrezzato con cime-guida e con cartelli, scritti anche in Braille. Chi,

invece, preferisce una vacanza a contatto con la terra, potrà scegliere una gita in

bici lungo il parco fluviale delle gole dell’Alcantara; a disposizione ci sono una

bicicletta a pedalata assistita con annesso sidecar, che consente il trasporto

delle carrozzelle. Il progetto “Alcantara tutti in bici” pone l’accento sulla scoperta

e l'utilizzo del parco come bene comune, accessibile a tutti, e incentiva la

“mobilità sostenibile” nel parco grazie a un sistema di bike sharing in convenzione

con il Consorzio turistico Valle dell’Alcantara.

Alessandra Mercurio

INFO cooperativa Fenice, via Fimia 42, 95128 Catania. Tel. 095.43.24.83 –

095.55.18.19. Mail: fenice@scilyonline.it. Internet: www.unmarediverso.it

Il museo

Venere braille e un caffè al buio

al Polo tattile multisensoriale

Una struttura d’eccellenza, unica in tutta Europa, nel centro del

capoluogo: il “Polo tattile multimediale” di Catania rappresenta una delle poche

strutture con un facile accesso a tutti, soprattutto i non vedenti.

La megastruttura, circa 2 mila metri di superficie, si compone di diverse aree; nel

museo tattile c’è la riproduzione di opera d’arte (come la Venere di Milo

o il Discobolo di Mirone) rese fruibili anche ai non vedenti, oltre ai plastici

dei maggiori monumenti catanesi e siciliani, dal Duomo di Catania alla Valle dei

Templi di Agrigento. Nel Polo tattile è presente anche un giardino sensoriale con

essenze tipiche della Sicilia (menta, salvia, timo). E c’è un percorso motorio

innovativo, perché basato sui principi della condizione di non riposo: si snoda tra

fiori d’arancio, limoni e carrubi ed è formato da mattonelle tattilo-plantari

sistemate in modo da tracciare un sentiero. Una delle esperienze più interessanti

è la sosta al “bar al buio”, in cui i veri protagonisti sono i non vedenti, guide per i

vedenti, i quali, superato il disorientamento iniziale, vengono invitati a bere un

caffè o una bibita totalmente al buio; la vista, normalmente utilizzata per oltre

l’80% delle facoltà sensoriali, lascia il posto agli altri sensi, con conseguenti

sorprese ed emozioni. Per tutte queste caratteristiche al Polo tattile

multimediale di Catania è stato assegnato il “Premio Extra” durante l’evento

SensoriAbils “Oscar dei sensi e dei sapori 2008”, che premiava i progetti che

meglio rappresentano l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone

disabili. Il Polo tattile multimediale (via Etnea 602, Catania - tel. 095. 50.01.77)

è un esempio da imitare anche in tema di turismo accessibile.

scarpcatania

L’iniziativa

“Integr-abile”,

il judo avvicina

Buone notizie per

i soggetti diversamente abili

che desiderano fare sport. Parte

“Integr-abile”, progetto promosso

dall’associazione dilettantistica

Yamato Judo Clan di Catania,

nell’ambito degli interventi

finanziati dal dipartimento per le

pari opportunità della presidenza

del consiglio nel campo dell’arte

e dello sport, a favore dei soggetti

diversamente abili. Beneficiari

del progetto sono 25 giovani tra

i 10 e i 35 anni, che vivono in

condizione di disagio sociale.

«“Integr-abile” – spiega Domenico

Corsaro, presidente dello Yamato

Judo Clan – nasce dalla

consapevolezza che lo sport

rappresenta il primo e decisivo

passo verso l’integrazione

sociale di persone con disabilità,

perché è uno strumento

attraverso il quale possono

mostrare a se stessi e agli altri il

proprio potenziale. In particolare,

il judo, basandosi su un contatto

stretto tra i praticanti, consente

di conoscere e rispettare la

diversità dell’altro e riesce ad

abbattere barriere mentali e

culturali». Il primo dei nove mesi di

attività è dedicato all’accoglienza

e alla socializzazione dei giovani,

avviati alla pratica sportiva

in modo graduale: seguiti dal

coordinatore e dai tecnici, hanno

l’opportunità di conoscersi, di

testare le attitudini, le emozioni,

le difficoltà, i dubbi personali,

evitando un impatto brusco con

un mondo nuovo. Oltre alla pratica

del judo, il progetto prevede la

realizzazione di percorsi formativi,

seminari, laboratori espressivi,

manifestazioni e rappresentazioni

sportive. Sarà, inoltre, organizzata

la “Festa della diversità integrata”

aperta anche ai familiari dei

destinatari del progetto, ad altre

persone disabili e a ulteriori

associazioni sportive, nonché

a tutta la cittadinanza,

per condividere momenti

di festa e di valorizzazione della

diversità. Liliana Copia

giugno 2011 scarp de’ tenis .53


54. scarp de’ tenis giugno 2011

palermo

Appena il tempo lo permette, sbarcano a Lampedusa:

storie di migranti umani, meno liberi dei migratori del cielo

Solo se hai le ali

decidi dove arrivare

« Sui migranti

“umani”

grava

una lunga serie

di punti

interrogativi

e iter che,

tra violazioni

e trasferimenti,

rende

la destinazione

oltremodo

incerta.»

di Marta Bellingreri

Adesso puoi riprendere il volo. Dura solo cinque minuti la cattura degli

uccelli migratori: quando si posano sulla terra, vengono presi da piccole reti, poi

i ricercatori del progetto di Legambiente li pesano, li “identificano”, mettono loro

un anello di riconoscimento con un numero. In tal modo verificano se ritornano

nello stesso punto, se al loro ritorno sono dimagriti, se da Lampedusa si spostano

per esempio a Ponza, dove saranno accolti da altri ricercatori: si segue la loro migrazione,

da un posto all’altro in Europa, si monitorano le condizioni di salute per

uccelli che volano da una costa all’altra del Mediterraneo. Si lascia che riprendano

a volare. Lo sviluppo di questo progetto di ricerca avviene in diverse isole in

tutta Italia: anche a Lampedusa, dove si posano uccelli migratori di speci uniche

dall'Africa. Peccato che la casetta dove i ricercatori di Legambiente lavorano ogni

giorno stoni profondamente con la base

dell'Aeronautica militare dalla quale

bisogna passare per giungervi. E peccato

che subito dopo vi sia un’altra base,

l’ex base Nato Loran, oggi centro di

primo soccorso e accoglienza per i migranti,

anch’essi transitanti nell’isola.

Transitanti da Lampedusa, migranti

dall’Africa e da altri continenti, con

un destino di partenza e di arrivo, ma

soprattutto di proseguimento del loro

viaggio, ben diverso da quello degli uccelli

censiti da Legambiente: sui migranti

“umani” grava una lunga serie di

punti interrogativi e iter che, tra violazioni

e trasferimenti, rende la destinazione

oltremodo incerta. Oppure semplicemente

lo stato, in base agli accordi

stipulati con la Tunisia, decide il

cambiamento di traiettoria dei “nostri

nuovi uccelli”.

Gli sbarchi sono ripresi sull’isola,

dopo una decina di giorni di maltempo,

a fine aprile, e poi si sono protratti,

sia pur a singhiozzo, per tutto maggio.

Serve solo qualche giorno, per conoscere

bene e interrogare Lampedusa:

dal centro abitato alla punta, dalla Riserva

naturale ai centri di accoglienza,

dove però l’accesso è impedito. Io svolgo

un'azione di monitoraggio, reportage

e assistenza agli sbarchi, mettendo

a frutto la conoscenza delle lingue per

comunicare con i nuovi arrivati. Degli

800 africani sbarcati dalla Libia negli ultimi

tre giorni di aprile, provenienti da

tutta l’Africa e non solo, un centinaio

ha dormito la prima notte nella stazione

marittima del porto, perchè al centro

di accoglienza non c’è più posto. Altri

hanno dormito nel cortile, ossia sotto

la pioggia. Dalla barca, dopo 48 ore

di viaggio in mare, erano scesi coi vestiti

bagnati, al molo hanno ricevuto

una coperta e il cambio, se possibile,

ma nel cortile del centro l’acqua è tornata.

Non dal mare, ma dal cielo.

Dada che aspetta un bambino

Tra loro, tanti volti, tante storie. Anche

di bambini e donne. Dada, per esempio,

che voleva assolutamente fare il test

di gravidanza. Lo diceva serenamente,

tenendosi la mano sulla pancia, che

sembrava quella di una gravida, perché

in effetti da tre mesi non aveva mestruazioni.

Le abbiamo detto che

avrebbe potuto fare quella richiesta

l’indomani, quando sarebbe stata nel

centro. Ma lei insisteva e abbiamo chiamato

un medico. Che dopo qualche

domanda, le ha detto ufficialmente che

è incinta. «Are you happy?», le ho chie-


Li porta il mare

Imbarcazioni stracolme,

volti tesi, mani stanche:

scene di sbarchi,

a Lampedusa,

di uomini e donne provenienti

dall’Africa profonda, via Libia

sto. La discrezione di un sorriso appena

disegnato si è allargata sul suo volto:

«Yes I’am happy».

Victoire, invece, aveva vissuto dieci

anni in Libia. Originaria del Benin, viveva

a Bengasi, da dove era scappata

perchè suo padre vi era morto. Aveva

terribilmente bisogno di un paio di

scarpe, perchè aveva sacchetti attaccati

alle caviglie e non ce la faceva più. Ma

aveva evitato di inserirsi nella ressa

scoppiata per un paio di pantaloni

usciti dalle scatole dei vestiti portate dai

ragazzi dell’Askavusa, associazione

culturale di giovani lampedusani che

“dispiega le sue forze” per l’accoglienza,

all’occorrenza. Victoire si è fermata

un attimo a raccontarci. Sperava che la

nuova vita potesse davvero divenire

una victoire.

Intanto Ahmara insisteva vivacemente

con un poliziotto perchè voleva

andare a ripescare il suo trolley e la sua

giacca al molo, dove le erano stati tolti

quando avevano diviso donne e bambini

dagli uomini. Abbiamo distribuito

tè caldo per un’ora, poi le donne avevano

cominciato ad attivarsi. E miracolosamente

Ahmara, accompagnata

dalla mia compagna di viaggio Livia, è

riuscita a trovare con intuito magico

giacca e trolley: erano sparsi al molo insieme

a tante bottigliette d’acqua ormai

vuote, giacche bagnate e ormai abbandonate,

confezioni di fette biscottate

che volavano col vento della notte

verso il mare. Ahmara, ritrovato con la

giacca il cellulare, ha sperimenta la sua

prima victoire in Italia. Intuito e determinazione:

Welcome in Italy, Ahmara.

Un numero a memoria

Sul molo, intanto, gli uomini attendevano

i pullmann che li avrebbero portati

all’ex base Loran. Abd el-Rahman

voleva fare una chiamata, voleva chiamare

il padre che vive da quattro anni

in Italia. Ha lasciato il Senegal, si è inserito

nel nostro paese con la moglie e

altri due fratelli. Gli ho detto che una

volta al centro avrebbe potuto avere un

colloquio individuale e fare presente

quell’esigenza. Gli ho chiesto in quale

città italiana si trovasse la famiglia. Mi

ha risposto che non lo sapeva, non se

lo ricordava, sapeva che stanno in Italia.

Ma soprattutto sapeva a memoria il

loro numero di telefono.

Gli egiziani invece sembravano minorenni:

mi hanno chiesto se potevano

rimanere in Italia e abbiamo intavolato

una discussione sulle difficoltà che

avrebbero incontrato: inshalla (se Dio

vuole) sarebbero rimasti.

Una settimana di vento

Inshalla su un’isola lunga 11 chilometri

da una punta all’altra, larga 3 nel punto

massimo, superificie 20 chilometri

quadrati, geologicamente appartenente

all’Africa, ci stanno, di questi tempi,

una moltitudine cittadini e cittadine

del mondo che si sentono appartenenti

alla terra.«Chi è tua madre? Perchè

non è la terra? Ri runni si allora?», di

dove sei chiede Pasquale, un lampedusano

che ha girato tutti i continenti in

15 anni di viaggi in mare.

Facile immergersi nell’ascolto di

Pasquale, voce irrobbustita e raschiata

da decenni di fumo, che esce tra due

baffoni, nonostante la difficoltà di capire

il dialetto lampedusano. Ma è un

ascolto che coinvolge soprattutto la vista:

le parole di Pasquale, i suoi racconti,

sono già scritti nella pelle, le rughe

che si dipanano dagli occhi sembrano

incise.

E così non resta che aspettare. Che

la geografia inventata rispecchi di più

la geologia della terra. Aspettare di sapere

il bambino di Dada cittadino del

continente che lo ha partorito, ma anche

cittadino della terra in cui nascerà.

L'isola ha accolto mamma e bambino e

ha accolto anche me, in una settimana

di vento in cui nemmeno le navi commerciali

sono partite per la Sicilia. Una

settimana come tante, niente traghetto,

dunque niente frutta né passeggeri da

Mazara. Una settimana di vento che ha

lasciato salpare da un'altra costa, a 355

chilometri di distanza, altri barconi con

altre vite. E sbarcare dopo qualche giorno.

Più speranzosi, meno certi del proprio

futuro, di quanto è accaduto agli

uccelli piovuti dal cielo, e subito liberamente

ripartiti..

giugno 2011 scarp de’ tenis .55


Vola

Il tempo vola

e non sono un augello,

ma quello

per la rivoluzione dell’anima

lo sto trovando.

Il mio desiderio

è diventare santa,

sono troppo

ambiziosa o superba?

Una santa povera,

imperfetta,

fragile,

in una Milano

che ostenta ricchezze,

una santa

che scrive disegna nuota

e cammina,

una santa che prega.

Volare non è amare,

appunto,

amare vuol dire

volersi bene,

aiutarsi,

piacersi,

condividere,

dividere,

soprattutto stimarsi

parlarsi

aiutarsi

non chiudersi

provare varie simpatie

per i propri simili,

lasciarsi liberi.

Silvia Giavarotti

56. scarp de’ tenis giugno 2011

Paese Mio

Mi ricordo ancor bambino

una quiete al mio paese.

Molti erano emigrati

con la speranza

e un giorno

sarebbero felicemente tornati.

Prati verdi e fiori

dove tutto il giorno pigro

s’allungava il bagliore del sole,

or s’avverte in ogni passante

un inquieto,

mesto migrante.

Non c’è nulla che immobile resti

se non l’aria che resta

sospesa

sulla magica solitudine.

Con i venti

che scuotono gli alberi

ululanti come gemiti umani,

vento che trascina le nubi

irrequiete dall’alba al tramonto

che copiose percorrono il cielo

ricoprendolo

con il manto di velo.

Gaetano “Toni” Grieco

Ravenna

Ravenna,

non c’ero mai stata.

Il treno mi accompagna.

Da sola

alle due del pomeriggio,

salgo e scendo

per tre volte:

da Torino a Piacenza

da Piacenza a Bologna

pensando al colloquio.

Sei ore

e sono stanca…

Incontro un’amica

che lì lavora,

chissà se saremo

colleghe?!

Domenica

giriamo insieme

e sono felice,

tanta gente

per le strade,

la città non è grande

speriamo che ci sia

posto anche per me!

Mercy

poesie di strada

Una farfalla

Camminando

per una stradina

di campagna,

per caso avevo incontrato

una piccola compagna,

una candida farfalla

mi si era posata sulla giacca,

con le sue ali aperte

sembrava una spilla

una spilla che al sole molto brilla,

spiccava un altro volo

e volando si era abbassata,

ma ahimè!

una lucertolina l’aveva mangiata.

Ho un dolce ricordo di te,

candida farfalla

che al sole sembravi dorata,

candida farfalla,

per un po’ ti ho amata.

Mr Armonica

La giostra

Sulla piazza del paese

una giostra si è fermata;

tutta rosa, azzurra e oro,

e di stelle decorata.

I cavalli ben bardati

caracollan forti e fieri;

bimbi, orsù,

salite in sella

come intrepidi

guerrieri!

Sulle finte onde

turchesi bianchi cigni

navigan quieti.

Vanno verso ignoti lidi?

Da chi mai

saranno attesi?

Lunghe lingue

fiammeggianti,

rosse come bei rubini,

ecco, fuor dalle caverne,

apparir mostri marini.

I cavalli, i cigni, i mostri,

le carrozze sfavillanti

giran sempre

in tondo in tondo,

regalando ingenui incanti.

Quando è notte tutto tace

sotto il ciel pieno di stelle

che, di quelle della giostra,

già si sentono sorelle.

Mary


ventuno

Ventuno. Come il secolo nel

quale viviamo, come l’agenda

per il buon vivere, come

l’articolo della Costituzione

sulla libertà di espressione.

Ventuno è la nostra

idea di economia.

Con qualche proposta per

agire contro l’ingiustizia e

l’esclusione sociale

nelle scelte di ogni giorno.

ventunodossier Tutte le ombre

del made in Italy. I dati di una ricerca

della Cisl sulle fabbriche “italiane”

in Cina. Tra diritti negati e

sfruttamento di mano d’opera

di Andrea Barolini

1giugno

2011 scarp de’ tenis . 57

ventunosocietà La proposta

delle Caritas lombarde alla Regione:

il sistema di welfare non può più fare

a meno del “reddito di autonomia”

di Luciano Gualzetti ed Egidio Riva

ventunostili Dati confortanti per

il commercio equo e solidale in Italia.

Nonostante la crisi. Mentre si discute

sulle nuove sfide di un settore

che ormai ha vent’anni di vita

di Silvia Montella

ventunorighe Pensare un welfare

inclusivo di Francesco Marsico

vicedirettore Caritas Italiana


1 ventunodossier

Ricerca di Cisl e Ico sui lavoratori cinesi che producono per le

nostre aziende. Ne esce un quadro tutt’altro che rassicurante

Ombre cinesi

sul made in Italy

dossier a cura di Andrea Barolini

Siamo inondati

di prodotti cinesi.

Elettronica, meccanica,

abbigliamento. Ma

sono anche centinaia

le aziende italiane

che producono in Cina.

Una ricerca

ha messo a fuoco

il lato oscuro

della “delocalizzazione”

(nel Delta del Fiume

delle Perle) di alcuni

nostri importanti marchi.

Ne scaturisce

un viaggio

poco confortante

tra diritti negati,

sfruttamento

della mano d’opera

a basso costo e

compressione

dei salari

per massimizzare

i profitti

58. scarp de’ tenis giugno 2011

La mappa dei diritti negati

Marchi tricolore,

c’è aria di sfruttamento

Da anni ciascuno di noi è abituato a essere sempre più inondato da prodotti

cinesi. Magliette, componenti informatici, giochi per bambini, utensili, accessori

di ogni genere. Fin qui nulla di strano, soprattutto considerato che viviamo in

un mondo globalizzato. Il problema è piuttosto nella concorrenza: la ragione per la

quale un prodotto proveniente dalla Cina (nonostante debba fare il giro del mondo)

costa spesso molto meno rispetto a quelli made in Italy sta certamente nei differenti

modelli di produzione adottati, e nel costo del lavoro, che nel paese asiatico

è nettamente inferiore.

Ma spesso, dietro a tale drastico abbassamento dei prezzi, c’è uno scenario inquietante:

una maglietta venduta a 3 euro non di rado nasconde lavoratori costret-

ti a orari disumani, ragazzini impiegati

in fabbrica, diritti sindacali pressoché

azzerati. Si tratta di una storia tristemente

nota. D’altra parte, il prodotto interno

lordo della seconda economia del

mondo, quella cinese appunto, è basato

in larga parte sulle esportazioni. E queste

sono garantite proprio dalla competitività

estrema sul

mercato internazionale.

Se ciò è noto

per le aziende cinesi,

la domanda

che ci si pone è:

cosa accade quando

sono le nostre

imprese a “delocalizzare”

e ad andare

ad aprire fabbriche

in Cina? Il che,

tradotto, potrebbe suonare più o meno

così: quando una nostra compagnia decide

di spostare la propria produzione

in Asia, si accontenterà dei già ultra-vantaggiosi

standard garantiti dalle leggi sul

lavoro cinesi? O cercherà di non rispettare

neppure quelle minime regole che il


governo di Pechino ha imposto al mercato

interno?

A fornire una risposta a queste domande

sono stati Fim-Cisl (la categoria

dei metalmeccanici), Iscos (l’istituto di

cooperazione internazionale della Cisl)

e Ico (Institute of Contemporary Obervation,

una organizzazione della società

civile cinese), che hanno deciso di avviare

un’indagine per analizzare le condizioni

di lavoro delle imprese metalmeccaniche

a casa madre italiana (o

fornitrici), con sede nell’area del Delta

del Fiume delle Perle, nella regione del

Guangdong (nel sud dell’immenso territorio

cinese). E il risultato allunga una

pesante ombra sull’operato delle realtà

“tricolori” all’estero.

La massimizzazione del profitto

L’indagine è stata effettuata tra il mese

di maggio del 2009 e l’agosto del 2010 e

si è concentrata su 300 lavoratori (239

dei quali operai di linea, ossia non specializzati),

per un totale di sedici imprese

situate in sei città: Canton, Shenzhen,

Dongguan, Foshan, Huizhou e Jiangmen.

Questo campione di fabbriche,

che comprende aziende come la Candy,

la Marelli del Gruppo Fiat, la De Longhi,

la Piaggio, la ST Microelectronics, rap-

presenta sia grandi aziende leader mondiali

di settore, sia piccole e medie imprese

metalmeccaniche italiane internazionalizzate.

Con un comune denominatore:

essendo esse italiane, ed essendo

il nostro uno dei paesi che

aderiscono all’Organizzazione per la

cooperazione e lo sviluppo economico

(Ocse), sono tenute – meglio, sarebbero

tenute – a rispettare le otto convenzioni

fondamentali dell’Organizzazione internazionale

del lavoro (Ilo) e le “Linee guida”

della stessa Ocse per le imprese multinazionali.

Ciò obbliga gli aderenti a garantire

il rispetto dei diritti dei lavoratori,

e anzi impone di adottare tutte le

misure che risultano necessarie per migliorare

i loro standard di vita.

Invece, si legge nel rapporto, «la

maggior parte delle aziende coperte dall’indagine

non rispetta tali documenti,

imponendo salari e welfare al di sotto gli

standard minimi, costringendo a eccessivi

orari di lavoro, violando la libertà di

associazione, di contrattazione collettiva

e le norme in materia di salute e sicurezza

sul lavoro».

La ricerca della massimizzazione del

profitto, dunque, sembra non fermarsi

di fronte a nulla. Neppure di fronte al

quadro desolante di una regione, cono-

ombre cinesi sul made in Italy

Eppure le aziende

italiane che operano

in Cina sarebbero

obbligate a rispettare

le otto Convenzioni

fondamentali

dell’Organizzazione

Internazionale

del lavoro e

le “Linee guida”

dell’Ocse per

le imprese

multinazionali

E i diritti dei lavoratori?

Sopra la polizia interviene durante l’assemblea

di lavoratori in sciopero all’azienda Zobele.

A sinistra, pausa pranzo di operai cinesi

giugno 2011 scarp de’ tenis .59


ventunodossier

Trecento

lavoratori

di sedici

aziende

“italiane”:

niente eccessi

abnormi,

ma accertate

violazioni

dei diritti

e dei già bassi

standard

previsti dalle

leggi cinesi

Italia-Cina

scambi miliardari

120 milioni

somma totale (in dollari) degli scambi

commerciali tra Italia e Cina nel 1970

31 miliardi

somma totale (in dollari) degli scambi

commerciali tra Italia e Cina nel 2009

20 miliardi

massa di capitali (in dollari) relativi alle

esportazioni che vengono effettuate

ogni anno verso il nostro paese

4.245

(al marzo 2010) i progetti finanziati

dall’Italia, per un valore complessivo

di più di 10 miliardi di dollari

60. scarp de’ tenis giugno 2011

sciuta come “la fabbrica del mondo”,

nella quale i lavoratori già vivono in

condizioni di grande difficoltà. Basti

pensare che nell’agosto di sette anni fa,

un rapporto sulla scarsità della manodopera

pubblicato dal ministero del lavoro

cinese aveva rivelato come nei dodici

anni precedenti i salari nel Delta del

Fiume delle Perle fossero cresciuti solamente

di 68 yuan, andando a integrare

un reddito mensile che, per molti dei lavoratori

(soprattutto migranti), si aggirava

attorno ai 600 yuan: parliamo di

qualcosa come 65 euro, meno di 3 euro

al giorno, circa 35 centesimi all’ora (considerando

in modo “occidentale” una

giornata di otto ore, che per molti metalmeccanici

locali è un miraggio).

Paghe da fame, insomma. Ottenute,

per giunta, principalmente grazie al ricorso

intensivo agli straordinari. Un’altro

rapporto, del 2002, spiegava che nella

regione cinese 3 operai su 10 lavoravano

dalle 10 alle 12 ore al giorno, mentre

il 40% doveva rimanere in fabbrica

dalle 12 alle 14 ore. Inoltre più del 47%

dei lavoratori non potevano ottenere

neppure un giorno di riposo durante

l’intero mese: niente sabati, niente domeniche,

né impegni personali, nessun

diritto a tirare il fiato. Vere e proprie carceri,

mascherate da fabbriche.

È giusto sottolineare il fatto che la si-

Commercio Italia-Cina

In 40 anni gli scambi

moltiplicati per mille

Se si dovesse visualizzare graficamente il rapporto commerciale che

negli ultimi 40 anni si è instaurato tra la Cina e l’Italia, si dovrebbe utilizzare una linea

in continua e sempre più netta ascesa. Basti pensare che, nel 1970, la somma

totale degli scambi commerciali tra i due stati era pari a soli 120 milioni di dollari.

La stessa cifra, nel 2009, ha raggiunto i 31 miliardi 264 milioni di dollari: un balzo

in avanti incredibile, una moltiplicazione maggiore di mille volte. Di questa enor-

me massa di capitali, 20 miliardi 244

milioni sono relativi alle sole esportazioni

effettuate ogni anno verso l’Italia,

mentre gli scambi commerciali bilaterali

sono stati pari a 9,08 miliardi.

Il numero di progetti finanziati dall’Italia

era invece pari, nel marzo 2010,

a 4.245, per un valore complessivo di

10,42 miliardi (dei quali 4,79 di investimenti

reali). Sempre per comprendere

tuazione negli impianti controllati dalle

aziende italiane oggetto dell’indagine

Fim-Cisl solo in alcuni casi arriva a

tali eccessi. Ciònonostante, sono molti i

motivi di preoccupazione. Se l’età minima

fissata dalla legge cinese per i lavoratori

è infatti di 16 anni, già nella prima

visita sul campo (agosto 2009) alla

Piaggio-Zongshen Motorcycle i ricercatori

hanno scoperto un ragazzo di 15

anni dipendente della fabbrica. Nelle

aziende Cogne Steel-made Products,

Piaggio-Zongshen Motorcycle e Finmek

Electronic, invece, è stato rilevato

l’utilizzo di sanzioni di tipo economico

come misure disciplinari per punire, ad

esempio, il rifiuto di prestare lavoro

straordinario. Si tratta di una pratica che

viola palesemente il regolamento pubblicato

nel 1994 dallo stesso ministero

del lavoro cinese, che vieta il ricorso a

ogni deduzione dal salario per “punire”

i dipendenti di un’azienda.

Non solo. All’Emak di Jiangmen e alla

Marelli Automobile Dash Board si ricorre

a numerosi lavoratori “somministrati”,

facendo svolgere loro le stesse

mansioni del personale di ruolo, ma a

costi ridotti per le aziende. È una pratica

che, in verità, spesso viene effettuata

anche in occidente. Ma in Cina ai precari

spesso non viene pagata neppure

la previdenza sociale prevista per legge.

al meglio la dinamica in atto, è utile tenere

a mente il fatto che solamente nei

primi tre mesi dello scorso anno l’Italia

ha firmato contratti per la realizzazione

di 43 nuovi progetti, per un valore complessivo

pari a 280 milioni di dollari.

Rafforzamento in tre anni

Pochi mesi fa, inoltre, i governi di Roma


Per non parlare, poi, dei contratti: la normativa

cinese prevede che «il datore di

lavoro e il dipendente» debbano avere

«entrambi una copia del contratto». Eppure

alcuni dei lavoratori intervistati alla

Honeycomb System non hanno mai

firmato alcun accordo, mentre alla Piaggio-Zongshen

Motorcycle i dipendenti

non ricevono copia dei documenti.

Salari inferiori ai minimi di legge

Ancora, presso la Piaggio-Zongshen

Motorcycle, la Honeycomb System,

la Finmek Electronic e la

Candy-Jiangmen Jinling Appliance

vengono erogati salari inferiori ai

minimi stabiliti per legge. E per

quanto riguarda l’assistenza in caso

di infortuni e malattia, i dipendenti

della Emak Outdoor Power

Equipment e della Honeycomb sono

coperti solo in caso di incidente,

mentre la maggior parte di quelli

che lavorano alla Piaggio-Zongshen

Motorcycle, alla Urmet Electron

e alla New Last Digital

Controlled Equipment non godono di

alcuna copertura assicurativa. Molti lavoratori,

inoltre, non conoscono i loro

diritti in termini di ferie e riposi settimanali.

Per non parlare degli orari di lavoro,

stabiliti in 8 ore giornaliere dalle norme

cinesi, e che invece in alcuni casi arriva-

e Pechino hanno raggiunto un importante

accordo di partenariato sulle strategie,

per rafforzare ulteriormente i rapporti

bilaterali nei prossimi tre anni, attraverso

un “Piano d’azione triennale

per il rafforzamento della cooperazione

economica tra Italia e Cina”. Esso

prevede, tra le altre cose, che le camere

di commercio italiane all’estero sosten-

ombre cinesi sul made in Italy

Il “boom” del Delta

Miracolo economico

sul “Fiume delle Perle”

Il Delta del Fiume delle Perle è un territorio di oltre 24 mila

chilometri quadrati, pari allo 0,25% del territorio della Cina. Nel 2008

vi abitavano 42 milioni 380 mila persone, ossia il 68% del totale della

popolazione registrata nella provincia del Guangdong.

Negli anni Settanta fu teatro delle prime quattro Zone economiche

speciali (Zes), aree nelle quali vigeva una legislazione economica

specifica, finalizzata a incoraggiare gli investimenti provenienti dall’estero

e dalle imprese di Hong Kong, Macao, Taiwan.

Oggi nell’area sono state aperte più di 100

mila fabbriche, l’80% delle quali export-oriented

(il 60% di proprietà di investitori di Hong Kong).

Dal 1980 al 2008, la media annua di crescita

economica dell’area

è stata del 20,9%: si è passati da circa 8

miliardi di dollari (il 2,65%

del Pil cinese) a oltre 300 miliardi (il 10% del

Pil). Un vero e proprio “miracolo economico”:

oggi le industrie dell’area del Delta hanno

superato la produzione di Singapore, Hong

Kong e Taiwan.

no anche a 70-80 ore settimanali. A tutto

ciò si aggiungono, infine, i noti problemi

riguardanti la libertà di associazione

e di contrattazione collettiva. Che

riguardano l’intera Cina, ma che non

trovano eccezioni virtuose nelle aziende

“italiane”. .

gano gli investimenti in Cina delle piccole

e medie imprese italiane.

La maggior parte delle nostre aziende

che hanno trasferito in Cina parte

della propria produzione è presente nel

Delta del Fiume delle Perle e in quello

dello Yangtze: i settori più “gettonati”

sono quelli dei veicoli commerciali (auto

e motocicli e relativa componentisti-

Il distretto economico

Sopra, la mappa del Guandong,

provincia cinese che include il Delta

del Fiume delle Perle, con le sue 100 mila

fabbriche, delle quali l’80% orientate

all’export. Sotto le sedi nel Delta di due

importanti “marchi” italiani

ca), dell’elettronica, delle attrezzature

meccaniche, degli elettrodomestici, dei

prodotti metallici e farmaceutici. Il risultato

è che oggi almeno un quarto dei

prodotti sul mercato dei beni di consumo

in Italia sono nei fatti made in China,

in particolare tessile e abbigliamento,

calzature, borse e valige, giocattoli,

computer ed elettronica di consumo. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .61


1 ventunosocietà

Le Caritas lombarde alla regione: facciamo come l’Europa,

serve uno strumento di contrasto dell’esclusione sociale

Reddito d’autonomia

contro la povertà

di Luciano Gualzetti responsabile Area promozione umana Delegazione Caritas Lombardia

e Egidio Riva Università Cattolica di Milano

Lotta all’esclusione, ma a più dimensioni:

una proposta che parte dalle famiglie

Tutto è nato con il 2010, Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione

sociale. In quell’occasione, le Caritas della Lombardia hanno avviato, insieme ad

altre Caritas d’Europa, un percorso di riflessione e progettazione costruito secondo le

linee guida della campagna Zero Povertà. Dei quattro obiettivi principali di quella

proposta le Caritas lombarde, per il loro territorio, hanno ritenuto strategico il secondo,

che mira all’adozione, in ogni paese membro dell’Unione europea, di uno strumento,

come il reddito minimo, capace di riscattare dalla povertà. E ciò per due ordini

di motivi. In primo luogo perché l’Italia è uno dei tre soli paesi europei in cui non

è presente tale misura. In secondo luogo perché in più di un’occasione Caritas Italiana

ha indicato la necessità di politiche sociali che prevengano la povertà e creino le

condizioni per uscire da tale condizione.

A partire da queste ragioni, la delegazione

delle Caritas lombarde ha sostenuto

la realizzazione di una ricerca volta,

per un verso, a definire il reddito minimo

e inquadrarne storicamente l’evoluzione

in Italia e in Europa; per un altro verso,

a elaborare una proposta concreta

per istituire una misura di contrasto della

povertà assoluta nel contesto regionale

lombardo. L’obiettivo è stimolare una

riflessione e aprire un dibattito con i soggetti

che programmano il welfare lombardo,

anzitutto la regione. Al contempo

si auspica l’avvio di una riflessione che

provochi un’iniziativa nazionale per inquadrare

questa misura nel quadro dei

Livelli essenziali di assistenza (Liveas).

Soldi, lavoro, formazione

La proposta di istituire in Lombardia uno

schema di reddito minimo – denominato

Reddito di autonomia – ha anzitutto il

valore di una piattaforma di confronto e

62. scarp de’ tenis giugno 2011

discussione: il suo obiettivo principale è

infatti consentire, tanto ai soggetti della

società civile quanto al decisore politico,

di considerare e valutare l’opportunità e

la sostenibilità finanziaria di un percorso

di ridefinizione del welfare locale, al termine

del quale sviluppare una politica

esplicita di contrasto della povertà, met-

tendo a sistema gli istituti di trasferimento

monetario esistenti e dunque razionalizzando,

armonizzando e ottimizzando

la spesa sociale in favore di poche

misure, dotate di maggiore generosità e

altresì maggiore incisività. Al tempo stesso,

però, la proposta suggerisce opzioni

realmente praticabili, sia dal punto di vista

politico-istituzionale, sia sul versante

finanziario.

Per come è definito,

in effetti, il

“Reddito di autonomia”rappresenta

il fulcro di una

strategia di ampia

portata, che mentre

sostanzia alcuni

principi e intenti su

cui si fonda il welfare

regionale lombardo,

d’altro canto

invita a correggerne

alcune criticità,

non ultima l’impostazione

residuale

ed emergenziale delle misure che si occupano

di povertà ed esclusione sociale.

Inoltre, il suo disegno progettuale istituisce

due importanti vincoli di attuazione:

il primo prevede che l’implementazione

della misura sia graduale e

progressiva, inizialmente limitata alle

sole famiglie con minori – target privile-


giato del welfare lombardo – così da

chiamare il governo regionale a un investimento

ragionevole; il secondo stabilisce

di valutare l’efficacia e l’impatto della

misura, nella sua iniziale formulazione

categoriale, seguendo un approccio sperimentale,

al fine da disporre in seguito

le condizioni per la sua implementazione

su base strutturale.

Quanto ai contenuti, il Reddito di

autonomia è ispirato ai principi dell’universalismo

selettivo e dunque, pur rivolto

a tutti i membri di una stessa comunità

politica, è mirato ai nuclei familiari

impossibilitati a condurre una vita

dignitosa perché in condizione di povertà

assoluta. Al pari degli schemi di

reddito minimo, non affronta solo gli

aspetti economici della povertà, pur ri -

co noscendone la centralità. Piuttosto, si

fa carico della natura multidimensionale

del fenomeno, della sua complessità

e quindi propone di intervenire sui fattori

e sui meccanismi scatenanti, raccordando

politiche settoriali (istruzione

e formazione professionale, lavoro, abitazione,

sanità). Pertanto la proposta

abbina e condiziona l’erogazione di un

trasferimento monetario alla partecipazione

– da parte di tutti i membri della

famiglia destinataria – a programmi

personalizzati di inclusione socio-occupazionale,

che contemplino azioni congiunte

di welfare, welfare to work e

learnfare (in cui sono compresi non solo

sussidi, ma anche inserimenti in attività

lavorative e formative, ndr), nel

quadro di una presa in carico complessiva

dei beneficiari e di una loro contemporanea

responsabilizzazione.

Il documento

La ricerca presentata

in arcivescovado a Milano

Iniziativa autorevole

A sinistra Luciano Gualzetti, vicedirettore di

Caritas Ambrosiana, coordinatore della

ricerca delle Caritas lombarde. A destra

monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi

e presidente di Caritas Italiana

In effetti, siccome la condizione di

svantaggio molto spesso riguarda diverse

dimensioni della vita, gli strumenti e

gli interventi adottati, per essere davvero

efficaci, devono essere non solo personalizzati

e differenziati, a seconda dei problemi

rilevati, nonché della diversa capacità,

individuale e famigliare, di far fronte

ai bisogni, ma altresì combinati e coordinati

tra di loro. Il tutto in una cornice

istituzionale, che sostenga il progressivo

passaggio dal welfare state alla welfare

community,dunque valorizzi il raccordo

tra pubblico e privato, nonché il ruolo del

terzo settore e della società civile, nelle attività

di co-progettazione sociale.

Inclusione attiva

Nelle sue linee fondanti, il Reddito di autonomia

si inquadra nel paradigma dell’inclusione

attiva, definito a livello europeo,

declinandolo però nella sua ac-

I dettagli della proposta che deriva dal progetto di ricerca

“Riduciamo la povertà” – realizzato con il contributo della Fondazione Cariplo,

sotto la direzione scientifica dei professori Gian Paolo Barbetta, Luigi

Campiglio e Michele Colasanto dell’Università Cattolica di Milano – sono

contenuti nel volume Reddito di autonomia. Contrastare la povertà in una

prospettiva di sussidiarietà attivante, edito da Erickson e scritto da

Rosangela Lodigiani ed Egidio Riva, dell’Università Cattolica. Sono stati

presentati e discussi pubblicamente il 7 giugno nella Curia arcivescovile

di Milano, alla presenza del presidente di Caritas Italiana e Vescovo delegato

per la carità della Conferenza episcopale lombarda, nonché vescovo di Lodi,

monsignor Giuseppe Merisi.

welfare da riformare

cezione più ampia: come inserimento

nel mercato del lavoro per quanti sono

in grado di assumere un ruolo lavorativo;

in termini di istruzione e formazione,

lavoro di cura, recupero terapeutico

e della padronanza sulla propria vita

per quanti non sono in condizione di

inserirsi e rimanere sul mercato del lavoro.

Ciò non significa certo negare che

il lavoro sia fonte di autonomia economica

e di riconoscimento sociale. Piuttosto,

vuol dire riconoscere che l’attivazione

di individui e famiglie è spesso il

traguardo finale, più che il punto di partenza,

di percorsi intricati; percorsi nei

quali anche altre attività e impegni diversi

dal lavoro retribuito possono diventare

occasioni di emancipazione,

coinvolgimento e responsabilizzazione

nei confronti di sé, della propria famiglia,

più in generale del benessere collettivo.

Proprio in quest’ottica, il disegno

della misura valorizza l’istruzione,

la formazione e l’apprendimento continui

come chiave di volta contro il rischio

di esclusione sociale; più in generale

come opportunità di empowerment,

cioè di potenziamento delle capacità,

oltre che di occupabilità, di

soggetti e famiglie.

In definitiva, il Reddito di autonomia

veicola una concezione della “vita

buona” costruita sulla possibilità che

ciascun soggetto riesca a sviluppare al

meglio, sin dalla prima infanzia, le proprie

capacità e dunque possa vedere riconosciuta

la propria dignità, arrivando

a progettare percorsi di vita dotati di

valore e significato; una concezione

che, così esplicitata, rimanda al capability

approach di Amartya Sen, secondo

cui la risposta appropriata alla povertà

e all’esclusione sociale è da individuarsi

in un intervento sulle condizioni che

impediscono la piena realizzazione dei

“funzionamenti umani”. Il che equivale,

in sostanza, a leggere la povertà come

un deficit di risorse e capacità – individuali

ma anche istituzionali – e quindi a

riconoscere che la strada verso il benessere

e la piena cittadinanza richiede di

fondere insieme responsabilità individuali

e solidarietà collettive, capacità e

diritti. Tra questi, appunto, il diritto a ricevere

un sostegno di tipo economico,

in un sistema di protezione attivo che

sappia altresì offrire reali opportunità di

promozione. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .63


1 ventunostili

Nel 2010 le “botteghe del mondo” in Italia hanno tenuto.

Viaggio in un settore che cambia. Organizzazione, non valori

Equo, solidale...

e resistente alla crisi

di Silvia Montella

Cambiano

gli scenari.

Finanziari ed

economici.

A livello globale.

II commercio

equo si deve

trasformare.

Prova ad

ammodernarsi.

I numeri dicono

che regge.

E prosegue

anche la sua

azione culturale

64. scarp de’ tenis giugno 2011

Tempo di bilanci per il commercio equo in Italia. E di analisi. Anche alla

luce della Giornata mondiale del commercio equo e soldiale, celebrata in tutto il

mondo il 14 maggio. «Il commercio equo e solidale in Italia esiste ormai da più di

vent’anni: la gente non cerca più le botteghe solo perché il commercio equo “va di

moda” o è una novità assoluta – afferma Stefano Magnoni, coordinatore della cooperativa

Chico Mendes, soggetto storico dell’equosolidale a Milano –. Durante questi

anni si è costruita una realtà solida, oggi non più basata solo sul volontariato.

Certo, le difficoltà in alcuni momenti non mancano, soprattutto dal punto di vista

economico. Tenere in piedi il tutto non è banale. Gestire un’attività continuativa è

molto complesso, significa trovarsi ogni mese a dover pagare stipendi adeguati e

sopportare costi sempre più alti. È una

scommessa che si rinnova ogni giorno».

C’è anche chi ritiene, però, che il

commercio equo solidale vada ripensato,

per tenersi al passo con i mutamenti

economici globali. È il caso di Stefania

Guaglio, che gestisce la bottega al Pime

di Milano: «Il commercio equo si sta trasformando,

in conseguenza di una più

ampia trasformazione a livello globale:

il mondo sta cambiando tanto e in fretta,

e il commercio equo non può non tenerne

conto. Quando noi abbiamo cominciato,

nel 1993, l’India rappresentava

il terzo mondo. Ora un paese come

quello ha fatto passi avanti giganteschi.

L’economia, a livello mondiale, sta tro-

vando nuovi equilibri e forse c’è da fare

una riflessione. Di sicuro il commercio

equosolidale è un modello che ha un

valore molto forte, ma va riconsiderato

in base alle trasformazioni globali che

stanno avvenendo».

Nonostante la crisi...

Ma la crisi, che ha penalizzato tutti gli

altri, ha mortificato anche i consumi di

natura etica? In effetti, anche le botteghe

del commercio equosolidale hanno

risentito della recessione, anche se, si

legge nel Rapporto Agices 2011, “il commercio

equo resiste e rilancia”.

È una convinzione che viene confer-


Il rapporto 2010

Lavoro per mille persone,

nel mondo fatturato in crescita

Sono confortanti i dati sul commercio equo in Italia, contenuti

nel rapporto annuale di Agices (Assemblea generale italiana del commercio

equo e solidale). All’associazione fanno riferimento 92 soci distribuiti in 16

regioni italiane, per un totale di 269 punti vendita: le cosiddette “Botteghe

del mondo”, che in realtà non sono semplici punti vendita, ma “laboratori per

un’economia più sostenibile”. Una realtà che garantisce posti di lavoro a

più di mille persone in Italia, registrando investimenti che hanno superato

i 12,8 milioni di euro. La volontà delle Organizzazioni di investire in una

occupazione il più possibile stabile è confermata dal fatto che quasi

la metà dei lavoratori ha contratti a tempo indeterminato, e nessuno di essi

è lavoratore interinale.

Quanto alle vendite nel 2010, il rapporto conferma la sostanziale tenuta, con

una leggera diminuzione del fatturato; va sottolineato che il 91 % del totale

dei ricavi proviene dai prodotti Fair Trade. Intanto a livello internazionale

il commercio equo e solidale conosce una fase di generale espansione:

nel 2009, anno della crisi economica, le vendite sono aumentate del 15%

rispetto al 2008, facendo registrare ricavi stimati in 3,4 miliardi di euro.

Ma il commercio equo e solidale non è solo vendita di prodotti: accanto

a essa, non meno importante, c’è l’attività d’informazione e sensibilizzazione.

L’Agices sostiene che proprio tale aspetto permette di costituire un “grande

movimento di educazione civica e sociale, che pone al centro del nostro

modo di consumare le persone e l’ambiente”. Questa attenzione si traduce

in percorsi didattici, incontri di formazione, eventi pubblici, cene equosolidali,

spettacoli teatrali, mostre, per più di 940 mila euro di investimenti e

quasi 12 mila ore di sensibilizzazione realizzate in un anno.

mata dai protagonisti “sul campo”. Stefania

Guaglio racconta che la crisi «si è

sentita, soprattutto nel 2009 e 2010,

mentre da quest’anno ho l’impressione

che il trend negativo si sia fermato». Secondo

Stefano Magnoni, invece, i problemi

più grossi si situano a monte della

crisi: «Indipendentemente dai problemi

finanziari, è sempre più difficile

aprire e far sopravvivere negozi di vicinato,

come sono le nostre botteghe, in

una città come Milano: i negozi stanno

in piedi sempre più a fatica; i costi aumentano

continuamente. La cooperativa

Chico Mendes quest’anno ha aumentato

i fatturati, ma c’è la necessità

continua di innovarsi e creare alleanze

con altri soggetti».

Un altro aspetto è quello dell’azione

culturale, cui Chico Mendes dà centralità

già all’interno delle botteghe. Esse,

come spiega Magnoni, «non sono

solo un luogo di vendita dei prodotti,

ma spazi radicati nel territorio, in cui si

consumi alternativi

svolgono numerose attività: approfondimenti

su temi legati al consumo, al

commercio equo e ai problemi del Sud

del mondo. È un patrimonio molto importante

del nostro movimento; la possibilità

che il commercio equo sia veicolato

solo attraverso la grande distribuzione

farebbe perdere questa dimensione,

che è fondamentale. Da quando

siamo nati ci siamo sempre posti l’interrogativo

“è più importante vendere o fare

informazione?”. Abbiamo cercato di

trovare un equilibrio tra le due dimensioni,

entrambe importanti».

E a chi gli chiede se esista ancora l’utopia

che tutto il commercio diventi

equosolidale, Stefano Magnoni risponde

ottimista: «Crederci è stato necessario

per poter partire. Non ci illudiamo

ma crediamo di poter fare un lavoro serio,

di dare possibilità concrete ai produttori

che stanno dall’altra parte del

mondo, di dare un futuro alle loro famiglie

e alle loro attività. Lo spazio per una

trasformazione c’è, lo dimostra il fatto

che siamo sul mercato da vent’anni...».

Specializzarsi per crescere

Per vincere la crisi, molti hanno cercato

nuove vie. Magari specializzandosi. La

bottega “Cose dell’altro Mondo”, in Ripa

di Porta Ticinese, a Milano, per tenersi

al passo con i tempi nel 2001 ha fatto la

scelta di lavorare quasi unicamente nell’ambito

dei matrimoni, equosolidali

naturalmente. «Vogliamo che il giorno

delle nozze sia completamente made in

dignity – racconta Fabiana Folloni –. Abbiamo

sviluppato il primo progetto a livello

mondiale di abiti da sposa con tutta

la filiera equa e solidale: dalla creazione

del modello alla realizzazione del tessuto,

dalla fase sartoriale al ricamo al

confezionamento, tutti i passaggi vengono

eseguiti da noi in collaborazione

con Crc, una delle organizzazioni di

commercio equo attive da molti anni a

livello mondiale. Il fatto che anche l’abito

nel giorno delle nozze possa essere

equosolidale è un segnale importante».

Un progetto che si fa strada: «Siamo ancora

poco conosciuti e questo non permette

grossi numeri, però iniziamo a

vedere spose da tutta Italia che vengono

a Milano per il loro abito da sposa

equosolidale». Le sfide, in altre parole,

non finiscono mai. Ma nemmeno la

fantasia delle buone risposte..

giugno 2011 scarp de’ tenis .65


Con il contributo di IED

2


1

ventunostorie

Il Gruppo Loccioni: innovazione, formazione, territorio

Tecnologie su misura,

è un’azienda per giovani

di Marta Zanella

Gli studiosi dicono che

E

per uscire dalla crisi

occorre ritrovare

il coraggio dell’intrapresa,

declinandolo in maniera

moderna. Cioè

coinvolgendo i molteplici

“capitali” comunitari

(umano, relazionale, sociale,

economico). Questo

suggeriscono, fra l’altro,

le esperienze raccontate

dall’Archivio della

generatività italiana,

progettato dall’Istituto Luigi

Sturzo e dall’Almed (Alta

scuola in media)

dell’Università Cattolica.

Esperienze che hanno

saputo reinventare

la tradizione, hanno prodotto

valori e significati, hanno

saputo affrontare le sfide

della contemporaneità

in modo generativo.

Di benessere condiviso,

solidarietà, coesione sociale.

Scarp vi racconta

le più significative

Il fondatore Enrico si affida

a manager trentenni. Senza

dimenticare di valorizzare

l’esperienza dei “silver”...

GRUPPO LOCCIONI

Tel. 0731 8161

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Archivio della

generatività

italiana

INFO

www.generativita.it

NRICO LOCCIONI È UN IMPRENDITORE CHE INVESTE DAVVERO SUI GIOVANI. E per cui “giovane”

vuol dire molto prima dei 40 anni. Così, nella sua impresa che ha sede ad Angeli

di Rosora, un piccolo comune in provincia di Ancona, oggi lavorano 340 persone:

la metà laureati, l’altra metà diplomati, con un’età media di 33 anni.

Tutto è nato negli anni Sessanta, quando il giovane Enrico, non ancora ventenne,

fa prima l’elettricista tra le vallate delle Marche a bordo della sua Ape, poi approda

nell’azienda della famiglia Merloni, che ha scritto la storia degli elettrodomestici

in Italia con Ariston e Indesit. È allora che gli viene l’idea: perché limitarsi

a fornire e installare impianti elettrici – si chiede – quando si possono concepire

e approfondire con i clienti nuove soluzioni tecnologiche cucite su misura?

Il concetto appare rivoluzionario. L’idea si trasforma presto in un progetto industriale

ampliatosi negli anni, e diventato un gruppo che comprende diverse

aziende, che fatturano 55 milioni di euro all’anno operando sul fronte dell’hightechper

noti marchi internazionali: Fiat, Siemens, Daimler, Continental, Electrolux,

Eni, Bosch, Cisco, Enel. Oggi il Gruppo Loccioni si occupa di creare sistemi automatici

di misurazione e di controllo di qualità in vari ambiti: energia, ambiente,

industria automobilistica, elettrodomestici, sanità. Il successo della Loccioni

ha le radici nel pensiero degli Olivetti e la linfa nei talenti dei giovani collaboratori.

«Di Camillo Olivetti ho ammirato la capacità di fare innovazione e generare lavoro

– spiega Enrico Loccioni –. Di Adriano l’attitudine a valorizzare la formazione,

perché chi lavora non è un numero, ma una persona che conta».

Chi lavora per Loccioni si sente valorizzato, sa che il fatto di essere alla prima

esperienza lavorativa dopo la laurea non è considerato un limite ma un potenziale,

e questo spinge «a imparare e a dare il meglio» di sé stessi all’azienda. A 30 anni

hanno responsabilità che non avrebbero «mai potuto ottenere in altre imprese,

se non dopo quindici o vent’anni di lavoro».

Strettissime sono anche le relazioni del gruppo con

le scuole superiori e le università, sia in Italia che all’estero:

dalla Politecnica delle Marche a quella di

Berkeley in California.

Insomma, un numero crescente di giovani ha

modo di mettersi alla prova, ogni anno, con esperienze

dirette nell’impresa. Ma una volta entrati nella Loccioni, i giovani non si fermano.

Raccontano che, in trent’anni, dal Gruppo sono uscite più di ottanta persone

che hanno aperto proprie imprese. E ciascuno ha ricevuto, come fosse un

figlio, la benedizione del patriarca. Perfino i collaboratori in quiescenza, della sua

impresa o di grandi gruppi internazionali, continuano a dare il loro contributo di

idee alla Loccioni attraverso il programma “Silverzone”. Importante, per il Gruppo,

è anche il rapporto col territorio: Loccioni mette in rete le piccole fattorie che

mettono a disposizione spazi per ospitare clienti e fornitori stranieri, incrementando

così anche le possibilità di sviluppo turistico della regione. .

giugno 2011 scarp de’ tenis .67


ventun

righe

Pensare un welfare inclusivo

In giugno è prevista l’emanazione del decreto che renderà operativa la sperimentazione

della nuova carta acquisti, la cosiddetta “social card”. Sono stati stanziati 50 milioni di euro,

da usare per sperimentare una nuova card, concepita a partire da un maggiore coinvolgimento

delle realtà socio-caritative del territorio. Con la “nuova” social card entrano nel beneficio

soggetti esclusi nel provvedimento precedente, in particolare le persone senza dimora e gli

immigrati “lungosoggiornanti”, nonché le famiglie povere tout court. Ma la qualifica di “nuova”

deriva anche dal coinvolgimento degli “enti caritativi”, che potranno candidare al beneficio

persone e famiglie che si rivolgono ai loro sportelli. L’aggettivo “nuova”, infine, dipende dal fatto

che i percorsi di aiuto verranno valutati, per capire se le innovazioni risponderanno ai bisogni.

Certo, i problemi strutturali che lo strumento della carta porta con sé rimangono intatti:

la perplessità circa l’ammontare (in ogni caso limitato) della cifra erogata ai beneficiari è solo

parzialmente ridotta dall’ampliamento della platea degli stessi, nella prospettiva di una lotta

alla povertà assoluta; il ruolo marginale dei comuni nel processo di individuazione dei destinatari

permane, e deve essere rivalutato almeno in ambito applicativo locale. Ma le sperimentazioni

hanno il vantaggio di essere provvedimenti pensati per fornire indicazioni, suggerimenti, stimoli

per il futuro. In questo senso le città coinvolte possono essere laboratori importanti per

immaginare un welfare migliore e più efficace dell’attuale. Rimane evidente che tutto questo

si giustifica solo a fronte di una grave difficoltà della finanza pubblica. E non può essere

considerato l’approdo finale di una strategia di contrasto della povertà, più inclusiva ma ancora

incompiuta nel nostro paese. La quale deve guardare oltre la “social card”. Come fa la proposta

di reddito minimo, o “d’autonomia”, che le Caritas lombarde hanno lanciato a inizio giugno.

68. scarp de’ tenis giugno 2011

di Francesco Marsico

vicedirettore Caritas Italiana


Le dritte di

Yamada

Questo libro lo avevo regalato mesi fa al mio

scimmiottino d’oro (alias Pietro, mio nipote) che – so

per certo – non lo ha ancora letto. E vabbé.

Pochi giorni fa una mia collega, la Ross – donna

pragmatica che fronteggia il lusco e il brusco di

qualsivoglia situazione – mi guarda in modo da vederle

il fondo dell’occhio, dicendomi «ho appena finito un

libro bellissimo», il tutto sottolineato da una certa

dolcezza nell’espressione facciale. La guardo, e penso

che due coincidenze non sono più un caso. «Cià,

prestamelo, allora», le dico, e il giorno dopo me lo porta.

«Ah ma non mi dire», commento appena vedo

il titolo, e il cerchio si chiude, con lo scimmiottino d’oro

che non lo ha neppure letto. Poco male, poco male,

l’ho letto io, Skellig: vi porto in Falconer Road, la via

di una cittadina inglese in cui si sono trasferiti il piccolo

protagonista del libro, Michael, con la sua famiglia.

Hanno comprato lì una casa più grossa perché

la mamma aspetta una sorellina, e forse, proprio a causa

dei lavori grossi che lei e il marito stanno facendo per

rendere la casa abitabile, succede che nasce prematura.

Inizia un periodo in cui tutta la famiglia resta unita

dentro una nebbia, che ingloba la speranza per la

sopravvivenza della piccola e fiacca la forza fisica di

papà, mamma e Michael, continuamente impegnati

a staccare vecchie tappezzerie, togliere erbacce

dal giardino (“la giungla”, come lo chiama Michael) e

smantellare la qualunque di cui la casa “nuova” è zeppa.

Altre cianfrusaglie sono contenute nel garage della

“giungla”, e Michael (11-12 anni) è davvero attratto

da quel posto pericoloso che sta in piedi per miracolo:

una sola folata di vento lo butterebbe giù, ma il Nostro

gira sempre lì intorno. Un pomeriggio varca la soglia e,

coi sensi all’erta, sente il rumore di qualcosa che raspa

e striscia sul pavimento: sulle prime si spaventa ed esce,

ma a cuore calmo ci ritorna, provando ad andare verso

il fondo buio del garage: lì, nascosto dietro a una

Viaggio

nelle news

del domani

Mentre molti

pronosticano

la fine della carta

stampata e

del giornalismo

di fronte

all’avanzata di

internet, questo

libro propone

un sorprendente

viaggio nella

professione

di domani,

attraverso

le storie dei suoi

nuovi paladini,

eroi di tutti

i giorni

che stanno

modificando

il nostro modo di

vedere il mondo.

Nicola Bruno

e Raffaele

Mastrolonardo

La scimmia

che vinse

il Pulitzer

Editore Bruno

Mondadori

pagine 192

Euro 16

cassapanca, c’è una misteriosa creatura, Skellig, che inizia a parlargli, ha fame e bisogno

di aspirina e aiuto. “Aiuto” è una parola che Michael conosce molto bene: la sua

sorellina ha bisogno di aiuto, i suoi pure, hanno bisogno di aiuto, la casa è sottosopra e

ha bisogno di aiuto; Michael stesso, da questo periodo nuovo che si apre con difficoltà

(la scuola, per dirne una, da Falconer Road è più lontana, e ci arriva dopo un lungo

tragitto in autobus), riceve l’aiuto dell’amicizia dei suoi compagni e quello, magico,

di una ragazzina, Mina, che abita vicino a lui. Mina è sveglissima, ha due occhi scuri

penetranti e pratica quel “feticismo dell’ultima parola” che Michael le lascia ben

volentieri. È un’artista in miniatura e cita William Blake anche a colazione. Sta spesso

appollaiata su un albero a studiare la miriade di piccoli uccelli che popolano le giornate

di Falconer Road, tenendo un minuzioso quanto meraviglioso taccuino illustrato.

Questa sua dimestichezza con le “ali” porta Michael a “presentarle” la strana creatura

dietro la cassapanca, e da quel momento le ali degli angeli e quelle degli uccelli

che volano sulle case vicine dei due ragazzini non si distinguono più: la nebbia si alza

dalle difficoltà di tutti i personaggi del libro, la vita e il suo corso riprendono: si

sopravvive, si cresce, si vola da un’altra parte... . Skellig di David Almond, Salani Editore, 2009

Luci e ombre

fra madre

e bebè

Il libro spiega con

semplicità tutto ciò

che accade alle

donne dopo la

nascita di un figlio.

Un invito a fermarsi

a riflettere sul

ruolo di madre

per prendere

consapevolezza

che con la nascita

di un figlio affiorano

molti aspetti

nascosti della

psiche: il volume

affronta in maniera

sincera le emozioni

che si sviluppano

nella relazione

madre-figlio e

il senso di perdita

che vivono molte

neo-mamme

a causa delle

trasformazioni

legate alla

gravidanza.

Laura Gutman

Maternità:

tra estasi

e inquietudine

Editore Terra Nuova

Pagine 214

Euro 16

lo scaffale

Dentro

gli spazi

d’accoglienza

Il volume, scritto

da Valentina

Porcellana insieme

a Michela

Brignone, Daniela

Leonardi e Daniela

Zora, presenta

i risultati della

prima parte del

progetto “Abitare il

dormitorio”, ovvero

il resoconto

dei focus group

condotti con le

équipe dei

dormitori di Torino

e con un gruppo

di ospiti. Una ricca

sezione del libro

monitora inoltre

le associazioni

che si occupano

di persone senza

dimora.

Autori vari

Sei mai stato

in dormitorio?

on line su

www.aracneeditrice.it

o nella Libreria

Libropoli di via Sant'

Ottavio 25 a Torino.

Pagine 177

Euro 12


Eurovolontari 2011 - Armenia

testimonianza raccolta da Emma Neri traduzione di Sabrina Montanarella

Chance di condivisione o di carriera?

«Il volontariato apre al mondo»

Esmarida Poghosyan è armena, ha 23 anni

e lavora come assistente amministrativo nel settore

delle pubbliche relazioni. Ma nel tempo libero fa anche

volontariato per Aregak, un centro diurno della Caritas

Armenia per bambini disabili; Esmarida è la coordinatrice

dei volontari. Ha iniziato nel 2009 e non ha più smesso.

«All’inizio il volontariato mi ha consentito di acquisire

esperienza e di sviluppare le mie competenze lavorative –

spiega la giovane –. In seguito, essendo sempre più coinvolta

nelle attività, mi sono resa conto che vi sono alcuni valori

umani a me particolarmente vicini: la solidarietà, l’impegno

inteso come dono al prossimo».

Esmarida considera molto importante il tempo che dedica

al volontariato: «La vivo come un’opportunità per fare

esperienza e comunicare con le persone. La comunicazione

diretta è l’unico modo per capire davvero queste persone

vulnerabili e aiutarle nel modo migliore che puoi».

Il volontariato è un fenomeno nuovo per l’Armenia. Presenta

Street art

di Emma Neri

Cercansi artisti

per notte bianca

Se volete cimentarvi come

artisti di strada in un vero festival,

allora potrebbe essere una buona

occasione quella offerta dal comune

di Santo Stefano Ticino (Mi), in

collaborazione con l’associazione

Gruppo Teatrale LaseL: nell’ambito di

una “notte bianca”, sarà organizzato,

a luglio, un festival di strada.

Attenzione, nessun compenso

è previsto, a parte la libera raccolta

di offerte per autofinanziarsi.

INFO eventi@raffaelliluca.it

Da giovedì 28 a domenica 31

luglio è in programma il Sarnico Busker

Festival 2011, nel comune di Sarnico,

in provincia di Bergamo, sul lungolago.

Un appuntamento collaudato, che

presenta artisti di strada esperti

e apprezzati.

INFO info@prolocosarnico.it

70. scarp de’ tenis giugno 2011

sviluppi

spontanei in

diversi ambiti della vita sociale. È più diffuso tra i giovani,

in particolare studenti, che lo ritengono un’esperienza

necessaria alla carriera, nonché un’opportunità per

migliorare capacità e conoscenze. E così anche per

Esamarida il volontariato è condivisione, ma non solo:

«Si tratta anche di essere coinvolti in esperienze lavorative,

di conoscere persone e imparare a capire come pensano.

In poche parole: imparare a percepire il mondo».

La formazione è una delle parole chiave per il volontariato,

Esmarida lo sottolinea: «Se devi essere a contatto con

bambini disabili è indispensabile una qualifica. Caritas

Armenia organizza corsi e seminari per i volontari, al fine di

sviluppare le loro attitudini e capacità; inoltre i corsi aiutano

a comprendere l’importanza di una preparazione specifica,

perché il volontario dedica il proprio tempo a un’attività

nella quale deve acquisire un’esperienza adeguata».

Milano

Buon appetito:

il buono che avanza

fa ridurre gli sprechi

“La cena dell’amicizia”, storica

associazione di Milano, che da oltre

40 anni si prende cura delle persone

in difficoltà, ha creato il progetto

“Il buono che avanza”. L’idea, mutuata

dagli Stati

Uniti, è

diffondere

la cultura

del non

spreco e

consiste

nel portare

a casa

il cibo

in avanzo. Tanti ristoranti di Milano e

provincia hanno aderito al progetto

(si possono vedere sul sito): sono loro

a fornire i contenitori per cibo e vino.

INFO www.ilbuonocheavanza.it

Milano

“Estate mai sentita”,

teatro di qualità

a piccoli prezzi

“Un’estate mai sentita” è la rassegna

teatrale proposta dai piccoli teatri

milanesi con classici e teatro

d’avanguardia. In cartellone spettacoli

che vanno da Ionesco a Shakespeare

all’africano Wole Soyinka. Un’ora

e mezzo di buon teatro a 10 euro.

Fino al primo luglio.

INFO www.maisentiti.com

Milano

Pedalare nel verde

dentro e intorno

alla metropoli

Per gli amanti delle due ruote,

la casa editrice Ediciclo ha stampato

una guida a cura dell’urbanista Albano

Marcarini, dal titolo “Milano e

i suoi parchi in

bicicletta”. Il libro

presenta le tappe

più belle nei

parchi di Milano,

percorribili sulla

bici, con ausilio

di cartina, traccia

del percorso,

punti di sosta,

luoghi d’interesse e la scelta di uno

o due locali per chi volesse

eventualmente fare una sosta più


i rimedi di Maya

Magico sambuco

abbinato al tiglio

Ii sambuco nero è una pianta dalle

numerose proprietà terapeutiche.

Mettete in una teglia larga due litri

d’acqua e immergete 12 ombrelle

di fiori di sambuco con la gamba in su.

Lasciate in bagno per 24 ore. Filtrate,

aggiungete un chilo di zucchero e

bollite per dieci minuti. A questo punto

mescolate un cucchiaino di acido

citrico. Lo sciroppo ottenuto e diluito in

acqua è un ottimo rimedio per la tosse

e la bronchite, ma è anche dissetante,

sudorifero, diuretico e febbrifugo.

Potete usare lo sciroppo anche come

dolcificante per il vostro tè. In caso

di febbre, anche alta, lo sciroppo

è l’ideale dolcificante dell’infuso di fiori

di tiglio: la combinazione di questi due

rimedi raddoppia l’effetto.

“importante” del classico pic nic.

INFO www.ediciclo.it

Genova

Lo scatto lento,

immagini dal mondo

tra voci e silenzi

Fino al 3 luglio, ai Musei di Strada

Nuovi, espone Luca Forno, fotografo

genovese free lance. La sua mostra è

intitolata “Voci, silenzi, la sostenibile

lentezza dello scatto”. Forno presenta

in questa mostra i risultati

di reportage realizzati tra il 2002 e

il 2009, in estremo Oriente e in Italia,

per incarico di organizzazioni

umanitarie e onlus. Sono esposte

80 immagini tratte dai lavori realizzati

in Indonesia, Malesya, India, Nepal,

Cina, Thailandia, Myanmar, Cuba,

Santo Domingo, Turchia, Siberia, Italia.

INFO tel. 010.2759185

Vicenza

Tre proposte

per conoscere se stessi

e aiutare gli altri

Sono tre le proposte che la Caritas

diocesana vicentina rivolge per

l’estate 2011 ai giovani: “Restare

Miriguarda

di Emma Neri

Mimì fiore di cactus

dice no agli adescatori

Terre des hommes vince il Social

Award di Pubblicità Progresso con uno spot

a misura di bambino. Lo spot insegna

a dire no ed è stato concepito per

difendere i bambini dall’adescamento

online. La pubblicità, dal titolo “Mimì fiore

di cactus”, affronta efficacemente un tema delicato con un linguaggio

semplice e diretto come quello dell’animazione. Diffondere una

cultura della prevenzione è lo scopo principale dello spot di

Terre des Hommes, che parla ai ragazzi e li aiuta a capire come

difendersi dal web. Lo spot premiato è uno delle cinque pillole-spot

che l’associazione ha dedicato alla difesa del bambino (gli altri

argomenti: pedofilia, bullismo) e che fanno parte del kit “Io mi

proteggo”, il quale comprende una serie di strumenti a misura

di bambino, fra i quali c'è anche il manuale “La prevenzione è

la chiave”, ricco di suggerimenti e proposte per i genitori, gli

insegnanti, gli amministratori locali, oltre che per i bambini.

INFO www.ioproteggoibambini.it

per incontrare”, “I cento passi”

e “Vedo, sento, parlo”. Si tratta di

eEsperienze che hanno come primo

obiettivo la presa di coscienza delle

sofferenze e delle povertà dei luoghi

“altri”, vicini e lontani. A fine giugno

si chiudono le iscrizioni. Il primo

progetto si svolge a Vicenza durante

tutta l’estate e consente ai giovani

dai 16 anni in su di sperimentarsi

nell’incontro con l’altro. Il secondo

progetto si ispira all’omonimo film:

dal 15 al 21 agosto i giovani che

vorranno aderire (un massimo

di 15, di età compresa tra i 18

e i 28 anni) potranno partecipare

a un campo di lavoro in provincia

di Torino, a Cascina Caccia,

organizzato dall’associazione Libera,

per conoscere da vicino la realtà

della criminalità organizzata

attraverso le attività di recupero

del patrimonio confiscato e i racconti

di chi lotta per la giustizia e la

legalità. Le iscrizioni sono aperte

fino al 30 giugno. “Vedo, sento, parlo”

è invece un viaggio in Polonia,

nella città di Cieszkow, per vivere

un’esperienza di servizio e

condivisione in diverse realtà:

centro per malati ed ex carcerati,

centro di adozione di bambini,

progetto coi ragazzi di strada (anche

in questo caso, possono iscriversi

giovani tra i 18 e i 28 anni.

INFO www.caritas.vicenza.it

Pillole

senza dimora

caleidoscopio

Dai parchimetri agli homeless

A Salt Lake City, nello stato

americano dello Utah, è stato

varato un programma di raccolta

fondi dedicato agli homeless

della città. Le persone possono

sostenere i senzatetto,

mettendo i loro spiccioli dentro

i parchimetri che verranno

installati in tutta la città.

I proventi del programma,

ribattezzato Homeless Outreach

Service Team, in breve Host,

andranno alla Pamela J. Atkinson

Foundation, che distribuirà tutto

il ricavato ai fornitori di servizi

per le persone senza dimora che

vivono in città. Idea anche per noi?

giugno 2011 scarp de’ tenis .71


Vicenza

La festa e le battaglie,

settimana di proposte

a basso impatto

Dal 22 al 26 giugno, nel parco fluviale

del Retrone, FestAmbiente Vicenza

compirà i dieci anni. La festa porta alla

ribalta temi e battaglie di Legambiente,

a cominciare da energie rinnovabili e

difesa del territorio. Programma fitto

di appuntamenti importanti, ma non

mancheranno musica, teatro e

cinque domande a... Sveva Sagramola

di Danilo Angelelli

La mamma “bio” incontrerà sei milardi di “altri”

Entra nelle case degli italiani tutti i giorni parlando di ambiente, ma anche

di culture, valori e solidarietà. Sveva Sagramola, conduzione pacata

ed elegante come i suoi pensieri, oltre all’ormai storico pomeridiano

di Rai Tre Geo & geo, dal 9 giugno occuperà per sei giovedì la seconda

serata della stessa rete con Sei miliardi di altri, trasmissione sulla

fratellanza nonostante o grazie alle differenze. Intanto è anche in libreria

a condividere l’esperienza di donna e mamma che ha deciso di

comportarsi Secondo natura. Impariamo a vivere bio (Mondadori).

Tredici anni di Geo & geo, ma solo adesso un libro sulle azioni quotidiane

per volere più bene al mondo e a se stessi. Cosa è successo?

Sono diventata mamma di Petra. Ho avvertito forte il bisogno di vicinanza

alla natura, e ho cominciato a mettere in pratica in maniera più sistematica

Viaggiare solidale, “secondo natura”

determinati comportamenti. Cibo più sano, uso di detersivi privi di sostanze La conduttrice televisiva Sveva Sagramola

tossiche, viaggi rispettosi delle popolazioni locali, e molto altro. E poi un con un piccolo amico conosciuto in un viaggio

solidale. Sotto, la copertina del libro scritto

evento eccezionale (il parto), che a 46 anni ho comunque voluto naturale...

dopo essere diventata mamma

Racconta la sua esperienza non da esperta, ma da persona attenta, che

ha raggiunto risultati grazie a impegno e costanza…

All’inizio l’impegno ci vuole: certe pratiche portano via tempo, ma poi diventano consuetudine.

Si tratta di rinunciare alla facilità dell’usa-e-getta e recuperare la dimensione del tempo che serve

per fare le cose, riscoprire il piacere di ottenere risultati con calma, della cura, dell’attenzione.

Il progresso ha un po’ cancellato il rispetto necessario a vivere in equilibrio col pianeta e con gli altri.

Nel libro parla anche di viaggi solidali. Per molti equivalgono a privazioni e scomodità…

È un pregiudizio. Ci sono proposte uguali a quelle di qualsiasi altra agenzia di viaggio, per ogni tipo

di desiderio ed esigenza. Ma con molto in più: oltre a essere percorsi etici ed ecologicamente

sostenibili, questi viaggi fanno sì che il turismo sia una fonte di reddito per le persone del luogo.

Inoltre una quota viene destinata a progetti di sviluppo locale.

Che bilancio traccia della rete di adozioni a distanza Manos a la Obra, che coordina insieme a suo marito?

Abbiamo cominciato qualche anno fa grazie alla presenza in Argentina di un’amica di infanzia di mio marito. Marina dedica

la sua vita ai poveri, lavorando con la Caritas locale. È lei il nostro tramite con le dieci famiglie delle baraccopoli, che

aiutiamo a costruire abitazioni dignitose. Grazie a lei abbiamo conosciuto persone meravigliose, sacerdoti emblema

di una Chiesa che scende in strada, il Vangelo incarnato. Noi andiamo lì due volte l’anno per vedere a che punto sono i lavori,

e a portare la corrispondenza dei donatori.

Il 9 giugno debutterà Sei miliardi di altri. È ancora possibile parlare di fratellanza in tv?

Pare di sì. È ancora possibile parlare di ciò che unisce gli esseri umani, di valori, di felicità, di Dio. Lo facciamo a partire

dall’opera del fotografo, giornalista e ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand, che ha tracciato un identikit

dell’umanità intervistando cinquemila persone in 75 paesi, ponendo a tutti le stesse domande. Alterneremo interviste

in studio a reportage, per cercare di capire se è vero che “tutto il mondo è un paese”.

72. scarp de’ tenis giugno 2011

un’offerta culturale per i piccoli, tutta

all’insegna di un basso consumo di

energia. Oltre 250 i volontari che

partecipano: iscrizioni ancora aperte.

INFO www.festambientevicenza.org

Firenze

La piazza si anima

con “Etnica”: concerti,

mercatini, cene a tema

“Etnica” è una manifestazione che

si svolge nel centro storico di Vicchio

dal 20 al 22 giugno: concerti, artisti

di strada, cene a tema, mercato etnico

e mostre. Ogni sera un concerto

(gratis): venerdì Andrea Mirò, sabato

Eugenio Finardi, domenica i Funk Off.

INFO tel. 055.8439225


Firenze

Tutti in bici

nel Mugello,

quest’anno si compete

Il Ciclotour del Mugello, immancabile

appuntamento in uno dei polmoni

verdi delle provincia fiorentina,

che l’anno scorso ha richiamato oltre

800 ciclisti, si ripresenta ricco

di novità, tornando nella sua sede

originaria, a Scarperia, domenica 19

giugno. Lo farà segnando un passo

importante della sua storia: sarà

prova valevole per il campionato

italiano di cicloturismo. I tre percorsi

(corto, medio e lungo) partiranno

tutti dai giardini di via Roma

(partenza dalle 7 alle 8.30).

INFO www.ciclotourmugello.it

Sicilia

Andrea Bocelli

nel Teatro Greco,

serata anti-povertà

Un grande concerto di beneficenza

nello spettacolare Teatro Greco

di Siracusa. L’anfiteatro abbraccerà,

con i suoi 2500 anni di storia,

Andrea Bocelli il 1° luglio

alle 20.30. A organizzare la serata

il comitato della Guardia di Finanza,

impegnato a sensibilizzare l’opinione

pubblica sui temi della solidarietà

sociale e dell’assistenza ai cittadini

più poveri ed emarginati. Bocelli

per questo concerto ha rinunciato

al cachet, chiedendo di devolverlo

ad associazioni senza fini di lucro.

INFO www.andreabocelli.com

Concorso

L’Unità d’Italia

è anche volontariato:

immortalatelo!

Un concorso fotografico per

festeggiare l’Unità d’Italia.

L’Avis di Monte San Vito, in occasione

dei 150 anni dell’unificazione della

penisola, bandisce un concorso

fotografico, aperto a tutti i cittadini,

in cui si chiede di rappresentare

l’evento storico, riportando attività

istituzionali, monumenti, scorci

del nostro paese, ma anche momenti

di vita quotidiana, con un occhio

particolare alle azioni di solidarietà

e di volontariato che caratterizzano

il Belpaese e in qualche modo

continuano l’opera di unità.

Scade il 30 giugno 2011.

INFO www.avismontesanvito.com

pagine a cura

di Daniela Palumbo

per segnalazioni

dpalumbo@coopoltre.it

Tarchiato Tappo - Il sollevatore di pesi

On

caleidoscopio

I giovani ripudiano la mafia

Per il quinto anno consecutivo

i risultati dell’indagine sulla percezione

mafiosa dei giovani, curata dal centro

studi Pio La Torre, ha come risultato

una visione unanime, fra nord e sud,

dell’illegalità diffusa e della criminalità

organizzata: per il 70% dei ragazzi

intervistati la criminalità organizzata

incide negativamente sulle condizioni

di sviluppo del paese; oltre l’80%

percepisce la mafia come fenomeno

molto diffuso; il 63,9% dei giovani dai

16 ai 19 anni vive l’ingerenza mafiosa

come un ostacolo al proprio futuro

professionale e personale.

Off

Donne, carriera a ostacoli

Quando ci sono i nonni a prendersi

cura dei nipoti, per le donne è più facile

entrare nel mercato del lavoro (le

probabilità aumentano del 39%).

È quanto emerge da una ricerca

condotta dall’Università Bocconi. A

incentivare il fenomeno sono scarsità

di asili e rette molto elevate dei nidi

privati. Circa il 30% dei nonni italiani si

prendono cura dei propri nipotini. Altro

nodo italiano, i congedi parentali:

in Germania permettono alla mamma

di assentarsi dal lavoro fino a due anni,

in Italia siamo fermi a cinque mesi.

giugno 2011 scarp de’ tenis

. 73


Vive di fumetti. Combatte per un panino. Dopo averlo fatto in Vietnam

Duffy non è mai tornato:

«Siamo stati tutti supereroi»

74. scarp de’ tenis giugno 2011

street of america

di Damiano Beltrami – da San Francisco

«R

ESISTEMMO PER 77 GIORNI E ALLA FINE VINCEMMO. Ma era solamente una partita di scacchi. Il

presidente Lyndon Johnson muoveva i pezzi. Il generale William Westmoreland rincorreva

la gloria. E noi imbecilli, lì a Khe Sanh, ci lasciavamo le penne. Però abbiamo combattuto

come tigri; qualche fortunato come me è persino riuscito a tornare. E una volta

in America, abbiamo raccolto solo sputi».

Parla con foga Jim Duffy, un ragazzone di 61 anni, spalle larghe e capelli scarmigliati,

avvolto in un giaccone militare. Parla come se lui, in Vietnam, ci fosse ancora. E non si

trovasse sotto il cielo caliginoso di San Francisco, a leggere vecchi fumetti di Iron Man.

Duffy è uno dei 250 mila veterani americani senza dimora, circa il 40% dei senzatetto

degli Stati Uniti, secondo le stime del Veterans Village di San Diego, in California, una

storica organizzazione non profit che si occupa di reduci dal 1981. E il numero è solo destinato

ad aumentare: migliaia di soldati stanno per

tornare dall’Afghanistan.

Duffy aveva avuto un’infanzia da favola. Partite

di baseball con gli amici, escursioni nei boschi dell’Idaho,

dove è nato, estati trascorse sotto i ciliegi a

divorare fumetti di supereroi. Poi, aveva deciso di

diventare un eroe lui stesso. E si è arruolato nel corpo

dei marines.

Arrivato in Vietnam a soli 18 anni, nel gennaio

1968 si trovava a Khe Sanh, avamposto non fondamentale

per gli Stati Uniti dal punto di vista strategico,

ma cruciale sul piano simbolico. I nordvietnamiti

cercavano di sorprendere gli americani per ripetere

lo smacco inflitto ai francesi 14 anni prima a

Iron Man Dien Bien Phu, una disfatta che aveva portato la Francia a ritirarsi dall’Indocina.

Jim Duffy

«L’unica cosa che non ci mancava a Khe Sanh erano i modi per morire – dice Duffy

legge

i suoi adorati guardandomi di sottecchi –. Potevi morire schiacciato da un elicottero abbattuto, polve-

fumetti

rizzato da una granata, impallinato da un cecchino, spazzato via da un colpo di mortaio».

sdraiato su

un marciapiede Alla fine dei 77 giorni di scontri, il computo ufficiale diceva 1.542 marines morti, 5.675 fe-

di San Francisco: riti, 7 dispersi. Tra i nordvietnamiti, persero la vita 10-15 mila soldati. «Non posso scorda-

è uno dei re quella sinfonia di colpi d’artiglieria sempre uguale, per settimane – rievoca Duffy –. E i

250 mila

veterani

corpi dei nordvietnamiti, che dopo un paio di settimane divenivano scheletri».

del Vietnam

Per la gente del quartiere in cui si aggira, Duffy è solo un tizio enigmatico e potenzial-

oggi homeless,

il 40% dei mente pericoloso. In pochi hanno capito che è un ammaccato reduce di Khe Sanh. «Far-

senza dimora fuglia frasi sconnesse, puzza d’alcol – ridacchia Carlos Garcia, fiorista della zona –. Non

negli Usa

è cattivo, ma è fuori come un balcone...».

Accartocciato sui gradini di una banca, Duffy lascia scivolare lo sguardo lontano. Non

ha voglia di raccontare cosa sia successo al ritorno dalla guerra, come mai 40 anni dopo

la battaglia sulla collina 860 di Khe Sanh si trovi a combattere per un panino tra le colline

di San Francisco. «Mi piacerebbe che qualcuno lo riconoscesse – si limita a dire, distogliendo

per un attimo gli occhi dai fumetti –. A Khe Sanh siamo stati tutti supereroi». .


HAI MAI PENSATO

A QUANTA STRADA DEVE FARE

L’ ACQUA PRIMA DI ARRIVARE

NEL TUO BICCHIERE?


la sua qualità, oppure un’acqua minerale proveniente da fonti vicine al tuo

Per l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri di acqua per

100 km, si producono emissioni almeno pari a 10 kg di anidride carbonica

* .

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