M A N O L A F A L L E N I - Comune di Livorno
M A N O L A F A L L E N I - Comune di Livorno
M A N O L A F A L L E N I - Comune di Livorno
Trasformi i suoi PDF in rivista online e aumenti il suo fatturato!
Ottimizzi le sue riviste online per SEO, utilizza backlink potenti e contenuti multimediali per aumentare la sua visibilità e il suo fatturato.
NELL’OMBRA DI BACU<br />
MANOLA FALLENI<br />
1
De<strong>di</strong>cato ad Antonio che nel<br />
suo viaggio mortale è riuscito a<br />
colmare il “grande spazio” lasciando<br />
<strong>di</strong> sé ricor<strong>di</strong> e frutti che non cesseranno<br />
mai <strong>di</strong> esistere.<br />
2
NELL’OMBRA DI BACU<br />
MANOLA FALLENI<br />
3
La solitu<strong>di</strong>ne è una silenziosa tempesta<br />
che <strong>di</strong>strugge i nostri rami secchi,<br />
e tuttavia spinge le nostre ra<strong>di</strong>ci viventi a fondo<br />
nel cuore vivente della terra vivente.<br />
KAHLIL GIBRAN<br />
4
Uno.<br />
Si voltò e ciò che vide non le piacque.<br />
Quanto <strong>di</strong> quel che facciamo è frutto <strong>di</strong> scelte consapevoli? Spesso il percorso che<br />
seguiamo è segnato da eventi che evitiamo e ciò che resta è figlio <strong>di</strong> puro istinto <strong>di</strong> sopravvivenza.<br />
Quanto deci<strong>di</strong>amo <strong>di</strong> ciò che viviamo?<br />
Immobile, il pensiero fermo, la volontà priva <strong>di</strong> respiro. Le solite cose <strong>di</strong> sempre, i<br />
giorni scan<strong>di</strong>ti da abitu<strong>di</strong>ni e quoti<strong>di</strong>anità. Ma era proprio quello che voleva? Si era mai<br />
chiesta ciò che veramente desiderava? Aveva sempre saputo ciò che non le piaceva, ma la vita<br />
era veramente solo rifiuto?<br />
Aveva bisogno <strong>di</strong> emozioni, <strong>di</strong> passioni: dove cercarle? Era ancora in tempo, ora che<br />
molti anni della sua vita erano ormai trascorsi? Doveva smettere <strong>di</strong> sperare, rassegnarsi alla<br />
sua inutilità e continuare a trascinare i suoi giorni, o credere ancora che qualcosa poteva<br />
cambiare?<br />
Clara è una donna intelligente, ancora piacente e questo lo vede negli occhi degli uomini<br />
che incontra, anche se non vi si sofferma mai. Da troppi anni non si è più innamorata, nè <strong>di</strong><br />
un uomo, nè <strong>di</strong> un’idea e neppure <strong>di</strong> se stessa.<br />
I lunghi capelli neri, il corpo snello e slanciato e le mani, dalle lunghe <strong>di</strong>ta, sanno<br />
muoversi sui tasti creando dolci e struggenti melo<strong>di</strong>e. Da quanto tempo però non carezza più<br />
una tastiera?<br />
Si era ritirata in quel posto stupendo, incassato nella verde baia e circondato da alberi<br />
che declinavano sul mare, allontanandosi da clamori e mondanità e dall’alienante <strong>di</strong>strazione<br />
del frastuono citta<strong>di</strong>no. Aveva venduto tutto il patrimonio ere<strong>di</strong>tato per vivere in quel<br />
piccolo borgo, pensando che fosse tutto ciò che desiderava.<br />
Tutte le mattine il profumo del sole la sveglia e il canto del giorno le ricorda che la notte<br />
è finita e con essa anche ogni illusione si <strong>di</strong>ssolve. I sogni a rammentarle che la realtà è ben<br />
<strong>di</strong>versa.<br />
Come ogni giorno, esce sulla terrazza per sorseggiare il suo caffè. La fresca luce dell’alba<br />
le bacia gli occhi, ma non riesce a <strong>di</strong>radare il velo che offusca il suo sguardo. Poi un<br />
rumore improvviso, insolito per quel luogo remoto e solitario, la <strong>di</strong>stoglie dai tristi pensieri.<br />
Un fruscio ripetuto, come se qualcosa o qualcuno smuovesse le siepi. “Forse è Cesare: è<br />
sempre in giro quel birbante!”<br />
Concentra lo sguardo nel punto da dove è provenuto il rumore, ma niente si muove: solo<br />
la brezza mattutina e il gracchiare dei corvi e Cesare che miagola <strong>di</strong>etro <strong>di</strong> lei per chiedere<br />
coccole o cibo, “<strong>di</strong>fficile capire ciò che veramente vuole, ma che importa, è così<br />
facile e piacevole assecondare i suoi piccoli desideri” e così <strong>di</strong>mentica quel breve<br />
fruscio.<br />
Sotto la doccia riesce a godere del piacere dell’acqua che scorre sul corpo. Indossa il<br />
costume e scende al mare. Il libro, che da troppo tempo si porta <strong>di</strong>etro, rimane, come ogni<br />
volta, chiuso sulla sabbia. Si stende, assapora la lieve carezza dei raggi, socchiude gli occhi e<br />
ricor<strong>di</strong> lontani, evocati dai sensi che quel giorno risveglia, lentamente riaffiorano.<br />
5
Due.<br />
La spiaggia non era la stessa, ma quella <strong>di</strong> una lontana isola nel mar dei Caraibi.<br />
- Muoviti Clara, non siamo venute qua per oziare!<br />
- Lo so. Ancora cinque minuti, ti prego, è così bello qui!<br />
- An<strong>di</strong>amo pigrona o cominceranno senza <strong>di</strong> noi! Non voglio perdermi niente <strong>di</strong><br />
questa esperienza.<br />
- Va bene brontolona, an<strong>di</strong>amo!<br />
Lucilla, la figura esile, i capelli corti e chiari e una manciata <strong>di</strong> lentiggini a contorno <strong>di</strong><br />
un naso sbarazzino, è molto giovane, quasi una bambina, ma con le idee chiare e gli<br />
ideali supportati dalla giusta passione per attuare in concreto principi <strong>di</strong> giustizia e libertà.<br />
La sua tenacia e la sua determinazione sorprendevano sempre chi, superficialmente,<br />
si limitava a valutarne l’aspetto esteriore.<br />
Era <strong>di</strong> moda all’epoca fare le impegnate, ma Lucilla ci credeva davvero e col suo<br />
entusiasmo aveva contagiato anche me, che fino ad allora ero vissuta con l’idea che le<br />
uniche cose che contavano fossero la famiglia, il bel mondo, le belle cose, la carriera, un<br />
marito prestigioso e le conoscenze giuste. Averla incontrata era stato fondamentale,<br />
non solo avevo conosciuto una persona davvero speciale, ma ero stata proiettata in una<br />
realtà per la quale non avevo mai mostrato interesse se non al <strong>di</strong> fuori <strong>di</strong> me.<br />
Bacu: paese dalle mille contrad<strong>di</strong>zioni, ma anche messaggio <strong>di</strong> forte speranza. L’esempio<br />
reale che è possibile opporsi all’invasione <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> potenze, con la lotta, la tenacia, la<br />
forza e la fede; la fede nella giustizia e nell’eguaglianza <strong>di</strong> tutti gli uomini.<br />
I miei mi credevano in una capanna <strong>di</strong> lusso, ospite <strong>di</strong> alcuni amici che vivevano in<br />
uno sperduto atollo nell’oceano in<strong>di</strong>ano. Non era <strong>di</strong>fficile farglielo credere, si fidavano <strong>di</strong><br />
me e mai avrebbero pensato che potessi interessarmi a qualcosa <strong>di</strong> <strong>di</strong>verso. In fondo<br />
conoscevano ben poco <strong>di</strong> ciò che era e pensava la loro unica figlia e, ad essere franchi,<br />
anch’io non ne sapevo granché.<br />
In quella primavera si delineò il mio destino ed io lo accettai, come ero sempre stata<br />
abituata a fare, senza rendermi conto che, ancora una volta, non avevo scelto, ma erano<br />
stati gli eventi a decidere per me.<br />
Andres: alto, snello, la pelle ambrata come il miele, l’incedere sicuro ed elegante, gli<br />
occhi neri e profon<strong>di</strong>, che a fatica riuscivano a nascondere ciò che la sua coscienza<br />
provava. Mi aveva colpito fin dal primo momento. Fin da quando, entrando in quel<br />
grande salone senza pareti, col tetto <strong>di</strong> legno e per pavimento foglie <strong>di</strong> banano, lo avevo<br />
visto. Lui era lì, in pie<strong>di</strong>, al centro, e tutta quella gente attorno. Sembrava impossibile che<br />
fossero così tanti, perché il silenzio era immenso, quasi solenne. Si sentiva solo la sua<br />
voce: calma, calda, rassicurante, a tratti un po’ rauca, ma solo quando l’emozione riusciva<br />
a tra<strong>di</strong>rlo.<br />
Il progetto comprendeva la costruzione <strong>di</strong> un reparto <strong>di</strong> maternità nell’ospedale che<br />
stava già funzionando attivamente ma che ancora doveva essere ampliato per <strong>di</strong>ventare<br />
6
completamente efficiente e non era facile lavorare in quel clima: la rivoluzione si era da<br />
poco conclusa ed alcuni sparuti gruppi ancora non avevano accettato la sconfitta. Anche<br />
se erano isolati e sotto controllo, bisognava comunque stare sempre all’erta perché,<br />
in alcuni casi, potevano rappresentare un pericolo.<br />
La sua presenza, da sola, bastava a tranquillizzare gli animi e, anche se l’allarme<br />
scattava, sapevamo <strong>di</strong> poter contare sempre su <strong>di</strong> lui e sui tanti compagni che avevano<br />
speso la giovinezza e la vita stessa per costruire la libertà e per dare <strong>di</strong>gnità ad un popolo<br />
che se l’era conquistata con forza e coraggio.<br />
La sua personalità e la sua figura mi avevano affascinato all’istante ed in seguito<br />
ancora <strong>di</strong> più le sue parole, i suoi pensieri, le sue azioni ed i suoi insegnamenti. Ero<br />
<strong>di</strong>ventata la sua allieva devota e con lui ero cresciuta, e i concetti e i principi nei quali<br />
avevo creduto fino ad allora mi apparivano così poveri e gretti che risucivo solo a<br />
vergognarmene. Anche se adesso erano totalmente trasformati e plasmati da quelle<br />
nuove esperienze, non sopportavo l’idea <strong>di</strong> averli comunque provati.<br />
Col tempo anche lui aveva notato i miei cambiamenti: ero <strong>di</strong>ventata ben presto una<br />
donna, forte, decisa e coraggiosa e, in molte occasioni, avevo partecipato a missioni<br />
importanti e rischiose.<br />
L’amore era esploso una notte, complici la paura, l’affetto e la stima. Non so se<br />
stavamo proteggendoci a vicenda. So solo che il desiderio ci aveva travolti e in un<br />
attimo c’eravamo solo noi, ed io mi sono persa nel suo corpo e nella sua mente.<br />
Era una calma sera e stavamo passeggiando sulla spiaggia, poco <strong>di</strong>stanti dal campo.<br />
Camminavamo tranquilli, per compagna la luna che illuminava le mangrovie che scendevano<br />
al mare fino a lambirne la riva.<br />
Ogni tanto il lavoro pressante ci consentiva quei rari e preziosi momenti <strong>di</strong> pausa<br />
che ci piacevano molto e nei quali riuscivamo anche ad essere (grande linfa vitale)<br />
spensierati.<br />
Stavamo scherzando e giocando, prendendoci in giro come bambini, quando li<br />
abbiamo visti. In lontananza si scorgevano alcune figure maschili che, con fare sospetto,<br />
sembravano <strong>di</strong>rigersi verso <strong>di</strong> noi. Istintivamente allarmati, ci siamo stesi a terra e<br />
acquattati a ridosso <strong>di</strong> una piccola duna. Non sapevamo chi fossero ed era meglio non<br />
fidarsi. Ci stringevamo in quell’abbraccio forzato e il timore del possibile e imminente<br />
pericolo ha facilitato ed accelerato gli eventi, contribuendo a far prevalere, perfino sulla<br />
prudenza, il desiderio <strong>di</strong> sentirci vivi. La sorpresa <strong>di</strong> ciò che stavamo provando ci aveva<br />
fatto perdere il contatto con la realtà, ma per fortuna l’incoscienza era stata compensata<br />
dal caso, che aveva portato quegli uomini lontano da noi.<br />
Ormai non potevamo più nascondere i nostri sentimenti, ma la cosa non aveva<br />
meravigliato nessuno. Eravamo stati gli ultimi ad accorgersi <strong>di</strong> quello che ci stava accadendo.<br />
Il nostro rapporto cresceva e si consolidava, così come crescevano gli impegni e i<br />
mille progetti da realizzare. I volontari arrivavano da tutte le parti del mondo. Lavoravamo<br />
giorno e notte. Era bello collaborare tutti assieme con entusiasmo e convinzione. Vi<br />
erano momenti <strong>di</strong> tensione e stanchezza, ma il desiderio <strong>di</strong> sconfiggere definitivamente<br />
le ingiustizie era tanto da farci sentire pieni <strong>di</strong> energia, che esprimevamo non solo nel-<br />
7
l’impegno ma anche nel desiderio e nella voglia <strong>di</strong> vivere. Alle riunioni organizzative ed al<br />
duro lavoro si affiancavano gran<strong>di</strong> feste dove si ballava, cantava, <strong>di</strong>videndo ogni cosa<br />
che avevamo. Eravamo spesso in mezzo alla gente, alla loro vita, ci contagiavamo a<br />
vicenda e poi eravamo così giovani e ci sentivamo invincibili, come se niente e nessuno<br />
mai avesse avuto il potere <strong>di</strong> fermarci.<br />
Un maledetto giorno però non era più tornato. Nessuna traccia <strong>di</strong> lui. Erano state<br />
fatte ricerche e indagini in ogni <strong>di</strong>rezione, ma tutto era stato vano. Doveva essere<br />
accaduto qualcosa <strong>di</strong> grave, oppure doveva esserci stato un valido motivo perché sparisse<br />
senza informare nessuno, perchè questo non era un comportamento che gli apparteneva,<br />
mai avrebbe abbandonato la sua gente in silenzio e senza una spiegazione. Forse<br />
non poteva comunicare o forse dovevamo solo pensare al peggio? Mi sembrava <strong>di</strong><br />
vivere in un incubo. Troppo tempo era trascorso senza sue notizie e, anche se nessuno<br />
lo <strong>di</strong>ceva apertamente, temevamo che potesse essere stato ucciso. Andres aveva parecchi<br />
nemici. Con la vittoria della rivoluzione erano molti coloro che avevano visto <strong>di</strong>ssolvere<br />
il loro gretto dominio. La maggior parte <strong>di</strong> loro erano stati esiliati ma alcuni erano<br />
rimasti, personaggi ambigui e senza scrupoli, segretamente collusi con le più alte forme<br />
<strong>di</strong> potere straniero.<br />
Se ciò che temevamo fosse veramente accaduto, non avremmo mai più ritrovato il<br />
suo corpo, lo avrebbero fatto sparire in modo da occultare ogni prova. Senza cadavere<br />
non esisteva omici<strong>di</strong>o e purtroppo non era la prima volta che capitava.<br />
Erano stati giorni oscuri. Niente faceva la <strong>di</strong>fferenza, nè il giorno nè la notte, tutti<br />
uguali, vi era solo una lunga linea piatta, l’assenza assoluta. La mente svuotata.<br />
Dover ricordare ciò che era accaduto era insopportabile e il corpo, non potendo<br />
sostenerlo, mi aveva abbandonato. Dopo lo sgomento l’oblio si era impossessato <strong>di</strong> me<br />
e a niente serviva sapere che vicino avevo affetto, solidarietà e amicizia. Non reagivo<br />
neanche al fatto che stavo solo <strong>di</strong>ventando un peso in un luogo dove i miei problemi<br />
non avevano alcun senso, ma non c’era niente che mi scrollasse o che mi desse la forza<br />
<strong>di</strong> ribellarmi a quel dolore, ciò che rimaneva <strong>di</strong> me era un involucro vuoto e privo <strong>di</strong> vita.<br />
Poi il miracolo. Come ormai da tempo, stavo seduta su quella se<strong>di</strong>a, dondolandomi<br />
per ore ed ore guardando fuori dalla finestra con lo sguardo perso nel niente, aspettando<br />
chissà che cosa, chissà chi.<br />
È entrato nella stanza, gridando con quella sua vocina:<br />
- No tengo nada! No tengo nada!<br />
Le sue parole escono così veloci che si fatica a <strong>di</strong>stinguere ciò che <strong>di</strong>ce.<br />
È un pezzettino, nero come il carbone ed è spaventato. Corre, cercando <strong>di</strong> nascondersi<br />
<strong>di</strong>etro <strong>di</strong> me, con Ramon che lo insegue. Piange e strilla. È molto piccolo, forse<br />
quattro, cinque anni. I riccioli scomposti gli ricadono sulla fronte. Le lacrime che rigano<br />
il volto lasciano una scia caffellatte sulle guance nere ed atterrano su una banana che<br />
stringe fra le mani.<br />
Poi quegli occhi, pungenti come spilli, si piantano nei miei:<br />
- Stai male? Cosa hai fatto? Sei cascata?<br />
Gli carezzo dolcemente la testa e lo stringo a me, cercando <strong>di</strong> consolarlo e proteggerlo<br />
da Ramon che urla e borbotta.<br />
8
- Che c’è Ramon, che mai sarà successo?<br />
- Quel demonietto! Entra sempre <strong>di</strong> nascosto e pretende <strong>di</strong> fare quel che vuole. Per<br />
quella banana ha <strong>di</strong>strutto la cena che avevo preparato. Ora che mangiamo? Se ti prendo…!<br />
- Dai Ramon, ve<strong>di</strong>amo che si può fare!<br />
In quel momento Ramon si blocca, come se solo allora si fosse reso conto che ero<br />
risuscitata come se quel buio periodo non fosse mai esistito. Non muove neanche un<br />
muscolo, le braccia a mezz’aria e la bocca spalancata. Ramon è un brav’uomo e si da<br />
molto da fare al campo, ma con i bambini proprio non ci sa fare!<br />
- Guarda che rischi <strong>di</strong> mangiarti qualche mosca! Forza! An<strong>di</strong>amo in cucina e tu<br />
piccolo vieni con me e mangiati pure quella stupenda banana. Tanto ormai è tua!<br />
Lo prendo in braccio. Il corpo esile come uno scricciolo e le gambe che sembrano<br />
due ramoscelli. Mi si stringe il cuore: “Ma che ha questo bambino? Qui più nessuno<br />
patisce la fame”.<br />
Intanto Ramon, ripresosi dallo stupore, mi abbraccia e sembra aver già <strong>di</strong>menticato<br />
il malfatto.<br />
Ci <strong>di</strong>rigiamo tutti e tre in cucina e ci se<strong>di</strong>amo attorno al grande tavolo.<br />
- Come si chiama? Chi è? Che ha fatto?<br />
- Calma! Calma! Lo abbiamo chiamato Perrito perché è stato trovato nel bosco<br />
dove <strong>di</strong>videva il cibo e la cuccia con un gruppo <strong>di</strong> cani randagi. Spaventato, al vederci ha<br />
urlato delle frasi sconnesse, però sapeva parlare, quin<strong>di</strong> non doveva essere molto che si<br />
trovava lì. Ma non ha saputo o voluto raccontare niente. Sono pochi giorni che è qui ed<br />
è un animalino selvatico, non si fa toccare o meglio, non si faceva toccare da nessuno.<br />
Mangia solo se ruba il cibo e ormai è <strong>di</strong>ventato un espe<strong>di</strong>ente assecondarlo, visto che<br />
solo così riesce ad alimentarsi. Lavarlo poi è un’impresa non da poco e… si vede!<br />
Nel frattempo, lentamente, anch’io mi ero resa conto che quel torpore che bloccava<br />
mente e corpo era magicamente svanito. Quanti giorni o mesi erano passati? Mi sembrava<br />
un tempo indefinito. Come avrei fatto a vivere senza <strong>di</strong> lui. Senza la sua presenza<br />
mi sentivo una nullità. Era lui la mia guida, il mio maestro, il mio amante e la mia stessa<br />
vita. Mi sentivo come se avessero amputato una parte vitale del mio corpo.<br />
I pensieri interrotti da una vocina.<br />
- Cosa fai? An<strong>di</strong>amo fuori? - Perrito mi tende la mano con la supplica negli occhi.<br />
- Dove vuoi andare?<br />
- Fuori, nel sole.<br />
Sa ciò che vuole e il fatto che in un bambino così piccolo ci sia così tanta determinazione<br />
mi turba.<br />
- Va bene, an<strong>di</strong>amo. Vuoi <strong>di</strong>rmi come ti chiami?<br />
Un attimo <strong>di</strong> silenzio, ma poi continua assecondando il suo obiettivo:<br />
- Dai, vieni, an<strong>di</strong>amo! Non voglio stare qui, vieni con me.<br />
Non insisto e ci <strong>di</strong>rigiamo verso l’esterno. Camminiamo mano nella mano e in<br />
silenzio. Perrito sembra sapere dove andare.<br />
Proseguo sicura, quasi abbandonandomi a lui, fino ad un piccolo sentiero che<br />
imbocchiamo inerpicandoci sulla montagna. Non so quanto abbiamo camminato. Sta<br />
9
calando la sera e comincia a piovere. In quelle con<strong>di</strong>zioni con è prudente procedere oltre<br />
ed invece continuo a seguirlo come rapita. Quelle gambette nude, i pie<strong>di</strong>ni scalzi e il<br />
desiderio <strong>di</strong> farmi conoscere un segreto.<br />
La pioggia aumenta e le nubi si stanno addensando nere e preoccupanti. Incuranti<br />
del <strong>di</strong>luvio che si sta abbattendo su <strong>di</strong> noi, continuiamo ad avanzare verso la nostra<br />
meta. Ma quale?<br />
In lontananza una piccola casa <strong>di</strong> legno e foglie <strong>di</strong> banano. Era là che eravamo<br />
<strong>di</strong>retti.<br />
- Chi abita qui? Conosci questo posto?<br />
Perrito non risponde e continua a camminare stringendo la mia mano. Di fronte a<br />
quella piccola porta ci siamo fermati. Nessun rumore, nessun movimento. Poi, cautamente,<br />
spingo la porta, che cede alla mia pressione con un sinistro cigolio. Mi fermo,<br />
quasi spaventata da quel rumore e un’inquietu<strong>di</strong>ne insi<strong>di</strong>osa si impossessa <strong>di</strong> me.<br />
Non riesco ad andare oltre. Non capisco bene il motivo ma non oso varcare quella<br />
soglia. Perrito nel frattempo mi aveva oltrepassato. È davanti a me e, spalancando la<br />
porta, entra deciso ed io non posso far altro che seguirlo. Al momento il buio non mi<br />
consente <strong>di</strong> vedere, ma gli occhi ben presto si abituano e, lentamente, comincio a<br />
<strong>di</strong>stinguere le cose che occupano quella stanza. Un povero tavolo, due se<strong>di</strong>e, resti <strong>di</strong> cibo<br />
in piatti <strong>di</strong> coccio. La puzza mi aggre<strong>di</strong>sce, ma continuo a guardare ovunque. In un<br />
angolo c’è qualcosa che attira la mia attenzione. Uno straccio giallo. Non so perché, ma<br />
è qualcosa <strong>di</strong> familiare. Con timore mi avvicino e guardo meglio, lo prendo, l’osservo.<br />
“Nooo! Ti prego...!” Vi sono buchi e macchie scure e quella scritta inconfon<strong>di</strong>bile<br />
“El Frente” e sotto, piccolo piccolo “Andres”. Un urlo mi esce dal petto, ho bisogno <strong>di</strong><br />
aria. Esco e comincio a correre, stringendo quel cencio tra le mani. Mi sembra che<br />
qualcuno flagelli le mie carni e non è solo colpa della pioggia che impietosa continua a<br />
rovesciarsi su tutto ciò che incontra. Perrito mi corre <strong>di</strong>etro. Quando mi fermo lo afferro<br />
per le spalle e comincio a scuoterlo.<br />
- Cosa sai? Perché mi hai portato qui? Chi sei?<br />
Lo scuoto e urlo come un’ossessa.<br />
Perrito è terrorizzato e <strong>di</strong>vincolandosi allenta la mia stretta e corre come un fulmine<br />
il più lontano possibile da me. Lo inseguo, imme<strong>di</strong>atamente pentita per averlo aggre<strong>di</strong>to<br />
in quel modo “È così piccolo! I<strong>di</strong>ota! Ma cosa vuoi che sappia!”<br />
- Perrito! Perrito! - lo chiamo <strong>di</strong>sperata.<br />
- Aspettami, non voglio farti del male.<br />
Ma lui continua a correre e si arrampica sulle rocce come un capriolo, come se quelle<br />
pietre non fossero così sconosciute per lui.<br />
- Aspettami!<br />
Non ce la faccio. I miei passi si fanno più lenti, il cuore martella nelle tempie e nelle<br />
orecchie e la pioggia, che insiste a cadere senza sosta, rende scivoloso il terreno. Poi,<br />
improvviso, dall’alto, un boato, e sassi e terra ci franano contro.<br />
- Riparati Perrito! Stai attento!<br />
Un istante dopo comincio a rotolare insieme a quei massi in una capriola senza fine<br />
e dopo, il buio assoluto.<br />
10
Tre.<br />
A questi ricor<strong>di</strong> mi scuoto, guardo intorno e tutto è immutato. La baia, la casa, gli<br />
alberi, il mare, la spiaggia e la mia tristezza infinita.<br />
Quel giorno mi avevano trovata viva per miracolo. Perrito non fu mai ritrovato, era<br />
stato inghiottito dalla montagna, come quella casupola e tutto ciò che vi era dentro,<br />
come quella maglia, la sua maglia.<br />
Mi hanno curato nel corpo, risanato completamente, ma la mente era addormentata.<br />
I miei vennero a prendermi e trovarono ben poco della loro “bambina”.<br />
Tornata a casa sono rimasta in stato catatonico per alcuni mesi. Quando, lentamente,<br />
ho cominciato a riprendermi, sentivo che niente sarebbe più tornato come prima. La<br />
vita in quella casa ormai non mi apparteneva più e l’ambiente intorno mi era insopportabile.<br />
Di Andres e Perrito nessuno seppe più niente ed i compagni pian piano smisero<br />
<strong>di</strong> farmi avere notizie. Lucilla era partita da Bacu e le vicende poi ci avevano allontanato.<br />
Non ero mai riuscita a raccontare ciò che avevo visto e vissuto quell’ultimo giorno.<br />
Era tutto rimasto in quella mente, ormai <strong>di</strong>sabitata e priva <strong>di</strong> vita.<br />
I miei mi colmavano <strong>di</strong> attenzioni ma non mi hanno mai fatto domande e, nel<br />
tempo, cercando <strong>di</strong> proteggermi, hanno fatto in modo che ogni contatto svanisse.<br />
L’apatia, che allora albergava in me, non mi consentiva <strong>di</strong> oppormi e Bacu era gradualmente<br />
regre<strong>di</strong>ta, inghiottita ormai da una piccola scatola nera, tanto che spesso faticavo<br />
a credere che quegli eventi fossero realmente accaduti.<br />
Mi ero pian piano chiusa in una cupola ovattata, fatta <strong>di</strong> tristezza, <strong>di</strong> solitu<strong>di</strong>ne e <strong>di</strong><br />
in<strong>di</strong>fferenza. Mi pareva che niente avesse valore. Solo un’immensa fatica che rendeva<br />
insostenibile la vita.<br />
Il sole è calato e l’aria frizzante mi spinge a rientrare. Come spesso accade, ho<br />
<strong>di</strong>menticato <strong>di</strong> pranzare ed ho una fame da lupi.<br />
Imbocco il vialetto e cammino a passi svelti. Poi, improvvisamente, <strong>di</strong> nuovo un<br />
fruscio che mi riporta allo stesso rumore avvertito la mattina. Mi fermo e guardo intorno:<br />
niente, solo il frinire delle cicale. “Forse è il vento”, ma non si muove neanche una<br />
foglia!<br />
Di nuovo Cesare vicino a me che si strofina alle gambe e miagola dolce e tenero.<br />
- Vieni Cesare, an<strong>di</strong>amo a mangiare. È l’ora, per tutti e due.<br />
Entro in casa con Cesare che mi precede, ancora assorta in quei pensieri: “Ma cosa<br />
ho fatto in questi trenta anni? È come se il tempo mi fosse scivolato addosso.”<br />
Un rumore proveniente dalla cucina mi scuote.<br />
- Chi c’è? C’è qualcuno? - chiedo ad alta voce, udendo però solo il suono delle mie<br />
parole.<br />
Uno scalpiccio e la porta dell’ingresso che sbatte. Mi affretto verso la cucina e trovo<br />
il caos totale e il frigo completamente razziato. “Cristo! Ma qui c’è qualcuno che è<br />
affamato!” Prendo la torcia e mi precipito fuori ma niente si muove. Scruto nel fascio <strong>di</strong><br />
11
luce ma tutto è fermo e silenzioso come sempre.<br />
Non ho paura. La solitu<strong>di</strong>ne mi rassicura, così come riusciva a rassicurarmi la sua<br />
voce o il sogno <strong>di</strong> lui. Spesso reale e irreale si confondono e, prima <strong>di</strong> perdere il contatto<br />
col presente, abbandono ogni sensazione. È proprio per questo che non sono più<br />
riuscita a provare passioni, fino a maturare la convinzione che ciò fosse giusto, ma forse<br />
perché solo così riuscivo a proteggermi dal mondo.<br />
“Chi sarà stato?” Esamino ogni traccia come un segugio: pezzi <strong>di</strong> cibo, piatti rotti,<br />
se<strong>di</strong>e rovesciate e... un’orma sul tappeto “fuori l’erba è bagnata per la guazza”. È visibile<br />
una leggera impronta <strong>di</strong> scarpa maschile. “Forse qualcuno in <strong>di</strong>fficoltà...” Avevo saputo<br />
<strong>di</strong> sbarchi <strong>di</strong> clandestini ma erano tutti avvenuti a molti chilometri da qui.<br />
Chissà perché un brivido mi attraversa la schiena: è paura? “No! Forse sta solo<br />
arrivando il freddo.” Mi infilo una maglia e comincio a pulire e rior<strong>di</strong>nare. Una volta<br />
sistemato tutto mi preoccupo <strong>di</strong> verificare che ogni porta sia ben chiusa. “Forse è bene<br />
cominciare ad essere prudenti.”<br />
Non ho voglia <strong>di</strong> dormire stasera. Mi siedo davanti al piano.<br />
- Amico mio, ti ho un po’ trascurato in questi anni, ve<strong>di</strong>amo come stai.<br />
Alzo il coperchio scoprendo il suo sorriso. Sfioro i tasti che sembrano non aver<br />
perso l’accordatura.<br />
- Che bravo sei stato!<br />
Pian piano entrambe le mani lo accarezzano fino a muoversi in armonico suono.<br />
Le note escono come per incanto e con loro anche la mia tensione lentamente<br />
fugge.<br />
Continuo a suonare per ore, fino a quando il sonno mi suggerisce che è meglio<br />
andare a riposare. Mi alzo e mentre mi <strong>di</strong>rigo <strong>di</strong> sopra dalla finestra mi pare <strong>di</strong> scorgere<br />
qualcosa ma, mentre mi avvicino, mi convinco che è solo suggestione. “Una bella tisana<br />
mi aiuterà a scrollarmi da questa giornata!”<br />
La mattina seguente scendo in paese. Il vociare <strong>di</strong> alcune persone attira la mia<br />
attenzione; sento che parlano seccati <strong>di</strong> un ennesimo sbarco.<br />
All’e<strong>di</strong>cola chiedo il quoti<strong>di</strong>ano locale: “Sbarco <strong>di</strong> clandestini sulle nostre coste.”<br />
Sembra che su quella carretta ci fosse un carico proveniente da Haitù.<br />
“Un carico! Strano modo per definire quei poveri corpi ammassati l’uno sull’altro, in<br />
attesa che almeno la prima delle loro speranze si realizzi, soffrendo indescrivibili privazioni<br />
fino a rischiare la vita. Quanti <strong>di</strong> loro non arrivano neanche a metà del percorso!”<br />
Haitù è una delle isole più povere dei Caraibi. Si trova nello stesso arcipelago <strong>di</strong><br />
Bacu. “Ma come ha fatto ad arrivare da così lontano?”<br />
Sembra che non siano riusciti a catturare gli scafisti e che alcuni passeggeri siano<br />
riusciti a fuggire. Gli altri sono stati portati al centro <strong>di</strong> accoglienza più vicino, che <strong>di</strong>sta<br />
circa cinquanta chilometri da lì e lo sbarco è avvenuto ad almeno trenta chilometri dalla<br />
mia casa.<br />
Mi ricollego a quanto avvenuto la sera precedente: “Mio Dio! Poteva essere uno <strong>di</strong><br />
loro; uno degli scafisti, oppure qualcuno dei clandestini sfuggiti al fermo. Ma no! come<br />
avrebbe potuto in così poco tempo percorrere tutta quella strada!?”<br />
Non riuscivo ad immaginare chi potesse essere stato. “Qui si conoscono tutti!”<br />
12
Non andavo spesso in paese e non avevo molte relazioni però se ci fosse stato<br />
qualche balordo in giro l’avrei comunque saputo. Gli abitanti non erano molti e la maggior<br />
parte <strong>di</strong> loro, ricchi benestanti in pensione, non avrebbero sicuramente permesso<br />
che qualcuno contaminasse il loro bell’ambiente. In ogni modo la cosa non sarebbe<br />
certo passata sotto silenzio.<br />
Eppure qualcuno c’era stato!<br />
Abbandono l’idea <strong>di</strong> denunciare l’accaduto. Istintivamente ritengo che è meglio<br />
aspettare.<br />
Faccio provviste <strong>di</strong> cibo e quant’altro necessario per non scendere in paese per un<br />
bel po’ <strong>di</strong> tempo.<br />
Non so perché, ma è da ieri mattina che ho come la sensazione che una presenza<br />
mi accompagni come un’ombra e ancora non ho capito se è una sensazione piacevole o<br />
no.<br />
Nel rientrare a casa mi accorgo che Cesare è rimasto fuori. Mi avvicino alla finestra<br />
e nell’ombra scorgo due occhi penetranti che mi fissano: un ricordo mi esplode nella<br />
mente come un lampo. È stato un attimo, un battito <strong>di</strong> ciglia, ma osservando con<br />
maggiore attenzione non vedo più niente.<br />
“L’immaginazione a volte fa brutti scherzi!” Penso, cercando <strong>di</strong> sdrammatizzare.<br />
Esco per chiamare Cesare:<br />
- Micio, micino, vieni, la pappa è pronta. Cesare! Corri, miciotto mio!<br />
Cesare si <strong>di</strong>rige rapidamente verso <strong>di</strong> me ronfando e trotterellando. Mi chiudo la<br />
porta alle spalle e accendo lo stereo. Cerco un vecchio <strong>di</strong>sco. “Accidenti! Ma dov’è<br />
finito? Eccolo!”<br />
La dolce voce <strong>di</strong> Katia Kardenal erompe nell’aria e richiama forti ed inconsce emozioni.<br />
Comincio a ballare e Cesare mi guarda curioso.<br />
“Cosa starà pensando? Forse che la sua mamma è un po’ strana! Ma lui sa bene<br />
come riconoscere chi è in grado <strong>di</strong> dargli amore ed attenzioni”<br />
- Vero piccolino?<br />
“Adoro il mio gatto, amo la sua tenerezza, il suo affetto. Mi affascinano la sua<br />
capacità <strong>di</strong> vivere in totale sintonia con tutto ciò che accade, la sua autonomia che non<br />
è in<strong>di</strong>fferenza, la sua riservatezza che non è freddezza e l’intelligenza con la quale accetta<br />
i suoi simili ed anche gli umani unicamente per quello sono, rifiutando con eleganza ciò<br />
che non gli piace.”<br />
Vede la pallina e la rincorre e con la zampetta la lancia nella mia <strong>di</strong>rezione.<br />
- Vuoi giocare topolino? - e gli rilancio la pallina.<br />
Lo vedo fermarsi all’improvviso, con gli occhi spalancati e le orecchie dritte in<br />
segno <strong>di</strong> allarme, che fissa qualcosa in alto <strong>di</strong>etro <strong>di</strong> me. Mi volto guar<strong>di</strong>nga e intravedo<br />
la figura <strong>di</strong> un uomo che si staglia nella penombra del vano della porta, ha un coltello in<br />
mano e me lo sta puntando contro.<br />
- Dammi tutto ciò che hai e non ti farò niente.<br />
Parla un buon italiano con accento spagnolo. Si sposta verso la luce ed ora posso<br />
vederlo meglio: è molto giovane, un ragazzino, avrà sì e no se<strong>di</strong>ci anni, è molto alto,<br />
scuro e riccio. I tratti sottili e gli occhi vivaci e spaventati, anche se decisi.<br />
13
Non riesco a muovere un passo. Mille pensieri affollano la mente immobilizzandomi.<br />
La sua minaccia però riesce a scuotermi e quell’agitare il coltello mi fa uno strano<br />
effetto.<br />
- Non ho molto in casa. Cosa vuoi? - La voce che trema, anche se cerco <strong>di</strong> controllarmi.<br />
- Tutto ciò che hai. Sol<strong>di</strong>, gioielli e poi anche cibo e acqua. Muoviti, non ho molto<br />
tempo e potrei spazientirmi.<br />
Salgo in camera e prendo quel che ho: pochi sol<strong>di</strong> e pochi gioielli; antichi ricor<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />
famiglia. Li metto in una borsa e prendo anche lo zaino.<br />
Scendo, vado in cucina e rapidamente riempio lo zaino con quel che mi capita tra le<br />
mani; pane, formaggio, dolci, frutta, acqua.<br />
Metto tutto per terra <strong>di</strong> fronte a lui mentre in lontananza si ode una sirena che si<br />
avvicina velocemente.<br />
- Pren<strong>di</strong> e vai! Corri! Prima che arrivino!<br />
Mi guarda sorpreso ma non esita, solleva ogni cosa ed esce <strong>di</strong> corsa. Nella fretta ha<br />
perso il suo coltello che velocemente afferro e nascondo in un cassetto.<br />
Chiudo la porta e riavvio il <strong>di</strong>sco. Di nuovo quella dolce voce a rassicurarmi.<br />
Suona il campanello. Tiro un forte respiro per recuperare la calma e vado ad aprire.<br />
- Commissario Arletti - <strong>di</strong>ce l’uomo mostrandomi il <strong>di</strong>stintivo.<br />
- Posso entrare?<br />
- Prego! - mi sposto <strong>di</strong> lato, lasciandolo passare.<br />
- Cosa posso fare per lei, commissario?<br />
- Abbiamo avuto una segnalazione. Sembra sia stato avvistato un uomo sospetto<br />
aggirarsi da queste parti. Volevo assicurarmi che tutto fosse tranquillo.<br />
- Certo! Ma perché questo timore? Chi cercate? È pericoloso?<br />
- Di preciso non lo sappiamo. Stiamo cercando alcuni uomini. Sono fuggiti, dopo<br />
uno sbarco <strong>di</strong> clandestini avvenuto l’altra sera. Si suppone che due siano gli scafisti e gli<br />
altri tre clandestini.<br />
- Ma lo sbarco è avvenuto a trenta chilometri da qui!<br />
- Sì, ma il mare è vicino e, per quanto ne sappiamo, avrebbero potuto raggiungere la<br />
baia con un gommone. Stiamo controllando tutte le zone intorno. Mi raccomando,<br />
signora, stia molto attenta. Certe persone non si fanno scrupoli, e per altre la <strong>di</strong>sperazione<br />
può portare a gesti estremi. Le lascio il mio numero. Vive sola?<br />
- Sì!<br />
- Non ha paura ad abitare così isolata?<br />
- No, commissario. La paura assale chi ama la vita - affermo con serenità, ma col<br />
tono <strong>di</strong> chi non consente repliche, imme<strong>di</strong>atamente pentita per essere stata troppo<br />
confidenziale.<br />
Mi guarda serio, il respiro trattenuto per un attimo e poi continua:<br />
- Mi raccomando, non esiti a chiamarmi, in qualunque momento.<br />
- Arrivederci commissario e grazie.<br />
Chiudo, mi appoggio alla porta e lo sgomento mi assale. Non sto pensando a me,<br />
ma a quel ragazzino, a quegli occhi. Sono turbata, è come se una moviola mi avesse<br />
14
apidamente riportato a quel giorno, a quegli occhi che si infilavano nei miei scuotendomi<br />
dall’oscurità.<br />
“Avrei potuto chiedere <strong>di</strong> più a quel commissario, era gentile. Se solo gliele avessi<br />
chieste, mi avrebbe dato maggiori notizie. Ma non vedevo l’ora se ne andasse, tanto era<br />
il timore <strong>di</strong> tra<strong>di</strong>rmi.”<br />
Mi ricordo del coltello e vado a prenderlo. Apro il cassetto e non appena è nelle mie<br />
mani, un vortice m’inghiotte.<br />
“Che è successo?” penso, quando nel riprendermi, mi scopro per terra.<br />
“Devo essere svenuta!” Poi ricordo: “Il coltello.... dov’è?!” È lì, accanto a me. Il<br />
manico rudemente inciso. Due iniziali incrociate, le stesse che Andres aveva inciso sul<br />
suo: AC. “Non è possibile!” sono confusa, incredula, mi sembra <strong>di</strong> essere fuori da quella<br />
stanza, fuori dal mondo. “Ma perché sta accadendo questo?”<br />
15
Quattro.<br />
Mi sono vestita in fretta quella mattina e le ruote della vecchia bicicletta girano<br />
veloci sulla <strong>di</strong>scesa.<br />
Devo fare presto, prestissimo. Da qualche parte avevo visto un Internet-point.<br />
Scendo <strong>di</strong> corsa: “Haitù - centramerica”. Niente, solo notizie turistiche. “Ipocriti! Là c’è un<br />
dramma in corso e a noi devono solo interessare spiagge deserte, mare turchese e ver<strong>di</strong><br />
palme! Che schifo!”<br />
Continuo a leggere tra i mille in<strong>di</strong>rizzi che il motore <strong>di</strong> ricerca ha selezionato, cercando<br />
un in<strong>di</strong>zio, qualcosa che vada oltre la mera frivolezza della ricca vacanza tropicale.<br />
Dopo averne scorsi un numero imprecisato, finalmente un nome che attira l’interesse e<br />
che riporta lontano: “El Frente”.<br />
Il <strong>di</strong>to esita, sospeso sul tasto del mouse: “Ma che ti importa ormai! È trascorso così<br />
tanto tempo! Che vai a cercare? Lascia perdere!” Ma la mano sembra avere una propria<br />
autonomia.<br />
“El Frente: Haitù e Bacu, uniti in un fronte comune”. È una ONG italiana, in contatto<br />
con Bacu ed assieme finanziano progetti <strong>di</strong> autosviluppo per supportare la popolazione<br />
<strong>di</strong> Haitù.<br />
L’emozione m’imperla la fronte “tutte queste coincidenze sembrano volermi portare<br />
in una <strong>di</strong>rezione ben precisa, ma quale?” C’è un in<strong>di</strong>rizzo e-mail; clicco e senza pensarci<br />
comincio a scrivere riempiendo lo schermo. Le parole scorrono fluide e senza incertezze.<br />
“Invio? Sì!” È fatta, ormai non posso più tornare in<strong>di</strong>etro.<br />
Dopo due giorni, aprendo la mia casella, trovo un messaggio: “Cara compagna...” e<br />
<strong>di</strong> seguito tutte le informazioni richieste e infine un invito ad andarli a trovare.<br />
Non esito, mi reco rapidamente a casa, metto poche cose in una borsa, preparo<br />
provviste <strong>di</strong> cibo e acqua per Cesare e lo saluto, carezzandolo con affetto. “Ho come il<br />
presentimento che non starò via per poco.” Avviso Matilde per chiederle <strong>di</strong> dargli un’occhiata.<br />
Matilde è un’anziana signora che abita a poche centinaia <strong>di</strong> metri da me. Spesso ci<br />
ve<strong>di</strong>amo per fare lunghe passeggiate ma non appena i rapporti rischiano <strong>di</strong> <strong>di</strong>ventare<br />
più intimi, <strong>di</strong>rado quegli incontri e lei, molto rispettosa e <strong>di</strong>screta, non ha mai cercato <strong>di</strong><br />
forzare le cose ed è sempre <strong>di</strong>sponibile e gentile. Forse più <strong>di</strong> quanto io meriti.<br />
16
Cinque.<br />
Salgo in macchina, avvio il motore e parto. “Non ci vorrà molto. In circa quattro<br />
ore dovrei essere a destinazione.”<br />
Una volta arrivata cerco l’in<strong>di</strong>rizzo e con grande facilità mi trovo proprio davanti<br />
alla loro sede: un grande e antico palazzo. Parcheggio, scendo, una breve scorsa ai campanelli<br />
e suono.<br />
Il portone si apre automaticamente e infilo le scale con trepidazione.<br />
Spingo la porta e un via vai <strong>di</strong> persone mi investe, sono tutti molto giovani e non<br />
solo italiani. C’è un gran movimento. Scrivanie, computer, cartine, libri, giornali, opuscoli<br />
e telefoni che squillano in continuazione. Con sod<strong>di</strong>sfazione osservo che sono molto<br />
organizzati. Sono contenta della buona impressione, mi solleva dalla mia impetuosità.<br />
Qualcuno mi chiede gentilmente <strong>di</strong> cosa ho bisogno. Mi presento e mi accompagnano<br />
dentro una stanza, accogliente e piena <strong>di</strong> luce.<br />
- Salve! Sie<strong>di</strong>ti!<br />
- Salve - rispondo a quella donna affabile e sorridente.<br />
Sono bastati pochi secon<strong>di</strong> per riconoscerla.<br />
- Lucilla?! - il suo nome pronunciato in un sussurro.<br />
Lentamente si alza, quasi avesse timore <strong>di</strong> vedermi scomparire all’istante. Gli occhi<br />
spalancati, quasi increduli, mi abbraccia e quel calore improvviso mi avvolge e commuove.<br />
- Clara, mio Dio! Non oso credere che sei tu. Ma dove sei stata finora? Non abbiamo<br />
più avuto tue notizie. Avevo saputo dei tuoi, mi <strong>di</strong>spiace tanto, ma tu..., tu sembravi<br />
svanita, non siamo stati in grado <strong>di</strong> rintracciarti. Forse avrei dovuto insistere, non arrendermi.<br />
Perdonami! Purtroppo in seguito gli eventi mi hanno completamente risucchiata.<br />
Come stai?<br />
Continua ad abbracciarmi. L’emozione mozza il respiro, il cuore batte veloce e<br />
sento che anche per lei è la stessa cosa. Le lacrime rigano il viso e i corpi vibrano in quel<br />
ritrovato contatto.<br />
- Quanto tempo! Fatti vedere! Quante cose avrai da raccontarmi!<br />
Come al solito Lucilla è un fiume in piena. Gli anni non hanno mo<strong>di</strong>ficato il suo<br />
entusiasmo e la sua forza.<br />
È splen<strong>di</strong>da. “La mia Lucilla!” Ma non posso lasciarmi andare, non devo <strong>di</strong>menticare<br />
lo scopo che mi ha portato lì.<br />
- Lucilla, adesso non ho tempo per noi - affermo dolce, ma risoluta.<br />
- Sono qui per avere notizie <strong>di</strong> Haitù. Che succede là? E quali sono i contatti con<br />
Bacu? Ti prego, è importante, fidati, poi con calma ti spiegherò ma adesso prioritario<br />
per me è “sapere”.<br />
Lucilla sembra capire e con la luci<strong>di</strong>tà che la caratterizza inizia a raccontare.<br />
- Dopo che la rivoluzione a Bacu si era ormai ra<strong>di</strong>cata e le cose stavano procedendo<br />
17
come previsto, era intenzione estenderla anche ad Haitù. I compagni si sono trovati in<br />
un territorio sconosciuto ed hanno pagato caro l’aver commesso gravi errori <strong>di</strong> valutazione.<br />
Non era Bacu, ma soprattutto non era la stessa gente. La corruzione si era<br />
propagata ovunque e coinvolgeva ogni classe sociale ed il potere degli stati infami era<br />
smisurato. L’unica cosa possibile era aiutarli dall’interno ed è per questo che è nata<br />
questa ONG. Beninteso, non abbiamo perso le speranze ma per adesso occorre muoversi<br />
con cautela, a piccoli passi. Ti ricor<strong>di</strong> il nostro motto? Anche se è solo una goccia<br />
nell’oceano, i cerchi che produce si allargano, arrivano lontano e propagano l’eco <strong>di</strong> quel<br />
piccolo seme.<br />
- Chi è andato ad Haitù?<br />
- Sai Clara, non credo che tu conoscessi più nessuno. Purtroppo le persone più care<br />
non c’erano più e molti dei volontari erano ritornati alla loro vita nel proprio paese.<br />
Abbiamo però reclutato molti altri ragazzi e ragazze, soprattutto del luogo. Sono tanti i<br />
giovani che hanno sentito il bisogno <strong>di</strong> esportare le loro stesse speranze e <strong>di</strong> alcuni non<br />
conoscevamo la vera identità. Adottavano degli pseudonimi, era più sicuro per tutti. Ma<br />
perché questa foga. Non puoi calmarti e spiegarmi?<br />
- No Lucilla, adesso non ce la faccio. Ho solo bisogno <strong>di</strong> sapere. Ti prego, aiutami!<br />
La <strong>di</strong>sperazione nella mia voce ha convinto Lucilla a non farmi più domande e<br />
continua a raccontare, spiegandomi come funziona tutta l’organizzazione. Non ha avuto<br />
il minimo dubbio, si fida <strong>di</strong> me e sembra che tutti quegli anni non ci abbiano mai<br />
separate.<br />
Mentre stiamo parlando una giovane donna irrompe trafelata nella stanza e, dopo<br />
un veloce scambio <strong>di</strong> occhiate e un cenno <strong>di</strong> assenso da parte <strong>di</strong> Lucilla, comincia a<br />
parlare:<br />
- Lucilla, è accaduta una cosa spaventosa, Louis non è mai arrivato ad Haitù. Nessuno<br />
ha saputo dare spiegazioni, sappiamo solo che non si è presentato all’appuntamento.<br />
Adesso che facciamo?<br />
- Non lo so, Romina. Fammi pensare. Chi c’è a <strong>di</strong>sposizione?<br />
- Nessuno <strong>di</strong> noi è ancora in grado <strong>di</strong> agire ed i pochi addestrati sono tutti in<br />
missione.<br />
Nonostante si sforzi <strong>di</strong> non farlo trasparire, leggo lo sgomento negli occhi <strong>di</strong> Lucilla.<br />
Immobile, immersa nei suoi pensieri. La testa che si muove lentamente da una parte<br />
all’altra cercando una soluzione. Poi all’improvviso si volta verso <strong>di</strong> me.<br />
- Ma sì! Tu Clara. Tu sei l’unica, al momento, in grado <strong>di</strong> aiutarci e ti assicuro che è<br />
della massima urgenza e importanza.<br />
- Io! Ma sei impazzita! Ti ricordo che sono passati trent’anni e sono accadute<br />
troppe cose e poi non sono più una ragazzina. O te ne sei scordata? Tu non sai più<br />
niente <strong>di</strong> me. Sono un’altra persona, come puoi fidarti? Sei un’incosciente!<br />
- Ssssh! - mi zittisce sibilando - so quel che faccio ed anche tu lo sai! Altrimenti<br />
perché saresti qui?!<br />
- Ma io non so niente! Che cosa vuoi farmi fare? Sei totalmente pazza ed io ancora<br />
<strong>di</strong> più, visto che sto qui ad ascoltarti!<br />
Un sorriso appare sulle sue labbra. Conosce bene l’animo umano ed ha capito che<br />
18
sto cedendo. Ma perché sto cedendo? Che cosa sta per accadere?<br />
- Lucilla ascolta, prima spiegami cosa dovrei fare e poi ve<strong>di</strong>amo<br />
- No Clara, se ne parliamo tu devi andare. Sai bene come funzionano queste cose.<br />
Siamo rimaste giornate intere a stu<strong>di</strong>are piani, cartine, nomi, la struttura del territorio.<br />
Ma ero proprio io quella che stava lì davanti a lei, a prendere nota <strong>di</strong> ogni sua parola,<br />
a farle mie, a sentirle mie.<br />
Mi ha messo un’arma in mano.<br />
- Non preoccuparti, non dovrai usarla, ma in caso <strong>di</strong> necessità preferisco sapere che<br />
potrai <strong>di</strong>fenderti adeguatamente.<br />
- Lucilla, ma stai delirando! Non voglio un’arma con me e poi non so neanche come<br />
si usa!<br />
- Basta togliere la sicura e premere il grilletto - mi fa vedere come fare - ma calmati,<br />
ti assicuro che non dovrai usarla. Serve a me per stare più tranquilla. Questo involucro<br />
sarà sufficiente a nasconderla ai controlli. Partirà con il tuo bagaglio e non dovrai preoccupartene<br />
più. Potrai servirtene solo se e quando sarà strettamente in<strong>di</strong>spensabile. Ma<br />
non accadrà.<br />
19
Sei.<br />
Mi sentivo frastornata, ma la mattina seguente era già tutto più chiaro.<br />
Sapevo dove andavo e volevo farlo, ma soprattutto sapevo perché. Adesso il motivo<br />
che mi aveva condotto lì si stava trasformando, ciò che importava era che,<br />
assecondandomi, avevo ridestato ciò che era rimasto chiuso col ricordo <strong>di</strong> lui, dentro<br />
quella scorza che gli anni avevano pian piano indurito, isolando ciò che invece continuava<br />
a pulsare. Le sue parole, i suoi esempi, il suo amore erano ancora con me. Solo lui non<br />
c’era più, ma ciò che era appartenuto al mio passato mi avrebbe accompagnato per<br />
tutta la vita. Non era più necessario rinnegare le meravigliose esperienze che quegli anni<br />
mi avevano regalato.<br />
Possiamo permettere al dolore <strong>di</strong> offuscare la mente sino ad impe<strong>di</strong>rle <strong>di</strong> interpretare<br />
l’esistenza? Forse è necessario sforzarsi <strong>di</strong> vedere ed anche se non sempre è un angelo<br />
a consegnarlo, occorre solo guardare oltre il velo della sofferenza per comprendere il<br />
messaggio.<br />
È ormai arrivato il giorno stabilito. Ad Haitù avrei dovuto affittare una macchina e<br />
recarmi nel luogo fissato.<br />
- Sei la persona giusta. Nessuno ti conosce, nessuno sa chi sei. Potrai facilmente<br />
confonderti con tutti quei turisti ignari.<br />
Lucilla mi stringe con forza e il suo affetto e la sua sicurezza mi infondono il coraggio<br />
<strong>di</strong> cui ho bisogno.<br />
Qualcuno mi avrebbe contattato. Dovevo solo aspettare il segnale convenuto.<br />
Ho lasciato le chiavi della mia casa a Lucilla, pregandola <strong>di</strong> occuparsi <strong>di</strong> Cesare. Le<br />
ho anche consegnato una lettera, chiedendole <strong>di</strong> farla avere alla signora Matilde. Avevo<br />
scritto poche righe <strong>di</strong> scuse e ringraziamenti. Mi sentivo un po’ in colpa con lei, ma<br />
presto avrei saputo rime<strong>di</strong>are.<br />
All’aeroporto vado da sola. Nessun legame con l’organizzazione deve trapelare.<br />
Mentre attraverso quel lungo corridoio che mi avrebbe condotto all’imbarco, ripenso<br />
a quelle iniziali e continuo a camminare, con l’ombra <strong>di</strong> Bacu negli occhi ma nuove<br />
speranze nel cuore.<br />
In pista procedo sicura e un raggio riflesso in quei ton<strong>di</strong> vetri sfiora il mio sguardo.<br />
Mentre salgo la scala d’accesso all’aereo che mi condurrà in quel lungo viaggio, mi<br />
volto ed osservo con sollievo che, per la prima volta dopo tutti quegli anni, ho una<br />
maledetta paura!<br />
20