Assemblea Privata_Contributo Massimo Finco - Confindustria Padova

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Assemblea Privata_Contributo Massimo Finco - Confindustria Padova

MASSIMO FINCO Vice Presidente

C’è futuro per il manifatturiero? L’internazionalizzazione condizione per

competere

Buongiorno a tutti e grazie per la vostra attenzione.

Mi focalizzerò solo sul tema che mi è stato chiesto: c’è futuro per il

manifatturiero? L’internazionalizzazione condizione per competere.

Avrei voluto parlarvi anche di: giovani – finanza – credito – riforma del

lavoro – innovazione tecnologica.

Sono tutti temi determinanti per la competitività delle nostre aziende,

ne ha già parlato il Presidente Pavin e ne parleranno i miei Colleghi

dopo.

Anzi, colgo l’occasione per ringraziare tutti i miei Colleghi, a partire

proprio da Potti, Ravagnan, Margherita Gabrielli, Iazzolino, tutta la

Giunta, altri come Reffo, Antonio, Marco solo esempio di molti, per

tutto quello che stanno facendo.

Sia e soprattutto ringrazio il Presidente Pavin perché, oltre alle

capacità, ci sta mettendo un impegno, una passione e una

disponibilità che mai avrei pensato possibili. Grazie quindi a lui e a

tutta la squadra!

Da Vice Presidente di Confindustria ho già espresso come molti altri

l’idea che dobbiamo difendere il nostro manifatturiero, che è la

colonna portante del nostro sistema impresa, senza il quale non c’è

crescita, non c’è occupazione né benessere e che è quasi totalmente

l’unico contesto che rende possibile esportare.

Sento quindi il dovere di parlare per conto delle imprese

manifatturiere che esportano e cerco di rispondere alla domanda che

ci poniamo ogni giorno: c’è un futuro per il nostro manifatturiero?

Sono profondamente convinto che la risposta è: sì, c’è un futuro per il

manifatturiero. Ma solo a certe condizioni.

Non si potranno più seguire le stesse strade del passato, si dovrà

cambiare pelle: come strategie organizzative, dimensione, filiera,

mercati e investimenti.

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Non evoluzione, ma discontinuità.

E le imprese manifatturiere che esportano devono essere ascoltate

perché sono in trincea e ci danno la misura del nostro stato di salute

rispetto ai concorrenti.

Da esportatore, vi dico che sono molto preoccupato e frustrato per

quello che vedo in giro per il mondo.

Preoccupato perché ad ogni viaggio tocco con mano le difficoltà a

competere. Sia con Paesi come Germania e Francia – da cui abbiamo

perso più di 20 punti di competitività negli ultimi quindici anni – sia

con i nuovi e agguerriti Paesi emergenti, sempre più accreditati sui

mercati mondiali.

Frustrato perché vedo un mondo pieno di opportunità, mercati

enormi ed effervescenti come Cina, India, Russia, Indonesia, Sud

America e il nostro sistema Paese in ritardo nel coglierle.

È avvilente vedere che gli altri arrivano sempre prima di noi: i turchi

in Cina e in Russia con l’impiantistica, i cinesi in Africa, gli spagnoli e

i cinesi nelle ex repubbliche sovietiche, i russi negli Emirati Arabi.

Se guardiamo Padova, le vendite in Europa assorbono ancora il 75%

del totale, e anche se le esportazioni verso i BRIC e i nuovi emergenti

sono raddoppiate negli ultimi dieci anni [dal 6,3 al 13,2% del totale], le

quote di mercato sono ancora insufficienti.

Internazionalizzare non significa solo esportare, ma presidiare i

mercati, produrre all’estero ma per vendere all’estero, per imparare a

produrre quello che i mercati chiedono. Significa esserci nel momento

in cui si presentano le opportunità.

Gli eventi di questi anni hanno messo in chiaro a tutti che, se non

recuperiamo velocemente competitività, non riusciremo a mantenere

vivo il nostro manifatturiero – almeno quella parte che si può difendere

– e a conquistare i mercati che si stanno aprendo.

Un po’ ci siamo mossi, ma troppo poco e troppo lentamente.

Allora cosa possiamo e dobbiamo fare? Certamente non ho ricette, ma

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essere consapevoli di questo scenario e del fatto che non si torna

indietro è già un punto di partenza.

Dobbiamo ritrovare l’orgoglio di intraprendere, anche in un contesto

che non ci aiuta, anzi ci penalizza, a volte ci mortifica.

Dobbiamo avere coraggio, percorrere con determinazione il

cambiamento, accettando la discontinuità con il passato, i cambi

generazionali e la vera accettazione che i giovani possano dare un

forte contributo.

Dobbiamo puntare molto sulle risorse umane. Che non significa

puntare solo sui più bassi costi della manodopera, – ci sarà sempre

qualcuno più low cost di noi –, ma cercare la condivisione di obiettivi,

motivare le persone, trasferire il gusto di competere, di confrontarsi e

battere la concorrenza.

Significa valorizzare i migliori, a scapito di quelli che giocano di

rimessa, che pensano solo alle ferie o alla pensione.

Si chiama meritocrazia ed è una chiave di volta per la crescita!

Anche noi per primi dobbiamo incentivare il merito nelle nostre

aziende. Qualche volta fa comodo il livellamento, ma alla lunga è

perdente.

Credere nelle persone, che significa anche investire nella loro

formazione; la formazione non si fa solo quando ci sono i contributi,

non è una perdita di tempo e se la crisi ci impedisce di portare in

azienda nuove competenze, come spesso vorremmo, non dobbiamo

rinunciare ad arricchire la professionalità dei nostri collaboratori.

Punto di partenza delle nostre attività deve essere saper ascoltare il

mercato e confrontarci con i nostri concorrenti e spostare sempre

avanti l’asticella dell’innovazione.

Come posso innovare se non guardo cosa fanno i miei concorrenti,

come sono organizzati, cosa producono?

Se non lo faccio, il mio prodotto mi sembrerà sempre il migliore, e per

me sarà la fine!

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Uno dei fattori determinanti per rafforzarci come esportatori è inoltre

la ricerca di un migliore rapporto tra prodotto e servizio, perché solo

prodotti carichi di servizi personalizzati e di valori complementari

reggeranno la concorrenza internazionale.

Dobbiamo ricercare il mix di prodotto e servizio che renda unica e

appetibile la nostra offerta.

Ma aprirsi una strada sui mercati richiede risorse umane ed

economiche, richiede pianificazione e la dimensione delle nostre

imprese è spesso troppo piccola per farlo.

Dobbiamo quindi cercare di crescere, da soli o più spesso insieme, in

aggregazione, in partnership, in filiera. Qualcosa che non suona bene

alle nostre orecchie di imprenditori veneti, ma che dobbiamo

comprendere prima che sia troppo tardi.

Può aiutare partire da cose piccole, ma concrete.

Per esempio, se faccio una fiera a Nanchino i dieci fornitori che

lavorano con me devono venire con me per vedere cosa fanno lì i

nostri concorrenti concorrenti e se mi sto comportando bene.

In questo modo non sono più semplici fornitori, ma sono parte del

mosaico del mio sistema di competitività.

Il mondo è cambiato e noi non ce ne siamo accorti!

In Cina ed Algeria 25 anni fa andavo in posta a comunicare via telex;

la settimana scorsa a Shanghai con 20 Euro sono stato in conferenza

con il mondo per 3 giorni.

In Libia, dove speriamo le elezioni di ieri aiutino verso la democrazia, i

primi aerei dopo la guerra sono stati quelli turchi. Noi aspettiamo.

Negli aeroporti del mondo si vedevano i tedeschi e qualche esploratore

veneziano; oggi si vedono uomini d’affari dei Paesi dell’Est e russi.

Ma la discontinuità deve riguardare tutto, niente escluso.

A cominciare dalla molteplicità di soggetti che a vario titolo si occupano

di internazionalizzazione: Istituzioni, Ambasciate, ICE, Veneto

Promozione, Promex, servizi di Confindustria, Camera di Commercio, …

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Alzi la mano chi di voi è mai ricorso all’Ambasciata o all’ICE per

affacciarsi su un mercato!

Riformiamoli, riorganizziamoli, concentriamo la maggior parte dei loro

dipendenti in Cina, India, Brasile…

O questi Enti si adeguano e sono davvero funzionali

all’internazionalizzazione delle nostre aziende, o tanto vale chiuderli!

A Modena in queste settimane dicono che spesso conviene buttar giù

e rifare da zero i capannoni, piuttosto che sistemarli.

Può darsi che qualche Istituzione sia come quei capannoni, che

convenga buttarle giù e rifarle da zero. Facciamolo!

Un’ultima considerazione: perché dobbiamo ascoltare le imprese che

esportano, o meglio che hanno un mercato estero?

Perché se vogliamo che il nostro manifatturiero abbia un futuro,

dobbiamo sentirci tutti “esportatori dentro”.

Perché se uno produce e vende solo da Padova a Milano e non guarda

ai problemi di chi vende in Cina o in Turchia e crede che la sua crisi

sia dovuta al calo dei consumi interni, non sta guardando al suo

futuro!

E quando i consumi interni ripartiranno, scoprirà che a beneficiarne

saranno le aziende cinesi o tedesche o turche che sono venute nel

nostro mercato e hanno imparato a soddisfarlo.

È questa la lezione dell’internazionalizzazione. Facciamone tesoro.

Passo ad alcune conclusioni, che non possono prescindere da quello

che è stato detto e scritto in questi giorni.

Io penso che ricevere applausi da assemblee di destra o sinistra di

imprenditori o sindacalisti sia facile.

Basta dire che la riforma è una boiata, che le tasse sono alte e che

Monti poteva fare meglio.

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Io penso che Monti può fare molto meglio, ma ci ha dato una diversa

dignità nel mondo ed è sulla strada giusta, o almeno ha aperto una

strada nuova ad una situazione stagnante da 20 anni dove la politica

e talvolta anche la concertazione di comodo tra diverse parti sociali

hanno appesantito e portato un Paese completamente fuori da ogni

logica di mercato e da una sana e necessaria meritocrazia a favore di

un garantismo che ha appiattito e ridotto pericolosamente la nostra

forza rispetto ad altri.

Penso che dovremmo collaborare per migliorare una spending review

che ha toccato troppo gli enti vicini ai cittadini rispetto ad una

riduzione delle spese di uno Stato troppo centralista.

Ma non per questo dobbiamo bocciarla.

Penso che dovevamo e dobbiamo ascoltare meglio Marchionne, che è

antipatico e fa la Tema che da lancista non mi piace, ma che dice e ha

detto da tempo cose vere circa la non competitività del nostro sistema

e talvolta circa l’inadeguatezza anche del nostro sistema associativo.

Penso sia una necessità la parificazione del sistema pubblico a quello

privato e sentire parlare di mobilità e di posto non fisso anche in quel

settore dovrebbe trovare entusiasmo di imprenditori e dipendenti di

colpo uniti nella stessa linea.

Non so perché Squinzi abbia detto che è d’accordo con la Camusso su

tutto, io spero sia stato frainteso.

Se quello è il suo pensiero, non penso che sia condiviso da questa

Confindustria.

Con la Camusso sono d’accordo solo su una cosa: imprenditori e

lavoratori sono sulla stessa barca. Ma sul modo di governarla, questa

barca, ci sono profonde divergenze.

Colgo l’occasione per dire che abbiamo avuto un grande risultato

come metalmeccanici veneti.

Stefano Dolcetta, espressione di Federmeccanica, è il Vice Presidente

più importante con la delega alle relazioni industriali.

Dobbiamo lavorargli accanto, portando forti le nostre idee.

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… Ritornando al contesto penso che non dobbiamo illuderci e

dobbiamo tenere alta la nostra attenzione perché 21 su 26 miliardi di

risparmi sono previsti dal 2013 e quindi solo dopo le elezioni.

È per questo che sono molto importanti i prossimi 6 mesi e la nostra

assemblea di febbraio.

È una grande occasione da non perdere.

Dobbiamo arrivarci con una voce forte e chiara verso la politica e

verso il nostro sistema associativo.

Le attività appena descritte dal Presidente Pavin e la strada intrapresa

con forza da lui e da questa governance, unitamente alle capacità e

convinzioni già dimostrate da Giopp, dal suo vice Passadore e da gran

parte della struttura, mi fanno ben sperare.

Il cambiamento deve partire da dentro e dal basso.

Partecipiamo dunque alle Sezioni e alle Delegazioni, portiamo le

nostre critiche e le nostre proposte.

In un clima di forte discontinuità nessuno ha la verità in mano,

nessuno insegna niente, ma tutti assieme uniti per le nostre aziende e

per il nostro sistema associativo.

Così facendo speriamo che le nostre industrie manifatturiere possano

evolversi e vincere le sfide della globalizzazione, si iscrivano a

Confindustria Veneto e non a quella della Carinzia e l’Italia, o meglio

ancora il Veneto, possa aiutarci ad avere un ruolo da protagonisti in

un’Europa che speriamo trovi una sua identità globale e non solo

sull’Euro.

Io sono fiducioso, perché il nostro territorio è pieno di gente capace e

che ha sempre stupito il mondo.

Anche questa volta non deve essere diversamente.

Vi ringrazio.

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