Aprile - Giugno Bollettino - Diocesi di Rimini

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Aprile - Giugno Bollettino - Diocesi di Rimini

Bollettino

Aprile - Giugno

2011

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Bollettino

Aprile - Giugno

2011

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Indice

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Atti del Vescovo .......................................................................................................................5

Omelie ......................................................................................................................................... 7

Interventi ................................................................................................................................. 38

Lettere e messaggi ................................................................................................................. 54

Decreti e Nomine ...................................................................................................................66

Visita Pastorale ......................................................................................................................76

Diario del Vescovo .................................................................................................................111

Attività del Presbiterio ...................................................................................................... 119

Organismi Pastorali ............................................................................................................131

Avvenimenti Diocesani ..................................................................................................... 135

Necrologi ................................................................................................................................150


Atti del Vescovo

• Omelie

Per il conferimento dei Ministeri ........................................................................................ 7

Messa Crismale ......................................................................................................................11

Giovedì santo ..........................................................................................................................15

Venerdì Santo..........................................................................................................................18

Veglia Pasquale ......................................................................................................................21

Messa del giorno di Pasqua ...............................................................................................24

Per il Convegno Nazionale dei cattolici cinesi ..............................................................27

Per l’Ordinazione presbiterale ...........................................................................................29

Per il Corpus Domini ............................................................................................................33

• Interventi

Al Quaresimale 2011 ............................................................................................................38

All’incontro con i Dirigenti Scolastici ...............................................................................46

• Lettere e Messaggi

Ai giovani per la Pasqua 2011 ...........................................................................................54

Ai Sacerdoti per il Mecoledì Santo ...................................................................................58

Istituzione Commissione per la Pastorale Integrata ...................................................60

Ai fedeli della Comunità pastorale “Riccione Mare” ...................................................63

• Decreti e nomine............................................................................................66

• Visite Pastorali

Casalecchio ..............................................................................................................................76

S. Lorenzo in Correggiano ...................................................................................................78

S. Maria in Cerreto .................................................................................................................80

Dogana......................................................................................................................................82

S. Fortunato .............................................................................................................................84

S. Aquilina ................................................................................................................................87

Spadarolo - Vergiano ............................................................................................................89

S. Ermete ..................................................................................................................................92

S. Martino dei Molini ............................................................................................................95

Corpolò .....................................................................................................................................98

S. Martino in XX ................................................................................................................... 101

Padulli .................................................................................................................................... 103

Villa Verucchio ..................................................................................................................... 106

Verucchio ............................................................................................................................... 109

• Diario del Vescovo ..................................................................................... 111


Con la fede ci si vede

Omelia tenuta nella Messa per il conferimento

dei ministeri

Rimini, Basilica Cattedrale, 3 aprile 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Nell'immaginario collettivo la parola fede viene associata a buio, a notte e

nebbia, a qualcosa di velato, di opaco e oscuro, a differenza della ragione che

invece viene assimilata a luce, a giorno, al vedere, conoscere e comprendere.

Questa concezione che contrappone il credere al pensare e mette in alternativa

ragione e rivelazione, ciò che è 'cristiano' e ciò che è 'umano', viene da lontano,

dall'illuminismo, così chiamato in opposizione al presunto 'oscurantismo' della

fede. Ricordiamo quanto il padre dei 'lumi', Immanuel Kant, aveva scritto nel

manifesto dell'illuminismo: "Sapere aude! Abbi l'audacia di sapere, abbi l'ardire

di investigare e di capire! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!

E' questo il motto dell'illuminismo". Il segno più vistoso della divinizzazione della

ragione umana - che pretende di negare Dio e di censurare ogni possibile scelta

di fede - fu il famoso episodio della intronizzazione della dea-ragione sull'altare

di Notre-Dame, il 10 novembre 1793. Anche oggi tanta gente ritiene che la fede

spenga l'intelligenza, accechi la ragione, lambisca - se addirittura non arrivi a

occupare - quei territori inabitabili che portano nomi tristi e cupi: creduloneria,

alienazione, fanatismo, intolleranza, mentre toccherebbe alla ragione - alla sola

ragione! - illuminare, promuovere, emancipare, far crescere e progredire.

1. Credere è vedere

Per l'evangelista Giovanni, credere è voce sorella del verbo vedere. La

guarigione del cieco-nato è un racconto dalle tonalità tenere e drammatiche.

Inizia con Gesù che passando 'vede' il cieco dalla nascita e si conclude con l'ex

cieco che 'vede' Gesù, crede in lui e lo adora. Attorno a Gesù, i discepoli domandano

spiegazioni e i farisei sanno solo parlare di peccato. Gesù demolisce l'ipotesi

del peccato come la teoria che spiega il mondo, interpreta la realtà e perfino

l'agire di Dio. Ma Gesù non sale in cattedra per tenere una lezione sul dolore: si

commuove e partecipa.

Osserviamo ancora che la storia evangelica si apre con un cieco che comincia

a vedere e si chiude con dei presunti vedenti che continuano a rimanere

ciechi. Questi signori non si sono presi pena per gli occhi vuoti del cieco, si sono

addirittura arrabbiati per i suoi nuovi occhi illuminati. Il dettaglio fissato dall'evangelista

in apertura - "passando (Gesù) vide" - letto in filigrana, sta a dire che

il percorso della fede comincia con i passi di un cammino e la commozione di

uno sguardo: non quello dell’uomo che cerca Dio, ma quello di Dio che viene a

cercarci, e col cuore di suo Figlio prova compassione per noi, figli ciechi e men-

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

dicanti. E ci dà la capacità di vederci così come lui ci vede, fino a quando anche

noi "lo vedremo così come egli è" (1Gv 3,2).

Il miracolo è raccontato da Giovanni in poche righe, con quella piccola

liturgia celebrata da Gesù che impasta fango e saliva, spalma la poltiglia prodigiosa

sugli occhi spenti del cieco e lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. Il tutto

concentrato in appena due versetti su quarantuno, perché l’evangelista vuole attirare

la nostra attenzione non sul miracolo in sé, ma sul segno che rappresenta

e sul dibattito che provoca. Al centro dell’episodio risalta l’affermazione di Gesù:

“Io sono la luce del mondo”, un’affermazione che nel quarto vangelo si incontra

più volte, e sempre in opposizione alle tenebre. All’inizio, nel prologo, leggiamo:

“La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. E poco prima

del nostro brano, è scritto: “Gesù disse: Chi segue me, non camminerà nelle

tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Da rimarcare ancora, nel brano, il crescendo di tensione nello scontro

violento tra la luce che è Gesù e le tenebre che rappresentano l’incredulità.

Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, in parallelo ma in contromano

i farisei vanno velocemente a sprofondarsi nella cecità più assoluta. Tre volte il

cieco dice di 'non sapere'; tre volte i farisei invece dichiarano di 'sapere'. Asserragliati

nei fortini della loro presunta verità, i farisei credono di avere già la luce;

per questo non si aprono alla verità di Gesù. Il cammino del cieco nato invece è

un procedere scalare di luce in luce, alla scoperta della vera identità di colui che

lo ha guarito: all’inizio ne parla semplicemente come di quell’uomo chiamato

Gesù; poi afferma nettamente che deve trattarsi di un profeta; quindi arriva a

proclamare con coraggio che è uno che-viene-da-Dio; infine approda alla fede

piena e solare: Gesù è il Figlio dell’uomo, è il Signore.

2. Credere è conoscere e comprendere

Il cieco nato e guarito ci rappresenta, e il fatto che non abbia nome ci

aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche

noi siamo stati 'illuminati' da Cristo nel battesimo, e quindi dobbiamo comportarci

come figli della luce (2.a lettura). Con lucidità interiore possiamo riconoscere,

per grazia, i veri valori, rispondenti ai desideri del Signore. E siamo messi in

grado di smascherare le menzogne del mondo. Il cristiano è un vivente che Cristo

ha risvegliato dalla morte, comunicandogli la sua luce, e quindi è un vedente

che ci vede da... Dio! Questa illuminazione comporta una capacità di giudicare

uomini e cose secondo una nuova scala di valori, una capacità che viene da Dio,

il quale “non guarda alle apparenze, ma legge nel cuore”, come risulta chiaro

dalla scelta di Davide a re d’Israele (1.a lettura).

Tutto ciò è avvenuto per noi nel battesimo, che nell'antichità veniva chiamato

photismòs, 'illuminazione'. Ricordiamo l'esperienza di s. Agostino, che descriveva

così la conversione che lo avrebbe portato a farsi battezzare: "Appena ti

conobbi (o Signore), mi folgorasti con il tuo raggio potente e abbagliasti i miei

occhi malati, e io vidi una luce immutabile, al di sopra della mia vista e della

mia stessa intelligenza". Ed è proprio s. Agostino il maestro di quella circolarità

virtuosa tra credere e pensare, espressa con la sua formula vertiginosa: credere

pensando e pensare credendo.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Ma oggi il postulato razionalista che la fede sia una conoscenza inferiore,

immatura e sottosviluppata e, di conseguenza, che il credente sia un eterno,

ingenuo minorenne, condizionato da una serie di preconcetti che gli impediscono

di diventare libero e adulto, è pregiudizio duro a morire. Come è duro a morire

l'assioma che solo la scienza sia la fonte più pura e più sicura di ogni verità,

che solo ciò che è scientifico è vero, e che solo la realtà fisica è la vera realtà.

Papa Benedetto non si stanca di combattere questa contrapposizione

tra fede e ragione, e si ostina giustamente a propugnare una fede "amica dell'intelligenza",

e capace non di comprimere, ma di "dilatare gli spazi della ragione".

Si legge nel libro dei Proverbi: "Dì alla sapienza: Tu sei mia sorella, e chiama

amica l'intelligenza" (Pr 7,4). Infatti non si dà mai alcun contrasto irriducibile tra

vera fede e retta ragione. Poiché la fede ha bisogno della ragione per non sconfinare

nel fideismo, e la ragione ha bisogno della fede per non incagliarsi nelle

secche del razionalismo. Blaise Pascal scriveva nei suoi Pensieri: "L'ultimo passo

della ragione è accettare una infinità di cose che la sorpassano". Se si chiude a

Cristo, luce del mondo, la ragione si autoacceca, negandosi la possibilità di conoscere

tutto il reale, obiettivamente esistente. Ma una ragione che si tarpa le ali

da sola e si proibisce di abbracciare la realtà nella sua piena totalità, non finisce

per contraddire la sua natura profonda? Ecco il solo contrasto possibile: quello

della ragione con se stessa, quando, per non volersi oltrepassare, si autoespone

al suicidio.

3. Un messaggio ai ministri istituiti

Mi rendo conto che pensieri così impegnativi meriterebbero sviluppi

molto più distesi, ma ora, in conclusione, vorrei declinare la buona notizia, che

oggi il Signore ci ha rivolto, nella forma di alcuni brevi messaggi, indirizzati a voi,

candidati ai ministeri istituiti.

A voi che state per ricevere il lettorato, ricordo che sarete gli "annunciatori

della parola di Dio". Non dimenticate mai che voler comprendere la Sacra

Scrittura senza la luce della fede sarebbe come voler leggere un libro a luce

spenta, in piena notte. Ma ricordate pure che la parola di Dio è come una finestra

sul mondo trascendente e invisibile di Dio, sulle meraviglie della sua grazia

e della sua santa Chiesa. Non fermatevi ad esaminare il davanzale o i serramenti

della finestra, ma spingete oltre la vostra vista per abbracciare l'intero orizzonte

della realtà rivelata. Affermava s. Basilio Magno: "Se pensi che basti studiare la

Bibbia per diventare santo, fai come chi vuol fare il falegname senza mai usare il

legno".

Mi rivolgo ora a voi, prossimi accoliti. Voi sarete gli aiutanti dei presbiteri

e dei diaconi nella santa eucaristia. Abbiate sempre la più alta considerazione

e la più umile venerazione del santissimo sacramento. Dicendo: "Fate questo

in memoria di me", Cristo non ha chiesto la pura ripetizione di un gesto rituale.

Ha chiesto di farlo come l'ha fatto lui, assumendo i sentimenti che furono i suoi,

modellandosi sulla sua autodonazione. Così l'eucaristia educa al martirio, come

educa pure alla comunione. La comunione eucaristica infatti ha un carattere

tutt'altro che intimistico e sentimentale. Fare comunione con il Signore crocifisso

e risorto significa donarsi con lui al Padre e ai fratelli, per uscire poi dalla celebra-

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

zione e assumere la responsabilità della missione, una missione più che come

una cosa da fare, come un modo di essere.

E infine, a voi chiamati a ricevere il ministero straordinario della comunione

eucaristica, l'invito pressante a portare la santa comunione ai fratelli infermi.

Andate incontro a questi fratelli e sorelle, che faticano sotto la croce, sugli

aspri tornanti della via dolorosa, guardandoli con gli stessi occhi e amandoli con

gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Aiutateli a unirsi al mistero della passione e

della risurrezione del Signore in vista dell'incontro con lui.

A tutti noi il Signore faccia grazia; a ciascuno di noi il monito di s. Paolo:

"Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà".

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Presbiteri: servi della Parola

Omelia tenuta nel corso della Messa Crismale

Rimini, Basilica Cattedrale, 20 aprile 2011

Ancora una volta l’avvenimento si è compiuto. Le parole di Gesù hanno

riempito gli alti silenzi della nostra cattedrale: “Lo Spirito del Signore è sopra di

me; per questo mi ha consacrato...”. E’ la dichiarazione ufficiale di Gesù nella

sua prima uscita pubblica. Sono parole solenni che rotolano dalla sinagoga

di Nazaret, trascinandosi dentro l’eco lontana dell’oracolo di Isaia; parole che

navigano i tempi della storia e approdano, qui, oggi, fino a varcare la soglia del

nostro duomo, luminoso e avvolgente come nelle grandi occasioni. Al termine

del vangelo il diacono ha proclamato: “Parola del Signore!”. E noi in coro abbiamo

acclamato: “Lode a te, o Cristo!”. Ora, come quelli dei compaesani, anche

gli occhi di tutti noi sono fissi su Gesù e disegnano cerchi fitti di sguardi attorno

a lui, il consacrato-mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. La scena,

‘filmata’ da Luca quasi alla moviola, ci viene trasmessa ‘in diretta’, ci si ristampa

nel cuore e lascia incisa una inconfutabile certezza: qui, oggi si compie questa

Scrittura, che noi abbiamo udito con i nostri orecchi.

1. Più amore per la Scrittura

La liturgia crismale di questo anno si colloca a qualche mese di distanza

dalla pubblicazione dell’esortazione post-sinodale Verbum Domini (VD), e ci

aiuta a declinare quei verbi programmatici, che spiccano nell’autopresentazione

di Gesù, appena ascoltata: evangelizzare, proclamare, annunciare. Partecipare

al sacerdozio di Cristo come battezzati significa partecipare al suo servizio

profetico di diffusione del Vangelo. E parteciparvi come ministri ordinati – vescovo,

presbiteri, diaconi – significa ribadire che noi siamo anzitutto (primum!)

ministri della Parola di Dio (cfr PO 4; PdV 26; VD 79-81.84).

Nell’introduzione il Papa si augura “una riscoperta, nella vita della Chiesa,

della divina Parola”. Non è un po’ strano questo augurio, dopo duemila anni di

Bibbia? Il motivo è dato da una parte dalla convinzione, espressa dal patrono

degli esegeti, san Girolamo, con la celebre frase: “L’ignoranza delle Scritture è

ignoranza di Cristo” (cfr VD 29). Dall’altra, da una situazione di inerzia, suffragata

da dati preoccupanti: in Italia solo il 3% dei praticanti legge la Bibbia con

una certa frequenza. C’è da domandarsi se per tanti cristiani non sia ancora

fondata l’amara battuta di Paul Claudel: “Il rispetto dei cattolici per la sacra

Scrittura è senza limiti, ma si manifesta soprattutto con lo starne... a debita

distanza!”. L’ascolto delle Scritture – dalla liturgia alla predicazione, dalla teologia

alla catechesi – ha ripreso dovunque slancio e vigore. Ma il cammino

è tutt’altro che concluso, e l’ignoranza delle Scritture è ancora molto diffusa.

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Occorre per altro riconoscere onestamente che nei confronti della valorizzazione

e della diffusione della sacra Bibbia si registrano qua e là vari timori, che

meritano indubbiamente rispetto, ma non possono diventare altrettanti alibi

per trascurare e svalutare la sacra Scrittura.

Il primo è il timore che una formazione prevalentemente biblica resti frammentaria,

incompleta e persino imprecisa. Meglio perciò – si arriva troppo

sbrigativamente a concludere – seguire un itinerario dottrinalmente più sistematico,

con formule chiare e distinte. Certo, per la formazione cristiana la

lettura delle Scritture non basta. Occorre anche l’organicità e la completezza di

un itinerario che comprenda tutta l’ampiezza della Tradizione cristiana e della

riflessione teologica che l’ha sempre accompagnata. E’ un compito necessario

e urgente. Tuttavia, di questo itinerario, la Scrittura deve essere “l’anima” (VD

31), e in particolare, per quanto riguarda la catechesi, il Papa afferma che essa

è “un momento importante dell’animazione pastorale della Chiesa in cui poter

sapientemente riscoprire la centralità della Parola di Dio” (VD 74).

La seconda preoccupazione è di chi teme che un marcato riferimento alla

Scrittura finisca per relegare l’autorità della Tradizione e del Magistero in secondo

piano, favorisca la concezione protestante della sola Scriptura e “assoggetti

la Scrittura a privata spiegazione” (cfr 2Pt 1,20). Indubbiamente la

Parola di Dio è più ampia della Scrittura. ‘Parola di Dio’ non significa “una

parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente” (san Bernardo), è la

Parola divenuta carne, fatta avvenimento, e l’avvenimento è sempre più ricco

della sua registrazione scritta. Il cristianesimo non è una religione del Libro, e

la Chiesa trasmette ben altro che semplici copie della Bibbia! Del resto anche

gli analfabeti possono essere pienamente cristiani. Il cristianesimo è la storia

della salvezza, e “al centro della rivelazione divina c’è l’evento di Cristo” (VD 7).

Quindi non la Scrittura in quanto tale è per noi Parola di Dio, ma la Scrittura in

quanto capace di ridiventare parola viva e attiva, annunciata e ascoltata, vivace

e vissuta. Tuttavia “le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, poiché

ispirate, sono veramente parola di Dio” (Dei Verbum 24). “Pertanto la Scrittura

va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco

della Tradizione apostolica dalla quale è inseparabile” (VD 7; cfr DV 10).

La terza ragione di timore è legata alla precedente, e si potrebbe formulare

così: se il cristianesimo non è anzitutto dottrina ma storia, e se non è tanto

religione quanto rivelazione, allora non è forse nell’esperienza concreta e vitale

della Chiesa che si incontra Cristo, e non per prima cosa nella Scrittura? Certamente

il riferimento centrale del cristiano cattolico è la Chiesa, la sua fede,

la sua vita inesauribile, la sua divina autorità. Ma proprio perché la rivelazione

rimanesse “integra” e “viva” in ogni tempo, Dio ha fatto dono alla sua Chiesa

delle Scritture e della successione apostolica. Né la sola Scrittura, dunque, né

il solo Magistero, ma l’una e l’altro in una vivente, inscindibile unità, ricordando

che la Chiesa è sotto la Parola di Dio e a suo servizio, per interpretare la Scrittura,

non per sostituirla: questa è la fede cristiana e cattolica.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

2. Insostituibilità e relatività della Scrittura

A questo punto non resta che tornare a leggere con cuore aperto le limpide

ed equilibrate affermazioni della Verbum Domini che affermano insieme

la insostituibilità della Scrittura e la sua relatività. Sono principalmente tre, ma

preferisco ricavarle di peso dal testo conciliare della Dei Verbum, per mostrare

così la fedele continuità del sinodo dei vescovi non solo con lo spirito ma perfino

con la lettera del Vaticano II.

Prima proposizione: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture

come ha fatto con il corpo stesso di Cristo” (DV 21). “Alla Parola di Dio e al mistero

eucaristico la Chiesa ha tributato e sempre e dappertutto ha voluto e stabilito

che si tributasse la stessa venerazione, anche se non lo stesso culto” (VD

55). Come si vede, vengono poste in parallelo la mensa della parola e quella

del sacramento – come già aveva fatto la Sacrosanctum Concilium – anzi la Dei

Verbum parla di una unica mensa con i due pani – la Parola e l’Eucaristia – per

sottolinearne l’indissolubile unità (cfr DV 21). Pertanto viene esplicitamente affermata

l’indispensabilità della Scrittura, ma anche la sua relatività, ossia il suo

ineliminabile riferimento e la sua imprescindibile relazione al grande sacramento.

In sintesi la funzione della Scrittura è insostituibile, ma non isolabile, e

soltanto all’interno di una economia in cui giocano organicamente altri fattori

trova la possibilità di svolgere il suo ruolo di rivelazione e di salvezza.

La seconda proposizione riguarda il rapporto tra Scrittura e Tradizione: “Insieme

con la sacra Tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera

le divine Scritture come la regola suprema della fede” (DV 21). Perciò occorre

“accostarsi alle sacre Scritture in relazione alla viva Tradizione della Chiesa,

riconoscendo in esse la Parola stessa di Dio” (VD 18). Con una metafora possiamo

affermare: se l’evento è il roveto sempre ardente della Pentecoste, la

Scrittura non è la pietrificazione di una Parola che, invece, è e resta accesa e

incandescente, e la Tradizione non è raccogliere le ceneri di quel fuoco, ma

trasmetterne la fiamma. Non si può opporre Scrittura e Magistero, poiché “il

Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma ad essa serve (…) in quanto

piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella Parola”

(DV 10).

La terza proposizione attiene all’aspetto dinamico della Parola di Dio: “Nella

Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore

della Chiesa” (DV 21). La Verbum Domini ne parla in più punti e la descrive

come “sorgente di costante rinnovamento”, “cuore di ogni attività ecclesiale”

(n. 2), anima della nuova evangelizzazione (n. 122), comunicazione inesauribile

di gioia (n. 123). E’ importante sottolineare il dinamismo della Parola di Dio:

la sacra Scrittura non è solo ispirata, ma ispirante - insieme alla sacra Tradizione

“comunica la voce dello Spirito Santo” (DV 21) Non è solo un bene ‘passivo’

da difendere, custodire e spiegare, ma una forza ‘attiva’ che sostenta e mantiene

in vita la comunità cristiana. Non è solo un tesoro affidato alla Chiesa, ma

un pane che nutre e una energia dinamica che anima e costruisce la Chiesa.

Ora dovrei accennare ai compiti che la VD ci richiama nei confronti della

Parola di Dio, ma preferisco rinviare direttamente al testo, ai nn. 79-81. Come

pure sarebbe opportuno monitorare la nostra situazione diocesana riguardo

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

all’amore e alla valorizzazione della Parola di Dio, per rallegrarci di quanto di

buono già si fa e riconoscere il molto che possiamo e dobbiamo ancora fare,

ma il tempo non ce lo consente. Mi limito pertanto a riportare due citazioni,

una che ci coinvolge tutti come battezzati, e l’altra che riguarda più direttamente

il vescovo, i presbiteri e i diaconi.

La prima la prendo in prestito da s. Francesco, il quale sulla fine della sua

giovane vita scriveva:

“Ammonisco tutti i miei frati e in Cristo li conforto, perché ovunque troveranno

le divine parole scritte, come possono, le venerino e, per quanto spetti ad essi,

se non sono ben custodite o giacciono sconvenientemente, disperse in qualche

luogo, le raccolgano e le custodiscano onorando nella sua parola il Signore che

ha parlato”.

Un romanziere, George Bernanos, metteva queste parole sulla bocca di un

prete anziano che si rivolge al giovane curato di campagna:

“La parola di Dio è un ferro arroventato, e tu che devi insegnare agli altri, vorresti

prenderla con le molle per paura che ti bruci?.Tu non la prenderai invece a

piene mani? Io voglio che, quando il Signore in qualche occasione tira fuori dal

mio cuore una parola utile per le anime, voglio sentirla per il male che dentro

mi fa”

Fratelli carissimi, mentre state per rimettere idealmente le vostre mani nelle

mani del vescovo, come il giorno dell’ordinazione - volendo dire con quel

gesto la scelta crocifiggente e beatificante di riconsegnare la vostra vita a Cristo

e alla sua Chiesa - permettetemi di ringraziarvi per quanto non vi stancate di

fare per servire la Parola e per servire alla Parola di Dio. Preghiamo il Signore

Gesù, la Parola fatta carne, che ci dia la grazia di sostare ogni giorno con amore

anche su un solo versetto della Scrittura. Preghiamolo che ogni giorno ci

dica anche soltanto una parola e saremo salvati, e non riusciremo a mollare la

sorpresa di essere ancora instancabilmente scelti, amati e benedetti. E pregate

per me, perché il buon Pastore mi faccia la grazia di scomparire ogni giorno

di più in lui. Infine preghiamo santa Maria “nel cui ventre si raccese l’amore”

(Dante) e la divina Parola si fece carne, perché anche nella nostra diocesi “fiorisca

una nuova stagione di più grande amore per la sacra Scrittura da parte di

tutti i membri del popolo di Dio” (VD 72).

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Amore donato, tradito

e ridonato

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa

“in cœna Domini”

Rimini, Basilica Cattedrale, 21 aprile 2011

E’ giunta l’ora: è l’ora di Gesù, di passare da questo mondo al Padre. Tra

poco al momento della consacrazione le rubriche liturgiche ci fanno contestualizzare

la formula di rito con le seguenti parole, adattate alla circostanza del

giovedì santo: “In questa notte in cui fu tradito, avendo amato i suoi che erano

nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre cenava con loro prese il pane…”.

Come nel racconto evangelico, anche nella liturgia il gesto dello spezzare il

pane viene interpretato alla luce dell’amore di Gesù e insieme del tradimento

di Giuda. Il messaggio è trasparente: nel momento in cui viene tradito (letteralmente:

consegnato) Gesù si consegna liberamente alla presa del traditore e dei

suoi persecutori. Si incrociano così, nell’ora suprema di Gesù, due linee. Una è

quella della consegna sul piano orizzontale: Giuda consegna Gesù al sinedrio,

il sinedrio lo consegna a Pilato, Pilato lo consegna ai carnefici. L’altra linea è

quella verticale: il Padre consegna Gesù agli uomini, gli uomini lo consegnano

alla morte. In breve, riprendendo gli estremi di queste due linee, possiamo

dire schematicamente così: Giuda consegna Gesù e Gesù si consegna a Giuda.

Il Padre consegna Gesù e Gesù si consegna al Padre. In sintesi, Gesù si lascia

consegnare dal Padre alla morte di croce.

1. Sono io il dio del mio io?

Per provare ad avvicinarci alla soglia del mistero grande dell’ora di Gesù,

ci può risultare utile monitorare velocemente l’attuale contesto culturale. La

modernità aveva inaugurato l’epoca della soggettività come individualità autonoma

e sovrana. Gradualmente la soggettività si è pervertita in soggettivismo,

e l’individualità è degenerata in individualismo: l’io sovrano si è tramutato in io

tiranno, indifferente agli altri, occupato e preoccupato dei propri desideri interpretati

come diritti; si è accanitamente concentrato nella gestione della partita

doppia dei propri indiscutibili bisogni e dei propri inalienabili interessi. E’ l’ipertrofia

del soggetto. Spodestato Dio, l’io ha preteso di autodivinizzarsi, finendo

così per ritrovarsi spersonalizzato, frammentato, senza storia e senza memoria,

senza futuro e senza speranza, un orfano autocentrato e autoreferenziale: prigioniero

di se stesso, sempre più solo e fatalmente più impaurito e più triste. E’

la curva discendente della parabola del narcisismo: quando l’individuo diventa

l’assoluto, l’assoluto diventa relativo. Ma quando si elimina Dio, infallibilmente

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

si annulla l’io. La pretesa morte di Dio porta alla reale morte dell’uomo, sia

l’uomo-tu che viene ridotto ad alter ego, sia l’uomo-io che non riuscendo più

a dire tu, si imprigiona in se stesso e muore per asfissia. “Come Dio, io sono la

negazione di tutto il resto, perché io sono per me tutto – sono l’unico. Niente vi

è oltre me o sopra di me” (M. Stirner). Ma ponendo l’altro come cosa, l’io finisce

per diventare cosa a se stesso, percependosi come realtà da cui fuggire verso

l’esteriorità. L’altro entra nel quadro della tua vita perché ti è necessario per la

realizzazione dei tuoi scopi, e viceversa. Ma a questo punto la molteplicità degli

interessi individuali - paradossalmente tanti quante sono le irriducibili identità

- porta inevitabilmente ai conflitti di interesse, e si riproduce la giungla: l’uomo

si fa lupo per l’uomo, e si arriva alla guerra di tutti contro tutti. Una manifestazione

emblematica di come l’uomo individualista si rapporti agli altri è la prassi

dell’amore: in pratica non si amano persone, ma si ricercano piaceri. L’unica via

che rimane aperta e percorribile è quella del possesso, ma nella ricerca dell’altro

come solo compagno di piacere si conferma la propria malinconica, penosa

solitudine. Facendosi estraneo all’altro, il soggetto diventa estraneo a se stesso,

e si realizza il detto: mors tua vita mea, nel senso che il massimo interesse è

la propria vita intesa come benessere individuale, a scapito di qualsiasi altro, e

anche della morte di qualsiasi altro.

Ben diversa la prassi di Gesù: si può riassumere nel detto alternativo al

precedente: mors mea vita tua, e cioè la mia rinuncia, il mio sacrificio, il mio

ritirarmi è ciò che fa spazio al tu, gli dà respiro e lo fa vivere. Insomma la parola

d’ordine del radicalismo è il possesso, quella del cristianesimo è il dono.

2. Gesù libero perché obbediente

Due gesti, due segni schizzano il profilo di Gesù nell’ultima cena. Il primo

è quello della lavanda dei piedi. L’evangelista Giovanni lo introduce con enfasi

solenne: “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era

venuto da Dio e a Dio ritornava… cominciò a lavare i piedi dei discepoli” . Da

una parte contempliamo un Gesù pienamente consapevole della sua identità

di Figlio eternamente e teneramente amato dal Padre. E non nonostante, ma

proprio grazie a questa consapevolezza, Gesù si toglie il mantello del rabbi, si

cinge i fianchi di un asciugamano e si inginocchia a lavare i piedi sudati e sudici

dei discepoli. Viene in mente il passo in cui s. Paolo pennella il ritratto di Gesù

come colui che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio

l’essere come Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil

2,6s). Torna alla mente anche l’altro passo paolino, dove si legge che Gesù “da

ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo

della sua povertà” (cfr 2Cor 8,9).

L’altro gesto-segno è quello che ripetiamo ogni volta che celebriamo la

Messa: prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede. Tutte le religioni insegnano

che se Dio venisse in mezzo a noi, toccherebbe a noi lavargli i piedi. Solo il

cristianesimo ci racconta di questo Dio che si piega, lui, a lavare i piedi a noi.

Tutte le religioni insegnano che se Dio dovesse apparire in forma umana, toccherebbe

agli uomini togliersi il pane di bocca e offrirlo a lui. Solo il cristianesimo

ci presenta un Dio che si fa pane, lui, per farsi mangiare da noi. Dunque,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

due gesti, un solo messaggio: proprio perché si sa e si sente amato dal Padre,

Gesù si consegna alla morte e alla morte di croce.

E’ un messaggio, questo, troppo importante e decisivo perché noi ci limitiamo

qui ad enunciarlo. Tentiamo di approfondirlo, registrando due serie di passi

che si leggono soprattutto nel quarto vangelo. Una prima serie insiste sulla

obbedienza di Gesù alla volontà del Padre, come: “Il mio cibo è fare la volontà

di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34), una affermazione che ne richiama un’altra:

“Io faccio sempre quello che a lui piace” (Gv 8,29), e ancora: “Il Figlio non

può fare nulla da se stesso che non veda fare dal Padre”(Gv 5,19). L’altra serie

accentua la piena libertà e responsabilità di Gesù, ad esempio: “Io do la mia

vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.

Ho il potere di darla e il potere di riprenderla” (Gv 10,17s). Questa dialettica tra

dipendenza e autonomia, tra obbedienza e libertà punteggia tutto il vangelo

giovanneo: da una parte Gesù riconosce di non parlare da sé (Gv 7,17ss; 12,49),

di non essere venuto “da sé”, di non agire da sé, però nello stesso tempo dichiara:

“Io sono la risurrezione e la vita”; “Io sono il pane disceso dal cielo”; “Io sono

la via, la verità e la vita”. La saldatura tra questi due versanti apparentemente

contrapposti va cercata nella loro corretta articolazione teologica. Giovanni non

vuol dire che Gesù a volte è radicalmente dipendente e a volte sovranamente

libero, ma che la sua radicale obbedienza è il segreto della sua sovrana libertà.

Gesù non è libero nonostante sia obbediente, ma proprio in quanto è liberamente

e pienamente obbediente alla volontà del Padre.

Ecco il duplice segreto di Gesù: se il segreto della sua libertà è l’obbedienza,

il segreto della sua obbedienza è l’amore. Si tratta anzitutto di un amore ricevuto

e accolto; è l’amore del Padre ‘suo’. Sapendosi e sentendosi amato, Gesù può

affermare con chiarezza abbagliante: “Il Padre mi ama” (Gv 10,17). Ma il suo è

anche un amore di risposta grata e gratuita: “Bisogna che il mondo sappia che

io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco”, dice Gesù ai

suoi discepoli verso il termine della cena, e subito dà l’ordine secco ai suoi, di

uscire dal cenacolo: “Alzatevi, andiamo via di qui” (Gv 14,31).

Così Gesù riesce a superare la paura paralizzante della morte e a liberare

quanti come noi che, “per paura della morte, erano soggetti a schiavitù per

tutta la vita” (Ebr 2,15).

Accostiamoci perciò a lui, pieni di fiducia e preghiamolo così: “Signore

Gesù, Tu sei nostro unico Maestro e Signore. Tu ci insegni un nuovo modo di

amministrare la nostra esistenza, il modo ‘eucaristico’ della gratitudine e della

fiducia. Grati al Padre da cui ci sentiamo immensamente e intensamente amati,

e fiduciosi nella sua tenerissima benevolenza, ci abbandoniamo con te, alle

sue braccia premurose e accoglienti per lasciarci prendere, spezzare e dare ai

fratelli. Aiutaci a credere fino in fondo nel suo amore forte e gratuito, fedele e

irreversibile, e non avremo paura di donare la vita per amore, di rinunciare a

salvare noi stessi per salvare con te i nostri fratelli. Maria, serva “umile e alta più

che creatura”, donna forte e pura, stacci vicino nell’ora della croce, aiutaci a dire

di sì al Dio dell’amore, e a non dubitare mai della fedeltà alle sue promesse”.

+ Francesco Lambiasi

Omelie

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Obbediente per amore

Omelia pronunciata nella liturgia del Venerdì Santo

Rimini, Basilica Cattedrale, 22 aprile 2011

Di fronte alla croce di Gesù non si può far altro che tacere e adorare. Il canto

al vangelo che ha introdotto la proclamazione del Passio secondo Giovanni ci

offre la chiave di lettura per entrare nel mistero tenebroso, ma ancor più luminoso

della passione del Signore. Di quel canto abbiamo ascoltato la versione

latina nella suggestiva melodia gregoriana. Reso in italiano, il testo suona così:

“Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, alla morte di croce. Per questo

Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”.

Come sappiamo, le parole di quel canto vengono dal celebre inno cristologico,

autentica ‘perla’ della cristianità primitiva, incastonata nella lettera di s. Paolo

ai Filippesi. La storia di Gesù vi è riassunta secondo tre fasi distinte e connesse.

1. Tre fasi della vicenda di Gesù

La prima è la fase della pre-esistenza: Cristo Gesù è dall’eternità nella condizione

di Dio: è il Figlio beneamato, che ha ricevuto tutto dal Padre, dal quale

viene amato con totale gratuità e che ricambia con infinita, totale gratitudine. Il

Padre è l’amore amante; il Figlio è l’amore amato e riamante. Non si appropria

e non si approfitta e dell’amore del Padre e del suo essere come lui; non considera

suo possesso la natura divina che gli è stata donata; non scambia il dono

ricevuto con un monopolio di sua conquista. Ma si spoglia delle prerogative

della superiorità divina. Si espropria dei segni del potere per mostrare il potere

dei segni dell’amore.

E’ la seconda fase, quella della pro-esistenza. E’ venuto in mezzo a noi, non

è vissuto per sé, ma solo e sempre per il Padre e per i suoi fratelli. Ha amato

appassionatamente la vita, quella dei fiori e degli animali, ma soprattutto la vita

degli uomini, a partire dagli ultimi, i poveri, e ha annunciato a tutti la buona

notizia, il Vangelo: “Il regno di Dio è arrivato in mezzo a voi, il Padre mio è Padre

vostro e io sono il vostro fratello Gesù”. Mai egli si chiuse alle necessità e alle

sofferenze dei fratelli: ai poveri annunciò il vangelo del regno di Dio, la libertà

ai prigionieri, agli afflitti la gioia. Ma incontrò il rifiuto degli uomini, conobbe il

dolore e l’ingiustizia. Porteremo per sempre il dramma della sua giovane vita.

Alcuni lo avversarono, per tutto il tempo della sua missione, e alla fine, con ingiusta

sentenza, lo uccisero appendendolo alla croce. Allora anche i suoi amici

lo abbandonarono. Restò Maria, sua madre, donna coraggiosa e fedele. Le te-

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nebre avvolsero il mondo. Era morto il nostro Maestro, il nostro Amico più vero.

Tutto sembrava finito.

Ma ecco il fatto inaudito e sorprendente, mai capitato nella storia degli uomini:

il Padre lo ha risuscitato e lo ha superlativamente esaltato e gli ha dato il

suo stesso nome, il nome di Signore. E’ la terza fase della vicenda di Gesù, quella

che ancora continua: è la super-esistenza, non nel senso di esistenza da superuomo,

ma di esistenza superiore, eterna, infinita. E’ la fase ancora in corso.

2. Dolorosa obbedienza per amore

Oggi siamo chiamati a ricordare la fase centrale della vicenda di Gesù, quella

della pro-esistenza, culminata nella sua morte e morte di croce. Ce l’ha ricordata

poco fa la Lettera agli Ebrei:

“Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida

e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono

a lui, venne esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza

dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti

coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote

secondo l’ordine di Melchisedec”.

L’obbedienza è la password per entrare nel mistero della passione di Gesù.

Oltre il passo paolino richiamato all’inizio - “Cristo si è fatto obbediente fino alla

morte e alla morte di croce” - san Paolo vi dedica un’ampia riflessione nella lettera

ai Romani e, dopo un vertiginoso confronto tra il primo Adamo e il nuovo,

Cristo, arriva a concludere: “Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti

giusti” (Rm 5,19). Ma di obbedienza al Padre, parla in lungo e in largo il quarto

vangelo. Ricordiamo almeno l’affermazione di Gesù: “Io faccio sempre le cose

che gli sono gradite” (Gv 8,29).

Il momento cruciale di questa scelta di Gesù - obbedire senza se e senza

ma alla volontà del Padre - è l’agonia al Getsemani. I sinottici sono concordi

nel rappresentarci un Gesù sconcertante e irriconoscibile: è in preda a una altissima

tensione, al punto da sudare sangue; cerca il conforto dei tre discepoli

‘preferiti’, ma non lo trova; sperimenta spavento, tristezza e angoscia. Si sente

stretto nella morsa di una alternativa drammatica: non quella tra obbedire e disobbedire,

ma quella tra obbedire a un disegno del Padre che prevede la croce,

e obbedire a un altro ‘possibile’, senza la croce. Ma alla fine supera la tentazione

con un abbandono, senza riserve e senza rimpianti, al suo tenerissimo, fortissimo

Abbà. A chi si scandalizzava come il Padre potesse trovare compiacimento

nella morte in croce del suo Figlio amatissimo, s. Bernardo ribatteva: “Non fu

la morte che gli piacque, ma la volontà di colui che spontaneamente moriva”.

Infatti Dio vuole l’obbedienza, non il sacrificio. Leggiamo nell’Antico Testamento:

“Obbedire a Dio è meglio del sacrificio” (1Sam 15,22), e quando l’anonimo

autore della Lettera agli Ebrei descrive Gesù che con l’incarnazione “entra nel

mondo”, gli mette in bocca le parole del Salmo 40: “Tu non hai voluto né sacrificio

né offerta; un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti

né sacrifici. Allora ho detto: ‘Ecco, io vengo, poiché di me sta scritto nel rotolo

del libro, per fare o Dio la tua volontà’” (Ebr 10,5-7).

Omelie

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Ma lo stesso autore ispirato, nel brano riportato nella seconda lettura, ci

ha ricordato che Gesù ha imparato “l’obbedienza da ciò che patì”. Quando noi

pensiamo alla passione di Gesù, dobbiamo pensare sia alla passione del corpo,

sia soprattutto a quella dell’anima.

Della prima, ricordiamo l’atroce supplizio della flagellazione. In Israele, la

legge limitava i colpi al numero di quaranta (Dt 2,1-3). Al tempo di Gesù ci si

fermava al trentanovesimo colpo, per essere sicuri di non sbagliarsi (cfr 2Cor

11,24). Ma per la legge romana, il supplizio era a discrezione del giudice, e veniva

eseguito con il flagrum a corde grosse e con alle estremità pezzetti d’osso

e di metallo, che scarnificavano il condannato, riducendolo spesso in fin di vita.

Ricordiamo poi l’infame supplizio della croce. Il condannato, dopo aver portato

la traversa orizzontale dal tribunale al luogo dell’esecuzione, veniva inchiodato

ai polsi e ai piedi. La morte avveniva per asfissia e per sfinimento nervoso.

Ma per Gesù è stata soprattutto la passione dell’anima quella che più ha

dovuto patire. Pensiamo all’amarezza della solitudine, dopo che i suoi discepoli

lo hanno abbandonato e sono fuggiti. La solitudine più impressionante è quella

che Gesù sperimenta sulla croce, quando si sente abbandonato dal Padre. Non

fu certo un abbandono effettivo, ma affettivo, quando la massa del peccato

dell’intera storia umana - passata, presente e futura - come una smisurata piramide

rovesciata sulla sua testa, gli ha causato la pena indicibile e straziante di

sentirsi schiacciato, percosso da Dio e rifiutato.

In quegli istanti terribili e lentissimi, Gesù ha dovuto sollevare la ciclopica

piramide della disobbedienza umana con un atto ‘sovrumano’ di fiducioso abbandono

al Padre, e così con la sua obbedienza ci ha costituiti giusti. Questo è

ciò che gli chiede - e gli dona! - il Padre: reagire all’odio con l’amore, all’oltraggio

con il perdono, annientandosi, non annientando i suoi carnefici. Non umiliandoli,

ma umiliandosi. Mai obbedienza fu più costosa e feconda! Costosa, perché

tutto gli fu tolto alla fine. Persino l’amore che lo aveva condotto in croce: non

lo assapora più. La sua bocca è incrostata di sangue; il suo cuore è riarso come

il deserto; la sua anima triste fino alla morte. Ma quella fu l’obbedienza più feconda,

perché così Gesù “divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che

gli obbediscono”.

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


La più bella storia d’amore

Omelia tenuta nel corso della veglia pasquale

Rimini, Basilica Cattedrale, 23-24 aprile 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Otto letture più il vangelo: la più lunga liturgia della Parola per riassumere

tutta la storia della salvezza: passata, presente, futura. Proviamo a ripercorrere

questa litania di brani per coglierne il messaggio pasquale. Cominciamo dal

vangelo: “Gesù crocifisso non è qui: è risorto!”. Ecco l’evento assoluto che dà

senso e significato a tutta la storia, alla nostra vita, all’intero universo. Questa

è la luce che illumina e spiega tutto il tracciato che ci ha condotto all’Evento.

Le tappe che scandiscono il cammino del popolo di Dio ci rimandano simbolicamente

a quelle della nostra vita secondo lo Spirito del Risorto. Meditando i

grandi testi biblici, ci prepariamo a dare tutta la loro intensità alla celebrazione

della iniziazione cristiana di voi, carissimi catecumeni.

La prima tappa è la creazione, che segna il passaggio dal nulla all’essere.

La Pasqua di Gesù ci ricorda che Dio Padre ha voluto condividere con altri la

sua vita. Ha deciso di associare dei fratelli al Figlio unigenito e ci ha scelti, predestinati

e chiamati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli

sia il primogenito di molti fratelli (cfr Rm 8,29). All’origine dell’universo non c’è

un Dio che soffre di solitudine, ma che vuole condividere la sua felicità. E ci ha

creati non per aumentare la sua gloria, ma per riversare il suo amore su tutte le

creature e allietarle con gli splendori della sua luce.

E quando l’uomo perse la sua amicizia, Dio non l’ha abbandonato al potere

della morte, ma nella sua tenerissima misericordia ha chiamato Abramo da una

terra lontana dove si adoravano gli idoli, e lo ha scelto come padre dei credenti.

E’ la seconda lettura, che ci ha riproposto il momento più drammatico della

storia di Abramo. Dopo aver avuto il figlio tanto atteso, che gli avrebbe garantito

una forma di sopravvivenza oltre l’inevitabile morte, Abramo ha dovuto

rinunciare a questo desiderio così istintivo e accettare di sacrificare colui che

rappresentava il suo futuro. Ma questo futuro gli viene ridonato. Isacco il frutto

della sua carne, assume allora un significato nuovo: è il frutto della fede. Commenta

la Lettera agli Ebrei: “Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco (…)

Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo

lo riebbe anche come simbolo” (Ebr 11,17.19). Ecco il secondo passaggio della

Pasqua: dalla idolatria alla fede.

E siamo alla terza tappa: il passaggio del Mar Rosso. E’ il passaggio dalla

schiavitù alla libertà. I cristiani vi vedono un pallido presagio di quella libera-

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

zione che è avvenuta per tutti i discepoli di Cristo nella sua risurrezione e che

si attualizza per noi nel battesimo: il passaggio dalla schiavitù del peccato alla

libertà dei figli di Dio. Il Mar Rosso è l’immagine del fonte battesimale e un

simbolo del popolo cristiano.

Quando poi gli Ebrei si ritrovarono esuli in Babilonia, furono tormentati

dall’ansia del dubbio: potevano ancora credere a quella vecchia storia di un

Dio alleato che libera il suo popolo e gli assicura una terra “dove scorre latte e

miele”? Un lontano discepolo del profeta Isaia si è sentito chiamato da Dio a

confermare il popolo nella certezza della benevolenza divina per Israele. L’avvenire

non sarà una smentita di questa certezza rocciosa, ma una sua evidente

dimostrazione. Ecco allora la quarta tappa: dalla dispersione alla conversione.

E’ la tappa che noi battezzati viviamo ogni volta che superiamo la prova e riscopriamo

la grandezza dell’amore del nostro Dio.

Ma questa speranza va continuamente rinnovata, pena la persistente ricaduta

nell’idolatria. Lo stesso profeta dell’oracolo precedente si incarica allora,

per mandato divino, di rianimare la speranza del popolo eletto: il sogno che

Dio ha seminato nel cuore dell’uomo si realizzerà. Un giorno il mondo sarà

totalmente liberato dalle forze del male. Ma occorre per questo una rinnovata

conversione per passare continuamente dalla decadenza al rinnovamento. Alla

luce della risurrezione i cristiani interpretano questo oracolo come una profezia

della nuova ed eterna alleanza, stabilita nel sangue di Cristo.

Nel passo del libro di Baruc – è la sesta lettura – l’autore ispirato medita sulla

situazione dei Giudei rimasti all’estero, dopo la liberazione ad opera di Ciro, e

riflette sul fatto che, se Israele rimane disperso fra le nazioni, ciò avviene perché

ha dimenticato la sorgente della vera sapienza. La sapienza, rivelata da Dio al

popolo eletto, è stata manifestata dalla legge data a Mosè. Assai presto i cristiani

hanno utilizzato questo brano per esprimere la loro comprensione di Cristo.

E’ lui la manifestazione della sapienza di Dio. Ecco pertanto un altro passaggio

che i cristiani devono perennemente compiere: dalla stoltezza alla sapienza, o,

se si vuole, dalla sapienza di questo mondo alla stoltezza della croce.

Ezechiele, dal cui rotolo è stata ritagliata la settima lettura, è stato tra gli

esiliati in Babilonia il cantore della speranza: Dio avrebbe ricostruito di nuovo

quello che il popolo aveva guastato con il peccato. Questa ricostruzione

avrebbe trovato il suo compimento nella riedificazione del cuore dell’uomo: Dio

avrebbe tolto dai suoi figli il cuore di pietra e avrebbe dato loro un cuore nuovo,

anzi avrebbe dato addirittura il suo Spirito. Con la risurrezione di Cristo tutto ciò

che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla

sua integrità, grazie allo Spirito Santo che il Risorto ha effuso sui suoi discepoli

nel cenacolo. Avviene così il passaggio dalla morte alla vita.

Nella lettera ai Romani, l’apostolo Paolo svela l’aspetto essenziale della vita

cristiana. E’ la scoperta meravigliosa dell’amore gratuito di Dio. Chi l’accetta, ne

viene sconvolto. Si apre alla vita dello Spirito. Avviene una trasformazione radi-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

cale che è morte all’uomo vecchio e risurrezione a una esistenza insospettata.

E’ l’evento della Pasqua in noi. Con Gesù crocifisso moriamo al vecchio mondo,

quello dell’egoismo, ed entriamo nel mondo nuovo ed eterno dei figli di Dio. E’

il passaggio dal peccato alla grazia.

Carissimi catecumeni, non vergognatevi mai del vangelo della croce. Non

pentitevi mai delle promesse del vostro battesimo. E non stancatevi mai di “offrire

voi stessi a Dio, come viventi, ritornati dai morti” (cfr Rm 6,13).

+ Francesco Lambiasi

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Solo Uno che ha vinto la morte

ci può liberare

Omelia del Vescovo nella Messa per il giorno di Pasqua

Rimini, Basilica Cattedrale, 24 aprile 2011

La Pasqua è un mistero inesauribile. Nel giorno in cui celebriamo il Cristo

risorto e vivente, tentiamo di cogliere al volo almeno qualche scintilla del grande

fuoco acceso nella storia con la risurrezione di Cristo. Spero possa tornare

utile allo scopo evidenziare una tra le parole più fedeli all’evento e più vicine

alla nostra sensibilità. E’ la parola liberazione, che traduce la classica categoria

biblico-teologica di ‘redenzione’ e significa liberazione a prezzo di riscatto. Nessuno

più di san Paolo ne ha formulato il messaggio con un ‘manifesto’ tutto

nervi e vita: “Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi

imporre di nuovo il giogo della schiavitù. (...) Voi, fratelli, siete stati chiamati

a libertà” (Gal 5,1.13).

1. Libertà è capacità di futuro

Cominciamo con il rintracciare in noi stessi la spinta segreta che muove tutta

la nostra esistenza. Noi non viviamo di solo pane o di sola aria; non viviamo

di cose, ma di futuro. L’uomo è indubbiamente anche un essere biologico, bisognoso

di tutti quei mezzi e di quei beni che sostengono la sua vita fisica; ma

si differenzia da tutti gli altri esseri perché può guardare in avanti, può aprirsi a

qualcosa di nuovo. Anche i cani, i gatti e i cavalli hanno un ieri e un domani; ma

il loro domani non porta nulla di veramente nuovo: è la ripetizione immodificabile

di ciò che è stato ieri, di ciò che è oggi e di ciò che inesorabilmente sarà

domani e dopodomani. L’uomo invece può pro-gettare e pro-gettar-si, può porre

sé davanti a se stesso e camminare verso il futuro di sé: combinare qualcosa

di bello nella vita, realizzare qualcosa di buono e di utile per le persone che

amiamo. Questa capacità di futuro si chiama libertà: la persona umana non è

ripetizione fatale e inevitabile di ciò che è sempre successo, ma piena apertura

a ciò che non è ancora accaduto.

Pensiamo allo smarrimento che ci coglie, quando la strada verso il futuro

ci appare sbarrata da un incidente, da un insuccesso o una malattia; quando

ci attraversa la mente, come un lampo improvviso, il pensiero della morte, che

ci fa dire: ma allora perché impegnarmi tanto, se poi tutto deve finire? E così,

o ci ripieghiamo sul passato, lo gonfiamo a dismisura, lo pitturiamo con i coloranti

fantasmagorici della memoria, e lo mettiamo davanti a noi come nostro

futuro. Ma allora cadiamo nell’angoscia più penosa e insopportabile, perché

ci rendiamo ben conto che il passato è ‘passato’ - non si può né ripetere né

prolungare - e noi non possiamo nutrire la nostra fame di futuro con flebo di

nostalgia. Oppure ci rinchiudiamo nel presente, cercando di spremerne tutte

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

le potenziali stille di benessere, di piacere o di divertimento, ma prima o poi la

vita ci delude, perché ciò che abbiamo o che cerchiamo di goderci non ci basta,

e si riaccende in noi l’attesa di qualcosa di nuovo, di vero, di puro, di infinito.

E allora ci sentiamo salire dai labirinti del cuore il grido di Paolo: chi mai potrà

liberare la nostra libertà? chi ci potrà restituire la nostra capacità di futuro? chi

potrà salvare la nostra speranza?

2. Libero di fronte alla morte e sulla morte

Nel contesto in cui noi oggi viviamo il dramma della nostra libertà, possiamo

collocare il messaggio liberante che scaturisce dalla Pasqua di Gesù. Gesù

si è presentato sulla scena della Galilea degli anni 30 dell’era cristiana con un

progetto: il regno di Dio. Ha annunciato l’evento che dà alla storia la svolta decisiva:

Dio ha mandato in mezzo a noi suo Figlio, per prendersi personalmente

e pienamente cura della vita di tutti noi, suoi figli. Le ansie, le sofferenze, gli

interrogativi dell’uomo diventano affare suo e Dio decide di dare ad essi una

risposta che va al didi ogni attesa. Con Gesù il regno della verità, della libertà

e della pace si è fatto presente. I poveri, i peccatori e i perduti possono esultare,

perché proprio a loro, attraverso l’amore di Gesù, Dio offre vita e salvezza. Messaggero

potente del regno di Dio, Gesù di Nazaret è passato “beneficando e risanando

tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con

lui” (1.a lettura). Si è chinato sulle miserie dell’uomo: ha risanato i lebbrosi, ha

avvicinato gli emarginati, e ai peccatori, legati al proprio passato senza speranza

di uscirne, ha offerto il perdono, ha aperto nuovi spazi di vita e un futuro pieno

di possibilità insperate. Una così vasta e potente opera di liberazione trova

ragione nel fatto che Gesù è un uomo interiormente libero. E’ libero dalla ambiziose

aspettative messianiche che tutti, intorno a lui, avrebbero voluto imporgli.

E’ libero di fronte ai discepoli e pronto ad andarsene anche da solo, sulla strada

di un ideale nuovo e frainteso: morire per amore, come il seme che dona la vita

marcendo. Gesù è libero di fronte a leggi e prescrizioni, a tabù e divieti, quando

offendono l’uomo e la sua dignità. E’ libero di fronte ai ricatti e alle minacce

dei suoi nemici. Ma è libero soprattutto di fronte alla madre di tutte le paure,

la paura della morte, e lo è libero perché si sa e si sente totalmente amato dal

Padre. E così si offre volontariamente alla morte “per ridurre all’impotenza colui

che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per paura

della morte, sono soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr 2,14s).

Ma se tutto fosse finito all’ora nona di quel 14 di nisan dell’anno 30, noi

oggi non staremmo qui, o al massimo staremmo qui solo a commemorare

un grande del passato, dalla cui vita duemila anni di storia costituirebbero un

fossato incolmabile. E quindi dovremmo salvarci da soli, con le nostre attese

fatalmente deluse, sempre più soli e impotenti, costretti a censire sogni falliti,

a registrare desideri infranti, relazioni malate, affetti spezzati. E invece il nostro

liberatore è risorto. Ecco il messaggio di Pasqua, messaggio di morte e di risurrezione.

Il Crocifisso ci dice che Gesù si è posto in atteggiamento di totale

libertà davanti alla morte. Il Risorto ci dice che Gesù ha ricevuto dal Padre il

potere e la libertà sulla morte: nell’Apocalisse si mostra come “il Vivente, già

morto, ma che ora vive per sempre e ha le chiavi della morte e degli inferi” (cfr

Omelie

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Ap 1,18). La risurrezione non cancella la passione e la croce di Cristo: il Risorto si

mostra ai suoi, nel cenacolo, con le piaghe gloriose. La gloria della risurrezione

non elimina le stigmate della passione, ma le ‘glorifica’, ossia le perpetua, rendendole

presenti e attuali per sempre. Anche in cielo l’Agnello appare “in piedi,

come immolato” (Ap 5,6). Tutto questo sta a dire che Cristo, se è risorto è vivo,

e se è vivo è nostro contemporaneo, e quindi entra in relazione con noi, c’entra

con me, e può liberarci se noi vogliamo.

La risurrezione di Cristo – ha ricordato papa Benedetto – “non è affatto un

semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande ‘mutazione’ mai

accaduta, il ‘salto’ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova,

l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret,

ma con lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”

(al convegno di Verona, 2006). La risurrezione è una parola che il Signore rivolge

a ciascuno di noi, dicendoci: “Sono risorto e ora sono sempre con te (…). La

mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani, Sono

presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può accompagnarti e

dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto e trasformo per te le tenebre in

luce” (veglia pasquale, 2007).

Con Cristo o senza Cristo cambia tutto. L’incontro con il Risorto ci fa risorgere

e ci rende capaci di un futuro nuovo, pienamente umano. Che questa

liturgia non rimanga rito, ma diventi vita. La Pasqua per noi è tutto. Non solo noi

dalla Pasqua siamo salvati, ma tutto ci viene dalla Pasqua: lo Spirito, la Parola,

i sacramenti, la Chiesa, l’amore, la vita nuova. La Pasqua è Cristo che viene a

vivere in noi. Noi allora lo imploriamo: Maranà tha! Vieni, Signore Gesù! Vieni

e resta con noi, perché si fa sera. Resta con noi fino all’ultima sera del nostro

cammino “sullo stretto marciapiede della terra”, quando cadrà l’ultimo sole sul

nostro orizzonte, e la nostra vita sfocerà con te nella casa del Padre, che “solo

amore e luce ha per confine”.

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Il Padre ci basta

Io sono la via, la verità e la vita

Omelia pronunciata in occasione

del Convegno Nazionale dei cattolici cinesi

Rimini, Basilica Cattedrale

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Oggi siamo invitati a godere con gratitudine di questa sosta contemplativa,

che ci dona il vangelo, ma prima e proprio per accogliere la rivelazione di Gesù,

dobbiamo ritornare sulla domanda di Filippo: “Signore, mostraci il Padre!”. Nella

supplica ardita di Filippo riconosciamo la voce di tanti, la nostra voce.

1. Andiamo subito alla risposta di Gesù: “Filippo, chi ha visto me, ha visto

il Padre”. Per Gesù ogni occasione è buona per ridire il vangelo del Padre, la

buona notizia: “Il Padre mio vi ama!”.

Per capire il Padre, dobbiamo tenere lo sguardo fisso sul Figlio. Gesù è in

persona il Figlio del Dio vivente. Non possiamo ridurlo a uomo straordinario, a

grande riformatore sociale, a eroe senza macchia e senza paura: un Gesù senza

Padre, una sorta di “orfano” di Dio, sarebbe irriconoscibile.

Dunque – sembra dire Gesù – guardami, Filippo: eccolo il Padre. E’ qui

accanto a te, e ti sfiora e ti parla. E tu lo puoi vedere, toccare, ne puoi sentire il

battito del cuore, come lo ha sentito Giovanni, il discepolo amato, poco fa. E tu

lo puoi abbracciare e baciare, come farà Giuda tra un paio d’ore, al Getsemani.

No, Filippo, non aspettarti una rivelazione grandiosa, come le antiche teofanie,

tra fulmini e saette: ormai Dio non è più in mezzo a fuoco ardente, né a oscurità,

tenebra e tempesta. Filippo, eccolo il Padre: ha la mia faccia, la mia voce;

ha il mio respiro, il mio cuore. Non temere, Filippo: Dio “non vuole essere tanto

Signore, quanto Padre. Cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera,

non del tuo sangue. Viene placato non dalla morte, ma dall’amore” (S. Pietro

Crisologo).

Dio è Padre, è l’Abbà forte e tenero di Gesù di Nazaret, il nostro Babbo

grande e vicino, a noi intimo più del nostro intimo. “Padre” non è un titolo tra i

vari possibili, che le nostre povere parole incerte gli possano attribuire: è il suo

nome proprio. Egli è solamente, interamente, perennemente Padre. E’ solamente

Padre: un padre umano è lui stesso figlio di qualcuno, mentre Dio Padre

è il Genitore-ingenerato: la domanda: “chi c’era prima di lui?” è una sgrammaticatura

teologica. Egli è interamente Padre: un padre umano è anche sposo,

fratello, amico, e poi è un lavoratore o un pensionato, un artista o un artigiano,

uno sportivo o un tifoso. Lui, no: padre è la sua qualifica essenziale, integrale,

esclusiva. E permanente: un padre umano lo diventa a un certo punto della sua

vita. Dio non diventa, ma è Padre: lo è da sempre e per sempre.

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Così è fatto Dio, ci dice Gesù; Dio è fatto d’amore. In Dio c’è il Padre, l’Origine

di tutto senza essere originato da nulla. E il Figlio Gesù è la sua Immagine

unica, fedele, perfetta. E poiché Dio è Amore, il Padre è l’Origine dell’Amore, di

cui il Figlio è l’Immagine, lo Spirito Santo è l’Amore dell’Immagine e dell’Origine,

l’infinito scambio di un dono infinito.

2. Hai ragione, Filippo, in questo hai pienamente ragione: il Padre ci basta!

Ma allora non resta che fidarsi e affidarsi a Lui. Se hai la sorte di sentirti amato

dall’Amore, se hai la fortuna di credere di essere preceduto e atteso da un Padre

che ha contato perfino i capelli del tuo capo, se hai ricevuto la grazia di avvertire

che la tua esistenza è sorretta dalle sue mani sicure e di percepire che Egli, il

creatore onnipotente delle sconfinate moltitudini dei mondi che popolano l’universo,

ti pensa, ti segue e ha tracciato una strada appositamente per te, allora

come fai a non fidarti? Come puoi pensare che esista qualcosa di più giusto e

di più utile per te dell’accettare e fare la sua volontà? Colui che sa far funzionare

le stelle e le galassie, non sarà forse in grado di far funzionare anche la tua vita?

Questo atteggiamento di fiducia previa, incondizionata, è talmente centrale

per il credente da costituire un punto discriminante con la mentalità laico-razionalista.

L’uomo mosso dalla sola ragione opera una critica implacabile contro

l’idea stessa di un piano di Dio. L’uomo si autorealizza senza Dio: questo è il

dogma del razionalismo. O l’alienazione della fede o l’emancipazione della ragione.

Oggi gli uomini del nostro tempo chiedono ai credenti non solo di parlare

di Dio, ma in certo senso di farlo loro vedere. Ma mostrare il volto di un Padre

affidabile è possibile solo a chi crede, solo a chi ha il volto e il cuore di uno

che si fida di - e si affida a - Cristo: “Amen amen, dico a voi: chi crede in me,

farà le opere che io faccio e ne farà di più grandi” (v. 12). Le opere buone che

compiremo saranno viste dagli uomini, i quali renderanno gloria non a noi, ma

al Padre che è nei cieli (cfr Mt 5,16). E saranno opere più grandi di quelle che

Gesù ha compiuto nella sua vita terrena: perché allora ha agito da solo, senza

di noi; ora opera in noi e attraverso di noi. Certamente noi non sfameremo le

folle, non guariremo i lebbrosi, non risusciteremo i morti, ma la vite che è Cristo,

porterà molto più frutto attraverso noi, suoi tralci, che senza. Perché, se è vero

che i tralci senza la linfa della vite non vivono, è anche vero che la vite senza i

tralci non porta frutto.

Atti del Vescovo


Non mercenari,

ma pastori candidati al martirio

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Omelia del Vescovo in occasione dell’ordinazione

presbiterale di Giuseppe Tosi, Gioacchino Vaccarini,

Daniele Missiroli, fr. Juri Leoni

Rimini, Basilica Cattedrale, 14 maggio 2011

Ecco, Dio è fatto così: come un pastore. La tipica, suggestiva metafora mediterranea

veicola in sottofondo il lascito di antichi oracoli profetici. Rileggiamo,

dal rotolo del grande Isaia: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con

il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le

pecore madri” (Is 40,11). Ricordiamo ancora, dal profeta Ezechiele: “Io stesso

condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio.

Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò

quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le

pascerò con giustizia” (Ez 34,16). Ma cosa avviene quando viene l’ora di Gesù?

La profezia si compie; la metafora si realizza. Ormai non si può più dire: Dio è

come un pastore, ma si deve dire: Dio è il pastore, e ha la faccia, le mani, il cuore

di Gesù, il buon pastore.

1. Pastori per voi

Qualche esegeta si surriscalda nel sostenere che l’aggettivo greco kalòs

- ‘bello’ - abbinato al sostantivo ‘pastore’, vada tradotto alla lettera: Gesù è il

pastore bello. Altri invece rendono quell’aggettivo con vero: Gesù è il pastore

vero, cioè autentico. Sono tutte varianti filologicamente fondate ed esegeticamente

plausibili. Ma forse la domanda da porre è un’altra: perché Gesù è il

pastore buono, bello, vero? Possiamo rispondere con le parole di uno che se ne

intendeva sul serio, sia di esegesi come di pastorale e pure di santità, visto che

si tratta di Gregorio Magno, che fu papa santo e dottore della Chiesa, il quale

commentava così l’autodefinizione di Gesù: “Io sono il buon Pastore; conosco

le mie pecore e le mie pecore conoscono me”, come a dire: “Io le amo ed esse

mi corrispondono riamandomi”. Molto correttamente quel santo padre della

Chiesa interpretava il verbo conoscere, in senso biblico, secondo cui conoscere

significa amare. Detto in due parole: Gesù è il pastore generoso, affascinante,

autentico, in quanto è il pastore innamorato, innamorato folle, e folle fino alla

follia della croce. In effetti Gesù è un pastore unico: non se ne è mai visto uno

come lui, nella serie dei pastori che ci furono, ci sono, ci saranno. Non è semplicemente

il primo della serie: è il fuori-serie, è il pastore. Nei confronti delle sue

pecore non si limita a declinare i verbi usuali del pastore forte e tenero: guidare,

nutrire, difendere il gregge, ma ne coniuga uno del tutto insolito: sacrificarsi. “Io

do la mia vita per le pecore” (Gv 10,14). Qui la metafora supera se stessa: dove

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

si è mai visto un pastore che si lascia uccidere per amore delle sue pecore?

Nel commento al nostro brano, s. Agostino, presentandosi al popolo con i

suoi presbiteri, diceva così: “Pascimus vobis (siamo pastori per voi) et pascimur

vobiscum (siamo nutriti con voi); det utinam Dominus eam amandi vim ut pro

vobis aut effectu mori possimus aut affectu (il Signore ci dia la forza di amarvi

a tal punto da poter morire per voi, o effettivamente o affettivamente)” (cit. in

PdV 25).

Siamo pastori: non ci siamo chiamati da soli a questa missione. Non ci siamo

aggiudicati da soli questo onore. Non ci siamo arrogati da soli questo onere.

Ci ha chiamati Lui. Da mille strade diverse, in mille modi diversi. Chi se ne stava

sulla riva, a rassettare reti immancabilmente flosce e deludenti, a masticare rabbia

per l’ennesima quota di sudore sprecato. Chi se ne stava dietro il banco dei

suoi piccoli traffici, a mangiarsi le unghie per vedere come riuscire a spennare

qualche altro centesimo alla povera gente. Chi se ne stava in casa a sognare vagabondaggi

senza traguardi, a disegnare rotte senza mete e senza orizzonti. Insomma

tutti avremmo storie differenti da raccontare, ma tutte apparentate dallo

stesso canovaccio, fatto di ricerche travagliate, di attese allo spasimo, di sorprese

neanche lontanamente immaginabili. Ma ognuno potrebbe forse ritrovarsi pari

pari nelle parole del canto di anni addietro, intitolato Vocazione:

“Era un giorno come tanti altri, e quel giorno lui passò. Era un uomo come tutti

gli altri, e passando mi chiamò. Come lo sapesse che il mio nome era proprio

quello, come mai vedesse proprio me nella vita, non lo so. Era un uomo come

nessun altro, e quel giorno mi chiamò”...

Sì, ci siamo lasciati sedurre e siamo rimasti sedotti. Ci siamo innamorati di

Lui e non abbiamo più potuto farne a meno. E così è partita una storia fatta di

slanci e di inciampi, di tenerezze e di abbandoni, di calcoli e di follie, fatta di stupori

e di sbigottimenti, forse anche di ristagni, di fughe scriteriate e di nostalgici,

irrefrenabili ritorni. Comunque, tutta una storia d’amore, dalla a alla zeta. Poi

Lui ci ha fatto tremare le vene e i polsi, quando ci ha fissati uno ad uno e ci ha

schiantati con quella domanda bruciante: Francesco, Daniele, Giuseppe, Gioacchino,

Juri, mi ami tu?

Ci siamo arresi e gli abbiamo detto sì. Lui ci ha fatti suoi e ci ha affidato voi.

E come a Simone bar Jonas, ha detto a ognuno di noi:”Pasci i miei agnelli”. Così,

ci ha messi di fronte a voi. Capite, fratelli e sorelle? Non ci ha tolti dal gregge, ma

ci ha messi a parte; non ci ha collocati sopra di voi, ma di fronte a voi.

2. Morire per voi

Stare di fronte... Dio, che posizione scomoda! “Molto meno rischioso stare

‘nella’ Chiesa, con il crisma sulla fronte, che stare ‘di fronte’ alla Chiesa, con il

crisma sulle mani” (T. Bello). Stare di fronte a voi non è stare in poltrona o in

cattedra oppure stare sul palco o sul podio del vincitore. E’ stare in croce: per

sacrificare la vita come ha fatto Gesù, per amare e servire i suoi, i nostri fratelli

come li ha amati e serviti lui. Non per capacità o iniziativa nostra, non per qualche

merito acquisito o per un premio spasmodicamente conquistato, ma perché

chiamati: poiché il ministero è un mistero, uno stupefacente mistero di grazia.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Stare di fronte significa esercitare il ministero nel nome del “Pastore grande

delle pecore” Gesù - un nome che contiene tutta la dolcezza del mondo - senza

mai pretendere di sostituirlo, ma diventando la trasparenza della sua fortissima,

tenerissima presenza. Significa svolgere il triplice compito che ci è affidato

- insegnare, santificare, presiedere - come ‘ministero’, ossia come servizio, non

come ‘potere’. Quindi insegnare, non montando sulla testa dei fratelli per plagiarli,

ma chinandosi ai loro piedi per pulirli. Quindi celebrare l’eucaristia, prendendo

e spezzando il pane non come una cosa o come un oggetto per quanto

santo e venerabile, ma come il corpo di Cristo: “con mani frementi, nell’attesa

che chiodi crudeli aprano al dono”, al dono di sé. Stare di fronte significa guidare

la comunità cristiana “non spadroneggiando sulle persone, ma facendosi

modelli del gregge” (1Pt 5,3).

Stare di fronte da pastori significa lasciarci plasmare sullo stampo del “Pastore

supremo”; significa lasciarci ‘fare’ presbiteri, cioè ‘anziani’ nel senso etimologico

del termine, che vuol dire: coloro che sono ante, cioè ‘prima’, ma a

me piace interpretare la preposizione latina ante nel senso di ‘davanti’; quindi

mi prendo la licenza di intendere ‘presbiteri’ come quelli che sono ‘maturiper-stare-di-fronte’.

Comunque sia, ‘presbiteri’, con il corredo delle tipiche virtù

presbiterali, quali: “la fedeltà, la coerenza, la saggezza, l’accoglienza di tutti,

l’affabile bontà, l’autorevole fermezza nelle cose essenziali, la libertà da punti di

vista troppo soggettivi, il disinteresse personale, la pazienza, il gusto dell’impegno

quotidiano, la fiducia nel lavoro nascosto della grazia che si manifesta nei

semplici e nei poveri” (PdV 26).

Stare di fronte da sacerdoti significa dare la vita. E voi, carissimi, tra poco

vi prostrerete a terra per dire con questo gesto - che vi invito a fare a braccia

allargate, a forma di croce - per dire che voi state qui non per autocondannarvi

a morte, ma per autocandidarvi al martirio. Abbiamo sentito il sospiro di s.

Agostino, che diceva alla sua gente: “utinam pro vobis mori possimus aut effectu

aut affectu” - “potessimo morire per voi o di fatto o col cuore!”. Forse tu,

Signore, non ci chiedi il martirio effettivo, con il sangue, e allora consumaci al

fuoco lento del quotidiano martirio di cuore. “Signore Gesù, buon Pastore, che

hai dato te stesso fino alla morte di croce per le tue pecorelle, rendici degni di

poter offrire tutta la nostra vita per la porzione di gregge che tu ci affidi” (Coll.).

Che ognuno di voi, carissimi, quando verrà tra poco a mettere le mani nelle

mani del vescovo, possa dire nel suo cuore: “Io ti offro la mia vita, o mio amabilissimo

Signore, io ti offro tutto di me, tutto di me. ‘Tutto l’esser mio, prendilo,

Signor’. Nelle tue mani affido la mia vita: tutti i miei giorni, tutti i miei beni, tutti

i miei affetti, tutti miei effetti: talenti, risorse, e perfino limiti e fragilità. Non voglio

trattenere nulla per me. Neppure l’affermazione. Neppure la realizzazione.

Neppure la gratificazione”.

Che ognuno di voi, quando arriverà l’ora nona della sua vita, possa dire in

tutta sincerità e con intima gratitudine: “Nella semplicità del mio cuore, lietamente,

mio Dio, ti ho dato tutto”.

Che ognuno di voi possa vivere ogni giorno del ministero sacerdotale come

fosse il primo, come l’ultimo, come l’unico, e ogni sera possa cantare a cuore

spiegato: “Tu, Dio, che conosci il nome mio, fa’ che ascoltando la tua voce, io ri-

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

cordi dove porta la mia strada, nella vita, all’incontro con te”. Sì, cantate così, carissimi,

ogni sera, fino all’ultima sera, quando sarà la fine: una festa senza fine...

Nel commento al vangelo del buon Pastore, s. Gregorio Magno afferma

che “amare è già un camminare - amare iam ire est”. Preghiamo Maria, la Madre

del buon Pastore, di rischiarare con il suo materno, dolcissimo sorriso tutto

il vostro cammino, e di farvi dono della pace, di ogni bene e soprattutto del

bene della perfetta letizia.

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Il Pane per passare dall’io al noi

E dall’ostilità all’ospitalità

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Omelia tenuta dal Vescovo, al termine della processione

del Corpus Domini

Rimini, 23 giugno 2011

Cristo non si è ancora stancato di camminare con noi. Non si è ancora pentito

della promessa di rimanere con noi tutti i giorni e di accompagnare tutti noi,

esuli figli di Eva, nel nostro affannato peregrinare, fino alla fine del mondo, sui

ripidi sentieri della storia. Questo è il segnale forte e netto, lanciato dalla processione

del Corpus Domini: il corpo di Cristo è il pane dei pellegrini, il viatico

che ci assicura l’energia per procedere da cristiani sulle strade della nostra città,

alla volta della città futura, la Gerusalemme celeste.

1. Gesù ha distrutto in sé l’inimicizia

Nell’ultima sera della sua vita, mentre consumava una cena che fu sicuramente

di addio, Gesù era perfettamente consapevole di quale sarebbe stata

la conseguenza fatale dell’ignobile tradimento di Giuda Iscariota: una ingiusta

condanna, una crudelissima passione, una morte raccapricciante e ignominiosa

sulla croce. Nonostante questa lucida previsione, Gesù non prende la strada

della fuga per mettere in salvo la propria pelle. Non si ripiega su di sé, in un

silenzio sdegnoso e sprezzante, né scaglia livide invettive contro chi stava per

tradirlo, contro i discepoli che stavano per abbandonarlo, contro mandanti ed

esecutori del suo infame supplizio. Ma “avendo amato i suoi che erano nel

mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Quel semplice gesto dell’offrire ai commensali

il pane e il vino come segni tangibili e trasparenti del proprio corpo

e del proprio sangue racconta senza possibilità di equivoco una offerta di sé,

totale e irreversibile.

Che cosa fa allora Gesù nel cenacolo? si espone coscientemente e liberamente

alle sofferenze atroci e alle infamanti umiliazioni che dovrà subire, le

assume in anticipo e ne fa l’occasione di un amore senza misure, di un perdono

senza riserve. Abbandonato e vigliaccamente tradito, Gesù si dona e si

abbandona a persecutori e carnefici, in una donazione gratuita, senza limiti e

senza rimpianti. Assume preventivamente l’elemento di rottura – il tradimento,

il fallimento, la morte - per trasformarlo in adeguato strumento di alleanza.

Le parole che pronuncia sulla coppa di vino rosso lo esprimono con chiarezza

abbagliante: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Ecco quanto

‘passa’ nel cuore di Gesù: il sangue infetto della cattiveria universale viene lavato

e ossigenato dal suo amore supersmisurato, e poi restituito come sangue

sano e risanante alle arterie del corpo dell’intera umanità, contaminata dalla

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

pandemia dell’egoismo e del peccato. Così una violenza totalmente ingiustificata

viene capovolta in una dedizione totalmente incondizionata. Si tratta di una

metamorfosi strabiliante, che manifesta tutta la generosità del suo cuore: Gesù

ha avuto la capacità di prendere occasione dalle circostanze più contrarie e dolorose

per superare se stesso e arrivare oltre il confine dell’amore più eroico e

gratuito, in un eccesso di carità che lascia sgomenti e stupefatti.

San Paolo esprime una sorpresa quasi incredula di fronte a uno spreco

così folle di bontà: “Nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. (...) Mentre

eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7-9). E nella Lettera

agli Efesini ci si spiega come abbia fatto Cristo a riconciliare con Dio Padre degli

esseri umani a lui spietatamente ostili: “ha distrutto in se stesso l’inimicizia” (Ef

2,14). Cioè, non ha distrutto i nemici fuori di sé, ha distrutto l’inimicizia dentro

di sé, per accogliere e ospitare in sé i suoi irriducibili avversari. Eppure avrebbe

potuto domandare al Padre dodici legioni di angeli per immobilizzare i suoi persecutori,

ma non l’ha fatto, anzi lo ha pregato di perdonarli. Ecco dunque cosa

avviene nella santa cena: a una ostilità tanto incomprensibilmente arbitraria,

Gesù reagisce con una ospitalità altrettanto incredibilmente gratuita.

2. La risorsa educativa dell’eucaristia

Quando celebriamo l’eucaristia e riceviamo la santa comunione, accogliamo

in noi lo stesso dinamismo di amore che Gesù ha manifestato nell’ultima

cena. La comunione ci rende capaci di prendere occasione dalle ingiustizie e

dalle offese, da tutto ciò che è contrario all’amore, per ottenere la vittoria dell’amore,

in intima comunione con Cristo. Pertanto l’eucaristia diventa per noi

scuola e laboratorio, palestra e noviziato dove veniamo formati e allenati a

passare dall’isolamento alla condivisione, dall’esclusione alla convivialità, dalla

lontananza alla prossimità. In breve, l’eucaristia ci educa all’accoglienza e ci abilita

a passare dall’ostilità all’ospitalità. Come non ricordare che Gesù ha aperto

l’ultima cena con la lavanda dei piedi ai discepoli, ossia proprio con quel gesto

che era considerato il primo da riservare all’ospite quando entrava in casa? Ma

la conclusione che il Maestro ne tira è scioccante: “Se io, il Signore e il Maestro,

ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14).

Lavarci gli uni i piedi degli altri. La prima attenzione, non tanto in ordine di

tempo quanto in ordine di logica, dobbiamo esprimerla all’interno delle nostre

comunità: “a cominciare dai fratelli nella fede” (cfr Gal 6,10). Spendersi per i

poveri, va bene. Lavare i piedi di quanti sono emarginati da tutti i banchetti

della vita, va meglio. Ma prima ancora dei disabili, dei barboni, dei nomadi,

dei profughi, di coloro che ordinariamente sono parcheggiati fuori del palazzo

o all’ombra del tempio, vengono coloro che condividono con noi l’area e l’aria

del ‘cenacolo’. La Chiesa non può portare ‘fuori’ l’eucaristia, nella città, se prima

non la vive ‘dentro’ le sue pareti. Non c’è una eucaristia dentro, e una lavanda

dei piedi fuori. Che cosa significa allora quell’inequivocabile pronome di reciprocità:

“gli uni gli altri”? Che, ad esempio, il vescovo difficilmente potrà essere

portatore di un ‘primo annuncio’ del vangelo, se, nell’ambito del presbiterio,

non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri sacerdoti e a lasciarsi lavare i

piedi da ognuno dei confratelli. Anzi, c’è di più o di peggio. E’ l’intera comunità

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

cristiana che accusa deficit vistosi di credibilità se nel suo grembo serpeggia la

divisione, dilaga il campanilismo, tracima la faziosità, ci si osteggia in tifoserie

contrapposte, si sprofonda nel letargo dell’indifferenza reciproca, a tal punto

che i piedi ognuno se li deve lavare per conto suo.

Ma portare il corpo del Signore per le strade della città - è un secondo

messaggio di questa processione eucaristica - lascia trasparire la disponibilità e

l’impegno di noi cristiani a mettere in circolo, a disposizione dell’intera comunità

civile, l’incalcolabile risorsa che l’eucaristia rappresenta. Sì, anche Rimini ha

bisogno di passare ininterrottamente dall’ostilità all’ospitalità: non possiamo

esimerci dall’imboccare lo svincolo che fa transitare ogni cittadino dall’io al

noi. La nostra città è diventata più arida, frammentata e divisa. La caduta della

solidarietà, e spesso, troppo spesso, un egoismo brutale e vorace, e un feroce

antagonismo marcano ostentatamente la stagione in corso. Ci ritroviamo più

vecchi e depressi, più soli, impauriti e aggressivi. L’ostilità, radicata in un cuore

ribelle a Dio, è il cancro che produce metastasi negli affetti e nelle relazioni:

aggredisce le famiglie, si insedia negli ambienti sociali e politici, si coagula in

sistemi ingiusti e brutali. Il preoccupante sfilacciamento del vincolo civile trova

la sua adeguata terapia solo nel rafforzamento del legame morale, pena l’inesorabile

declino della società. Vogliamo individuare il termometro infallibile per

misurare il grado di civiltà della nostra città? E’ la preferenza che si dà al bene

comune rispetto agli interessi privati.

Ecco il “capitale sociale” rappresentato dall’eucaristia: costruire una città

civile e abitabile, sulla base dei grandi valori della libertà, dell’uguaglianza, della

fraternità. In questo inizio di millennio si impone una seconda ricostruzione della

nostra città, dopo la prima, avvenuta a seguito della devastante distruzione

dell’ultima guerra mondiale. Oggi è l’anima umana di Rimini che deve rinascere.

In questo “risorgimento morale”, i cristiani laici sono sorretti da una certezza

incrollabile: che l’eucaristia non è fatta per mandarci in estasi, ma per metterci

in crisi. Come non andare in crisi quando vediamo accendersi, dentro e fuori

di noi, violente forze negative, che si potrebbero chiamare letteralmente ‘antieucaristiche’

in quanto effettivamente anti-umane? Ne richiamiamo alcune, in

triste, schematica elencazione: la ‘liquefazione’ della prossimità, che promette

una libertà senza orizzonti e senza impegni, in cambio di una solitudine senza

memorie e senza speranze; la “dittatura del relativismo” e la riacutizzazione di

un laicismo surriscaldato, che fatica a riconoscere il dna cristiano di una sana,

serena laicità; la demonizzazione del diverso e dell’avversario politico, quali nemici

da abbattere; l’assuefazione al dolore altrui, che rende indifferenti di fronte

a tragedie colossali, come il naufragio dei 1.300 profughi, ingoiati dal mare di

Lampedusa; la paura del futuro e dello straniero, due virus micidiali che vanno

quasi sempre in combutta... E’ una situazione difficile e diffusa, ma tutt’altro

che irreversibile: se tutti, istituzioni e cittadini, ispireremo la nostra azione ad un

umanesimo plenario e ci lasceremo guidare dalla stella polare del bene comune,

potremo rendere sempre meno ostile e sempre più ospitale la nostra città.

“Coraggio, popolo tutto!” (Ag 2,4).

Fratelli e sorelle, uomini e donne di buona volontà, lasciate che vi ripeta le

parole gridate dal beato Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spa-

Omelie

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

lancate le porte a Cristo!”. La fede cristiana non è schierata contro gli autentici

valori umani, quali la scienza, la democrazia, la tolleranza, ma è per una loro affermazione

solida e alta, che sia esente da interpretazioni unilaterali e distorte.

La Chiesa non reclama privilegi, ma rivendica libertà; la stessa che sollecita per

tutti, nella certezza che solo una città dell’uomo, rispettosa della dignità e dei

diritti umani fondamentali, è anche città di Dio.

Allora preghiamo insieme: “O Gesù, buon Pastore, tu riunisci in un solo

corpo quanti si nutrono di uno stesso pane: sostieni i credenti, le donne e gli

uomini di buona volontà, nell’assicurare alla comunità ecclesiale e a quella civile

la libertà, la giustizia e la pace. Amen”.

Atti del Vescovo

+ Francesco Lambiasi


Interventi del Vescovo

(In copertina: Visione della Beata Chiara, Maestro di Verucchio, Londra, the National Gallery - dettaglio)


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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Con Cristo o senza Cristo

cambia tutto

La vita cristiana illuminata

dall’evento pasquale

Intervento del Vescovo ai Quaresimali 2011

Chiesa di s. Agostino, 11 aprile 2011

A sorpresa, il 44.mo Rapporto Censis 2010, pubblicato recentemente, ha

individuato la natura della crisi in un “calo del desiderio” che si manifesta in

ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di crescere, di costruire, di cercare

la felicità. I vampiri del materialismo, dell’edonismo, del consumismo ci hanno

succhiato il sangue e al tempo stesso ci hanno inoculato il veleno soporifero

della depressione, facendoci cadere in letargo. E siamo andati in automatico. A

questa caduta del desiderio andrebbe attribuita la responsabilità delle “evidenti

manifestazioni sia personale, sia di massa, comportamenti e atteggiamenti

spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze

mediatiche, condannati al presente senza profondidi memoria e di futuro”.

Come mai se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato

(casa, lavoro, sviluppo…), adesso “siamo una società pericolosamente segnata

dal vuoto”, e a un ciclo storico pieni di interesse e voglia di fare ne segue

un altro segnato dal suo annullamento? “Tornare a desiderare è la virtù civile

necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita”.

Ma il desiderio dell’uomo da solo non si riattiva. Ha bisogno di sentirsi

abbracciato dall’Amore più grande. quello di Dio che ci ha amati per primo,

l’amore di Cristo che è morto per ridarci la vita.

1. Dio ci si è fatto vicino

Il primo vangelo, quello di Matteo, iniziava con un albero genealogico, una

interminabile, monotona litania di nomi per redigere il certificato anagrafico di

Gesù, “figlio di Davide, figlio di Abramo”. Il vangelo secondo Marco cominciava

con un grido: era la voce aspra e rovente del Battista che chiamava la gente

a conversione. Quello di Luca con una dedica - al nobile Teofilo - e con un

racconto: l’annuncio e la nascita del Precursore. Giovanni - l’evangelista “che

sovra li altri com’aquila vola” (Dante) - preferisce cominciare con un prologo:

“l’altissimo canto” (Id.), l’inno al Verbo incarnato. “In principio era il Verbo / e il

Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio”. Il centro incandescente del mistero

è fissato in quella mezza riga: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

mezzo a noi”. Il contrasto con l’incipit del brano non poteva essere più netto,

ma viene superato nell’incarnazione. Là, nel versetto iniziale, l’evangelista affermava

solennemente che il Verbo era in una esistenza divina, inalterabile e

imperturbabile, senza inizio né successione, senza ruderi del tempo né rughe di

cambiamenti, senza le cicatrici di cadute o di risalite. Qui si dichiara che il Verbo

si fece carne: si fece, cioè ha assunto una esistenza storica, in divenire, carica

di debolezza, e perciò esposta e vulnerabile. Là il Verbo era presso Dio, qui è

in mezzo a noi. Là il Verbo esisteva come Dio, qui come carne. ‘Carne’ significa

più del semplice assumere la natura umana, e non solo perché sottolinea energicamente

la visibilità e la concretezza dell’umanità assunta, ma perché evoca

quella sfera di fragilità e di normale ferialità, entro la quale si svolge l’esistenza

degli umani. ‘Carne’ dice tutta la distanza fra l’uomo e Dio che in Gesù viene

colmata. ‘Carne’ declina l’umanità di Gesù: il suo essere generato, il suo crescere,

sudare, piangere, sorridere, stancarsi, rattristarsi, morire.

Questo vangelo dell’incarnazione contiene un massimo di buone notizie.

Decliniamone alcune, almeno quelle più gravide di senso per noi.

Dio è vicino: prima buona notizia. Il grande Pellegrino ha macinato secoli

e millenni di distanza, si è avvicinato a grandi passi, e Colui che doveva venire

è finalmente arrivato: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia

voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Ma fosse toccato a noi programmargli il protocollo della visita, lo avremmo

sontuosamente agghindato come un magnifico imperatore con tanto di corte

al seguito. O lo avremmo armato di tutto punto, come un generale altero, con

scorta di ‘gorilla’ e guardie del corpo. O forse lo avremmo vagheggiato nei panni

di un cattedratico impettito o di un pio guru che viene a somministrare ai poveri

mortali dosi preconfezionate di idee brillanti, di nobili principi e sagge regole

di vita. E invece Dio è fatto così: prima di accasarsi tra di noi, si spoglia di tutti i

privilegi, si svuota completamente della ‘gloria’, e riparte da zero. Non viene con

i segni del potere, si presenta con il potere dei segni: “Questo per voi il segno:

troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. L’ha detto

l’angelo ai pastori, quella notte, nella campagna di Betlemme di Giudea. Ricordiamo

un altro antico inno che circolava nelle prime comunità cristiane: “Cristo

Gesù, pur essendo nella condizione di Dio / non ritenne un privilegio l’essere

come Dio / ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo / diventando

simile agli uomini” (Fil 2,5-7).

Ecco come è fatto Dio: in quel quasi-niente del piccolo di Maria, Dio c’è

tutto, e in quel frammento di carne si racconta a tutto tondo. Dio è qui: respira

in Gesù, guarda e piange con gli occhi di Gesù, lavora e accarezza con le mani

incallite del falegname di Nazaret, mangia parla ride sorride con la sua bocca. La

conseguenza è lampante: l’appuntamento con Dio ormai si compie nell’incontro

con Gesù. Il Verbo della vita, che era da principio, noi lo abbiamo veduto con

i nostri occhi, udito con i nostri orecchi, lo abbiamo palpato con le nostre mani,

abbracciato con la passione e la tenerezza delle nostre braccia (cfr 1Gv 1,1ss).

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Sì, nel piccolo di Maria Dio Padre ci ha abbracciati, e ormai non ci libereremo

più da quella stretta.

2. Siamo diventati figli dell’unico Padre

Ancora: il Verbo della vita ci ha dato il potere di diventare figli di Dio: seconda

buona notizia. Lo stesso evangelista nella prima delle sue lettere la formula

così: “Guardate quale amore ci ha dato il Padre: ci chiama figli di Dio e lo siamo

davvero” (1Gv 3,1). C’è una nota di lieto stupore, quasi di incredula sorpresa,

nelle parole dell’apostolo. Quanto sta dicendo è così importante che sente il

bisogno di attirare la nostra attenzione: Guardate. L’amore di Dio è tanto grande

da sorprenderci: nessuno avrebbe potuto immaginarlo così tridimensionale,

con tanta larghezza, altezza e spessore, se non ci fosse stato rivelato. Essere figli

di Dio non è un semplice modo di dire, non è una tenera metafora, ma una

condizione reale e concreta da prendersi alla lettera: e lo siamo davvero. Basta

questa breve affermazione di Giovanni per farci comprendere che - di fronte alla

rivelazione del Padre che Gesù ci ha consegnato - la prima reazione non può

che essere lo stupore. Dio prima è Padre, e poi creatore: non aveva bisogno di

noi per esprimere la sua paternità, e tuttavia ci ha fatti suoi figli. Sorpresi dalla

gioia: lo stupore di scorgere che all’origine di ciascuno di noi non c’è il caso o la

necessità, ma l’amore più libero, benevolo, gratuito, e che, alla fine della nostra

vita, non ci si spalanca davanti la voragine del nulla, ma ci si imbatte in un incontro:

lo vedremo come egli è (1Gv 3,2). Alla fine ci sarà la non-fine, un bene

grande, ci sarà un caldo abbraccio: “Venite, benedetti del Padre mio”.

E’ questo il mistero del’Incarnazione: io, tu, lui, lei, noi tutti, individui comici

e tragici, argilla impastata di miseria e assetata di infinito, ciascuno di noi è un

essere unico - amato in modo unico, incredibile, inaudito - da Cristo, l’amore di

Dio fatto carne e sangue per la vita del mondo.

3. E’ morto per noi

Gesù è morto per noi: per causa nostra e a nostro vantaggio. E’ la terza buona

notizia. E’ morto anche al nostro posto? Certamente è stato consapevole del

fatto che la sua morte non era solo il punto di arrivo dell’infedeltà d’Israele, ma

più in generale del peccato di tutta la famiglia umana, dell’incredulità dei figli di

Adamo e della loro dimenticanza del creatore. Come il servo di JHWH, di cui parla

il profeta Isaia, Gesù non affronta la morte come uno spiacevole incidente, ma

l’assume come segno del peccato, di tutto il peccato del mondo: “Egli ha preso

su di sé i nostri peccati e li ha portati con sé sulla croce, per farci morire al peccato

e farci vivere una vita giusta” (1Pt 2,24). In questo senso Gesù si sostituisce

a noi: egli, l’innocente, si è liberamente assunto i nostri peccati facendo ricadere

interamente su di sé il dolore e la morte che derivano dal peccato. E poiché il

peccato provoca la lontananza da Dio, Gesù, il Figlio eternamente unito al Padre

e legato da intima solidarietà d’amore con l’umanità peccatrice, sperimenta nella

sua natura umana l’infinita lontananza che separa l’amore e il peccato, e grida:

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Quell’abbandono non è l’allontanamento

effettivo da Dio, quale viene sperimentato dal peccatore, ma un

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

abbandono affettivo: Cristo ripara così a tutti gli allontanamenti da Dio causati

dal peccato. Non è un castigo perciò, ma una prova, quella che Gesù subisce volontariamente

per amore al Padre e a tutti noi: nonostante accetti su di sé tutto

il peso del peccato e sperimenti tutta l’angoscia provocata dalla disobbedienza a

Dio, egli grida al Padre il sì dell’obbedienza e si rimette nelle sue mani: “Padre,

nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

“Uno è morto per tutti”, afferma san Paolo: ma ciò non è avvenuto per dispensarci

dalla nostra personale morte al peccato, anzi proprio per favorirla. La

solidarietà di Cristo non esclude, ma rende possibile e include la nostra cooperazione:

“Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per

se stessi, ma per lui che è morto e risuscitato per noi” 82Cor 5,14s). Gesù si è

addossato tutto il male del mondo: tutto l’egoismo, tutto l’orgoglio, tutta la disperazione,

tutto lo sfruttamento dei poveri e dei deboli, tutta la lussuria, tutta

l’ipocrisia, tutto l’odio, tutta la violenza. “Egli è stato schiacciato per le nostre

iniquità; si è abbattuto su di lui il castigo che ci dà salvezza” (Is 53,15). Sulla

croce c’era quindi anche il mio peccato, il mio egoismo, la mia disobbedienza.

Se Gesù è morto anche per i miei peccati, significa che anch’io con i miei peccati

l’ho ucciso.

Cristo agisce come capo dell’umanità: dall’eternità tutti gli uomini sono stati

pensati in lui, finalizzati a lui, posti in oggettiva connessione con lui. Si tratta non

solo di appartenenza, ma quasi di una mutua immanenza che fa di Gesù e di

tutti e singoli gli uomini come un unico organismo vivente. Il vincolo che lega

tutti personalmente e organicamente a Cristo è la condizione previa perché il

suo sacrificio sia redentivo. Gesù è il capo sano di un organismo malato: assume

su di sé la malattia del corpo e trasmette al corpo la sua salvezza. In quanto atto

personale di un Uomo-Dio, la sua è un’azione umana di potenza divina.

4. E’ veramente risorto

Cristo è risorto: è la quarta buona notizia.

Per dire come la risurrezione di Cristo sia la vera chiave di lettura per reinterpretare

correttamente la sua morte, l’evangelista Luca ci presenta un racconto

paradigmatico – l’apparizione ai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) - costruito

attorno all’immagine del cammino. Dapprima un cammino che allontana

da Gerusalemme, per tentare di rimuovere il ricordo bruciante della passione

di Gesù e del fallimento totale del suo progetto. Si potrebbe dire un cammino

dalla speranza alla delusione, come confessano i due discepoli: “Noi speravamo

che fosse lui a liberare Israele”. Ma poi – a seguito dell’incontro con il misterioso

viandante che aveva fatto ardere il loro cuore spiegando alla luce delle Scritture

il senso della croce e si era fatto riconoscere allo spezzare del pane – il cammino

registra una inversione ad u, di nuovo verso Gerusalemme, e diventa un

cammino dalla delusione alla speranza. Gli eventi sono rimasti quelli di prima,

ma ora vengono riletti con occhi nuovi. Quella che allo sguardo degli uomini era

apparsa e continuava ad apparire come sconfitta e scandalo – spiegabile con le

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

ragioni storiche della sua condanna - in verità era stata una morte per fedeltà

a Dio e per amore di tutti i peccatori. La risurrezione costituisce una rivelazione

illuminante, uno svelamento sorprendente: quanto era accaduto, “doveva”

accadere – rivela il Risorto ai due discepoli. Doveva accadere non per una ineluttabile

fatalità, ma per un misterioso disegno di Dio. Sono quindi due i piani

di lettura degli eventi: il piano storico e quello divino. Sono piani connessi, ma

non possono essere confusi: come se il disegno divino rendesse insignificanti le

responsabilità umane, o il dolore patito da Gesù nella sua materialità fosse magicamente

capace di operare la salvezza del mondo. Occorre ribadire: né Giuda

o Caifa o Pilato possono essere ridotti a fantocci manovrati da un destino cieco

e dispotico, né Dio può essere scambiato per un idolo sanguinario e crudele.

La croce sta a dire la verità della causa di Gesù. Egli aveva predicato un Dio

diverso perché misericordioso e lo aveva onorato con una prassi di vita scandalosa

perché diversa. E’ stata questa diversità la causa della sua condanna a morte;

ma egli ha sostenuto che solo così rimaneva fedele a Dio e alla sua volontà

di amore. La risurrezione è la prova della paternità di Dio, che si è schierato

a favore del Figlio e della sua diversità. Fino alla fine il rabbi di Nazaret aveva

sostenuto di essere legato a Dio da un rapporto filiale, un rapporto diverso da

quello di ogni altro uomo. La risurrezione è la conferma irrefragabile che Dio

è il Padre suo. Non bisogna poi dimenticare che il passaggio dalla morte alla

risurrezione non è di ordine temporale - prima l’una e poi l’altra - e neanche

di ordine dialettico, come la successione di due avvenimenti contrari che si richiamerebbero

l’un l’altro, un abbassamento e una elevazione. La risurrezione

è la maturazione di quel seme che era caduto in terra: è lo sviluppo di ciò che

era stato posto in germe nella sofferenza stessa. Con il suo abbandono totale

al Padre, Gesù ha pienamente aperto il suo spirito e il suo cuore a un’irruzione

della vita divina, la quale trasforma la natura umana e la rende gloriosa dopo

la morte. Inoltre la risurrezione toglie il velo – oltre che alla morte e a

tutta la vita di Gesù come ad ogni sua scelta, ad ogni sua parola o gesto – anche

alle antiche Scritture. Ogni figura dell’Antico Testamento diventa ormai realtà;

ogni promessa dei profeti è ormai compiuta; lo stesso annuncio del regno di

Dio, proclamato dai profeti e dallo stesso Gesù, trova soltanto ora la sua piena

realizzazione. Senza la risurrezione la com-passione di Cristo per l’uomo rimarrebbe

la semplice testimonianza fraterna di un uomo sublime che ha voluto

unire la sua sorte quella dei suoi compagni in umanità. Invece “se moriamo con

lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo”

(2Tm 2,11s).

5. Nello Spirito viviamo e moriamo con Cristo

“Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo”

(GS 22). E’ la quinta buona notizia. La vita cristiana è relazione personale con

Cristo, un dialogo continuo con lui, un incessante cammino in sua compagnia.

Consiste non solo nell’accettare il suo insegnamento, ma nell’ “aderire alla persona

stessa di Gesù, condividere la sua vita e il suo destino, partecipare alla sua

obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre” (Veritatis Splendor 19).

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Camminare dietro a Cristo significa camminare nella carità, avere i suoi stessi

sentimenti, amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli: “Egli ha

dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”

(1Gv 3,16). Comunicandoci il suo stesso Spirito, Cristo entra con tutto l’amore

della sua morte e risurrezione, nella nostra esistenza e la vive con noi, anzi in

noi, così che ogni cristiano può dire nella verità, come Paolo: “Non sono più io

che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Cristo non rimane perciò un modello

esteriore, ma viene realmente interiorizzato in virtù della grazia dello Spirito

Santo. I mezzi ordinari e infallibilmente efficaci, con cui lo Spirito santo ci assimila

a Cristo, sono i sacramenti, soprattutto – come abbiamo detto – il battesimo

e l’eucaristia. “Il battesimo configura radicalmente il fedele a Cristo nel mistero

pasquale della morte e risurrezione, lo riveste di Cristo. La partecipazione

poi all’eucaristia, sacramento della nuova alleanza, è vertice dell’assimilazione a

Cristo, fonte di vita eterna, principio e forza del dono totale di sé” (Ver. Spl. 21).

Così riviviamo gli eventi di Cristo. Lo Spirito Santo opera con la sua grazia

una trasformazione di tutta la personalità del cristiano: anima, intelligenza, affettività,

corporeità. Egli diventa “nuova creatura”, un “uomo nuovo” (Gal 6,15).

Riceviamo un nuovo modo di essere, per cui diventiamo “partecipi della natura

divina” (1Pt 1,4), siamo “chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,5).

Questa reale e radicale elevazione alla vita divina si chiama tradizionalmente

“grazia santificante”: è la stessa esistenza pasquale di Cristo che diventa nostra.

Cristo “abita nei nostri cuori grazie alla fede”. Egli agisce in noi, prega in noi:

ogni nostro atto è “agito” da lui con noi e attraverso di noi: la stessa azione è

insieme nostra e sua. Lo Spirito Santo che è stato il principio “agente” nella vita

umana di Gesù, che lo ha condotto fino al Calvario, agisce in noi, estendendo a

tutta la vita cristiana il dinamismo pasquale: morire per vivere, morire al peccato

per vivere nella libertà dei figli di Dio. “Lo Spirito Santo – si legge nei documenti

del Vaticano II - in un modo noto solo a Dio, offre a ogni uomo la possibilità di

essere associato al mistero pasquale” (GS 22). Egli ci fa rivivere gli stessi misteri

di Cristo, i suoi atteggiamenti, i comportamenti da lui assunti, le opere da lui

compiute, gli avvenimenti della sua storia, che si riassumono nel mistero della

sua Pasqua. Infatti i misteri di Cristo, che sono perfetti e completi per quanto

riguarda la sua persona, non lo sono tuttavia ancora in noi che siamo sue membra.

“Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e

continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa del mistero della sua incarnazione,

della sua nascita, della sua infanzia, della sua vita nascosta. Lo fa prendendo

forma in noi, nascendo nelle nostre anime per mezzo dei santi sacramenti del

battesimo e della divina eucaristia. Lo compie facendoci vivere di una vita spirituale

e interiore che sia nascosta con lui in Dio. Egli intende rendere perfetti in

noi i misteri della sua passione, della sua morte e risurrezione. Li attua facendoci

soffrire, morire e risorgere con lui e in lui” (S. Giovanni Eudes).

Anche per il cristiano arriva l’ora della morte: sarà proprio in quell’ora suprema

che egli verrà lasciato solo? No, niente, neanche la morte, ci potrà separare

dall’amore di Cristo. E’ soprattutto nel passaggio dalla vita terrena a quella

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

celeste, sulla frontiera dell’eternità, che Cristo è la via e la porta, la risurrezione

e la vita, è colui che dice: “passiamo all’altra riva”. “Noi crediamo che Gesù è

morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti per mezzo di Gesù, Dio li

radunerà insieme con lui” (1Ts 4,14). Cristo è “la porta che conduce al Padre,

per la quale sono entrati Abramo, Isacco e Giacobbe, i profeti, gli apostoli e la

Chiesa”. Cristo è colui che incontra gli uomini nella loro morte e concede loro di

morire insieme a lui in vista del Padre. Egli aveva annunciato: “Io, quando sarò

innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). In quanto realtà biologica,

la morte di Gesù appartiene al passato, è ormai sorpassata. In quanto realtà

umana, personale, redentrice, è però insuperabile. In questa ottica, Gesù è al

culmine del proprio amore; non esiste un punto ulteriore a questo culmine,

Gesù è eterno nell’atto supremo del suo amore.

Chiamati alla comunione del Figlio, i battezzati vivono nella morte l’ultima

chiamata e, dopo essere vissuti sulla terra in Cristo, rispondono all’invito del

Padre a “morire con Cristo”. Ma come è possibile morire in due? Non è la morte

il momento dell’estrema solitudine? La morte è la rottura di ogni rapporto. L’amore

umano riesce a fare di due una cosa sola in vita, ma non in morte. Però,

poiché Gesù è morto “offrendo se stesso con uno Spirito eterno”, egli ha una

capacità di accoglienza illimitata; infatti è morto per tutti, per accogliere tutti.

Egli comunica ai suoi discepoli il dono della sua Pasqua perfetta e definitiva: il

“passaggio” da questo mondo al Padre. La sua morte, quindi, mi appartiene più

della mia. La comunione è totale. Lo aveva detto: “Ciò che viene a me, io non

lo respingerò” (gV 6,37), e: “Chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”

(Gv 11,26).

Questa è la morte dei santi: Teresa di Lisieux da anni desiderava morire in

un atto d’amore totale, voleva che l’amore spezzasse il suo cuore in un olocausto

alla divina Misericordia. Di fatto è morta di una malattia terribile, devastante,

come Gesù è morto crocifisso, ma – come Gesù, che si è lasciato “consacrare”

dal fuoco dello Spirito Santo – Teresa si è lasciata ardere da uno straordinario

slancio d’amore, che l’ha inabissata nelle profondidi Dio. Poteva perciò ben

dire: “Non muoio, entro nella vita”.

6. Con o senza Cristo cambia tutto

Ma se sono vere queste buone notizie, allora cambia tutto.

Con Cristo cambia la vita. Ciò che converte il freddo in caldo è la vicinanza

del fuoco: “Stare vicino a me - dice Gesù - nel Vangelo apocrifo di Tommaso - è

stare vicino al fuoco”. Essere suoi discepoli non vuol dire osservare una sfilza di

precetti: questo viene dopo. E non vuol dire nemmeno partecipare a riti e culti

vari: anche questo viene dopo. Essere cristiani vuol dire bruciare nel fuoco del

vangelo tutti gli egoismi, tutte le avidità e le sciocche vanità che ci seducono il

cuore.

Cambia la preghiera. Questo Gesù Cristo, che ci dà di poter diventare figli

di Dio, ci spiazza con l’imprevedibile sorpresa di poter pregare con la stessa

semplicità e la medesima tenerezza del Figlio di Dio, addirittura con la stessa

parola e con lo stesso fiotto di abbandono con cui si rivolgeva al Padre nel se-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

greto della sua personale, intima preghiera: Abbà, che significa ‘Babbo’. “Che

voi siete figli - dichiara s. Paolo ai Galati - ne è prova il fatto che Dio ha mandato

nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre” (Gal 4,6).

Cambia la missione. Il Verbo fatto carne, che viene in mezzo a noi, senza

suonare né trombe né campane, senza chiamare le telecamere, senza pretendere

i titoloni nelle prime pagine dei giornali, ci ricorda che fare missione non è

fare propaganda, né fare colpo: è fare mistero. Non è uno sfacchinare per Cristo,

ma è collaborare con lui, è vivere per Cristo, con Cristo, in Cristo.

Cambia il lavoro. Tenere gli occhi fissi su Gesù di Nazaret, che “ha lavorato

con mani d’uomo” non distrae dalla vita e dai suoi molti impegni. Non allontana

dal reale, ma lo illumina e lo riscalda. Un vita vissuta senza stupore sarebbe

in-sensata, incolore e insapore. E’ lo stupore che rende l’impegno convinto,

generoso, appassionato e, perché no? sereno e caloroso.

Cambia la festa e il riposo. Festa e riposo non servono semplicemente a

‘scaricare lo stress’ accumulato e a ‘ricaricare le batterie’ per ricominciare a

lavorare, per poi consumare, e poi tornare a stressarsi di nuovo, ma servono a

liberarsi dall’ansia di produrre e dall’avididi possedere. E aiutano a ritrovare

la bellezza del vivere e a celebrare la gioia del condividere la benevola vicinanza

dell’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Cambia il dolore. Nel Gesù del Natale e della Pasqua, il Verbo della vita “da

ricco che era, si è fatto povero per noi” (cfr 2Cor 8,9). Gesù è il Dio che non

scende sulla terra a tenere una cattedra di filosofia e di etica del dolore, ma si

incarna per condividerlo. Gesù è il Figlio del Padre che si è immerso nell’abisso

del male, per salvare ogni povero naufrago sommerso dalla morte, perché solo

un Salvatore riemerso dalla morte ci può far risorgere nella sua Pasqua. Per

quanto noi cadiamo in basso, schiacciati dal peso della nostra fragilità, al di

sotto di tutti ormai c’è Lui, che si è calato nel nostro inferno, sempre pronto a

raccoglierci per non farci sfracellare sul fondo del baratro.

Cambia l’economia e la politica. Mettere Cristo al centro anche della attività

economica e dell’azione politica non è una clericale invasione di campo, perché

significa mettere al centro l’uomo. E mettere al centro l’uomo significa che

l’uomo viene prima del lavoro e il lavoro viene prima del capitale. Significa che

anche il mercato ha bisogno di essere finalizzato all’uomo. Mettere l’uomo al

centro significa che la politica non può pendolare tra individualismo e collettivismo,

non può risolversi in una mera gestione del potere, né può permettere che

si incancreniscano situazioni di ingiustizia per paura di contraddire i poteri forti.

Un’azione politica condotta da cristiani veicola in permanenza il messaggio che

“ogni uomo è mio fratello”. Pertanto non dobbiamo mai dimenticare che la

dialettica, anche aspra, delle posizioni tra avversari non deve mai conoscere la

disumana deriva della cannibalizzazione reciproca, tra nemici.

E’ vero: con Cristo o senza Cristo cambia tutto. Ma perché cambi realmente

tutto, perché cambi concretamente il mondo, dobbiamo - e per grazia, possiamo!

- cambiare il cuore. Per poter cambiare la vita...

+ Francesco Lambiasi

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Educare alla vita buona del Vangelo

Intervento del Vescovo all’incontro

con i Dirigenti scolastici

Rimini 4 maggio 2011

“Educare alla vita buona del Vangelo” è un tema formulato con il titolo del

documento di cui la Chiesa italiana si è dotata l’anno scorso e che contiene gli

orientamenti pastorali per tutto il decennio. Vorrei introdurmi con una sorta di

monitoraggio su educazione e dintorni. Innanzitutto per dire che quello dell’educazione

è impegno di oggi e di sempre per la Chiesa. Non si tratta cioè di

un programma di cui la Chiesa, magari per varie contingenze, oggi si dà, ma

costituisce il cuore della sua missione. Il Card. Bagnasco nella presentazione

del documento scrive: “Nell’educazione noi Vescovi riconosciamo una sfida

culturale e un segno dei tempi, ma prima ancora una dimensione costitutiva e

permanente della nostra missione di rendere Dio presente in questo mondo e

di far sì che ogni uomo possa incontrarlo scoprendo la forza trasformante del

suo amore e della sua verità in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che è

bello, buono e vero”.

1. L’educazione è per la Chiesa impegno di sempre. Il Concilio Vaticano II è

stato il primo Concilio ad interessarsi del tema dell’educazione, e lo ha definito

“impegno gravissimo”. Occorre attribuire una importanza grandissima a questo

compito; Giovanni Paolo II affermava che “la Chiesa evangelizza educando

ed educa evangelizzando”. Non è uno slogan per catturare l’attenzione; è una

formula efficace che esprime la missione della Chiesa su un duplice versante:

quello dell’educazione e quello della evangelizzazione, che sono come le due

facce della stessa medaglia. Oggi guardiamo alla cosiddetta sfida educativa con

sguardo, insieme, preoccupato e fiducioso. Ci sono dei fattori che rendono tale

impegno particolarmente urgente, e questi fattori vengono espressi con varie

parole: urgenza educativa, emergenza educativa, sfida educativa.

Qui mi servo di una parola piuttosto abituale quando noi parliamo di impegni

che non si possono disattendere e che sembra diventino sempre più

pesanti e difficili: è la parola “crisi”. Ricorro a una citazione di Charles Péguy il

quale affermava: “Le crisi dell’insegnamento non sono crisi di insegnamento;

rappresentano crisi di vita e sono crisi di vita esse stesse”. Cosa c’è alla radice

della crisi educativa? “C’è - afferma Benedetto XVI nella lettera alla Diocesi di

Roma - una crisi di fiducia nella vita”. Qui si tocca con mano l’esito della vita

dell’uomo che pretende di “farsi da sé” e che finisce con il separare la persona

dalle proprie radici e dagli altri, rendendola alla fine poco amante di se stessa

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

e della vita. Insomma alla radice della crisi c’è un falso concetto di autonomia

dell’uomo: l’uomo si dovrebbe sviluppare solo da se stesso. Possiamo dire che

la malattia porta in se stessa la medicina o almeno il suggerimento della adeguata

terapia: se la educativa è crisi di fiducia, occorre allora un soprassalto di

fiducia nella vita.

Il Papa afferma infatti: “Il primo contributo che possiamo offrire è quello di

testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, essa non è frutto di ingenuo

ottimismo, ma ci proviene da quella speranza affidabile che ci è donata

mediante la fede nella redenzione operata da Gesù Cristo”.

Ancora una volta dobbiamo scommettere su una speranza affidabile, non

su un ingenuo ottimismo. Noi credenti speriamo non tanto perché le nostre

cose vanno bene, ma perché Dio non si è ancora stancato di volere il nostro

bene.

Un’altra parola per dire la portata di questa sfida e la difficoltà nell’affrontarla

è la parola “rischio”. Ricordiamo don Giussani: “il rischio educativo”. In

effetti il rischio non è un “pericolo”: il pericolo indica qualcosa di negativo, di

minaccioso. Invece rischio indica una opportunità da cogliere, una drammatica

opportunità perché implica l’incontro di due libertà. Occorre infatti “liberare la

libertà”, occorre concretizzare questa fiducia nella vita in un rinnovato patto

educativo fra le cosiddette agenzie educative: famiglia, scuola e comunità cristiana.

Ritengo tutt’altro che retorico e superfluo soffermarci sulle ragioni della

complessità della situazione, perché l’impegno educativo oggi si è fatto particolarmente

delicato. Le ragioni possono riassumersi nella “eclissi dell’uomo”.

Ricordiamo due grandi concezioni antropologiche che hanno segnato la storia

della riflessione dell’umanità sulla vita e sulla storia.

La concezione ebraico-cristiana vede l’uomo come immagine di Dio, quindi

come un “qualcuno” che non si è fatto da sé, ma porta riflessa in sé la “divinità”

di Dio: come una goccia di rugiada riflette tutta la volta del cielo. L’uomo è immagine

dell’Infinito, dell’Assoluto, dell’Eterno, del Trascendente.

L’altra concezione, che ha formato la nostra cultura, è la concezione

greco-romana: l’uomo come animale razionale, con le due componenti della

sua struttura metafisica: animalità e spiritualità. Queste due concezioni sono

state marginalizzate dalla concezione della modernità: l’uomo è soggetto libero

e totalmente autonomo. Oggi registriamo il superamento della modernità, con

la concezione della post-modernità, caratterizzata dal predominio delle tecnoscienze,

un predominio che porta a considerare l’uomo non più come soggetto,

ma come oggetto; l’uomo come cosa che si può fare da sé. Ma se si può fare da

sé, ecco il dramma, allora si può anche disfare e così si arriva a “quella” rottamazione

dell’io”, che è la tragedia dei nostri tempi.

2. La questione educativa è diventata, ai nostri giorni, ancora più complessa,

difficile e delicata che in passato, perché vengono poste tre questioni radicali

e fondamentali, che non si possono eludere e neanche si possono risolvere

con la scorciatoia di risposte estemporanee e improvvisate.

La prima è una domanda di identità: “Ed io che sono?” si domandava sgo-

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

mento Giacomo Leopardi. E’ la domanda che da Socrate in qua l’uomo non

finisce di porsi. Nell’ultimo scorcio di storia si è passati dall’uomo pellegrino

all’uomo vagabondo. Il pellegrino ha una patria di origine e una meta di arrivo.

Il vagabondo non sa dove sta andando, gira a vuoto, ruota su se stesso; non

ricorda più da dove viene e non sa più dove deve andare. Questa domanda

di identità si fa ancora più impellente perché siamo passati dall’homo sapiens

all’homo sentiens. L’homo sapiens è l’uomo che sa di dover cercare; quindi sa di

non sapere, e perciò si mette in cammino alla ricerca della verità. Nella concezione

cristiana l’homo sapiens è il Figlio di Dio il quale, quando viene la sua ora,

sa che viene da Dio e a Dio ritorna, fissando così il tracciato per ogni avventura

umana. L’homo sentiens non adora la dea ragione, ma innalza al rango di divinità

la “dea emozione”. Per lui il metro della verità, – se verità si può chiamare - è la

sensazione, l’emozione; è scambiare l’amore con il “brivido a pelle”. L’interrogativo

che ci dobbiamo porre è se sia mai possibile rispondere a questa domanda

di identità senza rispondere a una domanda previa che essa implica, cioè la domanda

di trascendenza. E’ un interrogativo che lascio sul tappeto. Ovviamente si

comprende bene che no, non è possibile, non solamente per noi credenti, ma

anche per chi non crede, perché l’uomo non può definire se stesso se non in un

orizzonte di trascendenza. Un teologo protestante affermava: “Ho cercato il mio

io e non mi sono trovato; ho cercato l’altro e non l’ho trovato; ho cercato Dio e

ho trovato tutti e tre”.

La seconda domanda è la domanda di libertà. La “liberté” continua ad essere

il primo dei valori del trinomio della rivoluzione francese. Tutti ci rendiamo

conto dopo la lezione che ci hanno fornito, da Feuerbach fino a Sartre - quelli

che Paul Ricoeur chiamava “i maestri del sospetto” - è che non possiamo avere

una concezione ingenua della libertà. Non condivido ovviamente le loro posizioni,

ma mi sembra che il lascito che ci viene dal loro pensiero sia un lascito

interessante: non possiamo avere una concezione ingenua della libertà, perché

la libertà umana è una libertà da liberare. Si nasce liberi? alcuni dicono di sì, altri

dicono no, ma comunque anche se diciamo che si nasce liberi, bisogna sempre

ricordare che si nasce... “liberi di liberarsi”. Quindi la concezione di libertà, che

noi sosteniamo, non è quella di una assenza di vincoli, ma è una libertà come

capacità di intrecciare legami. La nostra società oggi vive in un contesto dove

si danno molti solventi e pochi collanti: è la “società liquida” in cui i legami

sono molto precari, dove si vuole vivere usando continuamente il tasto rewind,

ma questo non è possibile. Dunque la libertà che noi difendiamo è una libertà

impossibile senza la verità.. Gesù affermava che “la verità vi renderà liberi”, e

invece oggi tanta gente pensa che è la libertà che ci rende veri. Ecco, lo strappo

fra verità e libertà richiede che verità e libertà vadano messe insieme e rimesse

in asse, come appunto Gesù ci ha insegnato e Giovanni Paolo II ha ricordato:

“la verità è garanzia di libertà”. Quindi non si tratta solo di una libertà “da”: dalle

dipendenze, dai condizionamenti. Certo, questa è fondamentale, ma è soprattutto

una libertà “per”, e una libertà “con”, altrimenti si genera il conflitto delle

libertà. Don Lorenzo Milani affermava: “Chi regala la propria libertà è più libero

di uno che è costretto a tenersela”. Una libertà dunque da donare, da valorizzare,

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

lasciandola anche “strapazzare” - per usare un termine caro a don Oreste Benzi

- per la libertà degli altri, per aiutare gli altri a liberarsi. In questo senso “Cristo

ci ha liberati perché noi restassimo liberi”.

La terza domanda è una domanda di speranza. Mentre fino a una quarantina

di anni fa l’uomo si sentiva slanciato e proiettato verso il futuro e si viveva

una stagione di entusiasmo - l’uomo si percepiva come quel Prometeo che deve

costruire la storia, deve progettare e realizzare il proprio futuro - oggi il mito che

ci fa da specchio è quello di Narciso: un uomo che vive ripiegato su se stesso e

che sta sempre lì a censire i propri pochi piaceri e i molti affanni; è l’uomo che

rinuncia al futuro. Come afferma lo slogan della pubblicità “Life is now”, la vita

è adesso. Questo slogan si potrebbe anche leggere in senso cristiano, e allora

starebbe a indicare la fedeltà all’attimo presente, ma si tratterebbe allora di un

presente non ritagliato dalle radici del passato e dalle proiezioni nel futuro, ma

è un presente carico di senso, che trasforma la massa del passato in energia di

futuro. Allora l’interrogativo che ci dobbiamo porre è: è possibile rispondere alla

domanda di speranza, senza aver prima risposto alla domanda, preliminare e

imprescindibile, della ulteriorità? Insomma è possibile una speranza senza un

“oltre”?

3. Ora vorrei puntare l’obbiettivo su Gesù. Ricordo che l’anno scorso, quando

ci siamo soffermati, in questa stessa circostanza, su Gesù maestro ed educatore,

il tema riscontrò una notevole attenzione da parte vostra. Non ripeto quello che

già ebbi modo di dire in quella occasione, ma mi sembra sempre feconda una

sosta sul vangelo perché ci mette in contatto con quel Gesù, che i cristiani ritengono

il primo e più grande educatore. Rileggiamo la pagina della chiamata dei

primi discepoli, che si trova nel capitolo 1 del vangelo di Giovanni.

Un’agenda fitta di appuntamenti e di incontri; un diario zeppo di chiamate,

di ricerche, di inseguimenti; un caleidoscopio colorito di storie e di volti. La prima

settimana di Gesù, registrata dall’evangelista Giovanni, è tutta punteggiata

di domande che si accendono a catena – “Dove abiti? Che cercate? Come mi

conosci?” – e di risposte che non spengono la ricerca, ma rilanciano cammini:

“Seguimi!, riaprono circuiti: “Vieni e vedi”, promettono sorprese: “Vedrai cose

maggiori di queste”.

Il fotogramma, dedicato dall’evangelista alla quarta giornata della settimana

inaugurale di Gesù, apre feritoie sul mistero della chiamata, mentre ce ne riconsegna

il vocabolario di base, concentrato nei verbi: seguire – trovare – scegliere.

Tre parole che dicono, sulla educazione, più di tanti trattati messi insieme.

1. Seguire

Il giorno dopo, Gesù incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi!”. La grande avventura

del discepolo comincia dai primi passi dietro il Maestro. Ma come Andrea e

Simone-Cefa, come Filippo di Betania e poi Natanaele, e poi tutti gli altri, fino ad

ognuno di noi, prima del primo passo c’è stato quello sguardo, partito dal cuore

innamorato del Maestro, uno sguardo che ci ha trapassato l’anima. E, quando

abbiamo ripreso il fiato, ci siamo ritrovati che non eravamo più come prima. La

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

sequela comincia da qui, dal sentirsi guardati, scelti, chiamati, in una parola dal

sapersi e sentirsi amati. Amati da un Dio, capace di dare la via per te, per me,

per tutti e per ciascuno di noi. Così Filippo impara che ormai non può più fare a

meno di quel Rabbi fuori-serie. E i figli di Zebedeo, dopo averlo incontrato lungo

le rive del mare di Galilea, si ritroveranno nel cuore una indomabile energia che

li spingerà a lasciare tutto e tutti, perfino il padre e la barca, il lavoro e gli affetti,

pur di non rinunciare a stare con quel Maestro dallo sguardo magnetico e dalle

parole che saziano l’anima di vita eterna.

Stare con lui: questo è il primo sogno che Gesù si porta in cuore quando

chiama i Dodici. E questo si aspetta lui da noi: non ha bisogno di salariati sgobboni,

ma di discepoli innamorati. Non di facchini, ma di amici. Seguire è più che

imitare: è mettersi a sua disposizione, lasciarsi assumere in proprio, è diventare

suoi.

2. Trovare

“Abbiamo trovato il Messia”: l’annunciato da Mosè, l’atteso dai profeti. Come

il contadino e il mercante della parabola, il discepolo è uno che ha trovato il

tesoro. Che lo abbia trovato per caso dopo giorni e giorni sempre uguali con il

cuore intento solo a sbarcare il lunario. Che lo abbia trovato dopo aver macinato

distanze e consumato gambe a camminare e occhi a cercare, questo non conta.

Conta il ritrovarsi, di incanto, sorpresi dalla gioia, dalla impagabile, intrattenibile

letizia di aver finalmente scoperto la perla preziosa, dapprima sognata come un

sogno troppo bello per non apparire impossibile e ora incontrata come un dono

incredibile e immeritato. Non come una conquista ottenuta a costo di sacrifici

immani e di spossanti rinunce. Non come un premio ambito, sudato e conseguito

per meriti acquisiti. Ma come una sorpresa che ti supera da tutte le parti.

Il tesoro del regno non si acquista né si conquista, non si merita ma si accoglie,

come un regalo inimmaginabile e stupefacente, come una impareggiabile fortuna.

Fortissimo Gesù! Il suo amore ti inchioda l’anima e si impone alla tua libertà,

non per costrizione, ma per irresistibile forza di attrazione, per divina seduzione

d’amore. E, per accogliere il tesoro che è lui, arrivi a rinunciare a tutto. Per riempirti

di lui ti svuoti di tutto. Attenzione: non rinunci per trovarlo, ma perché lo hai

già trovato. E ormai non puoi più perderlo, perché lui non può più mollarti. E’

così che arrivi a “vendere tutto”. Ma non rinunci a tutto con il cuore amaro, per

un doverismo asfissiante, per un ossessivo, inguaribile perfezionismo, ma “pieno

di gioia”, come il contadino della parabola. Perché se la gioia di aver trovato il

tesoro non precede rinunce, distacchi e gli inevitabili conflitti; se non è il gaudio

estatico dell’innamorato a motivare il taglio da ogni altro vincolo o legame, allora

il cuore del giovane ricco fatalmente sanguinerà il sangue amaro della tristezza

più nera e deprimente. E conoscerà il freddo e il vuoto di una vita spenta, sterile,

ripiegata.

3. Scegliere

Nell’affresco pennellato dall’evangelista Giovanni affiorano scorci di amicizia,

segnali di legami tenaci come quello che si avvia con Natanaele, l’amico di

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Filippo. Natanaele è’ un giovane che si porta dentro un cuore limpido, anche

se appesantito da pregiudizi: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

Eppure anche per lui l’incontro con Gesù si rivela decisivo. Si sente conosciuto

profondamente da quel Maestro intrigante, e si decide, come Filippo, per la fede:

“Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele”.

La fede non è una barca che scivola tranquilla verso il porto della felicità, e

quindi “fin che la barca va, tu lasciala andare”. La vita non è un programma con

il tasto rewind. Non si può lasciare tempo al tempo. La ricerca non è fine a se

stessa. Non ci si può lasciare paralizzare alla paura di sbagliare di fronte a scelte

definitive. Occorre tagliarsi i ponti alle spalle, senza pretendere cautele, garanzie

e uscite di sicurezza. Del resto, se non ci si decide, prima o poi ci si ritrova fatalmente

incamminati su strade non scelte da noi, ma che altri talvolta con furbizia,

talora con inganno, ma sempre con la nostra acquiescenza, hanno scelto al posto

nostro. Comunque il cuore non si risveglia come per incanto, non si rimette in

moto da solo, quando scocca l’ora magnifica e drammatica della scelta. Deve

potere lasciarsi abbracciare da uno sguardo d’amore, come è avvenuto per Natanaele:

prima ancora che se ne rendesse conto, Gesù lo aveva incrociato, “quando

era sotto il fico” e ne aveva intercettato il lato migliore: “Ecco un vero israelita in

cui non c’è inganno”.

Così avviene per Zaccheo: cerca di vedere Gesù e scopre che è Gesù che

cerca di vedere lui. Il cercatore si accorge di essere cercato, l’innamorato si ritrova

già amato. Perché Lui è fatto così: non vuole essere secondo a nessuno nella gara

dell’amore; vuole vincere sempre il primo posto in classifica.

4. Nell’ultima parte di questa riflessione vorrei tratteggiare la missione educativa

con alcune parole: educazione come “missione”, come “testimonianza”,

come “cammino”, per poi rispondere brevemente alle domande: cosa può dare

la fede? cosa è chiamata a dare la scuola?

1. Educazione è missione

Educare è una chiamata che viene dall’atto della generazione: da qui nasce

il dovere di accompagnare e il diritto di essere accompagnati. Nessun io è padre

del proprio io, nessuno si è dato la vita da solo, nessuno, anche se concepito in

provetta, si è procreato da sé. Nessuno ha scelto il proprio sesso, i propri genitori,

ma dall’atto della generazione scaturisce il dovere di dire a un figlio, perché

è stato chiamato alla vita, perché ognuno ha il diritto di sapere perché sta al

mondo. Se è missione, l’educazione non è semplicemente una professione; il

rapporto educativo non può essere assimilato a quello economico: tra fornitore

e cliente, fra chi vende e chi compra. E’ missione e dunque certamente richiede:

preparazione, senso di responsabilità, ma soprattutto richiede passione. Come

scriveva Saint-Exupéry “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per

tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia

del mare vasto e infinito”. L’educazione richiede un contagio da cuore a cuore,

da vita a vita. Purtroppo oggi la missione educativa è messa in pericolo - in molti

educatori - da un giovanilismo patetico e irresponsabile sotto la maschera di una

gioviale demagogia.

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2. Educazione è testimonianza

Prima di essere un maestro l’educatore è un testimone, e il testimone è

caratterizzato da un profilo con questi tratti:

- Innanzitutto la credibilità. Il testimone non è un eroe senza macchia e

senza paura; non è un essere perfetto, ma un uomo credibile e coerente.

- Il coinvolgimento. Il testimone si coinvolge, perché l’educazione comporta

sempre una auto-implicazione. Romano Guardini scriveva: “Vogliamo entrambi

- cioè io educatore, tu educando - essere ciò che dobbiamo essere”, e questo

coinvolgimento si traduce in una educazione permanente che non si può mai

dismettere.

- La responsabilità. Significa dire no all’autoritarismo ee sì all’autorevolezza,

ma d’altra parte significa anche dire no al permissivismo e sì alla responsabilizzazione.

Questo comporta una asimmetria nel rapporto educativo: l’educatore

e l’educando non sono due compagni che camminano insieme. Il cammino

educativo è come una escursione ad alta quota, che richiede sempre una guida.

- La gratuità. Nessuno è padrone di ciò che riceve; bisogna andare oltre

alla logica della funzionalità. La logica dell’educatore è dare quanto lui stesso

ha ricevuto, perché allora si alimenta quel patrimonio educativo che dobbiamo

consegnare alle future generazioni. Gratuità, ricordando sempre che noi tutti

siamo abbastanza poveri per dover ricevere e abbastanza ricchi per poter dare.

3. Educazione è cammino

Il cammino implica la condivisione di una meta e di una strada, ma un cammino

con una guida alpina non è semplicemente fatto da uno (la guida), che

cammina più veloce di quelli che accompagna, ma da uno che è già salito in

vetta, ha già sperimentato la strada, ed è questo che lo rende esperto nel guidare,

sostenere, accompagnare gli altri. Gli educatori condividono con gli educandi

la meta e la strada, ma i primi – ecco l’asimmetria - hanno la responsabilità

di mostrare l’una e l’altra ai secondi. Dice un proverbio africano: “Quando si ha

una meta, anche nel deserto si trova una strada”. E un altro detto afferma: “Se

vado da solo, vado più veloce; se camminiamo insieme, andiamo più lontano”.

Ovviamente il cammino implica anche gradualità nelle tappe e fedeltà alla legge

della strada, perché la strada è non fatta per essere contemplata e sognata,

ma per essere percorsa.

Eccoci ora alle ultime due domande: che cosa può dare la fede? cosa deve

dare la scuola?

La fede può dare anzitutto l’ossigeno della trascendenza. Benedetto XVI ha

scritto nella “Caritas in Veritate”: “Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non

riesce nemmeno a comprendere chi egli sia”. Inoltre la fede può dare un capitale

di certezze rasserenanti e che si riassumono nel titolo di un libro “Dio fa bene

ai bambini”. Infatti la certezza dell’esistenza, o meglio della presenza di Dio, si

declina in altrettante certezze rocciose sulle quali si può fondare una vita. Dire

“Dio c’è”, significa che “io sono amato”. Cartesio affermava “cogito ergo sum”

(“penso dunque sono”); il cristiano afferma “cogitor – o meglio ancora – amor”,

“sono pensato, sono amato da Dio”, dunque esisto. Noi siamo gli amati, così

Atti del Vescovo


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Paolo chiama i cristiani nella lettera ai Romani: “amati da Dio”. Siamo i “graziati”,

i candidati alla vita eterna. Inoltre la fede può dare il dono di una presenza.

Gesù non è solo un modello da imitare, ma una presenza da accogliere. Non

ci dà una teoria sull’educazione; ci offre una esperienza paradigmatica, ed è la

sua prassi di formazione dei suoi discepoli, che non è finita con la croce e neanche

con la glorificazione di Gesù, ma continua. Il vangelo di Matteo, al posto

dell’ascensione, racconta che Gesù sale sul monte, non per salutare i discepoli,

ma per dire: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20).

Infine - ma l’elenco potrebbe continuare a dismisura - la fede ci offre il pane

della compagnia. Compagnia deriva da “cum-pane”, condividere il pane, il pane

della presenza del Signore; il pane di un patrimonio fatto di storia educativa,

ma anche di un presente che continua ad essere esperienza positiva e feconda.

Oggi la scuola rischia di trasformarsi in un caotico supermarket, dove ognuno

va a cercare i singoli prodotti secondo i canoni di una società consumista,

i cui commessi (i docenti) non avrebbero se non il compito di dare istruzioni

per l’uso degli strumenti, lasciando la questione del senso ai clienti (gli alunni).

Una scuola così non sarebbe solo una brutta scuola; sarebbe una scuola cattiva

che costringerebbe le persone, a partire dagli alunni, a soffocare il desiderio di

infinito che ogni cucciolo d’uomo si porta in cuore.

In ultima analisi questa scuola cattiva costringerebbe a rimandare l’appuntamento

con se stessi. Per questo appuntamento invece è indispensabile una

scuola che aiuti a recuperare il confronto con il reale, per smascherare i miti,

i luoghi comuni, gli slogan imposti dalla cultura dominante sull’onda di mode

effimere e alla fin fine deludenti. Ci è indispensabile una scuola che orienti a

riscoprire nel passato e nel presente, nel mondo e nella vita, i segni di verità e

di senso presenti in essi. “Fatti non foste a viver come bruti”, diceva Dante, “ma

per seguir virtute e conoscenza”. Il verbo – conoscere - in francese “connaître”

ha una impressionante parentela con il verbo nascere. Il - connaître - dicono i

francesi - è “co-naître”, conoscere è: “co-nascere”. E’ vero. Conoscere è come

un venire alla luce un’altra volta, rinascere con un nuovo sguardo sulla vita, sul

senso dell’amore, del dolore, della ricerca, della scoperta, della comunione e

della gioia. Per questo servono insegnanti che aiutino a far nascere o rinascere

l’umanità dei propri alunni ricollegandoli alla tradizione ed educandoli ad appropriarsene

criticamente e vitalmente.

La scuola italiana ha bisogno di cambi strutturali significativi ed efficaci,

ma ha bisogno soprattutto di un rinnovato patto educativo, ricordava Papa

Benedetto nella lettera alla Diocesi di Roma, e lo confermano i Vescovi Italiani

nel documento citato. Occorre dunque un rinnovato patto educativo tra famiglia,

scuola e comunità cristiana, ma anche un patto educativo all’interno della

scuola tra insegnanti e studenti. Leggi e regolamenti sono come lo spartito: la

musica la suonano gli interpreti, coloro cioè che nella scuola vivono e lavorano

quotidianamente.

+ Francesco Lambiasi

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Ti posso parlare di Gesù?

Carissima, Carissimo,

desidero condividere con te ciò che ho nel cuore: non è questo che rende

importante l’amicizia? Di solito si sente amico non chi si incontra di sfuggita,

ma chi si ferma con noi e vuole donarci un po’ del suo tempo, della sua vita, di

ciò che ha di più caro. Così vorrei questa lettera: come un ponte gettato tra due

persone che si incontrano.

Vorrei parlarti un po’ di Gesù. Credimi: non mi è facile riuscire a comunicare

tutto il fascino che suscita in me la sua figura. Lo sento profondamente vicino,

ma anche diverso; compagno di strada e insieme punto di arrivo verso il quale

siamo tutti incamminati.

Qual era il segreto della sua personalità? Come si misura un uomo? Che

cosa lo qualifica, attraverso quali aspetti lo si può giudicare?

• Un uomo si rivela dal suo modo di parlare. Il modo di parlare di Gesù

non è quello del professore che fa lezione. Gesù usa un linguaggio fresco, immediato,

che colpisce e fa pensare: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio...

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra... Sepolcri imbiancati, che filtrate il

moscerino e ingoiate il cammello».

• Un uomo si rivela dal suo sguardo, da come sa vedere le cose. Tutti

vediamo le nuvole, il cielo, gli alberi, l’acqua, le montagne, le case, gli uomini...

Ma c’è vedere e vedere, e la differenza sta in ciò che hai dentro. Per Gesù ogni

realtà rinvia sempre a qualcosa d’altro, suscita sorpresa e meraviglia, reca un

messaggio: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, eppure

il Padre celeste li nutre; voi valete più di loro».

• Un uomo si misura dalla sua libertà di fronte alle cose. Gesù ne è

totalmente distaccato. Può dire: «Le volpi hanno una tana, gli uccelli un nido; il

Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo». Non è il distacco di chi disprezza.

No: Gesù accetta gli inviti, mangia e beve, ed è accusato per questo. Ma, come

accetta, ne può fare a meno: è libero, pienamente padrone di sé. La sua non è

mai rinuncia immotivata e schifiltosa: è libertà che permette di godere le cose

più a fondo. Noi godiamo dell’accumulo, del possesso, godiamo non di ciò che

«è bello», ma di ciò che «è mio».

• Un uomo lo si riconosce dalle sue relazioni con gli altri. Gesù aveva

la passione per la gente, la gente senza fama, senza nome, i poveri, i malati, i

bambini, gli emarginati e gli esclusi. La folla che lo circondava era composta di

bisognosi di tutto, e lui rappresentava una speranza affidabile.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

• Un uomo lo si giudica dalla sua coerenza. In Gesù l’attaccamento alla

verità non conosce incertezze. Per sfuggire alla spirale dell’odio che gli si va

stringendo intorno, gli basterebbe fare un’autocritica, ma lui non è «una canna

sbattuta dal vento», e continua a seguire la sua strada, pronto a pagare il prezzo

della vita per rimanere fedele alla missione intrapresa.

• Ma da che cosa è determinata questa interiore sicurezza che permette a

Gesù di superare la paura della morte? Dalla gratitudine e dalla fiducia. Raggiungiamo

così il segreto di questa vita interamente dedicata all’amore: il grato,

fiducioso abbandono nella mani forti e tenere del Padre. Gesù è un uomo spirituale,

ma non è formalista. La sua spiritualità è limpida, solare. Sente profondamente

l’amicizia, la solidarietà, ma si porta dentro una solitudine che nessuna

creatura può colmare: è la nostalgia della sorgente, di Dio, che chiama Abbà,

«papà», con una confidenza che nessun ebreo si sarebbe mai permesso nei

confronti dell’Altissimo. È questa intima consapevolezza che il Padre è con lui

e non lo lascia solo, che spinge Gesù a dare la vita per amore: «Prendete, mangiate:

questo è il mio corpo, questo è il mio sangue che è per voi e per tutti».

Così la morte, che ogni uomo affronta come può e che a lui tocca di soffrire in

una straziante solitudine, lui la vive nel segno dell’amore e la trasforma in dono.

• Ma se ci fermiamo alla croce, restiamo con la spina di una domanda: che

ce ne faremmo di un profeta ormai messo a tacere per sempre dalla morte?

A chi servirebbe la sua sconfinata bontà se il suo cuore, cessando di battere,

avesse subito la stessa fine di uomini crudeli come Erode o vigliacchi come

Pilato? Nemmeno potremmo classificarlo tra i grandi fondatori di religioni, perché

a differenza di Buddha o Maometto, non è morto tranquillo in un letto,

circondato dall’affetto dei discepoli. È morto come un malfattore. E se non è

riuscito a salvare se stesso, come potrebbe assicurarci una speranza concreta,

un annuncio di vita e di gioia? No, l’originalità, l’unicità di Gesù è la sua risurrezione,

è il fatto che ci è contemporaneo: è attualmente esistente ed è sempre

instancabilmente attivo fra noi.

Non è possibile pensare che la risurrezione sia stata inventata dai discepoli.

È vero che Gesù aveva cercato di prepararli all’evento, ma loro quelle parole del

Maestro non le avevano proprio capite. E così, dopo la tragedia del Calvario,

Pietro e compagni sono caduti in uno stato di confusione e di totale smarrimento,

al punto che il mattino di Pasqua fanno fatica a credere alle apparizioni

del Risorto.

• Risuscitando Gesù da morte, il Padre prende posizione a favore del Crocifisso:

lo costituisce salvatore di tutti e conferma la sua «pretesa» di essere il

Figlio di Dio. Dunque non basta affermare in Gesù la dimensione della sola

umanità. Se il mistero di Cristo si esaurisse nell’uomo Gesù, insomma se Gesù

non fosse anche Dio, rischieremmo di fare di lui un pazzo o il più grande bugiardo

della storia.

A questo punto mi fermo. Non volevo dire tutto, mi interessava solo aprire

un dialogo. Se vuoi, potrai continuarlo con un amico, con il tuo insegnante di

religione, con un prete che conosci. Anche con il vescovo? Certo, puoi scrivermi

(vescovo@diocesi.rimini.it), o telefonarmi (0541.1835101). Sarò contento di

conoscerti.

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Vorrei però raccomandarti di metterti di fronte a Lui nell’atteggiamento giusto:

il mistero della sua persona si dischiude solo a chi è disposto a cercare e a

lasciarsi interrogare, a rimettersi in questione e a stare dalla sua parte.

È quello che ti auguro di cuore.

Rimini, Pasqua 2011

Chi è Gesù per te?

Alcune testimonianze di giovani credenti

1. Ciò che di più bello mi è stato dato di capire nella mia vita è che l’unica

cosa che può appagare totalmente il mio cuore è sentirmi amata e amare: non

una volta, non due o tre, ma sempre: poter essere l’amore! Una volta sperimentato

questo, è semplice dire perché da Gesù non mi posso più staccare, non posso

più fare a meno di seguirlo e di ritornare a Lui quando perdo questa chiarezza...

perché Gesù è la risposta alla sete che abita in me! È Lui che mi svela quanto è

grande l’amore del Padre nei miei confronti ed è Lui che con la sua vita mi dice

che l’unica via per la gioia e la pienezza è amare come ha fatto Lui, di un amore

che è disposto a dare tutto, fino alla fine, che ti chiede di perderti, consumarti, per

ritrovarti trasfigurato, di morire a te stesso per generare vita. Grazie Gesù perché

davvero ‘Tu hai parole di vita eterna’!

(Benedetta D.F. - universitaria - 20 anni)

2. Giusto pochi giorni fa una persona mi ha chiesto a bruciapelo: “Qual è il

tuo rapporto con Cristo?”. Questa domanda mi ha immediatamente scavato dentro,

mi ha toccato nel profondo. La mia risposta: dieci secondi di silenzio, più di

mille parole. Poi gli occhi lucidi, e con la voce spezzata dalla commozione le ho

risposto: “Lui c’è”. Poi altri secondi impiegati per trattenere il pianto che avrebbe

voluto sgorgare ed essere l’unica risposta a quella domanda. Ed ancora: “C’è e

mi aspetta. Io mi sento atteso, desiderato. E soprattutto perdonato, da un Amore

che non verrà mai meno”. Non posso fare a meno di cercarlo e di seguirlo perché

non mi molla, perché lui per primo mi viene a cercare, mi sostiene, mi vuole con

sé . Ogni giorno.

(Stefano B. - già impiegato di banca - seminarista - 28 anni)

3. Chi sei tu per me Signore? Tu sei santo, Signore, Tu sei Dio, che operi cose

meravigliose. Chi sono io per te Signore? Io sono la creatura benedetta dalle tue

meraviglie. Se considero tutto ciò che Dio ha fatto per me mi viene da sorridere.

Un sorriso d’incredulità nello scoprire tutta la ricchezza e la bellezza che ha river-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

sato nelle mie mani. Mi sento chiamata ad essere impreziosita di doni. Ed il primo

è quello di sperimentare la gioia di essere salvata.

(Laura P. - aspirante clarissa - 26 anni).

4. Gesù è quel compagno di viaggio nel quale riporre tutto me stesso; Lui

che legge nel mio cuore, sa quale sia la strada per me. Sto scoprendo che più mi

dono a Lui, più lascio a Lui la guida del mio cammino, più mi appoggio con fiducia

e abbandono e più scopro me stesso e divento libero. Ecco perché l’ho scelto

come Verità e Amore della mia vita. In Lui trova senso tutto. Gesù ci chiama per

nome, ognuno con un compito differente, e ognuno con la grande responsabilità

di onorare il dono della vita che il Padre ci ha dato. Gesù è quell’amico, quel

fratello, quel compagno che ci conosce meglio di noi stessi e che non desidera

altro che vederci felici e realizzati... Gesù è quel Dio grande che ci ama talmente

tanto, da farsi così piccolo donandosi a noi nell’eucaristia, perché nutrendoci di

Lui possiamo essere “fontana di acqua viva che zampilla”.

(Massimo M. - odontoiatra - missionario laico in Africa - 33 anni)

5. Era il 2 febbraio 1997. Avevo 13 anni. Non ricordo il motivo, ma c’era stato

un qualche disguido con gli amici per cui ero triste e arrabbiata. Invece di andarmene,

ho alzato lo sguardo al Crocifisso e con una convinzione che ancora mi

scuote ho pensato: “Non importa, io ho il Signore!”. E ho pregato. Ho colto che

Gesù guardava proprio me, era lì sulla croce anche per me. Da quel momento,

che può sembrare anche banale, Gesù non è più stato soltanto qualcuno di cui

sentivo parlare, ma un “TU” a cui io non ho più smesso di rivolgermi. Una “Persona”

che sentivo amico, poi divenuto sposo, che ha salvato la mia vita donandole

gratuitamente una pienezza inaspettata. Poi con lo studio, la meditazione della

Parola di Dio e la preghiera ne ho colto il volto di maestro e modello: mai come

ora il Vangelo è concreta indicazione di vita.

(Serena V. - suora - 28 anni)

6. Gesù è amore: un amore tanto grande da farsi bambino, crescere, gioire,

lavorare e soffrire con chi gli era accanto. Gesù è perdono: mi dà fiducia nonostante

le mie debolezze e m’aiuta a scoprire il bello che c’è in me, anche se io

faccio fatica a vederlo. Gesù è compagno di viaggio: non mi abbandona, mi si fa

vicino attraverso le persone che mi mette accanto e a cui m’insegna ad aprirmi.

Gesù è guida: ha un disegno di felicità per la mia vita e me ne mostra un pezzetto

ogni giorno. Gesù è sorpresa: scombina i miei piani per offrirmene di inaspettati e

più belli. Ed è abbraccio: il nido in cui mi rifugio quando sono in crisi e che gioisce

con me nei momenti di grazia. Gesù è vita: la ‘sua’ vita, che ci ha donato morendo

in croce, e quella piena che ha regalato a noi con la risurrezione.

(Ada S.- giornalista - 26 anni)

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Lettera ai sacerdoti

per il Mercoledì Santo

Rimini, 11 aprile 2011

Carissimo,

con la puntualità fedele e discreta dei giorni della grazia, torna anche

quest’anno - il prossimo 20 aprile - la ricorrenza del Mercoledì Santo, giornata

tradizionalmente dedicata nella nostra Diocesi alla celebrazione della Messa

Crismale, con la rinnovazione delle nostre promesse sacerdotali.

Come di consueto, ci prepareremo a questo evento con una mattinata di

ritiro spirituale, nel nostro Seminario “Don Oreste Benzi”, secondo il seguente

programma-orario:

• 9.30: Arrivi e accoglienza;

• 10.00: Ora Media

• Meditazione su “Formare alla vita secondo lo Spirito” – EDUCARE ALLA

VITA BUONA DEL VANGELO n.22 (Don Luciano LUPPI, del clero di Bologna)

• 11.00: Liturgia penitenziale e adorazione;

• 12.30: Pranzo;

• 15.30: S. Messa Crismale (in Basilica Cattedrale).

Sono sicuro che tutti i Sacerdoti faranno ogni sforzo possibile per non negare

ai Confratelli la gioia di incontrarci tutti insieme. Sarebbe davvero un bel

regalo per ciascun membro del Presbiterio se nessuna sedia fosse vuota! Confido

pertanto nella massima premura da parte di tutti per adeguare eventuali

attività parrocchiali o impegni coincidenti, aiutando i fedeli a comprendere le

ragioni di questa precedenza, così come la richiama il Concilio:

“Bisogna che tutti (omnes) diano la più grande importanza alla vita liturgica

della diocesi intorno al Vescovo, principalmente (praesertim) nella chiesa cattedrale:

convinti che la principale (praecipuam) manifestazione della Chiesa si

ha nella partecipazione piena e attiva (plenaria et actuosa) di tutto il popolo

santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto (praesertim) alla

medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede

il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri” (SC 41).

E’ opportuno invitare a tale celebrazioni anche larghe rappresentanze delle

varie comunità parrocchiali, specialmente dei ragazzi che riceveranno la s. Cresima

durante l’anno.

In quel giorno faremo festa con un ricordo particolare di quanti tra di noi

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

ricorderanno il venticinquesimo, il cinquantesimo e il sessantesimo di ordinazione

presbiterale, con una speciale benedizione del S. Padre.

Carissimi tutti, abbiamo bisogno di rivederci per “fare Pasqua” con il Signore.

Abbiamo bisogno di riconciliarci se qualche contrasto o dissapore avesse

turbato la nostra fraternità sacramentale. Soprattutto vogliamo incrementare la

nostra comunione, consapevoli che questa viene liturgicamente espressa e realizzata

al massimo grado quando i presbiteri “concelebrano la sacra Eucaristia

con unanimità di sentimenti” (PO 8).

Riviviamo insieme la festa della nostra ordinazione ed insieme preghiamo

e ci auguriamo che questa festa non abbia mai fine!

Nell’attesa di ritrovarci a questo prossimo appuntamento del nostro Presbiterio,

vi saluto di cuore e vi abbraccio con intima gioia

P.S. Chi avesse difficoltà negli spostamenti, può contattare la Segreteria

Vescovile (0541.1835101) o la Segreteria Diocesana (0541.1835100) in modo

che venga favorita la partecipazione di tutti.

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Istituzione Commissione

per la Pastorale Integrata

Ai Revv.mi Sacerdoti del Presbiterio Diocesano

Carissimi,

Nella nota pastorale dell’Episcopato Italiano, dal titolo: Il volto missionario

delle parrocchie in un mondo che cambia, la parrocchia viene presentata come

la forma storica privilegiata che dà concretezza alla dimensione territoriale della

Chiesa particolare, e più puntualmente, in quel documento se ne parla come

di “bene prezioso per la vitalità dell’annuncio del Vangelo”, di “avamposto della

Chiesa verso ogni situazione umana”, di “figura di Chiesa vicina alla vita della

gente”. D’altra parte anche le parrocchie sono coinvolte nel rinnovamento missionario

chiesto oggi alla diocesi: “Noi riteniamo - affermano testualmente i Vescovi

– che la parrocchia non è avviata al tramonto; ma è evidente l’esigenza di

ridefinirla in rapporto ai mutamenti, se si vuole che non resti ai margini della vita

della gente” (n. 2). E’ dunque necessario disegnare con più cura il suo volto missionario,

rivedendone l’agire pastorale, per concentrarsi sulla scelta fondamentale

dell’evangelizzazione, pena il suo ridursi a gestire il folklore religioso o il bisogno

di sacro.

La “conversione missionaria” della parrocchia implica l’assicurazione di alcune

premesse, che, di quella irrinunciabile conversione, garantiscano l’autenticità

e la reale efficacia. La prima premessa, del tutto imprescindibile, è la promozione

di una spiritualità della comunione, che “ispira un reciproco ed efficace ascolto

tra pastori e fedeli, tenendoli, da un lato, uniti a priori in tutto ciò che è essenziale,

e spingendoli, dall’altro, a convergere normalmente anche nell’opinabile verso

scelte ponderate e condivise”, scriveva Giovanni Paolo II, nella Novo Millennio

Ineunte, n. 45).

Inoltre una parrocchia missionaria richiede preti più pronti alla collaborazione

nell’unico presbiterio, più attenti nel sostenere la formazione dei laici, nel

promuovere carismi e ministeri, nel creare spazi di effettiva partecipazione. Al

riguardo non si dovrà mai appannare la verità affermata con forza dal Vaticano

II: “Presbyteri unum presbyterium cum suo episcopo constituunt” (LG 28), e la

conseguenza che ne ricava la Presbyterorum ordinis: “Il ministero ordinato ha

una radicale forma comunitaria e può essere assunto soltanto come un’opera

collettiva” (n. 17). “In questo senso – affermava il beato Giovanni Paolo II, nella

Pastores dabo vobis – l’incardinazione non si esaurisce in un vincolo puramente

giuridico, ma comporta anche una serie di atteggiamenti e di scelte spirituali e

pastorali, che contribuiscono a conferire una fisionomia specifica alla figura vocazionale

del presbitero” (n. 31).

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

In terzo luogo, poiché non si dà missione efficace, se non dentro uno stile di

comunione affettiva ed effettiva, occorre “integrare in unico cammino pastorale

sia i diversi operatori pastorali che esistono oggi, sia le diverse dimensioni del

lavoro pastorale”: così Papa Benedetto ha definito la pastorale integrata. Soltanto

in tale quadro più ampio si possono pensare criteri di ridistribuzione del clero e di

revisione dell’attuale organizzazione delle parrocchie sul territorio.

Perché tale operazione, complessa e delicata, non risulti di pura “ingegneria

ecclesiastica” – che rischierebbe peraltro di far passare sopra la vita della gente

decisioni che non favorirebbero lo spirito di comunione né risolverebbero efficacemente

il problema - occorre attivare un processo, che preveda il coinvolgimento

dell’intero popolo di Dio, a cominciare dai presbiteri, dai diaconi, dagli

operatori pastorali, dalla vita consacrata, al laicato aggregato. Sarà anche necessario

articolare in modo ordinato e convergente le varie fasi del processo, da quella

parrocchiale, zonale e foraniale, fino alla più ampia fase diocesana.

A tal fine, tenendo conto delle indicazioni e delle votazioni effettuate in sede

di Consiglio Presbiterale e Pastorale, riuniti presso il nostro Seminario in data 2

maggio 2011, ho costituito una apposita Commissione per la pastorale integrata,

che risulta così composta:

1. Mons. Dino PAESANI, con il compito di Presidente;

2. Don Giampaolo BERNABINI;

3. Don Biagio DELLA PASQUA;

4. Don Pier Giorgio FARINA;

5. Don Andrea TURCHINI;

6. Diac. Ennio MORONCELLI;

7. Sig. Stefano GIANNINI;

8. Sig. Silvano PERAZZINI.

La Commissione, che dovrà necessariamente lavorare in stretto collegamento

con il Vicario Episcopale per la pastorale, ha un triplice compito: di studio, di

proposta e di animazione.

Lo studio riguarda: i principi ispiratori e le radici mistiche ed etiche che fondano

e sostengono la pastorale integrata; la situazione attuale del nostro presbiterio

e quella prossima futura; le esperienze in atto nelle diocesi che per il loro profilo

sociologico, culturale e pastorale sono più vicine alla nostra.

La proposta e l’animazione comprendono tutte quelle iniziative, esperienze,

ipotesi, sperimentazioni, che sarà opportuno prendere in attenta considerazione,

avviare e valutare per poter orientare e sostenere il processo, di cui sopra.

Poiché il momento più frequente di incontro per l’intero presbiterio è la riunione

che si tiene ordinariamente ogni due mesi in Seminario, raccomando

alla Commissione di voler presentare al Consiglio Presbiterale di fine settembre

p.v. una proposta organica per i “presbitèri” del prossimo anno pastorale 2011-

2012, possibilmente integrando tale proposta con quella relativa al tema e allo

svolgimento della “tre giorni di giugno” del 2012, e finalizzando contenuti e metodologie

al coinvolgimento dell’intero Presbiterio attorno alle tematiche e alle

problematiche relative alla nuova evangelizzazione, alla pastorale integrata e al

Lettere e Messaggi

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

processo di riorganizzazione delle parrocchie sul territorio.

Mentre ringrazio per la generosa e competente disponibilità, assicuro ai Componenti

la Commissione la mia più cordiale vicinanza, con ogni benedizione.

Rimini, 9 maggio 2011,

Memoria della Traslazione della reliquia di s. Nicola

Atti del Vescovo


Ai fedeli della nuova Comunità

pastorale di "Riccione Mare"

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Prot. VFL2011/29 Rimini, 21 maggio 2011

Carissimi Fedeli di Gesù Redentore e Mater Admirabilis

nella nuova Comunità Pastorale “Riccione mare”,

vi scrivo nell’imminenza della costituzione della nuova Comunità Pastorale

“Riccione Mare”, che avrà luogo con l’avvicendamento tra Don Matteo Donati

e Don Franco Mastrolonardo, il quale sarà coadiuvato da Don Daniele Missiroli.

Desidero innanzitutto rinnovare pubblicamente la mia stima sincera e la più

cordiale gratitudine a questi carissimi Confratelli. A Don Matteo che in questi

anni di ministero si è fatto apprezzare per la generosità umile e disinteressata,

per la guida sapiente e lungimirante, come pure per la disponibilità spontaneamente

rinnovata a servire dove l’obbedienza al Vescovo lo avrebbe portato.

Ora è chiamato a farsi carico di una comunità più grande dove potrà mettere a

frutto, oltre che le sue belle doti di mente e di cuore, anche la positiva e ricca

esperienza che ha accumulato in questi anni.

Mi è anche caro esprimere la mia piena riconoscenza a Don Franco e a Don

Daniele per la disponibilità pronta e convinta ad assumere la cura pastorale

della nuova Comunità: la matura esperienza di Don Franco, la sua passione per i

giovani, la grande bontà d’animo, unite allo slancio giovanile di don Daniele, alla

sua spiccata capacità di relazione e soprattutto la fede di entrambi risulteranno

di grande beneficio per il cammino unitario della vostra Comunità Pastorale.

Carissimi, ho fiducia che saprete accogliere queste preziose risorse come

un dono inestimabile del Signore e che collaborerete senza riserve con i vostri

Sacerdoti e tra di voi perché un’autentica “spiritualità di comunione” impregni la

vostra testimonianza, di modo che quanti entreranno in contatto con la vostra

Comunità possano rimanerne edificati e vengano così accompagnati ad entrare

in contatto con il Signore Gesù, l’unico Salvatore di tutti.

“In conclusione, fratelli e sorelle, quello che è vero, nobile, giusto, puro,

quello che è amabile e merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. E il

Dio della pace sarà con voi!” (Fil 4,8). Vi supplico nel nome del Signore, con le

parole di s. Paolo: "Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con

la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o per

vanagloria, ma ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso. Nessuno

cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (ivi 2,2ss).

Vi attendo domenica 29 maggio alle ore 18, presso la chiesa di "Mater Admirabilis".

Di cuore saluto e benedico tutti e ciascuno di voi

Lettere e Messaggi

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Decreti e Nomine

(In copertina: Adorazione dei Magi, Maestro di Verucchio, Lowe Art Gallery, Miami - dettaglio)


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Visita pastorale a Casalecchio

Prot. VFL2011/26

Rimini, 20 maggio 2011

Carissimo Don Gabriele,

anche se ero già venuto varie volte nella vostra parrocchia, la visita pastorale

- svoltasi dal 9 all’11 dicembre 2010 - è stata una esperienza tutt’altro che

formale e superflua. Ha dato invece a me la gradita occasione per stringere

il vincolo di comunione che lega il Vescovo ad ogni comunità parrocchiale

della Diocesi. E a voi tutti - così mi pare di poter dire in piena sincerità e cordiale

gratitudine al Signore - ha offerto la preziosa opportunità di vivere una

piena esperienza di comunità cristiana. Momenti culminanti di quelle poche,

ma intense giornate, sono state le due celebrazioni liturgiche: della Cresima

di 14 ragazzi e della santa Messa conclusiva, l’ultima sera. Ma ricorderò a lungo

anche la visita ai malati e le due cene nel salone con molti collaboratori e

parrocchiani.

Da tutto l’insieme mi è rimasto inciso nella memoria il ricordo di un clima

familiare, sereno, molto caloroso e accogliente. Il nostro settimanale diocesano,

ilPonte ha sintetizzato bene il passaggio che Casalecchio ha vissuto nei 32

anni del tuo ministero parrocchiale: “dal pugno chiuso alla mano aperta”. In

effetti all’inizio i rapporti non sono stati facili: per molti il prete era il nemico

numero 1; la chiesa era frequentata da pochissime persone, al punto che appena

100 particole erano sufficienti per due mesi!

Molto intelligentemente tu hai improntato la tua azione pastorale all’insegna

della più cordiale e accogliente apertura a tutti: la chiesa infatti non è

e non deve diventare territorio riservato a pochi intimi, ma casa abitabile da

ciascuno senza però smettere di essere disponibile per tutti i battezzati del

territorio. Il fatto che dopo la Messa domenicale molti abbiano preso la buona

abitudine di trattenersi sul sagrato per scambiarsi notizie e intrecciare racconti

è un indice assai interessante che fa capire come la parrocchia non possa abdicare

alla sua nativa vocazione “sociale”, quella di cementare il tessuto connettivo

che lega tutti i credenti del territorio.

Venendo tra voi, ho potuto apprezzare la concentrazione sull’essenziale

della vita parrocchiale, come da te bene espresso: “La parrocchia si giustifica

se viene annunciata la parola di Dio e se si celebrano i sacramenti”. Molto

saggiamente ti sei ispirato al collaudato criterio di “non togliere nulla senza

prima averlo sostituito”. Inoltre hai investito risorse ed energie nella catechesi

della iniziazione cristiana per i fanciulli e i ragazzi, ai quali fai personalmente il

catechismo settimanale. Purtroppo, anche da voi, si assiste al triste fenomeno

della dispersione dei cresimati, una volta ricevuto il sacramento.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Un impegno lodevole viene inoltre messo nella celebrazione del giorno del

Signore, in particolare nella cura della celebrazione eucaristica. Ciò ha comportato,

nel corso degli anni, il consolante risultato di una partecipazione sempre

più viva e attiva da parte dei fedeli.

Ora vorrei condividere alcuni pensieri che riguardano una situazione generale

che è sotto gli occhi di tutti. E’ evidente che oggi la parrocchia deve

rispondere a sfide complesse e inedite: la secolarizzazione pervasiva che ha

rarefatto il clima “morale” che si respira tra la gente; l’individualismo diffuso

che induce molti a pensare al “fatto religioso” come a fenomeno del tutto privato;

la frammentazione dell’esistenza di tante persone, per cui si appartiene

contemporaneamente a mondi diversi, distanti, perfino contraddittori. Per voi

di Casalecchio in particolare si va profilando un cambiamento che rischia di

risultare destabilizzante per l’equilibrio della vostra comunità, finora piuttosto

piccola, e cioè il quasi raddoppio della popolazione: i circa 600 abitanti attuali

in pochissimo tempo diventeranno oltre 1000, a causa del massiccio insediamento

di edilizia popolare, che sta sorgendo nella zona di Tomba Nuova. E’

facile prevedere che sarà purtroppo un altro quartiere dormitorio, con tutti i

problemi che questo inquietante fenomeno comporta. La comunità cristiana

non potrà rimanere indifferente a cambiamenti così vistosi e preoccupanti,

tanto più se si considera il fatto che nella nostra Diocesi il dato della diminuzione

del clero va ad assommarsi a quello della diminuzione delle ordinazioni:

entro il 2017 ben 37 sacerdoti raggiungeranno i 75 anni - sperando che non

vengano meno prima e anzi vi arrivino in buona salute in modo da assicurare

altro tempo al servizio pastorale - mentre saranno al massimo 10 i nuovi

ordinati. Cercheremo di prepararci a questo domani, in particolare con “una

sempre maggiore attenzione alla formazione di cristiani capaci di essere se

stessi in ambienti diversi”, come hai giustamente richiamato in occasione della

visita pastorale.

Carissimo Don Gabriele, in questi 32 anni di ministero in Santa Maria di Casalecchio,

hai testimoniato giorno per giorno la fedeltà al mandato del Signore

di pascere il “suo” gregge a te affidato. La tua gente ti vuole bene e tu continui

a spenderti con generosità e con gioia. Mentre ti ringrazio per l’accoglienza

squisitamente umana che mi avete riservato, prego il Signore di darti ancora

energie e risorse per servire il popolo consegnato alle tue cure e di consolarti

con l’affetto, la disponibilità e la gratitudine dei cari fedeli, ai quali, in sincera e

sentita comunione con te, mi è grato partecipare una larga benedizione

______________________________

Al Rev. Sac. Don GABRIELE GAGGIA

e alla Comunità Parrocchiale di Santa Maria di Casalecchio

via Casalecchio 52

47924 Gaiofana di RIMINI - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale

a S. Lorenzo in Correggiano

Prot. VFL2011/27

Rimini, 20 maggio 2011

Carissimo don Giovanni,

“piccolo è bello, se ci si dà una mossa!”: era il titolo con il quale si apriva la

pagina del Ponte, dedicata alla Visita pastorale nelle parrocchie di S. Lorenzo

in Correggiano e S. Salvatore, titolo che, a sua volta, era preso dalla relazione

preparata dai Consigli pastorali delle due parrocchie, in riunione congiunta. Certamente

avrà suscitato nei lettori la curiosità di sapere come era stato concretizzato,

dato che esprimeva insieme l’orgoglio di ciò che si è e l’impegno verso

la meta a cui si tende. Ebbene io voglio anzitutto testimoniare che ho toccato

con mano che quanto da voi descritto corrisponde alla realtà: “Non è vero che

le cose belle si fanno solo nelle grandi parrocchie; anzi il conoscersi tutti è un

dono incredibile, che ci fa partire avvantaggiati e capaci di fare cose bellissime”.

La Visita pastorale era programmata dal 13 al 19 dicembre 2010, anche se il

momento conclusivo è stato rinviato al 3 febbraio, a causa della neve.

Ho trovato un clima molto cordiale, di grande serenità, veramente di famiglia.

Ed è proprio alla famiglia che avete dato un’attenzione particolare nel lavoro

pastorale: anche se per rendere concreta questa attenzione avete promosso attività

sia per le singole fasce di età, dai più piccoli agli anziani, sia per la famiglia

nella sua globalità. E solo in questo percorso passa la convinzione, da voi ben

sottolineata, che la parrocchia è una famiglia di famiglie: una convinzione che

gradualmente diviene realtà. Nel tendere a questo obiettivo era necessario tener

presente che si tratta di due Comunità parrocchiali che, pur omogenee come

territorio, hanno però storia e fisionomia diversa e fino a qualche anno fa ognuna

con il suo parroco. Pur con qualche difficoltà, in questi ultimi quattro anni il

cammino pastorale delle due parrocchie ha avuto molti momenti comuni.

Vorrei evidenziare alcuni aspetti, che mi hanno particolarmente colpito ed

esprimono la positività del lavoro svolto. Anzitutto la centralità della Messa

domenicale. Il clima di festa, la presenza numerosa di ragazzi e di giovani famiglie

con bambini piccoli, accolti con gioia anche dagli adulti, il canto da parte

di tutta l’assemblea, animato dal coro (con una diversità di stile e repertorio

nelle due Comunità), l’abitudine di fermarsi a conversare davanti alla chiesa a

conclusione della celebrazione e tanti altri segni dimostrano come l’Eucaristia

festiva non è avvertito come un rito vuoto o un dovere da compiere, ma come

il grande momento di incontro e di festa della famiglia parrocchiale.

Ho notato inoltre con gioia che c’è nella vostra Comunità grande attenzione

e impegno nel compito educativo, che comincia già a 5 anni e continua

con un buon numero di ragazzi dopo la Cresima, cosa non comune, e con gli

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

adulti. In questo modo ognuno, dai ragazzi ai genitori, si sente nello stesso

tempo educatore ed educato. Tu stesso, caro don Giovanni, hai sottolineato con

soddisfazione nella relazione che i ragazzi, già dal dopo-Cresima, chiedono di

potersi impegnare come animatori-educatori, quasi come debito di gratitudine

per quanto hanno ricevuto e nello stesso modo come ulteriore opportunità di

crescita nella fede e nel servizio.

Sì, “piccolo è bello” se, come nel vostro caso, non esprime chiusura, spirito

da “isola felice”. L’attenzione ai lontani, la partecipazione ai momenti di formazione

e di festa delle parrocchie vicine, del Vicariato e della Diocesi, la disponibilità

all’accoglienza, le tante esperienze di solidarietà, la festa dei Multicolori,

la partecipazione alle problematiche sociali, vicine e lontane, anche attraverso

un lavoro culturale, e tante altre iniziative sono la conferma di questa apertura.

Don Oreste era solito dire che “per i genitori anziani il miglior ricovero è il

cuore dei figli e dei nipoti”. Il fatto che generalmente nella vostra parrocchia le

persone anziane sono assistite con amore in famiglia mi sembra un’ulteriore

conferma che formazione, celebrazione e carità sono tre dimensioni della vita

cristiana inseparabili.

Certo non mancano i problemi e le difficoltà, che nella relazione avete messo

in evidenza: la necessità di un’unità ancora più grande tra le due Comunità,

l’impegno di evangelizzazione e di testimonianza, la cura per una maturità di

fede dei giovani e delle famiglie. Vogliamo però lodare il Signore per il tanto

bene già compiuto con la Sua grazia e chiedere che vi renda perseveranti nel

continuare il cammino.

Conservo un caro ricordo degli incontri avuti con la vostra Comunità e,

come Vescovo, voglio esprimere a te, don Giovanni, e alle Comunità di S. Lorenzo

in Correggiano e di S. Salvatore, la mia gratitudine e chiedo che la benedizione

del Signore vi accompagni e renda ricco di frutti il vostro impegno.

______________________________

Al Rev. Sac. Don GIOVANNI TONELLI

e alle Comunità Parrocchiali di San Lorenzo in Correggiano e di San Salvatore

via San Lorenzo in Correggiano 59

47924 RIMINI - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale

a Santa Maria in Cerreto

Prot. VFL2011/28

Rimini, 20 maggio 2011

Carissimo don Piermarino,

il documento dei Vescovi italiani, “Il volto missionario della parrocchia in

un mondo che cambia”, è stato scelto come punto di riferimento e di preparazione

per la Visita Pastorale, ma esprime anche la fisionomia della parrocchia

S. Maria in Cerreto.

I cambiamenti sono evidenti e tu li hai toccati con mano in questi 25 anni

di ministero come parroco. La chiesa è rimasta geograficamente al centro del

vasto territorio della parrocchia; ma da comunità di campagna, dove le famiglie,

anche se distanti, si conoscono tutte, è diventata ormai la periferia di Rimini e

ha visto un notevole sviluppo urbanistico, concentrato in gran parte in località

Gaiofana, alquanto distante dalla chiesa parrocchiale. La popolazione, in questo

modo, è quasi raddoppiata, con molto maggiore difficoltà quindi per te a

conoscere le famiglie, a conoscersi tra di loro, a inserirsi nella vita parrocchiale.

E’ la situazione che tu stesso hai descritto nella relazione sintetica, presentata

durante l’Assemblea con la quale abbiamo iniziato la Visita pastorale la sera

di lunedì 15 novembre 2010. Questi cambiamenti non hanno affievolito, ma

anzi stimolato l’impegno missionario. E’ stato certamente incisivo il ministro

sacerdotale di don Aldo Fonti, già con il progetto di partire missionario per LA

GUAIRA (Caracas – Venezuela), e i contatti sono proseguiti tra lui e i parrocchiani

facenti parte l’Associazione “san Martin de Porres” negli anni successivi.

Si è poi aggiunto il tuo generoso ministero. Attraverso uno stile di accoglienza

e di familiarità hai cercato tante occasioni per conoscere le famiglie e creare

un rapporto con loro: i momenti ordinari della vita parrocchiale, e le occasioni

straordinarie, come le feste, le benedizioni pasquali, le gite. Ma contemporaneamente

ti sei preoccupato di insistere su ciò che rende viva e autentica la

fede di un cristiano e la vita di una comunità: l’incontro personale con Gesù.

E’ evidente che il cammino è lungo, non tutti seguono con lo stesso passo.

Ma sia l’incontro con gli operatori pastorali, la sera di giovedì 18 novembre,

sia quello con i ragazzi del catechismo e i loro genitori, con i giovani e con i

catechisti, il sabato pomeriggio, hanno evidenziato che un buon numero di

persone ha risposto a questa chiamata, ha fatto un cammino personale e comunitario

di crescita nella fede e condivide con te non solo la gestione delle

iniziative, ma la responsabilità dell’annuncio e dell’impegno missionario. E’

indispensabile che si integrino i due momenti, come ha fatto Gesù con i primi

discepoli: li chiamò perché stessero con Lui e per mandarli ad annunciare la

venuta del Regno.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Non voglio tralasciare di sottolineare la grazia di avere in parrocchia una

comunità religiosa, le Francescane Missionarie di Cristo (più conosciute come

Suore di S. Onofrio). Attraverso la scuola materna, molto stimata dalla popolazione,

incontrano tanti bambini e famiglie. Inoltre la Liturgia feriale e festiva,

ben curata, l’animazione di un Centro di ascolto del Vangelo sono avvertite

come una grazia dai fedeli stessi, tanto più in una zona di forte sviluppo e lontana

dalla chiesa parrocchiale, come Gaiofana. Sappiamo inoltre che anche la

presenza di diverse religiose anziane, con l’offerta della loro preghiera e della

sofferenza, dà un contributo prezioso all’opera evangelizzatrice, che solo il Signore

sa ponderare.

Caro don Piermarino, nella tua relazione non hai nascosto le difficoltà che,

come parroco, incontri nel formare cristiani adulti, consapevoli e contenti della

loro fede e desiderosi di testimoniarla; difficoltà nel proseguire il cammino di

fede dopo la Cresima, nel coinvolgere in questa proposta le famiglie e i giovani,

nel far crescere il numero di chi si impegna nella vita parrocchie e farli passare

da collaboratori in una attività a corresponsabili della Comunità, a sentirsi poi

parte di una realtà ecclesiale più grande della parrocchia e quindi aperti alle

altre parrocchie e alla diocesi. Ma sappiamo che, al di là delle difficoltà reali

e dei nostri limiti, abbiamo un grande motivo di speranza in Gesù che ci ha

detto: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”; e che ha assicurato. “Sarò

con voi tutti i giorni…”.

Recentemente avete restaurato la chiesa parrocchiale, all’interno e all’esterno,

con proprietà, amore e generosità. Di questo sono orgogliosi tutti i parrocchiani,

anche quelli che si sono trasferiti e tornano per qualche ricorrenza.

Essa sia immagine della Chiesa spirituale sempre in costruzione, un cantiere

permanente, a cui tutti sono chiamati ad essere pietre vive e costruttori.

La Messa conclusiva della Visita pastorale, sabato pomeriggio 20 novembre,

voleva essere anzitutto una lode al Signore per il cammino di grazia da

voi compiuto, un’offerta a Lui della vostra disponibilità a continuare questo

impegno, una invocazione dell’aiuto del Suo Spirito. E’ l’incoraggiamento che,

come Vescovo, rinnovo: ed questo uno degli scopi principali della Visita pastorale:

confermare i fratelli nella fede. Ma soprattutto un grazie che rinnovo a te,

don Piermarino, alle care suore di S. Onofrio, agli operatori nei vari settori della

pastorale e a tutta la comunità: con l’assicurazione che continuerò ad accompagnarvi

con la mia preghiera e la mia benedizione.

______________________________

Al Rev. Sac. Don PIERMARINO PAESANI

e alla Comunità Parrocchiale di Santa Maria in Cerreto

via del Poggio 24

47924 Santa Maria in Cerreto di RIMINI - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a Dogana

Prot. VFL2011/33

Rimini, 31 maggio 2011

Carissimo Don Vittorio,

la visita pastorale condotta presso la vostra comunità parrocchiale nei giorni

dal 25 al 27 febbraio è stata per me la seconda occasione di incontro con voi

e ha confermato nel mio cuore l’impressione positiva e confortante già provata

la prima volta che venni tra voi, all’inizio del mio ministero in diocesi. La vostra

è una piccola realtà, formata da 352 persone, articolata su 150 nuclei familiari,

con molte persone singole, per lo più anziani, ma non poche sono anche le

giovani famiglie con bambini piccoli. Dunque una realtà modesta nella sua consistenza

numerica, ma che ho ritrovato viva, serena, aperta al più ampio respiro

diocesano.

La storia della parrocchia è piuttosto recente: risale agli anni ’60, per istituzione

di Mons. Biancheri, data la previsione di una grande comunità che sarebbe

cresciuta nel territorio di confine fra san Marino e l’Italia. Ma mentre in poco

tempo si sviluppò la dogana di s. Marino, il blocco delle costruzioni in territorio

italiano interruppe l’afflusso di nuovi abitanti, e la vostra parrocchia, come era

sorta rapidamente, altrettanto rapidamente rischiava di scomparire, se la cura

pastorale assicurata dalla bella e autorevole figura di don Lino Grossi non avesse

contribuito in modo determinante a tenere viva la fede della comunità, la

quale, pur rimanendo di modeste proporzioni numeriche, è molto cresciuta

sotto il profilo umano e cristiano.

Al termine del servizio pastorale di don Grossi, il mio Predecessore ne affidò

a te la cura pastorale, alla duplice condizione: che tu potessi continuare a

svolgere tranquillamente il tuo servizio di padre spirituale in seminario; e che tu

non abitassi nella canonica e non celebrassi più di una messa domenicale. Ci si

sarebbe potuto aspettare che un tale assetto pastorale avrebbe mortificato la

vitalità della parrocchia, e invece è proprio vero che nella vigna del Signore la

qualità della vita spirituale è spesso in proporzione inversa rispetto alla quantità

delle risorse e delle strutture. Quanto vado affermando, lo ritengo vero, pensando

anzitutto al poco spazio che puoi dedicare al servizio pastorale. Di fatto però

la tua presenza, pur limitata nel tempo, risulta capillare, incisiva e assai efficace.

L’ho toccato con mano nel contatto con le famiglie, con il Consiglio pastorale

e il C.A.E., con i collaboratori, con i malati. Ma l’ho sperimentato soprattutto

nella celebrazione eucaristica domenicale. Essendo l’unica assemblea liturgica

settimanale, è quello il momento più partecipato e significativo per tutta la

comunità, con un forte senso di comunione ecclesiale, da cui si evince la verità

del detto: la Chiesa fa l’Eucaristia, e l’Eucaristia fa la Chiesa. Non dunque

una pastorale del minimo indispensabile è quella che lì da voi si persegue, ma

piuttosto la pastorale del massimo possibile. Come si vede anche dalla vivacità

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

della Caritas, con le raccolte a favore di altre comunità più bisognose e dall’aiuto

che viene prestato ai poveri che risiedono nel territorio. E come risulta pure

dalla ospitalità ad alcuni servizi sociali, quali l’attività del gruppo GET (Gruppo

educativo territoriale) della Millepiedi, e dalla possibilità offerta al medico di

base di una saletta della parrocchia per visitare le persone anziane e le famiglie

del territorio.

Apprezzo molto la collaborazione già avviata con la parrocchia di sant’Aquilina,

alla quale vengono indirizzati per la catechesi i bambini e i ragazzi delle

vostre famiglie.

Ora però si va profilando una situazione completamente diversa rispetto

a quella che richiese a suo tempo la fondazione della parrocchia nel vostro

territorio, e cioè, a fronte di una preoccupante diminuzione del clero - a quel

tempo la nostra diocesi contava molti più preti rispetto a una popolazione ben

più ridotta - nel giro di pochi anni avremo ben 34 preti che raggiungeranno i

75 anni, mentre nel frattempo non potremo avere più di 10 ordinazioni sacerdotali.

Si richiede quindi una riorganizzazione della presenza delle parrocchie

nel territorio.

Sarà indispensabile perciò preparare i fedeli a convergere con quelli delle

altre piccole parrocchie confinanti. Le direzioni obbligate del futuro prossimo

prevedibile, le conosciamo già, e sono la formazione di un laicato solido e maturo,

la ridefinizione dei confini parrocchiali, e l'educazione a lavorare in rete sul

territorio. Sarà pertanto facile prevedere parrocchie più grandi delle attuali, ma

strutturate in piccoli nuclei guidati da un diacono, e coordinate da una comunità

sacerdotale.

Vi indico pertanto come obiettivo remoto quello di convergere in una comunità

territoriale che inglobi anche altre piccole parrocchie viciniori, e come

tappa intermedia quella di convergere con le stesse parrocchie in alcuni ambiti

comuni, quali la pastorale delle giovani famiglie, quella giovanile ecc.

Ora chiudo invitandovi ad una preghiera intensa e accorata per chiedere al

Signore il dono di autentiche vocazioni sacerdotali, possibilmente di qualche

giovane delle vostre famiglie.

Permettetemi di benedirvi rinnovandovi stima, affetto e gratitudine

______________________________

Al Rev. Sac. Don VITTORIO METALLI

e alla Comunità Parrocchiale di san Pio X di Dogana

Strada Consolare San Marino 275

47923 RIMINI - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a San Fortunato

Prot. VFL2011/34

Rimini, 31 maggio 2011

Carissimo Don Renzo,

“Con le radici in una grande storia”: è stato il titolo che il Ponte dava al servizio

dedicato alla visita pastorale, svolta nelle vostre parrocchie di san Fortunato

e di san Lorenzo a Monte, dal 17 al 19 febbraio 2011. E “Riappropriamoci della

Tradizione” è il tema che guida il cammino della vostra unica e unita comunità

pastorale.

Conserverò a lungo nel cuore il ricordo della veglia di preghiera, la prima

sera, in codesto vostro stupendo gioiello qual è la chiesa di san Fortunato. Tante

primule variopinte la rendevano ancora più splendente e offrivano a te un felice

spunto per il saluto di accoglienza. Le primule sono foriere di primavera – dicevi

– e auguravi che la visita segnasse l’inizio di una nuova stagione per tutti gli abitanti

di Covignano. Le primule sono fiori piccoli ma ben visibili, e ci richiamano

quell’impegno della testimonianza cristiana che rende tangibili le nostre opere

buone, in modo che tutti possano dare gloria al Padre dei cieli. Inoltre le primule

sono di colori diversi, ma tutte belle, e questa loro qualità fa pensare alla santa

Chiesa del Signore, comunione multicolore e variegata, formata da persone diverse

- ognuna portatrice di carismi unici e singolari - eppure unite dallo stesso

Spirito nell’unica fede e nello stesso battesimo.

Dicevamo del ricco patrimonio del passato. In effetti un fiume di storia scorre

sull’incantevole colle di Covignano. Storia civile e storia religiosa, antica e

meno antica: storia di Pieve – san Lorenzo – e quindi di popolazioni rurali; storia

di monaci – san Fortunato – raccolti nell’antica abbazia di s. Maria di Scolca.

Tanta storia è giustamente motivo di orgoglio, ma soprattutto di responsabilità,

che esige una attenta, impegnativa opera di rievangelizzazione. E’ per questo

che tu stai tentando di aiutare tutta la comunità cristiana a radicare la vita nel

kèrygma fondante della fede: l'annuncio di Cristo Gesù morto e risorto. Pertanto

la riappropriazione dell’antico, preziosissimo patrimonio culturale e artistico

deve essere nutrita e sostenuta dalla riassimilazione del patrimonio spirituale,

impregnato di quei valori che hanno dato un volto cristiano alle vostre famiglie

e perfino al vostro territorio. Altro punto-forza della vostra realtà è il cammino di

comunione che, sotto la guida dell’unico sacerdote, stanno perseguendo le due

antiche parrocchie di origine. Al riguardo non posso che confermare il senso e la

direzione di tale cammino e raccomandarne una sempre più decisa accelerazione,

visto anche il futuro prossimo che ci attende nella diocesi, con il progressivo

allargamento della forbice tra il numero degli abitanti che tende ad aumentare e

quello dei sacerdoti che continua a diminuire.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Riprendendo il racconto della visita, non posso non richiamare il pomeriggio

del 18 febbraio, con la visita ai malati, in casa, e la celebrazione della Messa

nella RSA degli anziani. Mi pare di cogliere anche in questa direzione il tuo impegno

a curare relazioni profonde, aperte all’ascolto, per orientare le persone

alla ricerca della verità e alla testimonianza della carità. Altro punto di forza del

tuo ministero di parroco è il rapporto con le famiglie, sia con la visita annuale

per la benedizione pasquale, sia offrendo occasioni di incontro tra i parrocchiani

con le feste tradizionali, come quella di s. Lorenzo il 10 agosto, di san Fortunato

la prima domenica di ottobre e quella della Madonna e delle famiglie l’ultima

domenica di maggio.

Ritornando all’impegno culturale, esprimo il convinto apprezzamento sia per

la creazione del Centro culturale di spiritualità monastica ‘Benedetto e Scolastica’,

sia per la promozione dell’Accademia di Scolca, come pure per l’apertura del

Museo, dove si raccolgono i molti oggetti di valore storico e artistico, che fanno

della vostra antica abbazia uno scrigno prezioso e attraente. Ma è soprattutto la

cura della liturgia l’anima che voi avete colto dall’eredità della spiritualità benedettina.

Come non incoraggiarvi a continuare nel dar vita a celebrazioni dignitose,

semplici e belle, partecipate e coinvolgenti, efficaci e fruttuose?

Prima di concludere con alcune indicazioni sintetiche, vorrei affrontare brevemente

due questioni aperte, che mi avete presentato. La prima riguarda l’assetto

pastorale di tutta la zona di Covignano, che attualmente comprende, oltre

la vostra, la parrocchia di s. Aquilina e di Dogana. Al riguardo dovremo attendere

i risultati del lavoro di una apposita Commissione – da me recentemente costituita

- che entro un anno dovrà proporre al Consiglio Presbiterale un piano di ridefinizione

della presenza delle parrocchie su tutto il territorio diocesano. Ritengo

comunque urgente aprire e intensificare un cammino di collaborazione tra parrocchie

viciniori, che vada nella direzione della cosiddetta “pastorale integrata”.

L’altra questione riguarda la chiesa di san Lorenzo. Per riaprire il cantiere sarà

indispensabile assicurarsi preventivamente della copertura finanziaria dell'intervento,

con il coordinamento dei lavori da parte dell’Economato diocesano. Ci

auguriamo pertanto di poter riaprire la chiesa in tempi brevi, stando però ben

attenti a che la gente non si illuda circa l’eventuale riapertura della parrocchia.

Vengo in breve ad alcune indicazioni conclusive. Come vi dicevo nella celebrazione

finale, occorre camminare secondo tre direzioni convergenti e reciprocamente

interagenti. La prima è quella della nuova evangelizzazione: c’è urgente

bisogno di sollecitare e accompagnare i nostri fedeli nel rifondare la fede in

modo da poterne dare una testimonianza convinta e convincente. Secondo, è

indispensabile favorire la spiritualità di comunione, perché il Signore non ci salva

individualmente, ma insieme con i fratelli, facendo di noi un popolo che, anche

se ha la dimensione di un “piccolo gregge”, costituisce però un segno attrattivo

che deve mostrare a tutti la bellezza e la concreta vivibilità del Vangelo. La terza

costituisce una sintesi tra queste due direttrici di marcia, e riguarda la domenica,

cuore e vertice della vita parrocchiale, ma anche sorgente di slancio missionario,

che prende forma solo in una celebrazione dell’Eucaristia, curata secondo verità

e bellezza.

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Ora vi benedico, come mi avete chiesto, con la formula che mi è più cara:

Che il Signore sia davanti a voi per guidarvi, dietro a voi per difendervi, accanto

a voi per accompagnarvi, sostenervi e consolarvi.

Che il Signore vi mostri il suo volto e vi dia pace, e faccia di voi uno strumento

della sua pace.

Che il Signore vi illumini, vi protegga e vi benedica

______________________________

Al Rev. Sac. Don RENZO ROSSI

e alle Comunità Parrocchiali di san Fortunato e san Lorenzo a Monte

via Covignano 257

47923 RIMINI - RN

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a Santa Aquilina

Prot. VFL2011/35

Rimini, 31 maggio 2011

Carissimo Don Antonio,

della visita pastorale condotta nella vostra parrocchia - iniziata il 28 febbraio

e conclusa il 7 marzo del 2011 - mi resterà a lungo inciso nel cuore il ricordo

del primo impatto: l'atmosfera creata dall'intenso raccoglimento dei molti

partecipanti che assiepavano la vostra bella chiesetta, con quel segno dell'uva

e degli acini distribuiti a ognuno dei presenti dicevano in modo plastico una

immagine di comunità cristiana, raccolta attorno al Signore risorto, consapevole

della sua missione, unita nel legame forte della carità. Il segno del grappolo

d'uva rimandava alla parola di Gesù: "Io sono la vite, voi i tralci", ma anche alla

pagina indimenticabile di quel gioiello della letteratura cristiana del I secolo:

"Come questi acini....

Questa immagine di Chiesa mi si è ampiamente confermata negli altri momenti

della visita pastorale, in particolare nella s. Messa vespertina del sabato

5 marzo u.s., e nel pomeriggio del successivo lunedì 7, nell'incontro dedicato al

catechismo dei bambini e dei ragazzi, con i loro genitori.

E' dal lontano 1951 che tu, caro Don Antonio, stai donando la tua vita al

Signore per questa piccola e vivace comunità parrocchiale, che attualmente

assomma a circa 700 abitanti. Fin dall'inizio hai proposto e condiviso il tuo

programma pastorale: fare della parrocchia una sola famiglia. Per l'attuazione di

questo programma, di autentica marca "conciliare", tu ti sei fatto - e continui a

farti! - tutto a tutti, senza risparmiarti in nessun campo, vivendo in povertà e in

perfetta letizia. Al vederti sempre così mite e allegro, viene da chiedersi se mai

ti hanno visto teso, inquieto o arrabbiato.

Purtroppo anche la vostra parrocchia è stata investita dalle correnti gelide

dell'indifferentismo e del relativismo, come si nota anche nel calo della frequenza

alla Messa domenicale e ai sacramenti. Certo, piange il cuore al vedere

che anche le tue trovate geniali per favorire la partecipazione dei lontani e degli

anziani ai vari momenti celebrativi - come, ad esempio il "giro del pullmino" -

non trovano più la generosa condivisione dei primi tempi.

Ma tu non ti sei mai arreso: hai continuato a fare il parroco di tutti, senza

scoraggiarti, anzi con una "grinta" che ha dell'invidiabile. Così sono rimaste salde

Le attività pastorali, quali il catechismo, che raccoglie i bambini dalla prima

elementare alla seconda media, ed è aperto alla partecipazione dei ragazzi che

vengono dalle parrocchie limitrofe e che frequentano i plessi scolastici del circondario.

Ma non vi limitate al catechismo dell'infanzia, tant'è vero che da una

decina d'anni avete avviato il cammino del dopo cresima e così avete in parroc-

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

chia un gruppetto di giovani che si prestano a fare da educatori agli adolescenti

e curano per loro il campeggio estivo e i momenti ricreativi che si svolgono in

parrocchia per i ragazzi.

Un altro bel segno di proiezione missionaria sul territorio è costituito dai

centri di ascolto del vangelo, che si svolgono nelle case. Ma il centro della vita

della comunità cristiana è l'Eucaristia domenicale, debitamente curata con il

canto e con il coinvolgimento di tutta l'assemblea, in particolare dei bambini e

dei loro genitori.

Resta che il dono più prezioso per la vita della parrocchia è senz'altro la

presenza positiva e rasserenante del sacerdote, per il quale preghiamo il Signore

che voglia dargli ancora vita e salute, in modo da assicurare alla comunità il

conforto della santa Eucaristia e il sostegno alla vita di fede e di carità di tutti

i fedeli.

Al termine della visita sentivo il cuore grosso per una domanda che si percepiva

nell'aria: che ne sarà di questa parrocchia, quando il Signore dovrà invitare

Don Antonio a godere il più che meritato riposo e gli dirà: "Vieni, servo buono e

fedele, entra nella gioia del tuo Signore"? In effetti è già venuto il tempo in cui

non è più possibile assicurare ad ogni parrocchia, come la vostra, un sacerdote

a tempo pieno, e quindi sarà necessario integrare le piccole comunità attuali

in una più grande. Ma sarà indispensabile aiutare le stesse comunità non ad

annullarsi, ma a convergere sulla strada della comunione, in modo che al rischio

della frammentazione non si risponda con quello opposto della massificazione.

Nel frattempo vi incoraggio ad aprirvi alle parrocchie vicine, cominciando

a condividere risorse e servizi, come già fate lodevolmente nell'ambito del catechismo.

Caro Don Antonio, permettimi di rinnovarti la mia sincera ammirazione per

l'esempio di dedizione apostolica che continui a dare a me e a tutto il nostro

presbiterio. Che il Signore ti mantenga a lungo e ancora per molto ci dia di godere

della tua bontà, della tua grande fede e del tuo sorriso!

A te, ai Membri del Consiglio Pastorale e a tutti i cari Fedeli, un cordiale

saluto di pace e una grande benedizione

______________________________

Al Rev. Sac. Don ANTONIO CICCHETTI

e alla Comunità Parrocchiale dei santi Cristoforo e Aquilina

via Montechiaro 23

47923 S.AQUILINA di RIMINI - RN

Atti del Vescovo


Visita pastorale a Spadarolo

e Vergiano

Prot. VFL2011/36

Rimini, 5 giugno 2011

Carissimo Don Mirko,

Carissimi Fedeli della Parrocchia di Spadarolo e Vergiano,

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

nel mio block-notes di appunti e impressioni sulla visita pastorale, a conclusione

di quella che si è svolta nella vostra comunità dal 9 al 12 febbraio

2011, leggo questa annotazione veloce: "La direzione è giusta, ma si deve - e

si può! - accelerare il passo". Il titolo del rispettivo articolo del Ponte - "Verso

un'unica comunità" - mi aiuta a ricordare: dieci anni fa le vostre due parrocchie

furono affidate alla cura pastorale di un unico parroco, nella persona di Don

Giampaolo Bernabini. Da allora è partito un cammino di progressiva unificazione

della attività e dei servizi pastorali. E una tappa significativa si è registrata

di recente con la costituzione del nuovo Consiglio pastorale unitario. Dunque

siamo sulla rotta giusta, ma ora occorre imprimere al cammino una accelerazione

decisa.

Prima di ritornare su questo punto, vorrei anzitutto ripercorrere brevemente

il filo degli eventi che hanno segnato l'agenda di quelle giornate. Dopo l'assemblea

di apertura, celebrata la prima sera, all'indomani insieme a Don Mirko

abbiamo fatto un giro in macchina a visitare alcuni laboratori come quello dei

fratelli liutai, e alcune aziende come la "Fabbri" per l'allevamento cavalli, o il

Podere dell'Angelo. Ho trovato la cosa molto interessante, poiché mi ha dato

modo di vedere da vicino come lo sviluppo dell'industria e dell'artigianato abbiano

cambiato il volto e i ritmi di questa che è senz'altro tra le più incantevoli

dell'entroterra riminese. Una volta santa Maria di Spadarolo e santa Maria della

Neve di Vergiano erano due piccole parrocchie rurali che vegliavano la campagna

dei dintorni e scandivano i ritmi della vita dei contadini con il suono delle

campane. Oggi non è più così: la popolazione è aumentata - Spadarolo conta

intorno ai 2 mila abitanti e Vergiano 1600 circa - e l'attività prevalente non

è più quella agricola. Eppure si respirano ancora nell'aria tanti di quei valori

che hanno impregnato la cultura contadina di un tempo: l'attaccamento alla

famiglia, la persistenza del sentimento religioso, la vitalità di tradizioni e feste

antichissime, come ad esempio la processione con l'immagine miracolosa del

Crocifisso, che si svolge a Vergiano da più di 500 anni. Insomma questo primo

giro m ha dato modo non solo di contemplare lo splendido paesaggio, ma

di cogliere la cornice geografica del territorio e ancor di più l'habitat socioculturale

della popolazione che vi abita.

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Il pomeriggio, nell'incontro con i catechisti/e del Buon Pastore insieme

agli educatori dell'ACg e dell'ACr, si è sviluppato un vivace confronto tra i due

metodi educativi. Siamo arrivati alla conclusione che, prima del metodo, viene

la fede del catechista-educatore, il quale, prima di essere tale, è un testimone.

Pertanto i due metodi non vanno né confusi né contrapposti, ma debbono

sapientemente e pazientemente integrati.

Alla sera del secondo giorno si è avuto l'incontro con il Consiglio pastorale

unificato. Ho avuto modo di richiamare il fine di un tale organismo (la

comunione e il discernimento) e lo spirito: essere uniti a priori nell'essenziale

, ma essere anche capaci di convergere nell'opinabile, come ricorda la Novo

Millennio Ineunte, al n. 45. A seguito di queste premesse ho consigliato alcuni

passi possibili, tra cui vorrei richiamarne due: unificare i comitati per le feste

patronali, in modo d collaborare insieme, indipendentemente che la festa sia

di Spadarolo o di Vergiano. Secondo, unificare i consigli economici, pur mantenendo

le amministrazioni distinte. Su questo punto vorrei spendere qualche

altra parola. E' importante che, senza attendere troppo tempo, anzi quanto

prima si arrivi anche ad una comunione economica: infatti se la comunione

di spirito senza quella di cassa rischia di rimanere vaga e astratta - come un'anima

senza il corpo - la comunione di cassa senza quella di spirito rischia di

essere come un corpo senza l'anima. Non è questo l'esempio insuperabile che

ci viene dalla comunità cristiana dopo la Pentecoste, dove vigeva lo spirito e la

legge del "tutto in comune"?

La mattina dell'11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, l'abbiamo dedicata

alla visita ai malati, mentre alla sera abbiamo incontrato i giovanissimi e

i giovani di Azione Cattolica. Si tratta di un gruppo unitario che riunisce giovani

delle altre parrocchie, così pure avviene per il gruppo delle famiglie e quello biblico.

Queste realtà trasversali alle due zone fanno un prezioso lavoro di cucitura

e aiutano tutti ad immunizzarsi dal virus fatale del campanilismo. In questo

senso rende un bel servizio anche il coro unico, che risulta composto da membri

di Vergiano e di Spadarolo: si può essere certi che se si canta insieme, non

si litiga, ma anzi si offre la testimonianza più credibile all'unico Spirito, all'unica

fede e all'unico battesimo. Apprezzabile anche la testimonianza e il servizio

reso dalla Caritas interparrocchiale - Spadarolo-Vergiano-Padulli -, come pure

le attività estive in comune con s. Domenico Savio e il pellegrinaggio unitario

al santuario delle Grazie: chissà che non sia questa la strada per sopperire alla

situazione che certamente si creerà quando non sarà più possibile assicurare

un prete ad ogni parrocchia?

Ora mi avvio alla conclusione, riprendendo lo spunto iniziale: "verso un'unica

comunità". Carissimi, vi supplico di collaborare attivamente perché quei

semi di unità che il carissimo don Giampaolo ha sparso con tanta generosità

e determinazione e che don Mirko sta coltivando con altrettanta passione e

impegno, possano portare frutto per il bene vostro e di tutta la nostra Chiesa

diocesana. Prego perché arrivi il giorno in cui "tutti voi siete uno in Cristo

Gesù" (Gal 3,28). Le due belle chiese saranno allora non il segno della vostra

divisione, ma quello della vostra comunione. Saranno come due fuochi di una

unica ellissi; come due polmoni ma con un solo cuore.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Che il Signore vi benedica e vi sostenga, e che la sua e nostra Madre vi

sorrida e vi accompagni

______________________________

Al Rev. Sac. Don MIRKO VANDI

e alla Comunità Parrocchiale di Spadarolo e Vergiano

via Montefiorino 13

47923 Vergiano di RIMINI - RN

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a S.Ermete

VFL2011/37

Rimini, 5 giugno 2011

Caro Don Giuseppe,

ti confido che, quando termina una visita pastorale ad una parrocchia come

la vostra, mi affiora nell’animo una domanda: cosa mi resterà di questa visita

tra qualche tempo? Bene, a distanza di pochi mesi vengo a dire a te e ai tuoi

carissimi fedeli quanto, con gioia intima e grata, mi risuona ancora nel cuore.

Innanzitutto il dono della tua amicizia. Non si tratta affatto di cosa da poco

tra il vescovo e un suo prete, coetaneo di anni di vita e di ministero presbiterale.

In effetti in questo 2011 compiamo ambedue 40 anni tondi di sacerdozio,

e il grazie che cantiamo al Signore per un dono tanto stupefacente si declina

in preghiera condivisa perché riusciamo ad essere fedeli all'amore del "Pastore

bello", come quel giorno dell'ordinazione di tanti anni fa, fino a quando inizierà

anche per noi il sabato senza tramonto. Tu hai dichiarato - e anch'io ti ho sentito

ripetere spesso - "Non potrei pensare per me un'altra strada, se non quella del

prete. Ne sono certo e ne sono contento". Auguriamoci a vicenda e preghiamo

perché la luce di questa certezza e l'intima letizia del cuore non si spengano

mai nella nostra vita.

Nei giorni della visita pastorale - svoltasi nella vostra parrocchia dal 7 al 12

marzo 2011 - ho potuto godere anche dell'amicizia fraterna che lega te e don

Paolo Lelli, con l'esperienza - ormai felicemente collaudata da tre anni - del

dono di abitare insieme. Si realizza così la profezia del Signore Gesù che ha

detto: "Dove sono due o tre, riuniti nel mio nome, là sono Io in mezzo a loro".

Passo ora alla parrocchia a te affidata. Conta attualmente 800 famiglie,

per un totale di circa 2300 abitanti. Si registra anche da voi un forte bisogno di

compagnia tra persone, famiglie e gruppi. E la parrocchia diventa luogo di incontro,

di dialogo fraterno e di scambio amichevole. I momenti più intensi sono

il sabato per il catechismo e la domenica per la Messa.

Il catechismo non è soltanto incontro, ma anche gioco. Gli spazi non vi

mancano, e quindi vi è possibile vivere nei confronti dei ragazzi il saggio principio

pedagogico di Don Bosco: "Rendere contenti quelli che si vogliono rendere

buoni". Oggi forse quel grande educatore direbbe: "... quelli che si vogliono rendere

credenti" "digiuni" di fede. In effetti sempre più spesso bambini e ragazzi

vengono al catechismo. Anche se battezzati, arrivano come dei piccoli "pagani".

E' importante allora accendere nel loro cuore la scintilla della nuova evangelizzazione:

farli innamorare di Gesù e, attraverso di loro, rinnovare la proposta

della fede ai genitori.

Per questa "strategia pastorale", il parroco ha bisogno di un gruppo di adul-

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

ti, che abbiano riscoperto la bellezza della fede cristiana, la vivono con passione

e - se è consentito un termine sportivo - con "grinta". Ma è proprio quanto ho

trovato a s. Ermete: un gruppo di adulti che segue la catechesi chiamata "scuola

di comunità". Quest'anno avete lanciato una nuova offerta, rivolta a tutti i genitori

del catechismo: un momento mensile, seguendo il percorso del Catechismo

della Chiesa cattolica. Mi sembra che questa strada vada perseguita con

convinzione, con inoltre impegno determinato e fedeltà tenace. E i frutti non

mancheranno.

Altro forte momento della vita della comunità cristiana è la Messa domenicale:

è il momento culminante. La Messa è il cuore della domenica e la domenica

è il cuore della settimana. E' vero che non tutti i fedeli vi partecipano,

ma il fatto che quelli che vi partecipano lo facciano con intima convinzione e

in un'atmosfera di fede lieta e matura - e che siano in aumento! - questo sta a

dire che al centro della comunità e insieme al parroco c'è un nucleo di cristiani

motivati e coinvolti che sanno rendere ragione della speranza che li abita.

Un'esperienza impegnativa, che tu porti avanti con la determinazione di

chi la considera del tutto irrinunciabile, è la benedizione alle famiglie, casa per

casa. Condivido pienamente quanto affermi: la visita alle famiglie è un modo

per dire a tutti, soprattutto ai lontani: "Gesù c'è, si interessa di te/voi, e la Chiesa

ti/vi è vicina". Insomma è la via della amicizia, quella che marca il tuo stile di

fare il parroco. Del resto, non è quello che faceva Gesù con le sue frequentazioni

di pubblicani e pubblici peccatori? E non ci ha detto il beato Giovanni Paolo II

che l'uomo è la via della Chiesa? Dunque, aprire il cuore a tutti, a cominciare dai

cosiddetti o sedicenti "lontani", e poi aspettare, perché il tempo del germoglio

lo conosce solo il Signore.

Due realtà positive e in crescita che mi hanno allargato il cuore sono state

la "casa dei nonni" e la casa di accoglienza per disabili delle Maestre Pie. Sono

due segnali di carità, che prima o poi feriscono il cuore dei "lontani" e pungolano

tutta la comunità ad attestarsi sulle frontiere più remote, dove non possiamo

assolutamente renderci latitanti. Vorrei anche rimarcare il valore aggiunto

della piccola, ma vivace comunità delle Maestre Pie: una parrocchia che può

godere ancora del carisma della vita consacrata di sorelle che rinunciano a tutto

per seguire e servire Cristo povero nei fratelli poveri risulta un segno che non

ha finito di "parlare" al cuore delle nostre comunità, spesso troppo indaffarate,

e ad una società sonnolenta e distratta.

Vorrei ora condividere con te alcune ragioni di speranza, riguardo al cammino

della vostra bella comunità.

La prima riguarda il clima che si respira da voi. Il clima di una comunità non

è cosa marginale e accessoria. E' la ragione per la quale una comunità si rende

attraente e abitabile. Ecco, io spero che questa aria fresca di umanità sincera

e "sanguigna" esca a ondate, a correnti dal centro della parrocchia, raggiunga

il maggior numero possibile di persone che cercano Dio, forse senza neanche

rendersene conto, e le aiuti ad entrare in contatto con la comunità per potere

così incontrare un Gesù vivo e vero.

La seconda ragione di speranza mi viene da quel germoglio di ragazzi del

dopo-Cresima che ho incontrato da voi. E' vero: si tratta di un piccolo gruppo,

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

ma ho letto nei loro occhi la voglia di conoscere Gesù più da vicino e di sperimentare

la maternità di una Chiesa fatta di persone vere e incontrabili. Mi piace

quando affermi: "Se il Signore mi ha dato questi ragazzi, è con loro che devo

fare i conti, perché è prima di tutto a loro che vuole farsi conoscere attraverso

di me". Forza, caro Don Giuseppe, continua a seminare, e lascia che il Signore

faccia crescere e fruttificare. Del resto il suo braccio non si è accorciato...

Una terza ragione è la tua convinzione di non mettere in opposizione parrocchia

e movimenti. A tutti è noto quanto affermai all'assemblea del 12 ottobre

2008, e che ripeto spesso: "Né la parrocchia né le associazioni e i movimenti

devono cadere nella 'trappola' delle esclusioni vicendevoli o delle pericolose

alternative, ma collaborino cordialmente per una apertura reciproca e per un

impegno condiviso a favore della 'svolta missionaria' della parrocchia". Mi domando

allora se non sia maturo il tempo per 'aprire' anche alle buone offerte

formative dell'Azione Cattolica o dell'Agesci o di altre aggregazioni ecclesiali.

Inoltre - è la quarta ragione che mi fa sperare in un cammino positivo della

comunità di s. Ermete - è l'aver percepito ormai mature le premesse e le

condizioni per costituire un vero Consiglio Pastorale. Si tratta di un organismo

tutt'altro che superfluo, che può svolgere un efficace servizio come lievito di

comunione, vivamente raccomandato dal Papa e dai Vescovi, e che dove è vivo

e attivo, rende più viva e vivace tutta la comunità.

Un'ultima ragione, ma forse avrei dovuta elencarla al primo posto - è il tuo

sacerdozio, vissuto con serenità e interiore appagamento. E' la prima testimonianza

che un prete deve dare, e tu la stai dando, senza importela, con una

naturalezza che mi fa sognare in grande. Sì, sogno che una scintilla del fuoco

d'amore per il Signore che ti brucia in cuore, possa avere una positiva ricaduta

nel cuore di qualcuno dei tuoi giovani, che arrivi a consegnarsi senza riserve a

Gesù per seguirlo sulla strada del sacerdozio. Non sarebbe il regalo più bello per

te e per la nostra diocesi?

Infine vi rilancio il mio ultimo messaggio che vi consegnai alla s. Messa di

chiusura, e che vi proposi con la formula: Conversione + Comunione = Missione.

Non c'è bisogno che torni a spiegarla, perché l'ho ricavata dal vostro cammino

in corso, un cammino che vi auguro possa continuare in avanti, verso l'ideale

di una comunità parrocchiale viva, bella, forte.

Buon cammino, dunque, caro Don Giuseppe. E che Maria ti sorrida e ti accompagni,

insieme a tutta la carissima comunità di s. Ermete.

Continuate a ricordarmi al Signore, come faccio anch'io tutti i giorni.

Con una grande benedizione e un forte abbraccio

______________________________

Al Rev. Sac. Don GIUSEPPE MAIOLI

e alla Comunità Parrocchiale di s. Ermete

via Casale 1220

47822 S.Ermete di SANTARCANGELO - RN

Atti del Vescovo


Visita pastorale

a S. Martino dei Molini

Prot. VFL2011/38

Rimini, 5 giugno 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Caro don Paolo,

dal 13 al 19 marzo 2011 si è tenuta la visita pastorale presso la tua parrocchia

di s. Martino dei Molini. Non c'è che dire: è stata un'esperienza positiva,

consolante e, spero, anche corroborante, per te, per i collaboratori e per tutti i

fedeli a te affidati. Vengo ora a rileggere quelle giornate, nella convinzione che

il farne memoria lieta e grata vi confermi nella bontà della strada intrapresa e

vi slanci in quella che il Signore vi apre davanti.

Abbiamo incominciato la visita, come al solito, con la veglia di apertura, la

sera del 13 marzo scorso. Ho ancora davanti ai miei occhi un'assemblea partecipe,

raccolta e molto concentrata, che sembrava non volesse perdersi una

parola di quanto andava ascoltando. Nel mio intervento ho tentato di scolpire

il profilo di una comunità cristiana, seguendo il tracciato: "1. l'evento (il fuoco

della Parola); 2. il sacramento (il pane dell'Eucaristia); 3. il comandamento

(la strada della Carità)". Poi tu, nella relazione sullo stato della parrocchia, ci

hai presentato i tratti più marcati del suo volto. Ci hai aperto una finestra sul

panorama della vita parrocchiale, che poi nei giorni successivi ho avuto modo

di esplorare da vicino. Riprendo perciò il filo del racconto degli eventi in programma.

Intanto vorrei ricordare l'incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale e

con il Consiglio per gli affari economici. Ho respirato un clima sereno e costruttivo,

e ho apprezzato molto la tua richiesta di comprensione per i limiti che,

con tutta la nostra buona volontà, segnano immancabilmente il nostro dire e

il nostro agire.

Ho avuto modo di registrare anche le belle espressioni di affetto nei tuoi

confronti, da parte di anziani e malati. Ma è stato soprattutto l'incontro con

quella trentina di giovani che mi ha aperto il cuore alla speranza. Ho riscontrato

nei più grandi la voglia di spendersi per aiutare i più giovani nel seguire un

cammino di fede e di vita ecclesiale.

Un altro momento forte è stata l'assemblea parrocchiale, con il salone stipato

di gente, e con quella presentazione panoramica delle varie realtà presenti

in parrocchia: la Caritas, che meriterebbe di essere promossa e consolidata,

possibilmente costituendo un centro di ascolto; la squadra dei "messaggeri",

che recapitano nelle case il foglio parrocchiale degli avvisi e fanno un po' da

antenne "ricetrasmittenti" tra le famiglie e il centro pastorale; il gruppetto dei

ministri della Comunione eucaristica, che mi auguro possa essere incrementato

da altre figure ministeriali, come lettori e accoliti; il piccolo nucleo di CL, che

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

potrebbe essere affiancato, a Dio piacendo, anche da qualche altra aggregazione

ecclesiale, come l'Azione Cattolica e l'Agesci; il club "Araba Fenice" che organizza

la vivace e seguitissima Festa delle contrade; il gruppo Teatro, nato nei

lontanissimi anni '50, e ancora vivo e vegeto, che invito caldamente a misurarsi

con testi ben più nutrienti di certa letteratura dialettale e a mettere in scena

qualche bel dramma di autori cattolici; i CAV (centri di ascolto del vangelo) che

seguono nei tempi forti le schede del centro diocesano.

In quella assemblea ho posto una domanda che ritengo decisiva: cosa

pensa Gesù della vostra comunità? Sintetizzando le risposte e integrando con

qualche mio pensiero, mi sembra si possa rispondere così. Gesù vi chiede di

rafforzare il vincolo della vostra comunione, nel segno di "Mille voci, un solo

coro". Ma questo suppone un impegno più radicale di conversione e di formazione

nel nucleo portante della comunità: quel gruppo di fedeli e di collaboratori,

chiamati a fare da lievito per la crescita di tutta la comunità cristiana. Concludevo

quelle considerazioni con queste parole: l'ideale di una vera comunità

cristiana si può riassumere in questa espressione: una cellula viva di Chiesa

quale deve essere la parrocchia è "Gesù con noi per il mondo". Se manca uno

di questi travi portanti, la parrocchia non sta in piedi e non va avanti.

Nella s. Messa conclusiva, sulla traccia della 2.a Domenica di Quaresima,

dicevo nell'omelia che la vita di una comunità cristiana si può raffigurare

nell'immagine di un pellegrinaggio - come è avvenuto per Gesù - verso la Gerusalemme

celeste. La metafora del pellegrinaggio mi pare che esprima bene gli

elementi fondamentali di una esperienza di Chiesa. Dice infatti di un popolo

in cammino: il popolo di Dio in marcia verso la terra della libertà e della piena

comunione (il regno di Dio). Dice il punto di partenza: il fonte battesimale; e

il traguardo finale: la casa del Padre. Ma dice soprattutto la presenza di Gesù

come Pastore, Maestro e Salvatore, il quale si rende presente nel papa e nei

vescovi, e si nasconde nei poveri e nei tanti cercatori di Dio, anche quelli inconsapevoli.

La cena comunitaria partecipata da tantissimi fratelli e sorelle ha siglato

alla grande una visita incominciata in modo lusinghiero e promettente.

Caro Don Paolo, nella dichiarazione al Ponte hai affermato: "Ho cercato di

mettere al centro di ogni mia attività l'amore a Cristo e alla sua Chiesa declinandolo

in ogni ambito della pastorale. Sono convinto che lo Spirito Santo sia

continuamente all'opera e a me è chiesto di riconoscere quello che Lui compie

sia attraverso di me sia indipendentemente da me". Chiedo al Signore di confermarti

in questo atteggiamento e di aiutarti a spenderti con gioia e grande

entusiasmo per la santificazione della comunità e per la nuova evangelizzazione

soprattutto degli adulti e dei giovani.

Non posso terminare questa lettera senza spendere due parole sulla vita

fraterna che state conducendo con don Giuseppe Maioli. Ho avuto modo

anch'io di goderne nei giorni della visita pastorale. Mentre vi benedico, vi incoraggio

a integrare anche alcuni ambiti della pastorale, in particolare quello

delle famiglie e dei giovani. Ciò aiuterà i fedeli delle due comunità a convergere

progressivamente, anche perché è facile prevedere che in un futuro non lontano

non si potrà disporre di più che un sacerdote per ambedue le parrocchie.

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Ora ti saluto rinnovandoti cordiale gratitudine per la squisita ospitalità riservatami,

mentre ti confermo stima sincera e ti esprimo un forte incoraggiamento

per il tuo ministero.

Una grande benedizione a te e a tutti

______________________________

Al Rev. Sac. Don PAOLO LELLI

e alla Comunità Parrocchiale di s. Martino dei Molini

via Tomba 176

47822 S.Martino dei Molini - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a Corpolò

Prot. VFL2011/39

Rimini, 5 giugno 2011

Carissimo Don Nicola

Carissimi tutti,

vi scrivo alla sera della festa dell'Ascensione. Lo sappiamo: l'esaltazioneelevazione

di Gesù al cielo non è un'appendice della Pasqua, ma il suo felice

compimento. Risorgendo e salendo al Padre, Gesù effonde il suo Spirito: nasce

la Chiesa, inizia la missione. Nel vangelo secondo Marco, si legge che dopo l'intronizzazione

del Risorto alla destra del Padre, i discepoli "partirono e annunciarono

dappertutto il cherigma, mentre il Signore operava insieme con loro e

confermava la Parola con i segni che l'accompagnavano" (Mc 16,20). Da questo

versetto prendo a prestito la chiave di lettura per provare a scolpire il volto della

vostra comunità parrocchiale, così come mi si è presentata nei giorni dal 21 al

26 marzo 2011, in occasione della visita pastorale.

Come la Chiesa del Risorto nasce per evangelizzare, così è per evangelizzare

che esiste una comunità cristiana, come la vostra. Sì, "evangelizzazione" penso

che sia la parola programmatica e sintetica per raccontare la vostra storia.

"Uno degli obiettivi del mio ministero di parroco - hai dichiarato tu, caro Don

Nicola - è proprio quello di portare la parrocchia da una pastorale dei sacramenti

a una pastorale di evangelizzazione". Il punto di partenza è il battesimo,

preparato, celebrato e vissuto come grazia e tempo opportuno (= gr. kairòs)

per far riscoprire ai genitori il loro battesimo e le loro responsabilità educative.

Dunque, prima del sacramento, c'è la fede, e quindi la conversione. "Ma come

si potrà credere nel Signore risorto, se prima non c'è nessuno che lo annuncia?",

direbbe s. Paolo (cfr Rm 10,14s). E il Concilio Vaticano II vi fa eco quando afferma:

"Prima che gli uomini possano accedere alla divina liturgia, è necessario

che siano chiamati alla fede e si convertano" (SC 9).

Un grande impulso al passaggio da una pastorale tradizionale a una pastorale

di evangelizzazione è venuto dal Cammino Neocatecumenale. In parrocchia

sono suddivisi in otto comunità di una quarantina di persone ciascuna. Il

Cammino è un aiuto offerto a tutti per riscoprire la bellezza e la vivibilità del

battesimo e della nuova vita che ne scaturisce. Concretamente è un metodo

per lasciarsi (ri)evangelizzare per diventare poi cristiani missionari, chiamati e

mandati a (ri)evangelizzare.

Ho avuto modo di incontrare le varie comunità presenti in parrocchia la

sera del 23 marzo: è stata un'assemblea partecipata da tantissimi adulti e giovani,

di cui una quarantina di fratelli e sorelle di Corpolò, e tutti gli altri provenienti

da altre parrocchie. Ho ascoltato diversi racconti di conversione e di ritorno alla

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

fede, e mi ha colpito vedere persone incamminate verso la grande meta della

vita cristiana: camminare nella lode grata e gratuita al Signore. Come non benedire

tanta ricchezza di fede vissuta, celebrata e testimoniata? E' indispensabile

tuttavia che si preghi e si operi per il dono dell'unità tra i credenti: infatti, perché

cresca in modo armonico e sereno l'unica comunità parrocchiale occorre che il

parroco sia il perno visibile della comunione tra tutti i fedeli e che ci sia da parte

di tutti i membri della comunità parrocchiale - a cominciare dai collaboratori

più stretti - l'unica competizione ammessa nella Chiesa: la gara nello stimarsi a

vicenda (cfr Rm 12,10).

Un altro momento vivace e intenso è stato l'incontro con gli Scouts del

"Rimini 8", con un centinaio di ragazzi e giovani, che seguono l'intero itinerario

dello scoutismo: dai Lupetti al Clan, passando per la comunità Capi. Ritengo

che l'offerta educativa dell'Agesci sia quanto mai valida per aiutare i ragazzi a

coltivare la loro umanità e ad innamorarsi di Gesù e della sua Chiesa. Ovviamente,

come per ogni associazione o movimento, una grande responsabilità ce

l'hanno gli educatori: se sono credenti credibili e coinvolgenti, se si comportano

da persone mature, equilibrate e responsabili, il loro impegno formativo avrà

una ricaduta positiva e assai efficace nei confronti dei più giovani. Per questo è

indispensabile il tipico servizio, assicurato dal presbitero parroco, come ho visto

che tu fai con passione e con fedele, instancabile dedizione.

Della visita pastorale mi porto nel cuore anche un caleidoscopio di vivaci,

incancellabili fotogrammi, come la celebrazione della Parola, all'inizio della visita,

la celebrazione del sacramento della riconciliazione e della affollatissima e

tanto partecipata e raccolta eucaristia conclusiva. Un altro momento prezioso è

stata anche la riunione di tutti gli operatori pastorali - oltre 100! - in cui anche

chi svolge servizi che rimangono spesso più in ombra si è sentito valorizzato e

coinvolto.

Molto consolante è stato anche l'incontro con i ragazzi del post-cresima.

Sono rimasto favorevolmente impressionato non solo dal numero - sei gruppi

per oltre una cinquantina di ragazzi! - ma anche dalla freschezza e dalla frizzante

vivacità dei partecipanti. E il segreto di un risultato apostolico così rilevante è

senz'altro la presenza di "padrini" catechisti-educatori, ben formati a una fede

adulta e matura, capaci di mostrare una umanità trasfigurata dalla grazia.

Momenti ricchi e belli sono stati anche gli incontri con la casa-famiglia

"Nonno Oreste", con le due squadre di calcio e le due di pallavolo dell'Associazione

Sportiva, le visite all'asilo "Millepiedi", alla Casa per ragazze-madri, e al

Centro socio-culturale degli anziani.

Prima di qualche indicazione, vorrei ritornare anche sulla simpatica cena tra

vari collaboratori provenienti da s. Maria di Corpolò, da s. Cristina e s. Paolo, il

24 marzo sera. Era la prima volta che si faceva un'agape del genere, ma come

non consigliarvi di farlo almeno una volta all'anno?

Così pure vi suggerirei di incontravi in un'assemblea pastorale annuale. Mi

dite infatti che è "auspicabile una maggiore comunione e condivisione fra le

varie realtà presenti in parrocchia". Al riguardo, non posso che confermare la

bontà della vostra scelta di unificare il Consiglio Pastorale - pur lasciando ancora

distinti i rispettivi Consigli per gli affari economici. Mi sembrano decisioni

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

molto sagge, ma, come dicevo, è importante proseguire il cammino sulla strada

di una comunione affettiva ed effettiva sempre più stretta tra i tre nuclei di

fedeli raggruppati rispettivamente attorno alle tre chiese presenti sul territorio

parrocchiale. Ripeto: la comunione cresce attraverso incontri di conoscenza e

di scambio, di preghiera e di fraternità, e così si supera il pericolo di tensioni

particolaristiche, di assolutizzazioni improprie, e di corsa alle "prime file". Infatti,

ripeto, l'unica gara consentita nella comunità cristiana è quella dello "stimarsi a

vicenda", non solo tra persone, ma anche tra gruppi, associazioni, movimenti e

altre aggregazioni ecclesiali. La lezione di Chiara Lubich è punto di non-ritorno:

"Ama il gruppo del fratello come il tuo". E io, come Vescovo, mi faccio coraggio

e aggiungo: "Ama la tua parrocchia più del tuo gruppo, la tua diocesi più della

tua parrocchia, la Chiesa universale più della tua diocesi".

Mi avete anche rappresentato la difficoltà a raggiungere persone lontane

dalla fede e dalla Chiesa e a coinvolgere le famiglie nella trasmissione della fede

ai propri figli. Mi sembra che la strada l'abbiate imboccata: formare un nucleo

di laici che siano disposti a "lasciarsi rievangelizzare per rievangelizzare altri". Il

nucleo poi si allargherà ad altri, e così la parrocchia sarà costellata di vari "fuochi

di evangelizzazione". Da voi, grazie allo Spirito Santo e alla intercessione della

santa Madre di Dio, di s. Paolo e di s. Cristina, questa strada è già aperta e voi la

state percorrendo con generosità, con umile gratitudine e gioia intensa.

Vi auguro di proseguire il cammino intrapreso e per questo vi assicuro la

mia preghiera, accompagnata da una grande, affettuosa benedizione.

E da una caro saluto a tutti e a ciascuno

______________________________

Al Rev. Sac. Don NICOLA SPADONI

e alla Comunità Parrocchiale di Corpolò

via Belvedere 29

47923 CORPOLO’ di RIMINI - RN

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a S. Martino in Venti

Prot. VFL2011/40

Rimini, 5 giugno 2011

Carissimo Don Probo,

mi permetta anzitutto di significarle la mia gratitudine più sincera e cordiale

per l’esemplare dedizione con cui vive il suo ministero pastorale nella piccola

comunità di s. Martino in XX, ormai da tanti anni e in una età così avanzata, ma

anche tanto benedetta dal Signore con il dono di una buona salute e soprattutto

con quello ancora più stupefacente di ben quattro figli sacerdoti.

Nei giorni dal 24 al 26 febbraio 2011 si è svolta la visita pastorale alla vostra

parrocchia, che, pur comprendendo un territorio alquanto esteso, attualmente

ammonta a circa 350 abitanti. Come risulta dalla relazione sintetica, presentata

nella veglia di apertura, la vostra piccola comunità si caratterizza per una marcata

centralità data alla santa Eucaristia, con la celebrazione della Messa quotidiana

e l’ampio spazio riservato all’adorazione del Ss.mo Sacramento. Come

avviene nelle grandi parrocchie, anche da voi si assiste però a un fenomeno

che si va facendo sempre più frequente e diffuso, e cioè che a fronte di un esiguo

numero di praticanti residenti nel territorio parrocchiale, i frequentatori più

assidui provengono da altre comunità. Tale fenomeno si riscontra anche nella

composizione del Gruppo di Preghiera “Padre Pio”, che è il gruppo più consistente

e caratterizzato, che sia presente in parrocchia.

La vostra piccola comunità si avvale peraltro della generosa disponibilità di

un gruppetto di “operatori pastorali”: due ministri straordinari della Comunione

eucaristica, un lettore, due catechiste, e quattro membri del Consiglio Pastorale.

Il Signore, poi, ha benedetto la comunità con il dono di una vocazione

sacerdotale di un giovane seminarista appartenente a una delle vostre famiglie.

Encomiabile l’impegno che lei, come Amministratore Parrocchiale, investe

nella visita annuale alle famiglie, nel periodo della Quaresima. Lodevole anche

l’amorosa attenzione che i fedeli nutrono per l’edificio sacro. I maggiori interventi

che risultano necessari riguardano l’area del presbiterio: è bene rimuovere

le due statue, poste su due tronconi di colonna; inoltre sarebbe opportuno

eliminare i due altari laterali, in modo da salvaguardare l’unità dell’altare e della

mensa eucaristica. Ad ogni modo, per questo e per altri interventi, sarà necessario

presentare un progetto alla Commissione Diocesana di Arte Sacra.

Ma l’aspetto più delicato che qui mi preme sottolineare riguarda il cammino

prossimo futuro dalle vostra comunità. L’urgenza della nuova evangelizzazione

- a cui ci ha richiamato il beato Giovanni Paolo II e continuamente ci stimola

Benedetto XVI – la necessità di configurare in senso fortemente missionario

il volto delle comunità parrocchiali, la situazione del nostro presbiterio dioce-

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

sano, che - a fronte di una popolazione che continua ad aumentare e di una

pastorale che si va facendo sempre più complessa e delicata - va numericamente

diminuendo in modo inesorabile, impongono un profondo ripensamento

dell’attuale organizzazione parrocchiale. Mentre le auguro di poter proseguire

il servizio con immutata fedeltà e zelo pastorale, la prego caldamente di preparare

la piccola comunità a confluire in una comunità più grande, secondo le

possibilità che il Signore a suo tempo certamente non ci farà mancare.

Caro Don Probo, che il sommo ed eterno Sacerdote la benedica!

Che Maria, sua e nostra Madre, le rivolga ogni giorno il suo dolcissimo sorriso!

Che il santo Padre Pio la sostenga, l'accompagni e continui a farci godere

della sua benevola fraternità!

______________________________

Al Rev. Sac. Don PROBO VACCARINI

e alla Comunità Parrocchiale di s.Martino in XX

via San Martino in XX 11

47923 RIMINI - RN

Atti del Vescovo


Visita pastorale a Padulli

Prot. VFL2011/41

Rimini, 5 giugno 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Caro Don Daniele,

la comunità dei Padulli è giovane, e si vede! E' giovane per la sua storia: la

parrocchia venne istituita nel 1975 e il centro pastorale venne inaugurato venti

anni dopo. E' giovane per la popolazione: i primi insediamenti nel quartiere cominciarono

negli anni '70. E siccome a una comunità giovane ben si addice un

patrono giovane, venne scelto s. Domenico Savio. Ma dall'anno scorso, ad incrementare

queste quote di giovinezza, è arrivato anche il parroco: tu non solo

sei appena il quinto nella breve cronotassi dei parroci, ma sei giovane anche di

età e di spirito. Però non sei ai primi passi, visto che ti ritrovi alla tua seconda

esperienza di parrocchia, dopo aver guidato quella di Saludecio. Tra le due, è

vero che a prima vista non ci potrebbe essere contrasto più marcato: quella di

s. Biagio è una parrocchia millenaria, legata ad antiche tradizioni, con la cultura

di un piccolo paese, con relazioni corte e fitte. Ai Padulli invece, mentre la trama

sociale è ancora in gran parte da tessere, la comunità cristiana ha bisogno di

crescere, di irrobustirsi e di maturare nelle due dimensioni fondamentali: quelle

della comunione e della missione. Ma l'una e l'altra comunità parrocchiale

- come tutte, del resto, in questo nostro occidente stanco e sterile - sono state

investite da fenomeni pervasivi - che portano il nome di secolarismo, individualismo,

relativismo - insomma da correnti culturali che hanno minato alla base

la "società cristiana".

Sta di fatto che al tuo primo impatto con la nuova realtà hai incontrato

"gente con la voglia di fare e di costruirsi come comunità cristiana". Ecco la scintilla

che avvia il cammino: la passione di ripartire da Cristo e di "fare comunità

cristiana"; se questa scintilla non scocca, il fuoco non si accende, e la comunità

non parte... Due sono dunque i fattori favorevoli e concomitanti, che possono

sostenere la parrocchia in un autentico cammino di fede: da un lato la giovinezza

della popolazione, con la possibilità di costruirsi su basi nuove, alla misura

dei tempi; dall'altro il tuo slancio giovanile, che ti fa interpretare il nuovo servizio

come una nuova "avventura". Permettimi una parentesi che non vorrei risultasse

un po' pedante. Quest'ultima parola - avventura - non deve farci paura, dal

momento che viene dal vocabolario cristiano, e sta ad indicare l'essere protesi

"ad venturas (res)", verso gli eventi futuri, che si riassumono tutti nell'incontro

con Colui-che-viene.

Cominciando il nuovo servizio pastorale ai Padulli, hai trovato realtà positive

e belle: il gruppo della Legio Mariae; il folto gruppo Scout del Rimini 6;

il nutrito e vivace gruppo Anziani, aiutati dai volontari della Papa Giovanni; il

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

gruppo Famiglie che si incontrano mensilmente, ed altri ancora.

Ho avuto modo di contattare questi gruppi, durante la visita pastorale che

si è svolta nei giorni dal 1 al 6 febbraio 2011. Mi ha fatto molto piacere intercettare

anche quel piccolo "germoglio" del gruppetto dei giovanissimi del Biennio.

Inoltre non posso che benedire la Caritas interparrocchiale Padulli-Vergiano-

Spadarolo. Ho riscontrato molto intensa anche l'attività catechistica, con gruppi

che vanno dalla seconda elementare alla seconda media.

All'inizio della visita pastorale, è risultata utile e opportuna l'assemblea generale

di apertura, in cui queste varie realtà si sono presentate a vicenda: incontri

del genere fanno bene a tutti, poiché favoriscono la conoscenza e la stima

reciproca, e aiutano a "fare coro".

In sintesi, da tutto l'insieme mi pare che si possano individuare tre strade

per proseguire il cammino.

La prima è quella della formazione. Ne sono sempre più convinto: il problema

numero uno delle nostre comunità non è di tipo pastorale, ma formativo,

e dunque è un nodo di carattere spirituale e culturale. Di laici formati, adulti

e maturi nella fede, ai nostri giorni ne abbiamo bisogno più del pane. Oggi la

società secolarizzata sembra sempre più sorda al linguaggio delle Chiese, ma

può essere scossa dal gesto e dalla parola di chi vive pienamente la radicalità

evangelica nella condizione secolare della nostra epoca. Occorrono dunque

cristiani che non si vergognino del Vangelo; che sappiano organizzare la casa e

la giornata, che sappiano realizzare un rapporto libero con il denaro e il lavoro,

i media e la vacanza, in modo che tutti possano vedere la loro fede vissuta e

provata. Allora la parola di Dio non resterà chiusa nelle nostre chiese, o peggio

imprigionata nelle nostre sagrestie, e riprenderà a circolare per le strade, nei

condomini, in ufficio, al negozio, in banca o in ospedale, al mare e ai monti.

Non posso quindi che incoraggiare l'intenso lavoro formativo che stai portando

avanti con le catechiste, con gli educatori, e auguro a te e a tutta la comunità

che quanto prima possa nascere un gruppo di adulti appassionati del Vangelo

e impegnati a seguire un solido cammino di conversione e di formazione, per

essere poi a loro volta testimoni credenti e credibili, capaci di coinvolgere altri

adulti nel coltivare in sé "gli stessi sentimenti di Cristo Gesù" (Fil 2,6).

Poiché una vera formazione non può non portare a una sincera conversione,

questa a sua volta si prolunga nella strada - è la seconda indicazione - della

comunione. Ti ho visto seriamente e giustamente preoccupato del gran bene

dell'unità di tutta la comunità parrocchiale: questo è in effetti il dono più prezioso

per una comunità cristiana, per le persone che la compongono e per i

settori in cui si articola. Al riguardo esorto tutti, a cominciare dai collaboratori

più stretti a custodire e a coltivare il vincolo della pace: è meglio poco ma uniti,

che molto ma disuniti! Vi giro l'accorato appello di s. Paolo ai cristiani della

comunità di Filippi: "Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e

con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità

o vanagloria, ma ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non

cerchi il proprio interesse, ma anche quello degli altri" (Fil 2,2-4).

Non stancarti, perciò, caro Don Daniele, di proporre continuamente esercizi

spirituali di comunione, in modo che gradualmente cresca la stima reciproca, si

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

rinsaldi il vincolo della carità e si superi il pericolo più grave per una comunità

cristiana, quello di dare agli altri - in particolare ai piccoli e ai "cercatori di Dio" -

lo scandalo devastante della divisione. In questo contesto vi raccomando di seguire

qualche itinerario di riflessione e di preghiera per rivitalizzare il Consiglio

Pastorale, perché questo prezioso organismo vi aiuti ad essere "uniti a priori

nell'essenziale, ma anche a convergere nell'opinabile" (NMI 45).

Vorrei dire anche qualcosa sulla terza strada, quella della missione, ma mi

limito a porre un interrogativo: non è essa il frutto maturo e spontaneo della

formazione e della comunione?

Infine permettimi di ritornare ancora sugli ultimi due fotogrammi che conservo

nell'album del cuore: l'eucaristia conclusiva e il pranzo comunitario di

domenica 6 febbraio nel grande salone di Spadarolo, con oltre 200 persone. In

quelle occasioni mi pare di aver intercettato un potenziale ancora più alto dei

traguardi già raggiunti. Che san Domenico Savio vi aiuti a sviluppare in pienezza

quell'elevato potenziale di comunione, perché la vostra comunità possa essere

sale e luce di tutto il quartiere dei Padulli!

Ora, mentre ti ringrazio per il dono della tua vita che continui a fare al Signore

Gesù per il bene della comunità di cui sei maestro, sacerdote e guida, ti

rinnovo stima sincera e fraterno affetto, e ti prego di salutare e di benedire tutti

i cari fedeli di "S. Domenico Savio".

Che il Signore sia davanti a voi per guidarvi, dietro a voi per difendervi, accanto

a voi per accompagnarvi, proteggervi e consolarvi!

Pace e ogni bene a te e a tutti!

______________________________

Al Rev. Sac. Don DANIELE GIUNCHI

e alla Comunità Parrocchiale di s.Domenico Savio

via Villagrande 35

47922 RIMINI - RN

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Visita pastorale a Villa Verucchio

Prot. VFL2011/42

Rimini, 5 giugno 2011

Carissimi Don Pier Giorgio e Don Marino,

Carissimi membri del CPP e Fedeli tutti,

dire che a due mesi di distanza il ricordo della visita pastorale da me svolta

presso la vostra parrocchia nei giorni dal 5 al 10 aprile 2011, mi ritorna nitido

e centrato è dire poco, troppo poco. Non solo perché ne saprei ricostruire il

programma per giorni, ore e perfino minut, ma perché ho potuto finalmente visitarvi

con un ritmo più pacato, meno frammentario ed episodico, e soprattutto

perché insieme a voi mi è sembrato di poter abbracciare con uno sguardo più

limpido e coordinato il disegno di Dio sulla vostra cara e davvero bella comunità.

Come al solito, la visita è cominciata con la veglia di preghiera, con un

veloce, simpatico buffet, e poi con la presentazione delle varie realtà, settori e

ambiti della vita parrocchiale. Per me questo è un momento tutt'altro che formale:

mi serve piuttosto a vedere quale immagine di comunità cristiana questi

fratelli e sorelle hanno davanti a sé, e, di riflesso, quale autocoscienza della loro

identità e missione essi mi rimandano. Bene, alla luce degli elementi che ho

avuto modo di cogliere anche nei giorni successivi, a me sembra di aver riscontrato

un buon livello di responsabilità in coloro che sono chiamati ad essere i

primi collaboratori. Lo ricavo da due segnali molto netti. Il primo è che siete

credenti ben consapevoli che la vita cristiana non si può ridurre a una somma

di attività, e che anzi prima ancora che un 'fare', il credere è questione di 'essere'.

Mi permettete di citarlo anche stavolta il buon Don Oreste, quando diceva

che "il Signore non ha bisogno di facchini, ma di innamorati"? L'altro segnale è

che vi ho visti sicuri e convinti di un fatto decisivo: la vostra testimonianza deve

essere visibile a tutti, soprattutto ai cosiddetti "lontani". Questi vi guardano e

hanno il sacrosanto diritto di aspettarsi da voi una coerenza di comportamento

e una trasparenza di vita in modo che, vedendo voi e il volto della comunità

tutta, possano intercettare almeno qualche tratto del volto di Cristo. Ricordate?

"Contemplare il Suo volto per mostrarlo a tutti": era lo slogan di qualche anno

fa, ma è la missione dei cristiani di ieri e di sempre.

Dopo queste prime considerazioni di carattere globale e prima di aggiungerne

qualche altra più specifica, scorro in veloce rassegna il ventaglio delle

varie realtà.

Il Consiglio Pastorale risulta attualmente composto da 47 persone, tra eletti,

nominati e membri di diritto. Vi ricordo i tre verbi che vi avevo citato quella

Atti del Vescovo


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

sera: voi siete chiamati a discernere (più che a organizzare), a verificare (alla

luce del vangelo e non semplicemente del buon senso) quanto si è fatto, e a

convergere (non solo in ciò che è essenziale, ma anche nell'opinabile). Per fare

questo mi domando se non convenga ridurre il numero dei membri del Consiglio

proprio per elevare il livello della partecipazione e la qualità del servizio da

rendere alla comunità.

Il Consiglio per gli Affari Economici sta portando avanti l'impegno di ripianare

il pesante passivo che grava sulla vostra comunità. Il Comitato che si è

costituito per la riduzione del debito sta svolgendo un ottimo lavoro. Ma è importante

che si consolidi quel clima di partecipazione affettiva ed effettiva che

è indispensabile per operazioni così esigenti e gravose: senza una economia di

comunione non è possibile una comunione anche nell'economia!

L'impegno del catechismo - con i ben 400 bambini e ragazzi dalla 2.a elementare

alla 1.a Media, e le 60 catechiste - costituisce uno sforzo apprezzabile,

ma purtroppo non adeguatamente ripagato dai risultati, come si riscontra dai

tristi fenomeni della latitanza di molti genitori, nonché dell'abbandono - pressoché

generalizzato - dei ragazzi dopo la cresima, e la forbice sempre più larga

tra la frequenza al catechismo e la partecipazione alla Messa domenicale. Non

pretendo certo di rifilarvi ricette pronte per l'uso - ma ce ne stanno da qualche

parte? Vorrei però incoraggiarvi a vigilare da una parte sull'assimilazione - sempre

più diffusa nell'immaginario collettivo - "catechismo in parrocchia = scuola

dell'obbligo", dall'altra vorrei invitarvi a ripartire decisamente dagli adulti. Si

deve e si può: ovviamente non si potrà fare tutto in una volta, ma è possibile accendere

dei "focolai di fede" tra genitori disposti a seguire itinerari di riscoperta

del vangelo. Questo suppone, ancora più a monte, la disponibilità a mettersi in

gioco di qualche adulto che già abbia fatto l'esperienza dell'incontro con Gesù

e sia pronto a "rendere ragione della speranza" cristiana ad altri adulti. Se non

scocca la scintilla, il fuoco non si accende... E' inoltre importante che ci siano in

parrocchia dei giovani maturi, positivi e capaci che facciano "da traino" ai più

giovani. In questo senso il lavoro che sta svolgendo Suor Serena per l'oratorio e

per i giovanissimi, mi sembra che meriti di essere sostenuto e condiviso.

Mi piacerebbe ora dire qualcosa sulle altre realtà presenti - Agesci, Terz'Ordine

Francescano, Gruppo Famiglie, ANSPI, Caritas, CML, ACI - ma questa lettera

sulla visita pastorale rischierebbe di diventare più lunga della visita stessa.

Vorrei però almeno dare spazio ad altre realtà che costellano la vita della parrocchia.

Comincio dalla "Goccia", un vero gioiello di carità cristiana e di promozione

umana per un discreto numero di disabili, che svolge un lavoro di

eccellenza, grazie all'opera di tanti volontari motivati e ben preparati. Vorrei

menzionare anche le due scuole materne, quella parrocchiale e quella del Convento,

e qui non posso non rimarcare la cospicua risorsa costituita dalle due

comunità religiose - quella maschile dei Frati Francescani, e quella femminile

delle Suore Francescane di Palagano. Queste comunità che già con il fatto

stesso di esserci rappresentano un segnale che speriamo possa riprendere a

trasmettere in modo più chiaro e più forte il messaggio della radicalità e della

bellezza di una vita a misura di vangelo. Un'altra testimonianza convincente e

contagiosa è quella della Casa-famiglia "Sant'Agostino", dove è possibile vedere

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

da vicino di che cosa sono capaci i preti santi (vedi Don Oreste) e i cristiani che

si sono lasciati affascinare dal suo carisma. Inoltre la presenza di 1 Diacono, 6

Accoliti, di vari Ministri straordinari della comunione eucaristica lascia sperare

in una crescita della sensibilità ministeriale della vostra parrocchia in modo che

una fioritura più vivace di carismi e di ministeri faccia da fermento a tutta la

comunità.

Vorrei in conclusione rivolgere due brevi parole al Parroco e al Vicario parrocchiale.

Carissimi Don Piergiorgio e Don Marino, il fatto che vi trovate a condividere

la responsabilità di una delle più grandi, giovani e complesse parrocchie della

Diocesi risponde a un disegno d'amore che il Signore sta realizzando nella

vostra vita a vantaggio del presbiterio e della comunità che vi è stata affidata.

Ognuno di voi due, per le specifiche condizioni anagrafiche, fisiche e spirituali,

si ritrova nella necessità e nell'opportunità di ritornare ogni giorno all'essenziale.

Il vostro impegno - e il dono incalcolabile - è quello di dirvi ogni giorno:

"Siamo qui per dar vita alla presenza di Gesù Pastore in questa parrocchia". L'unico

motivo per stare insieme, per cominciare e ricominciare a vivere la parola

del Signore, a celebrare i suoi santi misteri, ad esercitare la carità pastorale, è

di rendere possibile la presenza di Gesù risorto e vivente, come Capo e Pastore

della comunità che vi è stata affidata. I discorsi non servono, le attività non bastano,

non basta neanche l'aggiornamento pastorale e culturale. L'essenziale è

questo: riscoprire continuamente che, se all'inizio del cristianesimo il kerygma

era Gesù risorto, anche oggi non ci può essere altro kerygma, altro annuncio o

messaggio, se non il Risorto. Che voi come pastori possiate gridare con la vostra

vita - con il coraggio di fronte alle prove, con la fortezza di chi non rinuncia a

ricominciare, con la grinta appassionata di chi si sa a servizio di un Capo affascinante

- che Lui, il Pastore grande delle pecore, non si è ancora stancato di

guidare, difendere, nutrire il suo gregge.

Carissimi tutti, mentre vi offro la disponibilità a venire da voi per commentare

insieme questa lettera, vi ringrazio per l'accoglienza premurosa e cordiale

che mi avete riservato e vi saluto con tutta la stima e la simpatia che voi meritate

e di cui io sono capace

______________________________

Ai Rev. Sacc. Don PIER GIORGIO FARINA e Don MARINO ANGELINI

e alla Comunità Parrocchiale di s.Paterniano di Villa Verucchio

via Aldo Moro 130

47826 VILLA VERUCCHIO- RN

Atti del Vescovo


Visita pastorale a Verucchio

Prot. VFL2011/43

Rimini, 5 giugno 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Carissimo Don Valerio,

circa due mesi fa si concludeva la visita pastorale, condotta nei giorni dall'11

al 16 aprile 2011, presso la vostra parrocchia di s. Martino di Verucchio. A ripensarci

è stata quasi una "settimana santa", non solo perché era l'ultima settimana

di Quaresima, quindi immediatamente prima della Domenica delle Palme, ma

anche perché tutto quello che abbiamo detto, celebrato e vissuto insieme è stata

davvero una santa sequenza di doni di grazia, di semi di vita, di belle opportunità

di cui io Vescovo - ma ne sono sicuro, anche tutti voi - non possiamo che rallegrarci

e benedire il Signore.

Erede della millenaria storia della Pieve di s. Martino, che sorge a metà strada

tra Verucchio e Villa, oggi la chiesa parrocchiale si innalza solenne come una

cattedrale nel cuore del borgo antico, e riassume nel titolo di 'collegiata' la voluminosa

vicenda di questa comunità, intrecciata con gli eventi di ordini religiosi

e di vite di santi, come i quattro beati che qui sono nati: Gregorio Celli, Giovanni

Gueruli, Bionda Foschi e Galeotto Norberto Malatesta.

Questo, il considerevole passato remoto. Quello prossimo non lo è stato di

meno, segnato - com'è avvenuto - dalla malattia e dalla santa morte di don Tonino

Fraticello, tuo predecessore. Don Tonino ha amato questa comunità e ne è

stato amato; l'ha servita dando per lunghi anni, giorno dopo giorno, il meglio di

sé, e il Signore, mentre lo ha chiamato a godere il premio dei servi buoni e fedeli,

ve lo ha restituito come un "angelo custode" che vi illumina, vi custodisce e vi

accompagna.

Dalla scorsa estate sei arrivato tu, proveniente da Sogliano: te ne avevo chiesto

la disponibilità e tu me l'hai data con convinta, serena prontezza, rinnovando

l'obbedienza al Vescovo, come il giorno dell'ordinazione. La gente ti ha accolto

bene e conta molto su di te. Tu sei un uomo di relazioni, e il tuo biglietto da visita

porta scritte parole di mitezza, di cortesia e di generosa disponibilità. Ma soprattutto

sei un uomo di fede: tu sai bene che senza il Signore non possiamo fare

nulla; ma con lui e in lui possiamo fare addirittura molto di più - sono parole sue

- di quanto a lui non sia piaciuto fare da solo (cfr Gv 14,12). Nei giorni della visita

ho potuto osservare da vicino la tua "strategia pastorale", che mi pare si possa

riassumere letteralmente in tre parole: discernere, riformare, formare.

Anzitutto discernere. Tu, caro don Valerio, non sei di temperamento precipitoso:

prima osservi con attenzione, poi rifletti e quindi decidi. Ora, la percezione che

tu hai avuto del clima della parrocchia, a me sembra sia quella effettiva: un clima

spirituale di tipo 'tradizionale', con qualche segnale di rinnovamento. La fede è

Visita Pastorale

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

vissuta a livello più individuale, come fatto privato e riservato ai momenti forti

della vita (sacramenti, feste, funerali). Ma hai individuato anche un buon gruppo

di fedeli che ha maturato una fede adulta e consapevole. Su questo nucleo più

vicino e formato, puoi senz'altro contare perché diventi un lievito efficace al fine

di far maturare altri nuclei di cristiani coerenti, credibili e capaci di assumersi, a

loro volta, l'impegno della testimonianza al Vangelo, da portare a tutti.

E' così che si intraprende un serio ed efficace cammino che punti a riformare

la comunità. Il prete non può illudersi di poter fare tutto da solo, e il delicato

compito della cosiddetta "svolta missionaria" della parrocchia - passare da una

fede per tradizione o convenzione a una fede per scelta e per convinzione - si

può portare avanti solo a condizione di una intensa vita spirituale, condivisa dal

parroco e da almeno un gruppo di fedeli, disposti a vivere la radicalità del Vangelo

e a perseguire l'ideale alto della santità.

Ancora più a monte, la "conversione missionaria" richiede di investire in una

solida formazione degli adulti. Personalmente ne sono sempre più convinto, ma

credo che lo sia anche tu: oggi il problema numero uno delle nostre parrocchie

non è anzitutto di tipo pastorale, ma spirituale e perciò formativo. Dove, per "formazione",

si deve intendere quanto s. Paolo afferma nella Lettera ai Galati, nel

passo in cui parla di quel parto doloroso che l'apostolo deve patire "finché Cristo

non sia formato" nei suoi figli spirituali (cfr Gal 4,19).

I tuoi primi passi nella - per te - nuova parrocchia di Verucchio vanno in questa

direzione: l'attenzione al giorno del Signore con la cura di una liturgia semplice,

bella e partecipata; l'impegno generoso e appassionato nella iniziazione cristiana

dei bambini e dei ragazzi; l'intelligente valorizzazione degli apporti straordinari

dei consacrati originari di Verucchio - come Maestre Pie, Frati Minori e Salesiani;

la stretta collaborazione con la missione delle Maestre Pie in Bangladesh: sono

tutte opportunità e fattori decisivi al fine di impiantare una pastorale missionaria,

di nuova evangelizzazione.

Non posso terminare questa lettera senza accennare, caro Don Valerio, ai

momenti di incontro fraterno che tu condividi con altri sacerdoti della zona: il

pranzo che consumate insieme a don Pier Giorgio, ora a Villa ora a Spadarolo o

a Corpolò, sono momenti preziosi per evitare il rischio fatale dell'isolamento e

soprattutto per testimoniare quella comunione presbiterale che è la prima testimonianza

che un parroco è chiamato a dare ai suoi fedeli.

Mentre ti ringrazio per la premurosa accoglienza, ti rinnovo l'augurio di un fecondo

apostolato, stracarico di bene, e ti assicuro la mia vicinanza nella preghiera

e nel più sincero interessamento alla tua persona e al tuo prezioso ministero.

E benedico di cuore te e tutti

______________________________

Al Rev. Sac. Don VALERIO CELLI

e alla Comunità Parrocchiale di s.Martino di Verucchio

via Marconi 1

47826 VERUCCHIO - RN

Atti del Vescovo


Diario del Vescovo

APRILE

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Dal 31 marzo al 2 aprile Convegno Diocesano sull'Educazione

Sabato 2 Pomeriggio

Miramare, Sorelle dell'Immacolata

Apertura processo canonizzazione

Domenica 3 Mattino

ore 11.00 Torre Pedrera - S.Messa,

anniversario Carla Ronci

Pomeriggio

Piazza Cavour - consegna e benedizione

pulmino UNITALSI

Cattedrale - S.Messa, istituzione ministeri

Lunedì 4 Mattino

Bologna - Conferenza Episcopale

dell'Emilia Romagna

Martedì 5 Visita pastorale a Villa Verucchio

Mercoledì 6 Mattino

Curia - Consiglio Episcopale

Pomeriggio

Visita pastorale a Villa Verucchio

Giovedì 7 Visita pastorale a Villa Verucchio

Venerdì 8 Visita pastorale a Villa Verucchio

Sabato 9 Caritas - presentazione rapporto povertà

Domenica 10 Visita pastorale a Villa Verucchio (S. Messa)

Pomeriggio

Stradone - ritiro quaresimale

Lunedì 11 Sera

S. Agostino - Itinerario quaresimale, relazione

Diario del Vescovo

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

SETTIMANA SANTA

Atti del Vescovo

Martedì 12 Mattino

Cattedrale - S. Messa, forze armate

e forze dell'ordine

Sera

Seminario - Scuola della Parola

Mercoledì 13 Sera

Suffragio - S. Messa, Pasqua Universitaria

Visita pastorale a Verucchio

Giovedì 14 Visita pastorale a Verucchio

Venerdì 15 Mattino

Udienze

Sera

ISSR - meditazione pasquale

Sabato 16 Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa, con i disabili

Sera

Visita pastorale a Verucchio

Domenica 17 Mattino

Cattedrale - S. Messa, Le Palme

Sera

Via crucis organizzata da CL

Martedì 19 Mattino

Officine FS - S.Messa

Pomeriggio

Ospedale - via crucis

Sera

Curia - Consulta per la scuola

Mercoledì 20 Mattino

Seminario - incontro di presbiterio

Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa crismale

Giovedì 21 Pomeriggio

Cattedrale - S.Messa, "in coena Domini"

Venerdì 22 Mattino

Saiano - via crucis organizzata

dall'Azione Cattolica giovani

Sera

Cattedrale - Liturgia della Passione


SETTIMANA SANTA

Sabato 23 Mattino

Fiera - esercizi spirituali GS

Clarisse - Ora della Madre

Pomeriggio

Carcere – visita e preghiera

Notte

Cattedrale - Veglia Pasquale

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Domenica 24 SANTA PASQUA

Mattino

Cattedrale - S.Messa solenne di Pasqua

Lunedì 25 Mattino

Pianventena - cresime

Sera

Miramare, Sorelle dell'Immacolata

professioni solenni

Martedì 26 Potenza - Incontro Rettori Seminari Regionali

Mercoledì 27 Loreto - Seminario di formazione sulla

direzione spirituale

(Centro Nazionale Vocazioni)

venerdì 29 Sera

Veglia festa dei lavoratori

Domenica 1 Roma - beatificazione Papa Giovanni Paolo II

e Giuseppe Toniolo

Lunedì 2 Mattino

Ospedale

inaugurazione nuovo Pronto Soccorso

Pomeriggio

Seminario - Consiglio Presbiterale

Seminario - Consiglio Pastorale Diocesano

Martedì 3 Mattino

Udienze

Sera

Seminario - Scuola della Parola

Mercoledì 4 Pomeriggio

Sala San Gaudenzo

incontro con i Dirigenti Scolastici

S. Agostino - S.Messa, per la scuola

Venerdì 6 a Roma, per Assemblea Nazionale

Azione Cattolica

Diario del Vescovo

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Atti del Vescovo

Sabato 7 Mattino

Seminario - ritiro AMCI (Medici Cattolici)

Sera

Viserba monte

gruppi famiglie vicariato Litorale Nord

Domenica 8 Mattino

Castelvecchio - cresime

Fiumicino - cresime

Pomeriggio

Riccione, S. Martino - cresime

Lunedì 9 Pomeriggio

San Nicolò - Liturgia della Parola

Martedì 10 Mattino

Seminario - Ordo Virginum

Giovedì 12 Pomeriggio

S.Chiara - S. Messa, Madonna della Misericordia

Venerdì 13 Sera

San Fortunato - veglia di preghiera per le vocazioni

Sabato 14 Mattino

Udienze

Pomeriggio

Cattedrale - Ordinazioni Presbiterali

Domenica 15 Mattino

San Giovanni in Compito - cresime

San Giovanni in Marignano - cresime

Pomeriggio

San Martino Monte l'Abate - cresime

Lunedì 16 Mattino

Curia - Commissione Albania

Sera

Curia – Commissione Pastorale Integrata

Mercoledì 18 Mattino

Udienze

Pomeriggio

Musei Comunali, Sala del Giudizio: presentazione

volume "Storia della Chiesa di Rimini"

Sera

Suore Maria Bambina

S.Messa, festa sante fondatrici


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Giovedì 19 a Rimini, incontro Ufficio Catechistico

Regionale e Ufficio Pastorale Familiare

Regionale

Venerdì 20 Mattino

Seminario - incontro di presbiterio

Sabato 21 Mattino

Carpi

intervento all'assemblea regionale dei diaconi

Pomeriggio

S.Agostino - preghiera AC, festa ACR, partenza

pellegrinaggio a Saiano

Rimini, parr. san Giovanni Battista - cresime

Domenica 22 Mattino

San Mauro Pascoli - cresime

Cattedrale - S. Messa, giornata nazionale

della comunità cinese

Pomeriggio

Savignano, parr. santa Lucia - cresime

da Lunedì 23 a Venerdì 27 Roma, Assemblea Generale CEI

Sabato 28 Mattino

Curia, Sala Marvelli - Conferenza

Organizzativa Fondazione En.A.I.P

Associazione "S.Zavatta"

Curia, Sala Madonna dell'Acqua

Collegio Consultori

Pomeriggio

Santuario Madonna di Bonora - S. Messa,

conclusione pellegrinaggio "Fuori le sbarre"

Domenica 29 Mattino

Mondaino - cresime

Morciano - cresime

Pomeriggio

Saludecio - cresime

Riccione, parr. Mater Admirabilis - ingresso

nuovo parroco e nuovo vicario parrocchiale

Lunedì 30 Mattino

Valle Avellana

incontro Direttori Uffici Pastorali

Sera

Curia, Sala Santa Colomba - MEIC

Martedì 31 Udienze

Diario del Vescovo

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

GIUGNO

Atti del Vescovo

Mercoledì 1 Udienze

Giovedì 2 Pomeriggio

Fiera Rimini - Convocazione Nazionale RnS

Cattedrale - cresime parr. S.Giuseppe al Porto

Venerdì 3 Mattino

Bologna

riunione Vescovi del Seminario Regionale

Pomeriggio

Palacongressi Rimini - S.Messa, Assemblea

Generale Associazione Papa Giovanni XXIII

Sera

Suore di Maria Bambina

Scuola di Preghiera FUCI

Sabato 4 Pomeriggio

Tavoleto - cresime

Riccione, parr. s. Martino - S.Messa, Campo

Lavoro Missionario

Domenica 5 Pomeriggio

Campo "don Pippo" - S.Messa

da Lunedì 6 a Mercoledì 8 Seminario

Tre giorni del presbiterio diocesano

Martedì 7 Pomeriggio

Seminario – Consiglio Presbiterale

Mercoledì 8 Pomeriggio

ISSR "Marvelli" - Collegio Docenti

Venerdì 10 Mattino

Curia - Uffici Pastorali

Sabato 11 Mattino

Udienze

Pomeriggio

Convento Santo Spirito

incontro C.I.I.S. (Istituti Secolari)

Domenica 12 Mattino

Mater Admirabilis – S.Messa

Villa Verucchio - cresime

Sera

Rivabella - S.Messa


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Lunedì 13 Pomeriggio

Sogliano – funerale don Antonio Bartolini

Sera

Cattolica, parr. S.Antonio da Padova -

Consacrazione altare

Mercoledì 15 Pomeriggio

Udienze

Sera

San Vito – S.Messa, festa patrono

Domenica 19 Mattino

Serravalle, RSM - Concelebrazione Eucaristica

presieduta da Sua Santità Papa Benedetto XVI

Pomeriggio

Coriano - S.Messa, anniversario

beatificazione Madre Elisabetta Renzi MPDA

Martedì 21 Pomeriggio

Udienze

Mercoledì 22 Mattino

Curia – Consiglio Episcopale

Giovedì 23 Sera

Rimini, celebrazione cittadina

del Corpus Domini

Venerdì 24 Mattino

Udienze

Sabato 25 Sera

Cattolica - celebrazione Corpus Domini

Domenica 26 Mattino

Cappuccini Santarcangelo - S.Messa

Lunedì 27 Matttino

Funerale mamma don Giuseppe Tognacci

da Lunedì 27 giugno

a Venerdì 1 luglio Marola (RE) - Esercizi spirituali Vescovi

Diario del Vescovo

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Attività del Presbiterio

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Diario del Vescovo

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Tre giorni del Presbiterio Diocesano

Rimini, 6-8 giugno 2011

Si è svolta nei giorni 6-7-8 giugno 2011 presso il Seminario Vescovile “don

Oreste Benzi” la tradizionale Tre Giorni del presbiterio Diocesano. Tema della Tre

Giorni: La formazione nella Chiesa di Rimini. Questo è stato il programma delle

giornate:

LUNEDÌ 6 GIUGNO

ore 9,30: saluto ed introduzione del Vescovo.

ore 9,45: Celebrazione di Ora media

ore 10,00: Relazione introduttiva, a cura della Segreteria, per uno status

quaestionis sulla formazione in Diocesi.

ore 10,30: Pausa

ore 11,00: Gruppi di studio

ore 12,30: Pranzo

MARTEDÌ 7 GIUGNO

ore 9,30: Celebrazione di Ora media

ore 9,45: “La formazione dei laici per una Chiesa missionaria”

Don Luciano Paolucci, Rettore del Seminario Regionale delle Marche

e pastoralista.

ore 10,45: Pausa

ore 11,15: Dialogo in Assemblea

ore 12,30: Pranzo

MERCOLEDÌ 8 GIUGNO

ore 9,30: Celebrazione di Ora media

ore 9,45: Prospettive in ordine alla formazione (laboratorio)

ore 10,30: Pausa

ore 11,00: Esperienze di formazione (testimonianze)

ore 12,00: Intervento conclusivo del Vescovo

ore 12,30: Pranzo.

Attività del Presbiterio


Relazione introduttiva

La formazione in diocesi di Rimini

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Premessa

La domanda alla base del nostro lavoro in questa 3 giorni potrebbe essere

formulata così: Quale formazione, per quali operatori pastorali, per quale Chiesa?

Per rispondere a questa domanda articolata e complessa è necessario partire

dall’ultimo elemento: Quale Chiesa? Infatti, se non si ha un’idea abbastanza

univoca su cosa è la Chiesa non è possibile a maggior ragione accordarsi sul

cammino di formazione degli operatori pastorali.

• Di conseguenza la relazione sarà distribuita in 4 parti:

• Quale volto di Chiesa (interroghiamo il Concilio)

• Quali caratteristiche per gli operatori pastorali

• Il progetto formativo in Diocesi di Rimini

• La vita concreta delle comunità (relazioni dei vicariati)

Parte prima: Il volto della Chiesa

Non possiamo dare per scontato che esistano elementi comuni per definire

o tratteggiare il volto della Chiesa: esistono infatti diverse sottolineature e talvolta

diverse ecclesiologie. Per questo è necessario interrogare il Magistero della

Chiesa e, in particolare, il Concilio Vaticano II. Le linee fondamentali che il Concilio

offre (ma anche altri passi fondamentali del recente Magistero) costituiscono

un sicuro punto di riferimento. Le 4 costituzioni conciliari sono altrettanti poli per

comprendere l’identità e la missione della Chiesa. Procediamo per titoli.

1.1 Una Chiesa che è comunione ed è tutta ministeriale (Lumen gentium)

“La Chiesa non e’ una corporazione, e’ un corpo, non e’ un’organizzazione,

e’ un organismo” (Benedetto XVI, udienza generale 10.12.2008) . Prima ancora,

il Vat. II aveva dedicato il cap. 1 della Lumen Gentium alla Chiesa mistero. Il cap.

2 tratteggia invece il volto della Chiesa come popolo di Dio. Un brano capitale:

Lumen gentium 9

“Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri

peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo

essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso

in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei

quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto

di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente,

ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve

essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento,

quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse

creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla

gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non

comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora

come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione

di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione

di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è

inviato a tutto il mondo.”

1.2 Una Chiesa convocata dalla Parola (Dei Verbum)

Dei Verbum 21

“ La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo

stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi

del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo,

e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato

e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse

infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano

immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei

profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario dunque che la

predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata

dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con

molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi;

nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e

vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento

dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve

riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace

è la parola di Dio » (Eb 4,12), « che ha il potere di edificare e dare l’eredità con

tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13).”

Il nostro Vescovo, nell’omelia della Messa crismale lo scorso mercoledì santo,

così si esprimeva:

La seconda preoccupazione è di chi teme che un marcato riferimento alla

Scrittura finisca per relegare l’autorità della Tradizione e del Magistero in secondo

piano, favorisca la concezione protestante della sola Scriptura e “assoggetti

la Scrittura a privata spiegazione” (cfr 2Pt 1,20). Indubbiamente la Parola di

Dio è più ampia della Scrittura. ‘Parola di Dio’ non significa “una parola scritta

e muta, ma il Verbo incarnato e vivente” (san Bernardo), è la Parola divenuta

carne, fatta avvenimento, e l’avvenimento è sempre più ricco della sua registrazione

scritta. Il cristianesimo non è una religione del Libro, e la Chiesa trasmette

ben altro che semplici copie della Bibbia! Del resto anche gli analfabeti

possono essere pienamente cristiani. Il cristianesimo è la storia della salvezza,

e “al centro della rivelazione divina c’è l’evento di Cristo” (VD 7). Quindi non la

Scrittura in quanto tale è per noi Parola di Dio, ma la Scrittura in quanto capace

di ridiventare parola viva e attiva, annunciata e ascoltata, vivace e vissuta. Tuttavia

“le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente

parola di Dio” (Dei Verbum 24). “Pertanto la Scrittura va proclamata,

ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione

apostolica dalla quale è inseparabile” (VD 7; cfr DV 10).

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

La Chiesa non può prescindere dalla Parola di Dio perché da essa è convocata

e da essa è nutrita. Questo vale sia per i singoli cristiani che per le comunità.

La Parola di Dio è il nutrimento più sano e più solido per la nostra fede.

L’annuncio e la predicazione non possono avere altro riferimento che la Parola.

Nel discernimento sul proprio cammino, la Chiesa si lascia guidare dalla Parola.

1.3 Una Chiesa riunita intorno all’Eucaristia (Sacrosanctum concilium)

Sacrosanctum concilium 2. 10

2. “La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio

dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo

grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di

Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica

di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili,

fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e

tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano

sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione,

la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati.

In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa

per farne un tempio santo nel Signore, un’abitazione di Dio nello Spirito, fino

a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, nello stesso tempo e in modo

mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro

che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle

nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un

solo ovile e un solo pastore.”

10. “Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa

e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico,

infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il

battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte

al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti

dei « sacramenti pasquali », a vivere « in perfetta unione »; prega affinché

« esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede »; la rinnovazione

poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’eucaristia introduce i fedeli

nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e

particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si

ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e

quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre

attività della Chiesa.”

Una Chiesa, dunque, riunita intorno all’Eucaristia, che si nutre di essa e della

liturgia in genere, che è consapevole della forza missionaria della stessa liturgia

e che quindi la circonda della massima cura.

1.4 Una Chiesa che dialoga col mondo (Gaudium et spes)

Gaudium et spes 1 “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli

uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è

di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel

Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del

Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale

con il genere umano e con la sua storia.”

11 “Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo

Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti,

nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini

del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio.

La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla

vocazione integrale dell’uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente

umane.”

E’ cambiato il clima in cui è nata la costituzione pastorale GS, ma restano

sempre validi i fondamenti teologici. La Chiesa è chiamata a guardare il mondo

e la storia con simpatia, anche se non con ingenuità, nella consapevolezza che lo

Spirito soffia dove vuole e che quindi essa è chiamata a cogliere i “semina Verbi”

ovunque presenti. In modo efficace Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio

n. 20 così parla del rapporto Chiesa-Regno:

La Chiesa è effettivamente e concretamente a servizio del regno. Lo è, anzitutto

con l’annunzio che chiama alla conversione: è, questo, il primo e fondamentale

servizio alla venuta del regno nelle singole persone e nella società

umana. La salvezza escatologica inizia già ora nella novità di vita in Cristo: «A

quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che

credono nel suo nome». (Gv 1,12) La chiesa, poi, serve il regno fondando

comunità e istituendo chiese particolari e portandole alla maturazione della

fede e della carità nell’apertura verso gli altri, nel servizio alla persona e alla

società, nella comprensione e stima delle istituzioni umane.» La chiesa, inoltre,

serve il regno diffondendo nel mondo i «valori evangelici», che del regno

sono espressione e aiutano gli uomini ad accogliere il disegno di Dio. È vero,

dunque, che la realtà incipiente del regno può trovarsi anche al di là dei

confini della chiesa nell›umanità intera, in quanto questa viva i «valori evangelici»

e si apra all’azione dello Spirito che spira dove e come vuole; (Gv 3,8)

ma bisogna subito aggiungere che tale dimensione temporale del regno è

incompleta, se non è coordinata col regno di Cristo, presente nella chiesa

e proteso alla pienezza escatologica. 28 Le molteplici prospettive del regno

di Dio 29 non indeboliscono i fondamenti e le finalità dell’attività missionaria,

ma piuttosto li fortificano e allargano. La chiesa è sacramento di salvezza per

tutta l’umanità, e la sua azione non si restringe a coloro che ne accettano

il messaggio. Essa è forza dinamica nel cammino dell’umanità verso il regno

escatologico, è segno e promotrice dei valori evangelici tra gli uomini. 30 A questo

itinerario di conversione al progetto di Dio la chiesa contribuisce con la sua

testimonianza e con le sue attività, quali il dialogo, la promozione umana, l’im-

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

pegno per la giustizia e la pace, l’educazione e la cura degli infermi, l’assistenza

ai poveri e ai piccoli tenendo sempre ferma la priorità delle realtà trascendenti

e spirituali, premesse della salvezza escatologica. La chiesa, infine, serve il

regno anche con la sua intercessione, essendo esso per la sua natura dono

e opera di Dio come ricordano le parabole evangeliche e la preghiera stessa

insegnataci da Gesù. Noi dobbiamo chiederlo, accoglierlo, farlo crescere in noi;

ma dobbiamo anche cooperare perché sia accolto e cresca tra gli uomini, fino

a quando Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre» e «Dio sarà tutto in tutti».

(1 Cor 15,24)

Una Chiesa che si percepisce missionaria e che con coraggio e gioia annuncia

il Vangelo ed edifica la comunità, ma consapevole che il fine non è la Chiesa

ma il Regno e che esso è più grande della Chiesa stessa anche se esiste un rapporto

stretto tra Chiesa e Regno.

Parte seconda: Quali operatori pastorali?

Atti, 6

“Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto

che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque,

fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di

sapienza, ai quali affideremo questo incarico.”

La scelta dei collaboratori degli apostoli è basata su tre criteri: la buona reputazione,

la “santità” personale e la sapienza. Gli operatori pastorali debbono

possedere alcune caratteristiche fondamentali:

• Ricchezza umana e stima da parte dei membri della comunità e della

gente. Non si diventa operatori pastorali per essere qualcuno, ma poiché

si è “qualcuno” si può essere operatori pastorali. Una personalità

normale, ma sana.

• Profondo radicamento nella comunità cristiana. L’operatore pastorale

non è un battitore libero, ma un membro della comunità, alla quale

partecipa in modo assiduo. La comunità dovrebbe essere anche concreta,

presentare dei volti precisi e una vita reale.

• L’operatore pastorale ama il mondo in cui vive, non fugge da esso perché

è difficile, ma cerca di coglierne con sapiente amore gli aspetti positivi

e i nodi, sapendo che lo Spirito è all’opera sempre. In questo amore

al mondo e nella capacità di discernimento è di grande aiuto ai pastori.

• L’operatore pastorale ama la propria comunità, vuole bene alle persone

concrete che la compongono e si sente corresponsabile della vita

della comunità.

• Capacità e possibilità di nutrire la propria fede con una vita spirituale

buona, fatta di preghiera, vita sacramentale, ascolto della Parola, concreto

esercizio della carità.

• Non essere clerico-dipendente ma, nel contempo, essere capace di profonda

comunione coi propri pastori. L’operatore pastorale ama la Chiesa

e “sta in piedi” in essa, con dignità e insieme rispetto e obbedienza.

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

L’operatore pastorale è un “laico” e non un “mezzo prete”.

• L’operatore pastorale possiede delle conoscenze e delle competenze:

conoscenza degli elementi principali della Scrittura e della dottrina cristiana,

capacità di rapportarsi con le persone con una ricca umanità,

conoscenze e competenze specifiche e “tecniche” per l’ambito pastorale

in cui opera.

Parte terza: Il cammino della nostra Diocesi

• La nostra Diocesi ha una ricca tradizione di formazione degli operatori

pastorali. Per alcuni decenni è stato attivo il Corso per Operatori Pastorali

(COP), svoltosi nella prima parte dell’anno pastorale, con una

lezione comune a tutti ed un secondo momento articolato per ambiti

pastorali. Tale strumento ha formato centinaia e forse migliaia di operatori

pastorali e ha contribuito a creare una mentalità di corresponsabilità

all’interno delle comunità cristiane.

• Accanto al COP, a livello zonale o vicariale o anche a livello diocesano

sono sorte varie iniziative di formazione di base o per ambiti specifici: ad

esempio corsi zonali per catechisti ecc.

• Punta di diamante del progetto formativo in Diocesi è stata la Scuola di

teologia, diventata poi Istituto di scienze religiose e ora Istituto superiore

di scienze religiose, recentemente articolato in corso triennale e biennio

di specialistica.

Dopo il convegno di Verona, e dopo un’attenta verifica del COP, si è dato

vita da due anni ad un nuovo e globale progetto diocesano di formazione, sul

quale è necessario fare attenta verifica. Il progetto si articola su quattro livelli,

strettamente legati tra loro:

• L’esperienza ecclesiale quotidiana, capace di formare cristiani e di dare il

nutrimento essenziale anche per la vita degli operatori pastorali.

• La formazione di base per i collaboratori dell’attività pastorale, a livello

parrocchiale o zonale, quasi come percorso formativo iniziale.

• La formazione degli operatori pastorali, attraverso la Scuola diocesana

per operatori pastorali (SDOP), che si sviluppa in un biennio e articolata

in otto incontri. Ogni incontro prevede una lezione magisteriale comune

e un momento di seminario/laboratorio in tre grandi aree: evangelizzazione;

testimonianza della carità; cultura e formazione. In questa scuola

non è contemplata la preparazione specifica ad alcuni ministeri; viene

demandata ad altra sede.

• L’ISSR, al servizio della formazione teologica nella nostra Chiesa, che

ha per destinatari coloro che intendono acquisire i titoli accademici per

l’IRC, i candidati al diaconato e gli operatori pastorali.

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Parte quarta. Il polso della situazione

(elementi emersi negli incontri di vicariato)

• I preti sono oberati e rischiano di essere sommersi dalle cose da fare. La

complessità della situazione rischia di creare affanno e talvolta frustrazione.

Appare sempre più evidente che una pastorale imperniata solo

sul prete, anche se carismatico, non regge più. Bisogna puntare sulla

formazione del laicato, combattendo la tentazione del clericalismo, e

sulle unità pastorali o comunque sulla pastorale integrata. Il clericalismo

è di ostacolo alla formazione e valorizzazione dei laici. Al contrario, puntare

sul laicato è vitale per l’evangelizzazione.

• Occorre passare dalla figura del prete carismatico che fa tutto a quella

dell’intera comunità che cresce. Questa crescita insieme del prete con

la sua comunità rende inoltre meno traumatico anche l’eventuale cambio

del prete. Accanto a ciò è indispensabile che il prete si senta parte

integrante di un presbiterio: coralità del presbiterio e sana laicità sono

due elementi importanti perché la pastorale sia sempre più incisiva e

missionaria.

• Appare quindi indispensabile un cambiamento di mentalità: passare

dalla gestione dell’ordinario ad una pastorale missionaria (cfr Il volto

missionario delle parrocchie in un mondo che cambia). La capacità di

annunciare il vangelo è la cartina al tornasole della validità delle nostre

iniziative. In questo senso è necessario che la Chiesa vada dove la gente

vive, perché la gente non viene più alla Chiesa. Dentro ad una relazione

che si crea tra Chiesa e persone è possibile, tra l’altro, anche essere esigenti

nel rispetto della verità: verità e carità vanno di pari passo.

• Occorre però essere onesti in proposito: da decenni ormai la Chiesa

nei suoi documenti parla di necessità della evangelizzazione, ma non

sembrano essere cambiate molte cose. Perché? Qual è il nodo del problema?

Le nostre comunità sono “attrezzate” per l’annuncio del Vangelo?

La fatica che come preti facciamo, e talvolta lo scoraggiamento

che ci prende, sono legati solo agli impegni che aumentano sempre più,

come si è detto sopra, oppure anche al fallimento di tanti tentativi fatti

in un recente passato? (si pensi, ad esempio, all’entusiasmo con cui è

stato salutato il RdC e alla delusione che ne è seguita perché la catechesi

non sta certamente meglio di alcuni decenni fa). Cosa dovrebbe cambiare

per passare da una pastorale di conservazione ad una pastorale

missionaria?

• C’è una pluralità di operatori pastorali nelle nostre comunità: dalle figure

ormai “storiche” dei catechisti e dei ministri della liturgia alle forme

nuove di ministero quali i catechisti battesimali, le coppie guida per i

gruppi famiglie ecc. Inoltre è sempre più rilevante la presenza dei diaconi

e, in modo e forme diverse, quella tradizionale dei religiosi/e. Il

rischio, tuttavia, è che spesso si tratti di persone che avvertono il proprio

ministero (e tali sono avvertiti) come “dare una mano al prete che ormai

non riesce più ad arrivarci”. Si tratta di un grande impoverimento perché

non si ha consapevolezza che ogni ministero è fondato sul Battesimo

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

e non è determinato dalla semplice esigenza e, inoltre, perché non si

riesce ad essere autonomi nell’esercitare il ministero.

• Un rischio è presente anche nella scelta della ministerialità laicale: quello

di favorire i ministeri “ad intra” (istituiti o di fatto per la liturgia e la

catechesi), trascurando i ministeri più tipici del rapporto col mondo. Tuttavia

occorre chiedersi se lo spartiacque non sia sul modo di intendere e

vivere i ministeri: anche un lettore, per fare un esempio, può essere un

ministero ad extra se non si limita alla proclamazione della Parola nella

liturgia ma diventa annunciatore della Parola nella vita.

• La presenza di tanti operatori pastorali formati aiuta anche i presbiteri

a ripensare le modalità del loro ministero (quello della presidenza) e i

diaconi.

• Quale formazione per gli operatori pastorali? Bisogna contrastare la tentazione

di favorire una deriva devozionistica anziché offrire un solido nutrimento

spirituale fatto di ascolto della Parola e di sacramenti. A proposito

della Parola è necessario ripensare i centri di ascolto del Vangelo (nella

grande maggioranza sono falliti o versano in gravi difficoltà) o comunque

trovare modalità nuove: l’ascolto della Parola, infatti, è fondamentale per

tutti.

• Occorre saper modulare la formazione degli operatori pastorali tra il livello

parrocchiale o zonale (il centro Diocesi talvolta rischia di essere

“lontano”) e quello diocesano. In questa linea occorre anche riflettere

sul raccordo tra gli uffici pastorali e le comunità: c’è infatti il pericolo

di uno scollamento che rende inutile la presenza degli uffici stessi e,

d’altro canto, l’evanescenza di un cammino diocesano e l’isolamento

e l’impoverimento della vita delle comunità. Ma non si deve dimenticare

che la Chiesa particolare è teologicamente il soggetto e non semplicemente

la somma di comunità autonome o autoreferenziali: come

favorire questo cammino come Chiesa diocesana che accoglie tutti i

carismi senza mortificare nulla ma che è profondamente unita anche

nella pastorale?

• Da ultimo si deve riflettere sulla ricchezza data dalla presenza dell’ISSR

e, purtroppo, sullo scarso utilizzo di questo strumento. Occorre recuperare

la presenza dell’ISSR dentro la pastorale delle nostre comunità: se

questo non accadesse avremmo da un lato il suo isolamento e la sua

riduzione a ristretto ambito accademico e, dall’altro, l’impoverimento

della riflessione nelle stesse comunità e quindi il procedere a tentoni o

per sentieri interrotti che non portano da nessuna parte.

Conclusione

• Col tema della formazione, solo apparentemente parziale, abbiamo toccato

i punti nodali dell’esperienza della Chiesa e della nostra Chiesa

oggi. Tentando uno status quaestionis circa la formazione nella Chiesa e

degli operatori pastorali siamo stati obbligati ad allargare il campo.

• Già abbiamo lavorato negli incontri di vicariato; ora siamo chiamati a

lavorare in questo appuntamento annuale. Siamo chiamati a ricercare

Attività del Presbiterio


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

insieme delle strade nuove o comunque percorribili, senza avvilirci ma

anche senza illusori irenismi e fuggendo la tentazione di evitare i problemi.

• La nostra Chiesa è viva, ovviamente per la presenza dello Spirito che la

anima, ma anche per la sua storia e per il suo presente. Noi siamo dentro

questa storia e dentro questo presente. Amiamo la nostra Chiesa perché

– come diceva don Milani – è la nostra mamma; questo non ci impedisce

di vederne le rughe, ma insieme ad esse, che comunque dobbiamo

cercare di eliminare, ne vediamo il volto splendente di sposa di Cristo.

Sintesi dei gruppi di studio

don Tarcisio Giungi, Vicario Episcopale

per la Pastorale

Note previe

• Hanno partecipato 82 persone. Clima sereno e costruttivo. Dialogo fecondo.

• È emersa nei sacerdoti la voglia di confrontarsi e di affrontare i nodi problematici.

• Normalmente non è stata seguita la scansione delle domande e, in ogni

caso, alcuni nodi trattati sono trasversali o addirittura non sono collocabili in

una delle domande. Pertanto proverò a riassumere quanto emerso enucleando

alcuni nodi.

Il soggetto Chiesa

Se è vero, come ha ricordato il vescovo, che il problema della formazione

non è anzitutto pastorale ma spirituale occorre riflettere sul soggetto-Chiesa e

sul suo reale cammino. Nella vita di una comunità tutto è formativo: occorre

superare un’idea scolastica di formazione. In tal senso acquista valore anche la

formazione degli operatori pastorali in itinere.

Il vero nodo: come essere veramente comunità cristiana convocata dalla

Parola e riunita intorno all’Eucaristia? Tutta la comunità è chiamata ad essere

missionaria e non solo gli operatori pastorali. La Chiesa è più grande dell’insieme

dei ministeri e delle funzioni. Per quale Chiesa stiamo lavorando?

Parrocchie e movimenti

E’ un tema emerso in alcuni gruppi di studio. Entrambi sono all’interno della

Chiesa particolare, ma hanno modalità diverse per costruire comunità. Si tratta

ovviamente di sottolineature e non di scelte esclusive. E’ stato detto :

• La parrocchia cerca di costruire comunità attraverso il nutrimento della

Parola e dell’Eucaristia

• Il movimento valorizza il proprio carisma e le parole del fondatore o del

leader.

Perché parrocchie e movimenti possano collaborare all’interno della stesa

Incontri e ritiri

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Chiesa diocesana non è sufficiente un richiamo irenico, ma occorre valutare le

rispettive impostazioni di fondo. In ogni caso occorre recuperare la spiritualità

battesimale, alla base dell’essere Chiesa sia delle parrocchie che dei movimenti.

Preti e laici

All’interno del soggetto Chiesa è fondamentale il rapporto preti-laici. Occorre

superare il modello autorità/esecutori per assumere quello della comunione

pur nei ruoli diversi. La comunione, insomma, precede qualsiasi distinzione. Il

rischio del clericalismo è sempre in agguato: noi preti rischiamo di occupare spazi

non nostri e di limitarci a chiedere ai laici di “dare una mano”.

E’ necessario formare laici che lavorino per una Chiesa missionaria.

Accanto a ciò, c’è il compito del discernimento comunitario (si pensi alla

funzione del consiglio pastorale) e della testimonianza dell’intera comunità: non

è il singolo laico o prete che evangelizza, ma la comunità che testimonia una vita

nuova.

Gli operatori pastorali

(Caratteristiche umane, spirituali e specifiche: cfr. relazione di don Tarcisio)

Gli operatori pastorali non possono essere semplici “manovali”, ma anzitutto

testimoni.

La formazione

• La prima formazione è data dalla vita stessa della Chiesa. In questa linea

l’operatore pastorale (ma anche ogni cristiano) deve avere consapevolezza

della fede, capacità di preghiera e stile di vita evangelico. La prima formazione,

insomma, è l’esperienza di fede e non può essere funzionalista.

• Tuttavia la vita della comunità non è sufficiente per la formazione degli

operatori pastorali, ma è necessario un lavoro specifico (cfr. i 4 livelli del

progetto formativo della diocesi).

• Per quanto riguarda il metodo è indispensabile superare l’impostazione

“omiletica” e assumere lo stile di Gesù che va in cerca delle persone. In

questo senso deve esserci maggior coinvolgimento: studiare e attuare

l’idea del “laboratorio”.

• Superare il rischio di formare solo operatori pastorali “ad intra”.

Il rapporto con il centro diocesi

• Serve maggior condivisione e corresponsabilità tra centro diocesi e parrocchie.

Il centro rischia di essere “lontano”. E’ necessario proporre agli

operatori pastorali da parte di noi preti la formazione zonale e diocesana

secondo il principio della sussidiarietà.

• Il centro diocesi può dare un grande aiuto al discernimento. Occorre

maggior dialogo tra le diverse generazioni di preti.

• Sul piano degli strumenti si suggerisce di valorizzare sia per i laici che per

noi preti i momenti intensivi e residenziali per dare maggiore incisività e

creare un clima di comunione.

Attività del Presbiterio


Organismi Pastorali


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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Lettera aperta

sulla situazione delle Officine

Trenitalia di Rimini

Alla c.a. Signor Mauro Moretti

Amministratore Delegato Ferrovie dello Stato

e p. c.

Signor Vasco Errani, Presidente Regione Emilia Romagna

Signor Stefano Vitali, Presidente Provincia di Rimini

Candidati sindaci al Comune di Rimini

Da alcune settimane la Diocesi di Rimini segue con partecipazione l’evolversi

della situazione delle Officine Trenitalia in ordine alla garanzia occupazionale e

al futuro assesto di essa.

La Chiesa di Rimini è sempre stata presente fin dagli anni ’70 nelle Officine,

attraverso il caro don Luigi Tiberti, allora direttore dell’Ufficio Diocesano per la

Pastorale Sociale, che durante il periodo quaresimale visitava e portava la benedizione

pasquale ai vari reparti. In occasione della Pasqua, inoltre, veniva organizzata

la S. Messa con la presenza del Vescovo, tradizione che continua tuttora.

Le Officine sono una realtà storica e significativa per la città di Rimini e per

l’intero comparto ferroviario nazionale essendo state, nei decenni passati, una

delle più grandi in Italia.

Nella nostra realtà cittadina e provinciale ha garantito a centinaia e centinaia di

persone un lavoro degno e sicuro lungo tutti gli anni, e nelle stagioni più recenti

ha offerto occupazione a moltissimi giovani.

Siamo coscienti di vivere in una situazione di crisi economica mondiale che ha

creato forte riduzione dei posti di lavoro in tantissimi settori industriali e una

riorganizzazione degli stessi.

Il Consiglio Pastorale Diocesano nel documento del 2009 ”…E mi sarete testimoni”.

La Chiesa riminese di fronte alle sfide attuali”, affrontando il tema della

crisi ha sottolineato come sia importante che:

“Lavoro, solidarietà e sobrietà, non possono coesistere se non sostenuti da

un agire etico personale e collettivo, ridando forza e significato a termini quali

collaborazione, condivisione e sinergia, e più propriamente fraternità e comunione,

a tutti i livelli istituzionali. Va evitato quel meccanismo di chiusure reciproche,

che accentua solitudini e incomprensioni, e lascia nell’abbandono i più

bisognosi di aiuto”.

Anche le locali Officine hanno visto, nel corso di questi anni, una considerevole

riduzione dei posti di lavoro, 250 solo nell’ultimo decennio, mettendo in discus-

Organismi Pastorali


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

sione il futuro stesso di questa realtà.

La Chiesa tutta di Rimini è vicina ai 280 lavoratori tuttora occupati, e alla loro

preoccupazione nel vedere il loro posto di lavoro senza un preciso futuro.

Si registra inoltre da parte di Trenitalia una mancanza di chiarezza sul futuro

delle Officine locomotori, anzi tutte le scelte dell’azienda sembrano andare verso

una progressiva chiusura dell’intera realtà riminese.

Non è compito della Chiesa proporre soluzioni tecniche, ma vorremmo sottolineare

i seguenti punti perché si possa sbloccare l’attuale situazione di stallo e

di incertezza in cui vivono tutti i lavoratori.

Ci sembra importante che:

1) Tutte le organizzazioni dei lavoratori siano coinvolte dall’azienda Trenitalia

nel discutere insieme un piano industriale che possa prevedere una fase diversa

e nuova di rilancio delle stesse Officine locomotori.

2) Molti lavoratori nei prossimi anni, per raggiunti limiti di età, lasceranno il

posto di lavoro. Desideriamo sottolineare l’importanza di un adeguato turnover

in grado di ridare slancio occupazionale all’azienda riminese.

3) Le istituzioni, provincia e regione, siano protagonisti, in questo tempo di

passaggio, con la loro autorità e competenza nella difesa dei posti di lavoro e

nel rilancio dell’azienda stessa.

4) Nel Comune di Rimini è in atto la campagna elettorale per le elezioni amministrative

2011; invitiamo tutti i candidati sindaci a inserire nel loro programma

politico una particolare attenzione al tema occupazionale in riferimento alla

vertenza Officine.

Auspichiamo che questa lettera possa aiutare le varie coinvolte nella vicenda a

intraprendere la strada della collaborazione e delle sinergie per affrontare insieme

la giusta causa delle persone occupate nelle Officine.

don Antonio Moro

Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale

Rimini, 1 maggio 2011

Festa di san Giuseppe lavoratore

Organismi Pastorali

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Avvenimenti Diocesani


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Convegno Diocesano

sull’Educazione

Sintesi sul lavoro dei laboratori

Rimini, 31 marzo - 1 - 2 aprile 2011

Puntare sugli adulti: sono loro i veri soggetti dell’emergenza educativa.

Ma senza dimenticare il lavoro di rete, perché non si educa da soli. La persona

al centro dell’azione educativa, gli educatori e la loro formazione e le

alleanze educative: ecco gli altri temi forti del Convegno.

Dopo tre giorni di lavori, aperta dall’intervento del card. Carlo Caffarra arcivescovo

di Bologna, il convegno diocesano “Educare alla vita buona del Vangelo”

si è concluso sabato alle ore 12.30, con la catechesi e l’intervento del Vescovo

di Rimini. Mons. Francesco Lambiasi ha iniziato così a compilare l’agenda della

Diocesi di Rimini per il prossimo decennio. E lo ha fatto seguendo le indicazioni

emerse dai lavori del convegno stesso, in particolari dai denominatori comuni

evidenziati nei sei laboratori a cui hanno partecipato 300 dei 500 iscritti totali al

convegno, provenienti da parrocchie, istituti religiosi, associazioni, movimenti ed

aggregazioni laicali.

Di seguito, un “compendio” della sintesi elaborata dal coordinatore del convegno,

don Andrea Turchini.

1. Puntare sugli adulti: i veri soggetti dell’emergenza educativa

Accogliere come priorità l’impegno educativo per le nostre comunità significa

puntare sugli adulti affinché, a tutti i livelli, cominciando dai genitori, andando

alla scuola e passando per la parrocchia, non deroghino alla responsabilità educativa

nei confronti delle nuove generazioni: questa è la dimensione più concreta

dell’emergenza educativa. Gli adulti per primi sono i destinatari di una proposta

educativa evangelica che chiede di entrare con forza in tutte le pieghe dell’umano

superando quel dualismo deleterio che ci spinge a dividere sacro e profano.

Puntare sugli adulti significa elaborare un progetto di formazione serio che

ricuperi la famiglia e il matrimonio come ambito, che metta al centro e difenda

lo stretto rapporto tra fede e vita, facendosi aiutare dalla dottrina sociale della

Chiesa.

In alcuni settori specifici come la scuola, l’università o il mondo della cultura

e della politica, puntare sugli adulti significa richiamare loro che prima delle istituzioni,

ci sono delle persone e che queste persone, specialmente se cristiane consapevoli,

sono chiamate farsi carico delle istanze educative e formative che emergono

dal singolo contesto con competenza, professionalità, e come testimoni.

2. Il lavoro di rete: non si educa da soli

è di primaria importanza un lavoro di rete che valorizzi la conoscenza dell’im-

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

pegno di tutti e aiuti a far fruttare l’esperienza di altri. Nessuno di noi deve pensare

di partire da zero, ne che il lavoro di altri non possa essere utile per il proprio

servizio educativo.

Soprattutto all’interno della comunità cristiana questo lavoro di rete affonda

le sue radici nella grande tradizione di cui siamo eredi e si estende ai nostri contemporanei.

Occorre guardarsi intorno per riconoscere coloro che, insieme a noi,

stanno lavorando per il bene della persona.

3. La figura degli educatori e la loro formazione

Al centro dell’impegno educativo sta la figura dell’educatore, definito da tre

dimensioni chiave:

• la sua capacità di mettersi in gioco in una relazione significativa, con una

disponibilità all’incontro capace di empatia,

• una vocazione riconosciuta o almeno una predisposizione chiara a vivere

il servizio educativo (non tutti possono essere adatti e non basta la generosità),

• la disponibilità a lasciarsi formare secondo percorsi differenziati e adatti al

singolo.

Occorrerà investire ampie risorse in tale formazione e nel riconoscimento di

questa ministerialità che, in alcuni contesti, può diventare anche una professionalità.

4. I passaggi di un processo educativo: la persona al centro dell’attenzione

educativa

L’azione educativa, pur dovendosi avvalere di una certa creatività, altro non

è che la risposta d’amore data di volta in volta all’inerme per rispondere ai suoi

bisogni e farlo progredire nel processo di crescita. Fondamentale per i cristiani è

porre al centro dell’azione educativa la persona così com’è, con le sue fragilità e

le sue domande e fare appunto dell’atto educativo un atto d’amore.

Dall’esserci, dallo stare accanto, si passa all’ascolto. Da questo ascolto nasce

un interessamento, un prendersi cura della persona; a questo punto, ultimo, ma

non ultimo, l’atto educativo arriva al suo culmine con l’annuncio di Gesù. Volendo

coniare uno slogan, potrebbe essere “dall’azione alla relazione”, oppure “una

azione che parte dalla relazione”.

5. Le alleanze educative per affrontare le grandi questioni dell’uomo

Nell’affrontare le grandi sfide che riguardano l’uomo e l’umano, emerge l’esigenza

di stringere alleanze educative con tutti coloro che hanno a cuore il bene

della persona.

Nell’atto educativo la Chiesa non vuole procedere isolata. Ci sono delle questioni

importanti che ci richiamano e contesti di impegno in cui queste alleanze

sono ineludibili e fondamentali: le stesse testimonianze ascoltate nella serata di

giovedì sera ce lo hanno ribadito.

don Andrea Tuchini

Segretario del Convegno

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Istituzione di 86 nuovi Ministri

Una grande folla per una grande festa. Domenica 3 aprile, durante la S.

Messa delle 17.30 in Basilica Cattedrale, il Vescovo di Rimini mons. Francesco

Lambiasi ha istituito 86 nuovi ministri istituiti. Provenienti dalle diverse parrocchie

della Diocesi (e alcuni appartenenti ad alcuni ordini religiosi e movimenti

ecclesiali), i nuovi ministri istituiti in particolare sono: 21 accoliti, 17 lettori, 48

ministri straordinari della Comunione. Tra loro alcune suore e tre seminaristi,

ma sono sopratutto i laici che si sentono interpellati da questa occasione di

prezioso servizio alla comunità.

Tra gli accoliti (tutti uomini), erano presenti un seminarista, due persone

provenienti dalla Diocesi di San Marino-Montefeltro. Le parrocchie più rappresentate

in questo ministero, sono state S. Maria di Spadarolo – Vergiano e Cuore

Immacolato di Maria (Bellariva) con due accoliti a testa.

Tra i 17 nuovi lettori di domenica, due erano seminaristi, 2 provenivano da

S. Maria Ausiliatrice e ben 6 dalla parrocchia di Castelvecchio, Savignano.

Tra i 48 ministri straordinari della Comunione istituiti, 13 sono uomini e 35

donne. In 5 casi si tratta di religiose, 6 persone provengono dalla Diocesi di San

Marino-Montefeltro, mentre le parrocchie più rappresentate sono Sacro Cuore

di Gesù (Miramare) con 6 nuovi ministri (di cui 4 suore), S. Maria di Corpolò e

S. Apollinare e Pio V di Cattolica, con 4 ministri istituiti a testa. Seguono due S.

Michele Arcangelo: la parrocchia di Santarcangelo di Romagna e quella di Morciano,

con 3 ministri straordinari.

Sale così a 900 il numero dei ministri istituiti nella Diocesi di Rimini, di cui

500 donne e 400 uomini. Gli accoliti sono 200, i lettori 100, 600 i ministri straordinari

della Comunione, che possono distribuire il corpo e il sangue di Cristo

durante l’Eucaristia ma anche agli ammalati che non possono fisicamente recarsi

a Messa. Un centinaio di persone hanno ricevuto due ministeri, una decina

di adulti addirittura tutti e tre.

Le parrocchie con più ministri istituiti sono san Michele Arcangelo di Santarcangelo

e Sant'Agostino, a Rimini, un numero che risente anche della dimensione

totale delle due parrocchie. I ministri sono arrivati al momento dell'istituzione

dopo quattro incontri di formazione, alcuni anche frequentando l'Istituto

Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” di Rimini.

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Campo Lavoro Missionario 2011

Grazie a due magnifiche giornate quasi estive e con la Pasqua alle porte,

per la 31a raccolta pro-missioni, svoltasi il 9 e 10 Aprile, il bilancio finale fa registrare

un utile netto di 187 mila euro: ovvero 20 mila euro in più dell'anno scorso,

che pure fu un anno record. Si tratta di un esito straordinario al quale hanno

contribuito l'aumentata quantità di materiali raccolti, l'incremento di vendite

nei mercatini dell'usato, l'accresciuto numero di volontari impegnati e senza dimenticare

le due magnifiche giornate di sole che hanno riscaldato l'edizione di

quest'anno, riversando nei centri di raccolta migliaia di persone. Basti pensare

che complessivamente nei piazzali di Rimini, Riccione, Bellaria, Villa Verucchio

sono state ammassate qualcosa come 261 tonnellate di ferro e metalli vari, 164

tonnellate di indumenti usati, 80 tonnellate di carta, 49 di legno, 26 di vetro

e 125 tonnellate di rifiuti elettrici e elettronici. Una montagna di rottami che,

rivenduti sul mercato del recupero hanno fruttato 94 mila euro. Ai quali vanno

aggiunti gli oltre 70 mila euro dei mercatini dell'usato, i quasi 18 mila euro

provenienti dalla vendita dei biglietti della lotteria, più altri introiti e donazioni.

Tra questi, in particolare il contributo di 8 mila euro assegnato da Hera Rimini

che anche quest'anno ha deciso di sostenere "una iniziativa di solidarietà

- sono parole del direttore Edolo Minarelli - che si inserisce perfettamente nel

quadro di valori che da sempre guidano le politiche aziendali: vicinanza al territorio

e alle migliori iniziative che lo contraddistinguono".

In tutti i centri di raccolta si sono riversate migliaia di persone. Una folla

multicolore e multilingue in mezzo alla quale era davvero difficile farsi largo, e

alla quale si è aggiunto, in particolare a Rimini, l'intasamento delle auto private

giunte al Campo per scaricare materiali, facendo risparmiare viaggi ai camion

ma anche rallentando il lavoro dei volontari. A causa dell'elevatissimo numero

di chiamate in alcuni casi non si è riusciti a procedere al ritiro dei materiali. Dalle

abitazioni ma soprattutto dagli alberghi è arrivato di tutto e di più. Dalla marea

di vecchi televisori a tubo catodico da sostituire perché privi di decoder, alla

montagna di computer usciti dagli scantinati di scuole e Università, a un'infinità

di vecchi mobili che il Campo raccoglieva per la prima volta rivendendoli a 15

euro alla tonnellata come legname da recupero.

Come sempre, in questa specie di suk non sono mancati gli episodi e gli oggetti

curiosi. Dai 237 dollari trovati per caso a Riccione, ben piegati tra le pagine

di un libro; al borsone - sempre raccolto dai fortunati campo lavoratori riccione-

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si - ricolmo di vecchie monete da 10, 20 e 50 lire. Dalle 20 camerette d'albergo

complete messe in vendita al Campo di Bellaria e ritirabili direttamente in

l'hotel, al malandato pianoforte che a Rimini qualcuno ha tentato inutilmente

di suonare e che alla fine è stato svenduto a 100 euro.

I volontari si sono ritrovati poi venerdì 15 aprile, presso la Parrocchia di

Santa Maria al Mare a Viserba per la Messa di ringraziamento del Campo 2011.

E’ seguita l'estrazione dei biglietti della Lotteria.

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La ripartizione dell'utile. Tutti

gli aiuti 2011

Il risultato record del Campo 2011 consentirà di allungare - e di molto - l'elenco

dei beneficiari che passano da 4 a ben 17. Tra le finalità già annunciate,

30 mila euro andranno alla missione di Marilena Pesaresi in Zimbabwe per la

costruzione di nuovi alloggi destinati agli infermieri dell'ospedale di Mutoko.

Altri 30 mila euro sono stati destinati alla realizzazione di un ostello per ragazze

nella missione delle Maestre Pie in Bangladesh; 22 mila euro serviranno

per finanziare la formazione di maestri di sostegno nella missione diocesana

in Albania mentre 16.200 euro andranno al progetto di recupero scolastico

presentato dall'Associazione Papa Giovanni XXIII in Cile, rivolto a bambini provenienti

da situazioni di degrado.

Tra i nuovi aiuti figurano ancora un contributo di 10 mila euro per la realizzazione

di una struttura di recupero di minori ex carcerati nella missione di

Maria Negretto in Camerun; un finanziamento di 9.500 euro per garantire un

servizio di assistenza psicosociale nella missione di Apucarana delle suore di

Sant'Onofrio in Brasile. Altri 4 mila euro sono stati assegnati alla Consulta della

Protezione civile riminese che da anni collabora con la missione delle suore

di Sant'Onofrio in Tanzania; 10 mila euro andranno invece all'Associazione

morcianese "Oasi di speranza" impegnata nella missione di Timon in Brasile e

serviranno per la realizzazione di un orto didattico finalizzato alla formazione

professionale dei giovani del luogo. Ancora 10 mila euro sono stati destinati

all' "operazione cuore" della Caritas di Rimini per coprire le spese di viaggio dei

piccoli cardiopatici seguiti dalla dottoressa Marilena Pesaresi e trasferiti dallo

Zimbabwe per essere operati in Italia. Sempre tra le nuove destinazioni figurano

la missione di San Martin del Porres in Venezuela (10 mila euro a sostegno

del progetto di asili popolari), la missione in Congo di Padre Forcellini (8 mila

euro per opere murarie nella scuola della missione), la missione di Padre Resigno

nelle Filippine (3 mila euro per la ricostruzione di baracche incendiate)

e un aiuto ad una piccola comunità cristiana in Ghana con la quale mantiene

i contatti il sacerdote misanese don Marzio Carlini (3 mila euro per il completamento

della chiesa).

Ulteriori contributi serviranno infine per sostenere altri progetti urgenti a

livello locale. 5 mila euro andranno alla comunità aquilana di San Nicola di

Torninparte (già aiutata l'anno scorso) per proseguire la ricostruzione postteremoto;

4.400 euro saranno utilizzati per sostenere il progetto di "Casa Betania

della parrocchia di San Raffele di Rimini (struttura di accoglienza per

anziani); 2.000 euro per iniziative rivolte a gruppi di immigrati presso la chiesa

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di San Nicolò, mentre 10 mila euro sono stati assegnati alla Missio diocesana

(ex Ufficio missionario) per finanziare progetti formativi rivolti a giovani che

intendono impegnarsi nell'attività missionaria.

La consegna degli utili ai missionari è avvenuta sabato 4 Giugno alle ore

19, nella chiesa di San Martino a Riccione, dopo la celebrazione della messa di

ringraziamento a conclusione del Campo Lavoro 2011.

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Settimana santa e celebrazioni

pasquali

La Settimana Santa 2011 si è aperta Mercoledì santo: i sacerdoti della Diocesi

si sono ritrovati presso il Seminario “don Oreste Benzi” per un ritiro guidato

dal vescovo Francesco Lambiasi.

Alle 15,30 si è svolta in Basilica Cattedrale la Messa del Crisma. È una celebrazione

unica in tutto l’anno liturgico: è presieduta dal Vescovo ed è concelebrata

da tutti i sacerdoti, sia diocesani che religiosi. In essa vengono benedetti

gli olii per la celebrazione dei sacramenti: l’olio dei catecumeni (usato nei riti

preparatori del Battesimo), l’olio degli Infermi (per il sacramento dell’Unzione

dei malati), e il Crisma (usato nel rito del Battesimo, della Cresima, nelle Ordinazioni

presbiterali ed episcopali). Durante la Messa il Vescovo ha rivolto la sua

omelia soprattutto ai sacerdoti, che in tale occasione rinnovano le promesse

della loro ordinazione. I sacerdoti si sono preparati alla celebrazione della Messa

del Crisma con una mattinata di ritiro e di preghiera in Seminario.

Giovedì santo, 21 aprile, alle ore 18 in Basilica Cattedrale si è celebrata la

Messa nella Cena del Signore, memoriale dell’Ultima Cena e dell’istituzione

dell’Eucaristia e del sacerdozio. Il Vescovo compirà il gesto di Gesù ai suoi

apostoli: la lavanda dei piedi a dodici sacerdoti e seminaristi. Dopo la Messa

l’Eucaristia sarà solennemente riposta per l’adorazione.

Venerdì santo, 22 aprile, giorno di contemplazione del mistero della passione

di Gesù durante il quale i fedeli sono invitati al digiuno e all’astinenza

dalle carni.

I Giovani dell’Azione Cattolica di tutta la Diocesi hanno svolto la Via Crucis,

dal titolo “Fino in cima”.

La traccia delle riflessioni ha avuto come filo conduttore la lettura di alcuni

momenti significativi della Passione dal vangelo secondo Matteo.

Il percorso, suddiviso in tre tappe, a cui si aggiungono introduzione e tappa

finale, animate dai giovani e accompagnate dal Vescovo Francesco Lambiasi

e dall'Assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica don Giampaolo

Rocchi, ha previsto la partenza dalla chiesa di San Vicinio a Torriana e l'arrivo

dopo pranzo presso il santuario della Madonna di Saiano, dove si è svolta la

celebrazione della Passione del Signore.

L'invito è stato rivolto a tutti i giovani delle parrocchie e associazioni con

i loro educatori per trascorrere insieme una giornata di riflessione spirituale e

di vita, sottolineata dallo stile sobrio del pranzo a base di solo pane e acqua.

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Alle ore 18 il Vescovo ha presieduto in Basilica Cattedrale la celebrazione

della Passione del Signore. Dopo la lettura solenne della passione dal Vangelo

di S. Giovanni, si è svolta la grande preghiera per le intenzioni della Chiesa

seguita dalla presentazione e l’adorazione della Croce. La celebrazione si è

conclusa con la Comunione eucaristica, con il Pane consacrato nella Messa del

Giovedì santo.

Sabato santo 3 aprile la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore.

Nella Chiesa di S. Bernardino, alle 10, si è cantato l’”Ora della Madre”: una

preghiera in canto, della tradizione cristiana orientale, in cui si rivive la speranza

della Madonna in trepida attesa della risurrezione del Figlio. Parteciperà

anche il Vescovo.

Alle 22,30, in Basilica Cattedrale, il Vescovo ha presieduto la solenne Veglia

Pasquale nella notte santa. Ha aperto la celebrazione il “Lucernario”, con

inizio sul sagrato: benedizione del fuoco, preparazione del cero, ingresso in

Cattedrale, canto dell’Annunzio Pasquale. E’ seguita la liturgia della Parola, con

le letture, il Vangelo e l’Omelia. Il Vescovo ha proceduto alla liturgia battesimale,

conferendo i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana a 23 catecumeni giovani

ed adulti di varie nazionalità; seguita dalla liturgia eucaristica.

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La scuola? C’è bisogno

di un patto educativo

Incontro del Vescovo con i Dirigenti Scolastici

Rimini, 5 maggio 2011

Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Giovedì 5 maggio il Vescovo ha incontrato i Dirigenti scolastici. In una Sala

San Gaudenzo gremita, mons. Lambiasi si è soffermato sul tema dell’educazione,

a partire del documento dei Vescovi italiani, Educare alla vita buona del

Vangelo, che la Diocesi di Rimini ha subito “tradotto” nel grande convegno di

fine aprile-inizio maggio e in una serie di orientamenti per la Chiesa riminese

del prossimo decennio

Sul tema dell’educazione, cosa può dare la scuola? “La scuola ha bisogno

di cambi strutturali significativi ed efficaci. Ma ha bisogno soprattutto di un

rinnovato patto educativo tra insegnanti e studenti. Leggi e regolamenti sono

come lo spartito. La musica la suonano gli interpreti, coloro cioè, che nella

scuola vivono e lavorano quotidianamente”.

È uno dei passi più significativi dell’intervento che il Vescovo di Rimini

Francesco Lambiasi ha tenuto incontrando i dirigenti scolastici della Provincia

(e della Diocesi) di Rimini.

“La scuola – ha proseguito il Vescovo Francesco durante l’incontro, al quale

han partecipato tra gli altri il dirigente scolastico della Provincia di Rimini,

Agostina Melucci – si va sempre più trasformando in un caotico supermarket,

in cui ognuno va cercare singoli «prodotti», secondo i canoni della società consumistica,

e i cui commessi – i docenti – non avrebbero altro compito se non

quello di dare istruzione per l’uso degli strumenti, lasciando la questione del

senso ai «clienti», che sono gli studenti”. Una scuola del genere, ne è convinto

mons. Lambiasi, non sarebbe solo una brutta scuola. Sarebbe fatalmente “una

scuola cattiva, perché costringerebbe gli studenti a soffocare il desiderio di

infinito che ogni «cucciolo» d’uomo e di donna porta dentro”. In ultima analisi,

una scuola del genere costringerebbe “i ragazzi a rimandare l’appuntamento

con sé stessi”.

Per questo è indispensabile una scuola che aiuti a recuperare il confronto

con il “reale”, per smascherare i miti, i luoghi comuni, gli slogan imposti dalla

cultura dominante sull’onda di mode effimere e alla fin fine deludenti. “Ci è

indispensabile una scuola che orienti a riscoprire nel passato e nel presente,

nel mondo e nella vita i semi di verità e di senso presenti in esso.”

“Fatti non foste a viver come bruti” ricorda Dante. E per vivere da umani,

rilancia il Vescovo Francesco, “abbiamo la necessità e, insieme, la possibilità

di conoscere. Questo verbo in francese ha una impressionante parentela con

il verbo nascere. È vero: conoscere è come «venire alla luce» un’altra volta, è

rinascere con un nuovo sguardo sulla vita, sul senso dell’amore, del lavoro e

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del dolore, della ricerca e della scoperta, della comunione e della gioia”. Per

questo, ha concluso il Vescovo di Rimini, “servono degli insegnanti che… servano

a «far nascere» di nuovo i propri alunni, ricollegandoli alla tradizione ed

educandoli a riappropriarsene criticamente e vitalmente”.

Un’altra illuminante metafora per lo studio, utilizzata in modo sapiente da

mons. Lambiasi, è quella del cammino: non siamo dei vagabondi smemorati

che non ricordiamo più da dove sono partiti e dove stiamo andando, come

qualche pubblicità in voga vorrebbe farci credere (“Life is now”). “Abbiamo

bisogno di scoprire la meta che ci attende. Ci occorre qualcuno che ci guidi e

ci aiuti ad andare avanti. E non possiamo fare a meno di compagni – è l’invito

e l’auspicio finale del Vescovo – con cui condividere l’attrattiva dei grandi orizzonti

e la concretezza dei piccoli passi.” Come recita un antico adagio, se corro

da solo vado più forte, ma se cammino insieme ad un altro vado più lontano.

Al termine dell’incontro, alle ore 18,30 presso la Chiesa di Sant’Agostino di

Rimini, il Vescovo Francesco ha presieduto la S. Messa per la Scuola, un appuntamento

ormai tradizionale per la Diocesi di Rimini, al quale hanno partecipato

dirigenti scolastici, docenti, studenti di ogni ordine e grado e il personale non

docente.

L'intervento del Vescovo è riportato integralmente, sopra, alle pagine 46-53)

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Nomina

del nuovo Economo diocesano

Martedì 31 maggio il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha provveduto

a nominare il nuovo Economo diocesano.

Si tratta di don Danilo Manduchi, 58 anni, parroco di S. Martino in Riparotta

e Vicario foraneo del vicariato Litorale nord.

Don Danilo Manduchi (che continuerà a svolgere il suo servizio pastorale

come parroco di S. Martino in Riparotta) prende il posto di mons. Andrea Baiocchi,

81 anni, che ha svolto un prezioso servizio nel Consiglio per 40 anni,

di cui 11 come responsabile dell’Ufficio nuove chiese e collaboratore di don

Alfredo Castiglioni, e 29 anni in qualità di Economo diocesano.

Come Vicario Episcopale per l’Economia, mons. Andrea Baiocchi resterà a

collaborare con l’Ufficio Diocesano per l’Economia.

Vice Economo diocesano è confermato Maurizio Casadei.

Il Vescovo ha anche nominato il nuovo Consiglio per gli affari economici.

Ne fanno parte:

mons. Giuseppe Celli, parroco di Ss. Vito e Modesto (Rimini)

don Giampaolo Bernabini, parroco di Natività di Maria Ss. di Castelvecchio

(Savignano)

don Andrea Turchini, rettore del Seminario diocesano “don Oreste Benzi”

avvocato Pierino Buda

ragioniere Daniele Dell’Omo

architetto Elena De Cecco

I componenti del nuovo Consiglio (che resterà in carica per i prossimi cinque

anni) hanno prestato giuramento nella giornata di lunedì 30 maggio.

Il Vescovo ringrazia i sacerdoti e i laici che hanno prestato la loro opera e

quanti si sono ora impegnati in questo servizio per lo spirito di disponibilità e di

corresponsabilità, e invoca su tutti la benedizione del Signore.

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Triduo in preparazione al

Convegno Eucaristico nazionale

Da martedì 21 a giovedì 23 giugno presso la Chiesa di Sant’Agostino si è svolto

un Triduo di preghiera in preparazione del Congresso Eucaristico Nazionale

(Ancona, 3-11 settembre 2011):

Martedì 21 giugno Adorazione Eucaristica guidata; Mercoledì’ 22 Adorazione

Eucaristica guidata; Giovedì 23 Celebrazione Eucaristica presieduta dal nostro

Vescovo Francesco a cui è seguita la Solenne Processione del Corpus Domini

per le vie cittadine

Il Santo Padre Benedetto XVI, ci ricorda che "i fedeli cristiani hanno bisogno

di una più profonda comprensione delle relazioni fra l'Eucaristia e la vita quotidiana".

Con questa consapevolezza sono stati invitati tutti i parroci del Vicariato Urbano

a sensibilizzare le proprie comunità a partecipare numerosi a questi appuntamenti

quale segno di unità e comunione per stringerci a Cristo Via, Verità e

Vita: "Signore da chi andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana".

L'invito a vivere in comunione di preghiera è stato esteso a tutti i Vicariati affinché

possiamo essere un unico coro. Ogni parroco è stato invitato a sensibilizzare

i fedeli a lui affidati perché chi non potrà partecipare alle Celebrazioni a S.

Agostino, possa sentirsi partecipe di questa comune preghiera.

Questa catena di preghiera che avvenuta in tutta la Diocesi, è stata anche

l'occasione per accogliere l'invito della Congregazione Pro Clericis di stringerci

intorno al Sommo Pontefice, in occasione del sessantesimo anniversario della

sua Ordinazione Sacerdotale avvenuta il 29 giugno 1951. Si offriranno preghiere

per la santificazione del Clero e per ottenere da Dio il dono di nuove e sante

vocazioni.

Avvenimenti Diocesani


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Mons. Giovanni Tani nominato

Arcivescovo di Urbino-Urbania-

Sant’Angelo in Vado

Il Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, oggi venerdì 24 giugno,

alle ore 12, in concomitanza con la Sala Stampa vaticana e il Vicariato di Roma,

ha dato l’annuncio della nomina da parte del Santo Padre, di mons. Giovanni

Tani, sacerdote diocesano, ad Arcivescovo della Diocesi Suffraganea di Urbino-

Urbania-Sant’Angelo in Vado. Sostituisce l’Arcivescovo Francesco Marinelli, per

sopraggiunti limiti di età.

Il Vescovo Lambiasi, a nome di tutta la Diocesi di Rimini, esprime i più felici

rallegramenti a mons. Giovanni Tani per la nomina, confermando stima e fraterna

amicizia e augura intenso, fecondo ministero episcopale.

Mons. Giovanni Tani

Nato l’8 aprile 1947 a Sogliano al Rubicone. secondo di quattro fratelli,

mons. Giovanni Tani ha compiuto gli studi nel Seminario minore di Rimini e

Bologna, e ha frequentato il Seminario Romano Maggiore dal 1967 al 1974.

E’ stato ordinato sacerdote per la Diocesi di Rimini dal Vescovo monsignor

Emilio Biancheri a Sogliano il 29 dicembre 1973.

Dal 1974 al 1985, mons. Tani è stato direttore spirituale del Seminario diocesano

di Rimini. Dal 1985 al 1999 è stato nominato direttore spirituale del

Pontificio seminario romano maggiore, incarico che ha lasciato nel 1999 per

divenire parroco di Nostra Signora di Lourdes a Tor Marancia, in provincia di

Roma, ruolo che ha ricoperto fino al 2003.

Nel 2003 Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato rettore del Seminario

romano maggiore, nomina resa nota dal cardinale vicario Camillo Ruini in occasione

della festa della Madonna della Fiducia, protettrice del Seminario romano.

Ha conseguito la Licenza di Diritto canonico presso la Pontificia Università

Lateranense e il dottorato in Teologia spirituale presso l’Università Gregoriana.

E’ anche Canonico onorario della Cattedrale di Rimini.

Avvenimenti diocesani

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

Una campana,

il prete, la sua gente

In memoria di don Antonio Bartolini

Costanza,paternità sacerdotale e saggezza nella guida spirituale

Don Antonio Bartolini, morto a 90 anni, per 51 anni sacerdote a Vignola.

Un uomo, un soglianese, che si è identificato con la sua terra e il suo popolo

Dopo 90 anni e due giorni di vita e 57 anni di sacerdozio, don Antonio Bartolini,

o don Tonino, come qui tutti affettuosamente e rispettosamente lo chiamavano,

ha risposto all’ultima vocazione: la chiamata alla vita eter¬na. I cristiani

delle catacombe chiamavano il giorno della morte il “dies natalis”, giorno della

nascita alla vita che non finisce. Era nato l’8 giugno 1921 a Perticara, penultimo

di 13 figli, da babbo Anacleto, minatore nella locale miniera di zolfo, e da Santa

Mancini. Ordinato prete il 25 marzo 1944 nella cappella del seminario di Pennabilli

dal Vescovo Vittorio De Zanche, fu l’unico della sua classe a raggiungere

il sacerdozio. Il suo primo incarico pastorale fu quello di cappellano a Talamello,

sotto la guida di un santo sacerdote, don Filippo Baldassini, e all’ombra del meraviglioso

Crocefisso, attribuito a Giotto, la cui festa è celebrata il lunedì di Pentecoste.

Le prime esperienze pastorali, con le loro gioie e le loro pene, avranno

certamente ispirato molti momenti di intimità, di preghiera e di dialogo di don

Tonino con il Crocefisso.

Come la prima, anche la seconda esperienza pastorale di don Tonino a Montegrimano

fu breve, per alcuni problemi di salute. Si ritirò per un tempo presso lo

zio don Salvatore, parroco di Strigara. A Natale del 1947 divenne coadiutore con

diritto di successione del parroco di Vignola don Giuseppe Sartori, alla morte del

quale giuridicamente succedette nel 1949.

Il 1° luglio 1998 don Tonino presentò al Vescovo di Rimini le dimissioni da

parroco di Vignola, avendo già oltrepassato il compimento del 75esimo anno.

Una settimana dopo mons. Mariano De Nicolò rispose accettando le dimissioni

presentate.

Per 51 anni don Tonino esercitò il ministero sacerdotale a Vignola, dove

fu parroco per 49 anni. Il suo stile fu calmo, sereno, pacifico; la sua nota

do¬minante fu la costanza, la paternità sacerdotale e la saggezza della guida

spi¬rituale. Quando dissi ai miei che volevo entrare nel seminario, mia madre

mi disse “se vuoi essere prete e un buon prete, guarda don Tonino”, da cui usava

confessarsi. Don Tonino fu all’origine della nuova parrocchia e chiesa parrocchiale

di San Paolo di Ponte Uso, la cui prima pietra venne benedetta da mons.

Antonio Bergamaschi il 6 luglio 1958. Sotto l’altare una pergamena, dettata in

latino da mons. Rubertini, in italiano dice “nell’anno del Signore 1958, durante

Avvenimenti Diocesani


Bollettino Diocesano 2011 - n.2

l’anno centenario dell’Apparizione della Beata Vergine Immacolata nella Grotta d

Lourdes, in giorno di domenica 6 luglio, alla presenza dei sacerdoti don Antonio

Bartolini parroco di S. Maria in Vignola, don Domenico Palpacelli parroco di S.

Maria di Pietra dell’Uso e di don Fernando Ferrini parroco di S Apollinare di Ginestreto

Sua Eccellenza Mons. Antonio Bergamaschi, Vescovo di Montefeltro, tra

la le tizia del popolo plaudente, compì la rituale bene dizione della prima pietra

della nuova chiesa parrocchiale”. Terminata la costruzione materiale della chiesa,

don Bartolini per diversi anni si dedicò alla costruzione della comunità parrocchiale

di San Pietro Apostolo di Ponte Uso. In quella chiesa non ancora ultimata,

fui ordinato sacerdote il 14 marzo 1964, assistito da don Antonio Bartolini e da

don Alfonso Clementi.

Per circa due anni don Tonino ha compiuto il servizio pastorale anche presso

l’Abbazia di Montetiffi di cui si innamorò e della quale nel 1967 scrisse la storia.

La chiesetta di San Donato, nella parrocchia di Vignola, fu teatro di una celebre

battaglia di cui parlano le memorie della II Guerra Mondiale. Don Tonino

molto fece perché scomparissero dai muri i segni della violenza e dell’odio e la

chiesetta rifatta tornasse a essere sul colle del vasto orizzonte un invito alla fede,

all’amore, alla speranza.

Un servizio lungo, silenzioso e prezioso è stato quello che egli ha prestato

con puntuale regolarità alle Suore Agostiniane di Sogliano come cappellano e

confessore.

Il 9 novembre 1985, mentre ricevevo l’ordinazione episcopale dal Card. Jozef

Tomko nel Duomo di Rimini, avevo la gioia di essere nuovamente accompagnato

da don Antonio Bartolini e da don Alfonso Clementi.

Come segno di amore per queste terre, queste chiese e questa gente, egli ha

lasciato diverse pubblicazioni storiche, diventate

un punto di riferimento obbligatorio per chi voglia conoscere meglio i nostri

posti.

Nel 1998 il comitato parrocchiale di Vignola pub¬blicò un volumetto dal

titolo: “Terra di Vignola: una campana, il prete, la sua gente”, per onorare e ringraziare

don Bartolini

al termine del suo lungo ministero.

Lo stesso anno 1998 egli si ritirò presso la Casa del Clero in Rimini fino all’8

marzo 2011, quando fu trasferito al Maccolini, dove è deceduto il 10 giugno.

L’uomo di cultura

Isieme agli impegni pastorali, don Tonino ha curato lo studio, conseguendo

prima la Licenza in Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense in Roma

(1966) e poi il Dottorato presso la Fa¬coltà di Lettere e Filosofia dell’Università di

Urbino (1970). Saltuariamente ha in¬segnato come supplente per brevi periodi

nelle scuole medie.

Leggendo libri di storia locale e documentazione di archivio, egli si è appassionato

alle memorie dei propri luoghi e di quelli dove è stato chiamato ad

esercitare il ministero sacerdotale; le sue pub-blicazioni sono diventate un punto

di riferimento obbligatorio per chi voglia conoscere il passato della nostra zona.

Don Tonino è autore degli studi seguenti:

Necrologi

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Bollettino Diocesano 2011 - n.2

La rocca di Strigara e i Malatesta di Sogliano, Sogliano al Rubicone 1969;

Il Capobandito Ramberto Malatesta, feu¬datario nel Montefeltro di Tornano

e Serra, Sogliano al Rubicone, 1964;

Montetiffi e la sua Abbazia, Memorie Sto¬riche, Cesena 1967

L’Abbazia benedettina di Montetiffi nel Montefeltro: dalle origini alla metà

del ’400, Urbino, 1970. Tesi di laurea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia

dell’Università degli Studi di Urbino. Relatore: prof. Lino Marini.

Perticara nel Montefeltro: un monte, una miniera, un paese, Rimini, 1974;

I Vescovi del Montefeltro: cronotassi (826- 1976), Urbania, 1976;

Sogliano al Rubicone: tra cronaca e storia, S. Maria di Vignola, Sogliano al

Rubicone, 1980.

Don Tonino inoltre è autore delle voci “S. Leo” e “S. Marino” nella voluminosa

pubblicazione Bibliotheca Sanctorum, Roma 1962-1969, e dell’articolo “La

chiesa delle Agostiniane di Sogliano al Rubicone”, edito a cura delle medesime

nel 1975.

Avvenimenti Diocesani

+ mons. Pietro Sambi

Arcivescovo - Nunzio Apostolico in USA


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Filiale di Forlì

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Con approvazione ecclesiastica

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