Sussidio per i Ritiri dei Presbiteri - Arcidiocesi di Messina

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Sussidio per i Ritiri dei Presbiteri - Arcidiocesi di Messina

Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela

Chiamati sul monte

per stare con Lui,

ricevere da lui il mistero del Regno

e diventare annunciatori credibili

ITINERARIO DEI DODICI

SECONDO L’EVANGELISTA MARCO

IDENTITÀ E MISSIONE

Sussidio per i ritiri spirituali del Clero

Anno pastorale 2011 - 2012


Santa Maria Odigitria

Per gli Apostoli di oggi, chiamati, come allora, da Gesù sul monte per

stare con Lui, ricevere da Lui il mistero del Regno e diventarne annunciatori

credibili è chiaro quanto sia emergente la presenza e l’azione

della Beata Vergine Maria. Per chi ogni giorno è invitato a rinnovare il

dono di sé e la risposta già vissuti da Maria, Ella rappresenta l’Odigitria,

Colei che indica la strada di un sì totale di obbedienza e di fecondità,

Colei che «implora con le sue preghiere il dono dello Spirito, che

l’aveva già adombrata nell’Annunciazione» (Lumen Gentium, 59).

Questo titolo mariano, onorato nella Comunità parrocchiale di Zafferia,

sembra compendiare gli altri numerosi titoli con cui, in riferimento

all’ascesa verso il monte del Signore, è venerata la Madre di Dio nella

nostra Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela. Santa Maria

Odigitria è anche la Patrona della Sicilia.


Carissimi Presbiteri e Diaconi,

Prefazione

nel consegnarvi il “Sussidio per i Ritiri spirituali del Clero” per

l’Anno pastorale 2011-2012, desidero anzitutto porgervi il mio fraterno

saluto e l’augurio di un Nuovo Anno pastorale, reso sempre più fecondo

dalla Parola di Dio, accolta nel nostro cuore, annunziata fedelmente al

Popolo di Dio e testimoniata con la coerenza della nostra vita.

Nasce spontaneo dal mio cuore di Vescovo e Padre un grazie sincero

e riconoscente per lo zelo che quotidianamente illumina il vostro impegno

pastorale. Credo che ognuno di noi, non diversamente dall’apostolo

Paolo, possa dire: «L’amore del Cristo, infatti, ci possiede...» (2Cor

5,14).

Desidero pure ringraziare, anche a nome vostro, la “Commissione

per la Formazione permanente del Clero” per il prezioso “Sussidio”,

preparato con cura, e per la generosa collaborazione, che offre al mio

ministero.

Il nostro impegno pastorale, tenendo conto delle istanze educative

della CEI, prosegue l’approfondimento della Parola di Dio: «Verso la

tua Parola guida il mio cuore». Con il salmo 80: «Tu Pastore d’Israele

ascolta», vogliamo sottolineare lo stile con cui lavora e si impegna colui

che pone la sua speranza anzitutto in Dio.

Per “Educare alla vita buona del Vangelo”, dobbiamo metterci alla

scuola di Gesù, che c’invita sul monte, giacché la chiamata è vocazione

che si percepisce ascoltando la parola del Signore. La fiducia nella parola

del Maestro, poi, trasfigura l’identità del discepolo, che impara un

nuovo modo di vivere.

Saliamo sul monte per imparare da lui - Via, Verità e Vita - coscienti

che i discepoli possono portare frutto unicamente per l’esperienza e la

conoscenza che avranno fatto di lui.

Saliamo sul monte perché diventi sempre più profonda l’amicizia

con lui e si rinsaldi tra di noi la Comunione, veramente indispensabile

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perché il nostro ministero sia credibile.

Saliamo sul monte per imparare lo stile di Gesù, improntato alla gratuità,

all’accoglienza, al servizio, al rispetto e alla discrezione.

Carissimi, non lasciamoci scoraggiare dalle difficoltà e non desistiamo

dall’impegno che, a volte, sembra non dare i frutti sperati. Il seme

frutta, indipendentemente dallo sforzo umano, nei tempi voluti da Dio.

Presumere che tutto debba essere risolto dalle nostre forze o che tutto

dipenda da noi, significa ignorare che la nostra vita e il nostro operare

sono sorretti dall’amore potente di Dio. La capacità di non mollare nelle

difficoltà, inoltre, ci permette di educarci ed educare alla speranza cristiana,

che è certezza dell’amore di Dio.

Affidiamoci a Maria, Madre della speranza, che anche a noi, come

fece un tempo a Cana, indicando Gesù dice: «Qualsiasi cosa vi dica,

fatela».

Rinnovando il mio grazie e il mio apprezzamento, paternamente vi

saluto e benedico.

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† Calogero La Piana

Arcivescovo


Carissimi confratelli,

Presentazione

la nostra Chiesa che è in Messina Lipari S. Lucia del Mela, ancora una

volta, pone la sua attenzione sulla Parola di Dio, lasciandosi guidare, in questo

Nuovo Anno pastorale, dal salmo 80: «Tu Pastore d’Israele ascolta».

Con questo salmo il Presbiterio, in vera comunione con il Vescovo,

è chiamato a manifestare la sua piena fiducia in Dio, imparare il suo

modo di ascoltare e di agire, per poterlo poi assumere come suo stile

pastorale nei rapporti con la comunità ecclesiale.

Sappiamo bene che l’impegno educativo, assunto dalla Chiesa di

Dio che è in Italia, esige un Presbiterio sempre più consapevole che, per

essere vero educatore del popolo di Dio, deve lasciarsi educare dall’unico

Maestro, il Cristo.

I ritiri spirituali, pertanto, diventano un invito a salire sul monte,

dove il Signore Gesù mostrerà a ciascuno di noi quale sia il cammino

della sequela.

Saliamo sul monte perché solo nell’ascolto e nel silenzio possiamo

cogliere i segni di Dio, riappropriarci della fiducia in noi stessi e negli

altri e valutare le forze da mettere a servizio di Dio e della comunità

ecclesiale.

Il presente “Sussidio” ci offre degli spunti da poter utilizzare sia

personalmente sia comunitariamente. Alcuni sono di carattere generale:

Il monte luogo della rivelazione, Discepoli e comunità sul monte, gli

elementi tipici della figura del presbitero in Italia, alcuni brani de “La

Regola pastorale” di Gregorio Magno; altri sono offerti come guida dei

ritiri spirituali mensili, così strutturati:

- La Parola e l’ascolto che educa: vengono proposte delle chiavi di

lettura di un brano del Vangelo di Marco e di un testo dell’AT. Per facilitare

la lettura sono riportati per esteso i brani biblici.

- Nella vita e per la vita: provocati dalla parola, siamo invitati a

rappresentare il Pastore e ad animare, come servi inutili, la comunità

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che il Signore si è acquistata con il suo sangue; una comunità capace

di offrire a tutti spazi, tempi, risorse per crescere in Cristo e rendergli

testimonianza.

- La preghiera: dinanzi all’Eucaristia, il nostro dialogo si fa più intenso

e l’invito di Gesù: «Vieni e seguimi» diventa il segreto della nostra

vita, la direzione del nostro avvenire e la forza del nostro operare.

- Il presbitero e Maria: c’è un peculiare rapporto di maternità esistente

tra Maria e i presbiteri. Anch’essi, come Lei, sono impegnati nella

missione di proclamare, testimoniare e dare Cristo al mondo.

Sui nostri monti troviamo frequentemente santuari dedicati a Maria.

Ci viene spontaneo pensare che Lei stia lì ad indicarci il suo Figlio

Gesù, unico Maestro e Signore della nostra vita. È per questo motivo

che abbiamo scelto dei monti della nostra Diocesi, ove sorgono santuari

mariani perché Lei, che è la prima discepola di Cristo, diventi modello

della nostra sequela.

A tutti l’augurio che possiamo fare nostre le affermazioni di

Benedetto XVI: «Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione

con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro,

rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio».

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La “Commissione per la Formazione permanente del Clero”


Il MONTE LUOGO DELLA RI-VELAZIONE

realtà - simbolo – chiamata

1. Il monte sito geografico nel sentimento religioso dei popoli.

2. El Saddaj - Il Dio dei monti.

3. I monti più significativi del Primo Testamento.

4. I monti nella vicenda terrena di Gesù di Nazareth.

5. Il significato del monte nel Vangelo di Marco.

6. Il monte: luogo del cuore, luogo interiore, luogo di vocazione e missione.

1. Il monte sito geografico nel sentimento religioso dei popoli

Nel comune sentimento religioso, colline e monti, per il loro innalzarsi

verso le nubi quasi a diventare punto di congiunzione tra la terra

e il cielo, sembrano essere i luoghi più vicini alla divinità. Considerati

dimora adeguata del Dio invisibile, la cui maestà resta celata dalla nube

del mistero, spesso ne hanno condiviso il nome. La divinità sumera Elil,

ad esempio, è detta “Grande monte”, il dio egizio Atum, il creatore, è

chiamato “Colle”.

Il simbolismo della montagna è presente nelle religioni con una duplice

valenza: rispetto all’altezza e come centro di convergenza e di

riferimento anche a distanza. In quanto alta, verticale, elevata, vicina

al cielo, l’altura richiama l’ascesi e la trascendenza. In quanto luogo di

ierofanie atmosferiche e di teofanie è considerata centro della rivelazione

divina, punto di orientamento, luogo d’incontro. Nel tempo le alture

sacre si trasformano in luoghi sacrificali e offrono ai popoli il modello

sia per la costruzione di un tempio, come nel caso delle ziqqurat babilonesi,

sia per la scelta del luogo di culto, come avviene per l’acropoli

greca. Le cime dei monti continuano ad essere il luogo ideale in cui collocare

l’abitazione di Dio, lo spazio in cui costruire la tenda (shekkinah)

per accogliere la Bellezza di Dio e abitare la sua pace.

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2. El Saddaj - Il Dio dei monti

Su dei pastori nomadi come il popolo dei patriarchi biblici, le alture

avvolte spesso da nubi, circondate di mistero, faticose da salire, dovevano

esercitare certamente un grande fascino. El Saddaj è il più antico

nome di Dio che la Bibbia conosca. L’espressione ebraica è composta da

El (Signore, Dio) e Saddaj (termine che deriva da sadù, montagna) letteralmente

significa dunque Dio dei monti (1Re 20,23.28). I LXX traducono

con Pantocrator (Signore, dominatore di tutto o Dio dell’universo).

La versione latina di san Girolamo, rende l’espressione con il termine

Onnipotens, usato anche come nome proprio di Dio. Il Dio dei monti è il

Tutto Potente, niente e nessuno può resistere alla sua volontà e alla sua parola

che crea dal nulla. Il suo progetto può cambiare le sorti della storia e

della vita di un uomo e di un popolo. El Saddaj abita le alte vette. La sua

prospettiva si apre dunque dall’alto verso il basso, egli agisce secondo una

logica diversa e talvolta inversa a quella dell’uomo. L’intera storia della

salvezza sembra snodarsi da un monte ad un altro, gli appuntamenti decisivi

della storia (kairos) che Dio tesse con gli uomini si svolgono infatti

sulle alture. Dio chiama sul monte. Apre davanti al chiamato orizzonti impensati.

Gli fa sperimentare qualcosa della misura alta della vita perché,

scendendo dal monte, abbia il coraggio di cercarla nel quotidiano.

3. I monti più significativi del Primo Testamento

Il Primo Testamento considera il monte una creatura come le altre,

ma tuttavia conserva, purificandole, alcune credenze antiche che lo

prediligono quale luogo della presenza e dell’incontro con Dio. Nella

tradizione biblica diversi monti hanno valore sacro, rappresentano una

ierofania, sono sede di una rivelazione o di un annuncio escatologico.

Il primo monte di cui parla la Bibbia è il monte Ararat (nella regione

montuosa dell’Armenia). Nel settimo mese, il diciassette del mese,

l’arca si posò sui monti dell`Ararat (Gn 8,4). Da questo monte ricomincia

la vita sulla terra dopo il diluvio, riprende la storia dell’uomo, si

inaugura un’alleanza ecumenica tra Dio e tutta l’umanità, inizia la storia

che vede come protagonisti la fedeltà del Dio della montagna e gli

uomini chiamati a compiere un cammino di fede, spesso tanto o ancor

più esigente di quanto sia il salire su di un alto monte..

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Abramo è l’uomo chiamato ad incamminarsi nella fede totale. Egli

si mette in viaggio verso una terra che solo Dio conosce e quando vi

giunge spontaneamente si dirige verso la montagna: Abram costruì in

quel posto un altare al Signore che gli era apparso. Di là passò sulle

montagne a oriente di Betel e piantò la tenda. (Gn 12,1ss). Su di un altro

monte, il Moria - Sul monte il Signore provvede - la prova estrema

della fede attende Abramo. Su quel monte egli è chiamato a sacrificare

l’unico figlio, il sorriso della sua vita, il suo futuro, la sua speranza, il

senso della sua stessa vita, affidata ad un Dio tanto misterioso che sembra

smentire d’un tratto tutte le promesse (Gn 22,1-3. 14). Sul Moria

Abramo è chiamato a rinunciare a tutto, anche all’immagine che si è

fatto di Dio, per aderire ad una più duratura e forte alleanza.

Anche la vicenda di Mosè ha come sfondo essenziale una montagna,

l’Horeb (Sinai), la cui localizzazione ancora incerta, nulla toglie al significato

essenziale che ha per il popolo ebraico e cristiano. Nel roveto ardente

dell’Horeb Dio chiama Mosé, il quale sta a piedi nudi davanti a Colui che

gli si rivela. Il Dio dei Padri lo manda a liberare il popolo di cui ha ascoltato

il grido (Es. 3,1-5). percorrendo l’itinerario della liberazione, Mosè

guida Israele verso quello stesso monte, perché uscito dalla schiavitù riceva

il dono della Legge e impari ad essere libero per servire Dio (Es 19,16-

20). Mosè, mediatore tra il popolo e Dio, deve più volte salire sull’Horeb

e quando scende dalla vetta il suo volto è sempre luminoso, perché egli è

stato alla Presenza del Liberatore. Il viaggio di Mosé, servo del Signore,

termina su di un altro monte (secondo la tradizione il Nebo, nel paese di

Moab). Da quel punto alto può vedere la bellezza della terra della promessa

(Dt 34,1-5). Può constatare che la fatica del cammino è terminata. Può prepararsi

a contemplare finalmente senza veli lo splendore del Volto di Dio.

Su di un altro monte, il Carmelo, il profeta Elia, irruente, zelante tanto

da divenire violento, passa all’atto inaudito di far sgozzare i profeti di Baal.

Quando perseguitato e scoraggiato vorrebbe attendere la morte all’ombra

di un ginepro, un angelo del Signore lo sveglia e lo invita a mangiare perché

non è ancora tempo di morire, ma è tempo di mettersi in cammino verso la

sacra montagna, l’Horeb. Sul quel monte il profeta Elia ha la rivelazione

intima e delicata di Dio, che gli si manifesta non più nella forza della natura,

ma nel mormorio di un vento leggero o, come dice letteralmente il testo

ebraico, nell’impercettibile suono di un ineffabile silenzio.(1Re 19, 8-13)

A partire dal VII sec. a.C. il monte di Sion diventa l’unico luogo di

culto legittimo. La vicenda di Davide e dei suoi successori si delinea

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sullo sfondo di questo monte, luogo che Dio ha fondato e si è scelto. Su

di esso sorgerà l’unico Tempio, luogo del raduno escatologico di tutti i

popoli convocati a salvezza (Is 25,6-8).

Nel messaggio profetico, in particolare di Zaccaria e Michea, la duplice

elezione divina di un monte come luogo speciale dell’incontro

cultuale e del popolo d’Israele, assume il carattere di una festa nuziale

motivata dall’amore fedele di Dio.

Durante l’esilio babilonese, le cetre rimangono appese ai salici della

terra straniera, (Sal136) mentre il ricordo del monte Sion continua a

nutrire i sogni e le speranze d’Israele. Dopo l’esilio, sul monte Sion si

procede alla ricostruzione del Tempio. Molti altri luoghi sacri sui monti

cadono allora in disuso e sono composti o rielaborati testi per sostenere

la centralizzazione del culto in Gerusalemme, soprattutto in opposizione

alla scelta dei samaritani di adorare Dio sul monte Garizim.

Con Cristo, il monte Sion cesserà di essere il centro del mondo (Ez

38,12) in nome del Dio Trinità d’Amore che non vuole essere adorato

su questo o quel monte ma in spirito e verità (Gv 4,20-24).

4. I monti nella vicenda terrena di Gesù di Nazareth

L’itinerario della vita terrena di Gesù percorre le piste dell’abbassamento,

della kenosi: il Figlio di Dio abbandona le vette della divinità

e si fa servo per amore (Fil 2,5-8). Gesù non fissa il suo messaggio in

rapporto ad un luogo alto o basso che sia, ma alla sua stessa persona.

L’intera sua vicenda terrena tuttavia si sviluppa attraverso momenti alti,

collocati sui monti della terra da lui resa santa.

Subito dopo l’annunciazione dell’angelo, Maria si mette in viaggio verso

i monti delle Giudea per visitare la cugina Elisabetta (Lc 1,39). Betlemme,

circondata dalle alture della Giudea abitate dai pastori, fa da sfondo alla nascita

di Gesù. Nazareth, la città posta su di un’altura (Lc 4,28) vede la vita

silenziosa e nascosta della santa famiglia. Prima d’iniziare la vita pubblica

Gesù è tentato su di un alto monte del deserto (Mt 4,8). Su di un altro monte

Gesù istituisce i dodici (Mc 3,13-19) e sul monte si ritira da solo a pregare

(Mc 6,45-46). Dalla cima di un monte egli proclama le beatitudini, la nuova

legge del regno di Dio (Mt 5, 1ss) ed è sul monte Tabor che, trasfigurandosi,

anticipa e promette la risurrezione. Dal monte degli ulivi, Gesù di

Nazareth inizia il cammino della sua pasqua che approderà sul Golgota (Lc

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19, 28ss). Su quella cima il Figlio di Dio e Maestro dell’uomo insegnerà

ai fratelli l’abbandono totale nelle mani del Padre. Gesù Cristo risorge da

un sepolcro nuovo scavato nella roccia e dà appuntamento ai suoi su di un

monte della Galilea. Da quel luogo s’irradierà la loro missione universale

(Mt 28,16-20) e avverrà l’ascensione al cielo del Risorto.

5. Il significato del monte nel Vangelo di Marco

I monti sono diversamente considerati dai sinottici, che però concordano

nell’indicarne alcuni: il monte della trasfigurazione, il monte degli

ulivi, il Golgota; i tre evangelisti convengono inoltre nell’affermare che

Gesù amava ritirarsi sul monte per pregare e per sottrarsi alla pubblicità

rumorosa che gli attiravano i miracoli.

Per Matteo i monti di Galilea – senza nome specifico - sono il luogo

privilegiato della manifestazione del Salvatore. Il racconto del primo

vangelo si apre, infatti, e si chiude tra due monti: il monte delle tentazioni

e il monte dell’ascensione, su cui Cristo conferisce il mandato agli

apostoli. Il cuore del messaggio di Matteo si colloca sul monte delle

beatitudini, dove inizia la rivelazione della logica di Dio, che si muove

entro le coordinate della semplicità e della piccolezza.

Per Luca la salita a Gerusalemme (Sion) non è solo pellegrinaggio,

ma rappresenta la via della gloria attraverso la croce. Il monte santo di

Dio è il centro da cui esplode il messaggio cristiano aperto sul mondo.

Nel racconto di Marco, la vita terrena di Gesù è scandita dalla presenza

dei monti, quasi fossero pietre miliari che, mentre indicano il percorso del

Figlio di Dio, mostrano al credente quale sia il cammino della sequela.

Mc 3,3-15: sul monte Gesù convoca i discepoli, perché attraverso la

comunione di vita con lui, nuovo Mosé, guida e Maestro, entrino progressivamente

nel segreto messianico.

Mc 9,2-8: sul monte Tabor (vertice e cerniera del vangelo di Marco)

la trasfigurazione anticipa la gloria del Cristo che misteriosamente penetra

l’intero tessuto della storia. Ma il monte è solo una tappa del cammino,

l’uomo non può abitare le cime dei monti, neppure sul Tabor è

lecito piantar le tende. Dopo essere saliti si deve scendere nella pianura

del quotidiano e abitarlo.

Mc 15,21-22: sul Calvario è eretta la croce e su di essa si conclude la

misteriosa kenosi del Figlio dell’Uomo iniziata con l’incarnazione.

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Il popolo di Dio, fatto voce dell’umanità, aveva custodito attraverso

i secoli una segreta speranza: “Se Tu scendessi o Dio…”. Nella pienezza

dei tempi il Dio dei monti risponde e in Gesù sceglie di abitare in

basso, di rivestire la fragilità umana e farsi l’Emanu-el, Dio-con-noi.

6: Il monte: luogo del cuore, luogo interiore,

luogo di vocazione e missione

Gli uomini passano, i monti rimangono, simbolo della potenza che

dà riparo e rifugio sicuro, della grandezza e della giustizia.

I monti continuano ad evocare la grandezza, l’altezza, il fascino del

mistero e la trascendenza di Dio. Se al positivo la montagna esprime

l’idea della solidità, della grandezza e purezza, al negativo denuncia le

pretese dell’uomo. Dinanzi alla montagna l’uomo ridimensiona le sue

ambizioni, riconosce la verità di se stesso, la sua realtà creaturale e,

nello stesso tempo, si sente accolto da una forza capace di custodirlo e

spingerlo a conseguire mete ulteriori.

Come i monti la Parola di Dio non passa. Come i monti la fede diventa

solida base per la vita e le scelte che la determinano. Come una roccia chi

crede non vacilla, poiché l’edificio della sua esistenza poggia sul fondamento

della fedeltà di Dio. Per la loro fede i credenti potrebbero spostare

le stesse montagne, fare qualcosa d’impossibile alle sole forze umane.

L’esperienza dice che dall’alto di un monte cambia la prospettiva e la

proporzione tra le cose, si distingue meglio il necessario. Salire in alto esige

coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio per cogliere i segni,

solidarietà e fiducia in se stessi e negli altri, serena valutazione delle forze

da mettere a disposizione dell’impresa. Salire in alto richiede e stimola la

prudenza: per sfidare i pericoli e tenere il passo è necessario chiedere aiuto,

soprattutto quello di una guida esperta. Salire il monte invita ad una duplice

contemplazione: quella del percorso compiuto e rivisto nel suo insieme,

quella dell’al di là che resta da percorrere. Chi sale verso l’alto deve sapersi

concedere delle soste per riprendere fiato, per ripercorrere con lo sguardo il

cammino compiuto, per verificare l’orientamento e rinnovare la decisione

di salire ancora. Il riferimento spirituale ai monti è dunque invito ad allargare

l’orizzonte dell’esperienza e della missione personale: sui sentieri indicati

e percorsi da Cristo Maestro siamo sempre in cammino per raggiungere

la misura alta della chiamata/risposta.

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Discepoli e Comunità sul monte di Marco 1

Il ruolo e le condizioni o caratteristiche dei discepoli si prolungano

nella vita di tutti credenti, anche se questi non seguono più Gesù sulle

strade della Palestina. Marco non distingue sempre, nelle istruzioni di

Gesù ai discepoli, ciò che riguarda i discepoli storici e ciò che riguarda

ora la sua comunità. Ma le sue insistenze e sottolineature ci fanno

intuire i problemi che si agitano nella sua chiesa e, di riflesso, anche le

risposte e il messaggio che l’evangelista intende comunicare.

Il modello del discepolo che rischia la vita per la fedeltà a Gesù e

al vangelo, 8,34-37, che rischia di essere condotto davanti al tribunale

per confessare pubblicamente la sua fede, 8,38; 13,1-13, denuncia la situazione

di una comunità esposta alla persecuzione, la paura e lo sconcerto

davanti alla prospettiva di sofferenza, persecuzione o morte non

deve far dimenticare che questa è la condizione del discepolo credente

al seguito di Gesù, il quale affronta con fedeltà e decisione la sua morte

violenta.

Anche la caratterizzazione del compito dei discepoli sul modello di

Gesù, come inviati ad annunciare, fa emergere la preoccupazione missionaria

di una chiesa di frontiera che deve non solo testimoniare ma

annunciare pubblicamente il vangelo.

Infine, ma non meno importante, il ruolo dell’autorità nella chiesa è

definito nel tema ricorrente dell’accoglienza ai piccoli e dall’immagine

del servo. Le discussioni intraecclesiali circa le precedenze e il prestigio

religioso devono essere confrontate con i gesti e le parole di Gesù:

la sua preferenza data ai piccoli, cioè a quelli che sono senza ruolo, senza

diritti, e senza prestigio, indica chiaramente il criterio per valutare il

comportamento dei credenti e suggerirne le relative scelte (9,35.42-50;

0,14-16). Chi ha l’autorità e la responsabilità di guida tra i credenti non

1 I VANGELI, a cura di Giuseppe Barbaglio, Rinaldo Fabris, Bruno Maggioni,

Cittadella Editrice – Assisi, 1975, pp. 798 – 801.

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si ispiri a una teoria sul servizio o a un atteggiamento generico di umiltà,

ma al servo, che mette a repentaglio il prestigio, la sicurezza e la vita

stessa per la libertà e la salvezza dei membri della comunità (10,42-45).

Qualunque siano le situazioni storiche e i moduli culturali, quello che i

primi o i più grandi nella comunità non devono imitare è il modello di

potere e di dominio che caratterizza i signori dei popoli. Il gruppo qualificato

dei dodici, che nell’intenzione di Gesù inaugura simbolicamente

il nuovo Israele, ha sì il potere, eksousia, come Gesù, ma per cacciare i

demoni, cioè per liberare gli uomini dal prepotere demoniaco che come

tiranno potente tiene l’uomo schiavo nella sua casa (cfr. 3,22.26-27;

3,15; 6,7.13). I dodici condividono il compito dell’unico pastore Gesù,

che si prende cura di un popolo disperso e senza guida (6,34), mediante

l’insegnamento e la preparazione del banchetto messianico (6,35-44).

Infine essi hanno il privilegio di essere associati in prima persona al

destino di persecuzione e di dolore che è proprio del Figlio dell’uomo

(10,35-40). Del resto è questa la strada seguita da Gesù per diventare

Signore, pastore e guida della comunità dei credenti (14, 27-28). Chi ne

prolunga la rappresentanza non può onestamente coltivare una prospettiva

diversa.

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Gli elementi tipici

della figura del presbitero in Italia 2

Abbiamo così fatto emergere le articolazioni della carità pastorale

che hanno avuto maggior ricezione nel contesto italiano e che

costituiscono il punto di riferimento per delineare la figura del presbitero

nel nostro paese. Esse sono: la passione per Cristo Pastore,

nella cui persona il presbitero agisce e a cui primariamente dirige la

sua capacità di amare; la dedizione alla Chiesa, a partire dal suo volto

concreto diocesano, nella coltivazione di rapporti oblativi, paterni

e cordiali con i laici, fraterni e disponibili nel presbiterio, filiali e

collaborativi con il Vescovo; la dimensione missionaria del triplice

ministero di annuncio, celebrazione e guida pastorale, a partire dalla

prossimità alle persone nella propria Chiesa particolare, fino ad

arrivare alla disponibilità, all’annuncio ad gentes; un’integrazione

profonda tra la vita interiore e l’apostolato, capace di dare pienezza

anche affettiva alla vita e al ministero presbiterale; una radicalità

evangelica che, senza l’illusione di poter evitare fatiche e incomprensioni,

sperimenti la verità della promessa di gioia riservata da

Gesù a chi ne condivide il cammino e testimoni la possibilità di realizzarsi

donandosi completamente alla Chiesa in nome di Cristo obbediente,

povero e casto.

In questa prospettiva vanno valorizzati e favoriti alcuni elementi già

presenti nella vita del presbitero delle nostre Chiese: la caratteristica

popolare del prete-parroco vicino alle famiglie, ai poveri e ai malati;

la passione educativa verso il mondo giovanile; l’attenzione verso

quella che oggi viene definita “pastorale integrata”; la sensibilità verso

i problemi sociali; l’interesse per la prospettiva culturale configurata

nel “progetto culturale” della Chiesa italiana; la valorizzazione della

2 C.E.I., La Formazione dei Presbiteri nella Chiesa Italiana – Orientamenti e norme

per i Seminari (terza edizione), Febbraio 2007, n. 26.

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comunicazione interpersonale e sociale la realizzazione di forme diverse

di fraternità presbiterale.

Ci sembrano queste le caratteristiche irrinunciabili di cui ha bisogno

la Chiesa italiana all’inizio del terzo millennio. Siamo consapevoli che

si tratta di una figura esigente e in contrasto con una mentalità diffusa

che, talvolta, anche nelle comunità cristiane, si accontenta del minimo

indispensabile. Siamo tuttavia convinti che abbassare il livello ideale,

se anche può momentaneamente risolvere alcuni problemi immediati,

non costituisce un buon servizio alle nostre chiese e alle esigenze

dell’evangelizzazione.

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Gregorio Magno, La Regola pastorale

1. Condotta necessaria per colui che legittimamente è

pervenuto al governo delle anime

La condotta del Presule deve essere superiore alla vita dei fedeli

nella misura e nel modo che dalla vita del gregge differisce quella del

Pastore.

Infatti è opportuno che egli si dia cura di misurare con sollecitudine

quale necessità lo costringa ad una rigorosa rettitudine, perché è per lui

che il popolo è chiamato gregge.

È necessario pertanto che Il Pastore sia:

- puro nei pensieri

- illibato nella condotta

- discreto nel tacere

- utile nella parola

- vicino a tutti nel compatire

- superiore agli altri nella preghiera

- per umiltà, compagno di quelli che agiscono bene

- per zelo di giustizia, argine contro i vizi dei colpevoli

- senza diminuire la cura della vita ulteriore, nonostante le numerose

occupazioni esterne

- senza trascurare di provvedere alle necessità quotidiane con la scusa

di attendere alle cose dello spirito... (II, 1).

2. Il pastore d’anime deve essere di illibata condotta

Il Pastore d’anime deve avere illibata condotta, perché l’esempio indichi

ai fedeli la via della vita.

Il gregge che segue la parola e la condotta del Pastore, progredisce

più per gli esempi che per le esortazioni.

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L’ufficio costringe a insegnare verità sublimi, ma per lo stesso motivo

impegna anche a darne i più vivi esempi.

Quando la parola ha la verifica della vita del predicatore, penetra più

facilmente nel cuore degli ascoltatori.

È vero infatti che l’esempio aiuta a praticare il comando dato con la

parola.

«Tu che porti la buona novella a Sion, ascendi sopra un monte

elevato» 3 , sembra dire il profeta a questo proposito.

Le bassezze delle cose terrestri non fanno più parte di chi si dedica

alla predicazione delle cose celesti.

È necessario che costoro diano la dimostrazione concreta di trovarsi

alla cima della perfezione.

La possibilità infatti di attrarre i fedeli a maggior perfezione è in

rapporto alla capacità di testimoniare la validità delle realtà divine con

l’esempio della vita.

Nella legge si permetteva al sacerdote di prendere dal sacrificio la

spalla destra, separata dal resto, a dimostrazione non solo della utilità

della sua azione, ma soprattutto della singolarità.

Così il Pastore delle anime non può limitarsi a operare il bene tra i cattivi.

È suo l’impegno morale di ricordarsi d’aver avuto un destino superiore

a quello dei buoni fedeli, non solo per la dignità dell’ordine, ma

anche e soprattutto per la santità della vita.

Inoltre al sacerdote, per il suo nutrimento, veniva, con la spalla, offerta

anche la parte più tenera del petto, perché imparasse a offrire a Dio

quella parte di se stesso che dal sacrificio gli toccava per diritto.

Pertanto, non sarà sufficiente al Pastore nutrire in cuore buoni pensieri,

ma sarà necessario esortare i fedeli a compiere sublimi azioni, ponendosi

loro esempio.

Non sia il suo, né desiderio di successo, né paura di fallimento.

Piuttosto disprezzi le attrattive del mondo come riflesso di un intimo

terrore.

E tuttavia non calcoli i terrori e le minacce in rapporto al conforto

delle intime dolcezze.

Di qui la necessità per il sacerdote a velare le spalle con il velo omerale,

così come Dio aveva ordinato, perché nei successi, come negli insuccessi,

egli sia sempre fortificato con l’ornamento delle virtù.

22

3 Is 40, 9


E cioè, secondo san Paolo, procedendo con le armi della giustizia a

destra e a sinistra, basandosi solo sui beni interiori, non pieghi il fianco

a nessun basso piacere.

I successi non lo esaltino e non lo conturbino le contrarietà.

Le lusinghe non lo illanguidiscano sino alla voluttà e le difficoltà

non lo spingano alla disperazione.

Nessuna passione avvilisca la vigoria dell’anima e il velo omerale

dimostri quanta bellezza protegge in quelle spalle.

Con precisa significazione è stato voluto che l’omerale fosse d’oro,

di giacinto, di porpora, di cocco tinto due volte e di bisso ritorto.

E la significazione va ricercata nella necessità che il sacerdote ha di

risplendere per la varietà delle virtù.

Nell’abito del sacerdote rifulge innanzi tutto l’oro, perché in lui deve

brillare l’intuizione della sapienza.

Vi s’intreccia il giacinto, dai colori di cielo, perché tutto ciò che conquista

e penetra con l’intelligenza, lo convinca a elevarsi all’amore delle

cose celesti, e a non contentarsi di successi passeggeri.

Non ceda alla tentazione che lo vuole irretito nelle lodi umane e privato

della capacità d’intendere la verità.

All’oro e al giacinto si mescola la porpora per una chiara significazione.

Il cuore sacerdotale deve infatti saper reprimere in se stesso persino

le suggestioni del vizio e saper combatterle da re.

Oggetto della sua speranza è il contenuto altissimo del suo insegnamento,

non dimenticando mai la nobiltà dell’intima rigenerazione e la

necessità di difendere con la condotta il diritto al regno celeste.

È la nobiltà di cui parla lo Spirito per mezzo di Pietro: «Voi siete popolo

eletto, regale sacerdozio» 4 .

Il pensiero di Giovanni dà valore a questo potere, in forza del quale

soggioghiamo le passioni: «A tutti quelli che lo ricevettero, diede il potere

di diventare figli di Dio» 5 .

Anche il Salmista fa riferimento a questa nobiltà quando dice:

«Per me sono oltremodo onorati i tuoi amici, o Dio, e oltremodo fortificato

il loro principato» 6 .

4 1 Pt 2, 9

5 Gv 1, 12

6 Sal 138, 17

23


È caratteristica dei santi spingersi maggiormente in alto, quando

esteriormente sembrano essere confinati in cose abiette.

All’oro, al giacinto, alla porpora si aggiunge il cocco, tinto due volte,

a significare che tutte le virtù, per piacere al giudice del cuore, debbono

avere il segno della carità.

Come pure, è necessario che la fiamma dell’intimo amore accenda

tutte le cose che brillano agli occhi degli uomini, davanti a quelli di Dio,

arbitro e scrutatore.

Questo amore che ama Dio e il prossimo, rifulge per una duplice

tintura.

A nulla varrebbe l’anelito al Creatore, se si trascurasse il prossimo,

oppure se l’interesse per il prossimo dovesse condurci sino al raffreddamento

dell’amore di Dio.

Trascurare l’uno o l’altro dovere di carità, non permetterà di avere

tra il colore del sopraomerale il cocco tinto due volte.

Ma quand’anche la mente tendesse a praticare i precetti dell’amore,

rimarrebbe la carne da macerare.

Ragion per cui al cocco tinto due volte, va aggiunto il bisso ritorto.

Il bisso, infatti, germoglia e spunta dalla terra in speciale nitore.

Significazione del bisso è la castità, che rifulge per il candore della

purezza del corpo.

Alla bellezza dell’omerale, si aggiunge quella del bisso ritorto.

È risaputo che la castità giunge al più alto grado di purezza, quando

la carne è domata con l’astinenza.

E quando, in mezzo alle altre virtù, si fa avanti anche il merito della

carne macerata, il bisso ritorto candeggia nel vario splendore dell’omerale

(II, 3).

3. Il pastore d’anime deve essere discreto nel tacere, utile

nel parlare

Il Pastore d’anime dev’essere discreto nel tacere e utile nel parlare,

perché non riveli ciò che deve essere taciuto, o abbia a tacere ciò che

sarebbe stato bene dire apertamente.

Come, infatti, un discorso fuori posto può indurre in errore, allo stesso

modo un silenzio inspiegabile può lasciare nell’errore quelli che dovevano

essere illuminati.

24


Spesso, per timore di perdere il favore popolare, Pastori superficiali

temono di dire con franchezza quello che è giusto debba essere detto.

Il Vangelo ne parla come di Pastori, ai quali manca la volontà di custodire

il gregge, ma lo servono con animo di mercenari.

Pastori che, se viene il lupo, fuggono a trovare, nel silenzio, il loro

nascondiglio.

«Cani muti che non sanno latrare» 7 .

È il rimprovero del Signore a noi significato dalle labbra del profeta.

«Voi non siete accorsi a fronteggiare il nemico, né avete opposto in

favore della casa d’Israele nel giorno del Signore il muro della resistenza

nella lotta» 8 .

Accorrere a fronteggiare significa opporsi con la parola decisa ai potenti

di questo mondo, schierandosi a favore del gregge.

Accettare battaglia nel giorno del Signore, va inteso nel senso di resistere

ai malvagi per amore della giustizia.

Per un Pastore d’anime l’aver temuto di dire la verità, significa aver

voltato le spalle in silenzio.

Che se, invece, offre se stesso per il bene del gregge, allora ai nemici

oppone un muro a favore della casa di Israele.

Al popolo peccatore fu detto anche: «I tuoi profeti hanno predetto

per te cose false e stolte, né svelavano là tua iniquità per indurti a

penitenza» 9 .

A volte nella Scrittura i profeti vengono chiamati anche dottori, ai

quali è riservato il compito di insegnare la fugacità delle cose terrene e

di manifestare le realtà future.

Il testo sacro rimprovera costoro di vedere cose false, perché, invece

di correggere i difetti, lusingano scioccamente i colpevoli assicurando

l’impunità.

Non osano neppure mettere i peccatori di fronte alle loro responsabilità.

Il linguaggio del rimprovero è a loro sconosciuto, mentre potrebbe

essere chiave che apre a confidenza.

Infatti, il rimprovero mette a nudo una colpa, la cui esistenza spesso

non è avvertita, neppure da chi l’ha commessa.

7 Is 56, 10

8 Ez 13, 15

9 Lam 2, 14

25


A ciò fa riferimento Paolo quando richiede: «la capacità di esortare

alla sana dottrina e di confutare quelli che la contrariano» 10 .

E Malachia dice che «le labbra del sacerdote debbono custodire la

scienza e chiederanno la legge alle sue labbra, perché egli è l’Angelo

del Signore degli eserciti» 11 .

Inoltre l’ammonimento del Signore riecheggia nella voce di Isaia

che sostiene la necessità di «gridare senza posa e come tromba far squillare

la propria voce» 12 .

Accedere al sacerdozio, è assunzione di responsabilità da araldo, che

progredisce e avanza gridando di preparare la via al giudice che verrà.

Un sacerdote che non sa predicare, è, pertanto, un araldo muto e incapace

di levare la voce della protesta e della denuncia.

Per questo sui primi Pastori lo Spirito Santo posò lingue di fuoco e,

non appena li riempì dei doni, li rese capaci di parlare.

Nel comando dato a Mosè di obbligare il sacerdote a portare sonagli

appesi alle vesti, quando entrava nel tabernacolo, va ricercata la significazione

della necessaria risonanza della predicazione.

Il giudizio di Dio riprova il silenzio dei Pastori, come è scritto:

«Perché si oda il suono quando egli entra nel santuario al cospetto di

Dio e quando ne esce, e così non abbia a morire» 13 .

Morte del sacerdote è voce che non si sente né dentro né fuori del

tempio.

Attira su di sé la collera di Dio il Pastore che, governando, non fa

risuonare la voce della predicazione.

Anche da quei sonagli alle vesti è possibile cavare una significazione:

quella delle opere buone.

Lo dice il profeta: «I tuoi sacerdoti hanno per vestito la giustizia» 14 .

Inoltre, gli stessi sonagli appesi alle vesti significano l’altra necessità,

che cioè, le opere del sacerdote abbiano, con il suono della parola, a

predicare la via della vita.

Quando poi il Pastore si dispone a parlare, lo faccia con molta cautela

e molto controllo.

26

10 Tt 1, 9

11 MI 2, 7

12 Is 5, 1

13 Es 28, 33

14 Sal 131, 9


Il lasciarsi prendere dalla foga della impulsività, può trarre in errore

i cuori dei fedeli.

Peggio ancora, se per il desiderio di passare per sapiente, spezzasse

stupidamente l’unità compatta dei suoi fedeli.

A tal proposito il Vangelo avverte: «Abbiate il sale in voi e abbiate

la pace tra di voi» 15 .

Il sale è il segno della sapienza della parola.

Chi si avvia a parlare in modo difficile, abbia il timore grande che il

suo discorso potrebbe turbare l’unità di fede di quanti lo ascoltano.

Calza a pennello la raccomandazione di Paolo di: «Non sapere di più

di quanto è necessario sapere, ma sapere quanto basta» 16 .

Sintomatica a tal fine è la disposizione divina di volere nella veste

sacerdotale, alternate ai sonagli, le melagrane.

La loro è significazione di unità di fede.

Nella melagrana, infatti, una sola corteccia esterna riunisce all’interno

molti granuli.

Allo stesso modo, l’unità della fede cementa l’unità dei diversi popoli

della Chiesa santa, anche se i meriti dei singoli rimangono internamente

distinti.

Quanto abbiamo detto sopra è oggetto della raccomandazione di

Gesù ai suoi discepoli, perché il Pastore eviti di abbandonarsi incauto

alla foga del dire.

«Abbiate il sale in voi e abbiate la pace tra voi».

Come se, riferendosi a quanto è raffigurato nell’abito sacerdotale,

dicesse: aggiungete ai campanelli le melagrane, perché ogni vostro discorso

deve tendere sempre, e gelosamente, a garantire l’unità della

fede.

Cura dei Pastori deve essere non solo quella di non dire cose dannose,

ma anche quella di evitare lungaggini e discorsi senza capo né

coda.

La verità perde di efficacia quando è affidata a verbosità sconsiderata

e inopportuna.

La verbosità inganna anche chi l’adopera, perché non conosce, né sa

scegliere ciò che è adatto al progresso spirituale di chi ascolta.

15 Mr 9, 49

16 Rm 12, 13

27


Dice bene Mosè: «L’uomo che soffre perdite di seme, sarà ritenuto

immondo» 17 .

La parola ascoltata ha la virtù di diventare seme di futura meditazione.

Il discorso, da fatto auricolare, si trasforma in generazione di spirituale

riflessione.

Motivo per cui l’efficace predicatore dai sapienti di questo mondo è

chiamato: «seminatore di parola».

Dunque, se soffrire perdita di seme rende l’uomo immondo, chi soggiace

alla verbosità della predicazione, ne contrae la macchia.

L’ordine e la moderazione generano invece sante riflessioni nel cuore

dei fedeli, mentre una sconsiderata loquacità sparge il seme non a

pro, ma a danno dei fedeli.

Paolo ammonisce il suo discepolo sulla necessità urgente di predicare.

«Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo, che verrà a giudicare i

vivi e morti, per la sua venuta e il suo regno, predica la parola, insisti a

tempo e fuori tempo» 18 ..

Eppure prima di dire «fuori tempo», ha detto «a tempo», perché

l’importunità si autodistrugge, se non sa trovare il linguaggio per entrare

a dialogare con l’animo di chi ascolta II, 4).

28

17 Lv 15, 2

18 2 Tm 4, 1


A. BIBLIOGRAfIA ESSENZIALE SUL VANGELO DI MARCO

1. Commentari Esegetici e Spirituali al Vangelo

AA. VV., Una comunità legge il Vangelo di Marco, EDB, Bologna

1999.

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Do n A h u E J. R. – hA R R i n G t o n D. J., Il Vangelo di Marco, Sacra Pagina,

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Marco, Editrice Ancora, Milano 1994.

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Roma 1990.

st o c k k., Marco. Commento contestuale al secondo Vangelo, Edizioni

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2. Studi Sulle Parabole e sul Metodo Educativo di Marco

DE ViRGilio G. – ci o n t i A., Le parabole di Gesù. Itinerari: esegetico-esistenziale;

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Do D D c. h., Le parabole del regno, Studi Biblici 10, Paideia, Brescia

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GioiA F., Il Vangelo della vocazione, Editrice Rogate, Roma 1992.

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MA Rt i n i c. M., L’itinerario spirituale dei Dodici nel Vangelo di Marco,

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29


B. BIBLIOGRAfIA ESSENZIALE SULLE fIGURE BIBLIChE

DELL’ANTICO TESTAMENTO

1. Abramo

BR o V E l l i F., Abramo uomo dell’alleanza, Meditazioni, Ancora, Milano

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cA R o t tA s., Abramo. Un uomo di Ur, EMP, Padova 2011.

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Dionisio c., Le sette obbedienze di Abramo, San paolo Edizioni, Roma

2009.

Gu i t t o n R., Il Principe di Dio. Sulle tracce di Abramo, LED Edizioni

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ti B A l D i M., Il codice Abramo. Personaggi in cerca di attore: Abramo e

Sara, Edizioni Pardes, Bologna 2009.

2. Mosè

Bu B E R M., Mosè, Marietti, Casale Monferrato 1983.

GA R AVA G l i A M. A., Sulle tracce di Mosè, Lampi di Stampa, Milano

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GR ü n A., Mosè e il roveto. Immagini bibliche di trasformazione, EMP,

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Edizioni, Roma 2010.

3. sA M u E l E

BA R s o t t i D., Meditazione sui due libri di Samuele, Queriniana, Brescia

1996.

BR u E G G E M A n n W., I e II Samuele, Claudiana, Torino 2005.

DE BE n E D E t t i P., La chiamata di Samuele e altre letture bibliche,

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30


MA z z i n G h i l., 1-2 Samuele, Dabar-Logos-Parola, Ed. Messaggero,

Padova 2006.

si c R E Di A z J. l., Il primo libro di Samuele, Commenti spirituali. Antico

Testamento, Città Nuova, Roma 1997.

C. BIBLIOGRAfIA ESSENZIALE SULLE fIGURE BIBLIChE DEL

NUOVO TESTAMENTO

1. I Discepoli

Bo n i FA c i o G., Personaggi minori e discepoli in Marco 4-8. La funzione

degli episodi dei personaggi minori nell’interazione con la storia

dei protagonisti, Analecta Biblica, PIB, Roma 2008.

cA l D i R o l A D. – to R R E s i n A., Cafarnao: il pane della fede. Diventare

discepoli, EDB, Bologna 2011.

cE n c i n i A., L’arte del discepolo. Ascesi e disciplina itinerario di bellezza,

Paoline Editoriale Libri, Roma 2010.

MA c i l o n G o P., Ma voi, chi dite che io sia? Analisi narrativa dell’identità

di Gesù e del cammino dei discepoli nel Vangelo secondo Marco

alla luce della «Confessione di Pietro», Analecta Biblica, PIB,

Roma 2011.

no R A c., Il cuore ci arde. Leggere il vangelo da discepoli e da educatori,

Libreria AVE, Roma 2006.

RAt z i n G E R J., Gli apostoli e i primi discepoli di Cristo. Alle origini della

Chiesa, Libreria AVE, Roma 2007.

RiG At o M. l., Discepole di Gesù, EDb, Bologna 2011.

2. Levi – Matteo

Gi u s t i s., Narrare la fede ai figli con il Vangelo di Matteo. Primo annuncio

e catechesi in famiglia e in parrocchia, Catechesi familiare,

Paoline Editoriale Libri, Roma 2007.

GR ü n A., Gesù, maestro di salvezza. Il Vangelo di Matteo, Commento

Spirituale ai Vangeli, 2007, Queriniana, Brescia 2007.

31


MA Rt i n i c. M., Che cosa dobbiamo fare? Il discepolo Matteo, Piemme,

Casale Monferrato 2011.

no R A c., Dove due o tre. Leggere il Vangelo di Matteo da discepoli e da

educatori, AVE, Roma 2007.

sö D i n G t., Venite a me! Il messaggio del vangelo di Matteo, Queriniana,

Brescia 2010.

3. I Dodici (Cfr. la Bibliografia di Marco)

32


S. Maria di Dinnammare

Sui Monti Peloritani spicca una vetta rocciosa alta

1127 metri, chiamata Dinnammare perché domina

i due mari: lo Jonio e il Tirreno. Sulla cima di quel

monte, da dove si avvistavano i nemici, i messinesi

posero, fin da tempi remoti, una migliore sentinella

per l’uno e l’altro mare: la Beata Vergine Maria,

alla quale eressero una chiesetta che ebbe nel tempo

parecchi rifacimenti, fino all’attuale risalente al

secolo scorso.

NOVEMBRE 2011

1. Salì sul monte e chiamò quelli che

volle ed essi andarono con lui …

Mc 3, 12 -20

La forza di Dio è

la stabilità dell’uomo

Tu rendi saldi i monti

con la tua forza,

cinto di potenza. Sal 65,7-9

La devozione a Santa Maria di Dinnammare può richiamare il dovere

di essere costantemente vigilanti nel respingere il male e nel progredire

verso le vette della santità.

33


1.1. La Parola e l’ascolto che educa

1.1.1. Dal Vangelo di Marco 1,13-20

Su di un monte solitario di Galilea (Curva delle nazioni) zona di frontiera,

nel kairos di Dio, i Dodici (oi dodeka) sono raggiunti dalla chiamata di

Gesù. La loro vocazione è una elezione, una scelta che porta l’accento del

comando, poiché esige prontezza e totalità di risposta. I Dodici hanno un

nome, sono chiamati e convocati in modo personale. Due compiti essenziali

attendono i Dodici: stare con Gesù – stabilirsi in Lui - ed essere inviati a

testimoniarlo. La conciliazione delle due dimensioni apparentemente contrastanti

costituisce la novità della vita che è loro proposta contrassegnata

dalla conversione permanente. Essenzialmente sono chiamati a decentrarsi

da se stessi per entrare nel progetto del Padre. La risposta è già presente nel

loro incamminarsi col Maestro. In lui trovano stabilità. Di lui si fidano e su

di lui impareranno a modellare la vita, le scelte, lo stile con cui annunciare

la Buona Novella. La loro missione si situa nel futuro, quello della vicenda

terrena di Gesù in quello della storia della chiesa.

Testo: 13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi

andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per

mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.

16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;

17 poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali

diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo,

Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il

Cananèo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

1.1.2. Dal libro dell’Esodo 3,1-22

Mosè è attirato dalla novità, si lascia stupire e accoglie l’iniziativa

di Dio e vi entra a piedi nudi. Nel roveto ardente Egli gli si rivela in un

verbo, in una forma dinamica: Io sono colui che sono, Egli è e continua

ad essere. Tante le possibile spiegazioni. Di fatto Dio si ri-vela, si mostra

all’uomo per ri-orientarne l’esistenza, per metterlo sulle strade della

ricerca. Saranno le vicende e le relazioni della vita a rendere possibile

l’esperienza di Lui, Dio Liberatore e Salvatore.

Testo: Il roveto ardente

1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote

di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte

35


36

di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco

in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel

fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi

a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.

4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò

dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5 Riprese:

“Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu

stai è una terra santa!”. 6 E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di

Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso,

perché aveva paura di guardare verso Dio.

7 Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto

e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti

le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e

per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso,

verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano

il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo.

9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho

visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora và! Io ti

mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”.

11 Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e per far

uscire dall’Egitto gli Israeliti?”. 12 Rispose: “Io sarò con te. Eccoti il

segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo

dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”.

13 Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei

vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E

io che cosa risponderò loro?”. 14 Dio disse a Mosè: “Io sono colui che

sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”.

15 Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri

padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato

a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui

sarò ricordato di generazione in generazione.

16 Và! Riunisci gli anziani d’Israele e dì loro: Il Signore, Dio dei vostri

padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo:

Sono venuto a vedere voi e ciò che vien fatto a voi in Egitto. 17 E

ho detto: Vi farò uscire dalla umiliazione dell’Egitto verso il paese

del Cananeo, dell’Hittita, dell’Amorreo, del Perizzita, dell’Eveo e del

Gebuseo, verso un paese dove scorre latte e miele. 18 Essi ascolteranno

la tua voce e tu e gli anziani d’Israele andrete dal re di Egitto

e gli riferirete: Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia

permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un

sacrificio al Signore, nostro Dio. 19 Io so che il re d’Egitto non vi permetterà

di partire, se non con l’intervento di una mano forte. 20 Stenderò

dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò

in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare.


21 Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani:

quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22 Ogni donna

domanderà alla sua vicina e all’inquilina della sua casa oggetti di

argento e oggetti d’oro e vesti; ne caricherete i vostri figli e le vostre

figlie e spoglierete l’Egitto”.

1.2. Nella e per la vita

SALIAMO SUL MONTE! È IL SIGNORE CHE CHIAMA

1. La fatica dell’ascesa

Sappiamo che “salire sul monte” significa iniziare un’ascesa spirituale

per incontrarsi con Dio che, nel suo amore misericordioso, si rivela

rivelando l’identità di colui che ha scelto per una missione. Mentre usciamo

dalle consuete dimensioni della vita, andiamo “oltre”, “in alto” in

una incessante ricerca di Dio, che non ci lascia in pace, ma ci stimola ad

andare verso l’inedito, un “non-ancora”, un futuro che viene da Lui. Per

cui “salire sul monte” diventa una dimensione stabile della nostra esistenza,

spesso segnata dalla solitudine. È la solitudine esistenziale per la

quale nessuno si può sostituire a ciascuno di noi e dobbiamo rispondere

personalmente, anche se sappiamo di non essere soli nell’ascensione e di

essere accompagnati e sostenuti dalle mani della Chiesa Madre, e sempre

caratterizzata dalla necessità dell’ascolto: quando tacciono le creature

si crea lo spazio per Dio che parla. E chissà se raggiungeremo quella

Beatitudine che suona “beati quelli che ascoltano la parola di Dio”. A Dio

che si autocomunica (stare con lui e lui con noi) rispondiamo con l’amen

della fede e gli affidiamo tutta la nostra vita (mente, cuore, azione). Ne

deriva una luce che dà orientamento e significato alla nostra esistenza.

2. Padri e maestri perché discepoli

Nel caso della scelta dei dodici abbiamo la chiamata a condividere il

suo ministero di pastore e maestro di un popolo che appartiene a Dio, di

una comunità di “santi”, che pur vivendo localmente si espande nell’universo

intero. Siamo chiamati a rappresentare il Pastore e ad animare,

come servi inutili, la comunità che il Signore si è acquistata con la sua

immolazione. Animare la comunità significa stimolare, discernere, armonizzare

i vari carismi che lo Spirito suscita per la crescita del Corpo di

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Cristo e la salvezza di tutti gli uomini; significa abilitarla ad essere, come

soggetto unitario, concretamente madre e maestra, comunità educante,

grembo che offre a tutti e a ciascuno spazi, tempi, risorse per crescere in

Cristo fino alla pienezza della sua maturità. Ciò sarà possibile se ogni comunità

cristiana prende sempre più consapevolezza che non si può educare

alla vita di fede autentica senza avere a cuore la formazione dell’uomo

integrale, aperto alla Trascendenza e a Cristo “uomo perfetto”, perché

aperto al dinamismo dell’autotrascendimento nella conquista dei valori e

al rapporto con gli altri e con il mondo; l’impegno di umanizzazione perderebbe

il vero tesoro della Chiesa senza la cura della vita di fede; la cura

e l’attenzione alla crescita umana e di fede deve far sì che la Chiesa sia

attenta ad ogni crescita in umanità come un vero progresso verso l’unione

con Dio; è necessario ricordarsi che ogni atto educativo è “questione

di cuore” e si basa sulla fiducia; è, infine, opera di collaborazione con i

soggetti educandi e con gli altri soggetti educatori.

3. Forti di un amore che crea comunione

Questo tipo di animazione deve essere espressione di un amore pastorale

che sa conoscere e riconoscere i doni di Dio negli altri, ed esige l’assunzione

di un atteggiamento di umiltà che permetta di non sopravvalutare

se stessi, di non confondere la presidenza con il “comando” o la guida

spirituale con la superiorità, ma invece di considerarsi “servi”, uomini del

“grembiule”, che si chinano ai piedi dei fratelli per condividerne gioie e

dolori in modo da contribuire alla formazione di Cristo in loro. Inoltre,

deve essere esercitata sempre in comunione sia con il presbiterio sia con

la propria comunità. La salvaguardia della comunione deve essere il criterio

fondamentale dell’azione pastorale, se vogliamo costruire e non

distruggere: posso essere un genio, ma al servizio della comunione; posso

essere un profeta, ma dentro la comunione; abbiamo delle intuizioni, ma

non dobbiamo applicarle contro o al di là della comunione. Chi fa tutto da

sé, chi non ha nulla da imparare dagli altri, chi non ama confrontarsi, chi

non ha tempo da perdere per ascoltare gli altri, si imbarca in una solitudine

“eroica” che non costruisce secondo il progetto di Dio.

4. Comunità accogliente

Animare la comunità significa ancora aiutarla ad essere comunità

accogliente; quindi riconoscere, anzitutto che essere comunità non è

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il punto di partenza, ma un traguardo molto impegnativo, che esige

la cooperazione di tutti e un forte radicamento nella fede da parte

di tutti, la necessità di vivere l’eucaristia come fonte e modello di

vita comunitaria e la continua conversione come dimensione costante

della vita cristiana. Proprio l’eucaristia e la conversione permetteranno

alla comunità di aprirsi al territorio condividendo la vita della gente,

in modo particolare dei più poveri, lasciandosi mettere in questione ed

offrendo relazioni significative perché appassionate nei confronti degli

uomini e donne, qualunque sia la loro identità ed esperienza di vita.

L’accoglienza dei cristiani all’interno di una comunità parrocchiale non

ha necessariamente bisogno di manifestazioni impegnative; si esprime

attraverso una trama minuta di attenzioni e di gesti concreti che dicono

con semplicità a chiunque si accosta alla Chiesa: mi stai a cuore, tengo

a te. L’esatto contrario di certe maniere un po’ troppo sbrigative, che

talvolta rendono antipatico il parroco o l’operatore pastorale a quanti

non hanno familiarità con gli ambienti ecclesiali e magari entrano in

sagrestia con qualche difficoltà, ma forse con la sotterranea nostalgia

di ritrovare Dio. Tengo a te. Con qualcuno può essere importante la

disponibilità di ascolto; con altri un sentimento di accettazione verso

condizioni di vita segnate dalla fragilità e da particolari fallimenti e

modi di pensiero; con altri ancora la capacità di suscitare e valorizzare

risorse accantonate e progetti negati. Dalla bontà delle relazioni umane,

all’interno della comunità, dipende il clima positivo, costruttivo,

educante vissuto dalla comunità stessa. La loro cura richiede rispetto

e promozione delle forme stabili in cui esse si configurano, di quelle

ecclesiali come di quelle civili, e chiede rispetto e promozione della libertà

che le costituisce come umane. Curare tali relazioni è compito di

tutti e di ciascuno e impegno primario del presbitero. Con tutti, l’accoglienza

è il primo passo per generare possibilità di dialogo, forme di solidarietà

fraterna, una rinnovata attitudine a condividere le povertà e le

risorse che concorrono a dare senso all’esistenza. Essere una comunità

accogliente significa: ridurre le distanze, abbattere la diffidenza, uscire

dalle prigio ni dell’individualismo e dalle vischiosità di un vissuto con

cui non si rie sce a riconciliarsi, per poter scommettere insieme sul futuro,

senza pregiu dizi, perché la salvezza è un dono che riguarda tutti.

Significa soprattutto vivere, sia in quanto presbiteri sia in quanto comunità,

la generatività, il ruolo materno e paterno finché Cristo non si sia

formato in coloro che ci sono affidati.

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5. Diritto-dovere della generatività

Questa generatività è il fondamento del diritto-dovere di educare in

modo che la vita delle persone si espanda in pienezza secondo il progetto

di Dio, che inizia, conduce e porta a compimento il processo di cristificazione.

In questo essere generati e quindi educati in Cristo si gioca

la possibilità stessa per la Chiesa di accogliere la sfida educativa e di

rispondervi. Chi è stato generato nella fede dalla Chiesa attende di ricevere

da essa non solo la grazia secondo la fede, ma anche un’educazione

conforme alla fede e quindi l’aiuto di guide autorevoli, perché testimoni

autentici della speranza evangelica in un mondo “senza speranza e senza

Dio” (Ef.2,12). Paolo sopporta i dolori del parto a favore dei Galati finché

Cristo non sia formato in loro e si prende cura come una madre dei

Tessalonicesi, ricorda ai Corinzi che hanno un solo padre nella fede, anche

se possono avere mille pedagoghi, e riconosce se stesso come padre

nella fede di Onesimo, che ha generato nelle catene, e di Timoteo e di Tito

e, inoltre, presenta se stesso come il padre della sposa che con cura gelosa

custodisce per presentarla a Cristo-Sposo come vergine casta.

6. Discernimento

Essere comunità accogliente vuol dire ancora promuovere il senso

della corresponsabilità comune nel maturare le scelte e gli orientamenti

della propria Chiesa. È necessario che una comunità parrocchiale,

programmando i propri itinerari di fede, accolga e si ponga all’interno

di quelli della chiesa particolare ed universale. Non c’è senso di

Chiesa se non si vive questa capacità di accoglienza e di discernimento

comunitario, con l’attenzione di non intralciarsi o ignorarsi, in modo

tale che la fede creduta diventi fede vissuta nella carità.

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«Che cosa sono i discepoli? Sono Gesù stesso che prolunga la sua azione.

Non soltanto i ripetitori di ciò che hanno udito, ma sono l’azione di Gesù

che si allarga e si prolunga. Ancora una volta comprendiamo l’importanza

dell’essere con Gesù, non tanto per imitare qualche parola o coglierne

qualche frase, ma per identificarsi con il suo modo di vivere, di agire, per

testimoniarlo e ripeterlo alla stessa maniera».

(C. M. MARTINI, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 50.)


PREGhIERA

Canto: Su ali d’aquila (n. 24)

- durante il canto si espone l’Eucaristia -

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: La vocazione è un dialogo tra il divin Maestro e l’anima privilegiata.

Voi sapete bene come codesto dialogo si chiama. Si chiama la

vocazione. Ognuno di voi la custodisce nel cuore, come il segreto della

sua vita, come la direzione del suo avvenire, come la forza del suo operare:

«Vieni e seguimi» (Paolo VI, 4 novembre 1963, ai seminaristi).

Lettore: «Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli

insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle

imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì» (Mc 2, 13-14).

Breve silenzio di adorazione

Preghiera salmica:

Antifona: Chi salirà la montagna del Signore?

Chi ha mani innocenti e cuore puro!

1. Io l’ho costituito mio sovrano

Sul Sion mio santo monte. (Sal 2,6).

Dio ascolta dall’alto

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2. Al Signore innalzo la mia voce

e mi risponde dal suo monte santo. (Sal 3,5).

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Il monte è il luogo del rifugio, della sicurezza

1. Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi:

“Fuggi come un passero verso il monte”?

Ecco, gli empi tendono l’arco,

aggiustano la freccia sulla corda

per colpire nel buio i retti di cuore. (Sal 11,1-2).

2. Signore, chi abiterà nella tua tenda?

Chi dimorerà sul tuo santo monte?

Colui che cammina senza colpa,

agisce con giustizia e parla lealmente,

non dice calunnia con la lingua,

non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulto al suo vicino. (Sal 15,1-3).

1. Chi salirà il monte del Signore,

chi starà nel suo luogo santo?

Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non pronunzia menzogna,

chi non giura a danno del suo prossimo.

Otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza. (Sal 24,3-5).

2. Nella tua bontà, o Signore,

mi hai posto su un monte sicuro;

ma quando hai nascosto il tuo volto,

io sono stato turbato.

A te grido, Signore,

chiedo aiuto al mio Dio. (Sal 30,8-9).

Breve silenzio di adorazione

Speranza di fare tenda con il Signore


Canto: Vieni e seguimi (n. 29)

Lettore: «Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso

lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di

Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre

debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in

vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde

nella parola «sacerdozio». Che Dio ci ritenga capaci di questo;

che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro

si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare

e comprendere...

Breve pausa di silenzio

Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci

veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro

intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole

che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo

le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere

persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo

cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa

premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme

col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le

mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra

Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce

il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente

vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere”

gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare

di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio».

(Benedetto XVI, Omelia per la conclusione

Anno sacerdotale, 11 giugno 2010)

Breve silenzio di adorazione

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Invocazioni:

P Rinnoviamo la nostra piena fiducia al Signore, che ci chiama a condividere

la sua premura per gli uomini.

Tutti: Eccomi, Signore;

Ecco il mio corpo,

Ecco il mio cuore,

Ecco la mia anima.

- Io ti ho dato tutto, ma è duro, Signore.

È duro dare il proprio corpo: vorrebbe darsi ad altri.

È duro amare tutti e non serbare alcuno.

È duro stringere una mano senza volerla trattenere.

È duro far nascere un affetto, ma per donarlo a Te.

Tutti: Eccomi, Signore …

- È duro non essere niente perper essere tutto per loro.

È duro essere come gli altri, fra gli altri, ed essere un altro.

È duro dare sempre senza cercare di ricevere.

È duro andare incontro agli altri, senza che mai alcuno ci venga incontro.

È duro soffrire per i peccati degli altri, senza poter rifiutare di accoglierli

e di portarli.

Tutti: Eccomi, Signore …

- È duro ricevere i segreti senza poterli condividere.

È duro sempre trascinare gli altri e non mai potere, anche solo un istante,

farsi trascinare.

È duro sostenere i deboli senza potersi appoggiare ad un forte.

È duro essere solo, solo davanti a tutti.

Tutti: Eccomi, Signore;

Ecco il mio corpo,

Ecco il mio cuore,

Ecco la mia anima.

Concedimi d’ essere tanto grande da raggiungere il Mondo,

Tanto forte da poterlo portare,

tanto puro da abbracciarlo senza volerlo tenere.

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Concedimi d’essere terreno d’incontro, ma terreno di passaggio,

Strada che non ferma a sé, perché non vi è nulla di umano

da cogliervi che non conduca a Te.

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Preghiamo: O Padre, che alla scuola del Cristo tuo Figlio

insegni ai tuoi ministri

non a farsi servire, ma a servire i fratelli,

concedi loro di essere instancabili nel dono di sé,

vigilanti nella preghiera,

lieti ed accoglienti nel servizio della comunità.

Per il nostro Signore...

(MR, Colletta, per i ministri della Chiesa)

Benedizione

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Andate per le strade. (n. 4)

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S. Maria di Montalto

DICEMBRE 2011

2. A voi è dato il mistero del regno

Mc 4, 10-12

L’intima ricerca dell’uomo

conduce al mistero

che lo precede e l’abbraccia.

Il suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, dimora divina,

è la città del grande Sovrano. Sal. 68,11

Il più celebre Santuario mariano di Messina, posto sul

colle della Caperrina che sovrasta Piazza Duomo e il

centro cittadino, è legato al turbolento contesto storico

dei “Vespri Siciliani”, moto antiangioino protrattosi

dal 1282 al 1302. Durante le alterne vicende di quel

ventennio i messinesi, oltre che nella forza delle loro

armi, avevano posto la fiducia nella protezione della

Vergine Maria, a cui rivolgevano continue preghiere.

La Madonna rispose all’attesa dei suoi devoti, proteggendo

la città anche con segni visibili. Il più eclatante di

essi fu l’apparizione di una Bianca Signora, che rincuorava

i combattenti messinesi e incuteva spavento nei loro nemici.

Onorare la Madonna di Montalto può significare anche oggi sentirsi spronati

all’amore verso la città, all’esercizio delle virtù civili e alla promozione di

un’attività politica che sia davvero ricerca e attuazione del bene comune.

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2.1. La Parola e l’ascolto che educa

2.1.1. Dal Vangelo di Marco 4,10-12

Nella solitudine, quelli che stanno con il Maestro gli chiedono il

significato del suo insegnare in parabole. Il gruppo è guidato ad accogliere

il regno di Dio, che rimane verità velata, mistero che l’uomo non

finisce mai di comprendere. Il segreto messianico, cifra del vangelo di

Marco, è partecipata ai discepoli come dono di Dio. Nonostante le loro

resistenze e indolenze essi sono stati scelti per essere mandati. “Quelli

che stanno fuori” non accolgono la Parola, si ostinano a rimanere lontano.

Sono giudicati dal loro stesso cuore che rifiuta di riconoscere il mistero

e il senso della comunione di fede capace di purificare l’uomo.

Testo: 10 Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme

ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11 Ed egli diceva loro:

“A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori

invece tutto avviene in parabole, 12 affinché

guardino, sì, ma non vedano,

ascoltino, sì, ma non comprendano,

perché non si convertano e venga loro perdonato”.

2.1.2. Dal profeta Isaia 6,1-13

La vocazione di Isaia avviene sullo sfondo del mistero del Dio Santo.

Un carbone ardente purifica le labbra dell’uomo chiamato ad essere

portavoce di Dio, lo ricrea e lo consacra. Purificandone il linguaggio ne

purifica il cuore e lo rende disponibile alla missione. La scelta personale

del profeta è un’adesione e rischio assunto con gioia nella fede.

Testo: 1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su

un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.

2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si

copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano

l’uno all’altro:

«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.

Tutta la terra è piena della sua gloria».

4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre

il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi:

«Ohimè! Io sono perduto,

perché un uomo dalle labbra impure io sono

e in mezzo a un popolo

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dalle labbra impure io abito;

eppure i miei occhi hanno visto

il re, il Signore degli eserciti».

6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone

ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò

la bocca e mi disse:

«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,

perciò è scomparsa la tua iniquità

e il tuo peccato è espiato».

8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà

per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!». 9 Egli disse: «Và e

riferisci a questo popolo:

Ascoltate pure, ma senza comprendere,

osservate pure, ma senza conoscere.

10 Rendi insensibile il cuore di questo popolo,

fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi

e non veda con gli occhi

né oda con gli orecchi

né comprenda con il cuore

né si converta in modo da esser guarito».

11 Io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose:

«Finché non siano devastate

le città, senza abitanti,

le case senza uomini

e la campagna resti deserta e desolata».

12 Il Signore scaccerà la gente

e grande sarà l’abbandono nel paese.

13 Ne rimarrà una decima parte,

ma di nuovo sarà preda della distruzione

come una quercia e come un terebinto,

di cui alla caduta resta il ceppo.

Progenie santa sarà il suo ceppo.

2.2. Nella e per la vita: (chiamati alla misura alta, alla trascendenza)

“CHI SALIRÀ SUL MONTE DEL SIGNORE?

CHI HA MANI INNOCENTI E CUORE PURO”

1. Incontro e intimità

La salita sul monte sottolinea l’importanza dell’evento che sta per

compiersi: l’incontro con il mistero di Dio che si manifesta nell’umanità


crocifissa e gloriosa di Gesù. Dio, dopo essersi comunicato agli uomini

attraverso i simboli della creazione, della storia e della vita (S.

Scrittura), comunica tutto se stesso in Gesù, sacramento fondamentale,

che, nella vita della sua Chiesa, animata dallo Spirito, che prega, confessa,

vive (Tradizione) e riflette (dottrina) sul mistero che l’avvolge a

favore di tutta l’umanità, è luce delle genti, Via, Verità e Vita. In questa

salita l’iniziativa è tutta di Gesù, che con autorità costituisce il nucleo

del nuovo popolo di Dio scegliendo i Dodici tra i numerosi discepoli.

L’adesione dei prescelti è immediata ed esemplare, essi fanno vita

comune con Gesù con una sequela continua e permanente in modo da

potere realizzare con lui una comunione personale, intima, vitale. Essi

sono chiamati a condividere tutto: ideali, progetto, lavoro, responsabilità,

conquiste, prove, ansie, gioie, sofferenze. I discepoli afferrati da

Cristo, sono chiamati a metterlo al primo posto nella propria vita, considerando

ogni altro bene come spazzatura per “guadagnare Cristo” (Fil

3,8) e fungere da suoi ambasciatori, testimoni credibili dell’amore salvifico

di Dio che ogni uomo può gustare accogliendo la sua persona,

Parola fatta Carne. Essi non sono particolarmente dotati, manifestano

tutte le loro fragilità e i condizionamenti del loro ambiente di vita; uno

perfino lo tradisce, ma tutti possono sperimentare la sua mitezza e purezza

di cuore. Cosicché la chiamata sollecita ed esalta il compito specifico

di ogni discepolo e la sua iniziativa. Essendo uomini dalle “labbra

impure”, devono lasciarsi plasmare dal mistero che li circonda e coinvolge,

attraversando, con un movimento di contemplazione, preghiera,

riflessione e azione i segni “sacramentali” dell’autocomunicazione di

Dio agli uomini.

2. In divenire

Il primo passo è la conversione-autotrascendimento, in modo da

attuare il passaggio dalla centralità dell’Io a quella di Dio. Prendendo

sul serio l’insegnamento dei “semi del Verbo” e dei “segni dei tempi”,

attraverso la contemplazione del creato, degli eventi della storia e

dell’esperienza quotidiana possiamo accogliere la rivelazione creaturale

che Dio rivolge all’uomo, costitutivamente aperto al rapporto con se

stesso, con il mondo, con gli altri e con il radicalmente Altro, di cui ricerca

il Volto, come fondamento della felicità perfetta, della comunione

compiuta, della vita vera e piena, della libertà autentica, dell’esistenza

redenta.

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3. Sguardo di stupore benevolo

La via da percorrere è quella dello stupore, che scaturisce da uno

sguardo pieno di gratitudine e di amore sul creato e su Dio, capace di

portarci ad una nuova consapevolezza perché tutto canta la gloria di

Dio. Ci sentiamo in sintonia con la natura: ogni creatura diventa un segno

nel quale vedo riflesso qualcosa di me; un fratello una sorella, un

essere con il quale mi trovo in affinità così come fa S. Francesco nel

Cantico delle Creature. Il giusto è come un albero piantato lungo corsi

d’acqua e l’anima è come un uccello sfuggito ai cacciatori.

“Quando il cielo contemplo e la luna e le stelle che accendi nell’alto,

io mi chiedo davanti al creato: cosa è l’uomo perché lo ricordi? Cosa

è mai questo figlio dell’uomo che tu abbia di lui tale cura? Inferiore di

poco a un dio, coronato di forza e di gloria! Tu l’hai posto signore del

creato, le cose tutte a lui affidasti: ogni specie di greggi e di armenti, e

animali e fiere dei campi. Le creature dell’aria e del mare e i viventi di

tutte le acque; come splende, Signore Dio nostro, il tuo nome su tutta

la terra!” (Sal 8).

4. Ruminare la Parola

Attraverso i simboli della creazione è possibile aprire una strada che

porta all’incontro con Dio. Ma prima ancora la creazione è una parola

di Dio sull’uomo, dove l’uomo ritrova se stesso e scopre il suo posto e

il suo ruolo nell’universo. Siamo al secondo passo: l’ascolto e “ruminazione”-

contemplazione della Parola.

Infatti, i simboli della creazione e in particolare quelli della storia e

della vita quotidiana per essere più significativi e non equivoci hanno

bisogno di essere correlati ai simboli della S. Scrittura. Infatti la presenza

e il linguaggio di Dio, avvertiti in essi acquistano piena forma nella

rivelazione della Parola-Persona fatta carne, che si fa nostro cibo affinché

in un processo di assimilazione capace di rigenerare il nostro organismo,

possiamo avere la pienezza della vita e della gioia.

Il cammino che porta all’incontro con Dio attraverso la Parola si

rivela spesso arduo e faticoso. Può succedere di rimanere a lungo senza

alcuna risposta, aridi e freddi. Non è il caso di allarmarsi. Abbi fede e

persevera nel tuo compito.

Se hai imparato a dare senza ricevere in cambio, ad amare senza

pretendere d’essere amato, non ti sarà difficile. E questo tuo rimane re

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a mani vuote e spoglio di tutto alla presenza di Colui che il tuo cuore

cerca e ama, questo sarà il tuo incanto; il modo supremo di comunicare

con Colui che è il tutt’altro da te. Nell’oscura notte di tutte le tue facoltà

arde una fiamma. La fiamma silenziosa della tua fede. È il dono

supremo che puoi offrire a chi ti è presente, benché tu non lo veda e non

lo senta.

5. Organismo virtuoso

Qui si gioca tutta la fatica per divenire il terreno buono che porta

molto frutto. Si parte dalla propria interiorità con la conquista delle

virtù necessarie a formare un organismo virtuoso armonico ed umanizzante,

poiché nelle virtù risuona sia la voce di Dio sia la vita come

“domanda che richiede una risposta”, per cui esse spingono la persona

a trascendere l’io, abbandonando la prigione del proprio egoismo e del

proprio isolamento e a dirigersi verso un significato radicale in cui si

può svelare il volto di Dio. La conquista dell’amore, della compassione,

dell’altruismo, dell’imparzialità, della sapienza della verità in contrapposizione

all’odio, all’orgoglio, all’avidità, alla gelosia, alla stupidi

e l’apprendimento della fedeltà, della gratuità, della libertà: esse sono

il sostrato su cui con l’aiuto della grazia fioriscono le virtù teologali e

morali, che vengono portate a perfezione dai doni dello Spirito Santo,

mentre diventano gli obiettivi di un Progetto di vita, in cui un valore

dominante diventa il nucleo integratore di tutta la persona al punto da

caratterizzarla. All’interno di questo progetto la tendenza all’autorealizzazione

si trasforma in atteggiamento di fede che risponde positivamente

alla chiamata di Dio.

6. Ostacoli

Gli ostacoli nella realizzazione del passaggio dall’Io a Dio e che

rappresentano la sfida educativa che il mondo contemporaneo presenta

alla Chiesa e alla società sono secondo l’insegnamento di Benedetto

XVI: l’assolutizzazione dell’autonomia dell’individuo, chiuso nel

suo bozzolo narcisistico, e quindi la negazione del concetto di Persona

come realtà intrinsecamente relazionale; lo scetticismo e il relativismo

che mettono a tacere tre fonti importanti della ricerca di Dio e dell’Uomo:

la natura che non viene più vista come la grammatica della vita che

indica i veri valori, ma viene ridotta a una realtà puramente meccanica

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fatta di materiali biologici liberamente manipolabili, la riduzione della

rivelazione a fatto culturale relativo a fenomeni storici e la storia, appiattita

sul presente, viene ridotta a un agglomerato culturale in cui il

passato è morto e non ha più nulla da dire e il futuro a lungo termine è

inaccessibile.

7. Facilitare l’incontro

La nostra risposta, terzo passo, è favorire l’incontro con Gesù, che

realizza un progetto di vita riuscita, in cui Dio ha un posto centrale

nell’esperienza quotidiana e dà la forza per spenderla nella carità fraterna

e di rialzarsi sempre dalle cadute, fiduciosi in un Amore che sostiene

e spalanca un nuovo futuro.

Egli è la Parola che comunica consolazione, coraggio, perdono, salvezza

dell’anima e del corpo.

Cristo parla e i malati guariscono (Mc 1,29-31)

Cristo parla e i ciechi ci vedono (Mc 10,46-52)

Cristo parla e la lebbra scompare (Mc 1,40-42)

Cristo parla e gli spiriti immondi fuggono (Mc 1, 21-28)

Cristo parla e la tempesta si placa (Mc Mc 4,35-41)

Cristo parla e il pane è moltiplicato (Mc 6,23-44)

Cristo parla e i morti risorgono (Mc 5,35-43)

Cristo parla e i peccati sono rimessi (Mc 2,1-12).

Mette a disposizione di tutti la parola che salva, ben convinto che

l’uomo ha urgente bisogno della verità, non per trastullarsi con la verità,

ma per salvarsi nella verità. Parla per i discepoli, per gli amici e i nemici,

per i semplici dall’animo aperto e per i dotti dal cuore chiu so, per i

sofferenti e i gaudenti. Prende le distanze dall’a sfissiante casistica dei

farisei e annunzia il mistero del Re gno di Dio alle folle, che accorrono

a lui con il ricco cam pionario di miserie e di dolore.

Alle «grandi folle» (Mt 13,2) parla sotto il velo delle para bole, annunziando

il mistero del Regno; ne attenua sa pientemente la luce di

verità, perché non restino abbaglia te. Non riesce a sottrarsi all’affettuosa

pressione di quanti accorrono per ascoltarlo: lo stringono d’assedio

da ogni par te, lo seguono dovunque, tanto che «non ha più neppure il

tempo di mangiare» (Mc 3,20). Le parole che egli dice so no quelle antiche,

già note, ma il messaggio è nuovo, nuo vissimo, mai udito; non è

preso a imprestito da maestri del passato, ma è detto in proprio («avete

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inteso che fu detto..., ma io vi dico» Mt 5, 21-48). Le sue sono «parole

di vita eter na» anche quando sono «dure» da intendere (Gv 6,60.68).

Sono così vive e così nuove che a rileggerle significa non tanto ricordarle

quanto scoprirle sempre più ricche e più profonde.

8. Nel grembo della Chiesa

L’incontro e la sequela, quarto passo, di Cristo, storico, mistico ed

eucaristico si realizza con autenticità “sulle ginocchia della madre

Chiesa”; è lei la guida sicura per non andare dietro ad illusioni o ideologie

o proiezioni narcisistiche e per attingere la meta della maturità di

fede, dell’integrazione tra fede e vita; è nel suo seno che la fede implicita

nella rivelazione di Dio si trasforma in fede esplicita, viva, operosa,

consapevole, capace di essere il centro propulsore di una vita autenticamente

umana e cristiana; e tra i suoi membri, adulti nella fede, che si

trovano le guide alla vita cristiana: anzitutto il membro più eminente,

Maria venerata con il titolo di Odigitria, e tutti i santi, nostri fratelli e

modelli della fecondità della sequela di Cristo, il ministero ordinato

(vescovo, presbitero, diacono), la ricchezza dei vari carismi, i genitori,

i religiosi, tutti i battezzati adulti, i catechisti qualificati.

«Dovremmo poter dire: “quanto poco conosciamo del mistero di Dio”.

Perché è soltanto con questo atteggiamento che possiamo metterci in attentissimo

ed umile ascolto, pronti a percepire ciò che Dio vuole comunicarci».

(C. M. MARTINI, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 28.)

55


56

PREGhIERA

Canto: Cielo nuovo (n. 6)

durante il canto si espone l’Eucaristia

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: Per noi presbiteri, infatti, il Sacerdozio costituisce il dono supremo,

una particolare chiamata a partecipare al mistero di Cristo,

che ci conferisce la sublime possibilità di parlare e di agire a suo nome.

(Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, Giovedì santo, 4 aprile 1996)

Lettore: «Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli

spiegava ogni cosa» (Mc 4,34).

Breve silenzio di adorazione

Preghiera corale

Antifona: Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi,

mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

Il monte, simbolo della giustizia fedele di Dio

1. Signore, la tua grazia è nel cielo,

la tua fedeltà fino alle nubi

la tua giustizia è come i monti più alti,

il tuo giudizio come il grande abisso:

uomini e bestie tu salvi, Signore.


2. Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!

Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali,

si saziano all’abbondanza della tua casa

e li disseti al torrente delle tue delizie.

Tutti: È in te l sorgente della vita,

alla tua luce vediamo la luce. (Sal 36,7-19).

Solista: In me si abbatte l’anima mia;

perciò di te mi ricordo

dal paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar.

Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate;

tutti i tuoi flutti e le tue onde

sopra di me sono passati.

Di giorno il Signore mi dona la sua grazia

di notte per lui innalzo il mio canto:

la mia preghiera la Dio vivente. (Sal 42,7-9)

Il monte luogo del rifugio e riparo.

Manda la tua verità e la tua luce;

siano esse a guidarmi,

mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

Verrò all’altare di Dio,

al Dio della mia gioia, del mio giubilo.

A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio. (Sal 43,3-4)

Tutti: Dio è per noi rifugio e forza,

aiuto sempre vicino nelle angosce.

Perciò non temiamo se trema la terra,

se crollano i monti nel fondo del mare. (Sal 45)

Silenzio di adorazione

Canto: Cosa offrirti (n. 11)

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Lettore: «“Il Maestro è qui e ti chiama” (Gv 11, 28). Queste parole si

possono leggere con riferimento alla vocazione sacerdotale. La chiamata

di Dio sta all’origine del cammino che l’uomo deve compiere nella

vita: è questa la dimensione primaria e fondamentale della vocazione,

ma non l’unica. Con l’ordinazione sacerdotale, infatti, inizia un cammino

che dura fino alla morte e che è tutto un itinerario “vocazionale”. Il

Signore chiama i presbiteri a vari compiti e ministeri derivanti da tale

vocazione. Ma vi è un livello ancora più profondo. Oltre ai compiti che

sono l’espressione del ministero sacerdotale, rimane sempre, al fondo

di tutto, la realtà stessa dell’”essere sacerdote”. Le situazioni e le circostanze

della vita invitano incessantemente il sacerdote a confermare la

sua scelta originaria, a rispondere sempre e di nuovo alla chiamata di

Dio. La nostra vita sacerdotale, come ogni autentica esistenza cristiana,

è un succedersi di risposte a Dio che chiama …

Breve pausa di silenzio

L’amore per la gloria di Dio non allontana il sacerdote dalla vita e da

tutto ciò che la compone; al contrario, la sua vocazione lo porta a scoprirne

il pieno significato …

Il sacerdote diventa così partecipe di tante scelte di vita, di sofferenze

e gioie, di delusioni e speranze. In ogni situazione, suo compito è mostrare

Dio all’uomo come il fine ultimo della sua vicenda personale. Il

sacerdote diventa colui al quale le persone confidano le cose più care e

i loro segreti, a volte assai dolorosi. Diventa l’atteso dagli infermi, dagli

anziani e dai moribondi, consapevoli che soltanto lui, partecipe del sacerdozio

di Cristo, può aiutarli nell’ultimo passaggio, che deve condurli

a Dio. Il sacerdote, testimone di Cristo, è messaggero della vocazione

suprema dell’uomo alla vita eterna in Dio. E mentre accompagna i fratelli,

egli prepara se stesso: l’esercizio del ministero gli permette di approfondire

la sua stessa vocazione a dar gloria a Dio per prendere parte

alla vita eterna. Egli procede così verso il giorno in cui Cristo gli dirà:

“Bene, servo buono e fedele,...prendi parte alla gioia del tuo padrone”

(Mt 25, 21)».

(Giovanni Paolo II, Giovedì santo, 4 aprile 1996)

Breve silenzio di adorazione

58


Invocazioni

P Benediciamo il Signore che ci ha fatto conoscere il Mistero della sua

volontà, il disegno benevolo che Egli aveva prestabilito in Cristo per

attuarlo nella pienezza dei tempi.

Tutti: Purifica il mio sguardo e dammi i tuoi occhi, Signore.

- Fammi guardare la vita con i tuoi occhi, Signore, perché impari a scoprire

le tracce della tua presenza attraverso le cose, gli avvenimenti, le

persone.

- Donami la capacità di saper guardare oltre le apparenze, oltre le fragilità,

oltre ogni limite perché sappia riconoscere in ogni uomo i tuoi

palpiti d’amore.

- Infondimi sentimenti di meraviglia e di gioiosa sorpresa perché, vinta

la tentazione della monotonia, comprenda che dinanzi a me si svolge la

grande storia d’Amore, iniziata all’alba del mondo.

- Custodiscimi nel tuo amore perché, vinta ogni presunzione, mi metta

in umile ascolto della parola, pronto a percepire e ad accogliere ciò che

tu vuoi comunicarmi.

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Preghiamo: Padre santo,

che ci hai invitati a seguire da vicino

le orme del Cristo tuo Figlio,

donaci di saperci manifestare alla Chiesa e al mondo

come segno visibile del tuo regno.

Per il nostro Signore...

(adattamento da: MR, Colletta, Per le vocazioni religiose).

Benedizione

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Come tu mi vuoi. (n. 8)

59


3. Ministero in crisi

S. Maria dell’Aiuto

Dal 1945 il Monte Kalfa, sopra Roccafiorita, è la

Santa Montagna in cui s’invoca la Madre di Dio

con il titolo dell’Aiuto.

Come nella frettolosa salita ad Ain Karin, sui

monti della Giudea, anche oggi la Beata Vergine

Maria si dirige con premura verso ogni sincera

invocazione d’aiuto, soprattutto se proveniente

dai sacerdoti del Suo Figlio in difficoltà o in angustie

nell’esercizio del loro ministero.

GENNAIO 2012

Mc 6, 3ss; 8,12 ss.

Dall’alto giunge la risposta

al cuore umilmente libero.

Signore, non si inorgoglisce

il mio cuore

e non si leva con superbia

il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

superiori alle mie forze. Sal 121,1

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3.1. La Parola e l’ascolto che educa

3.1.1. Dal Vangelo di Marco Mc 6, 3ss; 8,12 ss.

Il racconto di Gesù che visita Nazareth accompagnato dai discepoli,

conclude la sezione delle parabole e dei miracoli, quindi della catechesi

marciana sulla fede in Gesù. Il fatto precede immediatamente l’invio

in missione dei Dodici. Gesù parla ed insegna nel suo paese, nella sua

lingua, usa le categorie culturali della sua gente, ma non riesce a farsi

comprendere. Il rifiuto che il Maestro riceve nella sua stessa patria diventa

un avvertimento per coloro che stanno con lui: se ne condividono

l’esistenza devono aspettarsi anche l’insuccesso e l’opposizione. La

sequela deve mettere in conto la sconfitta. Dall’altra parte, coloro che

rimangono ostinatamente ancorati al già saputo sono incapaci di stupirsi

e di aderire all’annuncio del Regno. La novità di Dio passa inevitabilmente

attraverso la libertà dell’uomo, che può accogliere o sottrarsi

all’incontro.

Testo: 3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di

Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno

qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo. 4 Ma Gesù disse

loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi

parenti e in casa sua”. 5 E lì non poteva compiere nessun prodigio,

ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava

della loro incredulità.

12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione

chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno

a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò

all’altra sponda. (Mc 8,12ss)

3.1.2. Dal primo libro dei Re 19,1-8

Il cammino solitario di Elia annuncia l’itinerario che percorrono i

cercatori di Dio. Il profeta è in fuga. Davanti ha solo il deserto, quello

esteriore del Horeb, luogo della prova per Israele, e quello interiore

della delusione amara, della stanchezza, della persecuzione. L’angelo, il

pane, l’acqua, la parola di Dio e il suo richiamo lo rialzano, lo rimettono

sulla strada verso il monte dell’incontro con il Signore Iddio, nell’impercettibile

suono di un ineffabile silenzio.

63


64

Testo: Testo: In cammino verso l’Oreb

1 Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso

di spada tutti i profeti. 2 Gezabele inviò un messaggero a Elia per

dirgli: «Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a

quest’ora non avrò reso te come uno di quelli». 3 Elia, impaurito, si

alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece

sostare il suo ragazzo. 4 Egli si inoltrò nel deserto una giornata di

cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire,

disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono

migliore dei miei padri». 5 Si coricò e si addormentò sotto il ginepro.

Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». 6 Egli

guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi

e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.

7 Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia,

perché è troppo lungo per te il cammino». 8 Si alzò, mangiò e

bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni

e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

3.2. Nella vita e per la vita (le ombre e i limiti

nell’appartenenza e nel percorso)

“LA POTENZA DI DIO SI DISPIEGA NELLA DEBOLEZZA,

MENTRE LA PAZIENZA GENERA LA SPERANZA”

1. Crisi

Nell’esercizio del ministero pastorale è inevitabile imbattersi nella

crisi; questa può essere vissuta come un fallimento totale oppure come

punto di partenza di un rinnovamento interiore e di una vita riuscita,

fondata su Cristo. “Tutto posso in colui che mi dà forza”. La sapienza

della croce, il dinamismo del mistero pasquale, offre al presbitero

la prospettiva-strumento per togliere il velo che lo avviluppa quando

l’esaurimento emozionale, dovuto a un forte sovraccarico causato dal

coinvolgimento continuo e stressante nei problemi delle persone, viene

seguito da fenomeni di spersonalizzazione e di blocco di ogni energia

con riduzione della capacità personali. In tale stato giunge a colpevolizzarsi

per quanto sta succedendo e a ritenersi un fallito, non adatto

all’esercizio del ministero e quindi alla sensazione di avere sbagliato

nell’accedere al presbiterato. È il crollo dell’autostima cui può seguire

anche la depressione: “c’è qualcosa che non va in me”. E oltre se stesso


incolpa anche gli altri perché li vede troppo “dipendenti” o “cattivi”

o cafoni arroganti, ecc. Così il presbitero che si sente svuotato, risucchiato,

sfruttato nota dentro di sé un cambiamento, un passaggio da un

atteg giamento positivo e interessato al bene delle persone a uno negativo,

in differente e aggressivo. «È in credibile quanto sono strane certe

persone che vengono qui», «vengono dalle caverne», e così via. La

focalizzazione delle situazioni problematiche e negative, un senso di

impotenza, la rabbia di fronte a situazioni croniche stressanti, l’assenza

di un briciolo di gratitudine e il sentirsi oggetto di aggressività ingiustificata

acuiscono la crisi.

2. Sacramentalità del vissuto

In questa situazione è necessario riscoprire la sacramentalità del nostro

vissuto e della nostra azione, che avviene dentro il disegno di salvezza

di Dio; per cui non conta la quantità delle cose da fare, ma la loro

qualità, non il successo immediato ma l’adesione al progetto di Dio. È

lui che fa crescere attraverso la molteplicità e ineffabilità delle sue vie!

Riprenderemo coscienza che c’è una sapienza oltre ogni ragionevolezza

e che c’è una possibilità di guadagno soprannaturale al didi ogni

insuccesso umano. Si tratta di rimettersi nuovamente alla ricerca del

volto di Dio come Elia, per riscoprilo presente nella nostra storia come

Giuseppe, venduto di suoi fratelli, di chiedere a Gesù di seguirlo sulle

acque ma anche di saperlo invocare quando cominciamo ad affondare

come Pietro, di crescere nella consapevolezza di essere anche noi “figli

amati” anche nella sofferenza.

Eviteremo il fideismo che è un alibi della fede, ed eviteremo il quietismo

che è un alibi della sottomissione della fede. Potremmo rotolarci

con gioia nell’insuccesso e nell’abiezione cullandoci nella consolazione

di compensi divini. Ma questa non è la via del vangelo. Il fallimento,

la crisi non sono affatto un ideale, ma “in Cristo” sono una possibilità

di ripartire e di vincere, di recuperare la nostra umanità mediante la

forza di un Altro. È il momento della speranza teologale che supera la

speranza umana, e della certezza quando sentiamo di appoggiarci sulla

grazia di Dio. E siccome essa non si sostituisce alla natura ma la integra

e la porta a perfezione ci impegneremo in tutto ciò che la scienza e

la sapienza umana, leggendo la natura come la grammatica dell’arte di

vivere, ci suggeriscono per una vita umana riuscita.

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3. Ripresa

Cercheremo anzitutto di evitare soluzioni alienanti come l’isolamento

psicologico o fisico o il ricorso unilaterale a soluzioni deresponsabilizzanti

come vino, cibo, farmaci, e seguiremo strade costruttive

che ci permettano di: a) ridurre le tensioni emozionali del rapporto con

la gente; b) superare la visione solo negativa delle persone per coglierne

gli aspetti positivi; c) potenziare il senso di realizzazione personale

e di autostima.

I presbiteri, in quanto educatori alla vita cristiana sia dei singoli che

delle comunità, devono resistere alla tentazione di essere un “modello”

e un “salvatore” e di identificarsi con la parola che annunciano. Cosa

d’altronde che è causa di sensi di inadeguatezza e di frustrazione. Non

sono un modello da imitare, poiché il loro servizio consiste nell’orientare,

facilitare, guidare all’incontro con Cristo, a divenire suoi discepoli;

quindi, a conformasi a Cristo e non al presbitero che solamente fa da

tramite ad un’opera, che è frutto della grazia di Dio e della libera risposta

di ogni singola persona. Con la scusa di dovere dare il buon esempio

il presbitero potrebbe costruirsi una maschera (stressante), dare vita a

un “personaggio” fasullo nella sua “perfezione” e che, di fatto, impedisce

una comunicazione autentica sia tra gli uomini che con Dio. La

tentazione di “fare il salvatore” nasce dal desiderio di trasmettere ai

destinatari il proprio quadro di valori (moralismo) invece di aiutarli ad

elaborarne uno personale alla luce dell’incontro con Cristo. È il tentativo

di rendere gli altri simili a sé, dimenticandosi che solo Dio può

creare a sua immagine e somiglianza. L’identificazione con il messaggio

che annuncia porta il presbitero a interpretare le eventuali resistenze

delle persone come un rifiuto della sua attività e della sua persona e

viceversa, con la conseguenza di venire travolti da pensieri negativi ed

aggressivi.

4. Alcuni consigli

1) cercare di lavorare meglio, anziché di più (non moltiplicheremo

le attività, ma faremo delle scelte prioritarie per svolgerle in modo

meno stressante e più efficiente); allo scopo stabiliremo degli obiettivi

realistici, che traducano in maniera attingibile e a piccoli passi i grandi

ideali, tenendo conto dei limiti e delle capacità nostre e della gente. 2)

non inseguire le novità, ma fare le solite cose in maniera diversa e senza

66


ansia; 3) imparare a prendersi dei periodi di riposo o brevi stacchi fra

le attività; 4) imparare a realizzare nei confronti delle persone un “interesse

distaccato” non lasciandosi coinvolgere eccessivamente e non

considerando offese personali le espressioni aggressive di un disagio o

malessere del nostro interlocutore; 5) pensare in modo positivo; 6) rimanere

in sintonia con i propri sentimenti sviluppando la nostra capacità

di introspezione e comprensione; 7) non vergognarsi di cercare conforto,

sostegno e comprensione presso i propri confratelli; 8) imparare

a lavorare insieme; 9) coltivare l’amicizia.

«Gesù chiede agli apostoli una cambiale in bianco; chiede fiducia assoluta

in Lui: venitemi dietro! ... voi vedete che le cose non vanno bene, vi

immaginavate di avere un maestro trascinatore di folle, vedete invece che

non lo sono».

(C. M. MARTINI, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 61.)

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68

PREGhIERA

Canto: Quello che abbiamo udito (n. 20)

durante il canto si espone l’Eucaristia -

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: «Anche Cristo nelle ore più tragiche della sua vita restò solo,

abbandonato da quelli stessi che Egli aveva scelti a testimoni e compagni

della sua vita e che aveva amati fino alla fine … chi ha scelto di

essere tutto di Cristo troverà innanzi tutto nella sua intimità e nella sua

grazia la forza d’animo necessaria per dissipare la malinconia e per vincere

gli scoraggiamenti; non gli mancherà la protezione della Vergine

Madre di Gesù, la materna premura della Chiesa al cui servizio si è consacrato»

(Paolo VI, Sacerdotalis Coelibatus, 59).

Lettore: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di

Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno

qui da noi?. Ed era per loro motivo di scandalo». (Mc 6,3)

Breve silenzio di adorazione

Preghiera salmica:

Antifona: Gioisca il monte di Sion,

esultino le città di Giuda.


1. Il suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, dimora divina,

è la città del grande Sovrano.

2. Gioisca il monte Sion,

esultino le città di Giuda

a motivo dei suoi giudizi. (Sal 48,3.12).

La gioia dell’incontro

La forza di Dio dona stabilità ai monti

1. Tu rendi saldi i monti con la tua forza,

cinto di potenza.

Tu fai tacere il fragore del mare,

il fragore dei suoi flutti,

tu plachi il tumulto dei popoli.

2. Gli abitanti degli estremi confini

stupiscono davanti ai tuoi prodigi;

di gioia fai gridare la terra,

le soglie dell’oriente e dell’occidente. (Sal 65,7-9).

Breve silenzio di adorazione

Canto: Il Signore è la mia salvezza (n. 14)

Lettore: «Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la

gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli

ci conduca e ci sostenga giorno per giorno.

Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio

non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché

in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che,

proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano

venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti

dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio

a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario...

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Breve pausa di silenzio

Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della

nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste

vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati

per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre

di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo

mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale

compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro

e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio.

In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e

all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di

Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può

dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti:

“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e

umile di cuore”» (Mt 11,29). (Benedetto XVI, Omelia per la conclusione

dell’Anno sacerdotale, 11 giugno 2010).

Breve silenzio di adorazione

Invocazioni

P Esprimiamo la nostra gioia e la gratitudine perché il Signore non ci

abbandona al nostro destino. Egli è sempre con noi e si occupa di noi.

Tutti: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”

- Nei momenti di sconforto, che io non dimentichi mai che Dio si prende

personalmente cura di me, di noi, dell’umanità tutta. Dio non mi lascia

solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane

sempre più disorientati. Egli si prende cura di me.

- il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le

mie pecore e le mie pecore conoscono me”.

“Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli

bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio

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e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via

dell’amicizia di Dio.

- “Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado

per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo

bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Quando tutto mi sembra

buio intorno a me, Signore, abbi pietà di me! Indicami la strada!

- Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in

cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi

sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate

in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.

- Nonostante le difficoltà del ministero, con tutto il cuore vogliamo proclamare

le parole del Salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita”. (23 22], 6).

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Preghiamo: Signore nostro Dio,

che guidi il popolo cristiano con il ministero dei sacerdoti,

fa’ che i tuoi eletti siano perseveranti nel servire la tua volontà,

e nella vita e nella missione pastorale

cerchino unicamente la tua gloria.

Per il nostro Signore...

(MR, Colletta, Per i Sacerdoti).

Benedizione

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Io ti esalterò (n. 15)

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4. Per stare con lui

S. Maria del Crispino

L’incredulità purificata

dalla preghiera,

attinge alla luce di Dio.

A poca distanza da Pellegrino, frazione montana di

Monforte San Giorgio, sorge un Santuario fondato nel

XVI secolo, che conserva una Madonna col Bambino,

una delle migliori opere dello scultore Antonello

Gagini, del 1507.

La devozione a Santa Maria del Crispino può suscitare

il bisogno della contemplazione, del profondo raccoglimento

in preghiera sul monte, che Gesù viveva

con assiduità nel suo rapporto intimo col Padre e con

cui ogni presbitero, in modo speciale, deve alimentare

costantemente la propria spiritualità sacerdotale.

fEBBRAIO 2012

Mc 9, 14-29

Manda la tua verità e la tua luce;

siano esse a guidarmi,

mi portino al tuo monte santo

e alle tue dimore. Sal. 43,3


4.1. La Parola e l’ascolto che educa

4.1.1. Dal Vangelo di Marco 9,14-29

Dopo l’esperienza del Tabor, Gesù ritorna dai discepoli impegnati

in una discussione con gli scribi e i farisei. In sua assenza, essi devono

aver sperimentato il fallimento di un tentativo di guarigione, di cui la

vicenda narrata conserva la memoria. Marco denuncia la poca fede e la

mancanza di preghiera, sia dei discepoli sia del padre del ragazzo malato.

Il dramma della guarigione e il dramma della fede vengono così per

coincidere. Entrambe sono accessibile al discepolo soltanto in totale e

fiduciosa adesione alla persona di Gesù. La fede è forza che può compiere

i miracoli. La guarigione è dono concesso a chi sa sacrificare ogni

falsa sicurezza, per fidarsi incondizionatamente del Maestro Gesù.

Testo: 14 E giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla

e da scribi che discutevano con loro. 15Tutta la folla, al vederlo, fu

presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16 Ed egli li interrogò: «Di che

cosa discutete con loro?». 17 Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho

portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. 18 Quando lo

afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce.

Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti».

19 Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a

quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo

da me». 20 E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con

convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando.

21 Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?».

Ed egli rispose: «Dall’infanzia; 22 anzi, spesso lo ha buttato persino

nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi

pietà di noi e aiutaci». 23 Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile

per chi crede». 24 Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo,

aiutami nella mia incredulità». 25 Allora Gesù, vedendo accorrere la

folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io

te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26 E gridando e scuotendolo

fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché

molti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò

ed egli si alzò in piedi.

28 Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché

noi non abbiamo potuto scacciarlo?». 29 Ed egli disse loro: «Questa

specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la

preghiera».

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4.1.2. Dal Libro dell’Esodo 17,1-7

Nel deserto il popolo ha sete e mormora. L’umanità sente il peso della

sua libertà e le esigenze del cammino iniziato in nome della promessa.

Le misteriose assenze di Dio provocano la preghiera, perché anche

nel deserto si può credere e sperare nel miracolo della vita.

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Testo: 1 Tutta la comunità degli Israeliti levò l’accampamento dal deserto

di Sin, secondo l’ordine che il Signore dava di tappa in tappa,

e si accampò a Refidim. Ma non c’era acqua da bere per il popolo.

2 Il popolo protestò contro Mosè: “Dateci acqua da bere!”. Mosè

disse loro: “Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il

Signore?”. 3 In quel luogo dunque il popolo soffriva la sete per mancanza

di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci

hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il

nostro bestiame?”. 4 Allora Mosè invocò l’aiuto del Signore, dicendo:

“Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”.

5 Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni

anziani di Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso

il Nilo, e và! 6 Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai

sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè così fece

sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7 Si chiamò quel luogo Massa e

Meriba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova

il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.

4.2.Nella vita e per la vita (fedeltà nella promessa)

TU ERI DENTRO DI ME E IO TI CERCAVO FUORI

1. Discesa e ascesa

“Il Signore sia sopra di te per proteggerti, davanti a te per

guidarti, dietro di te per custodirti, dentro di te per benedirti”

(Benedizionale 467).

Immersi in Dio, ci accorgiamo che la metafora dell’ascesa sul monte

trova il suo corrispettivo nella discesa negli abissi del cuore, centro della

persona, ove Cristo abita mediante la fede (Ef 3,17) e dove l’uomo scopre

la complessita-semplicità del proprio volto. E da questa profondità scaturisce,

spaccando la crosta rocciosa degli egoismi, l’acqua che dà vita. La S.

Scrittura ci insegna che dobbiamo creare un sapiente dosaggio tra esteriorità

e interiorità, tra azione e contemplazione, tra superficie e profondità, tra


interno ed esterno, tra trasformazione interiore e comportamento virtuoso

per potere incontrare Dio e saperlo comunicare agli altri.

2. Vita interiore

– «Il cuore dell’uomo determina la sua vita» (Pr 16,9), di cui «è la

sorgente» (Pr 4,23), soprattutto quando è pacificato (Pr 14,30).

– Il Signore «guarda nel cuore» (lSam 16,7) e lo scruta come si scrutano

gli abissi (Sir 42,16). Ne conosce i segreti (Sal 44, 22). Pesa i cuori

(Prv 24,12), li mette alla prova (Dt 8,2) e li placa (Sal 119, 32).

– Il cuore è in immediato rapporto con il divino. D’altra parte per avvicinarsi

a Dio occorre «che il cuore sappia rischiare» (Ger 30,21) e potrà

dire «Ti amo» solo se comunica intimamente con lui (Gdc 16,15).

– La legge divina è posta nel cuore (Dt 6,6; cf. Dt 30,14; Is 51,7; Ger

31,33), scritta sulle tavole del cuore (Pr 7,3). La parola del Signore va

quindi accolta in un cuore «bello e buono» (Lc 8,15). Cristo è la nuova

legge nel cuore dell’uomo (Rm 8,2; 1 Cor 9,21; cf. 2,19.5 1).

– Dio va cercato con tutto il cuore (Dt 4,29), amato con tutto il cuore

(Dt 6,5; 10,12). Il cuore lo deve conoscere (Dt 29,3; Ger 24,7) e deve

fissarsi in lui (1 Sam 7,3). Solo i puri di cuore vedono Dio (Mt 5,8). È

Dio stesso che ci dice: «Dammi il tuo cuore» (Prv 23, 26). Ed è con il

cuore che l’uomo crede ed è salvo (Rm 10,9).

– Anche il cuore è però incirconciso, impuro (Dt 10,12-22; 30,6; Lv

26,41; Ger 4,4; 9,24; Os 10,2 che parla di cuore diviso, Rm 2,29; cf.

Ger 5,23; 7,24; 18,12). Il cuore è dunque «lontano» da Dio (Is 29,13).

Occorre tornare a lui con tutto il cuore (Dt 30,10), convertirsi con tutto

il cuore (Ger 3,10), circonci dere il cuore (Dt 10,16), lacerare il cuore e

non le vesti in segno di pentimento

– Sarà possibile acquistare un cuore di saggezza (Sal 90,12; cf Pr

14,33), un cuore puro (Sal 51,12.19) soltanto se Dio stesso toglierà dal

nostro petto il cuore di pietra e vi porrà un cuore nuovo (Ger 32,39; Ez

11,19; 18,31; 36,26).

La via del cuore, via di silenzio e disponibilità, di totale disarmo e

di rinuncia ad ogni pretesa, di presenza della gratuità dell’Altro, è la via

obbligata per raggiungere la Sorgente d’acqua viva.

La scoperta di questa via è la via dell’interiorità, ossia del nucleo

profondo, decisio nale, in cui l’uomo compie la scelta prima del suo progetto

di vita a cui rapporta poi tutte le altre scelte; non si realizza con un

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processo spontaneo, né per sola comunicazione di sapere, ma richiede

iniziazione adeguata. Il percorso educativo, per portare a tale scoperta,

ha natura diversa rispetto a quelli dell’acquisizione di competenze e

abilità da impiegare per affrontare la realtà oggettiva.

Puntare a tale scoperta vuol dire riportare l’attenzione sulla totalità

dell’uomo e rinvenire esigenze costitutive da cui scaturiscono bisogni

educativi essenziali. Spontaneo è riandare alle indi menticabili espressioni

di Agostino nelle Confessioni, attraverso cui il Ve scovo d’Ippona

descrive il suo grande travaglio interiore per arrivare a cer care se stesso

in Dio passando dalle realtà esterne alla dimensione del pro fondo dove

nascono le vere domande esistenziali.

Alla voce di Agostino possiamo affiancare quella di Socrate nell’Apologia:

«Ottimo uomo, dal momen to che sei ateniese, cittadino della città

più grande e più famosa per sapien za e potenza, non ti vergogni di occuparti

delle ricchezze per guadagnarne il più possibile e della fama e

dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza,

della verità e della tua anima, in modo che diventi il più possibile bella?»

(Apologia, 29, c-e).

3. Educare alla vita interiore

Educare alla vita interiore vuol dire educare a porsi domande che

vanno oltre quelle, pur legittime, a cui ci hanno abituati le richieste

pressanti del mondo del lavoro e del mercato. L’uomo non può evadere,

pena il disuma narsi, da domande come quelle riguardanti il senso

del vivere e del morire, il significato del convivere, le aspettative future

personali e collettive, la natura del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto,

il fondamento del do vere e della responsabilità.

Questi interrogativi spuntano soltanto dal profondo dell’interiorità,

men tre non nascono affatto o vengono subito soffocati dal vocio assordante

del le tante forme di esteriorizzazioni spettacolari o dai modelli

dominanti che celebrano l’effimero.

Riaffermare l’importanza di coltivare l’interiorità in una cultura tecnico-scientifica

significa richiamare l’importanza di sviluppare le migliori

disposizioni umane e le virtù proprie dell’agire di una personalità armoniosa

e matura. L’interiorità è, consapevoli o non, l’unica e vera forza su

cui l’uomo può far leva per acquisire padronanza di sé e capa cità di istaurare

rapporti significativi con se stesso e con gli altri. Essa ri guarda la

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modalità di essere e di vivere di chi ha interesse a dare un senso alla vita,

a non rincorrere immagini mutevoli, a non consegnarsi senza ri serve a ciò

che altri hanno deciso per lui. L’interiorità esprime l’esercizio del potere

dell’uomo non più sul mondo oggettivo, costatabile e verificabi le, ma su

se stesso, l’abilità di mettere in valore il potenziale che lo fa esse re uomo

attraverso il possesso e l’unificazione delle proprie forze, la capa cità di saperle

direzionare secondo le loro immanenti finalità in vista della propria

perfezione. Conoscenza e possesso delle proprie forze, loro impiego intelligente

e responsabile, effetti di una conquistata padronanza di sé, non si

conciliano in alcun modo con individualismo, intimismo, privatismo, tutti

atteggia menti che rivelano forme di ripiegamento solipsistico, di chiusura

verso gli altri e il mondo. L’interiorità, intesa come sguardo veritiero su

se stessi per imparare a decifrare il senso del vivere, consapevolezza dei

poteri e dei li miti iscritti nella propria natura, assunzione di responsabilità

nell’agire per il proprio e l’altrui bene, fa crescere e rafforza la dimensione

etica dell’agire umano. Vista nella prospettiva della speranza cristiana

rappresen ta una grande forza di sbarramento al rischio sempre incombente

di con fondere interiorità con intimismo e individualismo.

Educare all’interiorità, vuol dire educare all’ascolto e al dialogo.

All’ascolto di Dio, che rinnova perennemente la sua promessa attraverso

gli eventi della storia e impegnando la coscienza in una responsabilità solidale;

all’ascolto di sé, con una cifra di lettura non assunta dall’esterno e

neppure arbitrariamente imposta a se stesso, ma letta dentro le esigenze

profonde del proprio essere, cogliendone la giusta misura senza tentazioni

di autocre azioni prometeiche, ma anche senza svalutarsi per quanto l’uomo

può e deve fare per cooperare al disegno di Dio sul mondo; all’ascolto

degli altri, con cui si è chiamati ad essere corresponsabili della realtà del

mondo, pri mizia del regno futuro. Come accennato, arrivare alla scoperta

della propria interiorità non è fat to spontaneo, ma necessità di iniziazione

ed esercizio adeguato che non può fare a meno di guide esperte. Il cammino

non è lineare, ma faticoso, diffici le, responsabilizzante.

«Gesù chiede di scegliere coraggiosamente una vita simile alla sua. Di

sceglierlo nel cuore, perché l’avere questa o quella situazione esterna non

dipende da noi. Di pende da noi, invece, scegliere nel cuore una vita quanto

più possibile vicina al suo modo di vivere fra gli uomini».

(C. M. MARTINIi, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 77.)

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PREGhIERA

Canto: Chi ci separerà (n. 7)

durante il canto si espone l’Eucaristia

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: «Il tempo che do all’azione deve essere proporzionato su quello

che do all’«opus Dei», cioè all’orazione. Ho bisogno di dare alla mia

vita un tono di preghiera più vibrante e più continuato. Dunque meditare

di più e trattenermi con il Signore più a lungo, leggendo, recitando

preghiere vocali, anche tacendo. Spero che il Santo Padre mi conceda

la grazia di tenere il SS. Sacramento in casa, a Sofia. La compagnia di

Gesù sarà la mia luce, il mio conforto, la mia gioia».

(GIOVANNI XXIII, Il Giornale dell’anima, 640).

Lettore: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto.

Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e

si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono

riusciti» … Entrato in casa i suoi discepoli gli domandavano in privato:

«Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro:

«Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non

con la preghiera» (Mc 9, 17-18).28-29).

Breve silenzio di adorazione


Preghiera salmica:

Antifona: Benedetto il Signore sempre;

ha cura di noi il Dio della salvezza.

La bellezza della dimora alta del Signore del mondo

1. Il suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, dimora divina,

è la città del grande Sovrano.

2. Dio nei suoi baluardi

È apparso fortezza inespugnabile.

Gioisca il monte di Sion,

esultino le città di Giuda

a motivo dei tuoi giudizi.

1. Circondate Sion, giratele intorno,

contate le sue torri.

Osservate i suoi baluardi,

passate in rassegna le sue fortezze,

per narrare alla generazione futura:

2. Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre:

egli è colui che ci guida.

Monte di Dio, il monte di Basan,

monte dalle alte cime, il monte di Basan.

1. Perché invidiate, o monti dalle alte cime,

il monte che Dio ha scelto a sua dimora?

Il Signore lo abiterà per sempre.

2. Sei salito in alto conducendo prigionieri,

hai ricevuto uomini in tributo:

anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio.

Tutti: Benedetto il Signore sempre;

ha cura di noi il Dio della salvezza. (Sal 68,11.12-17.19-20)

Breve silenzio di adorazione

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Canto: Te, al centro del mio cuore (n. 26)

Lettore: «Al tempo stesso, desidero farmi voce di Cristo, che ci chiama

a sviluppare sempre di più il nostro rapporto con lui. «Ecco, sto alla

porta e busso» (Ap 3, 20). Come annunciatori di Cristo, siamo innanzitutto

invitati a vivere nella sua intimità: non si può dare agli altri ciò

che noi stessi non abbiamo! C’è una sete di Cristo che, nonostante tante

apparenze contrarie, affiora anche nella società contemporanea, emerge

tra le incoerenze di nuove forme di spiritualità, si delinea persino quando,

sui grandi nodi etici, la testimonianza della Chiesa diventa segno di

contraddizione. Questa sete di Cristo — consapevole o meno — non

può essere placata da parole vuote. Solo autentici testimoni possono irradiare

credibilmente la parola che salva.

Breve pausa di silenzio

Il Giovedì Santo, giornata speciale della nostra vocazione, ci chiama a riflettere

soprattutto sul nostro «essere», e in particolare sul nostro cammino

di santità. È da questo che scaturisce, poi, anche lo slancio apostolico.

Ebbene, guardando a Cristo nell’ultima Cena, al suo farsi «pane spezzato»

per noi, al suo chinarsi in umile servizio ai piedi degli Apostoli,

come non provare, insieme con Pietro, lo stesso sentimento di indegnità

dinanzi alla grandezza del dono ricevuto? «Non mi laverai mai i piedi

(Gv 13, 8). Aveva torto, Pietro, a rifiutare il gesto di Cristo. Ma aveva

ragione a sentirsene indegno. È importante, in questa giornata per eccellenza

dell’amore, che noi sentiamo la grazia del sacerdozio come

una sovrabbondanza di misericordia.

Misericordia è l’assoluta gratuità con cui Dio ci ha scelti: «Non voi avete

scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16).

Misericordia è la condiscendenza con cui ci chiama ad operare come

suoi rappresentanti, pur sapendoci peccatori.

Misericordia è il perdono che Egli mai ci rifiuta, come non lo rifiutò a

Pietro dopo il rinnegamento. Vale anche per noi l’asserto secondo cui

c’è «più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove

giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7).

(Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, Giovedì santo, 25 marzo, 2001)

Breve silenzio di adorazione

82


Invocazioni

P Imploriamo con fiducia il nostro Salvatore perché, anche nei momenti

più bui della nostra vita, non ci manchi la certezza che egli resta

sempre con noi.

Tutti: Resta con noi, o Signore!

- Tu che vieni come luce per accompagnarci

lungo un cammino di fatica e di speranza.

- Quando i dubbi contro la fede ci assalgono

e lo scoraggiamento atterra la nostra speranza.

- Quando l’indifferenza raffredda il nostro amore,

e la tentazione sembra troppo forte.

- Quando la sconfitta ci coglie di sorpresa

e la debolezza invade ogni desiderio.

- Quando ci troviamo soli, abbandonati da tutti,

e il dolore ci porta alle lacrime disperate

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Benedizione

(P. MAIOR, passim)

Preghiamo: Padre santo, che nella tua immensa bontà

ci hai chiamati all’intima comunione

con Cristo eterno sacerdote nel servizio della Chiesa,

fa’ che siamo annunziatori miti e coraggiosi del Vangelo

e fedeli dispensatori dei tuoi misteri.

Per il nostro Signore...

(MR, Colletta, Nell’anniversario della propria ordinazione).

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Con te faremo cose grandi (n. 10)

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MARZO 2012

5. “Anche se dovessi morire con te”

Mc 14, 27-31

S. Maria del Terzito

Se Dio ci tende la mano siamo salvi

vediamo il suo e il nostro volto

Nella tua bontà, o Signore,

mi hai posto su un monte sicuro;

ma quando hai nascosto il tuo volto,

io sono stato turbato. Sal.30,8-9

In un incantevole avvallamento che separa le montagne

gemelle dell’Isola di Salina, il Monte Fossa delle Felci e

il Monte dei Porri, sorge il Santuario della Madonna del

Terzito, eretto nel 1630, che costituisce il più importante

luogo di devozione mariana dell’arcipelago eoliano.

Il Santuario è risalente a un tempo remoto, quando un

eremita costruì un edificio sacro dalle modeste dimensioni

per destinarlo alla sua preghiera e vi collocò una

delicata immagine della Beata Vergine Maria. Nel 1622

un boscaiolo trovò tra le rovine di un vecchio fabbricato

l’antico quadro di legno appartenuto all’eremita e

fu così che venne costruito un Santuario, ristrutturato

nella seconda metà del XIX secolo. Sull’altare centrale domina una pregevole

tela settecentesca raffigurante la Vergine con un campanello in mano

nell’atto di proteggere, dall’alto, le Isole Eolie. Una statua in legno rappresenta

la Madonna in una forma analoga a quella del quadro.

La devozione a Santa Maria del Terzito può scuotere le coscienze sacerdotali

dalla tentazione di affievolire lo zelo apostolico sotto il peso

delle incomprensioni o degli insuccessi e può rianimare, al suono del

campanello della Madre, la carità pastorale e il fervore missionario..


5.1. La Parola e l’ascolto che educa

5.1.1. Dal Vangelo di Marco 14,31

Ai Dodici che hanno condiviso la sua vicenda, Gesù rivela l’imminente

grande prova che li attende e che dovranno sostenere senza scandalizzarsi,

senza cioè perdere la fede. La sua croce e la loro dispersione

non hanno l’ultima parola ma sono l’inizio di un rapporto nuovo tra il

Maestro e i discepoli. Essi affrontano la passione isolati e non reggono

la prova. Ma lo rivedranno in Galilea, dove si riuniranno per ripartire

e portare a termine il compito ricevuto di prolungare nello spazio e nel

tempo l’opera del Padre. Pietro si fa portavoce del Dodici, non ancora

per dire la fiducia nel Maestro, ma per avanzare la sua presunta disponibilità

a morire con lui. Il discepolo vuole essere personalmente escluso

dalla crisi imminente che coinvolgerà tutti gli altri. Gesù tenta di richiamarlo

al suo limite personale, ma sarà l’esperienza della croce e della

risurrezione a mostrare a Pietro la portata reale della sequela.

Testo: 31 Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire

con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

5.1.2. Dal Libro della Genesi 22,1-19

La prova di Abramo è paradigma di ogni itinerario di fede. Le zone

oscure che chiamiamo “prova”, anche quelle più rovinose, accompagnate

e vissute nel silenzio, purificano dalla presunzione e dalla volontà

di possedere. La chiamata alla fede è il campo delle scelte responsabili,

induce alla paziente attesa che fa entrare in relazione con l’altro, senza

pretendere di occupare un posto.

Testo: 1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse:

«Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio,

il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo

in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò

di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco,

spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che

Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano

vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi

qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi

ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò

sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono

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tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre

mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la

legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio

stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono

tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato;

qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo

depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese

il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò

dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».

12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli

alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo

unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato

con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì

in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore

provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». 15 Poi

l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e

disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto

questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedi

con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza,

come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la

tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette

per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai

obbedito alla mia voce».

19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso

Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.

5.2. Nella vita e per la vita. Chi ama sa aspettare

1. Progetto-Uomo

CHI AMA SA ASPETTARE:

una nuova prospettiva di pastorale pedagogica

La Chiesa di Dio che vive in Italia assume, con rinnovata consapevolezza,

l’impegno educativo per portare a maturità i figli, generati

nella fede, sostenendoli nel processo di conformazione a Cristo Gesù,

nella via del discepolato.

Si tratta di un impegno educativo integrale e profondo, perché è diretto

a tutto l’uomo e in tutte le sue dimensioni alla luce del Progetto-

Uomo che risplende in Gesù (“Chi segue Gesù uomo perfetto anche lui

diventa più uomo”), e perché la meta è l’espansione in umanità per “essere

di più, valere di più”.


Lo stile globale di questo processo di crescita è la vita filiale (ad immagine

del Figlio) e fraterna (alla luce dello Spirito) e si svolge attraverso

la partecipazione attiva al proprio cammino formativo, l’apertura

verso l’altro e il futuro, la decisione personale per “crescere insieme”, il

dono della propria specificità in atteggiamento di ascolto.

2. Elogio dell’educazione lenta

Proprio questo quadro teleologico richiede l’assunzione di un’ottica

educativa inattuale, cioè una educazione dai tempi lunghi, non preoccupata

dei risultati immediati, ma di apprendimenti di qualità, della scoperta

e interiorizzazione dei valori, della padronanza delle emozioni,

della realizzazione di relazioni significative. L’accelerazione dei tempi

vitali, sotto la pressione della società dei consumi e della tecnica, ci

spinge a volere le cose “prima di subito” e “più rapidamente possibile”.

Ma ciò non vuol dire che sia la cosa migliore.

L’amare i tempi lunghi spinge a prendere coscienza che la persona

si fa len tamente e gradualmente. Tutti vorremmo non possedere difetti,

non incontrare difficoltà in parrocchia, nella scuola, nelle relazioni

umane, nel lavoro. Tutti coltiviamo un Io ideale con cui ci confrontiamo,

che desideriamo di avere realizzato, ma, invece, ben sappiamo che

si pone sempre come meta davanti a noi, per cui dobbiamo coltivare la

«pazienza» con noi stessi e con gli altri, accettare i nostri limiti, affrontarli

serenamente e superarli progressivamente nella consapevolezza

che niente cresce e si matura improvvisamente.

Siamo lacerati tra il tempo “Chronos” che misura gli eventi, parcellizza

le nostre esperienze e ci sfugge continuamente (“non abbiamo

tempo”, “il tempo è denaro”) appiattendoci sul presente con l’ansia di

rispondere alle “urgenze competitive” della società, e il tempo “kairòs”

(gli eventi significativi che per la loro ricchezza di umanità trasformano

“il tempo in vita”) che racchiude in un unico divenire il passato, il

presente e il futuro. Il passato dona un ricco patrimonio di esperienze e

di punti di riferimento che richiedono la salvaguardia della continuità,

il presente è la somma di quanto abbiamo ricevuto e che possiamo in

qualche modo cambiare ponendo le basi per un nuovo futuro. Chronos

ci spinge verso il predominio della quantità, dell’accelerazione dei consumi,

della sovrabbondanza degli stimoli; kairòs esige la qualità donando

il tempo giusto ad ogni persona e ad ogni attività in modo tale

che gli apprendimenti si radichino in profondità e la conoscenza diventi

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saggezza. “Age quod agis” fai bene ciò che stai facendo, dai importanza

a ciò che stai realizzando e non al tempo che impieghi o alle conoscenze

che acquisisci. Bruciare le tappe di crescita, anticipare scadenze

significa obbedire alla logica quantitativa del chronos e non amare veramente

né noi stessi né coloro che educhiamo perché li costringiamo

nell’orizzonte della gratificazione immediata e nella superficialità di apprendimenti

che verranno dimenticati perché insignificanti per la vita.

Chronos nasce dalla volontà di potenza, Kairòs scaturisce dall’amore

per la persona chiamata a crescere in umanità; e dall’amore vissuto nel

tempo condiviso nascono le persone e le comunità umane. Per mediare

tra Chronos e Kairòs dobbiamo imparare a priorizzare alla luce di alte

finalità educative. Quando definiamo obiettivi educativi, percorsi, direzione,

intenzioni (quando, cioè, decidiamo. di agire con una finalità),

definiamo un’educazione che si oppone a quella intesa come un addestramento

o un insegnamento di abilità ripetitive e meccaniche.

Priorizzare significa analizzare, alla luce del contesto parrocchiale,

ciò che è fonda mentale, ma tenendo conto dei processi e non tanto dei

risultati; considerando cioè la qualità e non la quantità. Indicare finalità

è il contrario dell’agitazione per molte cose (fare le cose senza motivazione

apparente, perché bi sogna farle, perché le abbiamo sempre fatte

in modo abitudinario) e del tecnicismo (fare le cose in modo perfetto,

con un ordine tecnico e burocratico, ma senza sapere perché le facciamo).

Ma non basta che abbiamo le nostre priorità è anche necessario

che esse vengano condivise. Accade spesso che le famiglie abbiano delle

priorità che entrano in contraddizione con quelle che definiscono il

progetto catechistico della parrocchia. Per questo è tanto più importante

operare in forma congiunta per avvi cinare le diverse posizioni, per aiutare

a comprendere che i valori e le conoscenze più complesse come le

competenze hanno bisogno di tempi lunghi, di percorsi non lineari, di

processi che coinvolgano tutti i sensi e le facoltà delle persone. Le virtù

teologali che definiscono l’identità cristiana hanno bisogno di tempo

per divenire atteggiamenti personali capaci di orientare creativamente,

con l’aiuto della grazia, il comportamento quotidiano.

3. Virtù-base: la pazienza

Ecco allora che la virtù pedagogica fondamentale è la pazienza, che

porta con sé come corredo l’esercizio delle capacità di calma, resistenza,

perseveranza e, anche, rassegnazione con lo sguardo fiducioso di chi si

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aspetta tutto senza attendersi nulla. Essa è un atto di amore perché comporta

l’accettazione di se stessi e degli altri con i propri e altrui limiti, incompiutezze,

fragilità, facendo posto dentro di sé al tempo degli altri e di Dio.

La pazienza, oltre che nella ragionevolezza pedagogica, trova il suo

fondamento nell’agire di Dio lungo la storia della salvezza e nell’insegnamento

di Gesù. Essa è attesa piena di fiducia e perseveranza anche

nell’impotenza, poiché la potenza della risurrezione di Gesù è già operante

nella nostra vita. La comunità cristiana non può rinunciare a testimoniare

questo atteggiamento se vuole essere interprete fedele del vangelo. Essa

sarà paziente se saprà proporsi senza imporsi, se commisurerà la propria

azione educativa sul passo degli ultimi e dei lenti, se non avrà fretta di arrivare

a traguardi per mettere al centro sempre il bene di ogni singola persona,

se eviterà di colonizzare anch’essa il tempo, per porsi come spazio di

gratuità e libertà, se si concentrerà non sulle cose da fare ma sulle relazioni

personali da costruire, se si costituirà come spazio accogliente di maturazione

nella fede con itinerari né affrettati né standardizzati.

Non si è mai visto

un giardiniere

tirare le piante di pomodoro

perché crescano più in fretta,

né andare a raccogliere

ciò che ha seminato

il giorno prima.

Perché tanta impazienza

nell’attesa del Signore?

Viene, l’ha promesso.

Se tarda ancora,

perché perdere la calma?

Egli sa ciò che è bene per noi.

Ecco la nostra umile fiducia.

Anonimo

«È nell’attenta contemplazione della Passione che si sciolgono i nodi di situazioni

difficili a comprendersi e si chiariscono i giudizi su situazioni ambigue

(C. M. MARTINIi, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 90.)

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PREGhIERA

Canto: Quanta sete nel mio cuore (n. 19)

durante il canto si espone l’Eucaristia

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: «San Pietro, al quale il Signore risorto aveva dato l’incarico

di pascere le sue pecorelle, di diventare pastore con Lui e per Lui, qualifica

Gesù come l’”archipoimen” - l’arcipastore (cfr 1Pt 5, 4), e con

ciò intende dire che si può essere pastore del gregge di Gesù Cristo

soltanto per mezzo di Lui e nella più intima comunione con Lui. È proprio

questo che si esprime nel Sacramento dell’Ordinazione: il sacerdote

mediante il Sacramento viene totalmente inserito in Cristo affinché,

partendo da Lui e agendo in vista di Lui, egli svolga in comunione con

Lui il servizio dell’unico Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole

essere il nostro Pastore».

(Benedetto XVI, Omelia per l’ordinazione presbiterale

di 15 diaconi, 7 maggio 2006)

Breve pausa di silenzio

Lettore: «Ma egli (Pietro), con grande insistenza, diceva: “Anche se

dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano pure

tutti gli altri» (Mc 14,31).

Breve silenzio di adorazione


Preghiera salmica:

Antifona: Fu per loro pastore dal cuore integro

e li guidò con mano sapiente.

l’anelito segreto e struggente verso un mondo migliore

1. Le montagne portino pace al popolo

e le colline giustizia. (Sal 71)

2. Ricordati del popolo

che ti sei acquistato nei tempi antichi.

Hai riscattato la tribù che è in tuo possesso,

il monte Sion, dove hai preso dimora. (Sal 72)

1. Volgi i tuoi passi a queste rovine eterne:

il nemico ha destato tutto nel tuo santuario. (Sal 78,2-3, 68-72)

Elesse la tribù di Giuda

Il monte Sion che egli ama.

Costruì il suo tempio alto come il cielo

e come la terra stabile per sempre.

2. Egli scelse Davide suo servo

e lo trasse dagli ovili delle pecore.

Lo chiamò dal seguito delle pecore madri

per pascere Giacobbe suo popolo,

la sua eredità Israele.

Fu per loro pastore dal cuore integro

e li guidò con mano sapiente.

Breve silenzio di adorazione

Canto: Ti seguirò (n. 27)

Lettore: «.... Gesù, prima di designarsi come Pastore, dice con nostra

sorpresa: “Io sono la porta” (Gv 10, 7). È attraverso di Lui che si deve

entrare nel servizio di pastore. Gesù mette in risalto molto chiaramente

questa condizione di fondo affermando: “Chi... sale da un’altra parte, è

un ladro e un brigante” (Gv 10, 1). Questa parola “sale” - “anabainei”

93


in greco - evoca l’immagine di qualcuno che si arrampica sul recinto

per giungere, scavalcando, là dove legittimamente non potrebbe arrivare.

“Salire” - si può qui vedere anche l’immagine del carrierismo, del

tentativo di arrivare “in alto”, di procurarsi una posizione mediante la

Chiesa: servirsi, non servire. È l’immagine dell’uomo che, attraverso il

sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un personaggio; l’immagine

di colui che ha di mira la propria esaltazione e non l’umile servizio

di Gesù Cristo. Ma l’unica ascesa legittima verso il ministero del pastore

è la croce. È questa la vera ascesa, è questa la vera porta. Non desiderare

di diventare personalmente qualcuno, ma invece esserci per l’altro,

per Cristo, e così mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli

cerca, che Egli vuole condurre sulla via della vita».

Breve pausa di silenzio

Lettore: «.... il pastore dà la sua vita per le pecore. Il mistero della

Croce sta al centro del servizio di Gesù quale pastore: è il grande servizio

che Egli rende a tutti noi. Egli dona se stesso, e non solo in un passato

lontano. Nella sacra Eucaristia ogni giorno realizza questo, dona

se stesso mediante le nostre mani, dona sé a noi. Per questo, a buona

ragione, al centro della vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella

quale il sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente,

realmente tra di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa

celebrare l’Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il Signore

che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia umiliare fino alla

morte in croce e così si dona a ognuno di noi.

(Benedetto XVI, Omelia per l’ordinazione presbiterale

di 15 diaconi, 7 maggio 2006)

Breve silenzio di adorazione

Invocazioni:

P La via del Calvario è anche la via della vita. Cristo non ha finito di

morire. Negli uomini, che ogni giorno attorno a noi soffrono e muoiono,

Egli ancora continua ad offrirsi al Padre per la salvezza del mondo.

In questo gesto supremo coinvolge ciascuno di noi.

94


Tutti: Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”.

- Signore, aiutami a lottare, aiutami a parlare, aiutami a vivere il tuo

Vangelo fino alla fine, fino alla follia, la follia della Croce.

- Signore, concedimi non solo di partire al Tuo seguito, ma anche di

starci, sopratutto quando la strada si fa faticosa e l’ingratitudine della

gente ci scoraggia.

- Signore, aiutami a camminar tra gli uomini, senza distogliere gli occhi

dalle loro sofferenze e mai chiuda il mio cuore alle loro richieste.

- Signore, aiutami a percorrere fedelmente la mia Via, a saper rimanere

al mio posto. Aiutami soprattutto a riconoscerti ed aiutarti in tutti i miei

fratelli di pellegrinaggio. Aiutami a saper condividere con tutti i miei

fratelli presbiteri la gioia di seguirti.

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Benedizione

Preghiamo: Ascolta, o Padre, la nostra umile preghiera,

e fa’ risplendere su di noi

la grazia del tuo Spirito,

perché possiamo servire fedelmente la tua Chiesa

e amarti nella gioia dell’eterno amore.

Per il nostro Signore....

(MR, Colleta, Per il sacerdote celebrante, 2)

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Con amore infinito (n. 9)

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6. Vi precede in Galilea

S. Maria della Neve

All’interno di un antico castello arabosvevo-aragonese,

che domina la cittadina

di S. Lucia del Mela, la piana

di Milazzo e il Mar Tirreno, sorge un

Santuario in onore della Madonna della

Neve, rappresentata in una splendida

statua marmorea di Antonello Gagini.

Il piccolo Santuario mariano, la Casa

di Spiritualità adiacente e la suggestiva

terrazza panoramica invitano

all’incanto e alla riflessione: atteggiamenti

idonei per essere condotti da

Santa Maria della Neve allo stupore

per il suo immacolato candore e al desiderio

di purificare ogni giorno i nostri

cuori.

La Bellezza di Dio

è per tutti.

MAGGIO 2012

Mc 16, (1) 7

Il suo monte santo,

altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Sal. 68,11


6.1. La Parola e l’ascolto che educa

6.1.1. Dal Vangelo di Marco 16, (7)10-20

Dopo il sabato, le donne che erano state presenti sotto la croce,

vanno al sepolcro per avere cura del corpo del Crocifisso. Vi incontrano

l’angelo, sperimentano la paura che accompagna la rivelazione

del mistero di Dio e, trasformate in testimoni per aver visto, sono

inviate ad annunciare ai discepoli la Pasqua del Signore. I discepoli

devono accogliersi reciprocamente e riuniti, recarsi in Galilea dove rivedranno

il Crocifisso Risorto. Devono rivivere l’esodo, allontanarsi

da Gerusalemme e risalire in Galilea, la patria del vangelo, secondo

Marco, terra di confine: allontanarsi dalla città santa per andare anche

ai pagani, andare a tutti.

Testo: 7 Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede

in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». 8 Ed esse, uscite,

fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento.

E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

9 Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima

a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni.

10 Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e

in pianto. 11 Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non

vollero credere.

12 Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in

cammino verso la campagna. 13 Anch’essi ritornarono ad annunziarlo

agli altri; ma neanche a loro vollero credere.

14 Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò

per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano

creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.

15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad

ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non

crederà sarà condannato. 17 E questi saranno i segni che accompagneranno

quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni,

parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano i serpenti e, se berranno

qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani

ai malati e questi guariranno».

19 Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e

sedette alla destra di Dio.

20 Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore

operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che

l’accompagnavano.

99


6.1.2. Dal Libro dei Giudici 5,11-24

Il popolo eletto ha subito influssi pagani e politicamente sta tentando

di avere una monarchia. Gedeone ha l’impressione che Dio non operi

più come nel passato. Egli presenta dunque all’angelo del Signore il

suo lamento sincero e confessa la sua incapacità di guidare il popolo.

Gli viene richiesta fede e collaborazione per portare a compimento la

missione affidatagli. Gli darà coraggio e lo renderà sicuro la speranza

affidabile che è Dio stesso.

100

Testo: 11 unitevi al grido degli uomini

schierati fra gli abbeveratoi:

là essi proclamano le vittorie del Signore,

le vittorie del suo governo in Israele,

quando scese alle porte il popolo del Signore.

12 Dèstati, dèstati, o Debora,

dèstati, dèstati, intona un canto!

Sorgi, Barak, e cattura i tuoi prigionieri,

o figlio di Abinoam!

13 Allora scesero i fuggiaschi

per unirsi ai principi;

il popolo del Signore

scese a sua difesa tra gli eroi.

14 Quelli della stirpe di Efraim

scesero nella pianura,

ti seguì Beniamino fra le tue genti.

Dalla stirpe di Machir scesero i comandanti

e da Zàbulon chi impugna lo scettro del comando.

15 I principi di Issacar mossero con Debora;

Barak si lanciò sui suoi passi nella pianura.

Presso i ruscelli di Ruben grandi erano le esitazioni.

16 Perché sei rimasto seduto tra gli ovili,

ad ascoltare le zampogne dei pastori?

Presso i ruscelli di Ruben

erano ben grandi le dispute...

17 Gàlaad dimora oltre il Giordano

e Dan perché vive straniero sulle navi?

Aser si è stabilito lungo la riva del grande mare

e presso le sue insenature dimora.

18 Zàbulon invece è un popolo che si è esposto

alla morte,

come Nèftali, sui poggi della campagna!

19 Vennero i re, diedero battaglia,

combatterono i re di Canaan,


a Taanach sulle acque di Meghiddo,

ma non riportarono bottino d’argento.

20 Dal cielo le stelle diedero battaglia,

dalle loro orbite combatterono contro Sisara.

21 Il torrente Kison li travolse;

torrente impetuoso fu il torrente Kison...

Anima mia, calpesta con forza!

22 Allora martellarono gli zoccoli dei cavalli

al galoppo, al galoppo dei corsieri.

23 Maledite Meroz - dice l’angelo del Signore -

maledite, maledite i suoi abitanti,

perché non vennero in aiuto al Signore,

in aiuto al Signore tra gli eroi.

24 Sia benedetta fra le donne Giaele,

la moglie di Eber il Kenita,

benedetta fra le donne della tenda!

5.2. Nella vita e per la vita (fiducia e speranza affidabile)

RIAPPROPRIAMOCI DELLA SPERANZA,

ANIMA DELL’EDUCAZIONE E DELL’INTERA VITA.

“La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato

nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è dato” (Rm 5,5).

1. La speranza affidabile

Si tratta della grande speranza, che è vita nuova donata e non viene distrutta

dalle singole e parziali speranze che si affollano durante l’esistenza

o non viene esaurita dal loro compimento. È la dimensione fondamentale

della persona umana che si tende in avanti nel compimento di una pienezza

di vita. E Dio è il fondamento di questa speranza: “quel Dio che possiede

un volto umano e che ci ha amati sino alla fine; ogni singolo e l’umanità nel

suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro

che non arriva mai; il suo Regno è presente là dove Egli è amato e dove il

suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare

con sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un

mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo,

è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia,

nell’intimo aspettiamo; la vita che è «veramente» vita” (Spe salvi, 31).

101


2. Per educarsi

La proposta di questa speranza è oggi una grande sfida educativa e

non può essere che un invito alla libertà e alla responsabilità della persona,

poiché essa è il motore di un autentico processo di umanizzazione

che progredisce su cinque piste fondamentali: 1) Uscire da sé, essere

capa ci di staccarsi da se stessi, e sapersi decentrare per divenire disponibile

agli altri; 2) Comprendere, cessando di pormi sempre dal mio

punto di vista per mettermi dal punto di vista degli altri, senza, peraltro,

cercare me stesso in un altro scelto simile a me, e senza cessare di

essere, e d’essere me stesso; 3) Prendere su di sé, assumere il destino,

la sofferenza, la gioia, il dovere degli altri, fin quasi “sentirne male al

proprio petto”; 4) Dare. La forza vi va dello slancio personale non è rivendicazione,

né lotta all’ultimo sangue, ma generosità o gratuità, cioè,

al limite, donazione totale e senza pretesa o speranza di ricambio; 5)

Essere fedele. L’avventura della persona è un’avventura continua dalla

nascita alla morte. La fedeltà alla persona, all’amore, all’amicizia, sono

dunque perfetti soltanto nella continuità. Que sta continuità non è un di

più, una ripetizione uniforme come quella della materia o della generalità

logica, ma un risorgere continuo. La fedeltà per sonale è una fedeltà

creatrice.

3. Il testimone

La speranza si giova gran demente della credibilità del testimone.

Il presbitero, padre ed educatore, è chiamato quindi ad essere un testimone

di speranza, che vive ciò in cui crede, parla e dà ragione della

propria fede, non costringe con le pa role, porta l’altro ad interrogarsi su

se stesso. È chiamato ad essere un testimone au tentico, verace, perché

solo nella verità e nell’amore nasce e cresce la fiducia della relazione

educativa, in cui i partners cercano sopra ogni cosa la verità e la trasparenza.

È chiamato ad essere un testi mone non dogmatico, ma dialogico e

propositivo, animato da amore fraterno sempre crescente per gli altri. È

chiamato ad essere costruttore di speranza per tutti, attento a non ferire

e a non discriminare nessuno, soprattutto se l’altro è debole nella fede.

Forte della consapevolezza di camminare tra “il già” e il “non ancora”,

tra il compimento finale e la presenza nella vita dei “segni di risurrezione”,

il presbitero si fa promotore di uno sguardo attento sulla vita evitando

la dicotomia per cui i fallimenti, i limiti, gli insuccessi, il peccato

102


sono la realtà di qua, mentre la gioia e la vita vera sono solo del futuro. E

ricorderà a tutti che Dio non si lascia scoraggiare dalle nostre debolezze

e dai nostri peccati e porta avanti il suo progetto di salvezza per l’umanità

“Io faccio nuove tutte le cose” già adesso. Il suo amore salvifico è più

potente della potenza del peccato. Ogni momento passato nel rimpianto

è tempo perso, ma è anche offesa a Dio, come se lui fosse inerte. E ogni

dubbio non pensato dentro l’ottica provvidente è il segno di come noi ci

diamo importanza e ne diamo poca a Dio. Per cui educare alla speranza è

un modo concretissimo di educare a un atteggiamento di accoglienza di

Dio nella nostra vita impegnando tutta la nostra attività. Infatti, colui che

spera, piuttosto che attendere, investe e impiega quanto già gli appartiene

per portarlo a compimento, fidandosi del Donatore.

4. Per educare

Il presbitero è educatore di speranza, quando, giorno per giorno, con

fi ducia e umiltà riparte pazientemente dalle elementari relazioni affettive

e rinnova ancora la capacità di ama re, anche se si sente profondamente

ferito nell’animo e si rifiuta di etichettare gli altri chiudendo loro

la sua fiducia..

È educatore di speranza, quando orienta i suoi desideri, le sue scelte

e le sue azioni verso ciò che è vero e bello; quando è paziente nella sofferenza,

costante nella fatica, coraggioso nella responsabilità; ma anche

quando sa riconoscere i suoi limiti, le sue negatività e si tiene lontano

dall’indifferenza e dalla critica amara.

È educatore di speranza, quando valuta in positi vo: sempre, con realismo,

ben presente nel tempo e nel luo go in cui vive, senza cedere a

fughe nel passato o nel l’utopia.

È educatore di speranza, quando fa fruttificare attitudini e capacità,

senza nascondersi nella passività e nell’appiattimento, ma anche senza

importunare nessuno con l’imposizione del proprio punto di vista e

con la mancan za di rispetto. Mantiene alti gli ideali, e ad alto profilo

le finalità, senza pretendere più di quel che può fare, ricordando il detto

di Gesù: «Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima

a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?» (Lc

14,28). Agire in base ai mezzi che si hanno e ai progetti possibili è la

via obbli gata se si vuol conservare la fiducia degli altri, suscitare speranza

e soddisfazione.

103


È uno strano modo di sperare in Dio quello di abbassare unilateralmente,

da parte nostra, le sue esigenze, cercandone così non la santità

ma la connivenza.

Per aumentare la speranza, non si abbassa la soglia della giustizia e

della bellezza della verità. In tal modo la speranza la si diminui sce, non

considerandola la più alta delle nostre capacità, tra scurando, così, le capacità

di Dio. Si abbassa, così, anche l’uomo e le sue esigenze, finendo

con il chiedere meno anche a Dio.

È educatore di speranza, quando trova il coraggio di abbandonare

la paura che lo costringe a essere perenne mente sulla difensiva, sempre

in competizione, ininterrot tamente roso dall’aggressività, per divenire

invece «uomo che spera d’essere», uomo aperto al futuro. È equivoca

quella speranza che, invece di chiedere il mira colo, ripiega su un

aggiustamento. A rimetterci, dopo il com promesso, è la stessa riuscita

dell’uomo. Come a me, singolo, è fatto obbligo di sperare il superamento

del mio peccato, e non di essere mandato a casa come riformato

per inidoneità al ser vizio, così io devo sperare che tutti gli uomini siano

salvi. Non posso sperare nella mediocrità, se il protagonista è Dio. Lui

non può avere gusti mediocri e finire con l’acconten tarsi. Sperare in

grande, puntare in alto.

È educatore di speranza, quando la finisce di ripie garci su se stesso

in adorazione del suo ombelico e smette di far ruotare attorno a se l’intero

universo. La speranza esige che si orienti con fiducia verso il tu,

dell’altro, del mondo e di Dio, sulla base di una fiducia fatta di resistenza

al male e di desiderio di bene. Allora, in primo piano non ci saranno

più i miei progetti, i miei interessi, le mie azioni, ma il bene di ogni creatura.

E anche quello di Dio.

È educatore di speranza, quando sceglie Cristo come la roccia su cui

costruire la sua esistenza persona le e comunitaria, disponibile e pronto

a «contagiare» il mon do con la speranza che lui stesso riversa in noi.

È educatore di speranza, quando accompagna ogni sua attività con

la preghiera. Pregare è il modo migliore per esporsi personalmente a

Cristo, sole della speranza. In essa, gli parliamo con fiducia, ed egli ci

trasfor ma in testimoni di speranza.

È educatore di speranza, quando paziente e vigilante mantiene il suo

posto di sentinella che annuncia l’aurora, convinto che la notte non

sarà mai così buia e lun ga da impedire al sole di sorgere, e disposto a

sperare con tro ogni speranza umana.

104


É educatore di speranza quando si lascia da essa custodire. La speranza

lo riconduce nel cuore di Cristo, e rinnova la memoria delle consolanti

parole di s. Paolo: «Voi siete di Cristo e Cri sto è di Dio» (1Cor

3,23).

La speranza del presbitero si misura sulla capacità di lasciarsi custodire

insieme alla sua comunità, dalla Parola-fatta carne, Cristo nostra

Speranza, con una perseverante fedeltà nell’ascoltarlo. Il futuro è nelle

sue mani e manterrà la promessa di farci entrare nel suo riposo.

La speranza a cui il presbitero educa non si coltiva senza l’aiuto

della comunità. Se cresce la mia speranza, cresce la speranza di tutta la

chiesa, di chi mi sta vicino e di chi mi sta lontano.

«Gesù vive e parla oggi ai suoi e li chiama, così come ha chiamato presso

il lago, o presso il monte, e continua a spiegare la sua vera identità nella

Chiesa».

(C. M. MARTINIi, L’itinerario spirituale dei Dodici, Borla, 1993, pag. 99).

105


106

PREGhIERA

Canto: Re di gloria (n. 21)

durante il canto si espone l’Eucaristia

P Sia lodato e ringraziato ogni momento …

Gloria al Padre …

Breve silenzio di adorazione

Guida: «... nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è il suo corpo

vivo e il Capo della Chiesa è lui, presente ed operante in essa. Cristo

non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente libero dai limiti

dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione...

Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza

del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella

Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione

realmente efficace».

(Benedetto XVI, Udienza generale del mercoledì 14 aprile 2010)

Breve pausa di silenzio

Lettore: «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in

cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono

dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la

Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16, 19-20).

Breve silenzio di adorazione


Preghiera salmica:

Antifona: Chi confida nel Signore è come il monte Sion:

non vacilla, è stabile per sempre.

Dal monte giunge l’aiuto all’uomo che si rifugia nel Signore.

1. Alzo gli occhi verso i monti

da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore

che ha fatto il cielo e la terra. (Sal 120)

2. Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

E non si leva con superbia il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

superiori alle mie forze. (Sal 121,1)

1. Chi confida nel Signore è come il monte Sion:

non vacilla, è stabile per sempre.

I monti cingono Gerusalemme:

il Signore è intorno al suo popolo

ora e sempre.

2. Egli non lascerà pesare lo scettro degli empi

Sul possesso dei giusti,

perché i giusti non stendano le mani

a compiere il male.

1. La tua bontà, Signore, sia con i buoni

E con i retti di cuore.

Quelli che vanno per sentieri tortuosi

Il Signore li accomuni alla sorte dei malvagi.

Pace su Israele! (Sal 125,1-5)

Tutti: Lodate il Signore dalla terra,

mostri marini e voi tutti abissi,

fuoco e grandine, neve e nebbia,

I monti invitano alla lode

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vento di bufera che obbedisce alla sua parola,

monti e voi tutte, colline,

alberi da frutto e tutti voi, cedri,

voi fiere e tutte le bestie,

rettili e uccelli alati.

I re della terra e i popoli tutti,

i governanti e i giudici della terra,

i giovani e le fanciulle,

i vecchi insieme ai bambini

lodino il nome del Signore:

perché solo il suo nome è sublime,

la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli.

Egli ha sollevato la potenza del suo popolo.

È canto di lode per tutti i suoi fedeli,

per i figli di Israele, popolo che egli ama.

Alleluia. (Sal 148,7-14)

Breve silenzio di adorazione

Canto: Noi crediamo in Te (n. 17)

Lettore: ... I «tre compiti del sacerdote - che la Tradizione ha identificato

nelle diverse parole di missione del Signore: insegnare, santificare

e governare... sono in realtà le tre azioni del Cristo risorto, lo stesso che

oggi nella Chiesa e nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo

popolo, crea presenza della verità e costruisce realmente la comunione

della Chiesa universale; e santifica e guida».

Breve pausa di silenzio

Lettore: Questa è la funzione in persona Christi del sacerdote: rendere

presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri tempi,

la luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro

mondo. Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che

lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla

da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito;

non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte

le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la

108


verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare

avanti... Il sacerdote che annuncia la parola di Cristo, la fede della

Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: Io non vivo da me e per

me, ma vivo con Cristo e da Cristo e perciò quanto Cristo ci ha detto

diventa mia parola anche se non è mia. La vita del sacerdote deve identificarsi

con Cristo e, in questo modo, la parola non propria diventa,

tuttavia, una parola profondamente personale. Sant’Agostino, su questo

tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E noi che cosa siamo? Ministri

(di Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa

nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di

essa, perché siamo servi come voi” (Discorso 229/E, 4)...

(Benedetto XVI, Udienza generale del mercoledì 14 aprile 2010)

Breve silenzio di adorazione

Invocazioni:

P Il Papa Benedetto XVI ci ricorda che «il Signore ha affidato ai

Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori della Sua Parola, della

Verità che salva; essere sua voce nel mondo per portare ciò che giova al

vero bene delle anime e all’autentico cammino di fede» 1 . Timorosi per

la nostra piccolezza, ma grati per tanto dono, invochiamo il Signore.

Tutti: Tu, il Vivente, sempre presente in mezzo a noi, ascolta la nostra

supplica.

- Dammi gli occhi perché io possa vederti.

Dammi il gusto perché io possa assaporarti.

Dammi l’odorato perché io possa sentire la tua fragranza.

Dammi le gambe perché io posa venire da te.

Dammi la bocca perché io possa parlare di te.

Dammi il cuore perché io possa temerti ed amarti.

1 BENEDETTO XVI, Udienza generale del mercoledì 14 aprile 2010.

109


- Ponimi, o Signore, sulla tua strada e camminerò secondo la tua verità,

perché tu sei la via, la verità e la vita.

Togli da me la mia volontà e dammi la volontà di seguire la tua santa

volontà.

- Prendi da me tutto ciò che c’è di vecchio e dammi il nuovo.

Prendi il mio cuore di pietra e dammi un cuore umano

che ti ami, che ti veneri, che ti segua.

- dammi gli occhi per vedere il tuo amore,

dammi gli occhi per vedere la tua umiltà e seguirla.

Dammi gli occhi per vedere la tua mitezza e la tua sapienza e seguirla.

- Di’ una parola e tutto sarà fatto.

Perché la tua parola è efficace.

Credo, o Signore; aiuta la mia poca fede.

(Tihon Zadonskij, santo russo, morto nel 1783)

(Invocazioni libere)

Tantum ergo (n. 25)

Preghiamo: O Dio, che ci hai posto alla guida della tua famiglia

nel sacerdozio ministeriale,

non per i nostri meriti, ma soltanto per la tua grazia,

fa’ che compiamo degnamente questo servizio

e precediamo, sulla via del Vangelo, le comunità che ci hai affidato.

Per il nostro Signore...

(MR, Colletta, Per il sacerdote celebrante, 1.).

Benedizione

Dio sia benedetto (n. 2)

Canto finale: Regina coeli (n. 22)

110


POLISALMO

PREGARE SUL MONTE CON I SALMI

Sefer Tehillìm

“Io l’ho costituito mio sovrano

sul Sion mio santo monte”. Sal.2,6

Al Signore innalzo la mia voce

e mi risponde dal suo monte santo. Sal.3,5

Dio ascolta all’alto

Il monte è il luogo del rifugio, della sicurezza.

Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi:

“Fuggi come un passero verso il monte”?

Ecco, gli empi tendono l’arco,

aggiustano la freccia sulla corda

per colpire nel buio i retti di cuore. Sal.11,1-2

Speranza di fare tenda con il Signore.

Signore, chi abiterà nella tua tenda?

Chi dimorerà sul tuo santo monte?

Colui che cammina senza colpa,

agisce con giustizia e parla lealmente,

non dice calunnia con la lingua,

non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulto al suo vicino. Sal.15,1-3

Chi salirà il monte del Signore,

chi starà nel suo luogo santo?

Chi ha mani innocenti e cuore puro,

chi non pronunzia menzogna,

chi non giura a danno del suo prossimo.

Otterrà benedizione dal Signore,

giustizia da Dio sua salvezza. Sal.24,3-5

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Nella tua bontà, o Signore,

mi hai posto su un monte sicuro;

ma quando hai nascosto il tuo volto,

io sono stato turbato.

A te grido, Signore,

chiedo aiuto al mio Dio. Sal.30,8-9

Il monte, simbolo della giustizia fedele di Dio

Signore, la tua grazia è nel cielo,

la tua fedeltà fino alle nubi;

la tua giustizia è come i monti più alti,

il tuo giudizio come il grande abisso:

uomini e bestie tu salvi, Signore.

Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!

Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali,

si saziano dell’abbondanza della tua casa

e li disseti al torrente delle tue delizie.

È in te la sorgente della vita,

alla tua luce vediamo la luce. Sal.36,7-19

In me si abbatte l’anima mia;

perciò di te mi ricordo

dal paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar.

Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate;

tutti i tuoi flutti e le tue onde

sopra di me sono passati.

Di giorno il Signore mi dona la sua grazia

di notte per lui innalzo il mio canto:

la mia preghiera al Dio vivente. Sal.42,7-9

Il monte luogo del rifugio e riparo

Manda la tua verità e la tua luce;

siano esse a guidarmi,

mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.

Verrò all’altare di Dio,

al Dio della mia gioia, del mio giubilo.

A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio. Sal.43,3-4

Dio è per noi rifugio e forza

Aiuto sempre vicino nelle angosce.

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Perciò no temiamo se trema la terra

Se crollano i monti nel fondo del mare. Sal.45

Il suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, dimora divina,

è la città del grande Sovrano.

Gioisca il monte di Sion,

esultino le città di Giuda

a motivo dei tuoi giudizi. Sal. 48,3.12

La gioia dell’incontro

La forza di Dio dona stabilità ai monti

Tu rendi saldi i monti con la tua forza,

cinto di potenza.

Tu fai tacere il fragore del mare,

il fragore dei suoi flutti,

tu plachi il tumulto dei popoli.

Gli abitanti degli estremi confini

stupiscono davanti ai tuoi prodigi:

di gioia fai gridare la terra,

le soglie dell’oriente e dell’occidente. Sal 65,7-9

La bellezza della dimora alta del Signore del mondo

Il suo monte santo, altura stupenda,

è la gioia di tutta la terra.

Il monte Sion, dimora divina,

è la città del grande Sovrano.

Dio nei suoi baluardi

è apparso fortezza inespugnabile.

Gioisca il monte di Sion,

esultino le città di Giuda

a motivo dei tuoi giudizi.

Circondate Sion, giratele intorno,

contate le sue torri.

Osservate i suoi baluardi,

passate in rassegna le sue fortezze,

per narrare alla generazione futura:

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Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre:

egli è colui che ci guida.

Monte di Dio, il monte di Basan,

monte dalle alte cime, il monte di Basan.

Perché invidiate, o monti dalle alte cime,

il monte che Dio ha scelto a sua dimora?

Il Signore lo abiterà per sempre.

Sei salito in alto conducendo prigionieri,

hai ricevuto uomini in tributo:

anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio.

Benedetto il Signore sempre;

ha cura di noi il Dio della salvezza. Sal. 68,11.12-17.19-20

Gerusalemme sola s’innalza come monte, come vertice di tutte le

montagne ed è salda e combatte non toccata da mano nemica. Piena

di una divina presenza, salda perché consacrata da questa stessa

presenza, ella non è che l’amore eterno di Colui che l’ha creata,

l’ha salvata ed ora la illumina tutta, ed ora la riempie della sua

gloria. Come comprendiamo che la Chiesa voglia che noi preghiamo

il Signore coi salmi! Come ci rendiamo conto che questi antichi

inni possano avere un significato cristiano sulle nostre labbra!

Dall’inizio alla fine Dio non compie che l’opera sua: l’accenna prima,

la compie poi, la manifesta in ultimo, in tutta la sua grandezza a

colui che ha creduto e gli è rimasto fedele. Divo Barsotti

L’anelito segreto e struggente verso un mondo migliore.

Le montagne portino pace al popolo

E le colline giustizia. Sal.71

Ricordati del popolo

che ti sei acquistato nei tempi antichi.

Hai riscattato la tribù che è tuo possesso,

il monte Sion, dove hai preso dimora. Salmo 72

Volgi i tuoi passi a queste rovine eterne:

il nemico ha devastato tutto nel tuo santuario. Sal. 78,2-3, 68-72

Elesse la tribù di Giuda,

il monte Sion che egli ama.

114


Costruì il suo tempio alto come il cielo

e come la terra stabile per sempre.

Egli scelse Davide suo servo

e lo trasse dagli ovili delle pecore.

Lo chiamò dal seguito delle pecore madri

per pascere Giacobbe suo popolo,

la sua eredità Israele.

Fu per loro pastore dal cuore integro

e li guidò con mano sapiente.

Le creature pur alte e belle non superano Dio

Signore, tu sei stato per noi un rifugio

di generazione in generazione.

Prima che nascessero i monti

e la terra e il mondo fossero generati,

da sempre e per sempre tu sei, Dio.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere

e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.

Ai tuoi occhi, mille anni

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte. Sal 90, 2-4

Grande è il Signore in Sion,

eccelso sopra tutti i popoli.

Lodino il tuo nome grande e terribile,

perché è santo.

Re potente che ami la giustizia,

tu hai stabilito ciò che è retto,

diritto e giustizia tu eserciti in Giacobbe.

Esaltate il Signore nostro Dio,

prostratevi allo sgabello dei suoi piedi,

perché è santo. Sal 99,2-5

L’unico punto fermo è solo Dio.

I monti saltellarono come arieti,

le colline come agnelli di un gregge. Sal. 114,3

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SALMI DI SALITA 120-134

Dal monte giunge l’aiuto all’uomo che si rifugia nel Signore.

Alzo gli occhi verso i monti

Da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore

che ha fatto il cielo e la terra. Sal.120

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

e non si leva con superbia il mio sguardo;

non vado in cerca di cose grandi,

superiori alle mie forze. Sal 121,1

Chi confida nel Signore è come il monte Sion:

non vacilla, è stabile per sempre.

I monti cingono Gerusalemme:

il Signore è intorno al suo popolo

ora e sempre.

Egli non lascerà pesare lo scettro degli empi

sul possesso dei giusti,

perché i giusti non stendano le mani

a compiere il male.

La tua bontà, Signore, sia con i buoni

e con i retti di cuore.

Quelli che vanno per sentieri tortuosi

il Signore li accomuni alla sorte dei malvagi.

Pace su Israele! Sal.125,1-5

I monti invitano alla lode

Lodate il Signore dalla terra,

mostri marini e voi tutti abissi,

fuoco e grandine, neve e nebbia,

vento di bufera che obbedisce alla sua parola,

monti e voi tutte, colline,

alberi da frutto e tutti voi, cedri,

voi fiere e tutte le bestie,

rettili e uccelli alati.

I re della terra e i popoli tutti,

i governanti e i giudici della terra,

i giovani e le fanciulle,

i vecchi insieme ai bambini

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lodino il nome del Signore:

perché solo il suo nome è sublime,

la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli.

Egli ha sollevato la potenza del suo popolo.

È canto di lode per tutti i suoi fedeli,

per i figli di Israele, popolo che egli ama.

Alleluia. Sal 148,7-14

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118

PREGhIERA DI GRATITUDINE

PER IL DONO DEL SACERDOZIO.

(Giovanni Paolo II)

Te Deum laudamus,

Te Dominum confitemur...»

Noi Ti lodiamo e Ti ringraziamo, o Dio:

tutta la terra Ti adora.

Noi, Tuoi ministri,

con le voci dei Profeti

e con il coro degli Apostoli,

Ti proclamiamo Padre e Signore della vita,

di ogni forma di vita che da Te solo discende.

Ti riconosciamo, o Trinità Santissima,

grembo ed inizio della nostra vocazione:

Tu, Padre, dall’eternità ci hai pensati,

voluti ed amati;

Tu, Figlio, ci hai scelti e chiamati

a partecipare al Tuo unico ed eterno sacerdozio;

Tu, Spirito Santo, ci hai colmati dei Tuoi doni

e ci hai consacrati con la Tua santa unzione.

Tu, Signore del tempo e della storia,

ci hai posti sulla soglia

del terzo millennio cristiano,

per essere testimoni della salvezza,

da Te operata per tutta l’umanità.

Noi, Chiesa che proclama la Tua gloria,

Ti imploriamo:

mai vengano a mancare sacerdoti santi

al servizio del Vangelo;

risuoni solenne in ogni Cattedrale

e in ogni angolo del mondo

l’inno «Veni, Creator Spiritus».

Vieni, o Spirito Creatore!

Vieni a suscitare nuove generazioni di giovani,

pronti a lavorare nella vigna del Signore,

per diffondere il Regno di Dio


fino agli estremi confini della terra.

E Tu, Maria, Madre di Cristo,

che sotto la croce ci hai accolti

come figli prediletti con l’apostolo

Giovanni,

continua a vegliare sulla nostra vocazione.

A Te affidiamo gli anni di ministero

che la Provvidenza ci concederà ancora di vivere.

Sii accanto a noi per guidarci

sulle strade del mondo,

incontro agli uomini e alle donne,

che il Tuo Figlio ha redento col suo Sangue.

Aiutaci a compiere sino in fondo

la volontà di Gesù,

nato da Te per la salvezza dell’uomo.

O Cristo, Tu sei la nostra speranza!

«In Te, Domine, speravi,

non confundar in aeternum».

Dal Vaticano, il 17 marzo, quarta domenica di Quaresima, dell’anno

1996, decimottavo di Pontificato.

119


120

SIGNORE, hO IL TEMPO

Sono uscito, o Signore, Fuori la gente usciva.

Andavano,

Venivano,

Camminavano,

Correvano.

Correvano le bici,

Correvano le macchine,

Correvano i camion,

Correva la strada,

Correva la città,

Correvano tutti.

Correvano per non perdere tempo, Correvano dietro al tempo,

per riprendere il tempo,

per guadagnar tempo.

Arrivederci, signore, scusi, non ho il tempo.

Ripasserò, non posso attendere, non ho il tempo.

Termino questa lettera, perché non ho il tempo.

Avrei voluto aiutarla, ma non ho il tempo.

Non posso accettare, per mancanza di tempo.

Non posso riflettere, leggere, sono sovraccarico, non ho il tempo.

Vorrei pregare, ma non ho il tempo.

Tu comprendi, o Signore, non hanno il tempo.

Il bambino, gioca, non ha tempo subito... più tardi...

Lo scolaro, deve fare i compiti, non ha tempo... più tardi...

Il liceale, ha i suoi corsi e tanto lavoro, non ha tempo... più tardi...

Il giovane, fa dello sport, non ha tempo... più tardi...

Lo sposo novello, ha la casa, deve arredarla, non ha tempo...

più tardi...

Il padre di famiglia, ha i bambini, non ha tempo... più tardi...

I nonni, hanno i nipotini, non hanno tempo... più tardi...

Sono malati! Hanno le loro cure, non hanno tempo... più tardi...

Sono moribondi, non hanno...

Troppo tardi!... non hanno più tempo!...


Così gli uomini corrono tutti dietro al tempo, o Signore. Passano sulla terra correndo,

frettolosi, precipitosi, sovraccarichi, impetuosi, avventati,

E non arrivano mai a tutto, manca loro tempo,

Nonostante ogni sforzo, manca loro tempo,

Anzi manca loro molto tempo.

Signore, Tu hai dovuto fare un errore di calcolo.

V’è un errore generale;

Le ore son troppo brevi,

I giorni son troppo brevi,

Le vite son troppo brevi.

Tu, che sei fuori del tempo, sorridi, o Signore, nel vederci lot tare con esso,

E Tu sai quello che fai.

Tu non Ti sbagli quando distribuisci il tempo agli uomini,

Tu doni a ciascuno il tempo di fare quello che Tu vuoi che egli faccia.

Ma non bisogna perdere tempo,

sprecare tempo,

ammazzare il tempo.

Perché il tempo è un regalo che Tu ci fai,

Ma un regalo deteriorabile, Un regalo che non si conserva.

Signore, ho tempo,

Ho tutto il tempo mio,

Tutto il tempo che Tu mi dai,

Gli anni della mia vita,

Le giornate dei miei anni,

Le ore delle mie giornate;

Son tutti miei.

A me spetta riempirli, serenamente, con calma,

Ma riempirli tutti, fino all’orlo,

Per offrirTeli, in modo che della loro acqua insipida Tu faccia un vino generoso,

come facesti un tempo a Cana per le nozze umane.

Non Ti chiedo questa sera, o Signore,

il tempo di fare questo e poi ancora quello, Ti chiedo la grazia di fare coscienziosamente

nel tempo che Tu mi dai

quello che Tu vuoi ch’io faccia.

(Michel Quoist)

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CANTI PER LA PREGhIERA

1. ADORIAMO IL SACRAMENTO

Adoriamo il Sacramento

Che Dio Padre ci donò.

Nuovo patto, nuovo rito

Nella fede si compì.

Al mistero è fondamento la parola di Gesù.

Gloria al Padre onnipotente

Gloria al Figlio Redentor,

lode grande, sommo onore

all’eterna Carità.

Gloria immensa, eterno amore, alla santa Trinità. Amen.

2. DIO SIA BENEDETTO

Dio sia benedetto

Benedetto il Suo santo Nome.

Benedetto Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.

Benedetto il Nome di Gesù.

Benedetto il Suo sacratissimo Cuore.

Benedetto il Suo preziosissimo Sangue.

Benedetto Gesù nel SS. Sacramento dell’altare.

Benedetto lo Spirito Santo Paraclito.

Benedetta la gran Madre di Dio, Maria Santissima.

Benedetta la Sua santa e Immacolata Concezione.

Benedetta la Sua gloriosa Assunzione.

Benedetto il Nome di Maria, Vergine e Madre.

Benedetto S. Giuseppe, Suo castissimo Sposo.

Benedetto Dio nei Suoi Angeli e nei Suoi Santi.

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3. ADORO TE DEVOTE

Adoro Te devote, latens Deitas.

Quae sub his figuris vere latitatas:

Tibi se cor meum totum subicit,

quia te contemplans totum deficit.

Visus, tactus, gustus, in te fallitur,

sed auditu solo tuto creditor;

credo quidquid dixit Dei Filius:

nihil hoc verbo veritatis verius.

In cruce latebat sola Deitas,

at hic latet simul et humanitas:

ambo tamen credens atque confidens,

peto quod petivit latro poenitens.

4. ANDATE PER LE STRADE

Andate per le strade in tutto il mondo

chiamate i miei amici per la festa

c’é posto per ciascuno alla mia mensa.

Nel vostro cammino annunciate il vangelo

dicendo é vicino il regno dei cieli.

Guarite i malati mondate i lebbrosi

rendete la vita a chi l’ha perduta.

Vi é stato donato con amore gratuito

ugualmente donate con gioia e per amore

con voi non prendete né oro né argento

perché l’operaio ha diritto al suo cibo.

Entrando in una casa, donatele la pace

se c’é chi vi rifiuta e non accoglie il dono

la pace torni a voi e uscite dalla casa

scuotendo la polvere dai vostri calzari.

Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi

siate quindi avveduti come sono i serpenti

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ma liberi e chiari come le colombe

dovrete sopportare prigioni e tribunali.

Nessuno é più grande del proprio maestro

né il servo é più importante del suo padrone

se hanno odiato me odieranno anche voi

ma voi non temete io non vi lascio soli.

5. CANONI DI TAIZÉ

1. Ubi caritas et amor Deus ibi est.

2. Magnifica Magnificat,

magnificat anima mea (Dominum).

3. Oh, oh, oh, adoramus te Domine.

4. Laudate omnes gentes laudate Dominum.

5. Niente ti turbi, niente ti spaventi:

chi ha Dio niente gli manca.

Niente ti turbi, niente ti spaventi: solo Dio basta.

6. Kyrie, Kyrie, eleison. (2v).

7. Misericordias Domini in aeternum cantabo.

6. CIELO NUOVO

Cielo nuovo è la tua parola

nuova terra la tua carità!

Agnello immolato e vittorioso,

Cristo Gesù,

Signore che rinnovi l’universo.

1. Destati dal sonno che ti opprime,

apri gli occhi sulla povertà.

Voce del mio Spirito che dice:

“ti ho sposata nella fedeltà”.

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2. Voltati e guarda la mia voce,

nessun uomo dice verità!

Vedi che germoglia proprio adesso

questa luce nell’oscurità.

3. Apri gli orizzonti del tuo cuore

al vangelo della carità:

sciolti sono i vincoli di morte...

io farò di te la mia città.

4. Lascia la dimora di tuo padre,

corri incontro all’umanità;

fascia le ferite degli oppressi:

la tua veste splendida sarà.

5. Resta nell’amore del tuo Sposo,

la mia forza non ti lascerà;

noi faremo insieme un mondo nuovo:

ciò che muore presto rivivrà.

7. ChI CI SEPARERÀ

Chi ci separerà dal suo amor,

la tribolazione, forse la spada?

Né morte o vita ci separerà

dall’amore in Cristo Signore.

Chi ci separerà

dalla sua pace,

la persecuzione, forse il dolore?

Nessun potere ci separerà da Colui che è morto per noi.

Chi ci separerà dalla sua gioia,

chi potrà strapparci il suo perdono?

Nessuno al mondo ci allontanerà

dalla vita in Cristo Signore.

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8. COME TU MI VUOI

Eccomi Signor, vengo a te mio re,

che si compia in me la tua volontà.

Eccomi Signor, vengo a te mio Dio,

plasma il cuore mio e di te vivrò.

Se tu lo vuoi Signore manda me

e il tuo nome annuncerò.

Come tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò.

Questa vita io voglio donarla a Te

per dar gloria al Tuo nome mio re.

Come tu mi vuoi io sarò,

dove Tu mi vuoi io andrò.

Se mi guida il tuo amore paura non ho,

per sempre io sarò come Tu mi vuoi.

Eccomi Signor, vengo a Te mio Re,

che si compia in me la tua volontà.

Eccomi Signor, vengo a te mio Dio,

plasma il cuore mio e di te vivrò

Tra le tue mani mai più vacillerò

e strumento tuo sarò.

Come Tu mi vuoi,(x 2)

(Io sarò) come Tu mi vuoi, (x 3)

(Io sarò) come Tu mi vuoi

9. CON AMORE INfINITO

Con amore infinito vi ho amati, dice il Signore.

Con amore sincero vi amerete, amici miei.

Ho messo il mio cuore accanto al vostro cuore,

perché l’amore cresca in voi.

Ho messo la mia vita servizio della vostra,

perché la vita abbondi in voi.

Con amore infinito…

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Ho messo le mie mani sugli occhi di chi è cieco,

perché la luce splenda in voi.

Ho messo i miei piedi sui passi di chi è, solo,

perché la gioia nasca in voi.

Con amore infinito…

Ho messo il mio pane in mano a chi ha fame,

perché la forza torni in voi.

Ho messo la mia grazia nel corpo di chi soffre,

perché la pace sia in voi.

Con amore infinito…

Ho messo la mia voce nel cuore di chi è sordo,

perché la fede aumenti in voi.

Ho messo la mia luce davanti a chi è smarrito,

perché speranza torni in voi.

Con amore infinito…

10. CON TE fAREMO COSE GRANDI

Con Te faremo cose grandi,

il cammino che percorreremo insieme.

Di Te si riempiranno sguardi,

la speranza che risplenderà nei volti.

Tu la luce che rischiara, Tu la voce che ci chiama,

Tu la gioia che dà vita ai nostri sogni.

Parlaci Signore come sai,

sei presente nel mistero in mezzo a noi;

chiamaci col nome che vorrai

e sia fatto il Tuo disegno su di noi;

Tu la luce che rischiara, Tu la voce che ci chiama,

Tu la gioia che dà vita ai nostri sogni.

Con Te faremo cose grandi...

Guidaci Signore dove sai,

da chi soffre chi è più piccolo di noi;

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strumenti di quel regno che Tu fai,

di quel regno che ora vive in mezzo a noi;

Tu l’amore che dà vita,

Tu il sorriso che ci allieta,

Tu la forza che raduna i nostri giorni.

Con Te faremo cose grandi...

11. COSA OffRIRTI

Cosa offrirti, o Dio, cosa posso darti,

eccomi son qui davanti a te.

Le gioie ed i dolori, gli affanni di ogni giorno,

tutto voglio vivere in te.

Accetta, mio Re, questo poco che ho,

Offro a te la mia vita,

Gioia è per me far la tua volontà

Il mio unico bene sei solo tu, solo tu.

Vengo a te mio Dio, apro le mie braccia

che la tua letizia riempirà.

Rinnova questo cuore

perché ti sappia amare

e nella tua pace io vivrò.

12. CREDO IN TE SIGNOR

Credo in Te, Signor, credo in Te!

Grande è quaggiù il mister ma credo in Te.

Luce soave, gioia perfetta sei.

Credo in Te, Signor, credo in Te.

Spero in Te, Signor, spero in Te:

debole sono ognor, ma spero in Te. Luce soave…

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Amo Te, Signor, amo Te:

o crocifisso Amor, amo Te. Luce soave…

Resta con me, Signor, resta con me:

pane che dai vigor, resta con me. Luce soave…

13. DAVANTI AL RE

Davanti al Re, ci inchiniam insiem

Per adorarlo con tutto il cuor.

Verso di lui eleviamo insieme

Canti di gloria al nostro Re dei Re.

14. IL SIGNORE È LA MIA SALVEZZA

Il Signore è la mia salvezza

e con lui non temo più,

perché ho nel cuor la certezza:

salvezza è qui con me.

Ti lodo Signore perché un giorno eri lontano da me,

ora invece sei tornato e mi hai preso con te.

Berrete con Gioia alla fonti, alle fonti della salvezza

e quel giorno voi direte:

Lodate il Signore, invocate il suo nome.

Fate conoscere ai popoli

tutto quello che lui ha compiuto

e ricordino per sempre,

ricordino sempre che il suo nome è grande.

Cantate a chi ha fatto grandezze

e sia fatto sapere nel mondo;

grida forte la tua gioia, abitante di Sion,

perché grande con te è il Signore.

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15. IO TI ESALTERÒ

Io ti esalterò tu mi hai liberato

Il tuo nome ho gridato e tu mi hai guarito

Io ti esalterò tu mi hai liberato

Il tuo nome ho gridato e tu mi hai guarito

Cantate inni al Signore

Rendete grazie al suo nome

Perché egli è buono per sempre

E cambia il pianto in gioia

Mi hai dato un monte sicuro

Ma quando ti sei nascosto

Io sono stato turbato: Vieni in mio aiuto

Hai mutato il lamento in canto musica e danza

La mia veste di sacco in abito di gioia

16. IO VEDO IL RE

Io vedo il Re, il mio Signor

adorato sulla terra, innalzato su nel ciel

Io vedo il Re, il mio Signor

i miei occhi han visto il Re,

l’Agnello il Salvator che sempre regnerà. (2v)

La gloria di Dio riempie il tempio

e gli angeli, intorno a lui, lo acclamano Re.

Con loro cantiamo: “Santo, Santo è il Signor,

lui solo è il Re”.

17. NOI CREDIAMO IN TE

Noi crediamo in te, o Signor,

noi speriamo in te, o Signor,

noi amiamo te, o Signor,

tu ci ascolti, o Signor,

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Noi cerchiamo te, o Signor,

noi preghiamo te, o Signor,

noi cantiamo a te, o Signor:

tu ci ascolti, o Signor.

Sei con noi, Signor, sei con noi:

nella gioia tu sei con noi,

nel dolore tu sei con noi,

tu per sempre sei con noi.

C’è chi prega, Signor: vieni a noi.

C’è chi soffre, Signor: vieni a noi.

C’è chi spera, Signor: vieni a noi.

O Signore, vieni a noi.

18. PANE DEL CIELO

Pane del cielo, sei tu, Gesù,

via d’amore: tu ci fai come te.

No, non è rimasta fredda:

tu sei rimasto con noi, per nutrirci di te,

Pane di vita;

ed infiammare col tuo Amore

tutta l’umanità.

Sì, il cielo è qui su questa terra:

tu sei rimasto con noi, ma ci porti con te

nella tua casa,

dove vivremo insieme a te

tutta l’eternità.

No, la morte non può farci paura:

tu sei rimasto con noi, e chi vive di te

vive per sempre.

Sei Dio con noi, sei Dio per noi,

Dio in mezzo a noi.

132


19. QUANTA SETE NEL MIO CUORE

Quanta sete nel mio cuore: solo in Dio si spegnerà.

Quanta attesa di salvezza: solo in Dio si sazierà.

L’acqua viva che egli dà sempre fresca sgorgherà.

Il Signore è la mia vita,

il Signore è la mia gioia.

Se la strada si fa oscura, spero in lui: mi guiderà.

Se l’angoscia mi tormenta, spero in lui: mi salverà.

Non si scorda mai di me, presto a me riapparirà. Il Signore è…

Nel mattino io ti invoco: tu, mio Dio, risponderai.

Nella sera rendo grazie: tu, mio Dio, ascolterai.

Al tuo monte salirò e vicino ti vedrò. Il Signore è…

20. QUELLO ChE ABBIAMO UDITO

Quello che abbiamo udito,

quello che abbiam veduto,

quello che abbiam toccato

dell’amore infinito l’annunciamo a voi.

Grandi cose ha fatto il Signore!

del suo amore vogliamo parlare:

Dio Padre il suo Figlio ha donato,

sulla croce l’abbiamo veduto.

In Gesù tutto il cielo si apre,

ogni figlio conosce suo Padre;

alla vita rinasce ogni cosa

e l’amore raduna la Chiesa.

Nello Spirito il mondo è creato

e si apre al suo dono infinito

il fratello al fratello dà mano

per aprire un nuovo cammino.

133


Viene il Regno di Dio nel mondo

e l’amore rivela il suo avvento;

come un seme germoglia nell’uomo

che risponde all’invito divino.

21. RE DI GLORIA

Ho incontrato te Gesù

e ogni cosa in me è cambiata

tutta la mia vita ora ti appartiene

tutto il mio passato io lo affido a te

Gesù Re di gloria mio Signor.

Tutto in te riposa,

la mia mente il mio cuore

trovo pace in te Signor, tu mi dai la gioia

voglio stare insieme a te, non lasciarti mai

Gesù Re di gloria mio Signor.

Dal tuo amore chi mi separerà

sulla croce hai dato la vita per me

una corona di gloria mi darai

quando un giorno ti vedrò.

Tutto in te riposa,

la mia mente il mio cuore

trovo pace in te Signor,

tu mi dai la gioia vera

voglio stare insieme a te, non lasciarti mai

Gesù Re di gloria mio Signor.

Dal tuo amore chi mi separerà...

Io ti aspetto mio Signor

Io ti aspetto mio Signor

Io ti aspetto mio Re!

134


22. REGINA CAELI

Regina caeli, laetare, alleluia.

Quia quem meruisti portare, alleluia.

Resurrexit, sicut dixit, alleluia.

Ora pro nobis Deum, alleluia.

Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia.

Quia surrexit Dominus vere, alleluia.

23. SOTTO L’OMBRA

Sotto l’ombra delle ali Tue viviam sicuri.

Alla tua presenza noi darem:

gloria, gloria, gloria a Te, o Re.

In Te dimoriamo in armonia e t’adoriamo.

Voci unite insieme per cantar:

degno, degno, degno sei Signor.

Cuore a cuore uniti nel Tuo amor siam puri agli occhi Tuoi.

Come una colomba ci leviam:

Santo, Santo, Santo sei Signor.

24. SU ALI D’AQUILA

Tu che abiti al riparo del Signore

e che dimori alla Sua ombra

dì al Signore: “mio rifugio,

mia roccia in cui confido”.

E ti rialzerà, ti solleverà

su ali d’aquila; ti reggerà

sulla brezza dell’alba, farà brillar

come il sole, così nelle Sue mani vivrai.

Dal laccio del cacciatore ti libererà

e dalla carestia che distrugge

poi ti coprirà con le sue ali

e rifugio troverai.

135


Non devi temere i terrori della notte

né freccia che vola di giorno;

mille cadranno al tuo fianco,

ma nulla ti colpirà.

Perché ai Suoi angeli ha dato un comando

Di preservarti in tutte le tue vie,

ti porteranno sulle loro mani

contro la pietra non inciamperai.

E ti rialzerò, ti solleverò

su ali d’aquila; ti reggerò

sulla brezza dell’alba ti farò brillar

come il sole, così nelle mie mani vivrai.

25. TANTUM ERGO

Tantum ergo sacramentum veneremur cernui,

et antiquum documentum / novo cedat ritui;

Praestet fides supplementum

sensuum defectui.

Genitori genitoque / laus et jubilatio

salus, honor, virtus quoque

sit et benedictio; procedenti ab utroque

compar sit laudatio. Amen.

26. TE AL CENTRO DEL MIO CUORE

Ho bisogno d’incontrarti nel mio cuore,

di trovare Te, di stare insieme a Te:

unico riferimento del mio andare,

unica ragione Tu, unico sostegno Tu.

Al centro del mio cuore ci sei solo Tu.

Anche il cielo gira intorno e non ha pace,

ma c’è un punto fermo, è quella stella là.

136


La stella polare è fissa ed è la sola,

la stella polare Tu, la stella sicura Tu.

Al centro del mio cuore ci sei solo Tu.

Tutto ruota attorno a Te, in funzione di Te

e poi non importa il “come”, il “dove” e il “se”.

Che Tu splenda sempre al centro del mio cuore,

il significato allora sarai Tu,

quello che farò sarà soltanto amore.

Unico sostegno Tu, la stella polare Tu.

Al centro del mio cuore ci sei solo Tu.

Tutto ruota attorno a Te, in funzione di Te

e poi non importa il “come”, il “dove” e il “se”.

Ho bisogno d’incontrarti nel mio cuore,

di trovare Te, di stare insieme a Te:

unico riferimento del mio andare,

unica ragione Tu, unico sostegno Tu.

Al centro del mio cuore ci sei solo Tu…

27. TI SEGUIRÒ

Ti seguirò, ti seguirò, o Signore, e nella Tua strada camminerò.

Ti seguirò nella via dell’amore e donerò al mondo la vita.

Ti seguirò nella via del dolore e la Tua Croce ci salverà.

Ti seguirò nella via della gioia e la Tua luce ci guiderà.

28. TU SARAI PROfETA

Una luce che rischiara, una lampada che arde,

una voce che proclama la parola di salvezza.

Precursore nella gioia, precursore nel dolore,

tu che sveli nel perdono l’annunzio di misericordia.

137


Tu sarai profeta di salvezza

fino ai confini della terra,

porterai la mia Parola,

risplenderai della mia luce.

Forte amico dello sposo che gioisci alla sua voce,

tu cammini per il mondo per precedere il Signore.

stenderò la mia mano e porrò sulla tua bocca

la potente mia Parola che convertirà il mondo.

29. VIENI E SEGUIMI

Lascia che il mondo vada per la sua strada.

Lascia che l’uomo ritorni alla sua casa.

Lascia che la gente accumuli la sua fortuna.

Ma tu, tu vieni e seguimi, tu… …vieni e seguimi.

Lascia che la barca in mare spieghi la vela.

Lascia che trovi affetto chi segue il cuore.

Lascia che dall’albero cadano i frutti maturi.

Ma tu, tu vieni e seguimi, tu… …vieni e seguimi…

E sarai luce per gli uomini

e sarai sale della terra

e nel mondo deserto aprirai una strada nuova. (2 Volte)

E per questa strada va’, va’…

e non voltarti indietro, va’… e non voltarti indietro …

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Indice

Prefazione ..................................... pag. 7

Presentazione ................................... ” 9

Il monte luogo della ri-velazione .................... ” 11

Discepoli e Comunità sul monte di Marco ............ ” 17

Gli elementi tipici della figura del presbitero in Italia. ... ” 19

Gregorio Magno, La Regola pastorale. ............... ” 21

Bibliografia .................................... ” 29

Novembre 2011

1. Salì sul monte e chiamò quelli che volle

ed essi andarono con lui .... ........................ ” 33

Dicembre 2011

2. A voi è dato il mistero del Regno... ................ ” 47

Gennaio 2012

3. Ministero in crisi .............................. ” 61

Febbraio 2012

4. Per stare con lui ............................... ” 73

Marzo 2012

5. “Anche se dovessi morire con te” ................. ” 85

Maggio 2012

6. Vi precede in Galilea ........................... ” 97

Pregare sul monte con i salmi ...................... ” 111

Preghiera di gratitudine per il dono del sacerdozio ...... ” 118

Signore, ho il tempo. ............................. ” 120

Canti per la preghiera. ............................ ” 123


Note


Note


Note


Note


Finito di stampare nel mese di ottobre 2011

dalla Tipolitografia Antonino Trischitta di Messina

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