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La cassetta degli attrezzi - EmScuola

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38<br />

<strong>La</strong> <strong>cassetta</strong><br />

<strong>degli</strong> <strong>attrezzi</strong><br />

<strong>La</strong> musica Klezmer<br />

di Germana Albertani<br />

<strong>La</strong> musica klezmer<br />

<strong>La</strong> parola yiddish klezmer è il risultato dell’accostamento<br />

dei termini ebraici kley (strumento) e zmer (canzone) ovvero<br />

“strumento che canta”. Con tale parola si individua<br />

prevalentemente la musica popolare strumentale <strong>degli</strong> ebrei<br />

dell’Europa orientale che fu elaborata in forma scritta solo<br />

a partire dal secolo XVII. Come gran parte delle musiche<br />

popolari e profane, infatti, il klezmer è stato trasmesso oralmente<br />

di generazione in generazione nel corso dei secoli.<br />

Fin dall’epoca più remota la musica aveva accompagnato<br />

le funzioni liturgiche ebraiche. Il suono ha, infatti,<br />

nel mondo ebraico un ruolo fondamentale nella liturgia<br />

poiché rappresenta il punto di contatto nel rapporto tra Dio<br />

e gli uomini. Secondo l’interpretazione della musicologia<br />

tradizionale l’importanza della musica nella cultura ebraica<br />

ha tratto origine dal divieto religioso di raffigurare immagini<br />

sacre e la musica, in quanto forma d’arte astratta<br />

per antonomasia, è divenuta una componente essenziale<br />

nella preghiera attraverso la cosiddetta cantillazione. Essa<br />

è un particolare modo di lettura della prosa biblica sospeso<br />

tra la declamazione e il canto vero e proprio. Messa<br />

così in relazione inscindibile con la parola, la musica diviene<br />

il canale privilegiato nel rapporto con la divinità.<br />

Dopo la distruzione del Secondo Tempio di<br />

Gerusalemme da parte dei Romani nel 70 d. C., la musica<br />

strumentale religiosa fu messa al bando in segno di lutto.<br />

Solo in occasione dei matrimoni o per la consacrazione di<br />

nuove sinagoghe era permesso fare musica.<br />

In epoca medievale quella del musicista divenne una<br />

delle professioni tipiche dell’ebreo soprattutto nell’Europa<br />

centro-orientale a causa del divieto assoluto imposto<br />

dalle autorità locali a tutti gli ebrei di dedicarsi ad altre<br />

professioni riservate al resto della popolazione. Tale divieto<br />

non fu sempre attuato nella sua interezza e vi erano infatti<br />

ebrei che svolgevano attività di medico, di avvocato,<br />

di banchiere e di mercante, ben inseriti tra l’altro nella storia<br />

economica dell’Europa medievale. Le prime attestazioni<br />

scritte provenienti dall’Europa centrale nelle quali vengono<br />

citate le orchestrine itineranti di musicisti ebrei risalgono<br />

solo al XVI secolo. Tali orchestre, dette kapelye, si esibivano<br />

per lo più durante le feste per i matrimoni in cui,<br />

39<br />

storiae27


40<br />

grazie alla complessa ritualità dell’evento e alla<br />

durata settimanale dei festeggiamenti, il musicista<br />

poteva dar prova della sua maestria. Le mance<br />

raccolte dagli ospiti costituivano l’introito<br />

maggiore che si sommava alla paga concordata e<br />

versata dal padre della sposa. Allo stesso modo i<br />

musicisti erano impegnati in altre molteplici occasioni<br />

ed eventi religiosi, nei giorni di mercato<br />

e nelle taverne. <strong>La</strong> maggior parte dei klezmorin,<br />

così sono chiamati i musicisti, non aveva però<br />

una formazione accademica, ma l’apprendimento<br />

avveniva di padre in figlio dando vita a vere e<br />

proprie dinastie musicali. Solo sul finire del secolo<br />

XIX alcuni di essi poterono accedere alle<br />

accademie e ai conservatori. Ciò facilitò la diffusione<br />

della cultura e della musica yiddish nelle<br />

grandi città dell’Europa, in cui gli artisti si poterono<br />

esibire in luoghi e di fronte ad un pubblico<br />

differente.<br />

Anche se si tratta di musica profana, il klezmer,<br />

è il prodotto di una società molto religiosa e trae<br />

ispirazione in parte anche dal canto della sinagoga.<br />

Gli strumenti protagonisti delle melodie, il<br />

violino e il clarinetto, cercano infatti<br />

di imitare la voce del cantore,<br />

del chazzan. Solo alla fine<br />

dell’800 si faranno spazio<br />

tematiche completamente laiche,<br />

legate al mondo coevo, alla protesta<br />

sociale e ai sentimenti<br />

d’amore. Il repertorio del musicista<br />

si estende ancora di più inserendo<br />

polke, mazurke,<br />

quadriglie e valzer.<br />

Una delle peculiari caratteristiche<br />

della musica ebraica è il costante<br />

rapporto di influenze che<br />

si instaura tra di essa e le culture<br />

dei Paesi della Diaspora, teso fra<br />

la spinta all’integrazione nella<br />

cultura del paese ospitante e la necessità<br />

di mantenere viva la propria<br />

identità. Soprattutto la musica<br />

profana si è arricchita delle<br />

esperienze musicali delle diverse<br />

nazioni che hanno accolto le comunità<br />

ebraiche.<br />

41<br />

28 storiae<br />

Seguendo i due grandi<br />

rami della Diaspora, quello<br />

sefardita e quello<br />

ashkenazita, lo stesso<br />

mondo musicale profano<br />

si è sviluppato in due correnti<br />

principali.<br />

“Sefarad” è il termine<br />

ebraico che indica la penisola<br />

iberica, dove si erano<br />

trasferite numerose comunità<br />

fuggite dalla Palestina<br />

dopo il 70 d. C. Per<br />

secoli si instaurò un rapporto<br />

di convivenza con le<br />

popolazioni dominanti<br />

arabe e cristiane, ma le relazioni non furono sempre<br />

pacifiche tanto che nel 1492 si arrivò a sancire<br />

la definitiva espulsione delle comunità ebraico-spagnole<br />

da questi territori. Le comunità si<br />

spinsero allora verso i paesi dell’Europa occidentale,<br />

come l’Olanda, l’Italia e la Francia, e verso<br />

l’intero bacino del Mediterraneo. Nell’esilio gli<br />

ebrei sefarditi conservarono le proprie tradizioni,<br />

la lingua spagnola e la musica che già da tempo<br />

si era fusa con l’universo sonoro arabo e la<br />

musica rinascimentale europea.<br />

<strong>La</strong> musica klezmer e la canzone yiddish sono<br />

invece l’espressione dell’altro ramo della cultura<br />

ebraica, quello ashkenazita. Nelle terre polacche,<br />

lituane e russe vivevano disseminate in vaste<br />

regioni piccole comunità ebraiche, piccoli<br />

microcosmi isolati, uniti però da una lingua comune<br />

che rendeva omogeneo l’universo culturale<br />

e sociale disperso. Si trattò di un esodo lento e<br />

prolungato nel tempo che interessò principalmente<br />

gruppi di ebrei di origine germanica. In ebraico<br />

“ashkenazi” è il termine usato per indicare approssimativamente<br />

la Germania. Il movimento<br />

ebbe inizio nel secolo IX, ma<br />

ebbe una triste e forte spinta nei<br />

secoli XV-XVI a causa della<br />

comparsa e del rapido diffondersi<br />

in tutta Europa della Peste Nera.<br />

Essa scatenò vaste crisi e diede<br />

vita a numerose forme di persecuzione,<br />

alimentate dall’avversione<br />

endemica per il “diverso”<br />

e da un’incomprensione religiosa,<br />

che trovarono sfogo nella ricerca<br />

di un colpevole: lo straniero,<br />

l’ebreo, il non cristiano.<br />

38. Un suonatore di balalaika, primi del<br />

‘900.<br />

39. Immagine di un ballo Klezmer.<br />

40. Gruppo Klezmer, primi del ‘900.<br />

41. <strong>La</strong> Praga ebraica.<br />

42. Marc Chagall, Il mondo dei sogni.<br />

43. Il ghetto ebraico di Varsavia.


<strong>La</strong> lingua yiddish<br />

L’origine del patrimonio linguistico della lingua<br />

yiddish si può collocare intorno all’anno<br />

Mille nei territori della valle del Reno. In questi<br />

territori si formò una sorta di dialetto, una<br />

commistione di lingua ebraica e tedesca con apporti<br />

tratti dall’aramaico e dalle lingue romanze,<br />

la cui rappresentazione grafica si serve però dei<br />

caratteri ebraici. Lo yiddish rimase la lingua principale<br />

<strong>degli</strong> ebrei ashkenaziti anche quando, ancora<br />

in epoca medievale, le comunità abbandonarono<br />

i luoghi natali per trasferirsi in zone più<br />

sicure in Polonia, in Lituania e in Russia. Qui la<br />

lingua si arricchì di numerosi vocaboli slavi attraverso<br />

un processo di stratificazione e sovrapposizione<br />

di lingue diverse. Lo yiddish è la lingua<br />

del popolo, il parlare di tutti i giorni, della vita<br />

quotidiana, della famiglia e dei sentimenti in contrasto<br />

con l’ebraico, lingua usata nel rapporto con<br />

il divino, lingua scritta ed erudita. Si andò così<br />

creando una dicotomia particolare originata dalla<br />

fusione tra l’yiddish, la lingua orale, la mameloshn<br />

(lingua madre), e l’ebraico, la lingua scritta,<br />

la loshn-koydesh (lingua sacra).<br />

Nella produzione di testi scritti l’uso<br />

dell’yiddish era consentito solo nel momento in<br />

cui si proponeva la traduzione e il commento dei<br />

testi religiosi per facilitarne naturalmente la comprensione<br />

e la diffusione. E’ questo il caso delle<br />

prime copie pervenuteci di traduzioni e commenti,<br />

risalenti al XVI secolo, rivolte alle donne.<br />

Queste ultime non sapevano leggere né scrivere<br />

in ebraico, poiché era loro negato l’accesso agli<br />

studi religiosi istituzionali, ma ricoprendo proprio<br />

loro stesse un ruolo fondamentale di educatrici<br />

in seno alla famiglia avevano necessità di<br />

conoscere i precetti e le leggi contenute nel<br />

Talmud. Accanto a questo tipo di letteratura si<br />

andò formando però anche un corpus di favole e<br />

42<br />

racconti di intrattenimento che facilitarono il percorso<br />

di tale linguaggio verso la dignità di lingua<br />

scritta. Nel XIX secolo l’yiddish venne scelto da<br />

intellettuali e scrittori ebrei come unica lingua<br />

che presentasse qualche possibilità di successo<br />

nel tentativo di coinvolgere il maggior numero<br />

possibile di comunità nel processo di<br />

secolarizzazione, mantenendo vivo essi stessi un<br />

trilinguismo che si avvaleva non solo dell’yiddish,<br />

ma anche dell’ebraico e delle lingue nazionali<br />

come il russo o il polacco.<br />

Gli strumenti<br />

Il violino è lo strumento klezmer per<br />

antonomasia e come in tutte le culture musicali<br />

dell’Europa centro-orientale riveste un ruolo centrale.<br />

Il suo ruolo preminente fu facilitato dalla<br />

leggerezza e agilità nel trasporto che gli permise<br />

di accompagnare da sempre il musicista nelle<br />

diaspore e seguire il nomadismo di ebrei e zingari.<br />

Anche il violoncello fu reso facilmente<br />

trasportabile dall’applicazione di una cinghia legata<br />

all’esecutore mentre era in cammino. Esso<br />

a differenza del violino, più agile, acuto e protagonista<br />

nell’esecuzione delle melodie, ricopriva<br />

il ruolo di supporto armonico e ritmico, molto<br />

simile in questo al contrabbasso. <strong>La</strong> sorte di quest’ultimo<br />

ebbe una svolta con l’incontro della<br />

musica klezmer con il jazz moderno che gli permise<br />

di affrontare difficili passaggi melodici a<br />

differenza del violoncello che scomparve progressivamente<br />

sostituito dai prorompenti suoni <strong>degli</strong><br />

strumenti a fiato.<br />

Nel corso dell’800 proliferarono un po’ ovunque<br />

le bande musicali militari e molti musicisti<br />

ebrei, arruolati nelle file <strong>degli</strong> eserciti di tutta<br />

Europa, poterono cimentarsi in nuove sonorità<br />

con nuovi strumenti. Il clarinetto si aggiudicò<br />

nel tempo il titolo di “king of klezmer” per la sua<br />

indiscutibile capacità di imitare i più vari stati<br />

d’animo dell’uomo, la religiosità, l’umorismo, la<br />

nostalgia e la disperazione di un popolo e di sprigionare<br />

una vivace ironia con trilli, glissati e gio-<br />

43<br />

storiae29


chi di gola. Spesso gli strumenti di cui si rifornivano<br />

i klezmorin est-europei, erano strumenti<br />

smessi dalle bande militari zariste e pertanto stonati,<br />

ammaccati, pieni di bozze e di scarsa qualità,<br />

ma pur sempre validi per suonare e improvvisare.<br />

Il re <strong>degli</strong> ottoni fu da sempre la tromba<br />

strumento fornito di un corredo di sordine con<br />

cui riesce ad approfondire ed eseguire i suoni più<br />

strani, melodie ed esperimenti sonori infiniti.<br />

All’esecutore è richiesta dunque una tecnica brillante<br />

e una notevole resistenza fisica.<br />

Uno strumento tipico della musica klezmer<br />

nelle sue forme più antiche è il cimbalom, uno<br />

strumento di origine ungherese. Esso poggia su<br />

quattro gambe ed emette il suono percotendo con<br />

due bacchette dalla punta di cuoio o di stoffa le<br />

trentacinque corde tese sul suo corpo.<br />

Il pianoforte, invece, fu da sempre uno strumento<br />

tipico della cultura musicale classica occidentale<br />

e solo di recente ha fatto il suo ingresso<br />

nella musica kelzmer. Esso era naturalmente<br />

uno strumento troppo oneroso per gli squattrinati<br />

musicisti klezmer e di non facile trasporto nei<br />

lunghi spostamenti dei klezmorin girovaghi.<br />

Il jazz<br />

Un momento importantissimo nella storia della<br />

musica klezmer fu la massiccia emigrazione<br />

ebraica negli Stati Uniti tra la fine dell’800 e i<br />

primi del 900. Ancora una volta questo mondo<br />

musicale attinse all’universo sonoro del nuovo<br />

paese di arrivo: il jazz.<br />

L’assimilazione all’interno della società americana<br />

produsse rapidi cambiamenti, per cui il<br />

repertorio musicale più strettamente legato alla<br />

sfera religiosa cadde in disuso e la sinagoga, pur<br />

30 storiae<br />

44<br />

45<br />

mantenendo un ruolo centrale di aggregazione,<br />

non fu più l’unico polo attorno al quale si svolgeva<br />

la vita della comunità. Sale da ballo, musichall,<br />

il teatro yiddish, il cinema muto, caffè, ristoranti,<br />

cabaret e la nascente industria<br />

discografica furono invasi da musicisti ebrei. <strong>La</strong><br />

prima incisione di musica ebraica risale al 1898;<br />

da quella data fino al 1942 furono registrati più<br />

di settecento titoli.<br />

Le prime formazioni che testimoniano l’incontro<br />

avvenuto tra la musica <strong>degli</strong> immigrati<br />

ebrei e le forme di jazz <strong>degli</strong> afroamericani risalgono<br />

agli anni Venti. Entrambi i gruppi etnici<br />

provenivano da ambienti socioeconomici e<br />

culturali dominati dallo strapotere dell’America<br />

bianca e protestante. Le formazioni che si<br />

crearono per la nuova musica scelsero come protagonisti<br />

il clarinetto e gli ottoni fino a far scomparire<br />

dalla scena il violino e i flauti di legno.<br />

Vennero infine introdotti il sassofono, il pianoforte<br />

e la batteria. L’esempio più famoso e rappresentativo<br />

di questa epoca è senz’altro l’orchestra<br />

di Benny Goodmann (1909-1986) che<br />

reclutò nelle sue file i migliori tra i trombettisti,<br />

sassofonisti e clarinettisti in scena all’epoca. Egli<br />

stesso cominciò da bambino a suonare il clarinetto<br />

in sinagoga.<br />

<strong>La</strong> canzone yiddish in Europa<br />

Nel vasto repertorio di canzoni, che comprende<br />

i temi più diversi e che rappresenta l’accompagnamento<br />

musicale di un popolo errante e delle<br />

sue vicissitudini, trovano spazio storie d’amore,<br />

delicate ninne-nanne, lodi al Signore e canzoni<br />

da osteria, il sacro e il profano. Tra i sentimenti<br />

primeggia l’ironia come valvola di sfogo<br />

insostituibile e da sempre fonte di interpretazioni<br />

della realtà dai chiassosi shtetl, piccole città di<br />

provincia dell’Europa orientale in cui gli ebrei<br />

rappresentavano la maggioranza della popolazione,<br />

fino alle opere di artisti moderni e contemporanei.<br />

Un chiaro esempio può essere la canzone<br />

Dem ganefs yiches che descrive e racconta il vario<br />

ed eterogeneo mondo dello shtetl popolato<br />

da rabbini, commercianti, madri, mendicanti,<br />

imbroglioni e perdigiorno.


Dem ganefs yiches<br />

Vos-zhe bistu Motkele b’roiges<br />

vos hostu aropghelozt di noz<br />

oy efsher vilstu visn dein yiches<br />

ken ich dir dertseln ver un vus.<br />

Dain tate iz a shmavaroznik<br />

dein mame ganvet fish in mark<br />

un dein bruder iz a kartyoznik<br />

un dein shvester leibt mit a kozak.<br />

Dein feter iz gheshtanen oif di rogn<br />

dein mume a handlerke in gass<br />

un dein bruder zitzt in di oshtrogn<br />

un dein shvester….ai di da di da<br />

dein zeide iz ghvein a shoichet<br />

dein bobe a turkeke in bod<br />

un alein bist du a momzer<br />

genumen bistu fun priyut.<br />

(L’albero genealogico del ladro // Cos’hai da essere così<br />

arrabbiato, Motkele/ perché fai il muso?/ Se vuoi conoscere<br />

la tua genealogia/ ti posso spiegare il come e il<br />

perché./ Tuo padre ingrassa le ruote dei vagoni/ tua madre<br />

ruba il pesce al mercato/ tuo fratello fa il gioco delle<br />

tre carte/ tua sorella vive con un cosacco./ Tuo zio è un 46<br />

perdigiorno/ tua zia un’ambulante/ tuo fratello sta in<br />

prigione/ e tua sorella….ai di da di da./ Tuo nonno era un macellaio/ tua nonna inserviente in un bagno pubblico/ e per quanto ti riguarda, sei un bastardo/<br />

tirato fuori da un orfanotrofio.)<br />

u u u u u u u u u u u u u<br />

Molte canzoni, invece, trovano vita nei ghetti di mezza Europa ed incitano gli uomini alla resistenza<br />

e da qui si diffondono in tutto il mondo. Undzer sthetl brent nasce così dalla voce di Mordechai<br />

Gebirtig (1877-1942) nel 1938 dopo aver vissuto i pogrom compiuti dai polacchi nella cittadina di<br />

Przytik.<br />

Undzer shtetl brent<br />

S’brent! Briderlekh, s’brent!<br />

oy, under orem shtetl nebekh brent<br />

beyze vintn mit irgozn<br />

raysn, brekhn un tseblozn<br />

shtarker nor di vilde flamen,<br />

alts arum shoyn brent.<br />

Un ir shteyt un kukt azoy zikh<br />

mit farleygte hent<br />

un ir shteyt un kukt azoy zikh undzer shtetl brent…<br />

S’brent! Briderlekh, s’brent!<br />

oy, undzer orem shtetl nebekh brent!<br />

s’hobn shoyn di fayer-tsungen<br />

dos gantse shtetl eyngeshlungen<br />

un di beyze vintn huzhen,<br />

undzer shtetl brent!<br />

(Il nostro shtetl brucia// Al fuoco! Fratelli, al fuoco!/ Oy, il nostro misero<br />

shtetl, poveri noi, brucia!/ Venti malvagi e pieni d’ira/ strappano,<br />

spezzano ed aizzano/ ancora più forte le fiamme selvagge,/ tutto intorno<br />

brucia ormai.// E voi ve ne stati fermi e vi guardate intorno/ con le<br />

braccia incrociate/ e voi ve ne stati fermi e vi guardate intorno:/ il nostro<br />

shtetl brucia…// Al fuoco! Fratelli, al fuoco!/ Oy, il nostro povero<br />

shtetl, poveri noi, brucia!/ Lingue di fuoco hanno ormai/ ingoiato l’intero<br />

shtetl/ e i venti malvagi corrono,/ il nostro shtetl brucia!)<br />

44. Il clarino Klezmer.<br />

45. Gruppo musicale Yiddish, primi del ‘900.<br />

46. Musica tradizionale ebraica.<br />

storiae31


Allo stesso modo nasce nel ghetto di Vilna un altro canto disperato della resistenza ebraica composto<br />

nel 1943 da Alec Volkoviski e musicato da Shmerche Kaczergnski Shtiler, shtiler ove si racconta<br />

di Ponar, il campo di concentramento situato in Lituania, dove vennero uccise più di 100.000<br />

persone.<br />

Shtiler, shtiler<br />

Shtiler, shtiler, lomir shvaygn<br />

Kvorim vaksn do.<br />

S’hobn zey farflantst di somim:<br />

Grinen zey tsum blo.<br />

S’firn vegn tsu Ponar tsu,<br />

S’firt keyn veg tsurik.<br />

Iz der tate vu farshvundn-<br />

Un mit im dos glik.<br />

Shtiler, kind mayns, veyn nit, oytser,<br />

S’helft nit keyn geveyn.<br />

Undzer umglik veln sonim<br />

Say vi nit farshteyn.<br />

S’hobn tfises oykhet tsamen.<br />

Nor tsu undzer payn<br />

Keyn bisl shayn. Keyn bisl shayn.<br />

(Silenzio, silenzio// Silenzio, silenzio, stiamo zitti,/ qui le tombe crescono./ Il nemico le ha piantate:/ sono verdi e blu./ Le strade portano a Ponar,/ di là nessuna<br />

strada ritorna indietro./ Dove tuo padre è scomparso,/ e con lui la fortuna./ Zitto, bambino mio, non piangere, tesorino,/ non ti aiutano le òacrime./ <strong>La</strong> nostra<br />

disgrazia la vogliono i nemici,/ come, nessuno può capirlo./ Gli oceani sono circondati da rive,/ anche le carceri hanno confini,/ solo il nostro dolore/ non vede<br />

raggio di luce.)<br />

u u u u u u u u u u u u u<br />

…….e in America<br />

In America la canzone yiddish affrontò nuove e diverse tematiche tratte dai nuovi problemi e<br />

dai nuovi stili di vita che investirono gli immigrati nel processo di assimilazione: il lavoro nelle<br />

fabbriche, lo sfruttamento materiale e la violenza psicologica, a cui venivano sottoposte le minoranze<br />

di ogni provenienza, la dispersione del nucleo familiare, la solitudine, il rimpianto per il mondo<br />

perduto e sopra ogni cosa la disillusione per il “paese d’oro”. Esempio emblematico è la canzone Di<br />

Goldene Medine scritta nel 1902 da Louis Friedsell che rappresenta la sconsolata presa di coscienza<br />

dell’inconsistenza del sogno americano.<br />

48<br />

Di goldene medine<br />

Amerika iz a goldn land, lang un breyt no vi a rikh.<br />

Git nor eynem in der hant, vert er an oysher gikh.<br />

Er meg zayn a ganev fun der heym, a kolboynik mit lepke hent,<br />

makht di khevre anshey-sdom im far a prezident.<br />

Mit der tsayt vert er a gantser filosof,<br />

farrayst zayn noz un kukt aroyf.<br />

A morde frest er on vi a groyser kham,<br />

er meynt er iz a gantser yatebedam.<br />

Ikh zog ober, er iz der zelber ganev take vos er iz geven.<br />

Oy a goldn land, a goldene medine,<br />

vilstu zayn a mentsh un leben git<br />

in dem goldenem land, goldene medine,<br />

vos du zest un herst, keyn kashes freg gor nit.<br />

(<strong>La</strong> terra d’oro// L’America è una terra d’oro, lunga e larga come un demone,/<br />

che, con la bustarella in mano, diventa ricco in fretta./ Può essere un ladro che<br />

ruba dal retro di una casa, un farabuttello dalle dita appiccicose,/ ma la società<br />

dei sodomiti lo farà Presidente./ Col tempo diventerà un perfetto filosofo,/ che<br />

storce il naso e alza gli occhi al cielo./ Egli si rimpinza e ingrassa il suo mento<br />

come un gran villano,/ pensa di essere un grand’uomo./ Ma io dico che è lo<br />

stesso ladro di prima.// Oh terra d’oro, paese d’oro,/ se tu vuoi essere una persona<br />

e vivere bene/ nella terra dell’oro, paese d’oro,/ non fare domande su quello<br />

che vedi e su quello che senti.)<br />

32 storiae<br />

47<br />

47. Immagine di un ballo Yiddish.<br />

48. Gruppo musicale ebraico in America.<br />

49. Il clarino di Giora Feidmann.<br />

50. Gruppo jazz ebraico a New York.


Compaiono nel nuovo repertorio canzoni di protesta e veri e propri atti di denuncia contro lo<br />

sfruttamento dei lavoratori nella società industrializzata americana. Una canzone in particolare divenne<br />

in poco tempo l’inno di tutti i lavoratori ebrei del mondo, In Kamf, scritta nel 1889 da David<br />

Edelstadt che giunse in America nel 1882 dopo essere sfuggito al pogrom di Kiev e dopo aver<br />

trovato impiego nell’industria statunitense. Egli è considerato tutt’ora l’eroe della yiddishkeit americana<br />

perché fu uno dei più instancabili attivisti del movimento operaio. Le sue poesie, musicate da<br />

compositori anonimi, sono atti di denuncia delle condizioni di vita delle fasce più deboli della società<br />

americana. Le sue canzoni si diffusero ovunque e divennero inni di libertà a New York come a<br />

Mosca.<br />

In Kamf<br />

Mir vern gehast un getribn,<br />

mir vern geplogt un farfolgt<br />

un alts nor derfar vayl mir libn<br />

dos oreme shmaktnde folk.<br />

Mir vern dershosn, gehangen,<br />

men roybt undz dos leben un rekht;<br />

derfar vayl mir emes farlangen<br />

un frayhayt far oreme knekht.<br />

Shmidt undz in ayzernr keytn,<br />

vi blutike khayes undz rayst;<br />

ir kent undzer kerper nor teytn<br />

nor keyn mol undzer heylikn gayst.<br />

Ir kent undz dermordn, tiranen,<br />

naye kemfer vet brengen di tsayt;<br />

un mir kemfn, mir kemfn biz vanen<br />

di gantse velt vet vern bafrayt.<br />

(Nella lotta// Noi siamo odiati e inseguiti,/ tormentati e perseguitati/ soltanto perché amiamo/ la gente povera e debole.// Siamo fucilati, impiccati,/ privati<br />

della vita e dei nostri diritti;/ perché vogliamo la verità/ e la libertà per tutti gli schiavi della miseria.// Potrete incatenarci,/ dilaniarci come bestie assetate di<br />

sangue,/ ma ucciderete solo i nostri corpi,/ mai la nostra anima.// Voi tiranni potrete assassinarci,/ il tempo porterà nuovi combattenti,/ noi lotteremo, lotteremo<br />

fino a che/ il mondo intero sarà liberato.)<br />

u u u u u u u u u u u u u<br />

Dire Geld (New York, fine del XIX secolo.) è una breve canzone dedicata alla vita quotidiana<br />

della comunità ebraica di lingua yiddish a New York. Parla delle difficoltà di abitare, del costo <strong>degli</strong><br />

affitti, delle sofferenze <strong>degli</strong> emigranti a New York alla fine del 1800.<br />

Dire gelt<br />

Testo originale in lingua yiddish<br />

Dire-gelt un oy oy oy, dire-gelt un boshe moy,<br />

dire-gelt un gradevoy, dire-gelt muz men tsoln.<br />

Kumt arayn der ztrush, nemt er arop dos hitl,<br />

un az men tsolt keyn dire-gelt, hengt er aroyz a kvitl.<br />

Kumt arayn der sshonzte mit dem grobn shtekn,<br />

az men gibt im keyn dire-gelt, shtelt er aroyz di betn.<br />

Oy farvoz zol ich aych gebn dire-gelt, az di kikh is<br />

zerbrokhn,<br />

farvoz zol ich aych tsoln dire-gelt, az ikh hob nisht voz tsu<br />

kokhn.<br />

Trascrizione in tedesco<br />

Miete und oj,oj,oj<br />

Miete, mein G´tt,<br />

Miete und herrej,<br />

Miete muss man zahlen.<br />

Kommt der Wirt herein,<br />

nimmt seinen Hut ab,<br />

und wenn man keine Miete zahlt,<br />

hängt er ein Schild heraus.<br />

49<br />

(Bisogna pagare l’affitto, oj, oj, oj<br />

Viene l’oste e si toglie il cappello e quando non si paga l’affitto lui appende<br />

fuori un’insegna. Viene il poliziotto e se non si paga l’affitto butta fuori i letti.<br />

Ma perché devo pagare l’affitto se la cucina è rotta, perché devo pagare l’affitto<br />

se non ho nulla su cui cucinare.)<br />

50<br />

Kommt der Polizist herein,<br />

mit dem dicken Stecken,<br />

und wenn ihm keine Miete zahlt,<br />

stellt er die Betten heraus.<br />

Ach, wofür soll ich Miete zahlen,<br />

wo die Küche kaputt ist,<br />

wofür soll ich Miete zahlen,<br />

ich hab doch nichts worauf ich kochen kann.<br />

storiae33


<strong>La</strong> canzone Zen Brider ( Polonia-<br />

Galizia, XVIII-XIX Secolo) descrive,<br />

attraverso la storia di sette fratelli,<br />

le condizioni di vita e di lavoro<br />

delle comunità ebraiche dello Stättl,<br />

dei villaggi ebraici dell’est europeo.<br />

Tsen brider<br />

Zehn Brüder sind wir gewesen,<br />

haben gehandelt mit Leinen.<br />

Einer ist gestorben,<br />

sind wir geblieben neun.<br />

Oh Shmerl mit der Geige,<br />

Tevje mit dem Baß.<br />

Spielt mir ein Liedchen,<br />

mitten auf der Gasse,<br />

oh spielt mir ein Liedchen,<br />

mitten auf der Gasse.<br />

Neun Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Frachgut.<br />

Einer ist gestorben,<br />

sind wir geblieben acht.<br />

Acht Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Rüben.<br />

Einer ist gestorben,<br />

sind wir geblieben sieben.<br />

Sieben Brüder sind wir gewesen<br />

haben wir gehandelt mir Gebäck.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

sind wir geblieben sechs.<br />

Sechs Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Strümpfen.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

sind wir geblieben fünf.<br />

Fünf Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Bier.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

sind wir geblieben vier.<br />

Vier Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Heu.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

sind wir geblieben drei.<br />

Drei Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mit Blei.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

sind wir geblieben zwei.<br />

Zwei Brüder sind wir gewesen,<br />

haben wir gehandelt mir Knochen.<br />

Einer ist von uns gestorben,<br />

ist noch einer geblieben.<br />

Ein Bruder bin ich gewesen,<br />

habe gehandelt mit Licht.<br />

Sterben tue ich jeden Tag,<br />

weil zu essen habe ich nichts<br />

Dieci fratelli<br />

Eravamo 10 fratelli, lavoravamo il lino:<br />

uno di noi è morto, siamo rimasti in nove<br />

Shmerl suona il violino, Tevje suona il basso,<br />

suonatemi una canzoncina in mezzo alla strada<br />

Eravamo in 9 fratelli, abbiamo lavorato con le merci.<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in otto.<br />

Eravamo 8 fratelli, lavoravamo con le rape.<br />

34 storiae<br />

51<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in sette.<br />

Eravamo 7 fratelli, lavoravamo con il pane<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in sei<br />

Eravamo sei fratelli, abbiamo lavorato con le calze<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in cinque<br />

Eravamo cinque fratelli, abbiamo lavorato con la birra<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in quattro<br />

Eravamo quattro fratelli, abbiamo lavorato con il fieno<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in tre<br />

Eravamo tre fratelli, abbiamo lavorato il piombo<br />

Uno di noi è morto, siamo rimasti in due<br />

Eravamo due fratelli abbiamo lavorato con le ossa<br />

Uno di noi è morto, ne è rimasto uno solo.<br />

Sono un fratello, ho lavorato con la luce<br />

Devo morire ogni giorno<br />

Perché non ho nulla da mangiare.


GLOSSARIO<br />

Ashkenaz termine ebraico per “Germania”. Nell’Alto Medioevo tale termine designava i territori germanici. Da esso deriva l’aggettivo<br />

ashkenazita che designa gli ebrei stanziati nell’Europa centro-orientale di antica origine franco-tedesca.<br />

Chassidim seguaci del Chassidismo, movimento di rinascita religiosa a carattere popolare sorto in Polonia alla metà del XVIII secolo.<br />

Esso valorizza l’uomo di fronte alla divinità e si rivolge ai fedeli con semplicità narrando novelle e apologhi in lingua popolare giudeotedesca<br />

(yiddish).<br />

Chazzan E’ l’officiante della sinagoga che guida le preghiere con il suo canto.<br />

Kapelye Ensamble di musicisti klezmer itineranti.<br />

Klezmer-loshn Variante gergale della lingua yiddish parlata dai klezmorin.<br />

Klezmorin Suonatori di musica klezmer.<br />

Loshn-koydesh Termine yiddish che indica la lingua scritta, l’ebraico. Letteralmente significa “lingua sacra”.<br />

Mame- loshn Termine yiddish che indica la lingua yiddish stessa .Letteralmente significa “lingua madre”.<br />

Peot Termine con cui vengono indicati i boccoli che gli ebrei ortodossi, e in particolare i seguaci delle sette chassidiche, lasciano crescere<br />

ai lati della fronte o dietro le orecchie senza mai tagliarli per adempiere al precetto biblico.<br />

Pogrom E’ un termine russo che indica una improvvisa e cruenta esplosione di violenza popolare contro le comunità ebraiche<br />

Sefarad Termine ebraico per “Spagna”. E’ l’antico nome con cui gli ebrei spagnoli e portoghesi designavano la penisola iberica. L’aggettivo<br />

sefardita indica dunque gli ebrei provenienti da quella regione che, espulsi dal Regno di Spagna e Portogallo dal 1492, si stabilirono<br />

nel Nord Africa, in Italia, in Olanda, nell’Impero Ottomano e in Sud America.<br />

Shoah Termine ebraico che significa “distruzione” o “catastrofe”. Con tale termine viene chiamato lo sterminio nazista <strong>degli</strong> ebrei<br />

d’Europa.<br />

Shtetl Piccole città che sorgevano nei territori delll’Europa orientale, in Russia, in Polonia, in Lituania e nell’Impero Austro-ungarico.<br />

Qui la popolazione era in gran parte o nella totalità ebrea.<br />

Talmud Termine che designa i 63 libri in cui si raccoglie tutta la tradizione di commentari rabbinici alla Legge ebraica fino al V secolo<br />

d. C.<br />

Torah Termine che indica il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri dell’Antico Testamento.<br />

Yiddish Abbreviazione di yiddish-daitsch, “ebreo-tedesco”, nata come lingua <strong>degli</strong> ebrei ashkenaziti. Essa è scritta con caratteri ebraici,<br />

ma con apporti linguistici provenienti dall’aramaico, dalle lingue romanze e dallo slavo.<br />

Yiddishkeit Nome con il quale si designa il complesso di cultura e vita ebraica ashkenazita nell’Europa orientale.<br />

52<br />

51. Anni ‘20: gruppo musicale giovanile ebraico dell’Est<br />

europeo.<br />

52. Il clarino Klezmer di Giora Feidmann.<br />

Per saperne di più<br />

Storia, cultura e società<br />

BAUER J., Breve storia del chassidismo, Firenze 1997.<br />

BAUMGARTEN J., Lo yiddish, Firenze 1992.<br />

COEN G. e TOSO I., Klezmer! <strong>La</strong> musica popolare ebraica<br />

dallo shtetl a John Zorn, Roma 2000.<br />

FOA A., Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione,<br />

Bari 1992.<br />

MILANO A., Storia <strong>degli</strong> ebrei in Italia, Torino 1963<br />

OVADIA M., Perché no?, Milano 1996.<br />

OVADIA M., L’ebreo che ride, Torino 1998.<br />

OVADIA M., Speriamo che tenga, Milano 1998.<br />

Musica<br />

BAUER S., von der Khupe zum KlezKamp, Berlin 2002. Versione<br />

del libro in web: http://www.klezmer.de/Buecher/<br />

S_Khupe-Inhalt/s_khupe-inhalt.html<br />

CANAL C., Tutti mi chiamano Ziamele. Musiche yiddish, Firenze<br />

1990.<br />

CAVALLINI S., Un’altra musica. Da Marsiglia Tunisi, da Tangeri<br />

a Limassol. <strong>La</strong> musica nella cultura del Mediterraneo, Firenze<br />

2000. www.habanera.it<br />

FUBINI E., <strong>La</strong> musica nella tradizione ebraica, Torino 1994.<br />

GEBIRTIG MORDECHAJ, Le mie canzoni, a cura di R. Assuntino,<br />

Firenze 1998.<br />

Klezkamp. Klezmer Musik in New York, libro e CD, Berlin 1999.<br />

http://www.klezmer.de. Sito con testi, musiche e partiture<br />

della cultura klezmer e yiddish.<br />

storiae35

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