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Prefazione di Gianrico Carofiglio


Proprietà letteraria riservata

© 2009 RCS Libri S.p.A., Milano

978-88-58-61370-2

Prima edizione digitale 2010 da edizione BURextra

novembre 2010

In copertina: foto © Tooga / Getty Images

© Caesart / Shutterstock

© iStockphoto

Progetto grafico di Mucca Design

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Quest'opera è protetta dalla Legge sul diritto d'autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.


CANTO DI NATALE


Canto di Natale è pubblicato all’interno del volume Racconti

di Natale, con saggio introduttivo di Stefan Zweig e traduzione

di Maria Luisa Fehr, nella collana delle Radici BUR.

Di Charles Dickens il catalogo BUR include anche David

Copperfield, Il Circolo Pickwick, Le Avventure di Oliver

Twist, Dombey e figlio, Tempi difficili, Grandi speranze, La

Bottega dell’antiquario.


Personaggi

Bob Cratchit, impiegato presso Ebenezer Scrooge.

Peter Cratchit, figlio del precedente.

Tim Cratchit (Tiny Tim), uno storpio, il figlio più

giovane di Bob Cratchit.

Il signor Fezziwig, un commerciante di buon cuore,

vecchio e gioviale.

Fred, nipote di Scrooge.

Il fantasma dei Natali passati, un fantasma che

mostra le cose passate.

Il fantasma dei Natali presenti, uno spirito di natura

schietta, gentile e generosa.

Il fantasma dei Natali futuri, un’apparizione che

mostra le ombre delle cose che possono ancora

accadere.

Il fantasma di Jacob Marley, uno spettro dell’ex

socio in affari di Scrooge.

Joe, un commerciante in articoli marinareschi e un

ricettatore di merce rubata.

Ebenezer Scrooge, un vecchio avido e avaro, il socio

ancora vivente della ditta Scrooge e Marley.


Il signor Topper, uno scapolo.

Dick Wilkins, un apprendista di Scrooge.

Belle, un’avvenente signora, una vecchia fidanzata

di Scrooge.

Caroline, moglie di uno dei debitori di Scrooge.

La signora Cratchit, moglie di Bob Cratchit.

Belinda e Martha Cratchit, figlie della precedente.

La signora Dilber, una lavandaia.

Fan, la sorella di Scrooge.

La signora Fezziwig, la rispettabile moglie del

signor Fezziwig.


Il fantasma di Marley

Prima strofa

Marley era morto, tanto per cominciare. Non c’era

dubbio su ciò: il suo atto di morte era firmato dal

pastore, dal coadiutore, dall’uomo delle pompe

funebri e dal capo dei piagnoni. L’aveva firmato

anche Scrooge, e il nome di Scrooge alla Borsa

degli scambi valeva per qualunque cosa a cui egli

decidesse di mettere mano. Il vecchio Marley era

morto come il chiodo di un uscio.

Badate. Non voglio dire di sapere, per mia personale

esperienza, che ci sia qualcosa di particolarmente

morto nel chiodo di un uscio. Sarei, anzi,

tentato io stesso di considerare piuttosto un chiodo

da bara come il più defunto pezzo di ferro manufatto

che esista sul mercato: ma nella similitudine c’è la

saggezza dei nostri anziani, e la mia mano profana

non può cambiarla, né il Paese lo ha mai fatto. Dovete

quindi permettere che io ripeta fragorosamente

che Marley era morto come il chiodo di un uscio.


Sapeva Scrooge che Marley era morto? Naturalmente.

Come avrebbe potuto essere altrimenti?

Scrooge e il morto erano soci non so da quanti

anni: Scrooge era il suo solo esecutore testamentario,

il suo solo amministratore, il suo solo curatore,

il suo solo erede, il solo che ne prendesse il

lutto. Ma Scrooge non si lasciò abbattere dal triste

evento al punto di non poter continuare a essere

un eccellente uomo d’affari e di non solennizzare

con un vantaggioso contratto il giorno stesso dei

funerali.

L’aver menzionato i funerali di Marley mi riporta

indietro al punto di partenza. Non c’era dubbio,

dunque, che Marley fosse morto: questo deve essere

chiaramente inteso, altrimenti nulla di straordinario

ci sarebbe nella storia che sto per riferire. Se

non si fosse perfettamente convinti che il padre di

Amleto è morto prima che la rappresentazione

cominci, non ci sarebbe niente di straordinario in

quella sua passeggiatina, in una notte tutta vento

di levante, sopra i baluardi del suo castello. Niente

di più straordinario di quanto ci sia nella passeggiata

imprudente di qualche gentiluomo di

mezza età, di notte, in un qualunque luogo ventoso

– diciamo, per esempio, il cimitero di San Paolo

– semplicemente per far colpo sulla debole

mente del proprio figlio.

Scrooge non cancellò mai il nome del vecchio

Marley; esso rimase lì per anni sopra la porta del

magazzino: «Scrooge & Marley». La ditta era infat-


ti conosciuta così: «Scrooge & Marley»; e, qualche

volta, gente nuova agli affari chiamava Scrooge,

Scrooge, e qualche altra Marley: ma egli rispondeva

in qualunque modo gli rivolgessero la parola.

Per lui era la stessa cosa.

Ah! ma con che pugno di ferro Scrooge teneva

il timone, e come sapeva spremere, torcere, afferrare,

grattare, ammassare, strappare, da quel vecchio

e avido peccatore che era! Duro e acuto come

una selce dalla quale non c’era acciaio che riuscisse

a far sprizzare una scintilla di generosità; chiuso,

controllato e solitario come un’ostrica. Il freddo

che aveva dentro gli gelava il viso, gli affilava il

naso appuntito, gli raggrinziva le gote, ne induriva

l’andatura, gli arrossava gli occhi, gli illividiva le

labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una brina

ghiacciata gli copriva capo, sopracciglia e mento

legnoso; ed egli portava sempre in giro con sé

quella sua bassa temperatura, che gelava il suo

ufficio anche nei giorni di canicola, e non saliva

sia pure di un grado neanche al tempo di Natale.

Caldo o freddo esterno avevano ben poca

influenza su Scrooge: non calura estiva lo riscaldava,

non rigore d’inverno poteva renderlo più

freddo. Nessun vento turbinoso era più aspro di

lui, nessuna neve in tormenta più costante nei suoi

propositi, nessuna pioggia insistente meno condiscendente

alle suppliche: il tempo più orribile non

lo toccava. La pioggia più fitta, la neve, la grandine,

la brina, potevano vantare qualche supremazia


sopra di lui solo in un campo: qualche volta esse

scendevano ben bene, ma Scrooge mai.

Nessuno lo fermava per la strada per dirgli con

viso affettuoso: «Caro Scrooge, come sta? Quando

verrà a trovarmi?». Nessun mendicante pregava

Scrooge di elargirgli qualcosa, nessun ragazzo gli

domandava l’ora, nessun uomo, nessuna donna,

in tutta la sua vita, gli si era mai rivolto per chiedergli

la strada per questo o quel posto. Perfino i

cani dei ciechi sembravano conoscerlo, e, quando

lo vedevano giungere, trascinavano i loro padroni

nei portoni e nelle corti, e scodinzolavano quasi a

dire: «Padron Buio, meglio non avere occhio che

avere il malocchio».

Ma a Scrooge che importava? Erano cose che

gli piacevano, anzi. Fabbricarsi la strada lungo gli

affollati sentieri della vita, ammonendo ogni umana

simpatia di tenersi a distanza e scartando tutto

ciò che chi la sa lunga, secondo Scrooge, chiama

«sciocchezze», era quello che gli piaceva.

Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno,

la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava

lavorando nel suo ufficio. Faceva freddo, l’atmosfera

livida e tagliente volgeva verso la nebbia; egli

udiva la gente, là in basso nel cortile, correre su e

giù e picchiarsi il petto con le mani, e battere i

piedi sul selciato per riscaldarsi. Gli orologi stradali

avevano appena battuto le tre, ma faceva già

buio: non c’era stata luce durante l’intera giornata;

le fiamme delle candele che si intravedevano dietro


le finestre degli uffici vicini sembravano rosse frittelle

sulla densa aria bruna. La nebbia penetrava

da ogni fessura, da ogni buco di serratura, ed era

tanto fitta che, per quanto la corte fosse strettissima,

le case di fronte apparivano come fantasmi.

Vedendo calare sempre più basse le nuvole nere

che oscuravano ogni cosa, si sarebbe potuto pensare

che il Creato fosse quel giorno veramente di

cattivo umore e tramasse infamie senza fine.

La porta dell’ufficio di Scrooge era aperta, ed

egli poteva così tener d’occhio l’impiegato che, di

fronte, in un miserevole sgabuzzino, un vero buco,

stava copiando lettere. Scrooge aveva acceso nel

suo camino un fuoco piccolissimo, ma il fuoco

dell’impiegato era tanto più piccino da sembrare

un tizzone: né egli poteva aggiungerci carbone,

perché il secchio lo teneva Scrooge nella sua stanza,

e appena l’impiegato entrava con la pala per

prenderne un po’, il padrone gli prediceva che

avrebbe finito per mandarlo via. Ragion per cui

l’impiegato si era avvolto in una sciarpa bianca e

cercava di riscaldarsi alla fiamma della candela;

ma, non essendo uomo di molta immaginazione, i

tentativi rimanevano vani.

«Lieto Natale, zio. Dio sia con te» gridò l’allegra

voce di un nipote di Scrooge, il quale gli arrivò

addosso così rapidamente che l’augurio l’aveva

preceduto di poco.

«Bah!» fece Scrooge, «sciocchezze!»

Il nipote si era tanto riscaldato, camminando


apidamente nella nebbia e nel gelo, che sembrava

tutto acceso; la faccia era bella rossa, gli occhi gli

brillavano, il fiato fumava ancora.

«Sciocchezza Natale, zio?» chiese il nipote.

«Non vorrai certo dir questo.»

«Sì, che lo dico» ribatté Scrooge. «Lieto Natale!

Che diritto hai tu di essere lieto? che ragione

hai di essere lieto? Non sei abbastanza povero?»

«Via!» rimbeccò gaiamente il nipote. «E che

diritto hai tu di essere scontento? che ragione hai

di essere di cattivo umore? Non sei abbastanza

ricco?»

Scrooge, non avendo una risposta migliore, fece:

«Bah!» di nuovo, e aggiunse un altro: «Sciocchezze!».

«Non essere in collera, zio» disse il nipote.

«E che altro posso essere» replicò lo zio, «dovendo

vivere in un mondo di idioti come questo?

Lieto Natale! Basta, con il lieto Natale! Che cosa

è in fin dei conti la ricorrenza di Natale, se non il

giorno di pagare conti senza aver soldi in tasca, il

giorno in cui ti trovi di un anno più vecchio senza

essere di un’ora più ricco! Il giorno di fare il bilancio

e di notare come ogni partita, durante i dodici

mesi, sia stata un deficit! Se potessi fare come dico

io» esclamò infine con indignazione, «ogni idiota

che va in giro con il “lieto Natale!” sulle labbra,

dovrebbe venire bollito nel suo stesso pudding, e

sepolto con un rametto di agrifoglio sul cuore.

Questo vorrei!»


«Zio» implorò il nipote.

«Nipote» replicò severamente lo zio, «festeggia

pure il Natale alla tua maniera, ma lascia che io lo

festeggi alla mia.»

«Festeggiarlo!» rispose il nipote. «Ma tu non lo

festeggi per niente...»

«Lasciami in pace, allora, e possa Natale portarti

un mucchio di bene, proprio come te ne ha

portato finora.»

«Molte sono le cose dalle quali io avrei potuto

trarre del bene, e invece non ho saputo approfittarne,

è vero» rispose il nipote; «e Natale è una di

quelle. Ma sono sicuro di aver sempre pensato al

Natale, quando si avvicina, come a un giorno felice

(a parte la venerazione dovuta alla sua sacra

origine anche se di ciò si può non tener conto), un

giorno di allegria, di bontà, di gentilezza, di indulgenza,

di carità, l’unico momento nel lungo corso

dell’anno nel quale uomini e donne sembrano

disposti ad aprire liberamente il proprio cuore,

disposti a pensare ai loro inferiori non come a

creature di un’altra specie destinate a un altro

cammino, ma come a compagni di viaggio, del

medesimo viaggio verso la morte. E perciò, zio,

benché non abbia mai portato una briciola di oro

o di argento nelle mie tasche, credo che Natale mi

abbia sempre fatto del bene, e sempre me ne farà;

dico dunque: “Sia benedetto!”.»

Involontariamente, dal suo buco, l’impiegato

applaudì; ma, rendendosi subito conto di essersi


eso colpevole di indiscrezione, si diede ad attizzare

il fuoco spegnendone così definitivamente le

ultime deboli braci.

«Che senta un’altra parola da te» disse Scrooge,

«e festeggerai il Natale perdendo il tuo posto. Sei

davvero un formidabile oratore, mio caro» aggiunse,

rivolgendosi al nipote. «Mi meraviglio che tu

non sia ancora entrato in Parlamento.»

«Non essere in collera, zio. Andiamo, vieni a

pranzo da noi domani.»

Scrooge rispose che prima... Ma sì, lo disse chiaro

e tondo... che prima lo avrebbero visto morto.

«Ma perché?» esclamò il nipote, «ma perché?»

«E perché tu ti sei sposato?» disse Scrooge.

«Perché mi sono innamorato.»

«Perché ti sei innamorato?» grugnì Scrooge

come se ciò fosse, dopo il “lieto Natale”, la cosa

più ridicola del mondo. «Buona sera.»

«Senti, zio, anche prima che ciò accadesse tu

non sei mai venuto da me. Perché te ne servi come

pretesto per non venire adesso?»

«Buona sera» disse Scrooge.

«Non voglio niente da te, non ti chiedo niente,

perché non possiamo essere amici?»

«Buona sera» disse Scrooge.

«Mi dispiace dal profondo del cuore di vederti

così risoluto. Non c’è stata mai nessuna lite, ch’io

sappia, fra noi. Ho fatto questo tentativo per onorare

il Natale, e manterrò fino in fondo le mie buone

disposizioni natalizie. Perciò... Lieto Natale, zio.»


«Buona sera» disse Scrooge.

«E felice anno.»

«Buona sera» disse Scrooge.

Nonostante questo, il nipote lasciò la stanza

senza una parola risentita. Si fermò fuori dell’uscio

per fare gli auguri di circostanza anche all’impiegato

il quale, gelato com’era, era meno freddo di

Scrooge e li ricambiò cordialmente.

«Ecco un altro bel tipo» brontolò Scrooge che

lo aveva sentito. «Il mio impiegato, con quindici

scellini la settimana, una moglie e una famiglia da

mantenere, parla di lieto Natale! Cose da pazzi!»

Quello squilibrato, mentre faceva uscire il nipote

di Scrooge, aveva introdotto due altre persone.

Si trattava di due imponenti gentiluomini dall’aspetto

simpatico che ora stavano a testa scoperta nell’ufficio

di Scrooge. Avevano in mano libri e carte, e

lo salutarono con un inchino.

«Scrooge & Marley, se non sbaglio?» disse uno

di loro, dopo aver consultato un elenco. «Ho il

piacere di parlare al signor Scrooge o al signor

Marley?»

«Il signor Marley è morto da sette anni» rispose

Scrooge. «È morto sette anni or sono, questa

stessa notte.»

«Siamo certi che la sua generosità è ben rappresentata

dal socio sopravvissuto» disse il gentiluomo,

presentando le sue credenziali.

Ed era proprio così, giacché Scrooge e Marley

erano stati due spiriti gemelli. Alla malaugurata


parola “generosità”, Scrooge aggrottò le sopracciglia,

scosse la testa e restituì le credenziali.

«In questi giorni di letizia, signor Scrooge» disse

il gentiluomo prendendo una penna, «è più

desiderabile del solito pensare a qualche provvidenza

per i poveri e i derelitti, che soffrono molto

nel presente periodo. Migliaia di persone mancano

del necessario, centinaia di migliaia di persone del

più piccolo conforto, signore.»

«E non ci sono le prigioni?» chiese Scrooge.

«Prigioni quante se ne vuole» disse il gentiluomo

posando di nuovo la penna.

«E gli ospizi di mendicità?» chiese Scrooge. «Ci

sono ancora?»

«Ci sono ancora» rispose il gentiluomo. «Vorrei

poter dire che non ci sono più.»

«La legge penale e la legge sui poveri sono ancora

in vigore?» disse Scrooge.

«In pieno vigore, signore.»

«Oh! da quel che avete detto prima temevo che

qualcosa fosse venuto a intralciare il loro utilissimo

funzionamento» disse Scrooge. «Sono felice di

udire il contrario.»

«Avendo l’impressione che queste istituzioni

facciano ben poco per rallegrare spiriti e corpi

della folla in occasione del Natale» replicò il gentiluomo,

«qualcuno di noi ha pensato di raccogliere

fondi per offrire ai poveri cibi e bevande e combustibili.

Abbiamo scelto questa stagione perché,

fra tutte le altre, è quella in cui il bisogno si fa par-


ticolarmente sentire, mentre chi è nell’abbondanza

fa festa. Per che cifra posso iscrivervi, signore?»

«Per niente» rispose Scrooge.

«Desiderate rimanere anonimo?»

«Desidero esser lasciato in pace» disse Scrooge.

«Visto che me lo chiedete, signori, questa è la mia

risposta. Io stesso non festeggio il Natale e non

posso permettermi il lusso di farlo festeggiare a

dei fannulloni. Do’ il mio aiuto alle istituzioni che

ho menzionato, ed esse mi costano già abbastanza;

chi è nella miseria può rivolgersi lì.»

«Molti non possono andarci, e molti preferirebbero

piuttosto morire.»

«Se preferiscono morire» fece Scrooge, «meglio

lo facciano in fretta per diminuire la sovrabbondanza

della popolazione. E poi queste cose non

mi interessano.»

«Dovrebbero interessarvi» osservò il gentiluomo.

«Non è affar mio» rispose Scrooge. «È sufficiente

occuparsi dei propri affari senza immischiarsi

in quelli degli altri, e i miei mi tengono occupato

di continuo. Buona sera, signori.»

Avendo capito che era inutile insistere, i due

gentiluomini si ritirarono. Scrooge tornò a immergersi

nel suo lavoro con una più alta opinione di

se stesso e con un umore più gaio del solito.

Intanto la nebbia e il buio si erano fatti così

fitti che qualcuno andava attorno con torce accese,

offrendosi di precedere i cavalli delle carrozze e


di guidarli lungo la strada. La vecchia torre della

chiesa la cui arcigna vecchia campana fissava sempre

con curiosità Scrooge da una finestra gotica

aperta nel muro, divenne invisibile e batté fra le

nuvole le ore e i quarti con rintocchi prolungati e

tremuli, come se lassù le crocchiassero i denti nella

testa gelata. Il freddo si fece intenso. Nella strada

principale, all’angolo del vicolo, alcuni operai

stavano riparando i tubi del gas, e avevano acceso

un gran fuoco in un braciere; tutto intorno si era

riunito un gruppo di uomini e di ragazzi cenciosi,

che si scaldavano le mani e socchiudevano gli occhi

davanti alla fiamma, felici. La fontanella lasciata

alla sua solitudine era congelata, e l’acqua dilagata

intorno si era trasformata in un lastrone di ghiaccio

misantropo. Le luci dei negozi, nei quali rami

di agrifoglio e bacche rosse scricchiolavano al calore

delle lampade delle vetrine, colorivano di porpora

le pallide facce dei passanti. Le botteghe dei

pollivendoli e dei droghieri erano diventate così

accoglienti, così gaiamente decorative da sembrare

impossibile che fossero legate ai noiosi canoni

della vendita e delle contrattazioni. Il Lord Mayor,

nella fortezza della grandiosa Mansion House, dava

ordini ai suoi cinquanta cuochi e domestici perché

il Natale fosse festeggiato come si conveniva alla

dimora di un Lord Mayor; e perfino il piccolo

sarto che era stato multato da lui di cinque scellini

il lunedì precedente per essere stato sorpreso in

strada ubriaco e turbolento, si dava da fare nel suo


tugurio per preparare il misero pudding dell’indomani,

mentre la sua magra moglie e il bimbo

facevano un salto a comprare l’arrosto.

Faceva sempre più freddo, la nebbia infittiva.

Un freddo che penetrava, mordeva, tagliava. Se il

buon san Dustano invece di usare le sue pinze da

orefice si fosse limitato a pizzicare il naso del diavolo

con un tempaccio simile, allora sì che il maligno

avrebbe urlato, e a ragione. Il proprietario di

un naso giovane e corto che il freddo affamato

morsicava e stritolava e masticava come le ossa

sono stritolate dai cani, si fermò alla toppa della

porta di Scrooge per fargli il dono di un canto di

Natale; ma al primo accenno di:

Che Dio ti benedica, buon signore,

e nulla nulla mai possa turbarti,

Scrooge afferrò un righello con tanta energia che il

cantante fuggì atterrito, abbandonando la toppa

alla nebbia e al gelo che bene certo le si addicevano.

Finalmente arrivò l’ora di chiudere l’ufficio.

Scrooge scese di pessimo umore dal suo sgabello,

quasi a dare un tacito segnale all’impiegato che,

nel suo sgabuzzino, lo aspettava ansiosamente e

che in tutta fretta soffiò sulla candela e si mise in

testa il cappello.

«Immagino che vorrà avere libertà tutto il giorno,

domani!» disse Scrooge.

«Se non disturba troppo, signore.»


«Disturba, sì» disse Scrooge. «E poi non è giusto.

Scommetto che se le trattenessi mezza corona

dallo stipendio, lei si riterrebbe defraudato, no?»

L’impiegato abbozzò un sorriso.

«Eppure» disse Scrooge, «lei non crede di

defraudare me, facendomi pagare un giorno di

stipendio senza lavorare.»

L’impiegato osservò che ciò capitava una volta

sola all’anno.

«Bella scusa per vuotar le tasche del prossimo

ogni 25 dicembre» fece Scrooge abbottonando

fino al mento il suo pesante cappotto. «Ma temo

proprio di doverle dare tutta la giornata di domani:

sia almeno qui presto dopodomani mattina.»

L’impiegato promise e Scrooge uscì con un grugnito.

L’ufficio fu chiuso in un battibaleno e l’impiegato

con le lunghe code della sua sciarpa bianca

che gli pendevano fino alle falde della giacca – giacché

egli non poteva permettersi di possedere un

cappotto – si fece una ventina di belle scivolate, in

onore della vigilia di Natale, giù dalla collina di

Cornhill, insieme con una fila di ragazzi; poi si

lanciò verso casa sua a Camden Town quanto più

presto poteva, per giocare una partita a moscacieca.

Scrooge consumò il suo melanconico desinare

nella sua solita melanconica taverna, e dopo aver

letto tutti i giornali e passato il resto della serata a

controllare il suo conto in banca, se ne andò a casa

a dormire. Viveva nell’appartamento che era stato


di proprietà del suo defunto socio: una buia sfilata

di camere in un edificio alto in fondo a un vicolo,

dove aveva ben poca ragione di trovarsi, così

che era difficile impedirsi di immaginare che fosse

corso lì quando era una giovane casa giocando a

nascondarella con altre case, e non avesse più trovato

la via per andarsene. Era abbastanza vecchio

adesso, e abbastanza lugubre; nessuno ci viveva

più all’infuori di Scrooge, perché tutti gli altri

locali erano affittati come uffici. Il cortile era così

buio che perfino Scrooge, che lo conosceva pietra

per pietra, fu costretto a cercar la strada a tentoni.

Nebbia e brina assediavano l’androne della casa

in maniera tale da far pensare che il genio stesso

del freddo sedesse sulla sua soglia in cupa meditazione.

È certo che non c’era niente di particolare nel

batacchio del portone, a parte il fatto che era molto

grande. È certo anche che Scrooge aveva visto quel

batacchio ogni sera e ogni mattina da quando abitava

lì, e che egli possedeva fantasia quanto ne può

possedere qualunque uomo della City di Londra,

includendovi – il che è dir molto – tutta la corporazione,

i magistrati e i notabili. Tenete ben presente

che Scrooge non aveva rivolto quel giorno un solo

pensiero a Marley, se si toglie l’accenno fatto quel

pomeriggio al suo socio morto ormai da sette anni.

E poi qualcuno mi spieghi, se lo può, come fu che

Scrooge, dopo aver infilato la chiave nella serratura

dell’uscio, vide nel batacchio, senza che questo


subisse il benché minimo mutamento intermedio,

non più un batacchio ma il viso di Marley.

Il viso di Marley. Non era immerso nella più

impenetrabile oscurità, come tutto quello che si

trovava nella corte, ma emanava una sorta di luce

cupa, come una aragosta andata a male nel buio

di una cantina. Non aveva aspetto cattivo né feroce,

ma guardava Scrooge come Marley usava guardarlo,

con occhiali spettrali rialzati sulla fronte

spettrale. I capelli erano curiosamente sollevati

come da una brezza o da un soffio d’aria calda, e

gli occhi, benché spalancati, erano perfettamente

immoti. Tutto ciò, e il livido colorito, lo rendevano

orribile, ma quell’orrore, più che insito nell’espressione,

sembrava vivere di per se stesso, a dispetto

di quel viso e di là dal suo controllo.

Mentre Scrooge fissava attentamente quel fenomeno,

ecco che il viso tornò a essere di nuovo un

batacchio.

Dire che egli non rimanesse stupito e che il suo

sangue non si raggelasse in una terribile sensazione

di paura quale dall’infanzia non aveva più provato,

significherebbe dire una cosa non vera. Ma

egli riprese la chiave che aveva lasciato, la girò in

fretta, entrò e accese la sua candela.

Si fermò un poco incerto prima di chiudere la

porta; poi vi guardò dal di dentro, quasi si aspettasse

di vedere il codino della parrucca di Marley

protendersi verso l’atrio. Ma non c’era nulla sul

retro della porta, salvo le viti e i cavicchi che vi


inchiodavano il batacchio. Così brontolò «via, via!»

e la richiuse violentemente.

Il rumore risuonò come un tuono per tutta la

casa. Ogni stanza dei piani superiori, ogni barile

nella sottostante cantina del vinaio sembrò avere

una sua separata e caratteristica serie di echi. Scrooge

non era uomo da spaventarsi per gli echi.

Assicurò l’uscio, traversò l’ingresso e infilò le scale,

lentamente per giunta, smoccolando la candela

mentre saliva.

Si accenna a volte a scale tanto larghe o a una

nuova mal formulata legge parlamentare attraverso

cui si può passare con un tiro a sei, ma vi assicuro

che sulla scala di Scrooge avreste potuto

salirci con un carro funebre e metterlo di traverso

col timone verso il muro e il retro verso la balaustra;

ci sarebbe stato. C’era spazio più che sufficiente,

e ancora ne avanzava: per questo, forse, Scrooge

credette di vedere un carro funebre salire davanti

a lui nell’ombra. Mezza dozzina di lampade a gas

come illuminazione stradale non sarebbero bastate

a far luce nell’atrio; potete immaginare che razza

di buio vi era col lucignolo di Scrooge.

Ma Scrooge, senza curarsi minimamente di ciò,

continuava a salire. Il buio costa poco, e per questo

gli piaceva. Tuttavia, prima di chiudere la pesante

porta, girò ogni camera per accertarsi che tutto

fosse a posto. Era motivo sufficiente per spingerlo

a questa ispezione il ricordo del viso sul batacchio.

Salotto, camera da letto, ripostiglio. Tutto come


doveva essere. Nessuno sotto la tavola, nessuno

sotto il sofà, un piccolo fuoco sulla griglia, cucchiaio

e bacinella pronti e un pentolino di brodo

– Scrooge era raffreddato – appeso alla catena del

camino. Nessuno sotto il letto, nessuno nel camerino,

nessuno dentro la sua veste da camera appesa

al muro, in atteggiamento sospetto.

Nel ripostiglio: vecchi parafuochi, scarpe vecchie,

due cestini da pesca, un lavabo su treppiede,

un attizzatoio.

Pienamente rassicurato, chiuse la porta a doppia

mandata, cosa che non era nelle sue abitudini.

Messo così al sicuro da ogni sorpresa, si levò la

cravatta, indossò la veste da camera, le pantofole

e la berretta da notte, e sedette davanti al fuoco

per bere la sua tisana.

Era davvero un misero fuoco, quello, una cosa

da nulla per una notte tanto rigida. Egli fu costretto

a sedercisi molto vicino, quasi a cavallo prima

di estrarre una minima sensazione di calore da una

così grama manciatina di combustibile. Il camino

era vecchio, costruito molto tempo addietro da

qualche mercante olandese che lo aveva foderato

tutto intorno con strane piastrelle olandesi, decorate

da scene della Bibbia. C’erano Caini e Abeli,

figlie di Faraoni, regine di Saba, angelici messaggeri

aleggianti su nuvole simili a materassi di piuma,

Abrami, Baldassarri, apostoli che navigavano

su barche di burro; centinaia di immagini insomma

capaci di distrarre il suo pensiero... Eppure il viso


di Marley, morto da sette anni, faceva scomparire

tutto il resto, come la bacchetta dell’antico profeta.

Se ogni liscia piastrella fosse stata, all’inizio,

bianca, col potere di riprodurre sulla sua superficie

qualche disegno con gli scarsi frammenti del

pensiero di Scrooge, in ognuna di esse ci sarebbe

stata una copia della testa del vecchio Marley.

«Sciocchezze», disse Scrooge, e cominciò a passeggiare

su e giù per la stanza.

Dopo aver fatto un paio di giri, tornò a sedersi.

Come appoggiò la testa allo schienale della poltrona,

il suo sguardo si posò, per caso, sul campanello;

un campanello fuori uso che pendeva nella

stanza e comunicava, per uno scopo ormai dimenticato,

con una camera dell’ultimo piano dell’edificio.

Con grande stupore e spiegabile paura, mentre

lo stava guardando, notò che il campanello

cominciava a muoversi. Si muoveva così piano da

principio che quasi non si sentiva suono, ma presto

trillò forte, imitato da tutti gli altri campanelli

della casa.

Ciò durò un minuto forse, ma sembrò un’ora.

I campanelli smisero come avevano cominciato,

tutti insieme. Fece loro seguito un suono metallico

e profondo, come se qualcuno trascinasse una

pesante catena sopra le botti nella cantina del

mercante di vino. Scrooge ricordò di aver sentito

dire che i fantasmi delle case stregate usano trascinarsi

dietro delle catene.

La porta della cantina si spalancò con fracasso


terrificante, e allora egli sentì il rumore farsi più

forte a pianterreno, poi salire le scale e venire

verso l’uscio.

«Ancora sciocchezze» disse Scrooge. «Non ci

credo!»

Però il suo colorito cambiò quando, senza una

pausa, lo spettro passò attraverso il pesante uscio,

ed entrò nella stanza, davanti ai suoi occhi. Al suo

ingresso il morente fuoco ebbe un ultimo guizzo,

quasi a dire: “Lo conosco, è il fantasma di Marley!”.

Poi ricadde di nuovo.

La medesima faccia, proprio la stessa. Marley

col suo codino, il suo solito panciotto, la sua giacca

a code, calzoni a mezza gamba e stivali i cui

fiocchi di seta dondolavano a tempo con il codino,

le falde della giacca e i capelli. La catena che egli

trascinava lo cingeva a mezzo corpo. Era lunga, si

avvolgeva intorno a lui come una coda, ed era

composta – Scrooge la esaminò da vicino – di

cassette di sicurezza, chiavi, lucchetti, libri mastri,

documenti legali, e pesanti borse di acciaio. Il

corpo era così trasparente che Scrooge, osservandolo,

vide attraverso il panciotto i due bottoni che

ornavano, dietro, la giacca.

Scrooge aveva sovente sentito dire che Marley

era un uomo senza viscere, ma fino a quel momento

non l’aveva creduto.

No, non ci credeva neppure ora. Benché il suo

sguardo potesse trapassare da parte a parte lo

spettro che gli stava davanti, benché sentisse il


aggelante influsso di quegli occhi morti e potesse

persino esaminare il tessuto del fazzoletto che gli

avvolgeva testa e mento – particolare che prima

non aveva notato –, si sentiva incredulo e lottava

contro la testimonianza dei suoi stessi sensi.

«Bene» fece Scrooge, caustico e freddo come

sempre. «Cosa vuoi da me?»

«Molte cose!»

Era la voce di Marley: nessun dubbio su ciò.

«Chi sei?»

«Domandami chi sono stato.»

«Chi sei stato, allora?» disse Scrooge alzando la

voce. «Sei pignolo per essere un’ombra...»

Stava per dire “all’ombra”, ma cambiò la frase

per renderla più appropriata.

«In vita sono stato il tuo socio, Jacob Marley.»

«Puoi... puoi sederti?» domandò Scrooge, guardandolo

con aria dubbiosa.

«Lo posso.»

«Siediti allora.»

Scrooge aveva fatto la domanda perché non

sapeva se un fantasma così trasparente fosse nella

condizione di potersi servire di una sedia, e sentiva

che, nell’eventualità che la cosa non fosse possibile,

ciò avrebbe reso necessaria una penosa

spiegazione. Ma il fantasma andò a sedersi sul lato

opposto del camino, come se si trattasse di cosa

per lui abituale.

«Tu non credi in me» notò il fantasma.

«No» disse Scrooge.


«Che prova vuoi della mia realtà, oltre quella

dei tuoi sensi?»

«Non so» disse Scrooge.

«Perché dubiti dei tuoi sensi?»

«Perché» rispose Scrooge, «un nonnulla basta

a turbarli. Un piccolo imbarazzo di stomaco può

renderli ingannevoli. Tu potresti essere un’indigestione

di manzo, una cucchiaiata di mostarda, una

fetta di formaggio, un pezzo di patata cruda. Chiunque

tu sia, c’è in te più del sugo di carne che della

tomba.»

Scrooge non aveva l’abitudine di far motti di

spirito, né sentiva certo la voglia di scherzare. La

verità era che cercava di mostrarsi disinvolto per

distrarre i suoi pensieri, per tenere a freno il proprio

terrore, perché la voce dello spettro lo faceva tremare

fino al midollo delle ossa.

Se fosse rimasto seduto a fissare quei ghiacciati

occhi immoti anche per un solo momento, si

sarebbe presto trovato a mal partito, lo sapeva. Vi

era inoltre qualcosa di veramente orribile nell’atmosfera

infernale che circondava il fantasma.

Anche se Scrooge non la percepiva personalmente,

essa non era per questo meno reale. Benché il

fantasma sedesse immobile, i suoi capelli, le sue

vesti, i suoi fiocchi, i suoi nastri, erano in continuo

movimento, quasi fossero agitati dal caldo vapore

di un forno.

«Vedi questo stuzzicadenti?» disse Scrooge, tornando

alla carica per le ragioni sopraddette nella


speranza di riuscire, fosse solo per un momento, a

distogliere da sé quello sguardo agghiacciante.

«Sì» rispose il fantasma.

«Ma se non lo guardi nemmeno» fece Scrooge.

«Eppure lo vedo!» ribatté il fantasma.

«Beh!» rispose Scrooge. «Basterebbe che lo

inghiottissi, e per il resto dei miei giorni sarei perseguitato

da legioni di demoni di mia propria creazione.

Sciocchezze, ti dico, sciocchezze.»

A queste parole lo spirito emise uno spaventoso

urlo, e scosse le sue catene con un rumore così

funebre e macabro che Scrooge si aggrappò alla

sedia per non cadere a terra svenuto. Ma ben più

grande fu il suo terrore quando lo spettro si tolse

la benda che aveva intorno alla testa, quasi facesse

troppo caldo per tenerla addosso, e la mascella

inferiore gli ricadde sul petto.

Scrooge piombò in ginocchio e si nascose il viso

nelle mani.

«Pietà» gridò. «Orrenda apparizione, perché

mi tormenti?»

«Uomo di mente terrestre!» rispose il fantasma.

«Credi in me o no?»

«Credo» disse Scrooge. «Devo credere. Ma

come mai gli spiriti camminano sulla terra e come

mai vengono a farmi visita?»

«È obbligo di ogni uomo» il fantasma rispose,

«che lo spirito che sta dentro di lui debba, camminando

in mezzo agli uomini suoi simili, andare

lontano; ma se non lo fa in vita sarà condannato a


farlo dopo morto. Esso è destinato a vagare per il

mondo – me sciagurato –, a essere testimone di

cose a cui non può più prendere parte, cose che

in vita avrebbe potuto dividere con gli altri, cavandone

la sua felicità.»

Di nuovo lo spettro emise un grido, scosse le

sue catene e si torse le mani d’ombra.

«Sei incatenato?» notò Scrooge tremando.

«Dimmi perché.»

«Porto la catena che mi sono forgiata in vita»

rispose il fantasma. «L’ho saldata anello per anello,

metro per metro; me la sono caricata di mia spontanea

volontà, e di mia spontanea volontà la porto.

Il suo modello ti sembra strano?»

Scrooge tremava sempre più.

«O vorresti sapere» proseguì il fantasma, «il

peso e la lunghezza della catena che tu stesso porti?

Sette Natali or sono era pesante e lunga come

questa, e da allora tu ci hai lavorato intorno parecchio.

È una catena pesantissima.»

Scrooge gettò uno sguardo al pavimento circostante,

quasi si aspettasse di trovarsi circondato da

cinquanta o sessanta metri di oltremondano cavo

di ferro; ma non vide nulla.

«Jacob» supplicò, «mio vecchio Jacob Marley,

parlami ancora. Dimmi qualche parola di conforto,

Jacob.»

«Non mi è possibile» rispose il fantasma. «Le

consolazioni vengono da altra parte, Ebenezer

Scrooge. Vengono da altri intermediari e vanno a


uomini di altra specie. E nemmeno posso dirti

quello che vorrei. È ben poco quello che ancora

ho il permesso di dirti. Non posso riposare, non

posso fermarmi, non posso indugiare in alcun

luogo. Il mio spirito non si è mai allontanato dal

nostro ufficio; mai, in vita mia, il mio spirito si è

spinto oltre gli stretti limiti del nostro minuscolo

banco di cambio, e ora un faticoso viaggio mi

attende.»

Era abitudine di Scrooge, ogniqualvolta si sentiva

preoccupato, di mettere le mani nelle tasche

dei pantaloni. Meditando su quanto il fantasma gli

aveva detto, fece quel gesto anche allora, ma senza

alzare gli occhi e continuando a stare inginocchiato.

«Devi aver preso la faccenda con molta calma,

Jacob» osservò Scrooge, in tono pratico anche se

umile e deferente.

«Con calma?» ripeté il fantasma.

«Sei morto già da sette anni» rifletté Scrooge,

«e... se hai viaggiato per tutto questo tempo...»

«Per tutto questo tempo» disse il fantasma. «Né

pace né riposo mai, ma l’incessante tortura del

rimorso.»

«Ti sposti rapidamente?» chiese Scrooge.

«Sulle ali del vento» rispose il fantasma.

«Dovresti aver quindi percorso una bella distanza

in sette anni» notò Scrooge.

A queste parole il fantasma lanciò un altro grido

e scosse le sue catene con strepito così orribile


nel morto silenzio della notte che la polizia avrebbe

avuto mille e una ragione di denunciarlo come

disturbatore.

«Oh, prigioniero legato a doppia catena» gridò

il fantasma, «per non aver saputo che occorrerebbero

secoli di incessante travaglio da parte di

immortali creature per far sì che questa terra abbia

l’eterno premio, se prima tutto il bene di cui il

mondo è capace non è stato sviluppato! Per non

aver saputo che ogni spirito cristiano il quale operi

con bontà nella sua piccola sfera, qualunque essa

sia, troverà la sua vita terrena troppo corta per le

immense possibilità che gli sono offerte! Per non

aver saputo che nessun rimorso può più far ammenda

per le opportunità trascurate in vita! Ecco che

cosa ho fatto! Ecco che cosa ho fatto!»

«Eppure sei sempre stato un buon uomo d’affari,

Jacob!» balbettò Scrooge che cominciava ad

applicare a se stesso quei discorsi.

«Gli affari!» gridò il fantasma, torcendosi di

nuovo le mani. «L’umanità avrebbe dovuto essere

il mio affare. Il benessere generale avrebbe dovuto

essere il mio affare: carità, clemenza, pazienza

e benevolenza, tutto questo avrebbero dovuto

essere i miei affari. I miei commerci non erano che

una goccia d’acqua in quell’oceano di affari.»

Levò in alto a lunghezza di braccio le sue catene,

come se fossero la causa dei suoi sterili rimpianti,

poi le ributtò pesantemente per terra.

«In questo periodo dell’anno che volge al suo


termine» disse lo spettro, «io soffro ancora di più.

Perché ho camminato tra la folla dei miei simili

con gli occhi rivolti a terra, senza mai alzarli su

quella stella benedetta che condusse i magi a una

capanna? Non c’erano forse altre povere case verso

cui la sua luce avrebbe potuto guidarmi?»

Scrooge, spaventato nell’udire lo spettro seguitare

a quel modo, cominciò a tremare come una

foglia.

«Ascoltami» gridò il fantasma. «Il mio tempo è

quasi trascorso.»

«Ti ascolto» disse Scrooge, «ma non essere tanto

duro con me. Non fare della retorica, Jacob, ti

prego.»

«Per quale mistero io ti appaio oggi in una forma

che tu puoi vedere, non lo so. Ti sono rimasto

accanto invisibile molti e molti giorni.»

Non era un’idea piacevole. Scrooge rabbrividì

e si asciugò il sudore sulla fronte.

«Questa non è la minore delle mie penitenze»

proseguì il fantasma. «Sono qui stasera per avvertirti

che hai ancora una possibilità e una speranza

di sfuggire al mio stesso destino. Una possibilità e

una speranza che ti ho procurato io, Ebenezer.»

«Sei sempre stato un buon amico per me» disse

Scrooge. «Te ne ringrazio.»

«Tu sarai visitato» riprese il fantasma, «da tre

spiriti.»

La faccia di Scrooge cadde tanto in basso quasi

quanto quella del fantasma.


«Questa sarebbe l’opportunità e la speranza che

mi hai promesso, Jacob?» domandò Scrooge, con

voce incerta.

«Sì, è questa.»

«Ne... ne farei volentieri a meno» fece Scrooge.

«Senza la loro visita» disse il fantasma, «non

avresti speranza di evitare il calvario che io stesso

ho percorso. Aspetta il primo spirito domani, quando

le campane batteranno l’una.»

«Non potrei riceverli tutti e tre insieme e farla

finita, Jacob?» suggerì Scrooge.

«Il secondo verrà la notte seguente, alla medesima

ora. Il terzo la notte seguente ancora, quando

l’ultimo tocco delle dodici cesserà di vibrare. Non

aspettarti di rivedermi, ma, per il tuo bene, ricordati

di ciò che è avvenuto fra noi.»

Dette queste parole, lo spettro prese il suo fazzoletto

dal tavolo e se lo avvolse al capo, come

prima. Scrooge lo capì dal suono particolare che

fecero i denti quando le mascelle vennero nuovamente

a contatto. Si arrischiò ad alzare gli occhi

di nuovo e vide il suo visitatore ultraterreno che

lo squadrava, diritto, la catena avvolta intorno a

un braccio.

Lo spettro si allontanò da lui camminando all’indietro,

e a ogni passo che faceva la finestra si socchiudeva

un poco, così che quando la raggiunse

era completamente aperta. Lo spettro fece cenno

a Scrooge che si avvicinasse, e quello ubbidì. Quando

furono a due passi l’uno dall’altro, il fantasma


di Marley alzò una mano, per avvertirlo di non

avvicinarsi oltre. Scrooge si fermò, non tanto per

obbedienza quanto per la sorpresa e il timore. Al

levarsi di quella mano, infatti, si era reso conto di

rumori confusi che riempivano l’aria: suoni incoerenti

di lamento e di tristezza, gemiti di indicibili

dolori e di rimpianto.

Dopo aver ascoltato un momento, lo spettro si

unì al mesto coro, poi scomparve nella notte livida

e nera.

Scrooge corse alla finestra e, ansante di curiosità,

guardò fuori.

L’aria era piena di fantasmi che vagavano con

un disperato affanno, gemendo. Ognuno portava

catene come il fantasma di Marley; alcuni – forse

si trattava di ministri traditori – erano legati insieme,

nessuno era libero. Scrooge ne aveva conosciuti

parecchi da vivi. Era stato, per esempio, in

stretta familiarità con un vecchio fantasma che

indossava un panciotto bianco e che portava una

colossale cassaforte di ferro attaccata alla caviglia;

egli piangeva pietosamente, perché non era in

grado di portare soccorso a una disgraziata donna

con un bambino in braccio che egli vedeva, giù,

sui gradini di una porta. La ragione della pena di

tutti quei fantasmi era evidente: tentavano di intervenire

a fin di bene negli affari terreni, ma i loro

sforzi erano destinati a un eterno insuccesso.

Se queste creature svanirono nella nebbia o se

la nebbia le circondò, Scrooge non lo poté dire.


Certo è che spiriti e voci svanirono insieme, e la

notte tornò a essere qual era quando egli era tornato

a casa.

Chiuse la finestra ed esaminò la porta per la

quale il fantasma era entrato. Era chiusa a doppia

mandata, come egli l’aveva chiusa di sua mano, e

i chiavistelli erano al loro posto. Provò a dire “sciocchezze!”,

ma si fermò sulla prima sillaba. Sia per

le emozioni subite, sia per le fatiche della giornata,

sia per quelle occhiate sul mondo invisibile, sia per

la tetra conversazione avuta col fantasma, o per

l’ora tarda, sentì un grande bisogno di riposo. Andò

quindi diritto a letto senza nemmeno spogliarsi, e

subito si addormentò.


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