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L'Aquila: Madonne, rosoni e chiostri - Nuovo Progetto 2

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Pino Blasone<br />

L’Aquila: <strong>Madonne</strong>,<br />

<strong>rosoni</strong> e <strong>chiostri</strong><br />

1 – Madonna di Pietranico, dalla Chiesa di S. Michele e S. Giusta a<br />

Pietranico, nel Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila. In origine il<br />

Bambino poggiava sulle sue ginocchia, secondo il modello tardogotico<br />

della “Madonna adorante il Bambino”, quale nella pittorica<br />

Natività o Adorazione del Bambino di Gentile da Fabriano, oggi al<br />

John Paul Getty Museum di Malibu, Los Angeles (a destra)<br />

Terracotta, pietra e legno<br />

Dopo il disastroso sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009, e dopo i restauri specifici<br />

che si sono resi necessari, paradossalmente le <strong>Madonne</strong> già custodite nel Museo Nazionale<br />

d’Abruzzo sono tornate in mezzo alla gente. Quasi trasformate in messaggere itineranti, esse<br />

si sono mobilitate, non disdegnando di esibirsi in gruppi e manifestare a favore della<br />

ricostruzione del centro storico di una delle città d’arte più belle e relativamente meno<br />

conosciute d’Italia. In effetti, tra il 2009 e il 2011 si sono avute non poche mostre sul tema,<br />

con notevoli successo di critica e afflusso di pubblico: “Terra Madre Abruzzo” a Teramo,<br />

1


Pescara e Chieti; “Antiche <strong>Madonne</strong> abruzzesi” e “Le belle e dolci <strong>Madonne</strong> del<br />

Rinascimento”, al Castello Piccolomini di Celano; “Antiche <strong>Madonne</strong> d’Abruzzo. Dipinti e<br />

sculture lignee medioevali dal Castello dell’Aquila”, nel Castello del Buonconsiglio a<br />

Trento; “La Sapienza risplende. <strong>Madonne</strong> d’Abruzzo tra Medioevo e Rinascimento”, al<br />

Museo della Città di Rimini. Sul momento, quest’ultima è tuttora in corso di svolgimento.<br />

Nel 2011 l’appena restaurata Madonna di Pietranico ha perfino raggiunto New York,<br />

per essere temporaneamente esposta nello Italian American Museum, come ambasciatrice<br />

dell’arte abruzzese e testimone di un suo possibile recupero e auspicabile rinascita, contro<br />

ogni rischio di rassegnazione o indifferenza. Nel caso in questione, il restauro è stato<br />

particolarmente difficile e impegnativo, ma la comunità italo-americana ha generosamente<br />

contribuito a finanziarlo. Scultura in terracotta originariamente policroma, eseguita tra la<br />

fine del XV secolo e gli inizi del successivo, l’opera era ridotta in 24 pezzi e altri<br />

risultavano mancanti. Maria è raffigurata seduta su uno scanno, con le mani prossime a<br />

congiungersi in un gesto di preghiera o di adorazione, mentre un dolce sguardo è rivolto al<br />

Bambin Gesù che doveva essere disteso sulle sue ginocchia. Proveniente dalla Chiesa di San<br />

Michele e Santa Giusta a Pietranico, in provincia di Pescara, la statua era approdata al<br />

Museo del Castello cinquecentesco dell’Aquila nel 1932, in occasione di un precedente<br />

restauro. 1 Essa faceva parte di una minoranza di <strong>Madonne</strong> in terracotta o in pietra, ospiti<br />

dello stesso museo. La maggioranza è scolpita in un materiale ancor più umile, il legno.<br />

Fra quelle già nel museo, per la verità la statua in pietra è una sola. Questa pure risale<br />

alla fine del XV o agli inizi del XVI secolo, e proviene dalla basilica aquilana più bella e<br />

famosa, S. Maria di Collemaggio. Non per niente essa fu attendibilmente eseguita nella<br />

cerchia dello scultore più importante della città, Silvestro di Giacomo detto dell’Aquila o a<br />

volte Ariscola, ma nativo di Sulmona e allievo di Andrea dell’Aquila. 2 Sia la fittile<br />

1 Cfr. Lucia Arbace e Elisabetta Sonnino, La Madonna di Pietranico. Tradizione e tecnologia nel<br />

restauro di un’opera, ediz. italiana e inglese, ZiP Adv, Pescara 2011; e il catalogo Antiche<br />

<strong>Madonne</strong> d’Abruzzo. Dipinti e sculture lignee medioevali dal Castello dell’Aquila, a cura di L.<br />

Arbace, con testi di Gaetano Curzi, Alessandro Tomei e Marta Vittorini: Umberto Allemandi &<br />

C. editore, Torino 2011. Altro catalogo generalmente pertinente è: Beautiful L’Aquila must never<br />

die / L’Aquila bella mai non po’ perire, relativo alla mostra sull’arte aquilana tenutasi a L’Aquila<br />

nel luglio 2009; Gangemi, Roma 2009. Una serie di studi più specifici è nel volume L’arte<br />

aquilana del Rinascimento curato da Michele Maccherini, Edizioni L’Una, L’Aquila 2010.<br />

2 Fatta eccezione per l’emergere della personalità di Giovanni di Biasuccio, sulla cerchia di<br />

Silvestro dell’Aquila resta valido quanto in AA. VV., L’Aquila città del “novantanove”, nella<br />

storia e nell’arte, G. Tazzi editore, L’Aquila 1974; p. 187: “I raffinati modelli di Silvestro<br />

2


Madonna di Pietranico sia questa in pietra seguono comunque schemi compositivi, adottati<br />

dall’artista rinascimentale. Ritratta in posizione frontale, anche la seconda siede su un basso<br />

sedile, più che su un vero e proprio trono o cattedra. Un velo copre il capo, scendendo<br />

intorno all’ovale del viso; lo sguardo è maggiormente orientato verso l’osservatore, ma<br />

meno confidenziale. Soprattutto, il Bambino poggia sulle ginocchia della madre, sebbene in<br />

questo caso egli sia seduto anziché sdraiato e supino. Purtroppo, ne mancano la testa e le<br />

piccole braccia. La mano destra materna lo sostiene premurosa, mentre la sinistra regge il<br />

codice di un testo evidentemente sacro. Rispetto alla Madonna di Pietranico e ad altre<br />

consimili, tutto sommato qui l’aspetto è un po’ meno familiare, più maestoso o aulico.<br />

2 – Saturnino Gatti (?), Madonna adorante dalla Chiesa di S. Panfilo<br />

a Spoltore; e autore ignoto, Madonna in terracotta dalla Chiesa di S.<br />

Maria delle Grazie a Rocca Calascio: Museo Nazionale d’Abruzzo. Il<br />

Bambino disteso sulle ginocchia di entrambe è oggi mancante<br />

Ritroviamo il modello di Maria “in trono” a mani giunte, col Bambino in posizione<br />

orizzontale sulle sue ginocchia, in altre due <strong>Madonne</strong> conservate nella Fortezza Spagnola<br />

incisero in profondità nella cultura artistica aquilana così che per oltre mezzo secolo si operò<br />

sotto la loro prepotente influenza. Ne consegue che oggi è quasi impossibile distinguere le<br />

sculture di mano del Maestro dalle altre di eccellenti scolari e seguaci. Questa difficoltà appare<br />

evidente nell’osservare i numerosi pezzi della scultura lignea e della terracotta abruzzese. [...]<br />

Fra gli scultori che derivano dal maestro aquilano si distingue, in particolare, Saturnino Gatti”.<br />

3


dell’Aquila, databili allo stesso periodo di quelle qui su menzionate. Proveniente dalla<br />

Chiesa aquilana di Santa Margherita, la prima è in legno policromo, attribuita anch’essa<br />

all’ambito di Silvestro dell’Aquila. Lo sguardo di questa Madonna è rivolto al piccolo nudo,<br />

che tiene fra le mani un uccellino: forse in origine un pettirosso, favolosa allusione al<br />

destino di passione che attende Gesù nel racconto evangelico. La seconda opera è attribuita<br />

a Saturnino Gatti, collega di Silvestro dell’Aquila. Si tratta di una Madonna adorante,<br />

terracotta un tempo dipinta, proveniente dalla Chiesa parrocchiale di San Panfilo a Spoltore,<br />

paese in provincia di Pescara. Così come per la Madonna di Pietranico, anche in questo<br />

caso il Bambino è andato perso, asportato chissà quando. Pure le mani sono mancanti, ma la<br />

posizione delle braccia attesta chiaramente che esse andavano a congiungersi fra loro.<br />

Assai somigliante a quella originaria della Chiesa di Santa Margherita è un’opera,<br />

non compresa nella collezione del Museo Nazionale d’Abruzzo. Statua lignea sempre della<br />

fine del ’400, la Madonna delle Grazie è stata risparmiata dalla distruzione della Chiesa e<br />

dell’abitato di Onna – vicino L’Aquila – causata dal terremoto del 2009. Pur condividendo<br />

l’atteggiamento modesto delle sue compagne, questa Madonna è stata oggetto di una tale<br />

devozione popolare, che in passato deve averne sconsigliato il trasferimento in un museo.<br />

Le sue mani sono giunte e lo sguardo è diretto verso il basso. Il Bambino nudo sulle sue<br />

ginocchia stringe anch’egli, delicatamente, un uccellino al petto. Tuttavia, l’acme della<br />

stessa tipologia rappresentativa viene raggiunta nella Madonna di Collemaggio, terracotta<br />

policroma dei primi del ’500, capolavoro di Saturnino Gatti nella Basilica di Collemaggio.<br />

Lo scanno-trono con poggioli ornamentali è identico a quello della Madonna di Pietranico.<br />

Qui il Bambino non è completamente adagiato, ma si solleva su un fianco puntellandosi con<br />

un gomito, e sorride. Ancor più che congiungersi, le mani materne sembrano applaudire.<br />

Per quanto riguarda l’iconografia mariana in particolare, il Rinascimento aquilano<br />

sviluppò in senso divulgativo la lezione di quello toscano, con influssi umbro-marchigiani e<br />

ingentilendo tradizioni locali. Oltre che a formare una scuola di artisti, il nuovo stile diventò<br />

una specie di lascito ereditario di maestro in allievo: da Donatello ad Andrea dell’Aquila, da<br />

Andrea a Silvestro dell’Aquila, da Silvestro a Saturnino Gatti e oltre. 3 Con una prevalenza<br />

3 Del caposcuola Andrea dell’Aquila (c. 1420 - c. 1458), allievo di Donatello e maestro di<br />

Silvestro dell’Aquila, sono note tre <strong>Madonne</strong> marmoree in rilievo, le prime due delle quali assise<br />

in trono: la Madonna con Bambino e angeli, nella Cappella Palatina del Castel <strong>Nuovo</strong> a Napoli;<br />

la Madonna Caffarelli, nell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma; la Madonna col<br />

Bambino, nella lunetta di un altare della Chiesa di S. Maria del Soccorso all’Aquila.<br />

4


della prima, la scultura si alternò alla pittura. Né mancano opere di pittori, in cui ricompare<br />

Maria assisa con le mani giunte e il Bambino coricato in grembo. Ma qui per ora piace<br />

citare statue analoghe e coeve in legno, quali una Madonna con Bambino nella Chiesa di S.<br />

Maria della Pace ad Ancarano, ascritta a Silvestro dell’Aquila; la Madonna di Civitella di<br />

Giovanni di Biasuccio nel Santuario di S. Maria dei Lumi a Civitella del Tronto, o la<br />

Madonna degli Angeli di Gianfrancesco Gagliardelli nella Chiesa di S. Maria degli Angeli a<br />

Bisenti. Esse sono così simili tra loro, da apparire altrettante variazioni su tema. E tutte si<br />

trovano in provincia di Teramo. Salvo restando il primato storico e culturale dell’Aquila,<br />

converrà allora parlare di un Rinascimento abruzzese, meglio ancora che aquilano.<br />

3 – Saturnino Gatti, Madonna di Collemaggio, nell’aquilana Basilica<br />

di Collemaggio; e Giovanni di Biasuccio, Madonna di Civitella, nel<br />

Santuario di S. Maria dei Lumi a Civitella del Tronto (da non<br />

confondersi con la simile Madonna dei Lumi nella Chiesa di S. Maria<br />

in Platea a Campli, opera di Silvestro dell’Aquila)<br />

Colloquio con la Sapienza<br />

Non si può tacere su un capolavoro di Silvestro dell’Aquila, la Madonna con<br />

Bambino in terracotta dipinta del 1495 circa, nella Basilica di San Bernardino a L’Aquila.<br />

Seduta a mani giunte, pure qui Maria guarda verso il Bambino nudo in basso. Ma egli non è<br />

5


in posizione supina, come nella maggior parte dei casi sopra considerati, bensì benedice<br />

sorridente seduto in grembo alla madre, secondo una iconografia alquanto convenzionale.<br />

Nondimeno, il suo sguardo è rivolto verso l’alto, a cercare di incontrare quello materno. Il<br />

particolare naturalistico è illuminante, sull’intera ricerca artistica dei maestri aquilani e<br />

abruzzesi rinascimentali. L’intento “umanistico” è di umanizzare il più possibile l’intima<br />

relazione fra la Madonna e il Cristo, coinvolgente il rapporto fra umano e divino, sulla base<br />

di quella affettiva tra madre e figlio. La stessa posizione orizzontale del piccolo ricorre, in<br />

funzione della rappresentazione di una corrispondenza e arcana intesa degli sguardi.<br />

Potremmo definirla un’estetica dello sguardo, o poetica “del colloquio”, rifacendoci a<br />

precedenti noti nella scultura gotica internazionale europea o proto-rinascimentale italiana.<br />

Un antecedente celebre è la Madonna del Colloquio di Giovanni Pisano nel Museo<br />

dell’Opera del Duomo di Pisa, risalente alla metà del XIII secolo e proveniente dalla lunetta<br />

di un portale della Cattedrale della città toscana. Rammentiamo inoltre la Madonna con<br />

Bambino attribuita a Marco Romano in una loggia della facciata del Duomo di Cremona,<br />

databile ai primi del XIV secolo, e la tardo-gotica Virgen Blanca nella Cattedrale di Toledo<br />

in Spagna, influenzata da modelli francesi. In tutti questi casi Maria è incoronata e in piedi,<br />

col Bambino vestito e in posizione parzialmente eretta, seduto su un suo braccio. Ciò fa sì<br />

che i loro sguardi si trovino più o meno alla stessa altezza, incontrandosi in un tacito ma<br />

giocoso dialogo. Va da sé, un effetto analogo è ottenuto negli esempi aquilani che abbiamo<br />

evocato, specialmente là dove il capo della madre sia appena chinato a contemplare l’infante<br />

sulle sue ginocchia. Almeno in un caso, la Madonna in trono col Bambino pervenuta nel<br />

Museo dell’Aquila dalla locale Chiesa di S. Maria del Carmine, la composizione ricorda da<br />

vicino i precedenti gotici. Benché assisa, questa lignea e colorata Madonna sorregge con una<br />

mano il Bambino vestito e ritto su un suo ginocchio, in modo da poterlo guardare meglio<br />

negli occhi. L’altra mano tiene un libro sacro. Però, l’elemento giocoso è qui assente.<br />

Non sempre l’espressione delle <strong>Madonne</strong> abruzzesi è sorridente. Talora essa è<br />

offuscata da un velo di malinconia, quasi una consapevolezza della futura sofferenza del<br />

figlio e di quelle correnti dell’umanità, o addirittura delle catastrofi che ne minacciano<br />

l’esistenza. 4 In un campo come questo, era ovviamente difficile scindere la ricerca artistica<br />

4 Per quanto riguarda le catastrofi naturali, è da annotare che in particolare i terremoti non sono<br />

certo una novità in terra d’Abruzzo, bensì una calamità periodica. Già nel 1315 e nel 1349 si<br />

ebbero sismi distruttivi, tanto da far valutare la possibilità di abbandonare la città fondata di<br />

6


da riflessioni religiose o perfino speculazioni teologiche. Per rendersene meglio conto, giova<br />

fare un passo indietro nel Medioevo abruzzese, anch’esso ampiamente documentato dalle<br />

<strong>Madonne</strong> lignee duecentesche già nel Castello-Fortezza dell’Aquila. 5 In alcuni casi, si tratta<br />

di tavole in legno dipinte, magari sagomate quel tanto da dare l’impressione di un rilievo<br />

scultoreo. In ogni caso, in esse prevale una rigida e ieratica frontalità della rappresentazione<br />

di Maria e un po’ meno del Bambino, ispirata a prototipi romanici e bizantini. Proveniente<br />

dalla Chiesa di San Pietro nel Comune di Capitignano in provincia dell’Aquila, la Madonna<br />

di Sivignano consiste in una pergamena dipinta applicata su tavola. Siamo in presenza di<br />

una vera e propria icona, nel senso tanto pittorico quanto devozionale conferito al termine.<br />

4 – Silvestro dell’Aquila, Madonna con Bambino in terracotta dipinta,<br />

Basilica di S. Bernardino a L’Aquila; e Madonna lignea policroma<br />

con Bambino nella Chiesa di S. Maria della Pace ad Ancarano<br />

(particolare curioso ma indicativo delle oscillanti percezioni del sacro,<br />

un recente restauro ha restituito alla posizione orizzontale il Bambino,<br />

già riposizionato in verticale in passato)<br />

recente. Fu specialmente il condottiero Pietro Lalle Camponeschi a opporsi a tale decisione e a<br />

incitare i concittadini alla ricostruzione in loco, con evidente successo ripetuto nel tempo.<br />

5 Va crescendo l’attenzione critica per una scultura “minore”, specialmente in legno. Si tenga<br />

presente il convegno presso l’Università G. D’Annunzio di Chieti-Pescara, 29-30 ottobre 2009,<br />

intitolato Abruzzo: un laboratorio di ricerca sulla scultura lignea. Va da sé che le <strong>Madonne</strong> con<br />

Bambino, “sapienziali” o meno, sono state al centro dell’interesse. Altro incontro generalmente<br />

pertinente si è tenuto il 4 marzo 2011 all’Auditoriom del Collegio S. Chiara di Siena: L’arte a<br />

L’Aquila tra Medioevo e Rinascimento: un patrimonio da conoscere e da salvare.<br />

7


Interessante è la scritta in latino imperfetto, leggibile in calce all’opera: IN GREMIO<br />

MATIRS FULGET SAPIENTIA PATIRS, vale a dire “Nel grembo della Madre risplende la<br />

sapienza del Padre”. Ciò suggerisce un confronto con un’altra tempera su tavola<br />

della fine XII - inizi XIII secolo, la Madonna della Carbonara nel Museo del Colle del<br />

Duomo a Viterbo. La somiglianza iconica tra le due è notevole. Anche nella seconda<br />

compare una iscrizione latina in basso: ALMA VIRGO PARIT QUEM FALSA SOFIA<br />

NEGAVIT, “L’alma Vergine generò colui che la falsa sapienza negò”. Ne deriva una<br />

contrapposizione fra divina e falsa sapienza, resa col termine greco bizantino “sofìa”. La<br />

falsa sapienza sarebbe espressamente quella – fin troppo umana, per la verità – che neghi<br />

l’incarnazione di quella divina nel ventre di Maria vergine, nella persona del Cristo, secondo<br />

il dogma cristiano. Queste <strong>Madonne</strong> teologiche polemizzano contro il paganesimo del<br />

passato e certe eresie più recenti, ma pure contro la facile tendenza ad attribuire a Maria<br />

stessa una divinità che non le compete se non di riflesso o, per così dire, “di passaggio”.<br />

Sedes Sapientiae, “Sede” oppure “Trono della Sapienza”: così suona in latino un<br />

appellativo non privo di reminiscenze bibliche e di applicazioni iconografiche designate con<br />

lo stesso nome, in cui ricorre – più corretta – la stessa scritta della Madonna di Sivignano. 6<br />

Si allude a una sede transitoria o a una luce riflessa, in virtù della speciale maternità di<br />

Maria, che le consente un colloquio privilegiato o un dialogo intercessorio. A volte, si è<br />

visto, basta uno sguardo di supplica e di intesa, o addirittura umanamente perplesso da parte<br />

dell’umana mediatrice. Allegoria di tale complessa relazione è un mistico specchietto, retto<br />

in una mano della Madonna di Sivignano. Simbolicamente e visivamente, una nota di<br />

severità è invece contenuta nella Madonna della Carbonara. Particolare non unico<br />

nell’iconografia mariana dell’epoca, una mano di Maria, benedicente con due dita, è tuttavia<br />

puntata verso il basso a indicare la terra, quasi ad ammonire biblicamente “Polvere sei e<br />

6 La più celebre, tarda ed esplicita, rappresentazione scultorea della Sedes Sapientiae è una<br />

Madonna in marmo assisa e coronata del senese Tino di Camaino (Museo del Bargello, Firenze;<br />

c. 1320). Qui lo specchio è stato sostituito da un libro nella mano destra, allusivo a una sapienza<br />

più rivelata che riflessa. Ma si può ben pensare, per analogia, al biblico Libro della Sapienza:<br />

Speculum sine macula Dei maiestatis, “[La Sapienza] è uno specchio immacolato della maestà<br />

divina” (VII, 26). La mano sinistra regge il Bambino, poggiante su un ginocchio della madre.<br />

Egli si volge a benedire distogliendosi dallo sguardo materno e cercando fiducioso quello altrui,<br />

ma senza assumere la rigida posizione frontale e l’atteggiamento regale di precedenti<br />

raffigurazioni, quali le lignee Madonna di S. Maria in Camuccia a Todi e Madonna di Prete<br />

Martino (Bode-Museum, Berlino; da Sansepolcro in provincia di Arezzo, datata 1199).<br />

8


polvere ritornerai”. Piuttosto, preferiamo pensare all’accostamento con la chiusa di una<br />

preghiera quale l’Avemaria: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.<br />

Non si dimentichi comunque l’apparente paradosso che la divina sapienza era per lo<br />

più rappresentata come un infante. Se ne ricorderanno gli artisti rinascimentali, epurando la<br />

rappresentazione delle parvenze da adulto, che talora viziavano le raffigurazioni medievali.<br />

Tra le <strong>Madonne</strong> medievali del Museo Nazionale d’Abruzzo, non ne mancano che allattano il<br />

Bambino, o che lo indicano con mano in quanto strada per la salvezza ed esempio da seguire<br />

alle generazioni future, secondo una modalità rappresentativa bizantina detta Odigitria:<br />

“Colei che mostra la Via”. Di quest’ultimo tipo è la Madonna delle Concanelle, intagliata a<br />

tutto tondo da Antonio e Domenico di Pace nel 1262, dalla Chiesa di S. Maria della Neve a<br />

Bugnara in provincia dell’Aquila. Il nome nasce dal fatto che lì c’era un tempio dedicato a<br />

Cerere. Alla dea dell’agricoltura veniva offerto frumento, rito che si protrasse in età<br />

cristiana. Le contadine recavano il grano a Maria in piccole conche di rame in bilico sulle<br />

teste: le “concanelle”. Fra le <strong>Madonne</strong> allattanti, segnaliamo infine la Madonna di Ambro,<br />

dipinto su tela stesa su tavola dalla Chiesa di S. Maria a Graiano presso Fontecchio, in<br />

provincia del capoluogo abruzzese. L’aspetto da regina con aureola, coronata e in trono, e lo<br />

sguardo fisso, diretto verso i fedeli, contrastano stranamente con l’allattamento in atto. 7<br />

7 Si confronti con un’altra Madonna del Latte pure nel Museo Nazionale d’Abruzzo, dall’aquilana<br />

Chiesa di Santa Maria in Pantanis, e con l’amalfitana icona di Santa Maria de Flumine, nel<br />

Museo di Capodimonte a Napoli. Inoltre a Filetto, frazione di Assergi vicino L’Aquila, si trova<br />

l’isolata Cappella dei Santi Crisante e Daria. All’interno è affrescata fra l’altro una Madonna in<br />

trono che allatta il Bambino, risalente al XIII secolo. Se non fosse per il disegno ornamentale<br />

riempitivo alquanto differente, la composizione sarebbe pressoché identica a quella della<br />

Madonna di Ambro (si veda l’illustrazione fotografica in Mario Moretti, Architettura medioevale<br />

in Abruzzo, dal VI al XVI secolo, edizione per conto della Federazione delle Casse di Risparmio<br />

degli Abruzzi e Molise, De Luca editore, Roma 1971; p. 295).<br />

9


5 – Anonimo, Madonna in trono col Bambino dall’aquilana Chiesa<br />

del Carmine, Museo Nazionale d’Abruzzo (particolare); e Giovanni<br />

Pisano, Madonna del Colloquio, Museo dell’Opera del Duomo, Pisa<br />

Cabalistica dei <strong>rosoni</strong><br />

Nel Museo Nazionale d’Abruzzo si trova un polittico ricomposto, databile fra il 1480<br />

e il 1485 e intitolato San Giovanni da Capestrano e Storie della sua vita. Prima ascritto a un<br />

anonimo “Maestro delle Storie di San Giovanni da Capestrano”, esso è stato poi attribuito a<br />

Giovanni di Bartolomeo dell’Aquila. In una delle cinque tavole che compongono l’opera, è<br />

illustrata una Predica a L’Aquila, s’intende del santo in questione. Sullo sfondo, figura la<br />

facciata rettangolare di una chiesa con coronamento orizzontale, che è una tipica facciata<br />

aquilana, ovvero una sintesi di fantasia ripresa da varie chiese, in particolare da S. Maria di<br />

Collemaggio. Nella parte superiore della facciata sono infatti aperte tre finestre circolari<br />

dette <strong>rosoni</strong>, uno centrale più grande e due laterali minori, come nella facciata della basilica<br />

più famosa dell’Aquila. Ma i <strong>rosoni</strong> dipinti nelle Storie di San Giovanni da Capestrano sono<br />

disposti sulla stessa linea, mentre quelli di Collemaggio sono ad altezze diverse: il maggiore<br />

in alto e i minori più in basso, questi sì sulla stessa linea. A ogni modo, già nel XV secolo la<br />

10


facciata di chiesa distintiva dell’Aquila era identificata nel rapporto geometrico tra la forma<br />

di un rettangolo, generalmente poggiante sul lato più lungo, e i cerchi dei <strong>rosoni</strong>.<br />

Anzi, si direbbe quasi che il prospetto fosse disegnato e realizzato in funzione del<br />

rosone o dei <strong>rosoni</strong>, e non viceversa. Sta di fatto che nell’architettura tardo-medievale e<br />

proto-rinascimentale aquilana essi rivestono una importanza sia estetica sia ai fini<br />

dell’illuminazione interna delle chiese, ma forse ci sono anche altri motivi. Specialmente<br />

intorno ai <strong>rosoni</strong> della Basilica di Collemaggio, vere e proprie trine traforate e cesellate in<br />

pietra, si sono imbastite divagazioni esoteriche, cabalistiche o cosmologiche, del resto non<br />

diversamente che su quelli di alcune cattedrali gotiche d’oltralpe. 8 Non senza qualche<br />

fondamento formale, essi sono stati paragonati ai Mandala, figurazioni concentriche<br />

concepite nelle tradizioni religiose buddhiste e induiste per favorire concentrazione e<br />

meditazione. Ma questi sono per lo più composizioni effimere, mentre i <strong>rosoni</strong> aquilani<br />

paiono fatti per durare a oltranza, in caso di emergenza perfino migrando da una chiesa<br />

all’altra, così come nel 1932 quello trecentesco di S. Maria del Guasto (o “del Vasto”, già<br />

ricostruita nel 1520), trasferito a S. Maria degli Angeli in seguito alla edificazione del<br />

vecchio Ospedale San Salvatore. Per l’esattezza in quella occasione migrò l’intera facciata,<br />

approfittando del fatto che quella del secondo edificio non era mai stata completata.<br />

L’architettura sacra aquilana è una specie di elaborata alchimia, segnata da<br />

distruzioni e reiterati restauri, forzose incompletezze o cambi di destinazione, ma sulla base<br />

di poche formule fondamentali che orientano in direzione di equilibri costanti. Non tutti i<br />

<strong>rosoni</strong> dell’Aquila possono definirsi tali in senso stretto. Per non parlare di quelli ciechi per<br />

essere stati murati, perché così progettati o per una messa in sicurezza, alcuni sono semplici<br />

finestre circolari ossia “oculi”, incorniciati ma privi o privati della raggiera: quali quello<br />

enorme della Chiesa di San Pietro a Coppito o quelli di S. Maria a Paganica, S. Maria del<br />

Soccorso, San Pietro di Sassa, San Marciano, San Vito. Ciononostante, essi mantengono la<br />

funzione esterna di centro di raccordo armonico della facciate e quella di illuminazione<br />

dall’alto degli interni, proiettando un mobile fascio di luce spiritualizzata dentro gli edifici<br />

di una città di altura, dove la cattura e l’economia della luce assumono specifica rilevanza.<br />

8 Per gli appassionati del suggestivo genere, cfr. Michele Proclamato, Il segreto delle Tre Ottave.<br />

Dai <strong>rosoni</strong> di Collemaggio ai cerchi nel grano, alla ricerca delle leggi dell’Universo,<br />

Melchisedek - Promarco Edizioni, Milano 2006; e Giannandrea Capecchi e Maria Grazia<br />

Leopardi, Notre Dame di Collemaggio, Arkeios Edizioni, Roma 2009.<br />

11


Tuttavia, torniamo ai principali <strong>rosoni</strong> superstiti, a partire dai tre celebri di Collemaggio. In<br />

essi si intravede una transizione dallo stile romanico al gotico, che riflette le fasi di<br />

costruzione della basilica. Guardando l’ampio prospetto rettangolare, se quello di destra è<br />

ancora pienamente romanico, quello maggiore, superiore e centrale, è ormai tardo-gotico.<br />

6 – Madonna di Sivignano, Museo Nazionale d’Abruzzo, e<br />

Madonna della Carbonara, Museo del Colle del Duomo a<br />

Viterbo<br />

Senza dubbio, questo rosone è al livello dei migliori esemplari europei. Risalente al<br />

1440 circa, esso consta di una doppia trina irradiata da una rosetta al centro, in modo da<br />

descrivere tre cerchi concentrici di degradante grandezza e fra loro collegati da una somma<br />

di 36 raggi in forma di colonnine. Se esso è tornato a dispensare luce all’interno della<br />

basilica, insieme ai suoi compagni, ciò si deve al radicale e discusso restauro operato<br />

dall’architetto Mario Moretti nel 1972. Visto dall’esterno o dall’interno, il tutto esercita una<br />

suggestione pressoché ipnotica, tale da rendere comprensibili gli entusiasmi esoterici, o da<br />

ispirare l’imitazione miniaturistica degli orafi aquilani. Coevo e affine al rosone di destra di<br />

12


Collemaggio è il traforo della Chiesa di San Silvestro, uno dei più ampi d’Abruzzo. La<br />

struttura della ruota è scolpita in 18 bracci, convergenti verso un perno parzialmente vuoto e<br />

poggianti su altrettanti archetti decorativi in prossimità della cornice circolare del XIV<br />

secolo. Sintesi originaria di elementi romanici e gotici, il rosone fu comunque completato o<br />

restaurato nel 1539 da un certo mastro bergamasco Raffaele Bartolomeo. Esso resta la fonte<br />

preminente di luce, che le alte e strette finestre ogivali riescono a stento a coadiuvare,<br />

lasciando così immersa in una mistica penombra gran parte dell’interno dell’edificio.<br />

Rispetto agli altri pure aquilani, il rosone duecentesco della Chiesa di S. Maria di<br />

Roio è più essenziale e romanico. Qui la ruota è unica, la raggiera è costituita da 12 bracci.<br />

Probabilmente c’è una simbologia relativa, che rimanda semplicemente ai dodici mesi<br />

dell’anno. Per una verifica analogica, passiamo a considerare quello che molti ritengono il<br />

più bello e originale dell’Aquila, al centro della facciata della Chiesa di Santa Giusta. La<br />

ruota interna è qui simile a quella di S. Maria di Roio, ma in versione gotica arabescata. Fra<br />

detta raggiera e la cornice esterna, una fascia circolare è delimitata internamente da un<br />

cerchio. È in questa fascia che il carattere aniconico, tipico della maggior parte dei <strong>rosoni</strong>,<br />

diventa figurativo. Corrispondenti ai 12 raggi della ruota interna, dodici piccoli telamoni ne<br />

sorreggono il cerchio in cui essa è iscritta, o la cornice esterna al tutto, a secondo che essi<br />

siano collocati in basso o in alto. Artigiani, mercanti e monaci, i grotteschi personaggi<br />

scolpiti rappresentano chiaramente gli abitanti della città. Ma è pur vero che il loro vario<br />

abbigliamento o operoso atteggiamento fa pensare alle diverse stagioni e mesi dell’anno.<br />

A ogni modo in questo caso la raffigurazione nasce con discrezione, ai margini della<br />

struttura circolare. In altri esempi, non aquilani, essa sorge in posizione centrale. Come al<br />

centro dei Mandala orientali vediamo spesso rappresentato il Buddha, così nei <strong>rosoni</strong><br />

cristiani prevale ovviamente il Cristo, il suo volto o un simbolo cristologico. Non ne<br />

mancano, dove si affaccia la Madonna col Bambino, in piedi o seduto fra le sue braccia. È il<br />

caso del rosone gotico fiammeggiante del Santuario dell’Assunta a Morbegno, in provincia<br />

di Sondrio, scolpito da Tommaso Rodari nel 1515-17; o di quelli più tradizionali della<br />

Chiesa di Sant’Antonio Abate a San Daniele del Friuli e del Duomo di Muggia, in provincia<br />

di Trieste, entrambi databili al XV secolo. Al centro del rosone della Chiesa dell’Annunziata<br />

di Venafro, nel Molise, eccezionalmente doveva comparire la scena dell’Annunciazione; di<br />

essa sussistono solo tracce, nel XVII secolo il rosone essendo stato integrato in altra<br />

13


muratura. Certo, questa volta ci siamo allontanati molto dall’Aquila. Ma nemmeno tanto<br />

dallo spirito che animò l’arte sacra aquilana del tardo Medioevo e del primo Rinascimento, i<br />

cui pezzi forti furono <strong>Madonne</strong>, <strong>rosoni</strong> e – come vedremo qui appresso – anche <strong>chiostri</strong>.<br />

7 – Ancora una Madonna lignea di Silvestro dell’Aquila,<br />

“accidentalmente” privata del Bambino, quasi involontaria allegoria<br />

dell’“eclissi del sacro” (collezione privata; esibita nella mostra La<br />

forma del Rinascimento, Roma 2010). A destra, Giovanni di<br />

Bartolomeo dell’Aquila (?), Predica a L’Aquila, particolare delle<br />

Storie di San Giovanni di Capestrano, Museo Nazionale d’Abruzzo<br />

Filarmonia claustrale<br />

Oltre che città d’arte, L’Aquila è stata ed è amante della musica. L’esistenza in loco<br />

di un conservatorio di musica e di una Società Aquilana dei Concerti, di una Orchestra<br />

Sinfonica Abruzzese e del rinomato complesso dei Solisti Aquilani, di un’Associazione<br />

Corale “Gran Sasso” e di un Istituto Abruzzese di Storia Musicale, di un vecchio e di un<br />

nuovo auditorium – inaugurato nel 2011 –, ne sono tutte significative testimonianze. Con un<br />

po’ di estro, la stessa arcana numerologia dei <strong>rosoni</strong> aquilani potrebbe interpretarsi nel senso<br />

di accordi musicali, magari in quanto incorporati in immaginari specchi di una vagheggiata<br />

14


armonia cosmica. In omaggio alle tradizioni musicali aquilane e nell’ambito del Festival<br />

Internazionale di Musica “Pietre che cantano”, nelle estati del 2010 e del 2011 si sono tenuti<br />

concerti in un proto-rinascimentale chiostro del Convento di San Domenico, riaperto al<br />

pubblico nel 2010 dopo il terremoto del 2009 proprio in occasione di tale manifestazione,<br />

che ha coinvolto pure altri siti abruzzesi di rilevante interesse artistico e culturale.<br />

Nonostante che esse rischino di suonare involontariamente retoriche, data la forzosa<br />

situazione di arretratezza nella ricostruzione del centro storico della città, meritano di essere<br />

qui riportate le parole inaugurali di Luisa Prayer, direttore artistico del Festival: “Abbiamo<br />

voluto dare, con questo programma, il nostro contributo alla riflessione collettiva su come<br />

ripartire, riprendere la strada dello sviluppo. Nel territorio disgregato dal sisma la cultura è<br />

oggi fondamentale collante di una società che necessita di stimoli e affermazioni positive di<br />

sé per rimanere coesa e per dare ai giovani prospettive consapevoli di realizzazione del<br />

proprio futuro, agli anziani certezza che venga coltivata una memoria delle cose, alla società<br />

in generale attestazione di un valore intrinseco riconosciuto del proprio contesto. Ritrovare<br />

le radici per ripensare un futuro coerente con la propria storia, con la propria identità”. 9<br />

D’altronde, la vocazione musicale del complesso conventuale di San Domenico non è<br />

nuova. Già in un passato non recente la chiesa omonima era stata adibita a sala per concerti<br />

d’organo, integrando così l’attività concertistica che si svolgeva nel Teatro Comunale e<br />

nell’Auditorium del Castello cinquecentesco. Tranne la chiesa, dal 1810 al 1994 l’intera<br />

struttura era stata però adattata a carcere, perciò preclusa ai comuni cittadini. Il successivo<br />

restauro, durato dal 2004 al 2009, non solo ha ripristinato per quanto possibile le forme<br />

originarie, ma ha fatto sì che il complesso – eccetto la chiesa – resistesse assai meglio<br />

all’impatto sismico. Dei tre cortili interni, due sono veri e propri <strong>chiostri</strong>. Quello orientale<br />

presenta caratteri stilistici settecenteschi, conseguenti alla ricostruzione già seguita a un<br />

terremoto nel 1703. Quello occidentale ha invece mantenuto l’aspetto rinascimentale,<br />

dovuto alla riedificazione dopo un precedente sisma nel 1461. Il palinsesto architettonico<br />

conferma quanto sostenibile per l’architettura dell’Aquila in toto, che essa è stata<br />

condizionata dall’attività sismica tanto quanto determinata da quella umana, in una tenace<br />

lotta secolare non priva di risvolti tragici neppure sempre imputabili a inclemenza naturale.<br />

9 Agenzia di stampa Adnkronos, in data 01/08/2011.<br />

15


8 – Dal più complesso al più semplice: il rosone centrale della<br />

Basilica di Collemaggio e quello di S. Maria di Roio, a L’Aquila<br />

Il clima stagionale permettendo, l’apprezzabile iniziativa di cui sopra andrebbe estesa<br />

ad altri <strong>chiostri</strong> aquilani, previ interventi urgenti per una messa in sicurezza non provvisoria<br />

e per una garantita possibilità di accesso. Infatti, la riposta bellezza e la raccolta acustica ne<br />

fanno scenari tutti da riscoprire, sedi ideali per gli eventi musicali. Domenicani, Francescani<br />

o Benedettini, gli ordini monastici fecero a gara per realizzarli. 10 Forse attratti da una certa<br />

locale consapevolezza della precarietà delle cose terrene, presto o tardi essi si erano<br />

insediati a L’Aquila e dintorni. Ben quattro sono i <strong>chiostri</strong> adiacenti alla francescana<br />

Basilica di San Bernardino, due dei quali, denominati il maggiore e il minore, rivestono<br />

particolare rilevanza artistica. Il deambulatorio del primo di essi ha archi ogivali, sostenuti<br />

da pilastri a sezione ottagonale. Il secondo presenta una archeggiatura a tutto sesto, con<br />

colonne rotonde. I capitelli sono scolpiti con decorazioni a foglie. Edificati fra il XV e il<br />

XVI secolo, i due <strong>chiostri</strong> insieme costituiscono un episodio di transizione dal Gotico al<br />

Rinascimento, superstite ai sismi del 1461 e del 1703 che danneggiarono ripetutamente la<br />

basilica. Prima del 2009, il chiostro principale ha già funto da spazio scoperto per concerti.<br />

All’ambito francescano competono anche il monastero minorita di San Giuliano,<br />

fondato nel 1415 e oggi alla periferia della città, e quello femminile dell’Eucarestia, detto<br />

10 Vi andrebbero aggiunti i frati celestiniani, attestati nell’Abbazia di S. Maria di Collemaggio; i<br />

Cappuccini subentrati ai Benedettini nel Convento di S. Maria del Soccorso, e gli Agostiniani in<br />

quello attiguo alla settecentesca Chiesa di Sant’Agostino. In quest’ultimo caso, inglobato nel<br />

fabbricato del Palazzo del Governo, il chiostro non sussiste più in quanto tale. È invece da<br />

segnalare il chiostro trapezoidale nell’antico Monastero di San Basilio, gestito prima dalle suore<br />

benedettine e poi dalle Celestine, che lo fecero ristrutturare fra il ’600 e il ’700.<br />

16


anche della Beata Antonia o di Santa Chiara Povera e sorto fra XIII e XIV secolo. Nel 1447,<br />

le suore clarisse vi subentrarono alle domenicane, sterminate da una pestilenza. A seguito<br />

della demolizione di un lato nel 1941 e della sua posteriore sostituzione con un edificio<br />

moderno, del chiostro sussistono tre lati, risalenti in parte a un fabbricato della fine del ’200<br />

e in gran parte al Rinascimento. Pertanto la struttura è alquanto disuguale, ma ancora<br />

gravitante attorno alla vera del pozzo, di semplice e robusta fattura come tutto il resto. Pure<br />

il “piccolo” ma integro chiostro di San Giuliano conserva al centro un pozzo rustico,<br />

originale del ’400. Attuale sede di un Museo di Scienze Naturali e Umane, questo<br />

monastero possiede inoltre un “chiostro grande” cinquecentesco, con affreschi del ’600.<br />

Pilastri a sezione rettangolare vi sorreggono arcate a pieno sesto, con un effetto sobrio e<br />

tranquillo, adatto a un luogo di raccoglimento e di meditazione quale esso è stato a lungo.<br />

A ben vedere, qualcosa accomuna i <strong>chiostri</strong> dei conventi ai <strong>rosoni</strong> delle chiese<br />

dell’Aquila. Figurazioni quadrangolari o circolari che siano e salva restando una<br />

funzionalità pratica, si tratta pur sempre di rappresentazioni – generalmente aniconiche – del<br />

sacro. Esse gravitano intorno a un centro, che nelle ruote dei <strong>rosoni</strong> è il cosiddetto “perno” e<br />

nei cortili dei <strong>chiostri</strong> sovente coincide col pozzo cui attingere acqua. A un polo celeste se<br />

ne contrapponeva uno terrestre, speculare e nostalgico di una superiore armonia. Al ritmo<br />

rutilante dei raggi dei <strong>rosoni</strong>, fa da contrappunto quello cadenzato delle arcate dei <strong>chiostri</strong>.<br />

Un bel pozzo non può mancare nemmeno nel chiostro-giardino attiguo alla Basilica di di<br />

Collemaggio, sebbene semi-occultato dalla vegetazione, cresciuta all’interno di quella che<br />

era stata abbazia quattrocentesca e fu poi per un periodo ospedale psichiatrico. Il porticato è<br />

qui un misto di archi acuti e ribassati, tale era allora l’indecisione fra stile gotico e<br />

rinascimentale (o una nostalgia del romanico?). Alla “primaverile” S. Maria di Collemaggio<br />

fa da minore e mariano riscontro la più “invernale” S. Maria del Soccorso, prossima al<br />

cimitero cittadino. In origine la chiesa fece parte di un cenobio benedettino, il cui chiostro<br />

quattrocentesco è elegante lascito, neppure immune da un’ombra di moderna malinconia.<br />

17


9 – Due esempi semi-figurativi: il rosone della Chiesa di S. Giusta a<br />

L’Aquila, e quello del Duomo di Muggia, vicino Trieste<br />

Il peso e la leggerezza<br />

I pilastri e i capitelli che sorreggono le arcate dei <strong>chiostri</strong>; i telamoni che sostengono<br />

la ruota interna nel rosone di Santa Giusta, o le colonnine che assolvono tale funzione in<br />

quelli di Collemaggio; le <strong>Madonne</strong> in legno e in terracotta, che tengono fra le braccia o steso<br />

sulle ginocchia il dolce fardello del Bambino: nell’arte aquilana tutti questi elementi o figure<br />

rappresentano un sogno, in qualche misura prefigurato già nel nome della città. È quello di<br />

un’ascesa – e ascesi – dalla pesantezza dell’esistenza a una leggerezza senza apparente<br />

sforzo. Essa riflette ed esprime la sfida contro un peso in equilibrio instabile, che può<br />

divenire insostenibile e rovinare da un momento all’altro, travolgendo e schiacciando gli<br />

stessi portatori. Romanica o gotica, rinascimentale o barocca, quest’arte non può purtroppo<br />

dimenticare tali realistiche e “sismiche” circostanze, ma da esse trae una propria originalità,<br />

cifrata nel coronamento orizzontale dei prospetti delle chiese medievali. L’arte aquilana è in<br />

buona parte storia di tale sublimazione, unita alla convinzione che non esista un altrove<br />

dove sia accettabile rifondarsi, senza con ciò snaturarsi. “L’Aquila bella mai non po’ perire”<br />

già recita un verso di un Cantare di Anonimo aquilano della prima metà del XV secolo.<br />

La suggestiva frase è stata impiegata come titolo a effetto per un’estesa mostra<br />

sull’arte aquilana di poco successiva al terremoto del 2009, in occasione del Summit<br />

internazionale del G8 tenutosi in concomitanza all’Aquila, per volontà politica superiore. A<br />

onor del vero, il poema popolare da cui il verso è tratto non si riferiva tanto a sismi o<br />

18


epidemie, quanto al fallito assedio nel 1423-24 imposto al capoluogo dal capitano di ventura<br />

perugino Braccio da Montone. Almeno nelle intenzioni dei curatori e organizzatori della<br />

manifestazione in questione, comunque il memento erudito suonò allora come una speranza<br />

o promessa di prossima ricostruzione. A più di due anni di distanza dal verificarsi del sisma,<br />

quelle speranze non si sono realizzate, quelle promesse non sono state mantenute se non in<br />

minima misura, tale da lasciar temere che questa volta la città storica non si risollevi dal<br />

disastro. Anzi, ogni volenterosa riedificazione è stata praticamente impedita dal peso<br />

dell’incuria governativa e di una vana burocrazia. In queste condizioni, perfino le mostre<br />

dedicate all’arte aquilana corrono un rischio di figurare come lugubri commemorazioni.<br />

Contro questa nuova se non inedita sorta di pesantezza o – se così si preferisce – di<br />

ingannevole e insidiosa leggerezza, occorre in effetti mobilitarsi. La pattuglia di <strong>Madonne</strong><br />

abruzzesi in itinerante e reiterata esibizione mantiene un senso compiuto, innanzitutto in<br />

quanto “sacrosanta” e paziente avanguardia. Né i concerti di musica classica nei <strong>chiostri</strong><br />

siano solo un colto, ma diversivo, divertimento estivo. Per non essere mero esercizio<br />

accademico o compiacimento estetico allargato, il successo di critica e di pubblico dovrebbe<br />

mutarsi in conseguente presa di coscienza e seguito militante, al di là di un ambito aquilano<br />

e regionale. Un vecchio semiserio proverbio invita a non scherzare con i santi, tutt’al più a<br />

farlo con i fanti. In merito, valga una lungimirante riflessione espressa in una intervista del<br />

1995 al pensatore francescano abruzzese Osvaldo Lemme, a lungo vissuto a L’Aquila: “È<br />

mio parere, anzi una mia convinzione, che di ogni santo del cristianesimo bisogna mettere in<br />

rilievo la sua contemporaneità, ovvero che non sia considerato come un pezzo, un segmento<br />

di museo, ma che possa orientare anche la condotta oggi, qui e ora come suol dirsi”. 11<br />

11 Trascrizione fonografica di Sergio Cotturone, al sito Web<br />

http://www.celanoaq.it/entra/padre_osvaldo_lemme.htm.<br />

19


10 – Visti dall’interno: il rosone centrale e quello laterale sinistro –<br />

guardando la facciata – della Basilica di S. Maria di Collemaggio<br />

Oltre ai motivi su accennati, ci si può chiedere se ce n’è altri, per cui l’arte aquilana<br />

vada ritenuta depositaria di una sua specificità. Va allora considerato che non<br />

necessariamente il sentimento religioso coincide con quello del sacro. Ci sono state anzi<br />

culture religiose dissacranti nei confronti della natura, al punto da influire negativamente<br />

anche su una mentalità laica, per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente. A partire dai<br />

materiali impiegati, non pare questo il caso dell’arte sacra abruzzese. Per lo più essa faceva<br />

discendere l’elemento sacro dalla natura circostante, materna o matrigna che fosse a fasi<br />

alterne, ancor prima di calarlo nella forma religiosa precostituita. La madre con bambino da<br />

accudire familiarmente, il rosone celestiale ma sorretto da terrestri e riconoscibili telamoni,<br />

il chiostro-giardino con pozzo o cisterna cui attingere acqua, sono tutte immagini desunte<br />

dall’ambiente naturale se non dalla vita di ogni giorno. Meglio ancora che popolare, siamo<br />

in presenza di un’arte naturalistico-religiosa, non immemore di una visione del mondo<br />

francescana, secondo la quale perfino il folclore non è riducibile a museale etnografia.<br />

In particolare, quale arte aquilana o abruzzese? Indubbiamente, il suo periodo<br />

“magico” fu quello tardo-medievale e proto-rinascimentale, coincidente con una orgogliosa<br />

autonomia politica e prosperità economica. In seguito specialmente il Barocco napoletano<br />

impose una artificiosa e innaturale concezione del sacro, ridotto a fenomenica esteriorità<br />

religiosa, con la sua ridondante pesantezza sommergendo soprattutto gli interni dei luoghi di<br />

culto. Non pochi artisti locali furono declassati ad abili artigiani, al servizio di un’estetica<br />

periferica e di un’arte d’importazione. Una tardiva e forse eccessiva reazione culturale si è<br />

20


avuta nella seconda metà del ’900, quando un geniale e controverso architetto e studioso<br />

quale Mario Moretti procedette a una serie di mirati restauri, a iniziare dalla Basilica di<br />

Collemaggio, eliminando gran parte delle sovrastrutture o manomissioni barocche e – ove<br />

possibile – ripristinando le antiche forme. Fu l’inizio di una polemica mai spenta del tutto.<br />

In genere, i polemisti contestavano il perseguimento di una irrecuperabile e quindi<br />

falsa autenticità. Il che sarebbe irrilevante, se non implicasse la percezione identitaria della<br />

propria cultura da parte degli aquilani stessi, venendo a interessare le prospettive attuali di<br />

ricostruzione. A difesa dell’utopica ma ineludibile lezione di Moretti, si può ribattere che,<br />

principalmente a causa dei numerosi terremoti, il restauro e il ripristino più o meno creativo<br />

delle forme è da sempre connaturato con l’arte abruzzese. Ne deriva invece un rifiuto e<br />

sospetto verso l’alterazione, a tal punto da suggerirne – quando se ne presenti l’eventualità –<br />

una drastica rimozione. Paradossalmente, è il nostalgico o conservativo sottinteso che<br />

Moretti stesso e i contestatori del suo operato avevano in comune. Sta di fatto che, in ambito<br />

aquilano e abruzzese, gli stili artistici sono durati più a lungo che altrove, non tanto per un<br />

isolamento provinciale quanto per spirito conservatore. È pur vero che questa loro maggiore<br />

resistenza ha prodotto risultati perlomeno insoliti. Per quanto secondo natura e legata alla<br />

tradizione, nessuna ricerca artistica permane immutabile. Se non altro per tali ragioni, in una<br />

storia regionale dell’arte italiana quella qui in questione richiederebbe un capitolo a parte.<br />

11 – Concerto orchestrale nel chiostro quattrocentesco del Convento<br />

di S. Domenico, a L’Aquila nel 2010<br />

21


La fonte del sacro<br />

Brevemente, torniamo infine alle <strong>Madonne</strong> abruzzesi e aquilane, questa volta però in<br />

particolare a quelle pittoriche del primo Rinascimento. Ad esempio, la Madonna in trono<br />

con il Bambino del così definito “Maestro dei polittici crivelleschi”, nel Museo Nazionale<br />

d’Abruzzo, e la Madonna col Bambino tra i Santi Sebastiano e Rocco di Andrea Delitio,<br />

nella cosiddetta “Cona di San Sebastiano”, cappella a Isola del Gran Sasso in provincia di<br />

Teramo. Simile alle precedenti, ma con Gesù dormiente vegliato da Maria, è la Madonna col<br />

Bambino di Nicola da Guardiagrele, tempera su tavola agli Uffizi di Firenze. Così come per<br />

molte loro sorelle intagliate, modellate o scolpite, qui già considerate, in tutti questi casi<br />

ricorre il tema iconografico tardo-gotico della “Madonna adorante il Bambino”, fuori<br />

d’Abruzzo adottato anche da pittori quali Vittore – più che Carlo – Crivelli e, ancor prima,<br />

Gentile da Fabriano. Di quest’ultimo, possono riuscire specialmente illuminanti una<br />

Natività o Adorazione del Bambino, databile al 1420-22 e oggi al Getty Museum di Los<br />

Angeles, e la coeva Madonna dell’Umiltà nel Museo Nazionale di San Matteo a Pisa. 12<br />

In che cosa consiste lo schema compositivo di una “Madonna dell’umiltà”, caro agli<br />

ordini mendicanti che predicavano una Chiesa umile, al livello delle genti? Generalmente<br />

ella è una Madonna con Bambino, seduta per terra (humus, in latino), tutt’al più su un<br />

cuscino o basso sedile, contrapposta alle “Maestà” medievali che raffiguravano la Madonna<br />

con Bambino assisa in trono, in un atteggiamento regale e distaccato ereditato dalle corti<br />

bizantine. Nell’esempio di Gentile da Fabriano, il piccolo è sdraiato sulle gambe incrociate<br />

della madre, nudo e coperto da un velo trasparente. Le mani di Maria sono conserte sul suo<br />

petto, mentre altrove le abbiamo viste congiunte o dischiuse. Il suo capo è leggermente<br />

inchinato. Il suo sguardo è rivolto verso il basso, cioè verso la fonte del sacro rappresentata<br />

nella religione cristiana da Gesù, il Cristo. Ma qui è interessante notare la ricca decorazione<br />

fatta di scritte in vari alfabeti, ivi compreso quello arabo, veicolo della religione islamica.<br />

12 Il pannello oggi al Getty Museum è praticamente anch’esso una “Madonna dell’umiltà”, col<br />

Bambino allungato sulle ginocchia e con le mani giunte: quindi un possibile modello per le<br />

<strong>Madonne</strong> abruzzesi dello stesso tipo, dipinte o scolpite. Quanto alla Madonna dell’Umiltà pure<br />

di Gentile da Fabriano nel museo di Pisa, essa precede di poco quella omonima e assai simile del<br />

Beato Angelico, attualmente nella collezione Mellon a Washington (c. 1430). Il genere raggiunse<br />

la sua acme nella Madonna del Prato di Giovanni Bellini (National Gallery, Londra; c. 1505).<br />

22


Esse sono scarsamente decifrabili, come se il valore comunicativo del significante abbia<br />

prevalso su quello del significato, in un tentativo di dialogo interconfessionale a oltranza.<br />

Va da sé, questa è una “Madonna dell’umiltà” e “adorante il Bambino” a un tempo.<br />

Talmente umile eppure sapiente, da intrattenere non solo un colloquio fra terra e cielo ma<br />

anche con altre culture (nel Corano Maria, madre di Gesù, è comunque la figura femminile<br />

di maggior spicco). È altrettanto evidente che le <strong>Madonne</strong> adoranti abruzzesi seguono lo<br />

stesso percorso-discorso iconografico, per lo più accettando la soluzione di compromesso di<br />

un basso seggio, al posto del trono o della cattedra su cui erano issate le <strong>Madonne</strong> regine<br />

medievali. Ma il centro, anzi il baricentro, della rappresentazione resta il Bambino posto in<br />

basso, in prossimità della terra, là dove egli sorride o riposa o – al limite – accenna una<br />

benedizione. Ancor prima che divinità incarnata, egli era la fonte del sacro, in maniera non<br />

molto dissimile dai pozzi nei <strong>chiostri</strong> aquilani in quanto riserve d’acqua o dei <strong>rosoni</strong> nella<br />

facciate delle chiese quali dispensatori di luce. Meglio ancora che in un universo simbolico,<br />

siamo come immersi nella dimensione di una teodicea, nella stagione irripetibile di un’arte,<br />

che si sforzava di essere universalmente sacra per poter essere autenticamente religiosa.<br />

12 – Chiostro della Basilica di Collemaggio, con vera del pozzo. È<br />

qui visibile la singolare alternanza di archi acuti e ribassati (foto di<br />

Maria Sole: http://www.flickr.com/photos/life983/2295847279/)<br />

Con le sue <strong>Madonne</strong> in terracotta, pietra o legno, con i suoi <strong>rosoni</strong> e i suoi <strong>chiostri</strong>,<br />

23


con le tipiche facciate di chiese a coronamento orizzontale, l’intera arte aquilano-abruzzese<br />

fra Medioevo e Rinascimento può essere definita un’“arte dell’umiltà”, prossima a quel<br />

terreno comune del sacro, presupposto a ogni singola rivelazione o fede religiosa. La sua<br />

perdita anche parziale sarebbe non solo un danno per la storia dell’arte, ma perfino un<br />

irreparabile episodio di oblìo del sacro, che minaccia la civiltà moderna e contemporanea, o<br />

– se si preferisce, platonicamente – di ostacolo a una sua possibile reminiscenza. Pur nella<br />

sua consapevole precarietà, allo stesso tempo quest’arte “anti-sismica” era alla costante<br />

ricerca di fondamenti terrestri e di punti di riferimento celesti, pronta tuttavia a ricostruirsi<br />

dopo ogni nuova scossa distruttiva, quasi risuscitata da qualche tacita musica cosmica.<br />

Sfortunatamente, si può fare retorica idealizzante perfino sull’umiltà. Nel discorso su<br />

riportato la pianista Luisa Prayer individuava in generale nella cultura un collante per<br />

attestare “un valore intrinseco riconosciuto del proprio contesto”, e un incentivo a “ritrovare<br />

le radici per ripensare un futuro coerente con la propria storia, con la propria identità”. Assai<br />

più scettico è il libro Le trappole dell’identità. L’Abruzzo, le catastrofi, l’Italia di oggi<br />

(Donzelli editore, Roma 2010). L’autore Costantino Felice se la prende soprattutto con i<br />

luoghi comuni della letteratura abruzzese e di ambientazione abruzzese dell’800 e del ’900,<br />

non risparmiando i terreni limitrofi dell’arte e del folclore. Dall’“Abruzzo forte e gentile” di<br />

un certo Primo Levi – da non confondere con l’omonimo e posteriore romanziere – al<br />

“pastore” di Gabriele D’Annunzio e al “cafone” di Ignazio Silone, è tutto un fiorire di cliché<br />

poetici e narrativi, che rischiano di divenire controproducenti o inibitori specie quando<br />

mutuati e banalizzati dalla politica e dopo un sisma quale quello del 2009. “È difficile”,<br />

scrive nell’introduzione lo storico abruzzese con comprensibile fastidio, “assistere a<br />

un’esplosione di stereotipi identitari altrettanto enfatica e insistita come in tale circostanza”.<br />

Se non ci si sente di dare francamente torto né a un punto di vista né all’altro,<br />

probabilmente mai come “in tale circostanza” il giusto sta nel mezzo. Molto dipende<br />

dall’uso strumentale che la politica può fare della cultura, per coprire le proprie<br />

inadempienze o incapacità – e nel caso in questione esse sono clamorose. Ma è pur vero che<br />

una cultura critica può scendere in campo autonomamente, sganciandosi il più possibile da<br />

condizionamenti amministrativi o da ambiguità folcloriche e travisamenti letterari. Ciò<br />

premesso, lo stesso Costantino Felice sostiene che ogni individuo o collettività è figlio del<br />

suo tempo più che di un determinato luogo. Effettivamente, il neo-realista Silone non era<br />

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esattamente lo stesso che il decadente D’Annunzio, così come diversi erano i loro contesti e<br />

– con riguardo all’ambito artistico – il Barocco aquilano era altro dal Gotico o dal<br />

Rinascimento abruzzesi. L’orizzonte gotico era internazionale a raggio europeo. Il<br />

Rinascimento fu inizialmente un fenomeno italiano. In larga misura, il Barocco aquilano fu<br />

di estrazione napoletana. Pertanto, non esiste identità culturale in senso statico, bensì essa è<br />

una percezione dinamica. Nondimeno, se un’identità storica va proprio evocata e messa a<br />

fuoco, sempre meglio Silone di D’Annunzio e il Gotico o il Rinascimento del Barocco... 13<br />

13 – Chiostri aquilani del Convento di S. Giuliano, in una<br />

illustrazione a stampa del ’900, e di quello di S. Bernardino,<br />

quest’ultimo dopo il sisma del 2009<br />

Altri saggi dello stesso autore, in italiano, agli indirizzi Web:<br />

http://www.scribd.com/doc/2078222/Tempo-spazio-e-narrazione<br />

13 Opinione iperbolica e circoscritta, da non prendersi troppo sul serio! Una certa mitologia autocelebrativa,<br />

orientata al Medioevo, è stata comunque coltivata particolarmente nella mentalità<br />

aquilana. Basti leggere la prefazione di Attilio M. Cecchini a L’Aquila città del “novantanove”,<br />

op. cit., p. 7: “L’aquilanità è una sostanza personale, è una temperie morale e civile, fatta di<br />

orgoglio, di fierezza, di scarse parole secche e pungenti, di icastico vernacolo, di dignitosa<br />

gentilezza e nobiltà. In un mondo entro cui il particolare sembra irrimediabilmente fare<br />

naufragio nel più anodino generale, L’Aquila – Immota manet, come ammonisce il suo stemma<br />

– resta un’isola ancorata allo spirito medioevale, comunitario e individualista, turbolento,<br />

fazioso, mistico e libertario, pragmatico, baronale e democratico insieme. Sono questi i tratti che<br />

ispirano la costante delle sue vicissitudini storiche. Angioina e sveva, guelfa e ghibellina”.<br />

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http://www.scribd.com/doc/2181646/Il-Labirinto-e-il-Mandala<br />

http://www.scribd.com/doc/2257952/Sillogistica-figurata<br />

http://www.scribd.com/doc/2297024/I-cigni-e-la-luna-Archeologia-dellEssere<br />

http://www.scribd.com/doc/2531989/Nonostante-Raffaello-Altre-Annunciazioni<br />

http://www.scribd.com/doc/2533685/Zoom-su-Ernst-Bloch<br />

http://www.scribd.com/doc/3458860/Il-canto-delle-Sirene-o-le-voci-di-dentro<br />

http://www.scribd.com/doc/3461604/Alcesti-la-donna-che-visse-due-volte<br />

http://www.scribd.com/doc/38852748/Immagini-del-pensiero<br />

http://www.scribd.com/doc/43856778/Stupor-Mundi-la-meraviglia-filosofica<br />

http://www.scribd.com/doc/48276061/Orientalismo-stereotipi-e-archetipi<br />

http://www.scribd.com/doc/54208474/Cinque-ritratti-di-donne-a-Palermo<br />

http://www.scribd.com/doc/54997194/Locri-divinita-al-femminile<br />

http://www.scribd.com/doc/57710691/Morgantina-le-dee-ricomponibili<br />

http://www.scribd.com/doc/59895725/Antigone-e-la-Sfinge<br />

14 – Maestro dei Polittici Crivelleschi, Madonna in trono con il<br />

Bambino, dalla Chiesa di S. Maria delle Grazie a Tocco da Casauria,<br />

Museo Nazionale d’Abruzzo; e Nicola da Guardiagrele, Madonna<br />

dell’Umiltà, nella Galleria degli Uffizi a Firenze<br />

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Copyright pinoblasone@yahoo.com 2011<br />

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