ORIZZONTI - Academia Belgica

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ORIZZONTI


ORIZZONTI

Rassegna di archeologia

Curatori

Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli

Comitato scientifico

Marcella Barra Bagnasco, Torino

Robert Bedon, Limoges

Oscar Belvedere, Palermo

Francesco D’Andria, Lecce

Salvatore Garraffo, Catania

Carlo Gasparri, Napoli

Jorge Martinez Pinna, Malaga

Marcello Rotili, Santa Maria Capua Vetere

Daniela Scagliarini, Bologna

Edoardo Tortorici, Catania

Gemma Sena Chiesa, Milano

Russel T. Scott, Bryn Mair

Segreteria di redazione

Giuseppina Renda, Santa Maria Capua Vetere

*

I manoscritti possono essere inviati ai seguenti indirizzi:

Prof. Lorenzo Quilici, Viale dell’Esperanto 21, oo144 Roma,

lorenzo.quilici@gmail.com

Prof.ssa Stefania Quilici Gigli, Facoltà di Lettere e Filosofia,

Seconda Università di Napoli, Piazza S. Francesco,

80155 S. Maria Capua Vetere (ce), stefania.gigli@unina2.it

«Orizzonti» is an International Peer Reviewed Journal.

The eContent is archived with Clockss and Portico.

*

In copertina: Le fortificazioni di Artena.

(Foto: L. Quilici).


ORIZZONTI

Rassegna di archeologia

XII · 2011

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PISA · ROMA


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issn elettronico 1724-1936


articoli

Sommario

11 Simone Foresta, Il Capitolium dell’antica Capua. Osservazioni sulle testimonianze antiquarie e archeologiche

25 Eugenio Polito, Der Wandel urbanen Räume zwischen Republik und Prinzipat. Zwei Fallstudien

37 Gabriella Bevilacqua, Due nuovi amuleti contro il mal di testa a altre malattie da Capua

53

note

Stefania Quilici Gigli, Arule nei culti domestici: testimonianze da Norba

69 Stefania Ferrante, Pesi da telaio da Norba: luoghi di rinvenimento e ipotesi funzionali

91 Federico Ugolini, Il porto romano di Rimini: origine e contestualizzazione urbana

scavi e monumenti

101 Cécile Brouillard, Jan Gadeyne, Artena, Piano della Civita. Conoscenze archeologiche (1978-2010)

109 Lorenzo Quilici, La Civita di Artena, la prima e la seconda città

attività

123 Laura Ebanista, Insediamenti costieri nell’area di Fogliano

rassegne

135 Carmen Palermo, Edifici per lo spettacolo di tipo gallo-romano

143 Federica Cavani, La cosiddetta Corazza di Teoderico

discussioni

165 Marcella Barra Bagnasco, A proposito di Colonizzazione greca d’Occidente

175 Abstracts

179 Abbreviazioni


I

l 10 luglio 2011 ad Artena si è svolta una

conferenza sul sito archeologico del

Piano della Civita. Organizzata dal

‘Catauso’ (associazione di promozione

culturale e ambientale del sito),1 il suo

obiettivo è stato quello di attirare l’attenzione

sul patrimonio archeologico di

Artena, la sua ricchezza e la sua situazione

delicata per quanto riguarda il suo

stato di conservazione. Quest’evento,

dedicato alla memoria del prof. Roger

Lambrechts,2 esploratore del sito dal

1978 al 2004, ha dato la possibilità di descrivere

lo stato della ricerca archeologica

alla Civita, dai primi lavori del prof.

Lorenzo Quilici fino ad oggi, oltre ad

offrire al pubblico presente numerose

immagini d’archivio, utili ad illustrare le

campagne di scavo successive.

Le righe che seguono sono il contributo

della missione archeologica attuale3

a questa conferenza e trattano dei

principali risultati ottenuti tra 1978 e 2010.

Introduzione

Il cosiddetto Piano della Civita è situato

circa a 1 km a sud della moderna

cittadina di Artena. Lì si trovano importanti

resti di una città antica, della

quale si ignora a tutt’oggi il nome. Il

sito occupa la sommità e le pendici di

una collina poco accessibile, all’estremità

settentrionale dei Monti Lepini, in

una zona che in antichità fu al confine

fra il territorio dei Latini, degli Equi e

dei Volsci. Dall’alto dei suoi più di 631

metri s.l.m. l’antica città domina la

valle del Sacco a nord e i Colli Albani

ad ovest, mentre verso sud si apre il

bacino Pontino fino al mare. L’interesse

topografico e strategico dei luoghi è

evidente.

Il suolo geologico è costituito di roccia

calcarea affiorante. Questo tipo di

calcare, quando si disgrega in certe con-

Cécile Bouillard, Institut National de

Recherches Archéologiques Préventives,

France.

Jan Gadeyne, Temple University, Rome.

1 Si ringraziano il Presidente Gianfranco

Riccitelli e tutti i soci, in particolare Vittorio

Frosi, per l’occasione fornita di valorizzare i

lavori degli archeologi e per il loro entusiasmo.

Ringraziamo tutti quelli che ci aiutano,

ad Artena e altrove, ciascuno coi propri mezzi,

per qualsiasi impresa legata al Piano della

Civita.

2 Per un ritratto accurato della carriera e

della figura di R. Lambrechts, e per la sua bibliografia

completa, cfr. J. Poucet, Notice sur

Artena, Piano della Civita.

Conoscenze archeologiche (1978-2010)

Cécile Brouillard, Jan Gadeyne

Fig. 1. Pianta della Civita di Artena, con ubicazione degli scavi effettuati dal 1978.

dizioni climatiche, può generare la formazione

di terre rosse, che sono presenti

sul sito secondo spessore e distesa va-

Roger Lambrechts, «Académie Royale de Belgique.

Annuaire 2008», 2008, pp. 67-101.

3 La missione condotta da Roger Lambrechts

(Université Catholique de Louvain)

fu finanziata, in modi vari, da diversi fondi

belgi (Fonds de la Recherche Scientifique

fondamentale collective du Ministère de

l’Education Nationale, Fonds national de la

Recherche Scientifique, Fonds de Développement

Scientifique de l’Université Catholique

de Louvain) e altri (Fondation Dr M. Aylwin

Cotton, Comune di Artena, Commissione

Europea). I principali collaboratori belgi furono

P. Fontaine, F. Van Wonterghem e E. De

Waele. I sottoscritti collaborano dal 1997 e

hanno assunto la direzione dei lavori dal 2004.

riabile fra le rocce.4 Si incontra anche un

altro tipo di terra, stavolta tufacea, causata

dalle eruzioni dei Colli Albani.5

Dal 2008 la missione archeologica francoamericana

è finanziata, a livelli diversi, dalla

Temple University Rome, il Comune di Artena,

il mecenate William Holtzmann, e l’Institut

National de Recherches Archéologiques

Préventives (F).

4 L. Cavagnaro Vanoni, Prospezione archeologica

ad Artena nell’area della città antica,

in Artena 2, Bruxelles-Rome, 1989 («Etudes de

philologie, d’archéologie et d’histoire ancienne»,

xxvi), p. 234.

5 R. Lambrechts et alii, La Civita di Artena.

Scavi belgi 1979-1989, Rome, 1989, p. 9; P.

Fontaine, Topographie de la Civita di Artena,

in Artena 1, Bruxelles-Rome, 1983 («Etudes»

citati, xxiii), pp. 49, 51.


102 cécile brouillard · jan gadeyne

Fig. 2. Civita di Artena: il grande terrazzamento in opera poligonale.

Fig. 3. Civita di Artena: edificio dai thymiateria.

Le pluriennali indagini di scavo condotte

dalla missione archeologica belga

poi franco-americana sul Piano della Civita

hanno riportato alla luce vestigia appartenenti

a più fasi di occupazione, dal

iv sec. a.C. fino al vii sec. d.C.

Il periodo repubblicano

Questo periodo fu l’oggetto principale

dei lavori di Lambrechts. Ciò che segue

è una sintesi dei resti di tale epoca, almeno

per come li aveva interpretati lui.

Il lungo circuito della cinta muraria

in opera poligonale (Fig. 1) segue i contorni

stessi dell’altopiano, secondo quel

principio antico di fortificazione elementare

che consisteva nel semplice

rinforzamento delle difese naturali del

luogo.6 Questo non significa che tutto

lo spazio così delimitato fosse effettivamente

interamente costruito, ma è co-

6 Ivi, p. 57. 7 G. Foglia, La Civita di Artena. Ipotesi di

ricostruzione dell’impianto urbanistico, in Arte-

munque giusto considerare che l’abitato

era abbastanza esteso. Esso era

attraversato da un asse stradale che si

dirigeva dal centro verso un terrazzamento

a nord, costruito anch’esso in

opera poligonale (Fig. 2). La cinta

muraria, il terrazzamento e la strada

accennano a qualche impianto urbanistico7

che include anche una serie di diverse

strutture.

Tutti gli edifici erano stati costruiti in

pietra calcarea locale, più o meno nello

stesso modo (Fig. 3). Le fondazioni, per

lo più spesse, erano sia appoggiate direttamente

sui banchi di roccia viva sottostanti,

sia ridotte a pochi filari di pietre

sistemate dentro scavi poco profondi.

Per i basamenti dei muri erano utilizzati

blocchi grezzi di ogni forma legati con

terra e pietre più piccole per colmare gli

interstizi. Ad una certa altezza, quest’apparecchiatura

era sostituita da una

soprastruttura meno pesante, con intelaiatura

di legno destinata a sostenere il

tetto e riempita da materiali più leggeri

e pertanto più vulnerabili. Il denso livello

d’incendio insieme alla profondità ridotta

delle fondazioni testimoniano di

questo schema architettonico. I blocchi

di tufo tagliati e trovati nel livello d’incendio,

invece, sono numerosi ma non

corrispondono alla quantità necessaria

per la costruzione degli interi muri. Sono

piuttosto elementi di livellamento superiore

dei basamenti. La copertura a

spioventi dei nuclei costruiti era fatta di

tegole di terracotta. I suoli erano di terra

battuta o ricoperti da pietrame frantumato

e pestato di schegge di calcare,

tufo o tegole.

Ogni nucleo costruito disponeva di

almeno una cisterna (Fig. 4). Il loro numero

complessivo si attesta a circa venti.

Le cisterne sono pozzi cilindrici profondi,

con il fondo e le pareti rivestite di

pietre in opera a secco. Questo non deve

sorprendere vista l’assenza totale di una

fonte d’acqua sul Piano della Civita. Infatti,

la captazione e la conservazione

delle acque pluviali hanno sempre costituito

una preoccupazione vitale.

Tutti gli edifici sono stati distrutti da

un incendio. Prima si sono consumate,

logicamente, le strutture intermedie;

poi è crollato il tetto, sotto il peso delle

tegole, schiacciando sui basamenti di

pietra e sui suoli il materiale abbandonato

dalla gente. Tutto il materiale ceramico

ritrovato è risalente allo stesso periodo

e dal suo studio si può datare il

periodo di occupazione tra la metà del

iv all’inizio del iii sec. a.C.

L’omogeneità della tecnica edilizia,

della planimetria e dell’orientamento

tra tutti gli edifici suggerisce già qualche

organizzazione all’interno dello schema

na 1, cit., Bruxelles-Rome, 1983 («Etudes» citati,

xxiii), pp. 97-99.


artena, piano della civita. conoscenze archeologiche (1978-2010) 103

Fig. 4. Civita di Artena: edificio dai dolia,

una cisterna.

urbanistico disegnato dall’insieme cinta/strada/terrazzamento.

Se la maggior parte degli edifici sono

sicuramente domestici, uno, scavato nel

1987, potrebbe essere pubblico (Fig. 5).8

Si tratta di un edifico allungato a pianta

rettangolare (circa 24 × 7 m), con un annesso

aggiunto in un secondo tempo a

sud est. L’edificio si apre verso sud ovest,

cioè verso valle e poi il mare. Con grande

prudenza, Lambrechts ha ipotizzato

che fosse un luogo di culto e l’ha chiamato

‘l’edificio del mundus’. Esso era

composto da diversi vani: un vano occupato

da una cisterna (A); una grande corte,

con canaletto di adduzione d’acqua

dal sottosuolo e condotto di fognatura

(B); un vano con fossa circolare (C); uno

zoccolo o tavola bassa in lastre di tufo

con bacino incavato (D). La fossa circolare

nel vano C della quale non si conosce

la profondità, era colmata accuramente

con massi di roccia naturale, poi

di terra. L’apertura era circondata da un

orlo decorato in terracotta, dove si incastrano

due livelli di ‘coperchio’, fatti di

tegole. La cura estrema della chiusura

ermetica non può che corrispondere a

una struttura speciale, perfino sacra. Secondo

Lambrechts, l’insieme suggerisce

un mundus, descritto dagli autori antichi

come una cavità sotterranea, con bocca

stretta, consacrata alle potenze legate alla

sfera funeraria, infernale o agraria (ad

esempio Plutone, Proserpina o Cerere),

e al centro di un rito di apertura e chiusura

periodica. La possibile presenza di

un altare e l’orientamento NNE-SSE,

diverso rispetto agli altri edifici di quest’epoca,

potrebbero essere un ulteriore

argomento per l’ipotesi di un edificio

pubblico a carattere cultuale.

Fra gli edifici di epoca repubblicana

spicca anche quello, stavolta comune,

che si trova sul terrazzamento proprio

sotto le fondazioni della villa di epoca

romana (Fig. 6). È composto di almeno

due vani. L’orientamento N-S, la pianta

(parziale allo stato attuale dello scavo) e

lo strato d’incendio concordano con gli

edifici scavati da Lambrechts. Invece la

8 R. Lambrechts, Artena 3. Un “mundus”

sur le Piano della Civita?, Bruxelles-Rome, 1996

(«Etudes» citati, xxxiii).

Fig. 5. Civita di Artena: edificio pubblico così detto al mundus.

pietra usata per la sua costruzione è tufacea.

Inoltre, nell’assenza di roccia affiorante,

i basamenti sono robusti (almeno

tre file di grossi blocchi). Anche il

materiale rinvenuto, abbondante, è simile

e testimonia di una occupazione di

tipo domestico. L’incendio che ha distrutto

quest’edificio ha lasciato tracce

della sua particolare intensità. A volte le

pareti dei basamenti sono bruciate per 1

cm di spessore, mentre sono stati rinvenuti

rari frammenti di legno dell’intelaiatura

e del tetto.

La scoperta di una struttura del periodo

repubblicano vicina al margine

meridionale del terrazzamento ha permesso

di precisare l’evoluzione della topografia

del Piano della Civita perché permette

di concludere che non solo il

grande terrazzamento era già stato realizzato

alla metà del iv sec. a.C. ma era

anche occupato, almeno in parte, da

uno o più edifici contemporanei a quelli

presenti altrove nello spazio cinto dalle

mura.

L’epoca imperiale

Dal 1995, le ricerche si sono concentrate

sull’esplorazione della terrazza artificiale,

dove si sospettava, da tempo, l’esi-

stenza di una villa. Infatti, i lavori agricoli

avevano fatto affiorare materiali da

costruzione quali tegole e tasselli di opus

reticulatum, nonché frammenti di ceramica

d’epoca imperiale.

Finora sono stati scavati più o meno

1750 mq della villa (Fig. 7), la cui estensione

totale non è ancora conosciuta.

L’opus reticulatum rappresenta la tecnica

più utilizzata nelle murature.

Le stanze si sviluppano attorno ad un

atrio nella parte settentrionale e ad un

peristilio nella parte meridionale. Atrio

e peristilio formano l’asse di simmetria

principale della pianta.

Lo spazio sotto l’atrio tetrastilo è occupato

da una cisterna. Sopra la cisterna

si trova l’impluvium, con quattro colonne

incastrate negli angoli del muretto.

La vasca era fornita di un pozzo. L’atrio,

rifatto almeno una volta, è il nucleo originale

della villa, che risale probabilmente

alla seconda meta del i sec. a.C.

Nell’angolo NE della villa si trova il

torcular, del quale è conservato il piano di

lavoro in opus caementicium. Ben conservata

è anche la pietra con i buchi per l’incastro

della leva del torchio. Un canaletto

serviva a far defluire il succo nella

vasca vicina, che si trova all’interno di un

ambiente coperto con il tetto sorretto da


104 cécile brouillard · jan gadeyne

Fig. 6. Civita di Artena: edificio precedente alla villa.

Ambienti di ricevimento

Exedra

Vasca

Peristilio

sepoltura

Fig. 7. Civita di Artena: pianta generale semplificata della villa, situazione nel 2011.

due pilastri in legno posti su basi di pietra.

Questo spazio può essere interpretato

come magazzino. Non è facile determinare

la funzione precisa del frantoio;

la forma della macina, il tipo di torchio a

leva, la cisterna di decantazione così piccola,

forse anche l’assenza di un dolium

nel magazzino, sarebbero argomenti in

favore della produzione di olio.9

A un certo momento,10 un piccolo

complesso termale fu aggiunto nella

parte settentrionale della villa.

Consisteva di un praefurnium e un caldarium

nella parte occidentale e di un frigidarium

e un apodyterium (?) nella parte

orientale.

9 Già nell’antichità le presse si presentavano

di vari tipi, quindi è abbastanza difficile

capire dalla pressa rinvenuta da sola che tipo

di produzione (olio o vino) si poteva avere.

Ambienti rustici

Ambienti rustici

Apodyterium (?)

Praefurnium

Atrio

Frantoio

Annesso del

frantoio

Vasca per il raccolto

(?)

Caldarium

Frigidarium

Appartamenti

signorili

Il caldarium aveva un’abside a nord,

verosimilmente per accogliere un labrum.

Non è chiaro se c’era anche una

piscina. Infatti, l’ambiente era in cattivo

stato di conservazione al momento dello

scavo: il suolo era già distrutto e i suoi

pezzi riempivano lo spazio vuoto dell’ipocausto,

di cui sono conservate le tegole

che tappezzano il fondo e parte delle

suspensurae in mattoni. I frammenti

del pavimento a mosaico bianco e nero,

ritrovati in numero rilevante durante lo

scavo, consentono di restituire un disegno

geometrico a base di motivi semplici:

quadrato, quadrato a lati concavi e

triangoli rettangoli isosceli. Le pareti

10 Gli elementi di decorazione architettonica,

principalmente pavimenti e pitture,

sono ancora in corso di studio. Per il momento

la loro datazione rimanda alla seconda

erano affrescate e migliaia di frammenti

sono stati recuperati. La decorazione

era composta da motivi floreali stilizzati,

paesaggi acquatici con ricca vegetazione

ed uccelli. Altri frammenti mostrano

rami, foglie e festoni. Alcuni

erano ancora attaccati ai tubuli, usati per

il passaggio dell’aria calda proveniente

dall’impianto ad ipocausto.

Anche il frigidarium aveva un pavimento

a mosaico che, al contrario di

quello nel calidarium, è conservato in situ.

È completamente bianco con una

doppia striscia nera che gli corre attorno.

Le pareti hanno conservano in situ

parte della decorazione pittorica: uno

zoccolo scuro imitante il marmo con sopra

la parte mediana rossa a disegno

geometrico decorato con fiori.

Finalmente, l’apodyterium ha ben

conservato il suo pavimento in cocciopesto

ad inclusioni di tessere quadrate di

pietra calcarea, disposte in file regolari.

In conclusione, benché piccolo, il

complesso termale era accuratamente

decorato.

Il peristilio, che, come il complesso

termale, fu aggiunto in un secondo tempo,

è a forma quadrata, in asse con

l’atrio. Il cortile è circondato da un portico

con 28 colonne in mattoni. Attorno

al cortile correva un canaletto a cielo

aperto (euripus), rivestito di cocciopesto.

Nel cortile sono visibili i diversi pozzi,

sia di raccolta delle acque che di manutenzione,

utili alla cisterna sottostante.

Quest’ultima (circa 10 × 10 m) si presenta

del tipo a due navate coperte da volte

meta del i sec. d.C. Inoltre, la ceramica, anch’essa

in corso di studio, non offre elementi

pertinenti.


artena, piano della civita. conoscenze archeologiche (1978-2010) 105

in opus caementicium in calcare. Le due

navate sono separate da un muro rivestito

in opus reticulatum principalmente

di calcare. Questo muro divisorio è aperto

con archi, dei quali due sono ben visibili,

ma che dovevano essere logicamente

quattro. La cisterna, ancora oggi, è

quasi completamente riempita di terra e

materiali da costruzione mentre la sua

struttura appare comunque integra.

A sud, il peristilio è completato da

un’exedra, espressione dello status sociale

degli inquilini, che rifinisce e sottolinea

l’asse maggiore della pianta generale

della villa.

Una stanza con pavimento a mosaico

si apre sul peristilio per un ingresso laterale.

Gli stipiti della porta principale erano

inseriti in una lastra di calcare. La

soglia è in mosaico bianco e nero che ripete

sei volte il motivo geometrico di

quattro rettangoli disposti attorno ad un

quadrato centrale. L’ambiente è diviso

in due spazi. Il primo, che possiamo

chiamare l’anticamera, è una specie di

corridoio con pavimento a mosaico tutto

bianco. È separato dalla camera principale

da una parete in opus craticium,

della quale è preservato lo stretto basamento,

un misto di cemento e frammenti

calcarei. In questa parete si apre

una porta dello stesso tipo di quella d’ingresso

del peristilio. La soglia, più piccola

di quella dell’ingresso principale, è

anch’essa in mosaico bianco e nero, stavolta

a motivo geometrico costituito da

un quadrato inserito tra due pelte. Questa

porta dà accesso allo spazio principale,

il cui pavimento a mosaico è un tappeto

composto di 315 quadrati che si

alternano regolarmente (bianchi, neri,

bicromi). L’insieme è circondato da una

striscia nera. I muri erano rivestiti all’interno

da intonaco bianco, in parte conservato

in situ. Alcuni frammenti recuperati

durante lo scavo presentano

tracce di pittura rossa. Lo schema bipartito

della pianta, sottolineato dal sistema

del pavimento, tende ad ipotizzare uno

spazio di ricevimento.

A sud del peristilio, ed ad ovest dell’exedra,

si apriva l’ambiente maggiore

della villa (circa 10 × 7 m). Sfortunatamente

il suo stato di conservazione è

pessimo, visto che si trova subito sotto il

livello di coltivazione. Tuttavia, è conservato

parte del pavimento, del quale si

conosce il modo di costruzione: su un

primo strato di preparazione (terra battuta

insieme a piccoli sassi calcarei) è stato

steso un livello di pietre calcaree mischiate

con frammenti di tegole e poi un

battuto di sassi calcarei e calce, all’interno

del quale sono disposte grosse tessere

quadrate di pietra dura scura in file

11 La prima tomba, di tipo ‘in anfora’ e in

fossa a fondo coperto di tegole, è stata scoperta

quasi integra. La seconda è solo dedot-

parallele. Le pareti interne dei muri dovevano

essere placcate, visto lo stretto

interstizio tra l’orlo del pavimento e la

base dei muri nonchè i numerosi piccoli

chiodi raccolti lungo quest’interstizio.

Questa stanza aveva due porte individuate

dal rinforzamento dei muri in pietre

calcaree o tufacee ben tagliate e dalle

soglie; una di queste, ad ovest, dava

accesso ad un’altra stanza non ancora

scavata e dotata di un pavimento simile.

È chiaramente lo spazio più recente

della villa, almeno allo stato attuale

dello scavo. In effetti, è composto da

muri in blocchi calcarei poco regolari e

legati con terra e poca calce, aggiunti a

quelli già esistenti, cioè a quelli in reticolato

legato al cemento, formando

l’angolo esterno ovest dell’exedra. Inoltre,

quest’aggiunta rompe l’equilibrio

simmetrico della pianta originale della

villa. La funzione di quest’ambiente rimane

poco chiara. Da un lato, la sua superficie,

grande di fronte a quella media

delle altre stanze, può lasciare pensare a

una sala di rappresentanza. Dall’altro, il

materiale rinvenuto consiste principalmente

in vasi da cucina in ceramica comune.

Comunque, sulla base di questa

ceramica, si potrebbe proporre una datazione

verso la fine del ii o l’inizio del

iii sec. d.C. per l’utilizzazione di questo

ambiente.

Al di fuori del perimetro della villa è

stata scoperta una vasca d’acqua ad uso

domestico o artigianale che, verso la fine

del ii sec. d.C., è stata dismessa e

riempita di materiali provenienti dalla

villa, che, almeno in parte, era in una fase,

se non di abbandono, almeno di ricostruzione

e riorganizzazione. Il materiale

usato per colmare la vasca è molto

vario e dà un’idea degli oggetti usati

quotidianamente nella villa (vasi, lucerne,

piatti, ferri…). Si trovavano anche

dei materiali da costruzione e di decorazione

della villa stessa (elementi di pavimento

in calcare, vetro da finestra, cornice,

lastre di rivestimento di marmo…).

Finora non è stato scoperto il luogo

di sepoltura degli abitanti della villa,

tranne i resti di due tombe di neonati11

che furono sepolti vicino all’abitazione

verso la fine dell’uso della villa (iii-iv

sec. d.C.), come accadeva ogni tanto in

quest’epoca.

L’importanza dell’acqua per la vita

della villa, che si trovava in una zona priva

di sorgenti, ha portato i residenti a

concepire un sistema di raccolta e conservazione

delle acque pluviali, a cui appartengono

le cisterne, già menzionate

al di sotto dell’atrio e del peristilio. Inoltre,

al di fuori dell’area della terrazza, in

cima alla collina, si trovano i resti di una

ta dai resti umani di un neonato, dispersi senza

connessione anatomica dentro lo strato archeologico

successivo.

grande cisterna in opus caementicium a

forma leggermente trapezoidale (circa

22,5/20 × 12 m), profonda almeno 4 m, e

non ancora scavata fino in fondo.12 Da

questa cisterna scende un acquedotto.

Lo specus presenta tre putei a distanza

uguale l’uno dall’altro e in eccellente

stato di conservazione. È costruito in

pietra calcarea legata con cemento e con

rivestimento interno in opus signinum.

Dopo circa 70 m, lo specus dell’acquedotto

s’interrompe all’improvviso e non

è ancora stato possibile stabilire con certezza

il suo proseguimento, anche se

sembra dirigersi verso la villa.

Per finire, a proposito dell’epoca imperiale,

è da accennare che la facciata del

grande terrazzamento, ora verosimilmente

danneggiata, fu consolidata in

opus incertum.

La trasformazione della villa in

epoca tardoantica

Man mano che le campagne di scavo si

svolgevano nel perimetro della villa, sono

stati raccolti numerosi indizi che permettono

di capire che la vita sul grande

terrazzamento si è protratta ben oltre

quella della villa stessa. Infatti si possono

notare molti interventi che hanno profondamente

cambiato la sua identità,

trasformandola gradualmente da un

complesso singolo in un insediamento

più o meno ristretto o sparso, con funzioni

varie. Oggi i dati sono ancora in

corso di raccolta, ma si può proporre

una ricostruzione generale basata sulle

tracce più evidenti.

Il fenomeno comincia dalla formazione

di uno strato che alza il livello di

calpestio generale. È composto principalmente

da materiali di demolizione di

varie parti della villa e si estende un po’

dappertutto sui muri rasati della villa, facendo

in qualche modo tavola rasa del

passato. I materiali scaricati sono stati livellati

su uno spessore variabile e pure

compattati, in modo da costituire una

specie di pavimento grezzo assai in piano.

Secondo il materiale raccolto (sopratutto

ceramica e monete), l’intervento

può essere datato al v sec d.C. A

quest’epoca, la villa è già in gran parte

smantellata e serve anche da cava per il

recupero dei suoi materiali che saranno

riutilizzati per altre costruzioni sul luogo

e forse anche fuori della terrazza.

Nonostante questi interventi distruttivi,

la villa esiste ancora nella misura in

cui alcuni vani sono rioccupati secondo

la loro planimetria originale. Esemplare

da questo punto di vista è la trasformazione

della sala a mosaico bianco e nero

a disegno geometrico accanto al peristi-

12 R. Lambrechts, La Civita di Artena, in

Artena 1, cit., pp. 36-37.


106 cécile brouillard · jan gadeyne

Fig. 8. Civita di Artena: villa, frammento

con iscrizione riutilizzato in un muro

tardo antico.

lio, dove si è potuto constatare un uso

dell’ambiente prolungatosi anche dopo

il parziale abbandono della villa, causa la

distruzione del tramezzo e del tetto. Al

loro posto fu costruito un nuovo tetto

sorretto da quattro pali fissati nei quattro

angoli della stanza, che hanno parzialmente

distrutto il pavimento in mosaico.

Altre fosse di difficile spiegazione

hanno perforato profondamente lo stato

antico.

Tracce di riuso degli ambienti originali

della villa sono anche state ritrovate

nella zona delle terme. Dimostrano che

la villa era cambiata nella sua funzione

tradizionale. Si è potuto notare, ad

esempio, che certe aperture fra alcuni

ambienti furono chiuse con materiali

provenienti dalla villa, tra cui perfino

pezzi del pavimento in mosaico del caldarium.

Inoltre, sui resti dei muri occidentali

del caldarium e del praefurnium,

fu costruito un muro nuovo con materiali

di recupero. Questo muro continuava

al di là del complesso termale verso

sud. Altri ambienti, anch’essi, in

parte, di epoca tardiva e costruiti con

materiale di spoglio, sono stati scoperti

accanto alle terme. Dal materiale riutilizzato

per la costruzione di uno dei muri

proviene un frammento di iscrizione,

l’unico finora trovato nell’ambito della

villa (Fig. 8).13

Ma non c’era solo la trasformazione

di ambienti già esistenti. Fra le terme e

la stanza con anticamera, ad ovest del

perimetro del peristilio, è stato costruito

in epoca tarda almeno un altro edificio:

in pessimo stato di conservazione, tagliava

la vasca attigua alla villa. Ciò che

rimane della costruzione, cioè la parte

inferiore della fondazione, non ci permette

di ricostruirne la pianta completa

perché se ne perdono le tracce sia a nord

che ad est.

Nella stessa area e dovunque lo strato

di demolizione livellato è conservato,

un’osservazione accurata consente di

13 L’iscrizione è stata recentemente restaurata

ed è ancora inedita.

14 È così che viene riferito anche dallo

storiografo Serangeli nella prima decade del

xviii secolo.

registrare varie strutture forate, tipo buco

di palo e fossa che, una volta messe

insieme, fanno intravedere la pianta di

edifici leggeri sparsi.

Dopo questa fase di occupazione,

sembra che il terreno sia stato definitivamente

abbandonato come luogo di

abitazione o di attività collegate ad essa.

Un ampio strato di terra nera si forma su

tutto lo spazio della terrazza. L’ipotesi

attuale è che questo strato rappresenti la

sedimentazione conseguente alla messa

in coltura del campo. Sembra che l’uso

del terreno sia diventato ormai agricolo

e pastorale. Sulla base del materiale raccolto

in modo sistematico, il momento

risalirebbe al vi sec d.C. È da supporre

che il paesaggio non sia più cambiato.14

Però, chi frequentava ancora la terrazza

nell’Alto Medioevo ha lasciato almeno

un’ultima traccia materiale della

sua presenza (Figg. 9-10). Si tratta di un

monumento costituito da una piattaforma

leggermente trapezoidale che misura

circa 4 × 5 m. Il margine della struttura

è quasi interamente formato da

grandi blocchi di calcare legati fra di loro

senza cemento, mentre all’interno si

vedono due strati di pavimento, quello

inferiore con frammenti di recupero più

piccoli, quello superiore con frammenti

più grandi. Si notano interventi successivi

di manutenzione, come una specie

di piccolo basamento nell’angolo nordoccidentale

o rifacimenti puntuali sul

margine settentrionale, sempre con pietre

di recupero. L’insieme mostra tracce

di calpestio rappresentato da un fino deposito

di terra battuta. Finora non è stato

ancora possibile dare un’interpretazione

sicura di questa struttura unica nel

suo genere sul territorio di Artena. L’osservazione

dei reperti non sembra di

consentire l’ipotesi di un’abitazione

(non si notano segni di elevazione o sospetto

di elevazione sulle pietre che formano

il margine), né di una struttura di

lavorazione (non c’è traccia di altro deposito

oltre quello lasciato dal calpestio),

né di un riparo per animali (che

senso avrebbe allora la cura nella sistemazione

del ‘pavimento’?). Forse l’ipotesi

più plausibile sarebbe da ricercare in

ambito funerario.

Tuttavia la sua datazione è fornita da

quattro monete d’oro (Fig. 11) con la raffigurazione

dell’imperatore bizantino

Constante II (641-668) e di suo figlio, il

futuro imperatore Costantino IV.15 Le

monete erano contenute dentro un vasetto

di ceramica interrato contro il

margine meridionale esterno del monumento.

Questo deposito, sicuramente

15 Lo studio delle monete è stato curato

dalla dott.ssa Alessia Rovelli (Università della

Tuscia, Viterbo).

16 L. Quilici, Artena (Rm). Saggi di scavo

alla Civita, «ns», s. viii, xxviii, 1974, pp. 85-87.

volontario, potrebbe essere legato ad un

rito di fondazione.

Le monete costituiscono un piccolo

tesoro nel vero senso della parola, non

solo perché sono rare le monete d’oro di

Costante ritrovate in Italia ma anche per

il valore monetario che avevano: nel vii

sec. d.C. un solidus equivaleva a ben

12000 monete di bronzo. È chiaro che il

ritrovamento di queste monete rappresenta

una scoperta importante per la

ricostruzione della vita sul Piano della

Civita in epoca post-romana.

Sia le modificazioni delle strutture

rimanenti della villa che la costruzione

di quelle nuove testimoniano il verosimile

sviluppo di un nuovo tipo di insediamento

che ci porta fino all’Alto Medioevo.

Prospettive di ricerca

L’insediamento antico sul Piano della

Civita è talmente esteso che abbastanza

presto sono state usate prospezioni geofisiche

per studiare meglio la topografia

del sito. Le prime prospezioni di questo

tipo sul grande terrazzamento risalgono

al 1961 e poi al 1967.16 I risultati della prima

prospezione sono serviti di base per

i sondaggi eseguiti dal prof. L. Quilici

nel 1964 e 1966.17 Si è così potuto capire

il sistema di costruzione della terrazza

composta da muri fondati profondamente

nel suolo e disposti perpendicolarmente

ai due muri frontali. Questa

rete di murature sostiene le terre di

riporto necessarie per la creazione del

ripiano.

Nell’ottobre del 2010 una nuova campagna

di prospezione geofisica è stata

eseguita dalla British School di Roma in

collaborazione con l’Università di Southampton.18

Lo scopo era di stimare il

potenziale archeologico ancora da

esplorare sulla terrazza, sia in densità

che in estensione. I risultati (Fig. 12) si

sono rivelati adeguati e fanno intravedere

varie strutture ancora da scoprire.

Particolarmente interessanti sono i dati

che si riferiscono alla costruzione della

terrazza stessa e quelli che riguardano la

possibile presenza di un piccolo complesso

ad ovest della villa.

I risultati delle indagini geofisiche

confermano una realtà ben piu complessa

di quella che si era pensato all’inizio

degli scavi della villa romana. In particolare,

invitano a controllare le ipotesi

suggerite per quanto riguarda la maglia

di muri ortogonali in modo da non confondere

questi ultimi con i muri orientati

della stessa maniera ma appartenenti

17 L. Quilici, Artena. Campagna di saggi

nella Civita di Artena, «ns», s. viii, xxii, 1968,

pp. 30-74.

18 N. Crabb, La Civita di Artena, Artena,

Lazio. Geophysical Survey Report, 2011, rapporto

non pubblicato.


artena, piano della civita. conoscenze archeologiche (1978-2010) 107

Fig. 9. Civita di Artena: villa, con evidenziato il monumento altomedievale.

all’estensione tarda della villa. Così saranno

effettuati saggi stratigrafici mirati

sul margine della terrazza artificiale

mentre l’ampliamento dello scavo dovrebbe

portare a nuove scoperte legate

non solo alla pars rustica della villa d’età

imperiale ma anche ai nuovi tipi di occupazione

del luogo in epoca tardoantica

e altomedievale.

Conclusione

Prendendo in considerazione i risultati

degli scavi della città d’epoca repubblicana

e della villa romana possiamo dunque

rilevare che la vasta area recinta dalle

mura poligonali è stata usata per più

di mille anni, dal iv sec. a.C. fino al vii

sec. d.C.

Aggiungendo i dati più discreti forniti

dal materiale residuale o fuori contesto,

è molto probabile che quest’arco di

tempo possa rivelarsi ancora più ampio

con il proseguire degli scavi.

Post-Scriptum

Salendo la pendice per la stessa strada

che da oltre 2300 anni porta in cima alla

collina per godere di un panorama rimasto

quasi del tutto immutato, si percepisce

il potenziale archeologico unico

e il ruolo fondamentale che questa zona

ha avuto nella storia di Artena. Il sito è

protetto dal 1972 dal Piano Regolatore

del Comune di Artena e vincolato dal

1979, mentre l’idea di un parco archeologico

risale al 1985. Una parte dei resti in

situ è stata restaurata nel periodo 2005-

2006 mentre nel 2009 fu inaugurato il

Fig. 10. Civita di Artena: villa, monumento altomedievale.

Fig. 11. Civita di Artena: villa, tesoro monetale scoperto a lato del monumento altomedievale.


108 cécile brouillard · jan gadeyne

Fig. 12. Civita di Artena: risultati grafici della prospezione geofisica del 2010.

nuovo Museo Civico Archeologico ‘Roger

Lambrechts’, ancora non aperto al

pubblico per mancanza di fondi.19

Purtroppo, nonostante le iniziative

private e pubbliche di promozione, il sito

non sempre si presenta nel migliore

dei modi ai visitatori, locali o forestieri

che siano, quando per caso ne conoscono

semplicemente l’esistenza. La manutenzione

è sporadica e urgono lavori di

consolidamento, di restauro e di protezione

di alcuni ambienti. Si ricorda che

dopo le prime indagini nella villa (1995),

fu chiesto a Lambrechts di estendere lo

scavo a tutta l’area della villa. L’avvio fu

reso possibile grazie al progetto ‘Cinte

murarie di antiche città del Lazio’, finanziato

dall’Unione Europea e dal Comu-

19 Offriamo qui una bibliografia essenziale

del sito: Th. Ashby, G. J. Pfeiffer, La Civita

near Artena in the Province of Rome, «Supplementary

Papers of the American School

of Classical Studies in Rome», i, 1904, pp. 87-

107; M.R. de la Blanchère, Villes disparues.

La Cività, «mefra», i, 1881, pp. 161-180; C. Brouillard,

J. Gadeyne, La villa romana del

Piano della Civita ad Artena, in Lazio e Sabina 1,

Atti del Primo Incontro di Studi sul Lazio e la Sabina,

Roma, 2003, pp. 61-64; Iidem, Gli scavi

della villa romana sul Piano della Civita in Artena.

Nuovi dati delle campagne di scavo del 2002-

2004, in Lazio e Sabina 3, Atti del Terzo Incontro

di Studi sul Lazio e la Sabina, Roma, 2006, pp.

223-226; IIdem, La villa romana del Piano della

Civita ad Artena. Le campagne di scavo 2006-

2009, in Lazio e Sabina 7, Atti del Settimo Incontro

di Studi sul Lazio e la Sabina, Roma, 2011,

pp. 339-343; C. Brouillard, J. Gadeyne, A.

Rovelli, La villa romana del Piano della Civita

di Artena (Rm). Campagna di scavo 2010. Una

struttura alto-medievale ed un tesoretto monetale

bizantino, in Lazio e Sabina 8. Atti del Ottavo Incontro

di Studi sul Lazio e la Sabina, Roma,

2012, pp. 99-105; J. Gadeyne, Artena. Piano della

Civita, in Cinte Murarie di antiche città del Lazio.

Progetto di conservazione e valorizzazione

della cinta muraria e dei monumenti della città di

ne di Artena a patto che i resti rimanessero

visibili in vista di un futuro ‘parco

archeologico’. La questione preoccupava

seriamente R. Lambrechts, in quanto

timoroso che le autorità locali non garantissero

una buona conservazione dei

resti. Da un lato si pentì più volte di aver

accettato, dall’altro contava sull’intelligenza

e il buon senso: un patrimonio come

questo, per forza, deve essere fruito

e preso in considerazione.

Diceva ancora Roger Lambrechts

con affetto: ‘bisogna essere un po’ pazzo

per tenere duro ad Artena’. Aveva ragione

e forse in questo senso un po’ pazzi lo

siamo tutti noi che prendiamo a cuore la

salvaguardia del sito archeologico e del

paesaggio naturale che lo circonda, spe-

Ferentino e della Civita di Artena, Roma, 2000,

pp. 30-37; R. Lambrechts, Scavi belgi ad Artena,

«Archeologia laziale», vii, 1, 1985, pp. 119-

126; Idem, Préromains et Romains sur le plateau

d’Artena?. Introduction à l’exposition consacrée

aux fouilles d’Artena, in Comunità indigene e problemi

della romanizzazione nell’Italia Centro-meridionale

(iv-iii sec. av.C.). Actes du Colloque International,

Bruxelles-Roma, 1991, pp. 65-73;

Idem, Il Piano della Civita all’inizio del ’700, in

Della Terra di Montefortino, feudo dell’Ecc.ma

Casa Borghese. Il “notaro publico” Stefano Serangeli,

storico e letterato (1654-1730), Artena, 2000,

pp. 146-151; Idem, Artena 3. Un “mundus” sur le

Piano della Civita? Bruxelles-Rome, 1996

(«Etudes de philologie, d’archéologie et d’histoire

anciennes», xxxiii); Idem, Les fouilles

belges d’Artena, «Bulletin de la Classe des lettres,

Académie Royale de Belgique», s. vi,

xiv, 2003, pp. 117-147; Idem, Latium antique et

archéologie belge, «Revue des Archéologues,

Historiens d’art et Musicologues de l’ucl», 2,

2004, pp. 16-23; R. Lambrechts et alii, Artena

1, Bruxelles-Rome, 1983 («Etudes» citati,

xxiii); R. Lambrechts et alii, Artena 2, Bruxelles-Rome,

1989 («Etudes» citati, xxvi); R.

Lambrechts, P. Fontaine, Artena (Roma).

Rapporto sommario sugli scavi effettuati dalla

missione belga sul Piano della Civita (campagne

rando in un coordinamento delle risorse

e in una volontà pubblica convinta di

partecipare sia al finanziamento degli

scavi che alla manutenzione del sito. È

assolutamente necessario avviare un dibattito

pubblico su una vera protezione

della collina sulla quale si trova il sito archeologico,

posto di fronte alla cava che

minaccia seriamente di danneggiare

non solo il paesaggio, ma anche l’integrità

del sito archeologico e delle sue risorse

naturali. Si spera che questa situazione

venga presa in considerazione in

senso globale, cioè dal punto di vista

scientifico, culturale, ambientale e sociale.

I risultati appena presentati e quelli

futuri giustificherebbero pienamente

l’investimento.

del 1979, 1980 e 1981), «ns», s. viii, xxxvii, 1986,

pp. 183-213; R. Lambrechts, P. Fontaine, E.

De Waele, La Civita di Artena. Scavi belgi

1979-1989, Rome, 1989; R. Lambrechts, H.

Rix, Artena, Piano della Civita. Une inscription

inédite / Eine unveröffentlichte Inschrift, «Revue

Belge de Philologie et d’Histoire», 74, 1, 1996,

pp. 131-142; J. Poucet, Notice sur Roger Lambrechts,

«Académie Royale de Belgique. Annuaire»,

2008, pp. 67-101; L. Quilici, Artena.

Campagna di saggi nella Civita di Artena, «ns»,

s. viii, xxii, 1968, pp. 30-74; Idem, Artena

(RM). Saggi di scavo alla Civita, «ns», s. viii,

xxviii, 1974, pp. 56-87; Idem, La Civita di Artena,

in Latium Vetus, iv, Roma, 1982; Idem,

Parchi archeologici e ambiente. Riflessioni in margine

all’esperienza in atto alla Civita di Artena,

«Ocnus», 15, 2007, pp. 201-208; M. Valenti, Il

rapporto tra la città e il territorio: strutture dell’economia

e della residenza, in Atlante del Lazio

Antico. Un approfondimento critico delle conoscenze

archeologiche, Roma, 2003, pp. 141-180.

Referenze grafiche e fotografiche: le

immagini pubblicate sono state riprese

nell’ambito delle Missioni (1978-2010) (C.

Brouillard, N. Crabb, G. Foglia, J.

Gadeyne, R. Lambrechts, E. Mariette,

M. Papale).

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