M. Minoja, C. Bassoli, F. Nieddu - Academia Belgica

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M. Minoja, C. Bassoli, F. Nieddu - Academia Belgica

Roma CeC 2012 21-23 Giugno 2012

Contestualizzare la “prima colonizzazione”:

Archeologia, fonti, cronologia e modelli interpretativi fra l'Italia e il

Mediterraneo

Contextualising “early Colonisation”:

Archaeology, Sources, Chronology and interpretative models between Italy and

the Mediterranean

Forme di contatto sulle coste della Sardegna: indigeni e fenici a Bithia, nuove acquisizioni

Marco Minoja, Carlotta Bassoli, Fabio Nieddu

Nel quadro del popolamento fenicio della Sardegna, il progetto di ricerca su Bithia, promosso

dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano in

collaborazione con il Comune di Domus de Maria, si inserisce nel quadro delle ricerche sui modi di

contatto tra i vari ethne in cui sembra scompartita la Sardegna a partire dalla Età del Bronzo finale -

prima Età del Ferro.

A seguito del recupero della documentazione archivistica e bibliografica relativa alle ricerche

intraprese a partire dalla prima metà del ‘900, nell’ottobre del 2010 sono state condotte alcune

ricerche, concretizzatesi in un survey, finalizzate all’individuazione di anomalie che indiziassero

aree di particolare interesse storico sulle quali poter intervenire stratigraficamente.

La presenza della necropoli, degli edifici sacri e delle testimonianze di culto documentate a più

riprese dalla storia delle ricerche del Novecento, fanno complessivamente perno sull’esistenza di un

insediamento, da tempo individuato in corrispondenza del piccolo promontorio della Torre di Chia,

e del suo immediato retroterra, rimasto sostanzialmente ai margini dell’indagine archeologica

sistematica e fatto oggetto solo di limitati saggi di scavo e di parziali ricognizioni di superficie; così

limitati e parziali da non riuscire a condizionare con i loro risultati alcuni interventi anche recenti di

imboschimento, di sistemazione della viabilità del colle, nonché alcuni tentativi di aggressione

edificatoria, provvidenzialmente bloccati dall’allora Soprintendente Ferruccio Barreca.

L’attenzione alla configurazione dell’abitato ha quindi portato in questi ultimi anni a concentrare

gli interventi di ricognizione sistematica, di saggio di scavo e di consolidamento proprio sulle

strutture e sulle stratigrafie della collina, dando l’avvio, a partire dal 2011, ad una prima campagna

di scavo, concentrata su un’area collocata nel settore sud orientale del promontorio, proprio laddove

alcuni sbancamenti meccanici degli anni ’60 avevano già messo in luce, in alcune sezioni artificiali,

consistenti strutture murarie e significative porzioni di sequenze stratigrafiche.

Nell’area indagata, compresa tra il territorio che si estende dalla costa prospiciente la Torre di

Chia fino all’immediato entroterra, si sono individuate diversi nuclei di strutture emergenti dal

terreno, che delineano terrazzamenti e ambienti, costituiti da paramenti imponenti formati da

blocchi di pietra locale (granito, arenaria, calcare scistoso) dalle dimensioni variabili e stabilizzati

tramite zeppe di scaglie litiche.

Il settore sud-orientale ha richiamato la nostra attenzione per la monumentalità delle strutture

individuate, ascrivibili a differenti periodi. In un’area pianeggiante lungo il sentiero sterrato che

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risale la collina, ad una quota di ca. 30 m s.l.m., è stata individuata una struttura che si eleva dal

banco roccioso e che si osserva per circa 10 metri , costituita da un basamento in blocchi di arenaria

rettangolari di modulo regolare sopra al quale si intravede un piano in malta.

L’area di grande interesse, sia per la presenza di un sistema dei terrazzamenti, sia per la presenza

di queste imponenti strutture, ha indotto a concentrare qui la nuova indagine di scavo. Altro fattore

di rilievo nella scelta dell’area di indagine è stato rappresentato dalla presenza, evidenziata in modo

abbastanza diffuso dalle ricerche di superficie, di materiali fenici e ceramiche d’impasto di possibile

ascendenza nuragica, evidentemente da riferire ai momenti della fondazione della città.

Sono stati effettuati due saggi archeologici che si presentano delimitati in modo netto da un salto

di quota che appare come il risultato di un taglio artificiale: sui lati Sud e Est del saggio 1 e Nord e

Ovest del saggio 2. In effetti si è appreso che negli anni sessanta del secolo scorso operò nell’area

un mezzo meccanico, cui si deve il grosso sbancamento visibile in corrispondenza dell’ampio

spiazzo adiacente, immediatamente a Nord, al saggio 2, e tra quest’ultimo ed il saggio 1.

Le indagini hanno evidenziato sin dalle prime fasi un consistente nucleo di testimonianze relative

alla presenza fenicia; sono presenti materiali che rinviano sostanzialmente alla documentazione nota

dalle attestazioni della necropoli scavata negli anni ‘ 50, con l’evidenza di qualche significativa

anteriorità rispetto a quel quadro. La possibilità di formulare alcune osservazioni sulle fasi più

antiche dell’abitato è offerta, nel caso dello scavo in esame, dalle particolari caratteristiche degli

strati più superficiali della zona, che si connotano per le condizioni di giacitura secondaria dei

relativi materiali, determinata dallo sconvolgimento degli strati più profondi del giacimento

archeologico e dall’accumulo dei relativi materiali anche all’interno degli strati superficiali; tali

sconvolgimenti hanno determinato dunque la peculiare connotazione di tali livelli, caratterizzati

dalla compresenza di frammenti ascrivibili a tutta la sequenza stratigrafica intaccata: con il risultato

di offrire, sin dalla superficie dei saggi stratigrafici, un palinsesto di oggetti rappresentativi della

lunghissima vicenda insediativa.

I dati, che i pur limitati nuovi apporti dello scavo in esame forniscono al tema della persistenza

di elementi della cultura nuragica all’interno del nuovo sito di fondazione fenicia, si vengono ad

inserire all’interno di una ricca e articolata serie di annotazioni sul tema in questione, che attraversa

tutta la storia delle ricerche su Bithia, sin dalle primissime fasi dell’individuazione e delle ricerche

nell’area: già in occasione delle documentazioni degli anni ’30 il Taramelli registrava la presenza, a

suo dire evidente in corrispondenza dell’acropoli, “di una sede nuragica … distrutta al momento

della fondazione” dello scalo fenicio.

Nel saggio 2, si sono chiariti i limiti di un butto moderno, evidenziato sul lato Est del saggio, che

formava un conoide costituito da una matrice di color giallo ocra. Tale unità stratigrafica era

chiaramente sovrapposta al terreno humifero, e la sua formazione potrebbe essere ricondotta alle

stesse operazioni di sbancamento che interessarono l’area. L’importanza di questo riporto moderno

è data dal fatto che, frammisto ad altro materiale di età romana ha restituito ancora diversi

frammenti di ceramica fenicia. L’ipotesi, da verificare, è che tale materiale provenga dall’area

compresa tra i due saggi e corrispondente al viottolo che porta alla sommità del colle. La sezione

creata dal taglio operato dal mezzo meccanico, che delimita il saggio 1 verso Est, evidenzia infatti

nella parte bassa uno strato con caratteristiche molto simili per colore (giallino) e componenti

(inclusi costituiti da scagliame di scisto) a quelle dello strato individuato nel saggio 2. La più

importante conferma verrebbe dal fatto che anche questo strato ha restituito, durante le operazioni

di ripulitura della sezione, materiale ceramico fenicio analogo, associato a frammenti ceramici

d’impasto, in apparente giacitura primaria.

Tra i materiali ceramici restituiti dalla raccolta di superficie e dalle unità stratigrafiche del

Saggio 2 compare un ampio e variegato repertorio di forme vascolari fenicie che possono essere

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ricondotte ad un orizzonte temporale compreso fra la seconda metà avanzata dell’VIII e la fine del

VI sec. a.C. Si tratta di ceramiche da mensa e da dispensa, da conservazione, da preparazione, da

cucina e di anfore da trasporto.

I materiali più abbondanti sono stati restituiti dal saggio 2, oltre ai numerosissimi frammenti

provenienti dalla raccolta superficiale effettuata durante i primi giorni di attività. Da una prima

valutazione sembra cospicua la presenza di recipienti fini da mensa, talvolta in red slip, come

brocche, piatti e coppe di varie tipologie. Tra le prime si segnala una brocca frammentaria del tipo

bilobato, con ansa a doppio cannello e ingubbiatura rosso-arancio di ottima qualità e brillantezza,

esemplare tra i più arcaici ed eccezionali finora rinvenuti. Tra i piatti sono documentate le principali

tipologie di età arcaica (tipo con orlo rigonfio estroflesso ed ampio cavo e soprattutto tipo con orlo

rettilineo a tesa più o meno allargata e cavo ridotto), databili tra la metà dell’VIII e il VII secolo

a.C. Tra le coppe si segnalano i tipi arcaici “a calotta” e carenato e alcuni esemplari singolari di

diffusione limitata, vale a dire adattamenti fenici di forme greche quali uno skyphos di raffinata

fattura, con decorazione a scansione metopale, e una kotyle di esecuzione più approssimativa.

Un più limitato numero di evidenze sembra essere segnale di una precedente fase di

frequentazione di epoca nuragica; forme ed impasti rinviano infatti a modelli e tecnologie

compatibili con le produzioni note in ambito nuragico, trovando significativi confronti con materiali

provenienti dai livelli più antichi delle stratigrafie di centri vicini. Sono riferibili per lo più alla

forma del pentolino monoansato con orlo everso, che a Bithia sembra costituire la variante

d'impasto della pentola globulare monoansata con orlo a mandorla o cooking pot. Tali forme

ceramiche sarebbero frutto di ibridazione tra forme caratteristiche dell’Occidente fenicio ed

analoghi recipienti di tradizione locale. Si tratta di materiali già ampiamente attestati soprattutto nel

Sud dell'isola, che presentano caratteristiche tecnologiche, per il tipo di impasto e per il trattamento

delle superfici, che sembrano indiziare una tradizione nuragica. Essi, insieme alla documentazione

restituita dalla bronzistica (pugnali e stiletti in particolare) contribuiscono a rafforzare l'idea della

sopravvivenza di un bagaglio culturale autoctono in seno alle comunità sulcitane di nuova

fondazione.

L'intervento propone un primo inquadramento dei dati raccolti a Bithia in questa prima fase del

progetto, con una specifica attenzione per i materiali relativi alla fase più arcaica provenienti dai

primi saggi stratigrafici effettuati, nel più generale quadro dell’articolazione territoriale delle prime

presenze fenicie in Sardegna e del contesto locale di relazione con esse.

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